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Una strage incredibile

24 aprile 1945 la via principale del piccolo centro di


Saonara, cittadina alle porte di Padova, lentamente, viene
attraversata da una lunga fila di soldati tedeschi, la
maggioranza si presenta malvestita e stremata. La
maggioranza su camion, pochi a piedi, sono tutti diretti
verso Venezia, per poi proseguire verso Trieste e da qui
rientrare in Germania.
E’ una processione strana, insolita, non si tratta del solito
esercito, dei soldati sicuri e forti che hanno imposto la
propria forza e brutalità nei mesi precedenti, ma di una
massa di uomini abbattuti, demoralizzati, preoccupati e, con
il passare delle ore, tesi e impauriti.
La popolazione li guarda stupita e anche perplessa, non
riesce a comprendere quello che sta accadendo, dal
momento che ancora la notizia degli avvenimenti di Padova
non è giunta fino a quel piccolo centro agricolo.
Il 27 mattina la rotta dei soldati è divenuta una piena, ma
anche il nervosismo è salito, a tal punto che a ogni lieve
rumore sospetto i soldati iniziano a sparare in ogni
direzione con le loro Maschinenpistole, anche note con
l’acronimo MP40.
A Villatora, una frazione di Saonara, alcuni ragazzi alla
vista dei soldati iniziano a correre e si rifugiano in una casa,
hanno paura che siano venuti a prendere tutti gli uomini per
mandarli a lavorare in Germania.
La vista di quel gesto insospettisce i militari, i quali
pensano che si nascondano dei partigiani pronti a tendere
un agguato, per cui tolgono le sicure alle armi e iniziano a
sparare contro la casa, mentre accelerano il passo. Ma
nessun «banditen», termine con cui i tedeschi marchiano i
partigiani, per cui superato l’edificio abbassano le armi e si
dileguano.
Tensione, paura, rabbia, frustrazione e umiliazione sono
questi i sentimenti che dominano l’animo delle truppe
tedesche, che in alcuni reparti, come le SS, stanno
alimentando un desiderio di vendetta. Procediamo con
ordine e soffermiamoci ai fatti avvenuti nei giorni
precedenti a Padova. Qui il 20 aprile il Comando del 7°
Battaglione partigiano «F. Busonera» riallaccia i propri
rapporti con il Comando della Brigata Garibaldi, allo scopo
di operare dopo che a metà marzo è stato arrestato uno dei
comandanti, Claudio Miozzo, da parte degli uomini del
Comandante Baracco.
In breve le formazioni partigiane sono pronte all’attacco e
nella notte tra il 26 e il 27 viene diramato l’ordine
d’insurrezione.
Per cui alle prime luci del nuovo giorno, le autorità fasciste
di Padova preso atto del dilagare delle formazioni
partigiane chiedono di poter trattare la resa con il Comando
Regionale Veneto.
Nel frattempo le formazioni partigiane occupano gli
obiettivi stabiliti e liberano i prigionieri politici detenuti nel
carcere controllato dalle SS.
Alle 20.00 il Commissario Straordinario per il Veneto della
Repubblica Sociale Italiana, Giuseppe Pizzirani,1 e il
Generale Ottavio Peano, Comandante Regionale per il
Veneto della Repubblica Sociale Italiana, grazie alla
mediazione dei sacerdoti: Padre Messori, Don Francesco
Della Zuanna, Don Girolamo Tessarolo,2 dinanzi ai
rappresentanti delle forze partigiani firmano, nella saletta
verde dell’Antonianum,3 la resa incondizionata. Negli stessi
istanti i partigiani prendono il controllo della Caserma
Piave, sita in Prato della Valle.
L’indomani, alle prime luci dell’alba, viene dato l’ordine ai
partigiani d’indossare dei bracciali tricolori con la scritta
CNL e di collocarsi ai margini delle vie principali della
città per impedire l’eventuale afflusso di colonne di
tedeschi, onde evitare che riprendano, con la forza il
controllo della città, inficiando la Liberazione ottenuta.
Improvvisamente, due macchine tedesche s’immettono a
velocità sostenuta nello spiazzo di Prato della Valle, uno

