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Purgatorio Introduzione

PARADISO TERRESTRE

VII CORNICE
LUSSURIOSI

Mancanza per “troppo


VI CORNICE di vigore” (smodato
GOLOSI
amore dei beni terreni)

V CORNICE
AVARI E PRODIGHI
PURGATORIO

Mancanza per “poco


IV CORNICE di vigore” (scarso
ACCIDIOSI amore del bene)

III CORNICE
IRACONDI

Mancanza per
II CORNICE “malo obietto”
INVIDIOSI (amore rivolto
al male)

I CORNICE
SUPERBI

PORTA DEL PURGATORIO

BALZO III
PRINCIPI NEGLIGENTI

BALZO II
NEGLIGENTI MORTI
PER VIOLENZA
ANTIPURGATORIO

BALZO I
NEGLIGENTI
PIGRI A PENTIRSI

SPIAGGIA
NEGLIGENTI
MORTI SCOMUNICATI

348 Purgatorio
…e canterò di quel secondo regno
dove l’umano spirito si purga
e di salire al ciel diventa degno
(Purgatorio i, 4-6)

La struttura del Purgatorio L’invenzione base della cantica sta proprio nel con-
fronto continuo fra la condizione attuale delle anime
Il Purgatorio ha una struttura speculare rispetto all’In-
e quella che dovrebbe e che dovrà essere. E questa
ferno:
è la sostanziale differenza qualitativa fra il Purgatorio
è collocato agli antipodi di Gerusalemme e, quindi,
diametralmente opposto al regno infernale; e le altre cantiche: l’Inferno e il Paradiso, infatti, sono
la sua forma a tronco di cono riflette la forma cava eterni e immutabili, mentre il Purgatorio è collocato
dell’Inferno, quella porzione di terra che si ritrasse per nel tempo ed è destinato a finire. Il Purgatorio è la
evitare il contatto con Lucifero, precipitato dal cielo. cantica della purificazione progressiva, della catarsi
e della palingenesi, in altri termini, del compimento.
Il Purgatorio è rappresentato come una montagna in Perciò Dante è attratto da una vicinanza etica con le
mezzo all’oceano, le cui acque, secondo le credenze anime purganti, da un’accorata pietà e solidarietà, che
del tempo, ricoprivano tutta la superficie dell’emisfero gli consente di ottenere la liberazione dal peccato e la
australe. Ai suoi piedi si trova una stretta spiaggia, dove conquista della virtù.
approda la navicella dei penitenti guidata dall’Angelo
nocchiero. Da qui inizia la salita di purificazione.
Domenico di Michelino, La montagna del Purgatorio, particolare da
Anche il Purgatorio, come l’Inferno, è ripartito in nove Dante Alighieri e i regni dell’Oltretomba, 1465 (Firenze, Chiesa di Santa
settori: Maria del Fiore).
l’Antipurgatorio, dove chi si pentì all’ultimo momento
dei propri peccati attende di essere ammesso alla
purificazione vera e propria;
le sette cornici della montagna;
il Paradiso terrestre. Qui Dante, congedatosi da
Virgilio, incontrerà Beatrice e, purificatosi da ogni
traccia di peccato, si accingerà a salire al Paradiso.
I punti fondamentali dell’ordinamento del secondo re-
gno sono illustrati da Virgilio nel canto XVII (vv. 70 sgg.):
La base filosofica è costituita dall’amore inteso, sulla
scorta dell’insegnamento tomistico, come motore
delle opere di tutti gli esseri.
L’amore elettivo, quello soggetto alla volontà indivi-
duale, può portare al peccato sia quando si rivolge
al male e non a Dio, sia quando si dirige con poco
ardore al bene sommo o, infine, si indirizza con ec-
cessivo vigore ai beni terreni.
Il sistema di pena dantesco corrisponde a questa sud-
divisione dell’amore indirizzato al peccato e svolge due
funzioni: espiazione dei peccati tramite sofferenze
reali e processo di purificazione morale.
Le anime meditano esempi che esaltano le virtù di
cui difettarono in vita e ne mostrano altri del peccato
punito; tale meditazione è stimolata da forme di rap-
presentazione scenica (bassorilievi) o fonica (voci)
che riportano episodi della storia sacra e profana.

Introduzione 349
La composizione Sarà il mezzogiorno del mercoledì dopo Pasqua quan-
do Dante, purificato da ogni peccato, volgerà lo sguar-
I dati sicuri sui tempi e i luoghi della composizione del
do dalla cima del Purgatorio al cielo, puro e disposto a
Purgatorio sono scarsi. È comunque probabile che la
salire a le stelle: sta per cominciare l’ascesa al Paradiso
seconda cantica risalga agli anni 1308-1315, durante i
celeste.
quali Dante prima soggiorna in area toscana, con qual-
che eccezione (un probabile viaggio a Parigi (1310);
un altro a Milano, e poi a Genova (1311) dove si pensa
Temi e argomenti
che abbia incontrato l’imperatore Arrigo VII durante Com’è noto, la Commedia dantesca è costruita con una
l’assedio alla città), quindi nel 1312 viene accolto e coerenza e una continuità di rispondenze e di richiami
generosamente ospitato a Verona da Cangrande del- che formano un’opera unitaria sia per forma sia per
la Scala. Qui porta a termine il Purgatorio, che verrà contenuto.
divulgato nell’autunno del 1315. Vi sono però elementi che acquistano un maggior rilie-
vo a seconda dello stadio che il viaggiatore sta attraver-
Il tempo del viaggio in Purgatorio sando per giungere alla visione celeste. Nel Purgatorio,
allora, si possono sottolineare alcuni specifici motivi
È l’alba del 10 aprile del 1300, domenica di Pasqua,
conduttori che si adeguano alla diversa situazione af-
quando Dante e Virgilio giungono sulla spiaggia del
frontata dal poeta nel corso del suo itinerario.
Purgatorio. La loro ascesa della montagna fino al Pa-
radiso terrestre, posto in vetta, dura tre giorni, fino alla
1) Gli affetti. Tra i più appariscenti si dovrà ricorda-
mattina del mercoledì successivo. Il pellegrinaggio è
re il tema dell’amicizia, che si annuncia già sulla
dunque scandito da tre soste notturne, nel rispetto del-
spiaggia del Purgatorio nell’incontro con Casella
le leggi divine che permettono di avanzare solo dall’al-
(canto II). Qui, il compagno di giovinezza anticipa
ba al tramonto del sole. I poeti si fermeranno perciò a
in qualche modo anche le nuove tonalità della se-
riposare e dormire lungo il cammino: nella valletta dei
conda cantica, non più gravata da grida e pianti
principi negligenti (canti VIII-IX), sulla quarta cornice
come nell’Inferno, ma modulata piuttosto su suoni
(canti XVII-XIX), sulla scala che porta dalla settima e
e armonie. Il motivo della confidenza amichevole si
ultima cornice al Paradiso terrestre (canto XXVII).
ripresenterà con Belacqua, Nino Visconti, Oderisi
da Gubbio e Forese Donati.

2) La coralità. Se il rapporto fra Dante e le anime


si imposta con la disponibilità propria degli affetti
terreni, quello tra i penitenti è contrassegnato dalla
costante narrativa della coralità. Appena scesi dalla
barca guidata dall’angelo essi già si stringono tra di
loro, spinti dalla comune disposizione alla salvezza
futura. Nel procedere del viaggio dantesco, questa
solidarietà spirituale si manifesta in vari modi: i canti
collettivi e le preghiere; i comportamenti di umiltà;
l’intima concordia della consonanza di affetti tra i
pellegrini, che li spinge a dimenticare ogni odio
terrestre; il comune sforzo verso la salvezza.

3) L’uomo pellegrino. Nell’atmosfera corale del Pur-


gatorio si intravede così un altro elemento domi-
nante: quello del pellegrinaggio, che coinvolge non

Guglielmo Girardi, Dante e Virgilio alla soglia del Purgatorio, miniatura


ferrarese, 1474-1482 (Roma, Biblioteca Vaticana).

350 Purgatorio
solo le anime destinate all’ascesa del sacro monte, aspramente la corruzione che dilaga nel presen-
ma anche Dante e talvolta Virgilio, costretto a chie- te, e in particolare quella della Chiesa, senza però
dere notizie sulla via più idonea per procedere verso abbandonare la speranza nel suo rinnovamento.
l’alto. La salita, la fatica e l’affannoso avanzare, i riti Panacea di questo stato di cose è, per Dante, il
sacramentali di ammissione, la letizia e la legge- grande sogno di restaurazione dell’Impero, che
rezza della nuova condizione spirituale dell’Eden avrà il compito di amministrare degnamente la giu-
e le durissime prove di definitivo riscatto imposte stizia. Il motivo si accampa vigoroso nel canto VI,
da Beatrice, rappresentano per Dante altrettante dove l’impetuosa apostrofe dantesca si integra con
tappe di un vero e proprio pellegrinaggio, concesso la visione dolorosa di una società piagata dall’as-
come privilegio per consentirgli di vedere, prima senza di un forte potere imperiale e, quindi, gravata
della morte, la luce della carità e della misericordia da disordini, interessi e commistioni politiche. Ma
celeste. è soprattutto nel XIV e XVI canto che Dante dichiara
Il pellegrinaggio purgatoriale è contrassegnato da compiutamente la sua visione politica, con la co-
un dinamismo continuo, che spinge i poeti e le siddetta teoria dei due soli: Chiesa e Impero uniti
anime a non fermarsi davanti ad elementi estranei nella conduzione della società, nei rispettivi campi
alla loro meta. Da qui deriva la costante della sol- della vita spirituale e di quella temporale.
lecitudine del passo svolta e ribadita in vari luoghi,
a cominciare dal rimprovero di Catone, che rompe La scrittura
l’incanto musicale del canto di Casella, per incita- Nel Purgatorio si intensificano e si concentrano i dati
re bruscamente le anime a riprendere il cammino di quell’itinerario di stile, tipicamente dantesco, basato
(canto II). sul plurilinguismo, capace di affiancare i toni popolari
Questo dinamismo legato all’espiazione purgato- e «comici» ai vertici «tragici» di complesse costruzio-
riale si definisce ben presto non solo come vero e ni retoriche. Lo stile della seconda cantica rispecchia
proprio cammino fisico, ma anche come progres- una programmatica cerniera fra basso e alto, terra
sivo avvicinamento alla conoscenza, alla ragione e e cielo: paesaggi, elementi spaziali e temporali, figure
alla fede. La montagna stessa non è solo il luogo umane ancora legate a un rapporto nostalgico con il
in cui si compie tale cammino, ma ne è la metafo- proprio corpo, si incontrano con le cadenze musicali,
ra, con tutte le sue asperità, i suoi percorsi scavati le apparizioni angeliche, il linguaggio celeste, veri e
nella roccia, fino al punto in cui il pellegrino avrà propri rispecchiamenti della divinità.
raggiunto la perfezione spirituale e la sua volontà La seconda cantica mette altresì in risalto un’altra nor-
sarà naturalmente rivolta verso il bene supremo. ma stilistica di Dante, che è quella di muoversi dallo
stile alla lingua. Il poeta livella su uno stesso piano
4) L’elegia del corpo. Molte volte durante le prime fasi generi e stili, li mescola con i linguaggi più disparati,
della faticosa ascesa, Dante si sofferma sulla pesan- accogliendo indifferentemente voci ebraiche e latine, ri-
tezza del suo corpo, impedito dal duplice gravame petizioni e citazioni, per puntare alla totalità espressiva.
di fisicità e colpa. Anche queste notazioni entrano Le rielaborazioni dantesche dell’universo conoscitivo
a far parte di un vero e proprio motivo purgatoriale, del Medioevo si estendono ovviamente ad altri campi
quello doloroso del corpo, che si accampa a partire artistici, come ad esempio quelli dei musici (Casella),
dalle notazioni sull’ombra di Dante, unica a resistere dei miniatori (Oderisi) o dei pittori (Cimabue e Giotto).
ai raggi del sole, in un mondo di spiriti trasparenti. Questa fusione ha il suo riverbero sintattico nella terzina
La trepida meraviglia di tali spiriti non fa che sottoli- (la grande invenzione metrica di Dante), che nel suo
neare una dimensione tra il passato degli stessi, ora ritmo ternario riproduce i momenti del ragionamen-
resi diafani, e la realtà straordinaria del pellegrino to sillogistico, si prolunga e si moltiplica sfruttando le
ammesso in un luogo dove il corpo è ormai una possibilità di sviluppo rappresentate dalla rima incate-
cara assenza, in attesa del giudizio finale. nata. Il viaggio di Dante è, dunque, anche viaggio nella
lingua, per poter giungere all’ambizioso privilegio di
5) La politica. Il pensiero politico nel Purgatorio si «trasumanar per verba», riflettendo sulla terra anche il
esprime con particolare vigore nel denunciare linguaggio dei cieli.

Introduzione 351
Schema dei contenuti

Canto Luogo Penitenti Pena Personaggi principali

Qui approdano tutte Attendono un tempo prestabilito


Spiaggia del
I le anime destinate prima di iniziare la salita di purificazione Dante, Virgilio, Catone
Purgatorio
al Purgatorio alla montagna

Qui approdano tutte Attendono un tempo prestabilito


Spiaggia del
II le anime destinate prima di iniziare la salita di purificazione Dante, Virgilio, Angelo nocchiero, Casella
Purgatorio
al Purgatorio alla montagna

Attendono la salita di purificazione


Spiaggia del Spiriti negligenti:
III per un tempo trenta volte più lungo Dante, Virgilio, Manfredi
Purgatorio gli scomunicati
di quello trascorso da scomunicati

Primo balzo della Spiriti negligenti: Attendono la salita di purificazione


IV Dante, Virgilio, Belacqua
montagna i pigri a pentirsi per un tempo lungo quanto la loro vita

Spiriti negligenti: Dante, Virgilio, Jacopo del Cassero,


Secondo balzo Attendono la salita di purificazione
V i morti di morte Buonconte da Montefeltro,
della montagna per un tempo lungo quanto la loro vita
violenta Pia de’ Tolomei

Spiriti negligenti:
Secondo balzo Attendono la salita di purificazione
VI i morti di morte Dante, Virgilio, Sordello da Goito
della montagna per un tempo lungo quanto la loro vita
violenta

Attendono la salita di purificazione


Valletta dei principi Spiriti negligenti: per un tempo lungo quanto la loro vita.
VII Dante, Virgilio, Sordello da Goito
negligenti i principi negligenti Ogni giorno sono sottoposti alla tentazione del
serpente

Attendono la salita di purificazione


Valletta dei principi Spiriti negligenti: per un tempo lungo quanto la loro vita. Dante, Virgilio, Nino Visconti,
VIII
negligenti i principi negligenti Ogni giorno sono sottoposti alla tentazione del Corrado Malaspina
serpente

Porta del
IX Dante, Virgilio, Angelo guardiano
Purgatorio

Le anime avanzano curve sotto


X Cornice I Superbi Dante, Virgilio
il peso di grandi massi

Dante, Virgilio, Omberto Aldobrandeschi,


Le anime avanzano curve sotto
XI Cornice I Superbi Buonconte da Montefeltro, Provenzan
il peso di grandi massi
Salvani

Cornice I
Le anime avanzano curve sotto
XII Superbi Dante, Virgilio, Angelo dell’umiltà
il peso di grandi massi
Scala alla cornice II

Coperti di cilicio e con gli occhi cuciti


XIII Cornice II Invidiosi da fil di ferro, si appoggiano alla parete Dante, Virgilio, Sapia senese
e si sostengono fra di loro

Coperti di cilicio e con gli occhi cuciti


Dante, Virgilio, Guido del Duca,
XIV Cornice II Invidiosi da fil di ferro, si appoggiano alla parete
Rinieri da Calboli
e si sostengono fra di loro

Sono avvolti da un fumo denso, scuro Dante, Virgilio, Angelo


XV Cornice III Iracondi
e acre che li soffoca e li acceca della misericordia

Sono avvolti da un fumo denso, scuro


XVI Cornice III Iracondi Dante, Virgilio, Marco Lombardo
e acre che li soffoca e li acceca

352 Purgatorio
Canto Luogo Penitenti Pena Personaggi principali

Cornice III Iracondi Sono avvolti da un fumo denso,


XVII scuro e acre che li soffoca e li acceca. Dante, Virgilio, Angelo della pace
Cornice IV Accidiosi Devono correre incessantemente

Accidiosi
XVIII Cornice IV Devono correre incessantemente Dante, Virgilio, Abate di San Zeno

Devono correre incessantemente


Cornice IV Accidiosi
Dante, Virgilio, papa Adriano V,
XIX
Giacciono bocconi con il volto rivolto Angelo della sollecitudine
Cornice V Avari e prodighi
a terra e con mani e piedi legati

Giacciono bocconi con il volto rivolto


XX Cornice V Avari e prodighi Dante, Virgilio, Ugo Capeto
a terra e con mani e piedi legati

Giacciono bocconi con il volto rivolto


XXI Cornice V Avari e prodighi Dante, Virgilio, Stazio
a terra e con mani e piedi legati

Orrendamente smagriti, patiscono la fame


Cornice VI Dante, Virgilio, Stazio,
XXII Golosi e la sete di fronte ad alberi di frutta
Angelo della giustizia
e sorgenti d’acqua

Orrendamente smagriti, patiscono la fame


Cornice VI Dante, Virgilio, Stazio,
XXIII Golosi e la sete di fronte ad alberi di frutta
Forese Donati
e sorgenti d’acqua

Orrendamente smagriti, patiscono la fame Dante, Virgilio, Stazio, Forese Donati,


Cornice VI
XXIV Golosi e la sete di fronte ad alberi di frutta Bonagiunta Orbicciani,
e sorgenti d’acqua Angelo della temperanza

Cornice VI Golosi Orrendamente smagriti, patiscono la fame


e la sete di fronte ad alberi di frutta
XXV e sorgenti d’acqua Dante, Virgilio, Stazio

Cornice VII Lussuriosi Camminano tra le fiamme

Cornice VII Lussuriosi Dante, Virgilio, Stazio, Guido Guinizzelli,


XXVI Camminano tra le fiamme
Arnaldo Daniello

Cornice VII Camminano tra le fiamme


Dante, Virgilio, Stazio, Angelo della
XXVII Lussuriosi
castità, Angelo guardiano dell’Eden
Paradiso Terrestre

XXVIII Paradiso terrestre Dante, Virgilio, Stazio, Matelda

Dante, Virgilio, Stazio, Matelda,


XXIX Paradiso terrestre
Processione mistica

XXX Paradiso terrestre Dante, Beatrice

XXXI Paradiso terrestre Dante, Beatrice

XXXII Paradiso terrestre Dante, Beatrice

XXXIII Paradiso terrestre Dante, Beatrice

Introduzione 353
Canto III
Canto I
Il canto di Catone
TEMPO SPIAGGIA
domenica di Pasqua 10 aprile 1300, all’alba (tra le 4 È la spiaggia che circonda l’isola sulla quale si erge la
e le 5 antimeridiane) montagna del Purgatorio, solitaria (lito diserto) nell’immenso
oceano ed esattamente opposta a Gerusalemme.
LUOGO
ANTIPURGATORIO PERSONAGGI
Dante, Virgilio, Catone
È la parte bassa della montagna del Purgatorio, che
comprende la spiaggia e la prima fascia, i primi tre balzi della
costa. Qui i penitenti cominciano a espiare dovendo attendere
un determinato periodo di tempo prima di poter salire alle vere
cornici del Purgatorio dove purgare con pene fisiche i propri
peccati.

DANTE

CATONE
ANTIPURGATORIO

SPIAGGIA
NEGLIGENTI
MORTI SCOMUNICATI

VIRGILIO

354
Sommario ↓
vv. 1-27 Il proemio
Dante annuncia che argomento della cantica sarà il Purgatorio, il regno che permette all’uomo di pur-
garsi e di salire al cielo; invoca quindi ispirazione dalle Muse, e in particolare da Calliope. Inizia a que-
sto punto la vera e propria azione del canto: il poeta alza lo sguardo verso il cielo sereno e riscopre la
gioia del creato. La sua attenzione viene attirata dalla luce di quattro stelle, simbolo delle quattro virtù
cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza) di cui gli uomini fruirono nel Paradiso terrestre.
Dante compiange allora la terra, dove gli uomini sono privi di tale visione.

vv. 28-48 Comparsa di Catone


Volgendo il capo verso il polo opposto, il poeta vede improvvisamente accanto a sé un venerabile vec-
chio. È Catone Uticense, che esercita le funzioni di guardiano del Purgatorio. Ritenendo che i due per-
sonaggi siano giunti lì dall’Inferno infrangendo le eterne leggi della giustizia divina, il vecchio li apo-
strofa con durezza.

vv. 49-108 Colloquio tra Virgilio e Catone


Virgilio spiega a Catone i motivi del loro viaggio, allude alla ricerca da parte di Dante di quella libertà per
cui egli aveva preferito la morte in Utica piuttosto che cadere nelle mani di Cesare e lo prega, in nome
di sua moglie Marzia, di permettere a sé e al suo compagno l’ingresso nel Purgatorio. Catone risponde
distinguendo il vincolo d’amore terrestre, che lo legava a Marzia, da quello che ormai lo separa da lei.
Egli tuttavia concederà il passaggio ai due pelle-
grini perché il fatto è voluto da una donna celeste.
Prima però Virgilio dovrà lavare il volto di Dante of-
fuscato dalla caligine infernale e cingerne il fianco
con un giunco.

vv. 109-136 Rito puriicatore di Dante


Dopo aver pronunciato queste parole, Catone spa-
risce e Dante, levandosi in piedi, segue il maestro
che gli lava il viso con la rugiada. Poi, sulla riva de-
serta del mare, Virgilio gli recinge i fianchi con un
giunco che rinasce miracolosamente, là dove Vir-
gilio lo aveva strappato.

