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CENTRO INTERNAZIONALE DI STUDI PRIMO LEVI

Uno scambio intenso e unico: con il suo linguaggio nitido, iro-


nico, aperto alle meraviglie dell’universo, Primo Levi rispon-
de alle domande di un intervistatore informato e congeniale:
gli racconta della sua vocazione scientifica, della sua vita di
testimone del Lager, della sua esperienza come narratore e co-
!
me tecnico di laboratorio.
Il dialogo attraversa, con gli accenti della letteratura più alta, IL SEGNO DEL CHIMICO
le scoperte e le emozioni del giovane chimico attratto dai se- DIALOGO CON PRIMO LEVI
greti della materia, le dolorose perversioni imposte al sapere
scientifico nel laboratorio di Auschwitz, le gioie e le sfide del A cura di Domenico Scarpa
lavoro ben fatto, gli spazi avventurosi e senza tempo dell’in-
finitamente piccolo. Tutto ciò viene reso accessibile grazie a
un intreccio di parole che appartengono a Levi: il dialogo con-
siste infatti in un montaggio, realizzato da Domenico Scarpa,
di brani prelevati dai suoi libri.
Primo Levi portava impresso sulla pelle il segno del suo esse-
re un chimico, per professione e per passione profonda. Quel
segno era visibile anche nella sua scrittura. Ora, leggere la sua
opera in questa chiave ci aiuterà a scoprire aspetti inediti e il-
luminanti della relazione, più intima di quanto non siamo abi-
tuati a credere, fra l’universo della scienza e quelli, per lui non
meno necessari, della fantasia e dell’etica.

Il segno del chimico va in scena nell’allestimento curato dal Teatro Stabile


di Torino per la regia e l’interpretazione di Valter Malosti.

Progetto grafico di Fabrizio Farina.

GIULIO EINAUDI EDITORE

ISBN 978-88-06-20408-2
IL SEGNO DEL CHIMICO
DIALOGO CON PRIMO LEVI

A cura di Domenico Scarpa

© 2010 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino


www.einaudi.it Einaudi
Indice

Il Centro Internazionale di Studi Primo Levi


(www.primolevi.it)

Il Centro si propone di raccogliere le edizioni delle opere di Pri- p. vii Presentazione di Domenico Scarpa
mo Levi, le numerose traduzioni pubblicate in tutto il mondo, la bi-
bliografia critica, ogni forma di documentazione scritta e audiovisi-
va sulla sua figura e sulla ricezione dell’opera. Intende inoltre offri- 1 Il segno del chimico
re un sostegno alle ricerche degli studiosi e realizzare proprie
iniziative, quali la Lezione Primo Levi promossa nell’autunno di ogni
anno, per alimentare il dibattito sui temi più cari allo scrittore tori-
nese. 37 Nota al testo
Il testo della prima Lezione, tenuta nel novembre 2009 da Ro-
bert Gordon, è stato pubblicato da Einaudi con il titolo «Sfacciata
fortuna». La Shoah e il caso nel maggio 2010.
Il Centro è un’associazione di cui sono soci fondatori la Regione
Piemonte, la Città e la Provincia di Torino, la Compagnia di San
Paolo, la Comunità Ebraica di Torino, la Fondazione per il Libro, la
Cultura e la Musica, i figli di Primo Levi.
Presentazione

In queste pagine la vita di Primo Levi viene pre-


sentata come un testo che si può eseguire a voce: le
sue vicende di uomo, di chimico, di scrittore, di te-
stimone, hanno dato forma a una struttura dove fat-
ti e pensieri si trovano montati come nel Meccano,
un gioco che a Levi piaceva molto e che ha ricorda-
to in diversi suoi scritti. Costruita secondo questa
tecnica, la sua biografia può essere portata su un pal-
coscenico e offerta al pubblico.
Il segno del chimico nasce da queste premesse, e
dall’occasione di un convegno (ESOF: EuroScienc e
Open Forum) ospitato dalla città di Torino ai pri-
mi di luglio del 2010. Era naturale legare questo
incontro – destinato a riunire al Lingotto oltre
q u a ttromila scienziati, ricercatori, divulgatori e im-
prenditori provenienti da molti paesi – al nome di
Primo Levi. L’idea di allestire, durante quelle gior-
nate, una lettura scenica ricavata dai suoi testi si de-
ve a Elisa Ferrio; la concreta disponibilità a metter-
la in programma è stata offerta da Intesa Sanpaolo;
di realizzarla si è incaricato il Teatro Stabile di To-
rino, mentre è stato il regista e interprete, Valter
Malosti, a suggerire che la base del testo fosse la
conversazione che si svolse a Torino nel settembre
1986 tra Primo Levi e Philip Roth. A me è stato af-
fidato, in qualità di consulente del Centro Interna-
viii domenico scarpa presentazione ix
zionale di Studi Primo Levi, il montaggio di questo suoi; un discorso critico, semmai, risulterà implici-
Dialogo con Primo Levi, un sottotitolo che è diven- to nella selezione, nella sequenza, negli accostamen-
tato la linea-guida per il copione da preparare. Sul ti tra i brani ritagliati dalle sue opere, nelle svolte e
modo più sobrio ed efficace di procedere ho ragio- negli stacchi del dialogo.
nato a lungo con Fabio Levi, direttore del Centro Costruire Il segno del chimico ha significato rico-
Studi, e qui lo ringrazio per lo scambio di idee. piare parola per parola molte pagine di Levi; ho pre-
Nel Segno del chimico quasi tutte le parole appar- ferito evitare lo scanner apposta per eseguire que-
tengono a Primo Levi: vengono dai suoi libri – dal sto esercizio, forse oscuramente consapevole che
primo all’ultimo, da Se questo è un uomo a I sommer- questa tecnica della lettura lenta, antica e nobile,
si e i salvati –, dalla sua «antologia personale» La ri- sarebbe risultata remunerativa. Lo è stata, e mol-
cerca delle radici, dalle sue conversazioni con inter- to: ricopiando si è costretti ad accorgersi che Levi
locutori congeniali come il collega scrittore Philip usa la parola iniziazione tanto per la cicatrice che
Roth e come il collega scienziato Tullio Regge. C’è un comune incidente di laboratorio imprimeva nel
anche una sua lettera, spedita nel giugno 1945 al- palmo della mano di ogni giovane chimico dei suoi
l’amica torinese Bianca Guidetti Serra: Levi, che si tempi, quanto per il tatuaggio che all’ingresso in
trova nella Russia sovietica, impegnato in quella tra- Auschwitz trasformava una persona con nome e co-
versata dell’Europa sconvolta dalla guerra che poi gnome in un prigioniero identificato dal numero di
racconterà nella Tregua, descrive se stesso e le sue matricola. Ricopiare ti costringe ad accorgerti che
avventure all’amica Bianca: le racconta, in poche ri- a un certo momento Levi fa passare per il camino
ghe cariche di energia, del suo aspetto fisico, delle l’atomo di carbonio di cui nel Sistema periodico n a r-
sue condizioni di spirito, delle lingue che ha impa- ra la storia, accostandolo quindi (volontariamente?)
rato a parlare, delle cose che ha imparato a fare, dei ai «sommersi» dei Lager di sterminio. Questi scam-
mestieri che ha dovuto o potuto praticare – «perfi- bi, queste inversioni di polarità, queste simmetrie
no il chimico!». fra biografia e opera, fra realtà e invenzione, emer-
Quella vivacissima lettera a Bianca è il modello gono continuamente nel dialogo di Levi col suo in-
di ciò che ho provato a ottenere con Il segno del chi- terlocutore, creando una sorta di suspense intellet-
mico: un montaggio testuale dove la nuda voce di tuale tale da avvincere il nostro orecchio alla voce
Primo Levi fosse la protagonista assoluta, e una par- che va raccontando.
titura dialogica che illuminasse ciascuna delle diver- Il décalage di cui parlo non riguarda solo la varietà
se sue facce: i punti nodali della sua vita, i molti ta- degli argomenti ma anche la nozione del tempo: il
lenti dello scrittore, la passione competente dello dialogo, che possiamo immaginare si svolga – pro-
scienziato e del tecnico, l’innervatura etica di ogni prio come quello con l’amico Philip Roth – negli ul-
sua pagina. Levi va lasciato parlare senza interfe- timi mesi della vita di Levi e in uno scenario dome-
renze; e, soprattutto in un testo destinato alla sce- stico, viene ogni poco risucchiato dal passato, e la
na, nessun discorso critico andava sovrapposto ai voce di Levi si fa puntiforme allorché si concentra
x presentazione
a rievocarlo: gli anni dell’università e i primi impau-
riti corteggiamenti alle ragazze, l’esame di chimica
in Auschwitz e i furti necessari per procurarsi il ci- IL SEGNO DEL CHIMICO
bo, il guizzo di una fantasia capace di parlare (in Dialogo con Primo Levi
versi) con la voce di Galileo Galilei e di descrivere
(sempre in versi) la tragedia dei buchi neri, infine il
chimico e lo scrittore che diventano una cosa sola
per narrare il romanzo biografico di un atomo di
carbonio, breve romanzo la cui ultima pagina ci ac-
compagna tra i circuiti neuronali di Primo Levi in
persona, per poi discendere verso la sua mano che
sta scrivendo: concludere con Carbonio, ultimo rac-
conto del Sistema periodico, era una scelta felicemen-
te obbligata.
Spero che l’esercizio di trasformare Levi in una
voce teatrale sia riuscito e che lettori e spettatori
possano apprezzare l’esperienza di questo rapido
viaggio da fermi.
domenico scarpa
Personaggi
primo levi
intervistatore

voce registrata «Per la prevenzione degli infor-


tuni.
«È facile che chi si accinge al lavoro incauta-
mente e spensieratamente ne riporti qualche dan-
no, ma neanche il preparatore chimico diligente
è al riparo da tutti i pericoli. I gravi incidenti che
purtroppo si ripetono nei laboratori chimici
richiedono che ogni membro della comunità del
laboratorio sia pienamente e seriamente conscio
dei suoi doveri nei riguardi dei suoi colleghi.
«Il più importante organo da proteggere è l’oc-
chio. In tutte le operazioni che si svolgono sotto
vuoto o sotto pressione, ad esempio per le distil-
lazioni sotto vuoto, o quando si pratichi per la
prima volta il vuoto in un essiccatore nuovo, o
quando vengano manipolati tubi di vetro a fu-
sione, bottiglie a pressione, autoclavi, si porti
sempre un paio di robusti occhiali protettivi, mu-
niti di vetri spessi. Lo stesso vale per l’esecuzione
delle fusioni alcaline, e per tutte le operazioni in
cui si possano verificare spruzzi di sostanze cau-
stiche o facilmente incendiabili: primi fra tutte,
il sodio e il potassio metallici».

