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"Il più bello.

"
- Oliver Sacks, autore di Musicophilia

“Sorprendente, cambia la vita ed è magico, And There Was Light è uno dei


miei libri preferiti in assoluto; spesso lo regalo. Una storia vera che ha il
potere di farti rendere conto che anche l’impossibile è possibile”.
- Marc Lesser, autore di Less and Know Yourself, Forget Yourself

“Le straordinarie memorie di Jacques Lusseyran sono un dono di luce che


illumina i nostri giorni più bui. Divenuto cieco, quando aveva solo otto
anni, ha imparato a vedere con i sensi rimasti e con il cuore, ha imparato a
leggere il mondo meglio di coloro che hanno gli occhi, senza mai perdere
l’amore per la vita, ampliando sempre la sua capacità di stringere amicizie
e soprattutto mantenendo in vita la certezza che esiste un potere salvifico
che ci aiuta in ogni attimo della nostra esistenza. Chi mai potrebbe pensare
che un adolescente cieco possa diventare un capo di un movimento della
Resistenza francese, riuscendo a stabilire di chi fidarsi solo in base al
timbro della voce e dalla pressione di una semplice stretta di mano. Un
ragazzo che fonda uno dei principali giornali clandestini francesi e ti fa
rimpiangere di non averlo conosciuto e averlo potuto aiutare. Ti costringe
ad ogni pagina a tifare per lui. Il modo di come è riuscito a sopravvivere
alla detenzione presso il Campo di concentramento di Buchenwald è una
narrazione di coraggio che infonde e sprona il cuore di ogni lettore. Si
tratta di una lettura facile, semplice, ma il cui messaggio diviene eloquente
e che infonde, nell’animo di ogni lettore, gioia e serenità e, soprattutto, il
desiderio di non arrendersi mai”.
- Robert Moss, autore di The Secret History of Dreaming e The Boy Who Died and Came
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“Alcuni anni addietro chiesi all’insigne storico delle religioni Huston Smith quale
ritenesse che fosse il più grande insegnamento di tutte le religioni e mi rispose « segui
la luce ovunque essa ti possa portare». Se a Jacques Lusseyran fosse stata posta una
domanda del genere penso che la sua risposta sarebbe stata molto simile, anche se
come capo di un gruppo della Resistenza francese򑡬 durante l’occupazione nazista,
avrebbe insistito sull’idea che la luce non viene dall’esterno, ma proviene
dall’interiorità di ciascun essere umano. Questo libro di memorie è abbellito dalla
luce che brilla e s’irradia nel cuore di ogni lettore man mano che lo legge”
- Phil Cousineau, autore di The Art of Pilgrimage ed editore di The Hero's Journey: Joseph
Campbell sulla sua vita e il suo lavoro
“ La speranza è cio che ti scorre addosso man mano che leggi ogni singola
pagina del libro di memorie di Jacques Lusseyran; questo è il DNA che
impregna l’intero libro”.
- Jesse Kornbluth, www.headbutler.com

“ Questo libro conquista il lettore oltre l’ordinario, in un mondo illuminato e


vivificato da uno spirito d’integrità e umanità che procura gioia nel cuore di chi lo
legge”
- Revisione delle scienze noetiche

“ “And there was Light” è uno dei libri più straordinari che abbia mai letto.
E’ per questo che i libri del genere devono essere pubblicati. L’esperienza
interiore provocata dalla sua cecità è una testimonianza dell’esistenza di un
mondo spirituale, una guida per tutti noi”.
- Mark Nepo, autore di Reduced to Joy e Seven Thousand Ways to Listen

“ And There Was Light è


l’autobriografiq di Jacques Lusseyran poco conosciuta,
ma piena d’insegnamenti. Lusseyran è un cieco che ha scoperto il dono
della vista interiore dopo aver perso il senso della vista a seguito di un
incidente all’età di sette anni. Tale dono l’ha sfruttato per combattere il
nazismo. Lusseyran ci permette d’intravedere sia il Paradiso che l’Inferno
sulla Terra attraverso gli occhi di un uomo che ha vissuto entrambe
quest’esperienze. La sua testimonianza di cosa vuol dire per un cieco
vedere è affascinante; mentre il suo racconto riguardante la sua detenzione
a Buchenwald, dove viene rinchiuso, a seguito della condanna per essersi
opposto ai nazisti, è agghiacciante. La sua descrizione dell’Inferno in cui
viene immerso e anche della Baracca degli Invalidi è una delle
testimonianze più sconcertanti e toccanti riguardanti l’Olocausto che ho
mai incontrato”
- Jonathan Kirsch, Los Angeles Times

“ Un libro magico, un classico….nonostante tutto quello che gli è accaduto


l’autore ha continuato a scriverlo. Man mano che giri le pagine e vai avanti
nella lettura senti un nodo alla gola che si forma, ma non riesci a
sospendere la lettura, anzi torni a rileggerlo una seconda e, addirittura, una
terza volta ! “
- Baltimore Sun

CONTENUTI
1. Acqua limpida dell'infanzia
2. Rivelazione della luce
3. La cura per la cecità
4. Esecuzione di compagni e insegnanti
5. Il mio amico Jean
6. Il cieco visivo
7. La Terra travagliata
8. Il mio paese, la mia guerra
9. Il disastro senza volto
10. Il tuffo nel coraggio
11. La Confraternita della Resistenza
12. La nostra difesa della Francia
13. Tradimento e arresto
14. La strada per Buchenwald
15. I vivi e i morti
16. Il mio nuovo mondo
Epilogo
Circa l'autore

Prefazione
Quando mi hanno chiesto di raccontare la storia della mia vita devo
confessare che non ero per niente contento ed ero anzi riluttante, ma
quando mi hanno detto «quello che c’interessa è riuscire a comprendere le
ragioni per cui tu ami la vita» il mio atteggiamento è, totalmente,
cambiato.
Quella domanda mi ha motivato, dal momento che era una richiesta a cui,
a mio parere, valeva la pena di rispondere.
Soprattutto, per me, era importante spiegare perché ho coltivato l’amore
per la vita in ogni istante della mia esistenza: durante la mia infermità,
durante gli anni terribili della guerra e persino nel periodo più terrificante
ovvero durante la mia prigionia nazista.
Nonostante tutto l’amore per la vita non mi è mai mancato, né nei momenti
di sfortuna e d’amarezza, né in quelli felici e pieni di soddisfazioni, anche
in quelli che di solito si da per scontato che siano pieni di amore per la
vita.
La cosa brutta è che il racconto non sarà fatto da un bambino, ma da un
adulto, anzi, peggio ancora, da un docente universitario. Per cui dovro
stare molto attento a non cadere nella tentazione di esporre e dimostrare
quelle due illusioni a cui ho accennato poc’anzi.
Per riuscirci dovro sforzarmi di tornare a vestire i panni della semplicità,
propri di un bambino, e, inoltre, dovro tornare con la mente alla Francia,
lasciando le certezze e la protezione che ho trovato in America. Dovro
ripercorrere le strade di Parigi e riprovare le gioie e le ansie che ho vissuto
mentre le percorrevo.

Capitolo 1 L’ACQUA CHIARA DELL'INFANZIA

Dunque inizio a rihiamare alla memoria ed entro, in punta di piedi, nel mio
passato e avanzo, lentamente e in silenzio, giungo dinanzi alla porta della
memoria e giro la maniglia adagio.
Ed ecco che la porta della mia esistenza si spalanca e senza rendermene
conto mi riapproprio della mia vita.
Devi sapere, caro lettore, che la mia storia inizia come una favola, perché
per quanto possa sembrare insolito è stata pur sempre una fiaba.
Per riuscire meglio nel mio intento devo utilizzare la formula magica con
cui iniziano tutte le fiabe “C’era una volta”, quella formula che piace ai
bambini e che rende tutto magico.
Bene!
“C’era una volta a Parigi, tra le due guerre mondiali, un ragazzo che
viveva felice”.
Incredibile! Ebbene quel ragazzo: ero io.
Oggi quando mi fermo e torno con lo sguardo a guardare indietro mi
meraviglio per il dono che ho avuto: un ‘infanzia felice.
Sapete è un dono raro, anzi oggigiorno rarissimo.
Lo so per la società odierna cio non è concepibile e nessuno mai crederà
che sia stato possibile, ma dal momento che la memoria della mia infanzia
riaffiora nella mia mente, come l’acqua di una sorgente di montagna
limpida e cristallina, sono certo, anzi sicurissimo, che non commettero
confusioni e inquinamenti di sorta.
Dunque, continuiamo con la nostra storia, anzi con la mia: sono nato il 19
settembre 1924, per amore della precisione, a mezzogiorno, nel cuore della
città di Parigi, avete mai sentito parlare di Montmartre,1 il quartiere che
sorge tra la Place Blanche2 e il Moulin Rouge3.
La casa che accolse il mio primo vagito era una modesto edificio
ottocentesco e la stanza dove nacqui s’affacciava su un cortile.
I miei genitori erano un sogno, mio padre era un ingegnere chimico, aveva
studiato all’università anche fisica, una persona intelligente e gentile. Mia
madre era laureata in fisica e biologia, una donna devota e comprensiva.
Entrambi erano generosi e attenti ai bisogni degli altri.
1
Montmartre è una collina nella zona nord di Parigi, di cui rappresenta il punto più alto, all'interno del XVIII
arrondissement, sulla rive droite, molto nota per la Basilica del Sacro Cuore posta sulla sua sommità e per essere stata
il centro della vita dei bohémien durante la Belle Époque. L'origine del nome non è del tutto accertata. In epoca gallo-
romana c'era un tempio dedicato a Marte dove oggi sorge la chiesa di Saint-Pierre-de-Montmartre, per cui il nome
deriverebbe dal latino Mons Martis (monte di Marte).

Un'altra etimologia fa derivare il nome dal latino Mons Martyrum (monte dei martiri), in quanto Dionigi di Parigi fu
vittima della persecuzione anticristiana (venne decapitato assieme ad altri due co-religiosi) in "Rue des Martyrs"
(tuttora esistente nella zona di Montmartre). Intorno al IX secolo potrebbe essersi verificata la sostituzione del nome
pagano con il nome cristiano. La doppia etimologia (Monte di Marte e Monte dei Martiri) è ancora attualmente
proposta.
Durante il periodo di Napoleone III e del suo urbanista Haussmann, vicino al centro della città gli abitanti originari si
spinsero verso i confini di Parigi e da lì si diressero alla collina di Montmartre. Dato che Montmartre era al di fuori dei
confini della città, libera dalle tasse di Parigi e con una produzione di vino locale (tuttora conserva le uniche vigne di
Parigi), divenne in breve una zona popolare per il divertimento. L'area si sviluppò come il centro dell'intrattenimento
decadente alla fine del XIX secolo e all'inizio del XX, rappresentato dai cabaret del Moulin Rouge e de Le Chat noir; in
questo stesso periodo Montmartre - a causa della sua economicità - fu il luogo prediletto da vari pittori, tra cui
Pissarro, Toulouse-Lautrec, Steinlen, Van Gogh, Modigliani, Picasso e Maurice Utrillo, l'unico che vi era anche nato.
Christian Montésinos, Éléments de mythologie sacrée aux XIIe et XIIIe siècles en France, Éditions de la Hutte,
coll. « Les veilleurs », 2011, p. 416.

2
Place Blanche a Parigi , in Francia , è una delle piccole piazze lungo il Boulevard de Clichy , che corre tra il 9 ° e il 18 °
arrondissement (quartieri parigini) e conduce a Montmartre . È vicino a Pigalle .
Durante la Comune di Parigi di primavera 1871, questa è stata una delle innumerevoli zone in cui sono state barricate
erette dai comunardi per respingere Adolphe Thiers s' Versailles truppe hanno premuto verso ovest per riprendere il
capitale. Sean O'Hagan (2 March 2012). "Les amies de Place Blanche by Christer Strömholm – review". The Guardian
https://www.theguardian.com/books/2012/mar/02/amies-place-blanche-christer-stromholm-review

3
Il Moulin Rouge (in italiano, letteralmente "Mulino Rosso"), situato nel famoso quartiere a luci rosse di Pigalle, al XVIII
arrondissement di Parigi, vicino a Montmartre è uno dei più famosi locali di Parigi, inaugurato il 6 ottobre 1891 da
Charles Zidler e da Joseph Oller.

La sede originale del teatro, che bruciò nel 1915, era stata co-fondata nel 1889 da Charles Zidler e da Joseph Oller
(quest'ultimo era anche proprietario dell'Olympia di Parigi). Posto nei pressi di Montmartre nel quartiere di Pigalle, su
Boulevard de Clichy, il locale divenne particolarmente famoso per la presenza di un mulino a vento di colore rosso sul
tetto della struttura, che appunto diede il nome al locale.

Il Moulin Rouge è noto universalmente per essere il luogo di nascita spirituale del can-can. Originariamente introdotto
come danza seduttiva utilizzata dalle cortigiane che qui si trovavano per intrattenere i clienti, il can-can divenne una
vera e propria forma di spettacolo, dal Moulin Rouge a tutti i cabaret d'Europa. Attualmente il Moulin Rouge, che
ancora è operativo come locale, è principalmente una attrazione turistica che offre spettacoli di musica e danza ai
visitatori di tutto il mondo. L'interno è decorato con uno stile ancora tipicamente fin de siècle francese. Il Moulin
Rouge nacque sull'onda del successo del Moulin de la Galette, un ristorante danzante ricavato nel 1870 dentro un
vecchio mulino a vento nella parte alta di Montmartre, un quartiere all'epoca periferico della città, abitato da artisti,
pensatori e personaggi in cerca di divertimenti e ispirazioni in ambiente bucolico. Charles Ziedler e Joseph Oller, allora
Ti starai chiedendo perchè mi soffermo tanto sui loro caratteri?
Perché grazie a essi la mia crescita e il mio sviluppo interiore sono stati
favoriti. Quand’ro bambino, confesso, non v’ho prestato molta attenzione,
perché come tutti i bambini non attribuivo qualità speciali ai propri
genitori, non ci pensano nemmeno. I bambini non ne hanno bisogno,
perché sanno di essere amati dai loro genitori e sanno di doverli amare
senza che nessuno glielo insegni o imponga.

proprietari dell'Olympia pensarono di creare un cabaret sullo stesso stile del Moulin de la Galette a Pigalle, proprio ai
piedi di Montmartre, e di costruirvi sopra un mulino, ovviamente finto vista la mancanza di vento in quella zona, ma di
colore rosso così che potesse immediatamente risaltare nell'ideale della popolazione per la sua stravaganza,
divenendo nel contempo l'emblema del locale. L'idea era quella, attraverso il locale, di attirare i cittadini più ricchi, di
farli investire nell'area per poterla rivalutare e consentire ai differenti ceti sociali di mescolarsi tra loro, contribuendo
ad arricchire l'intero quartiere e la città di Parigi di nuove sfumature. Del resto il locale stesso sorgeva nella favolosa
epoca della Belle Époque che rappresentò per Parigi e per la Francia intera un periodo di rinnovato splendore e
spensieratezza dopo i difficili anni della Guerra franco-prussiana che aveva pesantemente piegato l'economia e la
società francese.

Henri de Toulouse-Lautrec e Tremolada, assistente di Zidler, direttore del Moulin-Rouge. Parigi, 1892.

Ballo al Moulin Rouge, dipinto di Henri de Toulouse-Lautrec del 1889-90. Lautrec, che fu uno dei più assidui artisti
frequentatori del locale sin dalla sua apertura, contribuì alla sua fama con la rappresentazione di molte scene di vita e
spettacoli al Moulin Rouge
Il suo successo fu pressoché immediato, anche per il vasto repertorio di spettacoli (dai più ordinari ai più curiosi come
quelli messi in scena da Joseph Pujol alias Le Pétomane o da Edme-Étienne-Jules Renaudin alias Valentin le Désossé,
celebre contorsionista), oltre ad un ampio repertorio di danze e balli fra cui il celeberrimo can-can, ballo nato dalla
"quadriglia naturalistica" e divenuto un segno distintivo internazionale dello stesso Moulin Rouge, in particolare nella
versione musicata da Jacques Offenbach per il Galop infernal del suo Orfeo all'inferno che ancora oggi è la più nota.
Queste esibizioni di danza erano assolutamente rivoluzionarie per l'epoca al punto che tanti di questi balli furono
ritenuti licenziosi dall'opinione pubblica che iniziò a bollare il Moulin Rouge come un locale di infimo ordine
frequentato da donne di malaffare e da perdigiorno. Queste considerazioni di parte della critica, ad ogni modo, non
fecero altro che accendere ulteriormente i riflettori sul Moulin Rouge ed aumentare la curiosità dei numerosi visitatori
che ogni anno si portavano a Parigi anche esclusivamente per assistere agli spettacoli che qui si tenevano. I momenti
danzanti ebbero ad ogni modo, dal 1889, un ritrattista d'eccezione nella persona del celebre artista francese Henry de
Toulouse-Lautrec, assiduo frequentatore dei quartieri di Pigalle e Montmartre. Toulouse Lautrec trovò nel locale molte
fonti di ispirazione e ritrasse molti degli abituali frequentatori del locale, in particolare la ballerina Louise Weber
soprannominata La Goulue (la golosa). Sembra che nel 1891 sia stato proprio Toulouse-Lautrec a persuadere la
ballerina ad abbandonare il Moulin de La Galette dove aveva già una carriera affermata per esibirsi al Moulin Rouge
fondato due anni prima. Per l'occasione fu lui personalmente a disegnare e far stampare il famoso manifesto con la
rappresentazione del La Goulue.

Il 26 ottobre 1890 venne in visita al locale l'allora principe di Galles e futuro Edoardo VII d'Inghilterra il quale, in una
sua visita privata a Parigi, prenotò un tavolo per vedere la celebre quadriglia del can-can la cui reputazione aveva già
travalicato la Manica. Riconoscendolo, La Goulue, si pose a danzare davanti a lui dicendo spontaneamente "Hey,
Galles, si paga lo champagne eh!". Nel 1893 venne qui messa in scena una edizione del Bal des Quat'z'Arts che fu
causa di grande scandalo con la sua processione di una Cleopatra (la celebre modella Sarah Brown) nuda circondata da
altre donne completamente nude. Il 12 novembre 1897 il Moulin Rouge chiuse i battenti per un giorno intero per la
prima volta dalla sua apertura in occasione della morte del direttore e co-fondatore, Charles Zidler. Nel 1900 in
occasione dell'Esposizione Universale di Parigi, il locale venne affollato per la prima volta da numerosissimi spettatori
da ogni parte del mondo, fatto che contribuì a diffondere pressoché ovunque la fama delle "signorine di Parigi" come
pure il modello di intrattenimento parigino offerto dal Moulin Rouge, con la nascita di locali analoghi anche in altre
parti del mondo.
Per me i miei genitori hanno rappresentato: protezione, fiducia, calore,
quando penso alla mia infanzia risento il loro affetto che mi avvolge e mi
rende sicuro in ogni momento.
Proprio questo calore mi ha instillato l’amore incondizionato per la vita.
I miei genitori mi hanno portato sempre con loro, non mi hanno mai
lasciato, questo mi ha dato sicurezza e forza, e mi ha mai fatto
sperimentare il dolore della solitudine e neanche il senso di abbandono.

Da locale di intrattenimento a teatro per operette e spettacolo

Una immagine del Moulin Rouge del 1929 dopo la ricostruzione


Nei primi anni del XX secolo, il repertorio del Moulin Rouge si trasformò parzialmente lasciando un maggiore spazio
all'operetta e aprendo la strada verso il successo a molti artisti. Dal 29 novembre 1902 al gennaio del 1903, il locale
rimase chiuso per dei lavori di rifacimento che vennero realizzati da Édouard Niermans, uno degli architetti parigini più
noti della Belle Époque (progettista tra l'altro de le Folies Bergère), divenendo ben presto uno dei templi internazionali
per l'operetta. Il 3 gennaio 1907 fece particolare scandalo il bacio nel corso dell'operetta "Il sogno egiziano" tra
l'attrice Colette e la sua amante, la duchessa de Morny (Mathilde de Morny detta "Missy") sul palco del teatro.

Il 29 luglio 1907 vi fu la prima apparizione pubblica di Mistinguett sul palco del Moulin-Rouge nello spettacolo "La
Revue de la Femme", artista oggi riconosciuta a giudizio unanime come la più famosa vedette del locale parigino. Il suo
talento emerse ben presto allo scoperto al punto che l'anno successivo la sua partecipazione con Max Dearly in "The
Sled Waltz" segnerà il suo primo vero grande trionfo. Il 9 aprile 1910 fece sensazione il fatto che durante una
rappresentazione dell'operetta "Revue amoureuse" un'ex dama di compagnia dell'imperatrice Eugenia che assisteva in
sala allo spettacolo, affascinata dalla fedele ricostruzione della cerimonia di ritorno delle truppe napoleoniche
dall'Italia dopo la seconda guerra d'indipendenza italiana non riuscì a trattenersi dal gridare a gran voce "Lunga vita
all'Imperatrice!".

Il Moulin Rouge viene distrutto da un incendio il 27 febbraio 1915. I lavori di ricostruzione iniziarono subito, ma
vennero completati solo nel 1921 con le forme attuali.

Gli anni di Mistinguett

Mistinguett al Moulin-Rouge.
Dopo la guerra, fu Francis Salabert a prendere il controllo del Moulin Rouge. Uomo d'affari più che uno showman, egli
affidò sapientemente a Jacques-Charles, il principale gestore di riviste teatrali del suo tempo, la cura di far rivivere i
colori del cabaret di fine Ottocento al più celebre tra i locali del genere di tutta Parigi e nel mondo. Il Moulin Rouge
riprese quindi la propria tradizione con attrici del calibro di Gina Palerme, Mistinguett, Jeanne Aubert e Maurice
Chevalier, unitamente alla presentazione, per la prima volta a Parigi, delle riviste americane con protagoniste le
Hoffmann Girls.

Nel 1923, Raphael Beretta, compositore e direttore d'orchestra che già aveva diretto le orchestre de le Folies Bergère,
de l'Olympia e del Casinò di Parigi, propose di restaurare la sala della musica del Moulin Rouge con la costruzione di un
grande edificio apposito. Non mancarono ad ogni modo gli eccessi e qualche insuccesso come lo spettacolo proposto
per l'annata del 1927 quando, alla prima, le ballerine che dovevano uscire da una torta di panna si ritrovarono le
scarpe ripiene e particolarmente scivolose, motivo per cui non riuscirono a camminare né a ballare, portando a
rivisitare l'intero spettacolo.

La presenza ormai fissa di Mistinguett al Moulin Rouge fu un vero toccasana per la fama del locale: fu lei a creare
molte delle sue canzoni più note che poi divennero famose in tutto il mondo come Valencia, Ça, c'est Paris, Il m’a vue
nue e On m’suit, quest'ultima eseguita in coppia con Jean Gabin. Pierre Fouchet divenne impresario del teatro e
chiamò Jacques Charles a ricoprire il ruolo di direttore artistico del locale con Mistinguett quale sua co-regista; il socio
Earl Leslie divenne direttore del laboratorio di cucito per creare nuovi e sempre sgargianti costumi da utilizzare negli
spettacoli che di stagione in stagione divenivano sempre più elaborati.
Ho affrontato mille pericoli e paure con la stessa certezza con cui un
raggio di luce attraversa lo specchio senza temere di essere bloccato né
tantomeno di frantumarsi.
Il loro amore mi ha trasfuso una quotidiana gioia che s’è trasformata nella
mia armata magica che non appena indossato non poteva essere tolta per
nessun motivo e in alcun modo.

Dopo Mistinguett

Soldati tedeschi davanti al Moulin-Rouge, nel giugno del 1940, durante l'occupazione tedesca di Parigi nella seconda
guerra mondiale.
Nel 1929, Mistinguett si ritirò dalle scene e lasciò il Moulin Rouge il cui teatro da 1500 posti era uno dei più grandi
d'Europa. La rivista "Black Birds" di Lew Leslie, eseguita da una troupe di cento artisti di colore, accompagnata dalla
Jazz Plantation Orchestra, si esibì al Moulin Rouge tra il giugno e l'agosto del 1929, sollevando nuovi successi.

Con la diffusione del cinema, verso la fine degli anni Trenta, la fama del Moulin Rouge, sembrò offuscarsi, ma si trattò
solo di un periodo transitorio dal momento che nel 1937 esso venne riconvertito in night club moderno. Nello stesso
anno, la compagnia del Cotton Club, particolarmente in voga a New York, si portò al Moulin Rouge con Ray Ventura.
Durante gli anni della seconda guerra mondiale, tra il 1939 e il 1945, il Moulin Rouge si ridimensionò notevolmente
nelle proprie attività relegando si al ruolo di sala da ballo senza i favolosi spettacoli delle gloriose epoche precedenti.

Ad ogni modo, già nel secondo dopoguerra, gli astri nascenti della canzone francese Édith Piaf e Yves Montand
concorsero ad accrescere nuovamente la notorietà di questo luogo.

L'epoca del rinnovamento

Manifesto del Moulin Rouge anni '50 col ritorno al classico spettacolo del can-can parigino
Negli anni '50 del Novecento, il Moulin Rouge conobbe un nuovo periodo di splendore grazie alla direzione di Georges
France ed in particolare ai programmi che per la prima volta posero un accento maggiormente culturale ai suoi temi,
come la ripresa dei poster a programma in omaggio a Tolouse-Lautrec. Il 22 giugno 1951 Georges France acquisì
direttamente il Moulin Rouge intraprendendovi dei considerevoli lavori di ristrutturazione dell'intera struttura,
affidando i medesimi ad Henri Mahé uno dei principali arredatori d'interni dell'epoca, ed agli architetti Bernard de La
Tour d'Auvergne e Marion Tournon-Branly che disegnarono il layout della nuova sala. Ancora una volta al Moulin
Rouge tornò il celebre can-can con la volontà di recuperare lo spirito originario del locale e le sue principali attrazioni
che l'avevano reso così famoso nel mondo, sfruttando l'ondata di positivismo del dopoguerra francese e la volontà di
ripresa agli albori del boom economico. Il 19 maggio 1953, alla presenza dell'allora presidente della repubblica
francese Vincent Auriol, si esibì per la prima volta su un palcoscenico europeo il celebre cantante americano Bing
Crosby. Il favoloso pubblico di 1200 persone, portò dopo poco ad esibirsi anche Joséphine Baker.

Tra il 1951 e il 1960, artisti famosi come Luis Mariano, Charles Trenet, Charles Aznavour, Line Renaud, Bourvil, Fernand
Raynaud e Lena Horne si esibirono al Moulin Rouge. Tra i coreografi di maggior successo di quest'epoca si conta
l'italiano Ruggero Angeletti dal 1955. Doris Haug fondò la troupe delle "Doris's Girls" al Moulin Rouge nel 1957, con
fino a 40 ballerine presenti contemporaneamente sul palco (oggi le medesime sono quasi un centinaio). Due anni più
tardi, al Moulin Rouge per la prima volta venne impiantata una cucina per offrire alla clientela sempre più
internazionale una "cena-spettacolo" con menù prescelti dai migliori chef di Francia. Nel 1960, si tennero i primi
spettacoli di kabuki giapponese.

Dal 1962 al 1988

Il Moulin Rouge con la caratteristica illuminazione notturna


Nel 1962, Jacki Clerico succedette al padre nella direzione del Moulin Rouge. Fu questo l'inizio di una nuova era: l'area
del locale venne ulteriormente ampliata con l'installazione tra l'altro di una grande vasca in forma di acquario per
accogliere i primi balletti d'acqua. Dal 1963 in poi, visto il successo della rivista "Frou-Frou", Jacki Clérico decise per
La mia famiglia apparteneva alla “piccola borghesia” e viveva in un
piccolo appartamento, anche se a me sembrava grandissimo.
Sin da bambino ho imparato a conoscere la riva sinistra della Senna: il
grande giardino vicino al Champ de Mars, tra la Torre Eiffel, con le sue
quattro zampe allungate, e l’Ecole Militaire, di cui non riesco a ricordare la
facciata dell’edificio.
I miei genitori erano il paradiso. Non l’ho mai confessato a nessuno,
neanche a me stesso, loro non me l’hanno mai detto, ma era ovvio.

superstizione che avrebbe continuato a scegliere solo titoli di riviste che iniziassero con la lettera F, tradizione ancora
oggi mantenuta ("Frou-Frou" (1963-1965), "Frisson" (1965-1967), "Fascination" (1967-1970), "Fantastic" (1970-1973),
"Festival" (1973-1976), "Follement" (1976-1978), "Frénésie" (1978-1983), "Femme, Femme, Femme" (1983-1988),
"Formidable" (1988-1999) e "Féerie" (1999-ad oggi) ). La musica delle riviste dal 1963 al 1983 venne composta da
Henri Betti.

Il 7 settembre 1979, il Moulin Rouge celebrò il proprio 90º compleanno e sul palco parigino vennero ad esibirsi molte
star tra cui Ginger Rogers, Thierry Le Luron, Dalida, Charles Aznavour, Jean-Claude Brialy, George Chakiris, i Village
People e Zizi Jeanmaire. Il 23 novembre 1981, il Moulin-Rouge per la prima volta chiuse l'ingresso al pubblico per una
serata riservata per presentare i suoi spettacoli alla regina Elisabetta II d'Inghilterra. Il 4 febbraio 1982, Liza Minnelli
condusse qui un suo spettacolo esclusivo. Nel 1984 vennero ospitati per due eventi Dean Martin e Frank Sinatra,
mentre il 1º dicembre 1986 si esibì il più famoso ballerino del mondo, Mikhail Baryshnikov.

Dal 1988 ad oggi

Il Moulin-Rouge nella rivista del 1999.


Il 20 febbraio 1988, in occasione del primo centenario del Moulin Rouge, il locale riprese nuovamente l'antica
tradizione di locale per spettacoli col fine di esportare la cultura e le passioni francesi nel mondo, entrando nella
cosiddetta cerchia delle "Royal Performance in Paris", presenziate con ospiti d'onore legati alla famiglia reale
britannica: nel 1983 presenziò la principessa Anna d'Inghilterra, mentre nel febbraio del 1988 fu la volta del principe
Edoardo, conte di Wessex. Nella primavera del 1989, eccezionalmente a Londra, la rivista del Moulin Rouge si esibì
davanti al principe e alla principessa del Galles. Il 6 ottobre dello stesso anno venne realizzato un galà per celebrare i
cento anni del locale con la partecipazione di artisti internazionali come Charles Aznavour, Lauren Bacall, Ray Charles,
Tony Curtis, Ella Fitzgerald, i Gipsy Kings, Margaux Hemingway, Barbara Hendricks, Dorothy Lamour, Jerry Lewis, Jane
Russell, Charles Trenet ed Esther Williams.

Nel 1994, Cartier realizzò proprio al Moulin Rouge un evento a favore dell'associazione internazionale "Artists Against
AIDS Foundation" con un concerto privato di Elton John. Nel 1995 la Lancôme organizzò un galà per il lancio del
proprio profumo "Poème" con la partecipazione di Juliette Binoche ed un concerto di Charles Aznavour e Jessye
Norman.

Nel 2009, per celebrare i 120 anni del locale, il Moulin Rouge ha ospitato le compagnie di ballo del Carnevale di Rio e
la compagnia francese è stata invitata a partecipare allo stesso Carnevale di Rio a Copacabana.

Ancora oggi il Moulin Rouge è un'attrazione per molti turisti grazie alla sempre ricca offerta di spettacoli di
intrattenimento e danza. Francis Gouge, A 120 ans, le Moulin-Rouge se diversifie pour assurer son développement, su
lemonde.fr, 10 ottobre 2009. https://www.lemonde.fr/economie/article/2009/10/10/a-120-ans-le-moulin-rouge-se-
diversifie-pour-assurer-son-developpement_1252185_3234.html
Le Moulin Rouge: 125 ans et brille toujours autant, su bfmbusiness.bfmtv.com, 4 ottobre 2014 ;
http://bfmbusiness.bfmtv.com/entreprise/le-moulin-rouge-125-ans-et-brille-toujours-autant-838156.html ;
(FR) Bénédicte Tassart, Le Moulin Rouge, un succès de famille, su RTL.fr, 19 dicembre 2015.
http://www.rtl.fr/actu/conso/le-moulin-rouge-le-succes-d-un-lieu-mythique-7780928298
Ben presto mi sono reso conto che attraverso di loro un altro “Essere” s’è
occupato di me e mi ha parlato. “Dio” starete pensando?
Beh! Saro sincero io non l’ho mai chiamato con questo nome. Anche se i
miei genitori mi hanno parlato della sua esistenza quando sono stato in
grado di poter comprendere. Io, personalmente, non l’ho mai chiamato con
un nome e non gliene ho attributo nessuno. Mi bastava sapere che era li
per sentirmi sicuro.
Per me i miei genitori erano i custodi del dono che “qualcuno” gli aveva
dato con l’incarico di darmelo.
Il mio approccio alla religione è nato in questo modo, non avevo dubbi o
domande a cui rispondere, ma solo tacite certezze.
Questa confessione potrebbe essere una sorpresa per te, ma ci tengo molto
perché senza non potresti comprendere altre cose di me, come ad esempio
la mia incoscienza.
Quell’incoscienza che mi ha spinto per tutto il periodo della mia infanzia a
correre. Una corsa senza meta e senza il fine di giungere da qualche parte o
di prendere qualcosa, tale idea appartiene agli adulti.
Io, come tutti i bambini, correvo incontro a tutto cio che era visibile e,
anche, invisibile.
Ogni corsa rappresentava per me una tappa e ogni tappa mi permetteva di
acquisire una certezza.
In poche parole la mia corsa era una corsa verso una determinata meta che
mi aiutava ad ampliare il mio bagaglio di conoscenze.
Ed ecco che nella mia mente riaffiora l’immagine nitida e chiara del mio
quarto compleanno, sembra una foto attaccata alla parete.
Quel giorno stavo correndo lungo il marciapiede all’inseguimento del
triangolo di luce formato dall’incrocio di tre strade: Rue Edmond Valentin,
Rue Sédillot e Rue Dupont des Loges, la via dove abitavo.
Mi ricordo il riflesso della luce del sole imprigionato in una pozzanghera
da cui il riverbero si spandeva nell’aria e che mi affascinava a tal punto da
farmi urlare a squarciagola: “ sono Jacques e ho quattro anni”.
Qualcuno affermerà che in quell’istante s’è manifestata la mia personalità,
se vi sta bene, assecondate quest’idea; io, da parte mia, preferisco pensare
che il raggio della felicità universale mi abbia colpito suscitandomi una
propensione alla gioia e alla felicità.
Ti starai chiedendo, caro lettore, ma non ha mai sofferto?
Certo! Come tutti i bambini ho avuto la mia parte di sofferenza, ma devo
essere sincero non riesco a ricordarla; s’è dissolta allo stesso modo del
dolore fisico, che si dilegua subito dopo aver attraversato il corpo e
l’anima.
Pero non ho conosciuto, negli anni della mia infanzia, sentimenti che
inquinano l’anima di un bambino come la violenza, l’incertezza,
l’ombrosità e l’ambiguità. Questo mi ha reso immune e mi ha fatto vivere
sereno e allegro fino al giorno in cui i rifiuti di questi stati d’animo non
hanno inquinato l’acqua limpida della mia esistenza.
Ma quand’è avvenuto cio il mio animo era forte e in grado di resistere agli
effetti di tale virus.

Capitolo 2 RIVELAZIONE DELLA LUCE


Seguimi! Guarda sono trascorsi tre anni, ho sette anni, corro spensierato
per le vie parigine, scevero gli odori provenienti da ogni casa, come un
cane; quest’abitudine è propria di tutti i bambini voler imprimere nella
propria mente l’odore caratteristico dei singoli oggetti, delle singole
persone e di ogni edificio.
In breve ho imparato a riconoscere l’odore della panetteria, della
pasticceria, del calzolaio, del farmacista, del mercante di colori.
Di solito praticavo quest’attività arrampicandomi sugli alberi e da quel
luogo mentre mi dondolavo mi impossessavo degli odori, li catalogavo, li
riconoscevo e quando ne incontravo uno sconosciuto ne inseguivo la
provenienza fino a comprendere a chi o a cosa apparteneva.
Una bisogno che mi accompagnava dovunque andassi era quello di cercare
la luce, per assurdo non ricordo le stanze del trilocale dove sono cresciuto,
ma ricordo il balcone, perché li trovavo la luce.
Ricordo che mi piaceva appoggiarmi alla ringhiera e guardare lo scorrere
della luce, in maniera lenta e soffusa, sui tetti, sui muri delle case e lungo
le strade, da destra a sinistra.
La luce non era come l’acqua, ma qualcosa di più fugace e mutevole, e la
sua fonte era ovunque. Mi piaceva vedere come la luce proveniva dal nulla
e non era parte dell’aria, ma un elemento a se stante.
Nessuno di noi, di solito, si chiede da dove provenga l’aria, da quale
direzione, perché c’è e perché viviamo grazie ad essa.
Tutti diamo per scontato la sua esistenza e ci limitiamo a starvi immersi
senza pensarci, se non quando ci manca. La medesima riflessione vale per
il sole.
Io, come ognuno di noi, non cercavo il sole, ne davo la sua presenza per
scontato, era una certezza ovvia quella che si trovasse in alto nel cielo e
quindi non lo cercavo in nessun altro luogo.
Con il passare del tempo ho imparato a trovarlo anche nel tremolio dei
suoi raggi, nell’eco, proprietà che erroneamente attribuiamo, in maniera
esclusiva, al suono, ma che appartiene, nella stessa misura, anche alla luce.
Era stupendo assistere al lento propagarsi, al mattino, della luce lungo le
vetrate dei viali, quasi che venisse aperto il sipario per illuminare ogni
singolo angolo della città, da quel momento iniziava, il lento gioco di
rimpiattino tra le ombre e la luce, mentre i singoli, come dei proiettori,
illuminavano ogni vetrata e s’infrangevano esplodendo, in mille frammenti
luminescenti, in ogni direzione, ogni volta che una vetrata veniva aperta o
chiusa.
Mi piaceva ammirare il saltellare dei raggi, con il trascorrere del tempo, da
una finestra all’altra, da un frammento di muro al cielo perdendosi in una
nuvola sopra di me e poi scendere, a perpendicolo, su di me inondandomi
e diventando parte di me.
Divoravo la luce del sole e, a sua volta, venivo fagocitato dalla luce del
sole. Tale bellezza non si fermava neanche all’arrivo delle ombre della
sera. Quando rientravo a casa, dopo aver terminato di cenare, mi
affacciavo al balcone e ritrovavo il fascino dell’oscurità. L’oscurità era
ancora luce, anche se in una nuova veste e con un nuovo ritmo.
Era una luce con un ritmo più lento. In altre parole, niente al mondo,
nemmeno la luce che producevano i miei occhi tenendo le palpebre chiuse
era fuori dal miracolo della luce generale.
Ogni volta che correvo lungo il Champ de Mars mi rendevo conto che
inseguivo la luce. quest’ultima era con me anche quando saltavo a i piedi
uniti alla fine di una strada oppure quando cercavo di prendere una farfalla
saltando sopra una pozzanghera e ancora quando mi sdraiavo sull’erba o
sulla sabbia della spiaggia.
Nient’altro in natura, nemmeno i suoni che ascoltavo con attenzione, mi
erano preziosi tanto quanto la luce.
Quando avevo circa quattro o cinque anni ho scoperto, del tutto
casualmente, che puoi trattenerla con le tue mani. Per riuscire in questo
devi prendere pastelli o blocchi colorati e giocare con loro.
Io ho iniziato a passare ore a fare tutti i tipi di colorazione, senza molta
forma ne sono certo, ma ho continuato a immergermi nella luce, allo stesso
modo e provando lo stesso piacere di quando ci s’immerge in una fontana.
I miei occhi, ancora oggi, sono pieni di quei colori.
In seguito i medici dissero ai miei genitori che avevo dei problemi di
vista, se non ricordo male, si trattava di miopia, situazione che porterebbe
molte persone a spiegare la mia ossessione per la luce.
Io non ero preoccupato del fatto che non vedessi bene, non ero triste, anzi
al contrario io ero felice di fare amicizia con la luce, perché la ritenevo
l’essenza del mondo intero.
Colori, forme e persino gli oggetti più pesanti avevano tutti le medesime
vibrazioni.
E ancora oggi riprovo quella vibrazione ogni volta che mi pongo nella
condizione di attenzione. All’epoca le persone mi chiedevano quale fosse
il mio colore preferito e io rispondevo, senza alcuna esitazione, “verde”.
Solo in seguito ho appreso che il verde è ritenuto il colore della speranza.
Con il trascorrere del tempo, ho maturato la convinzione che i bambini
sanno sempre di più di quello che riescono a dire, e questa caratteristica li
differenzia dagli adulti, che nella migliore delle ipotesi parlano di cose di
cui conoscono in parte o solo per sentito dire.
Il motivo di tale differenza è semplice, i bambini conoscono il mondo
attraverso se stessi, mentre noi lo sappiamo solo con la testa e con le
informazioni che attingiamo da fuori.
Quando un bambino è minacciato da una malattia o da una disgrazia, se ne
rende conto subito, abbandona i suoi giochi e corre a cercare rifugio e
protezione tra le braccia calde e protettive della madre.
In questo modo mi sono reso conto che il destino aveva in serbo per me un
duro colpo.
Tutto è accaduto al termine delle nostre vacanze di Pasqua, eravamo andati
a trovare i miei nonni materni a Juvardeil,4 un piccolo villaggio
dell’Angio.
4
Juvardeil è un comune francese di 842 abitanti situato nel dipartimento del Maine e Loira nella regione dei Paesi
della Loira.
Mi ricordo che il calesse per portarci alla stazione di Etriché-
Chateauneuf,5 a sette chilometri dal villaggio, era già pronto davanti alla
porta.
Non era comodo, ma era l’unico mezzo che esisteva per spostarsi, la prima
automobile nel villaggio è giunta tre o quattro anni dopo ed era il furgone
utilizzato dal droghiere per compiere le sue consegne e trasportare la sua
merce.
Mentre i miei genitori erano impegnati a salutare i miei nonni, io mi recai
in giardino e nei pressi della stalla scoppia a piangere. Non sono un tipo
che piange facilmente, ma quando piango è perché sento un dolore
profondo e non riesco a porvi un freno.
Piangevo, stavo dicendo, perché sentivo che non avrei mai più rivisto il
giardino. Il mio animo era stato assalito da una sensazione negativa che mi
aveva avvinto, anche se non riuscivo a spiegare il perché di quel pensiero,
ero certo che tale evento si sarebbe verificato.
Ricordo la luce del sole lungo i sentieri, ricordo i due grandi bossi
illuminati, ricordo il pergolato d’uva, i filari di pomodori, le piante di
cetrioli e di fagioli. Tutti luoghi familiari che, per l’ultima volta, stavano
impregnando i miei occhi.
Nonostante non riuscissi a spiegare il perché di tale sensazione ne ero
consapevole. Non era una semplice afflizione infantile e quando mia
madre mi venne a cercare e mi chiese quale fosse il problema, io dissi “
Non rivedro mai più il giardino”.
Tre settimane dopo è accaduto l’evento che ha trasformato la mia vita. Mi
ricordo bene, credo che fosse il 03 maggio, come ogni giorno, mi trovavo
nella mia classe della scuola elementare sita in Rue Cler, sita nelle
vicinanze della mia abitazione.
Alle dieci, come previsto, è suonata la campanella per la ricreazione e mi
sono levato dal mio banco, insieme ai miei compagni, e mi sono
precipitato fuori dalla porta della classe in direzione del giardino. Mentre
correvo nel corridoio, un bambino più grande, dietro di me, rimasto
indietro dai suoi compagni ha iniziato a correre e senza volerlo mi è
5
La stazione Étriché - Châteauneuf è una stazione ferroviaria francese della linea Le Mans-Angers Master School ,
situata nel territorio del comune di Étriché , vicino a Châteauneuf-sur-Sarthe , nel dipartimento del Maine- et-Loire
nella regione dei Pays de la Loire . commissionato nel 1863 dalla Western Railway Company . Oggi è una fermata delle
Ferrovie Nazionali Francesi (SNCF), servite dai treni TER Pays de la Loire che collegano Le Mans e Angers-Saint-Laud .
Stabilita a un'altitudine di 27 m , la stazione Étriché - Châteauneuf si trova al chilometro (PK) 283,197 della linea da Le
Mans ad Angers-Maître-École , tra le stazioni aperte di Morannes e Tiercé .
L' Occidente Railway Company sta commissionando l'Étriché - Châteauneuf stazione 1 su7 dicembre 18632 quando il
traffico si apre sulla linea ferroviaria Sablé-Angers. L'edificio passeggeri ha un piano e tre porte anteriori.
venuto addosso. Non l’avevo visto! Ho perso l’equilibrio e sono caduto.
Per mia sfortuna c’era alla mia sinistra c’era una cattedra dove sedeva il
bidello, per controllare il corridoio, ho sbattuto contro uno degli spigoli, i
miei occhiali da miope erano infrangibili, è questa precauzione, adottata
dai miei genitori, è stata la mia rovina. Infatti le lenti non si sono rotte, ma
la montatura si.
Infatti l s’è spezzata la stanghetta sinitra e un frammento è penetrato nel
mio occhio destro.
Il dolore è stato terribile e ho perso conoscenza. Prontamente, sono
intervenuti gli adulti e mi hanno condotto nel cortile della scuola.
Non appena ho ripreso conoscenza ricordo di aver esclamato: “ I miei
occhi? Dove sono i miei occhi ?”
Tutti quelli che mi stavano attorno erano preoccupati e spaventanti e
parlavano dei miei occhi, ma io ero consapevole del punto dov’ero stato
colpito.
Quando si sono resi conto che ero grave, mi bendarono e mi
accompagnarono a casa.
Nel frattempo, il mio corpo cercava di reagire come poteva alla ferita, per
cui sentivo il mio corpo percorso dai brividi della febbre.
Mia madre mi mise, immediatamente, a letto in attesa che venisse il
dottore. Vi rimasi per ventiquattrore. Nel frattempo i miei genitori
interpellarono uno specialista, che dopo avermi visitato disse ai miei
genitori che l’occhio destro era compromesso e doveva essere asportato.
“Per fortuna – starai pensando- ti rimaneva il sinistro? “
In realtà anch’esso era compromesso, infatti, il colpo era stato cosi
violento che aveva provocato una oftalmia simpatica,6 per cui la retina
dell’occhio sinistro era, gravemente, lacerata.
L’indomani sono stato operato con successo, quest’evento mi ha
consegnato alla cecità definitiva.
Ringrazio il cielo per avermi reso cieco quando avevo solo otto anni.
Benedico la mia sorte, prima di tutto, per ragioni pratiche. Infatti le
abitudini di un bambino di otto anni non si sono ancora cristallizzate, sia
nel corpo che nella mente.
Il suo corpo è flessibile, capace di adeguarsi alle diverse situazioni a
seconda dei bisogni. Un bambino si adegua alle esigenze della vita, senza
porsi domande o recriminazioni, pronuncia il suo “si” in maniera

6
L'oftalmia simpatica (OS) è un'uveite anteriore granulomatosa bilaterale che insorge nei tre mesi successivi a un
trauma o a un intervento chirurgico all'occhio. È stato osservato che l'OS interessa tra 1/1.000 e 1/1.650 soggetti con
una pregressa ferita penetrante dell'occhio. I pazienti presentano dolore, fotofobia, paresi dell'accomodazione,
metamorfopsia e perdita della vista, che varia da moderata a significativa. L'uveite anteriore granulomatosa si associa
a segni a carico del segmento posteriore, compresa la vitreite, la coroidite, la papillite, la perivasculite e le lesioni
bianco-giallastre dell'epitelio del pigmento retinico (noduli di Dalen-Fuchs): questi segni possono essere moderati o
gravi. L'infiammazione può causare distacco retinico e edema maculare grave. I sintomi extraoculari comprendono la
cefalea, la meningite o la pleocitosi del liquido cerebrospinale, la perdita dell'udito, la poliosi e la vitiligine. L'eziologia
dell'OS non è stata ancora chiarita. L'infiammazione è dovuta a un meccanismo immunitario cellulo-mediato e alla
risposta infiammatoria autoimmune diretta contro gli auto-antigeni oculari che si formano a seguito della lesione
iniziale. La natura di questi auto-antigeni rimane controversa. L'infezione batterica può potenziare lo sviluppo della OS
e alcuni fattori genetici possono essere implicati, come ad esempio l'associazione con alcuni specifici antigeni di
istocompatibilità (HLA-DR4, HLA-A11 o HLA-B40). L'OS può insorgere dopo traumi o contusioni all'occhio (nel 47-65%
dei pazienti). Le ferite che interessano il corpo ciliare si associano a un rischio più elevato. L'OS può essere causata
anche da un intervento chirurgico. L'intervento al segmento posteriore ha un rischio più elevato rispetto a quello al
segmento anteriore. La diagnosi di OS si basa soprattutto sulla storia del paziente e sul quadro clinico. Gli esami di
imaging (angiografia con verde indocianina o fluoresceina, ultrasonografia B-scan e tomografia a coerenza ottica) sono
utili per confermare la diagnosi. Le analisi di laboratorio possono essere utili per evitare l'uveite infettiva. Se è stato
confermato un pregresso trauma, la diagnosi differenziale si pone con altre forme di uveite post-traumatica (uveite
indotta dal cristallino, iridociclite post-traumatica). In assenza di una storia accertata di trauma oculare, possono
essere considerate anche altre malattie associate all'uveite granulomatosa, come la sarcoidosi, la sindrome di Vogt-
Koyanagi-Harada (si vedano questi termini) o la sindrome da effusione uveale. La chiusura tempestiva e corretta di
tutte le ferite diminuisce il rischio di OS. Il trattamento di prima scelta è rappresentato dagli steroidi ad alto dosaggio
(per almeno 3 mesi), seguito dalla loro diminuzione progressiva a seconda della risposta infiammatoria e della terapia
di mantenimento per i 6-12 mesi successivi alla risoluzione. Possono essere presi in considerazione gli
immunomodulatori (ciclofosfamide, azatioprina o ciclosporina), quando l'infiammazione non può essere controllata
solo con gli steroidi. Il trattamento chirurgico resta controverso e l'enucleazione o l'eviscerazione devono essere
proposte solo nel caso di cecità all'occhio colpito, dato che la prognosi visiva dell'occhio controlaterale è variabile. È
stato osservato che l'enucleazione tardiva non porta benefici. In assenza di trattamento, la prognosi visiva è poco
buona se associata a un'OS che produce cecità bilaterale. Tuttavia, la chiusura tempestiva della ferita e un trattamento
medico adeguato possono migliorare la prognosi visiva, che può essere relativamente buona, ma possono anche
verificarsi ricadute e complicazioni, per cui è necessario un follow-up a lungo termine.
incondizionata. E da questo comportamento possono derivare grandi
miracoli fisici.
Mi viene da piangere se penso a tutti coloro che diventano ciechi da adulti,
indipendentemente, dal motivo sia conseguenza di un incidente o da ferita
di guerra.
Questa tipologia di ciechi, molto spesso, dimostra d’incontrare molte
difficoltà, sicuramente, molte rispetto a quelle che ho dovuto affrontare io.
In ogni caso, ho altri motivi, non concreti, ma spirituali, per ringraziare la
fortuna, di avermi reso cieco da giovane.
Quale ?
Semplice, perché i bambini non si lamentano mai delle circostanze che
devono sopportare, le vivono adeguandosi, continuamente, alle
circostanze, a meno che gli adulti non gli suggeriscano di lamentarsi e
condannare la propria sventura.
Per un bambino di otto anni, cio che vivono è sempre la cosa migliore che
possa accadergli.
I bambini non provano amarezza o rabbia. Molte spesso si proclamano
vittime d’un ingiustizia, ma tale atteggiamento è frutto del
condizionamento degli adulti.
In generale si limitano ad accettare gli eventi come frutto di una volontà
superiore.
Queste semplici cose le ho apprese a mia spese e posso giurare che dal
giorno in cui sono divenuto cieco non sono mai stato infelice.
Per quanto riguarda il coraggio, che gli adulti infondono nei piccoli, i
bambini non lo vivono allo stesso modo dei loro genitori; infatti, per un
bambino il coraggio è la cosa più naturale del mondo e l’unica
d’ adottare in ogni momento della vita.
Un bambino non pensa mai al futuro e in questo modo è protetto dalle
mille fobie e dalle paura che tale sezione temporale riserva nella mente di
un adulto.
Un bambino si limita ad affidarsi al corso degli eventi e questa fiducia gli
procura felicità in ogni momento.
Prima di continuare devo confessare al lettore che incontrero delle
difficoltà nel raccontare la mia storia: prima di tutto legate al linguaggio,
perché dovendo parlare della cecità, un tema sconosciuto e sempre
sorprendente, non voglio rischiare di sembrare banale o stravagante.
Inoltre dovro fare uno sforzo di memoria per ricordare con ordine la mia
vita.
Dunque ricapitoliamo sono diventato cieco all’età di otto anni e sono
tuttora cieco, quello che ho vissuto ieri è divenuto esperienza quotidiana.
Mi scuso, ma senza volerlo so che commettero degli errori riguardo alle
date e ai periodi, ma tali limiti sono più letterari che reali, i fatti sono fatti e
ho solo bisogno di fare affidamento su di loro.
Dunque iniziamo, in seguito alla disgrazia sono riuscito a recuperare con
una velocità disarmante che puo essere spiegata solo con la mia estrema
giovinezza.
Infatti, entro la fine del mese di maggio, sono tornato a camminare di
nuovo, aggrappandomi alla mano di mio padre o di mia madre e non
accennavo ad avere nessuna difficoltà.
Entro la fine di giugno ho iniziato a leggere il Braille.
A luglio sono andato in vacanza sulla costa atlantica e, nonostante la mia
cecità, mi sono divertito a volare con il trapezio o con gli anelli e a
scivolare lungo lo scivolo. Ho corso e gridato insieme ai miei coetanei,
come se fossi ancora un bambino normale; ho costruito castelli di sabbia
proprio come tutti gli altri bambini senza pensare ai miei limiti.
Ma su questo argomento tornero più tardi, perché all’epoca c’erano altre
questioni più importanti. Diventare cieco è stata un evento inaspettato e
vivere in questa nuova condizione, confesso, che è stato come me l’ero
immaginato né come mi avevano detto e come di solito credono i vedenti .
Tutti mi avevano detto che essere cieco significava non vedere niente, ma,
contrariamente, a quest’affermazione io non potevo credergli dal momento
che vedevo.
Com’era possibile cio ? ti starai chiedendo
Premetto che tale visione non è nata all’indomani dell’operazione che mi
ha reso cieco. Lo ammetto.
Perché io volevo ancora usare i miei occhi. Mi veniva spontaneo rivolgere
lo sguardo verso la direzione in cui pensavo che ci fosse un oggetto.
Ero angosciato, mi mancava qualcosa e mi assaliva un vuoto, ero vittima
quella condizione che gli adulti chiamano disperazione.
Poi un giorno mi sono reso conto che stavo vedendo le cose dal punto di
vista sbagliato, la soluzione era semplice.
Mi stavo comportando come coloro a cui cambiano gli occhiali, guardavo
le cose o da troppo lontano o da troppo vicino.
Questa è stata non una semplice riflessione, ma una vera e propria
rivelazione.
******
Eccomi al Champ de Mars, il luogo dove mio padre era solito portarmi a
fare una passeggiata pochi giorni dopo essermi ripreso dall’incidente.
Lentamente ho reimparato a conoscere il giardino, i suoi laghetti, le sue
ringhiere, le sue panchine di ferro, le file di alberi e confesso che volevo
rivederli, ma non potevo. Allora mi sono mosso nello spazio, che non
riconoscevo perché non c’era nulla di familiare. Improvvisamente un
istinto, direi meglio una mano appoggiata alla mia spalla, mi ha fatto
cambiare la percezione del mondo. Ho iniziato a guardare più da vicino,
non le cose, ma il mondo dentro di me, non dovevo uscire da me, ma,
semplicemente, rivolgermi alla mia interiorità e scendere ancora più in
profondità.
Ed ecco il miracolo, la sostanza dell’universo s’è ridefinita dentro di me e
s’è ripopolato di nuovo.
Da quel luogo sentivo che proveniva una radiosità tale da infondermi
serenità e in cui potevo stare bene allo stesso modo in cui stavo fuori.
La radiosità si trovava dinanzi a me, anzi la luce.
In quel momento ho provato un sollievo indescrivibile e una grande
felicità mi ha inondato e suscitato una grossa e grassa risata.
Subito dopo, lentamente, sono stato pervaso dalla fiducia e dalla
gratitudine, in quel momento ho avuto la medesima sensazione che prova
colui che ha pregato e ho avuto la sensazione che la mia preghiera era
stata esaudita.
In quel momento sono stato invaso da un sensazione mista di luce e di
gioia, e da quel momento la luce e la gioia non mi hanno mai abbandonato.
Lo so è assurdo, ma li ho trovati nel momento in cui li avrei dovuti
perdere. Nonostante fossi cieco vedevo la luce, anche se per molti anni non
l’ho mai detto a voce forte per paura di essere considerato pazzo.
Fino all’età di quattordici anni ricordo di aver chiamato tale esperienza il
mio segreto e ne ho parlato solo agli amici più intimi.
Non so se mi credessero, sicuramente mi ascoltavano in silenzio più per
affetto amicale che per altro.
Le mie parole per loro non erano la semplice verità, ma un racconto, un
sogno, una magia, un modo per non voler accettare la mia realtà. Invece
per me erano la quotidiana realtà che non potevo negare, cosi come i
vedenti non possono negare di riuscire a vedere.
Nonostante fossi consapevole che non fossi leggero, io mi sono reso conto
che la cecità mi aveva immerso nella dimensione dell’esistenza. Adesso
ero in grado di sentire la luce plasmare gli oggetti, avvolgerli, dar loro
forma, appoggiarsi sugli oggetti.
Io percepivo solo il diminuire della luce, il suo ritirarsi, ma mai e poi mai
il buio assoluto. Invece le persone vedenti parlano sempre della notte della
cecità, e questo sembra a loro del tutto naturale, in realtà questa prospettiva
non esiste nella vita del non vedente.
Il cieco vive ogni ora della giornata, sia essa di veglia o di sonno,
immerso nel fiume della luce.
La luce che vedevo era più stabile di quella che ero abituato a vedere da
vedente, non percepivo differenze tra le cose illuminate, per cui non
potevo utilizzare il concetto di brillante.
Tutto era illuminato, la lucentezza nasce dalla percezione dell’occhio,
mentre il mondo è fatto di luce che esiste in essa e grazie a essa.
Lo so vi starete chiedendo se noi ciechi vediamo in bianco e nero o a
colori?
Ebbene si, i colori sopravvivono, tutti i colori dell’arcobaleno, io che
amavo disegnare con la vernice, i colori erano li e ho continuato a giocare
con loro, adesso mi sono reso conto che erano più docili di prima e meno
violenti e dirompenti.
La luce avvolgeva ogni cosa e ogni persona.
Mio padre, mia madre, le persone che incontravo per strada, tutti avevano
il loro caratteristico colore che per la prima volta riuscivo a vedere, dal
momento che quando ero vedente vedevo solo l’esteriorità, il colore degli
abiti, dei capelli, della pelle, degli occhi, ma non il colore del singolo
essere.7
Quest’attributo speciale di ogni essere vivente mi ha colpito come
colpiscono le smorfie del volto.
Eppure i colori erano solo un semplice gioco, la luce rimaneva la mia
ragione di vita.
Io le ho permesso d’ invadermi l’anima e il corpo, come l’acqua sorgiva
risale dalla falda nel pozzo e lo riempie.
Più venivo invaso e più mi sentivo rallegrato di questa situazione.
Non riuscivo a comprendere cosa mi stesse succedendo, perché era il
contrario di quello che di solito diceva la gente e questo mi spiazzava dal
momento che non riuscivo a comprendere, ma non m’importava.

7
Oggi si parlerebbe di aura.
Per molti anni non mi sono posto la domanda di come potesse accadere
cio, solo più avanti ho cercato di trovare una risposta.
Una luce cosi continua e cosi intensa sfuggiva alla mia comprensione e io
ammetto di aver dubitato le mie percezioni, mi sono chiesto se tutto cio
che vedevo non fosse frutto della mia fantasia, per cui mi sono chiesto se
non fosse il caso che mi opponessi.
Per cui ogni sera quando andavo a letto, chiudevo gli occhi, abbassavo le
palpebre come potevo e coprivo i miei occhi fisici, in questo modo ero
convinto che non avrei mai più visto la luce.
E invece era li, più placida che mai, sembrava un lago nella notte.
Non contento ho cercato di fermare il flusso della luce, cosi come avrei
potuto cercare di frenare il respiro. Quello che è successo è stato un
disturbo, come se fossi avvolto da un vortice, ma il vortice era immobile,
statico, ma la luce girava intorno a me e per quanto io cercassi di oppormi
non riuscivo a trattenerlo se non per due o tre secondi.
Durante i quali ero assalito da una sorta di angoscia, come se stessi
facendo qualcosa di proibito, di contrario alla vita. Per cui mi sono reso
conto che non aveva bisogno solo del’aria per vivere, ma anche della luce.
in quel momento mi sono reso conto che ero prigioniero della luce ed ero
condannato a vedere nonostante tutto.
Ti devo confessare lettore, che mentre scrivevo queste righe ho voluto
rifare l’esperimento e ho ottenuto il medesimo risultato e mi sono reso
conto che con il trascorrere degli anni la sorgente di luce s’è rafforzata.
All’età di otto anni sono uscito da questo esperimento più forte e convinto
di essere rinato.
Ero consapevole che producevo la luce, ma ero illuminato dall’esterno e
mi sono convinto che la luce non mi avrebbe mai lasciato.
Ero un propileo attraverso cui passava questa luminosità.
Io vedevo attraverso quest’occhio, anche se in certi momenti la luce si
affievoliva, quasi al punto di scomparire.
Tale situazione accadeva ogniqualvolta avevo paura.
Bastava che iniziassi a voler calcolare la distanza tra me e il muro, a
valutare se la porta fosse aperta o chiusa, se la chiave era nella toppa,
invece di lasciarmi trasportare dalle circostanze e potevo stare certo che
avrei sbattuto contro il muro oppure avrei preso la porta in faccia.
L’unico modo per muovermi in sicurezza in casa, in giardino o in spiaggia
era quello di non pensare a quello che stavo facendo o comunque di
riflettere il meno possibile.
Mi muovevo tra gli ostacoli come i pipistrelli, anche se la paura, la rabbia
e l’impazienza mi rendevano cieco, mi provocavano confusione e
incertezze, per cui commettevo errori e sbagliavo a collocare le mani o i
piedi nello spazio, questo faceva divenire ogni cosa pericolosa.
Questo meccanismo ha funzionato cosi bene che sono diventato molto
cauto. Per cui se per caso giocavo con i miei compagni, se
improvvisamente diventavo ansioso di vincere ne conseguiva che
diventavo cieco e non riuscivo più a orientarmi. In quei momenti venivo
avvolto da una fitta nuvola come se si trattasse di nebbia o di fumo.
Tale situazione m’impediva di non essere geloso od ostile, perché, appena
tali sentimenti mi assalivano, una benda mi scendeva sugli occhi e
divenivo cieco e non riuscivo più a muovermi.
Invece quand’ero felice e sereno m’ avvicinavo alle persone e venivo
premiato dalla luce.
Questo era il mio strumento di riferimento, una sorta di codice morale che
m’indicava come comportarmi, una sorta di semaforo interiore, grazie al
quale ho sempre effettuato le scelte giuste. Mi bastava seguire la luce ed
ero sicuro che non avrei commesso errori.
La stessa cosa valeva anche con l’amore.
La prima esperienza con questo sentimento avvenne l’estate successiva al
mio incidente.
I miei genitori decisero di affittare una casa per le vacanze nei pressi del
mare atlantico. Qui ho incontrato una bambina della mia età, se non
sbaglio si chiamava Nicole.
Questa bambina è entrata nel mio mondo come una grande stella rossa o
forse sarebbe meglio dire come una ciliegia matura.
L’unica cosa che m’è rimasta impressa era la sua gentilezza e adorabile.
Con il trascorrere dei giorni il mio bisogno di lei è divenuto insostituibile,
per cui non riuscivo a staccarmi da lei, dal momento che ogni volta che mi
allontanavo mi rendevo conto che la mia luce guida diminuiva in maniera
notevole.
Per riuscire a ritrovarla dovevo riavvicinarmi a lei, era come se una parte
della mia luce rimanesse tra le sue mani, nei suoi capelli, nei suoi piedi
nudi sulla sabbia o nel timbro della sua voce.
La sua ombra era rossa. Ancora oggi ricordo l’ho incontrata per la prima
volta, per la precisione è stata lei a sedersi accanto a me in riva alla
spiaggia.
Io ero al centro tra due pozze di acqua salata e sotto il tiepido sole estivo.
Quando il suo corpo è entrato nella mia sfera vitale, improvvisamente, ho
visto dei riflessi rosati sugli ombrelloni e l’azzurro del mare ha assunto una
tonalità violacea.
Da quel momento ho seguito la sua scia rossa.
‘e opinione comune che il rosso è il colore della passione, io ho scoperto la
veridicità di tale affermazione all’età di otto anni.
Fino a quel momento ho vissuto ignorando la voce delle cose, prima
dell’incidente sentivo i suoni, ma non li ascoltavo, dopo non potevo
compiere un movimento senza provocare una valanga di rumore. Se mi
muovevo nella mia stanza di notte, nonostante non vi fossero rumori, mi
rendevo conto che la piccola statua di gesso sul caminetto girava,
silenziosamente, su se stessa.
Ho imparato a riconoscere il suono di una mano che saluta agitando l’aria.
Ogni volta che compivo un passo, il pavimento piangeva o cantava, potevo
sentirlo produrre entrambi questi suoni e il suo rimbombo mi permetteva
di misurare la profondità di una stanza.
Se parlavo, mi rendevo conto che i vetri delle finestre, nonostante fossero
fissati con il mastice ai loro telai, vibravano a causa della mia voce e
sentivo il fragore che provocano a seconda delle parole che pronunciavo.
Ogni mobile scricchiolava, una, due, tre, dieci volte e con il passare del
tempo una serie di suoni s’innalzavano da ogni arredo. Il letto, l’armadio,
le sedie si stiracchiavano, sbadigliavano, ronfavano e riprendevano fiato e
io sentivo ogni singolo rumore.
Quando un alito di vento sospingeva la porta, sentivo il suo scricchiolio.
Quando una mano la spingeva ne percepivo il suono diverso e
comprendevo che era frutto non del vento, ma di una mano e in base
all’intensità della spinta o alla forza con cui la maniglia si piegava riuscivo
a sapere se stava entrando un maschio o una donna.
Non solo ma con il tempo sono riuscito a sentire il più piccolo movimento
nel muro, a percepire lo scricchiolio del tetto sotto il peso dell’aria e i vari
rumori d’assestamento di un edificio.
Prima quando avevo il dono della vista i suoni erano ovattati, invece
adesso li sentivo nitidi, forti e chiari; prima i suoni nascevano e finivano
bruscamente, adesso invece le mie orecchie avvertivano il parto, ovvero mi
rendevo conto della loro presenza prima che nascessero e riuscivo a
indovinarne la loro presenza mentre stavano per emettere il loro primo
vagito. Certe volte sentivo le persone parlare prima ancora che parlassero e
accompagnavano le parole sino al loro ultimo sibilo.
I suoni erano come la luce, non erano dentro e neanche fuori di me, ma mi
attraversavano, come se fossi un diapason vivente, grazie a loro riuscivo a
orientarmi nel mondo e potevo entrare in contatto con gli oggetti e con le
persone.
Ricordo bene quando sono arrivato in spiaggia, per la prima volta, due
mesi dopo l’incidente, era sera e la voce del mare mi parlava con una voce
bassa e ribollente grazie a un registro alto. Non avevo bisogno che mi
dicessero niente, ogni onda mi parlava e ognuna mi diceva una cosa
diversa. Inoltre ho sentito la carezza del vento sulla sabbia e il forte
cozzare del mare contro il muro della diga foranea.
La gente dice spesso che la cecità acuisce l’udito, ma non credo che sia
cosi. Le mie orecchie sentivano come prima, ma adesso le utilizzavo al
meglio.
La vista è un compendio di strumenti meravigliosi, ma non si ottiene nulla
in questa vita senza pagare un prezzo, io ricevevo tanti doni in cambio del
senso della vista.
Ho imparato a parlare con i muri con le dita, a esplorare la struttura di una
porta e a farmi raccontare la sua storia con le dita e con l’udito. La cosa
più sorprendente è stata la scoperta che i suoni non provenivano mai da un
punto determinato nello spazio e non si esaurivano in un determinato
momento, ma erano una catena conseguenziale, ogni suono si fondeva con
quello precedente e con quello successivo.
Per questo motivo quando i rumori erano troppo forti venivo assalito dalle
vertigini ed ero costretto a mettermi le mani sulle orecchie per
proteggermi. Mi sentivo alla stregua di un diapason umano attraversato dai
suoni. Fortunatamente sono stato protetto dai suoni molesti, dalle urla e
dalla cacofonia grazie ai miei genitori e voglio affermare che è importante
proteggere i bambini ciechi dalle urla, dalla musica di sottofondo e dai
rumori molesti. Per un cieco, un rumore violento e futile ha lo stesso
effetto di quello di un raggio di luce troppo vicino agli occhi per un
vedente ovvero acceca e infastidisce.
Ogni domenica mattina, un vecchio mendicante suonava tre brani con la
fisarmonica nel nostro cortile. La sua musica, semplice e facile, era domata
a intervalli dallo stridore del tram che passava nelle vicinanze.

************
All’inizio le mie mani si sono rifiutate di obbedire, cercavo di prendere un
bicchiere e lo mancavo, armeggiavo per aprire la porta, nonostante fossi
vicino alla maniglia non riuscivo a individuarla, eppure sentivo la sua
presenza, percepivo la sua vicinanza, ma per quanto le spostassi non
riuscivo a localizzarla. Come non riuscivo a far scorrere le mie dita sul
mare d’avorio e d’ebano del pianoforte. Avevo l’impressione che le mie
mani fossero evulse da me.
In breve tempo, per mia fortuna, mi sono reso conto che si stavano
abituando alla libertà di poter spazziare dove volevano, dal momento che
da quando avevo perso il dono della vista erano libere, non dovevano
obbedire agli ordini impartiti dagli occhi, ma potevano asolare nello
spazio, tastando superfici e maneggiando oggetti per soppesarne la
consistenza, la pesantezza e lo spazio.
Ben presto mi sono reso conto che era anche una questione di ritmo, i
nostri occhi infatti corrono sulla superficie delle cose e hanno bisogno di
pochi punti sparsi nello spazio, dal momento che gli occhi li uniscono e
colmano il vuoto restante in un lampo. I vedenti vedono a metà, sono
condizionati dalle apparenze e per loro il mondo risplende e scorre, ma
non riescono mai a cogliere la sostanza.
Con il trascorrere delle settimane mi sono reso conto che non dovevo
educare le mani, ma lasciarle vagabondare e agire come volevano, perché
adesso trascorrevano il tempo a conoscere, ascoltare, tastare e chiedere a
ogni oggetto la propria storia, scandagliavano le singole asperità minime
ed evidenziavano i dislivelli esistenti che l’occhio non avrebbe rivelato.
Prima erano dei semplici esecutori, rigidi e attenti a obbedire, adesso erano
degli esploratori, ognuno valutava l’oggetto dalla sua prospettiva, ognuno
sentiva il peso degli oggetti, l’interrogava, lo percorreva in lungo e in
largo.
Adesso le dita delle mani e dei piedi facevano la corte agli oggetti e
cercavano di dar vita a una vibrazione simpatetica con ognuno di loro e
questo mi permetteva di riconoscerli subito.
Oltre al movimento i miei polpastrelli compivano una leggera e continua
pressione sugli oggetti, da cui leggevano ogni cosa, infatti se si appoggia la
mano sul tavolo, i vedenti lo interpretano come un sostegno, ma non si
fermano ad ascoltare la sua consistenza, le sue ruvidità, a palpare le sue
imperfezioni. In poche parole non conoscono il tavolo, ma semplicemente,
lo usano. Mentre io m’immergevo nell’essenza del tavolo e lo conoscevo e
per riuscirci dovevo premerle verso il basso, ne sentivo ogni singolo
centimetro e imparavo a conoscerne ogni singola caratteristica, alla fine io
lo aveva penetrato nella sua struttura e lui mi aveva accarezzato.
La mia nuova condizione mi ha fatto ritenere che avrei dovuto uscire per
incontrare le cose, ma con il tempo ho scoperto che erano loro a cercarmi e
a parlarmi. In questo modo se premevo la rotondità di una mela, ogni singolo
grammo mi raccontava di se, mi diceva dov’era collocato, mi sussurrava la sua
singola consistenza. Insomma io diventavo parte della mela e la mela diventava parte
di me. Ed è così che sono arrivato a capire l'esistenza di tutte le cose.
Non appena le mie mani hanno preso vita mi hanno messo in un mondo dove tutto
era uno scambio di pressioni.  Queste singole sollecitazioni, gradualmente, si sono
sommate e hanno assunto la consistenza della forma, ogni forma assumeva un
determinato significato. 
Da bambino passavo ore ad appoggiarmi agli oggetti e a lasciare che loro si
appoggiassero a me. Qualunque cieco può dirti che questo gesto, questo scambio, gli
dà una soddisfazione maggiore di qualunque parola.
Toccando i pomodori dell'orto e toccandoli davvero, toccando le pareti della
casa, la stoffa delle tende o una zolla di terra si riesce a vedere effettivamente
l’oggetto. Più che vederli, io utilizzerei la parola sintonizzarsi con la loro esistenza e
permettere alla corrente di connettersi con loro, come l'elettricità che ti attraversa o le
onde radio da semplici campi elettro-magnetici si convertono in suoni. 
In altre parole, questo significa che le cose non sono estranee a ognuno di noi, ma
vivono dentro di noi.
Non importa se tale affermazione suona scioccante, ma fa parte del sentimento dell’
amore. Non puoi impedire alle tue mani di amare cio che hanno veramente sentito,
muovendosi continuamente, spingendosi verso il basso e infine staccandosi da lui,
quest’ultimo è, senza dubbio, il movimento più significativo tra tutti. 
A poco a poco, le mie mani hanno scoperto che gli oggetti non erano rigidamente
legati all'interno di uno stampo. La forma è esterna, ma io entravo in contatto con
l’essenza della forma.
Il mio toccare era l’inizio, toccavo il tronco del pero in giardino, quindi le foglie, una
alla volta, poi i rami e nel frattempo mi rappresentavo la totalità dei rami e quindi al
termine ero giunto a vedere il tutto.
A Juvardeil, dove ritornavo per trascorrere le vacanze pasquali o estive, quando i miei
piccoli amici contadini mi vedevano fare queste magie di ballare intorno agli alberi e
toccare l'invisibile, mi dicevano che mi comportavo come uno stregone, sembravo
uno sciamano che guarisce i malati con il mesmerismo 8 a distanza. Certo, i miei
giovani amici si sbagliavano, ma loro avevano una buona scusa e oggi conosco più di

8
Il mesmerismo, o magnetismo animale, è la terapia di malattie o disfunzioni basata sull'applicazione
delle teorie di Franz Anton Mesmer, medico tedesco del Settecento.

Indice

 1Teoria

 2Nella cultura
uno psicologo professionista che nonostante la conoscenza scientifica, non puo
spiegare questi movimenti incongrui.
Con l'olfatto era mi trovavo nelle medesime condizioni che con il tatto, entrambi
questi sensi mi permettevano di percepire l’essenza e l’esistenza dell’intero universo.
In questo modo ho cominciato a comprendere cosa devono provare gli animali
quando annusano l’aria.
L’odore è anch’esso caratteristico, individualizzante, personale e ci racconta molto
dell’oggetto o della persona che abbiamo dinanzi.

 3Note

 4Voci correlate

 5Altri progetti

 6Collegamenti esterni

Teoria[modifica | modifica wikitesto]
Le sue teorie sono alquanto controverse e non sono state riconosciute dalla scienza medica. Egli
sosteneva che il corretto funzionamento dell'organismo umano è garantito dal flusso armonioso di
un fluido fisico che lo attraversa e che tale fluido si identificava con la forza magnetica. Come riferisce
lo stesso Mesmer attraverso le sue opere, egli aveva denominato questo fluido "magnetismo animale"
per un'analogia con le caratteristiche manifestate dal ben noto magnetismo delle calamite, sebbene i
suoi esperimenti gli mostrarono che il magnetismo animale era un fenomeno fondamentalmente nuovo
e quindi non attinente col magnetismo, o coi campi magnetici. Malattie e disfunzioni sarebbero dovute a
blocchi o difficoltà di scorrimento di questo fluido, che secondo le sue teorie doveva essere in armonia
con quello universale.
Mesmer elaborò, su queste basi, un metodo di cura che consisteva nell'applicazione di calamite sulle
parti del corpo dove riteneva fosse presente il blocco di questo fluido. Alcuni anni dopo, Mesmer si rese
conto che l'azione sul "fluido" non era condizionata dal magnetismo delle calamite ma da un fluido
emanante e presente nei corpi umani stessi. Osservando le analogie che le proprietà di questo "fluido"
avevano con le caratteristiche osservate tra il magnetismo delle calamite, decise di denominarlo
"magnetismo animale", affermando che era un fenomeno completamente differente dal magnetismo
osservato fra i magneti, ossia quel fenomeno ben noto alla scienza. Col passare del tempo, i vari
fraintendimenti ed abusi delle sue teorie fecero sorgere, da una parte, un movimento chiamato
"mesmerismo", che era per lo più costituito da vari ciarlatani, e dall'altra, sollevò un vento di satira che
sminuiva e derideva questo metodo.
Successivamente, una commissione di scienziati dell'epoca si occupò di studiare questo metodo,
contestando la fondatezza delle teorie di Mesmer, e le sue tesi vennero accantonate. Nonostante
l'insuccesso su basi scientifiche, le teorie e gli esperimenti di Mesmer agevolarono lo sviluppo degli
studi su fenomeni quali l'ipnosi e il "sonno magnetico" indotto dal terapeuta.

Nella cultura[modifica | modifica wikitesto]

 Al mesmerismo si riferisce Mozart nel finale del primo atto della sua opera buffa Così fan tutte:
in questa scena, i due amanti, Ferrando e Guglielmo, si fingono morti per amore e vengono
"resuscitati" dalla cameriera Despina che, travestita da medico, guarisce i due malati con
un'enorme calamita. La stessa Despina, mentre armeggia con la calamita, canta:
«Questo è quel pezzo
di calamita:
pietra mesmerica,
ch'ebbe l'origine
Io ho scoperto che esistono odori fisici e odori morali, ma di questi ultimi,
fondamentali per vivere in società, parlero più avanti.

