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Benito Turchetto

Marx: il processo di produzione del capitale*


 

1. Merce, denaro, capitale

Esporrò qui di seguito una sintesi dell'analisi di Marx contenuta nella sua opera principale, Il Capitale, opera
a cui Marx ha dedicato tutta la propria esistenza dopo il 1850 [1].
L'oggetto dell'analisi è la società contemporanea - come si legge nella Prefazione alla prima edizione del
primo libro del Capitale, "fine ultimo al quale mira quest'opera è di svelare la legge economica del
movimento della società moderna"[2] - secondo un criterio gerarchico che pone alla base i rapporti di
produzione come rapporti sociali più significativi. Il primo libro del Capitale è infatti intitolato "Il processo
di produzione del capitale", mentre lo sviluppo successivo dell'opera prevede, secondo il piano originario
contenuto nella Prefazione alla prima edizione, l'analisi del processo di circolazione e del processo di
distribuzione[3].
I rapporti di produzione capitalistici, tuttavia, non si danno immediatamente alla nostra percezione empirica,
ma sono il risultato di un procedimento analitico comprendente - come apprendiamo dall'Introduzione del
'57 - un doppio movimento: lo smontaggio di una prima "rappresentazione caotica dell'insieme" [4], che ne
isola diverse "determinazioni semplici"; il successivo rimontaggio controllato di tali determinazioni, che ci
restituisce le relazioni funzionali tra le parti isolate mediante analisi. La "rappresentazione caotica" da cui
l'analisi prende avvio è il punto di partenza di tutti i bravi economisti, da Cantillon a Smith: la ricchezza.
 
"La ricchezza delle società nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico si presenta
come una 'immane raccolta di merci' e la merce singola si presenta come sua forma elementare.
Perciò la nostra analisi comincia con l'analisi della merce" [5].
 
Questo è l'incipit del Capitale, che propone immediatamente una definizione di ricchezza diversa da quelle
che abbiamo finora incontrato nella storia del pensiero economico. La ricchezza non è semplicemente un
insieme di beni utili, come dice Cantillon: definizione troppo generica per costituire il punto di partenza di
un'indagine che ha per oggetto specifico la "società moderna". Non è nemmeno un "fondo di lavoro", come
la definisce Smith: tale definizione contiene già un passaggio analitico che potrebbe risultare incontrollato.
La società moderna ci presenta la ricchezza nella forma di un'"immane raccolta di merci", dunque è la  forma
merce che deve essere in primo luogo indagata.
La merce è innanzitutto un bene utile, "un oggetto esterno, una cosa che mediante le sue qualità soddisfa
bisogni umani di un qualsiasi tipo" [6], dunque un valore d'uso: determinazione generale, cui va aggiunta la
determinazione storico-specifica rappresentata dal valore di scambio:
 
"I valori d'uso costituiscono il contenuto materiale della ricchezza, qualunque sia la
forma sociale di questa. Nella forma di società che dobbiamo considerare i valori d'uso
costituiscono insieme i depositari materiali del valore di scambio"[7].
 
Il valore di scambio viene classicamente riportato al lavoro astratto, misurabile mediante la sua durata
temporale "socialmente necessaria":
 
"[...] un valore d'uso o bene ha valore soltanto perché in esso viene oggettivato,
o materializzato, lavoro astrattamente umano. E come misurare la grandezza del suo valore?
Mediante la quantità della "sostanza valorificante", cioè del lavoro, in esso contenuta. La
quantità del lavoro a sua volta si misura con la sua durata temporale, e iltempo di lavoro ha a
sua volta la sua misura in parti determinate di tempo, come l'ora il giorno, ecc. Potrebbe
sembrare che, se il valore di una merce è determinato dalla quantità di lavoro spesa durante la
produzione di essa, quanto più pigro o quanto meno abile fosse un uomo, tanto più di valore
dovrebbe essere la sua merce [...] Però il lavoro che forma la sostanza dei valori è lavoro umano
eguale, dispendio della medesima forza-lavoro umana. La forza-lavoro complessiva della
società che si presenta nei valori del mondo delle merci, vale qui come unica e identica forza-

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lavoro umana, benché consista di innumerevoli forze-lavoro individuali. Ognuna di queste
forze-lavoro individuali è una forza-lavoro umana identica alle altre, in quanto possiede il
carattere di una forza-lavoro sociale media e in quanto opera come tale forza-lavoro sociale
media, e dunque abbisogna, nella produzione di una merce, soltanto del tempo di
lavoro necessario in media, ossia socialmente necessario. Tempo di lavoro socialmente
necessario è il tempo di lavoro richiesto per rappresentare un qualsiasi valore d'uso nelle
esistenti condizioni di produzione socialmente normali, e col grado sociale medio di abilità e
intensità di lavoro"[8].
 
Occorre ora osservare che questa riformulazione della teoria del valore-lavoro, apparentemente analoga a
quella ricardiana, contiene in realtà un'importante differenza rispetto all'impostazione classica.
Lo scambio cui Marx fa riferimento non è, come abbiamo detto, una determinazione generale, ma storico-
specifica[9]: lo scambio caratteristico della società moderna non è una qualsiasi varietà del genere scambio -
collocabile (come fa Smith) accanto al baratto, al dono rituale o a forme mercantili ancora primitive - bensì
uno scambio giuridicamente fondato[10] e mediato dal denaro[11]. Il denaro è una specialissima merce, cui
Marx attribuisce - o per meglio dire, restituisce - un'importanza e un'autonomia negate dai classici,
riprendendo e sistematizzando tutta una serie di elaborazioni del mercantilismo che la scuola classica aveva
messo in ombra. Marx mette così in luce le differenti funzioni svolte dal denaro come  misura dei valori[12],
come mezzo di circolazione[13], ossia come strumento che garantisce la continuità e la coerenza spazio-
temporale del processo di circolazione, accennando allo sviluppo dei mezzi di credito e alla conseguente
crescente "autonomia" della forma-denaro, che in tal modo può entrare in "contraddizione" con la stessa
forma-merce[14].
Ciò che è particolarmente importante, per lo sviluppo successivo dell'argomentazione di Marx, è la
peculiare rappresentazione della circolazione che deriva dalla considerazione del denaro. Non potremo più,
infatti, rappresentare la circolazione di merci al modo di Adam Smith
aM - bM - cM ...
ossia come una sorta di baratto rapportato ai valori, ma dovremo considerare lo scambio mercantile
rapportato ai prezzi
aM - D - bM - D - cM ...
o più semplicemente
... M - D - M - D - M ...
In questo processo è possibile distinguere due forme dello scambio, rispettivamente M - D - M e D - M - D,
che secondo Marx evidenziano la differenza tra "denaro come denaro e denaro come capitale"[15]:
 
"La forma immediata della circolazione delle merci è M - D - M: trasformazione di merce in
denaro e ritrasformazione del denaro in merce, vendere per comprare. Ma accanto a questa
forma ne troviamo una seconda, specificamente differente, la forma D - M - D: trasformazione
di denaro in merce e ritrasformazione della merce in denaro, comprare per vendere [...]. Ora, è
evidente [...] che il processo di circolazione D - M - D sarebbe assurdo e senza sostanza se si
volesse servirsene come d'una via indiretta per scambiare l'identico valore in denaro contro
l'identico valore in denaro"[16].
 
Nel processo D - M - D, ossia nell'attività di "comprare per vendere", La somma iniziale di denaro
rappresenta un investimento, che ha senso soltanto se ottiene una somma finale di denaro maggiore di quella
anticipata. In altre parole:
 
"la forma completa di questo processo è quindi D - M - D', dove D' = D + dD, cioè è uguale alla
somma di denaro originariamente anticipata, più un incremento [...] Comprare per vendere,
ossia, in modo più completo, comprare per vendere più caro, D - M - D', sembra invero forma
propria solo di una specie di capitale, il capitale mercantile. Ma anche il capitale industriale è
denaro che si trasforma in merce e, mediante la vendita della merce, si ritrasforma in più denaro
[...]. Infine, nel capitale produttivo d'interesse la circolazione D - M - D' si presenta abbreviata,
si presenta nel suo risultato, senza la mediazione, in stile, per così dire, lapidario, come D - D',
denaro che equivale a più denaro, valore più grande di se stesso. Di fatto, quindi, D - M - D' è la

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formula generale del capitale, come esso si presenta immediatamente nella sfera della
circolazione"[17].
 
