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ELEMENTI DI DIRITTO PENALE E PENITENZIARIO

CAPITOLO I

Diritto: insieme di norme giuridiche e può regolamentare i rapporti i rapporti che sono intercorrenti tra stato e
cittadini che sono i destinatari delle norme, i comandi e precetti in esso contenuti.

DIRITTO PENALE: complesso di norme giuridiche. Positivo, statuale, pubblico, sussidiario (subordinato),
autonomo, frammentario. Regolamenta un rapporto non tra pari — Stato impone dei comandi, precetti e
divieti e prevede una sanzione per chi non li rispetta. Durata, tempi, quantità decisi dal legislatore.

Prevede che chiunque possa commettere il reato.

Accompagna i cambiamenti della società.

Leggi ordinarie — fonti del diritto penale.

Il parlamento è l’unico organo che può emanare leggi di carattere/natura penale. Il governo può emanare leggi
solo nel caso di una delega da parte del parlamento in casi di urgenza.

Il diritto penale è diritto:

- Positivo, può risultare solo da norme giuridiche poste dallo Stato

- Statuale, emanate solo dallo Stato

- Autonomo, mutua i suoi concetti nell’ambito dei suoi principi fondamentali

- Pubblico, mira a tutelare l’interesse generale.

La norma penale in senso stretto può ritenersi solo quella disposizione di legge che vieta un determinato
comportamento, minacciando, in caso di trasgressione, la inflizione della pena.

Elementi costitutivi della norma incriminatrice:

- precetto, comando o divieto di compiere una determinata azione

- sanzione, conseguenza giuridica che deriva dall’inosservanza del precetto.

Caratteri della norma penale:

- imperatività, la norma una volta entrata in vigore diviene senz’altro obbligatoria per tutti coloro che si
trovano nel territorio dello Stato,

- statualità, la norma penale promana soltanto dallo Stato.

CODICE PENALE: codice Rocco 1930. Estrema ratio — ragione estrema per cui si interviene per un
determinato tipo di comportamento

Gli articoli che lo compongono sono 734 senza le abrogazioni e i bis e ter. Si divide in tre libri. Libro I - DEI
REATI IN GENERALE (reati contro la persona), articoli fino al 240, diviso nei seguenti 8 Titoli:
1. la legge penale

2. le pene

3. il reato

4. il reo e la persona offesa dal reato

5. la modificazione, applicazione ed esecuzione della pena 6. l’estinzione del reato e della pena
7. le sanzioni civili
8. le misure amministrative di sicurezza.


Libro II - DEI DELITTI IN PARTICOLARE, articoli dal 241 al 649, diviso in 14 Titoli. I delitti contro:
1. la personalità dello Stato

2. la pubblica amministrazione

3. l’amministrazione della giustizia

4. il sentimento religioso e la pietà dei defunti 5. l’ordine pubblico

6. l’incolumità pubblica

7. la fede pubblica

8. l’economia pubblica, l’industria e il commercio

9. la moralità pubblica e il buon costume

10. il sentimento per gli animali (introdotto nel 2004 come IX bis) 11. la integrità e la sanità della stirpe

12. la famiglia

13. la persona

14. il patrimonio.
Per i delitti le pene principali sono l’ERGASTOLO, la RECLUSIONE e la MULTA.


Libro III - DELLE CONTRAVVENZIONI IN PARTICOLARE, articoli dal 650 al 734, diviso in 3 Titoli: Le
contravvenzioni:
1. di polizia

2. concernenti l’attività sociale della pubblica amministrazione 3. riguardanti la tutela della riservatezza.
Per le CONTRAVVENZIONI le pene principali sono l’ARRESTO e l’AMMENDA.

L’ergastolo, la reclusione e l’arresto sono pene detentive, la multa e l’ammenda pene pecuniarie. Si precisa
che il codice
penale non esaurisce la materia penale contenendo esso circa un centinaio di reati (i più gravi ed i più
classici), mentre la normativa extracodicistica (leggi speciali e complementari) ne contiene diverse migliaia.
Tale fenomeno è stato definito dai giuristi “decodificazione”. Nel codice rimangono le norme di parte generale
anche se non mancano (in verità rare) normative che derogano a tale parte (es. D. Lgs. n. 74/2000 in materia
penale tributaria).
Pur avvertendosene l’esigenza, la riforma del nostro diritto penale è ancora oggi da attuarsi.

PRINCIPIO DI LEGALITÀ
Nessuno può essere punito per un fatto che non è punito dalla legge.
Tale principio è sancito nell’art. 25, 2° comma, della Costituzione il quale così recita: “Nessuno può essere
punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso”. In sostanza nullum
crimen, nulla poena, sine praevia et clara lege poenali o, più brevemente, nulla poena sine lege o nullum crime
sine lege. Il principio si pone come garantista della libertà e della sicurezza del cittadino. Il cittadino deve
essere garantito contro gli eventuali abusi dello Stato esercitati tramite il diritto penale, che se usato al di fuori
del principio di legalità si trasformerebbe in puro uso della forza nei confronti dei cittadini. Gli Stati autoritari o
totalitari se ne sono spesso sbarazzati. Il principio di legalità concerne sia il reato che la pena, che di solito
viene stabilita esplicitando i c.d. “limiti edittali” (minimi e massimi) ai quali si rifarà il Giudice caso per caso.
Tale principio riguarda inoltre anche le misure di prevenzione, in quanto limitative della libertà personale.

Anche l’art. 1 del c.p. dispone che: “Nessuno può essere punito per un fatto che non sia espressamente
preveduto come reato dalla legge, né con pene che non siano da essa stabilite”. L’art. 2, 1° comma, precisa
ulteriormente che: “Nessuno può essere punito per un fatto che, secondo la legge del tempo in cui fu
commesso, non costituiva reato”. Tale norma evidenzia che: Il principio di legalità è costituito da 3 sotto
principi:
1. LA RISERVA DI LEGGE: l’art. 25 dispone che l’unica fonte del diritto penale è la legge. Solo la legge
statale può essere fonte di diritto penale. Natura riserva di legge: assoluta (dottrina prevalente identifica la
riserva come assoluta, ed esclude totalmente l’intervento delle norme secondarie in materia penale) o relativa
(corte costituzionale - il legislatore può limitarsi a fissare le linee fondamentali della disciplina penale,
affidandone il completamento alla pubblica amministrazione).
2. L’IRRETROATTIVITÀ: Secondo questo principio, il legislatore non può confezionare una legge penale per
andare a punire fatti già commessi in precedenza. L’irretroattività è espressa o occulta. La PRIMA è prevista
dalla stessa legge, la SECONDA necessita di una sentenza del Giudice. Il principio implica anche il divieto di
inasprimento sanzionatorio retroattivo, ma ammette la retroattività del mutamento in melius del trattamento
sanzionatorio. Nulla osta, invece, nel diritto penale, alla retroattività delle norme di favore (favor rei). Tale
principio troverebbe legittimazione costituzionale nell’art. 27, 3° comma della Costituzione, il quale sancisce il
fine rieducativo della pena con l’espressione “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari
all’umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Il principio in esame non si applica alle
norme processuali, anche se riguardanti la custodia cautelare, e alle misure di sicurezza, applicando in tali
casi retroattivamente le norme, anche se sfavorevoli al reo. Anche le Sezioni Unite della Cassazione si sono
espresse in tal senso.
3. LA DETERMINATEZZA O TASSATIVITÀ: tale principio è anche legato a quello della certezza del diritto.
Infatti, solo una legge chiara e determinata può dare certezza del diritto. Perché una legge sia tassativa il
legislatore non deve allontanarsi dal COMUNE SENTIRE SOCIALE. Una norma da ciò lontana darebbe
luogo ad incertezze applicative sia pure chiara e precisa. Si pone il problema dell’analogia, intesa quale
procedimento attraverso il quale il Giudice, di fronte a un caso concreto non rientrante in alcuna norma di
legge, utilizza una norma analogicamente per farvi rientrare il caso. L’ANALOGIA va distinta
dall’INTERPRETAZIONE, intesa quale momento della ricerca giuridica, finalizzato all’indagine sul significato
delle proposizioni che formano la norma penale, sempre nel rispetto dell’art. 12 delle disp. prel. del c.c. Essa è
AUTENTICA se l’interpretazione del testo normativo proviene dallo stesso organo che l’ha emanato,
UFFICIALE se proviene da pubblici funzionari dello Stato, GIUDIZIALE quando tale compito è richiesto ai
giudici e DOTTRINALE quando viene realizzata dagli studiosi del diritto. Mentre l’interpretazione è applicabile
in materia penale, l’analogia è vietata dall’art. 14 delle disp. prel. del c.c. (ammessa in materia civile).
Diversamente si avrebbe una prevaricazione del potere giudiziario rispetto a quello legislativo. Vi sono DUE
FORME DI ANALOGIA: in malam partem quando l’estensione analogica comporta effetti sfavorevoli al reo;
in bonam partem se gli effetti sono ad esso favorevoli. In criminalibus, si ripete, l’analogia non è applicabile.
La frammentarietà impone che il legislatore selezioni le condotte lesive del bene giuridico, ossia offensive, che
desidera sottoporre a pena. Essa è caratteristica inevitabile in criminali bus per l’impossibilità di sottoporre
alle norme penali l’universo dei fatti e, per ciò, di attuare una completa punizione. Il divieto di analogia non
riguarda le CAUSE DI GIUSTIFICAZIONE (quindi esse possono essere applicate per analogia) in quanto
non considerate norme penali ma norme con finalità proprie presenti in ogni luogo dell’ordinamento, né sono
norme eccezionali in quanto espressione di altrettanti principi generali di esso. Le CAUSE DI ESCLUSIONE
DELLA PUNIBILITÀ, invece, in quanto norme eccezionali sono sottoposte al divieto, così come le norme che
prevedono le CIRCOSTANZE ATTENUANTI.

4. DIVIETO DI ANALOGIA. Secondo l’art. 15 del c.p. la legge penale non può essere applicata
analogicamente.

IL PRINCIPIO DI MATERIALITÀ

Tale principio di materialità si esprime nel brocardo latino nullun crime sine actione (nessun reato senza
azione). Tale principio si sostanzia nella esigenza che ogni reato consti di un fatto che abbia un riscontro
esterno oggettivo. Il mero pensiero non può essere oggetto di repressione penale. Esso non trova riscontro in
un articolo particolare della Costituzione. Vi è un indizio nell’art. 25, 2° comma, laddove si fa riferimento al
“fatto commesso”. Il principio pare trovare conforto nel
PRINCIPIO DI LAICITÀ dello Stato e dell’ordinamento giuridico che permea l’intera Costituzione italiana.
Principio che impone di pensare ad un’immagine di reato diversa da quella di peccato.

IL PRINCIPIO DI OFFENSIVITÀ

Tale principio è riassumibile nella massima nullun crimen sine iniuria (nessun reato senza offesa). Esso
evidenzia il fatto che un reato perché sia tale, deve essere offensivo di qualcosa. In sostanza, non avrebbe
senso elevare a reato un fatto che non arrecasse danno a una persona, ad una cosa o alla società. Nella
concezione liberale del diritto, il reato viene sempre visto come offesa e mai come violazione di un dovere,
visione, quest’ultima, tipica degli ordinamenti totalitari o impostati sul fanatismo religioso.
IL BENE GIURIDICO.

Nell’Ottocento il concetto di reato era collegato alla violazione o lesione di un diritto soggettivo. Ma alla fine
del XIX
secolo cominciò ad affermarsi la teoria del BENE GIURIDICO come oggetto (giuridico) del reato. Una volta
spostata l’attenzione della tutela penale dal diritto soggettivo al bene giuridico è compito del legislatore
individuare l’oggetto giuridico degno di tutela penale. Esempi di beni giuridici tutelabili penalmente sono la
vita, il patrimonio, la personalità dello Stato, ecc. L’oggetto giuridico del reato non va confuso con l’oggetto
(materiale) dell’azione, intendendosi per tale un’entità concreta su cui incide materialmente la condotta tipica,
ad esempio la cosa o la persona, anche se quando l’oggetto materiale dell’azione è una persona, essa non
sempre coincide con la persona offesa (es. art. 573 c.p. Sottrazione di minore: oggetto materiale dell’azione il
minore, persone offese i genitori. Circa l’individuazione dei beni giuridici oggetto di tutela penale, si ritiene
oggi in dottrina che con l’entrata in vigore della Costituzione, tale individuazione vada fatta con riferimento ad
essa, atteso il fatto che il diritto penale ricopre nell’ordinamento giuridico il ruolo di extrema ratio. A tale
riguardo occorre ricordare che quello dell’offensività è il primo parametro cui deve guardare il legislatore
quando crea una fattispecie penale. Quand’egli ritenga sufficiente una sanzione amministrativa o civile per
fronteggiare il fenomeno che mira ad impedire, non dovrebbe applicare una sanzione penale. Questo si
chiama principio di sussidiarietà e deriva da quello di extrema ratio prima richiamato. Laddove il fatto sia
totalmente INOFFENSIVO, il Giudice dovrebbe ritenerlo addirittura “atipico” (furto di un acino d’uva).

PRINCIPIO DI SOGGETTIVITÀ
Un comportamento umano costituisce reato quando, oltre ad essere tipico e compiuto in assenza di cause di
giustificazione, è anche riferibile alla volontà dell’agente — per avere reato nesso causale + nesso psichico.

IL PRINCIPIO DI COLPEVOLEZZA

Nullun crimen sine culpa. Nessun crimine senza colpevolezza (e non colpa). Cioè nessuno può essere
chiamato a rispondere per un fatto altrui (ossia commesso da un altro). La prima condizione necessaria
affinché si possa affermare la responsabilità penale (per fatto proprio) è dunque che il reo abbia materialmente
realizzato il fatto previsto dalla legge come reato (salvo nei casi di concorso di reato). Ma ciò non è sufficiente.
Occorre anche un legame soggettivo tra il fatto e l’autore, cioè il fatto deve essere considerato proprio del
soggetto che agisce e deve trattarsi di un fatto colpevole. Ma quando un fatto proprio è anche da considerarsi
colpevole? La risposta è semplice: occorre che in rapporto agli elementi più significativi della fattispecie di
reato sussista il dolo o quantomeno la colpa. Il principio di cui parliamo è sancito nell’art. 27, 1° comma,
Costituzione: “La responsabilità penale è personale”. Anche tale principio, come quello di legalità di pone
come principio garantistico. Tale principio di responsabilità soggettiva si contrappone alla responsabilità
oggettiva (cioè senza dolo o colpa), in contrasto con la Costituzione e residuo di inciviltà.

RISERVA DI CODICE EX D.LGS 21/2018


Art. 3bis c.p. Secondo tale norma, “nuove disposizioni che prevedono reati possono essere introdotte
nell’ordinamento solo se modificano il codice penale ovvero sono inserite in leggi che disciplinano in modo
organico la materia”.

RIFORMA ORLANDO
Con il d.lgs. 1 marzo 2018, n. 21, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 63 del 22 marzo 2018, l’esecutivo
uscente ha garantito l’attuazione di una delle deleghe contenute nella legge 23 giugno 2017, n. 103 (c.d.
“legge Orlando”), e in particolare di quella − prevista dall’art. 1, co. 85, lettera q) della suddetta legge – relativa
all’introduzione del principio della “riserva di codice” nel nostro ordinamento penale.

Il decreto reca infatti "Disposizioni di attuazione del principio di delega della riserva di codice nella materia
penale a norma dell'art. 1, co. 85, lettera q), della legge 23 giugno 2017, n. 103" ed è in vigore dal 6 aprile
2018. La nuova normativa incide significativamente sia sulla parte generale, sia sulla parte speciale del codice
penale, contemporaneamente operando corpose abrogazioni all’interno della legislazione complementare.

Oggetto di riforma sono numerose figure di reato o circostanze che, dalle leggi speciali, vengono trasferite
all’interno del codice penale: operazione che ha visto, tra l’altro, la creazione di un nuovo Capo I-bis all’interno
del Titolo XII del Libro II del codice penale, intitolato ai “delitti contro la maternità”, e di una Sezione I-bis
all’interno del Capo III del medesimo titolo, dedicata ai “delitti contro l’uguaglianza”. Oltre a ciò, il legislatore
delegato ha al contempo provveduto a una risistemazione delle basi normative del controverso istituto della
c.d. confisca “allargata”, che ora trova disciplina all’interno di una norma di parte generale del codice.

Può pertanto essere utile fornire un sintetico quadro d’insieme delle novità introdotte con tale ultima riforma,
al fine di aiutare il lettore a muoversi nella nuova topografia del codice penale e a rintracciare eventuali
modifiche rilevanti in punto di disciplina.

CAPITOLO II

L’INTERPRETAZIONE DELLA LEGGE PENALE.



I criteri interpretativi: secondo l’art. 12 delle preleggi al c.c. “Nell’applicare la legge non si può ad essa
attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di
esse e dalla intenzione del legislatore”.

Si distinguono i criteri:

LESSICALE-SEMANTICO: le parole devono essere interpretate in base al loro significato semantico e non
etimologico. In sostanza si deve avere riguardo al significato odierno della parola e non a quello originario
dato che il linguaggio si evolve. Sarebbe assurdo fare riferimento a significati superati nell’uso comune.
Questo criterio non è da se sufficiente;

STORICO:si ricostruisce il percorso storico seguito dal legislatore. E ’utile consultare i lavori preparatori;

LOGICO-SISTEMATICO: si deve tener conto che la norma fa parte di un sistema di norme, che a sua volta è
retto da criteri logico-giuridici. Anche tale criterio non è da se sufficiente;

TELEOLOGICO: si fa riferimento al fine, allo scopo della norma penale. Ma tale riferimento può essere
pericoloso in quanto, a volte, anche lo scopo perseguito dal legislatore non è chiaro.

ANALOGIA: si ha quando di fronte ad una lacuna della legge scritta il giudice la colma applicando al caso
non previsto una norma scritta per un caso analogo. E’ vietata nel diritto penale.

INTERPRETAZIONE ESTENSIVA: non postula alcuna lacuna della legge scritta e consiste nell’attribuire un
certo significato ad una legge scritta la quale sembra avere una portata più restrittiva rispetto alle parole ad
essa attribuite dall’interprete. A volte pare rasentare l’applicazione analogica.

Nel nostro sistema la creazione del diritto penale dovrebbe essere esclusivo monopolio del legislatore. Ma di
fatto il giudice deve pur sempre interpretare la legge. Ragion per cui esiste una tensione tra principio di
legalità ed interpretazione

della legge.

LA SUCCESSIONE DI LEGGI
Art 2 codice penale

- nuove incriminazioni: quando una nuova norma elevi a un reato un fatto che in precedenza non era previsto
come tale, si applica il principio di irretroattività della legge ( si applica solo ai fatti commessi dopo la sua
entrata in vigore)

- Abolizione di incriminazioni precedenti, quando una nuova norma non prevede più come reato un fatto che
in precedenza era considerato tale, si applica il principio di retroattività della legge nuova favorevole al reo.

- Se la nuova legge è solo modificatrice della precedente, soccorre il 4 comma dell’art 2, ai sensi del quale se
la legge del tempo in cui fu commesso il reato e le posteriori sono diverse, si applica quella le cui
disposizioni sono più favorevoli al reo, salvo che sia stata pronunciata sentenza irrevocabile.

EFFICACIA DELLA LEGGE PENALE NELLO SPAZIO


In via generale vige il principio di territorialità della legge penale per il quale essa obbliga tutti coloro che si
trovano nel territorio dello Stato e per i reati ivi commessi.

Teoria dell’ubiquità: il reato si considera commesso nel territorio italiano sia nel caso in cui in Italia sia stato
posto in essere l’atto antigiuridico, sia nel caso in cui in tale ambito si verifichi l’esito offensivo della condotta.

DEROGHE AL PRINCIPIO DI TERRITORIALITÀ


Art 3 c.p. si verifica allorquando sono puniti dallo Stato italiano e secondo le leggi italiane i reati commessi
all’estero.

REATI COMMESSI ALL’ESTERO PUNIBILI INCONDIZIONALMENTE


E' punito secondo la legge italiana il cittadino o lo straniero che commette in territorio estero taluno dei
seguenti reati:

1. delitti contro la personalità dello Stato italiano;

2. delitti di contraffazione del sigillo dello Stato e di uso di tale sigillo contraffatto;

3. delitti di falsità in monete aventi corso legale nel territorio dello Stato, o in valori di bollo o in carte di
pubblico credito italiano;

4. delitti commessi da pubblici ufficiali a servizio dello Stato, abusando dei poteri o violando i doveri inerenti
alle loro funzioni;

5. ogni altro reato per il quale speciali disposizioni di legge o convenzioni internazionali stabiliscono
l'applicabilità della legge penale italiana.

DELITTI POLITI
L’art 8, i DELITTI POLITICI, intesi come tali quelli che offendono un INTERESSE POLITICO DELLO
STATO(diretti),

ovvero un DIRITTO POLITICO DEL CITTADINO (indiretti) ovvero qualunque delitto determinato da motivi
politici (soggettivamente politici), diversi da quelli contro la personalità dello Stato, sono puniti secondo la
legge italiana, da chiunque commesso. Ma perché si possa procedere, in questo caso, il Ministero della
Giustizia deve farne richiesta, o se punibile a querela della persona offesa, occorre querela. Va precisato che
un motivo si dice politico quando il reo agisce per raggiungere un obiettivo che riguarda la costituzione,
l’esistenza ed il funzionamento dello Stato. Ad esempio una rapina è sorretta da motivo politico se col
ricavato finanzio un’organizzazione terroristica.

REATI NON POLITICI


All’art. 9, 1° comma, invece, sono previsti i REATI NON POLITICI, non rientranti tra quelli incondizionatamente
punibili, commessi all’estero dal cittadino italiano. “Il cittadino che commette all’estero un delitto per il quale la
legge italiana stabilisce l’ergastolo o la reclusione non inferiore a tre anni, è punito secondo la legge
medesima, sempre che si trovi nel territorio italiano”. Se è prevista una pena minore le condizioni di
procedibilità (art. 9, 2° comma) prevedono la richiesta del Ministero della Giustizia o la querela della persona
offesa. Se il reato è commesso a danno di uno Stato o di un cittadino stranieri (art. 9, 3° comma), vanno
sempre osservate le condizioni di procedibilità, sempre che dallo Stato straniero venga concessa
l’estradizione. Per le mere contravvenzioni o per i delitti con la sola pena pecuniaria tale norma non è mai
applicabile. E’ stata estesa anche ai reati commessi in danno dell’Unione Europea la previsione di cui al terzo
comma.

