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Natale Zappalà - Breve storia dell'idea di nazione italiana

Breve storia dell’Idea di nazione italiana


di Natale Zappalà

Questo saggio non è assolutamente ispirato da finalità antinazionali, revisioniste o sovversive;


l’unico criterio è quello di conoscere, comprendere e divulgare la facies di un’idea, la nazione
italiana, che attraversa, in un arco diacronico plurisecolare, le varie fasi di cambiamento in
cui si articola inevitabilmente il divenire storico.
Oggigiorno molti danno per scontata l’aprioristica esistenza di un concetto di nazione, basato
sulla comunanza linguistica, religiosa o culturale di un popolo, affine per caratteristiche psico-
somatiche, che risiede in un’entità geografica coerente. In realtà, la formazione dell’identità
nazionale italiana è un fenomeno piuttosto recente, purtroppo non alieno da distorsioni storiche o
tentativi di manipolazione indetti dall’alto. Un breve esempio legittimerà le suddette affermazioni:
la diffusione della lingua italiana. L’italiano codificato da Dante, Petrarca, Boccaccio, Bembo o
Manzoni, sino al boom mediatico legato ai progressi del settore delle telecomunicazioni degli anni
’60 del XX secolo, non è che una lingua letteraria, di cui ha piena padronanza solo una ristretta
elite, ma non certo la maggioranza della popolazione della penisola, che si esprime ancora nei
variegati dialetti locali.
In definitiva, per decenni gli storici si sono interessati soprattutto alla fase postunitaria,
analizzando gli aspetti legati all’industrializzazione del paese, alla questione meridionale o alla
formazione dei movimenti operai; persino quando, a partire dagli anni ’80 del XIX sec., si è
finalmente posto l’accento sulla “questione nazionale”, l’analisi si è concentrata esclusivamente
sulla promozione di simboli e rituali finalizzati all’educazione pedagogica alla patria degli italiani,
avvenuta dopo l’Unità, basti pensare ad opere come Cuore di Edmondo de Amicis.

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Un metodo ottimale per comprendere l’evoluzione dell’identità nazionale è analizzare


analiticamente l’evoluzione del concetto di nazione a partire dal XVIII secolo, vale a dire prima,
durante e dopo quegli avvenimenti storici che culminarono nella formazione di quel lessico politico
largamente diffuso fra politici, letterati e patrioti del nostro Risorgimento. Nel Settecento il termine
“nazione” possedeva tre significati principali:

1. “luogo di nascita” proiettato su di un soggetto collettivo (natio quia nata), corrispondente


ad un preciso organismo statale (nazione napoletana per es. per un nativo del Regno dei
Borboni di Napoli).
2. collettività legata ad un habitus comune, fatta di usi e costumi reciproci . In questo senso
la collocazione territoriale poteva corrispondere anche ad ambiti geografici non
necessariamente corrispondenti a precise entità statali. (si parlava allora di nazionalità
lombarda, piemontese o napoletana).
3. agli inizi del ‘700 si poteva infine fare riferimento ad una sorta di koinè culturale comune,
individuata in una comunità dotata da secoli di lingua e letteratura comune. E’ questo la
cornice ideologica entro cui si muove – prendendo le mosse da Muratori e Vico- il
celeberrimo articolo di Carli pubblicato ne Il Caffè nel 1765 (il forestiero che si definisce
italiano e non lombardo o milanese, in riferimento al secolare corpus linguistico e culturale
comune). Si consideri infine che, il suddetto concetto di koinè culturale comune non metteva
in discussione la legittimità dei piccoli stati pre-unitari.

Fu la Rivoluzione Francese ad introdurre attraverso dibattiti, riviste, giornali, società segrete,


quel profondo rinnovamento semantico del lessico politico che porterà al significato moderno del
termine nazione, intesa come comunità di individui affini per territorio, sangue, lingua, cultura
e religione. Tuttavia, se facciamo riferimento agli scritti politici pubblicati alla fine del ’700,
prevale la tendenza ad analizzare quelle che possiamo configurare come le funzioni della nazione e
mentre mancano quasi del tutto dei riferimenti ai presupposti logici sui quali la nazione si basa. Si
parla delle sezioni della nazione (assemblea nazionale, guardia nazionale ecc.) oppure di sinonimi
di nazione (popolo, patria, etnia), oppure si delineano ambiziosi progetti di ingegneria
costituzionale (federalismo, monarchia o repubblica): nulla che illustri ai fattori a cui una nazione
debba fare necessariamente riferimento.
Ad introdurre l’idea di un possibile stato italiano unitario fu probabilmente - nel corso del
1796, durante l’occupazione di Oneglia - Filippo Buonarroti: il futuro congiurato babuvista
delineò il progetto di costruire una repubblica democratica italiana, approfittando della presenza

