Sei sulla pagina 1di 183

Omero Dellistorti

Paesani
Indice

1. La pesca notturna
2. Gianduia Scarogna
3. Malocchio
4. Una storia di fantasmi
5. Il farmacista distratto
6. Il ritorno alla natura
7. La gente mormora
8. Tipi da spiaggia
9. Dell’utilità della televisione
10. Orso
11. Quando facevo l’artista a Parigi
12. Solo quattro chiacchiere al bar
13. Vecchi amici
14. Messicani
15. Un’avventura di Ercolino Semprimpiedi
16. Il gruppo di studio
17. Fidelio
18. La pagnotta
19. L’ultima offerta
20. Vitaliano
21. Chi ben comincia
22. Come nacque l’équipe
23. Il male minore
24. Se lo dice il partito
25. Romanzi
26. Tutti i mestieri
27. Come va il mondo
28. Eppure
29. Il macchiavello
30. Brigantino
31. L’uomo che portò il comunismo in Italia
32. I tre moschettieri
33. Le barzellette
34. Il giorno del funerale di Cemmerevò
35. Il ritorno di Picciafoco
36. La fine dell’Avvocatone
37. Cristallo
38. Il felice narratore
39. Superbino
40. Disperello
41. Scorticone
42. Scrippacchione
43. Lo zio Scatarro
44. Tantalone
45. Strappone
46. Ringo Solingo
47. Lo zio Sciacallo
48. Notte brava con pioggia finale
49. La specializzazione
50. Sbudellone

***

1. La pesca notturna

Una volta questo paese era diverso. C’erano le cabine telefoniche dove alle
perse si poteva dormire anche se pioveva a mitraglia. C’erano i negozi di
generi alimentari che entravi e compravi uno sfilatino col salame e te lo
preparavano lì. E c’era gente come Gualtiero, che poi è morto, e di cui
adesso vi racconto una storia. Una storia vera, io c’ero.
Io, per chi non lo sapesse, mi chiamo Cencio Magnacci, non ho paura di
nessuno e in questo paese ci sono nato e ci ho campato da prima che tutte
le persone che riempiono questo stanzone fossero nate.
*
E’ fatto così, Vincenzo, quando racconta una storia lo deve fare sempre
con aria di sfida. Ma qui all’osteria della sora Mafalda lo conosciamo tutti
e lo lasciamo fare. E poi, le storie che racconta sono belle, quando si riesce
a capire cosa dice, e se non si perde lungo il racconto passando da una
vicenda a un’altra e infine ammutolendo mentre cerca di ricordare.
Ricordare cosa, poi.
*
Ci eravamo messi d’accordo di andare a pescare la notte con le bombe a
mano, che ce le aveva Gualtiero. Eravamo giovani. E con noi c’erano pure
Pacchiano e Pellegro, che non mi ricordo più se erano i nomi veri o un
soprannome, ma Gualtiero si chiamava proprio così e ci teneva, e non
voleva essere chiamato Valterino (e lo chiamavamo tutti così).
La sera, che era di sabato, avevamo giocato a carte al bar del Museo;
Museo era il nome del padrone, ma quell’insegna con scritto “Bar Del
Museo”, con le iniziali tutte maiuscole, faceva pensare a un posto dove ci
fossero delle opere d’arte, e così Museo aveva fatto incorniciare sui muri
tutte fotografie di gente famosa (c’era scritto sotto chi era): Frank Sinatra,
Dante Alighieri, Amedeo Nazzari, Michelangelo, gente così. “Bisogna che
il locale abbia un tono”, diceva. Ma noi che eravamo i clienti fissi - gli
avventori abituali, si diceva a quei tempi - ci andavamo a giocare a
quartiglio, a trincare e a bestemmiare. A questo servono i bar. I musei non
lo so.
Allora, gioca che ti rigioca si fanno le due di notte, il bar è mezzo vuoto, e
tra un paio d’ore cambia il turno del personale. A quei tempi - e quelli sì
che erano bei tempi - i bar non chiudevano mai: a una cert’ora lavavano
per terra che tu restavi al tavolino e dovevi solo alzare i piedi un attimo per
far passare lo spazzolone e lo straccio sotto, il barista della sera andava a
dormire e attaccava quello della mattina, dopo l’ultimo grappino il primo
caffè, e il mondo continuava. Pellegro - o Pacchiano, o Valterino, o io - fa:
“E’ ora, andiamo”. E andiamo.
E via col camion di Pellegro. Mi ricordo ancora che sul camion nessuno
diceva una parola. E ogni volta che ci ripenso penso che era strano,
parecchio strano. Di solito non stavamo mai zitti. Eravamo giovani.
Eravamo pure alticci (eravamo sempre alticci a quel tempo, erano brutti
tempi, se non bevevi non ce la facevi).
Il viaggio fino alle pozze durò un attimo, che era infinito. Il silenzio. Per
strada, lo giuro su mio padre buonanima, vedemmo un incidente. Non ci
fermammo. Brutto segno l’incidente, e brutta vigliaccata a non fermarci.
Ma nessuno disse una parola, tutti e quattro zitti affiancati sul camion che
correva, traballava e faceva un rumore come una fabbrica. No, non è vero
che ci fermarono le guardie e che ci fu baruffa - che poi si dice: resistenza
a pubblico ufficiale, e a noi fare la resistenza ci piaceva più del cognac -,
quella fu un’altra volta (di sicuro prima: dovevamo essere ancora vivi tutti
e quattro).
Valterino aveva moglie e tre figli. Adesso saranno grandi, non li ho più
rivisti e non li riconoscerei. Chissà che fine hanno fatto. Pure di Pacchiano
e Pellegro non so più niente; Pellegro penso sia ormai uscito di galera.
Quando arriviamo alle pozze, ci troviamo quella maledetta macchina con
la coppietta che si sbaciucchiava. Noi non volevamo gente tra i piedi,
pescare con le bombe era vietato (e magari era vietato pure avere le bombe
a mano, chi se lo ricorda più da dove erano saltate fuori). Ma quei due
ragazzini si mettono paura. Stupidi come le capre, pensarono che ce
l’avevamo con loro, che volevamo fargli un lavoretto, e invece a noi non
ce ne fregava niente, volevamo solo che se ne andassero e ci lasciassero
pescare con le bombe.
Mica me lo ricordo più come cominciò. Immagino che cominciò come
sempre: una parola, un’altra parola... comincia sempre tutto con una
parola.
Doveva essere estate, però faceva freddo. Mi ricordo che sudavo che la
pelle mi fumava e avevo i brividi come se avessi la febbre. O forse mi
confondo con qualche altra notte. Che da giovani le notti sono più vive del
giorno, è quando diventi vecchio che non sai più se certi fatti te li sei
sognati o se sono successi davvero. Da giovane lotti contro il sonno, da
vecchio non riesci più a dormire. Va sempre tutto al contrario.
Poi sono stato in Germania, parecchi anni, e non ho mai imparato una
parola di tedesco. Quando lo dico nessuno ci crede. No, non mi sono
sposato. Quando sono tornato al paese era cambiato tutto. Pure in
Germania succedevano certe cose. Una volta vi devo raccontare di quella
volta del magazzino dei vestiti da cerimonia. Dovevo farmi la fotografia,
quella volta, dovevo. E non ci hanno mai preso. Altro che chiacchiere, i
tedeschi sono stupidi come gli italiani. Posso dirlo io, che ho girato il
mondo, le persone sono uguali dappertutto. Certo che sono comunista. Che
dicevo di Valterino? Eravamo stati a scuola insieme, nella stessa classe.
Dietro la lavagna c’era un lavandino. A ricreazione c’era la fila per bere
attaccandosi al rubinetto. Allora non lo sapevo che quelli erano gli unici
anni felici. Ne è passato di tempo. Ne ho viste di porcherie. Certo che mi
dispiace. Se qualcuno cerca rogne, con me le trova di sicuro.
Un giorno di questi devo fare un salto al cimitero, chi lo sa che girando a
casaccio non la trovo la tomba.

***
2. Gianduia Scarogna

Giantullio Scalogni fin dalle scuole aveva sofferto di quel nome infame.
Dall’asilo, alle elementari, alle medie, la sua carriera scolastica era stata un
calvario di beffe: come questa cantilena ripetuta fino all’ossessione:
“Gianduia Scarogna, Gianduia Scarogna, che porta sfortuna e ci ha pure la
rogna”. E naturalmente non solo beffe, ma colluttazioni finché riuscì a
battersi, poi solo insulti e pestaggi subiti, e la fama appo i maestri e i
professori di turbolento e attaccabrighe e il consiglio di non farlo studiare e
mandarlo a garzone dove che fosse, che ci pensasse il padrone a
raddrizzarlo.
E a garzone ci andò per qualche anno, imparò che le cattiverie subite a
scuola erano poca cosa rispetto a quelle che dovette sopportare in officina,
e oltretutto padre e madre sempre a dirgli che doveva essere grato al
padrone di farlo lavorare, e il padrone che lo chiamava “schiavo della
malora”, “ladro senza cervello”, “bestia più bestia delle bestie”, e un
ceffone o peggio ogni volta che gli capitava a tiro, che sommati insieme
alla fine della giornata facevano una gragnuola di colpi. Per difendersi
cercava di lavorare il meno possibile, di far male i lavori, di danneggiare le
macchine, di sgraffignare qualunque cosa gli capitasse a tiro, magari per
spaccarla e buttarla via appena girato l’angolo.
Finché non ce la fece più e, raggiunta la maggiore età, se ne andò.
*
Quando tornò, ormai vecchio, lo avevano dimenticato tutti.
Grande e grosso e incurvato, con la barba bianca lunga così, mezzo
sdentato, con una valigia enorme. Sceso alla stazione se ne andò alla
vecchia casa, che ormai era abitata da un’altra famiglia. Senza dire chi era
chiese notizie dei suoi, ma i nuovi inquilini non ne sapevano nulla, così
dovette chiedere al bar, al tabaccaio, all’edicola dei giornali, al farmacista
e niente di niente. Alla fine dal prete (un giovane prete, che non era
neppure del paese, e che non li aveva mai visti, ma consultò i registri della
parrocchia) seppe che erano morti tanti e tanti anni prima, e amen.
Prese in affitto una camera e l’affittacamere, che naturalmente era una
vecchia, vecchia signora, si ricordava di lui: “Mi scusi, signore, ma lei sarà
mica il figlio della povera Alfonsina?”. “Sì, signora”. “E non si ricorda di
me? Sono la Lia”. “No, signora. Mi spiace”. E fu tutto.
Vecchio, solo e con una stentata pensione Giantullio si sistemò. Non
frequentava nessuno, ogni mattina andava al bar a leggere il giornale e a
bere alternatamente caffè amaro e tè alla menta, poi andava a camminare
nel bosco, che era a due passi dal centro abitato, poi se ne tornava nella sua
camera a leggere e - si diceva - a scrivere, ma nessuno lo vide scrivere mai
nemmeno una cartolina. Non aveva il telefono, non aveva la televisione. E
non c’è bisogno di dire che non aveva neppure l’automobile o un motorino
o una bicicletta. Del resto, dove doveva andare?
Anni passarono.
*
Anni passarono. E il mondo era cambiato: i computer, i telefonini, la
disoccupazione, l’arrivo dei migranti, sempre più numerosi.
Nel corso del tempo, inevitabilmente, qualche parola aveva pur dovuto
scambiarla con qualcuno. Ma di malavoglia, e smozzicata, a frasi reticenti
e inconcluse, che finivano in un mormorio indistinto, una smorfia,
un’alzata di spalle, un vago gesto della mano.
Non amava parlare ed aveva cominciato a dire che non si ricordava più
bene la lingua per essere stato all’estero troppi anni. E a chi gli chiedeva
dove fosse stato rispondeva genericamente in Africa, e talvolta in risposta
ai più insistenti accennava a paesaggi e vicende di cui aveva letto nei libri
di Conrad o di Hemingway. E tanto bastava. Ma nel paese ci si fece infine
l’idea che quell’uomo riservato che leggeva tanto e non parlava mai la
sapesse lunga, che dovesse custodire qualche grave segreto, che se era
tornato era certo per una vendetta o per una missione di grande
importanza, e che il trascorrere degli anni senza che nulla dicesse o facesse
fosse lampante conferma che stava preparando qualcosa di grosso, e tutti
attendevano il colpo.
E cominciò ad essere insieme temuto e riverito. Se ne accorse lentamente:
le persone che incontrava per strada lo salutavano con sollecitudine; al bar
sempre più spesso qualcuno veniva a chiedergli consiglio su questioni di
cui nulla sapeva, ed insistevano - ossequiosi, servili - per un suo parere per
il quale poi lungamente lo ringraziavano; una volta anche il giovane prete
ormai non più tanto giovane gli venne a chiedere (a lui che in chiesa non
aveva mai messo piede, se non quell’unica volta in sacrestia per sapere che
fine avessero fatto suo padre e sua madre) un’opinione da uomo di
esperienza su un difficile caso di coscienza e di dottrina.
*
Non era stato in Africa. Aveva vagabondato per anni nel nord Italia e in
Svizzera, aveva imparato ad usare il coltello, ed era anche finito in
prigione per un affare andato male, ma era senza documenti ed aveva dato
il nome di un amico morto ammazzato (e il cui cadavere era stato fatto
sparire nel nulla) cosicché la galera se l’era fatta a nome di quell’altro,
nessuno si era accorto della sostituzione, e quando uscì si spostò altrove,
riprese il suo nome, si fece rifare i documenti che dichiarò di avere
smarrito quando lavorava all’estero - e diceva nomi di stati alle cui
rappresentanze diplomatiche era inutile chiedere conferme -, e con un
certo gruzzoletto che prima era stato dell’amico morto ammazzato e prima
di altri ancora che certo neanche loro lo avevano ceduto volontariamente,
si era sistemato, aveva aperto come tutti un distributore di benzina, e aveva
tirato avanti per anni finché si era stancato anche di quella vita. Nel
frattempo era invecchiato ed aveva raggiunto l’età della pensione. Misera.
E così era tornato al paese.
*
Poiché tante volte aveva detto di essere stato in Africa, sempre più spesso
gli chiedevano notizie e opinioni su che gente erano questi migranti che
arrivavano sempre più numerosi, se davvero nei loro paesi si stava così
male, se avevano qualche malattia pericolosa ed era meglio non farsi
toccare, se era gente di mano lunga e di poco cervello come tutti i
forestieri, e così via.
E questo era ancora niente. Cominciarono a chiedergli di fare il traduttore
quando un venditore ambulante o un bracciante africano cercava di dire
qualcosa che nessuno capiva. E lui, che voleva solo essere lasciato in pace,
si accorse che aveva meno rogne se si prestava a fare da interprete che se
si negava (perché quelli insistevano e insistevano e pensavano che lui si
rifiutasse per recondite ragioni su cui poi fantasticavano fino a cavarne
delle bubbole che aggiungevano alle fole che già gli avevano cucito
addosso). E va anche detto che di solito le sue traduzioni - che poi erano
invenzioni, ma di buon senso - erano ritenute soddisfacenti da tutte le parti
in causa, che infatti lo ringraziavano calorosamente per i suoi buoni uffici.
E fu così che gli capitò quest’avventura. Ecco come andarono le cose.
*
I carabinieri avevano arrestato un ambulante africano sospettato di aver
rubato argenteria e gioielli in casa della signora Amalia, che già malata di
cuore quando si era accorta del furto le era preso un colpo ed avevano
dovuto portarla all’ospedale. Addosso all’ambulante e nel borsone non
trovarono niente, ma un testimone diceva di averlo visto uscire
“furtivamente” dalla casa della signora Amalia, e quell’avverbio sembrò
chiarire tutto.
Si cercò di far confessare l’ambulante - che naturalmente era senza
documenti - ma costui faceva mostra di non capire le domande, e questo
insospettì ancor più chi lo interrogava: come faceva a esercitare quel suo
commercio di stracci e chincaglieria se non capiva l’italiano? Delle due
l’una: o era un ladro che fingeva di essere un ambulante e veramente non
capiva una parola d’italiano, o era un ambulante che capiva benissimo
l’italiano e fingeva di non capirlo per non dover ammettere il furto. In ogni
caso era un furfante matricolato. E comunque anche come ambulante
certamente non pagava le tasse sui suoi guadagni, e la robaccia nel borsone
se non era rubata era comunque sicuramente contraffatta, e si capiva al
volo che era sporca e probabilmente anche infetta. Questa gente che lascia
il suo paese con la scusa della guerra, che magari neppure c’era, qualche
cosa deve pure averla combinata, altrimenti perché non restano a casa
loro? se ci sono nati e cresciuti vuol dire che evidentemente ci si può pure
campare. Qui nessuno è razzista, ma certa gentaglia non ce la vogliamo a
casa nostra.
La cosa più semplice adesso era impacchettarlo, scrivere due righe di
rapportino, portarlo alla casa circondariale e poi che se la vedesse il
magistrato.
Ma il maresciallo era uomo d’ingegno e di coscienza, e voleva pur far
carriera, e pensò che se fosse riuscito a far confessare il ladro e a
recuperare la refurtiva sarebbe stata proprio una brillante operazione.
E a questo punto gli venne l’idea: convocare lo Scalogni Giantullio
affinché facesse da interprete. E così fu. Giunto in caserma il maresciallo
gli spiegò di che si trattava, mentre l’indiziato li guardava perplesso.
Giantullio disse al maresciallo che in Africa si parlano molte lingue,
diverse da un villaggio all’altro, e che lui non era stato dappertutto. Il
maresciallo disse a Giantullio che di sicuro si sarebbero capiti.
L’ambulante continuava a guardarli perplesso. Giantullio pensò che la cosa
migliore fosse fingere di parlare una lingua sconosciuta, inventando lì per
lì qualche fonema, e poiché l’africano sarebbe restato muto, dichiarare che
evidentemente non parlava quella lingua e farla finita. Giantullio emise
qualche suono gutturale, accompagnato da enfatici gesti e penose smorfie,
sperando che quel ridicolo spettacolo finisse lì. L’ambulante restava
immobile. Giantullio guardò il maresciallo come a dire che aveva tentato
ma l’esito era stato esattamente quello che prevedeva e che quindi se ne
tornava al bar a leggere il giornale e sorseggiare il suo caffè. Ma il
maresciallo gli chiese di tentare ancora con qualche altra lingua, qualche
altro dialetto, via, un uomo come lei che è stato in Africa per quanto?
quaranta, cinquant’anni, non si arrenderà mica al primo tentativo. E come
dargli torto? Giantullio ricominciò, con fonemi zeppi di sibilanti, di
liquide, di nasali, gli venne fuori anche un po’ di saliva, e fece dei gesti
minacciosi. Ma l’indiziato niente, lo guardava curioso, e sembrava
divertito. Adesso basta, pensò Giantullio. Invece il carabiniere insisteva,
gli sarebbe stato assai grato di un altro tentativo, un ultimo tentativo
ancora, è a fini di giustizia, e la povera signora Amalia in ospedale,
occorre pur proteggere la società, ognuno deve fare la sua parte, lei mi
capisce, un tentativo, un tentativo ancora. Giantullio adesso era veramente
stanco di quella pagliacciata, ma decise che era meglio prestarsi un’ultima
volta e poi andarsene. Stavolta pensò di emettere dei suoni senza quasi
aprir bocca, accennando qualche inceppata melodia, muovendo le braccia
a sottolineare il ritmo, la curva melodica. E l’africano annuì, sorrise, si
mise anche lui a canticchiare senza parole.
Ne ero certo, ne ero certo, esultava il maresciallo.
*
Dopo un paio d’ore, stilato un impeccabile verbale, l’ambulante fu
rilasciato.
Una parte dei gioielli fu ritrovata dopo due settimane, il ricettatore
descrisse bene il suo uomo, e a casa del testimone c’era ancora
l’argenteria. Tutti i criminali sono stupidi, il delitto non paga, pensò
soddisfatto il maresciallo. E se non è una brillante operazione questa...
Qualche mese dopo, mentre Giantullio al bar leggeva il giornale si
presentò quell’africano, che si chiamava Mustafà o qualcosa del genere,
accompagnato da un amico che parlava italiano. L’amico gli chiese perché
aveva aiutato il suo amico, lui alzò le spalle senza parlare. L’amico chiese
allora perché aveva adottato quello stratagemma. E lui si limitò ad
allargare le braccia. Infine gli chiese come era riuscito a capire che
Mustafà era innocente. Giantullio contrasse appena un angolo della bocca,
che forse era un sorriso, e non disse una parola.
Si bevvero un caffè insieme, si salutarono, non si videro più.
Ma di quella storia in paese se ne parlò a lungo, si diceva che quando era
in Africa Giantullio non solo avesse imparato tutte le lingue africane (e
quante saranno mai...), ma avesse appreso anche certi segreti, certe
stregonerie, che era meglio non immischiarsene: e che placido placido
stava preparando qualcosa di grosso, una vendetta, o roba del genere. Agli
intimi il maresciallo amava ripetere, con fare circospetto e parlando
sottovoce: “Ma quali stregonerie, era nei servizi segreti era, americani o
inglesi, che ci sta a fare un uomo in Africa per cinquant’anni? io l’ho
sempre saputo. E qui lo dico e qui lo nego ma so da fonte certa ed
autorevole, fonte ufficiale, che in certi fatti, cose grosse, affari di stato,
relazioni internazionali, c’è stato pure il suo zampino”. Ed aggiungeva:
“L’avete visto il film di Lawrence d’Arabia? Non aggiungo altro”. E
chissà cosa voleva aggiungere.
*
Un giorno sparì dal paese. Lasciando la caparra dell’affitto e una stanza
linda e pinta senza alcun effetto personale, ad eccezione del valigione con
cui era arrivato, che era vuoto. Tutto finisce, e tutto finisce nel mistero.

***

3. Malocchio

Durante la mia infanzia mi vennero raccontate molte storie sulla Paura. La


Paura era un essere mostruoso, un luogo incantato e pericoloso, un potere
malefico. Ancora adesso che ne scrivo sento un’eco del turbamento di
allora, e sono un vecchio dalla zucca pelata col naso e le orecchie pieni di
peli bianchi.
Nella mia famiglia si raccontava che un mio zio una volta l’avesse
incontrata, e fosse sopravvissuto grazie a una disperata fuga prima di
averne fissato il volto (se ne vedevi il volto eri preso per sempre); si
raccontava anche di un luogo, che era in fondo al nostro uliveto, ed era
meglio non andarci da solo se volevi tornare (ma io da bambino ci andai da
solo apposta, per mettermi alla prova, e devo essere pur tornato); si
raccontava anche un’altra vicenda che qui non riferirò. E poi si
raccontavano altre storie più generiche e banali di visioni e tormenti,
ambientate in grotte, catapecchie e cimiteri, e di notti di fuochi fatui, di
anime in pena eccetera, storie i cui protagonisti - perlopiù giovani
miscredenti e arroganti - pagavano la loro temerarietà con la morte e la
dannazione. Versioni popolari del Faust e del Don Giovanni, o forse
discendenze da comuni archetipi.
Oltre alla Paura c’era anche, ma questa era cosa di gran lunga più ordinaria
sebbene non meno malvagia e inesorabile, il malocchio. E una mia zia
sapeva dirti se ne eri stato colpito ponendo in un piatto pochi ingredienti:
dell’olio e qualche frammento corporeo - capelli, ritagli di unghie -;
ricordo con certezza che tutte le persone per cui si faceva l’oleosa prova
avevano il malocchio (io stesso, sempre); era frequentissimo a quei tempi
al mio paese essere colpiti dal malocchio data l’estrema facilità della
maledizione: bastava che qualcuno ti guardasse storto con cattiva
intenzione, e non ricordo se occorresse qualche altro specifico ingrediente
ma credo di no. Si aveva il malocchio quando le cose ti andavano male (e
alla povera gente andavano male sempre), o se avevi continui problemi di
salute.
Tutti credevano al malocchio, e più di tutti il segretario della sezione del
partito comunista, che poi ero io.
*
In sezione avevamo una bella biblioteca, con Jack London, Marx e Engels,
Tolstoj, Lenin e Stalin, la storia della rivoluzione francese, gli opuscoli del
partito con i discorsi dei dirigenti, il Breve corso, un vocabolario che fa
sempre comodo. E c’era un giovane iscritto che studiava all’università e
che speravamo di portarlo in consiglio comunale.
Una volta all’anno facevamo la riunione del tesseramento, quando c’erano
le elezioni si lavorava sodo, per i congressi veniva il compagno della
federazione.
Quando Baccajone si ammalò, pareva una cosa da niente. Invece si
aggravò sempre di più. E i dottori non capivano che accidenti avesse. Qui
devo dire che Baccajone era uno dei nostri migliori compagni, quando si
faceva la diffusione del giornale era quello che distribuiva più copie e
senza regalarle, per la campagna del tesseramento ogni anno era quello che
faceva più tessere di tutti (erano quasi tutti rinnovi, sì, ma bisognava
comunque fare il giro per ritirare le quote e lasciare i bollini, e certe volte
occorreva passare cinque volte a casa dei compagni e discuterci per ore), e
l’anno che facemmo la Festa dell’Unità fu lui che mise in piedi la lotteria,
e che insieme a me si fece le nottate tra venerdì e domenica per sorvegliare
il palco, la tenda con la cucina, i tavolini con le sedie, la bancarella della
stampa del partito e la mostra sulla Resistenza e quella sulle conquiste del
socialismo (e tutti ricordano quello che successe la notte del sabato quando
gli sgherri avvinazzati delle forze della reazione tentarono di assalire il
presidio del popolo e li respingemmo a bastonate e sia io che Baccajone
oltre ai denti che non abbiamo più - ma alla vile squadraccia fascista andò
assai peggio - ci facemmo pure sei mesi in gattabuja. Baccajone era quello
che allora dicevamo un compagno di provata fede bolscevica, e a trincare
non lo batteva nessuno, e sapeva pure suonare la fisarmonica. E quando si
scrivevano i manifesti gli venivano certe idee che poi la gente diceva:
quella l’ha pensata Baccajone.
*
Ma intanto peggiorava e pure il professore che lo visitò quando lo
portarono a Roma non ci capiva niente. Qui c’era qualcosa che puzzava.
Noi siamo un partito responsabile, la via nazionale al socialismo richiede
grossi sacrifici e grande prudenza, e poi non possiamo permetterci di farci
querelare dai democristiani, che hanno gli avvocati e che sono pappa e
ciccia coi carabinieri, col prete a cui le donne dicono tutto in confessione e
che poi ridice tutto al maresciallo e al sindaco, e figuriamoci coi giudici
corrotti dello stato borghese che è sempre pronto al fascismo quando gli
sfruttatori vedono minacciati i loro sporchi interessi.
Ma quello che succedeva a Baccajone, insomma, era un tentato omicidio.
Non dico che lo avessero avvelenato, no, perché non c’era la prova
scientifica, e su questo piano materialismo storico e scienza moderna nella
loro alleanza d’acciaio non li frega nessuno; ma qualche cosa dovevano
pure avergli fatto. Non dico quel ladro del sindaco, non ne ho le prove, ma
qualcuno della banda dei forchettoni era stato di sicuro. Però non si poteva
far niente sul piano legale (ne parlammo anche con i compagni della
federazione che ci dissero che non c’erano i presupposti per una denuncia,
e che il partito era contrario alle investigazioni private). L’unica cosa che
si poteva fare era cercar di salvare la vita a Baccajone. Riunii il direttivo in
seduta segreta. Ed esposi il mio piano.
La relazione che presentai partiva dal presupposto che occorreva fare
un’analisi leninista della situazione: analisi concreta della situazione
concreta. Il compagno Anselmo Pizzicarelli, detto Baccajone (dovevamo
sempre scrivere “detto Baccajone” anche sui manifesti per le elezioni
comunali, altrimenti non lo capiva nessuno che quel candidato era lui) era
vittima di un grave malanno dinanzi a cui la scienza moderna aveva
sancito l’assenza di cause organiche, era quindi vittima di una malattia
derivante da fenomeni non fisico-biologici ma ideologico-sociali, che
erano prodotto storico dell’attività umana e quindi riconducibili con
assoluta certezza ai rapporti di produzione e di proprietà e dunque alla lotta
di classe. Tutti sapevamo che Baccajone aveva consacrato la sua vita alla
classe operaia per il trionfo mondiale del socialismo, e quindi la bieca
borghesia vedeva in lui un avversario che non poteva né corrompere, né
demoralizzare, né sconfiggere, e che non solo apparteneva al proletariato -
esercitando il lavoro manuale di barbiere, dopo essere stato a garzone nel
settore zootecnico e muratore attaccacalce nel settore edilizio fino
all’incidente che lo aveva mezzo azzoppato - ma anche alla sua
avanguardia cosciente e organizzata: il partito. Eseguita correttamente
un’analisi marxista-leninista della situazione concreta tutto era chiaro: i
rappresentanti locali della dittatura borghese avevano trovato un mezzo
occulto per assassinare il nostro compagno Baccajone. Ma la borghesia fa
male i suoi conti se spera che il partito della classe operaia ha gli occhi
chiusi ed è inerte. Il partito della classe operaia è vigile e attivo. Prassi-
teoria-prassi. Inutile dire che noi sappiamo bene chi sono i mandanti e i
sicari di questo vile tentativo di omicidio. Ma sappiamo anche che nel
momento attuale dello sviluppo storico non abbiamo gli strumenti legali
per perseguirli poiché la giustizia borghese, che meglio potremmo
chiamare ingiustizia borghese, copre i crimini dei padroni e dei loro lacchè
e aguzzini. E noi rispettiamo le leggi, anche se sono imperfette, ed anche
se chi le rappresenta e le amministra ne è indegno, perché noi siamo per la
legalità repubblicana e per la democrazia costituzionale di cui il nostro
partito è il primo, anzi l’unico pilastro, come ha dimostrato negli anni della
lotta per il riscatto del nostro paese dalla dittatura fascista. Quindi,
compagni, non resta per ora che una cosa da fare: far guarire Baccajone.
La scienza moderna sa che il mondo è regolato dalla dialettica: tutte le
cose sono collegate, e ogni effetto ha una causa; ebbene, compagni, noi
sappiamo l’effetto: la malattia di Baccajone; la causa può essere una sola:
il malocchio.
A questo punto il giovane studente alzò la mano per chiedere la parola alla
fine della relazione del segretario; gli feci un cenno di assenso.
Proseguii: metto all’ordine del giorno, primo, la ricerca di una cura rapida
ed efficace, chi ne conosce una la dica; secondo, chiedo poi che il direttivo
dia mandato alla segreteria - a me, al compagno Sornaconi Augusto e alla
compagna Fedeli Assuntina vedova Mengoccia - allargata al nostro
giovane compagno studente universitario Cavallaroni Girolamo detto
Gino, i cui studi ci saranno senz’altro di estrema utilità, di fare ogni sforzo
per salvare la vita del compagno Baccajone.
Prima che il nostro giovane studente potesse prendere la parola metà del
direttivo si alzò in piedi vista l’ora tarda e a nome di tutti Magnacane disse
che erano d’accordo all’unanimità con la proposta del compagno
segretario, e se ne tornarono a casa.
Restammo in quattro, la segreteria e il giovane compagno Gino. Il giovane
compagno Gino volle comunque fare il suo discorso contro l’oscurantismo
infiltratosi per l’azione degli agenti della reazione nelle tradizioni popolari,
sulle vetuste superstizioni che già il capitalismo nella sua fase
concorrenziale ed espansiva spazzò via come spiegavano Marx ed Engels
nel Manifesto del partito comunista, geniale strumento di lotta del
proletariato internazionale, e aggiunse un po’ di altre cose, anche in
francese. Bravo compagno, dovevamo proprio riuscire a mandarlo in
Comune, gli avrebbe fatto vedere i sorci verdi a quel ladrone del sindaco.
Purtroppo tutti i compagni che avevano lasciato la riunione del direttivo a
causa dell’ora tarda si erano dimenticati di dire se conoscevano qualche
rimedio per il malocchio. Così decidemmo di riconvocare in seduta
straordinaria ed urgente la segreteria allargata per la sera successiva, con
l’impegno che ognuno di noi avrebbe cercato di sapere in giro - ma con la
massima discrezione, naturalmente - cosa occorresse fare per guarire dal
malocchio.
La sera dopo ne sapevamo quanto la sera prima perché nessuno di noi
aveva avuto il tempo di chiedere niente a nessuno. Ci riconvocammo per il
sabato successivo, e diedi incarico al compagno studente universitario di
cercare qualcosa sui libri della biblioteca pubblica nella città più vicina
(che era a un’ora di treno); alla compagna Fedeli vedova Mengoccia di
sentire cautamente e informalmente la sora Cesira, la zi’ Filomena, la zi’
Angelina e la signora Albizzieri maestra elementare in pensione; il
compagno Agostino avrebbe parlato col zi’ Giggetto detto Rosicallossi che
aveva fama di saper guarire le bestie toccandole e parlandoci, e che con le
mani sapeva aggiustare le ossa slogate e i nervi accavallati. Io avrei sentito
la strega (in paese la chiamavano tutti così), che poi era mia zia Petronia e
al contrario delle perfide e pusillanimi dicerie si trattava di una persona
buona come il pane, solo dalla lingua troppo sciolta, dalla voce troppo alta,
e con la vocazione ai giudizi taglienti, agli insulti diciamo plebei, e con la
propensione nel confronto democratico (a quei tempi si diceva anche: la
battaglia delle idee) a passare alle vie di fatto, e non aggiungo altro.
Quando dissi che avrei sentito mia zia tutti tirarono un sospiro di sollievo,
sorrisero e mi diedero abbracci e pacche sulle spalle. Nei loro sguardi lessi
come un titolo a tutta pagina sull’Unità: Baccajone è salvo, grande vittoria
del partito della classe operaia e dell’unità nazionale.
*
Invece non fu una cosa facile. Alla riunione successiva emersero i seguenti
dati.
Primo: che si era diffusa la notizia tra il popolo, che era arrivata alle
orecchie del nemico di classe e che i vili assassini borghesi stavano già
tramando infami contromosse.
Secondo: che dalla relazione del compagno studente (relazione eccellente,
di alto profilo culturale, che citava testi di Cicerone e Virgilio, di Dante
Alighieri, Ariosto e Tasso, fino al compagno prof. Ernesto De Martino,
oltre naturalmente a Marx, Lenin, Gramsci e il compagno segretario del
partito e capo della classe operaia nel nostro paese on. Palmiro Togliatti) si
ricavavano poche e confuse indicazioni pratiche, di complicata ed incerta
realizzazione, e su cui il compagno riteneva che fosse necessaria
un’autorizzazione della federazione, se non addirittura della segreteria
nazionale. Tra l’altro erano cose costose e illegali. All’unanimità
deliberammo la loro irrealizzabilità, e con un solo voto contrario
decidemmo la distruzione lì per lì, attraverso incenerimento del
manoscritto, della parte conclusiva della relazione (e per prudenza - che
non è mai troppa - della relazione intera) dopo aver messo a verbale una
nota di merito per il compagno che l’aveva redatta, e che nonostante la
giovane età avremmo proposto per l’ingresso in segreteria alla prossima
riunione del direttivo.
Terzo: le vecchie comari invece di darci il benché minimo aiuto a salvare
una vita umana avevano spifferato al prete ogni cosa, e quello nella
funzione del pomeriggio aveva fatto una predica contro il comunismo
sinagoga di satana e una serie di altri improperi, e pur senza mai
nominarmi ma parlando di un fantomatico fabbro che nella città infernale
abitava in via della Repubblica Bolscevica (ed io faccio il fabbro, e ho la
bottega in via della Repubblica già via Umberto I) dedito a pratiche
magiche e sacrileghe come tutto il parentado, mi aveva suppergiù indicato
quale novello Nerone e anticristo e rovinafamiglie (e questa offesa gratuita
proprio non la posso mandar giù, mia moglie può testimoniare che come
ogni vero comunista la mia fedeltà coniugale è senza macchie).
Quarto: quel mascalzone e gran ciarlatano di Rosicallossi voleva essere
pagato anticipato prima di spiccicare una sola parola, e aveva detto al
compagno Augusto, anzi glielo aveva fatto imparare a memoria affinché
ce lo riferisse per filo e per segno, che se non lo pagavamo subito
avremmo avuto sulla coscienza il povero Baccajone, che lo poteva salvare
solo lui che conosceva “tutti gli scongiuri minori e maggiori contro il
malocchio, egiziani, caldei e latini, calabresi, abruzzesi e napolitani, con
piaghe visibili e invisibili, con stecchi di spine e sputi di sangue”.
Quinto: l’unica buona notizia ce l’avevo io. Mia zia mi aveva insegnato
quello che chiamava “mistero grande e arte di governo”, rimedio rischioso,
rischiosissimo, ma infallibile. Che qui non posso rivelare nei dettagli.
*
Andò così: che Baccajone peggiorava a vista d’occhio e già non parlava
più. Il giorno dopo andammo a casa sua in delegazione tutta la segreteria
(solo la segreteria, il compagno studente universitario era troppo giovane
per una cosa del genere) e dalla moglie - che non disse una parola - ci
facemmo consegnare un cuscino col sudore del marito e due altre cose che
non posso dire. La notte a mezzanotte andammo tutti e tre i componenti
della segreteria della sezione nella radura più alta del bosco che ci separa
dal lago, mi ero fatto spiegare la strada da mio fratello che sta nella
Forestale e che insistette per accompagnarci ma gli dissi che non era
possibile e che piuttosto mi giurasse che si sarebbe preso cura di mia
moglie se qualcosa andava male.
Accendemmo uno stentato focherello di sterpi con un po’ di cartone e di
stracci inzuppati di benzina; poi imbevemmo di alcool il cuscino (tre litri
d’alcool, mica uno scherzo), sul cuscino mettemmo quelle altre schifezze,
e lo buttammo nel fuoco. Dovevamo dire tre avemmarie, ma il cuscino
bruciava lentamente e finì che ne dicemmo almeno una dozzina - a dire il
vero le disse solo la compagna Tina, che io e il compagno Augusto non ce
le ricordavamo e ci limitavamo a una specie di mormorio ripetendo qua e
là le poche parole della compagna Assuntina che riuscivamo a capire, cioè
avemmaria e ssantamaria - ma quelle due parole le ripetevamo bello forte,
che pareva di sentire il rimbombo.
Mia zia mi aveva detto che se la cosa andava bene, avremmo visto
formarsi degli occhi sul cuscino, che si aprivano, si chiudevano e
sparivano, e avremmo dovuto sentire dei fischi, dei lamenti e dei fruscii.
Noi non vedemmo niente, ma almeno i fruscii li sentimmo - eravamo in
mezzo al bosco.
Quando il cuscino si era tutto consumato e il fuoco si spense accendemmo
di nuovo le lampadine tascabili, calpestammo e disperdemmo a calci la
cenere e i residui anneriti qua e là, mettemmo le bottiglie di plastica
dell’alcool in una busta della spesa e ce le portammo via per non sporcare.
Un militante del partito comunista rispetta la natura e il paesaggio.
Un mezzo chilometro più giù c’era mio fratello con un altro della Forestale
che ci aspettavano. Tutto bene? chiesero. Tutto bene, dicemmo. E gli occhi
dal cuscino sono usciti? chiesero. Sì, parecchi, dissi, e gli altri assentirono.
Qualche centinaio di metri più giù, nello spiazzo dove si fa ogni anno la
festa dell’albero, c’erano almeno almeno due o trecento persone, e pure il
prete. Come è andata? chiese la moglie di Augusto. Bene, bene, disse lui.
Deo gratias, disse il prete.
Quando arrivammo al limite tra il bosco e il paese c’erano tutti gli altri,
sindaco, farmacista e comandante dei carabinieri in testa. E allora, fece
quel baron fottuto del sindaco. Tutto bene, dissi io a voce e testa bassa.
Come? disse il farmacista, che era un po’ sordo. Bene, ripetei a voce più
alta. E già la parola passava da persona a persona, qualche donna cominciò
a piangere, e partì un applauso cui subito si unirono tutti quanti. Fu una
bella cosa.
A casa poi mia moglie mi chiese che sarebbe accaduto se qualcosa fosse
andata storta. Non ne parliamo, dissi.
La mattina dopo Baccajone ricominciò a parlare, anzi a bestemmiare.
Guarì in una settimana. Alle elezioni successive entrarono in consiglio
comunale lui, il compagno studente universitario e altri due compagni;
avevamo triplicato i voti, la più grande vittoria del partito di tutti i tempi.
A festeggiare venne il segretario della federazione con un compagno della
direzione nazionale che era stato in carcere con il compagno Antonio
Gramsci.
Una grande vittoria della classe operaia.

***

4. Una storia di fantasmi

E’ vero, faccio l’agente immobiliare.


No, non “sono” un agente immobiliare, “faccio” l’agente immobiliare, è
solo un mestiere e non esaurisce la mia persona, per favore.
Come dite? Sì, lo so già, grazie. Lo dicono tutti.
Lo so anch’io che abbiamo fama di imbroglioni, certo, ma pensate che
l’avvocato, il dottore che ti fa credere di saper tutto e ti manda al cimitero,
l’usciere che se non gli allunghi un foglio frusciante e filigranato ti lascia
ammuffire nella sala d’attesa, e l’amministratore del condominio, e il
prete, il sindaco, il prefetto, il presidente di questo e di quello e ogni
eccellenza de li mortacci loro, e il pusher che ti vende la roba, e che fa
tanto l’amicone, siano fiori di campo ed esempi di virtù? Ma andiamo, per
piacere.
E’ un lavoraccio, certo, e mille volte ho cercato di lasciarlo, ma me lo
trovate voi un lavoro decente? No? E allora fatemi il piacere. La vita è
dura per tutti.
Vendere o affittare le case è la cosa più difficile del mondo. Ogni
appartamento ha le sue magagne, ve lo dico io, anche la reggia di
Versailles. Lo so che non è in vendita, certo, dicevo per dire. E allora che
fai? Al cliente se gli dici subito quello che non va lo perdi appena hai
aperto bocca; se glielo dici alla fine non solo l’affare sfuma ma se la
prende pure e poi ti odia; se non glielo dici sei un cane e rischi una causa
civile se non anche un procedimento penale; se glielo dici ma cerchi di non
farglielo capire è peggio che mai. Lo so io che fatica.
Sentite questa.
*
Era morto un tizio e i parenti volevano vendere. La casa non era male:
vecchiotta ma ben tenuta, una famiglia come quelle di una volta ci si
sarebbe trovata bene. Ma dove le trovi più le famiglie di una volta? Qui è
grasso che cola se sono due adulti e un paio di figli prima imbranati e poi
sgallettati, e allora la casa è troppo grossa. Se proponi di ricavarne due
appartamenti i proprietari che l’hanno ereditata non ci vogliono spendere
sopra una lira, quei pezzenti, e poi c’è la questione dei servizi, insomma il
solito bailamme. E tutto questo sarebbe ancora niente. E’ che c’è la storia
del fantasma, e in paese la sanno tutti e se tu al cliente non gliela dici ci
pensano i paesani a informarlo per filo e per segno.
Ora, intendiamoci: io sono una persona moderna e a certe scemenze non ci
credo. Qui poi non solo c’era un fantasma, ma era pure negro (lo so che si
dice “nero”, non sono un razzista, sono un agente immobiliare, lo so come
si deve parlare; ma tutti i paesani dicevano così: “il fantasma negro”; certo,
lo so anch’io che era meglio se dicevano, che ne so, l’Omonero, ma da
queste parti l’Omonero è un’altra cosa). E adesso cari i miei sapientoni
vorrei che voi mi diceste che c’entra un fantasma negro in un paese perso
per le campagne etrusche dove un africano l’hanno visto solo in
televisione. Ci ho pensato anch’io se si potesse farne un’attrazione
turistica; ma per questo ci voleva almeno almeno il fantasma di Otello, o di
Nelson Mandela, o di Ray Charles (o almeno fosse stato donna: una
fantasma nera, andiamo, niente male, no?). No, il fantasma, e negro.
E va bene. L’agenzia mi affida la casa, il capo mi fa il solito discorsetto
ruffiano (sei il nostro centravanti, puoi riuscirci solo tu, figurati se non ti
viene il colpo di genio, e simili castronerie), e adesso la rogna è mia.
Insomma, per cominciare vado a vedere la casa. Poi parlo al telefono coi
proprietari (“Il povero babbo”, frignano, e intanto negli occhi gli brilla la
esse barrata del dollaro, ne sento il ronzio come un neon). Poi esploro il
territorio e studio la fauna umana: al bar, in tabaccheria, dal barbiere, dal
prete, dal benzinaio, all’edicola dei giornali (che poi, come anche la
tabaccheria ed altre rivendite varie, sarebbe sempre il bar; nel paese c’è
solo il bar e un emporio in cui si trova ogni altra merce che non c’è nel
bar). E tutti a dirmi del fantasma negro. Non solo: a descrivermelo
dettagliatamente, anche se nessuno lo ha visto di persona. Quando chiedo
che ci sta a fare un fantasma negro in quella casa di vecchi agricoltori
timorati di Dio, nessuno mi risponde, ma tutti danno l’impressione di
saperla lunga, ammiccano con espressione maligna e le parole dicono una
cosa e gli occhi il contrario - la gente è fatta così, chi fa l’agente
immobiliare lo sa che l’umanità fa schifo. Sono anni che faccio questo
mestiere, ci mancherebbe che mi faccio mettere nel sacco da questi
bifolcacci restati al lume a petrolio e al basto di legno. Ma no, certo che
c’è la luce elettrica e che hanno le automobili, è un modo di dire;
insomma, se volete ascoltarmi state zitti, altrimenti non dico più niente e
peggio per voi. Neanche a me me ne frega niente, che vi credete? Siete voi
che mi avete chiesto... E’ logico. Certo. Lo so pure io, forza. Come no? E
adesso posso continuare? Bene.
Per farla breve, e certo che la faccio breve, il giorno dopo vado al Comune
(il paesello è solo una frazione), pago qualche caffè e trovo uno che lavora
all’anagrafe che dice che è chiaro che non me l’hanno raccontata tutta, ma
anche perché la storia è piuttosto ingarbugliata e ve ne sono diverse
versioni. Ma quando gli chiedo ragguagli ulteriori mi dice che adesso
proprio non può dirmi di più perché ci sta scrivendo sopra un libro e pensa
di pubblicarlo in autunno se tutto va bene e lei mi capisce, e sorride. Il
pagliaccio. Siamo in aprile, che faccio, aspetto l’autunno? Accenno che ci
potrebbe essere un ragionevole emolumento, e il vigliacco sorride con gli
occhietti vispi e dice che non per meno di mille euro. Non lo strangolo
solo perché faccio un lavoro in cui si deve essere sempre civili (e non si
deve mai litigare con i serpenti che lavorano negli uffici pubblici, sono
tutti una mafia che meriterebbero la forca e se te ne inimichi uno hai
smesso di lavorare per il resto dei tuoi giorni). Così io sorrido, lui sorride,
gli offro un altro caffè, lui rifiuta perché se no non riesce a dormire ma
accetterebbe volentieri un aperitivo. Sono tutti uguali. Tutti al muro
bisognerebbe metterli. Sorrido e lo omaggio anche dell’aperitivo, poi ci
lasciamo con l’impegno a sentirci di nuovo e auguri per il libro. Che se lo
porti via la peste bubbonica.
Giunto a questo punto prendo la decisione. Sì, quella. Certo che avete
indovinato, e che ci voleva? Ho le chiavi della casa, nessuno si sbottona,
che altro dovevo fare? Il lavoro è lavoro.
*
Dunque la mattina dopo torno in quel maledetto paese, e proprio davanti
alla casa sull’altro lato della strada è già schierato il solito pubblico di
fannulloni. Da quando faccio questo mestiere, ci fosse stata una volta, dico
una sola, che tu vai a vedere una casa e non ti trovi il plotone degli
sfaccendati già schierato, e che ci gode se tu arrivi col cliente, e
cominciano a sghignazzare subito appena scendete dalla macchina e non la
finiscono più finché non ve ne andate, e di solito non si limitano neppure
agli sghignazzi, c’è sempre uno più spiritoso degli altri che dopo qualche
minuto comincia a fare un verso che sembra un raglio, e continua a
ragliare sul coro ridanciano (che s’esalta ed aumenta di volume ad ogni
raglio) e tu sudi sette camicie per distrarre il cliente ma che vuoi distrarre
in quel concerto di bestioni cachinnanti. Se poi il cliente è una donna,
allora fischiate e battute a doppio senso fioccano. Mi ricordo che i primi
tempi ero così ingenuo che chiamavo i carabinieri, che quando arrivavano
si mettevano a ridere e a fare gestacci pure loro e poi - indovinate -
cominciavano a controllare i miei documenti, i documenti della mia
macchina e insomma la giornata era bella che persa e mi andava bene se
non ci buscavo sopra una contravvenzione; allora imparai che mai e poi
mai devi rivolgerti alle pubbliche autorità, se proprio proprio allora alla
mafia locale, che sono sempre discreti ed efficienti (e sembra bizzarro
perché di solito il loro personale è costituito proprio dai coreuti onocefali,
ma quando è questione di affari dismettono le amenità e puoi farci conto).
E certo che sono servizi che si pagano. Poi vi chiedete perché dobbiamo
mazzolare i clienti: e chi le paga tutte queste spese extra? Babbo Natale?
Ma insomma quella mattina ero solo, e quindi che ronfassero e ragliassero
pure.
Ovviamente le cose di qualche valore gli inconsolabili parenti le avevano
già saccheggiate tutte, e quel che avevano lasciato avevano sfasciato, ma
sapevo che di solito lasciano lì tra ogni sorta di immondizia anche le carte
e i ricordi più cari del defunto purché privi di valore commerciale. A casa
mia ho una caterva di diari, quaderni di poesie, album di ritagli, lettere
d’amore e minatorie, collezioni di oscenità, che ho prelevato (per salvarle
dalla distruzione, ovviamente, e consegnarle un giorno a un pubblico
archivio a erudizione dell’umanità futura, sebbene fin qui non ne abbia
ancora avuto il tempo), prelevato, dicevo, da case che occorreva svuotare
in fretta perché il mercato ha i suoi tempi e non aspetta. Ma in questo caso,
nisba. Neppure un indizio. Non che ci contassi. Sapevo già che bisognava
che ci passassi la notte. E mi ero portato l’attrezzatura in macchina. Il
pomeriggio avevo un altro impegno altrove, e poi non volevo che il
pubblico non pagante svagasse il mio piano. Così verso l’ora di pranzo me
ne tornai in città e al paesello ci ritornai dopo cena, sul tardi. Ma la
fregatura dei paeselli è questa: che se alle undici di sera arriva una
macchina, tutti escono dal bar e chi non era al bar si affaccia dalla finestra.
E in quattro e quattr’otto tutto il paese si piazzò davanti alla casa.
Io scesi con la sedia e il tavolo da campeggio e la sacca in cui avevo il
thermos del caffè, i tramezzini (e non solo, se ti viene fame devi essere
attrezzato sul serio), la torcia nel caso andasse via la corrente, un paio di
riviste di quelle (di quelle, sì) per avere qualcosa da leggere e da guardare,
il giornale e un libro di Perry Mason, perché mi piace farmi una cultura,
anche giuridica.
Il benzinaio, che mi aveva in simpatia (quando tratto una casa in una zona,
faccio sempre benzina nelle vicinanze, so cos’è l’arte della diplomazia), mi
si avvicina e mi dice Guardi dottore, che con tutto questo casino di gente il
fantasma non si fa vedere mica. E io Grazie, ma non posso certo cacciarli.
E lui Forse doveva venire verso le due o le tre. E io Ma la macchina la
sentivano lo stesso. E lui Magari dormivano. E io E poi i fantasmi si fanno
vivi a mezzanotte, se si può dire che si facciano vivi, e abbozzai uno
spento sorriso. E lui Ma no, solo nei film, anzi più è tardi e meglio è. E io
Ormai è andata così. E lui Già. E io Già. Ed entrai e mentre entravo
scrosciò un applauso e qualcuno preso dall’entusiasmo gridò a
squarciagola Evvai. Poiché conosco l’arte delle pubbliche relazioni, mi
fermai sull’uscio, mi voltai, levai le braccia in alto e unii le due mani in
segno di vittoria, il che raddoppiò l’applauso. Poi entrai, accesi la luce,
chiusi la porta e mi diressi in quella che doveva essere stata la sala da
pranzo. E mi misi comodo.
Non so se vi è mai capitato di passare la notte da soli in una casa disabitata
che non conoscete. La prima regola è scegliere accuratamente la
postazione in cui collocarvi: con la sedia accostata a un muro così da avere
le spalle coperte, senza intralci sui fianchi e con un tavolo davanti, e sul
tavolo l’attrezzatura: la lampada da campeggio, la torcia elettrica, la prima
chiave inglese, quella più grossa (quella più corta in tasca, e nell’altra tasca
della giacca la scacciacani o qualcosa di meglio), le bevande e gli incarti
mangerecci, e il pane degli angeli - cioè quelle riviste che dicevo prima (sì,
quelle). E almeno un quotidiano sportivo per tenersi aggiornati. La
seconda regola è di non concentrarsi sull’ascolto dei rumori, la notte è
piena di rumori, e smetterla di guardarsi continuamente di qua e di là, e
quando ci vengono cattivi pensieri azzannare pane e salame o un
tramezzino tonno e pomodori. La terza regola è di non cominciare subito a
bere come addannati, perché se bevi è naturale che poi parte di quel
liquido va evacuata, e se devi andare al gabinetto devi lasciare la munita
fortificazione spalle al muro e tavolo innanzi, e tutta l’attrezzatura. E allora
io consiglio un trucchetto con cui mi sono sempre trovato bene: ti devi
portare un paio di bottiglie di plastica vuote di quelle da un litro e mezzo
(e col tappo che si avvita), e se sei furbo ti porti anche un imbuto. E chi sta
meglio di te?
Una volta un mio collega (ma durò poco all’agenzia, ho saputo che poi finì
nella legione straniera o forse era un modo di dire per dire che l’avevano
messo al gabbio, e certo che se lo meritava) mi disse che una notte in
circostanze analoghe si era riletto tutto l’Inferno della Divina commedia,
un’altra notte tutto il Purgatorio (il Paradiso no, perché si annoiava, C’è
poco movimento, diceva). Sarà. Era uno che diceva un sacco di fesserie, si
dava un sacco di arie, ci aveva una barbaccia bianca che pareva stoppa, e
dicevano che da giovane era stato un capo dei comunisti in città ma non
quelli tutti seri e beneducati del Piccì, di quelli cattivi che volevano fare la
rivoluzione, per farci che, poi, dico io.
Le risate e i ragli non durarono a lungo, verso l’una il silenzio della notte
era interrotto solo di tanto in tanto da striduli strascicati grotteschi miagolii
oppure da urla che volevano essere orrorifiche e finivano strozzate in laide
deglutizioni o espettorazioni, seguiti subito dal solito coro di sghignazzi
sguaiati. Verso le tre anche questa manfrina era finita. E ormai bisognava
che il compare se c’era si facesse vedere presto, ché l’alba in aprile arriva
a tutta birra quando meno te l’aspetti. Come, che ne so io dell’alba? E che
vi credete che in città si dorme e basta? Poveri ingenui. E poi io abito in
periferia.
Quando si fanno le notti in bianco si sa che c’è un’ora che ti viene davvero
sonno. Te ne accorgi perché non solo devi sgranchirti, ti viene voglia di
fischiare o di cantare, pensi che potresti ammazzare qualcuno se ti
capitasse a tiro e poi potessi farla franca, e altri simili eleganti pensieri, e ti
accorgi di essere vecchio, e per quanto ti bagni la faccia versandoti un po’
d’acqua nel palmo della mano e poi portando sveltamente la mano sul viso
e poi sul collo, e per quanto trangugi caramelle e caffè bello caldo (per
questo è necessario il thermos), le palpebre ti si chiudono, e addio sogni di
gloria. La cosa peggiore è che se ti prende un colpo di sonno poi la mattina
non sai più cosa hai visto nella veglia e cosa in sogno, e allora tutto il
sacrificio è stato inutile e ti senti un babbeo. Non so a voi, ma a me quando
arriva il sonno mi fa questo effetto: mi sembra che la mia intera vita io
l’abbia sprecata in cose stupide e squallide, me ne viene rabbia e nausea
insieme, e mi dico che alla fine forse è meglio farla finita che continuare
così. E ci resto depresso per tutta la settimana successiva, e di solito curo
la depressione a forza di cognac col risultato che riprendo spirito ma non
vigore, e più di una volta ho fatto ben magre figure: inciampando sui
marciapiedi, andando a sbattere addosso ai muri e sporcandomi così i
vestiti (quando non si sdruciscono addirittura, e sono soldi che se ne
vanno), parlando in modo incomprensibile, disgustando i miei interlocutori
con la puzza dell’alito, cose così. Per questo cerco di evitare di passare le
notti in bianco in posti sconosciuti, se proprio proprio devo, allora che sia
a casa mia davanti alla televisione che qualche cosa da vedere c’è sempre
per fortuna.
*
Intanto si saranno fatte le quattro e mentre sollevavo faticosamente la testa
che evidentemente tenevo abbassata mi accorgo che dall’altra parte del
tavolo c’è un negro, seduto (ma seduto su cosa, che non c’era altra sedia
che la mia?), che mi guarda fisso, lo sguardo un po’ bovino, l’espressione
assonnata - e penso che la mia non lo fosse di meno.
Buonasera, dico. Buonanotte, fa lui. Già, buonanotte, dico io, ma ha notato
che dire buonasera sembra gentile e dire buonanotte pare quasi un motto di
scherno, un guanto di sfida? Ma come parla? risponde lui. Allora io, Non
ci badi, era tanto per rompere il ghiaccio. E lui, Lei mi sembra uno strano
tipo. Ed io, Ma anche lei... E lui, In effetti. E io, Appunto. E lui, E allora?
E io, Ah, già. E lui, Già. E io, Già.
Eravamo arrivati a un punto morto, come si dice, ed arrivare a un punto
morto in un dialogo con un fantasma ha qualcosa di buffo e di triste. Certo,
certo che vado avanti, vedete che adesso la storia vi appassiona, eh, che vi
dicevo?
Perché è qui? mi chiede lui.
Veramente sono qui per chiedere a lei perché è qui, rispondo affabile.
Posso offrirle qualcosa? Aggiungo.
E lui, Vuole scherzare... E io, Non volevo offendere, mi scusi.
- No, non mi ha offeso, è che sono uno spettro, ho smesso di mangiare e di
bere.
- Capisco, e allora mi permetta di tornare al punto.
- Dica.
- Perché è qui?
- Ma lei chi è, mi scusi; non mi pare di averla mai vista.
- Ha ragione, mi scusi lei. Il vecchio proprietario della casa è deceduto, i
figli vendono, io sono l’agente immobiliare e devo rendermi conto del
valore di mercato dell’immobile, conoscerne le caratteristiche, al fine di
presentarlo in modo adeguato ai clienti, lei capisce.
- Naturalmente.
- Ho saputo in paese che lei è solito apparire in questa casa, avrà certo i
suoi motivi che non discuto, ma certo questo incide sulla presentazione
dell’immobile con tutte le implicazioni finanziarie, e non solo, che certo
lei comprende.
- Comprendo.
- Ebbene, per farla breve, nessuno in paese ha saputo o voluto dirmi chi lei
sia e perché frequenti questa casa in questo paese, ne converrà, fuori mano.
Soprattutto tenendo conto della sua evidente origine etnica non tipica delle
campagne dell’alto Lazio. Non vorrei essere frainteso, io non ho alcuna
difficoltà né alcun pregiudizio, alcuni dei miei migliori amici sono neri,
persone perbene, ammodo, squisite, e sono un grande ammiratore di
Nelson Mandela, ho anche visto il film. Ma lei certo ammetterà che la sua
presenza qui in un certo senso potrebbe essere definita una sorpresa.
- Una sorpresa, sì.
- Ecco, certo, lo dicevo anch’io. Cosicché se fosse così gentile da volermi
dire chi è e come si trova in questa casa e se si potesse magari addivenire a
un accordo affinché lei - se non le è di troppo disturbo, certo - traslocasse
altrove, e se avesse delle preferenze dica pure liberamente, sapesse quanti
clienti la mia agenzia ha saputo far contenti...
- Lei parla tanto...
- E’ uno degli strumenti del mestiere, e poi sono anche un po’ assonnato e
forse non sto dando il meglio di me.
- No, anzi.
- Grazie, grazie di cuore.
- E dunque vorrebbe sapere chi sono e perché sono qui.
- Esattamente, certo, lei ha centrato il punto.
- Ma mi tolga prima una curiosità.
- Ben volentieri.
- Ma lei crede davvero ai fantasmi?