Condizioni:

- Si tratti di delitto

- Sia punito con la reclusione e non solo con la multa

- Il reo si presente nell territorio dello Stato

DELITTO COMUNE COMMESSO ALL’ESTERO DALLO STRANIERO


L’art. 10, 1° comma, disciplina, invece, l’ipotesi in cui il reato sia commesso all’estero da uno straniero a
danno dello Stato o di un cittadino italiani e per tale reato la legge italiana preveda l’ergastolo o la reclusione
non inferiore ad un anno, sempre che si trovi nel territorio italiano e si rispettino le condizioni di procedibilità
(richiesta o querela). Il 2° comma invece prevede il caso in cui il delitto sia commesso a danno di uno stato o
di un cittadino esteri, alle stesse condizioni di cui al 2° comma dell’art. 9 (condizioni di procedibilità ed
estradizione).

RICONOSCIMENTO DELLE SENTENZE PENALI STRANIERE


Art 12

Alla sentenza penale straniera pronunciata per un delitto può essere dato riconoscimento:

1. per stabilire la recidiva o un altro effetto penale della condanna ovvero per dichiarare l'abitualità o la
professionalità nel reato o la tendenza a delinquere;

2. quando la condanna importerebbe, secondo la legge italiana, una pena accessoria;

3. quando, secondo la legge italiana, si dovrebbe sottoporre la persona condannata o prosciolta, che si trova
nel territorio dello Stato, a misure di sicurezza personali;

4. quando la sentenza straniera porta condanna alle restituzioni o al risarcimento del danno, ovvero deve,
comunque, esser fatta valere in giudizio nel territorio dello Stato, agli effetti delle restituzioni o del risarcimento
del danno, o ad altri effetti civili.

Per farsi luogo al riconoscimento, la sentenza deve essere stata pronunciata dall'autorità giudiziaria di uno
Stato estero col quale esiste trattato di estradizione. Se questo non esiste, la sentenza estera può essere
egualmente ammessa a riconoscimento nello Stato, qualora il ministro della giustizia ne faccia richiesta. Tale
richiesta non occorre se viene fatta istanza per il riconoscimento agli effetti indicati nel n. 4.

ESTRADIZIONE
Meccanismo di cooperazione internazionale che si sviluppa in un procedimento che coinvolge più Stati
sovrani – e, quindi, detentori del potere coercitivo ovvero di punire chi abbia commesso un fatto qualificato
come reato –.

Attraverso questo meccanismo uno Stato consegna ad altro Stato un soggetto che si trova nel suo territorio
affinché questo possa essere sottoposto a giudizio (estradizione processuale) o all’esecuzione di una pena
già comminata in modo irrevocabile (estradizione esecutiva) nello Stato che chiede l’estradizione.

L’istituto è previsto anche dalla Costituzione italiana ed è disciplinato compiutamente dalla legge penale
processuale italiana e dalle convenzioni internazionali.

In generale, l’estradizione è condizionata al requisito della c.d. doppia incriminazione: significa che il fatto
oggetto del procedimento penale per cui si domanda l’estradizione deve essere previsto come reato sia
dalla legge penale italiana che da quella straniera.

L’estradizione può essere:

- Attiva — quando è lo stato italiano che richiede ad uno stato estero la consegna di un individuo imputato o
condannato in Italia,

- Passiva — quando è lo stato italiano che riceve da uno stato estero, la richiesta di consegna.

Nell’estradizione attiva, l’iniziativa è di competenza del Procuratore Generale presso la Corte d’Appello dove è
stata pronunciata la condanna o dove si procede per il reato. Il Procuratore Generale presenta una domanda,
completa di atti e documenti che la sorreggono, al Ministero della giustizia, affinchè questo formuli richiesta di
estradizione alle autorità straniere competenti dove il soggetto da estradare si trova.

Nell’estradizione passiva, ricevuta domanda dallo Stato estero, la decisione finale spetta al Ministero della
giustizia italiano previa deliberazione favorevole della Corte d’Appello del luogo dove l’imputato o condannato
ha la residenza, dimora, domicilio o dove si trova fisicamente nel momento della domanda (in mancanza di
certezze, è competente la corte d’appello di Roma). Il procedimento si apre con l’invio da parte dello Stato
estero richiedente al Ministro della giustizia italiano della domanda di estradizione corredata da ogni
documento necessario. Il Ministro può respingere la domanda oppure trasmetterla al Procuratore Generale
presso la Corte d’Appello. In questo secondo  caso, il Procuratore generale deve disporre la comparizione
dell’estradando, identificarlo e interrogarlo in ordine al suo eventuale consenso all’estradizione. L’estradando
deve essere assistito da un difensore. Viene poi fissata un’udienza in camera di consiglio nel corso della quale
l’estradando ed il suo difensore hanno obbligo di comparire ed in esito alla quale l’estradizione sarà concessa
o meno.

Secondo la legge italiana, lo Stato richiedente l’estradizione deve assumere l’obbligo di non sottoporre
l’estradato a restrizione della libertà personale per un fatto anteriore e diverso a quello per il quale è stata
concessa l’estradizione. In ogni caso, è fatto divieto di concedere l’estradizione:
– per reati politici,

– per motivi di razza, religione o nazionalità,

– e per reati puniti all’estero con la pena di morte.

Inoltre, secondo la legge italiana, non deve essere concessa l’estradizione quando vi è ragione di ritenere
che l’imputato o condannato verrà sottoposto ad atti persecutori o discriminatori oppure a pene o
trattamenti crudeli, disumani o degradanti o ad atti che configurano violazione dei diritti fondamentali
della persona.

Spetta al Ministro della Giustizia la facoltà di richiedere o concedere l’estradizione ma solo in esito al parere
favorevole della Corte d’Appello competente che – di fatto – interviene in funzione di controllo per garantire
l’osservanza delle norme poste a garanzia dei diritti del soggetto da estradare.

L’estradizione passiva è, quindi, sempre condizionata dalla sussistenza di una deliberazione dell’autorità
giudiziaria (come detto, la Corte di Appello) che deve verificare la sussistenza dei requisiti di legge.

Cos'è il mandato di arresto europeo

Il mandato di arresto europeo è una decisione giudiziaria che uno Stato appartenente all'Unione Europea
(Stato membro di emissione) emette in vista dell'arresto e della consegna, da parte di altro Stato membro
(Stato membro di esecuzione), di una persona affinché possa essere esercitata l'azione penale ovvero
possa essere data esecuzione a una pena o a un'altra misura che priva della libertà personale.

Con la legge n. 69/2005 si è andata quindi a sostituire l'antecedente disposizione sulla estradizione nei
rapporti tra gli Stati membri dell'Unione Europea, introducendo una nuova disciplina sulla consegna tra
autorità giudiziarie di soggetti che hanno subito una sentenza passata in giudicato o nei confronti dei quali è
stata applicata una misura cautelare, al fine di renderla più semplice.

Tuttavia, per i reati commessi anteriormente all'entrata in vigore della citata legge continuano ad essere
applicate le precedenti convenzioni.

Requisiti del mandato:

1) sottoscrizione da parte dell'organo giudicante;

2) motivazione del provvedimento;

3) irrevocabilità del provvedimento e quindi giudicato penale nel caso si tratti di sentenza;

4) conformità ai principi supremi della Carta Costituzionale anche alla luce dei diritti alla libertà e al giusto
processo.

La procedura passiva di consegna


La legge n. 69/2005 prevede due procedure di consegna: la procedura di consegna passiva e quella di
consegna attiva. Con la prima si richiede all'Italia la consegna del soggetto, con la seconda è l'Italia che
richiede, nel proprio territorio, la consegna di un soggetto.

Per quanto riguarda la procedura di consegna passiva, una particolare attenzione deve essere rivolta a quanto
contemplato nell'articolo 5 della legge 69 (Garanzia giurisdizionale), che prevede che la consegna di un
imputato o di un condannato all'estero non può essere concessa senza la decisione favorevole della corte
di appello. La competenza a dare esecuzione al mandato è della Corte d'appello nel cui distretto risiede,
dimora o ha il domicilio la persona da consegnare.

Ulteriore requisito per legittimare la consegna è quello della cd. doppia incriminazione, che prevede che il
fatto per il quale si procede debba essere considerato reato sia dallo Stato membro di emissione che da
quello di esecuzione. Il presupposto della doppia incriminazione viene però superato dall'articolo 8 (Consegna
obbligatoria), nei casi di particolare gravità - indicati dalla lettera a) alla lettera mm).

Le fasi della consegna


Concretamente, la procedura di consegna si articola in sei fasi:

I fase - ricezione da parte della Corte di Appello del mandato contenete i requisiti indicati nell'articolo 6 della
legge, nonché relazione su fatti contestati e fonti di prova;

II fase - emissione di ordinanza applicativa di misura coercitiva ed interrogatorio dell'arrestato entro i cinque
giorni successivi;

III fase - nel caso in cui l'arresto avvenga per mezzo della P.G., il magistrato deve convalidarlo applicando
eventualmente una misura cautelare;

IV fase - la consegna viene decisa dalla Corte d'Appello in Camera di Consiglio con sentenza; laddove
sussistano i presupposti di cui all'articolo 18, Rifiuto della consegna, la Corte può non dar corso alla
consegna;

V fase - consenso dell'interessato;

VI fase - eventuale ricorso in Cassazione avverso i provvedimenti che decidono sulla consegna.

La procedura attiva di consegna


Si ha procedura attiva di consegna, invece, quando l'Italia richiede un imputato o un condannato presente
in altro Stato membro. La competenza a emettere il mandato appartiene o al giudice che ha emesso una
misura cautelare, quindi al G.I.P., ovvero al Pubblico Ministero nel caso in cui vi sia una sentenza definitiva da
eseguire.

Il mandato di arresto europeo è inoltrato al Ministro della Giustizia, il quale lo trasmette, tradotto,
all'autorità competente dell'altro Stato. Nel caso in cui sia ignoto il domicilio, il nominativo del soggetto viene
introdotto nel SIS, ovverosia nel Sistema di Informazione di Schengen; il mandato deve contenere non solo le
generalità del soggetto ma anche la descrizione dei fatti, la pena irrogata ovvero la misura cautelare applicata.
Nel caso in cui il provvedimento per il quale si procede viene revocato, il mandato perde efficacia (per
esempio se il mandato europeo si applica sulla base di una misura cautelare e questa viene revocata a
seguito della decisione del Tribunale del Riesame). Anche per la procedura passiva vige il principio di
specialità di cui all'articolo 32 della legge n. 69/2005.

LE IMMUNITÀ
L’art 3 c.p. stabilisce che la legge penale obbligo tutti coloro che, cittadini o stranieri, si trovano nel territorio
dello Stato.

Costituiscono eccezione a tale principio le immunità:

- derivanti dal diritto pubblico interno: il capo dello stato non è responsabile per gli atti compiuti
nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per altro tradimento e attentato alla costituzione e i membri del
parlamento e dei consigli regionali non sono perseguibili per le opinioni e i voti espressi nell’esercizio delle
loro funzioni.

- Derivanti dal diritto internazionale: riguarda i capi di stati esteri, i ministri degli esteri, gli agenti
diplomatici e consolari, e sono dettate da necessità di ordine politico.

Le immunità sono considerate cause personali di esclusione della punibilità.


CAPITOLO 3: IL REATO IN GENERALE

Il reato viene definito come “ogni fatto al quale l’ordinamento giuridico ricongiunge come conseguenza una
pena criminale”.

Tutti i reati sono costituiti da un elemento oggettivo ed un elemento soggettivo.

La dottrina penalistica distingue due diverse nozioni di reato:

- Formale, secondo cui è reato ogni fatto umano al quale l’ordinamento giuridico ricollega una sanzione
penale

- Sostanziale, secondo cui è reato ogni fatto considerato socialmente pericoloso.

I  reati  si distinguono in delitti e contravvenzioni. Nella pratica, dunque, quando si parla di reati si intende
richiamare o un delitto, o una contravvenzione, senza voler fare una distinzione netta.

I delitti e le contravvenzioni si distinguono a seconda della specie di pena prevista dal codice penale (art. 39
c.p.): i delitti sono quei reati per cui è prevista la pena dell’ergastolo, della reclusione, della multa, mentre le
contravvenzioni sono quei reati per cui è prevista la pena dell’arresto e/o dell’ammenda (art. 17 c.p.).

I delitti sono in massima parte previsti e puniti dal libro secondo del codice penale, possono essere dolosi o
colposi, e sono puniti più gravemente rispetto alle contravvenzioni.

Le  contravvenzioni, invece, sono disciplinate sia dal  libro terzo del codice penale, sia da numerose
disposizioni di leggi speciali.

Reato: comportamento umano in seguito al quale il diritto penale prevede una pena che può essere detentiva
o pecuniaria.

Elemento soggettivo del reato: riguarda il reo, riguarda l’elemento psicologico

Elemento oggettivo del reato: attiene al momento materiale.

Le norme del diritto penale le troviamo in un codice oppure sono contenute nelle legge speciali.

I reati si distinguono in delitti e contravvenzioni. Nella pratica, quando si parla di reati si intende richiamare o
un delitto, o una contravvenzione, senza volere fare una distinzione netta.

I delitti e le contravvenzioni si distinguono a seconda della specie di pena prevista dal codice penale (ex art.
39 c.p.) i delitti sono quei reati per i quali è prevista la pena dell’ergastolo, della reclusione, della multa, mentre
le contravvenzioni sono quei reati per i quali è prevista la pena dell’arresto e/o dell’ammenda (ex art. 17 c.p.).

I delitti sono in massima parte previsti e puniti dal libro secondo del codice penale, possono essere dolosi o
colposi, e sono puniti più gravemente rispetto alle contravvenzioni.

Le contravvenzioni, sono disciplinate sia dal libro terzo del codice penale, sia da numerose disposizioni di
leggi speciali.

La loro peculiarità è che, di fatto, per la loro sussistenza non risulta necessaria la valutazione della presenza
dell’elemento soggettivo. In altre parole, il giudice condannerà Tizio per guida in stato di ebbrezza, che è un
reato contravvenzionale (ex art. 186 codice della strada), senza dovere considerare la presenza del dolo o
della colpa nella condotta posta in essere da Tizio stesso.

Il reato è un fatto umano (commissivo o omissivo) vietato dall'ordinamento giuridico di uno Stato, al quale si
ricollega una sanzione penale.Viene incriminato al fine di tutelare uno o più beni giuridici. Rientra nella più
ampia categoria dell'illecito.

In senso formale (o giuridico) il reato è quel fatto giuridico espressamente previsto dalla legge (principio di
legalità) al quale l'ordinamento giuridico ricollega, come conseguenza, la sanzione.

In senso strutturale, il reato è quel fatto umano attribuibile al soggetto (principio di materialità) offensivo di un
bene giuridicamente tutelato (da una lesione o, in certi casi, anche solo da una mi con una pena ritenuta
proporzionale alla rilevanza del bene tutelato, in cui la sanzione svolge la funzione di rieducazione del
condannato. Il reato, previsto, disciplinato e sanzionato dall'ordinamento giuridico si distingue dall'illecito
amministrativo e dall'illecito civile per la diversa natura della sanzione prevista.

Gli elementi essenziali del reato (in assenza dei quali lo stesso non esiste) essi sono:

Il fatto tipico (condotta umana, evento e nesso di causalità che lega la condotta all'evento)

La colpevolezza (imputazione soggettiva del fatto che si risolve in un giudizio di colpevolezza)

L'antigiuridicità (contrasto tra la norma e il fatto) (teoria della tripartizione che si differenza da quella della
bipartizione proprio per la presenza dell'antigiuridicità dell'illecito).

Secondo questa concezione è reato l'illecito penale, cioè la violazione di una norma che prevede come
sanzione una delle pene previste dall'articolo17 del codice penale:

Delitti: ergastolo, reclusione e multa

Contravvenzioni: arresto e ammenda.

Prescrizione del reato: La prescrizione estingue il reato decorso il tempo corrispondente al massimo della
pena edittale stabilita dalla legge e comunque un tempo non inferiore a sei anni se si tratta di delitto e a
quattro anni se si tratta di contravvenzione, ancorché puniti con la sola pena pecuniaria.

Il reato deve avere un accertamento processuale.

La prescrizione dei reati è una causa estintiva determinata dal decorso del tempo senza che la commissione
del reato sia seguita da una sentenza di condanna inderogabile. L'ispirazione dell'istituto, sul quale gli
orientamenti della scienza penalistica sono unanimi, va rinvenuta nel fatto che sarebbe inutile, oltre che
inopportuno, esercitare la funzione repressiva dopo che sia decorso un certo arco temporale dalla
commissione dell'illecito, in forza del venir meno delle esigenze di prevenzione generale.

Per individuare quali termini di prescrizione si applicano ai diversi tipi di reato, in generale occorre fare
riferimento alla durata della pena edittale massima prevista per essi dalla legge.

In ogni caso, la prescrizione non può essere inferiore a sei anni per i delitti e a quattro anni per le
contravvenzioni.

Se, poi, per il reato la legge stabilisce pene diverse da quella detentiva e da quella pecuniaria, si applica il
termine di tre anni mentre quando stabilisce congiuntamente o alternativamente la pena detentiva e la pena
pecuniaria, si ha riguardo soltanto alla pena detentiva.

Inoltre, a differenza di quanto avveniva in passato, il metodo di calcolo introdotto nel 2005 non tiene conto
delle circostanze, salvo il caso in cui sussistano aggravanti autonome o ad effetto speciale, in presenza
delle quali si considera l'aumento massimo di pena previsto.

La regola generale di comSi pensi, ad esempio, all'omicidio stradale (recentemente introdotto nel nostro
ordinamento), alla tratta di persone o al sequestro di persona a scopo estorsivo: in tal caso la prescrizione è
doppia rispetto a come sarebbe utilizzando i criteri di calcolo generali.

puto della prescrizione, tuttavia, conosce delle specifiche eccezioni per i reati di particolare gravità.

INGIURIA: Offesa all’onore altrui. Era un reato penale ora è stato depenalizzato

Natura colposa: per colpa, negligenza

Natura dolosa: per dolo, intenzionalmente

Fattispecie concreta è il comportamento umano che si verifica, fattispecie astratta parte percettiva e parte
sanzionatoria.

Fattispecie astratta deve corrispondere alla fattispecie concreta.

Tutte le norme penali generalmente dovrebbero essere precise nella descrizione del comportamento vietato in
quanto se non è preciso ben determinato, crea arbitrarietà.

Tutti i reati si distinguono in delitti (reclusione o multa) e contravvenzioni (arresto o ammenda)

L’ergastolo, la reclusione e l’arresto sono pene detentive, la multa e l’ammenda pene pecuniarie. Si precisa
che il codice penale non esaurisce la materia penale contenendo esso circa un centinaio di reati (i più gravi ed
i più classici), mentre la normativa extracodicistica (leggi speciali e complementari) ne contiene diverse
migliaia.

I delitti sono sempre dolosi, le contravvenzioni possono essere dolose o colpose.

Giurisprudenza — serie di sentenze conformi che si vanno a formando su un determinato concetto o materia.
Una serie di pronunce conformi formano la giurisprudenza.

Quando ci sono sentenze differenti da parte della cassazione su una stessa materia ci sono le Sezioni unite
del corte di cassazione in modo tale da dipanare il giudizio giurisprudenziale.

SOGGETTO ATTIVO DEL REATO


Il soggetto attivo è colui (o coloro, nel caso di concorso) che ha posto in essere il comportamento vietato dalla
norma incriminatrice e che nel procedimento penale assume, a seconda delle fasi o dei momenti, la qualità di
indagato, di imputato, di reo o condannato e di internato.

Secondo il dettato dell’articolo 27 della Costituzione, le persone fisiche possono essere soggetti attivi del
reato, hanno cioè l’attitudine a porre in essere comportamenti penalmente rilevanti, senza distinzione di età,
sesso o altre condizioni soggettive essendo dotate di capacità penale.

In relazione al soggetto, distinguiamo due categorie di reati:

- Reati comuni: chiunque può commettere, indipendentemente da particolari qualità soggettive,

- Reati propri: solo i soggetti che rivestono una determinata qualità, ovvero si trovano in una determinata
situazione possono porre in essere / I reati propri, sono quelli che, a causa della particolare natura del bene
giuridico protetto, che si presta ad essere offeso esclusivamente da soggetti particolari, possono essere
commessi da chi rivesta determinate qualifiche o condizioni.

Reato proprio esclusivo: reato comune che viene commesso da un determinato soggetto

Reato proprio non esclusivo: reati comuni che diventano un altro reato (diventano peculato) perchè il soggetto
che lo ha commesso ??

SOGGETTO PASSIVO DEL REATO


La persona offesa dal reato è il soggetto titolare del bene giuridico tutelato con la norma.

Non è chiunque subisca un danno dal reato, ma esclusivamente colui che subisce l’offesa essenziale
all’esistenza del reato.

A seconda del soggetto passivo del reato si possono distinguere

Reati a soggetto passivo determinato, quelli nei quali si può individuare il titolare del bene giuridico tutelato.

Reati a soggetto passivo indeterminato, nei quali l’interesse leso appartiene a chiunque o ampie categorie
di soggetti (es. delitti contro l’incolumità pubblica o contro la morale).

I cosiddetti reati senza vittima, nei quali il fatto è punito in vista di uno scopo rilevante dello Stato, senza che il
bene giuridico tutelato sia ascrivibile ad alcun soggetto in particolare (sono così i cosiddetti reati ostativi,
come il possesso ingiustificato di armi).

Se I reati offendono un numero indeterminato di persone si parla di reati vaghi.


Quando un reato lede o pone in pericolo più beni-interessi, appartenenti a soggetti distinti, si dice
plurioffensivo (calunnia).

STRUTTURA DEL REATO

L’analisi della struttura del reato ha condotto alla formazione di due diverse concezioni: teoria della
tripartizione e teoria della bipartizione.

A) CONCEZIONE TRIPARTITA

Il reato si compone di tre elementi:

- Tipicità —> conformità del fatto al tipo d’illecito descritto dal legislatore. Non è altro che l’insieme
degli elementi fattuali descritti dal legislatore nell’ambito di una singola norma incriminatrice;

- Antigiuridicità —> contrarietà del fatto tipico al diritto. In pratica assenza di cause di
giustificazione (situazioni che giustificano la commissione del fatto tipico) la cui presenza
eliminerebbe il contrasto con la norma;

- Colpevolezza —> rimproverabilità del fatto all’agente per aver agito contrariamente al diritto. In
pratica il reo è in grado di agire altrimenti e non lo fa. La mancanza di colpevolezza non fa venir
meno la contrarietà al diritto. Il fatto rimane antigiuridico ma il soggetto che lo ha commesso non è
punibile perché non colpevole, nel senso di non rimproverabile. In questo caso si parla di cause di
esclusione della colpevolezza o scusanti (in quanto scusano il soggetto ma non lo giustificano).