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delle truppe rivoluzionarie francesi all’interno del territorio . All’insurrezione sarebbe dovuta
seguire la convocazione di un’Assemblea Nazionale Costituente, che avrebbe poi fornito agli
italiani libertà ed una Costituzione. La tesi del Buonarroti verrà ripresa successivamente da molti
politici del XIX sec. ed arricchita da giustificazioni di carattere politico-militare; uno stato italiano
unitario si sarebbe infatti potuto difendere con maggiore facilità dalle ingerenze straniere, avrebbe
costituito un valido cordone fra la Francia, l’impero Asburgico e la Prussica, nonché la costituzione
di uno stato ispirato ai principi del liberismo o della democrazia, avrebbe di certo liquidato una
volta per tutte i residui dell’Ancien Regime.
Il punto è che il presupposto logico di queste teorie, ossia la nazione italiana, era in sè
qualcosa di sfuggente, di non definito; si parlava di insurrezioni, federalismo o riforme, con l’errata
convinzione di un’analogia di fondo fra la situazione italiana e quella della Francia Rivoluzionaria,
idea questa, ripresa da suggestive iconografie che ritraevano il Bonaparte in atto di presentare
l’Italia, nelle sembianze di una donna, alla Democrazia (o forse alla stessa Francia).
Il problema era poi incrementato da chi fra i teorici, ben conscio della secolare tradizione
municipalistica italiana, proponeva riforme legate ad ampie autonomie locali, quando non si parlava
di puro federalismo.
Ma qual era effettivamente la situazione reale della penisola alla metà del ‘700? Anzitutto
c’erano 12 diverse compagini statali, diversi fra loro per storia, tradizioni ed istituzioni: inoltre vi
erano città regolate ancora da codici giuridici particolari. Solo durante la breve congiuntura
napoleonica (1807-1814) l’Italia attraversò una fase di omogeneizzazione giuridica. Dal punto di
vista linguistico emerge che ancora nel 1861, solo il 22% degli italiani dimostrava segni di
alfabetizzazione, dappertutto si parlavano i dialetti locali o, addirittura la lingua francese in
Piemonte e Liguria. L’analisi economica condotta a cavallo fra il ‘700 e l’800 mostra l’assoluta
mancanza di interdipendenza fra gli stati pre-unitari: barriere doganali limitavano
drasticamente gli scambi commerciali fra stato e stato, così come l’inadeguatezza delle arterie
stradali impediva una proficua comunicazione. A ciò si aggiunga che persino lo smistamento di
prodotti di lusso (seta lombarda, oli napoletani, agrumi siciliani) era altresì destinata ai grandi
mercati dell’Europa Centrale e Settentrionale; d’altra parte intervenivano dei fattori di convenienza
se per esempio prendiamo in considerazione la produzione agricola meridionale, danneggiata da
prodotti concorrenziali (mais e riso della pianura padana); allo stesso modo le industrie
manifatturiere del Nord necessitavano di fonti di energia facilmente reperibili (e a basso costo) sul
mercato internazionale. In definitiva solo 1/5 del commercio estero era indirizzato verso gli stati
della penisola.

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Nonostante tutto l’idea di nazione rimase prepotentemente al centro del dibattito politico e
culturale, a dispetto dei reiterati tentativi di controllo e repressione che le autorità statali imposero a
partire dal 1815. Come si sa gli spazi aperti a tutti coloro che volessero prendere parte in merito alla
questione nazionale erano sostanzialmente due:

1. le associazioni settarie (come la Carboneria)


2. circoli, associazioni o cenacoli di carattere non necessariamente politico.

