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Dagradi "Compendio di geografia umana"

Geografia (Università di Pisa)

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COMPENDIO DI GEOGRAFIA UMANA, DAGRADI E CENCINI

CAPITOLO I: GEOGRAFIA UMANA

La GEOGRAFIA CLASSICA

Nel 1947 Mario Ortolani inaugura in Italia il primo corso di GEOGRAFIA ANTROPICA O
UMANA, completamente dedicato allo studio della geografia in prospettiva storica con una
specifica focalizzazione sui problemi riguardanti lo stanziamento dell'uomo sulla Terra, con il
compito di studiare l'organizzazione degli spazi terrestri e le espressioni del rapporto tra società e
ambiente, la distribuzione degli uomini nell'ecumene, la tipologia dei loro insediamenti, dei loro
modi di vita, e delle forme di organizzazione socioeconomica in relazione all'ambiente che li
ospita .
La geografia umana muove i suoi primi passi nel Settecento illuminista, quando gli studiosi si
concentrano 1) sulla differenziazione dello spazio attraverso la crosta terrestre; 2) sulla relazione
uomo-ambiente.
Se i problemi connessi alla differenziazione terrestre fanno parte soprattutto della geografia
corografica (o fisica) e della cartografia, lo studio della relazione uomo-ambiente sottintende un
nuovo indirizzo di ricerche geografiche che si chiarisce nella seconda metà dell'Ottocento.
Prime formulazioni sistematiche in tal senso si ebbero però già nel primo Ottocento con
ALEXANDER VON HUMBOLDT (1769-1859) e KARL RITTER (1779-1859).

ALEXANDER VON HUMBOLDT, viaggiatore ed esploratore, autore di Kosmos, l'opera che


raccoglie il suo pensiero sulla geografia, aveva studiato nell'ambito delle scienze naturali e si era
perfezionato attraverso una serie di viaggi esplorativi in America e Siberia. Ma Kosmos affianca,
per la prima volta, accanto alla descrizione scientifica di fenomeni geofisici anche una serie di
considerazioni sulla geografia antropica. Nella ricerca della causalità dei fenomeni geografici
Von Humboldt include anche lo studio delle ragioni che sottendono alla distribuzione e allo
sviluppo delle comunità umane nelle regioni, con la convinzione che esistano delle leggi per
spiegare anche le cause di questi fenomeni.
KARL RITTER aveva invece una formazione storicistica, e propugnava una geografia
scientifica essenzialmente basata sulla storia. Rispetto alla descrizione fisica del mondo, Ritter
privilegia le relazioni tra l'ambiente e la vita dell'uomo. Nella sua opera principale, l'Erdkunde
(Conoscenza della Terra), mostra l'interferenza diacronica tra l'ambiente e lo sviluppo delle
comunità umane. Ritter adotta però una concezione deterministica dello sviluppo, non tanto
basata su un'idea meccanicistica dello sviluppo, quanto piuttosto sulla convinzione di una
direzione teleologica dell'evoluzione umana.

Sarà FRIEDRICH RATZEL (1844-1904) a dare una direzione più incisiva allo studio della
geografia umana, pubblicando nel 1891 la sua Anthropogeographie; rapporto uomo-ambiente,
distribuzioni e migrazioni di popoli, organizzazioni economiche sul territorio, differenti stili di
vita delle popolazioni : con Ratzel, al tempo del POSITIVISMO e del DARWINISMO (II
rivoluzione industriale) la Geografia Umana ha già assunto una fisionomia ben definita e in
pratica coincidente con quella odierna.
Si diffondono all'epoca le teorie del determinismo fisico o ambientalismo, secondo il quale
l'ambiente influenza non solo lo sviluppo degli animali e delle piante (evoluzionismo
darwiniano), ma anche quello dell'uomo e delle sue società, che sarebbero anch'esse frutto di un
processo di adattamento alle diverse condizioni imposte dall'ambiente. Quantunque l'abbiano
spesso accusato di ambientalismo, Ratzel non era un meccanicista: le sue teorie trovavano,
infatti, conferma nella descrizione delle società primitive. Ma Ratzel privilegiò nei suoi studi
anche la geografia politica: anche lo stato poteva essere studiato in chiave organicistica ed
evoluzionistica; i movimenti delle superfici sono infatti elementi indicatori delle fasi di sviluppo
e regresso delle popolazioni.

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Tra fine Ottocento e inizio Novecento il Positivismo entra in crisi; si affermano correnti di
pensiero neo idealista: lo studio della natura si allontana da quello della storia e la geografia
umana vive un periodo di reazione al rigido determinismo ratzeliano con il geografo francese
PAUL VIDAL DE LA BLANCHE e il suo allievo LUCIEN FEBVRE: con le loro teorie, che
sono indicate complessivamente con il nome di possibilismo, la precedente idea di una natura che
condizioni lo sviluppo antropico viene ribaltata: è l'uomo che come ogni altro agente presente in
natura condiziona il territorio che lo circonda come un qualunque altro fattore naturale,
modificandolo secondo le sue esigenze economiche e le sue capacità tecnologiche. I fatti umani
non si spiegano del resto solo in base al determinismo fisico: a condizioni ambientali analoghe
corrispondono spesso risultati antropici differenti; l'ambiente non ha un valore assoluto, ma
esprime delle possibilità tra le quali le comunità umane operano delle scelte. L'uomo diventa un
fattore geografico che come altri modifica l'ambiente naturale. Questa concezione entrerà nella
geografia antropica classica, attribuendo un peso preponderante alla storia e alla cultura e
affermando l'idea di un rapporto condizionatore in senso bidirezionale (uomo-natura;
natura-uomo) tra comunità umana e ambiente che va a sostituire quello deterministico
precedentemente affermatosi in senso unidirezionale (natura-uomo).

È in questo modo che la geografia umana ha sviluppato 3 grandi assi di studio:


il paesaggio, il genere di vita, la regione.
• Il PAESAGGIO è l'insieme degli elementi distintivi che caratterizzano una regione;
• Il GENERE DI VITA è il modo di organizzazione di una comunità umana nell'ambiente che
la circonda e la maniera di trarre sostentamento da quest'ultimo;
• La REGIONE è l'area di estensione di uno o più paesaggi complementari.

Nel 1866 ERNST HAECKEL fonderà l'ecologia, la scienza delle relazioni tra ambiente ed
esseri viventi. La scuola francese ("vidaliana") di geografia umana si è prodotta soprattutto
nell'elaborazione di monografie dedite allo studio regionale, ma incontrando il limite di
trascurare uno studio più approfondito del territorio, pur conseguendo grandi risultati quanto a
capacità descrittiva delle regioni, di cui si riconoscono le specificità.
La scuola tedesca ("ratzelliana") aveva ottenuto i suoi più importanti risultati negli anni '20,
quando si sviluppa la Geopolitik, una dottrina più politica che strettamente geografica incentrata
su concetto di "spazio vitale" (Lebensraum, con K. HAUSHOFER che rivendicherà a lungo i
diritti dei popoli appartenenti all'originario nucleo del Deutschland) e che negli anni '30 fornirà
una copertura scientifica alla "teoria della razza" del regime nazista.

LA NEW GEOGRAPHY.
La storia recente degli studi geografici è costellata da rotture dottrinarie e dall'imporsi via via di
pensieri epistemologici sempre nuovi. A partire dagli anni '50-'60 si fa strada il nuovo modello
proposto dalla scuola inglese (R. Chorey, P. Haggett, R. Hartshorne), che si fonda su un nuovo
modello di positivismo e che opera un recupero dell'empirismo escludendo ogni forma di
influenza metafisica. Si afferma così il funzionalismo: con l'approccio funzionalista si cerca di
ricavare le leggi generali del funzionamento delle strutture regionali. Per formalizzare le leggi
generali del funzionamento regionale si adotta un linguaggio universale, quello matematico.
La direzione degli studi si espande non solo nel senso di una codificazione verticale dei rapporti
(rapporto ambiente-uomo), ma anche nel senso di una codificazione orizzontale dei rapporti (tra i
vari nuclei umani presenti sul territorio, con i relativi contatti commerciali, politici, economici,
culturali ecc.). La geografia passa in questo modo a essere una "scienza della differenziazione dei
luoghi": l'analisi spaziale avrà dunque un ruolo preponderante. Questo nuovo corso della
Geografia prende il nome di New Geography dall'americano PETER GOULD: s'introducono
modelli e teorie matematiche e il metodo d'indagine si sposta dall'induzione (dal particolare al
generale) alla deduzione (dalla formulazione di una teoria generale al rilevamento dei particolari).
Ne deriva una geografia essenzialmente nomotetica, rivolta cioè alla ricerca di leggi generali che
isolano delle costanti e delle regolarità nell'organizzazione territoriale, rispetto alla vecchia

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geografia idiografica, focalizzata invece sulle peculiarità dei singoli luoghi.
La New Geography può contare, rispetto ai precedenti modelli metodologici proposti, sullo
sviluppo delle tecnologie informatiche e delle scienze statistiche nella costruzione di "modelli
spaziali", e per questo si parla per la New Geography di una "RIVOLUZIONE
QUANTITATIVA". La Geografia Quantitativa è stata recentemente arricchita dal
raggiungimento di una "concezione sistemica" della disciplina, che prende in prestito alcuni
concetti da discipline come la biologia e l'economia: un sistema è un insieme che funziona come
un intero a causa dell'interdipendenza delle sue singole parti. All'analisi del territorio in
prospettiva sistemica si applicano schemi concettuali nuovi, come quelli forniti dalla TEORIA
GENERALE DEI SISTEMI (in inglese: GTS, GENERAL SYSTEM THEORY), che identifica
struttura, funzionamento ed evoluzione dei diversi tipi di sistemi territoriali.

LE GEOGRAFIE RADICALI
Nel corso degli anni '60 crolla la fiducia nei confronti del movimento neopositivista e la
rivoluzione quantitativa lascia il posto a una tendenza al rigetto della geografia in termini
matematici: non si accetta più la geografia come una scienza neutrale aliena alla comprensione
degli obiettivi sociali. Nasce così il movimento delle Geografie Radicali: tra queste, la geografia
marxista, la geografia della percezione e del comportamento, la geografia umanistica, ecc.

Nell'ex URSS la GEOGRAFIA MARXISTA è ampiamente applicata all'analisi economica del


territorio connessa alla pianificazione centralizzata e alla realizzazione di mastodontiche opere di
modificazione ambientale; in Occidente invece la geografia marxista si concentra sulla critica del
regime capitalistico attraverso lo studio dei suoi riflessi territoriali: squilibri economici regionali,
differenze centro-periferia, problematiche legate allo sviluppo del Terzo Mondo, sottosviluppo o
sviluppo disomogeneo delle regioni sono tra i temi più trattati dalla scuola marxista, che in
Occidente fa capo soprattutto a YVES LACOSTE, e che arrivava a postulare la sudditanza
culturale dei ricercatori occidentali nello studio geografico rispetto alle culture capitalistiche
nell'analisi di problemi come la fame, l'ingiustizia sociale, ecc. Con la caduta del Muro di Berlino
e con la progressiva penetrazione del liberismo anche nei paesi dell'ex blocco comunista questo
indirizzo di ricerca è andato perdendo la sua forza più incisiva.

La GEOGRAFIA DELLA PERCEZIONE nasce invece dal recupero del paesaggio in una
dimensione psicologica e personale; l'accoglienza di questa nuova dimensione di studi è stata
battezzata dagli studiosi inglesi come behavioural revolution e ha aperto la geografia a nuovi
slanci prospettici ancora parzialmente esplorati grazie all'ausilio di discipline come la semiotica e
la psicologia, scienze di grande aiuto nello studio della percezione territoriale, e in particolare di
quella di paesaggi a forte caratterizzazione psicologica come quelli segnati dai disastri naturali.

La GEOGRAFIA UMANISTICA spicca per la sua qualità "egocentrica" nell'ambito delle


geografie radicali: essa disconosce ogni oggettività nella conoscenza del territorio, che per il
geo-umanista resta un fatto del tutto soggettivo, qualificabile solo attraverso l'esperienza
individuale; l'intuizione personale assurge allora a funzione cognitiva; l'uomo infatti si muove in
uno spazio che è sempre spazio vissuto, e vissuto in modo personale ed estraneo alle teorie e ai
calcoli della geografia quantitativa (l'homo oeconomicus è sostituito dall'homo cognitans, che
non risponde meccanicamente agli stimoli esterni dell'ambiente).

La GEOGRAFIA POSTMODERNA risale al postmodernismo filosofico: si mettono in


discussione in fondamenti stessi della scienza e del pensiero razionale; la realtà-affermano i
geografi postmodernisti- è un costrutto mentale, non qualcosa che la mente percepisce. Non
esistono quindi verità oggettive esterne all'attività mentale, ma solo "versioni egemoniche",
costruzioni diffuse dai gruppi politici dominanti. Per capire il presente bisogna allora
"decostruire" la realtà. Nell'ambito di quest'orientamento, che confluirà nel più vasto movimento
mondiale del New Age, assumono uguale peso nella spiegazione del mondo le teorie scientifiche
e i racconti mitologici, gli aneddoti e il folklore.

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LA GEOGRAFIA ECOLOGICA
Fino agli anni '70 i geografi hanno ostentato una certa indifferenza nei confronti del problema
ecologico; privilegiando, rispetto al rapporto uomo-ambiente, lo studio delle strutture territoriali
sorte per effetto dell'industrializzazione, dell'espansione urbana, delle relazioni economiche
internazionali. Se è pur vero che l'ambientalismo positivista aveva inteso la modificazione
territoriale in termini di rapporto causa-effetto, non apparivano però nemmeno al centro di questo
indirizzo scientifico adeguati richiami ai danni provocati dall'uomo nel territorio. Si riconosce
però un ecologista ante litteram in GEORGE MARSH, autore di Man and Nature, pubblicato
nel 1864. Solo di recente il recupero dell'ecologia da parte della geografia è divenuto totale; già
nel 1956 LUCIO GAMBI avvertiva sulla necessità di accogliere negli studi geografici le
problematiche storiche ed ecologiche.

CAPITOLO II: CARTOGRAFIA

EVO ANTICO E MEDIOEVO

La cartografia risponde da sempre all'esigenza di raffigurare in piano il profilo topografico dei


luoghi e le loro peculiarità. Primi tentativi di raffigurazione cartografica risalgono già alle civiltà
mesopotamiche: al British Museum è una tavoletta d'argilla dell'VII-VI sec. a.C. con una
schematica rappresentazione di Babilonia e della Mesopotamia: al centro del mondo si trova
Babilonia e la Mesopotamia, intorno c'è l'Oceano.
Su tavolette d'argilla sono anche alcune mappe catastali egiziane del 1500 a.C.: qui si legge una
planimetria della città di Nippur, che fu utile all'orientamento degli archeologi durante gli scavi.
Stilizzate planimetrie dei villaggi sono presenti perfino tra gli affreschi della Val Camonica,
evidentemente incise sulle rocce dai Camuni per consentire un migliore orientamento all'interno
dei villaggi stessi.
Ma è con la civiltà greca che la cartografia riceve un impulso decisivo grazie all'apporto delle
scienze: matematica, astronomia, etnografia, filosofia. Già nel VI-V sec a. C. le speculazioni
cosmogoniche dei fisiologi ionici e dei logografi avevano condotto a ipotizzare la divisione del
mondo in Europa e Asia-Africa. Nelle prime raffigurazioni (Anassimandro di Mileto, VI sec.
a.C., Ecateo di Mileto, VI-V sec. a.C.) la Terra aveva forma circolare, ed era circondata
tutt'intorno dall'Oceano; nel mezzo dell'ecumene era il Mediterraneo, che divideva l'Europa dal
blocco Afro-Asiatico. Nel IV sec. a. C. Dicearco da Messina disegnò una carta che seguiva l'asse
est-ovest; nel III sec. a.C. Eratostene perfezionò il sistema cartografico aggiungendovi altre linee
ortogonali corrispondenti ai nostri paralleli e meridiani, per fissare le distanze rispetto a località
note.
Nel periodo di sviluppo di Roma, si diffusero gli itinerari picta, carte geografiche con funzione
di orientamento militare e commerciale come la tabula peutingenaria dal nome dell'umanista e
suo scopritore CORRADO PEUTINGER nel primo Cinquecento; nel II sec. d.C. fu CLAUDIO
TOLOMEO a dare un grande impulso alla cartografia, arrivano a disegnare carte molto più
dettagliate ed estese a terre precedentemente sconosciute. Una curiosità: per Tolomeo l'oceano
Indiano era delimitato a sud da una terra australis nondum cognita e la sua visione del mondo
rimase in buona sostanza quella predominante fino alla spedizione di Cook nel '700.

