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Scrive Sonia Residori « 

Finita la guerra, nel momento della


discesa dalle montagne alle piazze e delle sfilate per le strade
cittadine, le staffette partigiane e le donne in genere vengono mese
in coda o non sfilano affatto o le circondano l’imbarazzo e l’ironia
dell’Italia “tradizionalista e bacchettona”». 1
Infatti le partigiane vengono poste alle fine delle sfilate e la “gente
le appella come puttane!” o “femene dei partigiani” quelle “ ghe la
portava n’ tel bosco”.
Molte vennero dimenticate e gli stessi compagni si rifiutano di
farle sfilare “ tu non vieni – dicono a Miriam Mafai- se no ti
pigliamo a calci in culo! Al gente non sa cos’hai fatto in mezzo a
noi, e noi dobbiamo qualificarsi con estrema serietà”.2
Questo destino tocca anche Maria Erminia Gecchele, nome di
battaglia “Lena” staffetta della “Brigata Mameli” del gruppo
divisioni garibaldine d’assalto “Ateo Garemi”.
Ricostruiamo la sua storia!
Maria Erminia Gecchele, quinta figlia di otto,3 nasce a Zanè il 28
marzo 1904, il padre, Ilario Alfonso, originario di San Giovanni
Ilarione, comune di Verona, è allevatore di animali da cortile,
come tutta la famiglia, trasferitosi a Zanè, dopo aver conosciuto la
moglie Maria Maddalena Sola, soprannominata dai vicini “ la
polastrara”.

1
Residori S., Donne violente e donne lacerate. L’identità femminile durante il secondo conflitto mondiale, in Quaderni
Istrevi, n. 1/2006 p. 14
2
Mafai M ., Pane nero. Donne e vita quotidiana nella seconda guerra mondiale, Milano, Mondari, 1987, p.262.
3
1. Giuditta Anna nata il 26.07.1895
2. Romano Marco nato il 02.11.1896
3.Anna Maria nata l’11.10.1896
4. Pietro nata il 03.08.1900
5. Maria Erminia nata il 28.03.1904
6. Ilario nato il; 21.03.1906
7. Giovanni nasce il 05.05.1908
8. Ester Maddalena nasce il 05.12.1910.
A dieci anni il marito muore e la giovane vedova deve allevare la
numerosa prole da sola, la piccola Ermina per sopravvivere si reca
nelle trincee per una gavetta di minestra4 e ben presto deve cercare
un lavoro, per cui si presenta presso i lanifici scledensi Rossi e
Conte e viene assunta.
Qui inizia a respirare le idee socialiste e, in breve tempo, le sposa.
La giovane ha un carattere deciso e puntiglioso e meticolosa sia
sul lavoro che ,nella vita privata, grande fumatrice.