intervistatore Da dove vengono queste parole?


4 il segno del chimico dialogo con primo levi 5
Auschwitz, e anche per merito di questo libro, tu
primo levi Dal mio vecchio testo universitario di avevi imparato ad affrontare i pericoli più gravi!
Chimica Organica Pratica. Sono di un tedesco,
il Gattermann: Ludwig Gattermann. In trent’an- primo levi Sai, per un chimico è necessario. Si
ni di professione le ho consultate centinaia di racconta che i massoni si riconoscessero tra loro
volte, le ho imparate quasi a memoria, non le ho grattandosi reciprocamente il palmo nell’atto in
mai trovate in difetto, forse hanno silenziosa- cui si stringevano la mano. Proporrei che i chimi-
mente stornato guai da me, dai miei compagni di ci della mia generazione (o gli ex chimici, come
lavoro e dalle cose che mi erano affidate. Le ho me), quando vengono tra loro presentati, si
raccolte in un mio volume intitolato La ricerca mostrino a vicenda il palmo della mano destra: la
delle radici. Antologia personale. Trenta autori ca- maggior parte di loro, verso il centro, là dove il
vati fuori da trenta secoli di messaggi scritti, let- tendine flessore del dito medio incrocia quella
terari e non… Il lettore che ne avrà voglia potrà che i chiromanti chiamano la linea della testa,
dare uno sguardo all’ecosistema che alberga conserva una piccola cicatrice professionale alta-
inaspettato nelle mie viscere, saprofiti, uccell i mente specifica, di cui spiegherò l’origine.
diurni e notturni, rampicanti, farfalle, grilli e Oggi, nei laboratori chimici, si montano in pochi
muffe. Era una «antologia» nel senso delle mie minuti apparecchi anche molto complessi usan-
letture personali: la ricerca delle eventuali tracce do vetreria a cono smerigliato unificato: è un si-
di quanto è stato letto su quanto è stato scritto. stema rapido e pulito, i giunti tengono bene an-
che al vuoto, i pezzi sono intercambiabili, ce n’è
intervistatore Questo brano l’hai intitolato Le un vasto assortimento, e il montaggio è semplice
parole del Padre, con la P maiuscola. come giocare con il Lego o il Meccano. Ma fin
verso il 1940 i coni unificati, in Italia, erano
primo levi Sì, perché vi si sente qualcosa che è sconosciuti o costosissimi, comunque preclusi agli
più nobile del puro ragguaglio tecnico: l’autorità studenti.
di chi insegna le cose perché le sa, e le sa per aver- Per la tenuta, si usavano tappi di sughero o di
le vissute; un sobrio ma fermo richiamo alla re- gomma; quando occorreva infilare in un tappo
sponsabilità, il primo, a ventidue anni, dopo sedi- forato un tubo di vetro piegato a squadra, si af-
ci anni di studio e infiniti libri letti. ferrava quest’ultimo e si premeva girando: spes-
so il vetro si rompeva, e il troncone affilato si
piantava nella mano. Sarebbe stato facile anzi
intervistatore La tua copia del Gattermann è doveroso, avvertire gli adepti di questo piccolo
stata stampata a Berlino nel 1939: è l’anno in pericolo agevolmente prevenibile: ma è noto che,
cui Hitler scatena la guerra mondiale. Mi viene in qualche oscuro recesso tribale della nostra
da dire che già prima di essere deportato ad natura, sopravvive un impulso che ci spinge a far
6 il segno del chimico dialogo con primo levi 7
sì che ogni iniziazione sia dolorosa, sia memora-
bile e lasci il segno. Questo, nel palmo della mano primo levi A distanza di quarant’anni, il mio
operante, era il nostro segno: di chimici ancora tatuaggio è diventato parte del mio corpo. Non
un poco alchimisti, ancora un poco costituiti in me ne glorio né me ne vergogno, non lo esibisco
setta segreta. e non lo nascondo. Lo mostro malvolentieri a chi
me ne fa richiesta per pura curiosità; pronta-
intervistatore Nella mano destra hai il segno del mente e con ira a chi si dichiara incredulo. Spes-
chimico. Sull’avambraccio sinistro, invece, hai so i giovani mi chiedono perché non me lo faccio
un numero che è il segno di Auschwitz. cancellare, e questo mi stupisce: perché dovrei?
Non siamo molti nel mondo a portare questa te-
primo levi L’iniziazione. Il mio nome era 174 517; stimonianza.
ad Auschwitz siamo stati battezzati, porteremo
finché vivremo il marchio tatuato sul braccio intervistatore Tu racconti della chimica solo a
sinistro. partire dall’università: a scuola la chimica non
L’operazione è stata lievemente dolorosa, e stra- c’era?
ordinariamente rapida: ci hanno messi tutti in
f ila, e ad uno ad uno, secondo l’ordine alfabeti- primo levi Fino a quando ho finito il liceo, nella
co dei nostri nomi, siamo passati davanti a un chimica manuale sono stato un autodidatta: per
abile funzionario munito di una specie di pun- la mia insegnante di scienze naturali la chimica
teruolo dall’ago cortissimo. era un testo di chimica, e basta. Era le pagine di
Solo «mostrando il numero» si riceveva il pane un libro. Non aveva mai toccato in vita sua un
e la zuppa. Occorsero vari giorni, e non pochi cristallo o una soluzione. Era un sapere trasmes-
schiaffi e pugni, perché ci abituassimo a mostrare so da insegnante a insegnante, senza mai un col-
il numero prontamente, in modo da non intral- laudo pratico.
ciare le quotidiane operazioni annonarie di distri- Invece credo che ogni chimico conservi del labo-
buzione; ci vollero settimane e mesi perché ne ap- ratorio universitario un ricordo dolce e pieno di
prendessimo il suono in lingua tedesca. E per nostalgia. Non soltanto perché vi si nutriva una
molti giorni, quando l’abitudine dei giorni liberi camaraderie intensa, legata al lavoro comune, ma
mi spingeva a cercare l’ora sull’orologio a polso, anche perché se ne usciva, ogni sera e più acuta-
mi appariva invece ironicamente il mio nuovo mente a fine corso, con la sensazione di «avere
nome, il numero trapunto in segni azzurrognoli imparato a fare una cosa»; il che, la vita lo inse-
sotto l’epidermide. gna, è diverso dall’avere «imparato una cosa».