*********
Prima dei dieci anni sapevo con assoluta certezza che tutto nel mondo era segno di
qualcos'altro che era pronto a prendere il suo posto. E questo miracolo di guarigione
che colto, pienamente, espresso nella preghiera al Signore che ho ripetuto la sera
prima di andare a dormire. Non avevo paura, affermazione che ti spingerà a pensare
che avevo fede. Si!

 Mesmer aveva conosciuto Mozart quando questi era ancora ragazzo e tradizione vuole che sia
stato proprio lui a commissionargli la sua seconda opera, il Singspiel tedesco in un atto Bastien
und Bastienne (K 50), che fu rappresentato il 1º ottobre del 1768 nel giardino della sua residenza in
Landstraße a Vienna. Il padre Leopold Mozart, in una lettera del 1773, riporta inoltre di un'altra
serata musicale trascorsa a casa Mesmer. Anche da adulto Mozart rimase amico di Mesmer,
citandolo più volte nelle sue lettere e dedicando un piccolo monumento sonoro al suo dotto amico.
[1]

Vignetta satirica: uno sperimentatore raffigurato da asino esegue il «magnetismo animale» su una paziente

 Edgar Allan Poe ne fece un tema ricorrente nella sua produzione fantastica: scrisse vari
racconti su questo argomento, tra i quali Rivelazione mesmerica (o magnetica, 1844) in cui narra di
un soggetto mesmerizzato in punto di morte che descrive la vita nell'aldilà, parlando del regno delle
ombre. Sullo stesso argomento Poe scrisse anche La verità sul caso di Mr. Valdemar (1845;
tradotto anche con il nome di Testimonianza sul caso del signor Valdemar), un racconto di poche
pagine, e Una storia delle Ragged Mountains (1844).

 Roberto Bolaño, scrittore cileno, nella novella Monsieur Pain (1984), parla di mesmerismo:


Monsieur Pain, mesmerista, è chiamato a salvare Cesar Vallejo, ma non riuscirà a incontrarlo.

 La pratica del mesmerismo compare anche in un albo del fumetto Dylan Dog, La zona del
crepuscolo (n. 7, 1987).

 Il gruppo musicale metal System of a Down ha intitolato un suo album Mezmerize (2005).


Del resto perché non avrei dovuto averla grazie alle meraviglie che continuavano a
rinnovarsi intorno a me ?
 Dentro di me ogni suono, ogni profumo e ogni forma cambiava per sempre grazie
alla luce, che a sua volta si convertiva in colore per comporre il caleidoscopio della
mia cecità.
Ero entrato in un nuovo mondo, non c'erano dubbi, ma non ne ero prigioniero. Tutte
le esperienze che ho vissuto, per quanto notevoli e comunque lontane dalle avventure
quotidiane di un bambino della mia età, non mi hanno mai suscitato il vuoto interiore.
Tutte si sono realizzate nella mia camera tra l’estate e l’autunno del 1932, mentre mia
madre, alla fine dell’anno dava alla luce il mio fratellino.
Tutte queste scoperte relative al suono, alla luce, agli odori e alla percezione delle
cose visibili e invisibili sono entrate nella mia vita di tutti i giorni e non hanno recato
paura o disperazione, ma, semplicemente, parte integranti della realtà.
Ritengo necessario chiarire che accanto a queste cose meravigliose esistono grandi
pericoli, non solo fisici che possono essere evitati e non sono costituiti dalla cecità,
ma parlo dall’inesperienza dei vendenti.
Se io stesso sono stato cosi fortunato è solo perché sono stato sempre protetto da
pericoli del genere.

 Il gruppo musicale metal Celtic Frost ha intitolato "Mesmerized" una canzone dell'album "Into


the Pandemonium" (1997)

 L'utilizzo del mesmerismo è anche il motore della vicenda del romanzo L'armata dei
sonnambuli del collettivo di scrittori italiano Wu Ming, pubblicato nel 2014.

 In Le bostoniane (1886), romanzo storico-drammatico di Henry James, Selah Tarrant è un


mesmerista.

 Nella canzone Entangled contenuta in A trick of the tail del gruppo musicale Rock


progressivo dei Genesis è presente un verso che dice:

 Di Mesmerismo si parla anche nella miniserie televisiva statunitense Watchmen quale mezzo


utilizzato dai membri di una associazione segreta chiamata "Ciclope" [2] per ipnotizzare la
popolazione afroamericana e costringerla ad atti criminali.

 Il gruppo Heavy metal "Scorpions" ha pubblicato un LP a titolo "Animal Magnetism"

 "Mesmerism" è il titolo di un brano contenuto nel disco "Spleen and ideal" dei Dead Can Dance.

Note[modifica | modifica wikitesto]

1. ^ Stefan Zweig, Heilung durch den Geist, Fischer (S.), Frankfurt; Auflage: N.-A. (2003). ISBN
3100970527. Disponibile anche online Archiviato il 27 settembre 2007 in Internet Archive.

2. ^ (EN) Angelica Jade Bastién, Watchmen Recap: … and Justice for All, su Vulture, 24 novembre
2019. URL consultato il 21 luglio 2020.
Come vi ho detto più volte ho avuto due genitori meravigliosi, che desideravano,
solamente, il mio bene, il loro cuore e la loro intelligenza erano aperte alle cose
spirituali, con la conseguenza che per loro il mondo non era composto,
esclusivamente, da oggetti utili sempre allo stesso modo. Per cui anche essere diversi
rispetto alla norma non era considerato una maledizione. Per cui i miei genitori erano
disposti ad accettare l’idea che il modo di vedere il mondo non era necessariamente
l’unico possibile e in questo modo sostenevano tutte le possibilità e le
incoraggiavano.
Ecco perché dico ai genitori di bambini che sono diventati ciechi di confortare i
propri figli. La cecità è senza dubbio un ostacolo, ma diventa miseria se si aggiunge
la stoltezza di non volerla accettare.
Ecco spiegata la ragione per cui mi rivolgo a questi genitori e gli chiedo di rassicurare
sempre il proprio bambino e di non limitare la sua conoscenza e le sue scoperte. Non
ditegli mai: “Non puoi saperlo perché sei cieco ” e men che mai : “Non farlo, è
pericoloso." 
Per un bambino cieco dovete comprendere che il pericolo più grande, al di là delle
ferite o degli urti, dei graffi, delle contusioni che puo procurarsi e che nessun cerotto
o tintura di iodio puo lenire è l'isolamento.
Quando avevo quindici anni ho passato lunghi pomeriggi con un ragazzo cieco della
mia età, uno che era divenuto cieco in circostanze molto simili alle mie. 
Quei pomeriggi sono rimasti scolpiti, nel mio cuore e nella mia mente, per essere stati
estremamente dolorosi e, ancora oggi, li ricordo come quelli che mi hanno suscitato
un immenso dolore.
Quel ragazzo era terrorizzato da ogni cosa, era l’immagine di cio che mi sarebbe
potuto accadere se i miei genitori non fossero stati intelligenti e flessibili. Lui era
davvero cieco, non aveva visto niente dal momento del suo incidente. Le sue facoltà
erano normali; avrebbe potuto vedere come me, ma i suoi genitori gli avevano
precluso ogni possibilità di riuscirci.
Non giudicarli negativamente, erano convinti di proteggerlo, invece lo avevano
tagliato fuori dal mondo, non solo, ma avevano screditato tutti i suoi tentativi di
esternare le sue emozioni e il suo nuovo modo di vedere il mondo per cui lo avevano
condannato al buio.
Infatti tale comportamento parentale lo ha reso vulnerabile e, in breve tempo, è stato
assalito dal dolore e dal sapore aspro del rancore nei confronti del mondo, degli
uomini, degli oggetti che lo circondavano.
Lentamente s’è convinto di aver subito un’ingiustizia dalla vita e, ben presto, ha
innalzato muri intorno a se confinandosi sull’isola della disperazione e della rabbia e
questo lo ha reso, veramente, cieco assoluto. Tale atteggiamento s’è riflettuto sul
modo di porsi fisicamente per cui trascorreva le sue giornate sprofondato in una
poltrona.
Io non gli piacevo perché rappresentavo l’immagine di quello che avrebbe voluto e
potuto essere se solo i suoi genitori fossero stati più flessibili e meno preoccupati dei
pericoli a cui poteva andare incontro a causa della cecità.
Tragedie come questa sono più comuni di quanto la gente pensi e tanto più terribili
perché potrebbero essere evitate, ma per riuscirvi è necessario che i vedenti accettino
che il modo di conoscere il mondo non sia solo ed esclusivamente quello della vista.
All'età di otto anni tutto ha favorito il mio ritorno al mondo. I miei genitori mi hanno
lasciato libero di sperimentare, di muovermi, hanno risposto alle mie domande ed
erano interessati a tutte le mie scoperte. Anche alle più strane!
Ad esempio ricordo che un giorno li ho resi partecipi del modo in cui gli oggetti si
facevano conoscere percorrendomi. In realtà sarebbe stato più logico che gli
descrivessi di come io andassi incontro agli oggetti, di come li avvolgessi nelle mie
mani e non il contrario. Non pensi? Eppure i miei genitori non si sono scomposti, mi
hanno ascoltato interessati. Mi hanno chiesto se li percepivo come emananti energia
o fossero vivi, per cui riuscivano a respirare.
Mi hanno anche chiesto come mi rendevo conto della presenza di animali o di
persone se venivo investito dalla loro energia o ne percepivo solo la presenza a
seguito di un fruscio o del respiro?
Io gli ho raccontato che li vedevo, nonostante tutto, man mano che mi avvicinavo
loro, percepivo la loro massa modificarsi, spesso al punto da definirne i contorni
reali, assumendo una forma reale nello spazio, acquisendo un colore caratteristico,
proprio come accade quando si ha il senso della vista.
Tale metodo mi ha permesso, mentre camminavo lungo una strada di campagna
delimitata da alberi, di poterli riconoscere, a condizione che fossero collocati a una
distanza regolare. Non solo, ma sono riuscito anche a stabilire con precisione se gli
alberi erano dritti e alti, bassi e folti, riuscivo a individuare la disposizione dei rami e
lo spazio di terreno che occupavano.
Questo tipo di esercizio mi stancava moltissimo, devo ammetterlo, ma, in seguito,
m’è tornato utile. La fatica non era dovuta al numero degli alberi, né tantomeno alla
loro forma, alla loro disposizione, ma, semplicemente, a me stesso. Infatti per riuscire
a vederli dovevo depurarmi dai vecchi stereotipi di quando vedevo e per riuscirvi
dovevo permettere agli alberi di venirmi incontro e di non permettere a qualunque
luogo comune d’inquinare il rapporto tra loro e me.  Un tale stato viene definito
"attenzione", ma posso testimoniare che non è per niente facile.
Ad esempio l’ esperimento condotto sugli alberi situati lungo la strada è stato da me
ripetuto su qualsiasi oggetto che raggiungesse un'altezza e una larghezza pari almeno
alla mia: ad esempio pali del telegrafo, siepi, archi di un ponte, muri lungo la strada,
porte e finestre delle case.
Cio che percepivo con il tatto, era la pressione degli oggetti, ma una pressione diversa
e nuova da quella fino a quel momento conosciuta e a cui non ho osato assegnare
questo nome.
Solo quando sono diventato esperto nel percepire la pressione degli oggetti e delle
persone che mi circondavano ho iniziato a riconoscerne le singole forme, come le
singole impronte lasciate dalle dita sulla cera.
Questa tendenza degli oggetti a proiettarsi oltre i propri limiti fisici ha prodotto
sensazioni simili a quelle prodotte dalla vista o dall'udito. Mi sono bastati pochi anni
per abituarmi a loro, per domarli e padroneggiarli. Come tutti i ciechi, che lo
sappiano o no, questi sono i sensi che utilizzano per muoversi da soli, all'aperto o in
casa. Più tardi ho letto che viene chiamato "il senso degli ostacoli" 9 e che alcuni tipi
di animali, ad esempio i pipistrelli, sono bravi a gestire.
Secondo molte religioni mistiche l'uomo possiede un terzo occhio, generalmente, un
occhio interiore, comunemente chiamato "l'occhio di Shiva",10 situato al centro della
fronte; un occhio che può riportare in vita un essere vivente in determinate condizioni
grazie a determinati esercizi. Lo scrittore francese e membro dell'Accademia, Jules
Romains,11 ha condotto delle ricerche “ad hoc” ed è riuscito a dimostrare l'esistenza
della percezione al di fuori della retina e l’ha localizzata in alcuni centri nervosi della
9
Sul tema si veda il link
https://www.bibliotecaciechi.it/sites/default/files/imported/tiflologia/tiflologia/201203/Duranti.doc
10
Come abbiamo già visto nell’articolo dell’ Occhio di Allah, il simbolo dell’Occhio è stato utilizzato da tutti i popoli
antichi come potente amuleto protettivo e talismano portafortuna. Vediamone ora questa curiosa variante.

Innanzitutto bisogna precisare che è conosciuto con vari nomi a seconda della zona:

“Occhio di Santa Lucia” in Italia


“Occhio di Shiva” in India
“Moneta di Sirena” in Sudafrica
“Occhio di Naxos” in Grecia
“Occhio di gatto” in Australia e Nuova Zelanda
Nell’induismo questa strana conchiglia è considerata la rappresentazione del Terzo occhio del dio Shiva e gli viene
attribuito un effetto positivo sui flussi energetici del corpo umano.

L’Occhio di Shiva vigila sul suo portatore ed è simbolo di conoscenza e saggezza, infatti la spirale simboleggia lo
sviluppo e il movimento.
Inoltre protegge dalle forze maligne, incanalando ed accrescendo le energie positive, ed esercitando quindi un effetto
benefico per la persona nel suo complesso. Il popolo indiano lo considera infatti un potente amuleto contro la
negatività, ma viene anche usato per entrare in contatto con lo spirito guida.
i tratta dell’opercolo calcareo di una specie marina, l’Astraea rugosa, che vive su fondali rocciosi dove si nutre di alghe.
L’animale secerne, oltre alla conchiglia che è la sua abitazione e protezione, un opercolo calcareo ricoperto di uno
strato corneo che utilizza come “porta di casa” quando si ritira completamente all’interno della conchiglia.
L’opercolo ha una forma tondeggiante-ellittica, con il lato esterno convesso e di color arancio-rosato. La parte interna
invece, a contatto con l’animale, è piatta e di colore bianco, con una spirale verso il centro.
Alla morte del mollusco l’opercolo si distacca e si “concede” alla volontà delle correnti marine, finendo spesso la sua
corsa sulle nostre spiagge, oppure nelle reti di qualche fortunato pescatore.

La sua somiglianza ad un occhio l’ha resa uno degli amuleti più popolari contro il malocchio, ed il suo ritrovamento è
ritenuto un segno di buona sorte.
Gli si associa il potere di “occhio buono” capace di bloccare l’effetto dell’ “occhio malevolo” (malocchio o “evil eye”).
Inoltre ha anche il benefico potere di guarire le malattie degli occhi, in particolare la cataratta. Non esistono vere e
proprie leggende sull’Occhio di Shiva come invece accade in Italia, dove questo amuleto è conosciuto col nome di
Occhio di Santa Lucia.

La leggenda vuole la madre di Lucia, una giovane di nobile famiglia siracusana dai bellissimi occhi, fosse affetta da una
malattia incurabile.
Lucia pregò con fervore la Vergine Maria chiedendole la guarigione, ed il miracolo avvenne. La madre di Lucia guarì
dalla malattia che l’avrebbe altrimenti portata alla morte. Così Lucia decise di consacrarsi alla prodigiosa Vergine, e la
sua dedizione era tanto sconfinata che, per allontanare tutti i possibili pretendenti, si strappò gli occhi e li gettò in
mare.

Da allora, la giovane si dedicò completamente alla preghiera e ad aiutare gli altri, compiendo diversi miracoli. La
Vergine Maria, commossa dalla sua devozione, la ricompensò donandole degli occhi ancora più splendidi e luminosi di
quelli che gettò in mare. Le prorpietà di questa pietra sono molteplici. Prima di tutto si fa riferimento al suo nome al di
pelle, in particolare nelle mani, nella fronte, nella nuca e nel petto. Ho sentito che di
recente questo tipo di ricerca è stata condotta con successo da fisiologi, soprattutto in
URSS.
Io l’ho sperimentata in seguito alla perdita della vista, indipendentemente dalla natura
del fenomeno, sono a mio parere più importanti della causa. La condizione
indispensabile per la precisione nell’indicare la presenza degli alberi sta nell’
accettare la loro presenza ed esistenza e nel non cercare di sostituirsi a loro.
Tutti noi, ciechi e vedenti, siamo, terribilmente, avidi. Vogliamo le cose solo per noi
stessi.
fuori dell'Italia, cioè Occhio di Shiva. Shiva è una divinità e questa pietra, nella tradizione, rappresenterebbe il suo
terzo occhio. In quanto terzo occhio ha la proprietà, se portiamo la pietra con noi, di darci una migliore ''visione
mentale'' delle cose, cioè aumenta la nostra capacità di intuizione e di comprensione degli eventi della nostra vita nel
loro complesso. Inoltre se utilizzata nella meditazione questa pietra aumenta la nostra capacità di vedere meglio
dentro noi stessi per una maggiore introspezione. Infine questa pietra, sempre secondo la tradizione, grazie al ''terzo
occhio di Shiva'' ha una funzione di protezione assicurata proprio da Shiva stesso.

In Italia l'occhio al centro di questa pietra richiama invece la tradizione di Santa Lucia che, nel cristianesimo, è la santa
protrettrice degli occhi, degli oculisti, dei ciechi e in generale di tutti coloro che soffrono di problemi alla vista.

La tradizione italiana di questa pietra nasce a Siracusa, in sicilia. Qui, una nobile ragazza dal nome di Lucia dopo varie
preghiere alla Vergine Maria affinchè guarisse la malattia incurabile della madre, ottenne una miracolosa guarigione. A
seguito di quest'evento, la ragazza si dedicò al culto e alla devozione verso Maria e si strappò gli occhi gettandoli in
mare per evitare di essere deviata dalla sua fede. Totalmente dedicata alla preghierà Lucia iniziò a fare miracoli e, in
risposta a questa devozione, la Beata Vergine le restituì la vista donandole gli occhi più belli e luminosi che mai si
fossero visti. In italia l'occhio di Santa Lucia viene comunemente indossato come protezione dal malocchio.

L'occhio di Santa Lucia è una pietra associata con il chakra del terzo occhio aiutando ad aprirlo completamente. Il terzo
occhio dei chakra, se aperto completamente fa acquisire una consapevolezza superiore degli avvenimenti
permettendo di notare dettagli che prima non si vedevano.

11
Jules Romains, all'anagrafe Louis Henri Jean Farigoule (Saint-Julien-Chapteuil, 26 agosto 1885 – Parigi, 14 agosto
1972), è stato uno scrittore francese.

Indice
1 Biografia
2 Opere principali
2.1 Traduzioni in italiano
3 Onorificenze
4 Altri progetti
5 Collegamenti esterni
Biografia
Esordì come poeta: La vie unanime (1908; La vita unanime), una delle sue prime raccolte, riflette il suo apporto
all'unanimismo, nel cui ambito si muovono molte delle sue opere successive.

Nella vastissima produzione narrativa, iniziata da Romains nel 1906, spiccano la trilogia Psyché (1922-1929; Psiche),
sull'amore coniugale, e l'imponente ciclo in 27 volumi pubblicato fra il 1932 e il 1947 sotto il titolo generale Les
hommes de bonne volonté (Gli uomini di buona volontà), in cui si rispecchiano 25 anni di vita francese (dal 1908 al
1933).

Notevole anche la sua attività per il teatro: collaboratore di Jacques Copeau alla scuola drammatica del Théâtre du
Vieux-Colombier, Romains scrisse alcuni lavori, tra i quali Knock ou le triomphe de la médecine (1923; Knock, ovvero il
trionfo della medicina), reso popolarissimo anche nella versione cinematografica da una magistrale interpretazione di
Louis Jouvet, protagonista anche nel film L'avventuriero di Venezia (Volpone, 1941), tratto da un altro suo
Anche senza rendercene conto, vogliamo che l'universo sia come noi e ci dia tutto il
suo spazio, ma un bambino cieco impara molto presto che tale pretesa non può essere
avanzata, dal momento che ogni volta che se ne dimentica provvederà un oggetto o
una persona a ricordarglielo con la sua esistenza: infatti vi andrà a sbatterci contro.

Capitolo 3 LA CURA DELLA CECITÀ

Da subito, i miei genitori hanno iniziato a discutere su cio che fosse meglio
per me e si sono chiesti se dovevano inviarmi presso l’Istituto Nazionale
per Ciechi di Parigi oppure tenermi in famiglia con loro.
Non era una scelta facile lo ammetto.

adattamento, quello del romanzo Volpone di Ben Jonson.

Nel campo della saggistica, infine, Romains ha pubblicato, tra l'altro, Lettres à un ami (1964-1965; Lettere ad un
amico), Lettre ouverte contre une vaste conspiration (1966; Lettera aperta contro una cospirazione) e Pour raison
garder (1960-1967; Dalla parte della ragione).

Opere principali
L'Âme des Hommes, poesie (Crès, 1904)
La Vie unanime, poesie (Abbaye, 1908 et Mercure de France, 1913)
Premier Livre de prières, poesia e prosa (1909)
Un Être en marche, poesie (Mercure de France, 1910)
Mort de quelqu'un, romanzo (Eugène Figuière, 1911)
Puissances de Paris, racconto (Eugène Figuière), 1911)
Odes et prières, poesie (Mercure de France, 1913 et N.R.F., 1923)
Les Copains, romanzo (1913)
Sur les Quais de la Villette, romanzo (Eugène Figuière, 1914)
Europe, poesie (N.R.F., 1916)
Les Quatre Saisons, poesie (1917)
La Vision extra-rétinienne et le sens paroptique, trattato (1920)
Knock ou le triomphe de la médecine, teatro (1923)
Monsieur Le Trouhadec saisi par la débauche, teatro (1923)
Psyché (Lucienne ; Le Dieu des corps ; Quand le navire…), trilogia (1922-1929)
Le Couple France Allemagne (1934)
Les Hommes de bonne volonté, in 28 volumi (1932-1946)
Ricordo che hanno riflettuto a lungo e spesso hanno parlato la sera e v’è
stato un momento in cui sembravano aver accettato l’idea di affidarmi alla
scuola speciale, convinti che fosse l’unica cosa giusta da fare, ma poi,
ringrazio il cielo di averli illuminati, hanno fatto propria l’idea di tenermi
con loro. Non fraintendetemi, non ho mai avuto motivo e non ne ho ancora
di pensare che le scuole speciale per ciechi siano un’ istituzione negativa.
Alcune come l’appena menzionato Istituto Nazionale di Parigi avevano
degli insegnanti altamente preparati e votati al bene del bambino non
vedente.
Molte di queste scuole in Francia, negli Stati Uniti, in Inghilterra e in Germania hanno
adottato i metodi più aggiornati di pedagogia speciale e hanno del tutto abbandonato il soffocante
pregiudizio di dover assistere i non vedenti secondo i dettami della politica assistenzialistica delle
classi abbienti.
Ho incontrato molti ex studenti di queste scuole e sono consapevole che molti di loro devono
ringraziare tali strutture se sono divenuti uomini o donne capaci e se hanno potuto raggiungere un
ruolo sociale elevato e ragguardevole.
 Ma purtroppo il problema non è così semplice, anzi è diverso, infatti a mio parere l'unico modo per
guarire, socialmente, dalla cecità è quello di non trattarlo mai come un’ infermità, ma di
considerarla, semplicemente, un impedimento temporaneo che prima o poi verrà superato
dall’individuo anche con il supporto del sistema sociale.
 La cura è immergersi senza indugio nella vita reale, anche se presenterà delle difficoltà pari o
maggiori a quella dei vedenti, questo una scuola speciale, anche la più generosa e intelligente, non
lo permette. 
Anche se il personale della scuola ha adeguate competenze e una valida motivazione per non
bloccare per sempre quest’attitudine, sicuramente, anche senza volerlo la rallenta.
Esprimendo un giudizio del genere, corro il rischio d’infastidire molte persone e molte famiglie,
sappiate che non è, sicuramente, mia intenzione, perché so che ci sono genitori di bambini ciechi
che a causa delle proprie condizioni, povertà o lavoro, non possono seguire, in maniera adeguata, i
figli a casa.  Soprattutto io penso ai genitori che non sono stati benedetti da un'istruzione adeguata,
per cui quando si trovano dinanzi al figlio cieco sono, dolorosamente e completamente, disarmati di
fronte a questa situazione.  Penso a loro soprattutto perché sono forse i più numerosi e nella
situazione più complessa.
In tali casi il bambino dovrebbe andarsene ed essere affidato ad esperti, uomini e donne, che
devono sapere cosa fare e non fare senza innescare la paura e la vergogna del bimbo cieco.  Non
può esserci miseria più grande per un bambino cieco che l'imbarazzo dei suoi genitori, il loro senso
d’ inferiorità quando affermano che il loro bambino non è "normale". Qualsiasi cosa è meglio di
questa stupida affermazione, per cui a rischio di ripetermi riaffermo che la scuola speciale non è un
male e in situazioni del genere il male minore.
Per quanto mi riguarda i miei genitori hanno ritenuto di tenermi a casa reputando che erano dotati
degli strumenti cognitivi e morali per potermi educare e aiutare a sviluppare un rapporto adeguato
con la mia nuova condizione.
Sicuramente erano dotati di tali competenze per sopperire i primi anni ed erano in grado di potermi
sostenere nell’affrontare tutte le difficoltà che a causa della mia età e della mia situazione non sarei
stato in grado di fare da solo.
Entrambi sono stati capaci di comprendere che dovevano esplorare e comprendere le risorse della
cecità per potermi permettere di ritornare nel mondo.
Infatti si sono preoccupati di rigettarmi nel mondo dei normali con la stessa velocità con cui si fa
risalire a cavallo colui che è caduto dalla sella.
Per questo motivo, non appena è iniziato l'anno scolastico hanno deciso di farmi tornare a
frequentare la scuola pubblica del quartiere.
Sarei rientrato nella mia classe e mi sarei seduto in mezzo ai miei compagni come se non fosse mai
accaduto nulla.
Ma la loro decisione non era dettata dal bisogno di ignorare la mia condizione e ignorarla, ma dal
farmi comprendere le mie potenzialità nel mondo dove sarei dovuto vivere in futuro, ovvero tra i
vedenti. Tale atteggiamento è dimostrato dal fatto che mi hanno seguito nell’apprendimento del
Braille sia per quanto riguarda la lettura che la scrittura.
I miei mi hanno chiarito che tale apprendimento era per me vitale, per cui mi sono tuffato nel
compito mosso da un silenzioso entusiasmo. 
Dopo sei settimane, ovvero entro il mese di ottobre, sono riuscito a girare la pagina scritta in Braille
e poter affermare di aver compreso il testo.
Ho dovuto lottare con quei puntini che all’inizio mi scivolavano come granelli di sabbia dalle dita
senza dirmi niente, ma alla fine mi hanno permesso di abbinare l’esatto significante al significato.
Tutto questo è stato possibile grazie all’amore di mia madre che per insegnarmi a leggere in Braille
ha scelto il libro più attraente che poteva trovare:  Il libro della giungla. 
Il suo metodo ha funzionato magnificamente, perché mosso dal desiderio di scoprire le avventure
del giovane Mowgli, non mi sono concentrato sui singoli caratteri, ma sul testo e sul piacere che la
lettura mi suscitava; è stato questo, a mio parere, la ragione in grado di giustificare la velocità con
cui ho imparato il Braille.
Inoltre, i miei genitori avevano, subito dopo l’incidente, ordinato una macchina da scrivere Braille
portatile, in Svizzera, per risparmiarmi la delusione di non riuscire subito a scrivere e anche l’inutile
fatica di scrivere tramite il punteruolo e la tavoletta. Più tardi loro mi hanno insegnato a usarne una,
ma, raramente, ne ho fatto uso. 
Ero imbarazzato da questa ardesia in acciaio scanalata su cui si poneva un foglio di carta, si
bloccava con una griglia a quadratini e con il punteruolo si componevano le singole lettere.
Per quanto mi sforzassi non mi piaceva maneggiare il punteruolo per scrivere, mi dovevo sforzare a
ricordare il verso delle singole lettere secondo la scrittura affinchè girando il foglio divenissero
parole leggibili operazione non sempre facile, dal momento che alcune si assomigliano.
 Questa difficoltà mi rendeva nervoso e di conseguenza mi faceva brancolare e sbagliare, ma
soprattutto mi ricordava, continuamente, la mia triste condizione.
Soprattutto mi rendevo conto che con la tavoletta i miei pensieri mi sfuggivano perché non riuscivo
a fissarli sulla carta.

Diversa era la situazione con la dattilobraille che aveva le caratteristiche di un giocattolo, recava
con sé la fragranza della novità elemento che mi piaceva oltra al suono del ticchettio che provocavo
ogniqualvolta digitavo una lettera attraverso i sei tasti rotondi.
Questi ordinavano ad altrettanti punzoni di muoversi, contemporaneamente, e mi permettevano di
compiere la magia di digitare singole lettere, numeri, parole e la punteggiatura.
Attraverso tutti questi elementi potevo formare delle parole e delle frasi nello stesso istante in cui si
formavano nella mia mente.  Grazie alla dattilobraille mi sentivo un fotografo che riesce a fissare i
pensieri nello stesso istante in cui li stana e li snida dalle profondità della mente.
Inoltre la macchina da scrivere mi consentire di provare la grande soddisfazione di riuscire a
scrivere più velocemente dei miei compagni vedenti.
Grazie a questi piccoli accorgimenti, alla data del primo ottobre, giorno in cui iniziava la scuola: io
ero pronto a rientrare in classe e a poter affrontare le lezioni senza difficoltà.
Purtroppo la scuola non era pronta a me. 
Nel corso della mia vita, le leggi e le istituzioni della società civile mi avrebbero giocato una serie
di brutti scherzi, in questo momento mi ignoravano e si opponevano, semplicemente, ad accettarmi
e a riconoscere la mia esistenza.
In realtà questo non era sorprendente, dal momento che non era passato molto tempo da quando i
ciechi relegati ai margini della società, compatiti, ridotti a suonare l'armonium in piccole cappelle,
educati a impagliare sedie e molto spesso autorizzati, mediante patenti, a diventare mendicanti
avevano cercato di uscire fuori da questa condizione di minorità.
Nel 1932 in Francia non c'erano leggi che proibissero alle scuole pubbliche di ammettere i bambini
ciechi nelle loro classi, nessuna legge, ma solo molti pregiudizi ben radicati e alimentati da luoghi
comuni secolari e da una grande ignoranza riguardo al mondo dei ciechi.
Per riuscire a battere tutto questo è stata necessaria tutta la fiducia dei miei genitori, tutta la loro
personale certezza che avrei potuto superare ogni difficoltà, aggiunta alla gentilezza e alla
generosità del direttore scolastico che s’è adoperato per riuscire a farmi ammettere e accettare,
anche se con riserva, dal collegio dei docenti.
Ben presto ho compreso che cio che preoccupava i miei insegnanti era la ferma convinzione che un
cieco non puo praticare nessuna attività propria dei vedenti, in particolare leggere, scrivere
velocemente come i compagni, non puo conoscere i numeri e fare i calcoli, ma soprattutto non potrà
mai fare le operazioni, non potrà vedere la lavagna e di conseguenza non potrà prendere appunti e,
per finire, non potrà leggere le carte geografiche.
Insomma un cieco è un elemento d’intralcio al buon funzionamento della normale attività didattica.
Gli insegnanti avevano le loro buone ragioni per sentirsi a disagio, ma spettava a me non essere quel
granello di sporcizia che inceppa la macchina dell’insegnamento e questo è stato possibile grazie a
mia madre.
Quello che una madre può fare per un bambino cieco si può riassumere in queste semplici e
magiche parole parole: partorirlo una seconda volta.
 Questo è ciò che mia madre ha fatto per me ed è stato il suo coraggio e determinazione quella che
mi guidato e sostenuto in tutti i momenti del mio percorso scolastico.
 Il mio unico compito è stato quello di abbandonarmi a lei, di fidarmi di lei, di credere in quello che
credeva e di guardare il mondo, ogni volta che non ci riuscivo da solo, attraverso i suoi occhi.
Pensate ha imparato il braille, con me e per me, e ha vegliato sui miei compiti per diversi anni. In
altre parole, ha svolto tutto il lavoro di un tutor privato e altamente specializzato, con l’unica
differenza che ha aggiunto una buona dose di amore.
Ed è proprio grazie a questo che tutti gli ostacoli relativi al mio apprendimento sono stati rimossi in
modo efficace.
Alla fine del primo anno scolastico mi è stato assegnato il primo premio. Un piccolo onore,
certamente, ma che contava per lei e per me come il modesto segno di vittoria sulle cose e sui limiti
che la scuola cercava di pormi. Il resto sarebbe stato facile.
Mi scuserete se penso che mia madre sia stata eccezionale e devo essere sincero sono convinto che
non è stata l’unica, infatti esistono migliaia di altre donne che compiono, ogni giorno da millenni, lo
stesso compito nei confronti dei propri figli ciechi.
 Per realizzarlo hanno avuto bisogno solo di comprendere com’è possibile adattare il bambino alla
vita allo scopo di permettergli di stare al passo con la vita delle persone vedenti.
 Per riuscire hanno dovuto comprendere che dovevano iniettare molta fiducia nell’animo dei figli
attraverso il racconto della ricchezza che la cecità ha e puo dare alle persone cieche e vedenti.
Ed è per questo che sono disposto a raccontare la mia storia, straordinariamente, felice, ma non
voglio che nessuno mi percepisca come un’eccezione, ma vorrei che la mia storia fosse la semplice
normalità.
****
I MIEI RICORDI DI QUEL PRIMO ANNO di scuola sono come quelli di un capitano di una nave sul castello
di prua.
Ti starai chiedendo le ragioni di questo parallellismo?
Bene per comprenderle devi sapere che a seguito dell’incidente avevo sviluppato molto
l'immaginazione; per cui vivevo due vite: la prima in stretto contatto con gli oggetti, le persone e gli
avvenimenti quotidiani; mentre la seconda con il regno della fantasia.
Quest’ultima utilizzava gli stessi oggetti, persone e situazioni della vita quotidiana solo che le
ingrandiva, le assegnava colori vivaci, trasformate in immagini e in armonia con l'intero
universo. Là c'era un flusso di luce e di gioia. Avevo trovato dove scorreva e gli ero rimasto vicino
e camminavo ai margini delle sponde.
 Dentro di me s’ erano aperte porte che conducevano a un luogo di rifugio, a una grotta segreta e
tutto quello che m’ è successo proveniva da quel luogo, produceva un bellissimo eco e si rifletteva
mille volte prima di spegnersi definitivamente.
Quanto alla mia visione della nave, m’è venuta, semplicemente, da un tavolo e da una sedia. Per
fare lo stesso lavoro dei miei compagni di classe a scuola avevo bisogno di più spazio. La mia
macchina da scrivere era più grande di una matita e i libri in braille occupavano quasi dieci volte
più spazio dei libri normali. I banchi standard dell'aula non erano abbastanza grandi per me, quindi i
miei genitori chiesero e ottennero di poter portare da casa un grande tavolo in legno grezzo
realizzato con ampie tavole.  Questo tavolo venne collocato accanto alla pedana della cattedra,
quindi oltre la prima fila di banchi, da questa situazione è nata l’idea della nave e del capitano sul
castello di prua.
Per tutto l’anno scolastico ho sentito l’equipaggio dietro di me lavorare, sussurrare suggerimenti,
imprecare, trascinarsi con i piedi fino alla cattedra, o meglio al ponte di comando, obbedire agli
ordini dell’Ammiraglio nel miglior modo possibile.
Quell'anno il nostro insegnante era un uomo gentile e pacato che aveva un carattere equilibrato
tranne che per rari scoppi di rabbia contro alcuni alunni che tenevano un comportamento
inadeguato. Da questi scoppi mi sono sentito escluso per cui mi sono applicato, con dedizione, ad
apprendere le basi dell'aritmetica e devo ammettere che non era facile riuscire a disporre delle
figure geometriche su un foglio utilizzando la macchina da scrivere, lo stesso dicasi per collocare in
colonna i numeri delle varie operazioni.
Ed ecco che i miei genitori hanno cercato un modo per aiutarmi e hanno comprato la cubaritmo,12

una tavoletta di ardesia a forma di rettangolo con delle caselle dove collocare dei cubi d’acciaio. Su
ogni faccia del cubo erano incisi in rilievo le prime sei lettere dell’alfabeto braille che vengono
utilizzati anche come numeri e dal momento che la scrittura Braille utilizza i puntini alcuni di loro
possono essere scritti in maniera diversa, per cui il numero sei, ruotato di novanta gradi, diventa il
quattro, e il quattro a sua volta lo zero, lo zero si trasforma con una rotazione in otto e poi di nuovo

12
CUBARITMO
Descrizione: il sussidio è formato da una base, tipo casellario in plastica, (cm 25 x cm 19), con 300 caselle all’interno
della quali vengono inseriti i cubetti riproducenti i numeri (i numeri Braille sono uguali alle prime dieci lettere
dell’alfabeto). La base in plastica è corredata da cubetti simili a dadi che riportano su tutte le facce le posizioni Braille
dei numeri.
Finalità: risoluzione di calcoli aritmetici (addizione e sottrazione in colonna, moltiplicazione e divisione) con numeri
interi e decimali. Tra le funzioni percettive abbiamo la motricità fine e coordinazione bimanuale, oltre che
l’applicazione delle regole di calcolo.
Uso: il bambino facendo ruotare in mano i cubetti, individua il lato che interessa e lo colloca nella casella con il
numero scelto in alto. È possibile con questo sussidio mettere in colonna i numeri per effettuare semplici operazioni.
in sei.  Con l'aiuto di questo dispositivo ho imparato a contare, velocemente, come i miei compagni
e ben presto tutta la classe e il mio insegnante si sono abituati al tenue clic metallico, identico a
quello delle biglie di ferro, che producevo mentre facevo i miei esercizi.
Ma nel giro di pochi mesi ho scoperto che potevo fare a meno dei cubi e dei buchi. Per rendere
produttiva la mente è necessario che la mente lavori, per questo ho iniziato a visualizzare tutti i
passaggi nella mia testa, eccezion fattta per quelli che si estendevano a un numero imbarazzante di
dati. Per riuscire in questa impresa ho sfruttato la mia buona memoria, questo mi ha consentito di
divenire, estremamente, abile nel calcolo mentale e questo a sua volta mi ha aiutato a sviluppare la
mia memoria.
È vero che la cecità aumenta, considerevolmente, la capacità di memorizzare, dal momento che gli
occhi non possono oramai rassicurare e verificare lo studente. Attività quest’ultime che spesso
consumano gran parte delle energie degli studenti vedenti. Io, invece,  non solo riuscivo a ricordare,
ma anche a visualizzare tutte le informazioni; è stato un incanto vedere l'apparizione di tutti i nomi
e le figure nella mia mente, come se un rotolo di carta infinito si dispiegasse ed essi vi si
stendessero sopra.
Questo schermo non era come una lavagna, non aveva una forma ben precisa e, soprattutto, non
aveva fine per cui non termina da nessuna parte e non possiede un bordo ben preciso e non deve
lasciare posto al muro o a una porta. Il mio schermo s’adattava ai miei bisogni, perché non aveva
una sua collocazione nello spazio ed esisteva sempre e per gestirlo bastava che mi ripetessi,
mentalmente, l’ordine : "Attenzione".
Il gesso con cui scrivevo sulla mia lavagna mentale non si consumava mai a differenza degli altri
gessetti. Era più forte e più flessibile, essendo fatto della sostanza chiamata "spirito", anche se non
ritengo opportuno discutere sul significato delle parole; se vogliano possiamo utilizzare anche i
termini significante o essenza. 
In ogni caso è una realtà più vicina a noi di quanto le parole possano raccontare, una realtà da
toccare, da manipolare e modellare.  E quando tali tesori sono svelati come può un bambino non
essere consolato dalla perdita della vista?
Sia ben chiaro ero consapevole che i miei compagni vedenti erano veloci e precisi in molti gesti
Sui quali io ero costretto a esitare, ma non appena si trattava di gesti intangibili erano loro a dover
esitare, a diventare incerti e goffi, perché dovevano spegnere l’interruttore del mondo esterno e
illuminare il loro mondo mentale. Io, invece, non avevo necessità di accendere e spegnere, ero
sempre immerso nel mio mondo mentale, tranne rare eccezioni.
Fate attenzione, non pensate che i nomi, le figure e gli oggetti sono apparse nel mio schermo
mentale informi e confuse. Se lo stai pensando sbagli, tutte le cose avevano una loro forma e non
solo, ma anche erano colorate di tutti i colori dell’arcobaleno, si proprio cosi, io non pensavo in
bianco e nero come di solito voi vedenti credete che succeda ai ciechi. 
Tuttavia, non ricordo mai di aver incoraggiato, consapevolmente, questo fenomeno. Niente è
entrato nella mia mente senza essere immerso da una certa quantità di luce. Per essere più precisi,
tutto, dalle creature viventi alle idee, sembrava essere già scolpito nella luce primordiale. In pochi
mesi il mio mondo personale s’è trasformato nello studio di un pittore rinascimentale; non ero io
l’artefice di queste apparizioni.
Ricordo che il numero cinque era sempre nero, la lettera L chiara e verde con una venatura di blu
tenue. Non c'era niente che potessi fare a riguardo e quando ci ho provato a cambiare il colore di un
segno, il segno s’ è subito annebbiato ed è scomparso. Uno strano potere l’immaginazione! 
Nonostante io non volessi lei ha funzionato mio malgrado.
Quello stesso anno, la geografia mi fu rivelata attraverso mappe in rilievo dei cinque continenti e
dei principali paesi, mappe, magnificamente, pubblicate alla fine del diciannovesimo secolo vicino
a Mulhouse, nell’allora l'Alsazia tedesca.
Naturalmente, le grandi linee del mondo si fissarono, immediatamente, sul mio schermo interiore e
io ho dovuto solo imparare a correggerle e a completarle. In breve mi sono orientato senza
problemi.
Un'immagine del mondo fisico, delle strade e delle sue barriere s’è creata nella mia mente e per
assurdo i miei compagni vedenti si rivolgevano a me quando passeggiavamo per Parigi per evitare
di perdersi che a un passante vedente. E io ho, sempre, fatto riferimento al mio schema interiore e
ho quasi sempre trovato la strada per tornare a casa.
Oggi, quando sono in macchina, spesso sono il primo a dire al guidatore quale strada prendere,
ammetto che le gesta dei piccioni viaggiatori superano di gran lunga le mie capacità, ma comunque
quello che fanno mi sembra abbastanza naturale.
Conosco tante persone cieche che riescono a muoversi senza nessuno anche in una città che non
conoscono e senza smarrirsi a differenza delle persone che vedono!
Dopotutto, non è vero che le realtà della vita interiore sembrano meraviglie solo perché viviamo
così lontano da loro.

******
Prima di parlare dell’amicizia, voglio parlare dell’angoscia denominata attesa. Purtroppo la cecità
non è ben accolta nel mondo dei vedenti, è poco conosciuta e spesso temuta. Per questo motivo la
cecità porta con sé sempre l’isolamento.
Ho conosciuto la solitudine, l'ho conosciuta con tutti i suoi demoni, ma mi sembra giusto dire che
insieme ai suoi spiriti maligni, ne ha alcuni che sono buoni.
Nell'estate del 1933, un anno dopo il mio incidente, i miei genitori mi portarono a Juvardeil per
trascorrere un periodo presso i nonni, come ogni anno. Juvardeil era allora ed è tuttora, nonostante
l'invasione delle automobili, uno di quei piccoli villaggi francesi fuori dalle vie di comunicazione
principali, per cui è un luogo adatto alla meditazione e alla contemplazione della natura, nascosto in
mezzo a siepi di biancospino e arbusti alti come muri collocati lungo le rive del fiume Sarthe. 13
Un fiume che scorre lento, silenzioso e sommesso, tra ampi prati che durante la stagione invernale,
a seguito delle abbondanti piogge, si allagano e fagocitano le file dei pioppi dritti posti a formare un
cordone vegetale al letto del fiume. Questo corso d’acqua assomiglia a una vecchia signora matura
e, sempre, sorridente, che si dimostra discreta nei confronti delle persone che la circondano e che
tollera la vita che le scorre intorno senza volerne prenderne parte.
Juvardeil è un villaggio molto antico, già menzionato nelle cronache del IX secolo A.C. con il
nome di Gavardolium, deriva senza dubbio dal nome degli abitanti di questa piccola provincia.
Esiste anche un'altra etimologia, forse sospetta, ma così poetica che io la preferisco a tutte le altre,
secondo la quale l’origine del toponimo deriverebbe dalle parole latine  “juvare oculis” , gioia degli
occhi. Di tutti i luoghi che ho visitato al mondo, devo ammettere che Juvardeil è quello che m’è
rimasto, maggiormente, nel cuore.
All'età di nove anni trovavo in questa cittadina una libertà che la capitale Parigi non poteva
darmi. Niente a Juvardeil era ostile. La sega del costruttore di barche mi annunciava che avevo
lasciato il fiume alle mie spalle. Il martello del fabbro mi bisbigliava che mi trovavo a metà strada
tra il fiume e la chiesa. Il muggito delle mucche mi confidava che ero arrivato dinanzi al cancello
del grande prato dove queste si radunavano per assistere alla sfilata degli abitanti del paese e dei rari
turisti.
Potevo andare dalla casa di mia nonna a quella della mia prozia da solo, con un bastone in mano,
senza incontrare niente di più pericoloso che dei gusci di lumache.
Quell'anno mi venne ceduta la scuola pubblica del villaggio, in realtà erano state lasciate le porte
aperte. La scuola era collocata all’interno di un’edificio munito di un’ampia corte racchiusa da mura
che ricordava la struttura di tutte le scuole francesi.
Nel cortile c’erano piantanti degli alberi di tiglio e una delle aule ovvero un ripostiglio vennero
conquistati da me. Quando ci penso, mi rendo conto che questo ripostiglio doveva essere solo una

13
La Sarthe è un fiume della Francia centro-occidentale, che scorre per la gran parte del suo percorso nella
regione dei Paesi della Loira e in special modo nel dipartimento che porta il suo nome. La sua sorgente è sulle colline
del Perche, a SO di Alençon, nell'Orne, e dopo circa 313 km[1] si unisce alla Mayenne, con la quale forma la Maine, a
nord di Angers, nel Maine e Loira.
stanza che non era non più utilizzata, forse una vecchia lavanderia, in fondo alla corte, ma nascosta
alle persone che entravano dalla porta principale.
Ma a quei tempi la mia idea di questa stanza con il soffitto spiovente era molto diversa. Era un
luogo segreto e nel complesso fantastico.
Potete immaginare cosa possa significare una grande stanza vuota per un bambino cieco, con i muri
fatiscenti, ma piatti e senza travi contro cui sbattere, senza ganci che possano bloccarlo e tirarlo, che
s’affacciava sul cortile.  Una leggera sporgenza dava ad ogni suono la medesima risonanza della
volta. A terra sul pavimento c’era della paglia fresca e della segatura e in un angolo una catasta di
piccoli tronchi, alcuni rotondi, alcuni biforcuti e alcuni triangolari: favolosi per tutti i tipi
giochi di costruzione.
Ho trascorso infinite ore in quella stanza quell'estate. Ero quasi sempre da solo lì, ma questa
solitudine era, densamente, popolata da tutti i tipi di forme e d’invenzioni che la mia mente riusciva
a produrre. In questo modo ho trasformato la stanza nell’isola di Robinson Crusoe, prima che
incontrasse Venerdi, per riuscirci meglio ho disposto i tronchi in tutta la stanza come se si trattasse
di una foresta, e ho iniziato la mia avventura. A volte trasformavo i tronchi in eserciti e io diventavo
Napoleone. Inutile chiedermi se credessi nel mio personaggio immaginario. Non ci ho mai pensato.
Nonostante tutto mi trovavo a vivere una condizioni di beatitudine, non pensavo al presente, al
futuro e al passato, non facevo differenze tra il sogno e la realtà.
Quella stanza vuota era il luogo dove non eri costretto a fare i conti con niente e con nessuno, ma
solo con la stanza vuota, con i tronchi e con la mia immaginazione.
Nel mio corpo c’erano migliaia di gesti che avrei voluto fare durante l’anno, ma che a Parigi non
ero libero di fare per non far preoccupare i miei insegnanti, gli amici e i conoscenti.
Era tempo che volevo remare con le braccia, saltare in avanti a piedi uniti, cadere e rialzarmi, fare le
boccaccie e sorridere beato, prendere in mano oggetti pericolosi e, soprattutto, sperimentare lo
spazio in tutte le direzioni: l’altezza, la profondità, muovermi a zig-zag, dritto o barcollando come
un ubriaco, per diventarlo a forza di crederlo.
Desidererei che una stanza del genere potesse essere data a tutti i bambini ciechi, sia in soffitta che
nella cantina, non ha importanza dove, è importante che un tale spazio gli possa essere concesso.
 Lo spazio dovrebbe essere sgombero da punte e asperità di sorta, oltre a tavoli, sgabelli e altri
oggetti pericolosi; un ambiente vuoto, dove la fantasia e il corpo possano muoversi liberamente e in
sicurezza.
Ho utilizzato i tronchi come soldatini su un plastico per realizzare i miei piani di battaglia,
ripercorrevo le gesta di Napoleone, ricreavo le sue battaglie più famose e ne vestivo i panni.
Anche se nella realtà le battaglie erano delle lunghe e attente descrizioni, senza rendermene conto
stavo acquisendo la capacità di affabulare e descrivere che mi sarebbe tornata utile, molti anni dopo,
quando avrei vestito i panni d’insegnante.
Il magazzino risuonava della mia voce! Non conquistavo i nemici, ma li avvincevo con la mia voce
e il gioco durava ore.
Vi starete chiedendo il rapporto tra i miei giochi e la mia condizione? Non so fornire una chiara
risposta, del resto i giochi di per sé erano abbastanza ordinari, a parte l'ebbrezza che mi facevano
provare e un’intensa sensazione di piacere. Era come se uno squarcio si fosse aperto nel tessuto
della mia vita e attraverso il quale riuscivo a vedere infinite possibilità, tutte sorprendenti e tutte
ammucchiate l'una sull'altra mentre mi avvicinavo. Io stesso ero intatto, scoprendo che bastava,
solamente, pensare le cose per riuscire a infondere loro vita. Unica differenza dai vedenti che
dovevo pensarle intensamente.
La vita non cadeva sul mio viso fresco come la pioggia o nelle mie mani tonde come un frutto, ma
sorgeva dentro di me come un’onda, stava a me controllarla, sopprimerla o lasciarla esplodere nel
mondo esterno.
Lo so cosa starete pensando quel luogo non aveva alcun valore per gli altri!
In effetti avete ragione, ma a me non importava, doveva averne per me e questo mi bastava, quel
luogo mi ha predetto le cose che avrei fatto in seguito e, soprattutto, mi ha dato la chiave per la
felicità.
La cecità é una droga, un fatto con cui dobbiamo fare i conti. Non credo che ci sia un cieco
vivo che non ha sentito il pericolo di rimanere intossicato dalla sua condizione. Come le droghe, la
cecità aumenta la certezza delle sensazioni, dando acutezza improvvisa e spesso inquietante ai sensi
dell'udito e del tatto. Ma, soprattutto, come le droghe, sviluppa l'esperienza interiore rispetto a
quella esteriore e talvolta giunge all'eccesso.
In questi momenti il mondo che si apre davanti a un cieco è pericoloso, perché è più
consolante delle parole e possiede il concetto di bellezza che possiamo trovare solo nelle poesie o
nelle immagini di artisti soggetti ad allucinazioni, come Poe, Van Gogh e Rimbaud.
Ho conosciuto questo mondo stregato e spesso mi sono ritirato lì e mi sono avvolto
nei suoi sogni. Mi sono deliziato del suo splendore, del suo calore materno, della sua licenza e della
somma illusione che fornisce la vita.
Ma, grazie al cielo, non sono rimasto avvinto da queste illusioni. Perché questa tipo di vita è quella
viscerale chiusa in se stessa, non veramente la vita dello spirito, ma la sua caricatura. Non esiste una
vera vita interiore per un uomo o un bambino se non la sua relazione con le cose reali dentro e fuori
di sé. Vivere completamente concentrato solo su stesso è come suonare un violino con le corde
allentate.
Come quasi tutti i ciechi ho avuto questa tentazione. Ma per fortuna la tentazione
era compensata da un’altra, quella di lottare con le cose o meglio di amarle così come sono,
d’indagare i contorni degli oggetti e dello spazio e, soprattutto, di mescolarmi con le persone. Il
fatto che ci fossero gli uomini nel mondo mi motivava e mi determinava a ritornare alla realtà più di
qualsiasi altra cosa.
Qualunque cosa metta un bambino cieco in contatto con la realtà fisica è buona, soprattutto se ha a
che fare con i suoi movimenti e i suoi muscoli. Non sono un buon esempio di questo perché non ho
mai imparato a nuotare, e questo è stato un errore. Non ho mai vinto la mia antipatia per il freddo,
per l'acqua e per gli ostacoli che abbondano ai bordi dei torrenti. Questa è una ragione in più che mi
determina a sostenere il valore del nuoto per un cieco; oggi dovrebbe essere più facile dal momento
che la piscina è diffusa e molte volte fa parte dell’arredamento della casa. Fortunatamente l'acqua
era l'unica cosa per cui io provavo questo tipo di disgusto.
La prima cosa che i miei genitori hanno messo nel giardino di mio nonno a Juvardeil è stata una
palestra della giungla, e ho trascorso intere giornate ad appendermi alle corde, agli anelli, a salire la
scala di corda, a voltarmi e a compiere delle capriole sul trapezio. Questo era il mio posto preferito
durante le vacanze, il posto in cui lanciavo manciate dei miei sogni fuori bordo, e mi sono
sbarazzato dalle mie angosce e dal nervosismo.  Quando mi sono fermato vicino alle parallele, ho
cambiato rotta e mi sono spostato con tutto il mio peso verso l'aria e il sole.
La palestra era molto più che esercizio. È stato un matrimonio con lo spazio e non ho mai avuto
paura di questo strumento.
 Dal momento in cui ho afferrato saldamente una sbarra o una corda mi sono riappropriato della
libertà che altri ottengono dai loro occhi. Il trapezio oscillava mentre lo spingevo, ma in un raggio
limitato in cui io dovevo solo fare i conti con me stesso. Mi sentivo più vivo a una certa distanza dal
suolo che sopra di esso. Mi sembrava di diventare più consapevole e ogni sorta di ombra veniva
spazzata via. Improvvisamente il senso del tatto, dell'udito e della vista erano più acuti. Ho visto la
parte superiore arrotondata del bosso centenario a destra sotto le dita dei piedi ogni volta che
l’altalena me lo faceva toccare. Ho visto il cielo aprirsi oltre i muri del giardino e precipitare
ripidamente verso il fiume.
Potevo vedere in tutte le direzioni seduto, in piedi, raggomitolato, appeso alle ginocchia con la testa
Giù e man mano che ero immerso in questa esperienza venivo assalito dalla meravigliosa
sensazione di non essere un animale bipede, ma un essere a tutto tondo.
Dalla palestra nella giungla mi sono avventurato tra gli alberi, soprattutto sui meli, che erano bassi
con molti rami. Mio nonno possedeva e si prendeva cura di un frutteto ai margini del villaggio e io
ogni mattina mi alzavo presto e correvo verso questo luogo, portandomi un libro, non appena
arrivavo mi arrampicavo su uno dei meli, mi sistemavo alla biforcazione dei rami e dopo essermi
seduto comodo iniziavo a leggere. Ma ogni dieci minuti smettevo di leggere e iniziavo a esplorare
l’albero e a spingersi verso i rami più alti.
Ti starai chiedendo la corsa? 
Quella era un’attività di cui non potevo fare a meno e stare fermo e non correre era per me una
sofferenza, ma avevo bisogno di un compagno della mia età.
Questo non è stato per niente facile. Gli adulti ritengono erroneamente che la maggior parte dei
bambini sono egoisti e centrati su se stessi e non vogliono impacciare i propri giochi con la
presenza di un invalido, ma hanno torto.
Vi assicuro che per i bambini non ci sono invalidi. I ragazzi brillanti odiano gli stupidi,
e gli intraprendenti fuggono i codardi questo è certo, ma gli occhi e gli arti non vengono considerati
rilevanti e determinanti per poter giocare, a differenza delle caratteristiche morali.
Infatti, a riprova di quanto affermo nessun ragazzo a Juvardeil s’è mai rifiutato di progermi la sua
mano o il suo braccio, né l'hanno mai fatto controvoglia.
A volte, devo essere sincero, hanno litigato per avere il diritto di potermi accompagnare o di correre
il più veloce possibile con me, consapevoli che ero un buon valido corridore quanto ognuno di loro
e che avrei dato il massimo delle mie potenzialità e l’ho dato, infatti, ho corso più velocemente di
molti miei coetanei vedenti.
 Di solito le nostre corse avvenivano tra i filari degli ortaggi che mi facevano da delimitatori
durante la corsa, ma non era l’unico luogo in cui correvo, mi piaceva volare nei campi appena arati,
saltare tra uno scasso e l’altro, nonostante cio fosse proibito. Ricordo di aver scavalcato centinaio di
siepi, di essermi graffiato sui rovi e di essere atterrato in fossi melmosi con l’acqua che mi arrivava
fino alle ginocchia.
Ho provato ogni malizia propria dei mascalzoni, naturalmente, in ogni avventura ero sempre legato
a un altro ragazzo, ma riuscivo a seguirlo e diventare tutt’uno con lui; con la conseguenza che
difficilmente la gente del villaggio riusciva a comprendere chi tra i due guidava l’altro.
In questo modo ho conosciuto la campagna intorno a Juvardeil e ogni bambino del villaggio.
Mi sono talmente integrato con il contesto che a settembre ho partecipato alla sagra di fine estate:
la raccolta delle mele che prevede la ricerca dei frutti tra l’erba e la loro deposizione in cesti di
salice.
Io ero più a mio agio che mai, da solo strisciavo sull’erba senza aiuto, individuavo le mele nascoste
tra l’erba alta, ma anche tra le radici delle piante o in buche, mettevo le mie mani ovunque con una
sicurezza e determinazione che solo che mi conosceva poteva affermare che ero cieco.
Durante quest’attività le mie dita funzionavano come dei sensori attraverso i quali riuscivo a vedere
il terreno e individuare ogni asperità e oggetto.
A guidarmi era anche l’olfatto, infatti a settembre il terreno sta invecchiando e inizia a emanare gli
aspri odori della sua maturità e il mio naso ha imparato a riconoscerli tutti e questo mi permetteva di
evitare il fieno e individuare le mele.
Non conosco la vostra esperienza, ma nella campagna francese il fieno viene ammucchiato in
covoni per seccare, prima di essere portato nelle stalle o granai per l’inverno.
Il suo profumo riempie l’aria e in certi momenti ammorba le menti.
I covoni vengono chiamati nell’Anjou le velette ogni volta che vi sbattevo contro mi sentivo come
un naufrago che approda su un isola vulcanica oppure mi suscitavano l’immagine di piramidi
spettinate.
Io, insieme ai monelli del luogo, mi divertivo a scalarli, nonostante sapevamo che gli adulti si
sarebbero arrabbiati e ci avrebbero, duramente, sgridato perché avevamo distrutto intere giornate di
sudore e fatica.
Per riuscire in quest’impresa avevo imparato, seguendo i miei compagni, a utilizzare il rick ovvero
la corda che tiene unito il covone, durante il cammino sentivo gli steli del fieno pungermi; graffiare
sulle mani, sulle gambe o sul viso, mentre una marea di polvere aromatica sprigionata dalla nostra
ascensione ci avvolgeva e ubriacava.
Non credo che il gioco prefiguri nulla nella vita reale, se non forse la trepidazione e frenesia
dell’amplesso, ma in quel periodo della mia vita non ci pensavo.

*****

La maggioranza dei miei ricordi, escluso il periodo di reggenza nella lavanderia, sono sempre
vincolati dalla presenza di una persona.
Eppure devo essere sincero non me ne lamento!
Sai perché ?
Perché sono consapevole che nessun cieco puo svolgere alcun attività da solo, ha sempre bisogno
della voce, della mano, degli occhi di un vedente e per quanto possa ripudire tale idea, prima o poi,
dovrà abdicare dinanzi a questa realtà.
Ti chiedi se tale situazione provoca nel cieco la sensazione di felicità o d’infelicità?
In base a quello che i ciechi dicono tale dipendenza è motivo di afflizione e scoramento, li fa sentire
come dei parenti poveri o dei parassiti, alcuni ciechi che ho conosciuto mi hanno confidato che
considerano questa dipendenza una punizione aggiuntiva, ingiusta e la sopportano come una
maledizione da scontare.
Io personalmente ritengo che si sbaglino perché si tormentano senza un valido motivo e affrontano
il problema da un punto di vista errato, con la conseguenza che rendono tale dipendenza una
disgrazia.
Ma non si rendono conto che nessun essere umano puo vivere senza gli altri.
Non vi stupite chi di voi non ha dovuto attendere un amico, chi pur essendo forte e capace non deve
sottostare a un altro incapace o debole?
Quanti di voi non devono sottostare agli altri, indipendentemente dal tipo di vincolo: amore,
desiderio, odio, ricchezza, forza, debolezza, cecità?
E’ la legge dell’esistenza umana e l’unico modo per renderla gradevole è quello di affrontarla per
mezzo dell’amore.
Devo confessare che m’è sempre piaciuto avere qualcuno accanto, anche se è ovvio che esistono dei
momenti in cui, un cieco al pari di un vedente, ha bisogno anche della solitudine e che la presenza
di un altro diventa occasione d’irritazione, ma nel complesso posso ringraziare la mia cecità per
avermi costretto a un contatto fisico con i miei simili e per aver reso questo uno scambio di forza e
gioia più spesso di uno di tormento. Il tormento che ho vissuto è stato quasi sempre nella solitudine.
Anche se loro hanno lasciato tanto di loro stessi in me, e io ho lasciato tanto di me in loro.
Chi vedo riflesso in questo gioco di specchi?
Naturalmente ci sono i morti, dal momento che appartengo a una generazione decimata dalla 2°
guerra mondiale, ecco perché la maggioranza delle persone che citero nel mio racconto sono morti,
ma sono convinto che non avrebbero voluto essere pianti perché amavano la vita.

*****
Il mio primo amico era un ragazzo di Juvardeil e si chiamava Leopold. Quando l'ho conosciuto per
la prima volta era un po' troppo grande per la sua età, non molto stabile sulle sue lunghe gambe
mentre correva con i suoi zoccoli lungo le vie del villaggio.  Ho sempre avuto paura che mi cadesse
addosso. Suo padre, un raffinato ebanista, è morto quand’era ancora molto piccolo. Sua madre
gestiva il deposito di merci secche nel villaggio. Leopoldo era un po' sordo, o almeno così dicevano
tutti perché costringeva l'insegnante a ripetere le sue domande. Solo io sapevo che era molto meno
sordo di quanto la gente pensasse, infatti mi ha dimostrato di riuscire a sentire, immediatamente,
tutte la bellezza degli oggetti e delle persone prim’ancora degli altri.
Ogni volta che voleva sottolineare che aveva compreso pronunciava la seguente frase: "Non hai
bisogno di parlare così forte, ti ho sentito perfettamente".
Era una specie di poeta contadino. La gente del villaggio lo snobbava un po' perché era duro
d'orecchi, ma soprattutto perché sentivano che era fuori posto.
 E lui non fuori posto, solamente, nel villaggio, ma anche nel mondo.
Noi due siamo diventati grandi amici perché vedevamo entrambi le stesse cose nella nostra mente;
io potevo parlargli della luce, dei suoni, della voce degli alberi e del peso delle ombre senza che si
stupisce o mi compatisse e in cambio lui mi raccontava una storia fantastica ogni giorno diversa.
Quasi sempre all’interno erano presenti i fiori.
Ogni volta ribadiva che i fiori sono stati fatti per salvarci.
 Ma per salvarci da cosa starai pensando ?
Bene come ti ho già detto Leopoldo era un animo poetico, un uomo romantico.
Nella campagna intorno a Juvardeil eravamo soliti visitare l'incrocio infestato dove sorgeva un
crocifisso o forse un albero biforcuto, ammetto di non ricordare bene, in questo luogo qualcuno
diceva di aver visto, rincasando a casa, dei fantasmi.
Questa storia secondo gli abitanti del posto era vecchia e antica tanto quanto l’alveo del Sarthe.
Io e Leopoldo non ci credevamo, ma ci siamo divertiti ad ascoltare storie simili, inoltre a Leopoldo
piacevano i crisantemi e per questo ha deciso di piantarli all’incrocio e in attesa di vederli spuntare
trascorreva il tempo a descriverli e a immaginare la loro forma e i loro colori.
Una caratteristica bella era che Leopoldo non aveva mai pensieri volgari. Non s’è mai vantato di
aver cercato di spiare sotto le gonne delle ragazze o di essersi nascosto dietro una siepe quando si
appartavano per soddisfare i loro bisogni fisiologici. 
Quando parlava con loro era imbarazzato e rispettoso, con la conseguenza che tutti lo prendevano in
giro, ma a lui non importava perché a lui delle ragazze piacevano i loro cuori ardenti e la loro
dolcezza. Elementi che lo collocavano fuori dal contesto del villaggio.
Un giorno d'inverno, quando aveva sedici anni (io ero a Parigi me l’hanno raccontato) Leopold
venne colpito da una terrificante polmonite che, nel giro di pochi giorni, gli ha succhiato la linfa
vitale e l’ha condotto alla morte.  Mi hanno raccontato che ha lottato strenuamente con la morte nel
disperato tentativo di non arrendervisi.
Secondo me perché era un assetato della vita ed era anche il mio primo vero amico, uno dei più
deboli e uno dei cari. 
Costui ignorato e deriso dai compagni aveva avuto il coraggio di rivelarsi a me, forse perché
essendo cieco non mi sarei fermato all’esteriorità, ma sarei andato oltre. E’ incredibile pensare a
quanti soggetti del genere s’incontrano quando s’è privi della vista.
A Juvardeil c'era anche promiscuità, soprattutto nelle fattorie circostanti nei giorni di pioggia,
quando ci si rifugiava nei granai, per cui accadeva che ragazzi e ragazze venissero a contatto.
Bisogna comprendere che in campagna non si conosce la modestia e l’ immodestia, ma solo la
consapevolezza che siamo tutti esseri umani, fatti di una sola carne, con i medesimi desideri e limiti
e che le uniche differenze provengono dal cuore e dallo spirito. In altre parole, potremmo
essere gettati tutti nello stesso cestino e lanciati come un'insalata senza perdere gran parte della
nostra dignità.
E, del resto, cosa potrebbe imparare un bambino cieco sul mondo e sulle altre persone se gli viene
vietato il diritto di poterli toccare senza correre il pericolo di essere punito!
So per certo che alcuni vedenti sono scioccati da quest’idea, ma cio dipende dal fatto che non si
fermano a pensare a cosa fanno i loro occhi sulle altre persone consciamente o non, anche quando
sono, completamente, cresciuti.
Ad aiutarmi a diventare uno dei ragazzi del paese è stata la piccola Repubblica, in questo modo
veniva chiamato un enorme carretto appartenuto al mio bisnonno. Tale strumento stava nella stalla,
tra le assi rotte, le scale, la legna da ardere e le balle di fieno.
Il nome si riferiva alla proclamazione, nel 1870 della terza Repubblica e alla decisione del mio
antenato di ripudiare tutte le opinioni clericali e reazionarie sostenute dai miei familiari, e di
sostenere la Repubblica e il suo leader Gambetta, per cui dall’alto della cassetta del carretto grido
"Viva Gambetta, viva la Repubblica!" .
Quello strumento era vietato a noi ragazzi, in teoria, perché serviva per il lavoro, ma noi, lo
prendevamo lo stesso e lo spingevamo fuori, più di una volta abbiamo sentito degli strani e
preoccupanti cigoli che ci hanno fatto temere il peggio.
 Dentro i nostri cuori eravamo più motivati di prima e l’abbiamo riempito di ogni sorta di oggetti:
mele, trucioli di legno, erbacce raccolte lungo il percorso o cumuli di ciottoli lasciati sul ciglio della
strada dai cantonieri.  
Ricordo, perfettamente, che una volta i miei compagni di gioco mi hanno messo alla prova.
Stavano guidando il carro mentre io lo spingevo, per divertirsi ogni tanto prendevano,
deliberatamente, la strada sbagliata, oppure una salita ripida o una strada senza uscita. Quando io mi
lamentavo e protestavo loro mi hanno detto “Vogliamo accertare quanto vedi”.
So che la Piccola Repubblica era forte, ma non so se sia sopravvissuta. Comunque io la ricordo con
tenerezza perché non solo mi ha insegnato i cardini della democrazia: la fraternità, la libertà e
l'uguaglianza, ma soprattutto perché mi ha dimostrato che potevo, se lo volevo, andare d’accordo
con tutti sia nel bene che nel male.

Capitolo 4 COMPAGNI DI CORSA E INSEGNANTI

Essere cieco a Parigi è stato più difficile, le strade erano dei labirinti pieni
di rumori, ogni suono era amplificato dai muri delle case e ovattato dalle
tende dei negozi, smorzato dalle grate delle acque reflue e delle finestre,
impastato con il rombo dei camion e delle auto, attutito dalle impalcature e
dai lampioni, con la conseguneza che si creavano dei suoni falsi che non
trovavano dei corrispettivi nella mia mente e, di conseguenza,
m’impedivano di fare affidamento solo ed esclusivamente sui miei sensi.
La gente era in continuo movimento lungo i marciapiedi, con la
conseguenza che il loro scalpiccio e parlottio mi distraeva. Tutti erano
immersi nei loro pensieri, con le spalle curve verso terra e gli occhi spenti
verso i loro problemi quotidiani, loro erano più ciechi di me. Parigi era,
come tutte le città, una scuola per affinare l’egoismo.
Presso il Champ de Mars, il giardino dove mia madre mi conduceva da
bambino e che io conoscevo, sentivo le madri bisbigliare ai loro figli:
“Non giocare con lui. Non vedi è cieco!”
Ogni volta che andavo al parco dovevo bere questo calice amaro e ogni
volta venivo pervaso da una scossa elettrica di rabbia contro quella
cattiveria gratuita e quella educante stupidità.
Dal momento che all’epoca non ho avuto modi per poter affermare la mia
dignità, colgo l’occasione oggi e mi rivolgo a quelle madri preoccupate,
assillate e disgustate dal timore che i loro figli possono venire a contatto
con me o con soggetti come me.
Bene signore lasciate che vi ringrazi!
Non lo sapevate, ma voi mi avete fatto un grosso favore.
Incredibile! Veramente voi che pensavate di difendere i vostri figli, di
tutelarli dal cieco, avete solo difeso il cieco e con il vostro comportamento
disumano avete fatto i miei interessi.
Non riuscite a comprendere, non riuscite a capire in che modo la vostra
condotta discriminante possa avermi giovate: semplice voi mi avete evitato
di mettere a rischio la mia formazione alla vita.
Ebbene si! I vostri figli avvelenati dalla vostra cecità mentale non mi
sarebbero stati utili, in alcun modo, alla mia crescita.
Fino all’età di quindici anni, quando la vita adulta inizio a entrare con
prepotenza nella mia vita, sono stato sempre e solo in rapporto con
bambini buoni, preparati ad accettare un diverso e a condividere cio che
avevano.
Quando ho ripreso a frequentare la scuola del quartiere l’insegnante ha
scelto un ragazzo disposto a venire al mio tavolo per aiutarmi, ad
accompagnarmi al piano di sotto appena la campanella suonava e
trascorrere con me la ricreazione.
Un ragazzo di nome Bacon s’è offerto volontario.
Che bravo ragazzo starai pensando!
In realtà era un emarginato, come me; solo che lui era l’ultimo della classe,
per quanto si sforzasse e s’impegnasse non riusciva a conseguire un valido
risultato.
Mi ricordo che il capoclasse lo disprezzava, si divertiva a umiliarlo dinanzi
ai compagni. Per quanto mi riguarda io lo consideravo come una persona
cara proprio per quell’ingiustizia che subiva quotidianamente.
Le disgrazie di Bacon non erano terminate, sua madre era una persona
conosciuta al Champ de Mars, sia dai bambini che dalle mamme, perché
era proprietaria di un gruppo di asinelli che faceva cavalcare, per pochi
centesimi, ai bambini.
Dal momento che io ero l’unico amico del figlio, la madre, una donna
grassa con la voce di basso mi ha, sempre, consentito di cavalcarli gratis.
Bacon non aveva una mente veloce, ma aveva un immenso cuore d’oro.
Non si preoccupava di se stesso, ma aveva sempre una grande attenzione
per gli altri, non era brillante come i piu bravi, ma era un diamante grezzo
di umanità. Bacon aveva una predilezione per le storie, io glielo
raccontavo con la mia grande abilità affabulatrice, sviluppata durante i
mesi estivi, e lui mi ascoltava incantato.
In verità devo confessare che essendo l’unico a rivolgergli la parola era
facile che qualunque cosa gli dicessi gli era gradita.
Aveva un grande rispetto nei miei confronti, a tal punto che ho pensato che
se fosse stato necessario si sarebbe buttato tra le fiamme dell’inferno e le
avrebbe attraversate pur di aiutarmi. Bacon è stato il mio primo vero amico
di una lunga serie che il cielo ha posto sulla mia strada, tutte persone
semplici, immediate, con una grande volontà, ma in cui la mia cecità
suscitava un sentimento di tenerezza e di rispetto.
Con il tempo mi sono reso conto che l’alleanza tra idioti e ciechi è antica
quanto il mondo, basta ascoltare le ballate popolari, leggere alcuni passi
della Bibbia o ancora ascoltare i racconti delle infermiere.
Tale rapporto, per quanto possa apparire strano, è automatico, lo dico
senza malizia e senza disprezzo.
Prima che Bacon venisse sostituito da un degno successore passarono anni,
nel frattempo avevo conosciuto due ragazzi di tutt’altro genere. I bambini,
lo sanno tutti, sono più pronti a cambiare amicizie e contesti sociali molto
più velocemente degli adulti.
Questo perché i bambini non si compiacciono per quello che già
conoscono, perché non ne hanno il tempo dal momento che ogni giorno
crescono e scoprono cose nuove, anzi si sentono imbarazzati e spesso
depressi dal fatto che gli adulti e i loro genitori amano non cambiare mai,
ancorarsi su certezze e luoghi comuni dimentichi che il mondo è invece
regolato da un continuo cambiamento.
I miei veri amici sono sempre appartenuti alla razza speciale dei bambini
cercatori , di quelli che vengono definiti “appassionati” o anche conosciuti
come “romantici e sognatori”.
Ogni volta che qualcuno ha stretto amicizia con me è stato,
irrimediabilmente, trasformato, qualcosa di sorprendente avveniva nella loro vita, le
verità che fino a quel momento erano abituati ad accettare non le accettavano e iniziavano ad
assumere i miei modi di vedere.
Io e i miei compagni da quel momento ci confrontavamo sui nostri mondi e sul modo di percepirli
quotidianamente, senza mai stancarci.
Più di una volta abbiamo stilato un inventario e ricordo la reciproca sorpresa e soddisfazione nello
scoprire che esisteva una connessione tra i nostri modi di percepire la realtà.
Ben presto ci siamo identificati reciprocamente.
Ricordo che i miei veri amici sono apparsi solo dopo che ho iniziato a frequentare il liceo, ma tutti
erano attratti dalla differenza tra me e loro, tra costoro v’era Jean, di cui presto vi parlero.
Per ogni categoria d’ individui rappresentavo qualcosa :
per i sognatori ero un dispensatore di sogni che ascoltavano rapiti ed estasiatia tal punto che spesso
io e loro perdevamo la cognizione del tempo e persino della pioggia, e siamo tornati a casa ricoperti
di fango.
 Per i millantatori rappresentavo il fornitore di storie di cui vantarsi; infatti se possiedi
l'immaginazione la devi usare, per cui fornivo loro racconti di duelli e di combattimenti,
inseguimenti e avventure con i quali li costringevo a raccontare.
Per gli educati ero motivo di dispiacere e di compassione, infatti provavano dispiacere per la mia
condizione e mi ritenevano infelice a causa della mia condizione, ma dopo avermi conosciuto
meglio abbandonavano l’atteggiamento di pietismo. Da quel momento non riuscivano ad
allontanarsi da me, perché il mastice dell’amicizia, nel frattempo, ci aveva uniti.
Per i duri e i risoluti, amanti della forza e del coraggio, io rappresentavo l’individuo ideale da
proteggere, grazie al quale potevano mostrare al mondo il proprio valore e coraggio.
Io mi rendevo conto che avevo bisogno della loro protezione, ma non la chiedevo, esplicitamente,
sapevo che sarebbero giunti da soli.
Ne ricordo uno in particolare Jean-Pierre, l’ho conosciuto all’inizio del primo anno di liceo, di lui
m’è rimasto impresso il suo maglione di lana grezza, le sue grandi spalle che mi davano l’idea di un
essere titanico e sovrumano. Jean-Pierre s’è offerto di farmi da accompagnatore e mi ha condotto
durante gli intervalli in giro per la scuola, non solo con l’intento di permettermi di conoscerla, ma
anche per potermi sventolare come una bandiera.
Infatti, ha fatto in modo che tutti i ragazzi m’invitassero a unirmi ai loro giochi e quelli che hanno
cercato di rifiutarsi hanno avuto dei validi motivi, da parte sua, per non dimenticare di farlo nei
giorni successivi. Inoltre, mi ha caricato sulle spalle e ha iniziato a correre, affermando che era il
modo piu sicuro per me di correre.
Con Jean-Pierre davanti a me, non c'erano più pericoli. Se c’era un imprevisto Jean si faceva scudo
con il suo corpo di qualunque cosa potesse arrecarmi offesa. Un giorno mi ha quasi ringraziato per
averlo lasciato ferire. Ogni giorno, lui mi conduceva in palestra, in infermeria e in cucina e, prima
di tornare in classe, passavamo dal portinaio che era punto di riferimento per Jean-Pierre.
Sicuramente, caro lettore, starai pensando che sto rivedendo la mia infanzia attraverso degli occhiali
rosa, ti posso giurare che non è, assolutamente, cosi e che tale idea nasce dal tuo pregiudizio nei
confronti dei bambini.
E’ logico devo ammetterlo, per amore della sincerità, che ho incontrato bambini cattivi, non è stata
rara l’occasione in cui sono tornato a casa con qualche piuma in meno e con il mio amor proprio
ferito.
Per mia fortuna il più delle volte c’erano presenti persone come Jean-Pierre. 
Suppongo che nessun vero poeta abbia avuto la possibilità di aggrapparsi, realmente, alla criniera
Pegaso e volare sulle sue ali; io, invece, all'età di dieci anni, ogni volta che mi aggrappavo al collo
di Jean-Pierre, rendevo reale il sogno del poeta. E non sono mai stato assalito da dubbi o dalla
paura.
Se è difficile persuadere le persone, diviene ancora più difficile convincere
le strutture sociali e in questi casi l’unica cosa da fare è limitarsi ad
accettare gli eventi.
Anche se bisogna sempre tener viva la speranza che una struttura
scolastica, un comitato, una pubblica amministrazione o un dipartimento oppure un gruppo di
persone, nonostante sia radicato nella routine, riesca a guardare con favore alle eccezioni.
Se sei cieco sei destinato a essere un'eccezione!
Lo sei per due motivi: sei un eccezione rispetto alla moltitudine e perché appartieni a una minoranza
anche se pur piccola.
Ho avuto la possibilità di sperimentarlo a ogni grado di scuola, sono stato ammesso al liceo, all’età
di dieci anni, con le stesse regole delle elementari, a condizione che alla fine dei sei mesi o
dell’anno, non ricordo bene, avessi dimostrato che non era tempo sprecato tenermi all’interno di
quel contesto scolastico.  Nell'ottobre 1934 ho iniziato a frequentare il primo anno del Liceo
Montaigne,14 l’edificio sorge dinanzi ai Giardini del Lussemburgo.15 Una volta che sono riuscito a
superare l’aspetto amministrativo e a entrare oltre la porta della scuola ho incontrato solo singoli
individui, non comitati, con cui confrontarmi.