B) CONCEZIONE BIPARTITA
Teoria della bipartizione:

- di un fatto tipico antigiuridico, che è costituito dall’aderenza della condotta della norma
incriminatrice e dalla sua antigiuridicità.

- Colpevolezza

L’elemento oggettivo normalmente è costituito da tre componenti:

1. la condotta — Essa quando è illecita è compresa nel reato e rappresenta la condotta che l’ordinamento
intendeva perseguire. La condotta deve essere umana e nessuno può essere punito per un mero
atteggiamento interiore. La distinzione è tra CONDOTTE ATTIVE (azioni) e CONDOTTE OMISSIVE
(omissione). Nullum crimen sine actione. L’azione in senso stretto è un movimento del corpo, idoneo ad
offendere uno specifico interesse protetto dalla norma e sentito dalla comunità (reati di offesa) o
l’interesse statuale a che una determinata situazione di pericolo non si verifichi —norma mira ad
anticipare la tutela della collettività (reati di ostacolo o di mero scopo) . L’omissione è il mancato
adempimento dell’azione richiesta dalla norma (non facere).

La condotta umana può consistere, al contempo, in un’azione e in un’omissione — reati a condotta


mista.

I reati omissivi impropri presuppongono che ad un soggetto sia attribuito dall’ordinamento giuridico il compito
di proteggere determinati interessi, rivelandosi a tale fine necessaria l’esistenza di un particolare rapporto di
protezione tra il soggetto e un dato bene giuridico.

Tre requisiti affinché una situazione tipica di obbligo acquisti significato in una posizione di garanzia:

1. Incapacità del soggetto garantito all’autonoma difesa del bene

2. Il carattere speciale dell’obbligo, che deve gravare su alcuni soggetti e non sulla generalità dei consociati

3. La reazione di immediatezza tra la protezione del bene e l’obbligo giuridico.

In base al criterio funzionale, si possono individuare due distinte posizioni di garanzia:

1. Posizioni di controllo — hanno ad oggetto il controllo di una fonte di pericolo, implicando l’esistenza in
capo al garante di una situazione di dominio su un oggetto materiale sullo svolgimento di un’attività, da
cui derivano pericoli per gli interessi dei terzi.

2. Posizioni di protezione: hanno ad oggetto la protezione di determinati interessi dal momento che
presuppongono l’esistenza di un particolare legame giuridico tra il garante e il titolare di un bene da
proteggere.

3. l’evento — E’ un effetto naturale della condotta umana. Sono considerati tali effetti di tipo fisico,
fisiologico o psicologico. Alla concezione naturalistica si contrappone quella giuridica secondo la quale
l’evento si identifica nella offesa dell’interesse protetto dal diritto, cioè nella lesione o messa in pericolo
del bene protetto. La dottrina individua due diverse concezioni dell’evento:
1. Concezione naturalistica secondo cui l’evento è l’effetto naturale della condotta umana- l’evento
tipico può essere elemento essenziale del reato, elemento aggravante.
2. Concezione giuridica secondo cui l’evento penalmente rilevante è dato dall’offesa dell’interesse
protetto dalla norma. Ne consegue: la sussistenza dell’evento in tutti i reati in quanto tutti i reati
ledono o mettono in pericolo un bene, e l’inconfigurabilità di reati con doppio evento o dei reati
aggravati dall’evento.
4. il rapporto di causalità — Perché un evento possa essere ricondotto alla responsabilità di un individuo
occorre innanzitutto che tra l’evento e la condotta umana del soggetto attivo sussista il c.d. nesso
causale. La condotta è causale rispetto all’evento (ossia ha cagionato l’evento) quando “rappresenta
una condizione (necessaria) senza la quale l’evento non si sarebbe verificato”.

Evento in senso naturalistico (sussistono per la mera azione o la mera omissione):


Sotto il profilo della tipicità i reati si distinguono in:

• REATI FORMALI (O DI PURA CONDOTTA) che consistono nella semplice condotta umana, senza evento
(es. evasione);
• REATI MATERIALI (O DI EVENTO) che sono caratterizzati da un evento prodotto dalla condotta umana
(es. omicidio). Essi si dividono in: reati A FORMA LIBERA quando il legislatore non descrive alcun tipo di
condotta e reati A FORMA VINCOLATA quando il legislatore la descrive;
• REATI COMMISSIVI (O DI AZIONE O ATTIVI) quelli che si commettono mediante un’azione positiva (es.
furto);
• REATI OMISSIVI (O PASSIVI) quelli che si commettono mediante un’omissione (es. omissione di
denuncia). Essi si dividono in: reati omissivi PROPRI (o puri) caratterizzati dalla semplice omissione (es.
omissione di denuncia) e reati omissivi IMPROPRI (o commissivi mediante omissione) integrati dal mancato
impedimento di un evento (es. morte del bambino per mancato allattamento da parte della mamma);
• REATI DOLOSI puniti esclusivamente per dolo (es. omicidio volontario);

• REATI COLPOSI puniti solo a titolo di colpa (es. omicidio colposo);

• REATI PROPRI possono essere commessi solo da alcune persone (es. peculato);

• REATI COMUNI quelli che possono essere commessi da chiunque (es. omicidio).

• REATI ABITUALI PROPRI quando un solo atto non è sufficiente ad integrare il reato ma ne occorrono più
d’uno (es. maltrattamenti in famiglia);

• REATI ABITUALI IMPROPRI quando la singola condotta costituisce reato ma la reiterazione delle
condotte integra un reato diverso o un aggravamento (es. incesto);

• REATI EVENTUALMENTE ABITUALI quando la singola condotta è già punibile ma con la reiterazione non
si verificano più reati (es. lo sfruttamento della prostituzione);

REATI SECONDO IL TEMPO IN CUI SI ESTENDE LA CONDOTTA DELL’AGENTE:


• REATI ISTANTANEI quando la condotta del reo si risolva in un’unità di tempo (es. furto);

• REATI PERMANENTI quando la condotta perdura nel tempo (es. sequestro di persona);

REATI SECONDO LA NATURA DEL PREGIUDIZIO ARRECATO:


• REATI DI DANNO quelli in cui la tipicità richiede una vera e propria lesione del bene giuridico (es. omicidio,
lesione);

• REATI DI PERICOLO quelli in cui la fattispecie si accontenta di un semplice pericolo per il bene
giuridicamente protetto (es. rimozione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro) (messa in pericolo del
bene tutelato). Reato di pericolo concreto (occorre l’accertamento in concreto da parte del giudice del
verificarsi della condizione di pericolo) e reati di pericolo presunto (prescrizione assoluta di pericolosità,
indipendentemente dal verificarsi del pericolo nella realtà).

TEORIE RAPPORTO DI CASUALITÀ


• Teoria condizionalistica — causa dell’evento è l’insieme degli antecedenti senza i quali l’evento non si
sarebbe verificato. Tutte le condizioni sono equivalenti.

• Teoria della causalità adeguata — causa dell’evento è solo quella condizione secondo l’id quod
plerumque accidit, cioè secondo la comune esperienza, è la più idonea a produrlo. Occorre che l’agente
abbia determinato l’evento azione che, secondo lo sviluppo eziologico normale della vicenda, è adeguata a
produrlo / non è sufficiente che l’azione sia condizione necessaria per il verificarsi dell’evento, ma deve
essere anche adeguata, cioè idonea a determinare l’evento.

• Teoria della casualità umana — si ridetene che esista una sfera d’azione che l’uomo può dominare in virtu
dei suoi poteri conoscitivi e volitivi, orbene, solo i risultati che entrano in questa sfera possono considerarsi
causati dall’uomo, perchè se anche egli non gli ha voluti, era comunque in grado di fermargli. È necessario
che l’uomo abbia posto in essere una condizione dell’evento e che quest’ultimo non sia il risultato del
concorso di fatti eccezionali.

• Teoria della sussunzione a leggi scientifiche —mediante il ricorso a leggi valide scientificamente.
IL RAPPORTO DI CASUALITÀ NEI REATI OMMISSIVI
L’omissione penalmente rilevante può definirsi come forma di condotta criminosa costituita dal
comportamento negativo di un soggetto il quale non compie un’azione possibile che aveva l’obbligo giuridico
di compiere.

Si distinguono in:

A) Reati omissivi propri: si esauriscono in una condotta violativa dell’obbligo giuridico di agire senza
produrre alcun evento naturalistico giuridicamente rilevante.

B) Reati omissivi impropri: la condotta è violativa di un obbligo giuridico ed è idonea a produrre un evento
in senso naturalistico.

L’elemento soggettivo può essere costituito dal dolo, dalla colpa o dalla preterintenzione —>
colpevolezza (l’insieme di tutti i fattori dai quali dipende la possibilità di muovere un rimprovero giuridico
penale al soggetto agente i relazione al fatto antigiuridico realizzato).

Il dolo sussiste quando il soggetto pone in essere la condotta con volontà ed è consapevole dell’evento; in
altre parole, devono concorrere volontà dell’azione e consapevolezza degli effetti.

La colpa, invece, sussiste quando il soggetto, pur ponendo in essere la condotta con volontà, non ha voluto il
verificarsi dell’evento, e quest’ultimo si verifica a causa di negligenza o imprudenza o imperizia (colpa
generica), ovvero per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline (colpa specifica).

Per definire la  preterintenzione  è possibile dire che il delitto preterintenzionale è quello commesso non
secondo l’intenzione (dolo), nè contro l’intenzione (colpa), bensì oltre l’intenzione. Il codice penale disciplina
solo l’omicidio preterintenzionale (v. art. 584 c.p.), il quale sussiste quando con atti diretti a percuotere o a
produrre lesioni personali si cagiona la morte dell’offeso.

DOLO
Il dolo è la forma più classica di imputazione soggettiva del reato. Per i delitti la regola è la punibilità ad
esclusivo titolo di dolo (art. 42, 2° comma, c.p.); solo se il legislatore deroga espressamente a questa regola
è configurabile la punibilità per colpa (es. omicidio colposo). Per le contravvenzioni vi può essere punibilità per
dolo o colpa.
DEFINIZIONE DI DOLO. Art. 43 c.p. “Il delitto è doloso, o secondo l’intenzione, quando l’evento dannoso o
pericoloso, che è il risultato dell’azione od omissione e da cui la legge fa dipendere l’esistenza del delitto, è
dall’agente preveduto e voluto come conseguenza della propria azione od omissione”. Gli elementi del dolo
sono rappresentazione e volontà.

Il dolo presuppone:

- Un momento rappresentativo: in quanto occorre che l’agente deve avere avuto la visione anticipata di
tutti gli elementi significativi del fatto che costituiscono il reato.

- Un momento volitivo in quanto occorre che la volontà dell’agente sia rivoluta alla effettiva realizzazione
della condotta e dell’evento conseguente ad essa.

Oggetto del dolo:

Ciò che l’agente deve preventivamente conoscere

È il complesso di tutti gli elementi obiettivi della fattispecie criminosa.

In particolare costituiscono oggetto di mera rappresentazione:

A) Elementi positivi naturalistici ( presupposti, strumenti e mezzi, luogo e tempo della condotta, oggetto
materiale, qualifiche del soggetto passivo)

B) Elementi normativi della fattispecie

C) Elementi negativi del fatto (assenza di situazioni previste dalla legge come scriminanti, generali o
speciali)

D) Illiceità speciale

Oggetto di rappresentazione e di volizione:

A) Condotta

B) Evento naturale quale conseguenza dell’azione

C) Nesso di causalità

D) Evento inteso in senso giuridico quale lesione o messa in pericolo del bene giuridico tutelato dalla norma.

Il dolo può essere: 

- diretto o intenzionale (è la più grave forma di dolo e si verifica quando il soggetto agente assume un
comportamento voluto) e indiretto (quando da parte del soggetto agente vi è la consapevolezza che il
proprio comportamento potrebbe sfociare in un fatto illecito);

- generico (è il cd. dolo tipico e si ha quando l’agente vuole realizzare la condotta tipica incriminata dalla
norma, es. omicidio) e specifico (si ha quando alla previsione e alla volontà si aggiunge il perseguimento di
un fine ulteriore, es. arricchimento in caso di furto);

- di danno (il soggetto agente provoca un danno a un bene tutelato giuridicamente) e di pericolo (il soggetto
ha l’intenzione di danneggiare o minacciare il bene protetto dalla norma);

- iniziale (il dolo sussiste solo nel momento iniziale della condotta criminosa), concomitante (il dolo persiste
anche durante lo svolgimento della condotta criminosa) e successivo (il dolo si manifesta solo dopo il
compimento di una certa condotta non dolosa).

- Dolo d’impeto => è quando la deliberazione criminosa è seguita immediatamente dall’esecuzione della
condotta.

- Dolo di proposito => è quando tra la formazione della decisione criminosa ed il passaggio all’atto
intercorra un consistente lasso di tempo. La premeditazione o reato di proposito, che si verifica quando il
colpevole cura nei minimi particolari i dettagli dell’esecuzione del reato.

Per cui si ritiene che la differenza meramente cronologica che distingue il dolo d’impeto dal dolo di proposito
sia il segno esteriore di un diverso processo motivazionale in cui alla (presumibile) assenza o presenza di
contromotivi all’azione criminosa corrisponda, rispettivamente, una minore o maggiore “persistenza” ed
intensità della volontà a delinquere.

Dolo alternativo allorquando un soggetto prevede, come conseguenza della sua azione od omissione, il
verificarsi di due eventi e agisce non sapendo quale dei due si verificherà; in questo senso, si può dire che
l’agente ha voluto entrambi gli eventi:

“Il dolo alternativo è contraddistinto dal fatto che il soggetto attivo prevede e vuole alternativamente, con
scelta sostanzialmente equipollente, l'uno o l'altro degli eventi (nella specie morte o grave ferimento della
vittima) ricollegabili alla sua condotta, con la conseguenza che esso ha natura di dolo diretto ed è compatibile
con il tentativo. (In applicazione di questo principio la S.C. ha ritenuto correttamente motivata l'ordinanza del
giudice del riesame - confermativa della misura cautelare degli arresti domiciliari in relazione al reato di tentato
omicidio - la quale aveva ritenuto la sussistenza della volontà omicida evidenziando che la condotta
dell'indagato, che aveva tentato di accoltellare al petto la vittima, era idonea a cagionare la morte del ragazzo
e la volontà era alternativamente intesa a determinare tale evento o alternativamente un evento di gravi
lesioni)”.

ACCERTAMENTO DEL DOLO


Si effettua considerando tutte le circostanze esteriori che in qualche modo possono essere espressione
dell’atteggiamento psichico e deducendo l’esistenza della rappresentazione e della volizione in cui si concreta
il dolo dalle comuni regole di esperienza.

INTENSITÀ DEL DOLO


Il giudizio sull’intensità del dolo va effettuato valutando il livello di aderenza o di partecipazione della
coscienza e volontà del reato. Può essere:

- Quantitativa : quando riguarda la maggiore o minore intensità del volere della rappresentazione del fatto
rispetto alla volontà o alla coscienza.

- Qualitativa: quando riguarda la coscienza del disvalore del fatto.

È rilevante per la quantificazione della pena.

COLPA
Art. 43, 1° comma, c.p.: “Il delitto è colposo, o contro l’intenzione, quando l’evento anche se preveduto, non è
voluto dall’agente, e si verifica a causa di negligenza o imprudenza o imperizia, ovvero per inosservanza di
leggi, regolamenti, ordini o discipline”. Ai sensi dell’art. 42, 2° comma, perché un delitto sia punibile per colpa
occorre un’espressa previsione legislativa. Per le contravvenzioni non è necessaria. Alla luce di tutto ciò si
può dire che il legislatore ha previsto come prototipo dei reati colposi il reato di evento. I requisiti della colpa
sono: NEGATIVI: assenza di dolo; POSITIVI: violazione delle regole di diligenza e la rimproverabilità. Le
REGOLE CAUTELARI di diligenza possono essere anche non scritte e possono essere desunte dalla vita
sociale. Si ha in questi casi COLPA GENERICA e ad essa si riferisce l’art. 43 c.p. quando fa riferimento alla
negligenza: trascuratezza in rapporto ad una regola che prescrive di attivarsi in qualche modo (il medico che
dimentica la garza nel ventre di un paziente), imprudenza: la regola cautelare richiede di astenersi dall’agire
(l’automobilista che guida ubriaco) e imperizia: racchiude in se le altre due ma si riferisce in particolare ad
attività qualificate che richiedono particolari conoscenze tecniche (il medico che sbaglia la terapia). Le regole
cautelari di diligenza possono essere scritte.

La colpa può essere:

- Generica (deriva da imprudenza, negligenza o imperizia) Derivante da imprudenza (consistente nell’aver


reagito senza adottare le opportune cautele), negligenza (consistente nell’aver agito senza l’accortezza e
l’attenzione che sarebbero state necessarie) o imperizia (consistente nell’inettitudine o nella scarsa
preparazione professionale).
- Specifica (deriva dall’inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline ovvero di norme che impongono
determinate cautele).

- propria (l’evento non è voluto dall’agente),

- impropria (l’evento è voluto dall’agente ma non tanto da farlo rientrare nell’ipotesi del dolo),

- incosciente (manca la volontà di cagionare un evento e la previsione dello stesso),

- cosciente (manca la volontà ma non anche la previsione),

- professionale (riguarda attività professionali di per sé pericolose ma che l’Ordinamento consente e


autorizza nel loro svolgimento in quanto produttive di risultati ritenuti socialmente utili). pag. 40

L’evento è quindi posto a carico del soggetto solo sulla base del rapporto di causalità che lega la sua azione
all’evento. In tali ipotesi non è ravvisabile né la colpa né il dolo.

Per il reato preterintenzionale, la legge prevede una sanzione penale più tenue rispetto a quella prevista per
l’omicidio doloso ma comunque più grave rispetto a quella prevista per il reato colposo.
NATURA GIURIDICA

Per stabilire in che cosa consiste l’essenza della colpa e perchè questa costituisce forma autonoma di
responsabilità, secondo la moderna dottrina occorre impostare la teoria della colpa superando sia le leggi
soggettive che oggettive ed accettando la cd. Teoria mista.

In particolare:

- Secondo le teorie soggettivistiche: la colpa consiste o nella mancata previsione di un evento prevedibile o
in un errore di valutazione o esecuzione.

- Secondo le teorie oggettivistiche l’essenza va ravvisata nella violazione di un dovere di attenzione o


nell’inosservazione di regole doverose di condotta.

- Secondo la teoria mista l’essenza della colpa deve ravvisarsi nel rimprovero al soggetto per aver realizzato
involontariamente, ma pur sempre attraverso la violazione di regole doverose di condotta, un fatto di reato
che egli poteva evitare mediante l’osservanza esigibile di tali regole.

ELEMENTI COSTITUTIVI:

- Assenza della volontà dell’evento

- Esistenza di una condotta obiettivamente contraria ad una norma precauzionale

- Evitabilità dell’evento attraverso il rispetto della norma

- Possibilità da parte dell’agente di rispettare la norma precauzionale (esigibilità della condotta)

GRADO DELLA COLPA:

Ai sensi dell’art 133 c.p. fra i vari indici di commisurazione della pena, figura anche il grado della
colpa.

1. Criteri soggettivi:

- consapevolezza o meno di tenere una condotta pericolosa

- Quantum di esigibilità dell’osservanza delle regole cautelari

- Motivi che hanno spinto il soggetto ad agire

2. Criteri oggettivi:

- Quantum di evitabilità

- Quantum di divergenza tra la condotta doverosa e quella tenuta

PRETERINTENZIONE
La preterintenzione rappresenta una figura a se stante rispetto al dolo, alla colpa ed alla responsabilità
oggettiva. Art. 43, c.p.: “Il delitto è preterintenzionale, o oltre l’intenzione, quando dall’azione od omissione
deriva un evento dannoso o pericoloso più grave di quello voluto dall’agente”. Per i DELITTI AGGRAVATI
DALL’EVENTO s’intendono quelli per i quali è previsto un aumento di pena qualora si verifichi un evento
ulteriore rispetto a quello che già di per sé costituisce reato.

Il codice prevede un unico caso di preterintenzione: l’omicidio preterintenzionale art 584 c.p. che ricorre
quando, con atti diretti a commettere uno dei delitti preveduti dagli articoli 581 (percosse) e 582 (lesioni), si
cagiona la morte di un uomo.

Aborto preterintenzionale, cagionato con azioni dirette a provocare lesioni alla donna (art.18).

STRUTTURA

Elementi:

- Volontà di un evento minore, che ne rappresenta la base dolosa

- Non volontà di un evento più grave, oltre alla sua intenzione

Natura:

Si discute in dottrina se la preterintenzione sia:

- Un dolo misto a colpa — agente risponde soltanto dei risultati ulteriori che sono prevedibili ed evitabili.
Evento più grave deve essere quantomeno previsto.

- Un dolo misto a responsabilità oggettiva —agente risponde di tutti i gli eventi ulteriori. Non è richiesto
che l’evento più grave sia dovuto a negligenza, imprudenza o imperizia.

La giurisprudenza dominante aderisce al dolo misto colpa — principio di personalità della responsabilità
penale.

L’elemento soggettivo è unico ed è rappresentato dal dolo del delitto sussidiario, in considerazioni del
carattere omogeneo dell’evento morto rispetto all’evento meno grave del delitto sussidiario; il requisito della
prevedibilità è allora irrilevante perchè interamente assorbito nel dolo di quest’ultimo.

ELEMENTO SOGGETTIVO NELLE CONTRAVVENZIONI


Art 42 c.p. nelle contravvenzioni ciascuno risponde della propria azione od ammissione cosciente o
volontaria, sia essa dolosa o colposa.

Prevede che l’elemento soggettivo nelle contravvenzioni può essere costituito indifferentemente dal dolo o
dalla colpa. Nelle contravvenzioni per la punibilità è sufficiente la sola colpa.

LA RESPONSABILITÀ OGGETTIVA
L’art 42 c.p. dopo aver posto il principio generale secondo il quale la responsabilità penale non può
prescindere dalla presenza del dolo o della colpa, aggiunge, "...la legge determina i casi in cui l'evento è
posto altrimenti a carico dell'agente come conseguenza della sua azione od omissione”.

Ricorre quando l’agente è chiamato a rispondere dei risultati della sua azione, anche se rispetto ai medesimi
nessun rimprovero, neppure di semplice leggerezza, egli può essere mosso: egli risponderà per tanto del fatto
realizzato sulla base del solo rapporto di casualità, indipendentemente dal concorso del dolo o della colpa.