1
Giuseppe Pizzirani (Baricella, 19 marzo 1898 – non si conosce la data del decesso) è stato un politico italiano.
2
I tre sacerdoti vengono incaricati dal Vescovo Mons. Carlo Agostini. Fragolino V., Ascetismo e azione, op. cit., p. 61.
3
La sala più grande che si trova nei pressi della portineria. Fragolino V., Ascetismo e azione, Padre Assori Roncaglia,
prete, soldato, ferroviere, op. cit., p. 62.
dei luoghi più conosciuti di Padova,4 e si dirigono verso un
posto di blocco.
Mentre si avvicinano vengono abbassati i finestrini e gli
occupanti iniziano a far fuoco sui partigiani, che, superato
lo stupore, del primo momento, i partigiani reagiscono e
rispondono alle raffiche; con la conseguenza che mentre la
prima autovettura riesce a farsi strada e fuggire, la seconda
viene bloccata e ordinato ai passeggeri di scendere.
con grande sorpresa dei presenti si scopre che a bordo c’è il
generale Von Alten, comandante della Piazza di Ferrara, e
il Generale Von Schering, comandante della Piazza di
Padova. 5
Verso le 11.00 Comando tedesco chiede di trattare la resa e
viene stipulato il seguente accordo : disarmo completo di
tutte le forze tedesche entro tre ore dalla firma; nessun
soldato tedesco potrà circolare per la città in divisa e
armato; i limiti della zona di rispetto del presente accordo
coinvolgono i seguenti paesi: Ponte della Fabbrica,
Albignasego, Ponte San Nicolo, Camin, Noventa Padovana,
Vigonza, Limena, Mestrino, Abano.
Proprio a Camin, paese distante da Saonara solo 6 Km, i
partigiani locali fanno incetta di armi e decidono di operare,
nelle prime ore del 28 aprile, un vasto rastrellamento nella
zona, pertanto formano tre gruppi:
4
Una indovinello recita che Padova ha tre elementi simbolo un Santo senza nome, un prato senza erba e un caffè
senza porte. Chiaro il riferimento a Sant’Antonio conosciuto nel mondo come il Santo, mentre il prato senza erba è
Prato della Valle nato per far svolgere gare di cani o di cavalli, mentre il Caffè senza porte è il Pedrocchi nato senza
porte perché l’idea del creatore è quella che rimanga attivo ventiquattr’ore al giorno.
5
I due militari sono alticci e dichiarano ««Noi stare con italiani, no con americani». Fragolino V., Ascetismo e azione,
Padre Assori Roncaglia, prete, soldato, ferroviere; www.booksprintedizioni.it; 2013, p. 6
due perlustreranno l’area tra Camin e Padova, il terzo,
guidato da Luigi Tombola, fratello del Capitano Romeo
Tombola,6 si dirigerà su Saonara.

Fermiamoci qui e ritorniamo a Saonara, per la precisione a


VillaTora, a circa 2 Km, dove sorge una villa settecentesca
di proprietà della famiglia Bauce.
La proprietaria è un anziana signora che ha dovuto ospitare,
volente e nolente, degli ufficiali della Werhmacht e gli ha
ceduto il salotto, con gra dispiacere del figlio convivente
Angelo che vede bloccato l’accesso al nascondiglio dove in
caso di pericolo vuole far riparare la comunità dei Bauce.
Si proprio una comunità dal momento che l’anziana ha
offerto rifugio, in questi momenti drammatici, alle famiglie
dei suoi undici figli.
E pensare che non tutti hanno accettato e alcuni hanno
storto il naso preoccupati per i loro figli, anche se l’anziana
padrona di casa ha risposto che « nessun uomo è tanto
cattivo da scagliarsi contro un bambino, anzi ha continuato-
la loro presenza potrà innescare il ricordo degli affetti
lasciati a casa e, qualora ve ne sia la necessità, distendere
gli animi».
Ma non conosce le teste di morto, ovvero le temute SS,
proprio una colonna di costoro, composta da circa
6
Costui scompare durante un rastrellamento nella zona di Limena il 7.11.1944 .
http://www.archiviluccini.it/marangon/files/FILIGRANA_06.09.09RIDOTTO.pdf
cinquecento uomini, bussa alle 04.00 di notte alla porta
della Villa.
La donna, come ha sempre fatto nelle ultime settimane, ha
aperto e mostrato acquiescenza, offrendo vitto e alloggio,
ma questa volta alla gentilezza prussiana degli ufficiali
della Werhmacht che ha sperimentato da circa un
anno,ovvero da quando alcuni sono ospiti fissi in alcune
stanze della casa, si trova dinanzi la gelida accoglienza di
chi si sente padrone sempre e comunque.
Nonostante ciò la donna è convinta che spariranno come
tutti gli altri e diventeranno un semplice ricordo.
Del resto a rafforzare le sue idee le viene incontro il
tramestio nel cortile dove i tedeschi stanno rifornendo i
camion e riattaccando i cavalli, questione di ore e si
volatizzeranno.
Non sa che i suoi ospiti fanno parte di una colonna e che
l’altra parte s’è fermata a Villa Pimpinato,a circa 1 Km, da
casa sua e, soprattutto, non è a conoscenza di quanto sta
accadendo in quel luogo.

