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Lucio Villari

La divina commedia di Karl Marx

Repubblica 20 marzo 1990 

E' UNA delle ultime case (editrici) che ha mantenuto la vecchia soffitta; altrove, questo spazio di oggetti e di
memorie è stato trasformato in attico panoramico. E dalla soffitta degli Editori Riuniti, anonimi e misteriosi
redattori hanno portato giù un' opera che vi giaceva dimenticata, pensando bene di ristamparla e di infiltrarla,
silenziosamente, tra i tanti libri che sbadigliano normalmente sui banchi delle librerie.
Sono tre volumi color grigio perla con una piccola ferita rossa sulla copertina, in basso,e senza alcuna
indicazione dei motivi della ristampa e di chi l' abbia voluta. E' Il capitale (minuscolo!) di Karl Marx che
vede la luce (è il caso di dirlo...) nel momento meno opportuno e che, ne siamo certi, non avrà nemmeno uno
straccio di recensione. La qual cosa, diciamolo subito, non stupirebbe affatto Marx redivivo: quando uscì la
prima edizione del Libro primo de Il capitale (l' unico pubblicato da Marx, poiché i Libri secondo e terzo
sono stati messi a punto e editati da Friedrich Engels) la consegna (tale, almeno, pareva) dei giornali e delle
riviste culturali fu di non parlarne. Si era nel 1867 e cinque anni trascorsero prima che i mezzi di
informazione e i portavoce a qualsiasi titolo del capitale si accorgessero di un' opera che in fondo li
coinvolgeva in modo diretto. In Germania, ovviamente, valse il principio nemo propheta in patria (l' autore
risiedeva però a Londra e qui aveva scritto la sua opera), che qualche amarezza dovette provocare in Marx se
nel 1873 scriveva: “I dotti e gli indotti corifei della borghesia tedesca hanno cercato di uccidere il Capitale
col silenzio, com' erano riusciti a fare coi miei scritti precedenti”.
Ma, recensioni a parte, non si stupirebbe certo Marx nemmeno di sapere che saranno pochi a rileggere o a
leggere i tre Libri de Il capitale che trattano argomenti molto attuali sul piano teorico (che è poi il livello nel
quale si riconoscono i classici) e quanto mai utili come premessa storica del sistema sociale che è ora
vincente su scala planetaria. Infatti, il destino editoriale di quest' opera non è stato diverso da quello di tanti
best-sellers (dalla Bibbia a Via col vento); i quali, se non letti integralmente, sono stati almeno tradotti in
film; cosa che con Il capitale e, vorrei aggiungere, con un' altra opera cui Marx si è ispirato per scrivere la
sua, la Divina Commedia, non è stato mai possibile fare.
Tradotto in quasi tutte le lingue del mondo, stampato in milioni di esemplari, punto di riferimento teorico e
etico-politico di rivolgimenti, rivoluzioni, sogni e speranze di milioni di persone, Il capitale, pubblicato, nelle
sue tre parti, tra il 1867 e il 1894, è stato letto solo da una minoranza di persone. Non solo, l' opera ha avuto
anche la sfortuna (e questo Marx non lo avrebbe tollerato) di essere imposta insieme con altri testi marxiani,
nella Russia sovietica e nei paesi del socialismo reale come ideologia di Stato e manuale obbligatorio nelle
scuole e nelle università provocando l' inevitabile saturazione e un rigetto culturale che giunge ormai fino al
dileggio peraltro comprensibile di cui si è fatto interprete, giorni or sono, un rispettabile uomo di cultura
quale Vaclav Havel: “Il signor Marx era solo un vanitoso pieno di livore; per questo è riuscito a concepire
teorie così aberranti. Se fosse stato un uomo allegro e pacifico avrebbe concesso maggiore spazio alla vita
umana”. Lo sfogo di Havel è, lo ripeto, comprensibile, anche perché in nome di Marx il suo paese ha subìto
a lungo l' inganno e la violenza. Ma chi pensa Marx e le sue opere in termini più pacati, chi legge Marx per
libera scelta, senza per questo sentirsi marxista o comunista, sa che il livore di Marx fu un sale intellettuale
prezioso, come lo erano stati il livore di Erasmo da Rotterdam, di Voltaire o di Diderot; sa anche che Marx
fu orgoglioso della sua intelligenza (come il suo amato Dante), ma credette nei valori dell' umanesimo e nella
