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Vittorio Fincati

gli

ADORATORI
dell'

ARCANGELO
cronistoria degli Yezidi

“CARPE LIBRUM”
in copertina

il più venerato simbolo degli Yezidi, il Sandjak raffigurante l’arcangelo-pavone, Melek-


Tawus. Questo esemplare, risalente al 1772, è ora detenuto al British Museum

un particolare ringraziamento a Gaetano Lo Monaco e alle biblioteche elettroniche


senza le quali questo lavoro non sarebbe stato possibile

“Carpe Librum” – iniziativa privata rivolta alle case editrici e ai promotori editoriali. Stampato
in via Luca della Robbia, 3 – 36063 Marostica (VI) © By Vittorio Fincati 2016 – riservato ogni
diritto e utilizzo. vittorio.fincati@yahoo.com
Vittorio Fincati

gli

ADORATORI
dell'

ARCANGELO
cronistoria degli Yezidi

mausolei yezidi, dal libro di George Percy Badger


The Nestorians and theirs Rituals
1852
INDICE

1 - KITAB AL-GILWAH (La Rivelazione dell'Arcangelo Pavone)

2 - INTRODUZIONE

3 - CRONISTORIA DEGLI YEZIDI


Michele Membrè - Ambrosio Bembo - Charles Chaulmer - Pietro della Valle -
Marchese di Nointel - Cornelio Magni - Michel Febvre - abate De Choisy - padre
Desmoulins - Thomas Hyde - Leandro di Santa Cecilia - Bourguignon d’Anville
- Carsten Niebuhr - Domenico Sestini - Guillaume Antoine Olivier - Maurizio
Garzoni - Joseph Rousseau - Giuseppe Campanile - David D'Beth Hillel -
Claudius James Rich - James Silk Buckingham - Joseph von Hammer - Pierre-
César Briand - François Emmanuel Foderé - James Justinian Morier - Frederick
Forbes - Horatio Southgate - Helmuth von Moltke - Asahel Grant - James Baillie
Fraser - Baptistin Poujoulat - Henri Augu - Austen Henry Layard - Hormuzd
Rassam - George Percy Badger - August Franz von Haxthausend - William
Francis Ainsworth - Jules Oppert - Pierre Martin - Gougenot de Mousseaux -
Lycklama à Nijeholt - Elena Petrovna Blavatsky - Nicolas Siouffi - Pierre-
Gonzales Duval - Alpheus N. Andrus - Joachim Menant - Isabella Bird - Karl
May - Jules Leclercq - Édouard de Kovalevsky - Charles de Gerstenberg -
Oswald Hutton Parry - Samuele Giamil - Paul Perdrizet - Gertrude Bell - William
Ainger Wigram - Ely Banister Soane - Joseph Isya - Anastas Al-Karmali -
Hurmizd Alphonse Mingana - E.A. Wallis Budge - Max Karl Tilke - Maurice
Barrès - William Buehler Seabrook - Bullettin périodique de la presse russe - H.P.
Lovecraft - Robert Howard - Aleister Crowley - Gustav Meyrink - R. H.
Woolnough Empson - Giuseppe Furlani - Michelangelo Guidi - Jean Marquès-
Rivière - Léon Krajewski - René Guénon - Roger Lescot - Ethel Stefana Stevens
- Louis Massignon - Cecil John Edmonds - Taufiq Wahby - John Bennett - Serge
Hutin - Anton Szandor Lavey - Birgül Açikyildiz - Louis de Maistre.

4 - TESTIMONIANZE
TESTIMONIANZE GRECHE di Senofonte (400 a.C.) e Strabone (80 a.C.) - GLI
YAZIDITI, ADORATORI DEL SOLE di Gregorius Barhebraeus (540 d.C.) -
GLI ADORATORI DI YAZD di Tomā bar Ya'qubh (840) - ABITUDINI DI
VITA, COSTUMI, INCLINAZIONI, RELIGIONE, SUPERSTIZIONI E
PRATICHE RIDICOLE DEGLI YEZIDI di Michel Febvre (1682) - GLI
ADORATORI DEL CANE NERO di Thomas Hyde (1700) - COSTUMANZE
DEGLI JESIDI RITENUTI ADORATORI DEL DIAVOLO di Carsten Niebuhr
(1780) - DELLA SETTA DEGLI JAZIDJ di Maurizio Garzoni (1807) - DEGLI
JAZIDJ di Giuseppe Campanile (1818) - INNO AD ARIMANE di Giacomo
Leopardi (1833) - GLI YEZIDI, FAMOSI ADORATORI DEL DIAVOLO di
Asahel Grant (1841) - ORIGINE PERSIANA DEGLI YEZIDI di James Baillie
Fraser (1842) - UN POPOLO CHE ADORA IL DIAVOLO di Baptistin Poujoulat
(1848) - VISITA AGLI YEZIDI di Austen Henry Layard (1855) - YEZIDI,
ADORATORI DEL DEMONIO di Marie-Augustin Rose (1861) - GLI YEZIDI,
SCIAMANI O SAMANISTI di Pierre Martin (1867) - BREVE
CONVERSAZIONE COL CAPO DELLA SETTA DEGLI YEZIDI,
ADORATORI DEL DIAVOLO di Nicolas Siouffi (1880) - IL MASSACRO DI
DUE RAGAZZE YEZIDE di E. A. Wallis Budge - TRA LE MONTAGNE
DEGLI ADORATORI DEL DIAVOLO di William Buehler Seabrook (1927).

5 - PICCOLO LESSICO SUGLI YEZIDI


«la tomba non restituirà i suoi morti,
ma l'angelo Pavone udrà i nostri lamenti!»
(Inno yezida)

«Se la verità di una fede può esser misurata dal numero


e dalla frequenza dei suoi martiri,
allora il posto che dovremmo assegnare agli Yezidi
dovrebbe essere uno dei più alti di tutti.
Per piccola che la loro setta sia sempre stata,
essi possono annoverare i loro martiri
a decine di migliaia»
(A.C. Wigram)
KITAB AL-GILWAH

La Rivelazione dell'Arcangelo Pavone

Abbiamo tradotto questo testo, falsamente attribuito agli Yezidi, tenendo presenti
le traduzioni accademiche offerte dai diversi studiosi. A differenza di costoro,
abbiamo cercato di privilegiare la scioltezza del discorso. La composizione è da
attribuirsi, nel XIX° secolo, a monaci cristiani nestoriani, probabilmente per
ottenerne denaro spacciandolo come autentico. Il suo contenuto però rispecchia
autentiche concezioni yezidiche.

Prima di tutte le creature ci fu l'arcangelo pavone.


fu lui a mandare il suo servo Adi in questo mondo
affinché sorvegliasse ed istruisse il popolo yezida
e lo salvasse dall'errore e dalle false credenze.
E Adi lo fece prima oralmente poi anche per iscritto
mediante questo libro della Rivelazione.
Tale libro non deve essere letto da chi non è Yezida.
Io fui, sono e sarò fino alla fine dei tempi
dominando le creature e influenzando
le vicende e le attività di tutti coloro che
mi sono sottoposti.
Assisto sollecito quelli che in me confidano
invocandomi quando ne hanno bisogno.
Sono ovunque. Sono la causa di tutti quei fatti
che chi non è iniziato ai miei misteri chiama mali,
perché contrari alle loro aspettative.
Ogni epoca ha il suo reggente, e ciò è per mia volontà.
Ogni secolo, vi è un nuovo capo di questo mondo,
in modo che si adempia il mandato al quale
fu destinato ognuno di essi.
Io permetto alla natura di intervenire,
secondo giustizia, nel mondo delle creature.
Si pentirà e contristerà chi mi si solleva contro.
Gli altri dèi non possono interferire, né bloccarmi
nelle mie intraprese per nessuna ragione.
I libri sacri delle altre religioni sono falsi.
Non li hanno ispirati i miei inviati, ma degli stolti,
dei ribelli, dei contraffattori. Questi libri si
contraddicono l'un l'altro e si annullano.
Io ne conosco la verità e la menzogna
che peraltro traspaiono ad un semplice esame.
Io minaccio coloro che parlano del mio patto,
combatto quei capi che si credono astuti
e ai quali ho misurato la catena.
Permetto che certe cose avvengano
e altre proibisco secondo convenienza.
Guido rettamente e istruisco chi segue
la mia dottrina: con me avranno gioia e diletto.

Premio e castigo l'uomo in diversi modi.


La mia mano regge lo scettro del dominio
sui quattro elementi e non consento che
questi prevalgano l'uno sull'altro.
Non sono avverso all'uomo, specie se questi
mi obbedisce e segue i miei dettami.
Ho affidato la mia opera in mano a chi mi
è fedele e segue i miei insegnamenti.
So manifestarmi a loro quando si prostrano
al mio volere.
Prendo e concedo, arricchisco e immiserisco,
rendo felice o infelice secondo convenienza.
Nessuno può interferire nel mio operato
né impedire ciò che ho stabilito.
Arreco dolori e malattie a chi mi è avverso.
I miei seguaci non muoiono come gli altri
figli di Adamo, tuttavia non permetto a nessuno
di vivere in questo mondo inferiore per un
tempo maggiore di quanto stabilito.
Concedo di tornarvi due o tre volte di nuovo,
o in un altro mondo, grazie alla metempsicosi.

Non ho bisogno di rivelarmi in un Libro.


Dall'ombra proteggo il mio popolo.
Credere in me non costa affanni.
Castigo nell'al di là chi combatte
le mie leggi, secondo tempo ed effetto.
Gli altri figli di Adamo non conoscono
il loro destino e perciò errano a lungo.
Gli animali sulla terra, gli uccelli nel cielo
e i pesci nell'acqua soggiacciono al mio potere.
I tesori e le ricchezze nascoste sotto terra
mi sono noti e li rivelo ora a questo ora a quello.
Se necessario, opero miracoli e portenti a favore
di chi mi impetra e mi è devoto.
Chi mi si oppone e combatte lo fa a suo danno,
poiché non conosce la forza e la potenza
della mia mano, e non sa che traggo i miei
seguaci dalla vera discendenza di Adamo.
Io ho stabilito fin dai primordi
il destino dei mondi, il procedere dei tempi
e l'avvicendarsi dei loro reggenti.

Le mie prerogative non appartengono


a nessun altro iddio. Agli esseri umani
ho concesso quattro elementi, quattro tempi
e quattro fondamenti per i loro bisogni.
I libri sacri delle altre religioni sono da prendere
solo per ciò che si accorda coi miei dettami,
tutto il resto mi è avverso.
Tre [religioni] mi sono contrarie e tre nomi io odio.
Coloro che mantengono il mio segreto otterranno
in premio ciò che gli ho promesso.
Tutti coloro che sopporteranno le avversità
per amor mio riceveranno ricompensa in
questo o nell'altro mondo.
Che i miei figli, che il mio popolo
stiano uniti come una fascina,
perché gli altri gli sono tutti contrari.
Voi che seguite i miei comandamenti
tenete lontane dottrine e discorsi che
non vengono da me.
Non fate il mio nome e non mi descrivete,
sareste in pericolo, non sapendo le intenzioni
dei nostri avversari.

Venerate la mia persona e il mio simulacro,


perché vi fanno tenere a mente
ciò che nel tempo può andare dimenticato.
Obbedite alle mie leggi e seguite i miei servi
nell'insegnamento della scienza dei misteri,
perché proviene da me.
INTRODUZIONE

«...ciò che mi attira sono i casi di sopravvivenza pagana,


lontane vestigia che brillano nell'ombra».
Maurice Barrès
Une Enquête aux Pays du Levant, 1923

Gli Yezidi, o Yazidi secondo la parlata araba, sono la branca sopravvivente di un


antico paganesimo indoeuropeo indigeno dei monti Zagros. Le più significative
testimonianze della loro presenza sono infatti attestate proprio in quell'areale
geografico, che nel momento della loro massima espansione (inizio del XV
secolo) si estese da Antiochia a occidente fino a Sulaymaniyah a oriente,
tracciando una poco islamica mezzaluna, con la gobba in Armenia. Una presenza
che si andò restringendo solo quando i Curdi abbracciarono progressivamente
l'islamismo e proclamarono la Guerra Santa agli Yezidi (1414), costringendoli a
fuggire, come in Transcaucasia o nel Djebel Sinjar, la famosa montagna che si
staglia solitaria nel deserto iracheno e che si intravede, col cielo sereno, dalla città
turca di Mardin. Tuttavia l'allontanamento dal paganesimo dei Curdi fu davvero
lento e progressivo; nel 1840 il reverendo Southgate poteva scrivere nei loro
riguardi che «...nelle città essi si professano musulmani, ma sulle montagne
vivono senza religione»1; il francese Jules Leclercq non fu da meno scrivendo che
«coloro che professano il culto del Profeta sono considerati musulmani solo di
nome: secondo un proverbio turco, il Curdistan non produrrà mai un santo.
Maometto doveva ben saperlo, poiché un giorno che giunse da lui un'ambascerìa
curda, il Profeta fu colto dall'orrore e supplicò Allah di dividere per sempre quel
popolo per mezzo della discordia (...) Essi dei precetti coranici non hanno che
vaghe nozioni e i loro mullah ignoranti sono appena in grado di capirne il senso;
il loro islamismo non è altro che una miscela di grossolane superstizioni. Offrono
sacrifici ad Allah, che si rappresentano come un dio sanguinario, ma non
compiono le abluzioni e le principali rituarie dell'islamismo. Io li ho visti bere
grossi boccali di vino alla faccia della proibizione coranica. Durante il Ramadam
fumano liberamente dall'alba al tramonto, affermando che il Profeta non poteva
impedire il fumo dal momento che al suo tempo il tabacco non si fumava» 2 .
Quest'opinione sulla cattiva religiosità dei Curdi era già stata espressa in
precedenza dal missionario domenicano Giuseppe Campanile: «I Kurdi sono
maomettani. Essi presumono avere grandi cognizioni di Dio; anzi di essere i soli
1
Horatio Southgate: Narrative of a Tour through Armenia, Kurdistan, Persian and
Mesopotamia. New York 1840.
2
J. Leclercq: Voyage au mont Ararat, Paris 1892. Curiosa la notizia riportata Élisée Reclus nel
nono tomo della sua Nouvelle Géographie Universelle (Paris 1884, p.349): «una gente curda
del sangiaccato di Sert è stata segnalata dal Chantre non avere alcuna religione».
nel mondo, che hanno la vera idea di un Dio; ma non ne hanno, che pochissime,
e tutte stravolte»3.

Se è vero, come già sosteneva George Rawlinson, che i Curdi sono i discendenti
degli antichi Carduchi o Gordi menzionati da Ecateo di Mileto nel 520 a.C. e poi
da Senofonte e Strabone, allora gli yezidi sono i loro più diretti continuatori. A
loro volta questi Carduchi, popolo pugnace, potrebbero discendere dal Regno di
Urartu e dal più antico dominio degli Hurriti, entrambi abitanti pressappoco gli
stessi posti. Il territorio, che in epoca persiana aveva ospitato anche dei deportati
greci 4, assunse in epoca ellenistica il nome di Corduene o Gordiene, fu regno
indipendente, ma poi passò sotto il dominio di Roma con Pompeo. Strabone dice
esplicitamente che gli abitanti della Corduene, in cui oggi si trova l'importante
città curda di Diyarbakir, fossero Carduchi. Il territorio della Corduene si
estendeva fino all'attuale città yezida di Sindjar, anticamente nota ai Romani
come Singara, dove disponevano di una legione e che tennero fino al 363,
allorché tutta la Corduene fu ceduta ai Persiani. Dopo un breve periodo in mano
ai Bizantini, dal 578 al 640, la Corduene fu conquistata dagli Arabi islamici.

A partire da questo momento i suoi abitanti, cioé i Curdi, abbandonato quasi del
tutto il Cristianesimo, cominciarono lentamente ad aderire all'islam 5 , a volte
anche con modalità considerate eretiche, poiché fu proprio qui che già quattro
secoli prima della venuta dello sceicco Adi, riformatore dello Yezidismo nel XII°
secolo, si sviluppò un movimento islamico eterodosso divenuto con Adi la scuola
islamica 'Adawwiyya, da cui, secondo gli islamici ortodossi - cui si sono accodati
molti studiosi occidentali - sono derivati gli Yezidi che oggi conosciamo. In realtà
è più facilmente dimostrabile che questa scuola islamica, ben presto degenerata
in scuola eretica forse già con Adi II, sia confluita nello yezidismo pagano,
snaturandosi e snaturando a sua volta lo yezidismo. Quest'ultimo ha comunque
avuto il suo focolaio in una regione che fu popolata anticamente da Assiri, un
dato che potrebbe essere suscettibile di altre considerazioni, le stesse fatte già da
Austen H. Layard e oggi da una studiosa dell'Università turca di Mardin: «E'
risaputo che la valle di Lalish e il villaggio di Bozan nell'area dello Sheykhan
sono stati i posti più anticamente abitati da Yezidi»6. Dal tempo della sconfitta
militare con i Persiani ratificata dall'imperatore romano Gioviano (363) fino alla
conquista islamica, ciò che potremmo denominare come «Yazidistan» visse un
intenso periodo di cristianizzazione che, solo qualche volta, come con

3
Giuseppe Campanile: Storia della regione del Kurdistan e delle sette di religione ivi esistenti,
p. 70. Napoli 1818.
4
Strabone: Geografia, XVI, 1.
5
All'inizio del quarto secolo c'erano però state anche numerose conversioni all'ebraismo e una
leggenda voleva che i Cordueni discendessero dall'unione di re Salomone con ben 500 donne
ebree di aspetto bellissimo.
6
Birgül Açikyildiz: The Yezidis, the history of a community, culture and religion, p. 3, London
2010.
l'imperatore persiano Ardashir II (379-383), fu aspramente combattuto, e
possiamo considerare il racconto del vescovo nestoriano da noi riportato nella
sezione Testimonianze, come uno dei tantissimi esempi di decimazione del
retaggio ancestrale del popolo curdo inaugurato dai Cristiani. In questo ambiente
sopravvissero sparute comunità curde pagane, fino al loro incontro con la
confraternita islamica eterodossa degli 'Adawwiyya. Il Libro Nero (Meṣḥefa reş)
degli Yezidi, per quanto formalmente sia un falso redatto da monaci cristiani,
rispecchia l'autentica tradizione yezida e recita infatti: «Prima della venuta del
Messia Gesù in questo mondo, la nostra religione fu detta idolatria, e i Giudei, i
Cristiani e l'Islam, avversarono la nostra religione, e così pure i Persiani».
Secondo il Chronicon Syriacum di Gregorius Barhebraeus infatti, al tempo della
confraternita islamica eretica c'erano ancora tribù curde che praticavano l'antico
paganesimo persiano, come quella dei Taraiti che, attorno al 1200, scesero dalle
montagne del Curdistan per devastare la regione di Mosul: «I Taraiti non
seguivano l'Islam ma rimanevano attaccati alla loro originaria idolatria e alla
religione di Zoroastro. Inoltre erano mortali nemici dei musulmani (...) Quando,
all'inizio di novembre, gli Yezidi provenienti da Zozan si recarono da Adi II,
figlio del loro emiro, con ricche offerte e doni, questi li accolse con cibo, bevande
e ogni sorta di festeggiamenti. Quel popolo amava bere all'eccesso. Essi
disponevano di 650 tende, senza contare gli uomini di Adi, che erano musulmani.
Assieme disponevano di più di 1.000 tende» 7 . Da questi due brani si evince
chiaramente che in quell'epoca c'era una profonda intesa tra curdi pagani ed
eretici musulmani seguaci del defunto sceicco Adi I. Dall'unione di questi due
gruppi nascerà lo Yezidismo che noi conosciamo. Formalmente, non si può
stabilire una data precisa; simbolicamente invece, ciò avvenne da quando queste
genti decisero di pregare non rivolgendosi più verso La Mecca bensì verso Lalish,
dove lo sceicco Adi I aveva esercitato il suo maestrato ed era stato sepolto. E' una
fonte islamica che lo attesta, lo storico Al-Dhahabi (1274-1348) nelle sue «Vite
di Uomini Illustri» (Siyar aʿlam al-nubala). E' chiaro tuttavia che se non si fosse
trattato di una confraternita esoterica, che privilegiava l'esperienza interiore
rispetto al puro e semplice dogma, tale mescolanza non sarebbe mai avvenuta e
lo yezidismo avrebbe assunto probabilmente una dimensione molto più esigua,
come quella dei loro vicini pagani, gli Adoratori del Sole.

Per quanto riguarda la parola Yezidi, sarebbe un epiteto dispregiativo (al-


Yazidiyyah) affibbiatogli dai musulmani abbasidi, che li condannavano quali
seguaci del califfo omayyade Yazid ibn Mu'awiya (645-683), da loro considerato
ispiratore della setta, prima che venisse ulteriormente riformata dallo sceicco Adi
I. All'origine quindi di questa scissione religiosa ci sarebbe stata una scissione
politica: «Secondo una tradizione yezida, quando lo sceicco Adi giunse sul posto,
trovò un gruppo locale chiamato Shamsani, da cui l'attuale famiglia sceiccale
yezida Shamsanis dice di derivare, e che in origine erano manichei e adoratori del

7
Cit. p.38.
Sole. Costoro furono affascinati dalla personalità dello sceicco Adi e dalle sue
idee mistiche, in sintonia con le loro stesse credenze. Così si sviluppò una mutua
collaborazione e difesa contro il comune nemico, gli Abbasidi. I discepoli dello
sceicco Adi, gli Adawiti, praticavano l'islam, mentre gli Shamsanis praticavano
le loro religioni iraniche; i due gruppi, tuttavia, si allearono politicamente e,
grazie ai modi diplomatici di Adi, si fusero pacificamente. Col tempo, le pratiche
degli Shamsanis cominciarono a permeare quelle degli Adawiti mentre si
accettava contemporaneamente l'insegnamento di Adi. Gradualmente gli
Shamsanis divennero così potenti da imporre il loro capo a fianco di Adi,
garantendogli lo status di collaboratore (sheikh al-wezir). In tal modo avrebbe
armonizzato gli interessi delle due comunità. Quest'ultimo rappresenta ancora la
famiglia Shamsanis nella gerarchia yezida ed è il delegato del Principe nel
Sinjar»8.

Alla morte di Adi successe un suo longevo nipote e dopo di questi il di lui figlio,
noto come Adi II. Questo Adi II è citato in un testo nestoriano perchè avrebbe
sloggiato ed ucciso dei monaci da due loro monasteri. I cristiani corsero a
protestare dai Mongoli, che all'epoca avevano invaso tutto il Medio-Oriente. Nel
1211 il nipote di Gengis Khan, Tuman, fece giustiziare Adi II. Nel 1254 fu invece
giustiziato Hasan, che era succeduto a Adi II. Questo Hasan era riuscito a
trasformare i suoi «Curdi adawiti», forse ancora non del tutto usciti dalla
religiosità islamica, in una preoccupante compagine militare, tanto da
impensierire seriamente gli Abbasidi di Mosul. Il governatore della città scese in
campo e oltre a catturare Hasan fece diseppellire e bruciare i resti mortali di Adi
I. Quindi già dal lontano 1254 ciò che gli Yezidi venerano nel loro santuario
sarebbe solo una tomba vuota.

Gli Yezidi per parte loro si ritengono invece discendenti di Sultan Ezi (da qui il
nome Ezidi in curdo), figlio di una ourì del Paradiso maomettano e di Shehid
«figlio della giara»9 la cui unione sarebbe stata propiziata dall'Arcangelo Pavone
in persona10. Il termine Yezidi potrebbe derivare invece dall'avestico Yazatas che,
secondo l'interpretazione linguistica dell'orientalista tedesco Martin Haug (1827-
1876) designerebbe gli «angeli» del pantheon iranico, cioè, al di là della sua
interpretazione cristianeggiante, gli dèi - quindi Yezidi come Adoratori degli Dèi;
una identificazione che aveva ben compreso già nel 1882 il console francese a
Mosul, Nicolas Siouffi e che fu condivisa anche dallo studioso italiano Giuseppe
Furlani. Tuttavia la parola potrebbe derivare da Yazd (antica Ysatis), città della
Persia centrale, zoroastriana per lungo tempo anche dopo la conquista islamica,
tanto che oggi gli zoroastriani che vi abitano sono ancora alcune decine di
migliaia ed hanno un tempio del fuoco la cui fiamma si dice sia accesa
8
Cit. p. 39-40.
9
Nel senso, come si vedrà meglio più oltre, che nacque da una giara in cui venne versato
onanisticamente solo il seme di Adamo, senza il concorso di Eva.
10
Birgül Açikyildiz, cit., p.82.
ininterrottamente dal 470 dopo Cristo. E' un dato significativo che Gregorius
Barhebraeus affermò che da Yazd, al tempo di Giustiniano, furono espulsi gli
Yezidi.11 Tuttavia, poiché nel Curdistan vi è stato fino a pochi decenni fa un
gruppo religioso distinto dagli Yezidi, cioè gli «Adoratori del Sole» (Shamsanis
o Schemsi o Guebri), dalle caratteristiche marcatamente zoroastriane, potrebbero
essere loro gli espulsi dalla città persiana.

Nessuno studioso ha cercato di esaminare partitamente la questione del primitivo


yazidismo né ci sono troppe speranze che ciò avvenga, data l'esiguità dei dati
storici. Un tentativo potrebbe però essere fatto partendo col distinguere, negli
Yazidi contemporanei, ciò che risente dell'influenza della confraternita islamica
fondata da Adi I da ciò che invece risente dell'antico paganesimo di quei luoghi.
Riteniamo possa appartenere a quest'ultimo dato la tradizione dei loro sacerdoti
itineranti o Qawwal, incaricati di consolidare il legame distintivo delle tribù
yezide con la recitazione in forma cantata, musicale e danzante (non priva di
reminiscenze orgiastiche) di loro composizioni inniche tradizionali; il loro
girovagare trasportando il sacro sanjak - che ricorda le peregrinazioni dei
sacerdoti della Dea Syria menzionati da Luciano di Samosata - cioé la devozione
per un dio-uccello o per un dio-albero, Yazd o Yezd, dio della quercia, su cui
posava un uccello e non ancora diventato un pavone; la «casta» sacerdotale dei
Pir; le norme endogamiche e tabuistiche; la credenza nella metempsicosi. Di
converso ci pare che possano denotare un'impronta islamica, la cosiddetta casta
degli «sceicchi», la lingua araba parlata da una minoranza di Yezidi, la figura del
pavone e alcune rituarie più recenti.

Anche oggi, nella valle di Lalish, nel Curdistan iracheno a nord-est di Mossul,
sui monti Hakkari, vi è il mausoleo di Adi I, venerato dal popolo degli Yezidi e
ritenuto un Avatar o manifestazione dell'Arcangelo Pavone (Melek Ta'us), il
principale di una serie di sette arcangeli d'importanza cosmica, identificato da
cristiani e islamici con Lucifero, angelo ribelle, serpente tentatore di Adamo ed
Eva. La tomba, racchiusa in un cofano di terracotta ricoperto da drappi
variamente colorati, è contenuta in un mausoleo in cui si distinguono tre piccole
torri coniche (dette ziyareth o ziarah e ritenute dai musulmani di quella forma
«per propiziare il demonio»12), imbiancate a calce per meglio riflettere la luce
solare, meta di un pellegrinaggio che ogni yezida deve fare tre volte all'anno (o
almeno in occasione della festa che si tiene il decimo giorno della luna di agosto).
Il mausoleo fu raso al suolo più volte nel passato, nei ricorrenti massacri di Yezidi
perpetrati da parte islamica e le spoglie dello stesso Adi disperse o distrutte. Oggi
esso è ricostruito. Si ritiene che questo mausoleo sia in realtà un camuffamento
11
Cit. p.63. Vedi anche la voce di Barhebraeus nella sezione Testimonianze.
12
La forma piramidale o conica è ritenuta tipica delle «montagne sacre» nella tradizione
tibetana (K. Dowman: Il tibet Sacro, una guida ai luoghi di potere. Roma 1998, p.126). In
realtà, come vedremo più oltre, il significato dei pinnacoli yezidici non è «trasmittente» bensì
«ricevente».
per un luogo di culto pagano consacrato a divinità come il Sole o lo stesso Angelo
Pavone13. Un arcangelo un pò particolare, identificato da alcuni con l'avestico
Angra Mainyu, più noto come Ahriman in medio-persiano, cioè il princeps huius
mundi, cui anche Giacomo Leopardi tributò un inno, peraltro incompiuto, e che
noi abbiamo inserito nelle Testimonianze, considerato che il poeta marchigiano
potrebbe avere letto Della setta delli Jazidj di Maurizio Garzoni, pubblicata nel
1807.

La letteratura sugli Yezidi, come ha sottolineato la Encyclopaedia Iranica, è


eccezionalmente spropositata rispetto all'esiguo numeri di Yezidi esistenti al
mondo (nemmeno un milione), ma la cosa è dovuta al loro essere considerati degli
«Adoratori del Diavolo» da parte degli Occidentali, che vi hanno riversato sopra
un morboso interesse. Tuttavia il vero motivo potrebbe essere stato che il parlare
di Yezidi rientrava nelle finalità geopolitiche di diverse potenze mondiali, che nel
corso del tempo hanno dato vita a quello che è stato definito il Great Game o
Grand Jeu e che proprio ai nostri giorni sembra essere ripreso con rinnovato
vigore. Ciò spiega come nello scorrere questa cronistoria il lettore si accorgerà
con stupore di quanto poco occasionali siano stati i viaggi, gli incontri e i libri
riguardanti gli Yezidi: «Per potersi insinuare in zone geografiche che gli erano
ancora in parte interdette, le grandi potenze si sono avvalse di agenti dotati non
solo di un eccezionale spirito di avventura, ma quasi sempre anche di un coraggio
fisico non comune, di vaste conoscenze e di indubbie qualità intellettuali;
archeologi, esploratori scientifici, orientalisti, a volte semplici mercanti, che
avevano il compito, oltre quello di raccogliere informazioni, di stabilire nei paesi
visitati - in conformità con le regole di una certa politica sotterranea - ciò che noi
definiremmo delle teste di ponte, instaurando speciali legami con determinati
gruppi etnici. In medio-Oriente e in Arabia, una volta cominciato il declino
inesorabile e delineatasi l'imminente caduta dell'impero ottomano, l'opera di
queste personalità eccezionali fu determinante per ridisegnare la carta geografica
di uno dei luoghi più importanti del pianeta, benché la storia non abbia sempre
riconosciuto a pieno la portata del loro ruolo. Eccezion fatta - e per ragioni che
poco hanno a che vedere con la storia - del colonnello Thomas Edward Lawrence,
detto Lawrence d'Arabia» 14 . Tuttavia non si può parlare sempre di agenti
consapevoli del loro ruolo. Molte volte i protagonisti di questo Grande Gioco
furono personalità problematiche, se non addirittura nevrotiche, che avevano

13
«Le tombe e i templi erano venerati, ma non erano così santi come lo era questo. La sorgente
e la caverna erano il vero santuario, molto più antichi, molto più arcaici del santo che vi aveva
vissuto ed era morto, dando il suo nome alla valle, e già vecchi quando Nabucodonosor salì al
trono» (E.S. Drower: The Peacock Angel in the Spring. Journal of the Royal Central Asian
Society, XXVII, 1940).
14
Louis de Maistre: Les Lieux du Pouvoir entre mythe et histoire. Milano 2014. L'ultima di tali
ambigue figure nell'area mesopotamica sarà lo studioso tedesco membro delle SS, Franz
Altheim (G. Casadio: Franz Altheim: dalla storia di Roma alla Storia Universale. Intr. a F.
Altheim: Il Dio Invitto, la religione e la fine del mondo antico. Roma 2007).
deciso di vivere in modo disordinato o anomalo, come la famosa Lady Stanhope
(1776-1839).

In Occidente le prime testimonianze sugli Yezidi ci sono giunte da scrittori


cristiani, specialmente i padri italiani delle missioni domenicane, che passarono
poi la mano ai loro confratelli francesi a metà '800, profondamente convinti che
la loro fede fosse quella giusta e quindi prodighi dispensatori di epiteti nei
confronti degli Yezidi. Infatti non si deve pensare che i primi a definirli «adoratori
del diavolo» fossero gli islamici, giunti sul posto molto tempo dopo. I primi
detrattori e persecutori furono proprio i cristiani, come documentato anche dalla
testimonianza del vescovo di Marga. Prima di questo vescovo non ci sono quasi
attestazioni dell'esistenza degli Yezidi, tranne un curioso accenno nella
Chronographia di san Teofane il Confessore, dove l'imperatore bizantino Eraclio
I parla di una località nominata Iesdem, nel territorio dell'Adiabene, provincia
che corrispondeva grosso modo con il tradizionale territorio degli Yezidi15. Questa
mancanza di fonti letterarie non deve far quindi pensare che lo Yezidismo sia nato
in epoca alto-medievale, quale enucleazione settaria di una corrente sufica
ortodossa.

Del resto i Curdi annoverano al loro interno molte correnti spirituali pre-
islamiche note convenzionalmente come Yazdanismo. Come può infatti
conciliarsi con l'islamismo il sistema delle caste e la credenza nella
trasmigrazione, che sono dei capisaldi del credo yezida? La mancanza di una serie
vera e propria di preghiere? Il capodanno che cade in primavera con tanto di
rimembranze orgiastiche e lamentazioni che ricordano i riti funebri in onore di
Tammuz? Il culto di un uccello? Il culto dei sette Arcangeli planetari? Il gran
numero di tabù, come quello di scansare per quanto possibile gli stessi
musulmani? Del pari, non si potrà attribuire agli Yezidi l'accusa islamica e
cristiana di essere adoratori del diavolo, almeno quello inteso dalle culture
abramiche; accusa che paradossalmente proprio un autore 'abramico' che
all'interno di questo lavoro avremo modo di citare più volte, René Guénon, ha
stigmatizzato lui pure: «gli Occidentali hanno un diavolo tutto loro che nessuno
gli invidia; se la sbrighino come vogliono o come possono, ma si astengano dal
coinvolgerci con storie che non ci riguardano affatto»16.

Tutta la storia degli Yezidi è contrassegnata in negativo dal termine persecuzione


e in positivo da quello di tenacia. In occidente si è sempre portato ad esempio la
sorte del popolo ebraico ma rispetto agli Yezidi bisogna dire che i primi, con la
diaspora, hanno avuto la possibilità di salvare almeno in parte la propria identità

15
Sir Henry Rawlinson, Journal of the Royal Geographical Society of London (X, p.92). Ciò
non può non far tornare in mente quanto disse Barhebraeus degli Yezidi espulsi dalla Persia.
Iesdem era il nuovo toponimo in terra mesopotamica della perduta Yazd?
16
Jean Robin: Le problème du Mal dans l’oeuvre de René Guénon. Sta in René Guénon -
Cahiers de l'Herne. Paris 1985.
mentre i secondi, rimasti abbarbicati nel loro piccolo areale di sviluppo, hanno il
merito di avere resistito meglio e più a lungo senza snaturarsi. E' solo in questi
ultimi tempi che vi è stata anche una diaspora yezida né è dato sapere se essa avrà
termine. Le loro persecuzioni sono antiche. Dopo l'uccisione di due loro capi,
Hasan e Adi II, dopo una devastante incursione mongola, nel 1414 i Curdi
musulmani bruciarono nuovamente quel che restava delle ossa di Adi I, radendo
al suolo il mausoleo. Fu quello l'anno che le tribù dei curdi yezidi non seppero
più riprendersi. Alcune di esse abbandonarono la fede yezida e si convertirono
all'islam riuscendo anche a svolgere qualche importante ruolo nella storia
curdistana militando ora per i Turchi contro i Persiani ora con quest'ultimi contro
i primi. Da allora la storia dello yezidismo non fu che una lunga sequela di
persecuzioni e di intolleranza. Ciononostante la tenacia delle tribù yezide era
esemplare, come attesta il primo scrittore di storia curda, Sharaf Khan Bidlisi
(1543-1603) nel suo «Libro dell'Onore» (Şerefname): «Essi credono a torto che
lo sceicco Adi si sia fatto carico del loro dovere di digiunare e pregare e che nel
giorno della resurrezione essi andranno in cielo senza subire alcun rimprovero o
punizione. Questa razza di curdi ha giurato odio e la più implacabile inimicizia
contro i virtuosi saggi dell'Islam». I musulmani risponderanno dal 'pulpito', come
testimoniano i brani di questa fatwa emanata dal muftì Abd Allah er Ratabki nei
primi anni del XVIII secolo: «Essi respingono il Corano e la Sunna affermando
che contengono menzogne... ed è per questo che detestano gli Ulema e li odiano.
Uccidono con le torture più crudeli gli Ulema che riescono a catturare, come è
successo già più volte. Se gli cadono in mano libri musulmani, li gettano tra le
immondizie, li strappano e li ricoprono di escrementi. Tutto ciò è risaputo, non vi
è alcun dubbio. Per essi è lecito l'adulterio, che si compie col consenso del marito.
Chi mi ha riferito ciò mi ha detto di averlo letto in un loro libro chiamato Djilwa
che dicono sia stato scritto dallo sceicco Adi... Concedono le loro spose e donne
ai loro sceicchi; non solamente trovano la cosa lecita, ma financo la reputano una
buona azione...». La fatwa si conclude affermando che gli Yezidi sono dei pagani
(zindiq), pertanto il loro pentimento non è ammesso; è lecito e consigliabile
sterminarli tutti.

Nel 1640, settantamila soldati al comando del governatore di Dyiarbakir, Ahmed


Paschà, attaccarono i quasi inermi Yezidi del monte Sinjar, uccidendo più di
tremila persone e dando fuoco a trecento loro villaggi. Altre centinaia di yezidi
che avevano cercato scampo nelle grotte della zona furono barbaramente uccise
a colpi di cannone e con lancio di ordigni. Altro terribile massacro nel 1715,
mentre nel 1785 il governatore di Mosul fu ucciso assieme a molti suoi soldati
nel fallito tentativo di attaccare una tribù yezida. Di altri massacri (compiuti con
l'immancabile apporto dei Beduini del deserto) taciamo per non copiare
integralmente il tragico elenco che ne fece il Lescot nel suo saggio sugli Yezidi.
Nel 1832 il capo curdo di Rawanduz, Bedir Xan Beg, poco mancò che
distruggesse tutti gli Yezidi dello Sheikhan, facendo sgozzare gli uomini, le
donne e i bambini che, nella fuga, erano stati arrestati dalla piena del fiume Tigri.
Nel 1840 lo stesso trattamento fu riservato agli Yezidi del Sinjar dal curdo Bedir
Khan Beg di Diyarbakir e dai Pashà di Bagdad e Mosul. Le proteste
dell'Inghilterra riuscirono solo in parte a sminuire i tentativi di sterminio etnico,
tanto che lo studioso americano Joseph Isya fu testimone nel 1892 delle atrocità
ordinate dal comandante ottomano Farik Omar Vahbi, inviato speciale del
governo di Istambul, e ne rese testimonianza nel suo libro sugli Yezidi. L'anno
prima di questo ennesimo genocidio, evidentemente in grazia del detto che Allah
è «clemente e misericordioso», il suddetto personaggio era andato dall'emiro
degli Yezidi, Mirza Beg, invitandolo perentoriamente a far convertire in massa il
suo popolo, perché gli Yezidi sarebbero stati un tempo musulmani, ed era ora di
tornare alla vera religione. L'emiro gli rispose sagacemente: «come è possibile
che noi si sia stati originariamente musulmani quando la nostra religione precede
la vostra di alcune migliaia di anni? Forse che Nabucodonosor non era uno
yezida? Piuttosto, siete voi che vi siete allontanati dalla vera fede, non noi»17.
Purtroppo, fatto prigioniero, lo stesso emiro dovette convertirsi
(provvisoriamente) all'Islam assieme a molti yezidi. I Turchi lo ricompensarono
con il titolo di «Pascià» e uno stipendio. Il santuario di Lalish fu spodestato e al
suo interno fu allestita una madrasa, cioè una scuola islamica. Tra il 1895 e il
1915 gli Yezidi vennero perseguitati anche nelle regioni dell'Anatolia orientale,
ad opera di speciali reparti di cavalleria (Hamidiye) creati ad imitazione di quella
cosacca e comandati dal già citato Farik Omar Vahbi, tanto che dovettero riparare
in massa nel territorio dell'Impero Russo per salvarsi. Si deve invece al senso di
civiltà del successore di Omar Vahbi, cioé Aziz Paschà, un atteggiamento molto
conciliante con gli Yezidi, tanto che fece chiudere la scuola coranica che il suo
predecessore aveva installato d'autorità dentro al mausoleo di Sheikh Adi, fece
rientrare l'emiro e permise che si recuperasse la fede abiurata. Durante la Prima
Guerra Mondiale gli Yezidi ospitarono e si presero cura - molto poco
diavolescamente, bisogna dirlo - di circa ventimila armeni cristiani in fuga dal
massacro etnico dei turco-curdi. Pressati dalle truppe ottomane, si rifugiarono
tutti sulle montagne in attesa dei soldati inglesi che giunsero nel 1918 a liberarli.

Oggi gli Yezidi sembrano ad una svolta epocale che minaccia nuovamente di
cancellarli dalla loro sede storica. Il pericolo è lo stesso del passato18 ma ha un
nome nuovo, si chiama curdificazione19. Esso si è manifestato apertamente subito
17
S. Guest: Survival among the Kurds. A History of the Yezidis, p.132. London 2010. E'
evidente che l'emiro utilizzò un concetto espresso dal Layard, ma ciò non toglie nulla.
18
Nel 1935, a seguito della concessione di una quasi totale indipendenza da parte degli Inglesi
dello stato irakeno, ci fu un tentativo di rivolta degli Yezidi contro le pretese arabizzanti e
soffocatrici di quel governo. Ne seguì una dura repressione fatta anche di deportazioni.
19
Segnaliamo il titolo emblematico del libro citato in una nota precedente: Survival among the
Kurds. A History of the Yezidis. Scrisse l'archeologo Paul Perdrizet: «Gli Yezidi parlano curdo
ma non sembrano essere di razza curda (...) Abbiamo ragione da vendere quando scriviamo
che gli Yezidi, per loro sfortuna, abitano, come gli Armeni, nel paese in cui regna il Curdo»
(Documents du XVIIe siècle relatifs aux Yézidis. Bulletin de la Société de Géographie de l'Est,
1903)
dopo la caduta del leader iracheno Saddam Hussein (1937-2006) avvenuta nel
2003. I Curdi (già distintisi come bassa manovalanza nel famoso sterminio degli
Armeni e di altre etnie) nel tentativo di ripristinare il loro stato unitario, crollato
nel XIX° secolo a seguito proprio del loro intervento contro gli Yezidi, che
scatenò la reazione dell'Impero Ottomano sollecitato dall'Inghilterra, cercano di
assimilare le diverse minoranze presenti all'interno dei territori da loro controllati,
ovvero i Nestoriani, i Turkmeni, gli Shabak20 e gli Yezidi appunto. Nel 1965 era
invece iniziata l'opera di arabizzazione portata avanti dal partito iracheno Ba'ath,
nel corso della quale furono rasi al suolo centinaia di villaggi yezidi e molti di
loro deportati o trasferiti in «villaggi collettivi» del tutto spersonalizzanti; altri
villaggi furono distrutti per far posto all'edificazione della grande diga di Mosul.
Inoltre quasi tutti gli Yezidi di Turchia (nel 2008 ne restavano circa 1.000 dei
18.000 del 1923) sono fuggiti dopo il colpo di stato militare del 1980, in quanto
il governo turco ha sempre combattuto aspramente l'etnìa curda residente nei suoi
confini, al punto dal proibirgli di parlare in pubblico la lingua curda. Per i
governativi di Ankara, i Curdi sono «Turchi di montagna» 21. I Curdi a loro volta
non vogliono tenere conto delle diverse specificità etniche e religiose al loro
interno, e con la scusa di cancellare l'opera di arabizzazione ora cercano di
uniformarle in una sola specificità22. A causa della debolezza del governo centrale
di Bagdad, i Curdi hanno assoggettato gran parte dell'Irak settentrionale e non si
sono fatti scrupolo di commettere in parte quegli stessi crimini che in seguito sono
stati attribuiti ai miliziani del cosiddetto Stato Islamico, come, ad esempio,
costringere donne yezide a sposare membri delle forze speciali curde, il
malfamato Asayish, le quali forze sono state accusate da Amnesty International
di agire nell'illegalità dei diritti umani. Si annoverano numerosi tentativi di
registrare all'anagrafe gli Yezidi come Curdi, di favorire l'immigrazione curda nei
territori solitamente popolati da Yezidi, e di sloggiarli dalla loro stessa più
importante città, Sinjar. A seguito di tali sopraffazioni gli Yezidi si sono
organizzati in un movimento politico, lo Yazidi Movement for Reform and
Progress, che ha preso un seggio al Parlamento di Bagdad ed anche in quello
regionale della Provincia di Ninive. Il suo stemma è un sole raggiante arancione
al centro di due campi, quello di sinistra rosso e quello di destra bianco. Nel 2012
il suo deputato, Ameen Farhan Jejo Braim, ha denunciato il tentativo curdo di far
distruggere legalmente un tempio yezida adducendo motivi pretestuosi, e cioé che
il sito ostacolava gli scavi archeologici da parte di una missione italiana. Inoltre,

20
Gli Shabak, residente pressappoco negli stessi territori popolati dagli Yezidi, sono una
minoranza di religione sciita che rifiuta di essere considerata araba o curda.
21
Recentemente le cose sembrano volgere leggermente al meglio, tanto che al Parlamento
Turco sono stati eletti due deputati yezidi (nati in Germania ed ex parlamentari europei), votati
nel distretto di Diyarbarkir.
22
Vi è però anche una controtendenza, stante la testimonianza diretta della studiosa curda di
origine yezida Birgül Açikyildiz: «Durante i miei incontri, posso confermare che c'erano tra i
Curdi di Diyarbakir molti che volevano convertirsi allo Yezidismo» (The Yezidis, p. 29.
London 2010).
memori della loro fierezza e delle loro tradizioni, si sono organizzati in gruppi
armati, con lo scopo di proteggersi: la prima milizia yezida è stata quella delle
Truppe dell'Angelo Pavone (YBŞ), fondata nel 2007. Dal 2014 gli Yezidi hanno
anche l'HPS o Forze di Protezione del Sinjar, che nel 2015 ha cambiato nome in
HPÊ o Forze di Protezione dell'Ezidkhan. L'emblema di questo movimento è un
sole raggiante arancione al centro di una banda orizzontale rossa in campo bianco.
Il movimento fu fondato da un... cittadino tedesco, in realtà lo yezida Haydar
Shesho che assieme al cugino Qasim - soprannominato il Leone del Sinjar - ha
lasciato il comodo esilio germanico per venire ad aiutare il popolo che stava
soccombendo nel Sinjar sotto gli attacchi dei fondamentalisti islamici. E' stata
creata anche una milizia armata tutta femminile, la YJÊ o Unità delle donne
dell'Ezidkhan.

Tuttavia i danni maggiori gli yezidi li hanno patiti dai sunniti ed in particolare dai
miliziani del cosiddetto Stato Islamico che a partire dal 2014 spadroneggia in
alcune regioni dell'Irak e della Siria e che ha tentato di occupare anche i territori
yezidi. Già nel 2007 ci furono ai loro danni - a seguito peraltro della vicenda della
lapidazione di una ragazza yezida da parte degli stessi Yezidi perchè voleva
sposare un musulmano - attentati che fecero centinaia di vittime. Questi attentati
furono il secondo più grave atto terroristico della storia moderna dopo quello
delle Torri Gemelle di New York. Tuttavia l'apocalisse si scatenò solo il 3 agosto
2014 quando i miliziani del cosiddetto Stato Islamico23 a seguito di una più vasta
offensiva contro i Curdi e il governo di Bagdad che li portò ad occupare Mosul
attaccarono in forze i villaggi yezidi della zona del Sinjar e la stessa città di Sinjar
(90.000 abitanti), uccidendo almeno cinquemila persone inermi e schiavizzando
circa settemila donne e bambini che riuscirono a catturare. Ne seguì la fuga di
circa duecentomila yezidi e l'assedio di altri cinquantamila sul monte Sinjar. Il
Principe degli Yezidi, Tahseen Said, dovette lanciare al mondo una drammatica
richiesta di aiuto. Gli USA, già presenti in territorio irakeno a seguito della guerra
da loro intrapresa contro Saddam Hussein, lanciarono un'offensiva aerea,
unitamente ad altre forze internazionali, che permise di alleggerire la pressione
degli islamici mentre le forze curde e unità yezide, a fine 2014, contrattaccarono
riuscendo a respingerli in parte dalla città di Sinjar. Nel novembre 2015
quest'ultima città è stata del tutto liberata nel corso dell'offensiva denominata in
codice «furia dell'angelo Pavone», ma non è che un ammasso di rovine disabitate.
Quale sarà il suo destino?

A partire dalla fine del '700 molti yezidi decisero di emigrare in paesi non islamici
per sottrarsi alle ricorrenti persecuzioni, come l'Impero Russo e più recentemente
la Germania. In quest'ultimo paese vi è oggi la più importante comunità yezida in
esilio, più di sessantamila persone, grazie alla decisione, coincidente con le

23
Suo capo è Abu Bakr al-Baghdadi, che lo stesso anno aveva proclamato la nascita di un
«Califfato Mondiale».
repressioni del regime di Saddam Hussein, di trasferire colà il nucleo sapienziale
e forse esoterico di quel popolo24. Nel 2014 ci sono però stati scontri fra Yezidi
ed islamici nella città di Herford, nella Renania settentrionale, e solo l'intervento
della polizia ha permesso che non ci fossero vittime. Sembra quasi che il loro
nemico di sempre voglia perseguitarlo anche nella Terra degli Infedeli. Stante la
mancanza di una propria tradizione scritta, oggi sono praticamente inesistenti
fonti autenticamente yezide che tentino di valorizzare il retaggio ancestrale, se si
eccettua l'impegno di un vero studioso accademico yezida, il Prof. Khalil
Rashow, ora consigliere culturale del governo iracheno, che ha collaborato con
quello che è considerato il maggiore studioso contemporaneo degli Yezidi, il
Prof. Ph. G. Kreyenbroek 25 . Si assiste anche a tentativi di appropriazione o
manipolazione da parte di organizzazioni equivoche, come «The International
Order of Gnostic Templars», ubicato a Sedona, in Arizona, che si occupa di far
conoscere al gran pubblico chi sono gli Yezidi, ma che non sembra abbia alcuna
autorizzazione da parte dei veri Yezidi. Il sospetto è che tale iniziativa -
denominata «the truth about the Yezidis» e peraltro formalmente corretta - possa
servire a dirottare verso altre sponde la simpatia che lo yezidismo sta suscitando
nel mondo, perlomeno in quello non-confessionale. Tuttavia già dal 1978 si
pubblicò in Unione Sovietica26 una raccolta scritta di tradizioni orali; attualmente
le comunità della diaspora hanno abbandonato l'antico dettato di non avere una
tradizione scritta e stanno provvedendo da sè alla pubblicazione di testi per
l'istruzione dei propri giovani. Inoltre si assiste ad una progressiva ridefinizione
delle costituzioni interne da parte degli stessi Yezidi, e ciò proprio in Germania,
dove sembra si dovrà trasferire definitivamente quello Yezidistan o Ezidkhan che,
forse per un arcano progetto dell'Arcangelo, in Irak è destinato a scomparire.

24
Sabiha Banu Yalkut-Breddermann: Das Volk des Engel Pfau: Die kurdischen Yeziden in
Deutschland. Berlin 2001.
25
K. Rashow: God and Sheikh Adi are Perfect: Sacred Poems and Religious Narratives from
the Yezidi Tradition (co-authored with Prof. Kreyenbroek) Berlin 2006. - Ph. G. Kreyenbroek:
Yezidism. Its Background. Observances and Textual Tradition. Lewiston 1995. - Ph. G.
Kreyenbroek: Yezidism in Europe: Different Generations Speak about Their Religion. 2009
26
Celile Celil e Ordixane Celil: Zargotina Kurda. Moskva/Yerevan, 1978.
CRONISTORIA DEGLI YEZIDI

Al 1542 risale la prima citazione degli Yezidi, tra l'altro in italiano, ad opera
di Michele Membrè (1509-1594), traduttore e interprete di stato della
Repubblica di Venezia per la lingua turca, araba e persiana, in una pubblicazione
manoscritta recentemente riportata alla luce 27 . In essa gli Yezidi son detti
«Gesidii» o «Giesit», soltanto che l'autore li identifica tout court con gli islamici
sunniti e li contrappone agli sciiti persiani. Ciò testimonia peraltro
dell'importanza che essi avevano in quel tempo nelle regioni attraversate dal
diplomatico veneziano nel suo viaggio verso la corte dello Shah di Persia.

Degli Yesidi parlerà poi Ambrosio Bembo (1652-1705) nel manoscritto


Viaggio e giornale per parte dell'Asia di quattro anni incirca fatto da me
Ambrosio Bembo nobile veneto, che non fu mai edito28: « I Gessidi, che adorano
il diavolo e gli fanno sacrificio, acciò non dia loro alcun male, stimandolo di
quello dispensatore (...) genti silvestri e contenziose, che vivono di ladrocinii, de
quali si racconta che anticamente avevano per costume di tagliar la testa alli
nemici presi in guerra, e confiscandola sopra lungo bastone inalberarla sopra i
tetti o camini delle loro case, dicendo forse per ischerno, che quella era la loro
guardia».

Nel 1652, nell'opera dello storico Charles Chaulmer, Tableau de l'Asie, ou


sont représentés les royaumes, les principautés, iles, forts et autres places
considérables de cette partie du monde, pubblicata a Parigi, si parla dei Curdi,
che «secondo alcuni sono tutti maomettani, secondo altri hanno una religione
tutta particolare, mescolanza di superstizioni turche e persiane e cerimonie
nestoriane e giacobite. Se fanno sacrifici al Diavolo e perchè - essi dicono - non
ne ricevano nocumento ai beni o alle persone, ed è per questo che il loro paese è
stato chiamato il Paese del Diavolo».

Nel 1658, dopo il rientro avvenuto nel 1626 dall'importante viaggio in Oriente
del nobile romano Pietro Della Valle (1586-1652), uscì postumo Viaggi di Pietro
Della Valle il pellegrino, descritti da lui medesimo in lettere familiari all’erudito
suo amico Mario Schipano. Nella lettera XVII l'autore menzionò, senza farne il
nome, pure gli Yezidi, di cui aveva sentito parlare nel 1616: «…Tra le altre cose
curiose che intesi, una fu di certi infedeli nativi di quella città [denominata
Hanah], che vivono mescolati fra gli altri, ma in secreto credono differentemente

27
Michele Membré: Relazione di Persia. Manoscritto inedito dell'Archivio di Stato di Venezia
a cura di Giorgio R. Cardona. Napoli 1969.
28
C'è però una moderna traduzione inglese: The travels and journal of Ambrosio Bembo, a
cura di Anthony Welch. Berkeley 2007.
dai Maomettani e sono di una setta stravagante; perché, secondo mi fu detto, non
credono altro mondo né altra vita e forse neanche che si trovi Dio: poiché non
fanno mai digiuni né orazioni né altre opere di culto divino; e senz'alcun riguardo
di parentela, si congiungono insieme fin le madri coi figliuoli, e le sorelle coi
fratelli, senza scrupolo di peccato né in questa cosa né in altra. Si crede che
adorino, o che in qualche modo riveriscano, il sole, poiché la mattina, quando lo
vedono spuntare, gli fanno certi inchini e saluti con parole e con segni di
riverenza. Però tutte queste cose le fanno molto segretamente, perché se fossero
scoperti e còlti in fallo sarebbero gastigati severamente da' Maomettani, i quali
detestano la loro setta come empia ed una volta che trovarono un libro che parlava
di tal legge, per ordine dell'Emir l'abbruciarono pubblicamente, ardendo insieme
il libro ed un albero di palma, dove, come in una forca, l'avevano attaccato. I
particolari dell'adorare il sole, e degli sporchi loro congiungimenti, come anche
la vicinanza del paese, mi hanno fatto sospettare che costoro non siano forse
reliquie della setta antica de' Magi della Persia; de' quali, massimamente dopo
che da un certo Zoroastro furono nella stessa miscredenza molto più che prima
contaminati, con diverse opinioni assai simili a quelle de' Manichei, scrive
Agathia (Lib. II) quasi le medesime cose; e da altri autori più antichi ancora si
raccolgono: cioè, che si maritavano sozzamente insieme infin le madri coi propri
figliuoli, ed altre stravaganze di tal sorte, quali appunto esercitarsi in secreto da
alcuni di questi abitatori di Hanah, mi contavano». A parte la descrizione, che
risente delle accuse che gli muovevano cristiani e maomettani, questa è
certamente la prima testimonianza in cui si menziona l'esistenza di un libro sacro
degli Yezidi, argomento - come vedremo - che nel prosieguo del tempo gli
studiosi hanno affrontato sostenendone ora l'esistenza ora l'inesistenza.

In un dispaccio del 1675 inviato al proprio governo dall'ambasciatore francese


in Turchia, il marchese di Nointel (1635-1685), si accenna brevissimamente agli
Yezidi, dandone una curiosa informazione. Sarebbero tre tribù, una musulmana e
le altre due «origeniste», appoggiate dagli Arabi, ma in realtà adorerebbero il
Diavolo. Dalle montagne in cui risiedono danno filo da torcere agli Ottomani
tanto da ucciderne molti, compresi alcuni ufficiali. Uno di questi sarebbe stato
massacrato a colpi di «levier» da una donna araba. In francese «levier» all'epoca
del marchese aveva il significato di bastone o asta, per cui sarebbe morto per un
colpo di bastone, ucciso da una donna. Tuttavia non ci sembra che tale notizia
meritasse di comparire in un dispaccio diplomatico, a meno che il marchese non
volesse dire ucciso a colpi di «forcipe», strumento ginecologico, che è l'altro
significato della parola...29
Nel soggiorno che il marchese di Nointel fece in terra ottomana aveva al suo
seguito anche un italiano di Parma, Cornelio Magni (1638-1692), il quale parlerà
più a lungo degli yezidi in una sua lettera, riferendo anche un episodio di natura

Paul Perdrizet: Documents du XVIIe siècle relatifs aux Yézidis (Bulletin de la Société de
29

Géographie de l'Est, p. 291. 1903).


geopolitica: l'ambasciatore francese si sarebbe abboccato segretamente in
Aleppo, di notte, con il capo degli Yezidi: «Se il re di Francia si fosse deciso ad
attaccare la Siria e la Palestina, cinquantamila Yezidi sarebbero stati al suo
fianco» avrebbe affermato l'Emiro. L'ambasciatore declinò l'offerta per non
guastare i rapporti con i Turchi. Ciononostante il capo yezida lo andò a salutare
all'imbarco per la Francia accompagnato da una nutrita scorta di armati. Come
vedremo più avanti, a questa strategia non furono estranei i missionari cattolici.
Magni continua scrivendo che gli «Jesedini» professano una religione
«veramente ridicola e strana», che lui non è riuscito a capire, se non che queste
genti rispettano la figura di Gesù Cristo; ma «corre qui una voce commune che
questi adorino tanto questo quanto il Diavolo, il che intieramente non è vero», nel
senso che non riescono a capacitarsi di come un essere così eccelso possa essere
in antitesi con Dio. Avrebbero anche un capo religioso a cui obbediscono
devotamente «ma quando non riesce di loro soddisfazione gli fanno bene spesso
la testa con eleggerne un'altro. Quello che vive in oggi è molto sagace e scaltro
per essere gran tempo che si conserva dominante»30.

Nel 1682 il missionario cappuccino Justinien de Neuvy-sur-Loyre, detto


Michel Febvre, scrisse Théâtre de la Turquie, al cui interno vi è il resoconto
delle conoscenze da lui accumulate sugli Yezidi, grazie ad un soggiorno di circa
un mese che aveva fatto tra loro nel 1668. Il nostro frate doveva essere un tipo
molto speciale poiché non solo scrisse in un primo tempo il libro in italiano
(Specchio o vera descrittione de la Turcia. Roma 1674), per indurre il Papa a una
crociata contro i Turchi, e poi in francese, per indurre il re di Francia a
sottomettere l'impero ottomano, ma dovette anche importunare non poco i suoi
stessi confratelli della missione di Aleppo, dato che il console francese di quella
città scrisse al superiore dell'Ordine «che tutta la cristianità di Aleppo vi sarà
riconoscente di liberarla di Padre Justinien, cosa di una necessità assoluta» 31. Il
motivo non viene spiegato ma pare fosse connesso proprio con gli Yezidi, stando
a quanto scriverà nel 1723 l'abate De Choisy nella sua Histoire de l'Eglise: «Nel
1669 si ebbe qualche speranza circa la conversione degli Jesidi, popolo che
riconosce in qualche modo la divinità di Gesù Cristo (...). Essi inviarono uno dei
loro capi ad Aleppo per chiedere che gli fossero inviati dei missionari. I superiori
francesi di tre ordini religiosi dettero udienza al capo yezida e dopo avere a lungo
soppesato la questione, lo congedarono per non esporsi all'odio dei Turchi, cui
sono soggetti gli Jesidi, il che avrebbe potuto causare la rovina di tutte le altre
missioni». Ecco spiegata la «necessità assoluta» di fare reimbarcare padre
Justinien.
30
Quanto di più curioso, e vago ha potuto raccorre Cornelio Magni nel secondo biennio da
esso consumato in viaggj, e dimore per la Turchia, resta distribuito in questa seconda parte in
varie lettere scritte in Italia, le quali principalmente contengono la visita della santa città di
Gierusalemme ecc. Parma 1692. Un primo biennio di viaggi per la Turchia era stato edito
sempre a Parma nel 1679.
31
F. Pouillon: Dictionnaire des orientalistes de langue française, p. 401.
Comunque il suo è uno dei primissimi resoconti sugli Yezidi e quindi molto
interessante. Il nostro cappuccino sembra però che negli Yezidi non abbia saputo
riconoscere gli adoratori dell'Arcangelo decaduto bensì, a differenza di tutti i suoi
successori con la tonaca, quasi una setta molto vicina al cristianesimo; ma la cosa
è spiegabile per la capacità che sempre hanno avuto gli Yezidi di dissimulare,
come scrisse il Niebhur: «Si proclamano quindi maomettani, cristiani o giudei,
seconda della fazione a cui appartiene colui che si informa sulla loro fede». Essi
gli fecero credere che «il fondamento principale della loro religione consiste nel
rifiutarsi di maledire il diavolo» ... «tutta la loro religione consiste nel non
maledire il diavolo» (fondamento invece addirittura rituale nell'islamismo), con
un ragionamento sofisticato e ben congeniato che, a giudicare da testimonianze
successive di più di un secolo, sembra fosse un leit-motiv a beneficio di
ascoltatori cristiani. Il nostro frate ci informa anche che gli Yezidi non nominano
mai l'Arcangelo col suo vero nome, ma usano delle circonlocuzioni o lo chiamano
Angelo Pavone (che ciò sia dipeso dall'accusa mossagli da cristiani e islamici di
adorare il diavolo è senz'altro una buona ragione). I loro sacerdoti si fanno
scrupolo di uccidere pulci e pidocchi sui loro abiti, per tema di sopprimere l'anima
di qualche essere umano che vi si è reincarnato. Questa credenza fa dire al nostro
cappuccino che tali sacerdoti sono più appesantiti da questi insetti che dalle perle
che portano come ornamento, ma si tratta di un'evidente rancore del frate per chi
crede nella dottrina della metensomatosi, dal momento che tutte le testimonianze
successive rimarcano come un fatto notevole la pulizia degli Yezidi confrontata
con la sporcizia di Arabi e Beduini. Per il resto, l'Autore enumera alcune
caratteristiche del comportamento sociale degli Yezidi che non è troppo difforme
da quello di altri popoli dell'epoca. Infine, nel suo trasporto contro l'Impero
Ottomano, egli crede di esser riuscito a portare dalla parte del Re di Francia tutti
gli Yezidi, poiché così conclude: «Gli Yezidi hanno promesso ai Reverendi Padri
Cappuccini di armare all'occorrenza trentamila uomini al servizio di Sua Maestà
Cristianissima, che chiamano nostro Principe e Re dei nostri cuori, e per il quale
offrono a Dio pubbliche preghiere, che di norma vengono precedute da certe
danze o movimenti che eseguono con spagnola compostezza e gradevole cadenza
al suono di flauti e tamburelli. Non vedono l'ora di vedere gli eserciti cristiani nel
Levante. Che razza di incendi appiccheremmo - essi dicono - in Turchia mentre
il nostro futuro re assedierebbe i Turchi dall'esterno. I capi yezidi vorrebbero
recarsi subito a Roma per rendere obbedienza al nostro Santo Padre il Papa, ma
ne sono impediti dal timore che se lo venissero a sapere i Turchi verrebbero
perseguitati al rientro come apostati dell'Islam e ribelli dell'Impero». Ancora
duecento anni dopo i missionari cristiani non perderanno occasione nel tentativo
di convertire gli Yezidi. Ci furono anche forti donazioni in denaro fatte da privati
cittadini; segnatamente una lady britannica finanziò il missionario Alpheus
Andrus della missione americana di Mardin nel pio tentativo, naturalmente
andato a vuoto.
Michel Febvre ebbe modo di parlare anche degli «Adoratori del Sole» o Shemsi,
un gruppo erroneamente identificato da alcuni con gli Yezidi, ma che tuttavia ha
una diversa origine.

Nello stesso anno apparve, sul numero di aprile del parigino Mercure Galante,
una specie di rivista di corte, l'articolo Nouvelles de Mardin sur le borde du Tigri,
un testo scritto dal padre Desmoulins il 25 maggio 1681 «da Mardin, sulla sponda
del Tigri, ai piedi della montagna di Sangara, paese degli Iasidii», da cui era
partito con altri religiosi per predicargli il Vangelo. Egli spiega ai lettori della
rivista che gli «Iasidii» sono di cinque tipi, l'ultimo dei quali è di tipo nomade
(detti Coukar dai Turchi), di origine persiana e in parte di religione manichea
«perchè adorano, o almeno rispettano al pari di quegli antichi eretici, il Demonio
e Gesù Cristo». Alcuni di loro, però, adorano il sole, e si chiamano Cham-Sies.
Secondo questo autore il nome Iasidii deriverebbe da quello di Gesù, perché in
turco quest'ultimo si dice Aisa e in curdo Jasid. Tutti costoro, ma specialmente
quelli chiamati Daseni, provengono dalla Persia e venerano san Tadddeo a cui
hanno dedicato un tempio che chiamano nella loro lingua Cheié Adi, unico nel
suo genere e meta di pellegrinaggio. E' evidente che l'autore ha avuto
confusamente sentore del mausoleo di Sheikh Adi nella valle di Lalish e del fatto
che un tempo il luogo era stato consacrato dai Nestoriani all'apostolo Taddeo.
Anche lui come il Febvre crede che gli Yezidi siano pronti a farsi cristiani ed
allearsi con loro contro il Turco, ingannati dalla capacità di dissimulazione che
gli Yezidi hanno sempre avuto nei loro rapporti con gli intolleranti monoteisti. A
riguardo degli abitanti del Sindjar, che viene descritta come una montagna molto
fertile, al pari della pianura circostante (a differenza di oggi), padre Desmoulins
scrive che le donne yezide non sono coperte come quelle musulmane e
maneggiano le armi con altrettanto virtuosismo dei loro uomini i quali «portano
i capelli lunghi, alla francese». Gli uomini sono descritti come un popolo fiero e
combattivo, aduso alle scorrerie, «cristiano d'origine, francese d'inclinazione,
persiano per il vigore». L'autore sostiene che molti Yezidi smaniano di volersi
convertire al cristianesimo e che quindi c'è necessità di inviargli missionari!

Nel 1700 l'orientalista e canonico anglicano Thomas Hyde (1636-1703)


pubblicò in latino la sua opera più famosa: la Historia Religionis Veterum
Persarum eorumque Magorum, e nella Appendix finale accennò agli Yezidi,
facendo presente ai lettori che costoro hanno una grande considerazione per il
colore nero, che ritengono essere il colore del diavolo loro signore. Inoltre l'Hyde
è il primo ad accennare alla leggenda del cerchio, resa famosa dal Gurdjeff, e cioé
che se viene tracciato sul terreno attorno ad uno yezida un cerchio con un bastone,
questi non riuscirebbe a sortirne fuori prima che qualcuno non lo abbia cancellato
dal terreno.
Nel 1757, il Carmelitano scalzo Leandro di Santa Cecilia pubblicò
Mesopotamia ovvero Terzo Viaggio di F. Leandro di Santa Cecilia Carmelitano
scalzo in Oriente scritto da lui medesimo, e dedicato a Sua Altezza serenissima il
principe Pietro Leopoldo arciduca d’Austria. Accennò agli Yezidi del monte
Sinjar, che chiamò Gesidi, senza peraltro dar mostra di sapere bene chi fossero
ma lasciando nel lettore una sensazione di raccapriccio. Poco prima,
soggiornando a Mardin, aveva parlato anche degli Adoratori del Sole. Ecco i due
brani: «...vi si trovano ancora alcune famiglie di Gauri, che sono Idolatri, ed
adoratori del Sole, i quali benché alcuni anni sono che fossero obbligati ad
eleggersi una delle tre Leggi solo permesse in Turchia, cioè Mosaica, Cristiana,
e Turca, e questi quantunque mostrassero di voler abbracciare la Cristiana,
facendosi aggregare al Corpo de' Soriani Scismatici, con tutto ciò lo fecero
solamente per isfuggire la morte, ma non già per abbandonare l'Idolatrìa, la quale
pertinacemente ritengono, benché soltanto di nascosto ne esercitino le cerimonie
e poco importando agli Scismatici d' impedirgliene1'uso» (p. 23)32.
«...un luogo, che chiamasi Porte di ferro, non perchè queste vi sieno, o vi sieno
mai state, ma bensì perchè stringendosi ivi la strada fra molti alpestri, e scoscesi
macigni, vengono costretti i passaggieri a camminare l'un dopo l'altro. Sono ivi
incavate ne sassi molte caverne, nelle quali s'appiattano i Gesidi abitatori del
Monte Sangiar, che fanno delle sortite sopra le carovane che passano, quando
con esse vedono di poter competere; e le Porte di Ferro, sono sempre state un
macello per li passaggieri, dal sangue de' quali vedonsi tutti intrisi que' macigni
che danno a quel luogo il nome di Damir-Capi» (p. 26).

Nel 1769 il cartografo Jean-Baptiste Bourguignon d’Anville (1697-1782) nel


suo libro L'Euphrate et le Tigre, scrisse che «Ci sono tra i Curdi alcune razze di
antichi ignicoli [adoratori del fuoco] che gli stessi Curdi, per la maggior parte
professanti il maomettanesimo, accusano di empietà, chiamandoli Iezidi, anche
se in quel senso la parola è fortemente malintesa, perchè in persiano il termine
Iezd si riferisce alla divinità stessa (...) queste razze, che osservano l'antica
religione dei Parsi, sono in obbrobrio ai Maomettani, perché cercano di
accattivarsi i favori sia del genio malefico che del suo contrario». L'autore citava
lo storico greco Senofonte per ricordare che nel territorio ora abitato dagli Yezidi
già al tempo della regina Parisatide, madre di re Ciro, vi fosse una località
chiamata Iezdem o «casa degli Dèi».

Nel 1780 ci fu il contributo dell'esploratore danese Carsten Niebuhr (1733-


1815), il quale affermò che su di loro «è praticamente impossibile apprendere
qualcosa di certo» dato il clima di insicurezza in cui erano costretti a vivere e che
li faceva mettere in pratica l'arte della dissimulazione, nota agli arabi come
32
Qui si vede quanta fosse la carità cristiana del nostro scalzo carmelitano. I Cristiani non
cattolici volevano solamente impedire che venissero massacrati dai Turchi; il carmelitano,
sembra di capire, sarebbe stato invece più intransigente, costasse quel che costava.
Taqiyya. Anche Niebuhr come Michel Febvre, durante il suo soggiorno nella città
di Mardin, ebbe modo di parlare degli Shemsi o Adoratori del Sole.

Nel 1786 un instancabile viaggiatore, Domenico Sestini (1750-1832),


pubblicò il resoconto di un suo Viaggio da Costantinopoli a Bassora, fatto nel
1781, nel quale riferì le scarne notizie che aveva potuto apprendere sugli Yezidi:
«I Jesidì sono adoratori del Diavolo, e abitano nel Gibel-Singiàr (Sangara degli
antichi). Sono gente di brutto aspetto; e con occhi diabolici, giacchè ne sono buoni
amici; Questi son quelli che fanno un macello di Cadì, e di Mollàh che ritornano
a Costantinopoli, mentre sanno che per lo più questo rango di Legisti non riviene
a vuoto, e così non solamente gli spogliano, ma ancora gli ammazzano, ed è per
loro acquistare la celeste beatitudine succhiando il sangue turco; sono una Tribù
forte di quattromila uomini a cavallo, con arme, e lancia. Se i Mollàh d'Europa
avessero alle costole di questi Jesidì, io credo che avrebbero molto paura, e meno
ingiustizie commetterebbono nel Foro». Dopo avere citato una «piramide» in
cima ad una collina abitata dagli Yezidi «che commettono molti disordini», il
Sestini aggiunge che gli «Jezidi sono Kiurdi di nazione; si dicono Settatori di
Scieh-Adì, ma nel fondo non sono né Maomettani, né Cristiani, né Ebrei né
Idolatri. Di Sofi ch'erano sono caduti nell’ignoranza, e nel fanatismo; i loro Scieh
portano dei turbanti neri, e i loro preti sono vestiti appresso a poco alla
Domenicana, all'eccezione che di sotto portano una veste nera, e sopra una
bianca. Comprano dai loro Capi dei posti nel Paradiso, e permettono ad essi di
vedere le proprie donne; dicono che poco importa di pregare, e di digiunare,
motivo per cui non hanno né Chiese, né libri e sono grandi bevitori di vino. Scieh-
Adì, che risponde di noi, ci farà entrare [in Paradiso] senza preghiere e senza
digiuni. Hanno bensì la maledizione in odio, e non soffrono neppure, che si
maledica il Diavolo, che chiamano Karubin. Gli danno ancora il nome di Cielebi,
che significa appresso i Turchi una persona ben nata, e polita. Se qualcheduno lo
maledice in loro presenza, e che siano più forti lo ammazzano senza misericordia.
Neppure è permesso di sputare avanti di loro, bisogna pigliare lo sputo con due
dita, e metterlo in terra, e ricoprirlo. Questo mi fa ricordare quello che dice Xen.
Cyr. Turpe enim apud Persas habetur expuere, nasum emungere et cetera. Nel
Kurdistan hanno il loro Emir, o Papa, dove annualmente in un dato giorno si
uniscono con le loro famiglie, e la sera dopo aver mangiato, e bevuto, spenti i
lumi, si promiscuano maschi, e femmine».

Tra il 1792 e il 1798 ebbe luogo una spedizione scientifica francese, «fatta per
ordine del Governo», cui partecipò il naturalista Guillaume-Antoine Olivier
(1756-1814) che pubblicò poi le sue esperienze in tre volumi intitolati Voyage
dans l'Empire Othoman, l'Égypte et la Perse, fait par ordre du gouvernement
pendant les six premières années de la République (1801-1807). Dopo essere
transitato per la città turca di Mardin, un tempo sede di un cospicuo numero di
Yezidi, Olivier scrisse che sulle montagne del Sinjar abitano «gli Yezidi, popolo
cattivo, crudele, inospitale, che si dice abbia una religione e delle usanze diverse»,
diverse secondo Olivier da quelle degli Arabi e dei Beduini, più dolci e tolleranti.
Parlando invece della città di Mosul scrive che «gli Yezidi non hanno mai tentato
di stabilirvisi, poiché vi sono disprezzati ancor più degli Ebrei e mai gli verrebbe
consentito di praticare la loro religione. Pertanto preferiscono arroccarsi sulle
montagne del Sinjar e in alcuni villaggi a est del fiume Tigri, dove mantengono
una specie di indipendenza». Si vede bene come Olivier smentisca se stesso circa
la tolleranza di Arabi e Beduini....