intervistatore Come convivi, oggi, con quel nu- intervistatore Parli spesso della mano, del tat-
mero? to, degli organi di senso. Una volta hai detto che
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hai scelto di raccontare (cito le tue parole) non Robinson Crusoe all’inferno, con te, Primo Levi,
«la grande chimica, la chimica trionfante degli nei panni di un Crusoe che strappa ciò che gli
impianti colossali e dei fatturati vertiginosi, per- serve per vivere ai magmatici avanzi di un’isola
ché questa è opera collettiva e quindi anonima», irriducibilmente spietata. Ciò che mi ha colpito
ma al contrario la «chimica solitaria, inerme e ap- in quel capitolo, come in tutto il libro, è quanto
piedata, a misura d’uomo». il pensare abbia contribuito a farti sopravvivere.
La tua non mi pare una sopravvivenza determi-
primo levi Certo, perché questa chimica con nata da una animalesca resistenza biologica o da
poche eccezioni è stata la mia: ma è stata anche una straordinaria fortuna, ma radicata semmai
la chimica dei fondatori, che non lavoravano in nel tuo mestiere: nell’uomo della precisione, nel-
équipe ma soli, in mezzo all’indifferenza del loro l’uomo che verifica esperimenti e cerca il princi-
tempo, per lo più senza guadagno, e affrontavano pio dell’ordine, posto di fronte al perverso capo-
la materia senza aiuti, col cervello e con le mani, volgimento di tutto ciò che per lui era un valore.
con la ragione e la fantasia… Sì, il pezzo numerato di una macchina infernale,
La mano è un organo nobile, ma la scuola, tutta ma un pezzo numerato con un’intelligenza me-
presa ad occuparsi del cervello, l’aveva trascurata. todica che deve sempre «capire». Lo scienziato
Dobbiamo pur saper usare le nostre mani, i nostri e il superstite sono una cosa sola.
occhi, il nostro naso. Io sono molto contento di
aver educato il mio naso, sono ancora in grado di primo levi Benissimo! Hai colto nel segno. È
identificare a naso certi gruppi funzionali più in proprio vero che in quei memorabili dieci giorni
fretta dello spettrometro a infrarossi e dei gascro- del gennaio 1945, io mi sono sentito come Robin-
matografi. In questo il mestiere di chimico ti inte- son Crusoe, ma con una importante differenza.
gra nella tua funzione di persona completa. Sia da Robinson si era messo al lavoro per la sua indi-
studente sia da tecnico delle vernici ho fatto uno viduale sopravvivenza; io ed i miei due compa-
sforzo continuo per sfruttare appieno l’aiuto che gni francesi eravamo consci, e felici, di lavorare
possono fornire gli occhi, le dita, il naso. finalmente per uno scopo giusto e umano, quel-
lo di salvare le vite dei nostri compagni ammalati.
intervistatore Se questo è un uomo si conclude
con un capitolo intitolato Storia di dieci giorni, nel intervistatore Se questo è un uomo equivale alle
quale tu descrivi, in forma di diario, come hai re- memorie di un teorico della biochimica morale
sistito dal 18 al 27 gennaio del 1945 tra un pic- che sia stato precettato come organismo-campio-
colo manipolo di malati e moribondi nell’infer- ne per essere sottoposto alla più bieca sperimen-
meria del campo, il Ka-Be, dopo la fuga dei na- tazione di laboratorio. La persona prigioniera nel
zisti verso Ovest con circa ventimila prigionieri laboratorio dello scienziato folle è l’idea stessa
«sani». Quel racconto mi suona come la storia di dello scienziato razionale. C’è un episodio, nel
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tuo libro, dove descrivi proprio questo confron- parte, ed io mi sento come Edipo davanti alla
to fra lo scienziato folle e il razionale, che natu- Sfinge. Le mie idee sono chiare, e mi rendo con-
ralmente sei tu. È il tuo Esame di chimica in to anche in questo momento che la posta in gio-
Auschwitz, dove verrai esaminato dal Doktor co è grossa; eppure provo un folle impulso a
Ingenieur Pannwitz. E tu, costretto ad aspet- scomparire, a sottrarmi alla prova.
tare per ore il tuo esame, non sei più il dottor Pannwitz è alto, magro, biondo; ha gli occhi, i
Primo Levi, torinese, ma sei un prigioniero, uno capelli e il naso come tutti i tedeschi devono aver-
Häftling che ha il numero 174 517 tatuato sul- li, e siede formidabilmente dietro una complica-
l’avambraccio ed è sorvegliato a vista da un Kapo ta scrivania. Io, Häftling 174 517, sto in piedi
di nome Alex. nel suo studio che è un vero studio, lucido puli-
to e ordinato, e mi pare che lascerei una macchia
primo levi La porta si è aperta. I tre dottori han- sporca dovunque dovessi toccare.
no deciso che sei candidati passeranno in matti- Quando ebbe finito di scrivere, alzò gli occhi e
nata. Il settimo no. Il settimo sono io, ho il nu- mi guardò.
mero di matricola più elevato, mi tocca ritornare Da quel giorno, io ho pensato al Doktor Pann-
al lavoro. Solo nel pomeriggio viene Alex a pre- witz molte volte e in molti modi. Mi sono do-
levarmi; che disdetta, non potrò neppure comu- mandato quale fosse il suo intimo funzionamen-
nicare cogli altri per sapere «che domande fan- to di uomo; come riempisse il suo tempo, all’in-
no». fuori della Polimerizzazione e della coscienza
Questa volta ci siamo proprio. Per le scale, Alex indogermanica; soprattutto, quando io sono sta-
mi guarda torvo, si sente in qualche modo respon- to di nuovo un uomo libero, ho desiderato di in-
sabile del mio aspetto miserevole. Mi vuol male contrarlo ancora, e non già per vendetta, ma so-
perché sono italiano, perché sono ebreo e perché, lo per una mia curiosità dell’anima umana.
fra tutti, sono quello che più si scosta dal suo ca- Perché quello sguardo non corse fra due uomini;
poralesco ideale virile. Per analogia, pur senza e se io sapessi spiegare a fondo la natura di quel-
capirne nulla, e di questa sua incompetenza es- lo sguardo, scambiato come attraverso la parete
sendo fiero, ostenta una profonda sfiducia nelle di vetro di un acquario tra due esseri che abitano
mie possibilità per l’esame. mezzi diversi, avrei anche spiegato l’essenza del-
Siamo entrati. C’è solo il Doktor Pannwitz, Alex, la grande follia della terza Germania.
col berretto in mano, gli parla a mezza voce: Quello che tutti noi dei tedeschi pensavamo e
– … un italiano, in Lager da tre mesi soltanto, dicevamo si percepì in quel momento in modo
già mezzo kaputt… … Er sagt er ist Chemiker… immediato. Il cervello che sovrintendeva a quegli
– ma lui Alex sembra su questo faccia le sue ri- occhi azzurri e a quelle mani coltivate diceva:
serve. «Questo qualcosa davanti a me appartiene a un
Alex viene brevemente congedato e relegato da genere che è ovviamente opportuno sopprimere.
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Nel caso particolare, occorre prima accertarsi che ra. Ora mi chiede su quale argomento ho fatto la
non contenga qualche elemento utilizzabile». E tesi di laurea. Devo fare uno sforzo violento per
nel mio capo, come semi in una zucca vuota: «Gli suscitare queste sequenze di ricordi così profon-
occhi azzurri e i capelli biondi sono essenzial- damente lontane: è come se cercassi di ricordare
mente malvagi. Nessuna comunicazione possi- gli avvenimenti di una incarnazione anteriore.
bile. Sono specializzato in chimica mineraria. Qualcosa mi protegge. Le mie povere vecchie
Sono specializzato in sintesi organiche. Sono spe- Misure di costanti dielettriche interessano partico-
cializzato…» larmente questo ariano biondo dalla esistenza si-
Ed incominciò l’interrogatorio, mentre nel suo cura: mi chiede se so l’inglese, mi mostra il testo
angolo sbadigliava e digrignava Alex, terzo esem- del Gattermann, e anche questo è assurdo e in-
plare zoologico. verosimile, che quaggiù, dall’altra parte del filo
– Wo sind Sie geboren? – mi dà del Sie, del lei: spinato, esista un Gattermann in tutto identico
il Doktor Ingenieur Pannwitz non ha il senso del- a quello su cui studiavo in Italia, in quarto anno,
l’umorismo. Che sia maledetto, non fa il minimo a casa mia.
sforzo per parlare un tedesco un po’ comprensi-
bile. intervistatore Il seguito di Se questo è un uomo
– Mi sono laureato a Torino nel 1941, summa è La tregua. Il tema è il tuo viaggio di ritorno da
cum laude, – e, mentre lo dico, ho la precisa sen-
Auschwitz in Italia. C’è davvero una dimensione
sazione di non essere creduto, a dire il vero non
mitica in questo tormentato viaggio, special-
ci credo io stesso, basta guardare le mie mani
mente nella storia del tuo lungo periodo di «ge-
sporche e piagate, i pantaloni da forzato incro-