Nel Medioevo la cartografia rimase appannaggio dei monasteri, che producevano carte
geografiche cercando le corrispondenze con la Bibbia nell'ordinamento della terra, tanto che si
impose lo schema T ( terrarum) e O (orbis). In queste carte, la raffigurazione della Terra era
orientata con l'est in alto, perché si credeva che lì vi fosse l'Eden (cfr. carta dell'abate Beato di
Libana, VIII sec.).

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CARTE NAUTICHE E CARTOGRAFIA SCIENTIFICA
Nel Trecento si diffondono le carte nautiche: disegnate su pergamena, esse fornivano una
descrizione dettagliata delle coste, con segnalazioni di porti, scali commerciali, approdi, isole,
foci fluviali, per favorire la navigazione, che in quegli anni cominciava a valersi anche dell'uso
della bussola (Flavio Gioia di Amalfi). Queste carte erano chiamate portolani ed erano orientate
secondo la rosa dei venti. Si ritorna nel XIV sec. a dare fondamento matematico alla cartografia e
si diffonde l'uso di carte reticolate.
Con la scoperta dell'America nel 1492 l'uso di carte aggiornate e precise balza in primo piano per
i grandi paesi colonizzatori come Spagna, Francia, Portogallo e Inghilterra. Di conseguenza il
Cinquecento fu il secolo aureo della cartografia; va ricordata la figura del cartografo fiammingo
GERARDO KREMER detto Mercatore (1512-1596), che concepì una raccolta di carte totali,
raffiguranti tutto il mondo conosciuto e raccolte in un atlante; fu anche l'autore di un famoso
planisfero, nel 1569, basato sulle sue proiezioni geografiche. Nel Settecento si diffonde la
cartografia geodetica, basata su più complesse triangolazioni, su più vaste conoscenze
geografiche e astronomiche, che nel pieno dell'Ottocento conosce il suo periodo di massima
fioritura.

DEFINIZIONE E SCALA
La carta geografica è una rappresentazione approssimata e simbolica della superficie terrestre, in
piano e ridotta.
Per rappresentare una superficie terrestre in modo ridotto si ricorre alla riduzione in SCALA: la
scala numerica esprime il rapporto tra la distanza sulla carta e la corrispondente distanza sulla
superficie terrestre. Si esprime con una frazione che ha al numeratore l'1 (dimensione reale) e al
denominatore un numero che si riferisce al grado di riduzione delle distanze sulla carta; es. scala
1:1.00.000 cm (scala uno a centomila, cioè 1 km=1 cm). Naturalmente, quanto più è grande il
denominatore tanto più alto è il rapporto in scala e quindi tanto più grande è il segmento di
territorio reale raffigurato sulla carta.
In base alle riduzioni in scala il geografo suddivide le mappe in carte su piccola scala (es. carte
topografiche) e su grande scala (mappamondo e planisfero); avremo allora:
• piante per le città, mappe per le zone rurali; esse sono a grandissima scala (1: 10.000); vi si
leggono descrizioni dettagliate di vie, piazze, edifici, parchi e giardini per le città; confini di
campi, fossi, filiere e alberature nelle mappe catastali per le campagne.
• carte topografiche (con scala fino a 1:200.000, sono perciò a grande scala); riproducono aree
ridotte con gran ricchezza di particolari, come la presenza di case isolate, di sorgenti, di piccole
strade, di cui si indica spesso anche la pendenza. Sono famose quelle dell'Istituto Geografico
Militare.
• carte corografiche o regionali (a media scala fino a 1: 1.000.000), che coprono vaste porzioni di
territorio come regioni o piccoli stati.
• carte generali o geografiche (a piccola scala oltre 1: 1.000.000), sono le carte geografiche degli
atlanti che rappresentano grandi stati o interi continenti.
• mappamondi o planisferi (a piccolissima scala, inferiore a 1: 30 milioni), raffigurano tutta
la superficie terrestre su un piano.

LE PROIEZIONI GEOGRAFICHE
La raffigurazione del mondo sul globo comunemente chiamato mappamondo consente di
mantenere una certa fedeltà nel rapporto tra riduzione e modello; ma quando si passa alla
raffigurazione in piano ci si avvale delle proiezioni geografiche, che si suddividono in:
• equivalenti: il reticolo geografico mantiene le superfici in proporzione
rispetto a quelle reali;
• equidistanti: la rete disegnata mantiene le distanze sulla carta in proposizione a quelle reali;
• isogone o conformi: paralleli e meridiani sono disegnati in modo da mantenere inalterati gli
angoli, come sulla sfera; sono preferite per le carte nautiche; le usava già il Mercatore.

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Le proiezioni non possono mantenere tutte le caratteristiche dei 3 tipi contemporaneamente:
perciò dipenderà dalle esigenze cartografiche la scelta di quale tra esse privilegiare.
Le proiezioni vere si ottengono con complessi calcoli geometrici e matematici, trasportando il
reticolo grafico sopra una superficie piana che è tangente o secante rispetto al globo terrestre; si
dividono in proiezioni di sviluppo e proiezioni prospettiche.
Le proiezioni di sviluppo proiettano la superficie del globo su un piano oppure su solido, conico o
cilindrico, tangente o secante rispetto alla sfera. Questo metodo rende minimo il disturbo delle
deformazioni.
Nelle proiezioni cilindriche si avvolge il globo con un cilindro secante rispetto all'equatore,
proiettando paralleli e meridiani all'interno del cilindro. Sviluppando il cilindro si otterrà poi un
piano rettangolare su cui meridiani e paralleli s'intersecano formando solo angoli retti, come sulla
carta del Mercatore.
Nelle proiezioni coniche si conserva la convergenza dei meridiani verso il polo, ma si è
costretti a rappresentare un emisfero alla volta.
Le proiezioni prospettiche sviluppano la superficie terrestre su un piano; possono essere
equatoriali, polari oppure oblique, secondo il punto di tangenza prescelto per la proiezione. Ma si
possono anche calibrare sul punto di origine della proiezione: così avremo proiezioni
centrografiche (centro della terra), ortografiche (proiezioni all'infinito), stereografiche (da un
punto qualunque della superficie).
Le proiezioni convenzionali sono le più adoperate: derivano dalle proiezioni vere ma non
seguono rigorosamente tutti i principi geometrici; limitano le deformazioni e gli errori di
raffigurazione e consentono di riprodurre regioni molto estese.

SIMBOLI CARTOGRAFICI.
La carta geografica adopera una serie di simboli convenzionali con valore semantico prestabilito.
Uno dei primi problemi dei cartografi fu già nel Cinquecento la raffigurazione dei rilievi
montuosi; si ovviò al problema ricorrendo al cosiddetto mucchio di talpa, in voga fino al
Settecento e spesso caratterizzato da una colorazione ocra, per distinguerlo nettamente sulla carta.
Dal Settecento si afferma la tecnica del tratteggio: viene disegnato in corrispondenza della
massima pendenza con uno spessore del tratto proporzionale all'intensità della pendenza secondo
una scala preordinata; con questa tecnica si ottiene un'immagine di una qualche plasticità
dimensionale, come se il rilievo fosse illuminato dall'altro (lumeggiamento zenitale) o da
nord-ovest (lumeggiamento obliquo).
Il sistema in uso per le carte geografiche a grande scala come quelle dell'IGM è quello delle
isoipse:il sistema delle isoipse si basa sulla conoscenza delle quote altimetriche, raffigurate
attraverso curve cartografiche, di numerosi punti. La distanza tra le curve di livello costanza si
dice equidistanza; le isoipse risultano più o meno ravvicinate a seconda del livello di pendenza.
L'equidistanza non è costante ma dipende dalla scala adottata. Sulle carte a piccola e piccolissima
scala come quelle degli atlanti si usa associare alle diverse curve diverse intensità dello stesso
colore altimetrico, ocra o marrone (tinte ipsometriche). Ugualmente s fa con le zone pianeggianti
(verde) e con i mari (azzurro).

RETICOLO GEOGRAFICO
Il reticolo di riferimento è un sistema matematico affermatosi già nella cartografia greco-romana
e consente di individuare con precisione un punto sulla carta geografica. Esso si basa sulla
possibilità d'indicare un punto in un sistema cartesiano di coordinate sviluppate lungo due assi:
l'asse di rotazione della Terra, passante per i poli, e l’equatore, ottenuto dall'intersezione del
piano perpendicolare all'asse terrestre e passante per il centro del pianeta.
I paralleli sono linee immaginarie che individuano la latitudine sulla superficie terrestre; sono
linee tutte parallele all'equatore, che è il parallelo maggiore, perché il suo piano taglia il pianeta
nel punto centrale e di massima estensione. Man mano che ci si allontana dall'equatore i paralleli
diventano sempre meno estesi, fino ai poli, dove essi consistono in due punti.
I meridiani sono invece cerchi immaginari sulla superficie terrestre che individuano la
longitudine, passano per i poli, sono perpendicolari all'equatore e sono tutti di pari estensione.
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Sono dei semicerchi di 180° e si contano per convenzione dal meridiano di Greenwich presso
Londra, dove all'osservatorio astronomico è fissato il meridiano fondamentale.

LA CARTA TOPOGRAFICA
Quasi tutti gli stati hanno una mappatura topografica realizzata da cartografi specializzati; la carta
topografica italiana è stata realizzata su 128 fogli dall'IGM di Firenze su scala 1: 100.000.
Ciascun foglio è poi suddiviso in 4 quadranti con scala 1:50.000, e ciascun quadrante è a sua
volta frazionato in 4 tavolette con scala 1:25.000. Su ogni tavoletta sono indicati i punti cardinali
e la principale località di riferimento; così avremo, ad es.: F° 87 II S.O.
"Sasso Marconi". Ogni carta sarà necessariamente accompagnata da una serie di simboli indicanti
i dettagli e le peculiarità del territorio e interpretabili attraverso la legenda.

FOTO AEREA E TELERILEVAMENTO


Nel Settecento l'invenzione della mongolfiera ha dato grande impulso all'esplorazione aerea dei
territori, ma è con la Grande Guerra che si afferma la tecnica del telerilevamento aereo detta
fotogrammetria, che consente la misurazione delle distanze e delle altezze dei punti di ogni
triangolo di suddivisione del territorio (rete di triangolazione) e la trasposizione dei dati
sulla carta tramite simboli (procedimento di restituzione).
Con opportuni procedimenti di fotointerpretazione si possono trasporre sulla carta non solo dati
fisici, ma anche informazioni sull'uso del suolo (lo stato della vegetazione, la presenza di antichi
insediamenti umani, antichi alvei fluviali, siti archeologici).
Dopo la II Guerra Mondiale si è affermata la tecnica di remote sensing tramite satelliti posti in
orbita in modo da usufruire sempre di un'illuminazione costante per ottenere le immagini
satellitari; queste foto servono a scopi strategici e militari, ma anche alla catalogazione delle
risorse terrestri.

LE CARTE GEOGRAFICHE SONO OBIETTIVE?


Non esistono carte geografiche del tutto obiettive; la soggettività ha caratterizzato sia la
cartografia antica sia quella nuova. Le proiezioni dello storico tedesco ARNO PETERS nascono
come reazioni a quelle di Mercatore, come accusa alla sua rappresentazione eurocentrica e quindi
colonialista (significativa è la sproporzione tra continenti: la Scandinavia del Mercatore appare
troppo grande rispetto all'India, che invece è tre volte più estesa). Per questo, PETERS promosse
una "carta rivoluzionaria", in grado di annullare queste falsificazioni ideologiche e di promuovere
la pari dignità delle nazioni e la solidarietà tra esse. Il planisfero che PETERS ottiene dalle sue
proiezioni è fedele alle superfici ma il contorno dei paesi è inconsueto e diverso da quello
tradizionalmente assegnato dalla cartografia, cosa che le ha alienato l'appoggio della scienza
cartografica ufficiale.
Nel 1974 ARTHUR ROBINSON realizza le proiezioni ufficialmente adottate dal National
Geographic e tuttora in uso negli USA. La carta di Robinson è definita "orfana" perché non
rispetta pedissequamente le leggi cartografiche di equidistanza, isogonia, ecc, ma attua un
compromesso equidistante tra le condizioni tradizionali. Ne deriva una raffigurazione terrestre
apprezzabile dal punto di vista estetico, che cerca di non favorire nessuna zona a discapito di
altre, quantunque meno rigorosa delle proiezioni matematiche tradizionali. È utile nella
compilazione di carte tematiche del mondo.

CARTE TEMATICHE E CARTOGRAMMI


Si suole suddividere le carte in carte di base o fondamentali, e tematiche. Le carte fondamentali
evidenziano soprattutto gli elementi stabili e costanti del territorio (monti, fiumi, laghi, ecc.); le
carte tematiche raffigurano solo alcuni fenomeni specifici (condizioni atmosferiche, densità della
popolazione, l'uso del suolo, l'incremento industriale, ecc.). Le carte tematiche possono a loro
volta essere suddivise in tematiche quantitative e tematiche qualitative. Le tematiche qualitative
raffigurano non numericamente la qualità di un fenomeno in un'area: distribuzione di una specie
vegetale o animale, di un dato fenomeno fisico, linguistico, agricolo, ecc., tracciando la linea di
limite dell'area. Le campiture possono essere evidenziate anche distinguendo la zona interessata

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dal fenomeno con colorazione, tratteggio o retinatura.
Le tematiche quantitative rappresentano la distribuzione di una variabile quantitativa, assoluta o
relativa, come una media, una percentuale, un rapporto o un dato numerico. Si utilizzano segni
cartografici puntiformi proporzionali all'intensità del fenomeno per evidenziare la distribuzione
del fenomeno stesso per punti.
Un altro sistema diffuso è il cartogramma a mosaico, applicato soprattutto alla raffigurazione di
dati riguardanti le unità amministrative (es. i censimenti), con colori diversi assegnati alle
differenti unità amministrative o politiche in base all'intensità del fenomeno; il cartogramma a
mosaico non si addice alla raffigurazione assoluta di un dato, ma alla raffigurazione delle classi di
ampiezza per un dato fenomeno con una gamma cromatica d'intensità progressiva.
Un altro metodo è adottare delle isolinee (o curve isometriche) per evidenziare la distribuzione
uguale di un fenomeno che unisce diversi punti geografici (isoipse per l'altitudine dei monti,
isòbate per la profondità dei mari, isoterme per la temperatura, isòbare per la pressione
atmosferica, isoiete perle precipitazioni).

