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Guglielmo Carchedi

L’arte del fare confusione

1. Introduzione. [1]

Nel precedente articolo su PROTEO (Carchedi, 2001) ho preso in esame sia il procedimento della
trasformazione in Marx (cioè la trasformazione dei valori in prezzi) che le critiche che sono state mosse. Per
ciascuna di queste, ho sostenuto che sono ingiustificate e infondate. Specificamente, per quanto riguarda la
critica più influente, quella della circolarità, ho proposto che la correttezza sia di metodo che di computo
della procedura di Marx emergono chiaramente se si reintroduce la dimensione temporale nell’analisi
economica. L’argomento è semplice e può essere capito da chiunque non sia un economista ortodosso, cioè
da chiunque non si sia vincolato (sia consciamente che inconsciamente) ad una percezione della realtà che
cancella il tempo. La ragione è che l’introduzione del tempo disintegra l’assunto basilare su cui si basa
l’economia ortodossa, cioè l’assunto dell’equilibrio. L’equilibrio, a sua volta, è una costruzione puramente
ideologica senza alcun contenuto scientifico il cui solo scopo è di giustificare l’esistenza del capitalismo.
Questo punto sarà sviluppato più sotto. Qui è sufficiente menzionare che, a causa del suo contenuto
ideologico, l’economia ortodossa è condannata a teorizzare un’economia senza tempo e quindi ad essere
teoricamente irrilevante. Da questo punto di vista, ogni posizione (che si autodefinisca marxista o no) che
accetta il quadro di riferimento senza tempo entro cui si sviluppano sia la critica dell’approccio di Marx sia
le (presumibilmente corrette) soluzioni (di un problema inesistente) cadono essenzialmente nell’economia
ortodossa piuttosto che in quella marxista.
In quanto segue, elaborerò alcuni argomenti di cui ho già trattato nel mio articolo precedente in questa rivista
e introdurrò nuovi elementi di analisi. Discuterò anche alcuni dei più recenti contributi italiani su questi
argomenti. Ovviamente, questa non può essere una rassegna compiutamente comprensiva. Ciò non è lo
scopo di questo articolo. Piuttosto, il suo scopo è di passare in rassegna questi contributi da una prospettiva
teorica che, mentre diventa sempre più influente all’estero, è in sostanza ignorata in Italia. Allo stesso tempo,
con quest’articolo si avrà l’opportunità di rispondere ad alcune critiche recenti che sono state mosse
all’approccio qui presentato, l’approccio temporale, sia all’estero sia in Italia. Dato che elaborerò il mio
precedente articolo, una conoscenza di quel testo faciliterebbe la comprensione di questo. Tuttavia, nel corso
di questo lavoro, farò un breve riassunto per coloro che non hanno avuto l’opportunità di aver familiarizzato
col mio precedente articolo.
 
2. Gli aspetti basilari della trasformazione in Marx
Incominciamo da alcune pertinenti definizioni di Marx. Il lettore mi scuserà se inizierò con alcune citazioni.
Però, dato che si attribuiscono a Marx concetti che non sono i suoi, una chiarificazione delle definizioni è
necessaria.
Quando si producono merci, si usano sia il lavoro umano sia i mezzi di produzione. Consideriamo il lavoro.
Nel capitalismo, i lavoratori operano per i proprietari dei mezzi di produzione. In altre parole, i lavoratori
espletano la loro attività in relazioni di produzione capitalistiche. In secondo luogo, i lavoratori spendono
energia umana. Questa ha un doppio aspetto. È una spesa di energia umana in un modo specifico, concreto.
Per esempio, il lavoro di un calzolaio è irriducibilmente diverso da quello di un ingegnere. Questo viene
chiamato lavoro specifico, o concreto. Esso crea l’aspetto tipico (le caratteristiche specifiche, concrete) della
merce che è chiamato il suo valore d’uso. Per esempio un paio di scarpe è tipicamente diverso da un
aeroplano. Allo stesso tempo, i lavoratori spendono la loro energia umana, la loro forza lavoro,
indipendentemente da quello che fanno. Da questo punto di vista il lavoro è semplicemente “una spesa del
cervello umano, nervi e muscoli” (Marx, 1967a, p.44, mia traduzione, G.C.). Per esempio, tutti consumano
calorie indipendentemente dalla loro attività specifica. Questo è chiamato lavoro astratto perché astrae dalla
specificità di ciascun lavoro. Questo lavoro astratto è il valore della merce. Quindi, ogni momento di lavoro è
sia concreto sia astratto e ogni merce è sempre sia un valore d’uso sia un valore.
Si noti che il valore è creato durante la produzione e che la sua grandezza (ore di lavoro) misura quel valore.
Il valore quindi esiste già al livello della produzione. Tuttavia esso non è ancora valore sociale, riconosciuto
come tale dalla società; in altre parole è valore sociale ma solo potenzialmente. Diventa valore sociale
realizzato e quindi appare come valore sociale, solo quando le merci in cui quel lavoro (valore) è incorporato
sono vendute. È solo con la vendita che il valore potenzialmente sociale diventa valore realizzato
socialmente. Marx è chiaro: “Dato che i produttori vengono in contatto reciproco solo quando essi
scambiano i loro prodotti, il carattere specificamente sociale del lavoro di ciascun produttore non si rivela
che nell’atto dello scambio” (1967a, p.73, enfasi mia, traduzione mia, G.C.). La MEGA è ancor più esplicita
“Da die Producenten erst in gesellschaftlichen Kontakt treten durch den Austausch ihere Arbeitsprodukte,
erscheinen auch die specifisch gesellschaftlichen Charactere ihrer Privatarbeiten erst innerhalb diese
Austausches“ (1987, p. 104, enfasi mia, G.C.).
Questa nozione di lavoro astratto è stata distorta in vari modi, la maggior parte dei quali sarà discussa più
avanti. Per alcuni, il lavoro astratto come tale (si noti bene, non il suo carattere sociale) è solo potenzialmente
presente nella sfera della produzione, cioè diventa valore solo al momento dello scambio. Per altri il lavoro
astratto non esiste per nulla nella sfera della produzione, neanche potenzialmente: il valore ha la sua origine
nella sfera della circolazione, al momento dello scambio e attraverso lo scambio. Per una terza categoria di
Autori, il lavoro diventa astratto e quindi valore perché è lavoro salariato, cioè lavoro oppresso e alienato. E
poi ci sono coloro che abbandonano del tutto il concetto di lavoro astratto e lo sostituiscono con quello del
lavoro concreto come la pietra fondamentale della teoria del valore. Questa sostituzione può essere fatta sia
apertamente (come nella teoria sraffiana che verrà discussa nella sezione 5) sia furtivamente. In quest’ultimo
caso il lavoro astratto è considerato come lavoro concreto semplice o dequalificato, come lavoro concreto
senza qualità. Questa posizione dimostra un’inconsapevolezza della irriducibile differenza tra lavoro astratto
e lavoro concreto: nessun ammontare di dequalificazione del lavoro concreto può ridurlo a lavoro astratto. Il
lavoro astratto astrae per definizione dalle specificità dei lavori concreti, indipendentemente da quanto essi
possano essere dequalificati. [2] Ovviamente, se la nozione marxiana di lavoro astratto è rimpiazzata da uno
di questi concetti alternativi, contraddizioni sorgeranno nella teoria del valore lavoro di Marx e quella teoria
sarà distorta. La porta è quindi aperta a ‘correzioni’ d’ogni tipo e colore.
Un esempio di alcune di tali distorsioni si può trovare in Napoleoni, la cui influenza sul marxismo italiano
nel periodo dopo la seconda guerra mondiale è stata decisiva. Per Napoleoni, il concetto marxiano del lavoro
astratto da una parte “è dedotto da un esame dello scambio come tale; d’altra parte viene considerato come
‘lavoro che è opposto al capitale’ o come lavoro salariato” (1975, p.99, traduzione mia, G.C.). Incominciamo
dal lavoro astratto che ha le sue origini nello scambio. Se, come abbiamo visto, per Marx il carattere sociale
del lavoro appare solo attraverso lo scambio, quel carattere sociale deve esistere già allo stato potenziale al
livello della produzione. È quindi del tutto ingiustificato sostenere che le relazioni sociali “non esistono tra le
persone nella misura in cui esse lavorano” (1975, p.102). Si può essere di questa opinione ma è
inammissibile attribuirla a Marx la cui teoria è basata sul carattere sociale delle relazioni di produzione.
Nella misura in cui lavora, la gente entra in relazioni di produzione che sono sociali, di classe, e cioè i
lavoratori con lavoratori e i capitalisti con i lavoratori.
Napoleoni sembrerebbe credere che nel capitalismo il lavoro non sia (immediatamente) sociale perché “il
lavoro dell’individuo... è privato ed indipendente” (1975, p.103), ciò perché “i singoli lavoratori sono uniti
nel lavoro di un lavoratore collettivo attraverso capitali particolari, ciascuno dei quali è distinto e opposto a
ciascun altro in una competizione reciproca” (1975, p.110, traduzione mia, G.C.). Ma questo significa
solamente che la produzione capitalista è anarchica. Non significa che la gente (gli agenti di produzione) non
entrino in relazioni sociali mentre producono. Una produzione anarchica è sociale a causa delle relazioni di
classe in cui entrano gli agenti di produzione. Napoleoni quindi conclude che, se il lavoro non è sociale nella
sfera della produzione, “diventa sociale nella misura in cui è produttivo di moneta, cioè è reso sociale
attraverso la forma valore assunta dal prodotto” (1975, pp.103-104, traduzione mia, G.C.). In parole
semplici, il lavoro diventa sociale e quindi valore quando il prodotto è venduto. Questa tesi verrà criticata più
avanti nella sezione 6.
Ma vi è un’altra nozione di lavoro astratto in Marx, perlomeno secondo Napoleoni. Questa è che “il lavoro è
astratto nella misura in cui è lavoro salariato” (1975, p.105, traduzione mia, G.C.), cioè separato dai suoi
mezzi di produzione, “ed è a causa di tale separazione che il lavoro è astratto, cioè separato dalla soggettività
degli individui, e diventa una sostanza di cui gli individui, i lavoratori, non sono la personificazione” (1975,
p.106, traduzione mia, G.C.). In breve, il lavoro è astratto perché è lavoro alienato. Ora, non vi è alcun
dubbio che il lavoro nel capitalismo sia lavoro alienato. Ma questa non è la definizione di Marx del lavoro
astratto. Questa definizione di lavoro astratto come lavoro alienato sarà criticata nella sezione 7. Per ora è
sufficiente mettere in rilevo la differenza radicale tra la nozione di lavoro astratto di Marx e quella di
Napoleoni. [3]
A questo punto è opportuno fare una considerazione metodologica della massima importanza. Questa sarà
valida per tutto il presente articolo. Napoleoni, e lo stesso vale per molti degli Autori discussi in questo
lavoro, supporta le sue interpretazioni con una quantità di citazioni di Marx. Naturalmente, le citazioni
possono essere tolte dal loro contesto o piegate verso il proprio punto di vista. Personalmente credo che
questo sia ciò che fa Napoleoni (alcuni esempi saranno dati nella sezione 7). Ma un tale esercizio filologico,
sebbene importante in un contesto diverso, non è la strada che sarà seguita qui. Il punto decisivo è che
l’approccio seguito in quest’articolo, e più in generale l’approccio temporale, riproduce tutti i risultati che
sono stati contestati dai critici di Marx. Nel caso specifico del problema della trasformazione, riproduce le
sue due uguaglianze fondamentali e cioè quella (1) tra il plusvalore totale e i profitti totali e (2) tra il valore
totale e i prezzi totali. E questa è prova sufficiente che la lettura temporale non solo è quella corretta ma
anche quella che funziona. L’approccio temporale sta ancora aspettando pazientemente la contro-prova, e
cioè che le interpretazioni ‘alternative’ e le conseguenti ‘correzioni’ possono fare lo stesso. Nel frattempo,
ritorniamo al lavoro astratto.
La differenza tra le nozioni di Marx del lavoro concreto e astratto è essenziale per l’approccio marxista.
Marx stesso la considerava una delle sue più importanti scoperte. [4] Giocherà un ruolo insostituibile anche
in quanto segue. Nel capitalismo il valore delle merci è dato dal nuovo lavoro astratto impiegato per la loro
produzione più il lavoro astratto contenuto nei mezzi di produzione, cioè è dato dalla somma del lavoro
nuovo più quello passato. Questo è il valore contenuto nelle merci. Solo il lavoro astratto è il valore di una
merce. La prova sarà data più avanti nella sezione 3. Per semplicità, d’ora in avanti, lavoro indicherà lavoro
astratto, a meno che non si specifichi diversamente.
È ora possibile fare una precisazione terminologica. Per lavoro si intende lavoro astratto erogato nelle
relazioni di produzione capitalistiche. Il lavoro allo stato fluido, cioè mentre è erogato, crea valore durante
l’atto della produzione, cioè prima di essere incorporato nella merce finita. Non è ancora valore. È valore
potenzialmente contenuto nella merce perché la merce stessa è solo potenziale, perché non è ancora finita. Il
lavoro diventa valore contenuto, è valore contenuto realizzato, quando il processo produttivo è condotto a
termine e quindi il prodotto è completato. Questo lavoro realizzato, incorporato nella merce, è valore
individuale e anche valore sociale potenziale; è la potenziale sostanza del valore sociale. Con la vendita del
prodotto, il valore incorporato, o lavoro individuale, socialmente potenziale, diventa valore realizzato
socialmente, o valore sociale. La sostanza del valore sociale si realizza, non è più potenziale, e assume la
forma del valore, la forma monetaria. Quindi, il lavoro è valore individuale, perché è incorporato nella merce
prima della sua vendita, e sostanza del valore sociale perché questo lavoro incorporato (valore individuale) è
anche potenzialmente valore sociale che diventa valore sociale realizzato con la vendita della merce. È
questo il senso dell’espressione, che incontreremo spesso in quanto segue, “il lavoro è (la sostanza del)
valore”. [5]
Per ciascuna merce, il numero di ore di lavoro (sia nuovo che passato) che sono state necessarie per produrla
è la misura quantitativa del valore contenuto in essa. Quanto maggiore il numero d’ore che sono state
necessarie, tanto maggiore il valore contenuto. Queste ore possono essere suddivise in tre parti. Primo, i
lavoratori devono riprodursi. Quindi, del totale delle ore del nuovo lavoro impiegato, una parte deve servire a
riprodurli, cioè una parte deve essere ore necessarie per produrre quelle merci che compongono il paniere dei
beni salariali. Questa prima componente del valore di una merce è chiamata valore necessario. Secondo, in
un sistema capitalistico, i lavoratori lavorano sia per riprodurre se stessi sia per produrre i profitti dei
capitalisti, cioè per riprodurre i capitalisti. Anche questa prova sarà data nella sezione 3. Questa seconda
componente del valore delle merci è chiamata plus lavoro.

[1] I ringraziamenti dell’Autore vanno a A. Kliman e A. Ramos per gli utili commenti.
[2] Un argomento simile è proposto da Arthur (1999) con la differenza che la sua nozione di lavoro astratto
differisce da quella di Marx. Questa nozione sarà criticata nella sezione 7.
[3] Napoleoni si sofferma anche sulla questione se vi sia una ‘ambiguità’ tra queste due diverse nozioni di
lavoro astratto. Sia come sia, questa questione è aliena alla problematica di Marx.
[4] "I punti migliori nel mio libro sono: 1. (questo è fondamentale per capire tutti i FATTI) il doppio
carattere del lavoro a seconda che sia espresso come un valore d’uso o come un valore di scambio, che è
specificato nel Capitolo Primo...” (Marx, 1987b, p.407, traduzione mia, G.C.).
[5] Sono grato a C. Arthur i cui commenti critici (2001, pp.37-38) mi hanno spronato a definire il più
chiaramente possibile i concetti di cui sopra.
 
Mentre le prime due componenti sono lavoro nuovo, la terza è lavoro passato. È il valore dei mezzi di
produzione che sono stati consumati nella produzione dell’output di questo periodo. Come vedremo, questo
valore è dato dalla valutazione sociale del valore dei mezzi di produzione al momento in cui essi entrano nel
processo di produzione; cioè dalla valutazione sociale delle ore di lavoro che sono state necessarie nel
periodo precedente per produrre quei mezzi di produzione e che sono diventati gli input dell’attuale processo
di produzione. Per anticipare, il dibattito sul ‘problema’ della trasformazione riguarda principalmente (ma
non esclusivamente) questa terza componente. Più specificamente, gira attorno alla possibilità o
desiderabilità di calcolare questo valore e come calcolarlo. Una gran parte del resto di quest’articolo
riguarderà tali questioni. Qui è sufficiente menzionare che questo valore non sparisce ma è trasferito,
attraverso il lavoro umano, nel prodotto (output) di questo periodo. Per provare tale punto, supponiamo che il
valore dei mezzi di produzione svanisca. In questo caso, dopo che la merce è stata venduta, non rimarrebbe
alcun valore per i capitalisti per comprare di nuovo i loro mezzi di produzione dopo che essi hanno pagato i
salari dei lavoratori e si sono appropriati dei profitti.
Se il lavoro è impiegato nelle relazioni di produzione capitalistiche, le merci devono essere vendute per
denaro e comprate con denaro. In breve, il valore deve manifestarsi come denaro. Ne consegue che un dato
numero di ore di lavoro è rappresentato da una data quantità di denaro. Questo è valido per qualsiasi rapporto
tra la quantità totale di moneta e la quantità totale delle ore di lavoro. Per esempio, se ceteris paribus la
quantità di moneta aumenta mentre le ore di lavoro rimangono costanti, un’unità di valore sarà rappresentata
da una maggiore quantità di moneta, cioè vi sarà un processo inflazionistico. [1]
Se la moneta è l’espressione monetaria del valore (lavoro) delle merci, il valore è il potere d’acquisto della
moneta. Valore e moneta sono due facce della stessa medaglia: la moneta è la forma in cui si manifesta il
valore, essa è connessa al valore, e il valore è il potere d’acquisto della moneta. L’interpretazione comune di
Marx considera valore e prezzi come due “due regole parallele, non collegate, ideali della formazione dei
prezzi” piuttosto che considerare i prezzi in moneta come la forma in cui il valore si manifesta. L’eccellente
confutazione di questa teoria dualistica da parte di Ramos (2001) è completamente in unisono con l’opinione
di Marx. Se si accetta il punto di vista dualistico comune (ma ciononostante sbagliato), s’introducono molte
incoerenze che sono aliene alla teoria di Marx e appartengono solo al punto di vista dei suoi critici.
Ne consegue che, se si considera la totalità delle merci, il lavoro che è stato impiegato per la loro produzione
è uguale al lavoro che è appropriato da coloro che possiedono il denaro quando comprano quelle merci
(facendo astrazione, naturalmente, da difficoltà di realizzazione). Si suppone che lo scambio non alteri il
valore (lavoro) contenuto nelle merci. Ciò può essere dimostrato facilmente. Consideriamo due soggetti
economici: il primo vende una merce al secondo e il secondo la rivende al primo e queste operazioni
vengono ripetute molte volte. Quanto più ricco diventa il primo, tanto più povero diventa il secondo, e
viceversa. Non un atomo di valore è stato aggiunto alla ricchezza complessiva da queste transazioni. Lo
scambio ridistribuisce il valore, non lo crea. Quindi, vi è una diretta relazione tra il valore prodotto e
circolante e la quantità di moneta in circolazione. Una variazione nella quantità di moneta in circolazione
cambia solo la manifestazione quantitativa monetaria del valore ma non cambia quel valore.
Se le merci hanno un valore contenuto e se il valore può realizzarsi solo come denaro, nel momento in cui
tali merci entrano in circolazione esse assumono un prezzo (ugualmente, anche i loro input sono merci e
quindi hanno un prezzo monetario quando sono comprati al fine di essere usati per la produzione di quelle
merci). Tuttavia, come si spiega in Carchedi, 2001, a causa della perequazione tendenziale del tasso di
profitto e degli effetti della domanda e dell’offerta, il valore contenuto in una merce differisce
sistematicamente dal valore che essa realizza. [2] Ma se lo scambio non crea valore, il valore in più
realizzato da una merce deve essere perso da un’altra merce.
Chiamiamo capitale costante (c) il denaro speso dai capitalisti per comprare i mezzi di produzione, capitale
variabile (v) il denaro speso dai capitalisti per comprare la forza lavoro (salari) che è anche il denaro speso
dai lavoratori per comprare i beni salario, e profitti (s) il denaro speso dai capitalisti per comprare i "beni di
lusso". Quindi il capitale costante è l’espressione monetaria del lavoro passato, che è anche il valore
realizzato attraverso la vendita dei mezzi di produzione, il capitale variabile è l’espressione monetaria del
valore della forza lavoro, che è anche il valore realizzato attraverso la vendita dei beni salario, e i profitti
sono l’espressione monetaria del plus lavoro, che è anche il valore realizzato attraverso la vendita dei "beni
di lusso". Così V è il valore contenuto sia nella totalità delle merci che in ciascuna merce, V=c+v+s.
Tuttavia, come appena detto, per ciascuna merce il valore contenuto in essa non è uguale al valore realizzato
attraverso la sua vendita. Il guadagno di uno è la perdita di un’altro. [3]
A livello aggregato, un aumento del valore prodotto significa un aumento del valore realizzato. Però questo
non è più il caso per i singoli capitalisti. Supponiamo che in ciascun settore operi più di un’azienda.
Chiamiamo composizione organica del capitale (COC) la percentuale del capitale costante (c) relativamente
al capitale variabile (v) e quindi il rapporto c/v. All’interno dei settori, l’introduzione di una tecnica nuova e
più efficiente in genere aumenta il capitale costante (investimenti nei mezzi di produzione) e diminuisce
quello nel capitale variabile (investimenti in salari). Dato che la produttività è aumentata introducendo
tecniche a bassa intensità di lavoro, la composizione organica del capitale è anche un indice della produttività
nei (ma non tra) settori. Quindi, la stessa percentuale di capitale costante e variabile, cioè la stessa COC,
implica l’uso della stessa tecnica e la stessa produttività mentre una maggiore (minore) COC implica una
tecnica a maggiore (minore) intensità di capitale e quindi una maggiore (minore) produttività. Tuttavia, la
COC è un indice della produttività ma non la sua misura. Tale misura è data dal rapporto tra output e la
somma del capitale costante e variabile investito, cioè output/(c+v).
Riproduciamo ora un esempio numerico dal mio precedente saggio in questo libro. Abbiamo visto che,
indipendentemente da come si misurano le unità di lavoro astratto, esse possono sempre essere espresse in
termini di moneta e che questo vale indipendentemente dal tasso moneta/valore. Quindi, nella tabella che
segue, i numeri possono essere letti sia come unità di valore (ore di lavoro) che come unità di moneta.

