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Lino Zechetto

Tutti siamo soliti associare la fine del regime nazi fascista con il 25 aprile giorno in
cui i partigiani entrano a Milano e di riflesso siamo convinti che le ostilità siano
cessate quel giorno.
Invece non è stato cosi, i nazi fascisti hanno cercato di opporre una strenua resistenza
prima di accettare l’idea di dover deporre le armi. Un situazione del genere avviene
in contrada Selva, nel territorio di Montebello Vicentino, nei pressi della cascina
della famiglia Dalla Valle.
Qui una ventina di S.S., insieme ad altrettanti componenti della milizia repubblicana
stanno battendo in ritirata, ma stanchi e bisognosi di rifocillarsi decidono di occupare
l’edificio e di depredare i beni degli abitanti.
Qualcuno li vede e, immediatamente, si precipita a Montebello, presso la Caseerma
dei Carabinieri, dove la “Brigata Lino Zecchetto” s’è attestata e sta cercando di
riorganizzare l’attività di polizia sul territorio.
Il comandante Lino Zecchetto appreso l’accaduto chiama a raccolta gli uomini e
lasciato uno sparuto numero a presidio della caserma per sorvegliare i prigionieri
tedeschi catturati nei giorni precedenti, si precipita sul luogo.
Lino ex ufficiale dell’Esercito freme all’idea che donne, bambini e vecchi sono tenuti
in ostaggio e lo trova del tutto inaccettabile, memore della sua esperienza in Croazia e
Slovenia, quando più di una volta la popolazione è stata oggetto dell’ira italiana e
tedesca.
Nel frattempo il gruppo giunge sul posto.
“ E’ un bel problema Lino!” gli comunica il suo amico Bruno Munaretto
“Vedi per raggiungere la casa dovremo stare allo scoperto e vedi nel fosso, nel
granaio e al piano superiore ci sono dei soldati appostati. Conviene attendere il
supporto degli Alleati. Per radio ci hanno comunicato che sta arrivando un carro
armato”.
Ma Lino ha paura di quello che puo accadere ai civili “Sono topi impauriti pronti a
tutto e non hanno niente da perdere. Maledizione!”
Conclude.
Per questo motivo decide d’impegnare battaglia, per farlo iniziare a correre verso la
casa a zig zag per schivare i proiettili degli asserragliati, la sua decisione non è quella
di uno sconsiderato e neanche di un euforico soldato.
Del resto sulle pagine del suo diario ha scritto chiaramente che l’eroe “ non disprezza
la vita; nessuno sa, quanto lui, comprenderla e darle un cosi alto grado di
apprezzamento”.
Il suo gesto è dettato dall’amore per gli altri, per quei poveri civili vittime di quella
triste situazione.
Nient’altro!
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Il suo percorso lo espone ai tiri che riesce a schivare fino a quando si trova sotto il
tiro incrociato e una pallottola lo ferisce.
Lino cade.
Tenta di rialzarsi, ma non ci riesce.
I compagni tentano di recuperarlo, ma una decisa grandinata di proiettili li inchioda,
mentre una SS esce e raggiunto Lino lo finisce con un colpo di pistola alla tempia.
I compagni sono sconvolti e increduli, ma li sconvolge ancor di più l’idea di vedere il
militare derubare il loro amico e comandante dell’orologio.
Incredibile!
Poche ore prima Lino aveva salvato dei militari tedeschi da un linciaggio e da essere
derubati perché bisognava rispettare il nemico e adesso un nemico ne oltraggiare il
corpo.
Altri due compagni Mario Dalla Gassa, classe 1922, ed Enrico Pelosato, classe 1926,
mentre altri rimangono feriti, tra cui lo stesso Lino alla gamba.
Nonostante cio il giovane, con sprezzo del pericolo, cerca di aiutare i compagni e di
sostenerli nella ritirata, ma viene raggiunto da un soldato e freddato e derubato
dell’orologio.
Il corpo del comandante rimane esamine sul terreno, mentre i compagni cercano di
snidare i nemici asserragliati nella cascina, solo alle 12.00, in seguito all’arrivo del
carro armato americano Sherman riescono a liberare i civili, mentre i nazi-fascisti si
dileguano sulle colline.
La notizia dell’assassinio di Lino giunge alla caserma di Montebello e solo grazie
all’intervento del parroco, Don Silvio, viene evitata l’applicazione della legge del
taglione.
Il giovane comandante Lino Zeccheto, classe 1920, emette il primo vagito il 20
febbraio, a San Stino di Livenza, comune della provincia di Venezia. E’ il
primogenito di cinque figli, la madre Maria Gaiatto è una casalinga, mentre il padre
Antonio è ferroviere, lavoro che lo sottopone a trasferimenti.
Proprio questo lo conduce, sei anni dopo, a Motta di Livenza, nel trevigiano, dove
Lino inizia a frequentare le scuole elementari fino al 1930 anno in cui l’intero nucleo
sbarca a Vicenza.
Lino dimostra, subito, un amore viscerale nei confronti del sapere che lo portano a
essere stimato e apprezzato dal suo maestro, tanto che invitano i genitori a supportare
il figlio negli studi.
Per cui viene iscritto all’Istituto Magistrale Fogazzaro della città, dove si distingue
per il vivido ingegno, la ferma volontà e la diuturna applicazione allo studio che lo
porta a eccellere e a conseguire eccellenti risultati.
Due docenti lo prendono a ben volere e lo pongono sotto la propria protezione:
Mariano Rumor, futuro presidente del Consiglio, e la professoressa Lattes Valenti,
docente di Lettere.
Nello stesso periodo, grazie al Cappellano della Chiesa di San Felice, Lino aderisce
all’Azione Cattolica e con il quale instaura un rapporto di amicizia che durerà fino
alla sua tragica morte.
Conseguito il diploma, grazie all’incoraggiamento dei suoi insegnanti, decide
d’iscriversi alla Facoltà di Pedagogia di Torino insieme all’amico e compagno di
scuola Marcello Peretti che lo sostiene passandogli i testi e le dispense.
Nei primi del 1941 viene assalito dal desiderio di rendersi utile alla patria, per cui si
presenta, insieme agli amici Tullio Basso e Mario Cavalieri, al Distretto Militare di
Vicenza e presenta di domanda di arruolamento come sottoufficiale.
I tre vengono inviati presso il 78° Reggimento Fanteria Lupi di Toscana, di stanza a
Bergamo, e per uno scherzo del destino assegnati alla medesima compagnia. 1
L’11 giugno conseguono il grado di sergenti e, un mese dopo, partono per Gospic, sul
fronte croato, da dove vengono raggiungono Vercovina, a 80 Km da Gospic, lungo la
linea di Fiume.