DIAGRAMMI E ISTOGRAMMI
Per rappresentare in modo efficace per una vista a colpo d'occhio le variazioni di un fenomeno
nel tempo (temperature, popolazione, produzione, ecc.) si usa spesso il diagramma cartesiano:
sull'asse delle ascisse si indica il tempo, sulle ordinate l'intensità numerica del fenomeno. Per le
stesse misurazioni sono utili anche gli istogrammi a colonne: ogni colonna è proporzionale ai
valori da rappresentare. Un particolare istogramma è quello detto piramide delle età: raffigura la
struttura della popolazione distinta per sessi ed età. L'inclinazione è inversa a quella degli
istogrammi a colonne; le diverse colonne sono stese lungo l'asse lungo e si sovrappongono
formando una piramide. Usatissimi sono anche gli ideogrammi circolari, detti "a torta", con
indicazioni percentuali relative alla distribuzione di un fenomeno o di un dato.

DINAMICHE DEI FENOMENI GEOGRAFICI (CALCOLI STATISTICI PER LA GEOG.)


Nello studio dei fenomeni geografici è a volte necessario ricorrere a delle formule matematiche
per calcolare le variazioni relative a un dato elemento. Prendiamo ad es. lo studio dell'incremento
o della diminuzione della popolazione attraverso un dato periodo, che si esprime in percentuale
con la formula dell'interesse semplice (i): In questo modo si ottiene il tasso d'incremento medio
annuo; più utile è però il calcolo del tasso d'incremento annuo, che si ottiene dividendo il tasso
medio per il numero degli anni compresi nel periodo. Il calcolo dell'interesse composto è
preferibile perché tiene conto degli abitanti aggiuntisi di anno in anno e progressivamente
"capitalizzati" all'interno della popolazione; questa la formula: da cui si avrà Essendo il risultato
in centesimi, lo si dovrà poi moltiplicare x 100. RAPPORTI STATISTICI
Un rapporto statistico consiste in una frazione: al numeratore è la misura di un fenomeno, al
denominatore la misura di un altro fenomeno collegato al primo da un nesso logico; per comodità
il risultato si calcola in valori percentuali, quindi la frazione viene moltiplicata per 100. Si veda
ad es.: l'indice di mascolinità calcolato durante il censimento del 2001.

Per comodità altri rapporti vengono calcolati non in "per cento" ma in "per mille", come il saldo
naturale (differenza fra nati e morti della popolazione) e il saldo migratorio (differenza fra
immigrati ed emigrati).
Ecco qualche esempio sulla città di Bologna risalente al 2002:

Questa la formula dell'indice d'incremento naturale:

9
e questa è quella dell'indice d'incremento migratorio:

Si può inoltre calcolare l’indice migratorio, il cui valore oscilla tra +1 e -1: il valore positivo
indica la forza attrattiva del paese, quello negativo, la forza repulsiva rispetto al fenomeno
migratorio. La formula è:

Tra i rapporti statistici più utilizzati in geografia possiamo ricordare: l'indice di vecchiaia, di
attività, di ricambio della popolazione attiva, di dipendenza (=popolazione al di sotto dei 15 e al
di sopra dei 65 anni), il quoziente di specializzazione. Molto spesso si ricorda la densità della
popolazione, il rapporto tra abitanti e superficie territoriale occupata, espresso in Km 2, mentre
l'indice di affollamento descrive il rapporto medio tra abitanti e numero di stanze di una casa.
Molto noto anche ai non specialisti e il prodotto interno lordo pro capite, ovvero il rapporto tra il
PIL di un dato territorio e il numero dei suoi abitanti espresso in EURO.

CAPITOLO III: NATURA E UOMO

I SISTEMI NATURALI

Rapporto tra uomo e ambiente: gli uomini sono parte integrante della natura o sono distinti da
essa e ad essa superiore?
Cultura occidentale:
• società e natura su due livelli distinti. Influssi dei filosofi greci (Socrate e Aristotele) e
romani > chiesa (cristiana e ebraica) > l'uomo è superiore alla natura, visione
antropocentrica (voci di dissenso: Cantico delle Creature di Francesco). Il pensiero laico
dal XVI sec ha poco modificato l'antropocentrismo di fondo: ragione e scienza per
dominare la natura (Cartesio, Newton, Bacone ecc).
Darwin 1859: evoluzione per selezione naturale → Spencer e altri filosofi la modificano
in “sopravvivenza del più adatto”: società > natura (anche Kant!).
• Idea del progresso: centrale per gli economisti classici, non esisteva nel mondo antico. Il
miglioramento della società coinciderebbe con la produzione di ricchezza materiale.
Trascura il fatto che le risorse sono limitate. Un primo critico fu Malthus: Saggi sul
principio di popolazione, 1798: limiti alla crescita economica dovuti alla scarsità delle
terre coltivabili. Fu contestato dagli economisti dell'Ottocento, in cui prevale ottimismo
dovuto al progresso materiale dell'Europa: lo sviluppo è visto come modernizzazione
industriale e asservimento della Natura. Una critica è venuta da Marx e Engels: i
problemi ecologici sono dovuti al capitalismo, non al progresso economico. Smentiti: i
paesi socialisti hanno problematiche ambientali.
Approccio ecologico
Ambiente = condizioni che circondano gli esseri umani: interconnessioni tra fatti fisici e
biologici.
Ambiente naturale = condizioni naturali che caratterizzano un certo spazio, risultato
dell'interazione tra ambiente abiotico (inorganico) e biotico (ecosfera/biosfera).
Ecologia = Ernest Haeckel XIX sec: studio delle relazioni tra organismi viventi e ambienti. →
movimento conservazionista.
Momenti importanti:
• 1962 Primavera silenziosa, Rachel Carson: impatto degli insetticidi.
• 1970 Paul Elrich denuncia rischio ecologico legato a boom demografico.
• 1971 Il cerchio da chiudere, Barry Commoner: nuove tecnologie= aumento inquinamento.
• 1972 rapporto I limiti dello sviluppo (Club di Roma + MIT): approccio sistemico e
modello globale del sistema Terra → simulazione: collasso economico, ecologico,
demografico.

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Concetti ecologici

L’ecosistema è costituito dall’insieme di tutti gli esseri viventi di un determinato ambiente fisico
e delle relazioni che intercorrono sia tra loro che tra loro e l’ambiente fisico. Può avere
dimensioni molto differenti. Un ecosistema comprende una parte inanimata detta "biotopo" in cui
vive e con cui interagisce un complesso di organismi detto "biocenosi".
Queste continue interrelazioni tra i componenti della biocenosi e del biotopo danno vita a una
continua "circolazione della materia" ed a "flussi di energia". La fonte primaria di energia è la
luce del Sole che, attraverso il processo di fotosintesi clorofilliana compiuto dai vegetali, subisce
una prima trasformazione in sostanza organica che comprende sostanze nutritive che sono
indispensabili sia per la loro stessa vita che per quella degli animali. Questi ultimi non essendo in
grado di costruirsi da soli tali sostanze nutritive, dipendono dalle piante per la loro alimentazione.
In base a tale caratteristica, le piante sono denominate produttori primari (o autotrofi), mentre gli
animali sono detti consumatori (o eterotrofi); i consumatori si dividono a loro volta in
consumatori primari (o erbivori), consumatori secondari (o carnivori) e decompositori. Lo
scambio delle sostanze nutritive tra erbivori e carnivori costituisce la catena alimentare. Questi
sono microscopici esseri viventi che si nutrono dei prodotti di rifiuto e del corpo degli animali
morti; essi, decomponendoli, contribuiscono a restituire al terreno ciò che le piante hanno
assorbito per produrre le sostanze nutritive. Le catene alimentari sono numerose, in quanto
diversi consumatori si nutrono di più tipi di cibo. Gli animali che appartengono a più di una
catena alimentare collegano una catena all’altra formando una rete. Più questa è fitta più vi è
perdita di energia. Visto che ad ogni passaggio si consuma energia è necessario un continuo
rifornimento di questa risorsa. Ciò è possibile grazie al Sole. In una catena alimentare naturale la
quantità di energia diminuisce da un livello all’altro, ma la sua qualità, cioè la capacità di
compiere un lavoro, aumenta. Lo sviluppo quantitativo e qualitativo degli organismi viventi è
fortemente condizionato dai fattori ambientali. L’ecosistema quindi, deve mantenersi in buona
salute, cioè deve essere in grado di sopportare cambiamenti ambientali di grosse entità.
Gli squilibri ambientali
Col termine inquinamento intendiamo l'insieme delle alterazioni provocate nell'ambiente in
seguito all'immissione nell'atmosfera, nelle acque e nel suolo di sostanze contaminanti,
nocive sia per la loro intrinseca tossicità sia perché immesse in quantità eccedenti la naturale
capacità di autodepurazione degli ecosistemi. Come risultato, le caratteristiche fisiche, chimiche e
biologiche dell'ambiente vengono modificate in senso sfavorevole alla vita degli organismi
vegetali e animali (uomo compreso). Le sostanze inquinanti sono costituite da residui o
sottoprodotti dell'attività industriale (produzione di energia e di beni di consumo)
e agricola (uso di fertilizzanti e pesticidi, deiezioni animali) e da rifiuti biologici civili.
All'inquinamento concorre una serie di cause di fondo tra loro variamente intrecciate: tra queste,
la crescita demografica, la progressiva ed esasperata concentrazione urbana della popolazione
e il corrispondente aumento dei bisogni, cui fa riscontro un aumento esplosivo della produzione
di beni di consumo. Le sostanze inquinanti introdotte nell'ambiente in modo continuativo e
incontrollato agiscono negativamente sul ritmo di crescita e sullo stato di salute delle specie
viventi e interferiscono con le catene alimentari: questi effetti, sommandosi alla distruzione degli
habitat naturali operata dall'uomo (attraverso la deforestazione, l'alterazione idrogeologica del
territorio, l'espansione di insediamenti urbani e industriali) hanno finito per intaccare l'integrità
della biosfera in numerosi punti, compromettendo la qualità dell'esistenza dell'uomo stesso. Nei
paragrafi che seguono prenderemo in esame le tre principali tipologie d'inquinamento (dell'aria,
dell'acqua e del suolo), dando quindi risalto all'effetto serra e ad alcuni problemi emergenti.
• L'inquinamento dell'aria
Alcune sostanze, che vengono immesse nell'aria come conseguenza dell'attività umana, sono
componenti "normali" dell'atmosfera, in quanto sono prodotte nel corso di processi naturali (per
esempio, la decomposizione di materia organica, gli incendi della vegetazione): si tratta
di gas presenti in piccola, o piccolissima concentrazione (vedi tabella 2.4.1), a cui vanno
aggiunte particelle solide e liquide di varia natura (polveri, fumi, aerosol e nebbie). Tuttavia,
11
mentre le emissioni naturali si possono considerare fenomeni che, seppur soggetti a fluttuazioni,
sono relativamente stazionari nel tempo, le emissioni prodotte dall'uomo, soprattutto a partire
dall'inizio del '900, hanno la caratteristica di tendere a una crescita continua. In tal modo, si sono
registrati aumenti anomali della concentrazione di una serie di componenti atmosferici
"normali", che li hanno trasformati in fattori di perturbazione degli equilibri chimici e
fisico-climatici che caratterizzano l'atmosfera, cioè in fattori inquinanti. Esistono, poi, altre
sostanze d'origine sintetica, che devono la loro presenza nell'atmosfera esclusivamente
all'attività umana (per esempio, i clorofluorocarburi o CFC). Il contributo prevalente alla
produzione di inquinanti atmosferici è dato dai processi di combustione di combustibili fossili,
cui si aggiungono gli incendi appiccati a scopo di diboscamento (pratica diffusa in taluni Paesi in
via di sviluppo). Le principali fonti di inquinamento dell'aria sono gli impianti di riscaldamento
domestico, i motori degli autoveicoli a combustione interna, gli impianti termici industriali,
le centrali termoelettriche e gli inceneritori di rifiuti solidi. A queste fonti, cui si deve la
liberazione nell'atmosfera di biossido di carbonio, monossido di carbonio, biossido di zolfo,
ossidi di azoto, piombo, particelle sospese, idrocarburi, vanno anche aggiunti numerosi impianti
industriali (dei comparti chimico, metallurgico, estrattivo, ma anche manifatturiero) responsabili
dell'emissione di sostanze quali, per esempio, polveri e composti organici di varia natura (tra cui
il metano e CFC menzionati sopra). Gli inquinanti atmosferici includono anche prodotti
radioattivi artificiali dovuti, oltre che alle esplosioni atomiche sperimentali, a lavorazione di
sostanze radioattive per l'utilizzazione pacifica dell'energia nucleare, all'impiego di nuclidi
radioattivi nella ricerca scientifica, nell'industria e in campo medico (considerando anche le fughe
di radioattività provocate da incidenti delle centrali nucleari). I principali effetti su grande scala
dell'inquinamento atmosferico sono il cosiddetto «buco» nell’ozono, ossia la diminuzione dello
strato di ozono (CO) che filtra i raggi ultravioletti più dannosi per la vita sulla Terra, lo smog
fotochimico e il rafforzamento dell'effetto serra nonché le precipitazioni acide. Queste ultime,
meglio note come piogge acide, sono così chiamate per la presenza nell'acqua piovana di acido
solforico e acido nitrico, dovuti a reazioni di ossidazione, in seno all'atmosfera, del biossido di
zolfo e degli ossidi di azoto provenienti dalla combustione di combustibili fossili. Esse
colpiscono soprattutto gli ecosistemi forestali (per esempio, indebolendo le difese delle piante ed
esponendole all'attacco di agenti patogeni) e lacustri (l'aumento di acidità può ridurre
drasticamente il numero delle specie acquatiche), ma producono anche rilevanti danni a carico
del patrimonio architettonico e archeologico, poiché tendono a disgregare le pietre da
costruzione calcaree. Una caratteristica importante tali piogge è quella di ricadere frequentemente
a grandi distanze, anche a 2000 km dal luogo di immissione degli agenti inquinanti, a causa del
gioco delle correnti atmosferiche.
• L'inquinamento delle acque
Nel suo ciclo idrologico, l'acqua è interessata da svariatissime fonti d'inquinamento, alcune
dovute all'immissione diretta di sostanze contaminanti, altre all'ingresso indiretto nei corpi idrici
di inquinanti provenienti dall'atmosfera (per esempio, le piogge acide) e dal suolo (vedi tabella
2.4.2). Le acque naturali possiedono un potere auto depurante, che si manifesta nella capacità
di decomporre biologicamente (biodegradare) le sostanze organiche di provenienza animale e
vegetale, e anche alcune sintetiche, oltre ai sali inorganici del fosforo e dell'azoto e a vari
composti inorganici. Questa capacità è dovuta all'azione di microrganismi presenti nelle acque,
che sono in grado di ossidare i materiali biodegradabili demolendoli in molecole semplici che
prendono parte ai cicli naturali (per esempio, biossido di carbonio, acqua, nitrati, solfati,
ammoniaca). Tale processo avviene in condizioni aerobiche e richiede la presenza di ossigeno,
che i microrganismi trovano disciolto nelle acque, e il cui consumo è gradualmente compensato
dall'assorbimento di nuovo ossigeno atmosferico. Se la richiesta di ossigeno di un corpo idrico è
eccessiva, e quindi supera la capacità di riossigenazione, subentrano fenomeni putrefattivi, nel
corso dei quali vengono liberate sostanze tossiche e/o maleodoranti, che provocano una
degradazione dell'ecosistema acquatico. Questo fenomeno si manifesta in misura accentuata
nell'eutrofizzazione, ossia in un'abnorme proliferazione di vegetazione sommersa, ciò che
determina una sorta di asfissia più o meno grave delle specie animali acquatiche, le cui
popolazioni si riducono pericolosamente e in certi casi scompaiono
12
dall'ecosistema. Le cause dell'inquinamento idrico sono principalmente connesse all'immissione
di effluenti urbani, industriali e agricoli che interessano sia le acque superficiali sia le acque
sotterranee o di falda. Specifiche forme d'inquinamento delle acque sono quelle provocate
da petrolio e quelle connesse agli scarichi di acque a elevata temperatura (inquinamento
termico da calore).
• L'inquinamento del suolo
Le cause d'inquinamento del suolo sono in parte le stesse che interessano l'aria (inquinanti
atmosferici che ricadono sul terreno) e le acque (fertilizzanti, antiparassitari, acque irrigue
contaminate), in parte specifiche, legate allo smaltimento dei rifiuti solidi urbani (RSU) e
di fanghi provenienti dagli impianti di depurazione delle acque. Una causa spesso sottovalutata è
l’allevamento. La separazione delle attività zootecniche da quelle agricole comporta, insieme con
l'allevamento intensivo, lo scarico nei corsi d'acqua di ingenti quantità di nutrienti organici
costituiti dalle deiezioni animali, che invece potrebbero essere proficuamente utilizzati in
agricoltura, con beneficio della qualità dei prodotti e dei terreni. Gli effetti più gravi
dell'inquinamento del suolo sono legati, oltre che alla perdita di fertilità e alla predisposizione
all'erosione accelerata del terreno, a fenomeni di accumulo nelle catene alimentari (in
particolare di antiparassitari e di sostanze tossiche contenute nei fertilizzanti come impurità,
quali arsenico, cadmio, piombo). È il caso questo, per esempio, di veleni a elevata persistenza e
stabilità chimica, come il DDT e le diossine, che si concentrano negli organismi e si diffondono
nelle catene alimentari in concentrazioni assai più elevate di quelle di partenza e ritenute non
pericolose.
• L'effetto serra
Con l'espressione effetto serra si definisce il fenomeno per cui l'energia che viene emessa dalla
superficie terrestre verso lo spazio (in prevalenza come radiazione infrarossa), per bilanciare il
flusso di energia ricevuta dal Sole, è parzialmente assorbita da alcuni gas presenti nell'atmosfera
(detti gas serra) e da questi rinviata nuovamente verso la Terra (fig. 2.4.2). In tal modo viene
ritardata la dispersione di energia e s'instaura una temperatura media alla superficie terrestre
maggiore di quella che si verificherebbe in assenza di atmosfera. I principali gas responsabili
dell'effetto serra sono il vapore acqueo e l'anidride carbonica (biossido di carbonio,
CO). Finché la composizione dell'atmosfera e la quantità di radiazione solare ricevuta dalla Terra
non variano, l'equilibrio tra i vari fattori fa sì che s'instauri un certo valore medio di temperatura
alla superficie terrestre. Se uno dei fattori in gioco si modifica, l'equilibrio si sposta. Nel caso
specifico, suscita allarme l'aumento rilevato del contenuto di biossido di carbonio nell'atmosfera,
conseguente all'uso di combustibili fossili (petrolio, carbone, gas naturale) e, in parte, alla
deforestazione. Si è anche constatato che altri gas, in gran parte legati all'attività umana,
esercitano un effetto serra: tra questi figurano il metano, il protossido di azoto e
i CFC (clorofluorocarburi). Il contributo di tutti questi gas all'effetto serra equivale a quello
esercitato dal solo biossido di carbonio. Il risultato di questa intensificazione dell'effetto serra
potrebbe essere un aumento della temperatura media terrestre, con conseguente parziale
scioglimento dei ghiacci delle calotte polari e innalzamento del livello dei mari; inoltre,
potrebbero verificarsi modificazioni climatiche che attualmente sono difficilmente valutabili.
• Gli altri grandi problemi ambientali
L'elenco dei problemi ambientali creati dall'uomo non si ferma qui, purtroppo. Una tra le nuove
forme d'inquinamento è il cosiddetto elettrosmog, vale a dire l'aumento di radiazioni
elettromagnetiche conseguente all'enorme diffusione di apparecchiature elettriche ed elettroniche
verificatasi negli ultimi decenni. Numerosi studi dimostrano un'elevata probabilità di una
correlazione fra esposizione a campi elettromagnetici ed effetti sanitari di varia gravità: dai
disturbi nervosi, alla sterilità, alle disfunzioni dell'ipofisi, fino alle leucemie e altre forme
tumorali. Destano preoccupazione anche le manipolazioni genetiche di specie vegetali destinate
all'alimentazione animale e umana. I dubbi in proposito riguardano possibili rischi per la salute e
per l'ambiente quali la diffusione di agenti patogeni resistenti agli antibiotici, l'abbassamento
delle difese immunitarie, nonché modifiche imprevedibili dei processi biologici ed evolutivi