Tabella 1
Settore 1: valore prodotto = 80+20+20 = 120; valore realizzato = 130
Settore 2: valore prodotto = 60+40+40 = 140; valore realizzato = 130
Qui, il settore 1 produce un valore di 120 ma si appropria di 130, data una certa struttura della domanda,
mentre il settore 2 produce un valore di 140 ma si appropria solo di 130. Le aziende nel settore 1 si
appropriano di un plusvalore extra pari a 10 mentre quelle nel settore 2 perdono un plusvalore pari a 10.
Questa è la trasformazione dei valori in prezzi: una ridistribuzione del plusvalore totale supponendo che, data
una certa struttura della produzione indicata dalla struttura della COC, la domanda è tale che i settori che
realizzerebbero un tasso di profitto minore della media (a causa della loro maggiore composizione organica
del capitale) vendono ad un prezzo tale per cui realizzano il tasso medio di profitto mentre i settori che
realizzerebbero tassi di profitto maggiori della media (a causa della bassa composizione organica del
capitale) realizzano un tasso più basso, cioè il tasso medio. In realtà, la struttura della domanda sarà tale per
cui il valore realizzato per unità di capitale investito sarà maggiore in un settore e minore nell’altro. Ma in
questo caso il capitale si trasferirà dal secondo al primo settore e vi sarà una tendenziale perequazione dei
tassi di profitto tra settori. Questo è il motivo per cui i prezzi che risultano in un livellamento dei tassi di
profitto possono essere considerati come un conveniente punto di partenza dell’analisi. Questa è la
procedura che Marx segue per la trasformazione del valore contenuto in valore realizzato, cioè prezzi. Non
è una trasformazione di qualcosa in qualcos’altro qualitativamente differente ma una ridistribuzione di
valore al momento dello scambio e attraverso lo scambio.  [4] In altre parole, è la differenza tra il lavoro
incorporato, o il tempo di lavoro che è stato necessario per produrre una merce con quella data proporzione
di c e v, e il tempo di lavoro socialmente necessario, quello che sarebbe stato necessario se tutte le merci
fossero state prodotte con un’uguale proporzione di c e v (il che significa che, all’interno di ciascun settore,
esse sarebbero state prodotte con la stessa, media, tecnica). Quindi il tempo di lavoro socialmente necessario
è il valore realizzato tendenzialmente. [5]
Si noti che, mentre Marx scelse di illustrare il processo della trasformazione supponendo che le merci si
scambiano al loro prezzo di produzione, la stessa procedura è valida anche per i prezzi di mercato (i prezzi
reali che fluttuano attorno ai prezzi di produzione a causa degli effetti della domanda e dell’offerta). Si noti
altresì che la tendenza verso la perequazione dei tassi di profitto non implica un confronto tra la produttività
nel settore 1 e quella nel settore 2. Le produttività possono essere confrontate solo all’interno dei settori, non
tra i settori. Non ha senso sostenere che il settore delle scarpe è più produttivo del settore dell’aeronautica
perché, con una unità di capitale, il primo produce 100.000 scarpe e il secondo solo un aeroplano. Per di più,
se la COC riflettesse differenziali di produttività tra settori, nel caso in cui una distribuzione iniziale della
domanda fosse tale che il settore 1 (la cui COC è 80/20=4) realizzasse un tasso di profitto del 20% e il
settore 2 (la cui COC è 60/40=1.5) un tasso di profitto del 40%, vi sarebbe un movimento di capitale dal
settore più produttivo (COC=4) a quello meno produttivo (COC=1.5), un’assurdità capitalistica. I capitali si
muovono attraverso i settori a seconda dei differenziali di profittabilità, non a seconda dei differenziali di
produttività (dato che i differenziali di produttività non hanno senso tra settori). Quindi non vi è alcuna
ragione di supporre movimenti di capitali da settori a bassa COC a settori ad alta COC ma,
indipendentemente dalla direzione in cui si muovono i capitali, tendenzialmente i tassi di profitto sono
perequati tra settori. [6] È all’interno dei settori che le COC indicano produttività, cioè che il capitale tende a
disinvestire in capitali a bassa COC (bassa produttività) e ad investire in quelli ad alta COC (alta
produttività). L’aumento tendenziale della COC di un’economia è dovuto non a movimenti di capitale tra
settori ma a competizione tecnologica all’interno dei settori.
Avendo riassunto l’essenza della trasformazione dei valori in prezzi, rivisitiamo le critiche esaminate nel mio
saggio precedente (sezioni 4 e 5) e consideriamone altre (sezioni 3 e 6).
 
3. I lavoratori sono gli unici che creano (plus)valore?
La tesi che solo i lavoratori (il lavoro) creano (plus)valore è stata contestata dagli ideologi del capitale fin da
quando Marx ha preso la penna in mano. L’attacco più recente a questa tesi è venuto dal quartiere degli
sraffiani. Screpanti (2001), seguendo la tradizione sraffiana, sostiene che questa tesi è un assioma metafisico,
cioè che non è provato e che non si può provare. [7] La sua posizione è che “Il problema di quale sia la
sostanza del valore, o di chi lo “crei”, non si pone nemmeno” (2001). Questo è un problema metafisico.
Piuttosto, come dice Screpanti, il concetto marxista di sfruttamento, una volta potato della sua metafisica, si
riduce alla proposizione che “il salario è minore della produttività media del lavoro”. Qui si dimostrerà che
quello che Screpanti chiama un assioma metafisico può essere facilmente dimostrato.  [8] La prova verrà
data in due fasi. Primo, si dimostrerà che solo il lavoro può essere (la sostanza del) valore e poi che solo il
lavoro dei lavoratori (piuttosto che quello dei capitalisti) può essere la sostanza sia del valore che del
plusvalore.
La prova che solo il lavoro può essere (la sostanza del) valore procede per esclusione. Ci sono solo tre
candidati. Il primo è una categoria, qualunque proprietà fisica delle merci o uno dei loro elementi. Per
esempio, il ferro nella misura in cui è un elemento (direttamente o indirettamente) di tutte le altre merci. In
questo caso, una merce più contiene ferro (direttamente o indirettamente) più contiene valore. Questo non
solo è impraticabile, dato che si dovrebbe retrocedere da merce a merce (ve ne sono milioni in un paese, per
non menzionare le merci prodotte all’estero) al fine di determinare la quantità di ferro contenuta in una
merce. È anche sbagliato per diversi motivi. Il motivo più fondamentale è che le diverse quantità di ferro
contenute nelle diverse merci sono ciò che rende le merci differenti e quindi non confrontabili e quindi
qualitativamente disuguali e quindi non scambiabili. Un’automobile contiene più ferro di una scarpa. Ma ciò
fa di un’automobile un’automobile e di una scarpa una scarpa, piuttosto che rendere un’automobile e una
scarpa omogenee e scambiabili in diverse quantità (cosicché un’automobile ha più valore di una scarpa).
Queste diverse quantità di ferro possono rendere le merci scambiabili solo se il ferro stesso contiene qualche
cosa che non è ferro, cioè che nega il suo essere ferro come valore d’uso e che quindi, piuttosto che essere il
fattore che differenzia le merci, è il loro fattore omogeneizzante. Solo in questo caso le diverse quantità di
ferro possono determinare i tassi di scambio. Il lavoro astratto è una sostanza omogenea comune a tutte le
merci, qualcosa che rende merci diverse omogenee e quindi scambiabili (in diverse proporzioni).

[1] Questo non deve essere confuso con la teoria quantitative della moneta. Si veda più avanti.
[2] Se questa analisi potesse essere portata più avanti, dovremmo prendere in considerazione la competizione
tecnologica entro i settori. Si può dimostrare che per ciascun settore sono i produttori con una produttività
media che realizzano tendenzialmente il tasso medio di profitto. Si veda Carchedi, 1991 e 2001.
[3] Per coloro che sono più al corrente di tali questioni, la tesi che una data quantità di ore di lavoro è
rappresentata da una data quantità di moneta non deve essere confusa con la teoria quantitativa della moneta.
Nella sua versione classica e più semplice questa teoria sostiene che, data una certa velocità della
circolazione della moneta e un certo livello dell’output, i prezzi monetari sono cartellini attaccati a valori
d’uso che sono determinati dalla quantità della moneta in circolazione. La moneta è la variabile indipendente
e i prezzi monetari la variabile dipendente. Se la prima aumenta (diminuisce) i secondi aumentano
(diminuiscono). Per la teoria del valore della moneta qui sottoposta, i prezzi sono l’espressione del valore. È
vero che, empiricamente, un aumento (diminuzione) della quantità della moneta può aumentare (diminuire),
ceteris paribus, i prezzi monetari delle merci. Ma questo non spiega la quantità della moneta come una
variabile endogena. Nella teoria quantitativa della moneta, questa quantità è un valore esogeno non correlato
al valore ed è determinata dalle autorità monetarie. Nella teoria del valore della moneta, la quantità della
moneta (M) in circolazione aumenta (diminuisce) con l’aumentare (diminuzione) del valore prodotto e
circolante (V). Vediamo perché.
Se V aumenta, la causa deve essere che v e/o c e/o s sono aumentati. Ceteris paribus i capitalisti hanno
bisogno di più denaro per finanziare questi maggiori investimenti (c+v) e/o per realizzare il maggior s. Se V
diminuisce, vi possono essere due cause. O tale diminuzione è causata da una contrazione del volume degli
investimenti (c+v) e/o di s, e in questo caso M diminuisce (cioè la moneta è accumulata). Oppure, dato un
certo tasso di plusvalore, sono state introdotte innovazioni tecnologiche cosicché più c e meno v sono stati
investiti e così meno s è stato prodotto. Il denaro necessario per i mezzi di produzione aumenta ma quello
necessario per l’acquisto della forza lavoro (e quindi dei mezzi di consumo) e per l’acquisto dei mezzi di
lusso diminuisce. L’effetto sulla quantità della moneta dipende da se uno dei due termini, c o (v+s) aumenta
(diminuisce) più dell’altro.
Si obbietterà immediatamente che una diminuzione prolungata del valore prodotto può essere, e in genere è,
controbilanciata dalle autorità monetarie aumentando la quantità della carta, non-convertibile, moneta.
Questa è una delle principali misure anti-cicliche. In questo caso, una diminuita produzione e circolazione di
valore (disoccupazioni, fallimenti, minore uso della capacità produttiva) è controbilanciata da una maggiore
quantità della moneta in circolazione (inflazione). Questo sembrerebbe inficiare la relazione diretta tra le
quantità di moneta e valore sottoposta qui sopra. Ma questa maggiore quantità di moneta implica un
cambiamento nella espressione monetaria del valore, cioè un cambiamento nei termini di confronto. D’altra
parte, la relazione quantitativa diretta tra quantità di moneta e di valore presuppone una unità di misura
invariata, una data espressione monetaria di valore, nel tempo. Un indice di deflazione applicato alla nuova
(maggiore) espressione monetaria del valore rivelerebbe una diminuzione della quantità monetaria in seguito
alla diminuzione della quantità del valore. Quindi, la tesi che un aumento di M può causare un aumento (ma
non aumenta necessariamente) dei prezzi monetari non implica di accettare la teoria quantitative della
moneta.
[4] Per coloro che sono più al corrente del dibattito sulla trasformazione, la tabella 1 qui sopra non soddisfa i
requisiti della riproduzione semplice o allargata. Questo è stato considerato come un difetto della procedura
della trasformazione di Marx. Tuttavia, la trasformazione dei valori in prezzi (di produzione) e la
riproduzione si basano su precondizioni diverse. La prima considera la ridistribuzione del plusvalore che
costituisce i prezzi di produzione. Non considera le precondizioni per una ridistribuzione del capitale
costante e variabile tale che la produzione può incominciare di nuovo nel periodo successivo sulla stessa
scala o su una scala allargata. Queste sono le precondizioni per una riproduzione semplice o allargata. I
critici considerano un esempio numerico non inteso per indagare la riproduzione e fanno l’errore di usarlo
per tale indagine. Naturalmente, i due processi possono essere considerati assieme ma ciò presuppone che
essi siano previamente considerati distintamente.
[5] Per Cohen (1981), questi sono due concetti del valore che si escludono a vicenda (ma non si dice il
perché), cosicché la teoria del valore lavoro è logicamente incoerente. E Cohen è considerato essere un
raffinato commentatore di Marx!
[6] Per esempio, se la distribuzione iniziale della domanda fosse tale per cui il settore 1 non realizzasse
nessun profitto, il settore 2 realizzerebbe 60 e i capitali emigrerebbero dal settore 1 al settore 2 fino a quando
tendenzialmente entrambi i settori realizzerebbero 30. Lo stesso vale se i ruoli sono invertiti, cioè se
inizialmente il settore 1 realizzasse tutto il plusvalore e il settore 2 nessun plusvalore.
[7] In maniera simile, Cavallaro (2000) sostiene che “ciò che occorre dimostrare è che proprio tale acquisto
[l’acquisto della forza lavoro, G.C.] sia l’unico capace di generare “valore”” (p.36).
[8] Mazzetti è d’accordo con Sraffa che “è solo a causa di una concezione puramente mistica che si può
attribuire al lavoro il particolare dono di determinare il valore”, ma aggiunge che è un misticismo ancora più
grande attribuire quel dono alle merci.