Colloquio tra Virgilio Rito puriicatore


Il proemio Comparsa di Catone
e Catone di Dante

La poesia deve
Catone Uticense La libertà è un valore La rinascita a nuova
“risorgere” per poter
custode più grande vita, lontana
rappresentare il
del Purgatorio della stessa vita dal peccato
Purgatorio

Ma qui la morta poesì un veglio solo, degno «libertà va cercando, ivi mi fece tutto discoverto
resurga, o sante Muse, di tanta reverenza in vista, ch’è sì cara, come sa chi quel color che l’inferno
poi che vostro sono che più non dee a padre per lei vita riiuta» mi nascose
alcun igliuolo
355
AUDIOLETTURA DEL CANTO

Canto I VIDEO: I LUOGHI DELLA NARRAZIONE

1-6 Ora la piccola nave del mio ingegno (poetico),


che lascia alle proprie spalle un mare così crudele,
P er correr miglior acque alza le vele
omai la navicella del mio ingegno,
alza ormai le vele per percorrere acque più tranquille
(miglior); e tratterò in versi (canterò) del secondo
3 che lascia dietro a sé mar sì crudele;
regno (il Purgatorio), dove l’anima umana si purifica e canterò di quel secondo regno
(si purga) e diventa degna di salire in Paradiso (ciel).
dove l’umano spirito si purga
6 e di salire al ciel diventa degno.
7-12 Ma qui la poesia, che cantava il regno dei Ma qui la morta poesì resurga,

1-6 In questi versi di inizio cantica si de- 2. omai: ormai, finalmente, dopo una così sulla cima. La scelta di questa collocazio-
finisce in limpida successione tutto l’iti- lunga e drammatica navigazione sul mare ne è originale e contrasta con quella degli
nerario dantesco: il «mare crudele» del- crudele, e cioè l’attraversamento dell’Infer- autori pagani e dei padri e dei dottori della
la prima cantica, la montagna da risalire no. – la navicella del mio ingegno: il mio Chiesa, che ponevano il Purgatorio nelle
della seconda e il «cielo» della terza, do- ingegno poetico, raffigurato come una pic- viscere della terra.
ve andranno gli spiriti degni. Il tema del cola nave. Si tratta di una metaforaf tradi-
«canto» e dell’ascesa definiscono in pri- zionale (cfr. le Georgiche virgiliane, in par- 7-12 Sono le terzine di invocazione al-
ma istanza sia la letterarietà dell’opera, ticolare II, 39-41 e IV, 116-119) che Dante le Muse, elemento classico della poesia
sia il movimento spirituale di questo viag- aveva già usato nel Convivio (II, 1, 1). epica, che così Dante spiega nella lette-
gio verso il positivo. Nella prima terzina 3. mar sì crudele: è il mare della perdi- ra a Cangrande: «Questa introduzione,
viene anche annunciata la differenza sti- zione e dei «crudeli» tormenti dell’Infer- che possiamo chiamare correttamen-
listica e tematica tra l’Inferno e il Purga- no; vedi nota 1. te esordio, è fatta in un modo dai poe-
torio. Le vele abbassate erano segno di 4. e canterò: nella prima terzina il tempo ti, e in un altro dai retori. I retori lasciano
immobilità e di impotenza del marinaio verbale era un praesens narratoris (pre- pregustare le cose da dirsi per cattivar-
a governare la barca. La condizione del- sente del narratore); Dante cioè informava si l’animo dell’ascoltatore; i poeti non
le anime era immutabile, dettata dall’alto il lettore che la sua opera stava cambian- solo fanno questo, ma dopo aggiungo-
per sempre. Qui, invece, Dante recupera do tono. Il verbo al futuro (canterò) segna no un’invocazione, dovendo chiedere al-
la prospettiva dinamica che va dal basso lo stacco definitivo tra la prima e la secon- le sostanze superiori qualcosa che non
verso l’alto. Ora saranno le anime a muo- da cantica. – secondo regno: «cioè del resta nella comune misura degli uomi-
versi verso il compimento e la purificazio- Purgatorio lo quale chiama regno, perché ni, quasi un dono divino» (Ep. XIII, 46-47).
ne progressiva, così come la poesia di quivi regnano gli angeli, come nell’Infer-
Dante potrà elevarsi, «alzare le vele» fino no li dimoni» (Buti). Dante, per sottolinea- 7. Ma qui ... resurga: ma ora, nel
ai limiti delle umane possibilità. re la differenza anche geografica fra le due secondo regno, la poesia morta – in
cantiche, pone il Purgatorio all’aria aper- quanto «trattò de le cose infernali dove è
1. miglior acque: il Purgatorio; contrap- ta e lo immagina come una montagna cir- morte perpetua» (Buti) – alzi il suo tono
posto a mar sì crudele del v. 3. condata dal mare, con il Paradiso terrestre cantando la vita.

356 Purgatorio Canto I


o sante Muse, poi che vostro sono; morti (morta), risorga, o sante Muse, poiché sono
9 e qui Calïopè alquanto surga, vostro, e Calliope alzi un po’ il tono della poesia
(alquanto surga) accompagnando (seguitando) il
seguitando il mio canto con quel suono mio canto con quell’armonia (suono) da cui le Piche
di cui le Piche misere sentiro disgraziate (misere) ricevettero un colpo tale che
disperarono di trovare perdono.
12 lo colpo tal, che disperar perdono.
Dolce color d’orïental zairo, 13-18 Un gradito (Dolce) colore azzurro simile
che s’accoglieva nel sereno aspetto a uno zaffiro orientale, che si concentrava dif-
fondendosi (s’accoglieva) nell’aspetto sereno
15 del mezzo, puro inino al primo giro, dell’aria (mezzo), tersa fino all’orizzonte ( primo
a li occhi miei ricominciò diletto, giro), ricominciò a dare ai miei occhi la gioia,
non appena io uscii dalle tenebre (aura) infernali
tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta (morta), che mi avevano rattristato (contristati) gli
18 che m’avea contristati li occhi e ’l petto. occhi e il petto.
Lo bel pianeto che d’amar conforta 19-21 Il bel pianeta (Venere) che invita (conforta)
faceva tutto rider l’orïente, ad amare faceva risplendere (rider) tutta la parte
orientale del cielo, offuscando la costellazione dei
21 velando i Pesci ch’erano in sua scorta. Pesci, che era in congiunzione (scorta) con esso.
I’ mi volsi a man destra, e puosi mente 22-24 Io mi girai dalla parte destra, e guardai con
a l’altro polo, e vidi quattro stelle attenzione l’altro polo (l’emisfero antartico), e vidi
quattro stelle che non furono mai viste da nessuno
24 non viste mai fuor ch’a la prima gente. fuorché dai primi uomini (prima gente).
Goder pareva ’l ciel di lor iammelle: 25-27 Il cielo sembrava godere delle loro fiamme:
oh settentrïonal vedovo sito, oh, terre settentrionali impoverite (vedovo), poiché
non vi è concesso di vederle!
27 poi che privato se’ di mirar quelle!

8. o sante Muse ... sono: alle classi- e sono due specie di zaffiri; l’una si chia- ta Venere che sollecita, spinge ad amare
che divinità ispiratrici della poesia Dante ma l’orientale perché si trova in Media sulla terra. Cfr. Pd. VIII, 1-3.
attribuisce l’aggettivo cristiano di sante, ch’è nell’oriente, e questa è la mellio- 22. I’ mi volsi ... destra: per osservare
e così può davvero dichiarare la propria re dell’altra e non traluce; l’altra si chia- Venere Dante doveva essere rivolto a est;
totale appartenenza e dedizione a loro ma per diversi nomi com’è di diversi luo- perciò, girandosi ora dalla parte destra, è
(poi che vostro sono). ghi» (Buti). di fronte al sud.
9-12. Calïopè ... perdono: c’è chi obiet- 14. s’accoglieva ... aspetto: s’adden- 23. altro polo: per coloro che abita-
ta che Calliope era la Musa della poesia sava diffondendosi nella vista serena. no nell’emisfero settentrionale (artico o
epica e la Commedia non è un poema 15. primo giro: l’orizzonte. Per i com- boreale) l’altro polo non può che essere
epico; ma, a parte che essa era già mentatori antichi è il cielo della Luna, il polo Sud (antartico o australe). – quat-
stata dichiarata da Esiodo la più nobi- per altri è la sfera del fuoco. Secondo tro stelle: hanno significato simbolico,
le delle Muse, Calliope, come si deduce il Pézard, si tratta addirittura del Primo e rappresentano le quattro virtù cardi-
dal v. 11, ricevette dalle sorelle l’incarico Mobile, «al di là di tutte le sfere plane- nali: prudenza, giustizia, fortezza e tem-
di cantare per tutte loro, provocate dalle tarie, e al di là delle stesse stelle fino al peranza.
Pieridi. Dante la invoca quindi ricordan- Cristallino, detto anche Primo Mobile». 24. prima gente: secondo le più autoriz-
do la famosa vittoria da lei riportata sulle 17. morta: infernale, come già al v. 7. zate interpretazioni, si tratta di Adamo ed
nove figlie di Pierio, re di Macedonia, 19-21. Lo bel pianeto … scorta: la sug- Eva nel Paradiso terrestre: la perfezione
che avevano osato sfidare le Muse in gestiva immagine astronomica è anche della prima coppia avanti la caduta com-
una gara di canto e furono sconfitte da una precisa indicazione cronologica di portava il possesso e l’esercizio delle
Calliope. Per castigo le Pieridi vennero ora e stagione. Nell’anno 1300 la con- quattro virtù al grado assoluto.
trasformate in gazze (piche), uccelli dalla giunzione di Venere con la costellazione 26-27. settentrïonal ... mirar quelle!:
voce stridula e monotona. dei Pesci avvenne tra marzo e aprile; e il «[...] poiché è anche vero che nella geo-
13. orïental zaffiro: «questa è una pie- velo di luce che il pianeta ora stende sulle grafia dantesca tutte le creature umane
tra di color biadetto, ovvero celeste et stelle dei Pesci indica che sta sopravve- vivono nel settentrïonal ... sito, ne conse-
azzurro, molto dilettevole a vedere, et è nendo l’alba del quarto giorno del viaggio gue evidentemente che la vista di queste
de grande virtù, come dice lo Lapidario: di Dante. – Lo bel … conforta: il piane- stelle prossime all’altro polo (quello Sud)

Il proemio 357
28-33 Appena io mi distolsi (fui partito) dal guar- Com’io da loro sguardo fui partito,
darle, rivolgendomi un poco verso l’altro polo, dalla un poco me volgendo a l’altro polo,
parte in cui la costellazione dell’Orsa maggiore (’l
Carro) era già tramontata, vidi accanto a me un vec- 30 là onde ’l Carro già era sparito,
chio (veglio) solitario, dall’aspetto (in vista) degno di vidi presso di me un veglio solo,
tanta venerazione (reverenza), che nessun figliuolo
ne deve una maggiore al padre.
degno di tanta reverenza in vista,
33 che più non dee a padre alcun igliuolo.
34-39 Aveva la barba lunga e brizzolata (di pel Lunga la barba e di pel bianco mista
bianco mista), come (simigliante) i capelli, che gli portava, a’ suoi capelli simigliante,
scendevano sul petto in due bande (doppia lista).
I raggi delle quattro sante stelle (luci) adornavano 36 de’ quai cadeva al petto doppia lista.
(fregiavan) talmente il suo viso di luce, che io lo Li raggi de le quattro luci sante
vedevo come se il sole fosse davanti a lui.
fregiavan sì la sua faccia di lume,
39 ch’i’ ’l vedea come ’l sol fosse davante.
40-42 «Chi siete voi che risalendo a ritroso (con- «Chi siete voi che contro al cieco iume
tro al) il fiume sotterraneo siete fuggiti dall’eterno fuggita avete la pregione etterna?»,
carcere (l’Inferno)?», disse facendo ondeggiare la
veneranda barba (oneste piume). 42 diss’el, movendo quelle oneste piume.

è negata a tutti i viventi» (Singleton, 1978, 31. veglio: compare qui il primo impor- to a Catone: illa reverentia [...] quam pius
p. 301). – vedovo: termine biblico, che tante personaggio del Purgatorio, Catone filius debet patri, «il rispetto che il figlio
significa «spogliato», «deserto». A questo l’Uticense, il «guardiano» del secondo devoto deve verso il padre».
significato va aggiunto un senso di pri- regno dell’oltretomba (vedi Personaggi 34-36. Lunga la barba ... lista: la
vazione, di lutto. Cfr. VI, 112. – poi che: in questa pagina). – solo: va inteso non descrizione di Catone è esemplata su
da quando (ma anche in senso causale: tanto nel senso di solitudine, ma di iso- quella di Lucano (Phars. I, 372 sgg.).
per il fatto che). lamento, che ne mette in rilievo la mae- 37-38. Li raggi ... lume: la luce delle
28. da loro sguardo: dal guardar loro stà. Anche Sordello (VI, 59) si presenterà stelle ha significato allegorico, «quasi
(complemento oggetto). come un’anima sola soletta. a dire che lo detto Cato fue vertudioso
29. un poco ... altro polo: Dante si 33. che più ... figliuolo: la reverenza delle sopraddette quattro vertudi mora-
volge un poco a sinistra, verso il polo e il rispetto assumono i caratteri di una li» (Lana).
opposto a quello in cui aveva visto le devozione filiale. Questo verso è la tra-
«quattro stelle». Si tratta quindi del polo duzione quasi letterale di un passo del 40-48 «L’interrogatorio svolto da Cato-
Nord. Monarchia (III, 3, 18), sia pure non riferi- ne si organizza, ancora una volta, e sa-

Personaggi
Catone
Marco Porcio Catone, detto l’Uticense dal nome della città africana dove affron-
tò la morte, nacque nel 95 a.C. e morì suicida nel 46, per non essere fatto prigio-
niero da Cesare. Combatté strenuamente ino all’ultimo in difesa delle libertà
repubblicane. Perduta ogni speranza nelle sorti della Repubblica, piuttosto che
sopravvivere alla ine di questa, dopo aver letto per tutta la notte il dialogo Fedo-
ne di Platone, si tolse la vita.
La presenza di Catone, suicida, in Purgatorio ha sempre sollevato molte discussioni.
Ma il dubbio sulla legittimità di questo destino ultraterreno è sciolto dalle parole di
Virgilio in questo canto, ai vv. 70-75. «La storia di Catone è isolata dal suo contesto politico-terreno, proprio come gli
esegeti patristici dell’Antico Testamento facevano per le igure di Isacco, Giacobbe ecc. ed è diventata preigurazione
di quella libertà cristiana che ora egli è chiamato a custodire. È la libertà eterna dei igli di Dio, che disprezzano ogni
cosa terrena; la liberazione dell’anima dalla servitù del peccato, di cui è introdotta come “igura” la libera scelta cato-
niana della morte di fronte alla servitù politica» (Auerbach, 1971, p. 215).

358 Purgatorio Canto I


«Chi v’ha guidati, o che vi fu lucerna, 43-48 «Chi vi ha guidati, o che cosa vi fece luce
uscendo fuor de la profonda notte (lucerna), per uscire fuori dalla tenebra (notte) profon-
da che rende sempre buia la voragine dell’Inferno?
45 che sempre nera fa la valle inferna? Le leggi infernali sono quindi da voi violate (rotte)?
Son le leggi d’abisso così rotte? oppure in cielo è stata fatta una nuova legge (consi-
glio), che permette a voi dannati di venire alle rocce
o è mutato in ciel novo consiglio, (grotte) che custodisco (mie)?».
48 che, dannati, venite a le mie grotte?».
Lo duca mio allor mi diè di piglio, 49-54 A questo punto la mia guida mi afferrò (mi
e con parole e con mani e con cenni diè di piglio) e con parole e con le mani e con cenni
mi fece inginocchiare e chinare gli occhi in segno
51 reverenti mi fé le gambe e ’l ciglio. di reverenza (reverenti mi fé le gambe e ’l ciglio).
Poscia rispuose lui: «Da me non venni: Dopo (Poscia) rispose a lui: «Non sono venuto di mia
iniziativa (Da me): una donna scese dal cielo e per
donna scese del ciel, per li cui prieghi le sue preghiere (prieghi) aiutai (sovvenni) costui
54 de la mia compagnia costui sovvenni. con la mia compagnia.
Ma da ch’è tuo voler che più si spieghi 55-63 Ma poiché (da ch’) è tuo desiderio che si
di nostra condizion com’ell’è vera, dichiari meglio (più si spieghi) quale sia veramen-
te (com’ella è vera) la nostra condizione, non può
57 esser non puote il mio che a te si nieghi. essere che il mio volere (mio) si neghi a te. Questi

rà l’estrema della Commedia, secondo 130 sgg.), che scende al centro della Pd. XXXIII, 3.
lo schema abituale degli interrogatori già Terra dal sommo della montagna del 48. grotte: il luogo sotto la custodia di
svolti dai custodi infernali, anche se ne Purgatorio, recando con sé le macchie Catone: «grotta» nel senso di «roccia»
corregge, ovviamente, e anzi ne rove- dei peccati già scontati. torna in altri luoghi della Commedia.
scia, in maniera radicale, il tono e il sen- 42. oneste piume: si contrappongono
so [...]. Le tre domande di Catone sono alle lanose gote di Caronte (cfr. If. III, 97); 49-57 Il tema della reverenza e dell’u-
rigorosamente distribuite in tre terzine, e l’aggettivo «onesto» dal latino honos, miltà di fronte alla figura superiore e au-
si tratta di tre domande impostate, come «onore», vuol affidare un significato di
torevole di Catone si riflette nei gesti
le infernali, sopra un’ipotesi che si rende dignità, di decorosa compostezza –
affannosi di Virgilio con i quali fa inginoc-
appieno sensibile, alla fine del breve in- anche dell’anima di Sordello dirà che
chiare Dante, e nella risposta che non ri-
tervento, nell’appellativo che designa gli stava ... onesta e tarda (VI, 63) –, cui si
vela la sua identità di poeta, di maestro e
interlocutori come “dannati”» (Sanguine- aggiunge per estensione anche la con-
di guida, ma solo il ruolo di semplice ac-
ti, 1970, p. 270). notazione morale. Catone poco oltre sarà
compagnatore.
il veglio onesto (II, 119).
40. cieco fiume: si tratta del ruscellet- 46. le leggi d’abisso: le leggi in vigo-
to di If. XXXIV, 129, che non per vista, ma re nell’Inferno, secondo le quali nessu- 49. diè di piglio: afferrò, sospinse.
per suono è noto, in quanto scorre in no può uscirne per tutta l’eternità. – così: 50. e ... e ... e: il polisindetof riflette
una buia galleria. Secondo alcuni com- da voi, ora. l’affanno drammatico di Virgilio.
mentatori si tratta del Letè (cfr. Pg. XXVIII, 47. consiglio: decisione, sentenza. Cfr. 52. Da me non venni: «ecco che dimo-
stra come per se medesimo niuno è sof-
ficiente ad uscire del peccato e venire a
Dante oggi la penitenzia; e questo risponde la ragio-
ne significata per Virgilio; imperò che c’è
Lezione introduttiva sul Purgatorio bisogno la grazia preveniente, illuminan-
Raiscuola, nella serie “Storie della letteratura”, ha dedicato uno speciale per te e cooperante, ed ecco ch’el mani-
Dante. festa: Donna scese dal Ciel, questa fu
Nella puntata, che si può rivedere in www.raiscuola.rai.it/articoli/per-dan- Beatrice» (Buti).
te-purgatorio-con-valeria-della-valle/30222/default.aspx, la docente di Storia 54. sovvenni: sovvenire, nel senso di
della lingua, Valeria Della Valle, dopo alcuni cenni introduttivi, guida l’ascolta-
«aiutare», «venire in soccorso». Nella
tore nell’ascesa al Purgatorio presentando le caratteristiche peculiari di questa
cantica, comprese quelle linguistiche e stilistiche; si fa una cernita dei passi Commedia è però presente anche l’altro
più significativi relativi ai personaggi e agli episodi più celebri tramite la lettu- significato del verbo: «ricordarsi», «veni-
ra dei versi famosi con interpreti d’eccezione: Eraldo Affinati, Ugo Gregoretti, re in mente».
Jumpa  Lahiri, Sandro Veronesi, Giosetta  Fioroni, Edoardo  Camurri, Flavio 56. vera: veramente, in funzione avver-
Caroli, Giuliano Montaldo e, infine, Roberto Bolle.
biale.