La responsabilità oggettiva è, dunque, caratterizzata dall'imputazione del fatto penalmente rilevante


esclusivamente alla luce della ricorrenza del nesso causale tra la condotta e l'evento lesivo.

Vengono tradizionalmente ricondotte all’istituto della responsabilità oggettiva le seguenti figure:

• ABERRATIO DELICTI MONOLESIVA: Art. 83, 1° comma, c.p.: “Fuori dei casi preveduti dall’articolo
precedente, se, per errore nell’uso dei mezzi di esecuzione del reato, o per un’altra causa, si cagiona un
evento diverso da quello voluto, il colpevole risponde, a titolo di colpa, dell’evento non voluto, quando il
fatto è preveduto dalla legge come delitto colposo”. Si verifica, cioè, una divergenza tra il voluto ed il
realizzato, che ha in comune con L’ABERRATIO ICTUS, l’errore nell’uso dei mezzi di esecuzione del
reato, ma che diverge da essa perché non riguarda la persona offesa ma il tipo di offesa ed il tipo di reato.
In altri termini il soggetto agente risponde del diverso reato realizzato e non voluto, sempre che tale fatto
diverso sia previsto dalla legge come rato colposo. ABERRATIO DELICTI PLURILESIVA: Art. 83, 2°
comma, c.p.: “Se il colpevole ha cagionato altresì l’evento voluto, si applicano le regole sul concorso dei
reati”.

• La responsabilità del partecipe per il reato diverso da quello voluto art 116

• La responsabilità dell’extraneus per concorso nel reato proprio art 117

DISTINZIONE DEI CASI DI RESPONSABILITÀ OGGETTIVA:

1. Responsabilità oggettiva pura - in cui prescinde del tutto dall’elemento soggettivo, e il fatto è attribuito
sulla base del solo rapporto di causalità.

2. Responsabilità oggettiva mista - a dolo o colpa, in cui la responsabilità del oggettiva si innesta su
di una fattispecie dolosa o colposa.

I REATI AGGRAVANTI ALL’EVENTO


Si dicono aggravanti o qualificati dall’evento i reati che subiscono un aumento di pena per il verificarsi di un
evento ulteriore, rispetto al fatto che già costituisce reato consumato: evento che viene posto a carico
dell’agente come semplice conseguenza della sua azione od omissione.

Si distinguono:

- Reati in cui l’evento più grave può essere indifferentemente voluto o disvoluto

- Reati in cui l’evento più grave deve necessariamente non essere voluto, in caso contrario muterebbe il titolo
di reato (es. aborto, se l’agente vuole la morte della donna, risponde di omicidio doloso).

LA COLPEVOLEZZA
Art. 27 della Costituzione, afferma che la responsabilità penale è personale — sancisce il principio della
responsabilità per fatto proprio colpevole.

Concetto di consapevolezza:

- Concezione psicologica: nesso psichico tra l’agente ed il fatto, eguale in tutti i casi e non graduabile,
necessario per affermare la responsabilità ma non per valutarne l’entità.

- Concezione normativa: la colpevolezza si oggettiva in un giudizio di rimproverabilità per l’atteggiamento


antidoveroso della volontà che era possibile assumere.

PRESUPPOSTI DELLA COLPEVOLEZZA


Imputabilità — primo presupposto del rimprovero di colpevolezza. La responsabilità di un soggetto postula la
capacità di comprendere il significato del proprio comportamento e quindi il potere controllare i propri impulsi
ad agire, cosicché, in assenza di capacità di intendere e di volere, non è ammissibile alcun giudizio di
colpevolezza.

Coscienza del disvalore del fatto — intanto può rimproverarsi al soggetto di aver causato un fatto in quanto
egli sia a coscienza che quel modo di agire è antidoveroso e riprovevole.

Dolo e colpa — in quanto espressione di un atteggiamento psichico rimproverabile, costituiscono un’indizio


della sussistenza della colpevolezza. Doppia funzione del dolo e della colpa (1 elemento soggettivo del fatto
tipico 2 oggetto di giudizio di rimproverabilità)

IL PRINCIPIO “IGNORANTIA LEGIS NON EXCUSAT”

Art. 5 c.p. Nessuno può invocare a propria scusa l’ignoranza della legge penale.

- Ignoranza invincibile: per l’assoluta possibilità collettiva di prendere conoscenza di una legge

- Errore scusabile: sulla liceità del fatto determinato da fonti qualificate

Questa scusante della buona fede fu ammessa inizialmente dalla corte di cassazione e poi dalla corte
costituzionale con sentenza n.364/1988 che ha dichiarato incostituzionale l’art. 5 laddove non escludeva
dall’inescusabilità dell’ignoranza della legge penale l’ignoranza inevitabile.

Ignoranza va valutata sotto il profilo oggettivo (circostanze) e soggettivo (conoscenze ed abilità del soggetto).

CAPITOLO IV
Il codice penale prevede una pluralità di situazioni ricorrendo le quali non può configurarsi un reato.

Cause di esclusione del reato:

- Cause di esclusione del fatto tipico

• Forza maggiore

• Esercizio di un diritto e adempimento

• Costringimento fisico

• Errore di fatto

• Errore determinato dall’altrui inganno

- Cause di esclusione dell’antigiuridicità di un fatto tipico

• Consenso dell’avente diritto art 50

• Caso fortuito art 45 di un dovere art 50

• Uso legittimo delle armi art 53

• Stato di necessità art 54

CAUSE DI ESCLUSIONE DEL FATTO TIPICO


Sono situazioni caratterizzate dalla esclusione di un requisito essenziale del fatto tipico. Ciò può accadere
perchè mancano i requisiti minimi della tipicità penale, perchè difetta il nesso psichico, perchè difetta parte
dell’elemento soggettivo, perchè manca l’elemento oggettivo.

Manca di tipicità — il fatto commesso strutturalmente non aderisce alla fattispecie astratta prevista dal
legislatore.

A) Determinano l’esclusione del nesso psichico (coscienza e volontà dell’autore)

• Forza maggiore art. 45 consiste in una forza esterna all’uomo che per il suo potere superiore determina
inevitabilmente il soggetto all’azione, anche contro la sua volontà. Non agit, sed agitur.

• Incoscienza indipendente alla volontà, si ha in tutti i casi in cui il soggetto pone in essere un fatto
astrattamente costituente reato in stato di totale incoscienza che non può far risalire alla sua volontà
nemmeno a titolo di colpa.

• Costringimento fisico, è un’ipotesi di forza maggiore in virtù della quale l’autore del reato è la longa manus
di un altro soggetto che è l’unico responsabile del reato.

B) Determina la mancanza di parte dell’elemento oggettivo:

• Il caso fortuito art 45, che ricorre quando manca il nesso di causalità tra la condotta e l’evento e
quest’ultimo si è verificato per l’operatore di fatti eccezionali, indipendenti della condotta dell’agente.

C) Determinano la mancanza di dolo o colpa:


• L’errore sul fatto costituente reato art 47 consiste in una inesatta percezione della realtà da parte dell’agente
che ritiene di porre in essere un fatto concreto diverso da quello vietato dalla norma penale,

• Errore su una causa di giustificazione che esclude il dolo

L’ERRORE
L’errore può incidere:

1. Sul processo di formazione della volontà, la quale nasce viziata da una falsa rappresentazione della realtà.
Errore- motivo art 47.

2. Sulla fase esecutiva del reato, cioè sul momento in cui la volontà viene attuata. Errore - inabilità art. 82-83

Tra le cause di esclusione del fatto tipico rientra solo l’errore motivo .

L’errore motivo si distingue in:

- Errore sul fatto, che cade sul fatto previsto dalla norma

Si ha quando il soggetto crede di realizzare un fatto diverso da quello vietato dalla norma penale. È
determinato da una falsa rappresentazione della realtà.

Può derivare da un errore di fatto ( consiste in una mancata o imperfetta percezione di un dato della realtà
sensibile, per effetto del quale il soggetto agente ritiene di porre in essere un fatto concreto diverso da quello
vietato dalla norma penale) o da un errore sulla legge extrapenale (norma diversa da quella penale. Può
tradursi in: errore di precetto che non esclude la responsabilità penale, errore di fatto che esclude la
responsabilità penale quando è scusabile).

Il soggetto che agisce sul presupposto di una situazione diversa da quella reale, non può acquisire né quella
consapevolezza del disvalore penale del fatto né la volontà colpevole che possono fondare l’imputazione
soggettiva del reato a titolo di dolo.

L’errore sul fatto esclude il dolo e, quando sia scusabile, anche la colpa, quando è inescusabile risponde a
titolo di colpa.

- Errore sul divieto, che cade sulla norma che prevede il fatto.

Si ha quando il soggetto si rappresenta, vuole e realizza un fatto materiale che è perfettamente identico a
quello vietato dalla norma penale, ma che egli per errore, crede non costituisca reato.

L’errore può derivare dalla ignoranza o erronea interpretazione della legge penale o dalla ignoranza o erronea
interpretazione della legge extrapenale, quando non si traduca anche in un errore sul fatto.

È penalmente irrilevante a meno che non sia inevitabile.

L’ERRORE SUL PRECETTO. Art. 5 c.p.: IGNORANTIA LEGIS NON EXCUSAT. “Nessuno può invocare a
propria scusa l’ignoranza della legge penale, salvo che si tratti di ignoranza inevitabile”. Ma quali sono i casi in
cui l’ignoranza deve considerarsi inevitabile? Nei reati c.d. MALA QUIA VETITA, ossia reati di creazione
legislativa, e NON I MALA IN SE, ossia i delitti naturali.

APPUNTI DOCUMENTO:

Gli errori sono due: L’errore sul fatto che consiste nella mancata o falsa rappresentazione di uno o più
elementi del reato ed il reo commette un errore sul fatto (un cacciatore pensava di uccidere un fagiano ed
uccide un uomo, quindi commette un fatto che non voleva compiere). L’errore sul fatto esclude sempre il dolo.
L’errore sul precetto che si verifica quando il soggetto erra sulla qualificazione giuridica del fatto. L’errore sul
precetto non rileva a beneficio del reo dal momento che si risolve in una ignoranza della legge penale che, in
base all’art. 5 c.p. non ammette ignoranza (un cacciatore caccia senza licenza per ignoranza di legge, quindi
compie l’azione che voleva compiere). Solo in caso di ignoranza inevitabile vi sarà esclusione (non del dolo)
della colpevolezza. Nell’errore sul fatto

il reo non voleva ledere alcun bene giuridico; nell’errore sul precetto il reo realizza ciò che voleva senza
percepire l’illiceità del suo comportamento. Art. 47, 1° comma: “L’errore sul fatto che costituisce il reato
esclude la punibilità dell’agente. Nondimeno se si tratta di errore determinato da colpa, la punibilità non è
esclusa, quando il fatto è preveduto dalla legge come delitto colposo”. L’errore deve essere essenziale. Può
essere incolpevole o determinato da colpa. L’errore determinato da colpa esclude il dolo ma lascia sussistere
una responsabilità colposa. Tuttavia non tutti i reati sono punibili per colpa, ma solo i reati colposi previsti
come tali dalla legge. Sono invece rarissime le ipotesi di errore sul fatto che lasciano sussistere il dolo anche
in caso di errore. Una per tutte l’errore sull’età nel delitto di atti sessuali con minori di 14 anni (art.609 sexies)
Art. 47, 2° comma: “L’errore sul fatto che costituisce un determinato reato non esclude la punibilità per un
reato diverso”. Ad esempio, se il reo non conosce il pubblico ufficiale che ha di fronte e commette una
resistenza nei suoi confronti sarà punito per violenza privata (art. 610 c.p.) ma non per resistenza a pubblico
ufficiale (art. 337 c.p.). Art. 47, 3° comma: “L’errore su una legge diversa dalla legge penale esclude la
punibilità, quando ha cagionato un errore sul fatto che costituisce il reato”. E’ il problema del c.d. errore su
legge extrapenale. Talvolta tale errore produce un errore sul precetto. E la questione sta proprio nel
distinguere l’errore su legge extrapenale dall’errore sul precetto. Poi vi è il c.d. errore determinato dall’altrui
inganno. Art. 48 c.p.: “Le disposizioni dell’art. precedente si applicano anche se l’errore sul fatto che
costituisce il reato è determinato dall’altrui inganno; ma, in tal caso, del fatto commesso dalla persona
ingannata risponde chi l’ha determinata a commetterlo”. Ad es. Tizio che vuole uccidere Caio dà al cameriere
Sempronio un bicchiere con del liquido avvelenato dicendogli che si tratta di una medicina. Ovviamente sarà
punibile Tizio e non Sempronio.

REATO ABERRANTE
È un’ipotesi di errore nell’esecuzione del reato.

Tale errore non esclude il reato così come l’errore sul fatto.

Il codice penale prevede due diverse manifestazioni del reato aberrante:

1. Aberratio ictus art 82. Ricorre quando il reo, per errore nell’uso dei mezzi di esecuzione del reato o per
altra causa cagiona offesa a persona diversa (monolesiva) da quella alla quale l’offesa era diretta. Il
colpevole risponde come se avesse commesso il reato in danno della persona che voleva offendere. Se
vengono colpite entrambe (plurilesiva), il colpevole soggiace alla pena stabilita per il reato più grave
aumentata fino alla metà.

2. Aberratio delicti art 83. Si ha quando il reo, per errore nell’uso dei mezzi di esecuzione del reato o per altra
causa, cagiona un evento diverso da quello voluto (monolesivo). Se il colpevole realizza anche l’evento
voluto (plurilesiva), si applicano le norme sul concorso di reati.

LE CAUSE DI ESCLUSIONE DELL’ANTIGIURIDICITÀ DEL FATTO TIPICO


E’ il secondo degli elementi costitutivi del reato. Rappresenta la contrarietà del fatto tipico all’ordinamento
giuridico. Se manca l’antigiuridicità si commette il fatto tipico ma non il reato, dal momento che mancherà un
elemento essenziale del reato. Le cause di giustificazione o giustificanti o esimenti o scriminanti, sono
situazioni che escludono l’antigiuridicità e quindi il reato e si distinguono dalle cause di esclusione della
colpevolezza o scusanti che escludono la punibilità e non il reato. Il c.p. prevede le scriminanti negli artt. dal
50 al 54 ma non le definisce tali. Si limita a dire che in tali ipotesi “non è punibile chi ha commesso il fatto”. Ad
ogni modo le esimenti rilevano anche se non conosciute dal soggetto. Non esiste una ratio comune alle
giustificazioni ma una cosa che le accomuna è il fatto che chi agisce in forza di una di esse non agisce contra
ius ma conformemente al diritto. Vi sono cause di giustificazione non codificate. Sono ipotesi in relazione alle
quali le esimenti non sembrerebbero applicabili (es. attività del medico: interventi chirurgici; violenza realizzata
in contesti sportivi: boxe). E taluni hanno pensato di estendere a tali casi analogicamente le scriminanti. Ma
l’analogia nel diritto penale non è configurabile neppure se in bonam partem sicché non sarebbe possibile
ricavare analogicamente dagli artt. 50 e ss. c.p. alcuna ulteriore esimente. In realtà tali ipotesi sono già
riconducibili a scriminanti codificate (es. consenso dell’offeso, stato di necessità o esercizio di un diritto).
Allora si tratterebbe di interpretazione estensiva e non di applicazione analogica. Si riporta di seguito l’elenco
delle cause di giustificazione di cui agli artt. 50-54 c.p.

A) IL CONSENSO DELL’AVENTE DIRITTO.Art.50:“Non è punibile chi lede o pone in pericolo un diritto, col
consenso della persona che può validamente disporne”. In taluni reati, quindi, il DISSENSO dell’avente diritto
è un elemento essenziale del reato. Perciò se esiste il consenso viene a mancare il fatto tipico (es. la
violazione di domicilio: se vi è il consenso del proprietario della casa il reato non c’è). Occorre che il consenso
sia dato da persona capace di agire, quindi maggiorenne, e da colui che può disporre del diritto leso o posto
in pericolo. La legge non stabilisce quali siano i diritti disponibili. Si riconosce generalmente che indisponibili
sono quelli statuali, perciò sono inefficaci i diritti contro la personalità dello Stato, la pubblica amministrazione
e l’amministrazione della giustizia; poi i reati contro la famiglia, il diritto alla vita (art. 579 c.p. omicidio del
consenziente), il diritto all’integrità personale nella sfera fisica (art. 5 c.c.). Tra i diritti parzialmente disponibili si
annoverano il diritto all’onore ed alla dignità personale. Totalmente disponibili sono i diritti patrimoniali, sicché
il consenso può essere dato nel caso di reati contro il patrimonio. Il consenso deve essere manifestato dal
titolare dell’interesse protetto. Può essere: ESPRESSO O TACITO, PRESUNTO quando si presume che il
titolare avrebbe acconsentito, PUTATIVO quando chi agisce lo fa nell’erroneo convincimento che il titolare del
bene protetto abbia prestato il consenso, LIBERO, SPONTANEO, INFORMATO cioè non inficiato da dolo,
violenza, errore o dalla imperfetta conoscenza del danno che dal consenso può derivare, PREVENTIVO,
REVOCABILE. A proposito del consenso informato nel campo del settore medico chirurgico si precisa che il
trattamento medico è reputato legittimo se il paziente abbia validamente consentito al trattamento medesimo.
Pertanto egli deve essere stato correttamente informato sui possibili effetti della terapia o dell’intervento
chirurgico, sui possibili effetti collaterali. Il consenso informato è ilpresupposto di fatto perché possa
estrinsecarsi la LIBERTÀ DI AUTODETERMINAZIONE TERAPEUTICA del paziente garantito
costituzionalmente sia pure indirettamente (artt. 13 e 32 C.). Essa implica il diritto di decidere
consapevolmente la terapia cui sottoporsi (entro certi limiti) senza subire acriticamente l’iniziativa del medico,
il quale deve informare il malato, affinché possa validamente autodeterminarsi. Tale consenso deve essere
personale, espresso, specifico e (meglio) se scritto anche se non obbligatoriamente. Anche tale consenso è
revocabile. Non esiste comunque fattispecie penale nel caso in cui il medico abbia agito secondo LEGES
ARTIS da intendersi come miglioramento della patologia del paziente.

B) L’ESERCIZIO DI UN DIRITTO. Art. 51, 1° comma, c.p.: “L’esercizio di un diritto ... esclude la punibilità”, in
sostanza chi esercita un proprio diritto non danneggia nessuno. Infatti l’ordinamento non può concedere un
diritto a qualcuno e poi punirlo per averlo esercitato (PRINCIPIO DI NON CONTRADDIZIONE). La ratio della
scriminante viene ravvisata nella prevalenza dell’interesse di colui che agisce nel corretto esercizio di un
diritto. E’ necessaria l’esatta individuazione dei limiti entro i quali il diritto deve essere esercitato. Se tali limiti
vengono superati si è nell’ambito di un ABUSO DEL DIRITTO. I diritti che possono essere esercitati sono
quelli soggettivi in senso stretto (es. diritto di proprietà, di libera manifestazione del pensiero). Prevale anche
un’interpretazione estensiva del concetto di diritto nel senso di comprendervi anche le FACOLTÀ LEGITTIME
(es. facoltà di arresto da parte dei privati in caso di flagranza ex art. 383 c.p.p.). Le fonti da cui può nascere il
diritto sono: Costituzione, legge ordinaria, regolamenti, sentenze, atti amministrativi, negozi giuridici privati,
norme europee. Per risolvere L’APPARENTE CONFLITTO DI NORME che non possono essere applicate
entrambe l’interprete deve rifarsi ai seguenti criteri:

a) gerarchico: lex superior derogat legi inferiori;

b) cronologico: lex posterior derogat legi anteriori;

c) specialità: lex specialis derogat legi generali.



I limiti sono: interni se insiti nella norma ed esterni quando vengono stabiliti da altre norme. Una cosa è
essenziale. Quando i diritti sono riconosciuti dalla Costituzione non possono essere limitati da una norma
di rango inferiore. Un esempio di conflitto tra diritti costituzionalmente previsti è dato dalla libera
manifestazione del pensiero che si può estrinsecare attraverso l’esercizio del diritto di cronaca dei
giornalisti (art. 21 C.) e il bene dell’onore individuale riconducibile ai diritti inviolabili della persona (art. 2
C.). Si può ravvisare in questo caso il reato di diffamazione, allora sarà il giudice che stabilirà se il
giornalista abbia esercitato correttamente il diritto di cronaca o abbia diffamato la persona.

Presupposti:

- Esistenza di un diritto

- Che il diritto sia esercitato dal suo titolare

- Che l’esercizio non superi i limiti imposti dalla sua natura e dalla esistenza di diritti altrui.

C) L’ADEMPIMENTO DI UN DOVERE. Art. 51, 1° comma, c.p.: “... l’adempimento di un dovere imposto da
una norma giuridica o da un ordine legittimo della Pubblica Autorità, esclude la punibilità”. Anche qui sono
presenti il principio di non contraddizione ed una situazione di conflitto (tra doveri). Ed anche qui è l’interprete
ad essere chiamato a stabilire quale sia il DOVERE PREVALENTE. L’art. 51 distingue il dovere giuridico
imposto da una NORMA e quello imposto da una Pubblica Autorità. Esempio del primo è la testimonianza ex
art. 198, 1° comma, c.p.p.. Circa il secondo, va precisato che per ORDINE s’intende una manifestazione di
volontà che proviene da un superiore e rivolto ad un soggetto gerarchicamente subordinato. Requisiti: Il
RAPPORTO GERARCHICO deve essere di diritto pubblico. Viceversa un ordine privato è privo di efficacia
scriminante. La LEGITTIMITÀ DELL’ORDINE (formale e sostanziale) e ciò vale sia per chi ordina che per chi
esegue. Si può dire allora che non è punibile chi adempie un dovere imposto da un ordine di P. A. che risulti
legittimo formalmente e sostanzialmente. L’ORDINE ILLEGITTIMO, invece, non deve essere eseguito.
L’eventuale esecuzione realizza il reato e di questo devono rispondere sia il superiore che il subordinato. Due
eccezioni: a) chi ha eseguito ha, per errore, pensato di obbedire ad un ordine legittimo; b) il subordinato non
ha sindacabilità sull’ordine. A quest’ultima eccezione vi è un’eccezione: l’ordine manifestamente criminoso. In
questo caso il subordinato (anche militare) deve rifiutarsi di eseguire l’ordine. In questo caso per il subordinato
vi è esimente, per il superiore vi è responsabilità penale e quindi punibilità. Se il subordinato esegue è
anch’egli punibile.