Ritorniamo al gruppo di partigiani caminesi guidati da


Tombola, mentre stanno compiendo la loro azione di
rastrellamento vengono raggiunti da un compagno di
Villatora, Alessandro Boselli, che li informa della presenza
dei tedeschi a Villa Pimpinato per rifornirsi di benzina.7
Purtroppo, appena appresa la notizia non ha avuto
l’accortezza di verificare il numero di soldati, ma s’è
limitato a raccogliere le voci e s’è precipitato in cerca di
partigiani per farli disarmare, convinto che si tratti di uno
sparuto numero. Errore che costerà caro.
I partigiani appresa la notizia rivolgono il camion verso
Villa Pimpinato, giunti qui trovano il cancello aperto, non
pensano che sia stato lasciato aperto in attesa della colonna
ferma a Villa Bauce.
Si fermano sul cancello si guardano intorno e verificato che
ci sono solo due guardie dinanzi allo scalone d’ingresso
decidono si affrontarle, forti degli avvenimenti di Padova e
dei successi maturati fino a quel momento. Per cui li
disarmano e gli intimano di condurli ai loro superiori. I due
militari colti di sorpresa si lasciano disarmare ed eseguono
la richiesta, giunti all’interno trovano gli ufficiali nel salone
che colti di sorpresa non hanno il tempo di reagire, per cui
alzano le mani e ascoltano l’ordine perentorio, in un
tedesco molto basilare, da parte di Umberto Gabbani.
Il resto della formazione partigiana, sotto il comando di
Olindo Lazzaro, s’è collocato sul cancello d’ingresso in
attesa dell’evolversi degli eventi.
Gli ufficiali intenti a chiedere indicazioni a Decio
Pimpinato, figlio dei proprietari, sulla via da seguire per
abbandonare il territorio italiano lo guardano con occhi
7
nei vigneti della villa i tedeschi creano un deposito di benzina
torvi, mentre quest’ultimo grida ai tre nuovi arrivati «Per
carità, per amor del Cielo, andatevene via…… stanno per
partire, se state qui ci rovinate… ci rovinate tutto!».
Un soldato tedesco interpreta questa frase come un invito e,
immediatamente, inveisce contro Decio e suo fratello
Riccardo accusandoli di essere partigiani.
Gli ufficiali iniziano a rispondere a tono alle richieste di
Tombola dimostrando di non essere per niente disposti ad
assecondare le richieste dei partigiani.
Inizia uno stretto botta e risposta, quando sembra che
l’ufficiale in comando sia disposto a cedere, tanto che
Bosello, prematuramente, si affaccia sulla scalinata e
segnala ai compagni che hanno sotto controllo la situazione
e manca poco a che i tedeschi si arrendano. Ma proprio in
quel momento giungono i rinforzi chiamati da due soldati
tedeschi che vista la mal parata si dirigono verso Villa
Bauce, dove sanno di poter trovare aiuti e supporti.
I rinforzi penetrano dal retro non sorvegliato e non appena
si ritrovano nel salone si lanciano sui tre partigiani, questa
volta impreparati.
Tombola e Gabbani vengono bloccati, mentre Bosello
vicino al portone d’ingresso si lancia fuori e corre verso i
compagni fermi al cancello, che non comprendono subito
cosa sta accadendo se non quando sentono il crepito dei
mitra alle spalle del loro amico.
Ne consegue un breve conflitto durante il quale due soldati
tedeschi rimangono feriti, anche se i partigiani
dichiareranno di averli uccisi, per quanto i partigiani
cerchino di resistere e opporre una valida resistenza non ci
riescono a causa del gran numero di militari tedeschi che
affluiscono verso il cancello. Motivo per cui decidono di
ripiegare e cercare di darsi alla macchia.
Le SS sono decise a punire la tracotanza dei banditen e per
questo si lanciano al loro inseguimento, con la conseguenza
che setacciano l’adiacente abitato di Villatora, dal momento
che la villa si trova nel centro del paese.
Qui molte persone hanno cercato rifugio nel campanile, a
seguito del mitragliamento, un’ora prima, da parte di un
caccia americano.
Oltre agli adulti ci sono dei bambini che iniziano a giocare
salendo e scendendo le scalette fino a giungere al
campanile; le loro risa attirano i soldati che si dirigono
verso la porta.
Per sfortuna dei cittadini, la porta ha i catenacci collocati
all’esterno, per cui è facile per i militari aprirla e intimare
agli occupanti di uscire con le braccia alzate.
Una richiesta rituale per i soldati, ma non per dei contadini
impauriti e proprio la paura gioca il suo scherzo al gruppo,
perché a Frasson cadono le brache, per cui abbassa le
braccia e inizia ad armeggiare con la cinghia.
Ai soldati arrabbiati, impauriti e anche concitati quel gesto
sembra pericoloso, tutti pensano che stia per estrarre
un’arma, forse una pistola. Per questa ragione un soldato
inizia a sparare e lo ferisce alla spalla; la reazione del
militare innesca quella dei compagni, con la conseguenza
che Orlando Toninato, mentre sta per raggiungere la casa
del fornaio, viene freddato e finisce nel fosso dinanzi
all’edificio.