14

La costruzione del Lycée Montaigne, la cui facciata si estende per 205 metri di fronte al Jardin du
Luxembourg, iniziò nel 1882.
Il sito prescelto era l'ex frutteto del convento certosino, in gran parte distrutto dall'apertura di rue
Auguste Comte e dalla costruzione dello stabilimento. L'attuale frutteto del Jardin du Luxembourg è il
suo patrimonio.

L'architetto Charles Le Cœur ha adottato un design funzionale e armonioso per questo edificio,
cercando di spezzare la monotonia delle facciate e dei cortili con la varietà di pietre utilizzate e l'uso del
mattone.
La scuola colpisce ancora oggi i visitatori con l'armonia della sua sala e del suo giardino d'inverno.
 
Dal Petit Lycée Louis-le-Grand al Lycée Montaigne .
La struttura aprì le sue porte per la prima volta il 5 ottobre 1885. Fu designata come "Petit Lycée Louis-
Le-Grand" ed era gestita dal preside del Lycée in rue Saint-Jacques.
Fu solo nel 1891 che ottenne la sua autonomia e ricevette il nome di " Lycée Montaigne ".
Quindi accoglie studenti delle classi primarie ed elementari e studenti delle classi secondarie fino alla
4a. La scuola continua al Lycée Louis-Le-Grand per l'istruzione secondaria classica e al Lycée Saint-
Louis per l'istruzione secondaria moderna. La scuola ha un collegio.
 
Una struttura in continua evoluzione.
Le iscrizioni continuano a crescere: 413 studenti all'inizio dell'anno scolastico 1885, più del doppio
(861) venticinque anni dopo nel 1910, poi quadruplicare dopo mezzo secolo (1653 nel 1935), La
struttura generale del liceo non è cambiata quasi mai prima del 1952 con la graduale scomparsa delle
classi di primo livello.
Dei tanti insegnanti che ho conosciuto, prima al Montaigne e poi al Louis-le-Grand,16 nessuno
Ha mai contestato la mia presenza all’interno della classe o dell’istituto e molti addirittura l'hanno
incoraggiata, nonostante i dettami della loro professione.
 E’ pur vero che il docente di Storia naturale una volta esasperato dal ticchettio della mia macchina
da scrivere diede di matto e sbotto contro di me, ma io mi sono vendicato chiudendolo in giardino
durante una giornata di pioggia, devo anche ricordare che due mesi dopo l’accaduto è stato
ricoverato in un manicomio.  
In sette anni di liceo non ho mai dovuto sopportare una qualsiasi ingiustizia, anzi sono stato
accettato, incoraggiato e persino onorato.
Da questo momento in poi la storia della mia vita è così simile agli altri studenti che spesso si
confonde con la loro, infatti, il periodo del Liceo di un giovane parigino, nel secondo quarto del

All'inizio dell'anno scolastico 1968 è stato aperto un secondo ciclo con classi seconde A e B. Questo
secondo ciclo si è sviluppato negli anni successivi con classi prime e finali, poi con l'apertura delle
sezioni scientifiche.

Infine, nel 1983, la scuola ha ospitato due corsi di preparazione per le scuole commerciali. Un terzo
("HEC B") è stato aperto all'inizio dell'anno scolastico 1989, un altro all'inizio dell'anno scolastico 95.

Dopo essere salite a quasi 2.500, le iscrizioni sono tornate nel 1985 esattamente al livello che aveva
nel 1935, cioè 1.650 studenti.
L'istituto ospita oggi 1.750 alunni e studenti dalla sesta alla classe preparatoria.

Il Lycée Montaigne era originariamente una scuola superiore per ragazzi. Ma dal 1912, le ragazze
furono ammesse alle classi infantili e la co-educazione fu introdotta nelle classi "pilota" nel 1957, poi
nelle classi di 6a elementare nel 1963 e gradualmente estesa a tutto.  
I locali requisiti durante le due guerre mondiali .
Le due guerre mondiali hanno avuto ripercussioni sulla vita del Liceo Montaigne, sul suo personale e sugli studenti, ma
anche sugli edifici.

Alla fine della prima guerra mondiale, la scuola fu trasformata in un ospedale per soldati americani.

Nel 1940 fu requisito dalle autorità di occupazione per installarvi i soldati della "Luftwaffe". In questo periodo le lezioni
dovevano svolgersi in vari locali del distretto e gli studenti del Lycée Montaigne la cui scuola si è svolta tra il 1940 e il
1944 non hanno potuto conoscere il loro liceo.

Una necessaria ristrutturazione dei locali.


La scomparsa del collegio all'inizio degli anni Cinquanta ha permesso di riorganizzare e costruire nuove stanze. Le ali
furono alzate intorno al 1950 (attuali stanze di Fisica e Chimica).

Ma non era abbastanza, poiché il liceo era stato originariamente progettato per 800 studenti. L'aumento del personale
e il moltiplicarsi delle aule specializzate (sale audiovisive, pratiche di lavoro e sale computer) hanno reso gradualmente
necessaria una profonda ristrutturazione dei locali per adattarli alle attuali esigenze educative.

Dal 1992, il Consiglio regionale dell'Île-de-France e il dipartimento di Parigi hanno deciso una completa ristrutturazione
dei locali.
Il programma di ristrutturazione è terminato e il Collège-Lycée Montaigne accoglie i suoi studenti in locali moderni,
funzionali e sicuri.
Novecento, non ha misteri, per la prima volta ho dovuto scegliere e ho scelto la cecità e cosa si puo
ottenere grazie a essa.

Al liceo, devo essere sincero, mi annoiavo quasi tutto il tempo, e non certo per colpa mia o dei miei
compagni o dei miei insegnanti.

15
giardini del Lussemburgo (in francese jardin du Luxembourg, familiarmente soprannominato Luco) sono i
giardini alla francese pubblici del Palazzo del Lussemburgo, a Parigi.
Vennero creati nel 1612 per volere di Maria de' Medici, e hanno una superficie di 224.500 m2. Si trovano nel VI
arrondissement di Parigi. È il giardino del Senato francese, che è ospitato nel Palazzo del Lussemburgo.

Sul piccolo stagno vengono effettuate regate di barche in miniatura. Il giardino contiene diverse sculture.

L'École nationale supérieure des mines de Paris e il Teatro dell'Odéon si trovano a fianco del Giardino del
Lussemburgo.
16
l Lycée Louis-le-Grand (Liceo Luigi il Grande), noto anche con la sigla LLG, è una scuola secondaria pubblica di
Parigi.

La scuola offre sia corsi di scuola superiore, sia corsi preparatori di livello universitario, finalizzati all'istruzione degli
studenti intenzionati ad accedere in una delle Grandes Écoles. Gli studenti del Louis-le-Grand sono chiamati
"magnoludoviciens".

Il Louis-le-Grand si trova nel cuore del Quartiere latino, tradizionalmente l'area universitaria parigina, di fronte alla
Sorbona e di fianco al Collège de France.

Indice
1 Storia
1.1 Il collegio dei gesuiti
1.2 La gestione dell'Università di Parigi
1.3 Il liceo a partire dal 1790
2 Note
3 Bibliografia
4 Altri progetti
5 Collegamenti esterni
Storia
Il collegio dei gesuiti
Nel 1550 il vescovo di Clermont Guillaume du Prat, invitò i gesuiti ad aprire un collegio nel suo hôtel parigino. Il
vescovo sosteneva anche finanziariamente l'istituzione attraverso la donazione di seimila lire per il mantenimento agli
studi di sei scolari poveri.

Questo hôtel sarà la cellula iniziale del collegio gesuitico. Tollerato dalla Sorbona, ma senza concedere
un'autorizzazione formale, l'istituto ricevette delle lettere patenti dal re ed aprì le porte il 1º ottobre 1563. Il successò
superò rapidamente le speranze, gli allievi arrivarono in numero considerevole e si dovette ingrandire il collegio,
acquistando e annettendo le case confinanti della rue Saint-Jacques.

Tuttavia il Collegium Societatis Iesu, che gli allievi chiamavano Collège de Clermont, s'imbatté sin dalla sua fondazione
in numerosi ostacoli.

In effetti, il nuovo collegio, benché seguisse un orientamento pedagogico moderno ed improntato all'Umanesimo,
decise di fornire agli studenti esterni un insegnamento gratuito. La reazione fu immediata: i gesuiti furono accusati di
La noia di cui parlo non era l’impazienza di un bambino che vuole giocare invece di studiare
(anche se, naturalmente, mi piaceva giocare) né era frutto di una mente incapace di ascoltare per
tempi lunghi.17
Quello che provavo sconvolge i bambini coscienziosi fino a fargli provare la nausea e a costringerli
a entrare nel sonno mentale totale.
Ti starai chiedendo se mi sono mai addormentato in classe?
Ebbene no, tranne qualche raro caso e comunque meno spesso dei miei compagni.  Non pensare che
fossi demotivato, tutt’altro ero spinto da una forte curiosità intellettuale. La matematica la trovavo
noiosa, ma la lingua latina, greca e il tedesco m’interessavano, e la letteratura francese, la storia, la
geografia e le scienze naturali le consideravo delle chiavi magiche che mi permettevano di visitare

spopolare i collegi dell'Università di Parigi. Nel 1564 il rettore dell'Università proibì ai religiosi di riaprire il collegio: ne
nacque un processo del quale s'interessò tutto il regno. In attesa di una sentenza che arrivava mai, i gesuiti ricevettero
l'autorizzazione provvisoria di insegnare: la situazione provvisoria durò trent'anni e permise al Collège de Clermont di
diffondere la propria luce.

Nel 1594 il re Enrico IV fu assassinato con una coltellata da Jean Châtel e si scoprì che l'autore del gesto era stato
allievo del collège de Clermont. Malgrado le proteste dello stesso Jean Châtel, i membri del Parlamento di Parigi
decisero che i gesuiti erano responsabili del delitto[1]. La Compagnia di Gesù fu proibita per la prima volta, i suoi
membri banditi dal regno, il collegio confiscato, i beni mobili e immobili messi all'asta.

Nel 1603, tuttavia, Enrico IV accordò nuovamente ai gesuiti il permesso di stabilirsi in Francia. Nel 1606 i padri
ripresero possesso del loro collegio in rue Saint-Jacques, ma a condizione di non insegnarvi. Successivamente
ottennero l'autorizzazione a tenere un corso di teologia alla settimana. Alla fine le lettere patenti del 20 agosto 1610
conferironoro al Collège de Clermont il diritto di insegnare tutte le materie.

Sempre avversa alla Compagnia di Gesù, l'Università di Parigi ingaggiò una vigorosa battaglia legale davanti al
Parlamento di Parigi, il quale con una sentenza del 22 dicembre 1611 proibì nuovamente ai gesuiti di insegnare a
Parigi: bisognerà attendere il 15 febbraio 1618 perché sia finalmente autorizzata la riapertura del collegio, in
conformità delle lettere patenti del 1610.

Da allora, beneficiando della protezione ufficiosa del re, il Collège de Clermont fra il 1618 e il 1682 riscosse sempre più
successo.

Nel 1682 il re Luigi XIV concesse al collegio il suo patronato ufficiale e l'istituto prese il nome di Collegium Ludovici
Magni, Collège de Louis le Grand. La scuola, benché non avesse ancora il riconoscimento della Sorbona, offriva un
insegnamento molto apprezzato a più di 3.000 allievi. Il sistema educativo dell'epoca era ispirato alla Ratio Studiorum
dei gesuiti, con la divisione in sei classi.

Nel 1669 Colbert aveva fondato l'École des Jeunes de langues per preparare alcuni interpreti in turco, arabo e
persiano. Questa scuola fu annessa al Collège de Clermont nel 1700[2], poi, nel 1873, fu incorporata[3] nell'École
spéciale des Langues orientales, fondata nel 1795 e oggi ribattezzata Institut national des langues et civilisations
orientales[4].

La gestione dell'Università di Parigi

Stemma del collège royal Louis-le-Grand sulla rilegatura di un libro


Il 1762 vide la vittoria del Parlement de Paris e dell'Università sui Gesuiti. In seguito alla bancarotta del padre Antoine
Lavalette, la Compagnia di Gesù, che fu condannata a pagare i debiti del padre, commise l'imprudenza di portare la
questione davanti alla grande chambre del Parlemento di Parigi. Il 3 maggio 1762 il Collège de Louis-le-Grand ricevette
l'ordine ufficiale di congedare senza indugio professori e allievi. I Gesuiti furono espulsi dall'istituto e i loro nemici
presero possesso dell'edificio del collegio. Il 21 novembre 1763 il Louis-le-Grand fu dichiarato chef-lieu de l'université
de Paris ("sede centrale dell'Università di Parigi").

Il re Luigi XV divenne il secondo fondatore del collegio: l'istituto ottenne il privilegio di usare lo stemma reale sul
sigillo.
giardini inesplorati.  Lezioni e compiti, invece di stancarmi, mi rallegravano. Ho bevuto alle
sorgenti della conoscenza come a una fontana.
Eppure mi annoiavo a scuola!
Non appena la porta dell'aula si chiudeva venivo investito dal tanfo della stanza, quell’odore
naueabondo non era provocato dalla sporcizia dell’aula né tantomeno dalla scarsa igiene dei miei
compagni, anche se quaranta persone chiuse, per una mattinata, all’interno di una stanza dopo
cinque ore davano vita a un odore simile a quello di una palude stagnante.
E allora ti starai chiedendo cosa dava vita a quell’odore?
Se mi hai seguito, caro lettore, con attenzione sino a questo momento e non ti sei annoiato,
ricorderai che ho fattomenzione della predisposizione delle persone cieche di poter percepire sia gli
odori fisici che quelli morali.

Benché dividesse con l'Università i vasti locali della rue Saint-Jacques, il nuovo preside decise d'intraprendere una vera
rivoluzione pedagogica che rinfocolò il conflitto con l'Università: nel 1766 istituì il concorso di abilitazione
all'insegnamento superiore; poi andò oltre e nei locali del collegio reale organizzò un'École normale per preparare al
concorso (e fu qui prima di trasferirisi in rue d’Ulm che l’École normale supérieure funzionò per ottant'anni).

Colpita da questo nuovo attentato contro i suoi privilegi secolari, l’Università scatenò una guerra di dodici anni prima
di arrendersi nel 1778. Durante questo periodo il collegio vinse tutte le campagne organizzate contro di lui davanti
all'opinione pubblica: il numero dei borsisti passò da 465 nel 1781 a 494 nel 1788 e 550 nel 1789. A quest'epoca gli
studenti restavano nel collegio per tutta la durata dei loro studi: dopo il baccalauréat, potevano scegliere fra la
preparazione del concorso di abilitazione, gli studi di medicina, quelli di giurisprudenza e quelli di teologia.

Il liceo a partire dal 1790


Dal 1792 al 1794 una parte dei locali del collegio, ribattezzato Collège Égalité, fu utilizzata come caserma, poi come
carcere politico dove le vittime del Terrore attendevano di essere condotti al patibolo. All'inizio della Rivoluzione
francese gli altri collegi parigini erano stati chiusi ad eccezione del Collège Égalité. Nel 1797 il liceo divenne l'istituto
centrale dei borsisti con il nome di Prytanée français e quel che restava dei quaranta collegi parigini vi fu annesso.

Nel 1800 il Prytanée fu diviso in più collegi e quello della capitale divenne il Collège de Paris. Nel 1802 l'istituto prese il
nome di lycée de Paris, prima scuola francese a prendere il nome di "liceo". Nel 1805 il nome cambiò ancora e divenne
Lycée impérial.

Il nome dell'istituto registrò l'evoluzione della storia francese: lycée Louis-le-Grand durante la "Prima restaurazione",
collège royal de Louis le Grand con la Seconda restaurazione. La preposizione de fu soppressa nel 1831. Nel 1848
prese il nome di lycée Descartes; tuttavia l'anno successivo riprese il nome di lycée Louis-le-Grand. Sotto il Secondo
Impero diventerà lycée impérial Louis-le-Grand. Dal 1870 al 1873 tornò ad essere il lycée Descartes: l'istituto della rue
Saint-Jacques ritornò definitivamente lycée Louis-le-Grand nel marzo 1873.

Note

Cortile interno
^ Si veda il testo dell'editto emanato da Enrico IV a Poitiers il 7 gennaio 1595 in Charles Sauvestre, Instructions
secrètes des Jésuites, p.|164-166, Ed. Dentu, 1878
^ Gustave Dupont-Ferrier, Du Collège de Clermont au Lycée Louis-le-Grand (1563-1920), 1925, Tomo III, p. 354-356
^ Gustave Dupont-Ferrier, cit. Tomo III, p. 391-398
^ storia sul sito INALCO
Bibliografia
Gustave Dupont-Ferrier, Du Collège de Clermont au Lycée Louis-le-Grand (1563-1920), Éditions de Boccard, 3 vol.,
1921-1925
Maurice Donnay, Le lycée Louis le Grand, Gallimard (NRF), collection Collèges et Lycées, 1939
Les Heures difficiles de Louis-le-Grand (1939-1945) Témoignages, auto-edito da Hubert Legros, 1997 ISBN 2-9511994-
0-6
Le Lycée Louis-le-Grand, Édition Gérard Klopp, 1997 ISBN 2-906535-06-0
Bruno Frappat, Pouvoir «Mao-spontex» à Louis-le-Grand su Le Monde del 3 maggio 1969
17
Oggi viene indicato con la sigla ADHD.
Alla luce di cio, avrai compreso, sicuramente, che mi sto riferendo all’aspetto morale.
Si proprio cosi, in ogni classe l’odore morale è alto, se si considera che quel gruppo di esseri umani
vive nella medesima stanza non per piacere, ma per costrizione o a causa di un obbligo sociale ne
concluderai che tra quelle mura puoi trovare una marea di rabbia repressa, una voglia di autonomia
umiliata, un desiderio di asolare con la mente, quotidianamente, umiliato e impedito, ma soprattutto
potrai tastare con mano la sofferenza di non poter dar sfogo alla propria curiosità di conoscere,
veramente, il mondo.
Tutti questi sentimenti provocano un odore morale sgradevole e una nebbia costante nelle menti
degli alunni.
Io le percepivo, anzi le toccavo e di conseguenza vedevo solo confusione, i colori erano sbiaditi e
molte volte tristi. Tutto era nero, dalla lavagna ai libri, mentre gli insegnanti erano grigi.
Affinché cio non avvenisse dovevo essere investito da una lezione interessante e questo era
possibile sia grazie alle conoscenze del professore, ma soprattutto dalla sua personalità.
La noia legava e imbavagliava tutti i miei sensi. Persino i suoni in classe perdevano la loro forza e
la loro profondità e, lentamente, scemavano fino a scomparire. 
Per riuscire a sopravvivere ho dovuto ricorrere a tutta la mia passione per la vita, anche se devo
ammettere di aver mancato della necessaria disciplina per potermi ribellare, per cui mi sono
adeguato, anche se sono rimasto un inguaribile individualista. Grazie a questa strategia sono riuscito
a sopravvivere, tenuto conto che la scuola stava violentando la mia vita da cieco e anche il mio
mondo personale.
 Ho dovuto aspettare anni, almeno fino all'adolescenza, per placare lo scandalo scoppiato nella mia
testa a scuola e ancora oggi ho dei dubbi di essere riuscito a risolverlo.
Non riuscivo a capire perché gli insegnanti non parlassero mai della vita che scorreva dentro di loro
o dentro di noi; ci descrivevano in maniera dettagliata l'origine delle montagne, ci rendevano
partecipi degli ultimi istanti del tirannicidio di Giulio Cesare, ci tempestavano d’informazioni
riguardo alle proprietà dei triangoli, ci descrivevano con particolarità l’accoppiamento e la
riproduzione dei coleotteri oppure ci scevravano tutte le cause della frequenza e della combustione
dell’anidride carbonica. 
A volte parlavano anche di uomini, ma solo come personaggi. C'erano i personaggi della storia
antica, quelli del Rinascimento e delle commedie di Molière; mentre l’individuo veniva sostituito
dal termine cittadino, con la conseguenza che tale definizione creava maggiore confusione nella
nostra mente, dal momento che nessuno di noi era ben consapevole chi fosse costui e quali fossero
le sue caratteristiche sociali.
Ma nessuno dei nostri insegnanti ha mai pensato di parlare di persone reali come lui o noi.
Quello che mancava durante le lezioni era la vita, infatti, si parlava sempre del mondo fuori di noi,
ma nessuno poneva attenzione al presente, a noi, ai nostri sentimenti, ai problemi che gli adulti o
noi dovevamo, quotidianamente, affrontare.
Ben presto ho compreso che i docenti non potevano o non volevano raccontarsi, perché erano
convinti che era un argomento personale, del resto mi sono reso conto che neanch’io avrei avuto
piacere a raccontarmi e descrivere la mia vita interiore.
Ma la vita interiore era molto più di una cosa personale. Essa conteneva i desideri, le speranze, i
sogni, le incertezze con cui io e i miei compagni dovevamo fare i conti.
Questo era il limite della scuola e il motivo della mia noia, accumulavamo conoscenze, cosa giusta
e buona, ma non ci soffermavamo a comprendere le ragioni per cui gli uomini sentono il bisogno
d’inseguirla e di accrescerla, informazione che sarebbe stata, a mio modesto parere, vitale.

Non potevo fare a meno di pensare che in tutta la faccenda qualcuno ci stesse tradendo e per questo
ho sentito il bisogno di difendermi e, pertanto, ho mobilitato tutte le immagini del mio mondo
interiore, tutte gli esseri e le cose viventi che conoscevo. Seduto sulla mia sedia scura di fronte al
mio tavolo, sotto il grigio acquazzone dello studio, mi misi a tessere una specie di bozzolo dentro il
quale rinchiudermi.
Attento lettore!
Ero un bravo ragazzo, ero furbo e riuscivo a tessere trame senza che nessuno s’ accorgesse che ero
ostile. 
Questo mio mondo interiore era così importante per me che ero determinato a proteggerlo dal
naufragio, e per salvarlo non ho mai smesso di fare concessioni al pubblico, ai libri, ai miei genitori
e ai miei insegnanti. Devo la mia brillantezza di studente a questa operazione di salvataggio. Per
essere lasciato in pace, mi sono impegnato a imparare tutto ciò che volevano da me: il latino,
l’entomologia, la geometria e la storia dei caldei. Ho imparato a digitare su una normale macchina
da scrivere in modo da poter consegnare i compiti, direttamente, agli insegnanti come gli altri e
semplificare la correzione del mio elaborato.  Ogni giorno io ho portato la mia dattiloBraille a
scuola e l'ho messa su un panno di feltro, allo scopo di attutire il suono, e poi
ho preso i miei appunti. Ho ascoltato, risposto, ascoltato, posto domande, ma non c’ero mai con il
mio cuore e con la mia anima. Per cui ero un ragazzo tagliato in due, oscillante tra l’importante e
l’insignificante.
Ora che l'esperienza è alle mie spalle: la noia densa come il petrolio, il peso morale sono rimastiper
anni dentro di me, mentre il mio spirito vitale si rifiutava di abbandonare l’infanzia e di assecondare
il principio della verità rivelata dagli adulti come scontata e ovvia.
Il mio spirito aveva deciso di non oltrepassare quel Rubicone.  
Non avrei rinunciato al senso di meraviglia che la cecità aveva risvegliato in me; anche se non
l’avessi scritto e testimoniato esso m’aveva imprigionato.
Qualunque tipo di difficoltà io ho incontrato, debbo confessarti, che è stato proprio sui banchi di
scuola che ho incontrato coloro che hanno sostenuto quest’atteggiamento e capacità di porsi nel
mondo. Mi riferisco ai poeti e agli dei.
 Li ho scoperti tra la polvere dei libri, man mano le mie dita correvano lungo le righ, mi rendevo
conto che stavano aprendo davanti a me strade larghe e luminose. 
Sembravano che mi sorridessero e mi dicessero che non tutto era perduto.
È più che probabile che gli studi umanistici scompariranno presto, ma nel 1935 nei licei di Parigi
erano ancora saldamente trincerati. 
Il mio lavoro è stato diviso in due parti uguali: il mondo di oggi e il mondo di ieri, i sogni degli
antichi e i sogni dell'uomo moderno. Non posso credere che sia stata una brutta cosa. Almeno non
eravamo in pericolo cadendo nell'assurdità, così comune al giorno d'oggi, di confondere l'era degli
Sputnik e dei razzi polari con l’era della Genesi.
Per ore siamo stati costretti a collaborare con personalità o, meglio preferisci, con
esseri soprannaturali, del calibro di Giove o di Venere, con le sirene e con gli elfi; e poi
di nuovo con Giove, Prometeo, Vulcano, Apollo - una perdita di tempo in termini di contabilità, una
vero salasso di apprendimento e, per scopi pratici, del tutto sciocco. 
Anche tu condividi l’idea che era una perdita di tempo?
Puo essere ma chi puo affermarlo con certezza?
Per quanto mi riguarda posso assicurarvi che è stata una felice follia.
In ogni caso, dal 1934 al 1939, il mio compito di studente è stato quello di riunirmi e diventare un
componente della famiglia di personaggi tra loro completamente diversi del calibro di Newton e
Minerva, Franklin D. Roosevelt, Léon Blum, Adolf Hitler, Hercules e Nettuno. 
La cosa più straordinaria in tutta questa strana faccenda era che questa strana miscela in qualche
modo produceva un po' più di luce dentro di me.
Io stesso vedevo più chiaramente e sapevo di più su me stesso, perché dentro di me anche l'universo
esisteva non più in due dimensioni, ma in tre, ovvero presente, passato e futuro.
E questi tempi erano testimoni della rivelazione del visibile e dell'invisibile, delle cose che
possiamo pesare e di quelle che non possiamo toccare, testimoni di oggetti che sono stati scoperti o
creati, ma anche di cambiamenti sociali e di pensiero che avvengono senza averne certezza.
C'era una grande agitazione nella mia testa, una fermentazione continua, come una serie di
liquidi versati nello stesso recipiente e scossi, ma ancora distesi uno sull'altro in modo ordinato
in strati separati. In base a questo un personaggio come Adolf Hitler è divenuto poco importante,
mentre Apollo con i suoi miti è divenuto rilevante.
Tutto quello che ho imparato dalla mitologia greca e dalla loro lunga eredità iniziando dai poemi di
Omero fino alle commedie di Giraudoux, passando per i testi di Racine, mi sembrava evidente e
lapalissiano.
Eppure avevo difficoltà a parlarne, soprattutto quando dovevo scrivere un tema su di loro.
 Gli dei greci mi hanno fatto piacere ed erano anche importanti per me. Il loro modo di comportarsi
era quasi sempre come uno spettacolo burlesque e nello stesso tempo scioccante. Ricordo che
quando avevo dodici anni, le infedeltà di Giove a Giunone quasi suscitarono il mio odio nei
confronti del padre degli dei. Lo disapprovavo, ma, comunque, dietro quelle intimità della camera
da letto e tutti gli insensati litigi, gli dèi presero sostanza. 
E quello che hanno trasmesso coincideva quasi esattamente con quello che stavo vivendo io
stesso. Minerva, per esempio, era la saggezza, la bellezza assumeva le sembianze di Venere, la Luce
invadente era Apollo, mentre i fulmini di Giove mi suscitavano l’idea di forza, splendore e
protezione. 
Da parte mia, ero consapevole che queste cose esistevano, non erano solo creazioni fantastiche o
parole, non solo frasi latine incomprensibili sulle quali far dannare i poveri studenti.
Il modo in cui gli adulti dicevano "questo è bello", "questo è ragionevole" m’infastidiva, perché
potevo vedere che, per loro, "questo" e "quello" contavano molto di più dell’oggetto "bello" o
"ragionevole". 
Gli adulti erano preoccupati solo delle cose di cui avevano bisogno subito, delle cose che
usavano. Io e i miei compagni non eravamo stati vinti da questo bisogno, non ancora.
Io volevo solo conoscerle le cose, ascoltarle e guardarle.
Tra tutti gli dei io preferivo Apollo, scelta non casuale, dal momento che tutti i testi concordavano a
rappresentarlo come signore della Luce o traghettatore della Luce, elemento quest’ultimo che lo
accomunava a me.
 Inoltre, la particolare responsabilità di questo grande dio era il suo ruolo di traghettatore della Luce,
di vigile custode della sua nascita e della sua morte quotidiana, meno di come questa illuminava il
mondo, tema più di pertinenza dell’ottica.
 Più tardi ho compreso che Apollo non era l'unico e nemmeno il migliore tra i personaggi
dell’antichità ad aver guardato e valorizzato la Luce, basti pensare a Gesù che l’aveva resa un
valore essenziale e vitale per la mistica cristiana.
Ma all’età di undici anni, il dio Apollo deteneva un ruolo fondamentale e mi sembrava l’unico
personaggio a cui poter fare affidamento.
E poi c'erano i poeti, quelle persone incredibili così diversi dagli altri uomini, che
hanno detto a chiunque volesse ascoltare che un desiderio è più importante di una fortuna, e che un
sogno pesa più del ferro o dell'acciaio. 
Che coraggio avevano quei poeti, ma quanto verità c’era nelle loro semplici e assurde parole!
Tutti costoro affermavano che la loro poesia era frutto di un fermento interiore che saliva e passava
nel mondo esterno per poi essere filtrato dai sensi e riassorbito dalla loro mente.
E questo per loro era il vero significato della vita, del sentimento, della comprensione, dell'Amore.
La maggior parte delle volte i poeti erano oscuri - troppo per i miei gusti - a causa del loro
linguaggio povero che utilizzavano e che produceva delle onde nell’animo del lettore, ora
portandolo in alto fino a fargli provare le vertigini, quindi lo lasciavano in sospensione e senza
alcun preavviso precipitarlo nel silenzio; una parlata alta che brillava, circondata da un'estremità
all'altra dall' essenza dell’universo, con il chiaro intento di richiamare l'attenzione su qualcosa, che,
immediatamente, veniva sostituita dal suo opposto.
 A volte sospettavo che i poeti si limitassero ad aggiungere complessità inutili per le loro vite, ma
ero consapevole che sapevano molto.
A proposito di complessità, tre o quattro anni dopo è stato il mio turno di battere il record. Quando
io avevo circa quindici anni e ho iniziato a scrivere poesie burrascose e oscure come nessun’ altra tu
possa immaginare. 
Ho descritto giardini e grotte fantastichee. Ho fatto battere la testa a tutte le parole del dizionario,
tutte le stelle del firmamento si sono scontrate, come sono sicuro che ogni uomo di cultura ha fatto
in qualche momento della sua vita.
Ma la cosa strana è che oggi, quando sono diventato molto più ragionevole e più
prudente, provo spesso un desiderio invincibile per il disordine dei giorni della mia gioventù come
li appena descritti.
Certo, era un ammasso di confusione, ma devo essere sincero conteneva più germi di vita in un
minuto della mia giornata di quanti ne possano esserci nell’arco della mia più felice giornata
odierna.
Al liceo, quando un amico, uno dei miei amici "pratici" ha chiesto a uno di miei amici "sognatori"
che cosa significassero certi versi di Virgilio o di Victor Hugo.
Quelli hanno subito avuto la risposta pronta: “Significa quello che significa, e qualcosa di più! Non
vedi? " 
Il più delle volte quelli non riuscivano a vedere, ma cercavano un modo per consolarsi da questa
loro difficoltà per evitare di essere considerati stupidi.
Dopo poco tempo che sono divenuto cieco ho dimenticato i volti di mia madre e mio padre e i volti
della maggior parte delle persone care.
Di tanto in tanto una faccia mi ritornava in mente, ma era sempre quella di una persona che non mi
importava. Perché la memoria funzionava in questo modo? 
Era quasi come se l'affetto non fosse direttamente compatibile con la memoria.
Potrebbe essere che l'affetto, o l'amore, ci mette così vicini a persone che non siamo più in grado di
evocare la loro immagine? 
Forse non vediamo mai quelli che amiamo, mai completamente, solo perché li amiamo,
indipendentemente, dalle loro apparenze ed esteriorità.  In assenza dei loro volti avevo le voci dei
miei genitori sempre presenti nelle mie orecchie, e dall'incidente la forma delle persone e il loro
aspetto mi preoccupavano ancora, ma in maniera diversa. All'improvviso smisi di preoccuparmi se
le persone fossero scure o bionde, con gli occhi azzurri o verdi. mi sono sentito
che le persone vedenti passassero troppo tempo ad osservare queste cose vuote.
 Ogni discorso basato sul clique "ispira fiducia", "è ben educato", mi sembrava superficiale, quello
rappresentava la schiuma, ma il succo della bevanda stessa.
Da parte mia avevo un'idea delle persone, un'immagine, ma non corrispondeva a quella che il
mondo aveva.
 Spesso vedevo le cose in un modo diametralmente opposto a quello degli altri. Il ragazzo furtivo
che ho visto tanto timido, quello che chiamavano pigro era un lottatore indefesso grazie alla sua
portentosa immaginazione.
A dire il vero, le mie opinioni sulle persone erano diventate così diverse che io spesso diffidavo di
esse. Ho finito col sentire che ero io quello strano.
Francamente, i capelli, gli occhi, la bocca, la cravatta, gli anelli alle dita contavano molto poco o
nulla. Anzi molte volte mi rappresentavo gli uomini e le donne prive di testa o di dita.
Per cui mi accadeva d’identificare una donna con il suo braccialetto e di vederla trasformata nel suo
braccialetto, mentre altre diventavano una fila di denti che riempiva il viso, ma nessuno di queste
rappresentazioni poteva essere descritto.
Le persone non erano affatto come si diceva fossero e non rimanevano mai le stesse per più di due
minuti; alcuni lo rimanevano e cio non era mai un buon segno, dal momento che indicava che non
volevano accettare di essere vivi e che erano intrappolati nel
 Alcuni lo erano, ovviamente, ma quello era un brutto segno, significava che non volevano
accettare di essere vivi ed erano intrappolati in una passione indecente.
Ed era proprio cio che vedevo subito in loro, perché, non potendo vedere l’aspetto esteriore io li
vedevo nella loro interiorità, mi appariva completamente nudi e indifesi.
Di solito poche persone sono abituate a vedersi e sentirsi descrivere come sono, dal momento che
gli abiti per loro sono il modo di nascondersi e di diventare come gli altri gli vogliono.
Ho sentito le voci dei miei genitori risuonare nelle mie orecchie o esplodere nel mio cuore, scegli
tu, comunque dentro di me. Lo stesso valeva per qualunque voce.
Se è facile proteggersi da un viso che non ci piace, basta chiuderlo nel mondo esterno, diviene
impossibile riuscire a fare lo stesso con le voci.
Ed è inutile tentarci per quanto ci ho provato non ci sono mai riuscito.
La voce umana si fa strada dentro di noi, per il semplice motivo che la sentiamo dentro di noi. Per
ascoltarla correttamente dobbiamo lasciarla vibrare nella nostra testa e nel nostro petto, nelle nostre
gole come se, per il momento, appartenesse davvero a noi.
 Questo è sicuramente il motivo per cui le voci non ci ingannano mai.
Non vedevo più volti e sapevo con ogni probabilità che avrei dovuto navigare nel mondo per il resto
della mia esistenza senza poter aspirare a poterli rivedere.
 A volte, ti confesso, che mi sarebbe piaciuto poterli toccare, quando ero convinto che fossero belli,
ma la società impedisce tali gesti, li condanna e li apostrofa come sconvenienti.
 Di regola vieta qualsiasi mossa che possa portare gli essere umani il piu vicino gli uni agli altri. 
In tal modo, la società crede di agire per il meglio, difendendoci contro gli assalti dell'immodestia e
della violenza.
 Ma come potrebbe un bambino cieco riconoscere il pericolo? 
Per lui tali divieti sono impossibili da comprendere.
Tuttavia, ho sfruttato al massimo le voci, in un dominio in cui la società non s’ è mai intromessa.
È strano quanto le leggi prodotte dagli uomini siano delicate in materia di corpo e ignorino del tutto
gli effetti prodotti dalle voci e dal loro contatto.
Tale motivo va ricercato, a mio modesto parere, nel fatto che il legislatore ha deciso d’ignorare,
volontariamente, la possibilità che la voce, come le mani e gli occhi, puo compiere azioni lecite o
illecite.
Inoltre, un uomo che parla non si rende conto che sta tradendo se stesso. 
Quando le persone si rivolgevano a me, un bambino cieco, erano indifese, nude.
Tutte erano convinte che mi sarei limitata a percepire le parole e a cogliere il significato apparente,
nessuno di loro ha mai sospettato che potessi leggere le loro voci come un libro.
 Ad esempio, l'insegnante di matematica è entrato in classe, ha richiamato la nostra attenzione
battendo le mani e con decisione ha iniziato la sua lezione.  Quel giorno era chiaro, come sempre,
forse più interessante, anzi un po' troppo interessante. La sua voce, invece di cadere nel nulla alla
fine di ogni frase, come sempre, nonsotante scendesse di un tono o due sulla scala, rimaneva
sospesa nell'aria. Quel giorno la sua voce tradiva il bisogno del nostro insegnante di nascondere
qualcosa, per questo utilizzava la sua più bella faccia per creare un paravento dietro cui nascondersi,
ma non aveva considerato che io ero abituato alla cadenza delle sue frasi che scandivo come un
metronomo, ma quel giorno il tempo delle sue frasi non era il solito, non era il solito quattroquarti,
ma un ritmo veloce, vorticoso, confuso e addolorato.
Avrei voluto aiutarlo, ma sarei sembrato stupido dal momento che non c’erano elementi per poter
affermare che era infelice, eppure lo era, amaramente infelice.
Una settimana dopo la terribile voce del gossip c’informo che la moglie lo aveva lasciato.
Ho imparato a leggere molte informazioni nelle voci senza volerlo, senza nemmeno pensarci, quelle
voci mi preoccupavano più delle parole che dicevano. A volte, accadeva che in classe per alcuni
minuti non sentissi nulla, né le domande dell'insegnante né le risposte dei miei compagni. Questo
perché io ero troppo assorbito dalle immagini che le loro voci producevano nella mia testa. Nella
maggioranza dei casi queste immagini contraddicevano, flagrantemente, l'apparenza delle cose. 
Ad esempio, lo studente di nome Pacot aveva appena ricevuto 100 dall'insegnante di storia; avrebbe
dovuto essere felice eppure la sua voce che mi aveva informato, era senza ombra di dubbio quella di
una persona che era convinta di aver sbagliato ogni risposta. Infatti aveva risposto in maniera
corretta, ma era consapevole che non aveva compreso quello che affermava, la sua voce era un
sonaglio privo del batacchio, per cui era un sonaglio privo del suono.
Ciò che le voci mi hanno insegnato me l'hanno insegnato subito. Sulle voci bisognava tener conto
dei fattori fisici, ad esempio di come respiravano i vari soggetti, se fossero affetti da tonsilliti o dalle
adenoidi, per cui le loro voci risultavano ovattate. Tale difetto fisico rendeva le loro voci in falsetto
per cui eri portato ad affermare che erano dei codardi, anche se ragazzi che respiravano male a
causa delle tonsille o delle adenoidi, e le cui voci sembravano ovattate. Questo loro difetto fisico
rendeva le loro voci in falsetto per cui eri portato ad affermare che si trattava di codardi.
Poi invece c’erano i nervosi e i timidi, che usavano la loro voce al momento sbagliato, per cui il
loro parlare era un mormorio incomprensibile, ma se all’inizio venivo ingannato, poi riuscivo a
comprendere il loro carattere e a leggere oltre le apparenze.
Una bella voce (con tale termine intendo non solo la modulazione dei suoni per mezzo delle corde
vocali, ma anche il carattere della persona ) rimane tale anche se tossisce o balbetta.
Mentre una voce sgraziata, al contrario, puo diventare morbida, profumata, e melodica come un
flauto, ma le mancherà sempre la caratteristica degli ideali, per cui, nonostante tutto, rimane
malvagia.
Come riuscire a spiegare alle altre persone che tutti i miei sentimenti verso di loro, sentimenti di
simpatia o antipatia, erano suscitati dalle loro voci? 
Ho provato a dire ad alcune persone che era così, che né io e né loro potevamo farci qualcosa, ma
presto ho dovuto smettere perché era chiaro che l'idea era spaventosa per loro.
Come gli odori esiste anche un suono morale che racchiude i nostri appetiti, i nostri umori, i nostri
vizi segreti, anche i nostri migliori pensieri e che emergono attraverso le nostri voci, mediante il
tono, l’inflessione o il ritmo e il timbro.
 Tre o quattro note troppo vicine l'una all'altra in una frase annunciavano rabbia, anche se
niente lo rendeva, apertamente, visibile.
 Per lo stesso principio anche gli ipocriti risultavano, immediatamente, riconoscibili, le loro voci
erano tese, con piccoli intervalli bruschi tra i suoni, come se l'oratore fosse determinato a non
lasciare mai che la sua voce prendesse il sopravvento, ma risultasse sempre controllata.
Più tardi mi parlarono di una nuova scienza, la scienza delle voci meglio conosciuto con il nome di
fonologia.
Il suo sviluppo si deve alla nascita della radio e alla necessità di convincere all’acquisto mediante la
pubblicità.
E’ possibile una tale scienza? Certamente.
E’ auspicabile?  Temo di no, perché se mai dovesse arrivare il momento in cui gli uomini avidi e
senza scrupoli padroneggeranno l'arte della voce umana, decifrandola e modulandola a piacimento,
tutto ciò che resterà della libertà andrà perduto. 
Infatti, tali uomini potranno governare e condizionare la voce, ma soprattutto condizioneranno gli
ascoltatori. Allo stesso modo di Orfeo, negli ultimi giorni della sua vita, si ritroverebbero a poter
incantare le bestie e ad animare persino le pietre.
 Ma ricorda che Orfeo aveva diritto al suo segreto solo fino a quando non s’è astenuto
dall’abusarne.
Capitolo 5 IL MIO AMICO JEAN

Scusami, caro lettore, devi sapere che in tutto questo che ti ho parlato non
siamo stati mai soli, anche se tu sei stati indotto dal mio racconto a
crederlo.
Era presente, a ogni pagina, sempre il mio amico Jean.
Scusami se non te l’ho detto, ma lui è sempre presente in tutto che faccio
o dico.
Il mio silenzio nasce dalla paura di essere frainteso da te e da quelli come
te, e ti dico di più io dovrei parlare dei nove anni successivi utilizzando
sempre il pronome personale “noi”, invece della prima persona singolare,
dal momento che io e Jean in quel lungo periodo siamo stati sempre
insieme e abbiamo condiviso ogni nostro pensiero, sentimento ed
esperienza.
Visto che ne ho parlato, mi sembra giusto presentartelo.
Tutto è iniziato al primo anno del liceo.
Jean sedeva di solito dietro di me, per sua libera e volontaria scelta.
Mi aveva detto, esplicitamente che non mi avrebbe lasciato mai da solo.
Io, spesso mi voltavo per cercare la sua voce ed avere la sensazione che fosse al mio fianco.
La sua voce era saggia, più piacevole di tutte le altre e ogni volta che la percepivo mi rendeva
felice.
In quel periodo non eravamo ancora intimi e per quanto ognuno dei due avesse piacere a stare con
l’altro, non osavamo dircelo.
A favorire la fioritura della nostra amicizia è stata sua madre.
Un pomeriggio verso la fine dell’anno scolastico, s’è presentata a casa e ha chiesto di parlare con
mia madre allo scopo di chiedere se Jean poteva venire a casa mia, tutte le sere, a leggermi i libri di
cui avevo bisogno e a studiare con me.
Mia madre ha acconsentito e quello che ognuno di noi agognava è diventato realtà.
Ma chi mai avrebbe potuto affermare che questo germoglio di amicizia fraterna sarebbe avvizzito a
seguito di una tragedia imprevista e non agognata da nessuno di noi due!
Si te lo assicuro mio fedele lettore, nessuno di noi due lo avrebbe mai immaginato, te lo posso
assicurare.  Eravamo bambini e sapevamo solo che ci amavamo fraternamente.
Jean era il figlio di un architetto, un uomo felice e buono che doveva morire, quattro anni dopo, a
seguito di un attacco di cuore.  Sua madre era stata una pittrice, una donna piena di fantasia e
garbata, come dimostrava l’incredibile rispetto nei confronti del prossimo.
All'età di undici anni Jean era più innocente di tutti i miei compagni. 
Non sapeva niente della vita e all'epoca non volevo che nessuno glielo insegnasse; era un misto di
modestia e di pazienza, diceva sempre che le cose accadono al momento giusto e che bastava,
solamente, aspettare.
Per quanto riguardo allo studio dimostrava dei tempi di apprendimento maggiore, che erano il
riflesso del suo modo di muoversi goffo e pesante. Di solito o s’annoiava oppure accarezzava il suo
vicino.
 Quando stringeva la mano lo faceva in maniera troppo forte e troppo a lungo e per questo provava
un grande dispiacere. La sua voce assomigliava a quella di un controtenore angelico, con la
conseguenza che fino all'età di quattordici anni, era in ansia perché si chiedeva se avrebbe mai
parlato come un uomo. 
Poi all’improvviso, per la precisione due settimane prima dell’arrivo della primavera del 1938, la
sua voce s’è abbassata di tre ottave e si trasformata in quella di un basso nobile e protettivo.
Proteggere questa parola esprime appieno la natura e i desideri di Jean.
 Più tardi, quando noi due avevamo imparato a conoscere la nostra interiorità, mi ha confessato
quanto fosse contento di essere debole, questo gli avrebbe impedito di poter abusare degli altri.
 Ma era davvero debole?
 Secondo gli insegnanti lo era.
 Sebbene fosse molto intelligente, il ritmo della sua mente era lento e altrettanto la sua capacità
espositiva.
 Lo hanno accusato di essere troppo flemmatico. Il suo viso aveva sempre una leggera espressione
sorpresa che gli stupidi scambiavano per ironia.
Jean è entrato nella vita da tutte le porte allo stesso tempo: attraverso gli studi, l’immaginazione,
l’affetto e una sorta di comunione che può essere paragonata solo all'intimità spirituale che esiste
solo nel matrimonio.  Era serio molto serio. Ma bisogna aggiungere altre parole per descriverlo
meglio come nobiltà e maestà , se solo potessi spogliare questi termini della loro rigidità e
della solennità. Era più serio di me, meno aperto a tutte le follie dell'istinto e in questo modo ha
agito su di me come un freno.
Eravamo entrambi ragazzi laboriosi perché i libri ci avevano colto nella loro trappola.
 Il miglior regalo che io abbia mai fatto a Jean (o almeno così ha detto) era una copia di Pelleas e
Melisande di Maeterlinck. 
Abbiamo studiato e abbiamo sognato. Eravamo due corpi con una sola testa.
Il suo corpo cresceva molto più velocemente del mio, così che ogni anno la sua mano doveva cadere
sempre più verso la mia spalla. Mi ha tenuto solo per la spalla, e il cielo m’è testimone che mi ha
tenuto stretto! A sedici anni, era otto pollici più alto di me, un tipo grande e robusto, ma magro e
sempre serio.
Siamo stati insieme al liceo fin dal primo giorno.  Quello è stato il primo di sette lunghi anni,
durante i quali siamo stati sempre insieme, mai lontani l’uno dall’altro per più di quarantotto ore.
 E dopo i sette vennero due anni burrascosi, ma è ancora troppo presto per parlarne. Per nove anni
non c'è stata un'idea o un'emozione che non abbiamo condiviso, anche se eravamo, profondamente,
diversi. Abbiamo ascoltato gli stessi insegnanti, letto gli stessi libri, abbiamo avuto gli stessi amici,
fatto gli stessi viaggi, abbiamo goduto degli stessi piaceri alla medesima ora, camminavamo allo
stesso ritmo e, credetemi, a causa della sua altezza, è stato difficile per me. 
Gioivamo ed eravamo tristi all’unisono, sapevamo le medesime cose e il nostro rapporto era tale
che è mancato poco che non comunicassimo mediante la telepatia.
Eppure, nonostante tutto, ognuno di noi viveva due vite ogni giorno.
Ciò che ci univa non era solo l'amicizia, ma anche lo stesso credo. 
L’ appartamento dove abitavo si trovava a metà strada tra il liceo e la casa di Jean. Due volte al
giorno Jean faceva il viaggio a piedi, mi veniva a prendere e mi riaccompagnava, io l’aspettavo al
piano di sotto nel vestibolo dell’edificio. Adoravo aspettarlo. Quand’era un po' in ritardo, potevo
avvertivo un formicolio alle punte delle dita, provavo una stretta alla gola, non per la paura di
arrivare in ritardo, ma solo per la gioia di poterlo rivedere. 
All'improvviso compariva dentro davanti a me, dritto come un dado, affidabile come la parola
d'onore data. Per un secondo o due nessuno dei due diceva alcuna parola, perché avevamo bisogno
di silenzio per ritrovarci.
Quando avevamo sedici anni decidemmo, solennemente, che non avremmo mai scambiato nessuna
frase banale e nessuna di quelle orribili espressioni come "Come stai?", "Abbastanza bene. 
E tu?" che adulterano il vero senso dell’amicizia e mancano di sostanza, con la conseguenza che
s’infrangono un minuto dopo come bolle di sapone. 
Dopo le prime settimane decidemmo di giurarci di dirci sempre la verità, nient'altro che la verità e
se non potevamo decidemmo di tacere.
 Immagina solo due ragazzi, uno alto, l'altro di media statura, che camminano a grandi passi lungo i
sentieri in una delle foreste dell'Ile-de-Francia (Rambouillet, St-Germain, Chantilly), sorridendosi
ogni tanto, ma senza parlare per ore e ore. Ecco io e Jean, a quindici anni, un giorno in cui non
eravamo sicuri di noi stessi e per non rischiare di farci del male siamo rimasti in silenzio.
Quanto eravamo esigenti in quei giorni! Entrambi condividevamo l’idea che essere onorevoli e
Rispettosi della parola data infonde più gioia di tutti i piaceri del mondo. 
Jean è nato con questi principi scolpiti nel cuore e me li ha insegnati e io li ho appresi e rispettati
come un buon allievo.
Non pensare che eravamo dei tipi seri e taciturni?
Tutt’altro, ci piaceva chiacchierare. A riguardo ricordo che nel settembre 1940, una domenica,
abbiamo parlato per quattordici ore senza mai fermarci e senza testimoni. Ma quando parlavamo in
quel modo era per cercarci e per ritrovarci l'uno con l'altro. Non si trattava solo di formulare frasi,
ma di esplorare noi stessi. Ben presto le nostre menti hanno smesso di formulare parole e ci siamo
espressi attraverso intenzioni e movimenti dello spirito, eravamo un libro aperto l’uno per l’altro.
Jean mi veniva a prendere tutti i giorni per andare al liceo, indipendentemente dalle condizioni
metereologiche, né la pioggia battente, né la neve gelida e neanche la furia del vento sono mai
riuscite a impedire a Jean di mancare al suo impegno.
Quando stavamo insieme non avvertivamo né il caldo e neanche il freddo, almeno non abbastanza
da soffrirlo.  Fisicamente non sono mai stato male, ma a volte lo era Jean. 
Per ragioni che la medicina non è mai riuscita a spiegare il mio amico era vittima di frequenti e
terribili mal di testa che gli provocavano delle vertigini per cui era costretto a rimanere a letto tutto
il giorno. Quando per non mancare alla sua parola veniva a trovarmi avvertivo che tremava e la sua
voce era soffocata. Io ho sempre saputo che stava male prima che me lo dicesse, ma non gliene ho
mai parlato e mi sono ripromesso di non farlo mai. Non appena l’attacco finiva la sua voce tornava
a cantare di nuovo e si precipitava a chiedermi di raccontargli tutto quello che era accaduto nel
mondo mentre lui era ammalato.
Alla fine, le persone si sono così abituate a vederci insieme che difficilmente potevano vederci da
soli, a volte Jean me lo diceva e io gli dicevo che era un peccato che noi un giorno ci saremmo
dovuti separare.  Quest’idea ci rattristava al pari dell’idea della morte, per questo motivo l’abbiamo
respinta e allontanata dalla nostra testa con tutte le nostre forze.
Jean amava la mia condizione di cieco, perché era convinto che se fossi stato normale la nostra
amicizia non sarebbe stata completa come in quel momento.
 Inoltre, ci prestavamo, costantemente, i nostri occhi. Un giorno vedeva lui per me e l’indomani
vedevo io per lui dando vita a una situazione insolita.
Quindi, come vedi, Jean è stato sempre con noi, fino a questo punto e lo sarà da questo momento
sempre.  Fino a questo momento non sono stato in grado di mostrarlo molto chiaramente e io non
sono sicuro di poter fare di meglio. Ma lo porterò con me fino al momento in cui io e lui abbiamo
compiuto i diciannove anni. Alla fine lo conoscerai sicuramente bene.
Ti hO DETTO o forse no, che Jean e io abbiamo fatto un patto fin dall'inizio che stabiliva il diritto di
entrambi di poter stringere amicizia con chi volevamo.
Ascolta! Tale decisione non era dettata dal desiderio di voler conservare la nostra libertà (poiché
per noi la libertà assumeva un senso solo mediante la condivisione di tutto ciò che avevamo), ma
per proteggere la libertà degli altri. Chiunque poteva confidarsi con Jean e non con me o viceversa.
A volte le persone sono così strane.
La nostra decisione è stata saggia come abbiamo potuto sperimentare fino al 1938, quando la
maggioranza dei miei amici tollerava la presenza di Jean, anche se molti scambiavano la sua
innocenza per stupidità e avrebbero reso la sua vita infelice; per questo avevo deciso di tenere
lontano questa tipologia di persone. Ogni tanto Jean si vergognava di questa situazione, ma c’è
voluto tempo prima che la vergogna condizionasse le nostre azioni.
Ero ancora in balia della mia passione per i giochi violenti. Avevo ancora bisogno di correre, sia sul
Champ de Mars o nei campi a Juvardeil. 
Dopo la scuola ogni pomeriggio dovevo correre lungo i giardini del Lussemburgo e per farlo mi
ponevo ai margini della recinzione allo scopo di sapere dove stavo andando e dopo aver percorso
circa due miglia e mezzo dovevo fermarmi perché senza fiato. 
Io correvo sui prati nonostante i cartelli affermassero che non si poteva correre, mentre
scorazzavamo io e Jean gridavamo seminando il panico tra le giovani mamme intente a spingere le
carrozzine. Entrambi eravamo convinti che il nostro comportamento fosse giusto nei loro confronti.
 Abbiamo fatto volare la polvere fino al cielo, annusavamo l'acetilene della giostra, ci fiondavamo
in mezzo alla folla e la costringevamo ad allontanarsi e suscitavamo il panico, alcune volte
facevamo irruzione in un negozio di dischi situato sul Boul Mich18 per ascoltare le ultime canzoni di
Maurice Chevalier e Tino Rossi. Esperienze che abbiamo considerato come comportamenti estremi
e audaci.

18
Termine coniato dagli studenti francesi per indicare Il Boulevard Saint-Michel è uno dei due boulevard
principali, assieme al Boulevard Saint-Germain, del quartiere latino, sulla rive gauche della Senna a Parigi.

Indice
1 Descrizione
2 Storia
3 Trasporti
4 Bibliografia
5 Altri progetti
6 Collegamenti esterni
Descrizione
Fa da confine tra il V arrondissement (a est) e il VI arrondissement (a ovest).

È un grande viale alberato lungo ca. 1400 metri e largo 30, che corre in direzione nord-sud. Parte dal Pont Saint-Michel
sulla Senna, attraversa il Boulevard Saint-Germain, fiancheggia il Musée Cluny, il Giardino del Lussemburgo e la
Sorbona, e termina nella Place Ernest Denis, nei pressi del Boulevard de Port Royal.

La libreria della catena Gibert Joseph su Boulevard Saint-Michel


Fu costruito nel XIX secolo dal barone Haussmann, che voleva realizzare un nuovo grande asse viario nord-sud di
Parigi. I lavori iniziarono nel 1860 e terminarono dopo tre anni. Inizialmente si chiamava Boulevard de Sébastopole,
poi cambiò nome con quello attuale nel 1867.

Trovandosi nelle vicinanze della Sorbona e di altri istituti scolastici, il viale è stato spesso al centro di manifestazioni di
protesta studentesche. In maggio 1968 il Boul'Mich, come viene chiamato dagli studenti, fu uno dei principali luoghi di
scontro tra la polizia e gli studenti. Per più di un mese rimase chiuso al traffico dalle barricate e dai furgoni della
polizia.
Da questi comportamenti mi rendo conto che Jean non era il compagno che avevo bisogno, per
rispondere a questi comportamenti di contestazione mi servivano compagni disposti a tutto, pronti
se necessario anche a fingere un comportamento innocente con le famiglie e con i docenti.
Tale esisgenza mi allontanava da Jean e mi collocava in una terra di nessuno, in un terreno sospeso
e agitato tra l'infanzia e l'adolescenza.
 Come tutti gli altri miei compagni, ero un misto d’ignoranza e di conoscenze precoci.
Ho iniziato a sospettare che l'uomo abbia un corpo e che a volte per lui sia un inutile peso e che
quando vuole divertirsi rispondendo ai suoi bisogni deve fare i conti con le esigenze sociali.
 Nel mondo del piacere s’incontrano innumerevoli riti, la maggior parte dei quali sono relegati al
mondo privato e spesso taciuti. I miei amici del Lussemburgo non erano come quelli di
Juvardeil. Quando guardavano le ragazze lo facevano sempre e solo di nascosto, bramavano i loro
corpi, ma non le toccavano e alla lunga questo comportamento era una cosa negativa, mi davano
l’impressione che vivessero impauriti di essere controllati da una polizia segreta. Nelle loro menti
c’erano immagini di riviste, scene di film e canzoni della radio, ma le loro teste si muovevano nel
vuoto.
Ecco perché abbiamo fatto quelle frequenti visite nella parte del Lussemburgo dove si appartavano,
sul far della sera, gli innamorati;  volevamo sorprenderli mentre celebravano il mistero dell’amore,
ma ogni volta siamo rimasti delusi, perché non c’erano riti misteriosi a cui assistere.  Qua e là
abbiamo visto un braccio cingere la vita, un bacio che è durato un po’ più a lungo di quanto fosse
ragionevole, ma era proprio come nei film e niente di più.  Siamo tornati a casa insoddisfatti e
abbiamo discusso, febbrilmente, i pezzi di vita che avevamo raccolto.
Quando mi ritrovavo da solo mi sentivo infelice perché ero rimasto lontano da Jean, soprattutto da
quella sua purezza. 
Eppure non potevo abbandonare i miei compagni, che cercavano cosi, duramente, di dimenticare la
loro infanzia e loro avevano bisogno di me.  Me l'hanno detto. 
Molti di loro avevano l'idea che, essendo cieco, dovessi essere un esperto in questioni sentimentali
(questo è ciò che suggerivano le loro menti, del resto anche gli adulti sono convinti della medesima
idea).
 Inoltre, un cieco era un testimone ideale ! 
Dal momento che io non potevo vedere le ragazze, al massimo me le avrebbero descritte e non avrei
potuto contestare la veriditià delle varie esposizioni. Io ho partecipato a quest’esperienze, anche se
non contento e sofferente, almeno fino a quando non mi sono confrontato con Jean.  Quand’ era lì,
il lato buono di me è sbocciato. Presto non riuscivo nemmeno a capire come solo poche ore prima
avrei potuto interessarmi a cose materiali e poco legate ideali.
I ragazzi del Lussemburgo, con il trascorrere del tempo, sono diventati inadeguati per me, non più
bambini, ma neanche uomini.
C'era già qualcosa di malsano in loro. Non so cosa fosse, ma Jean, da parte sua, ha mantenuto il suo
orgoglio; anche lui mi ha parlato delle ragazze, ma con la dolcezza e il romantisicmo con cui lo
fanno i poeti, per cui hanno assunto le sembianze di stelle che vanno ammirate da lontano, va colta
la loro bellezza e la luce tremolante.
Queste, come gli astri, non possono toccare il suolo e non possono essere né colpite né afferrate,
poiché la propria essenza è la dolcezza.
Ragion per cui non si possono pensare se non in questo modo, dal momento che rivestono un ruolo
importante tanto quanto il futuro.
Queste parole mi hanno risollevato il morale e ascoltare Jean voleva dire appropriarsi delle sue
speranze e io mi sono reso conto che era il più giusto di tutti i ragazzi che frequentavo.
Riguardo alle ragazze Jean mi ha anche detto che dovevo approfittare della loro presenza quando le
incontravo frequentando le case degli amici d’infanzia perché ben presto non sarebbe piu stato
possibile. Aveva perfettamente ragione perché queste furono le ultime ore di quella meravigliosa
tranquillità.
Mi sentivo a mio agio con le ragazze, sapevano ascoltare meglio dei ragazzi, anche se in verità
facevano finta di farlo! Ma all'epoca, devo confessarlo, non mi venne mai il sospetto. Ogni volta
che raccontavo una storia, inventavo uno scenario oppure cambiavo la trama di un libro per
adattarla ai miei bisogni e devo confessare che quando c’erano le ragazze io ero inesauribile nel
raccontare e loro sempre disponibili nell’ascoltare. A differenza dei ragazzi, non litigavano mai su
questioni ridicole, si sentivano così tanto a casa nel mondo dell’immaginazione che mi
consentivano di poter raccontare situazioni strane e fuori dal comune.
Hanno sempre restituito un'eco e più irreali erano i miei racconti più felici di ascoltarli erano loro e
riuscivano a drammatizzare l'impossibile.
Di tanto in tanto ero obbligato a ricordare a me stesso che erano ragazze che nascondevano qualcosa
di diverso dal mio essere, quando accadeva mi sentivo a disagio, ma di solito non ci pensavo. 
Ho vissuto con loro in mondi irreali e hanno goduto di quest’esperienza.
Poi è arrivato il giorno - ed è stato difficile - quando hanno smesso di venire a trovarmi. Erano
diventate jeunes filles e Jean e io avremmo dovuto fare molti sacrifici per riuscire a riconquistarle.
Tra i tredici e i sedici anni, sia i cattivi ragazzi che le belle ragazze sono svaniti, siamo rimasti da
soli.  
E ci siamo ritrovati a vivere l’estate da soli, durante le giornate estive abbiamo condiviso delle
confidenze inutili, nel frattempo conoscevamo il mondo e ci rendevamo conto che ogni giorno era
diverso dal precedente e che i pensieri nascono, ma non hanno il tempo per crescere e maturare, dal
momento che di solito vengono sostituiti da altri più freschi e nuovi.
Quest’era il tempo della pura gioia di vivere che, in mancanza di una parola migliore, abbiamo
chiamato amore.
Un giorno ci siamo arrampicati lungo una collina, abbiamo camminato tra scisti e cespugli, il nostro
sguardo era coperto e nascosto e vedevamo solo masse di foglie, ma all’improvviso siamo giunti a
uno spiazzo che dava sul lato destro della Senna, per cui ho detto a Jean: "Guarda! Questa volta
siamo in cima. Vedrai l'intera ansa del fiume, a meno che il sole non ti accechi!"
Jean è stato sorpreso, ha spalancato gli occhi e ha gridato: "Hai ragione!".
Questa piccola scena s’ è ripetuta spesso, sotto diverse e svariate forme. 
E se ti sorprende questo è solo perché dimentichi quanto sia difficile per le persone che hanno
qualcosa: occhi, fortuna o felicità realizzare e, soprattutto, utilizzare quello che la vita gli ha dato in
concessione. Quando tornavamo dalle nostre passeggiate, Jean diceva ai suoi genitori: "È fantastico
quante cose mi ha fatto vedere oggi!"
Dovrei aggiungere, ma forse l'hai già intuito, che Jean trascorreva ore a sognare, si tuffava, in
continuazione, nel suo mondo interiore e per questo ha potuto credere che questo
il mondo, se non più ricco dell'altro, era, altrettanto, ricco e quasi, completamente, inesplorato. Gli
ho solo dovuto indicare come avvicinarvisi, perché conoscevo bene la via. Ben presto mi ha
superato e distaccato.
Tuttavia, sebbene avesse imparato a scendere in se stesso, era goffo quando si trattava di
tornare alla realtà.  La salita è sempre la parte più difficile di questo viaggio. Per me era normale,
ormai ero un veterano di queste anabasi. Ho spiegato a Jean che era un'idea preconcetta che gli
rendeva difficile il processo - un'idea condivisa dalla maggioranza delle persone ovvero che
esistono due mondi distinti e separati, invece io continuavo a dovergli spiegare che è frutto di un
idea preconcetta, ne esiste solo uno e che il preconcetto è un’ostacolo insormontabile.
Ne parlavamo almeno una volta alla settimana dello stato d'animo delle persone che andavano a
messa la Domenica. Dopotutto, era un argomento religioso. La realtà ovvero l'unicità del mondo mi
ha lasciato barcollante, incapace di spiegarlo, perché sembrava ovvio e potrei ripeterlo: “C'è
solo un mondo. Le cose fuori esistono solo se le incontri con tutto quello che porti dentro
te stesso. Quanto alle cose dentro, non le vedrai mai bene a meno che tu non permetta a quelle fuori
di entrare."
Passare dalla luce interiore alla luce del sole non era opera dei sensi, bisognava cambiare la
prospettiva, come quando si gira la faccia di una moneta.
 Alla fine è bastato credere. Il resto è venuto da solo.
Per convincere Jean, elemento che m’ importava moltissimo, ho riunito tutti i miei argomenti. Se
voleva essere del tutto felice doveva accettare che c’è un solo mondo perché questa è la condizione
indispensabile.
Questa gioia mi era ben nota. Era la grazia del mio stato d'essere. Quando ho letto nei
vangeli che il Verbo s’ è fatto carne, mi sono detto che quest’affermazione era vera. Allo stesso
tempo io ero consapevole che non avevo fatto nulla per meritarlo. Mi era stato semplicemente
concesso e pregai Dio che anche Jean ricevesse la medesima grazia illuminante.
Se c'è differenza tra un ragazzo di quindici anni e un uomo di quaranta, temo, ahimè,
che va a vantaggio del primo. Il ragazzo fa tutto con attenzione. L'uomo no
fa più niente se non per abitudine. Jean sapeva prestare attenzione, al punto in cui niente

riusciva a distrarlo, non riusciva a distoglierlo da questi pensieri, non c’era tramonto e neanche le
mie infinite chiacchiere, nemmeno la fame o la sete riuscivano ad aver ragione di lui. Quindici anni
ed era già vecchio! L'età in cui hai il coraggio di dire qualcosa, quando trovi sempre qualcuno che ti
ascolta. Ed io sapevo ascoltare Jean. Quando uno di noi stava cercando di tirare fuori un'idea dalla
sua testa, la scena si rifiutava ostinatamente di prendere forma, l'altra lo trovava del tutto
naturale. Lui aveva già compreso.
Prova a dire a una persona adulta che non vedi le cose come lui! Attenzione! S’ infastidirà e
probabilmente diventerà scioccato. E se t’imbarchi nella descrizione delle tue differenze, tu
avrai una probabilità del cinquanta per cento di crearti un nemico. Noi siamo riusciti a sopportarci
reciprocamente. Eravamo attenti anche alla più piccola novità.
Per un'ora intera mi raccontava dell'effetto che la musica di Schubert aveva su di lui e
quanto era diverso l'effetto di Beethoven. Da parte mia gli sciorinavo un film di
storia. Semplicemente non so mi succedeva, ma ogni volta che qualcuno menzionava un evento,
non importa a quale epoca storica facesse riferimento: regno di Tiberio o prima guerra mondiale,
immediatamente, questo si rappresentava sul mio schermo interiore.
Questo si poteva piegare a piacimento, ma anche stringere, come le pale d'altare che gli artisti
dipingevano nel Medioevo, e potevo farlo tutte le volte che volevo. Se avevo bisogno del secolo di
Augusto, lo fissavo sulla tela, mentre a sinistra compariva l’età della Repubblica e a destra quello
degli imperatori successivi fino alla caduta dell’Impero.
Io potevo allargare il mio schermo a piacimento.
Nelle epoche in cui non c’erano molti avvenimenti, ad esempio il sesto o il settimo secolo, per
capirci nel periodo relativo alla profezia di Maometto e all'incoronazione di Carlo Magno, tutta la
tela era grigia e non riuscivo a cogliere alcuna immagine. Mentre in quelli ricchi di avvenimenti,
come la Rivoluzione americana o quella francese riuscivo a estrarre le immagini di cui avevo
bisogno.
In breve lo studio della storia è divenuto un gioco. Un gioco vivido!
In queste immagini, grandi o piccole, non vedevo figure o righe di stampa, ma grandi persone
e luoghi della storia, in tutti i dettagli che avevo imparato su di loro: Giovanna d'Arco a Reims
oppure sul rogo, il dilagare della peste nella città di Marsiglia, Gutenberg e la stampa della sua
prima Bibbia, Santa Sofia saccheggiata dai turchi, Cristoforo Colombo sulla sua caravella.
Jean aveva diritto a tutti questi dettagli e non si stancava mai d’ascoltare le mie descrizioni anche
cento volte.
Confrontando il mio mondo con il suo, ha scoperto che le sue immagini contenevano meno
immagini e non così tanti colori. Questo lo faceva quasi arrabbiare: "Quando si tratta di vedere- era
solito dire- chi tra noi due è cieco? " 
Ecco perché quando gli ho chiesto di vedere e gli ho descritto quello che vedevo lui ci ha creduto
senza alcun problema.
Anche se abbiamo deciso di tenere per noi questi segreti, dal momento che eravamo convinti che
nessuno ci avrebbe mai creduto e avrebbe accettato il nostro comportamento.  E, quando Jean mi ha
lasciato, ho dovuto aspettare anni prima di ritrovare il coraggio di confidare a qualcuno questa mia
abilità. Non è sempre facile essere diversi.

Capitolo 7 IL CIECO VISIVO


All’età di otto anni mio padre mi condusse per la prima volta in una sala da concerti! Lo ricordo bene!
E’ stata un’esperienza unica, era come se fossi riuscito a visitare uno dei miei regni favolosi che
avevo visto con la mia mente. Il primo musicista che ho sentito era posto di fronte a me, a pochi
passi dal mio posto, ed era un bambino come me: Yehudi Menuhin.19

19
Yehudi Menuhin, barone Menuhin[1][2] (New York City, 22 aprile 1916 – Berlino, 12 marzo 1999), è stato un
violinista statunitense naturalizzato svizzero. Nativo degli Stati Uniti, trascorse gran parte della sua carriera di violinista
e direttore d'orchestra in Gran Bretagna. Nato negli Stati Uniti da genitori ebrei (il nome Yehudi significa israelita in
ebraico), primo di tre figli divenuti poi tutti celebri musicisti (oltre a lui le sorelle Hephzibah e Yaltah entrambe
pianiste), Menuhin iniziò all'età di tre anni lo studio del violino sotto la guida di Sigmund Anker. Bambino prodigio,
fece il suo primo concerto all'età di sette anni, accompagnato dalla San Francisco Symphony Orchestra. In seguito
Menuhin studiò con Louis Persinger e con il compositore e violinista rumeno George Enescu. Di quel periodo esistono
alcune preziose incisioni con la sorella pianista Hephzibah.

Yehudi Menuhin si sposò due volte. Prima con Nola Nicholas, figlia di un industriale australiano e sorella del primo
marito di Hephzibah (Lindsay Nicholas). Ebbero due figli: Krov e Zamira. Dopo il loro divorzio, sposò la ballerina e
attrice inglese Diana Gould, dalla quale ebbe altri due figli: Gerard e Jeremy Menuhin, pianista.

Nel febbraio 1927 esegue un recital diretto da Paul Paray al Théâtre du Châtelet di Parigi. Nell'aprile 1929 suona nel
primo concerto nella Alte Philharmonie Saal di Berlino con musiche di J.S. Bach, Beethoven e Brahms diretto da Bruno
Walter.

A partire dell'anno 1930 cominciò inoltre a studiare sotto la tutela del violinista Adolf Busch nella città di Basilea. Per di
più fu lì che per la prima volta si dedicò allo studio della lingua tedesca.

Menuhin si recò a più riprese a San Francisco, esibendosi come solista con la San Francisco Symphony Orchestra.
Memorabile fu l'esecuzione del concerto per violino e orchestra di Sir Edward Elgar, registrato da Menuhin a Londra
sotto la guida del compositore per His Master's Voice (HMV) nel 1932.

Di sé stesso in quel periodo diceva che avrebbe voluto avere «l'eleganza di Kreisler, la sonorità di Elman ("il violino
parlante") e la tecnica di Heifetz», ma in effetti nei suoi anni giovanili raggiunse livelli di eccellenza artistica (maestria
Ogni sabato da ottobre a maggio per sei anni, mio padre veniva a prendermi quand’ ero all’uscita di
scuola, mi dava la mano e fermava un taxi; dopo pochi minuti entravamo presso l’Opera per
ascoltare una delle grandi orchestre sinfoniche di Parigi.
In breve tempo i nomi di Paul Paray,20 Felix Weingartner,21 Charles Munch,22 Arturo Toscanini,23
Bruno Walter24 sono divenuti familiare e riuscivo a indovinare, senza che nessuno me lo dicesse, chi
di loro dirigeva quella sera.
Entrare nella sala è stato il primo passo di una storia d'amore. L'accordatura degli strumenti è stato
il mio fidanzamento. Dopo di che mi sono buttato nella musica a capofitto senza pensare.
Il mondo dei violini e dei flauti, dei corni e dei violoncelli, delle fughe, degli scherzi e delle gavotte
ha obbedito alle leggi che erano così belle e così chiare che tutta la musica sembrava parlare di

tecnica, in particolare tecnica dell'arco, e profondità interpretativa) tali da far ritenere le sue prime incisioni (per
esempio quella del concerto per violino e orchestra di Mendelssohn) come un punto di riferimento assoluto per le
generazioni successive.

Nel 1937 presentò con la Saint Louis Symphony Orchestra diretta da Vladimir Golschmann la prima esecuzione
americana del Concerto per violino e orchestra in re minore WoO 23 (opera postuma) di Schumann. La prima
esecuzione mondiale aveva avuto luogo alcune settimane prima a Berlino, con Georg Kulenkampff solista e Karl Böhm
a dirigere i Berliner Philharmoniker, un evento sfruttato dalla propaganda nazista. Menuhin considerò quest'opera di
Schumann il "nesso storico mancante" tra i concerti per violino e orchestra di Beethoven e di Brahms, e contraddisse il
pregiudizio che, dichiarandola violinisticamente ineseguibile e frutto di una mente ormai folle, ne aveva determinato
l'accantonamento per oltre ottant'anni[3].

Yehudi Menuhin si esibì per le truppe alleate durante la Seconda guerra mondiale e, nell'aprile 1945, con il
compositore Benjamin Britten, suonò per i deportati del campo di concentramento di Bergen-Belsen, dopo la sua
liberazione. In Germania fece ritorno nel 1947, accettando di suonare sotto la direzione di Wilhelm Furtwängler: un
significativo atto di riconciliazione, da parte di un musicista ebreo.

Incontrò in seguito notevoli difficoltà fisiche, forse dovute all'iperattività dei primi anni di studio e di esibizioni, che
non gli permettevano più la sfolgorante padronanza dello strumento manifestata nel primo periodo della sua attività.
La pratica di tecniche di meditazione e lo yoga lo aiutarono a contrastare per quanto possibile questi problemi.

A Salisburgo esegue nel 1946 il Concerto per violino in mi maggiore (Bach) ed il Concerto per violino e orchestra
(Beethoven) diretto da Antal Doráti, nel 1947 il Concerto per violino e orchestra (Brahms) con i Wiener Philharmoniker
diretto da Wilhelm Furtwängler, nel 1950 un recital con il pianista Paul Schilhawsky, nel 1953 un concerto per violino
solo, nel 1954 con Louis Kentner e nel 1986 dirige un concerto nel quale suona nel Concerto per due violini di Johann
Sebastian Bach.

Al Teatro La Fenice di Venezia esegue nel 1949 il Concerto per violino e orchestra n. 1, in re maggiore, Op. 6 di Niccolò
Paganini e nel 1950 il Concerto per violino e orchestra di Felix Mendelssohn e nel 1983 un concerto per la vittoria del
premio "Una vita nella musica" sotto l'Alto Patronato del Presidente della Repubblica.

Nel 1952 suona nella prima esecuzione assoluta postuma nella Carnegie Hall di New York del Concerto per violino e
orchestra d'archi in Re minore di Felix Mendelssohn.

Nel 1958 tiene un recital al Teatro alla Scala di Milano e suona nella prima esecuzione assoluta nell'Esposizione
Internazionale di Bruxelles della Fantasy in Two Movements di Ross Lee Finney.

Nel 1963, fondò la Yehudi Menuhin School a Stoke d'Abernon, Surrey. La scuola è una delle cinque scuole musicali
istituite per bambini in età scolare nel Regno Unito, insieme alla Chetham's School of Music, alla Wells Cathedral
School, alla Purcell School e alla St. Mary's Music School di Edimburgo.