Nel 1807 Sestini pubblicò a Berlino, in italiano, Viaggi e Opuscoli diversi, nel
quale dette spazio a uno scritto del missionario domenicano Maurizio Garzoni
(1734-1804), redatto dopo il viaggio di Sestini proprio su richiesta dello stesso
viaggiatore e che sarà ripreso da molti altri autori: Della setta delli Jazidj. Lo
scritto fu inserito infatti come appendice, nel 1809, a cura dell'orientalista
francese Silvestre de Sacy, ad un testo anonimo sulla provincia di Baghdad, in
realtà composto dal diplomatico e orientalista Joseph Rousseau (1780-1831), che
nel 1805 era stato console a Bassora 33 . Perché il testo francese fu stampato
anonimo lo si può spiegare solo col fatto che il Rousseau voleva tenere nascosta
la sua identità di «agente diplomatico» (dizione apposta da una anonima
calligrafia sul frontespizio del testo conservato alla Biblioteca Nazionale di
Parigi....). Come spesso succederà, esploratori, orientalisti e missionari saranno
anche, volenti o inconsapevoli, strumenti del Great Game o Grand Jeu delle
grandi potenze in lotta tra loro nello scenario asiatico34. Sestini così presentava lo
scritto del Garzoni: «Nel mio viaggio fatto da Costantinopoli a Bassora, ebbi
occasione di passare intorno al Singiàr, l'antica Singara, dove la Setta delli Jazidì
è molto numerosa, e arrivando a Mosul, dove ritrovato avendo il P. Maurizio
Garzoni de' Predicatori, autore della Grammatica Kurda, stampata in Roma
1'anno 1790, lo pregai a darmi qualche notizia sopra questa Setta, e la quale mi
fu rimessa in Firenze nel ritorno ch'egli fece dal giro della sua missione, dopo

33
Description du Pachalik de Bagdad suivie d'une notice historique sur les Wahabis et de
quelques autres pièces rélatives à l'Histoire et à la Littérature de l'Orient. Par M*, Paris 1809.
Per certi versi discordanti con i dati del Garzoni sono alcune informazioni che il citato
orientalista e «agente diplomatico» fornisce al lettore nei pochi paragrafi che dedica agli Yezidi
nel testo sulla Pashalìa di Bagdad. Dopo aver detto che adorano il Sole e che il diavolo è un
suo subordinato, butta lì la notizia che gli Yezidi vanno nelle città a vendere i propri figli.
Inoltre non massacrano le carovane, come sosteneva Garzoni, ma ne attaccano un'estremità,
accontentandosi di depredare le cose che servono al loro sostentamento immediato. Come si
vede, anche nel primo decennio del diciannovesimo secolo, le informazioni sugli Yezidi non
erano affatto un dato certo.
34
Con tale termine gli storici designano più propriamente il conflitto che nel XIX° secolo si
tenne tra Impero russo e Inghilterra per il controllo di vaste regioni asiatiche, dal Medio-Oriente
al Tibet, e che continua fino ai nostri giorni includendo altre potenze e altri scenari, con gli
Stati Uniti e la Cina. Cfr.: Peter Hopkirk: The Great Game: The Struggle for Empire in Central
Asia. New York 1992; Eric Walberg: Postmodern Imperialism, geopolitics and the great
games. Atlanta 2011.
essersi trattenuto, e aver dimorato molti anni in Amadia, città del Kurdistàn: e
osservato avendo, che le notizie datemi, potevano interessare il pubblico
letterario, ho stimato proprio, di qui consegnarle, potendo servir d'aggiunta a quel
tanto, che in detto mio viaggio notai sopra li Jazidì». Il Garzoni scriveva che gli
Yezidi ritenevano che le grandi figure del cristianesimo e dell'islam (compresi
Gesù e Maometto) fossero degne di venerazione in quanto in esse aveva coabitato
il diavolo, che in tal modo compiva la volontà di Dio. Una tesi che non aiutava di
certo gli Yezidi a farsi benvolere da musulmani e cristiani. Essi erano temuti da
tutti poiché esercitavano il brigantaggio, derubando le carovane poco protette che
transitavano ai piedi dei monti Sinjar, loro roccaforte. Inoltre uccidevano tutti,
per non lasciare testimoni e con particolare crudeltà i Dottori o Sceriffi
musulmani, in modo più barbaro e con maggior soddisfazione, credendo di
acquistare per questo più meriti agli occhi del diavolo. Il Sultano di Istambul
tuttavia li tollerava per un cavillo formale, poiché gli Yezidi non si rifiutavano di
pronunciare il dogma fondamentale musulmano: Non c'è altro Dio all'infuori di
Allah e Maometto è il suo Profeta. Inoltre, essendo dei combattenti audaci e
coraggiosi, venivano utilizzati come truppe mercenarie dai principi curdi.
Garzoni conclude lo scritto - da noi riportato integralmente nella sezione sulle
Testimonianze - affermando che senza dubbio gli Yezidi hanno ben altri altri
errori o superstizioni, ma siccome non hanno nessun libro, ciò che ha fin lì narrato
sono le sole cose su cui si sia potuto documentare. Del resto, molto tra loro è
soggetto a cambiamento, a causa delle presunte rivelazioni dei loro Kociek35, fatto
che aumenta la difficoltà di conoscere a fondo la loro dottrina. E' quindi evidente
che questi Kociek, consiglieri del capo religioso degli Yezidi, adattavano la fede
esteriore della loro gente in base a livello di pericolo che poteva esserci nella
società in cui si trovavano a vivere.

Tra il 1801 e il 1807 il naturalista francese Joseph Rousseau (1756-1814),


dopo un soggiorno di sei anni in Medio-Oriente «fatto per ordine del governo» e
conclusosi nel 1798, pubblicò Voyage dans l'Empire Othoman, l'Égypte et la
Perse, accennando anch'egli agli Yezidi che chiama però Jesidi. Nei pochi cenni
che ne da, scrive che si tratta di un popolo cattivo, crudele, inospitale che non ha
mai tentato di fissare la sua residenza a Mosul perché gli islamici li disprezzano
ancor più degli Ebrei e non gli permettono di praticare la religione. Più pacifici
sono invece quegli Jesidi che abitano lungo le sponde dei due fiumi, coltivatori,
allevatori e traghettatori di carovane.

Il predicatore cattolico nonché capo della Missione dei Domenicani a Mosul,
Padre Giuseppe Campanile (1766-1835) nel suo libro Storia della regione del
Kurdistan e delle sette di religione ivi esistenti, pubblicato a Napoli nel 1818,
discusse anche degli «Iazidj», affermando nella Prefazione che era una
popolazione di «idolatri», «ladri erranti», in balìa di Curdi e Ottomani. La
35
Su questa misteriosa figura si veda più avanti.
provincia curda in cui risiedono per la maggior parte si chiama «Sciek-Kan» ed
è retta da un emiro «idolatra, anzi è il principe della setta degli Jazidj e discende
dalla stirpe di Sciek-kan, che fu un suo antenato», nominato emiro dal Pascià
curdo di Amadia. «La Capitale di Sciek-kan è Baatri sita in una bellissima, ed
amena Pianura. Dalla parte settentrionale è difesa da un colle, che ne forma la
fortezza. Ivi risiede il Principe. Nel basso verso la parte meridionale è irrigata da
un pieno e limpido ruscello, che bagnando va diversi giardinetti di alberi fruttiferi
sparsi senza simmetria. Le case non sono altro, che sotterranei scavati, e coperti
col semplice loto. Le strade sudicie, ed ineguali. I terreni fertilissimi, e ricchi di
erbaggi, benchè senza cultura. Tutti questi abitanti discendono dalla famiglia di
Sciek-kan. Fa circa mille anime. È distante da Ninive nove ore». Interessante la
notizia secondo cui gli Yezidi, «che si governano da loro stessi», avrebbero
occupato il massicico del Sindjar solo nel 1770. «Tutto il Sengiar fa in circa sedici
mila anime. Può armare duemila cinque cento uomini. Ha venti quattr’ore di
circuito girandolo comodamente a cavallo. La popolazione di questo monte vive
indipendente. Prende il governo di essa il più forte, che col soccorso degli aderenti
si fa capo colle armi alla mano. Quello che ora presiede si chiama Assien
Dumbalàn. Costui dà ogni anno allo Sciek-Taai Arabo del deserto un tributo di
mille piastre per essere garantito in occasione di guerra, tollerato nelle scorrerie,
ed acciò non devasti i seminati delle sue pianure. Non si riconosce in quel monte
altro linguaggio che il Kurdo. Il Bascia di Bagdad, e di Musul, di Diarbeker, ed
altri hanno azzardato varie volte di soggiogarlo, ma sempre in darno. La
situazione lo rende inespugnabile. L’aria che respirasi in questo monte è cosi
buona, che gli uomini sono sempre validi e robusti, che quasi tutti arrivano a
vivere chi vicino, e chi oltre i cento anni. Quivi non rare volte si veggono le donne
partorire nell’ età di sessanta anni; e mi raccontano gli abitanti, che si è veduto
qualche volta una donna anche di settanta anni aver figli. Lasciamo questa
credenza presso di que’ che lo asseriscono, e crediamo alle sessagenarie, che colà
sono comuni. Vivono di ladrocinj. Pochi son quelli, che badano alla pastorizia,
od all’agricoltura. Per prendere questo monte vi bisognerebbe una forza europea,
o tenerlo in assedio stretto per un’anno almeno. Ma tanto non permette la
mollezza orientale che vuole i suoi comodi, e sembra non sappia stare due giorni
lontano dalla pippa, dal bagno, e dalla moglie». Nella sezione Testimonianze
riportiamo il resto delle osservazioni di padre Campanile ma qui vogliamo
concludere con un altro interessante ragguaglio, impreziosito dal fatto che il
nostro ebbe contatti personali con gli Yezidi. Ci riferiamo ai cosiddetti «Adoratori
del Sole» che sono stati spesso confusi con gli Yezidi ma che in realtà
costituiscono un gruppo a parte. Vivevano principalmente nella città di Mardin
fin quando, nel XVI secolo, a causa dell'intolleranza ottomana, dovettero fare
finta di convertirsi al Cristianesimo giacobita. Una parte di loro però abbandonò
la città e si congiunse con gli Yezidi. Padre Campanile non sa dire quali fossero
le origini di questi adoratori del sole, «Sciemsj» o «Sciemsisti» (dall'arabo Schem,
sole), tuttavia afferma che ancora ai suoi giorni si dissimulavano goffamente in
mezzo ai siriani giacobiti, i quali, per evidente carità cristiana, facevano finta di
non accorgersi della loro idolatria. Si erano ridotti a sole cinquanta famiglie e
vivevano in condizioni di miseria nera. La loro era una religione puramente solare
molto diversa da quella yezida, anche se Campanile non manca di riferire
particolari curiosi, come il fatto che «le loro canzoni sono pienissime di oscenità,
che imparano anche a’ loro ragazzi (...) Ulteriori notizie di essi è molto difficile
ottenerne. Tutto fanno colla maggiore segretezza, e timore di non essere scoperti,
ed accusati come idolatri».

Nel 1820 il Residente inglese a Bagdad, Claudius James Rich (1787-1821),


36

ebbe modo di fare la conoscenza anche degli Yesidi e nel 1836 la vedova, essendo
lui morto di colera in Persia, ne pubblicò le succinte informazioni in un capitolo
dell'opera in due volumi Narrative of a Residence in Koordistan. Il Rich
segnalava al lettore che gli Yezidi si chiamavano tra loro anche Dassini ma che
questo termine era riferito solamente a coloro che erano originari della zona del
monte Sinjar, poiché quest'ultimo si chiamava anche Dasin. Viene quindi
anticipato ciò che dirà dopo un altro autore, circa il fatto che gli Yezidi prendono
nomi diversi in base alle località di provenienza, anzi, come esplicita più oltre il
Rich, essi stessi non si chiamerebbero tra loro «Yezidi» che sarebbe un termine
dispregiativo usato dai musulmani, ma col nome del territorio dove ogni singola
tribù dimora. Ciò indurrebbe a pensare, aggiungiamo noi, che il termine Yezidi
possa invece derivare proprio dalla città persiana di Yezd. Anche a questo autore,
così come al padre cappuccino citato in precedenza, essi appaiono come una setta
che si è staccata dal cristianesimo e che crede nella «metempsicosi». Infatti di chi
muore non dicono «il tale è morto» bensì «il tale è cambiato». Si menziona per la
prima volta il santuario di Sheikh Adi, del quale si dice, sulla scorta della
testimonianza di un missionario che vi si era recato, che un tempo era un
monastero dedicato a san Taddeo. Essi adorano e rendono un culto a «Mellek
Taous», un simulacro in figura di uccello posto in cima a una specie di
candelabro. Venerano le sorgenti d'acqua e salutano il sole al suo apparire con tre
prostrazioni, non spengono le candele soffiandoci sopra né sputano sul fuoco. A
chi li accusa di non avere libri sacri, rispondono che Dio li ha gratificati di una
migliore intelligenza, per cui non ne hanno bisogno. Il Rich riporta poi le parole
di un autore islamico, lo storico Haji Khalfah, secondo il quale «gli Yezidi erano

36
Da notare che il Residente - come spiegherà nel 1889 il missionario domenicano Pierre-
Gonzales Duval (vedi oltre) - era un funzionario o meglio uno spione della britannica
«Compagnia delle Indie» con sede a Bombay, e non un vero diplomatico inglese. Questi
personaggi favorivano anche i viaggi altrui, pur di ottenerne in seguito informazioni di natura
geopolitica. Un chiaro indizio ci è dato dal già citato abate Sestini, con la dedica che fece nel
suo libro Viaggio da Costantinopoli a Bassora: «Al nobil uomo il signor Giovanni Sulivan,
residente a Golconda, per la molto onorabile compagnia delli stabilimenti inglesi nelle Indie
Orientali, ottimo conoscitore della politica e del comercio delle Indie medesime, viaggiatore
cultissimo ornato di varia e scelta erudizione, piacevole per suavità di costumi, liberale e
benefico, l'abate Domenico Sestini al generoso Mecenate questo viaggio, che sotto gli auspicj
suoi con esso intraprese e terminò, osssequiosamente D.D.D.».
in origine dei sufi caduti nell'errore e nelle tenebre. Non tengono nascoste le loro
donne. Essi entrano in Paradiso per merito dei loro Sceicchi che li accolgono al
seguito». Rich conclude la sua breve disanima sugli Yezidi scrivendo che «da
loro, avendone l'opportunità, si possono apprendere molti curiosi racconti
tradizionali; cioé stando con loro un pò di tempo in privato, senza avere
maomettani tra i piedi» (vol. II, p. 87). In pratica, in presenza di islamici, gli
Yezidi sono costretti a dissimulare.

Altri brevi cenni sugli Yezidi li darà nel 1823 James Silk Buckingham (1786-
1855), scrittore dalla vita oltremodo avventurosa, nel suo Travels in
Mesopotamia: «Questi Yezidi hanno una strana religione, in cui omaggiano il
diavolo, che considerano un principe caduto dal cielo, costretto da Dio ad
assumere il ruolo di demone del male, e che onorano e rispettano essendo un
servo dell'Altissimo. Questi Yezidi sono considerati dai musulmani che li
circondano come i più grandi ladroni che ci siano sulla faccia della terra, gente
della cui parola non ci si può fidare». Buckingham aggiunge inoltre che
considerano il colore blù tabù, in quanto questo colore «è sacro principalmente a
Satana», e disprezzano quei cristiani che aderiscono all'ordine turco di vestirsi di
blù, in segno di inferiorità. C'è quindi una certa discordanza su quale sia il vero
colore prediletto dagli Yezidi, il nero o il blù, ma, del resto, Buckingham ammette
che «sono estremamente riservati sulle loro credenze religiose e, nella fattispecie,
come pure nella loro isolata residenza tra le montagne, essi assomigliano ai Drusi
e ai Nossoriti della Siria». Buckingham era stato espulso dall'India, dove vi aveva
fondato un giornale, dal governo della Compagnia delle Indie Orientali per
l'eccessivo liberalismo delle sue tesi. Nel 1825, in un numero del londinese The
Oriental Herald, giornale fondato l'anno precedente proprio da Buckingham,
apparve un lungo e non troppo anonimo articolo sugli Yezidi, Traces of
Christianity among the Yezeedees, a people of Mesopotamia, who worship only
one God, but reverence the Devil on the authority of the Gospel. Già dal titolo si
capisce come l'autore fosse interessato a far conoscere gli Yezidi al pubblico
inglese solo per l'interesse che poteva suscitare una popolazione non musulmana
all'interno di un impero, quello turco, la cui vastità non corrispondeva ad
altrettanta potenza, essendo quindi permeabile alle influenze delle potenze
straniere, magari attraverso i suoi punti deboli, cioé le popolazioni non islamiche.
Non a caso l'autore comincia subito nell'informare i suoi interessati viggiatori che
«questo popolo abita una parte del confine turco lungo la Persia», quest'ultimo
paese essendo un punto di attrito fra gli interessi dell'impero russo e quello
britannico. Tuttavia l'articolo non è altro che una ripresa di ciò che era stato detto
sugli Yezidi in precedenza da altri autori europei.

Nel 1828, in una voce del quinto tomo della Encyclopédie méthodique, voce
scritta da Jean-Jacques-Nicolas Huot (1790-1845), quella che tratta del monte
turco «Seiban-Dagh» (p.390), si legge che ai suoi piedi ci vivono gli Yezidi,
«orde di Curdi che col titolo di Grande Sceicco adorano il genio del male e si
credono autorizzati a fare tutto ciò che le leggi umane e divine proibiscono (...)
non possono imparare a leggere e scrivere ma furto, omicidio ed incesto sono per
costoro azioni lecite o almeno non gli sono in obbrobrio (...) questa setta ha anche
questo di particolare, che non fà proselitismo (...) i Persiani li hanno in orrore, ma
siccome sono coraggiosi, intraprendenti e molto bellicosi, i principi curdi li
tollerano e fanno il possibile per attirarne un gran numero nei loro territori».

Nel 1829 uscirà a Venezia per l'editore Antonelli, nella traduzione italiana di
Samuele Romanini, uno scritto del noto orientalista austriaco Joseph von
Hammer (1774-1856), Storia dell'Impero Osmano, del 1827, il quale, trattando
nel tomo VIII del popolo curdo, ricorderà anche gli Yezidi, ma senza dar mostra
di saperne molto: «Fra i loro molti rami [dei Curdi], che si fanno ascendere a 72,
numero prediletto in ogni tempo e, indicante la separazione delle sette, delle
lingue e dei rami che originariamente appartenevano ad un solo ceppo, i più
rimarcabili sono i Jezidi o adoratori del demonio la cui sede principale a Mardin
fa conoscere la loro parentela cogli antichi Mardi, e l'adorazione del demonio
richiama l'antica dottrina persiana dell'adorazione del cattivo principio».

Nello stesso anno a Parigi uscì Les jeunes voyageurs en Asie, ou Description
raisonnée des divers pays compris dans cette belle partie du monde, scritto da
Pierre-César Briand (1763-1839) che ripete salvo qualche piccolo particolare
la descrizione degli Yezidi fatta dal Garzoni. Anche in questo caso i viaggiatori
occidentali hanno modo di conoscere solo gli Yezidi seminomadi del Sindjar, il
che gli fa esprimere dei giudizi affrettati e per lo più negativi: «Le donne yezide
sono brutte, ma ardite, forti e naturalmente feroci. Gli uomini sono valenti, fieri
e crudeli. Non sono né cristiani, né maomettani, né ebrei, e neanche idolatri. Si
cercherebbe invano in Asia un popolo più grossolano e stupido. Si dividono in
due sorte di cittadini: una che veste di nero ed un'altra che veste di bianco». Con
quelli vestiti di nero l'autore si riferiva ovviamente alla casta dei Fakir e con quelli
vestiti di bianco ai Murid, il popolo. Quando moriva un fakir il funerale era un
evento di festa, celebrando così la credenza nella metempsicosi, stante l'abitudine
dei fakir di non versare mai il sangue umano o animale e di non calpestare
neanche gli insetti. Ciò fa dire all'autore, memore dei diritti sanciti dallo spirito
della Rivoluzione appena calpestati dalla monarchia post-napoleonica: «Ecco un
popolo davvero umano, soprattutto se lo si paragona ai quei piccoli padroni
francesi, che, dentro alle loro carrozze indorate, schiacciano gli uomini come
fossero insetti!». Il nostro sottolinea anche che gli Yezidi furono costretti a
rifugiarsi sui monti Sindjar a causa delle «atroci persecuzioni» dei musulmani.

Sempre nel 1829, un medico di Strasburgo, François Emmanuel Foderé


(1764-1835), pubblicò un Essai théorique et pratique de pneumatologie humaine,
ou Recherches sur la nature, les causes et le traitement des flatuosités et de
diverses vésanies telles que l'extase, le somnambulisme, la magi-manie, et autres
qui ont pour phenomene principal l'insensibilité, et qui ne peuvent s'expliquer
par les simples connaissances de l'organisme. Un libro nel quale si consideravano
i fenomeni psichici, secondo l'ottica cattolica, alla stregua di infestazioni
diaboliche. In esso ci fu spazio anche per parlare degli Yezidi, cioè quelli dei
monti Sindjar, che all'epoca erano i soli Yezidi conosciuti, citando le parole
dell'italiano Sestini, ma precedute da queste sue considerazioni: «Ma eccoci al
colmo della depravazione, causata da ciò che sopravvive della dottrina di
Zoroastro, cioé quella dei due principii, nei paesi che furono la culla del suo
fondatore; la credenza o il culto di latrìa accordato unicamente al diavolo o cattivo
principio, ed il totale oblio del principio di ogni bene. Senza dubbio, troviamo tra
i popoli d'Africa molta più frenesìa nell'onorare il cattivo principio al posto di
quello buono; del pari tra le nazioni civilizzate popoli e sovrani non sono da meno
nel fare buona accoglienza ai nemici piuttosto che agli amici, il ché è una
conseguenza naturale della paura; ma almeno i negri mostrano riconoscenza
verso il principio buono, mentre i briganti cui sto per accennare [gli Yezidi]
riconoscono solo quello malvagio, svelandoci l'origine di quelle scene pazze e
barbare che costituiscono quel sabbat di cui abbiamo parlato al secondo
paragrafo, e che si sono meritate la giusta avversione delle leggi».

Infine in quell'anno 1829 il famoso scrittore russo Aleksandr Sergeevič


Puškin (1799-1837) incontrerà nel Caucaso gli Yezidi - un gruppo di 300
famiglie che in parte militarono nella cavalleria russa - e a seguito di tale incontro
scriverà in francese un saggio sul questo popolo, proponendosi poi di aggiungerlo
in Appendice al suo racconto Viaggio a Erzurum pubblicato nel 1830: «Cercai di
sapere da uno yezida la verità sulla loro religione. Alle mie domande, rispose che
le dicerie che gli Yezidi adorano Satana sono pure fiabe, che loro credono in un
dio unico, e che il diavolo è maledetto nella loro religione; in verità, quest'ultimo
è considerato immorale e ripugnante perchè attualmente è inviso a Dio, ma col
tempo potrebbe essere perdonato, perchè non si possono porre limiti alla
misericordia di Allah».

Nel 1832 uscì il libro di un rabbino viaggiatore, David D'Beth Hillel: The
Travels of Rabbi David D'Beth Hillel fron Jerusalem through Arabia,
Koordistan, part of Persia and India, to Madras. Poteva non accennare agli
Yesidi? No, e infatti: «... Da Tintsebbin a Mosul la strada è molto pericolosa
poiché è nel territorio dei Qadariti [setta islamica eretica propugnante il libero
arbitrio] e degli adoratori di Satana chiamati Ezidi, che vivono vicino la strada su
una grossa montagna chiamata Jabal Jinjar, vicino all'Assiria (...) Circa un giorno
e mezzo di viaggio da questa parte dell'Assiria ci sono molti villaggi di adoratori
di Satana chiamati in arabo Zeidi; feci tappa per una notte tra di loro. Indagando
sulle loro abitudini scoprii che mangiano carne di maiale e bevono vino
segretamente; non pronunciano la parola Satana, e neanche la parola shot, che in
arabo significa fiume, si stizziscono molto a sentirle pronunciare da un altro. Per
la maggior parte sono predoni e parlano curdo. Gli ebrei li chiamano Casdeem.
E' la stessa parola che in ebraico è usata in Genesi XI, 28 e che la Bibbia inglese
traduce come Caldes [Caldei]. Ritengo che siano della stessa religione di quei
tempi.

Nel 1834 il novellista e diplomatico britannico James Justinian Morier


(1780-1849), incaricato d'affari all'ambasciata inglese di Teheran, riprese quasi
integralmente lo scritto del Garzoni, inserendola come XV capitolo del suo
racconto Ayesha the Maid of Kars, una storia ambientata in Turchia e che ha come
protagonista negativo un «satanasso, un vero yezidi», Cara Bey. Il romanzo fu
anche tradotto in italiano da Francesco Cusani nel 1837, che traduce gli Yezidi
come «adoratori di Satanasso». Il personaggio principale è Lord Osmond,
aristocratico inglese che, dopo aver viaggiato in tutta la Persia, ritorna in
Inghilterra via Costantinopoli. Egli è accompagnato nei suoi viaggi da un valletto
greco denominato Stasso (il quale si vanta di essere riuscito impunemente ad
insultare uno yezida dicendo «sia maledetto Satana», dopo avergli tracciato
intorno col bastone un cerchio, da cui lo yezida riteneva di non poter uscire fuori,
anche se i suoi occhi mandavano lampi di fuoco per la rabbia) e un attendente
turco di nome Mustafa. Osmond arriva nella città yezida di Kars e incontra per
strada l'ammaliante e bella Ayesha, di cui si innamora. Ma la fama della bellezza
di Ayesha ha anche attirato l'attenzione di Cara Bey, famigerato brigante yezida,
che dalla sua base in un castello vicino al confine russo è il terrore di tutta la
regione. Molte le avventure, che si succedono e concludono con il matrimonio
inevitabile di Ayesha con Osmond. Si scopre poi che Ayesha non è turca ma figlia
di un altro aristocratico inglese rapita in tenera età dalla sua balia greca (i lettori
inglesi forse non avrebbero tollerato la mescolanza razziale dei due
personaggi...).

Un viaggio lungo le colline yezide del Sinjar fu effettuato nel 1838 da un
medico inglese di stanza in India, Frederick Forbes (1808-1841), e il suo
resoconto, molto dettagliato dal punto di vista scientifico37, fu pubblicato l'anno
dopo per il Journal of the Royal Geographical Society di Londra. Forbes, che cita
molto il Garzoni, scrisse che la religione degli Yezidi, «in base al loro stesso
racconto, è una strana mescolanza di culto del diavolo e dottrina di Magi,

37
«The Journal of the Royal Geographical Society of London» IX, 1839. XIX - A Visit to the
Sinjar Hills in 1838, with some account of the Sect of Yezidis, and of various places in the
Mesopotamian Desert, between the Rivers Tigris and Khabur. La maggior parte di esploratori
e viaggiatori, sia inglesi che francesi, univano l'attività esplorativa o di mestiere ad una vera e
propria missione spionistica al servizio del loro paese, specilmente in margine al cosiddetto
Great Game o Grand Jeu, cioé lo scontro espansionistico che per tutto l'800 coinvolse gli
imperi britannico e russo. Anche un cartografo come il D'Anville, «primo geografo del Re»,
non poteva rimanere insensibile al tema del Grand Jeu e mise nel frontespizio del libro il
seguente brano di Properzio: «il Tigri e l'Eufrate possano scorrere sotto le tue leggi»...
Maomettani e Cristiani ma che, tra gli abitanti del Sinjar la religione, o cerimonie
religiose di qualsivoglia specie, sono puramente virtuali e affatto praticate,
almeno per quel che ho potuto vedere o sapere... La loro religione si tramanda
solo oralmente e varia in base alle diverse tribù, apportando diverse incongruenze
quanto alla credenza tradizionale (...) Il primo e più importante principio degli
Yezidi è quello di propiziarsi il demonio e garantirsi la sua benevolenza, nonché
aiutarsi e difendersi con la spada». Essi rifiutano di celebrare preghiere e feste
perchè il loro capostipite, lo sceicco Adi, ha già assicurato a tutti loro un posto in
paradiso al suo seguito. Vi è quindi un curioso retaggio di dottrina misterica
cristiana, poiché il semplice fatto di essere yezidi e di mantenersi yezidi
assicurerebbe loro la salvezza. Ecco perché è loro credenza che il giorno del
giudizio entreranno in paradiso con le armi in pugno. Fino a quel termine essi
credono che l'anima possa trasmigrare da un essere all'altro, in base al
comportamento tenuto in vita. Anche la tomba dello sceicco Adi e la speciale
venerazione che essi ne hanno ricorda per certi versi la religione di salvezza
cristiana. Al momento della morte gli sceicchi yezidi - sceicco è termine arabo
che significa maestro - sono in grado di avviare verso il paradiso l'anima del
defunto «grazie a una serie di ridicole cerimonie compiute sul corpo del morto.
Quest'ultimo viene prima di tutto messo in posizione eretta; lo sceicco poi ne
tocca il collo e le spalle e, con le palme delle mani aperte, colpisce il palmo destro
del corpo del morto proferendo contemporaneamente le parole Arà Behesht, cioè
Vai in Paradiso!». Il Forbes ricorda che «un tempo gli Yezidi vestivano di blù
ma oggi è un colore considerato infausto e vestono solo di bianco». Questo dato
è molto importante poiché in seguito gli scrittori racconteranno del tabù yezida
per il colore blù senza sapere che in precedenza non lo era. Ciò fa pensare che si
tratta di un altro esempio di come gli Yezidi dovettero nascondere la loro
originaria religione fino al punto di demonizzare proprio ciò che in origine era
una peculiarità - un'altra essendo il tabù del nome Satana. Si tratta di una vera e
propria inversione dei simboli, anche se del tutto consapevole da parte almeno
dei capi yezidi. Il capo religioso degli Yezidi ha al suo fianco, come ricorda il
Forbes, un cosiddetto «sceicco piccolo» (Sheikh Kuchuk), che ha il compito si
assisterlo e supportarlo, in quanto è deputato «a ricevere le dirette rivelazioni del
demonio e, dietro versamento di una certa somma di denaro, rivelare i suoi
consigli oracolari a coloro che lo consultano dopo un presunto sonno, che qualche
volta può intercorrere per una o due notti; costui è tenuto in gran conto e i suoi
ordini sono strettamente eseguiti». Questo dato inerente la presenza di una specie
di sacro giullare o piccolo sciamano in contatto col diavolo è certamente stato
utilizzato dai missionari cattolici dell'800 per propagandare la loro tesi del
complotto mondiale satanico e ha permesso a René Guénon di parlare di «santi
di Satana» (Awlya-es Shaytan). Ma di ciò tratteremo più avanti. Forbes ricorda
anche che nel loro santuario di Sheikh Adi gli Yezidi si radunano
cerimonialmente il decimo giorno della luna di agosto «e la notte, spente le luci,
ci sono rapporti promiscui fino al mattino tra maschi e femmine». Essi non
mangiano carni di maiale, come ebrei e maomettani «ma si nutrono senza
problemi del sangue di pecore, capre, mucche e altri animali». Su altre abitudini,
riportate dal Forbes con minuzia, non è il caso di soffermarsi. Forbes fu però il
primo a parlare dell'esistenza di un misterioso libro sacro yezida, il Mishefa Resh,
andato probabilmente perduto ma che dette l'idea ad alcuni monaci cristiani di
Alkosh, come Jeremiah Shamir, di scriverne una falsa paragrafe.

Nel 1840 lo statunitense Horatio Southgate (1812-1894), al ritorno dal solito


viaggio missionario in Medio-Oriente, citò anche gli yezidi poiché nel corso del
suo viaggio da Mosul verso Mardin era passato accanto al monte Sinjar, sede
degli yezidi 38 . Southgate li descrive sulla base delle informazioni ricevute da
Hafiz Paschà, il governatore turco che nel 1832 aveva sterminato gli Yezidi del
Sinjar, ma non prima di avere spiegato che i luoghi da essi abitati erano
fertilissimi, a dispetto della situazione odierna. «Il popolo che abita la montagna
era fino a poco tempo fa il terrore della pianura, che esso percorreva in grosse
bande, rubando, talvolta uccidendo, per poi ritirarsi velocemente sulla
montagna». Hafiz Paschà nel corso di un'offensiva durata tre mesi era riuscito a
debellare gli yezidi e a sottometterli. Grande era stato il bottino, sottolineò
Southgate, aggiungendo che oltre a trentamila pecore, i musulmani avevano
schiavizzato molte ragazze yezide, che erano state vendute negli harems di
Istambul, «dove non furono molto apprezzate, non essendo altro che delle giovani
adoratrici del diavolo». Un accompagnatore musulmano del reverendo gli disse
di averne comprate due al mercato di Mardin «una per 650 piastre turche, poco
meno di trenta dollari, e l'altra per un centinaio di piastre in più». Anche ai nostri
giorni si è ripetuto il fenomeno della vendita di schiave sessuali yezide da parte
dei settatori del cosiddetto Stato Islamico del califfo al-Baghdadi.

Nello stesso anno un ufficiale tedesco, il futuro Capo di Stato Maggiore


Helmuth von Moltke (1800-1891) visiterà la Mesopotamia e dirà nel libro Das
Land und Volk der Kurden, pubblicato postumo a Lipsia nel 1892, che gli Yezidi,
una setta pagana che si dissimula sotto spoglie musulmane e cristiane, sono
considerati dai Turchi come degli adoratori del demonio e che pertanto possono
da loro essere liberamente venduti come schiavi.

Nel 1841, in appendice al libro The Nestorians or the lost tribes del giovane
missionario americano Asahel Grant (1807-1844), ci fu spazio anche per gli
Yezidi, ma un accenno fu preposto anche nel terzo capitolo. Il Grant era convinto
che gli Yezidi fossero una delle dieci tribù di Israele deportate a Babilonia e che
nel corso del tempo avessero inglobato elementi della religione pagana dei Sabei,
di quella di Zoroastro e degli stessi Nestoriani. La prima prova della loro origine
ebraica sarebbe stata il fatto che cironcidevano i propri figli in tenera età e non
38
Horatio Southgate: Narrative of a Tour through Armenia, Kurdistan, Persian and
Mesopotamia. New York 1840. Nel 1844 verrà consacrato «vescovo missionario per il
territorio dell'impero ottomano» della Chiesa Protestante Episcopale.
verso i tredici anni, come facevano i Maomettani. La seconda prova era che gli
Yezidi facevano molte offerte sacrificali così come era usanza presso gli Ebrei.
La terza che celebravano la festività di Pasqua. La quarta che si astenevano dalle
stesse carni che sono proibite agli Ebrei in coincidenza degli stessi periodi
sacrificali. La quinta ed ultima prova era che in un antico documento nestoriano
si affermava che i Daseni, ovvero Yezidi, erano una setta ebraica. Altre prove
minori sono addotte dal Grant, ma l'unica degna di una curiosa attenzione, per
quanto infondata, è che in una delle regioni dove pare venissero radunati gli Ebrei
deportati, l'Adiabene, fosse contigua ai territori degli attuali Yezidi, e che l'antico
regno di Adiabene si fosse convertito in massa all'ebraismo. L'Appendice sugli
Yezidi si conclude con un appello che è anche un riconoscimento del suo acceso
fervore missionario: «Quale cristiano non rinuncerebbe ad una delle sue tante
comodità pur di avere il privilegio di impartire il Vangelo a un simile popolo?».
Grant non riuscì nel suo tentativo, vuoi perchè morì a Mosul di lì a poco vuoi
perchè gli Yezidi erano tutt'altro da ciò che lui pensava. Nella sezione
Testimonianze di questo libro riporteremo per intero quanto il Grant dice sugli
Yezidi a prescindere dall'Appendice.

Nel 1842 uscì Mesopotamia and Assyria del viaggiatore e pittore scozzese
James Baillie Fraser (1783-1856), un testo molto particolareggiato che trattando
di queste due regioni di biblica rimembranza, accennò anche agli Yezidi. L'autore
segnala subito al lettore che il nome etnico è un termine dato dai musulmani, ma
che il nome che loro stessi si danno è Dassinis o Dawassinis e che «mantengono
un profondo silenzio» sulle loro origini, costumanze e religione39. In base a quello
che si dice, loro fondatore sarebbe stato lo sceicco eretico Adi, sepolto in una
vecchia chiesa dedicata a san Taddeo, e adorerebbero Satana, col nome di
Chelebee (Signore), il sole, il fuoco, il serpente che tentò Eva, il montone, nonché
un uccello chiamato Mellek Taous, praticando «cerimonie orribili». Peraltro
l'autore si richiama a quanto scrissero precedenti autori, a parte un dato, che ci è
parso interessante riportare nella sezione Testimonianze. Quivi si accenna ad una
leggenda molto simile a quella riportata dal vescovo nestoriano di Marga, che
assimila gli Yezidi ad un antico popolo pagano della Persia orientale. La leggenda
proviene infatti dalla regione irano-afghana del Sistan (l'antica Arachosia di
Alessandro Magno), molto legata allo Zoroastrismo. La pressochè identità delle
due leggende fa pensare alle tribolazioni di un popolo pagano in fuga dalla sede
d'origine.

Nel 1848 il francese Baptistin Poujoulat (1809-1864) in Récits et souvenirs


d'un voyage en Orient - scritto per la collezione 'Biblioteca della gioventù

39
Francis Ainsworth (Travels and Researches...cit. più avanti) dirà che il nome che si danno
gli Yezidi, Izedis, è una mutazione da Daseni, a sua volta derivato da Desen, mutazione di
Jesdem, città menzionata in un passo di Teofane il Confessore, e che farebbe quindi supporre
la più antica sede riconoscibile degli Yezidi nella città dell'antica Adiabene.
cristiana' patrocinata dal vescovo di Tours - cita in pochi capoversi gli Yezidi,
permettendosi dei giudizi moralistici, evidentemente finalizzati ai giovani lettori
- ripresi dagli autori del passato (lo stereotipo satanico sugli yezidi è infatti una
lunga sequela di citazioni riprese quasi tutte dalla stessa fonte e riciclate ad
libitum). Tuttavia nella testimonianza del Poujoulat abbiamo anche l'evidenza di
una pratica, ben nota in ambiente ebraico (anusim), islamico (taqîya o kitman) e
cristiano (nicodemismo), quella della dissimulazione, che autorizza il fedele ad
assumere atteggiamenti esteriori in palese contraddizione con il proprio credo,
pur di poter sopravvivere in un ambiente ostile se non mortifero. La
dissimulazione yezidica però ha un qualcosa in più: è capace di integrare nel suo
stesso sistema dottrinale elementi estranei, cosa che sarebbe inammissibile per le
tre religioni abramiche, come scrisse il Poujoulat: «C'è nella credenza degli
Yezidi una specie di tolleranza che li porta ad avere diversi imprestiti, a praticare
diverse iniziazioni con tutte le religioni della terra. Gli Yezidi non hanno nulla di
esclusivo nelle loro dottrine; non respingono nulla e, nella speranza di ottenere le
beatitudini della vita celeste, si pongono in qualche modo sotto la protezione di
tutti i culti e di tutti coloro che ritengono importanti nel campo dello spirituale».

La dissimulazione degli Yezidi doveva essere divenuta proverbiale poichè ve


ne è traccia persino in un romanzo del politico, giornalista e romanziere Henri
Augu (1818-?), Les Amours au sérail, due tomi del 1883. Nel racconto due
membri della setta degli Assassini si fingono yezidi per meglio ingannare dei
francesi che volevano fare prigionieri. Eccone i brani salienti:
«— Sì, degno okhal! é a Balbek che quei maledetti si riuniscono», diceva la voce.
— Perchè mai, Kasan, li chiamate così, non avete forse abbandonato quei
miserabili Ismaeliti?
— Voi siete un santo dottore druso, ed io benedico l'Altissimo di avervi incontrato
tra queste montagne, dove mi trovo per sfuggire alla loro vendetta; infatti devo
stare in guardia, proprio adesso che li ho rinnegati e sono tornato al culto dei miei
padri, i santi Yezidi di Karamania, dove questi cani mi rapirono all'età di quindici
anni.
— Proprio dei cani, come dici tu, Kasan!
— Gli uomini del nostro popolo, o okhal dei Drusi, disprezzano i seguaci di
Maometto, mentre noi yezidi li odiamo. Le nostre due religioni sono del pari
molto simili a quella di Cristo.
— Infatti noi drusi non abbiamo nessuna repulsione per il battesimo, o yezida!
— Così sono scappato questa mattina da Eden, dove abita il dai-kebir degli
Assassini. Ne ho abbastanza delle loro pratiche fanatiche. Che me ne importa di
tutte quelle belle donne che il dai-kebir tiene rinchiuse nei suoi incantevoli
giardini! Le ragazze yezide sono più bianche e più perfette delle hourì di
Maometto!
(...)
— Ditemi, Kasan, da dove viene quest'odio così profondo che voi yezidi avete
per i maomettani?
— Ve l'ho detto: noi siamo quasi cristiani, e da tempo i musulmani ci
perseguitano. Ma gli Yezidi hanno imparato a farsi audaci e bellicosi, così a loro
volta, hanno dato addosso ai musulmani. Conoscete la storia di Murgo il
rinnegato?
— No, i nostri cantastorie non ce ne hanno mai parlato.
— Ascoltate dunque. La storia è terribile!
[l'autore narra la storia dello yezida Murgo che, avendo deciso di abbracciare
l'islam, viene atrocemente ucciso dai suoi confratelli, «figli della luce».]
— Ebbene, Ismail, ho recitato bene la parte dello yezida?
— Perfettamente, ti faccio i miei complimenti.
— Il fatto è che per un certo tempo ho vissuto in mezzo a questi seguaci dello
spirito delle tenebre».

Quasi in contemporanea col Poujoulat ci fu un poliedrico personaggio,


l'inglese Austen Henry Layard (1817-1894) il quale, alla scoperta delle rovine
dell'antica Ninive nel corso di una spedizione archeologica (1845-1847), viaggiò
anche nel territorio degli Yezidi, lasciando un egregio resoconto in due volumi
che fu peraltro ampiamente sfruttato da scrittori succesivi40. Layard, che fu anche
ambasciatore britannico a Istambul dal 1877 al 1880 - dimostrando così quanto
sottile fosse la differenza fra un «viaggiatore» e un uomo al servizio degli
interessi inglesi - si espresse nei riguardi di quel popolo con evidente
apprezzamento 41 . Era stato invitato dal capo degli Yezidi, lo sceicco Nasir,
unitamente al capo militare, il giovane principe Hussein, a presenziare alla
principale festività yezida presso la tomba del loro venerato santone, lo sceicco
Adi. Layard si premura subito di avvisare il lettore, con vittoriana costumatezza,
che la cerimonia in oggetto non ha nulla di sconveniente, nulla a che vedere con
la dissoluta cerimonia, ereditata dalla regina Semiramide, dello «spegnimento dei
lumi» praticata dai Nossoriti o Ansairiti («Ansyri») della Siria, con cui gli Yezidi
venivano associati da cristiani e musulmani. Egli al contrario precisa che gli
Yezidi sono gente che si segnala per una pulizia del corpo e delle abitazioni che
non ha pari se confrontati con nestoriani e musulmani. Infatti gli Yezidi non
facevano nulla di orgiastico tranne abluzioni purificatorie completamente nudi,
uomini e donne separati, e scherzi di gruppo durante le ricorrenze festive (ma che
forse potrebbero riecheggiare dei riti molto più antichi se non confermare ciò che
aveva scritto pochi anni prima il Forbes). In effetti pare che cerimonie sessuali
misteriose venissero compiute a Lalish, a quanto risulta da un colloquio avuto sul
luogo dal Badger, autore del libro Nestorians and their rituals, nel 1844, e da

40
Nineveh and its Remains: with an Account of a Visit to the Assyrians, and the Yezidis, and
an Inquiry into the Manners and Arts of the Ancient Assyrians. London 1848/New York 1849)
41
Anche W. F. Ainsworth ne parlò bene: «Ho trascorso molto tempo fra gli Yezidi della
montagna e della pianura e li ho trovati tutti in possesso di molte qualità, tra cui posso
enumerare il candore, l'integrità, la tolleranza religiosa, il coraggio, l'operosità, la pulizia,
l'amore per la famiglia, il senso civico e l'orgoglio virile». Travels and Researches in Asia
Minor, Mesopotamia, Chaldea and Armenia. London 1842 (p. 189).
quanto riferito da Gertrude Bell («gli Yezidi sono alquanto licenziosi»),
funzionario britannico in Mesopotamia. Del resto la figura di un serpente nero,
ad altezza d'uomo, affissa sul lato destro dell'ingresso del loro mausoleo di Lalish,
è più che significativa. Nei momenti di tranquillità, quando non erano massacrati
in massa dai Curdi e dai Musulmani della pianura, essi si recavano in
pellegrinaggio a Lalish, presso la tomba di Adī ibn Musāfir al-Umawī, dove vi
era anche una sacra sorgente. Il mausoleo si trovava in una gola boscosa che si
raggiungeva dopo avere valicato con fatica un erto pendio. Qui Layard e i suoi
vennero raggiunti da due emissari degli Yezidi del Caucaso, che vivevano
pacificamente in Georgia e che avevano portato aiuti economici. Infatti, a causa
delle continue scorrerie patrocinate dai Pashà arabi e curdi, molti Yezidi si erano
rifugiati nei territori dell'impero russo, Armenia e Georgia, dove vivevano in
sicurezza e da dove inviavano alla madrepatria un contributo in denaro, posto che
gli inviati preposti a questo compito non venissero assaliti e uccisi dai Curdi. Gli
Yezidi si erano organizzati per propria difesa in bande che assalivano i
musulmani ovunque potevano e che massacravano senza pietà. L'attaccamento
alla propria religione, scriveva Layard, non è meno forte di quello degli Ebrei per
la loro e preferivano morire tra i tormenti piuttosto che convertirsi. Per quanto
riguarda l'attenzione che il mondo occidentale porta oggi verso gli antichi
persecutori degli Yezidi, cioé i Curdi, bisogna ricordare che quest'ultimi persero
la propria indipendenza territoriale (erano solo nominalmente soggetti ai Turchi)
a causa di una insensata guerra santa da loro scatenata contro tutte le minoranze
religiose non musulmane gravitanti nei territori da loro controllati, così da
suscitare le proteste delle nazioni occidentali e l'intervento riparatore della
Sublime Porta.
Tra gli Yezidi vi sono quattro sacerdozi: quello dei Pir, degli Sheikh, dei Cawal
e dei Fakir, tutti trasmessi ereditariamente anche alle donne. Quest'ultimo dato
però è anomalo e va corretto con quanto dirà il Furlani, e cioè che vi è tra gli
Yezidi un ordine religioso di sole donne, le faqrayah. Gli Sheikh hanno anche la
funzione di custodire e sorvegliare il santuario di Lalish. I Cawal hanno una
funzione di intermediazione con i fedeli e si occupano della danza e della musica
(flauti e tamburelli sono ritenuti sacri). I Fakir invece si occupano degli aspetti
più mondani del culto, simili in qualche modo ai sacrestani cattolici. Il Layard
non riporta quanto invece scrisse più tardi Furlani e cioé che, stranamente, il capo
dei fakir, detto kak (maestro), gode del massimo prestigio tra gli Yezidi, persino
maggiore di quello del capo assoluto, il che fa pensare che in origine i fakir
fossero i veri detentori del sacerdozio e che solo per motivi di dissimulazione,
passarono in second'ordine.
All'interno del mausoleo vi era una cisterna che raccoglieva l'acqua della sacra
sorgente; all'esterno, degli edifici che servivano ad accogliere i pellegrini,
ciascuno in base alla propria zona di provenienza. Nelle adiacenze vi era anche
un santuario dedicato al sole (Sheikh Shem) di fronte al quale veniva sacrificato
un bue bianco le cui carni venivano distribuite ai poveri. Appena entrati nella
stretta valle, tutti i pellegrini si preoccupavano di fare abluzioni purificatrici nelle
acque della sorgente. Curiosamente, tra di loro è sacrilegio pronunciare la parola
Sheytan (Satana) poichè i musulmani quando la pronunciano la accompagnano
con epiteti oltraggiosi; questo fa appunto pensare che Sheytan sia comunque la
loro divinità principale. Giunta la sera, i sacerdoti di secondo rango accendono
un pò dappertutto delle luci in modo che tutto il luogo e la stessa valle, comprese
nicchie tra le rocce o tra gli alberi, risplenda suggestivamente di tante piccole
fiammelle. Gli yezidi, che ormai assommano nel luogo a più di cinquemila
persone, passano ritualmente la mano destra sulla fiamma, si toccano l'occhio
destro e le labbra. Tutto il circondario brulica di tante fiammelle in movimento.
Poi tutti cantano una dolce melodia, intervallata dal suono dei flauti, dei cembali
e dei tamburi. All'interno del mausoleo i capi, i sacerdoti e le loro donne eseguono
una cerimonia che nel finale culmina in una frenesia musicale che fa scrivere al
Layard che, secondo lui, si tratta di un rito che perpetua quello pagano dei
Coribanti, uguale a quello descritto dal poeta latino Orazio42 (II, 618) nei versi:

i timpani tuonano a colpi di palmi,


il cembalo corto strepita,
roco si spande nell'aria il suono dei corni,
il flauto con frigia cadenza eccita l'animo;
e mostrano i Galli il falcetto,
quel ferro di pazza violenza, che possa
con sacro spavento atterrire le menti
ingrate ed empie del volgo...

Layard, nelle conversazioni che ebbe con il capo religioso degli Yezidi, venne a
sapere che questo popolo, che ritiene se stesso provenire in antico dalla regione
del basso Eufrate, riconosce un essere superiore (il Sole) ma al quale non tributa
direttamente preghiere o sacrifici. Riuscì a farsi ammettere che essi adorano
quello che i musulmani ritengono essere il diavolo ma che per loro è il principe
di questo mondo, Melek Taous, Re Pavone, o Melek el Kout, l'Angelo
Potentissimo, il più importante di una schiera di altri sette arcangeli, al quale si
sacrificano infatti sette pecore; essi posseggono un simulacro di bronzo in forma
di pavone, di cui eseguono anche grossolane riproduzioni tascabili (talvolta
somiglianti più a un gallo che a un pavone) che usano come segno di
riconoscimento. I nomi dei sette arcangeli sono: Gabrail, Michail, Ilaphail,
Azrail, Dedrail, Azrapheel, e Shemkeel.
Essi rivolgono il loro sguardo mentre compiono le proprie cerimonie verso un
kubleh ovvero punto santo dell'orizzonte, quello in cui sorge il Sole. Per molti
versi la loro religione è analoga a quella dei Sabei e dei Mandei, ma forse
bisognerebbe risalire indietro fino a quella babilonese poiché la loro principale
festa, quella dell'inizio d'anno, è identica. Gli Yezidi rispettano il credo di cristiani

42
Qui Layard attribuiva a Lucrezio un brano che in realtà è di Orazio e che quindi abbiamo
corretto.
e musulmani, riconoscono la figura arcangelica di Gesù ed anzi utilizzano molto
i dettami del Corano (ma non osservano il Ramadam e bevono vino anche se si
astengono dal maiale) senza però tributare a queste due religioni una importanza
fondamentale. Credono nella metensomatosi (72 anni dopo la morte sperano di
riassumere forma umana) e seppelliscono i morti con il capo rivolto verso la stella
polare. In effetti il loro è un mascheramento dovuto alla necessità di sopravvivere
in mezzo a fedi intolleranti ed è questa la stessa ragione che li porta, qualche
volta, a circoncidersi e a riunirsi presso la tomba di un santone musulmano come
sheikh Adi; di costui asseriscono che visse ben prima di Maometto, con il che si
vede bene quanto poco musulmani siano.
A causa delle razzie operate da Curdi e Musulmani, gli harem della Turchia
meridionale sono praticamente popolati solo da donne yezide che, assieme a
giovani ragazzi, sono messe in vendita pubblicamente nei mercati: «Questo
sistema delle razzie è stato praticato con una certa ampiezza fino a pochi mesi
prima della mia venuta e ha dato origine ad atrocità appena eguagliate dal più
noto commercio degli schiavi. E' auspicabile che la politica di umanità e
tolleranza del Sultano, che si è riversata sulla stragrande maggioranza dei suoi
sudditi, sia estesa anche a questa sfortunata setta». Come si è visto in questi ultimi
anni, l'abitudine di far prigioniere le donne yezide è stata continuata dai
musulmani del cosiddetto Stato Islamico.
Nella sezione Testimonianze, circa la visita a Lalish, abbiamo inserito la
riduzione italiana di gran parte del capitolo che Layard dedicò agli Yezidi,
pubblicata a Bologna nel 1855 a cura del conte Ercole Malvasia Tortorelli. Il
capitolo proseguiva però con il resoconto di prima mano di un assalto del Pascià
di Mosul contro gli Yezidi del monte Sinjar, nel quale l'autore britannico descrive
con indignazione («La bramosa turca voglia di strage e di preda si ridestò») il
massacro di vecchi e malati indifesi, da parte dei mercenari del Pascià, i quali,
dopo avere decapitato le loro vittime, ne portarono in macabra notturna
processione per tutto l'accampamento le teste.
Nel volume che rendiconta la seconda spedizione del Layard (1849-1851) 43 ,
l'autore aggiunge ulteriori elementi sugli Yezidi. Narrò di come, trovandosi a
Istambul, fu raggiunto da una delegazione di Yezidi affinché perorasse la loro
causa di fronte al Gran Visir del sultano, Reshid Pasha. Gli Yezidi infatti
chiedevano di venire esentati dal prestare servizio militare, adducendo scrupoli
di natura religiosa, oltre a varie lamentele, come quella riguardante la vendita dei
bambini yezidi. L'azione di Layard, che fece ricorso all'ambasciatore inglese, Sir
Stratford Canning, fu un successo e gli Yezidi poterono tornare in patria con un
decreto imperiale o editto di tolleranza che li metteva sotto la protezione della
legge. Layard li accompagnava e fu fatto oggetto di innumerevoli baciamano di
riconoscenza da parte della popolazione festante. Ovunque si muovesse passava
attraverso un tripudio di ovazioni, comprese quelle delle rappresentanze delle

43
A.H. Layard: Discoveries among the ruins of Nineveh and Babylon, with travels in Armenia,
Kurdistan and the desert, being the result of a second expedition. New York 1853.
minoranze cristiane che erano anch'esse vittime della tirannia musulmana. Layard
dedica nel libro ampio spazio agli Yezidi e aggiunge alcuni particolari di rilievo
rispetto al libro precedente, come la testimonianza di un cawal yezida, Yussuf,
che affermava l'esistenza di 'libri' sacri yezidi, andati però persi in seguito a una
incursione sanguinosa di curdi musulmani capeggiati dal Bey di Rawanduz.
Potrebbe però essersi trattato di semplici raccolte di inni. I libri del Layard si
segnalano per dei bei disegni in bianco e nero, molti dei quali raffigurano gli
Yezidi e i loro monumenti. Per l'ampiezza di riferimenti concessi a questo popolo,
il Layard può considerarsi come il loro massimo divulgatore ed estimatore
occidentale.

 Layard ebbe modo di leggere un inno yezida («fu l'unico testo scritto che fui
capace di ottenere dagli Yezidi»), grazie alla traduzione che ne fece il suo collega
e successore nelle ricerche archeologiche in Mesopotamia, Hormuzd Rassam
(1826-1910), nativo di Mosul ma cattolico di rito caldeo (cioè nestoriano
convertitosi). Quest'ultimo, che aveva collaborato anche con l'Ainsworth, lasciò
sugli Yezidi poche righe, pur avendo trascorso assieme al Layard diversi giorni
in loro compagnia.44 Citando una sua vecchia conoscenza, un funzionario turco
incontrato nella zona del Sindjar, scrisse che costui «poco dopo che ci fummo
lasciati, venne ucciso a sangue freddo da un gruppo di Yezidi o Adoratori del
Diavolo, a causa delle tasse che prelevava per conto dei superiori. Tutti gli
abitanti del Sindjar sono di quella credenza. Si ritiene che siano di diretta
discendenza assira, e certamente se l'ndipendenza e lo spirito marziale sono
indizio di un ancestrale retaggio, essi sono più vicini all'etnico assiro molto più
di ogni altra setta di Assiria e Mesopotamia. Costoro si ribellano periodicamente
contro la tirannia dei loro oppressori e, per quanto gli Ottomani li abbiano
ripetutamente sconfitti, e in più di un caso quasi sterminati, essi ancora insistono
con la loro propensione all'anarchia!». Il Rassam fu un'altra interessante figura di
archeologo e funzionario britannico (benché figlio di un iracheno e di una siriana)
e svolse un ruolo, assieme ai suoi familiari, nel Great Game. Siccome si occupò
ben poco degli Yezidi, che non dovevano piacergli troppo, non ci dilungheremo
su di lui se non per citare un episodio riferito dal Layard. Un giorno che degli
Yezidi si trovavano nel cortile della casa di Layard a Mosul, ci fu una improvvisa
irruzione di Arabi con spade sguainate e col grido di guerra. Gli Yezidi si
apprestavano a vendere cara la pelle quando fu chiaro che si trattava di operai
assunti dal Layard per i suoi scavi, indotti da Hormuzd Rassam a fare uno scherzo
di cattivo gusto agli Yezidi...

Nel 1852 il missionario anglicano George Percy Badger (1815-1888)


pubblicò un importante lavoro in due tomi sui Cristiani d'Oriente, The Nestorians
and their rituals, with the narrative of a mission to Mesopotamia and Coordistan
in 1842-1844, and of a late visit to those countries in 1850 also, researches into
44
H. Rassam: Asshur and the land of Nimrod. New York 1897.
the present condition of the Syrian Jacobites, papal Syrians, and Chaldeans, and
an inquiry into the religious tenets of the Yezeedees, dedicato all'arcivescovo di
Canterbury. Il Badger, che fu anche decorato da Vittorio Emanuele II con il titolo
di Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia nel 1873, mise stranamente in bella
evidenza nella pagina a fianco al titolo l'immagine del capo religioso degli Yezidi
di allora, lo sceicco Nasr, facendo seguire nel testo ben sette incisioni riferentisi
a località yezide. Sembra quasi che volesse nascondere una sua certa simpatia per
essi e in effetti la sua descrizione si discosta alquanto dai toni accalorati di molti
autori francesi. Nel 1844 era tornato nel tempio di Sheikh Adi, nella valle di
Lalish, dove «intervistò» due yezidi a riguardo degli strani simboli che erano
affissi sui muri del loro tempio in maniera disordinata se non caotica. Fra essi vi
erano anche dei pettini e Badger chiese - non senza una tipica ironia inglese - se
non fosse una mancanza di rispetto verso la tomba di un santone dalla lunga barba
avere simboli del genere. In effetti all'ingresso e all'interno del tempio, alcune
pietre che compongono la muratura, hanno in rilievo dei simboli apparentemente
eterogenei. Pare evidente che siano stati messi lì come decori o memorie di
precedenti templi distrutti e poi riedificati, forse già in tempi molto antichi. Infatti
il nonno del principe Nasir, Hussein Beg, aveva ricostruito l'edificio dopo che era
stato distrutto l'ultima volta (un'altra devastazione avverrà alcuni decenni dopo la
visita di Badger). La presenza del pettine potrebbe avere un chiaro riferimento
con qualche antico culto pagano femminile delle acque. Tuttavia il simbolo più
caratteristico è quello di un grosso serpente nero eretto, posto proprio di fianco al
portone d'entrata che, stranamente per un missionario cristiano, non destò
minimamente l'attenzione del Badger. Questi affermò che, secondo i nestoriani,
il tempio yezida era stato costruito sulle rovine di un antico monastero cristiano
dedicato all'apostolo Taddeo. Ciò significa ben poco, poiché è noto che molti
luoghi di culto cristiani si sono impiantati a loro volta su precedenti luoghi di
culto pagani. Nel 1850 raccolse ulteriori informazioni dagli yezidi del villaggio
di Ba-Sheaka. Essi si chiamerebbero anche Duasen - come già aveva riferito il
Niebuhr (Dauasin), il Rich (Dassini), l'Ainsworth (Deseni) e il Lajard (Dasni o
Daseni) -, che sarebbe il loro nome etnico, risalente agli Assiri45, mentre Yezidi
sarebbe un nome onorifico in memoria del califfo musulmano Yezeed ibn
Moawiyah; una evidente dissimulazione, commentò il Badger, ed era altra
«polvere negli occhi dei persecutori musulmani» la falsa credenza che in Sheikh
Adi essi venerassero il famoso santone sunnita, poiché, come gli dissero molti
sacerdoti yezidi, era solo un camuffamento per adorare il Sole (il tempio di
Sheikh Adi è disposto secondo l'asse solare alba-tramonto). Gli Yezidi inoltre
venerano «Melek Taoos», Angelo Pavone, di cui portano ritualmente in giro un
simulacro (senjak, più simile a un comune uccello che a un pavone) per ogni
villaggio con grande rispetto e considerazione. Secondo il Badger questi

45
Il Lajard scrisse invece che «quelli che abitano il territorio ai piedi delle Colline Curde, sono
detti Dasni o Daseni, molto probabilmente dall'antico nome di una provincia». Questa
provincia, secondo l'Ainsworth, sarebbe l'antica Adiabene.
simulacri sono sette e dalla sua testimonianza si potrebbe inferire tutta la
successiva kako-mitologia cattolica, come vedremo, delle sette torri del diavolo:
«Quali siano i particolari riti con cui gli Yezidi testimoniano della loro
venerazione per il principio del Male nelle loro segrete adunanze, non sono in
grado di dirlo a seguito di mia personale osservazione; ma ho avuto la conferma
su ciò che dico da uno che è stato frequentemente loro testimone oculare. Pare
che ci siano in tutto sette galli di bronzo che vengono continuamente portati in
giro attraverso i vari distretti yezidi. Essi stanno sotto il controllo assoluto dello
sceicco Nasir, che decide dei loro spostamenti, e dove debbano essere mostrati in
pubblico (...) E' evidente da tutto ciò che il culto di Melek Taoos è molto più
diffuso tra gli Yezidi che quello di Sheikh Adi». Potrebbe darsi che l'attuale
pavone (Taoos), come ha scritto il Furlani, sia una dissimulazione nei confronti
degli islamici e che il vero animale cultuato dagli yezidi sia l'uccello yinx
torquilla L., di cui scrisse lo scopritore della città di Ninive, il Lajard: «Gli yinx,
o sacri uccelli, appartengono alla religione babilonese e probabilmente anche a
quella assira. Sono un tipo di demoni che esercitano una particolare influenza
sull'umanità, simili ai ferouher del sistema di Zoroastro. Ci sono pochi dubbi sul
fatto che Melek Taoos sia in buona sostanza il ferouher dello zoroastrismo e che
venga usato per scopi divinatori nelle segrete adunanze dei moderni Yezidi».
Badger riferisce anche di alcune proibizioni tabuistiche come il non usare mai il
colore blù scuro e l'astenersi dal mangiare cavoli e lattughe, ma il divieto è tale
solo per affermare la sacralità di ciò che viene negato profanamente, così come
la pronuncia del nome Shaytan. Il riferimento alla lattuga non può non far pensare
al mito di Adone-Tammuz e alla sua morte in un campo di lattughe, unitamente
al fatto che i sacerdoti cawwal yezidi usano una musica rituale di flauti e
tamburelli che ricorda le antiche lamentazioni pagane per il dio che scompare e
riappare. Al contempo chi presenzia a queste musiche è preso da una strana
eccitazione, forse retaggio di antichi rituali sessuali, testimoniati non solo dalle
ripetute accuse degli islamici ma anche per i loro comportamenti stessi: «durante
le musiche essi fecero tutta una serie tra le più strane contorsioni, muovendo il
corpo avanti e indietro». I sacerdoti Kawwal yezidi, preposti alle cerimonie rituali
in cui si danza e si canta, vivono ristretti in due villaggi, Ba-Sheaka e Ba-Hazani,
da cui si muovono quando richiesti 46. Pure l'uso rituale dell'anemone rosso, che
ricorda la morte sanguinosa di Adone, denuncia in definitiva il paganesimo degli
yezidi, anche se si dovrebbe parlare di un sincretismo crepuscolare, ammesso (e
forse concesso) che i sacerdoti yezidi non si trasmettano ancor'oggi una tradizione
orale segreta di ben altro livello. La loro cosmogonia è del tutto diversa da quelle
abramiche: «io sono persuaso che essi credono che il mondo sia esistito molto
tempo prima di Adamo. Da molti accenni fattimi dai loro sceicchi, sono propenso
a pensare che essi propugnino l'eternità della materia». Anche la pulizia degli
46
Questo particolare, sia detto en passant, unitamente al fatto che anche altri sacerdoti yezidi
risiedono stabilmente in luoghi ben precisi, rende giustizia dell'affermazione guenoniana sui
presunti santi di Satana «nomadi» che officierebbero misteriosi riti all'interno delle cupole di
Sheikh Adi.
Yezidi, sia personale che delle stoviglie per il cibo, colpì Badger rispetto alla
abituale sporcizia dei Beduini e degli Arabi: «Fui impressionato per la pulizia del
cibo e dei vassoi in cui veniva servito, così come per la generale accuratezza della
gente. Secondo un loro anziano, la pulizia avvicina al cielo». Il Badger conclude
la sua disanima sugli Yezidi con le seguenti parole: «Con Dio tutto è possibile;
ma umanamente parlando ci sono ben poche speranze sulla conversione di questi
pagani...». I missionari cristiani delle diverse fedi avevano messo un impegno
tutto particolare per cercare di convertire - in evidente funzione antislamica e
antiottomana - i gruppi etnici religiosamente eterodossi, sia in campo cristiano
che musulmano. Con gli Yezidi ciò avvenne alquanto più tardi e inutilmente,
poiché le stesse profferte yezidiche di voler aderire e inglobarsi nelle diverse fedi
cristiane, a cominciare da quella rivolta ai cattolici di Aleppo a fine XVII° secolo,
erano solo dei loro espedienti per mettersi al riparo dalle persecuzioni
musulmane.

Nel frattempo, alcune tribù yezide, stanche di essere vessate se non pure
massacrate dagli islamici, si erano traferite all'interno dell'impero russo e più
precisamente in Armenia e Georgia, dove potettero godere del privilegio di non
venire disturbati. Ciò era avvenuto con la fine della guerra russo-turca del 1829,
nel corso della quale alcuni reparti della cavalleria russa erano formati da ausiliari
yezidi. Nel 1856 il tedesco August Franz von Haxthausend (1792-1866) scrisse
il libro Transcaucasia, dove riferì in un capitolo di una sua fugace visita agli
Yezidi d'Armenia avvenuta nel 1843. Gli Yezidi dichiararono all'autore di pagare
quattro rubli per ogni famiglia al governo russo in cambio di protezione e diritto
di pascolo. Von Haxthausen scrisse che le sue informazioni differivano in certi
punti da quelle fornite da altri viaggiatori, come il Lajard, ma ciò poteva
dipendere da informazioni erronee, e che solo il tempo avrebbe contribuito a
risolvere il contrasto. Due erano le tribù yezide emigrate in Caucaso, tribù
seminomadi dedite alla pastorizia, all'allevamento dei cavalli e alla tessitura di
tappeti. I loro sacerdoti, prima di poter assumere le proprie funzioni, dovevano
necessariamente recarsi in un paese nei pressi di Gerusalemme, dove ricevevano
una iniziazione. Il paese non viene nominato ma potrebbe trattarsi di un santuario
yezida nei dintorni di Aleppo, secondo una ricerca che fece l'orientalista Lescot.
Inoltre non era concesso ai sacerdoti dalle loro usanze vestire se non di crine a
contatto della pelle. Gli Yezidi, che eccellevano nell'arte della dissimulazione,
riuscirono a convincere von Haxthausen che erano monoteisti e che avevano una
grande considerazione per il cristianesimo. L'autore li ritiene eredi di qualche
filiazione gnostica. Per il resto, i loro costumi non differivano troppo da quelli
dei loro fratelli in Curdistan ed anzi era un loro preciso dovere accoppare qualsiasi
musulmano (Tartaro o Persiano) che avesse parlato male di Satana usando la
formula «nalat Sheitanna!» (che sia maledetto Satana!). Sempre von Haxthausen
riferisce anche di una curiosa superstizione degli yezidi, peraltro già citata nel
1700 da Thomas Hyde, e cioè che se uno di essi viene isolato disegnandogli
attorno con un bastone sul terreno o in aria un cerchio, quello non ardirà mai
cercare di oltrepassarlo, neanche se dovesse rimanere in quella angusta posizione
per settimane. Solo chi ha tracciato il cerchio, usando lo stesso bastone, potrebbe
liberarlo cancellandolo. Ora, è davvero curioso il fatto che il famoso Gurdjieff
(1866-1949), narrando un episodio occorsogli nel 1888, racconterà di aver visto
di persona nel Caucaso un giovane yezida prigioniero di quella situazione e di
averlo liberato cancellando una parte del cerchio. Si trattò di una auto-
celebrazione del discusso personaggio fatta passare per vera dopo aver letto il
libro di Haxthausen. Una leggenda che Gurdjieff deformò e riferì come sua
esperienza personale tanto da voler far credere ai lettori di aver subito parte
dell'incantesimo patito dal ragazzo! Leggiamo infatti nell'annata 1890 del
Bulletin de la Société royale belge de géographie, nel saggio Kourdes et Iésides
ou les adorateurs du Diable (p.181) a firma di Édouard de Kovalevsky, che «non
molto tempo fa, nel luogo dove noi stavamo passando, un giovane tartaro che
conosceva questa superstizione, descrisse un cerchio nell'aria intorno a uno
yezida. Quest'ultimo, sentendosi prigioniero, supplicò a lungo il ragazzotto
tartaro di liberarlo, promettendogli dei regali, minacciandolo, pregandolo,
andando su tutte le furie, ma il giovane lazzarone non se ne dette per inteso e
scappò via sghignazzando. Vedendosi prigioniero per sempre, senza speranza di
uscirne, poiché solo il ragazzo avrebbe potuto cancellare il cerchio, lo yezida
estrasse una pistola e, per rompere l'incantesimo, fece fuoco sul ragazzo che
cadde a terra morto: l'omicidio lo aveva liberato». Ma vediamo come ne parlò il
Gurdjieff stesso: «...udii un grido disumano. Balzai in piedi, convinto che una
disgrazia fosse occorsa ad uno dei ragazzi. Corsi, e vidi la scena seguente: al
centro di un cerchio tracciato sul terreno, un monello singhiozzava contorcendosi,
mentre gli altri, che si tenevano a distanza, ridevano e si prendevano gioco di lui.
Io non capivo. Chiesi che succedeva. Mi dissero che il bambino apparteneva alla
setta degli Yezidi, che gli avevano tracciato intorno un cerchio, e che non poteva
uscirne se non l'avessero cancellato. Il bambino tentava con tutte le sue forze di
uscire dal cerchio magico, ma aveva un bel dibattersi, non ci riusciva in alcun
modo. Andato in suo soccorso, cancellai con forza una parte del cerchio.
Immediatamente il monello uscì fuori e se la diede a gambe levate. Io ero così
intontito che rimasi bloccato sul posto, come se fossi stato affatturato, finchè non
ripresi la mia normale capacità di pensare. Avevo già sentito parlare degli Yezidi
ma non ci avevo mai rivolto le mie attenzioni. L'avvenimento che si svolse sotto
i miei occhi, e che mi aveva così colpito, mi obbligava ora a riflettervi seriamente.
Guardandomi intorno vidi che i monelli avevano ripreso i loro giochi. Tornai al
mio posto, assorto nei miei pensieri, e ripresi a fare il lavoro di prima; ma non
c'era più verso, anche se bisognava finire per forza. Gli Yezidi sono una setta che
vive in Transcaucasia, specie dalle parti dell'Ararat. Li si chiama talvolta
Adoratori del Diavolo. Molti anni dopo l'incidente di cui ero stato testimone, ebbi
modo di verificare questa specie di portento e verificare che effettivamente, se si
traccia un cerchio attorno a uno yezida, non può uscirne di sua volontà. Al suo
interno può muoversi liberamente. Più il cerchio è grande, maggiore è lo spazio
in cui può muoversi, ma quanto a oltrepassare la circonferenza, è tutt'altra cosa:
una strana forza, eccedente le sue capacità fisiche, lo tiene prigioniero. Io stesso,
che sono un uomo vigoroso, non ero capace di far uscire da esso una giovane
donna. Mi ci volle l'aiuto di un uomo altrettanto forte come me. Se si costringe
uno yezida a varcare il limite, questi cade subito in uno stato catalettico che
sparisce non appena lo si rimette nel cerchio. Una volta caduto in tale stato, uno
yezida in in catalessi riacquista tutte le sue facoltà solo dopo un tempo fra le
tredici e le ventuno ore. Non c'è alcun modo di farlo riprendere; in ogni caso, né
io né i miei compagni ci riuscimmo, nonostante dessimo fondo a tutte le nostre
conoscenze di scienza ipnotica moderna per far uscire una persona dallo stato
catalettico. Solo i preti sono capaci, grazie a brevi esorcismi» 47 . Gurdjieff
indubbiamente fu più bravo come pifferaio magico...
Nel 1918 la Turchia mosse guerra alla neonata Repubblica di Armenia e le sue
truppe invasero anche i territori popolati dagli Yezidi, facendo numerose vittime
e devastandone i villaggi. Al termine gli Yezidi furono costretti a cedere terreno
alla Turchia e trasferirsi in un'altra zona del paese. Con il regime sovietico gli
Yezidi persero il loro status etnico, venendo assimilati ai curdi, e si interruppero
i contatti con il centro spirituale di Lalish, che potettero riprendere solo nel 1977.
Sotto Stalin i Curdi furono accusati, forse ingiustamente, di voler collaborare con
i Nazisti, e pertanto anche molti Yezidi furono deportati all'interno dell'Unione
Sovietica. In Siberia, a Novosibirsk, si formò una notevole comunità yezida.
Durante la cosiddetta guerra del Nagorno Karabakh, un conflitto tra popolazioni
armene e lo stato islamico sciita dell'Azerbaigian, terminata con l'armistizio del
1994, molti Curdi furono costretti ad abbandonare l'Armenia. Solo gli Yezidi
potettero rimanere, venendo giustamente riconosciuta la loro diversità religiosa48.