***

5. Il farmacista distratto

Se una persona è distratta è distratta. Non è un delitto. Un delitto è quando


si ha l’intenzione malvagia e poi si finisce per ammazzare qualcuno. E io,
che mi possa venire la peronospora, non ho mai voluto fare una cattiveria a
nessuno, non ho mai ammazzato nessuno e non ho neppure mai
bestemmiato, infatti al culmine dell’irritazione sapete che dico? Dico
“Mannaggia a li pescetti”, dico “Che li possino ammaille”, ecco che dico.
Le cose sono andate così.
Era sera e stavo per chiudere la farmacia e si presenta questo tizio, che non
conoscevo neppure di vista, e mi dice che ha mal di testa e chiede un
analgesico.
E io un analgesico gli do. Se ne va e poi muore. Poi arrivate voi a dirmi
che l’ho ammazzato. Ma io vi querelo per ingiuria e per diffamazione tutti
quanti siete in concorso tra loro.
Il veleno per i topi lo tenevo vicino alla cassa per portarmelo a casa, che
l’avevo comprato per disinfestare la cantina.
Supponiamo pure per assurdo - e dico per assurdo - che mi sia sbagliato e
invece di dargli un analgesico in un momento di distrazione gli abbia dato
la scatoletta sbagliata. E se anche fosse, il pover’uomo poteva ben leggere
la scatoletta e il bugiardino, che ci stanno a fare sennò le spiegazioni? Che
ci sta a fare la scuola dell’obbligo? E il maestro Manzi, lo pagavano coi
soldi nostri per friggere l’aria? Uno, se non è proprio, diciamolo, un
troglodita, legge: e se legge “questo è veleno, roba che ammazza, pussa
via” allora lo capisce da sé che non lo deve mandare giù. La legge - lei mi
insegna, caro amico - non ammette ignoranza. E comunque io il veleno
non glielo ho dato, faccio il farmacista io, io la salvo la gente, non sono
mica Messalina, o Lucrezia Borgia, o Mata Hari, che poi mi manca pure il
fisico se posso fare questa divertente battuta.
A volerla dir tutta io penso che quel tizio volesse proprio darsi la morte, si
vedeva lontano un chilometro che era un suicida, e basta guardare che vita
faceva, che idee balzane, e aveva pure la tessera del Pci, sissignore che lo
sanno tutti; ed allora ha messo su questa messa in scena, ha adocchiato il
veleno, ha chiesto l’analgesico, quando mi sono girato per prendere la
scatoletta dallo scaffale ha destramente sgraffignato il veleno che infatti
poi non l’ho trovato più, io lì per lì non mi sono accorto di niente e ne è
seguito quel che ne è seguito. Amen. Anzi: dovrei essere io a denunciarlo
per furto, per furto aggravato con destrezza.
E poi, veleno per topi era, e perché ci muoia un cristiano bisogna
ingollarne un sacco e una sporta, e quello che era sul banco a occhio e
croce bastava sì e no per fare la polpetta per un cane. Me ne intendo, io.
Prima di fare certe accuse temerarie, temerarie assai, e del tutto avventate
ed anche lesive, e dico lesive, dell’onore altrui, ebbene, bisogna pensarci
bene, amici cari; e poi prima di aprir bocca bisogna pure aver studiato,
signori miei, ed io modestamente ci ho la laurea in farmacia che non sono
mica bruscolini, signori cari.
Ah, adesso sì che lo capite che le cose sono sempre più complicate di
come sembra agli spiriti semplici, ai grulli e agli illetterati. E mi stupisco
di lei, appuntato, di lei mi stupisco che dà retta alle malelingue, a certi
citrulli rincitrulliti, a gentucola senza arte né parte che vuol mettersi contro
i galantuomini. Non sanno mettere una parola appresso all’altra e si
mettono contro i galantuomini, che abbiamo portato l’Italia in Europa
mentre loro stavano a zappare l’orto o a guardare la partita in televisione.
Omnia munda mundis, dicevano i latini, mica pizza e cacio.
E tanto per concludere, il paese dovrebbe essere contento che qualcuno ha
tolto di mezzo quel furfante matricolato e notorio sovversivo di Baldovino
l’Arrabbiato, che sono sicuro che l’anno scorso è stato lui che ha dato
fuoco all’oliveto mio e se non era lui qualche compare suo comunista
come lui. Mo’ giustizia è fatta, e la cittadinanza contenta e grata dovrebbe
essere, e le pubbliche autorità in primis. Sono benemerenze civiche queste,
altro che chiacchiere e squallide illazioni.

***

6. Il ritorno alla natura


Con Franchino e Rubbacchiotto eravamo amici da sempre. Abitavamo
vicino, giocavamo a pallone insieme, insieme andavamo per osterie,
eccetera.
Poi Franchino è morto (fu una cosa grossa, uscì pure sul giornale) e
Rubbacchione è finito in galera e hanno buttato la chiave.
Io mi sono trasferito qui al nord, e dopo quarant’anni ancora non conosco
nessuno e ogni mattina penso che quest’aria, questa nebbia, questo freddo,
questa piova mi fanno proprio schifo.
Adesso vi racconto come andò la storia.
Avevamo deciso di tornare a vivere a contatto con la natura. L’idea era di
farci una capanna nel folto del bosco, cacciare i cinghiali e quello che altro
capitava, evitare la Forestale, abbeverarci scendendo nottetempo al lago, e
lasciarci dietro la civiltà che reprime l’eros e riduce l’uomo a una
dimensione.
Mentre preparavamo l’impresa si pose il problema delle donne. Perché
almeno una donna ci voleva, ma per quanto ci ragionassimo sopra mattina
e sera non ci veniva in mente nessuna a cui potessimo chiedere di seguirci
nella nostra esperienza di vita preistorica. E’ vero che eravamo un po’
imbranati, a quel tempo si poteva avere diciott’anni e non aver mai visto il
mare. Io, per esempio, avevo sempre vissuto al paese ed ero stato a Roma
caput mundi sì e no due o tre volte, eppure bastava salire sul treno e in un
paio d’ore ci arrivavi. Soprattutto eravamo stufi di lavorare. Io avevo
cominciato ad andare a garzone quando ancora facevo le medie.
Franchinetto praticamente non era mai uscito dall’officina del padre, che
quando lo vedeva allontanarsi per andare a dare due calci al pallone o a
fumarsi una sigaretta lo inseguiva e lo gonfiava di botte. Rubbacchiotto si
era allontanato dal paese solo per andare al carcere di Viterbo o a quello di
Civitavecchia; ma era quello di noi che la sapeva più lunga, perché in
carcere ci era capitato quando c’erano le rivolte e gli avevano raccontato di
Marx, di Mao e di Marcuse. Era lui che ci aveva portato la notizia della
civiltà che reprime l’eros e riduce l’uomo a una dimensione. Non ne
sapeva molto di più, ma per noi poteva bastare. E poi eravamo tutti
comunisti, è naturale, eravamo poveri. Tutti i poveri sono comunisti, che
altro dovremmo essere?
Passavamo le serate al bar a organizzarci; alle donne ci avevamo
rinunciato, anche perché discutemmo a lungo se dovevamo rapirne una o
più d’una ma alla fine decidemmo che se eravamo comunisti noi le donne
le rispettavamo. Gli esseri umani non sono né merci, né un mero
ingranaggio nel ciclo economico del regime capitalistico, un regime
schiavista che il progresso dell’umanità abbatterà grazie alla lotta di classe
del proletariato. A quei tempi mi piaceva la parola “mero”, che mi pare
che non significa niente ma ci sta bene nelle frasi lunghe e l’aveva portata
pure quella Rubbacchione dalla galera, e la usavamo spesso; a parte noi tre
al paese non la capiva nessuno e pensavano che li sfottevamo e noi la
dicevamo apposta.
Il problema centrale fu la capanna (perché se doveva essere vita preistorica
mica ci potevamo portare la tenda da campeggio, e le grotte nella macchia
vicino al paese nostro non c’erano), così studiammo a lungo su “Tex”
come doveva essere fatta, ma certo bisognava cacciare e scuoiare un sacco
di cinghiali per avere pelli sufficienti. E per cacciare i cinghiali a fini sia
alimentari che abitativi decidemmo che avremmo costruito delle lance, ma
ci sembrava ragionevole portarci dalla civiltà delle asce, dei coltelli e delle
roncole: pensammo che avremmo potuto fabbricarli noi quegli utensili, che
ne so, cominciando con la pietra scheggiata, ma non era grave se
accelerando i tempi dell’evoluzione ce li portavamo dall’epoca presente
visto che tanto ci saremmo arrivati. E visto che c’eravamo pensammo di
portarci anche un po’ di chiodi di quelli grossi da staccionata, per farci la
punta delle lance. Poi ci servivano dei recipienti per l’acqua, che
bisognava andare a prendere al lago e si poteva fare solo di notte, perché di
giorno era pieno di gente che faceva il bagno visto che era d’estate; e
siccome avremmo avuto sete anche di giorno i recipienti per l’acqua erano
fondamentali. Potevamo fare degli otri con la solita pelle dei cinghiali, ma
già ci serviva per fare la copertura della capanna, e poi non eravamo sicuri
che la nostra caccia sarebbe stata abbondante fin dai primi giorni. Forse
potevamo comprare qualche borraccia di pelle, ma quando le cercammo
costavano un’iradiddio e allora tanto valeva portarsi qualche fiasco, che
potevamo prenderli quanti ne volevamo all’osteria della sora Nocenza;
così cominciammo a comprare e a scolarci un fiasco di vino al giorno per
fare scorta di contenitori. Dopo un paio di settimane ne avevamo
abbastanza, ma continuammo comunque a farci un fiasco al dì, non so
neppure perché, sono abitudini che quando le prendi sono loro che
prendono te e non ti lasciano più. Ma tanto tra pochi giorni ce ne
dovevamo andare nelle preistoria.
A quel punto venne fuori un problema al quale non avevamo pensato: i
vestiti e le scarpe. Per come la vedevamo noi ci saremmo vestiti di pelle e
ci saremmo fatti le scarpe, anzi i mocassini, con le solite pelli dei cinghiali
con cui dovevamo fare già un sacco di altre cose (a proposito: anche dei
sacchi per tenerci le vivande e le armi, da appendere ai rami perché non
fossero attaccati dagli animali); ma dovevamo mettere nel conto che nel
bosco, e specialmente la notte quando dovevamo scendere al lago,
qualcuno poteva vederci, e finché non avessimo avuto un completo
abbigliamento da trapper, era meglio non sembrare dei selvaggi seminudi.
A quei tempi c’erano ancora i manicomi, e chi ci finiva non ne usciva più.
Fu necessario riconoscere che dovevamo portarci dietro i vestiti e le scarpe
finché non avessimo prodotto da noi quanto ci serviva per coprirci e
proteggerci con il solito pellame dei cinghiali.
Credo che i preparativi durarono un paio di mesi. Quando ci sembrò di
essere pronti dovemmo decidere come far perdere le nostre tracce e se
dovevamo scrivere delle lettere ai parenti e dare disposizioni sui nostri
beni moderni che avremmo abbandonato per sempre insieme alla civiltà.
Non che avessimo molto: Rubbacchiotto aveva un motorino; Franchino un
libretto in banca in cui suo padre diceva che gli ci metteva i soldi che non
gli pagava per il suo lavoro, ma Franchino non sapeva né quanti soldi
erano né se il libretto c’era davvero, perché suo padre diceva che glielo
teneva lui per evitare che si sputtanasse tutti i baiocchi con quei lazzaroni
drogati e ladroni degli amici suoi (che poi eravamo io e Rubbacchiotto); e
io una collezione di francobolli (ne avevo parecchi, avevo cominciato da
bambino a staccarli con l’acqua calda da tutte le cartoline su cui potevo
mettere le mani; naturalmente erano quasi tutti uguali, ma erano veramente
tanti, saranno stati almeno duecento; era l’unica collezione che facevo,
avevo cominciato anche quella delle scatole dei cerini ma avevo smesso
subito). Pensammo che potevamo scrivere una lettera sola tutti e tre
insieme, nella quale avremmo spiegato che lasciavamo il paese e che non
ci cercassero e che della roba nostra ci facessero quello che gli pareva. Per
abbellirla pensammo di copiare quella lettera di Che Guevara, cambiando i
nomi qua e là. E ci parve proprio una bella idea. Quando tutto fu pronto
fissammo il giorno e l’ora: me lo ricordo ancora, era un venerdì sera.
L’appuntamento era a mezzanotte dietro il bar, ognuno doveva aver
preparato il suo zaino, poi a piedi ci saremmo inoltrati nella macchia; nei
giorni precedenti avevamo aperto a colpi di roncola un sentiero segreto
verso il folto.
A mezzanotte meno un quarto io e Rubbacchione eravamo già lì.
Franchino non si vedeva e Rubbacchiotto era nervoso, sempre più nervoso,
non riusciva a stare fermo. Verso mezzanotte e mezza, l’una, dissi
sottovoce: “Ma perché Franchino non si vede?”. Lui cominciò a mugolare,
a fare una specie di uggiolio e a sollevare e battere forte per terra prima un
piede e poi l’altro. Mi sembrava fuori di testa, e mi decisi a dirgli: “Ch’è
successo, Rubbacchiò?”. E lui scoppiò a piangere e a dire con una voce
che non gli avevo mai sentito “L’ho ammazzato, l’ho ammazzato, me
dispiace, me dispiace, Corrà. Me dispiace”. E tirò fuori il roncio dallo
zaino ed era insanguinato. Restammo lì fino alle quattro. Non dicemmo
più una parola. Alle quattro io andai alla stazione e presi il treno per Orte e
da Orte andai a Milano, o a Torino, o a Genova, neppure mi ricordo più.
Mi portai via anche il suo zaino e buttai dal finestrino le sue cose e le mie
una ad una ogni tanti chilometri e alla fine buttai anche gli zaini.
Aveva vinto la civiltà.

***

7. La gente mormora

Perché la gente mormora? Perché il paese è piccolo.


E ve lo voglio dimostrare.
Eravamo andati con Armandino e Palmiro all’osteria del sor Otello, e
ridendo e scherzando era passato tutto il pomeriggio e s’era fatta sera.
Bere, avevamo bevuto, altrimenti che ci eravamo andati a fare all’osteria, a
cambiare aria? E avevamo giocato a carte, pure. E quando giochi a carte
qualcuno perde per forza. E noi eravamo tutti e tre senza una lira in
saccoccia. E Pippetto il biscazziere voleva i soldi. E si sa che Pippetto
aspetta tre giorni e poi ti manda a cercare da Scrocchiallossi. E’ sempre
così, una cosa tira l’altra. Siccome né a me, né a Palmiro e neppure ad
Armandino ci piace che ci rompano le ossa, usciti dall’osteria pensammo
di levarci subito il pensiero e di andare a fare un affaruccio così da pagare
Pippetto la sera stessa. Il fatto è che nel paese ci conoscono tutti, neanche
ci avessimo la peste, e il ramo delle estorsioni è già occupato e se si sgarra
lo zio Paradosso - che è quello che mette ordine in paese, e per rispetto e
gratitudine riceve il suo spicchio di ogni profitto - non ti manda
Scrocchiallossi ma Bufalo Bille, che se si chiama Bufalo Bille si capisce
che c’è un motivo, e infatti si è già fatto - dice lui - sette clienti, “senza
contare i messicani” (che a lui gli pare una gran spiritosata, ma dove li
trovi qui i messicani? a Cinecittà?).
Irre e orre, si decide di fare un appartamento. Anzi, una villetta. Ma qui in
paese dove le trovi? Bisogna spostarsi. Io la macchina non ce l’ho e la
patente me l’hanno levata, ’st’infami. Armandino farebbe un incidente
pure col triciclo, e Palmiro di sera non ci vede. Per fortuna incontriamo
quel trippone del Gattoroscio che ci ha l’apetto. Però si spartisce in
quattro. Per forza. E via.
Devo essere il meno ciucco oltre che il meno scemo della banda, perché
mentre andiamo verso Villa Santa Maria gli altri tre cantano a tutto volume
La società dei magnaccioni almeno cento volte di seguito e invece a me mi
viene in mente che se le cose si mettono male tentare la fuga con l’apetto
del Gattoroscio significa che l’unica speranza è che le guardie si mettono a
ridere così forte da pisciarsi sotto e dover rinunciare all’inseguimento per
cambiarsi il pannolone. Provo a dire: “Rega’, un momento”, ma figurati tu
se mi stanno a sentire. Comunque quando ci avviciniamo a Villa Santa
Maria se non altro si azzittano. Occorre fare un piano. Le cose più semplici
sono sempre le migliori, così decidiamo che la prima villetta che vediamo
con le luci spente sarà il nostro obiettivo. E come volevasi dimostrare tutte
hanno le luci accese. Cominciamo a rastrellare tutte le strade con
movimento bustrofedico (non ve l’aspettavate, eh, che sapevo le parole
difficili? E se vi dicessi che da giovane sono stato in seminario che volevo
farmi prete, eh? E guardate come sono finito).
Passiamo a un altro quartiere, e intanto si fa sempre più tardi. Chiedo al
Gattoroscio se c’è la miscela, che non voglio rischiare che sul più bello
l’apetto si ferma. E il Gattoroscio mi fa vedere che ha una tanica piena, col
tubo vicino che ancora sgocciola. E si ricomincia: una via all’insù, la
traversa, e la parallela all’ingiù, la traversa, e la parallela all’insù, e così
via. Sarà l’una di notte, ma perché ’sta gente non ci va a dormire, per fare
dispetto a noi? O sarà passato Pippetto? Raccontano che una volta c’era
uno che gli doveva dare un botto di soldi e che il penultimo giorno gli
aveva detto che quella notte andava a farsi una casa, e allora Pippetto, solo
per divertirsi, la sera fece passare uno con una macchina con l’altoparlante
che avvisava tutte le famiglie del quartiere che quella notte si prevedevano
furti ed era meglio tenere le luci accese. Non lo so se la storia è vera, so
che a Mimmone, che era quello che gli doveva dare i soldi, poi gli
mozzarono tre dita della mano sinistra per ricordargli che i debiti si
pagano. O forse glieli mozzarono uno alla volta in tre diverse occasioni, o
una volta gli mozzarono un dito e la seconda altri due, non mi ricordo più.
Ma che Mimmone era senza tre dita sono sicuro. E’ morto in galera, pace
all’anima sua. Giocavamo a pallone insieme (ma qui al paese tutti
giocavamo a pallone insieme).
Dopo esserci fermati a una fontanella per bere un po’ d’acqua fresca in
mancanza di meglio, torniamo a setacciare il primo quartiere. E ormai
saranno le due. E finalmente qualche casa al buio c’è. Ce ne sono tre di fila
di villette al buio. Si fa quella in mezzo, passiamo prima all’ingiù, poi
ripassiamo all’insù, poi ripassiamo all’ingiù, poi parcheggiamo l’apetto
sulla terza traversa a scendere, bella buia. E a piedi zitti zitti piano piano ce
ne torniamo verso la villa. Sul davanti c’è una cancellata, ma sugli altri lati
un muro di un paio di metri, e di sicuro sopra ci saranno i soliti cocci
aguzzi di bottiglia. Quindi ci portiamo la coperta. Tiriamo su la coperta,
poi mi issano su. Da sopra io tiro su Armandino e poi insieme tiriamo su
Palmiro. Il Gattoroscio resta giù a fare il palo, anche perché per tirarlo su
ci vorrebbe il carro attrezzi. Di là dal muro il solito giardinetto e pure coi
sette nani di gesso, che è una cosa che non posso sopportare. Ma siccome
siamo lì per lavoro stanotte non glieli scapoccio. Le finestre al pianterreno
hanno le grate; questi imbecilli, ci hanno ’sta casa che pare un castello e ci
vivono carcerati. Ma quelle del primo piano no, e siccome è estate sono
pure aperte. Tiriamo su Armandino che è il più agile e dà uno sguardo
dentro; ci dice bene che abbiamo trovato una finestra che non è quella
della camera da letto. Poi salgo io sulle spalle di Palmiro e Armandino mi
tira su. Palmiro lo lasciamo di sotto, che di notte è mezzo cieco, gli
passeremo la roba man mano che troviamo qualcosa di buono.
*
I vecchiacci russavano. Siamo scesi al pianterreno e Armandino ha acceso
la torcia e se l’è messa in bocca: glielo avrò detto mille volte di non
ficcarsi in bocca quel pezzo di ferro che sarà pieno di germi, ma lui l’ha
visto in un film e non c’è verso di far prevalere le ragioni della sanità su
quelle del divismo. Stanza dopo stanza l’unica cosa di facile asporto che
troviamo è un po’ d’argenteria, poca roba ma meglio di niente. Di risalire
al primo piano e arrischiare di entrare nella camera da letto dei vecchi non
ci va, potremmo dare uno sguardo nelle altre camere ma ci siamo fatti
l’idea che non ne valga la pena, magari torniamo un’altra volta attrezzati
per portar via quadri e mobilia se i vecchi non ci sono. Quanto ad arrivare
ai piani ancora superiori non ci sfiora neppure l’anticamera del cervello, è
come mettersi in trappola da soli. Si decide di prendere anche qualche
bottiglia in cucina e di andarcene. Da una finestra attraverso la grata
passiamo candelieri e posate e un paio di tovaglie per farci l’involto a
Palmiro e gli diciamo di aspettare che andiamo in cucina a vedere se c’è
qualcosa di buono. In cucina troviamo certe credenzone piene di bendidio,
e prendiamo non solo un bell’assortimento di bottiglie di vino e di liquori,
ma un prosciutto pure quasi intero, pane e companatico vario e frutta a
volontà. Ci mettiamo di più a trasbordare la roba dalla cucina che tutto il
resto, ma il prosciutto non c’è verso di farlo passare attraverso la grata;
bisogna che esca con noi. Andiamo alla porta d’ingresso ma notiamo
subito in alto a destra una scatoletta con la sua lucetta rossa che di sicuro è
un antifurto. Torniamo indietro e senza perder tempo a vedere se c’è una
porta di servizio decidiamo di uscire da dove siamo entrati, così ci
apprestiamo a salire di nuovo al primo piano, col prosciutto che spande
intorno a noi un odore paradisiaco, un profumo di vittoria. Ma mentre
stiamo per cominciare a salire le scale si accende una luce sulla scalinata e
vediamo qualcuno che scende dal secondo piano, si ferma al primo, resta
un po’ davanti alla porta della camera da letto dei vecchiacci o forse l’apre
e mette dentro il naso, poi scende di sotto. Sono queste le storie che non mi
piacciono.
*
Io e Armandino ci mettiamo i passamontagna. Ci portiamo sempre i
passamontagna, ma a me il passamontagna non mi piace per niente.
Intanto sono asmatico e ci respiro male; poi mi dà fastidio sulla pelle e
penso sempre che è pieno di germi visto che lo tengo nella saccoccia della
giacca dove ci metto di tutto, poi ho paura che per sbaglio ce lo
scambiamo e non mi va di prendermi i pidocchi degli altri, e la cosa
peggiore di tutte è che non ci sento bene (e siccome quando ci si mette il
passamontagna si parla sottovoce e ci si deve capire al volo, questo è un
problema serio). Svelti svelti ci nascondiamo in un ripostiglio ricavato
sotto la scalinata, sempre col prosciutto. Armandino spegne la torcia e
restiamo immobili e in silenzio. Ma c’è poco da fare, l’effluvio del
prosciutto è il magnete dei magneti, la porta del ripostiglio si apre, la luce
viene accesa e una voce di giovane donna sussurra: “Armandi’, ma che stai
a fa’?”. E' Grazielletta, la ragazza di Armandino, e l’ha riconosciuto pure
col passamontagna. Allora lui: “Ah Grazielle’, ma che stai a fa’ tu qui?”. E
lei: “Come che sto a fa’, sto a fa’ la badante, ce lo sai”. “In questa casa?”.
“E dove se no?”. “Ecco fatto, mo’ sì che siamo messi bene”, concludo io.
“Siamo venuti a fare un lavoretto”, farfuglia Armandino.
“Armandi’, ma che mi vuoi far finire in galera? Figurati se non mi
condannano per favoreggiamento e concorso” (Grazielletta sì che sa
parlare, mi è sempre piaciuta - in senso platonico, sia chiaro, è la ragazza
di Armandino e tra amici certe cose non si fanno).
Insomma, in quattro e quattr’otto ci fa una lezione di diritto penale e ci
spiega che ci tocca rimettere tutto a posto, e per fortuna che lo sa lei dove
vanno rimesse le cose. Cominciamo dal prosciutto, che già ci avevo fatto
la bocca e invece zero carbonella.
Poi mi affaccio alla solita finestra con la grata e dico a Palmiro di
ripassarci la roba che gli abbiamo passato prima, e lui che si sta a scolare
una bottiglia mi risponde: Ah Spartaché, ma che ti sei bevuto il cervello?
Allora io: Ridammi la roba che c’è Grazielletta. E lui: Grazielletta di
Armando? E io: Eh, proprio lei. E lui: E da dove scappa fuori? E io: Ci
lavora qui, ci lavora, e se facciamo il lavoretto le danno favoreggiamento e
concorso. E lui: E allora che si fa? E io: Rimettiamo a posto tutto e via. E
lui: E come facciamo? E io, esasperato: Come gli antichi, che magnavano
la scorza e buttavano i fichi. E allora lui: E non si può fare, perché la roba
l'ho già passata al Gattoroscio. E come hai fatto? Io non ho fatto niente, è
stato lui che ha trovato che nel muro del giardino proprio dietro la casa
c'era un cancelletto che per aprirlo bastava un pezzetto di fildiferro e
siccome s’annoiava ha aperto ed è entrato, e visto che ormai c’era ha
pensato di dare una mano e si è caricato il primo fagotto con la roba
d’argento. Mo’ dovrebbe ritornare.
Ecco come vanno le cose quando non ci attiene ai piani e non si rispettano
i ruoli. Quel grassone doveva solo starsene a fare il palo che sarebbe
capace pure una statua, invece no, gioca a fare Arsenio Lupin. Visto che
ero l’unico maschietto col cervello (ed anche l’unico che non fosse ubriaco
come una cucuzza) dovevo prendere in mano la situazione. Dissi a Palmiro
di andare incontro al Gattoroscio, di spiegargli il cambiamento di
programma e di riportare la roba. Palmiro partì. Intanto Grazielletta e
Armandino tornano dalla cucina dove avevano rimesso a posto il
prosciutto. Mi chiedono che succede e perché Palmiro non c’è. Spiego
quello che è successo, e intanto Palmiro ritorna trafelato. Ha trovato il
cancelletto che diceva il Gattoroscio, ma era chiuso e il Gattoroscio non
c’era. Dovevo fare l’indovino, dovevo fare, le cose vanno sempre come
pensavo io, ogni volta mi dico férmati, férmati, lascia perdere, chi te lo fa
fare, qui c’è puzza di guai, e poi ci casco tutte le volte. Il Gattoroscio lo
sanno tutti che è ladro e spia, e che è alcolizzato ed è capace che pure
mentre piscia si scorda quello che sta facendo. Magari starà a dormire
dentro l’apetto e se passa un vigilante se lo beve. Siccome mi sento
responsabile, sono sempre stato il capo, elaboro al volo il nuovo piano e do
le disposizioni necessarie. Saliamo al primo piano, piazzo Grazielletta a
sorvegliare la porta dei vecchiacci, io calo Armandino sulle spalle di
Palmiro, tornano al muro dove abbiamo lasciato la coperta, Palmiro tira su
Armandino che salta dall’altra parte alla ricerca del Gattoroscio che gli
pigli un colpo a lui e a tutta la razzaccia sua. Ma dopo un po’ si sente
battere sulle sbarre del cancelletto dietro la casa, Palmiro va là e
Armandino gli dice che non c’è traccia né del Gattoroscio né dell’apetto,
che lui continuerà a cercare e che intanto Palmiro mi faccia segno di
scendere così mi ripassa attraverso la grata la roba che era ancora lì.
Palmiro torna sotto la finestra dove sto io e mi fa segno di scendere, io
faccio per scavalcare ma mi soffia che no, che devo restare dentro la casa e
scendere al pianterreno alla finestra con la grata. Passo davanti a
Grazielletta e le faccio segno di restare dove sta che poi le spiego e scendo,
arrivato alla finestra con la grata Palmiro mi dice le ultime novità e
comincia a passarmi la roba (quella che restava, perché almeno due
bottiglie erano andate e pure il mezzo salame e un bel tocco della pagnotta
del pane, e per terra s’intravedevano pure due o tre torsoli). Intanto
Grazielletta è scesa (ci fosse mai uno che resta al posto suo), la aggiorno e
poi riportiamo in cucina quel che resta, lei si ferma in cucina a rimettere a
posto ed io torno alla grata, che mi pare di essere un prete nel
confessionale (ve l’ho mai detto che da giovane volevo fare il prete? e in
seminario sono diventato comunista, ditemi voi se non ne succedono di
cose buffe). “Novità?”, dico io. E Palmiro che si è fatto pure lui spiritoso:
“E mica ci può essere una novità ogni due minuti”. Torno da Grazielletta.
“C’è un’uscita di servizio?”. E lei: “Sì”. E io: “E tu hai la chiave”. E lei:
“Sì”. E io: “E hai la chiave pure del cancelletto dietro?”. E lei “Sì”. E io:
“Andiamo”. Certe volte si fanno le cose difficili quando si potrebbero fare
facili, e si perde una marea di tempo. Lo avete letto il De brevitate vitae di
Seneca? Ve lo consiglio. Se questo racconto non sarà servito ad altro,
almeno sarà servito a darvi un buon consiglio. Ma andiamo avanti.
Usciamo dalla porta di servizio, arriviamo da Palmiro che quasi gli prende
un colpo dalla paura, poi tutti e tre al cancelletto, lasciamo Grazielletta lì e
io e Palmiro usciamo per cercare Armandino che starà nelle vicinanze in
cerca del Gattoroscio. Dico a Palmiro che ci si rivede al cancelletto in ogni
caso tra cinque minuti, e andiamo io da una parte e lui dall’altra. Io non
trovo nessuno ma lui trova Armandino, così quando torno al cancelletto ci
trovo Palmiro che mi aspetta con la chiave, Grazielletta e Armandino sono
tornati nella casa. Chiudiamo il cancelletto e rientriamo pure noi dalla
porta di servizio. E’ piuttosto buio perché la torcia ce l’ha Armandino ma
la luce delle scale, che è restata accesa, anche se fioca è sufficiente a
vederci. Arriviamo ai piedi delle scale dove ci sono Grazielletta e
Armandino che si stanno a sbaciucchiare, e mi verrebbe voglia di prenderli
a schiaffi.
Armandino mi dice che il Gattoroscio è sparito. “E adesso che si fa?”,
conclude.
Adesso devo dire una cosa che è sempre imbarazzante dirla, ma che è vera:
nelle situazioni critiche io do il meglio di me stesso, d’improvviso mi
sento calmo e lucido, e non so perché ma le persone che mi stanno intorno
se ne accorgono e si affidano a me senza nessuna riluttanza o esitazione.
La gente è proprio strana.
Mi tolgo il passamontagna ed ecco il discorsetto che faccio.
Primo: qualunque cosa sia successa a quel disgraziato del Gattoroscio,
ormai l’argenteria è andata e indietro non si torna. Secondo: bisogna agire
in fretta perché non possiamo neppure sapere se la madama è già allertata.
Terzo: poiché il furto è già avvenuto e noi siamo ancora a mani vuote,
vediamo di arraffare non due salsicce e una sambuca ma quel che c’è
veramente di valore, poi ce ne andiamo di corsa lasciando un’abbondante
traccia di effrazioni che possa allontanare ogni sospetto da Grazielletta,
che dirà che dormiva nella stanza sua al secondo piano e non si è accorta
di niente. Quarto: stanotte ci rifugiamo a casa di Torquato che abita qui
vicino e mi deve un favore grosso. Quinto: domani troviamo il
Gattoroscio, recuperiamo stoviglie, posate e candelabri se li ha ancora, lo
torturiamo e se ha tradito lo leviamo da questa valle di lacrime. Sesto: poi
cerchiamo Pippetto e saldiamo il debito. Settimo: troviamo un ricettatore e
concludiamo la partita. Ottavo e ultimo: se va bene questa, smettiamo di
fare i coglioni, viene il giorno che bisogna crescere. Era meglio se erano
dieci, dice Palmiro. Che?, dico io. Era meglio se invece di otto erano dieci,
come i dieci comandamenti, spiega lui. E questa è la gente con cui mi
tocca lavorare.
Ora, dico rivolto a Grazielletta, dove stanno i soldi e i gioielli?
Nella camera da letto dei signori, dice lei.
Dei padroni, dico io.
Sì, dice lei.
Ci sarà da scassinare qualcosa?, dico io.
Sì, dice lei, c’è una cassaforte dietro un quadro, e lì ci tengono i soldi e i
titoli; i gioielli invece stanno un po’ in uno scrignetto sul comò e un po’ in
un cassetto del comò sotto i fazzoletti da naso.
I fazzoletti da naso, s’intromette quell'imbecille di Palmiro, lo diceva
sempre pure mia madre.
E io: Se non ti stai zitto te lo taglio, il naso. Poi continuo rivolto a
Grazielletta: La cassaforte ha una chiave o una combinazione?
Lei: Una chiave.
Io: Dov’è?
Lei: La tiene attaccata alla catenina il signor Erasmo.
Io: Il padrone.
Lei: Sì, il padrone.
Io: dov’è l’interruttore della luce nella stanza?
Lei: Appena entrati a sinistra.
Io: Allora questo è il piano. Armandino in cucina prendi tre coltelli belli
grossi, qualche straccio e un po’ di spago che ci sarà sicuramente.
Grazielletta torna in camera tua e buonanotte, e spegni la luce delle scale.
Noi tre ognuno col suo bel passamontagna e con la sua lama assetata di
sangue si entra nella stanza del tesoro. Accendiamo la luce e svegliamo
Nonno Erasmo e Madamina, li leghiamo e li imbavagliamo, poi facciamo
finta di cercare qua e là, ovviamente troviamo subito la sorpresa nello
scrigno, poi passiamo a tutti i cassetti e gli sportelli e nel cassetto giusto
preleviamo quel che c’è da prelevare, poi leviamo tutti i quadri dal muro,
vediamo la comare, e chiediamo dov’è la chiave. Diciamo alla vecchia
signora che se non ce lo dice affettiamo il suo maturo ganzo. Se lei non
molla ripetiamo la mossa col vecchietto. Se non funziona cerchiamo prima
in tutte le tasche, proviamo tutte le chiavi che troviamo, alla fine gli
strappo la canottiera o quel che ha, e sogghigno e dico “Guarda, guarda”.
Poi Palmiro resta a sorvegliarli, io e Armandino scendiamo di sotto e
lasciamo aperti tutti i cassetti che troviamo. La regola d’oro è: nessuno
dice una parola per nessun motivo, parlo solo io. Tutto chiaro?
E Palmiro: Mi sa che mi sono scordato a casa il passamontagna.
Sono queste le cose che mi fanno disperare, lo giuro.
Dico a Grazielletta: c’è in cucina una busta del pane, una borsa di nylon
della spesa, qualcosa che si possa fargli due buchi per gli occhi e metterla
in testa a Einstein qui?
Sì, fa lei.
E Palmiro: Bisogna fare pure un buco per la bocca.
Certe volte non so proprio come faccio a tenermi dal fare un macello.
Ripeto ancora: Tutto chiaro?
Poi rivolto a Grazielletta: Ah Grazielle’, c’è qualche altra cosa che devo
sapere?
Lei fa segno di no, e si comincia.
Lei e Armandino vanno in cucina e tornano con i tre coltelli, gli stracci, lo
spago e la busta del pane che prima scrolliamo ben bene per far cadere le
molliche, poi la mettiamo in testa a Palmiro e personalmente gli strappo la
carta per fargli i buchi per gli occhi, e mentre lo faccio mi dico che invece
di fare i buchi alla busta dovrei cavare gli occhi a quell’imbecille.
Saliamo le scale, noi ci fermiamo al primo piano, Grazielletta arriva al
secondo e spegne la luce delle scale. Armandino accende la torcia e se la
mette un’altra volta in bocca, e un giorno o l’altro bisogna che glielo dico
a Grazielletta che lo facesse smettere se non vuole prendersi qualche
infezione pure lei. Apro la porta e trovo subito l’interruttore. Accendo la
luce. La vecchia neppure si sveglia. Il vecchio è intontito e imbavagliarlo e
legargli le mani e i piedi è questione di mezzo minuto. Poi imbavagliamo e
leghiamo pure la vecchia, che mi sembra neppure si accorga di niente.
Entro nella parte: dico al vecchio che è una rapina e che non intendiamo
fare del male alle loro persone, e se staranno tranquilli in dieci minuti è
tutto finito e alla loro età e con quella bella casetta non dubito che sono
assicurati. Lui accenna con la testa una specie di sì e noi cominciamo la
perquisizione: lo scrigno e ullallà, poi i cassetti e gli sportelli, mobile per
mobile dall’alto in basso e da destra a sinistra, e nel cassetto dei fazzoletti
bingo. Poi passiamo ai quadri (che sono solo due). Ed ecco che compare il
piccolo Fort Knox. Visto che la sora padrona sembra che continui a
dormire mi predispongo a recitare il monologo al vecchiaccio quando la
vecchiaccia si gira con tutto il corpo verso il lato esterno del letto e con le
mani legate prende una peretta e si sente suonare un campanello al
secondo piano.
Ci fosse una volta che ti dicono tutto. D’altronde ci dovevo pensare, se
hanno una badante dovranno pure avere un modo per chiamarla.
Messer Matusalemme comincia a muovere la testa e ad emettere una
specie di sommessi mugolii e mi guarda come se volesse parlarmi. Decido
di togliergli il bavaglio e lui subito: “Abbiamo una badante, adesso arriva,
non fatele del male, per favore”.
Ecco, ci mancava solo questa, anche senza voltarmi lo so che Armandino
ha già i lucciconi agli occhi.
Rimetto il bavaglio al vecchio, faccio segno a tutti di tacere, accosto la
porta e spengo la luce. E spero che Grazielletta abbia il cervello che
dovrebbe avere. E per fortuna sì. Si sente scendere le scale, apre la porta e
mentre entra sussurra “Dica, signora”. Armandino la afferra alle spalle. Io
accendo la luce. Le faccio vedere il coltello e le dico scandendo bene le
parole: “Non una parola, signora, o ammazzo lei e i due qui nel letto. Sono
stato chiaro?”. Lei sgrana gli occhi e annuisce con la testa. Afferro uno
scialle che è lì intorno e dico a Palmiro “Imbavagliala”. Poi Armandino le
lega le mani e la facciamo sedere sul letto, e le leghiamo pure i piedi. Poi
mi rivolgo al vecchiaccio: “C’è altra gente in casa?”. Lui scuote la testa.
Rivolgo la stessa domanda a Grazielletta e anche lei scuote la testa.
Guardo in faccia la vecchia ma mi sembra talmente intontita che è inutile
parlarle, magari sarà pure rimbambita. Torno a guardare il vecchio: “Vuol
dirmi dov’è la chiave della cassaforte?”. E lui fa segno di sì con la testa.
Capita raramente, ma qualche volta ci si trova tra persone civili. Gli tolgo
il bavaglio e lui mi dice che la chiave è attaccata alla catenina che ha al
collo insieme alla medaglietta di San Cristoforo. Per fortuna la catenina è
abbastanza lunga che riesco a sfilargliela facilmente sopra la testa. Nella
cassaforte c’è qualche altro gioiello, bot, e un po’ di contanti. Fino a qui
tutto bene.
Dico ad Armandino, che chiamo “numero uno” per darci un tono, di
restare lì con i nostri ospiti mentre io e “numero due” andiamo a
perlustrare il resto della casa.
E fu a questo punto che la porta si aprì ed entrò il Gattoroscio, senza
neppure un fazzoletto a coprirgli quella boccaccia bavosa. E tanto per
guadagnarsi il Nobel della stupidità fa: “Ah Graziellé, e che ci stai a fa’
qui?”. Ero sicuro.
*
Trascino l’idiota fuori della porta, ma ormai la frittata è fatta. Gli dico di
non dire più una parola sennò lo scanno lì per lì come un porco, e di
mettersi un fazzoletto sulla faccia, ma lui mi fa vedere che ha solo un
fazzoletto sporco di non so che schifezze. Cosicché sono costretto a
rientrare dentro, prendere una federa, tornare sul pianerottolo, ficcargliela
su quella testaccia di so io cosa e dirgli di stare fermo che gli faccio i buchi
per gli occhi e se si muove non ci sarà più bisogno di fare i buchi. Quando
serve sono una scheggia, ma come rientro c’è già Grazielletta che
singhiozza e piange come una fontana. E adesso veramente bisogna tirar
fuori non il coniglio dal cilindro, ma il cilindro dal coniglio.
Tolgo il bavaglio a Grazielletta e le dico brutalmente: “Lo avete
riconosciuto?”. Lei annuisce e continua a piangere. Allora io: “Le ho tolto
il bavaglio, risponda con chiarezza, conoscete questo imbecille?”. E lei:
“Sì”.
Allora io: Si rende conto che adesso lei è una testimone che può
identificarci e farci condannare?
E lei, che veramente è troppo intelligente per quel babbeo di Armandino:
Sì, sì.
Io: Ha riconosciuto qualcun altro di noi?
Lei: No.
Io: Numero uno, fuori dalla stanza con me, gli altri restino tutti fermi e
nessuno dica una parola o comincia a scorrere il sangue.
Esco sul pianerottolo con Armandino e gli dico che la situazione si è fatta
difficile ma ne possiamo ancora uscire bene se tutti faranno quello che
dico.
Rientriamo.
Io: Bene, numero due, fuori con me.
E naturalmente quell’altro cretino di Palmiro dice: “Io?”. “Sì, tu, e non
dire più una parola dentro questa stanza o ti taglio la lingua e te la faccio
mangiare”.
Sul pianerottolo gli faccio lo stesso discorsetto e gli dico di nuovo che non
deve più aprire bocca.
Rientriamo.
Io: “Numero tre, fuori con me”. Non so per quale miracolo il panzone
capisce che dico a lui ed esce, appena sul pianerottolo comincia a frignare.
Gli dico di stare zitto e andiamo in un’altra stanza, lì gli dico che è il
campione del mondo degli imbecilli e che ci ha messo in una situazione
tale che per uscirne ci vuole un miracolo e che forse posso farlo, ma se lui
fa un’altra mossa sbagliata gli pianto trenta centimetri di lama tra le
costole e poi gli sego mezzo collo e poi mi metto seduto sulla sua trippa a
guardarlo mentre si dissangua e alla fine gli do fuoco.
Sono stato chiaro?
E lui: Sì.
Non una parola, capito?
Sì.
E che sia sì o com’è vero Iddio ti castro.
Rientriamo.
Qual è il suo nome?, dico rivolto a Grazielletta.
Come?, risponde lei.
- Le ho chiesto come si chiama.
- Perché?
- Risponda e basta, sta rischiando la sua vita.
- Come mi chiamo io?
- Sì, come si chiama lei.
- Beccalossi Graziella.
- Bene, Beccalossi Graziella, vuole vivere?
- Come?
- Come sarebbe a dire come? Risponda se vuole vivere sì o no.
- Sì.
- E allora lei dimenticherà di aver visto quell’idiota che la conosce. Perché
se non lo dimenticherà immediatamente e per sempre le garantisco che lei
e tutti i suoi parenti, suo marito se ne ha uno, i suoi figli se ne ha, i suoi
genitori, fratelli e sorelle e cognati e cognate e suoceri e zii e nipoti, giuro
che morirete tutti uno per uno, e prima di morire sperimenterete quanto sia
vero che ci sono sofferenze in confronto alle quali morire è una
benedizione. Ha capito cosa ho detto?
- Sì.
- Farà quello che ho detto?
- Sì.
- E che ho detto?
- Di dimenticare. Tutto.
- Brava. Noi sappiamo chi è lei, il qui presente numero tre la conosce, e
stanotte stessa mi dirà tutto quello che mi servirà di sapere. La vita sua e
dei suoi cari è nelle mie mani. Ha capito cosa ho detto?
- Sì.
- Brava. E adesso, siete parenti con i due vecchi?
- Con chi?
- Con questi due vecchi legati nel letto.
- No.
- E perché vive con loro.
- Sono la dama di compagnia della signora.
- La serva.
- Mi prendo anche cura della casa.
- La signora è rimbambita, vero?
- No, la signora ha una grave disabilità ma...
- Quindi è rimbambita. Il vecchietto invece è arzillo.
- Il signore sta molto bene per la sua età.
- Quindi lei fa la serva e la badante della vecchia.
- Sono espressioni offensive e ingiuste, mi prendo cura della casa ed aiuto
la signora.
- Ho capito, adesso di grazia chiudi il becco, Beccalossi Graziella. Numero
uno, le rimetta il bavaglio e lo tolga al vecchio.
Poi mi rivolsi al vecchio.
- Caro signore, adesso dobbiamo scambiare due parole tra noi, da uomo a
uomo. E’ abbastanza sveglio, ha bisogno di qualcosa, deve andare in
bagno, vuole un bicchier d’acqua, deve prendere qualche medicina?
- Sto bene così, grazie.
- Ha capito la situazione?
- Credo di sì.
- E cosa crede di aver capito?
- Che lei è indeciso se ucciderci tutti dal momento che la signorina ha
riconosciuto il suo complice. Sta valutando cosa le convenga di più. Un
triplice omicidio è un reato così grave che verranno fatte indagini accurate
e lei non sa se i suoi complici abbiano lasciato delle tracce attraverso cui
sia agevole individuarvi, ed è probabile di sì. Se invece ci lascia vivere il
reato è più lieve, e forse sta anche pensando di chiedermi di rinunciare a
sporgere denuncia in cambio della vita mia, di mia moglie e della
signorina e di raggiungere un accordo. Però pensa anche che io o la
signorina anche se adesso accettassimo qualunque accordo lei ci
proponesse poiché è l’unico modo per salvare le nostre vite, un domani
potremmo cambiare idea, e la rapina è già un reato abbastanza grave e
suppongo che non sia l’unico che lei e i suoi amici abbiate commesso.
Quindi è piuttosto difficile prendere una decisione.
- Mi creda, se lei fosse un po’ più giovane, le proporrei di metterci in
società.
- La ringrazio, ma né ringiovanirò né credo che potrei essere interessato
alle sue proposte d’affari.
- Comunque quella proposta gliela faccio: sarebbe disposto a non sporgere
denuncia?
- In verità temo di no, perché mi avete sottratto praticamente tutte le mie
ricchezze in liquidi e valori e per poter beneficiare dell’assicurazione che
le copre la denuncia sono costretto a farla. Però potrei darle la mia parola
d’onore che adesso le lascerei il tempo necessario a cancellare tutte le
tracce lasciate dai suoi maldestri amici, concorderei con la signorina che
né lei né io (mia moglie, come avete già visto, ormai non parla più)
diremmo di aver riconosciuto nessuno di voi, ed a tal fine potrei darle una
garanzia che lei sicuramente apprezzerebbe.
- Quale?
- Sia io che la signorina potremmo sottoscrivere una dichiarazione che lei
conserverebbe nella quale ci dichiareremmo complici del furto al fine di
truffare l’assicurazione. Cosicché sarebbe poi anche nostro interesse che
lei e i suoi amici la facciate franca.
- Caro signore, la trovata è ingegnosa ma lei sa che non è una vera
garanzia, poiché è chiaro che nell’attuale frangente voi potreste giurare
qualunque cosa, anche di essere marziani, giacché qui si tratta di salvare la
pelle.
- Effettivamente è così. E quindi è lei che deve decidere. Le suggerirei di
farlo con una certa celerità, perché se la mia sveglia funziona a dovere si
sta avvicinando l’alba. Se vuole consultarsi liberamente con i suoi amici
posso prometterle che noi resteremo qui immobili e silenti fino al vostro
ritorno in attesa della vostra comune decisione.
- I miei amici si fidano di me.
- Me ne compiaccio, spero che la sua decisione sia saggia.
- Signori numero uno, numero due e numero tre, certamente in qualche
bagno o in cucina troverete dei guanti di gomma, indossateli, munitevi di
stracci e ripassate su tutti i percorsi fatti ed ovunque possano essersi posate
le vostre manacce strofinate vigorosamente. Spero non abbiate lasciato
mozziconi di sigaretta in giro e credo che non abbiate usato i servizi
igienici. Quindici minuti da ora per far brillare come uno specchio tutte le
parti di questa casa che avete visitato, giardino compreso. Tutto chiaro? Io
resterò qui con questa amabile compagnia.
- E se non troviamo i guanti per tutti?, disse la voce dell'imbecille sotto la
federa che pareva uno del Ku Klux Klan.
- Troverete sicuramente in cucina delle borse di plastica della spesa, usate
quelle come guanti, sospirai.
- Io ho mal di schiena, piagnucolò il cretino con la testa nella busta del
pane.
Certe volte vorrei proprio non essere mai nato.
*
Restati soli io, il sor Erasmo, la povera Grazielletta e la povera signora, il
primo a parlare fu Erasmo.
- Pensa di dovermi mettere di nuovo il bavaglio?
- Non credo che serva.
- Forse potrebbe togliere il bavaglio anche a mia moglie ed alla signorina,
respirerebbero meglio.
- Meglio di no.
- E’ lei che decide.
- Infatti.
- Posso farle una domanda personale?
- Sentiamo.
- Perché fa il rapinatore?
- Mi dispiace, lei è indiscreto.
- Mi scusi, è che mi sembra che lei qui si trovi, come posso dire, fuori
posto.
- Lo penso anch’io, in fede mia.
- E mi sembra anche che lei sia tutt’altro che un illetterato.
- Temo che si sbagli di grosso, ma la ringrazio comunque.
- Non le chiederò se ha già ucciso qualcuno, ma le dirò che credo di no.
- Creda pure quel che vuole.
- Forse lei penserà che la vita di mia moglie non valga la pena di essere
vissuta, invece è ancora una vita piena, e - con gli ovvi suoi limiti - bella.
Glielo dico perché non vorrei che nella sua valutazione della situazione lei
pensasse che sopprimerla sarebbe un atto pietoso.
- Quanto a questo stia tranquillo.
- Grazie. Se preferisce che io taccia cosicché lei possa meglio seguire il
corso dei suoi pensieri me lo dica ed ottempererò alla sua volontà.
- No, non mi dispiace che lei parli, e non mi disturba.
- Bene, allora avrei un’altra proposta da farle, in via subordinata.
- In via subordinata rispetto a cosa?
- Alla sua decisione di ucciderci tutti.
- Pensa che sarà questa la mia decisione.
- Temo che lei possa pensare di non avere altra scelta. Ma un’altra scelta
c’è.
- Lasciarvi vivere.
- No, capisco che il rischio per lei è troppo alto, e sebbene mi sembri
evidente che i suoi colleghi sarebbero tutti favorevoli a concludere questa
notte senza vittime, lei imporrà la sua decisione e loro la accetteranno,
anche perché lei non delegherà ad altri l’esecuzione... sì, l’esecuzione.
- E quindi quale sarebbe la sua proposta in via subordinata?
- E' semplice: mia moglie nulla ha compreso e nulla saprebbe riferire di
quanto accaduto, quindi non è testimone di nulla, ergo può lasciarla vivere
senza alcun pericolo. Il pericolo per lei siamo io e la signorina: la signorina
perché conosce il suo - mi scusi - complice, ed io perché so che la
signorina sa. La proposta è questa: lei lascia vivere mia moglie e la
signorina, mi accompagna in bagno, io mi sistemo nella vasca, apro
l’acqua calda e mi recido le vene. E’ un suicidio e non un omicidio. La
signorina e mia moglie restano qui, legate. Domattina alle nove arriva il
mio segretario, suona e non risponde nessuno, ha la chiave ed entra in
casa, sale al primo piano, trova mia moglie e la signorina vive, poi insieme
trovano me morto. La signorina è giovane e ha una vita davanti, non dirà
mai di aver riconosciuto uno dei rapinatori. Mia moglie avrà la
reversibilità della pensione e l’ammontare della mia assicurazione sulla
vita. Le basterà per vivere dignitosamente gli ultimi suoi anni con una
persona che l’assista affettuosamente e mi farebbe piacere che fosse ancora
la signorina. Lei si assicurerà che i suoi amici avranno cancellato ogni
traccia compromettente e li porterà via da qui incolumi malgrado la loro
palese improntitudine. Se posso darle un suggerimento, li persuada a
cambiar vita, è evidente che non sono tagliati per il crimine; del resto, se
dovessi esprimere per intero il mio parere, ebbene, credo che nessun essere
umano sia tagliato per il crimine. Con il guadagno di questa notte potreste
iniziare qualche attività legale, e lei magari riprendere i suoi studi.
- In breve, la sua proposta è questa: che lei si suicida ed io risparmio sua
moglie e la signorina.
- Sì. E mi pare una proposta ragionevole.
- Caro signore, qual è il suo nome?
- Erasmo degli Albizzi, per servirla.
- Mi perdoni se adesso devo metterle di nuovo il suo bavaglio e devo
pregare sia lei che la signorina di restare al vostro posto, ho alcune cose da
sistemare.
*
Scesi le scale di volata: presi il nostro fantasmino per una spalla.
- Che fine ha fatto la roba che avevi preso?
- E’ ancora nell’apetto.
- E l’apetto dov'è?
- L’ho riportato qua. Prima ero andato a cercare un bar aperto per
comprare un pacchetto di sigarette, le avevo finite.
- Va’ con Armandino a prendere la roba e portala qua.
- Perché?
- Perché sì. Subito, che il tempo è poco. E tu, Palmi’, va’ di sopra a tenere
d’occhio i nostri ospiti. E non una parola o ti mozzo le orecchie.
Tre minuti e Armandino e Gattoroscio erano di ritorno, e con l’involto
dell’argenteria.
Lasciamo l’involto nel bel mezzo del salone, saliamo le scale, entriamo
tutti nella camera.
E qui devi dimostrare che non è stato tempo perso leggere i classici.
Dissi questo. Il qui presente signor Erasmo mi ha fatto una proposta: era
disposto a suicidarsi se avessi lasciato vive sua moglie e la signorina. Non
lo metterò alla prova, è sufficiente che lo abbia detto. Gli do partita vinta.
Tutto il bottino è ancora in casa. Se qualcuno ha messo qualcosa in tasca le
svuoti. Abbiamo mangiato ed abbiamo bevuto qualcosa della sua mensa, ci
consideri suoi ospiti. Lasciamo un bel disordine, finga di aver dimenticato
le finestre aperte e che un temporale abbia visitato la sua magione: non
sarà gran fatica per la signorina Beccalossi Graziella rassettare. Adesso vi
sciogliamo e ce ne andiamo. Nessuno si è ancora fatto male e nessuno se
ne farà per questa notte che volge ormai al termine.
Questo dissi, e quegli imbecilli dei miei compari cominciarono a
singhiozzare, e stavano già per tirarsi via il passamontagna, la federa e la
busta del pane, e li dovetti fermare e spingerli fuori dalla stanza sul
pianerottolo. Così mi toccò a me sbavagliare e slegare i vecchi e la
giovane.
Dissi al vecchio: Caro signor Erasmo, ci dia il tempo di andarcene, e non si
affacci alla finestra prima che ci siamo allontanati.
E quello: Ci conti, caro amico, e se posso permettermi, giacché lei sa il
mio nome e siamo in procinto di salutarci e credo proprio che non ci
rivedremo mai più, mi dica il suo affinché io ricordandomi in futuro di
questa notte scespiriana possa chiamarla con un nome, naturalmente va
bene anche uno fittizio.
Tommaso Moro, dissi. E ci stringemmo la mano. Grazielletta per fortuna
piangeva a dirotto così mi risparmiai l’imbarazzo di salutarla.
Chiusi la porta della stanza e quegli imbecilli che mi aspettavano sul
pianerottolo che fanno? Scoppiano in un applauso, e il Gattoroscio strilla:
“Evviva Spartachetto nostro” che l’avrà sentito tutto il quartiere, e questa è
la gente con cui ho a che fare ogni giorno. Non dico niente, mi tolgo il
passamontagna e lo metto in saccoccia. Usciamo, è ancora buio per fortuna
e gente in giro ce ne è poca e va di fretta. Domani mi toccherà fare i conti
con Pippetto.

***

8. Tipi da spiaggia

Io il mare non lo posso sopportare. Anzi: il mare mi piace pure, ma la


sabbia, gli ombrelloni, tutta quella gente spogliata che sembrano un branco
di schifosi maiali in un porcile. E le radioline, poi. E i ragazzini che li
vorresti abbattere a colpi di scimitarra. A me il mare mi fa venire i nervi.
Dice: e allora perché ci vai? Bravo. Non ci vado mica per divertimento. Io
per divertimento resterei a casa mia a dormire. Ci vado per lavoro. Se non
lavoro me la fai tu la spesa?
Sentite questa. Era domenica verso l’ora di pranzo, che è l’ora peggiore. E
io sto sul trespolo come sempre. Quando arriva trafelato il solito imbecille
che non si fa mai gli affaracci suoi e mi fa: “Bagnino, bagnino, guardi, c’è
una bagnante in difficoltà, bisogna soccorrerla”.
E col dito indica verso il largo. E aggiunge: “L’ho vista col binocolo, là,
là”. Il rompiscatole infatti ci ha pure il binocolo. Se lo è portato da casa per
venire a rompere le scatole a me, il rompiscatole.
Ce l’ho pure io il binocolo, ma io lo porto per lavoro, non per spiare le
bagnanti e per scocciare il bagnino, che poi sarei io.
Insomma mi tocca guardare dove dice quello, e naturalmente non vedo
niente. Prendo il binocolo (il mio) e non vedo niente lo stesso. E
l’imbecille che sta ancora sotto il mio trespolo e continua a frignare:
“Andiamo, andiamo, prenda il pattino, la guido io”. Giuro che se ci
arrivavo gli davo un calcio sui denti.
Cerco di assumere un tono professionale: “E’ sicuro di aver visto bene? Io
non ho visto niente”.
E quello: “Sì, sì, adesso sarà sott’acqua, se non ci sbrighiamo affoga”.
E io: “Lo sa che esiste il reato di procurato allarme?”. Di solito funziona e
gli scocciatori se ne vanno, ma questo non c’è verso di levarselo di torno:
“Dobbiamo andare, dobbiamo andare, sarà già in fin di vita”. Allora alzo
la voce: “Dobbiamo? E che è bagnino lei? La pianti di intralciarmi, che ho
in corso un’operazione di soccorso!”. E quello, piagnucoloso: “Mi scusi,
mi scusi, ma si affretti, si affretti, là, là. Corra”, e continua a indicare il
nulla assoluto.
Scendo dal trespolo con la rabbia di un cane idrofobo (un cane idrofobo
sarebbe un cane che ci ha la rabbia), tiro fuori una birra dalla sacca e vado
verso il pattino, e quello dietro come un cagnolino, “Là, là, guardi, là,
presto, presto, là”. Se dice “là” un’altra volta gli svito la testa e gliela ficco
dove dico io. Per non sentirlo più zompo sul pattino e comincio a remare,
che è una cosa che non mi piace per niente. E quello sulla spiaggia che
continua a saltellare e a farmi segno della direzione da prendere. Quando
torno lo ammazzo, giuro su dio che lo ammazzo, dovessi perderci il
lavoro.
E poi che succede? Non ci credereste mai, c’era veramente una che stava
annegando, ed era pure una bella figliola che salvarla è un piacere, un vero
piacere. Mi hanno dato una medaglia e hanno messo la fotografia sul
“Messaggero”, di lei e di me che la tengo in braccio e sorrido, una bella
fotografia, e mi hanno pure intervistato. “E’ il nostro dovere”, ho detto al
giornalista, “Siamo qui per salvare delle vite umane, anche a costo della
nostra”. L’ha pubblicata tutta l’intervista e ci ha aggiunto altre due o tre
frasi che io non avevo neppure detto ma che ci stavano proprio bene. Il
giornalista, quello è un mestiere gagliardo.
Ho comprato cinque copie del giornale, una l’ho portata dal sor Gregorio
per farla incorniciare che la voglio mettere nel salotto di casa mia. Un’altra
l’ho portata a casa di mia madre che ha sempre pensato che sono un
lazzarone solo perché da pischello facevo gli appartamenti col Roscetto e
Mannamà fino a che ci hanno pizzicato e dopo la galera ho smesso.
Gliel’ho fatta vedere la fotografia, ma lei già sapeva tutto perché nella
borgata non si parlava d’altro e m’ha detto che mi voleva bene e che ero
sempre stato un bravo figlio. Un’altra l’ho portata al bar di Giggetto
perché lì comprano il “Tempo”, perché sono tutti fascisti, anzi
clericofascisti che dev’essere pure peggio, ma quel giorno ci avevano il
“Messaggero” in bella vista, così la copia che avevo comprato per lasciarla
lì me la sono potuta riportare via, una risparmiata che può sempre servire.
Un’altra l’ho portata a casa di Susannetta, così lo vedono chi sono, che non
m’hanno mai potuto vedere, e invece sul giornale c’è scritto chiaro:
“l’eroico bagnino”, l’eroico, ci sentite? e sarei io. Voglio vedere mo’ se
non me la posso prendere per moglie a Susannetta. Però non c’era nessuno
e di lasciarlo nella cassetta della posta non m’andava, mi tocca ripassare.
L’ultima l’ho portata in sezione: il partito è contento quando un comunista
si fa onore e io modestamente me lo sono fatto. Ci credereste? La sera
c’era l’attivo della sezione e hanno comprato le paste e lo spumante e
m’hanno fatto festa, proprio a me, a Ruggeretto lo Scalcagnato.