Nel 1971 suona nella prima esecuzione nel Berkshire Music Center di Tanglewood a Lenox (Massachusetts) della
Sinfonia n. 2 op. 7 di Oliver Knussen diretto dal compositore.

Negli anni '80 incise delle performance jazz con Stéphane Grappelli, e di musica orientale con il suonatore di sitar Ravi
Shankar. Nel 1983 diede vita al concorso Yehudi Menuhin International Competition for Young Violinists a Folkestone,
Dio. Il mio corpo non ha ascoltato, ma pregava. Il mio spirito non aveva più limiti e se mi venivano
le lacrime agli occhi le lasciavo uscire; il mio pianto era di gratitudine ogni volta che l'orchestra
iniziava a suonare. Un mondo di suoni per un cieco e una grazia improvvisa! 
Non è più necessario orientarsi. Non c'è più bisogno di aspettare. Il mondo interiore s’ è
materializzato.
Ho amato a tal punto Mozart e Beethoven che se sono diventato quello che sono lo devo a loro,
perché hanno plasmato le mie emozioni e hanno guidato i miei pensieri. 
Oggi la musica per me è appesa a un chiodo d'oro chiamato Bach, ma non sono i miei gusti che
sono cambiati, ma i miei rapporti. 
Da bambino ho vissuto con Mozart, Beethoven, Schumann, Berlioz, Wagner e Dvořák, perché
erano quelli che incontravo ogni settimana. Tutta la musica è musica, prima ancora di trasformarsi
Kent. Nel 1985 gli venne conferita la cittadinanza britannica e poté adottare l'appellativo Sir connesso al titolo di
cavaliere commendatore dell'Ordine dell'Impero Britannico, ricevuto vent'anni prima. Nel 1993 fu elevato alla parìa
britannica a vita, con il titolo di barone. Lord Menuhin scomparve a Berlino, Germania nel 1999 dopo una breve
malattia, per una complicazione polmonare. Era sopravvissuto di un solo anno alla madre, morta centenaria.

Dopo la sua morte, la Royal Academy of Music si fece carico del Yehudi Menuhin Archive, una delle più complete
collezioni dedicate ad un singolo musicista. Il compositore ungherese Béla Bartók scrisse appositamente per lui la
Sonata per violino solo. Per eventuali approfondimenti Robert C. Bachmann, Yehudi Menuhin, in A l'écoute des grands
interprètes, Editions Payot, Lausanne 1977, pp. 122–138.
Robin Daniels, Conversations with Menuhin, Macdonald General Books, London, 1979.
Boris Schwarz, Yehudi Menuhin, in Great Masters of the Violin: From Corelli and Vivaldi to Stern, Zukerman and
Perlman, London, Robert Hale, 1983, pp. 520–533
-, voce Menuhin Yehudi, in Dizionario Enciclopedico Universale della Musica e dei Musicisti (diretto da Alberto Basso),
Utet, Torino, Le Biografie, Vol. V, 1988, p. 45
Henry Roth, Yehudi Menuhin, in Violin Virtuosos, From Paganini to the 21st Century, Los Angeles, California Classics
Books, 1997, pp. 154–165
Humphrey Burton, Menuhin, London, Faber and Faber, 2000
Alberto Cantù, Yehudi Menuhin / L'Orfeo tragico, Zecchini Editore, Varese, 2006, ISBN 88-87203-45-8
Jean-Michel Molkhou, Yehudi Menuhin, in Les grands violonistes du XXe siècle. Tome 1- De Kreisler à Kremer, 1875-
1947, Paris, Buchet Chastel, 2011, pp. 173–182
20
Paul Paray (Le Tréport, 24 maggio 1886 – Monte Carlo, 10 ottobre 1979) è stato un direttore d'orchestra e
compositore francese. suoi primi insegnamenti musicali li ebbe dal padre August che era organista nella chiesa di San
Giacomo e leader di una società amatoriale di musica. Più tardi Paul fu iscritto al Rouen Choir School nel 1895, per
studiare musica con gli abati Borghese e Bourdon, e organo con Haelling. Ciò ha preparato Paul per l'ingresso al
Conservatorio di Parigi.

Nel 1911 vinse il Prix de Rome con la cantata Yanitza.

La sua carriera fu bruscamente interrotta dallo scoppio della prima guerra mondiale. Addetto al fronte belga, fu
catturato sulla Marna e divenne prigioniero di guerra al campo Darmstadt, dove costituì un quartetto d'archi.

Dopo la guerra, è stato invitato a dirigere l'Orchestra del Casino de Cauterets. Questo fu un trampolino di lancio per lui
ed esordì come direttore nel 1920, affermandosi nella interpretazione delle partiture di Johannes Brahms, dei tardo-
romantici e degli impressionisti francesi.

In seguito è stato Direttore musicale dell'Orchestra di Monte Carlo e presidente della Societé des Concerts Colonne.

Paray ha fatto il suo debutto statunitense con la New York Philharmonic Orchestra nel 1939. Nel 1952 è stato
nominato direttore musicale dell'Orchestra sinfonica di Detroit, conducendo numerose registrazioni per la "Mercury
Records" nella serie "Living Presence".

Composizioni
Nel 1922 ha composto il balletto "Adonis Troublé" per il Palais Garnier di Parigi. Nel 1931 scrisse la "Santa Messa per il
500º anniversario della morte di Giavanna d'Arco". Che fu premiato al Duomo di Rouen per commemorare il
quincentennario di Giovanna D'Arco martire. Nel 1953 scrisse la sua "Sinfonia n.1 in Do maggiore", che fu premiato al
in note e parole, è uno spazio interiore. La musica produce frasi, parole svincolate dal senso, senza
alcun dubbio, tra tutte le cose che l'uomo ha fatto, la musica è la meno umana.  Quando l'ho sentita
ero tutto lì, con i miei guai e le mie gioie, eppure non ero me stesso. 
Per un cieco la musica è nutrimento, come la bellezza lo è per chi vede. Ha bisogno di accoglierla
ad intervalli regolari come il cibo, altrimenti si crea un vuoto dentro di lui e gli arreca dolore.
Ogni volta che il concerto era terminato io e mio padre tornavamo a casa a piedi, un abitudine che
mi ha regalato alcune delle ore più belli della mia infanzia.  
La musica è un piacere, dal momento che arricchisce chi l’ascolta.
Mentre camminavo a braccetto, io ero ancora pervaso dai suoni e venivo guidato da loro, mio padre,
di solito, fischiettava e mormorava una melodia, al termine mi raccontava il concerto, ma anche di
tutte le opportunità e difficoltà che la vita da grande mi avrebbe riservato.

Concerts Colonne. Nel 1941 ha composto la sua "Sinfonia n.2 in La maggiore".

Paray è stato un direttore molto competente nell'intero repertorio orchestrale, ma si è specializzato nella letteratura
sinfonica francese. Una delle sue registrazioni più rinomate, eseguita nel mese di Ottobre del 1957, è quella dells Terza
Sinfonia di Saint-Saens. Altre registrazioni interessanti sono quelle di Franck (Sinfonia in re), Debussy e del repertorio
sinfonico tedesco (Schumann e Wagner) e russo (Rachmaninov).
21
Paul Felix Weingartner (Zara, 2 giugno 1863 – Winterthur, 7 maggio 1942) è stato un compositore e direttore
d'orchestra austriaco.

Indice
1 Biografia
2 Opere
2.1 Composizioni
2.2 Saggi critici
3 Discografia
4 Altri progetti
5 Collegamenti esterni
Biografia
Compì i primi studi di musica al Conservatorio di Graz e, dopo una parentesi a Lipsia dove studiò filosofia, perfezionò la
sua tecnica con Liszt e iniziò dal 1884 a dirigere l'Opera di Königsberg e dal 1885 al 1887 è Maestro di cappella a
Danzica, in Amburgo fino al 1889 e Mannheim fino al 1891.

Nel 1902 dirige le sinfonie di Beethoven a Magonza e dal 1898 al 1905 fu Direttore stabile della Münchner
Philharmoniker.

Si fa notare per la sua profonda preparazione nelle interpretazioni a Berlino, Monaco, Vienna e Amburgo.

Autore di sette sinfonie e molte pagine sinfoniche e di musica da camera, ha scritto anche vari saggi critici e revisioni,
fra cui un'opera omnia su Berlioz.

Il maestro è stato Direttore designato dal 1908 al 1927 dei Wiener Philharmoniker. Ancora dal 1908 al 1911 è stato
Direttore Generale al Wiener Staatsoper, tornando dal 1935 al 1936, e dal 1919 al 1924 è stato Direttore al Wiener
Volksoper. Nel 1908 allo Staatsoper di Vienna ha diretto Fidelio, Der Widerspenstigen Zähmung di Hermann Goetz,
Joseph di Étienne Nicolas Méhul e Die Fledermaus e al Theater an der Wien Aschenbrödel di Strauss. Ancora allo
Staatsoper nel 1909 dirige Die lustigen Weiber von Windsor di Nicolai, Aida, Lo speziale, L'isola disabitata di Joseph
Haydn, La serva padrona, Der Barbier von Bagdad di Peter Cornelius e Versiegelt di Leo Blech, nel 1910 Tosca (opera) e
nel 1911 Benvenuto Cellini (opera). Nel 1920 allo Staatsoper vanno in scena le sue Die Dorfschule, diretta da
Weingartner nell'ultima replica e Meister Andrea con Elisabeth Schumann. Nel 1921 al Teatro San Carlo di Napoli
dirige Parsifal) con Benvenuto Franci ed Angelo Masini ed allo Statsoper nel 1925 Carmen e nel 1927 Lohengrin con
Maria Jeritza. Nuovamente allo Staatsoper nel 1935 dirige Der Fliegende Holländer con Mária Németh, La fiera di
Soročincy (opera), L'Heure espagnole, Die Entführung aus dem Serail, Parsifal, Così fan tutte con Jarmila Novotná e
Sigfrido (opera) e nel 1936 Samson et Dalila, Der Bettelstudent di Karl Millöcker e Don Quixote di Wilhelm Kienzl
dirigendo fino al 1937.
E io lo ascoltavo e immediatamente lo rapportavo alla musica, per cui Intelligenza, coraggio,
franchezza, felicità e amore mi richiamavano alla memoria la musica di Händel e Schubert. 
Ah se i padri condividessero con i loro figli, come il mio, qualcosa oltre se stessi la vita sarebbe
migliore per tutti!
Tuttavia - anche se qualcuno non ci crederà- io non ero un musicista, non proprio. 
Ho imparato a suonare il violoncello. Per otto anni mi sono esercitato a suonare le scale, inoltre ho
eseguito, con diligenza, gli esercizi. Ho suonato dei pezzi semplici in maniera rispettabile. Una
volta facevo parte di un trio e sono riuscito a non rovinarlo del tutto, ma devo ammettere che la
musica non era la mia lingua. Eccellevo nell'ascoltarla, ma non sarei mai riuscito a pronunciarla. E’
vero che la musica è fatta per i ciechi, ma alcuni ciechi non sono fatti per la musica. Io ero tra
questi, ero un cieco visivo.
Non sono diventato un musicista e il motivo è strano. Per quanto riuscissi a leggere le note, non
riuscivo a sentirle nel loro complesso, per cui ogni tono, accordo, melodia, ritmo veniva trasformato
in immagini, curve, linee, forme e paesaggi e, soprattutto, i colori. Ogni volta che suonavo un La
con l'arco, una tale raffica di luce appariva davanti ai miei occhi e durava così a lungo che spesso
dovevo smettere di suonare.
Infatti durante i concerti l’orchestra diventava un pittore che m’inondava con i colori
dell’arcobaleno, se il violino era solista, io venivo investito d’oro e dal rosso vivo come il fuoco;
quando toccava all’oboe venivo attraversato da un verde chiaro, talmente fresco che mi sembrava
di sentire il respiro della notte. Ho visitato la terra inondata di musica. Ho posato gli occhi su ogni
sua scena. L'ho amato finché non ha ripreso fiato. Ma ho visto la musica e non sono riuscito a
parlare la sua lingua. La mia lingua era il linguaggio delle forme.
Strana alchimia quella che trasformava una sinfonia in un’azione morale, un adagio in una poesia,
un concerto in una passeggiata dove ogni immagine era accompagnata da parole e viceversa.
Con Jean, che era più musicista di me, ho avuto lunghe discussioni su questo argomento e tutte
terminavano con una scoperta entusiasmante ed era sempre la stessa: che dentro di noi non c'è
niente che non puo essere sostituito con qualcos'altro; che suoni e colori sono scambiati all'infinito,
come l'aria che respiriamo e la vita che ci viene concessa; che niente è mai isolato
o perso; che tutto viene da Dio e ritorna a Dio lungo tutte le strade del mondo e che la musica più
bella è ancora solo un percorso. Eppure ci sono sentieri incantati, e quelli
che portano i nomi di Vivaldi, Beethoven e Ravel andavano oltre, lo sapevo, di qualsiasi altra strada
sulla terra.
Nel 1937, all'età di tredici anni, ho intrapreso un viaggio che occupa un posto singolarmente unico
nella mia vita. Io e i miei genitori siamo andati a Dornach, un villaggio svizzero non lontano da
Basilea. Lì sono salito su una collina dove sorgeva un singolare edificio: il Goetheanum. 25

22
Charles Munch, (ʃaʁl mynʃ; nato Charles Münch) (Strasburgo, 26 settembre 1891 – Richmond, 6 novembre
1968), è stato un direttore d'orchestra e violinista francese naturalizzato statunitense, celebre per la sua padronanza
del repertorio orchestrale francese. È stato molto noto come direttore musicale della Boston Symphony Orchestra.
23
Arturo Toscanini (Parma, 25 marzo 1867 – New York, 16 gennaio 1957) è stato un direttore d'orchestra italiano.

Viene considerato uno dei più grandi direttori d'orchestra di tutti i tempi per l'omogeneità e la brillante intensità del
suono, la grande cura dei dettagli, il perfezionismo e il dirigere senza partitura grazie a un'ottima memoria fotografica.
[1][2]. Viene ritenuto in particolare uno dei più autorevoli interpreti di Verdi, Beethoven, Brahms e Wagner.

Fu uno dei più acclamati musicisti della fine del XIX e della prima metà del XX secolo, acquisendo fama internazionale
anche grazie alle trasmissioni radiofoniche e televisive e alle numerose incisioni come direttore musicale della NBC
Symphony Orchestra.
24
Bruno Walter (Berlino, 15 settembre 1876 – Beverly Hills, 17 febbraio 1962) è stato un direttore d'orchestra,
pianista e compositore tedesco naturalizzato austriaco. Il suo vero nome era Bruno Walter Schlesinger[1]
25
Il Goetheanum è una costruzione monumentale, progettata da Rudolf Steiner ed eretta a Dornach, nei pressi di
Basilea (Svizzera).
Primo Gotheanum

Rudolf Steiner l'aveva fatto costruire, alcuni anni prima della sua morte avvenuta nel 1925, per dar
vita a un luogo dove poter comporre e poter riunire tutti i suoi discepoli. Più volte aveva tenuto dei
discorsi, non ha profetizzato. Il suo linguaggio era, meravigliosamente, semplice e, completamente,
sobrio, mediante il quale ha dimostrato l’esistenza dei mondi spirituali e come questi condizionano
e determinano il nostro fisico.
Inoltre, ha spiegato in cosa consistono questi mondi spirituali, perché noi, generalmente, non
conosciamo nulla di essi e le ragioni della nostra ignoranza.
Adesso disse “ e’ giunto il momento di rivelare apertamente questi segreti anche se fino ad oggi
sono conosciuti solo da pochi iniziati.
Per nascita Rudolf Steiner era un austriaco, conoscitore della lingua tedesca e teneva centinaia e
centinaia di conferenze in cui sembrava non inventare niente, ma piuttosto descrivere, con
naturalezza, quello che era davanti ai suoi occhi in quel momento. Dornach, circondata dalel
colline, portava i segni del cammino terreno di Steiner, un percorso intenso, ma non austero,
rispettoso, ma mai idolatrico.
Mio padre era stato per molti anni attivo e influente nella sezione francese della Società
antroposofica e ha dedicato tutto il suo tempo libero a un programma regolare di lezioni e mi ha
parlato molto di Steiner e del suo lavoro.

Il primo Goetheanum (denominato Johannesbau - edificio di Giovanni - fino al 1918), costruito interamente in legno,
venne completamente distrutto in un incendio doloso il 31 dicembre 1922.[2]

Dopo la morte di Rudolf Steiner, venne ultimato il nuovo Goetheanum che, invece delle sculture scavate e modellate
nel legno, veniva creato col cemento armato con soluzioni di assoluta avanguardia tecnica e artistica. Il modello fu
creato da Rudolf Steiner stesso prima di morire.

Steiner definì il Goetheanum "un edificio vivente posto all'interno di un corpo plastico". Il suo nome è un omaggio al
grande scrittore romantico, filosofo e scienziato tedesco Goethe; l'edificio è stato progettato come sede per la
divulgazione dell'antroposofia e la sua struttura potrebbe essere considerata una sorta di libro nel quale si materializza
il pensiero di Steiner attraverso gli elementi architettonici, ponendo le basi all'architettura organica.

«se la gente non riesce a capire che cosa le viene incontro dalle forme del Goetheanum di Dornach, bisogna
rispondere: può forse comprendere la Madonna Sistina di Raffaello chi non abbia mai udito parlare di cristianesimo?»

(Rudolf Steiner)
A poco a poco ho iniziato a comprendere di più e ho maturato una venerazione silenziosa e
spontanea, i suoi insegnamenti mi sono risultati evidenti e certi.
Il ciclo delle successive reincarnazioni, in particolare, ha dato alla mia coscienza molta serenità,
ancora oggi lo sperimento, per cui ogni indignazione nei confronti dell’ingiustizia terrena e della
sofferena immerita è stata spazzata via. La sfortuna che possiamo incontrare dipende da noi,  la
nostra ansia e disperazione ora si rivelano come risultato della nostra ignoranza. 
Dobbiamo pagare per i nostri errori passati e rispondere per i nostri difetti presenti, ma noi
saremo in grado di espiarli in una vita futura.
Solo la nostra storia apparente e visibile sembra assurda e arbitraria. Il nostro destino interiore è
frutto di equilibrio e di compensazione. In una certa misura siamo padroni del nostro destino
personale, non molto diverso a quello di tante altre religioni, noi siamo condannati a esistere, a
nascere, a morire, ma diveniamo colpevoli quando ci dedichiamo solo ed esclusivamente alla
materia e ignoriamo il nostro Sé esistenziale.
Ne consegue che l’eternità non è semplicemente proiettata al futuro, ma piuttosto abbraccia la
nostra vita da ogni angolazione, ne consegue che la nostra vita è banale e significativa al tempo
stesso.
Io ascoltavo queste parole, ma senza predispormi ad accettarli.
Volevo semplicemente vedere cosa veniva mostrato a me. La vita stessa avrebbe condizionato le
mie scelte. Ho trascorso due settimane a Dornach e ho prestato molta attenzione a tutto. Un evento,
tuttavia, assorbì il mio interesse più di ogni altra cosa. Mi è stato permesso di assistere a uno
spettacolo euritmico.26

26
L'euritmia è un'"arte del movimento" basata sui principi esoterici propri dell'antroposofia. È stata creata da
Rudolf Steiner insieme alla danzatrice Lory Maier-Smits e sviluppata successivamente grazie al lavoro della moglie,
Marie Steiner von Sivers. Secondo Steiner l'euritmia può fornire una connessione diretta fra chi la pratica e il mondo
supersensoriale[1][2][3]. Avrebbe inoltre finalità curative[3][4].

Pretende di distinguersi dalla danza vera e propria e dalla ginnastica ritmica, grazie ad una presunta ricerca di
oggettività. L'euritmia artistica è praticata da solisti o da gruppi e viene anche inserita in rappresentazioni teatrali. Per
via delle presunte proprietà curative è utilizzata nella cosiddetta medicina antroposofica. Fa inoltre parte del
curriculum delle scuole steineriane (scuole Waldorf). Il termine «euritmia» in Grecia indicava il bello soggettivamente
condizionato, che non consiste nell'armonica composizione delle parti di un oggetto, bensì nell'impressione di
armonicità che esso procura[5].

Agli inizi del XX secolo, nel 1908, Rudolf Steiner teorizza un'arte del movimento denominandola euritmia, mentre dal
18 al 31 maggio teneva 12 lezioni sul vangelo di Giovanni. Dopo la prima lezione riguardo all'inizio del vangelo secondo
Giovanni, Steiner avrebbe chiesto alla pittrice e scrittrice russa Margarita Woloschin se fosse in grado di presentare
con una danza questi passaggi di testo. Perlomeno, così riporta Woloschin nella sua autobiografia Die grüne Schlange.
La sua risposta sarebbe stata: "Io credo si possa danzare qualunque cosa si senta" (Ich glaube, man kann alles tanzen,
was man fühlt), a cui Steiner avrebbe risposto: "Ma oggi la cosa importante è proprio questo sentimento" (Aber auf
das Gefühl kommt es doch heute an.) Qui prende corpo per la prima volta l'idea di Steiner per una arte del movimento
in chiave antroposofica, che negli anni seguenti avrebbe portato allo sviluppo dell'euritmia.

Il primo esempio pratico di euritmia si ebbe poi 1911 quando una vedova portò sua figlia, Lory Maier-Smits, che era
interessata al movimento e alla danza, da Rudolf Steiner. A causa della recente perdita del padre, la ragazza stava
cercando lavoro. Steiner diede come consiglio di iniziare a lavorare su una nuova arte del movimento. Come
preparazione, la ragazza iniziò a studiare l'anatomia umana, a investigare il passo umano, a contemplare il movimento
implicito nelle sculture e nelle rappresentazioni di danza della Grecia antica, e di trovare movimenti atti ad esprimere il
fraseggio della lingua parlata. I primi passi, secondo le indicazioni di Steiner, consistevano nello scandire allitterazioni,
muovendo un passo energico, pestando anche un poco il piede sulla cadenza del ritmo dell'allitterazione e con un
gesto delle braccia per le parti ritmiche senza consonanti.

In questo periodo Steiner ogni anno stava scrivendo un nuovo spettacolo teatrale da portare in scena alle adunate
estive della Società antroposofica, dal 1912 in poi iniziò ad integrare la nuova arte del movimento in questi spettacoli.
Quando la società decise di costruire un centro artistico a Dornach in Svizzera (questo fu poi conosciuto come il
Su un normale palcoscenico del Goetheanum danzavano uomini e donne, o meglio, sembrava che
ballavano. Infatti, l’ euritmia non era una coreografia stilizzata, ma un'arte, un'arte nuova, proprio
come un'arte completa e originale come la poesia o la musica. Steiner aveva creato le sue basi e
aveva stabilito le sue prime leggi. Si può dire che l'euritmia concilierebbe parola e movimento,
lascerebbe un movimento del corpo che corrisponderebbe a ogni suono parlato, darebbe il senso
della poesia o della prosa visiva o pittorica. 
Di conseguenza, c'era un alfabeto euritmico basato sulla dimensione spirituale per cui ogni suono
delle parole assumeva un significqato e la grammatica era liberamente applicata per tenerli insieme.
A volte gli euritmisti hanno sviluppato la loro arte in connessione con la musica, a volte con la
poesia.
Mi ricordo che una sera sono state recitate poesie di Goethe e alcune dello stesso Steiner, queste mi
hanno toccato, profondamente l’animo perché senza  comprenderli del tutto, dal momento che erano
in tedesco, sono riuscito a compredere il significato senza grosse difficoltà.
I relatori hanno dato vita alle parole mediante un gesto con la mano o il braccio o con tutto il corpo.
La lingua tedesca mi è parsa subito di una straordinaria bellezza musicale; maggior parte
di tutto, sembrava intriso di una flessibilità miracolosa e unica. Non è mai suonato finito, mai
chiuso o morto. Ha portato i suoni in movimento ininterrotto, li ha lasciati salire o
sprofondare in un flusso ininterrotto, seguendo sempre curve impossibili da prevedere.

"Goetheanum") un gruppetto di artisti iniziò a presentare ogni settimana una rappresentazione in questa arte in via di
sviluppo. Marie Steiner-von Sivers, la moglie di Steiner, che era attrice e artista della parola , era responsabile
dell'istruzione e della direzione di questo gruppo. Il primo tour ebbe luogo nel 1919, con spettacoli in Svizzera, Paesi
Bassi e Germania[6].

Steiner vide nell'euritmia un'espressione unica nata dall'impulso antroposofico:

«È il compito dell'antroposofia di portare una maggiore profondità, una visione più ampia e uno spirito più vitale in
altre forme dell'arte. Ma l'arte dell'Euritmia poteva nascere solo dall'anima dell'antroposofia; poteva solo ricevere la
sua ispirazione attraverso una concezione puramente antroposofica.»

(Rudolf Steiner[7])
Nel 1924 Steiner organizzò due conferenze pubbliche sui vari aspetti dell'euritmia. Le trascrizioni di queste conferenze
sono pubblicate in italiano con il titolo Euritmia linguaggio visibile.

Dopo la morte di Steiner


I gruppi di euritmia a Stoccarda e al Goetheanum divennero presto parte del paesaggio culturale europeo. Il gruppo
del Goetheanum fu insignito di una medaglia d'oro all'Expo di Parigi del 1938. La scuola e il gruppo di Stoccarda,
diretto da Else Klink dovettero interrompere le attività durante il periodo nazista, ma ricominciarono subito dopo la
seconda guerra mondiale. Oggigiorno ci sono centri e gruppi artistici sparsi in tutto il mondo.

L'euritmia, oltre che essere stata utilizzata per realizzare spettacoli in diversi teatri, è anche materia di insegnamento
per gli alunni delle scuole Waldorf.

A partire dal 1921, con un corso tenuto da Rudolf Steiner per i medici, inizia lo sviluppo dell'Euritmia terapeutica.
Attraverso una continua elaborazione e costanti ricerche medico-antroposofiche, l'euritmia divenne una componente
fondamentale dei sistemi di cura della medicina antroposofica. Gli esercizi impiegati nell'euritmia terapeutica sono
una trasformazione dei movimenti dell'euritmia artistica. (EN) Rudolf Steiner, Eurythmy: An Introductory Reader,
Rudolf Steiner Press, 2006, ISBN 9781855841147. URL consultato il 25 giugno 2017.
^ anthroposophy, Steiner, & Waldorf - reader comments -The Skeptic's Dictionary - Skepdic.com, su skepdic.com. URL
consultato il 4 aprile 2018.
Rudolf Steiner - The Skeptic's Dictionary - Skepdic.com, su skepdic.com. URL consultato il 4 aprile 2018.
^ Antroposofia: l'occultismo in medicina., su medbunker.blogspot.it. URL consultato il 4 aprile 2018.
^ Cfr. W. Tatarkiewicz, Storia di sei Idee, Aesthetica, Palermo, 1993, pp. 234–235
^ Alan Stott, Eurythmy: its Birth and Development, ISBN 0-9541048-4-6
Sebbene spesso ruvida e talvolta pesante a tal punto che colpiva l'aria con la solennità del rullo di
tamburi, ma non è mai stato soddisfatto di se stesso; sembrava sempre alla ricerca delle sue forme in
movimento.
La sua grazia mi ha sedotto. Sì, dico: la sua grazia - certamente non così brillante e proporzionata
grazia della lingua francese, ma più ardente, più volitiva. Ho sentito come le vocali o il calore dei
dittonghi : ü ["au" come in “come”], ä ["ai" come in "luce"], ö ["eu" come in "olio"].
Ha proseguito con un ritmo lento e determinato che ha ammorbidito i toni di st, pf, cht; come altre
volte ha posto maggiore forza sulle lettere finali ad esempio -g o -t: Wirkung,
aufgebaut.  Il tedesco è diventato per me la lingua di un musicista-architetto, a cui il discorso
i suoni hanno dato pietre miliari e l'impulso della volontà di erigere pazientemente il suo edificio
linguistico.
In tutto questo fui riempito di un entusiasmo che sarebbe durato per quasi dieci anni
senza diminuire - e che ancora oggi può cogliermi ad ogni nuova opportunità: io semplicemente
aveva una passione per la lingua tedesca. Presto seguì anche la passione per la Germania, e
per tutto ciò che nasconde di minaccia e di tesoro. Mi sono trovato di fronte a un mistero.

*********

Durante il periodo che corre dal 1937 al 1944 ho provato ogni giorno un profondo senso
d’insoddisfazione, mi sentivo attratto da tutto cio che era estremo e mi sembrava che ogni giorno
poteva essere la vigilia di un nuovo giorno e di una nuova avventura. Oltre a questo ero attratto
dalla Germania, che mi ha conferito una profonda voglia di vivere e ha elevato le mie capacità a un
livello superiore.
All’età di quattordici anni mi sentivo come una Torre di Babele, nella mia mente convivevano , in
maniera tumultuosa, parole latine, tedesche, francesi e greche.
 Ogni sera quando mi mettevo a letto, le mie orecchie risuonavano di termini di varie lingue, effetto
collaterale d’essere uno studente coscienzioso, munito di molta memoria e con un debole per la
letteratura, per cui più leggi e piu ti senti bene e le parole assumano una forma e identità.
Per non rimanere vittima di tutto questo, ho dovuto trovare un modo per proteggermi, avevo
scoperto, contrariamente, a quanto i libri insegnavano che meno prendevi sul serio le parole, più
avevano senso. 
Per cui il modo corretto era di guardale da lontano, per cui mi accadeva di fermarmi di colpo e
cercare di cogliere le parole, non è stato difficile coglierle mentre fluttuvavano nelal stanza. Ho
puntato su ciascuno di essi per un secondo, e poi li ha rapidamente sostituiti con altre e mi sono reso
conto che le associazioni che ne derivavano erano ammirevoli.
Ma non le ho prese in considerazione per non rovinare il mio piacere, dal momento che io preferivo
sentire le parole risuonare nell’etere, assistere ai loro tentativi di convincermi del loro significato.
Inoltre, non erano figure astratte che vagavano nella mente, ma ognuna aveva una voce che
svolazzava e che il mio orecchio sentiva nitidamente.
Ognigiovedi, quando mi recavo alla Comédie Française, mi sentivo come un marinatore.
 Era una forma di deviazione seria.
Io ascoltavo Polyeucte e Britannicus,Tartufo, Athalie, Zaire !
Purtroppo Jean non era con me, dal momento che doveva sempre terminare i compiti, per cui mi
sono rivolto a dei ragazzi più frivoli, meno coscienziosi che si recavano a teatro perché innamorati
di un attrice.
Io ho dato loro la possibilità di vederla chiedendogli di accompagnarm.
Di solito prendevamo un posto in galleria, viste le scarse risorse di cui disponevamo, e da lassu si
dilettavano a guardare l’oggetto del loro desiderio, mentre rimaneva vittima della crudeltà di un
principe troiano oppure assumeva del veleno.
A sua volta io m’intossicavo con questa dose settimanale di classici alessandrini.
Anche se la distanza dal palcoscenico rendeva difficile cogliere l’intera sequenza dei discorsi, ad
eccezione delle grida, per cui abbiamo sopperire con la nostra immaginazione, elemento che ci ha
tenuti svegli ed estasiati.
Durante un atto e l’altro noi vagavamo lungo le gallerie del teatro, immersi tra i busti di tutti i
drammaturghi francesi sin dal Rinascimento, abbiamo avanzato le migliori ipotesi sui pezzi che non
avevamo sentito.
Al termine dello spettacolo il mio cervello continuava ad oscillare al ritmo della rappresentazione,
allo stesso modo del mare durante le fasi della marea.
Lassù tra la volta celeste, non riuscivo a sentire sia per la distanza sia perché gli appassionati di
teatro non riuscivano a trattenersi dal recitare la prosa di Marivaux o
i versi di Racine insieme agli attori in toni forti e appassionati. E alla fine ho sentito male
perché la mia cecità mi ha impedito di vedere cosa stava succedendo, tutto cio ha permesso ai miei
poteri dell’elaborazione e dell’invenzione di maturare e sbocciare.
È bastata una spinta dei miei compagni per farmi capire che il traditore, il il boia o l'amante erano
saliti sul palco, mentre pezzi di frasi mi descrivevano quanto stava accadendo: "Lei sta cadendo ....
Sta morendo .... C'è una poltrona in mezzo ... sta alzando il cappello ... " 
Era tutto quello che chiedevo, non avevo bisogno di altro.
Nell'intervallo, i miei amici, che avevano visto il cappello o il pugnale, me lo chiedevano di
produrre la scena, per loro era un’abitudine e io la rappresentavo in maniera corretta, per cui non
hanno mai potuto ridicolizzarla. Era vero che avevo visto lo spettacolo. Avevo scelto la posizione
delle colonne per ogni vestibolo del palazzo romano. Avevo curato il trucco di Agrippina e Nerone
con la massima cura e aveva cambiato l’illuminazione tra un atto e l’altro.
Ogni tanto m’imbattevo in uno scettico, ma non venivo condizionato dai suoi dubbi, una volta
dissi : “Dopotutto quando leggi un romanzo, non vedi i personaggi. Non vedi i luoghi, eppure riesci
a rappresentarli, altrimenti vuol dire che il romanzo è scritto male”.
Dinanzi a quella affermazione il mio amico scettico s’è ammorbidito e ha dovuto ammettere, a
malincuore, che avevo ragione.
Quello che mi piaceva a teatro era che la musica mi permetteva di vedere e comprendere le scene
che non potevo vedere.
Nella vita reale non avevo mai incontrato il Misantropo, o Phèdre, ma ho capito che queste persone
non erano poi del tutto irreali, né più né meno dei miei genitori o dei miei insegnanti. La cosa
sorprendente nel vedere Phèdre o il Misantropo era la loro trasparenza. Questi personaggi non
nascondevano nulla. Per me è successo tutto a teatro come con le voci. Le apparenze si sono sciolte
altrettanto velocemente come neve sotto il sole. Dopotutto, da tempo avevo l'abitudine di
riconoscere la crudeltà con la voce languida di una donna di società, la stupidità nella retorica nella
voce affettata di un docente e altri esempi di cattiveria e di negatività . Le persone teatrali devono
essere come me, dotate di un doppio orecchio.
Naturalmente, alcune cose incomprensibili sono rimaste, concetti come adulterio, brama di potere,
omicidio premeditato, infedeltà e l'incesto, tutti elementi che abbondavano negli spettacoli della
Comédie Française.
 Ogni volta che, miracolosamente, io e un mio compagno avevamo abbastanza soldi da pagare
un bicchiere di birra dopo lo spettacolo, questi grandi problemi hanno assunto un'aria di complotto
intorno al tavolo del bistrot. All'epoca pensavamo che il mondo fosse un affare inquieto, molto di
più di quanto lo avevano rappresentato personaggi come Racine e Shakespeare, anche se all’epoca
la Comédie Française dimostrava un certo disprezzo nei confronti di Shakespeare. 
Lo so un poeta del genere, ma l’astro di Shakespeare è stato sempre in eclissi, come se il popolo
francese erano distrubati di dover incontrare un talento straniero.
Una sera, alla radio ebbi la fortuna di trovare l’Amleto, ricordo con chiarezza che io non riuscivo a
seguirlo, ma nonostante tutto ero affascinato dal tema.
Ben presto mi sono reso conto che il dramma era affascinante tanto quanto una commedia del
nostro Racine, solo che il poeta inglese vi aveva aggiunto un elemento caratteristico del suo paese:
la nebbia. Una nebbia che non era solo un elemento fisico, ma anche psicologico dal momento che
non si riusciva a comprendere se i personaggi fossero sani o malati, pazzi o savi, ambiziosi o
generosi.
Un’ambiguità che mi sembrava rispondente alla realtà, alla vita.
Grazie a Shakespeare avevo finalmente scoperto uno spirito complesso come la vita stessa, per
questo motivo ho deciso di leggerlo e mi sono procurato delle traduzioni. Quindi ho iniziato a
trasporre il dramma nella mia mente e sono stato invaso da una immensa gioia.
 E quanto aiuto mi ha dato!
Ha trasferito nelle sue pagine tutta l’ombra e la luce, i canti degli uccelli e i gemiti deiu fantasmi,
non ha mai detto niente di astratto, con lui non dovevi più immaginare i suoi personaggi, non
dovevi rappresentare Romeo e Giulietta, perché li potevi toccare e c’erano momenti in cui potevi
credere di essere Romeo.
Non ha mai utilizzato trucchi piccoli o grandi, ma è riuscito, in maniera sapiente, a mescolare
l'adatto e l’inadatto, il probabile e l'improbabile nella stessa proporzione della vita reale.
La grandezza di Shakespeare stava nella capacità di porre sulla scena l’eccesso divino mediante
personaggi del calibro di Puck, Mercuzio, Prospero, Enrico VIII, Lady
Macbeth, Re Lear e Ophelia.
Di ognuno di loro mi ha ossessionato, per potermene liberare, nei due anni successivi, ho deciso di
comporre dieci tragedie sul modello shakespeariano.
Dove sono?
Non le ho mai messe sulla carta, del resto non m’interessava produrre un testo scritto, non dovevo
comporre, ma solamente creare!
Quest’attività era il mio rifugio e il mio svago, la realizzavo tra una traduzione latina e un problema
di geometria. Ed ecco che davo vita a scene di uccisioni violenti, a muri di castelli macchiati di
sangue e pieni di fantasmi.
Nel frattempo, il lato francese del mio essere ha avuto la meglio, per cui l’idea di morire diveniva
prematura, per non dire primitivo, per cui si perdevano in lunghi monologhi che gli permettevano di
potersi riconliare e di riportarli alla vita o comunque a una nuova dignità, ecco spiegato perché ho
impedito che Ettore non venisse trascinato intorno alle mura di Troia.

Per andare a scuola Jean e io potevamo scegliere tra due percorsi diversi. Potremmo prendere la Rue
d'Assas e attraversare il Lussemburgo in diagonale fino a raggiungere il Boulevard St-Michel, o
potremmo andare direttamente ai giardini dell'Observatoire e tagliare dritto attraverso il
Lussemburgo.
La stessa distanza in ogni caso, gli stessi incontri, ma due climi e uno così diverso
l'altro.
Se prendessimo rue d'Assas, il silenzio cadde su di noi. Non abbiamo potuto parlare. Le parole
erano sospese
nelle nostre teste, finché non ci hanno dato una sensazione di impazienza o dolore. D'altra parte,
passando dal
Observatoire, avevamo così tanto da dire che dovevamo trattenerci a vicenda. Non avrei mai dovuto
esserlo
in grado di comunicare le mie impressioni ad altre persone, perché mi avrebbero riso in faccia.
Ma con Jean, non avevo nemmeno bisogno di descriverli. Li stava vivendo nello stesso periodo di
me.
Per noi, nessun posto al mondo è mai stato uguale. Nessun marciapiede era irrilevante, nessun muro
cieco, nessun incrocio senza nome, nessun albero sostituibile con un altro, niente senza il suo
individualità. Nostra l'osservazione, nostra la familiarità, e ci siamo aggrappati come fosse un
tesoro.

Pagina 54
Finalmente un'estate i nostri genitori hanno programmato una vacanza per noi insieme. Stavamo
andando tutti e due
trascorrere un mese in montagna. Il luogo era l'Haut Vivarais, ai piedi del
Massiccio Centrale ad est, nel punto esatto in cui precipita su due livelli, arrotondato
ma chiaramente definito come gradini, verso la valle del Rodano. Era una terra di pascoli profumati
con melissa e maggiorana, bassi cespugli blu con mirtilli, pinete ronzanti di mosche
e api, valli che scendono ripidamente con lati ricoperti di erba e muschio dove le rocce raramente
ha sfondato il suolo.
Avevo scoperto le montagne qualche anno prima, ma poi Jean non c'era. La gioia loro
mi ha portato che avevo tenuto segreto. Questa volta potrei descriverli in dettaglio e cantare su di
loro
a voce alta. Perché non è stato Jean a pensarlo sciocco! Siamo partiti la mattina e siamo tornati alle
notte, lavorando duramente sulla strada. Le nostre gambe non potevano portarci oltre, eppure
desideravamo ancora
per stare lassù in aria.
Per guidarmi meglio, Jean aveva inventato un codice. La pressione della sua mano sulla mia destra
spalla significava: “Pendenza a destra. Sposta il peso del tuo corpo a sinistra "e viceversa.
La pressione al centro della mia schiena diceva: “Nessun pericolo in linea retta davanti a te. Noi
possiamo
cammina più veloce." La pressione sulla schiena ma sul lato sinistro era un avvertimento:
“Rallenta! Svolta a destra
avanti." E quando il peso della sua mano è diventato più pesante, è stato perché la svolta avanti era
a
tornante.
Per ogni ostacolo c'era un cartello: una pietra su cui scavalcare, un ruscello da attraversare, rami
da evitare abbassando la testa. Jean ha dichiarato che in meno di un'ora aveva perfezionato il
metodo, che per me era come se avessi ritrovato i miei occhi, che per lui era così semplice che lui
difficilmente
doveva pensarci.
È un dato di fatto, il suo sistema di radar ha funzionato così bene che percorrendo uno stretto
sentiero, lungo
l'orlo di un precipizio e sulle pietre rotolanti creava una tensione appena maggiore del camminare
gli Champs-Elysées per un aperitivo. I problemi fisici potrebbero sempre essere risolti. Quello era il
lezione di radar. «In ogni caso,» disse Jean, «devo guardare dove vado e parlartene
è solo una questione di meccanica. "
Per orientarci abbiamo utilizzato la pianta dell'orologio solare. Quando Jean ha voluto parlarmi del
nebbie rosee che bagnavano la vetta del Mont Chaix verso le sei di sera, o fammelo vedere
da dove venivano o dove stavano andando, aveva solo bisogno di dire: “Un minuto fa, loro
era alle tre. Ma mentre parlo si stanno avvicinando a due ". Per capirlo
Bastava affermare, una volta per tutte, che mezzogiorno sarebbe stato proprio davanti alla mia
faccia da dove eravamo noi
sorgeva. Poiché nel mondo fisico tutto è punto di vista o convenzione, ce n'era solo uno
cosa fare per padroneggiarlo: inventare un numero uguale di convenzioni e punti di vista per noi
stessi,
e metterli in uso.
Quando salivamo per le colline o scendevamo per le valli, tutto andava bene
si. Non chiedevo più niente a Jean se non, di tanto in tanto, di segnalare un punto di riferimento: il
albero con il tronco spaccato, la roccia con le corna, il tetto della casa che non si vedeva, la scaletta
la capra era appena passata. Ho fatto il resto.
Jean era distratto come forse ricorderai, ma mai riguardo a cose urgenti.
Poi ha sentito la sua responsabilità e non ha mai commesso errori. Ma quanto a guardare il
paesaggio
continuamente, era troppo per lui. Per me è stato un bene, e quello era il mio lavoro nel team.
Anche a costo di interrompere la conversazione, spettava a me segnalare ogni cambiamento
la vista a Jean. Se, alla svolta della strada, la foresta diventava più fitta, dandoci la possibilità di
catturare
la luce lungo un canale più scuro; se il prato scendeva direttamente verso il ruscello, allora si
arrampicava

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di nuovo sull'altro lato con la stessa angolazione, suggerendo riflessi neri e blu alla base, I
avrebbe dovuto descriverlo.
Ho riportato le tappe lungo il percorso. Ho indicato i villaggi: "Satillieu è laggiù,
dietro quella collina. Quando gli alberi non saranno così alti vedrai San Vittore. " Tutto questo fatto
alcuni dialoghi piuttosto strani. Quello che ha visto era in testa. Il cieco descritto. Il
vedendo si parlava di cose vicine, il cieco di quelle lontane. E nessuno dei due ha commesso errori.
Le montagne per me erano il luogo benedetto della percezione a distanza. Era il ronzio
di insetti che mi circondavano la foresta? Era il rimbalzo e l'eco silenzioso delle pietre che
definito il picco davanti a me? Era forse l'odore acre, che si alzava improvvisamente dai vapori
pesanti delle piante,
che mi ha parlato della roccia luccicante di acqua fresca? Queste erano domande che non facevo più
me stessa.
Tutto parlava, questo era sicuro. Non c'era albero con esattamente lo stesso spessore del
albero vicino, inciso o attorcigliato allo stesso modo. Il profumo della menta selvatica aveva due
modi
diffondendosi mentre cresceva su un ricco prato o su un campo di ciottoli. La luce incoronava gli
aumenti del
atterrare o riempire le depressioni, seguendone fedelmente i contorni. Per conoscerli bastava
Segui la luce.
Paesaggi composti, cambiavano per me da un secondo all'altro e, quando l'aria era
fresco, quando il vento non mi copriva la testa, lo faceva in maniera così precisa che mi sembrava di
essere
vedendoli attraverso una lente d'ingrandimento. Che sorpresa, quindi, quando ho fatto notare a Jean,
senza errori, due catene di picchi in serie. Ci siamo fermati a questo punto, ma non abbiamo trovato
niente da dire
a proposito. Era così, che le persone ci credessero o no e che lo leggessero o meno
libri. Sui sentieri di montagna e ovunque, Jean e io ci siamo imbattuti in un fatto difficile: il fatto
che
i limiti non esistono. Se ce ne sono, non sono mai quelli che ci hanno insegnato.
Le persone intorno a noi sembravano soddisfatte quando dicevano che un uomo zoppo cammina
zoppicando, che a
il cieco non vede, che un bambino non è abbastanza grande per capire, che la vita finisce con la
morte. Per
noi due, nella nostra estate di campi verdi, crepuscolo e alba che girano continuamente, nessuno di
noi
queste dichiarazioni hanno resistito.
Avevamo l'amicizia dalla nostra parte. Avevamo ignoranza e beatitudine e guardavamo tutto
attraverso questi canali. Ci hanno insegnato tutto quello che sapevamo. Il cieco stesso ha visto e i
vedenti
uno vicino a lui lo sapeva. La vita era bella, molto bella.
* Gli undici paragrafi precedenti non erano inclusi nella pubblicazione americana originale di And There Was Light. Li avevamo
tradotta separatamente dall'edizione francese originale e pubblicata, con il permesso dell'autore, nel Journal of
Antroposofia , no. 8, 1968.

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[7]
LA TERRA GUASTA

Il 12 marzo del 1938 girai le manopole della radio per cercare di captare
qualche stazione radio, come facevo ogni sera. All’improvviso ho sentito
un rumore da Radio Vienna cos’era?
Delle grida concitate e martellanti uscivano dall’altoparlante, sentivo un
coro di voci in delirio, “Deutschland über Alles”, la “Horst Wessel Lied”,oltre a questa
musica sentivo le voci gridare  “Anschluss!  Heil Hitler. Anschluss “. La Germania ha annesso
l’Austria .
L'Austria non c'è più. Il tedesco, questa lingua che amo, è stata violentata a tal punto dalle voci
umane che non riconoscevo più le parole. La mia immaginazione di tredici anni vuole resistere allo
shock, ma è troppo grande mi investe di colpo e mi trascina via. La storia si scaglia su di me,
vestendo la faccia degli assassini.
Mi avevano parlato della sofferenza e insieme all'amore, era l'unico soggetto nei libri. Inoltre,
l'amore e la sofferenza nei libri si sono quasi sempre incontrati. mi chiedo
Perché?  Nella mia vita non c'era sofferenza. Subito dopo il mio incidente, avevo accettato il dolore,
la non era durato a lungo e poi m’ero consolato che non era dipeso da me, ma frutto di un incidente.
Quindi era un’evento inevitabile a cui nessuno avrebbe potuto opporsi.
Una mattina al liceo durante la ricreazione, ero presente quando il ragazzo con la voce stridula
si gettò su uno dei miei compagni e cerco di ghermirlo, ma per sua fortuna l'altro ragazzo
schivò e scappò via piangendo. Ero inorridito. Ma tutti alla fine hanno concluso che il l'aggressore
era pazzo. Quella almeno era una spiegazione.
Una sera verso mezzanotte - era il 6 febbraio 1934 - mio padre tornò a casa dal
quartiere dell'Etoile e ci ha detto, con una tensione nella sua voce che non mi era familiare,
che i manifestanti sugli Champs-Elysées stavano strappando le ringhiere metalliche delle aiuole per
gettarle contro la polizia; che un autobus stava bruciando in Place de la
Concorde. Non ho davvero capito. Sembrava una tragedia o un romanzo. Assomigliava ai
libri di storia - solo un po 'più violento, ma nonostante cio non sembrava vera.
Non avevo mai visto una persona morire. Naturalmente tutti gli uomini sono morti, ma solo quando
Dio li ha richiamati a Lui stesso. Non era una cosa per cui arrabbiarsi. Anzi.
Nel marzo 1938 conoscevo abbastanza il tedesco per seguire le trasmissioni di notizie alla radio
nazista. Ma ero determinato a imparare a fondo la lingua - per essere sicuro, a sentire ciò che questi
uomini volevano da noi. L'Europa oscillava verso est, verso Berlino, Amburgo, Norimberga e
Monaco, e stavo per dondolare verso esso.  Non ho potuto superare la sensazione. Dove questo
sarebbe finito non avevo idea ma stavo facendo i miei preparativi. Per i successivi cinque anni ho
studiato tedesco per due ore ogni giorno.
Tra Anschluss e la capitolazione di Monaco ho fatto così tanti progressi che ho potuto
leggere il Libro delle canzoni di Heine , il Guglielmo Tell di Schiller e l'autobiografia di
Goethe. Ognuno di questi libri mi ha sconcertato. Non vedevo alcuna connessione tra di loro, il loro
linguaggio armonioso e umano, i loro pensieri così elevati che non si poteva sempre seguirli fino
alla fine, e le divisioni corazzate, le SA e le SS, quelle assemblee di odio nello Sportspalast di
Berlino oppure alla fiera di Norimberga; Ebrei insultati senza motivo e arrestati, addirittura giravza
voce che venissero torturati e maltrattati, solo perché ebree. Tutto questo aveva provocato la fuga di
molte persone dalla Germania, perché un uomo libero non poteva più vivere lì. Guerra e morte
questo è il nuovo motto del regime nazista.
Guerra! C'erano uomini che l’adoravano l’avevo appreso. Per quanto riguarda la morte, c’erano
uomini che uccidevano per piacere. 
Questo per la prima volta mi ha aperto gli occhi, la storia era tutta vera, tutte le schiavitù, tutte
le punizioni, tutte le battaglie, tutti i massacri. E stava per ricominciare tutto da capo nel nostro
tempo. Era solo questione di settimane o mesi. Nell'estate del 1938, se ci fossero ancora
i politici in Europa che ne dubitavano avrebbero dovuto consultare lo scolaro tredicenne,
poiché lui era consapevole che la situazione era disperata.
Ogni sera accendevo la radio e mi ponevo ad ascoltare le dichiarazioni di Daladier, di Chamberlain
e di Ribbentrop.
Nel settembre del 1938, nelle prime settimane, si tenne la Conferenza di Monaco e io non persi
un’intervista o un discorso.
Quando ho scoperto l’esistenza della BBC ho provato un grosso dolore nel rendermi conto che non
conoscevo la lingua inglese, ma non mi sono arreso e ho aspettato pazientemente due ore prima che
la BBC ripetesse la medesima notizia in francese e in tedesco. Non avevo paura per quello che stava
accadendo, posso affermarlo con certezza. Sono passato attraverso una serie di interessanti stati
d'animo: curiosità per le disgrazie, bisogno di capire, fascino per il mistero, poesia nei riguardi del
futuro e dell'imprevisto e, soprattutto, dell'inaspettato.
Mio padre aveva degli amici tedeschi, che aveva conosciuto durante i suoi diversi viaggi, in
Germania, in seguito alla sua professione d’ingegnere, e con i quali grazie alla sua passione per gli
studi filosofici e spirituali intrattiene delle conversazioni interessanti.
Tra costoro c’erano un professore di matematica e un ex ministro della Baviera. E ora questi uomini
pacifici, che mi sembravano somigliare a Heine, Goethe e Beethoven, stavano fuggendo, la
maggioranza di loro adesso erano minacciati di essere arrestati e, persino, di essere uccisi.
All'inizio dell'agosto 1938 mio padre fece dei piani che mi coinvolsero in un’avventura che mi
conduce a Stoccarda dove siamo rimasti tre giorni.
 Abbiamo incontrato, lungo i viali dello Uhlandshöhe, nei pressi della città, un direttore di una
scuola tedesca amico di mio padre, che mi colpi per la sua calma, moderazione, ma soprattutto per
la sua tristezza.
L’uomo ha confidato che i tedeschi volevano la pace e la preferivano alla guerra, ma erano
rassegnati ad accettare la sofferenza che tale scelta avrebbe determinato.
L’uomo parlava lentamente, quasi centellinando i suoi pensieri, e a bassa voce. Noi l’ascoltavamo
in silenzio e ben presto abbiamo appreso che la realtà era cento volte peggio di quello che avremmo
potuto immaginare. Inoltre ci disse che non era solo la Germania, ma anche la Francia,
L'Inghilterra e il mondo intero che stava per prendere fuoco. Dal canto suo aveva deciso di
abbandonare il paese al più presto entro e non oltre la fine dell’anno era l’unica cosa che poteva
fare. Quando siamo tornati a Parigi, ho fatto il profeta con i miei compagni e loro non riuscivano a
comprendere quello che gli stavo dicendo. Le loro famiglie non avevano rilevato niente di
strarodinario o di preoccupante. Si d’accordo c’erano stati degli incidenti, ma quelli c’erano sempre
stati, tre anni prima l’Italia aveva dichiarato guerra all’Etiopia e le potenze occidentali avevano
minacciato lo stivale di adottare delle sanzioni nei suoi confronti, ma poi alla fine non s’era
concluso nulla. Nel 1938 era scoppiata la guerra civile in Spagna e le notizie sull’andamento
riportate quotidianamente dai giornali non venivano tenuti in considerazione, dal momento che una
delle regole delle famiglie borghesi era che i giornali andavano letti, ma non creduti. 
Perché secondo la mentalità della gente la stampa vive grazie a menzogne, per cui era meglio non
ascoltarle e non ritenerle veritiere. Io da parte mia ritenevo che questa cecità volontaria nei
confronti della realtà fosse il comportamento più stupido che avessi visto durante i miei tredici anni
di vita.
Io provavo vergogna per i miei compagni e per i loro genitori, se solo avessi trovato un modo valido
avrei cercato di fargli aprire gli occhi e farli rendere conto del pericolo che si stagliava all’orizzonte.
La maggior parte degli adulti sembravano essere imbecilli o codardi.  Non hanno mai smesso di
ripeterci durante la nostra infanzia che dovevamo prepararci alla vita, ma loro chiudevano gli occhi
dinanzi alla realtà e ritenevano buono e giusto il modo in cui si stavano comportando.  No
grazie! Se vivere vuol dire farlo tra i fumi velenosi dei gas lanciati in Abissinia, a Guernica, sul
fronte dell'Ebro, a Vienna, a Norimberga, a Monaco, sui Sudeti e poi a Praga. Che prospettiva!
Non ero più un bambino. Me l'ha detto il mio corpo, anche se continuavo ad avere cari tutti gli
oggetti a cui tenevo da bambino.  Quello che mi attraeva e mi terrorizzava alla radio tedesca era il
fatto che stava distruggendo la mia infanzia.
 Un posto peggiore di qualsiasi melodramma, dove gli uomini devono urlare le loro voci per essere
ascoltati, dove fingono di parlare di amore e di onore mentre violentano e oltraggiano il genere
umano, di difesa della patria quando la vogliono saccheggiare.
In una scuola del genere avrei dovuto imparare a odiare i Boches, ma è stato cosi grazie a Dio.
La mia famiglia mi ha dissuaso. Libri e sinfonie mi dicevano che non era la strada da seguire. Ho
continuato a chiamare i tedeschi con il loro nome, a vederli e a trattarli con il giusto rispetto.
Alcuni dei miei compagni si sono dichiarati patrioti. Non io. Non avevo alcun desiderio di essere
come loro, perché erano tutti degli spacconi e nessuno si sforzava di capire cosa, realmente, stesse
succedendo. Inoltre, le loro famiglie anti-tedesche si dimostravano indulgenti nei confronti di Hitler
e dei suoi crimini.
Senza ammetterlo a me stesso, avevo già immaginato i nazisti ovunque e immaginavo il mondo
come un enorme bollitore riscaldato dal rancore e dalla violenza.
 Alla fine del 1938 stavo ancora sognando, ma per la prima volta il sogno non era frutto della mia
mente, ma un sogno collettivo dove il mondo era stato diviso in sostenitori dell’amore, da una parte,
e dell’odio dall’altra.
Non c'era dubbio che tutto sarebbe stato difficile giorno dopo giorno, ma dopo
tutto, anche se la vita non andava bene, sembrava comunque che sarebbe stato eccitante.

******
La ragazza che ho incontrato insieme a Jean, per la seconda volta, domenica ho scoperto che si
chiamava Françoise e mi sono chiesto per quale ragione il mio migliore amico mi ha nascosto il suo
nome dopo il nostro primo incontro?
La ragazza non aveva importanza per me poiché non l'avevo mai incontrata. Inoltre, probabilmente,
non l’avrei mai più rivista, mi disse che era la figlia di alcuni amici lontani della famiglia di
Jean. Ma mi sono accorto che c’era qualcosa che non andava, infatti Jean parlava di lei in un modo
strano e particolare, sottolineava particolare che una volta non avrebbe visto ad esempio gli occhi
che li descriveva come quelli di un angelo color nocciola marrone, poi descriveva la sua vita sottile,
le sue scarpe bellissime, ma soprattutto gli occhi che non riusciva a dimenticare. Le ore passavano
con la descrizione della sua figura, delle sue scarpe, del tessuto del suo vestito e del neo che stava
nella parte posteriore del collo.
Mentre lui menzionava questi particolari sussurrava e tale modo di fare mi dava i nervi, confesso
che avrei voluto gridargli che era ridicolo, ma ammetto che non ho osato per paura che la mia
interruzione e le mie parole lo determinassero a stare in silenzio e dal non fornirmi ulteriori dettagli.
Ma un certo punto mi sono chiesto se Françoise mi sarebbe piaciuta? Forse mi sono risposto! Ma
questa risposta non mi ha reso felice, anzi ero preoccupato.
Quel lunedì mattina, il giorno dopo il suo secondo incontro con lei, Jean non la smetteva di
raccontare e di parlare, mi confesso che si chiamava Françoise.
L’aveva conosciuta mentre stava venendo a casa mia, per puro caso alla fermata dell’autobus,
entrambi erano saliti sullo stesso mezzo, dal momento che era affollatisismo era accaduto che s’era
ritrovato premuto a lei per circa cinque minuti.
In quel momento era successo il miracolo avevano iniziato a parlare, lei era più bassa e minuta di
lui, per cui doveva alzare, ogni volta che gli rispondeva gli occhi verso di lui, che mentre l’ascoltava
è caduto nei suoi occhi e v’e sprofondato.
Più ascoltavo Jean e più diventavo infelice! Molto infelice ! ad ogni parola un nodo, sempre più
grosso, si formava nella mia gola, anche se Jean non se ne accorgeva. Parlava solo e non si
accorgeva del mio stato d’animo era come se non si accorgesse di me e dei miei sentimenti!  
Ripeteva, in continuava a dirmi che era stato fortunato.
Ogni tanto mi poneva una domanda ma non riuscivo ad aprire bocca. Per quale motivo vi starete
chiedendo? Semplice che c’era di cosi importante in una ragazza di nome Françoise con gli occhi
nocciola. Niente!
La mia angoscia durò per giorni, diveniva sempre più grande e sempre più caotica; mi rendevo
conto che non era Françoise di per se la ragione del mio malessere.  Avrebbe potuto chiamarsi
Monique o Jeanne, avere i capelli biondi invece che scuri, avrei sofferto lo stesso; l’unico modo per
evitare di soffrire ancora era quello di rendere partecipe Jean senza aspettare oltre. 
Dal momento che l’unico dottore a cui potevo rivolgermi era Jean che mi amava ancora e che
avrebbe fatto qualunque cosa pur di aiutarmi.
Questa volta mi resi conto che non sarei riuscito a parlare a braccio con franchezza, per questo
motivo decisi di prepararmi il discorso e questo mi tenne occupato per lunghe ore durante le queli
provai, impostai rividi e corressi tono, termini e postura.
Nonostante avessi soppesato ogni singola parola, pensato ogni termine sono stato assalito dalla
paura.
Francamente, ero spaventato e quello era il mio problema. Non appena l'idea mi è venuta, io ho
esposto la mia confessione con coraggio . Ho portato Jean a fare una passeggiata di tre ore vicino
alle Porte d'Italie, perché sapevo che questo quartiere sarebbe stato deserto finché le sirene delle
fabbriche non avrebbero suonato annunciando la fine della giornata lavorativa.
Prima gli ho chiesto perdono per tutto le offese che non gli avevo ancora fatto, ma che con ogni
probabilità, stavo per fargli. Al termine ho palesato il mio malessere e gli ho detto che grazie alla
presenza di Francoise m’ero ricordato di essere cieco o meglio me ne ero accorto per la prima
volta. Non avrei mai potuto vedere i capelli, gli occhi o il corpo delle ragazze. Per quanto riguarda
I loro vestiti e le loro scarpe sapevo, benissimo, che erano importanti, ma io non li vedevo e quindi
non riuscivo a trovare piacere. Tale idea mi rendeva addolorato dal momento che m’ero reso conto
che ero condannato a essere escluso da queste meraviglie.
E le ragazze erano interessate e ammaliate da tali accessori e la mia cecità mi avrebbe escluso dai
loro interessi; mentre le mie parole uscivano dalla bocca, la mia mente mi dicevaa che non tutte le
ragazze erano cosi.
Quando ebbi terminato di parlare mi resi conto che Jean era terribilmente imbarazzato, nonl’avevo
mai visto in tale stato. Non riusciva a parlare e giocherellava con la mia spalla
come se desiderasse di far parlare la sua mano al suo posto.
L'incidente non ha avuto conseguenze. 
In primo luogo Jean non vide più con la stessa frequenza Françoise.
In secondo luogo mi ha trattato con una gentilezza che più di una volta mi ha spezzato il cuore.
Non c'era dubbio che il pericolo di perderlo era stato altissimo, se meritavo di essere trattato con
pietà. Senza rendermene conto, avevo appena affrontato uno degli ostacoli più difficili che un cieco
abbia mai dovuto affrontare la presa di coscienza, e ho dovuto lottare per circa due anni, prima di
riuscire a riprendermi.
Ero solito stare alla finestra della mia stanza ad ascoltare i rumori nel cortile sottostante. Io toccavo,
sentivo, ma non ho percepito più come prima, era come se fosse sceso un velo. Ero cieco. Poi ho
chiuso la finestra sul mondo esterno e mi sono chiuso nella mia interiorità. Mi raccontavo storie di
confini che potevano non essere mai attraversati. Ho messo in ridicolo i miei sogni d'infanzia. Il
mio cuore era pieno e le mie mani erano vuote, senza braccia in un mondo dove tutto è fatto per
essere visto, dove ogni posto deve essere visitato da gente che possa muoversi da sola.  Mi sono
sentito ridotto a fare la cosa in cui eccellevo, ma che mi interessava meno in quel momento:
primeggiare negli studi. Mi si strinse la gola dall'invidia quando me lo dissero alcuni ragazzi che
uscivano in bicicletta con delle ragazze. Io ero destinato a rimanere a casa! Fortunatamente la
gelosia e la stupidità non si sono mai impossessate totalmente di me, nemmeno in quei due anni. E
anche allora era la metà più piccola. Soprattutto, c'era Jean, che con ogni discussione, con
travolgente pazienza, cercava di dimostrare che non aveva particolari vantaggi: “Se solo sapessi
quante poche cose vediamo davvero! Le ragazze non ci fanno vedere niente ".
Anche allora c'era la voce che parlava dentro di me. Ogni volta che ho avuto la forza di non tacere
l'ho sentita chiaramente dirmi “stupido!”. La voce disse che ero caduto in una trappola, avevo
dimenticato il vero mondo: il mondo interiore quello da cui nascono tutti gli altri.  
Perché questo mondo rimanga visibile nonostante il passare degli anni esiste solo una condizione
quella di crederci incondizionatamente.
La voce ha aggiunto che quello che hai visto un giorno da bambino non smetterai mai più di
vederlo.
Secondo la voce, grandi cose mi aspettavano. Le ragazze facili, quelle che pensano
nient'altro che a loro stesse, avrebbero lasciato da solo, ma non tutte erano cosi altre esistevano ed
erano quelle genuine, mosse dall’interiorità, propense a vedere oltre le cose. Ed era quelle che
dovevo cercare, quelle che avrebbero amato cio che amavo e per cio che ero, senza fare il confronto
con i normali.
Infatti ho compreso che il confronto è la chiave che apre la porta sulla sofferenza, anche se è inutile
e immotivata dal momento che non esistono due cose uguali e per quanto simili saranno sempre
diverse.
Tuttavia, ho ascoltato invano le buone voci. Avrei dato tanto per riconquistare
la pace che avevo quando avevo dodici anni. Da quando avevo quindici anni l'universo aveva
assunto una densa superficialità;  la gente lavorava, parlava alla radio o faceva l'amore con le
ragazze, come se ognuna di loro era unica al mondo.
Non avevo modo di condividere queste mie idee se non con Jean, ma anche lui sarebbe rimasto per
sempre vicino a me?
Questa domanda ci ha torturati entrambi, al punto che abbiamo fatto voti solenni per rassicurarci
reciprocamente durante tutta l'estate del 1939. Ognuno di noi ha giurato di dire all'altro tutta la
verità, ogni volta, qualunque fosse l’argomento e il motivo del malessere e abbiamo giurato che
nessuna ragazza si sarebbe mai messa tra noi due, tale promessa l’abbiamo fatta consapevoli che
fino a quel momento non eravamo venuti meno.
Abbiamo scoperto che nelle nostre coscienze esistevano dei posti segreti in cui non avevamo mai
guardato. Eravamo timidi, chiusi, egoisti, volubili, gelosi, pudici e smemorati. Abbiamo dovuto
ammettere ognuno di noi aveva una doppia o tripla struttura, un meccanismo per ingannare noi
stessi e ingannare altre persone.
Tuttavia, avevamo accettato la promessa e avremmo continuato a vegliare lealmente. Niente più
misteri silenzi tra di noi.  Non ci risparmieremo niente e andremo al limite con
parole e se le parole fanno male, allora ci consoleremmo a vicenda.
La vita era quella che era, con tutti quei ministri e padri di famiglia che si preparavano a fare la
guerra, con tutte quelle ragazze che ridevano senza una buona ragione e continuavano a dare
sguardi che non avresti mai potuto capisci, sicuramente ci vorrebbero due di noi per manovrare
l'attacco.
Capitolo 8 IL MIO PAESE, LA MIA GUERRA
l’autista dell’autobus s’è fermato davanti a me e ha mosso le mani allo scopo di accertarsi che fossi realmente cieco, quindi ha detto con un
accento tipico del sud della Francia “ Allora giovanotto sei cieco! Beato te! Per la prima volta nella tua vita puoi ritenerti fortunato. La guerra
potrà durare anche cento anni, ma
una cosa è certa che tu non verrai coinvolto negli scontri”.
Poi s’è voltato di scatto, s’è seduto al volante e ha iniziato a tamburellare le dita sul cruscotto
seguendo il motivetto militare che ha iniziato a fischiettare.
Mi sono chiesto ma perché quell’uomo è felice che io non posso andare in guerra?
La risposta la conosciamo tutti.
Quest’incontro è avvenuto a Tournon, sul Rodano, il 2 settembre 1939, poche ore dopo che i sui
muri erano stati affissi i manifesti riguardanti la mobilitazione nazionale. In quel periodo Jean e io
eravamo ospiti della mia madrina nel paese dove le strade profumano di pesche e cipolle.
La 2° guerra mondiale era scoppiata la notte precedente, tutti gli uomini erano richiamati alle armi,
anche l’autista del nostro autobus.
Era un uomo di venticinque anni, sposato da due anni e aveva un figlia piccola. Mentre guidava ci
ha raccontato la storia della sia vita. Quel giorno stava compiendo il suo ultimo viaggio nelle vesti
di autista, l’indomani avrebbe vestito la divisa di soldato dell’esercito francese.
Ogni tanto staccava il suo racconto, brontolava e sospirava, ma soprattutto sembrava triste. A un
certo punto siamo giunto a LAmastre, dove ha fatto una breve sosta in attesa dei passeggeri. 
Non sembrava preoccupato, un po’ preoccupato e allo stesso tempo euforico.
“ Oggi – disse ad alta voce - non ci sono clienti!” e subito dopo è scoppiato a ridere. " Oggi nessuno
prenderà la corriera!" concluse tra una risata e l’altra. Era una risata tra l’ironico e l’amaro,
finalizzata a sottolineare quello che stava accadendo a livello nazionale e mondiale.
I minuti passavano inesorabili e alla fine ci siamo resi conto che eravamo gli unici viaggiatori.
Quindi il nostro autista ha iniziato a cantare e ha schiacciare l’accelleratore percorrendo un lungo
tratto della strada nazionale che costeggiava il Rodano alla velocità di sessanta chilometri orari.
Poi d’improvviso ha rallentato, ho compreso che stavamo inizianfo a salire, me l’hanno confermato
le prime curve.
Prima ha girato a sinistra, poi a destra e cosi via, per tutto il percorso strombazzava all’impazzata il
clacson.
Starete pensando che era ubriaco per reggere la notizia della chiamata alle armi?
Non credo.
Era in se, solo che era agitato dall’idea di dover andare a combattere.
Del resto non era l’unico avevamo incontrato molte persone che erano nervose e agitate in seguito
alla notizia dell’invasione della Polonia da parte dei carri armati, abbiamo incontrato delle donne
che piangevano, altre che erano commosse e che cercavano di nascondere le lacrime.
Quando siamo scesi a destinazione, nei pressi della piazza centrale, dove si affacciava il municipio,
abbiamo sentito i vecchi ricordare le loro esperienze belliche della 1° guerra mondiale.
E le loro parole non erano per niente incoraggianti e rassicuranti.
Ovviamente, i francesi non avevano idea del perché avrebbero dovuto combattere in questo
momento. Il corridoio di Danzica, i trattati con la Polonia non significavano nulla per loro.
Lentamente anche Jean e io siamo stati assaliti dall’euforia della guerra, non riuscivamo a
comprendere se eravamo contenti o impauriti difficile dirlo, ma sicuramente eravamo rapiti
dall’emozione di vivere un’avventura.
Il mondo intorno a noi aveva perso le sue certezze e le sue routine, ad esempio non prendeva il
treno alla stessa ora, non si spostava in autobus, non seguiva i ritmi quotidiani, tutto era stato
stravolto da questa notizia.
Molti ascoltavano la radio che trasmetteva musica militare fino a notte fonda, le persone non
scrivevano più lettere, ma utilizzavano il telegrafo.
Nei giorni seguenti presero piede le voci di scontri, addirittura ci fu chi affermava che gli aerei di
Göring avessero già bombardato Parigi, altri assicuravano che anche la città di Londra era stata
colpita.  Gli ex soldati discutevano se anche in questa guerra si sarebbero utilizzati le armi
dell’ultimo conflitto. Nessuno pero aveva il coraggio di affrontare il tema relativo alla vittoria,
nessuno accennava all’entrata delle nostre truppe a Berlino.
La realtà della guerra si è fatta strada nella mia coscienza goccia dopo goccia e ha suscitato la
domanda : “ la guerra è affar nostro?”.
Devo essere sincero né io ne tantomeno Jean eravamo giunti a una risposta, non perché non
eravamo giunti a prendere una decisione, quanto perché l’avevamo presa ma ci sembrava
irragionevole e francamente infantile.
Ma dal momento che avevamo solo quindici anni eravamo giustificati e tutto il resto sembrava
fumo, ma ben presto è diventata una nuvola che ci ha determinati ad affermare : "Sarà per entrambi
la nostra guerra". E anche se eravamo sconvolti dal disagio, o preoccupati ci siamo resi conto che
non potevamo sfuggire dinanzi a quella assurda situazione.
Alla fine Jean mi ha detto che nel suo caso, lasciando da parte tutta la fantasia, la premonizione non
era necessariamente sciocca, la guerra poteva durare anni, per cui non appena lo avrebbe potuto fare
si sarebbe arruolato. Del resto nell’ultima guerra erano stati mobilitati anche i diciottenni.
Ma io ero diverso, credere che potessi dare il mio contributo era un pensiero a dir poco ridicolo e
anche assurdo. Io ero fuori da ogni possibilità di essere coinvolto.
Per quanto il ragionamento fosse fondato e logico, non ha risolto nulla né per Jean né per me. Jean
era pervaso da una gioia che non posso descrivere, non credeva a quello che diceva. Aveva le stesse
mie visioni riguardo al futuro. Lentamente ci hanno attirato con il loro peso con azione magnetica, e
alla fine ha detto Jean: “ Farò la guerra. Non so come, ma ce la farò”.
Settembre è passato senza alcun combattimento, la Polonia era stata conquistata, ma chi aveva
sferrato il colpo finale? Nessuno lo sapeva, in realtà fu l’Unione Sovietica che il 17 settembre la
invasa da est.
Nel frattempo anche le nostre sono cambiate e quella dei nostri familiari, infatti mio padre è stato
mobilitato in qualità di Ufficiale del Corpo degli Ingegneri presso una fabbrica di polveri, nei pressi
di Tolosa.
 Mia madre, mio fratello ed io lo abbiamo seguito subito dopo, Jean non appena ha saputo della
mia partenza ha convinto la madre a seguirci. Per la prima volta ci siamo trovati al di fuori della
città di Parigi.
Un giorno annunciai a Jean che stava per succedere qualcosa di incredibile.
Ma non mi credette e ben presto venimmo attirati dalle nuova città, dalle sue voci, dai suoi palazzi,
ma ben presto i presentimenti continuavano colpirci di nuovo nei momenti più improbabili.
La guerra ci chiedemmo potrebbe piacerci?
In realtà tutte le persone che sentivamo parlare si pronunciavano contro, ma questo non ci ha
impedito di accorgerci che sin dallo scoppio della guerra le facce malinconiche erano diventate
malinconiche.
La guerra aveva distrutto l’ordine e le abitudini dei popoli, ovunque dominava un senso di libertà e
di confusione, le persone esprimevano senza problemi i propri pensieri e ponevano più attenzione
anche al valore del tempo.
Nel frattempo le fiamme avanzavano anche se ancora i morti non erano diventati numeri rilevanti,
anche se erano molti nei laghi ghiacciati della Finlandia, dove migliaia di uomini stavano lottando
per difendere la propria libertà e, indirettamente, anche per la nostra.
Anche se in Francia coloro che erano interessati a quanto stava accadendo in Finlandia erano poche
persone, tra costoro Jean e io, che seguivamo attraverso la radio tutti i progressi e le sconfitte delle
truppe.
La guerra sembrava lontana, un evento incredibile e impossibile in Francia, nessuno voleva credere
che le sue fiamme si stavano espandendo nelle varie zone d’Europa. Io ne ero consapevole solo
perché ogni sera ascoltavo la radio tedesca e mi rendevo conto, nell’inverno del 1940, che prima o
poi le fiamme della distruzione avvrebbero lambito anche la mia amata nazione.
Ed eccolo il presagio della mia guerra, ero sconvolto, assalito dalla rabbia e da una sensazione di
assurdità, come potevo pensare che io, un ragazzo cieco di quindici anni, si potesse opporre
all’esercito nazista e al suo dittatore Adolf Hitler.