Nel 1861 un medico inglese, William Francis Ainsworth (1807-1896) già


inviato nel 1840 in Mesopotamia dalla «Società per la Promozione della
Conoscenza del Cristianesimo», fece la cronistoria degli Yezidi con anglosassone
equilibro - anche se si limitò a riassumere i racconti di chi l'aveva preceduto49, in
un lungo articolo: The Assyrian Origin of the Izedis or Yezidis - the So-Called
"Devil Worshippers50. Nel 1842 vi aveva dedicato alcune pagine nel suo Travels
and Researches in Asia Minor, Mesopotamia, Chaldea and Armenia, riferendo di
una sua fugace visita al santuario di Lalish in compagnia del Rassam: «Il nome
di questa importante setta curda che ha incuriosito non poco i viaggiatori orientali,
sembra derivi da Ized Ferfer, uno dei collaboratori, secondo i Parsi, dello spirito
diabolico, e l'emblema di questo spirito si può riconoscere nell'idolo scolpito, che

47
Georges Gurdjieff: Rencontres avec des hommes remarquables. Paris 1960 (ed. italiana,
Milano 1977).
48
Notizie tratte da Birgül Açikyildiz: The Yezidis, the history of a community, culture and
religion, p. 66, London 2010.
49
Questo autore però ebbe occasione di visitare e descrivere il tempio di Sheick Adi poco
prima dello stesso Lajard: Travels and Researches in Asia Minor, Mesopotamia, Chaldea and
Armenia. 2 vol., 1842.
50
Transactions of the Ethnological Society of London, Vol. 1 (1861), pp. 11-44
accompagna il serpente all'ingresso del loro principale tempio»51. «I villaggi degli
Izedis si distinguono in special modo per le loro tombe, costruite in forma di un
cono scanalato o a piramide, poggiante su una base quadrangolare ma spesso un
frontone circolare, alte dieci-trenta piedi. Questa forma, così come altre cose, si
dice sia stata adottata per propiziarsi il demonio, ma più che altro sembra un
retaggio dei Sabei, di grande antichità, proprio come gli obelischi che si suppone
siano la stilizzazione della fiamma di un fuoco» (p.190). Ainsworth fu segretario
onorario della Syro-Egyptian Society, una organizzazione geopolitica che si
proponeva il compito di studiare un percorso commerciale tra Inghilterra e India
attraverso la valle del Tigri e dell'Eufrate. All'epoca le merci dovevano transitare
via mare con un lunghissimo periplo, non essendo stato ancora aperto il Canale
di Suez. Appare chiaro quindi come fosse importante il suo compito di far
conoscere al governo inglese eventuali popoli che potessero essere usati in
funzione anti-ottomana.

Nel 1863 uscì il primo tomo (il secondo era apparso in anticipo nel 1859) del
resoconto della spedizione archeologica francese in Mesopotamia tenutasi negli
anni 1851-1854, «per ordine del Governo», e con a capo l'orientalista Fulgence
Fresnel: Expédition Scientifique en Mésopotamie. Autore dell'opera ne fu
l'assirologo tedesco, ma naturalizzato francese, Jules Oppert (1825-1905) che
non potè non parlare anche degli Yezidi nella sua «relazione del viaggio»,
tenutosi dieci anni prima, in contemporanea e forse in concorrenza con quelle
britanniche del Layard. Entrando nel villaggio yezida di Khargo, Oppert scrisse
che «questa gente, che ci era stata dipinta come il nec plus ultra della ferocia, ci
ricevette bene, anche se con molta curiosità e non ci molestò più di quanto fanno
abitualmente Curdi e Arabi (...) Io mi ero rivolto ad alcuni di loro per avere degli
schiarimenti sulla loro religione e i loro costumi; ma essi indirizzarono molto
abilmente la conversazione in modo da avere da me dei ragguagli sulla vita
europea. Ascoltarono ciò che gli dissi con molta attenzione; poi uno mi disse che
non bisognava dare ascolto a ciò che dicevano su di loro Ebrei, Cristiani e
Musulmani, nonché gli Schemsiyeh. Siccome gli Arabi confondevano spesso gli
Yezidi con gli Schemsiyeh [adoratori del sole], gli chiesi se non fossero una sola
setta. Mi rispose che in realtà gli Schemsiyeh di Mardin erano dei cristiani; ma
invero, questi Yezidi si facevano passare anche loro per Giacobiti, senza
abbandonare le loro credenze, che si avvicinavano a quelle dei Sabei. Si può
paragonare la loro condotta con quella degli Ebrei spagnoli di una volta, i quali,
sebbene si mostrassero zelanti cattolici, non smettevano di professare in pratica
la fede dei loro padri (...) Io penso che questi Yezidi siano i discendenti di quegli
abitanti turanici che occupavano questo paese prima dei Semiti. Le loro credenze,
seppur mischiate oggi con molte idee cristiane, hanno molti punti in comune con
quelle di molti popoli tartari». L'Oppert scarta l'idea che gli Yezidi possano

51
«Un quadrupede malformato, che non si saprebbe dire se fosse un cane, un cavallo o un
leone» (p.185). Non può non venire in mente il «cane nero» di cui aveva parlato Thomas Hyde.
derivare la loro religione da quella di Zoroastro e propende per il popolo dei
Medi: «Io vedo in questa religione degli Yezidi, l'ultimo frammento di questa
credenza primitiva che teme il male prima di amare il bene. I veri Medi, i Medi
di bassa casta, gli adepti dei Magi, costituivano una popolazione molto antica e
parente degli antichi abitatori della Caldea. E' per questo che la religione dei
Medi, spodestata da Zoroastro, potrebbe venire riferita alle idee degli Yezidi
contemporanei». Una tesi che certamente avrebbe condiviso René Guénon, posto
che non l'avesse appresa proprio dall'Oppert52. Infine Oppert critica velatamente
il resoconto di ciò che Layard vide di persona a Lalish: «Sono propenso a credere
che una parte delle notizie che ci sono state fornite non sono completamente vere.
A questo riguardo ho interrogato alcuni Yezidi con cui ero in confidenza; e,
sebbene non abbia potuto ottenere da loro tutti i paerticolari che il Layard ci ha
riferito, ho perlomeno capito che questa gente sa delle cose che non ci vogliono
dire. E' chiaramente falso che adorano un pavone (taous), come dicono i
musulmani; ma essi non hanno una concezione precisa della divinità e, checchè
se ne dica, adorano il cattivo principio; infatti il pavone sembra essere il simbolo
del principio buono, che essi riconoscono, ma di cui non si curano punto. Peraltro
non so se queste informazioni, che debbo a uno yezida, mi siano state date per
mettermi davvero sulla pista giusta, perché il contrario non avrebbe per me
alcunché di sorprendente».

Nel 1867, con le parole di Pierre Martin, parroco della chiesa «San Luigi dei
Francesi» a Roma, contenute nel suo libro La Chaldée, esquisse historique suivie
de quelques réflexion sur l'Orient, si arriva alla vera e propria diffamazione e
falsificazione storica sugli Yezidi e si dà la stura per le future teorizzazioni che
René Guénon farà a riguardo alle «sette torri del Diavolo». Infatti è proprio nel
Martin un brano che ha permesso in seguito di attribuire agli Yezidi il singolare
e straordinario potere di farsi cassa di risonanza del satanismo tout court, tanto da
permeare di sè i luoghi più sperduti della terra ma pure una importante capitale
del nord-Europa: «E' anche possibile che tramite misteriose ramificazioni i suoi
ordini [quelli del capo degli Yezidi] giungano fin nelle regioni più lontane
dell'Asia, fors'anche in Europa! (...) Dal Caucaso, che ha valicato, questa setta è
penetrata in Russia, sui bordi del Mar Caspio, e rasentando i monti Altai, essa è
giunta fino in Kamtchatka, dove gli esiliati polacchi l'hanno vista praticare in
pubblico i suoi infernali misteri. Gli sciamanisti popolano ancora, sotto altro
nome, la Cina occidentale; lo Yemen e l'Arabia hanno loro affiliati, e si dice
anche, che hanno templi in una delle più grandi capitali del Nord Europa. Non è
dunque inverosimile che le popolazioni sciamaniste diffuse in queste differenti

52
«Guénon affermava, in maniera indiscutibile, che l'antico mazdeismo era sopravvissuto solo
in questa regione [Turkestan] e non aveva nulla a che fare con i Parsi o Zoroastriani dell'India»
(Louis de Maistre: L'énigme René Guénon et les Supérieurs Inconnus. p. 183, Milano 2004)
contrade, raggiungano la cifra di diversi milioni» 53 . Gli Yezidi quindi,
utilizzerebbero nomi diversi, dal Turkestan cinese all'estrema Siberia orientale, e
perfino in città europee, per diffondere l'unico e irripetibile culto satanico. E'
evidente il tentativo di omologare tutte le forme di spiritualità naturale, note come
sciamanesimo (e inducendo l'idea che sciamanesimo derivi da shaytanesimo), al
satanismo delle religioni abramiche. Non si spiega infatti come per introdurre il
discorso su di essi il Martin dica che «gli Yezidi sono più conosciuti in Europa
come Sciamanisti». In realtà non risulta che alcuno li avesse mai chiamati prima
di lui con tale nome. Con «una delle più grandi capitali del Nord Europa», il
reverendo Pierre Martin forse alludeva alla capitale della Russia, San
Pietroburgo, dove vi era almeno dal 1857 una comunità di sciamanisti nord-
siberiani convertiti alla fede ortodossa. La figura più rappresentativa di questa
comunità fu Piotr Badmaiev che viaggiò anche in Europa. Fu dunque proprio il
Badmaiev che diffuse informazioni sui culti sciamanici dei suoi ex-correligionari
ai missionari anglicani e cattolici che tirarono poi in ballo anche gli Yezidi? A
guardare la sua data di nascita (1851-1920) non sarebbe possibile, visto che padre
Martin si espresse in quei termini nel 1867, ma secondo gli archivi della Čeka, la
polizia politica sovietica, nacque invece nel 1810, e quindi sarebbe possibilissimo
che i fatti si siano davvero svolti così. Sta di fatto che un nipote del Badmaiev
parlò di «case di potere» sataniche con un monaco benedettino che era in
relazione con il segretario di René Guénon.54 Ma cè anche da segnalare, da parte
del reverendo Martin, la possibile allusione alla città di Berlino, nel caso avesse
letto il libro del già citato barone August Franz von Haxthausen, Transcaucasia,
del 1854, nel quale si dice che uno yezida del Caucaso si era recato in Germania
essendo stato segnalato per la straordinaria destrezza nell'andare a cavallo:
«l'intera tribù si mostrò molto amichevole, specie quando seppero che venivo da
Berlino. Infatti uno dei loro giovani uomini, che era stato con i cavalieri curdi alle
manovre della cavalleria russa a Kalish, era stato poi invitato a Berlino, dove
l'avevano accolto benevolmente» (p.256 ed. inglese). Nella mente preoccupata di
un osservatore cattolico, il quale leggeva nell'Haxthausen che i sacerdoti yezidi
del Caucaso si devono recare per l'iniziazione in un paese vicino a Gerusalemme

53
La Chaldée, esquisse historique suivie de quelques réflexion sur l'Orient. Par M. L'abbè P.
Martin. Rome 1867. Il polemista cattolico Gougenot de Mousseaux (1805-1876) riprende pari
pari queste tesi in un suo libro del 1869 intitolato Le Juif, le judaïsme et la judaïsation des
peuples chrétiens (p.550 ssg.); inoltre associa gli Yezidi ai peggiori incubi della demonologia
cristiana. Il Martin non lo scrive espressamente ma sembra che voglia fare derivare la parola
'sciamano' da Shaytan (Diavolo), quindi 'sciaitanisti', e afferma che gli Yezidi, non volendo
pronunciare sillabe con le iniziali del Diavolo, preferiscano denominarsi 'samanisti'. Ci sembra
che questo confusionismo sia semplicemente voluto. Resta comunque il fatto che secondo
alcuni studiosi, tra cui Mircea Eliade, lo Sciamanesimo russo trarrebbe origine da influenze
anche mesopotamiche.
54
Per una verifica il lettore potrà consultare il libro di Alexandre de Danann, Les Secrets de la
Tara Blanche, lettres d'un lama occidental à Jean Reyor. Archè, 2003. Circa il monaco, è
nostra l'ipotesi che sia da identificare con il polacco Jan Kazimierz, al secolo Cirill von Korvin-
Krasinski, noto tra i guenoniani con lo pseudonimo di Jan Calmels.
e poi che un altro yezida frequentava, bene accolto, una capitale del nord-Europa
come Berlino, si formava facilmente l'idea di oscure transazioni sataniche come
quelle descritta dal reverendo Martin.
Nel libro del Martin gli Yezidi vengono spacciati come i fondatori occulti della
stessa Massoneria e tale affermazione non depone certo a favore della serietà
documentaria dello scrittore: «Qui non possiamo fare a meno di notare che la
pietra svolge un ruolo importante nei riti yezidi. Del resto, assieme alla cazzuola
e allo scalpello è la cosa più necessaria ad ogni massone!». Nella sezione
Testimonianze abbiamo tradotto per intero la parte che il Martin dedicò agli
Yezidi.
Sulla base di queste affermazioni, ricavate, come vedremo più avanti parlando di
William Seabrook, su confuse leggende islamiche, e l'omologazione della
mesopotamica Torre di Babele con i pinnacoli scanalati degli Yezidi, si è creata
la leggenda delle «sette torri del diavolo», definite nel 1935 dallo scrittore di cose
abramiche René Guénon «centri di potere demoniaco che vanno dall'Africa
equatoriale fino alla Siberia, sorta di torri all'interno delle quali speciali sacerdoti
di Satana compiono riti per diffondere il male nel mondo». Una di queste «torri»,
secondo il monaco benedettino da noi citato alla nota precedente, sarebbe situata
alle foci del fiume siberiano Ob. Citiamo questa fonte perchè il monaco
aggiungeva il particolare che il legame che univa le diverse torri - quindi anche
quella degli Yezidi -, era dato dalla particolare conformazione del territorio su
cui esse sorgono: «Non so se avete sentito dire che il fiume Ob costituisce una
delle forme geografiche secondo cui certi demoni vi trovano un supporto di
attività permanente. E' una costante nelle tradizioni del Nord asiatico. Ci sono
anche altre forme, come il Djebel Sindjar...»55. Ora, il Djebel Sindjar è il gruppo
montuoso iracheno costituente la roccaforte storica degli Yezidi, con il ché si
vede che ancora nel 1943, epoca in cui fu scritto il brano citato, dei religiosi
cattolici (nonché frequentatori di ambienti guenoniani) insistevano
pervicacemente nell'attribuire agli Yezidi un nefasto ruolo satanico, per di più
associato ad una particolare conformazione del territorio, cosa che preluderebbe
all'esistenza di una misteriosa geografia satanica o «geopolitica del male»,
contrapposta ad una più nota geografia sacra. Un epigono di René Guénon56 ha
poi preteso che la suora visionaria Anna Katharina Emmerick - le cui «visioni»
sono state pesantemente rimaneggiate se non del tutto modificate dallo scrittore
tedesco Clemens Brentano (1778-1842) - si riferisse in una di esse al monte
Sindjar, trascurando fraudolentemente il fatto che la montagna della visione
sorgeva dove poi ci sarebbe stato il Mar Nero; la presunta visione, del resto, era
comunque rivolta al passato, precisamente al tempo dei Giganti di cui parla la
Bibbia:57 «Vidi che [i Giganti] non avevano abitazioni o città, ma si costruivano
grosse torri rotonde di una pietra brillante come la mica, ai piedi delle quali si

55
Louis de Maistre: Les Lieux du Pouvoir entre mythe et histoire. Milano 2014
56
Jean-Marc Allemand: René Guénon et les sept tours du diable. Paris 1990.
57
V. Noja: I misteri dell'antica alleanza nelle le visioni di suor A. C. Emmerick. Udine, 2008.
addossavano costruzioni più piccole che introducevano ad ampie caverne dove
celebravano le loro orgie. Si poteva camminare e girare per i tetti degli edifici, ed
essi salivano in cima alle torri per osservare in lontananza attraverso dei tubi, ma
non si trattava di telescopi bensì di un procedimento satanico. Vedevano
dov'erano le altre contrade e ci si recavano, distruggendo tutto, dando sfogo a
tutto e abolendo tutte le leggi: questa era la libertà che imponevano dappertutto.
Ho visto che sacrificavano bambini seppellendoli vivi. Dio ha poi distrutto questa
montagna durante il Diluvio» 58 . Questi dati di fatto tolgono valore quindi al
racconto, anche se la prima parte della «visione» ha effettivamente una certa
similitudine con il santuario yezida di Lalish e i suoi pinnacoli.
Una curiosa analogia con la torre di Babele e gli Yezidi ci potrebbe però essere.
Infatti l'ebraico Talmud e la cultura araba hanno identificarono la torre di Babele
con i resti della piramide a gradoni che si trovava a Borsippa, poco a sud di
Baghdad. A fianco di questa «torre» c'era il tempio di Nabu (Mercurio), e tale
tempio si chiamava Ezida, fiorente proprio all'inizio del periodo assiro. Il colore
del dio Nabu era il blù e gli era sacro il serpente. Si tratta certamente di una
particolarità curiosa per coloro che, come il Lajard, consideravano gli Yezidi
discendenti degli Assiri. Tuttavia si tratta solamente di analogie senza costrutto.
Vedremo più avanti come le «torri» yezide, e che torri non sono affatto, abbiano
tutt'altra natura e funzione.

Tra il 1872 e il 1875 fu pubblicato in 4 volumi a Parigi Voyage en Russie, au


Caucase et en Perse, dans la Mésopotamie, le Kurdistan, la Syrie, la Palestine et
la Turquie: exécuté pendant les années 1866, 1867 et 1868, scritto da quello che
fu considerato il primo orientalista olandese, Tinco Martinus Lycklama à
Nijeholt (1837-1900). Nel quarto capitolo del quarto tomo, si espresse anche lui,
brevemente, sugli Yezidi: «...Dopo un'ora e mezza di cammino arrivai a un
villaggio di Yezidi, che il popolo chiama adoratori del Diavolo. Il villaggio,
Hattara, è importante e non si distingue in nulla dagli altri quanto a struttura.
Notai però un edificio composto da tre ambienti bassi in cui si trovavano
altrettante cisterne perfettamente ricavate. Nel cimitero, a poca distanza dal
villaggio, c'era una grande tomba che attirò la mia attenzione. Il monumento ha
una forma cubica e regge un minareto che si alza in forma conica. Si trova al
centro di un cortile dove sono alcuni alberi di faggio ed è circondato da un muro.
Una piccola porta conduce alla camera tombale, semplice cenotafio in pietra,
imbiancato a calce. Mi fu detto trattarsi della tomba del famoso Lockman,
favolista persiano, parigrado di Fedro e di Esopo. Sopra la porta sul muro erano

58
La Emmerick era evidentemente una fonte d'informazione per Guénon e di ciò se ne è
accorto il De Maistre il quale, riferendosi a tutt'altro argomento, ha scritto che «c'è peraltro da
rammaricarsi del fatto che per illustrare un'affermazione così solenne non abbia trovato niente
di meglio che citare le visioni della beata Anne Catherine Emmerich e di Swedemborg...» (L.
De Maistre: Dans les coulisses de l'Agartha - L'extraordinaire mission de Ferdinand Anton
Ossendowski en Mongolie. Milano 2010, p. 327).
state affisse delle grosse corna di becco, senza dubbio a significare le corna del
diavolo, visto che era un cimitero yezida. Gli abitanti del villaggio mi sono
sembrati molto ospitali, perché, mentre facevo colazione presso la tomba di
Lockman, mi portarono spontaneamente del pane, dei meloni, dell'acqua fresca,
ecc. Questi Yesidi o Yesidiani, dispersi lungo le rive del Tigri, sono stati segnalati
dal Niebuhr [omettiamo la citazione dei passi del Niehbur che verranno citati
nella sezione Tesrtimonianze]. Gli Yezidi sono stati studiati più di recente dai
signori Layard e Oppert; disponendo di troppo poco tempo io stesso per fare
osservazioni personali su questa setta curiosa, mi limiterò a trascrivere solo il
brano seguente che completa ciò che si è letto fin'ora. «Il signor Layard, dice
l'Oppert, famoso soprattutto per gli studi di Charles Rassam (console inglese di
Mossoul), ha fornito molti ragguagli sulla religione di questo piccolo popolo. Le
loro credenze, sebbene frammiste oggi con molte idee cristiane, hanno molti
rapporti con quelle di altri popoli tartari. Non parlerò della paura continua che
hanno del principe del male e del loro negligere quello buono; è una credenza che
non trova riscontro in quella di altri popoli. Questa gente pacifica e onesta è ben
lungi dal meritare la spiacevole reputazione che gli si attribuisce. Devoti al loro
culto, gli Yezidi hanno buone relazioni con gli aderenti di tutte le altre religioni.
Le loro discordie intestine vengono talvolta risolte dall'arbitraggio straniero.
Soprattutto da un pò di tempo, gli stessi Turchi si sono ricreduti su qualche
pregiudizio ingiusto. Questo mutamento si deve agli Inglesi, che hanno chiesto
con insistenza di far cessare le crudeli vessazioni a cui gli Yezidi erano esposti
fino a poco fà».

Nel 1877, nella seconda parte del suo Iside Unveiled, una poco nota spia
inglese, ma più celebre come fondatrice della Società Teosofica, Elena Petrovna
Blavatsky (1831-1891), accennò agli Yezidi, mettendoli nello stesso sacco con
le tribù che nel mondo praticavano la magia nera59. Scrisse di averli incontrati nei
suoi viaggi, ma si tratta di una sfacciata menzogna. In realtà rielaborò un paio di
letture di viaggiatori precedenti e il racconto di un iniziato druso, che gli svelò
alcuni particolari di seconda mano. Nelle due pagine in cui parla di essi, la
Blavatsky pretende di rivelare ai lettori che si tratta di una delle poche sette che
praticano una vera stregoneria, setta che non apparterrebbe, come si crede
comunemente, al popolo curdo. I più pericolosi sono quelli che abitano i monti
Sindjar, odiati per le loro pratiche diaboliche. Il loro capo vive costantemente nei
pressi della tomba del loro profeta e riformatore Adi. Quest'ultimo è identificato
dalla Blavatsky nell'Adamo dei Parsi, Abad, loro progenitore. Gli Yezidi, per
ignoranza o obnubilamento mentale hanno scelto di mettersi in comunicazione

59
Scriverà il Furlani (Testi religiosi dei Yezidi), citando R.C. Temple, che coloro che sono
imbevuti di cristianesimo tirano sempre in ballo il diavolo e la magia nera «...per descrivere
una forma di religione estranea alla loro mentalità, essendo l'adorazione del Diavolo - in realtà
- l'adorazione di spiriti soprannaturali da parte di animisti primitivi, spiriti chiamati diavoli
segnatamente dai missionari cristiani per far sentir ribrezzo ai nuovi convertiti per gli dèi prima
adorati».
regolare con le più basse e perverse entità elementari ed elementali. A capo di
queste vi è il diavolo, identico al Dio Nero (Tcherno-Bog) dell'antico popolo
russo. E' curioso questo accostamento con una divinità russa dopo che nel 1867
il padre Martin aveva accennato all'ingresso in Russia degli Yezidi «sciamanisti»,
così come nel 1946 il famoso storico delle religioni Mircea Eliade sosterrà che le
religioni sciamaniche della Siberia abbiano ricevuto apporti fondamentali dal
mondo buddista e mesopotamico.60 Le entità che gli Yezidi usano per inoltrare
le preghiere al loro pantheon diabolico - continua la Blavatsky - sono gli Jakshas,
spiriti dell'Aria, e gli Afarit del deserto.
Per quanto sembri che lo scrittore di cose abramiche René Guénon non abbia mai
citato quale sua fonte di informazione in positivo la Blavatsky, ci pare molto
credibile che l'abbia fatto, nascostamente, almeno in riferimento agli Yezidi,
poiché, in base al racconto della russa che diamo qui appresso, sembra proprio
che da questo abbia tratto la convinzione, esternata in uno scritto del 1935, che
nella «Torre del Diavolo» degli Yezidi un gruppo di santi di Satana, a seguito di
riti, diffonda energie malefiche e sataniche in giro per il mondo61: «Durante gli
incontri di preghiera essi congiungono le mani formando degli enormi anelli, con
il loro sceicco, o con un sacerdote officiante nel mezzo che batte le mani, e
indirizza ogni verso in onore di Sheitan (Satana). Allora essi vorticano e saltano
in aria. Quando la frenesia è al culmine, spesso si tagliano e feriscono
vicendevolmente con i pugnali. Le loro ferite però non si cicatrizzano con la
stessa facilità con cui lo fanno quelle dei lamas e dei santoni, perché il più delle
volte cadono vittime delle ferite autoinferte. Mentre danzano brandendo in alto i
pugnali senza lasciare la presa (cosa che sarebbe considerata sacrilega ed il carme
si spezzerebbe all'istante), pregano e blandiscono Sheitan supplicandolo di
entrare in azione per mezzo di «miracoli». Poiché i loro riti si compiono
solitamente di notte, non mancano di ricevere manifestazioni di vario genere, la
più comune delle quali sono enormi globi di fuoco che assumono la forma dei più
selvaggi animali». Che il Guénon abbia dato credito (tacendolo) al racconto della
tanto da lui vituperata scrittrice teosofista è evidente anche e soprattutto dal
particolare che la Blavatsky dice che gli adoratori del diavolo non sono curdi... e
Guénon avrà premura di affermare che chi compiva quei riti non era
necessariamente un vero yezida. La Blavatsky racconta poi - senza darci troppo
credito - che un druso le riferì che la famosa Lady Stanhope (1776-1839),
presenziò ad una cosiddetta messa del Diavolo yezida: «quella straordinaria
signora, così famosa per il coraggio personale e l'audace sfrontatezza, svenne, e
nonostante il suo abituale abbigliamento maschile da Emiro, fu richiamata in vita
e in salute con la più grande difficoltà. Personalmente, ci spiace ammetterlo, tutti
i nostri sforzi per testimoniare un fatto del genere sono falliti».

60
«Mircea Eliade: Lo Sciamanismo e le techiche dell'estasi, p.530. Roma 1974.
61
Alla stessa Blavatsky forse si riferì anche William Seabrook nei suoi due capitoli sugli
Yezidi, nel libro (Adventures in Arabia, 1927) che poi recensirà René Guénon.
Sta di fatto che una delle «torri» yezide (delle quali certamente Guénon non
sospettava minimamente il gran numero, ché se l'avesse saputo sarebbe stato più
cauto nelle sue affermazioni), quella di Hajali sul monte Sinjar, è famosa perché
chi vi si reca in pellegrinaggio può impetrare la guarigione proprio nel caso sia
ossessionato dai diavoli, che gli Yezidi chiamano djinn al pari degli Arabi.62

Nel 1879 fu edito a New York in due volumi Bedouin Tribes of the Euphrates
un adattamento degli appunti e delle note di viaggio di una di quelle numerose
donne inglesi che hanno marcato la storia senza averne un giusto contraccambio:
Lady Anne Blunt (1837-1917), nota più che altro per avere fatto conoscere in
Europa le qualità dei cavalli di razza araba. Nel suo libro sulle tribù beduine della
valle dell'Eufrate citò fugacemente gli Yezidi del Sindjar che però menzionò con
il termine di Zediyeh, come erano conosciuti nella parlata dei Beduini. Matu, uno
sceicco del villaggio yezida di Samuga, sul Sindjar - ma ospite per motivi di affari
della tribù beduina dove si trovava la nobildonna inglese -, «ci aveva raccontato
un sacco di cose sulla sua religione, di più, mi dispiace ammetterlo, di quello che
siamo riusciti a capire. Egli naturalmente nega il culto di Satana. Secondo il suo
racconto, gli Zediyeh adorano un solo Dio e un grande profeta, oltre ad altri di
minore importanza (...) ci ha aggiunto che adorano o rendono omaggio al sole,
proprio come i Parsi. Non hanno limiti quanto alle mogli ma di solito si
accontentano di averne quattro. Se sono ricchi ne prendono tante. Gli Zediyeh
mangiano l'asino selvatico che abbonda sulle loro colline, ma non il domestico e
tantomeno il maiale». E' un peccato per noi che lady Blunt non sia riuscita a capire
tutto ciò che lo sceicco yezida le aveva raccontato....

Nel numero di agosto-settembre 1882 del «Journal Asiatique», Nicolas Siouffi


(1828-1901), viceconsole francese a Mossul, siriano di religione cattolica, ottimo
informatore dei servizi segreti nell'ambito del Grand Jeu centro-asiatico,
pubblicò una Notice sur la Secte des Yézidis. La direzione della rivista si premurò
tuttavia di premettere la seguente informazione: «La commissione del Journal
Asiatique non ha creduto di doversi opporre all'inserzione di questa notizia,
malgrado le sue lacune e la puerilità di certi dettagli. Vi si troveranno degli
appunti presi furtivamente, di cui l'autore non desidera rivelare, per il momento,
la provenienza, per non bruciare la fonte delle sue informazioni» 63 . Come si

62
Ogni «torre» gode della proprietà di poter far guarire il pellegrino che vi si reca da una
specifica infermità. Ciò fu già evidenziato da alcuni autori e, ultimamente, dalla studiosa Birgül
Açikyildiz (cit. p. 146).
63
Quando nel numero del gennaio 1885, il Journal Asiatique pubblicò un secondo resoconto
dell'autore sugli Yezidi (Notice sur le Cheikh 'Adi et la secte des Yézidis), la redazione si
premurò di rinnovare le avvertenze apposte in apertura del precedente contributo: «L'ignoranza
e il carattere sospetto di questi settari così come l'assenza tra loro di libri e tradizioni scritte,
lasciano una grande incertezza sull'origine delle loro credenze. Tuttavia è sembrato interessante
far conoscere, con tutta l'ingenuità di uno stile alquanto barbaro, le informazioni raccolte a
riguardo da un osservatore imparziale e ben posizionato per vedere e fare domande».
capisce, qui non è solo questione di informazione accademica ma anche di
informazione politica e la cosa risultò anche in forma sfacciata nel lavoro sugli
Yezidi del Lescot, di cui parleremo più avanti, dove quell'autore riferì in maniera
dettagliata, per ogni villaggio della zona dei monti Sinjar, quante abitazioni
fossero popolate da Yezidi e quante no.
Il Siouffi, dai discorsi fatti con la sua fonte segreta di informazioni64, ci dice che
gli Yezidi venerano chiaramente certe divinità ma che nei confronti dei
musulmani le spacciano per santoni sunniti: «Cheikh Sinn è un dio per gli Yezidi,
poichè deriva la sua esistenza dalla stessa natura divina... ma quando essi ne
parlano con gente di fede diversa, gli Yezidi lo chiamano Sheikh Hassan el-
Bassri, personaggio musulmano morto in odore di santità all'inizio del secondo
secolo dell'Egira. Lo fanno per nascondere il vero nome e compiacere i
musulmani, assimilandolo ad uno dei loro santoni e dandogli a intendere di
venerarlo anch'essi». Circa i dettagli puerili che la rivista rimproverava al Siouffi,
si tratta di curiosi racconti cosmogonici; in uno di essi si narra che quando Adamo
venne cacciato dal Paradiso, sentì la necessità di evacuare e liberarsi l'intestino.
Il racconto yezida non risparmia quasi i particolari: «Evacuò e si sentì liberato
dal gonfiore doloroso che aveva avuto nella pancia». Nel racconto sulla creazione
di Eva si dice che Adamo propose una certa prova ad Eva: «Noi abbiamo, disse
alla donna, un mezzo semplice e certo per sapere chi di noi due si è allontanto
dall'altro: quello che avrà il deretano caldo, sarà colui che è sempre stato seduto
e non si è mai mosso mentre chi l'avrà freddo sarà la prova che l'ha fatto
raffreddare per non essere rimasto seduto, allontanandosi. I due si tastarono l'un
l'altro le natiche e quelle di Adamo furono trovate calde mentre quelle di Eva
fredde». Un pò meno puerile è invece il racconto sull'origine degli Yezidi, nati
da una giara in cui Adamo aveva versato il suo seme. Essendo nato deforme per
i colpi ricevuti da una invidiosa Eva, al nato (Chahid-ibn-el-jarra cioè il Martire
figlio della giara) fu data in sposa una ourì del Paradiso musulmano e dal loro
accoppiamento nacque il primo yezida. Tale racconto, non primo di valenze
misteriosofiche di impronta gnostica65, cambia nei particolari non essenziali nel
corso degli anni. Noi, in appendice, daremo il resoconto di quello appreso dal
Seabrook e narrato nel suo libro del 1927.
Un racconto riportato dal Siouffi è interessante perchè, in forma simbolica,
testimonia dell'origine pagana degli yezidi e di una loro eventuale mescolanza
con la setta eretica sunnita degli 'Adawyyia; Chahid-ibn-el-jarra aveva ricevuto
da Adamo il culto della vera religione, tuttavia col passare del tempo questa venne
meno e si perse finché un islamico, un certo Yezid, figlio del califfo Mo'avia, non
si sa bene come, ristabilì il culto della vera religione abbandonando lui stesso
64
Il monaco Ishak di Bartella al secolo Daud es-Sa'igh, come rivelerà più tardi lo studioso
Joseph Isya. Si tratta di un nestoriano che era in contatto con la famiglia yezida degli Haidar
che all'epoca era quella autorizzata dalle autorità yezide a poter leggere e scrivere. I documenti
offerti al vice-console francese erano di carattere eterogeneo e provenivano dal monastero di
Rabban Hormuzd ad Alqosh.
65
Ma anche evangeliche, se si pensa al termine «figlio dell'uomo».
l'islam. Dal suo nome verrebbe il termine attuale di Yezidi, ché prima si sarebbero
chiamati Mouhaiyarin, gli Smarriti. Yezid riuscì anche a rintuzzare i tentativi
paterni di farlo tornare all'islam, facendogli trangugiare un pò di vino, che
l'avrebbe reso talmente ebbro e gaio da lasciarlo alla sua nuova fede. Dopo Yezid
arrivò dalla Siria tra gli Yezidi un sant'uomo, Scheikh Adi, colui che tuttora è
venerato come massima icona dello yezidismo; costui prese dimora in un vecchio
convento nestoriano - nella valle di Lalish - cui era annessa nei pressi una caverna
con una fonte. La Notice di Siouffi termina con una severa descrizione delle
angherie che il capo degli Yezidi, a sua volta soggetto alle autorità turche, il
principe o emiro, fa subire al suo popolo, tenendolo in una condizione di assoluta
miseria e soggezione. Costui una volta fu visto farsi spulciare i capelli da un
servo, che uccideva gli insetti schiacciandoli tra le dita ma, essendo sacrilego
gettarli in terra assieme al sangue dell'emiro che tali insetti avevano succhiato, li
rimetteva, morti, tra i capelli del suo signore...66. Il Siouffi rivela anche di essere
in possesso di uno dei sette sacri simulacri (Sandjaks) dell'angelo-pavone rubati
agli Yezidi nel recente passato. Nella sezione Testimonianze abbiamo inserito
integralmente quanto invece Siouffi aveva pubblicato nel numero di gennaio
1880 del «Journal Asiatique»: Une courte conversation avec le chef de la secte
des Yezidis, ou les adorateurs du diable.

Nel 1884 il celebre geografo anarchico Jacques Élisée Reclus (1830-1905)


redigendo il nono tomo della sua Nouvelle Géographie Universelle, dopo aver
accennato alla setta curda di origine «mazdea» dei Kizil Bash (teste rosse), scrisse
che «altri settari aborriti sono quelli che i loro vicini chiamano Adoratori del
Diavolo. I Curdi yezidi o chemsieh [adoratori del sole], per quanto poco
numerosi, al massimo cinquantamila, sono sparsi su un territorio molto vasto: si
trovano principalmente nelle montagne del Sindjar, a nord delle campagne della
Mesopotamia, ma ce ne sono anche sugli altipiani di Van e di Erzurum, così come

66
E' evidente che il principe yezida se li sarebbe poi scrollati di dosso per conto suo, ma i
francesi non sono mai stati troppo ben disposti con gli Yezidi. A proposito di insetti e yezidi,
abbiamo trovato questo curioso trafiletto in una rivista francese: «IL RE DEGLI INSETTI - Ci
scrivono da Mossoul: avevo un domestico, uno yezida, che era mangiatore di mosche. Le
acchiappava con una sveltezza sorprendente. Come il cane le ghermisce con le fauci, lui le
prendeva con un rapido movimento della mano destra, mentre nel palmo dell'altra aveva un pò
di sale grosso. Prendeva la mosca, la metteva sul sale e la ingoiava: tra le dita gli restavano le
ali, che faceva cadere aprendo la mano nel momento in cui si accingeva a catturare un'altra
mosca. Non gliene scappava una tra quelle che gli svolazzavano d'intorno. Si dedicava a
quest'impresa esclusivamente di sabato perché, pare, questo era il giorno sacro al diavolo. Dio,
gettando Satana, angelo ribelle, nell'abisso, gli disse: 'Non sarai più il re degli angeli, ma
diverrai re degli insetti, Baal-ez-zeboun (Belzebù)', ovvero re delle mosche. Le mosche
incarnano Sheytan (Satana). Il mio yezida, ingoiando ogni sabato le mosche, faceva la
comunione del Diavolo. Lo minacciai di licenziarlo, poiché quella manovra settimanale mi
disgustava; ma lui preferì perdere il posto piuttosto che rinunciare a quella singolare
ghiottoneria» (Revue de thérapeutique médico-chirurgicale. Journal des connaissances
médico-chirurgicales, p.683, Paris, annate 1853-1914).
in Persia e in Transcaucasia, presso le rive orientali del Goktcha. Una loro colonia
si era pure spinta fino al Bosforo, di fronte a Costantinopoli [fonte dell'orientalista
von Hammer]. Haimè, esecrati da tutti i loro vicini di ogni religione e razza,
costretti o a combattere o a fuggire i propri persecutori, decimati dalla fame e
dalle malattie più che dalla spada, sono comunque riusciti attraverso i secoli a
conservare le loro povere comunità, senza peraltro avere come gli Ebrei quel
solido punto d'appoggio costituito da una tradizione scritta, storia di un lungo
passato di indipendenza; essi non hanno che la loro fede e il ricordo delle lotte
combattute per affrontare con coraggio quelle dell'avvenire; affermano che il loro
grande santo, lo sceicco Adi, abbia scritto un libro di dottrina, Aswat o il Nero,
ma nessun documento ne comprova l'esistenza, inventata forse per farsi rispettare
dai musulmani. In nessun posto sono indipendenti; gli Yezidi del Sinjar, Curdi
incrociatisi con gli Arabi che da generazioni vivevano in repubbliche autonome
nelle loro cittadelle arroccate, furono in gran parte annientate nel 1838,
riempiendo di fumo le grotte in cui la maggior parte di loro si era rifugiata; le
donne furono vendute come schiave e i poveri resti delle tribù dovettero
accogliere mullah musulmani».
Il Reclus spiega al lettore che gli yezidi hanno una grande differenza di
comportamenti tra di loro e ciò non può non far pensare che abbiano anche origini
diverse. Tra gli Armeni sembra quasi che facciano parte della loro etnia:
«documenti precisi citano la metà del nono secolo e un villaggio del distretto di
Van quali epoca e luogo dove la loro religione, dapprima semplice scisma del
dogma armeno, ha tratto origine. Nel Sindjar, al contrario, si attribuisce agli
Yezidi un'origine araba e la loro fede deriverebbe dall'Islam. In Persia, sono
considerati discendere dai Guebri». I Curdi islamici invece li ritengono un gruppo
eretico cristiano, diffondendo sul loro conto le peggiori dicerie. L'autore
riconosce che non si tratta di origini diverse ma della loro capacità di mascherarsi
in mezzo a popolazioni ostili. In realtà una certa confusione viene fatta, nel senso
che i veri e propri Adoratori del Sole, come abbiamo già avuto modo di spiegare
all'inizio, erano un gruppo pagano a sè stante, detti Shamsani o Scemsi o, in Iran,
Guebri.

Nel 1889 il sacerdote domenicano e pro-prefetto della provincia apostolica di


Mosul, Pierre-Gonzales Duval, in un breve scritto su La Mission des
Dominicains à Mossoul, fondata dai cattolici già nel 1750, scrisse che nei pressi
della città «sulla riva sinistra del Tigri, si trovano un certo numero di villaggi i
cui abitanti professano una religione segreta che si basa sul rendere omaggio
all'angelo caduto. Sono una comunità a se stante, quella degli Yezidi (...) Gli
Yezidi o adoratori del diavolo sono in gran numero nel governatorato di Seert,
che popolano specialmente a sud, lungo il Tigri. Questo popolo è lì come ovunque
corrotto, grezzo e ignorante. Gli Yezidi raramente si convertono al cristianesimo,
tuttavia non sono ostili alla nostra religione, ci manifestano diversi sentimenti
d'amicizia e sono meno fanatici che altrove»67. E' interessante segnalare come
l'autore dello scritto riferisca alcune note di geopolitica (Grand Jeu) che spiegano
la presenza dei missionari protestanti in quei paesi: «Come i Metodisti, [così gli
Anglicani] hanno dovuto impiantare in Persia la loro centrale missionaria, perchè
il governo turco gli aveva rifiutato le autorizzazioni necessarie per stabilirsi in
territorio ottomano. Già due volte l'Inghilterra aveva tentato di impiantarvi là i
suoi Residenti; è proprio con questo nome infatti che si possono chiamare degli
uomini venuti apposta con lo scopo politico di controbilanciare l'influenza della
Russia, per mettere un limite all'estensione di una potenza loro rivale». Più tardi
un missionario americano, il reverendo Alpheus N. Andrus (1843-1918), potrà
informare il Prof. Isya, dalla città di Mardin, su quanti «fucili» (cioé uomini in
grado di combattere) potessero fornire i singoli villaggi yezidi! L'Andrus
pubblicherà nel numero di marzo 1891 della «Encyclopaedia of Missions»,
l'articolo The Yezidis, con la traduzione di alcuni brani del Kitab al-Gilwah, uno
dei due presunti libri sacri degli Yezidi, in realtà «confezionati» da monaci
cristiani nestoriani. All'epoca c'era un traffico molto sostenuto di manoscritti e
reperti, veri e falsi, in margine agli scavi archeologici in Mesopotamia.
Ricorderemo solo che il famoso funzionario del British Museum, E. A. Wallis
Budge, che aveva acquisito anch'egli dei manoscritti pseudo-yezidici, dovette
combattere una specie di guerra contro contraffattori e approfittatori che si
avvantaggiavano a spese del museo britannico. All'epoca fu famoso un processo
per diffamazione e calunnia che gli intentò contro Hormuzd Rassam, accusato dal
Budge di rifornire il British Museum soltanto di «spazzatura»...68

Ulteriori ragguagli sugli Yezidi ce li offre il libro di un collaboratore di Jules


Oppert, l'assirologo Joachim Menant (1820-1899) Les Yézidiz: episodes de
l'histoire des adorateurs du diable, del 1892, che per ampi tratti però si richiama
ai libri di Layard. Menant apre il suo libro avvertendo il lettore che proprio in
quell'anno (1892) erano in corso massacri da parte del Sultano di Costantinopoli,
Abdul Hamid II (1842-1918), contro Armeni e Yezidi che non volevano
convertirsi con le buone maniere. Il territorio degli Yezidi è l'antica Assiria e più
precisamente i distretti a nord dell'irakena Mossoul e la catena del monte Sindjar.

67
Poco sapeva degli Yezidi anche l'incredibile viaggiatrice inglese Isabella Bird (1831-1904)
che però nel secondo volume del suo Journeys in Persia and Kurdistan (London 1891),
scriverà accortamente che «Oltre ai Curdi e agli Ashiret che popolano le montagne curdistane
ci sono gli Yezidi, abitualmente denominati Adoratori del Diavolo, e pochi Ebrei e Armeni.
Probabilmente non c'è sulla faccia della terra una popolazione più selvaggia della loro, o forse
sono gli Europei ad essere ignoranti delle loro reali credenze, usanze e comportamenti. Che
sappiamo realmente, infatti, delle convinzioni che sottostanno alle abitudini religiose dei
Kizilbashi e degli Yezidi o di quel Cristianesimo a cui sono così appassionatamente attaccati i
semiselvaggi Ashiret?».
68
Su questa singolare vicenda riferirà ampiamente lo stesso Wallis Budge nel suo By Nile and
Tigris, a narrative of journeys in Egypt and Mesopotamia on behalf of the British Museum
between the years 1886 and 1913, p. 300 e sgg. London 1920.
Un territorio variegato, dalle aspre montagne e dai terreni fertili ma la cui
popolazione è ridotta ad un'estrema miseria a causa delle vessazioni dei feudatari.
Gli Yezidi, come i Curdi, sono in parte sedentari e in parte nomadi, quest'ultimi
sono fortemente sospettati di adorare un vitello. Quello che però distingue,
secondo i viaggiatori occidentali, gli Yezidi da Curdi e dagli Arabi è l'estrema
pulizia delle abitazioni dei primi, mentre gli altri sembrano vivere in pace con la
sporcizia e il sudiciume. Nel libro ci vien detto che l'Angelo Pavone è solo un
simulacro attorno al quale si raccolgono le offerte per la comunità, ma si tratta di
un evidente sviamento che gli Yezidi sospettosi dettero agli occidentali che li
erano andati a trovare. All'Angelo Pavone erano offerti anemoni rossi, con cui si
decoravano le case. Gli Yezidi parlano un dialetto curdo ma non sono curdi e
forse discendono da un antico ceppo persiano sopravvissuto nella regione; pochi
di loro conoscono l'arabo; hanno anche due libri sacri, il Libro della Rivelazione
e il Libro Nero. Nel primo, Dio, cioé l'Arcangelo Pavone ovvero Lucifero, si
rivolge agli Yezidi istruendoli su chi egli sia e come essi debbano comportarsi. Il
secondo è più composito e manifesta già la commistione con infuenze islamiche
e cristiane. Hanno una particolare venerazione per la stella di Venere al suo
sorgere mattutino in autunno, cui sacrificano un montone bianco. Tuttavia il loro
culto principale è al sole e alle sue manifestazioni, come l'arcobaleno. Conducono
una vita seminomade, in abitazioni di nessuna importanza. Si suddividono in
quattro tribù: Ckemsi, Kirazi, Edjili e Alévi.
All'ingresso del mausoleo di Sheick Adi, vi sono diversi curiosi simboli istoriati
nel muro. Secondo alcuni l'edificio non sarebbe altro che la ristrutturazione di una
antica chiesa o monastero nestoriano, edificato su un precedente edificio pagano
nel quale si cultuava l'acqua sorgente. Il libro del Menant ci dà informazioni a
riguardo delle persecuzioni di cui furono e sono oggetto tutt'ora gli «infedeli»
Yezidi da parte dei musulmani arabi e curdi. Poiché non sono ritenuti appartenere
ad una tradizione dotata di un libro sacro, come ebrei e cristiani, gli Yezidi sono
posti di fronte all'alternativa di convertirsi o di essere uccisi. Molte quindi furono
le incursioni armate da parte dei curdi, dei governatori islamici locali e dei
beduini del deserto, che non si peritarono di sgozzare uomini e donne, di rapire e
mandare in scuole islamiche i bambini, e mettere le ragazze negli harem.
Particolarmente cruenta fu la persecuzione del 1832, nel corso della quale i curdi
sgozzarono circa diecimila yezidi inermi. Gli yezidi compirono prodigi di valore
ma nulla poterono contro il numero soverchiante dei loro avversari. Oggi queste
storie sono cadute nell'oblio ma ne resta pur sempre traccia nei libri di viaggiatori
occidentali, a ricordare quali spaventosi massacratori di Yezidi furono i
musulmani curdi. Si noti che questi massacri, queste razzie (in quella del 1832
furono rubati agli Yezidi 24.000 montoni, 300 muli e 10.000 capi di bestiame)
furono compiuti dai potentati islamici locali - capi curdi e governatori ottomani -
spesso all'insaputa del governo centrale di Costantinopoli, che spesso governava
solo indirettamente e che comunque intervenne per far cessare i massacri dietro
esplicite pressioni dei governi occidentali, Inghilterra in particolare. Nel 1849 fu
inviato un esercito, al quale si aggregarono addirittura gli stessi Yezidi, che mosse
guerra al capo curdo Beder Khan Bey, che aveva proclamato una guerra santa
contro gli infedeli, sconfiggendolo e sottomettendolo. Fu proprio a partire da
questa data che il Kurdistan perse la sua indipendenza. Tuttavia anche gli Yezidi
persero l'indipendenza dei loro territori e dovettero sottostare alle leggi di
Costantinopoli, tra cui l'obbligo del servizio militare. Grazie però ai buoni uffici
di Lajard e dell'ambasciata inglese a Istambul, il Sultano emanò un decreto col
quale gli Yezidi venivano esentati dal servizio militare, erano liberi finalmente di
esercitare la loro religione e chi era stato convertito a forza poteva riprendere le
sue vecchie credenze. Ciò però solo formalmente, in quanto nella realtà le cose
andarono più o meno come prima. Non bisogna comunque trascurare di citare i
missionari della chiesa cattolica, di quella anglicana d'Inghilterra e quelli
evangelici degli Stati Uniti, i quali compirono notevoli sforzi nel tentativo di
convertire non solo i cristiani d'oriente, come i Nestoriani (nel XVIII secolo pare
vi fossero ben sessanta sedi missionarie in quelle zone), ma gli stessi Yezidi, i
quali, comunque, beneficiarono di queste «attenzioni» nel senso che si
tramutavano spesso in pressioni sul governo di Costantinopoli a difesa della loro
integrità fisica.

Nello stesso anno il romanziere Karl May (1842-1912), considerato il Salgari


tedesco, scrisse il racconto di viaggio - mai fatto nella realtà - Durch die Wuste
(Attraverso il Deserto) ambientato fra gli Yezidi e tradotto anche in italiano69. Si
tratta di un racconto singolarmente ben documentato che dimostra la serietà con
cui l'autore faceva ricerche prima di scrivere i suoi racconti. La simpatica
franchezza con cui relazionò sugli Yezidi, così come su altre popolazioni non
cristiane, gli attirò contro gli strali della stampa cattolica tedesca. La traduttrice
francese, Jeanne de Rochay, una cattolica fervente, pare che rimanesse invece
plagiata dal May, tanto da credere al fatto che l'autore avesse intrapreso in prima
persona i viaggi da lui descritti: «L'autore ha soggiornato tra gli Yezidi, dei quali
ha studiato i costumi e il culto in maniera davvero interessante, sforzandosi di
difendere quel popolo dalle accuse mossegli dai musulmani. Quest'ultimi
accusano gli Yezidi di adorare il diavolo. Se i turchi non cadono in una simile
forma di idolatria, li si può annoverare invece tra i più ferventi adoratori di
Mammona. Kal May ci fornisce dei particolari circa la rapacità, la corruzione,
l'abiezione dei funzionari turchi, che si potrebbero dire curiosi, se una simile
bassezza lo consentisse. Questi particolari ci siano di monito: bisogna ben
ponderare questa religione musulmana che certi cristiani non hanno vergogna di
celebrare!»70.

Il 1892 fu un anno fecondo per le citazioni sugli Yezidi in quanto uscì anche
il libro del francese Jules Leclercq (1848-1928) Voyage au mont Ararat, in cui

69
Karl May: Gli adoratori del diavolo, Catania 1973.
70
Une visite au pays du Diable, souvenirs de voyage par Karl May, traduit par J. de Rochay.
Tours 1892.
si menzionavano gli Yezidi rifugiati nel territorio dell'Impero Russo (circa
settemila su settantamila curdi ivi dislocati), ma senza aggiungere alcunché di
rilevante per la conoscenza che già si aveva di quella gente, se non la sensazione
che presto sarebbero scomparsi senza lasciare memoria di sè. L'autore, che
scopiazzava sfacciatamente quasi tutto da un saggio pubblicato due anni prima in
Belgio71 non poteva immaginare di sbagliarsi e che proprio grazie agli Yezidi del
Caucaso sono state condotte recentemente importanti indagini da parte di due
studiosi dell'Università armena di Yerevan: Victoria Arakelova e Garnik
Asatrian. Leclercq tuttavia ripete alcune cose interessanti circa l'origine dei Curdi,
cui gli Yezidi appartengono come etnìa: «Senofonte, nella sua Anabasis, descrive
la terribile resistenza che opposero alla ritirata dei Diecimila i Carduchi che
abitavano il bacino dell'Alto-Tigri, a cinquanta leghe a sud del monte Ararat.
Questi Carduchi sono gli antenati degli attuali Curdi. Popolo bellicoso e
irrequieto, sempre in guerra con le tribù vicine, mai disposto ad alcun giogo. Né
i Persiani, né i Parti né gi Arabi, né i Turchi seppero sottometterli. I Carduchi di
Senofonte sono evidentemente lo stesso popolo dei Gordiani o Cordueni di cui
parlano altri storici. Il loro nome si ritrova anche nell'ebraico Kardou, con cui gli
Ebrei designano il paese montagnoso che si stende a nord-est di Mossoul. Nella
loro propria lingua essi si chiamano ancor'oggi Kart, e questo nome testimonia
che discendono dalla tribù dei Carduchi. Si crede generalmente che i Carduchi
fossero di origine iraniana, discendendo da quei Caldei dell'Iran che, in tempi
antichissimi, avevano sottomesso tutte le tribù semitiche che vivevano nel bacino
dell'Alto-Tigri. Tuttavia oggi i Curdi sono lontani dal tipo iranico puro; si trova
in essi una mescolanza di sangue turco, tartaro, armeno, semitico ed anche traccie
di sangue indù». Leclercq rimarca anche le caratteristiche di autentici predoni che
i Curdi hanno nel proprio sangue, caratteristiche le quali, aggiungiamo noi, sono
state trasferite agli Yezidi del Sindjar come se fossero una caratteristica esclusiva
di quest'ultimi anziché un elemento comune. Al contrario, gli Yezidi sembra
siano molto meno soggetti a questa caratteristica.

Nel numero di giugno 1893 del Bulletin de la Société d'Etnographie, il Dott.


Charles de Gerstenberg pubblicò Les Jésides, adorateurs du Diable.
Volendosi occupare «seriamente»72 di quella che considerava una razza nomade
e veri adoratori del Diavolo, offriva le sue osservazioni comparate ai lettori del
bollettino. Si tratta però di osservazioni risapute, come l'epiteto affibiatogli di
spegnitori di lampade, «la calunnia più nera che sia mai stata fatta, probabilmente
inventata da musulmani e cristiani dei dintorni e propalata dai viaggiatori; infatti

71
Édouard de Kovalevsky: Kourdes et Iésides ou les adorateurs du Diable (Bulletin de la
Société royale belge de géographie, 1890). Il Kovalevsky, membro della Società Imperiale
Geografica di San Pietroburgo, terminava il suo saggio con le seguenti parole: «Adorare il
Diavolo e allo stesso tempo agire secondo tutte le regole di una morale così alta che anche il
canonico più istruito in materia religiosa non potrebbe avere nulla da obiettare!»
72
In realtà la sua relazione è affrettata e riferita solo agli Yezidi del Caucaso.
chiunque abbia mai avuto la fortuna di conoscere il carattere e l'austerità dei
costumi yezidi converrà che tali orge sono per essi qualcosa di inconcepibile»;
del come derivavano il loro nome dal califfo Yezid odiatissimo dagli Sciiti, grandi
persecutori di Yezidi e per i quali l'autore ha parole di rimbrotto: « Sarebbe
meglio che gli sciiti imparassero a pensare e ad agire con senso di umanità nei
confronti di questo popolo pacifico»; dell'origine del particolare colletto che li
distingue per la camicia dai musulmani nel vestire; che sono ritenuti adoratori del
fuoco: «Ho potuto constatare che lo yezida passa la mano sul fuoco almeno una
volta al giorno. Ho visto una famiglia che, prima di mettersi a tavola, compiva
quest'atto; poi spegnevano la fiamma e mangiavano di gusto... A volte
abbracciano delle pietre scaldate dall'ardore del sole e credono che sia un modo
per difendersi da tutte le malattie». Essi computano il tempo con uno scarto di
330 anni in meno rispetto all'era cristiana. «Gli Yezidi sono una razza veramente
bella: si vedono uomini di alta statura, ben proporzionati e muscolosi. Hanno tratti
regolari, la fronte alta, gli occhi neri, sopracciglia ben arcuate, il naso ricurvo e
grosse labbra ma non troppo pronunciate. Il colorito è scuro, tendente al
giallognolo». L'articolo termina riferendo la leggenda del cerchio magico dal
quale uno yezida non sarebbe in grado di uscire: «Si tratta senza dubbio di uno di
quei racconti inventati dagli orientali e che persistono nel popolo con incoercibile
ostinatezza».

Tra il 1890 e il 1895 furono pubblicati a Parigi i quattro volumi di La Turquie


d'Asie: géographie administrative, statistique, descriptive et raisonée de chaque
province de l'Asie-Mineure, ad opera di Vital Cuinet (1833-1896), un orientalista
francese che lavorò per l'amministrazione statale ottomana. Per questo curioso
incarico Cuinet verrà accusato qualche anno dopo la sua morte di essere stato un
calunniatore prezzolato dai Turchi, in quanto aveva propalato la diceria che gli
Yezidi, come pure i Nossoriti della Siria, si dessero ad orge infami73. Trattando
del governatorato di Mosul, il Cuinet scrisse degli Yezidi: «Si dà questo nome ad
una particolare popolazione diffusa non solo nell'antico Curdistan, cioé in
Mesopotamia e in Armenia settentrionale (dintorni di Mouch e di Van), ma pure
fino nello Yemen, in Persia, in Russia e in Cina occidentale. (...) Il potere
dell'emiro degli Yezidi è assoluto. Per mezzo di emiri subalterni, trasmette i suoi
ordini a tutti i propri sudditi diffusi fino alle estremità dell'Europa e dell'Asia»74.
Salta subito agli occhi che l'informazione è stata tratta di peso dal libro del
reverendo Martin: La Chaldée, come anche l'informazione relativa ai notturni
congressi sessuali. Per la verità, il Cuinet, più che calunniare, non fa altro che
riportare ciò che aveva letto in altri libri sugli Yezidi. Non ci sembra poi che un
calunnniatore renderebbe un buon servizio ai calunniati scrivendo che «Tutti i
musulmani, anche quelli che sono mossi dalla più grande tolleranza verso i non-

73
Paul Perdrizet: Documents du XVIIe siècle relatifs aux Yézidis (Bulletin de la Société de
Géographie de l'Est, p. 287. 1903).
74
Vital Cuinet: La Turquie d'Asie, t. II, p.772.
musulmani in generale, si credono in diritto, e considerano una buona azione,
perseguitare gli Yezidi». Se quindi un nostro lettore dovesse transitare per
Istambul davanti alla lapide tombale che identifica la sua tomba, potrà salutare il
defunto all'uso greco-romano senza alcuna remora.

Nel 1895 Oswald Hutton Parry (1868-1936) pubblicò a Londra Six Months
in a Syrian Monastery, being the record of a visit to the head quarters of the
Syrian Church in Mesopotamia, with some account of the Yazidis or Devil
worshippers of Mosul and el Jilwah, their sacred book - resoconto di un viaggio
compiuto nel 1892, con una prefazione del «molto reverendo Lord Vescovo di
Durham». Nell'Appendice dedicata agli Yezidi, l'autore, che neanche a farlo
apposta era alla guida di una missione arcivescovile degli anglicani verso i
cristiani d'Assiria e che poi diverrà vescovo in Guyana, presenta per la prima volta
la traduzione di alcuni documenti concernenti gli Yezidi (curata da E.H. Browne)
ma già apparsa nel 1891 in forma anonima, di cui era entrato in possesso grazie
ad una persona che aveva vissuto con loro per molti anni, il monaco giacobita e
ricopiatore di manoscritti Abdul Aziz. Presentandoli ai lettori, l'autore tratteggia
una breve descrizione degli Yezidi avvalendosi dei principali scritti che li
avevano riguardati negli anni precedenti. Questi manoscritti - il Kitēba jilwe e il
Meṣḥefa reš - sono, secondo l'orientalista Lescot, «l'opera di falsari cristiani
dell'alta Mesopotamia». Scritti forse per fare denaro (ne circolavano una mezza
dozzina), essi tuttavia rispecchiano autentiche tradizioni orali yezidiche.

Nel 1900 Monsignor Samuele Giamil, Procuratore Generalizio del Patriarca


di Babilonia dei Caldei, pubblicò a Roma in versione italiana un documento
divulgatorio in forma di dialogo, originariamente scritto in siro-caldeo da un
sacerdote: Monte Singar, storia di un popolo sconosciuto, «dottrina e pratiche
semipagane del popolo yasidiano: memoria di un sacerdote cattolico orientale,
tradotta dal testo siro-caldeo», nel quale inseriva il testo di uno dei libri
pseudoyezidici da poco scoperti (segnatamente nel 1874 dal monaco Ishak
Bartella) e ne dava anche la versione italiana, corredando il tutto con qualche nota
storica. Tale testo proveniva da quella fucina di falsi manoscritti che era il
monastero cristiano di Rabban Hormuzd, ad Alkosh, distante poche ore di
cammino dal centro yezida di Lalish.

Nel 1903 il famoso archeologo francese Paul Perdrizet (1870-1938) pubblicò


un lungo articolo per il «Bulletin de la Société de Géographie de l'Est»:
Documents du XVIIe siècle relatifs aux Yézidis, nel quale presentava ai lettori una
anonima e sconosciuta relazione manoscritta di 70 pagine sugli Yezidi,
probabilmente redatta da un gesuita (forse il padre Besson) della missione di
Aleppo, presumibilmente attorno al 1736: «De la nation des Curdes Iasidies
qu'on appelle Adorateurs du Diable». Il presunto autore del manoscritto era noto
infatti per aver tentato di convertire gli Yezidi al cattolicesimo inviando loro dei
missionari i quali, però, non riuscendo nel loro intento «se ne ritornarono dopo
avere scosso la polvere dai loro sandali».75 Nella relazione, si dice che gli Yezidi
sono di cinque specie ma tutti sono uniti dall'unica credenza di origine manichea
di venerare sia Gesù, che assimilano a Yazid, che il Diavolo. Il nostro gesuita è
del resto convinto, come lo erano molti missionari cristiani, che il nome Yezidi
sia una deformazione di «Gesuiti», nel senso di seguaci di Gesù e non di membri
della compagnia fondata da Ignazio di Loyola. Per quanto la cosa possa apparire
ridicola, è confermata da diverse fonti. Inoltre per il nostro, ingannato dall'abile
politica yezida della «dissimulazione», anche lo sceicco Adi in realtà non sarebbe
stato altri che l'apostolo Taddeo. Lui non crede che gli Yezidi adorino
esclusivamente il diavolo ma purtuttavia si sente in dovere di riportare una
testimonianza personale: avendo dimorato in un locale in compagnia di numerosi
di loro, «in un attimo, senza alcuna apparenza di causa naturale, si sprigionò un
osceno odore di zolfo e un tanfo enorme quando il superiore, che era uno yezida
della tribù Chamsie, adoratore del sole e capo dei loro pretesi monaci, cominciò
a parlare con essi dei loro misteri. Questo odore perdurò a lungo nell'unica
profonda grotta dove ci trovavamo, la quale purtuttavia aveva le sue aperture
d'aria in alto, oltre all'ingresso (...) Oltre a questi vapori infernali, le danze yezide,
ritenute diaboliche, mi sono molto sospette, sembrano quelle dei giocolieri, e i
loro piccoli tamburi col loro modo di danzare, compiendo così l'atto più solenne
della loro devozione notturna, mi fanno pensare male. E' un fatto che queste genti
disgraziate omaggiano il Diavolo». La relazione prosegue descrivendo
partitamente le cinque tribù che compongono il popolo degli Yezidi, così come
era allora conosciuto. Citeremo solo l'ultima, considerato il fatto che di essa si è
parlato molto a sproposito in questi ultimi tempi. Si tratta dei Kolchak che
Guénon e Louis de Maistre hanno considerato dei «Santi di Satana». Secondo
l'anonimo autore della relazione non sono altro che una tribù nomade, nota ai
Turchi col nome di Couchar, la quale si raduna spesso in una montagna detta in
turco Bin-geul-dagh, che dovrebbe essere stata l'antico Paradiso Terrestre, a tre o
quattro giorni di viaggio da Erzeroum, da dove scaturiscono il Tigri e l'Eufrate.
Il luogo viene descritto con parole di grande enfasi ma si conclude amaramente:
«Tuttavia questo Paradiso non è che per degli Yezidi detti Chouchar, considerati
adoratori del Diavolo. Chi, spinto dalla carità cristiana, dovesse andare al seguito
di questi pastori curdi, potrebbe scoprire il Paradiso Terrestre e farne conoscere
loro un altro [più spirituale] con il suo apostolato»76. Che i «Santi di Satana» di
cui parlò Guénon fossero gli unici a poter godere delle amenità di ciò che sarebbe
stato un tempo il Paradiso Terrestre, ci pare un dato sconosciuto al nostro scrittore
di cose abramiche, e del tutto in antitesi con il carattere satanico che di essi ci
offre. La relazione si conclude infine in termini accorati ma che denunciano

75
Nouveaux Mémoires des Missions de la Compagnie de Jésus dans le Levant (1724, t. IV, p.
24). I Gesuiti comunque continuarono ad occuparsi degli Yezidi, tanto che li citarono più volte
nella loro rivista «Al-Machriq», pubblicata a Beirut.
76
P. Perdrizet: Documents du XVIIe siècle relatifs aux Yézidis (Bulletin de la Société de
Géographie de l'Est), p. 438. 1903.
quanto ingenuo fosse il suo estensore. Quest'ultimo, infatti, ritiene - e cerca di
dimostrare - che gli Yezidi o Gesuiti, non sono altro che i discendenti dei Crociati
francesi del Medioevo, sperdutisi e rimasti raminghi in Medio-Oriente!

Nel 1907 una donna dalla personalità ragguardevole, la viaggiatrice e


funzionaria britannica Gertrude Bell (1868-1926) scrisse il resoconto di viaggi
Syria, the desert and the sown, nel quale accennò anche agli Yezidi, poiché una
sua guida, un certo Musa: «mi aveva confidato all'orecchio di appartenere al
credo degli Yezidi, che i Maomettani chiamano 'Adoratori del Diavolo', sebbene
io li ritengo un popolo innocuo e cordiale». Confidandosi sempre più, la guida
ammise che gli Yezidi adorano il Sole. «Un oggetto di adorazione molto
appropriato - risposi - e pensando di dirgli una cosa gradita accennai al fatto che
anche gli Ismaeliti adorano sia il sole che la luna, ma lui trattenne a stento il suo
disgusto al pensiero di un simile paragone. Ciò mi fece considerare tra me e me
se il mondo fosse diventato davvero più saggio dai tempi in cui san Simeone lo
Stilita era salito sulla sua colonna, e la conclusione a cui addivenni non fu
confortante». Nel breve periodo che la Bell passò con la sua guida potè
apprendere dallo yezida alcune informazioni. Gli Yezidi non hanno né chiese né
moschee ma adorano a cielo aperto: «ogni giorno noi adoriamo il sole all'alba».
«Avete un imam che vi guida nella preghiera?». «Nei giorni di festa - rispose lui
- gli sceicchi guidano la preghiera, ma negli altri giorni ognuno fa da sè. Noi
inoltre annoveriamo giorni fausti e giorni infausti: mercoledì, venerdì e domenica
sono buoni, martedì invece è cattivo». «Perchè?». «Non lo so, ma è così». «In
che rapporti siete con i Maomettani?». «Qui, dalle parti di Aleppo, siamo in pochi
e non ci odiano, viviamo in pace con loro, ma una volta all'anno ci raggiunge da
Mosul uno sceicco molto istruito preposto alla raccolta del tributo dovuto, e si
meraviglia di vederci così affratellati con i musulmani, perchè a Mosul, dove gli
yezidi sono numerosi, ci sono aspri scontri. A Mosul il nostro popolo non presta
servizio militare, ma qui lo facciamo come tutti gli altri e io stesso ho fatto il
militare». In seguito Musa racconterà alla Bell un confuso mito yezida
(rielaborazione della leggenda di Gog e Magog) relativo alla fine del mondo,
allorché il gigante Hadudmadud ed un altrettanto gigantesco verme
sconvolgeranno la terra. Poi arriverà il Mahdi e ogni credente - cristiano, ebreo,
musulmano o yezida - sarà giudicato per la sua coerenza. «Voi credete che le
quattro religioni siano uguali?». «Noi pensiamo che i cristiani e gli ebrei siano
uguali a noi - rispose diplomaticamente Musa». «E i Musulmani?». «Quelli sono
uguali ai maiali».
La Bell concluse il suo incontro con gli Yezidi con parole che, al giorno d'oggi,
avrebbero un sapore vagamente razzista e ci fanno ricordare che in tale campo gli
inglesi sono stati gli antesignani di certi loro colleghi europei molto più
malfamati, i tedeschi: «Tutta bella gente, un popolo ben costruito, con volti
meravigliosi, illuminati da sorrisi affascinanti come quello di Musa. Per questo
motivo la razza curda, da quella volta, ebbe nelle mie valutazioni uno spazio
importante». Non tanto importante però da danneggiare gli interessi britannici; la
Bell infatti, nel disegnare i confini della nuova nazione irachena, escluderà i curdi
da ogni diritto nazionale, per proteggere gli interessi inglesi sui campi petroliferi
dell'Alta Mesopotamia. A Gertrude Bell ha recentemente dedicato una citazione
lo scrittore italiano Louis de Maistre nel libro da lui consacrato agli aspetti
esoterici dello yezidismo. De Maistre ha sottolineato come la Bell fosse il «più
alto funzionario inglese della Mesopotamia e capo dell'Intelligence della regione»
e avrebbe favorito il viaggio del giornalista americano William Seabrook tra gli
yezidi nel 1924 (di cui parleremo più avanti). Ma ciò è una pura illazione77. In
realtà gli inglesi non avevano nessun interesse a far conoscere gli Yezidi agli
americani, loro concorrenti nell'approvigionamento di petrolio e lo stesso
Seabrook dichiarò che non si avvalse affatto dell'aiuto della Bell per tema di far
fallire l'iniziativa...
Nel 1911 Gertrude Bell pubblicherà Amurath to Amurath, un bel libro di viaggi
nel quale descriverà com maggiore dovizia di particolari le popolazioni yezide.
Per prima cosa sottolinea il ricordo degli Yezidi di Siria, che conobbe per primi,
e della loro pulizia e affabilità. Si stava ora addentrando nel territorio yezida
dell'Irak settentrionale con una lettera di presentazione per il loro capo, il principe
Ali Beg, allo scopo di poter visitare il famoso centro templare di Sheikh Adi. Gli
yezidi non differiscono in nulla dai Curdi se non per il fatto, sosteneva la Bell,
che aborriscono il colore blu e stimano molto il rosso, tanto che le loro donne lo
tengono come uno dei principali coloro del loro vestiario. Come per altri
viaggiatori, anche la nostra inglese descrive con accenti accorati la bellezza e la
fertilità dei terreni della zona. Parlando con dei sacerdoti domenicani, la Bell
viene a sapere che secondo costoro gli Yezidi discenderebbero dal paganesimo
babilonese, non direttamente dagli zoroastriani, e che molti loro rituali, come
l'adorazione per le acque, li avrebbero tratti dai Mandei o Cristiani di San
Giovanni, una setta del sud dell'Irak. I «Kochars», spesso citati da altri autori
come dei personaggi equivoci in margine allo yezidismo, secondo la Bell non
sono altro che i curdi dediti al nomadismo, spesso e volentieri predoni e banditi.
Infine Gertrude incontra il principe degli Yezidi, Ali Beg, nel suo villaggio di
Ba'adri, che la accoglie con grande benevolenza. Giunta a Sheikh Adi potè
scattare delle fotografie del posto, fra cui il grosso serpente nero che campeggia
eretto su un lato del portone d'ingresso al santuario. La descrizione del santuario
è simile a quella che ne fece il Seabrook alcuni anni dopo (da noi tradotta

77
Louis de Maistre: Les Lieux de Pouvoir entre mythe et histoire. Milano 2014. Di sottili
illazioni - tutte tese a far accettare la sua tesi di fondo di un complotto sethiano mondiale - è
pieno del resto il suo libro. A titolo di esempio citeremo la sua illazione su una presunta visita
che la viaggiatrice e spia britannica Carla Serena (in realtà l'ebrea belga Caroline Hartog
Morgensthein, 1824-1884) fece al popolo caucasico dei Dido nel 1877, «adoratore del
Diavolo». Di fatto, non ci fu nulla se non una semplice menzione: «Questo rustico villaggio ai
confini della Kakhezia è posto ai piedi di una montagna la cui cima e il suo versante sono
abitati da una popolazione chiamata Dido il cui solo culto è quello del Diavolo. E' a questo
genio del male che i Dido rivolgono preghiere, offrono sacrifici ed olocausti» (Carla Séréna:
Mon voyage. Souvenirs personnels. 1 De la Baltique a la Mer Caspienne. Paris 1881).
integralmente nella sezione Testimonianze), per cui la tralasciamo. Il ricordo
maggiore lasciato dalla Bell tra gli Yezidi pare fosse invece il magnesio col quale
illuminava le zone in ombra per fotografare; al momento di congedarsi, fu infatti
richiesta dal principe in persona di averne un poco per illuminare con più fasto il
santuario al momento della festa annuale.

Nel 1914 apparve The Kradle of Mankind, life in eastern Kurdistan, del
reverendo William Ainger Wigram (1872-1953), membro della «Missione
Assira dell'Arcivescovo di Canterbury», il cui quinto capitolo si intitolava «Il
tempio del Diavolo», alludendo naturalmente al santuario yezida di Sheikh Adi,
dove vi aveva fatto una tappa di tre giorni. Gli Yezidi erano tornati possessori del
santuario da soli sedici anni, dopo che i Turchi se ne erano impossessati
impiantandovi una madrasa coranica. Il Wigram, che vi era stato già di sfuggita
nel 1907, era inciampato infatti in un mullah musulmano. L'autore si premura di
informare il lettore che si tratta sì di adoratori del diavolo, ma la loro fede è solo
teorica ed un viaggiatore può tranquillamente avventurarsi nel loro territorio
senza troppe preoccupazioni: «...solo che, a salvezza delle morali dei vicini, i loro
omaggi al diavolo si fermano ad una specie di imitazione. La loro è una religione
di fede, non di opere. Essi non hanno l'obbligo di rendere il bene col male, come
si vantava il Satana di Milton». Tuttavia la descrizione dell'autore è tutta intessuta
della strana sensazione di chi si addentra furtivamente in un vero e proprio
territorio satanico ed il suo imbarazzo è solo attutito da esclamazioni enfatiche e
semiserie, benchè apprezzabili per la loro schiettezza. Descrivendo le
caratteristiche torri a pinnacolo, Wigram scrive che «il tempio sorge al centro del
basamento superiore, notevole per i pinnacoli scanalati che fanno da tetti agli
edifici. Questi pinnacoli conici scanalati sono una caratteristica distintiva
dell'architettura yezida ed il loro apparire su un qualunque edificio denota
chiaramente la sua appartenenza». La caratteristica e suggestiva illuminazione,
fatta di piccole lampade accese in tutte le nicchie della zona al tramonto, e che
dura circa mezz'ora, tale da destare l'ammirazione di molti viaggiatori europei,
non suscitò nel nostro reverendo anglicano alcuna emozione: si trattava per lui di
una «illuminazione necromantica». Invece i curiosi simboli istoriati sul muro
destro del santuario erano, secondo, l'autore, di carattere «cabalistico». Il Wigram
ebbe anche tutto l'agio di disegnare una precisa mappa del santuario. Giunto sotto
il pinnacolo principale, là dove c'era la tomba di Sheikh Adi, Wigram chiese al
suo interprete, un monaco nestoriano, cosa contenesse: «Che cosa c'è lì dentro? -
chiedemmo al nostro interprete, il diacono siriano Werda, persona di una certa
educazione, abbastanza superiore alle superstizioni della sua razza -, ma in quella
cripta stregonica (Domdaniel of Sorcery) anche la sua sicurezza venne meno. «Ve
lo dirò più tardi», rispose nervosamente, «qui non posso dirvelo». Fu solo quando
fummo di nuovo all'aperto che si avvicinò a noi con molta cautela e ci confidò
sussurrando con timore reverenziale: «in quel grosso cofano c'è il Re dei
Pavoni!». Al posto dello sceicco Adi vi sarebbe stato dunque il «Palladio degli
Yezidi», il Sandjak di Melek Tawus. Il racconto potrebbe essere anche
verosimile, poichè risulta che qualunque fosse stato il morto del sepolcro, questi
fu riesumato e distrutto nel corso di un'incursione musulmana avvenuta già nel
1254.