Anche il secondo candidato è una categoria, quella delle macchine. Ma se le macchine producessero valore,
quanto più macchine tanto più il valore prodotto. Al limite, un’economia completamente automatizzata
sarebbe quella più produttiva di valore. Ma ciò è incompatibile con una economia capitalistica che è basata
sull’esistenza dei proprietari delle macchine (mezzi di produzione) e dei lavoratori, coloro che vendono la
loro forza lavoro ai proprietari delle macchine. Dato che il valore è anche il potere d’acquisto della moneta,
se i lavoratori dovessero sparire sparirebbe anche il valore e il loro potere d’acquisto: i proprietari dei mezzi
di produzione, a chi potrebbero vendere i loro prodotti? Potrebbero venderli l’uno all’altro. Ma in questo
caso non vi sarebbero né lavoratori né sfruttamento; non si avrebbe una società capitalistica. Ne consegue
che più le macchine rimpiazzano i lavoratori, minore (e non maggiore) è il valore prodotto.
Non rimane che il lavoro. Una volta fatta la distinzione basilare tra lavoro concreto e astratto, ne consegue
che solo il lavoro astratto può essere (la sostanza del) valore. A questo punto due obiezioni possono essere
sollevate. Primo, “è un pregiudizio supporre che il valore debba essere creato” (Cohen, 1981, p.214,
traduzione mia, G.C.). “Ovviamente, i lavoratori creano qualcosa. Essi creano il prodotto. Essi non creano
valore, ma creano quello che ha valore” (op.cit., p.218, traduzione mia, G.C.). In questa caso, il lavoro non
può essere la sola sostanza del valore (come dimostrato più sopra) perché, in prima istanza, non è la sostanza
del valore. Il contro-argomento è come segue. Primo, senza una nozione di valore come lavoro incorporato,
non vi può essere una teoria dei prezzi, della distribuzione. Sarà dimostrato più avanti che tutte le teorie dei
prezzi che non si basano su una ridistribuzione del valore (lavoro) contenuto nelle merci sono logicamente
invalide. E, senza una teoria dei prezzi, non vi può essere una teoria della produzione. Quindi, il concetto di
lavoro come sostanza del valore è una scelta necessaria, logica, se vogliamo teorizzare la produzione e la
distribuzione. Secondo, se si accetta la nozione di lavoro contenuto, si deve anche accettare allo stesso tempo
la nozione che il valore è creato. Che il valore “deve essere creato” è lungi dall’essere un pregiudizio. Si noti
che la scelta del lavoro umano come (la sostanza del) valore non è solo l’unica scelta logica. È anche un
punto di vista di classe: sono i lavoratori che vogliono sapere chi lavora per chi (cioè chi è sfruttato da chi)
nel capitalismo. Quindi, la scelta del lavoro come la sostanza del valore, questo punto di vista di classe e non
un altro, si rivela essere l’unico logico.
Possiamo ora fare tre commenti. Primo, anche se non potesse essere provata, la nozione che il lavoro è (la
sostanza del) valore non sarebbe un pregiudizio ma sarebbe determinata dal punto di vista di classe, un punto
di partenza dell’indagine perfettamente legittimo. Ma supponiamo per un istante che tale nozione non possa
essere provata e che sia un pregiudizio. Cohen può solo ‘provare’ (ma si veda la nota 10 precedente) che la
teoria del valore lavoro è sbagliata e quindi che anche l’asserzione che ‘il valore è creato’ è sbagliata. Cohen
non prova che il valore (1) esiste (2) senza essere creato, indipendentemente da se la teoria del valore lavoro
sia giusta o sbagliata. Quindi, incominciare dalla nozione infondata che il valore esiste e non è creato, è
ugualmente un pregiudizio, o più propriamente, è un diverso punto di vista determinato dalla classe, un punto
di vista determinato da una diversa classe. Secondo, che i lavoratori ‘non creano valore ma ciò che ha valore’
è un altro modo per sostenere che i lavoratori creano i valori d’uso senza creare il valore: “Qualsiasi cosa
possa essere responsabile per la grandezza del valore, il lavoratore non riceve tutto il valore del suo
prodotto” (op.cit., p. 222). Lo sfruttamento è così definito in termini d’appropriazione di valori d’uso. La
sezione 5 dimostrerà che ciò conduce a conclusioni assurde. Terzo, “Qualsiasi cosa” dà l’impressione
sbagliata che vi siano molte spiegazioni possibili di che cos’è il valore. Ma in effetti vi è solo un candidato
(non a caso questo è l’unico menzionato da Cohen): il ‘desiderio’, (op.cit.,p.220), cioè la domanda. La
sezione 5 dimostrerà che la teoria dei prezzi basata sulla domanda e l’offerta non è logicamente difendibile.
La seconda obiezione alla tesi marxiana è che, anche se il lavoro astratto è la sostanza del valore, non vi è
alcuna ragione di misurare il valore in termini di lavoro astratto (tempo). Per Reuten, “la tesi che il valore di
un bene ha la sua origine nella quantità di tempo di lavoro speso per esso è una tesi sensata, che sia vera o
falsa. Però volere anche misurare quel valore in termini di tempo di lavoro sembra una cosa dubbia o
perlomeno non ovvia” (1999, p.94, traduzione mia, G.C.). Mi sembra che questa contraddizione sia
artificiale. La scelta del lavoro (astratto) come la sorgente del valore implica necessariamente che si scelga il
lavoro astratto anche come unità di misura del valore. Se si sceglie l’utilità come la sorgente del valore, si
deve misurare il valore in termini di utilità. Ma suggerire che “si potrebbe considerare l’utilità come la
sorgente del valore e ciononostante misurare il valore in termini di tempo di lavoro” (p.94) non ha senso.
Infatti, in questo caso non vi sarebbe alcuna connessione logica tra ciò che deve essere quantificato (utilità) e
ciò che lo quantifica (tempo di lavoro) cosicché il tempo di lavoro sarebbe inutile come misura dell’utilità.
Non vi è alcuna confusione (in Marx) tra la sorgente e la misura del valore.  [1]
Il fatto che il lavoro è la sola sostanza del valore è di per sé insufficiente per dimostrare che solo il lavoro dei
lavoratori crea valore e quindi plusvalore, cioè che essi sono sfruttati dai capitalisti/manager. La letteratura
imprenditoriale, nella misura in cui tratta del valore, sostiene che i capitalisti/manager creano valore proprio
come fanno i lavoratori, cioè che non vi è sfruttamento. Quello che rimane da dimostrare è che solo i
lavoratori producono valore. Tuttavia, tale dimostrazione non può essere quella proposta nell’ambito
dell’ipotesi dei ‘profitti nulli’. Il ragionamento è come segue. Ipotizziamo un’economia capitalistica in cui
tutti i profitti sono nulli. In tal caso, in termini della tabella 1 precedente, i lavoratori nel settore 1 dovrebbero
essere pagati un valore di 40 e nel settore 2 un valore di 80. Tutto il plusvalore andrebbe ai lavoratori e le
merci sarebbero vendute al loro valore. In un’economia capitalistica le merci non sono vendute al loro
valore: quindi vi è sfruttamento. Ma questo ragionamento non prova nulla. ‘Dimostra’ che se tutto il nuovo
valore andasse ai lavoratori non vi sarebbe plusvalore e quindi non vi sarebbero profitti; e che se una parte
del nuovo valore andasse al capitalista vi sarebbe plusvalore e quindi vi sarebbero profitti. Ciò non è altro
che una ripetizione del concetto di plusvalore.
In un testo metodologicamente molto ricco, ‘Il metodo dell’economia politica’ nei Grundrisse (1973, pp.100
e seguenti), Marx traccia il processo della produzione concettuale. Essa incomincia con l’osservazione, “una
concezione caotica del tutto”, si muove “analiticamente verso concetti sempre più semplici”, fino a quando si
arriva a quelle che Marx chiama “le determinazioni più semplici”. Le determinazioni più semplici sono per
Marx quei concetti che contengono in nuce, potenzialmente, tutte le altre contraddizioni. Queste
determinazioni più semplici non sono raggiunte estraendo un’essenza a-storica dalla realtà sociale ma, al
contrario, focalizzandosi sulle differenze essenziali, condensando in esse ciò che è storicamente specifico. Ed
è a causa di questa loro natura ‘compressa’ che esse possono servire come punto di partenza per una
descrizione sempre più complessa della realtà, sviluppando sempre di più le contraddizioni in esse già
contenute (Carchedi, 1973, p.7). [2]
Ora, un’economia capitalistica in cui i profitti sono nulli per definizione, e non in un momento storico
particolarmente sfavorevole, come un evento a-tipico, non è un’economia capitalistica per la semplice
ragione che non vi sono capitalisti. Quindi non può servire come punto di partenza per dimostrare l’esistenza
del plusvalore nel capitalismo. Non è un’astrazione storicamente specifica, non è nemmeno un’astrazione a-
storica (che astrae dalle specificità storiche come il ‘lavoro’ in tutte le società). Soprattutto, non è una
contraddizione dialettica, non è un concetto di una contraddizione che esiste nella realtà che contiene in se
stessa la possibilità di superare se stessa. È una contraddizione logica, un concetto di qualcosa che non esiste,
che non è mai esistito e che non potrebbe esistere nella realtà. È un errore logico. Quindi ogni prova
dimostrata su questa base non può che essere fallace. Se chiedo “perché c’è sfruttamento in un’economia
capitalistica?” la risposta non può essere “ perché non c’è sfruttamento in un’economia non capitalistica”. La
risposta non spiega perché c’è sfruttamento nel capitalismo; nel migliore dei casi spiega perché non c’è
sfruttamento in un sistema diverso. Nel caso specifico di un’economia capitalista con profitti nulli, non
spiega nemmeno questo, dato che il sistema concettuale è un errore logico. Per spiegare lo sfruttamento nel
capitalismo, bisogna prendere come punto di partenza un’economia capitalistica (piuttosto che un’economia
non capitalista) e incominciare dalla specificità storica dello sfruttamento nel capitalismo. L’unico modo per
fare ciò è, primo, dimostrare che solo il lavoro crea valore (cosa che è appena stata fatta) e poi dimostrare
che solo il lavoro dei lavoratori (piuttosto che anche quello dei capitalisti/managers) produce plusvalore.
Affrontiamo quindi questo secondo punto.
La letteratura economica sostiene che i capitalisti/entrepreneur creano quella parte di valore che prende la
forma di profitto, cioè che essi non si appropriano di una parte del valore prodotto dai lavoratori. E che
quindi non vi è sfruttamento. Anche qui la prova che ciò è falso sarà per esclusione, cioè inficiando gli
argomenti che negano lo sfruttamento. Primo, si ipotizza che gli entrepreneur siano ricompensati perché si
astengono dal consumo (per esempio, gli interessi sul capitale risparmiato). Il contro-argomento è che
l’astinenza non può creare valore dato che è impossibile creare qualcosa (valore) astenendosi dal suo
consumo. Secondo, si propone che gli entrepreneur siano retribuiti perché vendono i loro prodotti. Ma la
vendita non può creare valore. Questo è stato dimostrato più sopra considerando due soggetti economici che
vendono e comprano reciprocamente la stessa merce. Tanto più ricco diventa uno, tanto più povero l’altro.
Non un atomo di nuovo valore è aggiunto alla ricchezza totale dalle loro transazioni. Terzo, si asserisce che
gli entrepreneur sono ricompensati perché corrono rischi. Anche qui tale comportamento non ha alcun effetto
sul valore delle merci prodotte. Indipendentemente da se il correre rischi debba essere ricompensato o no, la
ricompensa deve essere stata prodotta da qualcun altro.
Quarto, gli entrepreneur sono ricompensati per svolgere la funzione manageriale. Quest’argomento è più
serio. Prima di affrontarlo, dobbiamo fare un’importante distinzione. Abbiamo visto che il processo
produttivo produce sia valori d’uso che valore, i due aspetti delle merci. Dato che i lavoratori non producono
per se stessi ma per i capitalisti, tutta una serie di metodi, che vanno dalla più bruta coercizione alle forme
più sottili di persuasione, passando attraverso una politica dei salari progettata deliberatamente per
incentivare e/o dividere la forza lavoro, è ideata e messa in opera sia dagli entrepreneur stessi che da coloro a
cui questa funzione è stata delegata. Così, la tipica funzione dei capitalisti, come agenti del capitale, è quella
di controllare e disciplinare il lavoro. Questa è chiamata da Marx nel terzo volume del Capitale la funzione
del capitale e questo aspetto del processo di produzione è chiamato il processo produttivo di plusvalore. I
lavoratori, d’altra parte, eseguono la funzione del lavoro. Questo significa che essi trattano i valori d’uso sia
trasformandoli (e questi sono i lavoratori produttivi, cioè produttivi di valore e plusvalore) o no (e questi
sono i lavoratori improduttivi, come nelle attività commerciali). Essi eseguono l’altro aspetto del processo di
produzione, il processo lavorativo (il processo che tratta i valori d’uso sia trasformandoli, come nella
produzione, o no, come nello scambio). In breve, per Marx, il processo capitalistico di produzione è la
combinazione del processo lavorativo e del processo produttivo di plusvalore.
Questo ci permette di concettualizzare la funzione manageriale. Essa comprende sia soltanto la funzione del
capitale che una combinazione della funzione del capitale e di aspetti della funzione del lavoro, come per
esempio il lavoro di coordinamento e unificazione del processo lavorativo (che include la combinazione dei
fattori di produzione). La funzione manageriale è svolta non solo dai capitalisti ma anche da tutti coloro a cui
tale funzione è stata delegata: dai massimi direttori, attraverso vari strati di manager, giù fino ai ‘capetti’.
Coloro che controllano, nella misura in cui svolgono questa funzione, non partecipano alla trasformazione
dei valori d’uso (e quindi non possono creare valore) e neppure trattano i valori d’uso senza cambiarli (come
nelle attività commerciali). Piuttosto, essi forzano/persuadono altri a svolgere la funzione del lavoro o la
funzione del capitale. Messo nei termini più semplici, se una persona deve forzare/convincere altri a
trasformare valori d’uso, essa non potrà partecipare a quella trasformazione. Quindi, i capitalisti e tutti coloro
che svolgono la funzione del capitale creano valore solo nella misura in cui essi svolgono la funzione del
lavoro e non la funzione del capitale. Ma in questo caso, e solo nella misura in cui essi svolgono la funzione
del lavoro, essi non sono i capitalisti o i loro agenti. Nella misura in cui essi eseguono la funzione del
capitale, essi non possono creare valore. Se non creano valore, devono espropriare e appropriare, sotto la
forma del profitto, una parte del valore creato dai lavoratori. Lo fanno forzando i lavoratori, direttamente o
indirettamente, usando la coercizione o la persuasione, a lavorare più a lungo del tempo necessario per
produrre i beni salario dei lavoratori, cioè a fornire plus lavoro. La nozione che i capitalisti, i managers e
tutto l’apparato burocratico al loro servizio creino valore si basa sulla mancata distinzione tra queste due
funzioni. [3]

[1] È Reuten che confonde le carte. Ciò deriva dalla sua convinzione che il lavoro contenuto non può essere
misurato. Quindi solo il denaro, e non il lavoro astratto, può essere la misura del valore. Questo è in linea con
l’approccio della ‘forma valore’ che sarà discusso nella sezione 6. Là, si dimostrerà che il denaro non può
essere la misura del valore nell’assenza di una nozione di lavoro contenuto.
[2] Mi sembra che Cavallaro (2000) interpreti erroneamente i Grundrisse. “Ciò che è complesso non si può
mai dedurre dal più semplice” (p.35). Questo è esattamente l’opposto di quello che dice Marx e serve a
negare che sia possibile derivare i prezzi di produzione (la forma più complessa del valore) dal valore
contenuto (la sua forma più semplice). Cioè ha la funzione di accettare la critica della procedura della
trasformazione di Marx.
[3] Alcune funzioni possono comprendere entrambi gli aspetti della funzione manageriale. Ciò, tuttavia, non
inficia la distinzione analitica. È sulla base di tale distinzione che una teoria delle nuove classi medie può
essere costruita. Si veda Carchedi, 1977.

Quinto, si ipotizza che gli entrepreneur sono ricompensati per l’introduzione di innovazioni. Anche qui
bisogna fare una distinzione. Se le nuove tecnologie sono applicate al processo lavorativo, l’entrepreneur ha
svolto uno degli aspetti della funzione del lavoro e così ha contribuito alla creazione di (plus)valore. Se
l’introduzione di nuove tecnologie è un aspetto della funzione del capitale, l’entrepreneur è parte di un
processo di espropriazione e appropriazione di plusvalore.
Per concludere, si può sostenere che i capitalisti e i manager creano valore solo perché non si fa la
distinzione tra produzione e realizzazione di valore, o tra fattori oggettivi della produzione e motivazioni
soggettive, o tra la funzione del capitale e la funzione del lavoro. Capire ciò significa allo stesso tempo
dimostrare che solo i lavoratori possono creare valore, cioè che solo il lavoro astratto può essere (la sostanza
del) valore. Quale metafisica?
 
4. La critica della regressione all’infinito

Molte altre critiche sono state fatte oltre a quelle discusse in precedenza. La prima è il tema della regressione
all’infinito. Questa, come ho detto nel mio saggio precedente (2001b), sostiene che per calcolare il valore
degli input di un periodo, bisogna calcolare il valore degli input del periodo precedente in un movimento
senza fine a ritroso. La risposta è stata che tale ragionamento renderebbe impossibile qualsiasi scienza,
compresa quella su cui si basa la critica. [1] Un punto temporale di partenza in un’indagine non può che
essere un punto arbitrario.
Se questo è il caso, c’è un modo per calcolare il valore degli input? Si, c’è. Per fare ciò, dobbiamo renderci
conto che regredire all’infinito nel tempo non solo non ha senso, non solo è un’assurdità metodologica,
sarebbe anche sbagliato dal punto di vista del calcolo. Molto semplicemente, il valore di un computer nel
2001 è dato da quello che l’economia ritiene che esso valga nel 2001 e non da quello che ritiene che i suoi
input valessero nel 2000, più il valore degli input di tali input nel 1999, ecc. Differentemente da quello che
sembrano pensare gli economisti sraffiani, la società è interessata nel valore attuale del computer, non nel
suo valore storico. Se nel 2001 il mio computer, che mi è costato Euro 1.500, diventa improvvisamente
obsoleto, il suo valore sarà zero perché nel 2001 nessun valore si sarebbe dovuto impiegare nella sua
produzione (la spiegazione per gli economisti neo-classici è che la domanda è caduta a zero). Se, per qualche
ragione, altri computer simili fossero distrutti, il suo valore aumenterebbe perché, visto dal 2001, più valore
sarebbe dovuto essere impiegato per la produzione di quel tipo di computer (una cosa che gli economisti neo-
classici percepiscono come il risultato di una diminuzione dell’offerta). Se l’economia funziona così, perché
teorizzarla differentemente? Perché chiedere che Marx la teorizzi differentemente? Una volta capito questo,
il calcolo del valore degli input è svolto come segue.
Supponiamo che vogliamo considerare un certo ciclo produttivo che incomincia ad un punto nel tempo, t2, e
finisce ad un altro punto nel tempo, t3. Per esempio, t2 potrebbe essere il primo di gennaio del 2000 e t3 il 31
dicembre dello stesso anno. Vogliamo sapere il valore (ore di lavoro) contenuto nei mezzi di produzione
(input) che entrano, a t2, nel periodo t2-t3. A tal fine incominciamo dalla dimensione monetaria. Conosciamo
il prezzo monetario pagato per i mezzi di produzione a t2. Sappiamo anche il prezzo pagato per la forza
lavoro a t3 (i salari in genere sono pagati alla fine del periodo, cioè sono anticipati dai lavoratori ai
capitalisti; ma il ragionamento non sarebbe inficiato se i salari fossero pagati a t2) e i profitti realizzati a t3
(tutti in termini monetari). Possiamo quindi calcolare i prezzi di produzione (i prezzi a cui i tassi di profitto
sono uguali) a t3. Tutto questo in termini monetari. Ma in termini di valore (lavoro)?
Dato un apposito sistema di rilevazione, registrazione e compilazione di dati, le ore di nuovo lavoro speso
durante t2-t3 possono essere calcolate e poi ridotte a unità confrontabili attraverso la doppia riduzione da
lavoro complesso a lavoro semplice e da lavoro più intensivo a lavoro meno intensivo (si veda Carchedi,
2001b). Questi corrispondono ai salari e profitti in termini monetari pagati a t3. Possiamo quindi calcolare il
tasso:
(salari più profitti)/(ore di nuovo lavoro)
che ci dà l’espressione monetaria di una unità del nuovo lavoro erogato durante t2-t3. Dato che sia il valore
che la moneta sono quantità omogenee, ciascuna unità di moneta rappresenta una certa quantità di valore, sia
che questo valore sia contenuto nei mezzi di produzione, o nei mezzi di consumo della classe lavoratrice, o
nei mezzi di lusso dei capitalisti. Applicando questo tasso ai prezzi monetari dei mezzi di produzione
comprati a t2, otteniamo la valutazione sociale di quei mezzi di produzione a t3, come il punto finale di t2-t3.
Se ora ripetiamo la stessa procedura per il precedente periodo t1-t2, otteniamo la valutazione sociale dei
mezzi di produzione a t2, come il punto finale di t1-t2 e come l’output di t1-t2. Dato che i mezzi di
produzione come output di t1-t2 sono gli stessi mezzi di produzione come input di t2-t3, conosciamo il loro
valore all’inizio di t2-t3. Il nuovo valore prodotto durante t2-t3 è quindi aggiunto a questo valore, in linea
con la procedura di Marx. [2] Non c’è alcun bisogno di regredire nel tempo all’infinito. [3]
Una procedura simile può essere ripetuta per i beni di consumo che rappresentano i salari. Primo, calcoliamo
il tasso a t3:
Salari/(salari più profitti)
in termini di denaro, e poi applichiamo questo tasso al totale delle nuove ore di lavoro dopo che sono state
omogeneizzate. Il risultato ci dà le ore di nuovo lavoro che compongono il valore della forza lavoro. Le ore
lavorate in più di questa somma costituiscono le ore di pluslavoro erogato durante il periodo t2-t3. A
differenza di quanto asseriscono i critici, non vi sono due misure quantitativamente differenti del valore della
forza lavoro, supponendo naturalmente che uno segua la procedura corretta, quella di Marx.  [4]
Da quanto sopra si può vedere che ogni critica della nozione di lavoro astratto di Marx come un concetto
solamente naturalistico (Lippi, 1977) o solo un concetto socialmente determinato, è profondamente errata. Vi
è una dimensione oggettiva, l’erogazione di una data quantità di energia umana, e vi è una dimensione
sociale. L’erogazione di energia umana in astratto è un dato oggettivo; tuttavia la sua misurazione è
socialmente determinata. Più specificamente, per quanto riguarda il lavoro passato, si è dimostrato in
precedenza che il valore dei mezzi di produzione non è ottenuto sommando le ore di lavoro che sono state
necessarie per produrli più quelle contenute nei loro input più quelle contenute negli input di quegli input,
ecc. ecc. Piuttosto, il loro valore è quello che la società giudica che esso sia (in termini d’ore di lavoro) nel
momento in cui essi entrano nel processo di produzione. Per quanto riguarda il nuovo valore, anche la doppia
riduzione da lavoro complesso a lavoro semplice e da lavoro più intenso a lavoro meno intenso si basa su
criteri socialmente determinati.
 