Colloquio tra Virgilio e Catone 359


non vide mai la sera che precede la morte (l’ultima); però Questi non vide mai l’ultima sera;
a causa del suo traviamento (follia) le fu così vicino (sì
presso), che sarebbe bastato poco perché la raggiun-
ma per la sua follia le fu sì presso,
gesse. Così, come ho detto, sono stato mandato in 60 che molto poco tempo a volger era.
suo soccorso per salvarlo (per lui campare); e non Sì com’io dissi, fui mandato ad esso
vi era nessun’altra strada da seguire se non questa
che ho intrapreso. per lui campare; e non lì era altra via
63 che questa per la quale i’ mi son messo.
64-69 Ho fatto vedere a lui tutti i dannati dell’Inferno Mostrata ho lui tutta la gente ria;
(tutta la gente ria); e adesso ho intenzione di fargli e ora intendo mostrar quelli spirti
vedere quelle anime che si purgano sotto la tua cu-
stodia (balìa). Come io abbia fatto a guidarlo (tratto) 66 che purgan sé sotto la tua balìa.
fin qui, sarebbe (saria) troppo lungo da raccontare; Com’io l’ho tratto, saria lungo a dirti;
dal cielo scende una virtù che mi aiuta a condurlo
alla tua presenza e ad ascoltarti.
de l’alto scende virtù che m’aiuta
69 conducerlo a vederti e a udirti.
70-75 Ora ti prego di approvare (ti piaccia gradir) il Or ti piaccia gradir la sua venuta:
suo arrivo: egli è alla ricerca della libertà, che è così libertà va cercando, ch’è sì cara,

58-84 La risposta di Virgilio è uno svi- 59. per la sua follia: perché fu sul If. I, 114: trarrotti di qui per loco etterno.
luppo speculare delle domande di Cato- punto di smarrirsi nella selva oscura e 68. de l’alto: «dal cielo, perché la mia
ne: queste si sono articolate in tre terzine trovarvi, come ha appena detto, l’ultima virtù umana non era sufficiente da sola
(vv. 40-48), e a ognuna di esse ora Virgi- sera. La follia di Dante ha le stesse carat- allo scopo» (Benvenuto).
lio risponde con un gruppo appunto di teristiche del folle volo di Ulisse (If. XXVI, 69. conducerlo ... udirti: queste paro-
tre terzine, per un totale di ventisette. 125): la temerità e la sconsideratezza. le sono ovviamente una parte calcolata
62. per lui campare: per salvargli la della captatio benevolentiaef di Virgilio
58. ultima sera: la sera che precede vita. – lì: vi. nei confronti di Catone, cui egli rispon-
la morte fisica, ma anche e soprattut- 64. gente ria: i dannati dell’Inferno. derà con rude franchezza.
to quella spirituale; Dante, dunque, non 66. balìa: è derivazione dall’antico 71-72. libertà ... vita rifiuta: versi tra i
è ancora morto e non ha mai commes- francese baille e indica «autorità», più celebri della Commedia, che nell’in-
so peccati gravi al punto da perdere la «governo». dicare l’importanza della libertà per
Grazia divina. 67. l’ho tratto: l’ho condotto fin qui. In Dante e per Catone ne celebrano l’al-

Viaggiare nel testo


DANNAZIONE E SALVEZZA: UN MISTERO ESCATOLOGICO
I DANNATI I SALVATI
Inferno XIX f Papa Bonifacio VIII e papa Clemente V: Purgatorio I f Catone:
sono già destinati all’Inferno, nonostan- è in salvo in Purgatorio, nonostante sia
te siano ancora in vita stato pagano e suicida

Inferno XXVII f Guido da Montefeltro: Purgatorio III f Manfredi:


è dannato in eterno nonostante l’espia- è in salvo in Purgatorio e destinato alla
zione monastica e nonostante garanzie beatitudine celeste, nonostante la sco-
assolutorie di papa Bonifacio VIII munica papale e grazie al pentimento
in punto di morte

Inferno XXXIII f Frate Alberigo: Paradiso XX f Traiano e Rifeo:


è dannato in eterno e già sconta le pene godono già della beatitudine celeste,
dell’Inferno, nonostante sia fisicamente nonostante siano stati dei pagani
ancora in terra

360 Purgatorio Canto I


72 come sa chi per lei vita riiuta. preziosa, come sa bene chi per lei rinuncia alla vita.
Tu lo sai bene, perché la morte non ti fu amara in
Tu ’l sai, ché non ti fu per lei amara Utica, dove lasciasti il corpo (vesta) che nel giorno
in Utica la morte, ove lasciasti del Giudizio universale (gran dì) sarà così luminoso
(chiara).
75 la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara.
Non son li editti etterni per noi guasti, 76-81 Le leggi (editti) eterne non sono violate (gua-
sti) a causa nostra (per noi), perché questi è vivo e io
ché questi vive e Minòs me non lega; non sono legato dalla giurisdizione (me non lega) di
78 ma son del cerchio ove son li occhi casti Minosse; ma sono del cerchio (il Limbo) in cui si tro-
vano gli occhi casti della tua Marzia, che nell’aspetto
di Marzia tua, che ’n vista ancor ti priega, (’n vista) ti prega ancora, o anima (petto) santa, che la
o santo petto, che per tua la tegni: consideri (tegni) tua moglie: per il suo amore, dunque,
81 per lo suo amore adunque a noi ti piega. accogli la nostra preghiera (a noi ti piega).

Lasciane andar per li tuoi sette regni; 82-84 Lasciaci andare per le sette cornici da te
grazie riporterò di te a lei, custodite (tuoi ... regni); io riferirò a lei della tua gen-
tilezza, se ti degni di essere ricordato (mentovato)
84 se d’esser mentovato là giù degni». laggiù nell’Inferno».

to valore per l’intera umanità, al punto le del mondo ha anteposto la libertà alla trova quindi anche lei come Virgilio nel
da giustificare anche l’estremo sacrificio vita, è conservata in tutta la sua forza Limbo. Marzia era stata ceduta a Quinto
della vita, come per la fede, la patria, per storica e personale: non diventa un’al- Ortensio (come prevedeva la legge
le persone amate: «[...] il principio primo legoriaf della libertà [...], egli è solle- romana) che non aveva figli e dopo la
della nostra libertà è il libero arbitrio, che vato nella condizione dell’adempimento morte di costui tornò da Catone, come
molti hanno sulla bocca, ma pochi nella definitivo, dove ciò che conta non sono si legge in Lucano. Di questo episodio
mente [...]; questa libertà, o meglio que- più le opere terrene della virtù civile, ma Dante ha dato un’interpretazione allego-
sto principio di ogni nostra libertà è il il ‘ben dell’intelletto’, il bene supremo; la rica nel Monarchia: il ritorno di Marzia a
massimo dono fatto da Dio alla natura libertà dell’anima immortale nella visione Catone sarebbe allegoria del ritorno alla
umana...» (Mn. I, 12, 2-6). «La persona di Dio» (Auerbach, 1971, p. 215). fine della vita dell’anima a Dio. In questi
di Catone, quale uomo severo, giusto e 74. Utica: la più importante città dell’A- versi e nei successivi, fino al v. 84, leg-
pio, che in un momento significativo del frica settentrionale dopo Cartagine. Qui giamo una delle più classiche formule di
suo destino e della storia provvidenzia- Catone pose fine alla propria vita. captatio benevolentiaef: Virgilio cerca i
75. la vesta ... sì chiara: le parole di favori di Catone richiamandone gli affet-
Virgilio non lasciano dubbi sulla salvezza ti familiari e dichiarandone la superiore
di Catone nel giorno del Giudizio univer- dignità. – li occhi casti: «perché li occhi
sale; malgrado egli fosse pagano e suici- sono lo maggior segno de la castità de
La misericordia e la giustizia da salirà in Paradiso perché il Purgatorio le donne, quando stanno calati e vere-
divina operano secondo criteri finirà; vesta e chiara rinviano a Pd. XXV, cundi» (Buti).
imperscrutabili, che l’uomo non 91-96, dove, a proposito dei corpi lumi- 79-80. ’n vista ... petto: nell’aspet-
può comprendere appieno e nosi dei beati, si parla di doppia vesta e to sembra ancora che ti stia pregando.
soprattutto non può controllare di bianche stole. Cfr. anche Cv. IV, 5, 16: «o sacratissimo
e «regolamentare»: questo è 76. Non son ... guasti: è la risposta petto di Catone». La fonte è Seneca (Ad
uno dei principi escatologici cui alla domanda di Catone al v. 46. – edit- Lucilium epistulae morales VII, 5), dove di
Dante più fa riferimento, anche in ti etterni: le leggi d’abisso del v. 46, che Catone è detto: o sacrum pectus.
polemica con le pretese di potere non sono rotte, ma restano immutabi- 82. sette regni: sono le sette cornici del
assoluto sulle anime che la Chiesa li per l’eternità. monte del Purgatorio. È la prima indi-
corrotta vorrebbe esercitare. A 77. Minòs me non lega: Minosse, il cazione precisa sulla struttura fisica del
giudice dell’Inferno (If. V, 4-12) che sta secondo regno.
questa convinzione fa riferimento
sull’entrata del secondo cerchio e per- 84. mentovato: dall’antico francese
la presenza nei tre regni di alcuni
tanto non può «legare» Virgilio, fuori della mentevoir, «ricordare», «richiamare alla
personaggi che contraddicono
sua giurisdizione in quanto spirito del memoria», e ancora in uso come forma
l’applicazione dogmatica delle
Limbo, il primo cerchio. popolare in Toscana; è usato qui l’uni-
norme ecclesiastiche.
78-79. son del cerchio ... Marzia tua: ca volta nella Commedia (un hapaxf,
Marzia era la moglie di Catone e si quindi).

Colloquio tra Virgilio e Catone 361


85-87 «Marzia fu così gradita ai miei occhi fino a «Marzïa piacque tanto a li occhi miei
quando (mentre ch’) io fui sulla terra», egli disse
allora, «che le concessi (fei) tutte le cose gradite
mentre ch’i’ fu’ di là», diss’elli allora,
(grazie) che ella volle (volse) da me. 87 «che quante grazie volse da me, fei.
88-99 Ora che dimora al di là del fiume infernale Or che di là dal mal iume dimora,
(l’Acheronte), non può più commuovermi (muover), più muover non mi può, per quella legge
per quella legge che fu fatta quando uscii fuori (del
Limbo). Ma se, come tu dici, una donna del cielo ti 90 che fatta fu quando me n’usci’ fora.
permette di andare (move) e ti guida (regge), queste Ma se donna del ciel ti move e regge,
lusinghe non sono necessarie (non c’è mestier): è
pienamente sufficiente che me lo chieda nel suo
come tu di’, non c’è mestier lusinghe:
nome (per lei). Va’ pure, dunque, bada di cingere 93 bastisi ben che per lei mi richegge.
costui con un giunco liscio (schietto) e di lavargli
il viso, in modo da cancellare (stinghe) da esso
Va dunque, e fa che tu costui ricinghe
(quindi) ogni traccia di sporcizia (sucidume); per- d’un giunco schietto e che li lavi ’l viso,
ché sarebbe sconveniente (converria) presentarsi 96 sì ch’ogne sucidume quindi stinghe;
con gli occhi offuscati (sorpriso) da qualche nebbia
davanti al primo angelo (ministro), che è di quelli ché non si converria, l’occhio sorpriso
che stanno in Paradiso. d’alcuna nebbia, andar dinanzi al primo
99 ministro, ch’è di quei di paradiso.

86. di là: nel mondo dei vivi, al di là parte del discorso di Virgilio dove dice- probabile).
dell’oceano. va: donna scese dal ciel» (Benvenuto). 97. non si converria: non sarebbe con-
87. quante grazie ... fei: al di là della 92. non c’è mestier lusinghe: il tono di veniente.
generica indicazione di un’amorevo- Catone diventa leggermente risentito e 97-98. l’occhio ... nebbia: la costru-
le disponibilità coniugale, l’espressio- sdegnoso delle inutili lusinghe di Virgilio. zione è modellata sull’ablativo assoluto
ne è probabilmente una concreta allu- 93. per lei: in nome di lei, riferito a latino e significa «avendo l’occhio offu-
sione alle preghiere che Marzia gli rivol- Beatrice. Come in Inferno, così in scato da qualche nebbia». – sorpriso:
se per tornare a essere sua sposa dopo Purgatorio è sufficiente dichiarare la da «sorprendere», ma qui nel senso di
la morte di Ortensio (cfr. nota 78-79). volontà divina che presiede al viaggio «sopraffare», «coprire» e quindi «anneb-
– volse: volle. di Dante per vincere le resistenze dei biare».
88. di là ... fiume: si tratta di un altro «guardiani»: nell’oltretomba, infatti, nes-
«di là», quello che imprigiona Marzia nel suno oserebbe «nominare il nome di 100-108 «È l’alba, e nella luce del gior-
Limbo, al di là dell’Acheronte, il fiume Dio invano», e tanto meno per ordire un no nascente si delinea nitida una sce-
infernale. inganno. na che, essendone l’immediato rifles-
89-90. più muover ... fora: Catone so, ci riporta alla situazione del primo
afferma che la pur amata Marzia, rele- 94-99 Catone impone una doppia ce- canto del poema. Avvertiamo immedia-
gata in eterno nella prigione inferna- rimonia liturgica: il rito della recinzio- tamente una straordinaria somiglianza.
le, non può più influenzare le sue azio- ne di un giunco, simbolo dell’umiltà In entrambe le scene domina il profilo
ni e pensieri, ora che egli si trova fra le con cui ha inizio il processo di rinno- di un monte: un monte che bisogna sali-
anime salve del Purgatorio. Dalle sue vamento interiore, e quello purificato- re, perché lassù, sulla vetta, si troveran-
parole si intuisce quanto egli fosse sen- re del lavacro del viso, affinché Dante no in entrambi i casi felicità e pace. Alla
sibile ai sentimenti umani finché si era possa presentarsi degnamente da- sua base e più in basso ci sono, nell’u-
trovato sulla terra e nel Limbo, ma si vanti al primo angelo (primo ministro) na scena, tenebre amare, ‘una selva sel-
coglie anche quanto ora ne sia distac- del Purgatorio, come verrà narrato nel vaggia’ e il cammino che porta all’Infer-
cato in virtù delle leggi e delle verità canto successivo. no; nell’altra, c’è l’Inferno stesso che il
eterne di Dio. – per quella legge: la pellegrino si è appena lasciato dietro.
legge divina sancita dopo la discesa di 95. giunco schietto: il giunco liscio, Per mezzo di un monte che deve essere
Cristo nel Limbo per trarne fuori i patriar- senza nodi, secondo l’interpretazione asceso, viene rappresentato il percorso
chi dell’Antico Testamento e le anime più ricorrente, è il simbolo dell’umiltà, di un viaggio (verso l’alto o verso il bas-
degne di salvazione (tra queste, Dante come viene anche ribadito nei vv. 103- so) tra i due poli, luce e tenebre» (Sin-
finge che vi fosse anche Catone), legge 105. gleton, 1978, p. 22).
per la quale nessuno avrebbe più potu- 96. stinghe: stinga, cancelli (da «stin-
to lasciare quel carcere eterno. gere». Qualcuno propone una derivazio- 100. ad imo ad imo: lungo la spiaggia,
91. Ma: «qui Catone risponde alla prima ne da «estinguere», non errata, ma poco sul bordo dell’acqua, «perché l’umiltà

362 Purgatorio Canto I


Questa isoletta intorno ad imo ad imo, 100-108 Questa piccola isola tutt’intorno, nel punto
più basso (ad imo ad imo), laggiù dove si infrange
là giù colà dove la batte l’onda, l’onda, produce (porta) giunchi sul molle terreno
102 porta di giunchi sovra ’l molle limo: fangoso (limo): nessun’altra pianta che mettesse
null’altra pianta che facesse fronda rami con foglie (fronda) o avesse un fusto rigido
(indurasse), vi potrebbe crescere, perché non si
o indurasse, vi puote aver vita, piega ai colpi (non seconda) delle onde. Poi non
105 però ch’a le percosse non seconda. ritornate (reddita) per questa strada; il sole, che
ora sta sorgendo, vi farà vedere (mosterrà) dove
Poscia non sia di qua vostra reddita; affrontare (prendere) il monte per una più facile
lo sol vi mosterrà, che surge omai, ascensione (salita)».
108 prendere il monte a più lieve salita».
Così sparì; e io sù mi levai 109-111 Quindi scomparve; e io mi alzai in piedi
senza dir nulla, e mi accostai tutto stretto (mi ritrassi)
sanza parlare, e tutto mi ritrassi alla mia guida, e rivolsi i miei occhi a lui.
111 al duca mio, e li occhi a lui drizzai.
El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi: 112-114 Egli cominciò: «Figliuolo, segui i miei pas-
si: volgiamoci (volgianci) indietro, perché da questa
volgianci in dietro, ché di qua dichina parte la pianura discende (dichina) fino al suo punto
114 questa pianura a’ suoi termini bassi». (termini) più basso».

vive e cresce in basso luogo e così, più de la penitenzia nel mondo è intorneato 106. reddita: lat. redire, «ritornare».
dell’altera superbia, è sicura contro l’as- de la tempesta delle tribolazioni, ne la 109. sù mi levai: Dante era rimasto ingi-
salto delle avversità» (Benvenuto). quale non puote durare, se non li umili nocchiato per tutto il tempo del discorso
104. indurasse: indurisse il suo tronco; e poveri che non contrastano co la for- fra Virgilio e Catone.
una pianta d’alto fusto, quindi. tuna; ma inchinansi a portare pazien- 113. volgianci in dietro: evidentemen-
105. le percosse non seconda: non temente ogni cosa; ma chi fusse duro, te Dante e Virgilio erano avviati alla mon-
asseconda le percosse delle onde e del si romperebbe per desperazione, o chi tagna da salire. Dopo gli ordini di Catone
vento, vi si oppone. «[...] secondo l’al- fusse ricco, perdendo le sue ricchez- devono tornare al punto più basso per il
legoriaf intende l’autore che lo stato ze» (Buti). rito della purificazione.

Il documento
GIOVANNI DI SALISBURY, LA LIBERTÀ
Il monaco inglese Giovanni di Salisbury (1110 ca.-1180 ca.), segretario del celebre arcivescovo di Canterbury
Thomas Becket e amico di s. Bernardo di Chiaravalle, fu filosofo, scrittore e diplomatico. Nel suo libro Policrati-
cus si occupa dell’organizzazione dello stato, di vita cortigiana e di morale. Al centro della sua riflessione pone
il valore della libertà, riferendosi anche direttamente a quello stesso Catone qui onorato da Dante.

La libertà valuta ogni cosa secondo il suo proprio giudizio e non esita a criticare quanto si allontana dal-
la moralità. Eccetto la virtù, non vi è nulla di più nobile della libertà; e ciò ammettendo che abbia un sen-
so distinguere l’una dall’altra, quando è chiaro a chi è saggio che la vera libertà ha origine solo dalla virtù.
Tutti concordano che nella vita la virtù è il bene più grande, il solo capace di afrancarci dal giogo odioso
e pesante della schiavitù; e secondo i ilosoi per essa, unica ragione di vita, bisogna essere disposti anche a
morire, se necessario. La virtù, comunque, non può essere mai raggiunta senza libertà, e l’assenza di liber-
tà è la prova della mancanza di virtù. Perciò la libertà è proporzionale alla virtù e l’uomo è tanto più libe-
ro quanto più è virtuoso, mentre solo i vizi lo riducono indebitamente schiavo delle persone e delle cose.
Essere schiavi delle persone può certo apparire assai miserabile, ma essere schiavi delle cose lo è molto di
più. Che c’è di più amabile della libertà? Che c’è di più gradito, a un uomo che nutra qualche rispetto per
la virtù? Si legge che la virtù fu la guida di tutti i buoni governanti e che la libertà venne calpestata solo
dai nemici manifesti della virtù.

Rito purificatore di Dante 363


115-120 L’alba spingeva via vittoriosamente (vinceva) L’alba vinceva l’ora mattutina
l’ultima ora della notte (l’ora mattutina) che fuggiva che fuggia innanzi, sì che di lontano
innanzi a essa, tanto che in lontananza riconobbi il
tremito delle onde del mare (marina). Noi andavamo
117 conobbi il tremolar de la marina.
attraverso il solitario (solingo) pianoro, come un uo- Noi andavam per lo solingo piano
mo che ritorna verso la via smarrita e a cui, finché
non la raggiunge, sembra di fare un cammino (ire)
com’om che torna a la perduta strada,
inutile. 120 che ’nino ad essa li pare ire in vano.
121-129 Quando noi giungemmo là dove la rugiada Quando noi fummo là ’ve la rugiada
resiste (pugna) al calore del sole, perché sta in un pugna col sole, per essere in parte
luogo (in parte) in cui, all’ombra (ad orezza), evapora
(si dirada) lentamente, il mio maestro pose dolce- 123 dove, ad orezza, poco si dirada,
mente ambedue le mani aperte (sparte) sull’erba ambo le mani in su l’erbetta sparte
tenera: per cui io, che compresi subito il significato
(fui accorto) della sua operazione (arte), rivolsi verso
soavemente ’l mio maestro pose:
di lui le mie guance segnate di lacrime (lagrimose); lì 126 ond’io, che fui accorto di sua arte,
mi rese interamente visibile (discoverto) quel colore porsi ver’ lui le guance lagrimose;
che l’Inferno aveva offuscato.
ivi mi fece tutto discoverto
129 quel color che l’inferno mi nascose.
130-132 Andammo poi sulla spiaggia (lito) deserta, Venimmo poi in sul lito diserto,
che non vide mai essere vivente (omo) navigare le che mai non vide navicar sue acque
sue acque, che sia poi stato in grado (sia poscia
esperto) di fare l’esperienza del ritorno. 132 omo, che di tornar sia poscia esperto.
133-136 In questo luogo (Quivi) mi cinse (con il Quivi mi cinse sì com’altrui piacque:
giunco) nel modo desiderato dalla volontà divina oh maraviglia! ché qual elli scelse
(altrui piacque): oh meraviglia! perché come egli
scelse l’umile pianta, essa rinacque tale e quale
l’umile pianta, cotal si rinacque
all’istante (subitamente) nel luogo dove l’aveva 136 subitamente là onde l’avelse.
strappata (svelse).