Il sergente al comando ordina di perquisire ogni casa per
stanare i partigiani, cosi giungono dinanzi alla caneva
(bettola) gestita da Riccardo Rigato, ma temendo che si
siano rifugiati dei banditen la oltrepassano proponendosi di
ritornarvi dopo aver ripulito tutte le restanti abitazioni.
Gli avventori richiamati dagli spari si affacciano e cercano
di raggiungere le proprie abitazioni. Proprio negli stessi
attimi, nella casa di fianco viene ucciso Innocente Sanavia,
colpevole di essere uscito dalla propria casa.
Assiste alla scena il figlio Dorino, che è appena uscito
dall’osteria, resosi conto della situazione difficile e
temendo per Dino Bortoletto, bambino di nove anni, che è
ospite a casa sua, decide d’impietosire i soldati e inizia a
gridare «Questo è mio figlio» non fa in tempo a finire la
frase che una raffica gli spegne le parole in bocca.
Il piccolo corre verso una siepe, riesce a nascondersi e si
mette a chiamare la madre che impaurita chiude la porta.
Il ragazzo si zittisce e proprio in quel momento vede lo zio
Riccardo Rigato, gestore della caneva, davanti alla porta,
con il figlio Agostino in braccio.
L’uomo cerca di sfuggire al parapiglia insieme al figlio di
trovare rifugio dalla nuora, ma trova la porta chiusa, decide
di tentare con l’ingresso posto dietro l’angolo, ma proprio
mentre sta per scomparire un soldato gli spara all’altezza
delle gambe uccidendo il figlio e spappolandogli la gamba
sinistra.
La situazione peggiora quando uno dei simpatizzanti
partigiani Walter Daniele Pato da una finestra del vecchio
forno lancia una bomba a mano. I soldati si sentono sotto
attacco e quel nervosismo diventa parossismo che li porta a
penetrare nella casa, radunano i presenti, mentre il figlio
maggiore, Leone Daniele, rifugiatosi in solaio allo scopo di
gettare le armi di cui è in possesso nel letamaio, riesce a
salvarsi.
A farne le spese è il padre che nonostante preghi di essere
risparmiato viene ritenuto colpevole e colluso con il
lanciatore di bombe per cui lo freddano con una raffica.
In breve si contano nove morti e altrettanti feriti, ma i
tedeschi non sono soddisfatti, per cui terminate le
perquisizioni decidono di tornare alla villa, ma prima
decidono di perquisire la caneva, che durante l’avanzata
hanno, volutamente evitato, temendo di trovarvi nascosti i
partigiani dal momento che hanno visto parcheggiato un
camion proprio dinanzi.
Giunti dinanzi penetrano e arrestano i presenti, mentre uno
di loro s’impossessa del camion e lo porta a villa
Pimpinato, durante la ritirata vengono fatti altri prigionieri.
Non appena alla Villa vengono radunati con i presenti nella
villa nel salone; un paio d’ore dopo ventisei persone
vengono fatti salire sul camion, mentre quattro procedono
a piedi.
Il camion, lentamente, procede verso la vicina Villa Bauce,
quando giungono verso le sette di sera, vengono fatti
scendere davanti al cancello e condotti a piedi verso la casa.
Subito dopo giungono alla Villa circa quattro soldati
tedeschi feriti, assistiti dal medico condotto di Fiesso
D’Astico, Antonio Bauce, figlio della proprietaria della
Villa.
Nel frattempo l’ufficiale in comando della Colonna contatta
i suoi superiori, dove e quali non è dato sapere, l’unica cosa
certa che gli viene comunicato di passarli per le armi.
Il medico Antonio Bauce che conosce il tedesco cerca
d’intercedere, ma viene, bruscamente, interrotto dal
comandante che conclude « Non perdono, tu civile, noi
militari!». I prigionieri vengono assaliti dal panico, mentre
il medico torna a insistere, questa volta sostenuto nella
richiesta dall’Ufficiale della Brigate Nere, forse a
conoscenza dell’accordo di Padova, e da un maresciallo
tedesco dimorante nella casa.
I tre insistono sul fatto che non vi sono stati morti tra i
soldati tedeschi e che quelle persone, eccetto i tre partigiani,
sono della povera gente, per cui non si puo condannarli a
morte.
L’ufficiale delle SS per imporre silenzio spara alcuni colpi
in aria e ribadisce l’ordine e lo assegna a un sergente
maggiore, forse il medesimo che ha gestito la perquisizione
a Villatora.
In questo frangente appare un uomo Giuseppe Dezio,
marito di Teresa
Pimpinato, anch’egli militare, anche se in pensione, ma a
«un Carabiniere gli alamari sono cuciti sulla pelle», per cui
l’ex Generale sente il dovere d’intervenire e, dopo aver
declinato le proprie generalità e aver fatto presente che è un
generale dell’Arma, si offre vittima sacrificale allo scopo di
salvare il resto degli ostaggi.
L’ufficiale lo guarda con aria indifferente, Dezio ha
dimenticato che i carabinieri non sono stati mai amati dalle
teste di morto, non per niente prima della grande razzia di
Roma hanno deciso di deportarli.
L’ufficiale dei Carabinieri non si lascia dissuadere e
dichiara ad alta voce « Se una rappresaglia si vuole
compiere, sia fatta a me, ma sia risparmiato sangue
innocente“.8