Questo "apparire" del capitale nel processo di circolazione, osserva Marx, genera immediatamente una
contraddizione: "contraddice a tutte le leggi che sono state spiegate in precedenza sulla natura della merce,
del valore, del denaro e della circolazione stessa" [18], dal momento che la teoria del valore enunciata è una
teoria dello scambio di equivalenti. Teoria che va mantenuta:
 
"La trasformazione del denaro in capitale deve essere spiegata sulla base di leggi immanenti
allo scambio di merci, cosicché come punto di partenza valga lo scambio di equivalenti. Il
nostro possessore di denaro, che ancora esiste soltanto come bruco di capitalista, deve comprare
le merci al loro valore, le deve vendere al loro valore, eppure alla fine del processo deve trarne
più valore di quanto ve ne abbia immesso. Il suo evolversi in farfalla deve avvenire entro la
sfera della circolazione e non deve avvenire entro la sfera della circolazione" [19].
 
Tra D e D' succede qualcosa che la formulazione classica della teoria del valore non riesce a spiegare: sotto
la forma dello scambio di equivalenti e nel rispetto delle sue regole si verifica la formazione di un plusvalore.
Dove avviene?
 
"Il cambiamento di valore del denaro [...] non può avvenire in questo stesso denaro, poiché
esso, come mezzo di acquisto e come mezzo di pagamento, non fa cherealizzare il prezzo della
merce che compera o paga, mentre, permanendo nella sua propria forma, s'irrigidisce in
pietrificazione di grandezza di valore immutabile. Il cambiamento non può neppure scaturire dal
secondo atto della circolazione, la rivendita della merce, poiché questo atto fa ritornare la merce
soltanto dalla forma naturale alla forma di denaro. Dunque la trasformazione deve
avvenire nella merce che viene comperata nel primo atto, ma non nel valore di essa, poiché
vengono scambiati equivalenti [...]. Il cambiamento può derivare dunque soltanto dal valore
d'uso della merce come tale, cioè dal suo consumo"[20].
 
Dobbiamo dunque scoprire una merce "il cui valore d'uso stesso possiede la peculiare qualità d'esser fonte di
valore"[21]. Questa merce è la capacità lavorativa umana, ossia la forza-lavoro.
 
2. Lavoro e forza-lavoro

In questo modo, Marx procede ulteriormente nell'individuazione della specificità della circolazione


capitalistica rispetto al concetto generico di scambio mercantile, isolando uno scambio più significativo
degli altri, ossia la compravendita di forza-lavoro. Questa specialissima merce esiste soltanto entro peculiari
condizioni storico-sociali: il suo venditore deve essere in primo luogo "libero proprietario della propria
capacità di lavoro, della propria persona" [22], dunque agire libero da rapporti di dipendenza di tipo servile
come da vincoli corporativi entro condizioni giuridiche di eguaglianza formale; in secondo luogo, deve
essere "costretto a mettere in vendita, come merce, la sua stessa forza-lavoro" [23], condizione questa che si
realizza sulla base di una fondamentale diseguaglianza sostanziale, ossia l'esistenza di una classe lavoratrice
priva di accesso ai mezzi di produzione.
 
"Dunque, per trasformare il denaro in capitale il possessore di denaro deve trovare sul mercato
delle merci il lavoratore libero; libero nel duplice senso che disponga della propria forza-lavoro
come propria merce, nella sua qualità di libera persona, e che, d'altra parte, non abbia da
vendere altre merci, che sia privo ed esente, libero di tutte le cose necessarie per la realizzazione
della sua forza-lavoro [...]. Questo rapporto non è un rapporto risultante dalla storia naturale e
neppure un rapporto sociale che sia comune a tutti i periodi della storia. Esso stesso è
evidentemente il risultato d'uno svolgimento storico precedente, il prodotto di molti
rivolgimenti economici, del tramonto di tutta una serie di formazioni più antiche della
produzione sociale"[24].
 

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Come abbiamo visto, l'aspetto cruciale risiede nel valore d'uso della forza-lavoro, che ha la caratteristica di
produrre valore. Per analizzare questo aspetto è necessario passare dalla sfera della circolazione (in cui il
valore d'uso è "indifferente" e conta soltanto il valore di scambio) alla sfera della produzione, in cui la forza-
lavoro viene appunto "usata", "consumata". Prima di procedere in questa direzione, è necessario premettere
alcune definizioni relative a questa particolarissima merce e al suo valore di scambio. In primo luogo, deve
risultare chiara la distinzione tra lavoro e forza-lavoro. Quest'ultima rappresenta lavoro in potenza, astratta
capacità di svolgere lavoro indipendentemente dalle concrete determinazioni di quest'ultimo:
 
"Per foza-lavoro o capacità di lavoro intendiamo l'insieme delle attitudini fisiche e intellettuali
che esistono nella corporeità, ossia nella personalità vivente d'un uomo, e che egli mette in
movimento ogni volta che produce valori d'uso di qualsiasi genere" [25].
 
E' possibile determinare il valore della forza-lavoro facendo riferimento, come per qualsiasi altra merce, al
lavoro necessario alla sua produzione:
 
"Il valore della forza-lavoro, come quello di ogni altra merce, è determinato dal tempo di lavoro
necessario alla produzione, e quindi anche alla riproduzione, di questo articolo specifico [...].
La forza-lavoro esiste soltanto come attitudine naturale dell'individuo vivente. Quindi la
produzione di essa presuppone l'esistenza dell'individuo. Data l'esistenza dell'individuo, la
produzione della forza-lavoro consiste nella riproduzione, ossia nella conservazione di esso. Per
la propria conservazione l'individuo vivente ha bisogno di una certa somma di mezzi di
sussistenza. Dunque il tempo di lavoro necessario per la produzione della forza-lavoro si risolve
nel tempo di lavoro necessario per la produzione di quei mezzi di sussistenza; ossia: il valore
della forza-lavoro è il valore dei mezzi di sussistenza necessari per la conservazione del
possessore della forza-lavoro"[26]
 
Marx aggiunge che tali mezzi di sussistenza vanno rapportati ai bisogni del lavoratore intesi non in senso
meramente naturalistico, ma socialmente e storicamente determinati: non si tratta della mera sussistenza
fisiologica del lavoratore, ma della sua sussistenza socialmente accettabile dato "il grado di incivilimento di
un paese"[27]. Tale elemento storico-sociale non rende comunque indeterminato il valore della forza-lavoro,
poiché "per un determinato paese, in un determinato periodo, il volume medio dei mezzi di sussistenza
necessari è dato"[28]. Inoltre
 
"la somma dei mezzi di sussistenza necessari alla produzione della forza-lavoro include i mezzi
di sussistenza delle forze di ricambio, cioè dei figli dei lavoratori, in modo che questa razza di
peculiari possessori di merci si perpetui sul mercato" [29].
 
Si tratta ora di analizzare l'elemento cruciale che consente la trasformazione del denaro in capitale, ossia di
realizzare il passaggio D - D', apparentemente contraddittorio rispetto all'enunciazione della teoria del valore.
La formula che esprime la circolazione del capitale, D - M - D', va ulteriormente complicata: come si è visto,
la creazione di plusvalore, ossia di quel dD che rende D'> D, non può avvenire nel passaggio D - M né in
quello M - D', poiché in entrambi i casi abbiamo a che fare con scambi di equivalenti, con acquisto e vendita
delle merci al loro valore. E' necessario analizzare ulteriormente il percorso compiuto dalla somma di denaro
anticipata D, la quale si trasforma in mezzi di produzione e forza-lavoro il cui consumo, nel corso
del processo di produzione, porta alla formazione di unprodotto la cui vendita realizza la somma valorizzata
D'. Dunque:
D - M (mezzi di produzione e forza-lavoro) ... P ... M' (prodotto) - D'
L'"arcano della fattura del plusvalore" risiede nel momento P (processo di produzione), e più precisamente
nel "consumo" della forza-lavoro. Ma
 
"Il consumo della forza-lavoro, come il consumo di ogni altra merce, si compie fuori del
mercato ossia della sfera della circolazione. Quindi [...] lasciamo questa sfera rumorosa che sta
alla superficie ed è accessibile a tutti gli sguardi, per entrare nel segreto laboratorio della
produzione, sulla cui sogli sta scritto: No admittance except on business. Qui si vedrà non solo
come produce il capitale, ma anche come lo si produce, il capitale. Finalmente ci si dovrà
svelare l'arcano della fattura del plusvalore" [30].