cultura come ad un vero valore di scambio. Mi è capitato di ricordare, anche su queste pagine, che nel 1882,
pochi mesi prima di morire, a un amico che gli proponeva di predisporre una edizione completa delle sue
opere, Marx rispondesse di doverle ancora scrivere. La risposta ha un senso: oggi possiamo leggere Marx, si
usa dire, come un classico, ma egli non ha fatto nulla per diventarlo; anzi, nei suoi scritti si intravede un
pensiero costantemente provocato, sollecitato, asistematico. E' dunque legittimo attribuirgli quel distacco da
sé da cui scaturiva la convinzione che l' edizione completa delle sue opere, suggeritagli dall' amico, sarebbe
stata (voglio usare una felice espressione di Croce detta a proposito di Labriola) una seconda edizione, cioè
una seconda edizione del suo pensiero piuttosto che dei suoi libri. Marx non poteva essere un uomo
tranquillo perché sapeva bene quante siano le variabili della realtà. Non poteva appagarlo dunque neanche Il
capitale, il cui fine ultimo era, come scrisse nella prefazione del 1867, di svelare la legge economica del
movimento della società moderna. Ecco perché molti anni dopo, nel 1881, poteva amaramente confidare alla
figlia Jenny: La cosa più triste, nell' ora attuale, è essere vecchio, perché il vecchio può solo prevedere
anziché vedere. Ebbene, Marx ha visto la società europea in un movimento storico amplissimo: dagli anni
della Restaurazione fino alle soglie della seconda rivoluzione industriale. Ha vissuto insomma gli anni
decisivi dell' Ottocento e ha tentato di darne una rappresentazione secolarizzata. Dire questo significa
riconoscergli una dimensione straordinaria. Analoga a quella dei grandi scrittori e artisti di quel secolo con le
cui opere Marx fu in rapporto strettissimo i quali seppero resistere alla metamorfosi regressiva, come egli la
definì, cui l' ordine capitalistico stava conducendo la vita culturale europea. Questo ordine Marx ha cercato
di dominarlo completamente, anche se Il capitale appare come una ricerca strettamente e tecnicamente
economica. In realtà, l' analisi del processo di produzione del capitale (Marx ha usato raramente il termine
capitalismo) è scandita in quest' opera oltre che dalla documentazione storica e dalla analisi teorica, dalle
parole del Mefistofele goethiano (lo spirito che sa vedere l' altra faccia della medaglia), dai versi delle ballate
di Schiller o dal balenare di immagini shakespeariane. Anche per questo Il capitale (e il sottotitolo Critica
dell' economia politica ne è il primo segnale) è una macchina intellettuale talmente anomala e de-formante l'
oggetto studiato (nel senso che smaschera le forme, l' economia politica anzitutto, con le quali esso si
presenta), che è impensabile capire l' età del capitalismo ottocentesco, e perfino lo stato attuale del modo di
produzione capitalistico, senza ricorrere al traslato che Marx ne ha dato contestando le ragioni
universalizzanti e perentorie del suo successo. Questo è il respiro di un' opera che ha la grandezza di certi
classici, creati, per così dire, involontariamente, senza la vocazione all' immortalità. Ecco perché Marx, sul
finire della sua vita, ribadiva l' atto intellettualmente necessario del vedere il movimento della società
moderna, dimostrando in tal modo la consapevolezza, che solo i classici hanno, che non è sufficiente avere
svelato e descritto una realtà per averla in pugno per sempre. Potremo allora osservare che Il capitale è un'
opera unica, paradossale, più letteraria che politica (vi manca infatti una correlativa teoria politica dello
Stato), nel senso che Marx l' aveva scritto secondo un progetto fondato sono sue parole su considerazioni
artistiche. Solo con una particolare sensibilità letteraria era possibile infatti penetrare nelle strutture mobili,
proteiformi, a loro modo rivoluzionarie, addirittura epiche, del modo capitalistico di produzione e dei
rapporti di produzione e di scambio che gli corrispondono. E come in un poema o romanzo epico i
protagonisti tendono a perdere i connotati specifici prendendo espressioni simboliche o astratte, così nel
teatro de Il capitale il dramma del capitalismo è corale e gli strali non sono mai scagliati contro singoli