D) LEGITTIMA DIFESA art. 52



Non è punibile chi ha commesso il fatto, per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto
proprio od altrui contro il pericolo attuale di una offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata
all’offesa.

È talvolta ammessa la legittima difesa anticipata.

Requisiti dell’aggressione perchè ricorra la scriminante sono:

- Oggetto della difesa deve essere un diritto;

- L’offesa deve essere ingiusta, cioè contraria al diritto;

- Il pericolo minacciato deve essere attuale, stesso momento in cui accade altrimenti diventa distorsione o
vendetta.

L’OFFESA: deve derivare da condotta umana e deve offendere un diritto proprio o altrui (anche patrimoniale).
Il pericolo del danno deve essere attuale. Nel reato permanente il pericolo non cessa finché dura la
permanenza (es. sequestro di persona). Si deve trattare di un pericolo e non di un danno, altrimenti una
reazione a danno avvenuto sarebbe vendetta o ritorsione e non legittima difesa. Essa deve essere ingiusta.

LA DIFESA: deve essere necessaria per salvare il diritto minacciato proprio o altrui. La necessità va intesa
anche in base alle caratteristiche fisiche dei due. E se l’aggredito poteva fuggire e non l’ha fatto? La difesa si
configura Sembra che ciò si verifichi in pochi casi, perché non si può pensare di punire un povero disgraziato
aggredito da un delinquente solo perché non è fuggito.

LA PROPORZIONE: tra difesa e offesa. Si deve fare riferimento ai mezzi a disposizione dell’aggredito e alla
proporzione fra beni giuridici. Sotto tale prospettiva va risolta anche la questione dei c.d. OFFENDICULA
ovvero quei meccanismi o mezzi di difesa a protezione di una proprietà (es. filo spinato, vetri rotti, cane, ecc.).
Il criterio per valutare questi ostacoli non è quella della proporzione quanto quello della insidiosità e non
visibilità, pertanto non vi sarà legittima difesa per la tagliola, la botola ecc., ma vi sarà per il cane se il pericolo
è ben segnalato. La L. 59/2006 ha aggiunto due commi all’art. 52, il 2° ed il 3°, i quali prevedono
sostanzialmente che si può fare uso di un’arma legittimamente detenuta o di un altro mezzo idoneo al fine di
difendere la propria o altrui incolumità ed i beni propri o altrui quando non vi è desistenza e vi è pericolo di
aggressione e tali disposizioni si possono applicare anche sul luogo di lavoro da parte di imprenditori e
professionisti. Il 2° comma deroga solo alla proporzione ma non alla necessità. Per cui il difensore dovrà
attuare l’azione meno lesiva per l’aggressore.


LEGITTIMA DIFESA (art 52 c.p)

—> AGGRESSIONE
DIFESA - REAZIONE

Oggetto: un diritto proprio/altrui


• Non è possibile la via di fuga

• Personale
• Inevitabile e idonea

• Patrimoniale (proprietà, beni)


• Proporzionata all’offesa (indagata
• Morale
caso x caso), quando si tratta di
—> OFFESA INGIUSTA
un’offesa che avviene nei luoghi di
Contraria al diritto
privata dimora/studio/ufficio/lavoro
—> ATTUALE
la proporzione è presunta (riforma
Altrimenti ritorsione
legge 2006).

—>PERICOLO NON GENERATO Riforma 2019 è sempre legittima la


DALLA PERSONA OFFESA difesa quando si tratta di respingere
l’intrusione violenta o minacciosa.

Legittima difesa domestica.

Art. 55 eccesso colposo di legittima


difesa: esso ha effetto scriminante
se il reato risponde a dolo.

E) L’USO LEGITTIMO DELLE ARMI. Art. 53, 1° comma, c.p. “Ferme le disposizioni contenute nei due articoli
precedenti, non è punibile il pubblico ufficiale che, al fine di adempiere a un dovere del proprio ufficio, fa uso
ovvero ordina di fare uso delle armi o di un altro mezzo di coazione fisica, quando vi è costretto dalla
necessità di respingere una violenza o di vincere una resistenza all’Autorità, e comunque impedire la
consumazione dei delitti di strage, di naufragio, sommersione, disastro aviatorio, disastro ferroviario, omicidio
volontario, rapina a mano armata e sequestro di persona”. Il riferimento alle disposizioni dei due articoli
precedenti rileva la sussidiarietà della presente giustificazione rispetto alla legittima difesa e all’adempimento
di un dovere. Inoltre i soggetti la cui condotto può dirsi giustificata vengono individuati come pubblici ufficiali
(ovviamente solo quelli facenti parte della forza pubblica in quanto dotati di armi e a qualsiasi persona a cui
egli richieda assistenza). Occorre che l’uso delle armi sia conseguenza dell’adempimento di un dovere (scopo
lecito).

I PRESUPPOSTI OGGETTIVI sono:

a) necessità di respingere una violenza all’Autorità;

b) necessità di vincere una resistenza all’Autorità;

c) necessità di impedire i delitti di strage, naufragio, sommersione, disastro aviatorio, ferroviario, omicidio
volontario rapina a mano armata e sequestro di persona. La violenza comprende anche la minaccia. La
resistenza è attiva e passiva (es. fuga) La scriminante in parola si usa solo come extrema ratio, cioè il
pubblico ufficiale non deve avere altra scelta per due motivi: a) usa o ordina di usare le armi perché non ha
altri mezzi di persuasione (es. verbale); b) l’arma usata è quella meno offensiva. Quindi deve sempre
esserci sempre proporzione.

F) STATO DI NECESSITÀ
Necessitas non habet legem, la necessità non è soggetta alla legge. Art. 54, 1° comma, c.p.: “Non è punibile
chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di
un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che
il fatto sia proporzionato al pericolo”. Si differenzia dalla legittima difesa perché:

a) nello stato di necessità il soggetto non reagisce contro l’aggressore, ma contro un terzo innocente;

b) solo il danno grave alla persona lo giustifica, mentre nella legittima difesa può essere un qualsiasi diritto;

c) chi agisce per legittima difesa non deve risarcire il danneggiato, chi in stato di necessità deve al
danneggiato un equo indennizzo.
Art. 54, 2° comma, “Questa disposizione non si applica a chi ha un particolare dovere giuridico di esporsi
al pericolo”, in altri termini, i poliziotti non possono invocarla. Requisiti dello stato di necessità.

• IL DANNO GRAVE ALLA PERSONA: Il pericolo del danno deve essere attuale.

• INVOLONTARIETÀ DEL DANNO: Pericolo non volontariamente causato dall’agente.

• AZIONE NECESSITATA: L’azione non deve essere altrimenti evitabile. Senza alternativa

• PROPORZIONE: il fatto commesso deve essere proporzionato al pericolo. 



Lo stato di necessità talvolta può essere considerato più una scusante che una esimente: ad es. chi
salva un prossimo congiunto da un danno grave alla persona. Art. 54, 3° comma, “La disposizione
della prima parte di questo articolo si applica anche se lo stato di necessità è determinato dall’altrui
minaccia; ma, in tal caso, del fatto commesso dalla persona minacciata risponde chi l’ha costretta a
commetterlo”. E’ questa l’ipotesi di coazione morale o costringimento psichico. In questo caso
qualcuno sarà punito: il terzo minacciante. 


Le cause di giustificazione o giustificanti o scriminanti o esimenti previste dagli articoli dal 50 al 54 del codice
penale sono:
1. Legittima difesa

2. Stato di necessità

3. Consenso dell’avente diritto

4. Esercizio di un diritto

5. Adempimento di un dovere

6. Uso legittimo delle armi.

Poi sono presenti nel nostro ordinamento alcune cause di giustificazione non codificate.

Esse sono:

1. Attività terapeutica del medico (intervento chirurgico)



2. Violenza realizzata in contesti sportivi (boxe)

G) ERRORE SULLE CAUSE DI GIUSTIFICAZIONE


L’errore sulle scriminanti è disciplinato dall’art 59 “Se l’agente ritiene per errore che esistano circostanze di
esclusione della pena, queste sono sempre valutate a favore di lui. Tuttavia, se si tratta di errore determinato
da colpa, la punibilità non è esclusa, quando il fatto è preveduto dalla legge come delitto colposo”.
Nell’ambito della colpa occorre distinguere tra COLPA INCOSCIENTE quando l’evento non solo non è voluto,
ma nemmeno previsto dall’agente e COLPA COSCIENTE (o con previsione) quando l’agente non vuole
commettere il reato o realizzare l’evento, ma lo preveda come possibile conseguenza della sua condotta e
nonostante tutto, sottovaluta la probabilità che si verifichi o sopravvaluta le proprie possibilità di evitarlo.

H) ECCESSO COLPOSO art 55 c.p.


Quando le regole e le condizioni previste dalla legge perchè sussista la scriminante non vengono rispettate dal
soggetto agente. In tale ipotesi esistono presupposti di fatto della causa di giustificazione ma il soggetto ne
travalica i limiti ( es. nella legittima difesa si supera il limite di proporzione nella reazione). In tal caso si
risponderà del fatto commesso a titolo di colpa se esso è previsto come reato colposo.

REATO IMPOSSIBILE
La punibilità è esclusa quando, per l’idoneità dell’azione o per l’inesistenza dell’oggetto di essa, è impossibile
l’evento dannoso o pericoloso.

Principio di necessaria offensiva della condotta criminosa.

Si verifica:

- Inidoneità dell’azione

- Mancanza dell’oggetto dell’azione

REATO PUTATIVO
Ricorre quando l’agente commette un fatto che non costituisce reato, credendo erroneamente che esso
costituisca un illecito penale.

Il reato putativo è un fatto illecito del tutto indifferente per il diritto penale, quindi il suo autore non è punibile a
meno che non concorrano nel fatto gli elementi costitutivi di un reato diverso, nel qual caso risponderà di
quest’ultimo.

CAPITOLO V Le forme di manifestazione del reato

Il reato può presentarsi nelle forme del:

- Tentativo, caso in cui il normale iter crimini si interrompe prima o durante la fase dell’esecuzione (senza
giungere alla consumazione)

- Reato circostanziato, il cui fatto tipico presenta elementi ulteriori rispetto alla fattispecie prevista dal
codice.

1. ITER CRIMINIS
Il reato si realizza passando attraverso diverse fasi:

• L’ideazione: si svolge all’interno della psiche del reo che si determina a commettere il reato;

• La preparazione: si verifica solo nei reati a dolo di proposito e consiste nell’apprestare gli strumenti
necessari per la realizzazione del reato;

• L’esecuzione: si ha quando il soggetto pone in essere materialmente la concorra esteriore richiesta per la
sussistenza del reato;

• La perfezione: reato perfetto quando si sono realizzati tutti gli elementi essenziali che la norma richiede per
la sua esistenza;

• La consumazione: quando il reato perfetto ha raggiunto la sua massima gravità concreta.

Generalmente, perfezione e consumazione coincidono. Si differenziano nel reato permanente o abituale.

In relazione alla durata del reato si distinguono:

- Reati permanenti, quando l’offesa al bene giuridico si protrae nel tempo per effetto della persistente
condotta volontaria del soggetto. Due requisiti indispensabili: carattere continuativo dell’offesa e
persistente condotta volontaria dell’agente.

- Reati istantanei, l’offesa è istantanea, perchè viene ad esistenza e si conclude nello stesso momento.

Differenza sta nella durata dell’unica condotta costitutiva del reato che si traduce nell’aggressione perdurante
dell’interesse sotteso al precetto violato, la cui efficacia si protrae anche oltre la sua iniziale trasgressione.

Reato è:

- Istantaneo con effetti permanenti quando perdurano nel tempo le conseguenze dannose del reato,

- Eventualmente permanente per indicare i casi in cui il soggetto lascia perdurare in concreto l’offesa,
senza ciò sia richiesto dalla legge per l’esistenza del reato.

2. IL TENTATIVO
A) DEFINIZIONE

Delitto tentato quando il soggetto agente vuole commettere un delitto e si attiva in tal senso, senza però
realizzare completamente il fatto tipico per cause indipendenti dalla propria volontà.

La punibilità del tentativo deriva dalla combinazione di due norme:

- la norma incriminatrice di parte speciale, che configura come reato un determinato fatto;

- Art. 56 c.p. che disciplina i tentativi del tentativo.

Art. 56, 1° comma, c.p.: “Chi compie atti idonei, diretti in modo non equivoco a commettere un delitto,
risponde di delitto tentato, se l’azione non si compie o l’evento non si verifica”. Il problema è tracciare il
confine tra il penalmente irrilevante e l’inizio di un tentativo punibile. La mera ideazione del reato è di certo
penalmente irrilevante. Il codice penale vigente ha abbandonato il criterio distintivo ATTI PREPARATORI – ATTI
ESECUTIVI, per sostituirlo con ATTI IDONEI – ATTI UNIVOCI. Gli atti sono IDONEI (requisito oggettivo) quando
hanno potenzialità lesiva. Ma occorre una significativa potenzialità di danno o una rilevante attitudine a
conseguire l’obiettivo.

Gli atti sono: UNIVOCI (soggettivamente) quando nel processo si provi che ad essi sottendeva il proposito
criminoso; univoci (oggettivamente) quando non basta che siano idonei ma occorre che presentino particolari
connotazioni obiettive, quali ad esempio la contiguità rispetto alla esecuzione. Il tentativo è una fattispecie
autonoma di reato, ma necessita della combinazione con la singola previsione, contenuta in altra norma, che
contempla la corrispondente figura consumata. Si parla quindi di TENTATO OMICIDIO, tentata rapina, ecc...
Solo per i delitti si verifica il tentativo e mai per le contravvenzioni. Non è inoltre configurabile il TENTATIVO
NEI DELITTI COLPOSI, perché esso presuppone il dolo. Il tentativo non è configurabile nemmeno in rapporto
ai c.d. DELITTI DI ATTENTATO. Nel tentativo (o delitto tentato) l’incriminazione scaturisce dalla combinazione
dell’art. 56 c.p. con la norma che detta la corrispondente ipotesi di delitto; nel delitto di attentato la punibilità
discende da un’unica ed apposita previsione completa di cornice edittale di pena. Il tentativo non è
configurabile per i reati di pericolo essendo esso stesso un reato di pericolo, né per i delitti preterintenzionali
poiché in questi casi verrebbe a mancare il proposito di realizzare l’evento più grave. Gran parte di dottrina e
giurisprudenza ritengono che il tentativo sia incompatibile con il dolo eventuale. Comunque il tentativo è
punito ai sensi del 2° comma dell’art. 56 c.p.: “Il colpevole di delitto tentato è punito: con la reclusione non
inferiore a dodici anni, se la pena stabilita è l’ergastolo; e, negli altri casi, con la pena stabilita per il delitto,
diminuita da un terzo a due terzi”. Da questa cornice edittale si parte per il computo delle circostanze
attenuanti o aggravanti.

Sotto il profilo soggettivo il delitto tentato è necessariamente doloso, supponendo l’intenzione di


commettere il delitto perfetto in tutti i suoi elementi costitutivi.

Sotto il profilo oggettivo è costituito da:

- un elemento negativo: il mancato compimento dell’azione o il mancato verificarsi dell’evento;

- Un elemento positivo: l’idoneità e la univoca direzione degli atti.

B) REQUISITI

Requisiti necessari sono:

- Idoneità: va valutata secondo il criterio della < prognosi postuma >, bisogna valutare se la condotta era
idonea a ledere il bene giuridico protetto, con rilevante grado di possibilità;

- Univocità: consiste nel fatto che la condotta deve avere raggiunto una progressione tale di sviluppo da
lasciare trasparire, oggettivamente, che verosimilmente il delitto sarebbe stato commesso — solo reati
dolosi in quanto in quelli colposi non può configurarsi una volontà diretta univocamente alla commissione
del reato.

C) INAMMISSIBILITÀ E PENA

Il tentativo è inammissibile:

- Nelle contravvenzioni, art 56 parla di delitto non di reato;

- Nei delitti abituali, reiterazione delle condotte criminose;

- Nei delitti di attentato per i quali ciò che costituisce il minimum per l’esistenza del tentativo già integra la
consumazione del reato stesso;

- Nei reati omissivi propri, ove prima della scadenza del termine non vi è ancora reato, dopo la scadenza è
consumato;

- Nei delitti colposi, manca l’intenzione di realizzare il fatto contemplato dalla norma incriminatrici — no
requisito univocità.

La pena è quella prevista per il delitto consumato ridotta da un terzo a due terzi.

DESISTENZA E RECESSO ATTIVO


Ricorrono quando il soggetto, dopo aver compiuto atti che già di per sé costituiscono tentativo punibile, muta
proposito ed opera in modo che il delitto non si perfezioni. Così il reato non si completa per mutata volontà
del soggetto agente.

A) DESISTENZA

Se il colpevole volontariamente desiste dall’azione, soggiace soltanto alla pena per gli atti compiuti, qualora
questi costituiscano per sé un reato diverso” (Art. 56, 3° comma).

Quando l’agente dopo aver iniziato l’esecuzione del delitto volontariamente interrompe l’attività criminosa.
Determina l’impunità, a meno che l’attività posta in essere fino a quel momento costituisca reato diverso da
quello previsto.

B) RECESSO ATTIVO

“Se volontariamente impedisce l’evento, soggiace alla pena stabilita per il delitto tentato, diminuita da un
terzo alla metà” (Art. 56, 4° comma).

E’ essenziale che il recesso o la desistenza avvengano volontariamente, perché la volontarietà presuppone


una decisione autonoma e spontanea (non imposta da esterni) dell’agente. La desistenza volontaria è una
causa di non punibilità. Il recesso attivo è una circostanza attenuante.

Ha carattere solo e sempre positivo, in quanto esige una nuova attività da parte dell’agente. Occorre il
requisito della volontarietà.

Non importa la totale impunità ma solo una ulteriore diminuzione della pena da un terzo alla metà.

CIRCOSTANZE DEL REATO


A) GENERALITÀ

Le circostanze sono elementi accidentali del reato, non indispensabili per la sua esistenza, in quando possono
indifferentemente sussistere o mancare. Le circostanze sono elementi accidentali ed eventuali (accidentalia
delicti).

La loro presenza influisce soltanto sulla gravità del reato e quindi sulla misura della pena per esso prevista in
maniera quantitativa o qualitativa comportandone una modificazione: un AGGRAVAMENTO (circostanze
aggravanti) o un’ATTENUAZIONE (circostanze attenuanti).

La ratio delle circostanze sta nel fatto della necessità di adeguare la c.d. CORNICE EDITTALE DI PENA (il
minimo ed il massimo), valutato in rapporto non alla sola fattispecie astratta, ma al caso concreto in relazione
alle caratteristiche del reo e di un contesto più ampio dal quale possono scaturire anche fattori estranei al
fatto tipico. Ma tale esigenza deve comunque passare da apposite previsioni legislative per limitare e
circoscrivere il potere discrezionale del giudice.

Controversa è la distinzione tra circostanze ed elementi costitutivi.

Criteri per risolvere la problematica:

- Tesi dell’accessorietà: riposto la sua attenzione sul carattere essenziale degli elementi costitutivi, solo
accessorio delle circostanze;

- Tesi dell’idoneità offensiva: caratterizza le circostanze per la loro inidoneità ad incidere sulla sfera giuridica
del bene tutelato dalla norma incriminatrice;

- Teoria della diversa struttura della norma: che si fonda su un’aseità diversa struttura logica della norma che
prevede il reato, rispetto a quella che individua le circostanze.

Le circostanze si distinguono in:

- Aggravanti (aumento della pena, maggiore gravità del reato) o attenuanti ( minore gravità, riduzione della
pena)

- Comuni (applicabili a tutti i reati — ampie categorie) e speciali (previste soltanto ad alcuni reati)

La disciplina dell’imputazione delle circostanze è dettata dagli artt. 59 e 60 c.p.

Art. 59, 1° comma, c.p.: “le circostanze che attenuano ... la pena sono valutate a favore dell’agente anche se
da lui non conosciute, o da lui per errore ritenute inesistenti” (attenuanti). La regola è quindi della loro
applicabilità anche se sconosciute all’agente (criterio obiettivo o di operatività oggettiva). Ma alcune di esse
sono strutturate in modo da richiedere all’agente un certo atteggiamento psicologico (circostanze di natura
soggettiva).

Art. 59, 2° comma, c.p.: “le circostanze che aggravano la pena sono valutate a carico dell’agente soltanto se
da lui conosciute ovvero ignorate per colpa o ritenute inesistenti per errore determinato da colpa” (aggravanti).
Se ne deduce che l’imputazione dell’aggravante deve avvenire quantomeno per colpa. Se la circostanza è
successiva rispetto alla condotta, se ne richiede all’agente almeno la prevedibilità.

Art. 59, 3° comma, c.p.: “Se l’agente ritiene per errore che esistano circostanze aggravanti o attenuanti,
queste non sono valutate contro o a favore di lui”. Principio della irrilevanza delle circostanze meramente
putative ossia erroneamente supposte dal soggetto, ma in realtà inesistenti.

Art. 60, 1° comma, c.p.: “Nel caso di errore sulla persona offesa da un reato, non sono poste a carico
dell’agente le circostanze aggravanti che riguardino le condizioni o qualità della persona offesa o i rapporti tra
offeso e colpevole”. La norma presuppone un contesto con tre protagonisti: il soggetto agente, la vittima
designata e la vittima reale. Esempio, Tizio crede di sparare a Caio, ma al buio spara a suo padre Sempronio e
lo uccide. L’aggravante del parricidio non si applica.

Art. 60, 2° comma, c.p.: “Sono invece valutate a suo favore le circostanze attenuanti, erroneamente supposte,
che concernono le condizioni, le qualità o i rapporti predetti”. Qui vi è una deroga al generale criterio obiettivo
o di operatività oggettiva o della non rilevanza a favore dell’autore delle attenuanti putative. Così se Tizio in
stato d’ira spara Caio uccidendolo e avendolo scambiato per Sempronio che poco prima lo aveva percosso,
Tizio risponde di omicidio ma può lo stesso beneficiare della attenuante della provocazione, anche se la
vittima reale, cioè Sempronio, non è stato il provocatore che invece era Caio, cioè la vittima designata.

Art. 60, 3° comma, c.p.: “Le disposizioni di questo articolo non si applicano se si tratta di circostanze che
riguardano l’età o altre condizioni o qualità, fisiche o psichiche, della persona offesa”.

B) CIRCOSTANZE AGGRAVANTI E ATTENUANTI COMUNI

La L. n. 251/2005 ha introdotto, per il giudice, il divieto di prevalenza delle attenuanti sulle aggravanti.