Se teniamo conto che le associazioni segrete ebbero un modestissimo impatto con le masse
popolari, sarà opportuno denotare il grande ascendente che le opere della letteratura patriottica-
risorgimentale ebbero nel plasmare la coscienza nazionale delle generazioni di patrioti, politici e
letterati del XIX sec. Personaggi come Mazzini, d’Azeglio o Ricciardi fecero i propri incontri con
l’idea di nazione proprio attraverso la lettura di Foscolo, Alfieri o Vico. Opere come Le ultime
lettere di Jacopo Ortis segnano effettivamente il passaggio fra le opere politiche di ingegneria
costituzionale, assai lontane dal successo di pubblico, e la produzione letteraria nazional-patriottica,
che contribuì fortemente nella creazione di quei simboli, valori o ideali destinati a forgiare il
pensiero e l’azione dei patrioti italiani.
Il quadro delineato dal Foscolo ne I Sepolcri esprime proprio quel concetto di koinè storico-
culturale italiana, capace di unire in un unico filone Dante, Machiavelli e Parini, e che permetterà
l’identificazione di una coscienza nazionale italiana dai caratteri altrimenti assai evanescenti.
Foscolo, Manzoni o Berchet creeranno un corpus di valori e mitologie capaci di un’eccezionale
forza comunicativa, incidendo su un pubblico assai vasto di lettori. Certamente non va sottovalutato
l’impatto di opere politico-filosofiche come quelle di Mazzini, Balbo o Gioberti, che
contribuiranno parimente a divulgare e incrementare il dibattito nazionale all’interno dell’opinione
pubblica.
D’altronde, Il fallimento dei moti del 1830-31 ebbe la conseguenza di stimolare la
maturazione etico-politica del movimento nazionale italiano, dopo una fase di risveglio,
individuabile nell’apparizione delle prime opere letterarie, filosofiche e politiche fra la fine del ‘700
e il 1830. A tale maturazione contribuirono inoltre gli effetti dello sviluppo economico, che in
questo periodo coinvolge l’Europa Continentale; il dibattito legato alla razionalizzazione
dell’agricoltura, dell’abbattimento delle barriere doganali, al miglioramento dei trasporti, finì per
collegarsi con le problematiche relative all’assetto politico degli stati. In questo senso la
caratteristica peculiare della situazione italiana va ricercata nella connessione fra l’aspirazione al
rinnovamento politico-economico e quella del raggiungimento dell’unità e dell’indipendenza,

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il che si traduceva in una molteplicità di indirizzi e teorie all’interno del dibattito politico. Va
tuttavia precisato che nelle sue componenti essenziali, il movimento nazionale italiano fu
espressione soprattutto delle forze più dinamiche e combattive della società, cioè borghesia,
studenti o intellettuali, attraverso circoli, riviste, università, giornali e che dunque, salvo casi
eccezionali, esso non ebbe collegamenti con le masse popolari.
In quanto espressione delle aspirazioni della borghesia e in generale delle classi medie, che
pertanto non hanno ancora acquisito coscienza della propria preminenza economica nella direzione
statale come nelle coeve Francia ed Inghilterra, il movimento nazionale si pone obiettivi
sostanzialmente radicali, anche se non mancherà una componente liberale-moderata, in grado di
aprire una breccia in seno alla conservazione e, finirà per prendere le redini del processo
risorgimentale. Inoltre tale componente borghese lo differenziava dall’indipendentismo nobiliare,
proprio degli aristocratici proprietari terrieri polacchi o ungheresi. Nonostante tutto in questa prima
fase il patriottismo italiano non presenta tendenze di imperialismo e volontà di potenza, già
individuabili nella politica francese, inglese o tedesca del periodo. Esaminiamo quindi,
schematizzando, i principali interpreti e modelli del movimento nazionale italiano.
Il fallimento dei moti del 1820-21 e del 30-31 contribuì profondamente nella formazione del
pensiero politico di Giuseppe Mazzini; essi avevano inequivocabilmente dimostrato i limiti delle
società segrete come la Carboneria, alla quale lo stesso Mazzini aveva aderito in gioventù: esse
non avevano infatti dotate di coordinamento sovra-statale, i loro programmi politici erano
semi-sconosciuti e, non si rivolgevano alla totalità degli italiani. Nel 1831 pertanto egli fonda la
“Giovine Italia”, che mantiene il riserbo sui nomi degli affiliati, ma non esita a propagandare il
proprio programma politico, che consiste nel raggiungimento di Unità e Repubblica attraverso
una rivoluzione popolare, che segue ad una profonda rivoluzione politica, intellettuale e
morale.
Per Mazzini la religione è l’unica cosa capace di trasformare profondamente le coscienze
degli uomini; si tratta tuttavia di un tipo di religiosità laica, di una forza morale, di una missione
affidata da Dio ai popoli, nella prospettiva di un progresso continuo: in questo senso il popolo
italiano deve aprire la strada al movimento progressivo dell’intera umanità, costituendosi in una
repubblica democratica indipendente. Il metodo è quello dell’educazione e dell’insurrezione,
attraverso quindi la formazione di una coscienza nazionale che trova i propri fondamenti
sull’attività politica e culturale (Pensiero) e la lotta armata (Azione come conoscenza delle
finalità). Mazzini esula da qualsiasi forma di sciovinismo: la fondazione della Giovine Europa è
infatti orientata all’abbattimento dei governi reazionari europei, e basata sull’idea di fondo che solo
il conseguimento dell’ideale di Patria, possa portare alla fratellanza universale.