Dopo l’08 settembre decide di aderire alla resistenza ed entra a far


parte della Brigata “Garemi” che staziona, per un breve periodo,
nella pianura Zané e nelle vicine colline di Bregonze.
Il suo ruolo è quello di staffetta e lo svolge con molta
determinazione e coraggio, ad esempio una volta che v’era un
rastrellamento, onde evitare di essere bloccata dai fascisti, decide
di chiedere a un camion tedesco che la sta sorpassando un
passaggio, in questo modo riesce a superare tutti i posti di blocco
dei repubblicani e raggiungere la sua destinazione sana e salva.
La giovane è solita nascondere i messaggi nel manubrio della bici,
asportando le manopole.
La sua cattura avviene nel dicembre 1944 a seguito di una spia che
Erminia incontra durante un suo spostamento e le fa credere di
essere un partigiano che deve recapitare un messaggio al
comandante “Carlo”5.
La giovane si reca da costui e lo rende partecipa, per cui il
comandante si reca presso il covone di paglia dove Erminia l’ha
nascosto.
4
P.191
5
Alberto Sartori
Qui “alla luce debolissima di una torcia- ricorda il Comandante -
ho visto in faccia questo elemento, che aveva una mano, la sinistra
mi pare, rattrappita.6
Lo ascolto, ma mi ha fatto una pessima impressione. Allora ho
cominciato a fargli domande per verificare se effettivamente
staffetta partigiana. Ha risposto a tutte le domande tranello che io
ero solito fare, in simili circostanze.
Il messaggio era il seguente: il Comando Regionale ordina di
assaltare, con trenta uomini, Palazzo Giusti per liberare i detenuti
politici colà detenuti”.
Non soddisfatto delle risposte “Carlo” decide d’informare il
Comando Gruppo Brigate e affida il presunto partigiano a Erminia
e al suo compagno Cavallo, Giovanni Dal Maso, per condurlo
presso Raga, nei pressi di Schio, in attesa di decidere il da farsi.
Da quanto risulta, da più versione, l’uomo per un motivo non ben
precisato viene condotto dai due presso l’abitazione di Erminia e
vi rimane. Qui il 31 dicembre 1944 giunge la giovane Jolanda
Saugo, alias “Rina”, staffetta partigiana, recante un messaggio da
far pervenire a una persona di Alte Ceccato.
Erminia, nonostante la presenza dell’estraneo, parla con la
compagna rendendolo edotto del percorso, quindi saluta l’amica e
si prepara a partire per compiere il suo viaggio. “Alle ore 14 del
31 dicembre – ricorderà anni dopo Erminia- su una sgangherata
bicicletta transitavo in Alte di Montecchio, dove dovevo
consegnare un messaggio. La mia mansione stava per concludersi
quando alcuni colpi di pistola crepitano al mio fianco e due voci,
in tono risoluto e minaccioso, mi intimano l’alt. I due fascisti
buttano nel fosso la mia bicicletta e puntano l’arma alla mia testa”.
6
La staffetta Jolanda Saugo, alias Rina, afferma “ era uno di Firenze, alto asciutto, con la faccia da falco e con una
mano lesa”.
La giovane avrebbe scoperto che si trattava di Calandri
Guglielmo7 e Falteri,8 due uomini della “Banda Carità” giunti da
Padova e guidati dal collega Matteo Grippaldi, appartenente alla
sezione di Vicenza.9
In quel momento Erminia si rende conto “di essere stata tradita” e
perde “ la speranza della vita e vede introno a se il buio, ma mi
sono ripreso e sono riuscita a ingoiare il biglietto del messaggio”
nascosto nel guanto. 10
I due iniziano a interrogarla e le assestono “un’abbondante
porzione di legnate”, nonostante cio la giovane riesce a controllare
la paura, ma non per questo gli aguzzini si arrendono e la
traducono presso il carcere di Vicenza.
Qui viene sottoposta a confronto con una giovane staffetta
partigiana che l’accusa di fare la staffetta e di conoscere Cavallo,
ovvero Dal Maso Giacomo, l’uomo che ha ospitato il Maggiore
Freccia in occasione dell’incontro con Lisi e Alberto.
Erminia rimane in silenzio, atteggiamento che suscita la rabbia dei
suoi inquisitori, per cui la massacrano di botte, mentre la giovane
compagna continua a parlare e a riferire fatti e nomi a lei noti. Al
termine viene deciso di condurre la giovane presso la casa di
Giovanni Dal Maso, alias Cavallo per permettere il
riconoscimento, dal momento che ha un tratto caratteristico:
l’assenza del pollice sinistro, perso durante il servizio militare.
Ed ecco la macchina che si ferma dinanzi casa dell’uomo, intorno
alle 21, scendono due uomini e una ragazza e bussano. Apre la
porta la moglie che tenta, vista la mala parata di tergiversa e

7
Militare scelto della sezione staccata di Padova Caporale p.211
8
Militare Scelto della Sezione di Este Caporale p.212
9
Dogo Baricolo T., Ritorno a Palazzo Giusti, op. cit., confessione di Umberto Usai, in Appendice IV, P. 213.
10
guadagnare tempo, ma i militi repubblicani la spingono via e la
minacciano di compiere atti efferati.
Non appena viene confermata l’identità, gli uomini della Banda
iniziano a percuoterlo allo scopo di fargli confessare il luogo dove
si svolgono le riunioni, dov’è nascosta la radio e, soprattutto, dove
sono nascosti “Alberto, Lisi, Carlo e il Maggiore Freccia. 11
Dal momento che l’uomo nega e resiste, gli inquisitori gli
applicano la "macchinetta" ai pollici e lo scuotono mediante
corrente elettrica.
“Sotto lo spasimo della corrente elettrica e a percosse orribili sono
arrivato a Vicenza”, qui le torture continuano e gli viene chiesto di
confessare il nascondiglio della radio con cui lo accusano di aver
chiesto agli alleati di bombardare, il 23 novembre, la città di
Vicenza.
Visto che l’uomo si ostina a tacere lo conducono, insieme alla
giovane traditrice, in carcere a Vicenza.
I due incontrano Erminia, che fa finta di non conoscerli. Per i tre
inizia un lungo calvario fatto di alternarsi d’interrogatori e torture
con la conseguenza che provano un profondo smarrimento ed
Erminia si sente “ definitivamente perduta, rassegnata a sentirmi
in minuto sritolare dagli artigli di quegli innominabili briganti
senza dio e senza legge, dalle amni insanguinate e dalla bocca
sporca”.
L’indomani e per circa due giorni i tre vengono condotti al
numero 13 di via Fratelli Albensi, dove sorge la sede della sezione
staccata della Banda e dove vengono condotti gli interrogatori.