5. La critica della circolarità
Il lettore si ricorderà che la procedura della trasformazione di Marx è stata criticata anche a causa, si
asserisce, di un ragionamento circolare. Cioè, gli stessi mezzi di produzione entrano nel processo di
produzione al loro valore non trasformato e ne escono, come output, al loro valore trasformato. Dato che le
stesse merci devono essere vendute e comprate allo stesso prezzo, si suppone che il ragionamento sia
circolare. La risposta a questa critica è tanto semplice quanto è ignorata. La critica è valida solo in una
dimensione senza tempo. Svanisce se il tempo è introdotto, cioè se l’economia è vista come una successione
di processi di produzione e realizzazione nel tempo. Da questa prospettiva, due cose diventano ovvie. Primo,
i mezzi di produzione che entrano a t2 per il periodo t2-t3, come input, sono le stesse merci che sono uscite
da un altro processo di produzione nel periodo precedente, t1-t2. Marx non potrebbe essere più esplicito:
“abbiamo supposto per incominciare che il prezzo di costo di una merce è uguale al valore delle merci
consumate nella sua produzione. Ma per il compratore il prezzo di produzione di una data merce è il suo
prezzo di costo” (Marx, 1967b, p. 164, enfasi e traduzione mia, G.C.). Marx poi aggiunge: “vi è sempre la
possibilità di un errore se il prezzo di costo di una merce... è identificato col valore dei mezzi di produzione
consumati da essa” (op.cit. p.165, traduzione mia), cioè il prezzo di costo di una merce è il prezzo di
produzione degli input come prodotto del periodo precedente. Questo, piuttosto che essere una ‘ammissione’
da parte di Marx che sapeva che c’era qualcosa di sbagliato nella sua procedura ma che non poté correggerla,
è perfettamente logico e coerente con quella procedura. [5]
Secondo, nel settore che produce i mezzi di produzione, gli input che entrano nel periodo t2-t3 come mezzi
di produzione non sono gli stessi mezzi di produzione che escono dallo stesso periodo a t3 come output. I
primi servono a produrre, ma non sono i secondi (anche se i secondi possono essere una replica esatta dei
primi). Quindi, non vi è alcuna ragione di supporre che essi abbiano lo stesso prezzo. E anche se avessero lo
stesso prezzo, non sarebbero la stessa merce. Se uno desidera calcolare il valore dei mezzi di produzione
come input, la sezione 4 precedente fornisce la chiave di comprensione. Riassumendo, il prezzo dei mezzi di
produzione è il loro valore trasformato come output del periodo precedente ed è anche il loro valore non
trasformato come input di questo periodo. Questo è l’approccio temporale.
L’argomento è perfettamente chiaro. Tuttavia, è o ignorato o frainteso. Per esempio, Mongiovi, in una
recente critica dell’approccio temporale (2001), riesce ad evitare di menzionare questa contro-critica.
Cavallaro, d’altra parte, la fraintende. Egli fa due obiezioni a questo approccio (2001). Per Cavallaro,
“Carchedi, Freeman e Kliman” (a) non usano il metodo di esposizione dialettico e (b) non trasformano il
valore degli input. Ma noi trasformiamo il valore degli input, solo che, ragionevolmente, usiamo, come fa
Marx, un quadro teorico in cui il tempo è un elemento essenziale, piuttosto che ignorarlo per definizione. Per
di più, il processo che noi analizziamo è un processo dialettico e quindi la nostra analisi è profondamente
dialettica. Facciamo un esempio. Consideriamo due produttori di martelli, il signor Bianchi e il signor Rossi.
Rossi compra i martelli da Bianchi al fine di fare martelli. Quindi il martello prodotto da Bianchi è il suo
output e allo stesso tempo l’input di Rossi. Rossi produce il suo martello col martello di Bianchi. Quando
Bianchi vende il suo martello a Rossi (per esempio, a t1) lo vende per un certo prezzo e Rossi lo compra,
ovviamente, per lo stesso prezzo. Questo prezzo (valore) rappresenta il valore trasformato per Bianchi, cioè a
t1 come il punto finale di t0-t1, e allo stesso tempo un valore non trasformato per Rossi, cioè come l’input di
t1-t2. In termini dialettici, a t1 quel martello è sia un valore trasformato che un valore non trasformato. Per di
più, può essere un valore non trasformato (a t1 come il punto iniziale di t1-t2) perché è un valore trasformato
(a t1 come punto finale di t0-t1) e la ragione di ciò è che la realtà è temporale piuttosto che essere senza
tempo, come nella scuola neo-classica o sraffiana.  [6]
Aspetta un attimo, dicono i critici a questo punto: c’è stata una trasformazione qualitativa ma non una
quantitativa. E questo è quello che vogliamo vedere. Ma, come ho sottolineato ripetutamente, una
trasformazione quantitativa sarebbe necessaria solo se il martello che Rossi compra come input a t1 è lo
stesso martello che Rossi produce, come output, a t2. Questa è una stupidaggine e tuttavia questa è l’essenza
della critica della circolarità fatta a Marx. I due martelli possono essere esattamente gli stessi nel senso che
l’output può essere una replica esatta dell’input ma non sono la stessa merce: uno è usato per produrre l’altro.
Se non sono la stessa merce, non vi è alcuna ragione di supporre che debbano avere lo stesso prezzo (si
ricordi che la critica sostiene che nella procedura di Marx lo stesso martello è comprato da Rossi per un certo
prezzo e venduto da Bianchi per un prezzo diverso). In effetti, essi avranno lo stesso prezzo solo per caso.
Cioè la trasformazione quantitativa che i critici vogliono vedere non ha senso, o ha senso solo in una realtà
senza senso, una realtà senza tempo, una realtà in cui gli input di un certo processo di produzione sono anche
gli output dello stesso processo. Esposta alla luce del tempo, la critica avvizzisce e muore.  [7]
Anche Laibman evita la mia contro-critica (2002). Tuttavia, in una corrispondenza privata successiva egli
sembra abbandonare la critica della circolarità, ma solo per un momento. Egli inizia riconoscendo che “il
martello-input non è letteralmente lo stesso bene del martello-output. Due martelli differenti. Due
transazioni”. Ma poi aggiunge immediatamente: “se entrambe le transazioni avvengono allo stesso prezzo, le
equazioni simultanee determinano quel prezzo”. Perché? Se queste sono due transazioni temporalmente
differenti, le equazioni simultanee non possono determinare il loro prezzo (in effetti, i loro prezzi), a meno
che uno non voglia cancellare il tempo. In uno stesso movimento, Laibman riconosce l’esistenza del tempo e
la nega. E aggiungere che quest’uso delle equazioni simultanee “è una specie di metafora che descrive un
processo di convergenza che in effetti è sempre interrotto dal cambiamento tecnico e sociale” aumenta solo
la confusione.
Una volta che il tempo è preso in considerazione, tutti i pezzi dell’enigma vanno al loro posto. Qui
menzionerò solo due casi. Primo, si suppongano due processi di produzione competitivi, cioè entrambi
producono martelli che vendono a t3. Il primo processo è quello di un capitalista che ha bisogno di un
periodo di tempo più lungo (t1-t3) del resto dei capitalisti in quel settore. Questi ultimi hanno bisogno di
lavorare solo per un periodo più corto, t2-t3. Se il valore sociale degli input di entrambi i processi cambia a
t2, il valore realizzato dal primo produttore (che ha bisogno del periodo t1-t3) dipende dal valore sociale
degli input a t2 e non a t1. Gli altri capitalisti, quando vendono i loro prodotti a t3, chiedono
proporzionalmente meno per il loro output e dovranno chiedere meno a causa della loro reciproca
competizione. Ma anche il primo capitalista dovrà chiedere proporzionalmente meno. Tuttavia, il valore
degli input di questo capitalista non è diminuito (dal loro valore a t1 a quello a t2). Questa differenza è una
perdita per lui ma un guadagno non solo per i suoi competitori ma per il resto dell’economia. Infatti, il fatto
che il nostro capitalista ha bisogno di più tempo dei suoi competitori è una manifestazione della sua minore
produttività. Si può dimostrare (Carchedi, 1991, capitolo 5) che, sotto l’ipotesi della tendenziale
perequazione dei tassi di profitto, il valore in più prodotto dal capitalista meno produttivo in un qualsiasi
settore viene ridistribuito in un modo che tutti i capitali modali realizzano il tasso medio di profitto, i capitali
con una produttività più alta della media nel loro settore realizzano un tasso di profitto maggiore della media
e i capitalisti con una produttività minore della media nel loro settore realizzano un tasso di profitto minore
della media.

[1] Come vedremo nella sezione 5, gli stessi critici che accusano il metodo di Marx di cadere nella
regressione all’infinito non sono immuni da tale accusa.
[2] Per maggiori dettagli si veda Carchedi e de Haan, 1996.
[3] Il calcolo di questa valutazione sociale può essere fatto sia per quanto riguarda I prezzi di produzione (i
prezzi tendenziali che i prezzi di mercato, i prezzi pagati veramente).
[4] D. Foley, in una recensione di Freeman e Carchedi (1996), asserisce: “Guglielmo Carchedi e Werner de
Haan scrivono equazioni [136-137] che sembrano confondere l’espressione monetaria del lavoro con diverse
misure della velocità della moneta (1997, p.495)”. A parte il fatto che non vi sono equazioni nelle pagine
citate, la velocità della moneta non gioca (ancora) un ruolo qui. Essa, come altri fattori, può essere presa in
considerazione una volta che si siano compresi gli aspetti fondamentali. In ogni caso, questa è una critica
minore e Foley evita di affrontare la sostanza della nostra contro-critica e di discutere la procedura che
proponiamo.
Quanto qui sopra si è focalizzato sul livello aggregato è valido per i mezzi di produzione usati per la
produzione di singole merci (per dettagli, si veda Carchedi e de Haan in Freeman e Carchedi, 1996). Essi
entrano nella produzione di una merce alla loro valutazione sociale. È solo in questo contesto che la citazione
seguente può essere propriamente capita: “Se il prezzo di costo di una merce è reso uguale al valore dei
mezzi di produzione usati per la sua produzione, è sempre possibile sbagliare” (Marx, 1967b, p.240). Qui,
prezzo di costo significa per Marx il valore dei mezzi di produzione più quello dei beni salariali che
rappresentano il valore della forza lavoro. Tuttavia, in questa citazione Marx considera solo il valore dei
mezzi di produzione. Quello che Marx qui dice è semplicemente che quello che entra nel valore di una merce
non è il valore dei mezzi di produzione prima della loro trasformazione, cioè calcolato sulla base del
plusvalore effettivamente in essi contenuto. Piuttosto, essi entrano nel valore di quella merce al loro valore
trasformato, cioè calcolato sulla base del plusvalore realizzato (attraverso la loro vendita) e che costituisce
tendenzialmente il tasso medio di profitto. Dato che il plusvalore effettivamente prodotto e incorporato in
quei mezzi di produzione è in genere differente dal plusvalore che corrisponde al tasso medio di profitto, “è
sempre possibile sbagliare”. I critici di Marx, d’altra parte, usano questa citazione per asserire che Marx non
ha trasformato (o potuto trasformare) il valore dei mezzi di produzione. Come vedremo tra poco, questa
impossibilità esiste soltanto all’interno della problematica dei critici, cioè se uno teorizza una realtà senza
tempo.
[5] Sweezy (1942) ha reso un danno incalcolabile per il marxismo disseminando questa idea erronea.
[6] La dialettica non è solo un metodo di esposizione ma è prima di tutto un metodo di ricerca sociale.
Questo metodo è esposto in Carchedi, 1991, Appendice (Il Metodo della Ricerca Sociale) che il lettore
interessato può consultare. Nello stesso lavoro, tratto la procedura della trasformazione usando
esplicitamente questo metodo, una cosa che non posso fare qui per mancanza di spazio.
[7] Brani come “Dato che ogni vendita è una compera, e ogni compera una vendita, nulla può essere più
bambinesco del dogma che, quindi, la circolazione delle merci implica necessariamente un equilibrio di
vendite e compere” (Marx, 1967a, p.208, traduzione mia, G.C.) hanno senso solo entro una dimensione
temporale. Infatti, questo dogma si basa su una confusione che sorge se si cancella il tempo. Se a t1 una
merce è comprata dall’acquirente per un prezzo, per definizione è venduta dal venditore per lo stesso prezzo.
Vi è equilibrio tra domanda e offerta per definizione. Ma una volta che ha comprato quella merce,
l’acquirente può essere in grado o no di venderla a t2. Qui non vi è necessariamente una uguaglianza tra
domanda e offerta. L’equilibrio può essere teorizzato solo riducendo queste due transazioni ad una sola, cioè
cancellando il tempo.
Secondo, fino a adesso abbiamo supposto che il momento finale di un periodo è anche il momento iniziale
del periodo seguente. Per esempio, t1 è sia il punto finale di t0-t1 che il punto iniziale di t1-t2. Ma,
naturalmente, è possibile che i mezzi di produzione (martello) prodotti nel periodo t0-t1 da Bianchi siano
venduti a t1 a Rossi ma rimangono inusati durante t1-t2 e entrano la produzione di Rossi solo nel periodo
successivi, t2-t3. In tal caso, la procedura messa in risalto più sopra al fine di calcolare la valutazione sociale
delle ore di lavoro contenute in quei mezzi di produzione e trasferite al prodotto a t1, si applica a t2, il
momento in cui esse entrano nel nuovo periodo di produzione. Questo è importante perché se, durante t1-t2,
quei mezzi di produzione sono stati deprezzati a causa di innovazioni tecnologiche, il valore di quei mezzi di
produzione che entrano a t2-t3 è determinato a t2 ed è più basso di quello che essi avevano a t1. Anche qui vi
è stata una trasformazione quantitativa del valore degli input come input. Anche qui, a t3, vi è una
ridistribuzione del valore che gli input avevano a t1, non a t2.
Un punto dovrebbe essere chiaro. L’uso della determinazione simultanea (nella quale tutto è calcolato allo
stesso tempo) è la procedura usata dall’approccio simultaneista (sraffiano). Tuttavia, questo non è un motivo
per metter al bando la determinazione simultanea. La sua applicazione per la determinazione dei prezzi delle
merci ha senso ma solo per quelle merci che sono comprate e vendute allo stesso tempo (tutti gli input a t1 o
tutti gli output a t2). Più precisamente, dato il periodo t1-t2, i prezzi di produzione (valori trasformati) degli
output di tutti i settori sono determinati simultaneamente a t2. Anche i valori non trasformati degli input
(valori d’uso differenti dagli output) sono determinati simultaneamente ma a t1, dato che è il valore
trasformato di quelle stesse merci vendute a t1 come output del periodo precedente, t0-t1. Non vi è quindi
una determinazione simultanea degli input e degli output dello stesso periodo e quindi degli input come se
fossero gli output dello stesso periodo. Piuttosto, vi sono due determinazioni simultanee in tempi diversi: a
t1, degli input di t1-t2, e a t2 degli output dello stesso periodo. Di nuovo, non vi è alcuna ragione di supporre
che i prezzi debbano essere gli stessi. Di nuovo, non vi è alcun problema della trasformazione.
Il nocciolo della questione è che non vi è nulla di inerentemente sbagliato nell’usare la determinazione
simultanea, nella misura in cui essa si pone in una dimensione temporale. È l’approccio temporale che dà
significato alla determinazione simultanea. Una volta fatto questo, non vi è una sola determinazione
simultanea del prezzo sia degli input che degli output dello stesso periodo (in qual caso vi sarebbe un
problema della trasformazione). Piuttosto, vi sono due determinazioni simultanee, una per gli input a t1, e
una per gli output a t2. [1]
Nelle pagine precedenti, una questione ha giocato un ruolo implicito. È ora di porla esplicitamente: com’è
possibile che l’economia ortodossa cancelli il tempo e com’è possibile che questo grossolano errore logico
continui ad essere ripetuto ogni volta? Si potrebbe sostenere che molti economisti, avendo studiato (solo)
l’economia ortodossa, hanno interessi particolari e una chiara percezione dei vantaggi personali che risultano
dalla loro posizione teorica. Questo è certamente il caso. Si potrebbe altresì sostenere che molti economisti
credono sinceramente che la procedura di Marx della trasformazione, e più generalmente le sue categorie
analitiche fondamentali, sono - come abbiamo visto, per diverse ragioni - logicamente insufficienti o inadatte
a spiegare il mondo odierno. Anche questo è certamente vero. Quello che si mette in dubbio non è la loro
sincerità, solo il loro metodo di analisi e i loro risultati. Ma, indipendentemente dalle motivazioni personali,
una spiegazione di un fenomeno sociale necessita cause sociali. Quindi, le ragioni della forza di un’ideologia
devono essere cercate nel suo contenuto ideologico, di classe. Questo vale anche nel caso dell’economia
simultaneista. La tesi che propongo è che il simultaneismo è funzionale alla teorizzazione di un’economia
capitalistica nella quale lo sfruttamento non esiste e che è in uno stato di equilibrio, o tende verso di esso
(cioè senza crisi). Soffermiamoci un minuto su questa questione d’importanza cruciale. Incominciamo con
l’equilibrio.
Come visto, nel simultaneismo il prezzo degli input di un certo periodo di produzione sono determinati
simultaneamente al prezzo degli output dello stesso periodo. Quindi il tempo è cancellato. Ma se questo è
vero, le variazioni dei prezzi tra l’inizio e la fine di quel periodo diventano impossibili. Lo stesso vale per le
fluttuazioni nella produzione di valore. Quindi diventa impossibile teorizzare le crisi. [2] Il simultaneismo
apre la porta ad un’analisi del mondo costituzionalmente libero da crisi e contraddizioni e quindi in
equilibrio (o tendente verso esso). I teorici dell’equilibrio non negano che vi siano crisi ma si suppone che
esse siano una deviazione dal sentiero dell’equilibrio, non si suppone che siano inerenti alla natura del
sistema. In questo caso, la teorizzazione più appropriata del capitalismo dovrebbe concentrasi su questo stato
di grazia, tendenzialmente libero da crisi. Più importante di tutto, essi sostengono che il pieno impiego è
possibile. Da quest’angolo, comunemente accettato anche da molti marxisti, i prezzi di produzione sono
prezzi d’equilibrio.  [3]
L’ovvia osservazione empirica che le crisi sono endemiche non turba i teorici dell’equilibrio. Essi
sostengono che il pieno impiego è stato raggiunto in periodi di crescita vigorosa in alcune nazioni. Se questo
è stato così, essi sostengono, il pieno impiego e quindi l’equilibrio devono essere possibili. Ma questa è una
favola per almeno tre ragioni. Primo, il pieno impiego non è mai esistito nel capitalismo. È risaputo che le
statistiche sulla (dis)occupazione sono basate su certe nozioni e definizioni che (a) considerano un certo
livello di disoccupazione come ‘naturale’ e (b) nasconderebbe la disoccupazione anche se, secondo tali
definizioni, fosse zero. Secondo, anche se volessimo credere alle statistiche, esse dimostrerebbero che il
pieno impiego è al massimo congiunturale, non permanente. E terzo, anche se volessimo accettare la
possibilità del pieno impiego e di estenderlo indefinitamente attraverso ‘corrette’ politiche anti-congiunturali,
s’ignorerebbe il semplice fatto che ad una situazione di pieno impiego in alcuni paesi corrisponderebbe una
situazione di disoccupazione in altri paesi, sia nel centro imperialista sia (e soprattutto) nei paesi
dominati. [4]
Se si abbandona il simultaneismo, si abbandona anche l’equilibrio e quindi la via è sgombra per una
teorizzazione delle crisi come inerenti al capitalismo. E in effetti, la tendenza nel capitalismo (se si astrae
dalle contro-tendenze) è verso le crisi. È semplicemente impossibile che il sistema possa tendere verso crisi,
instabilità, disoccupazione, ecc. e allo stesso tempo tendere verso uno stato di stasi, d’equilibrio. Ma se il
sistema tende verso le crisi, l’equilibrio può essere al massimo un evento fortuito senza valore teorico.
Conseguentemente, i prezzi di produzione non sono prezzi d’equilibrio.  [5]
Secondo, come sottolineato da Kliman (2001), il simultaneismo disconosce implicitamente che le grandezze
in valore siano determinate dalle grandezze in lavoro e quindi che il lavoro sia la sostanza del valore. Infatti,
se i prezzi degli input di un periodo sono uguali a quelli degli output dello stesso periodo, i prezzi sono per
definizione costanti. Ma se i prezzi sono per definizione costanti, non importa se, nel periodo t1-t2, io
aggiungo un’ora o cento ore di lavoro. I prezzi degli output rimangono comunque uguali a quelli degli input.
O, i valori delle merci non sono determinati dalla quantità di lavoro usata per la loro produzione. Il lavoro
come sostanza del valore, e quindi il valore, diventano ridondanti. Ma se il valore è ridondante, così è il
plusvalore e con esso lo sfruttamento. Non c’è male come conclusione, per il capitale.
A questo punto, i fisicalisti (coloro che teorizzano l’economia in termini di oggetti fisici, cioè valori d’uso)
obiettano che lo sfruttamento potrebbe in ogni caso essere calcolato in termini di valori d’uso. Per esempio,
dato che in 8 ore i lavoratori producono 10 pagnotte di pane, se 5 vanno ai capitalisti, il tasso di plusvalore
(di sfruttamento) è s/v = 5/5 = 100%. Tuttavia, nel settore dei beni di produzione e in quello dei beni di lusso
tutto il prodotto va ai capitalisti. Quindi, se consideriamo un bene in uno di questi due settori, il tasso di
sfruttamento è infinito! E, dato che il tasso di profitto dipende dal tasso di sfruttamento, anche il tasso di
profitto, se potesse essere calcolato per più di un bene, o addirittura per tutta l’economia, sarebbe infinito.
Ma tale calcolo è precluso. Supponiamo che i lavoratori, oltre a produrre 8 pagnotte di pane in 10 ore,
producano anche 10 computer di cui 8 vanno ai capitalisti. Nel settore dei computer il tasso di sfruttamento è
8/2 = 400%. Qual è allora il tasso di sfruttamento per il settore dei beni salariali? È una media? È (5 pagnotte
+ 8 computer)/(5 pagnotte + 2 computer) uguale a (13/7) = 185%? Che senso economico ha una media di
merci qualitativamente diverse? E se non è una media di valori d’uso, di che cosa è una media, dato che il
lavoro astratto è escluso? Un tasso di sfruttamento calcolato in termini fisici è possibile solo alle condizioni
più restrittive, cioè solo se una sola merce è considerata nel solo settore dei beni salariali. Si noti che questo
non può essere considerato come un primo passo verso un modello più completo. Nel momento in cui si
considerano due o più merci nel settore dei beni salariali o anche una sola merce nei settori dei beni capitali o
di lusso, il modello implode.
Non rimane che un ultimo rifugio che sfortunatamente è accettato anche da alcuni marxisti, e cioè il calcolo
del tasso di sfruttamento semplicemente in termini monetari. Ma la moneta non può comprare nulla senza
essere, per definizione, la misura del suo valore. Se compra valori d’uso, deve essere la misura del valore di
quei valori d’uso. Ma il denaro può misurare il valore di un paio di forbici e confrontarlo con quello di un
computer solo se queste due merci hanno qualcosa in comune. Questo non può che essere il lavoro astratto.
Uno potrebbe proporre che il denaro stesso è sia valore che la misura del valore. Ciò è insostenibile. Infatti,
se il denaro è la misura di null’altro che di se stesso, perché un’automobile dovrebbe costare dieci volte più
di un computer (si veda la sezione 6 per maggiori dettagli)? Questa posizione preclude una teoria dei prezzi.
Naturalmente, un’economista neo-classico ricorrerebbe immediatamente alla domanda. Ma questo non è di
conforto, dato che una teoria dei prezzi basata sulla domanda e offerta è (a) empiricamente indeterminata (b)
teoreticamente invalida (c) non verificabile e (d) carica di contenuto ideologico (si veda Carchedi, 2001a per
una critica dettagliata). Per i nostri fini sarà sufficiente dimostrare la invalidità della teoria, cioè il punto (b).
Farò riferimento solo alla teoria dell’equilibrio parziale. La critica vale, mutatis mutandi, anche per la teoria
dell’equilibrio generale.
Per trovare il prezzo di equilibrio, la teoria dell’equilibrio parziale trova il punto di intersezione delle curve
della domanda e dell’offerta. Al fine di tracciare la curva della domanda, questa teoria prima presuppone tutti
i possibili prezzi corrispondenti a tutte le possibili quantità domandate, compreso il prezzo di equilibrio e la
quantità che si vuole trovare. Poi, ripete la stessa procedura per la curva dell’offerta. Infine procede a
‘determinare’ il prezzo di equilibrio (e la quantità) nel punto in cui la curva della domanda interseca la curva
dell’offerta. Ma le curve della domanda e dell’offerta sono tracciate sulla base di certe combinazioni di
prezzi e quantità e quindi sono solo una riaffermazione grafica di quelle combinazioni. Questi prezzi e
quantità sono presupposti e quindi lo è anche il prezzo di equilibrio. Al massimo, le due curve potrebbero
selezionarlo tra molti altri, non lo determinano, cioè non spiegano la sua formazione. Se lo scopo è di
spiegare la formazione del prezzo e della quantità di equilibrio, la teoria è circolare perché quel prezzo e
quella quantità sono già stati postulati come una di tutte le possibili combinazioni di prezzi e quantità.
Per vedere questo, consideriamo un’automobile ed un computer. La prima costa, diciamo, dieci volte in più
del secondo. Perché? Perché i compratori dovrebbero voler pagare, costantemente e non per caso, dieci volte
di più per un’automobile che per un computer? Non servirebbe proporre che gli input dell’automobile
costano di più di quelli del computer e che il prezzo di tali input è il prezzo di equilibrio che è dato dalle
rispettive curve della domanda e offerta. Ma perché i componenti dell’automobile costano di più di quelli del
computer? Una risposta in termini di domanda e offerta sfugge alla circolarità in questo periodo ma la ricrea
nel periodo precedente e neppure una determinazione simultanea può dare una risposta.
Ma questa teoria non solo non può spiegare (determinare) le quantità e i prezzi di equilibrio, non può
nemmeno spiegare la loro selezione. La forma discendente verso il basso della curva della domanda (che
indica che quando i prezzi aumentano la domanda diminuisce e quando i prezzi diminuiscono la domanda
aumenta) può essere tracciata sulla base di una ipotesi specifica. Questa è che, nel determinare la relazione
tra il prezzo e la quantità domandata di un certo bene, per esempio un’automobile, si suppone che tutti gli
altri fattori che influenzano quel prezzo e quella quantità (includendo i prezzi e le quantità domandate di altri
beni e il reddito disponibile dei consumatori) non cambino. In altre parole, la forma della curva della
domanda dipende dalla condizione del ceteris paribus, che verrà abbreviata come CCP. Infatti, se agli altri
fattori fosse permesso di influenzare il prezzo e la quantità domandata, la relazione tra prezzo e quantità
domandata di quel bene diventerebbe indeterminata. La CCP è necessaria. Tuttavia la CCP è insostenibile in
questo caso.