13
naturali. Un problema cui si è più volte accennato è quello della perdita di biodiversità, ossia
dello stock naturale di materiale genetico contenuto nei diversi biosistemi ed espresso in termini
di specie esistenti. Stando alla Red List 2000 edita dall'Unione Internazionale per la
conservazione della natura (International Union for Conservation of Nature, IUCN), fondata nel
1948 e ora ridenominata WCU, le specie a rischio d'estinzione sarebbero più di 18 mila, il 60%
delle quali direttamente minacciate dall'attività umana.
L'estinzione di specie naturali non è di per sé un fatto eccezionale nella storia della Terra. Nei
530 milioni di anni da quando è comparsa la vita sul nostro pianeta, si calcola si siano estinte 30
miliardi di specie, mentre quelle viventi ammontano a circa 30 milioni: appena lo 0,1% di tutte le
specie mai esistite! Ciò che rende inquietante la situazione odierna, rispetto a quella del passato, è
la velocità con cui scompaiono le specie. Secondo i dati riportati dell'organizzazione
ambientalista World Catch Institute questa è diventata da 1000 a 10.000 volte superiore al tasso
naturale di estinzione, toccando punte, se si tiene conto anche della distruzione delle barriere
coralline, di fino a 74 specie che si estinguono al giorno. Anche di deforestazione e
di desertificazione abbiamo già parlato. In questo contesto vale la pena di ricordare due casi
limite. Il primo è quello della foresta amazzonica, che con i suoi 7,5 milioni di km2 di
superficie rappresenta, come è noto, il maggior «polmone verde» della Terra, dal momento che in
un solo ettaro di foresta si trovano 750 specie di alberi. Ebbene: in Amazzonia negli ultimi
vent'anni sono andati distrutti 550 mila km2 di foresta, quasi due volte la superficie dell'Italia.
Tenuto conto dei piani di sviluppo messi in cantiere dal governo del Brasile, nei cui confini
rientra circa il 67% della regione, si stima che fra vent'anni solo poco meno di un terzo della
foresta amazzonica resterà intatto. Il secondo caso riguarda il Lago d'Aral, in Asia centrale, al
confine tra Kazakistan e Uzbekistan, un tempo il quarto lago del mondo per dimensioni. Non solo
la sua superficie si è ridotta del 40% a causa della deviazione dei suoi affluenti, utilizzati fin dagli
anni '60 del '900, per irrigare le piantagioni di cotone uzbeche, ma i terreni resi disponibili sono
inutilizzabili perché salati in profondità. Nel frattempo, la salinità del lago è aumentata di tre
volte, mentre presso le popolazioni rivierasche si raggiungono tassi di mortalità infantile e di
cancro fuori dalla norma. Pare che questo non sia stato l'unico disastro ecologico della regione,
dal momento che una sua isola ospitava un laboratorio di armi biologiche, precipitosamente
abbandonato dopo la dissoluzione dell'URSS. Questo ci riporta alle molteplici forme
d' impatto che l'intervento dell'uomo esercita sull'ambiente.

• La conservazione della natura


Sottrarre territorio allo sfruttamento dell'uomo (“boschi sacri” in epoca romana, riserve dei
feudatari, parchi nazionali ecc.) → fine Ottocento: naturalisti e uomini di cultura preoccupati
dalle specie in estinzione (1872 Parco di Yellowstone).
Finalità della conservazione ambientale:
1) scientifica e di conservazione
2) ricreativa ed educativa
3) turistica ed economica (zonizzazione)
In Italia i parchi nazionali sono il 10% del territorio.
PVS: difficoltà → community conservation per sviluppo sociale ed economico + tutela
biodiversità.

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Lo Sviluppo Sostenibile
Modelli di sviluppo economico alternativi compatibili con gli equilibri ambientali → ideologie
ambientaliste alternative: limiti dello sviluppo.
1972: Conferenza di Stoccolma: Uomo e Ambiente → problema ecologico = problema globale
ma non porta a risultati concreti.
1987: Rapporto Brundtland (Commissione Mondiale su Ambiente e Sviluppo) → Sviluppo
Sostenibile: soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni
future di soddisfare i propri. Tre ostacoli: combustibili fossili, esplosione demografica PVS ,
insufficienza istituzionale.
1992 Summit della Terra (Conferenza di Rio): Approvazione dell'Agenda 21 (Linee guida di
sviluppo globale, nazionale e regionale) + Convenzione sul Clima + Convenzione sulla
biodiversità (non firmata da USA) + dichiarazione sulle foreste.
2002: Vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile (Rio + 10, Sudafrica): problemi dei Paesi più
poveri → problemi ambientali legati al sottosviluppo.
Crescita = Sviluppo (miglioramento della qualità della vita)
Obbiettivi dello sviluppo sostenibile:
1 – Integrità dell'ecosistema
2 – Efficienza dell'economia, organizzata in funzione dell'ecologia e
dell'etica 3 – Equità sociale (intra-generazionale e intergenerazionale)
Sostenibilità debole = La società è sostenibile se non decresce la ricchezza materiale (stock
aggregati di capitale naturale e capitale prodotto dall'Uomo)
Sostenibilità forte: stock di capitale naturale costanti → Funzioni di sostegno alla vita.

CAPITOLO IV: LA POPOLAZIONE

La distribuzione della popolazione sul territorio si indica ricorrendo al calcolo della densità della
popolazione, il rapporto tra il numero di abitanti e la superficie di territorio che essi occupano
espresso in km2.
In base al calcolo del suddetto rapporto, le zone di popolazione si suddividono in:
• aree ad alta densità: + di 100 ab. /km2;
• aree densamente popolate: 50-100 ab. /km2;
• aree a mediocre densità: 10-50 ab./km2;
• aree a bassa densità: 1-10 ab./km2;
• aree a bassissima densità: -1 ab./km2;
• aree anecumeniche: non popolate.

AREE AD ALTA DENSITÀ (+ di 100 ab./km2) interessano la zona eurasiatica: 7 aree


1. zona cinese: Cina, Giappone e Taiwan, grazie alla presenza di grandi fiumi come il Fiume
Giallo e il Fiume Azzurro; alla fertile condizione della piana di Manciuria, allo
sfruttamento intensivo delle colture di riso, cereale molto nutriente capace di sfamare il
maggior numero possibile di persone (riso, dieta vegetariana, pesce, maiale); alla
pescosità del mare nipponico che fa dei giapponesi i primi consumatori di pesce al
mondo; all'antichità degli insediamenti; al fortissimo incremento dello sviluppo urbano
degli ultimi tempi.
2. zona indiana: Punjab, Indostan, Bengala, Ceylon, grazie alla presenza delle piogge
monsoniche e dei grandi fiumi come l'Indo e il Gange che sostengono la produzione
agricola (riso frumento e miglio); grazie all'altissima natalità, essendo diffusa la
mentalità
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favorevole alla procreazione di molti figli che fungono da sostegno nell'economia
familiare.
3. zona europea nord-occidentale: bagnata dall'Atlantico e dal Mediterraneo ha un profilo
molto vario; l'accumulo demografico è fra i più antichi, le attività produttive sono assai
diversificate: si va dalla produzione industriale (Francia, Inghilterra, Germania, Italia del
nord) a quella agricola (Italia del centro e del sud, Boemia e Polonia), allo sfruttamento
delle risorse minerarie (Germania, Francia e Inghilterra), alle intense attività di scambio
commerciale. Il clima temperato è propizio per l'agricoltura e per l'insediamento abitativo.
4. zona nilotica: dalla Valle di Assuan, con la sua diga che ha aiutato lo sviluppo agricolo,
al delta del Nilo; sostiene una grande quantità di popolazione grazie ai suoi fertili terreni
ricchi di limo depositato dal fiume.
5. zona giavanese: l'isola di Giava e la vicina Madaura hanno un fertile terreno vulcanico e
un mite clima equatoriale, caldo e piovoso, che consentono ben 3 raccolte di riso per
anno. La popolazione è ancora in forte crescita.
6. zona portoricana: Puerto Rico soffre però i danni di un'economia mal sfruttata; la
coltura della canna da zucchero è infatti soprattutto a vantaggio degli Usa e le altre
risorse agricole sono insufficienti a sfamare la popolazione.
7. zona nordorientale degli Usa: è la zona di più antico popolamento; si estende dalle
megalopoli della costa atlantica (lungo l'asse Washington - Boston) fino ai laghi Erie e
Ontario (commercio con l'Europa e sfruttamento del sottosuolo: carbone ferro e petrolio).

LE ALTRE CLASSI DI DENSITÀ

• aree densamente popolate (50-100 ab./km2): aderiscono per lo più alle aree ad alta
densità, di cui colmano le lacune interne; generalmente sono associate a un'agricoltura
piuttosto intensiva o a un alto tasso d'industrializzazione in Italia, Francia, Germania,
Cina e Usa. Altrove queste aree sono invece zone di popolamento intenso rispetto ad
altre adiacenti meno sviluppate (fascia marittima della penisola Iberica, zona contigua
alla città di Mosca, più industriale, il Maghreb costiero, il Sudafrica, i Grandi Laghi
africani).
• aree a mediocre densità (10-50 ab./km2): sono ristrette alle zone di limitato sviluppo,
come l'interno della penisola Iberica e di quella Balcanica (agricoltura povera, ovini,
caprini); zone fredde come la Fennoscandia, la Russia forestale (dove prevalgono segale
e avena). Altrove sono zone favorite da uno sviluppo più intenso che nelle zone
circostanti, come in Anatolia (frumento e riso a fondovalle), in Africa orientale
(agricoltura di sussistenza e piantagioni tropicali), paesi sul Golfo di Guinea, Indocina
(ricca in piogge ma poco sviluppata), Middle West cerealicolo negli Usa, Messico e paesi
andini.
• aree a bassa densità (1-10 ab./km2): in Europa si trovano solo nelle zone al di sopra del
60° parallelo, dove prevalgono climi troppo freddi, che consento un'economia
seminomade dedita all'allevamento della renna; in Asia abbracciano vaste aree del
Turkestan e dell'altipiano dell'Iran, dove si muovono i pastori transumanti (sono
stabilmente abitate solo quelle parti dove l'irrigazione è possibile). In Africa sono
numerose e molto estese le zone a bassa densità, e anche in questo caso predomina la
pastorizia seminomade, seguita dall'allevamento nelle savane e nelle zone dove ha
attecchito l'aridocoltura. Nelle foreste pluviali, il rapido impoverimento del suolo impone
lunghi turni di riposo del terreno. Nelle Americhe questa densità interessa le pianure del
West dedicate all'agricoltura estensiva, le pampas argentine e i campos brasiliani.
• aree a bassissima densità (-1 ab./km2): identificano le aree a foreste canadesi e siberiane
(taiga), con popolamento localizzato specialmente lungo i fiumi, con la frequentazione
della tundra da parte dei pastori di renne in estate. Pastori nomadi si trovano anche in
Patagonia, Amazzonia e Asia centrale, oltre che nella foresta pluviale del Congo. In
queste zone la scarsa popolazione ricorre anche alla caccia e alla raccolta dei frutti
spontanei.