***

9. Dell'utilità della televisione

Diciamo le cose come stanno: la televisione è la più bella invenzione del


mondo, non c’è niente da dire.
Io l’ho imparato così il mestiere, guardando la televisione.
Mio padre me lo diceva sempre che andare a scuola non serviva a niente,
ma io a quel tempo pensavo che lo diceva perché gli serviva il garzone
gratis all’officina. Invece ci aveva ragione lui. E’ morto di cirrosi, era
ancora giovane. L’officina se l’è presa la banca che era il più grosso dei
creditori. Ancora mi chiedo che ci faceva con tutti i soldi che prendeva in
prestito, a casa non si vedeva mai una lira e mia madre è morta di
crepacuore quando hanno arrestato mio fratello Giuliano e sui giornali
c’era la fotografia e dicevano che era lui lo spacciatore che aveva fatto
morire tutti quei ragazzini. Ma secondo me quei ragazzini sono morti
perché l’hanno scelto loro di farsi, e quel fesso di mio fratello era l’ultimo
anello della catena della distribuzione, come quello che sta alla cassa del
supermercato, che il supermercato mica è il suo. E così Giuliano, che se
era veramente il boss della droga che diceva il giornale allora perché
abitava ancora con la mamma e le mie due sorelle nella casa popolare che
se veniva a trovarci un parente bisognava che qualcuno di noi usciva di
fuori che non ci si entrava più? Eh? Adesso non dite più niente, eh? Intanto
saranno dieci anni che Giuliano è morto pure lui, mentre stava al gabbio, e
ci fosse stato uno che ha detto una buona parola. E che non era un cristiano
pure lui? La pietà per i defunti solo quando vi pare a voi, eh? Certe volte,
mannaggia, farei una pazzia...
Le mie sorelle? Non c’entrano niente, lasciatele fuori. La vita non è stata
buona con loro. Io avrei voluto aiutarle, ma una si mise con un pappone e
si sa come va a finire. L’altra è in convento da qualche parte, io non la
sono mai andata a trovare. Contenta lei.
A me mi ha salvato la televisione.
Da giovinotto stavo tutto il giorno all’officina, la sera andavo o in sezione
o al bar. In sezione c’era il bigliardino che si giocava gratis e ero pure forte
sia in difesa che all’attacco, però io ci andavo soprattutto per farmi una
coscienza di classe, e a quel tempo ci credevo nella missione storica del
proletariato che avrebbe liberato l’umanità dallo sfruttamento capitalista e
realizzato la società di eguali in cui da ciascuno secondo le sue capacità ed
a ciascuno secondo i suoi bisogni. Ancora me lo ricordo, con tutto che
sono un sacco d’anni che non ci vado più in sezione, da quando ho smesso
di stare a fare la muffa e a crepare di fatica all’officina e mi sono messo in
proprio col lavoro che faccio ancora e di cui sono più che soddisfatto. Però
nel cuore sono restato comunista, eh, si resta comunisti per sempre. Ma il
più delle volte la sera andavo al bar di Rodolfo Senzapanza (che invece ci
aveva una panza che camminava col deambulatore per reggersi in piedi) e
lì m’ha detto bene che a Foffo (che sarebbe come chiamavamo Rodolfo
per far prima) gli piacevano i film americani e tutte le sere quando
staccavo c’era quella serie di poliziotti di una città americana che il nome
adesso non me lo ricordo, e ogni volta catturavano qualcuno che aveva
fatto qualche delitto. Ma la cosa bella di questi film era che ti spiegavano
come si fanno le rapine, i furti con scasso, i rapimenti dei ricconi, le truffe
agli imbecilli, tutte quelle cose lì, poi nel film sbagliavano sempre qualche
cosa e arrivava la polizia e se li beveva (erano sempre una donna e due
uomini che vincevano, un poliziotto vecchio e uno giovane, e la poliziotta
pareva Brigitte Bardot), ma se tu eri sveglio capivi quale era l’errore
commesso nell’esecuzione del lavoretto (il poliziotto vecchio alla fine lo
spiegava) e imparavi sia le cose da fare sia gli sbagli da non fare. Io ho
imparato così a fare le rapine.
Faccio solo le rapine perché i rapimenti non mi piacciono, ti devi portare
dietro l’ostaggio, e cominciano subito le rogne: se per esempio deve
andare al gabinetto che fai? E poi dove lo nascondi? Non è che lo sotterri
sotto un cerro, cioè, per sotterrarlo devi prima ammazzarlo, e è un’altra
rogna e poi non si sa se pagano lo stesso se tu non gli dimostri che
l’ostaggio è vivo, insomma un gran casino, io invece voglio lavorare
tranquillo. Prendi i furti, per esempio: ci vuole un sacco di tempo,
rimediare gli attrezzi che poi all’ultimo momento manca sempre qualche
cosa, e quando sembra che tutto è andato liscio ti casca un portacenere sul
piede, tu strilli dal dolore, si svegliano tutti, e che fai? Mezzogiorno di
fuoco? E di notte, poi? No, i furti non fanno per me, io sono per le cose
semplici, svelte, tradizionali. Sono uno all’antica. La rapina è la cosa
migliore.
L’attrezzatura è minima, le mosse sono sempre quelle, non devi stare ogni
volta a spiegare a tutti che succede, tu entri, tiri fuori il pezzo e tutti
capiscono. L’unica complicazione è dopo, non la fuga lì per lì che è una
fesseria, quelli che stanno dentro la scena del delitto (mi piace parlare
preciso: il posto dove fai la rapina si chiama “scena del delitto”) lo sanno
che ci hai il pezzo e se ne guardano bene dal venirti dietro, quelli di fuori
non gliene frega niente, ti vedono passare e sei l’uomo invisibile. No, il
problema vero è dopo. Perché è logico che ti cercano, e tu ti devi
nascondere. Ma questo non c’entra niente con la rapina in sé. Lo so, lo so
che c’è l’aspetto della violenza. Neppure a me mi piace la violenza, infatti
io preferisco sempre che quando lavoro i clienti, diciamo così, siano tutte
persone intelligenti che se ne stanno buone, ferme e zitte. Ma devi mettere
nel conto che l’imbecille può capitare sempre, e allora devi essere pronto.
E’ la cosa che non mi piace, ma devi essere pronto. Essere pronto è tutto.
Io, per dire, avrò sparato quattro volte in tutto, ma quando cominci a
sparare devi sparare sul serio. Di quelle poche volte che ho sparato,
almeno tre o quattro volte ho dovuto sparare dentro qualcuno. Mi avete
capito. E lì non è che puoi scegliere, devi sparare sempre a quello più
vicino che sei sicuro di colpirlo, perché si spara per questo, non per fare
rumore, fare rumore è controproducente, e siccome quando spari rumore lo
fai, allora devi ridurre il danno del rumore usando bene i colpi, che
significa che devi bucare qualcuno, e se buchi qualcuno allora a quel punto
più ne buchi e meglio è. E poi se stanno dentro una banca sono capitalisti.
Io un conto in banca non ce l’ho mai avuto. Come diceva Bertolt Brecht?
Rapinare una banca è niente rispetto al crimine di fondarla. Diceva così,
me l’ha detto uno che aveva studiato e che stavamo in cella insieme
(Brecht è un grande poeta, e pure comunista. Mo’ è morto - Brecht, non
quello che ci stavo al gabbio insieme, quello non lo so che fine ha fatto,
non l’ho visto più da allora). Io lo dico sempre: se ci hai la pistola la usi, è
inutile che ti credi furbo, la baiaffa è più furba de te, te la trovi in mano
senza accorgerti e comincia a sparare prima che tu fai in tempo a chiederti
che stai facendo. Vale per le rivoltelle, per i coltelli, per i mitra, per le
bombe atomiche: se ce le hai, le usi. Per questo ci sono le guerre mondiali,
che se guardi nessuno dice che le vuole e sembra che si fanno da sé, poi
certo c’è chi ci si arricchisce, eccome.
No, io non la cerco la pubblicità, lo dicono i giornali che faccio le stragi
per il gusto di non so che, ma quale gusto, quello è uno scarto di
produzione, un effetto collaterale. Bisogna essere un mostro, o un
generale, per averci gusto a fare le stragi, che poi c’è sempre il rischio che
un colpo di rimbalzo colpisce pure a te. No, i giornali scrivono solo
fesserie. Io non li leggo, guardo la televisione che è cento volte meglio.

***

10. Orso

Lo posso dire? Ho odiato per tutta la vita il mio povero padre per avermi
messo questo nome da bestione: Orso.
Mio fratello più grande si chiama Attanasio, che era il nome del padre di
mio padre, e si capisce. Mia sorella, che è più piccola e che quando si è
sposata è andata a vivere a Cesena, si chiama Margherita, che è un nome
cristiano, da persona normale. Ma io perché Orso?
Una volta mio padre buonanima mi ha detto che era perché c'era un cow-
boy che si chiamava così, e lui lo aveva visto alla televisione al bar.
Adesso, ditemi voi se io devo avere questo nome da disgraziato perché
quell’ubriacone al bar ha visto in televisione un vaccaro americano che si
chiamava Orso, che manco ci credo.
Sono nomi che ti rovinano la vita.
Per esempio, sei in trattativa per un lavoro, che ti serve come il pane, il
padrone pare che ti vuole prendere, poi ti chiede: come si chiama lei? E tu:
Cortellazzi Orso. E lui: Orso? e già gli viene da ridere e non ti assume più.
E’ un nome da fiera, da baraccone.
A scuola da ragazzino dovevo fare a cazzotti tutte le volte, c’era sempre
quello che cominciava la litania “Orso, balla! Orso, balla!” e dopo due
minuti era un coro come quello dell’Armata Rossa, e lo ripetevano cento,
duecento volte, e qualcuno pretendeva pure di prendermi a frustate con la
bacchetta che stava dietro la lavagna, finché non gli piallavo il naso e
allora si scatenava la rissa e me le davano di santa ragione, cento contro
uno. Poi il maestro se la prendeva con me. Durai poco a scuola, vorrei
vedere voi.
Le ragazze hanno paura. Hanno paura di quel nome. Io sono sempre
gentile, parlo a bassa voce, dico cose carine, mai una parolaccia, pago
sempre io, poi mi chiedono come mi chiamo - o se lo dicono all’orecchio
sottovoce, e io me ne accorgo, non sono fesso fino a questo punto - e tutto
finisce. Non è che scappano, ma non si fidano più, e diventano fredde. Uno
se ne accorge, e ci resti male, ci resti.
Sono anche un buon lavoratore, potete chiedere a tutti quelli con cui ho
lavorato: c’è da raccogliere i pomodori? faccio più cassette di tutti; c’è da
tirare giù un pezzo di macchia, segare la legna preciso e accatastarla come
si deve? sono svelto e preciso come la morte; c’è un bel muro da tirare su
presto e bene? eccomi; non ho la destrezza dell'orefice o del calzolaio, no,
e non ho studiato, lo so, ma a lavorare non mi tiro mai indietro. E però non
c’è verso che mi assumano fisso, sempre solo lavori stagionali nelle
campagne e cantieri che bene che va durano qualche mese. In officina mi
chiamano quando hanno lavori grossi da finire presto, si lavora a cottimo e
poi arrivederci e grazie. Perché? Io penso che dipende dal nome che mi ha
dato mio padre che Dio l’abbia in gloria. Una volta ho sentito il principale
che diceva al ragazzetto che stava sdraiato sotto la macchina a riparare non
so che, “Te lo immagini se si sparge la voce che c’è un Orso nell’officina
mia? E che voglio perdere tutti i clienti? Pussa via”. Io ero lì, che
riverniciavo un’altra macchina, ma lui non mi aveva visto. Ogni tanto mi
chiama, sì, ma mi fa lavorare di notte, a forfait, e sempre in nero. Intanto
assume gli albanesi, i polacchi, i rumeni, gli africani, che il lavoro neanche
lo sanno fare (li assume in nero pure loro, è vero, però li fa lavorare fissi, e
a me no. Come se ci avessi la rogna, e invece è solo per quel nome).
Pensate, una volta il partito mi voleva candidare alle elezioni comunali. In
sezione mi stimano tutti, se posso aiutare qualcuno lo faccio sempre, se c’è
da andare alle manifestazioni nazionali a Roma o a Milano non manco
mai, e poi per la festa dell’Unità qui al paese sono il primo a presentarmi e
l’ultimo a smettere di faticare; ci sono sempre a montare i tubi innocenti, a
fare la notte, a smontare tutto e a ripulire i giardinetti lustri come uno
specchio quando la festa finisce. Il segretario della sezione, che è mio zio
per parte di madre, lo dice sempre: “Orso è un vero bolscevico”
(bolscevico sarebbe un comunista che dà l’esempio agli altri comunisti,
che tutti dovrebbero dare l’esempio, ma un bolscevico di più; dice pure
un’altra parola, “staccolavista”, o una specie di così, ma non la so dire
bene, è una parola sovietica, della patria dei lavoratori). Insomma mi
volevano mettere nella lista del partito per l’elezione del Comune e la
sezione era unanime, che vuol dire che tutti mi ci volevano nella lista, poi
però arriva il compagno della federazione e dice che non si può, e perché?
per via del nome. A me e agli altri della sezione ci è dispiaciuto, ma se il
partito ha deciso così va bene, il partito è milioni di mani strette in un
unico pugno (mi piace questa frase, mio zio la dice sempre), la federazione
vede più lontano di noi paesani e sa cosa è meglio per noi e per la causa
del proletariato mondiale.
*
Sentite questa che è bella. Una volta arriva al paese un circo. E le
attrazioni erano tre: la cavallerizza che stava in piedi sul cavallo in corsa
nella pista pure a occhi chiusi, il pagliaccio che faceva gli scherzi alla
gente (per esempio faceva finta di tirarti una secchiata d’acqua che invece
all’ultimo momento avevano cambiato il secchio e c’erano i coriandoli) e
il domatore indovinate con chi? Coll’orso. Un orso vero, dico. C’era pure
l’uomo più forte del mondo e il dottore ipnotizzatore (che poi era il
pagliaccio che s’era cambiato e levato il bianco dalla faccia, e sempre il
pagliaccio suonava il mandolino ed era pure bravo). Adesso se il dottore
ipnotizzatore fosse stato un vero dottore ipnotizzatore allora perché faceva
pure il pagliaccio? Avrebbe dovuto trovare un lavoro serio e aprire uno
studio da dottore in qualche città, no? Infatti m’ha detto Giggiotto che
quando l’ha ipnotizzato invece s’erano messi d’accordo prima e gli offriva
la cena. Però la gente ci aveva paura lo stesso e infatti nessuno si voleva
fare ipnotizzare così quello ipnotizzava sempre la cavallerizza e un altro
del circo che era quello che puliva la pista e faceva il rullo di tamburi
durante lo spettacolo. Neanche l’uomo più forte del mondo era veramente
l’uomo più forte del mondo; grosso era grosso, ma le sbarre di ferro che
piegava non erano proprio di ferro e la sera che Omero il figlio di
Giorgione che taglia pure lui la legna per il Comune l’ha sfidato a fare a
cazzotti per vedere chi era più forte non c’è stato verso, secondo me ci
aveva paura; Omero è stato pure in galera per aver menato uno così forte
che gli aveva rotto le ossa della faccia, non solo i denti, proprio le ossa
della faccia.
Il circo ci aveva anche due cartelloni, su uno c'era una ragazzetta coi
capelli biondi a riccioloni lunghi lunghi vestita solo colle mutande e il
reggipetto e gli stivali e tutta ingioiellata che c’era uno che le tirava i
coltelli e infatti lei era davanti a una specie di porta di legno e ci aveva
almeno almeno dieci coltelli piantati tutti intorno; però c’era solo nel
cartellone, nel circo vero non c’era, e la terza sera io e gli altri che
c’eravamo tornati (io ci andavo tutte le sere) abbiamo cominciato a
fischiare e a dire che volevamo vedere la bionda spogliata che le tiravano i
coltelli, e allora il padrone del circo, che poi era pure il domatore e quello
che stava in mezzo alla pista e diceva “un bell’applauso” a ogni giro del
cavallo colla cavallerizza in piedi sopra (era bionda pure lei, ma sembrava
solo che era mezza gnuda, invece ci aveva le calze, però del colore della
pelle che uno non se ne accorgeva bene che c’erano, te ne accorgevi solo
quando saltava giù da cavallo e stava ferma, ma te ne accorgevi solo se eri
proprio vicino), il padrone del circo mentre noi fischiavamo viene in
mezzo alla pista, s’arriccia i baffi all’insù, e prima dice tutte quelle parole
che se ne capiva una su tre, e poi spiega che “il numero” (tutte le cose
quello le chiamava “Il numero”, non lo so perché) del lanciatore di coltelli
del selvaggio west e della bellissima Calamita Gina (che sarebbe stata la
ragazza, che forse la chiamavano così per via che i coltelli sono di ferro,
ma a me mi pareva sbagliato, perché la calamita lo attira il ferro e se era di
calamita ogni tiro era una ferita, no?) sarebbe stato presentato una delle
prossime serate perché “gli artisti” (diceva sempre “gli artisti” per dire le
persone, per quello lì tutte le persone erano “gli artisti”, forse veniva da un
paese dove artista vuole dire cristiano, non come qui da noi che artista lo
chiamiamo quello che fa le opere d’arte, come le statue, i candelabri, le
pitture) erano stati trattenuti presso la corte di uno che chiamava “sua
grazia eccellenzissima l’arciluca e gran mariscallo” di un paese col nome
straniero ed erano attesi da un giorno all’altro. Ma il circo restò tutta la
settimana e quelli delle coltellate non vennero, poi il circo sparì e col circo
sparirono pure almeno almeno una cinquantina di galline. Io però Calamita
Gina me la sono sognata diverse volte, pure quando il circo se ne era già
andato. Ma sono sogni che non si possono raccontare, un po’ perché non
me li ricordo bene, un po’ perché succedevano cose che non si devono
raccontare se uno è un gentiluomo (si dice gentiluomo per dire che tratti
bene le donne e non le meni e non le offendi - è come dire che uno è un
bolscevico quando ci sono le donne).
Su quell’altro cartellone c’era una tigre grossa come una cinquecento, e
davanti un domatore coi baffi (un altro, non il padrone del circo) che la
frustava e rideva, e dietro il domatore un’altra ragazzina, questa moretta,
colla corona d’oro, la collana, e vestita tutta di veli che si vedeva quasi
tutto sotto, e pareva che ci aveva paura e apposta stava dietro il baffone
colla frusta che rideva. Però pure la tigre e la moretta e quell’altro
domatore c’erano solo sul cartellone. E so che uno glielo ha chiesto
quando arrivavano e il padrone del circo gli ha detto che erano in viaggio e
ci voleva tanto perché erano dovuti ritornare nella giungla nera perché un
parente della moretta s’era sentito male, ma che arrivavano a giorni.
V’ho detto del circo solo per via dell’orso, cioè che c’era l’orso. Il
domatore lo teneva dentro una gabbia con le rotelle sotto che mettevano in
mezzo alla pista, poi con una catena attaccata al collo lo tirava da dietro e
lo faceva alzare in piedi, e lo spettacolo veramente era tutto qui, ma il
domatore ci aveva la lingua sciolta e raccontava di quella volta che l’orso
era fuggito dalla gabbia spezzando le sbarre con una zampata e nella fuga
aveva schiacciato un’automobile, una lancia fulvia, con una zampata, la
famosa zampata assassina dell’orso Rolando (Rolando era il nome di
quell’orso; non era meglio se mi ci avevano messo nome a me, Rolando?),
poi raccontava di quell’altra volta che l’orso Rolando aveva fronteggiato
un leone e mentre il leone gli saltava sopra - e i leoni fanno salti di dodici
metri di lunghezza e due, due metri e mezzo d’altezza, e quando ti cascano
addosso da sopra sei morto spacciato - e invece l’orso Rolando con la
zampata assassina gli aveva segato il collo con un colpo solo. Un leone di
duecento chili, e per il circo fu una perdita di sedici milioni di lire sterline.
E mentre raccontava queste storie continuava a ripetere “Attenzione
signori, nessuno faccia un gesto, che l’orso Rolando si arrabbia se pensa
che si manchi di rispetto e se si arrabbia con una sola zampata assassina
spezza le sbarre della gabbia e si precipita sull’incosciente e solo io con la
mia pistola da caccia grossa posso fermarlo prima che faccia una strage,
una strage dico, una strage nel mio circo internazionale e in questo
illustrissimo paese. Attenzione signori, non una parola, non un gesto, non
uno sguardo equivoco”. Ma intanto lui l’orso lo tirava con la catena per
farlo alzare, e allora dico io perché l’orso lo lasciava fare e non rompeva le
sbarre e poi con la zampata assassina lo faceva smettere di tirare la catena?
Io ci andavo tutte le sere al circo, e lo giuro sul mio povero padre che tutte
le sere, quando tiravano in mezzo alla pista la gabbia con l’orso tutto il
pubblico (a parte me) cominciava a ridere e a dire stupidaggini come “Ci
sono due orsi, ma una gabbia sola”, “Ahò, cambiamogli posto agli orsi,
quello peloso tiriamolo fuori e quello comunista ficchiamolo dentro”,
“Sor maé, qui in prima fila ci adè un altro da prendere a frustate e
mettergli la cavezza”, e insomma era un continuo di offese. Tutti ridevano
fino a che gli uscivano le lacrime. E solo dopo cinque minuti finalmente il
domatore poteva cominciare a raccontare le imprese dell’orso Rolando.
Una sera all’uscita dal circo il padrone mi mandò a chiamare e mi disse
che forse mi sarebbe piaciuto cambiare lavoro, e io gli dissi che in quel
momento ero disoccupato, e lui allora disse che magari ci aveva una
proposta di lavoro per me. E io gli risposi che se ne poteva parlare. E lui
allora disse che nel mondo dello spettacolo si fanno cose che sembrano
strane, “è per divertire il pubblico pagante”, aggiunse. Io gli dissi di dirmi
che lavoro era. E lui disse che nel mondo del circo ci sono belle occasioni
di trovare belle ragazze. Io gli dissi che avevo visto i cartelloni. Allora lui
disse che si girava il mondo e se si aveva talento si facevano i gran soldi e
si finiva pure in televisione. Io gli dissi di dirmi del lavoro. E lui insisteva
a dirmi che se ne era accorto subito che ero uno sveglio e che di sicuro
avrei fatto carriera. Ma a me mi pareva che la tirava troppo per le lunghe e
gli dissi che dovevo andare a casa che ci avevo da fare. E lui: ma che casa,
ma che da fare, qui lei è al bivio di Ercole, ha trovato l’Eldorado, può dare
una svolta alla sua vita. Era bravo con le chiacchiere. Alla fine era questa
la proposta: che la sera dopo, dopo “il numero” - come diceva lui –
dell’orso Rolando, legavano l’orso da qualche parte, io entravo nella
gabbia e riportavano la gabbia nella pista con me dentro. “Sarà un
successo mondiale”, diceva, “il teatro verrà giù dagli applausi” (quale
teatro poi? eravamo in un tendone). Io lì per lì mi limitai a dirgli di no, ma
poi a casa ripensandoci mi venne voglia di spaccargli il muso.
Invece non feci niente, la sera dopo ero di nuovo in prima fila. Sono fatto
così, non cerco rogne. Però quella volta mi sono offeso. E’ vero che io ho
detto di no, e quindi non è successo niente, però mi ha scocciato che me
l’abbia detto, non sono cose da dirsi a un cristiano, e a un bolscevico
oltretutto.
*
Uno si offende, se ti trattano male. E’ naturale, siamo esseri umani,
abbiamo la nostra dignità. Le ingiustizie le sopportiamo fino a un certo
punto, poi viene la volta che dici basta. Per esempio è per questo che
Giancazzone è finito in galera quella volta. Ve lo racconto? Io e
Giancazzone siamo sempre stati amici, lui non si chiamava così, si
chiamava Giancarlo, ma siccome era uno che quando ha bevuto ed è un
po’ allegrotto le spara grosse allora lo chiamavano tutti così. Non è come
pensavate. Allora, ecco il fatto: era il tempo dei pomodori, e cercavano
gente. Non lo so come funziona dalle altre parti, ma da noi è così: chi
cerca lavoro verso le quattro, quattro e mezza, si fa trovare in piazza,
quando arriva il caporale col furgone sceglie quelli che gli sembrano
meglio e li porta via, poi li riporta la sera, e la mattina dopo si ricomincia.
Giancazzone è uno che lavora, io lo so. Ed è pure uno del partito, è un
compagno. Quella volta c’ero pure io. Saranno state le tre del pomeriggio e
faceva un caldo che si crepava, quando uno che non conoscevo ma che
stava abbastanza vicino a noi casca per terra come una pera cotta.
Giancazzone è il primo che se ne accorge e chiama Romoletto, il caporale,
che arriva e per vedere se quello è vivo o morto gli dà un calcio. E quello
non si muove. “E’ morto”, dice, “lasciatelo lì e poi stasera lo portiamo
via”, e si gira per andarsene. Adesso io non lo so che gli è preso a
Giancazzone, ma lui dice “E mo’ basta”, si tira su, si pulisce le mani sulla
camicia, si passa un fazzoletto sulla fronte, e va dove sta il morto, lo
guarda da vicino, lo tasta, e poi dice “Secondo me è ancora vivo, chiamate
un’ambulanza”. Il caporale che si era già allontanato di dieci o venti passi
si volta inviperito: “Lo decido io chi è vivo e chi è morto, e quello è morto,
ed è pure straniero e clandestino, e l’ambulanza qui non ci deve venire né
adesso né mai”. Allora Giancazzone parte a testa bassa e quello tira fuori
la rivoltella e gli spara un colpo dopo l’altro ma Giancarlo gli arriva
addosso lo stesso e lo afferra per la gola e fa quello che deve fare. Quando
si rialza è tutto sporco di sangue, perché quel verme di Romoletto prima di
morire gliene aveva piantate almeno quattro di palle di piombo tra le
costole. Al processo a Giancarlo l’hanno condannato per omicidio. Il
partito ha aiutato la famiglia. Lui in carcere s’è impiccato, almeno dicono
così, ma io non ci credo, un comunista non si arrende, secondo me lo
hanno ammazzato perché si era ribellato al latifondo e al caporalato, lo
hanno ammazzato per dare un esempio e metterci paura e tenerci sotto.
*
Adesso ve ne racconto un’altra.
Vi ricordate di Paolo detto il Bacherozzo, perché una volta per fargli uno
scherzo gli avevano fatto mangiare un bacherozzo nascosto dentro un
supplì che per scommessa se l’era mangiato intero? No? Si vede che non
siete di qui. Comunque quella volta Paolo e io venivamo a piedi da
Montappiccio e saranno state le due di notte. Alticci, eravamo alticci. Ma
stavamo scherzando tra noi. Allora s’avvicina la macchina della polizia e
ci chiede i documenti. A noi! E chi ce li aveva i documenti? Insomma ci
prese a ridere. Com’è, come non è, ci portano in questura e ci separano, io
finisco in una stanzetta vuota. Appena mi trovo solo arrivano due con un
bastone di gomma per uno e prima fanno gl’indifferenti, poi d’improvviso
giù bastonate, e io allora strillo: “Ma che state a fa’? Ma che state a fa’?
Fermatevi, fermatevi”. E quelli niente, continuano finché mi lasciano per
terra tramortito. E’ verità, che possa morire folgorato in quest’istante.
Passa qualche ora, mi chiama uno e mi dice che mi fanno uscire se la
smetto di fare lo spiritoso. Io dico di sì. Quello mi dà una pacca sulla
schiena e mi dice “Balla, Orso, balla!”, che se c’è una cosa che non
sopporto è sentire ’sta cantilena. Ma sarà perché le avevo già prese tante ed
ero pieno di lividi, sarà perché la sbornia era passata e la testa mi
scoppiava, me ne sto buono buono e mi avvio all’uscita. Fuori del cancello
mi viene in mente che m’avevano arrestato insieme al Bacherozzo. Allora
mi giro e chiedo gentilmente se il mio amico è già andato via. E il piantone
si mette a ridere e mi risponde: “Da mo’ che è partito, ma mica con le
zampe sue, è toccato portarlo all’ospedale”. “All’ospedale?”, dico io. “Sì”,
dice lui, “E’ cascato dalle scale e s’è fatto male”. Io lo so che vuol dire, e
allora non dissi niente. Sono andato prima al bar, poi all’ospedale per
vedere se Paolo stava ancora lì. Stava ancora lì. Come l’avevano ridotto,
poveraccio. Poi è restato sulla carrozzina che gli avevano rotto la spina
dorsale. E’ restato sulla carrozzina finché ha deciso di farla finita e s’è
tagliato la gola. Stavamo solo a scherzare tra noi quella notte per strada da
Montappiccio verso casa.
*
Che dicevo? Ah, di mio padre, anima santa del paradiso, e del nome da
assassino che m’ha messo, quella carogna.
Però ci tengo a dire che non l’ho ammazzato per questo, l’ho ammazzato
perché m'aveva rubato i soldi che mi servivano per pagare la motocicletta.

***

11. Quando facevo l’artista a Parigi

A dire il vero non era a Parigi, ma a Perugia. E dove li trovavo i soldi per
andare a Parigi, che oltretutto parlano in francese così non capisco una
parola? E alla dogana come facevo a passare, che m’hanno levato sia il
passaporto che la patente per certe fesserie che avevo fatto così per ridere
in gioventù (e m’avevano pure condannato, ’st’infami, per sfruttamento
della prostituzione, che secondo me non è neppure reato, ma avevo
l’avvocato d’ufficio pure quella volta. Lo sapete come li chiamano gli
avvocati d’ufficio? “M’appello-a-la-clemenza-de-la-corte”, mortacci loro).
Non lo so come m’era venuta l’idea di fare l’artista. Non so neppure
disegnare, ho fatto solo fino alla terza elementare e da allora non ho più
preso in mano una penna o una matita, figuriamoci se ho mai toccato un
pennello. Anzi, no, ce lo so perché mi venne l’idea. Una volta al cinema
avevo visto un film che erano tutti artisti, pieni di femmine nude, e si
beveva sempre e non si pagava mai, e ogni tanto pigliavano una femmina
nuda con la scusa di fare un quadro e invece del quadro si faceveno lei. Mi
ricordo che uscii dal cinema e mi dissi: questo è un bel mestiere, mi piace.
Così decisi di diventare artista a Parigi, perché in quel film stavano a
Parigi o in qualche altro posto in America, non si capiva bene, ma
insomma se uno deve fare l’artista lo deve fare a Parigi, così andai a
Perugia, che qui a Terni mi conoscono tutti e come entro in un bar
chiamano i carabinieri.
A dire il vero io non sono neppure ternano, ma di Viterbo, anzi, della
campagna vicino, ma sono stato a Roma per parecchi anni e quindi mi
sono particolarmente evoluto e ho ormai un’esperienza cittadina, anzi
metropolitana, fatta nella capitale d’Italia e del mondo, mica chiacchiere
(si dice metropolitana perché c’è la metropolitana, che a Viterbo, a Terni, a
Orvieto, a Perugia se la sognano, al più ci hanno le scale mobili). Sono
stato a Cinecittà, al Tufello, alla Magliana, ho visto tutti i posti, pure
stazione Termini e Ponte Milvio. Pure Regina Coeli, è logico. A piazza
San Pietro però non ci sono mai voluto andare, sono nemico della
religione, che i preti sono tutti sbirri, e tutta quella gente che si confessa,
tutti infami. Io sono comunista, sono per la libertà, come dice Bandiera
rossa; mi piace Bandiera rossa perché non è solo una canzone ma ti spiega
pure un sacco di cose, il popolo, la riscossa, io sono d’accordo con tutte.
Mi piace pure Bella ciao, e le canzoni di Albano e di Giggi D’Alessio.
Arrivo a Perugia che era di domenica. Come al solito non ci avevo una lira
manco pe’ piagne. E andava bene, perché l’artista deve essere povero,
diventa ricco solo alla fine (oppure muore). Ma pure quando è povero c’è
sempre chi lo aiuta, perché all’artista gli vogliono bene tutti, e più di tutti
gli vogliono bene le mogli dei ricchi che si fanno fare i quadri o i
monumenti. Così decido di cominciare a fare l’artista cercando qualcuno
da fargli un quadro. E siccome ci tengo a presentarmi bene, e si sente già
da come parlo (perché parlo con una certa distinzione, qualche volta uso il
dialetto, ma se voglio so parlare in italiano stretto), allora, quale è la prima
cosa da fare in ogni mestiere? Eh? Imparare dai maestri. Imparare dai
maestri è la prima cosa. Così decido di telefonare a Zibbacchiotto e di farlo
venire pure a lui a Perugia, non per fargli fare l’artista, ce lo vedete
Zibbacchiotto che fa l’artista? No, per la parte preparatoria. E la parte
preparatoria era questa, che per studiare le opere dei maestri bisogna
osservarle attentamente, da vicino: ora, se tu ci fai caso le tengono sempre
lontano: per esempio nei musei, mica te le fanno toccare. Allora a fini di
studio ho fatto venire Zibbacchiotto per darmi una mano. Abbiamo
cominciato con le chiese, che sono più facili perché sono quasi sempre
aperte e quasi sempre vuote. Tu entri con la lametta, tagli vicino alla
cornice, arrotoli e via. Poi nel tuo atelier (atelier è dove l’artista beve e
dorme quando è da solo) le studi da vicino le opere dei maestri. Solo che
andò a finire che le potevo studiare poco perché Zibbacchiotto insisteva
per venderle subito, e non dico che fosse una cattiva idea, perché ci si
facevano bei soldi.
Poi un giorno la tecnologia ebbe il sopravvento sull’arte. Andò così: il
nostro metodo era di entrare in una chiesa, dare uno sguardo in giro e se
c’era roba buona non starci tanto a pensare, se era roba piccola la
mettevamo nel borsone (giravamo sempre con due borsoni di quelli
firmati, per darci un tono da turisti, ma li avevamo comprati dai cinesi
perché di buttare via i soldi per due borsoni era proprio una scemenza), se
invece erano bei quadri grossi tagliavamo con la lametta, arrotolavamo e
via. Era un buon metodo, rapido ed efficiente; e qui vorrei fare una
protesta: in quelle chiese c’erano un mucchio di quadri che però erano fatti
direttamente sul muro, e questa era proprio una carognata, perché se li
volevi portare via a fini di studio nel tuo atelier, dovevi venire col picchio
e tirare giù mezzo muro, e c’era sempre il rischio che il quadro si
sbriciolava: insomma, non era cosa. Questa è proprio una cosa contraria
all’arte, che dovrebbe essere a disposizione di tutti, e invece quei quadri
disegnati sul muro erano una truffa, erano. E io e Zibbacchiotto per
protesta allora li sgraffiavamo col coltello, o ci disegnavamo sopra col
pennarello (soprattutto Zibbacchiotto ci faceva certi disegni di dettagli di
anatomia maschile, ma grossi esagerati). Insomma, un giorno avevamo
lavorato e tutto era andato bene. La sera stavamo mangiandoci una pizza in
pizzeria e arrivano gli sbirri e ci invitano a una passeggiata. Noi per non
essere cafoni andiamo con loro. Non ci si crede, ci portano in una stanzetta
in questura e accendono una televisione piccola che stava su un tavolino, e
che film facevano? Io e Zibbacchiotto che stavamo tagliando quel quadro
di quel pomeriggio. E il commissario Megré, lì, ci dice: “Che non ce lo
sapevate che c’erano le telecamere?” e ci fa segno di guardare bene
un’altra volta se all’entrata c’è il cartello con la scritta “area
videosorvegliata”. Mo’ il bello è che io quel cartello l’avevo visto fuori
della chiesa, ma pensavo che era per il parcheggio dei motorini sul sagrato,
o per tenere lontani gli spacciatori. Invece quei figli di buona donna il film
lo facevano dentro! Al processo l’avvocato mio glielo spiegò che era
attività di studio per cominciare a fare l’artista, ma il giudice neppure lo
stava a sentire. Come dicevano in quel film, era un filisteo, e glielo ho pure
detto quando ha letto la condanna per me e per Zibbacchiotto; mi sono
alzato in piedi e ho strillato: “Signor giudice, lei è un filisteo, ma l’arte un
giorno sarà libera”. Zibbacchiotto mi guardava a bocca aperta, ma che ne
capisce lui dell’arte. Intanto ci hanno messo in galera a tutti e due, a me e a
Zibbacchiotto. A Zibbacchiotto non gliene poteva fregare di meno, lui ci
era abituato a fare dentro e fuori. Io invece ci restai male, perché sentivo la
vocazione artistica. Comunque andò così. E così finì quella parte della mia
vita che facevo l’artista a Parigi.
Vi racconto di quando mi occupavo di import-export tra l’Italia e la
Colombia?

***

12. Solo quattro chiacchiere al bar

Mmm, questo sì che è un caffè. Eh, che ne dice? Secondo me è il miglior


caffè di Roma, ci vengo tutte le mattine qui al bar del sediaro abbruciato -
nome curioso, no? -, mi bevo il mio caffè e sono felice. Ah, vedo che
anche a lei piacciono i gialli, anche a me piace leggere, stando in portineria
certi giorni passa un sacco di tempo che non succede niente e allora
bisogna tenere la mente sveglia, e io leggo i gialli o faccio la Settimana
enimmistica, solo le parole crociate però, gli altri giochi mi annoio e certi
neppure si capiscono, è vero? Lo sa che da giovane volevo fare lo
scrittore? Ma forse la sto disturbando, me lo dica, me lo dica liberamente e
mi taccio. L’ho sentito alla radio “mi taccio”, è un bel modo di dire, non le
pare? A me piace continuare a imparare le cose, apposta mi piace leggere.
Io non li capisco quelli che dicono che non gli piace leggere. Scommetto
che lei è d’accordo con me. Del resto lei stava forse leggendo, se ha quel
giallo sul tavolo... Sicuro che non disturbo? Allora le faccio un po’ di
compagnia, il tempo di finire il caffè, poi devo tornare alla guardiola che
c’è sempre da fare, mai un minuto libero.
Avevo anche cominciato a fare lo scrittore, sa? No, non ho mai pubblicato
niente, ci mancherebbe, però alcune cosucce le avevo scritte, così, per me.
Anche poesie, sicuro, no, non erano poesie d’amore. Dove stavo io se
scrivevi una poesia d’amore la ragazza ti lasciava perché pensava che non
eri normale. E’ strano, no? Perché invece le canzoni d’amore gli piacevano
a tutte e ci piangevano come fontane. Io però non ho mai imparato a
suonare niente, si figuri, non so neppure ballare. Forse è per questo che
sono restato solo. E’ una vita dura da soli, da giovane ti pare che soffri
come un cane ma invece è da vecchio che soffri veramente come un cane.
Lei avrà famiglia, sì? Ah, congratulazioni, congratulazioni. Un uomo deve
avere un famiglia. Io da ragazzo ero una persona riflessiva, è per questo
che volevo fare lo scrittore. No, non me le ricordo più le poesie che
scrivevo allora, e non le ho neppure conservate, anzi, per un certo periodo
sì, ma poi sa come succede, tra un trasloco e l’altro. Poi ho smesso, è
naturale, ho smesso quando ho finito di andare a scuola. Scrivevo pure un
romanzo, pensi un po’, ma pure quello l’ho lasciato perdere, che per
scrivere un romanzo ci vuole un sacco di tempo, uno si crede che ci si
mette lo stesso tempo che a leggerlo, invece no, ci vuole un’enormità di
tempo in più, sa? E chi ce l’aveva più il tempo? Per campare bisogna darsi
da fare e allora il tempo per scrivere, saluti e baci. Saluti e baci. Però
leggere mi piace sempre, qui al bar ci vengo a prendere il caffè, ma ci
vengo pure a dare uno sguardo al Corriere dello sport, mi piace leggere. E
poi mi piace leggere i gialli, perché c’è una storia vera, coi morti
ammazzati, e alla fine vince la giustizia, mica come nel mondo reale che
alla fine restano solo i morti ammazzati e i morti di fame e basta. No? Non
è così? Non è che l’annoio, eh? No? La giustizia, sarebbe bello che ci fosse
davvero la giustizia, ma quella vera, eh? Ah, io guardi per la giustizia sarei
disposto... neppure lo so che sarei disposto a fare, ma quale giustizia, sì, la
giustizia, eh? Ancora con le favole, eh?
E lei che dice, non ho ragione? Dicevo qui col signore che qui fanno il
miglior caffè d’Italia, e si sa che in Italia si fa il miglior caffè del mondo.
Ho ragione? Ho ragione sì. E mica lo dico per farmi fare lo sconto, eh, lo
dico perché è vero e ci si può mettere la mano nella bocca della verità, ce
l’avete presente la bocca della verità? Uno ci mette la mano e se ha detto
una fregnaccia zacchete, addio mano. Eh? Non è una bella storia? Roma è
piena di monumenti e di storie gajarde. Come si dice, infatti? Tutte le
strade portano a Roma. Ci sarà un motivo, ci sarà. Se al Comune non
fossero tutti ladri noi qui col turismo potremmo vivere tutti di rendita, solo
a starcene fermi e a lasciarci guardare e fotografare dai turisti, eh? Le belle
statuine potremmo fare, e viverci di rendita, che in nessun posto del mondo
ci sono tutti i monumenti di Roma, anzi, neppure in tutti i posti del mondo
messi insieme. No? Non è vero? E poi certe mattinate, come questa per
esempio, solo a Roma: il sole, la luce, è una bellezza, una bellezza. In
Svizzera, in America, come minimo piove.
Forse è opportuno che mi presenti. Faccio il portiere in quel palazzo, da
qui se ne vede uno spigolo, ma se uscite dal bar si vede bene. Non ho fatto
il portiere per tutta la vita, no, è un lavoro che mi è capitato qualche anno
fa, e mi sta bene, perché un vecchio come me che altro lavoro può trovare?
Dietro la guardiola ci sono due stanze e il gabinetto, e io vivo lì, in una
stanza dormo, nell’altra cucino, e il gabinetto serve per quando devo
andare al gabinetto, non c’è mica bisogno di spiegarlo, e che lo uso come
sala da pranzo? Eh? Mi scalano l’alloggio dallo stipendio, ma io non ho
grosse spese. Tutto in nero, sicuro. Con gli inquilini non ho mai avuto
problemi. Io mi faccio gli affari miei, e quando mi chiamano per qualche
guasto di solito so dove mettere le mani, oppure so a chi telefonare.
Nessuno si lamenta di me. Ma non ho fatto sempre il portiere, e neppure
sono di qui, a Roma ci sono venuto che già ero stato in un mucchio di altri
posti. E neppure pensavo di fermarmici. E’ successo per caso, come
sempre.
Fare il portiere è un bel lavoro, specialmente per uno come me che ha
girato tanto e non ha più voglia di andare tanto in giro. Sono stato anche in
America, sa? In Argentina. Ma qui si sta meglio, mi creda. Quando ero là
comandavano i militari. Meglio non parlarne. No, non ho niente da
nascondere, volevo dire solo che non mi va di parlarne.
No, no, non mi hanno fatto niente. No, neanch’io ho fatto niente. Dicevo
così, per dire. Sì che sono italiano, ma quale immigrato, italiano sono. No,
di Roma no, ma italiano sì. Certo che sono cattolico, non molto praticante,
ma cattolico sì. Perché non sono praticante? Ma non lo so. Anzi, no, io
vorrei andarci a messa almeno la domenica ma è che ho da pensare alla
portineria, c’è sempre da fare, e poi bisogna vigilare, con tutti i delinquenti
che ci sono in circolazione. Ma no, ma che alludo, non alludo a niente e a
nessuno. Dicevo solo che devo stare sempre in portineria, è il mio lavoro e
voglio farlo bene, no?
Sì, è vero, adesso sto qui al bar, ma giusto due minuti per bere un
biancosarti e un caffè e dare uno sguardo al Corriere dello sport, poi torno
subito alla guardiola. Ma è naturale che tifo pure io per la magica Roma,
che c’entra che non sono di qui, ormai sono di qui, ci vivo da un sacco di
tempo. Mo’ perché ridete?
Per chi tifavo prima? Ma veramente prima il calcio non m’interessava
tanto. No, ho detto che non m’interessava tanto, non che non me ne
fregava niente, certo che m’interessavo di calcio anche prima, e chi non ha
dato quattro calci al pallone? E le figurine Panini, come no? No che non ho
niente contro i tifosi, se uno vuole vedere le partite che male c’è?
Non ho detto che c’è qualcosa di male, ho detto proprio il contrario, ho
detto “che male c’è”, se lei avesse ascoltato, e poi stavo parlando col
signore, mi scusi. Ah, questa, mi scusi, è proprio buffa: come sarebbe a
dire che l’ho offesa? Io neppure la conosco, dicevo solo che lei
probabilmente non ha ascoltato il ragionamento che stavo facendo, che poi
neppure era un ragionamento, solo quattro chiacchiere al bar.
E via, questo poi no. Non ho detto che lei è un buffone, me ne guarderei
bene, ho detto che questo malinteso, questa circostanza, come la posso
chiamare, era buffa, curiosa, come posso dire: simpatica, divertente, ecco,
così, che poi non importa, non dicevo a lei, era buffa, divertente la
situazione, ma così, senza malizia, e se per caso l’ho offesa mi creda che
era senza volerlo e comunque le chiedo scusa. Sì, chiedo scusa anche a lei,
che mi costa?
Ah, ma allora. Ho detto “che mi costa” perché è un modo di dire. Ma no
che non ho detto che siete due pezzenti, ma ci mancherebbe, ma chi sono
io, anzi, sì, sono d’accordo con voi, se qui c’è un pezzente sono proprio io,
va bene così? E adesso, scusatemi, devo proprio tornare alla guardiola,
scusate, eh? Devo andare, magari c’è qualche inquilino che mi cerca,
oppure arriva il postino, bisogna che mi trovino lì, no?
Eh no, giù le mani, eh? Ma che fate? Ma che fate? Ma che ho detto?
E adesso che c’entra? E se pure fossi comunista, e allora? Ah sì? E allora
guardate un po', sì, sono proprio comunista, e me ne vanto. Col cavolo che
lo dico, ditelo voi viva il duce e poi sciacquatevi la bocca col piscio
mischiato col veleno pei topi. A me il fascismo mi fa schifo. E se non fossi
vecchio come sono... ma lasciamo perdere, devo tornare alla guardiola,
non pensavo... no, niente, il padrone del bar è un amico, vengo qui tutte le
mattine, non voglio essere proprio io a creare grane proprio qui che si beve
il miglior caffè del mondo. Come non detto, eh, fate come se non avessi
detto niente, tanti saluti e buona giornata.
Ma che fate, ahò? Eh no, eh, giù i coltelli, giù i coltelli!

***

13. Vecchi amici


Fu all'osteria del Gatto rosso, una sera di agosto che non c’era nessuno,
che Filippo Resecchi e Riccardo Fallana si rincontrarono, ed erano passati
quarant’anni o giù di lì. E naturalmente non si riconobbero. Ma li
riconobbi io.
Passo quasi tutto il mio tempo all’osteria, il padrone è un amico, e poi è
sempre meglio che in un tavolo in fondo ci sia sempre qualcuno, dice che
scoraggia i malintenzionati. Così faccio parte del paesaggio, consumare
consumo poco, qualche caffè, qualche mezzo litro con la gazzosa, la
pensione è quella che è. Perlopiù faccio solitari o leggo il giornale, oppure
- come mi piace dire – “tengo udienza”. C’è sempre qualcuno più
disgraziato di me che ha bisogno di un orecchio in cui travasare le sue
sventure, io ascolto, dico qualche sobria parola di partecipazione, se
richiesto di un’opinione do qualche saggio consiglio. Ma soprattutto
ascolto. Non gioco mai a carte, mi limito ai miei solitari, faccio i solitari
anche quando tengo udienza ed è per questo che si è sparsa la voce che
leggo le carte, ma le uniche carte che leggo sono i fogli del giornale, anzi
dei giornali: perché il padrone dell’osteria ne compra due, quello con le
notizie locali e quello sportivo. Io li leggo tutti e due, sto lì quasi tutto il
giorno. Nell’osteria c’è pure la televisione ma sta nella seconda stanza,
quella più interna che dà sul campo da bocce, a me la televisione mi dà
fastidio, dicono solo bugie. Anche i giornali le sparano grosse, ma chi ha
un po’ di esercizio riesce a leggere quello che non c’è scritto. E poi la
televisione parla, e io sono sordo, già fatico a sentire chi mi strilla i suoi
guai da mezzo metro, no, no, la televisione non fa per me. Capisco che
nell’osteria ci debba essere, per le partite, ma a me piaceva di più quando
le partite si sentivano alla radio, se le vedi ti accorgi che i giocatori sono
tutti scamorze.
Veramente io non sono di qui, ci sono venuto ad abitare suppergiù una
quarantina d’anni fa. Avevo dovuto lasciare il paese mio in fretta e furia.
Come Filippo e Riccardo.
Quarant’anni non sono uno scherzo, si cambia. Io per esempio se ritrovassi
le fotografie di quando ero giovane - ma non ne ho conservata nessuna,
non mi piacciono le fotografie - non mi riconoscerei per niente. Eppure ero
io. Ma adesso sono tutta un’altra persona. E’ così per tutti, solo che la
gente non se ne accorge. E’ per questo che tante volte uno non riconosce
una persona che conosceva tanti anni prima e poi aveva perso di vista.
Infatti Filippo e Riccardo non si riconobbero. Entrarono quasi insieme, e
siccome si portavano dietro uno una valigia e uno un borsone dovevano
essere scesi dal treno da Firenze delle 19,45 e aspettavano l’arrivo del
treno per Napoli delle 20,10 o quello per Bologna delle 20,30, o qualche
altro treno più tardi, chi lo sa. Il bar della stazione è chiuso per
ristrutturazione dei locali, e il posto più vicino in cui i viaggiatori accaldati
possono farsi un goccio è questo. E’ chiaro che non riconobbero neppure
me. Già sarebbe stata una coincidenza improbabile il casuale incontro di
due di noi, ma che ci incontrassimo per puro caso addirittura tutti e tre
insieme chiunque lo avrebbe ritenuto impossibile. E invece.
Li riconobbi subito: Filippo camminava dritto come un fuso che pareva
l’avessero impalato, e Riccardo zoppicava come sempre. Mi parve che
Filippo non avesse più la fede al dito, ed era comprensibile, però avrebbe
sempre potuto risposarsi. In quarant’anni ne succedono di cose. Era vestito
abbastanza bene, non uno straccione come me, ma questo non voleva dire
niente, gli era sempre piaciuto vestirsi bene e magari adesso in tasca aveva
solo i soldi per un caffè, ma il vestito era inappuntabile. Forse lavorava
ancora, e nel genere di lavoro che facevamo quarant’anni fa l’apparenza è
tutto. Mi pareva anche più giovane dell’età che aveva, di sicuro si tingeva i
capelli. Riccardo invece era invecchiato e malmesso, mi sembrava
ingobbito e floscio, emanava un sentore di marcio e di avvilimento, forse
era malato.
Filippo si era seduto a un tavolo e aveva ordinato un caffè e un bicchier
d’acqua. La voce era la sua. Riccardo invece si era seduto su uno sgabello
davanti al bancone, aveva appoggiato i gomiti sul bancone e le mani sulle
guance, poi aveva chiesto un cognacchino, come sempre. La voce si era
indebolita e la dizione impastata - sommessa e strascicata, tutta soffi e
sibili - mi fece pensare che gli mancasse qualche dente, o che avesse già
bevuto. Riccardo dava le spalle a Filippo, e nessuno dei due aveva prestato
attenzione alla voce dell’altro, ma io sì. Erano proprio loro. Poiché non
avevo altro a cui pensare, mentre continuavo il solitario cominciai a
ruminare tra me se c’era qualche possibilità che si riconoscessero.
*
Quarant’anni prima lavoravamo insieme, nel ramo rapine. E si guadagnava
bene. Poi siccome eravamo giovani spendevamo pure a rotta di collo, fessi
che eravamo. Stavamo sempre insieme; quasi sempre, a dire il vero, perché
Filippo era sposato con la Tina e giustamente dovevano avere anche la loro
vita privata. Quando finivamo i soldi facevamo un’altra rapina, e così via.
Quarant’anni fa, quell’ultima notte che passammo insieme, avevamo
appena incassato da un ricettatore la spettanza per certa merce che gli
avevamo portato, il frutto dell’ultima nostra impresa, ed erano davvero bei
soldi, tanti soldi. Mentre eravamo in macchina che tornavamo al paese, a
un certo punto Riccardo disse: “Ah Fili’, ti devo dire una cosa”. E Filippo:
“Che mi devi dire?". “E’ meglio che te la dico da solo a solo”. E Filippo, a
cui piaceva darsi le arie: “Allora me la puoi dire subito, qui siamo soli noi
con Corrado e se mi devi dire una cosa a me, Corrado può sentire". “Sono
andato a letto con tua moglie, Fili’, sono andato a letto con tua moglie,
adesso mi dispiace, Fili’, ma sono proprio andato a letto con lei”. Nessuno
disse più una parola per tutto il viaggio. Arrivati al paese fermammo la
macchina nel garage di Filippo. Lui disse: “Salgo un attimo di sopra, voi
fate le parti”. E salì le scale. Io dissi a Riccardo: “Ma che ti sei bevuto il
cervello? Mo' t’ha da ammazza’”. E lui: “E’ giusto, ci ha ragione, non mi
importa niente". E io: “Tu sei matto, Ricca’, vediamo d’andarcene”. Allora
parve scuotersi e disse: “Sì, spartiamo ’sti soldi e andiamocene”. Io
preparai tre pacchetti incartati bene, ne lasciammo uno lì e stavamo
uscendo quando sentimmo una schioppettata. Filippo aveva ammazzato la
moglie. Salimmo di corsa: “Ma che hai fatto, era a me che dovevi
ammazza?, non a lei”, singhiozzava Riccardo. “No”, disse Filippo, “lei era
mia moglie e doveva restare fedele a me che ero il suo marito; con te
siamo amici e è grave lo stesso ma si sa che l’uomo è uomo e lei era
davvero bella”, e cominciò a piangere a dirotto pure lui. E si
abbracciavano, lacrimavano e si abbracciavano stretti. Roba dell’altro
mondo. Allora io dissi: “Mo’ basta, quel ch’è stato è stato. Oramai
dobbiamo solo andarcene, qui c’è il cadavere e figurarsi si non fanno
un’inchiesta e ci incastrano sicuro come una messa: a te ti danno
l’omicidio ma a tutti e tre ci danno tutte le rapine che abbiamo fatto e pure
qualche altra. Ergastolo sicuro. Bisogna scappare, e di corsa”. Furono
d’accordo, scendemmo, demmo a Filippo il fagottello con la parte sua,
salimmo tutti e tre sulla macchina e Filippo ci accompagnò prima a casa di
Riccardo che prese la macchina sua e ci venne dietro fino a casa mia, dove
io presi la macchina mia. Ma prima di lasciarci scendemmo tutti e tre dalle
macchine per dirci addio, poiché sapevamo che ognuno avrebbe preso una
strada diversa e probabilmente non ci saremmo visti mai più. Ci
abbracciammo forte, poi ognuno salì sulla sua automobile e uscimmo dal
paese: poi ognuno prese una direzione diversa.
Non ci avevo mai pensato che fra Tina e Riccardo ci potesse essere una
storia. E’ vero che Filippo era insopportabile. Sempre arrogante, sempre
saputone, voleva fare il capo con noi, figurarsi con la moglie: e qualche
volta ci aveva detto che la menava, ma sono cose che si dicono sempre
parlando tra uomini e non ci si faceva caso, e poi che fosse vero o che
fosse una vanteria che cambiava? Era un tempo che gli uomini che
arrivavano a casa dopo aver subìto sventure o affronti a cui avevano
dovuto chinar la testa due cose sapevano fare, e le facevano sempre:
ubriacarsi e pestare la moglie e i figli. Filippo non mi pareva tipo da
ubriacarsi (era sempre freddo, composto, elegante, misurato, ed era
insopportabile proprio per quello), ma non si può mai sapere. Nelle case
succedono cose che da fuori non le puoi neppure immaginare. Che Tina
potesse non sopportarlo, mi sembra più che possibile, probabile. Ma non
me lo aspettavo che lei se la facesse proprio con Riccardo che a vederlo
non gli si dava un soldo di fiducia; e non mi aspettavo neppure che
Riccardo fosse così scemo da dirlo a Filippo; e non mi aspettavo che
Filippo avrebbe ammazzato la moglie: se proprio doveva ammazzare
qualcuno era logico che ammazzasse Riccardo, che aveva tradito
l’amicizia - e che altro c’è oltre l’amicizia? E invece. Le persone ti credi di
conoscerle e invece non le conosci mai.
*
Da allora avrò ripensato diecimila volte a quella notte, e con l’andare del
tempo mi sono accorto di una cosa: che eravamo tutti ciechi sull’esistenza
di Tina. Noi eravamo tre amici per la pelle e il mondo era fatto di noi tre
contro tutto il resto. Tina era un pezzettino di tutto il resto. Ma era così
pure per Filippo? Magari per lui c’era un mondo in cui c’eravamo noi tre
contro tutto il resto e c’era un altro mondo in cui era lui e Tina contro tutto
il resto, e doveva continuamente saltare da un mondo all’altro. Ma non ne
parlammo mai. E per Riccardo? Magari per lui c’era sì il mondo di noi tre
contro tutto il resto ma anche il mondo di lui e Tina e in quel mondo erano
lui e Tina contro Filippo. E magari per lui c’era pure un mondo in cui
erano lui e Filippo contro Tina. Alla fine cominciai a chiedermi chi era
Tina, che pensava di noi, in che mondo viveva: era lei contro noi tre? O
noi tre eravamo un pezzetto di tutto il resto contro cui lei si batteva da
sola? O anche lei viveva in più mondi che in parte si sovrapponevano, e
allora in parte si armonizzavano e in parte confliggevano, colluttavano, si
ferivano e si mutilavano, e le divoravano l’anima ed era un continuo
sanguinare e una gran confusione senza possibilità di mediazioni
dialettiche: un mondo dove era lei sola contro tutto il resto, un mondo dove
erano lei e Filippo contro tutto il resto, un mondo dove erano lei e
Riccardo contro tutto il resto... Ed io che ero per Tina? Ero sempre solo un
pezzo di tutto il resto? O magari Tina non la vedeva come noi, non c’era
un “contro tutto il resto”, non ne aveva bisogno per sapere chi era lei,
magari lei non era contro nessuno, oppure era contro qualcuno e insieme a
qualcun altro, oltre Filippo, oltre Riccardo, e noi questa cosa non la
capivamo neppure, anzi non pensavamo neppure che potesse esistere un
punto di vista diverso dal nostro. Con gli anni mi sono accorto che le
donne pensano meglio di noi uomini, e che noi uomini siamo tutti fascisti.
Forse perché le donne fanno i figli e noi no, noi viviamo murati nella
nostra solitudine, loro invece sanno che avere la capacità di dare la vita ad
altre persone rende responsabili di altre persone, ti apre alla comprensione
autentica della pluralità delle persone e del rispetto che a tutte è dovuto. E
poi, millenni di oppressione di genere, come millenni di oppressione di
classe, fanno sì che chi ha subito una così lunga violenza porta con sé una
capacità di verità, una coscienza del vero e quindi un’esigenza del bene e
del giusto, che gli oppressori non possono avere mai, mai. Pure io, che non
ho mai voluto fare del male a una donna e infatti non mi sono mai sposato,
anzi non sono neppure mai andato a letto con una donna, pure io sono un
fascista perché sono stato complice della dittatura fascista dei maschi, e il
complice più spregevole, il complice che neppure se ne accorgeva che
c’era la dittatura. Non ero stato sempre un rapinatore. E neanche Filippo e
Riccardo. Prima eravamo operai tutti e tre, ed eravamo comunisti. A quel
tempo il mondo non era lo schifo che è oggi. Era sempre uno schifo, ma in
quello schifo c’era un sacco di gente che lottava contro quello schifo, e
quelli eravamo noi, i comunisti. Mi fa ridere, e insieme mi fa rabbia, e mi
fa pena, quando sento la gente nell’osteria che dice che i comunisti erano
per la dittatura; ma che ne sanno loro: i comunisti erano quelli che
combattevano contro la dittatura, in Unione sovietica i nostri compagni
erano quelli dell’opposizione allo stalinismo, erano quelli ficcati a
schiattare nei gulag. Erano quelli che avevano combattuto in Spagna
contro il fascismo e poi Stalin li aveva ficcati nel gulag, erano quelli che
avevano resistito a Stalingrado e poi Stalin li aveva ficcati nel gulag.
Quando gli anticomunisti dicono “comunisti” intendono i fascisti come
loro; quando noi diciamo “comunisti” intendiamo chi sa che tutte le vite
meritano di essere salvate, che tutte le persone meritano di essere aiutate, e
che sapendo questo hai il dovere di agire di conseguenza. I processi di
Mosca: non era chiaro quali erano i nostri compagni? Budapest 1956: non
era chiaro quali erano i nostri compagni? La primavera di Praga: non era
chiaro quali erano i nostri compagni? Cose del secolo scorso, più antiche
delle guerre puniche, non le ricorda più nessuno a parte noi. Eppure noi tre
diventammo rapinatori, ed era solo per caso che non avevamo ammazzato
nessuno perché quando lavoravamo le armi ce le portavamo ed erano
cariche, e se qualcuno avesse cercato di resistere lo avremmo steso senza
pensarci sopra: quando hai un’arma, hai già deciso di ammazzare
qualcuno. Ma come era successo che da comunisti eravamo diventati
rapinatori? avevamo perso la speranza e per questo diventammo rapinatori,
o diventammo rapinatori e quindi perdemmo la speranza? E poi: eravamo
comunisti solo perché eravamo operai? o perché speravamo che la nostra
lotta potesse vincere e l’umanità liberarsi da ogni catena? Io no, io ero
sempre stato leopardiano prima ancora che marxista, ed ero comunista
proprio perché l’umanità è costitutivamente infelice e allora proprio per
questo tu devi lottare contro l’oppressione, la violenza, il dolore che esseri
umani infliggono ad altri esseri umani invece di aiutarsi tutti come sarebbe
logico, come sarebbe giusto. Il programma della Ginestra. Il programma
della Ginestra. Eravamo diventati rapinatori perché non volevamo più
essere sfruttati come operai. Ma diventando rapinatori non eravamo saltati
dall’altro lato della barricata della lotta di classe? E se eravamo saltati
dall’altra parte non eravamo diventati per forza fascisti? Socialismo o
barbarie. La Rosa rossa ripescata dal canale. Forse era per questo che
avevamo deciso che gli incassi delle rapine (i soldi che facevamo con le
rapine li chiamavamo “incassi”, non guadagni, non frutti) li dividevamo
alla pari fra tutti e tre ma poi c’era l’accordo che ognuno di noi avrebbe
anonimamente donato un terzo della sua parte a un’organizzazione del
movimento operaio, io almeno l’ho sempre fatto. Era senso di colpa? o che
altro? Ma comunisti o rapinatori a quel tempo non ci eravamo accorti che
c’era mezza umanità nei cui confronti anche noi eravamo fascisti, non ci
eravamo accorti che senza liberazione delle donne l’umanità sarà sempre
schiava, il fascismo vincerà sempre, lo sfruttamento non finirà. Io ci ho
messo un sacco di tempo a capirlo. E quando l’ho capito ormai non ero più
niente, ero solo una persona in fuga - la fuga più astuta: quella di chi trova
una nicchia nel buio e vi resta immobile, e vi s’immeschinisce, si
mineralizza giorno dopo giorno, svuotandosi goccia a goccia -, ero uno che
si nascondeva, uno che era svanito, che non aveva più consistenza delle
nuvole e dei sogni. Ho passato gli ultimi quarant’anni nel buio, nel freddo,
nel vuoto. Non nella paura, ma nella stanchezza e nel disprezzo di me
stesso. Sì, quando ho potuto ho dato una mano a chi mi chiedeva aiuto, ma
cercando di non farlo vedere, raccomandandomi sempre che non lo
dicessero in giro, e preferendo che pensassero che leggevo le carte e
passavo le giornate a irrancidirmi all’osteria. Ma non è di me che vi sto
raccontando.
*
Mi sono sempre chiesto che avrà pensato di noi Filippo quando si sarà
accorto che nella spartizione dei soldi che ci aveva dato il ricettatore
nell’involto suo ci avevamo messo un Oscar Mondadori senza la copertina
e coi quinterni tagliati per meglio simulare la flessibilità delle banconote
sciolte (mi ricordo pure che libro era: Il deserto dei Tartari di Dino
Buzzati, il libro era mio, ce lo avevo in tasca quella notte, ma ormai
l’avevo letto e quindi non mi era dispiaciuto metterlo nell’involto al posto
dei soldi di Filippo), e i soldi suoi ce li eravamo spartiti io e Riccardo.
L’avrà capito subito che il colpo lo avevamo fatto tutti e due insieme
fregando solo lui, o avrà pensato che i soldi se li era presi tutti uno solo
fregando gli altri due? la verità era che ci eravamo proprio messi d’accordo
per fregare lui, io perché pensavo che la società era bella che finita dopo
che Riccardo aveva detto quello che aveva detto, e siccome quando Filippo
salì le scale lì eravamo solo io e Riccardo spartimmo tra noi; se Filippo
non fosse salito e magari Riccardo fosse andato fuori a fare un goccio
d’acqua allora magari a bocca asciutta avremmo fatto restare Riccardo.
Riccardo quando gli proposi l’affare e gli dissi che doveva decidere subito,
che il tempo era poco, forse avrà pensato in un lampo di lucidità che
Filippo quando sarebbe tornato giù lo avrebbe ammazzato, e allora visto
che doveva comunque fuggire era meglio avere qualche spicciolo in più. E
andò così. Certo, un conto è scappare di fretta lontano lontano portandosi
in tasca all’incirca cento milioni di lire, e un altro conto è farlo con Il
deserto dei Tartari, che comunque era un bel libro, ho pensato tante volte
che quando Filippo scartò il regaletto dapprima certo non l’avrà presa
bene, ma dopo di sicuro il libro se l’è letto, e magari ce l’ha ancora,
sebbene sia un po’ complicato da leggere visto che tutti i fogli ormai erano
sciolti. A me e a Riccardo centocinquanta milioni per uno invece di cento
non ci facevano schifo.
*
E adesso, quarant’anni dopo, eccoci di nuovo tutti e tre insieme, qui
all’osteria del Gatto rosso.
Alle otto e cinque Filippo si alzò per uscire. Riccardo era sempre al
bancone, ed era al secondo o al terzo cognac. Quando Filippo fu alla porta
pensai che la coincidenza era troppo bella per sprecarla, allora gridai:
“Filippo, sono Corrado, e quello che trinca al bancone è Riccardo, te li
abbiamo fregati noi i soldi, hai sbagliato ad ammazzare lei, dovevi
ammazzare noi”. Filippo si fermò, ma non si girò neppure, restò fermo
dieci secondi, poi aprì la porta e uscì. Riccardo si era girato verso di me,
gli occhi acquosi, la faccia gonfia e senza forma, mi sembrava stordito,
non lo so se aveva capito quello che avevo detto. Ma non passò mezzo
minuto che la porta si aprì di nuovo, adesso aveva una pistola, forse
l’aveva tirata fuori dalla valigia, col braccio teso camminava verso
Riccardo e mentre camminava sparava, uno, due, tre, quattro, cinque, sei,
sette, otto colpi. Alla testa, al petto. Riccardo fece un sospiro lunghissimo
e scivolò per terra mentre la faccia si riempiva di sangue e sul giubbotto
fiorivano quattro bottoni rossi. Era morto stecchito. Filippo si voltò verso
di me, col braccio teso e la pistola puntata, e disse: “Ti potevi stare zitto,
no?”. E io: “Potevo”. E lui: “Comunque grazie per Il deserto dei Tartari”,
e intanto ritraeva il braccio e la rivoltella spariva nella tasca della giacca.
Uscì senza fretta, come chi sa che deve essere veloce a sparire e per essere
veloce a sparire la prima regola è non affrettarsi.