[1] Talvolta si asserisce che l’unica differenza tra un approccio simultaneista e uno temporale è che il
secondo pone indici di tempo in diverse serie di equazioni simultanee. Ciò non colpisce nel segno. Si può
dare un certo indice di tempo ad una serie di equazioni simultanee e tuttavia si può ritenere l’assurda nozione
che gli output e gli input di quel periodo sono gli stessi cosicché i loro prezzi dovrebbero essere gli stessi
(cioè determinati dalla stessa serie di equazioni simultanee).
[2] Non è un caso che nell’economia ‘ufficiale’ le crisi siano causate da errori umani. Ma nessuno sa perché
gli stessi errori continuino ad essere ripetuti ogni volta di nuovo. Il keynesismo crede che tutti i risparmi
possano essere investiti. Se ciò non succede, una politica economica volta a stimolare gli investimenti può
raggiungere il pieno impiego. Bellofiore (2000b) è d’accordo (dal suo punto di vista) e propone una politica
economica sulla base di questa possibilità. Io critico questa posizione in Carchedi, 2000c. Screpanti (2000)
reagisce alla mia critica e sostiene che la nozione di ‘disoccupazione naturale’ è aliena al keynesismo.
Questo rende la sua posizione ancor più insostenibile perché implica la tesi che sia possibile raggiungere un
tasso di disoccupazione veramente uguale a zero.
[3] L’articolo di Wolff, Callari e Roberts (1982) è uno dei pochi lavori che sostiene che (1) “ciò che Marx
cerca non è una soluzione di equilibrio” (p.573), che (2) la nozione di tempo di lavoro socialmente
necessario è “prima scelta (primo Volume) e poi superata (terzo Volume) a seconda dei requisiti
dell’esposizione di Marx della sua teoria” (p.572, traduzione mia, G.C.), che (3) il tempo di lavoro
socialmente necessario incorporato nei mezzi di produzione è il tempo di lavoro necessario per riprodurli
(p.574), e che (4) il valore dei mezzi di produzione che entrano nel valore del prodotto è il loro prezzo di
produzione, il loro valore trasformato (p.574). Inoltre, quest’articolo sfida la critica della circolarità sul
terreno metodologico. In questo senso, tale lavoro è vicino all’approccio qui presentato. Tuttavia, la loro
contro-critica e approccio si basano sulla nozione althusseriana di sopradeterminazione che non assegna alla
produzione alcun stato teorico privilegiato: “le categorie dello scambio in qualche forma sono inizialmente
necessarie per sviluppare le relazioni di produzione capitalistiche, ma le categorie di scambio capitalistiche
dipendono dallo sviluppo precedente di quelle relazioni di classe” (p.569, traduzione mia, G.C.). Ora, vi è
un’ampia evidenza teorica e testuale che per Marx il valore contenuto nelle merci (attraverso la produzione)
determina il valore da loro appropriato (attraverso la distribuzione). Citiamone una sola: “Il profitto dei
capitalisti come classe, o il profitto del capitale come tale, deve esistere prima che possa essere distribuito, ed
è estremamente assurdo cercare di ricercare le sue origini nella distribuzione” (Marx, 1973, p.684, traduzione
mia, G.C.). Ma, a parte ciò, la determinazione reciproca della produzione e dello scambio sfugge alla
circolarità solo se uno aderisce ad una dimensione temporale. Mentre non vi è nulla nel loro lavoro che
agisca contro un approccio temporale (eccetto il punto 3), questi Autori non riescono a rendere esplicito
questo punto fondamentale. Senza un approccio temporale la loro nozione di sopradeterminazione cade in un
ragionamento circolare.
Anche Moseley si oppone alla interpretazione (incorretta) della procedura della trasformazione di Marx su
un terreno metodologico (1993). Per Moseley, le “quantità di capitale costante e variabile non devono essere
trasformate da termini in valore in termini in prezzi: invece, esse sono già in termini di prezzi perché sono
date in termini di prezzi. La transizione da Volume I a Volume III non è una transizione da valori-lavoro a
prezzi; è una transizione da prezzi aggregati a prezzi individuali... una tale trasformazione non esiste” (p.176,
enfasi nell’originale, traduzione mia, G.C.). Ma anche questo approccio non coglie la temporalità e quindi
non solo non può ribattere alla critica della circolarità; in effetti corre il rischio di cadere in un ragionamento
circolare perché non riesce a distinguere tra i mezzi di produzione come input e come output. L’annotazione
di Moseley che “Carchedi è stato uno dei primi... a sottolineare... che il capitale costante e variabile nella
teoria di Marx sono dati in termini di denaro” (p.182, traduzione mia, G.C.), non coglie l’essenzialità della
mia contro-critica. Tuttavia egli aveva ragione nell’indicare che “per quanto ne sappia io, nessun Autore neo-
ricardiano ha ribattuto gli argomenti di Carchedi” (p.182, traduzione mia, G.C.). Questa è ancora la
situazione nove anni dopo.
[4] Come ho già sottolineato, questa posizione non nega l’utilità di una lotta per le riforme, compresa una
lotta per il massimo (non pieno) impiego, date le relazioni di forza tra le classi in ogni dato momento. È la
prospettiva che cambia. Questo potrebbe sembrare irrilevante. E tuttavia è questo cambiamento che traccia
un solco tra una teoria e pratica funzionale alla riproduzione del capitalismo e una teoria e pratica funzionale
al suo superamento.
[5] Per la stessa ragione la tendenza dei tassi di sfruttamento verso una perequazione non implica un
movimento verso l’equilibrio, contrariamente alla nota 7 in Laibman (2001).

