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Le variazioni

La letteratura è il luogo in cui, più di tutte le arti, probabilmente, si consuma il conflitto tra realtà e
finzione. Questo conflitto investe il poeta in tutta la sua persona, radicalmente, essendo il suo
strumento ciò che egli e noi tutti, quotidianamente, adoperiamo: la parola. Tale presupposto, in chi
scrive, produce una vicinanza e una distanza, allo stesso tempo, dal mondo.
Marguerite Duras, sulla scrittura, si pronuncia così:

Essa è tutte le cose confuse in una sola, di natura indefinibile, il luogo del desiderio e il luogo della verità,
o meglio, della verità del desiderio.1

Questo punto è molto simile a quanto spiegatomi da Di Nitto in una lettera:

Ho preso un impegno deciso con il mio personaggio, essere fedele a quello che si spera di potersi
chiamare in quale modo “verità”. Fedeltà ai fatti, dunque, che nulla concede al rassicurante,
all’immediatezza, alla edulcorazione. Questa non è opera di fantasia, ed io non sono un tipo creativo.

Realizziamo, in seno a questa convergenza, un fatto. L’idea di scrittura è strettamente legata all’idea
di un luogo in cui poter vivere ed essere liberi di desiderare, in armonia con la verità. In questo
sembra delinearsi la ricerca di una patria mitica ancor prima che utopica, una dimensione assoluta.
In entrambi i casi la possibilità del desiderio è legata alla possibilità di una verità. Vediamo così che
l’unica verità è in realtà il desiderio, ovvero il desiderio di verità. La verità si esprime così dunque,
solo attraverso il suo stesso desiderio. E poco importa se essa non esiste e l’autore si confonde con
il suo stesso personaggio. Di Nitto desidera solo narrare, con discrezione, una condizione
mortificante: il malessere mentale.

Questo punto è uno snodo cruciale nella lettura della sua opera. Il malessere mentale, in Di Nitto,
non rappresenta una deformazione della percezione o della rappresentazione, bensì un sentimento,
la consapevolezza che non esistono significati lineari, piani, esemplari. I significati del mondo non
sono racchiusi negli oggetti, bensì nella loro latenza. Riportiamo ancora, dalle conversazioni con
l’autore:

Ecco: non più poesia, ma documento, report, una testimonianza di quello che a volte, solo a volte,
forse spesso (?), può accadere. Possiamo parlare nel caso di faction, non certo di finzione.
L’impaccio nella stesura riguarda il cosiddetto “paradosso della parola”: l’esigenza di dire, e al
tempo stesso l’incapacità, l’impossibilità della parola di rappresentare l’Innominabile, il Terrore, lo
scandalo del deforme.
E probabilmente questo è il male che intacca la mia credibilità: essere sopravvissuto (nonostante
tutto).

Dall’insoddisfazione formale si origina una commistione tra il genere della poesia e quello della
prosa. In entrambi i casi l’autore ne mette in evidenza i rispettivi punti critici. L’insoddisfazione di
una scelta ghermisce anche la consapevolezza storica dell’autore, per il quale, solo il soccombente,
l’annichilito, è esemplare, significativo:

Sono partito avendo presente la parola INDIFFERENZA fatta scolpire dalla senatrice a vita Liliana
Segre all’inizio del binario della stazione centrale di Milano da dove partivano i convogli per i
campi di sterminio nazisti.

1
Cfr. M. Marini, L'autre corps, in Écrire dit-elle, Imaginaires de Marguerite Duras, Éditions de l'Université de
Bruxelles, 1985, p. 35.
L’Indifferenza è una delle questioni cardini in Di Nitto. Egli la intende come forma bassa di
saviezza, ciò che permea ogni aspetto del nostro quotidiano, quel che ci permette intimamente di
vivere. Ma è proprio da questo sentimento ombra che si origina ogni situazione al limite, quella che
egli chiama ‘la realtà deforme’, soltanto apparentemente distante dal commercio usuale delle cose e
delle persone.

È l’Indifferenza che agita il nostro benestare, lo nutre e lo alimenta / È la nostra tara l’Indifferenza,
e questo valiamo.

Nelle nostre conversazioni il poeta ha sempre voluto puntualizzare come questo testo non sia da
intendersi come silloge o raccolta di poesie, ma come narrazione da leggersi progressivamente.
Quel che ne risulta è la testimonianza in versi di una realtà intimamente terrifica. Il resoconto di
questa lunga erranza solitaria, scritto lungo luoghi di fortuna e nelle condizioni più dure, è una
raccolta tematica sul disagio e il terrore mentale.

Di Nitto fa parte di una ristrettissima schiera di autori. Come loro, egli vive con coraggio una
consapevole contraddizione: il desiderio di squarciare il velo della finzione con uno strumento
sostanzialmente fittizio. E da questo si anima la sua sincera urgenza e la sua generosità. Agli altri
resta in mano il cerino della propria salvifica e mortale ipocrisia, il proprio mediocre e misero
plagio.

Raffaele Guida