***

14. Messicani

Una cosa ho capito dei messicani. Che non credono alla realtà delle
persone, è per questo che le ammazzano senza pensarci. Ci ho fatto caso
da giovane, quando andavo al cinema e li vedevo tutti i film di Ringo,
Giango e Sartana. C’erano sempre ’sti messicani che quando incontravano
qualcuno dicevano “ombre” e gli sparavano. Ma, dico io, se pensavano che
erano ombre perché gli sparavano? Mica le puoi ammazzare le ombre.
Allora ho capito: dicevano ombre per dire che per loro i cristiani sono
ombre e ammazzarli non gli fa né caldo né freddo. Oppure volevano dire
che uno gli faceva ombra e gli dava fastidio - come diceva quello della
botte a coso, a Alessandro Magno - e allora lo ammazzavano per quello. Io
ci ragiono sulle cose che vedo, ho visto una marea di film, pure quelli di
Franco e Ciccio. Per esempio: quelli di antichi romani, che mi piacciono
perché pure loro vanno a cavallo e fanno le battaglie però con la spada.
Ecco, mi sono chiesto un sacco di volte perché si mettevano quei cappelli,
avete capito quali, che sembra che ci hanno in testa il sotto di una scopa.
Secondo me non è una bella cosa, fa ridere, e invece lo sanno tutti che gli
antichi romani non facevano ridere, erano seri come statue, e infatti hanno
spianato le montagne di marmo di Carrara per farsi le statue, che a Roma a
quei tempi ci dovevano essere più statue che cristiani. Allora perché si
vestivano così, con quei cappelli? E pure i vestiti: ma a quei tempi non
faceva freddo mai? E Maciste, per esempio, sempre coi calzoni corti e a
torso nudo, non mi sembra normale. Capirei se stava al mare, ma per
strada a Roma, andiamo, non è possibile. E poi: i leoni per farci le lotte nel
colosseo, e dove li trovavano che non ce n’è uno in tutta Italia? Che
venivano a nuoto dalla giungla? Ce li portava Sandokan? No, certe cose di
quei film non andavano bene. Anche perché se fai un film di storia la devi
conoscere la storia, non te la devi inventare tu: che fai, un film d’antichi
romani con le astronavi marziane? Non è una cosa giusta perché confondi
le persone, che magari vanno al cinema per imparare qualche cosa. Io per
esempio ci ho imparato che volevo andare a cavallo per conto mio, con la
mia colt e il mio vinceste. Ma dove li trovi qui in Italia la colt e il vinceste?
Quando ero ragazzetto l’ho chiesto a quello che ci aveva l’armeria qui al
paese, e m’ha detto che erano armi americane che in Italia non si facevano
e che adesso c’era il mitra, la beretta... Lo sapevo pure io, ma non puoi
andare a vivere a cavallo da solo col mitra, che spari ai serpenti a sonagli
col mitra? Se trovi un messicano che ti dice ombre a te tu gli spari col
mitra? Il mitra va bene per i film di guerra mondiale, ma a me i film di
guerra mondiale m’annoiano, non si capisce mai niente, tutti vestiti uguali,
e poi, mi chiedo, per esempio: ma come fanno i tedeschi e gli americani a
parlare tutti italiano? Gli americani lo capisco, chi l’ha scoperta
l’America? Noi. Ma i tedeschi dovrebbero parlare tedesco. Come gli
indiani, che parlano indiano. Qualche parola d’indiano l’ho imparata
pur’io: Augghe. Il grande spirito. Squò, che vuol dire donna giovane e
carina. Però secondo me si sbagliano: non dovrebbero dire squò,
dovrebbero dire squà, squò è da uomo, finisce con la o. Ma gli indiani
sono strani, apposta hanno perso tutte le guerre. Io veramente al principio
stavo con loro, ma dopo il centesimo film che perdono sempre uno si stufa
di stare con loro. E poi io sono pur’io un viso pallido giacca blu. La giacca
blu non ce l’ho ma è come dicono gli indiani per dire come gli sembriamo
noi. Infatti a loro gli dobbiamo sembrare tutti blu col viso pallido, e
secondo me ci vedono male, perché intanto non è vero che siamo tutti
pallidi sulla faccia, qualcuno sì ma quelli ammalati. E poi non siamo per
niente blu. Però è pure vero che noi diciamo pellerossa agli indiani, e che
ci hanno la pelle rossa? Essù, questa è una fesseria. A me mi sembrano
abbronzati e basta, e le donne poi neppure, le donne indiane le riconosci
dalle trecce, ma se una donna visopallido si fa le trecce allora diventa una
pellerossa? E la dobbiamo chiamare squò invece di chiamarla Maria, o
Antonietta? Io dico che al cinema si imparano una caterva di cose però non
è che siano tutte giuste, tutte vere, bisogna averci un po’ di cervello. Per
esempio: Gionvei, io me ne sono accorto che in certi film fa il cobboi e in
certi fa il soldato moderno. E non è possibile. E’ antistorico. Quello che fa
il soldato moderno come minimo deve essere il nipote. Oppure gli
americani ci hanno la macchina del tempo e a noi non ci dicono niente,
perché noi abbiamo perso la guerra e allora loro fanno come gli pare e a
noi non ci dicono niente per tenerci in soggezione. Perché se ci avessimo il
progetto pure noi in quattro e quattr’otto le faremmo più di loro e meglio
di loro le macchine del tempo. Chi ce l’ha la Ferrari? e la Lamborghini? E
chi le fabbrica quasi tutte le macchine del mondo? la Fiat. Basta che
t’affacci alla finestra e guardi le macchine che passano, ogni dieci nove
sono della Fiat, che pure se il nome pare straniero invece è italiana, di
Torino, e Torino che è? E’ la città che era stata capitale d’Italia al tempo
dei sette re di Roma. Che pure questo è buffo, no? Se i re erano re di Roma
perché la capitale era a Torino? e poi a Torino che c’è? Niente. Solo la Fiat
e la Juventus, che è sempre della Fiat. E poi perché i sette re di Roma
erano sette? Il re, lo dice la parola stessa, dovrebbe essere uno, con una
parola corta così. Al massimo due con la regina, e infatti se fanno un figlio
lo chiamano principe, e per diventare re deve aspettare che il padre muore
oppure lo deve fare ammazzare da qualcuno. Ho visto pure il film
d’Amleto, ma era mezzo matto e infatti il film era un casino che non ci si
capiva niente. Allora i sette re di Roma erano troppi per essere re e troppo
pochi per giocare a pallone (è una battuta, eh) e poi a Roma comandavano
gli imperatori, e soprattutto Cicerone e Giulio Cesare. Ho visto pure il film
di Spartaco. Quello era un film bello. Alla fine a Spartaco lo ammazzano
come a Gesucristo nostro signore. E mica solo a Spartaco, a tutti quelli che
erano amici suoi. Quello era un bel film anche se il finale era sbagliato,
perché doveva vincere Spartaco, no? Nel Vangelo invece ci può stare
perché lo sai che poi Gesucristo nostro signore risorge e vince lui. E infatti
noi che siamo? Siamo cattolici apostolici romani, mica chiacchiere. Anche
se non abitiamo proprio a Roma. Io, se non ci avevo il negozio che m’ha
lasciato il mio povero padre volevo fare il gladiatore. Invece ci avevo il
negozio e allora ho studiato. E ho studiato davvero. Infatti ho preso ’sto
pezzo di carta, ho fatto pure il professore al liceo e adesso sto in
parlamento. Certo m’ha aiutato pure che zio era stato il podestà e poi
aveva imbucato mezzo paese alle poste, e mio cugino è sindaco e pensare
che da giovane era stupido come una crastica e ha preso il diploma a forza
di prosciutti e boccioni d’olio. Io sto nella commissione edilizia. E
naturalmente curo gli interessi della famiglia, siamo una famiglia estesa,
ma anche una famiglia unita. La famiglia, fondamento naturale della
società, come dice la dottrina sociale della Chiesa. A me la dottrina sociale
della Chiesa mi piace: Dio, patria e famiglia, lo faccio mettere sempre sui
santini miei quando si vota. Ma non basta mica essere di buona famiglia, ci
vogliono anche le qualità personali, di cultura e di gusto, e io ce le ho. Mi
sono fatto onore e tutti possono solo dir bene di me, sono una persona alla
mano e tutto il bene che ho fatto mi ha portato fortuna, e la dovreste vedere
la gente quando m’incontra e mi bacia le mani che neppure a sua santità. E
quei provocatori morti di fame e senzadio dei miei avversari, eh? Guardate
che fine che hanno fatto. La maldicenza porta male, è legge divina, e dopo
che quei due o tre caporioni sono spariti come sono spariti i loro accoliti
l’hanno capito che devono portare rispetto per l’autorità. E se Dio vuole al
prossimo rimpasto m’ha detto il segretario del partito che mi fanno
ministro della pubblica istruzione, m’ha detto così, che mi fanno ministro
della pubblica istruzione perché è un posto che pare fatto apposta per uno
di cultura come me. E alle elezioni già porto un bel pacchetto di
preferenze, eh, ma da ministro come minimo le triplico. Se lo sognano di
vincere le elezioni i comunisti, barbari asiatici e caproni puzzolenti che
non sono altro, magnaregazzini e sfasciacarrozze, pussa via.

***

15. Un’avventura di Ercolino Semprimpiedi

Mi hanno messo ’sto soprannome da cretino quando eravamo ragazzini.


Capitò che una volta tre ragazzi più grandi di me mi avevano preso di
mira, e me le davano di santa ragione. Ma io ogni volta che finivo per terra
mi rialzavo e invece di darmela a gambe tornavo a caricare a testa bassa.
Mi ridussero la faccia una frittella, una maschera di sangue, i vestiti
stracciati, le braccia e le gambe tutti lividi e sbucciature.
A casa poi le presi di nuovo, prima da mia madre e poi da mio padre. Da
mia madre per il vestito che noi non eravamo mica la famiglia Agnelli e i
vestiti dovevamo tenerli da conto che dovevano durare, da mio padre
perché non avevo lasciato loro stesi per terra (ma ci pensai qualche anno
dopo: li andai a cercare uno per uno, a distanza di mesi, e con me avevo
solo una saccocciata di sabbia e il coltello a serramanico, e con tutti e tre
fu facile, eccome se fu facile, di sera sotto casa gli chiedi l’ora o se hanno
da accendere e quando alzano gli occhi per guardarti li accechi con la
sabbia, e subito gli molli un calcio dove si sentono meglio, e poi è fatta,
devi sono calpestarli, e alla fine sfregiarli sulla faccia per lasciargli un
ricordino e per farlo vedere a tutti che si deve rigare dritto e portare
rispetto a quelli come me).
Ma quella volta da ragazzino le buscai e di che tinta. Prima da quei tre e
poi a casa. Ma mi guadagnai quel soprannome. Era un pupazzo di quei
tempi, di gomma o di plastica non lo so, con una base semisferica pesante -
sarà stata piena di sabbia, o d’acqua - e il resto vuoto che si gonfiava. Tu lo
prendevi a cazzotti e quello andava giù e poi si rialzava. Mi chiamarono
così e il nome mi è restato. Adesso sono vecchio, ma al paese sono restato
sempre Ercolino Semprimpiedi, nessuno mi ha mai chiamato col mio
nome vero, che poi sarebbe Gelsomino, che io di solito abbrevio in Mino.
Sì, come Mino Reitano. Era il nome di mio nonno, allora si usava così, non
come adesso che ai figli gli danno tutti nomi americani.
Quando ti danno un soprannome c’è poco da fare, quel soprannome ti
trasforma. E’ per questo che quando si fanno gli incantesimi la cosa che
conta di più sono le parole. Le parole sono magiche. Ti danno un nome e
tu diventi quel nome. Ci penso sempre. Io Ercolino Semprimpiedi lo trovo
ridicolo, ma è sempre meglio di Gelsomino. E infatti lungo tutta la mia
vita ho sempre voluto essere Ercolino Semprimpiedi, non Gelsomino.
E’ chiaro che col tempo ho anche cercato di farmi furbo, non è che ogni
volta faccio come quella volta con quei tre. Però sono uno che non si
arrende. Ne ho prese tante, ma non mi sono mai arreso.
Non è che la vita sia stata tutta rose e fiori, no. Però non mi lamento, a che
serve lamentarsi? Ti danno una fregatura? Sveglia, tirati su e dalla pure tu
una fregatura a qualcun altro. Metti che hai il portafoglio pieno e vai al bar
del sor Augusto e com’è come non è arriva tutto il paese a trincare alla tua
salute, e tu lasci lì fino all’ultima lira, no? Bene, non farla tanto lunga.
Smaltita la sbornia fatti un appartamento, castiga qualcuno per strada,
insomma: ricostituisci il capitale. E poi la sera dopo offri da bere un’altra
volta a chi capita. Così si fa.
Diceva mia nonna che io ero una natura malinconica. Che mi piaceva stare
da solo a pensare. A dire il vero come ero da piccolo neppure me lo
ricordo più, però mi ricordo che mi piaceva leggere i libri. Sarà perché a
casa non avevamo la televisione. Ma allora ero solo Gelsomino. Certe
volte penso che potevo fare tutta un’altra vita. Ma ormai ero Ercolino
Semprimpiedi.
La prima volta che finii in galera fu proprio buffa, ma buffa buffa. Mi
vennero a prendere a casa con l’accusa di tentato omicidio. Che tutto era,
meno che tentato omicidio. Se lo volevo sbudellare lo sbudellavo, no?
Invece io volevo solo i soldi, e siccome quel morto di fame ne aveva così
pochi che quasi quasi gli lasciavo io la mancia, così, per non dover pensare
che ci avevo perso tempo per niente gli diedi una ripassata. E che ne
sapevo che era il cognato del prefetto? L’ho capito dopo, in galera, che qui
tutti sono parenti di qualcuno. In galera ho capito un sacco di cose, per
esempio la politica. Che è la politica? Che se rubi due spiccioli e magari
ammazzi qualcuno per sbaglio ti mettono in galera; se ne ammazzi
parecchi e rubi a più non posso ti fanno sindaco, ministro, vescovo,
generale, presidente della Cassa di risparmio, padrone della fabbrica delle
Ferrari, presentatore di Canzonissima, comandante in capo dell’America.
Funziona così. In galera si imparano le cose che al paese neppure ce le
immaginavamo. C’era uno che lo chiamavano Gramsci, che però non era
Gramsci quello vero, quello era morto, ammazzato dai fascisti; questo
Gramsci che dico io, che però veramente si chiamava Rossi Odoacre fu
Angelantonio, era comunista, che a quel tempo ce n’erano parecchi e non è
che stessero tutti in galera; e ’sto Gramsci che dico io all’ora d’aria ci
spiegava un sacco di cose, e pure un po’ di francese, che quando uscii per
un po’ di tempo io pure sono stato in Francia e riuscivo pure a farmi
capire, pure; non ci si crede, eh? e invece sì. Da lui ho saputo di Che
Guevara e del pensiero di Mao-Tze-Tung, che poi quando sono uscito ho
comprato il libretto rosso, che è l’unico libro che ho letto, giuro. Insomma,
sono diventato comunista pure io. Non è che faccio granché, però votavo
per il partito comunista e quando c’erano le elezioni strappavo i manifesti
dei forchettoni. Non lo sapete chi sono i forchettoni? Beati voi che siete
giovani. Poi il partito comunista, quello vero, l’hanno abolito. E io ho
smesso di votare. Però sono sempre comunista.
Lo so che un vero comunista non le fa le rapine e le estorsioni. O almeno
non le fa a fini personali. Ma io non ho mai preteso di essere un comunista
modello. Ho i miei limiti, le mie contraddizioni, i miei difetti. Come
Claudio Villa, che era comunista pure lui pure se faceva il cantante.
D’accordo, ci ho pure le mie colpe, vabbè. Non le nascondo le mie colpe.
Se vivevo di rendita non le facevo le rapine. Ma se vivevo di rendita non
ero un porco affamatore del popolo? Allora è meglio le rapine. Le rapine
poi mi piacciono perché c’è l’impegno personale. La dialettica servo-
padrone come diceva Gramsci quello che dico io (cioè Rossi Odoacre fu
Angelantonio). Pure le estorsioni. C’è l’aspetto sportivo, come nel
wrestling. A me mi piace il wrestling anche se lo so che è tutta una finta. E
che c’è che non è una finta? Però anche se non sono un comunista
modello, almeno sono un proletario. E quello di sicuro. Volete ridere?
Saranno cinquant’anni che campo di rapine e non ho messo da parte una
lira, non dico per comprarmi un bar, ma neppure la macchina, neppure la
casa. Sto ancora in affitto (va bene, l’affitto non lo pago perché il padrone
di casa l’ha capita che è meglio non provarci a chiedermelo, però le
bollette le pago eccome).
Quando uscii di galera mi trasferii in città. Da allora ho sempre vissuto in
città, perché ci si lavora meglio. Ma seguo questa regola: ogni volta che
esco di galera cambio città. Così faccio anche un po’ di turismo, viaggio,
vedo gente, mi faccio pure una cultura. Ho abitato a Viterbo, a Orvieto, a
Terni, a Orte scalo, a Roma, a Firenze, a Falconara, a Udine, a Sabaudia, a
Latina, a Frosinone e pure a Milano. Però al nord non mi piace perché fa
sempre freddo, piove, c’è la nebbia. Ogni volta non è che cambio solo
città, cambio pure nome. Una volta sapete che nome m’ero messo? Paolo
Rossi. Così, per ridere. Era l’anno dei mondiali, sì, quelli che ci allenava
Pertini. A me Pertini mi piaceva parecchio. E era pure un compagno, uno
di quelli veri, lo diceva pure la canzone di Toto Cotugno. Al paese ci torno
di rado, ormai è cambiato tutto, la maggior parte delle persone neppure le
conosco più. A me poi non mi riconosce nessuno, perché ho cambiato
aspetto, anche per esigenze di lavoro, si capisce. Però se vado al bar del
sor Augusto (che ormai è morto, e ce l’ha in gestione uno che viene dalla
Nigeria, figurarsi, che però il caffè lo fa buono, più buono del sor Augusto)
qualcuno dei vecchi amici lo trovo sempre e non lo so com’è, sarà l’odore,
che ne so, ma mi guarda, gli s’illluminano gli occhi e mi fa: “Va’ chi se
vede, Ercolino Semprimpiedi, m’ero creso ch’eri morto”. Sarà una
stupidaggine, ma è una cosa che a me mi piace, e mi ci commuovo tutte le
volte. E’ che solo al paese lo sanno che mi chiamo Ercolino Semprimpiedi.
E’ commovente, non lo so, è per via delle radici, dicono. Sarà, io non mi
sento una pianta che mette le radici, a me mi è sempre piaciuto di più il
regno animale che quello vegetale: i cavalli, i leoni, le aquile, ma un po’
tutti gli animali, apposta non la sopporto la gente che maltratta gli animali.
Se per strada vedo uno che maltratta un gatto o un cane, se tanto tanto
capita che non c’è nessuno che ci vede lo sbatto addosso al muro e gli
faccio lo stesso a lui, e pure peggio, e mentre lo meno glielo spiego che gli
animali vanno rispettati pure loro, che pure loro ci hanno diritto di
campare.
Certe volte penso pure che dovrei diventare vegetariano, perché mi sembra
una cosa giusta. E’ che mi piace troppo il prosciutto, il salame, pure la
mortadella, la pizza rossa con le alici, è per questo che ancora non sono
diventato vegetariano, ma ci penso sempre.
Ma voi volevate sentire che vi raccontavo di quella volta che ho salvato
quei poveracci sul precipizio. Sì che è tutto vero. Quella sì che è stata
un’avventura. Non ci credeva nessuno che ci si potesse riuscire, eh? E
invece sì. No, macché coraggio, è che certe volte ti ci trovi e se ti ci trovi
bisogna che fai quello che devi fare. Non si direbbe, eh, che un avanzo di
galera come me, e invece hai visto? Io lo dico sempre. Aspettate per
giudicare, non si sa mai. Però la storia è lunga e per raccontarla bene ci
vuole un po’ di tempo, perché un conto è quando le cose le fai e allora è un
attimo, ma quando invece le racconti ci vuole un mucchio di tempo, ci
avete fatto caso? Io ci penso sempre. Ah, la storia, sì, raccontarla mi fa
piacere, che è pure una bella storia e c’è pure il lieto fine, no? Mo’ però
non posso, mi dispiace. No, bella la storia è bella, solo che adesso proprio
non ci ho tempo. No, non è per cattiveria, è che a quest’ora devo andare in
caserma per la firma, e lì lo sapete, si sa che si entra e non si sa se si esce.
Magari un’altra volta, tanto qui al bar mi ci trovate tutti i giorni, e dove
volete che vada?

16. Il gruppo di studio

Con Pippetto, Generoso e Penzaperté avevamo costituito un gruppo di


studio.
A quel tempo andavano di moda e così ne costituimmo uno pure noi, che
di passare tutte le serate al bar del sor Augusto a giocare a briscola
e tressette dopo un po’ annoierebbe pure i santi stilisti, quelli che ci
avevano lo stile di stare sempre sulle colonne che gli portavano da
mangiare e loro lo tiravano su con un cestino con lo spago.
Poi bisognava decidere che si studiava, e noi decidemmo che avremmo
letto Il Capitale di Carlo Marx.
Siccome nessuno di noi ce l’aveva, che era un librone grosso come tre
vocabolari, lo andavamo a leggere in biblioteca. Però c’era un problema,
che il sor Gesualdo non voleva che lo leggevamo ad alta voce perché
diceva che disturbavamo gli altri lettori, che invece in biblioteca non c’era
mai nessuno a parte noi quattro che era la prima volta che ci andavamo,
ma lui intignava che non ci andava nessuno proprio perché si sapeva che
noi leggevamo ad alta voce Il Capitale di Carlo Marx, che invece ancora
dovevamo cominciare e lo avevamo detto solo a lui cinque minuti prima.
Insomma dovemmo decidere di cambiare posto e libro.
In sezione c’era Stato e rivoluzione del compagno Lenin, che era pure
parecchio più corto.
Però si ripresentò lo stesso problema, perché pure il segretario della
sezione, lo zio Rodolfo detto Foffo, ci disse che sembrava che venivamo in
sezione a dire il rosario, e che certi compagni (me li immagino quali, quelli
che stavano sempre a strillare che ci facevamo le canne) dicevano che non
stava bene, che sembrava il culto della personalità, e insomma non ci fu
verso. E neppure ci volle dare il libro per andarcelo a leggere da un’altra
parte, perché doveva restare nella biblioteca della sezione - che poi la
biblioteca della sezione era solo quel libro, un paio di gialli mondadori, le
istruzioni per i rappresentanti di lista, il Breve corso, due volumi delle
opere del compagno Kim Il Sung e una Settimana enigmistica che lo zio
Rodolfo ci faceva le parole crociate da due anni (le faceva con la matita,
poi le cancellava e qualche settimana dopo le rifaceva, e mai una volta che
riuscisse a finirne una).
Ma siccome noi eravamo un gruppo di studio - e marxista, oltretutto - non
ci arrendevamo.
Decidemmo di comprarci un libro e di leggercelo seduti su una panchina ai
giardinetti pubblici. Ma di libri da comprare al paese c’erano solo quelli
che vendevano all’edicola dei giornali, e il meglio che riuscimmo a trovare
fu Perché non sono cristiano di Bertrand Russell, che non era del partito,
però era sempre un pacifista e un libero pensatore.
Ma ci eravamo appena sistemati sulla panchina e avevamo levato la
plastica dal libro (e non l’avevamo buttata per terra, no) che subito
arrivano i carabinieri che ci volevano multare per atti osceni, vilipendio
alla religione di stato e blasfemia, che poi significherebbe quando uno
bestemmia. Noi cominciammo a spiegargli che Bertrand Russell era un
Lord inglese (non lo avessimo mai detto: “Lordi ci sarete voi e Fido Castro
e Cecco Vara!”, replicò furioso il maresciallo), che quel libro era
regolarmente in commercio, che ancora non avevamo letto manco una
riga, e irre e orre, ma non ci fu verso. E ci sequestrarono pure il libro che
era meglio se coi soldi c’eravamo comprati quattro alfa che
almeno ci fumavamo una sigaretta per uno.
Per i militanti della classe operaia appropriarsi della cultura è un dovere,
come diceva il compagno Gramsci. Ma è pure una faticaccia boia. Epperò
qui non si arrende nessuno. No pasaran.
C’era un prete beat a quel tempo, lo sapete, no, i preti beat, quelli che
volevano fare la messa con la chitarra; ’sto prete beat sotto sotto era uno
dei nostri, lo dicevano tutti. Insomma, siccome Penzaperté lo conosceva,
gli chiedemmo se poteva prestarci qualche libro per fare il gruppo di
studio, e quello ci presta il Vangelo, anzi, ce ne presta quattro copie, che
così era più facile seguire quando uno leggeva e quegli altri invece di
sentire solo leggevano pure loro ma a bocca chiusa. Era uno gajardo ’sto
prete beat, si chiamava don Ildebrando (ma tutti lo chiamavano Armando).
Pensate, ci disse che se volevamo potevamo fare il gruppo di studio in
sacrestia. Non l’avesse mai detto. Prima ancora che noi potessimo fare il
primo incontro di studio lo denunciarono a non so quale tribunale dei
preti e lo mandarono a fare il missionario. Poi ho saputo che era diventato
guerrigliero in America Latina. Era uno gajardo, m’è sempre dispiaciuto
che non lo avevo potuto conoscere meglio, ma io in chiesa non ci andavo,
noi militanti della classe operaia marxisti-leninisti (io sono ancora per il
trattino, voi no? siete di quelli che si deve scrivere senza trattino? Fate
come vi pare, che me ne frega a me) siamo ateisti scientifici siamo, mica
chiacchiere. Però m’è dispiaciuto, sì. Comunque i Vangeli ce li volevamo
tenere, ma il sindaco mandò le guardie a levarceli con la scusa che
altrimenti ci avremmo fatto le messe nere. Le messe nere noi? Che siamo
materialisti scientifici e dialettici. Ma per favore, inventàtene un’altra.
No che non era facile a quei tempi fare un gruppo di studio, non era facile
per niente.
Mo’ c’era il barbiere che ci aveva tutta la collezione di Tex, Tex Willer, sì,
ma proprio tutta. E siccome era l’unico barbiere del paese e ci facevamo
tagliare tutti i capelli da lui, lo sapevamo tutti che ci aveva la collezione in-
te-gra-le di Tex. Così ci venne l’idea che potevamo andare dal barbiere e
leggere Tex. Però il sor Criterio (lo chiamavano tutti così, ma il nome
completo era Cristoforo Eleuterio, che io mi sono sempre chiesto che gli
dicesse la capoccia al padre quando gli mise quel nome) ci disse che non si
poteva, perché nel retrobottega in quattro non ci si entrava, e nella bottega
oltre i due sediloni davanti agli specchi e i rubinetti c’erano solo tre sedie e
non è che uno di noi poteva occupare uno dei sediloni, era brutto, e poi se
arrivava un cliente che doveva aspettare dove si metteva seduto, per terra?
Non dico che non avesse ragione, dico solo che la bottega era sempre
piena di gente sia seduta che in piedi perché a quel tempo si andava dal
barbiere mica solo per barba e capelli ma pure per sentire due sfitti sulla
vita paesana; le donne andavano al lavatoio, ma gli uomini dove potevano
andare? Per forza dal barbiere, che poi c’erano pure quei calendarietti
profumati che chi lasciava una bella mancia il sor Criterio gli regalava il
calendarietto, che lo chiamavano calendarietto ma erano tutte fotografie di
donne gnude. A quei tempi ci si divertiva così.
Per farla corta e commovente: avviare un gruppo di studio marxista non
era certo impresa facile. Così decidemmo che a mali estremi estremi
rimedi. Generoso disse: “Ah rega’, famo così: se vedemo la sera a la stalla
del mi ba’. Tanto lui a le nove già sornaca”.
E così ci organizzammo, mettendo un po’ di soldi per uno comprammo
“Rinascita”, che era il settimanale del partito che c’erano certi articoli che
erano scritti difficile che parevano un libro (però di tre o quattro pagine
solo), e la sera dopo aver fatto un paio di giri di bicchierini al bar andiamo
tutti e quattro insieme al podere del padre di Generoso.
E per fortuna che sornacava: la prima sera, dico la prima sera, con tutto
che c’era Generoso, Mio Mao, che sarebbe il cane lupo che ci avevano al
casale, prima ancora che arriviamo comincia ad abbaiare che se per caso
nel raggio di dieci chilometri qualcuno dormiva con quel casino dopo
cinque minuti s’era già svegliato, quasi non facciamo in tempo a entrare
nella stalla che si presenta il padre di Generoso cogli scarponi, i mutandoni
di lana, la maglietta della salute e col quintone puntato già carico che
adesso che ci si era dovuto alzare dal letto a qualcuno bisognava proprio
che gli sparava.
Nella fuga precipitosa il fascicolo di “Rinascita” non si seppe a chi cadde
per terra e la mattina dopo lo ritrovò Generoso tutto impiastrato di merda
di vacca e ormai inutilizzabile a fini di studio.
Ma adesso fare ’sto gruppo di studio era diventata una sfida e vedremo chi
la vince. Perché si sa, chi la dura la vince.
Non mi ricordo più se l’idea venne a me o a Penzaperté, ma venne fuori
che si poteva fare il gruppo di studio nell’officina dove lavoravamo noi
due. Noi staccavamo alle sette, le otto, verso le dieci di sera il principale
chiudeva, e poi era via libera: e Penzaperté ci aveva pure le chiavi
perché la mattina alle sei era lui che apriva la bottega. E’ vero che il sor
Giulio, il principale, era uno da prendere con le pinze, però se noi
andavamo tardi e non facevamo casini lui non se ne accorgeva (abitava
dall’altra parte del paese) e la cosa passava inosservata, bastava che dopo
entrati abbassavamo la saracinesca e da fuori nessuno si accorgeva di
niente. Non era male come idea. E poi il sor Giulio era un caratteraccio ma
non era uno che sarebbe venuto con la carabina a tirarci addosso.
Ammaestrati dalla precedenti esperienze decidemmo di fare una prima
prova per vedere come buttava. Pippetto aveva ancora a casa il libro
sussidiario di terza elementare, si decise di usare quello. La sera giusta
restammo al bar a giocare a carte fino a verso mezzanotte, poi andiamo
all’officina. Ve la ricordate l’officina del sor Giulio, no? Aveva l’entrata
grossa su via Venezia e l’entrata piccola nel vicoletto del Rospo (mi sarò
chiesto mille volte perché si chiamava vicoletto del Rospo). Però
Penzaperté aveva solo la chiave della saracinesca dell’entrata grossa, per
cui un po’ di rumore lo dovemmo fare prima per tirarla su e dopo entrati
per tirarla giù. Perdemmo un po’ di tempo per decidere se era meglio che
ci mettevamo seduti sui sedili di una macchina in riparazione o se era
meglio prendere le due sedie che c’erano nell’ufficetto del principale (che
era una cabina di compensato in fondo all’officina, di fianco alla stanza del
cesso), uno sgabelletto e un bidone e metterci seduti in circolo lì in mezzo
che c’era più luce. Avevamo appena deciso questa sistemazione che
sentiamo bussare forte sulla saracinesca, che col rimbombo metallico
faceva un fracasso della malora. Vado ad aprire e chi ti trovo? Aurelio, la
guardia notturna, che mi fa: “Che fate qui?”. Io: “Come che facciamo? Ci
lavoriamo, ce lo sai. Che non mi riconosci?”. E lui “A ’st’ora lavorate?”. E
io: “No, a ’st’ora facciamo il gruppo di studio”. E lui: “E il sor Giulio ce lo
sa o non ce lo sa?”. E io: “Di che?”. e Lui: “Che fate il gruppo di studio
nella bottega sua”. E io: “Intanto non è una bottega ma un’officina”. Ma
lui: “Non ci provare a fregarmi con le chiacchiere, Lazzaro’ (Lazzaro’
sarei io, che il mio vero nome è Lazzaro ma tutti mi chiamano Lazzarone,
per via che da giovane, vabbe’, lasciamo perdere), ce lo sa o non ce lo
sa?”. E io: “In che senso?”. E lui: “Nel senso del colpo che ti si piglia. Ce
lo sa o non ce lo sa?”. Allora io: “No che non ce lo sa”. E lui: “Eh”. E io:
“Eh”. E lui: “Eh”. E io: “Eh”. Allora lui: “A me perché mi pagano secondo
te?”. E io: “Per fare la spia al sor Giulio?”. E lui: “Mo’ m’offendi pure?”.
E io: “Vabbe’, lasciamo perdere”. E lui: “Vabbe’ lasciamo perdere lo dico
io, lo dico”. E io: “Sine”. E lui: “Allora sentite come facciamo”. E io:
“Sine”. E lui: “Facciamo che io non gli dico niente, facciamo che abbiamo
scherzato, facciamo che non è successo niente. Ma mo’ voi ve n’andate e
senza fare più casino co’ ’sta saracinesca che domani metteteci un po’
d’olio. E finisce qui. Siamo d’accordo?”. E io: “Sine”. E lui: “None. Sine
lo dovete dire tutti e quattro”. E noi tutti e quattro: “Sine”. E finì così.
Ma mentre uscivamo ci dicemmo che il primo che s’arrendeva era cornuto,
oramai era una questione di punto d’onore riuscire a farlo il gruppo di
studio, porca la paletta.
Pippetto lavorava al bar del sor Augusto Mozzicone (che lo chiamavano
mozzicone per via del padre che lo chiamavano Mozzicone pure a lui per
via del nonno che l’avevano chiamato Mozzicone perché quando c’era la
luna piena la notte si mozzicava dappertutto sui bracci e dicevano che era
un lupo mannaro e che si mozzicava le braccia sue perché non voleva
rischiare di mozzicare la moglie, che tanto poi l’aveva lasciato lo stesso e
allora lui le aveva tirato una schioppettata e non finì in galera perché era
delitto d’onore però lo chiusero in manicomio e buttarono la chiave. La
gente diceva pure che pure il figlio era un lupo mannaro però più civile, e
che era lupo mannaro pure il figlio del figlio, cioè il sor Augusto, io però a
fare il lupo mannaro non ce l’ho visto mai. Bella lunga ’sta parentesi, eh?
E tutta in italiano schietto).
E che ti s’inventa Pippetto? Chiede al sor Augusto se a una cert’ora della
notte, visto che il bar non chiudeva mai ma dopo le due e fino a verso le
quattro i clienti erano pochi e niente, potevamo usare la sala del biliardo
per farci il gruppo di studio se nessuno giocava a biliardo. Il sor Augusto,
che Dio lo benedica, disse di sì.
Ma quando ci provammo, alle due, due e mezza, eravamo tutti troppo
stanchi per fare il gruppo di studio, così decidemmo di giocare una
partita a biliardo e di non pensarci più per quella notte. Ci riprovammo
altre due volte, ma finì come la prima volta, solo che una volta giocammo
a tressette e un’altra stavamo giocando a morra quando ti si presenta
Giggetto la guardia (la guardia del Comune, non la guardia notturna che è
un’altra cosa) che l’aveva svegliato il sindaco perché c’erano gli
schiamazzi notturni e allora smettemmo di giocare a morra e andammo a
dormire. Era stata una buona idea quella del bar, ma non aveva funzionato.
Così alla fine dovemmo rinunciare, e continuammo a leggere ognuno per
conto suo il Corriere dello sport, Satanik, Caballero e Le ore, e il massimo
della socializzazione delle conoscenze era che ce li scambiavamo dopo
averli letti (e delle ultime due testate anche dopo averne fatto qualche altro
uso, e chi capisce capisce e chi non capisce è meglio così).
E’ una storia vera, e come tutte le storie vere è una storia istruttiva,
dimostra che la lotta del proletariato non è un continuo di vittorie, magari,
ma si conoscono anche sconfitte e arretramenti. Dolorose sconfitte e gravi
arretramenti. Ma non si ferma la lotta del proletariato, e un giorno
l’umanità sarà libera, e allora quell’umanità finalmente felice, giusta,
fraterna, si ricorderà di tutti i compagni che nei tempi passati si sono
battuti per il comunismo e la libertà, si ricorderanno di noi, delle nostre
lotte, e quando ci penso mi sento contento, contento per loro, che saranno
liberi e felici grazie alla dittatura del proletariato, e mi sento contento pure
per me che mi sembra di aver sprecato la vita e invece non è stata tutta
sprecata, no, perché si ricorderanno di noi e allora tutti questi patimenti
che ho sofferto - che abbiamo sofferto, tutti noi oppressi dall’inizio dei
tempi fino a quel giorno - allora avranno un senso. E ci penso e sono così
contento che me metto a piagne. A piagne da solo. Si può essere più scemi
di così?
E questa era la storia di quando facemmo il gruppo di studio.
Proletari di tutti i paesi, unitevi!

***

17. Fidelio

Si chiamava Fidelio ed eravamo cugini alla lontana. Era più giovane di me


di qualche anno, così da bambini e da ragazzi non ci siamo mai
frequentati. Al paese sembra di conoscere tutti, ma prima dei vent’anni
frequenti solo quelli che hanno più o meno la tua età o quelli che ci lavori
insieme. Gli avevano messo nome Fidelio, dicevano in onore di Fidel
Castro, il padre era comunista ed era stato al confino al tempo del duce.
Aveva una sorella più grande di nome Onorina. Era più grande anche di
me e da ragazzo me ne ero innamorato, ma non le dissi mai niente, e penso
che lei non se ne accorse mai. A quei tempi da noi tra ragazzi e ragazze si
facevano vite separate. Poi lei si era sposata ed era andata ad abitare credo
in Umbria o in Toscana, non l’ho vista più fino a ieri, al funerale di
Fidelio. Io a lei l’ho riconosciuta, lei a me credo di no, comunque le ho
stretto la mano e basta. Era imbruttita. Forse era brutta anche allora, ed ero
io che non me ne accorgevo.
Con Fidelio cominciammo a frequentarci dopo che uscii di galera, che mi
ero fatto diciassette anni. Ero entrato con una condanna per due, poi
c’erano state le rivolte e io partecipavo sempre. Prima non avevo studiato,
ho studiato in galera, non è che ho letto parecchi libri ma ho sentito un
sacco di discorsi: in quel periodo in galera entravano e uscivano un sacco
di studenti, mi piaceva starli a sentire, ho imparato un mucchio di cose.
Certo, dicevano pure delle scemenze grosse come una casa, però dicevano
pure parecchie cose giuste.
Quando uscii di galera tornai al paese a dare uno sguardo, ma già avevo
deciso di andarmene. A casa dei miei neppure ci passai. Arrivai che
saranno state le dieci di mattina, scesi dal pullman in piazza ed entrai nel
bar con l’intenzione di vedere se riconoscevo qualcuno e magari di
chiedere qualche notizia, erano almeno dieci anni che non avevo più
nessun contatto con nessuno, contavo sul fatto che non mi avrebbe
riconosciuto nessuno, ero partito capellone e adesso avevo i capelli a
spazzola e i baffi alla tartara. Ma nel bar non riconobbi nessuno, lo
avevano pure ristrutturato e credo che avesse cambiato gestione ed era
gente di fuori. Visto che c’ero mi feci un camparino e intanto pensavo di
prendere il primo autobus che passava e andarmene per sempre.
Invece uno s’avvicina, dice “Posso?” e senza aspettare risposta si mette
seduto dall’altro lato del tavolino, ci appoggia sopra i gomiti, avvicina il
muso e fa: “Che ti serve un posto per dormire?”. Io lo guardo
interrogativo, e lui: “Sono Fidelio, Fidelio dello zio Nenne. Da quant’è che
sei uscito?”.
Sorrisi, gli dissi che ero solo di passaggio, comunque grazie. Lui annuì e
riprese: “Si vede, si vede che sei di passaggio, comunque se ti va di
fermarti un letto e un piatto di pasta a casa mia c’è sempre”. “Grazie”. “Di
niente”. S’alzò e aggiunse: “C’è un pullman tra cinque minuti, ti conviene
andare ad aspettarlo alla fermata sennò neanche si ferma”. Così feci.
*
Tre o quattro anni dopo ero a Milano per un lavoro e c’era una
manifestazione dei metalmeccanici, siccome il lavoro era di sera tardi e
adesso era mattina pensai di andare a vedere la manifestazione. Sono
sempre un compagno. Ero lì che guardavo dal marciapiedi quando da un
cordone del corteo uno col fischietto comincia a farmi segno con la mano,
io non ero sicuro che ce l’avesse con me e restai indifferente. Allora uscì
dal corteo, levò il fischietto dalla bocca, mi si mise davanti e disse: “Ma
proprio non mi riconosci mai? Sono Fidelio, Fidelio del povero Nenne”.
“Fidelio?”, dissi io. “Fidelio”, disse lui. “E che ci fai qui?”. “E tu che dici,
sto alla manifestazione, no?”. “Già”. “Già”. Poi aggiunse: “E tu?”. “Di
passaggio”. “Come sempre”. “Come sempre”. Sembrò avere un’esitazione,
poi disse: “Magari sarebbe da fare due chiacchiere”. “Adesso?”. ”Adesso
no, ma presto”. “Magari”. “Magari”. Si girò e a grandi passi riguadagnò il
suo cordone. Aveva una tuta blu, il fischietto legato a una cordicella e sulla
testa un cappello alla muratora fatto col giornale.
Col lavoro che faccio si diventa superstiziosi. Tutti i colleghi che conosco
lo sono. Una delle cose che aborriamo come la peste è incontrare qualcuno
che conosciamo quando dobbiamo andare a fare un lavoro. Porta male.
La volta che mi presero e che poi tra una cosa e l’altra mi feci diciassette
anni al fresco, mi ricorderò sempre che il giorno prima mentre facevo il
sopralluogo passò un prete che mi chiese l’ora, io gli dissi che non avevo
l’orologio (che invece ce lo avevo ma non volevo perder tempo e correre il
rischio di restare incastrato in una conversazione di cortesia e farmi
ricordare da qualcuno) e quel corvaccio disse allora: “grazie comunque, e
poi sa come si dice?”. Io scossi la testa per far segno di no, e quello,
sorridendo beatamente come se dicesse chissà quale gran spiritosaggine:
“E’ sempre l’ora giusta per ripensarci”. Me lo ricordo come se fosse
adesso, mi parve di sentire una freccia che mi trapassava. Quella notte mi
presero.
Quel giorno a Milano restai indeciso tutto il pomeriggio se fare il lavoro o
lasciar perdere. Poi lo feci. Andò bene, ma non benissimo. Dovetti
ammazzare uno, e io odio la violenza e tutto il dannato clamore e tutte le
dannate complicazioni che si porta dietro. La notte stessa sul treno con cui
me ne andavo dalla dannata Lombardia giurai a me stesso che se rivedevo
Fidelio lo menavo per avermi fatto ammazzare quello. Sono stupidaggini
che si pensano per la rabbia, è chiaro che quando lo rividi non gli feci
niente. Che c’entrava lui, ero io che dovevo rinviare il lavoro.
*
Lo rividi qualche anno dopo e stavolta fui io a riconoscerlo. Non ci voleva
molto, ero andato a cercarlo al paese e lo aspettai a casa sua. Dissi alla
moglie che ero suo cugino e lei mi fece entrare che sarebbe tornato presto,
erano le sette di sera. Mi chiese se mi fermavo a cena, dissi di no, che
dovevo ripartire subito. Ero venuto apposta con l’automobile. Aspettai.
Quando arrivò gli dissi: “E allora, ci si rivede”. Ma lui non mi riconobbe
stavolta. Era smarrito, confuso, lo sguardo acquoso, quello che mi aveva
detto Pitello era vero. Sua moglie gli disse chi ero, allora lui sorrise un
sorriso stanco e disse: “Ti fermi a cena, sì?”. Tremava.
Pitello lo avevo incontrato a Roma qualche settimana prima, era pure lui
del paese, ed era un amico. Quando mi avevano preso quella volta c’era
pure lui, ma io feci una scazzottata con gli sbirri e così lui riuscì a fuggire,
con la roba. E siccome eravamo distanti dall’appartamento che avevamo
fatto, e io non avevo addosso niente, finì che passò la mia versione che ero
ubriaco e mi diedero oltraggio, resistenza e lesioni a pubblico ufficiale.
Non dissi mai una parola. Restai dentro diciassette anni, ma ero stato
condannato a due, il resto fu per le rivolte. Il lavoretto era stato una bella
acchiappata e se la godette tutta Pitello. Quando uscii non andai neppure a
cercarlo, dopo così tanti anni che volevi fare, niente.
Invece mi trovò lui qualche anno dopo. Faceva ancora lo stesso lavoro, e
io lo stesso. Mi propose di rimetterci a lavorare insieme ma a me non mi
andava più, preferivo lavorare da solo. Mi chiese se mi doveva dare
qualcosa. Gli dissi di lasciar perdere. Pitello. Poi l’ho rivisto diverse volte,
a un bar vicino alla stazione Termini. Lui abitava a Roma da quelle parti,
casa non l’ho mai saputa. Ma quando passavo da Roma col treno mi
fermavo sempre qualche ora a quel bar e una volta su tre prima o poi
spuntava Pitello che lì ovviamente si chiamava in un altro modo.
A farla breve, fu Pitello che una di quelle volte mi disse che Fidelio se la
passava male. Non stavamo parlando di Fidelio, quando ci vedevamo
parlavamo prima di lavoro e poi in genere della gente che conoscevamo al
paese, io non ci ero più stato ma Pitello ci passava spesso perché ci aveva
ancora i parenti. E così mi teneva aggiornato di questo e di quello. E
scappò fuori il nome di Fidelio. Aveva avuto un incidente in fabbrica e
aveva perso una mano; però gli avevano dato la colpa, e poi l’avevano
cacciato perché senza una mano lì non poteva più lavorare. Adesso
campava di lavoretti quando capitava, qualche giornata come uomo di
fatica. Sentiva sempre un dolore ai nervi del braccio monco e aveva
cominciato a farsi per calmare il dolore, e poi a spacciare per potersi
comprare la roba. La moglie poi era la Ninettaccia “che magari te la sarai
ripassata pure tu ai bei tempi, eh?”, e che la Ninettaccia ci aveva l’epatite
lo sapevano tutti, e chissà che altro; e con tutto questo avevano messo al
mondo tre ragazzini che bastava guardarli per capire che a vent’anni non ci
sarebbe arrivato nessuno.
Non lo so perché, ma dopo quella chiacchierata con Pitello mi venne in
mente di fare un salto al paese a trovare Fidelio, per vedere come stava e
se potevo fare qualcosa per lui. Io non sono per la beneficenza, sia chiaro:
io sono per la lotta di classe. E col lavoro che faccio non posso
permettermi di farmi notare. Non ho amici né parenti. La gente con cui ho
rapporti d’affari, chi mi commissiona i lavori, chi piazza la roba che gli
porto, è tutta gentaglia che se trovasse un compratore venderebbe i propri
figli senza esitare. Dove abito non lo deve sapere nessuno, cambio casa e
paese più spesso delle scarpe. Non ho il telefono. Non vado neppure
nell’ufficio di Sarastro a sentire se c’è qualche lavoretto da fare, né nel
retrobottega di Alibbabbà a consegnare la merce e ritirare la grana: mando
sempre un regazzetto che recluto per la bisogna alla stazione, ogni volta
diverso, e quando lo incontro prima mi travesto, e una volta uno di quelli si
credeva di essere furbo e mi toccò ammazzarlo, che è una cosa che odio.
Però Fidelio lo volevo aiutare. Intanto per rispetto del suo defunto padre,
che era stato il segretario della sezione del partito comunista del paese e lo
avevano sempre perseguitato e si era sempre fatto in quattro per aiutare
tutti. Ed era morto povero in canna come era vissuto. E poi pure per
Fidelio, che da quanto mi aveva raccontato Pitello era sempre stato uno
bravo, fino all’incidente. E sarebbe stato bravo pure dopo se non fosse
stato per il dolore e il bisogno della roba per calmarlo.
*
Così quando Fidelio entrò gli dissi che ero di passaggio e avevo fretta però
mi faceva piacere se facevamo un salto al bar. Chiesi scusa alla signora e
uscimmo. Era inverno, era buio. “Ho saputo che te la passi male”, dissi.
“Peggio di quanto t’immagini”, disse. “Non lo so se peggio”, dissi.
“Peggio”, disse. “Magari ti posso dare una mano”. “Magari sì”. “Quanto ti
potrebbe servire?”. “No, non è questo”. “E che allora?”. “Liberami”.
“Liberarti?”. “Liberarmi”. “E tua moglie, e i bambini?”. “Pure loro”. “E
che c’entrano loro?”. “Sono malati, tutti, è grave, senza scampo”. “E
allora?”. “La miseria da sola si regge. Pure la sofferenza da sola si regge.
Ma la miseria e la sofferenza insieme no. Ti aspettavo”. “Mi aspettavi?”.
“Ero sicuro che saresti venuto”. “Sicuro?”. “Sicuro”. “Fammi capire, che
vorresti?”. “Hai capito”. “Ho capito?”. “Hai capito. Avevi già capito,
apposta sei venuto di sera, d’inverno, al buio, con la macchina”. “E come
te lo immagini?”. “Prima a me. Poi a loro. Dentro casa, come fosse una
rapina, o una spedizione punitiva. Se sei qui lo sai già che sono diventato
uno spacciatore, che ho un sacco di debiti con gli strozzini, e qualche
scoppiato sulla coscienza, e l’aids che mi raspa le viscere e l’anima con
certi artigli che non ci si crede finché non ti tocca. Lo fai, metti la casa un
po’ in disordine. Di roba di valore non c’è niente, mi dispiace, ma vorrei
che prendessi il fazzoletto rosso di mio padre, per ricordo, lo so che sei un
compagno pure tu, lo so quello che hai fatto quando eri in galera”. “Non lo
posso fare”. “Sei l’unico che conosco a cui posso chiederlo, l’unico che
conosco che so che lo puoi fare”. Poi aggiunse: “Un’altra cosa: ho lasciato
una lettera - ce l’ha Ruggero del bar, da parecchio tempo - con cui chiedo
un funerale laico e la cremazione”. Poi aggiunse: “Però preferirei che non
ci fossero le bandiere rosse, non ne sono più degno”. Aveva la faccia di
uno che cerca di trattenere le lacrime. Faceva pena e schifo insieme. Io
tacevo, lui disse: “Adesso rientriamo, ce l’hai il coltello?”. Non dissi
niente.
*
Il funerale la sorella volle che fosse in chiesa, non so se Ruggero tirò mai
fuori la lettera, forse neppure c’era quella lettera. I compagni della sezione,
che era intitolata a suo padre, concordarono col prete che le bandiere rosse
in chiesa no, ma poi nel corteo funebre fino al camposanto sì, e cantarono
l’Internazionale. Io ero confuso tra i forestieri, c’erano diversi operai della
fabbrica dove aveva lavorato e nessuno di loro era del paese (la fabbrica si
trovava in un altro comune, distante una cinquantina di chilometri), e un
po’ di ragazzotti cogli occhi cerchiati che ridevano sempre e tremavano
tutti. Pitello non c’era. Dietro la bara di fianco alla sorella, giunonica, la
Ninettaccia e i tre figli sembravano fantasmi, si vedeva che sarebbero
morti presto.