protagonisti. Una parola per evitare possibili malintesi. Non dipingo affatto in luce rosea le figure del
capitalista e del proprietario fondiario. Ma qui si tratta delle persone soltanto in quanto sono la
personificazione di categorie economiche, incarnazione di determinati rapporti e di determinati interessi di
classe. Il mio punto di vista (...) può meno che mai rendere il singolo responsabile di rapporti dei quali esso
rimane socialmente creatura; per quanto soggettivamente possa elevarsi al di sopra di essi. Questa
precisazione è un tocco borghese di classe, congeniale alla cultura della quale Marx era nutrito. E' spiegabile
quindi la sorpresa, il rammarico di Marx che Il capitale fosse ignorato per alcuni anni da questa cultura (e la
moglie, una aristocratica, ne sofferse più di lui). Ma poi le cose cambiarono: tutta la borghesia colta europea,
tra la fine dell' Ottocento e i primi del Novecento, sarà toccata da Marx e dal marxismo. Anzi, la
disseminazione culturale del pensiero di Marx è andata oltre la capacità di trasporto dei veicoli politici più
affini (i partiti socialisti, il movimento operaio). La questione dell' influenza delle opere di Marx, come degli
ideali umanitari del socialismo, appare infatti più che altro come un problema interno alla cultura della
borghesia europea. Dire questo, oggi, può sembrare anacronistico, ma è la pura verità storica. Il crollo del
socialismo reale trascina ormai con sé, come un detrito, anche il marxismo; ma è proprio la vittoria (almeno
in idea) del modo capitalistico di produzione a ridare dignità allo sguardo acuto di Marx. Qualunque siano le
dimensioni delle restaurate libertà, niente può togliere significato reale alle parole, semplici e solenni, con
cui si apre Il capitale: La ricchezza delle società nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico si
presenta come una immane raccolta di merci. L' obbiettivo di questa opera era quello di analizzare
scientificamente, come se si trattasse, egli diceva, di un processo di storia naturale, le conseguenze sociali di
tale immane raccolta, svelando nello stesso tempo le falsificazioni ideologiche e le manipolazioni politiche
che la accompagnavano e che finivano in tal modo col danneggiare anche certi valori positivi (ad esempio la
proprietà privata del lavoro personale) della borghesia. Perseo usava un manto di nebbia per inseguire i
mostri. Noi ci tiriamo la cappa di nebbia sugli occhi e le orecchie, per poter negare l' esistenza dei mostri. Per
evitare questo, e per cercare di conoscere meglio il suo tempo, Marx si servì delle armi moderne e irresistibili
della critica filosofica, economica e sociale. Lasciò tuttavia Il capitale incompiuto e, come si è detto, non
ebbe la presunzione di aver visto tutto. Non l' aveva avuta, in verità, neanche all' inizio (Sarà per me
benvenuto ogni giudizio di critica scientifica, è detto in chiusura dalla prefazione del Libro primo), anche
perché egli sapeva che proprio in Inghilterra esisteva da tempo una forte tensione teorica e politica anti-
capitalistica e contro gli squilibri sociali dell' industrialismo. Ma i materiali inediti da lui lasciati che Engels,
con un impegno eccezionale, trasformerà, arricchendoli di idee, nei Libri secondo e terzo, testimoniano che
le interpretazioni e i risultati teorici di Marx avrebbero potuto variare di volta in volta col mutare delle
situazioni concrete. Penso, a questo proposito, ai tre punti critici del modo di produzione capitalistico che
Marx ha sempre considerato di difficile soluzione, e che rimangono tali ancora oggi: il problema del
plusvalore e della sua distribuzione sociale, quello della trasformazione del valore in prezzo e un ultimo
problema che Engels individuava in un passo decisivo del Libro terzo: Tutta la difficoltà consiste nel fatto
che le merci non vengono scambiate semplicemente come merci, ma come prodotti di capitali, che in
proporzione alla loro grandezza, pretendono una uguale partecipazione alla massa complessiva del
plusvalore.

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