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3. Il processo della valorizzazione capitalistica

Marx premette alcune definizioni generali del processo lavorativo, considerandolo "in un primo momento,
indipendentemente da ogni forma sociale determinata":
 
"In primo luogo il lavoro è un processo che si svolge fra l'uomo e la natura, nel quale l'uomo,
per mezzo della propria azione, media, regola e controlla il ricambio organico fra se stesso e la
natura [...]. I momenti semplici del processo lavorativo sono la attività conforme allo scopo,
ossia il lavoro stesso, l'oggetto del lavoro e i mezzi di lavoro [...]. Nel processo lavorativo,
l'attività dell'uomo opera, attraverso il mezzo di lavoro, un cambiamento dell'oggetto di lavoro
che fin da principio era posto come scopo. Il processo si estingue nel prodotto"[31].
 
Abbiamo fin qui una definizione di "produzione in generale" che, come sappiamo dall'Introduzione del '57,
"ha un senso" a patto che "non vada poi dimenticata la differenza essenziale" che distingue storicamente i
diversi modi di produzione. Perciò, una volta "isolate le determinazioni che valgono per la produzione in
generale", è necessario analizzare le differenze specifiche della produzione che si svolge entro i rapporti
capitalistici:
 
"il processo lavorativo nel suo svolgersi come processo di consumo della forza-lavoro da parte
del capitalista ci mostra due fenomeni peculiari. L'operaio lavora sotto il controllo del
capitalista, al quale appartiene il tempo dell'operaio [...]; in secondo luogo: il prodotto è
proprietà del capitalista, non del produttore diretto, dell'operaio [...]. Il processo lavorativo è un
processo che si svolge fra cose che il capitalista ha comprato, fra cose che gli appartengono.
Dunque il prodotto di questo processo gli appartiene, proprio come gli appartiene il prodotto del
processo di fermentazione nella sua cantina" [32].
 
A partire da queste differenze specifiche del lavoro che si svolge entro i rapporti sociali capitalistici, è
possibile spiegare il meccanismo della formazione del plusvalore. Il ragionamento di Marx è di una
stupefacente semplicità. Egli fa l'esempio di un capitalista produttore di refe. Sappiamo che il prodotto del
processo lavorativo (refe) è proprietà del capitalista, e sappiamo che tale prodotto non interessa al capitalista
per il suo valore d'uso, ma per il suo valore di scambio: il capitalista "compra per vendere". Cos'ha comprato
il capitalista? Innanzitutto della materia prima, nell'esempio si Marx, che continuiamo a seguire, 10 libbre di
cotone pagando un prezzo di 10 scellini, e mezzi di lavoro, nel nostro esempio fusi. Ammettiamo che il
logorio giornaliero dei fusi ammonti a un valore di 2 scellini. Il capitale anticipato in materia prima e mezzi
di lavoro ammonta quindi a 12 scellini: ammettiamo che il valore di 12 scellini corrisponda a un lavoro
incorporato pari a 2 giornate lavorative di 8 ore ciascuna (dunque il rapporto tra la rappresentazione del
valore rispettivamente in denaro e in tempo di lavoro è 3:4). In secondo luogo, il nostro capitalista ha
comperato forza-lavoro, ha anticipato un salario, ad esempio di 3 scellini (dunque per un valore
corrispondente a 4 ore lavorative). Il valore del capitale anticipato, D,  ammonta perciò complessivamente a
10 (cotone) +2 (fusi) +3 (salario) = 15 scellini (= 20 ore di lavoro).
In 4 ore l'operaio salariato fila le 10 libbre di cotone, trasformandole in 10 libbre di refe. Qual è il valore di
tale prodotto? Vale 10 + 2 scellini (mezzi di produzione,lavoro indiretto secondo la definizione di Ricardo) +
4 ore lavorative (lavoro diretto o lavoro vivo) che come sappiamo corrispondono a 3 scellini. Dunque 10 + 2
+ 3 = 15 scellini (= 20 ore lavorative). A questo punto del processo
 
"il nostro capitalista si adombra: il valore del prodotto è uguale al valore del capitale
anticipato"[33].
 
E' davvero così? Il nostro amico non ha guadagnato nulla da un processo che ha avviato, organizzato e
sorvegliato? Non è finita qui, ci avverte Marx, dal momento che in realtà il processo non è ancora
completato:
 
"Vediamo un po' più da vicino. Il valore giornaliero della forza-lavoro ammontava a tre scellini
perché in esso è oggettivata una mezza giornata lavorativa, cioè perché i mezzi di sussistenza
necessari giornalmente alla produzione della forza-lavoro constano in una mezza giornata

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lavorativa. Ma il lavoro trapassato, latente nella forza-lavoro, e il lavoro vivente che può fornire
la forza-lavoro, cioè i costi giornalieri di mantenimento della forza-lavoro e il dispendio
giornaliero di questa sono due grandezze del tutto distinte. La prima determina il suo valore di
scambio, l'altra costituisce il suo valore d'uso. Che sia necessaria una mezza giornata
lavorativa per tenerlo in vita ventiquattro ore, non impedisce affatto all'operaio di lavorare una
giornata intera. Dunque il valore della forza-lavoro e la sua valorizzazione nel processo
lavorativo sono due grandezze differenti. A questa differenza di valore mirava il capitalista
quando comperava la forza-lavoro"[34].
 
Il capitalista, pagando il valore di 3 scellini corrispondenti a 4 ore di lavoro, ha acquistato l'uso della forza-
lavoro per l'intera giornata lavorativa di 8 ore, quindi farà lavorare l'operaio oltre le prime 4 ore finora
considerate. Rifacciamo dunque i conti. Nelle prime 4 ore, il lavoratore fila 10 libbre di refe, e in tal
modo conserva il valore di 10 scellini di cotone + 2 scellini di fusi (16 ore) e riproduce il valore dei 3
scellini di salario (4 ore); nelle successive 4 ore, il lavoratore fila altre 10 libbre di refe, e in tal
modo conserva il valore di altri 10 scellini di cotone + 2 scellini di fusi (16 ore) e aggiunge un valore di 3
scellini (4 ore lavorative). Nel complesso della giornata lavorativa di 8 ore abbiamo perciò:
un capitale anticipato di 10 + 10 + 2  + 2 + 3 = 27 scellini (36 ore);
un prodotto di 16 + 16 ore (lavoro contenuto nei mezzi di produzione) + 8 ore (lavoro erogato dall'operaio) =
40 ore, corrispondenti a 30 scellini.
Dunque, 27 scellini di capitale anticipato si sono trasformati in 30 scellini di prodotto: è stato prodotto
un plusvalore di 3 scellini:

"Così ventisette scellini si sono trasformati in trenta scellini. Han deposto un plusvalore di tre
scellini. Il colpo è riuscito, finalmente. Il denaro si è trasformato in capitale. Tutti i termini del
problema sono stati risolti e le leggi dello scambio delle merci non sono state affatto violate" [35].
 