***

18. La pagnotta

Che non si fa per la pagnotta.


*
Amedeo
Sentite questa: Amedeo aveva un distributore di benzina. Subì una rapina.
Poi una seconda. Poi una terza. E nessuna assicurazione lo voleva più
coprire. I clienti avevano paura a fermarsi. Dovette vendere. Chi comprò lo
tenne come inserviente, conosceva il lavoro e lo faceva bene. Ma poi ci fu
la quarta rapina e lo ferirono e restò zoppo. Smise di lavorare lì, ma la
pensione non gliela davano, e il contenzioso andava per le lunghe. Cercò
altri lavori, ma un operaio zoppo e vecchio chi lo assume? Però l’affitto, le
bollette, il pane e il companatico li doveva pagare lo stesso, Amedeo.
Adesso fa le rapine, rapina i distributori di benzina.
*
Cecetto
O quest’altra: Cecetto era una gran brava persona, il primo alle riunioni in
sezione, il primo diffusore della stampa del partito, quello che faceva tutte
le notti agli stand della festa dell’Unità. Era muratore, e aveva preso la
terza media alle scuole serali. Aveva un figlio tossico, e abitava alle case
popolari. Aiutava tutti. Quando la palazzina dove abitava prese fuoco la
gente diceva che era stato il figlio. Gli dovevano dare un’altra casa ma non
gliela davano, e nell’incendio aveva perso tutto (non che avesse granché,
ma gli elettrodomestici e i soldi da parte nascosti - se non ci era arrivato
prima il figlio, non si è mai saputo). Finì in affitto, ma non arrivava alla
fine del mese. Prestiti, neanche a parlarne. Una sera sparò al figlio, e poi
strozzò la moglie. Poi telefonò ai carabinieri e restò lì ad aspettarli.
“Almeno adesso vo in galera e ho la pagnotta assicurata”, disse quando
arrivarono.
*
Ginettaccio
Ginettaccio non era accio come dicevano. Cioè, accio era accio, però era
anche uno generoso. Dipendeva dai momenti. Aveva lavorato al mattatoio
e aveva capito una cosa, una cosa brutta: che quello che i cristiani fanno
alle bestie non è giusto per niente, però la gente non se ne accorge perché
non ci vuole pensare. Ma è perché fanno quello che fanno alle bestie che i
cristiani poi ammazzano pure gli altri cristiani, perché quando cominci ad
ammazzare qualcuno, un vitellone, un maiale, poi dopo ammazzi pure le
persone, non ci fai più caso. E una volta che lo sai lo sai. Poi puoi
decidere: puoi smettere di ammazzare le bestie, oppure continui. E se
continui prima o poi ammazzi pure i cristiani. Lui aveva continuato.
Io l’ho conosciuto quando eravamo ospiti dello stato. Una volta facemmo a
sganassoni, così diventammo amici. Lui mi chiese come c’ero finito e io
glielo dissi. Allora lui disse: pure io. E mi spiegò come c’era arrivato, per
via che aveva lavorato al mattatoio eccetera, l’ho detto già prima, no?
Allora io gli chiesi perché non s’era fermato. E lui mi disse che bisogna
pure guadagnarsi la pagnotta, no? E aveva ragione. Adesso sono passati
parecchi anni, io sono fuori e lui è morto. Quando lavoro, e ho già tirato
fuori la baiaffa e detto la formula magica, aggiungo sempre “bisogna pure
guadagnarsi la pagnotta, no?”. Così lo sanno che non esiterei.
***

19. L’ultima offerta

E’ l’ultima offerta, prendere o lasciare. E intanto sventolava la rivoltella


come fosse un ventaglio.
*
Era cominciata così, che non sono mai stato bravo ad arrampicarmi sugli
alberi. Da ragazzino ero agile come una scimmia, però era pure vero che
ad arrampicarsi sugli ulivi sono capaci pure i paralitici. Ma dove stavo io
c’erano solo uliveti e vigne.
Quando andammo a vivere in città, e allora sì che facemmo la fame, di
alberi niente, ma un’infinità di appartamenti con le brave finestrelle loro, e
due erano le cose da imparare: aprire le finestre con un colpo secco, e
prima arrampicarsi fino ad arrivarci alla finestra. Ma io già ero diventato
obeso, e non avevo neppure quindici anni. Così dovetti adattarmi a fare
l’esattore, il pubblicano, come dite voi? Certo, nel settore privato, per
conto di Nerone. Come sarebbe chi è Nerone? Si vede che non siete del
quartiere. Adesso è morto da parecchi anni, ma ai suoi tempi lo
chiamavano il Negus, per via dei baffi credo. Negus dovrebbe essere una
parola africana, o turca, che vuole dire uno coi baffi. Deve essere turca,
tutti i turchi ci hanno i baffi, no? E fumano come turchi, no? E Nerone ci
aveva i baffi e fumava sempre, proprio come un turco. Poi è morto di
cancro, dicono. Mentre stava in galera. E chi lo sa se è morto di cancro o
di metallo infilato a trinciapollo nel panzone? Sono vecchie storie.
Comunque Nerone era il Negus del quartiere, quello che comandava. E io
ero uno della banda. Eravamo diversi, quelli più giovani - e io a quel
tempo ero maschiotto - facevamo le intimidazioni più facili e passavamo a
riscuotere la tassa, che la chiamavamo così, “la tassa”. Se poi c’era gente
riottosa passavano quelli più grandi e grossi di noi e sistemavano. Se non
sistemavano loro passava direttamente Nerone e quando passava lui dopo
la gente andava a cercare i pezzi degli sbruffoni nel fosso. Polizia nel
quartiere neppure ci entrava, eravamo noi la polizia.
Se mi rendevo conto che era male? Ma che domande sono? Mica sono
scemo, certo che mi rendevo conto. Ma l’alternativa era che o eri quello
che la tassa la riscuoteva o eri quello che la pagava. Era meglio essere
quello che la riscuoteva. Nerone ci pagava a mesata e ogni tanto un
regaletto. La mesata puntuale come un orologio svizzero, i regaletti
secondo come gli girava. E manteneva l’ordine in questo porcile.
*
Quando uscii di galera era cambiato tutto. Nerone non c’era più, avevano
costruito un altro milione di case popolari, era pieno di ragazzini che per
una pera ti sparavano un caricatore intero nella zucca e quando avevano
finito i colpi già non si ricordavano più neppure perché. Ed era arrivato
l’Aids. Che ci tornavo a fare nel quartiere? Cambiai città e siccome non
conoscevo nessuno passai alle rapine.
Le rapine sono la cosa più facile del mondo, non è come i furti che ci
vuole la destrezza e tutto quello stress per non farsi vedere che non sei mai
sicuro. Le rapine ti metti il passamontagna, tiri fuori la pistola e basta la
parola. La cosa più difficile è decidere se devi passare il sacco ai clienti o
devi tenerlo tu con l’altra mano, che c’è sempre quello che non riesce a
farci cadere dentro il gruzzoletto e ogni volta ti tocca sacramentare e più
sacramenti e più quello trema come una foglia e allora è meglio lasciarlo
perdere. La mia tecnica è scappare a piedi. Svolto a zig zag tre o quattro
isolati e poi entro in un bar e chiamo un taxi. Mentre zigzago tiro fuori
dalla saccoccia una borsa della spesa di quelle grosse da supermercato e ci
ficco dentro il sacco col malloppo e il passamontagna sopra, lo so che
sarebbe meglio con una valigia di marca ma è ingombrante nel momento
dell’azione.
Ancora non ho mai ammazzato nessuno. Nel corso delle rapine, intendo. E
se lo avessi fatto non lo verrei certo a raccontare a voi, no?
La cosa più bella delle rapine è che non ti beccano mai. Soldi se ne fanno
pochi, ma ci si campa. Perché non è come nei film, anche se rapini la
stazione di servizio o l’ufficio postale di soldi ce ne scappano sempre
pochini. Ma io sono uno che s’accontenta.
*
Poi mi capita una storia come questa: che era sera e rincasavo e mi
fermano due ragazzini con due pistole più grosse di loro e uno dice “Fuori
i soldi”, e l’altro “E’ l’ultima offerta, prendere o lasciare”. Ci credereste?
Mi viene da ridere, ma proprio da ridere come un matto, e quei due
interdetti. Mi vennero le lacrime agli occhi dal ridere e solo quando mi
ricomposi un po’ riuscii a dire “Ma che c’entra?”. E il primo: “Come che
c’entra? Fuori i soldi”. E io: “No, no, quello che ha detto lui”. “Perché, che
ho detto?”. “L’ultima offerta”. “Embe’, che c’è da ridere?”. “Come che c’è
da ridere? Fa ridere”. “Non fa ridere”. “E invece fa ridere”. “E io ti sparo”.
Ci credereste? Mi ha sparato davvero, ed eccomi qua. Al pronto soccorso
c’era un infermiere che la settimana prima si era trovato nell’ufficio
postale mentre lavoravo e chissà perché se l’era legata al dito, che a lui
neppure gli avevo levato la fede, niente. M’ha riconosciuto e m’ha
denunciato. Se non è sfortuna questa. Però la storia dell’ultima offerta è
veramente divertente, no? La gente quando parla proprio non lo sa quello
che dice.

***

20. Vitaliano

Vitaliano, che tutti lo chiamavano Tajano, era nato qui in paese ma chi
fosse il padre non si seppe mai. Il paese è cattivo, si sa. Così pure Tajano
diventò cattivo, doveva difendersi.
Io c’ero la prima volta che fece un guaio grosso, era proprio fuori del bar,
alla fermata della corriera. Io stavo dietro il bancone del bar, che è mio, e
siccome era mattina, i clienti erano pochi e non c’era granché da fare,
tenevo d’occhio che succedeva fuori, e fuori c’erano Gennaro il barbiere e
Tajano che altercavano. A quel tempo Tajano andava a garzone, avrà
avuto quattordici, quindici anni. Era stato a garzone pure per Gennaro il
barbiere che però era da un pezzo che non faceva più il barbiere e ci aveva
un pezzo di terra e un po’ di bestiame, e Tajano aveva lavorato pure per
lui, ma poi il sor Gennaro l’aveva cacciato e non lo aveva più pagato.
Faceva sempre così il sor Gennaro coi garzoni, dopo qualche mese li
cacciava per non pagarli. E naturalmente diceva che li cacciava perché
rubavano e che ringraziassero domineddio che non li denunciava. Era
pappa e ciccia col maresciallo dei carabinieri, e il prete era suo zio.
Però a Tajano le ingiustizie non gli stavano bene, e siccome fin da
bambino aveva dovuto lottare contro tutto e contro tutti perché era “il
bastardo della sora Nena” sapeva combattere. Così quella mattina dalle
parole grosse passarono alle botte, e Gennaro era grosso cinque volte
Tajano, ma Tajano aveva il coltello, e mentre il sor Gennaro cercava di
strozzarlo Tajano colpiva colpiva colpiva col coltello nel ventre dello
strangolatore, e colpì colpì colpì finché Gennaro il barbiere allentò la
presa, divenne tutto bianco e cadde all’indietro. Tajano gridò: “Avete visto
tutti, cercava d’ammazzarmi e io mi sono difeso”. Poi restò lì, immobile.
Passò il pullman, non salì, restò lì immobile. Finché arrivarono i
carabinieri e senza dire una parola li seguì in caserma. Poi finì in
riformatorio e quando fu maggiorenne in carcere.
*
Io lavoravo sempre al bar, che è un lavoraccio, si fatica come addannati
senza mai un giorno, un’ora di riposo; però è il bar mio ed è sempre
meglio che stare sotto padrone. Una mattina, saranno passati vent’anni, dal
pullman scende uno, e chi lo riconosceva? Entrò nel bar, prese un caffè e
poi mi disse: “Che non mi riconoscete, sor Ote’? So’ Tajano”. Saranno
passati vent’anni ma me lo sono ricordato subito. “Come mai da ’ste
parti?”, dico. “Sono uscito, non sapevo dove andare”. “Tua madre è morta,
l’hai saputo?”. “Sì, l’ho saputo”. “Ti serve un posto per dormire?”. “No,
non credo che mi fermo, volevo solo rivedere il paese”. “Qui non ti
vogliono bene, Taja’”. “Lo so”. “Ti servono un po’ di soldi?”. “Mi servono
sì”. Gli diedi quello che c’era nella cassa. “Quando potrò ve li restituisco,
sor Ote’”. “Lascia perdere. Mi fa piacere aiutarti. Mo’ vattene col primo
pullman e cerca di non metterti nei guai”. “Secondo voi dove posso
andare?”. “Non lo so, in qualche città grossa, al nord, dove ci sono le
fabbriche”. “Giusto, mi sa che fo proprio così, grazie di tutto sor Ote’. A
che ora passa un’altra corriera?”. “Fra un’ora. E’ meglio se aspetti qui
dentro, cerca di non farti vedere in giro”. Ma l’avevano già visto. “Non ci
ho paura, sor Ote’”. “Non è questione di paura, ma di prudenza. Si può
essere coraggiosi e prudenti, chi va allo sbaraglio non è coraggioso, è solo
fregnone”. Ma già lo chiamava un voce da fuori: “C’è qui quell’assassino
di Tajano figlio di enne enne?”. Lui si irrigidì. “Lascia perdere e resta nel
bar”, gli dissi. Ma la voce: “Si sente puzza di bastardo fino da qui”. E poi
un’altra voce: “Bastardo e vigliacco, si dev’essere scordato il coltello in
galera”. Allora uscì e disse: “Non mi serve il coltello”. “Allora è vero che
in galera te le hanno tagliate”. “Allora è vero che se cercate rogna l’avete
trovata”. “E vediamo” disse Cicerone, che era sempre il primo ad attaccar
briga e il primo a filarsela. “E vediamo”, disse Tajano. Fu a quel punto che
gli arrivò una sassata su una tempia, poi un’altra sul naso, poi gli furono
addosso in tre o quattro e lui a terra che cercava di proteggersi la testa
mentre quelli a calci. Finché arrivò il maresciallo e lo arrestò. Tutti e
quattro testimoniarono che lui li aveva aggrediti. I miei soldi sparirono
dalle tasche di Tajano e finirono nelle loro, e se li vennero a bere la sera.
Tajano stavolta dalla caserma finì direttamente in carcere.
*
Passarono altri vent’anni o giù di lì. Il bar l’ho venduto e sto in pensione.
Però abito ancora sopra il bar. Sto sulla sedia a rotelle e ho una badante
che mi aiuta, è rumena ed è una brava donna. Visto che non ho mai preso
moglie e non ho fratelli né sorelle se continua a trattarmi bene penso di
fare testamento che quando muoio le lascerò la casa, così se la vende e
torna al paese suo con un po’ di soldi. Una mattina bussano alla porta. La
signora Maria apre e chi si presenta? Tajano. “C’è il sor Otello?”. “Sì”.
“Posso vederlo?”. “Se vuole vendere qualcosa, no. Non ci serve niente”.
“No, non vendo niente, gli voglio solo restituire una cosa, ditegli che sono
Tajano”. “Italiano?”. “No, Tajano, è un nome di persona”. “Tajano?”.
“Tajano”. Ma io dalla cucina avevo già sentito, per farmi sentire strillai:
“Entra, entra, sto in cucina”. Aveva i capelli bianchi, la faccia scura e
grinzosa, ma era ancora alto e forte. Io invece. “Signora Maria, ce lo
prepara un caffè?”. “Per il signore sì, ma per lei, nonno, no, che le fa
male”. “Un goccetto, un goccetto solo. Tu mettiti seduto, Taja’. Quanto
tempo”. “Sono venuto a restituire i soldi che mi prestò, sor Ote’”. “Ma per
favore, tienili tu che ti serviranno, e poi non te li rubarono quella
mattina?”. “Me li rubarono sì, ma lei me li aveva prestati e mo’ glieli
restituisco e tante grazie”. “Tienili, Taja’, che a me non mi servono e a te
invece magari sì”. “Ma sono venuto apposta per restituirli, non mi faccia
’st’affronto di rifiutarli”. “Allora li piglio e grazie, sei sempre stato un
bravo ragazzo. Ti vuoi fermare a pranzo?”. “No, riparto subito”. “Ci hai la
macchina?”. “No, sono venuto con l’autobus”. “E lo sai quando c’è il
prossimo?”. “No, ma lo chiedo al bar”. “Meglio di no, il bar l’ho venduto
al figlio di Magnacani. Ma può darsi che l’orario lo sa la signora Maria.
Eh, signora Maria, quando c’è un pullman per Roma o per Orte o per
Siena?”. “Per Roma, Orte o Siena?”. “E’ uguale”. “Per Roma tra dieci
minuti”. “Allora è meglio che mi sbrigo, sono contento d’avervi visto, sor
Ote’”. “Pur’io, Taja’”.
Alla fermata lo aspettavano. Mentre lo trascinavano via sanguinante verso
la caserma, e ridevano, e ululavano, io pensavo che non sarei vissuto altri
vent’anni per poter vedere di nuovo mio figlio.

***

21. Chi ben comincia


Mi piacerebbe poter dire che la mia cattiva fama è frutto di un equivoco,
ma sarebbe una tale castroneria che pure uno come me si vergogna a dirla,
e io non mi vergogno di niente.
Cominciò per caso: stavamo giocando a bocce, e la colpa fu delle bocce: se
giocavamo a pallone non gli avrei sfondato il cranio, ma con una boccia,
una volta che l’hai tirata con tutti i sentimenti e hai colpito il bersaglio è
fatta.
Poi feci la fesseria delle fesserie: scappai. Ci ho ripensato mille volte: se
fossi restato lì magari una soluzione si trovava, potevamo sotterrare il
cadavere e acqua in bocca, figurarsi se i ragazzi non me la davano una
mano. Invece fuggii e loro lasciarono lì quel fagotto che rantolava e
sanguinava e se ne tornarono dentro l’osteria a farsi un altro mezzo litro e
una gazzosa (che poi è un modo di dire, di mezzi litri a quel tempo ce ne
facevamo sei per uno in un par d’ore) e dissero all’oste che nel campo da
bocce c’era un morto, e l’oste chiamò i carabinieri e i carabinieri fecero
l’inchiesta e siccome nessuno aveva visto niente e l’unico che era sparito
ero io mi cucirono addosso la responsabilità del fatto di sangue. Se ero
restato lì non era successo niente, potevamo sotterrare la salma e fine della
partita; oppure potevamo lasciarla lì, rientravo pure io nell’osteria e
nessuno mi avrebbe mai accusato di niente. Invece feci la fesseria delle
fesserie. Sono errori che si fanno da giovani. Poi li paghi per tutta la vita.
Ma io non è che mi lamento della vita mia, eh.
Il resto fu la logica conseguenza. La sera avevo fame, e vorrei vedere voi
dopo aver girovagato per i campi tutto il resto della giornata, così entrai in
quella villa per vedere se trovavo da mangiare un boccone. Sfortuna volle
che ci fosse l'allegra famigliola perché era domenica ed erano venuti a
passarla in campagna. Se se ne erano restati in città adesso ancora
campavano. Invece no. La gente di città a noi del paese non ci è mai
piaciuta. Vengono qui e gli pare di essere i padroni del mondo. Così
gliel’ho fatto vedere che non erano i padroni del mondo. A tutti e quattro
(cinque col ragazzino piccolo, che però non conta perché non l’ho
ammazzato io, è morto da solo quando l’ho buttato giù per le scale). Se se
ne fossero stati buoni e zitti campavano ancora, e invece cominciarono ad
abbaiare come che mi videro entrare dalla finestra, tutte quelle storie per
un vetro rotto. Se la sono proprio cercata. La gente di città non sa
combattere: loro erano in quattro e io ero da solo, invece bastò che io
afferrassi la ragazzina e tirassi fuori la lama, e tutti agnellini, sissignore,
tutti agnellini: quando erano tutti e quattro legati (il sor padrone e il
rampollo adolescente li feci legare dalla signora, poi la signora dalla
signorina, poi la signorina la legai io, poi mi misi a mangiare quel che
c’era e il resto fu l’ovvia conseguenza. Che fessi, dico io. Il pargoletto lo
trovai al primo piano quando mi misi a dare uno sguardo in giro se c’era
qualche cosa di valore, visto che c’ero.
Il difficile non è procurarsi la roba di valore, è riuscire a venderla. Io a
quel tempo non conoscevo nessuno del giro. Caricai sulla macchina
dell’allegra famigliola ormai defunta quel po’ di robetta che si poteva
vendere, e mi diressi in città: era la prima volta che guidavo una macchina,
ma alla fine è come il motorino e il trattore.
Prima d’allora in città c’ero stato solo per andare al cinema o al
supermercato o da una di quelle. Però non ci voleva molto a capire che se
avessi girato di notte prima o poi avrei trovato un cliente. Invece era quasi
l’alba e la benzina stava per finire e io avevo girato duecento bar e bevuto
altrettanti caffè e niente avevo combinato. All’epoca ero uno ingenuo, oggi
lo so che troppi caffè fanno male. Insomma, mi venne una gran voglia di
sfogarmi di tutta la rabbia che ci avevo, poi mi servivano i liquidi - nel
senso delle svanziche, dico - perché non è che puoi pagarti un albergo
lasciando sul bancone due fedi o qualche posata d’argento, e siccome non
conoscevo nessuno pensai di unire l’utile al dilettevole e mi diressi in
periferia dove sapevo che c’erano quelle signore. Adesso non mi ricordo
più bene, ma finì male prima ancora della prestazione perché quella voleva
essere pagata prima e a me non mi andava di darle i soldi che tanto poi
avrei dovuto riprendermeli, così la strozzai subito. Nella borsetta c’era una
miseria, ma meglio di niente.
Poi lasciai la macchina nel parcheggio dietro la stazione e presi il primo
treno in partenza, dormii per tutto il viaggio. Ormai il più era fatto.

***

22. Come nacque l’équipe

A quel tempo lavoravo col dottor Burganza nel ramo rapine.


Nell’équipe (noi la chiamavamo équipe, e certe volte per scherzo “équipe
84”) c’eravamo il dottor Burganza, io, Cicorietta e Mammolone. Non lo
dite a me che Cicorietta e Mammolone non sono nomi da combattimento
adatti a dei rapinatori con gli attributi; cento volte gliel’ho detto che
dovevano scegliersi un altro soprannome, ma li chiamavano così già da
prima e ci erano affezionati. Cicorietta perché era il figlio del figlio di
Peppe Cicoria, che al paese se lo ricordavano ancora tutti di fama perché
era l’uomo più forte del mondo, spaccava una damigiana con una testata e
faceva a corse coi treni. Mammolone perché era il fratello di Mammoletta
che era morto come era morto; Mammolone era un po’ sovrappeso. Io?
Adesso mi chiamo Yanez ma da ragazzo mi chiamavano Bestemmione,
indovinate perché. Il dottor Burganza un soprannome non ce l’aveva
perché non era del paese, al paese ci era venuto ad abitare che aveva già
passato la quarantina che a quei tempi uno era considerato vecchio, e
faceva il maestro di musica della banda del paese ma tutti lo sapevano che
non campava di quello e se si era comprato il villone che si era comprato
non era certo dirigendo marcette. Si raccontava che era uno di quelli che
ogni tacca che aveva inciso sul bastone (era zoppo) era un cristiano di
meno. Dicevano pure che era stato prete, che era un vampiro, che da
giovane aveva giocato nella Spal o nel Fanfulla e un sacco di altre storie.
Al paese la gente aveva una fervida immaginazione a quel tempo, la
televisione ce l’aveva solo il bar.
*
Come nacque l’équipe me lo ricordo bene. Io e Mammolone eravamo
ragazzi e facevamo quelle stupidaggini che fanno tutti i ragazzi; una notte
mentre lavoravamo in una cantina com’è come non è il padrone ci
sorprese. Ancora mi chiedo com’è stato possibile: la notte la gente perbene
dovrebbe dormire, no? Oltretutto per venire nella cantina era pure dovuto
uscire di casa. La gente è strana. Il problema è che ci riconobbe. A quel
tempo non usava di mascherarsi. Ci toccò ammazzarlo. Non tanto per
quello che stavamo facendo nella cantina sua - avevamo preso qualche
prosciutto, robetta così, poi ci eravamo fermati a mangiare e bere un po’ -
ma perché si sarebbe capito che eravamo stati noi a fare tutti quei lavoretti
che da qualche mese davano un po’ di vita alle notti del paese; così ci
toccò ammazzarlo. Ma quello prima di morire cominciò a strillare come se
scannassimo un maiale. E ci volle parecchio tempo perché ammazzare
qualcuno a coltellate, soprattutto se non è consenziente, non è che lo fai in
cinque secondi come con un mitra, ci vuole un sacco di tempo. E quello
strillava. E più strillava e più gente svegliava per il paese. Così ci toccò
finirlo in fretta, e per essere sicuri gli segammo la testa, che lo so che
sembra una brutalità gratuita ma vorrei vedere voi in un momento come
quello con la fretta e tutto, e la rabbia che i due sacchi già pieni di
prosciutti ormai toccava lasciarli lì perché non si possono avere insieme le
ali ai piedi e mezzo quintale di carne di porco sulle spalle, e l’apetto
l’avevamo lasciato a distanza di sicurezza parcheggiato in un angolo buio
della piazza per non dare nell’occhio, il paese è piccolo, si sa. Insomma,
fatto il servizietto di decollare il tizio, via a tutta callara che già le finestre
s’aprivano, per fortuna l’illuminazione pubblica a quei tempi era quella
che era, che ci volevano i raggi x per vederci a dieci passi, e noi eravamo
svelti come la polvere.
Però erano svelti pure i canacci che ci venivano dietro perché i randagi
sono così, di notte girano per il paese e si accodano a tutto quello che si
muove e se si muove in fretta mentre lo rincorrono abbaiano come
addannati. Poi il paese è piccolo e in mezzo minuto sei già in campagna, e
all’ultima svolta dell’ultima casa in chi intruppiamo? in quel bietolone di
Cicorietta che non l’ho mai capito che ci stava a fare in giro a quell’ora di
notte, e siccome vedeva che fuggivamo cominciò a fuggire pure lui
insieme a noi. E i cani sempre dietro. E facevano una cagnara che era
proprio una cagnara, che è per questo che si chiama cagnara, no? E ormai
erano già due o tre minuti che correvamo e per fortuna che la strada era
asfaltata perché era buio pesto, però il rischio era grosso a restare sulla
strada provinciale, se passava una macchina figurati se non ci
riconoscevano. Ma lasciare la strada e buttarsi per i campi era peggio: non
si vedeva un accidente, si rischiava come niente di rompersi le corna
addosso a una pianta e si sarebbero lasciate tracce che pure un cieco le
avrebbe viste. Mentre correvamo passammo davanti al giardino della villa
del dottor Burganza, che stava sul cancello e ancora oggi mi chiedo che ci
stesse a fare sul cancello a quell’ora di notte. Disse solo: “Entrate,
imbecilli”. E noi entrammo, sempre di corsa, come se fossimo la fanfara
dei bersaglieri. Chiuse il cancello e i cani restarono fuori a fare la serenata.
Allora uscì con un budello di gomma di quelli che si usano per annaffiare
gli orti, e a forza di scudisciate sciolse l’orchestra canina, che si disperse
nella notte. Ci fece entrare in un casotto che era di fianco alla villa e ci
teneva la macchina e un sacco di ferraglia da film dell’orrore, e disse:
“Restate qui e non fate casino”. Ci chiuse dentro e sparì. Nel buio
Cicorietta ci chiese che era successo. “Niente”, dissi io. “E allora perché
correvamo?”. “E che ne so io perché correvi tu?”. E tutti a ridere, ma a
ridere così di cuore, con tutto che eravamo sfiatati, che non riuscivamo più
a smettere e sentivo le lacrime sgocciolare la faccia e i crampi allo
stomaco. Quella frase, “E che ne so io perché correvi tu?”, ormai saranno
vent’anni che ce la ripetiamo, ed ogni volta sono risate a crepapelle, giuro.
Per un bel pezzo non si sentì nessun rumore venire dalla strada. Poi
sentimmo aprire la porta, si ripresentò il dottor Burganza e disse:
“Seguitemi”. E ci portò nella villa. Adesso non sto a raccontarvi com’era
la villa, magari un’altra volta. Ma certo era grossa da far paura. Ci portò in
una specie di scantinato dove c’era un biliardo, un biliardo vero come
quelli nei bar. E da una parte una specie di bancone come quelli dei bar,
solo più corto, e dietro una vetrinetta di bottiglie di liquori. Prese una
bottiglia, quattro bicchieri, c’indicò un tavolino col panno verde sopra, e
una volta seduti disse: “Che ci facevate in giro a quest’ora?”. Io, che sono
sempre stato un tipo sveglio, risposi per tutti: “Niente, facevamo una
passeggiata quando un branco di cani randagi ci ha aggredito”. E il dottor
Burganza: “Che ci facevate in giro a quest’ora?”. E io: “Niente, gliel’ho
detto”. E quello, sempre con lo stesso tono di voce: “Ho sentito, ma che ci
facevate in giro a quest’ora?”. Né io né gli altri due sapevamo che dire o
che fare. Fu a quel punto che mi accorsi che Mammolone era tutto sporco
di sangue di quando avevamo prima accoltellato e poi segato il collo al sor
Bastiano. Mi guardai e vidi che io pure non ero da meno. Cicorietta invece
era immacolato, a parte le macchie di sudore. Pure Mammolone se n’era
accorto di come eravamo conciati, e adesso pure Cicorietta.
Azzardai: “Ci hanno aggredito i cani, ci hanno morso, guardate un po’, se
non era per lei, grazie, grazie davvero, adesso leviamo il disturbo”. E
quello: “Che ci facevate in giro a quest’ora?”. Ci scoccammo un’occhiata
tra me e Mammolone: noi eravamo in due e il dottor Burganza era solo,
Cicorietta non si sarebbe certo impicciato, era un amico. Avevamo fatto
trenta, potevamo fare trentuno. Ma il dottor Burganza era il dottor
Burganza, all’epoca non lo conoscevo, io ero solo un ragazzotto, ma
adesso che saranno vent’anni che ci lavoro lo so chi è; disse ancora con lo
stesso tono di voce inerte: “Che ci facevate in giro a quest’ora?”, e nella
mano adesso invece del bicchiere era apparso un ferro. Cicorietta, memore
dell’avo e bramoso di compier atti di valore - forse pure per l’invidia che
noi già eravamo zuppi di sangue e lui solo di sudore -, disse: “Siamo in
tre”. E il dottor Burganza, con la stessa voce: “Quindi due palle per uno, e
non è un’allusione oscena”. Tacque un attimo per vedere l’effetto della
battuta - non ci fu nessun effetto, non mi ricordo neppure se la capimmo
subito -, poi aggiunse: “Che ci facevate in giro a quest’ora?”. Gli altri due
guardavano me, ma a me non veniva in mente niente. Così passò un mezzo
minuto o una mezz’ora, poi il dottor Burganza disse: “Bevetevi un altro
bicchiere, vado a cercarvi qualche vestito pulito”, si alzò e lemme lemme
appoggiandosi al bastone con le tacche uscì.
Restati soli Cicorietta chiese: “Insomma, che diavolo è successo?”. E
Mammolone: “Correvamo”. E giù risate. Isteriche e di cuore. Poi
bevemmo e bevemmo ancora. Poi tornò il dottor Burganza con due paia di
calzoni e di camicie, qualche asciugamani, qualche strofinaccio, un
secchio. Ci indicò una porticina dietro cui c’era un bagno da favola e disse:
“I vestiti insanguinati nel secchio, lavarsi e rivestirsi. Torno tra mezz’ora, e
il bagno deve essere uno specchio”, e uscì di nuovo.
Quando tornò tutto era stato eseguito, si sedette e disse: “Che ci facevate in
giro a quest’ora?”.

***

23. Il male minore

Ho sempre seguito questa regola: scegliere il male minore. Voi no? Io dico
che bisogna essere i campioni del mondo della stupidità a scegliere il male
maggiore. La conosco la solfa: non sempre si può decidere facilmente
quale sia il male minore e quello maggiore. Congratulazioni, avete
scoperto l’acqua calda. Però il più delle volte eccome se si può decidere.
Quasi sempre si può decidere. Il punto è agire di conseguenza, questo è il
punto. Perché c’è poco da chiacchierare, quello che conta è avere la
capacità di fare quel che si deve. E quel che si deve, dal momento che si
deve, va fatto.
Io, per esempio: se fossi stato un pusillanime come tanti, adesso che ero?
Un disgraziato, che bene che andava facevo ancora il muratore o al
massimo l’usciere, e passavo la vita a prendere schiaffi. Invece io non li
prendo gli schiaffi, li do gli schiaffi. Perché? Perché ho scelto il male
minore. Il bene? Ma quale bene? Il bene è il male minore, sissignore. Il
mondo è così che va. Non ve ne eravate accorti? Non fate gli innocentini
perché pure voi cento, mille volte avete fatto come me. Sulla vostra scala,
non dico di no. Ma anche la vostra scala, che altro è se non scegliere il
male minore? E’ che voi siete più fifoni di me. Per questo adesso io ho la
pistola e voi tirate fuori il portafogli: scegliete il male minore. Come io
scelgo il male minore. Solo che il male minore mio è meglio del vostro.
No, no, non è che voglio farvi un comizio nel bel mezzo di una rapina: vi
sto solo informando, e forse - chissà - educando. Aprite gli occhi, bamboli.
Perché, la banca non vi deruba? Coi vostri soldi ci si arricchisce e a voi le
briciole delle briciole, babbei che non siete altro. Però venite qui e gli date
i quattro spiccioli vostri. Facevate meglio a metterli sotto il materasso, ve
lo dico io, anzi: a papparveli tutti in buona salute finché la salute c’è, che
tanto che volete mettere da parte? Prima che ve ne accorgiate arriva la
grande livellatrice e buonanotte ai suonatori. E lo stato? Che è lo stato se
non il primo estorsore del mondo? Non solo vi porta via il pizzo sul frutto
del vostro lavoro, ma si prende anche i vostri corpi tutte le volte che gli
serve carne da macello, e la roba vostra pretende che sia anche la sua, e chi
protesta in galera, avanti marsch. Però voi pecoroni tutti contenti a
lasciarvi tosare, e perché? Perché avete paura. E siccome siete vigliacchi
scegliete quello che vi sembra il male minore, e non vi accorgete che
invece è il male maggiore. Io non sono un vigliacco, e quindi sono più
lucido di voi, e quindi valuto meglio cosa mi conviene. Per questo io
azzecco il male minore.
E adesso che avete tutti versato il vostro obolo vi saluto con tanti
ringraziamenti, anche se dovreste essere voi a ringraziare me perché
potevo fare una strage, così, tanto per esercitarmi al tiro a segno, ed invece
non ho spappolato la testa di nessuno. Sono o non sono un gentiluomo?
Mo’ statevene buonini buonini per cinque minuti e poi fate il cavolo che vi
pare. Ma se per caso vi viene in mente di non aspettare i cinque minuti
cinque e date l’allarme prima, allora giuro sul cielo e sull’inferno che torno
a cercarvi uno per uno e vi faccio saltare le cervella e poi me le cuocio al
tegamino. Sono stato chiaro?
*
Dice: scegli il male minore. Pare facile. “Ninetto, è ora di andare a
scuola”, ma a me di alzarmi non mi andava, io volevo restare a letto. Ma
poi a cinghiate mi pigliavano se non mi tiravo su, e allora mi alzavo, mi
alzavo, e prendevo la strada della scuola. Ma a scuola non ci andavo,
andavo a tirare i sassi agli storni con la fionda, che era parecchio più
divertente. Però dopo qualche mese a casa se ne accorsero. E dovetti
decidere. Mi sembrò il male minore. Poi mi arrestarono.
*
Che ne penso del bene e del male? Che il bene è buono e il male no. Dico
bene? E a me mi piacciono le cose buone, le cose belle. Se per averle devo
fare del male agli altri non è un problema, magari loro preferiscono il
male, che ne sai? Se mi è mai capitato di dover scegliere il male minore?
Ma che domande sono? Il male è male, io scelgo sempre il bene. Facessero
tutti come me, sarebbe un mondo migliore. Io di famiglia ero un
poveraccio e adesso sono ricco. Avrò fatto bene? Certo che ho fatto bene.
Quelli che ho fatto piagne? Se lo meritavano, se uno non sa giocare non ci
si doveva iscrivere al torneo, no? Il male minore! Ma dove le trovi certe
domande, eh? Da’ retta a me, scegli sempre il bene e vedrai che campi
felice. La vita è già tanto corta e miserabile che è proprio da scemi
avvelenarsela a gratis. A proposito: ci sarebbe da fare un lavoretto, se ti va
di partecipare ti metti in tasca pure tu qualche soldarello, così ti compri un
vestito decente che sembri uno spazzacamino. Ce l’hai già il ferro o te lo
devo rimediare io?
*
Questa è filosofia, ci ho ragione? Mi piace la filosofia, perché uno pensa
per il gusto di pensare e basta. E’ come quando stai al mare, solo che lo
puoi fare pure dentro casa o dove ti pare a te. Capita raramente di poter
fare un ragionamento come si deve, senza la fretta di giocare la carta,
senza l’assillo delle bollette, della macchina che fa un rumoraccio, del
gaglioffo che non paga il debito suo e ti costringe a fare quello che non gli
vorresti fare ma glielo devi fare perché chi non sta sopra sta sotto e io sotto
non ci sto neanche morto.
Quale era la domanda? Il male minore? Vediamo. Il male minore è quando
ci sono due mali e uno è il male maggiore che è come se fosse un mare di
letame - lo sai che è il letame, no? - e quell’altro è il male minore che
sarebbe come una pozzanghera di letame - hai capito, sì, che è il letame? -,
e allora se proprio devi scegliere, tu scegli la pozzanghera, no? Che è il
male minore. Per esempio adesso: non è che ti ho incontrato per caso, no?
Mi ha mandato qui Giorgetto Mozzicone. Ah, lo vedi che ti ricordi? E ti
ricordi pure quello che gli devi dare al Mozzo? Ti ricordi, ti ricordi. Lo dai
a me e siamo tutti contenti. Non me lo dai e io ti spezzo un dito. E no,
allora non mi capisci, non mi devi inventare scuse, perché così m’offendi.
Mi devi dare i soldi o il mignoletto. Dicono tutti così. Ma a me non me ne
frega niente, io faccio il lavoro mio, no? Ci dovevi pensare prima, ci
dovevi pensare. Guarda, proprio perché sei tu, adesso ti spiego una cosa.
Oggi è il mignoletto, ma fra una settimana ti devo mozzare un’orecchia se
tu insisti ad essere inadempiente. Lo capisci, no? E mo’ che fai? E che
sarebbe quella? Ma che ti vorresti inventare? Non sono giocattoli per gente
come te.
Ahia. Porco quel cane di un porco cane, ma che t’ha detto la capoccia?
Guarda che buco che m’hai fatto, guarda che fiume di sangue. Che dolore,
che dolore, povera panza mia. Ma mica mica che starò per morire? Che
dici? Eh? Il male minore?
*
Pure io sono per l’ambiente. Tutti sono per l’ambiente. Perché allora ho
dato fuoco alla macchia, è questo che vuoi sapere? Perché mi pagano, sor
paino, perché mi pagano. Tu mi paghi per non dar fuoco alla macchia? No,
eh? E io le sigarette, la roba che si mangia, la casa, la macchina e le rate e
le bollette con che le pago? Con lo spirito santo? A te ti pagano per fare lo
sbirro? E a me mi pagano per dare fuoco. Siamo pari, mi pare. Che a te ti
piace di dover lavorare? Neanche a me. E’ il male minore.
*
Ormai c’ero. E o la va o la spacca. E scappa fuori ’sto fregnone a rovinare
tutto. Eh no, eh. Mi dispiace, ma non scherziamo. Se è o io o tu, allora
meglio tu. E salutami belzebù.
Il male minore? Il mio o il tuo?

***

24. Se lo dice il partito

L’altra sera ero al bar con Pippalume che aspettavamo Dogarella e


Fischiottone per giocare a quartiglio e c’era la televisione accesa, e alla
televisione facevano vedere quel ladrone compare dei mafiosi che si
portava a letto le ragazzine che era tutto contento che aveva vinto le
elezioni regionali di non mi ricordo dove e diceva che adesso vinceva pure
le elezioni per il parlamento, che era colpa dei comunisti se l’Italia non
andava ai mondiali, e che appena tornava al governo levava le tasse e dava
lavoro a tutti. Pippalume che è materiale come un mazzapicchio già
cominciava a sacramentare che quello doveva stare in galera e che invece
siccome era ricco in galera non ci andava mai, che se un giorno le elezioni
le vinciamo noi poi lo andiamo a cercare a casa, gli leviamo pure le
mutande e lo mandiamo ad abitare alle case popolari, che poi è dove
abitiamo sia io che Pippalume. Allora gli ho detto che io quello non ce lo
volevo dove abito io, che dove abito io sarà pure lo schifo dello schifo ma
almeno quello lì non c’è, e lui m’ha risposto quanto sei fesso, se vinciamo
le elezioni noi delle case popolari andiamo ad abitare nelle ville sue che
dopo espropriate diventano case del popolo e a lui gli diamo da scegliere
l’appartamento che gli pare dove abitiamo noi adesso. E perché quello che
gli pare? Io gli lascerei quello proprio sopra la fogna che c’è una puzza che
solo lo zio Bozzagrone riesce ad abitarci. E Pippalume: No, questa sarebbe
una crudeltà, e noi non siamo come loro, noi siamo per la giustizia e per la
misericordia. E io: Lo dice il partito? E lui: Lo dice il partito. E allora se lo
dice il partito va bene così, però mi rode che quello si sceglie
l’appartamento che gli pare, però chi se ne frega, che tanto la muffa e la
puzza c’è in tutti.

***

25. Romanzi

A me invece i romanzi m’annoiano.


Non è che ne ho letti parecchi, anzi. Una volta ne ho cominciato uno, ma
non l’ho mai finito. Primo, non ci si capiva niente e era pieno d’errori. Poi
era pure troppo lungo e uno non è che si può ricordare tutto da una sera
all’altra, che per leggerlo tutto ci sarebbero voluti almeno almeno un paio
di mesi. Io poi di giorno lavoro, e la sera preferisco guardare le partite.
Anche perché ho fatto l’abbonamento per vedere le partite e devo
ammortizzare la spesa. Però le sere che le partite non ci sono volevo
leggere ’sto libro, ma finisce sempre che guardo lo stesso la televisione,
anche se non fanno mai niente. Se non ci sono le partite cerco il pugilato,
ma non lo fanno quasi mai in televisione.
Mi piacciono pure i film del vecchio West, ma pure quelli non li fanno
mai, fanno solo film di poliziotti ma a me non mi sono mai piaciuti gli
sbirri. E poi raccontano tutte storie americane che uno non ci capisce
niente, coi nomi americani, le macchine americane, tutto americano, ma
qui stiamo in Italia, no? E allora alla televisione facessero i film italiani.
Per esempio Franco e Ciccio, Staglio e Oglio, Sciarlò e Totò. Invece fanno
solo ’sti film che li capiscono solo i professori. Però i soldi lo stato ce li
leva pure a noi che lavoriamo: e questa sarebbe una cosa giusta? Io dico di
no.
All’officina tutti che dicono che io non leggo, che non m’informo, e che
allora sarei l’ultimo dei fessi. Intanto informarsi di che? Il giornale lo
leggo al bar. Le pagine sportive, che tanto il resto sono sempre le solite
buffonate, non c’è una parola di vero sui giornali, lo sanno tutti. E poi
quegli altri che chiacchierano tanto vorrei vedere se veramente loro li
leggono tutti ’sti giornali e tutti ’sti libri; io dico che non legge niente
nessuno.
Però insomma quella sera che ho trovato quel libro su una panchina me lo
sono preso, perché non sono l’ultimo dei fessi. Ho preso pure tutto lo zaino
che dentro c’era il libro. A dire il vero quando ho preso lo zaino non lo
sapevo che dentro c’era il libro, e non è che mi sono messo a guardare
dentro, l’ho preso e mi sono messo a correre, così quello zozzone che era
andato a orinare dietro la siepe s’impara a fare gli atti osceni in luogo
pubblico. Ma lo zozzone poi m’è pure venuto dietro di volata come un
bersagliere con la patta ancora aperta che strillava al ladro al ladro e
pretendeva pure di prendersela con me, con me che sono un cristone
mentre lui era un soldo di cacio, che m’è toccato metterlo a posto lì per lì.
Quando sono arrivato a casa ho aperto lo zaino e ho trovato il libro, i
quaderni, il diario e l’astuccio con le matite, la penna e la gomma per
cancellare: nient’altro. Ditemi voi che gioventù sta crescendo. Ho buttato
tutto nella stufa, ci ho la stufa a legna ma la legna costa, così ci brucio quel
che capita. Il libro no, il libro l’ho tenuto. Che è un libro famoso: I
promessi sposi. Ho pensato che se proprio dovevo leggere un libro tanto
valeva che leggevo un libro famoso.
Però era lungo una quaresima e non ci si capiva niente, e non c’erano
neppure le figure. A me mi piace Tex perché ci sono le figure. Di Tex ne
avrò letti più di cento. Però dice che non vale come libro. Comincio ’sto
libro e non si capisce una parola. Allora salto una manciata di pagine e
dopo si capiva un po’ meglio, però non ci si capiva niente lo stesso,
pensate che certi tizi che chiunque lo capiva da lontano un chilometro che
erano mafiosi, embe’, lì li chiamava bravi. Bravi, bravi. Come la brava
gente. Ditemi voi se uno che scrive certi spropositi può fare lo scrittore. E
era Manzoni, dico, mica Checco de la sora Nena. Insomma, ho lasciato
perdere.
Poi ieri è successo l’affaraccio. Io stavo all’officina che lavoravo quando
arrivano questi due carabinieri e dicono che mi hanno denunciato per
aggressione e rapina e dovevo andare con loro. Ma quale aggressione e
quale rapina, dico io, vedete d’andarvene. Non fare il furbo, Smoccolo’,
dicono loro (Smoccolone sarei io, non è il nome vero, mi ci chiamano
perché bestemmio facile). Che furbo e furbo, dico io. E per far capire che
non scherzavo tenevo la chiave inglese per aria pronta all’uso. Hai rapinato
uno studente ai giardinetti, e l’hai pure massacrato di botte che sta ancora
all’ospedale - dicono - ma t’ha riconosciuto e a casa tua abbiamo già
trovato il libro suo, sei fatto, Smoccolo’, sei proprio fatto stavolta. Così
sareste entrati in casa mia in mia assenza e senza la mia autorizzazione,
eh? E vi fate chiamare la legge, eh? Questa è violazione di domicilio, ve lo
dico io, vedete se non vi faccio passare un guaio, vedete. Ma quelli più
ingrugnati di prima: Falla finita, Smoccolo’, e vieni con noi senza tante
storie. A me pretendevano di parlare così, come si parla a un cane? Quei
due corvacci neri neri. Allora ho detto: Ma io vi rompo la chiave inglese
sul muso vi rompo. Non aggravare la tua posizione Scanocchi Ruggero,
dice il carabiniere che pensava di comandare (a proposito: Scanocchi
Ruggero sono sempre io, Smoccolone, che mi chiamano pure
Ruggeraccio). Non aggravare tu la tua e vedi d’andartene prima che ti
capita qualche guaio, ripeto io, perché io sono uno che non cerca rogne e
avvisa sempre prima, sono uno leale io, come Tex detto anche Aquila della
Notte.
Fu a quel punto che il carabinieretto sottoposto ebbe la bella pensata di
provare a levarmi la chiave inglese. E il resto già si sa: gliela diedi sulla
fronte una, due, tre volte, e le ossa scrocchiarono, eccome se
scrocchiarono, poi feci scrocchiare le ossa pure a quell’altro, il capoccia
suo che faceva tanta cacca e si credeva d’essere ’sto non vi dico che. Poi
uscii dall’officina per andare al bar a farmi un camparino. Ci voleva.
Quando tornai all’officina qualcuno aveva già chiamato l’ambulanza, e il
principale, che poi è il padrone dell’officina, Tombolone, mi levò la chiave
inglese mezza scintillante e mezza impiastrata di rosso che ce l’avevo
ancora in mano e mi disse che facevo bene se me ne andavo. E dove vado?
dissi io. E lui: Dove ti pare, ma lontano, e pure svelto, Smoccolo’. E’ facile
dirlo ma io non ci ho neanche il motorino, e figurarsi se qualcuno era
disposto a darmi un passaggio (e poi per dove?), così tornai al bar a farmi
un altro camparino, che ci voleva proprio. Dopo un paio d’ore mi sono
venuti a prendere che saranno stati almeno in venti coll’artiglieria spianata
neanche fossi Rambo. Adesso sto al gabbio. E perché? Per aver cercato di
leggere quel libraccio che era meglio se gli avevo dato fuoco.
I romanzi, bella roba.

***

26. Tutti i mestieri

Ho fatto tutti i mestieri io.


Ho fatto il muratore e l’autista, il cameriere e il parrucchiere per signore.
Proprio. Non te l’aspettavi, eh? Invece sì.
Ho lavorato a Milano e a Siracusa. Ho raccolto le mele in Trentino. E i
pomodori a Tarquinia. Ho dato lezioni private, sissignore, lezioni private.
E ho fatto il dj in una radio libera, ai tempi delle radio libere che tu ancora
non eri neppure nato. Ero lì lì per fare un disco a quei tempi, poi ho
lasciato perdere. Ho fatto il garzone, come no, e ho guidato il furgone che
prima che faccia mattina porta le paste ai bar. Ho giocato a rugby e a
scacchi.
Le ho fatte tutte, le ho fatte. Sono stato pure in Francia una volta, ma
quando non capisci la lingua è sempre una rogna.
Com’è che mi trovo qui? Un errore giudiziario, no?
*
Eccome se me la ricordo la famosa rapina al Banco della Scimmia. Per
puro caso mi trovavo da quelle parti quella mattina, stavo al bar proprio di
fronte quando sono cominciati i botti, che all’inizio tutto il bar si svuotò
perché tutti volevano vedere che succedeva ma quando venne giù la prima
vetrata allora tutti rientrarono nel bar e tutti giù per terra dietro i tavolini i
cuordileone. Io invece uscii per dare una mano. Una mano alla giustizia,
s’intende. E quelli che hanno fatto? M’hanno arrestato. A me, che non
avevo neppure finito il caffè.
*
Il processo fu una buffonata, ma proprio una buffonata. Non si poteva
ridere perché c’erano stati tutti quei morti e a ridere s’indisponeva il
pubblico televisivo che c’erano le telecamere. Allora eravamo lì tutti con
le facce serie serie che sentivamo quei cretini di avvocati che dicevano
tutte quelle frescacce. Risultato? M’hanno condannato a me che non
c’entravo niente. La pistola non era la mia. Nella confusione uno di quelli
accucciati per terra disse che m’aveva visto, ma che poteva vedere che
stava lì a leccare le mattonelle con la lingua? Io ero un cliente, e m’hanno
fatto passare per rapinatore.
*
E’ mentre ero in galera che mi sono invelenito. L’avvocato m’aveva
mollato, e io ogni giorno masticavo amaro e mi dicevo che questa porca
società non si meritava altro che quello che si meritava e che quando
uscivo mi ci volevo proprio impegnare a fare la rivoluzione. La
rivoluzione, sì, avete presente?
In galera c’era uno ch’era anarchico e che insegnava un sacco di cose, e la
prima cosa che insegnava è che la proprietà è un furto. Proprio così, l’ho
imparato a memoria: la proprietà è un furto. Io non me n’ero mai reso
conto prima. E lo spiegava bene, solo che la spiegazione adesso non me la
ricordo più, con tutto il tempo che è passato, però che la proprietà è un
furto non me lo sono scordato più.
*
Poi uscii, insieme ad altri due che ci facemmo strada a revolverate che gli
amici erano riusciti a farci avere i ferri del mestiere da un secondino
corrotto che durante la fuga ammazzammo pure lui così sei sicuro che si
sta zitto.
E una volta fuori andai da Romoletto a chiedere la mia parte del bottino
della famosa rapina al Banco della Scimmia. Ma Romoletto mi disse che
aveva speso pure la parte mia che pensava che tanto a me non mi serviva
visto che ci pensava lo stato a mantenermi. Non dico che l’ho ammazzato
perché non sono un fesso. E poi il cadavere non l’hanno mai ritrovato.
Poi ho ripreso a lavorare, ma ormai lo sapevo che la proprietà è un furto,
ed avevo deciso di passare alla lotta per la liberazione dell’umanità, a
cominciare dalla mia modesta persona, l’ho detto che non sono un fesso. Il
mio programma? Espropriare gli espropriatori.
Mentre che lavoravo mi sono rimesso a studiare. Avevo preso la terza
media mentre ero al fresco. Io sono uno che studiare gli piace. Mi è sempre
piaciuto. Però non è che mi potevo iscrivere a una scuola, perché avevo i
documenti falsi. L’idea mi è venuta di colpo una mattina mentre leggevo il
giornale davanti a una bottega che aspettavo il momento buono per
espropriarla (il momento buono è l’una, quando chiudono per il pranzo: tu
entri, raggiungi il commesso e gli fai vedere il giocattolo, poi gli fai tirare
giù la saracinesca da dentro, poi procedi. Pochi minuti, arraffi quel che
trovi, ti fai dare le chiavi della saracinesca dal fesso, gli pianti in testa due
palle, tiri su la saracinesca, esci fuori, tiri giù la saracinesca, giri la chiave,
butti la chiave in un tombino e fine). Lì mi venne quest’idea: che invece di
girare coi documenti falsi era meglio girare coi documenti veri, ma di un
altro, di uno che tu ne prendi il posto, non so se mi spiego.
*
Per fortuna che hanno inventato internet. Io sono a favore della tecnologia,
è una cosa ottima, basta saperla usare. Ed è pure rivoluzionaria.
Insomma, a farla breve, ti trovo questo professore universitario di
medicina in pensione vedovo senza figli che vive solo e non vede nessuno.
Non è che gli assomigliassi parecchio, ma una volta che faccio crescere la
barba e mi tingo barba e capelli di bianco ci si assomiglia un po’ tutti.
Bella casa, bella villa, governante in città e giardiniere in campagna.
Una bella sera lo vado a trovare. E gli faccio un’offerta che non può
rifiutare. Così lui licenzia la governante e il giardiniere facendogli un bel
regalo perché non rompano i cosiddetti. Idem il commercialista. Poi lo
invaligio e lo porto allo sfascio di Rubicante che è il pozzo nero
dell’universo: quello che porti lì sparisce per sempre, chiedetelo a
Romoletto. Poi metto una nuova governante (cinquant’anni di meno, non
so se mi spiego), un nuovo giardiniere, un nuovo commercialista, poi
vendo la villa, compro un’altra casa, vendo la casa di prima, compro una
villa in Svizzera e mi trasferisco lì. Vendo la seconda casa e ne compro
un’altra, sempre in Svizzera. Ho sempre voluto essere un docente
universitario e un medico. E la pensione non è male. Oltretutto il sor
dottore aveva messo da parte una fortuna ed era proprietario di un po’ di
appartamenti che rendevano mica male.
*
Lavorare, però, lavoravo ancora, anche se solo così, per sfizio. E sempre in
Italia. E’ che sono un patriota. E i proventi li metto in banca in Italia,
perché se uno è un patriota è un patriota pure finanziario. Ma mica è vero
che sono un patriota, non me ne frega niente di queste sciocchezze, è che
non mi va di attirare l’attenzione. E poi sono un internazionalista.
Dice: ma chi te lo fa fare a lavorare ancora, adesso che ti sei sistemato?
Non lo so. Perché mi piace lavorare, alla fine appartengo sempre alla
classe lavoratrice, no?
Poi è successo l’incidente.
Stavo espropriando un espropriatore quando ho avuto un infarto. Uno non
ci pensa mai, ma queste cose succedono sempre quando meno te lo aspetti.
Quel cretino invece di lasciarmi agonizzare e godersi lo spettacolo chiama
un’ambulanza e mi fa salvare. Figurarsi i giornali alla notizia che l’illustre
professore stava facendo una rapina eccetera eccetera.
Poi mi sono rimesso abbastanza presto, per fortuna. Certo, ci devo stare
attento adesso. Se dopo un infarto ancora la racconti vuol dire che sei
proprio nato con la camicia.
Dopo qualche mese dalla clinica mi hanno portato direttamente qui alla
casa circondariale. E’ che mentre ero in clinica vennero a trovarmi certi
ex-allievi del professore e non mi riconobbero, cioè riconobbero che non
ero il professore. Un putiferio, che mi dispiace soprattutto che non stavo
bene, perché me la sarei proprio goduta.
Poi mi hanno preso le impronte digitali, hanno fatto due più due ed eccomi
qua.
Di che mi si accusa? Io per prudenza dico a tutti che dopo l’infarto mi è
restata un’amnesia che non mi ricordo niente di niente. Se il processo va
come deve andare (e stavolta ho un avvocatone di quelli coi controfiocchi,
è l’effetto dell’odore dei soldi) finisco in una Rems, e appena sto un po’
meglio me ne vado per i fatti miei. In Svizzera ho imparato un po’ di
francese e di tedesco. Soldi, ormai ne ho più di quanti possa spenderne in
una vita.
E poi quella rapina la stava facendo il professore, l’ha detto pure la
televisione, io che c’entro? E’ un errore giudiziario.
Penso di scrivere pure un libro: lo voglio intitolare “Che cos’è la
proprietà”. Mi piace l’idea di fare pure il mestiere dello scrittore, ho fatto
tutti i mestieri io.

***

27. Come va il mondo

Come va il mondo? Te lo spiego io come va il mondo. Senti questa.