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La visione mazziniana non prendeva in considerazione analiticamente la questione sociale;


infatti gli obiettivi di unità e indipendenza erano più consoni a mobilitare unitariamente il popolo;
l’impostazione classista della lotta sarebbe stato un pericoloso deterrente per la concordia nazionale.
Pertanto il suo programma economico si limitava ad irreali proposte corporativistiche sul modello
saintsimoniano, basate sulla collaborazione fra borghesia e classi lavoratrici, oppure a criteri di
tassazione progressiva.
Il programma mazziniano riscosse un’ampia partecipazione proprio perché centrava il proprio
obiettivo sul raggiungimento di unità ed indipendenza; aderiranno alla Giovine Italia soprattutto
piccolo-borghesi (commercianti, studenti, intellettuali) e membri delle classi popolari. Alla
creazione dell’associazione seguirono due tentativi insurrezionali falliti (1833-34), in Savoia e a
Genova, in seguito ai quali il patriota genovese fu costretto all’esilio, dove cercherà di organizzare
l’attività propagandistica degli esuli politici, con la fondazione della Giovine Europa (1834).
Alla formazione della corrente liberale-moderata contribuì anzitutto l’accostamento di
scrittori cattolici alla questione delle riforme finalizzate al rinnovamento politico-costituzionale. Il
cattolicesimo liberale ebbe delle conseguenze di ampia portata, in quanto costituì una prima ed
importante frattura in seno alla conservazione; i presupposti del movimento sono da ricercare nella
condanna della Rivoluzione Francese - rea di avere interrotto la fase storica del dispotismo
illuminato - e nell’attribuzione di un ruolo di preminenza politica al Papato e alla Chiesa Cattolica,
nell’evoluzione storica della civiltà europea dal Medioevo in poi. Personaggi come il
Lambruschini o il Rosmini auspicavano pertanto un profondo rinnovamento spirituale del papato
in opposizione all’autoritarismo e alla chiusura al progresso, propri delle gerarchie ecclesiastiche.
Nel 1843 viene pubblicato il Primato Morale e Civile degli Italiani di Vincenzo Gioberti; aldilà
delle evidenti distorsioni storiche nella ricostruzione del ruolo centrale del Papato nelle vicende
italiane, il successo di quest’opera sta soprattutto nella conciliazione fra vecchio e nuovo, nel
mantenimento del principio di legittimità dinastica. Il necessario rinnovamento politico poteva
essere raggiunto senza rivoluzioni cruente, semplicemente continuando l’attività riformistica,
avviata già nel secondo ‘700: attraverso convocazioni di assemblee consultive e promozioni di unità
doganali, gradualmente si sarebbe giunti ad una confederazione di stati italiani, retti dai legittimi
sovrani, la cui presidenza sarebbe stata affidata al pontefice. L’impostazione del Gioberti non
prevedeva tuttavia una risoluzione circa il problema della presenza austriaca nel Lombardo-Veneto.
Cesare Balbo nelle Speranze d’Italia, analizzava lucidamente l’innegabile subordinazione
politica italiana rispetto alle grandi potenze europee; pertanto egli individuava nella questione
orientale e nella possibile “distrazione” verso i Balcani dell’Austria, il momento opportuno per
costituire una lega armata dei principi italiani finalizzata alla liberazione dal dominio straniero; la