Le circostanze aggravanti e attenuanti si dicono definite quando la legge ne descrive il contenuto, indefinite
quando il contenuto non è specificato. Le rare ipotesi di circostanze aggravanti indefinite sono considerate
illegittime costituzionalmente per violazione del principio di determinatezza. Il problema non si pone per le
attenuanti indefinite, per il principio del favor rei.

L’art. 61 c.p. detta le circostanze AGGRAVANTI comuni.

Aggravano il reato, quando non ne sono elementi costitutivi o circostanze aggravanti speciali, le circostanze seguenti:
1) l'avere agito per motivi abietti o futili;
2) l'aver commesso il reato per eseguirne od occultarne un altro, ovvero per conseguire o assicurare a sè o ad altri il
prodotto o il profitto o il prezzo ovvero la impunità di un altro reato;
3) l'avere, nei delitti colposi, agito nonostante la previsione dell'evento;
4) l'avere adoperato sevizie, o l'aver agito con crudeltà verso le persone;
5) l'avere profittato di circostanze di tempo, di luogo o di persona, anche in riferimento all'età, tali da ostacolare la
pubblica o privata difesa; (2)
6) l'avere il colpevole commesso il reato durante il tempo, in cui si è sottratto volontariamente alla esecuzione di un
mandato o di un ordine di arresto o di cattura o di carcerazione spedito per un precedente reato;
7) l'avere, nei delitti contro il patrimonio, o che comunque offendono il patrimonio, ovvero nei delitti determinati da motivi
di lucro, cagionato alla persona offesa dal reato un danno patrimoniale di rilevante gravità;
8) l'avere aggravato o tentato di aggravare le conseguenze del delitto commesso;
9) l'avere commesso il fatto con abuso dei poteri, o con violazione dei doveri inerenti a una pubblica funzione o a un
pubblico servizio, ovvero alla qualità di ministro di un culto;
10) l'avere commesso il fatto contro un pubblico ufficiale o una persona incaricata di un pubblico servizio, o rivestita della
qualità di ministro del culto cattolico o di un culto ammesso nello Stato, ovvero contro un agente diplomatico consolare di
uno Stato estero, nell'atto o a causa dell'adempimento delle funzioni o del servizio;
 11) l'avere commesso il fatto con abuso di autorità o di relazioni domestiche, ovvero con abuso di relazioni di ufficio, di
prestazione d'opera, di coabitazione, o di ospitalità;
11-bis) l'avere il colpevole commesso il fatto mentre si trova illegalmente sul territorio nazionale; (1)
11-ter) l'aver commesso un delitto contro la persona ai danni di un soggetto minore all'interno o nelle adiacenze di istituti
di istruzione o di formazione; (3)
11-quater) l'avere il colpevole commesso un  delitto non  colposo durante il periodo in cui era ammesso ad una misura
alternativa alla detenzione in carcere; (4)
11-quinquies) l’avere, nei delitti non colposi contro la vita e l’incolumità individuale e contro la libertà personale,
commesso il fatto in presenza o in danno di un minore di anni diciotto ovvero in danno di persona in stato di gravidanza;
(5)
11-sexies) l’avere, nei delitti non colposi, commesso il fatto in danno di persone ricoverate presso strutture sanitarie o
presso strutture sociosanitarie residenziali o semiresidenziali, pubbliche o private, ovvero presso strutture socio-educative.
(6)
11-septies) l'avere commesso il fatto in occasione o a causa di manifestazioni sportive o durante i trasferimenti da o verso
i luoghi in cui si svolgono dette manifestazioni.

L’art. 62 c.p. detta le circostanze ATTENUANTI comuni.

Attenuano il reato, quando non ne sono elementi costitutivi o circostanze attenuanti speciali, le circostanze seguenti:
1) l’avere agito per motivi di particolare valore morale o sociale ;
2) l’aver agito in stato di ira, determinato da un fatto ingiusto altrui;
3) l’avere agito per suggestione di una folla in tumulto, quando non si tratta di riunioni o assembramenti vietati dalla
legge o dall’Autorità, e il colpevole non è delinquente o contravventore abituale o professionale, o delinquente per
tendenza;
4) l’avere, nei delitti contro il patrimonio , o che comunque offendono il patrimonio, cagionato alla persona offesa dal
reato un danno patrimoniale di speciale tenuità, ovvero, nei delitti determinati da motivi di lucro, l’avere agito per
conseguire o l’avere comunque conseguito un lucro di speciale tenuità, quando anche l’evento dannoso o pericoloso
sia di speciale tenuità;
5) l’essere concorso a determinare l’evento, insieme con l’azione o l’omissione del colpevole, il fatto doloso della
persona offesa;
6) l’avere, prima del giudizio, riparato interamente il danno, mediante risarcimento di esso, e, quando sia possibile,
mediante le restituzioni; o l’essersi, prima del giudizio e fuori del caso preveduto nell’ultimo capoverso dell’articolo 56,
adoperato spontaneamente ed efficacemente per elidere o attenuare le conseguenze dannose o pericolose del reato

D) ATTENUANTI GENERICHE

L’Art. 62bis c.p. stabilisce che il giudice, indipendentemente dalle circostanze attenuanti comuni, può
prendere in considerazione altre circostanze diverse, qualora le ritenga tali da giustificare una diminuzione
della pena. Esse sono considerate in ogni caso, ai fini dell’applicazione delle circostanze, come una sola
circostanza, la quale può anche concorrere con una o più delle circostanze attenuanti. Si tratta delle c.d.
attenuanti generiche. Ad onta del plurale le generiche sono considerate come un’unica circostanza attenuante
ad effetto comune, cioè tale da determinare una sola riduzione della pena fino ad un terzo. L’attenuante i
questione è indefinita e lascia al giudice un’ampia discrezionalità. Con la L. 251/2005 è stato aggiunto il 2°
comma all’art. 62bis secondo il quale è preclusa la possibilità di diminuire la pena in virtù della concessione
delle attenuanti generiche in particolari ipotesi di recidiva.

E) LA CIRCOSTANZA AGRAVANTE DEL REATO TRANSNAZIONALE ART. 61 BIS

Per i reati puniti con la pena della reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni nella commissione dei
quali abbia dato il suo contributo un gruppo criminale organizzato impegnato in attività criminali in più di uno
Stato la pena è aumentata da un terzo alla metà. Si applica altresì il secondo comma dell'articolo 416-bis.1.

F) LA VALUTAZIONE DELLE CIRCOSTANZE E LA RILEVANZA DELL’ERRORE A SEGUITO DELLA L.


7-2-1990, N. 19

La legge ha modificato il testo dell’art.59, e ispirandosi al principio di colpevolezza (responsabilità penale),


subordina l’applicabilità delle aggravanti alla conoscenza della loro esistenza da parte del soggetto agente o
quantomeno all’ignoranza dovuta a colpa. l’aggravio della pena è consentito solo se la circostanza era stata
ignorata dal soggetto agente per sua colpa o per errore determinato da colpa.

La valutazione delle circostanze può così distinguersi:

- Le circostanze attenuanti: valutate a favore dell’agente anche se da lui non conosciute o per errore
ritenute inesistenti;

- Le circostante aggravanti: sono valutate a carico dell’agente soltanto se da lui sono conosciute ovvero
ignorate per colpa o ritenute inesistenti per errore determinato da colpa.

G) CRITERI DI IDENTIFICAZIONE DELLE CIRCOSTANZE - non chiede all’esame


• Criterio della specialità, secondo cui ricorre una circostanza del reato e non un autonomo titolo di reato
laddove la fattispecie si pone in relazione a tutti gli elementi, ma specificandoli ovvero aggiungendo uno o
più elementi specializzanti.

• Criterio del nomen iuris, secondo cui non si può prescindere dalla qualificazione giuridica data dal
legislatore.

• Criterio della collocazione sistematica della norma, per cui la formulazione della norma in un articolo
separato, integrerebbe una fattispecie autonoma.

• Criterio teleologico, in cui ricorre un autonomo titolo di reato laddove la fattispecie <dubbia> è a tutela di un
bene giuridico diverso rispetto alla figura base. Rapporto di mezzo-fine con la struttura del reato.

• Criterio strutturale del modo di determinazione della pena, per cui vi è mera circostanza di reato allorché il
legislatore si limita a rinviare alla pena prevista per la fattispecie semplice, applicando una mera variazione
frazionaria.

• Criterio strutturale del mero rinvio, per cui il legislatore rinvia per relationem alla fattispecie base, si è dinanzi
ad una circostanza e non a una fattispecie autonoma di reato.

H) LE CIRCOSTANZE DEL TENTATIVO

La regola generale in materia di rapporti tra delitto tentato e circostanze è che sono compatibili col delitto
tentato tutte le circostanze ad esclusione soltanto di quelle concernenti un’attività che nemmeno parzialmente
sia stata posta in esecuzione e di quelle che presuppongono l’avvenuta consumazione del reato.

CAPITOLO VI Il concorso di reati ed il concorso apparente di norme

Concorso di reati — quando un soggetto violi più volte la legge penale e perciò è chiamato a rispondere di più
reati

Non ho concorso di reati quando la legge per un determinato reato racchiude in se altri reati

Assolve la funzione di limitare l’entità della pena da applicare a chi deve essere giudicato per più reati

Quanto alla disciplina sanzionatoria del concorso di reati, sono concepibili in astratto tre sistemi:

- L’assorbimento, si applica solo la pena prevista per il reato più grave

- Il cumulo materiale, si applicano tante pene quanti sono i reati commessi

- Il cumulo giuridico, pena prevista per il reato più grave aumentata proporzionalmente alla gravità delle
pene previste per gli altri reati.

CONCORSO DI REATI

A) CONCORSO MATERIALE

Quando con omissioni o più azioni un soggetto viola più volte la stessa o differenti disposizioni di legge.

Omogeneo quando è violata più volte la stessa norma penale.

Eterogeneo quando sono violate norme diverse.

Al responsabile vengono comminate quante pene per quante sono le violazioni commesse, con alcuni
temperamenti circa la pena massima da infliggere.

I reati commessi da un unico agente possono essere legati da particolari vincoli, che ne aumentano la gravità
e determinano un aumento di pena.

Legami aggravanti comuni:

- Ideologico, quando un reato è commesso allo scopo di eseguirne un altro. I reati hanno un vincolo nella
finalità cui convengono.

- Consequenziale, reato commesso per assicurarsi il prezzo, il prodotto, il profitto o l’impunità di un altro
reato. In tal caso un reato dipende dall’altro;

- Occasionale, la commissione di un reato offre l’occasione per commetterne un altro.

B) CONCORSO FORMALE (IDEALE)

Quando con un’unica azione od omissione si viola più volte la stessa o diverse leggi penali, commettendo più
reati.

Può essere:

- Eterogeneo, quando con una sola azione od omissione si violano diverse disposizioni di legge;

- Omogeneo, quando con una sola azione od omissione si compiono più violazioni della medesima
disposizione di legge.

Regime sanzionatorio — cumulo giuridico.

REATO CONTINUATO, COMPLESSO, ABITUALE

A) REATO CONTINUATO

Sussiste allorché, con più azioni od omissioni, esecutive di un medesimo disegno criminoso, si commettono,
anche in tempi diversi, più violazioni della stessa o di diverse disposizioni di legge (art. 81 c.p.).

Valutazione reato continuato art. 158 c.p. Il termine della prescrizione decorre, per il reato consumato, dal
giorno della consumazione; per il reato tentato, dal giorno in cui è cessata l’attività del colpevole; per il reato
permanente [o continuato], dal giorno in cui è cessata la permanenza [o la continuazione].

Funzione dell’istituto è quella di introdurre un trattamento sanzionatorio più mite, che trova la sua ratio nel
fatto che il reato continuato la riprovevolezza complessiva dell’agente viene ritenuta minore rispetto ai normali
casi di concorso di reati.

Requisiti:

- Pluralità di azioni od omissioni, anche se intervallate da un lungo asso di tempo;

- Pluralità di violazioni della stessa o di diverse disposizioni di legge;

- Il medesimo disegno criminoso (consiste nell’iniziale programmazione e deliberazione generica di una


pluralità di reati, diretti al conseguimento di un unico fine).

La pena che si applica è quella prevista per il concorso formale (pena prevista per il reato più grave
aumentabile fino a un terzo).

Se l’imputato è gravato dalla recidiva reiterata, l’aumento non può essere inferiore ad un terzo.

B) REATO COMPLESSO

L’art. 84 disciplina il reato complesso, che ricorre quando la legge considera come elementi costitutivi o
circostanze aggravanti di un <solo> reato fatti che costituirebbero per se stessi reato.

Non si applicano le norme sul concorso poiché il reato complesso è considerato dalla legge come reato
unico.

Disciplina applicabile è quella del reato unico in quanto occorre che i reati siano legati tra loro da precise
connessioni sostanziali.

C) REATO ABITUALE

È abituale il reato che risulta dalla reiterazione nel tempo di più condotte identiche od omogenee.

Può consistere:

- Nella ripetizione delle condotte che, prese isolatamente, non costituirebbero reato (reato abituale proprio);

- Nella ripetizione di condotte che già di per sé costituiscono reato (reato abituale improprio).

CONCORSO APPARENTE DI NORME COESISTENTI

A) IL CONCORSO APPARENTE DI NORME

Ricorre quando una situazione sembra essere regolata da due disposizioni penali: in tal caso necessita
valutare se vi sia effettivamente un concorso formale di reati, oppure se vi sia un apparente concorso di
norme che regolano il fatto e se ne debba fare applicazione di una soltanto.

Regola guida art. 15 Quando più leggi penali o più disposizioni della medesima legge penale regolano la
stessa materia, la legge o la disposizione di legge speciale deroga alla legge o alla disposizione di legge
generale, salvo che sia altrimenti stabilito.

I casi che si possono verificare sono di specialità unilaterale, quando una sola delle norme in conflitto
presenti elementi specializzanti, sicché è semplice identificare la disposizione sola da applicare.

Specialità reciproca, in cui entrambe le norme hanno un elemento specializzante che le distingue.

Stessa materia — quando le norme sono tra loro assolutamente eterogenee ovvero quando pur apparendo
simili in un nucleo essenziale, differiscono in altri elementi.

B) CRITERI DI SOLUZIONE

Norma da applicare? In alcuni casi è la legge stessa a risolvere il problema. Qualora tali clausole non
sussistano, ovvero siano indeterminate, si pone il problema di individuare la norma applicabile al fatto
concreto.

Dottrina tradizionale — PRINCIPIO DI SPECIALITÀ art 15 c.p.

Dottrina attualmente prevalente — integra il principio di specialità con due ulteriori criteri:

1) Il criterio di sussidiarietà, secondo il quale la norma principale esclude l’applicazione della norma
sussidiaria (tutela un grado inferiore del medesimo interesse tutelato dalla norma principale)

2) Il criterio di consumazione o assorbimento, secondo il quale la norma consumante esclude


l’applicazione della norma consumata.

3) Terza soluzione— principio del < ne bis in idem sostanziale >, il quale, nel caso di concorso di norme,
vieta di porre più volte lo stesso fatto a carico del medesimo autore. Si desume da una serie di norme del
codice penale (art 15 principio di specialità, clausole di riserva, art 84 reato complesso, art 68 concorso
apparente di norme circostanziali).

C) IL REATO PROGRESSIVO

È la tipica espressione del fenomeno dell’assorbimento in cui si ricorre quando per la consumazione del reato
è necessario talvolta < transitare > per la commissione di altre condotte che costituirebbero reato, ma non
sono punibili per il loro assorbimento nella progressione criminosa versa il reato più grave.

CAPITOLO VII il concorso di persone nel reato


Il concorso può essere:

- Necessario — si verifica nei casi di reati plurisoggettivo, che per sua natura, non può essere commesso
che da due o più persone. Disciplina norma parte speciale.

- Eventuale — ricorre per i reati che possono indifferentemente essere commessi da una o più persone.

Art. 416 codice penale: Associazione per delinquere

Quando tre o più persone si associano allo scopo di commettere più delitti, coloro che promuovono o
costituiscono od organizzano l’associazione sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da tre a sette anni.

Per il solo fatto di partecipare all’associazione, la pena è della reclusione da uno a cinque anni.

I capi soggiacciono alla stessa pena stabilita per i promotori.

Se gli associati scorrono in armi le campagne o le pubbliche vie, si applica la reclusione da cinque a quindici
anni.

La pena è aumentata se il numero degli associati è di dieci o più.

Se l’associazione è diretta a commettere taluno dei delitti di cui agli articoli 600, 601 e 602, nonché all’articolo
12, comma 3bis, del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla
condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, si applica la reclusione da cinque
a quindici anni nei casi previsti dal primo comma e da quattro a nove anni nei casi previsti dal secondo
comma (10).

Commento

Associazione: si tratta, secondo la giurisprudenza più recente, di un’unione con carattere di stabilità e
permanenza, dotata di un minimo di organizzazione anche soltanto rudimentale, che si presenti adeguata
rispetto al programma delittuoso avuto di mira. Non è invece necessaria una vera e propria organizzazione
con distribuzione specifica di compiti e con gerarchie interne.

Promotori: sono coloro che si fanno iniziatori dell’associazione.

Costitutori: sono coloro che, con la loro attività, determinano o concorrono a determinare  la nascita
dell’associazione.

Organizzatori: sono coloro che coordinano l’attività dei singoli soci per assicurare la nascita dell’associazione.

Partecipanti: sono coloro i quali esplicano attività di carattere materiale strumentale alla sopravvivenza
dell’associazione o al perseguimento degli scopi sociali.

Capi: sono coloro che regolano, in tutto o in parte, l’attività collettiva, con poteri di supremazia sugli altri
membri dell’associazione.

NOZIONI E TIPI

Quando più persone concorrono nel medesimo reato , ciascuna di esse soggiace alla pena per questo
stabilita , salve le disposizioni degli articoli seguenti.

Commento

La pluralità dei concorrenti costituisce il primo requisito essenziale del concorso di persone. Occorre, dunque,
che il reato (che può essere commesso anche da un solo soggetto) sia di fatto realizzato almeno da due
persone. Si ha, poi, comunque, concorso, con l’applicazione della relativa disciplina, anche quando uno dei
due compartecipi (se il reato è commesso da due persone) o più compartecipi (due se, ad esempio, il reato è
commesso da tre persone), siano non punibili o non imputabili, come si desume, in particolare dall’art. 112
u.c. Quest’ultimo prevede l’applicabilità delle aggravanti (del numero di persone, della promozione e direzione
dell’azione criminosa e dell’induzione alla stessa di persone sottoposte da parte di chi abbia autorità su di
esse) anche quando uno dei compartecipi non è punibile né imputabile.

Articolo svolge una funzione estensiva della tipicità penale — consente di punire anche quei concorrenti che
compiono azioni atipiche (azioni che non sarebbero punibili dalla norma incriminatrice).

Pena identica per tutti i concorrenti, quale che sia l’entità della loro partecipazione — reato unico e
indivisibile.

Il codice ammette, per elementari esigenze di giustizia, la possibilità di graduazione della pena in rapporto al
reale contributo apportato in concreto da ciascun concorrente.

ELEMENTI DEL CONCORSO

A) ELEMENTO OGGETTIVO DEL CONCORSO

Esso è formato da:

- Una pluralità di agenti: almeno due soggetti. Anche se alcuno dei concorrenti sia non imputabile o non
punibile.

- Una realizzazione dell’elemento oggettivo del reato: almeno uno dei concorrenti abbia realizzato il fatto
materiale previsto dalla norma incriminatrice. È sufficiente che sia posto in essere anche il <minimum> per
la configurabilità del solo tentativo mentre, salvo che la legge disponga altrimenti>, non basta il mero
accordo o la mera istigazione.

- Un contributo causale alla verificazione del fatto, ciascun concorrente deve aver posto in essere un’azione
od omissione, la cui mancanza avrebbe fatto si che diverso sarebbe stato il comportamento degli altri
concorrenti.

Forme di concorso

- Concorso morale, determinatore (colui che fa sorgere in altri un proposito criminoso prima non esistente)
e istigatore ( colui che rafforza od eccita un proposito criminoso già esistente).

- Concorso materiale, agevolatole (quando il concorrente si limita a fornire un ausilio materiale alla
preparazione od esecuzione del reato) ed esecutore ( colui che commette il fatto tipico).

B) ELEMENTO SOGGETTIVO DEL CONCORSO

Deve esistere un nesso psicologico tra ciascun concorrente e l’intero fatto realizzato.

- Concorso doloso, non occorre il previo concerto tra gli agenti, potendo sorgere l’accordo criminoso anche
durante l’esecuzione del reato. Il dolo in concorso è coscienza e volontà del fatto prevista dalla fattispecie
plurisoggettiva del concorso. Implica: coscienza e volontà di realizzare un fatto di reato, consapevolezza
delle condotte che altri hanno esplicato, esplicano o esplicheranno, conoscenza e volontà di contribuire
con la propria condotta al verificarsi del fatto criminoso.

- Cooperazione colposa. Esige: la non volontà di concorrere alla realizzazione del fatto criminoso , la
volontà di concorrere alla realizzazione della condotta contraria a regole cautelari, la previsione o
prevedibilità ed evitabilità dell’evento.

AUTORE MEDIATO — colui che si avvale della cooperazione di altri soggetti non punibili (non imputabili,
immuni o agenti senza dolo né colpa) come strumento materiale per commettere un reato.

AGENTE PROVOCATORE
È colui che spinge altre persone a commettere dei reati al fine di cogliere gli autori in flagranza o di farli
scoprire e punire. Spesso si tratta di appartenenti alle forze di polizia.

Responsabilità a carico o meno di questi soggetti:

- Dottrina prevalente — l’agente provocatore va esente la responsabilità per mancanza di dolo (convinzione
che l’evento non si sarebbe verificato),

- Giurisprudenza — opera dell’agente provocatore non vada esente da responsabilità se la sua azione è
causalmente inserita nell’iter criminoso, salvo si tratti <d’intervento marginale e indiretto>, consistente
nell’attività di controllo e contenimento delle azioni illecite che devono essere esclusivamente opera altrui.

LA RESPONSABILITÀ DEL CONCORRENTE PER IL REATO DIVERSO DA QUELLO VOLUTO

Può accadere che, nell’eseguire il piano criminoso, taluno dei concorrenti commetta di propria iniziativa altro
reato < al posto > di quello voluto, o altro reato < oltre > quello voluto dagli altri operatori.

Art. 16 c.p. «qualora il reato commesso sia diverso da quello voluto da taluno dei concorrenti, anche questi ne
risponde, se l'evento è conseguenza della sua azione od omissione. Se il reato commesso è più grave di
quello voluto, la pena è diminuita riguardo a chi volle il reato meno grave».