stati di fango. Eppure sono proprio io, il laurea- stazione» in Unione Sovietica, in attesa di essere
to di Torino, anzi, particolarmente in questo mo- rimpatriato. Ciò che sorprende ne La tregua – che
mento è impossibile dubitare della mia identità avrebbe potuto, e comprensibilmente, essere im-
con lui, infatti il serbatoio dei ricordi di chimica prontata al lutto, a un’inconsolabile disperazione
organica, pur dopo la lunga inerzia, risponde al- – è l’esuberanza.
la richiesta con inaspettata docilità; e ancora,
questa ebrietà lucida, questa esaltazione che mi primo levi Sono vestito come uno straccione, ar-
sento calda per le vene come la riconosco, è la riverò forse a casa senza scarpe, ma in cambio ho
febbre degli esami, la mia febbre dei miei esami, imparato il tedesco, un po’ di russo e di polacco,
quella spontanea mobilitazione di tutte le facoltà e inoltre a cavarmela in molte circostanze, a non
logiche e di tutte le nozioni che i miei compagni perdere coraggio e a resistere alle sofferenze
di scuola tanto mi invidiavano. morali e corporali. Porto la barba per economia
L’esame sta andando bene. A mano a mano che di barbiere; so fare la zuppa di cavoli e di rape, e
me ne rendo conto, mi pare di crescere di statu- cucinare le patate in moltissimi modi, tutti sen-
14 il segno del chimico dialogo con primo levi 15
za condimenti. So montare, accendere e pulire La luce stessa ricade, rotta dal proprio peso
stufe. Ho fatto un numero incredibile di mestieri: E tutti noi seme umano viviamo e moriamo per
l’aiuto muratore, lo sterratore, lo spazzino, il nulla,
facchino, il beccamorti, l’interprete, il ciclista, il E i cieli si convolgono perpetuamente invano.
sarto, il ladro, l’infermiere, il ricettatore, lo spac-
capietre: perfino il chimico! intervistatore Questa una poesia nerissima, al-
tro che technicolor! Il disordine dell’Europa, il
intervistatore Tu sembri una persona la cui esi- disordine dell’universo… In te il linguaggio del-
genza più profonda è innanzitutto di aver radici lo scienziato e il linguaggio dello scrittore sono
– nella professione, nella famiglia, nel luogo, nel- una cosa sola.
la lingua; eppure, quando ti sei trovato più solo
e sradicato che mai, hai considerato quella con- primo levi Sai, una volta, all’università, nel calo-
dizione «un regalo». re di un discorso, arrivai a dire a un mio amico
che il Sistema Periodico di Mendeleev è una
primo levi Un amico mi ha detto molti anni fa: poesia, più alta e solenne di tutte le poesie di-
«I tuoi ricordi di prima e di dopo sono in bianco gerite in liceo: a pensarci bene, aveva perfino le
e nero; quelli di Auschwitz e del viaggio di ri- rime!
torno sono in technicolor». Aveva ragione. La L’espressione è paradossale, ma la rima c’è pro-
famiglia, la casa e la fabbrica sono cose buone in prio. Nella forma grafica più consueta della
sé, ma mi hanno privato di qualcosa di cui anco- tavola periodica, ogni riga termina con la stessa
ra oggi sento la mancanza, cioè dell’avventura. Il «sillaba», che è sempre composta da un alogeno
mio destino ha voluto che io trovassi l’avventu- più un gas raro: fluoro+neon, cloro+argon, e
ra proprio in mezzo al disordine dell’Europa de- così via. Ma c’è evidentemente di più. C’è l’eco
vastata dalla guerra. della grande scoperta, quella che ti toglie il fiato;
dell’emozione (anche estetica, anche poetica) che
Nessuno canti più d’amore o di guerra. Mendeleev deve aver provato quando intuì che
ordinando gli elementi allora noti in quel certo
L’ordine donde il cosmo traeva nome è sciolto; modo, il caos dava luogo all’ordine, l’indistinto
Le legioni celesti sono un groviglio di mostri, al comprensibile.
L’universo ci assedia cieco, violento e strano.
Il sereno è cosparso d’orribili soli morti, intervistatore Già, la tavola periodica come un
Sedimenti densissimi d’atomi stritolati. libro – il libro poetico – della trasformazione del
Da loro non emana che disperata gravezza, caos in ordine. E proprio nel Sistema periodico, il
Non energia, non messaggi, non particelle, non tuo libro sul «sapore forte e amaro» della tua
luce; esperienza di chimico, tu parli di una collega,
16 il segno del chimico dialogo con primo levi 17
Giulia, che spiega la tua «mania di lavorare» con
il fatto che tu, poco più che ventenne, eri timido primo levi Era scoccata l’ora dell’appuntament o
con le donne e non avevi una ragazza. Ma credo con la Materia. A me, il primo giorno, toccò in
che sbagliasse. La tua effettiva mania di lavorare sorte la preparazione del solfato di zinco: non
ha un’origine più profonda. doveva essere troppo difficile, si trattava di fare
un elementare calcolo stechiometrico, e di attac-
primo levi Non credo che Giulia avesse torto nel- care lo zinco in granuli con acido solforico pre-
l’attribuire la mia mania di lavorare alla mia viamente diluito; concentrare, cristallizzare,
timidezza di allora con le ragazze. Questa a sciugare alla pompa, lavare e ricristallizzare.
timidezza, o inibizione, era un dato di fatto, con- Zinco, zinc, Zinck: ci si fanno i mastelli per la
creto, doloroso e pesante. A quel tempo, era biancheria, non è un elemento che dica molto al-
molto più importante per me che non la passione l’immaginazione, è grigio e i suoi sali sono in-
per il lavoro. c o lori, non è tossico, non dà reazioni cromatiche
Non ho mai cercato seriamente di analizzare la vistose, insomma, è un metallo noioso. È noto
mia timidezza sessuale di allora, ma è certo che all’umanità da due o tre secoli, non è dunque un
essa era in buona parte condizionata dalle leggi veterano carico di gloria come il rame, e nep-
razziali; anche altri miei amici ebrei ne sof- pure uno di quegli elementini freschi freschi che
frivano, alcuni nostri compagni di scuola «ariani» portano ancora addosso il clamore della loro
ci deridevano, dicevano che la circoncisione non s c o perta.
era altro, in sostanza, che una castrazione, e noi, Sulle dispense stava scritto un dettaglio che alla
almeno a livello inconscio, tendevamo a crederci prima lettura mi era sfuggito, e cioè che il così
(aiutati in questo dal puritanesimo che domina- tenero e delicato zinco, così arrendevole davan-
va nelle nostre famiglie). Di conseguenza, credo ti agli acidi, che se ne fanno un solo boccone, si
che a quel tempo il lavoro fosse effettivamente comporta invece in modo assai diverso quando è
per me un equivalente sessuale piuttosto che una molto puro: allora resiste ostinatamente all’attac-
passione. co. Se ne potevano trarre due conseguenze filoso-
fiche tra loro contrastanti: l’elogio della purezza,
intervistatore Puritanesimo, razza pura… ne che protegge dal male come un usbergo; l’elogio
parli in un racconto del Sistema periodico, il tito- dell’impurezza, che dà adito ai mutamenti, cioè
lo è Zinco. Sono i primi mesi del 1939: il tuo pri- alla vita. Scartai la prima, disgustosamente mo-
mo anno di università, a Torino. Sei tra i pochi ralistica, e mi attardai a considerare la seconda,
studenti selezionati per entrare all’Istituto Chi- che mi era più congeniale. Perché la ruota giri,
mico e lavorare in un luogo inaccessibile e miste- perché la vita viva, ci vogliono le impurezze, e le
rioso, il laboratorio delle Preparazioni. impurezze delle impurezze: anche nel terreno,
come è noto, se ha da essere fertile. Ci vuole il
18 il segno del chimico dialogo con primo levi 19
dissenso, il diverso, il grano di sale e di senape: Ronzando intorno a Rita mi accorsi di una se-
il fascismo non li vuole, li vieta, e per questo tu conda circostanza fortunata: dalla borsa della
non sei fascista; vuole tutti uguali e tu non sei ragazza sporgeva una copertina ben nota, gialla-
uguale. Ma neppure la virtù immacolata esiste, o stra col bordo rosso, e sul frontespizio stava un
se esiste è detestabile. Prendi dunque la soluzio- corvo con un libro nel becco. Il titolo? Si legge-
ne di solfato di rame che è nel reagentario, ag- va soltanto «agna» e «tata», ma tanto bastava:
giungine una goccia al tuo acido solforico, e ve- era il mio viatico di quei mesi, la storia senza tem-
di che la reazione si avvia: lo zinco si risveglia, si po di Giovanni Castorp in magico esilio sulla
ricopre di una bianca pelliccia di bollicine di Montagna Incantata. Ne chiesi conto a Rita,
idrogeno, ci siamo, l’incantesimo è avvenuto, lo pieno d’ansia per il suo giudizio, quasi che il li-
puoi abbandonare al suo destino e fare quattro bro lo avessi scritto io: e mi dovetti presto con-