Riassumiamo schematicamente il percorso dell'argomentazione di Marx, partita dall'analisi della
merce. Merce: il capitalismo "si presenta" come sistema sociale basato sullo scambio di equivalenti. Denaro:
lo scambio di equivalenti cela la formazione di un profitto (che si evidenzia considerando il ciclo D - M -
D'). Forza-lavoro: la formazione del profitto (più precisamente, del plusvalore) è possibile perché esiste una
merce particolare, la capacità lavorativa umana, che nella società capitalistica è oggetto di
compravendita. Lavoro: analizzando il "consumo" di tale merce particolare, che consiste nello svolgimento
dell'attività lavorativa sotto la direzione capitalistica, si scopre il meccanismo attraverso cui si forma
il plusvalore. Il nocciolo dell'argomentazione risiede nella distinzione - assente nei classici - traforza-lavoro,
ossia "lavoro in potenza" il cui valore coincide con quello dei mezzi di sussistenza del lavoratore, e lavoro,
ossia "lavoro in atto" che crea un valore superiore a quello della forza lavoro e si traduce in un plusvalore
contenuto nel prodotto che - come sappiamo - è proprietà del capitalista.
La produzione di plusvalore si presenta, per ora, come il risultato di un prolungamento della giornata
lavorativa oltre il punto in cui viene riprodotto l'equivalente del salario. Possiamo rappresentare come segue
la giornata lavorativa:
 
 
ore di lavoro    1          2          3          4     /     5         6          7          8                                                        
lavoro necessario                    pluslavoro
            (riproduce il valore del salario) (produce plusvalore per il capitalista)
 
 
Il capitalista ha tutto l'interesse ad aumentare la quota di lavoro che si traduce in plusvalore rispetto a quella
che riproduce il valore del salario. Può ottenere questo risultato prolungando la giornata lavorativa, ad
esempio riuscendo a ottenere 9 ore di lavoro a parità di salario (in questo caso, nel nostro esempio, otterrebbe
un plusvalore corrispondente a 5 ore anziché 4).
 
 
ore di lavoro    1          2          3          4     /     5         6          7          8          9
                                   lavoro necessario                     pluslavoro
 
 

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Questa modalità di incremento del plusvalore, denominata da Marx plusvalore assoluto, incontra limiti fisici
e sociali. Molto più efficaci risultano i metodi delplusvalore relativo, che consistono nella diminuzione del
valore del salario, ossia nella riduzione del tempo di lavoro necessario a produrre i mezzi di sussistenza in
cui consiste il valore della forza-lavoro. Questo risultato può essere ottenuto soltanto con un  aumento della
produttività del lavoro, essenzialmente attraverso la divisione del lavoro e l'introduzione di macchine. Nel
nostro esempio, se incrementando la produttività del lavoro è possibile produrre lo stesso pacchetto di beni di
sussistenza in 3 ore anziché in quattro, otterremo un plusvalore corrispondente a 5 ore di lavoro anziché 4
mantenendo una giornata lavorativa di 8 ore.
 
 
ore di lavoro    1          2          3    /      4         5          6          7          8
                        lavoro necessario                     pluslavoro
 
 
4. Metodi del plusvalore relativo: il carattere "specificamente capitalistico" della produzione

L'analisi della "produzione del plusvalore relativo", cui è dedicata la quarta sezione del primo libro
del Capitale, rappresenta un momento importantissimo dell'elaborazione marxiana. Marx mostra infatti come
lo sviluppo dei metodi del plusvalore relativo conferisca alla produzione capitalistica caratteristiche affatto
peculiari, completamente diverse da quelle presenti in altre epoche storiche: quelle caratteristiche che, in
ultima analisi, si riassumono nel termine industrialismo. Marx parla, in proposito, di "modo di
produzione specificamente capitalistico"[36], definendo dunque tale modo di produzione non soltanto sulla
base dellecondizioni capitalistiche della produzione, vale a dire l'esistenza di una classe di capitalisti
proprietari e una classe di lavoratori espropriati, privi dei mezzi di produzione, ma anche e soprattutto sulla
base dello specifico svolgimento capitalistico della produzione stessa, caratterizzata da fenomeni inediti di
produzione di massa, di divisione del lavoro, di macchinismo industriale, di direzione "scientifica".
Perché ci sia uno svolgimento specificamente capitalistico della produzione è necessario un certo "sviluppo",
ossia che si sia raggiunto uno stadio storico sufficientemente avanzato. Marx distingue tre momenti di tale
sviluppo - designati come "cooperazione semplice", "manifattura" e "grande industria meccanizzata" -
ricostruendo la vicenda storica della nascita del capitalismo in Inghilterra. In questa parte dell'analisi
marxiana troviamo all'opera in modo particolarmente significativo quei criteri che nel capitolo precedente
abbiamo definito ordine storico, logico e gerarchico. I momenti individuati, come vedremo, generalmente
letti dagli interpreti soprattutto come tappe storiche, rappresentano in realtà soprattutto distinzioni analitiche,
e la loro esposizione è preceduta da un'importante indicazione relativa al nesso tra produzione e circolazione.
Vediamo innanzitutto quest'ultimo aspetto.
Iniziando la trattazione dei metodi del plusvalore relativo, Marx scrive:
 
"Ora non dobbiamo considerare come e perché le leggi immanenti della produzione
capitalistica si presentino nel movimento esterno dei capitali, come e perché si facciano valere
come leggi coercitive della concorrenza e quindi giungano alla coscienza del capitalista
individuale come motivi direttivi del suo operare: ma fin da principio è evidente che un'analisi
scientifica della concorrenza è possibile soltanto quando si sia capita la natura intima del
capitale, proprio come il moto apparente dei corpi celesti è intelligibile soltanto a chi ne
conosca il movimento reale, ma non percepibile coi sensi" [37].
 
Il capitalista, in altre parole, "compra per vendere", non persegue direttamente l'obbiettivo dell'aumento del
plusvalore e dunque dello "sfruttamento" dei lavoratori, ma è spinto a ciò dalla concorrenza: vede altri
capitalisti "vendere meglio". Ciò significa che, per comprendere appieno il funzionamento del modo di
produzione capitalistico, occorrerà analizzare i meccanismi della concorrenza capitalistica, i quali operano
nella sfera della circolazione. D'altra parte, non è possibile indagare la circolazione senza aver capito il
funzionamento della produzione, la sua "natura intima", altrimenti - come abbiamo visto - la formazione del
profitto (del D' > D) è destinata a rimanere un "arcano". Il programma del Capitale non è dunque l'analisi
della produzione contrapposta all'analisi della circolazione, bensì la ricostruzione delle forme della
circolazione a partire dal meccanismo della produzione. L'indagine procede quindi dal concreto-generico (la
circolazione delle merci nella sua evidenza empirica immediata) per pervenire analiticamente all'astratto-
specifico (i concetti relativi al "processo di produzione immediato", paragonati da Marx al moto degli astri

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ricostruito per via teorica, "non percepibile coi sensi") e tornare successivamente al concreto che potrà
essere, dopo tale percorso, un concreto-specifico (non circolazione mercantile in genere, come quella cui fa
riferimento la trattazione smithiana, ma circolazione capitalistica).
 
Fatta questa premessa, necessaria per non far cadere la problematica metodologica sottesa al Capitale, che
come vedremo è molto importante ai fini di una corretta interpretazione dell'impianto complessivo di
quest'opera, passiamo all'esposizione dello "sviluppo dei metodi del plusvalore relativo".
La cooperazione viene presentata da Marx come prima fase storica della produzione capitalistica, comunque
distinguibile - almeno sul piano quantitativo - dalla produzione artigianale precapitalistica (o non
capitalistica):
 
"La produzione capitalistica comincia realmente [...] solo quando il medesimo capitale
individuale impiega allo stesso tempo un numero piuttosto considerevole di operai, e quindi il
processo lavorativo s'estende e si ingrandisce e fornisce prodotti su scala quantitativa piuttosto
considerevole"[38].
 
La cooperazione si presenta quindi come un ingrandimento dell'officina del mastro artigiano: il capitalista
assume un numero considerevole di artigiani e fornisce loro i mezzi di produzione. Il modo di lavorare
rimane identico a quello artigianale, "la differenza è [...] semplicemente quantitativa" [39], anche se è già
possibile rimarcare due caratteri significativi. In primo luogo, l'uso comune dei mezzi di produzione consente
una loro economizzazione, si realizzano quelle che con termine moderno definiremmo "economie di scala", e
il lavoro comune consente un aumento della produttività del lavoro
 
"[...] perché eleva la potenza meccanica del lavoro, o perché dilata nello spazio la sfera d'azione
del lavoro, o perché contrae nello spazio, in rapporto alla scala di produzione, il campo di
produzione, o perché nel momento critico rende liquido molto lavoro in poco tempo, o perché
eccita l'emulazione dei singoli intensificandone gli spiriti vitali, o perché imprime alle
operazioni dello stesso genere compiute da molte persone il carattere della continuità [...] Come
la forza d'attacco di uno squadrone di cavalleria o la forza di resistenza di un reggimento di
fanteria è sostanzialmente differente dalle forze di attacco e di resistenza sviluppate da ogni
singolo cavaliere o fante, così la somma meccanica delle forze dei lavoratori singoli è
sostanzialmente differente dal potenziale sociale di forza che si sviluppa quando molte braccia
cooperano contemporaneamente"[40].
 