******

Durante il mio soggiorno a Tolosa ho provato una profonda felicità e vi consiglio di non dirlo a nessuno, oppure se lo fate scegliete bene il
vostro confidente, preferiobilmente, uno della vostra età.
Se davvero non riuscite a contenere quest’esperienza mostrate agli adulti che siete felici, ma non
sperate che gli adulti vi ascoltino, di solito loro hanno la memoria corta per cui hanno dimenticato
di aver provato delle emozioni simili a quell’età e pongono, erroneamente, l’età della felicità
all’inizio dei diciotto anni o dei ventuno facendola coincidere con il raggiungimento della maggiore
età. Nessun genitore per quanto amorevole e liberale accetterebbe di considerare un ragazzino
maturo, invece lo considerebbe matto.  
Ecco il motivo per cui dovrà mantenere il suo segreto e ne ricaverà che la sua felicità cresca.
Questa politica ha funzionato davvero per me e Jean. Tutto l'anno ci siamo nascosti. I nostri
nascondigli erano impensabili, improbabili, certe volte precari e anche incerti, ma più lo erano e
meglio era. Alcune delle nostre gioie erano cosi intense che noi non potevamo confidarcele in un
posto qualunque come ad esempio sulla pubblica strada.  Eppure a Tolosa le strade erano strette,
tortuose, mal asfaltate o per niente asfaltate, con la conseguenza che in mezzo alla strada si trovano
dei rigagnoli di acqua, mentre nell’aria sostano una serie di odori caratteristici che ti assalgono a
ogni passo : odore di gatti, di sassi ammuffiti, d’acqua saponata per lavare i panni, di cibo fritto
nell'olio d'oliva e di sapori utilizzati aglio e miele.
 Eppure anche quelle strade cosi strette e poetiche non servivano ai nostri scopi, avevamo bisogno
di luoghi solitari, anche brutti, ma dove poter parlare serenamente ad esempio una sala d'attesa della
stazione ferroviaria oppure in aperta campagna. Non decidevamo in anticipo la nostra meta, perché
ritenevamo che tale scelta fosse un grosso errore.
L'importante era perderci nelle aride colline deserte a sud della città, nella fertile valle dell'Ariège,
tra le case in rovina di villaggi deserti, lungo stradine ai cui margini v’erano dei terreni incolti o le
case di piccoli borghi dai nomi altisonante: Sayss-en-Gayss, Courtousour, La Crois-Falgarde. Le
nostre ore trascorrevano parlando, camminando dritto o a zig-zag finchè non eravamo stanchi e
anche questo era un altro motivo di felicità.
Ogni giorno ci ritrovavamo e iniziavamo a girovagare, il nostro girovagare e parlare ci eprmetteva
di ritrovarci e di rinnovare la nostra amicizia come se si trattasse della prima volta.  L'amicizia era
uno stato mentale, uno stato fisico fragile, destinato a svanire non appena si creava
un'abitudine; rinnovarlo ogni giorno è stato un impegno e un duro lavoro. A volte dovevamo
impostare un rapporto libero, garrulo e indulgente e per riuscire abbiamo dovuto svuotare tutti i
nostri sogni, senza scrupoli.
 A volte la nostra censura non aveva pietà e questo ci costringeva a di non dire schiocchezze e ad
analizzare seriamente e senza pietà alcuni punti del nostro patto come la lealtà, la fedeltà, la
tolleranza e la condivisione. Quest’ultimo argomento è stato quello che ha presentato maggiori
problemi, perché a livello teorico avevamo ipotizzato dei punti da seguire, ma quando siamo
costretti, a marzo, a gestirlo da un punto di vista pratico abbiamo iniziato ad avere delle difficoltà e
successivamente siamo giunti a vivere un momento di crisi.
Per comprenderlo dobbiamo ritornare a quando Jean e sua madre s’erano stabiliti a Tolosa in un
piccolo appartamente che si affacciava su una strada stretta e buia, come la scala interna che portava
ai vari piani.
Questi elementi rendevano cupa la casa, nonostante cio a rendere meno pesante la vita in quel
contesto era la presenza di una ragazza che Jean mi confido di aver cercato di evitare, ma con il
trascorrere del tempo tutti i suoi sforzi sono; miseramente, falliti del tutto.
Aliette, questo il nome della ragazza, era davvero inevitabile, aveva diciotto anni ed era di una
bellezza irresistibile, non camminava, ma sembrava che volasse come un fiore trasportato dal vento.
Il palazzo era illuminato dalla sua voce, dal momento che la sua passione era cantare, a qualunque
ora, con al conseguenza che chiunque si chiedeva quando trovava il tempo per studiare.
 Del resto neanche chi le stava vicino riusciva a studiare, dal momento che si beava di ascoltare la
sua voce, perché ognuno era attraversato dal pensiero di stare con lei, di bere le parole delle sue
canzoni. Quando non cantava si faceva strada l’idea che era triste o forse malata e quindi anche chi
le stava vicino era triste e avrebbe voluto aiutarla. Il sogno di chiunque credo era consolare Aliette !
Era una ragazza unica mi disse Jean.
Lei di suo usava parole normali ma che assumevano mille sfumature e significati diversi e questo
diveniva un grosso pericolo per la nostra amicizia soprattutto tenuto conto che Jean mi annuncio
che secondo lui Aliette era interessata a lui e a conferma mi disse che aveva trovato l’occasione per
parlargli.
Alla fine lo invitò a suonare il piano a casa sua, e mentre lei si chinava per voltargli
le pagine, i capelli di Aliette iniziarono a sfiorargli la guancia.
Fu la goccia che fece traboccare il cuore e sanci la capitolazione di Jean all”amore per Aliette.
 Ed è qui che la mia storia, inevitabilmente, si confonde perché anch'io non stavo solo vivendo,
anch'io ero innamorato. La scoperta è stata terrificante. Tutto è diventato improvvisamente
instabile: l'amicizia con i suoi diritti e i suoi limiti, il futuro, i nostri studi, la serenità della nostra
vita, e infine il nostro stesso amore. 
A chi apparteneva questo amore? A Jean o a me?
Grazie a questo colpo di fulmine abbiamo trascorso molto tempo a discutere, lunghe ore di
escursioni sulle colline durante le quali abbiamo liberato i nostri cuori; non litigavamo non
pensatelo, non eravamo arrabbiati, stavano meditando.
 L'intensità della discussione era tale che alla fine perdevamo di vista il problema stesso e devo dire
a onore di Jean, di Aliette e di me stesso che nessuno di noi tre è mai andato
a rovinare l'immagine. Al contrario, è diventato così gentile e così puro che nessuno s’ è
preoccupato di confrontalo con il suo modello. Tuttavia, il modello era lì, vivo, sempre più vibrante,
sempre più e più familiare. Da quel momento in poi abbiamo incontrato Aliette tutti i giorni, ma
sempre insieme, mai separatamente.
L'abbiamo incontrata nelle piazze del paese, all'angolo delle stradine nell'ombra rossastra
delle case in mattoni. L'abbiamo aspettata dopo la scuola e l’abbiamo accompagnata a casa con
qualunque tempo e abbiamo trascorso lunghe ore con lei a parlare, anche se non ricordo quali
argomenti abbiamo trattato.
Mi ricordo le lunghe serate estive in cui abbiamo contato le stelle, mentre Jean e io stringevamo le
mani, non con troppa pressione, le sue mani, mentre la sua voce fa il giro dei nostri cuori e delle
nostri menti.
Ben presto ci siamo resi conto che lei sera trasfusa e aveva perso il contatto con la realtà per cui ben
presto è divenuta un misto di sogno e realta.
Mentre i nostri cuori sognavano e palpitavano di felicità e di benessere.
Ma se noi sognavamo nel frattempo la realtà diveniva triste e disperata dal momento che in cinque
settimane da maggio e giugno la Francia viene conquistata. Gli eserciti di
Hitler si sono diretti a Parigi. Mentre nostra nazione soffriva anche noi abbiamo dovuti soffrire, cio
accadde al termine di una lunga serata trascorsa con Aliette che ci invitava a non vederci piu
insieme e con la stessa frequenza, ma non ci spiego il motivo della sua richiesta e decisione, ci
tocco solo assecondarla.
Non appena rientrai a casa, mentre la mente stava ancora rimuginando accesi la radio e senti lo
speaker che annunciava che i tedeschi erano entrati a Parigi senza che la città resistesse.  Parigi
prigioniera! Aliette che ci lascia! Il mondo c’è crollato addosso, troppe disgrazie in poco tempo e
non sapevamo a cosa dovevamo pensare prima?
Finalmente la mattina dopo, all'ingresso principale del liceo, apparve questo avviso, scritto, in modo
goffo, a mano e a grandi lettere (di certo non avevano avuto il tempo di ciclostilarlo):
 “a seguito di quanto è avvenuto le prove scritte relative all’esame per il conseguimento del primo
e del secondo  bachot sono rinviate a data da destinarsi. A partire da oggi le lezioni sono sospese
in tutto il distretto scolastico di Tolosa fino a nuovo avviso”.
Un altro disastro! Un altro evento negativo che sommava a quelli che già affollavano la nostra vita!
Le nostre teste stavano per scoppiare. Jean era d'accordo con me. Noi non dobbiamo continuare a
pensare a noi stessi. Nel giro di una settimana forse il nostro paese non sarebbe più esistito. In un
momento simile l'interesse della comunità è molto più importante delle preoccupazioni individuali e
personali.
Questo è facile a dirsi! Ma le emozioni ci stavano colpendo da ogni parte nello stesso momento ci
stavano sballottando e l’ultima notizia è stata come uno tsunami. Ci siamo sentiti spaesati e non
sapevamo da che parte rivolgere le nostre menti.
Per quanto riguarda alla Francia ci siamo limitati ad accettare il dato oggettivo della sconfitta del
nostro esercito e della nostra resa, del resto il corpo di spedizione inglese stava rientrando
precipitosamente in patria, attraverso il porto di Dunkerque. Nessuno poteva biasimarli. Anche gli
eserciti francesi stavano fuggendo, a sud della Loira secondo i rapporti che venivano dati.
Ma non erano gli unici che stavano ababndonando il nord della Francia, anche trecentomila
profughi s’era riversati a Tolosa. Per cui le strade lentamente si stavano riempiendo di donne,
anziani, bambini, persino uomini, molti provenivano dall'Olanda, dal Belgio, dal Lussemburgo, dal
nord e dalla Francia orientale, in particolare da Parigi, dalla Normandia e da Orléans. Fuggivano
senza una meta ben definita, si recavano a sud e Tolosa rappresentava una tappa intermedia.
Circa duemila persone si sono accalcate nei pressi delle tende allestite nei campi di atletica lungo la
Garonna, la maggioranza era costituita da donne e bambini, quelli che non riuscirono a trovare
spazio cercarono riparo nella cappella del nostro liceo. Alcuni proprietari di case private che
avevano a disposizione di stanze o degli appartamenti li mettevano a disposizione e si ritrovavano
cinque, anche dieci, nella stessa stanza.
Le autorità cittadine erano molto preoccupate, poiché temevano che una tale concentrazione di
persone era un obiettivo ideale per un attacco dall’aria e circolavano molte voci di un possibile
bombardamento della città.
Certe volte quando camminavo nel mezzo della città avevo la sensazione di camminare nel bel
mezzo della Parigi durante la Rivoluzione francese, l’unica differenza era che
le persone non sembravano né minacciose e né spaventate davano l'impressione d’essere spaesate,
allibite e confuse.
Nelle strade c’erano delle lunghe file di auto coperte di fango, molte avevano i segni della battaglia
testimoniati dai paraurti trafitti dal fuoco delle mitragliatrici, molte erano ferme agli angoli delle
strade prive di conducenti.
Molte persone si domandavano dov'era l'esercito e dov'erano i generali? Dov'era il
governo? 
Le risposte erano le più disparate e disperate, alcuni dicevano che il governo era fuggito a
Bordeaux, altri descrivevano stragi e distruzioni di ogni tipo molte confermate dai giornali e dalla
radio. 
Molte strade erano quotidianamente mitragliate a nord dagli aerei della Luftwaffe e al sud dalla
Regia Aeronautica Militare Italiana con la conseguenza che molti civili rimanevano uccisi.
 Quel giorno eravamo per strade mi ricordo di aver sentito dire a un uomo che passava lungo la
strada : “Non c'è più tempo per piangere. Questa volta è la fine".
Jean e io non capivamo ed eravamo indignati, non potevamo credere che una nazione muore in
questo modo, non certamente la FRancia.
Mentre le nostre menti s’indignavano e i nostri cuori si lamentavano ci siamo ritrovati in una strada
laterale, dove abbiamo ripreso fiato e avuto il tempo di ricordare che Aliette non voleva più
vederci!
Ci siamo chiesti se l’avevamo offesa in qualche modo?  Sicuramente s’era sbagliata sulle nostre
intenzioni? 
All’improvviso ho detto a Jean: “Ho capito s’è innamorata di uno di noi due. Non puo essere
nient'altro se non questo"
L'idea era incredibilmente semplice, amavamo Aliette da mesi senza nemmeno chiedere
se ci amasse, o anche se stesse pensando di amarci, o quale tra noi due avrebbe scelto
lei.quest’ultimo punto non l’abbiamo neanche preso in considerazione, ci siamo dimenticati che la
regola fondamentale dell’amore è che l’amore non è una questione personale. Avevamo perso di
vista il fatto, deplorevole ma ineludibile, che l'amore è una questione duale e non ammette altre
persone. In quel momento ci siamo resi conto che eravamo stati ridicoli eci siamo arrabbiati, Jean
ha concluso : "Non pensiamo piu a lei, d’accordo?" 
del resto non era l’unico problema a cui dovevamo pensare in quel momento storico.
Vi starete chiedendo se la situazione ci creasse angoscia e preoccupazione tale da non farci dormire
di notte?
Quando la doppia tragedia ci ha colpito : la fine dell’amore per Aliette e la fine della libertà della
nostra patria abbiamo aperto gli occhi e ci siamo resi conto di quanto eravamo ben informati su
quello che stava accadendo, nonostante la nostra tenera età.
Questo ci ha permesso di comprendere la differenza tra armistizio e sconfitta.
Per cui quando il 17 giugno, alle 12.00 in punto, il Maresciallo ha tenuto il suo discorso al popolo
francese in cui affermava
Il 17 giugno a mezzogiorno, quando il maresciallo Pétain ha parlato alla radio alla Nazione allo
scopo di convincere il popolo della necessità di arrendersi e di deporre le armi dal momento che
ogni ulteriore resistenza sarebbe stato un errore. A me e a Jean tale affermazione avanzata da quello
che tutti consideravano il vincitore di Verdun e il salvatore della patria era sbagliato e assurda, non
abbiamo pensato che avesse tradito il paese, era un grave errore.
L’indomani sera un giovane generale, quasi sconosciuto, il cui nome sarebbe entrato a buon diritto
nella storia come eroe leggendario: Charles de Gaulle, fece il suo primo appello da Londra al
popolo di Francia e gli chiese di resistere e di continuare a lottare in patria e anche nei territori
d’oltremare: Nord Africa, Africa occidentale, Africa equatoriale e Indocina.
A quell’appello migliaia di cittadini francesi hanno risposta si, tra costoro c’eravamo io e jean, non
avevamo dubbi sul da farsi.  Stavamo per diventare i soldati della Francia libera. 
Anche se entrambi ci siamo posti le seguenti domande:
Quando? Come?  Quali armi spetterebbero a Jean? E infine domanda più difficile quali armi
per me?
Anche se non avevamo alcuna idea eravamo consapevoli che ci stavamo imbarcando in
un’avventura seria non per spavalderia e neanche per patriottismo, dal momento che per noi due
la Francia era un'idea piuttosto vaga, noi eravamo mossi, nella nostra testa e nel nostro cuore, dal
desiderio della libertà intesa come libertà di scegliere le nostre convinzioni, il nostro modo di vivere
e lasciare che gli altri scelgano le loro, libertà di rifiutare di fare del male. 
Ma perché la libertà dovrebbe essere spiegata?
Anche Aliette era libera aveva il diritto di chiamarci, di vederci e di non vederci, il diritto di dire a
uno di noi di andarsene. Noi avevamo il diritto di chiederle quale tra noi due amasse e abbiamo
deciso di esercitarlo.
Mentre tale idea balenava nella nostra mentre, un ‘altra domanda si fece strada cosa sarebbe
successo alla nostra amicizia?
Jean si ritirò davanti alla mia angoscia e io mi ritrassi davanti alla sua, entrambi eravamo
consapevoli che qualunque fosse il risultato, sicuramente avrebbe causato sofferenza. 
Fu a questo punto che Jean ha farfugliato qualcosa di senza senso, ma per me assolutamente chiaro.
“ sei cieco è questa volta la tua condizione ha prodotto i suoi effetti”tradotto voleva dire che la
possibilità di parlare con Aliette da solo non erano come le sue.
Jean si sentiva ancora di avere l’obbligo morale di sostenermi e ha promesso di farlo e di non fare
nulla per cercare di vincere .
Mi disse che avrebbe continuato a parlare con lei (se lei lo voleva ancora), ma a volte in luoghi dove
anch'io avrei potuto fare a meno d’essere aiutato e in questo modo mi avrebbe potuto vedere le mie
capacità. Inoltre mi disse che avrebbe parlato di tutto, ma non le avrebbe detto che era innamorato
di lei.
Ma quando stavo per dire la medesima cosa Jean mi disse : "Non dire grazie. È uno scambio equo. "
Jean pensava che dopo una sconfitta come la nostra dovevano esserci anni terribili davanti. Terribile
per noi, questo era sicuro. Sarebbe stato necessario fare scelte difficili e affrontare i pericoli, tra cui
anche la morte.
"Hai più immaginazione di me", ha detto. “Amo la vita ma tu la ami di più. Ho bisogno della tua
forza.  Con te non sarò mai perplesso. "
Non eravamo romantici?
Sì e no. Perché abbiamo mantenuto le nostre promesse fino alla fine: la promessa sulla guerra e
quella sull'amore.  
Nonostante questo riuscivamo a ridere di noi stessi e quest’umorismo ci faceva sopportare meglio le
nostre avventure.
Aliette aveva indovinato la nostra decisione, anche se segreta, di amarla senza farglielo sapere?  
Improvvisamente ha iniziato a rispettarci, le donne in tempo di guerra hanno cosi tanto bisogno
degli uomini.
Le donne in tempo di guerra hanno così tanto bisogno degli uomini e lei si stava preparando per
il Bachot e poiché non sapevamo quando sarebbe stato l'esame, avevamo accettato di lavorare molto
duramente e abbiamo messo a dura prova la nostra pazienza.
Ma ben presto ci siamo resi conto che ad Aliette non interessava molto e ha ammesso che non
riusciva a studiare da sola, ci ha chiesto di aiutarla. E noi come i cavalieri ai tempi della cavalleria
ci siamo esaltati dalle richieste della nostra signora.
Abbiamo portato Aliette nel bosco e l'abbiamo fatta sedere ai piedi di un albero in una radura e
le ha fatto ripercorrere i suoi corsi nel miglior modo possibile.
Jean in quanto amante di scienze e di matematica, s’è dedicato a sostenere Aliette nello studio
dell’algebra, della geometria solida e dell’ elettricità tutto ciò che questi soggetti riescono a
suscitare i bellezza e fantasia.
Il mio lavoro, lo ammetto, era più semplice, il vantaggio mi aveva quasi messo in imbarazzo. Avrei
dovuto insegnare il tedesco, la storia e la letteratura, quella materia divina in cui tutto era in qualche
modo legati all'amore.
Ricordo che la mattina che abbiamo affrontato la composizione di francese sono stato felicissimo
di un bacio che Aliette mi aveva dato, come una sorellina, sulla guancia, a portami fortuna (ne
aveva regalato uno così anche a Jean) che quando sono uscito non avevo idea di cosa avessi
scritto. Per questa composizione ho ottenuto il miglior voto di tutti i sei anni di vita frequenza del
liceo.
Nonostante tutti i nostri sforzi Aliette non supero gli esami tre settimane dopo, mentre noi due si,
per noi è stata una sconfitta personale. Fortunatamente, Aliette, asciugandosi qualche lacrima
mentre leggeva l'elenco pubblicato sembrava più carina che mai e sapeva benissimo che eravamo
uomini, e questo gli uomini dovevano essere i primi in questo tipo di competizione. 
Era naturale. Quindi il bachot era superato.
Nel frattempo giunse il mese di luglio, e gli eventi della nazione presero il sopravvento sulle nostre
storie individuali, infatti la Francia venne investita da un immenso silenzio quasi che fosse stata
colpita da un evento luttuoso.  
I tedeschi divisero in due il nostro paese, nord e sud. Le loro truppe presero il controllo della Zona
Nord in maniera esclusiva, mentre la zona Sud, anche soprannominata “zona franca”, per quanto il
nome sembrava una presa in giro, cade nella gestione del governo francese guidato dal Maresciallo
Petain di cui Vichy il 10 luglio diviene sede.
La sconfitta militare ha aperto una breccia nel cuore dei nemici della Terza Repubblica e nel girod i
pochi giorni le parole hanno cambiato significato, non si parlava più di libertà, ma di onore, dal
momento che era più confortante.
Adesso non si parlava più di parlamento o istituzioni, ma di patria. Non c’era più al primo posto il
popolo francese e le sue aspettative, ma la famiglia entità che ricorda a ognuno la propra
provenienza e a cui rimaniamo legati per sempre.
Mio padre, uomo, sinceramente, devoto ai principi democratici, disse che il popolo francese
avrebbe dimostrato in maniera vigorosa la sua opposizione a tali scelte.
Alla fine di agosto, il governo di Vichy ha allestito dei convogli per irmpatriare nel territorio
occupato dai tedeschi, i profughi e tutti quelli che avevano bisogno di tornare nelle proprie case nei
territori del nord. Io e i miei genitori appartevamo a questa categoria, per cui siamo rientrati a
Parigi, la medesima scelta è stata fatta dalla famiglia di Jean.
Le nostre ore di amicizia sincera erano contate.

Capitolo 9 L’anonimo disastro

Un convento gigantesco con  con


i suoi chiostri deserti, questa sensazione mi venne in mente, la sera del mio
rtientro, alla fine del setembre 1940, a
Parigi. Un anno prima le campane della città sarebbero state mute, avrebbero taciuto per tutta la
settimana in attesa di garrire beate nel giorno del signore, allorquando la città assonnata si sarebbe
risvegliata con il loro suono. Invece quella sera le campane suonava e il loro suono proveniva da
ogni parte della città. L’indomani il mio risveglio venne contrassegnato dallo scampanio di quelle
medesime campane, e il mio appartamento sito in Boulevard Port-Royal, all'estremità del Quartiere
Latino, venne invaso, tutto il giorno, dai rintocchi delle campane di Val-de-Grâce, di St-Jacques-
du-Haut-Pas e, ogni volta che il vento soffiava da ovest, da quelle di Notre-Dame-des-Champs. Se
invece proveniva da ecco le campane di St-Etienne-du-Mont, più in là nella piazza davanti al
Panthéon. 
Parigi sotto l'occupazione dei nazisti mi dava l’idea di una donna religiosa che prega in attesa di un
miracolo, una preghiera votata a chiamare l’attenzione di qualcuno, ma il suo era un grido afono.
Eppure si trattava di sogni, di sensazioni e d’impressioni, dal momento che da quand’ero rientrato
nella capitale non avevo visto niente.
Se non la stazione di Austerlitz dove il treno proveniente da Tolosa fermo la sua corsa. Mentre
scendevo dal treno la mia mente e il mio cuore pensavano ad Aliette.
Seguivo i miei genitori, ma non ero con me stesso presente, ricordo che miopadre ha cercato un taxi
perché eravamo pieni di bagagli e non potevamo trascinarcele dietro per due miglia.
due miglia fino a casa nostra. Lungo tutta la lunghezza dei Boulevards de l'Hôpital, St-
Marcel e Port-Royal, non abbiamo mai incontrato una sola macchina. I pochi pedoni che abbiamo
visto stavano entrando
al centro della strada, avanzando dritto e molto veloce. Parigi sembrava molto più grande e
molto più silenzioso di quanto lo ricordassi. A parte questo, non ero a conoscenza di nulla di
insolito.
Ma dov'è stato il disastro? Nessuno sembrava saperlo. Non c'erano quasi più macchine e no
autobus, solo camion. Ricchi o poveri, dovevano tutti prendere la metropolitana. Il prezzo delle
sigarette
era un po 'più alto. Così erano i prezzi del pane e della carne, ma non molto. Tutto questo era
davvero niente
sicuramente non era una calamità. E i tedeschi, dov'erano? Si tenevano lontani dalla vista,
nascondendosi
caserme o in hotel. Per non vederli, tutto quello che dovevi fare era stare lontano dal Luogo
de la Concorde, gli Champs-Elysées e l'Etoile. Là potevi annusarli, annusarli
sigarette, più dolci delle nostre per via della miscela di tabacco orientale che gradivano.
In altre parti di Parigi non li vedevi quasi mai. Se l'hai fatto, stavano guidando in auto e
facendo urlare le gomme agli angoli delle strade deserte. Se sono usciti per caso, tu
sentivo le loro scarpe che graffiavano, il loro passo rigido, sempre rigido e rumoroso. Avevano la
tomba e
sguardo soddisfatto di persone che sapevano dove stanno andando. Ma lo sapevano davvero?
Di giorno in giorno li aspettavamo per sbarcare in Inghilterra. Ma la data continuava ad esistere
rinviata. Stavo cercando l'agonia per strada ma non la trovavo. Può essere che il file
le calamità della storia, quando sono reali come quella che stavamo vivendo, non si proclamano
tutto in una volta. Senza dubbio ci vuole tempo. Il giorno dopo avrei sicuramente sentito delle grida,
avrei saputo che le persone lo erano
sofferenza. Parigi prigioniera avrebbe bussato alla porta per essere liberata. Ma il giorno successivo
è arrivato e
era pieno dello stesso silenzio della sera prima.
Il silenzio ti ha preso per la gola, ha fatto pressare la tristezza nei tuoi pensieri. Le case avevano

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troppo alte, le strade troppo larghe. Le persone erano separate l'una dall'altra da spazi che erano
troppo grande. Anche l'aria che scorreva per le strade deserte era furtiva e conservava i suoi segreti.
Nessuno sapeva cosa pensare. Un pensiero su se stessi. Forse lo erano tutti
pensando solo a se stesso e a nient'altro. Dicevo a Jean: “Questa è una guerra strana. Noi siamo
non vedremo mai il nostro nemico e non sarà facile avere coraggio ".
Ma il coraggio di fare cosa? Non c'era una sola direzione indicata per noi da seguire. C'era
niente da fare se non restare a casa, pensare ad Aliette, ognuna dal proprio angolo, pensare a lei per
ore
alla fine con ogni grammo delle nostre forze, e in cambio ottieni solo un'immagine malandata, un
faccino come
triste come la nostra, quasi senza occhi e senza voce, una fotografia che non era uscita. Qui
era un dolore che ti dava sui nervi, ti faceva saltare in piedi, desiderando combattere, desiderando
tutto in una volta
l'unica cosa che non c'era - Aliette, Aliette così lontana, Aliette che se n'era andata - ma
no, ero io che l'avevo lasciata - Aliette che desideravo prendere tra le mie braccia e tenerla stretta.
Che strano! A Tolosa non era quello che volevo. Non avrei voluto toccare
Aliette. Perché, al mio tocco, sarebbe solo svanita nel nulla. Ma da quando il suo corpo lo aveva
fatto
stato separato dal mio, esisteva come un corpo. Quello che stavo abbracciando era solo un'ombra.
Non avevamo più il nostro amato e non avevamo incontrato il nostro nemico. Eravamo pesanti e
vuoti
nello stesso momento, e la nostra febbre aumentò. Inoltre, non dovremmo mai più sapere cosa stava
succedendo
Aliette. Lo scambio di lettere tra le due zone era vietato. Le autorità occupanti
ammesse solo le carte chiamate "interzone" - un pezzo di cartone su cui sono stampati dei moduli
da compilare. "Io sono ..." ha eseguito la formula e hai scritto "bene", "molto bene" o "abbastanza
bene". "IO
ricevuto la tua carta da ... "e hai guardato un'altra carta simile per trovare la data in cui
le persone che amavi avevano scritto queste frasi senza senso l'ultima volta.
I francesi sono pieni di risorse, trovano sempre il modo di far sì che le regole servano ai propri
fini. Noi
è riuscito a infilarsi in parole cariche di significato, cariche di significato almeno per noi, per cosa
gli altri potevano capire dal loro lato del muro? La gente non parlava più molto
sulla guerra, perché non stavano imparando nulla. Gli unici giornali che apparivano
erano tedeschi o erano esauriti dalla parte tedesca. Anche Radio Paris era tedesca e lo era
vietato ascoltare la BBC. Su questo non c'era dubbio, perché era l'unico ordine preciso quello
fino a quel momento era stato emesso dal governo militare tedesco.
Naturalmente, centinaia di migliaia di persone stavano ascoltando lo stesso. Ecco come funziona
disse: "Londra chiama, francesi parlano a francesi". Ecco il generale de Gaulle, Jean
Oberlé, Pierre Bourdan, Jean Marin, Maurice Schumann. Sono stati loro a dare la notizia.
La fiducia risuonava nelle loro voci. Ma dopo averli ascoltati non ne abbiamo mai
parlato. Avevamo paura
dei nostri vicini. Un paese in disastro brulica di traditori.
Non dovremmo mai più sapere cosa stavano pensando le persone. Non ci sarebbe modo di chiedere
loro, e in ogni caso non avrebbero risposto. Eccolo lì - la vera angoscia di Parigi -
cinque milioni di esseri umani in guardia, pronti a difendersi oa nascondersi, determinati a non farlo
parlare qualunque cosa sia accaduta, per fare il bene e il male allo stesso modo. Non dovremmo più
essere in grado di raccontare la codardia
dal coraggio, perché ovunque ci sarebbe silenzio.
I licei stavano riaprendo. Abbiamo iniziato i nostri corsi di filosofia il primo ottobre alle
Louis-le-Grand. Ci stavamo preparando per il nostro secondo bachot. Il primo giorno abbiamo
avuto una nuova storia
Professore. Camminava rapidamente e sembrava sapere esattamente cosa voleva. Ci alzammo tutti.
Con un piccolo gesto di fastidio ci ha detto di sederci. “Signori,” disse, “ve lo chiedo
ascoltami, non obbedirmi. Questa terra sicuramente perirà se tutti obbediranno ". Era giovane
portava occhiali spessi ed era basso. Non è mai rimasto fermo, ma ha continuato a muoversi tra i

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panchine. Mise la mano sulla testa di un ragazzo o sulla spalla di un altro. Ci ha interrogato da
passaparola e faccia a faccia, sulla nostra età e sui nostri progetti, sulla sconfitta di giugno e sui
motivi
esso, sul comportamento corretto dell'esercito di occupazione, su de Gaulle, Hitler e Pétain. lui
ci ha chiesto se sapevamo cosa fosse la Russia, l'America e il Giappone, o se sapessimo quali parti
del
il mondo ha carbone, acciaio, petrolio o manganese.
Ha parlato velocemente. Ho dovuto prestare la massima attenzione per capirlo. In un'ora ha detto di
più
di quanto non avessi mai sentito prima in due settimane. Parigi era ancora occupata, ma
l'occupazione aveva una nuova
significato, e così anche il futuro. La sua voce era flessibile, calda, come la voce di una creatura
piena di
vita. Ogni parola conteneva un gesto. Le idee stavano germogliando nella mia testa a una velocità
tale che non l'ho più
ho avuto il tempo di fermarli in modo da poter vedere davvero cosa fossero. Non importa. Li
riconquisterei
di notte quando ero solo. Ma cosa stava dicendo in realtà, questo nostro insegnante? Questa è la
nostra classe
ha tenuto almeno un traditore e che lo sapeva? Un ragazzo pronto a informare le autorità di
occupazione
di cose che si potrebbero dire a scuola? Impossibile. Devo aver sentito male. Ma non qui
non è stato un errore e l'insegnante l'ha ripetuto. Lungo la mia spina dorsale correva un'onda
calda. Mi sentivo come se lo fossi
stavano prendendo vita. Quindi, dopo tutto, c'era un male da respingere. E ci sarebbe qualcosa di
buono
da fare.
B SSERE BLIND sembrava dare ME solo vantaggi. Ad esempio, dopo due o tre settimane di
difficile regolazione, ho potuto vedere di nuovo Aliette. Jean, da parte sua, non poteva ancora
vederla e mi ha detto:
"Non riesco mai a chiudere gli occhi abbastanza per vederla."
Mi è stato risparmiato quel particolare dolore, su questo non c'erano dubbi. Non ero solo più vicino
al
mondo interiore di Jean, ma per quasi otto anni mi ero identificato completamente con questo
mondo dentro. Non avevo scelta. L'investimento era stato sicuramente buono, ed eccomi qui a
disegnare
l'interesse.
Solo l'Aliette visibile mi era stata portata via, il suo guscio esterno. La stavo ricostruendo
presenza dentro di me, e senza nemmeno pensarci. Non avevo idea di come fosse l'operazione
eseguita, ma avevo notato che meno ci lavoravo più riuscivo. Ricordi e
le emozioni sono cose fragili. Non dovresti mai calpestarli o disegnarli con la principale
vigore. Dovresti a malapena toccarli con la punta delle dita, la punta dei tuoi sogni.
Il modo migliore per riportare in vita l'amore, e con esso la felicità, era afferrare a
promemoria d'amore, prendilo con leggerezza mentre passa, non importa se fosse l'orlo di Aliette
vestito o il suono della sua risata - e poi lascia che la memoria faccia il resto. Perché era memoria e
non
Io come persona felice e innamorata. La mia volontà non contava e non era altro che un ostacolo
in modo. Ho provato a tenerlo prigioniero, ma di tanto in tanto mi sfuggiva, volendo vedere
Aliette e vederla più chiaramente. Ma la volontà ha orrore delle mezze misure, e non appena esso
subentrato, ho dovuto ricominciare dall'inizio.
Ma quando tenevo la mia volontà al guinzaglio, senza lasciarla muovere, la mia amata ragazza
riempiva l'intera stanza
con la sua presenza. Aliette non era più alla mia destra o alla mia sinistra, come era stata a Tolosa,
diviso da me ora di più, ora meno tenendomi il braccio o lasciandolo andare. Lei era sopra di me
dietro e dentro. Non dovevo più prestare attenzione a stupide limitazioni di distanza o spazio.
Aveva ancora una faccia ed era la sua più carina, e aveva ancora una voce. Ma ora il viso e il file
la voce mi abbracciò e mi accettò. Quando erano stati con me nel mondo reale, i divisi
mondo, non ero sempre stato sicuro della gioia nella stessa misura.
I miei genitori mi avevano consegnato il retro del loro appartamento - due piccole stanze accanto
l'un l'altro, che si aprono su un cortile e completamente isolati dal resto della casa in fondo a

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lungo corridoio con una curva. Questo era il mio dominio in cui avevo libero sfogo. Ho cambiato il
file
mobili in giro e ordine e disordine pianificati per soddisfare i miei capricci.
Non ero sempre solo lì. Le persone venivano a trovarmi e io ero quello che le riceveva.
Dopo cena, dopo aver dato la buonanotte al resto della famiglia, avevo un luogo di ritiro. Il
due piccole stanze divennero un santuario.
Mi sono alzato fino a tarda notte. Mi ero buttato furiosamente nello studio della filosofia. volevo
capivo tutto e sentivo che era urgente. Non so esattamente perché, ma mi sembrava così
una possibilità non sarebbe tornata più, che stavo per essere portato via a più mondani
responsabilità.
Tutte le idee di uomini che si erano dedicati al pensiero si fecero strada nella mia testa
per la prima volta, da Pitagora a Bergson, da Platone a Freud. Li ho esaminati più da vicino
come potevo. In verità, lo spirito umano - o qualunque cosa ce ne fosse in me - non era un buon
bicchiere
guardare attraverso, perché non era stabile. Questa mancanza di attenzione spesso mi preoccupava,
ma non lo era
eccessivamente, dal momento che i filosofi stessi non sempre sembravano aver visto chiaramente.
Di regola avevano scelto una direzione che i migliori di loro erano stati in grado di seguire
un intero volume, in alcuni casi per tutta la vita. Questo era vero per Platone e Spinoza. Ma la scelta
di per sé e la loro ostinazione nel perseguirlo erano limitanti e impedivano loro di guardarsi intorno
loro. Ho visto il loro pensiero sulla superficie di una sfera, ma solo in un punto, perdendo così il
contatto
con la realtà dell'universo che potrebbe essere niente di meno che la sfera nel suo insieme. In questo
Quindi, più un filosofo era deduttivo e sistematico, maggiori erano le sue sconfitte per come le
vedevo io.
I poeti e la maggior parte degli artisti hanno detto e fatto molte cose sciocche, ma almeno hanno
raggiunto tutti
direzioni, moltiplicando allo stesso tempo rischi e opportunità. C'era qualcosa di buono in
il loro tumulto.
Mi tormentai quell'autunno del 1940. Pensai molto, o comunque mi esercitai
pensieri. Ho provato tutte le strade, una dopo l'altra, quella realista e quella idealista, quella
materialista e quella
lo spiritualista, l'empirico e il razionale. Da Eraclito a William James, no
uno di loro mi sembrava senza funzione, ma nessuno mi soddisfaceva completamente.
Quanto alla psicologia, ci facevano studiare i suoi fondamenti e le sue dottrine per nove persone
ore a settimana - ho avuto rancore contro di esso. Per me, era fuori strada. O psicologia
stava analizzando le proprietà della mente e dello spirito senza tener conto che le loro stesse
l'esistenza era discutibile; oppure, in un batter d'occhio, voltò le spalle alla mente e allo spirito allo
stesso modo.
Le manifestazioni esteriori erano l'unica preoccupazione.
Manifestazioni e riflessi! Ma questi non erano altro che effetti. Come potrebbero essere presi per
la somma totale della vita umana? Forse erano segni, ma la loro interpretazione non poteva aiutare
essere insicuro poiché è stato creato da individui che non si conoscevano meglio di
quelli che stavano giudicando.
Quando mi sono imbattuto nel mito dell'oggettività sostenuto da alcuni pensatori moderni, mi sono
arrabbiato. Così c'era un solo mondo per queste persone, lo stesso per tutti. E tutti gli altri mondi
erano per loro da considerare come illusioni lasciate dal passato e allora mi sono chiesto perché non
le chiamiamo allucinazioni?
Ma io sapevo per mia esperienza quanto si sbagliavano, attraverso la mia esperienza avevo
compreso che bastava strappare a un uomo un ricordo qui, un'associazione là, oppure privarlo
dell'udito o della vista perché il suo mondo subisca immediatamente una trasformazione e nasca un
altro mondo, completamente diverso da quello conosciuto, ma del tutto coerente.
Un altro mondo vi chiederete ? 
D’accordo alla luce di quanto detto sinora non è corretta questa mia ultima affermazione, diciamo
allora lo stesso mondo, ma visto da una prospettiva o angolazione se più vi piace, completamente,
nuove.
Questo determina che tutte le gerrarchie che prima chiamavamo dati obiettivi divengono soggettivi
e le teorie divengono prassi.
Gli psicologi più di tutti gli altri – fatte eccezione per alcuni casi, come Bergson - mi sembrava che
non arrivassero a pochi chilometri dal cuore della questione : la vita interiore. 
La maggioranza tendevano a esso come argomento, ma non l’affrontavano in maniera adeguata,
perché imbarazzati dalla sua presenza come la gallina che cova un anatroccolo.
Io ero più a disagio di loro, dal momento che è facile affrontare un argomento, altra cosa è viverlo
in prima persona.  Avevo solo sedici anni e non erano certo dei filosofi attempati a potermi dire
quello che provavo, anche se hanno avuto l’ardire di farlo.
I filosofi hanno messo al lavoro il mio cervello e il mio cervello li ha seguiti volentieri, grazie a loro
ho acquisito il metodo e la disciplina e di conseguenza ho sviluppato i muscoli necessari per poter
sfruttare al meglio i poteri del mio cervello e ogni giorno è divenuto più veloce e rapido nel trovare
la soluzione per un problema, anche se non sempre era la migliore e la definitiva.
 Ho sentito domande, ma risposte mai.
Il nostro insegnante di filosofia era un pover’uomo di una certa età che non riusciva a seguirci e a
rispondere a tutte le mie domande, ma per fortuna mia e dei miei c’erano i libri.

******
I vapori sembrano aumentare a dismisura sulla città di Parigi occupata, mentre un silenzio degno di
una tomba cale intorno.
Lentamente l’attegggiamento della popolazione è cambiato ed è stato trasformato in sfida, sia i
ragazzi della mia età che gli adulti sono preoccupato, solo gli schiocchi e gli inetti non lo sono. Noi
adolescenti proviamo un disagio intenso, forse maggiore degli adulti, e non è legato alla domanda
chi vincerà la guerra o al pericolo di dover soffrire la fame a causa del razionamento del cibo, ma a
cercare di capire quale sia il nemico più pericoloso : il nazismo o il bolscevismo?
Noi giovani volevamo imparare a vivere, era un’esigenza seria, e volevamo impararlo velocemente,
perché sentivamo che il giorno dopo sarebbe stato sicuramente troppo tardi.
C'erano segni di morte sulla terra e nell'aria, dal confine spagnolo ai confini della Russia. Non solo
segni ma anche scontri all'ultimo sangue.
Un borbottio continuo sentivamo dentro di noi, pressante e forte e voleva uscire allo scoperto,
consapevoli che non stavamo conducendo una vitq migliore dei nostri genitori e nonni e che l’orgia
di stupidità e devastazione sarebbe andata avanti fino alla fine del mondo. 
C’erano persone che accettavano di vivere senza poter esplicitare le proprie idee e sensazioni, ma
noi giovani non volevamo consegnare i nostri sogni, pensieri e desideri al silenzio. Anzi soffrivamo
per la loro paura che consideravamo indecente e ci faceva star male, per cui non abbiamo deciso di
non tollerare più le idee dei filosofi, dei nostri insegnanti dei nostri familiari. Non potevamo
perdere tempo né tantomeno energie per ascoltarli, dovevamo concentrare tutte le nostre energie per
prepararci.
Quell'inverno a Parigi gli studenti erano molto seri. Alcuni di loro avevano persino l'aspetto tragico
e ne avevano tutte le ragioni.
 L'11 novembre 1940 i giovani di Parigi decisero di dimostrare all’invasore che la loro
determinazione non era affatto spenta, per cui nel giorno della ricorrenza della vittoria della Francia,
nella 1° guerra mondiale, sfilarono verso gli Champs-Elysées. Era il modo con cui volevano
ricordare a se stessi e a tutti che la Francia non poteva e non doveva accettare l’umiliazione della
presenza nazista.
Fu la prima di una serie di dimostrazioni di resistenza dei giovani, il prezzo che venne pagato fu alti
ben venti studenti arrestati e considerati fautori della manifestazione vennero il mattino successivo,
all'alba, fucilati da un plotone di esecuzione nazista.
Nonostante tutto cio la maggior parte della popolazione faceva finta che non fosse successo niente e
che tutto fosse normale, per cui continuava a condurre una vita spensierata, almeno in apparenza.
Del resto l’equilibrio della vita non si spezza in una stagione, ma lentamente giorno dopo giorno
senza che ce ne accorgiamo e che ce ne rendiamo conto il nostro umore si modifica.
In una terra felice i bambini non smettono mai di essere bambini. Ma quelli che vivono in una terra
di sofferenza sono uomini prima ancora del tempo, prima che i loro corpi dimostrino si trasformino
in adulti. 
Nonostante siano ancora bambini come dimostra il gergo degli scolari e l’inchiostro sulle loro dita,
i tratti si trasformano, il volto non è più spensierato ma grave e pensoso, gli occhi lucidi per le
lacrime versate e mille domande a cui cercano in vario modo di trovare un’adeguata risposta.
Noi giovani eravamo cosi, immersi nello studi per sopperire alla scarsezza di cibo solido, senza
lasciarci sopraffare dal sentimento del quietismo e della paura di vivere. Semmai avevamo altre
paure: paura di non vivere o peggio di non avere il tempo necessario per riuscire in questa impresa,
paura di essere condizionati dagli altri nelle nostre scelte.
Ma noi eravamo determinati e volevamo seguire le nostre aspirazioni.
Fino all’inizio del liceo la mattina uscivo accompagnato solo da Jean, poi lentamente si sono uniti
altri compagni, cosi in poco tempo siamo arrivati a otto, poi dieci e, infine dodici ragazzi con cui
facevo la strada fino al liceo. Si univano a noi durante il percorso e molti addirittura ritardavano la
partenza da casa pur di venire con noi.
Alla fine si formava un capannello di studenti compatto e unito che il portiere del liceo,
ironicamente, al nostro arrivo ci salutava : “ ecco la parata di Lusseyran. "
In un certo senso aveva ragione dal momento che io stavo sempre al centro del gruppo, affiancato
da Jean.  A volte la presenza degli altri diventava quasi un fastidio perché non avevamo più la
nostra vecchia intimità, per questo motivo ci ritiravamo nei miei “appartamenti” le due stanze
dedidate a me.
 "Li attrai", mi diceva Jean "Essi Ho bisogno di te." 
Io sorridevo, dal momento che io cieco bisognoso degli altri attraevo gente del tutto autosufficiente,
ma Jean ribatteva: "Non ti rendi conto di essere un centro di attrazione? Ti guardano come se fossi
un punto di riferimento, il loro punto; sono convinti che tu non li possa vedere e forse per questo ti
guardano ancora di più”
Ritorniamo al nostro corteo, di solito dopo essere usciti da casa ci dirigevamo verso rue St-Jacques
quindi giravamo fianco a fianco ma senza confusione. 
A volte mi chiedevo da dove venisse tutto questo ordine, nonostante tutti parlassero e esprimessero
le proprie opinioni.  C'era un tempo per scherzare e un tempo per essere seri. Tutti i ragazzi erano
così equilibrati, e quando erano euforici per qualche motivo non lo davano a vedere, rimanendo
uniti come se fossero parte di una formazione militare.
 Qualunque cosa accadesse, c'era sempre un’argomento tabù: la scuola e chiunque contravveniva a
questo accordo era punito con l’immediata defenestrazione dal gruppo.
Avevano la priorità argomenti seri, tra cui le ragazze.
Mentre camminavo in mezzo a quel gruppo di studenti io ero felice, felice di stare con uomini che
come me non erano disposti a chiudere gli occhi sulla vita.
 Mi ero completamente dimenticato che stavamo andando al liceo. Una volta a scuola, mi sono
dimenticato di essere in classe ero proteso verso il futuro, anche se non sapevo cosa mi avrebbe
riservato.
Tra tutti i miei corteggiatori ho notato François, uno dei ragazzi del mio corteo, nato in Francia, da
genitori polacchi, emigrati vent’anni prima in cerca di fortuna nel nostro paese, qui ha trovato
lavoro come operaio metallurgico in una fabbrica nel nord della Francia.
François è pieno di ardore, elemento che non lo rende diverso dagli altri se non si trattasse di un
“ardore alla maniera slava”.
Vi starete chiedendo di cosa si tratta?
Le sue emozioni fuoriuscivano dal suo corpo alto e magro - forse un po' troppo magro – come delle
scariche elettriche quando s’uniscono gli elettrodi di una batteria e lo inducevano a compiere dei
movimenti che non poteva controllare, ad esempio  incrociare le braccia sul suo petto, mettere le
mani sulle spalle della persona che gli stava vicino mentre questo parlava, qvvicinare il suo viso al
tuo e parlarti con una voce ispirata, più calda e profonda di quella dei compagni, oppure si ferma
dinanzi alla strada davanti a tutti è inizia a gridare: "La vita è bella", o qualcosa di molto simile. Era
il suo modo personale di festeggiare il suo passaggio all’età adulta.
Aveva molte passioni, ma tra tutte primeggiava il suo amore per la Francia, amava il paese dov’era
nato, che aveva accolto e sfamato i suoi genitori, che aveva offerto una nuova opportunità.
Il suo amore era particolare, certe volte diceva Francia e altre volte Polonia e ho compreso, con il
trascorrere dei giorni che avesse ragione.
Lo ammiravo perché manteneva quella foga e ardore anche a scuola, mentre noi ci adeguavamo a
fingerci distaccati, a stemperare la foga dinanzi ai nostri insegnanti ad eccezione di quello di storia.
Quest’uomo era diverso dagli altri docenti, gli era rimasta una vena di gioventù e pretendeva che
fossimo come ci sentivamo in quel momento: allegri, furiosi, sereni, turbati.
Era una persona straordinaria e le sue lezioni erano le uniche che ci facevano battere il cuore e
pulsare le tempie, c’inondava, anzi ci tempestava, come la grandine, con date e avvenimenti.
Ogni tanto si sfregava le mani, sorrideva ed emetteva una piccola risata amichevole. 
Ben presto lo conoscemmo bene e lo ammirammo quando decise di andare oltre quanto previsto dal
programma che poneva la conclusione con gli avvenimenti del 1918. Invece lui decise di andare
oltre, non accettava la miopia dei programmi ministeriali, per cui ci porto oltre la barricata del lecito
e degli obblighi, ci condusse nella valle dei fatti quotidiani. Amava la storia e non si fermava, molte
volte quando un docente era assente veniva a farci supplenza e ci faceva storia delle volte rimaneva
a nostra disposizione oltre il suono della campanella.
In quei casi ci diceva : “Non siete obbligati a restare. Chi vuole andarsene puo andar via.  Non ci
sono problemi. " 
Ma nessuno andava via , siamo riamsti tutti, consumati da quell'incredibile turbinio di fatti,
informazioni, nuovi angoli su tutti i paesi e tutti i periodi. Non s’è mai sottratto alle nostre domande
e alle nostre richieste di chiarimenti e ha dimostrato un uomo di buon senso.
Poco fa ho detto che tutti lo adoravamo, in realtà mi sono sbagliato tranne due che uscivano ogni
volta che lui entrava in classe, all’inizio non capivamo il loro atteggiamento, ma ben presto ci siamo
resi conto che erano dei fanatici iscritti al movimento giovanile per la collaborazione con la
Germania.
Una volta, quando ormai il nostro sodalizio s’era consolidato, il nostro professore appena furono
usciti disse : “Adesso che siamo rimasti tra amici, andiamo avanti. "
 Ha seguito la storia della Germania oltre la sconfitta del 1918, per poi passare alla Repubblica di
Weimar, a Stresemann, al venerabile Hindenburg, all'inflazione, agli scioperi, alla miseria e al
fallimento dei socialdemocratici per giungere al Putsch di Hitler e alla nascita del mostruoso partito
nazista e alle sue conseguenze.
Ci ha parlato dell'incendio del Reichstag e delle persone che ne erano veramente responsabili, ci ha
racconto dell’istituzione, nel 1933, di un luogo unico nella storia per l'organizzazione scientifica
della crudeltà: Dachau, un campo di concentramento, a sei miglia da Monaco in Baviera.
Dalla sua logora valigetta estraeva documenti incredibili, intere pagine tradotte del
Mein Kampf , le dichiarazioni di Alfred Rosenberg, Joseph Goebbels, Julius Streicher, ovvero dei
maggiori mostri della Germania nazionalsocialista.
 Ci ha chiarito che questa era una corsa alla distruzione d’intere nazioni come la Polonia e la
Cecoslovacchia. 
Sebbene François non fosse ebreo, lo sentivo brontolare in segno di protesta.
Il nostro insegnante non aveva paura e che liberazione fu quella! Qualunque scelta avesse fatto
questa nostra guerra, ne conosceva il motivo. E non si sarebbe congedato da noi finché non ce
l'avesse detto. Ma è andato oltre e un giorno ci ha chiesto a bruciapelo cosa pensavamo fosse la
Francia e quale fosse il suo ruolo nel mondo.
Sapevamo che non era una doamnda retorica e che pretendeva una risposta e quel giorno rimasi
colpito François prese la parola e divenne il portavoce del gruppo interpretando i sentimenti e le
idee di ciascuno di noi. 
Lui ha affermato “ La Francia è appena stata violentata, ma questo non vuol dire niente, solo che
c'era un'infezione generale nel corpo dell'Europa. Questa infezione deve essere curata, altrimenti
verrà infettato il mondo intero. E ricordiamoci – disse stando in piedi per la foga che provava- la
Francia non è solo un paese, ma uno stile di vita”. 
Il nostro insegnante in silenzio lo gurdava e si sfregava le mani contento e soddisfatto, era il suo
modo di condividere le sue opinioni.
Quindi prese la parola e disse “  La Francia deve essere amata con intelligenza,
e questa è la parte più difficile. Dobbiamo riconoscere che l'Impero francese è stato ferito, forse
morto, i tempi stanno cambiando velocemente e gli equilibri del potere a livello europeo sono
cambiati. E’ innegabile che la Germania, nonostante la sua Gestapo e la sua Wehrmacht, non
rappresenta l’unico problema, ma solo una parte di esso. Dovete imparare a guardare oltre le
frontiere che sono come le stecche di un vecchio corsetto lacero e consunto che sta per scoppiare
nel corpo prosperoso di una giovane”.
Qui si mise a ridere quindi riprese
“Giovani signori questa non è una guerra tra nazioni. Non esisteranno più guerre di questo tipo.
Mettetevelo in testa! Il mondo è uno. Vi potrà dare fastidio quest’affermazione, ma è un dato di
fatto. Ogni nazionalista oramai è un vecchio bastone nel fango."
Affascinati, lo abbiamo seguito attraverso le frontiere, a est verso la Russia e ad ovest
verso l'America. A suo modo di vedere contavano solo quei due paesi, l'URSS e gli
USA, la Germania era un protagonista momentanea, nient'altro che frenesia allo stato puro,
nient’altro. I russi e gli americani potrebbero non essere migliori degli altri, ma erano mossi da un
profondo amore per la vita è quest’era quello che contava.
 L'URSS e gli Stati Uniti non erano ancora in guerra, ma ci sarebbero scesi.  Quella non era solo
una speranza, ma l'inevitabile sequenza di eventi.
Poi per sei settimane si dedicò a spiegare la nascita del bolscevismo, il governo di
Lenin, il governo di Stalin e le purghe di Mosca. Ha trascorso intere giornate ad analizzare la
Costituzione dell’Unione Sovietica basandosi direttamente sui testi russi aveva tradotto per noi. 
Inoltre ci ha spiegato che negli ultimi tre anni l’industria pesante russa, dalla regione a sud di Mosca
e dalle città ucraine di Kharkov, Dnepropetrovsk o dal distretto di Donbas, erano state spostate,
sistematicamente, in nuove città a est negli Urali settentrionali, Magnitogorsk,
Chelyabinsk, e ancora più lontano in Siberia nel bacino di Kuznetsk. 
E adesso anche le industrie alimentari e conserviere stavano venendo spostate nella medesima
direzione e questo poteva dire una cosa sola: guerra.
E il patto Molotov Ribbentropp del 23 agosto 1939? 
Ma voi potete credere che l'URSS poteva essere davvero amica di Hitler?  Ci disse
I bolscevichi non sono degli individui sinceri, non combattevano per la libertà degli uomini anche
se lo dicevano, in realtà stanno segretaemente covando il sogno di dominare il mondo e questo
comporta che non possono tollerare antagonisti come i nazisti.
L’URSS ha un peso non indifferente sulla bilancia degli equilibri.
Non avete il diritto di farvi abbindolare dall’illusione covata dalle potenze occidentali sin dal 1917,
che l’uRSS sia un colosso vecchio, si è vecchia, ma anche giovane, la sua forza risiede nell’umiltà e
nell’innocenza del suo popolo, nel desiderio di benessere e di miglioramento delle sue condizioni
sociali dopo secoli oscuri di dominio dispotico.
L'URSS è un territorio vasto e anche sconosciuto, ma l'America non lo è da meno. 
" gli Americani – aggiungeva il nostro insegnante- sono solo abili, ma anche generosi e questa
caratteristica ci salverà! Tenete conto che l’America è più grande dell’intero continente europeo,
piena di risorse e la cui popolazione cresce secondo la progressione geometrica.27
 L'America è il simbolo del trionfo dello spirito di avventura insito negli uomini e l'eccitazione e
l'egoismo che guidano i suoi abitanti sono ben calibrati dalla propensione alla tolleranza e alla
fiducia.
Gli americani amavano inventare, costruire, in altre parole amavano l'azione, e in questo bisogno
innato a fare che l’Europa doveva riporre le sue speranze, anche se la cosa poteva sembrare orribile
e sminuente per le popolzioni del vecchio continente.
Non contento il nostro professore ha deciso di tenere delle lezioni sull’incidente del 1929, sulla
depressione, sul primo e secondo mandato alla casa Bianca di Franklin Delano Roosevelt.
Quindi sul New Deal, sulla rapida rinascita della nazione, sulla TVA, i piani per il rimboschimento
e lo sviluppo dell'energia elettrica nelle Montagne Rocciose,

27
Rockies. Per la prima volta nella nostra vita, New York, Philadelphia, Pittsburgh, Cleveland,
Detroit, Chicago, San Francisco, Los Angeles, persino Minneapolis e Duluth, Toledo, Rochester, il
Il Mississippi e il Missouri, gli Appalachi e il Lago Huron divennero qualcosa di più
solo nomi - luoghi straordinari dove ogni anno milioni di persone pensavano a centinaia di nuovi
modi per migliorare la vita.
Ho ascoltato e ho capito. Le frontiere della Francia, le mie frontiere, si stavano rompendo su tutti i
lati. La bacchetta di un insegnante, o meglio il suo fascino e la sua abilità, stavano trasformando un
semplice scolaro francese di sedici anni in un cittadino dell'Ovest.
Nel marzo 1941 fui chiamato alla lavagna, o meglio alla tribuna, dal mio insegnante di storia che mi
assegno il seguente compito leggere, entro un mese, una ventina di libri sulla Russia e
altri sugli Stati Uniti, di ognuno dovevo fare un riassunto scritto e orale per i miei compagni.
 Dato che era davvero la prima volta che dovevo parlare in pubblico sono stato sopraffatto dalla
paure e dagli appunti , alla fine è rimasta solo l'angoscia.
Un mese dopo l’insegnante mi ha ceduto il suo posto per tenere la mia lezione, ero nervoso le mie
mani si muovevano vorticosamente l’una attorno all’altra, ho cercato di fermarle appoggiandole
sulla cattedra, ma non ce l’ho fatta.
Ho cercato i miei appunti e non li ho trovato, ero spaesato, ma l’insegnante mi ha detto “ Non ti
preoccupare ho preso io i tuoi appunti. Quando qualcuno parte per un viaggio, mette il suo bagaglio
nel bagaglio della macchina."
Ero disperato, in caso di emergenza ero privo di aiuti, solo e stordito, nonostante cio ho preso
coraggio e d’improvviso la foschia è scomparsa e tutto è diventato chiaro, il mio schermo interno ha
ripreso vita e ho scoperto che potevo leggere i miei appunti visualizzandoli nella mia mente con
meno difficoltà.
Eppure avevo dimenticato l’esistenza di questo strumento meraviglioso fino a quel giorno?
 Che stupido ero stato! Inoltre, mi sono accorto che la mia voce man mano che parlavo diventava
sempre più sicura e forte. I miei compagni di classe erano in silenzio, atteggiamento che mi
rassicurava perché voleva dire che mi stavano vicino, in particolare sentivo la presenza di François
e Jean.
Io ho parlato per un’ora, anche se quando ho terminato non credevo alle mie orechie, e al termine il
mio insegnante si avvicino e mi applaudi.
Incredibile! Lui che applaudiva uno studente, non l’aveva mai fatto e adesso faceva un’eccezione
per la mia esposizione.
Ma cosa avevo detto vi starete chiedendo?
Niente di particolare che la guerra era appena all’inizio e che a breve sarebbero state coinvolte gli
USA e l’URSS e questo doppio intervento.  Mio Dio! Come avevo fatto a dire cose del genere? 
Devo essere sincero non era quello che avevo scritto, non era quello che avevo annotato, come sia
giunto a conclusione del genere non ne ho la più pallida idea!
Forse grazie al mio insegnante mi sono riconciliato con me stesso e con il mio mondo interiore
giungendo a vedere il mondo da una prospettiva che di solito sfuggiva agli occhi.

Capitolo 10 IL TOCCO NEL CORAGGIO


WEISSBERG ERA IL NOME dell'ometto magrodalla barba corta e dai capelli bianchi, un vecchio compagno
di scuola del padre di Jean, sempre gentile e accogliente, aveva dimostrato un profondo affetto nei
confronti di Jean, e gli chiedeva una breve visita una volta al mese. 
“sono uno scapolo e considero Jean come il figlio che non ho avuto”.
 Era un biologo e aveva trascorso la sua esistenza a compiere studi e ricerche, era giunto a delle vere
scoperte in farmacologia, ma non aveva mai cercato di ricavare denaro per cui non le aveva
brevettate. Pertanto conduceva una vita ai margini della povertà.
Quando Jean ritorno dalla prima visita sembro sbocciato, il vecchietto gli aveva fatto vedere tante
cose nuove, per cui si ripromise di rispettare la richiesta.
Una sera, verso i primi d’aprile del 1941, Jean giunse presso l'Avenue de Clichy per visitare il
vecchietto, ma venne fermato dal portiere che gli disse non abita più qui.
Jean si stupi e chiese informazioni riguardo a dov’era finito il suo mentore del quinto piano.
“ Due giorni fa verso le cinque del mattino la mattina, la polizia tedesca è venuta a prenderlo.  Tre
di loro lo stavano cercando", ha concluso il portiere, "erano tutti molto gentili, soprattutto quello più
alto, che parlava francese. Quando ho visto che lo stavano portando via, ho protestato “ e’ una brava
persona è vecchio e non ha mai fatto mai nulla di male”
L’uomo piu alto, quasi sicuramente un ufficialie, s’è voltato mentre gli altri spingevano WEISSBERG in
macchina e mi ha detto : “Non arrabbiarti. È solo un ebreo. "
Alcuni giorni dopo, Radio Paris, emittente al servizio dei nazisti ha annunciato che alcuni sabotatori
francesi avevano tagliato le linee telefoniche utilizzate dall’eseercito tedesco vicino alle coste della
Bretagna, per rappresaglia il governo tedesco aveva deciso di condannare a morte dieci ostaggi
francesi.
Un secondo colpo al mio amor di patria.
Alcuni giorno mentre stavo uscendo da scuola, verso mezzogiorno, un giovane che non conoscevo
mi preso sotto braccio, mentre gli passavo vicino e mi tiro in disparte e mi disse con una voce
ansiosa: “La Gestapo ha arrestato Gérard questa mattina. Penso che sia alla Santé. " 
Alla Santé! Era la prima volta che il nome di quella prigione di Parigi suonava toccava persone a
me vicine!
“ io Sono il fratello maggiore di Gérard- mi disse il giovane-. Anch'io sono in pericolo. Nostro
padre s’ è arruolato alle forze francesi libere a Londra lo scorso giugno, come sai. Per cui i
tedesdchi hanno preso Gérard come ostaggio. Ho pensato che avrei dovuto dirtelo, visto che eri il
suo migliore amico. "
Tre giorni dopo mi sono ammalato. Non sono sicuro che sia stato a causa di Weissberg, Gérard,
fatto sta che ho sofferto di un brutto caso di morbillo, manifestatosi in poche ore e manifestatori con
una vasta eruzione cutanea dopo quattro o cinque giorni. Quando mi ha lasciato, ero pervaso da un
torrente di energia.  Esito a proclamarlo con certezza, anche se ne sono profondamente convinto
che durante le prime ore di febbre il mio sistema immunitario ha cercato di combattere e debellare
un veleno che cercava d’insinuarsi nel mio corpo.
Un veleno non fisico, ma morale, ne sono sicuro.
Quando la febbre era al culmine ho avuto i brividi, ma per quanto strano possa sembrare, la mia
testa era ancora lucida e sono riuscito a rendermi conto dello scontro in corso tra le mie emozioni e
il pericolo che mi assaliva che non era un microbo o un virus, ma la risolutezza.
Mi stava guidando verso destinazioni precise a cui non avevo pensato prima e mi ha spinto ad agire,
dicendomi prima di tutto di non dire niente alla mia famiglia o almeno non subito.
Poi mi ha detto di parlare con i miei amici più fidati : François, Georges e l’immancabile Jean; in
seguito avrei potuto contattare altri compagni, la cui lista man mano mi si palesava.
La mia nuova risoluzione non mi ha detto cosa dire loro e del non importava, perché quando venne
il momento lo avrei saputo . 
In quell’istante il mio corpo ha preso la decisione che era tempo di guarire e di gettarmi in questa
grande avventura.
Sia ringraziato il morbillo ! 
In me aveva catalizzato un mucchio di paure e di desideri, intenzioni e irritazioni che mi avevano
tenuto stretto per settimane e che era stato in grado di esplicitare.
 Il primo giorno di convalescenza mi sono detto ad alta voce nella mia stanza: "L'occupazione è la
mia malattia".
Era il mese di aprile della nostra prima primavera nazista. La giovinezza, l'occupazione, la
convalescenza vorticavano nelle mie vene.
 Le tempie mi pulsavano quando vidi tutti che non dicevano niente e facevano
niente mentre il mio paese giaceva immobile tutti appartenevano al gruppo degli attentistes , quelli
in attesa.
Cosa stavano aspettando? 
che tutti i Weissberg venissero arrestati o scomparissero? 
La Francia stava diventando una nazione divisa in due tipologie di uomini: gli ostaggi e gli assassini
degli ostaggi. Io non volevo appartenere a nessuna delle due, anche se la parola volere nel mio caso
era una parola grossa e anche vuota.
Ero convinto che tutti i quietisti erano persone che godevano di questa situazione.
Di solito mi sono accorto che ogni volta che parlavi con qualcuno di nazisti, Gestapo, tortura,
sparatoria l’interlocutore taceva improvvisamente silenzioso e taceva.
 Ero diventato così sensibile a
questo fenomeno che ho pensato di poter quasi sentire un suono caratteristico, quando gli adulti, ma
anche alcune dei miei contemporanei, ed era questo l’argomento che dovevo discutere con François
e Georges.

Volevo confrontarmi sul tema del quietismo esprimere le mie idee e ascoltare le loro opinioni,
avevo idee e argomenti a riguardo, ma mi sono reso conto che non era il momento delle parole.
Se ancora non ero consapevole che cosa fosse l’occupazione era perché i nazisti erano triusciti a
inocularsi nel corpo delle nazioni europee senza farsi notare. Anche in Francia nonostante ci
avessero derubato, saccheggiato, portandosi l’85 per cento della nostra produzione agricola e
industriale del nostro paese, ma nessuno ne parlava in maniera esplicita.
L’hanno fatto in punta di piedi, lentamente, senza minacciare apertamente, soltanto giustificando a
seguito di requisizioni per l’esercito, ma tutti i francesi erano consapevoli che non era vero .
Questa non era una guerra le precedenti, non c’era la violenza dietro a questa guerra, ma qualcosa
di peggio, un ossessione: rendere l'Europa nazista, uccidere tutto ciò che non è tedesco e schiacciare
ogni cosa sotto il tallone tedesco.
E state attenti non era follia, nessuna ha visto la bava alla bocca di Hitler e dei suoi fanatici
compagni, non erano pazzi, era lucidi e tutti i loro piani erano stati stabiliti in anticipo. 
S’erano inseriti nei vari uffici e coprivano le attività da Narvik a St-Jean-de-Luz, e ultimamente
erano sbarcati presso l’isola di Creta. A Parigi avevano occupato gli uffici in rue des Saussaies, in
rue Lauriston e in tutte le strutture occupate dalla Gestapo.
Improvvisamente avevo compreso i piani dei tedeschi, non ci sarebbero stati massacri, non
uccisioni e devastazioni pubbliche, bisognava instillare il sentimento della fiducia nella
popolazione, eventuali uccisione sarebbero avvenute in silenzio, nell’ombra senza che nessuno se
ne accorgesse.
Prima che qualcuno se ne rendesse conto sarebbero trascorsi diversi anni, ma non sarebbe rimasto
un solo Gérard nella nostra Francia, né un uomo libero, né un Weissberg.
Una volta guarito dal morbillo, la mia determinazione a parlare è diventata una seconda malattia che
mi provocava brividi e mi pungeva la lingua. Il dolore che ho provato era certamente reale.
Poi ho detto a Jean: "Perché non impariamo a ballare?" Sospetto che la relazione tra il desiderio di
imparare la rhumba, il fox-trot e la mia nuova febbre per la libertà probabilmente sfuggiranno anche
al lettore attento, anche se c’era un un trade union semplice ma profondo.
Io non ero ancora pronto per fare il rivoluzionario, la mia mente ribolliva trasmettendo al corpo un
energia cosmica che doveva essere liberata e la danza era la via ideale. Infatti nel giro di due
settimane, con una velocità simile a chi è arso dalla sete ho ingurgitato l’intera gamma dei balli dal
valzer allo swing e sono diventato un vero fan dello swing, non per ragioni estetiche come potete
immaginare, ma perché lo swing era davvero una danza per scacciare demoni. 
Quando hai fatto roteare un branco di ragazze a distanza di un braccio per cinque o sei ore, con il
loro profumo che t’inebria alla fine sei sfinito.
 Questi diavoli t’inseguono siano essi politici o personali, la distinzione sembrava a
a François, a Georges, a Jean e a me assolutamente ripugnanti. La vita del paese era affar nostro,
non c’era alcun dubbio! Per noi era un dato di fatto, ed è emerso nei primi colloqui con imiei amici
ai fine di aprile.

*****

All’inizio di maggio ho adottato uno stile di vita che si addice a un soldato dell’armata degli
ideali. Ogni giorno, domenica compresa, mi alzavo alle quattro e mezza prima che facesse luce. La
prima cosa che facevo m’inginocchiavo a pregare : “Mio Dio, dammi la forza di mantenere le mie.
Da quando io le ha fatte per una buona causa, entrambi siamo motivati a mantenerle. Adesso questi
venti giovani - domani potrebbero essere un centinaio - aspettano i miei ordini, dimmi quali ordini
dargli. Da solo non so fare quasi nulla, ma se tu m’infondi la giusta energia e io saro capace di
qualunque cosa. Soprattutto dammi la necessaria prudenza. Il tuo entusiasmo non mi serve più,
perché ne sono pieno “.
Poi mi lavavo velocemente in acqua fredda e ho guardato fuori dalla finestra della mia stanza per
ascoltare la voce della città di Parigi. Stavo prendendo Parigi più seriamente di quanto avessi mai
fatto prima, ma senza che mi venisse il sangue amaro, senza sentirmi responsabile per l'intera città. 
Ma tre giorni prima, in questa città che giaceva mezza stupefatta e congelata dal coprifuoco ogni
sera da mezzanotte alle cinque, ero diventato uno dei responsabili della sua salvezza. Non c'era
niente che nessuno potesse fare al riguardo, nemmeno io stesso.
Erano gli altri, i miei compagni, a volere così. E solo la settimana prima, quando ho avuto il mio
primo colloquio confidenziale con François e due ore dopo con Georges, mi chiedevo ancora
se la tempesta di frasi che uscivano dalle mie labbra significasse qualcosa per loro. François aveva
quasi pianse di gioia alle prime parole. Mi ha abbracciato, cosa che non abbiamo mai fatto
noi stessi, e balbetto: "Ci aspettavamo tutti questo da te". Ho dovuto mordermi la lingua per non
dire : "Da me? Ma perché proprio da parte mia? "
Il resto dell'ora lo passai a gettare acqua sul fuoco. L'avevo appena detto a François
che non avevamo più il diritto di resistere all'occupazione quando è esploso con un'intera colonna
di piani. Non pazzie! Al contrario erano dei piani redatti in stile militare rispettando i principi della
tattica e della strategia.
Non erano frutto di una lunga e attenta valutazione compiuta durante l’estate precedente, ma
Avventati sotto certi aspetti con la conseguenza che avrebbero messo a repentaglio tutte le nostre
vite in un'ora.
Sono stato costretto ad ammetterlo, avevo pensato a tutto tranne che al pericolo. Ed ecco François
Scagliarmi il cimento dritto in faccia, come un pugno chiuso in pieno viso e con esso la
responsabilità del pericolo che d’ora in poi diveniva mio, suo e di tutti coloro con cui avrei
condiviso le mie idee.
In forza di quest’ultimo aspetto mi dissi che avrei dovuto abituarmi a centellinare le mie parole con
le persone con cui parlavo.
 Avevo un urgente bisogno di Dio e mi sono ripromesso di pregare ogni giorno.
La reazione di Georges si è rivelata molto diversa da quella di François. Georges era un piccolo
uomo, pieno di audacia, ma anche riservato. Inoltre, la sua mancanza di doti intellettuali lo aveva
condizionato nel conseguire grandi risultati a scuola, aveva vent’anni e, contrariamente a François,
era interessato da argomenti pratici.
Per cui ha iniziato a tormentarmi riguardo ai piani, alle azioni da compiere, agli obiettivi da colpire,
a cosa fare, ma io avevo solo un idea, un proposito nient’altro. Ed è rimasto leggermente deluso. Mi
sono reso conto che dovevo improvvisare l’organizzazione di una struttura.
Georges mi ha chiesto : “Con che tipo di persone vuoi entrare in contatto? Come
molti? Avrai bisogno di soldi e quanti? Dove collocherai il quartier generale
del tuo movimento? Che tipo di disciplina stai pensando di utilizzare per mantenere le attività dei
membri sotto controllo? Come ti metterai in contatto con Londra per raccontare la tua esistenza? "
La tua esistenza! Il tuo movimento! Si muovevano tutti più velocemente di me. Ma se ero
sorpreso di vedere il ritmo che stavano prendendo gli eventi, sono stato ancora più sorpreso di
vedere come io stesso ho risposto a questa situazione. 
Ben presto mi sono reso conto che grazie a una serie di ragionamenti di cui non mi credevo capace
e che non avrei imparato ovunque non solo seguivo i ragionamenti di François e Georges, ma in
certi momenti li precedevo di poco, ma li precedevo.
Ad esempio, Georges mi ha fatto notare che non avremmo saputo quanto fosse esteso
il movimento se non dopo un periodo di prova di due mesi; che fino a quel momento avremmo
dovuto trattare i membri non come uomini adulti, ma come boy scout.
 Sembrava inevitabile che vi fossero degli abbandoni, circa una decina dei primi venti studenti,
decisero di fuoriuscire, decisione consentita e ammessa solo durante questa prima fase, durante la
quale l’organizzazione stava nascendo dopo sarebbe stata applicata la legge marziale, dal momento
che eventi del genere avrebbero messo in forse la nostra organizzazione segreta.
Georges condivise questa posizione e al termine delle mie affermazioni disse: “Lo giuro
a te… ”Poi esitò quindi riprese :“ Te lo giuro per la testa di mia madre
che io sono con te. "
Il giorno dopo ho invitato altri tre compagni di scuola a venire nella mia stanza. Ne avevo incontrati
altri due durante il mio quotidiano recarmi a scuola.
Mentre iniziavo a parlare venni assalito dal dubbio dal momento che mi resi conto che non stavo
dicendo la stessa cosa a loro. Alcuni li incoraggiavo. Altri li dovevo, letteralmente, redarguire e
minacciare di stare calmi, senza rendermi conto, ma per ragioni ragionevoli, gli unici a conoscere
l’intera storia erano Georges e François, anche Jean è stato escluso, infatti ho esposto solo una parte
delle mie idee.
Trascorsi quattro o cinque giorni, una decina di ragazzi si erano radunati intorno a me e mi
sollecitavano ad agire.
Questo mi mise a disagio, ero imbarazzato e impaurito, i miei muscoli erano tesi soprattutto nella
parte posteriore del collo.
In quel momento mi chiesi di che azione posso essere capace io che sono cieco?
Eppure tutti si aspettavano questo da me.
Non ho chiesto consiglio a nessuno e non ho avuto tempo per questo. Avevo già inviato inviti per
un incontro preliminare nell'appartamento della famiglia di Jean il martedì successivo. I dieci
compagni con cui eravamo in contatto sarebbero stati lì alle cinque in punto.
Alle cinque erano lì! Ma non dieci come credevo, ma cinquantadue. Quando ho sentito l'ondata di
voci mentre salivo le strette scale del condominio, ebbi la sciocca idea che qualcuno ci avesse
denunciato. Ma dieci minuti dopo, quando i cinquantadue ragazzi erano seduti sui talloni in mezzo
alla grande stanza con le vetrate istoriate, con tutti gli occhi rivolti nella mia direzione, quando
all'improvviso tacquero come non avevo mai sentito gli uomini tacere, e quando uno di loro, credo
fosse Georges, mi ha detto: " le patatine sono quasi finite, per cui tocca a te parlare”.
improvvisamente una radiosità insolita riempì la mia testa, il mio cuore smise di battere
all’impazzata e compresi quello che stavo cercando e non ero riuscito a esplicitare e focalizzare
nelle ultime settimane.
Le coscienze dei miei compagni sembravano essere spalancate davanti a me, e tutto ciò di cui avevo
bisogno era leggerle. Quanto alla mia coscienza, non mi preoccupava più, l’avevo votata alla causa
della verità e per cui il potere della verità mi insegnava a pronunciare tutte quelle parole che non
avevo mai pronunciato prima.
Ai cinquantadue dissi che non si poteva tornare indietro dal loro impegno, non si poteva
abbandonare quella associazione a cui si stava accedendo.
 Quello che stavamo facendo, io e loro insieme, è stato definito in seguito un movimento di
resistenza. In realtà eravamo un gruppo di giovani il più grande non aveva vent’anni e il più giovane
ero io di quasi diciasette anni, situazione che non rendeva semplici le cose, ma che poteva tornare a
nostro vantaggio dal momento che fino a quando le persone ci avrebbero considerato bambini, non
avrebbero sospettato di noi, almeno non subito. Per cui dovremo sfruttare nei sei mesi a venire al
meglio questo pregiudizio e colpo di fortuna. Durante questo periodo la nostra resistenza sarà
passiva finchè avremmo preparato la strada, per prima cosa si procederà a mettere in piedi la
struttura dell’organizzazione, mediante il reclutamento di singole cellule.
Non avverranno incontri come quello di quel pomeriggio perché era una follia e nessuna eccezione
verrà fatta, d'ora in poi i membri del Movimento non dovranno mai riunirsi più di tre per volta,
salvo gravi emergenze.
Nelle fasi preparatorie, tutti i sogni infantili devono essere gettati via senza pietà, insieme a tutti i
sogni di cappa e spada propri dei romanzi di avventura e a quelli legati ad attività di cospirazione e
guerriglia.
 Fino a nuovi ordini non avremmo utilizzato armi, neanche un fucile da caccia.  E lì
non si parlerebbe di armi. Inoltre decisi che nelle normali conversazioni non si facesse mai cenno ad
argomenti e temi relativi all’organizzazione.
 Da quel momento avremmo dovuto gestire due vite, una come giovani innocenti, aperti alle loro
famiglie, ai loro insegnanti, ai compagni di classe che non conoscono bene e alle loro
ragazze; dall'altra parte la vita di agenti . 
Ognuno doveva condurre la vita di sempre, curare i propri interessi, incontrare le ragazze come
sempre, essere un figlio normale, anche se dovevano stare attenti.

Quello che è successo è avvenuto una settimana dopo il primo incontro.


Il meccanismo s’era messo in moto e io ero divenuto il capo del movimento della resistenza. 
Mentre mi rendevo conto di cio, mi sono affacciato nel cortile, dove il sole lanciava i suoi primi
raggi melodici di vita, pieni di aroma di sale e zucchero che mi parlavano dei dolci e dei prodotti
salati del panificio vicino casa. Era un odore dolce come sempre, prima dei giorni della
Resistenza. 
Questo mi ha fatto desiderare di compiere azioni serie, tra tutti i pericoli che mi assalivano, ci
sarebbero quelli con cui fare i conti, quello che nasce dal godere le cose quotidiane.
Mi ero spogliato del diritto di sognare. In ogni caso, ora i miei sogni potrebbero durare solo un
momento e non avrei mai dovuto sapere cosa c'era alla fine della strada finché non fosse stato su di
me.
Sotto la pressione di Georges e François, e poi altri due, Raymond e Claude, che facevano parte del
Comitato Centrale per il Movimento. Comitato centrale! 
Tale dizione suonava come una farsa, quasi come se stessimo giocando ai soldatini di
piombo. Tuttavia era un bisogno reale nerlla grstione del nostro gruppo.
Infatti quello che non riuscivo a pensare io lo facevano gli altri quattro, perché bisognava gestire i
cinquanta ragazzi.
Il primo Comitato Centrale si era riunito la sera prima presso la Porte d'Orléans sul
lato sud di Parigi, all’interno di un appartamenti di quelle case popolari che ricordavano degli
alveari. Quella sera in quel palazzo c’e stato un costante andirivieni, ma tutto è stato programmato
in maniera da non creare sospetti, ogni gruppo aveva un suo percorso da seguire sia all’andata che
al ritorno.
 Solo Georges e io siamo rimasti sempre insieme, era l’unica eccezione. Dal momento che io stesso
sono un eccezione alle regole.
Il Comitato Centrale, con voto unanime, con un'unica astensione, la mia, era giunto alla seguente
decisione, nei tre mesi successivi sarei stato l’unico responsabile del reclutamento. Il Comitato
riteneva che fosse giusto che questo compito fosse mio dal momento che ero stato il fautore
dell’organizzazione e anche perché ero cieco e questa qualità mi permetteva di percepire “l’essenza
degli esseri umani”. Dal momento che avrei prestato maggiore attenzione all’essenza del mio
interlocutore e sarei riuscito a scoprire la vera motivazione e i suoi sentimenti, inoltre avrei sfruttato
al massimo la mia memoria perché avrei dovuto tenere a mente nomi, luoghi, indirizzi e numeri di
telefono. Questo mi avrebbe permesso di riferire al Comitato senza dover ricorrere ad appunti che
sarebbero potuto tornare pericolosi, anche se avessimo adottato un odice.
In realtà io non mi sentivo pronto per questo m’ero rifiutato di votare e in un primo momento anche
di accettare l’incarico, ma l’idea di rimanere una ruota di scorta nella lotta ai nazisti mi spinse ad
accettare.
Dal momento che non avrei potuto combattere, spiare, portare armi, grazie alla fiducia dei miei
amici io che non avevo altre possibilità di svolgere un ruolo serio arrivai direttamente in prima
linea.
************

In meno di un anno quasi seicento ragazzi hanno preso la strada per il boulevard Port-Royal e sono
venuti a trovarmi. Ufficialmente a trovare un cieco!