passi per il laboratorio a vedere che c’è di nuovo vincere che lei, quel romanzo, lo stava leggendo
e cosa fanno gli altri. in tutt’altro modo. Come un romanzo, appunto:
In un angolo c’era una cappa, e davanti alla cap- le interessava molto sapere fino a che punto
pa sedeva Rita. Stava cucinando la mia stessa Giovanni si sarebbe spinto con la Signora
pietanza, il solfato di zinco… Era un pezzo che Chauchat, e saltava senza misericordia le af-
giravo intorno a Rita, preparavo mentalmente fascinanti (per me) discussioni politiche, teo-
brillanti attacchi di discorso e poi al momento de- logiche e metafisiche dell’umanista Settembrini
cisivo non osavo… e rimandavo al giorno dopo. col gesuita-ebreo Naphta. Non importa: anzi, c’è
Rita era molto magra, pallida, triste e sicura di un terreno di dibattito. Potrebbe addirittura di-
sé. Non era amica di nessuno, nessuno sapeva ventare una discussione essenziale e fondamen-
niente di lei, parlava poco, e per tutti questi mo- tale, perché ebreo sono anch’io, e lei no: sono io
tivi mi attraeva, cercavo di sederle accanto a l’impurezza che fa reagire lo zinco, sono il granel-
lezione, e lei non mi accettava nella sua confiden- lo di sale e di senape. L’impurezza, certo: poiché
za, ed io mi sentivo frustrato e sfidato. Mi sen- proprio in quei mesi iniziava la pubblicazione di
tivo disperato, anzi, e non certo per la prima vol- «La Difesa della Razza», e di purezza si faceva
ta: infatti in quel tempo mi credevo condannato un gran parlare, ed io cominciavo ad essere fiero
ad una perpetua solitudine mascolina, negato per di essere impuro. Per vero, fino appunto a quei
sempre al sorriso di una donna, di cui pure ave- mesi non mi era importato molto di essere ebreo:
vo bisogno come l’aria. Era ben chiaro che quel dentro di me, e nei contatti coi miei amici cri-
giorno mi si stava presentando un’occasione che stiani avevo sempre considerato la mia origine
non poteva andare sprecata: fra Rita e me esiste- come un fatto pressoché trascurabile ma curioso,
va in quel momento un ponte, un ponticello di una piccola anomalia allegra, come chi abbia il
zinco, esile ma praticabile; orsù, muovi il primo naso storto o le lentiggini; un ebreo è uno che a
passo. Natale non fa l’albero, che non dovrebbe man-
20 il segno del chimico dialogo con primo levi 21
giare il salame ma lo mangia lo stesso, che ha im- trasse, e neppure ricambiò la stretta: ma io rego-
parato un po’ di ebraico a tredici anni e poi lo ha lai il mio passo sul suo, e mi sentivo ilare e vitto-
dimenticato. Secondo la rivista sopra citata, un rioso. Mi pareva di aver vinto una battaglia, pic-
ebreo è avaro ed astuto: ma io non ero partico- cola ma decisiva contro il buio, il vuoto, e gli an-
larmente avaro né astuto, e neppure mio padre lo ni nemici che sopravvenivano.
era stato.
C’era dunque in abbondanza di che discutere con intervistatore Pochi anni dopo l’università il
Rita, ma il discorso a cui io tendevo non si in- destino ti avrebbe portato a lavorare in un labo-
nescava. Mi accorsi presto che Rita era diversa ratorio chimico che si trovava proprio nel Lager
da me, non era un grano di senape. Era figlia di di Auschwitz dove eri tenuto prigioniero: Arbeit
un negoziante povero e malato. L’università, per macht frei – il lavoro rende liberi: sono le parole
lei, non era affatto il tempio del sapere: era un incise dai nazisti all’ingresso di Auschwitz. Ma il
sentiero spinoso e faticoso, che portava al titolo, lavoro ad Auschwitz è un’orrenda parodia del
al lavoro e al guadagno. Lei stessa aveva lavora- lavoro, senza scopo e senza senso. Si può consi-
to, fin da bambina: aveva aiutato il padre, era sta- derare la tua intera fatica letteraria come tesa a
ta commessa in una bottega di villaggio, ed an- restituire al lavoro il suo senso umano, redimen-
che allora viaggiava in bicicletta per Torino a fare do la parola Arbeit dall’irridente cinismo con il
consegne e a ritirare pagamenti. Tutto questo quale i tuoi datori di lavoro l’avevano sfregiata.
non mi allontanava da lei, anzi, lo trovavo am- E il tuo datore di lavoro era la Buna, la fabbrica
mirevole, come tutto quello che la riguardava: le di gomma sintetica allestita in Auschwitz dall’in-
sue mani poco curate, il vestire dimesso, il suo dustria tedesca IG-Farben.
sguardo fermo, la sua tristezza concreta, la riser- Adesso, con due compagni, fai parte dei Drei
va con cui accettava i miei discorsi. Leute vom Labor, i tre del Laboratorio. Ma da
Così il mio solfato di zinco finì malamente di con- quella fabbrica, nel Lager che si trova ormai sot-
centrarsi, e si ridusse ad una polverina bianca che to il tiro dei bombardamenti, non uscirà mai
esalò in nuvole soffocanti tutto o quasi il suo aci- nemmeno un grammo di gomma sintetica.
do solforico. Lo abbandonai al suo destino, e
proposi a Rita di accompagnarla a casa. Era buio, primo levi Siamo entrati in laboratorio timidi,
e la casa non era vicina. Lo scopo che mi ero pro- sospettosi e disorientati come tre bestie selvagge
posto era obiettivamente modesto, ma a me pare- che si addentrino in una grande città. Come è li-
va di un’audacia senza pari: esitai per metà del scio e pulito il pavimento! Questo è un laborato-
percorso, e mi sentivo sui carboni ardenti, ed rio sorprendentemente simile a qualunque altro
ubriacavo me stesso e lei con discorsi trafelati e laboratorio. Tre lunghi banchi di lavoro carichi
sconnessi. Infine, tremando per l’emozione, in- di centinaia di oggetti familiari. La vetreria in un
filai il mio braccio sotto il suo. Rita non si sot- angolo a sgocciolare, la bilancia analitica, una stu-
22 il segno del chimico dialogo con primo levi 23
fa Heraus, un termostato Höppler. L’odore mi fa
trasalire come una frustata: il debole odore aro- intervistatore E più tardi, quando hai lavorato
matico dei laboratori di chimica organica. Per un in fabbrica, scrivevi lo stesso?
attimo, evocata con violenza brutale e subito
svanita, la grande sala semibuia dell’università, il primo levi Certo. Molti capitoli di Se questo è un
quarto anno, l’aria mite del maggio in Italia. uomo li ho scritti proprio in fabbrica, durante la
Adesso, ogni mattina, alla divisione delle squadre, pausa pranzo. Ma un chimico industriale deve
il Kapo chiama prima di tutti gli altri noi tre del scrivere anche per ragioni di lavoro, e fra queste
laboratorio, «die drei Leute vom Labor». In cam- due scritture c’è un nesso. Ho vissuto il Lager nel
po alla sera e al mattino, nulla mi distingue dal modo più razionale che potevo, e ho scritto Se
gregge, ma di giorno, al lavoro, io sto al coperto questo è un uomo sforzandomi di spiegare agli al-
e al caldo, e nessuno mi picchia. Inoltre, si può tri, e a me stesso, i fatti in cui ero stato coinvolto,
chiamare lavoro questo mio? Lavorare è spingere ma senza precisi intenti letterari. Il mio modello,
vagoni, portare travi, spaccare pietre, spalare ter- o se preferisci il mio stile, era quello del weekly
ra, stringere con le mani nude il ribrezzo del fer- r e p o r t, del rapportino settimanale che si usa fare
ro gelato. I compagni del Kommando mi invidia- nelle fabbriche: deve essere conciso, preciso, e
no, e hanno ragione; non dovrei forse dirmi con- scritto in un linguaggio accessibile a tutti i livelli
tento? ma non appena, al mattino, io mi sottraggo della gerarchia aziendale. Non certo in linguaggio
alla rabbia del vento e varco la soglia del labora- scientifico: del resto, scienziato avrei voluto di-
torio, ecco al mio fianco la compagna di tutti i mo- ventare, ma la guerra e il Lager me lo hanno im-
menti di tregua, del Ka-Be e delle domeniche di pedito, e ho dovuto accontentarmi di essere un
riposo: la pena del ricordarsi, il vecchio feroce tecnologo durante tutta la mia vita professionale.
struggimento di sentirsi uomo, che mi assalta
come un cane all’istante in cui la coscienza esce intervistatore E allora parliamo della fabbrica
dal buio. Allora prendo la matita e il quaderno, e di vernici. Che io sappia, solo due scrittori di ran-
scrivo quello che non saprei dire a nessuno. go sono stati dirigenti di una fabbrica di vernici:
tu a Torino, in Italia, e Sherwood Anderson a
intervistatore Questo significa che Se questo è Elyria, nell’Ohio. Mi domando se ti consideri ad-
un uomo l’hai cominciato a scrivere quando an- dirittura più fortunato – e magari più agguerrito
cora eri ad Auschwitz, dentro quel laboratorio di per scrivere – di quanti non hanno alle spalle
chimica… un’esperienza come questa.