In secondo luogo, emerge la funzione di direzione esercitata dal capitalista:
 
"con la cooperazione di molti operai salariati il comando del capitale si evolve a esigenza della
esecuzione del processo di lavoro stesso, cioè a condizione reale della produzione. Ora l'ordine
del capitalista sul luogo di produzione diventa indispensabile come l'ordine del generale sul
campo di battaglia"[41].
 
Da ciò deriva che l'aumento di produttività del lavoro dipendente dalla cooperazione si presenta come "forza
produttiva del capitale":
 
"Come persone indipendenti gli operai sono dei singoli i quali entrano in rapporto con lo stesso
capitale ma non in rapporto reciproco fra loro. La loro cooperazione comincia soltanto nel
processo lavorativo, ma nel processo lavorativo hanno già cessato di appartenere a se stessi.
Entrandovi, sono incorporati nel capitale. Come cooperanti, come membri di un organismo
operante, sono essi stessi soltanto un modo particolare di esistenza del capitale. Dunque, la
forza produttiva sviluppata dall'operaio come operaio sociale è forza produttiva del
capitale"[42].
 
Nella cooperazione abbiamo dunque un aumento della produttività del lavoro di cui si avvantaggia il
capitalista, e che si trasforma in aumento del plusvalore relativo. Notiamo inoltre che l'artigiano diventa
salariato perché non possiede i mezzi di produzione (ad esempio, si è impoverito e non è più in grado di
acquistare la materia prima necessaria) e dunque non è in grado di svolgere un'attività in proprio. Se

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possedesse i mezzi di produzione, sarebbe certamente in grado di lavorare: sappiamo infatti che il lavoro si
svolge ancora secondo le modalità tradizionali, e il nostro ipotetico artigiano impoverito possiede tutte le
conoscenze e le abilità necessarie per svolgerlo. Tuttavia, rimettendosi in proprio, lavorerebbe in condizioni
economicamente meno favorevoli rispetto a quelle della produzione capitalistica: infatti, non usufruirebbe
delle "economie di scala" e della maggiore produttività che caratterizzano il lavoro cooperativo. La
produzione dell'artigiano, in altre parole, non è più concorrenziale rispetto a quella capitalistica: la
produzione capitalistica emargina la produzione artigianale, la espelle progressivamente dal mercato creando
una soglia di irreversibilità che rende difficile un ritorno al passato e che rende gli artigiani-salariati
fortemente dipendenti nei confronti del capitalista.
 
Tale dipendenza aumenta vertiginosamente con la divisione manifatturiera del lavoro. Nella manifattura
 
"vengono occupati contemporaneamente nella stessa officina, da parte dello stesso capitale,
molti artigiani che fanno la stessa cosa o cose analoghe [...] Il lavoro vienesuddiviso. Invece di
fare eseguire le differenti operazioni dallo stesso artigiano in una successione temporale si
sciolgono le operazioni l'una dall'altra, si isolano, si giustappongono nello spazio, ognuna viene
affidata a un artigiano differente e tutte insieme vengono eseguite contemporaneamente da
artigiani cooperanti [...] Da prodottoindividuale d'un artigiano indipendente, che fa tante cose, la
merce si trasforma nel prodotto sociale d'una associazione di artigiani, ciascuno dei quali
esegue continuamente solo un'unica operazione parziale e sempre la stessa" [43].
 
Le conseguenze di questa trasformazione del processo lavorativo in "un meccanismo di produzione i cui
organi sono uomini"[44], sono, da un lato, un forte aumento della produttività del lavoro (per le ragioni già
considerate da Adam Smith: le operazioni parziali possono essere eseguite a ritmi molto più intensi, vengono
eliminati i tempi morti tra un'operazione e l'altra, si ottiene un'alta specializzazione, fino al "virtuosismo",
nella singola operazione, ecc.); dall'altro lato, un forte aumento della dipendenza del lavoratore dalla
direzione capitalistica. In seguito a questa trasformazione, infatti, non abbiamo più il capitalista di fronte a
artigiani privi dei mezzi di produzione (espropriati "oggettivamente"): gli artigiani, in senso proprio, non
esistono più, sono ormai sostituiti da operai parziali, ciascuno dei quali non è più in grado di compiere da
solo l'intero ciclo produttivo. Solo il capitalista - nella sua funzione di direttore della produzione - conosce il
processo che porta al prodotto finito: il lavoratore salariato ha perduto le conoscenze e le tecniche proprie
dell'artigiano, è in questo senso anche "soggettivamente" espropriato [45].
 
"Originariamente l'operaio vende la sua forza-lavoro al capitalista perché gli mancano i mezzi
materiali per la produzione d'una merce: ma ora la sua stessa forza-lavoro individuale viene
meno al suo compito quando non venga venduta al capitale; essa funziona ormai soltanto in un
nesso che esiste soltanto dopo la sua vendita, nell'officina del capitalista. L'operaio
manifatturiero, reso incapace per la sua stessa costituzione naturale a fare qualcosa
d'indipendente, sviluppa una attività produttiva ormai soltanto come accessorio dell'officina del
capitalista"[46].
 
La manifattura rappresenta una vera e propria "rivoluzione": il processo di lavoro cambia completamente, il
modo di produzione artigianale è integralmente sostituito da un nuovo modo di produzione, specificamente
capitalistico, che suddivide sistematicamente il lavoro secondo modalità sconosciute alle società
precapitalistiche. E non soltanto cambiano i singoli processi produttivi, ma si modifica profondamente
l'intera struttura produttiva della società. La divisione del singolo processo di lavoro (divisione "tecnica" del
lavoro) si riflette infatti a livello di articolazione sociale complessiva (divisione "sociale" del lavoro).
Ciascuna operazione parziale, isolata nell'ambito di un processo di lavoro, può diventare oggetto di un
processo di lavoro autonomo, svolto in una unità lavorativa indipendente. Nascono così specializzazioni
sociali, branche e settori produttivi affatto nuovi e impensabili prima del capitalismo, rimodellando l'intera
fisionomia sociale[47]. In questo senso, possiamo dire che la manifattura segna l'inizio del modo di produzione
specificamente capitalistico.
 
Con la grande industria meccanizzata, il modo di produzione capitalistico viene stabilmente acquisito. Con
la meccanizzazione, la connessione delle mansioni parziali è affidata al sistema meccanico. Anche in questa
fase, l'aumento della produttività del lavoro procede di pari passo con la subordinazione del lavoratore al
capitale. Che la produttività aumenti in virtù dell'introduzione delle macchine, è evidente: i ritmi meccanici

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sono infinitamente superiori a quelli umani, superiore è il volume degli strumenti che possono essere mossi
da una forza meccanica e, dunque, anche della materia prima che può essere trasformata nell'unità di tempo.
Ma evidente dovrebbe risultare, a questo punto, anche la subordinazione del lavoro al capitale che
dall'introduzione delle macchine deriva. La macchina non è uno strumento più progredito: è la sostituzione
dell'uomo nell'uso dello strumento[48]. L'operaio manifatturiero, se non conosceva più l'intero ciclo della
merce come l'artigiano, doveva almeno conoscere l'uso di uno strumento, anzi esserne un "virtuoso".
Nell'industria meccanizzata non viene più richiesta nemmeno questa abilità residua: è la macchina stessa a
dettare all'operaio i movimenti che deve compiere, e i tempi e i modi in cui li deve compiere. L'uomo diventa
"appendice della macchina". Per contro, la direzione capitalistica, che già nella fase della manifattura era
diventata una necessità imprescindibile per coordinare il lavoro diviso, si trova ora incorporata nella
macchina stessa, e di conseguenza diventa "oggettiva" e impersonale, si impone come necessità tecnica.
 