Nello stesso anno fu pubblicato a Boston To Mesopotamia and Kurdistan in


disguise, di Ely Banister Soane (1881-1923), che in seguito amministrò come
maggiore dell'esercito britannico parte dell'Irak settentrionale dopo la sconfitta
dei Turchi. Nel 1921, a causa delle sue notevoli simpatie per i Curdi e la loro
indipendenza, il governo inglese lo rimosse dall'incarico. Nel libro, redatto in
base agli appunti di un viaggio che aveva fatto da Istambul a Bagdad prima della
guerra, avvicinandosi alla pianura dell'Irak settentrionale, Soane aveva scritto:
«Nessun musulmano abita questa pianura, ci sono soltanto Caldei e Yezidi, quegli
Adoratori del Diavolo che sono stati accusati, oltre che di adorare Mefistofele, di
adottare e praticare i riti di Semiramide, la sacerdotessa del lascivo culto
d'adorazione degli organi genitali. Lasciamo agli Yezidi il compito di spiegare il
carattere di quest'ultima accusa, per la quale nessuna valida prova può essere
addotta se non l'astio degli scrittori maomettani e cristiani il cui compito fu
solamente quello di gettar discredito su di loro, non certo di informare i lettori».
Dopodichè l'autore, accennata la possibile origine persiana degli Yezidi, afferma
che «ci sono altrettanti indizi per affermare la loro discendenza da un'antico culto
del sole babilonese o caldeo, specie per quel che riguarda la loro devozione per il
sole, che chiamano Shaikh Shems, e per la luna, Shaikh Sin, corrispondenti a
Shamash e Sin dell'antica mitologia». Il resto delle sue affermazioni sugli Yezidi
sono dati già noti al lettore per essere stati ripresi da altri autori.

Dopo la pubblicazione dei testi pseudo-yezidi fece seguito nel 1909,


sull'American Journal of Semitic Languages and Literatures un ponderato studio
dell'americano Joseph Isya78. Nel 1911 fu data la notizia della scoperta di un
manoscritto-madre, scritto in curdo, poi tradotto in tedesco nel 1913. La notizia
di questo testo era stata data al mondo dal monaco cristiano Anastas Al-Karmali
(1866-1947), noto come Padre Anastase-Marie de Saint-Éliecite_note-arablex-1,
nell'articolo La découverte récente des deux livres sacrés des Yezidis, nel sesto
numero della rivista Anthropos. Tale notizia fu smentita dal sacerdote cattolico-
caldeo di etnìa curda Hurmizd Alphonse Mingana (1878-1937) che in un
articolo del 1916 scritto per il Journal of the Royal Asiatic Society, dimostrò
trattarsi di un falso, cui non era estraneo un altro ex monaco cristiano, Jeremiah
Shamir. Mingana era fonte attendibilissima: infatti lui stesso aveva manipolato
nel 1907 un manoscritto, la Cronaca di Arbela, con l'aiuto di due monaci del

78
Joseph Isya fece seguire nel 1919 il suo libro Devil Worship, the sacred books and traditions
of the Yezidiz, contenente una «discussione critica» sugli Yezidi e dove faceva la cronistoria
dei diversi manoscritti che a partire dagli anni in cui il Siouffi era vice-console a Mosul
qualcuno aveva deciso di far giungere in mani occidentali.
monastero di Rabban Hormuzd ad Alkosh79 e poi l'aveva venduto ad un museo
tedesco per una cifra ragguardevole.80 Del resto aveva le mani in pasta; la sua
attività profana consisteva nel correggere le bozze della tipografia della Missione
Domenicana di Mossul. A causa di comportamenti poco conformi con la condotta
religiosa, si alienò le simpatie dei suoi confratelli e fu cacciato nel 1910 dalla
chiesa cattolico-caldea. Mingana si appoggiò quindi ai missionari cristiano-
protestanti, si trasferì in Inghilterra, dove sposò una giovane norvegese, e passò
il resto del suo tempo a razziare circa 2000 manoscritti da Siria, Curdistan ed
Egitto (diventeranno la Collezione Mingana della Biblioteca dell'Università di
Birmingham) e a lavorare per l'Ufficio della Guerra britannico in qualità di
esperto di lingue orientali. Come si vede, il Great Game britannico, cioé la
politica imperialistica dei potentati economici che avevano sede in Inghilterra,
non si fece sfuggire l'occasione di arruolare chiunque gli poteva tornare utile.

Nel 1920 il famoso egittologo e orientalista E. A. Wallis Budge (1857-1934)


riferirà una retrospettiva sugli Yezidi nel secondo tomo del suo By Nile and
Tigris, 81 ma già nel primo tomo aveva avuto modo (p. 422) di farvi cenno,
citando le parole di un funzionario ottomano: «...la cosa peggiore era che gli
Armeni avevano preso l'abitudine di proteggere e accogliere quegli Yezidi che
cercavano di stabilirsi a Viran Shahr e Urfah, contro l'ordine perentorio del
governo turco (...) Egli poi mi disse che il governo intendeva sradicare gli Yezidi
da tutti i paesi a occidente del Tigri, e che il governatore di Mosul aveva inviato
un esercito sulle montagne a nord per distruggere Sheikh Adi, centro del loro
culto diabolico. Si sapeva che gli Armeni si opponevano alla persecuzione degli
Yezidi, la quale, aggiunse, stava proseguendo allora sul Sinjar, perché il governo
turco voleva convertire entrambi, Armeni e Yezidi, all'Islam o spazzarli via. La
sua descrizione dei mezzi che erano stati usati per distruggere questi popoli ci
disgustò tutti e rimpiangemmo di avergli fornito quel chinino che ci aveva pregato
di dargli la mattina che lo incontrammo».
Nel secondo tomo Wallis Budge, che ebbe a vivere di persona alcune
drammatiche situazioni relative alla persecuzione degli Yezidi che non si
convertivano all'Islam nella zona del Sinjar, riferì un raccapricciante massacro di
due giovani ragazze yezide di 14 anni da parte di ufficiali ottomani. Ne riferiamo
nella sezione Testimonianze. Nell'Appendice al capitolo, fece una breve sintesi
delle principali nozioni che si davano sugli Yezidi, dicendo tra l'altro che il culto
dell'angelo-pavone preesisteva a quello che si aveva per Sheykh Adi e risaliva
probabilmente all'epoca babilonese. «A Mosul tra il 1890 e il 1891 ebbi molte
conversazioni con Jeremiah Shamir a riguardo degli Yezidi, e mi sembrò che la

79
Questo monastero si trovava a quattro ore di marcia dal santuario yezida di Lalish.
80
Jean Maurice Fiey: Auteur et date de la Chronique d'Arbèles (L'Orient Syrien 12, 1967, p.
265-302).
81
E. A. Wallis Budge: By Nile and Tigris, a narrative of journeys in Egypt and Mesopotamia
on behalf of the British Museum between the years 1886 and 1913. London 1920.
loro religione fose un miscuglio di paganesimo (col suo culto di fonti e sorgenti),
Zoroastrismo, Sabeismo, Manicheismo, Cristianesimo e Islam. Il Sanjak è senza
dubbio il discendente di un'antico uccello divinatorio, come Layard, Badger e
Parry hanno segnalato (...) Secondo Shamir gli Yezidi dei villaggi più nascosti
hanno molte orribili usanze e pratiche; lui sostiene che sono dediti alla magia
nera, fanno incantesimi e confezionano filtri magici composti con decozioni di
corpi umani morti ed un sacco di altre cose irriferibili. Inoltre era fermamente
convinto che quando volevano evocare con certezza Malak Ta'us, facessero
ricorso all'omicidio e al cannibalismo rituali, e numerose abominevoli pratiche di
ogni sorta» (p.228-29). Che questa dichiarazione sia servita, di lì a pochi anni, ad
autori come Seabrook per parlare di satanismo yezidico ci pare irrefutabile.
Infine, dopo avere citato le terribili persecuzioni dei governatori ottomani ai danni
degli Yezidi, Wallis Budge scrisse che in conseguenza di questi crimini «negli
anni successivi gli Yezidi uccisero tutti i Musulmani in cui gli capitava di
imbattersi».
Nel libro (p.70), Wallis Budge offre un ritratto dell'uomo che sta alla base delle
successive leggende sataniste sugli Yezidi propalate dal Seabrook e avvalorate
dal Guénon, Jeremiah Shamir82, che riteniamo interessante riportare per intero:
«Jeremiah Shamir era un ometto arzillo, con occhi scuri profondamente infossati
in un piccolo volto raggrinzito; era molto perspicace e intelligente, ma non nel
senso di furbo, e in un modo o nell'altro era capace di conoscere ogni questione
personale. Parlava un buon inglese ma lentamente, e per un certo tempo era stato
in forza al Consolato Britannico di Mosul. Parlava arabo, turco, il dialetto siriano
locale Fallehi e un pò di persiano. Aveva messo su una piccola scuola ma
campava essenzialmente facendo affari come rivenditore di libri e manoscritti.
Era stato assunto dal Sachau con l'incarico di raccogliere manoscritti in siriaco
per la Libreria Reale di Berlino, ma ritenendosi insoddisfatto dal trattamento
economico riservatogli dai Tedeschi, decise di offrire i suoi servigi a me. Grazie
a lui mi procurai diversi manoscritti (...) A Mosul conosceva i proprietari di molti
importanti manoscritti e per suo mezzo potei esaminare molti lavori che
conoscevo solo per la menzione fattane nel catalogo di Abd-Isho. Lui però
difficilmente riusciva a procurarmi davvero un buon manoscritto, perchè i
Giacobiti lo disprezzavano in quanto da Nestoriano si era fatto Protestante e
perchè lo si supponeva essere un membro della Congregazione della Missione
Americana. Aveva viaggiato a lungo in molti paesi tra cui l'Asia Minore,
l'Armenia, la Persia e il Curdistan e, a giudicare dalle sue conversazioni e dal
contenuto delle molte lettere che mi inviò, ero giunto alla conclusione che fosse
un libero pensatore. Sapeva molte cose sugli Yezidi e le loro credenze, ed
ottenni da lui un grosso manoscritto in ottavo, scritto in arabo, contenente la più
completa relazione che io abbia mai letto sulla storia di questo curioso popolo.
Ebbi la sensazione che a qualunque fede lui appartenesse, stesse dalla parte degli
Yezidi, perché ebbi modo di notare che dei vari manoscritti trattati, questo fu

82
Col quale collaborò attivamente il figlio Gabriel Jeremiah.
l'unico che destò un suo interesse personale 83 . Di solito considerava libri e
manoscritti alla stregua di oggetti da comprare e rivendere per ricavarne un rapido
profitto». Bisognerà tenere conto di questo preciso ritratto di Jeremiah Shamir
quando si vorrà lavorare sull'ipotesi della leggenda del satanismo criminale degli
Yezidi diffusa dal Seabrook e da Guénon. Che «stesse dalla parte degli Yezidi»
ci pare una ingenuità interpretativa di Wallis-Budge. In realtà doveva avere di
essi l'opinione sulfurea che avevano tutti i religiosi cristiani di quei posti.

Nel 1922 il disegnatore tedesco Max Karl Tilke (1869-1942), specializzato


in folklore, pubblicò un libro sui costumi popolari dell'Oriente, Orientalische
Kostume in Schnitt und Farbe, dove illustrò anche alcuni tipici abiti yezidi. Il
Tilke aveva viaggiato di persona nel Caucaso, a Tbilisi, per poter conoscere
direttamente i diversi abiti yezidi da lui illustrati. Fu una personalità interessante,
tipica di una certa Germania non prussiana (era stato direttore di un cabaret che
aveva tra i suoi clienti più assidui il noto scrittore e amico Hans Heinz Ewers, e
aveva illustrato un libro sull'abbigliamento dei travestiti).

Yezida del Caucaso ritratto da Max Tilke

Nel 1923 apparve Une Enquête aux Pays du Levant del noto esponente politico
francese, l'irrequieto Maurice Barrès (1862-1923). Il libro, scritto in realtà nel
1914 al ritorno da un suo viaggio, contiene un capitolo sugli Yezidi. Con la prosa
caratteristica che contraddistingue i suoi scritti, Barrès, trovandosi a Beirut
occupata dai Francesi, scrive: «...ciò che mi attira sono i casi di sopravvivenza
pagana, lontane vestigia che brillano nell'ombra». Discorrendo col patriarca
siriano di Antiochia, gli chiedeva se lui fosse mai venuto in contatto con qualcuna
83
Alla luce delle rivelazioni sul satanismo criminale degli Yezidi che aveva fatto poco prima
Shamir, la sensazione di Wallis Budge è del tutto aleatoria.
di tali vestigia umane. La risposta del patriarca fu: «Ho visto gli Yezidi adorare
il demonio. Ne hanno paura e lo blandiscono. Dio è di una bontà perfetta - essi
dicono -; cosa potremmo temere da lui? Ma il Diavolo, è un'altro paio di maniche!
Non si riuscirebbe mai a soddisfarlo. Essi tremano a nominarlo. Lo chiamano Re
Pavone e se lo raffigurano sotto questa forma animale, in bronzo. Ogni anno,
nella prima settimana di aprile, il loro gran sacerdote porta in processione Re
Pavone attraverso i villaggi. Ne fui avvertito. Salii su un tetto. Li vidi arrivare.
Per tutta la giornata si agitarono eccitati; hanno bevuto, cantato, danzato e andati
dietro al simulacro del pavone; infine, la sera, si sono chiusi dentro una casa. A
quel punto hanno spento le lampade...». Probabilmente volevano solo dormire ma
il patriarca non ha resistito alla tentazione, discutendo col Barrès, di insinuare la
solita diceria delle orge notturne. Quando Barrès gli disse che gli sarebbe piaciuto
poter parlare con uno yezida, il patriarca gli fece conoscere un transfuga,
secondogenito di un importante capo religioso yezida. Il resoconto di quella
conversazione deluse l'autore, che scrisse: «Avevo sperato di meglio da una
religione diabolica!». Comunque, Barrès viene a sapere che il paradiso yezida è
formato di tre piani: nel più alto ci vanno gli yezidi, nel penultimo gli animali
degli Yezidi, nel terzo i cristiani. Credono alla metempsicosi, che chiamano
«cambio di casacca». Anche il transfuga accenna alle orge notturne che si
compivano alla sera della festa di primavera a Lalish. Gli è proibito cibarsi di
lattuga, fagiolini verdi e carne di maiale. I fagiolini perché non seppero
proteggere il pavone in una certa evenienza mitologica (si raddoppia qui l'antico
mito fallico di Adone-Tammuz, che morì in un campo di lattughe, che non seppe
proteggerlo dall'attacco del cinghiale). Barrès, poco entusiasta, scrive: «Che
guazzabuglio di credenze! In pratica, questi Yezidi, sono ossessionati
dall'antitesi, grossolanamente raffigurata, di Dio e del Male, della Luce e delle
Tenebre. In quest'ultime scorgono la vera essenza della divinità. Ebbene! Possono
pure scomparire, ci rimane il nostro Victor Hugo.... che senza saperlo, fu yezida».
Barrès da sarcastico diviene infine deprecativo, rimarcando che con gli Yezidi
sono vani i tentativi che lui aveva in animo di compiere per vivificare le
sopravviventi tradizioni pagane e integrarle in qualche modo nel mondo
occidentale. «Ma che vantaggio si può avere con questi adoratori del diavolo? La
loro piccola processione del Re Pavone mi sembra avanzare lungo un vicolo
cieco. Tanto vale che si facciano cristiani e francesi!».

Tra il 1923 e il 1927 comparvero alcune notizie sugli yezidi del Caucaso,
filtrate dall'Unione Sovietica e pubblicate dal Bullettin périodique de la presse
russe. Nel numero 125 del 1923 si seppe di una Conferenza di Yezidi e Kurdi a
Tiflis: «La Pravda (30/8) annuncia la fine di una conferenza organizzata dagli
Yezidi e Kurdi di Transcaucasia. La conferenza, a cui il governo sovietico ha dato
tutto il suo appoggio, si è aperta a Tiflis in presenza di una cinquantina di delegati.
Gli Yezidi, che si designano ancora con il nome di adoratori del Diavolo a causa
delle bizzarre cerimonie del loro culto, formano con le tribù kurde delle
minoranze nazionali in Armenia sovietica. I principali gruppi yezidi sono
stanziati nei pressi del monte Alagheuz con numerosi villaggi presso la frontiera
russo-turca. All'inizio della conferenza, i rappresentanti del partito comunista
russo hanno ricordato ai delegati lo stato di isolamento e disprezzo in cui tutti i
regimi avevano tenuto yezidi e kurdi. Gli è stata data assicurazione che il governo
sovietico, difensore delle minoranze nazionali e dei popoli oppressi, farà tutti gli
sforzi per dare ad ognuno la possibilità di vivere e lavorare, avvalendosi dei
benefici apportati dalla cultura sovietica. In risposta, i delegati yezidi hanno
dichiarato che dopo secoli di oppressione, di allarmi e di persecuzioni, hanno
infine trovato pace sotto il regime sovietico. Dopo la lettura di numerosi rapporti,
i delegati hanno deciso di chiedere al governo sovietico d'Armenia di aprire delle
scuole nazionali in tutti i villaggi yezidi d'Armenia. Prima di chiudere la
conferenza, un relatore yezida ha attirato l'attenzione dei delegati sul fatto che la
pubblicazione del libro yezida «chame» (la Luce) è avvenuta per la prima volta
sotto il regime dei Soviet.
Nel numero 134 del 1924 si parla di Sovietizzazione degli Yezidi: «La
sovietizzazione delle minoranze nazionali facenti parte della repubblica
d'Armenia prosegue. Le Izvestia (14-6) segnalano l'attività dell'autorità sovietica
in vista di trasformare le tradizioni e il culto dei kurdi yezidi. Il 13 giugno ha
avuto luogo nel villaggio di Hadji-Halil, distretto di Leninakan (Alexandropol),
una grande assemblea di kurdi-yezidi, provenienti da tredici villaggi kurdi del
distretto. Il presidente del comitato per l'insegnamento del distretto, il compagno
Mejloumian, ha preso la parola in lingua yezida per biasimare l'ignoranza in cui
si trovano immersi il popolo kurdo e specialmente gli Yezidi.
Nel numero 151 del 1926 è questione dell'Azione Comunista tra i Kurdi-Yezidi:
«Tra le minoranze nazionali che abitano il territorio dell'Armenia sovietica, una
delle più cospicue è quella dei kurdi-yezidi. Per lo più nomadi, sono rimasti
esclusi dal lavoro di propaganda comunista intrapreso dalle organizzazioni del
partito in Armenia. Tuttavia, dopo il decreto del Comitato Centrale del suddetto
partito comunista impegnante i nomadi ad abbandonare il loro stile di vita per
diventare sedentari, è stato possibile sviluppare l'attività comunista tra gli Yezidi.
Attualmente, il numero dei villaggi kurdo-yezidi in Armenia sovietica, sarebbe,
secondo la Zaria Votoska (5/1), di quarantatre, che però non costituirebbero dei
gruppi omogenei ma sarebbero dispersi lungo la frontiera turco-sovietica,
costituendo un insieme di circa 20.000 abitanti. L'ignoranza delle masse, la
sopravvivenza di antichi pregiudizi, vecchi costumi e tradizioni essendo un
ostacolo alla bolscevizzazione dei kurdo-yezidi, l'azione comunista ha rivolto
tutta la sua attenzione alla gioventù kurda dei villaggi e li ha pian piano fatti
aderire al comunismo. Nuclei di giovani comunisti sono stati organizzati ed
un'intensa propaganda in supporto, hanno cominciato ad esistere cinque collettivi
di pionieri comunisti di circa trecento ragazzi. L'azione comunista in pieno
sviluppo ha aperto un certo numero di scuole a beneficio dei Kurdi ed ha sancito
la lotta contro le sopravvivenze del passato».
Chi scrisse dando maggiore notorietà agli Yezidi fu il giornalista americano
William Buehler Seabrook (1884-1945) nel libro pubblicato a New York nel
1927 Adventures in Arabia: among the Bedouins, Druses, Whirling Dervishes
and Yezidee Devil Worshipers, del quale diamo nella sezione Testimonianze la
traduzione riguardante gli Yezidi. Seabrook nel 1925 compì un viaggio in Medio-
Oriente e, quale ultima tappa di esso, si volle recare nel territorio degli Yezidi, e
più precisamente a Lalish, santuario di Sheikh Adi, sui monti Hakkari. Grazie al
fatto che gli Inglesi avevano imposto ai musulmani di smettere di vessare gli
Yezidi, che consideravano con convinzione adoratori del demonio e commettenti
sacrifici umani, gli Yezidi accoglievano in amicizia tutti coloro che parlavano
quella lingua. Seabrook era mosso dalla curiosità di verificare se le dicerie sul
satanismo degli Yezidi fossero vere oppure no. Lui aveva raccolto la voce che
esistevano «sette torri del diavolo» da cui si diffondevano, mediante riti e
cerimonie compiuti da appositi sacerdoti, influenze sataniche dirette in tutto il
mondo. Queste sette torri o forse sette particolari cime montane, dette anche «case
di potere», andavano dalla Manciuria settentrionale, al Tibet, alla Persia, all'Irak
e alla Siria. Quella dislocata in Irak sarebbe stata, appunto, la torre degli Yezidi,
sulla montagna di Lalish, dove si adorava un serpente nero e alla cui base si
compiva un tremendo sacrificio. Inoltre ogni notte una vergine era offerta al
sacerdote, poichè tutte le donne yezide, prima di sposarsi, dovevano passare
attraverso una particolare cerimonia sessuale.
Seabrook racconta che la diceria sul tempio-torre da cui si diffondevano le
influenze malefiche su tutta la terra, era nata su un equivoco; infatti la cima della
guglia del tempio maggiore, aveva una palla di bronzo scintillante che sovrastava
un pinnacolo tutto intersecato di scanalature imbiancato a calce, cosicchè da
qualsiasi punto dell'orizzonte si fosse diretto lo sguardo, si sarebbe sempre visto
un potente bagliore luminoso provenire dal sito. Questa quindi la spiegazione
profana della leggenda, piuttosto pedestre. In realtà si tratta di una leggenda
diffusa e variamente distorta in ambito islamico; Seabrook lo certifica
apertamente: «avevo già sentito parlare di queste sette Torri più di una volta e
sono convinto si tratti di una leggenda proprio come il regno sotterraneo cinese
o le caverne di Sindbad. Le storie che avevo udito in precedenza e che sono
diffuse largamente in Oriente84, si possono ridurre a questo: attraverso l'Asia,
dalla Manciuria del Nord, per il Tibet, la Persia, finendo poi in Kurdistan, c'era
una catena di sette torri o isolate cime montane; in ognuna di queste torri ci stava
in permanenza un sacerdote di Satana, il quale trasmettendo occulte vibrazioni,
controllava i destini del mondo in nome del diavolo». Ebbene come non pensare
che il reverendo Pierre Martin non abbia ripreso proprio queste leggende per la
sua polemica antiyezida, di cui abbiamo riferito in precedenza? Riesce più

84
Per «Oriente» si intende evidentemente l'Oriente islamico, sottinteso che non ha capito Louis
de Maistre, facendogli dire che non c'è nessuna traccia di tali leggende in tutta l'Asia. Infatti
più avanti Seabrook dirà: «... portentose case di potere che compaiono nei racconti e nei miti
di Arabia, Persia e Turkestan».
difficile invece accettare che vi abbia abboccato un René Guénon e con lui tutti i
suoi epigoni, fino a Louis de Maistre. Forse sarebbe meglio arguire che la
mentalità religiosa di Guénon - a dispetto della sua asserita metafisicità - utilizzò
tale leggenda islamica per demonizzare le correnti «eterodosse» in margine
all'islamismo, partecipando a quel mai sopito conflitto tra sunniti e sciiti che
ancora oggi miete vittime innocenti tra le popolazioni del Medio-Oriente.
Tale leggenda, popolare e non erudita - ripetiamolo, distorta dal tempo e dagli
ambienti in cui si diffondeva -, è stata fatta conoscere al pubblico occidentale nel
1909 dall'orientalista Edgard Blochet (1870-1937) in un suo articolo comparso
sull'italiana «Rivista degli Studi Orientali»: Études sur le gnosticisme musulman.
In tale lungo articolo, nel quale peraltro gli yezidi non compaiono affatto, si cita
il libro Khitat dello storico islamico al-Maqrizi (1364–1442); «Nell'antichità
pagana c'erano, disseminati per il mondo, sette templi dedicati ciascuno a uno dei
sette pianeti; il primo di essi fu la Kaaba di La Mecca, costruita per ordine di
Idris, lo stesso personaggio conosciuto come Primo Ermete, il Trismegisto. Il
secondo era un tempio consacrato a Marte e che si trovava a Tiro. Il terzo,
dedicato a Giove, stava a Damasco, costruito da Djiroun, figlio di Saad, figlio di
'Ad, e sorgeva nello stesso luogo dove oggi sorge la splendida moschea degli
Omayyadi. Il quarto era il tempio del sole in Egitto, costruito dal re pishdadiano
di Persia, Hoshang, e si dice che questo fosse il tempio di Ain-Shems. Il quinto
era un tempio di Venere che sorgeva a Manbidj. Il sesto un tempio di Mercurio a
Sidone e il settimo un tempio della luna, sempre nella stessa città». Altri storici
islamici, sempre citati dal Blochet, parlano di dodici templi sparsi per il mondo
(Balkh, Sanaa85, uno in Spagna costruito da Cleopatra, Fhergana ecc.).
Qui si tratta chiaramente della reminiscenza degli antichi culti stellari praticati
dai popoli pagani prima dell'avvento dell'islam, comprese le Piramidi d'Egitto,
culti il cui capostipite sarebbe stato proprio quel Seth tanto caro e aborrito da
Guénon e seguaci. Siccome gli Yezidi erano considerati adoratori del Diavolo
(Seth), siccome essi avevano dei curiosi santuari di forma conica-piramidale
svettanti verso il cielo, siccome i loro culti riecheggiavano quelli dei popoli
politeisti, si confezionò per loro, adattandola, una delle tante leggende sul culto
stellare pagano. La verità è sempre semplice, e contrasta visibilmente con la
farragine e il coacervo di elucubrazioni svolte a danno di Yezidi ed altre comunità
«eterodosse» da parte di personaggi a cui si è prestato finora un credito gratuito
e immeritato 86 . Seabrook, a seguito della sua visita, ritenne di non dover
confermare tutte queste dicerie.
Visitando l'interno del tempio, il viaggiatore americano non trovò alcun indizio
di rituali anomali, ma semplicemente il fatto che il sito era stato edificato al di

85
Capitale dello Yemen...con il che si vede dove aveva attinto il reverendo Martin per la sua
leggenda sugli Yezidi, ivi diffusisi «sotto altro nome»!
86
Louis de Maistre proprio all'inizio del suo libro sui luoghi di potere, per tema di farne crollare
tutto l'edificio ideologico, mette le mani avanti e nega che tali leggende siano direttamente in
relazione con la questione delle sette torri del diavolo: «a dispetto delle apparenze, questi
templi non hanno tuttavia nessun rapporto diretto col nostro argomento» (Cit. p.7).
sopra di alcune grotte naturali, in parte adattate artificialmente, e di una sorgente
d'acqua scaturente dalla roccia. Il serpente nero inserito sulla destra della facciata
d'ingresso al tempio era considerato dagli Yezidi un «simbolo di saggezza», con
obbligatori richiami al serpente del Genesi ma anche allo Gnosticismo. Circa i
misteriosi riti che si compivano nel tempio-torre, Seabrook venne a sapere dal
Gran Sacerdote degli Yezidi che effettivamente i sacerdoti della classe fakir vi
compivano determinate cerimonie magiche, che era vera la storia della fanciulla
offerta sessualmente al gran sacerdote (ma usanza desueta di tempi passati gli
dissero) e di un sacrificio di sangue. In realtà quest'ultimo aveva solo questo di
raccapricciante, che un toro bianco, ogni primavera, veniva ferito alla gola e fatto
circumambulare attorno alla torre di Sheykh Shams in modo da sprizzarla
tutt'intorno di sangue, fino a che l'animale cadeva a terra esangue. Vi si può
vedere un rito molto vicino a quello mithraico della tauroctonìa. Infine gli fu detto
che gli Yezidi si consideravano figli del solo Adamo, e non di Adamo ed Eva,
mentre lo erano invece tutti gli altri popoli della terra, e gli raccontarono perché.
Si trattava di un mito e forse di un rito con forti connotazioni gnostico-alchemiche
che fa presumere quale alta origine iniziatica potettero avere effettivamente gli
Yezidi.
La fede nel considerarsi l'unico popolo della terra generato direttamente e solo da
Adamo, mentre tutti gli altri proverrebbero da Adamo ed Eva, ha ingenerato in
loro un forte senso di appartenenza, una autoesclusività che li ha portati a non
fare proselitismo, a non accettare conversioni e neanche apostasie. Evidenza di
ciò vi è stata anche recentemente, con il raccapricciante episodio del 2007,
allorchè una ragazza yezida di diciassette anni, innamoratasi di un musulmano,
venne atrocemente lapidata in pubblico e il video dell'episodio fece il giro del
mondo. Dopo essere stata uccisa, venne trascinata con un'auto per le strade ed
infine sepolta con un cane, in evidente segno di disprezzo, poichè tra gli Yezidi
l'avere rapporti sessuali con estranei è considerato uno dei massimi crimini87. Per
reazione, elementi islamici uccideranno in due stragi circa 800 yezidi.
Il libro di Seabrook pare che ebbe - ma non ci sono prove dirette - anche una
funzione di natura geopolitica, perlomeno la tiratura della copia in nostro
possesso (Edizioni Guild Books). Nonostante Inghilterra e Stati Uniti fossero in
guerra con la Germania, il libro risulta essere stato stampato nel Terzo Reich, a
Vienna, nel 1941, da «Elbemühl Papierfabriken und Graphische Industrie A.G.».
Una specie di tiratura in copie-pirata che, se ci è consentito l'azzardo, avrebbe
potuto servire ad agenti nazisti per orientarsi senza sospetti in certi ambienti del
Medio-Oriente descritti nel testo, altrimenti la cosa non si spiega. Nel 1941 infatti,
gli Inglesi erano intervenuti d'imperio in Irak a seguito del colpo di stato del

87
Nel 1920 Gertrude Bell raccontò la storia di un giovane che volle provare se pronunciando
la parola-tabù Shaytan sarebbe diventato cieco. Non avendo avute conseguenze, raccontò il
fatto a suo padre, il quale, inferocito, disse: «Non sei rimasto cieco? Presto lo diventerai...» e
andò a prendere il suo fucile per sparare al figlio che però scappò andando a rifugiarsi in un
monastero cristiano dove poi divenne monaco (Journal of the Royal Central Asian Society,
XXVII, 1940).
leader nazionalista Rashid Ali al-Gaylani, evento propiziato da Germania e Italia
anche grazie all'azione sul posto dello storico delle religioni e membro delle SS
Franz Altheim, supportato dalle ambasciate dei due paesi. La stamperia tedesca,
da indagini da noi compiute, fu di proprietà della famiglia ebrea Rosenbaum fino
al 1927, dopodiché le azioni vennero acquisite dal Principe Franz Joseph II di
Liechtenstein (1906-1989) che pur mantenendo neutrale il suo Principato durante
la Seconda Guerra Mondiale, ebbe indiscusse simpatie naziste, accogliendo nel
1945 circa 500 fuggitivi russi che combattevano con la Wermacht (solo nel 2005
un'indagine della BBC ha rivelato che nelle proprietà austriache del Liechtenstein
"lavorarono" i detenuti ebrei del campo di concentramento SS di Strasshof, a
Nord di Vienna). Pensare che il libro fosse stato commissionato dall'editore
inglese ad una stamperia viennese di proprietà del governo del Liechtenstein in
piena guerra mondiale sarebbe davvero una forzatura!

Lo stesso anno in cui apparve il libro di Seabrook fu pubblicato, sulla rivista
americana di Chicago «Weird Tales», anche il racconto The Orror at Red Hook
del noto scrittore fantastico H.P. Lovecraft (1890-1937), che tirava in ballo gli
Yezidi. Il racconto però era già stato composto nel 1925. Il racconto lovecraftiano
cita del tutto a sproposito il popolo dell'Arcangelo: una setta satanista proveniente
dal Curdistan, gli Yezidi appunto, giunge a New York seguendo gli itinerari
dell'immigrazione clandestina. Qui, con l'appoggio di un medico del posto, fonda
la sua sede, dove celebra riti infami e assassini e si dedica ad omicidi rituali e ad
efferatezze di ogni tipo. Dopo che la polizia ne scompagina le attività, senza però
giungere a nulla di decisivo, le sue imprese riprendono più sotterraneamente.
Tutto qui. Gli Yezidi vengono praticamente nominati col loro nome solo due
volte in tutto il racconto, a riprova che sono stati un condimento esotico per un
horror privo di qualsiasi spessore letterario. Chi invece parlò degli Yezidi in
alcuni racconti fantastici a sfondo satanista con maggiore ampiezza, e maggiore
conoscenza, fu un buon amico di Lovecraft, lo scrittore Robert Howard (1906-
1936), uno dei più importanti scrittori di horror, creatore del genere «fantasy
eroico» e del personaggio di Conan, ripreso più tardi anche
cinematograficamente. I racconti, pubblicati a partire dal 1934 su «Weird Tales»,
e che già aveva ospitato contributi di altri autori in cui gli Yezidi erano coinvolti
(come The Slayers of Souls di Robert Chambers), riferivano di una diabolica
divinità in sembianze di pavone, quella appunto adorata dagli Yezidi, tanto che
nel racconto The Brazen Peacock è descritta proprio la località di Lalish
menzionata anche nel racconto di William Seabrook. Inutile aggiungere che gli
Yezidi vi compaiono in una prospettiva consona alle tematiche della rivista
americana.

E' curioso notare come anche Aleister Crowley (1875-1947), occultista in


odore di satanismo, oltreché avventuriero e spia degli Inglesi, si fosse interessato
agli Yezidi. E' stato ipotizzato da Louis de Maistre che William Seabrook, che
nel 1917 aveva conosciuto ed era divenuto amico di Crowley, avesse fatto il suo
viaggio tra gli Yezidi su impulso di qualche suggestione crowleyana. Il Crowley
infatti, nel redigere a partire dal 1920 gli appunti che avrebbero dovuto portare
ad un secondo commento del suo Liber Al vel Legis, aveva sostenuto la tesi che
la misteriosa entità Aiwaz - su cui ruota tutt'ora il sistema magico fondato dal
Crowley - non fosse altro che l'antichissimo nome del dio degli Yezidi,
supponendo una astrusa corrispondenza cabalistica tra quel nome e quello yezida
di Tawus (in curdo Tawusi): «Ma non è tutto. Aiwaz non è, come avevo pensato,
una semplice formula, come molti nomi angelici, ma è il vero antichissimo nome
del Dio degli Yezidi, e così ritorniamo alla più alta antichità. Il nostro lavoro è
tuttavia storicamente provato dalla riscoperta della tradizione sumera (Sumer
nella bassa Mesopotamia, la primitiva sede della nostra razza)»88.

 Desta quindi meraviglia come nell'incompiuto racconto del noto romanziere


austriaco Gustav Meyrink (1867-1932), Das Haus des Alchimisten, cominciato
a scrivere nell'anno in cui uscì quello di Seabrook, si parli degli Yezidi con dati
che fanno pensare ad una conoscenza quasi contemporanea del testo dell'autore
americano. Meyrink infatti ambienta il suo racconto in una città della Germania,
una «casa di potere» come la definì Seabrook, che lui chiama «la casa del
Pavone». In essa dimora un gruppo di Yezidi, «Adoratori del demonio, ordine
che ha un senso differente da quello che potrebbe far supporre»89. Nella parte
superiore dell'edificio c'è la «sala di proiezione» di un europeo in cui si è
incarnato l'angelo Pavone, «Malek Ta'us», che dedica tutto il suo tempo
nell'infondere nelle persone, da questa sala che ha il tetto di vetro, influssi nefasti
e spersonalizzanti. C'è addirittura un passo in cui Meyrink sembra voler ricordare
i lampi di luce che scaturiscono secondo il racconto di Seabrook dal globo
luminoso che sta sulla cima dei pinnacoli yezidici della valle di Lalish: «La
vivissima luce accecante di un riflettore da sala di proiezione risplendette per un
istante dall'alto come un sole». La casa del Pavone sembra quindi identica ad una
«torre del diavolo» yezida. L'uomo incarnazione dell'angelo-pavone, il Dott.
Ismael Steen (quasi un anagramma di Satana ma anche con un rimando alla setta
degli Ismaeliti), compie tra l'altro un viaggio tra gli Yezidi nei pressi di Mosul,
proprio come Seabrook. E' probabile quindi che Meyrink abbia perlomeno letto
una recensione del libro Adventures in Arabia (si sa che conosceva l'inglese e si
teneva aggiornato su tutte le pubblicazioni a carattere esoterico), ed abbia inserito
il tema stereotipo di un malefico angelo Pavone come linea conduttrice di un
romanzo già concepito indipendentemente per altri versi (pare come
continuazione della novella l'Orologiaio), a meno di non voler supporre che
avesse letto la stessa fonte cui attinse il reverendo Pierre Martin, che scrisse: « si
dice anche, che hanno templi in una delle più grandi capitali del Nord Europa».

88
Tobias Churton: Aleister Crowley and the Yezidis. Sta in: Aleister Crowley and Western
Esotericism (a cura di H. Bogdan e M.P. Starr), New York 2012.
89
G. Meyrink: La Casa dell'Alchimista, p.81. Siena 2008
E' curioso infatti che nelle bozze del romanzo si legga che «Steen apprende a
Mossul da uno Yazida che a Darasche-Kol l'Angelo Malek ha impartito alcuni
anni prima il compito di affrettare il compimento della missione della setta yazida
in Europa». Poco prima Meyrink aveva spiegato che «lo yazida ha, come solo
compito, quello di accelerare la 'maturazione' degli uomini. Un pò come un
veleno che può portare un male strisciante alla crisi...o alla morte». Quindi,
nell'approssimativa ottica storica del libro, questa «setta persiana», evidente
richiamo al dualismo mazdeo, ha la missione in Europa e nel mondo di fungere
da violento depuratore delle coscienze. Fu quindi solo un caso se Meyrink pose
la «casa di potere» yezida proprio in una città tedesca?90

L'anno dopo che fu stampato il libro di Seabrook, venne edito a Londra (ma
fu scritto a Baghdad) Il Culto dell'Angelo Pavone, breve resoconto sulle tribù
yezide del Kurdistan, di R. H. Woolnough Empson, arricchito da un commento
di Sir Richard Temple e che fu giudicato dallo storico italiano delle religioni
Giuseppe Furlani, del tutto ingiustamente, «di poco valore». Il libro mostrava per
la prima volta la foto di uno dei simulacri (sanjaq) dell'angelo pavone, un
prezioso manufatto, al British Museum dal 1912, la cui fattura era decisamente
superiore alle descrizioni di rozzi simulacri fatte da diversi autori. L'Empson parla
di soli quattro di tali reperti in giro per il mondo. Che fossero stati regalati dagli
Yezidi è certamente fuori discussione, mentre è più probabile che fossero il frutto
di qualche razzia. Per esempio dopo la Rivoluzione Russa del 1917 si è persa ogni
traccia del sanjaq delle tribù yezide di Armenia e Georgia91.
Secondo l'Empson è il sacerdote Qauwal - che significa «cantore di inni» - che è
addetto alla conservazione e gestione dei diversi simulacri "viaggianti" che
vengono portati in processione rituale ogni quattro mesi nelle diverse regioni
dello Yazidistan. Quando si appresta a celebrare una funzione divinatoria con
l'angelo pavone, và in estasi, tanto che gli viene anche la bava alla bocca. Nel
particolare stato medianico in cui si trova sussurra un canto, e l'acqua contenuta

90
Tale diceria malevola e distorta pare abbia avuto una certa diffusione, tanto che ve ne
potrebbe essere traccia anche nel racconto di un conoscente di Meyrink, Die Andere Seite del
noto artista austriaco Alfred Kubin (1877-1959), scritto nel 1909. Qui, nella misteriosa città
russo-asiatica di Perla, c'era un altrettanto misteriosa Torre dell'Orologio, dalla quale si
diffondevano particolari energie negative, che sono stranamente in analogia con quanto
raccontato a riguardo degli Yezidi. Ora, sia Meyrink che Kubin hanno vantato di sè una
particolare capacità visionaria con la quale hanno sostanziato il nucelo dei loro romanzi; Kubin
in particolare scrisse il suo libro in 15 giorni, subito dopo aver avuto degli accessi visionari.
Ma se ciò può soddisfare gli occultisti non può certo fornire una spiegazione documentale di
come si sono sviluppate le cose.
91
L'angelo pavone ha anche una specie di sua "bandiera", un vessillo costituito da tre strisce
orizzontali rosso, verde e bianca, dotata di virtù curative, poiché se viene immersa nell'acqua
delle sorgenti di Sheikh Adi, chi ne beve può guarire dai suoi mali. L'acqua di Sheikh Adi è
particolarmente cultuata fra gli Yezidi, tanto che con essa si fanno in loco delle palline di argilla
che vengono portate con sè come aventi particolari proprietà profilattiche. Questo vessillo è
spesso fatto sventolare sulla cima dei pinnacoli yezidici.
nel bacile in cui è stato posto il simulacro è scossa da misteriosi fremori. Il qauwal
dice quindi che l'angelo è entrato nel simulacro attraverso l'acqua ed è pronto a
rispondere alle domande dei presenti. E' quindi evidente che questi qauwals
coastituiscono un particolare collegio sciamanico in grado di entrare in estasi e
profetare. Probabilmente informati che i sacerdoti yezidi hanno poteri sciamanici
(i lettori vadano a quanto scrisse il Rich a proposito dello Shaikh Kuchuk, lo
sceicco piccolo), i missionari cristiani ne hanno ricavato la loro teoria di una
religione connessa con tutte quelle popolazioni dell'Asia centrale che praticavano
abitualmente lo sciamanesimo; da qui, probabilmente, la teoria delle sette torri
del diavolo. I sacerdoti della classe fakir invece, detti anche karabash, sono come
dei sacrestani o leviti, addetti alle mansioni più ordinarie del culto. Tuttavia
anch'essi - aggiungiamo noi - come i Qauwals forse sovrintendono segretamente
a qualche cerimonia divinatoria, poichè hanno l'abitudine di digiunare due volte
all'anno per quaranta giorni, un solo pasto al giorno, e quindi dormire su giacigli
di erba (ricordiamo quanto scrisse il Rich che i loro sacerdoti dovevano avere a
contatto della pelle solo del crine).
Oltre ai sacerdozi ordinari, gli Yezidi hanno anche un curioso sacerdozio
itinerante, quello del Kuchak o Kuchar (denominato Kuchuk dal Forbes, Kocher
da Lajard, Kolchak in Seabrook e Kocak nell'Enciclopedia Islamica Brill), dotato
di poteri sciamanici, come il far cadere la pioggia. Questi sacerdoti si sposano
all'interno delle loro famiglie e non praticano la circoncisione. Secondo René
Guénon e Louis De Maistre, sarebbero loro i «sacerdoti di Satana» (Awliya es-
Shaytan) che all'interno di Sheikh Adi compirebbero il terribile rituale tanto
paventato dagli autori cattolici. Il De Maistre infatti92 cita l'edizione Brill 1913-
1934 dell'Encyclopédie de l'Islam per segnalare che questi sacerdoti itineranti non
sono i veri kolchak che prestano servizio a Sheikh Adi, dando come fatto assodato
che gli Yezidi, essendo una setta «eterodossa» dell'islam, abbiano «dato rifugio,
in modo più o meno efficace, a personaggi oscuri come per esempio quei «maghi
itineranti» o kolchaks degli Yezidi di cui parla William Seabrook e che
costituiscono effettivamente una ben strana categoria di individui». E' chiaro che
anche René Guénon dovette aver letto la voce sugli Yezidi nell'enciclopedia
islamica. Riportiamo detta voce dal testo citato del De Maistre: «...si tratta infatti
di personaggi «che si vede comparire ogni tanto, quasi dei mahdi, fanatici
religiosi provenienti soprattutto da tribù nomadi di Yezidi che cercano di fare
impressione sul loro ambiente mediante l'oniromanzia, gli stati di trance e le
visioni, e che si credono chiamati al ruolo di guide spirituali. Ad ogni occasione
di siccità o carestia, si preoccupano di suscitare la pioggia, in caso di rivolte o
imprese guerresche, cercano al pari degli antichi Profeti di infiammare il popolo
e di assumerne la direzione. Utilizzano a questo scopo la credenza che Shaykh
'Adi riapparirà un giorno, pronto a resuscitare. Per tale motivo, furono
ferocemente perseguitati, non solo dal governo turco ma anche dagli stessi capi
yezidi e spesso da questi consegnati ai Turchi, che li sterminarono senza pietà».

92
L'Énigme René Guénon et les "Supérieurs Inconnus". Archè 2004
Ora, questa voce dell'Enciclopedia Brill ci pare assai sospetta e tendenziosa, forse
redatta basandosi sull'opinione di qualche missionario, sia perché non è
confermata dal racconto di chi ne parlò per essere stato tra gli Yezidi, come il
Lajard o l'Empson, ma anche perché nell'edizione 2002 della stessa Enciclopedia,
almeno nella versione Brill inglese (The Encyclopaedia of Islam - new edition)
tutto questo discorso è stato ampiamente ridimensionato: «I Kocaks («i piccoli»),
indossano abiti bianchi e sono noti per la loro pietà religiosa. Le famiglie di
Kocaks provengono da tutte e tre le caste; i membri maschi di tali famiglie spesso
fanno da ""domestici"93 a Lalish, ma il termine kocak è usato specialmente per i
visionari, i divinatori e i facitori di miracoli che sono ritenuti in contatto col
«Mondo Invisibile» (edlam al-ghayb) per mezzo di sogni e stati di trance».
Come si vede viene inferito gratuitamente, aprioristicamente, sulla base di un
preconcetto cattolico, che i kolchaks itineranti yezidi che si fermano all'interno
della Torre di Lalish a compiere i loro rituali siano dei «Santi di Satana» (Awliya
es-Shaytan), mentre in realtà sono normali sacerdoti di ricche tribù yezide
seminomadi (che il Lajard definisce «...le più benestanti famiglie dei Kocher, le
tribù itineranti che vivono in tende nelle zone pianeggianti e tra le colline
dell'antica Adiabene») quindi nomadi per forza di cose e non per i motivi
pretestuosi addotti da Guénon, a cui discolpa può solo andare il fatto di non essere
documentato 94 . La leggenda di questi presunti Awliya es-Shaytan è quindi
destituita di ogni fondamento. Louis de Maistre, pseudonimo di autore
guenoniano «eterodosso», ritiene infatti che gli Yezidi derivino da un antico
ambiente islamico ortodosso infiltrato da una sorta di «superiori incogniti», tanto
da degenerare o da far apparire al loro interno «insegnamenti magici e
gnosticizzanti di cui non si sarebbe mai supposta l'esistenza. L'esempio più
eclatante ci è offetto da ciò che un tempo fu un'organizzazione sunnita irakena, la
confraternita sufi degli 'Adawiyya, fondata dallo sceicco 'Adi ben Musafir. Essa
si trasformò poi, in modo né spontaneo né endogeno, nella setta degli Yezidi,
adoratori dell'Angelo-Pavone (Malak Ta'us), volgarmente considerato come il
diavolo».
Ma questa interpretazione tende solo a perpetuare le distorsioni operate nel
passato dai missionari cristiani. Lo sceicco Adi, a detta dei racconti yezidici
riferiti dall'Empson, era un «mago siriano» (non l'omonimo santone sunnita
morto nel 1162), rifugiatosi nel X° secolo tra gli Yezidi. Alla sua morte, avvenuta

93
L'Empson, durante la sua visita al tempio di Sheikh Adi, scrisse infatti «...and the Kuchaks
bring food and drink» (e i Kuchaks ci portarono da bere e da mangiare).
94
Il Lescot, che citeremo più avanti, scrisse invece che «il termine koçek serve anche a
designare quegli illuminati, quei semi-profeti e semi-stregoni che appaiono talvolta nelle tribù
guadagnandosi un ascendente non solo religioso ma anche politico. Alcuni hanno svolto un
importante ruolo nella storia yezida, e si cantano ancora oggi, nel Sindjar, i miracoli di Koçek
Brahim, morto da più di un secolo e mezzo, così come le avventure di Koçek Mirza, giustiziato
dai Turchi nel XIX° secolo» (R. Lescot: Enquete sur le Yezidis de Syrie et du Djebel Sindjar.
Beirouth, 1938). Si tratta quindi di patrioti e non, come vorrebbe De Maistre, di personaggi
equivoci.
a Lalish nel 960, gli Yezidi gli riservarono un posto d'onore nel loro tempio (forse
un ex monastero nestoriano) che rinominarono Sheikh Adi proprio in suo onore.
Se Adi fu davvero un «mago siriano» in fuga, si può pensare soltanto ad una
continuazione di un retaggio sapienziale pagano, non certo, come vorrebbe il De
Maistre, ad una degenerazione di una branca dell'islamismo. Tutto il resto sul suo
conto sono leggende dovute al bisogno degli Yezidi di dissimulare le loro
credenze, e lo fecero così bene che l'Empson dovette affermare che nella sua
storia è ben «difficile separare il grano dall'oglio». Il libro dell'Empson è
certamente uno dei migliori che siano stati scritti e contiene numerose intuizioni
avvalorate in seguito dagli studiosi. Circa l'origine degli Yezidi, egli ritiene che
possano essere un'antica popolazione persiana emigrata o fatta emigrare dal
distretto della città di Yezd verso le aspre regioni dello Yazidistan, al tempo della
persecuzione degli Zoroastriani da parte della religione mazdea tradizionale. Vi
sarebbero infatti numerose similitudini e retaggi tra quegli antichi abitanti e loro,
come la venerazione per il sole, il fuoco, l'acqua, il serpente, l'albero del gelso
(probabilmente trasformato in quercia dal racconto del vescovo di Marga.
Abbattere un gelso infatti non doveva apparire come una grande impresa...), che
si riteneva abitato da una divinità. Concludendo il suo capitolo sull'origine degli
Yezidi, Empson scrive: «Dal labirinto di informazioni discordanti alcune cose
sono certe; lo yezidismo è una sopravvivenza dell'antico paganesimo; questa setta
tentò un tempo di far accettare la propria religione, per quanto possibile, facendo
propri alcuni Nomi Santi [dell'Islam] e sfuggire alle persecuzioni; in particolare
hanno sempre evitato i musulmani persiani e mesopotamici, che li odiavano a
causa delle azioni ignominiose che attribuivano al loro supposto fondatore, Yezid
ibn Mu'awiya».

Lo storico delle religioni italiano Giuseppe Furlani (1885-1962) pubblicò nel
1930 Testi religiosi dei Yezidi. Dopo avere dato una panoramica sugli Yezidi,
sfrondandola dei particolari da lui ritenuti poco storici riferiti da tanti viaggiatori,
pubblicò una traduzione dei due famosi libri: Libro della Rivelazione e Libro
Nero, oltre ad altri documenti. Furlani ammette che «molte pratiche dei Yezidi
sono di origine schiettamente pagana» ma, come per altri studiosi, tale
affermazione gli dà quasi fastidio e giunge persino a contraddire se stesso pur di
non avvalorarla - come quando ammette e nega una derivazione assira degli
Yezidi. A differenza del suo contemporaneo Michelangelo Guidi (1886-1946)95,
che riteneva gli yezidi una setta islamica «eterodossa», Furlani afferma che dal
contatto con il mondo islamico gli Yezidi furono quasi costretti ad assumere nelle
loro dottrine molti elementi islamici che divennero prevalenti sul loro sostrato
iranico: «a suo giudizio, la componente iraniana sarebbe stata 'il fondamento su

95
M. Guidi: 'Nuove ricerche sui Yazidi’, Rivista degli Studi Orientali, 13 (1931–1932), pp.
377–427. M. Guidi: Origine dei Yazidi e storia religiosa dell'Islam e del dualismo. Rivista
degli Studi Orientali, 13 (1931–1932), pp. 266–300. 1932.
cui si sviluppò la loro dottrina, approssimandosi poi in gran parte all'Islam e in
minor misura al Cristianesimo'»96.

Sempre nel 1930 apparve un racconto dello scrittore ed esoterista Jean


Marquès-Rivière (1903-2000), Vers Bénarès97, nel quale citava fugacemente gli
Yezidi. Due personaggi del romanzo nel corso di una conversazione parlano di
«sette torri di forza tenebrosa98 che dividono in due l'Asia» e nelle quali in date
determinate si compiono sacrifici umani. Tale citazione fa mormorare ad uno dei
due, un indù islamico: «Ah! Gli Yezidi e il Kitab al Aswad (il libro nero)... mi fu
detto che i sacerdoti neri, i Kholchaks, vi si recano regolarmente per compiervi i
riti di Satana». L'altro, un tibetano, gli risponde: «La loro attività si è rivolta a
Nord e da lì son venuti gli uomini che portano l'oro e predicano di libertà. Stai
attento che i raggi degli Esseri dell'avversario non convergano sulle pianure
dell'India».
Poiché il libro di Seabrook apparve in francese solo nel 1934, a meno che il nostro
non avesse letto l'originale inglese del 1927, bisogna pensare che queste
informazioni sulle sette torri del diavolo e l'influsso satanico emanato dalla torre
degli Yezidi venissero a Marquès-Rivière da qualche altra parte. Infatti in
quest'autore c'è il dettaglio che la «forza tenebrosa» della torre degli Yezidi in
quel momento era concentrata «verso il Nord», e l'effetto era che da Nord era
derivata la demonìa del denaro e della libertà democratica [evidente accenno agli
Inglesi]. Si doveva stare in guardia a chè la torre degli Yezidi non rivolgesse la
sua forza tenebrosa, i «raggi degli Esseri dell'avversario», in direzione dell'India.
Si potrebbe ipotizzare una fonte letta da entrambi, forse un documento
proveniente da qualche missionario cristiano? Il nostro pensiero va al parroco di
san Luigi dei Francesi a Roma, il reverendo Pierre Martin, ma anche a un articolo
del 1911 di Louis Massignon come vedremo quando più avanti parleremo di lui.
E' curioso infatti che la menzione degli Yezidi nel romanzo sia messa in bocca a
un indù musulmano. Massignon ci sembra che sia uno degli indiretti «misteriosi
informatori» di Guènon di cui ha parlato Louis de Maistre. Quest'ultimo ha scritto
invece che «non c'è bisogno di una grande intuizione per capire da dove il giovane
Marquès-Rivière aveva preso queste notizie: in un modo o nell'altro, aveva avuto
sentore dell'opera di Seabrook e se ne era servito per arricchire il suo racconto
romanzesco»99. Avendo letto per intero il racconto Vers Bénarès, possiamo dire

96
Ezio Albrile: The Yezidis' Cosmogony: A strange Case of Iranian Gnostic Syncretism.
(dattiloscritto inedito da noi consultato nella biblioteca privata «Octagon»). L'Albrile, studioso
contemporaneo di gnosticismo, considera gli Yezidi una «comunità curdo-gnostica». Ha scritto
un libretto sugli Yezidi: Gli adoratori del diavolo e la gnosi. Mito iranico e folklore
euroasiatico tra gli Yezidi. Chiavari 1996.
97
Tr. it. Verso Benares. La città santa. La storia meravigliosa di Li-Log, il guru tibetano. San
Donato Milanese 2009.
98
La traduzione italiana parla di «sette cerchi di forze tenebrose», ma 'cerchio' in francese è
'cercle' e non 'tour'; tuttavia il senso di fondo non cambia.
99
Les lieux du pouvoir, cit. p.15.
che tale ipotesi ci sembra del tutto inconsistente. Più facilmente, avrà appreso
della leggenda islamica delle Sette torri del diavolo, la quale, pur essendo sotto
gli occhi di tutti grazie all'orientalista Edgard Blochet, pare sia stata tenuta ben
nascosta da Guénon.

Nel numero di novembre-dicembre 1932 della rivista Mercure de France


apparve un grosso articolo a firma del diplomatico francese Léon-Alphonse-
Thadée Krajewski (1863- 1933): Le Culte de Satan, les Yezidis (leur religion,
leurs moeurs, leurs habitudes). L'autore, dopo aver ricordato tutte le persecuzioni
patite dagli Yezidi da parte dei musulmani di Mosul, fino alla perdita nel 1892
dell'autonomia politica da parte del loro principe Alì Beg, scrive che gli Yezidi
sono dispersi da Aleppo in Siria fino al Caucaso russo, dove però sono stati quasi
sterminati dai Bolscevichi (nell'Armenia ex sovietica sono ora una minoranza
etnica riconosciuta). Circa la condizione del loro capo supremo, egli scrive che
«l'emiro attuale si chiama Said Beg, figlio di Said Beg, assassinato nel 1916:
adulto di quarant'anni, egli si abbandona agli stupefacenti e al bere, incoraggiato
in ciò, come si dice, da sua madre, Mariam Hanoum, che vorrebbe sostituirlo con
uno dei suoi parenti il giorno in cui fosse divenuto del tutto inabile al governo,
con la speranza che con la loro vigorìa e determinazione costoro possano
restituire alla setta un pò dell'antico splendore». Ne descrive per sommi capi tutto
quanto possa soddisfare la curiosità del lettore, e bisogna dargli atto di essersi
procurato direttamente sul posto le informazioni fornite: «Le informazioni che
precedono, raccolte nel corso di una paziente inchiesta sui luoghi e completata in
seguito avvalendosi dei più recenti contributi, permette di formarsi un'idea di
questa religione che, grazie al mistero di cui si circonda, è stata accusata di
pratiche vergognose e di credenze primitive». Il Krajewski, convinto si tratti di
una religione sincretistica che poggia sul culto dell'angelo caduto, conclude
affermando di sperare «di aver fatto conoscere sotto il suo vero aspetto una
religione che ha avuto mumerosi, numerosisssimi martiri, e che, più di molte
altre, si basa su sentimenti di onestà e fratellanza. Se essa ha dei difetti - ma quale
non ne ha? - non si deve dimenticare l'ambiente in cui si è formata, né le
circostanze, spesso tragiche, che hanno accompagnato il suo procedere. I suoi
seguaci sono sinceri e in buona fede e meritano di avere il loro posto al sole».
Non è escluso che questo esauriente saggio sugli Yezidi fosse stato letto da René
Guénon, che di lì a poco ne parlerà.

Abbiamo ripetutamente citato lo scrittore di cose abramiche René Guénon


(1898-1951) che nel 1935 recensì l'edizione francese (1934) del libro di
Seabrook. Il Guénon, che non aveva abbandonato l'impostazione speculativa
ricevuta in gioventù dai suoi insegnanti cattolici, l'aveva però rielaborata in senso
«eterodosso» e allargata, formulando i contetti di Tradizione e di Anti-
Tradizione, di Iniziazione Spirituale e di Contro-Iniziazione Spirituale. Si tratta
di parole nuove per idee vecchie, nella fattispecie la solita visione catastrofista e
apocalittica delle religioni abramiche. In questo senso vedeva tutti i movimenti
che si allontanavano in qualche modo dalle tre religioni canoniche come i
possibili buoni conduttori di energie malefiche e sataniche, da lui chiamate
antitradizionali e controiniziatiche. Non che Guénon parlasse ex tripode; si
limitava a leggere o a ricevere corrispondenza da vari ambienti e quando qualche
dato gli pareva rientrare nei suoi parametri, allora formulava la sua sentenza ex
cathedra, avendo per lo più la massima cura di non farne trapelare le fonti,
talvolta estremamente di bassa qualità100. Nel 1935 ebbe modo di accenare anche
lui agli Yezidi 101 , sostenendo che la loro «Torre del Diavolo è un centro di
proiezione di energie sataniche nel mondo» e che a questa proiezione sono
preposti dei «santi di Satana». Abbiamo già discusso questi argomenti in
precedenza, là dove se ne dava l'occasione, per cui non ci ritornemo.
Aggiungiamo solo che è il caso di mettere in evidenza le informazioni sbagliate
che si procurava sugli yezidi («è significativo che i sacerdoti regolari yezidi si
astengono da compiere qualsivoglia rito in questa torre»). In base ai racconti dei
tanti scrittori che si sono occupati degli yezidi, sappiamo che non è questione di
un sacerdozio regolare, perché quelli che Guénon scambia per sacerdoti regolari
nella descrizione del Seabrook - nulla sapendo delle diverse categorie yezide di
addetti al sacro - avevano solo la funzione di sacrestani dell'edificio. Sono proprio
dei sacerdoti regolari, i kuchaks itineranti (già citati nel 1681 da Michel Febvre),
che vi si radunano e non certo i «santi di Satana». Le cerimonie che compiono
sono di carattere sciamanico ma per gli autori cristiani e musulmani, sciamano

100
Su René Guénon e la sua distorsione dei fatti si vedano i due libri citati di Louis de Maistre
e quello di Marie France James.
101
«… Al contrario, si tratta proprio di sette eterodosse, e tra le più enigmatiche, di cui si parla
nelle altre due parti: i Drusi e gli Yezidi; e, a riguardo di entrambe, ci sono informazioni
interessanti, senza peraltro avere la pretesa di far conoscere tutto e tutto spiegare. … Quanto
agli Yezidi, se ne ricaverà un'idea abbastanza diversa di quella che ha dato la conferenza di cui
abbiamo parlato ultimamente nei nostri resoconti di riviste (numero di novembre): qui, non è
più questione di «Mazdeismo» per ciò che li concerne, e almeno sotto questo rapporto, è
sicuramente più veritiero; ma «l'adorazione del diavolo» potrebbe ingenerare delle discussioni
più difficli da risolvere; la vera natura del Malak Tawus rimane ancora misteriosa. Ciò che
forse è più rimarchevole, all'insaputa dello stesso autore, il quale, malgrado ciò che ha visto, si
rifiuta di credervi, è ciò che riguarda le «sette torri del diavolo», centri di proiezione di
influenze sataniche per il mondo; che una di tali torri stia tra gli Yezidi non prova certo che
questi stessi siano dei «satanisti», ma solo che, come molte altre sette eterodosse, possono
venire utilizzate per facilitare l'azione di forze che esse ignorano. A questo riguardo è
significativo che i sacerdoti regolari yezidi si astengono da compiere qualsivoglia rito in questa
torre, mentre una specie di maghi erranti vi accedono spesso e vi trascorrono giorni interi; cosa
rappresentano davvero questi personaggi? In ogni caso, non c'è bisogno che la torre sia abitata
in modo continuo, se essa non è altro che il supporto tangibile e «localizzato» di uno dei centri
della «contro-iniziazione», a cui presiedono gli awliyâ es-Shaytân; quest'ultimi, tramite la
costituzione di quei sette centri, pretendono di contrapporsi all'influenza dei sette Aqtâb o
«Poli» terrestri subordinati al «Polo» supremo, benchè tale opposizione non possa del resto
essere che illusoria, dato che il dominio spirituale per forza di cose è inaccessibile alla «contro-
iniziazione» (Le Voile d'Isis, n° di Gennaio).
equivale a satanista. Ciò Guénon lo dirà due anni dopo, nel 1937, in un articolo
per la rivista Etudes Traditionnelles (n°210), intitolato appunto à propos
d'animisme et de chamanisme. Qui, riferendosi agli yezidi ma senza citarli (ci si
accorge solo se si è letta la sua recensione) sostiene che, poiché gli sciamani
trafficano con influenze malefiche, pur con l'intento di combatterle, può
facilmente succedere che «alcuni, operando in modo più cosciente e con
conoscenze più estese» o gli sciamani stessi, diventano strumenti di queste
influenze malefiche, «per l'accumulazione delle forze in questione in punti
determinati. Sappiamo102 che vi sono così nel mondo un certo numero di serbatoi
d'influenze tenebrose [le sette torri del diavolo] la cui ripartizione non ha
sicuramente nulla di casuale, e che servono fin troppo bene ai disegni della
contro-iniziazione» 103 . Se Guénon avesse letto il libro scritto dal padre
domenicano Giuseppe Campanile 104 , che per sua stessa ammissione visse in
mezzo agli Yezidi, vi avrebbe trovato che questi kuchaks in realtà erano una sola
persona, il loro capo religioso: «Oltre di questi riconoscono un altro capo sotto il
nome di Kocciak. Vien questi venerato come capo della loro religione. Costui
preseder deve in tutte le loro funzioni religiose. Il Kocciak è un celebre maliardo,
se mago appellar non lo vogliamo. Consigliato in tutti gli affari, che intraprender
devono gli Iazidj. Presagisce a suo piacere fortune, o sventure; ma tutte
equivoche. Da spiegazioni a sogni, e ad accidenti. Fa delle invocazioni. È
insomma 1’oracolo degli Iazidj». Già nel 1807 un altro domenicano, padre
Maurizio Garzoni, aveva identificato il capo religioso degli Yezidi (vedi sezione
Testimonianze) come «il loro Kociek». Guénon quindi scivola giù dalla sua
cattedra di presunzione e saccenteria...

Nel 1938 l'orientalista francese Roger Lescot (1914-1975) scrisse, per l'Istituto
Francese di Damasco, una Enquete sur les Yezidis de Syrie et du Djebel Sindjiar,
arricchita di 16 tavole fotografiche, che rendicontava due sue ricerche compiute
sugli Yezidi nel 1936, pur non essendosi mai recato fisicamente in Irak. Circa la
loro origine l'autore propende per le tesi dell'italiano Michelangelo Guidi, il quale
riteneva lo yezidismo un ramo eterodosso della confraternita 'Adawiyya fondata
dallo sceicco Adi, separatasi nettamente dall'islam nel 1254, con la morte sul
patibolo del capo spirituale di allora, Hasan ibn Adi, per ordine dell'atabeg di
Mosul. Tuttavia il Lescot non è in grado di spiegare tutti quegli elementi pagani
o politeisti che ineriscono nel profondo con la dottrina yezida, anzi è costretto ad
ammetterli: «La persistenza di questo retaggio folklorico contribuì senza dubbio
in gran parte a far scomparire la vernice islamica superficiale che permetteva ai
montanari del Djebel Hakkari di dirsi musulmani». Non si può quindi escludere
che i membri perseguitati di questa confraternita eterodossa sunnita siano

102
Come abbiamo già detto, l'informatrice segreta di Guénon è nientepopodimeno che la lettura
di Iside Unveiled di H.P. Blavatsky e un articolo di Massignon su al-Hallaj.
103
L'articolo è contenuto in italiano in R. Guénon: La Tradizione e le Tradizioni. Roma 2003.
104
Storia della regione del Kurdistan e delle sette di religione ivi esistenti, p.159-60. Napoli
1818.
confluiti con i gruppi che all'epoca professavano nascostamente le dottrine yezide
ed abbiano dato vita a quello che è conosciuto come yezidismo storico. A
proposito di quest'ultimo, il Lescot cita i nomi dei sette angeli o meglio arcangeli
venerati, i cui nomi differiscono alquanto da quelli islamizzati più noti e che in
alcuni casi sembrano identificarsi con i nomi di alcuni successori dello sceicco
Adi, cosa che, sia detto en passant, apre le porte ad una concezione avatarica e
trasmigratoria, nonchè cosmologica stando al passo seguente: «Ogni mille anni
uno dei sette angeli scende a regnare quaggiù e [incarnato come uomo] rivela testi
sacri e regole di condotta alla comunità yezida, così come agli altri popoli del
mondo. Terminata la missione, risale in Paradiso a riprendere il suo posto». La
casta degli sceicchi yezidi, secondo la testimonianza rilasciata al Lescot,
sarebbero progenie di questi angeli, quindi solo in parte umani. Dopo Dio, che
non si cura del mondo, essi riconoscono come massima autorità spirituale
l'Angelo Pavone (Tawuse Melek) - e che questi corrisponda a Lucifero 105 è
confermato da un'espressione popolare curda che traduce il nostro «Vai al
Diavolo!», cioé «Vai dal Pavone!» (bi Tawuse here). Peraltro nel mondo orientale
e soprattutto islamico il pavone simboleggia il Maligno, ma ci si dovrebbe
ricordare invece di come nel mondo mediterraneo il pavone simboleggiasse la
sposa di Zeus. Questa identificazione del loro arcangelo con il dio moralistico del
male è la ragione per la quale gli Yezidi detestano sentirlo identificare con Satana,
al punto che se possono, accoppano chi lo fa. Lescot tuttavia - accodandosi al
Guidi e alla sua accettazione dell'interpretazione degli islamici - ritiene che gli
Yezidi adorassero veramente il Maligno e che solo in seguito ne mitigarono la
figura, quale «ausiliario» di Dio 106 . Al secondo posto nella gerarchia degli
arcangeli yezidi, c'è Sultan Ezi, che non sarebbe altri che l'incarnazione avatarica
del califfo Yazid, fondatore della setta - sempre nell'ottica di chi interpreta lo
yezidismo come una eterodossia musulmana. Il Lescot arriva sino al punto di
affermare che lo yezidismo nacque come una «reazione inconscia» dei Curdi nei
confronti dei conquistatori arabi.
Lo yezida prega in piedi, al sorgere e tramontare di sole e luna. Ecco una di queste
preghiere:
O Sole (She Shims) proteggici contro la cattiveria e la sventura!
Signore, sii benevolo con noi!
Signore, proteggi i nostri figli!
Signore, proteggi le nostre greggi!
Signore, noi testimoniamo il nome dell'Angelo Pavone!
Il giorno festivo è il mercoledì (il venerdì laddove sono più a contatto con i
musulmani). Si digiuna due volte all'anno (dall'alba al tramonto) per tre giorni,
tranne la casta dei Fakir (Lescot li chiama feqiran) che fanno più penitenze. Ci

105
Che il Lucifero della Bibbia non debba essere identificato col Satana religioso ci pare un
dato scontato.
106
Questa accusa islamica è peraltro accertata solo a partire dal XVII secolo nel libro da noi
già citato di Michel Fèbvre, Théâtre de la Turquie, p. 363-73.
sono numerose festività ma quelle più importanti, sembrano essere le feste in
onore dei morti di cui la festa dello sceicco Adi è una. Due volte l'anno, poi, c'è
la processione annuale dei sette simulacri dell'angelo pavone (non gli originali
però), che sono smontabili, sia per meglio nasconderli che per meglio trasportarli.
Tra le proibizioni rituali vi è quella di abbattere alberi - il che non si spiega se
non per un retaggio pagano: «il culto degli alberi è diffuso in tutto il Curdistan»
-, di cibarsi di lattuga e cavolfiore, di uccidere cani neri.
Circa i luoghi santi degli Yezidi, Lescot è costretto ad ammettere che «la
disposizione e la scelta di questi luoghi santi permettono di scorgere nella
venerazione che li circonda le tracce di un culto della natura ancora molto vivo
in tutti i Curdi. In ogni caso, le origini di tutti questi santuari si perde nella notte
dei tempi; sono il retaggio di religioni scomparse che si è assimilato più o meno
a fondo in base alle diverse regioni». Gli yezidi credono molto all'esistenza degli
spiriti di natura, i djinns.
Lescot ritiene che la gerarchia religiosa yezida derivi direttamente dalla struttura
della confraternita sufica ('Adawiyya) da cui sarebbe sorto lo yezidismo: shex,
pir, feqir e qewal, secondo la terminologia curda. La parola murid designerebbe
chiunque non abbia un titolo religioso. Quest'ultimo si deve «legare» con
un'antenato di uno shex - denominato «fratello dell'altro mondo» - e tributargli un
culto regolare. Quanto tutto ciò attenga a pratiche sciamaniche più che sufiche ci
pare evidente. Gli Yezidi sono divisi rigidamente in caste e tutta la vita del murid
si svolge all'interno della propria. Il capo supremo degli Yezidi è l'Emiro o
Principe, con poteri temporali e spirituali, anche se i primi di norma non
oltrepassano la zona del suo distretto di residenza, che è quello di Cheikhan dove
si trova il santuario di Sheikh Adi. Molto spesso verrebbe assassinato per
risolvere in maniera spiccia le questioni legate alla successione. Dopo la famiglia-
casta dell'Emiro viene, in ordine di importanza la famiglia-casta degli scecs o
sceicchi, discendenti direttamente dagli angeli, tutti originari del distretto di
Cheikhan che infatti significa terra degli Scecs. Le loro funzioni sono
eminentemente religiose e vertono innanzitutto nel prendersi cura di un certo
numero di Murid, per la qual cosa si può affermare che tutto il popolo yezida è
diviso in confraternite alla cui testa c'è uno sceicco. Questa casta è l'unica a cui è
concesso dalla tradizione il diritto di imparare a leggere e scrivere - cosa peraltro
da essi poco appetita. Vi sono tra loro anche alcuni praticanti delle arti
sciamaniche come il guarire dai morsi dei rettili e di essere immuni dal loro
veleno. Assieme all'Emiro, sono i tributari delle offerte dei murid, le quali
corrispondono a una forma di esazione fiscale volontaria e volentieri concessa.
La terza famiglia-casta è quella dei Pir che, secondo l'autore, sono un doppione
degli Shex (anch'essi originari dello Sheikhan), con l'unica differenza di essere di
etnia curda anziché araba. Ciò contrasta nettamente con l'affermazione del Lescot
secondo la quale lo yezidismo sarebbe sorto come una rivalsa dei curdi nei
confronti degli Arabi. A nostro giudizio si sarebbe meglio orientati se si cercasse
nei Pir un'origine persiana. In due villaggi dello Sheikhan risiedono i membri
della casta-famiglia dei Qewal. Oltre che assolvere alla funzione di cantori di inni
i Qewal si incaricano di peregrinare ogni anno in tutte le comunità yezide, anche
le più lontane, per mostrare ai fedeli il sacro simulacro (sincaq) dell'angelo-
pavone e tenerne alto il morale e la fede religiosa. La quarta casta è quella dei
fekir, una sorta di asceti e sacrestani, poiché tutta la loro vita dev'essere soggetta
a particolari norme religiose. Sono molto temuti e rispettati dai murid, poichè
godono del privilegio di intoccabili. Lescot li ritiene gli eredi diretti della
confraternita islamica 'Adawyyia. Il libro termina con la certezza dell'autore che
gli Yezidi sarebbero scomparsi nel giro di qualche anno. Bisogna dire che fu
cattivo profeta.

