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Riassunto Letteratura Latina

Letteratura latina
Università degli Studi di Pavia
125 pag.

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G. Pontiggia – M.C. Grandi

LETTERATURA LATINA
Vol. 1, 2, 3

Riassunto

LE ORIGINI DELLA LETTERATURA LATINA

LIVIO ANDRONICO
Livio Andronico nasce a Taranto <280 a.C. Nel 272 a.C. viene portato a Roma, dopo la guerra
tarantina  schiavo della gens Livia e in età adulta è affrancato da Livio Salinatore, e quindi poté
aggiungere al suo nome greco (Andronicus) quello romano del suo patrono (Livius).
Svolge attività di grammaticus con lezioni di greco e latino ai giovani dell’aristocrazia romana.
240  incarico di comporre e mettere in scena il primo dramma in latino (non sappiamo se
tragedia o commedia) in occasione della fine della prima guerra punica. Livio autore e attore dei
suoi drammi, come rivela lo storico Tito Livio. Il teatro lo impegnò per la maggior parte della sua
vita, con basta fama. Nel 207 a.C. ebbe l’incarico dal Senato di comporre un carmen propiziatorio
(inno a Iuno Regina) per scongiurare e placare gli dei prima di uno scontro  battaglia del
Metauro 207 a.C., vittoria di Livio Salinatore (console omonimo del Salinatore che lo aveva
liberato). Episodio significativo: l’inno a Giunone (non pervenuto) è un testo poetico di carattere
pubblico, commissionato dallo Stato e di grande valore religioso, affidato ad Andronico per la sua
fama e perché liberto della gens Livia. Dopo il Metauro, Livio ha molti onori tra cui possibilità di
abitare sull’Aventino nel tempio di Minerva  istituzione del collegium scribarum histrionumque,
associazione di poeti e attori equiparata a corporazione religiosa.
Muore prima del 200, poco dopo il completamente dell’Odussia.
Aspetti di Livio:
 Attività inquadrata in rapporto fiduciario con la res publica (Stato committente, Livio
commissionato).
 La letteratura latina nascente dipende a quella greca: greche sono le opere
drammaturgiche di Livio, greco è Livio, greca è l’Odissea, tradotta da Livio (Odussia) e su cui
i Romani imparano a leggere e scrivere.

L’Odussia di Livio Andronico


L’epica compare a Roma a fine III secolo a.C., anche se fonti informano di canti epici ( carmina
convivialia) in epoche pre-letteraire, produzione orale di canti eroici su figure ed eventi della
storia di Roma  vast patrimonio di storie e leggende riprese nei secoli più tardi dagli autori epici
(Nevio, Ennio e Virgilio) e storici (annalisti, Tito Livio).
Il primo testo pervenuto della tradizione latina è però l’Odussia, tradizione dell’Odissea operata da
Livio Andronico in versi saturni (e non esametri), saturnio verso indigeno collegato alle pratiche
religiose di Roma. Rimangono una quarantina di versi, preziosi per confronto con l’originale greco.
Tradotta per scopi scolastici e pratici (anche Orazio parla dell’Odissea di Livio ancora largamente
usata ai suoi tempi). Omero scelta naturale, specie da parte di un greco, visto che era il poeta per
eccellenza, come l’epica era il genere più solenne e impegnativo. Perché Odissea e non Iliade:
 Carattere letterario: Livio ha cultura ellenistica, predilige aspetti romanzeschi e patetici,
fiabeschi, meravigliosi, avventure e viaggi in luoghi lontani e sconosciuti.

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 Carattere etnico-leggendario: Ulisse richiamava Enea, eroi valorosi perseguitati dal destino
e costretti a viaggiare per il Mediterraneo per una nuova patria/per tornarci.
 Storico-sociale: espansione mercantile e militare di Roma aveva messo in contatto un
popolo terrestre e agricolo con la realtà del mare, e Odissea è storia di scoperte e
navigazione e creature fantastiche.
 Morale: Ulisse respinge Circe, Calipso, immortalità pur di tornare in patria da moglie e figlio
 pater familias in esilio, mentre Penelope rappresentava l’immagine della matrona
romana, prudente e coraggiosa.
 Iliade cantava la distruzione di Troia, la città di cui i Romani si vantavano essere i
discendenti.
Livio dovette fondare una lingua poetica adeguata al genere, operando scelte opportune a livello
lessicale, metrico, sintattico, adattando il poema alla cultura latina  romanizzazione del testo
originale, specie perché coinvolge l’apparato religioso latino, più severo di quello greco. Mutano i
nomi del linguaggio sacrale:
 Musa  Camena
 Crono  Saturno
Libertà maggiori di Livio date soprattutto dalla cultura ellenistica da cui proveniva: ricerca di effetti
patetici, drammatico. Quindi Livio fedele a Omero nella struttura, nell’ordine degli eventi, nel
carattere dei personaggi e, quando riesce, nell’ordine delle parole; ma rielabora il testo originale
con soluzioni che dimostrano tanta dottrina e consapevolezza  traduzione artistica, in cui si
cerca di dimostrare che il latino può essere letterario pari al greco. Si cerca uno stile alto e solenne,
con forme linguistiche già arcaiche e desuete ai suoi tempi (genitivi in -as)  lingua separata da
quella dell’uso quotidiano, con caratteri romani.

NEVIO
Gneo Nevio, fondatore con il Bellum Poenicum dell’epos nazionale latino, nasce intorno al 270 a.C.
in Campania, forse Capua  libero, di stirpe italica, cittadino romano sine suffragio. Partecipò alla
prima guerra punica, vivendo poi a Roma come poeta. Figura vivace, poeta indipendente, che
vuole parlare libera lingua, e che considera la libertà un bene molto prezioso. Sempre in mezzo a
polemiche, sferra continui attacchi contro le famiglie nobili, tra cui i Scipioni e i Metelli. Un senario
contro i Metelli gli costa la prigione, nel 206 a.C. (XII Tavole contro i mala carmina, i canti
diffamatori), e in prigione scrive due commedie. Nel 235 a.C. era stato rappresentato il suo primo
dramma. Il carcere, per merito dei tribuni della plebe, divenne un esilio  morte a Utica
(Cartagine) intorno al 201 a.C  difficoltà a operare a Roma senza protettori importanti.

Bellum Poenicum
Creazione originale che narra le vicende della Prima guerra Punica, cui Nevio ha partecipato. Fu
composta negli anni della seconda guerra punica, gli ultimi anni di vita del poeta. Originariamente
era in carmen continuum (sempre versi saturni), ma nel II a.C. fu divisa in 7 libri secondo uso
alessandrino. Conservati circa 50 frammenti, non più lunghi di 3 versi. Nevio rievoca la vittoria
gloriosa della Prima guerra negli anni più difficili della seconda  intento patriottico e celebrativo,
legato all’attualità. Parte del testo, molto ampia, era dedicata al racconto leggendario sulle origini
di Roma, che partiva dalla caduta di Troia e seguiva le peregrinazioni di Enea, Anchise, Ascanio fino
all’arrivo in Lazio e a Romolo, cronologicamente vicino nel tempo a Enea (era infatti figlio di una
sua figlia). Forse anche origini di Cartagine e amore tra Enea e Didone. Non si sa la collocazione del
flashback mitico, due ipotesi:
 Precedeva la narrazione storica (primi due libri) collegandosi attraverso i Re di Roma e i
primi secoli repubblicani alle vicende contemporaneei.

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 Ipotesi più accreditata: Primi due libri sulla guerra punica, e poi digressione sulla storia
partita da una descrizione del tempio di Zeus Olimpio ad Agrigento (alla caduta di
Agrigento si ferma il racconto storico).
Il Bellum Poenicum si richiama all’epica storica ellenistica nei suoi filoni storico-celebrativo e
storico-geografico, ma nell’archeologia il modello è sempre Omero: la narrazione di Enea, eroe
dell’Iliade, ricorda una specie di Odissea; così come omerica è la partecipazione attiva degli dei. Ma
Nevio è influenzato anche dagli ornamenti più recenti e moderni (alessandrini), per la brevitas (20
anni di guerra in 5000 versi), nella tecnica usata per inserire l’archeologia nel racconto, nel
tentativo di fondere in un poema i caratteri omerici (viaggio e guerra  Apollonio Rodio, Le
Argonautiche)  rielaborazione originale degli elementi attinti alla tradizione epica greca. Stile
sobrio e conciso, addirittura spoglio e lapidario nei resoconti delle operazioni belliche. Uso di
paratassi e asindeto per massima velocità. Al contrario, il racconto mitico ha un linguaggio sacrale,
più descrittivo e patetico, e colorito.

ENNIO
Maggior personalità culturale della sua epoca, autore di tragedie e degli Annales, uno dei maggiori
poemi epici della letteratura latina, il più importante di quella arcaica. Nasce nel 239 a Rudiae,
Lecce, regione di diverse culture: osco-italica, greca e latina. Dopo aver combattuto in Sardegna,
viene condotto a Roma da Catone il Censore nel 204, che ne intuisce il talento, anche se ben
presto si lega a Scipione l’Africano e tutti i gruppi di potere avversi al Censore. Nel 184 ottiene un
terreno a Pesaro e la cittadinanza romana, e si trasferisce sull’Aventino al collegiu, scribarum
histrionumque. L’ultima parte della sua vita agli Annales, e muore nel 169. Viene sepolto nella
tomba degli Scipioni.
La produzione di Ennio è molto varia e oltre agli Annales comprende tragedie, commedie, opere
minori  poeta di tanti interessi. 3 opere di carattere filosofico:
 Epicharmus (Epicarmo), poeta comico greco (Sicilia) vissuto tra VI e V secolo, considerato
un sapiente autore di un libretto circolante al tempio di Ennio con massime pitagoriche ed
empedoclee. Ennio gli dedica questo poemetto in settenari trocaici, di cui abbiamo pochi
frammenti. Ennio in sogno si vede morto e incontra Epicarmo che gli comunica la dottrina
dei 4 elementi.
 Euhemerus, prima opera in prosa della letteratura latina, adattamento della hierà
Anagraphè di Evèmero di Messina (filosofo del IV-III secolo). Interpretazione naturalistica
dei miti, spunto romanzesco  dei come uomini divinizzati dopo la morte per i loro meriti.
 Praecepta o Protreptieus, invito alla filosofia su modello dell’omonimo libro di Aristotele.
Altre opere:
 Scipio poemetto dedicato all’Africano (202)
 Epigrammata in distici elegiaci dedicati a Scipione e sé stesso.
 Sota, ispirato a Sotade poeta greco parodistico e licenzioso e inventore del metro sotadeo.
 Hedyphagetica (“leccornie”), traduzione di un poemetto gastronomico di Archèstrato di
Gela, altro poeta siciliano. Guida gastronomica con peculiarità di diversi paesi  più antichi
esametri latini a noi noti, essendo antecedente agli Annales.
 Saturae in metri diversi e su argomenti diversi, genere nuovo ripreso anche da Pacuvio e
destinato a elevarsi con Lucilio (vedi sotto).
Ennio quindi personalità molto complessa, attività più varia rispetto a Livio e Nevio. Da semplice
grammaticus diviene personaggio illustre degno della famiglia scipionica. Inoltre, si definisce
poeta, termine greco più prestigioso rispetto a scriba (umile) o vates.

Annales

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Se Nevio canta “solo” la Prima Guerra Punica, Ennio decide di cantare tutta la storia della città
anno per anno. Annales erano le cronache che i pontefici registravano sulla tavola bianca
annualmente esposta al popolo. Gli Annales di Ennio sono un poeta molto lungo di 18 libri in 15k
versi se non in il doppio, di cui ne restano poco più di 600 in brevissimi frammenti. Non più il
saturnio, ma l’esametro dattilico. I Libri:
 Libro I: antiche leggende e origini (Da Enea alla morte di Romolo);
 Libri II, III: Monarchia;
 Libri IV, V, VI: Prima età Repubblicana fino alla guerra tarantina;
 Libri VII, VIII, IX: guerre puniche;
 Libri X, XI, XII: II guerra macedonica (200-197);
 Libri XII, XIV, XV, XVI, XVII, XVIII: Avvenimenti successivi, fino alla guerra istrica del 178.
Il secondo proemio al Libro VII fa presupporre che l’opera fu pubblicata per esadi. Ennio forse
iniziò il poema dopo il 189, quando era in Etolia come cantore di imprese eroiche. Siamo negli anni
immediatamente successivi alla II guerra punica e II guerra macedonica  Roma massima potenza
mediterranea, aperta al culto ellenistico come testimonia la stessa opera di Ennio:
 Proemio Libro I, invocazione Muse (e non Camene)
 Rievocazione di Omero, Esiodo e Callimaco.
 Polemica contro i poeti latini nel proemio Libro VII per uso del Saturnio.
Processo di grecizzazione per noi è come naturale compimento del processo iniziato da Livio
Andronico, mentre per i contemporanei di Ennio contavano più le differenze che le analogie. Per
Ennio la vera cultura era greca, e infatti ambiva a divenire l’Omero latino, anche se la materia era
romana  epica storica e non mitica, spirito patriottico che anima tutti i versi. Patriottismo di
Ennio non è celebrazione di una forza: non esalta la guerra, ma la virtus romana come portatrice
di un universo giuridico-morale superiore. I nuovi eroi (Q. Fabio Massimo, Scipione, Nobiliore)
rendono Roma come vero centro del poema, celebrata in tutti i suoi aspetti.
Quindi, arte di Ennio è un’arte ellenistica: elementi autobiografici nella narrazione oggettiva,
descrittivismo insistito, gusto per il sorprendente e macabro, drammatizzazione degli eventi e degli
effetti speciali, contrasti ricercati, contaminazione di modelli e materiali, varietas di motivi, forme,
linguaggi. Ricerca di effetti grandiosi, lingua sonora, enfatica, onomatopeica, piena di arcaismi e
grecismi, in un metro a volte duro e spigoloso ma con passi lievi e delicati (il sogno di Ilia). Ma la
volontà di gareggiare con ogni modello rende vano un pilastro della poetica ellenistica, la brevitas,
proprio perché sono un’opera lunghissima in continua espansione (si pensa che in origine i libri
dovessero essere 12, poi ampliati per necessità e completezza).

CATONE IL CENSORE
Abbiamo ampie notizie di Marco Porcio Catone Il Censore o Il Vecchio (distinto dal suo
discendente, l’Uticense) perché è il primo scrittore latino a occuparsi anche di politica in posizioni
di rilievo, nonché per i molti riferimenti autobiografici. Fonti per Catone:
 Vite di Plutarco
 Vite parallele di Cornelio Nepote (che lo mette in parallelo ad Aristide)
 Quarta decade delle Historie di Tito Livio.
 De viris illustribus (anonimo, IV secolo d.C.)
 Cato maior de senectute di Cicerone (44 a.C., non del tutto attendibile perché idealizzato).
Epoca di Catone densa di mutamenti per la Repubblica, il secolo degli Scipioni in cui Roma è
padrona del Mediterraneo e sempre più aperta all’Oriente ellenizzato a cui Catone, conservatore,
si oppone per tutta la vita in difesa del mos maiorum. Catone è anche il primo oratore romano a
scrivere e pubblicare i suoi discorsi, ha composto la prima opera storica in latino e il primo trattato
di tecnica agraria  impulso alla prosa latina, che preferiva alla poesia. Pur antiellenico, contribuì

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molto al processo di assimilazione della cultura greca, di cui conobbe i modelli che tenne presenti
nella composizione delle sue opere.
Nasce a Tusculum (Frascati) nel 234 a.C., famiglia plebea di proprietati terrieri  Homo Novus, in
quanto nessuno della sua famiglia aveva mai ricoperto cariche pubbliche. In adolescenza si occupa
del lavoro nei campi, una formazione contadina che conserverà sempre con fierezza. A 17 anni è
nell’esercito, combatte contro Annibale; nel 214 è tribuno militare in Sicilia, agli ordini di Claudio
Marcello; nel 207 partecipa a battaglia del Metauro. La sua carriera politica a Roma inizia grazie
all’appoggio del patrizio romano Valerio Flacco, come lui proprietario di terre in Sabina. Nel 204
primo episodio del lungo scontro con gli Scipioni: mentre è in Sicilia al seguito di Scipione
promiuove un’inchiesta in Senato contro le troppe prodigalità del generale, fallendo. Percorre
rapidamente tutte le tappe del cursus honorum. Nel 195 è Console con Valerio Flacco, e si oppone
inutilmente all’abrogazione della Lex Oppia che durante le guerre puniche imponeva limitazioni al
lusso delle donne romane. Conduce operazioni militari in Spagna, al termine delle quali ottiene il
trionfo. Scrive e pubblica orazioni in difesa del suo consolato, che aveva suscita diverse polemiche.
Nel 190 il processo a Quinto Minucio Termo è il primo di una serie di processi contro l’aristocrazia
romana dominante, che culmina nel 187 con l’attacco decisivo contro gli Scipioni: i tribuni della
plebe accusano di irregolarità amministrative l’Africano e il fratello Lucio, il primo costretto a
ritirarsi in volontario esilio nella sua villa di Literno. Catone è censore nel 184, sempre con Valerio
Flacco: difensore delle virtà romane, campione dell’ordine, della moralizzazione. Espulse senatori
per indegnità, severi provvedimenti fiscali, programma di lavori pubblici per accrescere prosperità
e forza statale contro ostentazione della ricchezza privata. Ciò gli procura diversi nemici, da cui lui
si difende sempre con grande successo. Catone era un aristocratico tradizionalista e conservatore:
difende il ceto dei proprietari terrieri, dell’ordine senatorio, delle tradizioni romani, è contro
l’esaltazione della singola personalità. In vecchiaia si avvicina agli Scipioni, come testimonia il
matrimonio del figlio con una sorella di Scipione Emilliano, ma sempre con posizioni antielleniche
(cacciata dei filosofi nel 161, allontanamento di tre filosofi di Atene nel 155). Ma ciò non significa
che Catone respinga in blocco la cultura ellenica, ma non vuole che si sostituisca il modello
romano con quello greco che per lui mette in discussione la subprdinazione del singolo alla Res
Publica. Atteggiamento moderato e rispettoso dei diritti degli alleati:
 Intervento a favore dei Rodiesi (167)
 Discorso per l’indipendenza della Mavedonia.
 Processi sostenuti contro abusi ai danni dei provinciali e dei sucii (ultimo dei quali quello
contro S. Sulpicio Galba, responsabile di atrocità in Lusitania).
È lui però a sostenere la distruzione di Cartagine con un discorso nel 149 (la distruzione avverrà nel
146 per opera dell’Emiliano), avendone visto la prosperità economica e commerciale in grado di
mettere in crisi l’agricoltura italica. Muore nello stesso anno.

Orazioni
Catone si dedica all’oratoria fin da giovane patrocinando a piccole cause locali in Sabinia, e
continuerà fino all’ultima contro Servo Sulpicio Galba nel 149, anno della sua morte. Il suo discorso
più antico che abbiamo è del 195 a.C., anno del consolato e in totale abbiamo frammenti
riconducibili a 80 titoli (Cicerone parla di 150 titoli al suo tempo). Della sua opera si distinguono
orazioni:
 Deliberativae (pro/contro proposte di legge)
 Iudiciales (accusa/difesa compresi quelli di autodifesa, resi requisitorie contro gli avversari).
Molte orazioni giudiziarie rispecchiano controversie di tipo politico  quaestiones. L’oratoria è
per Catone strumento di testimonianza della sua battaglia politico-culturale e proprio in questo
senso bisogna interpretare la sua celebre frase “vir bonus dicendi peritus” (uomo onesto ed

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esperto a parlare), e similmente anche “rem tene, verba sequentur” (tieni l’argomento: le parole
verranno da sé)  priorità dei contenuti, noncuranza della forma (falsa) visto che la sua oratoria
possiede un’articolata e sapiente padronanza di artifizi retorici.
Già gli antichi ne apprezzavano la vis e la gravitas (autorevolezza). Di lui, già Cicerone nota:
 Concisione (brevitas)
 Vivacità delle espressioni.
 Acerbitas, ovvero l’asprezza d’invettiva.
 Sentenziosità.
 Elegante semplicità al pari di Lisia (oratore V secolo).
 Linguaggio arcaico.
 Mancanza di ritmo.
 Struttura prevalentemente paratattica.
Catone conobbe presto il greco e la letteratura greca, ma ciò non vuol dire che si sia (sempre)
rifatto a questo modello: infatti ha uno stile indipendente dagli schemi e dalle norme dottrinarie,
attingendo anche a un fondo di eloquenza della cultura romana; così come i suoi espedienti
stilistici (antitesi, parallelismi, anafore, ridondanze) rimandano ad antiche forme della prosa
sacrale.

Opere pedagogiche e tecnico-didascaliche


Il Liber de agri cultura di Catone è la prima opera in prosa della letteratura latina giunta per
intero, o così si crede visto che è privo di una struttura formale precisa e che il testo ha condizioni
che fanno sospettare dei rimaneggiamenti e delle interpolazioni. Comunque, è anche il primo
trattato di economia e tecnica agraria del mondo romano. Fu composto nel 160 a.C., e contiene
162 capitoli di diversa lunghezza ma comunque brevi e sempre preceduti da una prefazione o
introduzione che serve a capirne il significato: l’agricoltura, per Catone, è socialmente e
moralmente superiore alle altre attività per via del suo valore educativo e del profitto economico
concreto.
Difende la vocazione agraria della nobiltà romana (siamo in un momento di ascesa di una nuova
classe media fondata su ricchezza mobiliare e mercantile). Catone propone, quindi, un modello
umano, romano, italico: l’agricoltore dev’essere esperto, di sani principi.
Opera ha l’andamento di un manuale per l’agricoltore, con consigli e varie indicazioni disposte
senza piano organico e tutti orientati non alla villa agraria di piccole dimensioni, ma a complessi
grandi che comportano un bell’investimento di soldi, di servitù e che produce prodotti su larga
scala. Il criterio è utilitaristico, visto che la villa catoniana è dominata dalla logica del profitto: non
c’è idealizzazione della campagna, né indugio estetico (al contrario di quello che dirà Varrone, che
vede nella villa anche un lussuoso soggiorno per i raffinati aristocratici). Per Catone, è nella
durezza della vita agreste che risiede il valore morale e formativo. La prosa è secca, disadorna,
anche grezza: una scrittura che obbedisce alle esigenze produttive.

Altre opere di questo genere (di solito dedicate al figlio Marco): Praecepta, Carmen de moribus,
Apophtègmata (titolo dato da Cicerone).

Origines
Opera storica in sette libri, datata non prima del 174 a.C. (Cornelio Nepote) perché scritta in
vecchiaia, e per i romani la vecchiaia iniziava a 60 anni. Prima opera storiografica in latino, di cui ci
rimangono pochi frammenti. Contenuti:
 Libro I: Leggenda degli Eneadi fino ai 7 Re.

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 Libri II, III: origini delle città italiche, notizie geo-etnografiche sulla popolazioni italiche
compresi Liguri e Galli.
 Libri IV-V: guerre puniche.
 Libri VI, VII: avvenimenti fino alla spedizione in Spagna di Galba (151) se non al processo a
Galba del 149 a.C.
Il titolo pare collegato solo ai primi 3 libri, gli altri a fatti contemporanei. Una cosa comune nel
mondo antico (basta pensare ai Ciropedia di Senofonte, la cui denominazione riguarda solo la
parte iniziale). Ampio spazio alla ricostruzione delle origini leggendarie e ai fatti contemporanei,
come già in Ennio e Nevio, con però importanti novità:
 Scelta della lingua latina, coerente col pensiero dell’autore.
 Rifiuto dello schema annalistico in favore di un modello sintetico.
 Nuovo respiro, dimensioni italiche all’interesse storiografico non più legato solo a Roma ma
a tutta la penisola  legami tra Roma e le altre città in un’unica e comune civiltà.
 Non più celebrazione di grandi personalità, anzi polemico rifiuto di fare i nomi dei
condottieri e dei magistrati sia latini che stranieri  storia di Roma come realizzazione
collettiva del popolo Romano.
Rapporto con la cultura greca: sicuramente usa l’esperienza dei Greci sia per l’inclusione dei
discorsi, ma anche per il titolo stesso e l’impostazione geo-etnografica che rimanda alla tradizione
di Erodoto e Isocrate, nonché alla produzione ellenistica delle ktiseis legata proprio all’origine delle
città e delle geneaologie.

IL TEATRO

PLAUTO
Primo autore latino a specializzarsi in un solo genere (palliata) abbandonando la polivalenza di
Andronico, Ennio e Nevio e come lui faranno tutti gli autori teatrali successivi (Cecilio Stazio,
Terenzio [comici], Pacuvio e Accio [tragici]).
Tito Maccio Plauto nasce a Sarsina (FC) tra 255 e 250 a.C., un piccolo centro della Romagna da
poco conquistato e facente allora parte del territorio umbro. Abbiamo scarse e poco attendibili
notizie biografiche:
 Attore in una compagnia di commedianti (come conferma uno dei suoi nomi, Maccus, che
indica la maschera dello sciocco; ma anche Plautus, che può significare “dai piedi piatti”
oppure in relazione ai cani con orecchie pendenti, i plauti [Pluto]).
 Si dedica al commercio, ma va in rovina forse negli anni dell’Invasione di Annibale (218).
 Autore comico tra il 215 e il 184 a.C., anno della sua morte.
Era sicuramente un uomo libero, anche se non ebbe mai cittadinanza romana. Compose tante
palliate, tutte sempre rappresentate con successo anche dopo la sua morte. Varrone è colui
cheaffronta il problema dell’autenticità o meno delle commedie plautino, dividendo le 130
commedie che a lui si attribuivano in 3 gruppi: 21 genuine, 19 incerte, 90 non sue. E infatti oggi ci
sono giunte le 21 commedie varroniane, nel complesso integre (tranne Vidularia, i finali di
Amphitruo e Aulularia, inizio delle Bacchides e parte centrale della Cistellaria).
È difficile, per via dei caratteri della palliata latina e dell’omogeneità del linguaggio di Plauto,
stabilire un ordine cronologico di composizione e rappresentazione. Una delle prime è il Miles
Gloriosus (databile al 205), mentre tra le ultime ci sono il Trecentulus e la Casina (dopo il 186).
Tutte sono precedute da un argomentum o due in alcuni casi, che riassumono la trama. Non erano
divise in atti, invenzione di età umanistica.

Le commedie

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Come detto, sono tutte palliate (ovvero ambientate in città greche, per lo più Atene) su modello di
Menandro e della Commedia Nuova ellenistica. Delle 20 commedie di cui c’è l’inizio, 15 hanno un
prologo, mentre 5 no ed espongono l’antefatto tramite i personaggi in dialogo o monologo nella
prima scena o nelle scene seguenti. Non tutti i prologhi sono plautini, ma possono essere stati
aggiunti successivamente. Prologo doppia funzione:
 Informare sugli antefatti
 Appellarsi alla benevolenza del pubblico.
In Plauto ha anche funzione di rottura dell’illusione scenica  rapporto diretto con gli spettatori.
Plot tipo della commedia plautina:
 Giovane rampollo innamorato di una cortigiana, che lo ricambia;
 Giovane ostacolato dal padre, o dalla mancanza di denaro che non permette di riscattare la
ragazza.
 Giovane aiutato da servi astuti e intraprendenti (servus callidus).
 Contro il giovane operano o il lenone crudele; o il miles pappone; il padre severo che
impedisce gli amori del figlio o anche si fa suo concorrente nella conquista.
 Finale sempre lieto: amori coronati dalle trovate ingegnose del servo, e dalla scoperta che
la giovane è di nobili origini ma rapita dai pirati o persa durante il viaggio.
La fine della commedia coincide con la richiesta di applausi gatta dal capocomico o da un
personaggio in scena.

I personaggi
I personaggi plautini sono maschere fisse già note al pubblico al momento in cui si presentano in
scena. Influenza dell’atellana, enfasi dell’elemento caricaturale e farsesco; viene meno
l’approfondimento psicologico e umano di Menandro (che invece c’è in Terenzio). La fissità del
ruolo scenico è ribadita anche dai nomi dati da Plauto ai personaggi, sia che siano convenzionali
(Siro per i servi; Simone per i senes) sia che siano parlanti (Pirgopolinice “Espugnatorditorriecittà”).
Analizziamo, quindi, tutte le maschere fisse di Plauto:
 Adulescens, il giovane innamorato, rimane come nella Commedia di Menandro uno dei
protagonisti della commedia, sempre perduto in amore paralizzante, incapace di superare
gli ostacoli e con un linguaggio che tocca i registri alti della tragedia con effetti comici e
parodistici. Plauto non lo prende sul serio, ma lo guarda divertito e gli fa subire i lazzi
spiritosi del servo.
 Senex, il vecchio, caratterizzato in modi diversi. O è il padre severo che impedisce gli amori
del figlio; o è il suo concorrente (Asinaria, Casina). A volte anche amico o vicino.
 Meretrix. Premesso che i ruoli femminili hanno scarsa importanza, con l’amata che può
anche non comparire mai in scena, il ruolo più importante femminile è la cortigiana, figura
ignota a Roma prima della palliata e quindi derivante dalla Grecia, in cui le etère erano
libere e spregiudicate conducenti una vita di lusso (impensabile a Roma), e abili nel canto e
nella danza, e molto colte. In Plauto sono sia libere che schiave di lenoni e messe in
vendita, e desiderano riscatto dell’amante.
 Matrona, contrasto con la meretrix, madre del giovane e sposa del vecchio, vittima delle
sue ire furibonde (eccezione nell’Amphitruo).
 Parasitus (parassita), presente in 9 commedie, uno dei tipi più interessanti della palliata per
la sua rapacità fonte di rovina economica per chi lo mantiene a sue spese, verso il quale lui
si rivolge con lodi iperboliche e servizi di ogni genere.
 Miles gloriosus, soldato mercenario anch’esso di importazione greca (a Roma il servizio
militare è un dovere di tutti i cittadini). Il soldato è spesso gloriosus, ovvero spaccone e

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millantatore di imprese mai compiute e di donne mai sedotte, sempre smentito dagli
avvenimenti della commedia.
 Leno, il commerciante di schiave, altra figura sconosciuta a Roma, resa da Plauto la figura
più odiosa in quanto è colui che impedisce il compimento dei desideri dell’innamorato. È
bene ricordare che in Plauto non ci sono buoni e cattivi, in quanto non c’è coinvolgimento
emotivo nella vicenda: odiosità e avidità sono caratteri fissi che caratterizzano sempre la
sconfitta inevitabile di quel personaggio, di cui però risalta la vitalità e capacità di essere
superiore ai giudizi morali.
 Servus, la figura più grandiosa e motore delle fabulae plautine. Sfrontato, geniale, orditore
di inganni a favore del giovane, senza di lui non esisterebbe la storia che è il risultato dlele
sue creazioni  è l’architetto di Plauto, che in lui si identifica. Ha un’ironia dissacrante che
non risparmia niente e nessuno, neanche il padroncino per cui si mette sempre in pericolo
(viene costantemente minacciato di sferze e catene, a cui risponde con la forza del suo
raggiro). È fiero delle sue azioni, e si autoglorifica spesso rivolgendosi al pubblico.
 Lena, la ruffiana, doppio femminile del Leno e vecchia e beona.
 Ancilla al seguito della cortigiana o della matrona e complice nei loro affari.
 Cocus, il cuoco.
 Puer, schiavetto.
 Fenerator, usuraio che entra in scena nei momenti meno opportuni per riscuotere denaro.
 Medicus
 Fidicina (citarista).

La poetica della finzione: il metateatro plautino


Teatro plautino non realistico ma fantastico, fondato su situazioni irreali e ripetitive  scarso
interesse per le trame, di cui non segue lo sviluppo né si preoccupa della coerenza interna.
Un’indifferenza perfettamente calcolata, perché al contrario dei greci Plauto vuole spezzare
l’illusione scenica, creando un distacco comico dalle vicende e dai personaggi  teatro come
ludus, un gioco beffardo di cui è responsabile il poeta e in cui è tutto una macchinazione,
esagerazione, eccesso. Questo presuppone un nuovo rapporto col pubblico, continuamente
chiamato a partecipare a quanto accade sulla scena, e con cui i personaggi interagiscono
ripetutamente. Diversi gli espedienti per questo immaginario, i più frequenti dei quali sono gli “ a
parte” tecnica nota al teatro precedente, che Plauto fa propria. Ma ci sono anche coinvolgimenti
più diretti, come quando nel Curculio l’impresario della compagnia irrompe sulla scena
preoccupato per gli abiti che un personaggio ha dato a un altro  anti-personaggio con effetto di
straniamento comico rispetto alla vicenda. Si parla in questi casi di metateatro, nel senso che in
Plauto il teatro medita su sé stesso, parla dell’attività creativa del drammaturgo. I personaggi sono
attori e spettatori, pronti a svelare il loro ruolo e a passare dalla scena alla platea. Il teatro plautino
è un teatro carnevalesco, un teatro in cui il codice culturale si inverte e ne spunta una società
governata dal principio del rovesciamento, anche se poi alla fine l’ordine deve tornare a prevalere.
Il mondo di Plauto è un universo amorale, privo di giudizi politici.

Lingua, stile, metri


Teatro plautino è commistione tra commedia nuova e farsa italica, un dinamismo che investe
l’azione ma anche la ricchezza di battute e linguaggio, in cui l’autore ha vena folgorante e
inesauribile. Predilezione per i giochi di parole, Plauto non si accontenta mai della battuta isolata
preferendo creare una trama di immagini e metafore concatenate. Predomina la metafora
militaresca. Invenzione plautina sempre improntata ai canoni dell’abundantia stilistica. Tendenza
all’eccesso verbale e iperbole comica, che tocca i suoi punti massimi nel Miles Gloriosus. Plauto

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usa come base il sermo familiaris, il latino volgare e del quotidiano, sul quale opera un processo di
continua invenzione che alla fine stravolge tutto il tessuto naturale della lingua parlata; ma anche
parodia dei linguaggi speciali (giuridico, come in Amphitruo) e dello stile epico-tragico.
Attitudine parodistica legata naturalmente anche al neologismo. Nello Pseudolus il servo usa la
forma exballistabo costruita su ballista (macchina da guierra) e Ballio, nome del lenone. In genere
comunque sono neologismi ricalcanti (sempre parodisticamente) quelli altisonanti dell’epica e
della tragedia. Bisogna poi tenere conto dell’elemento musicale, per noi perduto, ma che era parte
integrante della vis comica del teatro plautino. I versi classificati in 3 ripartizioni:
 Laverbia (dialoghi su metro discorsivo)
 Recitativi (generalmente settenari giambici e trocaici, ottonari giambici e anapestici) parti
recitate con enfasi + flauto.
 Cantica, parti cantate.

CECILIO STAZIO
Primo scrittore di origine gallica, e come Plauto e Terenzio scrive solo palliate. Ebbe molto
successo, ma la sua personalità fu schiacciata da Plauto e Terenzio tra i quali occupa una posizione
ambigua e intermedia. Le sue sono commedie con caratteri farseschi (Plauto) uniti a delineazione
psicologica dei personaggi (Terenzio). Nacque a Milano nel 230, e fu condotto a Roma come
schiavo e poi liberato per meriti intellettuali dalla Gens Cecilia; raggiunse l’apice nel 179, e
condivise con Ennio il ruolo di guida del collegium scribarum histrionumque. Morì nel 167 secondo
Girolamo, ma quasi sicuramente più tardi se si tiene fede dell’aneddoto che vede un giovane
Terenzio che gli lesse, per averne un giudizio, la sua prima commedia (quindi nel 166).
Di Stazio abbiamo frammenti per circa 300 versi e 40 titoli, 16 dei quali tratti da Menandro il suo
modello preferito. Synephebi e Plocium le sue commedie più note e rappresentate. La presenza di
tanti titoli greci testimonia l’ellenizzaizone dei costumi latini. Non faceva uso della contaminatio
dei modelli, secondo Terenzio e secondo Varrone, che gli diede la palma per l’unità e la coerenza
dell’azione drammatica (al contrario, la contaminatio indebolisce la narrazione).
Molti frammenti sono nello stile plautino: enfasi parodistica, tendenza al farsesco, ritmo vivaxce,
ricchezza di metri, gusto per la parola corposa ed esuberanza linguistica. Ma Stazio ha un maggior
rispetto dei modelli originali, e un ridimensionamento del servo furbo (come avverrà in Terenzio).
Come Terenzio, inoltre, indaga le ragioni umane e ne approfondisce le psicologie.

TERENZIO
Le notizie su Terenzio ci sono date da Svetonio nella Vita che ha dedicato all’autore. Publius
Terentius Afer nasce nel 185 a.C. o forse prima a Cartagine, primo scrittore africano della storia
latina. Figlio di uno schiavo non punico ma libico, è condotto a Roma da ragazzo in casa del
senatore Terenzio Lucano che lo affranca per l’ingegno e la bellezza fisica. Diviene amico di
Scipione, Polibio e Gaio Lelio. È del 166 la sua prima commedia, giudicata da Stazio perché gli edili
non si fidavano di un autore ignoto, che ne rimase colpito e lo invitò a tavola con lui. In 6 anni 6
palliate, tutte con titoli greci (Andria, Hecyra, Enunchus, Phormio, Heautontimorumenos,
Adelphoe). Quattro delle sei commedie derivano da un modello di Menandro, altre due da
Apollodoro di Caristo. Nel 159 parte per la Grecia per studio ma anche per difendersi dalle dicerie
che non lo volevano autore delle sue commedie: visita Atene e si procura molte opere di
Menandro, che perde insieme alle sue in un naufragio al ritorno. Muore per il dolore o perché già
malato a Stinfàlo, Arcadia (159). Secondo altri, rimase ucciso nel naufragio.

I prologhi: una nuova consapevolezza dell’attività letteraria

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Tutte le commedie di Terenzio hanno un prologo (nell’Hecyra il prologo è di Ambivio Turpione,
attore che l’aveva portata al successo dopo che le prime due rappresentazioni furono
abbandonate dal pubblico). Plauto usa il prologo in funzione espositiva, mentre Terenzio in
funzione biografica e polemica, e per illustrare la sua poetica, difendersi dagli attacchi soprattutto
di Luscio Lanuvino, avversario e mediocre continuatore della palliata tradizionale. 4 le accuse
rivolte a Terenzio:
 Di essere solo il prestanome e non il vero autore (Adelphoe, Heautontimorumenos),
confermata anche da Svetonio.
 Di non avere una virtus comica (Phormio), inteso da confrontare al teatro plautino a cui
Terenzio oppone un ideale di verosimiglianza delle situazioni e urbanità del linguaggio.
 Di aver copiato altre opere (Eunuchus, Adelphoe): accusa che non si spiega, visto che tutti
avevano saccheggiato il repertorio della commedia greca. Ma forse a Roma era corretto
ricalcare le trame greche, mentre scorretto attingere a modelli già esistenti (e in effetti
Terenzio accusato di aver mutuato i personaggi da Plauto e Nevio).
 Di aver usato la tecnica della contaminatio (Andria, Heautontimorumenos). Un’accusa che
non si spiega, visto che la usavano anche Nevio, Ennio e Plauto, ma che forse al tempo di
Terenzio era caduta in disuso con Cecilio Stazio.
Queste critiche non fanno che confermare che Terenzio è innovatore della palliata, e per questo
oggetto di critiche anche spietate  battaglia culturale dei rapporti tra cultura romana e greca.
Terenzio conta su un pubblico più raffinato e colto di quello di Plauto, ed è questo il pubblico che
apprezza le sue commedie. La sua pacatezza corrisponde ai nuovi ideale dell’ambiente scipionico
legati all’humanitas, che significa prima di tutto misura, autocontrollo, riflessione.

Struttura drammatica e tecnica teatrale


Ispirazione antirealistica di Plauto privilegiava la rapidità dei meccanismi scenici e l’invenzione
delle battute, mentre Terenzio opta per un teatro più realistico, fondato su verosimiglianza e
naturalezza espressiva  teatro imita la vita, deve mettere in scena situazioni inverosimili. Riduce
le parti cantate in favore di quelle recitate, riduce anche le allocuzioni agli spettatori e gli a parte,
mentre cerca di rendere colloquiali e verosimili i dialoghi, in modo che l’azione prosegua in modo
naturale  coerenza dell’azione. Ironia sul servus currens, elemento tipico della palliata classica e
di cui faceva uso il suo hater principale, Luscio Lanuvino (nell’Hecyra il servo Parmenone arriva in
scena trafelato per scoprire che nessuno ha bisogno di lui  lo spettatore capisce che Terenzio
cerca di togliere dalla commedia gli elementi più assurdi). Terenzio definisce la commedia come
stataria, contrapposta alla commedia plautina definita motoria (Donato, grammatico IV secolo
d.C.). mancano quindi le scene concitate, i contrasti, le farse tipiche di Plauto. Il servus callidus non
è più dominante, e neanche il motore della storia rappresentata  rinuncia agli aspetti
buffoneschi a vantaggio degli aspetti patetici e sentimentali, approfondimento del carattere dei
personaggi, concentrazione su aspetti intimi e privati  nasce il moderno dramma occidentale
borghese (ripreso nell’Ottocento con Ibsen e Strindberg).

Il valore pedagogico della commedia terenziana


Plauto ha come unico intento quello di divertire, mentre Terenzio ha valore morale ed educativo,
vuole far rifllettere il pubblico spostando l’attenzione sui temi di natura etico-sociale di cui si
discuteva quegli anni sull’onda della cultura ellenizzante. Al centro delle commedie c’è l’uomo,
colto nella sua intimità per la prima volta nella storia del teatro, nel segreto delle sue passioni e
dei suoi affetti, vittima di equivoci e di errori, di incomprensioni che lo costringono a una solitudine
sofferta. Autonomia dell’individuo, dignità della persona umana (Homo sum: humani nihil a me
alienum puto). Terenzio penetra nella psicologia di un personaggio, anche nel rapporto con gli altri

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uomini soprattutto nel momento in cui i valori dell’individuo si scontrano con quelli della civitas,
con i doveri sociali, con le norme che regolano la vita civile e ormai considerate obsolete rispetto
alle nuove esigenze diffuse a Roma con la cultura ellenistica. I personaggi terenziani si sentono
prigionieri di istituzioni e pregiudizi che soffocano i loro sentimenti e il loro desiderio di vita umana
 critica radicale ai mores e al principio di autorità, cui si oppongono dei criteri razionali, una
legge morale superiore al ius e ai mores della tradizione.
Se nella palliata tradizionale c’è un contrasto padre-figli, sempre di natura comica, Terenzio invece
approfondisce il rapporto padri-figli e cerca di affrontare il tema dell’educazione familiare, molto
dibattuto in quegli anni e che aveva l’ala conservatrice guidata da Catone e quella progressista
degli ambienti filellenici. I personaggi terenziani sono spesso definiti capovolti, le maschere della
palliata sono contenitori per contenuti nuovi, da cui nascono personaggi e teatro nuovo. Lo
spettatore vive con i personaggi il dramma interiore, il dramma di tutti gli uomini che si
confrontano con la durezza della vita. In tal senso, l’Hecyra è la commedia più significativa in cui
Terenzio esprime la sua visione della vita: una trama non dissimile da quelle della commedia nea,
in cui peròà mancano insulti, sberleffi, contrasti violenti e tutto si svolge in una dimensione urbana
e cortese. La verità trionfa non per il servo, che anzi è l’unico a venire preso in giro (seppur in
maniera garbata), ma per la cortigiana Bacchide che è spinta da un nobile sentimento verso l’ex
amante. Atmosfera malinconica, pietas semplice, valore di affetti e sentimenti. Terenzio non è mai
banalmente ottimista, anzi il mondo dei rapporti umani è insidioso, con personaggi vittime di
equivoci e delle proprie fragilità, su di loro incombe il peso della Fortuna che semina
incomprensioni e costringe a rinchiudersi nella solitudine. Il lieto fine, obbligatorio nella
commedia, non è mai trionfale o spettacolare, ci sono uomini che conoscono la vita
nell’alternanza di gioie e dolori.

Lingua e stile
Terenzio evita ogni eccesso in favore di uno stile uniforme, medio, elegante fondato sulla
naturalezza espressiva e civile del decoro. Non ci sono elementi corposi e farseschi (come in
Plauto), ma neanche registri alti. C’è omogeneità linguistica, sobrietà retorica. Riduzione delle
figure di suono, neologismi, arcaismi, enfasi stilistica  tono innalzato in modo discreto. Non è la
lingua del sermo familiaris, perché Terenzio vuole creare uno stile colto, fondato su ideali etici di
misura per una società raffinata e dedita agli studi e alle conversazioni, consono agli ideali stilistici
del circolo scipionico. Ciò è confermato anche sul piano metrico, che rispetto a Plauto è più
discreto e affidato al senario giambico privo di accompagnamenti musicali, e al settenario trocaico.

PACUVIO
Con Pacuvio e Accio il teatro tragico latino (molto meno fortunato di quello comico) porta
all’estremo i suoi caratteri originali, grazie a scene spettacolari, tensione patetica, toni cupi e sitle
elevato. Pacuvio è anche un grande pittore e quindi punta sull’aspetto scenografico (Accio, al
contrario sull’energia aspra e truce dei suoi personaggi).
Marco Pacuvio nasce a Brindisi intorno al 220 da una famiglia osca, ed era figlio di una sorella di
Ennio. Visse a Roma, dove giunse dopo il 204, e fu amico di Lelio e degli Scipioni ed ebbe quindi un
ruolo importante nell’ambiente culturale della sua epoca. Nel 140 mette in scena una tragedia. Nel
135 vecchio e malato si ritira a Taranto, dove Accio gli legge l’Atreus. Muore intorno al 130.
Pacuvio, differentemente da Plauto, Stazio e Terenzio, sceglie di essere tragico, per cui molto
marginali sono le Saturae composte a imitazione dello zio Ennio. Abbiamo 13 titoli di cothurnatae
(tragedie di ambientazione greca) e una praetexta (di ambientazione romana, il Paulus che fu
rappresentata durante i ludi funebri di Lucio Emilio Paolo, nel 160). Non si può stabilire con
certezza la trama di tutte le opere, ma sappiamo che è Euripide il modello più seguito e che le

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vicende appartengono per lo più al ciclo troiano. Pacuvio è un cittadino romano colto e di
rispettabile condizione che si dedica all’arte per libera scelta (Orazio e Quintiliano lo definiscono
doctus) in modo razionalistico e naturalistico. Le tragedie di Pacuvio continuano quelle dei
predecessori, nel senso che sono di argomento mitologico, con però accentuazione dell’aspetto
romanzesco e patetico e predilezione per effetti ed episodi macabri e raccapriccianti. Vuole
piegare il cuore degli ascoltatori, commuoverli ricorrendo alla retorica greca. Pacuvio dipinge i suoi
personaggi, visualizzando le sue scene e colorando i paesaggi, con descrizioni che colpivano già gli
antichi per energia e movimento. Il linguaggio è ricco di termini rari, grecismi, arcaismi, selezionato
per avere effetti grandiosi e solenni. Tanti i neologismi.

ACCIO
Lucio Accio nacque nel 170 a Pesaro, colonia romana dal 184, da genitori di origine servile
affrancati da poco. Studiò a Roma, e a Roma compose opere tragiche. Fu amico di personaggi
influenti, specie Decimo Bruto (trionfatore dei Lusitani nel 138), acerrimo nemico dei Gracchi.
Ebbe fama e prestigio sia per le tragedie sia per la sua erudizione sia per la superbia del suo
carattere (per esempio si fece erigere nel tempio delle Camene una statua di grandi dimensioni,
pur essendo lui molto basso). Visse a lungo, al punto che anche Cicerone (nell’86) e Varrone lo
conobbero, quest’ultimo gli dedicò il De antiquitate litterarum. Morì negli anni Ottanta del I
secolo. Accio è il maggior poeta tragico della sua età, di cui ci restano documentate 40
cothurnatae e due pretextae: è in assoluto il tragico latino che ha scritto più di tutti (anche se i
frammenti raggruppano non più di 700 versi). Come Pacuvio, attenzione alle vicende del ciclo
Troiano, con però interesse particolare per le vicende tenebrose del ciclo dei Pelopidi (discendenti
di Pèlope e Ippodamía: Atreus, Aegisthus, Agamemnonidae, Clutemnestra, Oenomaus, Pelopidae).
Molto successo ebbe il Tereus, che come l’Atreus metteva in scena l’antropofagia. Le pretextae
sono invece il Brutus (cacciata di Tarquinio il Superbo ad opera di Lucio Giunio Bruto, antenato di
Decimo Bruto, cui la tragedia è dedicata) e gli Aeneadae sive Decius.
Accio fu anche filologo e studioso di letteratura greca e latina:
 Didascalica, 9 libri di prosa mista con problemi di storia letteraria e teatrale (autenticità
delle opere di Plauto, natura della tragedia ecc.). il Libro I sostiene la priorità di Esiodo su
Omero, mentre il libro II critica il coro in Europide.
 Pragmatica, sempre di teatro,
 Parerga (agricoltura e astronomia, forse primo testo di poesia georgica in latino).
 Annales, su modello di Ennio. Ma non sappiamo l’argomento.
 Sotadica, erotico (sempre su modello di Ennio).
 Opere di ortografia latina (propse di raddoppiare le vocali lunghe a, e, u (aa, ee, uu).
Accio amplifica i toni cupi e tenebrosi di Pacuvio, con propensione a trame di violenza e sangue e
soprattutto con passi di argomento antitirannico, naturalmente allusive dell’attualità. Accio era un
conservatore, schierato con l’aristocrazia tradizionalista per il quale il tiranno era il riformatore
sociale (Gracchi).

LA SATIRA

LUCILIO
Considerato l’inventor della Satura, genere molto fortunato a Roma (Orazio, Persio, Giovenale),
Lucilio non ci ha lasciato molte notizie di lui. Gaius Lucilius nasce a Suessa Aurunca, antica colonia
tra Campania e Lazio, non è certo quando:
 O nel 180, e quindi coetaneo di Scipione Emiliano con cui effettivamente fu molto amico.

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 O nel 167.
In ogni caso la fonte è Gerolamo, che indica come data il 148 a.C, ma probabilmente ha confuso i
consoli (148 è l’anno del consolato di Sp. Postumio Albino e L. Calpurnio Pisone; 180, data
considerata più certa, di A. Postumio Albino e C. Calpurnio Pisone) oppure il codice è giunto con la
data scritta male, corretta da XLVI a LXVI. In ogni caso, Lucilio proviene da una famiglia ricca di
rango equestre, con latifondi in Sicilia, Sardegna, Lazio e Italia meridionale. È significativo, quindi,
che pur potendo sicuramente ambire a un’illustre carriera politica, Lucilio scelga di dedicarsi
all’arte  primo letterato di famiglia nobile e ricca, il primo a rinunciare alla carriera pubblica e
agli onori civil, indice che la poesia non è più vista come attività servile ma esercizio onorevole e
utile alla res publica. Lucilio è vicino all’ambiente scipionico, come testimonia un passo di Orazio
che lo rappresenta mentre scherza con Lelio e l’Emiliano. Un rapporto alla pari, grazie alla sua
posizione. Fu amico anche di altri personaggi eminenti, come Elio Stilone, Postumio Albinio, Polibio
e Panezio, Clitomaco. Visse a Roma in un lussuoso palazzo, mentre nel 105 si trasferì a Napoli.
Morì nel 102, e gli furono decretate pubbliche eseque a conferma della sua fama.
La sua opera comprende 30 libri di satire, di cui ci rimangono pochi frammenti per un totale di
1370 versi (il frammento più lungo è di soli 13 versi). Non si sa il titolo della raccolta, quello
tradizionale di Saturae o Saturarum Libri è posteriore visto che Lucilio nei frammenti non usa mai
questo termine, preferendo riferirsi ai suoi versi con schedia, vocabolo greco. Posteriore è anche
l’ordinamento della raccolta, e infatti i componimenti più antichi sono gli ultimi secondo un criterio
di natura metrica (i libri iniziali comprendono solo esametri, quelli finali settenari trocaici). La
scelta dell’esametro è forse dovuto al fatto che era il metro della poesia didascalica e
moraleggiante, cui si avvicinavano le sue satire.

La poetica
Il libro XXVI (il primo di quelli più antichi) delle satire ha una funzione di proemio all’intera
raccolta, intento di esporre ai lettori i suoi principi di poetica e la sua concezione del mondo.
Lucilio, in piena linea con l’affermazione di sé del mondo scipionico, afferma di voler essere solo sé
stesso e di non voler diventare un pubblicano  orgoglio di una cultura nuova che si è delineata.
Esigenza di immediatezza, sincerità, spontaneità.
Non bisogna attribuire un significato moderno alle dichiarazioni di Lucilio: questo per lui significa
rifiutare la letteratura delle favole e dei miti in favore di una poesia più concreta e realistica, in
una dimensione di quotidianità e di gente reale, di contro alle creature magiche e fantastiche delle
tragedie e dell’epica. Il linguaggio di Lucilio è dimesso di forme colloquiali e antiletterario, e prende
le distanze da Ennio, Pacuvio e Accio (oggetto delle sue critiche) in virtà di una poesia a misura
d’uomo. Ha una cultura razionalistica, educata allo scetticismo equilibrato dell’Accademia
ateniese fondata su misura e convenienza (Panezio). Al centro di questo c’è la riflessione etica, e
infatti il frammento più lungo che abbiamo è l’elogio della virtus, interpretata alla luce degli ideali
di Panezio:
 Virtù come teoresi, distinzione del bene dal male, conoscere ciò che è utile e giusto.
 Virtù come prassi, raffinamento etico interiore e intervento nelle cose dello Stato.
Quindi la patria è al primo posto, seguita dalla famiglia e poi dai propri interessi e questo secondo
il programma scipionico di equilibrio tra valori individuali e comunitari. Lucilio è quindi il primo
poeta latino che parla di sé, e il primo a fare letteratura politica, attaccando personaggi pubblici
scrivendone nome e cognome (ecco perché la scelta della satura, uno spazio libero, aperto). Si
rivolge a un nuovo pubblico, non troppo dotti o seriosi, ma uomini di media cultura inseriti in una
struttura civile, che siano onesti e virtuosi e desiderosi di una letteratura etica e piacevole. Satira è
ludus, intrattenimento leggero e garbato con battute, facezie, doppi sensi, parodie uniti a critica
sociale e riflessione morale  genere versatile, colto e spregiudicato.

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Contenuti e stile delle satire
Ricchezza di temi e ricchezza di forme letterarie e tecniche compositive (dai dialoghi alle
caricature, dalle invettive ai racconti di viaggio): Concilium deorum, testo più celebre, narrazione
fantastica che occupa tutto il primo libro. Dei riuniti a concilio per salvare Roma degradata dai vizi,
e lo fanno con ripicche e capricci. La soluzione che trovano è eliminare Q. Cornelio Lentulo Lupo,
condannato a morire d’indigestione. Registro parodistico, sia dell’epos sia del senato romano. Una
letteratura di argomento politico così aspra e violenta contro i personaggi pubblici non era mai
apparsa a Roma (oltre a Lupo, anche contro Cecilio Metello Macedonico, Opimio, Scevola Augure,
Papirio Carbone). Le sue satire ad personam dividono Lucilio da Ennio. Questo gli fu permesso sia
per il rango e le ricchezze che possedeva, ma anche dai tempi mutati e dalla maggiore libertà
assicurata al singolo dallo stato (effetto dell’ellennizzazione). Ma anche dagli squilibri politici
dovuti all’espansionismo romano (siamo nell’epoca successiva alle conquiste in Oriente e
Occidente, rivolte graccane, corruzione politica). Lucilio ha un modo di pensare tipicamente
romano: pragmatico, moralistico, conservatore, con il tema di fondo che è quello della decadenza
dei costumi (tipicamente romano, lo si ritrova in Cicerone, in Seneca, in Giovenale).
Ma Lucilio ha anche una poesia più intima e privata, di ispirazione autobiografica e con toni
dimessi e colloquiali. Contiene anche un forte motivo gastronomico, il primo esempio di
letteratura odeporica in lingua latina  Iter Siculum, ripreso da Orazio e resoconto di un viaggio in
Sicilia (tutto il terzo libro). Lucilio è poeta e protagonista.
In Luciliom quindi, abbiamo varietà di argomenti e di stile, con plurilinguismo e pluristilismo. C’è
una base di lingua media attinta dalla conversazione colta, unita a forme plebee, sermo familiaris,
forme gergali delle arti, tecnicismi: con la lingua cerca di aderire all’ambiente che descrive.

ETÀ TARDO-REPUBBLICANA

LA POESIA NEOTERICA E CATULLO

La poesia lirica a Roma


La poesia lirica arriva a Roma solo alla fine dell’epoca arcaica, al tramonto della Repubblica, con la
sola eccezione dei cantica di commedia/tragedia e dei carmina religiosi (Livio Andronico  Inno a
Iuno Regina). Ma per poesia lirica non s’intendono dei semplici squarci lirici (commedie e
tragedie), bensì una poesia soggettiva e individuale, privata. Sulla fondazione della poesia lirica a
Roma influisce il contatto con il mondo greco, la sua lirica arcaica e in misura maggiore l’ellenismo.
L’affermarsi della poesia lirica è un nuovo modo di intendere l’esercizio letterario, anche in seguito
al profondo mutamento del rapporto cives-res publica, con il privato che avverte uno scollamento
tra la sua esistenza e la vita pubblica  spazio autonomo della soggettività, espresso in una
poesia, quella lirica, sviluppata in una cerchia ristretta e nella dimensione dell’otium (tempo libero,
non ozio in senso moderno) e nel rifiuto spesso polemico di impegni politici e civili.
Contrapposizione con tutti gli altri generi letterari latini arcaici , sempre connessi a una
destinazione pubblica.
La prima produzione lirica in latino:
 Q. Lutazio Càtulo, aristocratico nato intorno al 150 e console nel 102 insieme a Mario, con
cui ebbe poi contrasti al punto da essere costretto al suicidio nell’87. La sua produzione
poetica è scissa dall’attività politica e oratoria: Catulo introduce a Roma la poesia
epigrammatica in distici, breve, leggera, alessandrina, adattamento dei modelli greci. Ci

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restano due epigrammi d’amore omosessuale. Forse intorno a lui, verso la fine del II a.C. si
raccolse una schiera di poeti, che vediamo di seguito:
1. Antipatro di Sidone (m 125 a.C.).
2. Archia di Antiochia (difeso da Cicerone).
3. Valerio Edituo, autore di due epigrammi erotici uno dei quali rielaborazione
dell’ode di Saffo introdotta anche da Catullo nel Carmen LI.
4. Porcio Licinio o Lícino, di cui abbiamo un epigramma e frammenti di un
componimento d’argomento storico.
 Levio, vissuto una generazione dopo Càtulo, e considerato il più autorevole dei pre-
neoterici. Lui attinge al filone erotico-mitologico in versi della poesia alessandrina, e scrisse
almeno sei libri di scherzi amorosi (Erotopaegnia) e di amori di personaggi del mito, come
Elena e Andromaca. Sin dal titolo emerge la concezione alessandrina della poesia come
lusus (scherzo, gioco), un intrattenimento leggero. Levio ha ricerca di innovazioni formali,
rarità lessicali, variazioni metriche.
 Mazio, autore di una versione in esametri dell’Iliade, scrisse dei mimiambi (mimi in metri
giambici), nuovo genere letterario sempre di importazione ellenistica. Erano mimi destinati
esclusivamente alla lettura.
 Sueio, autore sia di epica tradizionale (pare dai frammenti di stampo enniano) sia di poesia
alessandrina, di cui abbiamo due componimenti di stampo idillico-campestre: Moretum
(focaccia) in esametri; Pulli (pulcini) in settenari trocaici.

La rivoluzione neoterica
Catulo&co rappresentano segni di mutamento di gusto nella progressiva ellenizzazione romana, e
necessità di dare spazio nuovo all’individuo. Ma sono però, nel concreto, degli sporadici esercizi di
adattamento degli originali greci. Un rinnovamento più consistente e profondo arriva qualche
decennio dopo da un gruppo di intellettuali quasi tutti Galli Cisalpini che si chiamano poetae novi
(moderni) o neoteroi (termine greco), due denominazioni usate in modo denigratorio da Cicerone.
Si tratta di un cenacolo letterario, primo della cultura romana e pressoché l’unico indipendente
dalla protezione di un uomo politico. Non è una scuola, ma un circolo di poeti che condividono
gusti letterari ed esperienze di vita. Un sodalizio cementato da amicizia e stima reciproche in una
nuova e comune concezione della letteratura e in uno stile di vita contrastante con il sistema di
valori Romano. Per loro – non tutti rinunci alla vita politica, come per esempio Licinio Calvo – la
poesia è al centro dell’esistenza. L’otium dedicato all’amore e agli interessi non è una porzione di
tempo libero, ma una scelta di vita totale ed esclusiva  rifiuto dei negotia accostato
all’astensione della vita politica predicata da Epicuro. Nonostante la posizione anticonformista, i
poetae novi vengono quasi tutti da famiglie ricche e prestigiose, e sono di posizione conservatrice,
avversi ai populares e a Cesare.
I princìpi poetici sono spiegati per lo più da Catullo, che si rivolge ai suoi amici poeti riferendosi ad
esperienze e gusti comuni e enunciando chiaramente l’aspra polemica contro gli avversari: per
esempio nel Carmen L Catullo fa emergere la concezione della poesia come lusus, anche se è il
carmen XCV che va considerato come “manifesto” del neoterismo, un componimento che riunisce
tutte le caratteristiche fondamentali della nuova poesia (brevitas, doctrina e labor limae). È infatti
un componimento breve, ricercato, erudito, frutto di una grande elaborazione stilistica e lontano
da impegni ideologico-civili  poesia neoterica basata su quella alessandrina e callimachea. I
neoterici si rifanno a Callimaco di Cirene (310-240 a.C.) unico teorizzatore della letteratura
alessandrina, un poeta-filologo polemico contro gli attardati autori dell’epica tradizionale e fautore
di un modello di poesia breve e raffinatissima destinata a una cerchia di intenditori  culto di ciò
che è raro e ricercato. Callimaco, prima dei neoterici, non ha influenzato la poesia latina (Ennio

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allude solamente al sogno esiodeo di Callimaco): fu solo Partenio di Nicea, greco prigioniero a
Roma nel 73 a.C. a diffondere la sua poesia negli ambienti letterari romani.
I poetae novi:
 M. Furio Bibàculo, il più anziano. Nacque nel 103 a.C. a Cremona, fu ovviamente neoterico
ma compose anche un poema epico-storico sulle guerre galliche di Cesare (Annales /
Pragmatia belli Gallici). Di lui abbiamo due epigrammi in cui descrive con simpatia e ironia
la vita di Valerio Catone. Autore anche di un’opera in prosa, Lucubrationes (veglie).
 P. Terenzio Varrone Atacino nacque nell’82 ad Atax (Gallia Narbonense), autore del poema
epico-storico Bellum Sequanicum (Cesare vs Ariovisto), e solo dopo aver studiato la
letteratura greca si avvicinò al neoterismo. Della sua produzione neoterica restano circa 20
frammenti per 45 versi. Sempre suoi sono Chorografica (poema geografico sulla Terra) e gli
Epheris (titolo incerto, opera astronomica), le Argonautiche, rifacimento dell’opera di
Apollonio Rodio. Autore di satire criticate aspramente da Orazio.
 P. Valerio Catone nacque nel 90 a.C. in Gallia Cisalpina. Da Svetonio sappiamo che a Roma
lavorò come grammaticus e che in vecchiaia si ridusse in estrema povertà, pressato dai
creditori. Fu esperto filologo e maestro di poesia. Curò l’edizione delle opere di Lucilio.
Compose due epilli di cui conosciamo solo il titolo: Diana (Dictynna) e Lidia. Autore anche
di un Indignatio contro quelli che lo tacciavano di essere un liberto.
 Elvio Cinna, forse di Brixia (Brescia) e identificato con colui che fu linciato erroneamente
dalla folla nel 44 dopo il Cesaricidio. Autore di un Propèmpticon (carme
d’accompagnamento) per Asinio Pollione, e di versi d’amore. L’opera più celebre è la
Zmyrna, epillio raffinato posto come realizzazione della poetica callimachea di cui ci
restano piccolissimi frammenti (3 versi e una parola isolata). Fu molto apprezzato anche da
Virgilio, che si proclama inferiore a lui.
 C. Licinio Calvo, unico romano dei neoterici, nacque nell’82 e morì nel 47 a.C. Fu un
oratore famoso di stampo atticista, più vicino al gusto neoterico. Molto amico di Catullo,
scrisse epigrammi satirici contro Cesare e Pomepo, epitalamii, componimenti d’amore in
metro elegiaco, tra cui un epicedio in onore della morte prematura della sua forse moglie
Quintilia, cantata con vero nome.