"Nella manifattura l'articolazione del processo lavorativo sociale è puramente soggettiva, è una
combinazione di operai parziali; nel sistema di macchine la grande industria possiede un
organismo di produzione del tutto oggettivo, che l'operaio trova davanti a sé, come condizione
materiale di produzione già pronta"[49].
 
Il modo specificamente capitalistico di produrre è dunque imposto, a questo punto, dalla stessa
conformazione del mezzo di lavoro.
 
Nell'analisi dello sviluppo dei metodi del plusvalore relativo emerge dunque che ogni aumento della
produttività del lavoro, dipendente in ultima analisi dallo sviluppo del carattere cooperativo del lavoro
stesso, si traduce in un aumento della subordinazione del lavoro al capitale, dipendente in ultima analisi
dall'acquisizione alla direzione capitalistica delle conoscenze relative al lavoro, e di conseguenza in
una ulteriore soglia di irreversibilità del processo che ha condotto alla formazione del modo di produzione
capitalistico.
 
"Le cognizioni, l'intelligenza e la volontà che il contadino indipendente o il mastro artigiano
sviluppano, anche se su piccola scala, allo stesso modo che il selvaggio esercita come astuzia
personale tutta l'arte della guerra, ormai sono richieste soltanto per il complesso dell'officina. Le
potenze intellettuali della produzione allargano la loro scala da una parte perché scompaiono da
molte parti. Quel che gli operai parziali perdono si concentra nel capitale, di contro a loro.
Questa contrapposizione delle potenze intellettuali del processo materiale di produzione agli
operai, come proprietà non loro e come potere che li domina, è un prodotto della divisione del
lavoro di tipo manifatturiero. Questo processo di scissione comincia nella cooperazione
semplice, dove il capitalista rappresenta l'unità e la volontà del corpo lavorativo sociale di fronte
ai singoli operai; si sviluppa nella manifattura, che mutila l'operaio facendone un operaio
parziale; si completa nella grande industria che separa la scienza, facendone una potenza
produttiva indipendente dal lavoro, e la costringe a entrare al servizio del capitale" [50].
 
Tale espropriazione "soggettiva" - espropriazione di sapere - diventa come si vede più significativa della
stessa espropriazione "oggettiva" - l'esistenza di una classe di lavoratori privi dei mezzi di produzione - che
pure rappresenta la condizione della produzione capitalistica. In tale espropriazione "soggettiva" risiede
infatti la non immediata reversibilità del modo di produzione capitalistico, e dunque anche la difficoltà di un
progetto che ne persegua il superamento.
 

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Marx: il processo di riproduzione del capitale.
Riproduzione semplice, accumulazione e accumulazione originaria
 
1. Riproduzione semplice

Oggetto della settima e conclusiva sezione del primo libro del Capitale è il processo di accumulazione del
capitale. Non abbiamo infatti ancora completato il ciclo del capitale rappresentato dallo schema
D - M ... P ... M' - D'
Siamo arrivati a M' (valorizzazione del capitale che si traduce in un prodotto che incorpora un valore
superiore al valore dell'investimento iniziale, ossia unplusvalore) e dobbiamo ora considerare la
trasformazione di M' in D', ossia la realizzazione di un nuovo capitale; dobbiamo inoltre considerare la
continuità del processo, ossia il reinvestimento di D' (in tutto o in parte) in un nuovo ciclo produttivo. Ma
vediamo come lo stesso Marx affronta il problema:
 
"La conversione di una somma di denaro in mezzi di produzione e in forza-lavoro è il primo
movimento compiuto dalla quantità di valore che deve funzionare come capitale; e avviene sul
mercato, nella sfera della circolazione. La seconda fase del movimento, cioè il processo della
produzione, è conclusa appena i mezzi di produzione sono convertiti in merce il cui valore
superi il valore delle sue parti costitutive, e che dunque contenga il capitale originariamente
anticipato e inoltre un plusvalore. Queste merci debbono ora venir gettate di nuovo nella sfera
della circolazione. Bisogna venderle, realizzarne in denaro il valore, convertire di nuovo in
capitale questo capitale, e così via. Questo movimento circolare che percorre sempre le
identiche fasi successive costituisce la circolazione del capitale. La prima condizione
dell'accumulazione è che il capitalista sia riuscito a vendere le sue merci e a riconvertire in
capitale la parte maggiore del denaro così ricevuto. Nella trattazione che segue si presuppone
che il capitale percorra il suo processo di circolazione in maniera normale. L'analisi più
particolareggiata di questo processo rientra nel libro secondo. Il capitalista che produce
il plusvalore, cioè estrae direttamente dagli operai lavoro non retribuito e lo fissa in merci, [...]
non è affatto l'ultimo suo proprietario. Deve in un secondo tempo spartirlo con capitalisti che
compiono altre funzioni nel complesso generale, con i proprietari fondiari, ecc. Quindi il
plusvalore si scinde in parti differenti [...] come profitto, interesse, guadagno commerciale,
rendita fondiaria, ecc. Queste forme trasmutate del plusvalore potranno essere trattate solo nel
libro terzo. Qui dunque supponiamo, da una parte, che il capitalista che produce la merce
la venda al suo valore, e non ci soffermeremo oltre sul ritorno del capitalista al mercato delle
merci [...]. Dall'altra parte considereremo il produttore capitalistico come proprietario di tutto il
plusvalore [...]. Dunque, in un primo momento consideriamo l'accumulazione astrattamente,
cioè come puro e semplice momento del processo immediato di produzione [...]. D'altra parte, lo
scindersi del plusvalore e il movimento mediatore della circolazione oscurano la forma
fondamentalesemplice del processo di accumulazione. Quindi, se vogliamo osservarlo allo stato
puro, dobbiamo transitoriamente far astrazione da tutti i fenomeni che nascondono il giuoco
interno del suo meccanismo"[51].
 
Il passo citato è molto importante, perché, oltre a fornirci una nuova indicazione circa la struttura espositiva
dei tre libri del Capitale, chiarisce il significato del concetto di "processo di produzione immediato", oggetto
dichiarato del primo libro. Come si evince chiaramente dal testo in esame, "immediato" significa, alla
lettera, non mediato, cioè analizzato prescindendo dai movimenti "mediatori" della circolazione e della
distribuzione. Si tratta di un'astrazione concettuale, poiché nella realtà la produzione non può svolgersi senza
la mediazione del mercato e del credito e senza pagare un "tributo" - nella forma di quota "trasmutata" del
plusvalore - a queste sfere dell'agire economico [52], ma "un'astrazione che ha un senso" in quanto mostra "allo
stato puro" il movimento base, il primo motore del processo capitalistico: un movimento che produce merce,
produce plusvalore e, trasformando il plusvalore in nuovo capitale, produce e riproduce lo stesso rapporto
capitalistico di produzione, ossia le condizioni sociali dell'intero processo. Come leggiamo nella chiarissima
sintesi rappresentata dal Capitolo VI inedito:

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"[...] la produzione capitalistica è nello stesso tempo produzione di plusvalore e, in quanto tale
(nell'accumulazione), produzione di capitale e produzione e riproduzione dell'intero rapporto
capitalistico su scala sempre più estesa [...]. Non solo le condizioni oggettive del processo di
produzione, ma anche il suo carattere specificamente sociale, appaiono come il suo risultato; i
rapporti sociali, e quindi la posizione sociale degli agenti della produzione gli uni verso gli altri,
gli stessi rapporti di produzione, sono i prodotti, sono il risultato continuamente rinnovantesi,
dell'intero processo"[53].
 