primo levi Sì, ma distruggevo i miei appunti primo levi Sono approdato all’industria delle ver-
subito dopo averli scritti: se me li avessero trovati nici per puro caso. Mi sono occupato piuttosto
addosso, mi avrebbero ucciso sul posto. poco di vernici propriamente dette: la nostra fab-
24 il segno del chimico dialogo con primo levi 25
brica, fin dai primi anni, si è specializzata nella sul piano delle comparazioni il chimico militante
produzione di smalti isolanti per conduttori elet- si trova in possesso di una insospettata ricchez-
trici di rame. A quel tempo contavo fra i trenta za: «nero come…»; «amaro come…»; vischioso,
o quaranta specialisti del mondo in questo ramo. tenace, greve, fetido, fluido, volatile, inerte, in-
Al tuo breve elenco di scrittori verniciai devo fiammabile: sono tutte qualità che il chimico
però aggiungere un terzo nome, Italo Svevo, conosce bene, e per ognuna di esse sa scegliere
ebreo triestino convertito al cattolicesimo: Sve- una sostanza che la possiede in misura premi-
vo fu direttore commerciale di una fabbrica di nente ed esemplare. Anche il profano sa che cosa
vernici di Trieste, la Società Veneziani, che ap- vuol dire filtrare, cristallizzare, distillare, ma lo
parteneva a suo suocero e che si è sciolta pochi sa di seconda mano: non ne conosce la «passione
anni fa. impressa», ignora le emozioni che a questi gesti
Non credo di aver sprecato il mio tempo dirigen- sono legate, non ne ha percepita l’ombra simbo-
do una fabbrica (di vernici o di qualsiasi altra ro- lica.
ba): ho acquistato altre esperienze preziose, che
si sono addizionate e combinate con quelle di intervistatore Distillare…
«Auschwitz».
primo levi Distillare è bello. Prima di tutto per-
intervistatore Anche esperienze di scrittura? ché è un mestiere lento, filosofico e silenzioso,
La fabbrica ti è stata utile anche per quello? che ti occupa ma ti lascia tempo di pensare ad al-
tro, un po’ come l’andare in bicicletta. Poi, per-
primo levi Ci sono altri benefici, altri doni che il ché comporta una metamorfosi: da liquido a va-
chimico porge allo scrittore. L’abitudine a voler pore (invisibile), e da questo nuovamente a liqui-
penetrare la materia, a volerne sapere la compo- do; ma in questo doppio cammino, all’in su ed
sizione e la struttura, a prevederne le proprietà all’in giù, si raggiunge la purezza, condizione am-
ed il comportamento, conduce ad un insight, ad bigua ed affascinante, che parte dalla chimica ed
un abito mentale di concretezza e di concisione, arriva molto lontano.
al desiderio costante di non fermarsi alla super-
ficie delle cose. La chimica è l’arte di separare, intervistatore C’è un altro grande scienziato e
pesare e distinguere: sono tre esercizi utili anche scrittore italiano che fa l’elogio dell’impurezza,
a chi si accinge a descrivere fatti o a dare corpo Galileo.
alla propria fantasia. C’è poi un patrimonio im-
menso di metafore che lo scrittore può ricavare primo levi
dalla chimica di oggi e di ieri, e che chi non ab- Ho visto Venere bicorne
bia frequentato il laboratorio e la fabbrica Navigare soave nel sereno.
conosce solo approssimativamente. Anche solo Ho visto valli e monti sulla Luna
26 il segno del chimico dialogo con primo levi 27
E Saturno trigemino Se non si comincia da bambini, imparare a rubare
Io Galileo, primo fra gli umani; non è facile; mi erano occorsi diversi mesi per
Quattro stelle aggirarsi intorno a Giove, reprimere i comandamenti morali e per acquisire
E la Via Lattea scindersi le tecniche necessarie. Rubavo ad ogni occasio-
In legioni infinite di mondi nuovi. ne favorevole, ma con astuzia sorniona e senza
Ho visto, non creduto, macchie presaghe espormi. Rubavo tutto, salvo il pane dei miei
Inquinare la faccia del Sole. compagni.
Quest’occhiale l’ho costruito io, Sotto l’aspetto delle sostanze che si potessero
Uomo dotto ma di mani sagaci: rubare con profitto, quel laboratorio era terreno
Io ne ho polito i vetri, io l’ho puntato al Cielo vergine, tutto da esplorare. C’era un barattolo mi-
Come si punterebbe una bombarda. sterioso su di uno scaffale. Conteneva una ventina
Io sono stato che ho sfondato il Cielo di cilindretti grigi, duri, incolori, insapori, e non
Prima che il Sole mi bruciasse gli occhi. aveva etichetta. Questo era molto strano, perché
Prima che il Sole mi bruciasse gli occhi quello era un laboratorio tedesco, e i tedeschi non
Ho dovuto piegarmi a dire dimenticano mai le etichette. In quella situazione,
Che non vedevo quello che vedevo. non disponevo certamente dell’attrezzatura e del-
Colui che m’ha avvinto alla terra la tranquillità necessarie per identificare la natura
Non scatenava terremoti né folgori,
dei cilindretti. A buon conto, ne nascosi tre in ta-
Era di voce dimessa e piana,
sca e me li portai la sera in campo. Erano lunghi
Aveva la faccia di ognuno.
forse venticinque millimetri, e con un diametro di
L’avvoltoio che mi rode ogni sera
Ha la faccia di ognuno. quattro o cinque.
Li mostrai al mio amico Alberto. Alberto cavò di
intervistatore Tra i mestieri che ti è capitato di tasca un coltellino e provò ad inciderne uno: era
fare, lo hai detto poco fa, c’è anche quello del duro, resisteva alla lama. Provò a raschiarlo: si udì
ladro. Lo hai quasi nascosto in quell’elenco – il un piccolo crepitio e scaturì un fascio di scintille
sarto, il beccamorti, lo spaccapietre – e io invece g ialle. A questo punto la diagnosi era facile: si trat-
vorrei saperne di più. tava di ferro-cerio, la lega di cui sono fatte le co-
muni pietrine per accendisigaro. Perché così gran-
primo levi È stato ad Auschwitz, naturalmente. di? Alberto, che per qualche settimana aveva la-
A distanza di trent’anni, mi riesce difficile ri- vorato da manovale insieme con una squadra di
costruire quale sorta di esemplare umano cor- saldatori, mi spiegò che vengono montati sulla
rispondesse, nel novembre 1944, al mio nome, o punta dei cannelli ossiacetilenici, per accendere la
meglio al mio numero 174 517. Ero chimico in fiamma. A questo punto mi sentivo scettico sulle
un laboratorio chimico, e rubavo per mangiare. possibilità commerciali della mia refurtiva: poteva
28 il segno del chimico dialogo con primo levi 29
magari servire ad accendere il fuoco, ma in Lager prima di Auschwitz. Eri a Milano, e facevi parte
i fiammiferi (illegali) non scarseggiavano certo. di un gruppo di sette amici, ragazzi e ragazze, tut-
Alberto mi redarguì. Per lui la rinuncia, il pessi- ti ebrei come te, tutti «approdati per motivi di-
mismo, lo sconforto, erano abominevoli e col- versi nella grossa città che la guerra rendeva
pevoli. Mi redarguì: non bisogna scoraggiarsi i nospitale». Facevate i lavori più diversi: chi l’ar-
mai, perché è dannoso, e quindi immorale, qua- chitetto, chi l’ingegnere, chi come te il chimico,
si indecente. Avevo rubato il cerio: bene, ora si chi il redattore editoriale; c’era perfino uno di
trattava di piazzarlo, di lanciarlo. Ci avrebbe voi che stava scrivendo un trattato di filosofia.
pensato lui, lo avrebbe fatto diventare una La sera, quando vi riunivate insieme, riempivate
novità, un articolo di alto valore commerciale. dei quaderni – li chiamavate i libri segreti – di ca-
Prometeo era stato sciocco a donare il fuoco agli ricature e disegni satirici. C’era Hitler der Teufel,
uomini invece di venderlo: avrebbe fatto quattri- c’era Benito Mussolini petto in fuori, c’era il Re,
ni, placato Giove ed evitato il guaio dell’av- c’era il prefetto di Milano. E c’eravate voi che vi
voltoio. Noi dovevamo essere più astuti. disegnavate gli uni con gli altri. Pochi mesi più
A sera io portai in campo i cilindretti, ed Alber- tardi sarebbe caduto Mussolini e voi sareste sali-
to un pezzo di lamiera con un foro rotondo: era ti in montagna, per combattere nella Resistenza
il calibro prescritto a cui avremmo dovuto assot- contro i fascisti e i nazisti.
tigliare i cilindri per trasformarli in pietrine e
quindi in pane. Come? Con un coltello, di primo levi Avevamo freddo e fame, eravamo i
nascosto. Quando? Di notte. Dove? Nella barac- partigiani più disarmati del Piemonte, e proba-
ca di legno, sotto le coperte e sopra il saccone bilmente anche i più sprovveduti.
pieno di trucioli, e cioè rischiando di provocare
un incendio, e più realisticamente rischiando intervistatore E infatti vi avrebbero catturati:
l’impiccagione. all’alba del 13 dicembre 1943, in un rifugio di
Ma il Lager ci aveva donato una folle famigliari- montagna ad Amay, in Val d’Aosta. Per te, quel-
tà col pericolo, e rischiare il capestro per mangia- la mattina, cominciava il viaggio che ti avrebbe
re di più ci sembrava una scelta logica, anzi ovvia. portato ad Auschwitz. A me, però, interessa un
Tenevamo sollevata la coperta con le ginocchia, progetto che avevi fin dai tempi di Milano. Per-
e sotto quella tenda improvvisata raschiavamo i ché tu volevi scrivere un romanzo con un prota-
cilindri, alla cieca e a tasto: ad ogni colpo si udiva gonista eccezionale.
un sottile crepitio, e si vedeva nascere un fasc i o
di stelline gialle. primo levi Sì, era il mio sogno letterario, insi-
stentemente sognato in un’ora e in un luogo nei
intervistatore Vorrei finire questa conversa- quali la mia vita non valeva molto; volevo rac-
zione evocando un periodo della tua vita subito contare la storia di un atomo di carbonio.
30 il segno del chimico dialogo con primo levi 31
Fu colto dal vento, abbattuto al suolo, sollevato
intervistatore Ne parlavi spesso con i tuoi ami- a dieci chilometri. Fu respirato da un falco,
ci, che infatti se lo ricordano. Il racconto però lo discese nei suoi polmoni precipitosi, ma non pe-
hai scritto molti anni più tardi: è l’ultimo raccon- netrò nel suo sangue ricco, e fu espulso. Si sci-
to del Sistema periodico. Proprio all’inizio, però, olse tre volte nell’acqua del mare, una volta nel-
ti domandi se «è lecito parlare di “un certo” ato- l’acqua di un torrente in cascata, e ancora fu es-
mo di carbonio». pulso. Viaggiò col vento per otto anni: ora alto,
ora basso, sul mare e fra le nubi, sopra foreste,
primo levi Per il chimico esiste qualche dubbio, deserti e smisurate distese di ghiaccio; poi incap-
perché non si conoscono fino ad oggi tecniche che pò nella cattura e nell’avventura organica.