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SOVRAPPOPOLAMENTO E GEOGRAFIA DELLA FAME
Si considerano sovrappopolati tutti quei territori in cui tutti i beni prodotti non bastano alla
sussistenza degli abitanti. Il più delle volte si ha però il sovrappopolamento relativo: l'incapacità
cioè di valorizzare le risorse territoriali presenti per la sussistenza della popolazione.
Questo accade spesso a causa del mancato sviluppo tecnologico che lascia indietro molte nazioni
rispetto ad altre. Lo scenario di miseria che spesso si crea potrebbe migliorare se i paesi avanzati
aiutassero i meno sviluppati a ottimizzare lo sfruttamento delle loro stesse risorse. A patto però di
generalizzare per il futuro anche una politica del controllo demografico. Contribuiscono però nel
presente soprattutto l'inadeguatezza delle strutture agrarie e le gravi disparità sociali al persistere
di molte situazioni di sottonutrizione: il problema della fame nel mondo non nasce dalla scarsità
delle risorse ma da una cattiva distribuzione delle condizioni che ne favoriscono la fruizione.
La FAO ha comunicato che la fame è tra le cause di morte più insidiose: oltre la fame totale, che
causa la morte per inedia, c'è infatti anche la fame occulta, quella da malnutrizione, che debilita il
corpo e lo rende più esposto a malattie che ne provocano il deperimento e quindi il decesso. Nella
condizione del mondo odierna, per supplire alla mancanza di alimentazione non si può ricorrere
all'estensione del coltivabile, ma si deve intensificare lo sfruttamento del già coltivato. Ma per
farlo è stato necessario ricorrere ai fertilizzanti chimici, che alla fine producono effetti disastrosi
sull'ecosistema. Però oltre all'incremento della resa per ettaro si può ricorrere come già accade in
Cina e in Indonesia al double cropping, alla pratica cioè del doppio raccolto, alternando grano
invernengo e riso nel corso dello stesso anno.

LA DINAMICA DELLA POPOLAZIONE


La rivoluzione demografica è quell'accelerazione del ritmo d'incremento demografico avvenuta
nel XIX secolo per effetto delle migliorate condizioni di vita: regresso della mortalità, estinzione
o riduzione di alcune calamità (peste, colera, carestie). In particolare, la diminuzione della
mortalità infantile e i progressi della medicina contro le epidemie hanno contribuito a rendere la
sopravvivenza dei nuovi nati meno dura. Ma molto si deve anche alla Rivoluzione Industriale,
alla scoperta di metodi per l'intensificazione delle colture attraverso meccanismi di rotazione, alla
privatizzazione di terre demaniali, allo smembramento di latifondi, all'accumulo di ricchezze
tramite commerci.
Per tutto il XIX secolo, l'Europa e in generale i paesi progrediti hanno conosciuto un potente
incremento demografico; ma dal XX secolo in poi il fenomeno ha interessato invece il Terzo
Mondo; l'incremento demografico subisce una battuta d'arresto negli anni '70, quando Russia e
Cina adottano rigide politiche di pianificazione demografica.

NATALITÀ E POLITICHE DEMOGRAFICHE

Il bilancio naturale della popolazione è dato dalla differenza tra il tasso di natalità e quello di
mortalità. Il tasso di natalità è il rapporto-espresso per mille- fra i nuovi nati di un anno e la
popolazione: si calcola moltiplicando per mille il numero dei nuovi nati e dividendolo per il
numero totale degli abitanti. Una popolazione normale dovrebbe avere il tasso di natalità intorno
al 50 per mille. Intervengono in realtà numerosi fattori a determinare la natalità di una
popolazione: la religione (estendere il numero dei fedeli, cfr. le encicliche Populorum progressio
del 1967, Humanae vitae del 1968, ma sono da sempre i paesi islamici ad avere la più alta
natalità), la politica, la condizione sociale ed economica degli individui, ad es. ("la mensa del
povero è spoglia ma il suo letto è fecondo", dice l'adagio). Nei paesi europei dei secoli scorsi si
limitava la natalità con un metodo a priori: ritardando l'età delle nozze e spingendo spesso i
secondogeniti alla vita religiosa o militare. Nelle società contemporanee, accanto alla
contraccezione, prevale il metodo a posteriori, l'aborto.
Fattori sociali s'intersecano spesso con fattori economici nel contenimento delle nascite: un
tempo, i proprietari terrieri, per non veder disgregato il latifondo tra tutti gli eredi, limitava il
numero dei nuovi nati nella famiglia; non avevano invece questo problema i braccianti e i coloni,
che vedevano nella prole un valido aiuto nella cura della terra. Ugualmente, il ceto impiegatizio
non è molto prolifico, perché tende all'ascesa sociale e vede un ostacolo nella creazione di una
17
famiglia troppo numerosa, al contrario di quello operaio. I più poveri sono i più prolifici e perciò
son detti proletari.
Le direttive politiche possono mostrarsi a favore di un contenimento delle nascite: le politiche
possono quindi dirsi nataliste, o antinataliste. Gli sgravi fiscali e gli assegni familiari sono
provvedimenti caratteristici delle politiche nataliste e incoraggiano l'incremento demografico in
maniera diretta. E in maniera indiretta lo fa pure la tassa sul celibato, che spinge gli uomini a
sposarsi. Fascismo e nazismo, che avevano sempre bisogno di giovani da introdurre nei corpi
delle milizie, adottarono queste misure per incrementare la natalità. Anche il Giappone era un
paese natalista in passato, e per gli stessi motivi: con una natalità spinta fino al 30 per mille negli
anni della II Guerra Mondiale, si è attestato oggi intorno al 9.4 per mille, adottando invece la
politica antinatalista dei ricchi paesi sovrappopolati. Nella ex URSS il bolscevismo aveva tra i
suoi obiettivi la crescita demografica; negli anni della guerra si allineò al fascismo e nazismo per
i provvedimenti natalisti, giungendo a tassare celibi, e famiglie con un solo figlio. In Cina dopo
la rivoluzione di Mao e dopo una breve parentesi antinatalista, si seguì la politica marxista:
“bocca in più, braccia in più”, poi dal 1969: controllo delle nascite, dal 1984 rigida politica di
contenimento demografico.

Indice di fecondità (figli x donna) = da 7 (Nigeria, Yemen, Somalia) a 1,2 (Italia, Spagna,
Bulgaria) → l'indice 2,1 assicura il rinnovo di una generazione con la successiva.

1972 rapporto I limiti dello sviluppo: prevede collasso del sistema mondiale entro fine XXI sec.

ONU: 3 conferenze sul problema della crescita della popolazione (1974, 1984, 1994) → visione
globale, cambiamenti dei modelli, scontri tra liberisti e cattolici/islamici.

La mortalità è in valore relativo il rapporto tra numero dei morti in un anno e totale della
popolazione (x1000). Le cause di morte sono esogene (legate all'ambiente) o endogene (la causa
è da ricercarsi nell'organismo).

XIX sec. → Arretramento della mortalità.


PVS: indici di mortalità non troppo elevati per alta percentuale di giovani.
Evoluzione dei rapporti tra mortalità e condizioni socio-economiche:
1 – Fino a 1700: morivano prematuramente persone di tutte le categorie
2 – XIX sec.: disuguaglianze.
3 – Lotte sindacali e previdenza sociale.

Indice di mortalità infantile: bambini morti a meno di 12 mesi/neonati dell'anno →


Differenze profonde tra paesi (condizioni ambientali ecc)

Indice di incremento naturale: differenza tra indici di natalità e mortalità:


- Tipo primitivo = Incremento scarso: altissima natalità/mortalità elevata
- Tipo in via di evoluzione = Alta natalità / mortalità in discesa
- Tipo a natalità diminuita e bassissima mortalità
- Tipo a bassa natalità e bassa mortalità

Transizione demografica = da incremento assai modesto (alta mortalità/alta natalità) a incremento


modesto (bassa natalità/bassa mortalità) → calo della mortalità = si allunga la vita media o
speranza di vita alla nascita.

Malthus: saggio sul principio della popolazione: non tiene conto del progresso della tecnica.
Il tasso d'aumento della popolazione mondiale sta scendendo (paesi europei = crescita zero).
Procreazione = Fatto sociale

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Migrazioni:

• migrazioni di popoli: Indoeuropei (II sec aC verso est -Punjab- e verso ovest -Achei a
Creta, Dori; Celti, Italici), Greci in Asia Minore e Magna Grecia, Romani, Germani,
spinti dagli Slavi (Franchi, Angli e Sassoni), Arabi; tribù uralo-altaiche (Magiari in
Pannonia), Turchi nell'Impero Bizantino e penisola balcanica.
• migrazioni coatte: tratta degli schiavi (Guinea-Senegal-Angola), ebrei (Russia
1880-1909), Armeni, Curdi. Esodi forzati dovuti alle guerre e alle modificazioni dei
confini politici (Tedeschi, Giapponesi, Dalmati, Induisti, Palestinesi, Vietnamiti -boat
people-, Albanesi ecc ecc: stime ONU → 20 milioni di rifugiati (8 in Africa
• migrazioni moderne: conquiste europee: colonizzazione di sfruttamento e di popolamento
in America, Nuova Zelanda e Australia.
• migrazioni internazionali: per motivi economici, soprattutto. Indice di immigrazione:
rapporto x 1000 tra numero degli immigrati in un anno e totale della popolazione.
Sono aumentate con lo sviluppo dell'industria: fuga dai paesi poveri, richiamo dei paesi
sviluppati con carenza di manodopera. 2001: 20 mln di extracomunitari in UE + 6 mln
naturalizzati → squilibri sulla società e sull'economia, omogenizzazione culturale,
ghettificazione, conflittualità.
• migrazioni interne: entro i confini di uno stato, connesse a incentivi economici e sociali.
Bilancio migratorio: differenza immigrati-emigrati.
• migrazioni temporanee: connesse a lavori agricoli, pastorali, manifatturieri o terziari
(alpeggio, magghenghio, transumanza ecc.).
• spostamenti pendolari: distanza a raggio limitato tra aree forti (posti di lavoro in esubero)
e aree deboli.

Tasso di mobilità: immigrati+emigrati/popolazione


Colonizzazione organizzata: spostamenti di famiglie
Spopolamento montano e rurale

Struttura della popolazione

Struttura demografica: distribuzione numerica di maschi e femmine in diverse classi di età →


piramide delle età (piramide= forma teorica)
Indice di vecchiaia: rapporto tra ultrasessantenni e gente sotto i 15 anni.

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Struttura professionale
Popolazione attiva: persone in condizione professionale e persone in cerca di prima occupazione.
• Tasso di attività (attivi/abitanti9 = più alto in popolazioni più giovani
• Indice di occupazione: percentuale degli occupati sulla popolazione attiva.
• Indice di ricambio: rapporto percentuale tra appartenenti alla prima classe quinquennale di
attività lavorativa (15-20 anni) e appartenenti all'ultima (60-65).
• Indice di dipendenza: rapporto tra popolazione in età non attiva e popolazione in età attiva
• Settore primario: agricoltura, allevamento, pesca.
• Settore secondario: trasformazione dei prodotti
• Settore terziario: commercio, servizi, libere professioni ecc.

Struttura sociale
Connessa al livello di vita e alla posizione occupazionale: imprenditori e liberi professionisti;
dirigenti e impiegati; lavoratori in proprio; lavoratori dipendenti; coadiuvanti.
• PIL = valore della produzione complessiva di beni e servizi
• PIL pro capite = reddito per abitante
• stato sanitario: è tanto più soddisfacente quanto più bassa è la mortalità
• grado di istruzione → tasso di analfabetismo (donne, aree rurali) /tasso di scolarità
(studenti per mille abitanti)
• ISU: indice di sviluppo umano ONU (PIL+ alfabetizzazione + speranza di vita)

Oggi è fortissimo il divario tra sviluppo e sottosviluppo (48% della popolazione mondiale povera
guadagna quanto l'1% ricco).

Lingue e popoli
La diversità degli elementi culturali distingue i popoli. La disparità dei livelli raggiunti da diversi
gruppi umani dipende dalla diversa evoluzione storica della cultura.
Attraverso la lingua materna il bambino assimila la cultura trasmessa dalle generazioni
precedenti, patrimonio comune di chi parla la stessa lingua.
Gruppo etnico: una comunità fondata sulla stessa lingua e su una stessa cultura spirituale e
materiale, con la coscienza di essere un'unità originale e distinta.
Gruppi linguistici: lingue
derivate dalla stessa lingua
madre → famiglie
linguistiche (indoeuropee
d'Asia e d'Europa,
semitiche, camitiche,
bantu-sudanesi, basche e
caucasiche, uralo-altaiche,
dravidiche, cino-tibetane-
giapponese-coreane,
austro-asiatiche- khmer,
australiane e malesiane,
amerinde-eschimese)
Vi sono lingue formatesi
con i contatti commerciali:
lingua franca (Levante
mediterraneo nel
medioevo), pidgin-english
(Estremo Oriente), suaheli
(dal bantu, paesi africani
sull'Oceano Indiano).

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Religioni
Distribuzione territoriale delle religioni: risultato storico, modificata da conquiste e conversioni.
Differenze tra religioni etniche e universali.
Ebraismo, Cristianesimo (Cattolico, Protestante, Ortodosso), Islamismo (Sunnita, Sciita,
Ismaelita ecc), Induismo, Buddismo, Confucianesimo, Taoismo, Scintoismo.

Minoranze etnico-linguistiche
Minoranza etnica: gruppo cementato da uno o più caratteri culturali differenti da quelli del
proprio gruppo maggioritario.
Allogeni: cittadini appartenenti a nazionalità diversa da quella dominante.
Alloglotti: parlanti una lingua diversa da quella ufficiale o prevalente.
Minoranza spontanea: gruppi di stranieri immigrati in uno stato a popolazione omogenea.
Apartheid: politica di segregazione
Curdi: 20 milioni divisi tra Turchia, Siria, Iran, Iraq. Resistenza all'assimilazione, quarto popolo
del Medio Oriente, unità etnica e culturale millenaria.
Armeni: minoranza Cristiana nell'odierna Turchia.
Minoranza linguistica: gruppo che si esprime in una lingua diversa da quella ufficiale.
Quando hanno piena coscienza di costituire entità diverse sono dette minoranze nazionali (es.
Tedeschi Alto Adige/Austria) → un gruppo linguistico è in minoranza quando il suo idioma
determina l'aggregazione di questo gruppo e la sua separazione dagli altri (ladini, albanesi e
Greci).
Problema delle minoranze: Italia post 1918: Tedeschi e Slavi → stanziamento di famiglie italiane
(→ minoranze oppresse); dopo 1945 misure in favore delle minoranze: Valle D'Aosta, accordo
DeGasperi-Gruber (Alto Adige a Statuto Speciale); Sloveni : Memorandum di Londra (1954) +
Trattato di Osimo (1975).

CAPITOLO V: ORGANIZZAZIONE DEGLI SPAZI AGRICOLI

Tutte le società hanno creato strutture agrarie con tecniche e sistemi di colture diversi →
policolutura di sussistenza + armonico accostamento delle piante.
Inizialmente: cereali, legumi, piante tessili + allevamento di bovini, ovini e suini.
Più tardi: olivo e alberi da frutto.
Medioevo: in Europa occidentale migliorano le tecniche agricole (da aratro a chiodo a aratro a
ruota con vomere e versoio, rotazione triennale, concime animale, allargamento aree coltivate,
concessioni di terre incolte a comunità rurali) → aziende agricole: terre arative + prati, vigneti,
frutteti, piante tessili → varietà culturale = spezzettamento fondiario.