Nella maggioranza dei casi questi ragazzi non conoscevano il mio nome e non mi chiedevano
informazioni.
L’arruolamento consisteva nel seguente modo, uno dei cinquantadue del gruppo originale avrebbe
osservato un compagno di classe per diversi giorni, a volte per diverse settimane. Alla fine, se
credevano che ci si potesse fidare, lo inviavano da me. Avevamo stabilito regole ferree.  Non avrei
mai ricevuto persone la cui venuta non fosse stata annunciata e non li avrei ricevuti con più di
cinque minuti di ritardo. Qualora queste condizioni non fossero rispettate e se non fossi stato in
grado di vederli separatamente- possibilità non recondita – avrei chiesto agli studenti di entrare, ma
avrei finto che si trattava di un malinteso e avrei parlato di questioni di poca importanza.
I membri del gruppo originario sapevano che non stavo scherzando e che anche loro sapevano che
non era un gioco.
Al neofita dicevano  "Vai dal cieco. Quando lo incontrerai ti dirà qualcosa d’importante”.
Poi hanno spiegato che abitavo in Boulevard Port-Royal, di fronte al Baudeloque
Maternity Hospital, e che la porta del mio palazzo era tra una farmacia e una sartoria. Il ragazzo
doveva salire fino al quarto piano e fare due squilli brevi e uno lungo, come segnale di
riconoscimento. Io avrei aperto la porta e lo avrei condotto nei miei alloggi, da quel momento
dovevano solo limitarsi ad ascoltarmi e rispondere alle mie domande.
Nelle prime settimane venivano solo i giovanissimi, ragazzi tra i diciassette e i diciannove anni,
alcuni stavano per diplomarsi, nelle settimane successive arrivarono ragazzi più grandi,
persone con più fiducia in se stesse e più difficili da capire. Erano studenti universitari frequentanti
facoltà di Lettere, scienza, medicina, farmacia, diritto, agronomia avanzata, chimica,
fisica. Il movimento cresceva al ritmo di una cellula vivente. E ben presto ci siamo dati il nome di
Volontari della Libertà.
Ogni settimana rendevo conto delle mie decisioni di affiliazione al Comitato Centrale, indicando i
nome e le ragioni per cui proponevo ilsuo ingresso o la sua non ammissione. 
Il Comitato avrebbe nominato un supervisore del neofita per un certo periodo prima di renderlo del
tutto partecipe delle nostre attività. Misure in apparenza eccessive ma che si rivelarono adeguate.
 Starete pensando ma i vostri piani erano cosi vasti che richiedevano seicento giovani per portarli al
termine ?
In realtà, erano modesti, ma anche difficili da realizzare e avevamo bisogno di tutte le nostre forze.
Il nostro primo compito che ci siamo assegnati ira d’informare la popolazione, dal momento che gli
unici giornali che uscivano in Francia all'epoca erano sottoposti a censura e ispirati all’ideologia
nazista.
spesso sono state riportate notizie false e del tutto costruite a favore degli occupanti, comportandosi
come traditori del popolo francese, il quale era in questo modo all’oscuro di quello che accadeva e
per questo avevano bisogno di punti fermi su cui fare affidamento.
È vero che c'era la radio di Free France a Londra, ma in nove casi su dieci, le trasmissioni erano
disturbate con la conseguenza che si capiva poco. Inoltre, ascoltare la BBC era vietato e nche se i
tedeschi controllavano sporadicamente, nell’animo della popolazione s’era instillata la paura e solo
poche persone avevano il coraggio di osare.  Il nostro primo proposito è stato quello di pubblicare
un giornale, un giornale o se questo dovesse essere al di là delle nostre possibilità, un bollettino di
notizie a fogli mobili, che potevamo far circolare in segreto di mano in mano.
Un certo numero di membri del movimento sarebbero stati pronti ad ascoltare le trasmissioni inglesi
e quelle svizzere, allo scopo di raccogliere il maggior numero di notizie sul vero andamento della
guerra, quindi le avremmo ordinate e scritte per poi distribuire il foglio.
Ritenevamo che era urgente guidare l'opinione pubblica e farle comprendere come stavano
realmente le cose, in questo modo avremmo potuto reinfondere speranza ai nostri connazionali. La
sconfitta dei nazisti sembrava al momento improbabile o comunque rimandata a un futuro
indefinito. Era nostro dovere di dichiarare, di gridare la nostra fede nella vittoria degli Alleati.
C'era bisogno di notizie, certo, ma ancora di più di coraggio e di chiarezza. Avevamo deciso di non
nascondere niente, perché dovevamo combattere i mostri : il disfattismi e anche l’apatia, per questo
dovevamo fare tutto il possibile per impedire che i francesi si assuefacessero al nazismo. Invece
dovevano riscoprire il vero ruolo dei tedeschi, dovevano riprendere coscienza degli effetti
dell’occupazione, dovevano comprendere che era un avversario che aveva vinto solo un round, ma
non la guerra.
Noi avevamo imparato durante le lezioni di storia che il nazismo stava minacciando l'intera umanità
e volevamo renderlo pubblica.
Il nostro terzo scopo, per conseguirlo ci voleva più tempo, era quello di scoprire i sentimenti di
patria nell’animo dei giovani e separare i pavidi dai forti, i leali dai codardi, tutto cio era necessario
perché sapevamo che il trionfo degli Alleati non si sarebbe verificata da un giorno all’altro, il nostro
paese aveva bisogno di torme di uomini pronti a preparare la strada e a sostenere lo sbarco dei
liberatori.
Uomini pronti al sacrificio , che avevano dato il proprio tempo e la propria vita, per giorni, per mesi
e forse anche per anni, che avevano esercitato la propria pazienza e la capcità di sopportare e
resistere a tutto, che s’erano prodigati in attività di resistenza.
Questi uomini, giovani e non, erano incapaci di tradire e di commettere qualunque tipo di errore
morale.
Gli adulti che ci circondavano avevano paura per le loro mogli e i loro figli, ma soprattutto avevano
paura di perdere i propri beni e le proprie posizioni e quest’idea c’irritava, erano aggrappati alla vita
esteriore e ai beni molto di più di quanto lo saremmo dovuti essere noi.
Noi invece, nonostante rischiassimo di più avevamo meno paura e gli anni avvenire avrebbero
confermato questo dato, basti pensare che i quattro quinti della Resistenza in Francia erano
composti da uomini con meno di trent'anni.
C'era un altro modo in cui potevamo aiutare. Giovani com'eravamo, potevamo andare dovunque
senza destare sospetti, in ogni locale dove entravamo potevamo fingere di giocare o fare discorsi
sciocchi, girovagare fischiettando con le mani dentro le nostre tasche, fuori dalle fabbriche, vicino
alle caserme o convogli tedeschi, gironzolare per le cucine, lungo i marciapiedi, scavalcare muri
allo scopo di carpire informazioni, di verificare la disposizione dei nemici sul campo. A tal scopo ci
sarebbero tornate utili anche le ragazze se avessero voluto aiutarci.
I Volunteers of Liberty avrebbero costruito una rete di informazioni, non un'organizzazione
di agenti professionisti, ma qualcosa di meglio, un'organizzazione di agenti dedicati e quasi
invisibili. Tutte queste informazioni le avremmo dovuto inviare a Londra, per cui bisognava pensare
a creare un ponte con le organizzazioni militari d’oltremanica, cosa che non ci ha preoccupato e resi
ansiosi.
Infine, dovremmo essere un movimento senza armi nel nostro lavoro quotidiano, anche se il
Comitato Centrale composto dai primi venti mobilitati del 1939, aveva individuato coloro che
sapevano maneggiare le armi per addestrare i compagni. A tal scopo erano ci si propose di creare
dei centri di formazione nelle zone della periferia parigina o anche in fattorie isolate in campagne;
a tal scopo alcuni di noi si recarono presso i proprietari di capannoni o stalle situate tra Arpajon e
Limours.
Secondo un piano scrupoloso decidemmo si addestrare cento di noi per ogni evenienza, eravamo
consapevoli che nessuno era importante, ma tutti sapevano di essere necessari.

Ma torniamo alle mie selezione svoltesi nel mio appartamento.


Vi starete chiedendo quale immagine avevano di me i miei visitatori?
A volt ein una sera ne ricevevo tre o quattro.
Ognuno di loro sapeva solo una cosa di me, quella più evidente e cqratterizzante: ero cieco. 

Se aveva rispettato attentamente le regole riguardo al segnale convenzionale era costretto a seguirmi
al buio lungo il corridoio, dal momento che quasi sempre dimenticavo di accendere la luce.
Attraversate e chiuse due porte, una dietro l’altra lo introducevo nella mia piccola stanza munita di
una finestra che si affacciava sul cortile interno del palazzo.
Qui doveva muoversi con cautela per evitare di sbattere contro i mobili : il letto, una poltrona per
lui, una sedia per me, una cassapanca lunga e stretta.
Dalla sua poltrona poteva vedere una porta aperta sulla mia seconda stanza dove c’erano pile di libri
in braille impilati lungo le tre pareti.
 Di fronte si trovava un ragazzo la cui estrema giovinezza era appena celata dalla pipa che avevo
preso l’abitudine di fumare e tenevo sempre accesa.
All’improvviso iniziavo a parlare con un'intensità e una sicumera tale da spiazzare il visitatore – ed
ecco un connubio insperato la sicurezza di un adulto con l'entusiasmo di un bambino o qualcosa di
molto simile - in ogni caso con un misto di mistero e franchezza che incoraggiava le confidenze
dell’interlocutore.
Il nuovo arrivato sospettava del cieco? 
Ma che diavolo di ruolo poteva avere un cieco ?
In ogni caso, se il visitatore era ancora sospettoso poteva guardarsi intorno, poteva arrossire a suo
piacimento o poteva muovere le dita o la testa a suo piacimento, poteva sorridere beffardo, storcere
la bocca preoccupato senza che io lo vedessi.
Ma in realtà io stavo scannerizzando ogni sua mossa, ogni suo respiro, ogni suo sospiro e lasciavo
lavorare il mio istinto, devo ammetterlo non avevo un metodo e non m’era venuto in mente di
crearne uno.
La mia esperienza mi aveva insegnato che l’unico modo per conoscerlo era metterlo alla prova, da
subito, per cui per i primi dieci minuti parlavo a ruota libera.
Nel corso degli anni avevo sperimentato una serie di frasi vaghe, inaspettate o anche stravaganti che
spesso non avevano tra loro connessione.
 Alcuni dei miei visitatori dimostravano irritazione da questo mio modo di fare e la rabbia è un
sentimento difficile da celare, senza saperlo loro si sono rivelate a me molto di quanto riuscivano a
imamginare.
La maggior parte di loro era sconcertata e piuttosto a disagio, poi hanno provato, con ogni mezzo
possibile, a superarlo. Balbettavano spiegazioni confuse e non sempre chiare, questo mi permetteva
di conoscerli.
Ma alla fine ognuna di queste tattiche è risultata molto veloce, l’unica cosa che mi aiutava era la
mia cecità. In seguito alla mia cecità avevo preso l’abitudine di cercare di leggere i segni, invece dei
gesti, i sospiri invece delle smorfie, i timbri e toni di voce invece della prossemica e poi mi sforzavo
di riunirli per creare la persona che stava vicino a me.
Quest’attività pesante e complessa mi rendeva felice mi divertivo a far parlare le persone e
soprattutto mi piaceva a indurli a esporre i sentimenti più reconditi nel loro cuore.
Tale situazione mi riempiva di amore e mi faceva provare una sensazione di protezione, quasi che
mi trovassi all’interno di un cerchio magico.
Questo mio potere era conosciuto dai compagni del Comitato Centrale, me l’hanno confessato,
alcuni imbarazzati e altri ironici, tra cui François o Georges.
Ogni giorno che passava ognuno di noi ha dovuto rivedere il proprio modo di proporsi nel mondo e
ci siamoresi conto che grazie alla nsotra organizzazione ognuno era diventato più forte. I nostri
ricordi erano incredibilmente agili e riusciamo a leggere sia le parole che i silenzi, cosa che due
mesi prima sembravano impossibili adesso erano possibili.
Georges aveva ragione quando ha chiamato la nostra condizione "lo stato di grazia". Per quanto mi
riguarda, io ero consapevole che la mia coscienza era in contatto con quella di centinaia di altri
giovani e che riusciva a comprendere le loro sofferenze e speranze.

Questi rinforzi arrivavano ogni giorno. 


La mia più grande sorpresa era quando la mattina mi alzavo e sentivo una motivazione forte, la
stessa che tre ore dopo era condivisa da altri miei compagni che selezionavo.
Lentamente stava rinascendo lo spirito della Resistenza e io ero uno strumento di questa rinascita.
 Eppure chi avrebbe potuto dire cos'era lo spirito della Resistenza? Tra i Volontari della Libertà
aveva venti volti.
Ad esempio, Georges era un nazionalista, inteso come amante della nostra madre patria, ma anche
un jingo, al punto che si commuoveva, come una ragazzina, mentre cantava l’inno della
“marsigliese" che non riusciva a terminare l’inno. E noi ci divertivamo!
Ma lui operava con la forza e determinazione di un leone per salvare la Francia.
La Germania potrebbe morire e l'Inghilterra e il resto dei cinque continenti insieme a lei! 
M’ero impegnato a convertirlo in un mondo libero dal fanatismo nazionale, ma questa conversione
mi ha portato più di tre anni e non è mai stato veramente completato.
Claude e Raymond erano i filosofi. Pensavano che la Francia fosse solo una tra le tante democrazie
che doveva essere difesa con coraggio.
Altri, come François e Jean, e in breve tempo il resto della maggioranza, hanno esposto le loro
ragioni per combattere meno chiaramente, ma li conosceva meglio. Le parole contavano tanto per
loro quanto per me ed erano onore, libertà, ideali, diritto di vivere, purezza, cristianesimo,
rispetto ... Semplicemente
non potevano più sopportare che i civili venissero bombardati e affamati, che si mentisse
all’opinione pubblica in maniera plateale in accordo con la legge, che si saccheggiasse in nome
dell'amicizia e che si praticasse la tirannia poliziesca in nome della difesa e della tutela dei cittadini.
Soprattutto, non volevamo che le persone continuassero a curare un mostro, anche se
apparentemente aveva le sembianze di un uomo, Adolf Hitler . non volevamo che venisse adorato e
rispettato come se fosse un Dio .
Geroges ripeteva  "Dio non è né tedesco né russo né francese. Dio è vita, e tutto ciò che fa violenza
alla vita è contro Dio".
Non volevamo che torturassero i prigionieri perché erano prigionieri o uccidessero gli ebrei perché
erano ebrei. Ma i nazisti torturavano e uccidevano chiunque e ovunque.
Dalla mattina del 22 giugno e dall'invasione tedesca della Russia sovietica, come aveva
pronosticato il nostro insegnante di Storia, avevano bruciato la Galizia, la Russia Bianca e l’
Ucraina. Non una casa o una fattoria era stata risparmiata, uno scempio lento e inesorabile.
Il 23 agosto abbiamo avuto la notizia che quel giorno erano stati eliminati due francesi, anzi due
eroi francesi: Gabriel Péri, un leader comunista, e D'Estienne D'Orves, un ufficiale cattolico
conservatore.
Quests’esecuzione era ufficiale e Radio Londra ne diede la conferma ufficiale.
Quello che la popolazione non sapeva, a differenza di noi, era che gli ottantasette membri di una
rete della Resistenza era stata arrestata dieci giorni prima, alcuni dei fermati erano degli illustri
studiosi: antropologi ed etnologi . Erano uomini e donne che si erano lanciati nella lotta sostenuti
dagli ideali proprio come avevamo fatto noi.
Come noi avevano deciso d’informare la popolazione e per questo avevano pubblicato due gironali
sotterranei: La France Continue e Résistance, e li abbiamo ricevuti
fogli in pacchi da mille copie. I membri del Movimento li avevano poi superati
in giro. Abbiamo appreso che molti di questi uomini erano già stati decapitati al Fresnes, il
Santé e la Cherche-Midi, le tre più grandi prigioni di Parigi, e che erano state le altre
mosse verso la Germania, verso le fortezze e i campi di concentramento e una morte più lenta.
Tutti stavano diventando più spaventati, lo abbiamo visto anche noi. Le vittorie tedesche in Russia
furono schiacciante con il passare dell'estate. Londra veniva bombardata. L'America non si è
mossa. Forse la nostra resistenza era senza speranza.
Tutto questo ha dato a François una nuova prospettiva di vita. Mi scuoteva e diceva: “Che palla!
Basta pensare! Che cosa li onoriamo a fare se dopo tutto questo non c'è possibilità! Sono solo
fantasmi, quelli che pensano che le persone combattano per vincere! Combattono perché gli piace. "
Sicuramente eravamo felici di combattere. Con i miei sforzi io emettevo scintille. 
Ho superato il secondo bachot con facilità e ho conseguito la votazione "molto buono"
Era meno difficile e pericoloso della Resistenza! E adesso stavo per entrare all'università.
Fu a questo punto che Gérard, il mio amico che era stato tenuto in ostaggio perché suo padre s’era
rifugiato a Londra è stato liberato apparentemente senza un valido motivo che. 
Appena libero si precipitò a casa mia e mi parlò per cinque ore.
 Al termine era divenuto uno del Movimento dal momento che conosceva la situazione meglio di
chiunque altro. Aveva visto degli uomini tornare mutilata dopo aver subito degli interrogatori dai
funzionari della Gestapo. Aveva sentito e visto che stavano uccidendo tutti i prigionieri giorno dopo
giorno, ma nonostante cio non s’è arreso, anzi ha deciso di opporsi con tutte le sue forze.
 Ma non era l’unico, molti miei compagni stavano dando il meglio di loro stessi e alcuni erano
caduti. Morire a vent’anni era possibile? Tutti pero c’eravamo fatti coraggio, l’unico sostegno che ci
aiutava a raggiungere la nostra meta.

Cap 11LA FRATELLANZA DELLA RESISTENZA

La solitudine del comando stava cominciando a diventare pesante, per


questo ho deciso di confidarmi con i miei genitori e li ho messi al corrente
di quello che avevo deciso di fare e del Movimento di cui facevo parte.
Entrambi; come sempre, mi hanno sostenuto, ma mi hanno chiesto di non
informarli di altro, per evitare che se venissero arrestati e torturati
potessero cedere alle torture e rivelare qualcosa.
Era inutile moltiplicare i rischi mi disse mio padre
Del resto erano coinvolti, indirettamente, dal momento che la selezione
avveniva nel loro appartamento.
Tale atteggiamento mi ha confortato, ma non mi ha aiutato, dal momento
che mi ha lasciato da solo.
La medesima situazione ho vissuto con i componenti del Comitato Centrale, dal
momento che tutti eravamo coinvolti, ma nessuno era in grado di guidarci, ed era proprio di un capo
esperiente che avevamo bisogno.
L’uomo che non ammira nessuno e non rispetta nessuno tranne se stesso è messo male, dal
momento che la sua anima è malata. 
Io sentivo il bisogno disperato di trovare qualcuno con cui potermi confidare, qualcuno chemi
sostenesse; tale persona doveva essere eccezionale che ci guidasse e sostenesse, dal momento che
quello che stavamo facendo era altrettando eccezionale.
 Un giorno Jean, che sentiva il mio stesso bisogno, mi ha accompagnato a far visita al nostro
insegnante di storia. Ricordate quell’uomo superlativo e avvincente.
Quando siamo entrati eravamo dei semplici studenti in visita, ma con il passare del tempo, ci
siamo paerti e gli abbiamo raccontato ogni cosa, stranamente, invece d’interromperci, ci ha
ascoltato, sorrideva e si sfregava le mani, come se gli stessimo esponendo la migliore lezione di
storia che potesse desiderare.
A un certo punto ci ha interrotto "Adesso ne so abbastanza. Tenete il resto per voi. Avete la mia
approvazione e piena fiducia. Tornate a trovarmi una volta alla settimana. Ogni volta che verrete vi
dedichero due ore. Portatemi i vostri guai, le vostre angosce e preoccupazioni, m’interessano e
voglio condividerle con voi. Vi prometto di aiutarvi ogni volta che potro
Ci alzammo per andar via, ma prima gli dissi
 Era tutto ciò di cui avevamo bisogno.
Uscimmo da quell’appartamento più leggeri e forti, grazie a quelle parole e alla certezza di poter
condividere il fardello delle nostre nuove responsabilità; adesso i disastri e i pericoli non ci
facevamo più paura.
Jean, da parte sua, ha avuto difficoltà ad adattarsi alla nostra nuova vita; per lui era scioccante, non
per mancanza di coraggio, ma per una ragione morale.
Jean sostanzialmente era un cavaliere fuori dal suo tempo, per lui era contro natura mentire, era
impensabile non potersi fidare della persona che ti sta difronte, era assurdo chiamare amico il tuo
nemico e giocare contro le regole!
Si era un uomo tutto d’un pezzo, l’onore, la lealtà, il valore erano gli unici valori che esistevano.
Non riusciva ad accettare che perseguire unn ideale voleva dire scendere a compromessi e molte
volte utilizzare le stesse tecniche del tuo nemico.
Nonostante cio era fedele e disponibile a impegnarsi fino in fondo in nome della nostra amicizia.
Questa trasparenza lo impauriva, molte volte mi diceva : “Non sarò mai un buon soldato della
Resistenza. Se posso riuscirci è solo grazie a te. Mandami dove vuoi, io non avro paura, ma ricorda
che se fossi da solo, non riuscirei a fare nulla per me non ne avrei la forza”.
A questo punto, Jean iniziò a viaggiare per tutta Parigi per svolgere le missioni che di volta in volta
gli affidavo.
Purtroppo aveva dei nemici e ne era ben consapevole, ma non poteva pensarci perché tale
atteggimento era per lui troppo doloroso, per cui girava tranquillo, come se nessuna nuvola di
tempesta potesse colpirlo.
Un giorno mi disse "La cautela mi disgusta è un’atteggiamento stupido".
François e Georges, invece, erano nel loro elemento ideale, a loro piaceva agire nell’ombra, pensare
come degli agenti segreti, operare nell’ombra e più operavano e più divenivano esperti e bravi.
 François in particolare aveva adottato i modi del gentiluomo degno di una commedia.  
Qaundo doveva entrare nei condomini borghesi utilizzava la porta sul retro, allo scopo di evitare
che la portinaia s’insospettisse, per depistare la sua condizione di studente indossava le tute degli
operai. Alla fine era diventato cosi esperto e guardingo che anche quand’eravamo
quando eravamo soli nella mia stanza continuava a girare la testa. Niente di tutto questo ha influito
sulla sua salute.
Al contrario di me.
Da quando aveva aderito al Movimento aveva abbandonato gli studi e si dedicava alla causa, viveva
in un soffitta buia, vicino a casa mia. In caso di emergenza poteva fuggire dalla finestra e
raggiungere, camminando sopra i tetti, la stanza di una cameriera sua amica.
Era mantenuto dai soldi raccolti dal movimento che gli hanno permesso di pagare l’affitto e di
sopravvivere.
Per due anni ha vissuto così, sempre più magro, sempre più agile, e sempre
più felice. 
si felice e contento, quell’allegria la sprigionava ogni volta che parlava e gli piaceva ricordare
 "Tutto questo viene dai miei antenati polacchi loro sono stati abituati a dover sopravviveree da
cinque secoli alle persecuzioni e alle dittature”.
Nemmeno Jean riusciva a respingere il fatto che avevamo dei nemici. Le nostre attività stavano
crescendo in maniera veloce, due volte alla settimana diffondiamo un bollettino per la
comunicazione e per l'informazione. 
L'oggetto era per mantenere la nostra gente lucida e sempre in guardia, e anche per denunciare le
atrocità naziste che avevamo appreso dalla BBC o di cui avevamo sentito parlare da persone fidate e
che stavano eliminando molte persone senza alcuna colpa se non avere un ideale e amare la nostra
nazione.
Il nostro era ancora solo un bollettino, non ancora un vero giornale; il nostro problema era riuscire a
procurarci la carta dal momento che tutte le scorte erano controllate dalle truppe di occupaezione,
non potendole acquistare senza insospettire la SD e la Gestapo abbiamo deciso di rubarla.
 Georges e François hanno organizzato il raid.
Risolto il problema della carta abbiamo dovevamo risolvere il problema dell’inchiostro e delle
macchine per la ciclostilatura.
Qui ci siamo resi conto che avevamo bisogno di complici, ma ci rendevamo conto che ogni
complice era un potenziale traditore. 
Ma quando e dove poteva essere eseguita la duplicazione? 
Questa fu la domanda che mi rivolse il Comitato Centrale.
Tutti sembravano pensare che fossi benedetto con un dono speciale, il dono di trovare in qualche
modo le risposte; in realtà senza che io me ne rendessi conto avevano ragione.
Il giorno successivo mi venne a trovare a casa un dottore, un giovane laureato in psichiatra che un
compagno mi aveva mandato perché "aveva delle informazioni utili".
Ci mettemmo a parlare e ben presto lo arruolai, era un controsenso che un psichiatra venisse
analizzato da un cieco.
Henri,questo il suo nome, aveva degli amici nella polizia francese e grazie a loro decise di fornirci
le indicazioni per sapere, con un anticipo di una o due ore, i vari posti di blocco adottati dai
tedeschi. Questa informazione ci tornava molto preziosa nei vari spostamenti.
Subito dopo abbiamo parlato dei suoi pazienti delle povere pazze presso l’ospedale psichiatrico di
Sainte-Anne.
Ed ecco che è apparsa la soluzione al problema del ciclostile, dal momento che mi parlo di stanze
imbottite, dove le pazze violente venivano richiuse per evitare che si facessero male, di solito non
erano usate tutte.
Per cui gli chiesi se una poteva diventare la nostra stamperia. Henri ci penso un attimo, quindi ha
detto di si.
Poche ore dopo ho condiviso la notizia con il Comitato Centrale, che ha esultato come se avessi
compiuto un miracolo.
Sebbene i nostri bollettini non fossero scritti molto bene, venivano ritenuti dai nazisti pericolosi e da
estirpare.
Noi avevamo creato tre squadre per distribuirle,  François era responsabile del primo, Georges del
secondo e Denis, un nuovo arrivato, del terzo.
Denis era un ragazzo bonario di vent'anni, biondo come il grano, con degli occhi innocenti, una
carnagione rosa e bianca, qualcosa di timoroso, con una voce all’apparenza supplichevole, mani
calde e una pelle morbida come quella di una ragazza, molto religioso tanto che spesso lo potevi
sorprendere con il rosario in mano a sgranarlo.
Era sempre pronto a ridere, anche se aveva paura di suscitare la disapprovazione e la curiosità degli
altri, sempre gentile con tutti. una gentilezza antiquata, piuttosto goffa, quasi come se lui
si considerava un bambino piccolo e noi vecchi sapienti.
La distribuzione del bollettino significava viaggi nei vari condomini di Parigi, le copie venivano
fatte scivolare sotto le porte, un ragazzo della nostra squadra osservava le uscite dell'edificio mentre
gli altri correvano da un piano all’altro, scalzi per non fare rumore e attirare l’attenzione della
portinaia o di qualche proprietario.
Mentre noi lavoravamo alacramente, altri lavoravano per tramare contro di noi. Infatti non avevamo
paura della polizia, sapevamo che quelli erano dei professionisti e dei maladroit, ma dei traditori,
dei giuda e purtroppo di quelli Parigi era piena, anzi strapiena.
Non erano persone cattive, in teoria non avrebbero fatte
 Non avrebbero fatto male a una mosca come dice il proverbio, ma erano motivati dal desiderio di
proteggere le proprie famiglie e di poterle sfamare, infatti a modo loro vendevano informazioni per
poter assicurare un certo benessere ai propri familiari.
Noi eravamo terroristi perché sobillavamo il loro benessere, la loro tranquillità e perquesto erano
decisi a difendere tutto cio tramite la delazione. 
Proprio per questo ci hanno denunciato.  Nel gennaio 1942 un membro del nostro Movimento fu
arrestato perché il suo vicino di pianerottolo ha sussurrato al droghiere e al fornaio che il ragazzo
ogni sera tornava a casa con fasci di fogli stampati, ma non erano quotidiani e che se fosse stato il
padre avrebbe preso dei provvedimenti.
Direte voi, non ha denunciato?
Si in realtà quella confidenza è divenuto materiale vitale per qualcuno, chi sia stato non ha
importanza, fatto sta che siamo stati segnalati alle autorità.
Ed ecco comparire Nivel.
Un giorno Georges mi disse: “Devo presentarti a Nivel. Questo personaggio non sembra
essere assolutamente affidabile. " Come gli altri Georges aveva l'idea che, essendo cieco, avessi
facoltà tiresiche per poter vedere dentro le persone. 
Nivel era un tipo “troppo ben educato e troppo zelante, troppo attento e controllato” e tale
atteggiamento aveva fatto pensare a Georges che si trattasse di una spia e per questo voleva che io
lo esaminassi.
Così una sera mi portò in un posto tra Place d'Italie e la Gare d'Austerlitz, in un magazzino di
fabbrica vuoto dove, in mezzo a pile di casse vuote, pareti in scala, bobine di
filo arrugginito e tante correnti d'aria, la prova è avvenuta.
Questo Nivel non mi era noto e non mi affidavo veramente alle paure di Georges, ma non appena
quando Nivel entrò, scoppiando in un saluto pieno di allegria, la diagnosi arrivò senza tentennare
per questo: “Lascia andare questo personaggio! Allontanati da lui il più velocemente possibile! "
Il calore della sua voce, le frasi ben piegate costituivano il viso che vidi per primo, ma sotto
era un altro, percepibile quasi immediatamente, ora ritirandosi e nascondendosi; dava l'impressione
di qualcosa di gonfio, perché c'erano grumi nella voce dell'uomo.
Ha chiacchierato per mezz'ora. Potrebbe aver pensato che ci piaceva. Dopo che se n'era andato, ho
detto a Georges che aveva ragione a essere sospettoso. E poi Georges mi ha detto che durante il
L'intera intervista ero sembrato lontano.
In realtà aveva visto bene ero sceso negli abissi, m’ero rifugiato dentro la mia camera segreta, e
quando ho avuto l'idea di andarci, tutto è diventato subito semplice e chiaro. Qui potevo vedere le
persone per quello che sono, senza i condizionamenti delle apparenze.  E, per quanto strano possa
sembrare, questo luogo luminoso non era altro che lo spazio interiore che mi era diventato familiare
quando ero diventato cieco a otto anni.
Non ho mai saputo esattamente quale disavventura ci avesse risparmiato la mia intuizione. Ma
alcuni mesi dopo Nivel, è stato visto parlare amichevolmente con la polizia speciale del
Rassemblement National Populaire.  Indossava il distintivo della festa, e insieme ai suoi amici
nazisti gridava : "Heil Hitler".
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IL TEMPO È STATO SICURAMENTE BENEDETTO quando ero consapevole del mio corpo solo
come qualcosa che mi dava
piacere. L'escursione di quindici miglia che facevo con Jean ogni domenica era sufficiente per
spazzare via il piccolo
disagi fisici che provenivano da tensione mentale. Di notte eravamo stanchi morti. Il giorno dopo,
quando ci siamo alzati alle cinque, era come se fosse il primo giorno del mondo.
Il pozzo della mia forza non si è mai prosciugato. Più tardi sono rimasto sveglio, meglio ho dormito.
Più io imparato, più sono stato in grado di imparare. La mia memoria sapeva solo come dire di sì.
Sono riuscito a memorizzare e fissare i mille e cinquanta numeri di telefono di Parigi di cui avevo
bisogno per il mio lavoro nella Resistenza, allo scopo di evitare di lasciare tracce scritte; per farlo
hoi rimosso tutte le informazioni che non mi servivano come la storia turca nell’ottocento o le
quindici pagine delle lettere di Cicerone in latino.
 Ogni volta che una nuova informazione si presentava alla mia memoria, invece di bloccare le
informazioni io le accoglievo e le ordinavo mentalmente.
La mia mente era un mondo in crescita che non aveva trovato i suoi limiti e se la mia intelligenza
Mi trattenne un po 'per lo sforzo, potevo sempre rivolgermi ad altri mondi dentro di me, ai mondi
del cuore e della speranza.  Hanno immediatamente inviato una staffetta e io ho continuato a correre
continuamente.
Non avevo ancora acquisito la durezza di un uomo ed ero ancora resistente come un bambino, un
fatto che spiega i miei successi tra il 1941 e il 1943. Quando ci penso adesso al
punto medio della vita con la sua stanchezza, faccio fatica a capirli.
Ero entrato all'Università di Parigi nell'autunno del 1941. Avevo scelto il campo della letteratura,
che si adattava alle mie capacità e ai miei gusti. Alla fine di questi studi brillava la prospettiva
delle uniche professioni di cui potrei occuparmi, quelle che mi metterebbero in contatto diretto con
gli altri uomini - le professioni della diplomazia o dell'insegnamento.
Tuttavia, non mi ero trasformato in uno studente ordinario, dietro consiglio dei miei insegnanti io
era entrato in una classe speciale che, credo, esiste solo in Francia, la Prima Superiore. In tutto il
paese all’epoca esistevano solo una dozzina di classi.
In questa classe insieme ad altri quaranta studenti ci siamo cimentati ed esercitati, come i nostri
colleghi che amano l’agone sportivo, a compiere degli esercizi con la mente.
Al termine dei due o tre anni di studio, a seconda delle circostanze, gli alunni della Prima Superiore
si cimentano per essere ammessi presso la più alta istituzione del sistema educativo francese:
l'Ecole Normale Supérieure in Rue d'Ulm.
Il lavoro a cui siamo stati sottoposti è stato molto intenso, una sorta di linea di catena di montaggio
della conoscenza, da non confondere con i corsi regolari dell’università. Trenta
ore di lavoro in classe alla settimana, in cui si supponevano insegnanti scelti per il loro talento e le
conoscenze riguardanti le seguenti materie: letteratura latina, greca e francese, filosofia, storia del
mondo antico e la storia del mondo dal 1715 ai giorni nostri. 
Tutti erano al massimo motivati sia gli insegnanti che gli studenti!
Ho dovuto sopportare questo ritmo infernale per due anni e con mia grande sorpresa ci sono riuscito
con successo, ma nello stesso tempo ho dovuto lavorare a ritmo serrato nella Resistenza. 
Potrei riuscire a combinare entrambi i compiti o no? 
Avevo fatto un punto d'onore per stabilire un equilibrio tra la mia vita pubblica e quella segreta.
 Le mie giornate s’alternavano tra studio e azione a un ritmo spaventoso; la mattina, tra le quattro e
le sette, ho fatto studiavo profondamente. Alle otto fino alle 12 stavo in classe ad ascoltare i miei
insegnanti, a prendere appunti frenetici e a cercare di assorbire tutte le informazioni che mi
venivano fornite.
 Nel pomeriggio, dalle due alle quattro, ero ancora in classe.
poi alle quattro vestivo i panni dell’uomo della Resistenza, c'erano viaggi attraverso Parigi su
percorsi stabiliti in anticipo per una maggiore sicurezza, riunioni, sondaggi, giudizi, discussioni,
ordini da dare, rinfondere coraggio nel cuore dei dubbiosi, supervisionare i gruppi, chiedere
autocontrollo a chi pensava alla Resistenza come a un romanzo poliziesco, approvare i testi degli
articoli per il bollettino, reperire notizie, dal momento che molte informazioni non potevano essere
comunicate né a mezzo posta a causa della censura né per telefono a causa delle intercettazioni.
In questo modo giungevano le undici di sera e io mi fermavo solo a causa del coprifuoco.
Finalmente solo nella mia stanza, mi sono immerso di nuovo nei miei studi e ho continuato a
imparare fino a che le dita a causa del freddo non s’irrigidivano. Si avete capito bene il freddo!
Quel gelo che accompagno tutto il periodo dell’occupazione, oltre alla fame; i vecchi dicevano che
erano due caratteristiche di ogni guerra. Fatto sta che il carbone, come il cibo erano centellinati e a
casa mia solo una stufa poteva essere accesa quella della cucina, per cui io studiavo al freddo e le
dita non funzionano bene al di sotto dei dieci gradi centigradi.
I miei allora mi procurarono uno scaldino elettrico distante a un pollice dalle mie dita.
Ma questo non mi ha mai stancato, per me e per i miei compagni, come François, Georges e Denis
Le difficoltà quotidiane c’infondevano euforia e ci hanno infuso quella forza necessaria per
affrontare gli ostacoli e superarli.
vivevamo le nostre miserie, ma eravamo eccezionali perché convinti che stavamo facendo il più
semplice cosa, l '"unica cosa da fare” in quel momento storico.
 Non abbiamo avuto illusioni sui seicento membri attivi appartenenti ai Volontari della Libertà nel
1942 abbiamo dovuto rifiutarne seimila per mantenere compatto il nostro gruppo e non disperderlo.
Del resto non tutti i giovani volevanocombattere e far parte della Resistenza, nelle due classi
dell’Upper First a Louis-le-Grand, le classi d'élite come venivano chiamate dagli insegnanti, hanno
prodotto solo sei giovani votati alla resistenza tra cui io e Jean.
 Gli altri non l'hanno mai nemmeno preso in considerazione, alcuni
a causa della pigrizia morale (Jean disse: "Ti prometto che non saranno mai felici nella vita"); altri
a causa della malattia che spesso accompagna un'intelligenza troppo sviluppata, l'incapacità di
scegliere; altri per egoismo borghese, anche a diciannove anni; altri ancora perché avevano i piedi
freddi. Infine, e il più doloroso di tutti, c'erano quelli che avevano scelto l'altra parte.
Di certo non erano in molti, due o tre in classe che annotavano qualunque notizia e che cercavano di
comprendere se eravamo coinvolti nella Resistenza, che non perdevano mai una riunione
dell'Associazione Francia-Allemagne, che sognavano la rapida venuta del fascismo in tutto il
mondo; quelli che spiavano, informavano, denunciavano.
Quelli erano il motivo della nostra tristezza e disperazione, erano il simbolo che un personaggio
come Hitler poteva contare sulla codardia dell’umanità, costoro dimostravano che il nazismo non
era un disastro storico limitato a un singolo periodo e a un unico luogo, ma un malessere il cui
germe allignava ovunque era una malattia endemica dell'essere umano.  Bastava lanciare qualche
manciata di paura al vento per raccogliere un ricco e abbondante raccolto durante la stagione del
tradimento e della tortura.
Per quanto riguarda noi sei nella Resistenza nell'Upper First, ogni giorno si rinforzava la nsotra
determinazione e comprendevamo che il nostro agire non era semplice patriottismo, ma il bisogno
di difendere l’umanità nella sua totalità.
Quando abbiamo avuto un insegnante di letteratura francese che era "un collaborazionista "
abbiamo dovuto uno sforzo tremendo per evitare di tradirci e di giungere a sputargli in faccia.
Non cercherò di difendere la nostra causa a nessuno che possa ancora pensare che siamo stati troppo
duri e
comportarsi come "veri giovani pazzi". Questo tipo di severità era una cosa da prendere o lasciare. 

******
un GIORNO QUANDO FRANÇOIS MI CHIEsE quale colpa ho trovato più difficile da sopportare nelle altre
persone, la mia risposta fu immediata, come lo sparo di un proiettile: - "l’Ottusità". 
Entrambi Abbiamo riso molto perché entrambi abbiamo detto, all’unisono, la stessa cosa e questo ci
ha fatto capire che eravamo in completa sintonia.
Ottusità, mediocrità! Che fossero cattolici, ebrei, protestanti, liberi pensatori o no
pensatori, tutti gli uomini della Resistenza condividevano lo stesso credo. Per loro la vita non è stata
creata per essere vissuta a metà.
Questa convinzione era una seconda natura per noi. “È arrivato al punto in cui devo tenermi stretto
me stesso " disse Georges. “Se un personaggio mi dice di sì per essere cortese e solo per essere
lasciato in pace io voglio colpirlo. " La società per me era divisa in due gruppi: Duri e deboli. 

Tra i deboli non c’erano nei i codardi, ne i traditori, perché sono dei duri che hanno sbagliato, ma la
razza informe dei procrastinatori, tutti quelli che approvavano quello che stavamo facendo e stavano
attenti a non esserne coinvolti.
 L'anno 1942 fu molto nero, dal momento che l'Europa sembrava in rotta, i tedeschi stavano
vincendo su tutti i fronti, anche in Russia, anche se la corsa dei carri armati dovette arrestarsi, alla
fine dell’estate nei sobborghi di Stalingrado, ovvero nel cuore dell’URSS.
Per la prima volta i tedeschi hanno reso pubbliche alcune delle loro stragi e noi abbiamo riportato i
nomi di Auschwitz e Bergen-Belsen nei nostri bollettini . 
Nel frattempo il colosso americano, aggredito dalgiappone, aveva deciso di entrare in guerrra, coma
aveva profetizzato il nostro insegnante di storia, anche se la sua attenzione era tutta rivolta
all’Oceano Pacifico in scontri terribili.
L’08 novembre gli Americani insieme agli inglesi hanno dato vita all’operazione Torch, con lo
sbarco congiunto nel Nord africa.
Non potete comprendere come esultammo, era la prima buona notizia dopo due anni e mezzo di
vittorie dei nazisti, anche se duro poco dal momento che i tedeschi decisero di occupare anche la
zona libera ponendo fine all’ultimo frammento dell’indipenza francese.
La Resitenza s’è dovito riorganizzare e ha visto attecchire i suoi semi in tutto il paese, anche se per
un attimo abbiamo gioito anche delladisgrazia della Francia, perché poneva fine all’ottusità di
coloro che non volevano vedere quello che stava accadendo.
Poiché in quei giorni mi stavo nutrendo alle sorgenti della saggezza universale, cominciai ad avere
scrupoli, dicendo a me stesso: "Sono troppo positivo". I filosofi non hanno mai smesso di dirlo
che tutto in questo mondo è temperato dal bene e dal male; ci sono sempre almeno due facce
di ogni verità. Quello che fa un altro uomo che ci sembra un crimine è spesso solo il risultato di un
primo errore, un errore così piccolo e così difficile da rilevare che anche noi potremmo farlo da un
minuto all’altro.  Quest’ erano le idee che io e i miei compagni ci dicevamo da tempo.
Alla fine di dicembre Georges, che non ha letto i filosofi perché gli hanno provocato sempre mal di
testa, mi ha detto: "Stai cadendo, ragazzo mio. Getta tutti i tuoi schemi intelligenti al
venti, non sono altro che incubi. Il movimento ristagna. Per tre mesi il nostro
numero è rimasto a seicento. Stiamo ancora distribuendo il bollettino. Non lo vedi
questa dannata guerra si sta muovendo a un ritmo più veloce di noi? "
ne ero consapevole ed ero disturbato, ma io avevo bisogno di nuove idee e Georges mi suggeri di
cercare le fiamme dell’amore "Divertiti finché c'è ancora tempo", diceva.
"Più tardi, creeremo una famiglia."
Ho avuto delle vere battaglie con François su Georges. Sotto questo aspetto come in ogni altro,
François era angelico, ma questo non gli impedì di comprendere Georges. “Qualunque sia la strada
gli uomini prendono la loro fonte di forza, fintanto che la raggiungono, li benedico per questo
". Forse qui
è stata un'altra occasione di compromesso. La purezza morale non era necessariamente legata alla
purezza
del corpo. Come amava dire Georges, "i veri soldati sono sempre stati veri libertini".
In questo modo è iniziata la mia cura, Georges non mi ha mai accompagnato inluoghi poco
raccomandabili, aveva troppo rispetto nei miei confronti.
Gli parlai di Aliette e lui mi rispose che ero uno sciocco, amare una ragazza che ti ha solo
ricambiato sorrisi era da sciocco e mi prendeva apertamente in giro.
Così, per settimane, sono stato trascinato da una festa all'altra. Queste allegria superarono di gran
lunga i balli modesti della cerchia familiare che frequentavo da due anni. 
Mi sono stupito di quanto Georges avesse amici frivoli. In queste feste scopri la marca di spumante
che t’ubriaca lentamente.

La maggior parte delle ragazze non aveva niente in testa e tale situazione non sembrava disturbare
nessuno e ho capito che tutti erano abituati a questa situazione. Ho fatto del mio meglio per superare
la timidezza e, soprattutto, il concetto, abbastanza nuovo per me, che la mia cecità mi ha impedito
di attirare le persone. In effetti, ho avuto lo stesso successo in questo
come gli altri - una volta messa da parte la mia serietà che non è stata assolutamente d'aiuto, mi
sono limitato a dire schiocchezze e mi sono limitato a bere, a divertirmi e a ballare. Ed ecco che è
giunta la mia ricompensa.
Le ragazze sono una razza strana , riescono a inforndere vita nel corpo e nella mente. Nessuna era
bella per me a differenza dei miei compagni.
“Balla con Henriette. Ragazzo mio, lei è divina. " ma non per me. 
Essere fragili ed egoisti si puo essere belli?  Aveva un tale modo di sminuire tutto e di affilare gli
artigli sotto le carezze delle sue mani lisce, che avrei voluto scappare. Mi sono rivolto alle ragazze
che erano non così carina ma che, almeno, sembravano capace di amare.
Non importa se il mio senso della bellezza non era come quello degli altri. Una cosa che avevamo
in comune era il senso di intossicazione. Metti la mano sul fianco di una ragazza, seguendo la sua
curva in erba braccio, abbracciandole la spalla, tuffandosi, con la testa vuota, nella lucentezza
multicolore che viene dal corpo di una ragazza, sentendo il fruscio di una gonna o di un fazzoletto,
non volendo fermarsi ballare, perché finché la ragazza è vicina, con i suoi capelli contro i tuoi ad
ogni passo, il mondo può andare in pezzi senza che te ne preoccupi. Tutte queste cose mi stavano
facendo stare bene, come aveva detto Georges .
È stato a questo punto, mentre stavamo lasciando un ballo nella hall di una ricca casa di
sobborghi, che improvvisamente mi è venuta una nuova idea - aveva a che fare con quegli aviatori
alleati abbattuti ogni giorno dai combattenti tedeschi. Mi era stato detto cento volte che la maggior
parte di loro è sopravvissuta grazie ai loro paracadute, ma se cadevano in Germania erano persi, con
una sola possibilità di potersi salvare. 
Ma se fossero caduti in Francia ? mi sono chiesto  Erano persi lo stesso (la maggior parte di loro
non conosce il francese), a meno che qualcuno non si occupi di loro.
Ormai avevamo le nostre cellule in Normandia, in Bretagna, nel Nord e in Franche-Comté, e questo
era una grossa forza, per questo ho avvisato tutte le sezioni di stare allerta allo scopo di iutare gli
aviatori caduti e d’inviarceli a Parigi.
 Il pilota salvato, vestito con abiti civili, doveva essere accompagnato da un membro del
Movimento. Il nostro uomo non doveva allontanarsi di un centimetro da lui.
Un bel piano, ma cosa fare con gli aviatori una volta arrivati a Parigi? Come aiutarli a fargli
raggiungere il confine spagnolo e farli attraversare?
Quando ho presentato la mia brillante e impossibile idea a Georges, è scoppiato a ridere. Conosceva
la risposta. Correre un piccolo rischio sarebbe il trucco. 
Negli ultimi sei mesi era rimasto in contatto
con un uomo di nome Robert - una persona stabile, quarantenne, sposata, un cattolico - Robert non
si sapeva bene che lavoro facesse, ma Georges era convinto che fosse l’uomo per noi.
 Noi due decidemmo di andarlo a trovare e gli offrimmo i servizi del movimento.
In effetti, Robert rimpatriava gli aviatori alleati da due anni. Aveva organizzato
un fantastico sistema di mimetizzazione a Parigi e nella campagna circostante. La sua rete aveva
circa cinquanta complici sul confine spagnolo, sul versante catalano e nel Pays Basque. Essi
erano alpinisti e doganieri. Mancava solo una cosa, almeno in parte: gruppi di uomini
nelle province, uomini coraggiosi e veloci, capaci di ottenere informazioni e noi potevamo fornire
tutto cio di cui aveva bisogno e ora eravamo disponibili.
Ancora una volta le idee erano in fermento. Dopo gli aviatori è arrivato il turno delle carte false. A
Parigi, dove il numero di combattenti professionisti cresceva ogni giorno - oltre a François, noi
ne avevamo già altri cinque in movimento: la faccenda della falsa identità divenne urgente., dal
momento che nessuno poteva mangiare senfa buoni pasto.
 Tutto, compreso il pane e le patate, era razionato,
e nei municipi i biglietti venivano distribuiti solo alle persone le cui carte erano in regola. Il nostro
compito primario è stato quello di provvedere alla produzione di documenti falsi.
Nessuno di noi s’è illuso nel pensare che sarebbe stato facile.
 Il mio primo ordine riguardo a questo tema l'ho inviato ai gruppi di Arras e Lille. A maggio e
giugno, nel nord della Francia, nel 1940, molti villaggi erano stati bombardati o completamente
distrutti. I documenti dei municipi erano andati distrutti e con essi molta gente era scomparsa, per
scoprire i nomi decidemmo di chiedere i loro nomi.  Le nostre prime false carte d'identità sarebbero
state fatte a nome di uomini dispersi.
Nel gennaio 1943 eravamo sull'orlo di fare grandi cose, ma eravamo ben lontani dall'indovinare
che in breve tempo dovremmo entrare nella storia dalla porta principale.

Capitolo 12 LA NOSTRA PROPRIA DIFESA DELLA FRANCIA


COME TUTTe le cose importanti nella VITA non è avvenuto come previsto ma molto più velocemente
e più semplicemente. Il nostro miracolo è avvenuto attraverso un giovane ufficiale, Philippe, del corpo dei carri armati che avevo incontrato
su richiesta di Georges. Ma nel giro di cinque minuti l'uomo di fronte a me non era più un ufficiale, era diventato un filosofo, un cospiratore,
un fratello maggiore e il mio superiore.
Lasciatemi spiegare. C'era voluto solo un mese per legare i fili della rete di Robert e del nostro
Movimento. Quattro aviatori della RAF erano già stati portati a Parigi dalla nostra gente, due
provenivano dalle colline intorno a Digione, uno da Reims, il quarto dai sobborghi di Amiens.
Alla Gare du Nord, la Gare de l'Est e la Gare de Lyon, Georges e Denis erano i
quelli che li avevano presi in carico, dal momento che erano gli unici a sapere dov’era il
nascondiglio di Robert. 
Non avevamo mai avuto seri dubbi su quest'uomo e in quest’occasione lo abbiamo riverito, era un
uomo che parlava tanto, del resto faceva il venditore ambulante, che riusciva a mediatore con tutti e
su tutto.
 All'improvviso Robert si fermava fare battute, sapeva molto bene cosa ne sarebbe stato di lui se
questo Donald Simpson o John Smith, RAF piloti, si fossero rivelate spie tedesche. Era successo in
alcune reti vicino a noi. Allora non era un uomo che sarebbe morto, lui stesso, Robert il capo, ma
trenta o cinquanta di loro e dopo che tipo di interrogatorio!
Riuscì persino a scherzarci sopra e senza mai abbandonare la sua umiltà. Era così
modesto non ha mai parlato di se stesso in prima persona. Strizzava gli occhi e diceva: "la rete si
chiede se ... La rete ha deciso che ... "L'uomo era un missionario, indulgente nei confronti dei difetti
degli altri, senza pietà per i suoi, combatteva i nazisti come se fossero la terra dei pagani.
Ma Robert non voleva che lo aiutassimo troppo. Credeva che il nostro lavoro dovesse essere
completamente diviso dal suo. E alla fine ha insistito sul fatto che non dovremmo continuare a
incontrarci. "IO sento puzza di bruciato puzza di fuoco " ci disse" e se devo saltare in aria,
preferisco essere saltare in aria da solo. "
l’ultima volta che loavevamo incontrato Georges ci aveva regalato un nome: Philippe, un ufficiale
nella guerra del 1939-1940, ventisei anni. E aveva aggiunto: "Non posso fare di meglio"; quello era
sempre la sua ultima parola, qualunque altra cosa avesse detto.
Il 31 gennaio, verso le dieci di mattina, Parigi tremava per il freddo sebbene il
il sole splendeva - è proprio così che i dettagli possono essere impressi chiaramente nella memoria –
Georges aspettava Philippe. Devo ammettere che non avevamo grandi speranze in questo evento. 
Nonostante la benedizione di Robert, noi eravamo guardinghi, con i capelli irti
 “Per favore,” mi disse Georges, “se questo individuo non ti piace, dammi una specie di segno per
tenere la bocca chiusa. Lo sai bene che per gli ufficiali ho un debole. E se è un ufficiale dell'esercito
regolare è molto probabile che perdero il controllo”.
Quando l’uomo è entrato ci siamo resi conto che aveva poco del soldato, era un uomo grande e
forte, alto oltre il metro e ottanta, petto largo, braccia forti e mani potenti, passo veloce e pesante,
tutto il suo essere eemanava un forte senso di protezione fraterna.
 Inoltre, aveva una voce che era calda anche se poco risonante, una voce che ci ha avvolti e ci ha
convinto.
In realtà non era un uomo, ma forza pura e questo lo designa al ruolo di leader;
Poteva gestire se stesso come voleva, disteso in tutti
poltrona nella stanza, tirarsi su i pantaloni e grattarsi la gamba, essere incomprensibili a causa di a
pipa sputacchiante che ha intralciato il suo discorso, si passa le mani tra i capelli, chiede senza tatto
domande e contraddire se stesso. Nei primi dieci minuti del nostro incontro aveva fatto tutto questo
molte volte, ma in qualche modo non ti importava.
La sua venuta ha posto un mantello di autorità sulle tue spalle. Il benessere che hai provato nella sua
le pieghe avvolgenti erano qualcosa che non potevi contenere. La sua autorità non era falsa e
certamente
non calcolato. Invece, era come l'incantesimo lanciato da alcune donne non appena si avvicinano a
te.
Sei stato sedotto, eri quasi paralizzato, almeno all'inizio. Per la prima mezz'ora,
Georges e io saremmo stati fisicamente incapaci di esprimere la minima obiezione.
Ho guardato questo diavolo casuale e tempestoso di fronte a me e mi sono chiesto che tipo di
mostro
avevamo attinto dalla sua tana. Ma non serviva a niente invocare tutta la presenza della mente e
tutto il resto
la diffidenza mi era rimasta, non riuscivo a farmi disturbare. Dicono che la forza incanta. Il
il magnetismo di quest'uomo era la sua forza.
Sembrava avere infinite miniere di energia. Trasudava sentimenti, obiettivi e idee. Ecco
un vero fenomeno. Scuotendo la criniera dei capelli, allungando le braccia come se fosse pigro,
allora
improvvisamente attirato l'attenzione, era allo stesso tempo grande e buono, gentile, loquace e
riservato,
preciso come un orologiaio e vago come un professore distratto. Confidenze e insignificanti
generalizzazioni erano tutte confuse nel suo discorso.
Da quando aveva iniziato un'ora prima, avevamo saputo che era sposato e innamorato della sua
moglie, che sua moglie aspettava un figlio e che adorava il bambino ancor prima che nascesse. Nel
lo stesso respiro aveva parlato più volte di sant'Agostino, Empedocle, Bergson, Pascal,
Maresciallo Pétain, Louis XVI e Clémenceau. Posso garantire per questo, perché l'ho sentito con il
mio
orecchie. Non saprei dirti che ruolo hanno giocato nella conversazione, ma lo stesso hanno fatto
esso. Come ho detto, Philippe è stato fenomenale.
In un'ora aveva espresso ciò che la maggior parte delle persone non ti avrebbe mai detto in una
vita. Come te
ascoltato, sembrava che non rimanesse nulla che sarebbe stato difficile da fare, anche nella Parigi di
gennaio
1943. Ha lanciato soluzioni a problemi insolubili direttamente sul posto. Li prese per i capelli del
testa, li scosse davanti al suo grande viso, li guardò dritto negli occhi e rise forte.
Quando hanno ricevuto questo tipo di trattamento, i problemi insolubili non si sono ripresentati.
Inoltre, Philippe aveva una buona spiegazione: “In alcune circostanze niente è più facile di
essere un eroe. È anche troppo facile, il che pone un terribile problema morale ". E poi ha iniziato
citando ancora sant'Agostino, Pascal e san Francesco Saverio.
Come avrai intuito, sono rimasto sbalordito; in altre parole ero felice. Questo non era il
felicità dell'amore, ma nonostante tutto era felicità: mia e di Georges (anche se non l'aveva
aprì la bocca sapevo che era affascinato come me), e per ultimo la felicità di Philippe.
Sembrava già conoscerci bene anche se ci aveva appena sentiti parlare. Si è confidato con noi
pienamente, ci ha detto quanto bene gli stavamo facendo, ci ha portato in sella e mai più
smesso di parlare,
Ha detto che era contento di essere nella Resistenza come eravamo e insieme a noi. A lui
quest'ultimo
il punto era un semplice dettaglio, e l'aveva già risolto. Potrei averti dato la falsa impressione
che Philippe era volubile, o che Georges e io eravamo, nel seguirlo a tale ritmo. Niente
avrebbe potuto essere più lontano dalla verità. In quei giorni in cui ogni incontro era una questione
di vita
e la morte, i rapporti tra le persone erano più chiari di quanto lo siano oggi. O uno era di guardia o
uno ha dato se stesso. Non c'era una terza scelta e bisognava scegliere velocemente. Diciamo
ulteriormente
che Philippe ci aveva messo tutta la mano davanti. "Sto andando tutto fuori", ha detto. "Se non
funziona,
non mi vedrai più. "
Conosceva Robert da tre anni e Robert aveva garantito per lui. Poco prima della guerra
era stato uno studente della Upper First come me. Avevamo gli stessi insegnanti e amici in
Comune. Alla fine aveva deciso di non chiederci i nostri segreti ma di raccontarci i suoi.
Aveva organizzato un movimento di resistenza esattamente nello stesso momento in cui avevo
organizzato il Volunteers of Liberty, nella primavera del 1941. Il suo si chiamava Défense de la
France che stampava, non ciclostilava, un giornale clandestino con una tiratura di diecimila al mese.
Georges e io lo conoscevamo. La tipografia era gestita da dilettanti e con il passare dei giorni erano
diventati dei professionisti; la stanza era piena di torchi, carta, armi e mitragliatrici, dieci sedi
sotterranee a Parigi, una aveva i muri rivestiti di sughero per attutire il lavoro rumoroso delle
rotative. Le copie venivano caricate su diversi furgoni ufficialmente recanti le insegne di varie ditte
per far credere che si trattasse di consegne.
Il giornale era prodotto da una redazione a tutti gli effetti.
Inoltre era stata istituita una fabbrica per produrre carte contraffatte che potrebbero produrre
cinquecentoventi carte false "assolutamente autentiche" ogni mese.
Infine erano riusciti a munirsi di una radiotrasmittente che seppur improvvisata
era in grado di funzionare, un canale aperto verso il governo del generale de Gaulle a Londra,
affidabile sostenitori tra i contadini di Seine et Oise, sud e nord, a trenta miglia da Parigi - e
altri in Borgogna nel caso fosse necessaria la fuga dalla capitale - e con cinquanta agenti
due anni di esperienza, "affidabile", secondo Philippe, come lui stesso. Quindici di loro
lavoravano già a tempo pieno nel sottosuolo.
Per noi Volontari della Libertà che stavamo vegetando, non ingloriosamente, ma senza farne
ulteriori progressi, un nuovo mondo si stava aprendo, un mondo immediato e reale. 
La Defense de la France ci guardava perche avevamo uno stato maggiore, un commissariato e un
corpo di ingegneri ma nessuna truppa. Noi eravamo un esercito con generali - Georges, François,
Denis e io - che non avevano mai avuto il tempo di farlo completare la loro formazione.
Senza ulteriori precauzioni mi rivolsi a Georges, lo guardai intensamente e lo sentii dire sotto
il suo respiro, "Vai avanti." Poi, a Philippe, ho detto che i piani per il nostro lavoro insieme nel
La resistenza era diventata chiara.
Come fondatore dei Volunteers of Liberty stavo per esercitare i miei diritti. stavo per
Chiedere a tutta la mia gente di entrare a far parte della Défense de la France, e entro una settimana
dovrei sapere tutto quelli che potrebbero rifiutarsi di seguirmi per paura o confusione. Tutti coloro
che diranno no verranno espulsi dall’organizzazione.
La DEffense de la France aveva bisogno di mani per aumentare la distribuzione del suo giornale
Forse non siamo riusciti a far loro compiere grandi cose negli ultimi due anni,
ma avevamo inasprito il loro morale a un filo di rasoio. Li avevamo in mano e potevamo rispondere
loro come per noi stessi.
Erano passate appena due ore da quando l'ufficiale-filosofo aveva preso possesso. Con noi lui
scambiato un complicato sistema diriconsegna di messaggi mediante cassette postali e cifrari
segreti.
Inoltre ci forni i nomi di cinque o sei dei suoi agenti, tra cui tre ragazze, suscitando la mia
ammirazione, non avevo mai preso in considerazione che le donne potessero entrare a far aprte delle
fila della resistenza.
E poco tempo dopo mi sono reso conto che mi sbagliavo.
Philippe si congedò, ma l’avremmo visto quasi ogni giorno nei prossimi sei mesi. Georges e io
avevamo a malapena abbastanza forza per parlare o commentare ciò che era accaduto. Eravamo
pieni di contentezza e di una convinzione che non poteva essere descritta parole. Ci stavamo
muovendo verso l'ignoto, verso un destino che sicuramente sarebbe stato vittorioso e
certo di essere terribile.

I mei seguenti furono una battaglia, di un tipo speciale, ma senza interruzioni. Solo i fatti
ci riguardano qui e li riferirò senza commento. Meno di una settimana dopo il no stro primo
incontro Philippe mi ha chiesto d’ incontrarlo nel retro di un piccolo ristorante. La mia casa, con
tutto il via vai dell'ultimo anno e mezzo è stata un segno troppo facile per gli informatori.
Avevo il diritto di correre il rischio ma non l'ho fatto. Non poteva venire più li e miha comunicato
che il Comitato Esecutivo della Défense de la France mi invitava a farne parte. Anche Georges è
stato arruolato come mio secondo.
Sarei dovuto recarmi alle riunioni con Georges e con nessun altro "Per la tua sicurezza e la nostra
abbiamo bisogno di qualcuno con gli occhi dietro la testa, e i riflessi di un animale
selvaggio. Georges è il nostro uomo. "
Già alla prima riunione del Comitato Esecutivo a cui ho partecipato l'ho capito tutti stavamo
operando per il bene del paese; erano venticinque o trenta uomini, una donna e una ragazza a questo
consesso ci siamo aggiunti noi.
Le riunioni si tenevano con sobrietà e ognuno poteva fare il suo intervento; oltre al Comitato
esecutivo facevo parte di diritto, come gli altri componenti, del parte del Comitato di redazione del
giornale ho preso parte anche a questo lavoro. I miei nuovi amici hanno detto che ci chiedevano di
iutarli a distribuire il giornale e inoltre ci mettevano a disposizione entro sei mesi le loro risorse per
stampare.
La sera prima, il Comitato Centrale dei Volontari della Libertà aveva deliberato di accettare la
proposta della Defense de la France, o semplicemente DF, e aveva siglato il patto di amtrimonio tra
noi e loro.  
Avevo contato sull'opposizione di Claude e Raymond, i miei due filosofi, che sbarrarono come
poterono il passo e cercarono di opporsi con tutte le forse, alla fine decisero di andarsene e vennero
seguiti da circa trenta ragazzi che erano loro seguaci.
Ho consegnato alcune cifre al Comitato Esecutivo di DF che hanno sorpreso tutti tranne
Georges e me, da quel momento potevamo stampare ventimila invece di diecimila copie del
prossimo numero del giornale entro la metà di febbraio.  Se, come credevamo, le squadre per la
distribuzione che stavamo offrendo a DF - ed erano già organizzati - potevano assorbire il primo
choc, vorremmo chiedere che il numero del 1 marzo fosse di trentamila copie da quel momento che
ci fosse un aumento di diecimila copie al mese fino a raggiungere il limite.
Non avevo modo di giudicare questo limite, ma ero sicuro che fosse lontano. 
Conoscevo i nostri seicento ragazzi, la loro disciplina e la loro impazienza. Il Comitato Esecutivo
mi ha incaricato della distribuzione del giornale ovunque in Francia.
Fu allora, per la prima volta, che fu menzionata la mia cecità. Il Comitato lo credeva
i suoi effetti erano solo fisici. C'era bisogno di qualcuno che vegliasse su ogni mia azione nella
Resistenza, e avvertimi di tutti i pericoli che solo gli occhi possono vedere. Questa stessa persona
l'avrebbe fatto per eseguire le mie decisioni o qualsiasi mossa che ho fatto, dal punto in cui hanno
richiesto l'uso di occhi. Georges ha detto semplicemente: "Sarò io". Un abbinamento perfetto,
perché Georges poteva fare tutto le cose che non potevo e viceversa. Da questo momento - a essere
sincero - non dovrei più utilizzare l’espressione "io" ma semplicemente "noi".
La nostra arma principale era il giornale della  Défense de la France  un vero giornale, povero si,
perché composto da sole due pagine, ma era un giornale con un impaginazione di giornale a tutti gli
effetti. Dopo quattro mesi le pagine sono diventate quattro e questo _ stato un grande immane
risultato.
La stessa cosa stavano facendo gli altri giornali clandestini Résistance, Combat , Libération, Franc-
Tireur . 
I loro fogli ci passavano quotidianamente tra le mani, ma non avevamo canali che ci permettessero
di andare alla fonte. Quella era la maledizione speciale della lotta nel sottosuolo. 
Ognuno lavorava in compartimenti stagni.
Nel 1943 la carta era una cosa preziosa, ogni riga stampata era frutto di coraggio e di tanta abilità,
inoltre Ogni riga conteneva la possibilità per coloro che l’avevano scritto, battuto, stampato e
distribuito di essere catturati e condannati a morte. Per cui si puo dire, senza timore di sbagliare
Che ogni pagina era scritto con inchiostro e sangue.
Il nome Défense de la France testimonia la volontà di patriottismo da parte dei loro aderenti.
Tuttavia, il nostro giornale era ben lungi dall'essere nazionalista. Se stessimo difendendo la Francia
era perché veniva aggredita, soprattutto perché minacciata - lo abbiamo ripetuto
in ogni numero – e abbiamo difeso non solo la morte del corpo, ma ci siamo battuti per risvegliare
le coscienze e difendere lo spirito.
Per riuscire nel nostro intento ci siamo prefissati diversi modi.
Primo tra tutti era fornire notizie; per questo motivo nel febbraio 1943 abbiamo denunziato che
nessuno in Europa diceva, ovvero che l’esercito nazista era bloccato a Stalingrado e che il corso
della guerra stava per essere ribaltato dalle rovine di quella città. 
Ma non ci siamo fermati abbiamo denunciato il modus operandi della Gestapo dal momento
dell’arresto agli interrogatori, ai processi e all’esistenza delle prigioni politiche, dei campi di
rieducazione e dei campi di sterminio in germania. In parrticolare abbiamo avuto il coraggio di lo
sterminio degli ebrei.
Dalle pagine abbiamo promosso la resistenza passiva, mentre abbiamo raccontato la Resistenza
attiva che ogni giorno operava e che cresceva, anche attraverso i nostri articoli.
Al pubblico abbiamo chiesto di aiutarci con il silenzio quand’eravamo ricercati, fornendoci notizie
quando le avevano, in questo modo avremmo potuto salvare la nostra nazione e la popolazione.
Qualcuno si chiederà se avevamo un ideale politico?
Devo confessare di no, nessuno di noi nella Défense de la France aveva una dottrina politica,
eravamo troppo giovani per questo e quindi abbiamo riposto la nostra fiducia nell'ideale della
democrazia occidentale incarnata allora in varie forme che differivano, ma che nella sostanza erano
uguali e venivano rappresentate dai seguenti personaggi : Charles de Gaulle, Winston Churchill e
Franklin Roosevelt. 
L'unica convinzione condivisa da tutti i membri della Défense de la France era la sopravvivenza dei
Valori cristiani, il nostro era francamente un giornale cristiano, ma questo non voleva dire che
volevamo proteggere una religione a danno delle altre; questo perché il nostro gruppo comprendeva
molti cattolici, ma anche protestanti e un certo numero di ebrei. C’erano anche degli atei che
parlavano di valori comuni al cristianesimo : amore e rispetto dell’altro.
Naturalmente abbiamo firmato tutti i nostri articoli con pseudonimi. Philippe era "Indomitus", il
invincibile. Abbiamo modificato il documento dall'inizio alla fine, tutti noi stessi. Parigi a questo
punto lo era un paese dove potevi telefonare alle persone per chiedere il loro aiuto, ma questo non
vuol dire che non siamo stati aiutati e supportati. A riguardo bisogna pensare che in diverse
occasioni Monsignor Chevrot e un membro dell'Accademia di Francia, Robert d'Harcourt, vennero
ci fornirono degli articoli da pubblicare.
Ogni parola è stata soppesata dalla redazione del giornale, non per il suo valore letterario, ma il suo
potere d’impressionare e motivare.
Inoltre, in ogni caso, dovevamo considerare se cosa dicevamo che avrebbe fatto del bene o del
male, per salvaguardare vite o metterle in pericolo.
Quando abbiamo dovuto pubblicare il nostro primo articolo sulle torture somministrate dalla
Gestapo ai arrestati appartenenti alla Resistenza, avevamo più di trenta prove concrete nelle nostre
mani. 
Prima di pubblicare l’articolo ci siamo chiesti cosa fare? Dopo una lunga riflessione e discussione
abbiamo deciso che era il caso che tali orrori venissero portati a consocenza dell’intera popolazione.
La stessa cosa vale per la pubblicazione della prima foto, sitrattava di una fossa comune, una fossa
aperta piena ossa ai margini di un campo di concentramento in Germania.
La foto era autentica e l’avevamo ottenuta grazie alla determinazione e alla follia di un prigioniero
che l’aveva rubata, durante la sua detenzione, dagli archivi della Gestapo di Amburgo. Ma rinviamo
ad a un altro momento questa storia e totrniamo al nostro giornale.

*******************************************************

Ritorniamo al febbraio 1943, durante le prime settimane abbiamo deciso di giocare d’azzardo,
eravamo coscienti che i nostri compagni erano preparati, ma non ne avevamo idea fino a che
punto. Abbiamo dovuto chiedere misure di emergenza all'Esecutivo
Comitato, specifico per la stampa di cinquantamila copie del numero del 15 marzo. Georges,
a sua volta, era diventato un operatore professionale, era a disposizione a tutte le ore. E non lo era
eccessivo, perché le sezioni dovevano essere riorganizzate dall'alto verso il basso.
Per noi non si trattava più di reclutare pzechè tale atteggiamento risultava molto
rischioso e troppo inutile. Adesso il nostro contatto era con i capi dei gruppi, e solo una dozzina di
quelli al massimo. I capi gruppo erano persone che conoscevamo da almeno un anno. Lo erano
completamente responsabili delle loro sezioni, prendendo tutte le decisioni in merito all'ammissione
o all'esclusione e senza appello. Naturalmente, ogni gruppo avrebbe ricevuto uno pseudonimo e
documenti falsi per corrispondere.
In due mesi il numero degli addetti alla circolazione è passato da seicento a circa
cinquemila. La regione parigina doveva essere divisa in zone ben definite, cinque per Parigi, sette
per i sobborghi. Il lavoro in periferia era più facile, perché lì la polizia non aveva disegnato
organizzato una rete di controllo ben definita.
La Francia provinciale ha posto un problema più difficile nelle comunicazioni a causa delle
distanze. Per ogni regione avevamo bisogno di una persona responsabile di prima qualità, che non
avesse paura e non si arrendesse facilmente. 
Ci ha spezzato il cuore, ma abbiamo dovuto separarci da François che s’è recato in Bretagna per
gestire le comunicazioni.28
 Champagne e Franche-Comté furono affidate a Frédéric, il fratello maggiore di uno dei nostri primi
compagni. Avevamo qualcuno per il Nord, e qualcun altro per la Touraine. Ma uno dei problemi
chiave non è stato risolto. Da novembre la Zona Sud era occupata dai tedeschi. Eppure il mito lo era
mantenuta, con la linea di demarcazione che tagliava in due la Francia. Ogni miglio del confine era
pattugliato notte e giorno. Furono perquisiti auto e treni privati e quasi tutti i giovani
sempre arrestati se cercavano di attraversare.
Il 16 febbraio un ordine tedesco aveva iniziato il suo rovinoso lavoro: tutti i giovani sopra i
vent'anni, uno doveva essere inviato in Germania per i lavori forzati. Solo alcune categorie di
studenti e capi delle famiglie sarebbero state liberate, ma questa minaccia, messa in pratica
prontamente, ci ha dato le nostre ali invece di tagliarli. 
Impedisci a tutti i costi che un solo leader del movimento venga preso in Germania, all'improvviso,
quasi ottanta ragazzi sono diventati operatori sotterranei professionisti.
Fortunatamente DF aveva i fondi, e per una volta l'estrema giovinezza delle nostre forze è stato un
aiuto riguardo a questo. La maggior parte dei nostri membri non aveva ancora ventuno anni.
A Lione e Marsiglia, nella zona meridionale, DF disponeva di solide celle di lavoro. Il nostro unico
problema era quello di aprire un canale di comunicazione con loro. Era imperativo che la carta fosse
distribuito nella Zona Sud come lo era nel Nord.
Sfortunatamente, non c'era la possibilità di portare ventimila copie di giornali sotterranei in valigia
due volte al mese, con una nostra band a capo. Ovviamente, ogni valigia sui treni da Parigi a Lione
o da Parigi a Tolosa non veniva perquisita tutti i giorni, ma almeno la metà di loro lo era. E un
Denis, un François, un Gérard, con il loro aspetto giovane e orgoglioso, sarebbero sospetti naturali
per il nazista più ottuso. Infine, persone che non hanno mai fatto questo lavoro non riescono a
immaginare quanto spazio sia necessario per trasportare ventimila giornali.
È stato a questo punto che abbiamo rivalutato la possibilità di assoldare le ragazze che erano con
noi. Erano la nostra soluzione,  Georges, le cui rozze idee sulle donne che già conosci, lo sosteneva
non troveremmo mai una ragazza, ancor meno un numero di ragazze, che possa compiere azioni
così eroiche. Per loro, soprattutto se si presentassero come ingenue o donne di facile virtù, i rischi
sarebbero molto meno che per noi. Ma Georges pensava che sarebbero stati ancora molto più grandi
di qualsiasi cosa potessimo aspettarsi dalle persone "a meno che non fossero pazze come noi". Ma
Philippe gli disse  «Sei un idiota imparerai qualcosa dalle donne ogni giorno ".
Catherine è partita per il Lione, Simone per il Bordeaux. Sono andate in base alla nostra richiesta
senza chiedere ulteriori spiegazioni.
 Quando sono tornati, abbiamo avuto difficoltà a convincerle a raccontarci com’era andato il
viaggio, entrambe ci hanno detto che non era successo niente, invece ci hanno chiesto quando
avrebbero dovuto effetturare la prossima consegna.

28

da sola potrebbe prendersi cura della Bretagna, come provincia modello, il luogo dove la
percentuale di
I combattenti della resistenza erano i più alti alla prima data.
 Fra due settimane abbiamo risposto
Le valigie in viaggio per Lione, Marsiglia, Tolosa e Bordeaux erano già caricate
con un esplosivo che se fosse stato scoperto avrebbe condotto i possessori dinanzi al plotone di
esecuzione, abbiamo deciso di aggiungere delle copie di giornali con la prossima spedizione.
Verso la fine di marzo c'è stato un incidente. Uno dei negozi di Parigi dove si stampava il giornale
del DF era sospettato dalla Gestapo. Per tre giorni, ogni volta uno dei nostri
compagni usciva dal negozio viene, immediatamente, seguito da un poliziotto. I nostri ragazzi
operarono per seminare i segugi, ad esempio entrare in una pasticceria conosciuta dalla porta
principale e lasciare la valigia con i giornali vicino alla porta secondaria; oppure salire a bordo di un
vagone della metropolitana e, alla prima stazione utile, proprio quando le porte stavano per
chiudersi saltare fuori e correre vi a scalzi.
 Ma questa volta ogni tecnica era vana, la Gestapo aveva adottato un vasto sistema di controllo che
impediva di seminarli, per cui decidemmo di smobilitare la stamperia in meno di dodici ore.

Per lo meno questa emergenza ha comportato tre passaggi: trovare un nuovo negozio, trovare un
veicolo per portare via le macchine e compiere il tutto senza essere visti. 
L'ultimo punto era che il più semplice di quanto potreste pensare, dal momento che avzvamo
accertato che i poliziotti che ci controllavano erano cinque. Per cui decidemmo che cinque dei nostri
compagni si sarebebro fatti seguire, allontanandoli in tal modo dalla stamperia.
I cinque tipografi si satrebbero occupati di smontare e caricare i macchianri su furgoni e camion
coperti recanti la scritta: Fragile. Strumenti Ottici . Osservatorio meteorologico nazionale. 
Per quanto riguarda la nuova sede non era un problema dal momento che avevamo un negozio di
riserva .
L’operazione è andata a buon fine.
Philippe trasse una morale da questa situazione: “Ragazzi, se siamo ancora in giro a
raccontare la storia, il giorno verrà quando diremo che la Resistenza è stata il periodo più facile
della nostra vita. Basta pensarci! Non un unico problema morale da affrontare, solo quelli
materiali!"