Nel 1941, in piena seconda guerra mondiale, fu edito a Londra il libro Peacock
angel: being some account of votaries of a secret cult and their sanctuaries,
scritto da Ethel Stefana Stevens (1879-1972), moglie di un funzionario
britannico in Irak, dove soggiornò dal 1926 al 1946, autrice anche di un libro sul
popolo dei Mandei. Il testo, scritto col cognome da sposata, Drower, fu preceduto
da una «lettura» pubblicata sul «Journal of the Royal Central Asian Society» (The
Peacock Angel in the Spring, XXVII, 1940). In questa lettura l'autrice descrive la
sua partecipazione all'annuale Festa di Primavera degli Yezidi, tenutasi nel
villaggio di Baashika, iniziante la sera del sedicesimo giorno di aprile (primo
martedì di Nisan). La descrizione è interessante perché verte sul folklore e le
abitudini degli Yezidi. Dopo aver appena accennato che un punto fermo del loro
credo è la venerazione per «Taw'us Melké», capo di sette arcangeli; alla ferma
credenza nella «reincarnazione» (una donna gli raccontò che «nei sogni è
possibile conoscere qualcosa delle vite passate»); che «la loro religione di fatto è
una specie di panteismo. Dio, per essi, è il sole, la luna, i pianeti, le sorgenti di
montagna, gli alberi verdeggianti e la più comune concezione di tempio è
costituita da una sorgente ed un albero contiguo»; l'autrice si sofferma con
britannico compiacimento sul fatto che gli Yezidi sono amanti della pulizia, come
già raccontò il Layard, «...ed io sottoscrivo ogni sua parola. Baashika era un
villaggio deliziosamente pulito. Nessuna immondizia veniva gettata in strada,
non c'erano cani morti o asini in putrefazione e soprattutto non c'erano rifiuti di
alcun genere». Questa osservazione si accompagnava anche ad una connotazione
antropologica: «molte ragazze yezide erano graziose quanto quelle inglesi. La
differenza razziale tra la popolazione civile e il loro sacerdozio ereditario è
enorme: l'uomo della strada può gareggiare con uno scandinavo per la sua
capigliatura rossiccia e gli occhi azzurri, mentre i membri degli ordini religiosi
sono tutti scuri».
Nella devozione che gli Yezidi hanno per i luoghi di culto, specie per le tombe
dei loro santoni, c'era anche una significativa partecipazione di cristiani e
musulmani curdi. La cosa non sorprese l'autrice «perchè un santo è un santo quale
che sia la sua religione», e di ciò vi era la prova anche nel principale santuario
yezida, quello di Sheikh Adi, sui monti Hakkiari, dove persino dei musulmani
curdi si recavano a raccogliere devotamente il terreno argilloso presso la tomba
dello sceicco Adi, al fine di confezionare, con l'acqua della sorgente, delle curiose
pillole terapeutiche per svariati tipi di acciacchi. La Stevens rimase molto colpita
dalla particolare amenità dei luoghi di culto yezida, «...c'era veramente
un'atmosfera di pace, una sorta di beata santità che ricordava quella di Assisi», si
era un pò fuori del mondo, tanto che chi viveva da quelle parti, in quelle
solitudini, «aveva appena sentito dire, solo per caso, che c'era una guerra in corso
e che un tale chiamato Hitler stava scombussolando il mondo».
Rispetto a questa lettura del 1940 il libro è molto più completo ed esauriente,
nonché scritto in maniera accattivante, rendendo la lettura scorrevole.
Curiosamente, i capitoli sono preceduti dalla citazione di versi del poeta bucolico
greco Teocrito. Nel 1941, anno di pubblicazione del testo, gli Inglesi erano
intervenuti d'imperio in Irak a seguito del colpo di stato del leader nazionalista
Rashid Ali al-Gaylani (1892-1965), evento propiziato dalla Germania nazista
(preparato in precedenza grazie anche all'azione sul posto dello storico delle
religioni Franz Altheim e dell'azione di Radio-Berlino in lingua araba) e posto in
atto contro la monarchia imposta dagli Inglesi107. I britannici utilizzarono negli
scontri armati che ne seguirono (e nella guerra contro gli italo-tedeschi) la
cosiddetta Leva Irachena (Iraq Levies) detta anche Leva Assira, formata da circa
11.000 uomini, di cui 5 compagnie erano formate da Yezidi e Assiri. Alla luce di
questi fatti la pubblicazione del libro in questione appare in una prospettiva
diversa, tesa a valorizzare tutte quelle forze che potevano tornare utili al governo
di Londra nella questione irachena.

Nel 1947 apparve in Francia un numero speciale della rivista cattolica «Etudes
Carmelitaines», dedicata interamente a Satana. In essa vi compariva anche un
brevissimo articolo del noto islamista cattolico Louis Massignon (1883-1962):
Les Yezidis du Mont Sindjar «adorateurs d'Iblis». Data la sua brevità, lo
riportiamo integralmente: «La razza curda, che popola le montagne dell'Alta
Mesopotamia, si divide, dal punto di vista religioso musulmano, in due gruppi
nemici; i sunniti shâfiiti, che arrivano fino allo yezidismo, e gli sciiti che si
spingono fino alle estremizzazioni dei Kizilbash et degli Ahlé Haqq. E' un curioso
fenomeno separatista, che ritroviamo nel versante sud-est del Pamir, tra i
Marwâniya (Kelun-chah) e gli Ismaeliti. Gli Yezidi sono dei sunniti anti-sciiti,
perché Yezid, loro eponimo, fu il califfo umayyade che mise a morte il nipote del
profeta Maometto, Husayn, martire degli Sciiti. E' questa la vera etimologia del
nome Yezidi? Ized, in iraniano, significa Dio, e i Curdi, iraniani puri, furono un
tempo mazdei. In ogni caso, è la forma tipica dell'Islam curdo, e le donne nobili
appartenenti ai vecchi clan curdi, sono tutte di fede yezida 108. Questo gruppo
religioso si compattò attorno a dei profughi umayyadi, ed uno di essi, Cheïkh'Adî,
morto nel 1162 della nostra era, a Lâlish, che ora porta il suo nome, fondò un

107
Il 5 luglio 1940 ci fu un incontro ad Ankara tra l'ambasciatore nazista in Turchia, Franz von
Papen, e il ministro iracheno Naji Shawkat, che per l'occasione portava con sè una lettera di
presentazione da parte del Gran Muftì islamico di Gerusalemme.
108
Questa notizia è davero curiosa e sarebbe interessante sapere da dove Massignon l'ha tratta.
ordine religioso, gli 'Adawiya, che venerano tra gli altri santi, un mistico
particolarmente odiato, da vivo, dagli Sciiti, che lo fecero giustiziare, Hallâj
(morto nel 922, a Bagdad). Gli Yezidi fanno di Hallâj il settimo ed ultimo dei loro
santi apotropaici, il nunzio del Giudizio finale. Ora Hallâj, condannato
all'unanimità dai Dottori per la sua dottrina della deificazione mediante l'amore
di Dio, era stato considerato dai primi scolastici ashariti, Bâquillânî, Isfarânî e
Juwaynî, come uno scherano dannato di Iblis, cioé Satana; il quale, secondo i
musulmani, si dannò a causa della sua idea di un amore geloso ed esclusivo
dell'idea pura della divinità. Per predestinazione, altri teologi ashariti, Gurgânî e
Qushayrî, siccome l'amore santifica, canonizzarono Hallâj con Satana; dannati
entrambi per puro amore, rifiutanti ogni ricompensa. Cheïck 'Adî, e gli 'Adawiya
condividono questa dottrina. I libri in cui si trova tale dottrina sono in dialetto
curdo (studiato dal Bitter), il kitâb al-jalwa (Libro della Rivelazione), e il
mashafé-rash (Libro Nero); la loro redazione è in stile popolare molto distante
dall'estetica raffinata dei teologi summenzionati. In essi si raccomanda di
considerare Satana come un arcangelo caduto e infine perdonato, a cui Dio ha
delegato il governo del mondo e la trasmigrazione delle anime, che dirige. Lo si
chiama Malak Tâwûs, Angelo Pavone, a causa dei colori spirituali che ha
riacquistato. A sua immagine, i Sette Santi o Sandjaq sono raffigurati in bronzo
in forma di pavoni, specialmente Mansûr (=Hallâj). Rimangono ancora circa
60.000 Yezidi, ma tendono a scomparire a causa delle persecuzioni. Essi si
chiamano tra loro Dasni. Il Manzel ne ha dato una buona bibliografia in
Encyclopédie de l'Islam, nel 1934. Dopo questa data, Ismaïl bey Tchôl, M. Guidi,
G. Furlani, Lohéac, Ahmad pasha Taymur, R. Lescot hanno continuato nelle
ricerche, i cui precursori furono Parry e il padre Anastase».
Massignon viene descritto da Louis de Maistre nel suo libro sui luoghi di potere
come uno «spione e agente politico-coloniale della Francia, divenuto nel 1950
sacerdote cattolico di rito melkita, celebrante la messa in lingua araba»,
aggiungendo che era stato amico dello scrittore J.-K. Huysmans, quello famoso
per avere descritto l'attività di un gruppo di satanisti francesi nel romanzo Là-bas.
Fin qui nulla di particolarmente sconcertante, ma il De Maistre ci informa che il
Massignon sarebbe stato all'origine degli attuali sconquassi negli eventi della
Siria, poiché avrebbe favorito l'ascesa in quella nazione della minoranza nossorita
o alawita, di cui fa parte la famiglia Assad, rispetto alla maggioranza musulmana.
In pratica, il controllo di tutti i posti-chiave del potere in Siria sarebbe
appannaggio della setta dei Nossoriti, che Massignon avrebbe propiziato, in
quanto agente segreto francese, in funzione antiislamica. Tutta la sbandierata
politica filo-islamica del Massignon - con la fondazione in Egitto di una società
per la fratellanza tra cristiani ed islamici - sarebbe solo un'attività di facciata,
smentita da una dichiarazione dello stesso Massignon che dichiarava «che i suoi
studi filologici sul lessico tecnico della mistica islamica dovevano servire
all'annientamento della lingua coranica»109 nonché sul fatto che aveva tradito la
causa araba, al tempo in cui collaborava con Lawrence d'Arabia.
Ma tutto ciò cosa ha a che fare con gli Yezidi? Massignon li considerava una setta
eterodossa dell'Islam e come tale pericolosa in quanto religione non tradizionale.
In un articolo pubblicato già nel 1911 per il numero 63 della «Revue d'Histoire
des Religions», Al Hallaj, le fantasme crucifié des Docètes et Satan selon les
Yezides - e che anticipava i contenuti di un volume da lui pubblicato nel 1922 su
Al Hallaj - Massignon aveva messo in relazione gli Yezidi con al Hallaj e il culto
del dio dalla testa d'asino, cioé Seth, ipotizzando che i primi traessero origine
proprio dalla vicenda di questo mistico islamico, considerato come un «Santo di
Satana»: «Io vorrei fare questa supposizione, che oggi mi limito ad enunciare ma
che spero dimostrare presto in futuro in ogni dettaglio: è il Kitab al-Tawasin e
più generalmente il Corpus Hallagiacum dei Hallajiyah 'zanadiqah' di Bagdad
che è l'origine delle idee degli Yezidi su Satana» (cit. p. 204). Secondo Massignon
vi sarebbero anche delle prove materiali poiché, da una parte, leggendo il libro di
Gertrude Bell Amurah to Amurah - da noi citato in precedenza - la viaggiatrice
britannica avrebbe riferito dell'esistenza di una tomba dedicata al mistico islamico
al Hallaj proprio a Lalish, nella forma di una caratteristica ziyarah yezida;
dall'altra, Massignon avrebbe copiato da un antico manoscritto arabo - fornitogli
dai soliti monaci trafficanti di manoscritti - un brano che comproverebbe la
dottrina della trasmigrazione delle anime patrocinata da al Hallaj e accettata dagli
Yezidi. Nel manoscritto starebbe scritto che «secondo gli Yezidi, quando l'anima
abbandonò il corpo dello sceicco Mansour al Hallaj, nel momento in cui il Re di
Bagdad lo faceva mettere a morte, essa vagò sulle acque. Sua sorella, essendosi
recata al fiume con una giara per fare acqua, l'anima del fratello vi penetrò dentro.
Quando sua sorella volle bere per dissetarsi, senza nulla sapere, fu penetrata
dall'anima di al Hallaj. Ne rimase quindi incinta e partorì un fanciullo, che non
era altri che lo stesso sceicco. In tal modo al Hallaj divenne anche suo figlio, da
fratello che già era. Per questa ragione gli Yezidi non adoperano mai né giare, né
brocche, né coppe dal collo ristretto o dotate di un filtro, perché farebbero glu-
glu. Ciò per rispetto del loro sceicco, la cui testa fu gettata in acqua dai suoi
nemici. E' infatti al Hallaj stesso che gorgoglia nell'acqua e nel fiume fa muggire
l'onda come una voce...». In base a questa leggenda yezida - aggiunse Massignon
- si dimostrano gli stretti rapporti fra la dottrina dello sceicco Adi e quella dello
sceicco al Hallaj. Quest'ultimo sarebbe stato per gli Yezidi l'allievo di Satana, e
ciò farebbe comprendere per quale motivo coloro che redassero la sentenza di
condanna a morte lo avessero accusato di essere uno zindiq, cioé uno gnostico
manicheo. Quanto tutto ciò sia difficile da dimostrare è evidente ma in ogni caso
pertiene solo alla componente «moderna» dello yezidismo, cioè quella di matrice
islamica. Con riserva mentale invece, Louis de Maistre ha scritto: «Quanto agli
Yezidi, non si potrebbe supporre legittimamente che essi accolsero tra i loro santi

109
Louis de Maistre: Les Lieux du Pouvoire entre mythe et histoire, p. 55 e 58. Milano 2014.
venerati al-Hallaj, in parte per gli stessi motivi di quelli che ammaliarono Louis
Massignon?» 110
Noi riteniamo che Massignon, con questo articolo su al Hallaj, sia con la
Blavatski la fonte d'informazioni utilizzata da Guènon per sostenere le sue tesi
sul satanismo degli Yezidi 111, poi non più sviluppata forse perchè Guénon si era
accorto dell'infondatezza di questa tesi. Massignon conosceva di persona sia
Guénon che il suo eterodosso continuatore Frithjof Schuon (1907-1998)112 ma tra
loro non dovettero di certo esservi rapporti personali, dato che Massignon venne
definito un «odioso imbecille» dallo stesso Guénon 113.

Nel 1953 un importante discepolo di Gurdjieff, l'inglese John Bennett (1897-


1974), capo del servizio segreto militare per il Medio-Oriente a Istambul nel
1920-21, visitò lo Yazidistan, e ne accennò in un libro uscito postumo nel 1977,
Masters of Wisdom. Bennet si era recato in visita a Lalish, nel corso di un viaggio
alla ricerca di fonti di spiritualità in sintonia con l'insegnamento del Gurdjieff.
Scrisse che la sua impressione personale «fu estremamente positiva. Andai allo
Shaikh Adi, il principale santuario degli Yezidi, e ho potuto riconoscere molte
testimonianze delle loro origini zoroastriane sia nel loro rispetto per ogni forma
di vita, specialmente gli alberi, che nei loro simboli sacri. Ogni volta che ci si
avvicina ad un insediamento yezida si scorge in testa una vallata piena di alberi e
di ricca vegetazione, in felice contrasto con i villaggi musulmani e cristiani ove
gli alberi sono stati abbattuti e sterili rocce circondano le aree coltivate. Gli yezidi
sono totalmente impegnati nella fede dualistica che lo Spirito del Bene e quello
del Male sono forze indipendenti che non cesseranno mai di lottare fino alla fine
del mondo. Il pavone d'argento, celato a tutti eccetto che ai sacerdoti, è il simbolo
dello Spirito della Verità e il serpente nero, che appare all'entrata della corte
esterna, è il simbolo di Ahriman, lo Spirito della Menzogna». Bennett scrisse che
nella vasta regione da lui percorsa «i Maestri di Saggezza avevano avuto per molti
secoli un importante centro in quest'area... e in posti come il Mar Behmen si può
scorgere traccia di più di duemila anni di riconoscimenti come "luogo sacro"».
La sua conclusione, anche se si riferisce al fatto come una sua visione personale
114
, era che «al centro della regione al di sotto della gola di Rawanduz, era il posto
del Giardino dell'Eden, nel quale Adamo ed Eva scoprirono il segreto del bene e

110
Louis de Maistre: Les lieux du pouvoir entre mythe et histoire. Milano 2014.
111
«Abbiamo qualche ragione per pensare che, sotto una forma o un'altra [il culto sethiano
della testa d'asino] si è continuato fino ai nostri giorni, e c'è chi afferma pure che questo debba
durare fino alla fine del ciclo attuale» (Cit. in Jean Robin: Le problème du Mal dans l’oeuvre
de René Guénon. Sta in René Guénon - Cahiers de l'Herne. Paris 1985).
112
Jean Moncelon: «Louis Massignon et Frithjof Schuon, une rencontre postume». Sta in
Dossier Herne - Frithjof Schuon. Paris 2002
113
Lettera di Guénon a Tony Grangier del 28 giugno 1938.
114
Bennett a causa di una grave ferita subita in guerra nel 1918 aveva avuto delle percezioni
paranormali.
del male» 115 . In qualche modo, l'idea di Bennet concordava, ma del tutto
rovesciata nel significato, con i sospetti di René Guénon circa la «Torre del
Diavolo».

Nel 1958 usciva invece Les Gnostiques, dell'esoterista 'cagliostriano' Serge


Hutin (1927-2007) che riteneva di poter catalogare gli Yezidi tra gli Gnostici, e
precisamente tra gli gnostici islamici. Per dimostrare ciò e parlare degli stessi
Yezidi gli bastarono sette righe: «...gli Yazidi, eretici musulmani che vivono sui
monti nelle vicinanze di Mossul (nel Nord dell'Iraq), possiedono anch'essi una
dottrina segreta. Dio ha per suo rappresentante l'Angelo-Pavone, interprete ed
esecutore della sua volontà, codesto Angelo-Pavone, non è altri che Lucifero, ma
un Lucifero che ha riconquistato - con il proprio pentimento - il favore divino. Da
notare l'immagine di un serpente scolpita sui santuari della setta» 116. In realtà
questa non era affatto la loro «dottrina segreta», ma ciò che raccontavano
tranquillamente a tutti i viaggiatori stranieri che li andavano a trovare.

Nel 1967 un funzionario britannico che aveva lavorato a lungo in Mesopotamia


tra il 1910 e il 1945, Cecil John Edmonds (1889-1979), pubblicò il resoconto
degli appunti che aveva preso durante il suo periodo di permanenza in Irak a
contatto con gli Yezidi: A Pilgrimage to Lalish. Aveva anche dato alle stampe nel
1966 un dizionario curdo-inglese in collaborazione con lo studioso Taufiq
Wahby (1891-1984); quest'ultimo si era a sua volta espressamente occupato
degli Yezidi nel 1962 con una tesi singolare: The remnants of Mithraism in Hatra
and Iraqi Kurdistan, and its traces in Yazidism: The Yazidis are not devil-
worshippers. L'Edmonds dichiara che quello che lui riferisce sugli Yezidi è il
frutto di suoi approcci personali, tutto materiale di prima mano risalente a
vent'anni prima (1930-1945). Tuttavia nulla di veramente nuovo è detto, tranne
alcuni particolari minuziosi, poiché ci pare normale che più avvicinandosi ad una
data recente, il più sia già stato detto sull'argomento. L'origine vera e propria dello
Yezidismo sarebbe una «confraternita islamica di dervisci» fondata dallo sceicco
Adi, proveniente dalla Siria. A Lalish avrebbe trovato, stazionati in un edificio
precedentemente costruito da cristiani, alcune «sante personalità» che poi
sarebbero state divinizzate in «entità angeliche» guidate dall'arcangelo Pavone.
Quest'ultimo non sarebbe equivalente al «vecchio Nick» della tradizione
anglosassone, cioé Satana, ma un arcangelo che ha bisticciato con Dio ed è in
attesa di riconciliarsi con esso, dopo che quest'ultimo gli ha affidato il governo
del mondo. L'autore impiega poi diverse pagine per descrivere nei dettagli alcune
fasi della principale festa annuale degli Yezidi, la «Festa d'Autunno» che si tiene
a Lalish dal 6 al 13 ottobre. Nel 1930, in conseguenza del malgoverno dell'allora
principe degli Yezidi, Said Beg, il quale dissipava tutto il denaro ricevuto dalla
comunità con «l'acquisto di alcolici e di ballerine nella città di Mosul» (pur

115
J.G. Bennett: I Maestri di Saggezza, Roma 1989.
116
Serge Hutin: Lo Gnosticismo - culti, riti, misteri. Roma 2007.
avendo a sua disposizione ben sei mogli), l'autore, che all'epoca era consigliere
del Ministero dell'Interno iracheno, sollecitò i maggiorenti yezidi a stilare una
specie di Costituzione, la quale è nota come Memoriale Shaikhan, redatto in
arabo. Tuttavia la presunta Costituzione in realtà confermava tutte le prerogative
del sistema castale yezidico e non diceva granché sugli stessi yezidi, limitandosi
a riprendere un analogo documento redatto nel 1873 che mirava a far esentare gli
yezidi dalla leva militare. La seconda parte del libretto dell'Edmonds consiste in
un commento estremamente particolareggiato di questo memoriale, che
riportiamo pr intero qui appresso. Vengono poi dati numerosi ragguagli sugli
Yezidi del Sinjar e delle frizioni con il neonato stato iracheno, specialmente per
l'obbligo che avevano gli Yezidi di servire nell'esercito.

IL MEMORIALE SHAYKHAN (L'originale arabo fu tradotto in inglese)

Voi ci avete fatto richiesta verbale di elencarvi le principali regole che ci


governano. Queste concernono (A) Titoli; (B) Tributi; e (C) Osservanze
tradizionali.
A - TITOLI
(1) L'EMIRO - L'emiro dello Shaykhan è il capo supremo della nostra religione.
Egli è libero e indipendente e nessuno ha il diritto di opporsi o discutere con lui.
Egli non può essere dimesso o rimosso se non per morte naturale o assassinio
(che Dio non voglia). La sua autorità si estende su tutta la comunità yezidica in
Irak, Siria, Turchia e Russia e sulle tribù di Rashkan, Howeri e Masaki e su tutti
coloro che si dicono Yezidi. Tale autorità gli pertiene fin dalle origini della nostra
religione a oggi. Egli è il capo della famiglia dello sceicco Adi, poiché appartiene
a quella dinastia.
(2) Se l'Emiro muore tutti i capi yezidi o i loro rappresentanti si incontrano ed
eleggono un membro della famiglia dell'Emiro, a che sia il loro nuovo Capo.
Quest'ultimo ha l'obbligo di pagare i debiti del suo predecessore e provvedere al
sostentamento dei figli di lui.
(3) Le rendite dell'Emiro sono derivate dalle elargizioni fatte per Shaykh Adi,
Shaykh Shams ad-Din e per le insegne [sanjak]. Con queste rendite provvede al
sostentamento della famiglia dell'Emiro, cioè i fratelli, gli zii e i figli tutti.
Provvede al loro vestiario sia invernale che estivo e alle spese di ospitalità per i
viandanti di tutte le religioni. Deve provvedere alle forniture per la cucina di
Shaykh Adi e per i restauri ivi occorrenti. Egli custodisce tre insegne, cioé
emblemi, che vengono mostrati in giro a tutti gli Yezidi. La prima insegna fa il
giro dello Shaykhan e dei dintorni, portata dai Qawwal tre volte all'anno e poi
riportate all'Emiro. La seconda insegna gira per i villaggi del Sinjar e le tribù dei
Rashkan e degli Howeri due volte all'anno e poi è riportata all'Emiro. La terza
insegna è portata in giro in Siria e in tutti i luoghi esterni all'Irak dove risiedono
degli Yezidi, una volta all'anno, poi ritorna alla casa dell'Emiro. Nessuno al di
fuori dell'Emiro ha il diritto di utilizzare gli emblemi o di portarli nella propria
casa, poiché ciò sarebbe empio.
(4) BABA SHAYKH - E' scelto dall'Emiro all'interno della famiglia di Baba
Shaykh o dei suoi affini. Egli non può essere rimosso se non per morte o perché
ha abbandonato la religione degli Yezidi. Le sue rendite gli derivano dalle offerte
della comunità a Malak Fahr ad-Din.
(5) PESHIMAM - E' nominato dall'Emiro tra i membri della famiglia Peshimam.
Egli non può essere rimosso se non per morte o perché ha abbandonato la
religione degli Yezidi. Le sue rendite gli derivano dalle offerte della comunità a
Hasan al-Basri. E' l'autorità che sovrintende alla celebrazione dei matrimoni e alla
fissazione delle doti, che si fanno in presenza di quattro testimoni e dei padrini
degli sposi.
(6) SHAIKHS - Essi sono mantenuti dalle decime che gli porgono i loro discepoli
e clienti.
(7) QAWWALS - Sono le guide e i predicatori religiosi della comunità e i
portatori degli stendardi [Sanjak] fra gli Yezidi.
(8) FAQIRS - Sono gli eremiti e i collaboratori del santuario di Shaykh Adi. Sono
diretti dal rappresentante del Consiglio di Shaykh Adi, che viene nominato
dall'Emiro.
(9) KOCHAKS - Sono i collaboratori esterni di Shaykh Adi. Essi provvedono
alle forniture di legna, di acqua e di quant'altro abbisogna, sotto la direzione del
Baba Shaykh. Non ricevono provvigioni.
(10) CHAWUSH - E' il custode al servizio del Baba Shaykh di Shaykh Adi. Viene
nominato e sostituito dall'Emiro.
B - TRIBUTI
I tributi versati a Muhammad Rashan vanno alla sua stessa famiglia. I tributi
versati a Hajali vanno ai suoi discendenti. I tributi di Shaqsi vanno
all'amministratore e alla sua famiglia. I tributi di Sharaf ad-Din vengono in parte
riposti in una grotta del Sinjar e una parte va alla sua famiglia.
C - OSSERVANZE TRADIZIONALI
(1) Il matrimonio si celebra se c'è consenso tra l'uomo e la donna, concordato da
mediatori, in presenza di quattro testimoni e del Peshimam o di un membro della
sua famiglia.
(2) L'eredità dei beni segue la linea maschile, le donne non hanno diritto
all'eredità. L'eredità è limitata al figlio, al nipote, ai discendenti, in mancanza, al
padre e al nonno. In mancanza, va agli zii, e in mancanza di quest'ultimi va al
Tesoro, cioè alla casa dell'Emiro; inoltre egli è l'unico custode degli eredi minori
e provvede al loro sostentamento fino alla maggiore età.
(3) Il popolo deve obbedienza e sottomissione all'Emiro e a seguire agli altri capi
e sceicchi. Essi hanno il diritto di eleggere un Emiro se la carica è vacante e di
prendere parte alle decisioni religiose.
Questi sono i fondamenti che regolano noi e la nostra religione, i doveri e i tributi
sui quali si basa l'esistenza della nostra comunità, dagli inizi fino ad oggi. Nessun
yezida può rinnegarli. Chi lo fa va contro la nostra religione e fomenta la
discordia, noi lo reputiamo un traditore. Noi pertanto chiediamo alle autorità
irachene di riconoscere gli statuti sopra elencati e di respingere tutti coloro che vi
si oppongono e alla cui potestà non possono sottrarsi. Solo così ci potrà essere un
termine alle discordie e ai disordini al nostro interno. Noi ci facciamo un dovere
di obbedire alle leggi del nostro rispettato governo [irakeno] sotto la guida del
suo amato re.
Firmato:
Shaykh Haji, figlio di Shaykh Nasir, «Baba Shaykh», Suprema Guida Spirituale.
Shaykh Ibrahim, figlio di Shaykh Ramadam, «Wazir» dello Shaykhan.
Faqir Husayn, figlio di Faqir Hasan, capo dei Faqir.
Shaykh Uthman, figlio di Shaykh Bashir, «Peshimam».
Qawwal Savdin, figlio di Qawwal Sulayman, capo dei Qawwal.
Kochak Kidr, capo dei Kochak.
Faqir Jindi, figlio di Faqir Hasan, capo spirituale.

Nel 1972 l'istrionico satanista californiano Anton Szandor Lavey (1930-


1997) pubblicò The Satanic Rituals, libro che faceva il paio con la sua più famosa
Satanic Bible del 1969. In esso Lavey inserì anche lo yezidico Libro della
Rivelazione, nel capitolo Pilgrims of the Age of Fire - The Statement of Shaitan,
usando la traduzione fattane dal Prof. Joseph Isya, corredandolo di una sua
introduzione ma deformando il tutto con un commento derivante dalla sua
impostazione mentale. Lavey dovette trarre l'idea di inserire Al-Jilwah dopo aver
letto il libro di Seabrook Adventures in Arabia. Infatti lo cita, ma si prende la
briga di alterare alcuni dati. L'«impero yezida» - così lo chiama -, si stenderebbe
invisibilmente lungo un arco di trecento miglia dalla Siria al Caucaso, intervallato
da sette Torri di Satana o Ziarahs, tutte di forma trapezoidale tranne quella di
Lalish, ed ognuna sarebbe dotata al suo apice di un «riflettore eliografico» per
meglio diffondere le energie sataniche nel mondo. Sotto queste sette torri
scorrerebbe, provenendo dalla sorgente Zamzam di La Mecca, un'unica corrente
d'acqua che raggiungerebbe l'ultima torre, quella principale di «Schamballah-
Carcosa». Qui si vede come Lavey deformi tutto di sana pianta. A prescindere
dalla mitica Shamballa, il nome Carcosa lo si deve alla penna del prolifico
scrittore e novellista americano Ambrose Gwinnett Bierce (1842-1914), autore di
un Dizionario del Diavolo, che si inventò il nome di questa città come titolo della
sua novella An Inhabitant of Carcosa del 1887117. Il nome di questa città fu poi
ampiamente utilizzato da altri scrittori americani, quali Robert W. Chambers e H.
P. Lovecraft, e persino in realizzazioni del cinema e della televisione. Lavey
aggiunge poi che «si è sempre creduto che le torri non si limitassero alla geografia
yezida ma che spaziassero in forme irriconoscibili, sotto forma di variate
strutture, in diverse parti del mondo - ognuna di esse essendo un segnacolo sulla
superficie della terra per un ingresso, allegorico o di altra natura, al mondo infero.
Stando così le cose, le torri degli Yezidi e l'influsso satanico in esse contenuto
costituiscono il supporto di un network di controllo molto più stupefacente».
Sembra quasi che Lavey avesse letto Guénon! Quel che è certo, è che aveva

117
Ci sono circa otto edizioni italiane di questo racconto.
dedicato la proima edizione di The Satanic Bible a quel Robert Howard - da noi
citato in precedenza - che aveva scritto la maggior parte dei suoi racconti satanici
prendendo spunto dagli Yezidi.

Nel 2010 era uscito, quale sviluppo di una tesi di laurea scritta a Parigi nel
2006, un bel testo sugli yezidi, molto ricco in immagini: The Yezidis, the history
of a community, culture and religion, della studiosa curda di origini yezide Birgül
Açikyildiz, docente all'Università anatolica di Mardin, la quale ha definito gli
Yezidi «un popolo affascinante». Grazie a visite e colloqui avuti sul posto tra il
2002 e il 2004, l'autrice ha potuto fornire dati nuovi e di prima mano; inoltre si è
soffermata con particolare attenzione sull'architettura tombale dei monumenti
yezidici. Ciò si può riferire in positivo a quello che scriverà in negativo quattro
anni più tardi Louis De Maistre circa i «luoghi di potere». Riferendo le positive
sensazioni ricevute da precedenti viaggiatori, la studiosa curda ha scritto: «Il
giorno dopo, accompagnata da due giornalisti curdi, Shehnaz Zebari e Khidir
Dimili, andai al santuario di Sheikh Adi, situato nella piccola valle di Lalish.
Come raggiunsi questo piccolo villaggio nascosto tra le montagne, sperimentai
ciò che posso solo descrivere come una sensazione di dissociazione temporale e
fisica, tentando di raffigurarmi perché Sheikh Adi scelse questo posto per ritirarsi
dal mondo. Ogni cosa era pura calma, tutto un verdeggiare, molto lontano da tutto
ciò che può considerarsi modernità, e anche i rumori della guerra si percepivano
come se fossero distaccati. Il canto degli uccelli, il mormorio dei torrenti montani,
l'intensa verzura primaverile, il punteggiare dei brillanti colori dei papaveri e
l'inimitabile luce del sole tra i monti che giocava sulle cupole affusolate,
rendevano il luogo uno scenario armonioso, qualcosa di molto simile ad un idillio
pastorale. Ne rimasi abbagliata»118. Come si vede non c'è nulla che rievochi Satana
in queste descrizioni, anzi. Fu Seabrook che scrisse che secondo gli islamici la
forma particolare delle cosiddette torri yezide serviva a diffondere meglio
all'esterno le energie sataniche. In realtà, a meno di non volervi scorgere una
struttura atta a respingere il clima ardente, se si osservano attentamente questi
pinnacoli scanalati e vuoti, che non hanno nulla di una torre, se ne può intuire il
significato simbolico: il piccolo globo dorato che li sormonta (detto hilel e oggi
sostituito da un sanjak) e che è raffigurato nell'immagine di copertina di questo
nostro libro, non è altro che il sole, il quale irraggia (le scanalature formano una
vera e propria raggiera) verso il basso, all'interno, cioé verso il santone defunto
che è sepolto nella tomba sottostante, quasi a volerlo attirare verso di sè in
Paradiso. Tali costruzioni yezide infatti non sono altro che mausolei (mazar in
curdo e ziyara in arabo) e fanno parte, anche come storia dell'arte, di una forma
di architettura funeraria islamica tipica della regione di Mosul e dell'Irak
settentrionale. Ha scritto la Açikyildiz che il governatore di Mosul, Badr al-Din
Lu'lu' (1211-1259) «fu un grande patrono delle arti e dell'architettura, e siccome
era shiita, promosse in particolar modo la costruzione di mausolei sciiti,

118
Birgül Açikyildiz: The Yezidis, p. 8. London 2010.
incoraggiando verso di essi i pellegrinaggi piuttosto che a La Mecca e a Medina.
La vicinanza di Mosul agli insediamenti yezidi significa anche che la città ebbe
un'importante influenza sull'architettura yezida. Sebbene il piano originale del
mausoleo dello sceicco Adi non ci è noto, la sua attuale base quadrata con la
cupola conica fu ampliamente usato anche per i mausolei shiiti di Mosul e del
Sinjar...»119. La setta sufica dei discendenti dello sceicco Adi non poteva quindi
non riferirsi, per le costruzioni tombali dei suoi personaggi più eminenti, che a
tale architettura. Gli islamici interruppero questa particolare architettura verso la
fine del tredicesimo secolo; gli Yezidi la continuarono: «Oggi, è facile distinguere
un villaggio yezida dagli altri per questi mausolei a base quadrata ricoperti da
cupole coniche scanalate».La Açikyildiz ha però segnalato che questo tipo di
cupole si rinvengono anche nell'Anatolia armena, che gli storici dell'arte
denominano «cupole a forma di ombrello», e il già citato governatore di Mosul,
che era un ex schiavo armeno, avrebbe propiziato la forma scanalata delle cupole
dei mausolei per denotare la sua origine e distinguerli dai tipici mausolei arabi a
cupola tonda (muqarnas).Tuttavia il significato simbolico non ci sembra ne possa
venire inficiato, anzi, studiosi citati nel libro della docente di Mardin hanno anche
avanzato l'ipotesi che si tratti di una forma «stellare», riproposizione da certe
tende reali di nomadi dell'Asia Centrale, sempre con significati celesti. L'unica
differenza vera e propria, oltre all'altezza, è che le costole delle scanalature dei
pinnacoli yezidi sono molto più numerosi degli altri mausolei. Inoltre molti di
essi hanno una base rettangolare anziché quadrata, quindi favorente la presenza
di una «anticamera», il che farebbe pensare che gli Yezidi abbiano copiato dalla
forma di edifici religiosi cristiani preesistenti. Ma questi ed altri, in fondo, sono
puri dettagli. E' anche un dettaglio di poco conto, per un libro di valore come
questo, se l'autrice ha scambiato il moderno archeologo Paul Perdrizet per un
missionario del sedicesimo secolo, facendogli compiere azioni che in realtà il
Perdrizet ha riferito come compiute da un missionario del sedicesimo secolo...120

Nel 2014 è uscito per un editore italiano molto diffuso in ambito francofono il
libro del già più volte citato Louis de Maistre: Les lieux du pouvoir entre mythe
et histoire; dietro questo pseudonimo pare si cela uno scrittore italiano. Questo
testo verte, pur con ampie e coinvolgenti divagazioni, su un presunto «luogo di
potere» demoniaco, e precisamente il santuario yezida di Lalish121. L'autore è il
rappresentante di quella che potremmo definire una corrente «eterodossa» del
pensiero tradizionalista sviluppato da René Guénon. Questa eterodossia si
manifesta principalmente come una efficace e accorta critica al Guénon stesso ma
non attacca i fondamenti del suo tradizionalismo, talchè se ne può inferire che si

119
Cit. p. 146-153.
120
Cit. p. 65 e relativa nota 155.
121
Non a caso in apertura del libro compare una foto della «torre» di Sheick Adi scattata nel
1927 da Anna Gladys Peck (1884-1967) per il libro di Seabrook Adventures in Arabia nella
cui didascalia era scritto che «sotto di essa i Kolchak o maghi yezidi compiono i loro mistici
incantesimi».
tratti di una riemergenza di quel pensiero cattolico tradizionale che formò
intellettualmente il giovane Guénon prima che si perfezionasse, se così si può
dire, integrandovi e facendovi prevalere le correnti dell'induismo e
dell'islamismo. Il libro è strutturato per capitoli in modo da rispecchiare,
curiosamente, ciò che scriveva il reverendo Martin da noi citato, e cioé che a
partire dal tempio yezida di Lalish, dei non meglio identificati «adoratori del
diavolo» si sono diffusi nel Caucaso sciamando poi in Siberia e in tutta l'Asia
Centrale. La base di appoggio di questa argomentazione verte sulla recensione
che Guénon fece del libro del già menzionato William Seabrook Adventures in
Arabia, in cui l'autore francese raccontava di avere appreso che da una delle torri-
pinnacoli di Lalish, e più specificamente da quella di Sheikh-Shams, venivano
fatti emanare «influssi satanici» nel mondo intero. Citando la recensione e brani
di lettere scambiate tra Guénon e suoi corrispondenti, risulterebbe che il francese
fosse a conoscenza di maggiori particolari a riguardo. Da ciò parte l'indagine del
De Maistre il quale, accennatovi già dieci anni prima nel suo L'énigme René
Guénon et les «Supérieurs Inconnus» (p. 183 e 893, Milano 2004), ne tratta
certamente in modo più serio di quanto hanno fatto alcuni autori prima di lui122,
spaziando su molti ambienti, questioni e personalità che a tutta prima nessuno
immaginerebbe fossero in qualche rapporto con gli Yezidi. Ricorrendo ad una
«ipotesi audace ma niente affatto bizzarra» l'autore formula la possibilità che
dietro il satanico mondo degli Yezidi e l'adorazione di Melek-Tawus non ci sia
altro che il demone assiro Pazuzu, lo stesso che tormentò i sogni di H.P. Lovecraft
e A. Crowley. De Maistre passa poi ad allargare la sua visuale investigativa ad
una serie davvero incredibile e suggestiva di fatti, persone e scenari geopolitici,
ma sempre avendo fisso l'obiettivo di dimostrare l'esistenza di un secolare
complotto manicheo mondiale123 (che nel linguaggio guenoniano da lui sussunto
si chiama «contro-iniziazione» e «anti-tradizione») e che comprenderebbe anche
le trame geopolitiche di ciò che è stato definito il «Gran Gioco», il quale proprio
in questi ultimi anni è ripreso con rinnovato vigore sullo scenario mediorientale.
Per demolire un teorema così ben strutturato a volte basta poco e noi pensiamo di
averlo fatto, nel corso della nostra trattazione, per quel che riguarda l'assunto di
fondo del libro, e cioè quello riguardante i famigerati sciamani itineranti detti
kochak. Il lettore si sarà certamente accorto di come costoro, pur nelle diverse
sfumature lessicali della loro denominazione, fossero tutt'altro che dei satanisti.
Inutile sottolineare come tutto ciò non c'entri nulla con gli Yezidi ma sia l'ultima
espressione della mistificazione iniziata cent'anni prima dal reverendo parroco di
San Luigi de' Francesi, il cattolico Pierre Martin....

122
Danilo Arona L'Ombra del Dio Alato, fantastico e reale nei miti assirobabilonesi, Milano
2003 - Alex Churton: The Babylon Gene, New York 2012 (tr. it. La Mappa Segreta della
Massoneria, Roma 2012). Al genere sensazionalistico e/o fantasioso si deve anche accostare
Jean-Marc Allemand: René Guénon et les sept tours du diable (Paris 1990).
123
Manicheo nel senso dell'azione di chi si riconosce nel culto del principio negativo, quindi
definibile anche come sethiano, mazdeo, satanista.
tomba yezida, dal libro di Ainsworth
Travels and Researches in Asia Minor, Mesopotamia, Chaldea and Armenia, 1842

il mausoleo yezida di Lalish, dal libro di Ainsworth


Travels and Researches in Asia Minor, Mesopotamia, Chaldea and Armenia, 1842
TESTIMONIANZE

«Ebbene, anche noi, naturalmente, crediamo in Dio» mi disse; «ma la differenza con tutte le
altre religioni è questa - che noi sappiamo che Dio è così distante che non possiamo essere in
contatto con lui - ed egli, da parte sua, non ha contezza o di disinteressa del tutto delle umane
vicende. Non ha senso pregarlo o adorarlo. Non si cura di noi. «Egli ha dato l'intero controllo
di questo mondo per diecimila anni allo Spirito di Luce, Melek Taos, e pertanto noi adoriamo
quest'ultimo. Musulmani e Cristiani pensano erroneamente che colui che chiamiamo Melek
Taos sia lo Spirito del Male. Non è così. Egli è lo Spirito della Potenza e il governatore di
questo mondo. Al termine dei suoi diecimila anni di regno - ora ci troviamo nel terzo
millennio - Egli tornerà in Paradiso a capo di sette Spiriti di Luce e con lui entreranno tutti i
suoi veri adoratori».

(Nadir-Lugh, Gran Sacerdote degli Yezidi nel 1925,


da una conversazione con William Seabrook)
TESTIMONIANZE GRECHE

di Senofonte
tratte dall'Anabasis (III, 5,15 - IV, 3,2 - V, 5,17)
400 a. C. circa

[La via] attraverso i monti, rivolta a settentrione [a nord del Tigri], conduceva
verso i Carduchi. Dissero che costoro vivevano trai i monti ed erano bellicosi, e
non obbedivano al Re [di Persia]; anzi una volta che un'armata regia,
centoventimila uomini, li aveva attaccati, nessuno di questi era tornato attraverso
quell'aspro territorio.

Per tutti i sette giorni durante i quali avevano marciato tra i Carduchi, infatti,
avevano combattuto continuamente, e patito tanti mali quanti neppure, tutti
insieme, per mano del Re e di Tissaferne.

I Carduchi, benché non siano soggetti al Re e siano assai temibili, tuttavia ce li


siamo fatti nemici per la necessità di prendere viveri, dal momento che non
offrivano mercato.

di Strabone
tratte dalla Geografia (XI, 14,15 - XVI, 1, 24-25)
80 a. C. circa

Arsace [o Artanes] di Sofene soggiogò i Gordii e con loro anche il resto della
Mesopotamia.

Vicino al Tigri ci sono i luoghi che appartengono ai Gordii, che gli antichi
chiamavano Carduchi; le loro città sono Sareisa, Satalca e Pinaca, quest'ultima
una vera e propria fortezza, con tre cittadelle, ognuna separata da singole
fortificazioni in modo da costituire come una triplice città.

Gordi, figlio di Tritttolemo, fu detto essere originario della Gordiene, e in seguito


anche quelli di Eretria [città greca] che vi erano stati deportati dai Persiani. Di
Trittolemo, tuttavia, riferirò tra breve chiaramente allorchè descriverò i Siriani.
GLI YAZIDITI, ADORATORI DEL SOLE
di Gregorius Barhebraeus
estratto da Gregorii Barhebraei Chronicum Ecclesiasticum, Tomus I, p.220-22.
Lovanii 1872
(540 d.C. circa)

«In seguito, al tempo di Giustiniano, sopravvennero numerose eresie. Per


esempio quella dei Barburiani, che in siriaco son detti Maliunaie (*), e che sono
un pollone del Manicheismo. Costoro, espulsi dai discendenti di Perseo [cioè
dalla Persia], si recarono in Armenia e da qui poi in Siria, dove invasero e
occuparono tutti i monasteri che trovarono. Questi stessi e le loro mogli indossano
delle vesti di color nero, al pari dei monaci, ed ogni anno celebrano un certo
giorno solenne prestabilito. Poi di notte si radunano tutti assieme, uomini e donne,
spengono le lampade e chiunque prende e si accoppia con una qualunque, fosse
anche sua madre o sua sorella. Il bambino che poi nasce da questo ignobile
amplesso viene punto con degli aghi ed il sangue che ne scaturisce lo mescolano
con della farina a mò di offerta sacrificale. Si dice anche che costoro mescolano
a tale oblazione il sangue di un uomo adulto e di una gallina bianca. La cosa
potrebbero averla appresa dai segreti della magia. Tale solennità questi Persiani
la chiamano Maschusch. Ho trovato questa storia nel libro Aburahian, il saggio
persiano di Biruni, a cui hanno accennato anche i nostri scrittori di cose
ecclesiastiche».

DALLA NOTA APPOSTA DAI CURATORI DELL'EDIZIONE

(*) A lato del codice manoscritto c'è questa nota: «Credo che costoro siano gli
Schemschanaie. Tale era la loro antica usanza ma attualmente non la seguono
più». L'Illustre Signore Bartatar, arcivescovo di Seerd, da noi interrogato circa il
termine Schemschanaie, così ci ha risposto: «Essi ci sono ancora e sono numerosi
in Curdistan. Traggono origine dal Manicheismo. Ci sono anche gli Yaziditi che
adorano il sole; qui sono chiamati «solari». Quest'ultimi sono divisi in diverse
sette. Adorano il diavolo, il sole e il fuoco. Disprezzano la preghiera e si
proibiscono il leggere e scrivere. Non rispettano il digiuno. Adorano il gallo e un
pavone di bronzo, che infatti raffigura la superbia di Satana. Preferiscono essere
fatti a pezzi piuttosto che maledire o rinnegare Satana. Tutto per loro è lecito.
Non negano Dio, ma onoramo di più il Diavolo, pur sapendo che Dio lo ha
esiliato». Sugli Yaziditi ha trattato dottamente il Padre Martin, La Chaldée.
Roma, 1867, p. 35-44.
GLI ADORATORI DI YAZD
di Tomā bar Ya'qubh (Tommaso, vescovo nestoriano di Marga)
tratto dal libro V, capitolo XI, del Libro dei Priori di Beth 'Abhé, tradotto in
inglese da E. A. Wallis Budge (The Book of Governors: the 'historia monastica'
of Thomas bishop of Marga, London 1893).

Ora, quando per grazia di Dio, la sua mano, cioé il santo Mar Elijah, giunse nella
città dei pagani [Mokan], e vi entrò dentro, e vide che il nome di Dio, Signore di
tutto, e la sua testimonianza erano del tutto assenti, ma che i suoi abitanti facevano
atti di venerazione verso stupidi alberi e pietre inanimate, e che era priva anche
di quegli Arabi ed Ebrei che credono in un Dio unico, creatore dei cieli e della
terra... ed essi risposero all'unisono [al beato Mar Elijah], dicendo, «noi abbiamo
Yazd, a cui i nostri nonni, padri e noi stessi abbiamo reso omaggio, e abbiamo
timore dei mali che può infliggerci, per tema che se lo rinnegassimo, lui potrebbe
ucciderci. Se, tuttavia, il tuo Dio, nel quale tu ci hai fatto riporre le nostre
speranze, - poiché egli è l'unico Dio, e non c'è altri al di fuori di lui, e anche noi
abbiamo scelto di essere suoi servi e adoratori - è capace di uccidere e distruggere
Yazd, vedrai allora che noi saremmo ai tuoi occhi come la materia nelle mani
dell'artigiano, e sarà in tuo potere fare di noi secondo la tua volontà».
Orbene, il santo Mar Abraham mi disse - come se fosse stato al cospetto di Dio
Signore di tutto, con i suoi santi angeli e martiri: riporto qui le sue parole come
le ha dette - che quando quella gente disse quelle parole al sant'uomo, egli gli
rispose dicendo: «Dov'è questo Yazd, figlio di una meretrice, che voi e i vostri
padri avete servito?». Ed essi lo portarono con loro e gli additarono dalla cima di
una collina una possente quercia, posta in una valle, la quale era detta il re della
foresta, che per il tempo trascorso e la cura con cui l'avevano custodita, era
cresciuta fino al cielo, aveva raggiunto grande ampiezza in circonferenza e un
fogliame assai folto.
Chiese quindi un'ascia, ed essi gliela dettero, si rimboccò le maniche, si tirò sù in
alto i lembi della tunica, afferrò l'ascia come l'impugnasse un guerriero, e si
diresse verso la quercia o, per meglio dire, contro il diavolo che vi aveva eletto
dimora, ed alzando la voce col coraggio della fede, disse: «la voce del Signore
spinge le cerve a partorire, e a sradicare gli alberi della foresta», poi alzò l'ascia
scagliandola contro la quercia. E lo fece una seconda e una terza volta, e l'albero
cadde, egli ne abbatté tutta l'antica potenza e maestosità con tre colpi d'ascia;
tagliò e spezzò anche il resto dei rami che la attorniavano e che quel popolo
peccatore chiamava «i figli di Yazd».
Elevò poi la voce, e con la mano fece segno a quella gente di radunarsi intorno,
ed essi lo fecero, presero delle canne, dei rovi, dei rami secchi, e li gettarono sul
tronco abbattuto e i suoi rami, dandovi fuoco, cosicché venne meno lo sbaglio di
credere in quel diavolo. Poi tutti quanti cantarono inni e glorificarono Dio che
aveva mandato a predicare tra loro il beato Mar Elijah, così come fecero coloro
che al tempo del profeta Elia derisero Baal e sterminarono tutti i suoi sacerdoti.
Quella volta i sacerdoti pagani furono sterminati, ora invece i falsi dèi, che per
colpa delle abominazioni di quella gente avevano fatto prosperare i diavoli,
furono distrutti assieme a quelli che li adoravano. E dopo aver bruciato quelle
immagini detestabili di diavoli, tutti quanti loro vennero in città [Mokan], contenti
e felici per la vittoria che il soldato di Cristo, inviato per la conversione e la vita
delle loro anime, aveva ottenuto.
ABITUDINI DI VITA, COSTUMI, INCLINAZIONI,
RELIGIONE, SUPERSTIZIONI E PRATICHE
RIDICOLE DEGLI YEZIDI
di Michel Febvre
Estratto da Theatre de la Turquie où sont representées les choses les plus
remarquables qui s'y passent aujourd'huy, touchant les Moeurs, le
Gouvernement, les Coutumes & la Religion des Turcs, & de treize autres sortes
de Nations qui habitent dans l'Empire Ottoman (1682).

Gli Yezidi assommano a circa duecentomila anime tanto in Turchia quanto in


Persia. Parlano una lingua particolare simile al persiano che chiamano curda.
Sono persone robuste, infaticabili, si accontentano di poco.
Abitano sotto padiglioni neri, tessuti nel pelo di capra, e circondati da canne e
spine legate assieme. Sono quadrati o rettangolari, diversi da quelli dei
Turcomanni la cui forma è rotonda a forma di torre. L'inverno si ritirano fra le
montagne mentre d'estate scendono a valle e in aperta pianura.
Si spostano in gruppi come gli Arabi e i Turcomanni per maggiore sicurezza, e
dispongono i loro padiglioni in cerchio, in modo tale che nel mezzo rimanga una
specie di piazza d'armi, dove mettono il bestiame, al riparo dai ladroni e dai lupi,
i quali non osano avvicinarsi e che non potrebbero farlo senza venire scorti da
quelli che stanno nelle tende, che dovrebbero necessariamente attraversare per
sottrarre ciò che vorrebbero prendersi.
Non hanno altre armi che l'arco, la sciabola turca e la fionda, di cui si servono
con destrezza stupefacente, tanto che non ci si crederebbe se non li si avesse visti
all'opera.
Si accampano solitamente sulle sponde di fiumi e ruscelli, per via dell'acqua, e
perché il pascolo è migliore per i loro armenti. Dopo aver passato una quindicina
di giorni nel luogo, essi vanno a piantare altrove, chi qua chi là, i loro padiglioni
per trovare nuova erba, dopo aver girovagato per cinque o sei giorni.
Sono molto caritatevoli con i viandanti e non gli rifiutano mai il cibo quando
quest'ultimi si avvicinano alle loro tende con la scusa di chiedere la strada. Li
invitano subito a mangiare, con parole civili e costumate: be kair ati, sar saran
sar tehavan. Gli offrono di solito pane, formaggio, cipolle e pure aglio. Mi sono
sempre meravigliato di come potessero dar da mangiare a così tante persone e di
come la cosa non li infastidisse, nonostante fosse una incombenza quasi
quotidiana. Tanto più che non conoscevano affatto coloro verso i quali erano così
caritatevoli e che quest'ultimi non avrebbero mai potuto restituirgli il favore.
Sono disprezzati dai Turchi, profondamente, più di ogni altro popolo, sia per la
religione che è diversa da quella maomettana, sia perché un tempo uccisero dei
capi islamici, chiamati Hessin e Hassan. Dicono che gli Yezidi il giorno del
giudizio saranno la soma asinina che trasporterà gli Ebrei all'inferno, e la più
grande offesa che un turco può fare a qualcuno è chiamarlo «yezida» o «figlio di
uno yezida». Li vessano con molteplici tributi e con così tante malversazioni e
dispotismi, che li hanno ridotti alla disperazione. Ciò fa sì che gli Yezidi li
ricambino con un odio mortale, in cuore la speranza di poterli un giorno
distruggere tutti. Quando sono arrabbiati e malediscono qualche animale, lo
appellano «musulmano», cioè turco. Quando raffigurano una persona senza
qualità, un tiranno, un barbaro, lo paragonano appunto a un musulmano.
Se odiano i Turchi amano i Cristiani che chiamano amorevolmente loro
confratelli, in base alla credenza che Gesù e Yezid fossero la stessa persona o
perché il loro capo Yezid una volta parteggiò per i Cristiani, e si alleò con essi
contro i Maomettani, sconfiggendoli in una battaglia campale nella quale uccise
i due generali Hessin e Hassan.
Gli Yezidi sono di due specie, cioé si vestono in due modi diversi, chi di nero e
chi nella foggia del paese, detti i Bianchi. I Neri sono ritenuti i sacerdoti della
setta, anche se si sposano, talvolta con due donne. Si fanno chiamare dai Bianchi
Fakir, ovvero poveri (sebbene siano ricchi) tanto la qualifica di povero è in onore
tra loro e benché non amino affatto la povertà.
I Bianchi sono simili ai Turchi quanto all'aspetto esterno e l'unico particolare che
li identifica come yezidi è la casacca, la quale non ha la spaccatura all'altezza del
collo come portano i Turchi, ma ha solo l'apertura rotonda per far passare la testa,
il che è strano, ma essi sostengono che l'usanza è dovuta al voler commemorare
un certo cerchio d'oro o di luce disceso dal Cielo sul collo del loro grande sceicco
Adi, dopo che fece un digiuno di quaranta giorni.
Sia i Neri che i Bianchi hanno tutti la stessa fede e credenza; in virtù di essa si
amano tutti di gran cuore e restano sempre molto uniti.
Sono persone di aspetto molto bello, bianchi e ben proporzionati, e per quanto
siano tutti gente legata alla terra hanno tutti la fierezza del soldato, il che, io credo,
gli deriva dalle grandi persecuzioni cui sono soggetti e che li obbligano sempre a
stare in guardia.
La loro occupazione è quella di occuparsi degli armenti e di coltivare la terra, dei
cui frutti i Turchi si appropriano in gran parte, lasciandogli appena di che
sopravvivere. Poiché sono seminomadi, non coltivano ne vigne né orti, e se
abbisognano di tali prodotti li devono rubare o comprare, e pertanto non vivono
che di carne e di latticini.
Il loro pane è molto piccolo, grande come un piatto da tavola. Lo cucinano su una
piastra di ferro, a fuoco dolce, come si fa per le ostie, e lo mangiano caldo appena
sfornato. Pertanto macinano il grano solo quando sono in procinto di mettersi a
tavola. Di solito ciò avviene quando sono in compagnia di ospiti o di stranieri
perché quando sono da soli vanno meno per il sottile e lo fanno più grezzo,
contentandosi di cucinarlo al mattino per tutta la giornata, per quanto freddo non
sia così buono e saporito come quando è mangiato appena fatto.
Mangiano di gusto e altrettanto bevono, se dispongono di vino. Tuttavia la loro
ebrezza è più ridanciana che pericolosa. E' un divertimento vederli quando i fumi
dell'alcool cominciano a scaldargli il cervello, perché non fanno altro che cantare,
abbracciarsi e farsi dei salamelecchi, e non bestemmiano né litigano, come molti
cristiani.
Quando si recano a qualche banchetto, non aspettano di essere invitati a tavola,
ma fanno a gara a chi si siede per primo, per paura che altri più furbi non
approfittino del loro esitare. Questa scostumatezza è seguita da un'altra più
grossa, che è quella di addormentarsi a tavola quando gli viene voglia. Quando
hanno mangiato a sufficienza, non si alzano per tema di perdere il posto, e si
allungano sul tavolo a dormire, mentre altri continuano a mangiare. Al risveglio
si rifanno di ciò che hanno perso riprendendo a mangiare mentre altri si
addormentano. Continuano in questo esercizio, cioé bere, dormire e divertirsi,
ventiquattr'ore di seguito, e nessuno prende congedo per tornarsene a casa se non
per il venir meno di cibi e bevande. Infatti se il padrone di casa non gli va a dire
che non ha più niente da offrire, resterebbero lì per sempre. Per persuaderli,
bisogna che giuri e spergiuri che non ha più nulla e che possono partirsi da lì.
Allora tutti se ne vanno ringraziandolo per quanto messo a disposizione e
augurandogli ogni bene.
Amano il vino oltre misura e lo bevono non solo perché vi sono predisposti ma
anche per fare dispetto ai Turchi, che lo proibiscono. Talvolta lo chiamano con
l'augusto nome di «sangue di Gesù», e quando nelle feste qualcuno lo offre con
le parole «prendi il calice col sangue di Cristo», chi lo riceve, anche fosse suo
superiore in grado, gli bacia la mano, mentre tutti i presenti si alzano in piedi in
segno di rispetto, inchinandosi con le braccia in croce, finché non è stato bevuto.
Questa cerimonia, che gli ho visto fare spesso, così come l'ho riferita e unitamente
ad altre pratiche simili a quelle di noi cristiani, fa ritenere che gli possa essere
stata trasmessa o dagli Ariani o da altre sette eretiche, che si sono così corrotte e
imbastardite nel tempo, o almeno, che hanno allacciato con questi eretici
un'amicizia e unione così stretta contro i Turchi loro nemici, da farli partecipi
della loro Comunione, così come i Luterani hanno fatto con i Calvinisti, sebbene
vi fosse tra loro una grande differenza.
Portano la tazza alla bocca con entrambe le mani, e lo fanno con la massima
attenzione [per non versarne delle gocce].
Il loro modo di salutarsi consiste nel baciarsi rispettivamente la manica del
vestito, se si tratta dei Neri, ma se sono i Bianchi, si salutano al modo comune del
paese, dicendo, rougetabe kair bi haleta tchee. Se le due specie si incontrano,
cioé i neri e i bianchi, sono solo i primi a ricevere questo onore di farsi baciare il
vestito, perché i secondi non hanno contraccambio, non essendo pure loro dei
sacerdoti.
Gli Yezidi non sono né Turchi né Cristiani, anche se sono più attratti dalla
religione del Messia rispetto a quella del falso profeta Maometto.
Si vantano di bere vino e di mangiare carne di maiale, così in obbrobrio a Turchi
ed Ebrei che si lascerebbero morire di fame piuttosto che doverla assaggiare.
Evitano per quanto possono di farsi circoncidere; infatti subiscono la
circoncisione di viva forza per costrizione dei Turchi e sotto minaccia di tortura.
Il fondamento principale della loro religione consiste nel rifiutarsi di maledire il
diavolo: non è possibile indurli a farlo con ragionamenti né tantomeno con le
torture. Infatti alcuni di loro si sono lasciati scorticare vivi piuttosto di farlo. Ecco
la motivazione che adducono in loro favore: in coscienza non si possono maledire
le creature, poiché questo diritto appartiene solo a Dio che ne è l'Autore; né noi
abbiamo qualche comandamento o precetto nella Scrittura che ci obblighi a
imprecare contro il diavolo, anche se questi è ribelle e disobbediente a Dio, così
come fanno invece cristiani e turchi. Del resto siamo forse obbligati a maledire
in ogni occasione un Primo Ministro di Stato che fosse caduto in disgrazia agli
occhi del suo Principe? Invece la carità ci obbliga a fare il contrario, e augurargli
tutto il bene. Chi può sapere - essi dicono - se il diavolo un giorno non farà la
pace e si riconcilierà con Dio? C'è da sperarlo in virtù della misericordia di Dio.
Se ciò dovesse accadere, pensate forse che il diavolo non si risenta di tutte le
ingiurie che gli sono state vomitate addosso per tutto il tempo in cui era caduto
in disgrazia? Ma supponiamo pure che egli non si sia ancora riconciliato e che, a
causa dei vostri peccati, siate caduti nelle sue grinfie dopo morti; sarebbe ancor
peggio! Infatti si vendicherebbe due volte di più per tutti quegli insulti, e
scaricherà tutta la sua rabbia su di voi. Pertanto, in qualsiasi modo vadano le cose,
che si riconcili con Dio oppure no, voi non potreste ottenerne alcun vantaggio -
dicono - a causa di tutte le maledizioni che avete proferito.
GLI ADORATORI DEL CANE NERO
di Thomas Hyde
tratto dall'opera Historia Religionis Veterum Persarum eorumque Magorum,
Oxonii MDCC

...Gli abitanti della Siria li chiamano Durzi o al plurale Duruzi [Drusi]. Costoro
dimorano attualmente nei monti del Libano e della Curdistania e invocano per la
loro pessima religione un'origine antichissima, chi da Noè, chi dal patriarca
antediluviano Enoch, altri ancora da Seth. Questa sciagurata religione è contenuta
nel libro detto Sohuph Sheit (e che quindi possiamo chiamare sethica) che oggi
professano in Libano e Curdistan diverse etnìe curde, come i Durzii e gli
Homeidi, i Kelbi o Calbi (cioé Canicolari, perché le due parole significano cane)
così detti da alcuni perché adorano un cane nero. Questa stessa è professata, in
Curdistan o monti della Gordiea, da quei Curdi che son detti Yezidi o Yezidei,
che adorano anch'essi un cane nero poiché tutti loro ritengono che il colore nero
(così pensano) sia quello del diavolo, che essi venerano, e che chiamano Ustad,
Maestro. Il sacerdote degli Yezidi (che per adeguarsi al suo Maestro va in giro
vestito di nero) è chiamato Murid al-Yezidi cioé «discepolo yezida». Tuttavia tutti
costoro sono chiamati da Maomettani e Cristiani col termine Sheitani, cioé
Satanici, Diabolisti, poiché ammettono che Satana è il loro Pyr o Sheich, ovvero
il loro Signore. Infatti, come dicono gli Orientali, Chi non ha un maestro, ha il
diavolo per signore. Essi negano la Resurrezione e si situano a mezza strada fra
i Maomettani e i Pagani. Credono in Dio, così pure in Alì, che paragonano
all'Altissimo, della cui esistenza non si danno pena e a cui non tributano alcuna
forma di adorazione.
A causa della loro empietà, agli sciagurati che si recano dalla Gordiea fin nella
piazza della città di Mausil [Mosul], i Cristiani, i Mausilensi e i Turchi son soliti
far credere, quando si imbattono in uno di questi yezidi, che se gli tracciano in
terra un cerchio intorno, gli danno a intendere superstiziosamente che non ne
potrà uscire, se tale cerchio non venga prima cancellato da qualcuno. Nel
frattempo lo yezida, ritenendo di non poter uscire, viene oltraggiato gridando
Naalat Sheitan, cioé «sia maledetto il Diavolo».
GLI JESIDI, RITENUTI ADORATORI DEL DIAVOLO
di Carsten Niebuhr
tratto dal suo Voyage en Arabie et en d'autres pays circonvoisins, 1780

Da Arbil a Zab, non si incontra un solo villaggio; ma dall'altra parte del fiume,
c'è il villaggio di 'Abd el asis interamente abitato da gente che chiamano Jesidi ed
anche Dauasin. I Turchi non consentono la libera espressione della religione nel
loro territorio se non a coloro che hanno dei libri ispirati da Dio, come i
maomettani, i cristiani e gli ebrei, e pertanto gli jesidi sono costretti a nascondere
in tutti i modi i dettami della loro religione. Si proclamano quindi maomettani,
cristiani o giudei, a seconda della fazione a cui appartiene colui che si informa
sulla loro fede. Parlano con venerazione dell'Alcorano, del Vangelo, dei cinque
libri di Mosè e dei Salmi, e qualora li si scoprisse essere jesidi, sostengono allora
di appartenere alla stessa religione dei sunniti. E' quindi praticamente impossibile
apprendere qualcosa di certo a riguardo. Ci sono alcuni che li accusano di adorare
il Diavolo, cui danno il nome di Tschillebi ovvero Signore. Altri affermano che
manifestano molta venerazione per il sole e il fuoco, che sono dei pagani idolatri
ed hanno cerimoniali orribili. Può darsi che siano simili alla setta dei Bejasiti
dell'Oman. Poiché ci sono molti di questi Dauasin tra il grande Zab, la Siria e
l'Armenia, e sono ben conosciuti in tutte le città della zona, vogli riferire qui ciò
che dei colti sunniti ed anche cristiani d'Oriente dicono di avere notato su di loro,
sia per i discorsi che fanno che per le azioni che compiono.
Gli Jesidi sostengono che fondatore della loro religione fu un certo Schah Ade
[Sheick Adi] e si ritengono discendere da quegli Arabi che, per ordine di
Schamer, uccisero Hössein nipote di Maometto e perseguitarono ferocemente la
famiglia di Alì, al tempo del governo del califfo Jesid. A causa di ciò essi hanno
una grande venerazione per questo Schamer e sempre a causa di ciò gli Sciiti, che
considerano Hössein come il loro martire più importante, si fanno un merito se
gli capita di uccidere qualche jesida.
Si dice che presso di loro vi sia l'immagine di un serpente, di un ariete e di altri
animali; quella del serpente in memoria della seduzione di Eva da questi operata,
quella dell'ariete in memoria dell'obbedienza di Abramo, quando stava per
sacrificare suo figlio. Mi hanno anche assicurato però che i Dauasin non adorano
il Diavolo, ma solamente Dio, quale creatore e benefattore di tutta l'umanità.
Inoltre non vogliono parlare di Satana né sentirne pronunciare il nome.
Sostengono gli jesidi che è assurdo disputare sulla preminenza tra Dio e un angelo
caduto, così come è assurdo che dei contadini disprezzino e maledicano un
ufficiale caduto in disgrazia agli occhi del Pascià. Dio non ha bisogno del nostro
aiuto per combattere Satana per la sua disobbedienza, e che forse è tornato nelle
sue grazie, per la qual cosa forse un giorno saremmo costretti ad arrossire di
vergogna al cospetto del Tribunale di Dio, per aver oltraggiato un suo angelo,
senza che ne fossimo richiesti. Pertanto è assolutamente meglio non curarsi del
Diavolo, ma di sforzarsi in tutti i modi di non cadere a nostra volta in disgrazia
presso Dio.
Quando gli Jesidi vengono a Mosul, non sono comunque imprigionati dal
magistrato, anche se si sa chi sono. Il popolo cerca però talvolta di approfittarsi
di loro: quando infatti la canaglia vuole vendere a uno jesida delle uova o del
burro, cerca dapprima di fare in modo di farsi pagare mettendogli la merce in
mano, allora comincia a dire un sacco di imprecazioni contro Satana, con la scusa
di non essere d'accordo sul prezzo, o per un altro motivo, e allora il Dauasin è
spesso così probo e sincero, che lascia la merce pagata dovè piuttosto che
presenziare a tutte quelle ingiurie contro il Diavolo; ma in territorio yezida
nessuno avrebbe il coraggio di farlo a meno di non volersi fare bastonare di santa
ragione o anche uccidere.
Gli Jesidi si circoncidono come i maomettani, ma bevono vino e altri alcoolici. A
quest'ultimo riguardo, bevono reggendo il bicchiere con due mani, perché se per
disgrazia gliene cade un pò per terra, raccolgono la terra dove il vino è caduto e
la mettono in un posto dove non possa essere calpestato. Se fosse vero che
Maometto avesse dato questa prescrizione ai suoi seguaci di essere così rispettosi
per il vino versato, non avrebbe davvero proibito del tutto il suo uso. Comunque
non c'è da temere che un Dauasin si possa ubriacare e il profeta voleva solo
prevenire che potesse accadere.
I sacerdoti jesidi, a differenza di quelli maomettani, si vestono di nero. Si dice
che abbiano tre giorni di digiuno all'anno, e che compiano un pellegrinaggio da
Schah Ade, che è sepolto tra Aker e Mosul. Lì ci sarebbe un grande bacino
d'acqua in cui gli jesidi gettano molto oro e argento in onore del santo. Un
nestoriano dei paesi vicini, il quale aveva pensato di trar partito da quest'usanza,
cercò una notte di entrare nel bacino, per racimolare qualche cosa. In quel mentre
giunse la figlia del guardiano per attingere dell'acqua e rimase sorpresa nel vedere
un uomo nel bel mezzo, e poiché non si aspettava davvero di trovare un ladro in
quel luogo sacro, credette che fosse Schah Ade in persona. Tornò indietro di corsa
per portare la bella notizia a suo padre e cioè che il santone si era mostrato di
persona nell'acqua. Ben presto la notizia si diffuse tra tutti i Dauasin, che se ne
rallegrarono molto, mentre il nestoriano seppe fare buon uso di ciò che aveva
trovato.
E' opinione comune tra i maomettani che gli abitanti della montagna di Sindsjar,
per la maggior parte jesidi, custodiscano un tesoro in un pozzo o in uno stagno
appartenente al loro Schah Ade. Alcuni anni fa alcune tribù della zona avevano
derubato dei viaggiatori di Bagdad. Soleiman Paschà non si limitò a perseguire e
disfare le tribù nomadi dei jesidi, ma penetrò anche nella montagna di Sindsjar,
fece bastonare i capi e ne uccise altri. Tuttavia nessuno rivelò mai l'ubicazione
del tesoro. Gli jesidi sono talmente in obbrobrio ai sunniti, che il loro più grande
Dottore, Schafei, non considera una cattiva azione se qualche musulmano (fedele
o vero credente) ne uccide talvolta qualcuno.
DELLA SETTA DEGLI JAZIDJ
di Maurizio Garzoni
Da Viaggi e Opuscoli diversi di Domenico Sestini. Berlino, 1807