Europa: 3 tipi di paesaggio agrario:


• openfield (bassipiani centrorientali): agricoltura a carattere comunitario (frumento, segale,
pascolo a rotazione triennale).
• bocage (regioni atlantiche): campi recintati, case isolate, diritto di proprietà.
• paesaggio mediterraneo: discontinuità tra campi e pascoli, centri compatti in siti difensivi,
cereali + colture arboree o arbustive → triade mediterranea = frumento, olivo, vite.
Terrazzamenti, discontinuità delle colture. Nel Mezzogiorno economia estensiva (città
contadine); Paesaggio storico (siti elevati, cereali e fruttiferi) Vs paesaggio moderno
(bonifica, zone piane, case sparse nei poderi); Italia Centrale: coltura promiscua
(rettangoli con fossetti di scolo e cigli: policoltura intensiva, mezzadria);

La proprietà fondiaria riguarda il possesso della terra, non ci sono criteri univoci per la
classificazione in base all'ampiezza. La frammentazione deriva da divisioni ereditarie e necessità
di appezzamenti in zone pedoclimatiche diverse.

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La conduzione aziendale è il tipo di gestione:
• Piccola proprietà coltivatrice: coltivazione diretta
• Conduzione in economia: proprietario più salariati fissi e braccianti (capitalistica)
• Conduzione a mezzadria: coltivazione affidata ad un colono con spese e ricavi a metà
• Aziende in affitto
• Aziende part-time
• Latifondo: il proprietario riceve la rendita di uno sfruttamento estensivo senza reinvestire
gli utili per la valorizzazione

XIX sec: rivoluzione verde: agricoltura più intensiva e specializzata: maggese sostituito con il
rinnovo, intensificazione dell'allevamento stallino, meccanizzazione → agricoltura di mercato
(dissociazione tra produzione e consumo, circuiti commerciali, borse merci, standardizzazione.

Impresa agro-industriale: forma massima di razionalizzazione capitalistica. Prevede:


• Integrazione stretta tra agricoltura e industria alimentare
• Dominio dell'Industria sull'Agricoltura
• Tutte le fasi produttive all'interno di un'unica grande impresa

Eccessiva frammentazione fondiaria: Espansione demografica, diminuisce il rendimento →


ricomposizione fondiaria per scambio, per acquisto o per intervento dello Stato.

PAC
• 1957: Trattato di Roma: principi, obbiettivi e strumenti per politica agricola
(Piano Manshold)
• Anni '60: Aumento della produzione e difesa contro le importazioni → sostegno dei
prezzi agricoli interni più tariffe doganali → concentrazione e specializzazione delle
produzioni e abbandono di attività agricole nelle aree meno favorevoli (degrado e dissesto
idrogeologico).
• Metà anni '70: stagnazione della domanda (differenziazione dei bisogni alimentari)
• Più di recente: miglioramento dell'efficienza delle strutture agrarie, ripristino tra
produzione e capacità di mercato, sviluppo sociale delle zone rurali, formazione tecnica e
professionale, innovazioni organizzative, bioagricoltura e tutela dei consumatori.

Modello Von Thunen e rendita di posizione

1826: studio dei sistemi di localizzazione:


la rendita in agricoltura dipende dalla
distanza dal mercato (costo del trasporto =
variabile fondamentale ed unica) → sei anelli
concentrici dalla città-mercato (prodotti
deperibili, boschi, coltura intensiva, arativo a
rotazione poliennale, arativo con maggese,
allevamento estensivo.
La realtà non è così schematica ma è una
teoria valida in generale.

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Colonizzazione e monocolture commerciali
Nei paesi “nuovi” i colonizzatori diffondono colture speculative (prateria nordamericana,
pampa argentina, etc.)
Belts = zone specifiche (dairy belt: latte; wheat belt: grano; corn belt: mais; cotton belt, etc., silos
→ pompe → vagoni → terminali) crisi agricole per sovrapproduzione
Rang e Township = francesi e inglesi in Nord America, scacchiera, case autonome ma vicine.
Dry farming e ranch = aridocoltura: colture in lunghe fasce parallele, pascoli.

Agricoltura di sussistenza e piantagioni speculative


Aree poco piovose delle regioni tropicali: allevamento + agricoltura
Africa sub sahariana: paesaggio agrario a tre anelli concentrici (coltivazioni intensive, colture
cerearicole di base e legumi, campi temporanei per fabbisogno di cereali)
Deccan: miglio e arachide, minuziosa irrigazione, letame usato come combustibile.
Asia monsonica: risicoltura (popolazione nelle regioni deltizie e nelle valli), scacchiera con
arginelli, terrazze, lavori agricoli manuali, no allevamento no letame, trapianti, scarsa produttività
e fatica secolare, insediamento accentrato, povertà generale.
Regioni tropicali umide: piantagioni = forma più spinta di agricoltura speculativa fondata su
specificità geografiche o prezzi più bassi.
Le piantagioni più grandi appartengono a società di capitali straniere, l'agricoltura di piantagione
è stata favorita dagli stati decolonizzati per industrializzazione → persistenza del colonialismo.

Riforme agrarie
Trasformazioni rapide e brutali degli ordinamenti agricoli, strumento politico e ideologico:
• Rivendicazione sociale
• Rivendicazione economica
America Latina: movimenti rivoluzionari + riforme (Messico 1917, Bolivia 1952, Perù 1964,
Cile 1967, Cuba 1961).
Medio Oriente e Nord Africa: Riforme dall'alto (Egitto 1952, Iraq 1958 e 1970, Siria 1958, Iran
1960 e 1979, Tunisia 1969, Algeria 1962).

Agricolture comuniste
Lavoro comunitario + produzione condizionata dalla pianificazione.
Riforme agrarie = espropriazione di domìni feudali e grandi tenute, cooperative tra assegnatari e
proprietari medi.

URSS:
1917: Trasformazione radicale delle strutture agrarie
1928-32: primo Piano Quinquennale: kolchoz (cooperativa) e sovchoz (enorme fattoria gestita
dallo Stato)
1991: kolchoz e sovchoz trasformati in spa, proprietà a col.diretta, etc → pericolo della
speculazione fondiaria, mancanza di spirito imprenditoriale: prevalgono grandi aziende statali.

Cina:
1949 riforma agraria: eliminazione di proprietari assenteisti, terre espropriate spartite tra i
contadini
1953: collettivizzazione
1958: comuni popolari: produzione, popolamento, servizi sociali. Comune = unità territoriale e
funzionale, con mezzi di produzione e vita collettivi
1979-82: riforma agraria Xiaoping: fine delle comuni, libero mercato: quattro modernizzazioni.
Oggi: struttura di base = squadra; terra spartita tra famiglie e diffusione dell'allevamento. Esodo
dalle campagne, produttività, proliferazione di tanti piccoli mercati.

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CAPITOLO VI: GENERE DI VITA E INSEDIAMENTO RURALE

Caratteri culturali: si evolvono per contatto e imitazione. → CIBO, VESTIARIO, ABITAZIONE


Cultura materiale: legata a condizioni ambientali, designa un “genere di vita” → insieme delle
pratiche adottate da un gruppo umano per assicurare la propria sussistenza → adattamento attivo
alla natura secondo l'evolversi delle tecniche.
Società primitive: le tecniche riflettono il rapporto con l'ambiente.
Società complesse: molteplicità di modi di vita.

Cibo: raccolta dei prodotti, sedentarizzazione, pastorizia. A ogni regione climatica corrisponde
uno specifico regime alimentare.
Vestiario: all'inizio copre i genitali (protezione, non pudore), culturale è la foggia del vestire.
Abitazione: risente delle condizioni ambientali ma è anche un prodotto culturale:
• abitazioni precarie di cacciatori e raccoglitori: grotte e caverne naturali, caverne artificiali
o camere ipogee (sassi di Matera), ripari paravento (culture fossili, “primitivi” con
cultura adeguata all'ambiente che abitano e forte grado di socialità), ripari semicircolari,
igloo, tende → abitano territori isolati per difendersi da popolazioni più forti e bellicose.
• tende dei pastori nomadi: pastori: tenda turco-mongola (cerchio di legno sostiene telaio di
copertura), tenda araba (quadrangolare), tenda conica (Lapponi e Tungusi).
• capanne degli agricoltori sedentari: capanne a contorno circolare, poi quadrangolari →
sedentarizzazione e presa di possesso del suolo: capanna conica, capanna ad alveare,
capanna cilindrico-conica, capanna a pianta quadrangolare, capanna rettangolare a botte.
• casa: deriva dalla capanna, fatta di pietra o legno, suddivisa in camere interne: isba russa,
colombage francese e Fachwerk tedesca (legno + argilla), mattoni d'argilla inventati in
Medio Oriente, pianta circolare: costruzioni in pietra (nuraghi, gubab in Siria), mègaron
stretta e allungata (Troia-Micene), casa a peristilio (cortile centrale), domus romana
(atrium centrale) inserita nell'insula (base dell'articolazione urbana), dopo il Mille: case
unitarie (piccola proprietà). Tetto: senza tetto nelle regioni prive di piogge, a terrazza nelle
regioni poco piovose (raccolta dell'acqua piovana), a spiovente in Europa, Asia mer, Cina,
India, USA atlantici, Sudamerica.

Tipi di insediamento:

1. accentrato (villaggi) → centro: gruppo più o meno grande di case, legati all'acqua (di
ponte o di confluenza), alle strade (di crocicchio), al rilievo (di fondovalle → Alpi per
sicurezza collettiva, di pendio, di ripiano, di cocuzzolo → Appennini per difesa, di
sella, di sprone, di dorsale)
2. sparso (case isolate)
3. nuclei (piccole abitazioni più o meno vicine, aggregati elementari agricoli o di strada)
• dipende da acqua, rilievi, aiuto e difesa, gestione della campagna
• tipi di case: forme unitarie (abitazione e rustico in un solo fabbricato, elementi sovrapposti o giustapposti) o
forme complesse (elementi separati, casa a corte – Lombardia, maso, casali, masserie...)
• abitazioni e centri distribuiti irregolarmente o regolarmente (centuriazione romana, zone di bonifica)
• densità proporzionale all'intensità delle colture

Toponomastica

Distribuzione geografica dei toponimi (nomi delle località):


• -asco: Liguri
• -aco, -ago / nome della funzione originaria: Romani
• -ing, -ingen, -inge: “la gente di”: Germani
• riferimento al culto: Cristianesimo
• riferimenti geografici (ponte-, -bruck, -bridge)

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Strutture dei villaggi

• allungata: strada o fiume


• ammassata: difensiva
• spazieggiata: orti e frutteti familiari tra le abitazioni

Europa Centrale: villaggio agglomerato: sviluppo spontaneo intorno alla chiesa, case + orti.
Europa Orientale: villaggio di strada: forme regolari (lungo una strada, orti recintati ow, -itz, -zig)
Tra Germani e Slavi: villaggio- piazza (piazzale o prato per feste, mercati, recinto per bestiame) e
villaggio rotondo (case ad anello più fitte intorno alla piazza) → difesa

Villaggi pianificati: regolarità geometrica delle strade e del perimetro

Vita del villaggio: agricoltura e attività ausiliarie (artigianali e commerciali), microcosmo sociale.
Dopoguerra: da ambiente sociale a ambiente di produzione → cambiamenti tecnologici,
distruzione di paesaggi rurali e rapporti umani: campagna senza uomini; decentramento di
fabbriche: abitazioni per lavoratori di città e attività agricola secondaria (rurbanizzazione).

CAP. VII: ORGANIZZAZIONE TERRITORIALE DELL'INDUSTRIA

Basi e strutture dell'industria


Artigianato: precisi limiti tecnici e dimensionali; apogeo nel Medioevo, dominio di pietra,
argilla e legno a scapito dei metalli, ampia dispersione geografica.
XVII-XVIII sec primi abbozzi di fabbriche → attività collettiva e divisione del lavoro.
XIX sec prima rivoluzione industriale (carbon fossile e grembol → zone industriali,
capitalismo imprenditoriale, sconvolgimento delle strutture sociali, nascita della classe operaia,
trasporti, siderurgia a buon mercato, sforzo del capitale per assicurarsi il controllo della forza
lavoro, urbanesimo, classe degli industriali e dei banchieri (richezza di censo): società borghese,
donne e bambini sfruttati, sobborghi.
Fine XIX sec seconda rivoluzione industriale: era neotecnica → elettricità → annullati i
vincoli di localizzazione, industrializzazione dei paesi con poco carbone e tanti fiumi, da 1885
automobili, credito bancario, società per azioni, trust e cartello: monopoli e oligopoli, 1911:
taylorismo e fordismo, standardizzazione.
Oggi: elettronica e fonti energetiche alternative.

Industrie di base = fase iniziale di lavorazione fino a semilavorati


Industrie pesanti: grande peso della materia grezza/modestia del valore intrinseco.
Industrie di beni strumentali = macchine utensili per fabbricare altre macchine
Industrie di beni di consumo o industrie leggeri = prodotti finiti

Unità locale: impianto situato in un dato luogo in cui si svolgono attività economiche
Integrazione tecnica: dal metodo di lavorazione dipendono certe fabbriche di accessori legate a
grosse industrie meccaniche.
Concentrazione verticale = abbassare i costi realizzando il ciclo completo di lavorazione
Trust = concentrazione di imprese sotto la stessa direzione (oggi holding: possiede un pacchetto
di azioni che controlla diverse aziende)
Concentrazione di produzione (tecnica) = concentrazione di potere (finanziaria)
Le banche, fonti di investimento, sono dentro alle dirigenze delle società.
Cartello = imprese simili accordate per una politica comune (prezzi)

Organizzazione aziendale = programmazione integrata di fabbriche o reparti


Automazione flessibile, programmi CAD e CAM → progettazione di prodotti su terminali
interattivi.
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Ex URSS: fabbriche appartenenti allo Stato (pianificazione della produzione)
Cina: industria legata a agricoltura e manopera (dispersione degli impianti)

Orientamento territoriale
Paesi più avanzati: regioni industriali = aree urbanizzate di giumpubl.
Squilibri mondiali cingadoee
Sulla localizzazione influiscono fattori tecnici (materie prime, vie d'acqua, energia elettrica, etc.)
e umani (spirito di iniziativa e manodopera).
Ambiente urbano: luogo di gestione dei capitali.
Economie interne di mercato = riduzione dei costi con standardizzazione e produzione di massa.
Economie esterne di scala: segmenti del ciclo produttivo affidate ad altre aziende.

Teoria di Weber sulla localizzazione delle industrie


La problematica neopositivista conferisce alla teoria il ruolo esplicativo e affida all'osservazione il compito di
corroborare o rigettare le ipotesi avanzate dalla teoria. Weber si sofferma sul ruolo del costo di trasporto, che è una
delle componenti più rilevanti del costo complessivo di produzione e rappresenta un ruolo particolarmente
geografico in quanto è commisurato alla distanza.
La teoria di Weber si fonda sull'idea che per massimizzare l'utile bisogna minimizzare i costi di trasporto:
pertanto il luogo ottimale di una fabbrica è il punto in cui la somma dei costi di trasporto delle materie prime e
del prodotto finito risulti la più piccola possibile.
Si parte dalla distinzione dei materiali impiegati nel processo produttivo in due categorie: ubiquitari, cioè distribuiti
ovunque e quindi ininfluenti sul costo di trasporto; ubicati, cioè distribuiti in un certo numero di luoghi. Gli stessi
materiali possono essere puri se sono già rifiniti e non destinati a perdere peso durante il processo produttivo; lordi
se perdono parte del loro peso nel corso della lavorazione. Se una fabbrica svolge un'attività a forte perdita di materia
durante il processo di produzione, la sua localizzazione verrà attirata in vicinanza delle materie prime che pesano di
più. Se l’attività impiega in gran parte materiali ubiquitari la localizzazione penderà verso il mercato del prodotto
finale. In una rappresentazione grafica, il triangolo di Weber, dati su un piano i vertici A e B nei quali si trovano le
materie prime e le fonti di energia, e il vertice C in cui si trova il mercato dei prodotti finiti, si ottiene il triangolo di
localizzazione: la posizione ottimale della fabbrica sarà quel punto del piano in cui la somma dei prodotti delle
distanze della fabbrica dai tre vertici per i pesi applicati agli stessi vertici è la minima possibile.
La teoria di Weber ha aperto la strada agli studi sulla localizzazione industriale e continua ad essere un punto di
riferimento anche perché il costo di trasporto costituisce sempre un onere decisivo.
Assumendo come principio logico che ogni impresa manifatturiera, in ragione dei propri caratteri produttivi e dei
legami funzionali con il sistema economico, ricerchi una localizzazione che massimizzi i vantaggi e minimizzi i
costi, si distinguono i seguenti tipi di industrie:
Industrie orientate verso le materie prime. Poiché il costo di trasporto per certe materie prime è molto oneroso, le
industrie di base che utilizzano una grande quantità di materie prime tendono a localizzarsi presso i giacimenti o nei
luoghi d’arrivo dei materiali importati.
Industrie orientate verso le fonti d'energia. Le imprese grandi consumatrici d'energia tendono a localizzarsi nei pressi
delle fonti energetiche.
Industrie orientate verso il mercato dei prodotti. Rientrano in questa categoria le imprese produttrici di beni di
consumo finali e quelle che forniscono semilavorati destinati ad entrare nel ciclo produttivo di altre imprese.
Industrie orientate verso il mercato del lavoro. Si tratta di imprese che privilegiano la localizzazione in città fornitrici
di manodopera abbondante e abbastanza qualificata.