Non abbiamo più una sola polizia d’affrontare, ma due.  Da alcuni mesi un corpo di francese
spie e torturatori avevano iniziato a lavorare insieme alla Gestapo e ai suoi agenti. Organizzato a
Vichy, se non per ordine esplicito del governo, almeno nelle acque fangose che lo circondano, La
Brigata aveva il compito di coprire con la sua rete tutta la Francia e di uccidere la Resistenza. I suoi
appartenenti erano nazisti francesi, fanatici del tipo più aggressivo o più spesso solo barboni
travestiti da gentiluomini desiderosi di arraffare i denari dei nazisti, per cui era un gruppo infido e
sadico.
Queste bande erano più pericolose per noi di tutte le SS messe insieme. Conoscevamo le loro
tattiche dovevano infiltrarsi nei movimenti della Resistenza. Il mio istinto per i traditori doveva
essere pronto a individuarli. Anche se il Comitato Esecutivo del DF non era euforico dinanzi perché
ci rendevamo conto che c’era sempre il grosso rischio di sbaglaire.
 “È inevitabile che commettiamo errori”, ha detto Philippe, “almeno ognuno di noi
una volta. Dobbiamo aspettarci guai. "
Nei primi giorni di aprile ci è arrivato un messaggio scarabocchiato, abbiamo potuto riconoscere la
firma di Robert : “Catturato alla Gare du Nord con tre uccelli. Pregate per me ", recitava il
messaggio ..." Tre uccelli." Era fin troppo chiaro: tre aviatori. Non ci saremmo mai aspettati di
rivedere Robert in questo mondo.
Un grande uomo ... Come era riuscito a scrivere il biglietto e a farcelo arrivare? Quello era
qualcos'altro che non avremmo mai saputo.
Meno di una settimana dopo, quattro membri del gruppo di Lione sono scomparsi. Erano andati
insieme in un luogo d'incontro nella foresta. Non erano tornati. A maggio la famiglia di uno di loro
ha avuto un telefonata dalla Brigade Politique, informandoli che il figlio, il fratello e il marito,
rifiutandosi di confessare i loro crimini, erano stati uccisi.
Man mano che le dimensioni di DF crescevano, da un giorno all'altro, i rischi di essere scoperti
aumentavano in maniera esponenziale.  Lo chiamavamo fenomeno biologico. Non c'era modo di
sfuggirgli, era la legge naturale per tutte le organizzazioni come la nostra.
Il 15 aprile siamo stati chiamati in qualità di Comitato Esecutivo a stabilire le comunicazioni con
il movimento chiamato “Résistance” i cui capi erano stati arrestati nell’agosto 1941, ma era poi
tornato in vita grazie alla sua fusione con il movimento "Combat". 
Il governo della Francia Libera, ormai stabilitosi ad Algeri, chiedeva alle organizzazioni della
Resistenza di coordinarsi, l’ordine era giusto, ma il lavoro da svolgere era quasi sovrumano, dal
momento che ogni struttura appoggiava su un equilibrio precario, infatti se una pietra veniva
estratta la struttura rischiava di cadere in rovina.
Il combattimento, iniziato nella Zona Sud, ha pubblicato un giornale, come DF. Così ha fatto
Résistance nella Zona Nord e anche Franc Tireur. 
Oltre alla stampa clandestina, c'erano gruppi attivisti dell'esercito segreto, di solito sotto il comando
di ufficiali professionisti, che erano la costruzione di depositi di armi e munizioni e la posa della
prima pietra angolare del primo Maquis. 
Lavoravamo tutti fianco a fianco, a volte sullo stesso marciapiede a Parigi, senza rendercene conto,
l’unico canale per i nostri vicini nella Resistenza era il governo della Francia Libera.
 I nostri incontri con le persone di Combat o dell'Esercito Segreto sarebbero stati organizzati da
Londra o Algeri, e da lì sono passati a noi in codice o via radio.
In questo modo sono arrivato ad avere diversi incontri con il direttore del giornale
Resistenza, in questo modo mi sono reso conto che avevamo molte cose in comune, cvon la
conseguenza che il nostro morale è salito e ci ha fatto comprendere che non eravamo più soli. In
questi incontri ho appreso che un giovane di nome Albert Camus stava lavorando con loro.
Il Partito Comunista era un grosso problema per la Resistenza, loro stavano lavorando duramente e
riuscivano a stampare centinaia di migliaia di copie del loro giornale  L'Humanité e riuscivano a
distribuirlo a macchia d’olio. Inoltre erano diventati esperti nelle tecniche di sabotaggio
e di terrorismo. Nei gruppi Résistance, Combat e DF non c'erano comunisti, noi eravamo
d’orientamento umanista o cristiano.
Inoltre, se i comunisti francesi stavano resistendo, non era in difesa del loro paese, s’opponevano al
nazismo solo in funzione di un rispetto alle direttive dell’URSS.
Questo li poneva al di fuori del sentimento patriottico secondo la nostra prospettiva, per cui ci
siamo chiesti dobbiamo provare a lavorare con loro?
 Una domanda difficile a cui ha risposto positivamente il Comitato Esecutivo, abbiamo iniziato a
prendere contatti, nel giugno, con i loro esponenti, anche se abbiamo compreso che non ci
prendevano in considerazione.
Ogni giorno, ormai, in ogni istante rischiavamo di essere arrestati,  Georges e io avevamo preparato
l’intera struttura ad affrontare quest’evento, l’idea era che se uno veniva catturato, l’altro dove
sostituirlo, da questo momento tutti avrebbero alvorato in coppia, dove ognuno poteva essere
interscambiali.

Sono state stampate centomila copie del numero del 15 maggio, per quanto pazzi possano essere,
noi eravamo a distribuirlo. Il numero dei nostri agenti nelle province era cresciuto così velocemente
abbiamo dovuto dare carta bianca ai capi regionali. 
La complessità delle operazioni locali erano tali che sarebbe stato necessario un consiglio
d’amministrazione di una fiorente fabbrica di Parigi.
 Eppure la regola di non impegnarci per iscritto era fondamentale, ma nel Nord, DF era sulal cresta
dell’onda, e poi avevamo bisogno di un capo sul campo e degli amici affidabili.
 Quindi questa volta abbiamo dovuto fare un'eccezione. Abbiamo dovuto affidare il lavoro a un
uomo nuovo, che conoscevamo a malapena, il suo nome era: Elio.
Era un giovane di venticinque anni, studente presso la facoltà di medicina di Parigi, con i capelli
neri e una stretta di mano decisa e forte. Era stato inviato a Georges da un capogruppo del College
of Medicine, questo ci bastava. All'inizio aveva commesso un errore importante, s’era presentato al
mio appartamento da solo senza essere stato convocato.
Immediatamente tutti i miei sensi erano entrati in allarme, ma poi era successo qualcosa di
insolito. Quest'uomo ha messo in crisi il mio sesto senso, che sembrava una bussola impazzita
davanti a un campo magnetico, non riuscivo a definirlo, sentivo oscillare le mie idee tra il si e il no.
Elio parlò a bassa voce, troppo bassa. La sua voce era come la sua stretta di mano. Mancava di
chiarezza e semplicità.
Ho avuto una lunga discussione con Georges, che era stato presente all'intervista. Non eravamo
convinti di porterci fidare di lui, c’era qualcosa che lo rendeva impalpabile e difficile da focalizzare.
Elio era nella Resistenza da un anno. Era ben informato e apparentemente molto determinato,
esercitava una buoan influenza sui suoi compagni di corso, inoltre era nativo del nord, per cui
conosceva le zone industriali e minerarie come le sue tasche.
 Si è offerto volontario per riprendere i suoi studi sul posto e s’e recato a Lille il giorno
successivo. Era davvero la risposta perfetta al nostro
problema in quel trimestre. Sembrava irradiare coraggio e saggezza dalla testa ai piedi.
Tuttavia, a causa dei nostri dubbi, non siamo riusciti a prendere la decisione da soli. Philippe stesso
e François, di passaggio a Parigi, avrebbero dovuto indagare a sua volta su Elio. 
Alcune settimane dopo, Philippe borbottava che non avevamo il diritto di essere troppo cauti, e
François ha proposto di metterlo alla prova, anche se nessuno di noi quattro era convito che si tratta
dell’uomo giusto.
Elio è partito per il Lille e lì ha svolto un lavoro straordinario. Entro due settimane era riuscito a
implementare una rete della resistenza, a creare nuovi contatti; in breve ci ha inviato dei rapporti
che erano più dettagliati di tutti gli altri, abili e discreti allo stesso tempo. 
Alla luce di questi risultati mi sono convinto che in futuro avrei dovuti stare più attento a queste
situazioni anomale dei miei occhi interiori e che anche questi potevano commettere degli errori.
Per trasportare la quantità di carta che Elio richiedeva per Saint-Quentin, Valenciennes e
Lille, avevamo trovato il vettore ideale in Daniel, un cieco che aveva perso la vista solo di recente
nell'esplosione di una granata nel 1940 e, come me, era completamente senza visione. Aveva
ventitrè anni, era forte e determinato, un vero bulldozer.
Per altri versi non era affatto come me, non avendo una testa sovraccarica di pensieri e conoscenze,
dal momento che era un docente di scienze motorie in un liceo, al momento dell’incidente. Questo
lo rendeva un tipo attivo, poco riflessivo e molto pragmatico.  Grazie a lui ho realizzato che
esistono diverse tipologie di ciechi.
Come me aveva sviluppato i sensi e riusciva a muoversi da solo sia per tutta Parigi che fuori, per
cui non ebbe problemi a viaggiare da solo, prese le valigie piene di carta e si fece strada verso la
stazione, senza curarsi dei blocchi della polizia, che lo evitava grazie al suo bastone bianco che
muoveva con estrema maestria. . Era un vero eroe senza saperlo.
I mesi successivi furono un accavallarsi di eventi, per cui non riesco a raccontarle in modo
dettagliato, ma solo a elencarle.
Denis, il nostro amico devoto e che arrossiva facilmente, aveva progettato e diretto un nuovo
metodo per far circolare il giornale, per cui ha organizzato, a Parigi e dintorni, squadre per la
distribuzione all'aperto. 
I primi radi sono avvenuti davanti alle fabbriche della Renault e di Gnome-et-Rhône, le squadre di
distributori attendevano gli oeprai all’uscita e consegnavano i fogli, per poi disperdersi tra la folla.
Subito dopo Denis ha deciso di allargare il tiro, per cui ogni domenica, all’avvicinarsi della fine
della messa, squadre di giovani d’ambo i sessi si sono assiepati nelle vicinanze delle grandi chiese
di Parigi, in attesa che i fedeli uscissero e man mano che passavano, il caposquadra agitava il
giornale e mostrava i titoli, mentre i suoi compagni distribuivano i giornali.
Tutta quest’attività era coperta da alcuni compagni addetti a fare la guardia. I risultati sono stati
entusiasmanti, per cui Denis è diventato sempre più audace. 
Il nostro smilzo e romantico amico stava, senza rendersene conto, un soldato professionista, anzi un
eroico cavaliere medievale sostenuto dai valori della cavalleria: coraggio, onesta, fedeltà e
impavidità.
Ma tale attività ci ha reso ancora più visibili e scomodi, ma Denis era deciso a non mollare, era
come se gli avessero conferito la sua missione cavalleresca e pari a Galvano era deciso a portarla a
termine.
Proprio per questo ha organizzato le prime cellule operaie del DF, ll’interno della Renault
e del personale che lavorava alla Métro.
E poi è arrivato il 14 luglio, il simbolo della libertà per il popolo francese e come tutti sanno i
simboli sono il pane della vita e  DF non voleva perdere quella ricorrenza, per cui ha organizzato
l’uscita di un numero speciale con duecentocinquantamila copie.
Per l’occasione  i miei piu stretti amici e compagni di avventura sono tornati: Françoisr da Nantes,
Frédéric da Belfort ed Elio da Lille.
 Anche
Georges mi ha lasciato per quarantotto ore. Il negozio in cui era impostato il tipo e tutte le tipografie
battuto i propri record. L'intero Comitato Esecutivo aveva scritto per il giornale, e
aveva messo le ruote dell'operazione girando con le proprie mani. Infine, solo per mostrare quella
vita
non finisce mai, la notte prima del quattordicesimo Hélène aveva dato a Philippe un figlio.
L'operazione Denis, operazione 14 luglio, sarebbe continuata dalla mattina alla sera sulla Parigi
Metro. Tutto si è avverato. Quaranta squadre di dieci membri hanno distribuito settantamila copie
del giornale tra le otto del mattino e le cinque del pomeriggio sui vagoni della metropolitana,
pubblicamente, con calma, da un passeggero all'altro, e sorridendo come se fosse la cosa più
naturale al mondo. Soldati e ufficiali dell'esercito tedesco, per non parlare delle spie che non
potevamo identificare puntavano il giornale che gli veniva consegnato.
Rapporti affollati quella notte al Comitato Esecutivo: non un giornale lasciato in un angolo, non uno
stracciato, non una squadra sciolta, nemmeno un arresto. 
È stata una performance perfetta. Avevamo ottenuto due risultati emergere dalle tenebre e scuotere
l’opinione pubblica, dimostrando che la Resistenza era lì e poteva realizzare qualunaue cosa, anche
uno sciopero senza problemi.
Tuttavia, la cosa che rendeva Denis più orgoglioso era che nessuno aveva usato le sue penne
lacrimogene.
Di cosa si tratta vi state chiedendo?
Avete ragione,certe volte commetto l’errore di dimenticare che siete degli ascoltatori, dei sommessi
spettatori dell’evocazione dei miei ricordi.
Bene dovete sapere che Londra aveva fatto paracadutare su Parigi e dintorni delle casse di penne
lacrimogene, allo scopo di munire le nostre squadre.
All’apparenza si trattava di normali penne, ma premendo un pulsante, un fermo di sicurezza
liberava del gas lacrimogeno che poteva mettere in crisi un agente di polizia per circa quattro
minuti, fornendo il tempo necessario per permettere ai nostri compagni di dileguarsi.
Per Denis il fatto che non erano state usate era un grande risultato, in qualità di cavaliere egli odiava
i trucchi e anche di far del male agli altri, anche se si trattava di un nemico, infatti sognava di
riuscire a poter fare la guerra senza armi, perché voleva che nessuno si ferisse o peggio morisse, un
vero romantico il nostro Denis!
PER TUTTO QUESTO TEMPO sono stato uno studente, perché ero innamorato della vita e dal desiderio di
apprenderecambiare attività senza alcun problema, il mio cervello riusciva a lavorare a più attività
enllo stesso tempo, lo immaginavo diviso in due parti: una impegnata a registrare informazioni
fornite da François al suo ritorno dalla Bretagna, sugli equipaggi per la distribuzione e l'intelligence
a Rennes, Saint Brieuc, Brest, Quimper, Lorient e Nantes. Nella foresta di nomi locali e
avvenimenti ha cercato di scoprire
qualche relazione insospettata che potrebbe portare a un'alleanza, a una certa coerenza nel lavoro.
Questa parte del mio cervello odorava un amico e un nemico o stava pianificando una
campagna. L’altra parte invece s’occupava di registrare informazioni storiche, come i disastri
finanziari causati dai ministri succeduti a Louis XVI nei quindici anni prima del 14 luglio 1789,
conoscenze che mi avevano aperto le porte dell’Ecole Normale Supérieure.
Questi processi mentali paralleli, così difficili da mantenere quando s’ è più grandi, li gestivo senza
difficoltà.  La memoria era un fattore: la mia mente allora era come un piatto - ma lo era anche
l'intensità. All'epoca avevo due passioni uguali: sopprimere il nazismo e essere
ammesso alla Normale Supérieure.
Nei miei studi, così come nella Resistenza, vivevo una minaccia. L'anno prima, a luglio, il governo
di Vichy aveva emesso un decreto, uno strano documento frutto di quell’epoca malata.
Elencava le qualifiche fisiche necessarie per poter accedere alle cariche di magistrato, diplomatico,
funzionario dell’agenzia delle entrate e ai vari ruoli dei ministeri e all’insegnamento.
Finora, bisogna ammetterlo, lo Stato si era basato su un solo criterio per il reclutamento dei suoi
dipendenti pubblici: il buon senso. 
Il governo si è accontentato di non nominare un insegnante sordo
musica, o un insegnante cieco di disegno. 
Ma fatta eccezione per questi casi eclatanti, prima della guerra della 1° guerra mondiale una ventina
di ciechi avevano pottuto insegnare nei licei francesi e nelle università.
 A Louis-le-Grand c'era Fournery, un insegnante di inglese più rispettato
e amato dai suoi studenti rispetto alla maggior parte dei suoi colleghi. E poi c’era Pierre Villey,
maestro indiscusso tra i ciechi della generazione prima del mio, Pierre Villey, nominato professore
di letteratura francese all'Università di Caen, e che aveva pubblicato autorevoli opere accademiche
su Montaigne. È morto, nel 1935, a cinquantaquattro anni, in un incidente ferroviario.
 Ma adesso Vichy aveva cambiato le carte in tavola, e io inquaznto cieco ero escluso
dall’insegnamento.
La notizia mi ha stordito, ho chiesto ragguagli ai miei insegnanti e ad alcuni funzionari del
Ministero della Pubblica Istruzione. Questo voleva dire che io non potevo accedere neanche alla
Normale Supérieure, dal momento che tale scuola preparava al concorso statale detto
Agrégation, finalizzaato a permettere l’accesso degli studneti nelle varie università.  Inoltre, non
potevo sostenere l’esame dell’Agregation.
La cecità era stata dal nuovo decreto ritenuta una delle condizioni più gravi per cui escludere un
candiadato dal pubblico impiego, perché la cecità era solo uno delle tipologie del lungo elenco.
Il mio insegnante di storia esperto nell’ interpretazione dei testi ufficiali, mi disse che era un decreto
razzista che colpiva tutti coloro che un governo fascista non accettava come suoi cittadini. Il
decreto recava la firma del ministro di Vichy Abel Bonnard, uomo nevrotico, si era impegnato a
imitare le leggi naziste nel modo più servile. 
Ecco perché ha eliminato non solo i ciechi, ma anche i moncherini, gli zoppi
chiunque avesse qualche difetto fisico, ma è andato oltre è ha colpito i gobbi e coloro che avevano
un naso importante! Poveri Cyrano!
Povero me!
Come avrei dovuto difendermi? Sarebbe stato molto difficile per me. Non avevo alcun sindacato a
cui ricorrere e neanche alcuna organizzazione, nel 1942 non eravamo più di dieci ciechi a studiare
in tutta la Francia. L'unica via d'uscita, mi hanno chiesto i miei insegnanti, era chiedere che ogni
singolo caso venisse giudicato, caso.
 Nel gennaio 1943, il direttore dell’Alta Formazione, informato della mia situazione dai miei vecchi
insegnanti, mi concesse un esenzione preso atto di quanto asserito dai miei ex docenti e dei risultati
scolastici conseguiti fino a quel momento.
Divenni un eccezione. 
Un’eccezione che poteva partecipare al concorso per l’accesso alla Normale Supérieure in
condizioni di parità con i miei compagni di classe vedenti.
Pertanto il 30 maggio, mi sono presentato alla prima prova del concorso, con solo la stessa
angoscia degli altri candidati, di per sé considerevole, a cui si aggiungeva il tormento di dover
sospendere le mie attività di membro del Comitato Esecutivo del Movimento della resistenza.
Le mie possibilità di essere ammesso alla scuola erano tra le migliori; era giunto terzo su
quarantacinque agli esami del secondo anno della Scuola Superiore; avevo completato il
programma di storia e di filosofia.
Tutto mi faceva sperare per il meglio, ma proprio mentre stavo varcando la porta per accedere
all’aula dove si teneva la prova, un docente mi ha consegnato una lettera.
Non era una lettera, era la lettera, quella che avrebbe congelato il tempo e ucciso le mie speranze,
scritta di pugno dal Ministro Abel Bonnard che in stile molto informale mi informava che “ non di
poteva confermare l’esenzione concessa dall’Amministrazione dell'Istruzione Superiore il 31
gennaio. Pertanto il Ministro non l’autorizza a partecipare all’esame in Letteratura presso la
Normale Supérieure.
Il mio cuore è stato travolto dalle cataratte del dolore e della rabbia e nelle ore successive la
situazione è peggiorata.
In quel momento mi sono reso conto che non era un semplice esame, non c’era in gioco la mia
carriera di studi, ma il mio futuro come cittadino utile al mio paese, mi stavano ricordando che ero
cieco e mi invitavano a impagliare le sedie, a suonare l’armonium e a chiedere l’elemosina,
occludendo qualunque sbocco sociale.
Ero convinto che tale ordine era arbitrario e ingiusto e per ottenere ragione avredi dovuto
appellarmi al Consiglio di Stato, ma come riuscirci nel giugno 1943?
Vi starete chiedendo cosa avrebbe potuto imperdirmi di farlo.
In teoria nulla, se si tiene conto che non avevo precedenti penali, non ero schedato, nessuno sapeva
che ero un membro di uno dei sei movimenti più importanti della Resistenza, per cui non c’erano
motivi validi per cui non avrei potuto presentare un ricorso.
Ero sul punto di farlo, ma poi ho lasciato perdere, mi sono detto di non accendere i riflettori su di
me, per cui mi sono votato anima e corpo al movimento di resistenza e alla distribuzione del
giornale!
Nonostante cio la ferita è rimasta, per la prima volta nella mia vita ho dovuto accettare che venivo
rifiutato non per quello che ero, non per quello che sapevo e che dimostravo di sapere, ma
semplicemente perché appartenevo a una categoria umana.
Ieri la mia cecità mi aveva reso ammirato da molte persone, adesso proprio la cecità mi chiudeva le
porte della società per la quale stavo rischiando la vita ogni giorno.
Philippe e Georges hanno avuto la stessa reazione, ma mi hanno detto che non Non devo pensare un
altro a questo incidente,
che dopotutto era solo un piccolissimo episodio della guerra in cui eravamo impegnati. Alla fine di
la guerra significava vittoria e la gente rideva solo dei decreti di Vichy.
Ma prima di ridere, dovevamo ancora vincere la guerra, e questa non era solo una gara di armi,
né uno scontro di nazioni assetate di potere, ma lo spargersi del seme dell’intolleranza nei confronti
di tutti coloro che non rispondevano ai parametri sociali stabiliti a Roma, a berlino.
 Per avere il diritto di vivere bisognava dimostrare di essere ariani senza alcun difetto fisico, i malati
di mente e gli ammalati di anima ebbero subito il loro posto e furono spinti
in prima fila, ma guai a quelli con una gamba sola, ai gobbi, ai negri e agli ebrei! 
Nei laboratori biologici, le ultime invenzioni della scienza moderna, stavano preparando un modo
per porre fine alla loro vita piena di sofferenza con dei semplici e simpatici rimedi, pensati
nell’interesse degli interessati: camere a gas, sterilizzazione, eliminazione con delle messinscene.
Si stava sviluppando una società in cui sarebbero stati finalmente forniti i fattori morali e spirituali
Oggettivi e assoluti, in cui solo cio che era conveniente e adeguato veniva approvato, tutto il resto
rifiutato come prodotto di scarto di una civiltà morta.
A questo scopo erano stati istituiti degli allevamenti umani in tutta l'Europa nazista, dove uomini
ariani selezionati si accoppiavano, ad orari prestabiliti, con donne ariane selezionate per dare alla
luce una nuova razza, anzi la migliore razza.
Non ho partecipato al programma della DF ralativo al 14 luglio, ma ne ho verificato ogni minimo
dettaglio

Vi state chiedendo che fine ha fatto il mio amico jean?


Lo so non avendovi fatto cenno vi sarete convinti che non faceva più parte della DF, purtroppo
questo accade nei racconti, dove si annota e ricordano sempre le cose importanit, quelle che
lasciano il segno, mentre si tralascia la monotona quotidianità.
Ad esempioti sarai chiesto se a quelle feste metà decenti e metà indecenti come la vita stessa, dove
Georges mi portava e Jean partecipava? Bene ti confesso no, non era invitato, ma ascoltava i miei
resoconti del ballo, del profumo della giovinezza che sprigionavano, del loro modo provocante con
cuisi davano al termine del ballo.
Non l’ho detto, ma in verità non l’ho mai confessato neanche al Comitato Esecutivo di DF, a cui
Jean non apparteneva, che ogni mia decisione e parola era frutto di un confronto con Jean, anche se
non direttamente e fisicamente.
Jean era il mio primo amico, il migliore amico per cui non avevo bisogno d’interrogarlo per
conoscere il suo pensiero e il suo punto di vista, per sapere se approvasse o meno la mia decisione.
Era lo specchio in cui mi trovavo quando mi perdevo, ero la parte migliore di me, sia che fosse
presente che assente;
jean non era un uomo di mondo, per lui il mondo era troppo complesso e brutto; per lui non
esistevano donne facili e nessun comitato esecutivo. 
Jean era un membro del DF, mi aveva chiesto di assegnarli un compito nel mezzo della struttura
gerarchia, per cui aveva coordinato le attività di diversi gruppi di studenti dei Collegi di Lettere,
Scienze e Giurisprudenza. Non era in grado di tentare tutto ciò che non era sicuro di fare.
Insieme siamo andati a lezione - anche lui era nell'Upper First. Più volte al giorno l'ho trovato
in piedi sulla soglia tra le due stanze del mio piccolo appartamento, non molto più loquace
di quanto non fosse, tranne forse quando accadeva qualcosa di importante; diventando sempre più
alto, piu robusto e con voce sempre piùdecisa, mi afferava la mano e non la lasciava con un misto di
paura e tenerezza.
La stessa che avevamo tutti noi.
 Di tanto in tanto Jean vedeva la morte aleggiare davanti a lui, ma, a differenza degli altri, mi ha
raccontato di queste sue visioni.
La sua tranquillità in momenti era incomprensibile per me, anche se il suo corpo dimostrava uno
sforzo di attenzione non indifferente.
Jean vedeva la sua morte ma non la mia, e questo tema continuava a ripetersi, forse perché si rese
conto che la storia era troppo vasta per lui e tropvesse po vorticosa.
Le ultime volte in cui ebbe la premonizione di morire furono forti e lasciarono il segno, ricordo che
disse . "Quando me ne sarò andato non devi più pensare a me. Sarebbe dannoso. Inoltre, sarò con te
anche più di prima. In te, anche se non so dire come. "
Quando sentiranno questo, molte persone penseranno che avrei dovuto costringere Jean a
allontanare questi mostri dal suo animo e a parlargli duramente per risvegliarlo a questi sogni
malvagi, ma io ero suo amico.
L'ultima volta che mi accenno a questi presentimenti è stato nel giugno del 1943, Jean mi disse che
ero fatto per vivere qualunque cosa mi fosse successa.
 Ho risposto a Jean che eravamo sull'orlo di un abisso, ma non potevo andare avanti, perché la realtà
delle cose che avevo appena detto stava crescendo troppo velocemente dentro
me. È vero che Jean a quei tempi era sempre più intelligente, ma era anche sempre meno
abile.
Fu a questo punto che fece un nobile tentativo di vivere. Ero felice, credendo che avesse trovato un
senso alla propria vita, quando mi disse che s’era fidanzato non con Aliette, che apparteneva al
passato, ma con una giovane operaia del nostro movimento.
Notevole che quell'anno non ho quasi mai detto: "Io stesso penso, voglio, credo". C'era
sempre qualcun altro lì a credere con me, a pensare al mio posto. Di solito era Jean, ma
a volte era François, Denis, Simone, Philippe, Catherine, Frédéric. E per loro era la
stessa cosa. Non c'era uno di loro che non lo riconoscesse, non solo con piacere, ma con
la sensazione che tutto il suo essere fosse in fase di crescita. Questa fraternità era la più grande virtù
di
la resistenza. Ma la fraternità è un modo povero di esprimerla. È stata davvero una condivisione del
cuore.
Eravamo una ventina, che vivevamo intrecciati con i nostri cuori aperti gli uni agli altri, uno
proteggere l'uomo successivo, l'uomo successivo proteggerlo, in un traffico di speranze comuni così
vicine e
così continuo che alla fine ha fatto un'apertura nelle nostre pelli e ci ha fuso tutti in un unico
persona. Una cosa del genere non può più sorprenderti o scioccarti. Nella notte prima del 14 luglio,
quando
Hélène, la moglie di Philippe, ha dato alla luce un figlio, il bambino era per tutti noi, anche nostro
figlio, nato in un
luogo sacro.
Per conoscere François, Georges o Denis, non avevo bisogno di continuare a ripetermi, come
persone
comunemente: "Ma dove sono adesso?" Oppure, "Cosa penserebbero in questo caso?" Ho portato
loro con me, completi in ogni parte, anche quando leggevo un libro o sostenevo gli esami
per la Normale. Ed era sempre più facile, perché stavano diventando sempre più leggeri.
A parte Philippe, che aveva una famiglia - che carico e con che orgoglio lo portava - io l'avevo
non un solo amico che avesse qualcosa da perdere. Avevano rinunciato letteralmente a tutto tranne
vita. Di conseguenza non c'era traccia di frivolezza in loro, nessuno di quei piccoli margini che
di solito rendono le persone così insipide.
Georges non era diventato un santo. Correva ancora freneticamente dietro le gonne, la piccola
bestia.
Ma era diventato affilato come un coltello. Il suo corpo era come una lama perché era così
magro. La sua voce,
naturalmente nasale, tagliò fuori le frasi, si vedevano le sue tracce. Non si allontanava mai
oziosamente
da un posto all'altro. Ha seguito la sua rotta fino al bersaglio e ha passato ogni
ostacolo lungo il percorso.
Non si era trovato di recente di fronte a una pattuglia tedesca dopo il coprifuoco senza motivo?
su? Era un facile bersaglio per l'arresto. Inoltre, quella notte era armato con un autentico 7.65, “a
grande rischio di grasso ”come lo ha descritto. Ma come un coltello aveva fatto il suo lavoro! Aveva
passato il
pattuglia senza guardare a destra oa sinistra o dietro di lui, senza rallentare o affrettarsi,
senza allungare la mano verso la sua pistola, senza pensare a quello che stava facendo - giurò su
questo dopo
giorno ... ei tedeschi, disorientati, lo avevano lasciato passare. Georges ha detto in conclusione: “Se
solo
fai di tutto, sei intoccabile. Questo è vero quanto l'esistenza del buon Dio ".
Quanto a Denis, era difficile ricordare quel luglio che era mai stato timido. Era nel suo
ora di comando, e tra i cinquecento lavoratori della Distribuzione Aperta, cinquanta
erano dei veri duri: non c'era nessuno che si opponeva ai suoi ordini o al suo diritto di darli. Penso
Fu l'unico a sapere che Denis non era così forte come pensavano gli altri, almeno non forte
quel modo.
Denis ha fatto brevi visite a casa mia, solo per rilassarsi, ha detto. E poi il ragazzo ingenuo che c'è
in lui
riapparso. Era pieno di superstizioni. Credeva ancora che tutti gli uomini fossero buoni nonostante il
prova. Tremava e qualche volta piangeva anche in silenzio.
François? Era quello che era cambiato di meno. È nato fiamma e fiamma lui
è rimasta. Solo che bruciava più intensamente di prima, ecco tutto. A differenza di Jean, amava il
realtà della vita e aveva una tolleranza onnicomprensiva per loro. Lui, che non si era mai toccato
qualcosa di più del polso di una ragazza, era completamente comprensivo dei ragazzi della festa, i
dissipati
quelle, le prostitute e persino i magnaccia, ha insistito su questo. Parola d'onore, l'aria era diversa
dove erano i miei amici. Là potresti sentire l'odore
gioia. Come posso dire di più? Anche quando erano tristi e parlavano della propria morte, dell'odore
del loro discorso è stato buono e ti ha dato un passaggio.
Comunque sia condotta, la guerra è un affare sporco. Ma oh, se solo in tempo di pace gli uomini
potessero trovare a
modo di essere più simile agli amici che mi sono fatto in tempo di guerra.
Cap. 13 TRADUZIONE E ARRESTO

Philippe e Georges erano stati a casa mia per parlare


Il 19 lulgio 1943, non fu una notte come le altre! Ricordo che
riguardo alle misure da adottare per aumentare la circolazione del giornale, come fare in modo che
l'impresa del 14 luglio fosse la prima di una lunga serie.
I rischi che il mio lavoro al Boulevard Port-Royal ha portato alla mia famiglia, per non parlare
a me stesso erano allarmanti; per questo motivo ho deciso di andare ad abitare, sempre a Parigi, in
un piccolo appartamento del movimento .
prima di uscire Georges prese con sé i venti lacrimogeni che avevo tenuti nascosti
negli ultimi cinque giorni e alcune carte d'identità contraffatte da consegnare a
Frédéric, in partenza alle sette dell’indomani per Besançon.
Quella notte è stata una delle più felici della mia vita. Una tempesta stava rimbombando su Parigi e
su di me non sono riuscito a prendere sonno fino alle quattro. Ma il sonno che ho perso non è stato a
causa della tempesta, ma a causa dell'amicizia di Philippe e Georges. Lo sapevo intimamente da
mesi, ma non avrei mai immaginato che potesse arrivare a quel punto.
 L'amicizia era la salvezza e l’unca cosa certa e resistente in un mondo fragile.
Dalle profondità del mio sonno felice, verso le cinque del mattino, udii la voce di mio padre:
"Jacques, la polizia tedesca ti sta chiamando." Arresto! Eccolo qui.
"Solo un minuto, per favore," mentre saltavo giù dal letto e mi vestivo con mani tremanti.
In tutto il mondo negli ultimi vent'anni ci sono stati tanti uomini e donne
arrestate da così tanti agenti di polizia per così tante ragioni, e così pochi di loro sono sopravvissuti,
che io sento che non dovrei fare molto della mia esperienza personale. Quindi lasciatemi fornire
solo i fatti chiari.
La voce di mio padre suonava più o meno come una volta quando parlava con suo figlio piccolo.
Avrebbe voluto proteggermi, ma ovviamente non poteva fare nulla. Stranamente, era compito mio
proteggere lui, mia madre e mio fratello e impedire che li arrestassero.
Quella era la prima cosa da fare, ma come procedere?
C'erano sei tedeschi, due ufficiali e quattro soldati, e questi imbecilli erano armati.
Forse nessuno aveva detto loro che ero cieco. Non erano brutali. Mi hanno dato il tempo di arrivare
vestito, mi hanno lasciato prendere un pacchetto di sigarette e il mio accendino. Hanno perquisito le
mie due piccole camere con metodo, se così si può chiamare il buttare tutto all’aria e lo spargere
ogni cosa a terra, con la conseguenza che tutti i miei fogli Braille finirono sul pavimento.
Nessuno ebbe l’idea di sequestrarli, nessuno ebbe l’idea che li avrei potuti memorizzare, se non li
vedevano non ‘erano li, ma dovevano essere in qualche altro posto.
Si dovevano esserci e dovevano essere scritti da un cieco in nero per essere letti da loro.
L’unico posto in cui potevano guardare la mia testa era talmente in subbuglio che anche se avessero
potuto guardarci non ci avrebbero trovato nulla.
In quel momento mi sono chiesto chi mi aveva denunciato? 
Ma non aveva poca importanza, dovevo preoccuparmi che non arrestassero i miei familiari, ma non
ce ne fu bisogno perché l’ignorarono e in quel momento mi sono reso conto chi era il traditore.
 Certo, un piano, ma non c'era una sola idea al suo posto nella mia testa, nemmeno una lucida fibra
in tutto il mio corpo. Quando sei intrappolato in una trappola, ai tuoi occhi fai una figura
povera. Non piacendoti, ti feriresti volentieri.
Fortunatamente uno degli agenti che mi stava interrogando non sapeva come procedere. lui
aveva in mano un foglio con sopra dei nomi. Il suo francese era pessimo e ha ottenuto tutti i nomi
confusi.
Per guadagnare tempo cercavo di interpretare il ragazzino terrorizzato e mescolavo tutto. L'ufficiale
delle SS non era arrivato da nessuna parte ma non sembrava disturbarlo. Ha concluso prendendomi
per il braccio in modo paterno e conducendomi giù per le scale. Grazie a Dio, stavano prendendo
solo me. Me lo avevano lasciato dire arrivederci ai miei genitori.
Ora sul marciapiede in macchina che già si muoveva, mentre mi appoggiavo a quelli pesanti
corpi tedeschi inamovibili, era molto meno difficile. Le cose stavano diventando di nuovo
interessanti. Così dopotutto c'era un futuro. Se solo uno potesse arrivare più tardi, più tardi ancora.
L'auto si fermò in mezzo a un ampio cortile. E da quel momento in poi per ore e ore,
senza alcuna spiegazione, sono stato portato da un ufficio all'altro e da un piano all'altro da dieci
scontrosi ma tedeschi silenziosi, che mi trattavano come se fossi fragile. L'unica cosa che mi hanno
chiesto, ogni volta e se fossi davvero cieco. 
Io ho sempre risposto in modo meccanico: "Sì, sono Cieco ", e questo sembrava rendere le cose più
facili per loro.
Del resto quel giorno era spaventosamente vero. Ero cieco, veramente cieco, infatti a caisa
dell’angoscia per quello che stava per accadere, non ho visto quasi nulla. Per ore, la mia mente
brancolava nel buio, non vedevo niente. Come potevo spiegarglielo? Non ci avrebbero creduto!
Mi fecero accomodare in una stanza calda e mi fecero sedere su una panca comoda e morbida; mi
diedero un piatto per sfamarmi con una densa zupap di piselli che non desideravo.
Quindi un uomo si lancio su di me e fermo il suo pugno davanti ai miei occhi spenti imprecando e
urlando come un pazzo, chiedendo che parlassi; quindi mi fece alzare e mi trascino in una stanza
dove risuonava il ticchettio di una macchina da scrivere.
Inizio l’interrogatorio, la prima parte era una sorta di questionario anamnestico a livello sociale e
razziale, infatti chiesero la mia identità, se alcuni antenati erano ebrei.
Esultarono quando dissi di no.
A un certo punto chiesi perché ero stato arrestato.
 Tutti risero, dall'inserviente alla dattilografa, feci bene a porre quella domanda, perché l’uomo che
parlava francese ha iniziato a fare i nomi di copertura di Frédéric, Denis, Catherine, Simone, Gérard
e di altri dieci compagni.
Voleva sapere se sapevo perché erano stati tutti arrestati. Ha finito con queste parole,
“Dove sono Georges e Philippe? Sono gli unici che stiamo ancora cercando. "
Mi sembrava di respirare gas. I miei centri nervosi hanno smesso di funzionare e poi all’improvviso
i miei centri nervosi si sono accesi.
Mentre la mia mente si liberava dalla nebbia della paura e dell’angoscia e iniziava a rimettere tutto
in ordine.
In quel momento ho visto l’uomo della Gestapo dietro la scrivania davanti a me e la segretaria, al
mio fianco, dietro la macchina da scrivere. Non avevo più paura.
Mi veniva voglia di ridere.
Adesso erano loro a brancolare nel buio!
Ho detto tre o quattro nomi a casaccio e ho chiesto se li avessero arrestati, arrestato, se avessero
davvero catturato tutte le persone che erano a quella festa a sorpresa a Saint-Germain-en-Laye due
settimane prima. Non c'è mai stata una festa del genere, ma con mio grande stupore ho visto
che le mie domande li hanno confusi. Ma questo era solo un intervallo luminoso. Mi riportarono nel
salotto soffice dove non avevo mangiato la zuppa. Mi hanno lasciato lì per molto tempo. In
successione una decina di persone sono state lasciate entrare nella camera. Ogni volta che uno di
loro entrava, dicevo: "Chi sei?" ma nessuno di loro ha risposto. Secondo me eravamo osservati e
per questo nessuno rispondeva; in quel momento ho rimpianto i miei occhi, avrei dato qualunque
cosa per riaverli indietro;
Di notte - era notte perché avevo appena sentito suonare le nove - mi accompagnarono in bagno e li
mi lasciarono; c'era un lavabo, una sedia e uno specchio che poteva alzarsi fino al soffitto, l’ho
capito dai bulloni che ho tastato.
Vi sono rimasto sino all’indomani mattino alle nove.

La cosa più angosciante in tali circostanze è che si continua a pensare nonostante tutto. Si ha
l’impressione di trovarsi a bordo di un auto in corsa senza freni su per le colline, non ti da fqstisio,
puoi rimanerci a bordo o saltare in qualunque momento.
Spesso ho posto questa domanda a chi ancora ne dubita: “Hai mai passato una notte da solo prima
di essere interrogato dalla polizia politica? "
I tuoi pensieri scivolano tra le dita; rifletti nel vuoto. Nel frattempo il tuo corpo se ne va
da solo in un'altra direzione. Non è altro che un miserabile guscio con muscoli allentati. E
quando i muscoli si irrigidiscono non è meglio, perché allora tremano e poi si avvertono altri
sintomi: secchezza della gola, ronzio nelle orecchie, brontolio allo stomaco o contrazione dei
polmoni.
E non provate a dire a te stesso: "Sono un uomo di carattere, non può succedere a me!" esso
succede a tutti. E per quanto riguarda il personaggio, è un'altra cosa.
Ovviamente avevo appreso la verità sull'arresto di quattordici capi di DF, sapevo che Philippe
e Georges non erano stati arrestati, ero convinto che questi arresti di per sé significassero quindici
morti nei prossimi giorni o settimane. Non riuscivo a pensare alla mia morte tra loro
di. Era una delle poche cose che la macchina aveva scacciato quando mi era sfuggita
la discesa.
Ma che dire di Denis, Gérard e Catherine? Non era certo un caso che li avessero arrestati era un
tradimento di massa e così fantastico da non sembrare reale.
Ho detto una preghiera, due preghiere e sicuramente di più. Le parole scorrevano. Poi, per caso, ho
colpito il gomito duro sul muro. Ha fatto un po 'male, e poi mi ha fatto molto bene. Ho gridato ad
alta voce: "Sono vivo, sono vivo."
Un piccolo consiglio. In un posto come questo non andare troppo lontano per chiedere aiuto, o
riesci a trovarlo dentro di te, nel tuo cuore e nella tua mente o non lo troverai da nessuna parte.
 Non è una questione di carattere, è una questione di realtà. Se cerchi di essere forte, sarai
debole. Se cerchi di capire, diventerai pazzo.
No, la realtà non è il tuo personaggio che, da parte sua, è solo un sottoprodotto - non posso
definirlo, se non una raccolta di elementi. La realtà è qui e ora. È la vita che stai vivendo in questo
momento. Non aver paura di perdere la tua anima lì, perché Dio è dentro di te.
Fai tutti i gesti che ti piacciono. Lavati le mani se c'è un posto dove lavarle, distenditi a terra,
saltella sul posto, fai una smorfia, piangi se ritieni che ti possa aiutare, allo stesso modo ridi, canta
oppure maledici. Se sei uno studioso - c'è un espediente per ogni categoria - fai quello che ho fatto
quella notte; ricostruisci ad alta voce gli argomenti di Kant nei primi capitoli della sua Critica della
ragione pura, è un lavoro duro e coinvolgente, ma non ci crdere, e non credere nemmeno in te
stesso, tiene conto che  Solo Dio esiste.
Questa verità vale sempre e comunque e diventa un miracoloso rimedio curativo in un momento
del genere.
Inoltre, ti chiedo, su chi altro puoi contare? Non uomini, sicuramente. Quali uomini?  Le
SS? Sadici o pazzi, o al massimo nemici patriotticamente persuasi che è loro dovere sbarazzarsi
di voi. Se la pietà di Dio non esiste, non resta più niente.
Ma per provare questa pietà non serve un atto di fede. Non hai nemmeno bisogno di essere un
cristiano praticante, dal momento in cui inizi a cercare questa pietà, tu lo afferri perché vive nel
fatto che respiri e hai il sangue che pulsa nelle tempie. Se fai molta attenzione ti renderai conto che

la pietà divina cresce e ti avvolge. Non sei più la stessa persona credimi e puoi dire al Signore :
"Sia fatta la tua volontà". Questo si può dire e dirlo ti farà sentire meglio e ti fra bene.
C'è perdono per ogni miseria. E man mano che la miseria cresce, il perdono cresce con essa.
Avevo imparato molte cose vitali durante la notte del 20 luglio 1943.

E Jean ?
Perché non era stato arrestato?
Le SS non avevano menzionato il suo nome, ma se mi conoscevano, dovevano per forza consocere
Jean, era inevitabile, eppure forse non lo era.
E François? L'altro ieri François era partito per la Bretagna. Sicuramente era sfuggito, ma non ero
sicuro. Tra i quattordici nomi che avevano nominato in mia presenza c'erano
quelli di quattro capi dei nostri gruppi nel Nord. Devono aver fatto arresti a Lille, nelle province,
come avevano a Parigi. Allora perché non Elio?
Quando sei prigioniero non sai niente, non sei sicuro di niente. Questo è proprio quello che ti
suscita la prigionia, sei privato della fiducia, di ogni certezza e sei consegnato alla solitudine.
Allora ti rendi conto che sei nato in un mondo orribile in cui nulla tiene insieme, dove l'unica legge
rimasta è quella umana. E in quel momento ti rendi conto che l'uomo è il più grande di tutti i
pericoli dell'universo. Il giorno dopo verso le nove mi hanno portato il caffè, ma non mi hanno dato
il tempo di berlo, mi hanno trascinato lungo il corridoio fin dentro a un ufficio. C'era un maggiore
delle SS - tutti lo chiamavano così - e una segretaria.
Immediatamente il maggiore fece un lungo discorso in tedesco alla segretaria, Ovviamente era
Convinto che io non conoscevo la lingua tedesca, ma, per sua sfortuna non era cosi. 
Anche perché il giorno prima avevo affermato di non comprendere il tedesco, elemento che mi dava
un vntaggio sui miei carcerieri.
Questo mi permise di raccogliere i pensieri, mentre la segretaria traduceva in francese, e di trovare
le parole giuste da dire.
Il maggiore mi disse che ero condannato a morte per atti sovversivi contro le autorità
occupanti. Avevo sentito perfettamente, ma non ci credevo.
E ora la segretaria lo ripeteva in francese. Le credevo ancora meno di quanto credessi a lui.
Avevo perso la testa durante la notte? Mi avevano fatto bere una droga che spazza via
l'immaginazione?
“Ti dicono che ti spareranno. Credigli! Ti stanno, anche, dicendo perché. " 
Avevano le prove che negli ultimi sei mesi io ero stato uno dei responsabili della distribuzione del
DF in tutto il paese. 
Ma per quanto quello che affermassero era vero, io non riuscivo a credere alla minaccia.
Per cui ho detto alla segretaria, con una voce calma e sicura, che mi ha stupito, “ non è vero che mi
avete condannato a morte”.
Il maggiore deve essersi aspettato ogni reazione tranne questa perché, invece di gridare o
ridendo, rimase in silenzio costernato e pensoco. Dopo alcuni minuti che sembrarono un eternità
ordino alla segretaria di prendere tutto il materiale raccolto contro di me e di leggermelo dall’inizio
alla fine, per farmi rendere conto delle accuse contro di me.
In questo modo è nato l’impossibile, ancora oggi non riesco a spiegare quale evento miracoloso sia
intervenuto.
Qualcuno di voi dirà la stupidità del Maggiore delle SS?
Ne siete sicuri?
Io, invece, mi sono convinto, con il trascorrere degli anni, che il cielo stava, lentamente, prendendo
le redini della mia sorte. 
La Gestapo si stava arrendendo dinanzi a me.
Per cinque ore la segretaria lesse ad alta voce, esitando sulle parole, ma mai sull'arresto, le
cinquanta pagine, ovviamente scritte in francese e mirabilmente redatte. 
UN documento di denuncia impeccabile.
Dal primo maggio in poi, le mie attività nella Resistenza erano state registrate giorno per giorno, in
poi occasione ora dopo ora, anche con le mie stesse parole - almeno ogni atto e ogni decisione
connessa con la distribuzione di DF.  Per quanto strano possa sembrare, la mia appartenenza
all'Esecutivo Comitato non è nemmeno menzionato.
Ero stato tradito in modo così meticoloso, e questo mi è stato rivelato così velocemente, dettaglio
dopo dettaglio, che non avevo nemmeno il tempo di arrabbiarmi, né di capire o soffrire. L'unica
cosa che mi sono preoccupato di fare è stato quello di fissare nella mia memoria tutto ciò che
sapevano.
Ma il mio non era l'unico record nel dossier. Purtroppo Georges, Frédéric, Denis,
C'erano anche Gérard, Catherine, François, Elio e altri venti…. Non sapevo più contare
loro. E Jean il cui nome continuava a venire fuori, Jean i cui rapporti con me erano descritti in
maniera esatta più di quanto non avessi mai sentito nessuno descriverli. Nonostante tutto nessun
accenno al Comitato Esecutivo. Il nome di Philippe è stato menzionato due volte, con una
descrizione molto corrispondente. Niente di più. Non avevo tempo per soffrire, io
stavo cercando il traditore, l'autore del dossier. Ho dovuto trovarlo. Ho concentrato la mia
attenzione quasi al punto di scoppiare. Tuttavia la lettura volgeva al termine. Le prove in loro
possesso non ci davano requie, nonostante cio man mano che leggevano mi rendevo conto che stavo
vincendo la mia partita. 
 Nel far cadere il documento sulle tracce che avevano tracciato
me maestro del gioco, almeno un gioco. E potevano contare su di me per suonarlo. Per cinque ore
il mio cervello aveva fabbricato bugie, venti al minuto.
Poi fu il turno dell'ufficiale di parlare. Dove ha preso la pazienza l'uomo? 
Ha chiesto, in tedesco, se volevo aggiungere qualcosa.  In tedesco ho risposto di sì. La cosa strana
era che avevo pensato a tutto il resto. Non avevo deciso consapevolmente di rivelare la mia
conoscenza della loro lingua, ma questo era ancora niente. Eccomi nella loro lingua a dire le cose
pericolose che mi facevano paura appena le avevo pronunciate.
Ho spiegato che ero stordito. Dato che sapevo che sapevano tutto, non potevo più mentire
e stava per dire tutta la verità. Non c'era niente che il loro informatore non avesse visto. Ma diversi
volte, gli ho fatto notare, aveva sbagliato nella sua interpretazione dei fatti. Mi limiterò
a correggere i suoi errori. Quanto alla prova che stavo dicendo la verità, l'avevano. Conoscevo il
tedesco. Anche quello non potevo più nascondere.
Erano parole codarde quelle che ho detto, mentre le pronunciavo ho dato l’impressione che
vacillavo, le mie mani mi tremavano, ma il mio cuore era pieno di coraggio. 
Io avevo deciso sul mio onore, sulla mia vita di ingannarli. Avevo lo svantaggio della mia cecità
che non mi avrebbe permesso di poter fuggire agevolmente e certamente in caso di tentativo sarei
stato ucciso.  Ma in compenso potevo utilizzare la mia intelligenza, ed era quella che dovevo
utilizzare al massimo. Che voi ci crediate o no, adesso ero io a interrogare il maggiore. La mia voce
chiese: "Perché non mi dite chi ci ha tradito? " Il maggiore si alzò, furiosamente arrabbiato. Ma
anch'io mi alzai, gridando: «Sì è Elio, no? So che è lui. "
Il maggiore si sedette di nuovo.
Io non ero più interessato alla sua risposta; avevo la risposta : Elio ne ero sicuro.
Durante le cinque ore di ascolto avevo ripercerso gli ultimi mesi attimo per attimo, avevo soppesato
ogni parola e ogni accusa e, all’improvviso, una lampadina s’era accesa e avevo ricordato
l’offuscamento mentale che avevo provato il 01 maggio ovvero quando Elio s’era presentato senza
appuntamento a casa mia.
Il 01 maggio era la data da cui iniziava il rapporto della Gestapo contro di me e tutto cio che era
riportato era esattamente cio che Elio aveva visto e sentito, ecco spiegato il silenzio sulla mia
appartenenza al Comitato.
Non gli era giovato inserire il suo nome del rapporto allo scopo di non destare sospetti
Come mi ero perso questo la prima volta? Quando girava intorno a Elio il record includeva anche
annotazioni delle sue spese.
Il maggiore stava sorridendo. Sembrava pensare che l'ultimo episodio fosse una pura farsa. Il fatto
che io riuscissi a indovinare chi fosse il traditore e la vista del mio viso spaventato gli compensò
diverse ore di noia.
Mi strinse il collo nel suo grande pugno e mi condusse lentamente giù per cinque rampe nel
cortile. Mi ha fatto sedere accanto a un altro tedesco sul sedile anteriore di una macchina. Era tutto
finito per quel giorno. Un'ora dopo ero nei sobborghi a sud di Parigi, all'ufficio di ammissione della
prigione di Fresnes.
Il resto della storia non è certo degno di essere raccontato. Si muove troppo lentamente ed è troppo
banale.
Dal 22 luglio all'8 settembre sono stato portato trentotto volte da Fresnes presso la sede della
Gestapo in Rue des Saussaies; di solito venivano a prelevarmi verso le sette del mattino e mi
riportavano in celle verso le sette di sera. Tutto il tempo lo trascorrevo a essere interrogato o ad
attendere di esserlo da cinque SS che lavoravano a staffette, per non dover sospendere
l’interrogatorio.
Un giorno uno dei cinque s’è messo in testa di picchiarmi, con tutte le sue forze mi ha lanciato
contro una delle pareti della stanza, mi raccolse e mi gettò di nuovo. Ho perso la pazienza e
gridò: “Sei un codardo. Anche se volessi non potrei difendermi. " 
il bruto ha riso, ma non mi ha piu toccato.
Non chiedetevi se si trattava di rispetto ?
Non credo, sicuramente non si trattava né d’intelligenza né di coraggio? 
Ho compreso che si trattava di qualcosa di più indispensabile, di più al centro delle cose, era un dato
di fatto, quando sono riuscito a dimenticare la loro presenza, quando ho dimenticato tutto tranne
quello che ho trovato nel profondo del mio essere, nel santuario più intimo del mio mondo interiore,
nel luogo che, grazie alla cecità, avevo appreso a frequentare, e dove non c'è assolutamente
nient'altro che pura luce, quando questo è successo le SS non ha aspettato le mie risposte; hanno
cambiato argomento. 
Poi, naturalmente, non sapevano cosa stavano facendo e io meno di loro.  No, non rispettavano il
coraggio. Il coraggio è un attributo umano, e quindi per gente codarda e vigliacca è un elemento
invidiato e pertanto deve essere spezzato.
Una mattina di fine luglio, mentre stavano per portarmi da Fresnes a Rue des
Saussaies, come al solito mi avevano rinchiuso in uno degli scompartimenti del furgone cellulare
della prigione, stranamente, il furgone non si è avviato. 
Sembravano aspettare qualcuno. Finalmente la porta del mio scompartimento
si riaprì e un il corpo di uomo gettato come un sqcco cadde contro il mio. 
Lo spazio non poteva contenere due uomini, per cui dovemmo abbracciarci e i quel momento il
sacco di vita che m’era stato gettato addosso mormoro "Santa Vergine, Madre di Dio non puoi
essere tu, piccolo." L'uomo che strofinava la sua barba spinosa contro il mio viso e chi non smetteva
mai di pregare era Robert. Quell’uomo che pensavamo fosse già morto e a cui dovevamo l’incontro
con Philippe e Défense de la Francia. Abbiamo avuto un'ora di viaggio per Parigi, per raccontarci
tutto. Era stato torturato torturato, sistematicamente, dalla Gestapo. Una delle sue orecchie era
lacerata. La sua voce fischiò tra i pochi denti che gli erano rimasti. Il sudore gli colava dalle braccia
e dalle mani, come se fosse appena arrivato fuori dall'acqua.
Mi ha confessato che se non fosse stato per la sua costante concentrazione su Cristo, si sarebbe fatto
uccidere volentieri.
Nonostante tutte le sevizie operate dai Boch non aveva rivelato un solo nome, lo hanno posto
dinanzi un plotone di esecuzione, hanno caricato le armi, disposto il plotone, tolte le sicure e atteso;
nonostante tutto non ha detto una parola.
 “Si potrebbe parlare senza nemmeno saperlo. Questa è la cosa peggiore " ha detto. 
Anche Robert aveva fede, aveva mille volte più di me.
Allora dimmi, perché non era protetto?

Dopo sei mesi il PERIODO D’ INDAGINE era FINITO, uno spazio lungo quattro piedi e tre larghi piedi, con
mura come una fortezza medievale, porta spessa tre dita con uno spioncino
che i carcerieri sorvegliavano giorno e notte e una finestra sigillata.
Tuttavia, nell'estate del 1943 non dovresti pensare a Fresnes nient'altro che a una prigione. Era un
chiesa sotterranea. C'erano settemila prigionieri lì e quasi tutti dei Movimenti di resistenza. Non
c'erano uomini colpevoli e non c’era alcun motivo di avere rimorso per le colpe che avevano.
Sulle pareti delle celle erano state incise nell'intonaco delle iscrizioni con la punta di un chiodo:
17 marzo 1937, tre del mattino, l'ultima ora di Dede the Black. Pregate per la sua anima.
O questo: perdonami, Dio, perdonami, madre , con una croce dopo. 
In queste stanze c’erano stati uomini senza speranza, ma è stato molto tempo fa, in un altro
mondo. Il sangue pulsava dentro i nostri cuori, chiamatelo coraggio o libertà. Cantava con una voce
più forte della paura.
Quando venne la notte, non fu la paura a battere contro il muro delle nostre celle con quei piccoli
precisi colpi, per trasmettere messaggi da un prigioniero all'altro. Non è stata neanche la paura a
farci aprire il vetro della finestra e gridare la parola d'ordine attraverso l'apertura da un livello
dall’altro.
 Niente poteva fermarci, né la minaccia della prigione, né la minaccia dei colpi ricevuti lì. A
Alla fine di poche ore avevo imparato che non era così difficile essere coraggiosi quando tanti
uomini coraggiosi erano così vicini a te e che tutto ciò di cui avevi bisogno era un altro piccolo
balzo del cuore e la svolta dell’ immaginazione nella giusta direzione.
Riconosci te stesso come uno dei settemila uomini che si sforzano di sostenere la speranza e che
lottano per la libertà e la vita e per riuscirci devi crearti una seconda anima e un secondo corpo: il
tuo deve solo abitarci.
Lo avevamo già sentito alla Gestapo. Nelle ultime settimane degli interrogatori lo furono
sommerso dal flusso di prigionieri, e ci aveva gettato alla rinfusa nei furgoni della prigione, su e giù
scale e nelle sale d'attesa. Trovando Gérard ancora una volta così, e Frédéric, Denis,
Catherine, Simone e altri venti, entrando in contatto con le loro voci e le loro mani, e
sentendo il mio nome sulle loro labbra, avevo guadagnato molto più che conforto. Avevo
guadagnato un esaltazione che né i tedeschi né io stesso potevamo tenere a freno. Difficilmente
soffri quando non stai soffrendo da solo. Stavo cominciando a scoprirlo.
Non ci avevano condannato in via definitiva. Avevano chiuso il fascicolo del caso DF, si potrebbe
quasi dire per esaurimento. È vero che molte persone venivano ancora giustiziate, ma nessuno
è mai stato condannato. Non c'era tempo per questo. Ero proprio come i miei settemila compagni
dietro le mura. Non sapevo dove sarei stato, né per quanto tempo.
Nel frattempo ero vivo. Anche quello era difficile, perché questo tipo di vita non era affatto
come quella che chiamavi vita quando sei libero. Adesso non avevi una tua individualità, provavi la
stessa sensazione di quando nuoti con i vestiti, puoi muoverti, ma sei appesantito e quei vestiti sono
i tuoi carcerieri che ti appesantiscono , hanno il diritto sulla tua vita e sulla tua morte, sulla tua
libertà e sulla tua detenzione, sul tuo sonno e sulla tua veglia, sulla tua condizione di stare seduto o
alzato, sullo stare vestito o nudo, possono infastidirti o lasciarti in pace.
L'unica cosa da fare è pensarci il meno possibile; pensare ai tuoi compagni che stanno sopportando
la stessa cosa ti aiuta e ti sostiene. La prima cosa che dovevo ricordare, giornalmente, che non ero
più un giovane intellettuale cieco, ma il prigioniero della cella numero 49, nella seconda
divisione. Ero in isolamento e sulla porta fuori c'era un'iscrizione comica:
"Attento! Prigioniero pericoloso. " 
Capite Io ero considerato pericoloso!
Io un cieco ero pericoloso per un esercito armato!
La cosa più difficile è stata non ricordare che ero in prigione, ma ricordare ilmotivo della mia
detenzione, venti volte al giorno sono stato costretto a ripetermelo .
 Tutto stava accadendo come se le mie azioni degli ultimi due anni - non solo i miei atti, ma anche i
miei pensieri e i miei sogni – s’ erano trasformati in pietra e lentamente stavano seppellendomi
vivo.
Il mio destino non era più scritto nel futuro o nelle stelle, ma sui muri, sulle porte scheggiate, dalle
urla dei compagni, dal tintinnio delle chiavi, dal mazzuolo che metodicamente controlla le grate, dal
profumo della polvere da sparo e dall’odore dell’acciaio brunito delle canne dei fucili.
Non ero più padrone del mio destino, ma il mio destino era un oggetto nelle mani degli altri, io lo
potevo solo vedere, toccare, ricordare, ma non cambiare.
La condizione d’isolamento era quella che mi faceva star male dal momento che mi rendeva
flaccido perché non potevo attingere alla forza vitale dei miei compagni.
Vi chiederete come sono rimasto me stesso, lontano dalle voci degli altri, dalla carne e dal sangue
di loro simili? 
L'uomo è una cosa meravigliosa. Per riuscire a trovare la pace nella mia solitudine dovevo chiudere
gli occhi.
Starete sorridendo, lo so come fa un cieco a chiudere gli occhi? Vi starete chiedendo
 Purtroppo non è così, io vedevo.
Vedevo i muri tutto intorno a me e desideravo uscire, sognavo di riuscire a fare un buco e ritornare
a vedere la luce, ma ero consapevole che non potevo.
Cosa fare? Come reagire?
Si reagire per non impazzire, dal momento che i muri ti schiacciano sia fisicamente che
mentalmente, ti soffocano e ti opprimono la mente.
Per riuscire a resistere devi scendere dentro te stesso e giungere nel luogo dove il tempo e lo spazio
si annullano, dove la prigione scompare e svanisce nel nulla, tutta la tua vita diventa un miraggio,
un sogno. In poche parole devi trovare il luogo dove la prigione ti perde e tu la contieni.
Finalmente, una mattina, due carcerieri vennero a prendermi. Mi hanno fatto salire quattro rampe di
scale.
Mi hanno spinto in un'altra cella. Lì ho trovato altri tre uomini. La voglia di piangere mi riempì
bocca e mi diede un senso di amaro in bocca che rimase per ore, ma non era legato alla gioia
d’incontrare altre persone, ma perché i tre uomini mi hanno ignorato.
Il primo era un venditore di mobili di Tolone, il secondo era un ispettore stradale proveniente dalla
Normandia. Il terzo rimase in silenzio e non pronuncio una parola, rimase sdraiato sul giaciglio,
come un fagotto di vestiti sporchi.
Io invece avevo sentito il bisogno irresistibile di comunicare e m’ero presentato e avevo raccontato
il motivo della mia detenzione, ritenevo che fosse necessario dal momento che da quel momento
avremmo dovuto condividere la nostra vita.
Ma devo aver sbagliato qualcosa, forse sono stato troppo invasivo, forse avevano paura, fatto sta
che mi hanno ignorato. A un certo punto l’ispettore stradale, un uomo di trent'anni,
un tipo prepotente, mi disse ad alta voce che se ero stato un elemento della Resistenza avrei dovuto
sapere che non dovevo parlare e stare in silenzio.
Gli avrei voluto rispondere che stava dicendo una sciocchezza, dal momento che non ero
intenzionato a rivelargli alcun segreto e tantomeno a chiedergli la sua storia, ma soltanto che
ritenevo giusto presentarmi, ma poi lasciai perdere.
Il venditore di mobili era un vecchietto che rideva facilemente era più predisposto a colloquiare,a
cnhe se aspettava il permesso dello sguardo dell’ispettore.
La mia entrata in scena nella cella aveva rotto l’equilibrio che s’era instaurato tra i tre prigionieri
nei due mesi precedenti. Inoltre, secondo me, il mio modo libero e disinvolto oltre alla mia calda
giovinezza traboccante di vita e di gioia li infastidiva, non riuscivano a comprendere la mia voglia
di vivere, non riuscivano a capire come potevo volercontinuare a sperare in una situazione del
genere.
Per giorni mi sono sentito afflitto e mi domandavo cosa potrei chiedere loro? Sicuramente ci sono
degli argomenti che potrei affrontare, ma quali? mi chiedevo.
provenzale e il normanno tenevano delle lunghe discussioni private con un minguaggio
incomprensibile, con allusioni a eventi e persone di cui solo loro conoscevano o almeno utilizzando
un codice comune erano note solo a loro due, sembravano due sposi che parlano per allusioni e
riferimenti.
Ho impiegato molto tempo per capire, mi sembrava davvero incredibile.
 Questi due uomini mi odiavano per tre motivi: avevo diciannove anni, ero uno studente
universitario ed ero cieco. L'ispettore stradale ha concluso dicendomi con tono di voce aggressivo e
confuso: “La resistenza non è un posto per un cieco. " 
“ la resistenza- gli ho ridposto- è un posto per uomini onesti, come lei, come me,
indipendentemente che si sia ciechi o no, vecchi o giovani. Ma non ho voglia di affrontare
quest’argomento” conclusi con tono scocciato.
Il terzo prigionierio era grasso e flacciodo e stava tutto il giorno sdraiato sul materasso, lo
abbandonava solo per mezz’ora e poi si rimetteva sdraiato con le braccia tese e silenziose, ogni
tanto si sentiva un piccolo fischio che usciva dalle sue labbra e sembrava trasmettere ironia.
Alla fine, del secondo giorno, mi ha fatto alcune domande semplici e affettuose e mi ha dato un
consiglio : “Non prestare attenzione a quei due ragazzi. Non contano ”- con una voce tagliente e
brillante in presenza degli altri due che non lo hanno nemmeno preso in considerazione.
Quindi noi quattro dovevamo vivere lì in uno spazio di dodici metri quadrati, senza calore, senza
cordialità, quasi senza parlare, in piena vista del secchio per i bisogni collocato nell’angolo. 
Le mie orecchie erano premute contro i brontolii interni di questi strani corpi, così vicini
loro che a volte non sapevo se esistessi come essere separato. Così vicino eppure così lontano. Mi
aspettavo tutto tranne questo tipo di miseria.
Non mi accontenterei di questa sconfitta. Questi erano uomini, né più né meno di me e sembrano
persino particolarmente dispettosi. Forse erano solo infelici. Mi hanno forato le orecchie con il
suono dei loro guai, ma se avessi cercato di aiutarli, questo mi avrebbe fatto dimenticare la mia
infelicità - mi hanno mandato a fare i bagagli. Dio, come può essere goffo l'uomo!
È stata una prova per me vedere quei due così vicini. Letteralmente non riuscivo a pensare ad altro.
Quando, per caso, hanno parlato delle loro mogli con frasi brevi mal trasformate, lo hanno fatto
in modo tale che mi sentivo come se fossi io e non loro ad accarezzarle o a dormire con loro.
Stranamente, per liberarmi dal fango, ho dovuto pensare al terzo, il grande pigro sul suo
materasso. Non ha preso niente da me; era più come se mi stesse dando qualcosa. In breve, i
due che parlavano io non li capivo, mentre quello che non diceva niente lo capivo molto bene.
Due settimane dopo, passando da un'ipotesi a una certezza, ho capito che il Norman e il provenzale
erano patrioti piccolo borghesi e l'altro era un rifiuto secondo la loro definizione ovvero metà
vagabondo, metà rapinatore, un grande uomo e amante, con una bocca sporca
e assolutamente poco raccomandabile.
In quel momento ho compreso che dovevo rivedere le mie idee sulla società e sugli uomini.
Lentamente mi sono abituato, ho iniziato a comprendere i discorsi, ho imparato a non fare domande,
a fine settembre m’ero completamente ambientato, ho imparato anch’io a lamentarmi e a piangere
più forte degli altri per la propria sorte. Lentamente questi atteggiamenti mi hanno permesso di
diventare un membro di famiglia.
Tale atteggiamento mi ha reso un otre vuoto, ma trasparente, senza dubbio per la mia età. È andato
tutto bene, e l'ho visto chiaramente, troppo chiaramente.
Da un punto così vicino puoi immaginare quanto sia stato facile ricorrere alla mia visione interiore,
dipendere dal suono delle voci, eppure non è stato cosi semplice ho dovuto impiegare ore e,
lentamente, è divenuta la mia unica occupazione.
A proposito, quando sei in prigione, devi pensare a tutto tranne che al mondo esterno, sia perché te
lo vietano i muri materialmente, ma anche perché te lo vieta lo spirito.
E’ terribile pensare che altre persone continuino a vivere mentre tu non sei vivo socialmente, in quel
frangente ti rendi conto che il tempo ti fluisce tra le dita, come la sabbia quando sei in spiaggia, e
che non recupererai mai più il tempo perso. In quel momento ti rendi conto che quando uscirei se
mai uscirai sarai vecchio, diverso, completamente irriconoscibile.  L'idea è sciocca, soprattutto
quando non hai solo vissuto due mesi in prigione, ma è inevitabile e ti distrugge. 
Per questo bisogna porre un freno a quell’onda anomala che tenda d’insinuarsi nei meandri del tuo
cervello, devi riuscire a sbarrarle il passo.
In prigione, più che mai devi imparare a vivere dentro di te. Se c'è una persona non puoi farne a
meno, non è possibile - per esempio una ragazza da qualche parte fuori dalle mura - fai come me
facevi quand’eri liberi, guardala, immaginala più volte al giorni, ma non cercare di collocarla in un
determinaot luogo, non porti mai la domanda cosa sta facendo in quel frangente, non chiederti cosa
sta pensando, perché ti si pareranno le mura e ti ricorderanno che tu sei in prigione e lei è libera. 
E quella presa di coscienza ti farà male, molto male, per questo guardal dentro di te, ma estraila
dallo spazio.
 Concentra su di lei tutta la luce che hai dentro di te. Non aver paura di usarla. L'amore, il pensiero e
la vita trattengono così tanta di questa luce che non sai nemmeno cosa farne. In questo modo vedrai
tua madre, la tua dolce metà o i tuoi figli perfettamente. E per molto tempo
non ti accorgerai nemmeno di essere in prigione. Credimi, questo è ciò che può fare la vita interiore.

Capitolo 14 LA STRADA PER BUCHENWALD

ECCO I MIEI AMICI ? Tutti


a Fresnes come me. Non riuscivo a scrollarmi di dosso l'idea sciocca che
Avrei sofferto di meno se avessi saputo esattamente in quale cella era detenuti.
Mi chiedevo sono sopra di me o sotto? Li rivedrò di nuovo un giorno? Denis, Frédéric e Gérard
sono detenuti con altri personaggi i miei compagni di cella?
E se era cosi come riuscivano a tollerare quella situazione di silenzio e d’indifferenza loro che erano
delle teste calde? Saremmo tutti andati incontro verso lo stesso destino?
 La Gestapo a riguardo non aveva detto nulla. Oh, se solo potessimo stare insieme e vivere insieme
o al contrario morire! Separati è uno strazio!
Tutti in quel preciso momento, ero convinto che stavano pensando la stessa cosa.