Ma seguiamo con ordine l'argomentazione sviluppata da Marx nella settima sezione del primo libro
del Capitale. Dopo aver analizzato come avviene la valorizzazione di un singolo capitale (l'esempio della
produzione di refe riportato nel capitolo precedente), si tratta ora di considerare il processo "in un nesso
continuo e nel fluire costante del suo rinnovarsi" [54], ossia nella sua continuità (il produttore di refe non
interromperà la produzione dopo il primo ciclo, ma avvierà nuovi cicli produttivi) e contemporaneità (nella
società non è all'opera soltanto il produttore di refe, ma ci sono anche produttori di cotone, di fusi, di tela, di
generi alimentari, ecc. che intrattengono reciproci rapporti di interdipendenza). Ipotizziamo, in prima
approssimazione, che i diversi cicli produttivi si ripetano mantenendo la stessa dimensione, ossia che non si
verifichino nuovi investimenti: è l'ipotesi della "riproduzione semplice", "pura e semplice ripetizione del
processo di produzione sulla stessa scala"[55]. Ora, osserva Marx, "questa semplice ripetizione ossia questa
continuità imprime al processo certi caratteri nuovi o, anzi, dissolve i caratteri apparenti che esso aveva come
processo isolato"[56].
Si dissolve, in primo luogo, il carattere di anticipo dell'investimento iniziale. La cosa è particolarmente
evidente per la sua parte variabile, ossia destinata a remunerare la forza-lavoro impiegata:
 
"Il processo di produzione ha inizio con l'acquisto della forza-lavoro per un tempo determinato:
e questo inizio si rinnova costantemente, appena viene a scadere il termine di vendita del lavoro,
e con esso è trascorso un determinato periodo della produzione, settimana, mese, ecc. Ma
l'operaio viene pagato soltanto dopo che la sua forza-lavoro ha operato e ha realizzato in merci
tanto il proprio valore che il plusvalore. Quindi l'operaio ha prodotto tanto il plusvalore [...]
quanto il fondo del proprio pagamento, cioè il capitale variabile, prima che questo gli
riaffluisca in forma di salario, ed egli viene occupato soltanto finché lo riproduce
costantemente"[57].
 
Un ragionamento del tutto analogo vale per il capitale nel suo complesso, dunque anche per la sua
parte costante, quella cioè impiegata per l'acquisto di mezzi di produzione:
 
"Se il plusvalore generato periodicamente, per es. annualmente, con un capitale di 1000 sterline
ammonta a 200 sterline, e se questo valore viene consumato di anno in anno, è chiaro che dopo
una ripetizione quinquennale dello stesso processo la somma del plusvalore consumato è eguale
a 200 x 5, cioè è eguale al valore capitale di 1000sterline originariamente anticipato. Se il
plusvalore annuo venisse consumato solo parzialmente, per es. solo per metà, lo stesso risultato
si avrebbe dopo una ripetizione decennale del processo di produzione, poiché 100 x 10 = 1000.
In generale: il valore capitale che viene anticipato, diviso per il plusvalore annualmente
consumato, dà il numero degli anni [...] trascorsi i quali il capitale originariamente anticipato è
stato consumato dal capitalista e quindi è scomparso. Che il capitalista s'immagini di consumare
il prodotto del lavoro altrui non retribuito, il plusvalore, e di conservare il valore del capitale
originario, non può cambiar nulla a questo stato di fatto. Decorso un certo numero di anni, il
valore capitale del quale egli è proprietario, è eguale al totale del plusvalore che egli si è
appropriato senza equivalente durante lo stesso numero di anni [...]; se il capitalista ha
consumato l'equivalente del suo capitale anticipato, il valore di questo capitale rappresenta
ormai soltanto la somma totale del plusvalore che egli si è appropriato senza alcuna spesa. Non
continua più ad esistere neppure un atomo del valore del suo vecchio capitale. Dunque,
prescindendo completamente da ogni accumulazione, la pura e semplice continuità del processo
di produzione, ossia la riproduzione semplice, converte necessariamente ogni capitale, dopo un
periodo più o meno lungo, in capitale accumulato cioè in plusvalore capitalizzato. Anche se al
suo ingresso nel processo di produzione questo capitale era proprietà, frutto del lavoro

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personale di colui che lo adopera, prima o poi esso diventa valore appropriato senza
equivalente, ossia materializzazione, in forma di denaro o altra, di lavoro altrui non
retribuito"[58].
 
In altre parole, il processo di produzione che si svolge in forma capitalistica produce costantemente - per le
sue stesse "regole" - ricchezza disponibile per il capitalista (plusvalore), in quanto tale utilizzabile come
capitale. Dall'altro lato, riproduce il valore della forza-lavoro, ossia fornisce ai lavoratori esclusivamente ciò
che è necessario alla loro sussistenza, reimmettendoli nel mercato come classe che ha da vendere solo le
proprie braccia. E' dunque lo svolgimento stesso della produzione in forma capitalistica ad attuare la
cruciale distribuzione della ricchezza sociale: mezzi di investimento (plusvalore capitalizzabile) nelle mani
della classe capitalistica, mezzi di sussistenza nelle mani della classe operaia, che in tal modo perpetua la
propria condizione di privazione dei mezzi di produzione e di costrizione alla vendita della forza-lavoro. Ciò
significa che il processo di produzione riproduce le condizioni sociali della valorizzazione capitalistica,
ossia riproduce i rapporti di produzione capitalistici:
 
"Dunque il processo di produzione capitalistico riproduce col suo stesso andamento
la separazione fra forza-lavoro e condizioni di lavoro. E così riproduce e perpetua le condizioni
per lo sfruttamento dell'operaio. Esso costringe costantemente l'operaio a vendere la sua forza-
lavoro, per vivere, e costantemente mette il capitalista in grado di acquistarla, per arricchirsi.
Non è più il caso che pone il capitalista e l'operaio l'uno di fronte all'altro sul mercato delle
merci come compratore e venditore. E' il doppio mulinello del processo stesso che torna sempre
a gettare l'operaio sul mercato delle merci come venditore della propria forza-lavoro e a
trasformare il suo prodotto in mezzo d'acquisto del capitalista. In realtà, l'operaio appartiene al
capitale anche prima di essersi venduto al capitalista. La sua servitù economica è mediata e
insieme dissimulata dal rinnovamento periodico della sua vendita di se stesso, dal variare del
suo padrone salariale individuale e dall'oscillazione nel prezzo di mercato del lavoro. Il
processo capitalistico, considerato nel suo nesso complessivo, cioè considerato come processo
di riproduzione, non produce dunque solo merce, non produce dunque solo plusvalore, ma
produce e riproduce il rapporto capitalistico stesso: da una parte il capitalista,
dall'altra l'operaio salariato"[59].

 
*
 Questi capitoli sono tratti - con alcune modifiche - da M. Turchetto, Lavoro, impresa, capitale. Lezioni di
storia del pensiero economico, Logos edizioni 1999.
[1]
 Marx curò soltanto l'edizione del primo libro del Capitale, pubblicato nel 1867; il secondo e il terzo libro
usciranno dopo la sua morte, curati da Engels.
[2]
 K. Marx, Il Capitale, cit., vol. I, p. 6.
[3]
 Cfr. ivi, p. 7. Più precisamente, Marx dichiara di dedicare il terzo libro alle "formazioni del processo
complessivo". Egli intende cioè analizzare di come il prodotto si distribuisce "complessivamente"
nell'ambito della società, in modo da permettere la continuità della produzione e il suo ampliamento:
l'indagine affronta in primo luogo la distribuzione tra diversi settori (oggetto degli "schemi di riproduzione"),
in secondo luogo la distribuzione tra le principali classi della società capitalistica.
[4]
 K. Marx, Introduzione, cit. p. 188.
[5]
 K. Marx, Il Capitale, cit., vol. I, p. 43.
[6]
 Ivi.
[7]
 Ivi, p. 44. Come si vede in Marx, a differenza che in Smith, valore d'uso e valore di scambio sono
determinazioni che non hanno la stessa "valenza": la prima ha carattere generale, cioè è un "elemento
comune astratto e isolato mediante comparazione", la seconda fa parte delle determinazioni che non
"appartengono a tutte le epoche, ma solo ad alcune" (K. Marx, Introduzione, cit., p. 173), dunque è un
elemento storico-specifico.
[8]
 K. Marx, Il Capitale, cit., vol. I, pp. 47-48.
[9]
 Cfr. nota 117.
[10]
 "Le merci non possono andarsene da sole al mercato e non possono scambiarsi da sole. Dobbiamo cercare
i loro tutori, i possessori di merci [...] i tutori delle merci debbono comportarsi l'uno di fronte all'altro come
persone la cui volontà risieda in quelle cose, cosicché l'uno si appropria la merce altrui, alienando la propria,
soltanto col consenso dell'altro; quindi ognuno dei due compie quell'azione soltanto mediante un atto di