Lo scopo affidato ai soldati è quello di pattugliare, continuamente, un tratto, di circa


20 Km, della linea ferroviaria per evitare sabotaggi da parte degli iugoslavi.
A tal scopo vengono creati dei distaccamenti composti di 8 soldati e due sottoufficiali
che a turno compiano il percorso.
Un servizio duro e faticoso che porta Lino a conoscere gli orrori della guerra a cui
nonostante il trascorrere dei mesi non riesce ad abituarsi, soprattutto non accetta le
rappresaglie contro la popolazione locale.
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La XXIII del IV Battaglione.
Il 02 settembre i tre compagni rientrano in Italia, dove, dopo una breve licenza a
Vicenza, apprendono di essere stati ammessi alla scuola per ufficiali di
complemento, presso la città di Salerno.
Una nuova esperienza che lo porta a riflettere e anche a intristirsi, perché è
tormentato dalla sofferenza di vedere oltre e di volersi allontanare dalla grettezza e
materialismo della maggioranza dei suoi colleghi.
Ben presto giunge alla conclusione che non serve la scuola, ma è necessaria
l’esperienza sul campo e l’empatia.
Conseguito il grado di sottotenente, dopo tre mesi, viene destinato, insieme ai suoi
due amici, al fronte iugoslavo.
Qui il 12 febbraio 1943 rischia di rimanere ucciso e solo “la Madonna di Monte
Berico lo salva da morte certa”. 2
A seguito delle ferite gli viene concesso un periodo di convalescenza e, subito dopo,
viene assegnato a Roma, dove l’11 luglio presta servizio d’onore a Palazzo Venezia.
nonostante tutto non s’ubriaca della vita romana, ma cerca di vedere, con attenzione il
futuro e si rende conto del pericolo che si staglia all’orizzonte, a seguito dello sbarco
degli Alleati sulle coste siciliane.
In particolare si preoccupa per la sua fidanzata, Milena, sfollata a Lucca con la sua
famiglia, per cui scrive ai suoi genitori e gli chiede di ospitarla per evitare i pericoli
dell’avanzata del nemico.
Il fatidico 08 settembre prendere la decisione combattere contro i tedeschi e
imbracciate le armi si oppone alle forze germaniche che tentano di conquistare la
caserma, sita nella zona di Monte Mario, ma quando la preponderanza numerica sta
per travolgere il reggimento comanda ai suoi uomini di darsi alla macchia, quindi
seppellisce la bandiera di guerra e s’invola anche lui.
In quei momenti convulsi e febbrili decide di tornare a casa e dopo alterne vicende
giunge a Vicenza.
Nel frattempo nasce la Repubblica di Salo, ma Lino decide di non farne parte
raccogliendo la richiesta del Rettore patavino, Concetto Marchese, di “non lasciare
che l’oppressore disponga della vostra vita, fate risorgere i vostri battaglioni, liberate
l’Italia”. 3
Non è facile, soprattutto, perché Lino vuole prima di tutto mettere al sicuro gli affetti,
per cui grazie all’amico Mario De Giacomi, già membro del movimento clandestino,