11
Alberto è il nome di battaglia di Nello Boscagli, comandante di tutte le formazioni partigiane garibaldine del
vicentino; Lisi è il nome in codice di Lino Marega, commissario politico delle Brigate Garemi; Carlo è Alberto Sartori,
ispettore delle Brigate Garemi; il Maggiore Freccia è il Maggiore inglese John Pretoce Wilkinson.
Qui per circa tre giorni consecutivi vengono sottoposti a
incessanti e massacranti interrogatori, Erminia viene sottoposta “
alla denudazione ed elettrizzata molto”12, mentre Giacomo viene
percorso selvaggiamente. I due tacciono, mentre la giovane,
intimidita e impaurita, rivela nomi e indicazioni utili.
Al terzo giorno si decide di condurre il trio a Padova, al numero
55 di via San Francesco, dove sorge Palazzo Giusti, divenuto,
dopo il ripiegamento della Banda Carità da Firenze, sede centrale
del gruppo.
Qui incontrano persone di “alto e universale valore letterario e
scientifico come i professori Egidio Meneghetti, Luigi Palmieri,
Gianfranco Volpato; Giovanni Ponti, “Ascanio” alias Attilio
Gombia, membro del Triumvirato Insurrezionale Veneto; Luigi
Faccio, ultimo sindaco di Vicenza prima dell’ascesa del Fascismo,
e tanti altri che con le loro sagge parole sapevano rinforzare la
nostra tempra, rinsaldare la nostra volontà, riaccendere la
speranza, risollevarsi al di sopra del fango nel quale dovevamo
vivere, trascorrendo con profondi sospiri lenti e lunghi minuti
degli snervanti interrogatori e delle torture sempre nuove e
perfezionate, fatte per strapparsi nello spasimo del dolore qualche
indicazione, qualche nome, qualche piano”. 13
Erminia è ben consapevole che basta “ pronunciare un nome per
provocare la catastrofe di un paese, per gettare nel rogo della
rappresaglia persone, famiglie, paesi. L’enorme responsabilità
della segretezza pesava sulla nostra coscienza e ci rendeva più
forti della ferocia fascista. Tutto finiva nell’assoluto silenzio,
unica sperimentata salvezza”.

12
Dogo Baricolo T. (a cura di), Ritorno a Palazzo Giusti….,cit., Confessione di Umberto Usai, in Appendice, p. 213
13
Il medesimo atteggiamento viene tenuto da Dal Maso che viene
battuto con una sbarra di ferro che gli procura una lesione
permanente alla spina dorsale.
Dopo l’ultimo pestaggio le condizioni peggiorano, per cui viene
condotto prima in cella e dopo presso l’Ospedale Militare Tedesco
di Abano proprio per le percosse mentre la ragazza ribadisce le
accuse nei loro confronti esponendoli a nuove torture, fino al 27
aprile 1945, quando i partigiani entrano nell’edificio e li liberano.
Erminia e le altre detenute, vengono condotte dietro
interessamento del Patriarca di Venezia, del Vescovo di Padova e
del Questore di PAdova, presso l'Istituto delle Suore Canossiane.
Due giorni “ torna libera al suo paese” e puo riabbracciare i suoi
cari e testimoniare agli amici, attraverso i segni delle torture
subite, la sofferenza , la fede e il contributo alla causa della libertà.
Il prof. Arnaldo Giovanrdi, medico di Thiene, testimonia quanto
segue “ prima di tutto l’hanno fatta spogliare nuda per metterla in
difficoltà e creare un handicap psicologico. Dopo di che tutti i
presenti hanno abusato di lei. Poi sono state spente sigarette sul
suo corpo. Quindi le hanno attaccato dei fili elettrici nelle parti più
delicate e sottoposta a scosse elettriche, e ancora il ferro da stiro
sulla schiena e sui capezzol. E questo è stato ripetuto non una sola
volta, ma per giorni, per notti intere con incessanti interrogatori”.
14

Lo stesso fanno gli altri due protagonisti, ma in occasione del


primo incontro Dal Maso ed Erminia non partecipano, solo negli
anni successivi i due si recano e ogni volta è Erminia che, dopo
lunghe discussioni,15 riesce a rasserenare l’animo dell’ex
partigiano e a convincerlo che bisognava perdonare la giovane
14
Dal Pra C.- Molo D.- Monaco C., Figura e ideali di Erminia Gecchele nella Resistenza, in numero unico, a cura del
gruppo Eiti, Zanè, 1982, p. 48
15
Lo riferisce il marito della figliastra di Erminia, Maria Maddalena Callegaro. Simini E.M., Maria Erminia Gecchele
“Lena”. L’eroismo di una partigiana; Libera Associazione Culturale Livio Cracco, Schio dicembre 2009, n.11; p. 204
compagna di lotta vittima, come loro della violenza inaudita dei
fascisti.

Autore Coletta Stefano