*
Ninetto
Ninetto ha finito le scuole e passa le giornate al bar. Però i soldi per
giocare a flipper non ce li ha. E allora guarda. Sta lì tutto il giorno a
guardare gli altri che giocano. Poi una sera rientra a casa che il padre e la
madre stanno a guardare la televisione, lui ha preso l’accetta in garage.
Dopo resta lì a guardare la televisione. Dopo parecchio arriva la pula che
hanno telefonato certi che avevano sentito tutti quegli strilli.
*
Filippo
Filippo detto Fifì lavora in banca in una ridente cittadina del Salento che è
sempre un bel lavoro. Però i tempi sono cambiati, non è più come una
volta che se lavoravi in banca ti eri sistemato una volta per tutte. Pure la
ridente cittadina dove vive, non è più come una volta. Il direttore della
filiale, che gli ha sempre voluto bene come a un figlio, lo fa chiamare nel
suo ufficio. Gli dice che la crisi eccetera e siccome gli vuole bene come a
un figlio invece di lasciare che lo caccino è riuscito a ottenergli il
trasferimento a Pordenone. Domani. Fifì lo guarda attonito, poi
supplichevole, poi piange. Sia uomo, dice il direttore, sia uomo. Allora
Filippo afferra un tagliacarte e glielo pianta in gola. Poi resta lì. Squilla e
squilla il telefono. Dopo un paio d’ore la signorina Nadia entra a vedere
che succede, Fifì la sente che urla e urla e urla. Fine.
*
Ubaldo
Un uomo può sopportare quasi tutto, ma tutto no. A Ubaldo lo chiamavano
Braccobaldo, così, per scherzare. Ma lui rosicava. Dalle scuole medie che
lo chiamavano Braccobaldo. E a cinquantanov’anni suonati ancora
Braccobaldo e Braccobaldo e Braccobaldo. E mo’ basta. Una domenica
mattina presto si veste di tutto punto per andare a caccia, e con l’attrezzo
spianato entra nel bar. Due botte, ricarica, altre due botte, ricarica, altre
due botte, e così via fino a finire gli avventori. Poi si piazza sull’ingresso e
tira a ogni cosa che si muove nella piazza, pure alle finestre, pure alle
automobili che passano, finché è tutto vuoto. Poi aspetta, aspetta a lungo e
non succede niente e non si vede nessuno. Ha ancora parecchi colpi.
Devono avere deviato il traffico, non passa più nessuno. Avrebbe voglia di
un caffè, ma chi glielo fa? Forse dovrebbe dire qualche cosa, ma non gli
viene in mente niente di adatto. E poi non si vede nessuno, mica può
mettersi a parlare da solo. Certe storie finiscono male. Certe storie non
finiscono mai. Chi ci capisce è bravo.
*
Manfrinello
Manfrinello è un tipo gentile, sempre modesto, sempre ossequioso, se gli
chiedi un favore si fa in quattro, se si prende un caffè o un aperitivo
insieme corre alla cassa a pagare mentre gli altri ancora bevono, se ti serve
che uno ti accompagni da qualche parte lui è già pronto con la macchina,
insomma, è il tipo più generoso del paese, è per questo che lo chiamano
Manfrinello.
Certe persone ci godono a giocargli brutti tiri. Gli entrano nella bottega e
mentre uno lo distrae gli fregano questo e quello, che neppure è roba che
gli serve a loro, appena usciti la buttano in un secchione dell’immondizia,
solo per ridere. C’è chi gli telefona per dirgli che sulla panchina ai
giardinetti c’è una vecchietta che si sente male e lui ci va di corsa, e
naturalmente la vecchietta non c’è, ma dietro il vetro del bar la
combriccola si sganascia.
Poi un bel giorno i ragazzini - soprattutto le ragazzine - cominciarono a
sparire dal paese.
*
Filiberto
Filiberto lo conosco dalle scuole elementari. Da giovane voleva fare la
rivoluzione. Sempre a parlare di giustizia e libertà. I comizi, i volantini, le
campagne elettorali. Denunciava il sindaco che rubava, denunciava il
padrone che licenziava, denunciava l’imperialismo assassino, il
militarismo assassino, il razzismo assassino. Organizzava lo sciopero, il
corteo, il digiuno. Scriveva i manifesti, le lettere ai giornali, le scritte sui
muri. Faceva le collette per il comitato tale, per il movimento talaltro, per i
compagni qui, per le compagne là, per la rivista ics, per il circolo culturale
ipsilon, per i rifugiati, per i baraccati, per i carcerati. E faceva la fame.
Eccome se faceva la fame. La fame nera.
Adesso fa il ministro, è quello che ha presentato il disegno di legge per il
ripristino della pena di morte, per riaprire i bordelli e rifare i manicomi.
*
Se a uno gli metti nome Eurialo, Turno, Brenno, Agilulfo, Vitellozzo, poi
che ti aspetti? Che ti aspetti, eh?

***

28. Eppure

Ci avete fatto caso? I damerini sono tutti tristi. Ed è buffo, perché non
dovrebbero. Posare per posare, dovrebbero sforzarsi di apparire gai, e
arditi; invece sono sempre malinconici, e peggio che malinconici: tristi.
E quale gentil donzella o gran dama del bel mondo volete che
s’accompagni a un cicisbeo triste? Eppure.
Mi piace dire eppure. E’ una parola che da sola basta a fare una frase.
Eppure. E lascia intendere un sacco di cose diverse, un sacco e una sporta.
E’ una parola poetica, se posso permettermi di dire così. Eppure.
*
La conoscete la storia di Agenore Impagliacciati, che si tolse la vita perché
non riusciva più a tollerare la vergogna per le reazioni degli astanti quando
doveva pronunciare quel suo imbarazzantissimo cognome? Non la
conoscete, eh? Non la conoscete no, non è una di quelle storie che si ha
piacere di raccontare, e neppure di ammettere di aver sentito. Eppure.
*
E di come l’avvocato Deruzzanti acquisì quelle proprietà, quelle terre, quei
palazzi, sì, andiamo, chi non lo conosce in paese l’avvocato Deruzzanti
buonanima? Lo sapete o no come si arricchì? Lo sapete, lo sapete, è che
non volete dirlo. Vi capisco, sì, sì, io vi capisco. Sono del paese anch’io,
che credete? Lo so che ci sono cose di cui è meglio non parlare. Lo so.
Eppure.
*
E la faccenda della signorina Lespirali? Con quel cognome, poi, che era
già un presagio, come dicono i latini, sì. Se ne potrebbe parlare, tanto per
fare un po’ di conversazione. Così, tra gentiluomini. E “honny soit qui mal
y pense”, dico bene? Rosalba - o era Rosaura? - Lespirali. E quel povero
dottor *** - o era un professore? - certe cose non si dimenticano, no che
non si dimenticano. Possono passare cent’anni, e senza che se ne parli mai
in pubblico, certo: ma non si dimenticano. Che poi una persona così
dabbene, così ammodo, così distinta, rovinata, rovinata per sempre, e poi
per cosa? Per un capriccetto, una sbandata passeggera, e per una - diciamo
la parola - una poco di buono. Fa pena pure a me, che c’entra. Ma quando
si prende la cattiva strada. L’età non è una scusante, e neppure la miseria,
quante ragazze sono state povere e sono restate illibate? Se una colonna
della comunità, un galantuomo come il dottor *** - o era professore? -
addivenne a quella tragica, tragica e virile determinazione, ebbene, non
dico altro, tra noi ci si intende, no? Un uomo sa quello che deve fare.
L’onore non è acqua. Anche San Paolo fu messo in carcere. E del resto.
Del resto, dico. Una poco di buono. Si sa che fine fanno. Era solo
questione di tempo. Eppure.
*
Eppure.

***

29. Il macchiavello

Adesso. Adesso che siamo soli io e te, che non c’è nessuno in giro che ci
vede, adesso sì che possiamo parlare. La prudenza non è mai troppa,
ricordatelo. Il nostro è un mestiere che la prudenza non è mai troppa, e se
devi dire una cosa a uno la devi dire a lui e basta, senza testimoni, senza
che nessuno ti ci abbia visto insieme. Tu dà retta a quello che ti dice zio e
vedrai che ti ci troverai bene un frego. Il segreto del lavoro nostro è
semplice semplice.
Il macchiavello è tutto qui: di farlo proprio quando sembra che stai per fare
il contrario. Funziona sempre. Tu neppure te lo immagini quanto è
credulona la gente. Gli dici: siamo sempre stati amici, lo sai che ti voglio
bene come un fratello, quel che è stato è stato mettiamoci una pietra sopra.
Sorridi, ti avvicini come per abbracciarlo e gli pianti il coltello nel cuore.
Tu dirai: ma se lo dovrebbe aspettare; certo che se lo dovrebbe aspettare,
più chiaro di così. Invece non se lo aspetta, e perché non se lo aspetta?
perché sono tutti creduloni e con due moine e due parolette cioccolatose li
freghi tutte le volte, tutte le volte li freghi, andata e ritorno. Flusso e
riflusso, come diceva quello.
Come, quello chi? Ma che ne so, è un modo di dire, no? Lo vedi? ti distrai.
Sveglia, ragazzo. Se vuoi fare questo mestiere devi saper restare
concentrato. Non ti devi far abbindolare dalle parole. Le parole servono a
questo, ad abbindolarti. Se ti fai abbindolare sei fatto. Lo sai che vuol dire
abbindolare, sì? E dimmelo, allora. Bravo. Vedi che lo sai, bravo. Ogni
volta che uno ti parla vuol dire che sta per fregarti, vedi di ricordartelo.
Vale sempre. Certo che vale sempre. Sì, pure adesso.
Fa male, eh? ma finisce subito. E’ per quel debito con Riccardone che non
hai pagato, imbecille che non sei altro.

***

30. Brigantino

Gli amici mi chiamano Brigantino, e alle ragazze che abbordo in discoteca


dico che è perché sono ufficiale di marina e loro vanno in brodo di
giuggiole, valle a capire le femmine. Invece mi chiamano Brigantino
perché mio padre lo chiamavano il Brigante, che invece era un pezzo di
pane, ma lo chiamavano così perché suo padre, che poi sarebbe mio
nonno, lo chiamavano il Brigantone, perché era un cristone, un
marcantonio, un carnera, e siccome non era nato ricco, ma di essere ricco
si sentiva diciamo così la vocazione, insomma si era dato da fare, mi
capite, no? Non che si fosse poi veramente arricchito arricchito, ma
neppure si poteva lamentare, almeno finché non gli hanno messo il sale
sulla coda - si dice dalle vostre parti il sale sulla coda? Però il tempo per
darsi da fare ce lo aveva avuto e qualche cosetta da parte l’aveva messa, e
finì nella scarsella degli avvocati. Che però lo tirarono fuori alla grande, e
quando tornò al paese lo portarono in trionfo. E’ che aveva la regola che i
paesani non si toccano e lavorava solo fuori. Lavorava di notte, se non lo
avete ancora capito. A un certo punto si stufò - si dice da voi si stufò? E
come diceva lui si mise in pensione, si sposò e fece un figlio che poi era
mio padre, il Brigante, che però era tutto un altro carattere, si vergognava
pure dell’ombra e l’unica cosa che gli piaceva era fare le invenzioni, e ne
ha fatte pure parecchie, che magari ve le racconto un’altra volta. Ormai
sono morti tutti e due. Nell’incendio. Non lo so neppure io perché, ma si
erano fatti tutti e due un’assicurazione sulla vita. Errore gravissimo.
Quando uno se la cerca se la cerca proprio, dico bene? A me, a dirsela
tutta, mi piace vivere di rendita, non so voi. E scatenarmi in discoteca il
sabato sera, l’avete visto il film? Figurarsi se non lo so che adesso me lo
chiedete. E chiedetemelo, no? Vi rispondo subito com’è che mi sono
messo con Rugarone e Scapestro: perché m’annoiavo. Non pare, ma dopo
un po’ t’annoi. Oltretutto i soldi prima o poi finiscono, no? Ma soprattutto
perché m’annoiavo. Potevo camparci quanto mi pareva con le
assicurazioni. Perché una volta capito il trucco, basta guardarsi intorno,
no? Infatti non è che me li sono bevuti tutti e subito i soldi del babbo e del
nonno buonanima, nossignori, una parte sì, ma una parte li ho reinvestiti:
la zia Nena che non aveva figli, la signora Cesira che era sola e m’aveva
sempre voluto bene e che fece testamento indovinate a favore di chi, e
insomma basta guardarsi intorno ed investire oculatamente. Pagano le
assicurazioni, eccome se pagano. Certo, ci provano a fare i pidocchiosi.
Ma neppure a loro gli va di trovarsi che gli prende fuoco la casa, mi
spiego? Per farla breve potevo continuare così, no? Tomo tomo, lemme
lemme. Ma a me mi piace pure la vita avventurosa e non è che al paese
c’era la giungla o il vecchio west, così mi misi con Rugarone e Scapestro,
che ci conoscevamo da prima che finissero in galera. Quando uscirono
allora sì che si erano incattiviti, che in confronto l’attività precedente - che
poi era il ramo protezione privata e finanziamenti lampo, come ai vecchi
tempi: una stretta di mano e niente carte, e chi sgarra lo sa che sgarra una
volta sola – era roba da ragazzi era. Una sera li incontro in piazza che
erano appena usciti e fessi com’erano erano tornati al paese dove non li
poteva vedere più nessuno. Io era già da un pezzo che m’annoiavo, così mi
venne in mente - ma proprio su due piedi, eh, fu un’ispirazione istantanea -
che m’andava di fare il capo di qualcosa, e che c’era di meglio di quei due
che in due non facevano una zucca vuota? Avevano bisogno di un capo, e
io in quel momento pensai che era proprio il capo che volevo fare.
Saltapicchio lo arruolai dopo. Non è che mi serviva, bastavano quei due
scimmioni, ma Saltapicchio mi divertiva troppo. Le sapeva tutte, e diceva
certi spropositi che secondo lui li aveva letti in certi libri che aveva letto
solo lui ma che secondo me se li inventava lì per lì. E come muscolatura
non era granché, ma per quello bastavano Cricco e Crocco, lui ci aveva la
qualità di fare quello che andava fatto presto e bene, pulito, senza
esitazioni, senza domande, come una ghigliottina. Lo saprete che è una
ghigliottina, no? E poi raccontava le barzellette, le sapeva tutte. Che il più
delle volte beato chi le capiva, e magari non erano neppure barzellette,
però finché le raccontava tu non potevi smettere di starlo a sentire. E
siccome per tradizione di famiglia avevo deciso che si lavorava solo fuori
del paese bisognava fare gli spostamenti, no? In macchina, e come sennò?
Così durante il percorso lui non stava zitto un attimo ed eravamo sempre di
buon umore. E’ fondamentale essere di buon umore quando si fanno lavori
di responsabilità che non devi sbagliare un colpo. Il mondo è cattivo, non
so se ve ne siete accorti, e se non ve ne siete accorti ve lo dico io: il mondo
è cattivo. Ma sì che ve ne siete accorti, dal momento che vi abbiamo legato
come salami ve ne siete accorti, no? Io dico che ve lo immaginate già
come va a finire, no? Vi pare che se non fosse sicuro come una messa che
va a finire come deve andare a finire adesso mi mettevo a raccontarvi i
fattacci nostri?

***

31. L’uomo che portò il comunismo in Italia

Era già notte. In un’osteria. In un paese dell’interno, mezzo spopolato.


Quale? Chi se lo ricorda più, sono passati tanti di quegli anni. Ma era
notte. Ed era un’osteria, non una cantina, un’osteria.
Dopo l’attivo della sezione, non ricordo se era per organizzare il
tesseramento o se si avvicinavano le elezioni o c’era il congresso del
partito, ma doveva essere una riunione importante visto che c’era il
compagno della federazione, si andava sempre - con le compagne e i
compagni della segreteria e del direttivo della sezione, e con tutti gli altri
che si aggregavano - all’osteria o in cantina, i compagni ci tenevano. Ci
tenevano per poter fare quattro chiacchiere col compagno della
federazione senza la formalità, le ritualità che durante la riunione in
sezione erano inevitabili. All’osteria invece si parlava alla buona, delle
famiglie e del lavoro, di pallone e di ciclismo, del tempo e dei figli, delle
questioni politiche controverse su cui il partito era in difficoltà, eccetera.
*
Nell’osteria non c’era solo la tavolata dei compagni, ma anche altri
avventori. Non molti, era tardi.
Uno di questi, piccolo, nero, quasi accartocciato, se ne stava solo, a testa
bassa, in un angolo male illuminato seduto a un tavolino la cui tovaglia
incerata recava le tracce di ore ed ore di un solitario disperato trincare e vi
trionfava una damigianetta. Solo a guardare in quell’angolo buio si sentiva
che la puzza di vino era lì più intensa che ovunque. Per quel poco che si
vedeva aveva gli occhi così acquosi che sembrava che piangesse.
Biascicava suoni inarticolati, scuoteva la testa e gesticolava tutto solo,
tutto smorfie e mezze risate che finivano in colpi di tosse e in un soffiare
enfisematico.
Dopo una mezz’ora che eravamo lì e che continuava ad ingollare un
bicchiere dopo l’altro e a rissare con la sua ombra, si fece di colpo
silenzioso e immobile, guardandoci di sottecchi con gli occhi grifagni e il
volto scontorto; era impossibile non notarlo: uno dei compagni mi sussurrò
che era un ubriacone e un attaccabrighe che dormiva per strada, una volta
era stato pastore e calderaio ma a forza di bere aveva perso la moglie e la
terra, la casa e il lavoro, campava di furti e di risse e non lo poteva vedere
nessuno, era stato in galera e in manicomio.
Continuava a fissarci in tralice, la testa bassa e l’espressione truce, il collo
tutto rincagnato nelle spalle, pareva una tartaruga. Poi si alzò in piedi,
ondeggiando, faticando a trovare l’equilibrio. Poi un po’ inciampando e un
po’ strusciando i piedi ci si avvicinò lento, sghembo, noi
c’interrompemmo, restammo in silenzio a guardarlo interrogativi.
Lui si fermò, curvo, a un paio di metri dalla nostra tavolata. Sembrò
cercare le parole, fece un gesto del braccio come per cominciare a parlare e
aprì la bocca ma la voce non uscì. Tentò ancora un paio di volte senza
esito.
Poi finalmente riuscì a dire “Scusate”, e poi di nuovo “Scusate, eh,
scusate”. Poi “Ho sentito quello che dicevate e allora, scusate, eh”. E poi
“Ho sentito e così ho capito che siete, sì, che siete, anche voi, sì”. E poi
aggiunse quasi sottovoce “Compagni”. Poi si fece forza e disse: “Mi
chiamo Bastiano e sono nato a Abas, il paese dove è nato il compagno
Antonio Gramsci, l’uomo che ha portato il comunismo in Italia”.
Lo ripeté due volte, tre, quattro, cinque, e più lo ripeteva più la voce gli si
faceva ferma e il volto gli si illuminava; e sembrava farsi più dritto, più
alto, più grande, più vivo. E adesso erano vere lacrime che gli scorrevano
sul viso.
Lo invitammo a sedersi con noi, fece segno di no sorridendo timido,
biascicò che doveva andare via, si scusò di nuovo, si diresse alla porta
zoppicando e barcollando, giunto all’uscio si girò ancora verso di noi e ci
salutò col pugno chiuso, poi uscì nella notte.

***

32. I tre moschettieri

Eravamo noi quattro che ci chiamavamo i tre moschettieri. Però eravamo


quattro perché i tre moschettieri invece sono quattro: Ateo, Porto,
Aramisse e Tartagnà. E facevamo più danni della grandine.
Al tempo delle cerase, al tempo delle nocchie, al tempo dei cocomeri, dove
passavamo noi passava Attila. Ed eravamo inafferrabili. E le volte che ci
girava storta davamo pure fuoco a tutto.
Stavamo sempre insieme. E quando non eravamo in giro per gli orti o i
poderi ce ne stavamo al bar a giocare a carte e a biliardo.
Per mettere insieme qualche soldo per pagarci le sigarette e la gazzosa
facevamo pure qualche lavoretto, ma mai al paese, sempre fuori, e pure la
roba che ci scappava la vendevamo fuori. Avevamo tutti il motorino, ma
quando andavamo in trasferta a lavorare ci andavamo col treno o con la
corriera, poi facevamo il lavoretto e mettevamo la merce in un posto
sicuro, se ti sai guardare intorno c’è sempre un posto sicuro. Poi il giorno
dopo si andava in città dal sor Oreste a chiedere se interessava l’articolo.
Al sor Oreste gli interessava sempre l’articolo. Pagava poco ma sicuro, e ci
pensava lui a mandare uno dei suoi a recuperare il porcellino, noi
dovevamo solo dirgli dove. Meglio di così.
Si stava bene, però un po’ ci si annoiava pure. Per non dire che a tutti e
quattro a casa ci facevano una lagna così che dovevamo trovarci un lavoro
e le solite cose che ti dicono finché te le possono dire e tanto si sa che tu
non li stai a sentire.
Un pomeriggio, era domenica e era d’estate, a Aramisse gli viene un’idea,
che lì per lì ci sembrò a tutti una bella idea, almeno era una cosa nuova.
L’aveva trovata su uno di quei giornaletti che giravano allora. Però per
funzionare serviva almeno un apetto col cassone coperto, e qualche
strumento, e poi un posto adatto fuori mano e ci sarebbe stato da divertirsi.
Invece andò tutto storto. Quella cominciò subito a strillare e per farla star
zitta e metterla dentro il sacco bisognò usare lo strumento che però quando
poi aprimmo il sacco ci accorgemmo che già non si muoveva più, e allora
addio divertimento. In più bisognava sbarazzarsi dell’oggetto. Ora, un
conto è trovare un posto dove mettere per un giorno o due qualche posata
d’argento o due orecchini, un conto un metro e mezzo di cristiana, che poi
da morta pesava come un’addannata. Per non dire dell’apetto, che pure
quello da qualche parte dovevamo lasciarlo e ormai era pure macchiato
perché dal sacco il sangue era colato fuori.
Al cinema pare facile, dai fuoco a tutto. Ma per ora che brucia tutto,
andiamo, ci passa mezza giornata a dire bene, che oltretutto ci vuole il
necessario materiale combustibile, e insomma è una rogna e noi avevamo
pure fretta e oltretutto eravamo di cattivo umore perché quando le cose non
vanno per il verso giusto ci si mette pure il malumore.
Così pensammo di andare coll’apetto e con tutto il carico, noi quattro, i
ferri e la Ginetta nel sacco, al casale di Saltapicchio, che aveva il
vantaggio di essere vicino a dove stavamo e di essere pure isolato, e che
Saltapicchio ci viveva da solo perché non se l’era mai voluto prendere
nessuna. Non eravamo amici con Saltapicchio, anzi non ci piaceva per
niente. E quando decidemmo di andare al casale suo era già sottinteso che
se ce lo trovavamo ce lo lasciavamo. E infatti ce lo trovammo. Però non
era solo, c’era pure una che chi l’aveva vista mai. Quando arrivammo lui si
affacciò a una finestra e era senza canottiera. Aramisse che lo conosceva
gli fece segno di scendere e mentre lui scendeva vedemmo la faccia di
quella dietro la finestra, che chi l’aveva vista mai, chissà chi era. Come
aprì la porta lo facemmo secco. Poi salimmo di corsa le scale e toccò a
quella lì in sottana. Poi tirammo dentro casa il sacco con la Ginetta, e
trascinammo giù per le scale la forestiera che adesso pareva un pupazzo di
stracci. In cucina c’era un camino grosso come un letto matrimoniale. Li
ficcammo tutti e tre lì. Poi cercammo da mangiare e da bere perché dopo
una faticata come quella ci voleva il meritato riposo. Io e Porto che
eravamo piuttosto sporchi di sangue trovammo due camicie pulite di
Saltapicchio che ci stavano grosse ma meglio di niente, si sa.
S’era fatta sera e era ora di accendere il fuoco. A Porto gli venne l’idea di
non bruciarli nel camino, ma di metterli sul pavimento come se facessero
una specie di lotta e di mettere in mano a Saltapicchio un martello, alla
forestiera un coltellaccio e alla Ginetta niente, ma prima di metterglieli in
mano usare il coltello e il martello per dare un bel po’ di fendenti e di botte
a tutti e tre i cadaveri, tanto per confondere le idee su quello che era
successo e far schizzare il sangue qua e là per tutta casa per dare un tocco
di colore. Non sembrava una cattiva trovata; invece era una cattiva trovata
perché per quanto cerchi di starci attento finì che ci sporcammo tutti e
bisognò far ricorso un’altra volta al guardaroba di Saltapicchio che poi non
era granché, e oltretutto tutti i vestiti ci stavano grossi e i calzoni bisognò
tagliarne un pezzo che non venne un lavoro fatto tanto bene e poi per non
farceli cascare - mannaggia a quel panzone - toccò legarli con lo spago, e
le camicie rimboccare dieci volte le maniche. Poi portammo un po’ di
balle di fieno dalla stalla dentro il casale e cominciammo a dare fuoco a
qualche mobile, che il fuoco durasse, e quando fummo sicuri che avevano
preso bene allora accendemmo le balle, nel casale e nella stalla. Nella
stalla con tutte le bestie, perché per liberarle si rischiava di doverci
sporcare un’altra volta e non è che lì vicino c’era una sartoria aperta, che
poi io i vestiti in sartoria non ce li ho mai comprati, a me mi piacciono i
blue-jeans che li compro al mercato.
Avevamo già cominciato la luminaria che Aramisse si ricordò che ci
eravamo scordati di dare uno sguardo se da qualche parte c’era qualche
cosa da acquisire alla cassa-mutua dei moschettieri. Ecco che succede a
fare le cose di fretta, che magari quel morto di fame di Saltapicchio ci
aveva il tesoretto nel comò e noi nisba. Lo dico sempre io che chi va piano
va sano e va lontano.
Però ormai era fatta, il fumo già si vedeva da lontano, così ce ne andammo
coll’apetto fino alla macchia. Lo ficcammo in una fratta, e demmo fuoco
alla fratta. Prese subito, è questo il bello della macchia d’estate. Poi a piedi
ridendo e scherzando ce ne tornammo al paese, passammo ognuno da casa
sua a cambiarci e metterci il vestito della festa e poi di nuovo tutti insieme
al bar. Dopo un po’ che stavamo al bar arrivò uno che diceva che c’era un
incendio nella macchia e uscimmo tutti a guardare. C’era parecchio fumo,
la macchia è vicina al paese, saranno due o tre chilometri. Poi rientrammo
al bar per vedere i gol alla Domenica sportiva, poi giocammo un altro po’
a carte e poi, siccome si era fatto tardi, a nanna.
Il giorno dopo m’alzai tardi perché il lunedì mi piace alzarmi tardi alla
faccia di chi lavora, e andai al bar che era già pomeriggio. Stavamo al bar
come sempre ma Aramisse non c’era. Non si vide tutto il giorno. La sera
sul tardi arrivò la notizia che l’avevano trovato che gli avevano sparato. La
gente al bar ci guardava strana, stavamo sempre insieme. Chi lo sa chi lo
aveva ammazzato. Però sono cose che capitano. Io quella notte stessa rubai
una macchina e me ne andai dal paese. Lontano. Parecchio lontano. Da
allora non ci sono più tornato. Avevo sedici anni. Adesso ne ho più di
sessanta e mi pare la storia di un altro.

***

33. Le barzellette

A me le barzellette non mi fanno ridere. Non è che non le capisco, come


dicono tutti, è che non mi fanno ridere. Ci avrò diritto, no?
Ma loro no, sempre a sfracassarmi i cosiddetti, sempre a sfrucugliare
proprio a me, che ci ho già i miei pensieri, e loro invece a ridere, a ridere, e
a dirmi “Non l’hai capita, non l’hai capita”.
Sopporta oggi, sopporta domani, poi finisce che uno si stufa, no? E io mi
sono stufato.
Quando ’Ntognaccio s’è visto che le budella gli uscivano dallo sgarro che
gli avevo fatto sulla trippa, allora ha smesso di ridere, hanno smesso di
ridere tutti. Allora sì che ci ho avuto gusto e gli ho detto “Embe’? Com’è?
Mo’ non ce l’avete più la ridarella?”.

***

34. Il giorno del funerale di Cemmerevò

"Je me revolte, donc nous sommes"


(Albert Camus)

Fu il giorno del funerale che sapemmo che di secondo e terzo nome faceva
Adolfo Benito, noi lo conoscevamo solo come Eulalio Centofochi che però
nessuno ce lo chiamava perché Eulalio faceva proprio ridere e non si
riusciva mai a dirlo tutto, e così lo chiamavamo Cemmerevò, che era
quello che lui diceva sempre, come un pappagallo, e che pensavamo che
significasse qualche cosa come va’ a quel paese, o morammazzato.
Era uno bravo e buono, nei limiti in cui si poteva essere bravi e buoni al
paese, che con la disoccupazione e tutto pure i santi rubavano le galline, le
cerase, l’olio, i motorini, quello che si trovava e che si poteva portare a
Pitello che comprava tutto per due soldi e cinque minuti dopo già l’aveva
rivenduto a cento volte tanto. “Sono le leggi del commercio”, diceva, “e la
ricchezza delle nazioni. L’avete letto voi Adamo Smith? Io sì. Fatevi una
cultura, ragazzi, che con i furtarelli non si va lontano”. Sempre così diceva.
Pitello. Morì ammazzato, e questo se lo aspettavano tutti. Ma quello che
nessuno si aspettava (tranne quello che l’ha fatto, è chiaro) è che chi lo
fece fuori poi lo fece a pezzi con l’accetta e lo diede da mangiare ai cani,
che anche se erano i suoi di cani, ed erano due bei cani lupo, così fatto a
pezzi non lo riconobbero e se lo papparono tutto e così sparì il corpo del
reato. Così racconta la gente, e io ci credo. Io ci credo sempre quando una
storia è truce. Sono sempre vere. Più sono truci e più sono vere. Il sangue
condisce tutto.
Ma era di Cemmerevò che volevo dire.
Dopo il funerale, con Cricco e Crocco, che sono fratelli e sembrano uguali
ma uno è più vecchio di un anno, più Ganassone e Bervede’, che invece
sono solo cugini ma sono uniti da un patto di sangue che nessuno ha mai
capito in che consiste ma loro lo dicono sempre, andammo al bar del
moschettiere a commemorare il defunto, visto che eravamo i suoi soli
amici, e che il prete prima aveva detto solo un sacco di frescacce, che
invece Cemmerevò era comunista e a fargli i funerali in chiesa era stata
proprio un’azionaccia, un affronto che se fosse stato vivo vedevi. Doveva
averlo deciso il cognato, che era uno venuto da fuori e lo chiamavano tutti
il Sorco e il nome vero nessuno lo sapeva, di farlo portare già stecchito
nella cassa proprio in chiesa che non ci aveva mai messo piede; il
cognataccio che prima aveva fatto morire di crepacuore la moglie, la
Mariannonaccia, che era la sorella più piccola di Cemmerevò, e poi pure
Cemmerevò, che l’aveva detto a tutti che a quell’infame ammazzamogli e
ammazzasorelle prima o poi lo faceva secco e gli mangiava il cuore in
mezzo alla piazza, che era capace di farlo. Così tutti pensavamo che il
cognato lo avesse anticipato e che adesso bisognava pareggiare i conti.
Al bar lo pensavano tutti che ci stavamo mettendo d’accordo per questo.
Invece noi ci chiedevamo solo perché diceva sempre cemmerevò, e che
cavolo significava, se significava qualche cosa, che magari era solo un
verso come quello degli animali che uno lo fa solo per mettere in
imbarazzo la gente, o per metterle paura, come quando strabuzzi gli occhi
e digrigni i denti o strilli come fanno i lupi mannari. Chi lo sa, la gente è
strana.
Però visto che oramai eravamo lì al bar e che tutti si aspettavano che ci
stavamo mettendo d’accordo per fare la festa al Sorco, non è che si
potevano deludere le aspettative.
“Stanotte?”. “Stanotte”.
*
Era verso mezzanotte, eravamo ancora al bar belli brilli un bicchierino
dopo l’altro che ormai intralaccavamo tutti e se uno inciampicava si finiva
tutti per terra come nelle comiche o al circo. Però quello che dovevamo
fare lo sapevamo e lo sapevamo fare. Così uscimmo dal bar e andammo
verso casa del Sorco. Da dietro le finestre tutto il paese ci guardava che il
paese è piccolo, c’è una strada sola con due sfilze di casacce di qua e di là,
e è lungo sì e no mezzo chilometro e poi non c’è più niente. E tra il bar che
è proprio a fianco della chiesa e la casa del Sorco che è a mezza strada,
due minuti e ci arrivavi, anche camminando a zigo zago.
Noi pensavamo che s’era fatto furbo e se l’era squagliata il Sorco, ci aveva
avuto tutto il pomeriggio e tutta la sera per pensarci, e nel paese le voci
corrono. Invece stava seduto sullo scalino di casa. Neppure la doppietta
aveva preso. Stava lì che aspettava, chissà da quanto aspettava.
L’aria era fredda e lui ci aveva ancora il vestito buono del funerale che
però al funerale non c’era venuto. Si era tirato su il colletto della giacca.
Restava lì seduto sullo scalino e ci guardava che ci avvicinavamo con quei
passi strascicati e quell’ondeggiare come se ballassimo.
Sarebbe stato giusto che qualcuno dicesse qualche cosa, che ne so, che uno
di noi dicesse è per Cemmerevò, che lui dicesse guardate che non sono
stato io, che un altro di noi dicesse non fa niente è per la Mariannacciona e
che lui dicesse qualche altra cosa, invece nessuno disse niente, quando
eravamo a distanza di coltello lui si alzò in piedi, mise le mani in saccoccia
e abbassò la testa e fu tutto. Il sangue schizzava da tutte le ferite perché era
una cosa che non la doveva fare uno solo, la dovevamo fare tutti, e il Sorco
se le prese tutte le coltellate perché il primo colpo lo spinse addosso al
portone che era chiuso così invece di finire lungo per terra restava dritto in
piedi e allora daje ch’è rosso.
Poi siamo tornati al bar, adesso eravamo tutti svegli, e le persiane del
paese s’aprivano, sembravano occhi nel buio della notte, e al bar il sor
Lionello ch’è il padrone disse ’sto giro l’offre la casa e furono cinque di
giri invece di uno, e pure chi giocava a carte smise di giocare per brindare
alla salute nostra.
Neppure andammo a casa a darci una pulita, restammo lì al bar che tanto è
sempre aperto, e dopo qualche ora qualcuno doveva aver telefonato ai
carabinieri perché i carabinieri arrivarono con due camionette e un
cellulare e ci caricarono sopra e così finì, prima dell’alba del giorno dopo,
il giorno del funerale di Cemmerevò.
Che cavolo mai avrà voluto dire quella parola.

***

35. Il ritorno di Picciafoco

Era o non era? Non era possibile che era. Però se non era gli assomigliava
tanto che doveva essere lui per forza. Se non era il fantasma. Ma fantasma
non era da come trangugiava la pastasciutta, che qui dal sor Rinaldo è il
piatto preferito, “il piatto sovrano” come dice il sor Rinaldo, o quello che
fa finta di essere il sor Rinaldo, perché la gestione in cinquant’anni sarà
cambiata dieci volte e sempre c’è il sor Rinaldo, che è il nome della
trattoria e quindi di necessità pure di chi la gestisce, che siccome il primo
della dinastia ci aveva i baffi a manubrio se li fanno crescere tutti per
diventare il genius loci, come dice il farmacista che è cliente abituale.
Insomma, era o non era Picciafoco? Mi pareva e non mi pareva:
quarant’anni dopo le persone cambiano, ma quel regaletto sulla guancia
che gli avevo fatto io era proprio uguale: due rasoiatelle che adesso
luccicavano come il ghiaccio sotto la barba fatta male. E se era, che ci era
tornato a fare qui? Non lo sapeva che era l’ultimo posto al mondo dove
farsi vedere? La gente sono tutti scemi, lo dico sempre io, fanno sempre la
mossa sbagliata, magari tutta la partita non hanno sbagliato niente, ma
prima che finisce la fanno, la fanno grossa, e nera, e puzzolente. La gente.
Che si deve far riconoscere sempre che non capisce un colpa che la piglia.
E io non sono uno sentimentale, io non mi commuovo, io ti punisco così
impari. E’ la legge della natura, e il principio dell’educazione: tu abbassi la
guardia? E il ferro entra. E il ferro è più duro della ciccia e pure dell’osso,
il ferro entra. E poi vediamo che ci avevi in saccoccia, nel portafoglio, la
catenina al collo, la fede, pure i denti che io mica mi schifo a guardare in
bocca ai morti. Perché, la roba che mangiamo non è morta? E allora perché
la gallina o la vacca morta non ci fa schifo e l’uomo morto sì? Dovrebbe
essere il contrario, semmai. La gente, la gente non capisce un colpo e non
ne azzecca mai una. Buon per me, dico io.
Secondo me era, la zazzerona non c’era più, ma è l’età, e la moda di
adesso che si rasano pure il cucuzzolo, ’st’imbecilli, ’sti cialtroni. Secondo
me era lui. Che era tornato. E adesso uno come me ce lo ha il diritto di
sapere perché uno come lui fa la fesseria dell’anno, no? Che lo dovevo
avere steso allora e l’ho lasciato campare, e l’imbecille si ripresenta qui. Se
non è uno sfregio questo.
Così mi alzai, superai tre o quattro tavolini vuoti, e col piatto, il bicchiere,
la bottiglia e il tovagliolo mio che mi sembravo un prestigiatore, un
equilibrista, a riuscire a tenerli tutti senza farli cascare, mi piazzo di fronte
a lui e accennando alla sedia vuota dico: è libero? E lui, senza neppure
alzare la testa: No.
- Intendevo: la sedia.
- No.
- No che?
- Non è libera.
- Però è vuota.
- Non è la stessa cosa.
- Sei sempre lo stesso, Picciafo’.
- Come, prego?
- Se alzi gli occhi mi riconosci, Picciafo’.
- Temo che lei mi confonda con qualcun altro.
- Sarà. Intanto mi metto seduto prima che mi casca tutto per terra.
Solo dopo che mi ero sistemato ed avevo riavviato l’attività manducatoria
lui desistette dalla medesima attività, sbuffò, sollevò le sopracciglia e
disse: “Sei sempre un rompicoglioni, Biancazzu’”. Biancazzuro mi ci
chiamavano da regazzino, saranno cinquant’anni che nessuno mi ci chiama
più. Era proprio Picciafoco.
- Ti sei deciso.
- Tanto non te ne andavi.
- Ci potevi scommettere.
- Vabbe’, mo’ basta, che volevi?
- Io? Tu, tu che pensi di combinare qui, ma che ti dice il cervello? Se ero
un altro già aveva chiamato i carabinieri e addio Picciafoco, bevuto come
un vermuttino.
- Non l’hai fatto.
- Apposta ho detto se era un altro.
- Ma un altro non mi riconosceva, no?
- E che ne sai?
- Sto qui da mezz’ora e m’hai riconosciuto solo tu.
- E che dimostra?
- Niente.
- Niente lo dico io.
- Dillo tu.
- Niente.
- Bravo. E mo’?
- No, e mo’ lo dico io.
- Tutte tu le vuoi dire? E dille tutte tu.
- Mo’ che ci fai qui?
- Niente. Lo posso dire niente?
- Sei sempre lo stesso, Picciafo’.
- L'hai detto già, Moschettie’.
Moschettiere è un altro dei nomi con cui mi chiamano, per via di tutte le
risse a coltellate. Poi per entrare meglio nel personaggio visto che mi
chiamavano così m’ero fatto crescere i baffetti a punta e la mosca sul
mento. Li ho tenuti per qualche anno, poi li ho tagliati perché ero troppo
facile da riconoscere, e col mestiere mio è meglio non farsi riconoscere.
Mi chiamavo già Moschettiere quando feci il lavoretto sulla faccia di
Picciafoco, che se glielo feci vuol dire che se l’era meritato, adesso non mi
ricordo più perché. Invecchiando mi accorgo che mi ricordo bene i fatti,
ma le ragioni per cui ho fatto quei fatti non me le ricordo più, a parte
quella principale che è sempre la stessa: i soldi. E che altro?
“Ce lo prendiamo un caffè?”, dice lui. “Meglio un cognac, un caffè e un
amaro”, dico io. “Servizio completo”, dice lui. “E poi mi dici perché sei
qui”, dico io. “Carla la matta”, dice lui abbassando la voce.
- Ma se è morta da dieci anni almeno.
- Ma prima non potevo.
- Ma che ti hanno raccontato?
- Niente, che è morta.
- Apposta, è morta. E’ morta di un tumore. Non ci ha colpa nessuno.
- Ci ha sempre colpa qualcuno.
- E di chi sarebbe la colpa.
- Del marito, direi.
- Anzermo?
- Anzermo Scorticallossi.
- Guarda che non c’entra niente, è morta perché ci ha avuto un cancro.
- Tu dici che non c’entra, io dico che c’entra.
- Per questo sei venuto?
- Per questo.
- Ma non lo puoi fare.
- E perché no?
- Perché Anzermo lavora per me.
- E allora?
- Allora è sotto la mia protezione.
- Vorrà dire che ti pago un risarcimento.
- Vorrà dire che dovresti ammazzare pure a me.
- Vorrà dire che lo farò.
- Vorrà dire che mi tocca d’ammazzarti prima io.
- Svelto come la polvere.
- Niente di personale, ma un capo si prende cura dei suoi.
- Niente di personale, ma sei sempre stato un pallone gonfiato con questa
mania di comandare. Ma come fai a sopportarti?
- Io ci riesco bene, tu mi pare un po’ meno.
- E che ne sai?
- Per esempio io sono restato al paese e tu sei sparito.
- Semplice profilassi.
- Per quarant’anni?
- Per quarant’anni.
- E così, a passatempo, che avresti combinato ’sti quarant’anni di turismo?
- Bravo, ho fatto il turista.
- E sei restato pezzente.
- Può darsi di sì e può darsi di no.
- Di sì, di sì, che se era no che te ne fregava di Carla la matta.
- Non lo so, primo amore?
- Ma senti tu che scemenze che mi tocca sentir dire da uno scemo come te.
- Sono scemo, dico scemenze. E’ normale.
- Tu non sei stato mai innamorato della Carletta, guarda che io me lo
ricordo.
- Può darsi di sì e può darsi di no.
- Ancora ’sta zunna? non sei stato mai innamorato della Carletta, se non lo
so io…
- E che ne sai tu?
- Tutto so io.
- Tutto tutto?
- Tutto tutto.
- Tutto tutto no.
- Tutto tutto sì.
- E invece no, perché sennò lo sapevi che la Carletta s’era innamorata di
me.
- E quando mai?
- Quando me ne andai. Apposta me ne andai.
- Ah sì? A me mi pare che te ne andasti la sera che avevi cavato fuori le
budella da dentro Albertino l’Avvocatino. In mezzo alla piazza, che ci
mancava solo la banda musicale.
- E secondo te perché?
- Perché che?
- Non la banda musicale, l’estrazione delle budella.
- Ma che ne so, non c’è mica sempre bisogno di un perché.
- Invece quella volta un perché c’era.
- Carla la matta?
- Lei.
- Cioè?
- M’aveva scritto una lettera.
- Carla la matta una lettera, e a te? Non ci credo neanche se la vedo.
“Eccola”, disse. La tirò fuori dal portafoglio e la lanciò sul tavolino verso
di me che quasi finiva nel piatto che ormai era vuoto, ma un po’ di sugo
c’era ancora. Picciafoco è fatto così, non ci ha rispetto di niente.
La lessi: roba da non crederci. E così l’Avvocatino aveva violentato la
Carletta, che aveva scritto a Picciafoco che aveva aperto l’Avvocatino e
poi via. Poi Carla la matta si era messa con Anzermo che l’aveva messa a
fare la vita, poi l’aveva pure sposata, la gente è proprio scema, e adesso
ecco questo campione del mondo degli scemi qui davanti a me che era
tornato con quarant’anni di ritardo.
- Ci sono un mucchio di cose che non sai, Picciafo’.
- E tu dimmele.
- Dopo che partisti, la Carletta si mise a fare la vita.
- No. Anzermo la mise a fare la vita.
- E’ lo stesso.
- No che non è lo stesso.
- Sì che è lo stesso, tanto oramai è morta.
- Lei sì, Anzermo no.
- Anzermo adesso gioca nella squadra mia.
- Dovrai fare un nuovo acquisto col mercato d’autunno.
- Non fa ridere per niente.
- Non doveva far ridere.
- Tu non sai niente.
- E tu invece sai tutto.
- Sì, io so tutto perché io sono restato qui al paese e tu invece sei fuggito in
capo alla luna.
- Non così lontano, ma quasi.
- Vabbe’, compro la vita d’Anzermo, quanto vuoi?
- Niente, quella vita non vale niente.
- E allora la compro per niente, affare fatto.
- Non abbiamo fatto nessun affare. Stasera quel magnaccia smette di
ammorbare il mondo e questo è tutto. Non ti mettere di mezzo.
- Pure da giovane ci avevi sempre ’ste pose melodrammatiche che non le
poteva sopportare nessuno.
- Mi dispiace, sarà il carattere.
- E allora te lo dico per l’ultima volta. Non intignare perché se intigni mi
costringi a fare quello che non voglio fare.
- Tu non devi fare niente, sono io che devo fare una cosa, e poi è finita.
- E che te l’ha ordinata il dottore?
- Quasi. Guarda qua.
E mentre tenevo ancora in mano la prima lettera me ne tirò una seconda.
Era un’altra lettera di quella zozzona della Carletta, che diceva che stava
per morire di cancro e che l’aveva sempre amato. Nient’altro.
- Come ha fatto a farti arrivare ’sta lettera.
- Evidentemente conosceva il modo.
- Tutti questi anni siete restati in contatto?
- No. Ci ho solo ’ste due lettere sue. La prima me la diede lei la mattina
dell’ultimo giorno di Albertino l’Avvocatino, la seconda la diede già
chiusa a sua cugina Lucioletta perché la desse a mio cugino Beccaccione,
che quella mattina le avevo detto che ogni volta che avesse avuto bisogno
di me me lo avrebbe potuto far sapere così. Da allora una volta al mese ho
sempre telefonato al Beccaccione per sapere se c’era posta. E dieci anni fa
c’era. Me la feci spedire a casa di un amico che poi me la fece avere. Ci
volle un po’ di tempo. Quando la lessi non mi era possibile venire qua.
Sono venuto adesso.
- E ci sono altre lettere?
- No.
- E neppure altre condanne a morte?
- Neppure.
- Solo Anzermo?
- Solo Anzermo.
- E se lo faccio io?
- E perché?
- Come perché? Per il prestigio. Oggi lo cerco e ci litigo, e stasera è fatto.
- Non è uguale.
- Perché non è uguale?
- Perché devo farlo io.
- E non è uguale?
- No che non è uguale, devo farlo io.
- Ultima offerta: oggi lo cerco e ci baccajo. Stasera vado a prenderlo, me lo
porto dietro in un posto sicuro senza occhi indiscreti. Lo fai lì, poi sparisci
per sempre, e per la gente sono stato io. Mi lasci mille euro ed è un buon
accordo.
- E perché mille euro?
- Ci perdo uno della squadra, qualche cosa dovrò pure ricevere in cambio.
- E se fossero due revolverate?
- E se invece ci scajassi tu due coltellate?
- Ce le ho già due coltellate tue, in faccia.
- Le vedo.
- Cinquecento euro e non se ne parla più. Per averti levato di torno uno che
non vale niente, cinquecento euro è un buon risarcimento.
- E’ andata.

***

36. La fine dell’Avvocatone

Il Zeccaccio lo chiamavano così perché da giovane era secco, ed era secco


perché era un morto di fame, prima di entrare nel ramo furti e affini dove
mise a profitto il fisico da contorsionista, poi dopo l’incidente s’era
imbolsito, afflosciato e ingrassato, però lo chiamavano sempre il
Zeccaccio, o per sfottere, o perché i nomi una volta che ti toccano ti
toccano e amen. Magnachiodi invece per una sbruffonata da giovane, che
s’era magnato un chiodo per scommessa, e dopo l’avevano dovuto operare,
e aprire col trinciapollo per tirargli fuori quel pezzo di ferro che oltretutto
era pure arrugginito, quell’imbecille.
Erano sempre insieme, giocavano a biliardo per conto loro, stavano tutto il
giorno a un tavolino dell’osteria da soli a scolarsi un mezzolitro e una
gazzosa, e poi un altro, e poi un altro ancora finché faceva buio e allora
uscivano. Nessuno li aveva mai visti mangiare, si vede che mangiavano di
notte. Non parlavano mai, né tra loro né con nessun altro. Che lavoro
facessero nessuno lo sapeva. Al paese si dice così quando invece ce lo
sanno tutti.
Uscivano dall’osteria che era buio e “annaveno a ffa’ piagne qualcheduno”
come diceva la gente.
*
Adesso vi racconto come morì il povero Avvocatone, che poi non era
avvocato manco per niente, faceva lo strozzino e prima era stato un pappa
dalle parti di Milano, che diceva sempre quanto bene si stava a Milano, e
allora perché non c’era restato? Che pare che a Milano più che altro era
stato ospite dello stato a Sanvittore. Però quando era tornato al paese era
vestito tutto elegante e tutto improfumato che la gente gli rideva dietro che
oramai ci aveva più di sessant’anni e voleva fare il gagà, si faceva pure
tingere i capelli per essere più ridicolo. Ma appena si capì quanti baiocchi
ci aveva la gente non rideva più e lo scappellava, “Avvocato, riverisco”,
“Caro avvocato, come la va?”, “Buongiorno avvocato, tutto bene? Serve
qualcosa?”: La gente è fatta così. Fa proprio schifo.
Appena arrivato al paese si comprò il palazzetto che era stato del podestà
quando c’era il duce, che prima era stato del duca che era imparentato col
papa, ma poi il duca era morto perché in un conflitto a fuoco con i
sovversivi i fascisti per sbaglio lo avevano fatto fuori e il palazzetto se
l’era preso il podestà (che poi il conflitto a fuoco coi sovversivi non c’era
mai stato, che al paese di sovversivi neanche col microscopio, ed era stato
un agguato in piena regola: era che il podestà era figlio dello stalliere della
famiglia del duca e aveva giurato sulla tomba di suo padre che la roba dei
padroni sarebbe stata sua, a tutti i costi; e il costo fu la dittatura: c’è chi sa
trovare qualcosa di buono in qualunque cosa). Il podestà, naturalmente,
finito il regime era stato sindaco, e quando diventò anziano entrò al
Parlamento da senatore, e il posto da sindaco lo prese il figlio, che poi lo
ammazzarono, dicono gli stessi amici suoi per via della fregatura che gli
aveva dato col piano regolatore, sono cose che capitano. Comunque il
senatore ormai abitava a Roma, il sindaco suo figlio al camposanto, il
palazzetto era libero e l’Avvocatone se lo comprò. Ed iniziò ad esercitare.
Intendiamoci, anche al paese c’è la banca, una filialetta piccola piccola ma
c’è. Ma l’Avvocatone i soldi te li dava subito, senza tante storie e senza
tante scartoffie. I guai erano quando gli interessi che avevi già pagato
superavano ormai il capitale del doppio, del triplo, del quadruplo, e lì
capivi che il debito non si sarebbe estinto mai. Così l’Avvocatone, che era
uno alla mano, certe volte si faceva pagare in natura - mogli, figlie, questa
e quella per me pari sono, madamina il catalogo è questo - e dopo
consumato le meglio fornite le passava a un amico suo di Roma che le
metteva in produzione sull’Appia antica e all’Avvocatone tutti i mesi
arrivava la percentuale sua; certe volte per benevolenza si accontentava di
subentrare nella proprietà dei beni dei debitori (“Brutta cosa fare debiti”,
amava dire con sguardo sconsolato ai suoi clienti, che a loro sembrava che
ci soffrisse più lui di loro e si sentivano in colpa verso il povero
Avvocatone che tanto li aveva beneficati); certe volte se proprio non si
poteva fare diversamente faceva staccare un dito, o cavare un occhio, o
cose così al cattivo pagatore, finché i parenti e gli amici non cavavano
fuori i bigliettoni di saccoccia loro per rimetterlo in carreggiata prima che
al mandrino capitasse quello che capitava ai ragni o ai saltapicchi che i
ragazzini per gioco gli strappavano una zampa dopo l’altra; ma con tutto
l’aiuto di amici e parenti naturalmente il debito non si estingueva mai del
tutto, che non si ammazza la gallina dalle uova d’oro, anche se è guercia o
sciancata. Era un uomo d’affari l’Avvocatone.
*
Il Zeccaccio e Magnachiodi se ne fregavano. Loro ci avevano il lavoro
loro, che rendeva bene, anche se non più come un tempo. E’ che dopo anni
il circondario lo avevano battuto tutto in lungo e in largo, e ormai era più il
tempo per andare e venire dal luogo di lavoro che il tempo che ci voleva
per fare il lavoretto. E con la distanza cresceva pure l’ignoranza, perché un
conto è saperlo già quel che ci trovi nell’uovo di pasqua e un conto andare
alla cieca in un appartamento che non conosci, in una città che non
conosci, e magari ti credi di essere entrato nel palazzo del Grancan, e
invece dentro c’è solo la micragna. Per non dire della scocciatura delle
telecamere di sorveglianza che ormai erano dappertutto, pure ai cessi
pubblici, e così avevano dovuto pure comprarsi le maschere, che era
proprio una buffonata, oltre che erano scomode. Così si decisero a
integrare il lavoro loro con altri lavoretti, diciamo così, su commissione.
Glieli trovava Citrullone, che ricettava tutto, “dalle stelle alle stalle” come
diceva sempre lui, che gli sembrava la spiritosaggine più spiritosa del
mondo. La gente è strana. Sono tutti imbecilli, dico io. Citrullone forniva
pure i ferri per questi lavoretti, che a lavoretto finito loro raccoglievano i
bossoli, smontavano i ferri e li riconsegnavano a Citrullone, che aspettava
di leggere la notizia il giorno dopo sul giornale e se era soddisfatto pagava
il pattuito per conto dei suoi clienti, e il pattuito non era granché, ma
meglio di niente, ed oltretutto serviva per tenersi in esercizio.
Io lo sapevo che facevano ’sti lavoretti per Citrullone, che è mio zio e gli
tengo la contabilità, quella ufficiale della bottega di calzolaio. Sono
ragioniere, e sono impiegato in Provincia, entrato come dattilografo però
faccio l’usciere perché non so battere a macchina; m’ha aiutato un altro
zio, lo zio Ugolino, prima che i comunisti insieme ai giudici facessero quel
casino di “Mani pulite” che hanno rovinato l’Italia, insieme ai sindacati.
Che poi a dire il vero in Provincia non è che ci vado spesso, faccio come
tutti, passo due lirette a uno che timbra i cartellini e a fine mese incasso lo
stipendiuccio. Che è una miseria che incremento con qualche lavoretto per
lo zio e per altri clienti privati, tutto in nero, perché di regalare i soldi a
quella banda di ladri del governo non gli va a nessuno e nemmeno a me.
*
Che successe? Successe che mi piaceva una ragazzotta, a una certa età un
uomo ha certi bisogni, e poi gli amici si erano già tutti sposati e quando
sono tutti sposati e tu no la verità è che resti solo come un cane, ed io sono
una natura riflessiva e quindi solitaria e malinconica, però di restare solo
come un cane non mi va, per non dire delle esigenze fisiologiche che non è
che per tutta la vita le puoi risolvere con l’autonoma manipolazione, no?
Così mi misi a guardarmi intorno e insomma trovai ’sta ragazzotta che
faceva proprio al caso mio, di buona famiglia, modesta ma belloccia, in
quattro e quattr’otto ci fidanzammo, che al paese ancora usa. Io sono solo
che mio padre non l’ho mai conosciuto e mia madre m’ha lasciato alle
suore da piccolo ed è sparita e visto che non m’ha più cercato lei non l’ho
cercata più neppure io. Chi la fa l’aspetti. Però mi sono fatto onore, aiutato
dai fratelli di mia madre che lei non la nominano mai ma a me mi vogliono
bene. Sia lo zio Citrullone, sia quell’altro, lo zio Ugolino, che era il
segretario dello scudocrociato e ha fatto tanto del bene al paese, che ha
trovato lavoro a un sacco di gente, e in cambio chiedeva solo il primo anno
di stipendio, e un aiuto per le elezioni, si sa. Un sant’uomo. E un martire:
quando i comunisti e i giudici hanno fatto la rivoluzione hanno preteso di
metterlo in galera per il bene che aveva fatto, così lui dovette andare in
esilio a Montecarlo e in Sudamerica. Come Mazzini e Garibaldi. Un santo.
Ha pure una partecipazione al casinò e a un po’ di altre attività, anche in
Italia, e grazie a certi amici del compianto Andreotti, quell’illustre statista,
ha conosciuto pure Sindona, il famoso economista perseguitato pure lui dai
comunisti. E con quei certi amici pare che faccia buoni affari pure oggi, di
import-export. Un sacco di volte mi ha telefonato che se volevo entrare nel
giro c’era da diventare miliardari in quattro e quattr’otto, ma a me mi basta
quello che ci ho, la sinecura in Provincia e i lavoretti qui in paese, non
sono fatto per la vita internazionale e poi non so le lingue perché da
ragazzo m’interessava solo il pallone e la musica italiana. Così al
fidanzamento c’erano solo i parenti di lei, che poi erano la nonna, i
genitori, quattro fratelli di cui due ammogliati e con prole. Gente
simpatica. E il futuro suocero ci ha tenuto a dirlo che portassi i miei saluti
a zio Ugolino, che è un eroe, un sant’uomo e un martire. Io ho ringraziato
e ho detto che avrei riferito, come dico sempre anche se poi non lo faccio
mai.
E tutto marciava per il verso giusto quando Caligola, che era il fratello più
piccolo di Nicoletta mia, un giorno mi piomba dentro casa tutto esagitato
che pareva che l’aveva pizzicato la tarantola. Io di carattere sono uno
pacioso, non mi piace la gente che strilla, che piagne, che trema e s’agita
tutta; però era il fratello della mia amata e mi toccava starlo a sentire, si sa
come vanno ’ste cose. C’è voluta mezz’ora per riuscire a capire quello che
diceva, tanto era confuso e farfugliava. Era successo questo: che quegli
imbecilli degli imbecilli del padre e della madre di Nicoletta (e di Caligola
e di quegli altri imbecilli degli imbecilli dei fratelli suoi) si erano indebitati
con l’Avvocatone. E che l’Avvocatone già s’era preso la casa che prima
era loro e adesso ci stavano in affitto, e la terra, e l’oro di famiglia, e tutto
quello che ci aveva un valore e adesso voleva pure la Nicoletta. La
Nicoletta? dissi io. La Nicoletta, disse lui. E allora che si fa? dico io. E che
ne so, dice lui. Ci devo pensare io? dissi io. E lui: Eh. E aggiunse: Magari
se dici una paroletta allo zio. E uscì da casa mia. Pareva sollevato, la
carogna.
*
E nessuno mi aveva detto niente.
Ora, io sono un uomo di mondo, ho studiato, sono ragioniere. Per una cosa
del genere non potevo certo disturbare lo zio Ugolino, che magari lo
diceva agli amici che mandavano un gruppo di fuoco in paese e ci
scappava la strage. No, serviva discrezione. Tempestività e discrezione.
Quindi lo zio Citrullone, che ce lo sapevano tutti che risolveva questi
problemi in modo discreto ed efficiente. E infatti “Non c’è problema”,
disse lo zio. E poi: “Quanto ci hai da parte per le spese vive?”. “Non lo so
quali sono le tariffe”, dissi. “E’ uno solo, robetta, cinquemila euro ed è
cosa fatta”, disse lui. “Va bene”, dissi io. “Pagamento anticipato”, disse
lui. Così il giorno dopo gli portai i soldi. E lui diede incarico al Zeccaccio
e a Magnachiodi.
A dire la verità al Zeccaccio e a Magnachiodi non gli pareva vero di
mandare al creatore l’Avvocatone. Così quando lo zio glielo disse e gli
diede i pezzi la sera stessa si presentarono al palazzetto, senza neppure le
maschere, e tanto bussarono che quasi buttavano giù il portone, finché la
signora Maddalena, la governante (che era la serva, la cuoca, la giardiniera
e la donna di fatica tuttofare dell’Avvocatone, che lui la chiamava
governante perché era più fine), venne ad aprire e li introdusse nello studio
dell’Avvocatone che era in giacca da camera come poi scrissero i giornali,
che scrissero pure che si beccò la prima palla un mezzo alla fronte, la
seconda e la terza nel cuore, due colpi quasi sovrapposti, e poi altri tre nel
basso ventre a sfracellargli le parti intime, infine gli sfondarono la faccia a
calci. La governante fu costretta ad assistere, poi dovette accompagnare gli
ignoti criminali stanza per stanza alla ricerca di tutti i contanti, le gioie e i
beni mobili di dimensioni portatili, poi fu assassinata con un colpo alla
tempia mentre era in ginocchio che pregava col rosario in mano cosicché
dovrebbe essere volata in paradiso di botto, come disse poi il prete al
funerale. Dove fosse volato l’Avvocatone quando fece la messa pure per
lui il prete non lo disse, ma tanto lo sapevano tutti.
Gli uccisori non furono mai trovati. Ma un mese dopo preciso, il sindaco
indisse un giorno di festa cittadina in onore di Santa Rosalia che invece
quel giorno il santo era un altro, e il Zeccaccio e Magnachiodi furono
portati in trionfo per tutto il paese.