CATULLO
Non abbiamo biografie antiche su Catillo, ma solo un rapido accenno di Svetonio nella vita di
Cesare e un passo di Apuleio che rivela il vero nome di Lesbia (Clodia, sorella di Clodio)  fonte
della sua vita sono i suoi componimenti, che si riferiscono a fatti isolati e trasfigurati poeticamente.
Gaius Valerius Catullus nasce a Verona (forse nell’87 a.C., o forse prima andando contro a San
Gerolamo, che dice che morì a 30 anni [quindi nel 57, ma lui cita fatti anche del 55]) da una ricca e
prestigiosa famiglia provinciale (il padre ospitò Cesare nella casa veronese e/o nella villa a
Sirmione sul Garda). Sappiamo solo che ebbe senz’altro un’educazione completa in greco e latino.
Si trasferisce presto a Roma, dove frequenta gli ambienti mondani più in vista: sceglie l’ otium, e i
suoi amici sono altri poeti neoterici anche se i suoi versi testimoniano la conoscenza delle
personalità di spicco dell’epoca (Nepote, Ortalo, Cicerone, Cesare, Varo, Pollione e altri). Catullo
considera Roma la sua vera dimora, anche se conserva legami con Verona e Sirmione, in cui si
rifugia in momenti di sconforto (morte del fratello, Carme LXVIII per fare un esempio).
Evento centrale di Catullo è l’amore per Lesbia, pseudonimo per Clodia scelto come omaggio a
Saffo, che visse sull’isola di Lesbo. Clodia è la seconda delle sorelle di Clodio Pulcher, tribuno
cesariano, ed è descritta sia da lui che da Cicerone (pro Caelio) come spregiudicata e bellissima
nobildonna romana, più grande di Catullo e sposata a Q. Cecilio Metello Celere, di cui è vedova dal
59 a.C. Con lei Catullo visse una relazione amorosa molto intensa, complessa, tormentata, piena di

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abbandoni, tradimenti e riconciliazioni provvisorie. Nel 57 Catullo parte per la Bitinia con la
speranza di arricchirsi, ma torna in patria da solo un anno dopo. Morì forse nel 54 per malattia
polmonare, come la tubercolosi.

Catulli veronensis liber


Di Catullo ci è pervenuto un unico liber contenente 116 carmi in metri vari (2300 versi), anche se
non è tutto ciò che Catullo scrisse. L’opera parte con una dedica a Nepote, e dal testo vediamo che
l’autore definisce nugae (inezie) le sue poesie, termine in contrasto con alcuni componimenti che
sono invece molto lunghi e impegnativi  il carme dedicatorio si riferisce a un gruppo più ristretto
di carmina che Catullo stesso aveva curato per l’edizione, mentre il Liber che conosciamo noi non
fu ordinato da lui.
3 sezioni in base a criteri metrici secondo usanza degli editori alessandrini:
 I-LX, le nugae: brevi componimenti in metri lirici e giambici, argomento personale e privati
ispirato a varietà di occasioni (amori, amicizie, polemiche, quotidianità).
 LXI-LXVIII, otto componimenti estesi e più impegnati letterariamente, in diversi metri
(dattilici, galliambi, distici)  carmina docta.
 LXIX-CXVI, carmi in distici elegiaci, epigrammi di breve estensione con analogie al primo
gruppo.
La poesia di Catullo privilegia la sfera degli interessi individuali e privati, e si alimenta con il suo
vissuto personale  espressione ai sentimenti, esperienze, reazioni appassionate di un
personaggio-poeta che parla in prima persona e che chiede di essere identificato con l’autore. Al
centro del Liber catulliano c’è idealmente il gruppo di carmi per Lesbia, in realtà sparsi per tutta
l’opera, e che gli interpreti tendono accostare in successione logico-cronologica per dar luogo a
una storia d’amore nelle sue varie fasi, ma si tratta pur sempre di ricostruzioni arbitrarie. L’io-
poeta, come avverrà in Petrarca, esprime i momenti psicologici, le rifrazioni interiori di eventi
indeterminati. Comunque, inizio e fine dell’amore di Catullo per Lesbia sono segnati da due
componimenti: Carme LI (traduzione dell’ode di Saffo) e XI, addio alla puella, i due soli
componimenti in metro saffico di tutto il Liber, indizio che Catullo stesso aveva intenzione di dare
un percorso, due estremi tra i quali si alternano momenti e sentimenti diversi (tradimento,
abbandono, gioia, euforia).
La poesia catulliana presenta aspetti di novità e nei confronti della tradizione greca e nei confronti
del costume romano: La lirica erotica greca cantava la passione per le cortigiane, Catullo per una
nobile sposata, in contrasto coi valori morali di Roma  rovesciamento della gerarchia dei valori,
eros al centro dell’esistenza, una relazione instabile e irregolare trasformata da Catullo in un
legame nuovo concepito come foedus, patto fondato sulla fides che permette una conciliazione tra
due forme d’amore altrimenti separate:
 Passionalità erotica (relazioni extraconiugali);
 Sentimento profondo e duraturo (familiari e amici).
Forza e originalità di Catullo risiedono nel fatto che non rinnega i valori più sacri della tradizione
etica romana (pietas e fides), ma li porta e li interiorizza nella sfera dell’eros  Catullo eredita dai
suoi antenati romani un senso della virtus civile.
Catullo deve tuttavia accettare il fallimento del suo progetto, a causa dei tradimenti di Lesbia che
non è diposta a rispettare il foedus amoroso, a cui l’amante reagisce con dolore, amarezza,
rimpianto, ma anche sdegno sfogato in invettive, in toni insultanti e sarcastici. Ma la conseguenza
più drammatica è una scissione interiore: la componente passionale e quella affettiva si sono
dissociate, passione sensuale accompagnata da odio e disprezzo  si rivolge agli dei per essere
liberato dal suo amore che vede come taeter morbus (orribile malattia). Catullo ha senso religioso
di doveri e affetti che trae origine dalla tradizione ancestrale romana, ma non per questo nutre

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fede positiva verso le divinità tradizionali: anzi è consapevole, quando celebra i riti funebru sulla
tomba del fratello, della loro vanità. Catullo invoca, nel Carme LXXVI, dei rappresentanti la
proiezione di quei valori irrinunciabili nei rapporti con gli altri, la fides e la pietas, e ha una
religiosità terrena che vive con atteggiamento contrattualistico tipicamente romano, ovvero in
cambio della sua devozione gli dei dovranno concedere pace allo spirito; ma Catullo è anche certo
che gli dei puniranno la perfidia di Alfeno, che ha trascurato l’amicizia.
Per Catullo, anche l’amicizia è un foedus per cui la stessa intensità affettiva e la stessa gelosia vista
nel rapporto con Lesbia, la si ritrova nei rapporti amicali. Per amici come Calvo, Veranio e Fabullo
ha sinceri slanci d’affetto che diventano esplosioni di gioia, ed è pronto a rimostranze accorate o
minacciose verso chi viene meno a dei precisi codici di comportamento. La cerchia di amici
accomunati da ideali di vita elegante, sono il punto di riferimento costante della poesia di Catullo.
Frammenti di vita, ricordi di esperienze, episodi divertenti o scandalosi spesso giocosamente
deformati con comica esagerazione. Ma visto che molti amici di Catullo sono anche poeti, molti dei
carmi indirizzati a loro sono di argomenti letterario, poetico e contengono anche attacchi contro gli
avversari (Carme XCV, celebrante la Zmyrna di Cinna e denigrante i cultori dell’epica enniana).
Catullo ha consapevolezza degli obiettivi artistici e del concreto fare poetico, e ogni tanto si rivolge
agli strumenti della sua poesia come se fossero delle creature vive e animate (Nel Carme XLII
chiama a raccolta i metri per un’istanza di restituzione dei versi d’amore prima dedicati alla
puella). Le invettive di Catullo non sono solo letterarie, se consideriamo che oltre la metà dei suoi
componenti sono aggressivi: oltre a cattivi amici e Lesbia, anche contro personaggi dell’epoca che
in alcuni casi sono per noi sono solo dei nomi. Catullo ne mette alla berlina colpe, difetti fisici e
morali, e non sempre se ne intuisce il motivo (a volte antipatie personali, altre gelosia, altre
vendette per torti subiti). L’attacco è un’invettiva costruita come accumulo enfatico di accuse e
insulti non di rado con colorita descrizione del personaggio XXXIX; e anche contro uomini politici,
tra cui Cesare e il favorito Mamurra (chiamato anche Mentula) infamati per i loro osceni commerci
sessuali e per la loro ingordigia; in due casi anche Pompeo  non totale distacco dalla vita
pubblica, anche se non si può parlare di presa di posizione politica coerente e consapevole, quanto
più di espressione di disgusto morale e fastidio di fronte al degrado politico contemporaneo.
Un piccolo gruppo di componimento si ispira al viaggio in Oriente al seguito di Memmio (57-56),
occasione per incorniciare al topos del viaggio al mare una rete complessa di significati. Qui la
poesia catulliana esprime potenza evocativa, lo slancio della partenza, una rinnovata energia
giovanile che pervade lui e la natura, l’ebbrezza del volo in spazi aperti e immensi. Viaggio come
esperienza che nella poesia di Catullo esprime il fascino dell’avventura, nonché itinerario culturale
in cui basta pronunciare i nomi esotici per evocare la tradizione artistica greca. Oltre a questo,
gioia del ritono e malinconia (unita a solennità rituale) espressa nel viaggio sulla tomba del
fratello,

Letterarietà e ars nella poesia catulliana


Originalità della poesia di Catullo consiste nell’equilibrio tra intensità passionale e ars del poeta
doctus, che ricerca una perfezione formale. Paradossi di Catullo è una poesia molto personale che
presuppone la poetica dell’artificio e del lusus letterario, tipica della tradizione alessandrina.
Questo fa parte del movimento neoterico, di cui la poesia catulliana è il documento più notevole e
prezioso. La sua è poesia di circolo, con riferimento costante a una cerchia di amici-poeti,
destinatari espliciti o sottintesi, che condividono esperienze di vita, la cultura, gli ideali politici
dell’autore e quindi riescono a decifrare e godere gli accenni (che per noi sono spesso
incomprensibili) ai personaggi.
Quasi tutti i componimenti del Liber si riconducono al modello letterario greco (Callimaco fino a
Meleagro di Gadara, quasi contemporaneo di Catullo e a lui congeniale per il discorso amoroso);

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ma anche ai greci arcaici (Saffo, ovviamente, e poi Archiloco, Alceo e Ipponatte) di cui Catullo
mantiene vitalità ed energia espressiva  primo imitatore della lirica greca antecedente a quella
ellenistica. Non va intesa come imitazione passiva e artificiosa, ma come emulazione e ricreazione
originale, secondo le modalità dell’arte illusiva. Il riferimento al modello non è occultato ma è
apertamente esibito con l’intento di esibire il testo di nuove risonanze e significati, attivati dalla
memoria poetica della tradizione, o di rendere omaggio a un maestro, o anche di fare gara con il
precedente illustre.

Carmina docta
Si distinguono dai componimenti brevi (nugae ed epigrammi) sia per l’estensione sia perché sono
prove di poesia più impegnativa e alta, che ricorrono a tematiche del mito e a tecniche
compositive complesse. Molto raffinati sono i carmi LXIII e LXIV, entrambi raccontanti vicende
mitiche in cui si aprono anche spazi di introspezione psicologica pieni di tensione emotiva
(lamento di Attis al cambio di identità, o Arianna abbandonata). Rinuncia consapevole a esporre i
fatti con chiarezza, cedendo spazio a monologhi introspettivi e perorazioni patetiche che quindi
sostituiscono il resoconto degli avvenimenti, e quindi spostamento degli equilibri da genere epico
a clima espressivo tragico, secondo la tendenza tutta ellenistica della mescolanza dei generi. Anche
nei carmina docta c’è rielaborazione dei modelli greci, concentrazione su tematiche personali con
elementi caratteristici della tradizione romana nelle forme eleganti alessandrine. Soprattutto nel
Carme LXI c’è una fusione perfetta di elementi greci e romani:
 Ispirazione a Saffo e lirici ellenistici per forme e metro
 Radici romano-italiche gli atti rituali, i concetti su matrimonio e funzione civile.
Carme LXVIII è il prototipo dell’elegia latina, e infatti soprattutto Properzio e gli scrittori di età
augustea ne riprenderanno i motivi fondamentali, fissandoli in genere autonomo. In Catullo,
l’inserto mitologico non ha (e non avrà neanche in Properzio) una funzione solo ornamentale:
l’autobiografia si specchia nella vicenda mitica, che quindi diventa un exemplum, assume valore
paradigmatico per spiegare i significati profondi dell’esperienza personale. Catullo propone
parallelismo tra due unioni (attuale e leggendaria) evocata da un remoto passato: ecco che il
tragico epilogo di Laodamia proietta sull’amore di Catullo l’ombra di un’apprensione. Tuttavia, in
tutti i carmi lunghi Catullo insiste su tematiche personalissime, che dominano in tutto il Liber e che
filtrano mediante la narrazione mitica degli epilli, imponendosi anche nel divertissement
volutamente osceno del carme LXVII. Punto in comune è l’unione coniugale legittima, un foedus
divino e basato sul rispetto della fides e dei valori familiari. A questo si contrappongono le relazioni
adulterine e/o irregolari su cui c’è sempre minaccia di infedeltà e abbandono, e quindi di dolore e
di morte.

Lingua e stile
La spontaneità catulliana che colpisce il lettore è in realtà frutto di un’operazione artistica,
realizzata con un assiduo e attento lavoro di lingua e stile. Salta all’occhio in Catullo la
commistione di diversi registri linguistici, e anche qui entra in gioco la poikilia alessandrina. La
lingua di Catullo è composita e aristocratica, si appropria continuamente di forme e strutture del
sermo cotidianus visto in tutte le sue sfumature. Lessico molto ricco, con volgarismi quali bellus
(Carme III, al posto di pulcher) e basium (Carme V, al posto di osculum), e poi diminutivi dell’uso
parlato (vetulus, da cui derivano vetusto e vecchio). Ci sono espressioni oscene, grecismi volgari,
onomatopee (pipiare [III], tinnula [LXI]). Ancora:
 Interiezioni colloquiali
 Locuzioni idiomatiche (plus oculis suis amare, al carme III e XIV)
 Locuzioni proverbiali (perditum ducere quod periit, carme VIII).

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La sintassi rimanda a costrutti tipici del parlato, specie per i partitivi dipendenti dal neutro
singolare di pronomi, aggettivi e avverbi. Tutto questo non è però una semplice riproduzione del
parlato, ma è frutto di una selezione e stilizzazione di elementi del linguaggio familiare passati nel
filtro di un gusto aristocratico, che non ha fatto perdere loro la vivacità espressiva. L’uso del
parlato ha una ricca tradizione sia in Grecia (ancora Saffo, ancora gli ellenistici) sia a Roma (v.
Commedia e Satira, e appunto Catullo riecheggia molte espressioni dei comici, e in particolar
modo di Plauto). Espressività testimomniata anche dall’impiego continuo di forme dialogiche,
strutture iterative, nomi propri accompagnati dal possessivo. Ma a questo linguaggio colloquiale,
Catullo intreccia elegantemente (per creare contrasto) forme del linguaggio letterario, e in
particolare gli intarsi allusivi: nomi di luoghi esotici, arcaismi poetici di stampo omerico.enniano
(caelites, carme XI). Anche nei carmi dove si nota l’erompere di un’ardente materia passionale,
dove il linguaggio diviene crudo (invettiva), tutto è comunque armonicamente organizzato in una
raffinata composizione e in una ricercata architettura retorica.
I carmina docta godono di uno stile più elaborato e intessuto di riferimenti letterari. Solo in questi
componimenti Catullo usa gli infiniti arcaici in -ier ( citarier, comparier, carme LXI) e grecismi dotti
come pelagus per mare. Più frequenti qui gli echi di poesia enniana, e di epica. Ci sono però anche
qui alcune caratteristiche dei componimenti brevi, soprattutto i diminutivi.

LUCREZIO E IL POEMA DIDASCALICO

Notizie su Lucrezio
Quasi niente sappiamo di Titus Lucretius Carus, di cui la fonte principale è San Gerolamo che lo
vuole nato nel 94 a.C., data accettata perché è certo che anche Cicerone abbia letto il suo poema
(le altre indicazioni riguardanti la follia e il suo suicidio destano perplessità). La morte sarebbe per
Gerolamo intorno al 50, mentre per il grammatico Donato nel 55 a.C., anno in cui Virgilio prese la
toga virile ma una notizia sicuramente costruita (segno che il poeta della generazione precedente
passa il testimone a quello della nuova generazione) e che rende necessario o spostare la data di
nascita al 99/98 o accorciare a quarant’anno la sua vita. Lucrezio non parla mai di sé, e i suoi
contemporanei (a parte Cicerone, che giudica il poema, e Nepote che lo nomina soltanto) tacciono
su di lui. Non sappiamo se visse nella capitale: sappiamo che la gens Lucretia è una delle più
antiche di Roma (lui stesso dimostra di conoscere bene la vita dei Romani) ma è pur vero che di
Lucretii ci sono tracce in altre regioni, specie in Campania, regione tra l’altro delle più importanti
scuole epicuree. Altra ipotesi diffusa è che fosse un liberto che ha assunto il nome del padrone.
Le notizie certe:
 Visse nella prima metà del I a.C.
 Conobbe Gaio Memmio, a cui dedicò il poema, che fu tribuno nel 66, pretore nel 58,
propretore in Bitinia nel 57, e protettore di poeti e letterati.
 Cicerone lesse e lodò il suo poema (De rerum natura).

Il poema della natura


Di Lucrezio abbiamo solo il De rerum natura, poema in esametri di argomento scientifico e
filosofico che vuole diffondere l’epicureismo nell’élite di Roma. Poema ritenuto incompiuto,
perché alcuni libri (I, II, V) sono più rifiniti e curati, mentre altri sembrano privi della rilettura e
aggiustamento. Alcune lacune e ripetizioni possono però essere spiegate per il ricorso alla tecnica
formulare tipica del genere epico-didascalico, oppure anche per incidenti della tradizione
manoscritta.

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Del poema non si possono determinare date e tempi di composizione: l’unica data che abbiamo è
il 60 a.C., per un riferimento di Lucrezio al primo triumvirato (Proemio, v.41). Il poema come visto
è destinato a Memmio, a cui Lucrezio si rivolge più volte nei libri I, II e V, mentre lo tace nei II, IV e
VI, fatto forse da collegare alla sua caduta politica (nel 54 è condannato per brogli elettorali, in
seguito alla sua candidatura al consolato). Memmio che tra l’altro, fuggito ad Atene, proverà a far
distruggere la casa di Epicuro per farci la sua villa, ma sarà persuaso  non è facile capire cosa si
aspettasse concretamente da un uomo molto lontano dall’Epicureismo, se non semplice appoggio
per la pubblicazione del suo poema o che fosse da tramite per la diffusione dell’epicureismo negli
ambienti colti. La presenza di Memmio ha funzione pedagogico, simboleggia il lettore che Lucrezio
continua a incoraggiare e incalzare a seguire la dottrina, ne prevede le obiezioni: nessun altro
autore si è preoccupato così tanto del suo lettore e delle sue incertezze, né si è dato pensiero della
capacità di persuasione delle sue parole  ricerca di un lettore docile, che sia disposto a
collaborare con le intenzioni del testo.
L’opera è divisa in sei libri, raggruppati in 3 sezioni di due libri ciascuna:
 La prima dedicata alla fisica (I, II)
 La seconda all’antropologia (III, IV)
 La terza alla cosmologia (V, VI).
Ogni libro ha un proemio (su modello delle Argonautiche di Apollonio Rodio), quattro dei quali
sono un elogio a Epicuro, uno un elogio alla sapientia (II) e uno la proclamazione della novità della
propria opera (IV). C’è poi un proemio generale, l’inno a Venere, che apre tutto il poema. Gusto
alessandrino per le simmetrie: i proemi a Epicuro sono posti all’inizio di ogni diade del I, III, V e VI
libro (per simmetria col primo), mentre la dichiarazione di poetica è esattamente al centro
dell’opera. Ogni diade parte con toni gioiosi, e finisce con episodi tragici (fine del mondo, danni
della passione d’amore, descrizione della peste di Atene).

La scelta del poema didascalico e i modelli


Epicuro, per la sua volontà razionalistica di liberare l’uomo da ogni turbamento spirituale, aveva
condannato le arti in favore del bello e la virtù, perché la poesia coincideva con la finzione, legata
al mito, all’irrazionale favoloso e faceva leva sulla commozione e partecipazione emotiva, mentre
il linguaggio della filosofia doveva essere chiaro e razionale per aderire in modo efficace
all’argomento trattato  poesia antitetica all’indagine razionalistica del vero e dello studio della
natura, e poteva essere accettata solo se rinunciava alla potenza immaginativa. Eppure, Lucrezio
vuole esporre la dottrina di Epicuro proprio in versi, costituendo un unicum in tutta la letteratura
epicurea. Lucrezio esprime la sua diffidenza verso gli antichi vati responsabili di turbare ogni
benessere con timori inutili (polemica contro Ennio), ma alla fine del I libro giustifica la sua come
una scelta per addolcire una dottrina ardua e oscura che non tutti riescono ad affrontare. Si rifà a
un esempio platonico: i versi sono come il miele con cui si cospargono gli orli di una tazza
contenente una medicina per renderla più dolce al bambino, cosa coerente con l’inno a Venere in
cui il poeta invoca la dea per infondere nei suoi versi dolcezza e fascino  poema didascalico,
poesia accettata perché al servizio della verità. Riconosce di essere il primo poeta ad affrontare
un’impresa del genere, perché nessuno prima aveva cercato di unire poesia e verità lucida
carmina, versi razionalmente argomentati.

Il poema didascalico era nato in Grecia con Esiodo (VIII a.C.) di cui abbiamo due poemi didascalici:
Teogonia e Opere e giorni, quest’ultimo sulla vita agreste. Proprio nel secondo emerge una
meditazione sul significato della vita e del lavoro, unita a quadri narrativi come il racconto delle
cinque età dell’uomo. In seguito, la funzione didascalica viene esaltata nel poema filosofico 
Empedolce di Agrigento (Physikà e Katharmói, poema lustrale, “purificazioni”). In età ellenistica il

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poema didascalico non vuole più docere ma sfoggiare una rare erudizione per un pubblico scelto
di letterati, operazione essenzialmente estetica: Phainomena di Arato, Alexipháemaka
(contravveleni) e Theriakà (rimedi contro morsi velenosi) di Nicandro di Colofóne. Ovviamente
anche la cultura romana, così pragmatica, aveva rivlato subito un interesse per il poema
didascalico: Ennio ha composto Hedyphagetica (squisitezze), poemetto scherzoso sul modello di
Archèstrato di Gela.
Ma solo nei primi decenni del I a.C. si diffonde un interesse vero per il poema didascalico
scientifico e filosofico (Cicerone traduce Arato, un Sallustio che non è lo storico compone gli
Empedoclea, poi anche altri). Lucrezio trascura i poemetti ellenistici per il loro disimpegno,
rifacendosi al modello di Empedocle che non si proponeva di intrattenere i lettori, ma di indicare
loro una strada. Lucrezio critica la sua concezione filosofica, ma esalta la sua ispirazione. Lucrezio
vuole quindi far partecipi delle sue scoperte tutti quelli che lo desiderano, ed ecco perché ha il
ruolo di poeta vate, che pronuncia solennemente le verità del mondo alla sua comunità.

La visione del mondo: Lucrezio e la dottrina epicurea


Il poema di Lucrezio segue fedelmente la dottrina di Epicuro, che appare come rerum inventor
(scopritore del vero), salvatore dell’umanità, e addirittura un dio (V, 8), questo perché tra tutte le
scuole filosofiche antiche è stata l’unica ad essere dominata da una sola figura, mentre gli scolarchi
successivi del Giardino di Atene sono rimasti oscuri. Lucrezio è il tipico discepolo epicureo, docile e
attento e che ripete umilmente i precetti del maestro, e che si “limita” a rivestire quei precetti del
fascino poetico della sua poesia. Nel primo Elogio, Epicuro è l’eroe tipico che duella con la religio,
fonte di superstizioni, vincendola  liberazione dell’umanità, con l’arma della ratio, qui intesa
come chiara e lucida indagine del mondo naturale, consapevolezza della sorte, rifiuto di ogni
interpretazione mitica della realtà; di contro Religio significa superstizione, insieme di credenze
terrificanti attinte a Roma dal mondo etrusco e contro cui Lucrezio si scaglia con sarcasmo.
Già qui si nota coincidenza e differenza tra Epicuro e Lucrezio: il primo enuncia serenamente la
sua dottrina liberatoria, mentre Lucrezio “va” in battaglia contro ogni genere di superstizione, in
toni accesi e polemici con una ratio imbevuta di pathos, con cui Lucrezio procede a demitizzare
l’immaginario mitico, dimostrandone l’infondatezza e inconsistenza. Lo fa con due procedimenti:
 Indicare le conseguenze nefaste della religione  mito di Ifigenia, sacrificata dal padre
Agamennone per salpare verso Troia.
 Usare i miti per descrivere i comportamenti umani  miti infernali: Tantalo, Tizio, Sisifo e
le Danaidi (condannati a pene nell’Acheronte) sono proiezioni dei mali terreni (paura degli
dei, passioni d’amore, ambizioni di potere e avidità dell’uomo)  Hic Acherusia fit
stultorum denique vita “Qui sulla terra s’avvera per gli stolti la vita dell’inferno”.
La visione del mondo di Epicuro rientrava nell’interpretazione naturalistica della vicenda cosmica,
per cui tutto è materia e l’anima non è immortale  abolizione delle soluzioni che le filosofie
antiche avevano prospettato agli uomini (dal creazionismo all’antropocentrismo). Il mondo è
destinato a finire, come tutte le cose, per cause di ordine fisico, e tutte le cose vivono una fase di
giovinezza e vecchiaia (in questa fase è la terra): anche in questo caso Lucrezio rimane fedele al
pensiero epicureo, ma amplifica i quadri catastrofici rendendoli più terribili  peste di Atene, per
la quale si rifà a Tucidide (che però si attiene ai fatti) riportando gli eventi in termini morali e
psicologici, e concentrandosi sulla fragilità, la paura e lo sgomento, rendendo la peste una
metafora della vita umana.

In tutto questo, trova spazio l’uomo (libro V), di cui Lucrezio delinea la storia fin dalle remote
origini naturalmente discostandosi dalle interpretazioni poetiche dell’età dell’oro: negava che i
primati vivessero in un’oasi di vita felice, ma anzi dovevano lottare per la sopravvivenza, e

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vivevano nelle caverne combattendo con malattie e bestie feroci. Erano più forti (ma sempre
perché nella giovinezza del mondo i corpi erano più consistenti a livello atomico) ma vivevano
nella sofferenza e nella fatica  erano miseri. Lucrezio vuole sottolineare che il mondo in cui
viviamo non è fatto per noi, ma al contrario asprezze climatiche, terra sterile, morte, malattie,
calamità assediano la vita dell’uomo fin dalla sua comparsa  culpa naturae, colpa non in senso
morale ma inteso come difetto e imperfezione che però comporta tragiche conseguenze per
l’uomo. Nel libro III è la Natura stessa che parla all’uomo (lo riprenderà anche Leopardi),
illustrandogli con voce neutra e impersonali le leggi non modificabili della vita cosmica. Ma c’è
anche la colpa dell’uomo, che non sa porre limiti al desiderio di piacere e possesso ed è per questo
tormentato da tedio e inquietudine.
Nel libro V ci sono anche riflessioni sul progresso umano, cui Lucrezio guarda con doppia
prospettiva:
 Razionalistica, che ne apprezza lo sforzo.
 Etica, che non vede alcun miglioramento nell’evoluzione dei costumi  visione che prevale
su quella razionalistica, condannando con sarcasmo i vantaggi del progresso (guerre,
eccesso di cibo, violenze, assassinii) e mostrando una nostalgia per la primitività, priva di
obblighi sociali e a cui la morte appariva come esito naturale  la civiltà ha più svantaggi
che vantaggi.
Per questo Epicuro aveva creato il Giardino di Atene, come farmaco contro l’infelicità, luogo nel
quale gli dei (di cui non veniva legata l’esistenza!) non potevano toccare chi ci entrava, una
risposta ai turbamenti sociali lontana dai centri urbani, con l’amicizia non fondata su simpatia e
sentimento, ma sulla condivisione di ideali di vita. Questo è reso da Lucrezio un’immagine
emozionante posta all’inizio del II libro, in cui l’epicureo è come un naufrago scampato alla
tempesta della vita che ora contempla da terra gli uomini che si dibattono in mare. I saggi vivono
in pacata intimità, un ljuogo suave e dulce che però è insidiato in altri passi del poema (la
catastrofe di cui si è visto)  pessimismo lucreziano, questione interessante perché insolubile:
Lucrezio evoca insieme visioni cupe e visioni radiose e armoniose, contrasto che si nota in tutto il
poema. Non ha senso né la visione ottocentesca di un Anti-Lucrezio (pessimista) a contrastare
Lucrezio nel poema, né una sua immagine ottimistica: Lucrezio non è Epicuro, e questo rende il
poema affascinante e bello. La sua angoscia non deriva dalla dottrina (a cui Lucrezio resta sempre
fedele), ma proprio alla scelta del mezzo poetico unito allo spirito inquieto del poema, al suo
temperamento venato di tensioni misticheggianti. La poesia per sua natura si appella alla sfera
immaginativa ed emotiva (al contrario della prosa). Il poema di Lucrezio dimostra come Epicuro
avesse ragione ad essere diffidente verso l’arte e la poesia, in quanto è un linguaggio che
inevitabilmente si muove verso la sensibilità espressiva e psicologica.

Il pensiero epicureo era quanto di più lontano dalla mentalità romana potesse esserci (nemmeno il
cristianesimo sarebbe stato così estraneo, visto che sia l’etica ciceroniana che la poesia virgiliana
furono cristianizzate): al contrario, il libro di Lucrezio verrà sempre considerato come il libro che
delira, contestato (nel contenuto) sia da Cicerone, contemporaneo, che da San Gerolamo,
cristiano. Lucrezio esaspera questa diversità, in modo ora indifferente ora polemico: il suo
disprezzo del lusso e dei beni materiali è diverso dalle tipiche invettive romane, in quanto non ha
intento moralistico ma filosofico (indica altre soluzioni); inoltre, Lucrezio inveisce contro
l’ambizione al potere e la politica, cosa impensabile in una società come quella Romana; definisce
il prestigio nobiliare come un bene poco importante, al pari della dignitas politica  Lucrezio
pensava alla salvezza del singolo e non a quella della res publica, pensiero stoico e tipicamente
romano (Cicerone, Sallustio). Ma stupisce ancora di più quello che manca nel poema: scarsi

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riferimenti al mondo romano in favore del mondo greco, e ancor meno riferimenti alla vita
contemporanea (non ci sono riferimenti a Catilina, alle guerre civili, alle proscrizioni sillane).

L’uso delle immagini e il linguaggio della poesia


In quanto poema didascalico, Lucrezio si preoccupa di disporre la materia del De rerum Natura in
blocchi coerenti, un’attenzione che risulta evidente procedendo a una lettura integrale dell’opera,
in cui si nota come Lucrezio lega tra loro i vari episodi e di motivare le scelte. Nei singoli blocchi,
l’autore indica le singole fasi di una dimostrazione, ricorrendo a formule argomentative tipiche
della trattatistica (ideo, ergo, quare, quin, etiam, principio, praeterea, denique, postremo), nessi
che servono per legare e visualizzare le parti di una dimostrazione. Ricorrenti ripetizioni di
locuzioni o frasi, e anche di interi passi, in omaggio all’epos ma anche per esigenza di un poeta
messaggero di verità. Lucrezio dimostra anche la sua singolare capacità di tradurre i concetti in
immagini, rendendoli sempre visibili ed evidenti, e non solo come omaggio ai precetti della
retorica, ma anche per ordine dimostrativo, perché per illustrare delle realtà fisiche serve riferirsi a
realtà di più immediata concezione: si pone in relazione ciò che è lontano a ciò che è vicino, e via
dicendo. Il cuore dell’ispirazione di Lucrezio risiede nella percezione dinamica dell’universo, e da
qui nasce lo slancio fantastico e immaginoso del suo linguaggio.

Un problema che Lucrezio dovette affrontare fu quello del lessico filosofico, problema che
denuncia lui stesso fin dalle prime pagine: all’esiguità della lingua latina solo di rado Lucrezio
sopperisce con calchi greci (come clinamen), mentre è più frequente il ricorso a perifrasi, come per
esempio la traduzione del greco atomos (che Cicerone calca con Atomus) che Lucrezio descrive
come rerum primordia, ordia prima, conctarum exordia rerum, semina, semina rerum, elementa e
via dicendo. Il suo linguaggio è preso da Ennio, da cui ricava gli arcaismi lessicali (mortales al posto
di homines) e morfologici (infiniti passivi/deponenti in -ier anziché in -eri). Lucrezio ha uno stile
però più duttile e vario di quello di Ennio, e fa convivere forme auliche a forme colloquiali, e passa
dal tono serio dello studioso a quello sarcastico del polemista. I passi tecnici sono più prosaici e
meno intensi, ma Lucrezio dimostra di innalzare il tono della pagina facendola risplendere con le
immagini e le metafore.

CICERONE
La vita e la personalità
Cicerone è lo scrittore antico di cui sappiamo di più, sia per le sue stesse opere sia per la biografia
che gli ha dedicato Plutarco sia per gli autori antichi che a lui si riferiscono. Marco Tullio Cicerone
nasce il 3 gennaio 106 a.C. ad Arpino, Lazio meridionale, da un’agiata famiglia equestre
imparentata con Mario. Non illustre, ma in grado di assicurare ai figli un’eccellente educazione.
Viene presto inviato a Roma per completare gli studi, e le sue referenze gli consentono di essere
introdotto nelle case di grandi oratori (Antonio, Crasso), giureconsulti (Scevola l’Augure, Scevola il
pontefice), e di frequentare il poeta greco Archia, che stimerà molto. Ascoltò anche il retore greco
Apollonio Molone, a Roma per un’ambasceria. Anche se si sta preparando alla carriera da
avvocato, la sua personalità appare animata da una passione per gli studi e ampiezza di interessi,
come dimostrano le sue precoci prove poetiche (Glaucus, poemetto mitologico stile alessandrino;
Marius poema celebrativo dal gusto arcaico; traduce Arato e testi filosofici).

Da buon provinciale aveva uno spirito conservatore e una vocazione civile, nostalgia per il secolo
d’oro della Repubblica (Scipioni). Il suo pensiero si fonda sulla difesa delle istituzioni repubblicane
che lui sente continuamente minacciate da figure carismatiche che poggiano la loro forza sul

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favore degli eserciti (Cesare, Pompeo, e in seguito Antonio e Ottaviano). La sua epoca è piena di
eventi fondamentali: ha 17 anni allo scoppio della guerra sociale, circa 20 nella guerra tra Mario e
Silla, 43 quando sventa Catilina, meno di 60 nella guerra civile tra Cesare e Pompeo, 63 quando
viene assassinato per ordine di Antonio  vive tutto l’ultimo cinquantennio della Repubblica,
prima indebolita da Cesare e poi annientata da Ottaviano. Equestre ma legato agli ambienti degli
ottimati, Cicerone è consapevole di poter contare solo sulla sua parola e sul suo prestigio, e ha un
programma politico semplice e ambizioso: vuole favorire la condordia ordinum con un’alleanza tra
nobilitas ed equites, progetto ampliato dopo il triumviato al consensus omnium bonorum per la
salvaguardia delle istituzioni (i boni, come dice egli stesso nella Pro Sestio, sono tutti quelli che
vogliono mantenere salde le istituzioni romane  oltre a nobili ed equites, anche cittadini dei
municpi, delle campagne, finanche i liberti). A questo si accompagna un conservatorismo sociale
spesso angusto: per Cicerone i boni sono i ceti possidenti che fin dai Gracchi avevano respinto ogni
proposta di riforma agraria, ostacolando la soluzione dei gravi problemi legati al latifondismo
schiavile.

Inizia la carriera da avvocato nell’81, sotto la dittatura di Silla, e nel 79 per sfuggire a delle probabili
persecuzioni o per problemi di salute, lascia Roma col fratello Quinto per andare a studiare in
Grecia e in Oriente, dove ascolta l’accademico Antioco d’Ascalona (Atene), Posidonio e il retore
Apollonio (Rodi). Torna a Roma quando Silla è morto da due anni, e mentre la vita sembra tornare
alla normalità lui si sposa con Terenzia, da cui avrà due figli, tra cui l’amata Tullia. Di seguito:
 Questore a Lilibeo (Marsala) nel 75
 Orazioni contro Verre nel 70  fama di grande oratore
 Edile nel 69
 Pretore nel 66, anno della Pro lege Manilio de Imperio Cn. Pompei in cui si dichiara
favorevole ad affidare a Pompeo la guerra contro Mitridate Re del Ponto  appoggio di
Pompeo.
 Console nel 64, sconfigge Catilina  anno più glorioso di Cicerone, anche perché reprime
la congiura di Catilina, condannandolo poi a a morte insieme ai seguaci senza che venisse
loro offerta la possibilità, come di consueto, di appellarsi al popolo.
Dopo il consolato crede di avere un ruolo di prestigio, ma la costituzione del triumvirato nel 60 lo
fa ricredere: Cesare, Pompeo e Crasso mettono fuori gioco tutte le sue ambizioni, e lui rifiuta di
dare il suo consenso all’operazione. Per questo rimane privo di protezione, e per volere di Clodio
(tribuno della plebe) è esiliato (va prima a Tessalonica, poi a Durazzo) mentre la sua villa sul
Palatino venne fatta demolire. I conflitti che ne seguono, però, fanno sì che su volere di Pompeo
Cicerone possa tornare a Roma, e lui scende a compromessi che sente necessari per svolgere una
funzione politica, ma che sono solo a favore dei triumviri: paradossalmente approverà il
proseguimento del proconsolato di Cesare in Gallia. L’emarginazione politica di Cicerone consiste
con la maggior parte delle sue opere (nel 55 inizia il De oratore, nel 54 il De re publica, prima di 15
opere filosofiche composte tutte tra il 46 e il 44). Nel 52, Clodio viene assassinato da Milone, che si
appella a Cicerone per la difesa. Scrive la Pro Milone, senza che possa pronunciarla intimorito dai
clodiani e dai soldati di Pompeo  Manilio esiliato. Dopo la breve parentesi come governatore
della Cilicia (51), nel 50 a Roma spera ancora di essere mediatore tra Cesare e Pompeo, ma invece
scoppia la guerra civile, e lui parteggia per Pompeo (“il minore dei mali”). Dopo la sconfitta di
Pompeo, Cesare lo risparmia, in segno di stima e rispetto. Ma lui vivrà gli anni della dittatura di
Cesare in stato di prostrazione, anche se l’amicizia di Cesare lo spingono a prodigarsi verso gli
amici caduti in disgrazia e a concepire illusioni sulla politica di un uomo che invece mirava a
trasformare Roma in una monarchia; ma disagi familiari (divorzia da Terenzia, sposa infelicemente
Publilia, muore la sua amata Tullia) lo spingono definitivamente alla filosofia. L’assassinio di Cesare

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lo riporta all’azione politica, e anche se non aveva fatto parte dei congiurati viene considerato
simbolo della resistenza antitirannica. Ma visto che i cesaricidi non ebbero vantaggi dalla morte di
Cesare, Cicerone fu schiacciato ancora dagli avvenimenti: convinto di poter governare Ottaviano,
quest’ultimo si serve con cinismo dell’oratore, abbandonandolo una volta che perde di utilità nelle
mani del nemico. Con le Filippiche contro Antonio credeva di avere l’appoggio di Ottaviano e di
fare da mediatore, ma questo gli costa la vita: finisce nelle liste di proscrizione, e viene assassinato
il 7 dicembre del 43. La sua testa e le mani mozzate furono esposte al foro, come monito per i
difensori della libertas.

L’attività oratoria
Cicerone arriva a Roma in un clima di tensioni, e fa appena in tempo a conoscere Licinio Crasso
(muore nel 91, anno in cui Cicerone arriva in città) e Marco Antonio (ucciso da Cinna), gli oratori
della generazione precedente, e negli anni in cui si impone Quinto Ortensio Ortalo e il genere
asiano, frondoso e magnificente, modello di Cicerone. La sua prima orazione ad essere pubblicata
(Pro Qunctio) è contro Ortalo, non a caso, perché vuole dare peso all’episodio, valore simbolico,
inizio di un duello concluso con la sua vittoria contro il maestro. Le altre orazioni:
 Pro Sexto Roscio Amerino (80 a.C.): Cicerone difende Sesto Roscio, aristocratico, accusato
di parricidio, dietro la cui accusa si cela Crisògono, liberto di Silla che ha in realtà messo il
padre di Roscio nelle liste di proscrizione per impossessarsi dei suoi poderi, e vuole
eliminare lui per evitare ripercussioni. Cicerone, prudentemente, non considera Silla
responsabile, ma inveisce solo contro Crisogoro, che per lui ha agito all’oscuro del
dittatore, che è un arrivista. Esito parzialmente positivo: Sesto Roscio prosciolto, ma non
riottiene i suoi beni. Subito dopo la Pro Amerino, come detto, parte in Grecia, dove nella
scuola di Apollonio Molone si distacca dallo stile enfatico di Ortalo, in favore di uno stile più
nitido.
 Verrinae, inizio della grande oratoria ciceroniana depurata dagli elementi più appariscenti
e volta a equilibrio di forza argomentativa, efficacia drammatica, eleganza. Il processo
contro Verre, governatore in Sicilia dal 73 al 71 e fautore di abusi e violenze, per
concussione (di cui appunto trattano le Verrinae) è il suo primo vero trionfo. Verre era
difeso da Ortalo, aveva tentato di far sostituire Cicerone senza successo e per questo
l’opera si apre con la divinatio (procedura per decidere, “divinare” chi doveva
rappresentare l’accusa). In due mesi Cicerone ha molte prove contro l’accusato, il processo
si apre ai primi di agosto (Actio prima in Verrem) e secondo la tradizione Ortalo rinunciò
alla difesa e Verre fuggì in volontario esilio a Marsiglia. Ma non contento Cicerone
compone anche l’Actio secunda in Verrem, composta di 5 altre orazioni (Abusi pre Sicilia;
Abusi in Sicilia; Illegalità in esazione di frumento, opere d’arte e castighi corporali anche su
cittadini romani).
 Pro lege Manilia de Imperio Cn Pompei. Nel 66 Cicerone appoggia un DDL presentato da
Manilio e appoggiato da Pompeo per porre fine alla guerra contro Mitridate, sottraendo il
controllo a Lucullo che aveva vinto battaglie ma non la portava a termine (Pompeo è spinto
dagli interessi dei cavalieri e dei populares, tra cui anche Cesare). Il Senato era restio a dare
altri poteri a Pompeo che già si era reso illustre, ma Cicerone si dichiara favorevole a lui e
ne elogia le virtù e l’autorevolezza. Pur contradditoria a livello ideologico, è politicamente il
frutto del pragmatismo romano tipico di Cicerone, e per questo Pompeo a lungo rimane
per Cicerone (nonostante le delusioni) una figura carismatica e rispettosa delle isituzioni.
Inoltre, lui era un homo novus e aveva bisogno di alleanze.
 Catilinariae (pronunciate nel 63, pubblicate nel 60), il vertice dell’oratoria politica
ciceroniana. Sono 4:

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1. Tenuta in senato l’8/11 alla presenza di Catilina che Cicerone accusa apertamente,
dimostrando di essere consapevole dei suoi piani. Di notte Catilina lascia Roma per
dirigersi dai ribelli. L’orazione contiene al centro due prosopopee della patria, e
prima si rivolge a Catilina per lasciare Roma, e poi a Cicerone per mitezza nei suoi
confronti (cosa che gli serve per chiarire le sue intenzioni, in senato ancora in molti
non credono alla congiura).
2. Rivolta ai rostri del popolo il 9/11, informa della fuga di Catilina qui presentat come
belva ferita che fugge guardando la città. I catilinari sono avventurieri viziosi e
indebitati.
3. Rivolta al popolo (3/12), informa dell’arresto dei capi congiurati rimasti a Roma.
4. Pronunciata in senato il 5/12, riunito per decidere le pene da infliggere ai
condannati  pena di morte.
 Pro Murena (11/63, tra II e III Catilinaria), difesa di Lucio Murena, console per il 62
accusato di brogli da Catone l’Uticense. Accusatori e accusato appartengono allo stesso
partito di Cicerone, caso originato da Catone, stoico che pone la virtù al di sopra di tutto
per cui se Murena ha compiuto dei brogli va condannato, mentre Cicerone ha una risposta
più realistica: se Murena condannato, la res publica precipiterà nel caos a tutto vantaggio
di Catilina  Catone e Cicerone hanno due diverse interpretazioni di politica e morale (il
primo sceglie sempre tra bene e male, Cicerone contempla diverse gradazioni di male, il
“male minore” visto anche con Pompeo).
 Pro Archia (62), in difesa del poeta greco Aulo Licinio Archia, accusato di usurpazione della
cittadinanza romana. Processo poco significativo, più per amicizia e nella speranza di
trovare in lui cantore delle sue imprese consolari (Archia si era specializzato nella poesia
epica, e aveva già scritto di Mario contro i Cimbri e di Lucullo contro Mitridate), ma il
poema non verrà mai compiuto. Nella Pro Archia c’è l’appassionata celebrazione delle
humanae litterae. Cicerone liquida il caso in poche parole, con prove inoppugnabili,
parlando meno di dieci minuti e poi focalizzandosi in una lunga digressione sul suolo della
poesia (ampliamento dell’orazione in cui si usava parlare de vita et moribus dell’imputato,
e visto che Archia era un poeta, Cicerone elogia la poesia). Infine, perorazione finale con
richiesta di assoluzione dell’imputato. Aspetti fondamentali:
1. Grande considerazione dell’ortatoria, mai fine a sé stessa ma aperta alla vita
culturale.
2. L’influenza della poesia nell’oratoria, e in particolare di Archia nella prosa
ciceroniana.
 Orazioni anticlodiane, parte insieme a orazioni pro cesariani (Pro Balbo, Rabirio) e
l’approvazione del proconsolato cesariano, di una politica di alleanze provvisorie che segue
l’esilio e il triumvirato. Le orazioni contro Clodio però sono la sua ferma opposizione contro
chi usa la violenza per imporre i suoi disegni eversivi, e a Clodio in particolare non poteva
perdonare l’affronto e l’umiliazione dell’esilio. Eccole:
1. Pro Sestio, la più importante a livello politico (56 a.C.) per difendere Sestio, il
tribuno della plebe che lo aveva fatto tornare a Roma, accusato de vi per aver
assoldato bande armate contrapposte a quelle clodiane. Cicerone deve scrivere
solo la peroratio e difende l’operato di Sestio che voleva riportare la tranquillità ai
cittadini in uno Stato sempre più sconvolto da Clodio. Si rivolge ai giovani e ricorda
loro il bene supremo della libertà. Disegno del “manifesto politico” dei Boni che
difendono la patria dai clodiani.
2. Pro Caelio (56) in difesa di Celio, amante di Clodia (sorella di Clodio, la Lesbia di
Catullo). Contro Clodia, Cicerone intreccia veleni e malignità. Orazione con tonalità

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arguta e mondana, che delinea un affresco della vita viziosa dell’élite aristocratica
romana. Celio era anche accusato di aver rubato dei gioielli e di aver tentato di
avvelenarla, ma Cicerone abilmente rovescia le accuse su di lei fino all’artificio
retorico in cui accusa Clodio di rapporti incestuosi con la sorella.
3. Pro Milone (52), che aveva ucciso Clodio ed è l’ultima delle anticlodiane. Per via dei
disordini seguiti all’assassinio, il Senato affida a Pompeo i poteri per l’ordine, e
Cicerone intimorito dalle urla dei clodiani si limita a una difesa scialba criticata
anche da Quintiliano, grande ammiratore dell’oratore. Il discorso che noi
possediamo è stato riscritto l’anno successivo, ovviamente migliorato e ad oggi
forse la più bella delle orazioni ciceroniane (pulcherrima secondo Quintiliano).
L’opera è divisa su due punti cardine: infondatezza dell’accusa, legittima difesa. Ma
comunque Milone avrebbe compiuto opera gradita uccidendo un eversore dello
Stato. Lottare contro i Clodiani era ormai lottare contro Cesare, che restava con i
suoi eserciti e bottini nelle Gallie domate. Le gesta clodiane erano preludio di una
situazione politica incontrollabile, le vioelenze seguite all’assassinio sono preludio di
quanto accadrà all’assassinio di Cesare: i corpi insanguinati di Clodio e Cesare sono
esposti alla folla, per fomentarla. E a questo Cicerone s’illudeva di poter opporre la
sua umanità.
 Orazioni cesariane. Negli anni della dittatura di Cesare l’oratoria è ridotta al silenzio, e
Cicerone può pronunciare in un anno 3 orazioni che rivelano il clima instaurato dal
dittatore, tutte a difesa di ex pompeaini o uomini accusati di aver agito contro Cesare:
1. Pro Marcello, più interessante anche se non propriamente una difesa quanto più
una gratiarum actio, ringraziamento a Cesare per aver perdonato l’avversario ex
pompeiano, amico di Cicerone. È breve, divisa in esordio e perorazioni, in cui c’è un
elogio di Cesare nel quale Cicerone sostiene le sue imprese militari e la sua
generosità e clemenza (lodi criticate dai contemporanei, per la cecità di Cicerone
nell’illudersi di poter tornare alla normalità). Marcello, comunque, venne
assassinato misteriosamente sulla via del ritorno.
2. Pro Lege Deiotaro, pronunciata nel palazzo privato di Cesare nel novembre 45, in
difesa di Deiotaro, re di Galazia, accusato di complottare contro Cesare. Cicerone
cerca di dimostrare l’infondatezza dell’accusa, ma Cesare si prende il diritto di
rinviare ogni decisione.
3. Pro Ligario, ex pompeiano zelante su cui Cicerone fa ricadere tutto il suo disprezzo,
e per ottenere il perdono i parenti dovevano gettarsi supplici ai piedi di Cesare nella
piazza del Foro  res publica gestita da un solo uomo, Cicerone era non più di un
cortigiano.
 Philippicae (44-43) ultima volta in cui Cicerone si pone come difensore della Repubblica, in
particolare scagliando 14 orazioni contro Marco Antonio chiamate così perché affini a
quelle di Demostene contro Filippo di Macedonia. A parte la IV e la VI, rivolte al popolo,
furono tutte pronunciate in senato, mentre la seconda fu solo pubblicata. La libertas è la
parola che in assoluto risuona più volta, tra invettive contro Antonio che per Cicerone
doveva essere dichiarato nemico pubblico, forte anche del fatto che Ottaviano nel 44 gli
aveva giurato guerra a oltranza. Ma, come visto, Ottaviano cambia improvvisamente idea,
consegnando Cicerone alla morte.

La grandezza ciceroniana emerge dalla varietà delle questioni affrontate, tutte rientranti nei 3
generi oratorii fissati dagli antichi ( Genus iudiciale, in difesa o accusa di qualcuno; genus
deliberativum, discorsi politici; genus demonstrativum, discorsi econmiastici). Prevale l’interesse

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politico e civile. Varietà anche delle soluzioni: l’oratore deve probare, flectere e delectare:
Cicerone ha chiarezza espositiva, competenza giuridica, abilità argomentativa, toni calmi, concitati,
sarcastici, invettivi, sublimi. Le sue orazioni nascono sempre da un’occasione pratica, ma anche
pensate per un pubblico vasto di lettori, che apprezzasse i valori formali e retorici del testo, la
disposizione delle parti, la vividezza delle narrazioni. È uno strumento di intervento civile ma anche
di attività culturale.

Le opere retoriche
Negli anni dell’apprendistato di Cicerone era stato composto il Rhetorica ad Herenium scritto da
un certo Cornificio, anni in cui era stata aperta la prima scuola di retorica in latino a Roma. Scelta
politica, per diffondere la retorica anche a chi non poteva permettersi maestri greci o di mandare i
figli in Grecia e per questo fatta chiudere dai maggiori esponenti dell’oligarchia senatoria, timorosi
di un disequilibrio sociale nella res publica (la retorica era volta alla formazione dell’uomo
politico). Cicerone in questo contesto scrive le sue sette opere retoriche:
 De Inventione (fine anni 80), noto agli antichi come Rhetorici libri, inizialmente doveva
comperendere le 5 partizioni della retorica (inventio, dispositio, elocutio, memoria, actio)
ma Cicerone parla solo della prima (da cui il titolo) per la mole di lavoro o per inesperienza.
In questa opera appaiono alcuni grandi temi tipici di Cicerone: fiducia nella parola,
impostazione eclettica e probabilistica della sua ricerca (ritrovata anche nelle opere
filosofiche). Era un’opera di compilazione molto tecnicistica.
 De oratore (56-55), il più importante trattato retorico ciceroniano. Sconfortato dagli eventi,
vuole contribuire allo sviluppo di una grande trattatistica politica e civile, inesistente a
Roma- Il de oratore è un trattato in 3 libri, con forma umanistica del dialogo (ambientato
nel 91 nella villa tuscolana di Licinio Crasso, ha come protagonisti Crasso stesso e Antonio,
e intervengono Lutazio Catulo e Scevola l’Augure. Cicerone dice di essere stato informato
da uno dei partecipanti). Nell’introduzione Cicerone sintetizza l’oratore ideale, e poi il
dialogo si svolge nel giardino di Crasso pieno di riferimenti letterari e platonici (il dialogo è
del resto platonico, anche se aristotelico nella tecnica espositiva). Antonio e Crasso toccano
punti centrali della problematica socio-culturale del tempo (funzione dell’oratore, rapporti
retorica-filosofia-oratoria-vita civile). Per Antonio l’oratoria è frutto di un’ars e di pratica,
mentre Crasso (=Cicerone) sostiene una concezione retorica umanistica, in polemica con
xhi ha voluto scindere la retorica dalla filosofia  il sapere è sempre unitario, la filosofia
indaga la verità, l’oratoria mette al servizio dello Stato quelle conoscenze. È il trattato più
ricco e suggestivo di Cicerone, per lo stile, la ramificazione dei dialoghi, la profondità dei
pensieri. Il coinvolgimento emotivo dell’autore porta note di intensità umana e morale (il
91 è il primo anno a Roma di Cicerone, e l’ultimo anno felice dlela Repubblica prima delle
guerre civili iniziati con Mario e Silla). Nel 46 scrive Brutus e Orator, a comporre una sorta
di trilogia insieme al De Oratore.
 Partitiones oratoriae (47) manuale a domande e risposte sui punti base della retorica
(generi dell’eloquenza, partizioni interne dell’orazione, fasi e procedimenti compositivi).
Dedicata al figlio Marco, lo esorta alla filosofia.
 Brutus (46) di ambientazione contemporanea (47) tra Cicerone, Bruto e Attico. Idealizzato
il luogo (il giardino della villa urbana di Cicerone, che comprende non a caso la statua di
Platone presso la quale si siedono e discutono). Impostazione non teorica ma storica:
evoluzione dell’eloquenza con excursus su quella greca di cui quella romana è il
coronamento (il Brutus per questo fornisce molte notizie sull’oratoria romana dei secoli
precedenti) e Cicerone si pone come il culmine di questa evoluzione, con polemica contro
gli oratori atticisti che lo considerano obsoleto. Si difende dimostrando di non appartenere

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all’asianesimo e considerando l’atticismo limitato e capace di un solo tipo di oratoria
(chiaro ed essenziale) senza toccare l’animo degli ascoltatori. (atticismo diffuso più tardi
rispetto ad asianesimo, e ha come massimi esponenti Licinio Calvo, Bruto e Cesare). Per gli
atticisti Cicerone era un esempio di asianesimo, ampolloso e gonfio ricco di immagini, al
pari di Ortalo. Cicerone risponde su due punti: la collocazione storica della sua oratoria
(che pone in mezzo tra le due, in una posizione che definisce rodiense in quanto maturata a
Rodi con Apollonio Molone) e la denuncia dei limiti dell’atticismo, che attacca sul fronte
terminologico e teorico (è sbagliato dichiarare attica la prosa ispirata a Lisia, visto che attico
era anche Demostene la cui prosa è molto più varia di quella di Lisia)  usano un solo stile,
tenue, umile, dimesso.
 Orator (46) composto di un solo libro, riprende in via epistolare (sempre indirizzata a
Bruto) molti argomenti degli altri trattati, proseguendo quello sugli stili, sul perfetto
oratore e sulla teoria della struttura ritmica del periodo (numerus). Cicerone contrappone
ai registri stilistici già altrove definiti, i diversi officia dell’oratore: probare (dimostrare tesi
con chiarezza e argomentazioni), delectare (rendere cioè piacevole il discorso) e
flectere/movere (trascinare emotivamente il lettore). Nel numerus Cicerone illustra le
regole applicate nella sua carriera (come disporre le parole in modo carino e non
cacofonico; come metterle bene nella frase.
 De optimo genere oratorum (46), intervento polemico sull’atticismo, come introduzione di
due traduzioni esemplificative e opposte: Contro Ctesifonte di Eschine (336) e Pro
Ctesifonte di Demostene (330). Argomenti uguali a quello dell’orator (atticismo romano è
un errore terminologico e teorico). Ci sono anche osservazioni sull’arte della tradizione
(preferenza di quella libera).
 Topica (44), in forma epistolare dedicati a Gaio Trebazio. “arte dei luoghi”, a confine tra
logica e retorica di cui aveva scritto anche Aristotele e indicano i termini a cui attingere
nella preparazione di un discorso forense.

Le opere politiche: De Re Publica e De Legibus


La trattatistica politica era un ramo filosofico (Platone, nella Repubblica e nelle Leggi; Aristotele,
“La politica”, “La costituzione degli Ateniesi”). Cicerone aveva seguito Fedro epicureo e Filone di
Larissa, capo dell’Accademia di Atene. Dopo il viaggio in Grecia, continua a interessarsi di filosofia
diventando amico di Filodemo e Sirone (maestri delle sette epicuree campane, dove studierà
anche Virgilio). Inizia a dedicarsi alla filosofia solo dopo i 50 anni, componendo il De re publica (54-
51) e il De legibus (52-51) interrotto per il proconsolato in Cilicia, e poi ripreso tra 46 e 44. Il ritardo
di Cicerone nelle opere filosofiche ce lo dice lui stesso nel De officis, ed è perché ha anteposto le
attività pubbliche e civili a quelle intellettuali, da buon romano. Si dedica alla filosofia solo quando
viene tagliato fuori dalla civitas e per questo decide di impegnarsi in una riflessione sullo Stato e le
leggi: discorso non teorico ma politico, che riguarda la contemporaneità e ha come scopo quello di
indicare i valori di legalità e giustizia in un momento in cui sono calpestati dalla demagogia e dal
protagonismo  modello di Platone, che però non è solo teorico ma pratico.
 De Re Publica (54-51), dialogo in 6 libri ambientato nel 129 tra Scipione Emiliano, Lelio,
Scevola l’Augure e altri due personaggi dell’ambiente scipionico. I primi due libri sono
legati alla quaestio sulla migliore forma di governo, cui Cicerone risponde con le tesi di
Polibio (Roma è superiore perché ha un sistema misto, che contempla monarchia con
consolato, aristocrazia col senato, e democrazia con i comizi e tribunato della plebe). Nei
libri III e IV si affrontano giustizia ed educazione romana, considerata superiore a quella
greca. Negli ultimi due si parla dell’uomo di Stato, del moderatore di vita politico-sociale di
cui ha bisogno Roma per uscire dalla sua crisi, che goda del prestigio di tutti e governi in

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nome della concordia (il modello è Scipione Emiliano, ma non si capice chi Cicerone designi
nel suo presente, forse sé stesso). È nell’ultimo libro che c’è il bellissimo Somnium Scipionis,
scorporato poi in età imperiale e ripreso anche da Dante (“l’aiuola che ci fa tanto feroci”,
Paradiso XXII), e che lui riprende a sua volta dalla Repubblica di Platone (Politeia) anch’essa
conclusa col mito del soldato Er (che muore e risorge dopo 12 giorni per rivelare agli
uomini il destino dell’anima): Scipione Emiliano, invece, racconta di essere raggiunto in
sogno dall’Africano e dal padre Emilio Paolo, che gli mostrano la terra come minuscolo
puntino per cui gli uomini si combattono. Platone: pone al centro il saggio, la conoscenza,
la virtù; Cicerone: natura politica, pone al centro l’uomo attivo che combatte per il bene
pubblico.
 De Legibus (52-52) dialogo in tre libri, contemporaneo, tra Cicerone, suo fratello Quinto e
Attico. Il tema è la giustizia, e Cicerone confuta le idee relativistiche di Epicuro e Carneade
(giustizia è frutto di convenzioni umane per un utile particolare) affermando l’esistenza di
un ius naturale: la natura è la fonte del diritto, prima di ogni legge umana. L’uomo vive in
un universo ordinato, con un legame privilegiato e parentela con il principio divino che
regge il mondo naturale. La giustizia è un principio naturale che è alla base di tutto il
cosmo, al di sopra degli uomini, con fondamento divino (trasgredire le leggi della res
publica = ribellarsi alla divinità  XII tavole sono un libro sacro). Nel libro III i protagonisti
del dialogo si addentrano nella vita istituzionale della Roma contemporanea, parlando
d’attualità  questione del tribunato, considerata da Quinto empia e fatta di uomini
malvagi a cui Cicerone risponde che è vero che il potere dei tribuni è eccessivo ma serve
comunque a contenere la violenza popolare, che sarebbe più grande se non ci fosse un
capo a contenerla.