Fra tante Sette de' Maomettani insorte nella Mesopotamia dopo la morte del loro
falso profeta, la più odiosa a tutte le altre senza dubbio è quella delli Jazidi così
nominati dal loro autore Sciek-Jazid infenso inimico della famiglia d'Alì. Questa
Setta è un mescuglio degli errori di Manicheo, di Maometto, e delli antichi
Persiani. La fede delli Jazidì si conserva per tradizione da padre in figlio senza
libri, essendo loro proibito d'imparare a leggere, e a scrivere; perciò gl'isterici
Maomettani non parlano di questa Setta, se non di passaggio, volendo indicare
gente bestemmiatrice, crudele, barbara, maledetta da Dio, ed infedele al loro
profeta; né si può per conseguenza avere certa notizia della loro credenza, se non
da quello che si vede in presente. Essi hanno per primo fondamento di tenersi
amico il Diavolo, e diffenderlo a spada tratta; per lo che non solo si astengono dal
nominarlo, ma si riguardano anche da tutte le parole, che possino avere qualche
consimiglianza, come per esempio: Il fiume in lingua volgare si dice Sciat e il
diavolo Sceitan; in luogo di Sciat dicono Ave mazen cioè acqua grande; e siccome
i Turchi malediscono frequentemente il diavolo, si astengono anche da tutte
quelle parole, che hanno qualche consonanza alla parola Maledizione, quale si
dice Nal. I ferri da cavallo si chiamano parimente Nal, onde in luogo di ferro da
cavallo dicono Sol, o sia Suola delle scarpe del cavallo; il Manescalco in volgare
si dice Nalbenda, ed essi lo chiamano Solker, vale a dire, Calzolaio. Chi tratta per
altro nelle loro abitazioni, bisogna che stia bene attento di non lasciarsi fuggire
dalla bocca la .parola Diavolo Maledetto, e peggio Maledetto il Diavolo, perché
incorrerebbe il pericolo d'essere ferito, o ucciso. Quando per li loro affari si
portano nelle città de' Turchi, il maggior affronto, che si possa far loro, è maledire
il diavolo, e se quella persona viene conosciuta, e trovata in viaggio, corre
pericolo di subirne la vendetta. Più volte è accaduto essere presi alcuni Jazidì
dalla giustizia turca, e condannati a morte per qualche delitto con la facoltà
d'essere liberati, se maledicessero il diavolo, ma hanno preferito piuttosto la
morte.
Il Diavolo appresso di loro è innominato: al più si servono dell'epiteto Sciek
Mazen, o sia il gran Capo. Ammettono tutti i profeti, ed i Santi dei Cristiani, da
cui sono denominati i Monasterj nei loro contorni, credendo loro, che tutti questi
si sono distinti dagli altri uomini nel mondo più o meno, secondo che il Diavolo
stava in loro; la maggior comparsa però la fece in Moisè, Gesù Cristo, e
Maometto. In conclusile credono, che Iddio sia quello, che comanda, ma rimette
l'esecuzioni dei suoi ordini in potestà del Diavolo.
Alla mattina appena che spunta un poco il sole, s'inginocchiano a piedi nudi, e si
mettono colla fronte in terra in atto d'adorazione, rivoltati verso il sole. Quando
fanno questa adorazione, s'allontanano in disparte dalla gente, e procurano di non
essere veduti, e secondo le circostanze l'omettono.
Non hanno alcun digiuno, né orazione, dicendo che il loro Sciek Jazìd ha
sodisfatto egli per tutti i suoi seguaci sino alla fine del mondo, essendo stato di
ciò assicurato nelle sue rivelazioni, perciò viene a loro proibito d'imparare a
leggere, e a scrivere. Tutti però i Capi delle Tribù, e villaggj grossi stipendiano
un Dottore Maomettano, per leggere, ed interpretare le lettere, che ricevono dai
Signori, e Pascià Turchi, e per risponder loro: ma riguardo agl'interessi tra di loro
non si fidano di chicchesia d'altra religione, e mandano li loro ordini e sentimenti
a voce per mezzo d'uno fedele della stessa Setta.
Non avendo né orazioni, né digiuni, né sacrifizii, hanno neppure feste alcune. Alli
dieci però della Luna d'Agosto fanno una Conventicola, che dura tutto il giorno,
e tutta la notte vicino al sepolcro di Sciek Adi, a cui concorrono molti da paesi
lontani; per ciò cinque o sei giorni prima, e dopo nelle pianure di Mosul, e del
Kurdistàn sono in pericolo le piccole Carovane d'essere assalite da questi
peregrinanti, che viaggiano più insieme, e non passa mai quasi anno che non si
senta qualche infausto avvenimento. In questa adunanza, per quanto si dice,
convengono anche molte loro donne (eccettuate le vergini) dei villaggi vicini, e
dopo aver ben mangiato, e bevuto in quella notte si estinguono i lumi, e non si
parla più sino vicino all'Aurora, ch'escono; cosa faccino, ognuno lo può arguire.
Per il loro mangiare non è proibito altro, che la lattuca, e la zucca; nelle loro case
fanno mai pane di frumento, ma solamente d' orzo; il perché non lo so.
Per giuramenti si servono delle stesse frasi de' Turchi, Cristiani, Ebrei; ma tra
loro, il più forte è giurare per la bandiera di Jazid, cioè per la loro Fede.
Hanno un gran rispetto ai Monasterj delli Cristiani, che sono nei loro contorni,
così che quando vanno a visitarli, prima d'entrare nel recinto, si nudano i piedi,
poi baciano la porta, e le muraglie, credendo d'aver per protettore il titolare; e se
quando sono ammalati vedono in sogno qualche Monastero, appena guariti vanno
a far la visita, e portano offerta d'incenso, o cera, o miele, o qualch'altra cosa per
il Monastero, e si trattengono dentro in circa un quarto d'ora, e ribaciate le
muraglie, se ne partono; non hanno difficoltà di baciare le mani a il Patriarca, o
Vecovo, che presiede al Monastero. Dalle Moschee de' Turchi si astengono.
Per capo della loro religione riconoscono quel Sciek, che pro tempore governa la
Tribù, che ha in custodia il sepolcro di Sciek Adi ristauratore della loro Setta
esistente nel Dominio del Principe d'Amadia. Il Sciek di questa Tribù deve
sempre essere uno della discendenza di Sciek Jazid, e viene confermato dal
principe d'Amadia mediante lo sborso d'alcune borse ad istanza però delli Jazidj,
quali hanno tanto rispetto a questo loro Sciek, che si stimano felici, se possono
ottenere una sua vecchia camicia per essere poi sepelliti con quella, per il di cui
mezzo, e merito vanno in un sito più scielto; onde alcuni la comprano anche collo
sborso di 40 piastre, e se non possono ottenerla tutta intiera, basta una parte; ed
alcune volte esso stesso la manda in regalo. Di tutti i loro assassinamenti ne
mandano segretamente una porzione al suddetto Sciek per sollevarlo dalle spese
degl'Ospiti.
Appresso il capo delli Jazidj si trova sempre uno detto da loro Kociek, senza il di
cui consiglio nulla intraprende, essendo stimato il suo oracolo, perché ha il
privilegio d'aver le rivelazioni dal Diavolo; così che quando qualche Jazidj è
dubbioso d'intraprendere degli affari d'importanza, si porta da questo Kociek per
consultare mediante però lo sborso di denaro. Per autorizzare la sua rivelazione
prima di dare la risposta ai richiesti consiglj si distende in terra, e si cuopre tutto
e dorme, o finge di dormire, poi dice d'essergli stato rivelato la tale e tale
decisione; qualche volta però si prende tempo due o tre notti. La fiducia, e
credenza che si ha alle sue rivelazioni è così grande, che prima di 40 anni in circa
le donne Jazidie vestivano come le donne Arabe le camicie tinte d'indico per
risparmio di sapone, una mattina improvisamente andò il Kociek dal capo delli
Jazidj, e disse d'aver avuto nella notte precedente la rivelazione che il colore
d'indico era un colore d'infausto augurio, e non aggradito al Diavolo: tanto bastò
per spedire subito uomini a tutte le Tribù coll'avviso di bandire tal colore, e
disfarsi di tali abiti, ed in suo luogo sostituire il colore bianco, ed eseguirono
l'ordine con tale esattezza, che se presentemente qualche Jazidj si trova ospite o
dalli Cristiani, o dalli Turchi, e gli dassero una coperta da letto di tal colore,
benché fosse nel rigore dell'inverno, dorme piuttosto colli puri abiti, che
servirsene d'essa.
Viene pur loro proibito d'aggiustarsi i baffi colle forbici, ma devono lasciarli
venire naturalmente, cosi che in alcuni appena si vede la bocca.
Ha pure questa Setta i suoi Satrapi detti nella nella parte d'Aleppo Takiran e dal
volgo Karabasce, perchè portano in testa il beretto con le fascie tutte nere, come
pure il mantello all'uso loro detto Aba, e li sotto abiti bianchi. Questi sono
pochissimi, dovunque vanno, baciano loro le mani, è li ricevono come ministri di
benedizione, e segni di fortuna; se vengono chiamati sopra gl'infermi, mettono la
mano sopra il collo, e spalle dell'ammalato, e sono ben regalati; e se sono chiamati
sopra qualche morto per felicitarlo, prima di vestire il morto lo alzano in piedi, e
toccano leggiermente il collo, e le spalle, e poi con la mano destra lo percuotono
con la palma della mano, dicendo in lingua Kurda Ara beest, cioè và in paradiso,
e per far questa funzione sona ben pagati, né si contentano di poco.
Credono li Jazidj, che le anime dei defonti vadino in luogo di riposo più o meno
felice secondo i loro meriti, e compariscono in sonno qualche volta alli parenti,
ed amici per avvisarli dei loro desiderj (questo lo credono anche i Turchi). Nel
giorno del giudizio universale credono d'introdursi nel paradiso terrestre colle
armi alla mano.
Li Jazidj sono divisi in molte nazioni, o sia Tribù una independente dall' altra, e
benché il gran Capo della Setta non comandi nel temporale, se non alla sua sola
Tribù, ha però l'obbligo d'intromettersi a pacificarle, quando sono tra se in
discordia, e la sua mediazione ha per lo più un felice esito. Alcune di esse Tribù
abitano nel dominio del Principe di Giulamerk, altre nel territorio del Principe di
Gezira, altre nei monti della giurisdizione del governo di Diarbekìr, altre nel
territorio del Principe d'Amadia, fra le quali vi è la più nobile detta Sciekan, il di
cui Sciek è detto da loro Mir, o sia Principe, e Capo della loro fede, e custode del
sepolcro di Sciek Adi. I capi dei villaggi di questa Tribù sono tutti Sciek
provenienti da uno stesso stipite, e possono contendere il primato, se vi sorgesse
qualche dissensione fra di loro. La nazione però più potente e terribile è quella
che abita nel monte Sangiar tra Mosul ed il fiume Kabur divisa in due Sciek, cioè
uno, che comanda verso il Levante, e l'altro verso l'Australe. Questo monte è
fertile di frutta, ed il suo accesso è assai difficile; mette in piedi più di sei milla
Schioppettieri, oltre la cavalleria colle lancie, e non passa quasi mai anno che non
spogli qualche grossa Carovana. Molte guerre hanno sostenuto questi Jazidj di
questo monte contro i Pascià di Mosul, e di Bagdad, quali guerre, dopo un buon
spargimento reciproco di sangue s'aggiustano col denaro. Sono questi temuti da
tutti per la loro crudeltà, non si contentano di spogliare, ma anche trucidano le
persone, che cadono nelle loro mani in tempo dei assassinamenti, e se tra queste
vi sono Turchi della discendenza di Maometto, o Dottori di legge lo fanno con
più tirannia, ed allegrezza, credendo d'acquistare un gran merito.
Il gran Signore tollera li Jazidj ne' suoi stati, perché secondo la sentenza dei suoi
Dottori, chi confessa li dogmi radicali della fede, vale a dire, Non vi è Dio sovra
Dio, e Maometto profeta di Dio, si deve considerare fedele, benché manchi nel
resto.
Li Principi poi Kurdi soffrono li Jazidj per i loro interessi particolari anzi fanno
impegno per averne più Tribù, servendosi di questi uomini coraggiosi per far
guerra alle loro ribelli Tribù Maomettane, e contro gli altri Principi in caso
d'inimicizia, essendo li Jazidj soldati valorosi tanto a piede che a cavallo; ladri
famosissimi notturni per le campagne, e villaggi: di più li Maomettani credono
fermamente che chi muore per mano de' suddetti, muore martire; ed a tal fine il
Principe d'Amadia mantiene sempre un Carnefice Jazidi per eseguire la giustizia
sopra i Turchi. L'istessa opinione hanno li Jazidj sopra i Turchi, ed è cosa
reciproca, se un Turco uccide un Jazidi, fa una cosa gratissima a Dio, e se un
Jazidi ammazza un Turco fa cosa gratissima al gran Sciek, cioè al Diavolo.
Quando il Carnefice d' Amadia è stato qualch'anno al servizio di quel Principe,
rinuncia per dar luogo ad un'altro per acquistarsi merito, e dovunque poi va questo
Carnefice appresso li Jazidj, viene onorato, e li baciano le mani, come santificate
dal sangue de' Turchi. Li Persiani però, e tutti i seguaci della Setta d'Ali non solo
non li soffrono nei loro stati, ma non è pur lecito di lasciarli in vita.
Quando i Turchi sono in guerra colli Jazidj è lecito a loro di far schiavi i figlj, e
le donne, e servirsene, oppure venderli; non così alli Jazidj; onde questi li
trucidano. Se un Jazid si fa Turco, basta per professione di fede, che maledica il
Diavolo, e poi con suo comodo impari a far le loro orazioni, essendo li Jazidj otto
giorni dopo la loro nascita circoncisi. Tutti li Jazidj parlano in lingua Kurda; vi
sono però alcuni, che sanno anche o il Turco, o l'Arabo per la frequenza di trattare
con persone di tali linguaggi e per effettuare i loro interessi con più sicurezza
senza interpreti. Molti altri errori e superstizioni avranno li Jazidj, ma non avendo
loro alcun libro, solamente li sopracennati mi sono noti; massime che molte cose
sono sottoposte a mutazioni secondo le rivelazioni, che decanta il loro Kociek.
DEGLI JAZIDJ
di Giuseppe Campanile
estratto del suo libro Storia della regione del Kurdistan e delle sette di religione
ivi esistenti, Napoli 1818

Poiché ebbi varie occasioni di trattare, mangiare, e dormire presso gli Iazidj
profittai delle loro conversazioni per istruirmi della loro setta.
Se si vuole interpretare la parola Iazid essa significa in Arabo: «accrescimento».
Vogliono alcuni, che gli Iazidj han preso questo nome da un loro capo, che
appellavasi Iazid; ed asseriscono, che i primi Iazidj furono cristiani giacobiti,
seguaci di Eutiche, che abitavano sul monte Sengiar, e soggetti al Bascia di
Musul. Nella fine del secolo XVI i loro preti, e monaci vollero unitamente andare
in Gerusalemme a visitare i luoghi santi. Prima di partire imposero a’ secolari,
che se altro prete, o monaco straniero in questa loro assenza ad essi presentato si
fosse, lo avvessero spacciato, ed atteso il loro ritorno. L’assentamento in tanto
de’ loro direttori; la distanza di un governo imponente qual era quello di
Costantinopoli; 1’ardua situazione del luogo; l’indole loro selvaggia e feroce,
ribelli li rese al Bascia di Musul. Dopo parecchi anni riuscì alla forza Ottomana
di seggiogarli, e li aggravò di forti pesi. Mal soffrendo gli Jazidj li angariamenti
de’ turchi scossero il grave giogo; li scacciarono di bel nuovo, e si resero
indipendenti, come lo sono al presente.
Irritato il Bascia di Ninive dalla loro ribellione, né potendo in altro modo
subordinarli, loro impedì il commercio con i popoli nommeno, che li
circondavano, che l’ingresso de’ suoi preti, e monaci nel loro terreno. Restati essi
adunque senza direzione alcuna di religione, questa a poco a poco totalmente
perderono. Il più potente, e facinoroso di essi chiamato Iazid cominciò a fermare
a suo capriccio nuovi riti, divinazioni, e cerimoniali; talchè si rese in poco tempo,
mercè le sue superstizioni e prepotenze, temuto e rispettato. Passati alquanti anni,
e morti que’pochi, che il legger sapeano, più non vi fu chi si prendesse la cura di
apprenderlo. Ecco dunque i libri, che trovavansi presso di essi, di un’inutile peso.
Parte ne bruciarono, parte ne venderono a’ cristiani confinanti per vilissimo
prezzo. Alcuni eretici loro vicini, vivendo ancora essi da bruti, e temendo la
potenza degli Iazidj, ch’eransi resi ormai audaci nelle scorrerie, a questi si
unirono, e formarono una Sola setta col nome di Iazidj. Tanto ricavasi dalle
notizie, che corrono in que’ paesi. Ma io non senza ragioni mi do a credere esser
altra la loro origine.
La parola Iazid io stimo, che derivi più volentieri da Iàzad, quale in idioma
persiano esprime Iddio, e Iazid vuol dire: seguace di Iazad. Antonio Giggeo dice
(Tesoro della lingua araba, IV) che Iazidian significhi: osservanti di
superstiziose dottrine. In effetti Iazad si chiamava quell’idolo, che Elia vescovo
e missionario di Mukan con tre colpi di scure atterrò. Il seguente racconto a
provare la mia asserzione stimo molto necessario. Riferisce dunque distintamente
Tommaso vescovo Margense, il quale visse nel principio del IX secolo, che il
detto Elia dopo di essere stato destinato vescovo di Mukan città confinante colla
Persia verso il mar Caspio, si portò colà al suo ministero. Trovò quelle barbare, e
selvagge nazioni dedite tutte alla superstizione, ed alla idolatria. Il nuovo prelato
si dié con ogni zelo ad istruirle. Que’ selvaggi confessavano di ascoltare con
piacere gl’insegnamenti di Elia. Si mostravano anzi convinti ed anziosi di
abbracciare la sua dottrina, e di conoscere insieme il suo vero Dio; ma temevano
fortemente di abbandonare il loro idolo Iàzad, che i loro antenati aveano sempre
con religioso rispetto adorato. Egli, così essi dicéano, vedendosi da noi derelitto,
e sprezzato farebbe su di noi le più crudeli esterminatrici vendette. Cercò Elia
vedere quest’oggetto tanto da lor temuto, ed adorato. Fu subito menato da que’
barbari sulle vette di un vicin colle. Scoprivasi nella sottoposta valle una orrorosa
selva. Sorgea in mezzo di essa una smisurata annosa quercia, che, mercè la
religiosa cura di que’ selvaggi, erasi innalzata, ed ingrandita ad una enorme mole.
La spessezza delle frondi; la espansione de’ densi rami; il vasto ombroso giro,
che formava, la rendevano singolare, e sorprendente. Ebbro di zelo il santo
vescovo cerca una scure. Le giugne questa tra le mani. Cala frettoloso nella valle.
All’arbore infame si fa d’appresso. Mira sedere in esso in orrido minaccioso
ciglio il demonio. Alza con ambe le mani la scure. Batte, spianta, ed atterra con
soli tre colpi 1’orrido enorme tronco. Non contento di ciò si applica a fare
scempio più fiero de’ teneri pullulanti suoi germogli, che quell’Idolatri
chiamavano figli di Iazad (Giuseppe Simone Assemano: Biblioteca Orientale
Clementino-Vaticana, III p. 493). Da questo squarcio di storia non è fuor di
ragione supporre, che parte di que’ sèlvaggi atterriti dalla distruzione del lor
temuto idolo, di cui protestavansi tanto paventarne le vendette, sieno fuggiti da
que’ luoghi per non incorrere nelle sue collere. Il Kurdistan è stato sempre
un’asilo de’ Medi, de’ Persiani , e degli Assirj. Profittando di questa limitrofa
recondita parte è facile che quivi vi si rifugiassero. La solitudine de’ monti; la
numerosità delle opache valli; 1’ abbondanza degli alberi loro prestavano un
comodo da potersi ergere una nuova ara, ove sacrificare al loro demone l’antico
culto. Mischiatisi col tempo l’inselvatichiti Giacobiti, e Nestoriani di quelle
contrade rimasti senza preti, e senza religione, può credersi, che abbiano poi
costoro formata con essi una sola setta. Sappiamo benissimo che gli Iazidj
tengono colla più rigorosa cautela occultate le loro superstizioni a chicchessia. Ci
è noto inoltre con qual rispetto adorano, e temono il demonio più di ogni altra
nazione, o setta; che hanno un sacro orrore nel proferirne finanche il nome, e ciò
che si avvicina a tal parola; l’indole lor feroce; il modo di vivere: tutto insomma
appalesa la loro origine, ed il loro culto essere uniforme agl’idolatri di Mukan.
Or lascio decidere a saggi critici, e cronologi, se sia o no verisimile il mio
raziocinio.
Gli Iazidj sono molto cauti nel palesare li segreti del loro culto, e bisogna
cattivarli coll’acquavite per scoprirne qualche arcano. Per altro la loro religione
é quella di non averne alcuna, o hanno almeno una confusione di culti. Sembra
che abbiano qualche idea del Manicheismo; poiché ammettono due principj uno
buono, e 1’altro cattivo. Il buono è Dio, il quale, dicono, che non può fare cosa
di male all’uomo; il cattivo è il demonio, che tutto può oprare a danni del genere
umano; ond’è che lo temono sopra di ogni credere. L’unico che adorano è il Sole.
Credono, che questo sia stato mandato dal Dio buono a solo oggetto di cagionare
tutto il bene ch’è nel Mondo; quindi è che lo salutano al suo nascere. Ciò fanno
col mettersi la mano sulla fronte, e piegando questa un poco; indi vanno vicini ad
una porta la più prossima, che incontrano, e la baciano. Vi sono alcuni, che
situano in qualunque luogo loro piace un grosso sasso con due, o tre altri più
piccioli l’un sopra 1’altro. Altri invece del sasso grande n’ergono varj piccioli
tutti innalzati l’un sopra l’altro. Ognuno che passa inginocchiar si deve innanzi a
questa misera ara, e baciarla. Non pregano mai; né hanno libri di veruna sorta.
Sembra ch’essi abbiano qualche barlume del Cattolicismo ad onta che Diogene il
Vangelo. Credono in uno Dio buono, e trino. Confessano che Cristo sia figliùolo
di Dio, e mostrano per esso un gran rispetto. Dicono che, questi era un gran
profeta. Ammettono la sua passione, morte, e resurrezione; ma non mostrano
intanto per esso alcun culto esterno. Si portano volentieri a visitar le chiese, ed i
conventi de’ cristiani, ove conducono regali, e limosine a quelli anacoreti.
Ammettono il giorno del giudizio universale; e dicono, che in quel giorno soli i
cristiani si salvano. Hanno insomma la religione cristiana per la migliore di tutte.
Mostrano ogni riguardo per Mosè, e per i profeti dell’antico testamento; ma
soprattutto per 1’ Apostolo S. Taddeo, ch’essi chiamano Sciek Adi. Fingono di
credere in Maometto, perchè temono de’ Maomettani, come di essi più potenti, e
numerosi; ma sono persuasi appieno della insussistenza di questa religione.
Ammettono la metempsicosi, e sono cosi fanatici nel provarla, che hanno per
vergogna il mostrare di non ricordarsi quali corpi hanno essi prima informati. È
un bel sentirli raccontare fra loro. Chi dice, che la sua anima era prima nel corpo
di un camelo; chi di un cane; chi di un'asino; chi di un porco; chi di un Bascia, e
simili studiate inezie. Ed hanno il coraggio di asserire minùtamente tutto ciò, che
videro, soffrirono, ed oprarono. Ma queste favolette poi vanno spesso a terminarsi
in feroci risse tra loro. Credono, che l’Apostolo S. Taddeo sia quello, che levi le
anime da i corpi, e le metta in altri. Or dovendo dire: il tale è morto; dicono: lo
ha preso Sciek Adi. Non solo è permessa la poligamia; ma in alcune cerimonie,
che esercitano in certi giorni dell’anno, si racchiudono uomini, e donne in un
luogo in tempo di notte, ed ivi l’abuso è comune. Si fanno circoncidere per
mostrare una certa ridicola compiacenza, o venerazione per la legge turca. Hanno
anche una spezie di battesimo. Due volte l’anno, cioè nel di 14 Settembre, e nel
di 20 Dicembre si portano in Sciek Adi, monte posto, nel Principato di Sciek-
Kan, distante da Bahatri circa un’ora. Si erge in mezzo a questo Monte un’antica
fabbrica a forma di romitaggio, ch'era anticamente ricovero di anacoreti, ove
aveano una chiesa dedicata all’ Apostolo S. Taddeo.Racchiude ora questo rózzo
abituro un concavo fonte circa venti palmi di periferia, e due di profondità.
Radunansi intorno al fonte i parenti del fanciullo, che battezzar vogliono, con gli
altri amici. Portano a tal effetto con essi una gran piastra di ottone tutta bucherata,
lunga cinque palmi, e larga due. Ha questa nel mezzo una figura di un gallo
formato in ottone. Chiamano questa piastra Sciubak, cioè Rete. Tuffano lo
Sciubak in quell’acqua, e da lì ad un minuto in circa lo cavano, e lo situano al
margine del fonte, indi immergono per una volta solo in quell’onda il fanciullo.
Compiscono questo rito con baciar tutti lo Sciubak. Credono che questo Sciubak
purifichi, e santifichi quelle acque. Terminate tali funzioni si radunano intorno ad
un camerino, ch’ è in quel
romitaggio, fatto a guisa di specula, detto Cubi. Allora il Kòcciak, ch’è il capo
della loro religione, si ritira solo nel cubi, e si chiude; indi a poco sentesi colà
dentro borbottare. Lo stanzino tiene un buco da sopra, ch’è aperto. Appena il
Kocciak dà alcuni segni, que’che son fuori buttano de’danari da quel buco. È
questa una offerta, che fanno al loro diavolo per tutto ciò, che hanno rubato, o
devono rubare. Detto danaro vien poi consegnato dal Kocciak appena uscito, in
mano del Mir, ossia lor principe, il quale ne fa porzione anche al Kocciak. Mi
viene assicurato dagli stessi Iazidj, che dal suo cennato cubi si ricavano ogni anno
più di cento borse di quella moneta, che ascendono a poco più di venticinquemila
ducati napoletani. Oltre di Sciek-Adi hanno un’altro santuario. È questo sulle
vette del monte Sengiar. Trovasi colà un pozzo profondissimo, ch’è dentro di una
grotta. Vogliono essi, che quella sia la buca per dove esce, ed entra il demonio.
Quanto ricavano da’ loro camperecci lavori ne prendono di ogni dieci una parte
in danaro, e la buttano in quel pozzo. Pensano con questo di dare un tributo al
demonio; acciò loro sia Propizio, e non devasti i campi, o l’impedisca i loro
lavori. Hanno anch’essi degli annui digiuni. Il primo accade verso la metà di
Luglio, ed é di soli tre giorni. In questo tempo si astengono di tutto; ma mangiano
poi la notte, come i turchi nel loro Ramadan. Terminato questo digiuno celebrano
la festa di un certo Elia; ma con tanta segretezza, che si chiudono, né si sa cosa
facciano. Il secondo è nel Ramadan de’ turchi, ed anche questo é di dritto. Verso
la sollennità del nostro Santissimo Natale fanno un’altro digiuno di un solo
giorno. Rispettano varj santoni, de’ quali ne festeggiano i giorni. Costoro sono o
nel monte Sengiar, o in Sciek-kan. Nel primo celebrano le feste di Scerifdin, Pir
Zèker, Bélscer, Alì eben Waabi. Nel secondo le feste di Sciek Adi, Sciek Suaré,
Bebàn, Celmeré, Bosài, Agi Alì Bahatri, Sèdek, Mesciallà, Belléle Abesc, Pir
Bah, Sciek Arrag, Agi Féres, Sciek Galè, Scèmsan, Mamscitàn, Sciek Bàbek,
Sciarsè Batot. Le preghiere, che rare volte veggonsi fare da qualcun di essi, sono
smorfie e contorcimenti, che vanno accompagnati con mormorj, e fischi. Danno
al Lucifero il nome di Melek el Taus, cioè l’Angelo Pavone. Essi credono, che
questi sia venuto al mondo dopo di Cristo. Conservano un gran rispetto, e
venerazione pel loro Sciek, ch’è sempre della stirpe di Sciek-kan. Porta questi il
titolo di Mir, ed è considerato da essi, come lor Sovrano in rapporto al politico.
Lo chiamano ancor Mir Ag, cioè principe della Santificazione; poiché costui è
obligato a condurli in Sciek Adi, e nel Sengiar a santificarli. Oltre di questi
riconoscono un altro capo sotto il nome di Kocciak. Vien questi venerato come
capo della loro religione. Costui preseder deve in tutte le loro funzioni religiose.
Il Kocciak è un celebre maliardo, se mago appellar non lo vogliamo. Consigliato
in tutti gli affari, che intraprender devono gli Iazidj. Presagisce a suo piacere
fortune, o sventure; ma tutte equivoche. Da spiegazioni a sogni, e ad accidenti.
Fa delle invocazioni. È insomma 1’oracolo degli Iazidj. Rispettano ancora varj
capi, che li considerano come luogotenenti del Kocciak, e sono una specie di
papassi a questi sottomessi, chiamati Kauvàl. Costoro giurano, ed ammaestrano
a lor modo intorno a quella religione, di cui essi medesimi ne ignorano i principj.
Col presagire intanto buoni, o cattivi augurj cavano del danaro da chi è di essi
ancor più sciocco.
Il timore, ed il riguardo che hanno pel demonio giugne all’ incredibile. Temono
anche di nominarlo per paura, che non venga a danneggiarli. Se nominar lo
sentono da qualche cristiano, o turco impallidiscono, o divengono furiosi. Chi
della lor setta lo nomina incorre nella pena di esser bastonato da tutti que’ che
l’udirono; indi viene immerso nudo per per tre volte in una gran vasca di
acqua.Sono cosi superstiziosi taluni su questo nome, che se si proferisse una
parola, che ad esso si avvicina, o che sia un’epiteto per esprimerlo, lo hanno,
come se lo avessero già nominato. In effetto. Il demonio in lor linguaggio è detto:
Sceitàn; dunque non si può fra essi nominare Scet, che vuol dire Fiume; ma ad
esprimer questo si servono di altri vocaboli, come: Ave Màzzen, cioè l’acqua
grande. Neppure si può pronunziare Nani; perché ha due significati, ferro di
cavallo, e maledizione; perciò neppure dir si può Naalbend, ch’è il maniscalco.
Né Melaun, che significa maledetto. Tutte espressioni, che sogliono darsi al
demonio. Ma se poi sono obbligati a nominarlo in qualche caso di necessità,
dicono: Mèrek, che nel loro idioma esprime: «quell’uomo». Lo chiamano anche
Taus, cioè Pavone, per essere tra i volatili il più vistoso. Lo appellano anche
Cèlebi, che vuol dire alle volte Dilicato, ed alle volte Rispettabile. Non vanno mai
al bagno per timore del diavolo; credono ch’egli sia sempre colà. Non hanno
luoghi assegnati per deporre le naturali necessità, per la stessa ragione; nelle
occorrenze di notte escono fuori delle loro stanze per sgràvarsene, e di giorno
vanno ne’campi. Ogni pavimento è per essi un letto, bello, e preparato, e talora si
servono di una stuoja, o tappeto. Sia d’inverno, o di està quando dormono né
aggiugnonsi, né levansi altri vestiti, o coperto fuori di quel solito, che portano il
giorno addosso. Sono molto ospitali. Amano assai la conversazione, e quella
particolarmente de’ cristiani. Non soffrono tra loro né grado, né nobiltà. Vivono
tutto l’anno sotto le tende di lanaccia nera, e mal composta; o dentro tugurj
rusticissimi a guisa di sotterranei; onde hanno più forma di tane di orsi, che di
abitazioni di esseri ragionevoli. Sono sudicissimi nel mangiare. Si privano, per
loro legge, di varj commestibili. I pesci, i porci, i caprioli, i galli, e tutte le
interiora degli altri animali sono ad essi vietati. Le lattughe sono presso di loro
proibite in primo capo; e se taluno gliene butta avanti lo uccidono chiunque egli
siasi; perché lo stimano un cibo consagrato al loro diavolo. Ve ne sono alcuni,
che non mangiano altra sorta di zucche, che le sole lunghe. Bevono vino, ed
acquavite; ma con riservatezza per timore de’turchi. Mangiano poi tutto altro.
Vestono miserabilmente. Ad eccezione del Mir tutti gli altri hanno una
lunghissima camicia di cottone, una mutanda anche lunghissima, ed un’Abba, che
ha forma di una goffa cappa, che copre. Portano in testa una picciola fascia di
qualche colore a capriccio con un lungo berrettone rosso, che va ordinariamente
a coprire una delle orecchie. Non vestono mai il color turchino; ma lo lasciano al
loro diavolo, perché ne faccia uso. Le donne vestono presso a poco a modo Arabo,
ma hanno una sopraveste lunga e stretta di ruvida lana color bigio, che non arriva
a coprir ambi i fianchi. Portano i lori capelli avvolti in un fazzoletto; ma
accomodati, e sollevati sulla parte di avanti, che formano un tuppé. Dicono, che
questo tuppé venga innalzato da alcune superstizioni, che ivi racchiudono; a tale
oggetto le coprono. Gli Iazidj sono gente feroce, e di cattiva fede. Non esercitano
nessun’arte; né riconoscono altra professione, che il ladroneccio, ed in questo
genere non la perdonano neppure al loro diavolo. Il loro capo, o sia Mir, detto da
essi anche Sciek, che di presente ha nome Giolì Bek, ha sotto il suo dominio mille
fucilieri, ed altrettanti cavalieri armati di picche, gente tutta fiera e coraggiosa.
Dipendono da suoi cenni sessanta villaggi tutti della sua setta, che trovansi
dispersi parte nel monte Sengiar, e parte nel Kurdistan sino al fiume Zaab. Può
però in caso di necessità mettere sulle armi sino a quattromila guerrieri. Le loro
armi sono una lunghissima picca di legno forte, che va a terminare con un pezzo
di ferro quadrangolare, ed in punta acuto. Alcuni portano pendente al tergo una
mezza sciabola. Sono circa sei anni, che han cominciate ad oprare i fucili con
successo della loro professione. Quando vogliono dare un’assalto
nell’incominciare la corsa strepitando gridano: Lo, lo, lo, lo, ecc. Sono
crudelissimi nelle rapine.
ORIGINE DEGLI YEZIDI
di James Baillie Fraser
estratto da Mesopotamia and Assyria from the earliest ages to the present time
1842

In riferimento all'origine degli Yezidi o, come sono talvolta chiamati in Oriente,


Shaitan Purust, Adoratori del Diavolo, vogliamo citare una curiosa leggenda che
viene dal Seistan, una provincia orientale della Persia, tra i cui abitanti ci sono
non solo molti adoratori del fuoco o ghebres, ma anche un cospicuo numero di
questi Adoratori del Diavolo e di un'altra setta pagana detta Chirag Koosh, o
Spegnitori dei Lumi, che sembrano essere una variante dei precedenti, poichè
entrambi venerano o scongiurano Satana. La leggenda è questa: nei tempi antichi,
c'era - essi raccontano - un profeta chiamato Hanlalah, la cui vita era stata
prolungata a mille anni. Egli era il loro capo e benefattore, e siccome per opera
sua le greggi figliavano miracolosamente ogni settimana, essi, pur ignorando l'uso
del denaro, godevano di tutte le cose buone della vita, e gliene rendevano merito.
Alla fine, però, anch'egli morì, e gli successe suo figlio, che Satana, contando
sulla di lui inesperienza, tentò di far cadere in tentazione, entrando in un grosso
albero di gelso, dal quale si rivolse al successore di Hanlalah, richiedendolo di
adorare il Principe delle Tenebre. Sorpreso ma non spaventato, il giovane
resistette alla tentazione. Ma il miracolo scosse molto la fiducia del suo popolo,
che riprese ad adorare il diavolo. Il giovane profeta, furioso per il fatto, prese
un'ascia ed una sega, accingendosi ad abbattere l'albero, ma venne fermato
dall'apparizione di una forma umana, che disse: «ragazzo imprudente, fermati!
Affrontami e lottiamo per la vittoria. Se vincerai, abbatterai l'albero».
Il profeta acconsentì e sconfisse il suo avversario, il quale, tuttavia, scambiò la
sua vita e quella dell'albero con la promessa di una grossa ricompensa
settimanale. Dopo sette giorni il santo vincitore andò dall'albero a reclamare l'oro
o a buttarlo giù; ma Satana lo persuase a compiere un'altra impresa,
promettendogli che, se avesse vinto di nuovo, la ricompensa sarebbe stata
raddoppiata. Il secondo scontro fu però fatale per il giovane, che venne colpito a
morte dal suo avversario spirituale; il fatto convinse le tribù su cui il giovane
aveva governato a venerare l'albero e il suo demone tutelare.
In questa leggenda, il leit-motiv di tutte queste religioni orientali - la perenne
contesa tra potenze divine e demoniche -, è chiaramente adombrata, con
l'aggiunta morale, che per quanto mosso da un puro zelo religioso, il giovane
profeta è vttorioso sullo spirito maligno, ma che questa vittoria viene meno
appena la purezza lascia il passo ad una sordida cupidigia per i beni mondani.
La nostra leggenda si fa vieppiù interessante quando la si paragona al brano
seguente, preso da Assemani 124 (III, 493), là dove tratta delle religioni di

124
Yūsuf Simʿān as-Simʿānī, libanese naturalizzato italiano come Giuseppe Simone Assemani
(1687-1768), fu un arcivescovo cattolico di rito maronita e un orientalista.
Mesopotamia e Assiria: «Secondo i nativi del paese, gli Yezidi erano un tempo
cristiani, i quali però, nel corso dei tempi, dimenticarono persino i principi
fondamentali della loro fede. Non credo però che questa fosse la vera origine.
Credo infatti che la parola Yezidi derivi da Yezid, che in persiano significa dio.
Questo plurale tuttavia, indica i seguaci di dottrine superstiziose (come si può
leggere in Antonio Gyges, Tesoro della Lingua Arabica [Antonio Giggeo,
Thesaurus Linguae Arabicae, Milano 1632]). Yezid fu infatti l'idolo che Elia,
vescovo della missione di Mogham, abbattè con tre colpi d'ascia, e ciò conferma
quanto dico. Monsignor Tommaso, vescovo di Marquise, che visse all'inizio del
nono secolo, riferisce che quando questo Elia, dopo essere stato scelto vescovo
di Mogham, città persiana nei pressi del Mar Caspio, cominciò ad occuparsi delle
incombenze della sua diocesi, la trovò occupata da un popolo barbaro immerso
nella superstizione e nell'idolatria.
«Il vescovo, tuttavia, cominciò il suo apostolato, tanto che il suo popolo lo accolse
con piacere, fu convinto della sua verità, ed era propenso a tornare al vero dio,
ma che erano terrorizzati al pensiero di abbandonare Yezid, oggetto del culto dei
loro antenati. L'idolo, dicevano, consapevole del prossimo disprezzo e
abbandono, non avrebbe mancato di vendicarsi distruggendoli. Elia si fece
condurre nel posto dove essi lo adoravano. Essi lo condussero sulla cima di una
vicina collina, da cui si estendeva fin nella valle sottostante una cupa foresta. Alla
sua base si ergeva un enorme platano, maestoso per l'ampiezza dei rami e per la
profonda oscurità della sua ombra. Mosso da santo zelo, chiese un'ascia e, sceso
nella valle, vide l'idolo, che rumoreggiava nel suo sembiante scuro e minaccioso.
Per nulla intimidito, brandì l'ascia e buttò giù l'effige del Principe delle Tenebre,
e continuò così finché non solo non abbattè il possente albero, ma spezzò anche
tutti i giovani rami, chiamati da quei barbari, i figli di Yezid». La somiglianza di
queste due leggende, provenienti da regioni opposte, è significativa, e non può
ritenersi casuale.
INNO AD ARIMANE
di Giacomo Leopardi
(abbozzo incompiuto estratto da Giosué Carducci Degli spiriti e delle forme nella
poesia di Giacomo Leopardi, 1898).

Re delle cose, autor del mondo, arcana


malvagità, sommo potere e somma
intelligenza, eterno
dator de' mali e reggitor del moto,
io non so se questo ti faccia felice, ma mira e godi ecc. contemplando eternam.
ec.
produzione e distruzione ec. per uccider partorisce ec. sistema del mondo, tutto
patiem. Natura è come un bambino che disfa subito il fatto. Vecchiezza. Noia o
passioni piene di dolore e di disperazioni: amore.
I selvaggi e le tribù primitive, sotto diverse forme, non riconoscono che te. Ma i
popoli civili ec. te con diversi nomi il volgo appella Fato, natura e Dio. Ma tu sei
Arimane, tu quello che ec.
E il mondo civile ti invoca.
Taccio le tempeste, le pesti ec. tuoi doni, che altro non sai donare. Tu dai gli
ardori e i ghiacci.
E il mondo delira cercando nuovi ordini e leggi e spera perfezione. Ma l'opra tua
rimane immutabile, perché p. natura dell'uomo sempre regneranno L'ardimento e
l'inganno, e la sincerità e la modestia resteranno indietro, e la fortuna sarà nemica
al valore, e il merito non sarà buono a farsi largo, e il giusto e il debole sarà
oppresso ec. ec.
Vivi, Arimane e trionfi, e sempre trionferai.
Invidia dagli antichi attribuita agli dei verso gli uomini.
Animali destinati in cibo. Serpente Boa. Nume pietoso ec.
Perché, dio del male, hai tu posto nella vita qualche apparenza di piacere?
l'amore?… per travagliarci col desiderio, col confronto degli altri e del tempo
nostro passato ec.?
Io non so se tu ami le lodi o le bestemmie ec. Tua lode sarà il pianto, testimonio
del nostro patire. Pianto da me per certo Tu non avrai: ben mille volte dal mio
labbro il tuo nome maledetto sarà ec.
Ma io non mi rassegnerò ec.
Se mai grazia fu chiesta ad Arimane ec. concedimi ch'io non passi il 7° lustro. Io
sono stato, vivendo, il tuo maggior predicatore ec. l'apostolo della tua religione.
Ricompensami. Non ti chiedo nessuno di quelli che il mondo chiama beni: ti
chiedo quello che è creduto il massimo de' mali, la morte (non ti chiedo ricchezze
ec. non amore, sola causa degna di vivere ec.). Non posso, non posso più della
vita.
GLI YEZIDI, FAMOSI ADORATORI DEL DIAVOLO
di Asahel Grant
estratto dal terzo capitolo del suo libro The Nestorians or the lost tribes.
Containing evidence of their identity; an account of their manners, customs and
ceremonies, together with sketches of travels in ancient Assyria, Armenia, Media
and Mesopotamia, and illustrations of scripture prophecy. London 1841.

«Poco dopo aver lasciato le rovine di Ninive giungemmo in vista di due villaggi
yezidi, i famosi adoratori del diavolo. Vaste distese di lussureggianti oliveti, con
il loro acceso fogliame verde e i frutti in maturazione al sole dell'autunno,
conferivano al paesaggio un aspetto così piacevole che ben presto scacciò tutta
quella pensierosa tristezza che mi aveva colto mentre calpestavo la polvere di una
scomparsa grandezza. Come mi fui avvicinato ai villaggi, la mia attenzione venne
attratta da diversi sepolcri di sceicchi yezidi. Avevano la forma di coni scanalati
o piramidi, poggianti su una base quadrangolare e svettanti per un'altezza di circa
venti piedi o più. Fummo ospiti di uno dei capi yezidi del villaggio di Baasheka,
la cui dimora, come altre del luogo, era una rozza struttura di pietre con un tetto
piatto a terrazza. Ruvidi teppeti di feltro furono stesi per nostro comodo sul cortile
prospiciente; ci fu dato un formale benvenuto, ma era chiaro che non fosse del
tutto sincero. Il mio accompagnatore turco ne comprese la ragione, e subito
provvide a dipanarla. Il padrone di casa mi aveva scambiato per un Maomettano,
verso cui gli Yezidi nutrono una consolidata avversione. Appena venni presentato
come un cristiano e lui si convinse che davvero ero tale, il suo atteggiamento di
prima venne meno. Subito mi rivolse un nuovo e più cordiale benvenuto poi si
dette da fare per soddisfare al meglio ciò di cui avevamo bisogno. Sembrava
dispiaciuto di avere scambiato un amico cristiano per un seguace di Maometto;
io mi compiacqui di ciò che avevo spesso sentito raccontare e cioé che gli Yezidi
si dimostrano amichevoli con chi si professa cristiano. Si dice che tengano in alta
considerazione la religione cristiana di cui peraltro hanno una conoscenza molto
deformata. Impartiscono il vero battesimo, fanno il segno della croce, quello
tipico del cristianesimo orientale, si tolgono le scarpe e baciano la soglia quando
entrano in una chiesa; si dice che spesso parlano del vino come del sangue di
Cristo, che per berlo alzino il bicchiere con entrambe le mani, secondo la tipica
ritualità orientale, e se ne cade per terra una goccia essi la rimuovono con cura
religiosa. Credono in un Dio supremo, e almeno in un certo senso, in Cristo come
Salvatore. Hanno preso qualcosa anche dalla religione dei Sabei, o da quella degli
antichi adoratori del fuoco. Si inchinano in adorazione di fronte al sole sorgente,
e ne baciano i primi raggi quando cadono su un muro o su qualcosa che gli sta
vicino. Non spengono le candele col soffio né sputano sul fuoco, per tema di
contaminare quel sacro elemento. La circoncisione e la Pasqua, o una festa
sacrificale collegata alla Pasqua secondo tempi e circostanze, sembra che li possa
identificare con degli Ebrei e tutto sommato sono proprio un capitolo del tutto
speciale nella storia dell'umanità. Il loro sistema religioso ha forti punti in comune
con l'antica setta eretica manichea ed è probabile che ne siano un ramo
sopravvissuto. Quest'idea mi sembra verosimile perché essi sono originari della
regione dove Mani per primo agì e diffuse le sue dottrine col più grande successo,
inoltre per la coincidenza del loro amato fondatore e più venerato maestro, Adde,
che corrisponde con un attivo discepolo di Mani dallo stesso nome che visse nello
stesso luogo. Se l'Adde degli Yezidi e quello dei Manichei fu un tempo una stessa
persona, ciò spiega di fatto che il loro retaggio di forme e sensibilità cristiane, in
accordo con la testimonianza di Siriani e Nestoriani cristiani tra cui vivono, con
una loro effettiva origine cristiana, e getta una luce importante sulla storia
originaria di questo importante popolo. Il loro attaccamento cristiano, se non la
loro origine, dovrebbe quantomeno far convergere le simpatie dei Cristiani nei
loro confronti e fornire a noi un caldo incoraggiamento a lavorare per dargli il
vero Dio. Che tutti costoro adorino veramente il diavolo è senz'altro vero, pur se
in senso ridotto e particolare, ma è pur vero che gli tributano un grandissimo
rispetto tanto che si rifiutano di parlare di lui in modo irrispettoso (a dire il vero
per timore della sua vendetta), cosicché, pur di non pronunciarne il nome,
preferiscono chiamarlo Signore della sera o Principe dell'ombra o ancora sceicco
Maazen o Capo Supremo. Alcuni di loro affermano che Satana sia un angelo
caduto col quale Dio è in collera ma che in un certo giorno futuro sarà reintegrato
nelle sue prerogative, per cui non c'è motivo di trattarlo male. Può darsi che le
loro concezioni sul diavolo derivino da quelle dell'Ahriman degli antichi Magi o
dalla divinità secondaria e diabolica dei Manichei che si è evidentemente
irradicata in profondità nella filosofia orientale. Alcuni antichi scrittori nestoriani
parlano degli Yezidi come di antichi discendenti degli Ebrei, ma è un problema
che esaminerò meglio in altra parte di questo libro. I Cristiani di Mesopotamia
dicono che gli Yezidi fanno offerte votive al diavolo gettando monete e gioielli
un certo profondo pozzo delle montagne del Sinjar, dove una gran parte di essi
risiede; si dice che quando la zona, che fu a lungo indipendente, venne sottomessa
dai Turchi, il Pascià costrinse il sacerdotte yezida a rivelare il luogo, e riuscì ad
impossessarsi di un grosso tesoro, costituito da offerte secolari. Gli Yezidi del
Sinjar chiamano loro stessi Daseni, forse dall'antico nome del distretto, Dasen,
che in origine era un antico vescovado cristiano. Il loro principale luogo di
raduno, il sacro tempio degli Yezidi, si dice che fosse una volta una chiesa
cristiana o un convento. Il compianto Mr. Rich ha parlato degli Yezidi come di
gente «vivace, coraggiosa, ospitale e di buon umore», aggiungendo che «se ci
fosse il governo britannico si potrebbe fare molto per loro». Può invece farsi
qualcosa per loro con il Vangelo? Non si può fare un tentativo? Mosul è in
un'ottima posizione per avvicinarsi ad essi e potrebbero ben costituite un
importante oggetto di attenzione per una missione evangelica in questa città. I
Nestoriani li ritengono una ramificazione della loro chiesa; ci sono altre buone
ragioni per includerli negli sforzi che facciamo per il progresso delle popolazioni
nestoriane. Molti nestoriani parlano il curdo, che è parlato anche dagli Yezidi, e
i primi costituirebbero un valido supporto nel nostro tentativo di convertirli e, allo
stesso tempo, si potrebbe cogliere al volo l'opportunità di uno sviluppo di quello
zelo missionario che un tempo animava così gloriosamente la Chiesa Nestoriana,
e che noi, con l'aiuto di Dio, ci auguriamo e speriamo di far rivivere al più presto.
A quanto ammonta precisamente il numero degli Yezidi è cosa difficile da
stabilire, così poco si sa di loro. Ma è probabile che li si possa annoverare attorno
a qualche decina di migliaia, invece del più gran numero dato da alcuni
viaggiatori in base a informazioni indirette. Ancor'oggi sono sufficientemente
numerosi da costituire un importante riferimento per la Chiesa Cristiana e io
confido, appena sapremo di più su di loro, che con la simpatia, la preghiera e gli
sforzi sapremo volgerli a nostro favore. Sarà davvero un momento non comune
quando l'eco della preghiera e la lode a Dio si leverà da cuori che ora sono
consacrati al Principe dell'oscurità, dai cuori degli Adoratori del Diavolo! Possa
quel giorno essere vicino.
UN POPOLO CHE ADORA IL DIAVOLO
di Baptistin Poujoulat
tratto dal libro Récits et souvenirs d'un voyage en Orient. Paris 1848

Al di là di Mardin, non lungi da dove si ergeva Ninive, in un paese selvaggio


chiamato Sindjar, vive un popolo che adora il diavolo: sono gli Yezidi,
discendenti degli antichi Mardi che Arsace V°, re di Persia, fece trasferire in
Mesopotamia; essi appartengono ad una setta persiana che ha votato un culto ad
Arimane, principe del Male. La religione degli Yezidi ha pescato evidentemente
alla fonte dell'antico culto dei Mardi. Avendo riconosciuto che la misericordia di
Dio è infinita come la sua saggezza, gli Yezidi non si fanno scrupolo alcuno di
rendere omaggio a Satana, poiché credono fermamente che sarà reintegrato un
giorno negli onori persi per la sua disobbedienza.
«Perchè, essi dicono, oltraggiare il demonio? Perché mettersi in mezzo tra un
angelo decaduto e il suo sovrano? Dio ha forse bisogno che noi si maledica chi
lui punisce? E non potrebbe succedere che un giorno lo perdoni? Sarebbe come
minacciare con la spada un favorito caduto in disgrazia, che domani forse il
sultano reintegrerà nelle sue prerogative».
I Turchi della Mesopotamia spiegano diversamente la base della credenza dei
discendenti dei Mardi: «Gli Yezidi, dicono i Turchi, sentendo addosso tutto il
peso dei crimini commessi nel corso delle loro scorrerie, temono, a ragione, ben
più di altri, i tormenti del fuoco eterno, e cercano di farsi benvolere dal diavolo
tributandogli un culto durante la loro vita, per venirne risparmiati quando
dovranno essere gettati nell'abisso infernale». Nel loro immaginario, il diavolo è
bello, maestoso; non ha perso nulla della sublimità del suo spirito. Ma tuttavia c'è
nei suoi trattti qualcosa di profondamente triste che lo rende, da che è caduto,
meno radioso. Gli Yezidi adorano il demonio sotto forma di serpente, tanto che
possiamo rinvenirvi una vaga traccia delle nostre tradizioni bibliche.
Una volta all'anno celebrano una cerimonia consacrata al re degli abissi. Uomini,
donne, vecchi e bambini si radunano attorno ad un buco di cui nessuno ha saputo
misurare la profondità; tra loro si ritiene che raggiunga l'inferno stesso. A
mezzanotte, accendono delle fiaccole e compiono delle danze infernali attorno
alla voragine tenebrosa in cui gettano dentro montoni vivi, pezzi di legno accesi,
vestiti, armi, monete, tutto in omaggio al re dei dannati. Poi la moltitudine in
delirio penetra in un sotterraneo oscuro, dove compiono orgie abominevoli.
Sventura su colui che dovesse malauguratamente bestemmiare contro il demonio
nel paese degli Yezidi! Se venisse udito, verrebbe immediatamente lapidato.
Quando per affari si recano nelle città turche, l'affronto maggiore che gli si può
fare è quello di parlare male del diavolo in loro presenza; ma se uno di costoro
che ha parlato male dovesse essere incontrato sulla strada da uno yezida, sarebbe
perduto. Più volte uomini della setta, arrestati dalla giustizia turca per crimini e
condannati a morte, hanno gradito di più dover morire che maledire Satana.
Gli Yezidi venerano Mosè, Maometto, e particolarmente Gesù Cristo e i santi
cristiani. « Dio, dicono, ha eletto tutti questi santi personaggi in mezzo agli
uomini; bisogna rispettarli per ottenere un giorno la loro benevolenza». C'è nella
credenza degli Yezidi una specie di tolleranza che li porta a fare diversi imprestiti,
a praticare diverse iniziazioni con tutte le religioni della terra. Gli Yezidi non
hanno nulla di esclusivo nelle loro dottrine; non respingono nulla e, nella speranza
di ottenere le beatitudini della vita celeste, si pongono in qualche modo sotto la
protezione di tutti i culti e di tutti coloro che ritengono importanti nel campo dello
spirituale. Che traviamento della ragione! E pensare che questo popolo, abbrutito
da una selvaggia ignoranza, vive in quella Mesopotamia in cui il viaggiatore crede
di poter veder apparire ad ogni passo l'ombra di una delle più belle e maestose
figure dei tempi biblici [Abramo].
...Par quale concatenamento di lunghi periodi di rivoluzione questo paese [la
Caldea], in cui nacque la religione del vero Dio, ha potuto divenire l'usbergo delle
più assurde superstizioni, l'usbergo delle più deplorevoli aberrazioni? Lì, in quelle
valli dove furono pronunciate le prime parole di ogni verità, noi troviamo, dopo
quaranta secoli, i più mostruosi errori spirituali, l'ultimo gradino di ogni
abominazione morale. Chi potrà spiegare perchè e in qual modo cristianesimo ed
islam, religioni che hanno conquistato così tanti popoli, che hanno annientato e
cancellato dalla faccia della terra un gran numero di idolatrie e religioni infami;
chi potrà mai spiegare perchè e come esse non hanno convertito gli Yezidi alla
loro fede! Questo popolo non vive all'estremo limite dell'universo conosciuto, in
luoghi inaccessibili ai missionari; sta qua, circondato da cristiani e musulmani, e
tuttavia resta eternamente lo stesso! Gli yezidi con le loro dottrine spaventose,
non li si potrebbero dare ad esempio all'umanità per mostrarle fino a che punto di
degrado morale si può scendere, quando ci si allontana dal Signore e si rifiuta di
marciare nel suo cammino?
VISITA AGLI YEZIDI
di Austen Henry Layard
estratto da DELLE SCOPERTE DI NINIVE, descrizione di Austeno Enrico
Layard. Bologna, 1855

CAPITOLO VIII.
INVITO ALLA FESTA DE' JAZIDI - PARTENZA DA MOSSUL - BAADRI - HUSSEIN
BEY CAPO DE' JEZIDI - NASCITA DI SUO FIGLIO - STORIA DE' JEZIDI -
CAVALCATA ALLA TOMBA DELLO SCEICCO ADI - SCEICCO NASR -
DESCRIZIONE DELLA TOMBA - ARRIVO DI PELLEGRINI - UN AVVENIMENTO -
SCEICCO SHEMS, O IL SOLE - LAMPADE VOTIVE - CELEBRAZIONE DEL RITO -
MUSICA DE' JEZIDI - DOTTRINE E OSSERVANZE RELIGIOSE DELLA SETTA - IL
PRINCIPIO DEL MALE - ONDE VENNERO PROBABILMENTE LE CEREMONIE, GLI
ORDINI SACERDOTALI, LA LINGUA E I LIBRI DE' JEZIDI.