La domanda di un’automobile è influenzata non solo da variazioni nel prezzo di quell’automobile (chiamata
elasticità della domanda rispetto al suo prezzo) ma anche da variazioni nei prezzi di altri beni, come per
esempio un computer, (chiamata elasticità della domanda rispetto al prezzo di altri beni, o elasticità
incrociata) e da variazioni nel reddito disponibile (chiamata elasticità della domanda rispetto al reddito). Al
fine di determinare gli effetti delle variazioni nel suo proprio prezzo, dei prezzi di altri beni, e del reddito
sulla quantità domandata di quell’automobile, questa teoria somma (1) gli effetti delle sole variazioni del
prezzo di quell’automobile (cioè sotto la CCP) a (2) gli effetti delle sole variazioni del prezzo del computer
(cioè sotto la CCP) a (3) gli effetti delle sole variazioni nel reddito disponibile (cioè sotto la CCP). In questo
modo, si arriva (o si crede di arrivare) alla determinazione degli effetti sulla domanda di quell’automobile a
causa di tutti questi fattori.
Ma questa procedura è invalida. La somma degli effetti di tutti i fattori al fine di trovare il risultato
complessivo sulla domanda di un bene è internamente incoerente se questi effetti sono stati calcolati uno alla
volta sulla base della CCP. Per esempio, sommiamo gli effetti sulla quantità domandata di quell’automobile
di una variazione nel prezzo di quell’automobile (sotto la CCP) e nel prezzo del computer (sotto la CCP).
Ciò, lungi dal fornire la determinazione complessiva e simultanea della domanda di quell’automobile
(dovuta a variazioni contemporanee sia del suo prezzo sia del prezzo del computer) crea una incoerenza
insolubile. In un qualsivoglia momento, la superimposizione di due o più CCP implica che lo stesso fattore
(il proprio prezzo dell’automobile) è allo stesso tempo sia tenuto costante (sotto l’ipotesi dell’elasticità della
domanda dell’automobile rispetto al prezzo del computer) e fatta cambiare (sotto l’ipotesi della elasticità
della domanda dell’automobile rispetto al proprio prezzo). La superimposizione di due momenti statici non
raffigura il movimento. In altre parole, questa teoria non può spiegare una multipla, e quindi reale, selezione
del prezzo e quantità domandata di un bene. Quindi le curve della domanda e dell’offerta non solo non
possono determinare prezzi e quantità (a causa della circolarità), esse non possono nemmeno selezionare i
prezzi e le quantità di equilibrio nel caso di multipla determinazione, l’unico caso reale. [1]
Rimane un’ultima opzione. Si può scegliere di evitare di scegliere e semplicemente assumere un’attitudine
agnostica: i prezzi sono quelli che sono e il valore non mi interessa. In questo caso si concede semplicemente
la disfatta teorica. E questa è l’ultima stazione dei critici di Marx.
Ora possiamo porre il testo di Cavallaro nella sua giusta prospettiva. “Un secolo di discussioni ha mostrato
che, una volta che si sia proceduto alla rettifica dei valori di scambio degli input, equiparandoli ai prezzi di
produzione, il saggio del profitto non può essere determinato se non nella forma di un rapporto tra i prezzi. E
siccome per conoscere questi ultimi occorrerebbe già aver determinato il saggio del profitto, l’unico modo di
procedere sembra quello di calcolare contemporaneamente prezzi e saggio del profitto mediante un sistema
di equazioni simultanee (come in Sraffa 1960, cap. II)” (2001). Dovrebbe essere ormai chiaro che la
determinazione simultanea dei prezzi e dei tassi di profitto, come in Sraffa, incontra le obiezioni sollevate in
tutta questa sezione. Un “secolo di discussioni” ha mostrato una e una sola cosa: l’incapacità
ideologicamente determinata dell’economia ortodossa (in tutte le sue variazioni) di capire non solo la
procedura di Marx, e più generalmente la sua metodologia, ma anche le disastrose conseguenze derivanti
dall’abbandono di quella metodologia. [2]
Quanto sopra ha dimostrato che la critica sraffiana di Marx è pervasa da contraddizioni e che conduce a un
vicolo cieco teorico. Ma c’è di più. La ragione per cui la critica non è valida è che si basa su una teoria che è
inerentemente contraddittoria e che soffre degli stessi errori che si vorrebbero attribuire a Marx. Quanto
segue dimostrerà che lo sraffianismo (a) è basato su un errore logico di fondo (b) adotta un approccio in cui
il tempo manca e (c) cade nella regressione all’infinito. [3]
Incominciamo dal primo punto, l’errore logico. Nell’approccio sraffiano (si veda per esempio Screpanti,
2001), il valore di una merce (cioè il lavoro contenuto in essa) è definito come il lavoro vivo (o nuovo
lavoro) più il valore del capitale costante (si dovrebbe dire, dei mezzi di produzione) che è stato usato per
quella merce. Quest’ultimo si ottiene moltiplicando la quantità dei mezzi di produzione (che sono stati usati
per quella merce) per il lavoro che è stato usato per la loro produzione. Per esempio, il lavoro che è stato
usato per una pagnotta di pane è dato (a) dal lavoro del panettiere più (b) la quantità di farina prodotta dal
mulino (e usata per la produzione di quella pagnotta) moltiplicata per il lavoro che il mugnaio ha erogato per
la produzione di quella farina. In questo modo, si suppone, tutti gli elementi possono essere ridotti a
lavoro. [4]
A prima vista, questo procedimento sembrerebbe accettabile. Tuttavia, esso ignora la distinzione basilare tra
lavoro concreto e lavoro astratto. Questa non è una distinzione che ci si può permettere di ignorare. Se
oggetti irriducibilmente differenti possono essere scambiati, essi devono avere qualcosa in comune oltre a
qualcosa che li differenzia. Dato che essi sono il risultato del lavoro, il lavoro deve avere qualcosa che li
differenzia ma che li rende anche uguali. Cioè il lavoro deve essere sia concreto sia astratto allo stesso
tempo. Ma nessuno di questi due aspetti può essere moltiplicato per la merce come valore d’uso, come
propone il metodo sraffiano. Il lavoro concreto è lavoro specifico, lavoro che è differente da ogni altro tipo di
lavoro. Ogni tipo di lavoro concreto è unico. Lo stesso vale per la merce come valore d’uso. Essi sono per
definizione non quantificabili e quindi non possono essere moltiplicati l’uno per l’altro. Ma anche se
potessero essere moltiplicati l’uno per l’altro, il risultato non potrebbe essere paragonato a quello d’ogni altra
simile moltiplicazione di altre merci per il lavoro concreto che le ha prodotte. In questo caso, i risultati
d’ogni moltiplicazione non potrebbero essere addizionati. Il lavoro astratto, d’altra parte, è certamente
quantificabile. Tuttavia anch’esso non può essere moltiplicato per un’entità non quantificabile, per esempio
una macchina come valore d’uso. E anche se tale moltiplicazione fosse logicamente lecita, non lo sarebbe in
termini dell’approccio sraffiano in cui il lavoro astratto non è permesso. In breve, la moltiplicazione sraffiana
si basa in entrambi i casi su una insormontabile incommensurabilità ed è, in quanto tale, invalida.  [5] La
nozione sraffiana di capitale e surplus è in termini fisici, è una nozione fisicalista, e come tale è una nozione
invalida. Questo è il peccato originale di Sraffa.
Ma c’è una seconda critica. Partendo da questa nozione fisicalista, l’approccio sraffiano incontra la
successiva difficoltà nello stabilire quantitativamente il tasso di profitto. Dato che sia il surplus che il capitale
usato nella produzione di quel surplus sono quantità fisiche, esse sono incommensurabili. Naturalmente,
questo non è il problema di Marx. Nella teoria di Marx, le merci sono commensurabili perché, oltre ad essere
valori d’uso (e quindi differenti per definizione), esse contengono anche lavoro astratto, una sostanza
quantitativamente omogenea. Tuttavia, l’approccio sraffiano sostiene che questo è il problema di Marx e si
prefigge di risolverlo. Per rendere le merci commensurabili, tale approccio non vede altra soluzione che
moltiplicare quelle grandezze fisiche per i loro prezzi di produzione, cioè i prezzi che sono ottenuti
aggiungendo il tasso medio di profitto al capitale investito (si veda più sopra). Ma se i prezzi sono
manifestazioni del lavoro (sia concreto che astratto) l’incommensurabilità additata più sopra riemerge.
L’approccio sraffiano ignora questo punto e indica un nuovo problema: i prezzi di produzione sono essi
stessi calcolati sulla base del tasso medio di profitto, cosicché al fine di calcolare i prezzi di produzione
abbiamo bisogno dei prezzi di produzione.
Per evitare tale circolarità tutta sua, quest’approccio introduce l’uso delle equazioni simultanee nelle quali
tutti i prezzi (sia degli input che degli output dello stesso periodo) sono determinati simultaneamente.
Quest’uso delle equazioni simultanee è quindi connesso alla supposta circolarità in un approccio che non
potrebbe essere più distante da quello di Marx e che tuttavia si afferma essere quello di Marx. Questo
risponde alla critica sraffiana secondo la quale nell’approccio proposto qui “manca un’affermazione chiara e
persuasiva del perché Marx, dopo Sraffa, dopo tutto richieda un’analisi in termini di valore lavoro”
(Mongiovi, traduzione mia, G.C.). La risposta è che “un’analisi in termini di valore lavoro” oltre ad essere
perfettamente coerente, non deve cadere nella determinazione simultanea degli input e degli output dello
stesso periodo, cioè non deve cancellare il tempo. L’approccio sraffiano, d’altra parte, abbandonando il
valore come lavoro astratto, focalizzandosi sui valori d’uso, non solo è minato dall’incommensurabilità, ma
anche crea un problema di circolarità che abbisogna della determinazione simultanea e quindi della
eliminazione del tempo.
Per ultimo, come se tutto questo non fosse sufficiente, c’è un terzo difetto: l’approccio sraffiano cade nella
regressione all’infinito. Sraffa pensava di evitare la regressione all’infinito riducendo ciascun input
incorporato in una certa merce ad una quantità di lavoro. Consideriamo una merce. Il suo valore è dato,
secondo Sraffa (1960, p.34), prima di tutto dal lavoro erogato per la sua produzione moltiplicato per il tasso
salariale pagato per quel lavoro. A questo si aggiunge il lavoro incorporato negli input (i mezzi di
produzione). Esso è uguale al lavoro necessario per produrre quegli input nel periodo precedente moltiplicato
per il tasso salariale più il tasso di profitto su quegli input. La stessa procedure è ripetuta per ciascun periodo
precedente. Facendo così, secondo Sraffa, più siamo disposti a retrocedere nel tempo, meno sarà il “residuo
merce”, cioè quella parte degli input espressa in termini fisici e maggiore sarà quella parte espressa in
termini di lavoro. Ma questo non è il caso. Prima di tutto, è ancora necessario retrocedere nel tempo
all’infinito. E in secondo luogo, ogni volta che facciamo un passo indietro nel tempo, calcoliamo il contenuto
in lavoro non di un residuo fisico decrescente degli input di questo periodo ma il contenuto in lavoro degli
input fisici del periodo precedente senza diminuire il residuo in termini fisici degli input di questo periodo.
Ogni volta che tentiamo di ridurre il ‘residuo merce’ di un certo periodo, la riduzione è rimandata al periodo
precedente. E questo significa semplicemente che questa procedura ricade nella regressione all’infinito nel
tempo. In ogni caso, anche se questa procedura non si basasse sulla incommensurabilità logica menzionata
più sopra (primo difetto), anche se non presupponesse la simultaneità (secondo difetto), e anche se fosse
corretta dal punto di vista del calcolo (terzo difetto), essa sarebbe inutile perché il valore degli input è dato
dalla valutazione sociale di quegli input al momento in cui essi entrano nel processo di produzione (si veda la
sezione 4 precedente).
Nonostante questi macroscopici errori logici, la combinazione di simultaneismo e fisicalismo continua a
prosperare. La ragione, di nuovo, è il suo contenuto ideologico, cioè l’opportunità che offre di negare lo
sfruttamento come pluslavoro. Dal punto di vista fisicalista, il profitto può essere teorizzato come il surplus
fisico al di sopra degli input fisici investiti, anche nell’assenza di lavoro (valore). Il modo più chiaro di
vedere ciò è di immaginare un’economia completamente automatizzata con solo un tipo di macchine. Ogni
anno esse producono un numero di macchine maggiore di quelle consumate nel processo di produzione.
Come Kliman sostiene convincentemente (2001), il simultaneismo entra sulla scena quando si tratta di
calcolare il prezzo delle macchine. Se il prezzo del maggior output potesse essere minore di quello delle
macchine consumate, vi sarebbe una perdita e non un profitto. Quindi i profitti in termini monetari
presuppongono che i prezzi unitari non cadano, cioè che essi rimangano costanti. L’unico modo per essere
sicuri di questo è che il prezzo unitario delle macchine-ouput sia determinato assieme a, e quindi sia uguale
a, il prezzo unitario delle macchine-input. Questo è simultaneismo. Entro un approccio fisicalista-
simultaneista i profitti possono essere generati dalle macchine e non dal pluslavoro. O, per lo meno, essi
potrebbero essere generati dalle macchine se uno fosse disposto a ignorare le critiche di cui sopra.
A rigor di termini, la questione della trasformazione non riguarda lo sfruttamento. Lo sfruttamento riguarda
l’espropriazione di lavoro e quindi di valore dei lavoratori da parte dei capitalisti. La trasformazione riguarda
la ridistribuzione di questo lavoro (e quindi valore) non pagato (dopo che è stato espropriato) tra i capitalisti.
Ma la connessione è chiara. Una volta che si nega la procedura della trasformazione di Marx, la strada è
libera all’introduzione delle sue molteplici ‘correzioni’ basate sull’ipotesi del simultaneismo che o nega lo
sfruttamento o lo teorizza in maniera indifendibile. La scelta del simultaneismo è quindi funzionale ad una
operazione totalmente ideologica. Il simultaneismo è il solvente che dissolve non solo la nozione che il
capitalismo è piagato dalle crisi, non solo la nozione di valore e sfruttamento, ma anche tutto ciò che è
specifico del marxismo. Il punto d’entrata nel marxismo del simultaneismo è stato il dibattito sulla
trasformazione. Questa è l’enorme importanza politica del dibattito sulla trasformazione. Questo era chiaro a
Bortkiewicz (il padre della critica della circolarità) per il quale “Marx era della ferma opinione che gli
elementi esaminati devono essere considerati come una specie di catena causale nella quale ciascun anello è
determinato nella sua composizione e grandezza, solamente dagli anelli precedenti... [Ma] la scienza
economica moderna incomincia gradualmente a liberarsi dal pregiudizio successivistico, il merito principale
essendo della scuola capeggiata da Leon Walras” (citato in Freeman, 1998, p.7). Il simultaneismo non esiste
né in Marx né nella realtà, è un errore logico ma è un errore che è essenziale per la sopravvivenza
dell’economia ortodossa e del capitalismo.
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[1] L’argomento che le curve della domanda e dell’offerta sono solo tipi ideali e che un comportamento
anormale può essere spiegato come le deviazioni da questi tipi ideali (Walras, 1977, p.71) è impotente di
fronte alla critica appena menzionata. Se la norma non può essere convalidata, spiegazioni di effettivo
comportamento come deviazioni dalla norma non possono tenere. Un altro argomento che non tiene è che
questa critica è valida solo per l’equilibrio parziale e non per quello generale. Per una critica dell’equilibrio
generale, si veda Carchedi, 2001 a, capitolo 2.
[2] Kliman (1998a) fornisce un buon esempio delle assurde conseguenze inerenti nell’approccio a-temporale
o simultaneista. Supponiamo che un investitore compri un’obbligazione per $1.000 a t1 e riceva un interesse
di $100 a t2. Il suo tasso d’interesse è del 10%. Supponiamo poi che a t2 quell’obbligazione sia stata
deprezzata a $100. Questa è la valutazione sociale di quell’obbligazione a t2. Implica una perdita di $900. Se
l’investitore vende quell’obbligazione, perde $900 e può incominciare un nuovo ciclo di investimenti con
soli $100. Cioè, a t2 il tasso d’interesse è più che compensato da una perdita su capitale come percentuale del
capitale totale investito (-90%). Il tasso d’interesse dell’investitore è +10%-90%=-80%. Un economista
ortodosso, se volesse essere coerente con l’assenza di tempo inerente nella critica della circolarità, dovrebbe
superimporre t1 e t2 e correlare l’interesse ricevuto a t2 ($100) alla valutazione sociale dell’obbligazione a
t2, cioè $100. Il tasso di interesse sarebbe +100% piuttosto che -80%! Nell’approccio temporale è il
compratore di quell’obbligazione a t2, il punto iniziale del ciclo di investimenti t2-t3, che realizza un tasso di
interesse del 100%, dato che il compratore lo ha pagato $100 e riceve un interesse di $100.
[3] Per un’ottima critica, complementare a questa, si veda Giussani, 2001.
[4] Secondo la nozione di Screpanti, “l = lA+ l”, dove l rappresenta i valori lavoro dei prodotti lordi, ovvero
le quantità di lavoro in essi contenute, l i coefficienti di lavoro vivo, A i coefficienti tecnici e lA i valori-
lavoro dei capitali costanti” (2001). Questa notazione è stata presa da una versione precedente dell’articolo di
Screpanti. Si noti che questo per Screpanti è un ‘assioma’.
[5] Mazzetti (2001, p.33) sostiene che nella formulazione originale di Sraffa, cioè:
280 quintali di grano+12 tonnellate di ferro --> 40 tonnellate di grano
120 quintali di grano+ 8 tonnellate di ferro --> 20 tonnellate di ferro
il lavoro è assente, che in queste combinazioni è come se gli input, grano e ferro, fossero capaci di
trasmutarsi “per propria spontanea sintesi” (p.33) negli output, grano e ferro. Uno sraffiano potrebbe
obiettare che il lavoro è presente implicitamente. Ma questo non sarebbe di grande aiuto perché al lavoro
deve essere dato un ruolo esplicito nella produzione (altrimenti non sappiamo qual’è il suo contributo) e
perché il solo tipo di lavoro che è permesso in questo schema è il lavoro concreto, cosa che conduce
direttamente alla incommensurabilità menzionata qui sopra. Mazzetti sottolinea inoltre che nelle equazioni di
Sraffa (a) la domanda e offerta sono uguali per definizione e che quindi le crisi non possono essere
concettualizzate (b) ciascun settore è rappresentato solo da una tecnica e che se più tecniche fossero
introdotte “il sistema diventa algebricamente impossibile” (ibid), cioè che la competizione tecnologica non
può essere teorizzata (c) anche se la competizione tecnologica entro settori fosse permessa, questo nuovo
elemento renderebbe la riproduzione del sistema impossibile. Infatti, il sistema si riproduce sulla base di un
tasso di scambio di 10 quintali di grano = 1 tonnellata di ferro. Ma allora, per esempio, i produttori più
produttivi di grano avrebbero uno stock di grano che non avrebbero bisogno di scambiare per ferro oppure
avrebbero un eccesso di ferro se scambiassero tutto il loro grano. Lo stesso per gli altri produttori. Io
aggiungerei che nelle equazioni di Sraffa il tempo è assente cosicché il grano e il ferro come input sono gli
stessi grano e ferro come output. Simultaneismo e quindi equilibrio sono già contenute in nuce in queste
formulazioni.

6. L’approccio della forma valore


Secondo quest’approccio, il concetto marxiano di lavoro astratto è problematico perché per definizione non è
quantificabile prima dello scambio e perché è impossibile ridurre il lavoro complesso a quello semplice e il
lavoro più intensivo a quello meno intensivo. Per Reuten (1988), per esempio, il lavoro astratto “si
costituisce al momento” dello scambio, “è fondato” sullo scambio (p.52). L’impossibilità di calcolare il
valore prima dello scambio rende questa nozione inutile per la trasformazione dei valori in prezzi. Tale
‘impossibilità’ ovviamente esiste solo nei pensieri di questi teorici. La soluzione al primo di tali pseudo-
problemi è stata data nella sezione 4 mentre il mio saggio precedente ha trattato della duplice riduzione.
Tuttavia, avendo deciso che vi è un problema nella nozione marxiana del lavoro astratto, questa scuola
propone un’altra, la sua, ‘soluzione’. Per l’approccio della forma valore, il fattore comune che rende
possibile lo scambio non è il lavoro astratto (per le ragioni appena menzionate) ma il denaro. L’argomento è
che, nella circolazione delle merci, da merce a denaro e di nuovo a merce, (in simboli, M-D-M) è il denaro
che è il fattore comune, il fattore che rende paragonabili valori d’uso differenti. Quindi, il lavoro astratto, e
così il valore, nasce nell’atto dello scambio e attraverso lo scambio (piuttosto che realizzarsi socialmente in
una quantità differenti, come in Marx) quando il denaro entra sul palcoscenico. [1] Questo ‘risolve’ il
cosiddetto problema della trasformazione perché, se il valore non esiste prima dello scambio, non ci si deve
preoccupare della differenza tra il valore prima dello scambio (valore non trasformato) e valore dopo lo
scambio (valore trasformato). Quindi, in uno sforzo (uno in più) di risolvere un problema non esistente,
l’approccio della forma valore cancella il valore (il lavoro astratto, cioè il valore contenuto) e mantiene solo
la forma sociale del valore, la moneta. [2] Ma ciò tura un buco inesistente mentre apre una vera e propria
falla.
La nozione che il denaro è il fattore comune che rende possibile lo scambio è sbagliata. Come già
sottolineato da Marx, se il ciclo merce-denaro-merce (M-D-M) è suddiviso nella vendita, M-D, e nella
compera, D-M, si può vedere che ci deve essere qualcosa di comune sia al denaro che alla merce che rende
quello scambio possibile. In effetti, M-D-M è possibile solo se le sue parti costitutive, D-M e M-D, sono
possibili. Quest’elemento comune deve essere una sostanza quantificabile affinché quei due elementi
possano essere scambiati in proporzioni definite. L’unico elemento comune sia alle merci sia alla moneta
metallica è il lavoro astratto contenuto sia nelle merci sia nella moneta metallica. Solo dopo aver compreso
questo punto possiamo introdurre la moneta simbolica. La moneta (come moneta e non come metallo
prezioso) rappresenta lavoro astratto, valore, piuttosto che crearlo. Quindi il lavoro astratto, valore, deve
esistere al livello della produzione, altrimenti lo scambio non sarebbe possibile. Non vi è modo che questa
scuola possa evadere questa critica.
Ma vi è anche una seconda critica. Se il lavoro nella sfera della produzione non producesse valore e se
diventasse valore solo nella sfera dello scambio, a chi si dovrebbe attribuire la produzione del valore? Ai
lavoratori nella sfera dello scambio, cioè agli impiegati commerciali, ai venditori, ecc? Questo non solo è
direttamente opposto all’opinione di Marx, è anche stato dimostrato essere erroneo (vedi sopra). Se non sono
i lavoratori, allora i creatori di valore non possono che essere i capitalisti. Come vedremo, questa
conclusione, presente implicitamente nell’approccio della forma valore, è raggiunta apertamente dai due
Autori che saranno discussi nella prossima sezione e di cui uno (Arthur) viene da questa scuola.
Infine, questa posizione ci lascia senza una teoria di prezzi: se i prezzi non sono una modificazione,
attraverso lo scambio, del valore incorporato nelle merci durante la loro produzione, che cosa sono? Su
questo punto cruciale tale approccio è muto. Possiamo adesso capire perché Reuten può giungere al punto di
teorizzare la possibilità di “considerare l’utilità come la sorgente del valore e ciononostante misurare il
valore in termini di tempo di lavoro” (sezione 3). Ciò comporta che il lavoro possa essere la sostanza del
valore e che l’utilità sia la sua misura. Cioè comporta la sovrapposizione della teoria neo-classica dei prezzi
su Marx. Questo fornisce una teoria dei prezzi all’approccio della forma valore ma anche, e allo stesso
tempo, il colpo di grazia a Marx.
 