Pag. 90 vedi libro.

CONCORSO NEL REATO PROPRIO E IL MUTAMENTO DEL TITOLO DI REATO

Art. 117 c.p. - Mutamento del titolo del reato per taluno dei concorrenti

«Se, per le condizioni o le qualità personali del colpevole, o per i rapporti fra il colpevole e l’offeso, muta il
titolo del reato per taluno di coloro che vi sono concorsi anche gli altri rispondono dello stesso reato.
Nondimeno, se questo è più grave il giudice può, rispetto a coloro per i quali non sussistano le condizioni, le
qualità o i rapporti predetti, diminuire la pena».

Alcuni reati propri non sono esclusivi in quanto il codice prevede una corrispondente figura di reato comune.

LE CIRCOSTANZE DEL CONCORSO

Art. 112 La pena da infliggere per il reato commesso è aumentata: 1) se il numero delle persone, che sono
concorse nel reato, è di cinque o più, salvo che la legge disponga altrimenti; 2) per chi, anche fuori dei casi
preveduti dai due numeri seguenti, ha promosso od organizzato la cooperazione nel reato, ovvero diretto
l’attività delle persone che sono concorse nel reato medesimo; 3) per chi, nell’esercizio della sua autorità,
direzione o vigilanza, ha determinato a commettere il reato persone ad esso soggette; 4) per chi, fuori del
caso preveduto dall’articolo 111, ha determinato a commettere il reato un minore di anni 18 o una persona in
stato d’infermità o di deficienza psichica, ovvero si è comunque avvalso degli stessi nella commissione di un
delitto per il quale è previsto l’arresto in flagranza.

La pena è aumentata fino alla metà per chi si è avvalso di persona non imputabile o non punibile, a cagione di
una condizione o qualità personale, nella commissione di un delitto per il quale è previsto l’arresto in
flagranza.

Se chi ha determinato altri a commettere il reato o si è avvalso di altri nella commissione del delitto ne è il
genitore esercente la potestà, nel caso previsto dal numero 4 del primo comma la pena è aumentata fino alla
metà e in quello previsto dal secondo comma la pena è aumentata fino a due terzi.

Gli aggravamenti di pena stabiliti nei numeri 1, 2 e 3 di questo articolo si applicano anche se taluno dei
partecipi al fatto non è imputabile o non è punibile.

Art. 114 Il giudice, qualora ritenga che l’opera prestata da taluna delle persone che sono concorse nel reato a
norma degli articoli 110 e 113 abbia avuto minima importanza nella preparazione o nell’esecuzione del reato,
può diminuire la pena.

Tale disposizione non si applica nei casi indicati nell’articolo 112.

La pena può altresì essere diminuita per chi è stato determinato a commettere il reato o a cooperare nel reato,
quando concorrono le condizioni stabilite nei numeri 3 e 4 del primo comma e nel terzo comma dell’articolo
112.

Prevedono aggravanti (obbligatorie) e attenuanti (facoltative, cioè applicabili a discrezione del giudice) per
alcuni concorrenti che si trovino in particolari situazioni.

Comunicabilità delle circostanze (art. 118, L-7-2-1990): le circostanze che aggravano o diminuiscono le pene
concernenti i motivi a delinquere, l’intensità del dolo, il grado della colpa e le circostanze inerenti alla persona
del colpevole devono essere valutate soltanto riguardo alle persone cui di riferiscono.

DESISTENZA VOLONTARIA E PENTIMENTO OPEROSO DI UN CONCORRENTE

La desistenza volontaria in quanto causa soggettiva di estinzione del tentativo, non si estende agli altri
compartecipi.

Art. 56 comma 3 Se il colpevole volontariamente desiste dall’azione, soggiace soltanto alla pena per gli atti
compiuti, qualora questi costituiscano per sè un reato diverso.

Il pentimento operoso, in quanto circostanza attenuante soggettiva, non si estende agli altri compartecipi.

Art. 56 comma 4 Se volontariamente impedisce l’evento, soggiace alla pena stabilita per il delitto tentato,
diminuita da un terzo alla metà.

CAPITOLO VIII l’imputabilità e la pena


IMPUTABILITÁ

1.SINGOLE CAUSE CHE ESCLUDONO O DIMINUISCONO GRANDEMENTE L’IMPUTABILITÁ

A) LA MINORE ETÀ ARTT. 97 E 98 C.P.

Due diverse fasce di età:

- Fino ai 14 anni compiuti, no capacità di intendere o volere da parte del minore che compie un reato;

- Dai 14 ai 18 anni, non vige alcuna presunzione di capacità, l’imputabilità del minore deve essere accertata
caso per caso dal giudice.

B) INFERMITÀ MENTALE ARTT. 88 E 89 C.P.

Consiste in una malattia mentale da cui è affetto il soggetto al momento in cui ha commesso il reato. A
seconda del suo grado può essere:

- Totale, se esclude la capacità (no imputabile),

- Parziale, la capacità è ridotta (diminuzione della pena)

Gli stati emotivi e passionali non escludono l’imputabilità.

C) IL SORDOMUTISMO ART 96 C.è.

Quando per effetto di tale anomalia il soggetto non è in grado di intendere e di volere. Visti gli sviluppi della
scienza va analizzato caso per caso.

Per tanto:

- Capacità di intendere e volere piena, considerato imputabile;

- Capacità non sussiste, affetto da vizio totale di mente;

- Grandemente scemata, affetto da vizio parziale di mente.

D) UBRIACATEZZA ART 91 C.P.

Uso eccessivo di bevande alcoliche.

Se è accidentale esclude l’imputabilità.

Se è volontaria (quando il soggetto si è ubriacato volontariamente o per imprudenza) e preordinata (ubriacato


allo scopo di commettere un reato) l’imputabilità non è esclusa né diminuita.

E) INTOSSICAZIONE CRONICA DA ALCOL O DA SOSTANZE STUPEFACENTI ARTT 94 E 95 C.P.

Per effetto dell’uso prolungato di droga o di sostanze alcoliche, si produce una alterazione psichica del
soggetto tipica del vizio di mente.

Vizio totale o parziale di mente (artt 88 e 89).

CONCLUSIONI

Se l’incapacità di intendere e volere è totale il soggetto va esente pena. Nel caso dipenda da infermità può
essere sottoposto a misure di sicurezza se ritenuto pericoloso.

Se l’incapacità è parziale, il soggetto andrà condannato da una pena minore da quella prevista dal codice.

LE ACTIONES LIBERAE IN CAUSA

Art 87 c.p. La disposizione della prima parte dell'articolo 85 (non punibilità per difetto di imputabilità) non si
applica a chi si è messo in stato d'incapacità d'intendere o di volere al fine di commettere il reato, o di
prepararsi una scusa.

Si tratta di azioni compiute in uno stato di incapacità che il soggetto si è procurato allo scopo di commettere
un reato che, in condizioni normali, non avrebbero avuto il coraggio di compiere.

LA CAPACITÀ A DELINQUERE ED INCIDENZA SULLA PENA

ART 133 C.P. nella determinazione della pena da infliggere all’autore di un reato, il giudice deve tener conto,
oltre alla gravità, anche la capacità a delinquere del reo.

Discrezione del giudice vincolata da criteri legali, quali:

- Retribuzione (gravità complessiva del fatto)

- Prevenzione sociale (capacità a delinquere - attitudine del reo a commettere crimini)

PERICOLOSITÀ CRIMINALE

Notevole probabilità che il soggetto commetterà altri reati.

Influisce sulla misura della pena da infliggere il reo, preclude la concessione dei benefici della sospensione
condizionale della pena e del perdono giudiziale, costituisce il presupposto per l’applicabilità di misure di
sicurezza.

Il codice prevede 4 forme specifiche di pericolosità criminale che delineano diverse figure di autori di reato:

A) LA RECIDIVA ART 99 C.P.

È la condizione personale di chi, dopo essere stato condannato per un delitto non colposo, ne commette un
altro.

Tipologie:

- Semplice: chi dopo essere stato condannato per un delitto non colposo, ne commette un altro. Aumento a
un terzo della pena per il nuovo delitto non colposo;

- Aggravata:

• recidiva specifica, se il nuovo delitto non colposo sia della stessa indole,

• recidiva infraquinquennale, se il nuovo delitto non colposo sia commesso nei 5 anni dalla condanna
precedente,

• recidiva vera e finta se sia stato commesso durante o dopo l’esecuzione della pena.
Pena può essere aumentata fino alla metà di quella da infliggere per il nuovo delitto non colposo.
Recidiva pluriaggravata aumento pena è della metà.

- Reiterata: chi già da recidivo, commette un altro reato non colposo. Aumento della pena è della metà di
quella da infliggere per il nuovo delitto colposo se chi lo commette è recidivo semplice, di due terzi se chi lo
commette è un recidivo aggravato.

B) ABITUALITÀ CRIMINOSA

È la condizione personale di chi, con la sua persistente attività criminosa, dimostra di aver acquistato una
notevole attitudine di commettere reati.

Può essere:

- presunta art 102

- Ritenuta dal giudice art 103.

Influisce sull’applicazione di misure di sicurezza, dell’amnistia e dell’indulto. No beneficio sospensione


condizionale.

C) PROFESSIONALITÀ NEL REATO ART 105 C.P.

Condizione di chi riporti un’ulteriore condanna, ricorrendo già i presupposti per la dichiarazione di abitualità, e
si debba ritenere che il soggetto viva dei proventi del reato.

D) TENDENZA A DELINQUERE ART 108 C.P.

Condizione di chi, avendo commesso un reato doloso o preterintenzionale, lesivo della vita o dell’incolumità
personale, valutate le circostanze di cui l’art 133, manifesti una particolare inclinazione al delitto.

Disciplinati dall’art 109 c.p.

LE PENE E LE MISURE DI SICUREZZA

La Costituzione italiana dedica alla pena due sole disposizioni: i commi 2° e 3° dell’art. 27: “Le pene non
possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del
condannato. Non è ammessa la pena di morte”. Da ciò si deduce che le funzioni assegnate alla pena sono
essenzialmente tre: funzione di prevenzione generale (general-preventiva), retributiva e di prevenzione speciale
(special-preventiva).

FUNZIONI:

Prevenzione generale. In essa il fine della pena è di impedire alla generalità dei consociati la commissione di
reati o di ridurne il numero. E’ NEGATIVA quando mira a raggiungere l’obiettivo tramite la deterrenza (ossia la
paura della pena). E’ POSITIVA quando fa leva sul fatto che la previsione di una pena per taluni
comportamenti contribuisce a confermare nei consociati il giudizio di disapprovazione di quei comportamenti
(reati).

Retributiva. Serve a castigare una persona per ciò che ha commesso. Tale funzione sembrerebbe vicina alla
vendetta, ma collegata al principio della proporzione ha una sua utilità nel sistema penale

Rieducativa. In quanto tesa alla rieducazione ed al reinserimento sociale del condannato. Art 27,c 3,
costituzione.
Prevenzione speciale. Mira ad impedire la recidiva del singolo delinquente. E’ NEGATIVA quando neutralizza
il condannato (es. il carcere). E’ POSITIVA se mira alla rieducazione ed alla risocializzazione del condannato.

Il codice di procedura penale del 1988 ha introdotto nel nostro sistema penale una serie di meccanismi
“negoziali” (patteggiamento e rito abbreviato) che rendono meno certa la pena e mettono in crisi il principio di
proporzione e la funzione di prevenzione generale.

CARATTERI:

- La pena è personalissima, essa colpisce solo l’autore di reato art. 27 Cost.

- L’applicazione della pena è rigorosamente disciplinata dalla legge (pena inflitta solo nei casi stabiliti dalla
legge, applicazione pena è devoluta al giudice, pena può essere revocata solo nei casi stabiliti dalla legge)

- La pena è sempre applicata all’autore della violazione

- La pena è proporzionata al reato.

LE PENE PRINCIPALI

1) LA PENA DI MORTE. Art. 21 c.p. Fu abolita dal D. Lgs. n. 224/1944. La Costituzione l’aveva espressamente
bandita dal nostro sistema, salve le leggi militari. La L. n. 589/1994 l’ha abolita completamente anche in
campo militare. Con la Legge Costituzionale n. 1/2007 il ripudio della pena di morte in campo militare ha
assunto anche rilevanza costituzionale.


2) L’ERGASTOLO. Art. 22 c.p. E’ la pena detentiva perpetua. Dopo varie modifiche oggi il condannato dopo
26 anni può essere ammesso alla LIBERAZIONE CONDIZIONALE. Tale beneficio può essere accordato solo
dopo accertato ravvedimento. La L. n. 663/1986 ha poi esteso agli ergastolani la concessione della
SEMILIBERTÀ una volta scontati 20 anni di pena e della LIBERAZIONE ANTICIPATA secondo la quale in
applicazione di alcune norme l’ergastolano può essere rimesso in libertà anche dopo 15 anni.


3) LA RECLUSIONE. Art. 23 c.p. E’ la pena detentiva temporanea prevista per i delitti (non per le
contravvenzioni). Va dai quindici giorni ai ventiquattro anni. I limiti valgono per il giudice ma non per il
legislatore il quale può derogarvi com’è successo, ad es. all’art. 630 c.p. (trent’anni). La reclusione è
disciplinata dall’ordinamento penitenziario.


4) LA MULTA. Art. 24 c.p. E’ la pena pecuniaria prevista per i delitti. Consiste nel pagamento allo Stato di una
somma non inferiore a 50 euro né superiore a 50.000 euro. Per i delitti determinati da motivi di lucro se la
legge stabilisce soltanto la pena della reclusione il giudice può aggiungere la multa. Può essere rateizzata. Un
tempo il mancato pagamento si convertiva in pena detentiva, oggi in libertà controllata ed in lavoro sostitutivo.


5) L’ARRESTO. Art. 25 c.p. E’ la pena detentiva temporanea per le contravvenzioni. Si estende da cinque
giorni a tre anni. Valgono per l’arresto gli stessi principi della reclusione salve deroghe.


6) L’AMMENDA. Art. 26 c.p. E’ la pena pecuniaria prevista per le contravvenzioni. Consiste nel pagamento allo
Stato di una somma non inferiore a 20 euro né superiore a 10.000 euro. Valgono per l’ammenda gli stessi
principi della multa.


PENE SOSTITUTIVE

La legge 689/1981 prevede per il giudice il potere discrezionale di sostituire la pena detentiva con altra
sanzione meno afflittiva entro certi limiti. Ad es. la pena detentiva inferiore a due anni, può essere sostituita
con la semidetenzione, la quale comporta per il condannato la presenza in appositi istituti di almeno dieci ore
al giorno oltre ad una serie di altre restrizioni quali ad es. la sospensione della patente, il divieto di tenere armi,
il ritiro del passaporto, ecc. La pena detentiva inferiore a un anno può essere sostituita con la libertà
controllata. La pena detentiva inferiore a sei mesi può essere sostituita con la multa (in caso di reclusione) con
l’ammenda (in caso di arresto). Vi sono poi le sanzioni applicabili dal giudice di pace.

Sono:

- Semidetenzione art 55

- Libertà controllata art 56

- La pena pecuniaria di specie corrispondente art 53

MISURE ALTERNATIVE ALLA DETENZIONE

Sono previste dalla legge 26-7-1975 n.354 e possono incidere sulla sola fase esecutiva della pena principale
con provvedimento del tribunale di sorveglianza.

Finalità — realizzare in modo concreto la funzione rieducativa della pena.

Sono: affidamento in prova al servizio sociale, semilibertà, liberazione anticipata, detenzione domiciliare.

LE PENE ACCESSORIE

Art. 20 c.p. Accanto alle pene principali talvolta si applicano le pene accessorie le quali conseguono di diritto
alla condanna, come effetti penali di essa. Sono quindi contraddistinte dal c.d. AUTOMATISMO. In passato
per la c.d. INDEFETTIBILITÀ non potevano essere sospese. Oggi, invece, la sospensione condizionale si
estende anche alle pene accessorie così come il patteggiamento comporta tra l’altro la non irrogazione di
esse quando la pena principale irrogata non superi i due anni. Si tratta di misure a carattere INTERDITTIVO
con una duplice funzione punitiva e detentiva. Da un lato accrescono l’afflittività della pena principale e
dall’altro impediscono la reiterazione. Rispondono ad esigenze di prevenzione negativa sia generale che
speciale.

Art. 19 c.p. Le singole pene accessorie sono enumerate dall’art. 19. che distingue tra pene accessorie per i
delitti e per le contravvenzioni. Ne sono previste altre nella legislazione speciale. Per i delitti sono (1° comma):

1. interdizione dai pubblici uffici



2. interdizione da una professione o da un’arte 3. interdizione legale

4. interdizione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese 5. incapacità di contrarre con la
pubblica amministrazione

6. estinzione del rapporto di impiego o di lavoro

7. decadenza o sospensione dall’esercizio della potestà dei genitori.

1) L’INTERDIZIONE DAI PUBBLICI UFFICI può essere: perpetua nel caso in cui la pena principale sia
l’ergastolo o alla reclusione non inferiore a cinque anni per delitto non colposo; temporanea nel caso di delitto
non colposo punito con la reclusione non inferiore ai tre e inferiore ai cinque anni (interdizione di cinque anni).
Ai sensi dell’art. 31 c.p. l’interdizione temporanea consegue anche alla condanna per un delitto realizzato con
abuso di potere o con violazione dei doveri inerenti alla pubblica funzione o al pubblico servizio.

2) L’INTERDIZIONE DA UNA PROFESSIONE o da un’arte preclude al condannato la possibilità di esercitare,


per tutta la durata della pena accessoria, una professione, arte, industria, ovvero commercio o mestiere, per
cui siano richiesti speciali permessi, abilitazioni, autorizzazioni o licenze; essa comporta altresì la decadenza
dal provvedimento di autorizzazione ottenuto. Consegue ad ogni condanna per delitti commessi con l’abuso
di una professione, ecc., o per doveri ad essa inerenti.

3) L’INTERDIZIONE LEGALE comporta le stesse incapacità disposte dalla legge civile quanto all’interdizione
giudiziale. Scatta negli stessi casi di quella dai pubblici uffici ed ha le stesse caratteristiche (art. 32 c.p.).

4) L’INTERDIZIONE TEMPORANEA DAGLI UFFICI DIRETTIVI DELLE PERSONE GIURIDICHE E DELLE


IMPRESE. Tale disposizione vieta al reo di esercitare l’ufficio di amministratore, sindaco, liquidatore, direttore
generale e dirigente preposto alla redazione dei documenti contabili societari nonché ogni altro ufficio con
potere di rappresentanza e consegue alla condanna alla reclusione non inferiore a sei mesi per delitti
commessi con abuso dei poteri o violazione dei doveri inerenti all’ufficio (art. 32 bis c.p.).

5) L’INCAPACITÀ DI CONTRATTARE CON LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE importa il divieto di concludere


contratti con la P.A. e può avere una durata compresa tra uno e tre anni (art. 32 ter e quater c.p.).

6) L’ESTINZIONE DEL RAPPORTO DI IMPIEGO O DI LAVORO è conseguenza di una condanna alla reclusione
non inferiore a tre anni per determinati delitti contro la P.A. (peculato, concussione, corruzione) (art. 32
quinquies c.p.).

7) LA DECADENZA E LA SOSPENSIONE DELLA POTESTÀ DEI GENITORI sono disciplinate dall’art. 34 c.p. Il
condannato all’ergastolo che sia genitore perde la relativa potestà. La più blanda sospensione si ha quando il
genitore sia condannato per delitti commessi con abuso della potestà stessa. La sospensione dura il doppio
della pena detentiva principale inflitta. Il genitore perde anche il diritto sui beni del figlio o l’incapacità di
esercitare tali diritti per la durata della sanzione accessoria.

Per le contravvenzioni sono (2° comma):



1. sospensione dall’esercizio di una professione o di un’arte

2. sospensione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese.

La sospensione dall’esercizio di una professione, ecc. e dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle
imprese ricalcano i contenuti interdittivi delle corrispondenti pene accessorie stabiliti per i delitti in maniera più
blanda.

Pene accessorie comuni ai delitti ed alle contravvenzioni (3° comma): 1. pubblicazione della sentenza di
condanna.

La pubblicazione della sentenza di condanna consegue alla condanna all’ergastolo. Essa avviene mediante
affissione nel Comune ove è stata pronunciata, ove il delitto fu commesso ed in quello dell’ultima residenza
del reo. Viene inoltre pubblicata su uno o più giornali indicati dal giudice e sul sito internet del Ministero della
Giustizia.

LA COMMISURAZIONE DELLA PENA.


Il giudice deve commisurare (quantificare) la pena entro i limiti della c.d. CORNICE EDITTALE anche in
rapporto al tipo di sanzione. Ad es. in caso di delitto punito alternativamente con la reclusione o con la multa
deve innanzi tutto decidere se irrogare la pena detentiva o quella pecuniaria e solo successivamente
quantificare l’una o l’altra. La commisurazione tiene conto pure delle circostanze. In sede di commisurazione
della pena il giudice agisce discrezionalmente anche se deve dar conto di come e perché ha irrogato la pena
(art. 132 c.p.). La legge fornisce al giudice una serie di parametri cui egli si deve attenere nel commisurare la
pena (art. 133 c.p.). Questi sono la gravità del reato, la capacità a delinquere del colpevole e le condizioni
economiche del reo per le pene pecuniarie (art. 133 bis c.p.). La legge determina i casi in cui le pene
pecuniarie sono fisse o proporzionali. Queste ultime non hanno limite massimo (art. 27 c.p.). Le fisse sono
individuate dal legislatore e non c’è potere discrezionale del giudice. Le proporzionali sono invece determinate
in rapporto al reato. Possono essere superiori ai limiti massimi stabiliti dagli art. 24 e 26 c.p.

Le pene fisse possono riguardare anche le sanzioni detentive: si pensi all’ergastolo. Le proporzionali no per la
contrarietà al principio di legalità.

La gravità del reato va desunta:

- Dalla natura, dalla specie, dai mezzi, dall’oggetto, dal tempo, dal luogo e da ogni altra modalità dell’azione;

- Dalla gravità del danno o del pericolo cagionato alla persona offesa dal reato;

- Dalla intensità del dolo o dal grado della colpa.

La capacità a delinquere del colpevole a sua volta va desunta:

- Dai motivi a delinquere e dal carattere del reo;

- Dai precedenti penali e giudiziari, e , in genere dalla condotta e dalla vita del reo, antecedenti al reato;

- Alla condotta contemporanea o susseguente al reato;

- Dalle condizioni di vita individuale, familiare e sociale del reo.