Successivamente Weber modificò lo schema originario per tener conto dell'attrazione della manodopera e del costo
del lavoro. Tra le isodapane, cioè le curve congiungenti tutti i punti in cui sono uguali i costi di trasporto, vi è
un’"isodapana critica" in corrispondenza della quale l'aumento del costo di trasporto è compensato dal
risparmio sul costo del lavoro. Weber introdusse un terzo elemento, l'agglomerazione: le strutture avanzate
possono condizionare lo schema di localizzazione attirando il punto ottimale verso aree di concentrazione e attuando
un’economia di agglomerazione. La teoria di Weber dimostra che le fabbriche hanno tendenza a collocarsi presso
le fonti di materie prime quando queste sono molto pesanti e quando si riducono di peso durante il passaggio a
prodotti finiti; al contrario sono spostate verso il mercato quando anche il prodotto finito è pesante; la
manodopera attrae le industrie che incorporano nel manufatto molto lavoro. Le economie di scala sono capaci
di rovesciare la situazione: i grossi trasporti per una grande fabbrica vanno meglio che una somma di costi unitari più
bassi per piccole unità operative in cui la scala di produzione è inadeguata.

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Nuovi paradigmi di localizzazione

Centro industriale: aggrega imprese di uno o più rami manifatturieri e assorbe manodopera entro
un certo raggio.
Centro specializzato: un solo tipo di materie prime.
Distretto industriale: concentrazione geografica di diverse industrie diverse tra loro → in genere
miniere di carbone-siderurgia-meccanica pesante → Marshall: le maggiori concentrazioni
industriali si formano per effetto delle economie esterne alle imprese ma interne all'area e le
imprese, concentrandosi in spazi ben delineati, realizzano vantaggi equivalenti a quelli delle
economie di scala. Anni '60: i distretti industriali sono sistemi produttivi geograficamente definiti
caratterizzati da un alto numero di imprese impegnate in diversi livelli nell'elaborazione di
prodotti omogenei.

Polo industriale: grandi dimensioni occupazionali e produttive, elevato dinamismo tecnologico,


funzione di punta nel settore cui appartiene. Può portare a una congestione. Si ricorre quindi al
decentramento:
• territoriale: rilocalizzazione della sede dell'attività produttiva
• produttivo: rete di impresa di piccola o media dimensione
• sistemi industriali periferici

Internazionalizzazione: espansione multinazionale per controllare una serie di attività distribuite


in diverse parti del mondo.
Globalizzazione: integrazione delle attività su scala mondiale.

Paradigma centro-periferia: le aree centrali (vantaggi economici, istituzionali, culturali)


eserciterebbero funzioni di controllo e dominanza sulla periferia.
Regioni forti = aree industrializzate
Regioni deboli = aree arretrate
Politica di piano = impegno dei poteri pubblici a correggere gli squilibri territoriali, interferendo
nella localizzazione selettiva, con interventi indiretti (fiscali, sociali etc) e diretti (imprese
industriali di proprietà pubblica).

CAP. VIII: LE ATTIVITA' TERZIARIE

La tradizionale suddivisione delle attività finanziarie si basa su un criterio merceologico. Tuttavia,


appaiono più utili le suddivisioni in attività gerarchico-territoriale e funzionale:
• servizi per le famiglie: si localizzano territorialmente, in funzione della distribuzione della
popolazione e dei suoi consumi e si concentra quindi nei luoghi più densamente abitati e
più sviluppati. Tra i servizi per le famiglie il più importante dal punto di vista
occupazionale è il commercio. Nei paesi del sud del mondo il commercio presenta un
doppio circuito: un primo circuito è di tipo tradizionale/di sussistenza, e riguarda la fascia
povera della popolazione; l’altro circuito riguarda la classe agiata e si fonda su un mercato
di tipo moderno.
• servizi per la collettività: infrastrutture sociali e di trasporto e comunicazione. destinate a
soddisfare gli interessi della collettività. La presenza di tali servizi può fungere da
indicatore dello sviluppo economico di un paese. La loro localizzazione segue
tendenzialmente le zone ad alta densità, ma essendo spesso generate per mano statale,
possono essere fattori trainanti e non conseguenze dello sviluppo. Negli ultimi anni si è
assistito a importanti processi di privatizzazione in molti paesi soprattutto dopo gli
accordi di Marrakesh del 1994. Da questi accordi nacque il GATS, che mira a favorire la
concorrenza in questo settore.

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• servizi per le imprese: presenti in modo massiccio nei paesi sviluppati, i servizi per le
imprese possono essere offerti sia da attività private sia dalla pubblica amministrazione.
Si distinguono in servizi tradizionali (servizi di routine) e innovativi (ricerca, sviluppo,
logistica). Inoltre, si suddividono anche in servizi espliciti (prodotti esternamente
dall’impresa) e impliciti (internamente).
• attività quaternarie: sono definite quaternarie tutte le attività di comando, decisione,
pianificazione e controllo a livello politico, sociale, economico e culturale. Il quaternario
definisce quindi il cervello del sistema. Nei casi in cui esiste una distribuzione in più città
delle funzioni quaternarie ciò può dipendere dalla separazione tra centri specializzati
nell’attività politica e centri specializzati nell’attività economica. Ogni paese ha il proprio
settore quaternario e in alcuni casi esso travalica i confini nazionali come accade per
l’influenza di Londra in materia finanziaria. Le città in cui risiedono le attività quaternarie
sono veri e propri nodi della rete mondiale e vengono definite città globali.
La distribuzione delle attività terziarie sul territorio non è uniforme. Per interpretare la
distribuzione geografica dei servizi occorre perciò tener conto del raggio geografico dell’utenza.
Sotto questo aspetto si possono distinguere tre categorie di servizi:
•servizi comuni (scuole elementari, uffici postali, ecc);
•servizi di livello medio (ospedali, scuole superiori);
•servizi rari (servizi avanzati, università).
Nel complesso le attività terziarie sono quindi distribuite sul territorio secondo una logica
gerarchica. L’organizzazione gerarchica può essere modificata o indirizzata dalla politica.

Modello Christaller (1933): modello delle località centrali


Christaller intendeva spiegare la distribuzione dei centri urbani, la loro forma e struttura gerarchizzata sul territorio
per approdare a fornire un fondamento razionale (smentendo le precedenti tesi che sposavano l'idea dell'ubicazione
casuale) alla loro sistemazione che, secondo il suo modello, avveniva per aree gravitazionali.
Le città possono distinguersi a seconda della funzione che rivestono: attiva, se dirette a praticare attività produttive e
lavorative, passiva se ridotte sul piano esclusivamente residenziale.
Le ipotesi economiche sottostanti al modello sono:
- Spazio geografico omogeneo: l'agglomerazione delle attività nasce per ragioni economiche e non
fisico-geografiche);
- Costo di trasporto proporzionale alla distanza percorsa;
- Presenza di economie di scala;
- Equità nell’offerta del servizio.
Esisterebbe un centro urbano per lo scambio di beni e servizi (località centrale) che deve produrre od offrire beni
o servizi alla popolazione spazialmente dispersa su un territorio omogeneo e isotropo intorno a essa. L’obiettivo del
modello è quello di comprendere come prodotti o servizi, ed in particolare funzioni terziarie, si organizzino sul
territorio dando vita a una gerarchia urbana. Per raggiungere l’obiettivo Christaller introduce i concetti di soglia e
portata, che esprimono in termini geografici le tradizionali forze economiche che organizzano le attività nello
spazio, i costi di trasporto e le economie di agglomerazione, nello specifico le economie di scala.
• Portata: definisce la distanza massima oltre la quale il
consumatore non è disposto ad affrontare i costi di trasporto,
necessari per recarsi ad acquistare il servizio;
• Soglia: rappresenta la distanza che delimita un’area, circolare,
nella quale è compresa la quantità di popolazione minima
sufficiente a garantire un livello di domanda tale per cui il
servizio sia prodotto in modo efficiente.
Ogni servizio è prodotto solo se la portata è superiore alla soglia, cioè se
esiste una domanda in grado di costituire una massa critica sufficiente per
offrire il servizio in condizioni di efficienza. In equilibrio, le aree di mercato
circolari definite dalla portata del servizio diventano aree di mercato
esagonali. Ogni servizio ha una sua portata che definisce le dimensioni
dell’area di mercato: i servizi di qualità elevata offerti nei grandi centri

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hanno dimensioni portata maggiore. In equilibrio si delinea nello spazio una struttura a favo, costituita da n centri
che producono n aree di mercato esagonali, tutte della stessa dimensione. Una volta definite le aree di mercato per un
dato servizio di dimensione uguale, si definiscono le aree di mercato per il servizio di qualità inferiore. Egli ipotizza
infatti che le unità di produzione dei servizi inizino a localizzarsi là dove già esiste la produzione dei servizi di ordine
superiore, in modo da godere di economie di agglomerazione.
Poiché portata del servizio inferiore< portata del servizio superiore, l’area di mercato servita dalle unità di
produzione localizzate nel centro dell’esagono è inferiore all’esagono stesso e lascia parte del territorio non coperto.
Christaller individua tre principi in base ai quali le località centrali si strutturano sul territorio: il principio del
mercato, il principio del trasporto e il principio amministrativo.
August Lösch criticò la rigidità del modello di utilizzato da Christaller, proponendo un modello
più flessibile per la gerarchizzazione della rete urbana tra centri di rango più alto e località di
rango inferiore: città della stessa grandezza con funzioni diverse, fattori che modificano le reti
teoriche (prezzi, qualità,fertilità del suolo, tradizione ecc) → interpretazione sistematica delle
strutture regionali, nuovi metodi statistici (osservazione) → modello matematico che dia conto
delle discrepanze tra modello e osservazioni effettive.

Vie di comunicazione
Fattori di organizzazione dello spazio → valorizzazione economica.
Animali da soma, traino a slitta → strada (importanza politica) → autostrada (nuove gerarchie tra
centri abitati, isolate dal contesto ambientale).
Ferrovia: rivoluzione dei trasporti; densità ferroviaria: km di ferrovia su 100 kmq; ferrovie di
penetrazione nelle colonie di sfruttamento (da porti all'interno).
Vie d'acqua: fiumi e canali → portata irregolare e profondità insufficiente, alaggio, trasporti lenti
ma economici, fluitazione: navigazione migliore nelle regioni piane con fiumi regolari.
Navigazione marittima: spostamenti in tutte le direzioni, cargo (nave per trasporto merci),
sistema roll on-roff off, containers, “bandiera ombra”; porti: terminal (impianti automatici per lo
scarico), porti industriali (materie prime → semilavorati), porti commerciali (stoccaggio), porti di
transito (rifornimenti), porti di smistamento, avamporti (dipendenze in posizione avanzata di porti
più interni).
Traffico aereo: velocità, superamento di ostacoli, alti costi → passeggeri, posta, metalli preziosi,
merci deperibili (fiori e primizie, pezzi e scorte in depositi centralizzati), voli di linea e charter,
geragrchia di aeroporti, rotta polare, spazi tecnici molto estesi.

Circolazione
Commercio: tra produzione e consumo.
Commercio interno: entro i confini di uno stato
Commercio esterno: scambi con paesi stranieri → bilancia commerciale e bilancia dei pagamenti
Mercato: di produzione e di consumo
Mercati concreti: i venditori vi conferiscono le merci
Mercati astratti: vi si contrattano partite di merci non presenti
Mercato su campione: contrattazioni su partite assenti sulla base di un campione presente
Fiere: a cadenza periodica, specializzate, espositive.
Borse-valori: vi si negoziano i titoli
Commercio al dettaglio: fornisce beni di consumo, in proporzione al livello di vita →
concentrazione commerciale, megastrutture vs frammentarietà.

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Reti di comunicazione
Influenze ambientali, commerciali → gerarchia.
La via introduce disuguaglianze nello spazio → nodi: porte di accesso alla regione (relazioni tra
regione e spazi esterni, gateway); interporto: complesso di strutture e servizi finalizzate allo
scambio di merci tra diverse modalità di trasporto.
Motivi di costruzione di vie di trasporto:
• ragioni strategiche: scopi politici o militari (regioni scarsamente abitate → nuovi assi di
popolamento)
• sfruttamento economico
• collegamento tra località

Dinamiche locali-globali
Connettività: numero di segmenti/numero di nodi
Accessibilità: somma del numero minimo di segmenti tra un nodo e tutti gli altri (nodo con minor
numero di collegamenti: centrale)
Rete ad albero: tronco=centro, rami=aree
periferiche Rete a ventaglio: più assi di
penetrazione
Rete ad anello: navigazione di cabotaggio

Telecomunicazioni e comunicazione di massa


Concetto di spazio: banalizzato.
Radio e televisione: mezzi informativi e formativi (trasmissione di modelli di vita)
Mass media: collegato aree lontane
Telematica → cyberspazio

Turismo
Attività economica sviluppatesi dopo 2GM: spostamento dal luogo di vita verso un'altra località
per motivi di divertimento, svago, conoscenza... turista → visitatore temporaneo che risiede
almeno 24 ore nel luogo che visita, a prescindere dal motivo che lo muove. Vacanza → almeno 4
pernottamenti consecutivi fuori dalla propria residenza abituale.
Si afferma nel XVIII sec tra gli aristocratici, elitario fino al 1930 → poi: ferie pagate
Il turismo si estende alle classi medie, quindi le classi abbienti reagiscono isolandosi in località
“esclusive” attraverso una sorta di autosegregazione → deturpamento dell'ambiente e
speculazioni edilize, seconde case, ex rurali inurbati di ritorno alle case rustiche degli avi.
Villeggiatura → soggiorno e riposo
Turismo → movimento
Trasformazioni paesaggistiche e funzionali del territorio.
Risorse turistiche:
• beni ambientali e naturali (su, sea, sand)
• beni culturali, folclore, artigianato ecc
• strutture ricettive e attrazioni di tipo urbano
• infrastrutture
• immagine turistica/località status symbol (valori socioculturali e mode)

Peso economico del turismo: effetti diretti e indiretti, creazione di posti di lavoro, impatto
socio-professionale.
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Conservazione del patrimonio turistico: parchi, turismo verde, conservazione del patrimonio
culturale → talvolta: scontri tra turisti e residenti per fenomeni di rigetto, sconvolgimenti della
proprietà fondiaria ecc.
Politiche turistiche: conservazione, promozione ecc: approccio sistemico (fasi iniziali di studio,
commercializzazione, assetto funzionale. Leggi e regolamenti.