Le opere filosofiche
Dopo la vittoria di Cesare, Cicerone è ufficialmente emarginato e a questo si aggiungono le
delusioni familiari  si conforta con la filosofia, scrivendo in pochi anni tutte le sue opere
filosofiche. La prima è una consolatio a se stesso per la morte della figlia Tullia, ma non si
accontenta di questo e definisce un progetto in cui surrogare l’inattività politica: dare ai romani un
modello di prosa filosofica, ancora acerba nella letteratura romana. In due anni, tra primavera 45
e fine 44, scrive 14 opere filosofiche, un impegno eccezionale, di cui 9 ci sono pervenute
parzialmente, mentre perdute sono la Consolatio, l’Hortensius, il De Gloria, un De Virtutibus e una
traduzione del Timeo. Nei trattati rimasti, la forma prevalente è quello del dialogo platonico e
aristotelico (quest’ultimo, per la tendenza al monologo) già visto nelle opere retoriche e politiche.
Una forma utile per confrontare varie posizioni su uno stesso tema. Cicerone sa di non essere un
filosofo, ma nemmeno un traduttore: è un divulgatore che vuole dare a Roma un patrimonio di
conoscenze filosofiche per lo più ignorate. Vuole informare, ma poi indicare i modelli di
comportamento che si adattino alla mentalità romana ribadendo i valori di civitas e mores su un
piano etico fondato  filosofia ha compito educativo e formativo molto importante, rende
consapevoli gli uomini dei loro doveri (e infatti i destinatari sono gli stessi a cui si è rivolto sul piano
politico. Il modello per eccellenza è Platone, ma quello conciliato da tempo con il pensiero
aristotelico e con le filosofie ellenistiche (stoicismo su tutti). Cicerone, inoltre, romanizza i concetti
greci: virtus non solo come sapienza (come il Platone puro) ma azione civile e prassi  c’è molto
di Panezio, il primo che aveva cercato di conciliare mondo greco e mondo romano. L’humanitas di
Ciceorne è la fede nei valori della ragione, della cultura e della giustizia. Le opere:
 De natura deourum
 De fato
 De divinatione

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 De finibus bonorum et malorum
 Tusculanae Disputationes
 Cato Maior de Senectute
 De Amicitia
 De Officiis (10-12/44, insieme alle Filippiche), una lettera al figlio Marco (all’epoca ad
Atene). C’è la componente affettiva di un padre che vorrebbe trasmettere al figlio un ideale
di perfezione morale, in un momento come quello  testamento spirituale di Cicerone,
eredità umana, etica e politica e questa finalità è testimoniata dall’assenza di una forma
dialogica in favore di una forma epistolare. L’argomento è il dovere (De officiis), diviso in 3
libri:
1. Parla di ciò che onesto e delle virtù cardinali dello stoicismo (sapienza, giustizia,
fortezza, temperanza).
2. L’onestà in rapporto all’utilità (concidono sempre)
3. Conflitti tra le due nozioni precedenti (solo apparenti, in quanto l’utile coincide
sempre con l’inesto).

L’epistolario
Fonte principale della personalità di Cicerone, un corpus di 900 lettere scritte dallo stesso Cicerone
tra il 68 e il 43 a.C, mentre 90 scritte dai suoi corrispondenti. Furono dopo la sua morte divise in 4
raccolte postume:
 Epistulae ad Atticum, in 16 libri all’amico Attico (396) tra 68 e 44
 Epistulae ad Familiares (agli amici), in 16 libri, scritte tra 62 e 43 a numerosi destinatari, tra
cui Pompeo, Varrone, Cesare, Catone, Asinio Pollione, e anche figure di vita privata (la
moglie Terenzia).
 Epustulae ad Quintum fratrem (3 libri, 28 lettere, 59-54)
 Epistulae ad Brutum (2 libri, 15 lettere C to B, 7 B to C, tutte successive alle idi di Marzo del
44).
In Grecia, e poi a Roma l’epistolografia aveva i connotati di un genere privato, distinto tra lettere
pubbliche e private (queste dedicate a un solo destinatario, le prime hanno un destinatario fittizio
e sono concepite per essere lette da un pubblico, diverse naturalmente per contenuti e stile). La
pratica epistolografica diffusa a Roma già prima di Cicerone, ma noi abbiamo notizia solo di lettere
pubbliche, mentre C è il primo e pressoché esempio di epistolario privato del mondo greco-
romano. In due lettere Cicerone esprime la volojtà di raccogliere il suo epistolario privato per una
pubblicazione, selezionando una parte e sottoponendola a revisione e correzione per mano di
Tirone, ma morì prima di completare l’opera. Una fortuna, in quanto la revisione di Cicerone
avrebbe comportato un’alterazione della verità storica (con autonobilitazione) e ci avrebbe
impedito di conoscere il personaggio così come lo conosciamo, con tutte le sue sfumature.
Le sue epistole sono molto varie: da raccomandazioni a semplici bigliettini informativi, lettere
confidenziali, ma anche lettere di tono trattatistico e più impegnativo, simili a quelle di Platone e d
Epicuro e già pensate per la pubblicazione. Cicerone nelle lettere dà una vivacissima immagine
della Roma della tarda repubblica, con un linguaggio fresco e immediato, che passa dal tono
arguto a quello grave finanche al pettegolezzo.

La prosa di Cicerone
Bisogna sempre distinguere le scelte di gusto e orientamento dell’autore da quello che appartiene
ai codici dell’epoca. Lo stile della Pro Roscio Amerino, per esempio, è legato ai modelli asiani di
Ortalo con periodare rapido ed esuberante, enfasi, manierismo, mentre dopo la Grecia attutisce lo
stile, è meno ridondante e lo mette al servizio della sua macchina dimostrativa. Predilige sempre

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l’articolazione ampia e complessa della frase, ma non rinuncia se serve a un periodare più
essenziale, spesso anche duro  prosa armonica e proporzionata, concepita cme un’architettura
in cui ogni elemento è elegante e funzionale.

Diverso discorso per la prosa filosofica, ancora assente a Roma: Cicerone si deve inventare un
nuovo linguaggio, trovare termini latini adeguati a quelli di cui la lingua greca era molto ricca, un
problema non da poco visto anche per Lucrezio. Cicerone cerca di evitare quando può di ricorrere
ai grecismi, ricorrendo a vocaboli latini già esistenti espansi fino ad accogliere una nuova
accezione. Ci sono anche neologismi (medietas, qualitas). Lo stile ciceroniano è definito
tradizionalmente dalla concinnitas, ovvero la ricerca di simmetrie e parallelismi per un periodo
equilibrato in ogni sua parte: o con bilanciamento di coordinate subordinate, o con disposizione
delle singole parole in ordine ritmico. Cicerone vuole dare, come Cesare, regolarità e stabilità alla
lingua latina, eliminando tutte le libertà morfologiche della lingua arcaica. Non si trova mai
genitivo plurale -um, ma solo -orum, né l’infinito arcaico passivo -ier  lingua elegante e
moderna, controllata, per un ideale di urbanitas che lo spinge a evitare poetismi e arcaismi, le
forme del parlato, e i grecismi (assenti nelle orazioni).

Ancora diverso il discorso sullo stile epistolare, che fluisce più liberamente, anche se non manca
(specie nelle lettere da pubblicare) un’attenzione alla forma e all’espressione. Sono tanti i grecismi
(espulsi dall’oratoria, pochi nella filosofia), che non stupisce in una società bilingue come quella
romana,e anzi la scrittura epistolare più di ogni altra è portatrice delle mode linguistiche del
tempo. Varietà di registri, sottolineato dall’accorpamento in sezioni (le pubbliche sono più attente
e sorvegliate; le private hanno espressioni colorite ed elementi del parlato, fonte preziosissima per
il latino non letterario.

Per la poesia vedi VOL 2, Pag. 208

Storiografia e biografia negli ultimi anni della repubblica

GIULIO CESARE

Vita
Cesare è paradossalmente l’uomo che Cicerone immaginava capace di unire in sé virtù d’azione e
pensiero, intelligenza politica e letteratura, e che prepara Roma alla fine della Repubblica. Nasce a
Roma il 31 Luglio del 100, ed è autore della riforma del Calendario giuliano rimasto in fino al 1582
(anno del calendario gregoriano). Appartiene alla Gens Iulia, famiglia del patriziato minore che
vantava discendere da Iulo, figlio di Enea, figlio di Venere. Una famiglia decaduta che a fine II a.C.
aveva recuperato prestigio grazie alla parentela con Mario. Cesare da giovane ripudia la prima
moglie Cossuria, e sposa Cornelia, figlia di Cinna (seguace di Mario)  gesto politico che lo lega ai
populares e per questo deve abbandonare Roma durante la dittatura di Silla. Al suo ritorno nel 78
come oratore si pronuncia contro Dolabella, sillano: sono tutte scelte ben ponderate, confermate
nel futuro. Nel 77 è a Rodi alla scuola di Apollonio Molone, e al ritorno inizia il cursus honorum:
 Questore nel 68 nella Spagna Ulteriore (nello stesso anno tiene un’orazione funebre in
ricordo della zia Giulia esaltando la divinità della sua gens, e espone per la prima volta le
imagines di Mario).

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 Nel 65 è Edile e fa restaurare la statua di Mario. A sue spese dà luogo a distribuzione
pubbliche di grano e organizza costosissimi ludii  favore del popolo, ma pieno di debiti
compensati dalla sua popolarità.
 Nel 63 è Pontefice massimo e cerca di sottrarre alla morte i catilinari (forse lo era anche
lui).
 Pretore nel 62.
 Propretore in Spagna nel 61.
 Triumvirato con Crasso e Pompeo nel 60: controllo delle magistrature e spartizione degli
incarichi militari.
 Console nel 59  lex Iulia (diritti ai provinciali); provvedimento per distribuzione di terre a
favore dei soldati di Pompeo.
 Proconsole in Gallia nel 58, a Roma lascia il fedele e violento Clodio che allontana Cicerone
e Catone.
Tra il 58 e il 51 procede a spedizioni in Gallia espandendo il dominio di Roma fino al Reno, ottiene il
favore delle legioni e tanta popolarità. Nel 53, in seguito alla morte di Crasso (Battaglia di Carre),
Cesare e Pompeo rompono i rapporti. Nel 50 scade il potere proconsolare in Gallia (prorogato nel
56) e il Senato lo invita a deporre ogni comando e a tornare a Roma come privato, ma Cesare si
rifiuta e nel 49 dà luogo alla guerra Civile:
 48 Battaglia di Fàrsalo, sconfitta di Pompeo.
 46 Battaglia di Tapso, sconfitta pompeiani.
 45 Battaglia di Munda (ESP), sconfitta definitiva degli ultimi pompeiani.
Vittorioso, Cesare attua una politica di clementia, impedendo vendette e favorendo Cicerone e
Varrone (pompeiani), mentre Catone si toglie la vita a Utica. Nel 46 si fa eleggere dittatore x 10
anni, nel 44 dittatore a vita, ma viene assassinato nel 44 da Bruto e congiurati della nobilitas
senatoria. I congiurati non ottennero quanto sperato, e dovettero fuggire da Roma: Ottaviano in
seguito divinizzerà la figura di Cesare.

L’attività letteraria
Uomo di interessi e vicino all’epicureismo, è protagonista della storia di Roma per le opere scritte
e per l’impegno a favore di arti e studi, e per progetti mai compiuti (per l’assassinio) come una
biblioteca pubblica a Roma diretta da Varrone. Svetonio tramanda le opere poetiche composte
dalla giovinezza fino alla morte:
 Oedipus
 Laudes Herculis
 Dicta collectanea
 Iter (carme sul suo trasferimento in Spagna nel 45)
 Dimidiatus Menader, giudizio su Terenzio.
Opere in prosa (comprese le orazioni):
 De analogia, di cui restano 30 frammenti composto in Gallia e a Cicerone dedicato.
Sostiene la necessità di togliere dalla lingua latina gli elementi lessico-morfologici irregolari
sostituendoli con forme analogiche regolari (pater familiae e non pater familias).
 Laudationes (69, dedicate a Cornelia e alla zia Giulia). Il vigore e l’acutezza dei discorsi di
Cesare furono apprezzati già dagli antichi, lodati anche da Cicerone.
 Anticato, composto in Spagna per ribattere a Cicerone che aveva esaltato Catone, figura da
lui ricondotta a misura umana per frenare il processo di mitizzazione avviato dal suo
suicidio a Utica. Asprezza dei toni verso Catone si accompagna a elogio di Cicerone 
riconciliazione con gli avversari.
 De astris (forse composto da un collaboratore negli anni della riforma del calendario)

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 Lettere a senato, familiari e amici.
Queste sono tutte opere perse (tranne alcune lettere contenute nell’epistolario di Cicerone) è
spiegata da Svetonio come volontà di Augusto, che le giudicava non riuscite, ma più
probabilmente per opportunità politica e di immagine pubblica.

I Commentarii
Di lui ci rimangono integralmente i Commentarii de bello Gallico e Commentarii de bello civili (la
prima pubblicata da Cesare tra 51 e 50; la seconda postuma).
Commentarius corrisponde al greco hypomnema (“appunti, promemoria”) e in età repubblicana
erano i rapporti dei magistrati su bollettini di guerra, relazioni in senato; ma anche memorie
private di grandi personaggi pubblici. I romani, rispetti ai greci, arricchivano il commentario
rendendolo un resoconto cronachistico della loro attività destinato alla pubblicazione. Anche
Lutazio Catulo e Silla avevano scritto dei commentari. Rispetto alle historiae, di cui parla Cicerone e
nelle quali lo scrittore elaborava del materiale storico anteponendo a tutto un proemio e usando i
discorsi diretti e pathos, il commentarius aveva un compito più modesto e di natura informativa,
non espressiva, derivata dallo stile di cancelleria (i commentarii li aveva scritti anche Cicerone sul
suo proconsolato, affidandoli a Posidonio). I Commentarii di Cesare, invece, apparvero subito
come genere letterario autonomo: Cicerone li definisce di uno stile semplice, schietto, leggiadro,
simile a un corpo senza vestito, ma parla anche di una grazia e un’armonia che rendono
inopportuno ogni ulteriore intervento (solo gli sciocchi vorranno abbellire artificiosamente quelle
pagine). I Commentarii di Cesare sono un testo già concluso e compiuto, e né Cicerone né
Quintiliano negano la differenza tra lui e il genere storico, in cui infatti Cesare da Q non è incluso.
Però per Cesare il commentario corrisponde alle scelte politiche e alla sua concezione razionale e
pragmatica si uomo e storia. Vuole rendere chiaro ed evidente tutto, e questo lo si vede anche
dalla sua posizione oratoria orientata in senso atticista, e il commentarius è l’unico genere che gli
permetta di raccontare in modo oggettivo e impassibile, volontà sottolineata dalla scelta di narrare
i fatti che aveva vissuto in terza persona e abolendo ogni coinvolgimento emotivo  ciò isola la
figura energica e vittoriosa di Cesare, il cui nome spesso inizia brevi quadri narrativi con
l’impressione che tutto sia opera del suo intervento.
Cesare crede nel potere dell’iniziativa umana e nell’intelligenza che stabilisce cosa è opportuno e
cosa no. La sua preparazione, in ogni caso, lo fa spesso andare oltre i confini del commentario, con
elementi tipici delle historiae (specie l’excursus geografico-etnografica dedicato ai Germani e ai
Galli, o il discorso diretto di Critognato nel libro VII del Bellum Gallicum e di Pompeo nel Bellum
Civile). La narrazione attenua la sua impassibilità quando entrano in scena i soldati, con la loro
dedizione e il loro spirito di sacrificio, che Cesare stesso non chiama milites ma commlilitones (un
rapporto non di distacco ma di partecipazione umana). Certo, questi scritti erano stati concepiti
anche a scopo difensivo: non erano poche le accuse che lo vedevano aver causato la guerra in
Gallia per puro diletto, e aver sterminato intere tribù celtiche (lo dicono anche Casiso Dione e
Lucano)  precisa ottica politica, e sicuramente elementi di falsificazione che però evita di usare
platealmente, intervenendo mediante sapienti reticenze e piccole ma efficaci alterazioni dei fatti.

Il linguaggio è semplice, chiaro, essenziale, con limiti sia nell’elocutio che negli ornatus retorici.
Cesare non ama l’esibizione oratoria connessa al discorso diretto, ma preferisce il più conciso
discorso indiretto. L’atticismo lo spinge anche a principi di regolarità e omofeneità, escludendo
livelli troppo elevati o troppo bassi, il parlato, i neologismi e grecismi  lingua urbana e letteraria,
che esclude le ridondanze sinonimiche in favore di un vocabolario ridotto (1300 parole). A questo
però fa seguito un ritmo dinamico e incalzante, la cui essenzialità comunque cela una profonda
tensione emotiva e passione (specie nel Bellum Civile).

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De Bello Gallico
Durante la 2 guerra Punica, Roma aveva annesso il porto di Marsiglia, strategico, e un secolo dopo
nel 121 aveva creato la provincia della Gallia Narbonensis, la provincia romana per eccellenza
(oggi infatti mantiene il nome di Provenza). Il resto di Francia e Belgio era abitato da popolazioni
celtiche da tempo urbanizzate dedite a commerci e agricoltura, organizzate su basi etnico-religiose
e con a capo un’oligarchia aristocratica, e sulle quali premeva la minaccia germanica (ricordavano
bene i Cimbri e Teutoni, a fatica sconfitti da Mario)  proprio Cesare otterrà il resto della Gallia,
spostando gli equilibri di Roma a Nord, e dividendo in Gallia Cisalpina, Narbonense e Transalpina,
mentre i Germani erano coloro oltre i confini e non romanizzati.
Il Bello Callico parla proprio dei circa 10 anni di Cesare in Gallia (59-50) ed è l’opera più lucida e
distaccata del dittatore, in 7 libri (uno per ogni anno di guerra) originariamente relazioni inviate al
senato. Progetto politico: non tutti approvano la sua spedizione e la vedono come ambizione sua,
per cui vuole dimostrare la natura difensiva del bellum dovuta alle migrazioni degli Elvezi e agli
socnfinamenti del principe svevo Ariovisto in Gallia  protezione da invasioni da Nord. Situazione
in Gallia descritta in modo conciso, prevale la capacità di dare ordine ai fatti e di registrarli con
massima esattezza, senza mai indulgere al colore o all’aneddotica. Anche nei vari excursus legati a
tradizioni e costumi di galli e svevi, Cesare dimostra di essere interessato a rapporti familiari, alle
istituzioni e alla religione dei popoli che analizza con un pragmatismo che gli consente per primo di
distinguere tra Galli e Germani (i greci pensavano fossero tutti Celti). In sintesi:
 Insiste sul carattere civile dei Galli (tralascia le loro usanze più truci) e sul carattere
selvaggio dei Germani, primitivi come i luoghi impervi che abitano  spiega perché ha
deciso di non proseguire oltre il Reno.
 Enfasi su ciò che differenzia Romani da Galli e Germani: i primi vincono per intelligenza
dinamica, visione della situazione, superiore capacità di calcolo, di contro ai nemici
irrazionali e volubili. In questo modo può vestire i panni del nemico, accoglierne le ragioni
 dà loro diritto di espressione (Discorso di Critognato per evitare la servitus romana),
artificio che ritorna anche in Sallustio, Livio e Tacito, ma Cesare a differenza loro non esita
mai né ha dubbi sul significato storico degli eventi, e crede in Roma e nella sua civiltà.
Il libro VII è postumo, non scritto da Cesare, ma dal luogotenente Aulo Irzio che voleva completare
l’opera con i fatti del 51 e del 50  si scusa per il confronto impari sul piano di stile e chiarezza
espositiva con i libri precedenti. Pur meno elegante, Irzio riesce ad essere fedele agli ideali
linguistici cesariani.

De bello civili
Rispetto al Gallicum, il Civili è più vario e complesso, perché Cesare combatte con i suoi
concittadini (adversarii, non hostes)  vuole scagionarsi dall’accusa di aver voluto la guerra civile e
per questo nel racconto non manca di dimostrare di aver sempre voluto la pace e di aver agito con
il consenso di soldati e popolazioni, attento a dare la colpa ai soldati di Pompeo. È un libro politico,
per allargare il suo consenso e tranquillizzare chi era preoccupato dei rivolgimenti istituzionali in
atto. Esalta la sua clementia (non ci saranno vendette) e la sua generosità.

Rispetto al Bellum Gallicum è meno distaccato, a volte non riesce a reprimere le sue passioni e si
abbandona ad ironia e sarcasmo (libro III, capitoli dedicati a Fàrsalo alla resa delle truppe di
Varrone), a pathos e tensione  risultato problematico e sfumato, stile nervoso, meno asciutto.
Aumenta la tendenziosità, ma cerca di evitare di manipolare la verità perché rispetto alla Gallia qui
c’erano molti più testimoni. Il libro si interrompe bruscamente ad Alessandria, e il seguito degli

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avvenimenti affidato ai suoi luogotenenti e mostra uno stile più rozzo e trascurato, un racconto più
approssimativo.

SALLUSTIO

Vita e opere
Di Sallustio poche notizie: nacque nell’86 ad Amiterno (Sabina, vicino a l’Aquila) di ricca famiglia
plebea. Non sappiamo quando giunge a Roma, ma sicuramente in giovane età per completare gli
studi. CI parla lui stesso della honoris cupido, che lo aveva travagliato in corruzione, invidia,
maldicenza. Era un Homo Novus legato ai populares e Cesare:
 Questore nel 55/54 (notizia dubbia)
 Tribuno della plebe nel 52, si distingue nelle campagne contro Milone e Cicerone.
 Espulso dal senato nel 50 per indegnità morale.
 Allo scoppio della guerra civile, Cesare gli dà numerosi incarichi civili:
1. In Campania nel 47 per sedare delle legioni, quasi ne rimane ucciso.
2. Pretore nel 46, durante la campagna d’Africa toglie ai pompeiani l’isola di Cercina
rifornendo l’esercito cesariano di frumento.
 Governatore dell’Africa Nova (territori numidi), viene accusato di concussione al rientro in
Italia. Processo scampato grazie a Cesare.
 Dal 44, morte di Cesare, fine delle sue ambizioni politiche  ritiro nei suoi possedimenti
(tra il Pincio e il Quirinale  horti Sallustiani) e dedica alla storiografia.
 Muore nel 35.
Tre le opere storiografiche:
 Bellum Catilinae (43-40)
 Bellum Iughurtinum (43-40)
 Historiae, incomplete (39-morte), eventi dal 78 al 67 (si dovevano spingere al
63,collegandosi col monografico su Catilina).

Concezione della storia, modelli storiografici e strategie narrative nelle monografie sallustiane
Cesariano convinto, Sallustio vuole essere storico di Roma quando vede preclusa la sua carriera
politica. Nel proemio del Bellum Catilinae vuole giustificare le sue scelte: il fare a Roma era
considerato superiore allo scrivere, cosa che Sallustio condivide ma in determinate circostanze la
riflessione storica è l’unica possibilità di servire lo stato, a causa dello stato di corruzione e di
violenza in cui versa la res publica  storiografia degna prosecuzione dell’attività politica quando
non è possibile. Afferma inoltre di voler narrare carptim (per episodi) le res gestas populi Romani,
iniziando da un periodo poco lontano nel tempo ma molto grave: la congiura di Catilina. Nel
Bellum Iugurthinum dice di parlare della guerra contro Giugurta perché per la prima volta fu
contrastata la boria dei nobili.

È una storiografia politica  motivazioni della grave crisi che da decenni condiziona Roma. Gli
argomenti non sono casuali, ma individuano episodi necessari a capire la crisi: la congiura di
Catilina e Giugurta rispondono a questi requisiti. L’opera storica è luogo di riflessione, e per questo
non ha impianto annalistico ma monografico (si concentra su un fatto decisivo da cui illuminare
tutta la storia di Roma). Anche le Historiae, che pure seguono metodo annalistico dal 78 al 67,
risentoono di questa esigenza, visto che il periodo è molto circoscritto e serve per individuare le
cause che hanno portato alla congiura. Il modello è ovviamente Tucidide, proprio per
l’interessamento contemporaneo e politico (Tucidide era un politico militante, e non a caso aveva
scritto della guerra del Peloponneso). Da Tucidide, Sallustio ricava il procedimento

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dell’”archeologia” (risalire indietro per le cause presenti), gli excursus politici, lo stile arduo e
austero. Ma c’è anche una concezione agonistica e individualistica, che si rivela come dramma di
singoli uomini e scontro tra personaggi ambigui  protagonisti sono eroi negativi, di grandi qualità
e passioni degradanti (tipica della storiografia ellenistica) coinvolti in peripezie romanzesche a
sfondo esotico  modello tucidideo contaminato a quello ellenistico. Il lettore nota subito la
complessità narrativa e storica di queste due opere, che hanno una struttura mossa e articolata, la
narrazione non è mai condotta in modo lineare ma il lettore si trova spesso proiettato all’indietro,
narrazione ellittica e tortuosa. La brevitas ellenistica incide anche sulla scelta di avvenimenti che
Sallustio ritiene importanti per il suo discorso, trascurando altri con abbreviazioni, troncamenti, e
concentrandosi sui particolari sfruttando una raffinata tecnica di montaggio che ordina i fatti in
blocchi narrativi.

Al centro della digressione c’è la virtus degradata per via di viziose passioni  visione fondata su
categorie morali che trasformano la storia dei popoli in una storia di vizi e virtù. Sallustio
rappresenta con forza straordinaria eguagliata solo da Tacito i rapporti umani che presiedono ai
movimenti storici, i sentimenti irrazionali che agitano le epoche storiche. Sallustio sembra non
vedere salvezza, ha un pessimismo che nasce dall’analisi concreta dei fatti e non dalle teorie
moralistiche del concetto di ciclità e decadenza di ogni cosa umana; l’atmosfera cupa è rischiarata
dalla vitalità dei personaggi  pessimismo modo per interpretare gli eventi in una luce di idealità
civili.

Bellum Catilinae / De coniuratione Catilinae


Breve e intensa monografia su uno degli episodi più oscuri della storia romana: la congiura di
Catilina. L’opera fu scritta tra il 43 e il 41, dopo la morte di Cesare e durante il Secondo Triumvirato
e la seconda guerra civile. Il titolo che usiamo, De coniuratione Catilinae non è quello originale, ma
si ricava da un passo dell’opera, mentre Bellum ha più valore impersonale ma sia questo che
Coniuratio definiscono i due momenti dell’azione di Catilina, che prima trama contro e poi fa
guerra allo stato allestendo un esercito di scappati di casa. Alcuni hanno sostenuto, forse non a
torto, che Sallustio scrive l’opera per difendere Cesare dal suo coinvolgimento nella congiura
(difende Cesare, ma lascia che ricadano maldicenze su Crasso), ma in ogni caso sono brevi cenni
insignificanti per la complessità dell’opera: la crisi della res publica è il risultato di una
degenerazione morale che secondo lui ha avuto inizio con la distruzione di Cartagine del 146, e
questo è il tema che ha sviluppato. Lo storico divide in due momenti la storia romana: prima del
146 (buoni costumi, come integrità morale) e dopo quella data (avidità di denaro, e potere che
portano a smania di piaceri e lusso  conflittualità). Il culmine della degenerazione fu Silla,
quando tutti ebbero a rapinare  allude a proscrizioni antimariane ma anche alle proscrizioni di
Antonio e Ottaviano. Come Cicerone, Sallustio descrive i congiurati come nobili decaduti, plebei
indebitati, scappati di casa che provengono dalle colonie sillane, e Catilina è l’emblema di una
generazione traviata dalla politica sillana. Al centro del libro, tra la congiura e la guerra, c’è un
excursus sulla storia romana che rivela il suo punto di vista e infatti qui parla in prima persona,
testimone degli eventi come periodo infelicissimo dell’Impero romano. Colpe più grandi alla
nobilitas patrizio-plebea che voleva solo arricchirsi, mentre meno severo è il giudizio sulla plebe
urbana  posizione moralista e moderata, che chiede maggior giustizia sociale.

La sua concezione eroica e individualistica lo spinge a focalizzarsi su alcuni grandi personaggi:


 Catilina, presentato come monstrum per il suo impasto di vizi e virtù  un moderno
ritratto paradossale, fusione di valori contrastanti.

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 Catone e Cesare, presentati insieme con la tecnica della synkrisis (confronto) perché Roma
deve la sua potenza a figure eccezionali e complementari. L’esaltazione di due figure così
distanti dimostra ancora la sua posizione moderata.
Chi non trova spazio è colui che ha sventato la congiura: Cicerone, che è confinato in un piccolo
spazio narrativo, lasciato in ombra: Sallustio tace completamente delle sue catilinarie, riportando
solo i discorsi in senato di Cesare e Catone. La spiegazione è difficile: o inimicizia o perché Cicerone
è troppo normale, poco adatto alla sua concezione eroica e privo dei tratti di epica grandiosità che
connotano gli altri tre personaggi. Inoltre i discorsi di Cicerone erano già noti, quindi per lui era
inutile e letterariamente inopportuno riprenderli. L’opera è segnata fin dal proemio da una luce
epica e tragica, con concezione dualistica della vita umana tra esigenze fisiche e spirituali, luce che
trova compimento nella violentissima battaglia finale tra istituzioni e catilinari, in cui primeggia
Catilina nella sua sinistra fierezza.

Bellum Iugurthinum
Scritto subito dopo la conclusione del Bellum Catilinae, ma più indietro nel tempo perché parla
della guerra contro Giugurta, usurpatore del regno numida, tra 112 e 105 a.C.: sceglie questo
episoido perché aspro e perché appunto per la prima volta fu contrastata la boria dei nobili 
legame politico con l’opera precedente, va più indietro per capire le ragioni della crisi delle
istituzioni. Anche in questo caso fa coincidere la crisi di Roma con la distruzione di Cartagine del
146, ma in modo approfondito: la fine del metus punicus ha causato la fine della concordia civile e
l’inizio di un conflitto di potere (mos partium et factionum)  lotte dei Gracchi (represse nel
sangue)  guerra giugurtina, primo tentativo della plebe umiliata di reagire ai soprusi. Le analisi di
Sallustio sono affidate ai discorsi di Gaio Memmio e Mario (homo novus). Il discorso di Mario dice
che la vera nobiltà non è data dalla stirpe ma dalla virtus, che con l’innocentia si oppone alle
imagines degli antenati, mentre l’oligarchia ha potere solo perché ha parenti influenti  nobilitas
ha le colpe della guerra giugurtina narrata da Sallustio, perché comprata da Giugurta vuole la
guerra e poi cerca una pace disonorevole. Questa perà è solo un punto di vista, che non esclude
l’oggettività dello storico: Metello, nobile, si ricopre comunque di gloria, ed è l’astuzia di Silla che
persuade Bocco a tradire Giugurta a portare alla vittoria finale. Inoltre Sallustio critica Mario,
responsabile di aver potenziato l’esercito arruolando uomini capite censi  fine rovinosa per la
troppa ambizione.

Accusato fin dall’antichità di tendenziosità: per esempio, accusa il Senato di non interventismo ma
pare ignorare volontariamente che negli stessi anni Roma aveva avuto a che fare con la sua prima
invasione germanica (Cimbri e Teuroni, tra 113 e 105) per cui forse il Senato non voleva spendere
soldi per una guerra nel deserto quando una minaccia veniva da nord, e ancor meno chiarisce le
ragioni di una guerra poco sentita dal senato (proprietari terrieri) e voluta dai mercanti equestri
(Africa=nuovi sbocchi per i traffici). Rispetto al Bellum Catilinae, quest’opera è più articolata e
complessa, ordina meglio gli avvenimenti e introduce due excursus etno-geografici su una regione
lontana e ancora poco conosciuta  accentuato gusto per avventuroso e romanzesco.

Giugurta è la novità migliore: non ha un unico ritratto, come Catilina, ma Sallustio lo costruisce
poco a poco, evolvendolo drammaticamente (da giovane virtuoso e intelligente, si fa notare dai
Romani verso i quali è obbediente, ma la sua trasformazione avviene quando è prediletto e
desidera regnare da solo in Numidia). Personaggio complesso, che ondeggia tra paura, calcolo,
esaltazione, impulsività. Ora è spaventato, ora è sicuro di poter prendere Roma e di contare
sull’oro con cui aveva corrotto metà senatori, quando arriva Metello si sente perduto. Quando
teme e diffida da tutti, cade vittima dell’agguato del suocero Bocco, venduto a Silla.

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Historiae
Dopo le monografie, Sallustio si accinge a un’opera annalistica, che in 5 libri narra gli avvenimenti
successivi alla morte di Silla (78): rivolta antioligarchica di Marco Emilio Lepido (78-77), rivolta
ispanica di Quinto Sertorio (80-72); guerra servile di Spartaco (73-71); 2 guerra contro Mitridate
(74-63); guerra contro i pirati (74-67). Abbiamo 500 frammenti, la maggior parte di interesse
linguistico, tra cui sopravvivono 4 orationes (tra cui quelle di Lepido contro il regime sillano) e due
epistulae (una di Pompeo al Senato, una di Mitridate ad Arsace).
Anche se di taglio annalistico, Sallustio rimane fedele alla storiografia tucididea, e continua
l’indagine sui motivi che hanno portato alla corruzione delle istituzioni, com un quadro ancora più
pessimistico di prima: già nel passato la città è minata dalle lotte tra patrizi e plebei, con l’unico
momento di stabilità tra seconda e terza guerra punica, mentre dopo 146 la città cade nelle mani
di affaristi senza scrupoli. Anche qui accuse alla nobilitas, colpevole di aver trascinato la città nel
caos per avidità (quando scrive infuriano gli eserciti di Antonio, Ottaviano e Sesto Pompeo).
Sallustio ha il punto di vista di un cesariano moderato, favorevole alle rivendicazioni degli italici
contro i privilegi dei potentati romani: critiche aspre a Pompeo (protagonista del decennio
successivo a Silla), trionfatore di Sertorio, Spartaco, pirati e Mitridate; uomo ambizioso, vanesio,
spinto da potere e quindi all’ipocrisia  rappresentazione di parte che denigra l’immagine (più
realistica) del Pompeo difensore delle istituzioni, simpatia verso personaggi “democratici” come
Licinio Macro, che rivela nei suoi discorsi pro tribuni della plebe (che Silla aveva reso vuoti)
fermezza, moderazione, equilibrio. Sertorio è il personaggio più positivo, generale mariano a capo
di una rivolta lusitana contro Roma e i governatori sillani per fondare uno Stato romano fondato
sul pax e libertas: figura ideale super partes contro ogni forma demagogica, pronta ad assecondare
ogni richiesta pur di sconvolgere a suo favore l’assetto istituzionale della città. Si oppone agli
eccessi e vendette di Mario, annunciando la politica cesariana di clementia e misericordia. Non
mancano accenti romanzeschi (stanco, sogna di fuggire da Roma nelle mitiche isole beate in mezzo
all’oceano).

Interessante la lettera di Mitridate Re del Ponto contro Arsace Re dei Parti per un’alleanza contro
Roma, con una tesi simile a quella di Giugurta: i Romani si vogliono espandere per la loro
smisurata avidità di potere e ricchezze  riflessione moralistica sulle cause della corruzione risolta
in un pessimismo sulla storia di Roma e sul suo glorioso passato.

Lo stile di Sallustio
Quando Sallustio scrive, Cesare e Cicerone sono già morti, i due avviatori di un progetto di
sistemazione della lingua latina (+ chiara e organica). Sallustio procede invece secondo una
direzione antistorica, opposta sia alla concinnitas ciceroniana sia allo stile cesariano, e si rifà al
modello arcaizzante di Catone e ha affinità con Lucrezio. Sallustio vuole una lingua capace di
interpretare a fondo la natura tragica degli eventi, il suo pessimismo si riflette su uno stile inquieto
e discontinuo, brusco, arduo  modelli in Tucidide e Catone. Del primo ammira il tono austero e
l’essenzialità dell’espressione ( ideale di scrittura); mentre il secondo propone l’esempio di una
lingua arcaica, sentenziosa con una sua vivacità colloquiale. Caratteri fondamentali dello stile di
Sallustio:
 Prosa
 Concisione
 Asimmetria della sintassi
 Varietas deliberata e continua delle soluzioni espressive

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 Arcaisimi, in una gamma molto ampia che riguarda tutti gli aspetti linguistici e
grammaticali. Privilegia grafie arcaizzanti (volgus x vulgus, lubido x libido), gerundivi in -
undus e non in -endus, terza persona plurale del Perfetto in -ere e non -erunt. Inoltre, fa
spesso uso di forme concorrenziali (sia cupido che cupiditas, mentre Cicerone e Cesare
usano solo la seconda). Arcaismo come scelta ideologica, per sostenere il suo messaggio
arcaizzante e dare austera dignità alla pagina  orientamento morale e politico.
L’inconcinnitas di Sallustio mai soggiogata a schemi fissi retorici e pur preferendo costrutti
paratattici e periodi brevi, usa spesso strutture velocizzanti (infinito narrativo, presente storico,
antitesi per asindeto, ellissi del verbo essere o congiunzioni o dei servili)  variatio e
capovolgimento delle espressioni tradizionali costituiscono quello stile brusco di cui sopra.

Le biografie di CORNELIO NEPOTE


Per gli antichi, la biografia non è la storiografia perché sposta l’attenzione sulla figura individuale e
non sugli avvenimenti, e si concentra su aspetti apparentemente minori e trascurati dalla grande
storiografia. La biografia greca aveva due tecniche dominanti:
 Raccontare la vicenda in modo lineare (nascita-morte).
 Catalogare i dati in rubriche riguardanti vari aspetti della vita del protagonista (per species).
La biografia ci mette un po’ a imporsi a Roma, solo nel I a.C. viene apprezzata grazie alle Imagines
di Varrone e le vite di letterati di un certo Santra (entrambe le opere sono perdute).
Rimangono le vite illustri scritte negli anni 30 da Cornelio Nepote.

Vita e opere di Cornelio Nepote


Nato nel 100 in Gallia Cisalpina (Ausionio, Plinio il Vecchio), fu amico di Catullo, Cicerone - con cui
ebbe un fitto scambio epistolare quasi del tutto perso – e Attico. A Roma vive dal 65, e si tiene
lontano dalla politica. Muore tra il 27 e il 25.
Le opere perdute:
 Catullo elogia Cornelio per i Chronica, enciclopedia che parlava della storia del mondo dalle
origini all’età contemporanea fino al 144 (modello Chronikà di Apollodoro di Atene), con
cenni di storia letteraria e capitoli dedicati a Omero, Esiodo e Archiloco. Abbiamo pochi
frammenti.
 Exempla in 5 libri in cui l’autore voleva raccogliere aneddoti di stampo storico-geografico e
scientifico, prediligendo i fatti di costume  curiositas ed erudizione di Cornelio.
 Due biografie, una su Catone il Censore e una su Cicerone (non incluse nel De viris
illustribus)

Di Nepote abbiamo solo, e in piccola parte, De viris illustribus (1° ed. <32, 2° >32), biografie divise
in sezioni (monarchi, condottieri, storici, poeti, grammatici quelle sicure; forse anche statisti,
oratori e filosofi). Due libri per ogni sezione, uno per personaggi di Roma e uno per stranieri.
Abbiamo integro solo il libro sui generali stranieri, e due biografie romane del de Latini historicis
(Catone Il Vecchio [da non confondere con l’altra più ampia e perduta] e Attico). Sono giunti anche
gli excerpta Patavina (perché trovati a Padova), compendio sui generali stranieri dovuto a un
modesto compilatore, ma interessante per la ricostruzione dell’originale perché sono citati interi
brani di Cornelio. Il libro superstite, Liber de excellentibus ducibus exterarum gentium (condottieri
stranieri) contiene 22 biografie: 19 greche, 2 cartaginesi (Annibale e Amilcare) e una a Datame (di
Caria, Anatolia). Nepote voleva proporre un confronto tra personaggi latini e non latini  Roma
posizione privilegiata, e punto di riferimento di ciascuna biografia. Cornelio è però aperto e
sostiene un principio di relativismo etico e culturale (non si può giudicare un greco con mentalità
romana)  privo di pregiudizi persino nella vita di Annibale. Per lo più le sue rimangono solo

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intenzioni: personaggi misurati secondo valori civili e morali della storia romana, visti come valori
assoluti e senza alcun tentativo di discussione.

Ampia libertà compositiva, ricorre a tutti e due i modelli visti sopra (sono spesso combinati anche
all’interno della stessa biografia per ottenere un effetto di varietà). È biografo e vuole comporre
un’opera di intrattenimento e di intento pedagogico: sceglie i personaggi non per importanza ma
per intento moralistico ed edificante  personaggio come modello di virtù da imitare o vizi da
evitare, con attenzione a particolari apparentemente marginali dovuti proprio alla volontà di
enfatizzare un personaggio anche per dettagli piccoli. L’opera è debole non tanto per la
trascuratezza dell’uso delle fonti o la scarsa attendibilità, ma per fragilità psicologica, piatta
uniformità dei ritratti salvo alcune pagine brillanti e accese (Annibale, che infatti è la sua biografia
più famosa). Il suo stile è semplice, dimesso, ripetitivo. I testi sono poveri e incolori, ma è questo
insieme al tono moralistico ad aver decretato il loro successo nelle scuole romane. Quando cerca
di innalzare il tono, la sintassi si fa inutilmente complicata, con effetti infelici e scarsa padronanza
del periodo.

VARRONE

La vita e la personalità
Marco Terenzio Varrone nasce a Rieti nel 116 a.C., parte di una famiglia illustre che ha dato insigni
personaggi alla storia di Roma. Nella capitale riceve un’istruzione guidata da Accio ed Elio Stilone,
mentre nel tradizionale viaggio in Grecia e ad Atene, fra 84 e 82, frequenta in particolare la Nuova
Accademia di indirizzo critico ed eclettico e partecipa alle lezioni di Antioco di Ascalona. La
carriera:
 Inizio tra 78 e 77 durante la guerra dalmatica, al seguito di Pompeo e combatte in Spagna
contro Sertorio, i pirati e forse Mitridate.
 Pretore nel 63.
 Non svolge mai ruoli di primo piano, ma rimane onesto ufficiale dell’esercito e funzionario
statale filosenatore e conservatore, libero nei giudizi  non approva il triumvirato, verso
cui scrive anche una delle sue satire (Trikáranos, “mostro a 3 teste”).
 Nel 49 scoppia la guerra civile, lui parteggia per Pompeo ma alla fine in Spagna si arrende a
Cesare e gli consegna soldi e uomini.
 Nel 48 rientra in Italia (post Farsàlo) e viene protetto da Cesare.
Qui finisce la sua carriera politica, e si dedica interamente agli studi: Nel 47 Cesare gli affida la
prima biblioteca pubblica di Roma, che non realizzerà per la morte del dittatore. Si salva dalla
cupidigia di Antonio che lo mette nelle liste di proscrizione per il suo patrimonio, grazie a
un’amnistia del 42. Negli ultimi anni si avvicina alle correnti neopitagoriche, e muore nel 27, l’anno
in cui inizia il principato, ma fa in tempo a leggere le opere di Virgilio e Orazio passando indenne
dall’età di Cesare a quella di Augusto. Scrisse oltre 70 opere per 620 libri, ma ci restano un trattato
in prosa sull’agricoltura, parte di un trattato sul latino e diversi frammenti di altre opere.

Opere antiquarie
Varrone vuole ordinare il ricco patrimonio romano: tutte le sue opere sono nostalgiche del passato
di Roma, la stessa passione romana e nazionale che avranno Virgilio e Livio e che è caratterizzante
dell’età augustea. Numerosi scritti dedicati alle opere antiquarie (De familiis Troianis, De vita
populi Romani), secondo un interesse dal preciso significato politico (De gente populi romani viene
scritto nel 43, quando Antonio divinizza Cesare). Le opere più importanti:

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 Antiquitates (47), raccolta di 41 libri divisi in 25 rerum humanarum (antichità umane) e 16
rerum divinarum (Divine). Storia di Roma dalle origini e della topografia cittadina, della
costituzione, con sguardo su geografia e istituzioni della penisola. Nella parte sugli dei
espone la dottrina della triplice religione, secondo gli stoici Posidonio e Panezio (mitologica
[poeti], naturale [filosofi], civile [fondamento delle istituzioni pubblicheufficiale]). In
generale, Varrone riduce la religione a una creazione umana.
 Imagines (47-39), ritratti di 700 personaggi (Re, filosofi, poeti…) greci e latini divisi in gruppi
di sette, di cui c’è una breve biografia + un veri ritratto (le imagines erano le maschere
funebri degli antenati esposte negli atri delle case ricche).

Opere linguistiche e di storia letteraria: De lingua Latina


Varrone aveva esordito giovanissimo con una storia dell’alfabeto, e per tutta la vita svolge ricerche
linguistiche e filologiche, con focus sulla storia letteraria. Interesse per il teatro arcaico, cui dedica
numerose opere (De originibus scaenicis), e per gli scritti plautini in cui Varrone affronta il
problema delle attribuzioni (vedi PLAUTO), ma anche trattazioni su stile e cronologia letteraria. Di
questo grande lavoro abbiamo solo, quasi integri, i libri V-X del De lingua Latina, che
comprendeva in tutto 25 libri e fu scritto tra il 47 e il 45:
 Libro I ha carattere introduttivo, seguono 4 esadi.
 Libri II-VII: etimologia.
 Libri VIII-XIII: morfologia.
 XIV-XIX: sintassi.
 XX-XXV: stilistica.
Il V libro vede l’opera dedicata a Cicerone. Anche qui l’esigenza è storica, per recuperare il passato
linguistico di Roma per sottrarlo all’oscurità nel tempo, come scrive rivolgendosi a Cicerone nel V
libro. Questa tensione antiquaria verso le origini sovrasta l’interesse teorico-filosofico. Varrone
concilia le due posizioni contrastanti, pur avendo inclinazione analogista:
 Alessandrina (analogisti): origine convenzionale del linguaggio.
 Scuola Pergamena (anomalisti): Lingua ha origine naturale e spontanea e lo sviluppo si
fonda su uso e consuetudine, non sulla ratio.
Ovvero, per V le parole sono spontanee ma tutte le lingue vanno disciplinate. C’è anche una bella
indagine etimologica, in cui Varrone parte dall’idea stoica di corrispondenza naturale tra segno
linguistico che designa una cosa e quella cosa stessa  etimologia non è solo studio linguistico ma
scoperta del valore originario di quella parola. Non ha un metodo rigoroso (sconosciuto in
antichità) ma compie le sue ricerche su associazioni fonetiche e semantiche (hiems “inverno” da
hiatus “apertura della bocca”: d’inverno si vede il fiato emesso della gente). Questo trattato ha un
impasto linguistico che unisce modi del parlato, uso disinvolto dei tempi verbali, ellissi di soggetto
e predicato, ridondanze  tipici della prosa tecnica.

Opere enciclopediche e storico-filosofiche


Si occupa di filosofia, pur non portato per la speculazione teorica. Le opere:
 De philosophia e De forma philosofiae (attribuiti, non certi).
 Logistorici, 76 dialoghi in prosa su temi morali e con esempi storici (il titolo deriva da
Lógoi, greco “discorsi”, + historici). Dialoghi dal titolo doppio: primo sul personaggio
principale, secondo sull’argomento.
 Disciplinae che ebbero molta fortuna, un’enciclopedia di tutto il sapere antico in 9 libri
scritto negli ultimi 10 anni di vita e da cui nel Medioevo si trarrà il sistema delle Arti liberali
distinte in trivio (grammatica, dialettica, retorica) e quadrivio (geometria, aritmetica,
astronomia, musica  scienze).

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Saturae Menippeae
Raccolta di 150 componimenti autonomi (abbiamo 90 titoli e 600 frammenti), scritti in prosa e
versi (prosimetro) di argomento vario e moraleggiante, su modello di Menippo, un filosofo del III
a.C. di origini palestinesi di condizione servile e orientamento cinico, creatore di un genere
bizzarro, che mescolava elementi comici, versi a prose e situazioni caturali insieme a toni crudi e
sferzanti, e contestava le istituzioni fondamentali (stato, patria…) in nome di della physis (natura)
in cui tutti gli uomini sono uguali  satira menippea, nuovo rapporto tra letteratura e realtà i cui
protagonisti erano uomini comuni riconoscibili nella verità empirica della loro vita e impegnati in
situazioni avventurose (scendere agli inferi)  nuove forme espressive, pluralità di stili e registri
linguistici.
Varrone adotta questi aspetti tecnici, ma non i contenuti e allo spirito trasgressivo di Menippo
oppone un’ideologia conservatrice ispirata agli antichi mores romani (fusione Menippo-Lucilio-
Ennio, influenze della commedia plautina)  opera stravagante e imprevedibile, che unisce
moralismo censorio a umori radicali ed estri parodistici. Questa creatività traspare dai titoli
pervenuti, che si riferiscono spesso a proverbi e modi di dire (Nescis quid vesper serus vehat “Non
sai cosa la notte possa arrecare”), o al convito, al dualismo anima, corpo, a personaggi che non
capiscono niente di musica, o contro gli stoici. Anche titoli mitologici e paratragici, come appunto
Trikáranos, la satira contro il triumvirato; o Eumenides, parodia della tragedia di Eschilo contro i
nuovi filosofi. Prevale comunque l’assetto fantastico, il guizzo fulmineo dell’invenzione che
calamita il lettore per l’ambiguità enigmatica del titolo.

Tema fondamentale sono i vizi contemporanei, denunciati e contrapposti al buon tempo antico.
Ricorrente la polemica contro i filosofi, il loro dogmatismo, la cavillosità delle loro affermazioni, a
cui Varrone oppone una sentenziosità semplice e popolaresca. Varrone addita come esempio
(diversamente da Menippo, che predica una vita condotta secondo natura) una vita razionale
come quella condotta dagli antenati. La forza della sua satira è però data dalla varietà dei soggetti
e delle situazioni narrative, in cui il quotidiano si fonde con il fantastico e il mitologico. Questo si
riflette anche sul piano metrico-espressivo: un linguaggio colorato, ricco di giochi di parole e
neologismi e proiettato nella dimensione ludica e virtuosisitca di una continua creatività: si
trovano insieme parole altisonanti, greche, tecniche, arcaiche, volgari per puntare alla bizzarria e
alla varietà di soluzioni  esibizione di maestria tecnica e conoscenze filologiche. Varietà anche
dei metri (dal plautino fino a quelli della lirica neoterica).

De re rustica
Trattato in forma di dialogo composto nel 37 (nello stesso anno Virgilio inizia le Georgiche). 3 libri
(ognuno ha ambientazione topica e cronologica diversa):
 Coltivazione della terra
 Allevamento del bestiame.
 Animali da cortile + selvaggina, api e pesci.
Fonte è Catone il Vecchio, ma anche Teofrasto e Aristotele, nonché Magone che era stato tradotto
in latino nel II secolo. È un tema congeniale al suo spirito conservatore e laudator del tempo
antico, perché la campagna è valore etico da difendere contro il degrado urbano. L’esposizione è
improntata in modo pragmatico, con osservazioni minute, scorre bene, chiara e mai pedante: lo
sguardo di Varrone non è quello lirico e malinconico di Virgilio che si rivolge alla piccola proprietà,
ma lo sguardo del latifondista agrario, con consigli sull’organizzazione di una grande tenuta. A
differenza di Catone (utilitaristico), Varrone ha doti umane, + apertura mentale, e sentimento
della vita campestre, cose che risaltano grazie alla scelta del dialogo e alle diverse ambientazioni.

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Inoltre al concetto pratico della utilitas, che pure permane, si aggiunge quello estetico, perché
Varrone è un proprietario terriero ma anche un uomo colto dedito agli studi. Importante la pagina
dedicata agli schiavi, in cui l’utilitarismo del capitalista si fonde con umanità: bisogna trattare bene
gli schiavi perché così lavoreranno meglio e quindi si trarranno più vantaggi economici. Inoltre
fonde il suo conservatorismo sabino con le nuove esigenze del latifondismo romano e quindi
consiglia di ampliare i settori produttivi delle tenute, con vivai pieni di pesci costosi e pregiati, e
descrive il lusso ellenistico delle sue splendide ville.
È un’opera scritta in una lingua semplice e funzionale in cui predominano le forme del parlato,
tecnicismi e grecismi, ma anche pagine di stile più alto (Varrone non è abile tuttavia a costruire
periodi armoniosamente composti e strutturati). Sono interessanti i materiali arcaici che lui
trasmette ai posteri, come proverbi e formule e per questo il libro sarà molto letto e citato.

ETÀ AUGUSTEA

Il Principato e il Circolo di Mecenate


Con la battaglia di Azio, Ottaviano aveva sconfitto definitivamente Antonio ma anche la Repubblica
Romana, definitivamente annientata, che lui trasforma sapientemente in un principato senza
commettere l’errore di Cesare (non si fa chiamare dictator ma appunto princeps, il primo dei
cittadini, dando illusione di potere al senato). In realtà tutto è su di lui, che si pone come il
portatore di pace a una Roma dilaniata da quasi un secolo di guerre civili. Inizia una politica di
restaurazione degli antichi valori e tradizioni romane, destinato a fallire perché i tempi sono
cambiati: la sua stessa famiglia è messa alla prova da scandali mondani che coinvolgono la figlia
Giulia Maggiore e la nipote Giulia Minore. Questo progetto restauratore comprende naturalmente
anche le arti e la letteratura: finito il tempo del dibattito pubblico e della libertà che aveva
contraddistinto i secoli repubblicani, la nuova generazione vive alla ricerca di un protettore,
Augusto, che affida al suo fidato consigliere Mecenate – e come vedremo anche ad Asinio Pollione
e Messalla Corvino – il compito di riunire sotto di sé un gruppo di letterati e poeti che
valorizzassero Roma, la sua cultura e le sue origni (escludendo naturalmente chi scrivesse cose non
gradite).

Gaio Mecenate nacque ad Arezzo nel 70 da famiglia di antichissime e nobili origine etrusche,
coetaneo di Virgilio e poco più grande di Orazio. È vicino ad Augusto fin dalla sua ascesa, ma
sceglie di rimanere cittadino privato restio alle cariche pubbliche  segno dei nuovi tempi, perché
pur continuando ad esistere le varie magistrature, la politica si svolge altrove, nel palazzo
imperiale. Mecenate è consigliere privato che ha anche incarichi diplomatici (accordi di Taranto
del 37, che riallacciano brevemente i rapporti tra Ottaviano e Antonio). Mecenato era colto e ricco,
anticonformista nel privato e noto per la sua vita dissoluta, nonché per l’eccentricità dei suoi
comportamenti, poeta di gusto neoterico con una prosa manierata e preziosa. Abbiamo pochi
frammenti. Le opere: Sypmposion (dialogo con Virgilio e Orazio) e De cultu suo (si difendeva dalle
accuse di mollezza). Sia Virgilio che Orazio ci dicono che era molto insistente.

Il circolo di Mecenate non era un gruppo omogeneo di scrittori, ma centro di irradiazione di un


grande progetto culturale perché Ottaviano aveva intuito l’importanza delle immagini e dei simboli
nel suo sistema di governo, e voleva mobilitare scrittori e artisti intorno a valori ideali e nazionali
 Mecenate uomo adatto per fare il mediatore, aveva gli stessi gusti della generazione nata dopo
il 70 e quindi sapeva rispettare le loro esigenze. No a struttura di regime o vera e propria corte:
Mecenate punta sui rapporti privati, e istituisce legami individuali con i singoli scrittori. Inizia nel
39, dopo aver convinto Virgilio, e quest’ultimo poi introduce Orazio. Mecenate nel 28 poi

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“assorbe” anche Properzio (questi sono i 3 grandi nomi del circolo, ma c’erano altre figure come
Vario Rufo, Quntilio Varo e Plozio Tucca).

Altri circoli culturali: Asinio Pollione e Messalla Corvino


Come detto, non solo Mecenate fu promotore di iniziative culturali: come lui anche Asinio Pollione
e Messalla Corvino, legati ad Augusto ma più desiderosi di autonomia d’azione.
Asinio Pollione nacque nel 76 faceva parte della ricca gens Asinia di Teate (oggi Chieti): il nonno
era morto combattendo durante la guerra sociale e il padre si era trasferito a Roma. Dagli anni
Cinquanta è schierato con i cesariani, nel 54 pronuncia un discorso contro Catone l’Uticense, e poi
è agli ordini di Cesare a Farsalo, Tapso e Munda. È amico di Antonio, console nel 40 e proconsole
nel 39 in Dalmazia: fase importante della sua carriera, protettore di Virgilio (che gli dedica la IV
ecloga) e fase dell’allontanamento di Antonio, anche se non prende mai direttamente le parti di
Ottaviano (si rifiuta di seguire entrambi nel 31, rimettendosi alla generosità del vincitore 
abbandono della politica, ritiro a vita privata. Muore nel 4 d.C. Fin da giovane è interessato
all’attività letteraria, lodato anche da Orazio come poeta tragico Compone delle Historiae (dal 35)
dal primo triumvirato a Filippi, di cui abbiamo pochi frammenti, tra cui quello che narra la morte di
Cicerone. Aspri i suoi giudizi letterari (specie contro i commentarii di Cesare, che definisce
tendenziosi, ma anche contro Sallustio, Livio e Cicerone). Importante la sua attività culturale:
protettore di Virgilio, amico di Orazio, nel 39 restaura l’Atrium Libertatis e apre la prima biblioteca
pubblica di Roma, cui c’erano appesi ritratti di illustri letterati e filosofi scomparsi da tempo a parte
Varrone che era ancora vivo (Augusto in concorrenza farà aprire un’altra biblioteca sul Palatino).
Favorisce per primo le recitationes, letture in anteprima dei testi poetici. È legittimo ad Ottaviano
per i suoi trascorsi filocesariani, pur avendo preteso di rimanere neutrale nei conflitti tra lui e
Antonio.

Valerio Messalla Corvino (64-8 d.C.) aveva avuto una vicenda molto più scabrosa, e organizzò un
circolo antagonistico a quello di Mecenate. Da giovane cesaricida, era passato prima nelle file di
Antonio e poi in quelle di Ottaviano (combatté contro Sesto Pompeo e ad Azio contro Antonio).
Console nel 31, proconsole in Siria nel 29, trionfatore sugli Aquitani nel 27 (ultima fase della sua
carriera, nel 26 rinuncia alla carica di praefectus urbi, nuova e incompatibile con le sue idee). Le
sue idee repubblicane non erano del tutto sopite: si mantiene sempre distante e prudente da
Augusto. Giovane poeta neoterico, era anche un valente oratore atticista (Cicerone lo riteneva una
promessa dell’eloquenza, come conferma Quintiliano), genere che muore con Augusto. Nel suo
circolo entrano Tibullo, Il giovane Properzio (che poi passa a Mecenate), Ovidio e Valgio Rufo, e i
poeti del corpus Tibullianum. Messalla resiste al clima augusteo in forme letterarie: se Mecenate
chiede attenzione al piano patriottico (celebrazione del regime), Messalla predilige temi privati e
leggeri.

Poeti minori di età augustea a pagina 429, Seneca Padre Pag. 433, Vitruvio pag. 436.

VIRGILIO

La vita
Non parla di sé, ha carattere schivo e di lui sappiamo da una serie di Vitae di epoca tarda, tra cui
quella di Elio Donato che dipende dalla Vita di Virgilio di Svetonio, che noi non abbiamo. Publio
Virgilio Marone nacque nel 70 a.C. ad Andes, vicino a Mantova da un’agiata famiglia di proprietari
terrieri: conosce gli umili lavori di contadini e artigiani, i cicli delle stagioni, dolcezza del paesaggio
padano. Studia prima a Cremona e poi a Milano (55 a.C.), maggior centro cisalpino, per poi andare

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a Roma a seguire le lezioni del retore asiano Epidio, insegnante anche di Ottaviano. In quegli anni
infuriano le bande di Clodio e Milone, mentre Cesare sta tornando ricco di prestigio e soldi dalle
Gallie. Legge Catullo e Lucrezio, da poco morti, e ha una cultura di impronta alessandrina e
neoterica, ma anche interesse per filosofia, scienza e astronomia. Negli anni della guerra Cesare-
Pompeo va a Napoli, città grecofona, per seguire gli epicurei Sirone e Filodèmo di Gadara 
apprende il significato di vivi nascosto, che è il suo mantra per tutta la vita.
Tra il 42 e il 39 compone le Bucoliche, nelle cui I e IX ecloga allude alla confisca delle terre
mantovane da parte dei veterani di Cesare  forse tornò a Mantova per difendere le sue terre,
ma non sappiamo la successione degli eventi (forse le riebbe grazie all’amicizia con personaggi di
spicco quale Asinio Pollione e lo stesso Ottaviano; o, al contrario, proprio per quelle amicizie le
perse ottenendo in cambio un ager nel napoletano, visto che la Campania salvo qualche trasferta è
la sua residenza abituale). L’opera, comunque, gli vale l’ingresso nel circolo di Mecenate, a cui
presenta nel 38 anche Orazio  Mecenate è l’unico referente politico di Virgilio, sempre lontano
dalla politica.
Tra il 37 e il 30 compone le Georgiche, nella sua Villa di Napoli (lo dice nei vv.559-560 Allora
vivevo, io Virgilio, in seno alla dolce / Partenope, lieto e appartato fra cure tranquille). In 4 giorni,
nel 29, legge l’opera a Ottaviano che tornava dall’Asia  nasce probabilmente il progetto
dell’Eneide.
Nel 19, a poema quasi concluso, Virgilio parte verso la Grecia per raccogliere materiale prima della
revisione finale calcolata di 3 anni, per poi dedicarsi agli studi filosofici. Incontra Ottaviano ad
Atene e decide di tornare con lui, ma viene colto da un malore a Megara, peggiora nel viaggio di
ritorno e muore a Brindisi poco dopo lo sbarco. Contro le sue volontà il poema fu pubblicato: lui
aveva chiesto che fosse bruciato se lui fosse morto prima di averlo completato.

Le Bucoliche
Dieci componimenti in esametri di argomento pastorale composte 42-39 e pubblicate 38-37.
Bucolica è un aggettivo neutro plurale che sottintende carmina  canti di pastori (dal greco
bukólos) e si riferisce ai protagonisti di queste brevi composizioni. L’opera è anche nota come
Eclogae (dal greco Ekloghé che significa “breve componimento poetico / estratto”). Nel proemio
Virgilio dice di essere il primo ad aver introdotto a Roma la poesia bucolica, con allusioni a
Teocrito, poeta del II a.C: (“si degnò di cantare nel verso di Siracusa”, la città di Teocrito), che
riferiscono a Siracusa e alla Sicilia in generale, mentre il poeta non è mai nominato direttamente. È
chiaro quindi che il modello è Teocrito, autore degli Idilli, primo a dare forma a una vera e propria
poesia pastorale (c’erano composizioni rusticane anche prima, ma erano parte dell’epica, come
nell’Iliade). Eidyllion era un diminutivo di Eidos (“aspetto, forma”) ad indicare un breve
componimento descrittivi: quelli di Teocrito erano vari per tono e argomento, tra cui anche
bucolici che furono quelli che maggiormente colpirono i lettori e i posteri. La sua opera però non
aveva avuto troppa fortuna a Roma, perché la sua raffinatezza e varietà di stili non bastava ad
attirare poeti come i neoteroi. Virgilio era diverso, per le sue origini campagnole e per il suo
carattere: rispetto a Catullo a Roma era stato poco, non attratto dalla vita metropolitana e si era
spostato nei giardini epicurei della Campania  desiderio di una vita schiva e nascosta, il suo
interesse per il mondo pastorale deriva da esigenze di semplicità e intimità. Gli omaggi a Teocrito
sono più formali che di contenuto: 10 le bucoliche come dieci gli idilli bucolici, nomi teocritei,
alcune situazioni fisse. Cambia il contenuto: a differenza di Teocrito, Virgilio non è mai malizioso,
elimina aspetti troppo crudi e realistici preferendo una prospettiva pensosa e straniata, e ha uno
stile più conciso ed essenziale e partecipe sentimentalmente al destino dei suoi pastori. Questi
vivono in una vita perennemente bloccata in una sua dolce serenità, pace agreste in cui portano al
pascolo le loro mandrie o riposano all’ombra delle querce, suonano il flauto, organizzano gare di

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canto ecc. Paesaggio ha tratti edeneci: sorgenti muschiose, fronde, selve, crepuscoli dorati, e a
tutto questo si aggiungono le divinità della poesia agreste e amorosa (Diana, Priapo, Pan, ninfe e
Venere). Tra i modelli c’è anche Lucrezio, altro epicureo, e Virgilio in questo mondo bucolico
trasferisce il suo desiderio di vita semplice e sobria dedita agli studi. Il paesaggio delle Bucoliche è
una fusione fantastica tra paesaggio arcadico, siculo e mantovano (Arcadi sono i pastori dell’Ecloga
VII, ma nello stesso tempo Virgilio descrive le acque dolci del Mincio e le sue canne palustri) 
indeterminatezza delle descrizioni  dimensione favolosa e remota. A questo sfondo così aulico e
felice, fa da contrasto la storia con la sua forza devastante. Come detto, le ecloghe I e IX hanno
tema autobiografico: Melibeo (E. I) è costretto ad abbandonare la terra dei padri e i dolci campi
per un esilio umiliante; uguale Menalca (E. IX) ha perso i campi ed è stato costretto a spostarsi.
Alla loro infelicità è opposto TItiro che ha potuto mantenere i suoi poderi grazie all’intervento di
un dio  Ottaviano, primo di una serie di protettori che si incontrano nelle bucoliche (Asinio
Pollione, Alfeno Varo, Cornelio Gallo). Questi sono del resto versi scritti negli stessi anni in cui
Sallustio scrive la Congiura di Catilina, Cicerone è morto da poco, e le invettive di Catullo hanno
poco più di un decennio  cambiano i rapporti tra cultura e potere. Virgilio è sincero, ma non
presta interesse alle istituzioni repubblicane (Res Publica=Violenza, Ottaviano è un dio
pacificatore).