***

37. Cristallo

Lo chiamavano Cristallo perché ci aveva ’st’abitudine che ci avevano in


parecchi al paese di smadonnare a tutto spiano, ma lui era una specie di
primus inter pares perché ne inventava certe che neanche a Dante
Alighieri gli sarebbero venute in mente, e dico Dante Alighieri, mica
Littettoni o Bobbisolo.
La seconda specialità era come ballava, e ragazzi altroché se ballava, e
sarebbe stato il mejo ballerino del paese se non ci fosse stato Tonimanero
che sarei io. Che Tonimanero non è il mio nome vero, l’ho preso da un
film. E a me a ballare non mi batte nessuno. E canto pure nelle sagre di
paese di tutti i paesi qui vicino. Ci ho il repertorio che qui la gente ci va in
visibilio: Littettoni, Claudiovilla, Bobbisolo, il Molleggiato. E mentre
canto ballo pure. E m’accompagna mio cugino con la fisarmonica, che è
un musicista di prima classe, che gliel’ho inventato io il nome d’arte:
Eccelzio. So il latino io, servivo messa prima di ammazzare il prete che
poi mi diedero lo sconto di pena perché dissi che mi diceva le zozzerie che
mica era vero ma mica volevo passare in galera il fiore degli anni, la
gioventù ha i suoi diritti.
Cristallo invece non cantava, ballava e basta. E bestemmiava dalla mattina
alla sera, meno la notte perché sul lavoro è silenzioso come un orologio
svizzero e io lo so meglio di tutti perché lavoriamo insieme.
Adesso vi spiego perché ho dovuto ammazzare pure lui, che mi stava pure
simpatico e veramente eravamo amici amici. E’ che c’era un motivo se
bestemmiava sempre, e si chiamava Rosina. Si chiamano sempre Rosina,
non lo so perché. E’ che Rosina ci aveva gusto a ballare con Cristallo, che
con me non ci poteva ballare perché io stavo sul palco che cantavo, facevo
pure qualche passo, sì, ma da solo, che lo spazio sul palco era poco perché
c’era pure Eccelzio con la fisarmonica che già è parecchio ingombrante, e
allora lei ballava con Cristallo. E Cristallo che fa? S’impecia. Che io glielo
avrò detto cento volte, mille volte, “Crista’ nun te ’mpecia’ che so’ solo
guai”, mille volte gliel’avrò detto, che ero pure un esempio vivente, infatti
a me che mi era toccato fare? Avevo dovuto ammazzare la moglie, che si
chiamava Rosina pure lei. Non la moglie mia, che non sono mica fesso a
sposarmi, no, la moglie di Faustone Brecciolino, che lo chiamavano
Brecciolino perché ci aveva tutta la faccia sfregiata. Che mi era toccato
ammazzarla perché voleva dire tutto a Faustone, tutto di lei e di me. Le
donne sono proprio stupide. Che magari se lo diceva prima a Brecciolino
l’ammazzava lui. Invece l’ha detto prima a me e l’ho dovuta ammazzare
io. Però poi ho nascosto bene il cadavere e la cosa è finita lì. Però a
Cristallo glielo avevo detto. Che tanto già se l’immaginava, tutti al paese
se l’immaginavano, così poi m’era toccato di fare fuori pure quel bietolone
di Brecciolino, a scopo di profilassi, prima che mettesse in atto qualche
cattivo pensiero. Rosina si chiamava. E Rosina si chiamava pure la sciorna
che quel fesso adesso ci s’era impeciato. Ora il punto, il busillis, è che la
Rosina di Cristallo gli piaceva ballare con Cristallo ma a letto ci andava
con Eccelzio (e pure con me, ma con me a pagamento, con Eccelzio invece
gratis, almeno è quello che diceva lui, sarà). E a Cristallo la cosa non gli
andava giù. “Balla con me e va a letto con lui, porco qui e porco là, porco
su e porco giù”. Finché la cosa arrivò alle orecchie di Eccelzio che un
giorno mi chiama, è mio cugino, e mi fa: “Scortico’, e non va bene, non va
bene per niente”. “Che è che non va bene?”. “Che Cristallaccio insulta la
Rosina”. “E ce lo so pur’io, ma ch’ho da fa’?”. “O lo fai tu o lo fo io”.
“Aho’, ma io con Cristallo ci lavoro, ce lo sai”. “O lo fai tu o lo fo io”.
Lì per lì restai indeciso, perché al paese di gente che suona la fisarmonica
non ce ne sono altri, e poi era pure mio cugino; però con Cristallone ero
affiatato, lavoravamo bene. Insomma, ero indeciso. Così li ho fatti secchi
tutti e due. Perché, voi che avreste fatto?
E poi m’è dispiaciuto. Perché come facevo a immaginarmelo che
Cristallaccio aveva fatto testamento e m’aveva nominato erede universale?
Non aveva detto mai niente. Che ne potevo sapere? E mo’ mi dispiace, mi
dispiace, sì.
Oltretutto devo trovare un nuovo socio, addestrarlo, eccetera. Per le feste
paesane invece adesso m’accompagnano batteria e chitarra, e nel
repertorio ci ho messo pure i Pu e i Dicchedicche. Certo, il palco è toccato
farlo più grosso.

***

38. Il felice narratore

Io mi ci diverto, mi ci diverto da matti a raccontare quello che combino.


Me ne frego io delle guardie, me ne frego di quello che dice la gente, io mi
ci diverto.
Una volta Gattosilvestro disse che le sparavo grosse, che erano tutte cose
che m’ero inventato, che non era vero niente. L’avete visto più dopo di
quella volta quel trippone di Gattosilvestro? E che gli sarà successo, eh?
Voi che dite? Non ci credeva che avevo spanzato uno col roncio? E allora
gli ho dato una dimostrazione.
Perché lo fo? Lo fo che? Io non fo niente, racconto e basta. Poi se ci
credete bene, se non ci credete chi se ne frega. Ma attenti a voi, gente di
poca fede.
Dice: tu te le inventi le balle che racconti.
Ah sì? Quale ti pare che mi sono inventata, quella che a uno l’ho impiccato
per le orecchie?
Detto fatto, e due. Mo’ ci credi?

***

39. Superbino

Non lo sopportava nessuno, ma proprio nessuno.


Tu dicevi una cosa e lui doveva sempre aggiungere la sua.
- Ieri faceva freddo
- Freddo? Temperatura polare, direi.
- Ci beviamo un cognacchino?
- Uno? almeno cinque.
Sempre così.
E poi le sparava grosse, ma talmente grosse che. Insomma, sentite.
- Quando stavo a Berlino allora sì che si faceva la difesa dei confini, della
patria, della razza e dello spazio vitale. Ce lo sapete che è lo spazio vitale
della razza? Ce lo sapete che è la soluzione finale della questione ebraica?
Ce lo sapete che lì sanno parlare tutti il tedesco? Il tedesco, dico, che lo so
parlare pure io ma non lo fo perché tanto voi non lo capite che siete solo
un branco di caproni che non avete mai visto niente del mondo.
Che lui a Berlino figurarsi se c’era mai stato, l’aveva letto sui giornaletti di
guerra.
- Mi ricordo quella volta che andavamo a caccia della balena bianca.
Quello sì che era andare a caccia. In mezzo al mare, mica sotto casa. E che
gli tiravamo col bazooka? No, gli tiravamo certi pezzi di ferro a forma di
lancia con attaccata una corda e quella fuggiva e noi ci attaccavamo alla
corda come gli scalatori (ve l’ho detto di quella volta sul Monte Bianco?) e
poi la risalivamo piano piano e le arrivavamo addosso e l’ammazzavamo a
coltellate. Quella era vita sana, all’aria aperta, che l’aria del mare fa bene
alla salute che ce lo sanno tutti meno che voi che non siete mai usciti dal
paese e resterete sempre bifolchi come un branco di caproni.
Che invece neppure sapeva nuotare.
- Ma che avanguardia e avanguardia, sono tutti dei peracottari, quando io e
Picasso si faceva casino insieme, allora sì.
Che di Picasso sapeva sì e no il nome.
Lo chiamavamo Superbino per non confonderlo con Superbone, che era
suo padre e che aveva fatto la fine che aveva fatto perché una volta aveva
guardato storto la statua del duce.

***

40. Disperello

Lo chiamavano Disperello fin da quando era ragazzino, perché era figlio di


Disparone, che lo chiamavano così perché c’era stata quella storiaccia.
*
La storiaccia di Disparone
Disparone, all’anagrafe Pietro Manconi, alle scuole elementari - le uniche
scuole che frequentò - era compagno di banco di Paolo Stropponi. Le due
famiglie si odiavano ma loro erano amici.
Diventati giovinotti, Pietro s’innamorò della sorella di Paolo, Beatrice
Fiammetta Laura detta Lalla, ma le famiglie non volevano, e se erano
disposte a chiudere un occhio sulla frequentazione di Pietro e Paolo,
quanto a Pietro e Lalla neanche a parlarne. Il che naturalmente fece
intestardire Pietro ancora di più.
E Lalla? Che ne pensava Lalla nessuno l’ha mai saputo, anche perché sparì
presto. Però non sparì a lungo, perché la ritrovarono qualche giorno dopo
in una forra, e non era un bello spettacolo.
Non c’era bisogno di fare indagini, tutto il paese aveva già deciso che era
stato Pietro, che prima ci si era divertito e poi ci si era divertito troppo e
l’aveva lasciata lì, poveretta.
Nessuno chiese niente a Pietro, che piangeva come un vitello e non diceva
una parola.
Ezzelino, che era il fratello più grande di Paolo e di Lalla (e di altri cinque
tra fratelli e sorelle i cui nomi di battesimo chi se li ricorda più) fece quello
che doveva fare e che tutto il paese si aspettava che facesse. Che? Lo
stesso servizio alla vergine Camilla, che di Pietro era l’adorata sorellina.
“Così siamo pari”, disse a Pietro la sera in piazza. E Pietro rispose: “No,
siamo dispari”.
La mattina dopo Pietro sparì dal paese. Ma non dal mondo.
Il giorno dopo Ezzelino ebbe un incidente di caccia, che però non pareva
un incidente di caccia perché oltre ad avere la faccia strappata via da una
schioppettata, gli avevano anche tagliato ciò che fa diverso l’un genere
dall’altro.
La notte dopo prese fuoco il casale della famiglia di Paolo e man mano che
i componenti della famiglia uscivano in gran fretta ancora in camicia da
notte, un quintone li faceva fuori uno dopo l’altro tutti tranne Paolo.
E chi vuoi che sia stato, diceva la gente?
Paolo sparì a sua volta dal paese, ma neppure lui dal mondo. Ed infatti la
notte dopo bruciò la casa del padre e della madre di Pietro (che era figlio
unico), e dentro la casa bruciarono anche quelli che ci abitavano, perché
prima di dare fuoco alla casa qualcuno aveva separato le teste dello zio
Peppe e della zia Maria dal resto e mentre la casa bruciava le teste erano
state deposte proprio sullo scalino del portone ed erano bruciate per ultime
che nessuno del pubblico le volle toccare perché portava male.
Dopo un po’ di tempo - cinque o dieci anni - in paese ricomparve Pietro,
che chissà dove era stato. Ma nel posto dove era stato aveva fatto un figlio
con qualcuna che nessuno seppe mai chi fosse. Ma il figlio se lo portò
dietro, chi lo sa perché, la gente è sempre strana.
Qualche anno dopo ritornò pure Paolo. Dovevano regolare i conti. E Paolo
ammazzò Pietro e poi sparì di nuovo.
E Disperello restò solo.
E adesso, detto l'antefatto, passiamo alla storia di Disperello.
*
Un malthusiano
Da ragazzino Disperello pensava che quando sarebbe cresciuto sarebbe
diventato pure lui Disperone, o almeno Dispero (con l’accento sulla i),
invece restò Disperello.
E’ possibile che un nome faccia rabbia a chi lo porta? E’ possibile, è
possibile. Per esempio a Disperello gli faceva rabbia.
Così si mise ad ammazzare tutte le persone che lo chiamavano così, ma
proprio tutte. Il problema era che nessuno sapeva che nome avesse e lui
non lo disse mai a nessuno. Ve lo dicevo che la gente è strana, valla un po’
a capire.
Giocavano a pallone e un compagno gli diceva: “Dispere’, passa ’sta palla
che so’ libero”. Lui la palla gliela passava, ma la sera quello aveva smesso
di respirare.
Stava seduto a bere un caffè al bar e uno gli diceva: “Ah Dispere’, hai
mica visto Cecio?”. Lui rispondeva educatamente che non l’aveva visto.
Ma la mattina dopo chi glielo aveva chiesto aveva abbandonato questa
valle di lacrime.
Parenti suoi non ne aveva, ma un bel giorno prese moglie. Quanto durò?
Poco, ma poco poco. E al funerale della moglie la gente veniva e gli diceva
“Condoglianze, Dispere’”. “Grazie, grazie” diceva lui. Ma prima dell’alba
del giorno dopo era già cominciata l’ecatombe. Che a quei tempi ai
funerali ci andava tutto il paese. Erano altri tempi, erano.
Gli amici? e come facevano a diventare amici se la prima volta che lo
chiamavano che ne so per giocare a quartiglio poi la notte non c’erano più?
Di lavoro ci aveva un banco al mercato. Finché il mercato durò. Avete
capito, sì che avete capito.
Al bar del muto a un certo punto c’era restato solo il muto e gli avventori
occasionali che passavano per il paese in macchina, si fermavano un
minuto per andare al gabinetto e quindi si bevevano un caffè, perché per
andare al gabinetto del bar una consumazione la dovevi pagare, e poi via
senza aver detto una parola che non fosse “Un caffè corretto, grazie. E il
cesso ’ndo’ sta? E’ pulito?”. E quelli si salvavano.
La gente non se lo spiegava che stava succedendo, tutti avevano paura, ma
a nessuno gli veniva in mente che era lui: che poi sarebbe stato pure facile,
ma succede sempre così, che le cose che ci hai sotto il naso nessuno le
vede. Succede sempre così.
Forse il maresciallo dei carabinieri ci era arrivato, perché un giorno lo
incontrò per strada e gli disse che voleva vederlo. Fu l’ultima cosa che
fece. Oppure magari no, non ci era arrivato, gli aveva solo chiesto l’ora
perché gli si era fermato l’orologio. L’orologio. Pure a quelli con la divisa
qualche volta l’orologio gli si ferma.
Il paese è piccolo e isolato, la gente di fuori ci passa di fretta se ci passa.
Quelli del paese che lavoravano fuori erano pochi, e siccome partivano la
mattina presto e tornavano la sera tardi, non è che ci facessero gran caso.
La domenica poi dormivano tutto il giorno.
Se poi qualcuno di quelli che lavoravano a giornata una bella notte spariva
i padroni erano contenti che era sparito senza riscuotere la mesata, e
stavano zitti.
A quel tempo non c’erano i telefonini, la gente si faceva i fatti propri, si
stava bene a quel tempo.
E ormai c’erano un sacco di casa libere. Un sacco, un sacco proprio. Se
una persona sa guardare bene, in ogni cosa che capita c’è sempre qualche
cosa di buono. Se sai guardare bene, è logico.
*
Ogni ritorno è un ritorno a Itaca
Quanto tempo sarà passato? Parecchio. E un bel giorno chi ti ritorna al
paese? Paolo. E chi se no?
Si accorse subito che il paese era cambiato. Era cambiato pure lui. Non si
faceva mica chiamare Paolo Stropponi, ma Gianni Valligiani. E ci aveva
una barba che pareva un orso.
Non credo che pensasse di fermarsi, non ci aveva neanche una valigia.
Magari era tornato per finire il lavoro. Magari aveva saputo qualche cosa.
E chi lo sa?
Appena sceso dalla corriera s’era diretto al bar, al bar del muto che c’è
solo quello. S’era fatto dare una bottiglia di cognac e si era accomodato a
un tavolo all’aperto che c’era un bel sole. E piano piano se l’era fatta fuori
tutta. La bottiglia. Poi ne aveva presa un’altra. Intanto guardava e pensava.
A una cert’ora arriva Disperello.
- Giovino’, dite, per favore.
- Che?
- Sono arrivato adesso, mi servirebbe una cortesia, un’informazione.
- Prego, se posso.
- Grazie, eh, si vede che siete un ragazzo beneducato.
- Per così poco. Ma che informazione vi servirebbe?
- Vorrei sapere se mi potreste dire la tabellina del tre, che adesso qui per
qui mi pare di non ricordarmela più.
- E che ci vuole? Tre per uno tre, tre per due sei, tre per tre nove.
- Ecco, ecco, basta, basta così, era tre per tre nove che non mi ricordavo.
Grazie, eh.
- Prego, prego. Per così poco.
- No, no, non è poco per niente, siete proprio un bravo giovine e si vede
che siete beneducato.
- Ma no, che dite, è normale.
- E’ normale tra persone civili, ma sapeste quante persone incivili
s’incontrano a girare il mondo.
- Eh, lo immagino.
- E allora sentite, sapete che faccio? La prossima volta che chiedo una
cortesia a qualcuno e quello fa il cafone gli dico che per fortuna non sono
tutti cafoni come lui, che c’è anche gente che ancora conosce le buone
maniere. E come esempio gli dico di voi.
- Ma no, figurarsi, per così poco.
- Altroché, altroché se lo faccio. E adesso se poteste dirmi come vi
chiamate...
Fu così che la strage finì. Era facile, no?

41. Scorticone

Non so se ve l’ho mai detto, ma conosco solo gentaccia - esclusi i presenti,


naturalmente, che sono tutte persone di qualità.
Me lo chiedo pure io perché conosco solo gentaccia (con la riserva già
dichiarata sopra). E non mi piace neanche a me quello che mi rispondo.
Perché mi rispondo che io conosco solo gentaccia perché sono anch’io uno
di loro (e giuro sulla testa dei miei figli - che non ho, almeno credo - che
sono uno che ci s’impegna a rigare sempre dritto), oppure sono l’ultimo
dei fessi. O il penultimo. Il terzultimo. Ecco, mi capita sempre così, che
non riesco a smettere di pensare alle cose che dico. A voi vi succede? E
come lo capite dove vi dovete fermare?
Ma lasciamo stare, le parole sono una gran brutta bestia, ho ragione? Ecco,
mi capita pure questo, di voler discutere tutto, e allora ci credo che la gente
mio chiama Zi’ ’Ndeciso (pure Scorticone, però pure Zi’ ’Ndeciso). Che
poi non è che sono indeciso sempre, no, quando c’è da fare quel che si
deve fare, lo fo, non è che non lo fo, è che prima di decidermi, mi devo
proprio trovare alle strette. Che mi sono sempre chiesto perché si dice alle
strette. Si dicono un sacco di cose strane, no?
Allora, che dicevo? Lo so, lo so che dicevo, è un modo di dire, voi non li
usate i modi di dire? Io dico che servono, no? Così quando tutti stanno zitti
e già lo senti che sta per succedere la cosa brutta allora uno dice una cosa
tanto per dire, e se azzecca quella giusta almeno per oggi il sangue non
scorre. E’ un modo di dire pure questo, però non è solo un modo di dire,
ma adesso non mi fate dire quello che non voglio dire, che qui pure i muri
ci hanno le orecchie.
Fa ridere, no, i muri con le orecchie?
*
La gentaccia, sì. Allora: io dico che tutti sono gentaccia, ma proprio tutti
tutti, tranne i presenti che l’ho già detto prima. E poi, e poi. No, scherzo,
scherzo, no?
Pure questa è una cosa strana: quando uno ridice le stesse parole ma
cambia il tono, o si dice prima la parola che prima hai detto dopo. Non è
una cosa strana? Non vi pare che succede qualche cosa, che le parole la
seconda volta significano un’altra cosa? E allora pure le parole si
dovrebbero mettere d’accordo a dire sempre una cosa sola, perché sennò
chi ci capisce più niente? Ecco, infatti io dico che non ci si capisce mai
niente, né con la gente, né con le parole, è per questo che mi piace stare
per conto mio, a lavorare da solo e stare zitto che una parola è poca e due
sono troppe, e magari è troppa pure una sola.
Però anche se non dici niente le parole non è che spariscono, ti stanno nel
cervello e frullano come uno stormo di storni, e fanno un fracasso e - con
rispetto parlando - ti scacazzano dappertutto nel cervello e poi per forza
che ti viene voglia di fare uno sproposito. Non è per cattiveria, è colpa di
tutte quelle parole che scacazzano dappertutto nel cervello, che oltretutto
ma come cavolo fanno a starci tutte nel cervello che è piccolo come mezzo
cocomero piccolo, e pure più piccolo?
L’ho studiato pure io il corpo umano, si vede? Si chiama l’anatomia. Con
l’accento sulla i, che però non si scrive, che tanto c’è già il puntino. No,
no, scherzo, certe volte mi piace fare un po’ il buffone.
*
Se mi decido a confessare? E chi dovrei confessare? Mica faccio il prete.
Certo che era una battuta. Perché, non si capiva? Invece di ridere vi
c’impermalite? Ma allora non sapete stare al mondo. Non si dura se non si
ride pure un po’, non si dura. Io lo dico per voi, eh.
Il fatto è che non ci ho niente da confessare, io sono innocente. Si può dire
che neppure la conoscevo.
Perché mi chiamano Scorticone? Se ve lo racconto non ci credete.

***

42. Scrippacchione

Con Scrippacchione ci siamo conosciuti a olive. Quando andavamo a


raccogliere le olive.
No che non ci abbiamo la terra, figurarsi. E non ci avevamo neppure il
permesso del padrone, forza. E’ che senza olio neppure pane e sale vanno
giù.
Mica andavamo solo a olive. Quello che trovavamo. A seconda delle
stagioni, è naturale.
E mica solo nei campi, e andiamo.
Sicuro, pure nelle case. Le cantine, i garage, dove c’era qualche cosa da
spazzolare. E lasciatevi servire: dove c’è una serratura, dietro qualche cosa
da spazzolare ce la trovi sempre.
Insomma, si fa quel che si può.
Non è che ce la passavamo tanto male. Certo, qualche volta toccava
pedalare. E qualche volta fare uso delle maniere forti, capita: io sono
contro la violenza ma se quello non molla, se quello strilla, se quello
disturba la quiete pubblica, allora. Allora, sì. Eh, voi che fareste?
Ne potrei raccontare certe che dire ganze è dire poco.
*
Mica l’avevo mai capito perché lo chiamavano Scrippacchione.
Potevo immaginare che quel cecio quando arrivava a casa ci aveva un
quadernetto e ci segnava sopra tutte le imprese nostre?

***

43. Lo zio Scatarro

Me lo ricordo bene ’r zi’ Scatarro, all’anagrafe Carlo Alberto Roncolacci


ma tutto lo chiamavano Zi’ Scatarro perché con uno sputo centrava una
mosca sul muro a cinque metri.
Voi direte: e che bravura è? E’ bravura pure quella, eccome se è bravura;
prima provateci e poi mi saprete dire.
Morì al tempo dell’epidemia, ma non morì per l’epidemia, cioè, l’epidemia
c’entrava, ma di striscio, è stata solo l’occasione. Si sa come funzionano le
occasioni, no?
Ve lo racconto? Ce li avete cinque minuti? E allora eccola la storia der zi’
Scatarro, cominciamo dalla fine.
La fine fu che s’incontrò sul pianerottolo cor zi’ Rospaccio che già non si
potevano vedere dai tempi dello sciopero, quello grosso che si dava fuoco
pure ai frutteti, voi eravate troppo giovani.
Ma semmai ve lo racconto un’altra volta dello sciopero grosso, furono i
giorni più belli di tutta la vitaccia mia quando davamo fuoco a tutto quello
che c’era. Da giovane uno ci ha gusto a tutto, è da vecchi che non ti piace
più niente e che ti chiedi che campi a fa’.
Così successe che quella mattina s’incontrano sul pianerottolo perché
abitavano nella stessa casa, al terzo piano, proprio di fronte, sullo stesso
pianerottolo: La casa era dell’avvocato Sbacchiachicchi che lo chiamavano
pure Scarcagnallossi e pure l’Avvocatone, che faceva pure lo strozzino e
che ci aveva un sacco di case al paese, che se le era sugate ai poveracci che
prima erano andati da lui come avvocato, poi da lui come strozzino e poi
se ne erano dovuti andare dal paese con le pezze in quel posto.
Adesso non ve la racconto la storia dell’avvocato, che magari già la sapete,
perché al tempo fu una cosa grossa, ancora se lo raccontano come finì
l’avvocato quelli che c’erano, che non fu una bella fine. Però nessuna fine
è bella, no? Pure io, tanto per dire, non è che non ce lo so che alla fine la
fine arriva, solo che vorrei che arrivasse di colpo, senza tutto quel dolore e
tutta quella vergogna che gli toccarono al povero avvocatone, che però
bisogna dirlo che se lo meritava e infatti chi lo fece non si seppe mai con
tutto che tutto il paese lo aveva visto. Solo domineddio può giudicare si
dice qui da noi, e se uno non si sa difendere da solo si sa che fine fa.
Amen.
Allora: sul pianerottolo.
’R zi’ Rospaccio a quei tempi quando usciva di casa s’imbacuccava tutto:
già ci aveva sempre freddo perché da giovane ci aveva avuto la malaria,
poi la paura del contagio, e allora si metteva il cappotto, sul cappotto una
specie di mantello che s’era fatto da solo con una tovaglia incerata, e poi i
guanti che usava in campagna che di lavoro faceva il potatore, e sulla
faccia un fazzolettone come quelli dei film d’indiani e caubboi.
Invece ’r zi’ Scatarro se ne fregava dell’epidemia come se ne fregava di
tutto, aveva sempre campato così. E allora lo faceva apposta a non mettersi
né i guanti né la maschera né il sacco della monnezza di plastica quello
grosso come un bidone grosso che gli facevi tre buchi e te le infilavi che
parevi un marziano, un robbotte, un messicano.
Che ar zi’ Rospaccio già gli rodeva. E fu qui che ar zi’ Scatarro gli venne
il colpo di genio: su una mattonella del pavimento del pianerottolo di
quelle belle rosse di una volta c’era un moscone, bello grosso, fermo fermo
che si godeva il sole. E già l’avete capito ’r zi’ Scatarro che fa: un colpo
secco, centro perfetto, faceva proprio schifo.
Allora ’r zi’ Rospaccio ci ebbe il suo pretesto che l’aspettava fin dai tempi
che da giovani gli avevamo dato fuoco alla vigna: “Brutto zozzone porco e
carogna, che non lo vedi che così spandi il malanno? Mo’ t’insegno io a
fa’ l’untore, porco di uno zozzone brutta carogna”.
Adesso c’è da sapere che a quei tempi non era come adesso, al paese se
uno usciva di casa magari le chiavi di casa se le scordava ma l’arma
personale no. Io per esempio mi portavo sempre dietro il marraccio infilato
nella cintura dei calzoni, che lo affilavo tutti i giorni perché restasse bello
luccicante che si doveva vedere da lontano. E poi in saccoccia la pattada
che è la regina dei coltelli. Fernandetto detto Fernette per esempio si
portava dietro un martello, un martello sì, pure quello infilato nella cintura,
e s’era fatto una cintura a cartuccera e ci aveva infilato tutti chiodi da
staccionata che la moglie gli aveva dovuto fare il rinforzo di cuoio sul
davanti dei calzoni che sennò li bucava tutti, e sul manico del martello
c’erano una mezza dozzina di tacche e quello che significavano non ve lo
devo dire io. ’R zi’ Rospaccio invece era più di tradizione e si portava solo
il coltellaccio per tutti gli usi, che ci potava di fino, ci si tagliava il pane e
ci si affettava la ciccia, pure quella viva.
E pure quel giorno ce l’aveva.
Che poi mica era solo per la vigna, era che c’era pure stata un’altra storia,
che tutti e due da giovinotti erano stati innamorati della Saponetta, che di
nome vero faceva Simonetta ma siccome era sempre tutta improfumata la
chiamavano la Saponetta, che io non sono mai riuscito a sapere se
profumava perché s’improfumava o se profumava da sé, che magari può
pure succedere, che ne so io. La Saponetta, poveretta che brutta fine ha
fatto. E non si è mai saputo se era stato ’r zi’ Scatarro (che a quel tempo
ancora non ci si chiamava zi’ Scatarro, che si chiamava solo Scatarro,
perché zi’ è un nome che si dà quando uno diventa vecchio) o ’r zi
Rospaccio (che pure lui a quel tempo lo chiamavano solo Rospaccio).
Sarebbe da raccontare pure la storia della Saponetta, però se uno le volesse
raccontare tutte finisce che si fa sera e poi si fa mattina, no? E allora uno
passerebbe la vita a raccontare storie, e alle bestie chi le governa? Le
piante chi le segue? La terra chi l’annacqua? E poi c’è pure da fare i figli
ogni tanto perché sennò l’umanità finisce, e pure i figli fatemi stare zitto
perché i figli, i figli, è meglio che non dico niente, tre ce ne ho e stanno
tutti in galera, invece di pensare al pezzo di terra che ci abbiamo e che va
in malora. E io sono pure due volte vedovo, che è una calunnia perfida,
anzi una diffamazione, che le ho ammazzate io. Figurarsi se ero così
scemo. E comunque mi hanno assolto tutte e due le volte visto che i
testimoni avevano ritrattato.
Ne so mille d’avventure der zi’ Scatarro, adesso non ci ho tempo ma se
venite all’osteria pure domani magari ve le racconto, eh?

***
44. Tantalone

Era fatto così, Tantalone: non gli stava mai bene niente. Ogni tre parole
due bestemmie, ogni cinque minuti una baccagliata. Gli volevamo bene lo
stesso, era fatto così, però era sempre una bella scocciatura.
Tu gli dicevi “Bongiorno, Tantalo’” e lui subito “Bongiorno un par de
ciuffoli, nu’ lo vedi che sta ppe’ ppiove?”.
Tu gli dicevi “Se lo famo ’n cognacchino?” e lui rispondeva “Ficchetelo in
mezzo a le cornaccia tue”.
Se qualcuno che non lo vedeva da parecchio tempo s’avvicinava a braccia
aperte, lui quando il soggetto in movimento era giunto a distanza adeguata
gli mollava una zampata dove si sentiva meglio.
Era fatto così.
*
Lo chiamavano Tantalone dopo che ebbe ammazzato uno. Prima lo
chiamavano Tontolone, perché era proprio un pezzo di pane. Ma a forza di
chiamarlo Tontolone oggi e Tontolone domani era finita che non ne poteva
più. Perché non è che lo chiamassero Tontolone e basta, no, dopo ci
facevano il raglio, il fischio, il pernacchio, lo gnaulio, l’ululato, e pure
l’uomo più buono del mondo viene il momento che gli pigliano i cinque
minuti.
Dopo gli era pure dispiaciuto di aver ammazzato il cugino, che erano pure
stati a scuola insieme e io lo so perché c’ero pur’io a scuola con loro che
allora c’era solo la pluriclasse al paese; eravamo amici tutt’e tre, sempre
insieme a fare baldoria e sempre insieme a fare le male azioni che ci
chiamavamo i tre moschettieri, così ci chiamavamo.
Mi fece proprio dispiacere quando Tantalone ammazzò Rugagnetto, però
io glielo avevo detto un miliardo di volte a Rugagnetto di farla finita, che
già a scuola era lui che gli aveva messo quel soprannome e sempre lui
faceva il maestro del coro e lo chiamava Tontolo’ tutte le volte che c’era
qualcuno che sentiva. Era maligno Rugagnetto era, lo dico con tutto che
eravamo amici, perché la verità è la verità e uno deve essere amico della
magica verità più che un plotone. Che è un modo di dire antico di quando
c’era sempre la guerra, non come adesso che la gente s’ammazza senza
bisogno della scusa della guerra.
Dopo che ebbe ammazzato il cugino finì al gabbio, è naturale. E uscì dal
gabbio che gli erano venuti tutti i capelli bianchi.
Il giorno prima che uscisse dal carcere, che al paese lo avevamo saputo da
Nazareno che fa la guardia e allora sta in galera tutto il giorno pure lui solo
che lo pagano e la sera torna a casa, al bar ci fu un consiglio come quello
degli indiani che devono decidere tra il calumette della pace e l’ascia di
guerra: eravamo io, Attila, Manolonga e Gino il baro, che siamo quelli che
al bar ci stiamo sempre giorno e notte e siamo una specie di capoccia del
paese, pure perché se qualcuno ruga lo fa una volta sola e il giorno dopo lo
trovano impalato dietro al monnezzaro e la casa bruciata. Ci vuole
qualcuno che mantiene l’ordine e la disciplina.
Così prendemmo la decisione che a Tontolone non si doveva più
chiamarlo Tontolone ma Tantalone, che gli assomiglia ma non è un’offesa
che uno ti ci sbudella. E quando la mattina dopo scese dal pullman, che la
fermata è proprio davanti al bar, fui io a fare il comitato d’accoglienza e
gli strillai: “Allora t’hanno rimandato a casa, eh, Tantalo’”. E lui:
“Com’hai detto?”. E io: “Allora t’hanno rimandato a casa, eh, Tantalo’”. E
lui: “Non ho capito bene l’ultima parola”. E io: “L’ultima parola era
Tantalo’”. E lui: “E che vorrebbe dire?”. E io: “Niente, è un nome di uno
antico”. “Buono o cattivo?”. “Cattivo come la fame”. “Allora mi sta bene”.
Poi entrò nel bar a ciuccarsi. Andò esattamente così, ho saltato solo le
bestemmie, le sue e le mie. Le bestemmie si dicono lì per lì perché si
devono dire e ci stanno bene, ma quando poi racconti i fatti fanno brutta
impressione perché sembrano una cosa da cafoni e a nessuno gli piace di
sembrare un cafone.
*
Di lavoro lavorava di giorno all’officina di Sbatacchione ma soprattutto
lavorava di notte, però mai nel paese, e dopo ogni lavoro non si scordava
mai di portare il regaletto agli amici del bar, che saremmo io, Attila,
Manolonga e Gino il baro. All’inizio voleva fare per conto suo senza
spartire con nessuno, perché era uno scorbutico da quando era uscito di
galera, e scorbutico scorbutico; però un giorno gli insegnammo
l’educazione e non fu facile neppure in quattro contro uno e toccò
strappargli via tre unghie prima che la facesse finita e capisse le buone
maniere, e poi non sgarrò più.
Fino a tre giorni fa.
*
Perché la mattina di lunedì trovarono seduto per terra appoggiato al
cartello stradale con scritto il nome del paese, che però sta un paio di
chilometri fuori del paese, uno senza capoccia; un cadavere, sì, un
cadavere, perché, voi l’avete visto mai un cristiano senza capoccia che
continua a campare? Io no. E infatti era morto e puzzava, perché non è che
era senza testa e basta. E siccome era tutto bruciato perché dopo avergli
fatto il lavoretto l’avevano incipriato tutto ben benino dal collo ai piedi di
calce viva, la gente si chiedeva chi era il distrattone che aveva perso la
testa. Ma non è che ci volle molto a capirlo, perché quel giorno Gino il
baro al bar non si fece vedere, e chi vuole capire capisce.
Con Attila e Manolonga facemmo un consiglio di guerra. E’ chiaro che il
primo pensiero era che l’aveva fatto uno di noi tre. Però ne parlammo
come se tutti e tre pensassimo che fosse stato qualcun altro. Ma chi?
Perché Gino il baro non era uno che si faceva ammazzare facile, era uno
che facile ammazzava. Però è vero pure che al paese lo odiavano tutti e si
sa che l’odio è meglio del viagra, ti fa fare quello che neanche te lo
immaginavi di saperlo fare. Così il consiglio di guerra si risolse in un nulla
di fatto. Tanto per sfogarci la sera demmo fuoco alla farmacia, ma così,
solo per fare qualche cosa. Che poi era pure una cosa stupida, che il
farmacista non solo pagava l’imposta regolare regolare liscio liscio come
l’olio ma era pure uno che quando gli chiedevamo qualche cosetta sfiziosa
di quelle che avete capito era servizievole sempre. Io dico che si fanno un
sacco di cose che se ci pensi non le faresti, perché lo vedi che sono stupide
però le fai lo stesso. La gente è fatta così, una cosa giusta non la fa
neanche se l’impicchi, invece le scemenze gli riescono pure a occhi chiusi.
E’ fatta così la gente. Apposta è facile disprezzarla, no?
Però la mattina di martedì pure Attiletto aveva detto addio al mondo
crudele. E stavolta non c’era dubbio alcuno che fosse lui, visto che il corpo
c’era tutto, o quasi, inchiodato al portone di casa sua, che era in fondo al
paese un po’ fuori mano. In bocca ci aveva uno straccio che quando lo
tirarono fuori era tutto sporco di grasso e puzzava di benzina. E questo
circoscriveva le ricerche a chi ci aveva a che fare col distributore di benza
o coll’officina del meccanico. Ma al distributore ci lavorava solo Ninetta la
pelosa, che era alta un tappo e un barattolo e come faceva a inchiodare
Attilone che era alto quasi due metri pace all’anima sua? E allora, eh. E chi
ci lavorava all’officina? Sbatacchione, Rivoltelletto e Tantalone. Che
erano tre che magnavano i sassi e al posto delle mani ci avevano sei pale.
Mentre che con Manolonga facevamo un nuovo consiglio di guerra ce ne
accorgevamo che la gente ci guardava storto, e non solo ci guardava storto
- ci guardavano sempre storto tutti quanti - ma sogghignava. Sogghignava,
sì, avevano preso pelo. Che fu il motivo per cui feci la cianchetta a
Lazzarone che ebbe l’infelice idea di passarci vicino e poi gli cercammo le
costole una per una a zampate.
Intanto si faceva sera e qualche preoccupazione ce l’avevamo tutti e due.
Anche perché tutti e due non eravamo proprio sicuri che l’autore delle due
opere d’arte moderna fosse per così dire esterno alla cerchia nostra. Così
nessuno dei due s’alzava dalla sedia del bar, che tanto per fortuna restava
sempre aperto. Finché Manolonga, che beveva sempre troppo l’imbecille,
dovette andare a fare un goccio d’acqua. Ora, non so se lo sapete, ma il
cesso del bar è meglio non entrarci se non ti vuoi beccare come minimo la
lebbra. Così Manolonga uscì per andare ad espletare la funzione corporale
conseguente all’eccesso di abbeveramento nel vicoletto a fianco al bar.
Uscì. E c’è bisogno di dirlo?
Ormai albeggiava e quell’imbecille non tornava. Io non ero così fesso da
andare nel vicoletto prima che ci fosse luce sufficiente a vedere dove
puntare il pistolone che reco sempre meco qual fido compagno d’armi. A
un certo punto entra nel bar Checchignola, che s’alza presto perché fa il
giro col camion della monnezza, e dice al sor Otello che sta dietro al
bancone: “E sono tre”. E il sor Otello: “Nel vicoletto?”. “Nel vicoletto. E
se l’è pure fatta sotto”. Allora io: “Checchigno’, parla forte che qui non si
sente”. E Checchignola: “Sei restato solo, Ciampico’. E mo’ che fai?”.
Non feci niente, restai lì seduto e aspettai. Quando arrivò la corriera un
attimo prima che ripartisse feci tre balzi da pantera e ci zompai sopra. Uno
sveglio lo sa quando è il momento di cambiare aria.
*
Sul pullman c’era pure Tantalone, che mi guardava fisso e non diceva
niente. Ci aveva ancora la tuta sporca di sangue. Come aveva fatto a salire
sul pullman pure lui? Doveva essere salito alla fermata prima, ma come
faceva a saperlo che io avrei attuato quel geniale piano di ritirata strategica
e riorganizzazione? La gente è strana. Oppure era solo una coincidenza.
Lui mi guardava e io lo guardavo. Però lui era in posizione di vantaggio
rispetto a me, perché stava seduto dall’altra parte tre file dietro così io per
guardarlo dovevo girarmi, e ogni volta che mi giravo vedevo che lui mi
fissava, stava zitto e fermo e mi fissava, pareva una statua il beccamorto.
Mi toccò cambiare posto. Scalai di cinque file sempre dal lato mio e
adesso ero io che vedevo lui da dietro. Però poi si alzò pure lui e si mise
seduto in fondo all’autobus, la carogna. Così non mi restò che risalire il
pullman e mettermi al primo posto vicino all’uscita. Ero pure stanco morto
perché non avevo dormito. Con la mano impugnavo la baiaffa nella
saccoccia pronta per l’uso casomai si avvicinasse, e guardando nello
specchio che stava in alto in mezzo tra l’autista e lo sportello lo tenevo
d’occhio. Decisi di aspettare per vedere se scendeva. Ma arrivammo al
capolinea e ci toccò scendere a tutti e due.
*
C’era un sacco di gente intorno ma a mali estremi estremi rimedi. Tirai
fuori il ferro e gli dissi: “Ti serve qualche cosa, Tantalo’?”. “A me no, e a
te?”. “Manco a me”. “Allora perché ci hai il pezzo in mano?”. “E allora
perché ci hai la tuta intinta di sangue?”. “Ti dà fastidio il sangue?”. “Ti dà
fastidio lo schioppo?”. “A me no”. “Manco a me”. Restammo zitti, io
sempre con la pistola puntata e il braccio che cominciava a dolermi. Allora
lui: “Pesa, eh?”. E io: “Potrei pure alleggerire essa e appesantirti a te”.
“Davanti a tutta ’sta gente?”. “Era meglio se era un pubblico pagante, ma
per una volta si può dare spettacolo pure a gratis”. “Se lo dici tu”. “Lo dico
io, sì”. E di nuovo silenzio. Poi Tantalone disse: “Ci hai fatto caso a quello
col telefonino?”. “E allora?”. “Io dico che ha chiamato la pula”. “E
allora?”. “Allora, col ferro in mano”. “Allora, tutto zuppo di sangue”.
“Magari smammiamo”. “Magari sì”. “E allora via”. “Però va’ avanti tu che
a me mi viene da ridere”.
Lui si girò e non lo so perché ma allora sparai, gli sparai tutto il caricatore
nella schiena, neppure lo so perché. Si fanno un sacco di cose strane che se
ci ripensi dopo mica lo sai perché lo hai fatto.
Eravamo pure amici, eravamo stati a scuola insieme.

***

45. Strappone

Ormai non se lo ricorda più nessuno.


Quando torno al paese mi fermo sempre prima al cimitero, e vado a vedere
la tomba di mio padre, di mia madre e dei miei tre fratelli, poi quella del
zi’ Nacleto, quella della sora Nina, e poi quella di Strappone. Nessuno le
pulisce. Se ci avessi tempo e voglia magari potrei farlo io quando ci capito,
e poi comprare un po’ di fiori e schiaffarceli lì, ma non lo faccio mai. Mi
limito a guardare le tombe, a vedere che sono sporche che le lapidi quasi
neppure si leggono. E poi mi passa la voglia di continuare e di arrivare
fino al paese che è solo un par di chilometri più giù. Così resto davanti al
cancello del camposanto e aspetto che passi il primo pullman e me ne vo.
Qualunque pullman, perché tanto mi basta che mi porta in un paese o una
città dove c’è la ferrovia, che salto sul treno e me ne torno a Bergamo.
Basta che arrivo a Roma e poi da lì da Ostiense o Tiburtina un treno per
Bergamo lo trovi a tutte l’ore.
Non è che abito proprio a Bergamo, ci ho un amico che sta lì. Poi ci pensa
lui a dirmi dove devo andare. E io ci vo e fo il lavoro mio. Poi incasso, poi
fo un po’ di vacanza finché i soldi finiscono o non mi stufo. Poi rieccomi a
Bergamo bello pronto che il lavoro non manca mai. Quando sto in vacanza
certe volte decido di fare un salto al paese. Non tutti gli anni, qualche
volta. Però poi mi fermo sempre prima al camposanto e poi mi passa la
voglia di arrivare proprio fino al paese paese, dove c’è la gente viva, e me
ne vo.
Quando uno al paese non ci passa mai c’è di buono che pure se incontri
qualcuno al cimitero quello non ti riconosce. Qualcuno vivo, intendo. I
morti non riconoscono mai nessuno, sono morti, che devono riconoscere?
*
Ci passo sempre a vedere la tomba di Strappone. Che ne so, ogni tre o
quattro anni, non è che ci torno spesso al paese. Ci ho sempre da lavorare e
quando non lavoro mi riposo. Uno dice che ci ho un sacco di tempo libero,
sarà pure vero, però è un lavoro che stanca. Intanto devi girare in lungo e
in largo. E poi non è che arrivi lì e dici dovrei vedere il signor Pinco
Panco, e uno ti dice è proprio quello lì col borsalino e la cravatta a pallini e
tu vai lì e gli spari. Non funziona così. Intanto devi fare un piano. Poi devi
agire col massimo riserbo. E non ci si crede quanti contrattempi
s’incontrano. Per esempio tu l’aspetti in un posto che lui a quell’ora ci va
sempre e quello proprio quel giorno ci ha avuto la diarrea e non è uscito di
casa. Una giornata buttata. Oppure tu sei ormai a mezzo metro e sei lì lì
per cavar fuori il ferro che quello chissà perché si mette a correre come un
matto come quell’imperatore quella volta e addio esecuzione. Succede
sempre qualche cosa che non ti aspetti, la gente fa certe cose che pure la
persona più normale non lo sai mai che potrebbe combinare, come
quell’avvocatone coi soldi che gli uscivano dalle orecchie che da solo
nello studio con tutti i mobili antichi e i libroni della legge acchiappava la
cagnetta per le cianche e ci giocava a farle fare la carriola. Dove l’ho letto?
Pagare pagano bene, non dico di no. Ma sono soldi sudati dal primo
all’ultimo sghei.
E poi pure le vacanze insomma non è che sono quelle gran vacanze che
uno vede al cinema o in televisione. Intanto devi mantenere il riserbo.
Mica solo quando lavori, lo devi mantenere sempre. E’ la prima regola
deontologica della professione nostra. Una volta volevamo fare l’albo,
l’ordine, o almeno un sindacato. Magari per fare una festa una volta
all’anno, col congresso a Sanremo o a Bellaria e una puntata al casinò. Ma
quando devi agire col massimo riserbo neanche un sindacato puoi fare.
Che poi finisce che tutti i soldi li spendi in precauzioni. Come quel
rapinatore di treni del far-west, dove l’ho letto? E l’unico gusto è quando
passi all’azione. Che però pure l’azione azione dura un microsecondo.
Così non c’è gusto mai. E’ come quella malattia lì, la cosa precoce. Quella,
sì.
Oltretutto se almeno uno ci avesse una famiglia potrebbe tornare a casa e
menare la moglie, prendere a cinghiate i figli che si drogano, ’ste cose qui,
la vita in famiglia, come tutti. Invece no, perché c’è il riserbo. Così finisce
che stai sempre solo, vai nelle pensioni fuori stagione che costa di meno,
che a pranzo e cena ci sono solo cariatidi che ciucciano il brodino e la
televisione è in bianco e nero. E poi che fai? Passeggi sul lungomare o sul
lungolago perché sennò che vacanza è? Guardi le vetrine dei negozi,
giochi a flipper se ti capita la fortuna di trovare un bar che ce ne ha ancora
uno, oppure te ne stai nella camera tua che puzza di muffa a bere da solo.
Io di vizio leggo. Ho letto un mucchio di libri. Poi li lascio sulle panchine.
Col lavoro che fo non è che posso portarmi dietro una biblioteca, si deve
viaggiare leggeri quando si lavora perché non lo sai mai quando è il
momento di colpire, quando è il momento di sparire. Leggeri si deve
essere. Così poi i libri finisce che me li scordo. Cioè, ogni tanto me ne
ricordo qualche pezzo, ma non mi ricordo più quello che c’era prima e
quello che veniva dopo. Come quello che lo processavano e non si
ricordava perché. Dov’è che l’ho letto? Però che alla fine lo sgozzavano
come un maiale questo me lo ricordo.
Parlando di libri a me mi piacciono i libri che c’è un’avventura, che
succede qualche cosa. Sennò m’annoio e se mi devo annoiare mi so già
annoiare per conto mio, non ci ho bisogno di comprare un libro, no? I libri
istruttivi invece non mi piacciono. Non ci sono portato per studiare,
neanche da giovane. Che è buffo perché invece al paese dicevano tutti che
ero uno studioso e che si vedeva che mi sarei fatto strada nella vita. Invece
era che li fregavo tutti, che siccome stavo sempre zitto e con la faccia
storta si credevano che chissà che pensavo e invece non pensavo a niente.
No, non è che non pensavo a niente. Pensavo a Strappone e a quello che
m’aveva fatto con la Filomena. Poi usavo pure un trucchetto quando ero
maschiotto e stavo al paese: camminavo per strada e facevo finta di
leggere. Un giornale, un libro, qualche cosa. Facevo sempre finta di
leggere, come quel prete che incontra i mafiosi che il boss vuole farsi la
contadinella bella, sta in un libro che ho letto pure quello ma che mi venga
un colpo se mi ricordo che libro era, che poi era pure un libro bello, con la
peste e tutto.
*
A Strappone a quel tempo non lo potevo toccare perché Filomena o non
Filomena comunque eravamo amici, e poi perché lavorava con me e con
Marco, Tullio e Giulio, che sarebbero i miei tre fratelli più grandi. Mio
padre era fissato. A me m’ha messo nome Cesare, c’è bisogno di dirlo?
Che mio padre era tanto fissato quanto zellato. Aveva fatto l’operaio per
tutta la vita e s’era spezzato la schiena per farci studiare, ma noi quattro
figurarsi, svelti come la polvere a scappare da scuola e andare a fare danni
in giro. E insieme a noi c’era sempre Strappone, e pure Magnama’. Che da
bardasci andavamo a cerase, a cocomeri, a galline, a dar fuoco alle cose
così per il gusto di vedere il fuoco fino a dove arrivava, e poi una volta
cresciuti il taglieggio, i furti e le rapine, il servizio completo insomma. Si
doveva pur passare il tempo. Magnama’ che da regazzo era secco come un
chiodo crescendo era diventato grasso come un porco perché non smetteva
un momento di abbuffarsi, pure se stavamo a fare un lavoro di notte il
primo obiettivo che puntava era il frigorifero, e fu per questo che se lo
bevettero. Che una volta capitò che arrivarono gli sbirri di sorpresa nel bel
mezzo del lavoro e allora si sa che giddap gambe in spalla e a tutta birra,
ma lui era lento che pure quando correva pareva che correva al
rallentatore, come quando fanno la moviola per vedere se è fuorigioco o
rigore. Così se lo sugarono con tutte le scarpe e avanti marsch in guardina
e vai col liscio, cioè con le carezze, le carezze che lasciano il segno. E il
porco che fa? Canta come un usignolo, canta. Così la madama a colpo
sicuro il pomeriggio stesso del festival suino viene da noi, tira su proprio
quelle due tavole del pavimento della cantina che solo se lo sapevi te ne
accorgevi perché sopra c’era tutto terriccio e sopra il terriccio botti e
cassette e tutta la roba che uno tiene in cantina regolare regolare, ma loro
avevano sentito la compilescion del ciccione e sotto le tavolette apriti
sesamo ci trovano il tesoro di Ali Babà, e bravi gli sbirri, così sono buoni
tutti. Però noi quattro frati ci eravamo già dati perché lo immaginavamo
che Caruso cantava. Così in mancanza di meglio si bevono quel fesso di
Strappone che stava al bar bello pacioso perché non gli avevamo detto
niente. Se era meno fesso se lo immaginava pure lui che il ciccione
cantava, no? Poi capitò la disgrazia. Che mentre lo menavano per
interrogarlo e lui zitto, e lo menavano e lui zitto, e lo menavano e lui zitto,
alla fine lo storpiarono. E lui quando uscì dal Grand Hotel se la prese con
noi. Gli prese ’sta fissa, che era colpa nostra, che mentre la madama lo
scassava manco c’eravamo.
Uno s’immagina che quando uno esce dal gabbio si dà una calmata, invece
lui manco per niente. Il primo giorno ch’era fuori andò a cercare
Magnama’, che stava in carrozzina da quando io e i miei fratelli gli
avevamo spiegato che certe cose non si fanno. L’avevamo lasciato vivo e
secondo me doveva pure essere contento. Però la linguaccia gliel’avevamo
strappata e il filo della schiena gliel’avevamo rotto, perché se uno lo lasci
vivo qualche precauzione la devi pure prendere, dico io. A quel tempo la
pensavo così, oggi penso che invece è sbagliato, se devi fare del male a
uno è meglio che poi lo ammazzi, così garantisci il riserbo. Comunque
Strappone lo trovò e prima di mandarlo al creatore lo torturò finché quel
lumacone a forza di versacci gli fece capire dov’era che ci nascondevamo.
Che non è che fosse difficile: ci nascondevamo nel casale nostro, dove
abitavano pure babbo e mamma. Così senza perderci tempo Strappone fa
fuori pure la madre di Magnama’, arraffa quel che trova dentro casa,
s’appropria per usucapione del quintone e del furgone del fratello di
Magnama’ che si salvò perché quel giorno era in trasferta con la squadra di
pallone che giocava mezz’ala sinistra e era pure bravo, e via a tutta callara
che ce lo sanno pure i sassi che il tempo è denaro. Così Strappone senza
ride e senza piagne va dal benzinaro, si fa riempire una decina di ghirbe da
venti litri che è sempre stato uno sprecone, paga coi soldi che aveva
arraffato a casa di Magnama’ che per fortuna bastavano che la madre i
soldi li teneva tutti insieme dentro casa e non s’era fatta pregare per dire
dove a Strapponaccio che sennò gli toccava seccare pure il benzinaro che
invece non c’entrava proprio niente con tutta ’sta storia, e col furgone del
fratello di Magnama’ che lo chiamavano Riverino s’apposta vicino al
casalaccio nostro e aspetta che calino le tenebre. Mi è sempre piaciuto
quando calano le tenebre, che in sé è una cosa che succede tutti i giorni e
non significa niente, ma detto così c’è qualche cosa di poetico che dalle
parole si trasmette alla cosa, non lo so se ci avete mai fatto caso, ma certe
volte pure le cose più stupide se si dicono con le parole giuste diventano
non dico belle, però con un certo non so che. E’ quel certo non so che che
dà gusto alla vita che sennò è uno schifo e basta, come diceva quello, una
storia raccontata da un fesso piena di strilli e di rabbia e che non significa
un cavolo di niente. L’ho letto da qualche parte pure questo.
Allora, aspettò che facesse notte fonda e che dentro casa ronfassero tutti e
poi quatto quatto cominciò a svuotare le taniche prima tutto intorno a casa
fracicando l’erbacce, la monnezza, la legna ammucchiata per l’inverno e le
cassette e l’altra roba di legno che in campagna c’è sempre un mucchio di
roba di legno dappertutto non lo so perché, e gli stracci in giro e i panni
che erano restati stesi sul filo e pure i muri del casale ch’erano screpolati e
ci crescevano l’erbacce e i davanzali e gli infissi delle finestre, poi la porta
e pure sotto la porta gli diede giù certe belle ingorzate così la benza filtrava
e scolava pure dentro casa che il casale nostro ci aveva una porta sola e le
finestre del pianterreno oltretutto ci avevano le sbarre che uno stava a casa
sua e gli pareva già di stare in galera. Era un bel casale. Ci abitavamo noi,
’l zi’ Nacleto che era vedovo e i figli erano tutti emigrati a fare i minatori
in Belgio e erano sei, e la sora Nina che da giovane aveva fatto la vita e
adesso che era invecchiata l’aiutava il prete e qualche altro vecchio cliente.
Ci abitava pure ’l zi’ Agusto e la sora Nora che però stavano all’ospedale
che ’l zi’ Agusto ci aveva avuto una trombosi, un colpo, non lo so che, e la
moglie gli faceva le notti. Il casale in effetti non è che era nostro di
proprietà, stavamo tutti in affitto, il casale era dell’avvocatone che poi fece
la fine che ha fatto e che se la meritava tutta.
Poi con tutta la calma sua andò nel fienile a prendere non so quante balle
di fieno, era uno forte Strappone con tutto che l’avevano storpiato, pareva
Primo Carnera, magari un po’ storto, e le ammucchiò tutte intorno casa
nostra che gli ci sarà voluto non lo so quanto tempo ma lui era uno
paziente che gli piaceva il lavoro fatto bene, pure quando lavoravamo
insieme e tutte le notti si facevano bei baiocchi, e quelli erano stati bei
tempi a parte il fatto della Filomena. Poi con le ultime taniche inzuppò le
balle bene bene. Poi col quintone spianato che aveva fregato pure quello a
casa di Magnama’ s’inquartò a dieci metri davanti alla porta della casaccia
nostra. Appicciò uno straccio che aveva arrotolato al collo di una bottiglia
perché gli piacevano le cose melodrammatiche e allora aveva voluto fare
una molotov che non ci serviva proprio però era uno fatto così, che gli
piaceva fare un po’ di teatro con tutto che non lo vedeva nessuno, e poi tirò
la bottiglia con lo straccio che bruciava sul muro del casale che però la
bottiglia non solo non si ruppe ma rimbalzò e la trovarono i caramba la
mattina dopo ancora sana però con tutto lo straccio bruciato, perché lui la
tirò ma quella rimbalzò e allora nisba, perché c’è sempre qualche
imprevisto, lo dico sempre io, così gli toccò andare a raccoglierla per
tirarla un’altra volta, ma stavolta come quando a bocce fai una palombella,
proprio sopra una balla di fieno che non aspettava altro. Però lo
stracciaccio bruciava così la lasciò li' dov’era cascata e trovò qualche altro
modo per fare quello che doveva fare, che ne so, si sarà avvicinato con lo
zippo in mano a una balla bella zuppa appoggiata al muro e via: una
scintilla può incendiare la prateria. E stavolta la luce fu. Adesso non lo so
com’è che andò di preciso, ma il ba’ e la ma’ bruciarono nel letto, e così ’l
zi’ Nacleto, e pure la sora Nina insieme a uno che non si è mai saputo chi
fosse che non era del paese che il friggiticcio suo s’era tutto appiccicato
alla sora Nina medesima per effetto della combustione che quando lo
raccontai a quel cugino mio che fa il pittore a Città di Castello gli venne
quell’idea che poi ci ha fatto i soldi. Invece Tullio e Giulio bruciarono
sulla porta di casa che ancora in mutande erano corsi giù quando s’erano
accorti che tutto il mondo s’abbrusticava, però non morirono per via del
rogo ma perché Strappone gli piantò due palle in pieno petto a uno e una
palla nel cuore e una tra gli occhi a quell’altro. Non era difficile a distanza
ravvicinata, però erano stati comunque bei tiri, Strappone sparava bene,
pure al tirassegno che ci vinceva i pupazzi di pezza che poi li regalava alla
Filomena che era così scema che gli piacevano più quelli che i braccialetti
e gli anelli e le collane e gli orecchini che gli regalavo io frutto della mia
parte del bottino delle incursioni notturne che erano roba di valore che se
me l’ero rivenduta ci ero diventato ricco sfondato e invece li regalavo a
quella che i miei fratelli mi ci ridevano pure dietro morammazzati. Se ne
fanno di cose senza senso e uno non se ne accorge mai quanto è ridicolo.
Marco invece lo finì col roncio, perché Marco ci era riuscito a uscire di
casa ma già accecato dalle fiamme e ancora mezzo addormentato com’era
invece di svicolare a destra o a sinistra era corso dritto dritto proprio in
bocca a Strappone che dopo aver sparato il quinto colpo che lo beccò a una
zampa e lo mise giù per terra poi lo fece a pezzi col marraccio. Poi rimontò
sul furgone e via.
Io quella notte a casa non c’ero perché la sera aveva bevuto un po’ e a
forza di scherzare era finita che c’era stata una rissa, ma così tanto per
divertirsi che infatti nessuno si era fatto male veramente, era saltato
qualche dente e s’era sfranto qualche naso ma niente di più, però i carubba
ci avevano voluto arrestare lo stesso. Che lì per lì io avevo bestemmiato
tutti i santi del calendario e invece m’avevano salvato la vita. Poi dice che
non è vero che il mondo non ci si capisce niente. Me lo dissero la mattina
quello ch’era successo. E mi dissero pure che poi Strappone era stato al bar
e aveva lasciato una scritta fatta con un pezzo di carbone su un cartone di
quelli che dentro ci stanno le birre ma quello era vuoto perché le birre il
sor Otello le aveva messe nel frigorifero e il cartone lo aveva lasciato
vuoto fuori del bar cogli altri rifiuti che poi passava il camion della
monnezza. Così Strappone era passato lì, aveva preso ’sto cartone dal
mucchio delle porcherie, ci aveva scritto sopra con un tizzo di carbone, poi
era entrato nel bar, aveva salutato tutti che a quell’ora non c’era quasi
nessuno che saranno state le quattro di notte e c’era solo il sor Otello dietro
il bancone e i soliti tre o quattro che dentro il bar ci abitano fissi quando
non vanno in giro a fa’ piagne qualcheduno, che poi sarebbero Ciampicone
e i compari suoi, e allora Strappone era andato al banco, aveva ordinato
una gazzosa perché era astemio, e aveva consegnato al sor Otello quel
cartone con scritto sopra “Qui regna Strappone”. Poi era uscito. E poi era
sparito. Il furgone lo ritrovarono davanti a casa di Sersetto la carogna al
posto dell’automobile sua che era una bella macchina adesso non mi
ricordo più se una biemmevvù o una volvo e che la ritrovarono qualche
giorno dopo giù per una scarpata, ma Strappone non c’era. Figurarsi.
*
Poi passò il tempo, che a dire il vero il tempo passa sempre, solo che uno lì
per lì non se ne accorge perché tu sei nel vivo dell’azione e non ci pensi
che intanto il tempo passa, ma il tempo passa sempre. Passò un anno, due,
tre? Adesso non mi ricordo più ma basterebbe fare il conto tra le date di
morte sulla lapide della famiglia mia e quella di Strappone al cimitero del
paese per saperlo, che ci vuole? Comunque di tempo ne passò, e se devo
dire la verità non è che io mi ero messo a cercarlo perché alla fin fine a me
di vendicare quel branco di brutili senza cervello mica me ne fregava
niente. Non dico che non mi dispiaceva, no, mica sono un selvaggio; però
sono una persona moderna, le robe tipo occhio per occhio, Giulietta e
Romeo, Inter e Milan, a me proprio non me ne po’ frega’ di meno. E poi
con Strappone eravamo amici a parte la storta con la Filomena che però
magari la colpa non era manco sua, ’ste storie so’ sempre complicate e non
si capisce mai come cominciano e di chi è la colpa, che poi magari la colpa
neppure c’è, c’è solo il dolore. E il rancore.
Però poi un giorno lo incontrai. Lo riconobbi subito, quasi subito. Mica
perché era storpio, che di sciancati è pieno il mondo, ma perché ci aveva in
fronte quella cicatrice che gli avevo fatto proprio io e che la chiamavamo
“il segno di Zorro”. Eravamo regazzetti e si giocava a sassate, a coltellate,
così. Una volta mi scappò di sfregiarlo. Ma senza cattiveria. E lui non se
l’era presa a male, sono cose che da fischiotti si fanno. Amici eravamo ed
amici eravamo restati. Pure dopo il fatto della Filomena, più o meno,
suppergiù. La faccenda della storpiatura era un’altra questione. Che poi io
e gli altri fratelli mia neppure c’entravamo però a lui gli era partita la
brocca, e quando ti parte la brocca ti parte la brocca. Mi sono sempre
piaciute ’ste frasi che si dicono due volte la stessa cosa. E’ poetico pure
questo, no? Pare che una cosa detta due volte allora diventa vera solo
perché l’hai detta due volte. E’ forte. Io se non ci avevo sempre da lavorare
mi sarebbe piaciuto studiarle ’ste cose qui. Da giovane di studiare non me
ne fregava niente, ma adesso un po’ mi dispiace. Infatti leggo un sacco di
libri. Soprattutto d’avventure. Come quelli che fanno quello sciopero lì in
quella vigna e poi succede tutto quel che succede. Dov’è che l’ho letto?
Ero in vacanza alla pensione Primavera in un paesotto col lungomare e era
autunno. Per questo mi ricordo il nome della pensione. Dal giornalaio della
stazione avevo appena comprato un librone che mi era piaciuto il titolo che
adesso me lo sono scordato ma parlava di uno che era uscito di galera e poi
gliene succedevano di tutti i colori, colle barricate, le fogne, gli infami e
gli eroi, insomma tutto, saranno state due o tre milioni di pagine ma l’ho
letto tutto che ci ho passato poi non quella vacanza ma una vacanza dopo,
che quella però me la ricordo bene per via del fatto che fu la volta che
incontrai Strappone. Lui stava lì tutto stortignaccolo con un valigione e
s’era tagliato i baffi. Però il segno di Zorro si vedeva bene sulla fronte,
pareva che luccicava. Lì per lì del segno di Zorro m’accorsi subito ma non
riuscivo a ricordarmi perché l’avevo notato. E’ come quando ti ricordi di
qualche cosa ma non ti ricordi di che, e allora ti ci scervelli sopra. Fu lui
che m’aiutò: mi guardava fisso fermo fermo e a un certo punto disse “Così
saresti ancora vivo, eh, Cesare’?”. Allora l’ho riconosciuto. “Mi dispiace,
Strappo’”. “A me non mi dispiace, ormai è acqua passata”. “Magari per
me no”. “E allora se lo devi fare fallo”. Io invece non ci avevo pensato per
niente, non me ne fregava niente, e poi eravamo pure amici. Però lui disse
quella frase “Se lo devi fare fallo”, e allora capii che dovevo farlo anche se
non mi andava di farlo, anche se era stupido farlo, oltretutto lì in mezzo a
tutta quella gente. Però quella frase era stata detta e questo è un altro
mistero delle parole, che fanno succedere le cose anche se i cristiani non
vorrebbero che succedessero. Allora posai il libro su una mensola che era
lì vicino che se magari non c’era mi toccava tenere in mano il libro e non
facevo niente, ma la frase era stata detta, la mensola era lì, posai il libro,
presi lo strumento che avevo in tasca, feci scattare fuori la lama,
m’avvicinai a Strappone come per abbracciarlo, feci un mezzo giro come
di danza e gli scivolai dietro e con un braccio lo reggevo e con la mano
libera affondai il coltello e gli aprii la gola da orecchio a orecchio, da
orecchio a orecchio gli aprii la gola. Lui non si mosse, io lo tiravo verso di
me, verso una panchina addossata a un muro e ce lo misi a sedere sopra e
sopra il collo stesi un fazzoletto che subito era tutto rosso, chiusi il coltello
e lo rimisi in saccoccia senza neanche pulirlo strofinandolo sui calzoni
suoi o miei come si dovrebbe fare per giusta regola, m’avvicinai a una
fontanella e mi sciacquai le mani, poi tornai indietro a prendere il libro che
avevo lasciato sulla mensola e uscii dalla stazione. Salii su un tassì che era
parcheggiato lì davanti e mi feci portare alla pensione, presi la roba mia,
saldai il conto e mi feci chiamare un altro tassì, salii e mi feci portare al
paese più vicino a prendere il treno. La vacanza era finita.
La sera stessa feci una telefonata al cassamortaro del paese e gli dissi di
andare a prendere la salma di Eulalio Roscellini nella località balneare di
*** una volta finiti gli accertamenti di rito e di provvedere dipoi a un bel
funerale e ad una tomba acconcia, che gli avrei fatto pervenire entro
ventiquattr’ore l’importo per il servizio completo, più una ricca mancia,
bella pesante. E così feci.
Ah, Filomena non l’ho vista più, non so neppure se abita ancora al paese o
se se n’è ita via pure lei. Prima o poi tutti se ne vanno, e non resta niente.