115. l’ora mattutina: è l’ultima ora della 123. ad orezza: «all’ombra, al fresco» altra la conoscenza perseguite da Dan-
notte, poco prima dell’alba, in cui, secon- (Benvenuto), dove la rugiada si dirada più te, le quali non si esauriscono nell’espe-
do l’orario ecclesiastico, si suonava per lentamente. Derivato forse da «aura», per rienza del mondo terreno, ma puntano
la preghiera del mattutino nelle chiese e indicare soffio di vento e, per estensione, verso l’alto, verso la speranza dell’altez-
nei conventi. frescura, ombra. za. E si noti come negli ultimi versi dell’u-
117. il tremolar de la marina: la 127. guance lagrimose: forse per lacri- no e dell’altro canto si ripete lo stesso
fonte di questa celebre immagine è nel me di pentimento e insieme di gioia nel stilemaf com’altrui piacque, natural-
VII dell’Eneide (v. 9): splendet tremulo trovarsi fuori dell’aura morta; o forse mente con opposto risultato.
sub lumine pontus, «brilla sotto tremo- per le lacrime versate durante il viaggio Il primo canto si chiude poi con l’imma-
lanti raggi il mare». La fortuna di que- nell’Inferno. gine di una rinascita miracolosa, che ri-
sto verso è stata rinnovata e diffusa flette anche la rinascita di Dante, ora av-
dalla citazione integrale che Gabriele 130-136 I versi finali evocano immedia- viato, umilmente, alla purificazione e alla
D’annunzio ne fa nella sua celebre poe- tamente, per situazione ed espressione, liberazione.
sia I pastori. l’episodio di Ulisse narrato in If. XXVI. Co-
118. solingo piano: l’espressione e me ricordiamo, Ulisse, desideroso di di- 132. sia ... esperto: abbia sperimen-
l’immagine richiamano la diserta piaggia venire del mondo esperto, volle tentare tato.
di If. I, 29 e II, 62. il folle volo e si avvicinò alla montagna 134. scelse: la raccolse, scegliendola
122. pugna: combatte con il sole, con bruna del Purgatorio, ma non poté né fra le molte.
il calore dei suoi raggi, e quindi resiste raggiungerla né più far ritorno, perché 136. avelse: latinismo, da avellere,
più a lungo. privo della Grazia divina. Altra è la virtù e «strappare», «sradicare».

364 Purgatorio Canto I


Scenari
LE ANTICAMERE DELL’OLTRETOMBA
Nell’ideare la struttura isica dei tre regni oltremonda- re» è però sicuramente l’Antipurgatorio, forse per-
ni Dante colloca sempre uno spazio intermedio, una ché esprime la condizione più vicina a quella della
zona che segna ed evidenzia il passaggio da uno sta- vita terrena: il racconto dell’attraversamento di que-
to precedente a una diversa condizione: così è nell’In- sta zona si sviluppa infatti per dieci canti, con spa-
ferno con gli ignavi e la riva dell’Acheronte, e nel zi distinti e con numerosi e signiicativi incontri, da
Paradiso con l’ascesa dall’Eden al cielo attraverso la Casella a Manfredi, da Belacqua a Pia de’ Tolomei, da
sfera del fuoco. La più articolata di queste «anticame- Sordello a Nino Visconti.

PORTA DEL PURGATORIO

VALLETTA FIORITA

ALTA RIPA
5
6

SPIAGGIA DEL PURGATORIO


2
3

1. Incontro di Dante e Virgilio con Catone l’Uticense, custode del Purgatorio


2. Dante si purifica con l’acqua e si cinge con un giunco
3. Incontro con il musico e amico Casella (spiriti appena giunti in Purgatorio)
4. Incontro con il re Manfredi (schiera dei negligenti morti scomunicati)
5. Incontro con l’amico Belacqua (schiera dei pigri a pentirsi fino alla fine della vita)
6. Incontro con i signori Jacopo del Cassero, Buonconte da Montefeltro e Pia de’ Tolomei (schiera dei negligenti mor-
ti di morte violenta)
7. Incontro con il poeta Sordello da Goito
8. Incontro con il nobile Nino Visconti nella valletta fiorita dei principi negligenti
9. Dante e Virgilio giungono davanti alla porta del Purgatorio, dove sono stati portati in volo nel sonno da s. Lucia

Rito purificatore di Dante 365


Leggiamo il canto PAGINE DIGITALI
LETTURA CRITICA Ɣ PAROLA CHIAVE DEL CANTO Ɣ CONSIGLI DI LETTURA

D io ha dunque designato Catone Uticense alla funzione di custode ai piedi del Purgatorio: un
pagano, un nemico di Cesare, un suicida. Ciò è molto sorprendente…
Erich Auerbach

LA NARRAZIONE legrini giunti per vie tanto inconsuete sulla spiaggia del
Purgatorio (vv. 40-48). Segue la risposta di Virgilio, che
Ɣ IL CANTO DI CATONE precisa come il viaggio avvenga per intercessione cele-
ste (vv. 52-54), poi spiega la condizione sua e di Dante
L’impostazione retorica del canto rispecchia la solennità (vv. 55-69), inine lusinga Catone con il riconoscimen-
conveniente a una sequenza d’apertura: prima il tradizio- to del suo amore per la libertà (libertà va cercando, ch’è
nale proemiof, poi la rainata descrizione del paesaggio sì cara, / come sa chi per lei vita riiuta, vv. 71-72) e con il
celestiale, quindi l’incontro con la igura nobile di Catone ricordo dell’amore e della bellezza di sua moglie Marzia
che precisa subito i decreti metaisici dell’aldilà, e inine il (vv. 78-84); e dopo tanta captatio benevolentiaef, chiede
rito di puriicazione di Dante. il permesso di salire al monte del Purgatorio. La rispo-
Scandita in questi quattro momenti, la struttura del can- sta di Catone è severa, e ricorda a Virgilio che le lusinghe
to marca il netto distacco dalla precedente poesia infer- terrene non possono aver peso nei regni dell’oltretomba;
nale, e prepara l’inizio vero e proprio del «racconto di quindi concede loro il passo, perché tale è la volontà divi-
viaggio» del pellegrino Dante. na, e anzi fornisce le indicazioni necessarie per procede-
re. Ma la dinamica psicologica fra i due personaggi non si
I TEMI esaurisce qui; avrà il suo epilogo nel rimprovero di Cato-
ne al termine del canto ii, e nel rimorso di Virgilio all’ini-
Ɣ IL TEMA ALLEGORICO zio del iii.
Il canto è percorso da costanti elementi allegorici, tipici
nei brani che, in apertura d’opera, svolgono la funzione di LE FORME
«manifesti» di poetica. I più evidenti sono:
 ƔODmetaforaf del viaggio per mare, a indicare il cammi- Ɣ IL PROEMIO ALLA CANTICA
no di Dante attraverso il Purgatorio (vv. 1-6); Secondo le norme retoriche del poema classico, il can-
 ƔODvisione di Venere splendente in cielo, simbolo delle to si apre con il proemio, in cui il poeta dichiara l’argo-
virtù che incitano ad amare le cose alte e pure (vv. 19-21); mento della cantica, cioè la descrizione del secondo regno
 ƔOHquattro stelle simbolo delle virtù cardinali (vv. 22-27); dell’aldilà, cui segue l’invocazione alle Muse. La metafo-
 ƔOƍincontro con Catone, simbolo della libertà (vv. 30 sgg.); ra del viaggio per mare e la rievocazione del mito delle
 ƔLOrito di puriicazione di Dante con il giunco, simbolo di Piche stabiliscono un rapporto diretto con l’esordio delle
umiltà (vv. 94-136). altre parti dell’opera, e in particolare con i versi iniziali del
Ɣ LA FIGURA DI CATONE Paradiso.
La nobile igura di Catone, protagonista del canto nel Ɣ LE PAROLE DELLA LUCE
ruolo di guardiano del Purgatorio, induce ad alcune La faticosa, dolorosa riconquista della luce e del cielo
rilessioni. Una prima questione è costituita dalla pre- aperto aveva caratterizzato anche nelle scelte lessicali gli
senza di un pagano, e suicida, nel regno di coloro che ultimi versi dell’Inferno (canto xxxiv): ritornar nel chiaro
sono destinati alla salvezza eterna. La scelta è determina- mondo (v. 134), salimmo su (v. 136), le cose belle / che porta
ta dal fatto che in lui Dante vide il simbolo della libertà, ’l ciel (vv. 137-138), uscimmo a riveder le stelle (v. 139). Qui la
dell’uomo virtuoso che per obbedire all’alta morale della stessa tensione si distende nella raggiunta serenità, nel-
coscienza riiuta i legami della vita isica; per lui dunque la contemplazione del cielo all’alba, e trova espressione in
immagina un intervento miracoloso della Grazia divina, parole di luce: il dolce color d’orïental zairo (v. 13), il sere-
simile a quelli descritti nel canto xx del Paradiso per altre no aspetto del cielo (v. 14), il bel pianeto che faceva tutto
nobili anime pagane. rider l’orïente (vv. 19-20), e tutte le stelle dell’altro emisfero
Una seconda rilessione riguarda la dichiarazione di (vv. 22-24). Al di là del valore simbolico, sono parole di
Catone rispetto alla moglie Marzia: gli afetti terreni non connotazione paesistica che dispongono alla sia pur
possono condizionare la vita oltremondana, poiché qui la problematica positività del Purgatorio.
verità divina vaniica gli eimeri sentimenti mortali per
afermare i valori assoluti dell’amore e dell’ordine di Dio.
Inine, la rappresentazione isica e la funzione di guardia-
no del secondo regno propongono il confronto di Catone
Le parole che restano ↓
con il traghettatore infernale Caronte e con s. Bernardo,
guida di Dante negli ultimi canti del Paradiso. “libertà va cercando, ch’è sì cara,
Ɣ IL DIALOGO FRA VIRGILIO E CATONE come sa chi per lei vita riiuta

Le parole di Virgilio a Catone (vv. 71-72), che per non
Il dialogo fra i due sommi personaggi latini sviluppa una
trama psicologico-retorica rivelatrice del rapporto fra rinunciare alla libertà scelse di rinunciare alla vita, sono
l’umano e il divino, tema speciico della cantica. Prima tuttora efficaci per indicare che per l’uomo la libertà
interviene Catone, quasi sdegnato nel vedere i due pel- resta il più alto tra i valori da difendere a ogni costo.

366 Purgatorio Canto I


Competenze alla prova ESERCIZI INTERATTIVI

LA NARRAZIONE
1 Indica i versi corrispondenti alle sequenze del canto qui elencate:
a. Proemio: vv.
b. Descrizione del luogo: vv.
c. Apparizione e descrizione di Catone: vv.
d. Dialogo tra Virgilio e Catone: vv.
e. Inizio del viaggio in Purgatorio: vv.
2 Perché Catone si stupisce di vedere Dante e Virgilio, e perché concede loro di proseguire il cammino?

3 Quale indicazione al proseguimento del viaggio Catone fornisce ai pellegrini ai vv. 106-108?

4 Quale “rito” deve compiere Dante prima di intraprendere la salita alla montagna del Purgatorio?

5 Presenta il personaggio di Catone secondo il ritratto isico e morale che ci fornisce Dante.

I TEMI
6 Quali temi ideali, morali e teologici si concentrano nella igura e nelle parole di Catone?

7 A quali personaggi dell’Inferno potresti paragonare Catone per:


a. analogia di ruolo:
b. analogia di personalità:

LE FORME
8 Indica quali caratteristiche tipiche del proemio sono presenti ai vv. 1-12.
9 Sottolinea nel testo parole ed espressioni che descrivano l’atmosfera di luce e di aria aperta tipica del
Purgatorio, in contrapposizione all’oscurità sotterranea dell’Inferno.
10 In che cosa consiste la captatio benevolentiae ai vv. 70-84?

AVVIO AL SAGGIO BREVE


Leggi il passo sulla libertà di Giovanni di Salisbury a p. 363 e, confrontandolo anche con la igura di Catone,
rispondi alle seguenti domande:
a. Perché l’uomo è tanto più libero quanto più è virtuoso?
b. È peggio essere schiavi delle persone o delle cose? Perché?

PER DISCUTERE
Confrontatevi sul signiicato dei vv. 71-72 «libertà va cercando ch’è sì cara, come sa chi per lei vita riiuta» ed
esprimete il vostro parere sul valore della libertà per l’uomo.

SCRIVERE CON DANTE


Il suicidio come scelta eroica per non soggiacere al compromesso o alla perdita della libertà, qui impersonato da
Catone, diventa un topos soprattutto della letteratura romantica, in cui si costruisce il mito dell’eroe titanico.
Chiarisci bene questo concetto e poi esempliica con qualche testo che hai letto e che conosci.

Canto I 367
Canto III
Canto II
Il canto di Casella
TEMPO SPIAGGIA
domenica di Pasqua 10 aprile 1300, È la spiaggia che circonda l’isola sulla quale si erge la
verso le 6 del mattino montagna del Purgatorio, solitaria (lito diserto) nell’immenso
oceano ed esattamente opposta a Gerusalemme.
LUOGO
ANTIPURGATORIO PERSONAGGI
Dante, Virgilio, Casella, Catone, Angelo nocchiero,
È la parte bassa della montagna del Purgatorio, che
schiera d’anime purganti
comprende la spiaggia e la prima fascia, i primi tre balzi della
costa. Qui i penitenti cominciano a espiare dovendo attendere
un determinato periodo di tempo prima di poter salire alle vere
cornici del Purgatorio dove purgare con pene fisiche i propri
peccati.

DANTE

SCHIERA DI ANIME CATONE ANGELO NOCCHIERO


PURGANTI
ANTIPURGATORIO

SPIAGGIA
NEGLIGENTI
MORTI SCOMUNICATI

VIRGILIO CASELLA

368
Sommario ↓
vv. 1-36 L’Angelo nocchiero e la nave dei penitenti
Mentre i poeti si volgono incerti sulla via da seguire, vedono apparire sulla superficie del mare un lume
che avanza rapidamente, come una macchia bianca sempre più luminosa. Virgilio fa inginocchiare Dan-
te, avvertendolo che si trovano alla presenza del primo angelo del Purgatorio, che guida la navicella del-
le anime dei penitenti senza alcun bisogno di mezzi umani.

vv. 37-75 Gli spiriti sbarcano sulla spiaggia


L’Angelo nocchiero, che ha il compito di traghettare le anime, le deposita ora sulla spiaggia. Queste,
ignare del luogo, chiedono informazioni ai due poeti, ma Virgilio spiega che anche loro sono inesperti
sul cammino. Alcuni spiriti si accorgono che Dante è ancora fisicamente vivo, e gli si avvicinano scolo-
rando per la meraviglia.

vv. 76-117 L’incontro con il musico Casella


Un’anima della folla accalcatasi attorno a Dante lo riconosce: è Casella, musico amico di Dante, che
spiega come le anime destinate al Purgatorio si raccolgano
dopo la morte alle foci del Tevere, e qui attendano il momen-
to loro destinato per salire sul vascello che le porta a que-
sta montagna della penitenza. Il poeta cerca inutilmente di
abbracciarlo, e poi gli chiede il conforto di una delle sue can-
zoni; Casella intona allora la canzone dantesca Amor che ne
la mente mi ragiona: la dolcezza del suo canto è tale che tutti
si soffermano ad ascoltare.

vv. 118-133 L’intervento di Catone


Mentre le anime sostano estasiate, sopraggiunge Catone, che
le rimprovera aspramente per essersi soffermate, e le incita ad
affrettarsi verso la purificazione. Come i colombi raggruppati
per il pasto si disperdono al sopraggiungere di qualcosa che
li spaventi, così tutti gli spiriti si allontanano confusamente e si
avviano verso il monte.

L’Angelo nocchiero e Gli spiriti sbarcano L’incontro con L’intervento


la nave dei penitenti sulla spiaggia il musico Casella di Catone

Le anime stupite
La vera amicizia dura Il severo monito
Una creatura celeste, e smarrite per
immutata anche dopo ad afrettarsi verso
un “uccel divino” la novità del posto
la morte la puriicazione
e del cammino

«Fa, fa che le ginocchia cali. La turba che rimase lì, «Così com’io t’amai «Correte al monte a spogliarvi
Ecco l’Angel di Dio: selvaggia parea del loco nel mortal corpo, lo scoglio ch’esser non lascia a
piega le mani» così t’amo sciolta» voi Dio manifesto»

369
AUDIOLETTURA DEL CANTO

Canto II VIDEO: I LUOGHI DELLA NARRAZIONE

1-9 Il sole aveva già raggiunto l’orizzonte il cui


meridiano sovrasta (coverchia) col suo punto più
G ià era ’l sole a l’orizzonte giunto
lo cui meridïan cerchio coverchia
alto Gerusalemme; e la notte, che gira (cerchia)
opposta al sole, spuntava dalle foci (uscia ... fuor)
3 Ierusalèm col suo più alto punto;
del Gange nella costellazione delle Bilance, che le e la notte, che opposita a lui cerchia,
cadono di mano quando supera la durata del giorno
(soverchia); in modo che, là dove io mi trovavo, le
uscia di Gange fuor con le Bilance,
gote, prima bianche, poi vermiglie, della leggiadra 6 che le caggion di man quando soverchia;
Aurora, col passare del tempo (per troppa etade), sì che le bianche e le vermiglie guance,
trascoloravano in dorato (rance).
là dov’i’ era, de la bella Aurora
9 per troppa etate divenivan rance.

1-9 Il canto si apre con precise indica- 1-3. Già … punto: il sole era giun- che gira attorno alla terra, ma diame-
zioni di tipo astronomico, molto frequen- to all’orizzonte, e dunque stava tramon- tralmente opposta al giro del sole, usci-
ti nel Purgatorio: 1) perché la montagna tando, nell’emisfero settentrionale il cui va allora dal Gange nel segno della
è collocata in piena aria ed è quindi to- meridiano sovrasta Gerusalemme e con- Bilancia (cioè nell’equinozio di prima-
pograficamente esposta alle notazio- temporaneamente stava sorgendo in vera, quando il sole è invece nell’A-
ni cosmologiche; 2) perché la seconda Purgatorio. – Ierusalèm: nella cosmo- riete), dal quale segno esce (le cado-
cantica indica il cammino progressivo logia dantesca l’emisfero boreale ha no di mano i piatti della bilancia) quan-
dell’uomo verso la purificazione e, quin- come centro Gerusalemme; il Gange do essa è più lunga del giorno, lo
di, ripete la vicenda umana che, per l’uo- era l’estremo oriente e Gibilterra l’estre- soverchia; il che avviene nell’equino-
mo medievale, è segnata dal tempo na- mo occidente. Qui come altrove, per una zio d’autunno, quando è il sole a entra-
turale e quindi dalla percezione del consapevole interpretazione del testo re nel segno della Bilancia (o Libra).
tempo cosmologico, scandito dal movi- di Dante, e per un completo godimento Il sole, dunque, stava tramontando
mento degli astri. del suo mondo poetico-culturale, sareb- a Gerusalemme, era a mezzogiorno
Ma la costante della “poesia astronomi- be opportuno conoscere la ricca topo- in Spagna e a mezzanotte in India.
ca” come caratteristica espressiva del grafia terrestre e astronomica (atlanti, 9. rance: giallo dorato, color arancio.
Purgatorio ha anche la funzione anti- mappe, portolani, ecc.) medievale a cui Quando spunta il giorno, il cielo si tinge
cipatrice di quel regno celeste, il Para- il poeta faceva costante riferimento e su di bianco, poi quando arriva l’alba diven-
diso, che è l’orizzonte escatologico di cui ha costruito la propria rappresenta- ta rosso e, infine, si colora di giallo aran-
questo secondo regno e che diventerà zione geografica del mondo. – col suo cione al sorgere del sole. È probabi-
per sua natura il luogo per eccellenza più alto punto: mezzogiorno, lo zenit. le che Boccaccio si riferisca a questi
dell’astronomia. Anche in questo il Pur- 4-6. e la notte ... soverchia: per versi nell’introduzione alla terza giorna-
gatorio si rivela come luogo di “passag- Dante Gerusalemme era in una posi- ta del Decameron: «l’aurora già di vermi-
gio”: qui possono infatti convivere le più zione equidistante (90° a ovest e 90° a glia cominciava, appressandosi il sole, a
aspre pene fisiche con i più dolci pano- est) tra le colonne d’Ercole (Gibilterra) divenir rancia».
rami cosmici. e la foce del Gange (l’India). La notte, 10. Noi eravam: dopo aver scandito il

370 Purgatorio Canto II


Noi eravam lunghesso mare ancora, 10-12 Noi eravamo ancora presso (lunghesso) la
come gente che pensa a suo cammino, riva del mare, come coloro che pensano al proprio
viaggio e procedono con il desiderio (cuore) mentre
12 che va col cuore e col corpo dimora. stanno fermi con il corpo.
Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino, 13-18 Ed ecco, come colto dall’alba, Marte, ab-
bassandosi sulla superficie (suol) del mare, verso
per li grossi vapor Marte rosseggia ponente, si colora di rosso, a causa dei vapori densi
15 giù nel ponente sovra ’l suol marino, che lo avvolgono, così mi apparve, e possa io (s’io)
vederla (veggia) ancora, una luce avanzare sul mare
cotal m’apparve, s’io ancor lo veggia, così rapidamente (ratto) che nessun volo può ugua-
un lume per lo mar venir sì ratto, gliare (pareggia) il suo modo di muoversi.
18 che ’l muover suo nessun volar pareggia.
Dal qual com’io un poco ebbi ritratto 19-21 Dopo aver distolto (ritratto) per un attimo lo
l’occhio per domandar lo duca mio, sguardo da essa (dal qual) per interrogare (doman-
dar) la mia guida, la rividi divenuta più luminosa e
21 rividil più lucente e maggior fatto. più grande.
Poi d’ogne lato ad esso m’appario 22-24 Poi da ogni parte di questa luce mi apparve
un non sapeva che bianco, e di sotto (appario) un’indistinta (un non sapeva che) forma
bianca, e più in basso si delineò (uscìo) a poco a
24 a poco a poco un altro a lui uscìo. poco un’altra forma bianca.
Lo mio maestro ancor non facea motto, 25-30 Il mio maestro tacque (non facea motto)
mentre che i primi bianchi apparver ali; ancora, finché (mentre che) le prime forme bianche
non si rivelarono come ali; appena fu ben certo di
27 allor che ben conobbe il galeotto, riconoscere il nocchiero (galeotto), gridò: «Presto,
gridò: «Fa, fa che le ginocchia cali. piega le ginocchia (le ginocchia cali). Ecco l’angelo
di Dio: congiungi (piega) le mani; da ora in poi vedrai
Ecco l’angel di Dio: piega le mani; solo ministri (officiali) come questo.
30 omai vedrai di sì fatti oiciali.

tempo e lo spazio cosmologico, Dante fuoco; questo fuoco hae a mostrare l’ar- ministro nei regni della salvezza e della
informa il lettore sulla sua posizione: noi dore della sua carità» (Anonimo). – s’io beatitudine. Dante lo rappresenta secon-
eravamo ancora lunghesso (lungo, pres- ancor lo veggia: la frase, con il verbo do l’immagine tradizionale, figura bian-
so) il mare, cioè sulla spiaggia. al congiuntivo, esprime la speranza del ca, luminosa e alata dai poteri sovranna-
11-12. come gente ... dimora: l’incer- poeta di poter rivedere quel «lume», cioè turali, e d’ora in poi (più precisamente a
tezza del cammino fa arrestare il passo, di giungere alla spiaggia del Purgatorio partire dal canto X di questa cantica) gli
mentre il desiderio anticipa la via (cfr. Vita come anima salva. angeli saranno inseriti normalmente nel-
Nuova, XIII, 6). 17. un lume: è l’Angelo nocchiero che, a la narrazione, senza però mai divenire at-
13-15. Ed ecco ... suol marino: «Marte causa della distanza, appare come una tivi interlocutori di Dante.
dissecca e arde le cose, perché lo suo luce indistinta.
calore è simile a quello del fuoco; e que- 18. che … pareggia: la velocità del suo 25. Lo mio maestro: Virgilio incomincia
sto è quello per che esso pare affocato volo supera quella di ogni altro volati- ad apparire inesperto in questo luogo;
di colore, quando più e quando meno, le; la sua natura dunque è straordinaria anche per lui la realtà nuova presen-
secondo la spessezza e raritade de li e prodigiosa. ta incognite, genera incertezze ed esi-
vapori che ’l seguono» (Cv. II, 13, 21). 22-24. Poi d’ogne lato ... uscìo: i primi tazioni.
– sorpreso dal mattino: il poeta vuole bianchi sono, come si legge al v. 26, le 27. galeotto: «‘Galeotti’ son chiama-
indicare che Marte è più rosseggian- ali, mentre l’altro bianco è, probabilmen- ti que’ marinai i quali servono alle galee;
te per effetto dei vapori, proprio quan- te, il vestito dell’angelo. La visione si fa, a ma qui licentia poetica, nomina ‘gale-
do viene come sorpreso dalla prima luce mano a mano, più distinta. otto’ il governatore di una piccola bar-
del mattino che si leva dal mare. – giù chetta». Fino a questo punto Dante non
… marino: a occidente, sull’orizzon- 25-36 Se si fa eccezione per il non me- aveva parlato di alcuna barca; ora invece
te del mare. glio definito «messo celeste» nel canto IX la parola galeotto implica chiaramente la
16. cotal m’apparve: «Vide [...] l’au- dell’Inferno, è questa la prima apparizio- presenza di un’imbarcazione.
tore venire per loro un Angelo dell’ordi- ne di un angelo, di un essere sopranna- 30. officiali: ufficiali, che svolgono cioè
ne dei Cherubini che ardeva come un turale creato direttamente da Dio e di lui un ufficio, un compito.