Amore e canto i due grandi temi delle bucoliche: il primo è portatore di sofferenza, il secondo di
serenità. La passione d’amore è rappresentata in quasi tutte le ecloghe come dementia e furor,
alla cui infelicità i pastori oppongono la potenza del canto che placa l’animo rasserenandolo:
Ecloga VI, il canto di Sileno che descrive le origini del mondo e canta le leggi della vita, parla delle
storie d’amore del mito, è reso come medicina amandi, rimedio contro l’amore  potere
consolatorio della parola musicale. Le ecloghe virgiliane sono il culmine insuperato dell’arte di
ispirazione alessandrina, poesia elusiva ed erudita, suggestiva, patetica, organizzata secondo
variatio e piena di citazioni e reminiscenze poetiche. Poesia rivolta a stretta cerchia di poeti, tra cui
Gallo e Rufo. Fin dai primi versi, Virgilio sottolinea il carattere imile della poesia bucolica: la Musa
ispiratrice è detta tenuis, e indica un genere meno elevato rispetto a quello tragico/epico. E anche
quando il tono si fa più alto, come nella IV ecloga, Virgilio ribadisce il carattere tenue della sua
poesia con l’immagine delle humiles myricae (le modeste tamerici che ispirano le Myricae di
Pascoli). Anche lo stile umile va interpretato secondo le poetiche alessandrine-neoteriche, che
cercano forme eleganti e preziose: l’apparente spontaneità e naturalezza del linguaggio sono
frutto di un lavoro attento, un mediato labor limae. Pur ispirato al neoterismo, Virgilio ha un gusto
più sobrio e composto, quello che sarà tipico del classicismo augusteo. Il lessico bucolico è
adeguato al carattere umile della materia, gli aggettivi stabiliscono la tonalità della composizione
in maniera descrittiva e simbolica (blandus, candidus, dulcis, gracilis, fragilis, levis, mitis, mollis,
tenuis, suavis, placidus, parvus…). Le parole non agiscono mai in maniera isolata, ma sono investite
di una carica affettiva in una trama sonora. A questo lessico Virgilio accosta effetti di colore, nomi
greci (gli stessi nomi dei pastori) che creano distacco dalla realtà.

Le Georgiche
Poema didascalico in esametri, 4 libri. Virgilio si propone di cantare “cosa renda lieti i campi”, e
divide la materia in 2 diadi (2 libri ciascuna):
 Coltivazione dei campi: cereali (Libro I), alberi da frutto e vite (II)
 Allevamento del bestiame (III) e apicoltura (IV).
Ogni libro ha autonomia tematica, e allo stesso tempo inserito in un raffinato piano complessivo,
un’architettura risultato di un molteplice gioco di simmetrie interne regolato – come in Lucrezio –
da principi generativi di contrasto e alternanza  due nuove coppie di libri:

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 I e III  proemi lunghi e finali di tono cupo (Morte di Cesare libro I; moria degli animali
libro III).
 II e IV  proemi brevissimi e finali lieti (lode alla vita dei campi libro II; favola di Aristeo,
con resurrezione delle api, libro IV). La stessa favola di Aristeo riassume il tono sempre a
contrasto luce-buio di tutto il poema, visto che c’è anche il racconto luttuoso di Orfeo ed
Euridice.

Virgilio afferma di aver voluto comporre un canto alla maniera di Esiodo, autore della Teogonia e
delle Opere e giorni, quest’ultima modello delle Georgiche: da lui, il poeta mantovano trae
l’impegno etico di adesione ai contenuti affrontati, attenzione per le descrizioni naturalistiche.
Virgilio vuole attribuire dignità poetica a una realtà minuta, concetto ribadito all’inizio dell’ulitmo
libro in cui l’espressione in tenui labor richiama un programma letterario di derivazione
alessandrina e neoterica. Quindi un poema costurito secondo canoni estetici ellenistici, che però si
distanzia nello spirito e nel respiro poematico proprio dall’ellenismo. Anche in questo caso la sua
fonte maggiore è Lucrezio: in lui per primo la poesia è verità, e le similitudini e le descrizioni
tornano ad essere funzionali al testo didascalico, che Virgilio riprende. Come Lucrezio, Virgilio ha
una visione cosmica della vita (opposta alla visione ludica della poesia ellenistica). Altre fonti sono i
trattati tecnici di Teofrasto, Aristotele, Catone e Varrone.

L’opera è dedicata a Mecenate, che viene ricordato in tutti e 4 i libri, e insieme a lui molto
celebrato è Ottaviano, anche in questo caso visto come divus (versi proemiali), o è il protagonista
del finale del I libro, di un passo del II, del proemio del III (in cui si annuncia l’Eneide)  prima
opera latina che sottintende la divinizzazione di un uomo vivente. Virgilio, pur scrivendo l’opera
inserendola perfettamente in quel clima di restaurazione sociale e morale voluto dall’Imperatore,
non dà connotazione politica. Il richiamo alle antiche virtù romane e l’appello a ritornare alla terra
rientra nella cornice dei valori etici tradizionali e questo spiega perché Virgilio trascuri il problema
degli espropri da lui vissuto e della manodopera servile, i due problemi dell’agricoltura
contemporanea.

Alla fine del II libro, Virgilio canta la bellezza e serenità della vita agreste, luogo virtuoso, contro la
corruzione della città  motivo epicureo degli otia e motivo mitico dell’età dell’oro. L’agricola è un
vero sapiens, che vive felicemente e in armonia interiore. Virgilio, celebrando la vita agreste,
aspira ad una pax idllica, a un ordine naturale di eventi, conciliazione tra natura e storia che può
sorgere solo dai pascua e rura e non da marmo e oro delle metropoli ellenistiche. Motivo
dominante è il contadino fortunatus, sviluppato in quadretti di ispirazione o domestica o rituale 
Corico è il brano più esemplare, schiavo che ha reso il suo povero pezzo di terra un giardino dove il
principio economico ben si coniuga con esigenza di armonia e bellezza: è bene ricordare però che
in Virgilio le descrizioni delle bellezze naturali non sono pezzi di carattere descrittivo, ma parte di
una visione del mondo e di uno Stato d’animo. In Virgilio, similmente ad Esiodo e diversamente da
Lucrezio, il lavoro è una volontà degli dei per risvegliarli dal torpore e farli progredire nel cammino
della civilità: non più una punizione divina come in Esiodo, ma questo non occulta fatica e
sofferenza che Virgilio approfondisce e porta anche al mondo vegetale e animale  sentimento
doloroso di partecipazione alla sofferenza universale espressa in varie forme. Uomini e animali
sono sottomessi alle leggi oppressive delle passioni, soprattutto quella di Eros. Risposta simbolica
agli inquietanti interrogativi del poema si trova nel monologo dedicato alle api, modello divino di
saggezza: sono indenni da Eros e non costrette a riprodursi sessualmente (gli antichi ignoravano la
Regina, considerandola un maschio), rimangono fedeli a casa e leggi e sono devote al loro capo 
esempio di organizzazione ordinata e concorde, una perfetta res publica arcaica  celebrazione

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degli ideali augustei. Questa visione sottintende una visione unitaria del cosmo, in cui gioia e
dolore del singolo lo diventano di tutti. Il mondo inanimato è reso vivo con la forza del sentimento
e ciò spiega perché un poema su campi animali acquisti il passo solenne di un poema liturgico in
cui ogni cosa è sacra agli occhi di chi osserva.

Le Georgiche sono concepite in unità di ispirazione e seguono la tecnica ellenistica della variatio
(parti precettistiche alternate ad ampi excursus narrativi), un principio che vale anche per lo stile:
andamento dimesso e prosastico spezzato da zone liriche, in cui il linguaggio si alza. La narrazione
è guidata dallo sviluppo dei sentimenti, è un flusso continuo di stati d’animo che passa da un
quadro all’altro in espansione a ritmo musicale. La poesia dei campi non è pretesto per esibizione
di abilità, ma esigenza dello spirito. Tra le digressioni del poema, la più lunga e suggestiva è quella
dedicata al pastore Aristeo, che occupa quasi metà del libro IV. La favola è di gusto ellenistico per il
suo carattere di epillio narrativo, per la sua struttura a cornice, per il carattere eziologico della
narrazione; ma la vicenda doppia di Aristeo e Orfeo si inserisce nell’impianto didascalico sia sul
piano tecnico (rapporto Aristeo e api) sia su quello etico e filosofico (Orfeo è il canto-lamento che
allontana il poeta d’amore dal mondo reale e gli impedisce di rompere il circolo chiuso fuori dal
quale c’è salvezza; Aristeo rappresenta il canto georfico, la vittoria del contadino contro i mali di
storia e natura). Orfeo fallisce perché disubbidisce agli dei, Aristeo vince perché sa accettare gli
eventi.

Eneide
L’iniziale resistenza di Virgilio al poema epico era data dalla sua formazione neoterica e quindi
poco attratta a questo tipo di poesia: il poema classico di stampo enniano e omerico ai neoterici
(ma anche a Callimaco e agli ellenisti) appariva superato, impossibile e l’unico esempio valido era
Apollonio Rodio, le cui Argonautiche erano in soli 4 libri contro i 24 di Iliade e Odissea. L’ambiente
augusteo in cui è inserito lo spinge tuttavia a ripensare l’epos storico e celebrativo, e da qui nasce
l’Eneide. Un poema epico in 12 libri in esametri, cominciato nel 29 e rimasto incompiuto alla
morte dell’autore: questa incompiutezza si nota da squilibri e contraddizioni narrative, e da 58
versi non conclusi (tibicines) in attesa dell’ultima mano. L’opera era in parte già nota, come
testimonia un’elegia di Properzio, ma anche lettere di Virgilio al princeps che denotano
un’insistenza di Ottaviano a inviare parti concluse dell’opera. Nel complesso, comunque è
un’opera conclusa nella struttura e nella forma, con delle piccole incongruenze narrative e versi
provvisori. La divisione in 12 libri unisce due esigenze:
 Brevitas alessandrina (4 libri delle Argonautiche), che è quella che prevale soprattutto
considerando che i 12 libri dell’Eneide rivaleggiano sia con Iliade che con Odissea: i primi 6
rinviano al modello odissiaco (viaggio), gli altri al modello iliadico (guerra).
 Lunghezza del poema classico (48 libri Iliade+Odissea).
L’Eneide è 3 volte più lunga del poema di Apollonio Rodio, ma 4 volte più corta dei due poemi
omerici messi insieme  scelta poetica e volontà di sintesi. Rispetto a Omero, Virgilio inverte
l’ordine delle vicende (prima viaggio, poi guerra) ma entra anche in competizione:
 Ulisse ha un viaggio di ritorno, Enea di rifondazione.
 La guerra dell’Iliade è distruttiva, quella di Enea in Lazio costruttiva (nel senso di costruire
una nuova città).
 Iliade si conclude con la disfatta troiana, l’Eneide con la vittoria del troiano (e quindi dei
troiani).
Ellenistica la tendenza di rendere i libri autoconclusivi ma incatenati tra loro. Dopo il I,
introduttivo:

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 il 2 e il 3 sono molto caratterizzati: il II è un Iliuperis, distruzione di Troia, il terzo un libro di
viaggi e peregrinazioni su modello dell’Odissea.
 Il quarto è un epillio ellenistico sugli amori di Enea e Didone (modello libro III delle
Argonautiche, eroine tragiche di Euripide).
 il quinto di giochi funebri in onore di Anchise (aperture eziologiche ellenistiche).
 il sesto la discesa agli inferi (Odissea XI)
Più compatti i restanti libri (parte iliadica), in cui domina il tema della guerra con le tradizonali
situazioni (rassegna degli eroi, sortite notturne, duelli), e il paesaggio, il bosco, il sacro. Autonomo
è il libro VIII con la passeggiata archeologica di Enea e Evandro sui luoghi primitivi dove sarebbe
sorta Roma. Virgilio quindi compete col passato in rapporto di emulazione e superamento. Se la
maggior parte delle situazioni narrative e descrittive, il codice espressivo dipendono da Omero, è
originale l’uso dei materiali, mai usati in modo passivo. Si tratta di un’operazione di secondo
grado, e la distanza dai poemi omerici emerge nella costruzione del personaggio protagonista.
Enea era già presente in Omero e nelle leggende italiche (Ennio, Nevio), ma Virgilio opera una
selezione del materiale, combina le fonti e risalta alcuni particolari in modo da costruire un nuovo
linguaggio. Virgilio parte da esigenze ideologiche e celebrative (la gens Iulia discende da Enea), ma
opera sul personaggio un approfondimento umano ed esistenziale che lo rende diverso dagli eroi
tradizionali antecedenti, dominati da passioni elementari e contraddistinti da una psicologia
arcaica piatta tutta rivolta all’impresa, alla gloria e al duello e le vittorie sono prive di sensi di colpa.
Enea invece soffre, pensa, è una figura malinconica, consapevole delle sue responsabilità. Reazioni
non univoche, ma segnate da varietà di atteggiamenti e complessità di sentimenti (abbandona
Didone anche se la ama perché così hanno voluto le forze superiori, con lei è duro, freddo, ma
negli inferi si lascia andare al rimpianto e all’amore; nel duello finale, quando Turno implora pietà
per il padre, Enea è preso da un’esitazione inconcepibile nei poemi omerici)  è l’eroe della
pietas, della fides ma soprattutto dell’humanitas. È il primo eroe classico a esercitare una
consapevole rinuncia ai suoi desideri e diritti di eroe epico (Achille fa sacrifici, ma solo per
appagare sé stesso; Odisseo è mosso dal desiderio dal tornare in patria; Enea invece la patria
l’avrebbe trovata con Didone, ma è mosso da un senso del dovere che trascende la sua persona).

Nel progetto originario annunciato già nelle Georgiche, il poema voluto da Ottaviano doveva
risultare affine al poema tradizionale romano (secondo le lezioni di Nevio ed Ennio), con un
aspetto greco (narrazione su un solo eroe, e non sull’intero popolo): quindi partendo dalle imprese
di Ottaviano, si sarebbe dovuto tornare indietro alle origini con excursus di carattere leggendario.
Ma quando Virgilio si mette all’opera, rovescia tutto: la narrazione centrale si sarebbe svolta nel
passato remoto, e le vicende storiche concentrate in excursus profetici (promessa di Giove nel
libro I, rassegna degli eroi nel VI ecc.). Questo ribaltamento concentra l’attenzione sulla materia
mitica, e marginalizza il tema celebrativo negli excursus  la celebrazione di Roma/Augusto
assume una nuova profondità sacrale che il racconto diretto delle gesta attuali non gli avrebbe
portato. Virgilio rielabora anche in questo caso gli excursus omerici (Zeus nell’Iliade predice il
destino degli eroi) in una direzione storica, nazionale, romana, inserendo gli eventi mitologici e
storici in una dimensione religiosa e provvidenzialistica. L’Eneide ha potuto diventare il grande
poema nazionale romano perché Virgilio ha raccolto e selezionato il ricchissimo materiale di
antiche leggende in un disegno unitario e in questo senso è fondamentale il libro VIII, in cui Virgilio
ricostruisce il paesaggio del Tevere e dei colli nel loro arcaico aspetto preistorico, la bellezza dei
luoghi selvatici, con profondo sentimento religioso. Enea giunge sul Palatino (dove Augusto ha il
suo palazzo), e incontra Evandro pastore che viene dall’Arcadia, una fusione che rinnova il clima
delle Bucoliche. Durante la narrazione Virgilio si sofferma a meditare su vita e destino degli
uomini, sugli dei, sul male e sulle leggi che governano la storia. Accetta la presenza di dei

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antropomorfi (elemento tradizionale dell’epica) che intervengono nella vita dei mortali, ma sopra i
quali agisce una forza misteriosa: il Fato, da cui dipendono alcune leggi inalterabili (la mortalità
umana) e l’inevitabile accadere di eventi predestinati (la distruzione di Troia, la nascita della
potenza romana) a cui nemmeno gli dei possono opporsi, ma al massimo ritardarli (Giunone lotta
inutilmente a favore di Didone). Virgilio, in maniera stoica, vede il fato come una mens che
governa provvidenzialmente il mondo, assicurando un ordine razionale e morale degli
avvenimenti.

Il vero centro ispiratore del poema, però sono il dolore, l’infelicità, la crudeltà degli eventi, e il
lettore sente continuamente posta una domanda che oggi diremmo esistenziale: perché esiste il
male, perché c’è sempre un destino di lotta e rovina? Quando Enea arriva in Lazio, sconvolge un
mondo apparentemente in pace e in una felice stagione arcadica, e la guerra si impone
nonostante i protagonisti della sezione iliadica auspichino sinceramente la pace  dietro la
finzione del mito, Virgilio suggerisce pensieri inquietanti sulle forze che governano il mondo 
fato iniquus, specie quando elimina gli innocenti come Palinuro. Figura centrale del poema è
Enea, esule costretto a errare a soffrire senza alcuna ricompensa, e che però sembra poter
ripristinare gli equilibri: eppure, l’Eneide si conclude bruscamente con un lutto, uccisione
improvvisa e non voluta  opera problematica, in cui la fatalità della vittoria romana non occulta
il dolore dei singoli e le loro ragioni ignorate. Prospettiva ideologica ed esistenziale che si
ripercuote per tutto il poema, nella struttura narrativa e nella forma espressiva. Virgilio infrange +
volte le regole dell’epica classica (oggettività, stile severo) arricchendo il poema omerico di toni
emotivi, tipicamente ellenistici, un andamento soggettivo che si vede sia nel commento dell’autore
sia nel punto di vista del personaggio (come quando si il poeta sospende il racconto e si rivolge
direttamente a Didone disperata). Questo non cancella però l’esigenza di uno stile solenne: la
rappresentazione delle passioni rimane sempre entro una dignità nobile e misurata, anche nel
libro degli amori tra Didone ed Enea in cui rimane sempre una misurata essenzialità (specie se si
prendono come paragone i modelli ellenistici).

Queste scelte si riflettono anche nello stile: fa sua l’eredità della tradizione omerica ed enniana,
ma crea una lingua epica più personale, priva di eccessive sonorità, varia e modulata nei toni e nei
registri espressibi. Virgilio rispetta le regole epiche, ma in modo misurato, riducendo gli arcaismi
(rarissimi sono gli arcaismi vistosi, come olli per illi o il genitivo arcaico aquai per aquae; consueti
quelli dell’epos latino, usati per solennità ma anche per sottolineare le risonanze emozionali del
discorso narrativo, come mortales per homines o caelestes per superi, gli dei).

ORAZIO

Vita e opere
Tra i poeti è quello di cui abbiamo più notizie autobiografiche, anche se spesso modellate su dei
topoi letterari o per tracciare un percorso biografico, ma comunque nessun poeta antico ci parla
così tanto di sé. Quinto Orazio Flacco nasce l’8 Dicembre 65 a.C. a Venosa (tra Puglia e Lucania).
Famiglia di umili origini, il padre è un liberto che grazie al suo lavoro di coactor (esattore delle
aste) ha raggiunto condizione agiata e quindi manda Orazio a Roma. Tra il 45 e il 44 è ad Atene per
perfezionare la sua cultura, e studia all’Accademia e sviluppa idee liberali arrivando ad arruolarsi
con Bruto e Cassio per difendere la res pubblica (diviene tribuno militare). La disfatta di Filippi lo
costringe a fuggire, e può tornare a Roma tra il 41 e il 40 grazie a un’amnistia, ma gli è stata
confiscata la proprietà paterna di Venosa e lo stesso padre è morto. Preclusa la carriera militare,
lavora come scriba quaestorius (tipo contabile). Frequentando i circoli di epicurei di Napoli ed

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Ercolano conosce Vario e Virgilio che nel 38 lo presentano a Mecenate, episodio di cui parla lui
stesso con orgolio perché con Mecenate nasce un grande amicizia. Vive tra Roma e la villa sabina
che gli ha donato Mecenate nel 33, e dal 25 anche a Tivoli nella villa donatagli da Augusto, che gli
propone di diventare segretario alla sua corrispondenza privata, ma Orazio rifiuta  ricerca di un
angulus appartato e di equilibrio interiore. Dopo la morte di Virgilio rimane il poeta
rappresentativo della sua generazione, e muore il 27 novembre dell’8 a.C., due mesi dopo
Mecenate e 11 anni dopo Virgilio (19 a.C.).

Il corpus delle opere oraziane ci è giunto integralmente, non è vasto ma eccezionale per varietà,
intensità, altezza:
 Epodi (scritte 42, pubblicate 30), un libro.
 Satire (35-30), due libri.
 Odi (30-13), quattro libri.
 Carmen Saeculare (su commissione per i ludi del 17).
 Epistole (23-13) in due libri, il secondo dei quali contiene due soli componimenti molto
ampi.
 Epistula ad Pisones o Ars poetica (dopo il 20).

La poesia “eccessiva” degli Epodi


La composizione degli Epodi inizia nel 42 (Filippi) e termina dopo Azio, quando Orazio è già
integrato nell’ambiente augusteo e a questo si deve l’ineguaglianza di toni e ispirazione. Sono 17
componimenti: il titolo che Orazio aveva scelto era Iambi (indicante il metro e il genere letterario
elevato da Archiloco, poesia aggressiva e realistica). Epodi è usato fin dall’antichità e delinea un
altro aspetto metrico dell’opera: Epodi indica il verso più corto di un distico (“canto che viene
dopo”) che in età tardoimperiale arriva a designare l’intero distico costituito di un verso lungo e
uno corto. Il modello è quindi Archiloco, poeta nato a Paro (Egeo) nel VII a.C. che aveva dato
origine a una poesia molto polemica, piena di invettive e attacchi ad personam. Ma Orazio pone
una limitazione, volendo imitare di Archiloco solo ritmi e spirito aggressivo (numeros animosque) e
non gli argomenti (res) appartenenti invece al mondo romano e alla sua esperienza personale, e
che escludono gli attacchi ad personam. In realtà, l’ispirazione archilochea è una suggestione
letteraria e meno un’autentica forza polemica e questo si spiega perché Archiloco era un
aristocratico coinvolto in tumultuose vicende politiche, mentre Orazio è un letterato di origini
basse inserito in un sistema statale che in quegli anni stava cancellando le ultime resistenze
repubblicane. Gli attacchi di Orazio, diversamente da Archiloco, non sono ad personam ma a figure
fittizie o anonime (un usuraio, un liberto arricchito..). Orazio vuole gareggiare su un piano
letterario con i suoi modelli. Questa ispirazione letteraria tradisce il legame con la poesia giambica
ellenistica di Callimaco e dei suoi Giambi, cui Orazio allude nel titolo che aveva dato all’opera e
anche nel numero di racconti (17). Come Callimaco, Orazio fonde insieme motivi eziologici, politici,
favolistici e include nella sua raccolta una poesia dedicatoria a propenmpticon (carme di
accompagnamento) indirizzata a Mecenate; due scherzi, uno sempre per Mecenate che lo ha
costretto a mangiare una cena di aglio; invettive; poesie di argomento magico; una poesia
programmatica giambica; poesie di contenuto politico-civile; poesie di argomento erotico; un
carme simposiaco. Sempre da Callimaco Orazio riprende l’alternanza di registri stilistici e dei toni.
I due componimenti migliori sono il VII e XVI, di contenuto politico e in cui prevale un pessimismo
sul destino, la cui colpa originaria (VII) è il fratricidio ( guerre civili) e la cui caduta sarà per mano
di barbari (la profezia del XVI). Nell’epodo XVI la soluzione alle guerre civili è abbandonare Roma e
andare alle isole Beate, residuo dell’età dell’oro (natura mitico-simbolica). Questi epodi sono i più

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antichi e scritti prima dell’incontro con Mecenate e Ottaviano, e a questi si oppone il IX che infatti
scioglie l’angoscia delle guerre civili nel nome di Ottaviano.

Il modello giambico prevedeva un linguaggio eccessivo e teso, esuberante nell’uso di figure


retoriche, ed è curioso che Orazio (poeta dell’ideale composto ed equilibrato) esordisce proprio
come poeta dell’eccesso. Non mancano, comunque, degli Epodi misurati.

Le Satire
Negli stessi anni degli Epodi, Orazio coltiva il genere dalla satura nata con Ennio e codificata da
Lucilio. Il I libro delle Satire (che ne comprende 10) fu pubblicato nel 35, il secondo (8
componimenti) nel 30. Tutti e due i libri sono dedicati a Mecenate. Il modello è naturalmente
Lucilio, a cui richiamano 3 satire (la 4 e la 10 del libro I, la 1 del libro II) e al quale Orazio riconosce
il primato e il magistero nell’invenzione satirica, apprezzandone la componente autobiografica e la
piacevolezza narrativa, mentre ne rifiuta lo spirto aggressivo (soprattutto, ancora, gli attacchi ad
personam) e lo stile che lui considera sciatto. Se in Lucilio prevale la volontà di incidere sulla vita
civile contemporanea e colpire i viziosi e corrotti, in Orazio prevale l’approfondimento morale, e
non attacca le persone nei loro vizi, ma i vizi stessi nelle persone. Anche le satire mantengono il
principio ellenistico della varietà di temi e contenuti (felicità, appagamento sessuale, indulgenza,
intolleranza…). Menzione a parte per la satira 5, il famoso Iter Brundisinum sul viaggio a Brindisi
con Virgilio al seguito di Mecenate, e modellato sull’Iter Siculum di Lucilio. Le Satire di Orazio si
possono dividere in due tipologie diverse:
 Carattere narrativo e rappresentativo - racconto di un avvenimento (satire 5,7,8,9 del libro
I). prevalgono elementi autobiografici.
 Carattere discorsivo e diatribico – momento riflessivo e argomentativo sviluppato in
dialoghi o discussioni (satire 1,2,3,4,6,10 del libro I). Prevalgono elementi filosofici.
Il poeta vuole sviluppare un discorso morale per condurre l’uomo sulla via della saggezza, e la
ricerca si deve orientare su due concetti-cardine:
 Autárkeia (autosufficienza interiore).
 Metriótes (moderazione).
Ovvero: l’uomo è felice quando sa appagarsi di cià che ha, senza pretendere altro dal proprio
destino. Orazio è ben intriso di filosofia greca, ma non segue un preciso indirizzo dottrinale: i
principi a cui aderisce erano da tempo bagaglio culturale di tutte le suole ellenistiche anche per
l’eclettismo della cultura romana. Sicuramente, però, è l’epicureismo la dottrina a cui si sente più
vicino, per il rilievo a temi di vita nascosta e di amicizia, ma anche per la morale laica. Ma le satire
non si possono definire epicuree, perché gli manca l’ardore proselitistico e la tensione scientifica
degli scolari dei Giardini e di Lucrezio. Orazio condanna l’eccessivo rigorismo e si richiama alla
diàtriba ellenistica di ispirazione stoico-cinica, anche se questo contatto si sofferma su alcune
affinità di genere (mix serio-comico, tecnia dialogica), mentre manca lo spirito aspro, rude e
denigratorio. Orazio evidenzia il suo debito verso le semplici massime paterne volte all’uso
dell’onestà, della parsimonia, in accordo con i fondamenti della morsale italico-romana. A dare
unità a questo mondo di racconti e moralità è il poeta satirico, che entra in scena in quasi ogni
satira senza pretesa di avere un ruolo esemplare. Orazio è un anti-eroe consapevole dei suoi difetti
e debolezze, e cerca se stesso. Componente essenziale è quindi l’ironia e l’autoironia: Orazio si
prende in giro e diverte i suoi lettori, e questo obiettivo lo esprime nella satira proemiale del libro
I. Per quanto riguarda il pubblico, Orazio non ha l’ambizione di rivolgersi a tante persone, ma
destina il frutto della sua ricerca morale prima a sé stesso e poi a persone con cui si sente legato
da affinità umana e intellettuale (specie nell’Iter Brundisinum). Su tutti domina Mecenate, dipinto
come uomo discreto, appartato, di probi costumi disposto alla risata e alla celia. Il II libro,

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presentato a 5 anni, presenta elementi continui al primo ma anche delle differenze di tono e
struttura. Qui prevale la forma dialogica (6 satire su 8) e viene meno la componente autobiografica
(solo la satira 6) e quindi viene a mancare il centro unificante costituito proprio dal poeta satirico
 pluralità di voci e opinioni. Orazio, rinunciando al suo ruolo, sembra aver perso fiducia nella
funzione della satira, e di tracciare una linea di condotta morale partendo da una realtà sociale
multiforme  preferisce l’isolamento campestre a quello cittadino, anche in virtù del dono di
Mecenate (la villa sabina)  satira 6, elogio della vita rustica. Nella satira 7, per bocca di Davo,
Orazio dà al lettore un autoritratto negativo che smentisce la possibilità di una vita serena ed
equilibrata: si dipinge come uomo collerico, inquieto, incapace di resistere a banchetti sontuosi 
ogni uomo è in balìa di forze incontrollabili, nessuna saggezza è praticabil. (Mancanza di equilibrio
nei vv 28.29 della suddetta satira “A Roma, desideri la campagna; quando sei in campagna,
volubile, porti alle stelle la città”). Orazio, come visto, riconosce a Lucilio di essere l’inventor della
satira, ma gli rimprovera lo stile fangoso e sovrabbondante e infatti la sua satira acquista una
misura e un rigore formale sconosciuti a Lucilio, e ribadisce fieramente, spesso in modo scherzoso,
la sua ricerca di poesia finemente controllata. Raffinatezza ellenistica, naturalezza colloquiale,
tono medio: caratteri di una poesia che si avvicina alla prosa pur conservando le movenze eleganti
del verbo.

Il I libro delle Epistole


Tra il 30 e il 23 Orazio si dedica alla poesia lirica, e dopo ritorna all’ispirazione dei sermones
giovanili con un libro di epistole che dedica a Mecenate e che pubblica nel 20: ritorna una poesia
di torno medio e morale tipica delle Satire: anche qui esametro, affinità dei temi, definizione di
sermones. Ciò che la distingue dalle satire è la forma usata dal poeta: c’erano pochissimi esempi di
epistola in versi nella letteratura latina. I temi sono molto vari, e unificati dalla persona del poeta
che scrive (raccomandazioni, inviti, sfogo sulla propria condizione esistenziale, polemica letteraria
in difesa della sua poesia, consigli, avvertenze per un comportamento con i potenti, riflessioni
filosofiche). L’ultima lettera è rivolta al libro stesso e chiude la raccolta con il commiato, mentre la
prima è indirizzata a Mecenate e ha funzione proemiale. La forma epistolare condiziona i toni del
discorso e differenzia le epistole dalle satire. Tono più intimo, con più momenti di riflessione,
sentenziosità morale; spariscono gli aspetti satirici e aggressivi, drammatici e mimici, comici. Gli
interlocutori delle satire diventano destinatari assenti e silenziosi; più rilievo hanno i momenti
autobiografici e introspettivi. La 1° lettera registra il suo nuovo stato d’animo: a 40 anni si sente
vecchio e inadatto ai piaceri della vita; si sente a una svolta e ritiene sia il momento di dedicarsi al
vero e al bene per conseguire serenità ed equilibrio interiore. Ma neanche in questo caso si affida
esclusivamente a uno specifico indirizzo morale, accostandosi agli stessi principi delle opere
precedenti. Se la satira si accosta all’osservazione dei costumi urbani, le Epistole oraziane lo
scenario privilegiato è quello della vita agreste in Sabina, con un contrasto annunciato nel II libro
delle Satire 3 che però ha qui un nuovo e deciso rilievo. Elogio agreste in coloriture idilliche:
immagini di ruscelli, rocce muschiose, erbe profumate, a sfondo delle osservazioni morali di Orazio
con tratti di sensibilità preromantica. Questo però si scontra con uno spirito malinconico e
inquieto, cosa che si vede in 3 epistole:
 I, 4: indirizzata a Tibullo a cui Orazio offre i conforti della saggezza epicurea per distoglierlo
da prostrazione interiore.
 I, 8 e 11: Orazio stesso conferma le accuse di Davo nella satira 7 del libro II, e si confessa
vittima di un funesto torpore, uno spleen che lo costringe a peregrinare da un luogo
all’altro alla ricerca di un ubi consistam che non si può trovare al di fuori di sé.

Le Odi

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Le compone dopo il 30. Nel 23 pubblica i primi 3 libri; tra il 14 e il 13 il IV a cui si aggiunhe il
Carmen Saeculare commissionatogli per i Ludi Saeculares del 17. Liriche disposte secondo
un’architettura ricca di simmetrie e rispondenze: le odi di apertura e chiusura indirizzate a
personaggi di spicco (Mecenate, Augusto, Pollione) o a questioni di poetica, e la struttura generale
si fonda anche in questo caso sulla variatio attuata e sul piano metrico e sul piano contenutistico.
Le prime 9 odi del I libro usano nove metri differenti, per esempio. Se ellenistica è l’organizzazione
strutturale, classica è la scelta dei modelli (come accade per gli Epodi), che in questo caso sono
Alceo e Pindaro con spunti di Saffo, Bacchilide e soprattutto Anacreonte. Alceo e Pindaro
rappresentano due diversi modi di lirica classica (monodica, corale) e i due poli della lirica oraziana
(Alceo carmi di materia tenue; Pindaro per caemi più alti). Di Alceo Orazio apprezza la molteplicità
di temi e ispirazione (con profonde differenze: anche in questo caso Alceo era aristocratico e
partecipe alla vita politica, Orazio invece si limita a celebrazioni e rimane ai margini della vita
pubblica, e la sua poesia è frutto di una civiltà cosmopolita e non circoscritta) mentre il rapporto
con Pindaro è più complesso, Orazio lo considera inimitabile nelle sue liriche (in IV, 2 Orazio al
fiume smisurato di Pindaro oppone i suoi operosa carmina, secondo un principio di laboriosità
artigianale). Orazio si rifà a Pindaro nei momenti alti e solenni della sua poesia, come nelle odi
romane del libro III o in molte composizioni del IV. Pindaro è l’esempio di vates, ispirato da forze
superiori, e da lui deriva infatti il tema dell’immortalità della poesia che conclude la raccolta dei
primi tre libri delle Odi  segno del grande cambiamento artistico di età augustea: Orazio, come
Virgilio, è un poeta di formazione ellenistica che abbandona le tematiche del ludus in favore di
tematiche di più alto respiro e impegno per vincere il tempo e la morte. Come sappiamo, un
modello per i latini non era uno schema vincolante da seguire in modo passivo, ma un orizzonte
che definisse un orientamento non limitando la libertà compositiva dell’autore. Orazio sviluppa il
suo rapporto con gli autori classici ed ellenistici mediante i tradizionali procedimenti allusivi diffusi
a Roma dalla poesia ellenistica e neoterica: imitazione=emulazione, sfida al modello non occultato
ma esibito in modo che il lettore sia messo in condizione di vedere la novità delle soluzioni
adottate.

Le odi sono 103 e svolgono temi e motivi vari, con una prevalenza degli interessi filosofici senza
mutare gli orientamenti (ancora autárkeia, tranquillitas animi, modus). Orazio chiama questa
regola di vita come Aurea mediocritas: mediocritas è un false friend, da non intendere come
mediocrità ma come traduzione del greco metriótes (il giusto mezzo) mentre Aurea conferisce al
concetto uno splendore sconosciuto al discorso filosofico. Questi termini defiiniscono un ideale di
saggezza che il poeta sente sempre insidiato dal disagio esistenziale, dal sentimento del tempo, dal
pensiero della morte  polo opposto, malinconico e struggente. Se molti prima di Orazio avevano
parlato del tempo e della brevità della vita, lui aggiunge qualcosa: la temporalità è la condizione
essenziale dell’uomo, la coscienza del tempo che fluisce e si perde. Aggettivi come brevis, fugas,
verbi come fugere, rapere e labi sono le occorrenze più memorabili delle Odi. La coscienza del
limite e la fuga del tempo determinano l’esigenza di cogliere l’attimo fuggente (carpe diem, “cogli
l’attimo”). Carpere è risposta a rapere: se il tempo fugge e rapisce la vita, l’uomo può solo
strappare la felicità effimera che gli è concessa volta per volta. La ricerca di una vita felice richiede
un luogo protetto dove sottrarsi alle burrasche della vita, l’angulus appartato che ha spesso i tratti
del rustico paesaggio italico. Le liriche oraziane disegnano un paesaggio naturale molto suggestivo
e simbolico (=stato interiore). Ma ci sono anche delle eccezioni: nelle Odi può a volte aprirsi la
visione di un paesaggio dionisiaco, aspro e solitario (come l’evocazione notturna dei monti della
Tracia contemplati dalla Baccante insonne in III, 25 che affascinò il poeta romantico Novalis).
Anche qui valore simbolico: paesaggi selvaggi = poesia sublime, che Orazio affronta trascinato
dall’invasamento bacchico. Quindi, l’angulus è il luogo deputato alle gioie del convito, un

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momento reale e simbolico che raccoglie tutti i motivi della poesia oraziana: il convito è allietato
dal vino, che scaccia gli affanni, e dall’amicizia ospitale  situazione topica, ricca di echi letterari
che derivano dalla lirica greca (Alceo). Per i greci il convito/simposio era un momento rituale
legato al canto e alla bellezza: il vino esprime il senso di ebbrezza dell’ispirazione poetica, la gioia
della vita. Orazio riprende questi motivi non più reali ma letterari e li connette in profondità alla
sua visione del mondo.

Motivo oraziano (ed epicureo) per eccellenza è l’amicizia (philia). Non a caso le Odi sono per lo più
in forma dialogica e allocutiva: il poeta si rivolge sempre a qualcuno (amici, donne, persino
divinità) per creare un’atmosfera di intimità e confidenza. Sono presenti anche i carmina erotici,
marginali anche se numerosi e di alto livello. Orazio non canta la passione ardente di Catullo e
dell’elegia contemporanea (Properzio, vedi sotto), ma in lui l’amore è quasi sempre un’esperienza
piacevole, razionalmente controllata secondo la dottrina di Epicuro, a volte un gioco eccitante e
leggero e persino parodistico. Siamo più vicini ai páignia preneoterici che a Tibullo e Properzio, e
la distanza si vede perché manca la puella unica in favore di tanti nomi femminili che costellano i
vari libri delle odi, una schiera di liberte ed etere dalle richieste non impegnative. Il poeta si
presenta come un amante maturo ed esperto, un tempo preda della passione ma ora consapevole
e lucido, con un distacco pieno d’ironia e lieve amarezza. L’amore è una delle poche gioie della
vita, legata soprattutto alla giovinezza (modello: Anacreonte). Molti sono anche i carmi di
argomento religioso, inni e preghiere agli dei (Mercurio, Apollo e Diana, Venere, Fauno, Dioniso e
Nettuno). Orazio si misura con uno dei filoni più cospicui della lirica greca, di cui assume le
convenzioni e gli schemi compositivi con libertà creativa. Un tema non particolarmente sentito
dall’autore, di formazione razionale e scettica tipica delle filosofie ellenistiche, cosa che rende i
riferimenti al mito di valore letterario e simbolico. Solo in piccola parte gli inni del culto
tradizionale sono un omaggio al clima di restaurazione dei costumi voluto da Augusto, ma per la
maggiore servono al poeta per ribadire i temi che gli stanno a cuore: vita semplice e serena,
polemica contro il lusso e i desideri vani. Anche se non è facile dire se si possa cogliere la presenza
di una religiosità autentica in Orazio, è certo che il senso del sacro appare nelle Odi connesso alla
poetica del canto lirico: il continuo richiamo agli dei rientra nel progetto di intonazione sacrale di
ispirazione sublime. Orazio, definendosi come Musarum sacerdos e legandosi all’immagine del
Pontefice che sale al Campidoglio cum tacita vergine, accetta la visione giuridico.sacrale di Roma,
città abitata da dei e uomini stretti da un patto di prosperità e potenza  tema religioso legato a
quello civile e agli argomenti della propaganda augustea (ritorno alle virtù degli avi, elogio del
princeps e della sua attività pubblica, esaltazione della potenza romana)  Odi romane, ovvero le
prime sei del III libro raggruppate intenzionalmente da Orazio per affinità tematica e comune
spirito etico. In questi componimenti ritorna il tema della grandezza romana, la virtus, la iustitia, la
clementia e i mores. Ma Orazio non si limita al gesto celebrativo, e pone l’accento sull’avaritia
(tema centrale anche in Cicerone, Sallustio e Livio) e sulla dissoluzione della fede negli dei, e sulla
morte  integra i concetti della sua filosofia privata con quelli della vita pubblica. Orazio sembra
credere nel programma augusteo: Roma potrà salvarsi solo tornando al suo passato e restaurando
l’antica religione. Le odi civili e soprattutto quelle romane sono state interpretate come
opportunistico accomodamento di Orazio alle esigenze del regime. Ma in realtà, Orazio e gli
intellettuali contemporanei aderiscono al programma trovandosi in sintonia con i punti più
qualificanti del programma di rinnovamento (ritorno ai mores, securitas civile, valorzzazione
dell’ingenium personale rispetto alle origini nobiliari)  l’invito di Augusto alla sobrietà non
doveva dispiacere a un uomo come Orazio formatosi con la dottrina epicurea e il motto del vivi
nascosto. Orazio comunque non si abbandona mai una poesia vacuamente celebrativa, ma alla

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sincerità degli intenti corrisponde profondità di sguardo che gli permette di riconoscere la
grandezza di Cleopatra nel momento di sconfitta e morte.

Per quanto riguarda lo stile, Orazio è sempre fedele al precetto di labor limae (accuratezza
formale, gusto delle rispondenze ecc.) volgendosi però a un gusto più sobrio e misurato
nell’espressione  esempio più citato di poesia classica, modello di ogni classicismo. Privilegia
valori visivi su quelli fonici, punta a immagini in grado di incidersi nella memoria dei lettori. Il
vocabolario delle Odi è semplice ed essenziale, l’attenzione è data alla collocazione delle parole,
alla callida iunctura come lui stesso definisce la sua tecnica nell’Ars Poetica (vedi sotto). Il disegno
sintattico è limpido e composto, lontano da complicazioni strutturali e anche quando sperimenta
moduli di maggiore complessità evita il rischio dell’espressione involuta e oscura. Lo stile oraziano
corrisponde ai motivi della sua etica: equilibrio, moderazione, armonia interiore. Ma è uno stile più
elevato di Epodi e Satire, con ampia varietà di registri.

Il II libro delle Epistole


Dopo la pubblicazione del I libro delle Epistole, Orazio ritorna alla poesia esametrica di forma
epistolare con un secondo e ultimo gruppo di epistole nel quale prende posizione su questioni
molto dibattute all’epoca: la rinascita del teatro latino, che al princeps stava particolarmente a
cuore perché idonea al consolidamento de programma ideologico del principato. Su questo tema
si incentra la prima epistola del II libro, il cui destinatario è Augusto ed è qui che manifesta tutta la
sua indipendenza di giudizio, andando contro l’opinione dei più e schierandosi a favore dei
contemporanei nella “battaglia” tra autori antichi (che considera rozzi nello stile e approssimativi
nella tecnica) e moderni, che lui considera più raffinati e colti, ma nonostante questo è scettico al
progetto di dar luogo a una nuova letteratura drammatica perché destinata a un sicuro insuccesso
sulla scena romana ancora esposta ai gusti grossolani delle masse ignoranti. La seconda epistola,
dedicata a Floro, è autobiografica e si difende accusando l’incombente vecchiaia e pigrizia della
vita urbana, affermando la sempre più sentita ricerca della saggezza (come Virgilio).

Epistula ad Pisones o Ars Poetica


Un vero e proprio trattato sulla poesia in 476 versi esametri composto dopo il 13 oppure tra il 20 e
il 17. È scritta in forma epistolare ed è indirizzata ai Pisoni, una nobile famiglia romana. Solo in età
moderna è stata aggiunta al secondo libro delle Epistole, ma originariamente non ne faceva parte.
Nonostante l’andamento discorsivo ha un ordinamento sistematico comune a molti trattati
ellenistici sulla poesia. Fonte principale sarebbe Neottòlemo di Pario, grammatico peripatetico del
IV-III secolo. Si divide in tre parti:
 Vv 1-41, parte della póiesis e riguarda il contenuto dell’opera (invenzione e uso di
argomenti poetici).
 VV 42-294, parte del póiema cioè tutto quello che riguarda la forma dell’espressione
poetica (struttura, stile, regole).
 VV 295-476, parte dei poietès cioè delinea i tratti del perfetto poeta.
Discorso verte su poesia drammatica e sul teatro tragico, mentre tocca l’epos in brevi passaggi.
Vengono trascurate le forme della poesia lirica, proprio perché le fonti sono peripatetiche e
privilegiano i generi drammatici e la tragedia, considerata la più perfetta opera poetica. Orazio, al
culmine della sua carriera, vuole mettere l’accento sulla sua esperienza personale. Il poeta deve
essere innanzitutto un vir bonus (Catone il Vecchio sull’oratore), che conosce i suoi doveri verso
patria, amici, padre, ospiti. Orazio rifiuta la concezione platonica della poesia come insania (greco:
manía), ovvero invasamento, mentre rimane fedele al principio etic del giusto mezzo e quindi il
poeta deve possedere sia ingenium (talento naturale) sia ars (maestria dell’elaborazione, frutto di

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studio e doctrina). L’opera deve risultare perfettamente unitaria e proporzionata, secondo Orazio
la poesia è un organismo naturale composto da varie parti, ognuna delle quali dev’essere
omogenea e proporzionata alle altre per produrre un effetto di lucidus ordo. Lo stile è regolato dal
principio della convenienza (decorum), deve quindi corrispondere all’argomento affrontato.
L’originalità non consiste nella novità di contenuto, ma nel proprie communia dicere (ovvero
nell’esporre le cose con un’impronta nuova e personale). Orazio, per spiegare il fine della poesia,
scrive un’espressione celebre nei secoli: omne tulit punctum, qui miscuit utile dulci / lectorem
delectando pariterque monendo (avrà il volto di tutti chi unisce il piacevole col buono, divertendo
il lettore anche con i suoi consigli). La poesia deve quindi insegnare e dilettare, unire l’utile al
dilettevole.

L’Elegia Latina

L’elegia erotica e i modelli greci


L’elegia compare nella letteratura greca nel VII a.C., e inizialmente era caratterizzata non dagli
argomenti ma dal metro, il distico elegiaco (esametro+pentametro). Élegos deriva forse
dall’armeno elegn “canna, flauto”, e infatti le elegie si leggevano in accompagnamento al flauto. I
primi poeti elegiaci avevano grande varietà di temi (guerra, patria [Callino], amore, bellezza,
brevità della vita, giovinezza [Mimnermo], etica e politica [Solone] ecc.). Dopo un’eclisse dovuta al
fiorire della drammaturgia, l’elegia risorge in età ellenistica e si trasforma con argomenti attinti al
mito, tono narrativo e tema amoroso in accentuazione patetica e uno stile ricercato ed elegante. A
Roma, invece, la poesia elegiaca è soprattutto amorosa e autobiografica e si distingue sia
dall’elegia antica (varietà di argomenti) sia dall’elegia ellenistica di stampo mitologico  elegia
erotica è una creazione romana, genere originale e specifico che, al di là delle differenze tra i vari
autori e i testi, si può definire una narrazione-evocazione estesa di vicende personali o presentate
come tali, con però intrecciati dei raffinati riferimenti mitologici e letterari che si dilatano in quadri
narrativi di mitiche vicende d’amore che non hanno valore autonomo, nobilitano la storia privata
del poeta. Si avverte anche una nota di lamento (Properzio, Tibullo; non Ovidio), malinconica
dolcezza. I vari dibattiti sulle fonti che hanno dato origine all’elegia romana hanno portato a
pensare che l’elegia erotica latina nasca dalla combinazione di generi poetici diversi
(epigramma+elegia ellenistica) e dall’influsso di altre forme letterarie secondo il principio della
varietas e sovrapposizione dei generi. Dai neoteroi gli elegiaci derivano sia l’ideale di poesia dotta
e raffinata, ma anche l’aspirazione all’otium, coinvolgimento totale nell’esperienza amorosa vista
come l’unica degna di essere vissuta fino in fondo  carme 68 di Catulllo, prima elegia latina che
ci è pervenuta, ma ne scrissero anche Varrone Atacino e Licinio Calvo, ma in ogni caso erano testi
occasionali. Solo con Cornelio Gallo, negli stessi anni delle Bucoliche di Virgilio, nasce un libro di
elegie erotiche con una sua autonomia formale e tematica, di cui purtroppo tutto è andato perso.
Restano le opere di Tibullo, Properzio e Ovidio, ognuno con una sua forte personalità e ispirazione
originale, dopo i quali si spegne l’elegia romana in modo quasi naturale  parabola folgorante,
creazione esclusiva dell’età augustea.

Il poeta elegiaco romano parla in prima persona di sé e della sua travagliata esperienza amorosa,
ma sarebbe un errore interpretare questa poesia in chiave romantica, e quindi come trascrizione
di episodi realmente vissuti  il poeta-amante crea una persona poetica con cui riscrive la sua
storia, rimodellandola entro forme codificate e proprie del genere letterario. Con varianti e
innovazioni significative, i canzonieri elegiaci disegnano un percorso obbligato (né lineare, né
coerente) della vicenda amorosa, esemplato sul Liber di Catullo. Eredi del poeta veronese, gli

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elegiaci cercano nell’eros quello che negli stessi anni Virgilio e Orazio cercavano nella filosofia:
spazio separato individuale, libero dai condizionamenti della vita pubblica in cui realizzare un
ideale di autárkeia. La scelta elegiaca è una variazione sul motivo dell’áristos bíos (vita migliore),
un’ideale fondamentalmente anticonformista che ripropone la dissociazione catulliana dal mos
maiorum.

TIBULLO
Poco sappiamo della vita di Tibullo (le sue opere, accenni di Orazio e Ovidio, un’anonima Vita
Tibulli). Albio Tibulo nasce tra il 55 e il 50 a.C. in una piccola località del Laziok, forse a Pedum
(Orazio) o a Gabii. Famiglia di ordine equestre che subisce una confisca di terre nei Quaranta a
favore dei veterani, fatto di cui parla lui stesso nella sua prima elegia in cui parla di paupertas
(=medio benestante), mentre Orazio lo definisce ricco nell’epistola I,4, fonte preziosa sul carattere
malinconico del solitario Tibullo. Fu parte del circolo di Messalla Corvino, e lo seguì in Aquitania
nel 30 e nel 29 in Siria ed è qui che si ammala e deve tornare a Roma. Muore nel 19, poco dopo
Virgilio.

Il Corpus Tibullianum
Di Tibullo abbiamo una raccolta in 3 libri, Corpus Tibullianu, 35 liriche in distici elegiaci e un
componimento in esametri (Panegirico di Messalla). Se i primi due sono certamente suoi, il terzo è
un mix di componimenti di vari poeti del circolo Corviniano. Il primo libro (31-25) comprende 10
elegie:
 5 (1,2,3,5,6) dedicate a Delia, donna liberta forse sposata (ma coniux nell’elegia indica
anche un legame diverso da quello matirmoniale) il cui vero nome era Plania (Delia è
l’equivalente metrico e un calcolo dal greco Delos, =Chiaro come il corrispondente latino
Planus). I temi sono quelli comuni a tutti gli elegiaci latini.
 3 (4,8,9) dedicate al fanciullo Màrato sempre in tema amoroso, un nome greco che
significa sia “il distrutto” sia “colui che distrugge”.
 La settima è per il compleanno di Messalla.
 La decima è una celebrazione della pace.
Il secondo libro (6 elegie) rimase interrotto forse per la sua morte prematura:
 3 (3,4,6) dedicate a Nèmesi, avida cortigiana che “chiede sempre insistentemente la
ricompensa”. Pseudonimo che significa “vendetta”, e con lei Tibullo si vendica
dell’infedeltà di Delia (ma è più venale, capricciosa e infedele di lei). La definisce formosa,
saeva, dura e le augura che vento e fuoco le disperdano le ricchezze datele dai suoi amanti.
 La prima elegia è di argomento agreste.
 La seconda è per il compleanno di Cornuto.
 La 5 è dedicata a Messalino (figlio di Messalla), unica sua elegia di carattere civile e
patriottico.
Il terzo libro comprende 20 liriche e si sdoppiò nel medioevo. Come detto, gli autori sono diversi,
tra cui un certo Lygdamus (sotto il quale poteva celarsi un noto personaggio dell’epoca: o lo stesso
Tibullo, o Ovidio giovane, o un fratello di Ovidio, o uno schiavo di Properzio o lo stesso Messalino).
Le liriche 8-18 cantano l’amore scritto in prima persona di Sulpicia (figlia di Sulpicio Rufo) per un
giovane chiamato Cerinthus: se accettiamo questa attribuzione, ci troviamo di fronte agli unici
versi scritti da una donna giunti dal mondo latino. Solo le ultime due liriche di questo libri sono
attribuite a Tibullo.

La poesia “classica” di Tibullo

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L’esigua produzione tibulliana è centrata sul tema dell’amore: aspirazione a un amore fedele e
fatto di cose semplici che si scontra con le esigenze di fanciulle infedeli e inquiete (=Catullo,
Cornelio Gallo). Il desiderio è proiettato in fantasticherie dolcemente consolatorie (Delia che fila la
lana, Delia resa una massaia rurale che conta le greggi e si occupa di vendemmie; Delia che piange
la morte del poeta). Queste visioni danno luogo anche a una limpidissima rappresentazione dei
campi elisi. A questo si accompagnano delle rappresentazioni più realistiche (ma sempre
trasfigurate) sull’amore umiliato e tradito (Libro I, elegia 5: ricchi amanti, mezzane, antagonisti a
caccia di Delia che ha rinunciato al poeta, ricco solo di parole, per una vita lussuosa). Le donne
dell’elegia romana sono sempre convenzionalmente libertine e adultere, amanti instabili e non
spose fedeli, che incentiva l’aspirazione insoddisfatta a una serena vita coniugale (elegia 2, il poeta
augura a un amico di sposarsi e di avere tanti bambini)  prospettiva del ritorno alla famiglia e ai
valori della tradizione promosso da Ottaviano. L’ambientazione dell’elegia romana è di solito
prevalentemente cittadina e urbana, con incontri e pettegolezzi (Catullo, Properzio, Ovidio), ma
TIbullo ha una prospettiva diversa che unisce il tema erotico a quello bucolico (Catullo+Virgilio). Il
poeta esprime la sua scelta di vita nell’elegia I, che ha valore proemiale, e divide la poesia in due
parti:
 Elogio della vita rustica.
 Elogio dell’amore per Delia, che spera di portare a vivere in campagna.
Eros+Rus sono per lui valori indivisibili, la vita rustica permette la vita di autárkeia (godere del
poco) e paupertas, rifugio dalle vicende tumultuose, dalle violenze e avidità. In questo programma
si collocano le elegie di Tibullo che rievocano gli antichi riti agresti, i valori dell’umile paganesimo
rustico che la grande Roma di quegli anni evocava con intensità. Libro I, elegia 3: Delia compie riti
orientali in onore di Iside secondo una moda recente seguita alla conquista dell’Egitto. A questo
Tibullo oppone gli antichi culti dei Penati e dei Lari  digressione sull’età dell’oro del Lazio antico.
La cultura di Tibullo è quella di un poeta che si concentra interamente sulla sua esperienza di vita e
di poesia, escludendo ogni altra realtà (no filosofia, no polemiche letterarie  orizzonte chiuso e
protetto, lontano da ogni problematica). Anche gli accenni a Messalla rientrano nella pura
evasione letteraria: è solo un potente patrono da omaggiare perché garante di securitas. La sua
poesia rientra pienamente nel codice espressivo del classicismo augusteo: una poesia di forme
nobili e armoniose, tono compatto e unitario, equilibrata nello svolgimento del periodo e
nell’elaborazione del verso. Non ama poetismi e arcaismi, ai quali preferisce un lessico tenue e
trasparente, che sappia rappresentare sottili variazioni degli stati d’animo. Mancano i volgarismi
catulliani e il vocabolario osceno e fortemente espressivo dell’invettiva. Tono medio orientato
verso l’alto. Il segreto di questa poesia è il suo movimento interno, fluidità di immagini e fantasie
che scorrono senza passaggi bruschi  tecnica a onda che gli permette di tornare più volte sugli
stessi motivi, variandoli e arricchendoli di nuove sfumature. Questo richiede di distendersi e
ampliarsi e infatti le elegie di Tibullo sono mediamente più lunghe di quelle dei suoi
contemporanei.

PROPERZIO

La vita
Massimo poeta elegiaco romano, anche di lui abbiamo scarse notizie (I e IV libro delle su eelegie;
Ovidio, sui coetaneo e amico). Sextus Propertius – non sappiamo il suo cognomen – nasce in
Umbria (Assisi?) in cui ci sono testimonianze della diffusione del gentilizio Propertius, dopo il 50
(tra 49 e 47). Famiglia di rango e condizioni agiate rovinata ai tempi della guerra perugina (41-40: i
proprietari terrieri italici si opposero alla requisizione delle terre destinate ai veterani di Cesare): la
repressione di questa rivolta portò alla morte di un suo congiunto e alla confisca dei beni di

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famiglia. Non sappiamo quando, ma si reca a Roma per completare gli studi e avviare una carriera
forense che abbandona presto per dedicarsi alla poesia. Nel 29 è ben inserito negli ambienti
letterari e mondani, e si lega con una donna cortigiana bellissima e raffinata, che lui chiama
Cynthia (da Cinto, monte sacro ad Apollo) ma il cui nome era Hostia (lo rivela Apuleio). Nel 28 esce
il libro intitolato all’amata, al cui successo segue l’interesse di Mecenate che lo invita nel suo
circolo. Buoni rapporti con Virgilio, brutti con Orazio, ma il poeta più vicino a Properzio è il giovane
Ovidio. Pare non conoscesse personalmente Tibullo. Mecenate lo convince anche a una poesia più
impegnata di argomento civile e naizonale. Tra 28 e 25 compone il II libro di elegie; tra il 25 e il 22
il III. Il IV segna un mutamento di rotta di Properzio, ed uscì postumo e non ancora compiuto (le
sue notizie si fermano al 16 a.C.). Il poeta morì nel 16 o nel 15, trentenne come Catullo e Tibullo.

Dalle elegie amorose alla poesia eziologica di argomento romano


La poetica di Properzio è racchiusa nei 4 libri di elegie composti in circa 10 anni. 92 elegie, 22 nel
primo, 24 nel secondo, 25 nel terzo, 11 nel quarto.
 Libro I, dominato da Cinzia ed è il suo nome che apre il primo verso dell’elegia proemiale
(Cynthia prima suis miserum me cepit ocellis). Di sfonso ci sono amici e poeti, a cui si
contrappongono le figure di invidiosi e rivali (poesie indirizzate a Pontico, Basso, o all’amico
Tullo a cui è dedicato il libro). Intensità di accenti, serie di motivi topici su poesia erotica
greca e latina variandoli con eleganza e originalità (dedizione dell’amante schiavo d’amore,
esaltazione della bellezza di Cinzia, gioia per i rari momenti di appagamento amoroso,
timore di infedeltà). Amore per Cinzia innalzato alla sfera dei grandi amori mitici, paradigmi
ideali che sanciscono la nobiltà e la perennità della passione. Nelle ultime due elegie c’è
l’unico accenno all’attualità politica (il bellum perusinum appunto, non particolarmente
gradito ad Ottaviano che in quel periodo veniva proclamato Augusto).
 Libro II, si apre nel nome di Mecenate e segna l’ingresso nell’ambiente augusteo anche se
Cinzia continua interamente a doccupare l’animo del poeta e Properzio si impegna a
resistere alle sollecitazioni di Mecenate per una poesia di ispirazione civile. Il proemio è
una recusatio della poesia epica: Cinzia è la sua unica ispirazione, ma se dovesse comporre
epica canterebbe le imprese di Augusto e la fedeltà di Mecenate ma “ciascuno passi le sue
giornate nell’arte in cui eccelle). Nell’elegia 10 fa una promessa impegnativa, ma abilmente
rinviata alla vecchiaia  esclusione del tema celebrativo. Importante l’elegia 7, in cui lui e
Cinzia gioiscono per la mancata approvazione di una legge contro il celibato (Properzio non
vuole “fornire figli per i trionfi patrii”, e dichiara che nessun suo figlio farà mai il soldato).
Ottaviano nominato con disprezzo: “Cesare è grande nelle armi: l’aver sottomesso i popoli
non vale niente in amore). L’elegia conclusiva è un lungo manifesto di poetica.
 Libro III, nuovi orizzonti tematici. Ci sono sempre i rifiuti al poema epico in nome della
poesia amorosa, ma si infittiscono i segni di una poesia di ispirazione civile e romana.
L’elegia 4 è un augurio ad Augusto nella sua spedizione orientale contro i Parti; la 9,
sempre recusatio, si conclude con una richiesta di protezione a Mecenate; la 11 esalta la
vittoria di Azio secondo una propsettiva erotico-elegiaca; elegia 18 omaggia Claudio
Marcello, il giovane nipote di Augusto defunto prematuramente. Il romanzo d’amore con
Cinzia, invece, arriva al discidium e alla conclusione amara e liberatoria: l’elegia conclusiva
annuncia la fine della storia privata del poeta e l’abbandono della poesia elegiaco-amorosa.
 Libro IV, che conclude l’avvicinamento di Properzio (guidato da Mecenato) alla poesia civile
 svolta rispetto agli altri 3 libri. Qui c’è varietà dei temi trattati (5 elegie romane, 2 ancora
a Cinzia che ricompare anche post mortem; invettiva contro la mezzana Acantide; poesia
amorosa epistolare in cui Aretusa scrive a suo marito soldato lontano da tempo; laudatio
funebris a Cornelia, matrona romana morta da poco). Le poesie civili sono il blocco più

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rappresentativo, ma mostrano la limitata adesione properziana alle esigenzecelebrative del
principato. Properzio rimane fedele al modello callimacheo rifiutando la corona di Ennio
(epos) in favore di una poesia eziologica e rafifnata. Ricerca le cause (Aitia di Callimaco)
volgendosi ad argomenti di stampo italico (dio Vetumno, leggenda di Tarpea, Apollo
Palatino, Azio, Ara Maxima ecc.). la quinta elegia è l’unica di carattere celebrativo, mentre
le altre quattro si svolgono in una Roma più lontana, primitiva e leggendaria. Questo libro è
introdotto da un’elegia divisa in due parti, che ha fatto molto discutere. Nella prima (vv 1-
70) il poeta guida un hospes illustrandogli la Roma non dei suoi tempi ma quella primitiva,
una passeggiata archeologica simile a quella che Virgilio aveva molto recentemente
tracciato nell’Eneide  vuole essere cantore devoto della sua città. Nella seconda parte,
tuttavia, compare una caricatura, l’indovino Horos, che profetizza sventure per il poeta: la
vera vocazione di Properzio è quella di peota d’amore e Apollo si sdegnerebbe di un tale
tradimento  Properzio si rende conto della natura bifronte di questo libro, da cui Ovidio
prende ispirazione per i Fasti e le Heroides.