Agli inizi di novembre sono stato chiamato per un'ispezione medica in una cella al piano
terra. Quando un triste grido di gioia mi ha salutato, ho balbettato: "Sei tu, François?" Che
cosa? François anche lì? François, che pensavo fosse uno dei pochi scampati al raid del 20 luglio,
perché quel giorno era in Bretagna e nessuno, mio Dio, nessuno poteva risalire alle sue tracce.
Ho ascoltato la sua storia. Era tornato a Parigi dalla Bretagna il 27 luglio, entrando alla Gare
Montparnasse, alla panchina c’era Elio ad attenderlo, una cosa strana per via delle regole ferre che
c’eravamo dati. Nonostante tutto Francois segui Elio in un piccolo bistrot lì vicino, dove lo ha
messo a conoscenza degli arresti della settimana prima.
Gli disse che il Comitato Essecutivo gli aveva dato l’incarico di salvare tutti coloro che era in
grado, quindi gli consegnò, sotto il tavolo, una pistola calibro 6,35, François non ebbe la forza di
rifiutarla e, quindi ha schioccato le dita, come per chiamare il cameriere, e invece si sono presentati
due uomini in borghese che afferrarono François gli portarono le braccia dietro la schiena e lo
ammanettaarono.  François era arrivato molto vicino alla morte, perché la Gestapo lo aveva
torturato, disse, a causa della pistola. Di certo lo avevano torturato. Aveva una spalla lussata. La sua
voce era nasale, nonostante tutto sprigionava una tale energia che sembrava un roveto ardente
umano!
La visita medica è avvenuta, apparentemente senza scopo.
Secondo Francois volevano inviarci in Germania in un campo di lavoro: "Ma a te ti
libereranno." Cocluse;
io non ci credevo e in verità non volevo essere discriminato per la seconda volta, non volevo che
venisse salvato dalla mia diversità e escluso dalla sofferenza. State attenti volevo la mia libertà
come chiunque, ma non la volevo per pietà e neanche per commiserazione.
 Era impensabile quello François o Jean dovrebbero continuare a soffrire e io, allo stesso tempo, alla
felicità.
Una sera dopo che la guardia era stata cambiata, un carceriere, un vecchio tarchiato e uno che
avevamo notato per la sua timidezza e gentilezza, senza dubbio un contadino dei Territoriali, entrò
nella nostra stanza, richiuse la porta dietro di sé. Tale atteggiamento ci preoccupo dal moemento
che era contrario al regolamento e mi ha consegnato un pezzo di carta firmato da Jean.
 Uno dei miei compagni di cella me l'ha letto: “Sono nella terza sezione. Non mi hanno fatto del
male. Ho grandi speranze per te. Ti amo più di me stesso.
Jean.” Ho dettato una parola di risposta che ha preso il carceriere. 
La mia domanda sul mio migliore amico aveva finalmente trovato la sua risposta.
Daquel momento la frase "Ho grandi speranze per te" è iniziata a risuonare nelle mie tempie, forse
anche lui credeva, come François, che mi avrebbero liberto?
I tre personaggi nella mia cella pensavano che fosse una cosa sicura. Ancora una volta l'ispettore
stradale ha detto: “ che cosa se ne possono mai fare di un cieco? “
Non serviva a niente dire a me stesso che tutti e tre parlavano così per farmi piacere
o perché erano ignoranti o perché, come tutti gli altri, non potevano trattenersi dal parlare
anche quando non avevano niente da dire - era incredibile quanto eravamo diventati loquaci con il
trascorrere dei giorni. Eppure l’idea della mia liberazione mi ossessionava e anche l'idea della mia
cecità.
Ancora cecità, ma questa volta in un vestito strano, poiché forse la mia cecità avrebbe protetto
me. Alla Gestapo avevano avuto tanta difficoltà a credere che fossi colpevole, puo esserlo uno
storpio, nonostante tutte le apparenze, ma non un cieco.
Con il trascorrere dei giorni un delizioso senso di sollievo calo tra di noi, con la conseguenza che
subernto la rassicurante abitudine, non ero più infastidito dalla presenza degli altri tre. 
E’ anche vero che l’ispettore di strada era stato liberato improvvisamente un giorno a mezzogiorno
dopo un solo interrogatorio, poi è stata la volta del venditore di mobili di Tolone, ma nel suo caso
non sapevamo dove lo stessero portando. La cella non rimase a lungo vuota e altri li sostituirono,
per la precisione un vecchio contadino dell'Alvernia, con discorsi pesanti e
l'odore della terra, come un pesce fuor d'acqua in quella prigione e, alcuni giorni dopo, il titolare di
un piccolo ristorante in Borgogna, infine un giovane ufficiale dell'esercito regolare.
Ecco finalmente un uomo, vivace, allegro, aperto, caloroso, la cui presenza mi ha riconciliato con la
razza umana.
Anche se io ero cambiato, non ero più il ragazzo viziato e precoce. io non mi aspettavo più che tutti
fossero come me. Avevo trovato un rifugio per le mie speranze dentro di me e li proteggevo dal
rischio di vederli spazzati via dal soffio degli altri uomini.
Mantenere le proprie illusioni è sempre più difficile di quanto si pensi. La sera del 15 gennaio, in
un grande sfogo lirico, avevo fatto notare al mio amico ufficiale come e perché era inevitabile per i
Tedeschi mi liberassero, e lui, di regola così cauto e così sospettoso, sembrava convinto. Anche se
quella notte ebbi difficoltà a dormire come la notte antecedente al mio arresto. Lui mattina dopo,
verso le cinque i cardini della porta cigolarono e la porta venne aperta, un tenente delle SS entro
nella cella e consultando un elenco lesse il mio nome “ Rapido prepara la tua roba.hai dieici minuti
a disposizione”
Il mio cuore si strinse, i miei compagni rimasero in silenzio ognuno di noi si pose la domanda
tacita : Libertà o deportazione?
Ma all'improvviso, mentre raccoglievo il mio piccolo pacchetto di vestiti, la risposta divenne
irrilevante, ero immerso solo a vivere il momento.
Non salutai nessuno, non abbracciai nessuno, non mi accomiatai da nessuno, usci in silenzio
com’ero entrato dalla cella e dalla vita dei miei compagni di cella.
In breve mi ritrovai a scendere le scale tra due SS, mentre ogni respiro profondo mi parlava del mio
destino.
Quando sono arrivato sotto, ho trovato la forza di chiedere al Tenente : "Dove mi state
portando?" In discreto francese mi ha spiegato che ero fortunato, perché mi stavano portando in
Germania, e la Germania era un grande paese generoso. Il meccanismo della speranza nei nostri
cuori deve avere mille molle, quasi tutti a noi sconosciuti, perché quando ho sentito questa notizia
sulla Germania, per quanto drammatica fosse, mi suscito un appassionato piacere.
 Fu amaro e improvviso, tagliente come una ferita, ma piacere per tutto questo.
È l'unico modo in cui posso descriverlo.
Il pericolo che incombeva su di me da tre anni, dal giorno in cui sono entrato a far parte della
resistenza, improvvisamente, ha smesso di essere un pericolo per diventare il mio certo futuro.
Almeno questa volta sapevo dove sarei andato. Mi avevano assegnato il posto. La trasformazione
è stata istantaneo. La speranza di essere libero, che un'ora prima mi aveva fatto alzare la febbre,
eradiventa il coraggio di non essere libero, non ancora e, se necessario, mai.
Avevo appena trascorso centottanta giorni in una cella. Il mio corpo era anemico
 Le mie gambe non mi sostenevano, l’aria fresca e pulita graffiava le mie narici e i miei polmoni
erano sofferenti dinanzi a una tale massa d’aria.
Tutto intorno odorava di polvere da sparo, di pietra focaioa e di acciaio. Tuti gli odori forti anche se
L’aria m’inebriava e
 Tutto odorava di pietra focaia o acciaio grezzo, aveva l'odore di
coltello. Il mio respiro mi inebriava come se fosse vino. Essere liberi non avrebbe potuto fare
io più ubriaco.
Dio sia lodato! C'erano gli altri e anche loro stavano andando in Germania. Denis, Gérard,
Frédéric, tutti tranne le ragazze, che erano rimaste nei bracci femminili. All’appello mancavano
François, il cui nome non è stato chiamato, e Jean, sicuramente non volevano che lo incontrassi. In
quel frangente ho pregato con tutta la forza che avevo e ho supplicato che l’assenza dei loro nomi
non volesse dire che erano stati uccisi.
Le ore, i giorni che seguirono, li rivedo chiari dinanzi ai miei occhi e mi danno la sensazione
d’euforia di un baccanale.
I tedeschi ci contarono svariate volte, quindi ci hanno riportato, tutti otto, in cella, anzi ci hanno
stipati tutti insieme in una cella e nessuno di noi è riuscito a prendere sonno, abbiamo sentito il
bisogno di recuperare i mesi di solitudine, di bere il racconto degli altri, di condividere le nostre
esperienze dall’arresto in poi. Le ore notturne sono state scandite dai nostri fiumi di parole, dalla
nostra ngoscia e dalla nostra gioia di esserci ritrovati.
Ogni argomenti è diventato un agapè con valori religiosi, ognuno tendeva le mani e i volti verso i
compagni, ognuno ripeteva: " Non ti preoccupare ci sono anch’io. Andremo via insieme. Niente
sarà difficile”.
Quella notte da bruti e abbrutiti che eravamo stati ritornammo a essere uomini.
Alle prime luci dell’alba la porta si riapri e noi ebbri di amicizia e ubriachi della fredda luce di
gennaio, siamo saliti su un autobus.
Abbiamo attraversato, lentamente, Parigi, alle gare du Nord ci aspettava un treno per portarci a
cinquanta miglia a nord dalla capitale, per la precisione a Compiègne, dove ai margini del bosco
era stato allestito un campo di smistamento.
I nostri corpi si aprirono all’aria gelida desidorosi di assaporarla e di esserne abbracciati, ma
dovettero ritornare in posizione difensiva a causa del freddo pungente,
 Il campo di Compiègne-Royallieu non era ostile, era solo poco ospitale, sorgeva su un terreno
utilizzate dall’esercito francese per compiere le proprie manovre, un luogo dove avevano i quartieri
stato ospitato e dove circa diecimila uomini corsero da un punto all'altro il più velocemente
possibile, tutto il giorno senza alcun obiettivo visibile.
Essendo cieco non sapevo cosa fare in questo vortice di uomini. Sono passato dall'uno all'altro. io
non so perché, ma mi hanno mostrato tutto e mi hanno presentato a tutti, i miei amici hanno
realizzato una catena e non lasciarmi mai andare per un minuto, mi sembrava di essere un pezzo
fortunato per loro, una specie di feticcio. 
Forse era perché non potevo fare del male a nessuno.
C'erano avvocati, contadini, dottori, speaker radiofonici, commercianti, insegnanti,
venditori ambulanti, ex ministri, pescatori, ingegneri ferroviari, cospiratori, campioni di calcio,
professori del Collège de France, giornalisti. Tutta la Francia della Resistenza, grande e piccola,
mescolata insieme.
Sono stato portato da un dormitorio all'altro e non riuscivo a lavarmi da solo, c’era sempre qualcuno
che mi aiutava a pulirmi. Mi domandavo perché tutti erano così generosi? 
Ben presto i miei amici mi dissero che in quel luogo saremmo rimasti solo qualche giorno in attesa
della grande convocazione, era voci che tutti chiamavano il viaggio verso il campo di
concentramento.
Coloro che erano destinati al viaggio erano di solito sottoposti a una visita corporea attenta e
minuziosa, sotto qualunque condizione atmosferica.
Io e i miei amici abbiamo decisi che in quell’occasione avremmo fatto di tutto per rimanere uniti.
Di solito i convogli con duemila uomini partivano ogni dieci giorni, dalla gabbia di Compiègne in
direzione della Germania, ma nessuno era riuscito a conoscere l’esatta destinazione dei convogli.
Anche se giravano voci che parlavano delle seguenti destinazioni: Neuen Gammen, Mauthausen,
Buchenwald, Dora, Oranienburg, Nachsweiler. 
In apparenza si trattava di nomi di città tedesche, anche se ogni volta che li sentivamo pronunciare
venivamo pervasi, inspiegabilmente, dalla pelle d’oca.
Il venerdi sera vennero letti i nostri nomi e ci dissero che l’indomani saremmo partiti. Quella notte
non riuscimmo a dormire, eravamo tutti preoccupato, sentivamo l’incubo dell’ignoto e non
riuscivamo a focalizzare quello il futuro perché pieno di chiaroscuri.
Dal momento che condividevamo gli stessi sentimenti e le medesime emozioni, Denis, Frédéric,
Gérard e io abbiamo deciso di parlarci come se fosse la nostra ultima sera.
 Eravamo decisi che dovevamo immagazzinare molto calore umano il più velocemente possibile
PRIMA CHECI CONSEGNI al nostro destino.
Infatti alleprime luci, mentre i fiocchi di neve scendevano quasi a voler coprire le nostre orme e
farci scomparire nel nulla, la nostra colonna si mise in marcia e duemila uomini furono condotti
sulle banchine della stazione della citta di Compiègne. Regnava il silenzio del cielo nevoso
interrotto dalle urla dei tedeschi che c’ordinavano di marciare velocemente, mentre centinaia di
occhi spiavano da dietro i vetri delle finestre.
La nostra colonna ha attraversato il ponte sull’Oise, quindi ci siamo ritrovati allineati lungo la
banchina fuori dalla stazione dove venti vagoni bestiame ci stavano aspettando.
Ironia della sorte venti carri bestiame, nel nostro vagone vennero stipati novantacinque uomini, in
piedi ovviamente. Non ci sarebbe c'è stato spazio per sedersi. Le porte si chiusero e furono sigillate,
mentre la locomotiva veniva agganciata al vagone di testa.
Mentre i fischi annunciavano la partenza, duemila uomini si sono messi a cantare la "Marsigliese"
per affermare la propria identità e per spegnere con quel canto di amicizia e di fratellanza la paura
del futuro incerto.
Quindi il treno si mosse e il viaggio ebbe inizio, con il suo metodico sferragliare e il freddo che
invadeva ogni nostro muscolo, tre giorni e due notti viaggiammo.  L'ultima volta che abbiamo avuto
qualcosa da bere è stato mentre eravamo fermi su un binario nella stazione di Treviri.
Qui ci hanno dato una zuppa salata caldissima, non facemmo in tempo a trangugiarla che ci venne
ordinato di risalire sul treno, per cui sotto la minaccia delle mitragliatrici corremmo ai vagoni e la
zuppa si verso, quel poco che rimase lo bevemmo non appena fummo sul vagone. Sul fare della
notte del secondo giorno attraversammo, nei pressi di Coblenza, il Reno; lo abbiamo appreso da
alcuni uomini riuscirono a sporgersi dal finestrino =, chiuso con del filo di ferro, e lessero il nome
della stazione.
Tutto era coperto di neve e gli uomini posti agli angoli della carrozza decisero, per poter frenare la
sete decisero di leccare l’umidità fredda che filtrava attraverso le fessure degli angoli di metallo.
Nessuno poteva sedersi tranne che sulle ginocchia di qualcun altro, ma questa non era una posizione
nella quale si poteva rimanere per molte ore.
 Proprio al centro del vagone il campione di wrestling giaceva disteso sulla schiena tutto da solo,
all’inizio aveva utilizzato i pugni per mantenere il suo posto libero, ma successivamente s’era
limitato, come un bambino, a gemere a causa della sete.  
Quel dolore lo stava facendo impazzire, per cui picchiava chiunque, due uomini era svenuti, a
seguito dei suoi pugni.
Il secondo giorno alcuni uomini si sono ricordati improvvisamente che ero cieco, si sono mossi tra
il gorviglio dei corpi per giungere dov’ero e mi hanno chiesto di aiutarli.
Quindi ho iniziato ad avanzare verso di loro, muovendomi a tentoni in mezzo alla massa di carne,
mi muovevo con circospezione, come l’esperienza della cecità mi aveva insegnato.
Con delicatezza pongo un piede in avanti nello spazio tra due teste, l’altro tra due
cosce, in questo modo riesco a raggiungere l'angolo da cui provenivano le grida senza ferire
nessuno.
Un vecchio medico di Bourges che tremava per la febbre, quello che avevo portato alla latrina,
borbottò: "Potrei giurare che sei fatto per emergenze come questa."
Per quarantotto ore ho strisciato in giro senza fermarmi, e questo mi ha aiutato ad alleviare
il mio dolore. Quello che era veramente brutto era la sete, e poi il gonfiore delle nostre gambe, fino
alle ginocchia.
Denis mi ha sostenuto con le sue preghiere, di solito aveva una preghiera speciale per ogni caso. Ha
pregato per me, dicendo che non erano per me, ma per i ragazzi sofferenti per il mal di stomaco.
Non avevamo idea di dove fossimo. L'ultimo nome decifrato era Marburg-an-der-Lahn. Ma
ora non c'era più nessuno con la forza di salire a guardare. Stavamo viaggiando verso est,
questo era tutto, verso la Polonia. In qualche modo ne eravamo convinti.
Nel vagone accanto al nostro stavano peggio di noi, perché la prima notte era tranquilla
in Francia mentre il treno stava salendo la lunga pendenza verso Bar-le-Duc - cinque uomini
approfittando del rallentamento del treno, dopo essere riusciti a segare, con un coltello, il filo
spinato e s’erano calati fuori.
 Le SS di guardia lungo i binari hanno dato l’allarme, il treno è stato fermato, le guardie hanno
iniziato a sparare e hanno rilasciato i cani che hanno iniziato a cercare. In breve abbiamo sentito
delle urla di dolore.
Non abbiamo mai saputo quanti erano stati ripresi, le SS ritornarono indietro aprirono lo sportello
del vagone, spararono ai primi tre uomini che trovarono e poi pretesero che i restanti si
spogliassero, in questo modo nessuno avrebbe cercato di evadere e comunque sarebbe stato più
difficile date il periodo invernale.
Il mio corpo si era finalmente trasformato in una morbida polpa febbrile, ma per tutto il tempo la
mia testa era serena. Quel periodo è stato un duro addestramento per la vita futura in Germania.
Impegnato com’ero nell’attività di assistenza non mi sono reso cotno che il treno s’era fermato, del
resto i gemiti dei miei compagni di viaggio ovattavano qualunque cosa. All’improvviso quattro
uomini sono impazziti, il campione di wrestling e altri tre, hanno rovesciato il secchio utilizzato per
i bisogni e urlavano contro le persone vicine.
All’improvviso una voce è riuscita a filtrare da quel muro di dolore e di disperazione e ci ha chiesto
in francese se eravamo francesi,
 Doveva essere qualcuno fuori, forse in una stazione, un prigioniero che stava lavorando nelle
vicinanze dei binari, la voce ci annuncio che eravamo arrivati a destinazione : la stazione di Weimar
e che presto ci avrebbero portato dieci miglia più in là, che era solo
lì che tutto sarebbe iniziato. 
Ma cosa sarebbe iniziato ? 
Qualcosa da bere?
Nella mia testa le parole fluttuavano come piccoli palloncini: Weimar, Goethe, il principe elettore
Charles Augusto, Frau Von Stein, Bettina Brentano.
 Dissi fatuosamente a Denis che eravamo fortunati ad avere la possibilità di vedere Weimar. Denis
non ascoltava: stava pregando.
Il treno ripartì ma non per molto. C'era una pendenza ripida. Poi le porte si aprirono.
Siamo arrivati. Alcuni di noi hanno gridato: "Trinken! Bitte, trinken! " La risposta è stata una
grandinata di nerbate che sono piovute sui corpi debilitati, quindi urla e altri colpi di bastonio e calci
di fucile per determinarci a uscire.
 Gli uomini in piedi vicini alla porta caddero, abbiamo dovuto formare una linea e camminare
velocemente. Tutt'intorno a noi c'erano cani che mordevano quelli che si fermavano o rallentavano.
Era quasi impossibile muoverci a causa delle nostre gambe gonfie. Ci siamo sentiti come se
stessimo camminando sopra dei coltelli.  Ero arrabbiato con me stesso per non essere più forte, ma
non ero miserabile, lo era solamente il mio corpo.
Le SS stavano caricando le nostre linee a singhiozzo, Lamouche (era un ragazzo
diciottenne, di Nantes, che mi amava e voleva proteggermi) s’ era rotto il polso a causa di un colpo
del calcio di un fucile.  Se non fosse stato per lui, l'avrei baciato sulla fronte.
Pochi minuti dopo abbiamo sentito improvvisamente una banda militare schierata ai lati di un
monumentale entrata. La musica che suonava sembrava melodie da ballo. L'iscrizione sopra il
cancello diceva: Konzentrationslager Buchenwald.
Quindici mesi dopo, il 18 aprile 1945, ho attraversato questa porta andando nella direzione opposta.
Ma qui mi fermo. Non so dire come, ma non sono più io a condurre la mia vita. È Dio, e non ho
sempre capito come ha fatto a farlo.
Penso che sarebbe più onesto avvertirti che non vi portero dentro Buchenwald, non fino in fondo
almeno. Nessuno è mai riuscito a farlo. Un francese come me, David Rousset, presente nello stesso
periodo nel campo, ha scritto due libri su Buchenwald. Un antinazista
tedesco Eugen Kogon ha scritto la sua versione. Posso testimoniare che questi libri s’avvicinano
molto alla realtà, ma non posso dire che siano del tutto veri.
Non c'è verità sul disumano, così come non c'è verità sulla morte; in ogni caso non tra gli uomini;
tale verità esiste solo per nostro Signore Gesù Cristo, da lui assorbita e preservata nel nome del
Padre suo e nostro.
Dei 2.000 francesi che andarono con me a Buchenwald alla fine di gennaio 1944,
una trentina sono sopravvissuti. Secondo il conteggio effettuato nel dopoguerra, durante i quindici
mesi prima della liberazione, nel campo si contano 380.000 morti appartenenti a varie nazioni:
russi, polacchi, tedeschi, francesi, cechi, belgi, olandesi, danesi, norvegesi,
Ungheresi, jugoslavi, rumeni. C'erano persino americani, trentaquattro, tutti
ufficiali, compagni d'armi che erano stati paracadutati per sostenere la Resistenza nell’ Europa
occidentale.
C'erano pochissimi ebrei, perché gli ebrei andavano a Buchenwald solo per errore
amministrativo. Essi erano destinati a Lublino, ad Auschwitz-Birkenau, a Theresienstadt, per un
rapido sterminio con metodi scientifici. Il nostro sterminio doveva avvenire solo dopo che eravamo
stati sfruttati. Il processo è stato molto più lento.
I sopravvissuti alla deportazione non hanno mai detto tutto ciò che hanno visto tranne che ad alcuni
amici intimi che si possono contare sulle dita - e a poche donne, soprattutto alle proprie mogli. Ma
c'è un record a cui hai diritto, il record di un handicappato, di un cieco per la precisione che è
riuscito a vivere.
 Su questo cercherò di essere il più preciso e dettagliato possibile.
Poche ore dopo essere arrivati al campo, siamo stati dirottati negli uffici. I campi di concentramento
nazisti erano altamente organizzati, delle macchine burocratiche ben oliate, il cui unicoscopo è
quello della persecuzione e della morte. Nonostante cio sono dei meccanismi complessi, che
uniscono elementi artistici e gerarchici nello stesso tempo. La massima abilità consisteva
nell’estromettere le SS, i veri padroni del campo, fuori dalla routine quotidiana. C'erano 17.000 di
loro per sorvegliare il nostro campo, ma noi prigionieri non li vedevamo quasi mai. Quando sono
entrati, era in gruppo, pesantemente armati, e di solito per impartire punizioni, eseguire
impiccagioni o fucilazioni.
Nel gennaio 1944 c'erano 60.000 prigionieri a Buchenwald. Sei mesi dopo eravamo
100.000. io come gli altri abbiamo dovuto attraversare diversi uffici, dove mi sono spogliato della
mia identità per appropriarmi di un semplice numero: 41978. Da quel momento ero una cifra.
I vari uffici erano gestiti da prigionieri, ovvero da nostri compagni di sventura.  Uno di loro, un
polacco, che ha saputo che ero cieco, non ha perso un minuto e ha registrato questo dato, ma
quando ha saputo che ero studente presso l’Università di Parigi, mi ha consigliato, in tedesco,
sottovoce : “ Non dirlo mai. Una volta che sapranno che sei un intellettuale ti uccideranno. Pensa
un’altra cosa, non importa cosa”.
 Improvvisamente, senza rendermene conto dissi : “Professione: interprete di
Francese, tedesco e russo. " 
Poi il mio compagno di prigionia in ufficio borbottò: "Buona fortuna" e
sembrava sollevato.
È così che ho acquisito una professione ufficiale, sono entrato nei libri contabili il primo giorno e
riconosciuto come d’ uso generale. Senza quella protezione non sarei sopravvissuto una
settimana. Era vero Sapevo il tedesco, ma all'epoca non conoscevo una parola di russo. La mia idea
di menzionare questa lingua mi sarebbe potuto costare cara. Per fortuna non sono stato messo alla
prova per due mesi, e allora potevo far finta di capire il russo, purché si attengano a cose semplici.
Per tutto il mese di febbraio ci hanno tenuti in quarantena in caserme affollate allontanate
dall'attività del campo. Era difficile da sopportare a causa del freddo. Il campo si trovava nl cuore
della Germania, vicino al confine della Sassonia e sulla cima di quell'alta collina, millecinquecento
piedi sopra la pianura, il termometro oscillava tra i cinque e i venti gradi sotto zero.
Ci avevano vestiti di stracci, la mia camicia aveva un solo bottone, la mia giacca aveva circa dieci
buchi.
Avevo zoccoli di legno aperti ai piedi e niente calzini. Il freddo è stato il vero selezionatore dei miei
compagni di sventura, quasi duecento dei duemila prigionieri sono morti prima della fine di
febbraio, in particolare ragazzi tra i venti e i venticinque anni che sembravano forti. Mangiare così
poco, essere esposti a temperature polari e lo stress li hanno uccisi.
Ero molto meno infastidito dal mio corpo, che era di media altezza, piccolo, e
che fin dall'infanzia mi ero allenato a vivere sulla difensiva. Come tutti gli altri, il freddo mi ha fatto
molto male, ma Denis, Gérard, Frédéric, tutti gli amici di DF, erano con me, questo mi ha permesso
di resistere grazie al coraggio che cio m’infondeva. Insieme abbiamo creato un'isola di calore
umano. Grazie a questo siamo riusciti a rimandare l’ora della disperazione, coloro che ne sono stati
colpiti non sono sopravvissuti meno di dodici ore.
Devo essere franco. La cosa più difficile non era il freddo, nemmeno quello. Erano gli uomini
stessi, i nostri compagni, gli altri prigionieri, tutti quelli che condividono le nostre miserie. La
sofferenza li aveva trasformate in bestie, ma almeno non erano maliziosi.
Si calmavano con un segno o una parola, nei casi più difficili con un colpo, ma erano possedute
peggio delle bestie. 
Per anni le SS avevano introiettato il terrore nei cuori, la maggioranza di loro erano stregati sia nel
corpo che nell’anima. Non erano più vittime, ma anime possedute che producevano danni a se stessi
e agli altri.
L'uomo a capo della nostra caserma di quarantena era un tedesco, un antinazista che viveva li da sei
anni.
Secondo alcuni miei compagni era stato un eroe.  Adesso, ogni giorno, ne uccideva due o
tre di noi con le sue mani, a mani nude o con un coltello; una volta ha colpito un uomo tra la folla in
maniera casuale. Adesso non era un uomo, ma una bestia assettata di sangue.  Una mattina che
nevicava moltissimo, abbiamo scoperto che era scomparso. Quando la neve fu spazzata via dai
gradini delle baracche, hanno trovato il suo corpo con una grande ferita da coltello alla schiena.
Alla fine di febbraio pensavo di essere stato dimenticato, infatti Frédéric, Denis e Gérard eranostai
assegnati ai servizio di commando all'esterno. Ciò significava che stavano andando in altri campi
secondari, e io ero l’unico ad essere rimasto a Buchenwald. In quei giorni il freddo mi pesavo
molto e mi sono convinto che non sarei stato in grado di riuscire a sopportarlo.
Capitolo 15 I VIVI EI MORTI

Devo confessarvi che sono andato molto vicino alla morte.


Lo so, è difficile farvi credere che sono ancora vivo?
Ve lo raccontero, anche se non credo di riuscirci in pieno, ma vi ho promesso di farlo e manterro la
primessa.
Entro la fine di marzo ero rimasto da solo nella baracca, i miei amici erano stati tutti trasferiti,
semnbravo un bambino che cerca dappertutto sua madre e si dispera non trovandola.
 Avevo molta paura degli altri e anche di me stesso dal momento che mi sentivo indifeso.
Ogni giorno ero soggetto al furto, da parte deggli altri prigionieri, del mio pane o della mia
minestra, con la conseguenza che sono diventato talmente debole che quando ho toccato l'acqua
fredda le mie dita bruciavano come se fossero in fiamme. 
Per tutto il mese una bufera di neve ha tempestato la collina di Buchenwald e di conseguenza la
nsotra baracca. A causa della mia cecità, evitavo ancora una delle più grandi miserie, i commando
del lavoro. Ogni mattina alle sei tutti gli uomini che erano in forma lasciavano il campo al suono
dell'orchestra, un’orchestra efficiente e funzionale che compiva la liturgia dei lavori forzati. Tutto il
giorno questi uomini spostavano rocce e sabbia nelle cave, scavavano nel terreno ghiacciato per
posare i tubi, spostavano traversine dei binari, sempre sotto gli occhi attenti dei Kapo, delle SS e
delle loro mitragliatrici e qualcuno rimaneva vittima della loro rabbia cieca.
I prigionieri rientravano alle cinque di sera, ma mai tutti, c’erano sempre dei morti; morivano
qualunque cosa stessero facendo: tirati giù dal peso di una roccia lungo i sentieri scivolosi di una
cava, uccisi da una bastonata o una raffica di mitragliatrice, schiacciati da una trave, oppure a
seguito di un esecuzione avvenuta dinanzi agli occhi di 100.000 compagni di prigionia, sotto i
riflettori offuscati da una tempesta di neve, solo per dare l'esempio nella piazza dove è stato
chiamato l’appello, oppure nel fienile che chiamavano il cinema.
Altri morivano di polmonite, dissenteria o tifo. 
Ogni giorno alcuni venivano fulminati sui fili elettrificati della recinzione, ma molti morivano,
semplicemente, di paura.  La paura è il vero nome della disperazione.
Mi sono stati risparmiati i commando del lavoro perché non potevo vedere, ma per i non idonei
come me, avevano creato il Blocco degli invalidi.
 Dato che non erano più sicuri di vincere la guerra, i nazisti avevano deciso di adottare il concetto di
pietà.  Un anno prima chi era ritenuto non idoneo al lavoro fisico a favore del Grande Reich
sarebbe stato condannato a morte entro tre giorni.
Il Blocco degli Invalidi era una baracca come le altre. L'unica differenza era che vi si trovavano
ammassati circa 1.500 uomini, invece di 300, numero che in media conteneva ogni blocco, e
ricevevano delle razioni dimezzate. 
Nel blocco trovavi invalidi fisici di qualunque tipo: storpi, zoppi, moncherini, sordomuti, ciechi,
muti, atasici, epilettici, affetti da cancrena, scrofolosi, tubercolosi, ammalati di cancro, sifilitici,
vecchi sopra i settant'anni, ragazzi sotto i sedici anni, cleptomani, vagabondi, pervertiti e infine
greggi di pazzi. Erano gli unici a essere felici.
Le morti avvenivano a un ritmo pauroso, a tal punto che era più facile incontrare un morto che un
vivo. Quest’ultimi rappresentavano un grosso pericolo, perché volevano rimanere tali a qualunque
costo, per cui erano disposti a tutto. Nella baracca c’era una puzza terribile pari solo all'odore del
crematorio, che riusciva a coprire il fetore che regnava nel nostro ambiente, nei giorni in cui il vento
soffiava dalla nostra parte.
 Per giorni e notti intere, non ho camminato, ho strisciato tra corpi vivi e morti.
Le mie mani hanno viaggiato dal moncone di una gamba a un cadavere, da un corpo a una ferita.
Molto spesso improvvisamente il sospiro vicino a me scompariva e comprendevo che la persona
vicina a me era morta.
Verso la fine del mese tutto ad un tratto è diventato troppo per me e mi sono ammalato gravemente,
penso che si trattasse di pleurite, almeno cosi hanno detto molti dottori prigionieri che erano venuti
a trovarmi e ad ascultare il mio respiro.  Pur volendo non potevano fare niente dal momento che a
Buchenwald non esistevano medicine, nemmeno l'aspirina.
Ben presto alla pleurite si aggiunse la dissenteria, poi un'infezione ad entrambe le orecchie che mi
rese completamente sordo per due settimane, poi l’erisipela, la mia faccia divenne una polpa
gonfia, con complicazioni che minacciavano di provocare la setticemia. Più di cinquanta compagni
di prigione mi ha detto tutto questo solo in seguito. Io non ricordo niente di tutto ciò. Avevo
approfittato dei primi giorni di malattia per lasciare Buchenwald.
Due ragazzini a cui ero molto affezionato, un francese con una gamba e un russo con un braccio,
mi raccontarono, in seguito, che una mattina di aprile venni caricato portarono in ospedale su una
barella. L'ospedale era un posto dove si prendessero cura delle persone, ma semplicemente un posto
dove sdraiarle in attesa che morissero o che miracolosamente guarissero. I miei amici, Pavel e
Louis, non hanno capito cosa fosse successo. Successivamente hanno mantenuto
dicendomi che ero un "caso". Un anno dopo Louis era ancora sbalordito: “Il giorno che abbiamo ti
abbiamo accompagnato, avevi la febbre a 40, ma non stavi delirando. Sembravi abbastanza sereno,
e ogni tanto ci dicevi che non era colpa nostra ".
La malattia mi aveva salvato dalla paura, mi aveva anche salvato dalla morte. Senza di lei non sarei
sopravvissuto, sembra strano, ma è vero. Fin dall’insorgere della malattia ho sono entrato in un altro
mondo, anche se sono irmasto cosciente. Non ho mai delirato.  Louis aveva ragione, avevo ancora
lo sguardo della tranquillità, più che mai. Questo è stato il miracolo.
Ho osservato chiaramente le fasi della mia malattia. Ho visto gli organi del mio corpo bloccati
o perdere il controllo uno dopo l'altro, prima i miei polmoni, poi i miei intestini, poi le mie orecchie,
tutti i miei muscoli, e infine il mio cuore, che funzionava male e mi riempiva di un vasto, insolito
suono. Sapevo esattamente cosa fosse, questa cosa che stavo guardando: il mio corpo nell'atto di
lasciare il mondo, non volevo lasciarlo cosi presto, in realtà non volevo morire e basta, anche se il
mio corpo mi provocava dei dolori lancinanti, che mi facevano torcere in ogni direzione, come se
avessi dei serpenti tagliati a pezzi al mio interno.
Ho detto che la morte era già lì? Se l'ho fatto ho sbagliato. Malattia e dolore, sì, ma
non la morte. Al contrario, la vita e quella era la cosa incredibile che aveva preso possesso
di me. Non avevo mai vissuto così pienamente prima.
La vita era diventata una sostanza dentro di me. È entrata nella mia gabbia corporea, spinta da una
forza mille volte più forte di me. Non era fatta di carne e sangue, nemmeno di idee. È venuta
verso di me come un'onda scintillante, come la carezza della luce. Potevo vederla oltre i miei occhi
e la mia fronte e sopra la mia testa. Mi ha toccato e mi ha riempito fino a traboccare. Mi lascio
galleggiare su di essa.
Mormorai dei nomi, anche se le mie labbra non li riuscivano a pronunciarli: "La Provvidenza,
l'angelo custode, Gesù Cristo, Dio." 
Non riuscivo a capovolgere l’ordine e devo confessare che non si trattava solo di metafisica.
 Ho estratto la forza dalla primavera che stava arrivando e ho continuato a bere a bere sempre, senza
fermarmi mai.  Non avevo intenzione di lasciare questo flusso celeste.
A me non è risultato strano, dal momento che avevo provato una situazione simile quand’ero
divenuto cieco, ed adesso stava avvenendo la stessa cosa, la VITa si stava prendendo cura della mia
forza vitale.
Il Signore ebbe pietà del povero mortale che era così indifeso davanti a lui. È vero che ero
abbastanza incapace di aiutare me stesso. Tutti noi non siamo in grado di aiutare noi stessi. Ora lo
sapevo e sapevo che questa verità valeva anche per le SS. Lo era una situazione comica per certi
aspetti. L’unica cosa che potevo fare era non rifiutare l'aiuto di Dio, di non chiudere la mia esistenza
dinanzi al respiro che mi stava soffiando addosso.  Quella è stata l'unica battaglia che ho dovuto
combattere, dura e meravigliosa allo stesso tempo: non lasciare che il mio corpo venisse assalito e
vinto dalla paura, perché la paura uccide, mentre la gioia mantiene in vita.
Lentamente sono tornato dalla morte, e quando, una mattina, uno dei miei vicini di letto, ho trovato
in seguito che era ateo e pensava di fare la cosa giusta, mi sussurro all 'orecchio che io
non avevo alcuna possibilità di sopravvivere, quindi avrei fatto meglio a prepararmi a morire, ha
ottenuto come risposta una sonora risata in faccia. Non ha capito quella risata, ma non l'ha mai
dimenticata.
L'8 maggio sono uscito dall'ospedale dritto, guarito. Non ero altro che pelle e ossa, ma avevo
recuperato. Il fatto era che ero così felice che ora Buchenwald mi sembrava un posto non
accogliente, ma accettabile.  Se non mi avessero dato il pane da mangiare, mi sarei nutrito di
speranza.
Era la verità. Avevo ancora undici mesi davanti a me nel campo. Ma oggi non ho un unico ricordo
malvagio di quei trecentotrenta giorni di estrema miseria. Sono stato trasportato
da una mano. Sono stato coperto da un'ala. Non esiste un nome per queste sensazioni, pero ero certo
che qualcuno o qualcosa badava a me e ai miei bisogni.
Io sapevo che era pericoloso ed era proibito, ma volevo aiutare gli altri; non sempre, non
molto, ma a modo mio potevo e volevo aiutarli.
Potrei provare a mostrare ad altre persone come mantenere la vita. Potrei voltarmi verso di loro
Per colpirli con il mio flusso di luce e di gioia che era cresciuto abbondante dentro di me. Da quel
momento nessuno mi ha più rubato il mio pane o la mia minestra. Anzi i miei compagni mi
svegliavano di notte affinchè portassi conforto a qualcuno, a volte anche dall’altra parte della
baracca.
Quasi tutti si sono dimenticati che ero uno studente e sono diventato "il francese cieco". Per molti
ero solo "l'uomo che non è morto". Centinaia di persone si sono confidate con me. Gli uomini erano
determinati a parlare con me in francese, in russo, in tedesco, in polacco. Ho fatto del mio meglio
Per ascoltarli e comprendere per capirli tutti.
 È così che ho vissuto anzi che sono sopravvissuto. Il resto non lo posso descrivere.

L ' IMMAGINE DI J EAN NON MI HA MAI LASCIATO. Durante tutta la mia malattia è rimasta costantemente
con me, a vegliare su di me. Quando, troppo debole per affrontare il mondo esterno, vivevo
interamente dentro me stesso, la sua immagine era ancora lì, la mia unica immagine del mondo
rimasta senza. Per interi giorni e notti ho tenuto la mano di Jean nei miei pensieri, ma questa mi
aveva protetto e avevo al sensazione che la sua mano fosse fatta di carne e ossa.
 Come posso spiegare questo strano fenomeno? Tutto il desiderio di vita
che Jean non aveva vissuto era fluito dentro di me.
Lo so no l’ho detto, perché non riuscivo a dirlo, ma Jean è morto.
Non c'erano dubbi al riguardo. Me l'avevano detto la sera prima che mi ammalassi, a marzo.
Jean era morto alle porte di Buchenwald. Le circostanze sono state quasi completamente cancellate
dalla mia memoria, tutto quello che ricordo è che ero esausto, girovagavo per il campo, quando
una specie di grosso uccello si appoogio sul mio collo. All'improvviso le sue braccia mi
circondarono, le sue ossa erano sottili come bastoncini di legno e sembravano voler bucare la
pelle. Era François. Non sapevo che François fosse a Buchenwald. Non era venuto lì con il resto di
noi. Pianse e anch'io. Non avevamo altro modo per esprimere il nostro affetto.  E, come sempre in
quel luogo, le nostre lacrime erano di gioia e di dolore allo stesso tempo. Subito dopo mi ha
raccontato una storia così scioccante che gliel'ho fatta ripetere diverse volte. La prima volta non ero
riuscito a sentirla a causa del mio mal d’orecchi.
Il giorno di gennaio in cui venimmo condotti a Compiègne, c’ erano anche loro François, Jean e
altri tre della Défense de la France. All'inizio i tedeschi li hanno trattati bene. Li hanno messi in
carrozze per passeggeri, avevano viaggiato tutta la notte, ma nei pressi di Sarrebruck a Neue
Bremm li hanno fatti scendere.
Neue Bremm era un'invenzione di una mente diabolica. Per la burocrazia delle SS era uno
Straflager , un campo specializzato per le punizioni, una sala d'attesa per i campi di concentramento
la grande scala, un luogo dove la volontà e la determinazione degli uomini più duri veniva piegata e
annullata nell’arco di una, massimo, due settimane, al termine erano stati, totalmente, privati della
voglia di vivere, come il fuoco priva della linfa la legna fresca. Li hanno lasciati dormire solo due
ore a notte. Hanno dato loro qualcosa da bere solo una volta ogni ventiquattr'ore. Li hanno lavati
cinque volte al giorno con torrenti di acqua gelata. Li hanno fatti accovacciare e rimanere lì
posizione sotto la minaccia del fuoco. Ancora accovacciati, dovettero saltare intorno a uno stagno
pieno di acqua, alcuni giorni per sei ore, altri per otto ore di seguito. Quelli che sono caduti nello
stagno sono stati tirati fuori e picchiati. Era lo stesso tipo di orrore di Buchenwald, ma tutto
concentrato nello spazio di pochi giorni. Buchenwald in una versione compatta. François e
Jean sono rimasti a Neue Bremm per tre settimane.
Finalmente una notte di febbraio, quando stavano tutti sul punto di morire per lo sfinimento, i
tedeschi gli hanno ordinato di prendere le proprie cose e li hanno fatti salire su un vagone
ferroviario, non venenro informati della destinazione.
 La carrozza era comoda e riscaldata, e li nutrivano, ma hanno viaggiato per ben ventitré
giorni. Senza nessun motivo hanno seguito il seguente percorso: da Sarrebruck a Monaco, da
Monaco a Vienna, da Vienna a Praga, da Praga a Norimberga, da Norimberga a Lipsia e poi hanno
seguito lo stesso percorso in direzione opposta.  All'incrocio di Zwickau rimasero cinque giorni e
cinque notti senza motivo.
François e Jean rimasero uniti, e i tedeschi non li separarono, Jean aveva una brutta respirazione e
non riusciva a stare seduto, ma solo disteso. Due tre volte al girono parlava in modo affettuoso di
François, di me o della sua fidanzata. Era senza speranza, ma non sembrava che stesse soffrendo.
La ventitreesima notte, verso le sei, morì nel vagone ferroviario, come disse François,
"Delicatamente, come un bambino che va a dormire." Due ore dopo il treno è giunto alla stazione di
Buchenwald. Jean non era arrivata fino in fondo. François mi aveva trovato al campo proprio il
giorno dopo il suo arrivo, la morte di Jean l'aveva vista con i suoi occhi la sera prima.
Subito dopo ho portato Jean con me nella mia malattia, in un posto dove, per settimane, non lo
sapevo esattamente, ma c’erano sia la vita che la morte.
 Quando sono uscito dall'ospedale e ho visto di nuovo François, non ha avuto la forza di parlarmi
della morte di Jean, né io ho avuto il coraggio dio chiedere.
Vedete, mantenere in vita cio che rimaneva della vita era un compito che assorbiva tutte le energie
che avevamo. Il futuro di François mi preoccupava, sicuramente più del mio, perché sapevo che
sarebbe stato destinato ai commando di lavoro e infatti due settimane dopo è stato assegnato a
questo compito, io temevo per lui, dal momento che lo conoscevo essere focoso e anche intrepido.
Purtroppo quella dote, quando vieni deportato non ti torna utile, anzi ti espone facilmente alla
cattiveria dei tuoi carceriei e rischi continuamente la morte.
 Lui aveva passato Neue Bremm, non riesco a pensare come, ma con tutto quello che aveva. E poi
questo Franco-Pole, questo polacco dalla Francia, i cui antenati si erano induriti alla sofferenza nel
corso dei secoli, aveva piantato l'angoscia nel mezzo del suo cuore, come una freccia al centro del
suo bersaglio. Tremava Là.
Ha sofferto, ovviamente, come gli altri, ma invece di lamentarsi, ha cantato le lodi di
sofferenza. Mai nella sua esaltata vita avevo sentito la sua voce più intensa o visto i suoi movimenti
più rapido. Andando al lavoro portava la sua pala o le sue pietre, ma sempre anche quelle di
un altro che non poteva portarli da solo. Di notte tornato dal lavoro si prendeva cura dei feriti,
assistette i morenti e per due ore cantò tutte le canzoni che conosceva. François non aveva un
un grammo di dolore nel suo cuore, non un pollice di morbidezza nel suo corpo. La sua pelle era
diventata secca e ruvida.
Non aveva senso dirgli di risparmiare le forze. Continuava a dire: “E se muoio? Ma i ragazzi
non sanno come gestirsi da soli. " Poi François se ne andò e arrivò Georges. Era
a metà maggio. Questo ci ha resi tutti senza eccezioni. Era un incubo non sarebbe mai terminato.
Georges era sfuggito al raid del 20 luglio, ma nonostante queto le SS lo avevano braccato e alla fine
arrestato.
 Il 13 maggio mentre stavo uscendo dal blocco, improvvisamente ho sentito un grido e ho sentito il
corpo di un uomo che abbracciava il mio. Ho capito subito che era Georges, non so dirti come.
Non avevo ancora sentito la sua voce, ma era lui. A differenza di François, due mesi prima, non
pianse, ma rise come un pazzo. Per diversi minuti ho avuto difficoltà a capire cosa aveva da
dire. Rideva troppo, si strozzava con le sue parole, era confuso.
Era un dato di fatto, disse, non l'avevano preso il 20 luglio. No davvero. Georges aveva lavorato
alacremente per la Resistenza, aveva cercato di coprire i nostri vuoti, fino al 31 gennaio: "Per te e
per me, hai capito?" 
Quel giorno c'era un altro pezzo di tradimento e Georges era stato preso. Stavo imparando cose
straordinarie. DF non era morto, era addirittura cresciuto. Quanto avevamo ragione, Georges e io, a
lavorare come una squadra nella Resistenza. Tutto quello che sapevo io, lui sapeva. Aveva messo
aumentato la circolazione del giornale.  A gennaio il numero era arrivato a 250.000 copie, ma non
era come l’impresa eroica del 14 luglio, era un affare regolare due volte al mese, una macchina
funzionante regolarmente. E DF aveva una forza di combattimento sotterranea a nord di Parigi tra
L'Isle-Adam e Compiègne, con duemila uomini sotto le armi, in attesa dello sbarco degli Alleati.
La stessa storia di Georges, orribile e ormai così banale, era la storia della tortura. Il giorno in cui è
stato arrestato trasportava le chiavi di undici filiali sotterranee della regioni, lo avevano torturato
undici volte, ma non aveva rivelato alcuna informazione. 
Come era riuscito a non dire loro niente, come riuscito a sopravvivere ?
Devo essere sincero non lo so e neanche lui era in grado di fornire una risposta convincente.

 Ci sono ragazzi nati per azioni coraggiose, come altri nascono per la paura e la vigliaccheria.
Georges era sfortunatamente un uomo danneggiato, strano, non era così con François, ma era con
Georges. 
In lui convivevano la paura e ilcoraggio in tutto quello che diceva e faceva, non appena il periodo
degli interrogatori è terminato è stato inviato a Compiègne. 
E da lì a causa di un errore amministrativo era stato condotto ad Auschwitz, qui qualche zelante
burocrate ha notato che i duemila francesi giunti non erano ebrei, per cui ha provveduto ha
collocarli in una baracca in attesa di organizzare un convoglio per Buchenwald.
Ma Georges aveva avuto il tempo di vedere diverse migliaia di uomini, donne e bambini ebrei
allineati in colonna mentre stavano per entrare nelle camere a gas mascherate da docce. E quella
scena aveva ucciso sia l’amore che la speranza. Ecco spiegato il dualismo nel cuore.
Insieme abbiamo trascorso bei giorni insiem, io avevo sofferto poco rispetto a Geroges.
Per questo ho cercato d’infondergli il mio respiro nuovo per impedire che finisse distrutto da quel
malessere che lo aveva sconvolto.
Non gli mancava la forza fisica, ma quella morale e spirituale, quella che io avevo avuto grazie al
dono ricevuto da Dio.
 Ho detto a Georges: “Aiutati, prendi tutto quello che puoi." 
E lo ha fatto. Era diventato terribilmente irritabile. A volte picchiava anche le persone senza
Motivo, ma da me non prendeva niente, ero suo fratello.
Una mattina verso le otto - era il 6 giugno 1944 - io e Georges eravamo insieme
quando un olandese che conoscevamo solo di vista ci sbarrò la strada e gridò in tedesco: “
Gli alleati sono sbarcati in Normandia ". Com’era riuscita questa notizia, vecchia e precisa di sole
quattro ore raggiungere Buchenwald così velocemente è ancora uno degli innumerevoli misteri
della deportazione. La speranza s’accese nei nostri cuori, saremmo stati liberati. Quella fu l'ultima
felicità che io e Georges abbiamo condiviso.
Una settimana dopo chiamarono Georges per il comando. Ne sono sicuro perché c'ero quando
la colonna si stava formando. Era a soli dieci metri da me, e tra noi c'era il
filo spinato. Ricordo la sua voce quando fischiarono per farli suonare. Da lontano lui
mi gridò: "Arrivederci, Jacques, non ti rivedrò più". Quello era qualcosa che nessuno
aveva detto ancora, non Denis, o Gérard o Frédéric o François. E subito ho avuto la risposta
la mia mente: "Se l'ha detto, deve essere vero."
Jean, François, Georges, tutti, uno dopo l'altro, mentre io non potevo fare niente e neanche
loro. Solo il capo, Philippe, era libero, là in Francia.

DIMENTICARE era la legge . Abbiamo dovuto dimenticare tutti i dispersi, i compagni in pericolo, le nostre
famiglie, i vivi e i morti. Anche Jean deve essere dimenticato e non solo per tenere a bada la
sofferenza, in qualsiasi cosa la sofferenza del caso s’ era stabilita in noi come se fossimo un paese
sotto occupazione - ma piuttosto aggrappati con forza alla voglia di vivere. I ricordi sono troppo
teneri, troppo vicini alla paura. Consumano energia.
Dovevamo vivere nel presente; ogni momento doveva essere assorbito per tutto ciò che c'era in
esso, per soddisfare la nostra fame di vita.
Per ottenere questo risultato, quando ricevi la tua razione di pane, non accumularla. Mangia subito,
avidamente, boccone dopo boccone come se ogni briciola fosse tutto il cibo del mondo. Quando un
raggio di sole ti bacia, tu lascia che lo faccia e assorbilo nel profondo del tuo essere. Non pensare
mai che un'ora prima avevi freddo e che un'ora dopo avrai di nuovo freddo. Divertiti e basta.
Attaccati al minuto che passa. Interrompi il funzionamento della memoria e della speranza. Il
sorprendente il fatto è che nessuna angoscia ha resistito a lungo a questo trattamento. Allontana
dalla sofferenza il suo doppio tamburo di risonanza, memoria e paura. La sofferenza può persistere,
ma già lo è alleviato della metà. Lanciati in ogni momento come se fosse l'unico che è realmente
esistito.
Lavora e lavora duro.
Verso la fine di maggio avevo trovato il mio lavoro. Durante tutte le diciotto ore del giorno in cui il
il campo non dormiva, mi misi a combattere il panico, il panico dei miei compagni e del mio, per
erano inseparabili.
Stavo per sistemare le notizie di guerra, e questo era importante. Se la Germania ha vinto, noi
sono stati fatti per tutti noi. Se la Germania fosse stata sconfitta, ma troppo tardi, più tardi della
prossima primavera,
solo una manciata di sopravvissuti sarebbe ancora viva, e chi di noi potrebbe lusingare se stesso che
lui
sarebbe tra loro? Era importante per un altro motivo, perché a Buchenwald tutti
mentito. False voci inondarono il campo. Da quando gli Alleati erano sbarcati in Normandia, Parigi
era caduta
una volta al giorno; Berlino era stata distrutta; Hitler era morto; i russi erano alle porte di Lipsia

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o Norimberga; le truppe aviotrasportate avevano preso il controllo dalla Germania meridionale alla
Danimarca. Potresti
mai trovare la fonte di tali notizie. Non potresti mai trovare la persona colpevole che l'aveva
iniziata.
Tutti erano colpevoli, tutti spacciavano voci. Deviato da false speranze a negazioni, da illusioni a
pettegolezzi, tutti i nostri cuori erano come navi capovolte. Il dubbio e l'agonia stavano mettendo
radici.
Abbiamo dovuto fare la guerra alla malattia. I miei compagni mi hanno incaricato della notizia nel
“piccolo
campo ”, in altre parole una divisione di circa 30.000 prigionieri. C'era un altoparlante in ciascuno
bloccare. Su di esso il comando delle SS impartiva ordini dall'esterno del campo. Il resto del tempo,
il
gli altoparlanti erano sintonizzati sulla radio tedesca, per le trasmissioni ufficiali e i bollettini
tedeschi
esercito. Ogni giorno ho preso nota dei bollettini, tutti, dalla mattina alla sera. Il mio lavoro era
quello di
decifrarli. Il fatto era che i bollettini dell'esercito non erano chiari e non chiari. Essi
non descriveva le operazioni come erano. Hanno parlato per omissione. Hanno abbozzato la guerra
in a
vuoto. Il mio lavoro, ed è stato duro e scrupoloso, era ristabilire l'equilibrio.
Quando arrivammo a metà agosto 1944 il nome di Parigi non apparve mai nel
bollettini. Nessuna sconfitta, nessuna città perduta è mai stata menzionata, dovevi colmare le lacune
senza farcela
errori. Tuttavia, ho annunciato la caduta di Parigi il 26 agosto, e non era né in anticipo né
Dietro.
Una volta che la notizia era stata raccolta e decifrata, doveva essere distribuita. Sono andato da un
isolato
alla successiva, saliti su un tavolo o su panche accatastate l'una sull'altra, e poi fece il mio
dichiarazione. Stai pensando che sarebbe stato più facile scrivere quello che avevo sentito su un file
foglietto di carta, poi farlo tradurre in cinque o sei lingue diverse e farlo circolare.
Sfortunatamente, avevo imparato che non avrebbe funzionato. Anche una folla che è felice e
fiduciosa lo fa
Non gradite le notizie portate prima. Ma una folla schiavizzata dalla paura e dalla disperazione si
insedia
contro le notizie come se fosse un attacco.
Non erano fatti, nomi o cifre che tutti questi uomini volevano. Erano certezze, il tipo di
realtà che andavano dritte al cuore. Solo un uomo in piedi davanti a loro poteva darglielo.
Avevano bisogno della sua calma e della sua voce, ed ero io che ero diventata la voce.
Ho iniziato dicendo che avevo sentito la notizia io stesso e ho detto loro quando e dove. Per uno
cosa ho ripetuto parola per parola i bollettini dell'Alto Comando tedesco. Poi ho spiegato
cosa significassero, cosa intendevo intendere. In tedesco e francese ho parlato io
me stessa. Quando si trattava di russo, polacco, ceco, ungherese e olandese, avevo trovato persone
per
aiutami. Portavo con me la mia banda di interpreti ovunque andassi.
Dato che non avevamo mappe, ogni giorno prima di parlare dovevo trovare un uomo che
conoscesse la zona
operazioni di prima mano, sia in Galizia che nelle Ardenne. A tutti i costi, nomi,
le posizioni, le distanze devono essere esatte, soprattutto le distanze, poiché da esse dipendeva la
guerra.
Quello era solo l'inizio. Ho detto che tutti mentivano a Buchenwald, alcuni da
scoraggiamento, alcuni per paura, altri per ignoranza e alcuni per ferocia. ho guardato
uomini che inventano il bombardamento delle città, solo per il piacere di torturare un vicino che
aveva tutto il suo
cari in quel posto.
Una volta che la notizia era stata diffusa, doveva essere mantenuta dritta, e questo richiedeva
infinito
vigilanza. Avevo incaricato due o tre persone in ogni blocco. Il loro compito era ripetere
esattamente quello che avevo detto e correggere pubblicamente tutte le folli e viziose
distorsioni; ma, soprattutto
tutto, per trovare e denunciare le persone che spacciavano false voci.
Alcune di queste persone erano molto difficili da tenere a freno, perché credevano nella propria
invenzioni. La verità scivola su un uomo, ma la menzogna si attacca a lui come una
sanguisuga. Spesso l'unico
la via d'uscita era una lotta. Qualcuno ha dovuto colpire uno di questi personaggi per farlo smettere
di mentire. Là

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era, persuaso della sua storia confusa, e ti implorava di lasciarlo raccontare; come il polacco che,
uno
notte, gridò che non era rimasta una pietra su un'altra a Poznan, che l'aveva trovata
fuori, lo sapevo per una certezza e doveva parlarne a tutti. Ma era proprio questo il punto. Come
le cose non dovevano essere dette, assolutamente no. Perché altrimenti ci sarebbero stati omicidi e
suicidi tra gli uomini di Poznan che non potevano sopportare la notizia.
Ma come avremmo dovuto aggrapparci ai resti della ragione nella vorticosa follia di
deportazione? Come potevamo mantenere un po 'di ordine nella totale confusione del cervello? Se
davvero
non riuscivo a scoprire cosa stesse succedendo, almeno non evociamolo!
Questo per quanto riguarda le notizie ufficiali, ora per la storia interna. È difficile da credere, ma è
vero
ciò nonostante. Ci arrivavano notizie dalla Francia, dall'Inghilterra e dalla Russia. In uno dei blocchi
accantonato per esperimenti medici, giù nelle cantine, alcuni prigionieri avevano sistemato una
radio
stazione di ricezione realizzata con parti rubate, e anche un mittente come abbiamo scoperto in
seguito. Se lo fosse stato
scoperto, questa stazione di ricezione sarebbe sicuramente costata la vita a diverse migliaia di
uomini. Ma
cosa si poteva fare con le notizie ricevute attraverso questi canali?
Dovrebbe essere trasmesso a tutti i prigionieri? Dopo tutto, non era loro di diritto? Ovviamente
sarebbe stato fatto senza nominare la fonte, ma il rischio era troppo grande. Il posto brulicava
con le spie. Sotto il sistema delle SS non ci si può fidare di nessuno. No, dovevamo mantenere la
notizia
noi stessi, a un piccolo gruppo di noi che sappiamo. Era assurdo, era crudele, ma era indispensabile.
Quindi ogni giorno sapevo un po 'più di quanto avevo il diritto di dire. Sono stato costretto a
misurare il mio
parole, per tenere tutto sotto controllo, anche un sorriso. Tutto il giorno sono stato impegnato. Non
ho quasi avuto il tempo di farlo
pensa a me stesso. Potrei dire a me stesso che ero una specie di dottore. Quando sono entrato in un
blocco, io
ha preso il polso. Con l'esperienza ho imparato a riconoscere subito lo stato del blocco 55 o blocco
61 in quel giorno. Una caserma era uno spirito condiviso, un corpo collettivo. Là gli uomini erano
così pieni
insieme riuscivano a malapena a distinguersi. Quando il panico è iniziato a un'estremità del blocco,
esso
raggiunto l'altro in pochi minuti.
Potevo percepire la condizione di un blocco dal rumore che produceva come corpo, dal suo
miscuglio di odori.
Non puoi immaginare come puzza la disperazione, o per quella materia la fiducia. Sono mondi a
parte
il loro odore. Quindi, a seconda dello stato delle cose, ho dato più notizie di un tipo, o meno
un altro. Il morale è così fragile che una parola, anche un'intonazione, può sbilanciarlo.
La cosa notevole era che ascoltare le paure degli altri aveva finito per liberarmi quasi
completamente dall'ansia. Ero diventato allegro, ed ero allegro quasi tutto il tempo, senza
volendolo, senza nemmeno pensarci. Questo mi ha aiutato, naturalmente, ma ha anche aiutato gli
altri.
Avevano preso una tale abitudine di assistere con il suo felice l'arrivo del piccolo francese cieco
viso, le sue parole rassicuranti pronunciate ad alta voce, e con la notizia che dava, quella nei giorni
quando non ci furono notizie, lo fecero visitare ugualmente.
Come ricordo bene quella notte di settembre quando 1.500 ucraini mi misero a sedere nel
al centro del loro blocco, ha fatto un anello intorno a me, ha cantato, ballato, suonato la fisarmonica,
pianto, cantato
ancora - tutto questo con gravità e affetto senza mai gridare - quella notte ti prometto di no
più necessario per difendermi dal passato o dal futuro. Il presente era così rotondo e pieno
come una sfera e mi ha riscaldato molte volte.
E infine, per quanto riguarda quegli uomini che ridevano e si abbracciavano l'un l'altro -
perché nel giro di un'ora ridevano - se qualcuno avesse detto loro che erano infelici,
che fossero in un campo di concentramento, non gli avrebbero creduto. Avrebbero
lo ha cacciato via.

Pagina 145
W E aveva la nostra POVERI E la nostra ricca di Buchenwald in quanto hanno in tutto il mondo. Solo tu non
potresti
riconoscerli dai loro vestiti o dalle loro decorazioni. Per le decorazioni ognuno di noi aveva un
triangolo di stoffa cucito sulla giacca, rosso per i politici, giallo per gli ebrei, nero per il
sabotatori, verdi per i criminali ordinari, rosa per i pederasti con record, viola per i
nemici del nazismo per motivi religiosi. E sotto il triangolo c'era un quadrato del
stessa roba con il nostro numero di registrazione e la lettera che indica la nostra nazionalità. Infine,
se il file
i dischi dicevano che eravamo matti, avevamo il diritto di indossare una fascia con tre punti neri. Il
i vestiti che indossavamo erano tutti uguali, tutti stracci.
L'unico segno distintivo era sulla testa. Prima che tu fossi stato al campo tre giorni, loro
ti sei rasato la testa e, poiché la tua barba continuava a crescere, ti ha dato un aspetto spaventoso.
Durante i secondi tre mesi di permanenza, i due lati della testa erano rasati, ma una criniera
di capelli è stato lasciato crescere nel mezzo. Per i successivi sei mesi, le due parti non furono
toccate.
Sono cresciuti selvaggi, mentre la criniera è stata rasata, lasciando una larga striscia che
chiamavamo
autostrada. Entro la fine dell'anno potresti fare quello che ti piace con i tuoi capelli. Quello era tuo
privilegio.
Eravamo tutti nudi, se non letteralmente, a tutti gli effetti. Non avevamo rango, dignità, fortuna
... e nessuna faccia da salvare. Ogni uomo era ridotto a se stesso, a ciò che era veramente. E, credi
io, che ha creato un vero proletariato. Tuttavia, doveva esserci un modo per riconoscere le persone
tra la folla,
di sapere con chi parlare. Il campo era il pozzo delle streghe. Li avevano buttati tutti dentro
insieme, il monaco benedettino, il pastore kirghiso che pregava Allah tre volte al giorno con
con la faccia a terra, il professore della Sorbona, il sindaco di Varsavia, gli spagnoli
contrabbandiere, gli uomini che avevano ucciso le loro madri o violentato le loro figlie, quelli che
avevano lasciato
essere arrestati per salvarne altri venti; i saggi e gli sciocchi, gli eroi e gli
codardi, i buoni e i cattivi. L'unica cosa era - e dovevi abituarti - tutto questo
le categorie erano morte e sparite, perché eravamo passati in un mondo diverso.
Ho avuto la fortuna di avere vent'anni e di non avere abitudini tranne le poche che dovevano fare
con la mente. Non avevo bisogno di onore tranne l'onore di essere vivo. Quindi non era
sorprendente se lo fossi
più contento della maggior parte dei miei vicini.
I religiosi cercavano ovunque la loro fede. Non l'hanno trovato di nuovo, oppure loro
l'hanno trovato così ridotto di forza che non potevano farne uso. È una cosa terrificante da avere
Ti chiami cristiano per quarant'anni e poi scopri che non sei uno vero, quello tuo
Dio non risolve più i tuoi problemi. Le persone che erano state generalmente rispettate corsero
dietro
il loro rispetto perduto, ma non ne era rimasto niente. E gli intellettuali, gli uomini colti,
i grandi cervelli, avevano grandi dolori. Non sapevano cosa fare con il loro apprendimento perché
no
proteggili dalla sfortuna. Erano immersi in quel vasto brodo di umanità. Come
molti medici e sociologi, archeologi e avvocati avevano bisogno di essere confortati. E non lo era
facile consolarli. Potevano capire qualcosa di più prontamente del fatto che il loro
l'intelligenza era fuori stagione.
I nostri ricchi a Buchenwald erano il diavolo e tutti da trovare tra la folla, perché non avevano
etichetta.
Non erano né religiosi né atei, né liberali né comunisti, né bene né
mal educato. Erano semplicemente lì, ecco tutto, mischiati al resto. La mia unica idea era di
trovali.
La loro ricchezza non era fatta di coraggio, perché il coraggio è sempre sospetto o una conseguenza
di
qualcos'altro. I ricchi erano quelli che non pensavano a se stessi, o solo raramente, per a
minuto o due in caso di emergenza. Erano quelli che avevano rinunciato alla ridicola idea che

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il campo di concentramento era la fine di tutto, un pezzo di inferno, una punizione ingiusta, un torto
li ha fatti che non avevano meritato. Erano quelli che avevano fame e freddo e
spaventato come tutti gli altri, che non hanno esitato a dirlo a volte - perché nascondere il reale
stato di cose? - ma a chi alla fine non importava. I ricchi erano quelli che non lo erano veramente
Là.
A volte si erano completamente rimossi impazzendo. Nel blocco degli invalidi I
ne aveva conosciuti due o trecento, e intimamente. Abbiamo mangiato, dormito, lavato insieme e
parlato
l'un l'altro. La maggior parte di loro non era dannosa se li lasciavi soli. Non avevano bisogno di
esserlo
distruttivo. Perché di regola erano contenti. Ma la loro contentezza era comunque terrificante, una
specie di
felicità congelata e non comunicabile. Ho guardato questi pazzi oltre la barriera del mio
Motivo. C'era sempre qualcosa di immutabile in loro che mi affascinava. Prendi Franz,
la piccola Slesia, le cui mani non smettevano mai di tremare, che parlava giorno e notte sotto le sue
fiato, ripetendo che tutto sommato Buchenwald non era un brutto posto, e che il
le disgrazie degli altri erano solo le loro stesse allucinazioni. Franz sembrava come se avesse il
angoscia del mondo sulle sue spalle. Non si poteva dire esattamente come, ma lo stava ancora
affrontando
lui stesso. Alcune persone hanno detto che il suo volto aveva cominciato ad assomigliare al volto di
Cristo.
Anche i deboli di mente, quelli che erano a corto di memoria e immaginazione, non soffrivano.
Vivevano di minuto in minuto, ogni giorno per sé, suppongo come fanno i mendicanti. La cosa
strana
era che era confortante stare con loro. I vagabondi, gli vagabondi, quelli che non avevano mai avuto
un posto dove vivere, stupidi e pigri com'erano, avevano raccolto ogni sorta di segreti sulla vita.
Non si lamentarono. Hanno passato i loro segreti. Con loro ho passato molte ore.
E poi, non devo dimenticare, c'erano anche i russi; non tutti i russi, ovviamente, per
tra loro c'erano anche gli oscuri, gli oppressi, specialmente quelli che si aggrappavano a Marx,
Lenin o Stalin come se fossero dei salvagenti. Quelli che intendo dire erano i lavoratori russi
e i contadini. Non si sono comportati come gli altri europei. Era come se non ci fossero intimità per
loro, e nessuna preoccupazione individuale tranne che per l'affetto di base per le loro donne e
bambini;
e anche questi non erano così forti come con noi.
Era come se fossero tutti riuniti in una sola persona. Se mai ti è capitato di colpire un
Russo - e non era facile da evitare, c'erano tante occasioni - in un minuto e cinquanta
I russi sono spuntati dappertutto, a destra ea sinistra, e ti hanno fatto pentire. D'altra parte, se tu
aveva fatto una bella svolta a un russo, e non ci voleva molto, solo un sorriso o un silenzio
tempestivo, quindi
All'improvviso troppi russi da contare sono diventati i tuoi "fratelli". Lo avrebbero fatto volentieri
si sono lasciati uccidere per te, ea volte lo hanno fatto.
Ho avuto la fortuna di essere subito preso dai loro affetti. Ho provato a parlare loro
linguaggio. Non ho parlato di politica e nemmeno loro ne hanno parlato. Ho fatto affidamento sulla
forza del loro
persone, un popolo non composto da individualisti come il nostro, ma carico di una corrente di
energia
che era diretto appassionatamente verso la vita.
Infine c'erano i vecchi, i vecchi russi e tutti gli altri, i francesi, i polacchi, i
Tedeschi. Anche da loro ho sempre imparato qualcosa. Perché, vedi, i cattivi vecchietti, tutti
quelli che non avevano scoperto come invecchiare, erano morti. A Buchenwald molti morirono tra i
cinquanta
e sessantacinque. Quella era l'età del grande massacro e quasi tutti i sopravvissuti erano bravi
uomini.
Quanto a loro, non c'erano più. Stavano guardando il mondo, con Buchenwald dentro
nel mezzo, da più lontano. Hanno assorbito Buchenwald come parte della grande effusione di
l'universo, ma già sembravano appartenere a un mondo migliore. Non ho trovato altro che gioia

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gli uomini sopra i settanta.
Questo è quello che dovevi fare per vivere nel campo: essere fidanzato, non vivere da solo. Il
la vita egocentrica non ha posto nel mondo dei deportati. Devi andare oltre, tener duro
qualcosa al di fuori di te. Non importa come: con la preghiera se sai pregare; attraverso
il calore di un altro uomo che comunica con il tuo, o attraverso il tuo a cui trasmetti
lui; o semplicemente non essendo più avido. Quei vecchi felici erano come gli hobo. Essi
non chiedevano altro per se stessi, e questo metteva tutto alla loro portata. Sii fidanzato, no
importa come, ma sii fidanzato. È stato certamente difficile e la maggior parte degli uomini non ci è
riuscita.
Di me stesso non posso dire perché non sono mai stato completamente privo di gioia. Ma era un
dato di fatto e il mio solido
supporto. Gioia che trovavo anche in strane strade secondarie, in mezzo alla paura stessa. E la paura
se ne andò
io, poiché l'infezione lascia un ascesso quando scoppia. Entro la fine di un anno a Buchenwald ero
convinto che la vita non fosse affatto come mi era stato insegnato a crederci, né la vita né la
società. Per
esempio, come potrei spiegare che nel blocco 56, il mio blocco, l'unico uomo che si era offerto
volontario al giorno
e la notte, per mesi, a vegliare sui pazzi più violenti, a calmarli e dar loro da mangiare
prendersi cura dei malati di cancro, dissenteria, tifo, lavarli e confortarli, era una persona
di cui tutti dicevano che nella vita ordinaria era un effeminato, un pederasta da salotto, un uomo
esiterebbe ad associarsi con? Ma qui era l'angelo buono, francamente il santo, l'unico santo
nel blocco degli invalidi. Come spiegare il fatto che Dietrich, il criminale tedesco, ne abbia arrestati
sette
anni prima per aver strangolato sua madre e sua moglie, era diventato coraggioso e
generoso? Perché era lui
condividere il suo pane con altri rischiando di morire prima? E perché, allo stesso tempo, lo ha fatto
borghese onesto del nostro paese, quel piccolo commerciante della Vandea, padre di famiglia, arriva
nella notte per rubare il pane ad altri uomini?
Queste cose scioccanti non erano quelle che avevo letto nei libri. Erano lì davanti a me. io
non ho avuto modo di non vederli, e mi hanno sollevato ogni genere di domande. E infine
era Buchenwald, o era il mondo di tutti i giorni, ciò che chiamiamo la vita normale, che era
turvy?
Un vecchio contadino angioino che avevo appena incontrato - che strano che fosse nato solo sei
miglia da Juvardeil - ha insistito sul fatto che era il mondo quotidiano che era di traverso. È stato
convinto di esso.

Pagina 148

P
[16]
IL MIO NUOVO MONDO
ROGRESSIVAMENTE , DI GIORNO IN GIORNO , il fronte orientale e il fronte occidentale si stavano
chiudendo
La Germania in una morsa tra di loro. La liberazione dell'Europa si stava avvicinando, ma di più
le possibilità di vittoria degli alleati crescevano, più le nostre possibilità di sopravvivenza
diminuivano. Non eravamo
prigionieri ordinari. Non c'erano codici di diritto internazionale per noi, né convenzioni umane. Noi
erano gli ostaggi del nazismo, i testimoni viventi dei suoi crimini. Se il nazismo stava per esplodere,
ha dovuto farci saltare in aria allo stesso tempo.
Nel settembre 1944 si diffuse una voce. Al corpo delle SS era stato ordinato di non lasciare a
uomo vivo nei campi di concentramento in caso di sconfitta. Le cariche di dinamite erano pronte, e
qualunque cosa le esplosioni e gli incendi potrebbero non portare a termine, le mitragliatrici
finirebbero. Presto lo fu
non solo una voce, era una direttiva che nemmeno le SS cercavano di nascondere.
A Buchenwald, come in tutti gli altri campi, siamo stati presi in trappola. Sette concentrici
cerchi di filo spinato elettrificato ci tagliano fuori dal mondo. Niente di meno che un incidente
divino
potrebbe salvarci. Nessun frammento del futuro ci apparteneva. Non avevamo nemmeno il diritto di
guardare
avanti. Inoltre, non avevamo la forza.
Durante l'inverno 1944-1945 la razione di cibo era stata ridotta a meno di un quarto di a
libbra di pane e meno di mezzo libbra di minestra sottile al giorno. Qualunque cosa avessimo in
mezzo
energia che abbiamo consumato sul posto, perché era l'unica cosa che ci era rimasta. La nostra
vitalità nervosa lo era
così ridotta da non poter più nutrire i nostri sogni. La speranza è un lusso, una cosa che non si fa
ordinariamente realizza - perché di regola c'è una sovrabbondanza di forza vitale.
Nel marzo 1945, quando gli Alleati attraversarono il Reno, una strana indifferenza si coprì
Buchenwald. La notizia è stata impressionante, ma a noi non sufficiente per diminuire o aumentare
il nostro
coraggio. Corpi di piombo e cuori smorzati erano le uniche cose da trovare in quei giorni, e il
quelli come me che non avevano rinunciato alla vita la tenevano stretta a loro. Non era una cosa che
erano
spendere o parlare.
Da questo momento in poi, ogni notte lunghi voli di aerei che non potevamo vedere passare sopra il
Collina di Buchenwald. L'intero cielo risuonava come un guscio metallico. I tizzoni giganti sorsero
dal
pianure circostanti - fabbriche fatte saltare in aria, città distrutte. Una notte il fuoco era in
lontananza
verso est - questa volta le fiamme ardevano ventiquattr'ore - dissero che era il
fabbriche di gas sintetico a Merseburg.
Il controllo delle SS sul campo era stato in qualche modo rilassato, ma quando tornò indietro tornò
forza furiosa. Marzo è stato il momento delle impiccagioni pubbliche più orribili. Finalmente, il 9
aprile, lì
non c'erano più dubbi, quei bombardamenti concentrati su Weimar e vicino al
campo, quella cannonata a ovest nei sobborghi di Erfurt, a circa quattordici miglia da noi, potrebbe
Significa solo che le nostre forze sono arrivate.
La notizia è caduta su di noi come se fosse caduta in un pozzo troppo profondo. Potremmo

Pagina 149
vederlo cadere e poi perderlo di vista. I nostri corpi erano terribilmente deboli, e poi lo stesso giorno
la razione di cibo cessò del tutto. Il 10 un ordine è stato improvvisamente trasmesso. Noi eravamo
data una scelta, ma cosa significava?
Il comando delle SS ha offerto un'alternativa ai prigionieri di Buchenwald. Potrebbero restare
nel campo a proprio rischio e in grave pericolo, oppure potrebbero partire entro due ore per le strade
ad est, scortato dalle guardie delle SS. Quello è stato il colpo più duro di tutti. Come potremmo
scegliere? No
uno ne era capace. Non c'era potere di ragionamento, nessun calcolo umano su cui basarsi. Quale
via
porre sicurezza? In che modo la vita? Qual era l'offerta delle SS?
Ho visto il panico tutto intorno a me. L'ultima assurdità, la falsa libertà di scegliere il proprio
destino,
tenevano gli uomini per la gola più strettamente di qualsiasi minaccia. Alcuni hanno detto:
“Stermineranno quelli
che restano. Stanno dando una possibilità a quelli che se ne vanno. " Ma era altrettanto probabile il
contrario.
A questo punto ho deciso di restare. Inoltre, mi sono trascinato attraverso il mio isolato
e attraverso quelli accanto. Ho chiamato tutti a restare, ho gridato a quel soggiorno che dovevano. io
ricordo di aver colpito brutalmente un compagno per impedirgli di decollare. Perché? Non ne
sapevo più
rispetto agli altri. Non mi era stato rivelato niente. Tuttavia, ero determinato a non andare, lo sapevo
non deve andare. Invece di litigare, pronunciai le parole senza alcun piano: “Non scappare. tu
attenersi alla nave. " Quale nave? Dio ci salvi. Nel corso del pomeriggio, dei cento
mille uomini a Buchenwald, ottantamila rimasti. Noi, i ventimila rimasti, l'avevamo fatto
niente da dire. Non abbiamo avuto il coraggio. La mattina dell'undicesimo giorno la fame era tale
l'agonia che stavamo masticando l'erba nei sentieri per ingannare i nostri stomaci affamati. La lotta
è stata
infuria a sei miglia al largo, ai piedi della nostra collina. Riuscivamo a malapena a sentirlo.
Verso mezzogiorno non ce la facevo più. Dovevo avere notizie. Ho improvvisamente ricordato il
file
esistenza degli altoparlanti. Ce n'era uno in ogni blocco collegato al Generale
Quartier generale delle SS, ed era attraverso questo canale che davano sempre gli ordini.
Mi trascinai verso la stanza privata riservata al prigioniero che si occupava del nostro
caserme. Era lì che si trovava l'altoparlante. Non c'era nessun altro in giro. Tutti gli uomini
erano fuori, cercando di seguire i suoni della battaglia.
Sapevo che da questo altoparlante sarebbe uscita la vita o la morte - l'una o l'altra. Il
lo strumento era ostinatamente silenzioso. All'una e mezzo udii la familiare voce delle SS, molto
deliberata,
ordinando alle truppe delle SS di procedere con il piano per lo sterminio di tutti i prigionieri
sopravvissuti all'interno
la mezz'ora.
Quale mano stava tenendo sotto controllo i miei sensi in quel momento, quale voce si stava
rivolgendo a me? io
non avere idea. Ma ricordo di non essere stato spaventato. Non ricordo di aver creduto alle SS, e io
ha deciso di non informare i miei compagni.
Venti minuti dopo, un ragazzo russo di quattordici anni, flessuoso come una scimmia, che aveva
salì sul tetto dell'isolato, cadde in mezzo alla folla da un'altezza di dodici
piedi. Stava gridando: "Gli americani. Arrivano gli americani. "
Lo hanno preso. Si era ferito gravemente quando era caduto. Alcune persone stavano correndo
altri gridavano. Un compagno francese mi prese per un braccio e mi trascinò fuori. È stato
guardando e continuò a guardare verso l'ingresso del campo. Ha imprecato e benedetto tra i suoi
denti. Guardò di nuovo ed era lì, abbastanza reale: una bandiera americana, una bandiera inglese,
una francese
la bandiera sventolava dalla torre di controllo.
I giorni successivi furono giorni di stupore. Eravamo ubriachi ma con una cattiva ubriachezza.
Avevamo ancora trentasei ore per restare senza cibo, perché le SS avevano sparso del veleno sui
magazzini
il campo, e così abbiamo dovuto aspettare. Non si passa subito dall'idea della morte al

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idea di vita. Abbiamo ascoltato quello che ci dicevano, ma abbiamo chiesto un po 'di tempo per
credere
dentro.
C'era un esercito americano molto forte, la Terza Armata, sotto un audace, estremamente audace
generale, Patton. Patton sapeva cos'è Buchenwald e quali pericoli comportava. Sapeva che a
tre ore di attesa significavano 20.000 morti. Contro ogni regola di cautela nella strategia, aveva
montato un
attacco corazzato, un attacco avvolgente alla collina. All'ultimo minuto, le truppe delle SS furono
tagliate fuori
dal campo, costretti a fuggire o arrendersi. Il set di ricevimento sotterraneo, nelle mani di
prigionieri nelle cantine del blocco medico, ha detto agli americani cosa fare.
Ma dov'era la gioia della libertà o la gioia di vivere? Il campo era sotto anestesia,
e ci vorrebbero ore e ore per afferrare la vita. Alla fine, all'improvviso, è esploso su di te,
accecando i tuoi occhi, più forti dei tuoi sensi, più forti della ragione. È arrivato in grandi onde, ogni
L'onda faceva male mentre entrava. Poi la tensione si allentò e tutti caddero in uno stupore
altrettanto piccolo
i ragazzi lo farebbero se gli dessi una bevanda forte. Non è stato sempre un bello spettacolo, perché
nella felicità gli uomini
si rivelano tanto quanto nella sfortuna, inoltre, nella prima settimana le persone morivano alla
grande
numeri. Alcuni sono morti di fame. Altri sono morti per aver mangiato troppo e troppo in
fretta. Alcuni erano
sbalordito dalla sola idea di essere salvato. È stato come un attacco che li ha portati via in a
poche ore.
O N A APRILE 13, il campo di RADIO - la sua radio libera - ha annunciato la morte di Franklin Delano
Roosevelt. Il suo era il primo nome di un vero uomo che avevamo sentito: Roosevelt, uno dei nostri
liberatori - ed era lui che era morto e non noi. Quando è arrivata la notizia stavo portando la mia
secchio in un dettaglio d'acqua con una cinquantina di altri uomini. La maggior parte dei tubi era
scoppiata. Lo ricordo bene.
L'intera squadra ha posato i secchi per terra e tutti si sono inginocchiati, francesi e russi
insieme. Per la prima volta in un anno, la morte di un uomo aveva un significato.
La vita è tornata alla maggior parte di noi, confusa, incoerente, tempestosa, ironica, difficile, come
la vita
si. Ero orgoglioso dei compagni che erano sopravvissuti. Potrebbe essere stato sciocco, ma ero
orgoglioso
di loro.
Diciassettecento ufficiali e soldati delle SS, fatti prigionieri dall'esercito americano, l'hanno fatto
stato posto in un blocco del campo a nostra disposizione. Vale sicuramente la pena segnalarlo lì
non era un singolo atto di vendetta, non un uomo delle SS ucciso da un prigioniero, non un colpo
inferto, non un
insulto. Nessuno è nemmeno andato a guardarli.
Il 16 aprile abbiamo appreso tramite canali ufficiali che gli 80.000 prigionieri che erano andati via
Sulle strade il decimo era stato mitragliato in massa dalle SS, in un luogo a sessanta miglia
a sud-est di Buchenwald. Hanno detto che prima non c'era un solo sopravvissuto. Lo abbiamo
appreso più tardi
questo era sbagliato; dieci erano ancora vivi.
Il 18 aprile, appena una settimana dopo la liberazione, mentre tornavo da un dettaglio d'acqua, una
voce
improvvisamente esplose a quindici piedi da me, calda come la luce del sole, impossibile da
credere, ma
piangendo, "Jacques". Era la voce di Philippe. Era lo stesso Philippe. Mi stava tenendo contro
lui. Era lì, Philippe il capo, Défense de la France, Francia personificato. Io non ero
sognare. Philippe, quel temerario, un capitano ora nell'esercito della liberazione, era passato
Francia e Germania in tre giorni e tre notti, prudenza al vento, senza a
tessera militare, un vero combattente della Resistenza, un vero uomo dei Maquis, per chiamare
almeno i suoi uomini quelli che erano a Buchenwald, quelli di loro che erano ancora vivi.
Philippe era la vita stessa. Era l'equazione trionfante. Era l'ultimo uomo che avevo visto prima
D’essere arrestato ed era il primo uomo che ho visto quando sono uscito. Ero vivo, e altri due del
Comitato della Défense de la France erano vivi, Philippe ci ha riuniti tutti e tre. 
Una macchina della  DF  ci aspettava e ha intrapreso la strada per Parigi, anche s e adesso aveva
assunto il nome di France-Soir , il quotidiano più importante della Capitale.
Quando siamo arrivati a Parigi, l'autista, un ragazzo che non era mai stato in prigione, ci ha
accompagnato in macchina per Place d'Appel era il suo modo di voler rendere omaggio al nostro
coraggio e alla nostra determinazione.

EPILOGO
ECCO ANCORA ALCUNI FATTI DA RIPORTARE . François è morto il 31 marzo, dodici giorni prima del
liberazione di Buchenwald, da qualche parte vicino a Lipsia, in circostanze sconosciute. Georges
morto nei primi giorni di aprile, sembra esausto, a bordo di un blindato, nei pressi di Halle an der
Saale. Denis è morto in Cecoslovacchia il 9 aprile, ucciso da un proiettile delle SS sul ciglio della
strada. Venti-
altri quattro membri del DF, arrestati insieme a me il 20 luglio 1943, non tornarono. Certamente
avere il diritto di conoscerli.
H Prima che la mia storia finisce , come si deve, per l'uomo che sono oggi, marito, padre, professore
universitario,
scrittore, non ha intenzione di raccontarti di sé. Non avrebbe saputo come e l'avrebbe fatto solo
appesantirti. Se ha registrato così a lungo i primi vent'anni della sua vita, è perché lui
crede che non gli appartengano più come individuo, ma che siano un libro aperto, da leggere per
chiunque
chi se ne frega. Il suo desiderio più caro era quello di mostrare, anche se solo in parte, ciò che
quegli anni avevano in serbo per la vita, la luce
e gioia per la grazia di Dio.
E ora, in conclusione, perché questo francese di Francia ha scritto il suo libro negli Stati Uniti
Stati da presentare oggi ai suoi amici americani? Perché oggi è ospite dell'America. Amare il
paese e volendo mostrare la sua gratitudine, non poteva trovare modo migliore per esprimerlo che in
queste due verità, a lui intimamente note e che vanno oltre ogni confine.
Il primo di questi è che la gioia non viene dall'esterno, perché qualunque cosa ci accada è
entro. La seconda verità è che la luce non ci arriva dall'esterno. La luce è in noi, anche se noi
non ho occhi.