consentano di vedere, o comunque isolare, un L’atomo fu dunque condotto dal vento, nell’an-
singolo atomo. no 1848, lungo un filare di viti. Ebbe la fortuna
Il nostro atomo di carbonio giace da centinaia di di rasentare una foglia, di penetrarvi, e di esservi
milioni di anni, legato a tre atomi d’ossigeno e a inchiodato da un raggio di sole. Se qui il mio lin-
uno di calcio, sotto forma di roccia calcarea: ha già guaggio si fa impreciso ed allusivo, non è solo per
una lunghissima storia cosmica alle spalle, ma la mia ignoranza: questo avvenimento decisivo,
ignoreremo. Per lui il tempo non esiste, o esiste questo fulmineo lavoro a tre – anidride carboni-
solo sotto forma di pigre variazioni di temperatu- ca, luce e verde vegetale – non è stato finora de-
ra, giornaliere e stagionali, se la sua giacitura non scritto in termini definitivi.
è troppo lontana dalla superficie del suolo. È con- Il nostro atomo entra nella foglia, collidendo con
gelato in un eterno presente, appena scalfito dai altre innumerevoli (ma qui inutili) molecole di
fremiti moderati dell’agitazione termica. azoto ed ossigeno. Aderisce ad una grossa e com-
Giace in superficie, alla portata dell’uomo e del plicata molecola che lo attiva, e simultaneamente
suo piccone: in un qualsiasi momento, che io nar- riceve il decisivo messaggio dal cielo, sotto la for-
ratore decido per puro arbitrio essere nell’anno ma folgorante di un pacchetto di luce solare: in
1840, un colpo di piccone lo staccò e gli diede un istante, come un insetto preda del ragno,
l’avvio verso il forno a calce, precipitandolo nel viene separato dal suo ossigeno, combinato con
mondo delle cose che mutano. Venne arrostito idrogeno e (si crede) fosforo, ed infine inserito in
affinché si separasse dal calcio, il quale rimase per una catena, lunga o breve non importa, ma è la
così dire coi piedi in terra e andò incontro ad un catena della vita. Tutto questo avviene rapida-
destino meno brillante che non narreremo; lui, mente, in silenzio, alla temperatura e pressione
tuttora fermamente abbarbicato a due dei tre dell’atmosfera, e gratis: quando avremo impara-
suoi compagni ossigeni di prima, uscì per il ca- to a fare altrettanto saremo «sicut Deus», ed
mino e prese la via dell’aria. La sua storia, da im- avremo anche risolto il problema della fame nel
mobile, si fece tumultuosa. mondo.
32 il segno del chimico dialogo con primo levi 33
Ma c’è di più e di peggio, a scorno di noi chimi- la responsabilità più alta, che è quella di far parte
ci e della nostra arte. C’è l’anidride carbonica, e di un edificio proteico. Viaggiò dunque, col lento
cioè la forma aerea del carbonio di cui abbiamo passo dei succhi vegetali, dalla foglia per il pic-
finora parlato: questo gas che costituisce la ma- ciolo e per il tralcio fino al tronco, e di qui discese
teria prima della vita, la scorta permanente a cui fino a un grappolo quasi maturo. Quello che seguì
tutto ciò che cresce attinge, e il destino ultimo di è di pertinenza dei vinai: a noi interessa preci-
ogni carne, non è uno dei componenti principali sare che sfuggì alla fermentazione alcoolica, e
dell’aria, bensì un rimasuglio ridicolo, un’«im- giunse al vino senza mutare natura.
purezza», trenta volte meno abbondante dell’ar- È destino del vino essere bevuto, ed è destino del
gon di cui nessuno si accorge. L’aria ne contiene glucosio essere ossidato. Ma non fu ossidato
il 0,03 per cento: se l’Italia fosse aria, i soli ita- subito: il suo bevitore se lo tenne nel fegato per
liani abilitati ad edificare la vita sarebbero ad più d’una settimana, bene aggomitolato e tran-
esempio i 15 000 abitanti di Milazzo. Questo, in quillo, come alimento di riserva per uno sforzo
scala umana, è un’acrobazia ironica, uno scherzo improvviso; sforzo che fu costretto a fare la
da giocoliere, una incomprensibile ostentazione domenica seguente, inseguendo un cavallo che si
di onnipotenza-prepotenza, poiché da questa era adombrato. Addio alla struttura esagonale:
sempre rinnovata impurezza dell’aria veniamo nel giro di pochi istanti il gomitolo fu dipanato e
noi: noi animali e piante, e noi specie umana, coi ridivenne glucosio, questo venne trascinato dal-
nostri quattro miliardi di opinioni discordi, i no- la corrente del sangue fino ad una fibrilla musco-
stri millenni di storia, le nostre guerre e vergogne lare di una coscia, e qui brutalmente spaccato in
e nobiltà e orgoglio. due molecole d’acido lattico, il tristo araldo del-
Ora il nostro atomo è inserito: fa parte di una la fatica: solo più tardi, qualche minuto dopo,
struttura, nel senso degli architetti; si è impa- l’ansito dei polmoni poté procurare l’ossigeno
rentato e legato con cinque compagni. È una bel- necessario ad ossidare con calma quest’ultimo.
la struttura ad anello, un esagono quasi regolare, Così una nuova molecola d’anidride carbonica ri-
che però va soggetto a complicati scambi ed e q u i- tornò all’atmosfera, ed una parcella dell’energia
libri con l’acqua in cui sta sciolto; perché ormai che il sole aveva ceduta al tralcio passò dallo sta-
sta sciolto in acqua, anzi, nella linfa della vite, e to di energia chimica a quello di energia mecca-
questo, di stare sciolti, è obbligo e privilegio di nica e quindi si adagiò nella ignava condizione
tutte le sostanze che sono destinate a trasformar- di calore, riscaldando impercettibilmente l’aria
si – e lo «desiderano». smossa dalla corsa ed il sangue del corridore.
È entrato a far parte di una molecola di glucosio, «Così è la vita», benché raramente essa venga
tanto per dirla chiara: un destino né carne né così descritta: un inserirsi, un derivare a suo van-
pesce, mediano, che lo prepara ad un primo con- taggio, un parassitare il cammino in giù dell’e-
tatto col mondo animale, ma non lo autorizza al- nergia, dalla sua nobile forma solare a quella
34 il segno del chimico dialogo con primo levi 35
degradata di calore a bassa temperatura. Su tibile. La neve e il sole ritornano sopra di lei sen-
questo cammino all’ingiù, che conduce all’equi- za intaccarla: è sepolta dalle foglie morte e dal
librio e cioè alla morte, la vita disegna un’ansa e terriccio, è diventata una spoglia, una «cosa», ma
ci si annida. la morte degli atomi, a differenza della nostra,
Siamo di nuovo all’anidride carbonica. Di nuo- non è mai irrevocabile. Ecco al lavoro gli on-
vo vento, che questa volta porta lontano: supera nipresenti, gli instancabili ed invisibili becchini
gli Appennini e l’Adriatico, la Grecia l’Egeo e del bosco, i microrganismi dell’humus. La coraz-
Cipro: siamo sul Libano e la danza si ripete. za, coi suoi occhi ormai ciechi, è lentamente di-
L’atomo di cui ora ci occupiamo è intrappolato sintegrata, e l’ex bevitore, ex cedro, ex tarlo ha
in una struttura che promette di durare a lungo: nuovamente preso il volo.
è il tronco venerabile di un cedro, uno degli ulti- Lo lasceremo volare per tre volte intorno al mon-
mi; è ripassato per gli stadi che abbiamo già de- do, fino al 1960, ed a giustificazione di questo
scritti, ed il glucosio di cui fa parte appartiene, intervallo così lungo faremo notare che esso è in-
come il grano di un rosario, ad una lunga catena vece assai più breve della media: questa, ci si as-
di cellulosa. Non è più la fissità allucinante e sicura, è di duecento anni. Ogni duecento anni,
geologica della roccia, non sono più i milioni di ogni atomo di carbonio che non sia congelato in
anni, ma possiamo bene parlare di secoli, perché materiali ormai stabili entra e rientra nel ciclo
il cedro è un albero longevo. È in nostro arbitrio della vita, attraverso la porta stretta della foto-
abbandonarvelo per un anno o per cinquecento: sintesi.
diremo che dopo vent’anni (siamo nel 1868) se È di nuovo fra noi, in un bicchiere di latte. È in-
ne occupa un tarlo. Ha scavato la sua galleria fra serito in una lunga catena, molto complessa, tut-
il tronco e la corteccia, con la voracità ostinata e tavia tale che molti suoi anelli sono accetti dal
cieca della sua razza; trapanando è cresciuto, il corpo umano. Viene ingoiato: e poiché ogni strut-
suo cunicolo è andato ingrossando. Ecco, ha in- tura vivente alberga una selvaggia diffidenza ver-
goiato ed incastonato in se stesso il soggetto di so ogni apporto di altro materiale di origine
questa storia; poi si è impupato, ed è uscito in vivente, la catena viene meticolosamente frantu-
primavera sotto forma di una brutta farfalla gri- mata, ed i frantumi, uno per uno, accettati o
gia che ora si sta asciugando al sole, frastornata respinti. Uno, quello che ci sta a cuore, varca la
ed abbagliata dallo splendore del giorno: lui è lì, soglia intestinale ed entra nel torrente sangui-
in uno dei mille occhi dell’insetto, e contribuisce gno: migra, bussa alla porta di una cellula ner-
alla visione sommaria e rozza con cui esso si vosa, entra e soppianta un altro carbonio che ne
orienta nello spazio. L’insetto viene fecondato, faceva parte. Questa cellula appartiene ad un
depone le uova e muore: il piccolo cadavere giace cervello, e questo è il mio cervello, di me che scri-
nel sottobosco, si svuota dei suoi umori, ma la vo, e la cellula in questione, ed in essa l’atomo in
corazza di chitina resiste a lungo, quasi indistrut- questione, è addetta al mio scrivere, in un gigan-
36 il segno del chimico
tesco minuscolo gioco che nessuno ha ancora de-
scritto. È quella che in questo istante, fuori da
un labirintico intreccio di sì e di no, fa sì che la Nota al testo
mia mano corra in un certo cammino sulla car-
ta, la segni di queste volute che sono segni; un
doppio scatto, in su ed in giù, fra due livelli
d’energia guida questa mia mano ad imprimere
sulla carta questo punto: questo.
Si riporta qui di seguito l’elenco dei volumi da cui provengono i
brani de Il segno del chimico. In molti casi, per ragioni di leggibilità
scenica o di ritmo, si è proceduto a tagli, raccordi, inversioni o
lievi ritocchi sintattici; le modifiche non sono segnalate nel testo,
ma grazie ai rimandi bibliografici di questa nota il lettore interes-
sato potrà fare agevolmente i confronti. Ecco dunque l’elenco dei
volumi; seguono le indicazioni sulla provenienza dei singoli brani:

Primo Levi, Opere, a cura di Marco Belpoliti, saggio introduttivo di


Daniele del Giudice, due volumi, Einaudi, Torino 1997.

Primo Levi, La ricerca delle radici [1981], nuova edizione a cura di


Marco Belpoliti, Einaudi, Torino 1997.

Primo Levi, Conversazioni e interviste 1963-1987, a cura di Marco


Belpoliti, Einaudi, Torino 1997. La conversazione tra Primo
Levi e Philip Roth si è svolta a Torino, in casa di Levi, nel set-
tembre 1986. È stata pubblicata per la prima volta, col titolo A
Man Saved by His Skills, in «The New York Times Book Review»,
12 ottobre 1986.

Primo Levi - Tullio Regge, Dialogo [1984], nuova edizione a cura di


Ernesto Ferrero, Einaudi, Torino 2005.

Primo Levi, Ad ora incerta, Garzanti Libri [1984]. I numeri di pagi-


na richiamati nelle note a seguire fanno riferimento all’edizione
attualmente in commercio nella collana Elefanti Poesia, Garzan-
ti Libri, Milano 1990.

La lettera scritta nel giugno 1945 da Primo Levi a Bianca Guidetti


Serra è trascritta dal profilo biografico di Ernesto Ferrero: Primo
Levi. La vita, le opere, Einaudi, Torino 2007, p. 38. I «libri se-
greti» di Levi e dei suoi amici, ai quali si accenna nella parte con-
clusiva del Segno del chimico, sono stati riprodotti integralmente
nel volume di Eugenio Gentili Tedeschi I giochi della paura. Im-
magini di una microstoria: libri segreti, cronache, resistenza tra Mila-
no e Valle d’Aosta 1942-1944, edizioni Le Château, Aosta 1999.
40 il segno del chimico nota al testo 41

p. 3 «Per la prevenzione degli infortuni … il sodio e il potassio p. 8 «La mano è un organo nobile … l’aveva trascurata»: Primo
metallici»: Le parole del Padre, in La ricerca delle radici, p. 84 Levi - Tullio Regge, Dialogo, p. 20

4 «In trent’anni di professione … che mi erano affidate»: ivi, 8 «Dobbiamo pur saper usare … gli occhi, le dita, il naso»: ivi,
p. 83 p. 62

4 «Trenta autori cavati fuori da trenta secoli di messaggi scrit- 8-9 «Se questo è un uomo si conclude … Lo scienziato e il super-
ti, letterari, e non…»: Prefazione, da La ricerca delle radici, p. stite sono una cosa sola»: L’uomo salvato dal suo mestiere,
xxii intervista di Philip Roth a Primo Levi, in Conversazioni e in-
terviste, pp. 85-86
4 «Il lettore che ne avrà voglia … farfalle, grilli e muffe»: ivi,
p. xxi 9 «Benissimo! Hai colto nel segno … le vite dei nostri com-
pa-gni ammalati»: ivi, p. 86
4 «ricerca delle eventuali tracce di quanto è stato letto su quan-
to è stato scritto»: ivi, p. xix 9 «Se questo è un uomo equivale alle memorie … l’idea stessa
dello scienziato razionale»: ivi, p. 87
4 «vi si sente qualcosa che è più nobile … e infiniti libri letti»:
Le parole del Padre, in La ricerca delle radici, p. 83 10-13 «La porta si è aperta … in quarto anno, a casa mia»: Esame
di chimica, da Se questo è un uomo, in Opere, I, pp. 101-3
5-6 «Si racconta che i massoni … costituiti in setta segreta»: Il
segno del chimico, da L’altrui mestiere [1985], in Opere, II, 13 «Il seguito di Se questo è un uomo … è l’esuberanza»: L’uo-
p. 810 mo salvato dal suo mestiere, in Conversazioni e interviste, pp.
8 8 -89
6 «Il mio nome era 174 517 … in segni azzurrognoli sotto l’epi-
dermide»: Sul fondo, da Se questo è un uomo [1947, nuova edi- 13-14 «Sono vestito come uno straccione … perfino il chimico!»:
zione aumentata 1958], in Opere, I, pp. 21-22 lettera di Primo Levi a Bianca Guidetti Serra, giugno 1945

7 «A distanza di quarant’anni … a portare questa testimonian- 14 «Tu sembri una persona … considerato quella condizione
za»: Violenza inutile, da I sommersi e i salvati [1986], in Opere, “un regalo”»: L’uomo salvato dal suo mestiere, in Conver-
II, p. 1085 sazioni e interviste, p. 89

7 «per la mia insegnante di scienze naturali … senza mai un col- 14 «Un amico mi ha detto … dell’Europa devastata dalla guer-
laudo pratico»: Primo Levi - Tullio Regge, Dialogo, p. 16 ra»: ibidem

7 «credo che ogni chimico conservi … dall’avere “imparato una 14-15 «Nessuno canti più d’amore o di guerra … E i cieli si con-
cosa”»: Il segno del chimico, da L’altrui mestiere, in Opere, II, volgono perpetuamente invano»: Stelle nere, da Ad ora in-
p. 814 c e rta [1984], Garzanti Libri, p. 39. Per gentile concessione
di Garzanti Libri
8 «la grande chimica, la chimica trionfante … a misura d’uo-
mo»: Argento, da Il sistema periodico [1975], in Opere, I, pp. 15 «una poesia, più alta e solenne … aveva perfino le rime!»:
914-15 Ferro, da Il sistema periodico, in Opere, I, p. 775

8 «con poche eccezioni è stata la mia … con la ragione e la fan- 15 «L’espressione è paradossale … l’indistinto al comprensi-
tasia»: ivi, p. 915 bile»: Primo Levi - Tullio Regge, Dialogo, p. 9
42 il segno del chimico nota al testo 43

pp. 15-16 «Nel Sistema periodico, il tuo libro … ha un’origine più p. 29 «approdati per motivi diversi nella grossa città che la guerra
profonda»: L’uomo salvato dal suo mestiere, in Conver- rendeva inospitale»: Oro, da Il sistema periodico, in Opere, I,
sazioni e interviste, p. 84 p. 849

16 «Non credo che Giulia avesse torto … un equivalente 29 «Avevamo freddo e fame, eravamo i partigiani più disarmati
sessuale piuttosto che una passione»: ivi, pp. 84-85 del Piemonte, e probabilmente anche i più sprovveduti»: ivi,
p. 852
17 «Era scoccata l’ora dell’appuntamento con la Materia»:
Zinco, da Il sistema periodico, in Opere, I, p. 767 29 «era il mio sogno letterario … la storia di un atomo di carbo-
nio»: Carbonio, da Il sistema periodico, in Opere, I, p. 935
17-21 «A me, il primo giorno, toccò in sorte … gli anni nemi-
ci che sopravvenivano»: ivi, pp. 767-70 30-36 «Per il chimico esiste qualche dubbio … questo punto:
questo»: ivi, pp. 935-42
21 «Arbeit macht frei, il lavoro rende liberi … i tuoi datori
di lavoro l’avevano sfregiata»: L’uomo salvato dal suo
mestiere, in Conversazioni e interviste, p. 84

21-22 «Siamo entrati in laboratorio timidi … e scrivo quello


che non saprei dire a nessuno»: Die drei Leute vom La-
bor, da Se questo è un uomo, in Opere, I, pp. 135-38

23 «Ho vissuto il Lager nel modo più razionale che potevo


… durante tutta la mia vita professionale»: L’uomo sal-
vato dal suo mestiere, in Conversazioni e interviste, p. 88

23 «Che io sappia, solo due scrittori di rango … non han-


no alle spalle un’esperienza come questa»: ivi, p. 92

23-24 «Sono approdato all’industria delle vernici … combinate


con quelle di “Auschwitz”»: ivi, pp. 92-93

24-25 «Ci sono altri benefici, altri doni … non ne ha percepi-


ta l’ombra simbolica»: Ex chimico, da L’altrui mestiere,
in Opere, II, p. 642

25 «Distillare è bello … ed arriva molto lontano»: Potassio,


da Il sistema periodico, in Opere, I, p. 789

25-26 «Ho visto Venere bicorne … Ha la faccia di ognuno»:


Sidereus Nuncius, da Ad ora incerta, Garzanti Libri, p. 79.
Per gentile concessione di Garzanti Libri

26-28 «A distanza di trent’anni, mi riesce difficile … un fa-


scio di stelline gialle»: Cerio, da Il sistema periodico,
in O p e r e, I, pp. 860-66
46 il segno del chimico