I nuclei ispirativi dell’elegia di Properzio: Eros, poesia, mito


Properzio è un poeta colto e raffinato, nonché il poeta elegiaco più interessato a riflettere sulla sua
poesia. Rispetto a quelle di Tibullo, le elegie di Properzio rivelano la loro peculiarità per la continua
esibizione dei modelli poetici e delle numerose dichiarazioni di poetica (la volontà di esibire questi
modelli è il tratto saliente). I modelli latini a cui guarda sono tutti incentrati nel giro di mezzo
secolo: i neoteroi e gli elegiaci d’amore (da Varrone Atacino a Catullo a Gallo), mentre il modello
più importante è Callimaco, greco, indicato in tantissimi passi delle Elegie, sempre con grande
cura. Segue le orme di Virgilio (Esiodo romano) e Orazio (Alceo romano), proponendosi come
Callimaco romano, cioè come loro non si limita ad esserne un seguace, ma lo vuole emulare in
lingua latina. Più che in Catullo, l’amore è per properzio esperienza assoluta e definitiva, che attrae
a sé vita e poesia stringendole in un solo nodo. L’esperienza totale amorosa spinge i poeta ad
assumere il ruolo di servus della domina-puella (come faranno poi i trovatori provenzali)
nonostante la sua infedeltà. L’amore da subito viene visto come un morboso stato di follia (furor):
il poeta-amante che si definisce miser è stato contactus (colpito, infettato) dalla passione amorosa.
Nella poesia proemiale, Properzio lamenta lo stato di degradazione a cui l’insana passione lo
conduce: posto sotti piedi del dio Amore, si è indotto ormai a vivere nullo consilio (senza leggi) e a
detestare castas puellas (le fanciulle caste e fedeli)  condizione interamente sottomessa alle
leggi d’amore. Già nella lirica arcaica (Saffo) l’amore era visto come una vera propria guerra, una
battaglia, ma negli elegiaci augustei questa battaglia si istituzionalizzava divenendo immagine
centrale  militia amoris, stato permanente di conflittualità. Rispetto a Tibullo, inoltre, ci sono
molti più riferimenti al mito che svolge una funzione paradigmatica.

Lingua e stile
La poesia di Properzio ha le sue radici nell’esperienza del callimachismo e neoterismo di cui
conserva ricercatezza espressiva, eleganza formale, sfumature, densità di stile. Il nuovo classicismo
augusteo tuttavia incide anche sulle scelte stilistiche di Properzio, nel quale sno assenti le spie più
vistose della poesia catulliana (vocaboli osceni, diminutivi, termini del sermo familiaris, molto
marginali). Properzio affronta i topoi catulliani con lo stile più elevato dei carmina docta, con
sistematico inserimento dell’apparato mitologico (separato da Catullo). Eleganza e dolcezza sono
travolte da un’ispirazione impetuosa che non possiede mai il calmo movimento della poesia
tibulliana: Properzio è raffinato ma anche inquieto e imprevedibile, la cui composizione procede
per brusche variazioni, passaggi rapidi e irruenti, cambi di tono improvviso che rendono
l’andamento complessivo irregolare e mosso. Ricorre spesso ad apostrofi, esclamativi, interiezioni,

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interrogtive che conferiscono dinamismo e intensità patetica ai testi  sintassi che si oscura e
inceppa, passaggi ardui sul piano semantico

OVIDIO

La vita e le opere
Autore che ci parla molto di sé, sia in tracce nelle sue opere, sia in un’elegia dei Tristia
completamente autobiografica. Publio Ovidio Nasone nasce il 20 marzo del 43 a Sulmona
(Abruzzo) da una famiglia di rango equestre  primo poeta romano di cui leggiamo le opere nato
dopo la dissoluzione della repubblica e cresciuto in regime augusteo, e primo a non concepire più
alcuna idealità civile e a sentirsi sostanzialmente estraneo ai tradizionali valori dei mores antiqui.
Nel 31 è a Roma e frequenta le lezioni dei maestri insigni (Fusco e Latrone) nell’epoca delle
declamazioni. Ovidio si sente irresistibilmente inclinato verso la poesia e poco attratto dalle
cariche pubbliche, che ricopre per breve tempo e in ruoli minori. Entra nel circolo di Messalla
Corvino e stringe amicizia con diversi poeti, fra i quali Properzio (suo modello): diviene poeta alla
moda, amato dal pubblico raffinato della capitale, e scrittore più rappresentativo alla morte di
Virgilio e Orazio. Nell'8 d.C., caduto in disgrazia presso Augusto, Ovidio viene all'improvviso
relegato nella lontana Tomi (oggi Costanza in Romania, sul mar nero). Relegatio era il male minore:
a differenza dell’esilio, non venivano confiscati i beni. Ma a Tomi a stento si parlava latino ed era
un luogo selvaggio e sperduto. Morì tra il 17 e il 18 d.C., senza mai riuscire a tornare a Roma.
Riguardo alla motivazione della relegatio, ciò che sappiamo è che il princeps si sentì offeso da duo
crimina che non nega ma che considera come sventurata impudenza:
 Un Carmen, probabilmente l’Ars Amatoria, decisamente in contrasto con la morale
augustea.
 Coinvolgimento del poeta nello scandalo di Giulia Minore, nipote di Augusto, che fu
scoperta avere una relazione adulterina e che infatti fu condannata alla relegatio lo stesso
anno. Forse sapeva e non aveva parlato, forse favoriva gli incontri, forse era lui stesso
l’amante.
Ampio il corpo delle opere, diviso in 3 parti:
 Fase 1, 23 a.C. – 2d.C.: poesia elegiaca (Amores, Heroides, Ars Amatoria, Remedia amoris,
Medicamina Faciei feminae).
 Fase 2, 2-8 d.C.: Metamorfosi (esametri) e Fasti (distici elegiaci, interrotti per l’esilio).
 Fase 3, 8-17: elegie del rimpianto (Tristia, Epistulae ex Ponto, Ibis, in distici).
Altre opere, come la Gigantomachia, una tragedia intitolata Medea, sono andate perdute.

Amores
Opera composta fra il 23 e il 14 a.C originariamente in 5 libri, ma la versione che possediamo è in 3
per una revisione del poeta nel 1 d.C. Quando gli Amores vengono completati, già sono apparse le
raccolte elegiache di Cornelio Gallo, di Tibullo e di Properzio. È un repertorio dei temi e situazioni
tradizionali dell’elegia erotica romana, ma nuovo e originale è invece il modo con cui li affronta. Gli
altri poeti partecipano alle vicende amorose, mentre Ovidio si distacca maliziosamente dalla sua
materia con atteggiamento ironico e giocoso  esclusione della tensione drammatica, risoluzione
in piacere e sensualità, godimento della vita. Ovidio affronta uno per uno i della tradizione erotica,
indicandoli al lettore con un procedimento di topoi amplificazione e di variazione rispetto ai
modelli. Ovidio gioca con i propri temi e con i propri lettori: per esempio convince Corinna (la
donna protagonista) di essergli fedele dopo le accuse di tradimento con la servetta Cipasside (II,7);
nell’elegia successiva accusa Cipasside di averlo tradito  annullamento delle situazioni
convenzionali dell’elegia. Gli Amores si situano perfettamente nello scenario realistico e mondano

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della nuova Roma imperiale, in cui il poeta è a suo agio. Ovidio vuole lettori che siano non
moralisti ma donne e giovani a cui insegnare le malizie e i segreti dell'amore, complici delle sue
avventure e delle sue trasgressioni.

Heroides
21 lettere di argomento amoroso e di contenuto mitologico scritte in metro elegiaco:
 le prime 15 (composte tra il 20 e il 16 a.C., pubblicate nel 15) sono scritte da eroine ai loro
amanti lontani.
 Le ultime 6 (pubblicate tra 4 e 8 d.C.) sono doppie (3 di uomini alle loro amate e le 3
risposte).
In totale 18 storie amore che vedono protagoniste alcune delle figure femminili più note della
mitologia (Penelope, Didone, Elena) + Saffo  novità di un’opera mai vista fino ad allora, se non in
un testo di Properzio (elegia IV, 3). Ovidio pensa invece a un libro dotato di caratteri autonomi,
strutturalmente unitario che richiamava nella formula gli esercizi retorici praticati in gioventù:
fonti sono la novellistica romanzesca, commedia nuova, poesia tragica (Euripide), epillio
alessandrino. Ovidio trasferisce il mondo mitologico nello spazio soggettivo dell’elegia romana,
umanizzazione delle figure mitiche. Punto d' vista dominante dell'opera è quello femminile, e il
tema è quello dell’amante abbandonata che soffre per la sua condizione tra gelosie e rimpianti,
che il poeta vuole dipingere in tutte le sue sfumature. Per esempio fa sottolineare a Ero stessa,
nella sua lettera rivolta a Leandro, la condizione della donna, stufa dei monotoni lavori a loro
riservati. (“a me non resta altro da fare se non amare”)  eroine che soffrono non solo perché
tradite o non corrisposte, ma anche in quanto donne, condannate a un’esistenza di abbandono,
umiliazione e violenza. La finzione epistolare assume la forma di un vero e proprio monologo
teatrale: una voce che parla senza la mediazione del poeta, rivolgendosi al proprio amato.
Carattere teatrale enfatizzato dalla natura stilizzata dei personaggi e un fondale scenico che serve
a risaltare le emozioni delle protagoniste. Ma sotto la voce appassionata delle eroine si avverte il
contrappunto ironico del poeta, che gioca con la consapevolezza del lettore: le eroine sanno solo
una parte della storia, mentre lui e i lettori sanno anche come andrà a finire (male).

Il ciclo delle opere erotico-didascaliche: Ars Amatoria, Medicamina faciei feminae, Remedia
amoris
Progetto di opere di argomento erotico e di impostazione didascalica, passando a vestire il ruolo
del magister che dall'alto della sua esperienza impartisce lezioni d'amore. Ambizione
dell'inventario, del libro enciclopedico che dia ragione di un'intera realtà (erotica, in questo caso)
in ogni suo aspetto. Le 3 opere vanno quindi lette nel complesso:
 Ars amatoria in 3 libri in segna agli uomini come conquistare le donne e conservarne
l’amore (libri I e II), e alle donne la stessa cosa con gli uomini (III). Il metro è quello elegiaco.
Il poeta, che si presenta nelle vesti di un esperto precettore, insegna agli uomini dove
trovare le donne (circo, conviti, portici) e come conquistarle (messaggi d’amore, lodandole,
complimenti). Per mantenere l’amore, spiega che devono fare regali, attenzioni ecc. Il 3zo
libro, aggiunto più tardi e dedicato alle donne affinché possano combattere ad armi pari,
insegna ciò che è opportuno fare o non fare per essere amate (consigli estetici, igiene,
portamento).
 Medicamina, rivolti alle donne, spiegano ciò che occorre per piacere (segreti della
cosmesi). Ci sono giunti solo i primi cento versi: i primi cinquanta costituiscono il proemio; i
successivi comprendono cinque ricette di creme da applicare sul viso.
 Remedia amoris medicine per guarire dagli amori, quando essi finiscano per risultare
penosi o indesiderati. Ovidio si rivolge a chi è stato deluso dall'amore. L'atteggiamento

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giocoso e beffardo del poeta non muta: se Didone lo avesse conosciuto non sarebbe morta,
Medea non avrebbe ucciso i suoi figli ed Elena non avrebbe seguito Paride. Ritorno degli
esempi dell’Ars amatoria, ma al contrario: se là consigloiava di andare a passeggiare nei
portici, qui consiglia di andare in campagna.
Ovidio si fa maestro d'amore all'interno di una società mondana e galante che dimostra di
apprezzare l'argomento e di volerlo affrontare con leggerezza  forma didascalica come maliziosa
provocazione. Spregiudicatezza, impertinenza, divertissement caratterizzano lo svolgimento delle
tre opere: l'amore non è più la passione insana di Tibullo e Properzio ma un desiderio sensuale
che può essere soddisfatto grazie alla conoscenza e all'applicazione di appropriati accorgimenti. Gli
amanti sono come attori che recitano una parte cacciatori intenti a disporre le loro reti: tutto è
lecito, pur di ottenere il proprio scopo. Se per i suoi predecessori l’amore era un’insania senza
rimedio, per Ovidio è un piacere senza complicazioni a cui bisogna porre i giusti limiti (Remedia). Il
poeta si rivolge ai propri immaginari discepoli in qualità di doctor e di peritus (secondo il modello
didascalico di Lucrezio e Virgilio): la trattazione è condotta sempre in modo organico, frequenti gli
excursus, di carattere sia storico sia mitologico che fungono da esempi.

Le Metamorfosi
Al culmine del successo Ovidio sente l'esigenza di rinnovarsi e concepisce il poema epico delle
Metamorfosi e l’elegia erudita dei Fasti (sotto). Le Metamorfosi sono un poema in esametri in 15
libri composto tra il 2 e l’8 d.C. Gli intenti dell'autore sono chiariti in modo esplicito nel brevissimo
proemio: l’opera è un «canto ininterrotto» che si snoda dalle origini del mondo fino all'età di
Augusto, e abbraccia materia mitica e storica. Il modello è quello del «poema collettivo»,
all'interno del quale episodi in sé compiuti vengono raggruppati grazie all'affinità del tema: sono
infatti 246 storie di trasformazione autonome ma collegate tra loro per costituire un corpo
omogeneo. Il tema delle trasformazioni era già stato trattato in lingua greca e latina (Nicandro di
Colofone, Emilio Macro, Cinna, Licino Calvo) ma Ovidio ha ben altre ambizioni per ampiezza,
originalità e complessità strutturale del poema. La narrazione è divisa in tre blocchi di ampiezza
diseguale:
 Promordi (Libro I fino al vv 451)
 Età del mito (Libro I dal v 452-Libro XI)
 Età della storia (Libro XII-XV), che comprende anche le vicende successive alla guerra di
Troia.
Rispetto all’Eneide (quasi ogni libro ha forma autonoma) nelle Metamorfosi i singoli libri appaiono
divisioni instabili e fluide, i racconti si interrompono in un libro per riprendere nel successivo
(Fetonte tra I e II libro) secondo una raffinata strategia narrativa  libro inesauribile, ogni storia
dà origine a nuove storie. In un'opera così congegnata, importanti e anzi decisivi risultano i
raccordi e i collegamenti fra i vari episodi, che altrimenti resterebbero dispersi  versatilità
ovidiana, che vede raccordi di natura tematica (gelosie degli dei), genealogica (storie tebane),
geografica, cronologica; passaggi per analogia (Ceice-Alcione collegati a Esaco solo per la
metamorfosi in uccelli marini) o contrasto (pietà di Filemone e Bauci-empietà di Erisictone).
Ricorso frequente all'espediente del racconto nel racconto con la tecnica ad incastro vista da
Catullo (carme LXIV) e Virgilio (IV Georgica). La varietà delle soluzioni, una caratteristica di tutta la
poesia ovidiana, si impone anche sul piano dei toni e dei registri stilistico-espressivi, coinvolgendo
anche la natura del genere letterario: poema epico con inserti di poesia pastorale, commedia,
tragedia, il tono idillico si incrocia con quello grottesco e ironico, toccando gli estremi del fiabesco.
l principio fondamentale su cui si reggeva l'arte classica era quello mimetico: l'arte, cioè, imita la
natura. In Ovidio il rapporto natura/arte tende a rovesciarsi: è l'arte, e non la natura, a costituire
un modello ineguagliabile di perfezione. Il poeta gioca sugli incerti confini tra reale e fantastico: a

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volte egli stesso fa mostra di non credere alle vicende che sta narrando (per esempio la storia di
Tereo e Filomela). L'esibizione dell'artificio enfatizza la potenza immaginativa e illusionistica
dell'arte, che crea mondi fascinosi e autosufficienti proprio perché finti. L'impulso erotico sospinge
irresistibilmente i personaggi del poema verso il possesso, che si rivela quasi sempre contrastato.
Ovidio, riprendendo le Heroides, infonde maggior complessità e ricchezza di sfumature nella
descrizione delle infelici passioni vissute dai personaggi femminili, e mostra una predilezione
tipicamente ellenistica per gli stati psicologici eccezionali (come Narciso innamorato di se stesso o
Pigmalione di una statua). Protagonisti delle vicende d'amore sono in un gran numero di casi gli
dèi, passionali e crudeli, proiezione degli istinti selvaggi dell’uomo. Si trova qui uno dei punti di
maggior interesse del poema: da una parte Ovidio riduce il mito, privato di significato religioso, a
mitologia; dall'altra il racconto mitico si fa disvelamento dei sentimenti e dei compor tamenti
umani. L'opera si conclude con un ampio passo di carattere filosofico fatto pronunciare a Pitagora,
il filosofo che aveva diffuso la dottrina della metempsicosi, cioè la migrazione delle anime in corpi
diversi. Negli ultimi libri del poema il corso della narrazione volge verso l'età della storia, che salta
6 secoli di vicende romane per proiettarsi arditamente fino all'età di Cesare e di Augusto  natura
celebrativa (Cesare si trasforma in Astro, e Augusto, dopo auspicio che quel giorno sia lontano,
farà lo stesso). Scontata è anche la visione romanocentrica e provvidenzialistica della storia (ogni
evento conduce a Roma). In ogni caso, la chiusa "augustea" appare dunque un'aggiunta
puramente encomiastica e convenzionale. Poeta doctissimus, l'autore delle Metamorfosi nutre
l'ambizione di gareggiare con tutti i grandi capolavori della letteratura greco-latina, da Esiodo e
Omero fino a Lucrezio, con un poema che sia emblema di tutto l’universo materiale e culturale, in
aperta sfida a Virgilio. Fluidità, rapidità, mutevolezza infinita dei registri espressivi caratterizzano lo
stile e il linguaggio delle Metamorfosi. Dal principio dell'analogia tra le forme dipende il vasto
impiego delle metafore, ampio ventaglio delle scelte lessicali, mediante le quali il poeta sa
riprodurre in modo penetrante e sottile ogni aspetto della realtà. La sovrabbondanza espressiva è
compensata dalla ricchezza e dalla varietà delle forme utilizzate.

La poesia eziologica romana: i Fasti


Poema di argomento antiquario ed eziologico in distici elegiaci, ispirato agli Aitia di Callimaco e alle
elegie romane di Properzio. 12 dovevano essere i libri (1 per ogni mese), ma come sappiamo
l’opera fu interrotta per la relegatio e rimangono 6 libri (gennaio-giugno). Dopo la morte di
Ottaviano, Ovidio cambia il dedicatario e sceglie Germanico sperando invano che lo facesse
tornare a Roma. I Fasti dies indicavano gli antichi calendari curati dai pontefici che scandivano la
vita pubblica di Roma. Ovidio vuole cantare le festività dell'anno romano e le loro origini (tempora
cum causis). Contenuto dovuto alle richieste augustee di una poesia impegnata sul piano civile,
che si intreccia dunque con il gusto alessandrino della poesia eziologica. La stesura dei Fasti
richiedeva un ampio lavoro di documentazione: opere di Varrone, Valerio Flacco, storie di Livio,
libri laziali dell’Eneide. A loro volta i Fasti di Ovidio costituiscono una fonte primaria di informazioni
sulle festività e sui rituali del calendario romano per gli studiosi moderni (anche se con cautela), e
infatti abbiamo più info sulle festività della prima parte dell’anno. Sotto l'aspetto tecnico, i Fasti
presentavano un problema opposto a quello delle Metamorfosi: queste ultime materia variegata
in un organismo unitario; qui invece dispone di una materia arida e monotona  tenta di
ravvivare l'impianto didascalico con soluzioni tecniche molto varie (episodi narrativi storici e mitici;
soste eziologiche; spiegazioni etimologiche ecc.). La creatività ovidiana si esercita nei modi più
raffinati. Capita ad esempio che gli dèi stessi intervengano in prima persona a narrare una vicenda
o a svelare un'origine (e Ovidio quindi passa da maestro a discepolo). Ovidio si proponeva di
comporre un poema nazionale sulle varie tradizioni e festività (Romani conditor anni) e forse
voleva rivaleggiare seriamente con l'Eneide, alla quale i Fasti si richiamavano in maniera esplicita

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(specie per il numero originario dei libri). Ma a Ovidio difettavano le doti fondamentali per
affrontare un poema di tal genere: il sentimento sacro del mondo, la pensosità morale, lo spirito
patriottico, rispetto a Virgilio, Livio e Properzio che sentivano profondamente la poesia del remoto
passato di Roma, contrasto tra splendori presenti e semplicità primitiva. Ovidio non nasconde di
trovarsi pienamente in sintonia con la propria epoca: passato come curiosità, e finisce per trattare
le singole vicende con il consueto distacco intellettuale e con l'impareggiabile tono malizioso (per
esempio il libro III si apre con l’invocazione a Marte ma già dal proemio si vede una grazia ironica).
I versi proemiali del II libro svelano del resto il vero impulso che spinge Ovidio a comporre i Fasti:
la volontà di stupire i propri lettori.

Le elegie dell’esilio
Dopo l'esperimento del poema in esametri, il poeta ritorna stabilmente al distico elegiaco. La
forma letteraria prevalente è l'epistola in versi, non più di argomento mitico ma autobiografico 
il centro si sposta sulla persona del poeta, ma rimane la consueta facilità a trasformare ogni
evento in poesia. Il motivo centrale è quello dell'infelicità e dell'inevitabile lamento: ai felices libelli
di un tempo viene intenzionalmente contrapposto il nuovo libro (questo nel proemio dei Tristia). 3
le opere:
 Tristia, cinque libri di elegie per la maggior parte in forma epistolare scritti tra l’8 e il 12 d.C.
l poeta si rivolge al proprio libro, alla moglie, agli amici (di cui non fa il nome per non
comprometterli) ad Augusto (cui è dedicata la sola e lunga elegia del II libro) e confessa
angosce e speranze. Le elegie sono tematicamente centrate sul contrasto Roma/Tomi,
splendore mondano e culturale vs squallore di una provincia lontana e barbarica 
opposizione passato felice ma perduto-presente opaco e ostile. Domina insistentemente il
motivo della colpa, alla quale tuttavia il poeta si richiama in modo elusivo e sfuggente
(reticenza per distanziare il dolore e rendere sopportabile la sua condizione). Unico
conforto è la poesia, medicina dell’animo. La materia autobiografica viene elaborata
retoricamente attraverso una raffinata rete di allusioni mitico-letterarie (mito come
paradigma dello stato d’animo).
 Epistulae ex Ponto (Lettere dal Mar Nero): 46 lettere anch'esse in distici elegiaci, scritte
negli anni 12-16 e raccolte in quattro libri, qui il nome dei destinatari non viene più taciuto.
Meno convincenti appaiono tuttavia i risultati, forse per stanchezza di ispirazione, pesa
l’insuccesso dei tentativi di tornare in patria (Germanico sembra non considerare gli
omaggi del poeta). Va quindi interpretata in senso ironico e non letterale la notizia,
annunciata dal poeta, di aver composto in lingua getica le lodi di Tiberio (il poeta, privato
della vita di città, si dipinge nell’atto di perdere anche la sua lingua).
 Ibis, composto tra 10 e 12 d.C., un poemetto ingiurioso in distici elegiaci scagliato contro un
personaggio mai nominato che lanciava nuove accuse contro di lui per trasformare la
relegatio in exilium (e quindi prendere i suoi beni). L’Ibis è un sordido uccello che era solito
nutrirsi di escrementi, titolo ripreso da Callimaco che forse aveva indirizzato l’opera contro
Apollonio Rodio. Ovidio inverte le due parti che costituivano l’opera callimachea: prima le
invettive e poi gli exempla di personaggi mitologici e storici vittime di orrende sventure che
il poeta augura al suo detrattore.

TITO LIVIO E LA STORIOGRAFIA DELL’ETÀ AUGUSTEA

La vita e l’opera
Poco sappiamo di Livio. Le fonti: Chronicon di Gerolmamo, Plinio il Giovane, riferimenti di
Quintiliano, Tacito, Svetonio, Seneca. Poche notizie autobiografiche. Tito Livio nasce a Padova

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(Patavium) nel 59 a.C. forse da famiglia agiata perché per tutta la vita può dedicarsi agli otia
letterari. Padova città commerciale e conservatrice, nel 43 aveva parteggiato per la fazione
filosenatoria rifiutando di accogliere gli alleati di Antonio. Livio attaccato alla città e ai suoi
costumi, come si evince dall’esordio della sua opera storica. Asinio Pollione gli rimprovera la
patavinas (particolarità linguistiche della prosa, spirito conservatore e provinciale). Non sappiamo
quando si trasferisce a Roma, forse dopo Azio per dedicarsi alla composizione della sua opera. È il
primo degli storici latini a non aver mai rivestito cariche pubbliche e a non avere esperienza
politica-militare  visione della storia poetica e morale, non propagandistica. Formazione retorica
e filosofica: Seneca ci dice che scrisse (forse prima di andare a Roma) dei dialoghi di argomento
storico-filosofico, mentre secondo Quintiliano compose anche una lettera per il figlio esortandolo
allo studio di Demostene e Cicerone. Ebbe rapporti d’amicizia con Augusto (Tacito), anche se
rimase sempre molto indipendente e imparziale nel giudizio, e nonostante le sue simpatie verso
Pompeo, Bruto e Cassio (che giudica insigni). Un rapporto che non deve sorprendere, perché
Augusto con tutti gli intellettuali della sua generazioni ha un’amicizia fondata su liberalità, rispetto
e indipendenza di giudizio, che muterà solo nell’ultima fase del suo principato quando diviene
autoritario e intollerante. Comunque, l’opera di Livio non contraddice il progetto restauratore di
Augusto: sono presenti nostalgia per la Roma arcaica, per gli antiqui mores, la celebrazione della
pax Augusta dopo le guerre civili (argomento che non possiamo leggere, perché le pagine ad esso
dedicate sono perdute). Muore nel 17 d.C., 3 anni dopo la morte di Augusto, a Padova (dove
soggiornava, quando non stava a Roma).

Ab urbe condita libri


142 libri, pubblicati man mano che venivano composti in gruppi di dieci (decadi), cinque (pentadi)
e forse anche 15, introdotti non di rado da prefazioni (VI, XXI, XXXI libro). Opera gigantesca
abbracciante tutta la storia di Roma sin dalle sue origini leggendarie e fino al 9 a.C. (morte di Druso
in Germania), o secondo altri fino al 9 d.C. (disfatta di Teutoburgo). Nel progetto liviano i libri
erano 150 e dovevano spingersi fino alla morte dell’Imperatore (14). Per la loro mole, già dal I d.C.
i volumina di Livio iniziarono ad essere ridotti in compendi, mentre gli originali si fecero sempre
più rari e alcuni sparirono per sempre. A questo grave naufragio sopravvivono la prima decade
(origini-293 a.C., anno della fine della III guerra sannitica) e i libri XXI-XXVI (inizi II guerra punica,
219, fino alla fine dlela III guerra macedonica, 167). Abbiamo frammenti delle parti perdute, e le
Periochae, riassunto sbrigativo di tutti i libri dell’opera. Lo schema di Livio è quello della
tradizionale annalistica, con la narrazione condotta anno per anno e iniziante con il nome dei
consoli e pretori, descrizione dei trionfi, elenco dei prodigi, dibattiti di politica interna, situazione
di province ed eserciti. Ma Livio organizza l’opera in unità autonome:
 I libro: tutta l’età regia;
 Prima pentade finisce con il saccheggio gallico del 390, con distruzione degli antichi archivi
e quindi parte più povera di fonti.
 Prima decade: tutto il ciclo delle guerre sannitiche.
 Quarta pentade: I guerra punica.
 Terza Decade: Seconda guerra punica.
 Libri XXI-XLV: guerre d’Oriente.
Più si avvicina al presente, più Livio dilata lo spazio narrativo, e per primo si stupisce di come gli
ultimi 73 anni abbiano richiesto uno spazio pari a quello dei primi 458 anni (10 libri solo sul
periodo compreso tra morte di Pompeo e morte di Cicerone). Esordio con un proemio
programmatico in cui espone le ragioni che lo hanno spinto a scrivere un’opera storica così
impegnativa, e il metodo di lavoro, nonché le finalità preposte  carattere etico ed esemplare. Il
protagonista è il popolo romano la cui grandezza dipende dalla qualità di uomini e costumi, e dalle

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virtù (su tutte: paupertas e parsimonia) che rinviano al tema opposto della decadenza
contemporanea che più volte sottolinea. A differenza di Cicerone (che vede la storia come lux
veritatis, per cui lo storico deve enfatizzare eventi di particolare valore morale ma senza alterarne
la veridicità), per Livio la storia ha carattere pedagogico e morale: esempi virtuosi per esortare a
restaurare gli antichi mores. Per quanto riguarda le fonti, Livio sa che le leggende sulle origini
convengono ai poeti e non a una fedele opera storica, ma sa anche che queste leggende sono il
nucleo vitale della civitas romana e hanno un valore alto ed esemplare  nec adfirmare nec
refellere (né accettare né respingere). Ogni sezione della sua opera fa riferimento a una fonte
privilegiata (Fabio Pittore, Polibio, Valerio Anziate). Se ci sono discordanze tra due o più fonti,
sceglie in base a un criterio artistico la fonte che gli consente un maggiore approfondimento
drammatico e psicologico, preferendo le varianti favorevoli a Roma. Polibio è la fonte privilegiata
da Livio (guerre puniche, guerre greche, guerre orientali): l’antico storico afferma che il
parteggiare per la propria patria non deve portare a scrivere falsità  principio di verità storica. In
Livio, invece, il sentimento prevale sull’indagine. I fatti vengono selezionati e amplificati sulla base
del loro effetto drammatico e patetico; manca interesse per aspetti tecnici di vita politica e
militare. Quindi Polibio è la fonte, ma non il modello di Livio, che invece si fa alla storiografia di
scuola isocratea, che appunto alla ricerca storica assegna finalità pedagogiche e didascalica.
Influenza anche della storiografia ellenistica, nella ricerca di effetti drammatici e patetici 
personalità d’eccezione, uomini dotati di qualità straordinarie.

Ideologia e arte in Livio.


La sua opera è un’epopea della storia romana, che si presenta in Livio come blocco unitario e
compatto, privo di evoluzione interna e fondato su in sistema di principi etici (ratio, fides, pietas,
iustitia, clementia, constantia, moderatio, pudicitia). La grandezza dei personaggi rientra sempre
nell’esercizio delle virtù citate: i viri sono sì protagonisti, ma perché impersonano la virtù di una
collettività o i momenti culturali e politici. Da Livio derivano i quadri più esemplari dell’amor di
patria che ci siano nella storia (Orazio Coclite, Muzio Scevola, Clelia, Camillo, i Fabii). Livio crede
nella fatalità del dominio romano. Scrive di Romolo che appare a Giunio Proculo rivolgendogli
parole simili a quelle di Anchise nell’Eneide: pur distanziandosi dalla leggenda, Livio mostra di
condividere pienamente il significato profetico e religioso del messaggio. Molti sono gli episodi in
cui la vittoria o la sconfitta di Roma viene attribuita a rispetto/empietà verso gli dei (la sconfitta del
console Flaminio per mano di Annibale conseguenza della sfida alla divinità che gli aveva detto di
non combattere; per Polibio, invece, sono errori tecnici). La pietas è una componente
fondamentale del successo romano: le leggi di Roma, tenendo conto di quanto spiegato nei
capitoli dedicati a Numa Pompilio, si fondano sul timore degli dei e sulla credenza che i numi
intervengano nelle cose umane. Va tenuto conto, però, che la sua visione di miti e pratiche rituali
non coincide con interpretazioni razionalistiche o simboliche dei miti circolanti nelle scuole greche,
e nemmeno con le posizioni pragmatiche di Cicerone (religione come instrumentum regni). Per
Livio miti e leggende non sono fenomeni da discutere, ma tradizioni da rispettare. Le sue posizioni
ideologiche sono quelle di un conservatore che simpatizza per la nobilitas senatoria, ed esalta le
istituzioni repubblicane. La libertas, su cui riflette nel II libro dopo la cacciata di Tarquinio il
Superbo e la nascita della Repubblica, può esserci solo quando un popolo è forte è saldo  frutto
della concordia. Non è più desiderabile quando degenera in disordine e illegalità  principi
gerarchici e conservatori, Livio infatti condanna sempre i tribuni della plebe (a partire dai Gracchi)
dipingendoli come demagoghi, e ogni legge agraria e di distribuzione del grano. Il potere
monarchico non viene escluso, perché esistono periodi storici in cui si rende necessaria
l’affermazione di una figura autorevole e garante della pace interna  Augusto (restauratore e
non sovvertitore). La grandezza delle Storie di Livio dipende dalla qualità artistica della narrazione:

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galleria di episodi gloriosi ed esemplari, che Livio isola perché dotati di una loro autonomia
narrativa. Attenzione soprattutto su figure agonistiche ed eroiche, pronte al sacrificio e lanciate
fino in fondo al loro destino. Per non risultare monotono, Livio alterna scene di grande dinamismo
a passi di carattere cronachistico usando tutte le tecniche della storiografia antica (ritratto,
excursus, discorso). Nei discorsi Livio ha risultati altissimi, e gli servono per illuminare i moventi
segreti e la psicologia del protagonista (in Tucidide invece servivano a spiegare gli orientamenti
politici). Più si allontana dalle origini, più aumentano i discorsi diretti. Scarso interesse, invece, per
ambienti e paesaggi.

Lingua e stile
La prosa di Livio sembra corrispondere all’ideale Ciceroniano esposto nel De Oratore e di stampo
isocrateo-erodoteo: la sua prosa è simile a un fiume largo e sinuoso che si distende con un
movimento ampio, continuo e solenne  lactea ubertas la definisce Quintiliano,
contrapponendola alla brevitas sallustiana. Due aspetti:
 Abbondanza e copiosità (ubertas).
 Scorrevolezza e fluidità (lactea).
C’è da dire che però la prosa di Livio non ha un carattere così uniforme come osserva Quintiliano.
Nella prima decade per esempio prevale uno stile solenne e un periodare più scarno rispetto alle
decadi successive, perché l’antichità dell’argomento richiedeva un tono adeguato modellato su
Ennio e sui carmina religiosi  forme arcaiche (ere al posto di erunt) e vocaboli poetici (mortales
al posti di homines).Una patina arcaizzante che non scompare subito, ma tende ad attenuarsi
specie a partire dalla quarta decade. Una prosa che è nello stesso tempo eloquente poesia, e che
quindi si colloca al cofine tra la prosa classica ciceroniana e la prosa dell’età imperiale, disarmonica
e irregolare).

STORIA E STORIOGRADIA DELL’ETÀ GIULIO-CLAUDIA

Da Tiberio e Nerone
Agosto 14 d.C.: muore Ottaviano Augusto, che aveva designato come suo erede il figliastro Tiberio
(figlio della prima moglie Livia) per mancanza di alternative. Con lui inizia la dinastia giulio-claudia,
destinata a rimanere forse la più scandalosa di tutto l’Impero Romano:
 Tiberio (14-37 d.C.). Uomo chiuso, filosenatorio, sale al potere a 56 anni discende dai
Claudii che avevano parteggiato per Bruto e con lui combattuto a Filippi, adottato dagli Iulii
(Ottaviano). Al potere rinuncia a molti titoli del suo predecessore e agli onori divini (non
aveva mai visto con favore il principato, anche se non aveva mai esercitato opposizione
perché ormai sentiva il ruolo del princeps inevitabile). Per fatalità del caso, è il primo a dare
l’immagine di imperatore ambiguo e capriccioso. 40 anni di Augusto avevano disabituato
all’esercizio di libertà, e favorito nuovi ceti sociali. Tiberio fu anche sospettato di essere
l’assassino di Germanico, il vero favorito al potere che voleva completare la trasformazione
monarchica dell’Impero. Dopo equivoci con la nobiltà senatoria, e disgustato dai cortigiani,
nel 27 si ritira a Capri e lascia il potere al suo prefetto del pretorio Seiano, uomo senza
scrupoli che Tiberio disprezzava ma a cui non poteva rinunciare  processi e condanne,
terminati solo col ritorno di Tiberio nel 31 e la condanna a morte dello stesso Seiano.
Tiberio muore nel 37 e si conclude il suo regno, in un clima di sospetti e illegalità, con
l’umiliazione di un Senato che Tiberio teoricamente voleva restaurare e con un potere
fondato sempre più sull’elemento militare e la coorte pretoria e la frequente applicazione

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della lex maiestatis (lesa maestà) per colpire gli oppositori più intransigenti (come
Cremuzio Cordo).
 Caligola (37-41 d.C.), opera la conversione che voleva fare Germanico, suo padre.
Discendente di Marco Antonio, da lui aveva ereditato il modello assolutistico della
monarchia orientale  sovrano incarnazione del dio a cui dovevano essere riconosciuti
onori divini già in vita (mentre Tiberio si era battuto per riaffermare i principi etici della
tradizione romana)  riti fastosi di tipo orientale, mortificazione del ceto senatorio.
Richiama i condannati ed esiliati per aver sostenuto Germanico e ne favorisce le opere ( 
Cremuzio Cordo). Fu ucciso in una congiura di palazzo sostenuta da senatori, cavalieri e
pretoriani.
 Claudio (41-54), zio di Caligola rimasto fino a quel momento ai margini e dedito agli studi
eruditi e storici, rappresentato come succube delle sue mogli, Messalina e Agrippina
Minore. Cerca di mediare tra esigenze del princeps e del Senato, richiamandosi ad Augusto:
restaura i valori tradizionali romani (espulsione da Roma degli ebrei), ma rafforza la coorte
pretoria e affida l’amministrazione pubblica in mano a potenti liberti. La tradizione dice che
fu avvelenato da Agrippina che voleva favorire l’ascesa al trono del figlio diciassettenne 
orientalizzazione della vita politica romana con una vita di palazzo su modello delle corti
ellenistiche, dominate da congiure, rivalità e scandali.
 Nerone (54-68), figlio di Agrippina, sintesi del conflitto di poteri e interessi sviluppatosi
negli ultimi 50 anni. I primi 5 anni opera in maniera filosenatoria e conciliatrice, sotto la
guida di Seneca e Afranio Burro (quinquennio felice, 54-58), ma poi fa prevalere una
politica assolutistica coltivando lo stesso progetto di Caligola, liberandosi della madre e
della tutela di Seneca. Nel 65 scopre una congiura contro di lui (Congiura di Pisone) e nella
repressione coinvolge anche Seneca, Lucano e Petronio. Le sua stravaganze causarono
reazioni ostili in tutti gli strati sociali, al punto che la ribellione dei pretoriani lo lasciò senza
difese. Si suicida a 31 anni nel 68.

Storici e biografi di tendenza senatoria


Tra Livio e Tacito tantissimi storici, molti dei quali narranti le vicende contemporanee a partire
dalle guerre civili. Come l’oratoria (che però era decaduta e degenerata nelle forme ludiche delle
declamationes), la storiografia rimase una forma privilegiata della nobilitas filosenatoria e quindi
non stupisce che assuma presto un ruolo di dichiarata opposizione al principato, anche se in
maniera cauta e limitata all’esaltazione della libertas repubblicana e dei suoi rappresentanti
(Cicerone, Catone, Bruto e Cassio)  reazione aspra dei principi, che per esempio bruciano le
opere di Tito Labieno e Cremuzio Cordo. Vediamo gli autori:
 Tito Labieno, storico di età augustea figlio forse di quel Labieno pompeiano ai tempi delle
guerre civili. Fama di personaggio aggressivo e animoso (fu appellato Rabienus), era
consapevole dei limiti di libertà espressiva nel principato e infatti, nelle letture pubbliche
delle sue opere, ometteva alcune parti. Nel 12 d.C., res nova et inusitata (Seneca Padre)
Augusto fa bruciare i suoi libri, condannanti la svolta istituzionale augustea  si lascia
morire dopo essersi rinchiuso nella tomba di famiglia.
 Cremuzio Cordo, autore di Annales esaltanti Bruto e Cassio (“l’ultimo deiRomani”) 
opera messa al rogo nel 25, Cordo si lascia morire di fame dopo che Seiano lo accusa di lesa
maestà. Gli Annales furono messi in salvo e fatti circolare clandestinamente per essere
pubblicati durante Caligola. Quintiliano ne loda lo spirito libero.
 Fenestella, vissuto negli anni di Augusto e Tiberio. Scrisse 22 libri di Annales intrecciando
fatti storici e notizie linguistiche, letterarie e antiquarie  vasta diffusione dell’opera, che

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però è andata perduta (abbiamo solo 30 frammenti). Per Gerolamo muore a Cuma nel 19,
per Plinio il Vecchio negli ultimi anni del principato di Tiberio.
 Seneca Padre, non solo oratore ma anche storico, autore di una storia di Roma ab initio
bellorum civilorum (Gracchi-morte di Tiberio)  decadenza ineluttabile nel passaggio da
repubblica a principato. Abbiamo due frammenti dell’opera, in cui l’autore attinge alla
tradizionale concezione organicistica della storia dei popoli (divisa in 5 età: Romolo
infanzia, Monarchia puerizia, ribellione e protorepubblica adolescenza, epoca aurea della
Repubblica fino alle guerre civili maturità, guerre civili e principato vecchiaia).
 Servilio Noniano, autore di Storie, personaggio influente della nobiltà senatoria e celebrato
per ingegno e dignità dei costumi. Console nel 35, muore nel 59. Quintiliano afferma di
averlo udito personalmente, ma ne critica lo stile poco sobrio.
 Aufidio Basso, optimus vir (Seneca) ed epicureo, muore in vecchiaia sotto Nerone. La sua
opera narrava in uno stile sallustiano (lodato da Quintiliano) la storia contemporanea
dall’epoca di Cesare o così pare perché abbiamo un frammento relativo alla morte del
dittatore. Forse l’opera si concludeva con il principato di Claudio.

Grande rilievo acquista anche la biografia elogiativa, prima legata alla laudatio funebris e ora di
coloritura politica  vita di Catone Uticense di Trasea Peto, perduta come tutte le altre biografie
di cui siamo conoscenza.

VELLEIO PATERCOLO (HISTORIAE)


Se nessuna delle opere senatorie ci è pervenuta, rimangono invece (anche se non tutte) le
Historiae di Patercolo, homo novus che esalta il principato di Tiberio come nuova età dell’oro. Gaio
Velleio Patercolo nacque negli ultimi decenni del I a.C. da una famiglia campana, e come padre e
nonno sceglie la carriera militare (tribuno in Tracia e Macedonia). Tra 1 e 4 d.C. accompagna Gaio
Cesare, nipote di Ottaviani, in Grecia e Oriente, mentre dal 4 al 12 segue Tiberio in Germania,
Pannonia e Dalmazia prima come praefectus equitum e poi come legatus Augusti  Tiberio una
volta imperatore gli conferisce la pretura per il 15. Nel 30 è ancora vivo, perché dedica la sua
opera all’amico Marco Vinicio per il suo consolato  Historiae ad Marco Vinicium.

Non sappiamo il titolo originale di un’opera che rappresenta il primo compendio di storia
universale in latino (per via dei frettolosi e disorganici accenni iniziali alle antiche civiltà) giunto
fino a noi. In due libri narra gli eventi storici più rilevanti dalla guerra di Troia all’età di Tiberio:
 Libro I, mutilo nella parte iniziale e centrale, fino al 146 a.C. (distruzioni di Cartagine e
Corinto  inizio della decadenzamorale di Roma).
 Libro I arriva fino all’età contemporanea con concentrazione sulle figure di Cesare,
Ottaviano e Tiberio che ritiene i salvatori e custodi della res publica.
A differenza di Livio, Velleio liquida velocemente le età più remote verso le quali non è molto
interessato: non solo per il canone di brevitas e concisione, ma per una precisa scelta ideologica 
esaltazione del presente e dei mutamenti politico-istituzionali. Tutta la storia del mondo disegnata
da Velleiolo pare correre verso l’affermazione della felicità presente, assicurata da Ottaviano prima
(con Azio è salvatore del destino di Roma) e da Tiberio poi, l’iniziatore di una nuova etò dell’oro e
grazia al quale le virtù che erano fuggite dopo la presa si Cartagine ritornano a Roma. Velleio è un
devoto funzionario dell’Impero, soldato che ha combattuto alle frontiere servendo con zelo il suo
generale. Dal grigiore del suo racconto storico, emergono con vivacità esclusivamente gli episodi di
cui è stato testimone e di cui è orgoglioso  deve tutto a Tiberio. E sa anche che il principato sta
favorendo l’ascesa di nuovi ceti fino ad allora emarginati. Anche l’encomio di Seiano (prima che
cadesse in disgrazia presso Tiberio) rivela sia compiacimento di chi comanda sia programma

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politico (da Cesare a Tiberio, i principi dimostrano di preferire forze nuove ed emergenti,
provenienti dai municipi italici e dalle province, tra cui appunto Seiano e lo stesso Patercolo. La
storia di Velleio è una storia di grandi personaggi, e gli eventi sono appena accennati a costituire
solo un fondale per fare emergere le figure. Anche Livio esalta gli individui, ma in maniera epica,
mentre Velleio ha intento apertamente encomiastico, e dei suoi protettori esalta le virtù militari e
le doti umane. Forse sorprende, in un ufficiale dell’esercito che aveva partecipato a tante
spedizioni, il disinteresse per dati tecnici militari, ma forse perché le Historiae sono state composte
in pochi mesi per onorare Marco Vinicio usando appunti e materiali accumulati per un’altra e più
complessa opera a cui l’autore accenna più volte e che avrebbe richiesto maggiore precisione nei
dettagli e più approfondimenti dei singoli fatti. Originale, tuttavia, è la presenza di excursus
letterari: prima di lui nessuno aveva sentito l’esigenza di legare la storia politica a quella culturale,
cosa che Velleio fa continuamente e in modo sistematico affrontando anche il tema della
decadenza dell’oratoria.
Lo stile delle Historiae è disomogeneo: in alcuni passi frettoloso, in altri il linguaggio è elevato e
forte è l’impegno retorico. Verso la fine dell’opera, Velleio sviluppa un discorso composto di
proposizioni esclamative ed interrogative retoriche per celebrare l’età tiberiana. Questi sono i
segni del nuovo gusto ormai predominante della prima età imperiale.

VALERIO MASSIMO (FACTORUM E DICTORUM MEMORABILIUM LIBRI)


Scarse notizie su Valerio Massimo. Di modeste condizioni, si pone sotto la protezione di Sesto
Pompeo, forse lo stesso console nel 14 d.C. al quale Ovidio aveva indirizzato 4 lettere da Tomi, e
che era proconsole in Asia nel 27, dove Valerio Massimo lo accompagna e per questo ha modo di
vedere Atene. La sua opera fu pubblicata dopo il 31, e quindi dopo la disfatta di Seiano cui si allude
nell’ultima parte del libro tra i facta scelerata (capitolo forse aggiunto a lavoro compiuto), ed è
dedicata a Tiberio che viene esaltato come auctor ac tutela nostrae incolumitatis (supremo
difensore della nostra incolunità). L’opera è divisa in 9 libri (il primo è mutilo; forse ne esisteva un
decimo non pervenuto) ed era destinata alle scuole di retorica. È un vasto repertorio di exempla
memorabili, vizi e virtù illustrati attraverso personaggi romani e non (perché gli oratori erano
spesso sostenere le loro argomentazioni con esempi storici convincenti, al sostegno dei quali
l’opera viene in soccorso). Manca completamente ogni tentativo di ordinamento cronologico dei
fatti, con la storia frantumata in serie di aneddoti disseminati in 94 rubriche di carattere morale.
Alcuni libri rivelano un intento omogeneo di organizzazione (il I è di carattere sacro, il II riguarda le
istituzioni sociali, militari e civili di antichi popoli di Roma, vista come modello esemplare, il III è
sul rapporto tra indole dell’uomo e virtù). Tuttavia, il passaggio da un episodio all’altro è spesso
estrinseco, mentre conta la dimostrazione, l’incasellamento dell’episodio nella rubrica. Valerio
Massimo non è propriamente uno storico, ma storici sono i materiali che usa  intento modesto,
come dichiara lui stesso nell’introduzione. Le vicende romane occupano lo spazio maggiore (636
exempla, contro i 320 di tutte le altre civiltà) ma si riducono a un ampio repertorio di fatti ormai
destituiti di valenza storiografica.
Lo stile è spesso riccamente elaborato e segnato da capricciose diseguaglianze, e rivela la sua
derivazione scolastica e retorica  ricerca di forme elaborate, spesso artificiose; uso di figure
(esclamazioni, antitesi…), lessico prezioso che non rinuncia a neologismi e poetismi, con gusto per i
giochi di parole e conclusioni ad effetto.
CURZIO RUFO (HISTORIAE ALEXANDRI MAGNI)
Di Quinto Curzio Rufo conosciamo solo il nome e la sua opera divisa in 10 libri che ci è giunta
mutila dei primi due e del proemio, e con alcune lacune sparse nei libri successivi. Unica
indicazione utile per collocare l’autore la troviamo in un passo di stile lussureggiante della sua
opera, in cui esalta il principato come portatore di pace. La storia di Roma è paragonata a quella di

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Alessandro Magno: la sua morte provocò bella civilia e la frantumazione del suo Impero, che
avrebbe potuto reggersi solamente sotto il comando di uno solo; e allo stesso modo il popolo
romano dev’essere grato al nuovo princeps che ha salvato l’unità dello Stato in un momento di
grave pericolo. Per capire di che princeps si tratta dobbiamo soffermarci su questa frase: Huius,
hercule, non solis ortus lucem caliganti reddidit mundo (Il sorgere di questo principe, per Ercole,
non già del sole, ridiede la luce al mondo ottenebrato). L’uso del verbo caligare per indicare
l’ottenebramento del mondo prima dell’intervento salvifico del nuovo imperatore richiama
Caligola, assassinato nel 41, e quindi designa Claudio come princeps sotto il quale il mondo torna a
rifiorire  Rufo scrive l’opera sotto Caligola, e la completa sotto Claudio. Del resto sotto i due
imperatori vissero personaggi omonimi dello scrittore: un Rufo retore menzionato da Scetonio; e
un Rufo comandante militare, nominato da Tacito (il cui ritratto è poco lusinghiero) e Plinio il
Giovane. La collocazine dell’opera in quegli anni coincide anche per l’interesse e le polemiche
suscitati dalla figura di Alessandro, che Caligola pose come il più alto modello di sovrano che il ceto
senatorio additava come massimo esempio di tirannide (Seneca). All’epoca di Curzio Rufo, la
letteratura su Alessandro era molto cospicua, e lui stesso aveva incaricato Eumene di Cardia e
Diodoto di Eritre di raccogliere i diari delle sue imprese con il titolo di Effemeridi. Sulla sua figura,
in età imperiale, si intrecciava una rete ditta di narrazioni e aneddoti al punto che era una figuta
che aveva trapassato la storia per sfociare nel romanzo. Ed è di questa tradizione contraddittoria
che si nutre l’opera di Curzio Rufo, che narra vita e imprese di Alessandro Magno dalla sua ascesa
al trono (336 a.C.) fino allla morte (323 a.C.). Visto che i due libri iniziali sono andati perduti, per
noi il racconto inizia nel 333, quando Alessandro ha da tempo abbandonato la Macedonia e si sta
preparando allo scontro con Dario e la Persia, che sconfigge a Isso costringendolo alla fuga. In
seguito assedia Tiro e s’inoltra in Egitto, nell’oasi di Giove Ammone dove i sacerdoti gli
riconoscono un’origine divina. Fonda Alessandria, e torna in Mesopotamia ponendo fine alle
ultime resistenze persiane e reprimendo una congiura interna dovuta al malcontento per
l’abbandono dei costumi macedoni e la volontà di tornare in patria. Dopo aver sposato Rossane,
figlia del satrapo Ossiarte, e aver represso altre congiure, marcia fino in India e sottomette i
principi locali: i soldati si ribellano, ma lui li convince ad arrivare fino all’Oceano dove una marea
decima la spedizione. La conclusione del libro vede l’esercito trasformato in un corteo bacchico, un
aumento delle stravaganze e delle crudeltà, e il rientro a Babilonia dove Alessandro muore,
aprendo le lotte per la successione. Con Rufo, la storiografia latina entra nei territori inesplorati
del romanzo esotico e d’avventura: il protagonista non è il popolo romano, ma un eroe macedone
che si inoltra in regioni ignote di un mondo sconosciuto e diverso da quello occidentale. L’autore
appaga la curiosità dei lettori senza scadere nel fusto sfrenato dei mirabilia, e nelle intenzioni
conserva distacco e imparzialità: racconto mosso, ricco di excursus etno-geografici, discorsi,
epistole, pittoriche descrizioni di paesaggi  canone ellenistico delal varietas, modello della
storiografia ellenistisca. Alessandro è al centro degli avvenimenti, straordinario nei vizi e nelle
virtù, generoso e crudele, energico e incapace di contenere le passioni. Alla fine dell’opera, c’è una
valutazione complessiva della sua figura con evidenziazione di quelle che appaiono le sue maggiori
colpe (eguagliarsi agli dei, prestar fede agli oracoli, adirarsi più del dovuto con chi rifiutava di
venerarlo, cambiare i suoi costumi e imitare le usanze di popoli vinti che prima disprezzava) 
mentalità romana, fondata su concetti di modus e identità nazionale. Ma comunque Alessandro
rimane affascinante, e l’abilità del lettore è proprio quella di evitare giudizi troppo netti.
Lo stile di Curzio Rufo è nel complesso piano e scorrevole, con una sintassi che richiama da vicino
quella di Livio (modello dichiarato dei discorsi, molto elaborati a livello retorico). Ma rispetto a
Livio, il ritmo è più rapido e nervoso e c’è propensione per frasi ad effetto.

POESIA E CULTURA NELL’ETÀ GIULIO-CLAUDIA

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Dopo la fioritura poetica dell’età augustea, il periodo da Tiberio a Claudio corrisponde a una
stagnazione creativa, con l’unica novità rappresentata dalle favole di Fedro e dall’epos didascalico
di derivazione alessandrina dei poemi di Manilio e Germanico (entrambi comunque della prima
età tiberiana). Nel complesso prevale la poesia di tono leggero ispirata all’ellenismo e al
neoterismo, di cui fa parte anche l’Appendix pseudovirgiliana. Situazione determinata dal clima di
sospetti e servilismo della nuova età imperiale. Virgilio e Orazio avevano celebrato il regime
augusteo pur mantenendo un’autonomia di giudizio: obsequium diviene adulatio. Anche
l’invocazione alle muse viene sostituita da un elogio del princeps. Tramonto del mecenatismo: le
grandi famiglie romane, svuotate di peso politico, dirottano le loro ambizioni sulla magnificenza
della vita mondana, e i principi non sembrano interessati a sostenere la cultura, per cui gli scrittori
devono contare su protettori poco motivati e di modesto livello intellettuale, fenomeno tipico – a
parte la parentesi neroniana – di tutto il primo secolo dell’Impero.

Il principato di Nerone si presenta sotto il segno della novità: il nuovo princeps, egocentrico ed
estroso, trascura l’oratoria per dedicarsi a poesia, musica, canto, pittura e cesello, rifiutando i
modelli della tradizione romana in favore di quelli greci. Compone opere di genere lirico, tragico
ed epico tra cui il poema Troica, perduto. Promuove le arti, e rende la corte imperiale un luogo di
scambi culturali e artistici, istituendo nuovi ludi ispirati a quelli ellenici ( Iuvenalia, Neronia). Ecco
perché in età neroniana la poesia conosce un nuovo slancio creativo, caratterizzato dalla qualità
delle opere e dalla molteplicità dei generi letterari (poesia satirica di Persio, storica di Lucano,
drammatica e menippea di Seneca, bucolica con Calpurnio Siculo). Tutto questo va intepreatato
nell’ottica assolutistica di segno ellenizzante. Gli atteggiamenti esibizionistici di Nerone
contraddicevano apertamente tutti i classici valori della tradizione romana, ed ecco perché
incontra tante forme di resistenza e ribellione. Questo esibizionismo rappresenta il gusto
spettacolare e fastoso del primo secolo dell’Impero, di cui sono testimonianza le declamationes
(esercizi retorici un tempo volte alla preparazione dell’uomo politico, ora in esibizioni atte a
stupire il pubblico), le recitationes (letture di brani letterari nelle stationes, paragonabili agli
odierni caffè), il pantomimo. Fenomeni già presenti sotto Augusto, ma che in età giulio-claudia
conoscono una diffusione e un successo enorme condizionando le stesse forme letterarie (contro
questa letteratura Persio scrive la sua prima satira).

La poesia didascalica: MANILIO


Molto successo ebbero in età imperiale le discipline astronomiche e astrologiche, soprattutto sotto
Tiberio uomo molto superstizioso che si era accostato, negli anni dell’esilio a Rodi, alle discipline
caldaiche e aveva conosciuto l’astrologo Trasillo le cui parole, secondo Tacito, erano da lui accolte
come oracoli. Ecco perché i due poemi didascalici fioriscono proprio in età tiberiana.
Poche le notizie su Manilio, sicuramente non romano ma forse di Antiochia o forse africano. Non
lo cita nessuno degli antichi, neanche chi come Firmico Materno attinge abbondantemente al
quinto libro dei suoi Astronomica. Fu attivo a Roma tra la fine del principato di Augusto e l’inizio di
quello di Tiberio, e la sua opera sopravvisse in ambito specialistico e fu riscoperta nel 1417 da
Poggio Bracciolini. Astronomica è un poema didascalico dedicato a un Caesar (Ottaviano o Tiberio
non si sa). 5 libri:
 Libro I sull’origine dell’universo.
 Libro II zodiaco
 Libro III influssi celesti sugli uomini
 Libro IV e V costellazioni non zodiacali.
 Forse c’era un libro VI sui pianeti, ma non abbiamo nessuna prova che il libro sia pervenuto
mutilo o no.

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L’opera fu composta sicuramente dopo il 9 d.C., perché un passo cita la disfatta di Teutoburgo.
Manilio si propone come inventor del poema astronomico, e dà l’immagine di un poeta che si è
consacrato a una grande missione mai prima tentata (“[…]io debbo innanzi tutto cantare l’aspetto
della natura / e far conoscere tutto quanto l’Universo nella sua immagine reale”). Poeta dotto di
cultura alessandrina, conoscitore di Lucrezio (modello principale per materia e forza visiva delle
immagini, ma Manilio è stoico), Virgilio e il Cicerone traduttore di Arato, ma anche gli elegiaci e
l’Ovidio delle Metamorfosi. La materia didascalica è spesso interrotta da digressioni mitiche,
commenti filosofici, appelli al lettore. Il tema centrale è quello religioso sviluppato nelle forme
della teologia stoica: la profondità unita di un universo governato da una ratio divina  fede nella
giustizia delle leggi cosmiche.

La poesia didascalica: GERMANICO


Scrive negli stessi anni di Manilio Gaio Cesare Germanico, pronipote di Augusto e nipote di Tiberio,
tra i maggiori protagonisti della vita civile e militare contemporanea. Per volere di Ottaviano (per il
quale era il vero erede), nel 4 fu adottato da Tiberio e sposò Agrippina Maggiore, da cui ebbe 3 figli
incluso Caligola. Di grande valore militare, combatté agli ordini di Tiberio in Pannonia (7-10), e fu
proconsole in Germania nell’11 e console nell’anno successivo. Nel 15 sconfigge Arminio,
vendicando Teutoburgo. Ancora console nel 18, fu mandato in Oriente per riordinamento delle
province e muore ad Antiochia, in modo misterioso, nel 19, cosa che incrementa i sospetti su
Tiberio, invidioso dei suoi successi. Germanico fu anche un buon oratore e poeta versatile, autore
di epigrammi, commedie (in greco, come alcune orazioni) e di una rielaborazione dei Fenomeni di
Arato (Phaenomena o Aratea). A lui Ovidio dedica i Fasti. Degli Aratea abbiamo 725 esametri,
corrispondenti alla prima parte del poemetto greco, a cui si devono aggiungere 5 lunghi frammenti
 200 versi totali che rielaborano molto liberamente Arato (Prognostica). Non segue
pedissequamente il suo modello, ma riscrive, corregge e aggiunge dando spazio a digressioni
mitologiche. Una distanza che si coglie fin dal proemio: Arato si rivolge a Zeus, mentre Germanico
a Tiberio esaltando la quies da lui assicurata all’impero. Poco interessato, diversamente da
Manilio, a problematiche filosofiche. Gli Aratea sono un elegante esercizio letterario composto
secondo precetti di poetiche ellenistiche e neoteriche.

FEDRO
Nome di origine greca, nacque in Macedonia tra il 20 e il 15 a.C. (nel III libro, successivo al 31, si
definisce alle sogli edella vecchiaia). Giunse a Roma come schiavo, seguito e liberato dallo stesso
Augusto (libertus Augusti come tramandano i codici). Praticò l’insegnamento, e pare fu tratto in
giudizio da Seiano per sgradite allusioni dei suoi componimenti. Compose 5 libri di Fabulae in versi
che pare non ebbero molta diffusione (Seneca nella Consolatio ad Polybium sostiene che Roma
non aveva ancora conosciuto uno scrittore di favole). Gli ultimi 3 libri hanno dedicatari diversi 
costante ma vana ricerca di protettori. Visse fino agli anni di Claudio, forse morì intorno al 50. Di
lui abbiamo 93 favole in 5 libri preceduti tutti da un prologo, mentre II, III e IV hanno anche un
epilogo. Ma la sua produzione è in tutta probabilità più ampia perché i vari libri sono troppo
diseguali per non pensare a interventi posteriori (il II ha solo 8 testi, contro i 31 del primo). Sue
sono anche circa 30 favole della Appendix Perottina, dal nome di Niccolò Perotti (1430-1480) che
organizzò la raccolta. Di altre favole conosciamo il contenuto grazie a raccolte medievali
comprendenti versioni in prosa dei suoi testi, come il Romulus o Aesopus Latinus. Metro di tutti i
testi è il senario giambico. Il patrimonio favolistico greco era stato rielaborato da Esiodo e
Archiloco, ma solo Esopo costituisce un corpus di favole. A Roma il repertorio favolistico fa la sua
comparsa con la satura, a causa del carattere vario e aperto di quel genere: ci sono favole in Ennio
e in Orazio (topo di città e topo di campagna). Fedro si rifà però alla tradizione di Esopo, e diviene

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il primo autore in lingua latina a concepire un libro autonomo di favole  inventor del genere. Si
tratta di brevi raccontini espressi in un linguaggio semplice ed essenziale da cui l’autore trae un
messaggio etico universale: la morale è premessa o posposta al racconto. Protagonisti sono
generalmente animali con vizi e virtù degli uomini, e come loro parlano e dialogano. L’animale,
come le maschere, incarna un tipo fisso: il leone è prepotente, l’agnello debole, la volpe furba ecc.
Ci sono anche favole con protagonisti umani. Forte il confronto con Esopo: Fedro lo vede come
inventor del genere in lingua greca, ma si pone come colui che ha vestito la prosa in versi senari,
limandola sul piano artistico. La novità di Fedro è il verso (senari giambici), ma anche i contenuti
perché Fedro attinge anche al mondo della cronaca e attualità romana, affiancando agli animali le
figure di Pompeo, Augusto e Tiberio  favole ricche e varie, con apologhi, aneddoti storci e
novellette di gusto romanzesco (la matrona di Efeso, che troviamo anche nel Satyricon di
Petronio). Nel prologo del III libro, Fedro attribuisce l’invenzione della favola ai servi  prodotto
delle classi subalterne, che esprimono la loro insofferenza verso i potenti in modo indiretto. I
contenuti sono resi tollerabili dal travestimento animalesco e dalla dimensione fantastica dei
racconti. Manca però ogni prospettiva di riscatto  visione amara e pessimistica, la storia anche
nella rassegnata prospettiva degli umili, rimane la storia dei potenti. La guerra è vista come un
affare dei grandi: Humiles laborant ubi potentes dissident (Gli umili soffrono quando i potenti
litigano). Su questa visione del mondo non agisce solo la condizione di liberto ma anche la
particolare situazione della società romana nella nuova età del principato e infatti centrali sono i
temi del dispotismo e del servilismo. Nella prima favola del IV libro, Fedro sottolinea con spietata
lucidità i rapporti fra intellettuali e potere, tema molto sentito in età giulio-claudia: il potente è
Demetrio Falereo (comanda Atene tra 317 e 307), l’intellettuale è Menandro, il celebre comico,
descritto anacronisticamente mentre omaggia il tiranno in pose effemminate e servili.
Lo stile è conciso, denso, chiaro. Fedro fa uso di una lingua semplice ma non sciatta, improntata a
un modello di urbanitas ed elegante essenzialità.