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guida politica del processo risorgimentale in questo senso sarebbe stata affidata a Carlo Alberto di
Savoia e non al Papa. Massimo D’Azeglio invece, parlava di “congiura alla luce del giorno”,
preferendo cioè puntare sulle riforme graduali, anziché sull’insurrezione armata, e anch’egli non
metteva in discussione la tutela dei Savoia.
Una corrente politica che si distingueva sia dai moderati che dai mazziniani, era quella
formata alla luce delle idee del Romagnosi, particolarmente sensibili alle analisi economiche e
sociali, suggerite dal progresso capitalistico e dal divario esistente fra l’Italia e altri paesi europei.
Personaggi come Cattaneo, Ferrari, Cavour o Correnti aderirono pertanto a tale impostazione;
particolarmente “moderna” appare la prospettiva del Cattaneo che, conscio delle differenze
particolaristiche dell’economia peninsulare e nel quadro di una tradizione storica centrata
sull’esperienza comunale, espresse dalle colonne de Il Politecnico, l’idea di un federalismo
repubblicano che si discostava dal progetto di repubblica unitaria mazziniana, che non avrebbe
consentito un autentico sviluppo democratico della nazione.
Questa complessa summa di ideologie, in conclusione, offrì la possibilità di trarre ispirazione
da questo soggetto prima, durante e dopo le tappe graduali del processo di indipendenza ed
unificazione della penisola. Tuttavia, ben presto quest’idea di nazione, mediata dalle riflessioni di
poeti, politici e letterati, doveva stridere con la situazione reale dell’Italia postunitaria, cioè con tutte
quella serie di problematiche interne legate alle innegabili divergenze di carattere territoriale,
culturale economico e politico.
Al conseguimento dell’unità e dell’indipendenza avevano certamente contribuito eterogenee
forze politiche (moderati, repubblicani, democratici, socialisti), ma certamente era stata la tesi
monarchico-costituzionale dei moderati ad imporsi, attraverso la guida politico-militare di Casa
Savoia e nell’appoggio internazionale della Francia di Napoleone III. Ma la vittoria moderata è
strettamente connessa con una serie di conseguenze di ampio respiro, senza dubbio di assai grande
rilevanza sulla futura storia dello stato italiano.
La proclamazione del Regno d’Italia comportò la rottura con il papa e i cattolici; la
soluzione moderata e liberista era parallela all’esclusione delle masse contadine dalla vita
politica; dunque il nuovo stato fu caratterizzato da un’esigua base politico-sociale, costituita
dall’alleanza fra la borghesia del Nord e gli agrari del Mezzogiorno, un ‘alleanza già
consolidata durante la spedizione di Garibaldi in Sicilia nel 1860.
Per compensare tale esiguità il nuovo stato fu ispirato a criteri di centralizzazione politica,
tralasciando dunque qualsiasi ipotesi federalista; nonostante gli appelli dei repubblicani non venne
convocata alcuna assemblea costituente, ma ci si limitò all’estensione dello Statuto Albertino a
tutti i territori di recente acquisizione plebiscitaria.

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L’unione amministrativa (1865) sancì ampi poteri, sul modello napoleonico, per i prefetti,
con netta preponderanza di funzionari piemontesi, che si troveranno a gestire regioni che neppure
conoscevano.
L’arretratezza e l’immobilismo della società agraria del Mezzogiorno, la pressione
fiscale, contribuirono ad accentuare la frattura che allora si creò fra il governo e le masse; l’esito
di tali fattori sfociò nel brigantaggio e nelle grandi rivolte contadine che caratterizzarono l’ordine
pubblico nelle zone dell’Italia meridionale. Non mancarono inoltre, sommate alla protesta sociale di
braccianti e contadini, delle ingerenze da parte dei legittimisti borbonici, che cercarono di dare al
brigantaggio un indirizzo reazionario. La risposta del governo sarà nei tribunali militari, del
decretare lo stato d’emergenza, e nell’impiegare 120.000 soldati nella più cieca repressione, che
occuperà ben 4 anni.
Analogamente, le divergenze politiche sembrarono ri-attualizzare quegli odi intestini, quel
municipalismo, che aveva secolarmente lacerato l’orgoglio nazionale: gli scontri fra federalisti,
monarchici, repubblicani, monarchici, liberali, moderati o socialisti, le cui posizioni di
incomunicabilità erano già evidenti prima del 1861, domineranno la lotta politica dei decenni
successivi. Da qui quel senso di angoscia, disagio, rifiuto da parte di folte schiere di politici,
piccolo-borghesi, intellettuali nei confronti del neonato Regno d’Italia: la mancata corrispondenza
fra la poesia decantata dalle opere del periodo risorgimentale, e la prosa, intesa come situazione
oggettiva dello stato post-unitario, sarà pertanto il primo tassello da analizzare in vista di un
esaustivo esame sui problemi dell’Italia contemporanea.

N. Z.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

BANTI A. M., La nazione del Risorgimento. Parentela, santità e onore alle origini dell’Italia unita, Torino, Einaudi,
2000.
SCIROCCO A., L'Italia del Risorgimento: 1800-1860, Bologna, Il Mulino, 1990.
VILLARI R., Mille anni di Storia. Dalla città medievale all’unità dell’Europa. Bari, Laterza, 2000.

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