Sei sulla pagina 1di 3

(Francesca) PRESIDENTE MI PERMETTO DI CHIEDERLE, MA DA RAGAZZO COM’ERA?

Lei mi chiede come ero da ragazzo? Come posso fargli capire chi sono… deve sapere che sono
nato in un piccolo villaggio di campagna nel sud est del Sudafrica, sulle rive del fiume Mbashe.
Da qui fuggii a soli 19 anni insieme a mio cugino, quando ci venne imposto un matrimonio
combinato, io mi rifiutai e dissi di NO a questa tradizione, ed insieme scappammo a Johannesburg
dove studiai legge. Questa imposizione ha scatenato una tale rabbia dentro di me che decisi di
ribellarmi. Non potevo accettare che qualcuno mi privasse della libertà.
(Angela) E’ DA QUESTO EVENTO CHE DERIVA IL SUO CORAGGIO?
No, la mia idea del coraggio si è formata da quando ero ragazzino, quando ascoltavo i racconti sui
leggendari leader africani. Ma il momento più importante è stato quando a soli 16 anni, insieme ad
altri 25 ragazzi, ci rinchiusero in due capanne lungo il fiume, rasati da capo ai piedi e ricoperti da
un pigmento color ocra e poi avvolti in coperte, pronti per il rituale della circoncisione.
Prima che mi accorgessi di quello che stava accadendo, un uomo anziano e molto magro si palesò
davanti a me. Lo guardai dritto negli occhi. E lui in silenzio, fece un’incisione netta. In quel
momento fu come se del piombo stesse scorrendo nelle mie vene. Mi dimenticai per un attimo
della parola del rituale e solo quando mi ripresi, riuscii a dire “io sono un uomo”, ma gli altri ragazzi
sembravano molto più forti di me e ripetevano a turno la parola in modo più chiaro e incisivo.
Da allora ho capito di non essere coraggioso per natura, ma che avrei imparato a diventarlo.
Da quel rito ho deciso che sarei stato sempre FORTE, che non avrei più esitato. Capìi che il
CORAGGIO non è assenza di paura, ma è saperla DOMINARE.

(Francesca) COM’È STATA LA SUA ESPERIENZA ALL’UNIVERSITÀ a Joannesburg


Dopo essere scappato dal villaggio, ho iniziato a lavorare come poliziotto nelle miniere vicino a
Johannesburg, qui mi sono reso conto per la prima volta, della miseria e della disuguaglianza del
popolo nero in Sudafrica. Quando per la prima volta subì sulla mia pelle il disprezzo e il razzismo,
provai rabbia, rabbia per il fatto che io, potessi essere trattato in quel modo. Provai talmente tanta
rabbia, che ho rinunciato a tutte le possibilità di vivere in un modo più confortevole nella mia
esistenza, pur di combattere quel tipo di ingiustizia.
Deve comprendere che quando le persone insicure vengono trattate con sufficienza, questo
non fa che confermare la bassa opinione che hanno di sé. Ma quando a essere trattate così
sono le persone sicure di sé, l'offesa è grave. Questo è quello che mi è successo, mi sono
sentito profondamente offeso e quando mi arrabbio divento parecchio testardo. Oggi riconosco
che mi sono intestardito per mezzo secolo.

(XXX) HA AVUTO PAURA QUANDO È STATO CONDOTTO IN CARCERE?


Non avevo paura, mentre mi portavano via dalla mia vita. Sentivo i canti del mio popolo che mi
accompagnavano.
Era stato un rischio che avevamo deciso di correre… Io e i miei compagni avevamo accettato di
morire pur di concretizzare il nostro ideale.
Non potevamo più accettare l’autorità di uno stato che faceva guerra alla propria gente. Avevamo
una sola cosa in mente: l’idea di una società libera e democratica in cui tutti vivano insieme in
armonia, con uguali opportunità.

(XXX) COM’ERA LA SUA PRIGIONE?