La poesia bucolica: CALPURNIO SICULO


Poche notizie su di lui, il cui nome – Titus Calpurnius Siculus – appare nei codici più autorevoli.
Forse liberto di un esponente della gens Calpurnia, il soprannome Siculo forse indica il suo luogo di
nascita o ancor di più è un omaggio a Teocrito siracusano, inventor della poesia bucolica. Delle
allusioni fanno pensare che il poeta, nella 4 ecloga, si identifichi con il pastore Coridone che parla
di sé come un poeta di modeste condizioni e bisognoso di protezione, che negli anni di Claudio ha
rischiato l’esilio in Spagna ma che ora aspira ad essere presentato a Nerone (giovane dio). Il libro
di Ecloghe fu sicuramente scritto durante i primi anni del principato neroniano, come testimonia
sia questo elogio, sia il riferimento all’età dell’oro, consono all’atmosfera di attesa e rinnovamento
che circondò la figura del princeps durante il quinquennium felix. La raccolta presenta un calcolato
ordinamento interno:
 Argomento encomiastico (I, IV, VII, posizioni chiave in quanto inizio, centro, conclusione).
 Gare di canto (II, VI): la prima si conclude in parità, la seconda in violento diverbio.
 Amore (III): il pastore Licida, abbandonato dall’amata compone una canzone che dovrà
restituirgli le buone grazie della donna.
 Tema georgico (V): un vecchio pastore illustra a un giovane alcuni precetti sull’allevamento
del bestiame.
Componimenti amebei (II, IV, VI) alternati a carmi monodici (I, III, V, VII) secondo il gusto
ellenistico di varietas, che troviamo già in Virgilio. Rilevanti sono le ecloghe di argomento politico-
encomiastico. Nella prima due pastori trovano inciso su un faggio sacro un carme scritto da un
Fauno che vaticina l’avvento di una prossima età dell’oro caratterizzata da pax e clementia, il cui
garante è un giovane deus protetto dagli antenati giulii. L’avvento di una nuova età dell’oro è del

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resto un motivo ricorrente nella propaganda dell’epoca (Apokolokyntosis di Seneca, proemio del
Bellum Civile di Lucano, e i Bucolica Ensidlensia). Calpurnio, pur rimanendo sempre fedele al
codice bucolico (ambientazione sempre di paesaggi stilizzati, con sole bruciante, pini e lecci, grotte
che rinfrescano, acque), non manca di introdurre delle innovazioni personali, operando in
particolar modo lungo le linee di intersezione della poesia bucolica con altri generi (per esempio,
nella II ecloga uno dei personaggi è un giardiniere), mentre georgico è come si è visto il tema della
V ecloga. La poesia di Calpurnio è quindi un sofisticato intarsio di allusioni e dotte riconversioni
poetiche: le fonti maggiori sono Teocrito e Virgilio, ma ci sono riprese di poesia elegiaca, carmi
oraziani e tibulliani, Ovidio visivo e pittorico. Rispetto a Virgilio, Calpurnio insiste su aspetti
realistici e descrittivi cari a Teocrito.

La poesia erotica: i Priapea


Carmina priapea è il titolo di una raccolta di 80 componimenti anonimi difficili da datare, forse
nella seconda metà del I d.C. Priapo divinità itifallica che proviene dall’Ellesponto, in particolare a
Lampsaco. In Grecia fu assimilato a Hermes, Pan e Dioniso, mentre a Roma si fonde con l’antico
dio Mutunus Tutunus (tuere = proteggere), personificazione della forza sessuale maschile. A Roma,
diversamente dall’oriente, Priapo (dio della fecondità) si identifica come dio buffo e giocoso, fonte
costante di oscenità e ilarità, i cui simulacri in legno erano posti nei campi come allegri
spaventapasseri. Intorno a lui si era costituita una letteratura vera e propria, in età ellenistica: Idilli
bucolici di Teocrito in cui Dafni viene consolato dal dio; compare in Catullo, Virgilio (Bucoliche e
Georgiche), Orazio, Tibullo e Marziale. Inoltre, Priapo è il dio persecutore che svolge nel Satyiricon
di Petronio, in modo parodico, la funzione di Poseidone nell’Odissea – ed è il motivo principale per
cui ho deciso di dedicare un paragrafo di questa sintesi ai Priapea. Essi costituiscono un libro
organico, strutturato secondo i canoni ellenistici della varietà metrica (distici, endecasillabi e
coliambi) e dell’alternanza di temi (dediche al dio, offerte votive, maledizioni, invettive, indovinelli,
parodie, scherzi osceni). Varie le figure rappresentate (da prostitute a pederasti, da innamorati a
matrone), ma tutto ruota intorno al dio e al suo vistoso membro. Registro arguto, toni grotteschi,
secondo una tecnia affine a quella epigrammatica: carmi brevi e risolti con una battuta imprevista.

La poesia satirica: PERSIO

La vita e le opere
Di Aulo Persio Flacco sappiamo molto dalla biografia di Valerio Probo, contemporaneo del poeta.
Nasce nel 34 d.C. a Volterra da una ricca famiglia equestre imparentata con illustre personalità
senatorie. A 12 anni arriva a Roma e studia dai migliori maestri; a 16 anni segue le lezioni di Anneo
Cornuto, che influenza incisivamente la sua formazione morale e intellettuale. Vive in modo
appartato, dedicandosi agli studi e agli affetti privati coltivando amicizie in ambiente aristocratico
di inidirizzo stoico e filosenatorio: Trasea Peto (vittima della repressione neroniana), Cesio Basso,
Servilio Noniano e soprattutto Lucano (vedi sotto). Muore nel 62, e lascia al suo maestro Anneo
Cornuto la sua ricchissima biblioteca. Fu autore di opere poetiche assai varie:
 1 fabula praetexta
 1 carme odeporico (racconto di viaggio) forse sull’esempio dell’iter Siculum di Lucilio e
quello Brindisino di Orazio.
 Elogio della suocera di Trasea Peto, Arria Maggiore, che si era uccisa nel 47 insieme al
marito per condanna di Claudio.
Opere non pubblicate, per volere di Cornuto, forse per la loro immaturità. Sorte migliore ebbe un
esiguo libro di satire, rimasto incompiuto al momento della morte perché ci lavorò saltuariamente

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per 10 anni. Cornuto rivide i testi con lievi modifiche o per opportunità politica o per dare
compiutezza all’opera, mentre fu pubblicato da Cesio Basso, ottenendo grande successo.

Il libro delle satire


6 componimenti di misura varia per un totale di 650 esametri, a cui si devono aggiungere i
Choliambi, 14 versi in metro giambico che alcuni considerano un prologo, e altri un epilogo, altri
ancora un esordio di un II libro mai composto. Le satire:
 Satira 1, argomento letterario: testo programmatico, in cui il poeta si scaglia contro i
colleghi contemporanei e contro la moda delle recitazioni. Degrado della letteratura,
asservita al gusto del pubblico vizioso, è conseguenza del degrado morale  serve una
poesia che parli del vero.
 Satira 2, indirizzata all’amico Plozio Macrino per il suo compleanno: pratiche religiose.
Persi condanna sia le preghiere empie e ipocrite sia le superstizioni popolari.
 Satira 3: un giovane, in veste di pedagogo, si rivolge a un amico che ancora dorme dopo
una notte spesa in dissolutezze  tema dell’educazione e della necessità di studi severi,
contro l’abbandono a una vita futile e oziosa.
 Satira 4: critica contro chi aspira a svolgere ruolo politico per pura ambizione.
 Satira 5, dedicata ad Anneo Cornuto, esordisce con carattere programmatico e letterario e
poi tratta la libertas: quella vera non dipende dallo stato giuridico, ma dal vivere secondo
ragione, lontani dall’affrancamento dei vizi.
 Satira 6, dedicata a Cesio Basso, incompiuta. Condanna dell’avarizia e della prodigalità,
esaltazione della misura.
Temi non originali, ma appartenenti alla lunga tradizione della filosofia stoica. Persio non svolge in
modo sistematico le sue tesi, ma elabora quadri di carattere narrativo, ricchi di figure, voci
dialoganti, situazioni esemplari e vivaci bozzetti, il cui passaggio da uno all’altro non è sfumato ma
improvviso, al punto che a volte risulta oscuro. Molto curata è la varietà delle forme a cui è
affidato il messaggio morale (epistolare, proemiale, encomiastica). A parte pochi accenni, non ci
sono gli spunti autobiografici tipici di Orazio: Persio non parla delle sue debolezze, ma si pone
come ammonitore per denunciare il vizio, smascherare le false apparenze. Cambia del resto il
destinatario del messaggio: non più un gruppo selezionato di amici, ma un pubblico generico e
anonimo con cui non si può intrattenere un rapporto confidenziale  universo sordo a ogni
richiamo morale. A questi mutamenti corrispondono dei cambiamenti stilistici e tecnici: al
linguaggio ridondante della tradizione epico-tragica, Persio oppone i verba togae, le parole e le
espressioni di tutti i giorni. Persio non vuole limitarsi a osservare la realtà e dipingerla in superficie,
ma per comunicare una verità morale deve sferzare il lettore  vuole raschiare via la crosta degli
atteggiamenti sociali, svelando ciò che sta sotto l’apparenza dei comportamenti. E a questa
esigenza demistificatrice corrisponde la lingua di Persio: le parole del sermo vulgaris sono
rafforzate e tese oltre il loro senso comune. Duplice è il fine dell’autore: avere una maggiore
densità espressiva, produrre un verso energico e sentenzioso.

La poesia epica: LUCANO

La vita e le opere
Marco Anneo Lucano nasce a Cordova (Spagna) nel 39, nipote di Seneca il Filosofo in quanto figlio
di Anneo Mela, figlio a sua volta di Seneca il Vecchio. Nel 50 la famiglia si trasferisce a Roma, e
Lucano riceve un’educazione accurata: segue le lezioni di Anneo Cornuto e stringe amicizia con
Persio. Si reca poi ad Atene per completare gli studi, e quando torna la sua fama già conquistata e
lo zio Seneca gli permettono di essere ammesso nella cerchia degli amici più intimi di Nerone, un

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rapporto attestato in diversi episodi (Lucano ottiene la questura prima dell’età consentita, è
ammesso nel collegio degli auguri e Nerone stesso lo incorona poeta nel 60). Poco dopo questi
avvenimenti avviene la rottura: secondo alcune fonti, è Lucano a risentirsi quando durante una
lettura pubblica dei suoi versi Nerone si allontana improvvisamente; mentre secondo Tacito si
deve alla gelosia del princeps, poeta anche lui, per il grande successo di pubblico di cui Lucano
godeva. Ma motivazioni anche di natura politica: nel 62 Seneca si ritira dalla vita pubblica e
Nerone accentua la sua politica antisenatoria, mentre Lucano nei Pharsalia evidenzia idealità
repubblicane. Nel 62 muore anche l’amico Periso, e il senato comincia a preparare la congiura di
Pisone di cui farà parte anche lui, mentre ormai è in disgrazia presso l’Imperatore e non può più
leggere i suoi versi. Nel 65 la congiura viene scoperta, Lucano denuncia sua madre e diversi amici
ma viene riceve comunque l’ordine di suicidarsi e si taglia le vene.
Di Lucano ci è giunto solo il poema epico-storico Pharsalia, cominciato nel 60 e rimasto
incompiuto. Ma a lui vengono attribuite altre opere di cui sono giunti solo frammenti:
 Iliacon (morte di Ettore).
 Saturnalia
 Catachtonion
 Silvae
 De incendio urbis, poemetto sull’incendio di Roma
 Medea, tragedia incompiuta
 Fabulae Salticae (libretti per pantomimi)
 Orpheus (un epillio?)
 Un carme denigratorio verso l’imperatore, sicuramente posteriore alla rottura.
Titoli che rivelano un’adesione al programma classicistico Neroniano, fortemente appassionato di
poemi omerici e antichità troiane.

La Pharsalia: struttura del poema e rapporto con i modelli


Titolo forse voluto da lucano, che questo nome usa in IX, 985-986 quando si rivolge a Cesare. Ma i
codici e i biografi tramandano il titolo di Bellum civile. L’opera ci è giunta in 10 libri e si interrompe
bruscamente per la morte dell’autore: ma nella sua intenzione i libri erano forse 12, come
l’Eneide. L’argomento è la guerra civile tra Cesare e Pompeo, culminata nella battaglia di Farsalo il
9-8-48 a.C. Il racconto segue gli eventi fino alla rivolta anticesariana ad Alessandria, ma si sarebbe
dovuto spingere nelle intenzioni fino al cesaricidio. La narrazione si concentra a fasi alterne sui due
opposti schieramenti senza un preciso criterio organizzativo (il libro IX è su Catone l’Uticense, il X
su Cesare)  metodo compositivo e paratattico di Lucano, che dissuade dalla ricerca di rigorose
simmetrie strutturali. Non è facile trovare le sue fonti, perché le opere riguardanti il periodo
oggetto del racconto sono andate per lo più perdute. Si ritengono sue fonti i libri di Livio, ma anche
le storie di Asinio Pollione e Seneca il Vecchio, e senza dubbio aveva presente i Commentarii di
Cesare; e forse anche documenti e lettere originali dell’epoca. Comunque il confronto con le fonti
superstiti evidenzia come Lucano abbia sottoposto i materiali storici a un’appassionata
deformazione, con una rielaborazione selettiva e visionaria. Fu accusato di aver scritto un’opera di
storia e non un poema epico: e certo la Pharsalia presenta dei tratti tipicamente storiografici
(ritratti, dicorsi, digressioni geografiche), ma la sua è un’opera rivoluzionaria e unica nella storia
dell’epica latina non per la scelta di un argomento storico né per la relativa prossimità cronologica
dei fatti narrati (anzi, sotto questo aspetto si mantiene nella tradizione cospicua tipicamente
romana, se pensiamo anche a Nevio e al bellum Poenicum, conflitto per lui assai più recente al
quale aveva partecipato). Ma Lucano propone un modello di epos radicalmente nuovo, operando
una violazione del codice epico tradizionale: elimina l’intervento degli dei, prende le distanze dalle
ricostruzioni eziologiche in chiave mitica (anche quando, per spiegare la proliferazione di rettili nel

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deserto libico, ricorre alla leggenda di Perseo e Mdesua, mostra di non crederci e definisce la
leggenda una vulgata fabula). Ciò non significa che l’elemento sovrannaturale sia assente dalla
Pharsalia, ma Lucano sostituisce al mito un meraviglioso magico.stregonesco, attinto alle leggende
popolari. Il poema è pieno di apparizioni ed evocazioni di ombre, vaticini, presagi, prodigi, con il
culmine nel VI libro, con le inquietanti manifestazioni di forze identificate con un Fato oscuro che
cospira alla distruzione di Roma. La Pharsalia è il racconto della fine catastrofica di Roma,
identificata da Lucano con l’antica res publica senatoria  lamento funebre per la morte di un
mondo sconvolto. È il racconto di una guerra fratricida, un tema tragico come aveva osservato
Aristotele ed estraneo all’epos, che quindi risulta modificato in prodondità. L’epica storica di
Lucano affronta l’avvento del principato secondo una prospettiva diametralmente opposta a
quella dell’Eneide: Virgilio aveva prefigurato un futuro glorioso, in cui le guerre civili apparivano
come una parentesi dolorosa ma necessaria. Mentre Lucano, quasi come se volesse smascherare
un inganno, procede alla distruzione dei miti virgiliani e augustei, ai quali polemicamente
sostituisce un suo anti-mito di Roma. La vicenda non ha un senso razionale, si assiste alla violenta
rottura e non all’edificazione di un ordine. Non è una provvidenza razionale a dare kmoto agli
eventi, ma un Fato malefico e perverso ha decretato l’annientamento di Roma, invidioso della sua
grandezza. Lucano intrattiene con l’Eneide un rapporto costante, che capovolge non solo nella
tematica, ma proprio nel modello, nei particolari, secondo una raffinata tecnica allusiva. Episodi,
personaggi, persino singole espressioni ne richiamano altri dell’Eneide, secondo una relazione
oppositiva. Anche nella Pharsalia, come nell’Eneide, i momenti salienti sono scanditi da annunci
profetici, che però qui sono tragici, visioni di morte e sventura. Puntuale il richiamo antifrastico al
modello:
 Pio Enea  empio e degenere Sesto Pompeo.
 Venerabile Sibilla  abominevole maga Erictho.
 Pacata luce dei Campi Elisi  orrore notturno di un antro di streghe.
 Esaltazione Gens Iulia  Vaticinio di morte e sconfitta per la miseranda domus dei
Pompeii, ultimi difensori dei valori che avevano reso grande.
Più che confutare il modello virgiliano, Lucano esaspera l’atteggiamento di Virgilio (già complesso
e contraddittorio), allargandone le zone d’ombra.

Il poema senza eroe: personaggi della Pharsalia


Altra anomalia, che dopo tutto questo non sorprende, è l’assenza di un eroe positivo che funga da
centro unificante dell’azione:
 Cesare è un personaggio grandiosamente negativo, arde di una smisurata brama di potere,
attivismo sfrenato, perversa volontà di trasgredire la legge che lo sospingono a gesti di
hybris ed empietà. Si compiace del male e ne gode  tratti del tiranno e insieme quelli del
sovversivo (su modello di Alessandro, e del Catilina sallustiano). Ma il Cesare di Lucano va
oltre: la sua ira sconfina in furor gratuito e disumano.
 Pompeo è Magnus, il Grande, ma la sua grandezza appartiene al passato, è l’ombra di se
stesso, eroe in declino, un patetico anti-Enea perseguitato dal fato. Nemmeno la sua figura
è priva di ombra: è responsabile dello scontro civile, e deve cadere perché la causa
repubblicana possa identificarsi con quella della libertas. È tuttavia l’unico personaggio che
conosca un’evoluzione interiore (itinerario catartico, dopo il colmo degli onori  sfortuna
 coscienza di sé e accettazione del fato).
 Catone, imperturbabile fermezza del sapiens stoico, privo di passioni e di odi, “come le
stelle / del cielo” che “si volgono irremovibili nel loro consueto percorso, / mentre l’aria
vicina alla terra balena di fulmini”. Nonostante non desideri il potere e non teme la servitù,
non si astiene dalla lotta  non riconosce più la realizzazione di un piano provvidenziale di

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razionalità e giustizia. L’esito dell’impresa non pesa sulla sua decisione: se la Libertas deve
morire, allora “inanem prosequar umbram” (seguirò un’ombra vana). Catone ricompare
solo nel IX libro, dove il suo personaggio pare recuperare uno stoicismo ortodosso. Se
Pompeo riflette il contrasto tragico tra il passato di Roma e la sua decadenza presente,
Catone è depositario di valori assoluti e perenni, che non temono l’imperversare della
Fortuna in quanto custoditi nella coscienza del saggio. In polemica nei confronti degli
imperatori divinizzati, Lucano lo proclama deus e vero padre della patria.

La visione del mondo


Nella contraddittorietà di Catone si riflette il tormentato rapporto tra lo stoicismo e l’antiteismo di
Lucano. Nella Pharsalia non c’è concezione organica della realtà, ma un pensiero in movimento,
segnato da lacerazioni drammatiche: nel poema circolano concetti stoici, ma il radicale
pessimismo di Lucano nega l’esistenza di un logos provvidenziale, uno dei massimi precetti stoici
 una forza malefica regge il mondo, ora un Fato crudele, ora una Fortuna capricciosa e
mutevole, ora la pervesa volontà di uomini e dei. Nel I libro Lucano indaga le cause della guerra
civile, e accanto alla nimia cupido (brama di lusso) dei cittadini si impone la concezione ciclica della
fatale decadenza di tutto ciò che è giunto all’apice della sua grandezza: in se magna ruunt (la
grandezza crolla su se stessa)  pensiero di Lucano vicini a Sallustio, Livio, Seneca Il Vecchio, e
stessa interpretazione l’avrà anche Tacito. La morte è il motivo conduttore: non c’è salvezza, né
consolazione della filosofia. Il vero argomento della Pharsalia è la fine del mondo. Secondo un’idea
cara agli antichi che vede il sovvertimento storico-politico come riflesso del sovvertimento
dell’ordine cosmico, l’infrazione di iux e lex nel mondo corrisponde all’infrazione delle leggi
naturali (Tucidide, Sallustio, Cicerone, Virgilio). In Lucano, tuttavia, il motivo tradizionale si
esaspera e assolutizza e assume valore escatologico.

Linguaggio poetico e stile: lo “scrivere crudele” di Lucano


Sovrabbondante e impetuoso (secondo il gusto asiano dell’epoca), Lucano sottopone la sua
materia a una retorica eccessiva, spettacolare che gremisce tutto lo spazio disponibile di artifici
stilistici vistosi e acuminati. Si impone la figura dell’antitesi: ogni espressione entra in collisione
con altre espressioni  mira alla creazione di uno stile magniloquente e sublime, caratterizzato da
un pathos aspro e violento. Alla narrazione epico-narrativa tendenzialmente oggettiva si
sostituisce l’irrompere veemente della soggettività: il narratore è invadente e ossessivo, interviene
con invocazioni e allocuzioni, domande ed esclamazioni. La forma espressiva della Pharsalia è assai
più drammatica che narrativa. Gli eventi della storia sono sottratti al flusso temporale e
rappresentati come se accadessero hic et nunc  preferenza per uno stile drammatico, paratassi,
dettato frantumato in momenti brevi e giustapposti per antitesi, rapide sententiae. Stile
anticlassico, contrapposto diametralmente all’armoniosa fluidità virgiliana. Lucano sceglie
l’ardente concitazione, pathos esasperato che persegue attraverso la sistematica forzatura del
limite.

SAPERI SPECIALISTICI E CULTURA ENCICLOPEDICA NELLA PRIMA ETÀ


IMPERIALE

La prosa tecnica e scientifica nel I secolo d.C.

In età augustea si avverte una nuova e più matura esigenza di sapere tecnico-scientifico: Varrone
scrive il De re rustica, Vitruvio scrive il suo importante tratato sull'architettura. interesse per le

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discipline tecnico-scientifiche era destinato a ricevere un impulso ancora maggiore nel I secolo d.C.
per opera di personalità come Celso, Plinio il Vecchio, Pomponio Mela, Frontino, e questo per la
prosperità economica dell’Impero e quindi ampliamento dei ceti alfabetizzati. Due sono i modelli
che si confrontano:
 quello del manuale specialistico, di derivazione greca e alessandrina.
 l'altro è quello, tipicamente romano, dell'enciclopedia, che mira all'ordinamento dei vari
saperi specialistici all'interno di un progetto organico e compiuto (evidente già in Catone).
L’enciclopedismo costituisce un tratto caratteristico della cultura latina: lo si ritroverà nei Prata di
Svetonio, nelle Notti attiche di Aulo Gellio, nel lavoro trattatistica di Apuleio.

Il progetto enciclopedico di Celso


Aulo Cornelio Celso, un seguace della scuola filosofica dei Sestii, è autore di una vasta opera
enciclopedica intitolata Artes, che comprendeva sezioni di agricoltura, medicina (unica che
possediamo), arte militare, retorica, filosofia e diritto. Non sappiamo nient’altro dell’autore.
Sappiamo che al tempo di Augusto fu costituita, sull'Esquilino, una vera e propria schola
medicorum, e che in seguito gli imperatori favorirono sempre di più l'insegnamento della medicina
a Roma. L'autore suddivide la materia con ordine:
 questioni generali e storia della medicina (libro 1),
 patologia (II-V),
 farmaceutica (V-VI),
 chirurgia (VII),
 osteologia (VIII).
Celso si divide tra le due posizioni mediche dominanti: teorici (la guarigione dipende dallo studio
delle cause) ed empirici (intervento sull'esperienza piuttosto che su teorie interpretative generali)
 posizione intermedia: occorre prestare attenzione ai propria, cioè agli aspetti caratteristici di
ogni singolo caso, evitando di assolutizzare le proprie convinzioni; ma è necessario anche indagare
le cause della malattia, limitandosi tuttavia a quelle evidenti.

Gastronomia: il De re coquinaria di Apicio


Per il suo valore simbolico, il cibo ha del resto rappresentato in ogni tempo un significativo
elemento di confronto fra diversi modelli sociali: basterebbe accostare le povere ricette di cucina
contenute nel De agri cultura di Catone il Vecchio a una qualsiasi delle raffinate e scenografiche
preparazioni descritte nel De re coquinaria di Apicio per accorgersi del profondo mutamento che
Roma aveva vissuto nel giro di due secoli. Marco Gavio, soprannominato Apicio dal nome di un
noto buongustaio, vive al tempo tra Augusto e Tiberio, ed è dedito a un'esistenza di sperperi e
stravizi, e si uccise dopo aver dilapidato tutto il suo patrimonio (Seneca). Scrisse una raccolta di
circa cinquecento ricette intitolata De re coquinaria (“Dell'arte culinaria”): tuttavia, ad Apicio si
deve probabilmente solo un nucleo centrale di ricette, intorno al quale andarono man mano
aggiungendosi nuove sezioni. Scrittura semplice ed elementare, Ci fornisce infatti preziose notizie
sulle abitudini alimentari del tempo, nonché un cospicuo patrimonio di vocaboli relativi all'area
semantica del cibo e degli arnesi da cucina.

Medicina: Le Compositiones di Scribonio Largo


Scribonio Largo esercita con successo la professione di medico negli anni del principato di Claudio.
Nel 42, inizia a comporre le Compositiones (“Ricette”), opera dedicata a C. Giulio Callisto, un
liberto della corte. Raccoglie 271 ricette di ogni genere, da come combattere il mal di testa a come
guarire l'epilessia o lavare i denti. Importante la prefazione, dove Scribonio definisce il codice

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deontologico del medico improntato a misericordia e umanità. Il linguaggio è ricco di volgarismi
che già preludono al latino dei secoli successivi.

Geografia: la Chorographia di Pomponio Mela


L'espansione dell'impero aveva richiesto un ulteriore miglioramento del sistema viario. Questo
aveva anche reso indispensabile la realizzazione di carte geografiche particolareggiate e attendibili,
che non si limitassero a indicare le singole località, ma anche le distanze intercalari e i tempi di
percorrenza. Pomponio Mela nasce a Tingèntera, vicino a Gibilterra: dalla sua opera deduciamo
che scrisse e operò nell'età di Claudio. È autore del più antico trattato geografico in latino la
Chorographia (“descrizione dei luoghi”), in 3 libri. È una immaginaria navigazione del mondo allora
conosciuto:
 Colonne d'Ercole-ponto Eusino (Libro I);
 Ponto Eusino-Cadice, lungo le coste di Grecia, Italia, Gallie e Spagna (libro II).
 lungo le coste oceaniche di Spagna, Gallia, Germania e Scizia, (libro III).
Modello è il periplo, che consisteva nel descrivere le coste dei luoghi man mano toccati durante
una navigazione. Pomponio non si propone scopi scientifici né un vero e proprio lavoro di ricerca:
si limita a compilare un'opera sulla base delle fonti esistenti. Una certa attenzione è riservata
all'elaborazione espressivail suo stile è ricercato, con arcaismi e poetismi, modellato sul canone
sallustiano della brevitas.

Agricoltura: il De re rustica di Columella


I trattati sull'agricoltura avevano sempre occupato nella cultura latina un posto di primo piano
(Catone il Vecchio, Virgilio Georgiche), e l'elogio della vita agricola era strettamente connesso al
culto degli antichi mores. Nel I secolo d.C., si occupa di agricoltura soprattutto Lucio Giunio
Moderato Columella, autore del più vasto trattato tecnico-scientifico antico sull'agricoltura. nasce
all'inizio del secolo a Gades, nella Spagna Betica, da una famiglia di tradizioni agrarie. Dopo aver
prestato servizio in qualità di tribuno militare in Siria, si trasferisce definitivamente in Italia, dove
intrattiene rapporti di amicizia con Celso e con Seneca. Compone cinque opere ma ne rimangono
solo due: i dodici libri De re rustica, scritti in età neroniana fra il 60 e il 65, e il Liber de arboribus
(forse una prima stesura dei libri III-V del De re rustica).
I Libri de re rustica sono un trattato tecnico sull'agricoltura e sull'allevamento diviso in dodici libri:
 precetti generali sulla posizione della villa rustica, pozzi e sorgenti d'acqua, i doveri del
padrone, la distribuzione dei lavori (Libro I)
 coltivazione dei campi e dei prati (Libro II);
 Viti, agli ulivi, agli olmi e agli alberi da frutto (Libri III-V);
 Allevamento del bestiame (Libri VI-IX)
 Orti e giardini (Libro X). È in esametri in omaggio a Virgilio, che nel libro IV delle Georgiche
lamentava di non essersi potuto dedicare agli horti e aveva auspicato che ne
provvedessero altri in futuro.
 Doveri del fattore (vilicus) e della fattoressa (vilica), calendario rustico (Libri XI-XII, aggiunti
in seguito su richiesta di Claudio Augustalis).
L'opera è dedicata a Publio Silvino, un amico che rappresenta quei civitates nostrae principes cui fa
accenno Columella nella praefatio dell'opera. Proprio nella Praefatio, Columella affronta la crisi
dell'agricoltura italica, non più in grado di sopperire ai consumi delle popolazioni locali. Le cause,
secondo lui, sono dovute all'incuria dei proprietari terrieri (che preferiscono vivere in città,
lasciando incolti i campi) e alla mancanza di una buona preparazione tecnica degli agricoltori,
mentre respinge le tesi lucreziane dell’isterilimento progressivo della terra. Columella scrive la sua
opera con intenti pratici ed economici (Villa=azienda), ma dà importanza anche alle ragioni etico-

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sociali: l'attività agricola è l'unica degna di un uomo libero  vuole ridare prestigio ad antichi
modelli di vita che i contemporanei giudicano inattuali. il perfetto agricoltore di Columella
presenta profonde analogie con l'oratore e l'architetto ideali teorizzati da Cicerone e da Vitruvio
(figura enciclopedica, con nozioni pratiche e teoriche e ne sa di scienze, geografia, meteorologia,
veterinaria e agraria). Columella, come Varrone, ama gli studi etimologici («per questo abbiamo
dato agli animali i nomi di giumenti (iumenta) e di armenti (armenta) per significare il loro uso;
giacché essi aiutano il nostro lavoro o trascinando i carichi oppure servendo all'aratro». La materia
viene esposta con diligenza e con scrupolo, a e con scrupolo; il tono è piacevole e garbato.

PLINIO IL VECCHIO E LA NATURALIS HISTORIA


Gaius Plinius Secundus (Plinio il Vecchio per distinguerlo dal nipote Plinio il Giovane) nasce fra il 23
e il 24 d.C. a Como da ricca famiglia equestre. Fra il 45 e il 58, con brevi intervalli, presta servizio
militare in Germania, poi si ritira a vita privata per incompatibilità con i nuovi orientamenti di
Nerone. Dopo la morte di Nerone, si schiera dalla parte di Vespasiano, che negli anni successivi gli
affida una serie di importanti incarichi amministrativi nelle Spagne, in Africa e nella Gallia
Narbonese. Nel 79 ha luogo l'eruzione del Vesuvio che distrugge Pompei, Ercolano e Stabia: per
indagare il fenomeno e insieme dalla necessità di portare soccorso ai cittadini in Plinio muore
all'età di cinquantacinque anni (asfissia o collasso cardiaco). Anche Plinio si incarica di mettere
ordine nel campo del sapere universale, applicandosi al lavoro letterario con la stessa diligenza da
funzionario imperiale. Scrisse un'ampia varietà di testi di carattere linguistico-grammaticale,
storico-biografico, erudito, tecnico-scientifico, di cui però restano scarsi frammenti. Integralmente
pervenuta, nonostante l'immensa mole, è invece la Naturalis historia, un trattato in 37 libri
pubblicato intorno agli anni 77-78 (Historia=Ricerca, quindi nel senso di scienze naturali, ricerche
sulla natura). I libri affrontano una materia vastissima:
 cosmologia (Libro II);
 geografia ed etnografia (III-VI);
 antropologia (VII);
 zoologia (VIII-XI);
 botanica (XII-XV);
 agricoltura (XVI-XIX);
 medicina (XX-XXXII);
 metallurgia e mineralogia (XXXIII-XXXVII) con escursus sulle arti figurative.
Nessuno aveva mai pensato a una grande enciclopedia del mondo naturale, a cui l'autore giunge
sospinto da un'insaziabile curiositas nonché per salvare un vasto patrimonio di informazioni che
sarebbe in altro modo andato distrutto (deperibilità dei rotoli papiraceo, periodica necessità di
copiare i testi). L'autore organizza l'immenso materiale raccolto disponendolo entro grandi
"contenitori" (4 libri per il materiale zoologico [terrestri, acquatici, uccelli, insetti]) all’interno dei
quali il filo del discorso viene spesso abbandonato, l’autore non trascura nessuna notizia 
discorso procede a sbalzi (come il libro VIII, animli terrestri, in cui Plinio divide la materia in animali
selvatici/esotici, e animali domestici/nostrano  punto di vista antropologico, animali divisi in
base al rapporto che hanno con l’uomo. La fonte maggiore di Plinio è Aristotele: il filosofo greco,
autore aveva impostato il suo sistema tassonomico su una rigorosa analisi della fisiologia e
dell'anatomia animale, mentre Plinio si limita a prelevare materiali e notizie dai trattati aristotelici,
ignorandone completamente la struttura portante. Aristotele aveva negato intelligenza agli
animali, Plinio è propenso a rintracciarne gli esempi più clamorosi  Il mondo naturale è dunque
un grande contenitore di mirabilia. Privo di un solo criterio organizzativo, Plinio oscilla
costantemente fra impegno critico e narrazione fantastica. Se afferma di non essere interessato ai
prodigi, pochi passi prima aveva confessato di sentirsi attratto dai fenomeni più straordinari del

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mondo naturale  l'elemento meraviglioso e l'atteggiamento acritico finiscono per trionfare. La
cultura eclettica romana porta Plinio a privilegiare la componente erudita ed enciclopedistica, il
gusto classificatorio, in cui prevale l gusto esotico e favoloso dei mirabilia, diffuso anche fra i
romanzieri e gli storici dell'epoca, da Curzio Rufo ad Apuleio (ma comunque non si dimentica il
pragmatismo romano, Plinio vuole essere sempre utile e concreto: solo a lui dobbiamo infatti la
conoscenza di un enorme patrimonio folclorico, etnologico, scientifico e tecnologico, che sarebbe
altrimenti andato perduto). Tutte le pagine dedicate all'uomo sono intrise di una filosofia insieme
pragmatica e pessimistica, con echi di Lucrezio e di Seneca morale: l'uomo viene spesso descritto
come un essere fragile e corrotto, preda di malattie e di infelicità; ma nello stesso tempo Plinio
mostra di credere nella possibilità di migliorare la vita umana. Plinio afferma di escrivere la natura
nei suoi aspetti più umili  vocabula rustica, ovvero i termini della lingua tecnica, generalmente
banditi dal vocabolario della letteratura alta, ai quali Plinio sa di dover aggiungere vocabula
externa (specialmente grecismi). In ogni caso, l’andamento è tutt’altro che omogeneo: la varietà
dei contenuti e la molteplicità delle fonti crea uno stile diseguale e discontinuo, disadorno, a volte
artificioso e retoricamente elaborato, con sensazione di sciatteria e goffaggine, fretta di
composizione.

SENECA

Vita e opere
Lucio Anneo Seneca nasce a Cordova (Spagna Betica) tra il 12 e I' I a.C., più verosimilmente intorno
al 4, da famiglia di ordine equestre (il padre è Seneca il Vecchio, suo nipote è Lucano). A Roma,
Seneca studia retorica presso i migliori maestri della capitale, avvicinandosi alla filosofia grazie allo
stoico Attalo, al neopitagorico e a Papirio Fabiano  impronta ascetica e austera della sua filosofia
(dall’ascetismo viene distolto dal padre, preoccupato perché Tiberio aveva decretato la
proscrizione dei culti stranieri). Dopo il 26 Seneca risiedette per alcuni anni in Egitto (per risolvere
l’asma), mentre una volta tornato a Roma verso il 33-34 ottenne la questura e fu introdotto alla
corte imperiale. Nell'autunno del 41, Seneca cadde vittima di Messalina, moglie di Claudio:
coinvolto nell'accusa di adulterio rivolta a Giulia Livilla (sorella di Caligola), fu condannato alla
relegatio in Corsica (8 anni). La morte di Messalina, e il matrimonio di Claudio con Agrippina
rendono possibile il suo ritorno a Roma, dove, insieme al prefetto del pretorio Afranio Burro,
Seneca ebbe l'incarico di provvedere all'educazione di Nerone. Alla morte di Claudio, Seneca
assunse il ruolo di consigliere del principe, per il quale scrisse l’elogio funebre di Claudio, ma negli
stessi giorni si divertiva anche a comporre una velenosa satira contro il defunto imperatore
(Apokolokyntosis). Seneca elogia Nerone nel De clementia, ma deve chiudere un occhio
sull’assassinio di Britannico e per volere del capriccioso imperatore è lui a ordire l’assassinio di
Agrippina. Il filosofo continuò di fatto a restare vicino a Nerone fino al 62: la morte di Burro e
l’arrivo del crudele Tigellino, lo spinse a rinunciare ad ogni incarico e a ritirarsi a vita privata. Nella
primavera del 65 venne scoperta la congiura pisoniana: nella sanguinosa repressione che seguì fu
coinvolto lo stesso Seneca, che accolse l'ordine di morire.
Seneca sembra condensare in sé le contraddizioni di un'intera epoca, che riguardavano
innanzitutto il comportamento (l'incoerenza fra le austere dottrine professate e le ricchezze
accumulate; compromessi per assecondare Nerone; doppiezza e opportunismo), ma poi anche gli
aspetti più profondi e più intimi della sua personalità e della sua opera (vita ascetica vs ambizione
a ruoli politici; senso della misura smentito da uno stile sentenzioso e sfavillante, anticlassico) 
per questo viene definito lo scrittore più moderno della letteratura latina.
Le opere:

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 Dieci opere filosofiche (in 12 libri) sono state trasmesse sotto il titolo complessivo di
Dialogi: De tranquillitate animi (unica con un vero impianto dialogico), Ad Lucilium de
providentia; Ad Serenum de constantia sapientis; Ad Novatum de ira libri tres; Ad Marciam
de consolatione; Ad Gallionem de vita beata; Ad Serenum de otio; Ad Paulinum de
brevitate vitae;Ad Polybium de consolatione; Ad Helviam matrem de consolatione.
 Due trattati politici (De clementia; De beneficiis), uno scientifico (Naturales quaestiones)
 Epistulae morales ad Lucilium, il suo capolavoro.
 Dieci tragedie
 Epigrammi
 Satira menippea (Apokolokyntosis)

Filosofia e potere
Seneca si sforza per buona parte della vita di partecipare all'attività politica  esigenza di
confrontarsi con un tema fondamentale nella cultura romana: il rapporto fra vita pubblica e vita
privata, con risposte oscillanti e persino opposte, ma comunque esigenza di trovare conciliazione
tra i due termini. Seneca resta sempre fedele al princpio che vede come compito dell'uomo quello
di rendersi utile agli altri uomini: l'uomo virtuoso deve cercare in ogni modo di non sottrarsi alle
sue responsabilità umane e civili  Giovare è dunque sempre possibile, anche nelle situazioni più
difficili (morale di Seneca è morale attiva). De clementia è il tentativo più esplicito di dar soluzione
al problema del rapporto fra principe e sudditi: il rex iustus (incarnazione del sapiens) governa lo
Stato come la mens divina regola razionalmente l'universo. L'iperbolico elogio di Nerone deriva da
due sentimenti opposti e convergenti: lo stupore dinanzi alla clemenza finora dimostrata e il
timore che essa potesse avere breve durata. Per limitare un potere assoluto doveva riuscire la
legge morale: i sudditi potevano contare soltanto sulla virtù del principe, sulla sua equità, sulla sua
umanità  importanza della clementia, da cui dipende il buon andamento di un governo
monarchico. Princeps e sudditi costituiscono un unico organismo: l'imperatore è l'anima; i sudditi
sono il corpo. Quindi, il De clementia si situa dunque al confine tra la supplica e lo specchio di
virtù, ma Nerone finì per ribellarsi al suo istruttore costringendolo prima a ritirarsi a vita privata e
poi al suicidio.

Ridotto al silenzio politico, Seneca è costretto di nuovo a riflettere sul rapporto fra vita
contemplativa e vita attiva  De otio, dove prevale un atteggiamento pessimista e sfiduciato.
Ancora più significativa la scelta contenuta nelle Epistulae ad Lucilium: il saggio si è ritirato dal
mondo per dedicarsi al perfezionamento interiore.

La scoperta dell’interiorità
L’altro polo del pensiero di Seneca è quello della vita interiore  sposta il centro dell'interesse
dalla sfera pubblica a quella individuale, la vita umana va misurata su un piano spirituale e morale;
saggio è colui che si sottrae all'urgenza delle passioni e alla pressione degli eventi storici,
rendendosi libero, cioè padrone di sé. Libertas dal piano politico al piano etico: solo chi serve la
filosofia è veramente libero. Al centro della riflessione di Cicerone non stava l'individuo ma la
civitas. Con Seneca, il rapporto si è rovesciato: l'interiorità è l'unico luogo dove gli uomini possono
sottrarsi all'inautenticità degli avvenimenti esterni. Per Seneca, la filosofia è una guida sulla via
della sapientia, lungo la quale dobbiamo muoverci con indipendenza di giudizio e autonomia di
pensiero. Non bisogna essere ancorati ai maestri, ma anzi il filosofo iberico invita il discepolo
Lucilio ad arricchirsi con massime non solo dei maestri stoici (Zenone, Panezio), ma anche di altre
scuole, a cominciare da quella epicurea (ingens eorum turba est passim iacentium; sumenda
erunt, non colligenda, «da per tutto c'è un gran numero di massime. Non c'è che da prenderle,

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senza pretendere di farne una raccolta»)  indipendenza interiore. Compito della filosofia è
metterci in condizione di regolare la nostra vita sulla via della virtù e del bene: il saggio cui pensa
Seneca è una figura umana e accessibile nella sua quotidiana ricerca della verità. Non si pone al di
sopra del mondo, ma cerca umilmente di migliorarsi giorno per giorno. Per lui, ogni anima
contiene in sé una scintilla della ratio divina. Può dunque conoscere, in virtù di essa, ciò che è bene
e ciò che è male. Solo seguendo gli insegnamenti della natura (naturam sequi), potremo renderci
padroni del nostro destino, accettandolo fino in fondo (amor fati) e divenendo simili a quel dio che
regge razionalmente l'universo  applicarsi con umiltà ai quotidiani esercizi dello spirito. Nel De
brevitate vitae, Seneca sottolinea come sbaglino quanti si lamentano che la vita è breve: lo è so lo
se facciamo un cattivo uso degli anni che ci sono concessi (come per esempio, lottare per
impadronirsi di beni materiali spesso irrilevanti). Tema anche delle Lettere a Lucilio.

Sulla morte, Seneca scrive pagine di straordinaria intensità  è un'esperienza che tocca ogni
istante della nostra vita, rappresenta il più autentico strumento di libertà concesso all'uomo:
grazie ad essa noi possiamo resistere alla fortuna, sottrarci ad ogni forma di schiavitù  Si deve
imparare a morire, se si vuole veramente imparare a vivere  filosofia della libertà (uomo che si
fa padrone del suo destino). Quel che tuttavia rende le pagine di Seneca così uniche è il profondo
senso di umanità. Le sue parole individuano con minuta esattezza verità di ordine esistenziale, i
imprimono per sempre nella mente dei lettori con la forza della necessità e dell'oggettività.
L’autore vuole persuadere, accompagnare il lettore passo dopo passo sulla via della sapienza, con
coinvolgimento emotivo. Prevalenza di toni intimi e colloquiali, ragionamento sempre ravvivato da
immagini e metafore tratte dalla vita quotidiana. Tali caratteristiche vengono esaltate nelle
Epistulae ad Lucilium, che rappresentano il punto d'arrivo della filosofia senecana per la perfetta
fusione tra forma dell'esposizione e procedimento discorsivo. Lo stile di Seneca è però tutt'altro
che semplice o dimesso: al contrario, è estremamente elaborato e persino teatrale, ricchissimo di
artifici retorici e di colori forti, di antitesi e di concettosi paradossi, fascinoso e personale, che si
allontana dai parametri della tradizione (criticato da Caligola e Quintiliano). Al predominio
dell’ipotassi visto fino a quel momento, Seneca sostituisce un andamento paratattico e
asimmetrico. Il centro del discorso è sulla singola frase, sulla singola espressione. Non siamo in
presenza di frammenti dispersi e irrelati, ma la coerenza del discorso è affidata a connettivi diversi,
di tipo analogico-intuitivo (più vicini se mai alle movenze della lingua dell'uso e della lingua poetica
come l'antitesi, la paronomasia e l'anafora. Questi sono i congegni base he Seneca fa giocare nella
costruzione dell'elemento più caratteristico della sua prosa, la sententia concettosa e pregnante,
in cui culmina il movimento del discorso. Il suo stile corrisponde a una nuova visione del mondo,
agonistica e lacerata da tensioni contrastanti, dalla solitudine esistenziale e da un io in perenne
conflitto con se stesso.

Filosofia e scienza: Le Naturales Quaestiones


Sono sette i libri di Naturales quaestiones ( «Ricerche di scienze naturali»), composti negli ultimi
anni di vita (dopo il 62), opera che si propone di affrontare argomenti di carattere meteorologico
(aloni, meteore, arcobaleno, tuoni, fulmini, lampi, acque terresti, piene del Nilo, nubi, grandine
ecc.). Gli studi di carattere scientifico erano del resto patrimonio tradizionale degli stoici:
l'indagine del mondo fisico doveva rivelare la natura razionale e provvidenziale del cosmo,
ordinato da una mens divina. La subordinazione dello scienziato al filosofo implicava anche la
svalutazione degli studi tecnici: Seneca distingue fra sagacitas (ingegno inferiore) e sapientia
(frutto di una ricerca spirituale in cui l’uomo si innalza verso il cielo)  scienza ha valore morale,
intento che emerge dalla natura stessa dell’opera: nell'epilogo del primo lubro si condanna l'uso
immorale degli specchi, usati dai contemporanei per vanità; Il finale del secondo libro illustra una

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delle finalità primarie dell'intera opera: liberare gli uomini dalla paura irrazionale dei fenomeni
naturali, e in particolare dei fulmini. Il trattato si conclude con un giudizio negativo sugli studi
contemporanei, accusati di mancanza di impegno, regressione delle scienze, aumento dei vizi. Non
viene meno tuttavia la fiducia nel progresso delle scienze.

Una satira menippea: l’Apokolokyntosis


Durante la lettura dell’elogio funebre di Claudio, fatta da Nerone, la gente rise, in quanto
l’imperatore era oggetto di prese in giro e di battute che giravano dopo la sua morte mentre gli
venivano tributati onori divini (Cassio Dione): clima di doppiezza in cui viene composto
l’Apokolokyntosis, unica satira menippea in latino a noi pervenuta. Problematico è il titolo
dell'opera. L'interpretazione più accreditata si fonda sul significato traslato di kolokynte = stultus
(nel senso di zucca, zuccone verso una persona poco intelligente)  deificazione di uno zuccone.
Altri, meno bene, pensano a una vera e propria trasformazione in zucca di Claudio, che doveva
avvenire in una parte del libro per noi perduta: il titolo verrebbe a tradursi, in questo caso,
«Zucchificazione». O ancora, Claudio come zucca che pretende di essere deificata (valore traslato
del termine kolokynte (cucurbita in latino)) e che è l’argomento di cui dibattono gli dei nell’opera,
e concludono di gettare Claudio-zucca negli inferi. Claudio muore per intervento di Mercurio, in
modo che «uno migliore regni nel palazzo vuoto». Claudio, ridicolmente descritto come un essere
mostruoso e non catalogabile, si presenta in cielo dinanzi ad Ercole  concilio degli dei tipo
seduta del senato, finché Augusto affossa la proposta e Mercurio trascina per il collo l’imperatore
agli inferi. Claudio giunge agli inferi, accolto dall'enorme folla delle vittime del suo principato:
processo, condotto da Eaco (giudice infernale) che sentenzia che Claudio sia condannato a giocare
eternamente a dadi con un bossolo bucato, grottesco contrapasso per chi aveva trascorso gran
parte della vita dedito al gioco. Arriva Caligola (a cui Claudio aveva negato la divinizzazione) che lo
reclama come schiavo, ma poi lo dona a Eaco perché non sa che farsene, e quest’ultimo lo dà a un
suo liberto per far sì che diventi il suo addetto giudiziario.

Apokolokyntosis è una satira menippea, di cui sfrutta alcune delle più tipiche situazioni narrative (il
concilio degli dèi, la discesa agli inferi), la mescolanza di prosa e verso, contaminazione di serio e
comico. L'elemento satirico viene sviluppato preferibilmente attraverso un uso spregiudicato e
parodistico dei materiali letterari  divertissement letterario. La parodia, presente si può dire ad
ogni passo, può anche riguardare elementi non propriamente letterari (Cladio che cade agli ingeri
viene accolto dalle sue vittime che battono le mani e pronunciano le parole rituali dei culti isiaci
quando annunciavano il ritrovamento di Osiride). Pur essendo Claudio vittima privilegiata, ci sono
anche altre caricature (Ercole rozzo e ridicolo vittima degli inganni del pur stolto Claudio.

Le tragedie
Dieci sono le tragedie tradizionalmente assegnate a Seneca (9 cothurnartae, 1 praetexta che è
anche quella spuria, ambientata nel 62 alla corte di Nerone e in cui appare lo stesso Seneca), non
si sa bene quando furono composte. Gli argomenti delle nove coturnate sono tratti dal grande
repertorio della tragedia greca classica: l'Hercules furens è modellato sull'Eracle di Euripide; le
Troades contaminano due tragedie dello stesso Euripide, Ecuba e Troiane; la Medea è improntata
sull'omonima tragedia euripidea; dal!' Ippolito di Euripide deriva invece la Phaedra. Ad opere
perdute di Sofocle e di Euripide si rifa il Thyestes, alle Trachinie di Sofocle si ispira infine l' Hercules
Oetaeus. Ciò non vuol dire mancanza di originalità, non solo nella ristrutturazione dei materiali
scenici, ma anche, e soprattutto, nell'accentuazione patetica delle vicende e nell'esuberanza dello
stile  scia dei suoi predecessori, porta all'estremo il gusto spettacolare, enfatico e declamatorio
della tragedia romana arcaica. Impianto tradizionale: e azioni sceniche (in trimetri giambici} sono

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inframezzate dalle parti corali (in metri lirici). Il coro, come già nel teatro ellenistico e in quello
romano, tende a svolgere una funzione più lirica che drammatica, mentre c’è un ampliamento dei
monologhi e delle digressioni con l’impressione di trovarsi di fronte a quadri staccati l’uno
dall’altro. Lo scarso interesse riservato all'azione è controbilanciato dall'indagine psicologica e
introspettiva dei personaggi. L'animo umano, con i suoi abissi di colpa, è il vero protagonista delle
tragedie.
Determinante è la domanda sul significato complessivo delle tragedie di Seneca: secondo alcuni
teatro di opposizione, soprattutto per la presenza di temi antitirannici (e in questo caso sarebbero
state composte negli ultimi anni di vita); secondo altri teatro di esortazione con intenti pedagogici
(come resistere alle passioni ed evitare gli eccessi di un potere tirannico) ed espressamente rivolto
al giovane Nerone (e allora la composizione è nei primi anni del principato di Nerone).

Della tragedia greca, Seneca predilige le vicende più cupe e orride:


 la follia ( cui Ercole perviene, nell' Hercules furens, dopo aver ucciso la moglie e i figli);
 la vendetta (di Giunone contro lo stesso Ercole; di Atreo contro Tieste; di Medea contro
Giasone);
 l'amore delirante che culmina con l'omicidio (Clitennestra) o il suicidio (Fedra).
Protagonisti travolti dalle passioni, non resistono agli impulsi più orrendi (Atreo sgozza i figli del
fratello e glieli offre in pasto). Se i personaggi greci si misuravano con il fato, quelli di Seneca si
misurano con la propria coscienza. Scontro tra ratio e furor  trionfo delle passioni più feroci e
intransigenti. A situazioni estreme ed eccessive corrisponde un linguaggio magniloquente e
baroccheggiante, che sfrutta con sapienza tutte le possibilità offerte dalla retorica. Lo stile è denso
e sovreccitato, ricco di colori retorici e di ridondanze espressive. Non mancano battute concise e
fulminanti, che sorprendono per la loro energia sentenziosa. Il dialogo, che a volte si articola in
lunghi ed estenuanti monologhi contrapposti, può animarsi all'improvviso in botte e risposte
memorabili. L'enfasi patetica ed espressionistica delle battute dà luogo a uno stile anticlassico,
pregnante e conciso.

PETRONIO E IL SATYRICON
La questione petroniana
Da una serie di codici,sono stati tramandati degli estratti di un lungo romanzo in prosa e in versi
intitolato Satyricon e attribuito a un certo Petronio Arbitro. Di questo personaggio ne parla Tacito
in un passo degli Annales, e lo descrive come un uomo raffinato e stravagante d’età neroniana,
elegantiae arbiter della corte imperiale finché non cadde in disgrazia e anche lui fu vittima della
repressione seguita alla congiura pisoniana: la morte di Petronio appare un'evidente parodia del
suicidio stoico di Seneca. Dopo essersi fatto aprire le vene, non volle ascoltare opinioni
sull'immortalità dell'anima o massime care ai filosofi, ma poesie piacevoli e versi licenziosi  T.
Petronius Niger, cui accennano anche Plinio il Vecchio e Plutarco. Ci sono tuttavia due tesi
contrapposte su identificazione dell’autore del Satyricon e il Petronio di Tacito:
 Unionisti: sostengono l'identificazione e assegna perciò l'opera all'età di Nerone. Questo
per la coincidenza del cognomen Arbiter nei codici del romanzo con l’espressione tacitiana
di cui sopra; richiamo ad artisti d’età neroniana; pertinenza al clima culturale neroniano,
come la polemica contro il poema storico; analogie con l’Apokolokyntosis di Seneca.
 Separatisti: negano l'identificazione e spostano la composizione dell'opera a un'età più
tarda (Flavi, Antonini e addirittura Severi)  ragioni oggi poco condivise (testimonianze
all’opera successive al II d.C., tessuto linguistico ricco di irregolarità estraneo a età
neroniana [tesi smentita dall’Apokolokyntosis]).

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Il Satyricon fu composto presumibilmente dopo il 60, e in particolare negli anni 63-65.

Il Satyricon
il Satyricon è giunto gravemente mutilo, mancante sia della parte iniziale sia di quella finale. Non
sappiamo quanto fosse realmente esteso: i frammenti in nostro possesso dovrebbero
corrispondere ai libri XIV-XV-XVI dell'opera: se fosse vero, il Satyricon sarebbe stato un romanzo
molto più ampio delle Metamorfosi di Apuleio (una delle opere più lunghe del mondo antico). Ciò
che rimane è stato diviso dagli studiosi in 141 capitoli brevi, senza alcuna divisione in libri. Il titolo
dell'opera doveva essere con molta probabilità Satyrica, una parola composta da due grecismi:
satyri più il -icus (-ikós), sul modello di numerosi altri titoli della storia letteraria romana (ad
esempio Georgica o Bucolica)  storie di satiri (racconti di aegomento osceno e licenzioso).
Satyrica richiamava anche il vocabolo latino satura. Il lungo frammento pervenuto si può dividere
in 5 blocchi:
 le avventure di Encolpio, Ascilto e Gitone in una Graeca urbs dell'Italia meridionale
(Pozzuoli o Napoli).
 Cena Trimalchionis
 nuove avventure nella Graeca urbs  Encolpio conosce Eumolpo, Ascilto scompare dalla
scena.
 l'episodio sulla nave di Lica e Trifena (con scene di travestimento, tempesta, naufragio).
 l'arrivo a Crotone.
Trama: Encolpio, uno studente squattrinato di buona cultura (narratore dell’opera) è peresguitato
dal dio Priapo di cui ha profanato i misteri o divulgato un segreto a Marsiglia. Giunge in Italia, ma
viene incriminato per una rapina, ma sfugge al carcere razie a un terremoto o al crollo
dell'anfiteatro  va a sud col fanciullo Gitone di cui si è invaghito. Encolpio e Gitane fanno la
conoscenza di Ascilto, un avventuriero senza scrupoli che diventa immediatamente rivale in amore
di Encolpio, e tutti e 3 disturbano le cerimonie in onore di Priapo celebrate da Quartilla. Giunti
nella Graeca Urbs, acausa della rivalità in amore che li oppone, Encolpio e Ascilto decidono di
separarsi entro tre giorni. Recatisi al mercato per vendere un mantello rubato, recuperano una
tunica piena di monete d'oro di cui avevano a loro volta subito il furto. Felici tornano alla locanda,
dove li sorprende la sacerdotessa Quartilla, che li obbliga per tre interminabili giorni a
un'estenuante kermesse sessuale. Fuggono da lei e arrivano a casa di Trimalcbione, liberto
ricchissimo che ostenta le sue ricchezze, filosofeggia, recita versi costringe gli ospiti a far la prova
generale del suo funerale. I tre riescono a fuggire nella confusione. In seguito, i due rivali si
affrontano per Gitone, che sceglie Ascilto. Affranto dal dolore, Encolpio entra in una pinacoteca,
dove conosce Eumolpo, un vecchio poeta di scarsa fortuna che per consolarlo gli racconta la
novella del fanciullo di Pergamo. Dopo una serie di concitate avventure, Encolpio ritrova Gitone:
geloso di Ascilto, decide di partire con Eumolpo su una nave, abbandonando la città. Salgono sulla
nave mercantile di Lica e Trifena, e vengono riconosciuti e minacciati  grottesca battaglia, finché
il pilota della nave ottiene che sia proclamata una tregua d'armi. Una violenta tempesta fa
naufragare la nave: Lica muore durante il naufragio; Encolpio, Gitone ed Eumolpo invece si
salvano. Un contadino, da un'altura, indica loro Crotone, la cui popolazione si divide in cacciatori di
eredità e uomini straricchi ma privi di eredi e quindi sempre onorati. Eumolpo decide di fingersi un
ricco possidente, con Encolpio e Gitone suoi schiavi. n città seguono nuove avventure, che
sembrano favorire il progetto di Eumolpo. Di nuovo perseguitato dal dio Priapo, Encolpio non
riesce a soddisfare le voglie di una matrona chiamata Circe cheordina ai servi di frustarlo. Encolpio
si sfoga in una violenta invettiva contro il proprio membro riottoso, per concludere con
un'ambigua dichiarazione di poetica. Il giovane recupera la sua virilità grazie all'intervento di
Mercurio. Per paura di essere scoperto, Eumolpo detta un testamento in base al quale entreranno

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in possesso delle sue inesistenti fortune coloro che si saranno nutriti del suo cadavere. L'ultimo
capitolo che possediamo si chiude con il discorso di un crotoniate favorevole ad accettare la
sconcertante clausola testamentaria.

Il problema del genere e i modelli


Già nell'antichità il problema del genere e dei modelli del Satyricon era aperto. Gli studiosi
moderni hanno visto diversi elementi (romanzo antico, fabula milesia, satira menippea)  risposta
dipende dall’interpretazione critica. I termini novella e romanzo non trovano corrispondenti nel
mondo classico, e opere come il Satyricon, venivano variamente definite con termini generici
come fabula. Il romanzo antico compare solo in epoca ellenistica, probabilmente sulla scia della
nuova storiografia di indirizzo avventuroso. Snobbati dalla letteratura ufficiale, testi narrativi si
rivolgono ad un pubblico di cultura non elevata e di gusti facili  intrattenimento ed evasione. Il
romanzo greco presentava una vicenda di carattere erotico-avventuroso centrata su una coppia di
innamorati sempre fedeli e uniti nelle avversità, che venivano separati da ostacoli di vario generi
(anche la presenza di rivali). Le peripezie successive comprendevano i classici topoi avventurosi
ancora esistenti: peregrinazioni, ntrighi di rivali, persecuzioni, finte morti, tentativi di suicidio,
viaggi esotici, naufragi ecc. fino all’inevitabile lieto fine. ll registro dominante era quello
sentimentale e patetico (amore virtuoso, eroina difende la verginità contro ogni insidia), e i fatti
avvenivano in scenari improbabili e quasi privi di riferimenti ad attualità (con eccezioni), indice per
questo del loro successo. Anche nel Satyricon i protagonisti vivono situazioni avventurose molto
simili a quelle del romanzo greco, Ma si tratta di un ribaltamento ironico e parodistico fin dalla
base:
 i protagonisti ono sì una coppia di innamorati, ma omosessuale, e sono virtuosi, fedeli,
corrotti.
 Ascilto ed Eumolpo sono l'antitesi dell'amico leale (non aiutano, ma tramano).
 Sembra esclusa la possibilità di una conclusione felice: schema improntato alla rovina di
ogni progetto.
Satyricon è un antiromanzo irridente e disincantato che capovolge tutte le situazioni topiche dei
suoi modelli: Sentimentidesiderio meteriale (sesso e soldi); situazioni comiche e umoristiche;
accentuazione dell’elemento realistico.

Ancor più del romanzo greco, era diffusa la fabula milesia, genere narrativo che doveva il nome ai
Milesiakà ( «Storie di Mileto») di Aristide di Mileto (II a.C.): novelle di argomento per lo più erotico
e piccante, più realistiche rispetto all’idealizzato romanzo greco. Petrono si richiama a questo
genere, che conosce benissimo (Eumolpo racconta due novelle milesie, il fanciullo di Pergamo e la
matrona di Efeso). Alla milesia e al mimo Petronio deve sicuramente la predilezione per gli aspetti
più triviali della realtà sociale, rappresentati tuttavia con il lucido distacco e la superiore sapienza
registica che caratterizzano tutto il Satyricon. Evidenti i legami, fin dal titolo, con la satira sia
menippea che esametrica che si vede, prendendo come esempio la Cena Trimalchionis (che in
parte si richiama alla Cena Nasidieni di Orazio), per:
 l'incisiva caratterizzazione delle figure dei convitati.
 realismo mimetico dell'osservazione
 tono arguto e spregiudicato
 Varietà dei registri stilistici
 Gusto per la parodia e il pastiche
 Fusione di elementi realistici e fantastici
Elementi per un vivido affresco del mondo contemporaneo. Tuttavia, se lo scrittore satirico
romano è un moralista che vuole denunciare il vizio e trasmettere valori positivi ed esemplari su

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un registro di tollerante bonomia (Orazio), la rappresentazione di Petronio non ha fini morali e non
tocca mai le corde della protesta o dell'invettiva  realismo del distacco.