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conduce la famiglia e la fidanzata, sul finire del dicembre 1943, presso la casa della
sorella dell’amico, Luigia, sita a Montebello Vicentino.
Tale località è situata ai piedi dei colli Lessini, al confine con la provincia di Verona.
I due amici ritrovati si aprono i cuori e Lino accetta di entrare nelle fila della
Resistenza, la cui sede è presso i locali del Mulino, di proprietà di De Giacomi.
Il sito è l’ideale dal momento che presenta vari nascondigli e uscite segrete che
possono consentire, in caso di pericolo, la fuga dei componenti il piccolo gruppo, in
qualunque momento.
Lino si distingue subito e, a dicembre, viene nominato ufficiale di collegamento della
Brigata “Tre stelle”, non contento decide di rinsaldare la presenza partigiana nella
zona di Montebello, ragion per cui inizia a dar vita alla propaganda clandestina
finalizzata a incitare alla disobbedienza civile e militare i giovani del posto.
Tutto va bene, fino al 29 gennaio, quando qualcuno affigge dei manifesti inneggianti
il re e preannuncianti la sconfitta dei tedeschi, ma, soprattutto, denunciano, con nomi
e cognomi, il comportamento dei fascisti locali e promettono che non l’avrebbero
passata liscia.
Se fino a quel momento l’azione clandestina era passata inosservata o, tacitamente,
tollerata, quel gesto sconsiderato provoca la dura reazione dei fascisti che iniziano a
compiere perquisizioni ovunque alla ricerca del responsabile.
Nonostante tutti gli sforzi il responsabile non viene scoperto e per fortuna del gruppo
neanche Lino e i suoi amici, ma il livore aumenta nell’animo del segretario del fascio,
a tal punto, che chiede una spedizione punitiva alla sezione della Banda Carità di
Vicenza.
Detto fatto, l’8 febbraio 1944 alcuni componenti della suddetta “piombano
all’Albergo Montebello chiedendo di uno frequentatori che entra dopo pochi attimi.
Subito gli si avvicinano, lo costringono a uscire e lo percuotono duramente a tal
punto da far intervenire due militari germanici, casualmente presenti, che intimano,
armi in pugno, di fornire le loro generalità”. I quattro non si scompongono forniscono
le proprie generalità e se ne vanno lasciando il malcapitato a terra, ma non paghi
decidono di compiere un’irruzione al “Caffè Due Colonne”, sito nel centro del paese.
Qui trovano degli individui non iscritti al fascio repubblicano per cui li conducono
fuori e li aggrediscono “ ripetutamente con schiaffi, pugni e con arnesi di ferro,
ferendoli al vico e alla testa”, lasciando a terra il più anziano semi-tramortito.
Quindi si dileguano, non prima di aver sparato dei colpi in aria.
Tale operazione provoca l’indignazione della popolazione locale e quella del
comandante tedesco locale che depreca gli avvenimenti e avverte il segretario del
fascio che non avrebbe tollerato il ripetersi di atti di volenza del genere.
Lino continua la sua opera e a seguito del decreto riguardante le pene per coloro che
non risponderanno alla chiamata di leva decide di aiutare i giovani a darsi alla
macchia.
Per riuscirvi puo contare sull’amicizia di un impiegato comunale dell’ufficio leva che
comunica, quotidianamente, al gruppo i vari ricercati, in modo da permettere loro che
si possano dare alla macchia. Ogni sera il gruppo si riunisce, nei locali del Mulino,
per fare il punto della situazione e ogni sera, Lino interviene a sedare gli animi di
coloro che vogliono compiere azioni violente che potrebbero mettere a repentaglio la
vita della popolazione civile.
Ricorda sempre la sua esperienza nei Balcani, ricorda il ragazzino morente con lo
stomaco in mano, visto la prima sera del suo arrivo, ricorda la pena delle donne a cui
è stata bruciare la casa per rappresaglia, ricorda gli ordini molte volte biechi e tristi a
cui ha dovuto obbedire. I suoi interventi sono pacati, ma decisi, basati sul rispetto
delle opinioni altrui, ma votati a evitare inutili azioni e soprattutto determinati a non
arrendersi e mollare dinanzi alle varie vicissitudini.
Più di una volta rimette sulla buona strada i vacillanti mediante parole suadenti ed
animatrici, a calmare gli animosi, a stemperare la rabbia e, soprattutto, a trasfondere
fiducia nella rinascita di un paese libero e democratico.