Da pochi dì io era tornato a Mossul dalle montagne Tiyari, quando un prete de'
Jezidi, o come d'ordinario son detti, «Adoratori del demonio», fu spedito a noi
dallo Sceicco Nasr, capo religioso di quella setta, affinchè sollecitasse il signor
Rassam e me a recarci alle loro solenni feste periodiche. Non potè il Vice-Console
tenere l'invito; ma io colsi bramosissimamente 1'opportunità di assistere a
ceremonie, di cui, per lo innanzi, forse nessun Europeo era stato spettatore.
La cagione dello invito ne diè prova che i Jezidi possono ragionevolmente andare
superbi di una virtù, la quale, per mala sorte rado occorre in Oriente, vo' dire la
gratitudine. Quando Keritli Oglu (Mohammed Pascià) si condusse per la prima
volta a Mossul, i Jezidi furono fatti segno alla sua cupidigia e barbarie. Egli stimò
di avere acchiappato insidiosamente il loro Sommo Sacerdote, ma lo Sceicco
Nasr ebbe spazio a sottrarre sè dai tesi agguati, e posto in sua vece un cotale che
a lui venìa secondo in potere, e il quale fu menato prigione alla città. L'amor de'
Jezidi pel loro Capo era sì grande, che ne serbarono occulto l'inganno, o il
sostituto portò con rassegnato cuore cattività e supplici! Il signor Rassam, pregato
da' Jezidi, ne ottenne dal Pascià la liberazione collo sborsare anticipatamente una
ragguardevole somma di moneta, la quale gli abitanti del distretto di Sheikhan si
accordarono a restituire in certo corso di tempo, traendola dal frutto dei campi.
Soddisfecero con tutta puntualità al loro impegno, e tennero il Vice-Console
Britanno come lor sollecito proteggitore.
A cagione dei conturbamenti del paese, non meno che del mal governo degli
ultimi Pashà, erano alquanti anni dacchè il popolo de' Jezidi non avea festeggiato
al sepolcro dello Sceicco Adi. I savi ordinamenti del novello governatore aveano
guadagnato cosi pienamente gli animi di ogni setta, che gli Adoratori del diavolo
stabilirono di celebrare le loro solennità più che l'usato splendide e tripudianti.
Mi partii da Mossul accompagnato da Hodja Toma (Dragomanno del Vice-
Console) e dal Cawal, o Sacerdote, inviato dallo Sceicco Nasr. Fummo raggiunti
nel cammino da non pochi Jezidi, che si recavano, come noi, alla festa. Sostammo
la notte in piccolo villaggio presso Khorsabad, e giugnemmo per tempissimo a
Baadri. Questo borgo, dove ha stanza Hussein Bey, Capo civile de' Jezidi, siede
alle falde di quei colli ch'io valicai altra fiata quando mi condussi alle montagne
Caldee, e quasi a cinque miglia settentrionalmente di Ain Sifni. Percorrevamo
anche questa volta la medesima piaggia deserta, lasciando a mano dritta il
monticello di Jerrahiyah.
Come fui presso del villaggio, mi si fè incontro Hussein Bey, seguitato, a piedi,
dai Sacerdoti e dai maggiorenti. Il Capo era in sul diciottesim'anno; uno tra' più
vezzosi giovani ch'io mai vedessi. Le sue forme tenere e armonizzate gli occhi
fulgenti, nerissimi i capelli, che scendevano sotto del suo screziato turbante. Al
di sopra del farsetto e d'altri panni egli erasi gittato, senza punto di arte, un ampio
e candido mantello di bel tessuto, io scesi di sella quand'egli si avvicinò: ei
procacciava di baciar la mia mano, ma risolutamente mi vi ricusai, ed
accordammo l'affare, abbracciandoci secondo il costume del paese. Il Bey voleva,
ad ogni patto, tener per mano il mio cavallo, sul quale bramava ch'io risalissi, e
finalmente ottenni a fatica ch'egli meco entrasse a piedi nel villaggio. Mi
condusse al suo Salamlik, o stanza di ricevimento, nella quale erano stati distesi
tappeti e cuscini. Nel mezzo di quella stanza discorreva un ruscelletto di fresche
acque, che spicciavano da fonte vicina. Il popolo di quella borgata sedava nelle
parti più remote e più basse della sala, e, rispettosamente silenzioso, prestava
cupido orecchio ai discorsi che dal Capo e da me si tenevano.
Ci fu pòrta la colazione dall'harem di Hussein Bey, e, poiché ciascuno dopo
mangiare si fu partito, potei sottrarmi all'ardente calore di quel dì, giovandomi
del fresco del Salamlik.
In sul tardi, fui desto da quell'acuto stridìo delle donne, annunziatore, presso che
sempre, di alcun evento felice. Ed ecco il Capo seguito da lungo ordine di
persone. Dalla sua bocca, composta a sorriso, mi fu agevolissimo argomentare
ch' egli venia portatore di liete novelle. Sedè sopra il suo tappeto, poi, voltosi a
me, incominciò: O Bey la vostra presenza ci porta felicità. Dalle vostre mani non
riceviamo che benefizi. Tutti noi siamo servi vostri; in questa casa, sia lode
all'Altissimo, è oggi nato un vostro servo novello. Questo bambino a voi
l'offeriamo: egli è il nostro primogenito; sarà educato all'ombra vostra. Concedete
ch' egli si chiami del vostro nome, e, deh! lo vogliate proteggere!» Tutti della
compagnia si unirono alla richiesta, dichiarando che di tale avvenimento,
importantissimo per la intera tribù, era stato solamente cagione l'essermi io
condotto colà, per loro buona ventura. Io non avea piena scienza di ciò che i Jezidi
bramavano da mè, e se disegnavano farmi ministro del rito, poniamo che ve
n'avesse avuto alcuno. Non era poca, gli è vero, la mia stima pe' Jezidi; pur
tuttavia fummi forza stare alcun poco in pendente sulla convenevolezza di loro
dottrine e forme di culto, e io volea conoscere apertamente quali conseguenze
sarebbemi derivate col farmi padrino di un « Adoratore del diavolo ». Siccome
però fui fatto certo non abbisognare altra formalità so non la scelta di un nome
(perocché il rito del Battesimo era serbato al giorno che il fanciullo potesse esser
portato alla tomba dello Sceicco Adi, e là sostener l'immersione in quell' acque
sacrate), io risposi a Hussein Bey: «Mi piaccio oltremodo di questo fausto
avvenimento, di che ringrazio Iddio. Possa questo figliuolo essere il primo di qua'
molti ì quali custodiranno, alla maniera dei loro padri, la gloria e la onoranza della
vostra famiglia. Chiedete me d'un nome pel figlio vostro? Ve ne posso dire di
molti e illustri e armoniosi nella mia lingua o nelle mie contrade, ma voi non
verreste a proferirli, né vi trovereste alcun significato. Se fra voi fosse usanza, io
appellerei questo pargoletto non altrimenti che il padre suo, delle cui virtù egli
addiverrà, non ha dubbio, nobilissimo imitatore, ma voi altri nol costumate. Non
ho dimentico il nome dell'avo, nome dilettissimo a' Jezidi e il quale, anche al
presente vive giorni di prosperità. Fate pertanto che questo bambinello sia
conosciuto per Ali Bey, e viva sì a lungo da vedere i Jezidi quali furono al tempo
di Lui, del cui nome sarà chiamato. Cotesto discorso, avvalorato da alquante
monete d' oro da essere cucite nella berrettina del fanciullo, fu accolto con ogni
maniera di plauso, e quel nome tornò gradito all'universale. Uno dei parenti del
Capo si recò frettoloso all'harem per far consapevoli le signore dell'accaduto. Ei
rivenne con un tappeto e con altri panni ricamati (donativi della madre), e ci invitò
all'harem per vedervi le donne colà stanziate. Io vi trovai la madre del Capo e la
sua seconda sposa perch'egli n'avea prese già due. Fui fatto certo che la Signora,
per cui era venuto tanto giubilo in quella casa, mi era più riconoscente che il
marito. Che anzi la gratitudine di lei non potea manifestarmisi a parole. Io ebbi
in dono miele e seccati fichi del Sinjar. Quella brigata mi intertenne con racconti
di domestiche avventure fino a che stimai conveniente ricondurmi al Salamlik.
I Jezidi erano stati, pochi anni prima, una molto possente tribù. Le loro principali
fortificazioni si vedeano nel distretto, che appunto allora io stava percorrendo, ed
eziandio nel Jebel Sinjar, monte solitario, che si estolle in mezzo della
Mesopotamia a Occidente di Mossul. L'ultimo Capo indipendente de' Jezidi
abitatori dello Sheikhan si fu Ali Bey, padre di Hussein Bey. La sua tribù l'ebbe
carissimo, e nelle guerre fu tanto sperto e valoroso, che si potè difendere, per
lunghi anni, contro le forze Curde e Mussulmane della pianura. Il potente Bey di
Rowandiz, il quale avea raccolte sotto le proprie insegne, son per dire, tutte le
curde tribù abitatrici delle circostanti montagne, e il quale disfidò per assai tempo
e Turchi e Persiani, risolvè dì esterminarc la setta Jczidica, cui egli odiava
fierissimamente. Le schiere di Ali Bey cedevane in numero a quello di lui, che lo
voleva abbattuto; quindi furono rotte e il lor Capitano cadde in potere del Bey di
Rowandiz, che l'uccise. Gli abitanti dello Sheikhan fuggirono a Mossul.
Incominciava la primavera: l'acque del fiume aveano traboccato, e il ponte di
battelli era stato trascinato via. A pochi fu concesso di tragittar la corrente; ed una
moltitudine di donne, d'uomini o di fanciulli rimasero alla opposta riva, e si
congregarono sulla grande collina di Kouyunjik. Furono inseguiti dal Bey di
Rowandiz, ed ebbe luogo una strage orribile, universale: la gente di Mossul
ragguardava dalle alture l'esterminio di questi infelici, i quali invano gridavano
loro a mercè, essendo che ai Cristiani e ai Mussulmani non doleva punto di vedere
estinta una setta abbominata ed infedele; e però nessuno si mosse a difenderla.
Hussein Bey, condotto dalla madre sui monti, campò la generale rovina. Egli fu
educato da' Jezidi con sollecite cure, e sino dalla sua infanzia lo risguardarono
siccome lor Capo. Ivi a brevissimo tempo gli abitanti del Sinjar caddero in
signorìa di Mehemet Resbit Pascià, e poi in quella di Hafiz Pascià. Ambo le volte
fu tale un eccidio, che la popolazione stremossi di quasi due terzi. I Jezidi
ricovrarono in grotte, e colà dentro morirono o soffocati dai fuochi che furono
accesi alla bocca di quelle, o colpiti dalle palle dei cannoni. Rammenti il lettore
che i Maomettani, negoziando con uomini d'altre credenze, non usano i modi
stessi con la gente che presta fede a' sacri libri, e con quella che non mai ebbe
ispirate scritture. Del primo ordine sono ì Cristiani (in qualsivoglia maniera sieno
denominati) per questo ch'egli accettano i due Testamenti; ed inoltre i Giudei
quali seguitatori dell'antica legge. E però è lecito al Maomettano comporsi a pace
e trattar coi Cristiani e co' Giudei; ma da quelli della seconda classe, da quelli,
cioè, che non ammettono Rivelazioni, il buon Turco è tenuto guardarsi. Non è
accordo o giuramento che strìnga quando usan con essi. E' debbono o rinunciar
la fede, o battersi: nò può il Mussulmano accettare da quelli tributo di sorta. E
perciocché i Jezidi non hanno fermo codice né civile né religioso, sono stati, per
secoli, segno alla persecuzione dei Turchi, i quali spogliarono gli Harem Jezidici,
che erano alla parte meridionale della Turchia. Dai Governatori delle provinco si
faceano spedizioni a quei distretti; e nel mentre che uomini e donne veniano uccisi
con barbaro furore, i fanciulli d'ambo i sessi erano strappati via e poi schierati in
pubblica mostra nelle principali città per essere iniquamente venduti. Da queste,
dirò cosi, cacce annuali Beder Khan Bey traeva rendite non meschine; e fu
costume del Pascià di Bagdad e di Mossul di permettere che i soldati irregolari si
diportassero a lor talento cogli infelici Jezidi; chè era questo un modo
agevolissimo da quietare le dimande di que' militi intorno al soldo arretrato.
Questo fatto si rinnovellò eziandio pochi mesi prima ch'io mi conducessi a quel
luogo; e fu cagione a tali nefandità quali appena si sarieno osate nel mercato il
più iniquo di schiavi. È facile intendere che i Jezidi sentivano ardente brama di
vendicarsi quando avessero stimato opportuno. Si divisero in bande, come di
masnadieri, e furono il terrore di quelle contrade. Non perdonavano la vita a
nessun Mussulmano, che cadesse in loro potere; predavano caravane; i mercatanti
venivano uccisi senza pietà. I Cristiani però non furono tocchi, perchè reputati
compagni di sventure per causa di religione.Queste cose prestarono argomento ai
Pascià Mehemet Rashid e Hafiz di invadere il Sinjar. Dopo stragi
sanguinosissime, i Jezidi furono interamente soggiogati, ed anche oggidì
tollerano con pazienza le loro calamità. Tengono cosi tenacemente alla propria
religione, quanto i Giudei; ed io non so un solo uomo d'anni compiuti il quale vi
abbia rinunziato. Antepongono immanchevolmente la morte; e sostengono
rassegnati ogni maniera di supplicio.
Lo Sceicco Nasr, sacerdote del più alto ufficio nella setta, era partito da Baadri,
e stava preparandosi per le religiose ccremonie da osservarsi alla tomba dello
Sceicco Adi. N'andai alla sua sposa, e fui preso di gratitudine pel sincero
accoglimento onde fui onorato. Mi piacqui assai della nettezza della casa e delle
masserizie, tutto che povere. Ogni abitazione, ch'io visitai , rinvenni egualmente
forbita, e fabbricata secondo che si conviene. Alcune di esse erano cinte da piccoli
giardini, in che lussureggiavano i fiori: poco lungi mormoravano ruscelletti
procedenti dalle abbondevoli fontane del colle che soprasta al villaggio. Allo
albeggiare del seguente mattino Hussein Bey sortì dell' harem, armato, vestito dei
più spiccanti colori, e presto a muovere alla tomba del Santo. Vennero i
maggiorenti del borgo, e tutti insieme, partimmo in lunga fila, preceduti da musici
col tamburello e colla sampogna. Le donne erano tutto intese a caricare i giumenti
dei tappeti e degli altri arnesi domestici e ci seguitarono a tutto lor agio. Hussein
Bey cavalcava insieme con me: lungo la via, e quando il terreno permetteva, i
pedoni e i cavalieri, che ci accompagnavano, impegnavansi in ridevole zuffa,
scaricavano al vento l'armi da fuoco, e faceano rintronare il consueto lor grido.
Fummo ben tosto appiè di una asprissim'erta; su cui discorreva un colle altrettanto
scosceso. I cavalcatori procedettero ad uno ad uno, e noi frequenti volte fummo
necessitati a scendere di sella, e tirare a forza i muli sopra lo rocce. Da ivi a circa
un'ora, giunti alla sommità, guardammo in basso per entro l'arborosissima vallata
sacra allo Sceicco Adi. Tosto che la bianca guglia della tomba comparve agli
occhi nostri, levantesi ben più che gli alberi, l'intera nostra compagnia sparò gli
archibusi. L'eco non era ancor morta quando fu risposto al di sotto di noi con
uguale scarica. Nello scendere tra una selva di querce, lasciammo dietro a noi
molti viaggiatori, i quali conducevansi essi pure al sepolcro: le donne sedeano al
rezzo degli alberi, alleviandosi del peso dei loro fanciulli: gli uomini
ricomponevano le some sconciatesi pel ripido salire. Ciascuna volta che agli
ocelli dei pellegrini si offeriva l' oggetto per cui imprendevano il viaggio,
scaricavano l' armi, e poi si indirizzavano allo sottostanti compagnie colle usate
stridule grida della tribù.
A certa distanza dal sepolcro, lo Sceicco Nasr, moltissimi Sacerdoti, e uomini
bene in arme vennero ad incontrarci. Lo Sceicco e i Sacerdoti di più alto grado
vestivano tela bianchissima. Quegli non era, per mio avviso, oltre al quarantesim'
anno: avea modi dolcissimi e piacenti. M'accolse a tutto amore, e ogni persona si
mostrò grata per la mia visita. Poi ch'ebbi stretto il Capo fra le mie braccia, e dopo
i vicendevoli saluti con quelli che lo seguitavano, cavalcammo tutti verso le sacre
mura. Il primo cortile non meno che il vestibolo conducente a quello erano calcati
di gente, la quale però ci lasciò libero il passo quando si fu accorta di noi.
Ciascuno metteva ogni ingegno per pur baciarmi le mani.
I Jezidi entrano ognora nel cortile più interno a piè nudi, io seguitai l' usanza, e,
lasciato le scarpe al di fuori, mi sedetti, collo Sceicco Nasr e Hussein Bey, in
tappeti distesi sotto una spaziosa pergola composta di moltissime viti. Solamente
gli Sceicchi e i Cawal, due degli ordini soprani del Sacerdozio, vennero dentro
con noi, e sederono contra i muri del cortile. Gli alberi cresciuti all'intorno
spandevano il rezzo più confortante. La tomba dello Sceicco Adi sta in fondo a
piccola valle o, dirò meglio, a piccolo burrone chiuso tutto all' intorno da scoscese
montagne, eccetto in una parte sola; dove un ruscelletto, povero d'acque, s'apre
scabrosa via per discendere a più aperta vallata. Io già dissi essere quel sepolcro
cinto da un cortile. Aggiugnerò che, all'intorno, sono alcune fabbriche, nelle,
quali stanziano i custodi del santuario. L'interno della tomba è partito in una sala
spaziosa, nel cui mezzo sono colonne ed archi; e nella più lontana parte ha un
pelaghetto empiuto da ricca fontana, che scaturisce fuor dalla rupe. Nel rimanente
del sepolcrale edificio sono due piccole stanze chiudenti e il sepolcro del Grande
Sceicco, e quelli d'alcun altro personaggio meno illustre. L'acqua che sta nel
ricetto è venerata altamente, e creduta procedere dal sacro Zemzem. Essa si
adopera per battezzare e per altri uffici di religione. Il sepolcro è chiuso da una
grande quadrata cassa fatta d'argilla, e bene intonacata, e quella cassa è anch'essa
coperta da un verde panno a ricami. Cotal sepolcro vien custodito nella più interna
stanza, la quale è incessamente schiarata dal fioco lume di una piccola lampada.
Sopra la cassa tu vedi scritto il Capitolo del Corano 106. Fu tenuto questo modo
per assimigliare, al possibile, il sepolcro di un Santo Mussulmano, e perchè i
Curdi non si ardissero di profanare quel sito. Nella sala maggiore alcune stanze
ardono, sen per dire, incessantemente; e, in sul corcarsi del sole, un certo numero
di lumi è posto dentro delle nicchie incavate nelle pareti. Due guglie bianche, che
si levano più alle dell' Intero edificio, fanno vaghissimo contrapposto col
rigoglioso verde da cui sono recinte. Al sommo di quelle si vedono adornamenti
in oro. Le facce sono piene d'angoli d'ogni maniera, dalla qual cosa deriva una
piacente varietà d' ombre e di lumi. Sulla muraglia, accanto al vestibolo, tu scorgi
grossamente intagliati un leone, una serpe, una scure, un uomo ed un pettine. È
specialmente notabile la serpe, che fu già coperta di nero. Quantunque potesse
nascere dubbio che tali figure fossero emblematici segni, tuttavia lo Sceicco Nasr
altro non seppe dirmi se non essere quelle state inventate od eseguite da un
muratore Cristiano, il quale avea restaurata la tomba, faceane allora pochi anni.
Io notai che la scure, il pettine ed un bastone ricurvo, quale appunto è usato dalle
più genti di quelle contrade, si vedeano scolpiti sopra molte pietre di esso edifizio,
e udii che quei segni furono voluti così da coloro i quali largivano danari pel
racconciamento della fabbrica, e così da tutte l'altre persone che, d'alcuna guisa,
aveano sopranteso o posto mano al lavoro.
Nel mezzo del cortile interno, e sotto le viti, ch' io più innanzi rammentai, è una
quadra cassa dentro cui trovasi un piccolo ripostiglio pieno di pallottoline di creta
levate dalla tomba dello Sceicco. Queste sono vendute o donate ai pellegrini, i
quali le reputano reliquie sacratissime, vantaggiose nelle infermità, atte a cacciare
i mali spirili, e da doversi seppellire insieme coi morti. Le case circostanti non
sono abitale che dai Sacerdoti e dalle loro famiglie, e vi dimorano per guardare
le sacre mura. La tribù largisce loro, insieme col cibo, ogni altro soccorrimento.
Fabbriche di poca elevatezza, con recessi, che somigliano a quelli di un Bazar
orientale, cingono il cortile esterno. Que' recessi sono intesi a stanza dei pellegrini
e a botteghe dei mercatanti, nella stagione che si celebrano i riti solenni. L'ombra
di alquanti alberi giganteschi si spande libera per ogni lato, e ruscelli di
freschissime acque scherzano all'intorno delle abitazioni. Da tutte parti del
sepolcro, e sotto gli alberi, che s'innalzano sublimi per le coste della montagna,
vi hanno case costruite con poco studio, e le quali si attengono a diversi distretti
e a diverse tribù de' Jezidi. I pellegrini, secondo il luogo donde mossero, pigliano
albergo, fra le case ch'io diceva, in quella che a ciascuno spetta e si addice: e
quindi segue che ogni parte della vallata è conosciuta pel nome appunto del paese
o della tribù di coloro che in quel lato si soffermarono.
Quasi fino a mezzodì io mi stetti cogli altri alla porta della tomba. Poi lo Sceicco
Nasr si levò, e n'andammo al cortile esterno, il quale era pieno di affaccendati
pellegrini. Dentro le nicchie e sul terreno stavano disperse le provvisioni, che i
Mercatanti, in cosi fatti giorni, sono usi di recare alla vallata. Qui e colà si
vedeano pendere dagli alberi fazzoletti a più colori, e drappi di cotone: secchi
fichi del Sinjar, uva di Amadiyah, datteri di Busrah e nocciuole montane (tutto
accomodato in monticelli) faceano di sè larga e svariatissima mostra. All'intorno
di quelle tentatrici preziosità stavano raunati fanciulli e giovinette. D'ogni parte
uomini e donne conversavano vivacemente, e il mormorio confuso delle voci
spandevasi per tutta la valle. Ciascuno fè un rispettoso saluto allo Sceicco,
traendosi in parte affinché tutti noi potessimo inoltrarci senza brighe. Poi che
fummo usciti dai chiusi del maggior fabbricato, sedemmo ad una fonte, la quale
corre vicin vicin della strada, e appunto alla estremità del filare di alberi che riesce
al sepolcro. I mattoni quadrati, ond'è un serbatoio per 1'acque di quella fonte,
sono reputati cosa sacra, e solo a Hussein Bey, allo Sceicco Nasr o a me fu lecito
riposare sovr'essi. Eziandio in altre occasioni i Jezidi non hanno punto caro che
quei mattoni sieno profanati dai Turchi, i quali però sono usi di eleggere questo
silo, acconcissimo a riposo, per dispiegarvi i tappeti. Si adopera ogni cura perché
quell'acque non infracidiscano. Ogni uomo che si soffermi nella pianura dìsbrama
con esso la sete. Donne s'affrettavano quinci o quindi coll'anfore, e pigliavano
alcun sollazzo, nel mentre che aspettavano la loro volta per tuffare que' vasi nel
serbatoio. I principali Sceicchi e Cawal si adagiarono in circolo, accanto il
ruscello, porgendo orecchio al suono di una sampogna e di tamburelli martellati.
Non mai per lo innanzi erasi offerta a' miei ocelli scena più pittoresca e vivace.
Un lungo ordine di viandanti movea solleciti passi nell'interno del ricordato filare.
Vedeasi il nero abitante del Sinjar colle eburnee ciocche de' suoi capelli,
scintillante degli occhi, armonico delle fattezze; le bianche suo robe
ondeggiavano al vento: sopra le spalle tenea il grave moschetto. Appresso
veniano le più doviziose famiglie dei Kockers, cioé a dire le tribù nomadi, che
traggono vita nelle tende della pianura e fra i colli dell' antica Adiabene: gli
uomini in giubbe a splendidi colori , con turbanti listati, o con armi ghiribizzose
nella cintura; le donne in seriche tuniche, col crine a moltissime trecce scendenti
sugli omeri e adorne di fiori silvestri : monete d'oro e d' argento nascondevano
assai della fronte loro: da ultimo pesanti vezzi a pallottole di vetro, a monete e a
scolpite pietruzze ne cingevano il collo. Poi venia una miserabile famiglia
abitatrice in un villaggio del distretto di Mossul: le donne bianco vestite, pallide
e consunte dai dolori, andavano curve sotto il peso dei lor figliuoletti: gli uomini
sollecitavano i giumenti carichi oltremisura. Compagnie di tal fatta scendeano
anche dalle colline. Ciascuna fiata che ne sopraggiungea una nuova, erane dato
annunzio alla gente di sotto, sia scaricando archibusi, o sia con un segno che tutte
persone ben intendevano.Innanzi che ciascuno procedesse al proprio albergo
assegnatogli, si conduceva alla fonte che io ricordai; e poi, posate l'armi, baciava
le mani a Hussein Bhey, allo Sceicco Nasr e a me. Appresso, accommiatatisi dai
Sacerdoti colà raunati, que' viatori ripigliavano il cammino su per li fianchi delle
montagne, e sceglievano, durante la loro fermata, o una quercia che largamente
distendesse le braccia, ovvero alcun casolare. Dispiegavano quindi i tappeti, e,
dato fuoco a secchi vimini e rami, allestivano con tutta prestezza il mangiare.
Cotesti raunamenti appariano per ogni dove.
Tutti, prima di metter il piede entro la valle sacrata, bagnavano sè e i loro abiti
nella corrente che da essa procede. Per tal guisa, del tutto purificati, si recavano
alla festa. Prima d'allora non mi venne mai veduta, in Oriente, cosi grande
nettezza. Le vesti di que' pellegrini (bianche per la più parte) non erano brutte di
macchia. Dopo mezzodì furono imprese danze al cospetto del Bey e di meo, le
quali rassembravano all' arabo Debkè , e al curdo Tehopee. Vi presero parte tutti
que'giovani che poterono capire nel piccolo disgombro spazio che si rimanea di
faccia alla corrente. Altri garzoncelli sposavano le loro voci alle note dei
suonatori. Ogni luogo, da cui potesse venir veduta la danza, era affollato di cupidi
spettatori e sino i rami degli alberi, che stavano sopra di noi, s' incurvavano per
lo peso (dei molti fanciulli, i quali si erano bene accorti potersi godere, di colassi,
una compiuta vista di ciò che al di sotto rappresentavasi. Le prove d'uno di que'
fanciulletti furono cagione ad un'avventura alquanto ridevole, e per cui mettonsi
in chiaro le superstizioni di quella setta. Il monellino, ond'è parola, (tanto si
adoperò che giunse alla estremita di un fievole ramo esile tutto mi soprastava e il
quale parea dovesse ad ogni istante fiaccarsi. Guardai in alto, vidi il mio pericolo,
e feci ogni possa per camparne, indirizzandomi al Capo colle seguenti parole: «Se
questo giovine Sheit... », stando per pronunciare interamente quel epiteto con che
si fatti giovani sono, per comune, chiamati in Oriente. Ma subito mi restai: L'
effetto però di quella voce, quantunque mezza, fu tosto: coloro che mi stavano
accanto inorridirono: e quella parola , quell'orrore si diffusero in un tratto sullo
bocche e nei cuori di ognuno. Al piacente sorriso, che sempre scherzava sulle
labbra vezzose del Bey, sottentrò un' aria grave e collerica. Io fui addoloratissimo
per avere, contr'ogni mia voglia, dispiaciuto a' mici ospiti , e studiai, se pure vi
avesse avuto modo, a espiare cotanta inconsideratezza. Deliberai di fare una
apologia: ma stetti infra due, se dedicarla al principio del male o al Capo.
Procacciai di far comprendere (senza però avventurarmi a dichiarazioni, che mi
avessero vie maggiormente imbarazzato) quanto dolessemi l'accaduto; né andò
poco tempo innanzi che la compagnia, rasserenatasi, tornasse alla per me sospesa
giocondità.
I miei tappeti furono dispiegati sul tetto di una casa di onesta grandezza,
appartenente a que' di Semil. Dintorno a me, a notevole distanza, erano qua e là
convegni di pellegrini del mentovato distretto. Uomini, donne e fanciulli, intesi
tutti a mettere in punto la cena, stavano raccolti presso le loro caldaie, o, adagiati
su grossi tappeti, pigliavano riposo del lungo camminare di quel di. Vicino a me
era il Capo, signore del mal saldo castello, da cui è incoronata l'altura su che siede
il villaggio di Sehm: uomo di aspetto severo, vestilo a pompa, e bene fornito di
arme. Mi accolse con tutta gentilezza di modi, e conversai per alcuno spazio di
tempo con lui e con la sua sposa, una delle quali era stata allora appena eletta di
mezzo ai Kochers, che è quanto dire, gli erranti. Ella avea la capellatura
strabocchevolmente ricca di fiori e di monete d'oro. Quella comitiva avea
immolata una pecora, e tutti (eziandio il Capo, le cui braccia ignude fumavano di
sangue) vi stavano raunati intorno; e, fattene in brani le membra, le compartivano
a coloro che la s'erano recati.
Alquanto lungi dalla gente di Semil avresti veduto la sposa e la famiglia dello
Sceicco Nasr, il quale avea anch'esso uccisa una pecora. Egli dimorava nel sacro
edilìzio, e, durante il giorno, ricevea pellegrini e compieva altri uffici, che gli
s'apparteneano in sì fatte congiunture. N'andai al suo aremme [harem]: la sua
sposa mi porse innanzi frutta e miele, e mi tenne lungo discorso di sue domestiche
brighe.
Sotto le congiunte fabbriche deputate al popolo di Semil, è una bianca guglia, che
alta si leva da un umile fabbricato. A modo che tutti gli edifici de' Jczidi, essa è
bellamente costruita, e conservata ognora schiettissima a cagione delle
imbiancature frequentemente rinovellate. Quell'aguglia è detta il Santuario dello
Sceicco Shems o del Sole, ed è posta in modo che i primi raggi del gran luminare
la percuotano il più sovente possibile. Accanto l'ingresso è intagliata, in un
mattone, una preghiera al detto Sceicco, e due o tre tavolette votive furono già
collocale dal padre di Hussein Bey e da altri Capi de' Jezidi. Alcune piccole
lampade rischiarano l'interno, il quale è luogo venerando. In sul tramonto, quando
io stava nella nicchia di faccia all'ingresso, un mandriano guidò dentro lo
stallaggio, unito a quel tempio, un povero armento di bianchi bovi. Io domandai
a un Cawal, il quale mi stava accanto, a cui fossero destinate quelle bestie?
Rispose: allo Sceicco Shems, e non s'usa ucciderle che nelle feste le più pompose:
la carne è largita a' poverelli ». Cotal risposta mi condusse a una gradita
meditazione; e, senza quasi un pensiero de' fatti altrui, mi stetti quivi fintanto che
s'aggiornò.
Allora i Fakirs, ciò vale l'ordine infimo dei Sacerdoti, con in capo turbanti, e in
dosso bruna e rozza tela (cosi accostante, che informavasi dei loro corpi),uscirono
dalla tomba. Ciascuna recava una candela e un vaso d'olio nell'una mano, e
nell'altra un fascio di lucignoli di cotone.
Riempirono e nettarono le lampade, ch'erano non solo dentro le nicchie dei muri
del cortile, ma anche sparso quà e là nei fabbricati della valle, ed eziandio su
rocce isolate, e finalmente nei tronchi bucati degli alberi. Le avresti credute
innumerevoli stelle, scintillanti fra il buio della montagna, e in mezzo l'oscura
foresta. Quando i sacerdoti teneano il cammino attraverso la folla per compiere
lor ministerio, uomini e donne faceano scorrere le mani tra la fiamma dei ceri, e
poi devotamente se le appressavano alla bocca, dopo di avere strofinato il loro
destro sopracciglio colla parte delle mani già fatta monda dalla sacra face. Alcuni
che recavano sulle braccia teneri bambolini adoperavano medesimamente; altri
sollevavano le dianzi purificale mani perchè fossero tocche da coloro ai quali, per
mala sorte, non era stato concesso di arrivare la fiamma.
Quelle lampade sono oblazioni fatte, per voto, dai pellegrini, ovvero da quelli che
supplicano allo Sceicco Adi in tempo di pericoli o di infermità; ed un'annua
somma di danaro è porta ai guardiani della tomba per l'olio, pel vitto e pel
mantenimento dei sacerdoti. Siffatte lampade sono accese ogni notte, e si lasciano
splendere fin tanto che non si estinguono di per sè stesse per manco della materia
onde ardono. Durante il giorno, i muri allumati mostrano essi il luogo in che sono
poste; ed io tenni mente ad alcuni Jczidi, che baciavano con tutta religione le
pietre annerite dalle fumanti lampade ch'io più sopra diceva.
Un'ora dopo caduto il sole, o in quel torno, i Fakirs, che intendono al santuario,
comparvero con piattelli di riso bollito, di arrostite carni, e di frutta. Essi erano
venuti a me dalla cucina del sacro edilizio. Anche la sposa dello Sceicco Nasr mi
largì doni pel pasto.
Avanzando la notte, le persone raunate, le quali allora erano forse un cinque mila,
accesero i torchi di che si erano serviti nel vagare per la foresta. L'incanto si
dispiego al mio sguardo: le svariate compagnie discerneansi al minuto nel mezzo
del cieco aere; gli uomini n'andavano frettolosi or quinci or quindi; al sommo
delle case si vedeano le donne col lor pargoletti; altre genti si accalcavano
d'intorno ai mercantuzzi, i quali aveano dispiegate tutte le robe loro per farne
vendita nel cortile. Le faci erano riflettute centuplicatamente dall'acque dei
ruscelli, e qui splendevano tra il fogliame, lì scintillavano dalla lunga. Nel mentre
che io stupiva a questa inusitata scena, l'alto e indistinto mormorio delle umane
voci cessò d'un tratto, e vi successe un melodioso inneggiare, tristamente cupo e
devoto, il quale simigliava a un cotal sublime concento, ch' e' mi sovviene avere
udito in una Cattedrale di lontanissima terra. In Oriente un suono cosi flebile e a
un tempo sì dolce non avea giammai percosse le mie orecchie. Lo voci degli
uomini e dello donne si accordarono armoniosamente colle note mollìssime dei
numerosi flauti. A misurate riprese, il canto venia rotto dallo strepitoso fragore
dei cimbali e de' tamburelli; e coloro eziandio ch'erano fuori delle mura sacrate
si giunsero anch'essi nell'accrescere forza all' universo echeggiare.
Io mossi sollecito al santuario, e vi trovai lo Sceicco Nasr, circondato dai
sacerdoti, e seduto nell'interno cortile. Il chiarore delle torce e delle lampade
spandevasi quetamente sui bianchi muri, non meno che sul verde fogliame.
Gli Sceicchi in intera candidezza di vesti e di turbanti, uomini tutti di grave età e
bianco barbuti, stavano dall' un lato in bella ordinanza; di rincontro erano presso
che trenta Cawal, seduti su pietre, e vestili dei loro consueti panni bianchi e neri:
ognuno di essi sonava di flauto o di tamburello. In circolo più esterno si vedeano
i Fakir, ravvolti in nere vesti, e v'erano eziandio le donne, che si atteneano
all'ordine sacerdotale, abbigliatesi di robe bianchissime. Questo cortile era negato
ad ogni altra persona.
Il grave e lento inneggiare durò circa un'ora. Alcuna parte di esso era detto Makam
Azerat Esaù, che viene a dire, la canzone del Signore Gesù. Essa fu cantata dagli
sceicchi, dai Cawal ed anche da qualche persona ch'era al di fuori. Non potei
intendere il significato delle parole, né alcuno volle ripeterlo solo per me. Erano
arabo; e perciocché pochi Jezidi sapevano quel linguaggio, non furono comprese
nenche dallo sperto orecchio del mio compagno Hodje Toma. I tamburelli
interrompevano essi soli a quando a quando il cantare dei sacerdoti. Più il tempo
affrettava, più forte veniano percossi. Cotali discordanti armonie grado grado
rinforzarono ancor davvantaggio, sino a divenire un altissimo tumulto di suoni.
I tamburi erano martellati con vigoria più sempre incalzante; uscivan da' flauti
note lestissime e ingarbugliate; gridavasi franosissimamente; e dagli uomini ch'
erano all' estcrno fu pure accresciuto il frastuono, nel mentre che i vicini monti
ripercuotevano lo stridulo tahlehl delle donne. I suonatori, datisi al tripudio più
vivo e gagliardo, buttavano all'aria i loro strumenti, spiccavano salti e gittavan le
membra e contorcevanle in ogni movenza più strana ed ardita, sino a che, lassi,
tombolavano a terra. Lo schiamazzo, che m'intronava gli orecchi, si fè, oltre a
ogni credere, strepitosissimo. Era mezzanotte. Il tempo e il sito acconci all'uopo
per ogni maniera; ed io, stupefatto, ragguardava all' intorno. Non mi prese punto
maraviglia che riti così grossolani e selvaggi fossero stati cagione alle ricordanze
di quelle prische cerimonie ed osceni misteri per cui il nome di Jezide suona in
Oriente « abbominazione ». Giova notare però che, sebbene io vedessi quel
popolo sbrigliarsi ad ogni mattezza, ciò nulla meno non v'ebbe mai atto
inverecondo, nò ceremonia turpe. Quando i musici ed i cantori tutta ebbero
perduta la lena, lo schiamazzo quasi improvvisamente cessò; le diverse
compagnie ripigliarono l'antica placida allegrezza, e di bel nuovo aggiraronsi per
la valle, e si posarono tranquillamente sotto gli alberi eccelsi.
Innanzi ch'io mi unissi alla gente, raccolta dentro del sepolcrale edificio, furono
compiute alcune ceremonie, cui nessuno straniero può assistere, e intorno alle
quali i Cawal non vollero dirmi che pochissime cose. Seppi dallo Sceicco Nasr
che il sacro loro simbolo, Melek Taous, dovea tra breve essere mostro ai
Sacerdoti, ed egli dichiarò che, quanto a sè, non gli sarebbe niente rincresciuto
eh'io assistessi a tutte loro osservanze, ma che molti Sceicchi non consentirebbero
a ciò, ed egli sarebbe stato dolentissimo di suscitare inquietezze nella tribù. È pur
bisogno ch'io dica avere egli usati sempre con me modi benevoli e sinceri.
Posto fine ai riti nel cortile interno, mi ricondussi collo Sceicco e con Hussein
Bey alla fontana, ch'io rammentai essere vicino al filare degli alberi. Intorno a
quella stavano congregati uomini e donne con torce ripercuotenti sull' acque la
lor vivissima luce alquanti Cawal, che m'aveano accompagnato a quel luogo,
cantarono fra il suono di flauti e di tamburelli quasi fino all' aurora.
Il sole era presso di comparire quando i pellegrini si diedero al riposo. Regnò
silenzio nella valle insino a mezzodì. Ed ecco novello echeggiare di gridi, e
novello scaricar d' archibugi. Al venir della sera sì furono raccolte forse sette mila
persone. Da molti e molti anni tanta moltitudine di gente non s'era quivi adunata;
e lo Sceicco Nasr era lietissimo del vedere il suo popolo venuto a prosperità. La
notte furono ripigliate le ceremonie. V'ebbero, gli è vero, alcune melodie di nuova
foggia, ma tutto finì nel veemente garbuglio, ch' io già descrissi. Nei tre giorni
ch' io stetti collo Sceicco Adi, camminai quella vallata e i monti circonvicini, o
mi condussi a visitare alquante compagnie di quegli stranieri, favellando delle
patrie loro, e ascoltando da essi narrazioni di tirannia e di molte uccisioni. Tutti
adoperarono con me civilmente e amorosamente, ed ebbi in assai cose cagione di
continuar a tenere i Jczidi in quella stima nella quale io dinanzi li avea. Non erano
là né Maomettani, né Cristiani, fuor quelli che si stavan con meco, ed anche una
povera femmina, la quale da lunghi anni dimorava fra i Jezidi, ed era spettatrice
privilegiata dello loro solennità. Libere pertanto le donne da sguardi stranieri,
lasciarono l'usata loro timidezza, e, sciolte dei veli, n'andarono per le montagne.
Come io mi posai sotto gli alberi, allegre giovinette vennero alla mia volta;
ragguardarono le vesti ch'io portava, e mi fecero non poche dimande. Le più
ardite vollero donarmi le infilzate pallottoline e pietruzze, ch'esse portavano a
foggia di monile, affinchè potessi a tutto mio agio avvisare quelle assirie
anticaglie cosi insieme raccolte; nel mentre che altre forosette, men coraggiose,
tuttoché non ignare di quanto le loro grazie avrebbero potuto su me, stavano dalla
lunga, intese a inghirlandarsi di silvestri fiori.
Gli uomini erano congregati qui e colà dintorno alla fontana e alla tomba.
Favellavano e si davan bel tempo: la universale giocondità non fu mai che venisse
turbata da collera e da contese: i suoni ed i canti vinceano sempre il rumorìo dei
parlari, i sacerdoti e gli Sceicchi passeggiavano tra la gente, o si poneano a giacere
in compagnia dell'altre persone, le quali, fui per dire, sotto d'ogni albero si
vedeano radunate. I Jezidi prestano fede ad un supremo Nume; per quanto però
potei conoscere, non offrono a lui direttamente preghiere, né sacrificii. Lo
Sceicco Nasr procacciò sempre di divertire ogni mia ricerca, la quale a ciò si
attenesse, o mostrava negarsi, con reverenza superstiziosa, ad ogni parola che
potesse riguardare la Divinità. Le formole del pregare Maomettano (intendo
quelle che sentono di giuramenti e di giaculatorie) vanno sovente per le bocche
di quel popolo, ma, io mi penso, per sola consuetudine. Il nome però del cattivo
spirito non è mai pronunciato; anzi, se altri casualmente vi allude di qualche
guisa, i Jezidii si turbano e si indegnan per modo che, corre voce, avere eglino
messa a morte qualche persona, la quale, tuttoché scherzasse, li offese nominando
il demonio. Va tanto innanzi la lor tema di spiacere al Principio del Male, ch'egli
evitano studiosamente ogni detto che potesse avere simiglianza col suono della
voce «Satanno», o coll'arabo «maledetto».
Se parlano del demonio, ne parlano con riverenza, perchè esso è il Melek el Kout
, che viene a dire « Angelo possente ». Lo Sceicco Nasr mi accertava ch' essi
aveano una figura in bronzo o in rame, la quale rappresentava un uccello; ma poi
dichiarò sollecitamente esser desso un puro simbolo non già un idolo. Ve n' ha
parecchie di si fatte figure. Una non si parte mai dallo Sceicco, ed egli la reca con
se in qualsivoglia parte egli si conduca. Tuttevolte che alcun commesso è invialo
al di lungi, affinchè raccolga somme di danaro pel mantenimento e pel decuro
cosi dell' edificio come del Sacerdozio, ei porta seco una di quelle immagini, e ne
fa mostra a coloro fra i quali ne va, siccome una autenticazione di suo ufficio.
Questo è il venerato simbolo detto Melek Taous. V'ebbe chi dubitò della sua
esistenza; quanto a me, lo Sceicco Nasr con tale asseveranza me ne die fede
(quando ebbi agio di parlargliene da solo a solo), ch'io tengo la quistione già
sciolta. Il guardiano della tomba convenne pur esso nella sentenza dello Sceicco
allorché lo dimandai di ciò, prima ch'egli tenesse cotal ministerio (ivi a qualche
tempo potei vedere anch'io il Melek Taous. È desso la ghiribizzosa immagine
d'un uccello, che sta sopra d' un piedestallo, il quale ha simiglianza di candeliere.
L'intero lavorio è di bronzo).
I Jezidi credono Satanno principe dell' angeliche schiere, il quale, sebbene ora
sia convenevolmente pagato della sua colpa di ribellione ai divini comandi,
tuttavia egli è potentissimo sempre, e debb'essere, o presto o tardi, novellamente
innalzato alla sovrana sua dignità nella Corte Celeste. E' mestieri, dicon essi, che
l'uomo lo blandisca e l'onori, perché, come Satana al presente ha poteri per far
danni alla umana famiglia, così egli stesso avrà alla sua volta, virtù di beneficarla
e renderle ricompensa. Ammettono, inferiori a Satana in potenza o sapere, sette
spiriti, che chiamano arcangeli, a' cui cenni si fa' in gran parte servo o obbediente
il creato; sono questi, per loro avviso, Gabrail, Michail, Raphail, Azrael, Dedrail,
Azraphaeel, e Shemkeel. Gesù Cristo, secondo ch'ei credono, erroneamente, fu
anch'esso un Angelo possente, il quale vestì umane forme. Non mori sulla croce,
ma ascese al cielo.
L' antico Testamento é tenuto appo loro in grande venerazione, ed hanno per vera
la Cosmogonia della Genesi, la inondazione del Diluvio, e gli altri avvenimenti ,
di che le Scritture Sante fanno parola. Non niegano il Testamento nuovo, e né il
Corano, ma li reputano degni di minor riverenza. Eziandio dal Corano eleggono
passi per fregiarne le tombe e i santi luoghi. Stimano Maometto un Profeta non
altramente che Àbramo e i Patriarchi.
Stanno sempre aspettando la seconda venuta di Gesù Cristo, ed eziandio la
novella apparizione di Imaum Mehdi, perocché prestano fede alle credenze
Mussulmane che gli s'attengono.
Il loro Sovrano Santo è lo Sceicco Adi; ma di lui niente potei sapere. Sembrava
che i Jezidi ignorassero da quanto tempo egli è conosciuto, e solo una volta lo
Sceicco Nasr dichiaro eh' egli fu prima di Maometto.
Quanto è alla origine del nome loro, ben si sa che i Maomettani l'assegnano al
famoso califfo ommiado Jezide, il quale, secondo la loro Sacra istoria, si fu il
persecutore della famiglia di Alì. Però io stimo che il principio di quella setta
debba cercarsi altronde; perocché cotal nome era usato innanzi la religione di
Maometto, né gran fatto si dilunga dalla parola con cui gli antichi Persiani
chiamavano l'Ente Supremo. Egli è difficile stabilire onde i Jezidi abbiano tratte
le loro ceremonie. Si battezzano coll' acqua a modo che i Cristiani, e, quando sia
possibile, non oltre ai sette dì dalla nascita; la circoncisione è nel rito stesso e
nella medesima età dei Maomettani; onorano il Sole e in molte costumanze sono
uguali ai Sabei. Tutti cotesti riti ebbero per avventura una origine, o possono
essere stati accomodati, in tempi diversi, alle credenze medesime. La
circoncisione fu stabilita, forse alfine di non essere scoperti dai Mussulmani,
nemicissimi ai Jezidi; e i passi dell'Alcorano, da essere posti nelle tombe e nei
Santuari, possono essere stati scelti sia perchè (siccome lo Sceicco Nasr mi
palesò) rispondono a capello ai loro sentimenti, sia perchè meglio acconci ad un
paese in cui parlavasi l'arabo idioma. I loro costumi tengono più del Sabeo, che
di ogni altra setta. Io dissi già essere il Sole altamente onorato dai Jezidi, e
descrissi il tempio ed i buoi sacri a quel gran luminare del mondo Qui debbo
notare che, sebbene tutte le iscrizioni del Santuario fossero indiritte allo Sceicco
Shems, e sebbene lo Sceicco Nasr e i Cawals mi volessero accertare essere il
predetto Santuario dedicato al Sole, io reputo tuttavia che, per esso titolo di
Sceicco Shems, si debba intendere alcun'altra cosa, sulla quale non piacesse a
nessun Jczìdeo darmi schiette dichiarazioni. Egli hanno per costume di baciare
qualunque sia la cosa su che esso vibra i suoi raggi, e, viaggiando io insieme con
alcun Jczido allo spuntare del sole, li ho veduti bene spesso compiere cotal rito.
Prestano quasi gli omaggi stessi al fuoco, siccome simbolo; non è mai che sputino
in esso; e frequenti volte vi lasciano correre le proprie mani attraverso, poi le
imprimono di baci, stropicciano con esse il destro sopracciglio, e, a quando a
quando, l'intero viso. Si ha da qualche viaggiatore ch'essi non vogliono mai
spegnere una candela: ma ciò non è punto vero: né egli è offesa sputare in loro
presenza. Abbominano, al paro de' Sabei, il colore azzurro; questo non debbe mai
aversi nella vestimente, non mai nelle case. Il loro Kubleh, ciò vale il luogo cui
guardano compiendo le ceremonie, si è quella parte di cielo in che sorge lo
ministro maggior della natura, ed a quel lato volgono le teste dei loro defunti. Coi
Sabei hanno comune eziandio il desiderio ardentissimo di bianca tela, non meno
che la politezza delle vesti e lo spesso lavarsi della persona.
Essi non è mai che mangino lattuga, bamiyah (hibiscus esculentus) ed altri così
fatti vegetabili. É proibita la carne del maiale; tutti beono vino; e quantunque e'
vadano dicendo non aversi a mangiar carne quando l'animale non sia stato morto
giusta le leggi Maomettano e Mosaicha, non si ricusano però di sedere alla tavola
stessa dei Cristiani, gustandovi di ogni cibo.
Intorno al matrimonio io non potei apprendere che vi fosse alcuna religiosa
osservanza. I Cawal mi dissero che gli uomini e le donne si recano dinanzi allo
Sceicco, il quale altro non fa che accertarsi del vicendevole consentimento. Allora
è donato un anello alla sposa o, qualche volta, danaro. Si determina un giorno per
le nozze, nel quale si piglian sorbetti, e si danza: di riti sacri non ve n'ha né anche
un solo. Non è lecito impalmare più donne; il Capo soltanto può contravvenire
alla legge.
L'anno de' Jezidi ha principio insieme con quello de' Cristiani d'Oriente, e vi si
conforma eziandio l'ordine e il numero dei mesi.
V'ha chi digiuna tre di al cominciamento di ogni anno. Il Maomettano Ramazan
non è conosciuto. Hanno per dì festivo il venerdì, e sebbene alcuni osservino in
sì fatto giorno astinenza da alcuni cibi, non si tengono dall'operare, com'è legge
appo noi la Domenica. Seppi dallo Sceicco Nasr che tra essi ha una cronologia,
secondo la quale noi ci troviamo al di d'oggi nell'anno 1550. Questa cosa mi fè
sovvenire di Manete [Mani], ma per nessun modo potei farmi sicuro ch'eglino
avessero contezza di tal nome, o che almeno riconoscessero lui di qualche guisa
siccome institutore delle principali dottrine attenenti al demonio.
I nomi de' Jezidi sono quei medesimi che adopra il Cristiano e il Mussulmano,
ovvero quelli che vanno per le bocche dei Curdi; non interamente di origine turca.
Vuolsi eccettuare però il nome di Georgis (Giorgio), il quale, secondo ch'io stimo,
non è dato mai ad un Jezideo.
In quella setta sono quattro ordini sacerdotali, i Pir, gli Sceicchi, i Cawal, ed i
Fakìr, e (cosa, per mio parere, notevolissima ed unica in Oriente) tali uffizi
scendono per eredità, ed eziandio alle femmine, le quali sono in tal caso avute
nella riverenza stessa che gli uomini.
I Pir (anziani), ciò vale Santi, sono li più onorati dopo il grande Sceicco, Capo
religioso di quella gente. Corre voce ch' essi hanno virtù non dirò d'intercedere
grazie pel popolo, ma sì ancora di sanare infermi e pazzi. E pur fama che vivano
santissimamente. Non è loro comandata, per quanto io mi sappia, alcuna speciale
foggia di vestire. Il solo Pir che io mi abbia conosciuto si fu un Sino, riverito qual
delegato dello Sceicco Nasr, e il quale sostenne prigionia in sua vece.
Vcngono appresso appresso, in dignità, gli Sceicchi. Essi intendono agl'inni sacri,
e credesi che sappiano alcun poco di Araba lingua, in che quegl'inni sono scritti.
Le vesti loro avrebbero ad essere candide, salvo la berretta che sta sotto il
turbante, la quale è prescritto sia nera. Ministri, com'ei sono, dello Sceicco Adì,
guardano la sua tomba, vegliano ai sacri lumi, e portano provvigioni e
combustibili d' ogni maniera sì a coloro che hanno stanza in quelle sacre mura, e
sì ai pellegrini di notabile qualità. Essi ravvolgono dintorno il proprio corpo una
fascia bianca e nera, ovvero un plaid rosso e arancio, siccome distintivo di loro
minislerio. Con essa fascia cingono le legna affastellate e l'altre cose ch'essi
recano al santuario. Le donne che compiono tale ufficio hanno lo stesso distintivo.
In questa vallata sono sempre non pochi Sceicchi. È loro debito prendere cura del
venerando edificio, accogliere pellegrini, tener conto, ciascuno alla sua volta,
delle offerte che là sono portate, e per ultimo vendere le pallottoline di creta, o
altre reliquie.
La classe che con alacrità maggiore dà opera agli uffici sacerdotali e quella dei
Cawal o predicatori. Hussein Bey e lo Sceicco Nasr li mandano di villania in
villano col simbolo dell'uccello, ch'io rammentai, annunziatori delle dottrine della
setta. Soltanto ad essi è lecito strimpellare cembali e tamburelli, perciocché cotali
strumenti sono reputati, di qualche guisa, cosa sacra. Notai che li baciano assai
volte innanzi di sonarli e dopo sonati; poi li consegnano alle mani di chi sta loro
vicino affinché sieno baciati novellamente. Fin dagli anni più teneri apprendono
l'arte del canto, nella quale poi si fanno assai periti, e, quando sia d'uopo, danzano
ne' tempi di solennità. Presso che tutti hanno alcuna scienza di lingua araba,
quanta però appena è sufficiente pel loro inneggiare. Vestono d'ordinario panni
bianchi: non sono però vietati quelli ad altro colore. Portano, a modo che i
Sceicchi, turbanti neri, e nere le berrette.
I Sacerdoti dell'infimo grado sono i Fakir. Il lor vestire si è di rozzo panno lino o
canovaccio, quando bruno e quando nero, che scende ai ginocchi, ed è bene
accostante: hanno in capo un turbante nero, attraverso i! quale tu vedi legato
pressoché sempre un rosso fazzoletto. Compiono ogni ufficio manovale che
attengasi al monumento; serbano pulite e accendono le lampade votive, e curano
la nettezza dei sacri edifici.
Quantunque in ogni tribù e distretto de' Jezidi sia il proprio Capo speciale, ed
Hussein Bey abbia la suprema podestà politica e religiosa della setta, ciò nulla
meno lo Sceicco Nasr é reputato essere il sommo Sacerdote, e gli si presta ogni
riverenza ed onore. Ereditaria é codesta dignità, ma i Jezidi, niente curando
curando la successione diretta, eleggono bene spesso (fra la stirpe dello Sceicco)
colui che è stimalo più saggio, onesto e benigno. Il padre di Nasr tenne
quell'ufficio per ispazio non breve, ed a succedergli non avrebbesi potuto scorre
nessuno meglio acconcio che il proprio suo figliuolo.
La lingua parlata dal comun de' Jezidi si è un dialetto Curdo; pochissimi
intendono 1' arabo, salvo li Sceicchi. Io dissi più sopra che le salmodie (loro unica
prece, per mio avviso) sono in arabo. E possedono, per quel ch'io stimo, un sacro
volume raracchiudente le tradizioni loro, gl'inni, il modo onde compiere le
ceremonie, od altre cose di pia materia. Esso e custodito a Baazini o Baasheikha,
e si venera con si alta superstizione, che mi tornò vano qualunque argomento, non
dirò per averne una copia, ma senza più, per vederlo. Questa cosa mi fu
rincrescevolissima, essendoché dal contenuto avrei forse tratte novelle cognizioni
intorno la origine e storia di questa notevole parte della umana famiglia, e sciolte
molte dubbiezze, che v' hanno pur oggi quanto alle sue dottrine. Solamente a un
Jezide o a due è concesso saper leggere e scrivere.
L'alfabeto è un mistero per lo stesso Sceicco Nasr. A quei pochissimi fu insegnato
leggere affinché il sacro libro non andasse perduto e potessero studiarlo nelle cose
appartenenti a dommi e a riti.
Corre appo i Jezidi una tradizione, secondo la quale, innanzi che emigrassero,
abitavano in Busrah [Bassora] e nelle più basse terre che bagni l'Eufrate: poi
stanziarono in Siria, e finalmente pigliarono signoria del colle Sinjar e dei
distretti, nel Curdistan, in che oggi hanno dimora. Per cotesta tradizione e per la
speciale qualità di loro credenze e ceremonie, sembra potersi argomentare essere
l'origine loro o Sabea o Caldea. Pei pochissimi argomenti atti a disvelare la storia
di questo popolo, e per la ignoranza profonda in ch' esso vilmente si giace (che io
mi penso non avere i Sacerdoti, e con essi lo Sceicco Nasr, che una mal certa
scienza intorno la loro fede e il loro culto), egli è malagevolissimo venire ad
alcuna ragionevole conclusione per ciò che spetta alla progenie, alle leggi ed alle
osservanze dc' Jczidi. Tu vedi in queste ultime stranissimo mischiamento delle
religioni Cristiane, Sabee e Maomettane, non che una lieve tintura di Gnosticismo
e dì Manicheismo. Le dottrine de' Sabei però sono indubitatamente le principali;
e forse la setta, di che discorriamo, è un avanzo dei vetusti Caldei i quali ebbero
per costume di uniformarsi, in vista, alle consuetudini dei popoli dominatori,
acciocché potessero campare da persecuzione e da schiavitù; ed hanno poi
confuse colle credenze e col culto di quei popoli le proprie credenze, il proprio
culto. Accadde il simigliante a un'altra gente non meno ragguardevole, vo' dire a'
Sabei o Mandei (Cristiani di S. Giovanni, come sono detti generalmente) i quali
soggiornano pur oggi nei lidi dell'Eufrate e nei distretti dell'antica Susdiana.
I Jezidì si conoscono l'un l'altro pel nome del contado o della tribù cui ciascuno
appartiene. Quelli che dimorano a piè delle montagne Curde sono appellati Dasni
o Daseni, probabilissimamente dal nome antico di una provincia. Al Nord della
Siria, nel Curdistan settentrionale, nella Georgia (dove emigrarono), in Gebel
Tour, Bohtan, Sheikhan e Missouri scontriamo tribù di Jczidi. Quanto a quelli
delle pianure, essi abitano specialmente ne' villaggi di Baazani, di Baasheikha, e
di Semil.
YEZIDI ADORATORI DEL DEMONIO
del frate domenicano Marie-Augustin Rose
tratto dalla rivista L'Année Dominicaine, bulletin mensuel du tiers-ordre de saint
Dominique. (Maggio 1861)

[i due brani da noi posti sotto parentesi con asterischi (*...*) sono ricopiature,
senza citazione di fonte, della Testimonianza da noi riportata del Poujoulat. Il che
dimostra quanto poco il frate domenicano Marie-Augustin Rose abbia fornito
resoconti di prima mano. Anziché informarsi direttamente sul posto da dove
scriveva la lettera, leggeva in un libro pubblicato otto anni prima da un
viaggiatore. L'ultimo brano copiato è addirittura una risposta - sempre senza
citare la fonte - ad una domanda contenuta nel libro in questione!...]

Mar-Iacoub, 30 ottobre 1860


...Al di là di Alcosh, a due ore di distanza, sempre sulla via per Mar-Iacoub, si
trova il villaggio di Bendouaye, abitato dagli Yezidi.
Gli Yezidi, o adoratori del diavolo, che si vedono già in Mesopotamia, dalle parti
di Mossoul, sono molto diffusi in Kurdistan, e principalmente nei monti Sindjar.
Lì trovano dei ripari sicuri per darsi con maggiore sicurezza al loro culto
abominevole. Tra loro e i musulmani c'è un odio implacabile. Non molto tempo
fa, la legge permetteva ai musulmani di uccidere gli Yezidi ovunque si trovassero,
cosa che attirava sulla loro testa le terribili rappresaglie degli Yezidi. Pertanto i
consolati europei, testimoni perenni di questi odiosi atti di barbarie, non sapendo
come impedire i massacri, chiesero alla Porta [Istambul] il diritto di nazionalità
per gli Yezidi. Ottennero così per gli Yezidi la stessa protezione concessa per gli
altri sudditi dell'impero ottomano detentori di un libro sacro, benché gli Yezidi
non abbiamo alcun libro sacro su cui fondare la propria dottrina. Tuttavia se gli
eccidi sono diventati meno frequenti, l'odio che separa i due popoli non ha perso
nulla quanto a livore e rabbia.
Gli Yezidi, come vi ho detto, adorano il diavolo; ma non lo riconoscono come
l'essere supremo. No, sanno perfettamente che esiste un Dio, infinitamente buono,
infinitamente misericordioso, superiore a tutte le creature indistintamente; dopo
tutto, il diavolo non è per loro che un angelo decaduto, ma ecco il tristo
ragionamento su cui fondano la loro esecrabile condotta. (*Dio, dicono, è
infinitamente buono, e nella sua infinita bontà è incapace di nuocere agli uomini:
il diavolo al contrario, è ininitamente cattivo, e nella sua malizia, gode nel
torturarli e nel vederli soffrire. Stando così le cose, è dunque buona cosa, se si
vuol essere felici quaggiù, abbandonare il culto di Dio che non può nuocere, e
cercare l'amicizia e la particolare protezione dell'unico essere che può allontanare
dall'uomo i mali della vita, poiché solo lui ha il potere di infliggerli. D'altronde,
aggiungono, posto che venissimo dannati, Satana, che saprà riconoscere i suoi
fedeli servitori, saprà comunque farci entrare nella sua gloria, il giorno che sarà
reintegrato in quegli onori che un tempo perse a causa della sua disobbedienza*).
Gli Yezidi adorano il demonio sotto forma di un gallo. Un suo simulacro di rame
è condotto senza cessa di villaggio in villaggio, in tutto il loro territorio. E' un
grande onore per uno yezida poter ospitare uno di questi simulacri sotto il suo
tetto, onore che in genere è tributato a chi sa offrire più denaro.
Tra gli Yezidi, tutte le passioni, anche le più vergognose, sono considerate sacre;
e volerne frenare l'impeto sarebbe una grande irriverenza nei confronti di colui
che ne è l'autore e il suscitatore. Parole come pudore e fede coniugale non hanno
senso nella loro lingua e non destano alcuna idea superiore nel loro animo. Il solo
precetto che gli è imposto dalla loro religione, è di astenersi dal pronunciare il
nome Satana, e di punire chi osa lasciarselo scappare dalle labbra. Sono anche
severamente proibite le parole che iniziano con la stessa sillaba di Satana.
Pertanto tra loro non vi è alcuna preghiera, culto, cerimonia religiosa. Tuttavia
(*una volta all'anno celebrano una cerimonia consacrata al re degli abissi.
Uomini, donne, vecchi e bambini si radunano attorno ad un buco di cui nessuno
ha saputo misurare la profondità; tra loro si ritiene che raggiunga l'inferno stesso.
A mezzanotte, accendono delle fiaccole e compiono delle danze infernali attorno
alla voragine tenebrosa in cui gettano dentro dei montoni vivi, pezzi di legno
accesi, vestiti, armi, monete, tutto in omaggio al re dei dannati. Poi la moltitudine
in delirio penetra in un sotterraneo oscuro, dove compiono orgie abominevoli*).
Ebbene, caro Padre [si rivolge al direttore della rivista], che ne pensate di questo
popolo, delle sue dottrine e delle sue cerimonie? Non pensate anche voi come me
che se Dio li tiene in vita è per dare esempio agli altri uomini, per mostrargli (*
fino a che punto di degradazione morale si può scendere, quando ci si allontana
dal Signore e si rifiuta di marciare nella sua via?*) A nessun'altro più che agli
Yezidi si confanno le parole corrupti sunt et abominabile facti sunt... non est qui
faciat bonum, non est usque ad unum.

[In un numero dell'annata 1872 della medesima rivista, col titolo Storia della
missione domenicana di Mesopotamia e Kurdistan, un altro autore aggiunge sugli
yezidi alcuni capoversi in cui precisa che essi «avevano un tempo una regalità
indipendente ed ereditaria... Ma dopo la guerra di Crimea sono stati assoggettati
da Costantinopoli» ed ora non hanno più sul loro popolo quel potere assoluto che
avevano un tempo. «Mai gli Yezidi si sono mescolati ai musulmani, da cui sono
profondamente disprezzati e detestati. Sembra che appartengano ad una delle
numerose sette dei Manichei. Cacciati dagli imperatori del Basso Impero e dai
musulmani nei paesi che furono l'asilo dei Nestoriani e degli Eutichiani, essi
hanno finito per adottare certe pratiche e certe credenze, sia cristiane che
musulmane. Il loro culto è una mostruosa mescolanza di grossolane
sconsideratezze. Onorano Mosè, Gesù Cristo, Maometto e l'apostolo Taddeo;
ammettono i due principii increati, Dio e il demonio; ma celebrano un culto solo
a quest'ultimo, perché credono che un giorno il demonio trionferà e rientrerà in
possesso della sua primordiale potenza, e si vendicherà di coloro che l'hanno
disprezzato.... Le loro nefandezze sono la causa del disprezzo che li circonda.
All'esterno, non riescono ad avere alcuna influenza. Si vedono talvolta degli
yezidi farsi cristiani o musulmani, ma non si vede mai che un cristiano o un
musulmano si faccia yezida»]
GLI YEZIDI, SCIAMANI O SAMANISTI
di Pierre Martin
Estratto da La Chaldée, esquisse historique suivie de quelques réflexions sur
l'Orient. Rome 1867

[l'autore ha inserito nel suo racconto dei brani virgolettati ricavati dalla lettera
del frate Marie-Augustin Rose, della Missione di Mossul, inviata alla rivista
L'Année Dominicaine e da noi tradotta alla pagina precedente. Pertanto abbiamo
omesso di ripetere le stesse cose.]

Povera Caldea! Disgraziato paese! Che caduta! Dopo esser stata la sede dei più
importanti imperi, la patria di grandi santi, una delle gemme più belle della Chiesa
cattolica nei primi secoli della sua storia, essa è oggi caduta sotto la dominazione
musulmana! Ma che dico, il demonio in persona vi ha degli altari, e il suo ignobile
culto non è neanche nascosto dal cerimoniale o dalla decenza del linguaggio!
Il lettore sbalordito ci perdonerà di buon grado se entriamo qui nei particolari
sugli Yezidi, più noti in Europa come Sciamanisti (forniremo più appresso
l'etimologia di questi due termini e giustificheremo la nostra ortografia di
sciamanisti al posto di samanisti, che è forse la più nota). Oltre al fatto che mai
nessun autore ha descritto dettagliatamente i costumi di questi popoli disgraziati,
essi ci interessano per l'attinenza con quella attualità che ci ha spinto alla scrittura
di questo libro. Infatti è nella diocesi di Akra che si trova il centro di culto di
questi settari; lì risiede anche il loro Patriarca e Sceicco supremo.
Quasi tutte le notizie che daremo al pubblico su questa razza degradata, ci sono
state fornite da una persona del posto, che ha vissuto in mezzo a loro,
frequentandoli spesso, diremmo intimamente, anche con il capo di questa setta
disgraziata 125.
Gli Yezidi sono assai antichi, si rifanno al Manicheismo e questo legame è
ancor'oggi evidente; forse gli preesistevano. Ne parlano autori antichi e non è del
tutto improbabile che un giorno si possa, ricostruendone la filiazione, collegarli
al dualismo persiano di Zoroastro. Gli Yezidi o Sciamanisti non si limitano ad
adorare falsi dèi, non rendono omaggio solo ad esseri creati, come il sole e le
diverse altre potenze della natura; gli Yezidi adorano il Diavolo e l'adorano in
quanto principe del male!
Lo fanno con velami così trasparenti che solo un cieco non vi riconosce l'Ahriman
di Zoroastro, il principio del male, fratello diseredato di Ormuz, principio del
bene, che la superstizione pagana ha messo in evidenza, smarrita alla fede, sia per
la difficoltà di spiegare il bene e il male del mondo, sia per i resti disgraziatamente

125
[Il personaggio in questione dovrebbe con ogni verosimiglianza essere il monaco cattolico
di rito caldeo Ishak Bartella, che visse per molto tempo fra gli Yezidi del villaggio di Ba'shiqe
e che nel 1874 pubblicherà il primo dei falsi manoscritti di libri sacri yezidici. Il fatto che il
Martin non ne pubblichi il nome non depone certo a favore dell'onestà del suo racconto]
troppo confusi di una rivelazione primitiva, le cui vestigia non bastavano più a
guidare con sicurezza lo spirito e la coscienza degli uomini.
Gli Yezidi riconoscono peraltro (ed è ciò che rende la loro setta abominevole e
mostruosa) «un Dio infinitamente buono... [omissis]».
Satana, che adorano col nome di re Sovrano (Melek el Kout, re potente), per loro
dunque è il principe del male sconfitto da quello del bene, che un giorno regnerà
tranquillo e felice per mille anni, cioé per un periodo indefinito di anni e secoli,
al termine dei quali, quando la guerra riaccenderà i suoi fuochi da tempo estinti,
darà al diavolo l'occasione di vincere o di fare la pace, e nelle due ipotesi i suoi
adoratori troveranno il loro profitto!
Dal punto di vista politico, gli Yezidi sono governati dall'Emiro supremo della
setta, che risiede a Schiekan (a nord-est di Mossoul, l'antica Beith-Adri, dove si
consumò per certi versi lo scisma nestoriano). Chi oggi governa si chiama
Hussein Bey; il suo potere è assoluto in tutto; può usare come gli aggrada di tutte
le donne del suo popolo. La sposa legittima è però sempre scelta tra le principesse
figlie di altri Emiri. Grazie ad Emiri subalterni, trasmette i suoi ordini a tutti gli
sciamanisti diffusi nel Kurdistan, in Media, in Mesopotamia e tra i monti Sindjar.
E' anche possibile che tramite misteriose ramificazioni i suoi ordini giungano fin
nelle regioni più lontane dell'Asia, fors'anche in Europa!
Dal punto di vista religioso, quello che interessa specialmente i nostri lettori, la
loro organizzazione, i loro riti, e le pratiche devozionali meritano di attirare
l'attenzione dei cristiani. Sappiamo come nelle Indie, in Messico e ovunque, del
resto, il diavolo non è altro che la scimmia di Dio, secondo l'espressione così
piena di originalità di un Padre della Chiesa. Un angelo delle tenebre che sa
talvolta darsi l'apparenza di un'angelo di luce!
Gli Yezidi sono sottoposti a uno Sceicco o Venerabile, loro capo spirituale, che
adempie le funzioni di Patriarca e Pontefice della setta. Risiede nel villaggio di
Assoian, ed ha sotto di sè degli sceicchi particolari, che ricevono, trasmettono ed
eseguono i suoi ordini nei distretti più o meno lontani. Lo sceicco generale
esercita anche politicamente una grande influenza. E' lui, in effetti, che governa
tutti gli Sciamanisti; fa le leggi, definisce ciò che è bene o ciò che è male, ciò che
è lecito e ciò che non lo è, prescrive i digiuni, le preghiere ecc. Gli sceicchi non
possono sposare se non figlie di altri sceicchi; chi dovesse prendere in sposa una
donna del popolo, perderebbe per ciò stesso il suo rango. La carica di grande
sceicco è ereditaria nella stessa famiglia. Un colore o un frutto che volesse
proibire, diventerà subito proibito, a tal punto che non se ne potrà fare uso senza
cadere in una specie di scomunica. Tanto è l'obbrobrio che ispira ciò che è
proibito, che per esprimere una impossibilità basta per il popolo paragonarla
all'uso dell'oggetto caduto nell'ambito di quella suprema proibizione.
Le loro credenze, i loro riti, costumanze ed altro, si perpetuano unicamente per
tradizione orale; la scrittura è per gli Sciamanisti cosa da avere in abominio. Solo
una famiglia in tutto il popolo ha il privilegio di saper leggere, ma finora non si
sa su quale libro essa eserciti questa prerogativa. Il tempio che funge da loro luogo
più famoso di pellegrinaggio, si trova nel piccolo villaggio di Cheik-Adai, non
lungi da Raban-Hormuz. Un tempo era un convento cristiano. Questo convento
era dedicato in origine a Mar-Adai, uno dei 72 discepoli di Nostro Signore,
reputato uno dei primi evangelizzatori della Caldea. Per la più bizzarra delle
transizioni, Mar-Adai venne identificato con un Venerabile supremo, forse un
omonimo, ed ora vi è adorato come Satana in persona, col titolo di Melek Thaos,
di Yazid, Re Sovrano (o pavone), Dio stesso.
Gli Sciamanisti si recano frequentemente in pellegrinaggio a Cheik-Adai; se ciò
gli è impossibile o troppo difficile, interrano una pietra con la punta in direzione
del tempio, per compiervi poi delle devozioni, come se si trovassero nel tempio
stesso. In questo antico monastero hanno insediato i religiosi della setta, i
cosiddetti fakir, per i quali nutrono sovrano rispetto, come per tutti gli altri
religiosi, del resto, a qualsiasi religione appartengano. Quando infatti gli capita
di imbattersi in conventi cristiani, lo fanno solo dopo essersi tolti le scarpe e
compiuto numerosi atti di venerazione. Per quanto adusi al saccheggio e alla
ferocia, essi non toccano quasi mai i religiosi, né le loro proprietà, a causa di
questo rispetto. Appena vengono a sapere che un qualcosa è di loro proprietà, si
affrettano a riconsegnargliela.
Questi fakir sciamanisti vestono di bianco; indossano anche uno scapolare nero
derivato forse dagli antichi monaci nestoriani, e per loro è un fallo imperdonabile
sederci sopra. Rivestiti di questo scapolare sono per così dire inviolabili; nessuno
può o osa toccarli, che sarebbe un gran crimine. Ma quando ne sono privi, come
succede per esempio allorché fanno un bagno, i loro nemici personali possono
impunemente colpirli ed anche ucciderli senza tema di venire puniti o molestati.
La tunica degli Yezidi ha una forma caratteristica, che li rende identificabili in
tutto l'Oriente. Anzichè essere aperta davanti, come quella degli altri orientali, è
tutta chiusa dall'alto in basso e la si può indossare solo da un'apertura ricavata in
alto, larga abbastanza da lasciare parte del collo e delle spalle scoperti.
Anche il popolo di solito veste di bianco, come i suoi sacerdoti; il color blù
indaco, quello del cielo, gli è invece proibito. L'orrore che gli Yezidi provano per
questo colore è così assoluto che per loro la peggior maledizione da augurare a
un nemico mortale, è di morire vestito di blù. Questo colore sta alla base di tutte
le loro imprecazioni, e la peggiore jattura per essi, in caso di spergiuro, è di avere
la testa coperta di questo colore. Curiosamente, gli edifici di questo colore sono
invece considerati sacri; non osano entrarvi, li circondano di rispetto e chi ne
varca la soglia viene scomunicato. Una tale venerazione ed un tale orrore rendono
davvero difficile dare una spiegazione a queste singolari costumanze.
Un'altra caratteristica degna di nota, è l'orrore che questi Sciamanisti provano per
la lattuga. Raccontano che il diavolo affaticato, un giorno cercò riposo, ombra e
riparo sotto le sue foglie. La lattuga provò una santa indignazione e rifiutò di
accogliere un ospite tanto malvagio. Anzi, da quella volta, tenne le foglie volte
verso l'alto, come si mostrano a noi oggi. Non occorreva altro per segnalare
questa pianta all'odio degli adoratori di Satana! Essi la esecrano e detestano a tal
punto, che non vogliono né vederla né sentirne parlare, né comunque usarla come
si fa di solito con essa. Questo orrore è di dominio pubblico; così, quando gli
Yezidi passano per le città, i monelli non li colpiscono con lanci di pietre, ma a
colpi di foglie di lattuga!
Il cavallo è considerato da loro, ben più degli Arabi, un animale nobile, anzi sacro.
Chiunque si permette di usarlo per scopi profani, come portare fardelli, ecc.
incorre subito nella scomunica assieme alla famiglia e a ciò che gli appartiene.
Abbiamo parlato di scomunica perchè figura anche in questa religione, come in
molte di quelle dell'Oriente. La si può togliere con la penitenza esteriore, il
pentimento, sacrifici pecuniari, e altre azioni dello stesso tipo. Tutti gli sceicchi
percorrono ogni anno il distretto di competenza, per incoraggiar ee istruire i
fedeli; in tali occasioni il grande sceicco distribuisce amuleti, ecc. il più delle
volte si tratta di semplici palline, formate con la polvere di Cheik-Adi impastata
in un pò d'acqua. Gli sceicchi portano tutti con sè un gallo di rame; è il simbolo
sotto cui adorano il diavolo; del pari i loro seguaci si contendono l'onore di
ospitarli sotto al proprio tetto, onore conferito di solito a chi offree di più! L'antica
chiesa del monastero di Cheik-Adi contiene oggi molti di questi idoli gallici, al
cui cospetto si brucia costantemente un olio fetido, mentre adoratori superstiziosi
si alternano notte e giorno al loro cospetto. Ogni villaggio di questi sciamanisti
del Kurdistan vi è rappresentato, mediante una pietra su cui si pongono grossi
stoppini accesi. E' raro che i cristiani raggiungano questo tempio, anche se la
condivisione di oppressione e sofferenza ha permesso lo stabilirsi di certi rapporti
con gli sciamanisti. Qui non possiamo fare a meno di notare che la pietra svolge
un ruolo importante nei riti yezidi. Del resto, assieme alla cazzuola e allo scalpello
è la cosa più necessaria ad ogni massone! Questi sciagurati settari, hanno un
orrore sovrano per la sillaba scha e la lettera hain, che non pronunciano mai e che
non permettono di pronunciare impunemente in loro presenza. Hanno bandito dal
vocabolario (se si può dire così di un popolo che non ha scrittura) tutti i mesi che
contengono questa sillaba, specie il termine Satana; si deve forse a quest'orrore
maniacale per la sillaba sha che prendono il nome di Sciamanisti (gli Orientali
pronunciano schatan o sceitan, ecco perché noi adottiamo l'ortografia sciamanisti
al posto di samanisti). Gli sciamanisti più superstiziosi credono che non si possa
pronunciare questa esecrabile parola senza lasciarci la pelle. Ci raccontavano a
riguardo, che una povera donna della diocesi di Amedeah, maltrattata da suo
marito, decise un giorno di ammazzarsi. Per mandare a compimento il progetto,
si ritirò in una casa fuori mano, e lì, sola, in mezzo alle rovine, piena di terrore,
cominciò a mormorare a bassa voce scha... scha... Sorpresa di trovarsi ancora
viva, gridò sempre più forte le stesse parole. Il diavolo quella volta fece il sordo...
Tanto restò disillusa, che la sventurata creatura rinunciò alla sua infernale
religione.
Quanto al nome Yezidi non abbiamo certezze circa l'etimologia: ecco comunque
ciò che ci sembra più probabile. In un'opera del IX secolo (manoscritto siriaco
165 della Biblioteca Vaticana), l'autore Tommaso vescovo di Marga, parla a più
riprese degli adoratori del diavolo che esistevano già nella sua diocesi alla sua
epoca. Nel quinto libro, undicesimo capitolo, raccontando della storia del
monastero di Beith-Habé, scrisse che gli abitanti di una città chiamata Mukan
adoravano un idolo di nome Yazad o Yazdad, sotto forma di quercia. Saremmo
portati a riconoscere in quei feticisti gli antenati dei nostri yezidi; se avessimo
ragione, la parola confermerebbe la loro origine persiana. In quella lingua la
parola Yazad significa Dio. Un viaggiatore inglese, il Layard, in un capitolo della sua
opera Nineveh and its remains (Cap. 8), cita un brano della Chronographia di
Teofane, autore greco del VII secolo, dove si dice che l'imperatore Eraclio pose i
suoi accampamenti nei pressi di una città chiamata Jesdem. Il maggiore
Rawlinson crede anch'esso di aver sentito pronunciare questo nome nella regione
dell'Adiabene. Vi si potrebbe vedere la prima origine dei nostri Yezidi.
«Tra loro e i musulmani c'è un odio implacabile... [omissis]».
Questa antipatia e questo odio mortale spiegano forse perchè le loro pratiche
religiose siano alquanto limitate, almeno in apparenza, al Kurdistan. Sono, a
giusta ragione, più odiose e perseguitate di quanto non lo siano quelle cristiane
sotto la dominazione turca.
Ogni anno celebrano almeno tre giorni di digiuno e «una volta all'anno celebrano
una cerimonia consacrata al re degli abissi [omissis]».
«Tra gli Yezidi, tutte le passioni, anche le più vergognose, [omissis]».
Quest'ultime parole sono forse alquanto esagerate.
Questa panoramica è valida per gli Yezidi del Kurdistan, così come per coloro
che abitano, con altri nomi, quei paesi dove godono di una medesima libertà.
Quando possono farlo senza pericolo, ricorrono infatti, alle più incredibili
pratiche teurgiche. Tutto ciò che la magia e la stregoneria hanno di più strano, di
più spaventoso, diciamolo pure, di più diabolico, costituisce in qualche modo, il
fondo, l'essenza stessa del loro culto! Si calcola assommino a diverse centinaia di
migliaia le popolazioni sciamaniste di Kurdistan e Mesopotamia; ma sono ben
più numerose in altri paesi. Dal Caucaso, che ha valicato, questa setta è penetrata
in Russia, sui bordi del Mar Caspio, e rasentando i monti Altai, essa è giunta fino
in Kamtchatka, dove gli esiliati polacchi l'hanno vista praticare in pubblico i suoi
infernali misteri. Gli sciamanisti popolano ancora, sotto altro nome, la Cina
occidentale; lo Yemen e l'Arabia hanno loro affiliati, e si dice anche, che hanno
templi in una delle più grandi capitali del Nord Europa. Non è dunque
inverosimile che le popolazioni sciamaniste diffuse in queste differenti contrade,
raggiungano la cifra di diversi milioni.
La novità e la stranezza dell'argomento, ci faranno perdonare, senza dubbio,
questa disgressione sugli Yezidi. Vogliamo poter credere che alcune anime
generose si commuoveranno profondamente, venendo a sapere che Lucifero
conta più adoratori, nella patria di Abramo e di Giacobbe, dello stesso vero Dio.
Queste anime d'élite intristite pregheranno il cielo per queste popolazioni così
orribilmente smarrite, che il musulmano aborre, detesta e massacra a causa del
loro culto sacrilego. Che il cattolico, invece, possa compiangerle ed
evangelizzarle, per guadagnarle alla Chiesa e a Gesù Cristo!* Possano queste
preghiere non rimanere lettera morta, e possano gli Yezidi ingrossare al più presto
il numero, disgraziatamente così esiguo, dei cristiani di Caldea!
* I monaci di Raban-Hormuz hanno già acquistato un notevole ascendente sugli
Yezidi; quest'ultimi riconoscono, mediante segni di fedeltà e servigi materiali, la
caritatevole accoglienza che i monaci gli fanno, e li proteggono con tutte le loro
forze, quando ne attraversano il territorio, nel corso delle loro escursioni
apostoliche.
BREVE CONVERSAZIONE COL CAPO DELLA SETTA
DEGLI YEZIDI ADORATORI DEL DIAVOLO
di Nicolas Siouffi
estratto dal Journal Asiatique: Une courte conversation avec le chef de la secte
des Yezidis, ou les adorateurs du diable, 1880

Il 16 di questo mese lo sceicco Nasser è giunto per la prima volta a farmi visita.E'
il capo supremo della setta degli Yezidi, la cui divinità principale è il diavolo. Da
tempo desideravo vederlo; ma siccome viene raramente a Mossoul (il suo
villaggio è a otto ore da questa città) le persone che avevo incaricato di portarmelo
hanno potuto farlo solo adesso.
Ha circa sessant'anni. Di aspetto simpatico e intelligente, sembra essere
naturalmente dolce e modesto, di modi affabili e costumati. I suoi abiti si
compongono di uno zouboun (una lunga veste), di una pelisse, sopra cui portava
un machelah (ampio mantello) di lana nera. Sul capo porta un turbante di tessuto
bianco, avvolto su un berretto di lana nera, che ricorda un pò la tiara. Lo sceicco
Nasser parlava solo curdo, però capiva abbastanza ciò che dicevo in arabo, e mi
rispondeva per mezzo di un interprete.
Dopo uno scambio di convenevoli, indispensabili in quel paese, gli chiesi a quale
fortunata circostanza dovevo il fatto che fosse giunto a Mossoul. «Il governatore
mi ha fatto chiamare - mi disse - per chiedermi conto della tassa militare che noi
dobbiamo al tesoro pubblico. Gli ho risposto che io sono un capo spirituale e non
civile, e che quindi non era di mia competenza».
Diversi appunti che avevo già raccolto sulla fede, i costumi e la situazione politica
di questa setta, mi avevano edotto di alcuni loro principii, così ero a conoscenza
del fatto che molti motivi fondamentali, dal punto di vista religioso, gli
proibivano di svolgere il servizio militare, e che, per tale motivo, riscattavano il
servizio di leva per mezzo del denaro. Tuttavia volli approfittare dell'occasione
per condurre nascostamente il discorso sulla loro religione, e pertanto chiesi al
mio ospite:
D.: Ho saputo che il governo vi aveva chiesto, in passato, di fornire, come i
musulmani, un vostro contingente di soldati per il servizio attivo. Come può
essere che ora vi si chiede una tassa al posto delle persone? Avere risolto la
questione o continuate a pagare in denaro per non fare il servizio militare?
R.: Il problema non è stato risolto del tutto, poiché non abbiamo ancora avuto un
decreto (Firman) imperiale che ci dispensa ufficialmente dall'obbligo della leva;
ma dopo la nostra resistenza di alcuni anni fa e gli impedimenti religiosi che
abbiamo sollevato, si è rinunciato a chiederci questa leva.
D.: So di cosa parlate.126

126
Questi impedimenti, in tutto 14, sono contenuti in una pubblicazione manoscritta prodotta
di recente da uno degli ulema musulmani di Mossoul, che è mio amico, e che mi ha autorizzato
a farne copia.
R.: Fui io a redigerli; e siccome li conoscete, avrete notato senz'altro che ci è
materialmente impossibile accettare il servizio militare, a meno che non si rinunci
alla nostra religione. Cristiani ed Ebrei non ne sono forse dispensati? Ci si tratti
come loro. Non si è tutti liberi di praticare la propria religione, quale che sia?
Perchè dunque costringerci a rinunciare alla nostra fede, chiedendoci di fare il
servizio militare?
D.: Probabilmente perché vi si ritiene musulmani.
R.: Noi non siamo affatto musulmani, la nostra religione è tutta un'altra cosa. Su
ciò in passato siamo stati notevolmente angariati, e se si ricominciasse, faremmo
ricorso al vostro intervento per sostenere la nostra causa.
D.: Farei certamente, all'occorrenza, tutto ciò che dipenderà da me per esservi
utile. Tuttavia, per schiarirmi di più le idee a riguardo, vorrei avere qualche
informazione sommaria; ma non vorrei essere indiscreto.
R.: Non siete affatto indiscreto. Chiedete, che vi risponderò. Non potrei
nascondere nulla a una persona come voi, così ben disposta nei nostri confronti.
D.: Voi sapete che le religioni di Gesù, di Mosè e di Maometto hanno ciascuna
un libro ispirato. Voi ce l'avete, uno che identifica la vostra fede rispetto a quella
degli altri, e che possiate esibire in caso di bisogno?
R.. Abbiamo due libri, ma nessuno straniero può vederli.
D.: Come si chiamano?
R.: Il primo ha titolo Jalaou, il secondo Mashafi-Rache, «il Libro Nero».
D.: Mi incuriosite a tal punto che non posso esimermi dal farvi altre domande
sull'argomento. In che lingua sono stati scritti?
R.: In arabo.
D.: Di cosa trattano?
R.: Il Mashafi-Rache commenta il Jalaou. Ci è stato trasmesso dallo sceicco Adi.
quando andò in Siria. Consegnandocelo, ci disse: «Sono io che sono esistito in
passato, ed ora vengo a voi».
D.: Questi libri contengono dogmi o leggi religiose?
R.: Si occupano solo di religione.
D.: Si dice che la religione degli Yezidi proibisce di imparare a leggere e scrivere.
E' vero?
R.: E' vero, eccettuata una sola famiglia a cui è permesso di farlo.
D.: Quindi voi tutti come fate a sapere ciò che dicono i vostri libri?
R.: Quando capita una questione importante da risolvere e noi dobbiamo
consultare i due libri, ci rivolgiamo ad un membro della famiglia di cui ho detto,
per leggerceli e tradurceli.
D.: Si tratta di una lettura fatta in pubblico o in segreto?
R.: La gente non ha bisogno di conoscere ciò che c'è scritto; pertanto vengono
letti solo in presenza di alcuni capi e del principe.
D.: Voi stesso sapete leggere e scrivere?
R.: No.
D.: Così, se dovete consultare i due libri voi stesso, non sareste in grado di farlo?
R.: Ci sono due modi di leggere: il primo consiste nel decifrare i caratteri di un
libro; l'altro nel leggere le cose contenute nel cuore. Ora, noi capi spirituali,
leggiamo ciò che Khoda, «Dio», ha inciso nei nostri cuori mediante l'ispirazione,
e noi pertanto non abbiamo alcun bisogno dei libri.
D.: Questa ispirazione è data a tutti gli Yezidi?
R.: No, solamente a me, alla mia famiglia e ai capi spirituali che dipendono da
me.
D.: Avete detto che lo sceicco Adi vi consegnò il Maschafi-Rache; chi vi ha dato
invece il Jalaou?
R.: Il Jalaou è il libro antico127.
D.: Se qualcuno volesse abbracciare la vostra religione, lo accettereste?
R.: Uno yezida deve nascere yezida; per questo non accettiamo alcun proselite
nella nostra religione. Come Khoda ha creato di sua volontà ogni uomo con la
sua fede particolare, così ha fatto gli yezidi di questa religione. Avrebbe potuto,
se l'avesse voluto, creare tutti gli uomini della nostra religione, che in origine fu
l'unica. Ma dal momento che li ha creati tutti di fedi diverse, non ci è permesso
modificare ciò che ha stabilito.
D.: La vostra giurisdizione, in quanto capo spirituale, si limita a questi territorei
qui o si estende a tutti gli Yezidi in generale, come quelli che sono in Persia ne in
Russia?
R.: A tutti in generale.
D.: Come fate a capirvi, nel parlare, con chi viene dalla Russia per visitare la
tomba dello sceicco Adi?
R.: Essi parlano curdo, la lingua di tutti gli Yezidi.
Dopo questa conversazione, lo sceicco Nasser ha aggiunto che la sua religione è
molto antica; che essi non si preoccupano della purità esteriore, data da bagni e
abluzioni, ma di quella del cuore, che è la più importante. Mi ha detto che lo
scopo del pellegrinaggio che compie ogni yezida giungendo da ogni dove, è la
tomba dello sceicco Adi. Prima di andarsene, lo sceicco Nasser ha promesso di
venire a trovarmi tutte le volte che sarebbe tornato a Mossoul.