CAPITOLO IX: SVILUPPO URBANO


Città
Tipo più evoluto di insediamento umano, nate nei maggiori focolai di civilizzazione. Oggi
preponderamenti nella vita economica e sociale → attività industriali, commerciali, politiche e
culturali: indicano il livello dell'impatto dell'uomo sull'ambiente. È un luogo di funzioni
amministrative e culturali, di scambi e servizi: un nodo di relazioni.
Perché sorge una città?
Città spontanee: espansione di insediamenti minori
Città fondate: volontà di un capo o di una comunità
Prima generazione: divisione del lavoro: si diversificano progressivamente le specializzazioni
artigianali e commerciali ed entrano in gioco i trasporti a distanza e l'uso della moneta per gli
scambi. L'accumulo di popolazione induce a impiantare i servizi necessari alla vita collettiva, e
così nascono e si sviluppano le città "figlie del commercio", legate anche a funzioni politiche e
religiose. È questa la generazione delle città millenarie del Medio Oriente e del Mediterraneo,
dell'India e della Cina.
Dalla Mesopotamia l'idea di città si diffuse in diverse direzioni investendo Creta (Cnosso).
L'urbanizzazione dell'antica Grecia inaugura un nuovo periodo dell'evoluzione della città. Tra il
VII e il VI secolo a.C. in Grecia si formava un sistema urbano di oltre 500 città. Quando i
Romani subentrarono ai Greci, il loro dominio incorpora Europa centrale e il Nordafrica. Il
sistema urbano dell'Impero Romano fu il più grande mai sviluppato sulla Terra (tradizione urbana
nella Penisola Italiana prima di Roma: gli Etruschi avevano costruito città attorno ai templi
collocati in siti eminenti, nodi per una civiltà agricola e commerciale fiorente).

Seconda generazione: città di origine medievale, importanza della religione (chiesa madre), città
sviluppate intorno a nuclei fortificati.
Terza generazione: città che sono state investite dal rapido sviluppo suscitato dalla rivoluzione
industriale: al forte accrescimento della popolazione si è accompagnata una profonda
trasformazione dell'organismo urbano, sono sorte quasi dal nulla in funzione della nascita e lo
sviluppo delle industrie. Ne fanno parte anche le città dei “paesi nuovi” che non hanno
conosciuto urbanesimo preindustriale.
La generazione delle città dei PVS può talvolta risalire i secoli o i millenni; ma più spesso si
tratta di città coloniali la cui nascita fu determinata dall'espansione dell'economia europea nel
quadro dell'organizzazione dei mercati mondiali. Uno Stato per mantenere e valorizzare i territori
conquistati vi impianta accantonamenti di truppe e vi organizza dei centri amministrativi e
commerciali. Le moderne potenze coloniali fondarono e valorizzarono soprattutto dei centri
nodali.

Una generazione particolare è quella delle città principesche e delle capitali create. La città
principesca ha un carattere di grandiosità poiché esprime un desiderio di prestigio. Fa parte di una
scelta politica la decisione di edificare una nuova capitale (Ankara, Brasilia)
È frutto di una programmazione sociopolitica la formula delle new towns, intesa a creare nuove
città in cui la vita risulti più facile e più felice, fuori dalla congestione della metropoli.

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Sito e posizione
Sito: collocazione topografica della citta, ambito ristretto e preciso in cui sorge (difesa e contatti
con l'esterno)
Posizione: contesto delle vie di comunicazione (crocevia, centro di sbocco vallivo, città fluviali,
città di ponte, di guado -furt, -ford, marittima).
Pianta
Articolazione dell'edilizia, delle strade, delle piazze, dei giardini. Esprime un tipo di
civilizzazione, è dovuta a rilievo e contorni.
Scacchiera: ideata del V sec da Ippodamo di Mileto (cardo e decumano)
Radiocentrica: strade divergenti a raggiera da un nucelo centrale (chiesa madre: potere)
Città principesche e capitali create: pianta per valorizzare un certo edificio o una certa funzione.
Città fortezza: pianta a stella (Palmanova)
Pianta a struttura disordinata empirismo (medine)
Città ideale: criteri razionali
Città multipla: città vecchia disordinata + città nuova a struttura regolare (Bari)
Sdoppiamento o geminazione: nuovo centro indipendente accanto alla vecchia città
Quartiere: settori all'interno della città (geografia-funzioni, residenziali, popolari ecc)
Sobborgo: all'inizio fuori dalla città, poi inglobato
Periferia: struttura ex rurale strettamente legata alla vita della città, a cintura o a raggi (→ punte
della conquista urbana): costruzioni moderne alternate a vecchi borghi o città inglobate
(Hinterland)
. centro storico
. quartieri a impianto regolare (abitazioni+edifici pubblici)
. raggi d'espansione
Agglomerazione: insieme continuo sul piano topografico e unitario sul piano economico, talvolta
diviso in unità amministrative (città-centro: inner-city/outer city): 6 > 15 mln, + città mondiali
(influenza)
Conurbazione: due o più città vicine si espandono fino a saldarsi topograficamente
(Intra+Pallanza → Verbania).
Regione urbana: città sviluppate a costellazione fino a coprire quasi una regione (Ruhr,
megalopoli da Boston a Washington, da Dover a Mersey, Tokaido megalopolis).
Funzioni urbane:
• economiche (industria, commercio) → produrre plusvalore e massa monetaria
• turistico-ricettive
• finanziaria
• sociale (servizi collettivi anche per l'esterno)
• d'irradiamento
• militari: basi di frontiera o città scelti per ammasso di militari e armamenti
• culturali o religiose
• politico-amministrative
• universitarie

Città commerciali: scambi, servizi, animatrice di traffici attraverso organismi di direzione


economica. Alcuni poli commerciali hanno ruoli internazionali.

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Teorie dello sviluppo urbano:
Burgess 1925 (Chicago): cinque zone (CBD, Inner city, cintura industriale, zona residenziale
periferica, residenziale di lusso)
Hyot (1939) i canoni di affitto variano per settori, non per fasce concentriche.
Harris e Ullman (1945) teoria dei nuclei multipli (zonizzazioni concentriche e per settori e centri
e nuclei secondari)
Dickinson (1951) quattro zone concentriche nelle città inglesi

Urbanesimo
Problematiche: aree di approvvigionamento, acqua, orari degli uffici e delle fabbriche, pensolari,
viabilità e parcheggi, inquinamento, squilibri tra ambienti rurali e urbani (più gravi nei PVS),
cementificazione. Indice di urbanizzazione: 66%.

Centri storici: recupero dell'esistente per fasce sociali che altrimenti ne verrebbero escluse, NON
demolizione e ricostruzione (1967 legge del ponte): risanamento e conservazione.
Città/regione: dominio della città sul territorio, forza d'attrazione, tutela commerciale e
finanziaria, centro culturale,
Gerarchia delle città: dipende da funzioni e servizi. Tendenzialmente c'è corrispondenza tra
dimensione demografica e posizione che occupa nella graduatoria tra le città della rete.
Moltiplicanto la popolazione della città x per il posto in graduatoria che essa occupa, si ottiene la
popolazione della città-primate → RSR (legge rango-dimensione) → misurazione della
gerarchizzazione della rete urbana. Le città non primate variano in popolazione quando varia il
loro indice q, che indica il grado di gerarchizzazione.
L'area di influenza varia con le dimensioni della città e diminuisce con la distanza (limiti
dell'influenza urbana).
Reti urbane: località tra cui intercorrono rapporti di interazione più intensi che con altre.
Rurbanizzazione:
• schiere di villette allineate lungo le strade all'uscita dal paese
• lottizzazione di decine di casa in riquadri recintati con un solo ingresso
• integrazioni in continuità col vecchio insediamento rurale
1. zone rurali nell'area di influenza della città (seconde case)
2. zone di traffico stradale intenso
3. nuove zone industriali in ambiente rurale
4. zone turistiche

Città dell'Europa occidentale


Ingrandite dalla rivoluzione industriale, cresciute soprattutto nell'ultimo secolo, stratificate.
Centro: edifici monumentali e di prestigio, porte e mura. Insediamenti pianificati per governare
l'espansione. Città satellite: risposta al bisogno di alloggi per flussi inurbati. Città nuove:
pianificate, alloggi+servizi+lavoro.

Città dell'America Latina


Reti con basi sul mare (penetrazione europea), rivolte all'esterno, legate al commercio coloniale,
rimodellati in stile nordamericano. Bidonvilles: favelas e barrios.

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Città del Nord America e Australiane
Agglomerati nuovi, ridotti quartieri storici (incendi, demolizioni), strutture anarchiche o a
scacchiera, poca forza coercitiva delle normative urbanistiche. Cuore della città: CBD (Central
Buisness District) + centri secondari più o meno autonomi, segregazione etnica e sociale (ghetti),
gentrification (miglioramento sociale dei quartieri degradati).

Città islamiche
Potere politico e religioso, monocentriche (non c'è piazza per discussioni pubbliche), hammam
presso la moschea, quartiere ufficiale era fortificato, quartiere commerciale (suk), impianto
anarchico, zonatura gerarchica e corporativa delle attività economiche, compartimentazione
etnica per quartieri o strade. Contrasti con elementi moderni (europei), prolificazione di
bidonvilles.

Città dell'Africa nera


Colonizzazione: città agenzie commerciali verso l'esterno, città dell'interno commerciali e
amministrative, città industriali → struttura gerarchizzata e segregazione razziale, attrazione
sociologica, capitali sproporzionate rispetto alla popolazione totale, edifici di rappresentanza
(grandezza inesistente), ipertrofia della manodopera nell'amministrazione, dualismo del
commercio.

Città dei paesi comunisti


Canoni urbanistici e architettonici ispirati dal regime.
Ex URSS: Città nuove=sorte dal nulla, soprattutto per funzioni industriali. Città del passato:
ricostruite e conservate con fedeltà al passato (Lenin), scarsità di vetrine e insegne, dicotomia tra
negozi per turisti e per i cittadini, mezzi pubblici a buon mercato, alta densità abitativa,
occupazione del tempo libero (spazi verdi, biblio, teatri ecc)
Cina: intervento europeo-sovietico e giapponese, distrutte testimonianze del passato, biciclette.

CAPITOLO X: ORGANIZZAZIONE POLITICA DEL TERRITORIO

Aggregazioni socio-politiche
Famiglia → forma più semplice di aggregazione sociale, legami stretti tutelati da norme
giuridiche, livello di aggregazione commisurato al contesto socio-ambientale:
-famiglia patriarcale: nelle campagne, serviva forza lavoro, i figli rimanevano nella casa paterna
per generazioni.
-famiglia nucleare: meccanizzazione del lavoro: genitori + figli non autonomi.
Clan → insieme di famiglie legate da una comune discendenza (zingari e seminomadi)
Tribù → supera i vincoli di sangue del clan, altri elementi in comune (lingua, tradizioni, diritto
ecc.), ha un territorio specifico, forte coscienza tribale (vs coscienza nazionale).
Etnia o gruppo etnico: comunità fondata sulla stessa lingua e sulla stessa cultura spirituale e
materiale, comunità cementata dalla consapevolezza di fondare un'unità originale distinta da altri
gruppi.
Nazione: popolo aggregato intorno alla volontà di diventare un soggetto politico autonomo
artefice della propria storia. → battaglia di Valmy 1792: popolo in armi.

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Stati nazionali: nati con la disgregazione degli imperi multinazionali dopo la 1GM.
Nel formarsi di una nazione si affiancano più etnie e quella dominante opprime quelle
minoritarie, considerate pericolose per l'unità nazionale. Talvolta “nazione” viene identificato con
“stato” (es. ONU).
Stato
Lo stato è definito da territorio, popolazione, potere sovrano (indipendenza da altri paesi).
Il territorio è il risultato della storia (fatti politici o militari); la posizione è determinata e
determinante per le vicende geopolitiche.
I confini segnano i limiti del territorio su cui lo stato ha sovranità (funzioni di separazione e di
difesa), sono opera dell'uomo e possono appoggiarsi a elementi naturali. Dovrebbero richiamarsi
alle nazionalità.
Confine naturale: XVIII sec: in sostituzione dei confini ereditari, ma comunque convenzionali.
Confini astronomici: sulla base di meridiani e paralleli (Libia).
Confini geometrici: linee rette tra due capisaldi (Libia)
Frontiera: una fronte rivolta verso l'esterno, sviluppa istallazioni militari e doganiere, attira
popolazione e economia.
Dalle capitali si irraggia il potere politico. Le capitali possono essere, a seconda della posizione
che occupano: centrali, eccentriche, periferiche. A seconda dell'origine: naturali, create.
Tipi di stato – prospettiva storica:
• feudale: frammenta la sovranità in una gerarchia costituita da legami di fedeltà.
• nazionale: abbraccia una nazione o comunque popolazioni sottoposte a un potere centrale.
• imperialista: esercita un dominio politico o economico su popolazioni che vengono
costrette ad accettarlo (stati colonialisti)
Tipi di stato – prospettiva politica:
• unitario: alto grado di coesione, un solo nucleo centrale che organizza il potere.
• federale: aggregazione di entità indipendenti che delegano parte dei loro poteri (unità
dello stato e rapporti con l'estero) a una nuova entità statale con un patto federale.
• regionale: stato con governo unitario ma ampia autonomia (regioni a statuto speciale).

Organismi sovranazionali
1920 Società delle Nazioni → 1945 ONU (sicurezza e pace nel mondo).
1949 NATO
1957 CEE → 1991 UE
1960 OPEC
1961 OCSE

Territori dipendenti
Colonia → territorio senza autonomia governato da funzionari del paese dominatore in base a
leggi sovraimposte a quelle locali (di sfruttamento, di popolamento). La decolonizzazione è
raggiunta sul piano politico ma non su quello economico.
Protettorato → al governo locale è lasciata solo la gestione degli affari interni.
Mandato → istituto internazionale creato nel 1919 per amministrare i possedimenti sottratti agli
stati sconfitti → amministrazione fiduciaria.

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Amministrazione e pianificazione
Lo stato è suddiviso in circoscrizioni amministrative.

Le regioni hanno funzioni di direzione, pianificazione e legislative; gravitano verso il capoluogo


(metropoli economica e coordinatrice) → legge 142/1990: aree metropolitane: città metropolitana
e comuni inclusi nell'area, funzioni e relazioni di ordine superiore (poli scientifici, economici,
decisionali ecc.). Regione = tratto della superficie terrestre individuato e distinto per le
caratteristiche dei propri elementi costitutivi. → geografica, funzionale, polarizzata, piano
(documento un cui partendo dalla valutazione delle risorse disponibili e dall'esame della dinamica
socio economica in un dato periodo si propongono modi di impiego delle risorse tali da
massimizzare la funzione obbiettivo prefissata.
Provincia: ente territoriale con governo eletto dal popolo, competenze amministrative.
Comunità montana: compiti decisionali e operativi per la programmazione socioeconomica di
zone omogenee, identificate dalle regioni.
Pianificazione regionale: economica e territoriale
PRG → piano regolatore generale: amministrazione comunale + professionisti
. Da anni '50 a anni '60: piani di ricostruzione vs urbanistica (espansione residenziale a macchia
d'olio, densità edilizia elevata, sviluppo industriale a cintura intorno al nucleo urbano,
circonvallazioni e tangenziali).
. Da metà anni '60 a fine anni '70: denuncia della speculazione edilizia: riequilibrio tra aree a
destinazione privata e a destinazione pubblica, oneri di urbanizzazione a operatori edilizi,
riduzione indici volumetrici e aree residenziali, riequilibrio tra zone a forte svilupp e zone
emarginate) → integrazioni alle leggi urbanistiche ma lentamente e non ovunque.
. Oggi: momento preliminare di definizione del quadro di compatibilità, individuazione di aree di
intervento, innovazione infrastrutturale.

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