7. L’importanza di tutto ciò per la situazione italiana.
Nel 2000, Bertinotti e Gianni pubblicarono Le idee che non muoiono. È cosa unica e meritoria che il
segretario di un partito comunista occidentale dimostri un interesse in questioni, come la teoria del valore e il
dibattito sulla trasformazione, che sembrerebbero essere così distanti dalle preoccupazioni quotidiane e dalle
attività pratiche. Il libro ha riacceso la discussione su questi argomenti che, come già sottolineato, sono della
massima importanza teorica (e quindi, indirettamente, pratica). Questo va a credito degli Autori. Tuttavia,
nonostante i molti punti condivisibili, la scelta teorica che essi fanno per quanto riguarda la teoria del valore
pone molti punti interrogativi. Dato che Bertinotti è il segretario dell’unico partito in Italia con un impatto
nazionale che si rifà apertamente all’esigenza di ricostruire un movimento antagonista al capitalismo, le sue
idee su questi temi meritano un esame accurato. Solo il capitolo 5, ‘Il Valore’ sarà esaminato qui di seguito.
Una valutazione di questo capitolo non è cosa facile perché gli Autori, mentre sottoscrivono l’opinione che
l’analisi economica di Marx non può essere accettata “come è”, non rendono esplicite le loro riserve.
Strettamente correlato a questo punto, Bertinotti e Gianni, piuttosto che specificare senza esitazioni la loro
posizione teorica, sembrano essere d’accordo con diversi Autori le cui idee nel migliore dei casi sono
parallele e nel peggiore dei casi si escludono a vicenda. Solo in due occasioni essi fanno una scelta chiara. La
prima è la loro opinione che “la legge del valore si presenta come una legge di equilibrio generale: anzi è la
legge dell’equilibrio” (p.129). La critica a questa posizione è stata proposta più sopra e non sarà ripetuta qui.
Basti sottolineare che si è dimostrata la reciproca incompatibilità tra la nozione d’equilibrio e il contenuto
radicalmente antagonistico del marxismo. La seconda è il loro concetto di lavoro astratto e sfruttamento. Per
quanto riguarda queste due nozioni, gli Autori che sembrano aver esercitato la maggior influenza su
Bertinotti e Gianni sono Chris Arthur e Riccardo Bellofiore. [3] È quindi necessario discutere questi ultimi,
anche se brevemente; [4] naturalmente, questi due autori non possono essere ritenuti responsabili per Le idee
che non muoiono. Lo scopo, piuttosto, è quello di rendere chiare alcune caratteristiche dell’approccio di
Arthur e Bellofiore e quindi delle nozioni di Bertinotti e Gianni per quanto riguarda il valore e lo
sfruttamento, dato che non è chiaro se questi ultimi siano coscienti delle conseguenze delle loro posizioni.
Recentemente, Chris Arthur, precedentemente un esponente di rilevo dell’approccio della ‘forma valore’, ha
cambiato radicalmente la sua orientazione teorica. Credo che la novità di maggior rilevo sia la tesi che,
contrariamente a Marx, non sia il lavoro che è produttivo di (plus) valore ma il capitale. Su questo punto
Arthur è stato influenzato grandemente da Napoleoni; Consideriamo quindi quest’ultimo, anche se
necessariamente in forma sintetica.
Napoleoni inizia accettando che il ‘problema’ della trasformazione è un problema logico reale e che Marx
non fu capace di ‘spiegare lo scambio’, cioè i prezzi (di produzione). Questo, ovviamente, non è vero.
Inoltre, Napoleoni accetta la soluzione sraffiana, quindi accettando tutte le inconsistenze e assurdità
sottolineate in precedenza. Ma tralasciamo. Egli quindi abbandona la teoria del valore lavoro e si pone il
compito di “definire un concetto di sfruttamento adatto alla realtà capitalistica senza alcuna relazione con la
teoria del valore lavoro” (1991, p.231, traduzione mia, G.C.). Egli indica due problemi nella nozione di Marx
della produttività. Il primo è quello del lavoro produttivo. Questo problema é chiaramente un’invenzione di
Napoleoni. Per Marx, il lavoro è produttivo non solo se è impiegato dal capitale ma anche se trasforma valori
d’uso: “Il valore è indipendente dal particolare valore d’uso che di quel valore è portatore; ma deve essere
incorporato in un valore d’uso di qualche tipo” (Marx, 1967a, p.188, traduzione mia). Anche il lavoro
improduttivo è lavoro impiegato dal capitale ma esso tratta i valori d’uso senza trasformarli: “I lavori ... che
non si metamorfizzano nei prodotti” devono essere trattati come “lavoro salariato che non è allo stesso tempo
lavoro produttivo” (Marx, 1976, p.139, traduzione mia, G.C.). Queste sono le definizioni di Marx. Per
Napoleoni, d’altra parte, “Marx... rigetta... il suggerimento che il valore d’uso è importante per il concetto di
lavoro produttivo... l’unico aspetto importante è se il lavoro è impiegato dal capitale oppure no” (1991,
p.232, traduzione mia, G.C.). Avendo cambiato la definizione, Napoleoni prosegue asserendo che “Marx non
seguì coerentemente il suo criterio, anche se egli stesso lo stabilì. La deviazione più significativa avviene
quando Marx tratta del lavoro impiegato dal capitale commerciale ... in questo caso il lavoro è definito come
non produttivo” (ibid., traduzione mia, G.C.). Conclusione: “Questo è uno dei primi problemi che sorgono al
riguardo della teoria marxiana del lavoro produttivo” (ibid., traduzione mia, G.C.). Visto come si fa a trovare
incoerenze in Marx?
Il secondo ‘problema’ nella nozione ‘marxiana’ della ‘produttività’ è che, se lo scopo è di scoprire la
specificità del capitalismo, bisogna concludere che il lavoro non è produttivo. Piuttosto, è il capitale che è
produttivo. L’evidenza testuale di Napoleoni è la seguente: “Siccome il lavoro vivo è incorporato nel
capitale... siccome appare come un’attività che perviene al capitale, non appena il processo lavorativo
incomincia, tutte le capacità produttive del capitale sociale si presentano come le capacità produttive del
capitale” (Marx, 1994, enfasi mia, G.C., traduzione mia). “Quindi, abbiamo ancora una volta l’inversione
della relazione [tra capitale e lavoro, G.C.], la cui espressione abbiamo già caratterizzato come feticismo
quando abbiamo considerato la natura della moneta” (ibid. enfasi nell’originale, traduzione mia). Di nuovo,
Marx non avrebbe potuto essere più chiaro. Non appena il lavoro è incorporato nel processo lavorativo
capitalista, il capitale appropria le “capacità produttive del lavoro ... quindi anche la scienza e le forze della
natura, [che] appaiono come capacità produttive del capitale” (Marx, 1994, p.123, enfasi mia, traduzione
mia, G.C.). Dunque, le capacità produttive sono del lavoro, esse appaiono come se fossero del capitale, ma
siccome il lavoro è impiegato dal capitale e deve riprodurre il capitale, il capitale stesso deve forzare il
lavoro ad erogare plus lavoro. In breve: “Il capitale quindi è produttivo: 1) come la costrizione a erogare plus
lavoro; 2) come l’assorbimento in se stesso e l’appropriazione delle forze produttive del lavoro sociale e le
forze sociali della produzione in generale, come la scienza” (Marx, 1994, p.128, traduzione mia, G.C.).
Chiaramente, il capitale è produttivo nel senso che è necessario per la produzione del plusvalore come forza
costrittiva, non come forza produttiva. Se le forze produttive fossero distaccabili dal lavoro (come sono,
diciamo, le macchine), esse potrebbero essere appropriate dal capitale e usate dal capitale indipendentemente
dal lavoro. Il capitale sarebbe quindi produttivo. Ma le forze produttive del lavoro sono insite al lavoro e
quindi l’appropriazione delle forze produttive del lavoro non può che significare l’appropriazione del
prodotto del lavoro, il (plus)valore. [5]
Nonostante la chiarezza cristallina di queste citazioni, per Napoleoni “l’applicazione del termine
‘produttività’ del capitale non è il risultato dell’uso metaforico del termine stesso” (1991, p.233, traduzione
mia, G.C.), cioè il capitale è veramente produttivo. Ora, Napoleoni come può capovolgere il significato di
questo brano? Semplicemente capovolgendo la nozione di feticismo di Marx. Feticismo è una percezione
invertita della realtà. Per Marx, “una data relazione sociale tra uomini... assume, ai loro occhi... la forma
fantastica di una relazione tra cose” (Marx, 1967a, p.72, traduzione mia, G.C.). Nel Marx di Napoleoni, “è la
relazione tra cose che stabilisce la relazione tra persone” (1991, p.233, traduzione mia, G.C.). Questo è
esattamente l’opposto di quello che dice Marx. Una volta che la nozione di feticismo di Marx è stata
rimpiazzata da quella di Napoleoni, diventa molto facile concludere che, siccome le forze produttive del
lavoro sono diventate le forze produttive del capitale (la ‘relazione tra cose’), i capitalisti sono produttivi e i
lavoratori non lo sono (la ‘relazione tra persone’).
In breve, ciascuno può scegliere liberamente i propri errori. Napoleoni ha scelto di accettare la validità
dell’approccio sraffiano (che è stato dimostrato essere minato nel suo nucleo centrale) e di abbandonare la
teoria del valore lavoro. Questa è una sua libera scelta. Quello che non è ammissibile e contrario a tutte le
regole dell’indagine teorica è che egli ha scelto di cambiare definizioni di Marx di una chiarezza cristallina e
di introdurne altre come se fossero quelle di Marx al fine di dimostrare l’esatto opposto delle tesi di Marx. Se
ben allenati, i teorici ‘marxisti’ possono fare i salti mortali.
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[1] “Per Marx non vi è altra misura del valore che la moneta” (Reuten, 1999, p.108). Ciò non solo è contrario
all’evidenza testuale, è anche sbagliato. Si veda più avanti.
[2] Le variazioni sul tema sono innumerevoli. Per esempio, Fleetwood (2001) sostiene che la teoria del
valore lavoro “non dovrebbe essere il tipo di teoria che è per natura quantitativa” (p.73). Se la dimensione
quantitativa sparisce, sparisce anche il ‘problema’ della trasformazione. Ma questo è un prezzo molto alto
per sbarazzarsi del ‘problema’, dato che riduce la teoria di Marx ad una costruzione puramente filosofica
senza alcun uso economico. Il punto è che la procedura della trasformazione di Marx è perfettamente
coerente e che quindi deve essere anche per natura quantitativa.
[3] Un altro Autore che é citato con approvazione da Bertinotti e Gianni é Colletti. Bertinotti sembra essere
d’accordo con Colletti che “il lavoro astratto... [è] un’astrazione prodotta dalla realtà dello scambio” (p.128).
Se questo è il caso, la critica all’approccio della forma valore deve essere applicata.
[4] Nonostante le loro differenze, vi é una grande affinità tra Arthur e Bellofiore, come si vedrà nelle
prossime pagine. Questa è un’ulteriore ragione per trattare questi due Autori nella stessa sezione.
[5] Naturalmente, il risultato di quest’appropriazione è anche che il processo lavorativo è modellato dal
capitale. In esso, le mansioni sono costantemente sottoposte ad un processo di dequalificazione e
riqualificazione, frammentazione e ricomposizione, ecc. (si veda Carchedi, 1977). Ciò, come sottolinea
Bellofiore, è di grande importanza sia teorica che pratica e sarebbe un grave errore sottostimarlo in una lotta
per le riforme. Tuttavia questo non è il punto di questa discussione.

Ritorniamo ora ad Arthur. Le sue nozioni di lavoro astratto e sfruttamento sono molto simili a quelle di
Napoleoni. Come egli dice: “la mia posizione è molto diversa da quella della tradizione ortodossa secondo la
quale il lavoro crea qualcosa di positivo, cioè il valore, ed è poi espropriato””. Piuttosto è il capitale che
produce valore e “può produrre valore soltanto vincendo la lotta di classe nella sfera della produzione”,
vincendo la recalcitranza dei lavoratori contro gli sforzi del capitale a costringerli a lavorare” (2001, pp.30-
31). Che tipo di lavoro è questo ‘sforzo’? Non può essere lavoro concreto. I lavori concreti sono differenti
per definizione e quindi possono essere scambiati tra loro in certe proporzioni solo se hanno qualcosa in
comune, qualcosa che li rende confrontabili. Arthur rileva questo punto nella sua critica di Braverman: “La
distinzione tra lavoro astratto e concreto non può essere obliterata” (2001, p.22). Allora, deve essere lavoro
astratto. Tuttavia la nozione di Arthur di lavoro astratto non è quella di Marx, cioè “la spesa di cervello
umano, nervi e muscoli” (Marx, 1967, p.44) indipendentemente dalle attività concrete svolte (i lavori
concreti). Piuttosto, per Arthur, il lavoro è astratto “in virtù della sua partecipazione nel processo di
valorizzazione capitalistico” (2001, p.23) cioè perché i lavori concreti sono ugualmente sfruttati
“indipendentemente dalle loro specificità concrete” (p.20). Allora, il lavoro che produce valore, e quindi il
tempo di lavoro che conta per la misurazione del valore è, secondo Arthur, il (tempo di) lavoro durante il
quale i capitalisti obbligano i lavoratori a lavorare, cioè il (tempo di) lavoro durante il quale i capitalisti
svolgono quella che Marx chiama la funzione del capitale. Infatti, “la grandezza del valore è determinata dal
tempo di sfruttamento socialmente necessario” (Arthur, 1999, p. 160, traduzione mia, G.C.). Secondo me,
questa tesi è ancora più distante di quella precedente da quella di Marx. Ma questo saggio non si concentra
sulla fedeltà o meno a Marx. Quello che vuole mettere a fuoco è la coerenza logica.
Incominciamo con il concetto di valore. Per Arthur, sono i lavoratori che sono forzati a lavorare e tuttavia
sono i capitalisti che sono i produttori di valore. Il suo ragionamento è il seguente: “Siccome tutti...
contribuiscono individualmente al processo di produzione, il tutto non è costituito come la loro forza
produttiva ma come quella del capitale che li impiega. Questo significa che una merce non è prodotta
individualmente. Inoltre, dato che il lavoratore collettivo è costituto sotto la direzione del capitale, non è
neppure possibile sostenere che sia prodotta dal lavoratore collettivo. Sembra più ragionevole sostenere che
sia il capitale, piuttosto che il lavoro, il produttore della merce” (2001, p.25). Ma se il capitale è il produttore,
come mai ha bisogno dei lavoratori? La risposta è che ne ha bisogno per appropriarsi delle loro forze
produttive. Ed è a causa di tale appropriazione che il capitale (piuttosto che il lavoro) è produttore di valore.
In breve “il valore commensura il lavoro espropriato dal quale il capitale produce le merci” (2001, p.33). Si
noti che qui si tratta della prima delle nozioni di sfruttamento di Arthur, lo sfruttamento nella produzione,
che “nei suoi effetti non è dissimile dall’alienazione” (2001, p.33): i lavoratori sono sfruttati perché forzati a
lavorare (e quindi sono espropriati delle loro forze produttive) e il capitale è sia lo sfruttatore (perché forza i
lavoratori a lavorare) sia il produttore di valore, perché si appropria delle forze produttive del lavoro. Il
secondo tipo di sfruttamento, nella distribuzione, sarà esaminato tra poco. Arthur cita alcuni passaggi come
presunta evidenza testuale che corroborerebbe la sua tesi. La sua interpretazione di tali passaggi è vicina a
quella di Napoleoni ed è soggetta alla stessa critica. Tale critica non verrà ripetuta qui. Piuttosto,
consideriamo la logica dell’argomento.
Il lavoro astratto, come nota Arthur, è lo stesso per definizione, è una quantità omogenea, indipendentemente
dalle attività specifiche svolte. Per Arthur, la caratteristica comune a tutti i lavori dei capitalisti è che forzano
i lavoratori a lavorare e che così facendo si appropriano delle loro forze produttive. Qui incontriamo una
prima incoerenza. Il lavoro dei capitalisti non è una quantità omogenea. Coloro che la pensano diversamente
provino a prendere un ‘capetto’, il cui compito è quello di estrarre lavoro dai lavoratori alla catena di
montaggio di una fabbrica d’automobili, e dargli la funzione di supervisore in un ufficio d’ingegneria o in
una compagnia di danza. Si renderebbero immediatamente conto che il ‘lavoro’ dei capitalisti è tanto
specifico, concreto, quanto il lavoro da esso sfruttato. Se il lavoro dei capitalisti è diverso per ogni tipo di
lavoro assoggettato al suo dominio, non è omogeneo e quindi non può essere (creare) valore. La tesi che il
lavoro dei capitalisti è la sostanza del valore non può essere sostenuta perché questo lavoro è lavoro
concreto.
Ma non si potrebbe considerare il lavoro dei capitalisti come astratto, nel senso di Marx, come spesa di forza
lavoro umano in astratto, indipendentemente dalle attività concrete? La risposta è negativa perché, se la
nozione di lavoro astratto di Marx dovesse essere applicata al lavoro dei capitalisti, non vi sarebbe alcun
motivo per non applicarla anche al lavoro dei lavoratori. E ciò segnerebbe la fine del progetto di Arthur.
Oppure, si potrebbe tentare di salvare la nozione di valore di Arthur sostenendo che il valore in produzione è
solo potenzialmente tale e che esso si realizza come valore solo attraverso lo scambio. Ma anche questa via è
chiusa. Abbiamo visto che il lavoro dei capitalisti è lavoro concreto. Dato che il valore e i valori d’uso sono
irriducibilmente e qualitativamente diversi (un punto evidenziato anche da Arthur), il valore non può essere
presente nel valore d’uso della merce, nemmeno solo potenzialmente.
Mentre la prima critica riguarda la nozione di valore (di scambio), la seconda tratta del concetto di
sfruttamento. La tesi di Arthur è che i lavoratori sono sfruttati nella produzione nel senso che sono forzati a
lavorare e sono espropriati delle loro forze produttive. Siccome il lavoro è soggetto al dominio del capitale (è
alienato) per l’intera giornata lavorativa, lo sfruttamento “comprende tutto il giorno lavorativo” (Arthur,
1999, p.160, traduzione mia, G.C.). Ma ciò implica che i tassi di sfruttamento sono sempre gli stessi, 100%,
poiché lo sfruttamento “comprende tutto il giorno lavorativo”, indipendentemente dalla lunghezza di tale
giornata. Ma allora il tasso di sfruttamento, essendo fisso e invariabile, non può più essere collegato alle
fluttuazioni nei tassi di profitto e quindi a tali tassi. Quindi il tasso di sfruttamento e lo sfruttamento perdono
la loro rilevanza per una teoria dell’accumulazione e dello sviluppo capitalistico al livello della produzione e
in ultima istanza per capire le dinamiche del capitalismo.
Consideriamo ora lo sfruttamento nella distribuzione. Questo “sorge dalla discrepanza tra la nuova ricchezza
creata e ciò che ritorna a coloro che sono sfruttati nella produzione” (2001, p.33). Mentre il capitale produce
valore nella produzione attraverso lo sfruttamento del lavoro (sfruttamento qui significa estrazione di lavoro
e quindi appropriazione delle sue forze produttive) cosicché è il lavoro che è sfruttato, al livello della
distribuzione il capitale è privato dal lavoro di una parte del suo valore cosicché e il capitale che è sfruttato
dal lavoro. [1] Questo è un concetto quantitativo. Ma vediamo quali sono le conseguenze teoriche.
Prima di tutto, il lavoro dei capitalisti, siccome può solo essere lavoro concreto, può solo creare valori d’uso.
Allora, solo valori d’uso possono essere distribuiti. Questo suona le campane a morte per la teoria del valore
lavoro. In secondo luogo, ammettiamo pure che il lavoro dei capitalisti sia lavoro astratto e che questo sia ciò
che viene distribuito. Dato che la determinazione quantitativa del tasso di sfruttamento nella produzione non
ha significato, non vi è nessun collegamento tra sfruttamento, e quindi profitti, nella produzione e nella
distribuzione. Il valore distribuito emerge ‘spontaneamente’ nella distribuzione. La crescita capitalistica, le
crisi, ecc. diventano variabili solo della distribuzione del valore. Se questa è la nuova teoria del valore
lavoro, è un gran passo indietro rispetto a quella di Marx.
Per ultimo, lo sfruttamento nella distribuzione è logicamente incoerente. Per Arthur, i lavoratori sono
sfruttati nella produzione perché sono costretti a lavorare e sono forzati a lavorare perché questo è il modo in
cui il capitale può appropriarsi delle loro forze produttive. Il capitale è quindi produttivo di valore. Poi, al
livello della distribuzione, i lavoratori si appropriano di una parte del valore prodotto dal capitale. Così
facendo, sfruttano il capitale nella distribuzione. Ma ciò è illogico. Se i lavoratori sono stati espropriati dal
capitale delle loro forze produttive nella produzione, quello che essi prendono al capitale nella distribuzione
sono le loro forze produttive; semplicemente, essi si riprendono ciò che è stato tolto loro. La tesi che il
capitale ha penetrato le forze produttive del lavoro trasformandole così a sua immagine e somiglianza non
toglie nulla al fatto che quelle forze produttive appartengono al lavoro. Per porre la questione in termini
meno astratti: supponiamo che ci vogliano 8 ore di lavoro del capitale per sfruttare 80 ore di lavoro dei
lavoratori. Quello che il lavoro riceve nella distribuzione è una parte di quelle 80 ore, non di quelle 8 ore. La
tesi che il lavoro riceve una parte ti quelle 8 ore come una parte di quelle 80 ore non cambierebbe le cose. In
quelle 8 ore il capitale non ha veramente lavorato, ha forzato i lavoratori a lavorare. Per questo Marx chiama
il lavoro dei capitalisti ‘non-lavoro’.
Si noti che la nozione di Arthur è inconsistente qualunque sia l’opzione che egli scelga. Se quelle 8 ore
fossero la sostanza del valore, le merci avrebbero un valore contenuto già al livello della produzione e questo
valore sarebbe quantificabile. Ma ciò è incoerente con la nozione di Arthur di lavoro astratto nella
produzione, e non per nulla. La distribuzione di questo valore implicherebbe la sua trasformazione in prezzi
(di produzione) mentre la negazione di questa trasformazione è la ragione di vita sia dell’approccio di Arthur
che di quello della ‘forma valore’. D’altra parte, quelle 80 ore hanno il vantaggio di non essere lavoro
astratto nella produzione, di non essere la sostanza del valore, e quindi non vi è nessuna necessità di
trasformarle in prezzi. Quindi Arthur dovrebbe supporre che ciò che si realizza nella distribuzione sono
quelle 80 ore. Ma ciò è contrario alla nozione di sfruttamento nella distribuzione. Se sono quelle 80 ore, le
forze produttive del lavoro, che sono distribuite, sono i capitalisti che, nella distribuzione, si appropriano del
valore (forze produttive) dei lavoratori piuttosto che, come nella teoria di Arthur, essere i lavoratori che
riappropriano del valore prodotto dai capitalisti. Lo sfruttamento nella distribuzione è incoerente.
Per concludere, attraverso la sostituzione del concetto di valore di Marx (il lavoro astratto dei lavoratori) con
la sua nozione di valore (il lavoro concreto dei capitalisti), Arthur propone una nozione di valore che è
indifendibile. Ma anche se volessimo soprassedere a questa critica, avremmo una nozione di sfruttamento
nella produzione che è irrilevante per un’analisi del capitalismo e una dello sfruttamento nella distribuzione
che è logicamente incoerente. Ben venga il porre in risalto l’egemonia del capitale e la lotta di classe sia
nella produzione che nella distribuzione, specialmente ai giorni nostri. La questione, tuttavia, è il punto di
vista che uno prende. Il punto di vista del capitale, come testimonia un’enorme letteratura sulle tecniche
manageriali, sostiene che il capitale (i managers) produce una parte del nuovo valore e che quindi ha diritto
ad esso sotto forma di profitti. La ‘dialettica della negatività’ va oltre. Essa ascrive al capitale il ruolo del
creatore di tutto il valore, una parte di cui è appropriata, considerate le relazioni di forza tra capitale e lavoro,
dai lavoratori. Arthur potrebbe rispondere che “la differenza tra il mio punto di vista e qualsiasi apologia
‘Austriaca’ del capitale è che il capitale può certamente essere considerato come produttivo, però alla fin fine
la sua capacità di produrre si riduce alla sua capacità di sfruttare!” (1999, p.161, traduzione mia, G.C.). Ma
questa è solo la metà della storia: l’altra metà è che il capitale è sfruttato nella distribuzione. All’obiezione
del lavoro riguardante il suo essere sfruttato dal capitale, il capitale può facilmente ribattere che esso è il
produttore di valore e che anch’esso è sfruttato dal lavoro, nella distribuzione. Nonostante le sue buone
intenzioni, la dialettica della negatività, e ciò sia detto senza ironia, rende un servizio al capitale migliore di
quello reso dai suoi stessi ideologi. Regala il lascito più prezioso che Marx ci ha trasmesso, la capacità di
vedere la realtà dalla prospettiva del lavoro, una prospettiva che è fondata su una coerente, e ancora
insuperata, analisi economica del capitalismo.
Mi chiedo se tutto ciò sia stato afferrato da Bertinotti e Gianni che aderiscono a questo nuovo concetto di
sfruttamento: “Arthur conclude dicendo che è necessario elaborare un nuovo concetto di sfruttamento, legato
alla capacità del capitale di sottomettere ai propri voleri l’intera vita e l’intera giornata del lavoratore, non
solo il pezzo di tempo di lavoro assolutamente necessario”. Attraverso questa conclusione, “la teoria del
valore ha un suo pieno fondamento e anche una sua totale riattualizzazione” (Bertinotti e Gianni, 2000,
p.138).