L’Angelo nocchiero e la nave dei penitenti 371


31-33 Vedi che non adopera (sdegna) mezzi (ar- Vedi che sdegna li argomenti umani,
gomenti) umani, tanto che non necessita (vuol) né
di remi né di vele (velo) che non siano le sue ali, per
sì che remo non vuol, né altro velo
muoversi da luoghi così lontani. 33 che l’ali sue, tra liti sì lontani.
34-36 Vedi come le tiene rivolte (dritte) al cielo, Vedi come l’ha dritte verso ’l cielo,
fendendo (trattando) l’aria con le piume incorruttibili trattando l’aere con l’etterne penne,
(etterne), che non si trasformano come il pelo dei
mortali». 36 che non si mutan come mortal pelo».
37-42 Poi, a mano a mano che (come) la creatura Poi, come più e più verso noi venne
alata (l’uccel divino) si avvicinava a noi, appariva l’uccel divino, più chiaro appariva:
sempre più luminosa: perciò gli occhi non riuscivano
a fissarla (nol sostenne) da vicino, tanto che li chinai
39 per che l’occhio da presso nol sostenne,
verso il basso; intanto essa raggiunse la riva con una ma chinail giuso; e quei sen venne a riva
barchetta leggera (vasello), che non si immergeva
nell’acqua neppure in parte.
con un vasello snelletto e leggero,
42 tanto che l’acqua nulla ne ’nghiottiva.
43-45 Il nocchiero celestiale stava a poppa, in Da poppa stava il celestial nocchiero,
tale atteggiamento che la sola descrizione (pur de- tal che faria beato pur descripto;
scripto) darebbe (faria) beatitudine; e molte anime

31. argomenti: mezzi, strumenti. In que- 35-36. trattando l’aere ... pelo: fen- lo: / vele di mar non vid’io mai cotali. Gli
sto caso sono le vele e i remi. dendo l’aria con le penne che restano angeli sono chiamati «uccelli» perché
32. velo: è l’uso latino di velum, qui eternamente identiche, non soggette ad hanno le ali.
adottato anche per esigenza di rima; ma alterazione come invece i peli o le penne 39. nol sostenne: «come lo senso
il comune uso che la lingua latina faceva delle creature mortali. umano non può sostenere oltre le sue
del plurale neutro vela è passato nell’ita- 38. l’uccel divino: è il rovesciamen- proporzioni» (Ottimo).
liano come femminile singolare. to degli angeli precipitati nell’Inferno. In 41. vasello snelletto e leggero: il
33. tra liti sì lontani: il percorso dell’an- If. XXXIV, 46-48, Lucifero è così descrit- vasello è una navicella, una barchet-
gelo si muove dalle foci del Tevere all’i- to: Sotto ciascuna uscivan due grand’a- ta (una memoria è rimasta in «vascel-
sola del Purgatorio (cfr. vv. 100-105). li, / quanto si convenia a tanto uccel- lo»). La snellezza pare doversi riferire alla

Viaggiare nel testo


AMICI E MAESTRI
Inferno I, 61 sgg. Virgilio e Dante f amicizia ideale, rapporto maestro-discepolo
Inferno XV Brunetto Latini e Dante f amicizia reale, rapporto maestro-discepolo
Purgatorio II, 76 sgg. Casella e Dante f amicizia reale
Purgatorio IV, 97 sgg. Belacqua e Dante f amicizia reale
Purgatorio VI, 58-75; VII, 1-21 Sordello e Virgilio f amicizia ideale, comunione letteraria e patriottica
Purgatorio VIII, 46-84 Nino Visconti e Dante f amicizia reale
Purgatorio XXI-XXII Stazio e Virgilio f amicizia ideale, rapporto maestro-discepolo
Purgatorio XXIII, 37 sgg. Forese Donati e Dante f amicizia reale
Purgatorio XXX, 40-57 Virgilio e Dante

372 Purgatorio Canto II


45 e più di cento spirti entro sediero. sedevano dentro.
‘In exitu Isräel de Aegypto’ 46-48 «In exitu Isräel de Aegypto» («Quando Israele
cantavan tutti insieme ad una voce uscì dall’Egitto») cantavano tutti in coro, proseguen-
do il salmo con quanto è scritto dopo.
48 con quanto di quel salmo è poscia scripto.
Poi fece il segno lor di santa croce; 49-51 Poi li benedisse col segno della santa croce;
ond’ei si gittar tutti in su la piaggia: allora essi si precipitarono tutti sulla spiaggia; ed egli
se ne andò (el sen gì), velocemente come era venuto.
51 ed el sen gì, come venne, veloce.
La turba che rimase lì, selvaggia 52-54 La moltitudine rimasta lì sembrava inesperta
parea del loco, rimirando intorno (selvaggia) del luogo, si guardava intorno, come
colui che sperimenta per la prima volta cose sco-
54 come colui che nove cose assaggia. nosciute (nove).
Da tutte parti saettava il giorno 55-60 Il sole lampeggiava (saettava) la luce diurna
lo sol, ch’avea con le saette conte in tutte le parti del cielo, dopo avere con le sue
saette infallibili (conte) cacciato il Capricorno dal
57 di mezzo ’l ciel cacciato Capricorno, punto più alto (di mezzo) del cielo, allorché la gente
quando la nova gente alzò la fronte appena arrivata (nova) alzò lo sguardo verso di noi,

forma, e la leggerezza all’agevole rapi- 45. più di cento: forma indeterminata minava tutto il cielo, perché era già alto.
dità con cui sfiora le acque. Caronte lo per indicare «molti». Il sole è descritto con l’immagine mitolo-
aveva predetto a Dante: più lieve legno 46. In exitu ... Aegypto: è il verso inizia- gica del cacciatore, di ascendenza clas-
convien che ti porti (If. III, 93). le del salmo 114, che un tempo accom- sica. – lo sol: con funzione di soggetto.
42. tanto che ... ’nghiottiva: perché il pagnava il trasporto in chiesa del defun- 56. conte: i commentatori antichi e
carico del piccolo vascello, essendo for- to; parla della liberazione degli Ebrei moderni leggono in diversi modi: «certe,
mato da spiriti, non ha alcun peso. dalla cattività in Egitto. Viene citato da vere, famose, chiare, infallibili, esper-
43. celestial nocchiero: si contrappo- Dante anche nel Convivio (II, 1, 6-7), te». Il vocabolo deriva dal latino cogni-
ne a Caronte, nocchier de la livida palu- dove lo adopera per spiegare il quar- tae, «conosciute» e può quindi suggeri-
de (If. III, 98). to senso, quello anagogico, con cui si re un’idea di notorietà e anche di espe-
intendono ed espongono le Scritture. rienza, abilità.
47. cantavan ... ad una voce: mette 57. di mezzo ... Capricorno: quando
in luce il tema della coralità delle anime il Sole sorge all’orizzonte nella costella-
del Purgatorio, le quali sono accomu- zione dell’Ariete, il Capricorno si trova
nate dalla certezza della beatitudine sul meridiano, allo zenit, perché prece-
Il sentimento dell’amicizia, reale o futura. de di novanta gradi; a mano a mano che
ideale, si propone con frequenza 49-50. fece il segno ... piaggia: la il Sole ascende in cielo, la costellazione
nell’opera di Dante, ed è forse benedizione è quindi anche un gesto di del Capricorno si sposta, come se fosse
l’elemento che caratterizza con congedo e di invito allo sbarco. L’ansia «cacciata», spinta dal Sole medesimo
maggior intensità emotiva i delle anime è tale che li spinge a uscire nella sua ascesa.
dalla barca in modo precipitoso e scom- 58. nova gente: riprende il v. 54.
rapporti positivi fra gli uomini. Si
posto (cfr. If. III, 116: gittansi di quel lito «Nuovo» è ciò che un tempo era sco-
presenta sotto forma direttamente
ad una ad una). nosciuto, ma ha anche il significato di
autobiograica negli incontri con
52. turba: folla, moltitudine; selvaggia è cosa ultima, recente, appena arrivata.
personaggi davvero conosciuti e
l’opposto di esperti del v. 62: moltitudi- Qui inoltre è da intendere nel senso
amati (pensiamo appunto a Casella
ne inesperta come «gente straniera e da’ suggerito dalle Scritture. S. Paolo parla
o a Forese Donati in Pg. XXIII-
lor costumi selvaggia» (Giovanni Villani, dell’«uomo nuovo» dopo l’incontro con
XXIV), oppure in termini di stima
Cron. I, 22). Cristo (Ef. 4, 20 sgg.). Nella Vita Nuova
e comunione spirituale: è questo
54. assaggia: prova mediante il sag- (XXXI, 15) Dante parla di «secol novo»
soprattutto il caso del rapporto fra
gio (nell’antichità, piccola quantità di per dire dell’altro mondo. Così anche
Virgilio e Dante, ma poi anche di minerale per riconoscere i metalli prezio- la «nova matera» (Vn. XVII, 2) e, in que-
Sordello in Pg. VI-VII, o di Stazio in si). Qui è da intendere in senso traslato: sta cantica, le nove rime (XXIV, 50) sono
Pg. XXI-XXII, e più in generale del controllare, sperimentare. da intendere come rinnovate dalla fede
rapporto con i «maestri». 55-56. Da tutte parti ... lo sol: il sole illu- e dalla Grazia.

Gli spiriti sbarcano sulla spiaggia 373


dicendoci: «Se la conoscete, indicateci la via per ver’ noi, dicendo a noi: «Se voi sapete,
raggiungere (gire al) il monte».
60 mostratene la via di gire al monte».
61-66 E Virgilio rispose: «Voi forse pensate che E Virgilio rispuose: «Voi credete
siamo pratici (esperti) di questo luogo; ma noi forse che siamo esperti d’esto loco;
siamo forestieri (peregrin) come voi. Giungemmo
poco fa, appena prima di voi, attraverso una strada 63 ma noi siamo peregrin come voi siete.
diversa, che fu talmente penosa e opprimente, che Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,
adesso la salita ci sembrerà un gioco».
per altra via, che fu sì aspra e forte,
66 che lo salire omai ne parrà gioco».
67-69 Le anime, che si erano accorte, dal mio L’anime, che si fuor di me accorte,
respirare, che ero ancora vivo, impallidirono per la per lo spirare, ch’i’ era ancor vivo,
meraviglia (maravigliando).
69 maravigliando diventaro smorte.

59. noi ... noi: l’iterazionef vuole pro- ficare l’esodo verso la Terra Promessa 67-75 Per la prima volta in questi versi
babilmente indicare lo stupore di Dante e quindi l’autentica «novità» del viag- compare lo stupore delle anime di fron-
di essere ritenuto «esperto», mentre egli gio. L’immagine sottolinea anche il tema te alla condizione eccezionale di Dante,
non è certo meno «nuovo» delle anime. della coralità delle anime, accomunate che attraversa il regno dei morti anco-
63. peregrin: «secondo la larga signi- dalla tensione verso la salvezza futura. ra in vita, con il proprio corpo terreno. Si
ficazione del vocabulo [...] è peregrino 65. per altra via ... forte: si sente annuncia così un tema centrale in tutta
chiunque è fuori della sua patria» (Vn. l’eco di If. I, 5. Si tratta della via attra- la cantica: quello della fisicità oltremon-
XI, 6). Il Singleton nota che l’immagine verso l’Inferno e il cieco fiume di I, 40. dana, legata alla questione immediata
dei pellegrini e del pellegrinaggio appa- 66. gioco: nel senso di «facile» e, anche, delle espiazioni di natura corporale cui
re per la prima volta. Nell’Inferno non era di «piacevole» (dal provenzale joy, «pia- gli spiriti sono sottoposti, ma soprattutto
mai stata usata e starebbe qui a signi- cere»). alla questione escatologica generale del

Scenari
IL PARADISO IN TERRA
Nella geograia “fantastica” del mondo dantesco, la col-
locazione del Paradiso terrestre sulla vetta del Purgatorio
corrisponde a una fondata convinzione culturale.
Nel corso di tutto il Medioevo, e poi almeno ino ai primi del
’600, l’interpretazione letterale della Bibbia dava concre-
tezza all’idea che il giardino dell’Eden esistesse davvero in
un qualche luogo sulla terra: «non v’era meschino mortale
che si movesse da casa sua per regioni lontane, che non si
igurasse di trovare per via, un dì o l’altro, il paradiso terre-
stre» (E. Coli, Il paradiso terrestre dantesco, Firenze, Carne-
secche, 1897; p. 250).
Alla credenza religiosa si associava il mito antropologico
di un luogo, unico e di delizie, che sarebbe stato all’origine
della nascita dell’intero genere umano, da cui poi i diver-
si popoli si sarebbero allontanati per diffondersi su tutta la
terra.
Eruditi e viaggiatori medievali e rinascimentali collocarono l’Eden in molteplici luoghi, quasi tutti a Oriente:
l’India, Ceylon, la Cina, l’Armenia, la Siria, la Persia, l’Arabia, l’Africa, la Terra Santa, le Alpi, il mar Caspio, l’A-
merica, il Polo sud, persino sottoterra e la Luna.
Con il progredire di esplorazioni e scoperte geograiche, il mito del Paradiso in terra cominciò a regredire.

374 Purgatorio Canto II


E come a messagger che porta ulivo 70-75 E come la gente accorre (tragge) intorno
a un messaggero che reca un ramoscello d’ulivo,
tragge la gente per udir novelle, per sentire notizie (novelle) e nessuno si sottrae (si
72 e di calcar nessun si mostra schivo, mostra schivo) alla calca, così tutte quelle anime de-
così al viso mio s’aisar quelle stinate alla salvezza (fortunate) puntarono su di me
i loro sguardi (s’affisar), quasi scordando (oblïando)
anime fortunate tutte quante, di andare a purificarsi (farsi belle).
75 quasi oblïando d’ire a farsi belle.
Io vidi una di lor trarresi avante 76-78 Io vidi una di loro farsi avanti (trarresi avante)
per abbracciarmi, con sì grande afetto, per abbracciarmi, con tanto affetto che mi spinse a
ricambiare (a far lo somigliante).
78 che mosse me a far lo somigliante.
Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto! 79-81 Ohi ombre inconsistenti, fuorché nell’a-
tre volte dietro a lei le mani avvinsi, spetto! Tre volte la strinsi (avvinsi) con le mani in
un abbraccio, e altrettante (tante) volte esse mi

rapporto tra fisica e metafisica, tra scien- 76-81 In queste terzine, il tema della
za e teologia. diversa fisicità tra Dante e penitenti, tra
viventi e spiriti, si concretizza subito in
Personaggi
67-69. L’anime ... smorte: «la lette- una classica immagine letteraria: quella
ra è chiara», dice Benvenuto. Si annun- del vano abbraccio tra persone aman- Casella
cia qui una delle costanti fondamentali ti che si incontrano nell’oltremondo dal- È personaggio certamente sto-
della seconda cantica: il tema del corpo, le opposte rive dell’esistenza. Ripresa rico, ma di lui nulla si conosce
che si manifesta con la piccola spia del dalla tradizione omerica e virgiliana, la se non quello che si può ricava-
respiro. Nel canto III (v. 17) sarà l’ombra situazione verrà riproposta più avanti, re dai versi di Dante. Anche le
a impaurire le anime. La diversità delle con contraddittorie soluzioni, negli in- aggiunte dei commentatori co-
anime disgiunte dal proprio corpo mette contri fra Sordello e Virgilio (canto VI) e evi – che lo fanno tutti iorenti-
in rilievo la doppia «novità» della presen- fra Stazio e Virgilio (canto XXI). no – non sono più che illazioni.
za di Dante in quel luogo. – maraviglian- L’unica indicazione di una qual-
do: «attonite e pallide» (Benvenuto). Le 76. una di lor: «Questo spirito con che attendibilità la si può rica-
anime, così recentemente separate dal cui l’autore si appresta a parlare così vare dall’annotazione apposta a
mondo dei vivi, risentono con particolare amichevolmente fu un concittadino di un madrigale di Lemmo da Pi-
sgomento della separazione e lontanan- Firenze chiamato Casella, che nel suo stoia, che attribuisce a un Casel-
za del proprio corpo. A questa costan- tempo fu un famoso cantore; egli fu un la la messa in musica e l’esecu-
te purgatoriale si aggiunge lo stupore uomo di rango e molto affabile, e Dante zione in canto del testo. Dai versi
per l’eccezionalità del fatto. «Lo smortore usava andare a trovarlo per rasserenare di Dante si deduce la data della
procede da paura [...] e le cose meravi- la mente col suo canto, quando era affa- morte, che dovrebbe essere av-
gliose adduceno paura» (Buti). ticato dallo studio o stimolato dalla pas-
venuta nei primi mesi del 1300.
70. E come ... ulivo: la similitudi-
Anche sui vizi da espiare e sui
sione d’amore» (Benvenuto).
motivi del ritardo di Ca-
nef anticipa l’oblio che prenderà tutti al 79. Ohi ombre vane: cfr. If. VI, 36:
sella nel giungere in
canto di Casella e che provocherà l’ira di sovra loro vanità che par persona.
Purgatorio, sono sta-
Catone; nell’antichità i messaggeri por- «L’anime qui pigliano corpi fantastichi,
te fatte solo ipotesi
tavano un ramoscello d’ulivo in segno cioè, che si vestono d’ombre che paion insoddisfacenti.
di pace. Ai tempi di Dante era indice di corpi e non sono» (Anonimo). La spie-
buone nuove e richiamava la benevola gazione dottrinale del «corpo aereo»
attenzione dell’uditorio. sarà esposta da Dante nel canto XXV.
73. s’affisar: guardarono con intensità; 80-81. tre volte ... petto: anche Virgilio
le anime si accalcano per vedere oltre nell’Eneide, quando Enea incontra il
che per sapere. padre Anchise: «Tre volte tentò di cin-
75. quasi oblïando ... belle: «tanto gergli il collo tra le braccia; tre volte
desideravano di vedere quella novitade, l’ombra, vanamente afferrata, sfuggì
che dimenticavano suo viaggio. E nota dalle sue mani». Virgilio a sua volta si
che tale desiderio si fonda in negligen- riferiva all’Odissea (IX, 206-208), all’e-
za, cioè, a lasciare quello che pesa più pisodio dell’incontro di Ulisse con la
per minor fatto» (Ottimo). madre nell’Averno.