***

46. Ringo Solingo

Quando eravamo regazzini andavano di moda i film di Ringo, di Gringo,


di Giango, di Bingo, e di tutti quegli altri caubboi.
A me a dire il vero mi piacevano di più i film cogli indiani, però a quel
tempo al cinema del paese facevano solo i film di caubboi coi messicani al
posto degli indiani.
Erano film che arrivava uno che si chiamava Ringo, o Gringo, o Giango o
Bingo e si doveva vendicare. Che subito non si capiva di che si doveva
vendicare, si capiva suppergiù a mezzo film. Però cominciava a sparare
subito e ogni botta una tacchia. Noi regazzini volevamo essere tutti Ringo
e ammazzare tutta la gente del paese che se lo meritavano tutti. Invece
ammazzavamo solo lucertole, passeri, sorci, e quand’era il momento
tiravamo il colle alle galline, scuoiavamo i conigli con uno strappo solo, e
davamo una mano quando si scannava il porco che era una festa grossa.
E’ che non ci avevamo lo strumento adatto. Al paese la rivoltella non ce
l’aveva nessuno, le carabine una ogni casa ma la colt 45 solo sui giornaletti
di Tex. Era così al paese quando eravamo regazzini.
Poi un giorno si trovò lo zio Oliviero buttato nel pozzo, ma prima di
buttarlo nel pozzo gli avevano spaccato la testa a martellate, che di sicuro
dentro non ci avevano trovato niente, non era come l’uovo di pasqua. Lo
zio Oliviero non era uno cattivo più degli altri, era uno normale, solo che
ci godeva a menare la moglie che l’aveva storpiata, e menava pure i figli
che erano quattro e Ringo era il più grande e ci avrà avuto dieci anni se ce
li avrà avuti.
Adesso, può capitare che ammazzi uno, magari per sbaglio, o in un
momento di esaltazione, che ne so, però se poi lo buttavi nel pozzo allora
era per sfregio, voleva dire un sacco di cose, di cose diverse, però sicuro
come una messa che era per sfregio.
Quando avvisarono i carabinieri, che lo avevano già tirato su dal pozzo e
sdraiato per terra su un lenzuolo a mezza via tra il pozzo e la porta di
dietro di casa (il paese era fatto così: c’era una strada che passava in
mezzo, affiancate sui due lati della strada le case, e dietro le case gli orti, e
dietro gli orti i campi, e poi la macchia e poi fine, così era fatto il paese, e
adesso che ci penso era proprio come i paesi del selvaggio west dei film di
caubboi), i carabinieri cominciarono a chiedere che era successo. E che era
successo? Che non si vedeva? Ci aveva la testa spaccata ed era tutto gonfio
e sgocciolava.
Escluso l’incidente, escluso il suicidio, l’appuntato disse che qui si andava
sul penale. Lo disse tre volte, a voce sempre più alta, la terza volta
strillava, che lo sentisse tutto il paese. Che poi non c’era nessun bisogno di
strillare, perché mezzo paese era già lì.
A quei tempi la televisione c’era solo al bar, così la gente chiacchierava. E
siccome non c’erano neanche le lavatrici (a parte i ricchi, ma i ricchi
abitavano in città, al paese ci venivano solo in vacanza e ci avevano le
serve e così non gli serviva la lavatrice), allora le donne chiacchieravano al
lavatore, e i maschi al bar o all’osteria, che anche se il paese era piccolo
però c’erano tre bar e quattro osterie. Mi sono sempre chiesto come
facevano a tirare avanti.
E allora di chiacchiera in chiacchiera, e chi sarà stato, e chi lo sa, e irre e
orre, e secondo me, e secondo te, insomma nessuno ci arrivava. E infatti
non ci arrivò nessuno e restò un delitto insoluto, che è il termine tecnico
per dire che chi l’ha fatto era stato più furbo di chi gli voleva mettere il
sale sulla coda.
E chi era stato? Io sono l’unico a saperlo perché me lo disse lui. Proprio
lui. Il giorno dopo a scuola, che andavamo a scuola insieme. E poi disse:
“Parola di Ringo”. O Gringo, o Bingo o Giango, adesso non mi ricordo più
bene, perché a quel tempo quel soprannome non ce l’aveva ancora, e tutti i
regazzini avremmo voluto chiamarci così.
Il soprannome se lo guadagnò qualche anno dopo.
Il sor Seccaccio, che era grosso come un bove e apposta lo chiamavano
Seccaccio, un giorno che lo vide per strada gli disse: “T’ho visto che m’hai
fregato le cerase”, perché ci aveva un ceraso che era le sette bellezze e
aspettava che fossero tutte mature e invece prima che le cogliesse lui era
stato anticipato dalla solita banda di regazzetti come usava allora, e il
ceraso glielo avevano spogliato fino all’ultima cerasa senza lasciare altro
che le foglie sui rami. Ringo gli aveva risposto: “E io che c’entro? Io non
sono stato”. E il sor Seccaccio: “T’ho visto”. E Ringo: “Allora è ora che ti
compri un paio d’occhiali perché vuole dire che sei cecato”. “T’ho detto
che t’ho visto, sei stato tu”. E Ringo disse la parola: “Io no, parola di
Ringo”.
Io ero presente. E ero presente pure due sere prima quando con Ringo e
altri tre eravamo andati a cerase. E ero presente pure la sera dopo quando
andammo a dare fuoco al ceraso del sor Seccaccio perché aveva offeso uno
di noi “e l’offesa va lavata col sangue, parola di Ringo”. Però ci
limitammo a dare fuoco al ceraso, che non fu una cosa facile, però con
tutta la nafta che ci avevamo buttato ci riuscimmo lo stesso. La nafta la
fregammo sempre al sor Seccaccio. Che invece d’imparare la lezione e
fare pippa il giorno dopo volle pure rugare. Fu per questo che successe.
Perché se s’era stato zitto finiva lì, ma no, voleva rugare, e allora pure
questa era un’offesa che andava lavata col sangue, parola di Ringo. E così
fu.
I carabinieri c’interrogarono a tutti e cinque. E tutti e cinque dicemmo che
non ne sapevamo niente. Ma Ringo volle aggiungere pure la frase “parola
di Ringo”, che lì per lì pure i carabinieri ci si misero a ridere. E non fu una
buona idea. Perché due notti dopo la camionetta dei carabinieri era andata
in fumo, cioè era bruciata tanto che il meccanico disse che non si
recuperava più niente e la potevano vendere per ferraccio. Fu da allora che
Ringo divenne il soprannome di Ringo.
Solingo invece venne dopo. Ormai eravamo giovinottelli e a cerase non ci
andavamo più. Il paese si era modernizzato. Pure noi. Ci avevamo tutti il
motorino o la vespa. Nelle case c’erano le lavatrici e le televisioni, al
lavatore - che era fuori mano - ci andavano i tossici a farsi le pere. A quel
tempo lavoravamo insieme, io, Ringo, Penzaperté e Ciancicotto. E ogni
notte facevamo piagne qualcheduno. Erano gli anni belli della gioventù e a
che pensa chi è negli anni belli della gioventù? Alle femmine pensa,
sempre e solo alle femmine. Che però al paese ce ne erano poche, e
siccome lavoravano tutte in campagna, erano giovani per un anno o due e
poi parevano tutte già vecchie e brecchie come la morte. Invece sui
giornaletti certe sventole che non vi dico. Così ci si arrangiava tutti coi
giornaletti. Che a quel tempo c’erano ’sti giornaletti tutti di fotografie di
giovinotte gagliarde, e erano l’unica cosa stampata che girava al paese,
oltre al Corriere dello sport.
Poi un’estate arrivò in vacanza la famiglia dell’avvocatone, che di solito
stava in città. E nella famiglia dell’avvocatone c’era pure l’avvocatina, che
ci avrà avuto quindici anni e che ci s’impeciammo tutti la prima volta che
la vedemmo. Tutti tutti. E più di tutti Ringo. Però c’era un problema: che
nessuno di noi sapeva come si parla a una regazza, così nessuno osò non
dico farle una dichiarazione, ma neppure avvicinarla per dirle buongiorno.
Eravamo così al paese a quel tempo. Sfrontati tra di noi, ma se c’era una
femmina ci venivano subito le orecchie rosse come il fuoco e crepavamo
di vergogna. Il risultato fu che l’innamoramento si tramutò presto in odio.
Non solo: cominciarono anche le rivalità tra di noi, che è una cosa che
quando lavori insieme tutte le notti è meglio che non succeda mai. Invece
succede. E infatti successe.
Successe così. Che un giorno Penzaperté disse una cosa zozza
sull’avvocatina. Tutto lì. Disse una cosa zozza e basta. Ma Ringo se la
prese a male. Perché era uno fatto così, che se la prendeva a male per
niente. Se la prendeva a male per tutto. Era fatto così. Così un giorno che
era di pomeriggio e faceva un caldo bestia chiamò Penzaperté e gli disse di
andare insieme nel campo, e lì prima lo tramortì con una bastonata, poi lo
legò a un albero che lì vicino ci aveva lasciato una corda pronta dal giorno
prima, e poi gli ficcò in bocca uno straccio perché se ne stesse zitto mentre
lo torturava e poi lo sbudellò piano piano.
Poi andò a casa sua a prendere il quintone, attraversò a piedi tutto il paese
fino al villone dell’avvocatone che era sempre di fianco alla strada ma tre
o quattro chilometri dopo che il paese era finito. E si appostò su un albero
che era più alto del muro di cinta del villone dell’avvocatone. Il villone ci
aveva una muraglia di tufo di quelle coi cocci sopra, e dentro non c’era
solo il villone, ma un giardino di piante di roba che non si magnava, e un
sacco di alberi, saranno stati due milioni di alberi, e c’era pure un campo
da tennis. E Ringo aspettò sull’albero finché l’avvocatina e suo fratello
l’avvocatino non uscirono di casa per andare a giocare a tennis tutti vestiti
di bianco. E allora sparò all'avvocatina. Col quintone. Tutti e cinque i colpi
andarono a segno. A pallettoni. Da parte a parte. Ogni colpo un buco
grosso come una padella. Poi scese dall'albero e tornò a casa sua ad
aspettare i carabinieri.
Ma i carabinieri ci avevano poca voglia di andare a casa sua. Però la figlia
dell’avvocatone era la figlia dell’avvocatone. Non è che si poteva fare finta
di niente. Così arrestarono Alibbabbà, che il fucile neppure ce l’aveva. E
magari sta ancora al gabbio. Però l’avvocatone lo sapeva che non era stato
Alibbabbà. Così fece chiamare Ringo. Io e Ciancicone non l’avevamo
presa bene che aveva ammazzato Penzaperté, apposta Ciancicone aveva
mandato la lettera anonima ai caramba e all’avvocatone con su scritto che
l’avvocatina l’aveva fatta lessa Ringo. E per meglio chiarire che noi non
c’entravamo, scrisse che era stato “Ringo Solingo”. Cosi quando i
guardaspalle dell’avvocatone andarono a prelevare Ringo gli chiesero se
era lui Ringo Solingo e lui disse di sì. Lo portarono dall’avvocatone e poi
non se ne seppe più niente.
Un po’ mi dispiace, che eravamo amici.
E siccome Ciancicotto lo sapeva che eravamo amici, perché eravamo
amici tutti e quattro, glielo lessi nel pensiero che non si fidava più di me, e
faceva bene perché neppure io mi fidavo più di lui. Viene il momento in
cui uno smette di essere giovinotto e diventa un uomo fatto e finito. E’ un
momento triste, e necessario. Uno si accorge di essere diventato un uomo
fatto e che da quel momento in poi diventerà solo che vecchio, sempre più
vecchio e alla fine diventerà niente, e gli viene da piagne ma non può farlo
perché un vero uomo non piagne mai.
Così pensai che era una brutta cosa che o io facevo fuori lui o lui faceva
fuori me, e siccome sono sempre stato uno che non gli piacciono le
complicazioni lo aspettai davanti casa sua una mattina intera con due
rivoltelle cariche che sapevo sparare sia con la destra che con la sinistra e a
distanza ravvicinata era impossibile sbagliare. Ma lui non uscì di casa,
tutta la mattinata non uscì di casa, finché si fece l’ora di pranzo e allora me
ne andai all’osteria. E mentre stavo all’osteria pensai che era stupido
restare al paese, che a me il paese non mi era mai piaciuto, e che siccome
avevo fatto solo brutte cose magari me ne potevo andare facendone una
bella, cioè che non ammazzavo Ciancicotto, così almeno lui restava a
castigare i paeasani per il resto dei suoi giorni. Ci avevo il ciopper a quel
tempo, che a raccontarlo oggi uno fa la figura del peracottaro, però a quel
tempo andava, che c’era stato quel film americano di motociclette. Così
saltai sul ciopper e me ne andai.
Non mi è mai venuta voglia di tornare al paese. Oltretutto con tutto il
lavoro che ci ho da fare.

***

47. Lo zio Sciacallo

Lo chiamavano zi’ Sciacallo e uno si penserebbe che era una personaccia.


Invece no. E’ che ci aveva avuto la malaria da giovane e allora ci aveva
sempre freddo e per sfotterlo la gente gli diceva sempre “Che callo che fa,
tu nun ciai callo?”. Lui non ci si impatassava per niente ma la gente
continuava a dirlo. E’ strano, perché di solito le spiritosate funzionano se
quello ci rosica, invece lo zio Sciacallo niente. Però il nome gli era restato.
Secondo me la gente manco se lo ricordava più com’era venuto fuori quel
nome. La gente si scorda tutto. Tutto finisce, restano solo i nomi.
A me m’era sempre piaciuto, era uno che lavorava e che ti potevi fidare, e
apposta avevamo fatto quella società, insieme a Giacchettino e
Criccheccrocche. A dire il vero a me Criccaccio non m’era mai piaciuto.
Però era chiaro che senza Criccheccrocche la società non si poteva fare.
Cioé, fare si poteva fare, però poi bisognava dare comunque la parte pure a
Criccotto, e allora tanto valeva che facesse qualche cosa pure lui.
Giacchettino invece era un pezzo di pane, che lo chiamavano Giacchettino
per via del padre che lo chiamavano Giacchettone per via del fatto che una
volta aveva detto a uno mentre giocavano a carte che se non la piantava
con tutta quella fortuna allora gli avrebbe fatto una giacchetta di legno, e
quello ci rideva sopra, ci risero sopra tutti; però quello continuò ad avere
fortuna, così alla fine della partita Giacchettone pagò fino all’ultimo
baiocco ma il sor fortunello non fece in tempo ad arrivare a casa che una
botta a cannemozze gli portò via la testa e la fortuna. Andavano così le
cose ai vecchi tempi. Io lo so che la gente si lamenta sempre che ai vecchi
tempi sì che si stava bene, ma quelli che si lamentano sono quelli che una
botta a cannemozze non gli era arrivata, e allora sono buoni tutti a dire che
allora si stava bene.
La società nostra finché durò funzionò bene: dicono tutti male di
Criccheccrocche, ma io posso dire solo che bene fino all’ultimo giorno
della società. L’ultimo giorno no.
Comunque finché durò fu una bella cosa. Il lavoro era di andare a tempo
debito con un camion e qualche palanca, caricare le bestie e portarle dove
già ci aspettava chi le passava dal camion nostro a un altro camion,
incassavamo un tot a bestia che le contavamo insieme mentre
transumavano dal camion nostro al camion di quegli altri e lì finiva il
lavoro nostro. Pagavano poco ma regolari, sull’unghia. Il lavoro non era
una gran fatica, tranne quando i padroni delle bestie facevano problemi.
C’erano diversi modi di fare problemi.
Primo: s’appostavano di notte col fucile a sorvegliare le bestie e quando
arrivavamo noi prima stavano zitti zitti e boni boni, poi mentre eravamo
nel bel mezzo del lavoro cominciavano a sparare. E lì serviva lo zio
Sciacallo, che ci aveva l’arma di precisione e ci metteva un attimo a capire
da dove partivano i colpi, e ci aveva casa piena di coppe del poligono di
tiro che una volta era lì lì per essere convocato nella nazionale per andare
alle olimpiadi.
Secondo: la mattina dopo il lavoro chiamavano i carabinieri e dicevano
che eravamo stati noi. Senza prove. Solo per chiara fama, come si dice. Ma
l’appuntato faceva un salto al bar del sor Otello che noi di giorno stavamo
sempre lì e ci chiedeva se eravamo stati noi, noi dicevamo di no e la storia
finiva. Era che i carabinieri ci avevano paura di Criccheccrocche, o forse
gli passava una mesata, o magari li ricattava con chissà che. Ci avevano
paura tutti di Criccheccrocche.
Terzo: c’erano quelli che cercavano di mettersi d’accordo prima. Venivano
al bar e dicevano a Cricco che volevano mettersi sotto la sua protezione.
Se lui diceva di sì, loro ogni settimana lasciavano il regaletto e noi li
lasciavamo in pace. Se lui diceva di no insistevano finché il regaletto era
congruo. Insomma, andò a finire che nel paese il lavoro non c’era più. E
siccome Criccheccrocche i regaletti se li teneva tutti per sé, per noi altri tre
era una micragna. Però per fortuna nei dintorni mica c’erano solo i paesani
nostri che ci avevano le bestie. C’era pure la gente dei paesi intorno. Così
magari il viaggio era più lungo, perché bisognava arrivare ai poderi che
magari erano a trenta, quaranta chilometri e pure meglio. Che significava
che il tempo cresceva, e mentre prima in un par d’ore era tutto fatto,
adesso ci voleva di partire verso mezzanotte e si finiva verso le cinque, le
sei, che già ci si vedeva e c’era la gente in giro. Per fortuna che ci avevamo
lo zio Sciacallo.
Poi successe il fatto di Giacchettino. Io non lo so che gli diceva la
capoccia, ma un giorno venne al bar e disse che lasciava la società. “E
perché?”, disse Criccheccrocche. “Perché non lo posso più fare”, rispose
Giacchettino. “Che è che non puoi fare?”, chiese ancora Criccaccio. “’Sto
lavoro”. “E perché?”. “Perché m’ha detto lo zio Barbarossa che il partito
mi vuole candidare alle elezioni e che allora devo smettere, perché chi sta
nel partito comunista certi lavori non li può fare”. “E chi lo ha detto?”.
“L'ha detto lo zio Barbarossa, te l’ho detto adesso”. “E mica è vero”.
“Come non è vero, ci ho parlato mo’ collo zio Barbaccia”. “Non dicevo
che non è vero che te l’ha detto, dicevo che non è vero che un comunista
non può lavorare. Non siamo il partito dei lavoratori?”. “Sì, però il lavoro
nostro dice lo zio Barbarossa che non è un lavoro da comunisti”. “E che ne
sa lui?”. “Come che ne sa? E’ il segretario della sezione”. “Della sezione,
ma per saperlo uno dev’essere non dico del comitato centrale, ma almeno
almeno della segreteria della federazione”. “E che ne sai che non l’ha
sentita la federazione?”. “Se l’aveva sentita lo sapevo, tu che dici?”. “Mo’
mica ti puoi credere di sapere tutto tu”. “Tutto no, ma la linea del partito la
conosco. Tu l’hai letto il Manifesto?”. “Eh?”. “L’opera immortale dei
fondatori del socialismo scientifico, l’hai letta?”. “No”. “E io sì. E nel
Manifesto non c’è scritto che il lavoro nostro non è un lavoro da comunisti,
e tutto quello che non è vietato vuole dire che si può fare”, concluse
Criccheccrocche. E Giacchettino non sapeva che altro dire. Però la sera
stessa andò in sezione e lo zio Barbaccia confermò il divieto, così dovette
tornare al bar e dire che non c’era niente da fare e che lasciava la società,
perché il partito viene prima di ogni altra cosa, che il partito è l’unica
speranza della classe operaia. Cricchettone gli disse che lo zio Barbaccia
non ne azzeccava una neanche per sbaglio e che noi eravamo tutti più
comunisti di lui che invecchiando s’era rincoglionito mentre noi eravamo
giovani e forti e da soli valevamo per trecento, e infatti quando si faceva la
festa dell’Unità chi ci stava al gioco del porcellino? Criccheccrocche. Chi
ci stava in cucina a preparare i maccheroni tutte le sere per una settimana
di fila? Io e lo zio Sciacallo. E chi - di tutto il paese - faceva la meglio
sottoscrizione per la stampa comunista? Sempre noi. E quando venne la
squadraccia dei fascisti per pestare proprio lo zio Barbarossa chi fu che
mise in fuga le testedimorto e poi diede fuoco ai pezzetti ch’erano restati
per terra a sporcare di sangue? Sempre noi. “E allora?”, concluse
Criccheccrocche. “Allora che? T’ho detto che lascio e lascio”, ribatté
Giacchettino. Che poi si capì che non era solo per via del partito, ma
perché era Ginetta che gli aveva detto che se non smetteva se lo poteva
pure sognare di sposarla, e Giacchettino una cosa sola voleva: voleva
sposare Ginetta. Si fanno tante chiacchiere, tanti pensieri, si fanno le
guerre, le stragi, s’inventa la polvere da sparo, la dinamite, la bomba
atomica, i missili che vanno sulla luna, i mondiali di pallone, si
costruiscono le piramidi e i colossei, e alle fine tutto si riduce a questo: che
uno vuole una cosa sola e per quella sola cosa lascia tutto. La Ginetta. E’
così che va.
Ma a Criccheccrocche non gli stava bene. Io gli dicevo che alla fine chi se
ne frega, potevamo pure fare in tre. Ma Criccheccrocche era fatto così,
tutto era una questione di principio. Lo diceva sempre: “E’ una questione
di principio”. Adesso non vi dico niente, ma ve ne potrei raccontare
diecimila di storie che per una questione di principio una scemenza
diventava un cinema che non finiva più. Neno ci aveva l’abitudine di
sputare per terra, a chi dava fastidio? Invece per Criccaccio era una
questione di principio e gli diede fuoco alla casa. Il pizzicarolo una mattina
non lo fece passare avanti agli altri clienti, ma solo perché non se ne era
accorto che c’era pure lui nel negozio che stava a tagliare il prosciutto e
allora guardava solo lì, ma per Criccotto era una questione di principio, e
gli sgarrettò tutte le bestie che ce ne aveva tre dozzine e non le avevamo
mai prelevate perché era uno che tutte le settimane puntuale il regaletto,
ma Criccotto gliele sgarrettò tutte lo stesso. Una volta che la squadra del
paese giocava contro quei baronfottuti del paese vicino che noi lo
chiamavamo il derby e che finiva sempre a sassate capitò che l’arbitro ci
diede un rigore che non c’era, e tutto il paese l’avrebbe portato in trionfo e
gli avrebbe pure fatto il monumento, invece Cricco l’aspettò negli
spogliatoi e lo fece nero come una zampogna che a quel poveraccio dopo
gli toccò girare con le stampelle per il resto della vita, e perché? Per una
questione di principio. Era fatto così Criccheccrocche, ve ne potrei
raccontare diecimila di storie così, lasciamo perdere.
Così decise che Giacchettino doveva essere punito. “E perché?”, dissi io.
“Per deviazionismo ideologico piccolo-borghese”, disse lui. “E che
sarebbe?”. “Studia i classici del marxismo così ce lo sai”. Rispondeva
sempre così quando voleva fare l’arrogante.
A me non mi stava bene che adesso Criccone seccava Giacchettino, così
pensai di andare a casa sua per avvisarlo, che magari neppure era
necessario perché doveva esserci arrivato pure da solo che Criccone ne
avrebbe fatto una questione di principio. Ma quando arrivo a casa di
Giacco vedo che c’è già lo zio Sciacallo col foderone con dentro il
cannone. Lo zio Sciacallo è uno che non parla mai, ma quella volta lo fece.
Disse: “Questione di principio?”. “Eh”. “Me l’immaginavo. Giacchettino
sta di sopra che prepara la valigia e io gli fo la guardia finché non se ne
va”. “E la candidatura?”. “Prima viene la pelle”. “Giusto”. “Parte pure la
Ginetta”. “Bene”. Intanto Giacchettino aveva riempito una valigia e tre
borsoni prima di chiudere la porta di casa e buttare la chiave in mezzo a
una fratta. Caricò le masserizie sul furgone, che ci aveva un bel furgone
che era stato del fratello che era morto in una rissa, saltò su e per fare lo
spiritoso disse “Hasta la vista, amigo”, che è un modo di salutare straniero
che usavano al cinema quando eravamo maschiotti. E io e lo zio Sciacallo
lo salutammo coi fazzoletti. Proprio coi fazzoletti lo salutammo. Che a
sentirmelo dire non ci credo neppure io che invece c’ero e andò proprio
così. Lo zio Sciacallo che quel giorno aveva deciso di consumare tutte le
parole che di solito diceva in un anno aggiunse: “Speriamo bene”. “Partire
è partito”, dissi io. “Già, ma prima deve passare a prendere la Ginetta”.
“Speriamo bene”, dissi io. E mentre lo dicevamo ci avevamo la voce triste,
come se già lo sapessimo quello che già era successo e quello che sarebbe
successo presto.
Era successo che Criccone era andato dalla Ginetta e le aveva tagliato il
naso e le orecchie. Poi aveva aspettato che arrivasse Giacchettino perché
voleva che la vedesse così prima di farlo secco. E dopo gli aveva sparato e
risparato ma senza mirare a un organo vitale perché voleva vederlo morire
dissanguato. Era fatto così Criccaccio.
Devo dire la verità, a me la cosa non mi era piaciuta per niente, però ormai
era successo e allora si va avanti, è così che va la storia, mica solo la storia
delle storie di paese, vanno così tutte le storie e pure tutta la storia, quella
che sta sui libri di storia. La gente viene ammazzata e la storia continua. E’
così che va.
E allora successe una cosa che non se l’aspettava nessuno: lo zio
Barbarossa convocò il direttivo della sezione e propose l’espulsione di
Criccheccrocche dal partito per indegnità politica e morale. Il direttivo
votò contro. Tutti al paese ci avevano paura di Criccheccrocche. Lo zio
Barbarossa no. E Criccheccrocche lo lasciò stare. La sera dopo della
riunione del direttivo al bar disse a me e allo zio Sciacallo che gli era
dispiaciuto, ma lo zio Barbaccia aveva fatto solo che il dovere suo, perché
se uno ammazza un compagno del partito il partito non è che può fare finta
di niente; così stavolta non c’era stato nessun deviazionismo ideologico
piccolo-borghese e quindi non si poneva nessuna questione di principio.
Però la settimana dopo lo zio Barbarossa lo trovarono morto ammazzato lo
stesso. Nel recinto dei maiali col collo aperto da orecchio a orecchio e poi
la porcareccia aveva fatto il resto. Gli facemmo un bel funerale e la
sezione fu commissariata dalla federazione e il tesseramento sospeso. Si
saltò pure la festa dell’Unità quell’anno. Era un bravo compagno lo zio
Barbaccia. Era stato in galera e al confino sotto il fascismo, e con tutto che
al confino aveva preso la tubercolosi poi era andato in montagna nelle
Brigate Garibaldi. Era uno bravo, e chi l’aveva ammazzato aveva fatto
un’azionaccia. Lo sapevamo tutti chi l’aveva ammazzato.
Ecco, se c’era una cosa che non m’aspettavo era che lo zio Sciacallo una
mattina venisse a casa mia che io ancora dormivo che la notte avevamo
lavorato e mi facesse ’sto discorsetto: “La gente muore”, cominciò, “e
questa è legge di natura, è sempre stato così e sarà sempre così”. “E’
vero”, dissi io. “Però Aureliano non se lo meritava”, continuò. Aureliano
era il nome dello zio Barbarossa. “E’ vero”, ripetei. “Allora mo’ basta”,
aggiunse. “Mo’ basta che?”, dissi io. “Lo sai che”. “Basta la società?”.
“Pure, ma questa è solo una conseguenza. Basta lui”. “Basta lui?”, chiesi.
“Basta lui”. “E lo fai tu?”. “Lo fo io”. “Lo sai che tutti quelli che ci hanno
provato”. “Lo so, ma io sparo meglio”. “Non è solo questione di averci una
bella mira”. “E io ce l’ho, una volta stavo quasi per andare alle Olimpiadi,
ce lo sai”. “Ce lo so, ma dicevo che non basta la mira”. “Ci ho la mira e ci
ho la decisione. E non serve altro”. “Ma perche me lo sei venuto a dire?”,
dissi allora, e mi accorsi che la voce era come se mi si spegnesse, come se
d’improvviso fossi stanco di tutta la stanchezza dell’universo. “Perché era
giusto che lo sapessi”. “Ah”. “E perché siamo amici”. “Eh”. “Così t’ho
avvisato. Adesso lo sai. E dovresti pure sapere quello che devi fare”. “E
che devo fare?”. “Lo sai”. “Aiutarti?”. “Ma che frescacce dici?”. “No,
chiedevo”. “Non mi serve aiuto”. “E allora?”. “Non ci arrivi? Che te ne vai
prima che comincia la caciara”. “Perché?”. “Perché se tutto va bene, bene.
Ma se andasse male”. “Io sarei il prossimo”. “Sicuro come una messa”.
“Sicuro come una messa. Grazie”.
Non l’ho mai saputo come andò a finire. Partii subito e non mi ha mai
sfiorato il cervello l’idea di cercare di telefonare a qualcuno al paese.
Quando si sparisce si sparisce, e se non sparisci bene rischi che magari ti
fanno sparire, per una questione di principio o per un altro motivo, c’è
sempre un motivo.

***

48. Notte brava con pioggia finale

A quel tempo eravamo giovani e peggio della grandine. Io, il Maestro e


Romoletto. Peggio della grandine eravamo.
C’incontravamo verso sera al bar del sor Otello, che nel nostro linguaggio
segreto lo chiamavamo la nostra base vietcong. E da lì a una cert’ora che
ci pareva adatta partivamo per le nostre spedizioni.
Ci avevamo tre motorini, stratruccati che sia io che il Maestro lavoravamo
all’officina di Mozzicacani e li sapevamo tutti i trucchi della motoristica.
Ci avevamo pure un apetto, che usavamo quando era il caso. Perché ci
sono le spedizioni che la merce poi non è da asporto a mano, ci vuole il
vettore traslocatore e per questo ci avevamo l’apetto. Che era di
Spolverino che ce lo prestava all’occorrenza, anche se più precisamente ce
lo affittava, però a lui gli piaceva dire che ce lo prestava per amicizia; che
invece amici con Spolverino non siamo stati mai, che era uno che ti
fregava tutte le volte. Diverse volte ci eravamo detti che bisognava che ci
decidevamo a comprarci un furgone. O almeno una macchina. Perché le
spedizioni col motorino, a seconda del bersaglio c’è il rischio che ti fai
pure ridere dietro. E se c’è una cosa che non sopporto è che qualcuno mi
ride dietro, o davanti.
Quel pomeriggio il tempo era stato mezzo mezzo, pareva sempre che era lì
lì per piovere ma poi non pioveva mai. Però ogni tanto si sentiva qualche
tuono in lontananza, se non erano le esercitazioni militari al poligono.
A me di raccontare le storie non mi è mai piaciuto. Da noi si dice che il
miglior discorso è starsene zitti. E allora perché adesso racconto ’sta
storia? Mica ce lo so. La gente racconta sempre le cose che non dovrebbe
raccontare, e c’è sempre qualcuno che le sta a sentire. Perché le stanno a
sentire? Non lo so, però le sto a sentire pur’io, con tutto che dei fatti degli
altri non me ne frega niente, io penso per me e basta. Mica fo il prete, o il
comunista. Io mi faccio gli affari miei che già mi bastano e mi avanzano. E
ci sono arrivato a settant’anni, si vede che tanto male non ho fatto, no? E
sto pure ancora a piede libero. Con tutto che facevamo più danni della
grandine. Da giovani. Poi ho continuato da solo. Quando è il momento tu
fai quello che devi fare.
Ci avete fatto caso che non parlo in dialetto? Eh? Parlo italiano come un
libro stampato, io. E perché secondo voi? Chiedetevelo e pensateci su. Lo
sapete come si chiama? Si chiama prudenza, che è una delle virtù dei
cardinali, con rispetto parlando. Perché la regola delle regole è di non farsi
riconoscere mai. Magari poi vi chiedono: che parlava siciliano? Parlava
napoletano? parlava romanaccio? E voi gli dite no, no, parlava proprio
come un libro stampato, che i libri si stampano in italiano, come i giornali.
Se uno parla sempre in dialetto allora se lo beccano se l’è meritato.
Conoscevo uno che parlava sempre in dialetto e allora gli toccava
sterminare sempre tutti per non farsi riconoscere. Magari era entrato in una
cantina per asportare un par di salami o un carratello di rosso generoso, e
ci aveva trovato lo zi’ Nenne e la sora Betta che stavano lì perché a casa
c’erano le creature e quando fai certe cose ci vuole la privacy come dicono
oggi, e allora quello invece di legarli come salami così compensava i due
salami che si portava a casa che doveva fare? Li doveva seccare tutti e due
solo perché invece di parlare italiano parlava in dialetto. Io dico che sono
cose che non si devono fare. Non dico che qualche volta non l’ho dovuto
fare pure io, non dico che sono un santo col moccolo, però ho sempre
cercato di ridurre lo sforzo al minimo, che ammazzare la gente è una fatica
grossa che uno si chiede sempre se ne vale la pena. Non sarebbe più facile
se per esempio facessero una legge che certi giorni della settimana la gente
deve lasciare le case libere così noi facciamo quello che dobbiamo fare
senza brutti incontri e non si fa male nessuno? Questa sarebbe una legge
giusta, ma figurarsi se quei ladroni del governo la fanno.
Comunque alla fine non era piovuto, s’era fatta sera, e fino a domani
crepasse l’officina. Mozzicacani no, lui nell’officina ci restava sempre, era
il padrone, ma io e il Maestro non vedevamo l’ora di andarcene, che la
schiavitù ricominciava il giorno dopo. Io dico che chi non ci ha mai
lavorato in un’officina non lo sa che è la schiavitù. Pure i braccianti,
d’accordo, ma pure l’officina. Per questo facevamo quell’altro lavoro nel
turno di notte, per farla finita di stare a cavezza nell’officina tutto il giorno.
E pure per averci due soldarelli per qualche sfizietto la domenica, mica si
vive di solo pane.
Al bar già ci aspettava Romoletto, che al bar ci fa la muffa tutto il giorno,
che ci ha pure un altro lavoro che lo gestisce da lì, e di giorno il bar lo
chiama il suo ufficio di rappresentanza, mentre la sera diventa il covo
vietcong. Io non ci aveva problemi con Romoletto, però quell’altro lavoro
che faceva non mi piaceva per niente. Proprio per niente. E allora perché ci
lavoravo insieme quando facevamo le spedizioni? E che ne so. Cioè, il
fatto era che era Romoletto che organizzava, e organizzava pure bene. Se
devo dire la verità un sacco di cose che poi mi sono servite nella vita le ho
imparate proprio guardando come faceva Romoletto. Però quell’altro
lavoro che faceva non mi stava bene. Sono cose che non si fanno.
Quella sera disse: “Dal conte Tazio. Ci ho le chiavi. Questa è la volta che
ci sistemiamo”. Il conte Tazio era uno coi soldi che gli uscivano dalle
orecchie che ci aveva una casa che pareva il palazzo reale ma non ci
abitava, però ci abitava il guardiano e il guardiano ci aveva lo schioppo, la
mira buona e il sonno leggero, e già ne aveva storpiati diversi di ragazzi
che s’erano azzardati. Ma quella notte non c’era, o se c’era dormiva.
Qualcuno le chiavi a Romoletto gliele doveva avere date e indovinate chi.
“Serve l’apetto?”, chiesi. “Ma quale apetto, ci serve il camion stanotte”,
disse Romolaccio. “E dove lo troviamo un camion?”, chiese il Maestro.
“E’ già pronto qui fuori e queste sono le chiavi pure del camion”, trionfò
Romoletto facendocele tintinnare a un palmo dal naso. La verità è che
Romoletto di noi tre era quello che ci metteva più impegno. però
spartivamo sempre in parti uguali. Lo dico perché è vero, anche se non ci
si crederebbe. Invece era proprio così: in tre parti uguali.
Così aspettammo al bar che si facesse mezzanotte passata e poi partimmo
col camion. Il palazzo reale del conte Tazio a quel tempo era qualche
chilometro fuori del paese, adesso ormai hanno costruito tutto e sta dentro
il paese, ma a quei tempi era fuori mano. Come arriviamo comincia la
caciara dei cani, che poveracci non ci hanno altro da fare che fare caciara e
allora fanno caciara tutta la notte, però siccome di notte tutti i cani che
sentono altri cani che fanno caciara cominciano a fare caciara pure loro,
dopo un po’ è un abbaiare da tutti i casali fino a dove finisce il mondo
abitato, così chi se ne frega dei cani che abbaiano, perché come dice il
proverbio can che abbaia non morde. Dalla parte di dietro del palazzo reale
c’era un portone che ci si entrava col camion e dentro c’era un cortilone
grosso come un campo da pallone e lì c’erano i magazzini, i garage, e gli
accessi sia alla casa vera e propria che ai seminterrati e alle cantine che ce
n’erano tre o quattro differenti, va’ a capire perché.
Romolone ci aveva tutte le chiavi, un mazzo grosso così, e si doveva
essere fatto spiegare bene com’era fatta la casa perché si muoveva sicuro e
prima d’aprire una porta già ci diceva quello che c’era dietro.
Però non glielo avevano detto che dietro la porta del salone proprio in
mezzo al salone ci aspettava il conte Tazio in persona con uno sgarro da
orecchio a orecchio che già puzzava. E proprio mentre eravamo lì a
contemplare il defunto sentiamo le sirene delle volanti che arrivavano che
saranno state almeno duecento e che dovevano già essere appostate da
quelle parti perché in un amen già erano tutte entrate nel cortilone e si
sentiva il galoppo delle guardie sulla scalinata che porta al salone dove
eravamo noi tre babbei.
In certi momenti si sa che non si deve pensare a niente, si corre e basta e
che domineddio te la mandi buona. Romoletto no, che era un posapiano
della malora e infatti diceva sempre che la prima cosa era la dignità, così
invece di darsela a gambe tirò fuori la baiaffa, bilanciò il peso del corpo
come se fosse Guglielmo Tell e poi non fece altro perché le guardie che
irrompevano al galoppo appena lo videro in posizione di tiro gli
rafficarono addosso tutti i caricatori delle mitragliette e lo mandarono al
creatore senza lasciargli dire né a né o. Il Maestro invece si mise a correre
dentro la casa e corse tanto che alla fine si sfiatò che ancora non era
riuscito a trovare l’uscita. Non fu così fesso da tirare fuori il coltello, no,
però se lo bevvero facile facile che alla fine è una figuraccia pure quella. E
poi s’è fatto non so quanti anni di gabbio riconosciuto colpevole
dell’efferato delitto del signor conte che invece era già bello che morto
prima che arrivassimo noi. Ma figurarsi se qualcuno ci poteva credere,
soprattutto con la testimonianza del guardiano che proprio quella notte era
assente perché aveva un parente all’ospedale e aveva dovuto assisterlo
giusto giusto quella notte come confermarono le infermiere e la vedova del
conte cui aveva chiesto il permesso. Ne volete sapere una? Qualche mese
dopo la vedova inconsolabile e il fedele guardiano si sono sposati e sono
andati a vivere a Santo Domingo coi soldi del conte che adesso gli
uscivano dalle loro di orecchie, chissà quanto sarà durato prima che uno
dei due lasciasse questo mondo crudele trucidato da una banda di babbei
sorpresi durante una rapina. E’ così che va il mondo, non mi dite che non
ce lo sapevate. Comunque sui giornali un po’ di tempo dopo quella notte
lessi che il guardiano testimoniò che il giorno prima del fattaccio lui e il
signor conte avevano sorpreso Romoletto, il Maestro e me ad aggirarci
furtivamente intorno alla proprietà dell’illustre estinto e ci avevano dovuto
cacciare con impeto e sdegno (proprio così disse: “con impeto e sdegno”) e
che noi volti in ignominiosa fuga avevamo proferito torvi lubriche
sconcezze, bestemmie assortite e precise minacce di morte all’indirizzo del
signor conte. E quel fesso del Maestro col suo fesso d’avvocato d’ufficio
che s’appellava alla clemenza della fessa corte si buscò quello che si
buscò, e non fu il levante per il ponente.
Adesso non dico che mi rivelai il più sveglio dei tre, ma parlano i fatti:
Romolaccio con la sua posa da Giulio Cesare si fece impallinare sul posto
come un piccione. Il Maestro corse corse corse e non arrivò da nessuna
parte, anzi, arrivò dritto dritto in gattabuia. Io, non dico che stetti lì a farci
chissà quale pensamento, ma l’istinto, o l’estro, o che ne so che, mi
suggerì l’idea giusta e mi salvai. Che l’idea giusta fu di correre a tutta
callara verso un finestrone e saltarci attraverso sfondando il vetro con tutti
i miei centoventi chili di massa corporea, e sfondato il vetro mentre
rotolavo per terra già sentivo il fresco odore della notte e il profumo
incomparabile della libertà che pareva persa ed era stata ritrovata. Alleluja.
Mi rotolai per terra per qualche metro, mi rimisi in piedi, non ci aveva
niente di rotto, e via a rotta di collo per i campi che era un buio che si
tagliava con il coltello. Allora cominciò a piovere. Così fitto che le guardie
rinunciarono a mettersi all’inseguimento. Così arrivai al casale del
Billolongo, che lì per lì non lo riconobbi dove mi trovavo, con tutto che
c’ero stato un sacco di volte perché col Billolongo eravamo amici dal
tempo delle scuole. Mentre riprendevo fiato sotto una tettoia, il canaccio
suo, che si chiamava Rintintì, me lo ricordo ancora come si chiamava,
comincia a fare la solita caciara, ma con tutta quell’acqua si sentiva sì e
no. Però il Billolongo ci doveva avere il sonno leggero, perché dopo un
po’ vidi la porta del casale che s’apriva e lui che usciva con un pastrano
sulla testa che pareva un capanno e con la carabina in mano, e si dirigeva
verso di me che avevo appena appena aperto dalla gola alla coda quella
bestiaccia caciarona così s’era azzittata che però ormai il sor padrone suo
l’aveva svegliato. “Chi c’è?”, strillò il Billolongo. “Billolo’, so’ io,
Ciampicone”. “Ciampico’, e che stai a fa’ qui?”. “Me riparo dall’acqua
sotto ’sta tettoia”. “E nun te potevi ripara’ a casa tua?”. “Passavo da ’ste
parti”. “A ’st’ora de notte e co’ ’sto tempo?”. “Eh, prima nun pioveva”.
“Ah, ecco”. Intanto s’era avvicinato quanto bastava, e bastò. Così adesso
faceva compagnia al canaccio suo. Neanche il tempo di sfilargli il pastrano
per mettermelo io che ero già mollo come un pulcino, che dalla finestra
s’affaccia la sora Nina e comincia a strillare pure lei: “Marce’, che
succede? Eh, Marce’? Che succede, Marce’?”. Non la finiva più. Così ho
preso pure la carabina, il pastrano me lo sono appoggiato sulla testa che
dall’alto e con tutta quell’acqua non si notava la differenza tra me e il
Billo, e sono entrato in casa, ho salito le scale fino alla camera da letto e le
ho sparato due palle nel cuore che ci è restata sul colpo, e per fortuna che il
fucile ha sparato perché sennò mi toccava lavorarmela col coltello, e a me
di fare del male alle donne è una cosa che mi disgusta.
Nella stanza c’erano pure i due maschietti e la femminuccia, che
dormivano tutti nella stessa stanza la sacra famiglia e gli eredi di cotanto
senno erano tutti e tre in uno stesso lettone e ci avranno avuto tre anni la
più grande che si chiamava Iolanda in onore del Corsaro Nero, e due anni i
gemelli che si chiamavano Tito Livio che era il nome del padre del
Billolongo buonanima e Gesualdo che non lo so perché gli aveva messo
’sto nome da cassamortaro. Ormai mi avevano visto. Se ci avevo le
cartucce facevo un lavoro svelto e pulito ma che ne sapevo dove teneva le
cartucce il Billaccio, e non è che mi potevo mettere a cercare di stanza in
stanza mentre quei poveri figli erano lì che tremavano dal terrore, che
sarebbe stata una crudeltà. Così gli sfondai le ossa della testa uno per uno
col calcio della carabina, che mi piange il cuore solo a raccontarlo che
sono cose che un uomo non vorrebbe fare mai ma quando ti ci trovi o lo fai
o lo fai.
Poi mi levai tutti i vestiti infangati e zuppi che ci avevo addosso e mi misi
quelli di Billolongo che trovai nell’armadio, che mi stavano pure stretti e
lunghi ma meglio di niente; le scarpe invece mi dovetti tenere le mie con
tutto che erano fradicie perché le sue non mi entravano. Scesi in cucina e
mi feci una buona cenetta con quello che c’era: sono sempre stato uno
d’appetito e di poche pretese. Intanto continuava a piovere che pareva il
diluvio universale. Però non è che potevo aspettare lì che si facesse giorno.
Così mi decisi, presi la giardinetta del Billo che ci aveva le chiavi già
infilate e partii. Non andai a casa mia, non tornai al paese. Arrivato alla
provinciale presi la direzione opposta, una mezz’ora dopo imboccai la
statale. Mi fermai solo un volta per mettere benzina e per fare un goccio
d’acqua. Guidai fino a mezza mattinata quando arrivai a una città bella
grossa con una stazione ferroviaria bella grossa e presi un treno per il nord.
I soldi che ci avevo, quelli miei e quelli che avevo tirato fuori dal
portafoglio del Billo, erano quasi finiti. Avrei dovuto darmi da fare appena
arrivato a destinazione.

***

49. La specializzazione
Ti devi specializzare, diceva sempre il sor Breccaccio. Ti devi
specializzare, sennò resti muratoretto pure a sessant’anni, e a sessant’anni
non ci si arriva se resti sempre muratoretto, che si sa, c’è sempre la volta
che l’impalcatura cede.
Noi bardascetti ci ridevamo sempre tutte le volte che lo diceva. Pure il
giorno del funerale ci veniva da ridere, perché dall’impalcatura era finito
per cascarci lui. Dall’ottavo piano. Almeno s’era risparmiato l’agonia.
Però poi uno è fatto così, che certe cose ci ripensi dopo. E io ci ho
ripensato parecchio proprio il giorno dopo che era morto, ed ero arrivato
alla conclusione che ci aveva proprio ragione che se resti muratore per
tutta la vita poi la vita finisce male e tu non te la sei goduta mai. Una volta
la gente non ce lo sapeva, e allora s’accontentava di fare lo schiavo e zitto.
Però poi è arrivata la televisione e alla televisione uno lo vedeva che c’era
una fila di gente che non finiva più che invece di faticare faceva faticare
gli altri e se ne fregava se quelli tribolavano e loro se la godevano la vita,
ci avevano la mercedes, bevevano il liquore di marca col nome straniero,
erano pieni di femmine pittate a tutte l’ore, e ci avevano certe case che in
confronto la villa dell’Avvocatone pareva una stalla senza neppure la
vacca e il somaro.
Così fu il giorno dopo la morte del sor Breccaccio che presi la decisione.
Però non ce lo sapevo che specializzazione mi sarebbe piaciuta. Magari il
calciatore, ma toccava correre, fare gli allenamenti, insomma era una fatica
pure quella e stavi comunque sotto padrone. Il cantante mi pareva un
mestiere da femmine, che i cantanti a quel tempo ci avevano tutti i capelli
lunghi, e poi cantavano le canzoni in straniero che chissà che dicevano, e
bisognava pure saper ballare che io non ho mai imparato che pure quelle
sono cose da femmine: non era roba per me. Magari il presentatore di
Sanremo, però quello era un lavoro che si lavorava tre sere all’anno, e tutti
gli altri giorni che in un anno ce ne saranno mille o duemila? Tutti gli altri
giorni che fai? Fai la fame, ecco che fai. Insomma non sapevo scegliere,
così lo dissi a Ciampicone.
Lo presi da una parte e gli dissi: “Ciampico’, mi sono stufato di fare il
muratore e mi vorrei specializzare”. E lui: “Bravo. E in che ti vorresti
specializzare?”. E io: “E’ che non lo so, magari tu mi potresti dare una
dritta”. E lui: “Magari pure sì”. E io: “E allora dammela”. E lui: “Prima
dimmi una cosa: ti va di diventare ricco?”. E io: “E’ questa la
specializzazione?”. E lui: “No, ma ci sono specializzazioni che servono per
diventare ricchi e specializzazioni che servono a restare micragnosi”. E io
allora: “A me mi va una di quelle che si diventa ricco”. E lui: “Bravo.
Allora fatti trovare qui al bar a mezzanotte che c’è un lavoretto caldo
caldo”. Era così Ciampicone, sempre pronto ad aiutare la gente.
*
Mo’ quanto tempo sarà passato? Cinquant’anni?
Ricco, sono diventato ricco. E ho capito una cosa. Che chi non si
specializza, prima fatica come un cane e soffre le pene dell’inferno, e alla
fine muore come una bestia. Io mi sono specializzato.
Specializzatevi pure voi, ragazzi. Io cerco sempre personale svelto e
fidato. E l’attrezzatura ve la passo io.

***

50. Sbudellone

La verità? La verità è che me lo sono messo da me il mio nome d’arte.


Come mi venne in mente? Adesso ve lo racconto.
Dopo aver fatto quel ch’avevo fatto ero entrato al bar per andare al cesso a
darmi una lavata che ero tutto sporco degli schizzi di sangue di quel porco,
e il barista nuovo che non mi conosceva mi dice: “Ahò, qui non s’entra
così”. Allora io: “Ah no? E come s’entra?”. “S'entra puliti, mo’ pussa via”.
A me pussa via non me l’ha detto mai nessuno e visto che allora allora ne
avevo già scannato uno non è che ci avevo problemi a fare il bis, così ho
sgarrato pure quello screanzato così s’imparava a fare l’impertinente.
Neppure il tempo di tirargli fuori il coltello dalla trippa con tutte le
frattaglie che venivano giù, che Ruggeretto che stava lì che giocava a carte
dice: “Ma che fai, Cicciobbo’”. Cicciobbo’ era come mi chiamavano da
regazzino perché ero un po’ sovrappeso, e non m’era mai piaciuto che mi
chiamavano così. “Che fo?”, rispondo, “Sbudello”. Poi andai al cesso a
lavarmi le mani e mentre ero lì mi venne in mente che Sbudello era un bel
soprannome. Poi però la gente, che è più stupida di una crastica e non vede
l’ora di metterlo in mostra che è più stupida di una crastica, l’ha cambiato
in Sbudellone, che qui da noi tutti i nomi finiscono o in one o in accio, e se
uno ci ha ancora il padre vivo se non ci ha un soprannome proprio suo
personale ci ha il soprannome del padre con l’aggiunta di ino e di etto e
quando il padre crepa allora diventa one o accio. Perché succede non lo so,
sono cose che le dovrebbero studiare i professori d’italiano e poi
insegnarle nelle scuole, invece delle tabelline, le coniugazioni, gli antichi
romani, e tutta quella roba che non gliene frega niente a nessuno perché è
lontana dalla vita vera.
A me mi piaceva di più Sbudello, ma alla fine pure Sbudellone poteva
andare bene. Sempre meglio di Cicciobbomba.

***