[1] “I profitti non esistono perché i salari non possono assorbire tutto il prodotto netto; piuttosto, i salari...
esistono perché i profitti non possono assorbire tutto il prodotto netto’ (Napoleoni, 1991, p.236, traduzione
mia, G.C.).

Il secondo Autore il cui lavoro è rilevante per i fini di questa sezione è Riccardo Bellofiore, il quale propone
un altro approccio al ‘problema’ della trasformazione. Qui non si tenterà di dare un resoconto completo delle
complessità e delle connessioni tra le diverse fasi della sua procedura. Solo alcune delle caratteristiche
salienti saranno discusse, prese a se stanti. Distinguerò cinque fasi.
Prima fase. La trasformazione dei valori in prezzi di produzione riguarda “la riallocazione interna alla classe
capitalista del tempo di lavoro vivo speso nell’anno” (Bellofiore, 2000, p.50, enfasi mia, G.C.). Questa
riallocazione avviene attraverso la formazione di prezzi monetari delle merci e quindi presuppone un certo
valore della moneta. Ora, per Bellofiore la moneta esprime il nuovo lavoro erogato nel processo di
produzione e quindi solo una parte del valore totale delle merci (ibid. p.49). Questa posizione è affine alla
cosiddetta ‘Nuova Interpretazione’, un approccio proposto nei primi anni dei 1980 da D. Foley e altri Autori.
Partendo dal presupposto (sbagliato) che la procedure di Marx è invalida, Foley propone di definire il valore
della moneta come il tasso tra il nuovo lavoro incorporato nelle merci e la somma dei salari e profitti. [1] In
questo modo la moneta ridistribuisce solo il nuovo valore e non il valore incorporato nei mezzi di
produzione. Quest’impostazione cancella per definizione il ‘problema’ della trasformazione (per lo meno,
nella sua accezione tradizionale) giacché non si considera la ridistribuzione del valore incorporato nei mezzi
di produzione. Tuttavia la teorizzazione della trasformazione solo in termini di lavoro vivo è un grande passo
indietro in confronto a Marx. Per Marx, la legge del valore ha come scopo, come dice giustamente Ramos, di
indagare “quello che la società produce e il costo di questa produzione. Più precisamente si tratta di rivelare
il costo di produzione periodico di questa società in termini della spesa della sua forza lavoro umana. Quanto
del suo tempo costa alla società - nell’ambito delle condizioni naturali che la circondano - ottenere i prodotti
che le permettono di riprodursi? Questa è la questione fondamentale della teoria” (Ramos, 2001). Se ciò è
vero, la procedura della trasformazione deve ridistribuire non solo il lavoro vivo ma anche il lavoro ‘morto’
incorporato nei mezzi di produzione. Se ciò è trascurato, è l’abilità stessa di spiegare la riproduzione della
società capitalista che è posta in dubbio.
Seconda fase. Le “merci introdotte come input non sono ancora merci capitalistiche, mentre le merci come
output sono prodotte come merci già capitalistiche, e ancora valutate ai prezzi corrispondenti ad una
situazione di profitti nulli - vale a dire i ‘valori di scambio’” (1999, p.61, traduzione mia, G.C.). Qui il
mentore è Napoleoni. La nozione di una economia capitalistica a profitti zero è stata criticata nella sezione 3.
La stessa critica può essere mossa alla nozione che gli input non sono merci capitalistiche. Da un punto di
vista metodologico, iniziare da un’astrazione in cui gli input di un’economia capitalistica non sono merci
capitalistiche significa iniziare da una contraddizione logica. La caratteristica specifica di un processo di
produzione capitalistico è che gli input sono gli output di un previo processo di produzione. Esse devono
quindi essere, secondo la stessa definizione di Bellofiore, merci capitalistiche. Questo è un fatto
incontrovertibile che nessuna argomentazione può nascondere. [2] È erroneo credere che nel Capitale
Volume I Marx teorizza un sistema capitalistico in cui i profitti sono zero, cioè un capitalismo non
capitalista. Al contrario, nel Capitale Volume I Marx teorizza la produzione capitalistica che è produzione sia
di valori d’uso che di (plus)valore. Per ragioni di esposizione Marx astrae dalla distribuzione del plusvalore
attraverso lo scambio (la formazione dei prezzi) e da cambiamenti nel valore degli input a causa
d’innovazioni tecnologiche. Egli esamina questi aspetti nel Capitale Volume III. E questa è un’altra
questione. L’evidenza testuale non potrebbe essere più chiara: “Nel libro I e libro II abbiamo trattato solo del
valore delle merci. [Nel terzo Volume, G.C.] da una parte, il prezzo di costo è stato isolato come una parte di
questo valore, e dall’altra, il prezzo di produzione delle merci è stato sviluppato come la sua forma
trasformata” (Marx, 1967b, p.163, traduzione mia, G.C., enfasi nell’originale).
Questo brano dimostra chiaramente che, per Marx, il Volume I tratta della produzione del plusvalore, e
quindi di un’economia capitalistica, e che il Volume III tratta della sua distribuzione. E chi non dovrebbe
saperlo meglio di lui, che quei libri li ha scritti? Ma questo brano è anche d’estrema importanza perché
dimostra che per Marx il prezzo di costo “è la stessa grandezza sia per il valore che per il prezzo di
produzione” (Ramos, 1998-9) e cioè che per quanto riguarda gli input, essi sono valutati al loro prezzo di
produzione come output del periodo precedente e al loro valore come input di questo periodo. Questo è
l’approccio temporale. La ricerca scrupolosa di Ramos dimostra che nell’edizione MEGA vi è un passaggio,
dopo quello appena citato, che fu omesso da Engels (il brano mancante) e che aggiunge ulteriore evidenza
che per Marx non vi è un ‘sistema duale’, due sistemi paralleli e non comunicanti, uno in termini di valori e
l’altro in termini di prezzi di produzione. La MEGA aggiunge evidenza ulteriore a vantaggio del
temporalismo.  [3] Tuttavia non penso che si debba credere che, se Engels non avesse omesso quel brano o
se i critici avessero conosciuto il manoscritto di Marx nella sua versione integrale piuttosto che in quella
curata da Engels, a Marx sarebbe stata risparmiata la critica ridicola della circolarità. Come ho sostenuto in
precedenza, nel dibattito sulla trasformazione la vera posta in gioco è politica ed essa è veramente alta. In
queste condizioni i critici di Marx sentono solo quello che vogliono sentire.
Quindi, o gli input sono prodotti in un’economia capitalistica o non lo sono. Per Bellofiore non lo sono,
almeno nella fase iniziale della sua impostazione. Ma se queste merci non sono prodotte nel capitalismo,
l’oggetto dell’indagine è il passaggio storico da un’economia pre-capitalistica a una capitalistica, piuttosto
che le origini del plusvalore in un’economia capitalistica. Ma, come Marx ci ammonisce giustamente, una
cosa è studiare le origini di un sistema sociale, un’altra è studiare il suo funzionamento. Tuttavia, la
preoccupazione di Bellofiore non è la genesi del capitalismo. Quindi se dobbiamo indagare la sorgente del
plusvalore nel capitalismo, non possiamo porre che la caratteristica specifica di un processo di produzione
capitalistica è che i suoi input non sono merci capitalistiche. Questa è una fuga dalla realtà, un’astrazione che
confonde, piuttosto che facilitare, la comprensione della realtà. È una contraddizione logica piuttosto che una
contraddizione dialettica; quest’ultima è un concetto che riflette una contraddizione veramente esistente e
quindi un movimento contraddittorio ma reale. In altre parole, il metodo delle approssimazioni successive di
Bellofiore non è un’approssimazione graduale da una situazione più essenziale, ma reale, ad una situazione
più complessa, dettagliata, ma ugualmente reale. Questa procedura ‘pone’ una situazione non-reale e
pretende di derivare da essa una situazione reale. Così facendo, si producono due situazioni inesorabilmente
separate piuttosto che due momenti della stessa situazione. Ne consegue che due tassi di scambio sono
teorizzati, uno in termini di valore e l’altro in termini di prezzi, e che essi non possono essere messi in
relazione l’uno con l’altro. [4]
Terza fase. A questo punto si pone la questione del dove sorge il (plus) valore. Bellofiore ritiene che il
plusvalore è creato “nell’articolazione della produzione e della circolazione” (1999, p. 54 traduzione mia,
G.C.) cioè “il lavoro vivo del lavoratore salariato dovrebbe... essere interpretato come lavoro astratto
potenziale: questa potenzialità in effetti ‘prende vita’ - cioè si traduce in lavoro astratto attuale - nella
metamorfosi finale della merce prodotta in denaro” (ibid., traduzione mia, G.C.). La questione cruciale in
questo brano è il significato di ‘potenziale’. Potenziale, in congiunzione con l’ipotesi di una situazione di
profitti nulli (tutto il plusvalore va ai lavoratori), non può che voler dire che il valore (ma non il plusvalore)
esiste già prima della vendita, indipendentemente da com’è ridistribuito. Non vi sono che due alternative. La
prima è che il valore si realizza socialmente, cioè che il valore assume una forma necessariamente
modificata, attraverso lo scambio, sia quantitativamente (la differenze tra valore contenuto e valore
realizzato) che qualitativamente (la forma denaro). Se questo è il significato di ‘articolazione’ tra produzione
e realizzazione attraverso lo scambio, allora è quello che ho proposto in questo articolo e in quello
precedente di Proteo. Ma penso che questa non sia la prospettiva di Bellofiore perché essa implica l’esistenza
del plusvalore al livello della produzione. [5]
Si potrebbe sostenere che il valore esiste già al livello della produzione come una quantità definita e
quantificabile prima della vendita (come nella prima ipotesi). Tuttavia, la sua esistenza, piuttosto che il suo
carattere sociale, sarebbe puramente potenziale e si realizzerebbe solo con la vendita. Ma questa è una
ripetizione della posizione precedente. Infatti, affinché il valore esista e sia quantificabile prima dello
scambio, è necessario avere una nozione di lavoro incorporato. Questo lavoro incorporato, quindi,
esisterebbe ma esisterebbe solo potenzialmente. Questa contraddizione apparente è risolta solo se ciò che è
potenziale e si realizza attraverso lo scambio è il carattere sociale del lavoro (si veda la sezione 2).
L’altra alternativa è che ‘potenziale’ significa che il lavoro astratto esiste prima della vendita ma solo in una
quantità indeterminata e indeterminabile: esso assume una forma definita (monetaria) solo con e attraverso lo
scambio. La conseguenza di questa posizione è che, se la quantità di lavoro astratto non è determinabile
prima dello scambio, non vi è alcun legame quantitativo tra produzione e scambio. In questo caso il valore
non sarebbe creato attraverso lo scambio ma la sua dimensione quantitativa lo sarebbe. Per quanto riguarda
la realizzazione quantitativa del valore, il legame è rotto e nessuna soluzione quantitativa può essere data al
‘problema’ della trasformazione. [6] In effetti, questa è la posizione della ‘forma valore’ (si veda la sezione
6) che in questo modo evita la trasformazione. In questo caso, la via verso una teoria marxista dei prezzi-
valore è sbarrata. Se i prezzi non possono essere spiegati in termini di una ridistribuzione di valore già
esistente e quantificabile al livello della produzione, la via è aperta all’accettazione di una delle varie teorie
dei prezzi alternative a quella marxista che possono poi essere sovrapposte su ciò che è rimasto di Marx (si
veda Reuten, 1999, e sezione 3 più sopra). E questo non può che introdurre nuove contraddizioni che,
inevitabilmente, verranno ascritte alla logica internamente contraddittoria di Marx. Nulla di nuovo sotto il
sole. Inoltre, se non si possono spiegare i prezzi dell’output di questo periodo, non si possono neanche
spiegare i prezzi degli input del periodo susseguente. Quella che è sbarrata è quindi anche una teoria della
produzione. Senza una teoria della produzione e della distribuzione, cosa rimane della teoria economica?
Quarta fase. Per Bellofiore, “lo sfruttamento dovrebbe essere inteso non tanto come la espropriazione di plus
lavoro o plus prodotto, che sono fenomeni comuni anche a formazioni sociali pre-capitalistiche, ma piuttosto
come l’imposizione diretta e indiretta del controllo che riguarda tutto il lavoro” (1999, p. 65, traduzione mia,
G.C.). Su questo, Bellofiore e Arthur sono d’accordo. Come è già stato sottolineato più sopra, questa nozione
di sfruttamento è intimamente collegata a quella secondo cui è il capitale che è produttivo di valore. Per
Bellofiore, come per Arthur, sono i lavoratori che sono sfruttati ma è il capitale che produce valore. Per
Bellofiore, “la produttività in valore dipende dal successo nel subordinare a sé il lavoro” (2000, p.52). Ne
consegue che “il salario esiste perché il profitto non assorbe per intero il prodotto netto (e non viceversa)”
(2000, p.54). Questa è la dialettica della negatività di Arthur, un Autore che, come dice Bellofiore, ha
raggiunto indipendentemente conclusioni identiche a quelle di Bellofiore (2000, p.55). Quanto detto per
Arthur (e Napoleoni) vale anche per Bellofiore.
Quinta e ultima fase. Se tutto il lavoro è sfruttato, cioè alienato, la distinzione tra lavoro produttivo e lavoro
improduttivo è cancellata e con essa quella tra produzione e realizzazione di(plus)valore. Questo porta in sé i
semi del simultaneismo. Infatti, “se... supponiamo che i prezzi degli input e degli output sono gli stessi e
trasformiamo gli input, troviamo ‘prezzi di produzione’ diversi da quelli di Marx e registriamo un
cambiamento nella determinazione quantitativa nel tasso medio di profitto - cioè otteniamo un tasso di
profitto in termini ‘monetari’ che devia dal tasso di profitto in termini di ‘valore’ che troviamo in Marx, e
che non è nient’altro che il tasso di profitto della soluzione simultanea del ‘problema della trasformazione’”
(Bellofiore, pp.61-62, traduzione mia, G.C.). La procedura della trasformazione di Bellofiore finisce con il
simultaneismo sraffiano. Le obiezioni sono state fatte in precedenza e non saranno ripetute qui.
Per concludere, la ‘nuova interpretazione’ di Arthur e Bellofiore riguardante lo sfruttamento è, nonostante le
loro differenze, esattamente l’opposto della teoria di Marx. Tuttavia, il criterio della mia critica non è stato
fondato sul fatto se uno sia stato fedele a Marx o se uno si sia creato ‘il suo’ Marx. La critica è stata interna,
si è concentrata sull’infondatezza delle accuse rivolte a Marx, sulle contraddizioni interne che inficiano le
‘correzioni’ o ‘interpretazioni’ dei critici, e sulle conseguenze negative (per i lavoratori) di accettare queste
‘correzioni’ e ‘interpretazioni’.
 
8. Conclusioni
Quello che emerge da questo saggio è che la teoria di Marx è un insieme coerente tenuto assieme dalla sua
propria logica interna. Se s’introduce una logica diversa nel sistema, non si possono che ‘trovare’
contraddizioni logiche. Siccome il temporalismo è una parte integrale di questa logica, tutta la critica, tutte le
contraddizioni, e tutte le soluzioni a queste contraddizioni basate sul simultaneismo sono aliene alla teoria di
Marx (e alla realtà). Questo saggio ha passato in rassegna tutta una serie di critiche della procedura della
trasformazione di Marx e degli aspetti connessi. Ha dimostrato che queste critiche sono infondate e ha
indicato un metodo per il calcolo del valore degli input.
A parte la loro specificità, le teorie discusse hanno una caratteristica comune, quella di ascrivere a Marx una
problematica che non è la sua. Conseguentemente, finiscono per confondere le carte in tavola. Ci possono
essere problemi in Marx come non ci possono essere. Ma se ci sono, non sono gli pseudo-problemi additati
dai critici. Questi pseudo-problemi sono stati considerati, e continuano ad essere considerati, come veri per
chiare ragioni politiche. Se si dà ragione alla coerenza logica della procedura della trasformazione di Marx,
l’impareggiabile forza del marxismo, come uno strumento per capire e, si spera, cambiare la realtà
capitalistica, può essere usata in pieno. Se, d’altra parte, si ridefiniscono i concetti fondamentali di Marx
come se fossero i suoi propri concetti, se si scoprono contraddizioni, si propongono soluzioni e, così facendo,
si contrabbanda nella teoria di Marx la nozione che il capitalismo tende verso l’equilibrio, la forza di questo
strumento sarà circoscritta entro i confini del capitalismo.
Questo, in breve, è il contenuto di classe, l’essenza e l’importanza, del dibattito sulla trasformazione,
indipendentemente dalle intenzioni soggettive (talvoltaencomiabili) dei critici.
 
 

[1] Foley, 1982, p.41. Si veda anche Lipietz, 1982, p.76.


[2] È vero che vi sono anche input che sono prodotti al di fuori della economia capitalistica, per esempio da
produttori indipendenti. Ma questa è un’altra questione che non riguarda l’essenza, la specificità (ricercata da
Napoleoni) del processo produttivo capitalistico. I beni prodotti al di fuori del sistema capitalistico contano
come se fossero stati prodotti nelle relazioni di produzione capitalistiche (ad es. il loro lavoro conta come
valore) una volta che essi entrano nella sfera della circolazione (per dettagli, si veda Carchedi, 1991).
[3] È mia opinione che una lettura della MEGA (1992) e un confronto con il Capitale III (1967b) rivela che
quest’ultima opera contiene tutta l’evidenza necessaria per una lettura temporale di quest’ultima opera. La
MEGA aggiunge evidenza ulteriore ma non apre nuovi orizzonti teorici.
[4] Bellofiore conclude che “una legge duale dello scambio non significa una critica della teoria del valore
lavoro marxiana, al contrario, questo dualismo emerge come una deduzione essenziale di quella teoria”
(1999, p.65 traduzione mia, G.C.). Ciò è fuorviante. La cosiddetta legge duale dello scambio è una critica
radicale di Marx ed è coerente solo con la lettura che Bellofiore fa di Marx che, come Bellofiore stesso
sottolinea, dista “miglia” dall’interpretazione tradizionale.
[5] Questo è per lo meno quanto si può dedurre. Tutto quello che Bellofiore ha da dire di “Carchedi, Freeman
e Kliman” è che per loro “entro ogni circuito capitalistico vi è una differenza tra i prezzi degli input e quelli
degli output” (1999, p.61).
[6] Dire che il lavoro astratto “diventa reale nel processo di produzione capitalistico come un processo
finalizzato verso lo scambio” (Bellofiore, 2000, p.51) non è di grande aiuto.
BIBLIOGRAFIA
 
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