Mi ritrovai in una cella di due metri per due, a Robben Island. Una stuoia stesa per terra su cui
dormire. E quelle sbarre…
Come prigionieri politici e uomini di pelle nera, eravamo gli ultimi. Eravamo gli unici con i pantaloni
corti. Di giorno lavoravamo in una cava di calcare, spaccavamo rocce che dovevamo trasportare.
Le lunghe ore di esposizione al caldo e il bagliore della luce hanno danneggiato permanentemente
la mia vista.
Mi era concessa una visita ogni sei mesi e le lettere che ricevevo erano censurate, quasi illeggibili.

(XXX) E LA NOTTE?
Di notte affrontavo i demoni della solitudine, i dubbi, e il tempo interminabile. Dovevo fare
qualcosa. Allora mi misi a studiare, quanto più potevo, non volevo considerarmi una vittima.
Dovevo resistere.
E ho resistito, anche quando non mi hanno permesso di andare al funerale di mia madre, anche
quando non mi hanno permesso di andare al funerale di mio figlio Thembi.
Ci dicevano che saremmo morti lì. Che a nessuno in tutto l’universo importava di noi, che
avremmo rimpianto di non essere stati giustiziati.

(XXX) MA NON È STATO DIMENTICATO…


No, né dai miei amici né dal mondo intero. Insieme avevamo il potere. Così mi sentivo forte e
pieno di speranze.
Quando mi hanno offerto di liberarmi a condizione che facessi smettere gli atti violenti al mio
popolo, io ho rifiutato. Non sono un uomo violento. La lotta armata è stata necessaria, solo quando
ogni forma di resistenza pacifica ci è stata impossibile. Il governo aveva usato violenza. Allora era
il Presidente che doveva rinunciare alla violenza e abolire l’apartheid. Io non potevo e non volevo
accettare nessun tipo di compromesso finché io e il popolo non saremmo stati liberi.
E così è stato. Ho varcato quel cancello da uomo libero.

(XXX) COME SI È SENTITO NEL VEDERE CHE LA SUA TERRA ERA PEGGIO DI COME
L’AVEVA LASCIATA?
Non è stato facile. La liberazione è stata solo un piccolo passo. Ma il popolo nero non voleva
condividere il potere con i bianchi. Continuavano gli atti di violenza. Gli slogan erano: Pistole, non
pace.
Ho dedicato la mia vita alla lotta del popolo africano combattuto contro la dominazione dei bianchi,
ho combattuto contro la dominazione dei neri, ho abbracciato fortemente l’ideale di una società
democratica e libera, i cui tutte le persone vivano insieme in armonia.
Ero arrabbiato. Ma alla vendetta ho preferito il perdono: dei miei nemici politici e di coloro che
hanno commesso abusi e violenze.

(XXX) COME SI POTEVA USCIRE DA TUTTO QUESTO?


C’è soltanto un modo per andare avanti ed è con la pace. Non esiste altro modo. E come leader
dovevo guidare il mio popolo, dovevo far notare loro i propri errori. Ho perso 27 anni della mia vita
in prigione. E se io potevo perdonare, potevano farlo anche loro.
Per questo la mia prima decisione da Presidente è stata quella di nominare Frederik De Klerk
come vicepresidente. Ricordo chiaramente il giorno in cui seduti uno di fronte all’altro decidemmo
insieme di istituire la Commissione per la verità e la riconciliazione; era il 1995. Volevamo sanare
le ferite del nostro paese attraverso la costruzione di un dialogo tra vittime e carnefici. E lo stesso
De Klerk si presentò di fronte alla commissione e si scusò pubblicamente per le sofferenze
causate dai governi bianchi alla popolazione nera.

(XXX) COSA LE HA LASCIATO LA CONQUISTA DELLA LIBERTA’?


Il mio cammino verso la libertà è stato un viaggio solitario che non si è ancora concluso. Io so che
il mio paese non è nato per essere la terra dell’odio. Nessuno nasce odiando una persona a causa
del colore della sua pelle. Le persone imparano a odiare. Ma può essere insegnato loro ad amare,
perché l’amore è il sentimento più naturale per il cuore umano.