Mossoul, 27 ottobre 1879

127
Anche questa risposta è stata troppo breve ma, per il momento, me la sono fatta bastare,
perché mi ero accorto di aver messo allo scoperto un nervo sensibile.
IL MASSACRO DI DUE RAGAZZE YEZIDE
di E.A. Wallis Budge
Estratto da: By Nile and Tigris, a narrative of journeys in Egypt and Mesopotamia
on behalf of the British Museum between the years 1886 and 1913. 1920

Lasciammo il campo alle 9 del mattino del 2 novembre; quel giorno facemmo
pochi progressi, perchè noi e le bestie non avevamo dormito bene quella notte a
causa del caldo. Due ore dopo attraversammo il villaggio di Jaddalah; alcuni
uomini ci vennero incontro raccontandoci delle tristi imprese di Ayub Beg e dei
suoi soldati, del loro atroce comportamento. Un'ora di facile sentiero ci condusse
poi al villaggio di Wardi dove facemmo una sosta e bevemmo un'acqua
meravigliosa che scaturiva da una grossa sorgente. Anche qui apprendemmo
ulteriori notizie di Ayub Beg e, per quanto gli Arabi non amino affatto gli Yezidi,
essi non mancarono di invocare il castigo di Allah su di lui per la sua crudeltà e
mancanza di umanità. Da dove ci trovavamo potevamo scorgere abbastanza
distintamente la città di Sinjar e quindi ci affrettammo essendo tutti quanti molto
affamati e speranzosi di trovare del cibo. A un'ora da Sinjar attraversammo un
misero villaggio yezida dove ci vennero incontro delle donne che ci dettero
ulteriori ragguagli su Ayub Beg. Secondo quanto affermarono, lui ed alcuni
ufficiali erano venuti in cerca di donne, ma quando esse gli vennero rifiutate, loro
se ne scelsero due, delle giovinette di quattordici anni, cercando di appartarsi con
esse; ma le Yezide hanno sangue curdo nelle vene e si ribellarono a così nobili
intenzioni tanto che una cavò un occhio all'ufficiale che la voleva stuprare, mentre
l'altra morse la mano e il polso del suo aggressore. Purtroppo le ragazze vennero
sopraffatte, gli ufficiali le denudarono e poi le legarono ai pali della porta di una
casa; le tagliarono i seni, le sventrarono e misero della calce viva nella ferita. Fu
terribile assistere alla folle rabbia e al tormento delle donne che raccontarono
l'episodio, ma io presi appunti e dissi che avrei raccontato della cosa
all'Ambasciatore Britannico a Istambul. Due giorni dopo la mutilazione e
l'omicidio delle ragazze i soldati ritornarono al villaggio provenienti da Sinjar
uccidendo numerosi uomini che stavano rincasando dai campi. Non potei
consolare le donne poiché non conoscevo il dialetto curdo, ma gli detti del denaro
e dissi a Muhammad di riferire loro di andare a Mosul e da lì rientrare nei loro
villaggi sulle colline curde. Molte di loro seguirono il mio consiglio e giunsero a
Mosul quando mi ci trovavo anche io, cosicché potei aiutarle ancora. Seppi infine
che erano arrivate sane e salve ad Alkosh.
TRA LE MONTAGNE DEGLI ADORATORI DEL
DIAVOLO
di William Buehler Seabrook
tratto dal suo racconto Adventures in Arabia: among the Bedouins, Druses,
Whirling Dervishes and Yezidee Devil Worshipers. New York 1927

- Io posso solo dirvi, Effendim, che l'ho visto coi miei propri occhi....
Chi parlava era Najar Terek Bey, un viaggiatore turco già capitano di cavalleria,
mio fidato amico a Istambul, che ebbi il piacere di ritrovare ad Aleppo.
Stavamo bevendo il caffè nel giardinetto dopo aver giocato a biliardo e mi stava
raccontando delle cose che, se fossero state dette da qualcun'altro, le avrei
considerate delle fantasie.
Stavamo parlando degli Yezidi, una misteriosa setta diffusa per tutto l'Oriente,
molto forte nell'Arabia settentrionale, temuta e odiata sia da Musulmani che da
Cristiani, in quanto adoratori di Satana.
Mi aveva detto di come, tre anni prima, avesse visitato la sacra roccaforte degli
Yezidi, sulle montagne a nord di Bagdad, sul confine kurdo, vicino Mosul (uno
strano tempio, costruito su terrazzamenti rocciosi ricavati lungo le pendici della
montagna, dove non gli era stato consentito di entrare, ma che supponeva
contenesse il grande simulacro bronzeo di un pavone; né di accedere alle caverne
sotterranee dove ancora si compivano riti di sangue in adorazione del diavolo), di
come avesse visto una delle loro meravigliose sette Torri, o case di potere - un'alta
struttura conica di colore bianco con dei raggi luminosi che emanavano dal suo
pinnacolo - ma a questo punto lo interruppi.
Lo interruppi perchè avevo già sentito parlare di queste sette Torri più di una volta
e sono convinto si tratti di una leggenda proprio come il regno sotterraneo cinese
o le caverne di Sindbad. Le storie che avevo udito in precedenza e che sono
diffuse largamente in Oriente, si possono ridurre a questo:
Attraverso l'Asia, dalla Manciuria del Nord, per il Tibet, la Persia, finendo poi in
Kurdistan, c'era una catena di sette torri o isolate cime montane; in ognuna di
queste torri ci stava in permanenza un sacerdote di Satana, il quale trasmettendo
occulte vibrazioni, controllava i destini del mondo in nome del diavolo.
E adesso veniva quest'uomo il quale, pur non credendo di sicuro a tali
sciocchezze, mi raccontava con calma che, qualunque fosse il loro scopo, c'erano
di fatto delle torri che agivano in nome di Satana, e che ne aveva visto una con i
suoi stessi occhi.
Dopodichè mi assicurava che secondo lui, anche se si era camuffato da mercante
kurdo, io stesso potevo andare abbastanza liberamente, senza un vero e proprio
pericolo, e vedere più di quanto lui stesso aveva potuto vedere. Gli Yezidi, gli
avevano detto, erano amici di chi parlava inglese, perché i britannici stanziati in
Irak avevano messo fine agli omicidi e massacri di Yezidi che spesso venivano
compiuti sotto il governo musulmano.
La loro città santa, mi disse, si chiamava Sheikh-Adi. Non c'erano strade che vi
ci portassero, ma potevo arrivarci attraverso sentieri di montagna, mulattiere, da
Mosul.
(...)
[Un arabo] mi disse che gli Yezidi erano governati da un principe chiamato Said
Beg, che aveva ucciso suo padre per succedergli. Parlò del cortile di un tempio in
cui si adorava un serpente nero - di sacrifici si sangue alla base di una torre bianca.
E mi disse di un ancor più incredibile fatto relativo agli Yezidi, che ogni notte
una giovane vergine veniva condotta dal sommo sacerdote con un pesante
'corsetto' d'argento ingemmato e chiuso in vita - e che nessun yezida prendeva
moglie finchè non fosse stata sottoposta a certi riti disgustosi.
Credevo che in tutto ciò non vi fosse neanche un granello di verità - ma adesso
sono in possesso di un pesante busto matrimoniale yezida così alto che corsetto è
parola più appropriata rispetto a cintura; gli stessi Yezidi ammisero, quando
finalmente raggiunsi Sheikh-Adi e entrai in confidenza con loro, che il diritto
della prima notte fa parte della loro legge, sebbene dichiarino che di fatto non
viene più messo in pratica dall'attuale principe.
(...)
... Avrei trovato che gli Yezidi erano degni di fiducia, disse [Mechmed Hamdi],
ospitali, ma c'erano alcune cose che avrei sempre dovuto tenere presenti stando
tra loro, le quali, se dimenticate, avrebbero potuto comportare seri problemi.
Bisogna stare attenti a non pronunciare mai il nome Shaitan (Satana) e trascurare
ogni parola o sillaba, sia inglese, francese o araba, che potesse, anche per caso,
venire confusa con quella parola, come, per esempio, l'arabo khaitan (filo) o shait
(freccia).
Non bisogna mai indossare o esibire nessun capo di vestiario che sia blù - non
cravatte blù, per esempio, non anelli con una pietra blù incastonata - perché il blù
è tabù e anatema tra gli Yezidi, in quanto si ritiene possieda potestà magiche
contrarie a Satana. Amuleti e talismani blù, particolarmente quelli in forma di
perline, sono comunepente portati tra i musulmani come protezione contro i
diavoli e contro il malocchio. Tutti i bambini e quasi tutti gli animali domestici
in certe parti dell'Arabia hanno una collana o collare di perline blù, ed ho anche
visto una donna nel bazaar di Bagdad con una corda di perline blù sulla sua
macchina da cucire Singer, per impedire ai demoni di rompere o aggrovigliare il
filo. Il blù, tuttavia, era un colore maledetto tra gli Yezidi che adoravano l'Arci-
Demone.
Una terza proibizione era quella di non sputare mai nel fuoco o di gettare un
fiammifero e poi calpestarlo, perchè ogni fuoco è sacro. Dal momento che loro
erano dichiarati adoratori di Satana, chiesi a Mechmed Hamdi perchè fosse
proibito pronunciarne il nome.
La proibizione era scritta nel loro Khitab Aswad (Libro Nero), disse, di cui lui
stesso aveva studiato una copia, una traduzione parziale fatta dal kurdo all'arabo
più di cento anni prima da uno dei loro sacerdoti del Sinjar. Nel Libro Nero,
Shaitan dice: «Non fare il mio nome né descrivere le mie caratteristiche, affinchè
non venga accusato, affinchè non ci sia vera conoscenza di me; ma onora il mio
simbolo e la mia immagine».
La base del credo yezida, così come me la tratteggiò Mechmed Hamdi, è in breve
la seguente:
Dio creò sette spiriti «così come un uomo che accende sette lampade una dopo
l'altra», e il primo di questi spiriti fu Satana, che Dio fece capo supremo del
mondo per un periodo di diecimila anni. Siccome Satana era il sommo padrone
della terra, coloro che vivevano sotto di lui potevano prosperare solo rendendogli
omaggio e adorandolo.
Poiché il vero nome era proibito, Mechmed Hamdi mi disse, che si rivolgevano
a Shaitan come Melek Taos (Angelo Pavone), e lo adoravano sotto forma di un
uccello di ottone. Gli chiesi se ne avesse visto mai uno, ma rispose di no,
assolutamente, e che nessun uomo che non fosse yezida lo aveva mai visto, ma si
pensava che fosse rozzamente abbozzato, più simile ad un pollo che a un pavone,
montato su un palo di ottone, in un formato facile da portarsi appresso.
Se il nome Shaitan era proibito, disse, al punto che se uno yezida avesse udito
qualcuno pronunciarlo doveva, secondo la legge, ucciderlo o suicidarsi - se ne
poteva parlare liberamente come di Melek Taos, «così come faremmo parlando
di Gesù con un cristiano».
(...)
Venni svegliato all'alba, dopo un profondo sonno nella rocca del principe Said
Beg, da un servo che mi annunciava che i muli erano già stati sellati in vista del
nostro viaggio per la montagna verso il tempio di Satana e il sacro tempio di
Sheikh-Adi.
Era in vista di questo pellegrinaggio «sacrilego» che mi avventuravo con non
poche apprensioni verso le pendici del monte Lalesh.
La fortuna mi stava favorendo, e lo stesso principe, capo supremo degli adoratori
del Diavolo di tutta l'Asia, interamente vestito di nero, con un turbante rosso, e
con una grande mantella nera che lo avvolgeva proteggendolo dalla nebbia del
mattino, si era reso disponibile a farmi da guida. Gli cavalcava a fianco il giovane
figlio, il quale, se si deve stare ai precedenti storici, avrebbe potuto in seguito
assassinare il principe e governare quale «Papa nero» al suo posto. Dietro di loro
venivo io con il mio amico, il dotto Mechmed Hamdi di Bagdad, e alle nostre
spalle, a dorso di asino, uno dei servi del principe Said Beg.
Ci stavamo dirigendo verso un santuario che ben pochi arabi musulmani e
cristiani avevano mai visto, ma di cui tutti parlavano con loquace superstizione
come di un covo di diabolici misteri da cui si poteva non tornare vivi. Ora che ero
nel bel mezzo degli Yezidi, ospite del loro principe, mi rendevo conto che non
c'era nulla da temere, e mi domandavo cavalcando quant'altre storie terribili si
sarebbero rivelate false - la corte del Serpente Nero - la «Torre di Satana» da cui
si diffondevano occulte vibrazioni diaboliche per cambiare i destini del mondo -
il tempio intagliato nella viva roccia, sormontante un vasto intrico di caverne
cosparse del sangue di sacrifici umani.
Illusione e fantasticheria, senza dubbio; tuttavia l'esperienza mi ha spesso
mostrato che in Arabia le apparentemente più dubbie dicerie sono la prova, ad un
esame più ravvicinato, che si basano su una realtà distorta. Così ora che stavamo
salendo al tempio di Satana, avevo la ferma speranza di poter vedere «alcune
strane cose» - e forse qualcos'altro.
La cavalcata da Baadri a Sheick-Adi, ci aveva detto il principe, avrebbe richiesto
soltanto un'ora. L'accidentata mulattiera, svolgendosi in salita tra burroni e rocce,
si era lasciata alla vista dietro di noi il castello, salendo sempre più in alto,
destreggiandosi in un panorama selvaggio e desolato - ma allorchè
raggiungemmo una cima avemmo finalmente la prima visione del sacro Sheick-
Adi, abbarbicato al declivio terrazzato di una montagna, e niente affatto selvaggio
e desolato - perché tra muretti e rocce risaltava il fogliame e la vegetazione, con
molti alberi di gelso e olivo in pieno rigoglìo.
Tutto il pendio era cosparso di centinaia di capanni o ricoveri di pietra disabitati
che - come ci disse il principe - servivano ai pellegrini yezidi in visita al tempio.
Quest'ultimo, posto al loro centro, appariva come un agglomerato di muri
irregolari che recintavano dei cortili terrazzati ed edifici dal tetto piatto al di sopra
dei quali risaltavano due piccoli pinnacoli conici imbiancati a calce.
Alle spalle e più a monte, sormontando una cima più alta, c'era una torre bianca
tutta scanalata fatta come la punta di una matita temperata - e dalla sua cima
brillante, si sprigionavano raggi di luce, come da un trasmettitore luminoso
(eliografo), e difatti ci lampeggiava in faccia!
Quella vista mi galvanizzò, perché questa, qualunque fosse il suo esatto scopo,
era, lo sapevo, indubbiamente una delle «Torri di Shaitan», le portentose «case di
potere» che compaiono nei racconti e nei miti di Arabia, Persia e Turkestan.
Sperai che ci fosse permesso vedere cosa c'era dentro.
Nel frattempo il sentiero, che ora seguivamo a piedi, avendo lasciati i muli, ci
condusse tra vecchi muri diroccati e delle arcate, ad un più ampio passaggio a
volta che ci introdusse in un vasto cortile, attorno al quale era costruito un
monastero dal tetto piatto in cui viveva il sacerdote incaricato del tempio e i suoi
compagni. Uscì all'aperto un vecchio dalla barba grigia, vestito di bianco, con
fascia e turbante rossi che baciò la mano del principe Said Beg e ci salutò.
Come un qualsiasi sacrestano di una cattedrale cristiana, il vecchio sacerdote di
Satana si mise a disposizione per farci visitare il tempio. Said Beg e suo figlio ci
vennero dietro. Mechmed Hamdi ed io seguimmo la nostra nuova guida giù per
una rampa di gradini di pietra, attraverso un cancello che aprì per noi, in un
piccolo cortile rettangolare murato la cui parete settentrionale costituiva la
facciata del tempio vero e proprio, costruito a ridosso e all'interno della viva
roccia del monte. Questa era la Corte del Serpente. E la fattiva, dominante
presenza del serpente era lì - per quanto non in carne ed ossa. C'era infatti un
serpente di pietra in posizione eretta, scolpito in alto-rilievo, nero scintillante alla
luce del sole sul muro grigio, a destra della porta d'ingresso. Sulla facciata vi
erano scolpiti molti altri simboli, un'ascia bicuspide, un'erpice, un paio di cesoie,
ed evidenti simboli kurdi. La facciata del tempio volgeva a sud. Nell'angolo sud-
est del cortile, interrata nel pavimento, c'era una grande vasca rettangolare. Ma
quel che più mi attirava era il serpente nero sul muro. Il sacerdote, che mi stava
osservando, mi fece segno di guardarlo da vicino a mio piacimento. Non
sembrava che vi tributasse soverchia importanza. Mi disse che si trattava di alamt
el akl (un simbolo di saggezza), ma io fui più che certo che dovesse trattarsi del
diretto discendente, mitologicamente parlando, del serpente che aveva tentato
Eva. Il sacerdote lo aveva toccato distrattamente mentre parlava e non si dimostrò
contrariato quando io, rispettosamente, ne lisciai la coda. Stavo cercando di capire
qual fosse la sostanza che gli conferiva quel nero scintillante - se era stato
scolpito, come avevo supposto in un primo momento, a rilievo sulla pietra, o se
si trattava di un metallo inserito dentro. Era la stessa pietra che componeva la
facciata, tagliata a rilievo, e una parte del colore mi rimase attaccato sulle dita.
Subito quell'amabile sacerdote di Satana mi spiegò - con una sorprendente
prosaicità che penso non abbia simili nella psicologia occidentale - che nei tempi
antichi il serpente veniva lucidato con grafite ma che ora loro lo facevano con
lucido da scarpe nero fatto dagli Engleysi [inglesi] e comprato a Mosul. La grafite
durava di più, ma il lucido da scarpe conferiva al serpente un aspetto più fine. Io
restai di stucco. Poi ci condusse nel tempio.
Si trattava di una scura camera di pietra rettangolare, lunga pressappoco cinque
piedi, a forma di scatola da scarpe, con il lato più lungo in direzione est-ovest. La
prima cosa che notai furono dozzine di piccoli punti luminosi tremolanti ad
altezze irregolari lungo la parete. Provenivano da grossi piatti di ferro, disposti
dentro delle nicchie, dove stoppini accesi galleggiavano sull'olio d'oliva. Ci
dissero che venivano costantemente tenuti accesi. La dislocazione del tempio era
particolare, difficile da descrivere. In basso nel mezzo, da un capo all'altro, c'era
una fila di colonne di pietra e tra colonna e colonna, alla loro base, correva un
muretto, che si poteva facilmente scavalcare.
Muretto e colonnato dividevano longitudinalmente l'ambiente in due parti
distinte, con pavimenti di diverso livello - quello più vicino alla porta più basso
di alcuni piedi. In un angolo del pavimento inferiore, c'era infossata un'altra
cisterna.
Non c'era nessun tipo di altare, ma al centro della parete settentrionale vi era una
grata di ferro, e dietro di essa una camera più interna buia, ricavata, credo, nella
viva roccia. Non vi si accedeva direttamente, ma più oltre lungo il muro c'era una
porta, che dava dentro la montagna, e verso cui ci condusse il sacerdote. Da quella
porta entrammo in una grossa camera quadrata, sopra la quale c'era la più grande
delle cupole a forma conica che avevamo visto da fuori, e sotto la cupola c'era un
sarcofago-tomba. Sulla destra c'era una piccola porta chiusa che apparentemente
dava accesso nelle viscere della montagna, mentre sulla sinistra c'era una porta
aperta che dava sulla camera buia che io avevo scorto guardando attraverso la
grata. Entrammo nella camera e trovammo sotto la più grande delle due cupole
un'altra tomba, coperta da un manto nero, la quale, come ci disse il sacerdote,
conteneva i resti di Shepih Adi [Sheick Adi], fondatore della loro setta. Dietro di
essa un'altra porta dava accesso ad una terza camera interna, dov'erano radunate
molte giare di terracotta contenenti l'olio per le lampade.
Mechmed Hamdi prese a parlarmi in francese, lingua che il sacerdote non poteva
sapere, circa la supposta caverna o cripta, dentro le viscere della montagna, sotto
ai nostri piedi, che lui aveva cercato di vedere in precedenti occasioni. Gli era
stato detto che gli era stato rifiutato l'accesso per il fatto che era proibito agli
stranieri, se non per uno speciale permesso dello stesso principe Said Beg. La
porta chiusa che dava sulla camera adiacente si supponeva vi desse accesso.
Ora che Said Beg era in zona e che sembrava disposto amichevolmente,
pensammo che in fin dei conti gli si poteva almeno fare la richiesta. Così fece
Mechmed Hamdi, in ottimo arabo, suggerendo che se per lui non fosse stato un
eccessivo disturbo, e se Said Beg l'avesse amabilmente permesso, noi avremmo
avuto piacere di vedere le camere sotterranee.
Il sacerdote apparve perplesso, facendo intendere che ci rivolgessimo al principe
direttamente. Così quindi facemmo allorchè tornammo indietro; lui ci stava
aspettando nel cortile soprastante.
Ci disse che potevamo discendere i gradini e gettare uno sguardo, ma che non ci
sarebbe stato niente da vedere - «è solo una cantina». Il sacerdote si procurò una
torcia e noi rientrammo nel tempio, passammo sotto alla piccola porta, giù per
una vecchissima scivolosa rampa di scalini di pietra, fino a una specie di cella
sotterranea. Alla base dei gradini, dove ci fermammo, ci ritrovammo in una
caverna a volta, in parte naturale, come sembrava, e in parte ricavata dalla viva
roccia, e intorno in un angolo il rumore di acqua che scorreva - un suono che
avevamo udito come un mormorio nel tempio superiore, ma che avevamo creduto
fosse il mormorio di qualche ruscello che scendeva all'esterno, giù dalla
montagna. Non potemmo vedere la caverna nella sua interezza o almeno fin dove
arrivava. Il pavimento alla base dei gradini era pieno d'acqua, che ritenni dalla
pendenza non dovesse superare le caviglie. Ma il sacerdote ne approfittò come
scusante per distoglierci dal proseguire, asserendo che non era il caso di bagnarci
le scarpe, dal momento che non c'era niente da vedere. Io cercai di aguzzare lo
sguardo con l'aiuto della torcia per vedere se ci fosse qualche tipo di iscrizione
lungo il muro, qualche traccia di un altare, delle nicchie, o qualche altro indizio
che facesse pensare ad un uso rituale dell'ambiente - e quantunque la luce fosse
fioca e tremolante mi convinsi quasi del tutto che non vi era nulla del genere nel
nostro campo visivo. Sarebbe stato il posto giusto per i riti strani e terribili che
gli Arabi musulmani mi assicuravano vi venissero celebrati in onore di Satana -
compresi, mi garantivano, i sacrifici umani - ma devo ammettere che non trovai
assolutamente niente che potesse fornire il menomo indizio a sostegno di questa
diceria. A parte l'eccitazione e la meraviglia immaginabili di certe scenografie
segrete, avvenute in tempi più o meno remoti, che quella misteriosa caverna di
Satana aveva suscitato in noi, la nostra parziale esplorazione fu interessante
principalmente perché testimoniava che l'intero edificio templare era stato
costruito su caverne, sorgenti e corsi d'acqua sotterranei, di cui una parte
confluiva nelle cisterne che avevamo visto al piano superiore e nel cortile.
Appresi in seguito che gli Yezidi credevano che queste acque fluissero da un
fiume sotterraneo che scorreva per tutta l'Arabia, sotto al deserto, dalla
miracolosa fonte Zem-Zem di La Mecca. Questa fonte, al pari della Kaaba con la
sua pietra nera, era già sacra agli antichi idolatri arabi molti secoli prima che La
Mecca divenisse una città santa islamica. Capii che gli Yezidi consideravano sia
il fuoco che l'acqua come elementi sacri.
Avrei dato un mese della mia vita per esplorare del tutto quelle cavità e non mi
sarei meravigliato se avessi trovato in qualche angolo di quelle rocce - qualche
altro ambiente, qualche altare, qualche traccia di un antico o recente sacrificio.
Avevo infatti fatto sogni da incubo in cui guadavo con l'acqua alle caviglie il
bacino ai piedi della scalinata, giravo un angolo e, sotto a una volta alta come
quella di una cattedrale, mi imbattevo in un raccapricciante altare stillante di
sangue - ma quando fui sul posto, ben attento ad una qualsiasi cosa che mi
avrebbe potuto far credere a una qualche specie di altare in quella caverna, ebbene
non vidi alcuna traccia di esso, né di un posto ad esso adatto, in quel tempio
laggiù.
Hamdi era della ferma opinione che in quel posto vi fossero ancora praticati dei
riti - ma era solo la sua opinione. Di fatto, non trovammo nulla che potesse
confermarcelo.
Un altro mistero era la torre scanalata a forma di cono col suo pinnacolo
lampeggiante nella montagna soprastante, che andammo a visitare dopo che
fummo risaliti dalla cripta ed usciti dal tempio.
Si ergeva dal tetto piatto di una grossa tomba in muratura, imbiancata a calce,
cosicché il tetto formava un'ampia piattaforma attorno alla base della torre. La
torre stessa sembrava di pietra imbiancata a calce, e il brillante pinnacolo che
mandava abbaglianti lampi di luce in ogni direzione era una sfera lucidissima di
oro brunito o di ottone. Quando il sole era allo zenit un uomo che l'avesse
guardata, da una qualunque valle posta in una qualsiasi direzione, est, ovest, nord
o sud, sarebbe stato colpito dai suoi dardeggianti barbagli di luce. Era questa una
spiegazione molto più semplice di quella che faceva riferimento a quella casa di
potere dalla quale vibrazioni o emanazioni occulte sarebbero state emesse per
gettare un incantesimo satanico sul mondo intero.
Entrammo nella tomba sottostante la torre e vi trovammo la turbah di un'altro dei
vecchi santoni adoratori del Diavolo, posta esattamente sotto l'incavo della torre,
nell'asse della cupola. Ma per il resto essa era vuota. Guardai in cerca della
sinistra figura che si supponeva sedesse nella torre notte e giorno, a scagliare i
suoi potenti incantesimi. Rivolsi apertamente l'innocente domanda se ci fosse
qualche sacerdote che veniva a pregare lì dentro, e rimasi di stucco quando la
nostra guida rispose che i sacerdoti comuni non lo facevano ma che i kolchaks, i
quali, come appresi in seguito, sono i fakir ovvero i maghi [miracleworkers] degli
Yezidi, spesso venivano in quella turbah e vi restavano dentro parecchi giorni a
fare magie! Così, una parte di quello straordinario racconto era letteralmente vero
- sebbene non si debba quasi prestare fede, nonostante la fiducia dei kolchaks nei
loro diabolici poteri, che i loro incantesimi siano stati direttamente responsabili
della Guerra Mondiale, della Rivoluzione Russa, o del crollo di Wall Street,
eventi che un certo capitano del Servizio Segreto Inglese - ormai congedato e
ricoverato in una casa di cura, come mi è stato detto, perchè si era dato tutto alla
magia e al misticismo occulto - mi aveva assicurato fossero direttamente
attribuibili alle «emanazioni condizionanti emesse dai sacerdoti di questo culto
infernale». Mi aveva anche garantito, per sua diretta conoscenza, che un uomo
era stato assassinato - a lunga distanza - all'Hotel Savoy di Londra, da un analogo
potere sacerdotale yezida. Io non ho il carattere da poter credere a queste cose -
ma ci sono migliaia di rispettabilissime persone, che non stanno in case di cura,
che ci credono; e ritengo che se queste avessero visto ciò che ho visto io tra le
montagne degli Yezidi, i loro peggiori sospetti avrebbero trovato conferma.
Più concreta rispetto alla presunta influenza magica della torre fu una cerimonia
che il sacerdote ci descrisse come avvenuta meno di un mese prima, e che disse
si ripeteva ogni primavera. Mi dispiacque non avervi potuto assistere. Si trattava
di un toro, di cui avevo già sentito parlare ad Aleppo, ma pare che si trattasse di
un toro bianco, non nero, come mi era stato detto. Questo toro, così mi disse ora
il sacerdote, veniva decorato con ghirlande e fiori rossi, giugulato, e portato o
trascinato in processione facendolo girare attorno alla torre, sull'ampio basolato
di pietra, finché la base bianca della torre non fosse stata aspersa tutt'intorno dal
vermiglio spurgo di sangue del toro. Era zain k'tir, disse - «davvero bello» - né
mostrava di apparire un pover assetato di sangue dicendolo, ma più che altro
come un qualche benevolo padre di un borgo dell'India [evidente refuso per
«Italia»] che descrive ai dei comprensivi viaggiatori le bellezze di una
processione della Madonna che essi si sono appena persi essendo arrivati dopo
Pasqua. Cominciai a provare un sentimento d'affetto per quell'uomo anziano,
sentimento che non provavo per il ben più esaltato principe Said Beg, il quale,
pur avendo dei modi oltremodo ospitali, non trovavo comprensivo o amabile
come persona. Peraltro, la storia che egli avesse ucciso suo padre per succedergli,
come appresi con certezza in un secondo tempo a Bagdad, non era vera, benchè
vi credessero fermamente gli Iracheni. Il principe padre, Ali Beg, era morto in
pace nel suo letto circa dieci anni fa. Ma il nonno e il bisnonno di Said Beg erano
entrambi stati assassinati allorché i loro figli o nipoti divennero abbastanza adulti
per governare - in un caso grazie alla complicità tra madre e figlio - e pare che
esistessero alcune vecchie leggi grazie alle quali il figlio di un principe potesse
venire assolto dal popolo se uccideva il padre e subito ne avesse preso il posto.
Durante i tre giorni di permanenza tra gli Yezidi del monte Lalesh non fui
fortunato abbastanza da potermi guadagnare la schietta amicizia del principe Said
Beg, sebbene quel pomeriggio stesso facessimo ritorno al suo castello e vi
rimanessimo suoi ospiti. Ma una specie di amicizia era nata tra me e il vecchio
sacerdote, il cui nome era Nadir-Lugh. Ci invitò a tornare quando lo lasciammo
quel pomeriggio, e il giorno appresso, col permesso del principe, accompagnati
stavolta solo da un servo, Mechmed Hamdi ed io tornammo da lui a cavallo. Non
riprendemmo l'esplorazione del tempio e dei suoi dintorni - penso d'altronde che
ci fosse stata mostrata ogni cosa che fosse permesso far vedere a un infedele - ma
sedemmo e lo 'visitammo' con lui, su una panca di pietra del cortile soprastante,
all'ombra di un albero di gelso, con le schiene confortevolmente addossate al
muro.
Mechmed Hamdi mi disse che per quanto fosse proibito, almeno teoricamente,
sotto pena di morte, pronunciare il nome Satana, si poteva tranquillamente
chiamarlo con un'altro suo nome, Melek Taos (Angelo Pavone); Nadir-Lugh poi,
quando vide che ero pronto ad ascoltare qualsiasi cosa si potesse lecitamente dire
del culto cui era preposto, divenne affabile e loquace. Scoprii che non soltanto
una parte della loro dottrina non era segreta, ma che la insegnavano volentieri, e
che avevano fatto discepoli anche da altre religioni128.
Cominciai col chiedere a Nadir-Lugh di parlarci del loro grande 'santo' e
capostipite, Sheick Adi, che era stato sepolto nel tempio - ma ci fu un punto
preliminare sul quale egli volle fare innanzitutto chiarezza.
«Tu credi in Dio?» mi chiese, all'improvviso, e la domanda mi sembrò delle più
strane, venendo da un sacerdote di Satana. Non sapendo come avesse preso da
me un sì o un no, risposi comunque veracemente che pensavo esistesse, ma che
non ero sicuro su ciò che si dovesse intendere con la parola Dio.
«Ebbene, anche noi, naturalmente, crediamo in Dio» mi disse; «ma la differenza
con tutte le altre religioni è questa - che noi sappiamo che Dio è così distante che
non possiamo essere in contatto con lui - ed egli, da parte sua, non ha contezza o
di disinteressa del tutto delle umane vicende. Non ha senso pregarlo o adorarlo.
Non si cura di noi».
«Egli ha dato l'intero controllo di questo mondo per diecimila anni allo Spirito di
Luce, Melek Taos, e pertanto noi adoriamo quest'ultimo. Musulmani e Cristiani
pensano erroneamente che colui che chiamiamo Melek Taos sia lo Spirito del
Male. Non è così. Egli è lo Spirito della Potenza e il governatore di questo mondo.
Al termine dei suoi diecimila anni di regno - ora ci troviamo nel terzo millennio
- Egli tornerà in Paradiso a capo di sette Spiriti di Luce e con lui entreranno tutti
i suoi veri adoratori».
Apprezzai questa semplice e spontanea spiegazione. A prescindere dai meriti o
demeriti come dottrina, essa era fondata con ammirevole logica.
Avendo stabilito questo punto fondamentale della teologia satanica, per sua e
nostra soddisfazione, cominciò a parlarci di Sheikh Adi. Calcolò, come fanno
praticamente tutti gli Arabi, a qualunque setta appartengano, secondo il
calendario islamico, e ci disse che lo sceicco Adi, fondatore degli Yezidi, nacque
presso Baalbek - antica città del culto solare, le cui colossali rovine giacevano ai
margini occidentali del deserto di Damasco - nel quinto secolo, cioé nel
dodicesimo secondo il computo cristiano.
Lo sceicco Adi aveva viaggiato in Persia, dove aveva avuto una rivelazione per
mezzo del fuoco (forse un contatto con gli adoratori del fuoco zoroastriani), e
fondò il culto yezida lì dove ci trovavamo, sul monte Lalesh.

128
[Questo dato contrasta con l'opinione comune che gli Yezidi non facciano proseliti]
Per molti anni lo sceicco governò, e il culto crebbe - ma poi decise di fare un altro
pellegrinaggio. In sua assenza lo stesso Melek Taos aveva assunto le identiche
sembianze dello sceicco, mostrandosi agli Yezidi, che lo avevano preso per lo
sceicco Adi di ritorno. Melek Taos governò per tre anni - e quando il vero Melek
Taos ritornò dal pellegrinaggio fra i suoi Yezidi, lo presero per un impostore, gli
piombarono addosso e lo uccisero con le spade. Allora Melek Taos riassunse la
sua vera forma, disse che lo sceicco Adi, il cui sacrificio per loro mano era stato
l'atto fondante definitivo della loro religione, gli sarebbe stato accanto nel Giorno
del Giudizio e che lo avrebbero sempre dovuto venerare come un grande santo.
Il vecchio sacerdote ci disse poi come lo sceicco Adi sarebbe apparso per salvarli
nel giorno finale.
«Le anime di tutti i veri yezidi saranno portate in Paradiso dentro a un cesto di
vimini sulla testa dello sceicco Adi, e non verranno per questo sottoposte ad alcun
processo od esame nel giorno del giudizio».
Mi azzardai a chiedere se fosse disposto a spiegarmi perchè il loro Spirito di
Potenza venisse adorato in forma di pavone, e questa è la straordinaria
spiegazione che mi dette:
Gesù era uno spirito che scese sulla terra assumendo forma umana per muover
guerra a Melek Taos e imporre il suo dominio sulla terra. Quando Gesù fu messo
sulla croce per esservi crocifisso, la magia fu tale che se fosse stato capace di
compiere il suo proposito e morire in forma umana, gli sarebbe stato concesso
potere e dominio. Melek Taos vanificò il progetto con una magia più potente,
togliendo ancor vivo dalla croce Gesù, espellendolo dalla terra, e mettendo sulla
croce al suo posto una figura irreale che sembrò essere Gesù agli occhi dei
guardiani.
Quando la figura irreale sembrò esser morta e venne sepolta, si dissolse e
scomparve. Le due Marie che si recarono sulla tomba, la trovarono vuota, e ne
rimasero turbate.
Melek Taos poi apparve loro in figura angelica dicendogli di non piangere per la
sorte dell'amico Gesù, perché era stato tolto dalla croce e portato sano e salvo in
un altro mondo.
Le due donne essendosi rifiutate di credere alle parole di Melek Taos,
quest'ultimo uccise un pavone che si trovava nel giardino, gli strappò i visceri, lo
tagliò in pezzi, e poi lo trasformò nuovamente in un uccello vivo, più bello e
magnifico di quello che aveva ucciso.
Poi entrò nel corpo di quello splendido uccello e volò via. Per questo è chiamato
Angelo Pavone e l'uccello il suo simbolo.
«E' mai stato permesso ad occhio profano» domandai «di vedere questo
simbolo?».
Non mi rispose direttamente, ma disse che il simulacro veniva custodito in un
luogo segreto tra le montagne di Sinjar, molti giorni di viaggio a ovest, e che
veniva portato al tempio di monte Lalesh solo in certe occasioni.
Non volli sollecitarlo oltre. Era così affabile nel rispondere a tutte le domande
che per motivi di cortesia non volli pressarlo su nulla di ciò che lui aveva voluto
tacere. Infatti, lo avevo pregato che se per la mia ignoranza gli avessi chiesto cose
tenute segrete o proibite, mi avrebbe dovuto perdonare.
Quando gli chiesi circa l'origine degli Yezidi come popolo - che parevano un
misto di Arabi e Kurdi -, disse che loro erano figli di Adamo, ma non di Eva!
«Come può essere?» chiesi ansiosamente - dato che supponevo che avrei
ascoltato qualche nuova versione della leggenda talmudica riguardante la
stupefacente Lilith, descritta come un seducente demonio in forma di donna,
prima moglie di Adamo quando Eva ancora non era stata tratta dalla sua costola,
e che lo abbandonò per diventare l'amante del Serpente. Ma il raccontò
dell'anziano sacerdote non fu questo.
Pare che ci fu un litigio tra Adamo ed Eva a riguardo dei figli - lo stesso litigio
che molte mogli e mariti ancor'oggi hanno, una specie di scontro fra gelosie
paterna e materna. Adamo disse: «Questi figli sono tutti miei. Io ne sono il vero
genitore. Da me hanno tratto vita. Tu non c'entri, sei stata solo il veicolo che li ha
fatti crescere grandi e forti abbastanza da uscire fuori da te».
Eva replicò. «Ti sbagli proprio. I figli sono tutti miei. Sono cresciuti come una
parte del mio corpo, e tu non hai nulla a che spartire con essi».
Pertanto Adamo ed Eva, incapaci di accordarsi, decisero di risolvere la questione
con un test.
Adamo fece una oya (una specie di rozza giara di ceramica) e vi mise dentro terra
e acqua, agitò per farne un fango denso, cui aggiunse i «succhi vitali» del suo
corpo, dopodiché la sigillò.
Eva fece altrettanto, la riempì di fango, vi mise dentro del suo «sangue vitale» e
sigillò. Le due giare furono sepolte «come uova di struzzo» nella sabbia calda per
un periodo di tre volte tre mesi.
Al termine di quel periodo Adamo disseppellì la sua giara e stava accingendosi a
romperla quando qualcosa cominciò a picchiettare e gridare al suo interno, poi la
fiasca si crepò e si ruppe «come un'uovo» e ne saltò fuori un bambino - il figlio
di Adamo e basta.
Ma quando Eva disseppellì la sua giara non si sentì alcun suono né movimento e
quando prese un sasso e la ruppe non trovò dentro nulla se non della polvere secca
e arida.
Eva fu umiliata, ma Adamo la riprese come moglie, ed insieme ebbero molti figli,
che divennero idolatri, ebrei, musulmani e cristiani - la progenie di Adamo ed
Eva.
Ma dal figlio che era stato fatto nascere dal solo Adamo, senza l'aiuto di Eva,
venne la razza degli Yezidi.
Il vecchio volto raggrinzito di Nadir Lugh sorrise quando gli dissi che uno dei più
grandi scienziati Engleysi, il prof. Haldane di Oxford, aveva predetto che nei
prossimi cento anni i bambini si potranno far crescere per davvero in giare di
laboratorio - un esperimento fortemente analogo a quello che lui mi aveva
raccontato fosse avvenuto nel Giardino dell'Eden - tranne che il Prof. Haldane era
dell'opinione che si sarebbero dovuti raccogliere mescolandoli i fluidi vitali di
entrambi i genitori per rendere l'esperimento efficace.
Il vecchio yezida aveva prestato la dovuta attenzione, e replicò che ora la cosa
può essere vera, visto che oggigiorno gli esseri umani sono costruiti - ma che, dal
momento che Adamo fu creato in origine completo, avendo dentro di sè il
principio maschile che quello femminile, come anche adesso dimostrano i
capezzoli che ci sono sul petto dell'uomo, è abbastanza probabile che
l'esperimento originale avvenne proprio come lui l'aveva raccontato.
Aggiunse che in Paradiso tutte le differenze sessuali sarebbero state nuovamente
cancellate, e che ogni anima avrebbe abitato un corpo angelico che non sarebbe
stato né maschio né femmina, ma la loro perfetta sintesi in un corpo solo.
Mentre si discuteva così liberamente di sesso gli chiesi di raccontarmi, se voleva,
delle costumanze matrimoniali e delle cerimonie del suo popolo.
Mi rispose che ad ogni yezida che poteva permetterselo era concesso di avere
quattro mogli, ma che molti di loro ne avevano solo una - che in occasione di un
matrimonio si faceva una grande danza che durava tutto il giorno ed in cui sia gli
uomini che le donne «montavano», ma che durante quel selvaggio piacere la
sposa veniva rinchiusa da sola in una stanza buia in cui nessun raggio di luce
poteva penetrare, e che la prima luce che poteva vedere era la torcia portata dallo
sposo quando entrava a liberarla.
Durante la parte religiosa della cerimonia, disse, terra e acqua venivano mescolati
in una pagnotta che si rompeva sulla sposa.
Rimasi meravigliato nell'apprendere poi che tra gli Yezidi il principe avesse gli
stessi diritti dei signori feudali del medioevo cristiano: giacersi con la sposa la
prima notte di nozze, prima dello sposo. Supposi che se esisteva davvero una
simile costumanza gli Yezidi l'avrebbero rivendicata come propria e che,
pertanto, non avrei sbagliato a domandarglierlo.
Il sacerdote rispose che c'era infatti una legge del genere, ma che era una vecchia
legge e che, per quel che ne sapeva, adesso non veniva messa in pratica 129.
Riguardo al busto nuziale d'argento o 'corsetto' per il quale avevo manifestato la
mia curiosità, avrei potuto vederne uno, su richiesta, disse, a Baadri, o in qualsiasi
villaggio.
Quel pomeriggio, cavalcando sulla via del ritorno verso il castello di Said Beg,
dissi a Mechmed Hamdi che avrei avuto molto piacere di scendere giù fino a
Baadri o in qualche altro villaggio, e vedere non soltanto i busti, ma qualcosa
della vita di ogni giorno degli Yezidi. Lui mi dissuase dal farlo, dubitando che il
principe avrebbe acconsentito, anche se era molto disponibile con le persone che
parlavano inglese. Disse che gli Yezidi erano stati perseguitati e uccisi, insultati
e disprezzati, così a lungo da tutti gli altri Arabi che se essi certamente non ci
avrebbero insultati o feriti - sapendo che noi avevamo il permesso del principe e
che eravamo ospiti sotto il suo tetto - non per questo saremmo stati bene accolti,
e la cosa si sarebbe rivelata imbarazzante.

129
[Il Badger riferì nel suo libro che un vecchio capo yezida «prendeva ogni settimana una
nuova moglie»]
Trovai che aveva ragione. Del resto avevo già visto più di quanto avessi osato
sperare, e consentendo volentieri col suo suggerimento facemmo ritorno a Mosul
il giorno seguente.
Quando il principe Said Beg apprese che ci stavamo preparando a partire
l'indomani, venne subito nella sala di ricevimento, che era stata convertita per noi
in alloggio per gli ospiti, e chiese se avevamo visto tutto ciò che volevamo vedere.
Disse che era in debito di gratitudine con l'Inghilterra, con cui insisteva
nell'identificarmi, poiché essa aveva fermato le persecuzioni che il suo popolo
pativa da secoli, ed era felice che avessi visitato il monte Lalesh. Chiese se avevo
davvero visto tutto ciò che volevo vedere.
Gli dissi che c'era una cosa in particolare che avevo sentito dire in Aleppo e che
infatti cercavo moltissimo di sapere, se la cosa fosse possibile senza creare
imbarazzi.
Ero sicuro che lui immaginava mi volessi riferire all'immagine di Melek Taos,
l'angelo pavone di bronzo ma, dopo una piccola pausa di imbarazzo, spiegai
velocemente che avevo saputo dell'eccezionale bellezza e fattura del busto
indossato dalle spose yezide, e che siccome ero un grande ammiratore
dell'artigianato orientale, mi sarebbe piaciuto moltissimo poterne ammirare uno.
Rimase sorpreso, ma compiaciuto, credo, che dopo aver espresso quelle parole di
amicizia per l'Inghilterra, egli non avrebbe potuto rifiutare un'ultima richiesta.
Disse che non c'era problema. Chiamò un servo, e poi uscì lui stesso. Pensai che
fosse sceso al villaggio. In ogni caso, tornò dopo una mezz'ora con in mano un
davvero splendido pezzo di rude e barbara gioielleria, che risuonava stonatamente
mentre camminava - certamente la più grossa cintura che abbia mai visto o mi
sarei aspettato di vedere - due larghe curve fascie d'argento, unite assieme sul
retro da una grossa striscia di pelle nera, e tenute sul davanti da una lunga spilla
d'argento che le passava attraverso come un grosso chiodo ribattuto, e una piccola
sfera alla sommità fissata da una catena. La parte d'argento della cintura non era
come una doppia fibbia, appiattita sul davanti, ma era incurvata in modo da
avvolgere la cinta come un corsetto quando era tenuta chiusa dalla spilla. Era
pesantemente borchiata e rozzamente ornata da un gran numero di grosse pietre
gialle e rosse. Esaminandola da vicino mi accorsi che non era di gran valore.
L'argento era stato rinforzato da una lega di piombo, e le pietre, naturalmente,
erano di quelle dette 'semipreziose' - ma si trattava di un lavoro selvaggiamente,
barbaricamente splendido.
Quando la restituii a Said Beg e lo ringraziai, egli tirò indietro le mani e disse:
«No, no! la porterete con voi in ricordo del monte Lalesh». E così feci, dopo molti
salamelecchi. La conservo ancor'oggi come uno dei più singolari ricordi d'Arabia.
Avrei voluto poter raccontare di aver davvero svelato qualche segreto, qualche
misterioso rito o cerimonia yezida - ma così non è stato, né credo che tra loro ve
ne sia davvero qualcuno; così mi sono limitato al ricordo di ciò che vidi e ascoltai,
ed esprimo profonda gratitudine a Mechmed Hamdi di Bagdad la cui
sperimentata conoscenza del principe Said Beg ha reso possibile tutto ciò.
4 - PICCOLO LESSICO SUGLI YEZIDI

AHL AL-KITAB
Con questa denominazione i musulmani denotano i «Popoli del Libro», cioé
Ebrei, Cristiani e Musulmani. Tutti gli altri sono considerati popoli idolatri in
quanto non possiedono un libro rivelato e sono passibili di essere sterminati se
non si convertono. Ciò ha ingenerato negli Yezidi la necessità di affermare di
possedere anch'essi uno o più libri sacri (Kitab al-gilwah, Libro dello Splendore,
Meṣḥefa reş, Libro Nero), tanto che nel 1838 il Dott. Frederick Forbes ne
accennava in un suo scritto130. Tuttavia questi libri - in realtà dei brevi manoscritti
- sono una produzione molto recente (1874), e in più sono dei falsi, scritti da
cristiani, avvalendosi della genuina tradizione orale yezida. La dottrina yezida è
infatti trasmessa oralmente, a memoria, secondo consuetudini di antichità
incommensurabile, trasmessa attraverso particolari generi letterari, in prosa e in
versi, i più famosi dei quali sono i cosiddetti Inni (Qawls), che si recitano con
l'accompagnamento di una particolare melodia, solo dagli uomini. Ci sono poi le
leggende (Me'na), recitabili prosaicamente da uomini e donne. Solo da poco
meno di quarant'anni la tradizione orale yezida sta venendo pubblicata. Pare
comunque che gli Inni siano posteriori ai miti e alle leggende yezide e
risalirebbero all'epoca del riformatore dello Yezidismo, Sheikh Adi.

ASSIRIA, CORDUENE o GORDIENE, ADIABENE


Antiche regioni corrispondenti, grosso modo, al territorio tradizionale degli
Yezidi. L'Assiria fu anche Provincia Romana sotto Traiano e, col nome di
Mesopotamia e Osroene, Provincia sotto Settimio Severo fino a Gioviano.
L'attuale città yezida di Sinjar, era sede di una legione. Nella Corduene
Diocleziano disponeva di un reparto di cavalleria curda, la «XV Ala Flavia
Carduenorum». L'Adiabene, situata a sud della Corduene, fu regno indipendente
che si convertì in massa all'ebraismo nel primo secolo a.C. In seguito aderì al
Cristianesimo e fu uno dei caposaldi del cristianesimo nestoriano.

CASE DI POTERE
Con questo nome sono designate da alcuni autori occidentali le tipiche
costruzioni con pinnacoli degli Yezidi e da cui promanerebbero, sempre secondo
questi occidentali, influenze sataniche e malvage. In realtà, da una di esse, quella
di Sheikh-Shams, promanerebbe tutto il contrario. Questa Ziqurath è ritenuta
essere la sede del «Genio volante» (Jin-Tayar), Signore di tutti i genii (Djinns),
ritenuto dagli Yezidi come il curatore dei disturbi mentali, colui che può scacciare

130
A Visit to the Sinjar Hills in 1838, with some account of the Sect of Yezidis, and of various
places in the Mesopotamian Desert, between the Rivers Tigris and Khabur (The Journal of the
Royal Geographical Society of London» IX, 1839. XIX ).
tutti gli spiriti malvagi che hanno ossessionato la mente di un fedele, posto che ci
si rechi sul posto per impetrarne la guarigione, coadiuvati dai sacerdoti itineranti
Kočaks. Anche tra gli Yezidi del Caucaso vi è un santuario di Jin-Tayar cui è
preposta una famiglia di sceicchi capaci nell'arte di curare i disturbi mentali.

CASTE
Gli Yezidi sono rigidamente suddivisi in caste e sottocaste che permeano ogni
loro fenomeno sociale e religioso. Sono come dei compartimenti stagni ma
ognuno concorre al mantenimento dell'identità yezidica, né queste caste, a
differenza del sistema indù, hanno un carattere di rango. Da notare comunque che
la progressiva occidentalizzazione, specie nelle comunità in Europa, degli yezidi,
sta facendo venir meno questa rigidità. Secondo gli studiosi che parteggiano per
l'origine musulmana degli Yezidi, le caste degli Sheikh, dei Pir, dei Qawwal, dei
Fakir e dei Murid, non sarebbero altro che gli antichi gradi iniziatici della
confraternita sufica degli 'Adawwiyya. Ammesso che sia così, emerge in
controtendenza l'importanza dei Kochek, casta di sciamani itineranti di cui i capi
yezidi non potevano fare a meno. A rafforzare il sistema castale degli yezidi vi è
anche il dovere, per ogni semplice yezida, di scegliersi un proprio «patrono» o
guida spirituale nelle caste superiori ed anche fra i defunti. Un punto a favore
dell'origine castale degli Yezidi dalla setta 'Adawwiyya è dato certamente dagli
Sheykh e dai Pir che hanno funzioni pressocché analoghe. I primi potrebbero
avere affiancato (e soppiantato) i secondi. I primi sono detti discendere da cinque
famiglie direttamente collegate con lo sceicco Adi mentre i secondi, erano forse
gli originari sacerdoti, di origine iranica; mentre gli sheikh sarebbero di origine
araba 'adawwiyya. I Pir non possono comunque celebrare i matrimoni. Anche i
Cawals, cantori di inni, dato che gli inni stessi non risalirebbero a prima
dell'epoca dello sceicco Adi, potrebbero essere un grado sacerdotale 'adawwiyya
trasformatosi in casta. Da un punto di vista più formale però, gli Yezidi si possono
dividere in due caste: quella laica dei Murid e quella sacerdotale con le sue varie
ripartizioni.

CULTO DELLA NATURA


E' il retaggio più significativo dell'antico paganesimo che si è mantenuto in
numerose caratteristiche dello yezidismo, come il culto degli astri, del fuoco,
delle sorgenti, degli alberi e dei defunti; tutte forme di culto a carattere
strettamente locale. In una parola, la religione dello spiritus loci. Tra essi vi è
anche il culto fallico. La Stevens in Peacock Angel narra di avere visitato una
caverna, a Kadi Bilban, al cui interno vi era un grosso pilastro fallico - non sa
dirci se naturale o intagliato - ed in cui si recavano le donne che volevano
rimanere incinte o trovare un marito. Avvinghiavano strettamente il pilastro,
intrecciando sul retro di esso le dita delle mani e mormorando preghiere; non
certo allo sceicco Adi bensì a qualche divinità di cui si è persa traccia. Il pilastro
aveva nome Ustuna Mhrada. Un'altra divinità rimossa, di cui è rimasta traccia
solo fra gli Yezidi del Caucaso, pare fosse nota come Milyak' ate-qanj (il Santo
Angelo), un eufemismo per designare il membro virile. Una particolare
devozione gli Yezidi l'hanno per un comune ortaggio, la cipolla (pīvāz), tanto che
secondo uno storico turco, Evliya Celebi, gli yezidi del Sindjar uccidevano coloro
che per sbaglio calpestavano o rompevano una pianta di cipolla. Si tratta di un
culto ormai dimenticato, epoca in cui gli Yezidi lavavano i corpi dei defunti con
succo di cipolla, retaggio di usanze pagane apotropaiche.

DIO
Nella credenza yezida Yazdan (Khuda, Dio in curdo), è solo il creatore del mondo
ma non si impiccia assolutamente di ciò che avviene nel Creato, delegando il tutto
a sette Arcangeli: Azrail (Angelo Pavone), Dardail, Israfil, Mikail, Jabrail,
Shamnail e Nurail 131 . Questa concezione deriva probabilmente da più antiche
speculazioni gnostiche, espresse molto efficacemente nelle parole di uno gnostico
moderno - già capo dei servizi segreti britannici per il Medio-Oriente, John
Bennett: «Dobbiamo ricordare che la concezione di un Dio Assoluto era estranea
a tutti i popoli antichi... Fu soltanto l'influenza del pensiero greco che ugagliò Dio
con l'Assoluto... Non abbiamo più bisogno di angosciarci meditando sul dilemma
di Hume: 'Dio o ama ma non è onnipotente, oppure è onnipotente ma non ama.
Non può fare entrambe le cose'. La verità è che l'onnipotenza di Dio è un'idea
sciocca pensata da uomini con una mente logica, ristretta. Dovrebbe risultare
ovvio, per tutti coloro che non hanno atrofizzato le emozioni, che amore e
onnipotenza non possono mai essere unite. Quando mi convinsi che vi è una
grande e benevola ma limitata intelligenza al lavoro dietro la scena di questo
mondo, e vidi anche che l'uomo non può esistere per il suo proprio vantaggio
soltanto, ma che deve essere stato creato per servire qualche scopo superiore,
sperimentai un enorme sollievo. La vita poteva essere piena di significato ed io
potevo giocarvi un ruolo utile, perfino necessario, proprio perché ogni cosa non
è controllata dall'opprimente potere di un Dio onnipotente» 132.

DISSIMULAZIONE
Pratica comune a molte popolazioni consistente nel dissimulare la propria fede e
rabbonire in tal modo l'avversario. Viene usata sia con i Cristiani che con i
Musulmani ma anche con occasionali viaggiatori occidentali le cui domande
siano ritenute sospette. Col tempo per gli Yezidi è divenuta un'abitudine anche
per mascherare propri comportamenti irregolari, come l'inveterata abitudine di
fumare. Se un tempo gli Yezidi obiettavano ai musulmani, i quali li
rimproveravano appunto di fumare, che il Profeta non poteva aver imposto questa
proibizione poiché al suo tempo non c'era l'uso del fumare tabacco, oggi sono

131
Questi angeli, o meglio arcangeli, sovrintendono ai giorni della settimana nel seguente
ordine: 1 Azrail (domenica) - 2 Dardail (lunedì) - 3 Israfail (martedì) - 4 Michail (mercoledì) -
5 Gibrail (giovedì) - 6 Samnail (venerdì) - 7 Nurail (sabato).
132
J. Bennett: I Maestri di Saggezza, p.26. Roma 1989.
capaci di affermare che il fumare accanitamente è una pratica imposta loro
dall'Arcangelo Pavone in persona!133

EMIRO
L'emiro o principe, discendente diretto della scuola di Scheikh Adi, è il capo
supremo di tutti gli yezidi e risiede a Bahadrya, nello Scheikhan. I suoi successori
si eleggono all'interno di poche famiglie di Sheikhs. Attualmente l'emiro è
rifugiato in Germania.

EZDI o EZIDI
Nome curdo col quale gli Yezidi designano se stessi. I Beduini del deserto li
chiamano Zediyeh. Il Layard scrisse che tra di loro nessuno è battezzato col nome
Giorgio, poiché nella leggenda quest'ultimo uccise il drago. Ci pare però che
questa sia una osservazione fatta da qualche cristiano malizioso, dato che Giorgio
non è un nome né curdo né arabo...

KOČAK
Termine col quale si designa una minoranza della popolazione yezida che pratica
il semi-nomadismo e da cui provengono gli sciamani o profeti dallo stesso nome.
Uno di questi, particolarmente famoso, è stato nel XIX° secolo Kočak Mirzā del
monte Sindjar, che ha profetizzato il crollo dell'Islam. Secondo una delle prime
testimonianze occidentali, quella del missionario Giuseppe Campanile, il Kočak
sarebbe stato un unico personaggio e cioè lo stesso capo spirituale degli Yazidi
(Baba Sheikh), dotato di poteri sciamanici. Secondo Birgül Açikiyldiz il
«Kochek» è un «visionario religioso» che viene chiamato di notte, dopo il
funerale di uno yezida deceduto per investigarne i destini ultraterreni: «Il Kochek
si concentra in silenzio, poi comincia a tremare e a contorcersi lamentosamente,
entrando in trance. Quindi descrive la sua visione. Se il defunto era un peccatore,
il Kochek vede l'anima di questi entrare in un cane, in un asino, in un piccione e
così via...». Ma soprattutto i Kochek «sono un sottogruppo della casta religiosa.
Sono considerati i sacrestani dello sceicco Adi sotto l'autorità del Baba Sheikh.
Possono derivare da qualsiasi casta. La loro funzione non è infatti ereditaria e non
prevede iniziazione. Si tratta di persone che hanno un'innata predisposizione per
la veggenza. Sono ritenuti in grado di prevedere il futuro e di essere guaritori e
maghi [miracleworkers]. Si crede che possano comunicare con il mondo
invisibile attraverso sogni e trances» (Cit. p. 103 e 97). James Rich riferì invvece
di una donna yezida dotata di poteri sciamanici: «C'è ora nel Sinjar una donna
che è creduta, sia dai Turchi che dagli Yezidi, posseduta da uno spirito che la
informa su ogni cosa che succede. I Turchi dicono che si tratta di uno spirito
diabolico ma ne riconoscono l'autenticità. Il suo nome è Bizarra; si tratta di una
vergine e ha sempre un velo che le copre il volto»134.

133
Birgül Açikyildiz: The Yezidis, p. 22. London 2010.
134
Claudius James Rich: Narrative of a Residence in Koordistan... V. II, p.106. London 1836
MARDIN
Città turca che sovrasta la Siria in posizione dominante, poco sopra la cosiddetta
zona del «becco d'anatra», i cui paraggi erano la sede, almeno fino all'inizio del
XX° secolo, di tre tribù yezide con 28 villaggi. Oggi sono quasi tutti emigrati.
Decimati dai Mongoli durante l'invasione di Tamerlano, a Mardin risiedettero gli
ultimi «Adoratori del Sole», Shemsi o Shamsani, provenienti dall'Armenia (forse
perchè espulsi dalla Persia), che nel XVIII secolo confluirono tra i cristiani di rito
Assiro di Mardin. Nella città c'era già un tempio del sole, sul quale nel V secolo
i cristiani costruirono il monastero oggi noto come Deyrul Zaferan. Si dice che
gli Shemsi si riunissero ogni sabato sera tra le rovine del tempio per compiervi
riti e orgie e che in tempi recenti avessero edificato una chiesa dedicata alla
Vergine Maria per compiervi nascostamente le loro devozioni. Secondo una fonte
turca gli Shemsi superstiti si sarebbero segretamente uniti agli Yezidi verso il
1950: «Sembra che fino a poco tempo fa, cioé agli anni '60, nella regione di
Mardin-Urfa ci fossero ancora Shemsi. Ci sono notizie di giornale su alcuni
membri della setta. Negli anni '50 il capo degli Yezidi venne in Turchia a visitare
la comunità yezida. Andò a trovare i seguaci della comunità di Urfa-Mardin e gli
riferirono che nella zona c'era un gruppo che aveva molte cose in comune con gli
Yezidi, che adoravano il sole, recitavano certe preghiere molto simili alle loro e
cercavano di sposarsi con Yezidi per stabilire legami di sangue. Il principe degli
Yezidi si recò da loro e li accolse nella comunità. Peraltro sarebbe questo l'unico
caso nella storia che gli Yezidi abbiano accettato membri esterni, cioè
conversioni. Sta di fatto che c'erano famiglie che fino all'arrivo del principe degli
Yezidi vivevano come Shemsi e dopo hanno vissuto come Yezidi». Ancora oggi
pare che qualche «yezida» visiti un locale sotterraneo del monastero di Deyrul
Zaferan, ambiente superstite dell'antico tempio del sole Sabeo135.

MERCOLEDI'
Giorno festivo della settimana. Il capodanno yezida, detto Sarçal, coincide con il
primo mercoledì dell'equinozio di primavera ed è la massima tra le festività. Le
donne raccolgono anemoni rossi nei campi, con cui adornano le case. Gli uomini
sacrificano animali domestici per offrirli ai defunti, cui tributano anche dei canti
funebri. In pratica si celebra un evento di morte e rinascita, simile alle feste di
Adone/Tammuz di Greci e Babilonesi. «Non c'è il minimo dubbio che la dottrina
yezidica sulla festa risale alla corrispondente dottrina mesopotamica. E'
veramente straordinario che essa si sia mantenuta sì pura durante parecchi secoli.
La dottrina dei Yezidi è anzi atta a gettare nuova luce sulla festa babilonese e
sulle dottrine teologiche connesse con questa (...) In questo punto i Yezidi
dipendono indubbiamente dagli Assiri» (G. Furlani, p.57).

135
Racho Donef: The Shemsi and the Assyrians. 2010 Sydney. - Birgül Açikyildiz: The Yezidis,
the history of a community, culture and religion, p. 227, n. 38. London 2010.
PAVONE
Tradizionalmente la massima divinità adorata dagli Yezidi sotto le sembianze di
un pavone viene fatta corrispondere al Diavolo di Cristiani e Musulmani.
Secondo un'antica leggenda drusa, il pavone sarebbe stato il vero tentatore di
Adamo ed Eva. E' stato infatti osservato che Eva non si sarebbe mai fatta sedurre
da un animale ripugnante come un serpente bensì da uno sgargiante pavone dalla
coda a ventaglio. Poco dissimile è invece una analoga leggenda islamica. Il
pavone, in negativo, è un riconosciuto simbolo dell'orgoglio e della vanità 136,
tanto che Greci e Romani ne fecero subito un paredro di Giunone; come tale ben
si attaglia al vero racconto della Tentazione. Bisogna aggiungere però che già
nella mitologia greca c'è un elemento che fa identificare il pavone quale simbolo
positivo di guardiano, custode, protettore, così come è inteso dalla comunità
yezida. Infatti i molteplici «occhi» della sua «ruota» non erano altri che gli occhi
del gigante Argo che Giunone aveva in tal modo divinizzato in premio della sua
fedeltà (Ovidio, Metamorfosi). Secondo lo studioso Philiph Kreyenbroek,
l'Angelo Pavone potrebbe essere in rapporto con lo zoroastriano Deus Arimanius
menzionato nel Mithraismo romano, stabilendo in tal modo un nesso tra lo
yezidismo e il mithraismo137. Tuttavia c'è chi ha sostenuto - il Prof. Lidzbarski -
che Tawus (Pavone) non è arabo ma un'antico nome di una divinità di Harran,
Tauz, e quindi gli Yezidi non sarebbero altri che i discendenti dei politeisti che
popolavano quella città siriana adorando il dio Tammuz, colui che i Greci
conoscevano come Adone. Il fatto invece che da parte yezida non si tollera di
nominarlo come Diavolo o Satana testimonierebbe del fatto che gli Yezidi non
ammettono che lo si possa considerare un angelo caduto, bensì un reggitore del
mondo per un periodo di diecimila anni. In positivo, una spiegazione
sull'adozione del pavone da parte degli Yezidi è stata la seguente: «Il pavone, con
la sua coda spiegata, è stato sicuramente scelto come rappresentante del disco
solare, a dimostrazione dell'origine tutta celeste di Maelk Taouze (sic)»138. Sta di
fatto che trattandosi di un animale originario dell'India - dove è detentore di un
simbolismo molto ricco e da cui viene il suo nome (pavana) -, è difficile pensare
che gli yezidi pagani delle aspre montagne del Curdistan lo avessero eletto a
simbolo fin dalle loro origini. Si sa invece che il simbolo del pavone era passato
ben presto, da simbolo positivo di regalità anche tra gli islamici dell'India, a
simbolo negativo nel mondo islamico tradizionale, divenendo una
rappresentazione di Iblis, ovvero del Diavolo. Il famoso «trono del Pavone»
infatti non è originario della Persia ma dell'India islamica e solo nel 1738 passò
allo Shah di Teheran. Poichè la scuola sunnita dello sceicco Adi aveva elaborato
la teoria di al-Allaj secondo la quale Iblis sarebbe un giorno rientrato nelle grazie
di Allah (e forse lo era già), il suo simbolo quale pavone potrebbe essere entrato

136
Claudio Eliano: Historia Animalium, II, V, 19.
137
Philip Kreyenbroek: Mithra and Ahreman, Binyamin and Malak Tawus. Traces of an
ancient myth in the cosmogonies of two modern sects.
138
Édouard de Kovalevsky: Kourdes et Iésides ou les adorateurs du Diable (Bulletin de la
Société royale belge de géographie, 1890).
a far parte del simbolismo yezida appena si verificò l'unione tra i discendenti di
Adi e gli Yezidi pagani. Il pavone come simbolo di regalità era già passato infatti
anche agli imperatori bizantini, come Giustiniano, che si fece rappresentare in
una statua equeste a Costantinopoli addobbato con una tiara in piume di pavone.
Probabilmente identificato con la Fenice nel simbolismo cristiano, diverrà anche
un simbolo di rinascita. Secondo Claudio Eliano, che riferisce un racconto
egiziano, il pavone vivrebbe cento anni per poi scomparire misteriosamente.
Alessandro Magno avrebbe proibito severamente di uccidere pavoni.

POLIGAMIA
E' consentito avere più mogli se si è in grado di mantenerle, il che avviene solo
per i ricchi. Solitamente se ne possono avere due, ma l'emiro può averne di più e,
secondo quanto riferì Domenico Sensini nel 1786, aveva una specie di diritto di
prelazione su tutte le donne della comunità. Al Layard fu riferito che il
concubinaggio non era vietato.

PREGHIERE
Gli Yezidi non pregherebbero; il pregare gli sarebbe sconosciuto. Secondo la
tradizione lo sceicco Adi disse: «Dio mi ha ordinato di dirvi che non occorre
pregare; abbiate fede nel potere di Melek Tawus e sarete salvi». Tuttavia gli
Yezidi pregano, ma quando affermano di non farlo è perché intendono dire che
non sono musulmani, cioé non pregano cinque volte al giorno prostrandosi verso
La Mecca. Essi invece pregano, con formule spontanee di propria escogitazione,
al sole e alla luna, nei momenti in cui i due astri compaiono o scompaiono,
rimanendo in piedi. il loro Kublah, o punto rituale di orientamento, è verso la
stella polare a differenza dei musulmani che si volgono verso La Mecca.

RAZZA
Gli Yezidi sono un gruppo etnico indoeuropeo parlante un dialetto curdo, tranne
alcuni piccoli gruppi che parlano arabo. Alcuni di loro hanno marcati caratteri
somatici indoeuropei, con occhi azzurri, capelli chiari e carnagione bianca.
Alcuni pensano erroneamente che siano i sopravvissuti dell'antico popolo semita
degli Assiri. Una loro leggenda vuole che nacquero dal solo Adamo, senza
concorso di donna, e siano quindi diversi dal resto dell'umanità. Sono sedentari,
sono «il popolo dei villaggi» (Ahl al-hadar) tranne una piccola parte che è
seminomade, «il popolo delle tende» (Ahl al-wabar), detto anche Kotchar.

SANJAK
Nome curdo dello scettro che regge il simulacro dell'angelo pavone, costituito da
una sorta di candelabro inframmezzato da sette globi, al cui vertice è posto
l'emblema di un pavone, ma che è più simile a un comune colombo e per questo
testimonierebbe dell'epoca in cui il pavone non era cultuato, bensì il gallo o il
colombo. I sanjak, sono tradizionalmente sette e vengono portati
cerimonialmente in processione (più esattamente le loro copie) nei sette territori
popolati dagli Yezidi dai sacerdoti Qewal - per quanto possibile - in primavera e
in autunno. Al loro arrivo si celebra la festa della «Presentazione del Pavone».

SCEICCO ADI, SCEICCO SOLE e SCEICCO PAPA


Lo sceicco Adi, o meglio la sua tomba sita a Lalish, è ciò che di più santo hanno
gli Yezidi. Tuttavia il personaggio storico che va sotto il suo nome139 divenne
quasi subito un avatar dell'Arcangelo Pavone. Adi si festeggia tra il 15 e il 20 di
aprile. La prima luna di agosto si celebra invece la massima ricorrenza, la Festa
della Comunità, un pellegrinaggio rituale che si compie sulla tomba di Adi. Lo
sceicco Adi fondò una confraternita musulmana, la 'Adawiyya che, rapidamente
degenerata e snaturatasi, venne integrata dagli Yezidi. Il fatto però che lo sceicco
Adi fosse venerato solo nella regione yezida dello Sheikhan testimonia che
l'influenza della confraternita sunnita 'Adawwiyya fu solo parziale e non riuscì a
imporsi sul resto degli Yezidi pagani. Nelle ziyaret (mausolei) diverse da quelle
di Lalish si avevano infatti culti per un defunto locale o per spiriti del luogo.
Scrisse bene il Wigram che «Sheikh Adi dev'essere stato un luogo sacro molto
tempo prima sia dei Cristiani che degli Yezidi»140. Nel complesso sacrale di Lalish
si venera anche Sheykh Shams (in curdo Šēx Šams) ovvero «Sceicco Sole»,
personificazione dell'astro, cui si sacrifica un toro. Il capo religioso e spirituale
degli Yezidi, il loro Papa se così si può dire, è il Baba Sheikh, del quale venne
detto dal missionario Giuseppe Campanile che era un Kočak, ovvero una specie
di sciamano dotato di poteri psichici. Viene eletto all'interno della tribù Shamsani,
quella cioé che rappresenterebbe il ramo autenticamente pagano degli Yezidi. Il
titolo è ereditario ma viene ufficializzato dal Principe.

SERPENTE
Un grosso serpente nero di bronzo è affisso sul lato destro del portone d'ingresso
del tempio di Sheykh Adi a Lalish e altri, ormai andati persi, campeggiavano su
diversi mausolei yezidi. Essotericamente, è perché il serpente avrebbe impedito
all'arca di Noè di affondare durante il Diluvio Universale. Si tratta di uno dei più
ancestrali retaggi pagani degli Yezidi e di quando c'erano famiglie di sceicchi che
incantavano serpenti, come si ha anche notizia tra gli antichi italici. La Stevens,
nel suo libro Peacock Angel, raccontò di aver incontrato uno sceicco che con la
figlioletta maneggiava senza problemi dei serpenti velenosi, immortalandoli in
una fotografia. Scrisse anche che «un incantatore di serpenti yezida, con suo
figlio, un ragazzo di sette-otto anni, venne nel mio padiglione nel pomeriggio, e
fece mostra dei suoi espedienti in mezzo a un cerchio di attoniti spettatori.
Dapprima estrasse da una sacca un groviglio di serpenti che i presenti
affermarono essere della specie più velenosa. Il ragazzo prese dal padre senza
alcuna paura un paio di rettili e, messili sul petto, permise loro di serpeggiare tra
139
A.C. Wigram: «Ci sono alcune evidenze storiche che lo danno vissuto nel decimo secolo, e
che fu originariamente un mago fuggito da Aleppo quando il culto dei Magi fu soppresso»,
p.105. The Kradle of Mankind, life in eastern Kurdistan, 1923.
140
A.C. Wigram: Cit. p. 94.
il collo e le braccia. I Beduini fissavano con muta meraviglia tutta la scena, ma
quando lo sceicco, finse di arrabbiarsi contro uno dei serpenti che avevano morso
a sangue suo figlio, e lo prese, staccandogli la testa con i denti, e gettando il corpo
che si contorceva in mezzo a loro, non potettero trattenere più a lungo l'orrore e
l'indignazione. Proferirono forti imprecazioni sull'infedele incantatore di serpenti
e sulla sua discendenza fino alla più remota generazione. Suttum non riacquistò
più la sua compostezza per tutta la serata, cadendo spesso in profondi pensieri,
poi improvvisamente proruppe in una nuova imprecazione contro lo sceicco, il
quale, disse, era in strettissimi infami rapporti con il Maligno. Dovettero passare
molti giorni prima che riuscisse a digerire completamente l'orrore causatogli dalla
prodezza del povero yezida. I denti velenosi dei serpenti che lo sceicco portava
con sè erano stati tolti, probabilmente, sebbene si offerse di dare altre prove a cui
avessimo voluto sottoporlo. Non ritenni tuttavia saggio metterlo alla prova. Le
case diroccate del Sinjar abbondano di questi rettili ed io stessa ne ho visti molti.
Il più comune che si trova è di colore marrone scuro, quasi nero, e credo innocuo.
Ne ho visti di sei piedi di lunghezza. Altri, tuttavia, sono di tipo più pericoloso e
sono molto temuti dai Beduini».

SPEGNITORI DI LAMPADE
Čyrāġ Söndüren, termine turco col quale venivano designati gli Yezidi dagli
Ottomani, poiché correva la voce che si dessero ad orge notturne promiscue dopo
aver spento tutte le luci. Il termine era già comunemente stato impiegato fin
dall'epoca romana per stigmatizzare le pratiche orgiastiche delle sette gnostiche.
Il primo a farne menzione fu Minucio Felice nell'Ottavio.

SINJAR (Şengalê in curdo)


Nome persiano significante aquila di un gruppo montuoso circondato dalla steppa
desertica, alto circa 1400 metri, estendentesi per 25 km a nord di Mosul. E' la
roccaforte storica degli Yezidi, mai espugnata totalmente neanche dal cosiddetto
Stato Islamico del califfo al-Baghdadi. Ai suoi piedi sorge l'omonima cittadina,
ora devastata dalla locale guerra, nota fin dal tempo di Traiano ai Romani come
Singara e loro piazzaforte. Fu sede della Prima Legione Partica. Ha scritto Birgül
Açikyildiz141 che «diversi villaggi yezidi sono situati su antichi siti romani (...)
ma mi sono sempre meravigliata del fatto che essi non sanno nulla di nulla del
ricco retaggio che giace tutt'intorno a loro». Scrisse il Layard rendicontando la
sua seconda spedizione in Mesopotamia 142 : «Il Sinjar è una solitaria dorsale
montuosa che sorge d'improvviso in pieno deserto; dalla sua cima l'occhio spazia,
da un versante all'altro, sulla vasta piana selvaggia che si stende fino all'Eufrate
e su quella costeggiata dal fiume Tigri e dalle maestose montagne del Curdistan.
Nisibi e Mardin sono entrambe visibili in lontananza. Ero in grado di scorgere i

141
Birgül Açikyildiz: The Yezidis, p. 28. London 2010.
142
Discoveries among the ruins of Nineveh and Babylon, with travels in Armenia, Kurdistan
and the desert, being the result of a second expedition. New York 1853.
monti di Baadri e Sheikh Adi e molte vette ben note delle Alpi curde. Dietro le
cime più basse, ognuna contraddistinta dai suoi profili aguzzi e dentellati, c'erano
le cime nevose di Tiyari e Bothan. Se a sud del Sinjar abbondavano i rilievi
artificiali delle abitazioni, a nord riuscivo a distinguerne solo pochi. Noi quindi
finimmo di fissare questo scenario veramente magnifico illuminato dal sole al
tramonto. Ho visto ben poche volte da una posizione tanto elevata una
panoramica così totale di queste lande sconfinate. A parte l'idea di grandezza che
esse possiedono, le luci e le ombre delle nubi che passano volteggiando sopra di
esse, e le ombre che si allungano al tramonto, producono continui cambiamenti
di prospettiva di singolare varietà e bellezza. Il viaggiatore che per la prima volta
scende giù da Mardin verso le pianure della Mesopotamia non potrà più
dimenticare l'effetto che questo panorama unico fa su di lui ma la vista dalle
colline del Sinjar è molto più seducente e variegata».

TABU'
Le principali interdizioni rituali sono quella di non pronunciare mai la parola
Shaytan (Satana); vestire di blù scuro (azraq); mangiare lattuga143 , cavolfiore,
cetriolo, fagiolini, carne di gazzella, pesce; abbattere alberi o fare legna nei luoghi
sacri, tagliare canneti, sputare in terra o sul fuoco, allevare cani, usare cavalli
come bestie da soma e accoppiarli con gli asini. Gli sceicchi yezidi non possono
inoltre mangiare zucche e galli. Si segnala anche la proibizione di farsi il bagno
al chiuso, orinare in piedi e defecare nei gabinetti di persone di diversa
religione.144 Anche il bere l'acqua è un'azione che va compiuta con deferenza, non
si deve bere scompostamente.

VITA DOPO LA MORTE


Gli Yezidi credono nella metempsicosi, ovvero in una serie di trasmigrazioni che
comprendono sia la condizione animale che quella umana o angelica. Pertanto la
credenza in un paradiso e in un inferno è assurda e deriva unicamente da influenze
cristiane e musulmane. I morti sono sepolti con il volto rivolto verso la stella
polare. Molto interessante è la figura del «fratello dell'aldilà», una specie di
padrino che ogni yezida si deve scegliere e che dovrebbe accudirlo, se fosse
possibile, al momento della morte, recitando al morente una speciale formula,
quasi come avviene per i Tibetani col loro Bardo Thodol. Secondo un documento
del 1873, ecco come veniva spiegata la cosa agli estranei: «Quando uno yezida
muore, il suo fratello dell'aldilà, o il suo sceicco o Pir, o un qewwal, deve essere
con lui e dire «o servo dell'Arcangelo Pavone - grande è la sua funzione - tu devi
morire nella religione di colui che è cultuato da noi, l'Arcangelo Pavone - grande

143
Secondo una leggenda, quando l'Angelo Pavone cacciò dal Paradiso Maometto,
quest'ultimo precipitando perse il turbante, che cadde su una lattuga, rendendola impura. Un
altro racconto, dice che l'Angelo Pavone per nascondersi al cospetto di Dio si era rifugiato in
un campo di lattughe ma, tradito dall'ampiezza della sua coda, fu scoperto e cacciato dal
Paradiso.
144
Furlani, cit. p.88.
è la sua funzione - e non morire in un'altra religione. E se qualche islamico o
cristiano o ebreo o di un'altra religione diversa da quella dell'Arcangelo Pavone
viene da te e ti parla, non credere alle loro parole e non considerarli. Se tu credi
vera una qualche religione diversa da quella di colui che noi adoriamo,
l'Arcangelo Pavone - grande è la sua funzione -, allora tu morrai da
miscredente»145.

YEZIDISTAN (EZIDKHAN)
Quello che è il tradizionale territorio abitato dagli Yazidi è in realtà un'area
geografica sparsa, che va dal Caucaso meridionale ad Aleppo in Siria e fin quasi
a Mosul in Irak, dove risiedono peraltro etnie non yezide molto più numerose 146.
Si parla di sette zone a cui, oramai, si dovrebbe aggiungerne un'ottava, quella
della comunita della diaspora yezidica fuggita in Germania, molto consistente
numericamente, oltre a gruppi molto piccoli nel resto del mondo occidentale. Il
distretto più importante è quello di Sheikhan, a nord-est di Mosul, dove si trova
Lalish, con il santuario di Scheikh Adi e le altre importanti località di Baashika,
Baadriah e Bahazanie, quest'ultima il luogo dove vengono per lo più sepolti i
defunti. Vi è il distretto del monte Sinjar, anch'esso vicino Mosul; quello di
Halitiyeh, nei pressi della città curda di Diyarbakir; la regione di Malliyeh che è
quella di Aleppo e più in generale siriana; Sarahdar è invece il distretto caucasico,
cioé la Georgia e l'Armenia dove fuggirono più di un secolo fa molti degli Yezidi
residenti in Turchia. Vi sono poi i distretti di Redwan e Midyat, nei pressi della
città turca di Mardin, i cui abitanti godevano la fama di predoni. Midyat è più
noto col nome di Jabal Tor Al-'Abedin, «montagna degli adoratori».

145
Birgül Açikyildiz: The Yezidis, the history of a community, culture and religion, p. 54,
London 2010.
146
Non sappiamo se esista ancora la comunità yezida dell'Iran, di cui il Lescot segnalava la
presenza in un villaggio, Djabbarlu, nei pressi di Tabriz.
Questo testo, il primo italiano a trattare esclusivamente dei cosiddetti Adoratori
del Diavolo o Yezidi dopo gli opuscoli accademici del Furlani e del Guidi a più
di 80 anni di distanza, trae spunto da un libro in francese uscito nel 2014, Les
Lieux du Pouvoir entre mythe et histoire, di Louis de Maistre, per cui dobbiamo
prima fare una disgressione su quest'ultimo testo al fine di poter meglio
inquadrare quello dell'autore. Il testo francese verte, con ampie e coinvolgenti
divagazioni, su un presunto «luogo di potere» demoniaco, e precisamente un
santuario yezida a nord di Mosul (Irak). L'autore è il rappresentante di quella che
potremmo definire una corrente «eterodossa» del pensiero sviluppato da René
Guénon. Il libro si basa sulla recensione che quest'ultimo fece del libro di William
Seabrook Adventures in Arabia: among the Bedouins, Druses, Whirling
Dervishes and Yezidee Devil Worshipers (1927), nel quale Seabrook smontava la
leggenda delle «7 torri del diavolo», da cui sarebbero stati fatti emanare «influssi
satanici» nel mondo intero. Rimontando la leggenda, il De Maistre - certamente
in modo affascinante e coinvolgente -, spazia a tutto campo su molti ambienti,
questioni e personalità che di primo acchito nessuno immaginerebbe in qualche
rapporto con gli Yezidi. Ricorrendo ad una «ipotesi audace ma niente affatto
bizzarra», l'autore formula la possibilità che dietro il satanico mondo degli Yezidi
e l'adorazione di Melek-Tawus non ci sia altro che il demone assiro Pazuzu, lo
stesso che tormentò i sogni di H.P. Lovecraft e A. Crowley. De Maistre allarga la
sua visuale investigativa ad una serie davvero incredibile e suggestiva di fatti,
persone e scenari geopolitici, ma sempre avendo fisso l'obiettivo di dimostrare
l'esistenza di un secolare complotto «sethiano» mondiale – perlatro già affermato
dal canonico inglese Thomas Hyde nel 1700 – che comprenderebbe anche le
trame di ciò che è stato definito il «Grande Gioco», il quale proprio in questi
ultimi anni è ripreso con rinnovato vigore sullo scenario del Medio-Oriente. Fatta
questa premessa, possiamo dire che il libro non si limita a confutare gli argomenti
sugli Yezidi (nello specifico quello sui «Kochak» o «Santi di Satana»), ma
sviluppa in modo del tutto autonomo una rievocazione su chi siano stati e sono
realmente, vagliando sinteticamente tutte le testimonianze che sui cosiddetti
«Adoratori del Diavolo» ci hanno lasciato gli autori che ne hanno parlato (per lo
più italiani, inglesi e francesi), diffusamente o solo indirettamente, a partire dal
XVI secolo per finire ai nostri giorni. Dopo questa «cronistoria» l'autore ha fatto
seguire una sezione di «Testimonianze», traducendo parti salienti o pezzi interi
di letteratura sugli Yezidi. Qui si potranno leggere testimonianze dirette, vissute
da personaggi che hanno riferito la loro esperienza, spesso a grave rischio
personale. Al termine, un breve lessico ragionato di termini specifici.