L’incontro con il musico Casella 375


tornarono al petto. 81 e tante mi tornai con esse al petto.
82-84 Credo di aver mostrato il mio stupore (Di Di maraviglia, credo, mi dipinsi;
maraviglia … mi dipinsi), poiché l’ombra sorrise e per che l’ombra sorrise e si ritrasse,
si tirò indietro, e io, seguendola, avanzai (oltre mi
pinsi). 84 e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.
85-87 Con voce soave mi chiese di fermarmi (po- Soavemente disse ch’io posasse;
sasse); in quel momento lo riconobbi e pregai che
si fermasse un poco per parlarmi.
allor conobbi chi era, e pregai
87 che, per parlarmi, un poco s’arrestasse.
88-90 Egli mi rispose: «Così come io ti amai quan- Rispuosemi: «Così com’io t’amai
do avevo il corpo mortale, così ti amo ora che ne nel mortal corpo, così t’amo sciolta:
sono slegato (sciolta): perciò (però) mi fermo; ma

82. Di maraviglia ... mi dipinsi: è il tra- si (l’uso della desinenza in «e» nella che fece per viltade il gran rifiuto).
sparire di un sentimento nell’espressio- prima persona dell’imperfetto congiun- 88-89. Così com’io t’amai ... sciol-
ne fisica. tivo lascerà poi il posto alla «i»; ma in ta: la dichiarazione d’amore da parte
83. per che l’ombra sorrise: il sorri- Dante vi sono già esempi di entrambe di Casella nei confronti di Dante avvia il
so di Casella esprime la condizione di le desinenze). tema poetico dell’amicizia che percor-
serena mestizia che contraddistingue le 86. allor ... chi era: nel momento in re tutta la cantica e che accentuerà il
anime del Purgatorio (cfr. il caso dell’ani- cui Dante udì il suono «soave» della sua carattere affettivo e terreno specifico del
ma di Manfredi nel canto III, v. 112). voce, riconobbe l’amico. «Conoscere» Purgatorio; «nei salvati tutte le virtù rima-
84. mi pinsi: mi spinsi; cfr. If. VIII, 13: è usato qui nel senso di «riconoscere», gnano, et i vizi si perdeno, [...]. Amare è
Corda non pinse mai da sé saetta. come nel notissimo verso dell’Inferno (III, virtù perché viene da carità: e però finge
85. ch’io posasse: che io mi fermas- 59-60): vidi e conobbi l’ombra di colui / l’Autore che durasse» (Buti); – sciolta:

La Divina Commedia nel mondo


FRANCIA: LA «QUERELLE» SU DANTE
Au milieu du chemin de notre vie
je me trouvai par une selve obscure
et vis perdue la droiturière voie
È in Francia che l’opera di Dante trova i più immediati riscontri, e subito, a pochi anni dalla morte del poeta: ne
sono eccellenti mediatori Petrarca e Boccaccio, e atti uficiali sono attestati presso la corte papale di Avignone
in dal 1329.
La conoscenza di Dante e delle sue opere è documentata ino a metà del ’500. Poi le poetiche rinascimentali e
la politica controriformistica lo oscurano, ino al ’700, quando su Dante si apre una vera e propria «querelle» cui
partecipano i maggiori intellettuali del tempo, da Montesquieu a Diderot e Beaumarchais. Ma è Voltaire che, in
nome del buon gusto e dell’equilibrio razionale, esprime la più severa condanna della Commedia, opera «biz-
zarra, oscura e mostruosa».
Per le stesse caratteristiche di fantasia, meraviglia e passioni, volte però in positivo, Dante gode di enorme for-
tuna presso gli artisti romantici dell’Ottocento (da Hugo a Chateaubriand e Lamartine), e i personaggi di Fran-
cesca e Ugolino diventano dei «miti» popolari. Nelle università si studia Dante, escono le preziose traduzioni del
Lamennais e dell’Ozanam. Un episodio curioso conferma questa «moda» dantesca: nel 1833, a una festa in costu-
me in casa di Alexandre Dumas, il pittore Delacroix si presentò travestito da Dante, con indosso quello stesso
mantello rosso iorentino con cui l’aveva rafigurato nel suo celebre dipinto del 1822, La barca di Dante.
Nel corso del ’900 si rivolgono a lui autori quali Péguy, Gide e Claudel. Nel 1965, in occasione del settimo cente-
nario dalla nascita, il più autorevole dantista francese, André Pezard, conclude la traduzione dell’opera comple-
ta di Dante, che viene pubblicata nella prestigiosa collana della «Pléiade»: è la deinitiva consacrazione, anche in
Francia, fra i sommi autori della letteratura universale.

376 Purgatorio Canto II


90 però m’arresto; ma tu perché vai?». tu perché fai questo cammino?».
«Casella mio, per tornar altra volta 91-93 «Casella mio, io faccio (fo) questo viaggio
per poter tornare ancora in questo luogo», dissi io,
là dov’io son, fo io questo vïaggio», «ma come mai a te è stato tolto tanto tempo (ora)?».
93 diss’io, «ma a te com’è tanta ora tolta?».
Ed elli a me: «Nessun m’è fatto oltraggio, 94-99 Ed egli a me: «Nessun torto (oltraggio) mi è
stato fatto, se colui che preleva (leva) quando e chi
se quei che leva quando e cui li piace,
(cui) egli preferisce (piace), ha rifiutato diverse volte di
96 più volte m’ha negato esto passaggio; trasportarmi qui (esto passaggio); perché la sua vo-
lontà procede (si face) dalla giustizia (di giusto voler):
ché di giusto voler lo suo si face: tuttavia (veramente) da tre mesi egli ha preso (tolto)
veramente da tre mesi elli ha tolto tutti coloro che hanno chiesto di imbarcarsi, senza

«cioè: dislegata dal corpo suo» (Ottimo). domanda fa però pensare che ciò fosse re le anime da traghettare, mi ha negato
La parola è al femminile perché è un’ani- avvenuto molto tempo prima dell’apri- fino a ora questo passaggio.
ma che sta parlando. le 1300. Dante nel chiedere come mai 97. ché di giusto ... face: il volere
90. però m’arresto: per questo, in ha tardato tanto a raggiungere la spiag- dell’angelo nasce «da quello d’Iddio,
nome di questo amore, mi fermo. Il rim- gia dell’Antipurgatorio, esprime amarez- giustissimo, il quale non permetteva che
provero di Catone mostrerà che si trat- za, come si può dedurre dalla risposta l’Angelo levasse così tosto quelli che
ta ancora di una forma di amore terre- dell’amico. erano stati tardi e pigri a venire a peni-
no. L’altro e più alto amore, al quale le 94. Nessun m’è fatto oltraggio: non si tenza» (Daniello).
anime purganti devono tendere, non tratta di un torto subìto, perché «sono io 98. veramente: usato con significato
consente soste. Il dinamismo del pel- stesso la causa di questa quarantena;
avversativo, equivale a «tuttavia», «ma»
legrino, la sollecitudine del passo sono e tu devi comprenderlo, tu, Dante, che
(dal latino verum). – da tre mesi: si trat-
costanti specifiche della seconda can- hai pagato in modo analogo, nella fore-
ta di una delle più esplicite indicazioni
tica. – ma tu perché vai?: l’avver- sta, un errore simile al mio» (Pézard). La
da cui possiamo dedurre il momento in
sativa indica il senso della domanda giustizia divina attende che sia trascor-
cui si svolge il viaggio di Dante. Queste
di Casella: io mi fermo anche se non so il tempo necessario affinché queste
anime, appena traghettate, hanno usu-
dovrei, ma tu perché fai questo viag- anime dimentichino gli interessi terre-
fruito dell’indulgenza plenaria, conces-
gio, anche se non dovresti, visto che ni. La scelta della canzone dedicata alla
sei ancora vivo? filosofia che canterà Casella (v. 112), e sa da papa Bonifacio VIII a partire dal
91. per tornar altra volta: per ritorna- che provocherà l’ira di Catone (vv. 119- Natale del 1299, in occasione del giu-
re a questa spiaggia, avvio delle purga- 123) dimostra che sia Dante sia il suo bileo. Sul ritardo di Casella (il viaggio
zioni ma anche della salvezza; e il mio amico stanno iniziando il loro viaggio in dalla foce del Tevere al Purgatorio non
viaggio lo compio proprio per imparare Purgatorio prima del tempo, cioè prima può certo essere durato tre mesi) si è
a ritornare qui. della avvenuta e completa maturazione accesa fin dai tempi antichi una quae-
92. là dov’io son: dove io sono ora. spirituale delle loro anime. stio (discussione) nel tentativo di giusti-
93. ma a te ... tolta?: non si conosce 95-96. quei che leva ... passaggio: se ficarlo, ma senza approdare a una spie-
la data esatta della morte di Casella. La l’angelo, che ha il privilegio di sceglie- gazione soddisfacente.

Dante oggi
La Peregrinatio sancta
Nei versi 98-99 di questo canto Dante
ricorda che le anime hanno beneicia-
to dell’indulgenza plenaria che il papa
Bonifacio VIII ha concesso in occasio-
ne del Giubileo indetto nel 1300. Nel
sito www.giubileopapafrancesco.it/
giubileo-1300 si presenta la storia del primo giubileo della Chiesa, la Bolla
della sua proclamazione, la normativa sulle indulgenze, il giubileo nella Divi-
na Commedia, con un’interessante bibliograia.

L’incontro con il musico Casella 377


alcuna difficoltà (con tutta pace). 99 chi ha voluto intrar, con tutta pace.
100-102 Per cui io, che ero allora giunto (vòlto) sulla Ond’io, ch’era ora a la marina vòlto
spiaggia (marina) nel punto in cui l’acqua del Tevere dove l’acqua di Tevero s’insala,
sfocia in mare (s’insala), fui accolto (ricolto) da lui
con benevolenza. 102 benignamente fu’ da lui ricolto.
103-105 Ora egli (elli) ha diretto le sue ali in direzio- A quella foce ha elli or dritta l’ala,
ne di quella foce, poiché (però che) lì si continuano però che sempre quivi si ricoglie
a raccogliere (si ricoglie) coloro che non devono
scendere (si cala) verso l’Acheronte». 105 qual verso Acheronte non si cala».
106-111 E io: «Se la nuova legge non ti impedisce E io: «Se nuova legge non ti toglie
di ricordare (ti toglie memoria) o di eseguire (uso) memoria o uso a l’amoroso canto
il canto d’amore, che soleva dar quiete (quetar) a
tutti i miei affanni, ti piaccia con questo consolare 108 che mi solea quetar tutte mie doglie,
un poco il mio spirito, che, giungendo qui con il di ciò ti piaccia consolare alquanto
peso del corpo (con la sua persona), è tanto affa-
ticato!». l’anima mia, che, con la sua persona
111 venendo qui, è afannata tanto!».
112-114 ‘Amor che ne la mente mi ragiona’ egli ‘Amor che ne la mente mi ragiona’
allora cominciò così dolcemente, che la dolcezza cominciò elli allor sì dolcemente,
mi risuona ancora nel cuore (dentro).
114 che la dolcezza ancor dentro mi suona.
115-117 Il mio maestro e io e quelle anime che Lo mio maestro e io e quella gente
erano con lui apparivamo così rasserenati, come ch’eran con lui parevan sì contenti,
se a nessuno altri pensieri (altro) sfiorassero la

100. ora: allora, in quel momento. alla mancanza del corpo. Nuova legge rimprovero che Catone muove nei versi
101. dove ... s’insala: dove l’acqua del «da quella che tu avei quando eri nel che seguono è rivolto a tutti coloro che
Tevere diventa salata, cioè alla sua foce. mondo» (Buti). sono intenti ad ascoltare la canzone di
«Mostra che le anime le quali hanno ad 108. doglie: la lezione è del Petroc- Casella: il rimprovero è quindi rivolto
andare al Purgatorio siano levate da chi. Molti commentatori hanno preferito anche a Dante, in quanto autore che pri-
l’Angelo ad Ostia di foce di Tevere, inten- la lezione voglie, nel senso di «desideri vilegia il momento letterario. La poesia
dendo per questo che quelli che vanno istintivi», «passioni». dantesca della Commedia dichiara qui
al Purgatorio è necessario che venghi- 110. persona: «persona ha costante- la superiorità del momento etico su quel-
no da Roma, ciò è da l’obedienzia de la mente in Dante il significato di persona lo estetico. L’autocitazione sarà da leg-
Chiesa» (Vellutello). fisica» (Pagliaro, 1967). gersi, allora, in una situazione stranian-
104-105. sempre … cala: viene qui 112. Amor che ne la mente mi ragio- te, che allontana da sé un’esperienza,
espressa una legge escatologica gene- na: è la seconda canzone del Convivio. anche se non la rifiuta.
rale: tutti coloro che muoiono in gra- Casella intona il primo verso. Nel tratta- 113. cominciò ... sì dolcemente: «È
zia di Dio (e che quindi non «calano» to dantesco questa canzone è dedicata conveniente cosa che sì come a l’entrata
all’Acheronte) si raccolgono alle foci alla «donna gentile», interpretata allego- de l’Inferno sentiron [...] ‘pianti, sospiri et
del Tevere. «Per Dante dunque non si ricamente come la Filosofia. Si è posta alti lai’, [...] qui al princípio del Purgatorio
dà il caso che un’anima, sciolta dai la questione sulla scelta di far cantare sentissero soave et armonizzante canto
lacci corporei, voli dritta al Paradiso. a Casella proprio questa composizione che li desse cagion di riso» (Vellutello).
– Nemmeno quelle dei bambini bat- piuttosto di una dedicata a Beatrice. Non 113-114. dolcemente ... dolcezza: l’i-
tezzati e morti incolpevoli? – Nemme- bisogna dimenticare che Dante è ai piedi terazionef dell’immagine si collega al
no quelle. E si capirà solo se si pensa della montagna e sta iniziando solo ora soavemente del v. 85, quasi per farci
che gli uomini portavano tutti con sé le la sua faticosa ascesa verso il Paradiso comprendere che quel canto non è da
macchie di una colpa, che quassù non terrestre. Si presume, quindi, che Amor intendere solo in senso razionalistico e
si poteva lavare» (Pietrobono). che ne la mente mi ragiona rappresenti filosofico, ma è ancora legato alle cose
106. nuova legge: si riferisce sia alla uno stadio della sua poetica, che ha già del mondo e non deve far dimenticare il
legge che regola il comportamento delle superato le formule dell’amore cortese e fine soprannaturale, come dimostrerà il
anime in Purgatorio sia a quella inerente stilnovistico e si appella alla Filosofia. Il rimprovero di Catone.

378 Purgatorio Canto II


117 come a nessun toccasse altro la mente. mente.

Noi eravam tutti issi e attenti 118-123 Noi eravamo tutti concentrati (fissi) e at-
tenti al suo canto; quando il venerabile (onesto) vec-
a le sue note; ed ecco il veglio onesto chio (veglio) giunse gridando: «Che cosa significa
120 gridando: «Che è ciò, spiriti lenti? questo, spiriti pigri (lenti)? Quale negligenza, quale
indugio (stare) è questo? Correte verso il monte per
qual negligenza, quale stare è questo? liberarvi (spogliarvi) dalla scorza (scoglio) che non
Correte al monte a spogliarvi lo scoglio vi permette di vedere (manifesto) Dio».
123 ch’esser non lascia a voi Dio manifesto».
Come quando, cogliendo biado o loglio, 124-133 Come i colombi radunati per il pasto
li colombi adunati a la pastura, (pastura), mentre beccano (cogliendo) semi di
biada o di zizzania (loglio), quieti, senza mostrare
126 queti, sanza mostrar l’usato orgoglio, la consueta (usato) baldanza (orgoglio), lasciano
improvvisamente (subitamente) il cibo (esca) se si
se cosa appare ond’elli abbian paura, manifesta qualcosa che li spaventa, perché sono
subitamente lasciano star l’esca, assaliti da una preoccupazione (cura) maggiore;
129 perch’assaliti son da maggior cura; così io vidi quella compagnia di anime (masnada)
giunta da poco (fresca), abbandonare il canto, e
così vid’io quella masnada fresca fuggire verso la salita, come un uomo che fugge
lasciar lo canto, e fuggir ver’ la costa, senza sapere dove andrà a finire (rïesca); né la
nostra partenza (partita) fu meno precipitosa (tosta).
com’om che va, né sa dove rïesca;
133 né la nostra partita fu men tosta.

117. come a nessun ... la mente: «la sollecitudine del passo, il dinami- qui usato per i colombi, per rendere l’im-
Musica trae a sé li spiriti umani, che quasi smo del pellegrinaggio, che contra- magine del gregge. Cfr. III, 79 sgg.
sono principalmente vapori del cuore, sta con la situazione di immutabili- 126. l’usato orgoglio: l’atteggiamen-
sì che quasi cessano da ogni operazio- tà propria dell’Inferno e che non deve to tipico del colombo, che incede petto-
ne: sì è l’anima intera, quando l’ode, e la avere soste o indugi o negligenze che ruto e gonfio, evoca l’idea dell’orgoglio.
virtù di tutti quasi corre allo spirito sensi- lo rallentino. – scoglio: letteralmente L’immagine si adatta alle anime dei peni-
bile che riceve lo suono» (Cv. II, 13, 24). «la pelle che il serpente cambia in pri- tenti, che devono proprio deporre qua-
Questo passo del Convivio sembra con- mavera» (Singleton). L’immagine rien- lunque usato orgoglio.
fermare ed esplicare la magia del canto: tra nell’ambito semantico dell’«uomo 128. l’esca: il cibo che li attira.
tutti gli spiriti dell’animo umano vengo- nuovo»: quello rinnovato dalla peni- 130. masnada fresca: dal latino man-
no attratti dalla musica e distratti dalla tenza e dalla fede in Dio. Il vocabolo sio «magione», «casa», attraverso il pro-
realtà. E si tratta di un canto che svia scoglio «era allora, e rimase anche nei venzale maisnada, che significava «fami-
il pellegrino, come il canto delle sire- secoli seguenti, d’uso comune per indi- glia», «schiera», senza la connotazione
ne aveva incantato Ulisse. Per questo in care la pelle dei rettili o d’altri animali, negativa che ha finito per assumere. Il
XXXI, 44-45 Beatrice rivolgerà a Dante la la scorza dei frutti e simili» (Sapegno). vocabolo «masnadieri» nel significato di
seconda parte della sua aspra requisito- Va però anche detto che gli antichi «brigata di soldati» era largamente usato
ria: ... perché altra volta, / udendo le sere- commentatori intesero scoglio come ai tempi di Dante; l’aggettivo fresca ripe-
ne, sie più forte. metaforaf di «impedimento», di peso: te il nova del v. 58: giunta da poco.
119. il veglio: Catone, il veglio solo «sasso e peso dei vizi, che spinge l’a- 131. costa: è la salita del monte.
di I, 31. «Veglio» è un termine aulico e, nima al basso» (Benvenuto). 132. rïesca: il verbo «riuscire» è usato
oltre che per il Veglio di Creta (If. XIV, 124. biado o loglio: semi buoni e semi questa sola volta da Dante e significa
103), è detto solo di Catone. cattivi. La biada è qualunque foraggio «sboccare», «metter capo a» (accezione
120-121. Che è ciò ... questo?: Catone destinato al bestiame; il loglio, dal latino tuttora viva nella nostra lingua).
distoglie le anime dalla pigrizia, la colpa lolium, è una pianta spontanea che cre- 133. né la nostra ... tosta: è una situa-
per cui nell’Antipurgatorio vengono punite. sce fra le messi, i cui semi rendono vele- zione nuova nella Commedia: Dante e
122. Correte al monte: una delle nosa la farina. Virgilio coinvolti nel rimprovero rivolto
costanti della seconda cantica è la 125. pastura: pascolo. Il vocabolo viene alle anime.

L’intervento di Catone 379


Leggiamo il canto PAGINE DIGITALI
LETTURA CRITICA Ɣ PAROLA CHIAVE DEL CANTO Ɣ CONSIGLI DI LETTURA

R ischia di passare per il canto di Casella. Non senza qualche ragione, del resto. In realtà l’episodio
che ha per protagonista il musico toscano può esser frainteso se isolato dalla complessa struttura
semantica del canto e anzi dei primi canti del Purgatorio…
Arnaldo Di Benedetto

LA NARRAZIONE Ɣ LA FIGURA DI CASELLA


Ɣ IL CANTO DI CASELLA Sul personaggio di Casella si concentrano molti moti-
vi del canto. L’incontro con l’amico Dante è innanzitut-
Il viaggio nel Purgatorio entra subito nel vivo, con due to fonte di poesia afettiva e autobiograica: l’emozione
avvenimenti che segnano il canto: l’arrivo della navicella dei sentimenti è resa dall’intimità dei toni, dal tentato
di anime condotta dall’Angelo nocchiero e l’incontro con abbraccio, dal piacere tutto terreno e amicale del canta-
l’amico e cantore Casella. È quest’ultimo episodio il cen- re. Poi diventa strumento intellettuale per la spiegazio-
tro poetico del canto, per le sue valenze strutturali, narra- ne di un fondamentale aspetto dell’oltremondo dantesco,
tive e sentimentali. quello del percorso delle anime destinate al Purgatorio,
Nel suo insieme, si tratta di un canto molto dinamico con il riferimento alle particolari condizioni dell’anno
e articolato sia nel racconto sia nei temi: prima l’ampia 1300 che forniscono indicazioni per la datazione del viag-
descrizione geograico-astronomica, poi la miracolo- gio di Dante. Inine, nell’impossibile abbraccio, è model-
sa apparizione del vasello snelletto e leggero (v. 41), quindi lo di citazione letteraria (in particolare da Virgilio), e
l’incontro e il colloquio con la turba delle anime, il vario spunto di rilessione sulla isicità del Purgatorio.
dialogo con Casella, l’intrattenimento del suo canto, e
inine lo scioglimento della situazione con il severo inter- Ɣ LA FISICITÀ NEL PURGATORIO
vento di Catone che disperde l’afollamento. Sofermiamoci su due momenti particolari del canto: i
Ɣ I PENITENTI penitenti che si stupiscono nel notare che Dante respi-
ri, e che quindi sia ancora vivo, e il tentativo frustrato di
Il primo gruppo di spiriti che incontriamo, appena sbar- abbraccio del poeta a Casella, con le braccia che gli ritor-
cato sulla spiaggia del Purgatorio, si presenta con carat- nano al petto. Sono i primi due dati, molto concreti, della
teristiche e comportamenti che scopriremo tipici: il loro isicità del Purgatorio, diversa da quella terrena e anche
muoversi e accalcarsi in schiera, l’indecisione e l’ignoran- da quella crudamente materiale che caratterizza i dan-
za del luogo, l’indugiare su aspetti terreni, lo stupore e la nati dell’Inferno. Gli spiriti penitenti mantengono il loro
paura di fronte a Dante. È proprio delle anime del Purga- aspetto, tutte le sensazioni isiche, e così patiscono pene
torio, e specialmente dell’Antipurgatorio, l’essere anco- corporali come la fame, la sete, il peso di grandi macigni
ra imperfette, destinate sì alla sublime beatitudine ma sulle spalle, o altro; ma si tratta di una isicità spirituale,
intralciate dalle impurità terrene: l’aspro rimprovero di di natura non carnale, poiché morendo gli uomini per-
Catone in inale di canto ne è la più chiara denuncia. dono l’anima vegetativa. D’altra parte il Purgatorio vero
e proprio è luogo di natura celeste e incorruttibile, come
spiegherà Virgilio nel canto successivo.
I TEMI
Ɣ LA PENA DEL TEMPO LE FORME
Elemento fondante del Purgatorio è il suo esistere nel
tempo, unico dei tre regni dell’oltremondo. L’Inferno è Ɣ L’INCIPIT DEL CANTO
infatti dannazione eterna e il Paradiso eterna beatitudi- L’apertura del canto si presenta per la prima volta nel-
ne; ma il Purgatorio è luogo di passaggio, quindi desti- la forma dell’incipitf di natura geoastronomica. Si tratta
nato a inire quando si esaurirà la sua funzione di luogo di uno stilemaf colto che eleva l’eloquio poetico, spesso
di espiazione. Il tempo diventa dunque il criterio prin- coniugato con elementi mitologici (qui limitati all’accen-
cipale della pena, il tempo necessario alla puriicazione no all’Aurora), e serve solitamente a dare indicazioni di
per poter raggiungere il Paradiso. Nel canto ne abbiamo tempo o di spazio: in questo caso, ad esempio, la lunga
la prima indicazione: l’attesa delle anime comincia subi- perifrasif vuole semplicemente dire che è l’alba.
to dopo la morte, nell’indugiare alle foci del Tevere ino L’espediente retorico accompagnerà sempre più di fre-
al momento, stabilito dalla volontà divina, di imbarcarsi quente l’ascesa di Dante e Virgilio, come segno di ele-
sulla navicella dell’angelo. vazione tanto stilistica quanto spirituale, e diventerà un
Ɣ L’ANGELO NOCCHIERO costante dato di scrittura nella cantica del Paradiso.