8
https://ilsorpassomts.com/2018/02/26/generale-giuseppe-dezio/
L’ufficiale ordina che venga accontentato, due soldati e un
sergente maggiore lo scortano fuori dalla villa fino al ciglio
del fosso, dove il sottoufficiale gli spara alla tempia.
Gli ostaggi sono attoniti e speranzosi, ma quale delusione
quando vedono accompagnare altri tre sul luogo
dell’esecuzione e via di seguito senza sosta, fino a quando
ventisei prigionieri non cadono esamini.
I restanti per uno strano caso vengono risparmiati, forse
perché s’è fatto tardi e la colonna deve riprendere la via
della fuga, del resto la lezione è stata data.
Quindi l’Ufficiale delle SS si congeda dalla famiglia Bauce,
miracolosamente, risparmiata e ordina di abbandonare il
luogo.
La notte trascorre lenta e silenziosa, nelle case di Saonara e
Villatora le famiglie attendono notizie dei propri cari, solo
nelle prime ore del giorno apprendono la triste nuova.
Mestamente un corteo di donne e di sopravvissuti si reca
sul luogo anche il medico del paese e accerta che i primi
morti sono stati uccisi con due colpi di pistole, poi il
sergente è stato sbrigativo e ha scaricato un solo colpo, in
questo modo qualcuno, come Destro, è riuscito, seppur
agonizzante a risalire il fossato.
I corpi vengono condotti nel salone della villa Bauce in
attesa di reperire delle bare, cosa non facile in quel
momento storico, ecco spiegato perché le esequie vengono
fatte il 02 maggio.
Autore Stefano Coletta

Autore Stefano Coletta

Bibliografia
Sartoratti G., Una triste sera d’aprile, Edizioni Erredici
Padova, 2006.