Struttura del romanzo e strategie narrative


Il Satyricon si presenta come un'opera letterariamente complessa, indirizzata a un pubblico colto
capace di apprezzare l'uso spregiudicato e parodico dei materiali narrativi. Tantissima narrativa
antica si è sviluppata intorno al motivo del viaggio, tra cui anche il Satyricon. Ma qui il motivo del
viaggio ha la forma di un affannoso vagare labirintico entro luoghi disseminati di trappole, alla
ricerca di una fuga  schema del labirinto che comprende tutti gli episodi del romanzo, anche
quello della Cena Trimalchionis (invitati continuamente ingannati, sorpresi nell’ambiguità delle
portate e dai trabocchetti di Trimalchione). Anche la città greca dove si aggirano i protagonisti
appare come un labirinto dov'è facile perdersi e restare intrappolati, e fallimentari sono i tentativi
di Encolpio di liberarsi dei rivali  alla frenesia del vagare si contrappone la fissità della situazione
(sempre loro due + rivale)  viaggio a vuoto, nel corso del quale si ritorna sempre al punto di
partenza. IL regista di questa narrazione solo apparentemente caotica non è certo lo sventurato
narratore (anzi vittima designata), ma Petronio, che monta all'insaputa e ai del personaggio la
complicata macchina del romanzo. Questo viene enfatizzato sempre con il confronto a distanza tra
gli avvenimenti del romanzo e i grandi modelli eroici: Encolpio vive la realtà me china e triviale del
modo circostante commisurandola continuamente ai modelli tragici ed epici dei suoi libri
prediletti. Intorno a lui ci sono personaggi sordidi e viziosi (poeti affamati, truffatori, matrone
libidinose ecc.) che si muovono nei luoghi canonici della vita romana (gli stessi che si ritrovano
anche in Marziale: templi, sordidi vicoli, locande squallide, piazze di mercato, pinacoteche).
Petronio tocca i problemi sociali del suo tempo (crisi agricola, carestie, sovraffollamento delle città,
emergere dei ceti nuovi e in particolare dei liberti). È difficile stabilire l'atteggiamento dell'autore
nei confronti di questa formicolante materia: Petronio non prende mai posizione in merito agli
avvenimenti, lascia ogni giudizio alla pluralità di voci che animano il romanzo. Ma manca un
personaggio che detenga una visione globale, positiva e coerente, dei fatti, o che possa essere
considerato portavoce dell'autore.

Realismo mimetico ed effetti di pluristilismo


il Satyricon è una delle rare opere del mondo antico che accolgano un'esigenza di scrittura
pluristilistica. Soprattutto nella Cena, la materia linguistica penetra con irruenza creando un
risultato espressivo assolutamente unico. Nel Satyricon ogni personaggio viene individuato e
caratterizzato dal linguaggio che usa: parliamo per questo di «realismo mimetico». Due le
categorie:
 Personaggi colti (latino semplice ed elegante, su modello di Cicerone epistolare, Catullo,
Orazio satirico, unito a sermo familiaris).
 Personaggi incolti: latino fortemente espressivo, ricco di volgarismi e di forme idiomatiche.
Fra queste due fasce, occupa una sorta di posizione intermedia Trimalchione, che un po’ si sforza
di usare un linguaggio elevato e pretenzioso, un po’ ricade nel linguaggio plebeo e volgare della
classe sociale cui appartiene. La cena immortalata da Petronio ha per lui valore importante, perché
ci sono il retore Agamennone e due studenti giunti da Marsiglia. L'apparizione di Trimalchione
all'inizio del banchetto e la scena finale sono perciò caratterizzate da due diversi livelli linguistici:
 All'inizio [Trimalchione vuole far colpo, sfoggiare un linguaggio scelto («Amici», inquit
nondum mihi suave erat in triclinium venire, sed ne diutius absentivos morae vobis essem,
omnem voluptatem mihi negavi. Permittitis tamen fìniri lusum»: frase abbastanza ricercata
nel suo impianto, pur con i volgarismi absentivos (morfologico) e permittitis (sintattico:
presente al posto del futuro))  effetto di contrasto, personaggio ridicolo.

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 Negli ultimi capitoli della Cena, completamente ubriaco, perde ogni ritegno linguistico e si
abbandona al linguaggio dei suoi commensali abituali.
Gli effetti di contrasto, in personaggi come Trimalchione, sono involontari e a spe e dei personaggi;
al contrario, in personaggi "alti" come Encolpio ono frutto della loro intenzionale volontà di "abba
sarsi" al livello dei destinatari (Encolpio viene definito da Quartilla urbanitas vernaculae fons
“sottile conoscitore della lingua” per il suo latino elegantemente regolato secondo i canoni del
linguaggio urbano, e presenta impurità solo durante la cena Trimalchionis segno che il mimetismo
linguistico petroniano non dipende solo dalla cultura del personaggio, ma anche dal contesto).

L’ETÀ DEI FLAVI E DI TRAIANO


Con Nerone si concludeva la dinastia giulio-claudia. Alla sua morte, 4 imperatori si contesero, nel
giro di un anno, la successione: Galba (espressione del senato, assassinato dai pretoriani), Otone
(sostenuto dalle coorti pretorie sostenitrici del regime appena abbattuto, sucida dopo essere stato
sconfitto da Vitellio), Vitellio (comandante delle legioni del Reno, ucciso ignobilmente da
Vespasiano), Vespasiano (legioni orientali e danubiane, che inizia la dinastia Flavia). La nuova
dinastia:
 Vespasiano (69-79), nato a Rieti verso la fine del principato augusteo da una famiglia di
modeste origini, assume la carica che aveva ormai 60 anni non aveva legami con la
precedente dinastia né poteva contare sul prestigio nobiliare. Vespasiano si preoccupò
innanzitutto di dare stabilità all'istituto imperiale, che fa riconoscere (lex de imperio
Vespasiani) e ridimensiona il senato de iure  basi per coesistenza pacifica tra il princeps e
l'ordine senatorio, al riparo da eccessi (Caligola, Nerone). Vespasiano si presenta come il
restauratore della pace e della concordia (=Augusto), rifiuta assolutismo, sfarzo,
divinizzazione, e si concentra su riorganizzazione amministrativ e risanamento delle casse
pubbliche, svuotate dalla megalomania di Nerone  Roma resurgens. Muore
improvvisamente nel 79.
 Tito (79-81), figlio di Vespasiano, associato all'impero fin dal luglio del 71. Arriva al trono
dopo aver represso la guerra giudaica e dato inizio alla diaspora ebraica, distruggendo
Gerusalemme. Fama di crudele prefetto del pretorio (carica dal 71). Preoccupava la sua
storia con la principessa ebrea Berenice (vivo il ricordo di Antonio e Cleopatria), ma Tito
volle al contrario dissipare ogni sospetto: dopo l’incoronazione rinunciò a Berenice,
prosegue politica romano-italica filoccidentale, intraprese grandi opere di edilizia pubblica
(acquedotti, Colosseo i cui fasti inaugurali continuano la politica demagogica iniziata con
Cesare nei confronti delle plebi urbane). Sotto di lui ci fu l’eruzione del Vesuvio, incendio e
peste di Roma dell’80. La fama di delizia del genere umano (Svetonio) unita alla pessima
fama di Domiziano oscurano la sua inadempienza a questi fatti.
 Domiziano (81-96),
r􀁧nsero i delicati equilibri raggiunti dai due con il quale si infr􀁧nsero i delicati equilibri raggiunti dai duensero i delicati equilibri raggiunti dai due
predecessori nelle relazioni col senato  ripropone il modello autocratico di Caligola e
Nerone (dominus et deus, controlla nomine senatorie). Ma a differenza dei due giulioclaudi
Domiziano restò tuttavia legato alla tradizione romano-italica, favorendo le province
occidentali e contrastando le religioni orientali (compresa anche persecuzione di ebrei e
cristiani). L'ostilità della nobilitas senatoria acuì i sospetti e la diffidenza dell'imperatore,
innestando nuovamente il perverso sistema di delazioni e condanne a morte di chi per
esempio scriveva onori su chi era stato condannato da Nerone (Trasea Peto) o Vespasiano
(Gaio Elvidio Prisco). ll 18 settembre dell'anno 96 Domiziano cadeva vittima di una congiura
senatoria (mentre l’esercito voleva divinizzarlo [Svetonio])  ceto senatorio continua ad
alimentare l’opposizione alle spinte assolutistiche.
Alla fine della dinastia Flavia, inizia quella chiamata degli Imperatori adottivi:

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 Nerva (96-98), riannoda il legame tra l'istituzione imperiale (sostegno plebeo/militare) e il
senato e sostituisce “la scelta del migliore” al principio dinastico. Curò la riforma delle
finanze pubbliche, mise fine alla pratica della lex de maiestate, restaura moralmente lo
stato, placa le agitazioni dei legionari fedeli a Domiziano condannando a morte i suoi
assassini. Adotta Traiano, che insieme ai pretoriani designa come erede.
 M. Ulpio Traiano (98-117), di origine spagnola (primo imperatore provinciale) la cui
designazione indicava il progressivo spostamento dei centri di potere da Roma (giulio-
claudi) all'Italia (flavi) alle regioni occidentali dell'impero (Spagna), da cui provenivano
anche gran parte dei legionari per effetto dei provvedimenti di Vespasiano. Traiano non
commise l'errore di osteggiare il senato, al quale lasciò l'illusione di poter ancora
intervenire nel controllo della vita civile. Ciò consentì di attuare riforme economiche ed
amministrative di ampio respiro che incisero profondamente sullo sviluppo delle province.
Sotto di lui, l'impero raggiunse il culmine dell'espansione (Dacia, Armenia, Mesopotamia,
Arabia Petraea) e sconfigge definitivamente i Parti. Bonifica le campagne italiche, rende
efficienti le città con porti, strade e acquedotti. Suo successore designato è Adriano.

I principi e la cultura
Il principato di Nerone, un periodo di straordinaria vitalità letteraria ed artistica, si era concluso
con il suicidio delle maggiori personalità dell'epoca. Sotto i Flavi, mutano rapidamente i costumi di
vita, le parole d'ordine, il gusto letterario  nuova richiesta di severità e misura, la cui massima
espressione è ora quella di un retore, Quintiliano, che bandisce lo stile fascinoso e irregolare di
Seneca a favore del modello ciceroniano, l’epica storica di Lucano cede il posto alla mitologica di
Stazio e Valerio Flacco, mentre personalità più consapevoli, come Tacito, preferiscono restare al
coperto, non esporsi. I Flavi interrompono temporaneamente il processo di orientalizzazione dei
costumi: semplicità e parsimonia tornano a costituire un valore, di contro all'ostentazione e al
lusso della corte giulio-claudia  ritorno al «classicismo» del secolo precedente: auspice
Quintiliano, che condannò lo stile baroccheggiante di Lucano e di Seneca. Ma si intravede uno
scenario ben più complesso, tutt'altro che risolvibile nelle formule di «classicismo» o
«neoclassicismo»:
 rifiuto dell'enfasi grandiosa e retorizzata di Seneca e Lucano  ricerca di sobrietà e brevità
che rischiano di sconfinare nell’aridità.
 tensioni del manierismo che si avvertono negli scarti tra concisione espressiva e audacia
degli iperbati, ricercatezze e artifici che rendono spesso ardua la compressione  si
mantiene la rivoluzione poetica di Ovidio, Lucano e Seneca (manifestata soprattutto in
Marziale).

QUINTILIANO

La vita e le opere
Marco Fabio Quintiliano nasce a Calagurris (oggi Calahorra, Spagna) fra il 35 e il 40 d.C. Studia nella
capitale presso i migliori maestri (come Domizio Afro), nel 60 torna in patria e svolge professione
di retore. Galba, acclamato imperatore, lo vuole con sè prima di partire alla volta dell'Italia, ma
non sappiamo cosa succede al giovane retore durante la guerra civile. Vespasiano gli affidò nel 78
la prima cattedra pubblica di retorica con l'alto stipendio di 100.000 sesterzi annui. Continuo a
insegnare fino all'88: tra gli allievi Plinio Il Giovane, forse Tacito. Domiziano gli affidò l'educazione
di due pronipoti, assicurandogli anche le insegne consolari (94). Morì entro il 100 d.C. L’unica
opera pervenuta è l’Institutio Oratoria, ma pubblicò in vita un'orazione (altre invece furono

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divulgate senza consenso. Pubblicò nel 90 un libro De causis corruptae eloquentiae (decadenza
dell’oratoria).

L’Institutio Oratoria
Dodici libri, più della metà dei quali introdotti da singoli prooemia. Precede l'opera un'interessante
lettera all'editore Trifone, dalla quale apprendiamo che I'lnstitutio oratoria era da più parti
sollecitata e attesa. La retorica, nell'ordinamento romano degli studi, era il punto più alto e con-
elusivo del curriculum scolastico, e si giungeva a un rhetor dopo aver studiato presso un litterator
e un grammaticus a 17 anni. Quintiliano parte da molto più lontano perché il buon oratore va
educato e orientato fin dalla nascita e dall'infanzia  nozioni di pedagogia e grammatica. Nel libro
II tratta della scuola di retorica (quando si inizia, compiti del precettore, metodi di insegnamento).
Il libro III traccia una piccola storia della retorica. I libri centrali entrano nel vivo della materia:
 Inventio (IV-VI)
 Dispositio (VII)
 Elocutio (VIII-IX).
 Il Libro X contiene un excursus sugli scrittori greci e latini più idonei a formare il gusto del
futuro oratore e ad assicurargli la necessaria copia verborum. Una rassegna-sintesi della
storia della letteratura antica, con giudizi che rispecchiano i gusti di Quintiliano e della sua
epoca.
 Memoria e Actio (XI).
 Immagine del perfetto oratore (Libro XII).
L'interesse pedagogico è uno degli aspetti più originali dell' Institutio oratoria: attenzione al modo
in cui si insegna, interesse per lo sviluppo della personalità e per quella che oggi chiameremmo
psicologia dell'età evolutiva  il buon maestro deve saper valutare l'indole di ogni alunno,
l’apprendimento dev’essere graduale. Il gioco stimola l’intelligenza, condanna delle punizioni.
L'educazione ha inizio nella famiglia, con le figure della nutrice e dei genitori. Ottimismo educativo
quintilianeo: tutti possono migliorare e apprendere, nei limiti loro imposti solo dalla natura.
Quintiliano affronta se è più utile lo studio privato (precettore) o quello pubblico, schierandosi per
la seconda soluzione  scuola pubblica favorisce la vita di relazione e fonda amicizie. Centro
ideale della scuola è la figura del maestro, un uomo colto e moralmente ineccepibile, austero ma
non arcigno, non troppo cordiale, per evitare antipatia (se arcigno) o mancanza di riguardo (se
troppo cordiale). Il maestro a cui l'autore pensa è paragonato ora a un buon padre (II, 2, 4), ora a
una tenera nutrice (II, 4, 5), ora a un agricoltore che segue con animo trepido le sue pianticelle (II,
4, 9-11).
Quintiliano eredita da Cicerone una concezione umanistica della retorica: l’oratore deve essere
«completo» (perfectus  istruito in tutte le discipline) e «onesto» (bonus). Ciceroniana è anche
l'identificazione fra ratio e oratio: la parola eloquente deve infatti essere posta al servizio del bene
e del vero, due nozioni che non potremmo conoscere senza studi adeguati. Il rilancio del modello
ciceroniano è destinato tuttavia a scontrarsi con la nuova realtà sociale e istituzionale del
principato: l’oratore si impone in un clima di libertà politica (democrazia ateniese V-IV secolo, la
Roma del II-I secolo a.C.); mentre si spegne con la fine di tale libertà (la greca si spense con il
dominio macedone; la romana con Augusto e la nascita del Principato). Quintiliano evita di
mettere la questione sul piano politico: il suo oratore ideale continua in fondo ad agire, nella
finzione teorica del trattato, come se ancora esistesse l'antica res publica, come se il senato e il
popolo svolgessero le medesime funzioni di un tempo, e i suoi modelli rimangono Cicerone e
Demostene (anche se nessuno potrebbe arringare come loro negli anni di Domiziano, in cui è
spenta ogni forma di dibattito politico)  figura anacronistica, che alcuni storici spiegano
rendendo Quintiliano il perfetto ideologo di regime, ma più verosimilmente Quintiliano

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apparteneva alla schiera di quei funzionari che avevano accettato il principato come una necessità
storica (come farà anche Tacito)  il suooratore ideale è un uomo che sceglie di porsi al servizio
della res publica nell'unico modo allora possibile, una figura intermedia fra il principe e la società.
L'opera di Quintiliano segna il culmine della reazione classicista al gusto asiano dell'età
precedente. Bersaglio principale della polemica è la scrittura scintillante e irrequieta di Seneca, a
cui Quintiliano rimprovera di aver corrotto lo stile contemporaneo. Quintiliano, come Cicerone
(che è costantemente lodato nell’opera), opta per una terza via, che Cicerone aveva definito
rodiense, tra l'esuberanza asiana e l'eccessiva secchezza dell'atticismo. Rigetta linguaggio lussuoso
e sperimentale, ma anche le tendenze arcaizzanti  scrittura media, regolare, sobria. Lo stile di
Quintiliano appare tuttavia distante da quello di Cicerone: I periodi dell'Institutio oratoria non
appaiono altrettanto armoniosi e simmetrici, non solo per la fretta o per la mancata rielaborazione
artistica, ma per il deprecato modello senecano che imprime in qualche modo il suo sigillo sullo
stile argenteo dell'Institutio oratoria, fitto di sententiae, di costruzioni ad sensum, di strutture
sintattiche ellittiche e artificiose. Frequente il ricorso alla variatio, la ricchezza di metafore, il color
poeticus del lessico, e gli ornamenti retorici. Ma comunque Quintiliano rifugge da ogni eccesso e
ricerca costantemente la chiarezza.

EPICA NELL’ETÀ DEI FLAVI E DI TRAIANO


Età dei Flavi  nuova fioritura della poesia, ritorno all’ordine promosso di Vespasiano (Virgilio
come modello ideale). Fine crisi post Nerone = pace post guerre civili. Tuttavia, il classicismo di
Virgilio si fondava su un equilibrio non ripetibile, e nel contempo Ovidio e Lucano avevano scosso
le strutture del genere epico  i poeti flavi oscillano tra neoclassicismo virgiliano e suggestioni
“barocche” d’età neroniana.

STAZIO
Publio Papinio Stazio nacque a Napoli tra il 40 e il 50 d.C, figlio di un maestro di letteratura che
aveva perso il rango equestre. Si trasferì a Roma insieme al padre; d'ingegno precoce, partecipò
con successo a importanti gare poetiche ed ebbe il favore dell'imperatore. Il prestigio non lo
esimeva da scrivere poesia di consumo. Resta solo un breve frammento del De bello Germanico,
poema epico-celebrativo sulle imprese militari di Domiziano  Stazio "poeta di corte", protetto
dall'imperatore. Forse un insuccesso, forse la salute lo inducono a tornare a Napoli nel 95, da qui
non abbiamo più sue notizie.

Le Silvae
DI Stazio abbiamo le Silvae, cinque libri che raccolgono trentadue componimenti lirici d'occasione
(opusola, carmina, libelli come li definisce il poeta, o emigrammata). Grazie alle Silvae siamo
informati sull'ambiente raffinato che, nella Roma dei Flavi, circondava un poeta cortigiano, visto
che i dedicatari (come Arrunzio Stella, Vittorio Marcello) sono anche i protettori del poeta. E
abbondano com’è ovvio le lodi di Domiziano, la cui assimilazione a Giove o Ercole è forse l'aspetto
più appariscente di una visione del mondo in cui gli dei sono i veri protagonisti, e finiscono per
diffondere la loro magnificenza anche sugli uomini  mondo divino interferisce facilmente in
quello umano. Mondo dorato, in cui non mancano la meditazione sulla morte e la confessione dei
propri sentimenti. L'eterogeneità dei temi e delle atmosfere si riflette nella relativa varietà dei
metri (strofe alcaiche, saffiche, endecasillabe faleci, esametro) e nell'abile riuso di schemi e generi
poetici tradizionali (epitalamio, elegia, epica, epigramma). Caratteristica è la ripresa di momenti
topici dell'epos come motivi poetici a sé stanti: l'invocazione all'imperatore, le ekphraseis,

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descrizioni di opere d'arte e di paesaggi naturali o modificati dall'uomo. Riprese a Catullo, TIbullo,
Ovidio. Stupisce anche a rapidità compositiva (celeritas) legata alla spontaneità dell'ispirazione
(Silvae allude alla varietà di vegetazione spontanea)  "disordine elaborato" che ricorda la stu-
diata armonia dei giardini artificiali.

L’epica: Tebaide e Achilleide


La Tebaide ( Thebais), composta probabilmente tra 1'80 e il 92, racconta in dodici libri la celebre e
terribile vicenda dell'assedio di Tebe (un episodio della vasta saga tebana). Le fonti: tragedie sulla
saga tebana, ma forse anche i poemi a noi perduti del ciclo epico, la recente Tebaide di Antimaco
di Colofone (perduta). L'opera è divisa in due parti:
 Libri I-VI: preparativi della guerra.
 Libri VII-XII: la guerra stessa.
Il poema si apre con la maledizione di Edipo verso i suoi figli: la vicenda si apre con Eteocle e
Polinice che si spartiscono il regno ad anni alterni, e il primo che dopo il suo anno si rifiuta di
cedere il trono al secondo. Polinice va ad Argo, incontra Tideo suo compagno fedele e sposa Argia,
figlia del Re Adrasto. Eteocle tende un agguato a Polinice sulla via del ritorno  guerra inevitabile,
rassegna degli eroi in viaggio a Tebe. libri IV-VI sono dominati dalla vicenda di lpsipile, che indica
agli argivi assetati una fonte presso Nemea, e mentre racconta la sua storia, un serpente divora il
piccolo Ofelte, figlio del re di Nemea. Dopo i suoi funerali, inizia la guerra contro Tebe. In essa si
succedono le "aristie" dei diversi eroi, tutte culminanti nella loro morte (Anfiarao, Tideo,
Ippomedonte, Partenopeo. A Tebe il giovane Menéceo, figlio di Creonte, si uccide per la salvezza
della città, rispettando le indicazioni di un oracolo, mentre Capaneo (argivi) viene fulminato da
Giove.
Libro XI: duello tra Eteocle e Polinice, che si uccidono a vicenda. L'azione è prolungata dal divieto
del nuovo tiranno di Tebe, Creonte, di seppellire i corpi dei nemici  Argia e Antigone vorrebbero
seppellire Polinice, ma il suo corpo è gettato insieme a quello di Eteocle su un’unica pira su cui si
sviluppa una fiamma bipartita che è segno di un odio che persiste oltre la morte. Le due vengono
condannate a morte, ma salvate da Teseo che uccide Creonte. Finale con i funerali degli eroi
(come Iliade). Stazio riconosce esplicitamente il valore esemplare dell'Eneide, da cui, oltre alla
struttura "bipartita" del poema, derivano anche situazioni e scene precise (invocazione di Edipo a
Tisifone = Giunone a Aletto). Ma, mentre Virgilio aveva trovato nel mito una sanzione
provvidenziale a giustificazione e celebrazione del presente, la Tebaide proietta sullo sfondo
mitico, assoluto, dell'odio fratricida tra Eteocle e Polinice, il tema della guerra civile come evento
in cui trionfa il male  influsso della Pharsalia. Si ha l'impressione di un mondo dominato da una
forza maligna, da un Fatum che opprime gli uomini e scatena il loro desiderio di sangue, diversa da
quella prospettata nel poema virgiliano. L'eroica sottomissione di Enea al volere divino ha una
manifestazione significativa nella pietas filiale che lo induce a salvare il padre Anchise da Troia in
fiamme; in una prospettiva completamente rovesciata, con un gesto di violento ripudio dei vincoli
familiari, Edipo invoca le potenze del male scagliando una terribile maledizione contro i suoi figli.
In questo quadro di sovvertimento del mondo, il rappresentante della pietas umana è Adrasto, il
giusto re di Argo, che rappresenta la regalità nel suo aspetto di giustizia e saggezza, ma è un
contraltare del tutto insufficiente rispetto al potere tirannico (Eteocle, Polinice, Creonte)  fatalità
oscura che segna il potere, con riferimenti alla situazione storica di Roma: se Stazio era nato tra il
40 e il 50 d.C., aveva assistito da giovane alle atrocità del regno di Nerone e alla guerra civile del 69
d.C  Flavi i nuovi liberatori. La struttura portante della Tebaide coincide con una climax tragica,
culminante nella doppia morte dei due fratelli nemici nel libro Xl. La struttura della Tebaide è
quindi molto simile a quella di una tragedia, e anche i personaggi, scolpiti con tratti essenziali e
monolitici, potrebbero essere quelli di un'azione teatrale.

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Intorno al 95, Stazio cominciò a lavorare al progetto del!'Achilleide (Achilleis), un poema in cui si
proponeva di narrare tutta la vita di Achille, fino alla sua morte a Troia. Il poema rimase
incompiuto per la morte dell'autore, e quel che ci resta, poco più di un migliaio di versi, è
decisamente singolare.
Nel libro I abbiamo una sorta di "commedia degli inganni": Teti non vuole che Achille partecipi alla
guerra e lo nasconde a Sciro vestendolo da donna e spacciandolo come sorella di Achille. Lui si
sottopone al travestimento, ma si innamora di Deidamía figlia di Licomede (re di Sciro). L'indovino
Calcante rivela il luogo del nascondiglio, dove prontamente si recano Ulisse e Diomede. Anch'essi
ricorrono all'inganno per indurre l'eroe a tradirsi: di fronte al bagliore delle armi e al suono
marziale di una tromba le fanciulle sbigottiscono, mentre Achille non sa resistere. I due si sposano,
ma per una notte perché poi Achille parte per la guerra. Rispetto all'atmosfera cupa della Tebaide,
nell’Achilleide risalta l'apparente libertà d'azione dei personaggi. Ma in realtà il lettore sa che il
destino di Achille è segnato. il tema del giovane guerriero destinato alla morte è certamente caro a
Stazio, ma nell' Achilleide l'indugio sui tratti adolescenziali del corpo e del carattere di Achille si
unisce alla curiosa situazione di ambiguità creata dal travestimento: la sua bellezza lo rende una
ragazza bellissima, ma è tradito dalla sua goffaggine nelle danze bacchiche. L'episodio di Sciro è
come un momento "iniziatico': in cui, secondo un antichissimo costume greco, si ha una
temporanea inversione dei ruoli sessuali a scopo pedagogico: Achille costruirebbe la propria
personalità di guerriero anche sul ripudio dell'esperienza amorosa di Sciro. Deidamia, per parte
sua, sembra una delle Heroides di Ovidio, ritta sulla costa a seguire con lo sguardo la nave che le
sottrae l'amato Achille. Alla trama virgiliana Stazio oppne la ricchezza lessicale di Ovidio; la lezione
ovidiana sarà stata sicuramente essenziale anche per la versatilità e l'agilità nell'utilizzo
dell'esametr, mentre l’influenza di Lucano si nota nei contrasti (astratto per concreto, inanimato
per il vivente). Tendenza all'intensificazione patetica, che certo deve molto alla retorica
contemporanea delle declamazioni: vincente è l’uso dell’aposiopèsi (sospensione della frase) che
crea tensione patetica attraverso il silenzio, il non detto. Altri caratteri stilistici qualificanti sono la
forte psicologizzazione del linguaggio (soprattutto nell'espressione del furor) e un certo gusto per
l'orrido e il macabro, in cui si avverte l'influsso di Lucano e di Seneca tragico.

Gli Argonautica di Valerio Flacco


Gaio Valerio Fiacco Setino Balbo è il nome completo del poeta, nato a Setia (oggi Sezze) come
sembra indicare il nome Setinus. Valerio morì intorno al 90, prima della pubblicazione dell'
Institutio oratoria. Certamente il proemio della sua opera è stato scritto dopo la conquista di
Gerusalemme (70 d.C.), e molto probabilmente prima della morte di Vespasiano, a cui il poeta si
rivolge nel proemio; nei libri III e IV si fa riferimento all'eruzione del Vesuvio del 79 d.C.
Gli Argonautica narrano le vicende degli Argonauti, i primi a solcare i mari (dal Mediterraneo al
Mar Nero), a bordo della nave Argo. La narrazione comincia con la costruzione della nave Argo (a
cui collabora Minerva) e il convegno degli eroi chiamati a raccolta da Giunone, che diffonde nelle
città della Grecia la notizia dell'inaudita impresa. Il comandante è Giasone, re di Iolco, il cui regno è
stato usurpato dal fratello Pelia: segni divini ammoniscono Pelia a disfarsi di Giasone, e pretesto
del viaggio è il recupero del vello d'oro, che si trova in Colchide, sulla sponda caucasica del Mar
Nero. Il libro I si chiude col suicidio di Esone e Alci mede, i genitori di Giasone minacciati di morte
dal re Pelia. I libri II-V narrano i tradizionali episodi della saga argonautica: l'arrivo e la sosta a
Lemno, dove Giasone si unisce alla regina Ipsipile (II); i due approdi a Cizico presso il re omonimo,
nel secondo dei quali si scatena una terribile battaglia (II-III); la scomparsa di Ila, giovinetto amato
da Ercole, che indugia a cercarlo ed è abbandonato a terra (III); lo scontro di pugilato in cui Polluce
sconfigge Amico, re dei Bebrici; il racconto di Fineo perseguitato dalle Arpie e il fatidico

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attraversamento delle Simplegadi, le isolette mobili che dopo il passaggio di Argo non si
muoveranno mai più (IV). Con lo sbarco in Colchide, appare la figura di Medea, figlia del re Eeta (v,
329), il quale promette a Giasone il vello d'oro, purché s'impegni a combattere al suo fianco contro
il fratello Perse.
Nel libro VI si intrecciano le imprese belliche e l'innamoramento di Medea. I libri VII-VIII narrano gli
eventi risolutivi della vicenda: Eeta non rispetta l'impegno assunto, e impone a Giasone difficili
prove, per le quali è indispensabile l'aiuto di Medea, esperta in arti magiche. Addormentato il
drago che sta a guardia del vello, Medea fugge per mare con Giasone. La raggiunge il fratello
Absirto. Qui il poema si interrompe. Prima è parola-chiave nell'ideologia del poema: la nave Argo è
la prima a violare i flutti, e continuamente l'autore insiste sulla novità dell'impresa compiuta dagli
Argonauti. Essa rappresenta un sovvertimento dell'ordine naturale, che sarebbe pericolosa senza
l'aiuto di altri dèi, una sorta di missione civilizzatrice, che sarà premiata col catasterismo (=
trasformazione in astro) della stessa nave (allusione anche al volere del fato nell’Eneide). Ma il
viaggio di Giasone sulla nave Argo non può avere col presente di Roma che una relazione
esemplare, archetipica: conta allora la navigazione stessa più che il fine, in cui si può vedere il
modello mitico delle imprese oltremare (in Britannia) compiute da Vespasiano durante il regno di
Claudio (una cosa simile Virgilio per le spedizioni di Ottaviano in Oriente)  Virgilio come
strumento di romanizzazione di un mito non romano. L’altro modello di Flacco, Apollonio Rodio,
aveva ritratto Giasone come antieroe, mentre lui lo riplasma sul modello di Enea: i suoi sacrifici
mostrano la sua pietas; la sua posizione è, molto più che in Apollonia, quella di un comandante.
Anche la storia con Medea rimanda all’episodio tra Enea e Didone, ma qui la funzione narrativa di
Medea è opposta a quella di Didone: l'unione con la regina di Cartagine è un indugio rispetto alla
realizzazione del Fatum, mentre la storia d'amore con Medea è essenziale al suo compimento 
spinta antieroica, che evoca Europide, Ovidio, Seneca. Valerio Inserisce la guerra contro Perse nel
libro VI per evidenziare la virtus bellica di Giasone: così, il ricorso a Medea si rende indispensabile
solo a causa della perfidia di Eeta, e la coppia Giasone-Medea viene resa più paragonabile a Enea-
Lavinia, e Perse è analogo a Turno.
Parallelamente alla funzione narrativa, è modificata anche la caratterizzazione di Medea come
personaggio. Appena sbarcato in Colchide, Giasone la incontra mentre, nei pressi di un fiume, essa
si appresta a praticare un rito di purificazione (= incontro Ulisse-Nausicaa). Episodio poco
funzionale alla narrazione (non è qui che Medea si innamora), ma suggerisce la sua particolare
relazione con le potenze infere e al futuro nefasto, cui l’autore allude continuamente. Valerio si
distacca anche dal suo modello Apollonio Rodio, quando narra le fasi dell'innamoramento di
Medea: in Apollonio è colpa di Eros, mentre qui Giunone la induce a posare lo sguardo su Giasone
ma ciò che avviene dopo è una lotta tra istinti opposti nel suo animo. La maestria di Valerio
consiste nella gradualità con cui descrive gli stadi successivi dell'innamoramento, rendendo
l'immagine di un conflitto tutto interiore tra Amor e Pudor, anche se il poeta non riesce ad
unificare i diversi volti di Medea in un carattere coerente. Un tema presente in Valerio è la
problematizzazione della volontà degli dèi. Esemplare l'interrogazione patetica a Giove all'inizio
del III libro: perché il padre degli dèi ha permesso (in realtà ha voluto) che si scontrassero in armi
uomini che si erano lasciati da amici? C'è un Fatum che accieca gli uomini e li induce agli atti più
terribili. La figura retorica fondamentale nel poema è l'iperbato, sia nelle microstrutture sintattiche
che nella struttura complessiva dell'opera. Sul piano compositivo, infatti, Valerio interviene
sovente a spezzare la linearità del racconto, con cambiamenti di scena, sospensioni patetiche,
moltiplicazione dei punti di vista.

I Punica di Sillo Italico

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Tiberius Catius Asconius Silius Italicus è nominato da Plinio il Giovane, che dice che fu l'ultimo con-
sole nominato da Nerone nel 68 d.C. Dopo un proconsolato in Asia (77-78), si ritirò a vita privata in
Campania, dove maculam veteris industriae laudabili otio abluerat! Raggiunse i settantacinque
anni d'età circondato dalla stima di molti, che ascoltarono anche sue recitationes poetiche, e morì
tra il 101 e il 102. La sua figura è quella di un uomo politico di prestigio che si dedicò alla poesia
dopo il ritiro dalla vita pubblica, e che scribebat carmina maiore cura quam ingenio ( «con più
sollecitudine che ispirazione»). Scrisse la sua opera, i Punica ( «Le imprese puniche»), in età
avanzata, probabilmente a partire dall'88 d.C.. Rispetto a Stazio e Valerio Flacco, scrive un poema
di soggetto storico (II guerra punica). 17 libri, numero decisamente strano (anche se non privo di
precedenti ellenistici), in cui è stata vista la realizzazione imperfetta di un progetto originario di
diciotto libri, come negli Annales di Ennio. La trama:
 libri I-II: assedio di Sagunto, conclusosi con l'atto tragicamente eroico della morte
volontaria dei suoi abitanti, che riescono così a sfuggire al dominio cartaginese.
 libri III-V: attraversamento delle Alpi da parte di Annibale e le vittorie cartaginesi, del
Ticino, della Trebbia e del Trasimeno.
 libro VI: exernpla di eroismo che illustrano la virtus romana in un momento di estremo
pericolo.
 Al centro della seconda esade (libri VII-XII) è posta la gravissima sconfitta di Canne (libri IX-
X), seguita dalla prima significativa vittoria romana, la riconquista di Capua, guidata da
Claudio Marcello. A questa però fa da contraltare l'arrivo di Annibale sotto le mura di
Roma, da cui lo allontanano gli dèi (XlI, 686-752).
 La terza "esade" (in realtà una pentade, libri XIII-XVII) è dominata dalle figure di Scipione e
Claudio Marcello, con discesa agli inferi del primo. Conquista di Siracusa da parte di
Marcello, vittorie di Scipione in Spagna, di Claudio Nerone e Livio Salinatore al Metauro,
efinitiva vittoria di Scipione a Zama (libro XVII).
La scelta di un tema storico non porta Silio sulle tracce di Lucano, ma sull’apparato dell’Eneide, da
cui trae anche la giustificazione mitica (maledizione di Didone morente contro Enea e discendenti).
Lucano è però un modello, insieme a Nevio, Ennio e Omero. Ci sono naturalmente delle fonti
storiografiche: Tito Livio, Valerio Anziate. Le falsificazioni e le omissioni di dati storici non
mancano, e per lo più consistono in riduzioni e semplificazioni di episodi che lo storiografo narrava
nella loro complessità, e che Silio preferisce adattare ai moduli compositivi dell'epica (dopo un
quadro generale, Sillo si concentra sulle singole imprese eroiche). Sillo concilia secondo la visione
di Ennio/Nevio la storia e l’epica, amplificando l’eccezionalità di Lucano. Se Lucano trasceglieva
autonomamente il singolo dato storico e lo trasformava in simbolo, Silio adatta alcuni
fondamentali eventi bellici allo sche ma delle battaglie epiche. La scelta dell'argomento suscita
alcune considerazioni sullo sfondo etico-filosofico del poema, sostanzialmente stoico e per taluni
aspetti influenzato da Lucano. Giove vuole mettere alla prova con la guerra la virtù di un popolo
destinato a regnare sul mondo, ma che sembra essersi indebolito: Giove passa al filtro dello
stoicismo. Questo atteggiamento stoicizzante si innesta facilmente su una visione della storia
romana condivisa da storici come Sallustio e lo stesso Livio, secondo la quale la grandezza di Roma
è indissolubilmente legata alla sua capacità di vincere i nemici esterni esclusivamente grazie alla
virtus  esaltazione dei mores antiqui di Roma, nella quale però si è ormai esaurita ogni tensione
politica filo-repubblicana. Il paradosso di Silio sta nella sovrapposizione di una lettura etica
positiva, ottimistica, a una poetica influenzata dalla sensibilità dei contemporanei per le
manifestazioni del male (fato come ineluttabile o incarnato in personaggi terribili). Tuttavia, l'unico
personaggio che assuma la consistenza di un protagonista è Annibale, tratteggiato con caratteri di
forza e di malvagità che ricordano il Cesare di Lucano. Annibale è una sorta di anti-Enea: se Enea è
destinato a costruire le mura di Roma, Annibale è desideroso di abbatterle, e il motivo

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dell'inviolabilità dei moenia Romae percorre tutto il poema. Ma le sconfitte romane non si devono
solo ad Annibale o al piano di Giove: volta per volta Silio attribuisce la responsabilità a qualche
comandante romano, connotato dall'irrazionalità contro la razionalità di un altro, come
l'opposizione tra la folle violenza di G. Terenzio Varrone e la moderazione di Lucio Emilio Paolo
nella battaglia di Canne. Nel poema c’è uno spostamento del conflitto dall'esterno verso l'interno:
la battaglia tra Virtus e Voluptas nel petto di Scipione costituisce lo speculum interiore di uno
scontro cosmico tra le forze del Bene e quelle del Male  dominante etica nel progetto del
poema.
Strutturalmente importanti gli excursus, come quello sulla morte di Didone, raccontata ad
Annibale da Anna, sorella della regina cartaginese e ora ninfa laziale. Si nota 'abilità di Silio nel
riuso di arcaiche mitologie e nella rilettura del testo virgiliano attraverso la mediazione di Ovidio
(come l’episodio iniziale di Sagunto, che ha un’insolita cura compositiva). Ma per il resto il poeta
nella sua volontà di riprodurre tutte le situazioni topiche dell'epica partecipa della tendenza
all'accumulo enciclopedico che troviamo in un Plinio il Vecchio o in un Quintiliano.

MARZIALE
La vita e le opere
Di origine spagnola e di condizione sociale modesta, Marco Valerio Marziale nasce a Bìlbili tra il 38
e il 41 d.C. Intorno al 64 si trasferisce a Roma, e viene accolto nelle case di Seneca e di Lucano che
perde ben presto in seguito alla congiura di Pisone. Ha inizio per lui, da questo momento, la vita
convulsa e precaria del cliente (che dura 30anni). Solo nell'80, grazie alla pubblicazione e al
successo del Liber de spectaculis, Marziale raggiunge una certa notorietà come scrittore. Stringe
rapporti d'amicizia con Quintiliano, Giovenale, Plinio il Giovane e Sillo Italico. Migliora il suo livello
di vita, che continua però a restare subordinato ai favori dei protettori. Nel 98 decide di far ritorno
a Bibili: Plinio il Giovane gli regalò il denaro per il viaggio, e una ricca matrona sua ammiratrice un
podere. Ma a Bilbili non c'erano biblioteche, sale di recitazione, terme dove passare la giornata a
conversare: insoddisfatto, con il pensiero nostalgicamente rivolto alla grande città, muore tra il
101 e il 104.
Di Marziale ci sono giunti quindici libri di epigrammi: in tutto 1561 componimenti per quasi
diecimila versi (i primi 3 hanno titolo autonomo: Liber de Spectaculis, Xenia, Apophoreta, gli altri
sono numerati). Il Liber de spectaculis (30 epigrammi in distici elegiaci, ma forse era più ampio) fu
pubblicato nell'80 per l'inaugurazione dell'anfiteatro Flavio (=Colosseo). I primi tre carmi esaltano
la grandiosità e la bellezza del Colosseo che sopravanza le prodigiose piramidi e le mura di
Babilonia. Ci sono versi celebrativi: di fronte a Tito si inginocchia anche un elefante  carattere
scenografico e visivo della poesia di Marziale, tesa ad abbagliare il lettore con effetti speciali. Il
poeta ordina i materiali in modo da «maravigliare» il lettore, sorprendendolo con imprevedibili
accostamenti e ingegnose pointes epigrammatiche. Xenia e Apophoreta furono pubblicati nell’84 o
85:
 Xenia significa «doni ospitali», ovvero cibi e bevande o oggetti conviviali (dati agli amici
insieme a un biglietto augurale durante i Saturnalia). 127 epigrammi: a parte i primi tre, di
carattere proemiale, sono tutti composti di un solo distico e recano un titolo. La tendenza è
quella di accorpare tutti gli xenia dedicati a un singolo prodotto (106-125 dedicati ai vini).
 Apophoreta (da apophéro, «porto via») erano invece i doni estratti a sorte nei banchetti e
«portati» a casa. 223 epigrammi, anch'essi tutti composti di un solo distico con l'eccezione
dei primi due, che svolgono funzione di proemio. Doni più vari e preziosi (coppe d’oro,
tavole da gioco, sciarpe, mantelli). Spesso a doni ricchi si accompagnano doni poveri, con

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accostamenti giocosi intonati al clima del convito, che è la cornice entro la quale tali
epigrammi vanno collocati.
Marziale rivela in questi due libri la sua originale attenzione per il mondo concreto e
lussureggiante degli oggetti e l'inesauribile ricchezza dell'invenzione linguistica. La materia,
ricchissima benché spesso ripetitiva, comprende carmi di vario genere (dall’autobiografia al
simposio, dal funerario al satirico e comico-realistico). C’è quasi sempre un testo proemiale in cui
Marziale parla di sé e della sua poesia. Predominano il distico elegiaco e l'endecasillabo falecio, ma
non mancano trimetri giambici e alcuni componimenti in esametri.

La poetica
L'opera di Marziale è vasta e varia per temi e metri adottati. La voce del poeta unifica questa
materia così varia e colorata. Gli uomini che dipinge Marziale sono quelli che si possono incontrare
ogni giorno in vari luoghi (terme, foro, biblioteche, sale di lettura). Anche i suoi obiettivi polemici
sono chiari e precisi: distacco dall’epos mitologico e dalla tragedia. Sente la mitologia come
evasione in cui gli uomini non si riconoscono più  Marziale vuole avere il «sapore» dell'uomo,
ritrarre la vita in tutti i suoi aspetti. La verità non si trova più nelle terre lontane del mito ma per le
strade affollate di Roma. Marziale segue una tradizione che si era aperta con Lucilio ed era
proseguita con Catullo, che per primo aveva definito la propria poesia con termini quali nugae,
iocus, lusus, gli stessi a cui ricorre frequentemente Marziale  poesia leggera, perché la
leggerezza è la vera serietà di un poeta contemporaneo (la poesia mitologica è frivola ed evasiva).
Con Marziale si affaccia una nuova figura di poeta, che vincola la propria poesia a uno
sfruttamento sistematico delle occasioni mondane e concentra tutte le proprie attese di gloria
poetica sulla risposta immediata del pubblico. Committente-giudice più ambito è il princeps,
Domiziano in particolare, costantemente lodato (meno fortuna avranno le lodi a Nerva e Traiano)
 desiderio di trovare un Mecenate, che si infrange contro la dura realtà di una dinastia, quella
dei Flavi, solo parzialmente interessata alla poesia e alle arti. Due filoni della poesia di Marziale:
 Versi celebrativi, legati ad occasioni pubbliche ( Liber de Spectaculis).
 Versi d'intrattenimento, indirizzati agli amici o ai potenti patroni e letti nei conviti, teatri o
salotti (Xenia e Apophoreta).
Sono filoni interattivi: il Liber de spectaculis si propone come un omaggio a Tito, ma anche come
un libretto mondano che prolunga l'eco di un evento pubblico nella cerchia dei lettori. La
rappresentazione crudamente realistica e spregiudicata del formicolante, degradato mondo
cittadino è giustificata dall'autore con il peculiare carattere giocoso e liberatorio del genere
epigrammatico: una sorta di zona franca, di carnevalesca sospensione delle regole (simile ai
Saturnalia, Floralia, Carmina Triumphalia)  svelamento del reale, gli Epigrammi sono un grande
affresco, libero e lucidissimo, della società imperiale romana.

Aspetti della poesia di Marziale


Numerosi e vari i temi di cui parla Marziale. In una prima serie di epigrammi il poeta parla di sé:
dichiarazioni di poetica e confessioni autobiografiche che riguardano la sua vita quotidiana di
cliente non povero ma sempre sul punto di diventarlo. Contrasto condizione reale-desiderio di
otium stabile = contrasto città e campagna. La campagna di Marziale non assume mai i riflessi
idillici, né il significato morale, che si ritrovano in Virgilio o in Orazio, ma rappresenta per lui solo
un luogo di svago e di riposo (poeta di città = Ovidio). Tutta la sua poesia è segnata dai valori
materiali (mondo di cose che si possono toccare, possedere). Sente la povertà come miseria
morale  sbiadimento dei valori romani di sobrietà e misura di fronte ai cataloghi di oggetti che
Marziale fa in ogni libro. Il tema del giusto mezzo, raro, si configura come un topos di derivazione
puramente letteraria.

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La seconda serie degli epigrammi, più ampia, è rivolta invece a descrivere ambienti, personaggi,
figure, oggetti, cose  personaggi di vario genere, per lo più sordidi e degradati (medici che
uccidono, prostitute, mariti impotenti, impostori, cacciatori di dote e testamenti, matrone
infedeli). Ci mostra una Roma cinica e levantina, priva di virtù, amante dei piaceri e dei vizi.
Marziale descrive questo mondo che sembra privo di spiritualità e idealità né con tono moralistico,
né con la volontà di denunciare mali o vizi  assenza di prospettiva pedagogica, sguardo del
collezionista curioso.

La tecnica e lo stile
Brevità, concisione, arguzia erano i caratteri essenziali dell'epigramma ellenistico, che Marziale
sfrutta con originalità potenziando concretezza ed effetto sorpresa. Epigramma diviso in due parti:
 Momento descrittivo  attesa nel lettore.
 scatto conclusivo, che risolve il primo momento con un'arguzia ingegnosa. La chiusa è
costruita secondo il procedimento dell' Aprosdòketon, elemento inatteso con funzione
liberatoria che getta nuova luce sulla fase precedente volgendola a un esito paradossale.
Data la destinazione dell'epigramma (poesia di consumo legata alle recitationes, ai conviti) il poeta
concentra l'attenzione sulla parte finale del componimento e sceglie gli avvenimenti solo se ne può
ricavare delle battute taglienti. La poesia di Marziale è un gioco dell'intelligenza e della meraviglia:
anche là dove sembra cercare l’emozione (raro) il poeta è già volto verso la pointe sentenziosa,
che sappia strappare l’applauso.
Il poeta vuole ammaliare i suoi lettori-ascoltatori con incalzanti cataloghi di cose, ora sordide ora
preziose  accumulazione enumerative, con effetti di icastica potenza rappresentativa e insieme
di grottesca deformazione. Marziale coltiva un ideale stilistico di naturalezza e di semplicità, con
insistente polemica contro l'artificio linguistico. Modello prediletto è il Catullo delle nugae e degli
epigrammata, che per natura chiedono una scrittura cruda e scabra che non rinunci ad esplorare
alcun livello linguistico: termini osceni, volgari, ma anche grecismi, tecnicismi, termini infantili.
Banditi gli arcaicismi se non in funzione parodistica. Gamma varia e articolata di registri stilistici:
leganti e manierati quelli di carattere celebrativo, sobri e composti quelli di argomento
autobiografico e familiare.I n tutti i casi, non viene mai meno la finezza letteraria, il culto della
pagina limata ad arte e innervata di frequenti citazioni.

GIOVENALE

La vita
Decimo Giunio Giovenale, di cui sappiamo pochissimo, nacque ad Aquino (ipotesi anche di origini
spagnole, africane o galliche) tra il 50 e il 60 d.C. Come dice Marziale ma come ci dice anche lui
stesso, viveva in una situazione economica precaria (parla spesso della condizione del cliente, che
passa da un patronus all’altro). Marziale, comunque, non fa alcun cenno all'attività letteraria di
Giovenale anche se lo presenta come suo caro amico (forse perché si dedicò all’attività poetica
solo in età matura). La morte è sicuramente successiva al 127 d.C. Possiamo collocare la redazione
delle Satire tra il 100 e il 127 d.C.: 16 componimenti in 5 libri.

La poetica dell’Indignatio
La satira I è un esplicito programma di poetica, in cui polemizza contro le recitationes di poeti
epici, drammatici ed elegiaci su soggetti lontanissimi dalla realtà e presenta la sua opera come una
sorta di rivincita (topos satirico dell’Inadeguatezza verso i generi poetici alti). Il modello è Lucilio. Il
poeta non si presenta nella sua veste autobiografica, come Orazio, ma come una "Anonimo
Romano" difensore della sensibilità morale offesa. La satira istituzionalmente metteva alla berlina i

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difetti degli uomini, ma non le era estraneo nemmeno il momento positivo dell'ammaestramento
morale, e nella satira oraziana dominava l'indulgenza verso un'umanità imperfetta nella quale,
autoironicamente, si inseriva lo stesso poeta. Tuttavia, Giovenale seleziona soltanto la parte
negativa della realtà, che interpreta alla luce del vizio, e sostiene la legittimità del suo punto di
vista come l'unico aderente alla realtà stessa. Esibisce continuamente il filtro interpretativo della
sua ira. Ciò lo induce a un atteggiamento declamatorio non dissimile da quello dei poeti delle
recitationes, e a una deformazione della realtà opposta e complementare rispetto alla stucchevole
nobilitazione che essa riceveva attraverso l'apparato mitologico. Va detto che Giovenale fa
continuamente riferimento a personaggi ed eventi del passato, soprattutto dei regni di Domiziano
e di Nerone. Non vuol dire che non voglia criticare Traiano e Adriano, ma si limita a denigrare i
morti per evitare ritorsioni da parte dei vivi, tanto più pericolose quando si colpisce il potere
imperiale  polemica implicita. All'inizio della satira VII Giovenale sembra rivolgere un elogio
all'imperatore (probabilmente Adriano) per la rinascita degli studia sotto la sua protezione, ma in
realtà tutta la satira è una giaculatoria sulla triste condizione dei letterati: non è escluso che
nell'elogio ci sia una certa ironia. Ciò che è certo è che alla base della sua Indignatio ci sia la dura
esperienza del regno di Domiziano in una società corrotta di cui lui trovava figure fortemente
rappresentative e universalmente note negli anni in cui a Roma dominavano imperatori come
Nerone e Domiziano.
È consuetudine individuare una frattura tra una prima e una seconda maniera del poeta:
 pathos violento dell’indignatio
 Fase più riflessiva e distaccata, che si apre con la satira X (nuovo manifesto
programmatico). Sembra ora più attento alla dimensione individuale della vita, cui
facevano appello le filosofie consolatorie nate in epoca ellenistica (stoicismo, cinismo,
epicureismo). Anche il suo sguardo si allarga, nel tempo e nello spazio, al di fuori della vita
contemporanea di Roma.
Oggi si tende a ridimensionare lo scarto tra le due fasi della poetica giovenaliana: la struttura, la
tecnica compositiva, i procedimenti argomentativi sono assai simili a quelli delle satire precedenti,
e alla base vi è un'identica necessità di persuadere il lettore della propria verità. Nel medesimo
quadro retorico va anche inteso il riferimento alla poesia tragica nella satira VI: tiene a
caratterizzare subito la sua poesia come veritiera, di contro alle invenzioni del mito, il cui ricordo
serve a far risaltare per contrasto l'imperdonabile meschinità dei tempi moderni.

Aspetti delle Satire di Giovenale


Le Satire non si possono riassumere bene, ma se ne possono indicare gli argomenti fondamentali:
 Libro I: alternanza tra denuncia delle difficoltà della vita del cliens onesto e le accuse contro
una nobiltà inetta e degenerata.
 libro II: costituito dalla sola sesta satira, che coi suoi quasi settecento versi è il più lungo
componimento satirico latino  satira misogina, dissuade Postumo dallo sposarsi.
 Libro III: misere condizioni dei letterati e di tutti gli intellettuali, ancora denuncia della
nobiltà (privilegio del casato non corrisponde alla virtus), satira IX è un dialogo con Nevolo
che lamenta l’ingratitudine del patronus.
 Libro IV: stoltezza delle preghiere che gli uomini rivolgono agli dèi (Satira X); esaltazione
della sobrietà contro gli eccessi delle tavole romane.
 Libro V di difficile coesione strutturale: esortazione di Calvino a non desiderare vendetta
contro chi gli ha sottratto un deposito in denaro; cattiva educazione impartita ai figli dai
padri viziosi e quello dell' avaritia indotta dall’esempio dei padri. Polemiche contro privilegi
della vita militare.
I temi sono comunque ricorrenti in tutte le satire, accanto all’argomento principale:

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 contrasto tra realtà e apparenza (uomini che si vendono come virtuosi ma sono viziosi).
 Ipocrisia individuale che ha riflessi sul piano sociale.
 Odio contro i Greci (Graeculi) per la loro pretesa capacità di fingere e travestirsi.
 Divitiae come radice di tutti i mali (tema non nuovo ma ossessivo in Giovenale) che porta a
mistificazione della realtà, che sovverte ogni giudizio morale. Roma è la sede del lusso e
della depravazione  astio del cliens defraudato di ogni suo diritto.
 Declino morale della società romana e, per estensione, dell’intero genere umano. Fa da
contraltare l’età dell’oro, anche se il regno di Saturno è lungi dall'esere un'epoca di felicità
e abbondanza, ed è una sorta di età delle caverne. Mitizzazione delle origini, che coinvolge
anche e soprattutto la donna.
Questo pessimismo "storico" riconduce il poeta nell'alveo del moralismo storiografico romano, da
Sallustio al contemporaneo Tacito. Ma in lui la tendenza al vizio è così radicata nell’umanità che lui
finisce per vedere negli stessi dèi della tradizione quasi delle ipostasi della decadenza e della
viziosità umana. Non c'è quindi alcun sicuro punto di riferimento positivo, se non un generico
passatismo nostalgico.

Lingua e stile
Generalmente ammirato per le sue doti stilistiche, Giovenale è stato biasimato per l'incapacità di
dare alle sue poesie, piuttosto lunghe, una solida struttura formale. Giovenale eccelle soprattutto
in due campi: l'evidenza icastica della rappresentazione e la straordinaria condensazione
espressiva di molte sententiae. Forte dovette essere l'influenza dell'epigramma di Marziale. Una
tecnica particolarmente interessante consiste nel riferire verbi che indicano azioni umane a oggetti
inanimati: oltre a scorciare l'espressione, con esiti spes so felici, essa evoca l'immagine di un
mondo disumanizzato. Il linguaggio poetico di Giovenale è strettamente legato alla sua poetica di
smascheramento e demistificazione: le contraddizioni della realtà emergono dallo stridente
contrasto tra termini aulici e volgarismi, o dall'uso di parole adatte a contesti alti per situazioni
"basse", a volte ripugnanti (Messalina è meretrix Augusta; voracità di Domiziano esaltata dal
contrasto tra gluttire (volgarismo) e induperator (solenne arcaismo). Nomi e situazioni tolti
dall'epica o dalla tragedia sono talvolta impiegati in funzione parodistica, ma per lo più marcano la
distanza tra la nobiltà del mito, rappresentato sulla scena tragica, e la miseria della realtà.
Giovenale evita per lo più la terminologia oscena e preferisce ricorrere a perifrasi, a volte
fantasiose, che accentuano la carica "espressionistica" del suo linguaggio.

PLINIO IL GIOVANE

La vita e le opere
Gaius ( o Lucius) Caecilius Secundus nacque a Como nel 61 o 62 d.C. Assunse il nome Plinius dallo
zio materno Gaio Plinio Secondo, che lo adottò formalmente per via testamentaria. Dopo i primi
studi comaschi si trasferì a Roma, dove ebbe tra i maestri anche Quintiliano. Approfittò della
favorevole posizione sociale e di conoscenze influenti per intraprendere una carriera politica che
attraversa i regni di Domiziano, Nerva e Traiano, dal tribunato militare in Siria (probabilmente
nell'81), alla questura (89 o 90), alla pretura (93), al consolato (100) alla carica di legatus Augusti
pro praetore consulari potestate in Ponto e Bitinia (probabilmente 110-113). Morì o in Bitinia o
subito dopo il ritorno a Roma. Fu anche avvocato, sostenendo cause contro proconsoli disonesti
come Bebio Massa e Cecilio Classico. Grande amico di Tacito. Di queste sue varie attività è Plinio
stesso ad informarci, nelle 247 lettere raccolte nei libri I-IX delle Epistole, scritte a partire dal 96 e
pubblicate tra il 105 e il 110. Carattere completamente diverso hanno le 121 lettere del libro X,

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corrispondenza ufficiale tra Plinio e Traiano, pubblicata dopo la morte dell'autore. Curiosamente
abbiamo solo un’orazione, il Panegirico di Traiano.

Il Panegirico di Traiano
Plinio non definisce mai quest'opera Panegyricus, ma gratiarum actio (ringraziamento dei consoli
all’entrata in carica, prima rivolta agli dei ma in età imperiale diviene omaggio all’imperatore).
L'interesse del Panegirico è duplice:
 Letterario (unico esempio dell'oratoria latina nei due secoli successivi alla morte di
Cicerone)
 Storico (unica fonte sui primi anni di Traiano)  va trattato con cautela, visto l’intento
encomiastico e la selezione di solamente alcuni episodi del principato traianeo.
Il tema centrale è quello del rapporto tra principe e senatori: Traiano, rispettando le tradizioni
senatorie più di quanto avessero fatto i suoi predecessori, rende possibile nel suo principato la
libertas come obsequium  domina la figura dell’antitesi (libertas del presente traianeo vs
necessitas del passato tirannico di Domiziano). Naturalmente questa libertà nasce dall'iniziativa
unilaterale del princeps, e allora Plinio si muove tra la lode del presente e il blando ammonimento
per il futuro: discorso che era finalizzato a persuadere piuttosto che ad adulare (modello: De
Clementia, Seneca). Quali fossero le difficoltà che si presentavano a Plinio nella stesura dell'orazio-
ne ce lo dice egli stesso nell'epistola III, 13. Si trattava di incatenare l'interesse del lettore
attraverso gli artifici formali, poiché la materia era già conosciuta: a questo scopo Plinio si affida
alla varietas come escursione stilistica tra passi più elevati (elata et excelsa) e momenti di
allentamento della tensione espressiva. Sul piano della varietas, peraltro, l'opera di Plinio non può
certo dirsi riuscita: quasi tutti gli studiosi ne biasimano la monotonia e l'eccessiva lunghezza. Divisi
sullo stile: alcuni lo vedono come esempio di oratoria asiana, mentre altri hanno rilevato una
sostanziale coerenza con l'insegnamento di Quintiliano.

L’Epistolario
247 lettere di tre tipi fondamentali:
 motivazioni pratiche (raccomandazioni di amici, lettere + regali, accettazione di incarichi)
 reale corrispondenza.
 relazioni sociali: dai messaggi di cortesia alle riflessioni morali e letterarie, più ampie ed
elaborate.
 lettere corrispondenti agli excursus codificati dalla retorica quintilianea (fatti storici, eventi
straordinari)  molte hanno origine letteraria.
Le più celebri epistole pliniane a carattere "narrativo" sono quelle indirizzate a Tacito sulla morte
di Plinio il Vecchio, che hanno immagini contrapposte, senza commenti o anticipazioni che
spezzino il racconto. Altre lettere vedono l’apparizione di fantasmi al filosofo Artemidoro (VII, 27),
la cupa morte della vestale Massima Cornelia, che Domiziano fece seppellire viva (IV, 11). Queste
lettere, pur all'interno degli schemi retorici, non mancano di freschezza e limpidezza descrittiva.
Tra le lettere di maggiore impegno riflessivo, particolarmente interessanti sono quelle dedicate a
discussioni letterarie, che inseriscono Plinio nel vivo del dibattito culturale del suo tempo, e che
permettono di osservare l’evoluzione delle sue idee su letteratura e cultura, con direttrici
fondamentali:
 maggiore consapevolezza dell'autonomia degli studia rispetto ai facta politici e ai doveri
sociali. Il lavoro letterario passa insensibilmente dallo statuto di otium a quello di negotium
alternativo a un'attività pubblica sempre più vuota di attrattive.
 maggiore considerazione dell'oratio come opera scritta rispetto all'actio come
declamazione.

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 esaltazione dell'ingenium individuale rispetto alla precettistica retorica dei generi (si ricordi
il lucido giudizio su Silio Italico, che scriveva maiore cura quam ingenio).
Il libro X ha carattere particolare, in quanto ci sono le lettere che Plinio scrisse a Traiano dapprima
come senatore (X, 1-14), poi come governatore della Bitinia (X, 15-121) con anche le risposte del
principe. Plinio cerca con zelo di rimettere in ordine una provincia disastrata, e Traiano si è affidato
alla sua solerzia per rafforzare la sua autorità. Tra queste lettere emergono poi quelle sul problema
politico-giudiziario rappresentato dai cristiani. Plinio (che biasima il cristianesimo) è esitante
sull'opportunità di condannare a morte persone d'ogni sesso ed età. Traiano lo invita a proseguire
nella condotta intrapresa: non dare la caccia ai cristiani, ma interrogare le persone denunciate, e
condannare solo chi non rinnega la propria fede. Lo stile delle lettere non è quello ornato e
abbondante dell’oratoria. Ma comunque, l'operazione letteraria di Plinio fa dell'epistolografia un
genere aperto, disponibile alle più diverse modalità espressive. Le lettere dei primi 9 libri sono
ufficiali e domina uno stile cancelleresco e ipotattico (mentre Plinio di norma predilige la
paratassi). In questi libri distinguiamo lettere narrative e descrittive (con nitore espressivo) e
lettere brevi, in cui l'espressione dei sentimenti e dei concetti è spesso complicata (a volte con esiti
felici) da giochi verbali e dal caratteristico dire sentenzioso. Nel complesso, qui si notano davvero
varietas e proprzione tra res e verba. I modelli sono Cicerone (legami affettivi), i Sermones e
l’epistolario filosofico di Seneca (concentrazione su un solo tema e per insistenza su motivi morali),
Marziale (attenzione alla società contemporanea e sententiae finali), Silvae di Stazio (legame con
la retorica).
L'Epistolario contiene anche informazioni sull'attività poetica di Plinio: nell'epistola VII, 4 egli
ricorda con distacco ironico di aver scritto una tragedia a quattordici anni, e di aver ricominciato a
scrivere versi molto tempo dopo, leggendo un epigramma attribuito a Cicerone  attività che
nasce come lusus.