Dante dedica ampio spazio all’apparizione dell’angelo che


conduce la navicella degli spiriti. Il personaggio è infatti Le parole che restano ↓
igura di straordinaria bellezza e sacralità, perché da lui
il poeta inizia la conoscenza diretta delle creature celesti.
L’angelo riveste anche l’importante ruolo di traghettato-
“messagger che porta ulivo”
re delle anime dalla vita terrena al mondo della salvezza L’immagine del messaggero (v. 70) che annuncia la fine
eterna, e in questa funzione corrisponde al Caronte infer- dei conflitti, latore di notizie della sospirata pace (simbo-
nale, naturalmente in una situazione capovolta dal punto leggiata dall’ulivo), resta in uso nella lingua colta.
di vista escatologico.

380 Purgatorio Canto II


Competenze alla prova ESERCIZI INTERATTIVI

LA NARRAZIONE
1 Il canto, secondo un modello strutturale frequente nella Commedia, è articolato in due sezioni, anticipate da
un’introduzione. Individua tale ripartizione indicandone i contenuti e i versi corrispondenti:
a. (vv. )
b. (vv. )
c. (vv. )
2 Quali dati sulla condizione delle anime fornisce il canto?

3 Perché le anime si meravigliano nel vedere Dante?

4 Perché Catone alla ine del canto rimprovera aspramente le anime?

I TEMI
5 Quale analogia e quale contrapposizione sapresti indicare tra la igura dell’Angelo nocchiero e quella di
Ulisse nel canto xxvi dell’Inferno?
6 Nell’incontro tra Dante e Casella si concentrano almeno tre temi importanti della cantica: quali sono e in che
cosa consistono?
7 Che cosa simboleggia l’Amore, argomento della canzone di Dante cantata da Casella?
La Filosoia
L’amor cortese
La Teologia
La Carità cristiana

LE FORME
8 Perché nel Purgatorio le perifrasi astronomiche sono molto frequenti ed estese?

9 Rintraccia due esempi di citazione letteraria presenti nel canto e spiegane la funzione.

10 Rintraccia due similitudini presenti nel canto, e speciica se abbiano una funzione descrittiva o narrativa.

11 Individua nel canto i vocaboli e le espressioni che rimandano all’immagine della dolcezza.

AVVIO AL SAGGIO BREVE


Il personaggio di Casella propone la igura tradizionale del musicista e cantante che elabora e divulga
pubblicamente i testi dei poeti.
Esponi una tua rilessione sul rapporto tra musica e poesia, a partire dai cantori dell’antica Grecia per arrivare ai
cantautori dei tempi presenti.

PER DISCUTERE
Il tema dell’amicizia ritorna spesso nella Divina Commedia, quasi a ribadire la sua centralità e importanza per
Dante. Discutete sul ruolo che l’amicizia ha per ciascuno di voi.

SCRIVERE CON DANTE


Immagina di essere un viaggiatore del Trecento e di avvistare, dopo aver lungamente navigato in mare aperto, la
montagna del Purgatorio. Scrivi il tuo “diario di bordo”.

Canto II 381
Canto III
Canto III
Il canto di Manfredi
TEMPO PERSONAGGI
domenica di Pasqua 10 aprile 1300, con il sole Dante, Virgilio, Manfredi
all’orizzonte, che fiammeggia alle spalle dei poeti
PENITENTI E PENA
LUOGO Spiriti negligenti
ANTIPURGATORIO Prima schiera: gli scomunicati
È la parte bassa della montagna del Purgatorio, che Avanzano lentamente e devono attendere trenta volte
comprende la spiaggia e la prima fascia, i primi tre balzi della il tempo che vissero in stato di scomunica prima di iniziare
costa. Qui i penitenti cominciano a espiare dovendo attendere la purgazione.
un determinato periodo di tempo prima di poter salire alle vere
cornici del Purgatorio dove purgare con pene fisiche i propri
peccati.
SPIAGGIA
È la spiaggia che circonda l’isola sulla quale si erge la
montagna del Purgatorio, solitaria (lito diserto) nell’immenso
oceano ed esattamente opposta a Gerusalemme.

MANFREDI
ANTIPURGATORIO

SPIAGGIA
NEGLIGENTI
MORTI SCOMUNICATI

382
Sommario ↓
vv. 1-45 La isicità del Purgatorio
Quando Virgilio, profondamente scosso per il rimprovero di Catone, allenta il passo, Dante si accor-
ge che la sua è l’unica ombra e teme di essere stato abbandonato. Ma Virgilio lo conforta spiegando-
gli che, per misteriosa disposizione divina, le anime hanno aspetto visibile e possono soffrire material-
mente, pur non avendo corpo e non proiettando quindi ombra. Invita poi gli uomini a non pretendere
di penetrare nei misteri delle divine operazioni, perché se la ragione umana ne fosse capace non ci sa-
rebbe stato bisogno dell’incarnazione e della Rivelazione: ne è prova la sofferenza eterna degli spiriti
sapienti relegati nel Limbo, cui egli stesso è condannato.

vv. 46-93 Incontro con la schiera degli scomunicati


Così discorrendo, Dante e Virgilio giungono ai piedi del monte, di fronte a una roccia a strapiombo im-
possibile da salire. Dalla parte sinistra vedono avanzare molto lentamente una schiera di anime e Vir-
gilio si avvia per chiedere dove sia un varco. Le anime si avvicinano timidamente, ma appena si accor-
gono che Dante è vivo indietreggiano impaurite.

vv. 94-132 L’incontro con Manfredi


Virgilio le rassicura, confermando che ciò accade per volere divino. Quelle anime degne, allora, fanno
cenno di seguirle. Ma una di esse si rivolge a Dante e dichiara essere Manfredi di Svevia, pregando-
lo di far conoscere, quando tornerà sulla terra, la sua vera condizione alla figlia
Costanza. Racconta poi la storia della sua morte nella battaglia di Benevento
e la preghiera finale di pentimento a Dio, che lo accolse tra le braccia della sua
misericordia. Manfredi continua rivelando l’ingiusta persecuzione che l’arcive-
scovo di Cosenza fece contro le sue spoglie, dissotterrate e disperse per ordi-
ne di Clemente IV.

vv. 133-145 La condizione degli scomunicati e le preghiere


di sufragio
Manfredi spiega poi a Dante che la grazia e la misericordia di Dio possono perdo-
nare e riscattare i peccatori fino all’ultimo momento della vita, se essi si pentono;
ma coloro che vissero scomunicati sono condannati a stare fuori del Purgatorio
trenta volte il tempo trascorso in contumacia ... di Santa Chiesa, cioè condannati
ed esclusi dalla comunità religiosa. Tale attesa può però essere abbreviata dal-
le preghiere dei vivi, e per questo chiede di essere ricordato alla figlia Costanza.

La condizione degli
La isicità Incontro con la schiera L’incontro scomunicati e le
del Purgatorio degli scomunicati con Manfredi preghiere di sufragio

Il mistero delle Il racconto della morte


Una lenta processione
soferenze isiche delle durante la battaglia La supplica alla
di anime spaurite
anime, incomprensibile di Benevento e del “buona” Costanza
e “lente”
alla mente umana pentimento inale

«A soferir tormenti, caldi una gente d’anime, «Io son Manfredi, nepote «ché qui per quei di là
e geli simili corpi la Virtù che movieno i piè ver’ noi, di Costanza imperadrice» molto s’avanza»
dispone che, come fa, non e non pareva,
vuol ch’a noi si sveli» sì venïan lente
383
AUDIOLETTURA DEL CANTO

Canto III VIDEO: I LUOGHI DELLA NARRAZIONE

1-6 Benché (Avvegna che) la fuga improvvisa (su-


bitana) disperdesse (dispergesse) per la pianura le
A vvegna che la subitana fuga
dispergesse color per la campagna,
anime (color), in direzione (rivolti) del monte verso
il quale la giustizia divina (ragion) ci stimola (fruga), 3 rivolti al monte ove ragion ne fruga,
io mi accostai (ristrinsi) alla fidata compagnia (fida i’ mi ristrinsi a la ida compagna:
compagna): e come avrei potuto correre (sare’ …
corso) senza di lui? chi mi avrebbe condotto (m’avria e come sare’ io sanza lui corso?
tratto) su per la montagna? 6 chi m’avria tratto su per la montagna?
7-9 Egli mi pareva assalito da un personale (sé El mi parea da sé stesso rimorso:
stesso) rimorso: o nobile e pura coscienza, quanto o dignitosa coscïenza e netta,
amaro pentimento ti provoca un piccolo errore (pic-
ciol fallo)! 9 come t’è picciol fallo amaro morso!
10-15 Quando i suoi passi rallentarono (allentar) Quando li piedi suoi lasciar la fretta,
la corsa, che sminuisce (dismaga) il decoro (l’one-

1. Avvegna che: sebbene. La congiun- disordinata delle anime, quasi a sottoline- lo fallo dà grande et amara rimorsione’»
zione concessiva del primo verso ricolle- are la diversità del privilegio e della situa- (Buti). – rimorso: dal verbo «rimorde-
ga questo canto con l’episodio di Casella zione; compagna sta per «compagnia». re», usato esclusivamente nel Purgatorio:
del canto precedente. La ripresa prolun- 5-6. e come ... su per la montagna?: il luogo dove nascono il rimorso e la puri-
ga il tema della sollecitudine del passo, le domande retoriche riconfermano le ficazione nel ricordo e nel rifiuto del male
con l’immagine delle anime in fuga verso virtù di Virgilio e l’assoluta fiducia in lui di commesso in vita.
la montagna, e rivela il superamento Dante, quasi a compensare il suo imba- 10-11. Quando li piedi suoi ... dismaga:
dell’esperienza poetica del «dolce» canto razzo di fronte al rimprovero di Catone in dopo aver descritto la dignità interio-
d’amore. Ora le anime dei penitenti devo- chiusura del canto precedente. re e morale della sua guida (o dignitosa
no dimenticare gli affetti terreni e, fra que- 7-9. El mi parea ... amaro morso!: coscïenza e netta), puntualizza la dignità
sti, anche l’amore per la filosofia che non attraverso la mortificazione di Virgilio, esteriore del comportamento, ora ricom-
è più in grado di spiegare da sola i miste- poiché, per stare ad ascoltare il canto posta dopo la subitanea e scomposta
ri dell’etterno amore di Dio. di Casella, aveva trascurato la salita al fuga. Dante qui condivide l’opinione di
3. ragion: sia la giustizia di Dio, sia la monte, Dante rappresenta se stesso, Aristotele, il quale sosteneva che i movi-
ragione naturale. La parola «ragione» «intendendo che la ragione avea avuto menti degli uomini grandi e magnanimi
può assumere il significato di riferimen- rimordimento del tempo perduto in udire devono essere cauti, le loro voci solenni, e
to a una legge naturale e ai suoi richiami cantare e sonare, e simili dilettazioni le loro parole misurate. Gli spiriti nobili del
di coscienza, o anche – e più probabil- [...]. O coscienzia dignitosa: cioè: piena Limbo erano stati infatti così descritti, con
mente – a quello giuridico di applicazio- di dignità; e netta, imperò che niun fallo gli occhi tardi e gravi (If. IV, 112) – onesta-
ne della giustizia. – fruga: sprona, incita sostiene, né può essere tanto piccolo che de: nel senso fisico di «compostezza», di
e quasi punge tormentosamente. non gridi contra esso; e però dice: Come «decoroso portamento» (latino honestas).
4. i’ mi ristrinsi ... compagna: il gesto t’è picciol fallo amaro morso, quasi dica: – dismaga: dal francese antico esmaier:
di Dante si pone in contrasto con la fuga ‘a la degna e netta coscienzia ogni picco- «ridurre», «deprivare».

384 Purgatorio Canto III


che l’onestade ad ogn’atto dismaga, stade) di ogni atto, la mia mente, che prima era
12 la mente mia, che prima era ristretta, concentrata (sul rimprovero di Catone), allargò di
nuovo la sua attenzione (’ntento) come desiderosa
lo ’ntento rallargò, sì come vaga, (vaga), e rivolsi il mio sguardo al monte (poggio)
e diedi ’l viso mio incontr’al poggio che, più alto di tutti, emerge dall’acqua (dislaga) e
si innalza verso il cielo.
15 che ’nverso ’l ciel più alto si dislaga.
Lo sol, che dietro iammeggiava roggio, 16-18 Il sole, che fiammeggiava rosso (roggio) die-
tro di noi, si interrompeva davanti alla mia persona
rotto m’era dinanzi a la igura,
(figura), perché trovava in me ostacolo (l’appoggio)
18 ch’avëa in me de’ suoi raggi l’appoggio. ai suoi raggi.
Io mi volsi dallato con paura 19-24 Io mi girai da un lato (dallato) per la paura di
d’essere abbandonato, quand’io vidi essere abbandonato, quando vidi l’ombra (la terra
oscura) solo davanti a me; e il mio conforto (Virgilio),
21 solo dinanzi a me la terra oscura; rivolgendosi a me con tutta la persona, cominciò a
e ’l mio conforto: «Perché pur diidi?», dirmi: «Perché diffidi ancora (pur)? non credi che
stia con te (teco) e che continui a guidarti?
a dir mi cominciò tutto rivolto;
24 «non credi tu me teco e ch’io ti guidi?
Vespero è già colà dov’è sepolto 25-27 È già l’ora del vespero là dov’è sepolto il
lo corpo dentro al quale io facea ombra; corpo dentro al quale io facevo ombra: si trova a
Napoli e vi fu trasportato (è tolto) da Brindisi.
27 Napoli l’ha, e da Brandizio è tolto.
Ora, se innanzi a me nulla s’aombra, 28-33 Adesso, se davanti a me non si forma nes-
suna ombra (nulla s’aombra), non devi stupirti più di
non ti maravigliar più che d’i cieli quanto non ti stupiscano i cieli, che non ostacolano
30 che l’uno a l’altro raggio non ingombra. (ingombra) il passaggio dei raggi luminosi dall’uno
A soferir tormenti, caldi e geli all’altro. Il potere (Virtù) di Dio predispone i corpi
simili al mio a soffrire (sofferir) tormenti fisici, caldo
simili corpi la Virtù dispone e gelo, e non vuole che si sveli a noi come opera.
33 che, come fa, non vuol ch’a noi si sveli.

12. ristretta: concentrata in un solo pen- si trovano esposti a raggi solari, che li si trova nell’emisfero opposto a quello
siero: il rimprovero di Catone. investono alle spalle. del Purgatorio. Il sole, quindi, sta calan-
13. lo ’ntento rallargò: l’«intento» del 17-18. rotto m’era dinanzi ... l’appog- do verso occidente. Il «vespero» indica-
pellegrino si apre alla prospettiva del suo gio: il tema dell’opacità del corpo umano va il periodo compreso fra le 15 e le 18.
viaggio salvifico. – vaga: desiderosa (di compare per la prima volta in questo 27. Napoli l’ha ... è tolto: Dante traduce
cose nuove), ma anche con un’idea di canto con un’insistenza simmetrica. Qui la famosa epigrafe che, secondo la tra-
mobilità, quasi di volubilità. Dante descrive il suo stupore nel vedere dizione, sarebbe stata posta sulla tomba
15. che ’nverso ... si dislaga: è la mon- solo la sua ombra e non quella di Virgilio; di Virgilio, a Napoli: Mantua me genu-
tagna vista da Ulisse, alta tanto / quanto ai vv. 88-91, invece, dirà la meraviglia delle it, Calabri rapuere, tenet nunc Partenope,
veduta non avëa alcuna (If. XXVI, 134-135). anime nello scorgere l’ombra di Dante. «Mantova mi diede i natali, la Calabria mi
– dislaga: si innalza dal «lago» delle acque. 21. solo dinanzi ... oscura: «per l’om- rapì, ora mi tiene Partenope». – Brandizio:
bra mia e non per Virgilio che non facea Brindisi, dal latino Brundisium.
16-21 Come nel vano abbraccio fra Ca- ombra, perché non avea se non corpo 29-30. non ti maravigliar ... ingombra:
sella e Dante nel canto precedente, così aereo» (Buti). riferimento alla diafanità dei cieli e al
ora l’ombra proiettata dal poeta dà occa- 22. e ’l mio conforto: Virgilio, che uni- passaggio della luce dall’uno all’altro.
sione per evidenziare due dei temi cen- sce al sapere del savio la sollecitudine 31. A sofferir ... geli: Dante tratterà il
trali della cantica: la fisicità delle anime e amorosa del maestro. mistero della fisicità delle anime nel canto
del regno del Purgatorio, e la condizione 24. non credi ... ti guidi?: la formula di XXV, per bocca di Stazio.
eccezionale di Dante che visita da pelle- affettuoso rimprovero riecheggia le paro- 32. Virtù: dal latino virtus, «potenza»,
grino ancora in vita il mondo dell’aldilà. le di Gesù agli apostoli nella tempesta «forza»; qui è virtù, e quindi potenza, in
(Mt. 8, 26). sommo grado, essendo attributo divino,
16. Lo sol ... roggio: per la prima volta 25. Vespero … colà: Pozzuoli, presso il cui operare rimane incomprensibile per
dal principio del viaggio, Dante e Virgilio Napoli, dove è sepolto il corpo di Virgilio, la ragione umana.

La fisicità del Purgatorio 385


34-36 È folle chi spera che la nostra ragione uma- Matto è chi spera che nostra ragione
na possa seguire tutta (trascorrer) l’infinita via che
l’essenza di Dio, una e trina, percorre.
possa trascorrer la ininita via
36 che tiene una sustanza in tre persone.
37-45 O gente umana, siate paghi (State contenti) State contenti, umana gente, al quia;
di conoscere il fatto (quia); perché se aveste potuto ché, se potuto aveste veder tutto,
conoscere (veder) tutto, non sarebbe stato neces-
sario (mestier non era) che Maria partorisse; e voi 39 mestier non era parturir Maria;
vedeste desiderare (disïar) senza risultati (frutto) e disïar vedeste sanza frutto
uomini tali, che avrebbero potuto appagare (que-
tato) il loro desiderio, il quale invece è trasformato
tai che sarebbe lor disio quetato,
in eterna (etternalmente) pena (lutto) per loro: io 42 ch’etternalmente è dato lor per lutto:
parlo di Aristotele e di Platone, e di molti altri»; e a io dico d’Aristotile e di Plato
questo punto chinò il capo e tacque (più non disse),
e rimase turbato. e di molt’altri»; e qui chinò la fronte,
45 e più non disse, e rimase turbato.
46-51 Noi arrivammo (divenimmo) intanto ai piedi Noi divenimmo intanto a piè del monte;
della montagna; qui trovammo la costa (roccia) quivi trovammo la roccia sì erta,
così ripida, che l’avrebbero tentata invano (indarno)
anche le gambe più desiderose (pronte) di salire. 48 che ’ndarno vi sarien le gambe pronte.
Il più solitario (diserta), il più impervio (rotta) burro- Tra Lerice e Turbìa la più diserta,
ne (ruina) fra Lerici e Turbia è, a paragone (verso)
di quella, una scala comoda e ampia (agevole e
la più rotta ruina è una scala,
aperta). 51 verso di quella, agevole e aperta.