Grazie a questo riesce a continuare la lotta e riporta, nel giugno del 1944, una serie di
successi a danno delle truppe tedesche lungo la strada Padana Superiore, lungo i tratti
tra Signolo a Tavernelle e tra Montorso e Montecchio Maggiore.
Allo scopo di costringere i camion a fermarsi vengono disseminati dei chiodi che
costringono il mezzo con il foro alle ruote ha fermarsi e, proprio in quel momento,
dal suo nascondiglio esce Lino e si precipita sullo sportello di guida, apre e punta il
mitra al conducente, mentre Mario De Giacomi e Raffaele Rigotti provvedono a
prelevare dal cassone le armi.
Non sempre le azioni sono cariche di bottino e, più di qualche volta, il gruppo rischia
la vita, ma nonostante cio Lino convince tutti a non mollare e a confidare nella buona
sorte.
Una delle maggiori preoccupazioni di Lino è evitare di usare le armi senza motivo, la
sua idea di guerra ha un sapore romantico, degno di un cavaliere medievale.
Una volta riforniti di armi, il gruppo, alla luce delle disposizioni del Comitato
Regionale che ha chiesto, espressamente, di compiere atti di sabotaggio lungo la linea
ferroviaria Venezia Milano, decide di procurarsi dell’esplosivo nei depositi di San
Pietro in Gu, Noventa Vicentina, sovizzo, Brendola e Tavernelle.
I candelotti vengono trasportati sui portapacchi delle bici nascosti all’interno di cesti
pieni di frutta o di vestiti sporchi.
Ben presto le azioni aumentano e di conseguenza serve più esplosivo che viene
nascosto sotto lo strame o la paglia.
Di solito uno dei componenti procede in bici, come avanguardia, mentre l’altro sul
carretto; in una di queste occasione i due rischiano, per ben due volte di essere
scoperti, ma, quel giorno, la fortuna è dalla loro parte e ne escono illesi.
Il primo sabotaggio avviene in località Palazzina a danno della cabina ferroviaria tra
Montebello e Altavilla Vicentina, dopo aver avuto la premura di aver fatto
allontanare i presenti, tra cui alcune guardie.
Al gruppo di giovani partigiani, a seguito dei primi attentati, s’uniscono i fratelli di
Lino, Bruno z Aldo e i seguenti giovani: Giovanni Cecchin, Ernesto Disconzi, i
fratelli Emilio e Bruno Maraschin, Erminio Crestani e Virginio Zulpo.
Questo consente al gruppo di poter agire, contemporaneamente su vari tratti della
linea tra Altavilla e Lonigo.
Le forze nazi fasciste ignare dell’esistenza del gruppo di Lino attribuiscono la
responsabilità ai partigiani della Valle del fiume Chiampo, per cui intensificano
l’azione di rastrellamento.
Lino dal canto suo inizia a cercare di raggiungere un accordo con i suddetti per poter
allargare il raggio delle operazioni, soprattutto, alla luce dell’ordine dei tedeschi di
costruire tra Lonigo e Sarego un complesso difensivo costituito da una grande fossa
anticarro e da una serie di casamatte, ridotte, fortini e rifugi, trincee e sbarramenti
collocate sulle alture della Mira, del Monte Da Lago, del Castello e della Cima di
Selva di Agugliara.
A creare un momento di crisi del gruppo di Lino con la popolazione è l’attività di
alcuni delinquenti che spacciantesi per partigiani depredano i civili, ma non appena
scoperti e consegnati al nemico ritorna l’equilibrio e il numero del gruppo raggiunge
le 130 unità.
Tale situazione spinge Lino a chiedere, nel dicembre del 1944, il lancio di armi e
munizioni, ma avverse condizioni meteo, per ben due volte, lo impediscono.
Lino non si scoraggia e decide di ritentare l’assalto di camion isolati tedeschi o di
soldati di pattuglia.
In breve riesce a racimolare un numero consistente di armi che gli consentono di
armare tutti i componenti e di sostenere all’avanzata degli Alleati nei primi mesi del
1945 e di contribuire alla liberazione del territorio di Montebello.
Purtroppo la morte gli impedisce di vedere fiorire i frutti del suo diuturno lavoro di
resistente.
Alla sua memoria viene conferita la medaglia d’argento al valor militare provocando
la protesta dei compagni che ritengono meriti quella d’oro, inoltre gli viene intitolata
una scuola elementare.

Autore Stefano Coletta

Bibliografia
Munaretto B.-Crispino M., Lino Zecchetto, La Serenissima, Vicenza, 1995

Bibliografia

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