TACITO

La vita e le opere
Cornelio Tacito era probabilmente originario delle Gallie, regione dove appaiono diffusi sia il
nomen dello scrittore, Cornelius, sia il cognomen Tacitus. La data di nascita è stata collocata
intorno agli anni 55-57 (Plinio il Giovane). La famiglia era certo agiata e ben introdotta nella vita
della capitale, come documentano l'amicizia con Plinio il Giovane e soprattutto le nozze, nel 78,
con la figlia di Giulio Agricola, uno degli uomini più in vista del tempo che gli consentono di iniziare
il cursus honorum ed entrare nel Senato romano. Fu questore sotto Vespasiano, edile o tribuno
sotto Domiziano, pretore e membro del collegio sacerdotale dei quindecemviri. Durante gli ultimi
anni di Domiziano si ritirò dall'attività pubblica, che riprese solo nel 97 (o 98), quando fu consul
suffectus sotto Nerva. Dei suoi ultimi anni non abbiamo notizie: ma un passo degli Annales (II, 61,
2), in cui si dice che ora l'impero si estende fino al Golfo Persico, allude molto probabilmente alle
nuove conquiste di Traiano in Mesopotamia (115 d.C.): si pensa dunque che Tacito sia morto dopo
il 117, all'inizio del regno di Adriano.
Tacito è autore di:
 due brevi monografie (Agricola e Germania) pubblicate entrambe nel 98;
 due vaste opere annalistiche (Historiae; Annales), mutile, narranti il periodo da Augusto a
Domiziano.
 Mancano le orazioni, ma abbiamo il Dialogus de oratoribus che parla dell’oratoria e della
sua decadenza (ancora oggi si discute se sia sua).

Il Dialogus de oratoribus

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Opera di cui oggi si è quasi ceerti sia sua, ma ancora è in forte discussione la data. È un dialogo di
stampo filosofico e retorico ciceroniano, che si svolge nella casa di Curiazio Materno sotto il
principatodi Vespasiano. Interlocutori sono Materno, Marco Apro, Giulio Secondo e Vipstano
Messalla. Apro rimprovera Materno di tralasciare l'attività più nobile, cioè l'eloquenza, di cui tesse
un altissimo elogio, per dedicarsi alla poesia, che fra gli altri svantaggi presenta quello di
costringere i suoi cultori ad una vita solitaria e appartata. Materno replica con un elogio della
poesia, unica che favorisce la vera libertà dello spirito e concede di trascorrere un'esistenza
serena. Sopraggiunge Messalla, che sposta la questione sulle cause dell'attuale decadenza
dell'oratoria. Apro nega che l'eloquenza moderna, più raffinata e brillante, sia inferiore a quella
degli antichi. Messalla afferma invece la superiorità degli oratori del passato, additando le cause
dell'involuzione nell'abbandono dei sistemi educativi di un tempo e nell'incompetenza dei maestri.
I giovani, che allora facevano pratica nei tribunali e nel foro, ormai si esercitano soltanto in
dibattimenti fittizi, nel chiuso delle scuole di retorica.
Dopo una lacuna ipotizzata come molto estesa, Segue l'intervento conclusivo di Curiazio Materno,
il quale individua le vere cause, a suo dire politiche e morali o tecniche, della scomparsa della
grande eloquenza, che può esistere solo in tempi di libertà politica, la quale è causa
inevitabilmente di disordine e discordie civili. In uno stato tranquillo e bene ordinato, garantito
solo dal principato, i cittadini godono i vantaggi della pace: ma la fiamma dell'eloquenza non può
far altro che spegnersi, per mancanza di alimento. Curiazio Materno = Tacito. L'autore accetta la
realtà del principato, riconoscendone l'inevitabilità di fronte alla degenerazione dell'antica libertas
in licentia, ma non nasconde la sua profonda ammirazione per gli uomini, le tradizioni e i valori
spirituali della libera repubblica (passato che non potrà mai ritornare). Viva e attuale appare
l'esigenza di trovare un equilibrio fra gli antichi mores e le nuove forme del potere: tema
privilegiato e costante della riflessione storiografica tacitiana.

Agricola
Fu forse concluso nel 97, negli ultimi mesi dell’Impero di Nerva, e pubblicato nel 98. Dopo un
proemio di capitale importanza, l'autore origini e carriera del protagonista Giulio Agricola fino al
momento in cui, trascorso l'anno del consolato, egli assume la carica di governatore della Britannia
(78 d.C.). Excursus a carattere geografico ed etnografìco sull'isola cui segue una ricostruzione per
sommi capi della conquista e della dominazione romana in quella regione. La parte centrale e più
cospicua dell'opera è dedicata all'attività di Agricola durante i sette anni della sua permanenza in
Britannia (provvedimenti amministrativi, operazioni militari che portano a nuovi territori
[particolare rilievo ha lo scontro con i Calèdoni]). Ad interrompere l'opera di Agricola viene il
richiamo del princeps Domiziano, invidioso dei successi del suo generale. Di ritorno nella capitale,
il protagonista si ritira a vita privata e rinuncia al proconsolato d'Asia cui pure aveva diritto. La
morte, prematura quanto sospetta, lo coglie infine, nell'agosto del 93. L'epilogo esalta le sue virtù
esemplari. l'Agricola non si lascia facilmente inquadrare entro gli schemi di un unico genere
letterario: per alcuni è una biografia encomiastica, per altri una laudatio funebris, per altri un
libello politico. Ci sono tratti tipici dell’orazione (esordio ed epilogo, strutturato come una
commemorazione del defunto. Non meno evidente è l'appartenenza dell'Agricola al genere
biografico (ci sono luogo di nascita, origini familiari, formazione, gesta, morte). Può essere anche
considerato un pamphlet politico: Agricola è uno di quegli uomini che operarono durante il
principato di Domiziano e che seppero meritare, in un'epoca oscura, di essere ricordati per la loro
intatta virtù  riflessione sul presente di Roma, denuncia dei crimini di Domiziano ed elogio a
Nerva e Traiano. Nella pluralità dei modelli, l' unità del libretto è assicurata dallo sguardo teso
dell'autore, dalla complessità del suo pensiero politico, dalla forza sentenzio sa e drammatica della
narrazione. Tacito elogia Agricola, e così vuole indicare un modello di comportamento politico. Pur

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vivendo in un'epoca difficile, in cui la monarchia divenne tirannide, Agricola non si era sottratto ai
suoi doveri, continuando a servire lo Stato romano finché gli era stato possibile: i valori della
civitas restano il fine più alto dell'attività umana; il singolo individuo deve subordinare i propri
interessi a quelli della res publica.

La Germania
Breve monografia di argomento geo-etnografico. Si divide in due parti:
 Aspetti comuni a tutte le tribù germaniche (preceduto da un cenno alla geografia della
regione), con origini, prodotti del suolo, usi, credenze, costumi.
 Caratteristiche particolari delle singole popolazioni germaniche, a partire dal Reno fino a
oriente, al Baltico, alle regioni finniche e sarmatiche (circa 70 popoli). La conclusione
accenna a genti ancora più remote, di cui non parla perché è materia favolosa e non
accertata.
Le fonti sono Cesare (De Bello Gallico, unica che lui nomina), forse opere perdute di Sallustio e
Livio, Cremuzio Cordo, Fenestella, Plinio il Vecchio (20 libri su tutte le guerre Roma-Germani. Per le
genti dell'Europa meridionale la Germania era rimasta a lungo un paese favoloso e remoto, visione
rafforzata dai racconti di Phyteas di Marsiglia (345 a.C.) che parlava di mostruosi animali e uomini
giganteschi e fortissimi. Il primo contatto di Roma con le popolazioni germaniche avvenne alla fine
del II secolo a.C. (Cimbri e Teutoni fermati da Mario, poi gli Svevi di Ariovisto nel I a.C. fermati da
Cesare in Gallia). Il Reno appariva come il confine naturale tra mondo civile e barbarie, anche se
per oltre mezzo secolo Roma tentò di varcarlo e di stabilire il proprio dominio sopra i territori
germanici (Conquiste di Druso tra Reno ed Elba; Tiberio consolida alcune conquiste)  disfatta di
Teutoburgo (9 d.C.), sterminio delle legioni di Varo da parte dei Germani di Arminio  politica
difensiva per consolidare i confini. Tutti erano consapevoli del pericolo rappresentato dai Germani
(mentre Tacito scrive, Traiano è da 5 anni sui confini come legato della Germania superiore e
anche una volta eletto imperatore aspetta prima di tornare a Roma per rafforzare le comunicazioni
con le frontiere del Reno). Tacito è sicuramente affascinato da loro: i Germani sono descritti come
guerrieri forti e intrepidi che disdegnano il lusso, vivono sobriamente, non temono alcun pericolo,
fieri e vigorosi sia fisicamente che moralmente (anche le donne, che non ricevono in dote vesti
lussuose ma vuoi e cavalli)  continuo confronto con Roma, indiretto e allusivo (Germani integri-
Romani corrotti; Germani liberi-Romani privi di dignità civile e politica). Ecco perché sono una
pericolosa minaccia per l’Impero, e Tacito si lascia a una desolata riflessione sulle lunghe e
devastanti guerre che oppongono Roma e la Germania da secoli: sono ardui da sottomettere per
via, secondo l’autore, del loro orgoglioso amore per la libertas  la virtus di un popolo è
indivisibile dalla sua libertà. Confronto particolarmente evidente nel cap. 25 dell'opera, dove si
tratta della condizione degli schiavi nella società germanica: i liberti sono poche e raramente
influenti (allusione all’Impero, dove i liberti avevano a lungo spadroneggiato a corte). L'autore non
si astiene peraltro dall'evidenziare i caratteri negativi dei Germani, la loro sudicia indolenza, la
crudeltà, la rissosità, l'ubriachezza, l'inettitudine alle attività che non siano guerresche: Tacito
annota le debolezze dei Germani sperando che proprio da esse possa derivare la salvezza per
Roma, altrimenti destinata a perire sotto l'impeto delle acerrime e fiere tribù germaniche.

Le Historiae e gli Annales


Nell’Agricola Tacito aveva annunciato di volersi occupare degli anni di Nerva e Traiano, ma quando
si dedica al progetto rinuncia e si ritrova a parlare ancora del passato (sia nelle Historiae, concluse
nel 110, sia negli Annales). Per quel che sappiamo, Tacito non si accinse mai a narrare di quell'età
che più volte aveva definita «felice» (Nerva e Traiano). Forse, dopo le prime speranze, registrate
nell'Agricola e nelle Historiae, l'autore si era reso conto di come fosse puramente formale il

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ripristino della libertas assicurato da Traiano: il senato continuava di fatto a restare emarginato dal
governo dello Stato, o forse ne parla attraverso il passato (pare che alcuni eventi del principato di
Tiberio siano allusioni a fatti dei primi anni di Adriano).
Sia le Historiae sia gli Annales ci sono giunti ampiamente incompleti:
 Libri I-IV e primi 26 capitoli del V delle Historiae (+ pochi altri frammenti)  dal 69
all’assedio di Gerusalemme. Composte tra il 100 e il 110. Forse i libri erano 12 o 14.
 Libri I-IV e XII-XV, parte dei libri V-VI, Xi, XVI degli Annales. Persi sono i libri dal VII al X
(Caligola e primi anni di Claudio; i fatti su Nerone si fermano al 66). Composti dal 111. Forse
i libri erano 18 o 16.
Le Historiae si aprono con un ampio proemio: dopo aver esposto l'argomento dell'opera e le
ragioni che lo hanno indotto a scrivere, l'autore illustra la situazione di Roma al I gennaio 69. Inizia
con il breve regno di Galba, proclamato imperatore dalle legioni di Spagna subito dopo la morte di
Nerone, nel giugno del 68. Un episodio di rilievo è quello dell'adozione di Pisone Liciniano da parte
dell'anziano principe, che in tale occasione enuncia il criterio della "scelta del migliore'' per
regolare la successione imperiale. Galba viene assassinato e Otone eletto a suo posto dai
pretoriani; contemporaneamente, in Germania le legioni proclamano imperatore Vitellio.
I libri II e III sono occupati dalle lotte dapprima fra Otone e Vitellio, poi, dopo la sconfitta e il
suicidio di Otone, fra Vitellio e Vespasiano, acclamato a sua imperatore dalle legioni d'Oriente 
scontro tra flaviani e vitelliani, con vittoria dei primi e Vitellio trucidato. Nel IV libro campeggiano
le terribili scene del saccheggio di Roma ad opera dei flaviani; intanto in Gallia e in Germania si
accendono focolai di rivolta contro Vespasiano. Ciò che rimane del libro V parla dell’assedio di
Gerusalemme posto da Tito, ed excursus sulla Giudea e popolo ebraico.

Gli Annales hanno inizio con un breve riepilogo della storia di Roma dalle origini fino alla
conclusione delle guerre civili e all'ascesa al potere di Augusto. Poi, rassegna dei giulio-claudi:
 Primi 6 libri: cupa e ambigua figura di Tiberio, inziale conservatore dell’ordine augusteo che
diviene, fra intrighi, congiure e delitti, un despota crudele e tirannico. Tacito prima gli
oppone la figura di Germanico (impegnato in Germania e in Oriente, dove morrà
assassinato), poi gli oppone il subdolo Seiano. A fare da sfondo il servilismo dei senatori e
l’indifferenza della plebe.
 Il racconto riprende, dopo la vasta lacuna, nell'anno 47, settimo del principato di Claudio.
L'imperatore è raffigurato come un debole, succube delle mogli, Messalina e poi Agrippina,
che si sbarazza di lui col veleno dopo averlo indotto a designare erede Nerone.
 Con il libro XIII inizia la parte conclusiva degli Annales, dedicata al principato di Nerone,
descritto come egocentrico e dispotico, preda di pulsioni incontrollabili che lo macchiano di
orrendi delitti  qui le pagine più celebri di tutta l’opera tacitiana (incendio di Roma,
matricidio, morte di Seneca, ritratto di Petronio). Anche qui Tacito distingue un periodo
iniziale in cui l’indole malvagia è tenuta a freno da Seneca e Burro, e un periodo successivo
che porta al periodo più triste del principato. Il racconto si conclude con la repressione dei
congiurati, e in particolare nell’episodio della morte eroica di Trasea Peto.
Varie le fonti: letteratura storica precedente (Aufidio Basso, Plinio il Vecchio), documenti ufficiali,
memorie private (quelle di Agrippina Minore, Vespasiano), libelli composti negli ambienti
d’opposizione. Un tema dominante attraversa tutte le opere di Tacito, ed è il rapporto fra la
nobilitas senatoria, sistematicamente umiliata nel corso dell'ultimo secolo, e il principato,
istituzione che aveva saputo metter fine alle guerre civili, ma che aveva imposto in cambio il
sacrificio della libertas. Ma Tacito è consapevole che un ritorno alla repubblica, tramontata
definitivamente con Augusto, è anacronistico: pone il problema in termini di severo realismo
politico, con scelta non tra repubblica e principato ma tra un regime tirannico e intollerante e una

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monarchia che governi coadiuvata dal senato, sentimento che manifesta ed esprime tramite il
discorso di Galba pochi giorni prima che sia assassinato (se potesse, restituirebbe la repubblica ma
è un’operazione irrealizzabile e quindi auspica la valorizzazione dell’Impero cercando l’uomo più
degno a reggerne le sorti). Molto si è detto sulla tendenziosità di Tacito e tendenza a distorcere in
senso negativo i comportamenti di principi e consiglieri. Certo, il suo punto di vista resta quello di
un aristocratico che maltollera ogni forma di cambiamento ed è questo il segno della vera
imparzialità e di ogni autentica moralità di scrittura. Sguardo sempre obiettivo, con denuncia della
corruzione del popolo romano ridotto a plebaglia priva di identità civile, e denuncia del senato
dominato da servilismo e ipocrisia. L'indagine storiografica viene esplicitamente subordinata ai
valori morali: Tacito non scrive solo per comprendere, risalendo alle origini del principato, la realtà
presente di Roma, ma anche per sollecitare la memoria delle grandi virtù e delle grandi infamie;
seleziona insomma gli avvenimenti sulla base della forza esemplare, in positivo o in negativo, che
essi sanno esprimere, accentuando la tendenza tipicamente romana della riflessione morale.
Eppure Tacito appare totalmente disarmato di fronte agli eventi della storia: pur credendo nei
calori della tradizione, pur esaltando l’eroismo di chi muore per non arrendersi al peggio, non è in
grado di elaborare una filosofia della storia, di inquadrare i fatti entro uno schema interpretativo
chiaro e coerente, appare smarrito dinanzi al mosaico confuso e irrazionale degli eventi. Tacito
nomina talvolta gli dei, ma allude alle forze della natura, un richiamo che vuole accrescere la
tensione del dramma incombente con una nota di coloristica suggestione  visione scettica e
pessimistica della storia dell’uomo. Anche in Livio agiva una componente scettica e razionalistica
nei confronti dei miti: tuttavia lo scrittore non li respingeva. All’antiquus animus di Livio si
contrappongono ora gli accenti desolati e severi di Tacito, che non può più credere negli dèi di
Roma perché non può più credere nel popolo, nel senato, nelle istituzioni di Roma. Se Livio
narrava le grandi gesta del popolo romano, i cui singoli personaggi incarnavano virtù esemplari, in
Tacito lo spirito della grande Roma è spento. Il popolo è una massa amorfa, gli avvenimenti non
sono decisi in senato ma nelle stanze del palazzo imperiale, la storia ruota intorno agli imperatori e
alla vita scandalosa della corte, indaga nelle psicologie tortuose e deliranti inevitabilmente
prodotte dai sistemi autoritari e dinastici. Entra in crisi il tradizionale schema narrativo annalistico:
le storie tacitiane in questo aspetto sono affini alle biografie, dalle quali divergono per una
maggiore solennità della narrazione e per una più rigorosa selezione dei materiali: in Tacito, certo,
non troveremo mai l'aneddotica pettegola di Svetonio. Per quanto riguarda la descrizione dei
personaggi, non mancano i tradizionali ritratti, nei quali, secondo la lezione sallustiana, vengono
messi in evidenza i vizi e le virtù del protagonista, e in alcuni casi il ritratto, seguito da un giudizio
complessivo sull’operato, viene introdotto in forma di epitafio, dopo il racconto della morte. Tacito
ha interesse psicologico, i protagonisti sono costantemente illuminati nelle loro ambizioni private
 Tacito crea sempre una figura assai complessa, impasto di buone qualità e di vizi ignobili. Il
senso di cupo pessimismo che sovrasta le pagine annalistiche di Tacito deriva anche dal fatto che
l'autore non sminuisce i personaggi virtuosi in modo esplicito, ma utilizza una tecnica più raffinata
e insidiosa, introducendoli sulla scena quasi inavvertitamente mentre danno sfogo a rancori
personali, o si dispongono a compiere azioni che essi stessi si affrettano in seguito a stigmatizzare.
Viceversa, personaggi logorati dal vizio si dimostrano talvolta superiori alla loro fama  Tacito
sconvolge sempre la nostra opinione (Petronio, immorale, si dimostra un governatore energico;
Seneca, coinvolto nelle infamie di Nerone e noto come rapace, muore nobilmente come un
filosofo). Tacito sembra affascinato proprio dalla torbida ambiguità dell’ animo umano: le pagine
più grandi delle sue storie non sono tanto quelle su Nerone, segnato da una patologia che lo rende
infine monocromo, ma quelle su Tiberio, maestro di simulazioni e di tortuosità, ora energico e
sprezzante, ora vittima delle proprie stesse paure, vendicativo, ma capace di moderazione, dignità,
insensibile alla brama di ricchezze. Molto abile è anche nella descrizione delle folle tumulanti

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lanciate irrazionalmente verso il disastro, del senato dominato dal servilismo, delle rivolte dei
legionari. Sallustio è certo il modello fondamentale di Tacito: nella tecnica narrativa ricca di
chiaroscuri e di brusche accelerazioni; nell'approfondimento psicologico dei personaggi, nel
dinamismo tragico degli episodi, nell’irregolarità asimmetrica dello stile  vuole coinvolgere il
lettore fino in fondo, e lo dimostrano anche solo le pagine sull’assassinio di Agrippina. Potenza
rappresentativa, energia espressiva, ambiguità tragica degli avvenimenti, inflessibilità dello
sguardo creano pagine memorabili e insuperate. Dalle sue storie emerge una portentosa galleria di
personaggi, tutti memorabili, anche solo considerando le donne che circondano Nerone (Agrippina
perfida e spregiudicata; Ottavia innocente vittima delle passioni neroniane; Poppea bellissima e
senza scrupoli; Epicari la schiava che resiste alle torture e muore senza fare i nomi dei congiurati).

Lingua e stile
Tacito si trovò ad essere impostato secondo un preciso schema evolutivo: dalle iniziali posizioni
neociceroniane (sicuramente influenzato dalla scuola di Quintiliano) allo stile denso, arduo e a
volte oscuro delle mature opere annalistiche. Oggi però che la datazione del Dialogus viene
spostata dopo le due monografie si preferisce parlare di complessità delle scelte tacitiane,
motivate in parte dall'aderenza ai codici espressivi dei singoli generi, e dalla drammaticità della
materia di volta in volta affrontata  stile innovativo specchio delle inquietudini, umane e civili,
del grande scrittore. Oltre a Sallustio, i modelli sono Cicerone, Livio, Seneca e gli epici Virgilio e
Lucano per dare coloritura poetica. Una prova della varietà dello stile di Tacito si trova già nelle
due monografie, scritte a pochi mesi di distanza l'una dall'altra, eppure notevolmente diverse nelle
scelte espressive:
 Agricola ha stile composito con periodare ampio e simmetrico all’inizio e alla fine, mentre
andamento incalzante e mosso nelle parti narrarive, con lessico arcaizzante.
 Germania è artificioso e retoricamente costruito, ma anche più uniforme: ricercata
alternanza di strutture simmetriche e di variationes. Influsso di Seneca (periodi brevi e
spezzati).
Con le opere annalistiche, Tacito tocca il vertice della prosa latina di ogni tempo. Brevitas,
inconcinnitas e gravitas riescono solo in parte a dar ragione di uno stile originalissimo, che si
esprime attraverso una sintassi disarticolata, concisa, ricca di bruschi passaggi, di improvvise
accelerazioni, di forti contrasti. Lo stile è sempre, nei grandi scrittori, lo specchio di una visione del
mondo: e infatti in Tacito il periodo si sviluppa in modo tale da smentire inesorabilmente ogni
certezza.

SVETONIO

La vita e le opere
Gaio Svetonio Tranquillo nacque poco dopo il 70, forse a Ippona, forse a Ostia. La famiglia, di
modeste condizioni, apparteneva all'ordine equestre. Svetonio svolse attività di avvocato, e Plinio
il Giovane lo definisce Scholasticus (termine che indica sia un maestro di scuola sia uno dedito agli
studi quindi molto ambiguo). È Plinio che lo introduce egli ambienti letterari della capitale: le sue
raccomandazioni gli valgono, intorno al 112, la concessione da parte dell'imperatore Traiano del
ius trium liberorum benché Svetonio non avesse figli. Dopo la morte di Plinio, suo protettore fu
Setticio Claro. Sappiamo, anche se non quanto (forse sotto Traiano, forse in epoca successiva), che
fu procuratore a studiis (carchivista imperiale), a bibliothecis (direttore delle pubbliche biblioteche
romane), ab epistulis (sovrintendente alla corrispondenza imperiale). Di particolare rilievo
quest'ultima carica, che gli consentiva automaticamente di far parte del consilium principis.
Quando Setticio Claro, nel 121-122, cade in disgrazia presso Traiano, anche Svetonio lo segue e

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viene rimosso da ongi incarico. Muore dopo il 126 o dopo il 132. La figura di Svetonio è
sostanzialmente quella di uno studioso, come testimonia una lettera a Plinio e le cariche svolte di
cui sopra, ma anche un elenco di opere in greco e latino purtroppo perdute che conosciamo grazie
al Lessico Suda, di epoca tarda, che gli attribuisce 14 titoli. Di lui rimangono, tra l’altro non
complete, due raccolte di biografie, De viris illustribus e De vita Caesarum.

De viris illustribus
raccolta di biografie dedicata agli uomini di lettere e suddivisa in cinque libri:
 de poetis
 de oratoribus
 de historicis,
 de philosophis,
 de grammaticis et rhetoribus, unico che sopravvive (pur essendo anche lui mutilo).
Si sono anche salvate alcune biografie appartenenti agli altri quattro libri, tra cui quella di Plinio il
Vecchio (ma solo come storico, quindi incompleta, Orazio, Lucano (incompleta), Terenzio e Virgilio.
In quest’opera, vetonio continua la tradizione delle biografie di letterati iniziata in età alessandrina
e sviluppata in Roma sia da Varrone che da Cornelio Nepote (da cui Svetonio trae il titolo).
Svetonio si rivela già in queste vite un modesto compilatore, appassionato tuttavia della propria
materia, curioso di ogni dettaglio. La breve lista di notizie (centrate, come di consueto, sulla
professione e sulle opere) si conclude sempre con un'annotazione di per sé poco rilevante, che
però era il vanto dell’autore di cui si sente il piacere dell’erudizione e della scoperta rara.

De vita Caesarum
Una raccolta di dodici biografie dei primi imperatori di Roma, da Giulio Cesare a Domiziano.
L'opera è divisa in otto libri:
 Libri I-VI: giulio-claudi (uno per ogni imperatore, e sono compresi anche Cesare e Augusto).
 Libro VII: imperatori del 69 (Galba, Otone, Vitellio)
 Libro VIII: Dinastia Flavia (Vespasiano, Tito, Domiziano).
L'opera ci è giunta sostanzialmente integra: mancano soltanto la dedica a Setticio Claro e i primi
capitoli della Vita di Cesare. Fu forse scritta tra il 119-122, vista la dedica a Setticio che quindi
doveva essere ancora prefetto del pretorio sotto Adriano. Svetonio usa sia la narrazione su
ordinamento cronologico (che prevale nella prima e nell’ultima parte della vita, con genealogia,
anno e luogo di nascita, educazione ecc.) sia la narrazione per rubriche, che prevale nella parte
centrale. Ci sono eccezioni: nelle biografie più brevi (per es., anno dei 4 imperatori) l'ordinamento
cronologico prevale su quello per species. In altri casi è il particolare andamento della biografia
narrata a imporre una diversa disposizione dei fatti: ad esempio Tito, descritto come violento e
noto a tutti come un “secondo Nerone”, dopo l’ascesa al trono diviene mite, giusto e benevolo.
Svetonio attinge a fonti assai varie: documenti d'archivio, carteggi imperiali, testi biografici e
storiografici, pamphlet diffamatorii e propagandistici, dicerie tramandate oralmente. Spesso
riferisce con la massima disinvoltura notizie di scarso fondamento, cadendo in palesi
contraddizioni. Ma sa anche discutere con rigore un dato o notizia (per esempio quando deve
stabilire il luogo di nascita di Caligola, confutando le testimonianze di Plinio il Vecchio e ricorrendo
a documenti ufficiali e una lettera di Augusto). Ma tale diligenza si trova anche in dettagli
storiograficamente irrilevanti. Nel tratteggiare la personalità dei singoli imperatori, l'attenzione di
Svetonio si concentra su particolari piccanti, aneddoti scandalosi, curiosità e stranezze; la divisione
per rubriche e l'andamento analitico della narrazione polverizzano il personaggio in una miriade di
fotogrammi, a scapito sia della coerenza psicologica sia dell'intelligenza storica  racconto risulta
sempre accattivante, privo di sguardo giudicante che lascia il lettore libro di spaziare nei vari

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cataloghi di episodi e notizie e dicerie. Stupefacenti, ad esempio; le rubriche dedicate alle
stravaganze e alla ferocia di Caligola. La prosa di Svetonio è asciutta e disadorna, priva di enfasi e
di ricercatezze retoriche. In genere i periodi non sono ampi, né arricchiti da incisi: l'autore mira
all'essenzialità, mostrando di prediligere i costrutti participiali e in particolare gli ablativi assoluti;
gli mancano tuttavia la forza e la pregnanza del grande scrittore. La ricorsività delle rubriche porta
a uniformità che degenera spesso in monotonia. L'impasto linguistico risulta scarsamente
omogeneo: locuzioni gergali e colloquiali convivono a fianco di arcaismi e di numerosi grecismi,
nonché di termini tecnici e vocaboli del linguaggio ufficiale.
Forse proprio per questo, tuttavia, la sua pagina non di rado sortisce effetti di vivida, realistica
concretezza che compensano almeno in parte l'inconsistenza dei profili psicologici e la mancanza
di profondità storica.

L’ETÀ DI ADRIANO E DEGLI ANTONINI

Il secolo d’oro dell’Impero


Alla morte di Traiano, adozione e successione erano state predisposte in extremis a favore di Elio
Adriano, spagnolo d'origine come il predecessore, nato nel 76, imperatore dal 117 al 138  inizia
una delle età più prospere dell’Impero. Adriano propone un modello imperiale fondato sulla pax e
su una politica di integrazione universale: blocco dell’espansione, equiparazione delle province
all’Italia, ristrutturazione dell’amministrazione pubblica con una nuova categoria di burocrati dal
ceto equestre e non dai liberti, estromessi dall’esercizio del potere. Il senato viene di fatto
esautorato, nonostante i buoni rapporti formali, a favore di un consilium principis, Fu un
instancabile viaggiatore, ricordato come filelleno per la sua non nascosta predilezione per la
Grecia, al punto che ad Atene realizzò un grande programma di edilizia pubblica. È anche l’autore
della Villa Adriana, sfarzosa residenza che si fece costruire a Tivoli su un’area di oltre 100 ettari e
che includeva un Liceo, un’Accademia, un Pritaneo e un Pecile, una Valle di Tempe  riunisce e
ricrea i luoghi a lui più cari visitati in oriente. Ciò comunque non era un rifiuto della romanità, ma
una definitiva sintesi tra le due culture.
Adriano adotta come successore Antonino Pio (138-161), sotto il quale l'impero giunge al culmine
della sua «felicità» (anche se già c’erano segni della crisi che avrebbe contraddistinto il secolo
successivo: estinzione delle famiglie dell’antica nobilitas, spopolamento delle campagne,
recessione agricola in Italia, pressione dei barbari). Risulta tuttavia difficile negare il senso di
floridezza, di tranquillità sociale e di benessere materiale che pervade per più di mezzo secolo le
province dello Stato romano. I primi scricchiolii si odono distintamente solo durante l'impero di
Marco Aurelio (161-180), quando da Oriente irrompono due terribili flagelli: la peste e le prime
invasioni barbariche. I tre imperatori comunque impongono la figura di un monarca illuminato,
che confida nella virtus e nella civiltà  impero umanistico, grazie alle iniziatve culturali ed
artistiche prendono luce e significato entro una concezione del potere imperiale ispirata ai valori di
umanità, di liberalità e di giustizia. Restava tuttavia il fatto che il governo di un impero così vasto
veniva affidato all'energia e all'intelligenza di un solo uomo e che la vita culturale e civile
dipendeva quasi totalmente dalla corte. Restava, soprattutto, il problema della successione, per
ora risolto con il principio, tutto romano, dell'adozione: una morte repentina o un errore nella
scelta del successore avrebbe potuto travolgere l'intero sistema; come di fatto avvenne.

Seconda sofistica e tendenze arcaizzanti


Pace interna, stabilità politica, prosperità economica favoriscono la diffusione della cultura e
dell'istruzione in ogni provincia dell'impero, con rilievo particolare delle scuole di retorica e di
filosofia. La passione per il mondo ellenico spinge Adriano a privilegiare la lingua greca su quella

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latina (lui stesso e Marco Aurelio scrivono in greco, contagiando la loro corte: Aulo Gellio giudica la
lingua latina inferiore a quella greca)  dall'epoca di Adriano fino al IV secolo la letteratura
romana è costantemente alimentata da scrittori provenienti dall'Africa, l'unica regione imperiale
che non aveva conosciuto rilevanti fenomeni di ellenizzazione (lo stesso Apuleio, di cui sotto, era
africano)  epoca del bilinguismo. Il fenomeno più rilevante della cultura greca, nell'età di
Adriano e degli Antonini, è quello che va sotto il nome di «Seconda Sofistica» (neosofisti erano
conferenzieri itineranti e molto eruditi che viaggiavano da un centro all’altro esibendosi in
performances declamatorie sui più disparati oggetti, ricollegandosi alla sofistica del V a.C. ma
senza impegno sul piano filosofico), fenomeno che interessò tutti i grandi centri culturali dello
Stato romano, con prevalenza di quelli greco-orientali (Atene, Efeso). Agli esponenti neosofisti si
aggiungono personalità molto più complesse che escono dai confini della neosofistica: i greci (o
scriventi creci) Plutarco e Luciano di Samosata, il latino Apuleio. La fama dei neosofisti consentì
loro di svolgere ruoli ufficiali. Al loro influsso si deve l'affermazione in Roma della moda
arcaizzante, che raggiunse il suo apice nell'età di Adriano e degli Antonini, tipica dell’atticismo che
promuove l’arcaismo e rifiuta il neologismo (come fanno Frontone e Aulo Gellio). Si preferisce
Catone a Cicerone, Ennio a Virgilio, Celio Antipatro a Sallustio. Frontone stila un vero e proprio
canone degli scrittori antichi che si sono distinti nelle scelte dei vocaboli: Nevio, Ennio, Plauto,
Cecilio, Catone, Accio, Lucilio, Lucrezio, Sallustio. Come si può osservare, viene completamente
scavalcata la linea dei classici di età augustea, che erano stati considerati per oltre un secolo
modelli insuperabili di perfezione e di stile. Tuttavia, colpisce il contrasto fra lo stato di prosperità
sociale di cui l'epoca gode e la situazione di chiusura e di ripetitività della letteratura
contemporanea: tranne Apuleio, manca un’autentica forza creativa: la storiografia si orienta verso
l'epitome, gli studi verso l'enciclopedismo curioso e antiquario, la lirica verso il recupero
estetizzante del passato. La letteratura viene per lo più concepita come un nobile intrattenimento
e come un esercizio di bello stile. Questo forse si deve per il sempre più marcato divorzio tra
letteratura e vita civile, assenza di dibattiti intellettuali: e infatti una vera rifioritura della
letteratura pagana si renderà possibile solo quando il paganesimo si sentirà minacciato
dall'inarrestabile progressione della religione cristiana.

FLORO retore, storico e poeta


La tradizione ci ha fatto pervenire alcune opere attribuite a un Floro vissuto tra I e II secolo d.C,
che nei codici ha nomina diversi e a lungo si è pensato che fossero tre personalità distinte:
 Storico (L. Annaeus Florus)
 Retore (P. Annius Florus)
 Poeta, celebre per uno scambio di versi con Adriano.
Tuttavia, oggi per indizi cronologici e linguistici i tre personaggi sono stati fatti confluire in una sola
figura. È un letterato di origine africana vissuto fra l'età dei Flavi e quella di Adriano. Viaggia molto,
e fa il retore, mentre torna a Roma negli anni del principato adrianeo, mietendo successi come
pubblico conferenziere. Fece parte dei poetae novelli e fu in amichevoli rapporti con l'imperatore
Adriano. Ci rimangono:
 Epitoma de Tito Livio, opera storica. Vuole essere una breve sintesi di settecento anni di
storia romana (aspetto bellico). Fonte è Livio, ma anche Cesare e Sallustio. Il titolo è
improprio, per un errore dovuto all’interruzione (come in Livio) dell’opera all’età di
Augusto. Nel I libro vengono narrate le guerre (bella externa) sostenute da Roma dalle
origini alla sconfitta di Carre (53 a.C.); nel II le guerre civili (motus domestici o seditiones)
dall'età dei Gracchi fino al trionfo di Ottaviano Augusto. Floro tenta un'interpretazione
organicistica della storia di Roma, paragonando la vita del popolo romano alla vita
dell'uomo: Infanzia (monarchia), Adulescentia (prima repubblica), Iuventas (Guerre

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puniche-Augusto), Senectus (Età imperiale, che l’autore non tratta). Traiano, con una
curiosa rottura dello schema, ha rinverdito la città, restituendole una seconda giovinezza
 omaggio che svela atteggiamento panegiristico e celebrativo dell'opera. Destinata un
pubblico che non vuole porsi troppi problemi ma credere di vivere nel migliore dei mondi
possibili. Ogni evento vuole creare stupore, e non a caso l’opera si ferma con Augusto: a
Floro mancava lo spirito critico e drammatico di un Tacito o anche l'irriverente curiosità di
uno Svetonio. Lo stile, vivace e retoricamente elaborato, è ricco di echi poetici (Virgilio-
Lucano-Stazio), clausole ritmiche, di espressioni enfatiche e sentenziose. Manca il gusto del
vocabolo arcaico, uno dei tratti caratterizzanti della prosa contemporanea.
 Un frammento dell'introduzione a un dialogo intitolato Vergilius orator an poeta? Fatto su
modello ciceroniano.
 frammenti di lettere indirizzate all'imperatore Adriano
 poemata, nello specifico un carme conservato nella biografia di Adriano della Historia
Augusta.

I poetae novelli
Gruppo di poeti del II secolo d.C. che si rifanno all'esperienza preneoterica e neoterica (Catullo,
Cinna, Calvo e Valerio Catone)  novelli = moderni, una modernità rivolta a forme e a linguaggi
lontani ormai due secoli  gusto antiquario e arcaizzante. Un gusto diffuso già nell’età dei Flavi,
che si nota nella poesia di Marziale e nelle testimonianze di Plinio il Giovane che, citando un certo
Senzio Augurino, ci permette di notare l’annuncio di una rivoluzione del gusto in atto nei primi
anni del nuovo secolo, fondata sul recupero dei veteres (arcaici) e neoteroi, preferiti ai classici di
età augustea. Della maggior parte dei novelli conosciamo solo il nome; pochi sono i frammenti
pervenuti, e quel che resta non ci autorizza a pensare che esistesse una vera e propria scuola
poetica, semmai un gusto comune, fondato su un ideale di brevitas e di poesia leggera, come lusus
e iocus. Rifiuto dell’epica e della tragedia in favore della lirica, necessità di un nuovo vocabolario
poetico, vario, comprensivo di termini del sermo cotidianus ma anche di vocaboli culti e
arcaizzanti. Ma il fenomeno più interessante che caratterizza il novellismo è la sperimentazione
metrica, che si volge in due direzioni: creazioni di metri nuovi e inediti; uso anomalo della metrica
tradizionale. Avito, per esempio, compone un poema sulla storia romana ricorrendo non al
tradizionale esametro ma al dimetro giambico. Come detto, i poetae novelli sono quasi solo dei
nomi, a parte Apuleio.

FRONTONE
Marco Cornelio Frontone nasce a Cirta, in Numidia, agli inizi del li secolo d.C. Nel 138 Adriano gli
affida l'educazione retorica del diciassettenne futuro imperatore Marco Aurelio, e nel 143,
Antonino Pio gli offre l'incarico di istruire anche Lucio Vero (associato a Marco Aurelio alla guida
dell’Impero). La frequentazione degli ambienti di corte e il prestigio intellettuale gli assicurano
un'onorevole carriera pubblica (Questore in Sicilia, edile della plebe, pretore, consul suffectus nel
143). Morì con ogni probabilità intorno al 170. Grande fu il prestigio di cui godette in vita
Frontone, la cui fama fino alla fine dell’Impero venne associata al corpus delle opere oratorie (di
cui però non ci rimangono se rari frammenti). Alcune rientravano nel filone dei discorsi d'apparato
richiesti dalla struttura imperiale (come elogi, quale quello di Adriano), altre in quello più
tradizionale delle orazioni politiche e giudiziarie. Spicca in particolare, nella serie delle orazioni, un
discorso contro i cristiani pronunciato fra il 162 e il 164 d.C., il primo del genere di cui siamo a
conoscenza in lingua latina. Angelo Mai scoprl in due riprese, fra il 1815 e il 1819, un palinsesto del
VI secolo conservato parte nella Biblioteca Vaticana di Roma, parte in quella Ambrosiana di
Milano, nel quale si trovava l'epistolario di Frontone, che comprende (seppur con lacune):

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 9 libri di lettere scambiate con Marco Aurelio (5 libri preprincipato, 4 durante il suo
principato).
 2 libri di lettere scambiate con Lucio Vero imperatore.
 1 libro di lettere scambiate con Antonino Pio e con altri.
 2 libri di lettere inviate ad amicos.
 corpus epistularum acephalum, cinque lettere di argomento retorico inviate all'imperatore
Marco Aurelio.
 De oratoribus, trattatello, sempre in forma epistolare indirizzato a Marco Aurelio.
 due saggi storici in forma epistolare: De bello Parthico; Principia historiae, il primo inviato
a Marco Aurelio il secondo a Lucio Vero.
 Esercitazioni varie.
La mano dell'ordinatore del codice rinvenuto da Mai volle soprattutto privilegiare i rapporti di
familiarità e di amicizia con gli imperatori: accanto alle epistole di Frontone, numerose sono infatti
anche le lettere di Antonino Pio, Marco Aurelio e Lucio Vero, elemento che accresce il valore
documentario dell'intero carteggio, consentendoci di ricostruire le tendenze, il gusto e i
comportamenti della corte e dell'ambiente culturale romano del tempo. Frontone scrive
assumendo il ruolo di un precettore che si rivolge a illustri componenti della famiglia imperiale e
che tiene, altresì, alla loro amicizia: inevitabile che ogni lettera comporti manifestazioni di affetto,
reciproche cortesie, premurose richieste sullo stato di salute del destinatario. Il maggior interesse
dell'epistolario è riposto nella vasta messe di osservazioni relative alla lingua e allo stile: attenzione
sulla qualità del linguaggio letterario, nuovi orientamenti stilistici e nuove soluzioni formali, cui egli
stesso dà il nome di elocutio novella. I modelli espressivi sono Lucrezio, Sallustio e Laberio, e altri
di età arcaica perché in essi è contenuta una forza creativa che si era poi perduta, secondo
Frontone, nelle generazioni successive: non a caso di Cicerone viene specialmente apprezzato
l'epistolario, per la vivace commistione dei registri linguistici. Il modello stilistico disegnato da
Frontone prevede in particolare l'inserzione di arcaismi e di volgarismi, cioè di termini in grado di
restituire vitalità alla frase latina e di conseguire effetti di nuova intensità espressiva. Frontone
invita ripetutamente a riflettere fino in fondo sulle scelte linguistiche. Di ogni parola va sempre
valutato ogni aspetto. Le motivazioni che inducono Frontone a rifiutare l'asianesimo e lo stile
concettoso di Seneca rivelano una non comune intelligenza dei fenomeni storicoletterari: il gusto
per la frase sentenziosa e baroccheggiante comportava a lungo andare l'affermazione del più
squisito virtuosismo verbale a danno della limpidezza e della proprietà del pensiero, anche se la
soluzione da lui proposta non è all’altezza della diagnosi (è ovvero una spinta all’indietro  ben
inserito nel movimento arcaizzante dell’epoca)  concezione ornamentale della letteratura, vista
come una consistenza di manufatto prezioso e lussuosamente gratuito.

AULO GELLIO e le Notti Attiche


Aulo Gellio nacque fra il 123 e il 130 d.C., forse in Africa da famiglia benestante. Compì il canonico
viaggio in Grecia, volto soprattutto ad approfondire gli studi filosofici, dove conobbe il retore
Erode Attico (neosofista). Visse il resto della vita tra Roma e i dintorni, più volte citati. Svolse anche
attività di giudice, e frequentò le maggiori personalità della sua epoca (tra cui anche Frontone).
Compose solo le Notti Attiche (per gran parte della sua vita) e morì non prima del 175 d.C.
Le Noctes Atticae sono un'opera di carattere enciclopedico in 20 libri + prefazione composte
durante un viaggio in Grecia (da cui il titolo). L'opera ci è giunta nel complesso integra: mancano la
parte iniziale della prefazione e la parte conclusiva dell'ultimo libro; gravemente frammentario è
inoltre l'ottavo libro. Le Notti attiche si propongono come un'opera di vasta erudizione che tratta
in modo spicciolo e divulgativo i più svariati argomenti (dalla retorica alla religione, dalla
matematica all’astronomia, astrologia, geografia e gastronomia). L'interesse maggiore è rivolto

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alle discipline linguistico-grammaticali e letterarie. Gellio investiga con scrupolo problemi di natura
lessicale, etimologica, metrico-prosodica, morfologica, indaga sulla storia della lingua latina. Nel
corso dell'opera sono 275 gli autori greci e latini citati: un tesoro di straordinaria importanza sul
piano storico-culturale, linguistico e filologico (specie per l’età arcaica). L’autore vuole allestire
quasi una dispensa di cibi culturali per istruire a una scienza onorevole e alla cognizione delle arti
utili  pubblico medio, desideroso di istruirsi e svagarsi dopo le occupazioni della giornata. Gellio
spiega con onestà e semplicità il proprio metodo di lavoro, articolato in due fasi:
 raccolta dei materiali;
 La loro collocazione.
Nessun criterio per entrambi i casi. Opera essenzialmente di compilazione, le Notti attiche si
appoggiano su un vasto lavoro di ricerca e di indagine. Fonte principale è Varrone. Gellio non è,
come Frontone, uno studioso o un teorico: è un dilettante affascinato da ogni forma di sapere.
Sotto questo punto di vista, le Notti attiche sono un'opera affine alla ricca tradizione classica di
silvae e di prata, da cui si differenziano per l'organizzazione dei materiali e degli estratti, che
vengono preferibilmente inseriti in una cornice narrativa. I capitoli di Gellio risultano perciò mossi
e coloriti, ricchi di aneddoti gustosi e imprevisti. Superficiale, farraginoso, pedante, dilettantesco:
ciascuno di questi aggettivi è in fondo appropriato per definire Aulo Gellio, uomo di buone letture
e di buon gusto cui manca tuttavia una visione organica e unitaria della cultura. Eppure, il suo libro
si legge con piacere, e non solo nell'ovvia prospettiva documentaria per cui è diventato via via, nei
secoli, una miniera preziosissima di informazioni e di notizie sul mondo romano: piace in fondo
proprio per l'ingenuo entusiasmo che sa trasmettere al lettore.

APULEIO

La vita e le opere
Apuleius (praenomen ignoto) nacque verso il 125 d.C. nella provincia romana d'Africa, a Madaura
(odierna Algeria) da una famiglia di condizione sociale elevata. Apuleio poté dunque compiere la
sua istruzione dapprima a Cartagine e poi ad Atene  aspirazione a conseguire una cultura
enciclopedica, conoscenza della filosofia come chiave dell’universo e culmine di ogni sapere (si
definiva Philosophus Platonicus). Viaggiò a lungo spinto dalla usa spiccata curiositas (Grecia e
Oriente ellenizzato dove fu pubblico conferenziere [neosofista]). Fu anche a Roma, non sappiamo
in quale periodo, come avvocato e dove ottenne amicizie importanti e ottima reputazione.
Nell'anno 155 o 156, mentre va ad Alessandria ad Oea (Tripoli) incontra Sicinio Ponziano (ex
compagno di studi) che lo convince a sposare sua madre, la ricchissima vedova Pudentilla. Viene
tratto in giudizio dai parenti di lei, sotto l'accusa di aver indotto la donna al matrimonio ricorrendo
alle arti magiche  pruonuncia l’Apologia, la sua autodifesa (o De magia). Probabilmente fu
assolto. Negli anni seguenti ritorna verosimilmente a stabilirsi a Cartagine, e prosegue la sua
carriera di oratore. Dopo il 170 non si ha più alcuna notizia di lui. Conosce perfettamente il greco e
il latino  esempio di intellettuale cosmopolita e bilingue di quest'epoca.
Le opere perdute:
 Tutte quelle in greco.
 Hymni in Aesculapium;
 Ludica e Carmina Amatoria (dei primi rimangono 9 senari a Calpurniano, del secondo 2
epigrammi).
 Tutte le opere scientifiche ed erudite in prosa.
Le opere che possediamo:
 Apologia o De Magia
 Florida loca o scripta, 23 brani oratorii con discorsi epidittici.

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 De Platone et eius dogmate, De deo Socratis, De mundo
 Metamorphoseon libri o Asinus aureus, l’unico romanzo latino che ci è giunto integro.

Eloquenza e filosofia
L’Apologia o De Magia è l'unica orazione giudiziaria di età imperiale a noi pervenuta., frutto
sicuramente di una rielaborazione successiva in quanto troppo ampio per essere pronunciato in
tribunale. L’accusa – ricordo, di aver sedotto Pudentilla con la magia - era assai grave: la magia
cadeva sotto i provvedimenti di una legge sillana dell'81 a.C. che prevedeva anche la pena di
morte.
L’orazione è divisa in 3 parti, i 3 punti fondamentali della difesa:
 Cap. 1-24, Apu!eio respinge tutta una serie di accuse minori, intese a provare la
dissolutezza dei suoi costumi (è troppo bello; chioma acconciata con troppa ricercatezza;
ha uno specchio).
 Cap. 25-65, affronta il capo d'accusa principale. Dapprima sfata le false credenze diffuse a
proposito della magia, e poi confuta le prove degli avversari spiegando che le pretese
pratiche illecite di magia sono tali soltanto per gli ignoranti: in realtà si tratta di studi
zoologici, di esperienze mediche, di atti di devozione religiosa.
 Cap. 66-103, tratta in particolare del matrimonio. Apuleio, a dimostrazione del proprio
disinteresse, produce il testamento di Pudentilla, che istituisce erede principale non già il
marito, ma il figlio Pudente.
Da subito Apuleio mostra la disinvolta sicurezza di chi si accinge a un compito fin troppo facile:
accuse stupide di avversari ignoranti cui riserva solo sarcastiche invettive, mentre per lo più si
rivolge al giudice Claudio Marcello, unico interlocutore in grado di apprezzare e condividere le sue
ragioni. Anche se la risoluzione si deve al testamento, Apuleio sembra fonda l'autodifesa
sull'esibizione della propria schiacciante superiorità culturale ridicolizzando la controparte. Sfoggia
il suo virtuosismo, e non perde occasione per mettere citazioni letterarie e digressioni erudite,
delle vere micro-conferenze. L'Apologia sembra situarsi all'incrocio fra due differenti generi orator
i: entro la cornice dell'orazione giudiziaria si aprono vaste zone di eloquenza epidittica, tanto che si
è persino dubitato dell'effettiva destinazione processuale del testo, riconoscendolo come
costruzione letteraria, autoritratto del filosofo in forma di conferenza. Anche a livello stilistico,
nella tessitura dell'orazione si intrecciano gli influssi di modelli diversi: Cicerone (nel periodare e
nella tecnica di smantellamento delle accuse), e il gusto contemporaneo delle scuole per
l’ornamentazione retorica, mentre poco riscontro hanno gli arcaizzanti frontoniani perché gli
arcaismi ci sono, ma sono uniti a volgarismi, neologismi e voci rare. Resta aperta la questione della
reale posizione di Apuleio nei confronti della magia: non del tutto risolutiva appare infatti la
distinzione tra le due specie di magia. Labile in sé, la distinzione è apparsa interessante in quanto
sembra poter offrire una chiave interpretativa per le manifestazioni del magico nelle Metamorfosi.

I Florida sono ventitré estratti di discorsi a carattere epidittico tenuti da Apuleio fra il 160 e il 170
(documento prezioso sulla sua attività di conferenziere). I singoli brani, di diversa estensione, sono
tutti esempi di virtuosismo retorico per ottenere l’applauso del pubblico. Gli argomenti sono i più
svariati (meraviglie dell’India, viaggi di Pitagora, descrizione del Pappagallo, resurrezione di un
morto per opera di Asclepiade di Prusa). Da qualsiasi spunto l'oratore trae pretesto per
accattivanti dissertazioni a carattere encomiastico ed erudito, accomunate dal gusto per la
divulgazione e uno spiccato senso dell’umorismo.

Pur non essendo espressione di un pensiero originale, le opere filosofiche di Apuleio assumono
grande rilievo dal punto di vista storico in quanto fino alla riscoperta del “vero Platone” erano

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considerate fonti di primaria importanza per la conoscenza della dottrina platonica, mentre oggi
sono documenti fondamentali del “platonismo medio” (contaminazione eclettica del pensiero
platonico con elementi di altre scuole, soprattutto aristotelismo, in cui si riflettono le tendenze del
II secolo: interesse per scienze della natura e inquietudini metafisiche e attrazione dell’occulto). Il
De Platone et eius dogmate è un trattato in 2 libri che compendiano rispettivamente la fisica e
l'etica platoniche. L’autore annuncia di voler affrontare anche la dialettica, ma risulta mancante un
terzo libro che la contenga. Nel I libro segue i dialoghi di Platone (Timeo e Repubblica), nell’etica
attinge alla tradizione post-platonica dei commenti e della scuola. Allo stesso genere appartiene
anche il De deo Socratis, sulla dottrina platonica dei dèmoni (la più sistematica esposizione
dell’argomento giunta dal mondo antico). L’opera è articolata in tre parti:
 La prima delinea due mondi (divino e umano).
 La seconda afferma l'esistenza dei demoni e ne definisce caratteri e funzioni.
 La terza si concentra sul demone di Socrate, la voce interiore che interveniva a distoglierlo
dalle azioni destinate a non risolversi in bene.
L'opera si chiude con una fervida esortazione ad intraprendere la via della sapienza. Lo stile è più
variegato e brillante, ricco di citazioni poetiche, rispetto al De Platone.
Il De mundo è il rifacimento in lingua latina del Perì kósmou di pseudo-Aristotele. La struttura è
bipartita: la prima sezione è dedicata alla cosmologia, la seconda alla teologia. I princìpi della
filosofia peripatetica sono ecletticamente combinati con elementi di derivazione platonica e stoica.
Apuleio dà una tinta orinale alla traduzione, arricchendola di citazioni di poesia greca e latina.

Le Metamorfosi ovvero L’asino d’oro


Un'opera di notevole ampiezza, dove si narrano le avventure di Lucio, un giovane scholasticus
bramoso di conoscere e sperimentare i segreti dell'arte magica, che in seguito a un incantesimo
"sbagliato" si trasforma in asino. Imprigionato nel corpo animalesco attraversa ogni sorta di
peripezie e di travagli, finché il benigno intervento di una divinità, l'egizia Iside, non lo restituisce
alla forma umana; riconoscente, egli si consacra per sempre al culto della dea. Alla trama
principale fanno da contrasto molte storie secondarie, secondo la tecnica del racconto ad incastro.
Nei manoscritti il romanzo di Apuleio reca l'intitolazione Metarnorphoseon libri XI, ma fin da
subito al titolo ufficiale si affianca Asinus aureus. L’epiteto aureus è incerto: può alludere alla
qualità letteraria del testo o al messaggio religioso che racchiude, al colore fulvo del mantello
dell’asino, o ancora al fatto che Lucio è un “asino speciale” perché possiede anima e intelligenza di
un uomo. I modelli e le fonti sono svariati: il motivo della metamorfosi animalesca risale alle più
remote tradizioni orali e preletterarie delle civiltà antiche diramate sia nel patrimonio letterario
colto (si pensi a Omero e alla maga Circe) sia nella poesia ellenistica, fino alle Metamorfosi di
Ovidio e al Satyricon di Petronio. L’uomo-asino è argomento di un piccolo romanzo greco, Lucio
ovvero l’asino parte del corpus di Luciano di Samosata (anche se è considerato spurio), la cui
vicenda coincide con i primi 10 libri delle Metamorfosi di Apuleio e che è a sua volta un'epitome
dei primi due libri dei Racconti di metamorfosi di un certo Lucio di Patre (Patrasso) autore a noi
sconosciut la cui opera raccontava la stessa storia. Non si conoscono i rapporti tra queste 3 opere,
ma Apuleio piò aver attinto i materiali narrativi di base dallo pseudo-Luciano, integrandoli con altri
elementi assenti nel Lucio greco. Le caratteristiche de Lucio pseudolucianeo rimandano alla fabula
Milesia (mescolanza di elementi realistici e meravigliosi, tono scanzonato ecc.), a cui si rifà anche
Apuleio sia nella trama principale sia le vicende secondarie (inserte fabulae). Le Metamorfosi si
apparentano anche al romanzo ellenistico erotico-avventuroso (per delle peripezie a lieto fine).
Ma oltre alla Milesia e al romanzo ellenistico, confluiscono e si intersecano molteplici influssi di
generi letterari diversi, dalla tragedia all'elegia, autobiografia, teatro comico, satira, storiografia,
oratoria ecc. Rispetto a Petronio, in cui molto rilievo ha il rovesciamento carnevalesco e l’elemento

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parodistico, Apuleio concentra nella sua opera un'immensa quantità di temi e motivi di
provenienza illustre, riducendoli programmaticamente alla misura della fabula, cioè di un genere
letterario minore, rendendolo una sorta di enciclopedia dei generi tradizionali per un pubblico di
lettori non professionisti, nuovo e più ampio, nato nel corso del II secolo. Tuttavia, alcuni ritengono
che l'autore, attraverso una fittissima rete di sofisticate allusioni letterarie, si rivolga ad un
pubblico di lettori estremamente colti  opera ambivalente, gioca su due livelli di lettura. Dal
punto di vista strutturale il romanzo si articola in tre sezioni ben distinte:
 Libri I-III, struttura piuttosto organica e coerente, impostata sullo schema del viaggio
(archetipo illustre, da Omero al romanzo ellenistico). Magia è il tema dominante, ambigua
realtà misteriosa e affascinante che può celare terribili insidie. Lo sviluppo è lineare: Lucio
ha la curiositas che lo spinge a voler scoprire tutti i segreti magici, ma lo conduce a perdere
la forma umana. Il modello più palese è il Satyricon, per affinità di situazioni (per esempio il
banchetto in casa di Birrena richiama la Cena Trimalchionis).
 Libri IV-X, struttura narrativa tendenzialmente "debole", che può essere definita
"paratattica": episodi che si susseguono in modo imprevedibile sono tra loro collegati solo
per la presenza dell’asino che passa di proprietario in proprietario vivendo avventure e
colpi di scena. Cambiamento narrativo=metamorfosi subita dal protagonista. L'apparente
disordine narrativo riflette la sostanza caotica del mondo, l’impossibilità dell’asino di
controllare gli accadimenti e di modificare la propria situazione toccando il massimo della
sofferenza nell’episodio del mulino (IX, 11-13) e nella casa del possidente corinzio dove può
mangiare quanto vuole ma è ridotto a fenomeno da baraccone. Unica consolazione è la
possibilità di osservare e tendere le sue lunghe orecchie a captare ogni sorta di raconti: non
a caso è in questo secondo "blocco" narrativo che si concentra il maggior numero di inserti
novellistici.
 Libro XI, sezione conclusiva, nel quale Lucio viene tratto a salvamento da Iside e iniziato ai
misteri  nuova Metamorfosi del protagonista che porta a un mutamento radicale
nell'atmosfera e nei toni della narrazione, ora pervasa di misticismo e di religiose
simbologie. Anche l'andamento narrativo appare assai diverso: il vorticoso susseguirsi degli
episodi, fitti di vivaci inserti dialogici, lascia il posto a un racconto quasi privo di azione così
come di dialogo e l’unico elemento di spicco, la metamorfosi, è seguito da un resoconto
ellittico delle iniziazioni ai misteri. Lo spazio è ora occupato dal sogno, dai rituali, dai
commenti del neofita entusiasta. Dietro la figura del protagonista-narratore (Lucio), che si
diffonde in minuziosi ragguagli autobiografici, si profila insensibilmente quella del
narratore-autore (Apuleio). Il sacerdote di Iside pronuncia un discorso che getta
retrospettivamente una nuova luce sull'intera vicenda, svelandone il vero significato e la
rende una vasta allegoria.
Lucio si è macchiato di bassa sensualità (amori con Fotide) e sacrilega curiositas, la
metamorfosi animalesca è l’espiazione, e il riscatto non è per suo merito ma per benevolenza
di Iside, divinità salvifica  il lettore diviene lettore per la seconda volta. In seguito
all'improvvisa rivelazione, assumono un nuovo significato sia la disposizione, studiatamente
simmetrica, sia il contenuto delle insertae fabulae, che ora rivelano il loro rapporto con la
vicenda del protagonista. Nei primi tre libri, si incontrano due novelle di magia pervase di
un'atmosfera inquietante che si concludono con la morte o rovina dei protagonisti (Aristomene
e Telifrone)  monito a guardarsi dalle insidie occulte ma terribili dell'arte magica. Nella
seconda sezione narrativa troviamo in successione tre racconti, violenti e sanguinosi, di
briganti, poi il "romanzo tragico" di Carite e Tlepolemo, infine tre ampie storie di fatti delittuosi
e foschi, magia nera (con inserti più leggeri e maliziosi tipici delle milesie). Ma è soprattutto la
novella di Amore e Psiche, esattamente al centro della compagine narrativa), ad imporsi quale

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proiezione e anticipazione, in chiave fiabesca e mitologica, della vicenda di Lucio (le origini del
mito sono ancora un mistero). Il parallelismo fra le due vicende, quella di Lucio e quella di
Psiche, è trasparente: Lucio è ignaro di stare ascoltando il racconto della propria vita e della
futura liberazione (Iside libera Lucio come Amore libera Psiche). Come Platone aveva fatto
ricorso al racconto mitico per rendere accessibili ardui concetti filosofici, così Apuleio sembra
adombrare nella bella fabella l'itinerario dell’anima (psyché) attraverso il mondo terrestre e
materiale, dominato dall'irrazionalità e dal caso, per ricongiungersi al principio divino  segno
unificante del messaggio religioso, Metamorfosi come romanzo mistico che traveste in forma
narrativa il percorso iniziatico e il sacro mito di Iside e di Osiride. Occorre in ogni caso prendere
atto di una ben avvertibile distonia o dissonanza, di una sorta di iato fra i primi dieci libri e
l'undicesimo che nessuna proposta interpretativa "teleologica" e unitaria riesce realmente a
colmare. È un’opera composita e problematica in cui confluiscono istanze diverse:
1. libero piacere del raccontare (avventura di intrattenimento).
2. messaggio religioso, che pervade esplicitamente l'XI libro.
Alla varietà dei toni e dei registri narrativi fa riscontro una tessitura linguistica iridescente e
sontuosa. Apuleio si forgia una lingua personalissima, composita e artificiosa, attingendo alle
risorse di un'immensa tradizione letteraria così come ai linguaggi tecnici e ai vari livelli del parlato,
ma anche arcaismi, diminutivi nello stile dei novelli, poetismi. Profusione di figure e di ingegnosi
artifici (metafore, ossimori, antitesi ecc.). Prevalenza delle strutture paratattiche; ai nessi
tradizionali subentrano legami participiali e soprattutto elaboratissimi richiami fonico-ritmici
(come assonanze e allitterazioni). Varietas e Abundantia barocca sono le caratteristiche più vistose
di uno stile pittorico e musicale.

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