LA PUNIBILITÀ

Può definirsi come la possibilità on concreto di irrogare la sanzione prevista per la violazione del precetto
penale.

Occorrono tre elementi:

- La commissione del reato;

- L’assenza di cause personali di esclusione della pena;

- La presenza di eventuali condizioni obiettive di punibilità.

NON PUNIBILITÀ PER PARTICOLARE TENUITÀ DEL FATTO

“ Nei reati per i quali è prevista la pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni, ovvero la pena
pecuniaria, sola o congiunta alla predetta pena, la punibilità è esclusa quando, per le modalità della condotta
e per l'esiguità del danno o del pericolo, valutate ai sensi dell'articolo 133, primo comma, l'offesa è di
particolare tenuità e il comportamento risulta non abituale.

L'offesa non può essere ritenuta di particolare tenuità, ai sensi del primo comma, quando l'autore ha agito per
motivi abietti o futili, o con crudeltà, anche in danno di animali, o ha adoperato sevizie o, ancora, ha profittato
delle condizioni di minorata difesa della vittima, anche in riferimento all'età della stessa ovvero quando la
condotta ha cagionato o da essa sono derivate, quali conseguenze non volute, la morte o le lesioni gravissime
di una persona. L'offesa non può altresì essere ritenuta di particolare tenuità quando si procede per delitti,
puniti con una pena superiore nel massimo a due anni e sei mesi di reclusione, commessi in occasione o a
causa di manifestazioni sportive.

Il comportamento è abituale nel caso in cui l'autore sia stato dichiarato delinquente abituale, professionale o
per tendenza ovvero abbia commesso più reati della stessa indole, anche se ciascun fatto, isolatamente
considerato, sia di particolare tenuità, nonché nel caso in cui si tratti di reati che abbiano ad oggetto condotte
plurime, abituali e reiterate.

Ai fini della determinazione della pena detentiva prevista nel primo comma non si tiene conto delle
circostanze, ad eccezione di quelle per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa da quella
ordinaria del reato e di quelle ad effetto speciale. In quest'ultimo caso ai fini dell'applicazione del primo
comma non si tiene conto del giudizio di bilanciamento delle circostanze di cui all'articolo 69."

L’art 131 bis c.p. è stato introdotto dal legislatore con d.lgs del 2015 n. 28. La norma al I comma prevede
l’applicazione della causa di esclusione della punibilità nei reati per i quali la pena non supera nel massimo i 5
anni quando, per le modalità della condotta e per l‘esiguità del danno o del pericolo, l’offesa risulta di
particolare tenuità e il comportamento non abituale. Il giudice dovrà valutare i parametri descritti ai sensi
dell’art.133 c.p.

Esso è chiaramente preordinato ad escludere la punibilità del colpevole per fatti che, sebbene astrattamente
costituiscano reato, risultano espressione di un grado di offensività particolarmente tenue.

I motivi che hanno indotto il legislatore a configura l'esclusione della punibilità vanno rinvenuti nel principio di
offensività, sussidiarietà e proporzionalità risultando al contempo uno strumento di deflazione dei carichi
giudiziari.

La ratio di cui sopra si rinviene altresì in altre disposizioni, come ad esempio il perdono giudiziale per i minori
degli anni diciotto di cui all'art. 169, l'esclusione della procedibilità nei casi di particolare tenuità del fatto nei
procedimenti innanzi al Giudice di Pace (art. 34 D.Lgs. N274/2000) o la sentenza di non luogo a procedere per
irrilevanza del fatto nel processo penale minorile.

Va precisato che la norma in questione prevede comunque un accertamento in merito alla commissione del
fatto e all'elemento soggettivo, dato che possono comunque prodursi effetti sfavorevoli nonostante
l'esclusione della punibilità.

CAUSE DI ESTINZIONE DELLA PUNIBILITÀ


Secondo un indirizzo di pensiero il reato è sempre un fatto punibile. Ma molti autori scindono il reato dalla
punibilità.

La punibilità può estinguersi in virtù di cause speciali previste dalla legge che il codice distingue in:

- cause di estinzione del reato: estinguono la punibilità in astratto, cioè l’applicabilità di una certa pena
all’autore di una trasgressione, antecedentemente alla sentenza definitiva di condanna;

- Cause di estinzione della pena: estinguono la punibilità in concreto, cioè la pena da applicare nel caso
concreto, per effetto definitivo della condanna.

1) LA MORTE DEL REO. Rappresenta una causa estintiva del reato e della pena a seconda che avvenga
prima o dopo la sentenza definitiva di condanna. Estingue le pene principali e quelle accessorie.

2) LA PRESCRIZIONE. E’ una causa estintiva del reato o della pena legata al decorso di un lasso di tempo.
Non si prescrivono i delitti puniti con l’ergastolo né la pena dell’ergastolo.

• PRESCRIZIONE DEL REATO. E’ la legge a stabilire in via generale ed astratta il tempo necessario
affinché un reato si prescriva. L’imputato può sempre rinunciare alla prescrizione e chiedere di essere
giudicato per dimostrare la propria innocenza. Il termine di prescrizione inizia a decorrere dal giorno
della consumazione della ipotesi di reato. Il corso della prescrizione del reato può essere sospeso (art.
159 c.p.) o interrotto (art. 160 c.p.). 


• PRESCRIZIONE DELLA PENA. La prescrizione della pena è disciplinata dagli articoli 172 e 173 c.p. I
termini decorrono dal giorno in cui la sentenza è divenuta irrevocabile.

3) LA REMISSIONE DELLA QUERELA. E’ considerata una causa estintiva del reato in relazione ai delitti
procedibili a querela della persona offesa. Rimettere la querela significa ritirarla anche se a volte la querela è
irrevocabile (art. 152 c.p.).


4) L’AMNISTIA. Atto di clemenza. Si tratta di provvedimento generale ed astratto con il quale lo Stato rinuncia
a punire certi reati. Si distingue in: propria se interviene prima della sentenza definitiva di condanna ed è
causa di estinzione del reato; impropria quando interviene dopo la condanna ed è causa estintiva della pena
(art. 151 c.p.).


5) L’INDULTO. Atto di clemenza. E’ causa estintiva della pena, ma non estingue le pene accessorie ne gli altri
effetti penali della condanna. E’ generale ed astratto. Condona in tutto o in parte la pena principale o la
commuta in altra pena. Non presuppone una condanna irrevocabile. E’ proprio se interviene nel corso della
esecuzione di una condanna definitiva; improprio se interviene in sentenza dal giudice di cognizione (art. 174
c.p.).


6) LA GRAZIA. Atto di clemenza. E’ causa di estinzione della pena che presuppone una condanna passata in
giudicato. Si riferisce ad una specifica persona ed è prerogativa del Presidente della Repubblica. Condona in
tutto o in parte la pena principale e non le accessorie ovvero la commuta.


7) LA SOSPENSIONE CONDIZIONALE DELLA PENA. Art. 163 c.p. Incide sulla pena inflitta con sentenza di
condanna (o di patteggiamento) attraverso una specifica statuizione del giudice, il quale può stabilire che la
pena rimanga sospesa in presenza di determinati presupposti e limiti. La sospensione è di cinque anni in caso
di delitti e di due per le contravvenzioni. La sospensione può anche indurre all’estinzione del reato se nei
termini stabiliti dalla sospensione il condannato non commette un delitto o contravvenzione della stessa
indole ed adempie agli obblighi impostigli. L’estinzione del reato non è tuttavia automatica. Infatti la
sospensione può essere revocata di diritto quando il reo commetta un reato della stessa indole o riporti
un’altra condanna per un delitto commesso anteriormente. Può essere concessa dal giudice in caso di
condanna alla reclusione o all’arresto per un tempo non superiore a due anni ovvero a pena pecuniaria. Non
può essere concessa più di due volte. La sospensione condizionale della pena è applicabile alle misure di
sicurezza eccetto la confisca e alle pene accessorie.

8) L’OBLAZIONE. E’ una causa estintiva del reato incentrata sul pagamento di una data somma (art. 162 c.p.).
Si distingue in obbligatoria se riguarda le contravvenzioni per le quali è prevista la sola pena dell’ammenda. Il
pagamento di una somma pari ad un terzo del massimo edittale di pena entro un certo termine estingue il
reato; discrezionale (art. 162 bis c.p.) quando possono estinguersi le contravvenzioni punite con pena
alternativa (arresto o ammenda).

E’ ammissibile su domanda di parte. E’ a discrezione del giudice. Non è ammissibile nei casi di recidiva
reiterata, di abitualità o professionalità nelle contravvenzioni. E’ pari alla metà del massimo della pena edittale.
Estingue il reato.

9) LA LIBERAZIONE CONDIZIONALE. Artt. 176 e 177 c.p. In virtù di essa parte della pena resta sospesa per il
periodo di tempo determinato dalla legge: se in tale periodo il reo non commette altri reati, la pena si estingue.
Il detenuto deve avere già scontato trenta mesi o almeno la metà della pena inflittagli e deve dare segni di
vero ravvedimento. La pena residua non deve essere superiore a cinque anni. In caso di ergastolo il detenuto
deve aver scontato almeno ventisei anni di pena. Si riscontrano due fasi: prima la sospensione
dell’esecuzione della pena e della misura di sicurezza detentiva e poi due sbocchi alternativi: la revoca della
liberazione o l’estinzione residua della pena.

10) LA RIABILITAZIONE. Elimina alcune conseguenze penali della condanna che compromettono la piena
capacità di agire (art. 178 c.p.). Estingue le pene accessorie ed ogni effetto penale della condanna. Occorre la
“buona condotta”, la costanza lungo un arco temporale non trascurabile di almeno tre anni dal giorno in cui la
pena principale è stata eseguita o estinta (art. 179 c.p.). Il termine è di dieci anni in caso di delinquente
abituale ed otto in caso di recidiva aggravata. Può essere revocata (art. 180 c.p.). La revoca è di diritto se la
persona riabilitata entro sette anni compie un delitto non colposo per il quale sia inflitta la pena della
reclusione non inferiore a due anni o pena più grave.

11) LA NON MENZIONE DELLA CONDANNA. I precedenti penali e giudiziari di ogni soggetto risultano da
apposito certificato del casellario giudiziale. Tra gli effetti penali della condanna si annovera anche l’iscrizione
al casellario. Ma anche in caso di condanna scritta non è detto che essa risulti dal certificato. Ma mentre i
precedenti devono risultare dal certificato, per i privati l’art. 175 c.p. prevede che la prima condanna che
rispetti certi limiti imposti dalla legge non figuri nel casellario per la c.d. non menzione.

12) IL PERDONO GIUDIZIALE. Art. 169 c.p. Consiste nella rinuncia al giudizio o nell’astensione dalla
pronuncia di condanna ed è applicabile solo ai minori di diciotto anni che non siano già stati condannati a
pene detentive per delitto e non sia delinquente abituale. Può essere concessa per un massimo di due volte
sempre che il cumulo delle pene non superi i due anni e la pena pecuniaria 1549,37 euro. Estingue
immediatamente il reato e non è revocabile.

Diverso è il c.d. non luogo a procedere per irrilevanza del fatto. Il P.M. può chiederlo laddove risulti la tenuità
del fatto e la occasionalità del comportamento. Ancora diverso è il caso della sospensione del processo
minorile con messa alla prova. All’esito favorevole della prova segue dichiarazione giudiziale di estinzione del
reato.

13) IL PATTEGGIAMENTO. In altre disposizioni diverse dal c.p. vi sono pure effetti estintivi. Il patteggiamento è
una di queste norme. Consiste nell’applicazione della pena su richiesta delle parti. Quando la pena non
supera i cinque anni l’imputato ed il P.M. possono chiedere al giudice una sanzione sostitutiva di una pena
pecuniaria o di una pena detentiva. In sostanza le parti possono concordare uno sconto fino ad un terzo. La
relativa sentenza non comporta condanna al pagamento di spese processuali né l’applicazione di pene
accessorie e misure di sicurezza. La sentenza conduce all’estinzione del reato laddove sia stata irrogata una
pena detentiva non superiore a due anni.

14) L’AFFIDAMENTO IN PROVA AL SERVIZIO SOCIALE. Estingue la pena principale e non le accessorie.

15) LA LIBERAZIONE ANTICIPATA. Consiste nella detrazione di una quota di quarantacinque giorni per ogni
semestre di pena scontata. La remissione della parte di pena detratta si traduce nell’estinzione di essa. E’
revocabile.

16) L’ESTINZIONE DEL REATO CONSEGUENTE A CONDOTTE RIPARATORIE. E’ una causa estintiva del
reato ed è di competenza del giudice di pace. Egli sentite le parti può concederla se l’autore prima della
sentenza dimostri di aver riparato il danno e di aver eliminato le conseguenze dannose o pericolose del reato.

LE MISURE DI SICUREZZA.


Rappresentano quei provvedimenti diretti a riadattare il reo alla vita sociale e ad impedirgli di nuocere
nuovamente.

Hanno funzione di prevenzione speciale positiva perché hanno lo scopo di una risocializzazione del
delinquente e prevenzione speciale negativa in quanto finalizzate ad impedire la recidiva da parte di un
soggetto pericoloso.

Il SOGGETTO IMPUTABILE se riconosciuto colpevole viene condannato ad una pena alla quale si può
aggiungere una misura di sicurezza qualora egli sia socialmente pericoloso.

Il SOGGETTO NON IMPUTABILE invece non è punibile e ciò comporta la non condanna e, una volta
riconosciuta l’incapacità di intendere e di volere, il proscioglimento. L’imputato prosciolto proprio perché non
imputabile è sanzionabile con una misura di sicurezza personale se socialmente pericoloso ed è l’unica
sanzione di natura penale a disposizione del sistema penale per tali soggetti. Si ritiene comunemente che le
misure di sicurezza siano sanzioni criminali. Sono molto afflittive e possono essere irrogate solo dopo un
processo giurisdizionale come le pene ma, diversamente da esse, non seguono l’idea del castigo inteso come
corrispettivo per ciò che ha fatto il soggetto imputabile in passato, ma guardano al futuro e mirano ad evitare
che il soggetto non imputabile possa fare qualcosa di pericoloso. Le misure di sicurezza devono avere una
seria garanzia costituzionale, in particolare il principio di legalità e, quindi, della riserva di legge e della
tassatività (art. 199 c.p. e art. 25, u.c. Costituzione). Non può essere retroattiva. I presupposti per la sua
applicabilità sono due (art. 202 c.p.):

1. la realizzazione di un fatto previsto come reato (presupposto oggettivo); 


2. la pericolosità sociale del reo (presupposto soggettivo). 



Il giudice può ordinare che l’imputato prosciolto in caso di reato impossibile sia sottoposto a misura di
sicurezza (art. 49

c.p.). In caso di concorso tra due o più persone per il solo accordo per commettere un delitto, il giudice può
applicare una misura di sicurezza. Le misure di sicurezza non possono essere revocate se le persone ad esse
sottoposto non hanno cessato di essere socialmente pericolose (art. 207 c.p.). Se ne desume che la durata di
esse è indeterminata e si protrae finché esiste la pericolosità sociale del soggetto.

Le misure di sicurezza sono personali e patrimoniali. Le personali si distinguono in:

DETENTIVE (art. 215, 2° comma, c.p.):

1. l’assegnazione ad una colonia agricola o ad una casa di lavoro 2. il ricovero in una casa di cura e ricovero

3. il ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario

4. il ricovero in un riformatorio giudiziario.

NON DETENTIVE (art. 215, 3° comma, c.p.):

1. la libertà vigilata 


2. il divieto di soggiorno in uno o più Comuni o in una o più provincie 


3. il divieto di frequentare osterie e pubblici spacci di bevande alcooliche 


4. l’espulsione dello straniero dal territorio dello Stato. 


LE PATRIMONIALI sono (art. 236 c.p.):

1. la cauzione di buona condotta (art. 237 c.p.) 


2. la confisca (art. 240 c.p.) (obbligatoria e facoltativa). 


Il DELINQUENTE ABITUALE è un soggetto che ha ripetutamente commesso atti criminosi tanto da acquisire
una sorta di familiarità con il delitto (consuetudo delinquendi) e continua a dimostrare una spiccata
pericolosità sociale.

L’art. 102 c.p. prevede la c.d. ABITUALITÀ PRESUNTA DALLA LEGGE che si ha quando il delinquente dopo
essere stato condannato alla reclusione complessivamente a cinque anni per tre delitti non colposi commessi
entro dieci anni, riporta un’altra condanna per delitto non colposo entro dieci anni successivi all’ultimo dei tre
precedenti.

L’ABITUALITÀ RITENUTA DAL GIUDICE è disciplinata dall’art. 103 c.p. il quale prevede invece che sia il
giudice dopo tre delitti non colposi, stante la gravità dei delitti, a ritenere dedito al delitto l’auto.

L’art. 105 c.p. parla invece del DELINQUENTE PROFESSIONALE. E’ tale chi essendo considerato già abituale
subisce una condanna per altro reato e viva anche solo parzialmente dei proventi del reato.

La figura del DELINQUENTE PER TENDENZA è prevista dall’art. 108 c.p. Egli sebbene non recidivo o abituale
o professionale commette un delitto non colposo contro l’incolumità pubblica o la vita il quale anche se non
previsto dal c.p. riveli una speciale inclinazione al delitto che trovi la sua causa nell’indole particolarmente
malvagia del colpevole.

CONSEGUENZE CIVILI DEL REATO

La commissione di un reato oltre a conseguenze penali può produrre effetti anche sul piano civilistico. Alcune
di esse sono previste dal codice civile, altre dal codice penale. A titolo esemplificativo le prime sono:

1. i casi di esclusione dalla successione (come indegno) (art. 463 c.c.)



2. le ipotesi di revoca della donazione (per ingratitudine) (art. 801 c.c.)

3. l’annullabilità della transazione fatta sulla base di documenti falsi (art. 1973 c.c.).

Le seconde sono previste dall’art. 185 e ss del c.p. e sono delle vere e proprie obbligazioni civili:

1. obbligazioni nei confronti delle vittime del reato:

• RESTITUZIONE. Ripristino della situazione di fatto preesistente al reato.

• Se il ripristino non è possibile vi è il RISARCIMENTO DEL DANNO. La disposizione di cui all’art.


185 c.p. è fonte di 

responsabilità autonoma rispetto a quella dettata dall’art. 2043 del c.c. in tema di risarcimento
per fatto illecito.

Il danno patrimoniale è quantificabile. Si divide in danno emergente (perdite subite) e lucro
cessante (mancato guadagno). La valutazione del danno non patrimoniale è più difficile. Vi
rientra il c.d. danno morale comunemente identificato nella sofferenza fisica o psichica o nel
discredito o pregiudizio sociale patito dalla vittima. Trattandosi di un’entità immateriale è per sua
natura sottratta ad una puntuale valutazione economica. L’art. 186 c.p. prevede quale forma
speciale di risarcimento del danno non patrimoniale la pubblicazione della sentenza di
condanna. Tale sanzione civile da reato non deve essere confusa con la pena accessoria di
analogo contenuto ex art. 36 c.p. 


2. obbligazioni nei confronti dello Stato. Il soggiorno in carcere non è gratuito per il detenuto. Egli è
obbligato a 

rimborsare all’erario le spese per il suo mantenimento e risponde di tale obbligazione con tutti i suoi
beni presenti e futuri. Il rimborso riguarda il periodo di custodia cautelare e la fase di esecuzione della
pena. Inoltre è obbligato a pagar le spese processuali. Tuttavia vi è la possibilità della rimessione del
debito da parte dello Stato il detenuto versi in condizioni economiche disagiate e si sia distinto per
regolare condotta.

Le obbligazioni aventi ad oggetto le restituzioni e la pubblicazione della sentenza di condanna sono


espressamente qualificate dalla legge come INDIVISIBILI (art. 187 c.p.) ossia non sono suscettibili di
adempimento parziale. E’ prevista la regola della solidarietà tra condannati per lo stesso reato. Hanno invece
carattere sussidiario e non solidale le c.d. obbligazioni civili per le pene pecuniarie. Esse sorgono solo se il
condannato è insolvibile. Il c.p. prevede:

1. l’obbligazione civile per le pene pecuniarie in capo alla persona rivestita dell’autorità sul dipendente (se
questo era obbligato alla vigilanza sull’operato del dipendente);

2. l’obbligazione civile per le pene pecuniarie in capo alle persone giuridiche eccettuati gli enti pubblici per le
condanne contro chi ne abbia la rappresentanza o l’amministrazione.

L’obbligo al rimborso delle spese di mantenimento del condannato:


Il condannato è obbligato a rimborsare all’erario dello Stato le spese per il suo mantenimento negli
stabilimenti di pena, e risponde di tale obbligazione con tutti i suoi beni mobili e immobili, presenti e futuri, a
norma delle leggi civili.

L’obbligazione non si estende alla persona civilmente responsabile, e non si trasmette agli eredi del
condannato.

L’obbligazione civile per le multe e le ammende inflitte a persona dipendente:


Articolo 196 c.p. Nei reati commessi da chi è soggetto alla altrui autorità,direzione o vigilanza, la persona
rivestita dell’autorità, o incaricata della direzione o vigilanza, è obbligata, in caso di insolvibilità del
condannato, al pagamento di una somma pari all’ammontare della multa o dell’ammenda inflitta al colpevole,
se si tratta di violazioni di disposizioni che essa era tenuta a far osservare e delle quali non debba rispondere
penalmente. Qualora la persona preposta risulti insolvibile, si applicano al condannato le disposizioni
dell’articolo 136.

Articolo 198 c.p. Gli enti forniti di personalità giuridica, eccettuati lo Stato, le regioni, le province ed i comuni,
qualora sia pronunciata condanna per reato contro chi ne abbia la rappresentanza, o l’amministrazione, o sia
con essi in rapporto di dipendenza, e si tratti di reato che costituisca violazione degli obblighi inerenti alla
qualità rivestita dal colpevole, ovvero sia commesso nell’interesse della persona giuridica, sono obbligati al
pagamento, in caso di insolvibilità del condannato, di una somma pari all’ammontare della multa o
dell’ammenda inflitta.

Se tale obbligazione non può essere adempiuta, si applicano al condannato le disposizioni dell’articolo 136.

A garanzia dell’adempimento delle obbligazioni civili nascenti da reato il c.p. contempla i seguenti istituti:

1. il sequestro conservativo penale dei beni dell’imputato;



2. l’azione revocatoria nei confronti degli atti in frode compiuti dal colpevole;

3. il prelievo sulla remunerazione per il lavoro prestato dal condannato in carcere.