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volontà comune a entrambi. Quindi i possessori di merci debbono riconoscersi, reciprocamente,
quali proprietari privati. Questo rapporto giuridico, la cui forma è il contratto [...] è un rapporto di
volontà nel quale si rispecchia il rapporto economico" (K. Marx, Il Capitale, cit., vol. I, p. 103). Come si
vede, il processo di scambio capitalistico è fondato sui principali istituti giuridici moderni, i diritti reali e le
obbligazioni.
[11]
 "Il denaro come misura di valore è la forma fenomenica necessaria della misura immanente di valore
delle merci, del tempo di lavoro" (ivi, p. 115).
[12]
 Cfr. ivi, pp. 115-126.
[13]
 Cfr. ivi, pp. 126-150.
[14]
 "La funzione del denaro come mezzo di pagamento implica una contraddizione immediata. Finché i
pagamenti si compensano, il denaro funziona solo idealmente, come denaro di conto, ossia come misura dei
valori. Appena si debbono compiere pagamenti reali, il denaro non si presenta come mezzo di circolazione,
come forma del ricambio organico destinata solo a far da mediatrice e a scomparire, ma si presenta come
incarnazione individuale del lavoro sociale, esistenza autonoma del valore di scambio, merce assoluta.
Questa contraddizione erompe in quel momento delle crisi commerciali che si chiama crisi monetaria. Essa
avviene soltanto dove sono sviluppati pienamente il processo a catena continua dei pagamenti e un sistema
artificiale per la loro compensazione. Quando si verificano turbamenti generali di questo meccanismo [...] il
denaro si cambia improvvisamente e senza transizioni: da figura solo ideale della moneta di conto, eccolo
denaro contante. Il valore d'uso della merce è senza valore e il suo valore scompare dinanzi alla propria
forma di valore. Il borghese aveva appena finito di dichiarare, con la presunzione illuministica derivata
dall'ebbrezza della prosperità, che il denaro è vuota illusione. Solo la merce è denaro. E ora sul mercato
mondiale ritorna il grido: 'solo il denaro è merce!'. Come il cervo mugghia in cerca d'acqua corrente, così la
sua anima invoca denaro, l'unica ricchezza. Nella crisi, l'opposizione fra merce e la sua figura di valore, il
denaro, viene fatta salire fino alla contraddizione assoluta" (ivi, pp. 166-167; nel passo riportato è evidente la
polemica con la sottovalutazione del denaro introdotta da Smith e presente in tutta la scuola classica).
[15]
 Ivi, p. 178.
[16]
 Ivi.
[17]
 Ivi, pp. 187-188.
[18]
 Ivi, p. 188.
[19]
 Ivi, pp. 200-201.
[20]
 Ivi, p. 201.
[21]
 Ivi.
[22]
 Ivi, p. 202.
[23]
 Ivi, p. 203.
[24]
 Ivi, pp. 203-204.
[25]
 Ivi, pp. 201-202.
[26]
 Ivi, pp. 205-206.
[27]
 Ivi, p. 206.
[28]
 Ivi, p. 207.
[29]
 Ivi.
[30]
 Ivi, p. 212.
[31]
 Ivi, pp. 215-219.
[32]
 Ivi, pp. 224-225.
[33]
 Ivi, p. 231.
[34]
 Ivi, p. 234.
[35]
 Ivi, p. 236.
[36]
 Cfr. ivi, p. 439; tale espressione è impiegata da Marx soprattutto nel cosiddetto Capitolo VI inedito (cfr.
K. Marx, Capitolo VI inedito, La Nuova Italia, Firenze 1972). Si tratta di un manoscritto elaborato tra il 1863
e il 1866 e destinato probabilmente a una nuova edizione del primo libro del Capitale, che sfuggì alla
faticosa opera di cernita e riordino dei manoscritti marxiani svolta da Engels in vista dell'edizione dei libri
secondo e terzo, e che fu pubblicato solo nel 1933 a cura dell'Istituto Marx-Engels-Lenin di Mosca. Il testo in
questione rappresenta una preziosa sintesi del percorso del primo libro del Capitale, che accentua e
approfondisce particolarmente proprio gli aspetti teorici dello "sviluppo dei metodi del plusvalore relativo".
[37]
 K. Marx, Il Capitale, cit., vol. I, p. 386.
[38]
 Ivi, p.393.
[39]
 Ivi.
[40]
 Ivi, pp. 397-398.

15
[41]
 Ivi, p. 404.
[42]
 Ivi, p. 407.
[43]
 Ivi, pp. 412-413.
[44]
 Ivi, p. 414.
[45]
 Nel Capitolo VI inedito Marx parla di "sottomissione formale" del lavoro al capitale nella fase della
cooperazione e di "sottomissione reale" nelle fasi successive: "il modo di produzione specificamente
capitalistico (lavoro su grande scala, ecc.) [...] si sviluppa man mano che la produzione capitalistica
progredisce; modo di produzione che, insieme ai rapporti tra i diversi agenti della
produzione, rivoluziona anche il modo d'essere e la forma reale dell'intero processo lavorativo. Appunto in
contrapposto al modo di produzione specificamente capitalistico noi chiamiamo sottomissione formale del
lavoro al capitale la sottomissione da parte di quest'ultimo [...] di un modo di lavoro già
sviluppato prima che il rapporto capitalistico sorga" (K. Marx, Capitolo VI inedito, cit., p. 54) Nella
"sottomissione reale del lavoro al capitale [...] permane la caratteristica generale della  sottomissione formale,
cioè ladiretta subordinazione del processo lavorativo, comunque sia esercitato dal punto di vista
tecnologico, al capitale. Ma su questa base si erge un modo di produzione tecnologicamente (e non solo
tecnologicamente) specifico, che modifica la natura reale del processo lavorativo e le sue reali condizioni"
(ivi, p. 68). Come si vede, tra le forme primitive e tradizionali di divisione del lavoro e quella che
caratterizza la "moderna fabbrica di spilli" di smithiana memoria non esiste affatto, secondo Marx, un
progresso lineare e cumulativo, ma si verifica una "rivoluzionaria" rottura, una discontinuità "reale",
"tecnologicamente (e non solo tecnologicamente)" evidente.
[46]
 K. Marx, Il Capitale, cit., vol. I, p. 441.
[47]
 Cfr. ivi, p. 429 e ss.
[48]
 "La macchina, dalla quale prende le mosse la rivoluzione industriale, sostituisce l'operaio che maneggia
un singolo strumento con un meccanismo che opera in un sol tratto con unamassa degli stessi strumenti o di
strumenti analoghi, e che viene mosso da una forza motrice unica" (ivi, p. 459). Accanto a questa definizione
di macchina utensile come "elemento semplice" (ciò che oggi definiremmo "tecnologia di automazione"),
Marx considera inoltre il "sistema di macchine" (cfr. ivi, p. 462 e ss.) caratteristico dell'industria moderna
(ciò che oggi designeremmo come "tecnologia di processo").
[49]
 Ivi, p. 482.
[50]
 Ivi, pp. 441-442.
[51]
 K. Marx, Il Capitale, cit., vol. I, pp. 693-694.
[52]
 E' interessante osservare come, in questo modo, la stessa nozione di distribuzione cambi in modo
significativo rispetto all'impostazione classica. Come si ricorderà, per gli economisti classici le principali
categorie della distribuzione sono salario, profitto e rendita. Nel terzo libro del Capitale, Marx riprenderà
tale partizione classica per discuterla criticamente, ma è evidente che un problema di distribuzione in senso
proprio si pone esclusivamente per la distribuzione del plusvalore tra profitto, rendita, interesse, ecc.; mentre
il salario e la sua dinamica sono parte integrante dell'analisi della produzione.
[53]
 K. Marx, Capitolo VI inedito, cit., pp. 100-101.
[54]
 K. Marx, Il Capitale, cit., vol. I, p. 695.
[55]
 Ivi, p. 696.
[56]
 Ivi.
[57]
 Ivi.
[58]
 Ivi, pp. 699-700.
[59]
 Ivi, pp. 709-710.

http://www.turchetto.eu/corsi/marxdispensa.htm

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