34-45 In questi versi è contenuta una ni, e nell’ordine seguente: 1) sapere che Platone, i quali seppero più di ogni altro
delle dichiarazioni più nette e perentorie la cosa è o non è, cioè sapere se que- quel che si può sapere con l’intellet-
sull’insufficienza della ragione umana a sta cosa esiste; 2) sapere ciò che essa to umano, non conobbero tutto neppu-
comprendere le ragioni divine, e quindi è; 3) sapere quale essa è, la sua natu- re nelle pure scienze naturali, e molto
sulla subordinazione della «filosofia» alla ra; 4) sapere perché essa è. Gli sco- meno nel campo della teologia, poiché
«teologia». Questa condizione sarà nar- lastici definiscono questi quattro gradi non compresero la creazione, l’incarna-
rativamente concretizzata nel passaggio di sapere: 1. il quia di una cosa, o se; zione e la resurrezione».
di Dante dalla guida di Virgilio a quella di 2. il quid; 3. il quale; 4. il quare. Dio solo 44-45. e qui chinò ... turbato: il turba-
Beatrice, annunciato fin dal primo canto conosce il quare di tutte le cose; i filo- mento di Virgilio è l’alterazione, la com-
dell’Inferno (vv. 112-126). sofi si sforzano di giungere al quale, e mozione del suo animo per non essere
più facilmente al quid; l’uomo comune si stato capace, insieme con gli altri spiri-
34-36. Matto è chi spera ... persone: è accontenta del semplice quia: ‘io so che ti magni confinati nel Limbo, di conosce-
la stoltezza di chi crede di poter penetra- questa cosa che tocco è là’» (Pézard). re Dio; ma è anche segno del limite del
re con la ragione il dogma più arduo della 38-39. se potuto ... Maria: «se Dio aves- lumen naturale (luce naturale dell’intellet-
fede: la Trinità. se voluto che l’uomo sapesse tutto, non to) tenuto al di qua della rivelazione. Si
37. State contenti: «Cessino pertan- avrebbe vietato ai primi parenti di gustare chiude qui la prima parte del canto.
to gli uomini, cessino una buona volta il frutto del bene e del male, e se quelli non 49. Lerice e Turbìa: si tratta di due
d’indagare le cose che sono fuori dalla l’avessero gustato, e se il genere umano località della Riviera ligure: la prima
loro portata: s’appaghino di aspira- non fosse stato dannato, non era neces- all’estremità del golfo di La Spezia; la
re alle cose immortali e divine, trala- sario che Cristo nascesse e patisse per la seconda nel Nizzardo; Dante vuol allu-
sciando di investigare cose che ecce- sua redenzione» (Benvenuto). dere all’intera Liguria, regione partico-
dono la loro intelligenza» (Quaestio). 40-44. e disïar ... e di molt’altri: anco- larmente montagnosa con coste spes-
– quia: fa parte del linguaggio scolasti- ra chiaramente Benvenuto: «Se fosse so rocciose. – diserta: solitaria, perché
co, che seguiva il procedimento della stato possibile con la ragione umana e disagevole.
demonstratio quia, partendo dagli effet- con la scienza conoscere Dio [...] certo 52. Or: non va tanto inteso come avver-
ti per giungere alle cause della questio- queste e altre cose avrebbero spiega- bio di tempo, quanto come modo di
ne posta. «Su ogni oggetto di conoscen- to assai meglio gli antichi grandissimi avviare un discorso, di richiamare l’at-
za, il filosofo può porsi quattro questio- filosofi; invece vediamo che Aristotele e tenzione.

386 Purgatorio Canto III


«Or chi sa da qual man la costa cala», 52-54 «Ora, chi sa da che parte la costa si abbassa
(cala)», disse il mio maestro interrompendo il cam-
disse ’l maestro mio fermando ’l passo, mino (passo), «in modo che vi possa salire anche
54 «sì che possa salir chi va sanz’ala?». chi non ha le ali?».
E mentre ch’e’ tenendo ’l viso basso 55-60 E mentre egli, tenendo gli occhi fissi al suolo,
essaminava del cammin la mente, rifletteva (essaminava) sul cammino da prendere, e
io guardavo in alto (suso), tutto intorno alla parete
57 e io mirava suso intorno al sasso, rocciosa (sasso), mi apparve dalla parte sinistra una
da man sinistra m’apparì una gente moltitudine (gente) di anime, che camminavano ver-
so di noi, ma non sembrava (si muovessero), tanto
d’anime, che movieno i piè ver’ noi, procedevano lente.
60 e non pareva, sì venïan lente.
«Leva», diss’io, «maestro, li occhi tuoi: 61-63 Io dissi: «Maestro, solleva il tuo sguardo:
ecco di qua chi ne darà consiglio, ecco venire da questa parte chi potrà consigliarci,
se tu non riesci a ricavarlo da te stesso».
63 se tu da te medesmo aver nol puoi».
Guardò allora, e con libero piglio 64-66 Egli allora guardò, e con spigliatezza (libero
rispuose: «Andiamo in là, ch’ei vegnon piano; piglio) rispose: «Andiamo in quella direzione, poiché
essi procedono lentamente; e tu, dolce figliuolo,
66 e tu ferma la spene, dolce iglio». rinsalda (ferma) la speranza».
Ancora era quel popol di lontano, 67-72 Quella gente era ancora lontana, dopo aver
i’ dico dopo i nostri mille passi, noi fatto circa mille passi, quanto riuscirebbe a
lanciare (trarria) con la mano un valente tiratore
69 quanto un buon gittator trarria con mano, (gittator), quando si accostarono (strinser) tutte

54. chi va senz’ala: chi non è in grado tà che quelle avevano usato nel tornare a 66. ferma la spene: conferma, rafforza
di volare; è un’iperbolef. penitenzia» (Vellutello). Ma la lentezza delle la speranza.
56. essaminava … mente: si interroga- anime può anche voler indicare compo- 67-69. Ancora … mano: quando Dante
va su quale fosse il cammino da prendere. stezza e gravità, con riferimento ai vv. 10-11. e Virgilio hanno percorso circa mille
58. gente: moltitudine. Si tratta dei negli- 64. con libero piglio: con aria rassi- passi, quelle anime sono ancora distan-
genti, morti scomunicati. curata, «liberata» dalle esitazioni e dalle ti un tiro di sasso lanciato da una perso-
60. sì venïan lente: «Il che dinota la tardi- incertezze. na esperta.

Personaggi
Manfredi di Svevia
Nato intorno al 1231, iglio naturale di Federico II di Svevia e di Bianca Lancia di
Monferrato, alla morte del padre e del fratello Corrado IV seppe con saggezza reg-
gere e consolidare lo Stato. Il 10 agosto 1258 cinse a Palermo la corona del regno di
Sicilia, del ducato di Puglia e del principato di Capua prevaricando i diritti del nipo-
te Corradino, di soli sette anni, e a onta dei divieti della Santa Sede, che accampava
sul suo regno diritti di sovranità feudale. Egli, con fermezza, continuò la politica pa-
terna e invano i ponteici succedutisi in quegli anni lo minacciarono fulminando-
lo di scomuniche. La sua potenza continuò a crescere dopo la vittoria ghibellina di Montaperti (4 settembre 1260),
l’alleanza con le signorie dell’Italia settentrionale e il suo matrimonio con la iglia del signore dell’Epiro. Il 26 feb-
braio 1266 morì eroicamente nella battaglia di Benevento, combattendo contro Carlo d’Angiò, chiamato in Italia
dal papa Clemente IV. Fu anche, nella scia della tradizione paterna, uomo di cultura e, secondo la deinizione del
cronista Ricordano Malispini, «suonatore e cantore». È ricordato da Dante nel De vulgari eloquentia (I, 12, 4) in-
sieme con il padre Federico, come uno degli «illustri Grandi», che «mostrarono la nobiltà e la rettitudine della lo-
ro anima dedicandosi, inché la sorte lo permise, alle attività proprie dell’uomo e sdegnando quelle da bestie».

Incontro con la schiera degli scomunicati 387


alla parete rocciosa dell’alto monte (ripa), e si fer- quando si strinser tutti ai duri massi
marono stringendosi fra loro, come chi, mentre
cammina, si arresta (stassi) dubbioso (debbiando)
de l’alta ripa, e stetter fermi e stretti
a guardare. 72 com’a guardar, chi va dubbiando, stassi.
73-78 Virgilio cominciò: «O spiriti morti in grazia di «O ben initi, o già spiriti eletti»,
Dio (ben finiti), o già destinati al Paradiso (eletti), in Virgilio incominciò, «per quella pace
nome di quella beatitudine (pace) che io credo sia
attesa da tutti, diteci da che parte la montagna è 75 ch’i’ credo che per voi tutti s’aspetti,
meno ripida (giace), in modo tale che sia possibile ditene dove la montagna giace,
salir; perché a nessuno più del saggio (più sa)
dispiace perdere tempo». sì che possibil sia l’andare in suso;
78 ché perder tempo a chi più sa più spiace».
79-87 Come le pecorelle escono dal recinto (chiu- Come le pecorelle escon del chiuso
so) a una, a due, a tre per volta, e le altre stanno a una, a due, a tre, e l’altre stanno
ferme un po’ timide (timidette) con gli occhi e il
muso rivolto verso terra (atterrando); e quello che 81 timidette atterrando l’occhio e ’l muso;
fa la prima, lo fanno anche le altre, andandole ad- e ciò che fa la prima, e l’altre fanno,
dosso (addossandosi), se essa si ferma, semplici
e quiete, e non conoscono il motivo (’mperché) addossandosi a lei, s’ella s’arresta,
del loro comportamento; così io vidi allora (allotta) 84 semplici e quete, e lo ’mperché non sanno;
muovere per avvicinarsi la prima parte (testa) di
quel gregge fortunato, modesto (pudica) nel volto sì vid’io muovere a venir la testa
e dignitoso (onesta) nei movimenti. di quella mandra fortunata allotta,

70-72. quando si strinser ... stassi: le di Virgilio a queste anime sono, in tempo, e che quindi più soffre nel disper-
tutta la dinamica dell’episodio, anche ogni caso, un chiaro esempio di captatio derlo inutilmente.
nei versi successivi (vv. 85 e 91), è strut- benevolentiaef» (Singleton). 79. pecorelle: il suffisso -elle si collega al
turata mediante i due opposti moti delle 76. giace: con il significato di «declina- suffisso -ette di timidette del v. 81 e ha la
anime. Il lento avanzare, la sosta dub- re in pendio». funzione di accrescimento del significato
biosa, il cammino che riprende e, infi- 78. ché perder ... spiace: Virgilio dimo- del discorso. L’atteggiamento delle peco-
ne, il brusco ritrarsi davanti all’ombra di stra di avere ben assimilato il rimprovero relle (occhio e muso rivolti a terra) è quel-
Dante, segnalano la misura della diffe- di Catone, quando, alla fine del secondo lo dell’umiltà, di coloro, cioè, che si accon-
renza fra due dimensioni, quella fisica e canto, aveva disperso le anime ferme ad tentano di non sapere, in nome della fede.
terrena e quella spirituale. ascoltare il dolce canto di Casella. Il sag- 85. muovere a venir: muovere per
73. O ben finiti ... eletti: «Le prime paro- gio è colui che conosce l’importanza del avanzare.

Scenari
GLI IMPERATORI E I RE DI DANTE Federico II di Hohenstaufen
imperatore dal 1215 al 1250
La igura dell’imperatore è principale punto di riferimento
nel pensiero di Dante: a lui e al papa si afidano l’organizza- Qui con più di mille giaccio:
zione e le sorti dell’umanità. Per questo la sua polemica con qua dentro è ’l secondo Federico
i limiti politici dei governanti del suo tempo è così costante e (Inferno x, 118-119)
accentuata, per questo guarda con nostalgia agli imperatori
del passato (ino a Federico II, di cui Manfredi conserva segni Quest’è la luce della gran Costanza
di nobiltà) e con illusione si rivolge al nuovo imperatore Arri- che del secondo vento di Soave
go VII, sperandolo destinato a riportare la giustizia in terra. generò ’l terzo e l’ultima possanza.
In questa dedizione a un potere imperiale che operi in vir- (Paradiso III, 118-120)
tuosa armonia con la Chiesa si rilette la mentalità anco-
ra profondamente medievale di Dante, che non intuisce la
ine di un’epoca e l’inizio dell’evoluzione verso la moder-
na società delle nazioni.

388 Purgatorio Canto III


87 pudica in faccia e ne l’andare onesta.
Come color dinanzi vider rotta 88-93 Appena (Come) quelli che stavano davanti
la luce in terra dal mio destro canto, videro, dal mio lato (canto) destro, la luce del sole
interrotta (rotta) sulla terra, così che l’ombra si pro-
90 sì che l’ombra era da me a la grotta, iettava (era) da me verso la rupe, si arrestarono, e
restaro, e trasser sé in dietro alquanto, indietreggiarono un poco, e tutti gli altri che veni-
vano dietro, pur non conoscendo il motivo, fecero
e tutti li altri che venieno appresso, (fenno) altrettanto.
93 non sappiendo ’l perché, fenno altrettanto.
«Sanza vostra domanda io vi confesso 94-99 «Senza che voi me lo chiediate, io vi dichiaro
che questo è corpo uman che voi vedete; (confesso) che questo che voi vedete è un corpo
umano; per questo la luce del sole si interrompe
96 per che ’l lume del sole in terra è fesso. (è fesso) per terra. Non meravigliatevi, ma state
Non vi maravigliate, ma credete certi che egli non cerca di superare (soverchiar)
questa parete di roccia senza un potere (virtù) che
che non sanza virtù che da ciel vegna provenga dal cielo».
99 cerchi di soverchiar questa parete».
Così ’l maestro; e quella gente degna 100-102 Così il maestro; e quella gente degna
«Tornate», disse, «intrate innanzi dunque», disse: «Tornate indietro, procedete (intrate) dunque
davanti a noi», facendo segno (insegna) con il dorso
102 coi dossi de le man faccendo insegna. delle mani.
E un di loro incominciò: «Chiunque 103-105 E uno di loro cominciò: «Chiunque tu sia,

86. mandra: schiera; il termine è giusti- «par che la cosa sia veramente meravi- cantica, quella della coralità, che fa muo-
ficato dalla similitudinef che precede. gliosa, né mai accaduta prima, perché vere la gente unita e tutti insieme indica-
88. color dinanzi: la testa di v. 85. costui è venuto per una speciale grazia no la strada, invitando Dante e Virgilio a
– rotta: interrotta, in quanto veniva pro- concessagli da Dio» (Benvenuto). unirsi a loro.
iettata l’ombra del corpo di Dante. 100. gente degna: gli spiriti eletti del v. 73; 103-105. Chiunque … unque: l’apo-
89. dal mio destro canto: avendo il gente degna di ascendere al Purgatorio. strofef con la quale l’anima si rivolge
sole alla sinistra, il corpo proiettava l’om- 101. Tornate ... intrate innanzi: il primo a Dante è simile a quella già più volte
bra a destra. è un avviso di volgersi, di tornare indietro; incontrata, e ripropone una situazione
90. grotta: parete rocciosa. il secondo di camminare davanti a loro. psicologica nota: lo spirito di una per-
96. fesso: diviso, rotto dall’ombra. 102. coi dossi ... insegna: l’immagine sona molto famosa in terra o perlomeno
97-98. Non vi maravigliate ... vegna: segnala una delle costanti della seconda familiare al poeta chiede di essere rico-

Carlo I d’Angiò (1226-1285) Rodolfo I d’Asburgo, re dal 1273 al 1291


re di Napoli e di Sicilia dal 1266 al 1285 (Purgatorio VI, 103-105; Paradiso VIII, 72)
(Inferno XIX, 99; Purgatorio XI, 137; Adolfo di Nassau-Vilburgo, re dal 1292 al 1298
Paradiso VIII, 72)
Alberto I di Asburgo, re dal 1298 al 1308 (Purgatorio VI, 97)
Carlo II d’Angiò, re di Napoli dal 1285 al 1309
Enrico (Arrigo) VII di Lussemburgo, re dal 1309,
e non l’abbatta esto Carlo novello
coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli imperatore dal 1311 al 1313
ch’a più alto leon trasser lo vello. E ’n quel gran seggio a che tu li occhi tieni
Molte fïate già pianser li figli per la corona che già v’è sù posta,
per la colpa del padre, e non si creda […] sederà l’alma, che fia giù agosta,
che Dio trasmuti l’armi per suoi gigli! (Paradiso VI, 106-111) de l’alto Arrigo, ch’a drizzare Italia

Roberto d’Angiò (1277-1343) detto il saggio, verrà in prima ch’ella sia disposta.
figlio di Carlo II d’Angiò, re di Napoli dal 1309 al 1343 (Paradiso XXX, 133-138)
(Paradiso VIII, 76-84) Federico il Bello d’Asburgo, co-reggente dal 1314 al 1326

L’incontro con Manfredi 389


pur continuando a camminare così, volgi lo sguardo: tu se’, così andando, volgi ’l viso:
pensa se mi vedesti mai (unque) nel mondo dei vivi».
105 pon mente se di là mi vedesti unque».
106-108 Io mi rivolsi verso di lui e lo fissai (guardail Io mi volsi ver’ lui e guardail iso:
fiso); era biondo e bello e di nobile aspetto, ma un
biondo era e bello e di gentile aspetto,
colpo gli aveva spaccato un sopracciglio.
108 ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.
109-111 Quando io cortesemente (umilmente) dissi Quand’io mi fui umilmente disdetto
di non averlo mai visto, egli disse: «Ora guarda»; e d’averlo visto mai, el disse: «Or vedi»;
mi mostrò una ferita nella parte alta del petto.
111 e mostrommi una piaga a sommo ’l petto.
112-117 Poi sorridendo disse: «Io sono Manfredi, Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi,

nosciuto, per stabilire subito un rappor- co di fama universale, che intende rive- come esse avevano indicato. Quindi l’a-
to di confidenza e quindi avviare un col- lare attraverso Dante la verità sul pro- nima che ora parla, non chiede a Dante
loquio inequivoco. Era successo nell’In- prio destino finale (vedi Personaggi di fermarsi, ma gli chiede solo di ruo-
ferno con Ciacco (c. VI) e con Farina- a p. 387). – così andando: «Virgilio e tare il capo per guardarlo» (Singleton).
ta degli Uberti (c. X); qui invece si tratta Dante hanno già invertito la loro marcia – di là: nel mondo dei vivi. – unque: lati-
di Manfredi di Svevia, personaggio stori- e ora procedono a fianco delle anime, nismo, nel senso di «mai», che, in frase

Viaggiare nel testo

COSÌ FINÌ LA STORIA


Inferno XXVI f Ulisse Racconto dell’ultima impresa dell’eroe antico, il «folle volo»
nell’Oceano ignoto per desiderio di conoscenza che lo porta alla
morte in vista della montagna del Purgatorio

Inferno XXVII f Guido da Montefeltro Svelamento dell’ultimo inganno politico che determina la sua
eterna condanna nell’Inferno quando, ormai vecchio, si era riti-
rato a vita monastica riscattandosi dalle sue colpe

Inferno XXXIII f Ugolino della Gherardesca Racconto degli ultimi giorni di vita, nella crudele reclusione con i
figli

Purgatorio III f Manfredi Rivela il suo pentimento in punto di morte, che lo riscatta dalle
colpe politiche e dalla scomunica papale e gli merita la salvezza
in Purgatorio contro l’opinione comune

Purgatorio VI f Bonconte da Montefeltro Svelamento della sua conversione in punto di morte, e del desti-
no di corruzione del suo corpo misteriosamente scomparso

Purgatorio VI f Pia de’ Tolomei Denuncia velata del proprio assassinio e allusione all’autore del
misfatto

L’esemplarità della vicenda umana di molti personaggi danteschi, soprattutto nell’Inferno e nel Purgatorio, si
concentra spesso nello svelamento degli ultimi momenti di vita. Nel fare questo Dante per un verso risponde alla
curiosità storica su alcuni fatti restati misteriosi nella cronaca del tempo (è il caso di Bonconte da Montefeltro o di
Pia de’ Tolomei); per altro verso apre uno spazio di libertà alla propria fantasia per creare situazioni signiicative
dal punto di vista morale e ideologico (è il caso di Ulisse). In tutti i casi, risulta evidente la convinzione che nei
momenti estremi si possa cogliere il signiicato assoluto di una vita. È la stessa convinzione che un altro grande
scrittore, Alessandro Manzoni, sintetizza nei celebri versi della sua tragedia Adelchi: Gran segreto è la vita, e nol
comprende / che l’ora estrema.

390 Purgatorio Canto III


nepote di Costanza imperadrice; nipote dell’imperatrice Costanza; per cui io ti prego
che, quando tornerai di là (riedi), tu vada dalla mia
114 ond’io ti priego che, quando tu riedi, bella figlia, madre dei re (de l’onor) di Sicilia (Ceci-
vadi a mia bella iglia, genitrice lia) e di Aragona, per dire a lei la verità, se si dice
diversamente.
de l’onor di Cicilia e d’Aragona,
117 e dichi ’l vero a lei, s’altro si dice.
Poscia ch’io ebbi rotta la persona 118-120 Dopo che il mio corpo fu trafitto (ebbi rotta)
da due ferite (punte) mortali, io mi rivolsi (rendei),
di due punte mortali, io mi rendei, contrito (piangendo), a colui che perdona libera-
120 piangendo, a quei che volontier perdona. mente (Dio).
Orribil furon li peccati miei; 121-123 I miei peccati furono orribili, ma l’infinita

non negativa, può significare, come qui, (Sapegno). Dante risponde quindi come gobbio e Rinieri – XIV, 88 – l’onore de la
«qualche volta». Manfredi morì nell’anno si conviene a un personaggio di rango, casa da Calboli); altri, però, considerando
in cui Dante nacque, quindi non poteva quale è Manfredi; disdetto nell’italiano il giudizio negativo dato altrove da Dante
averlo visto. Ma Manfredi aveva esordito antico significa «negato». L’uso però del nei confronti di Federico e Giacomo,
dicendo: Chiunque tu se’, volendo forse riflessivo (mi fui ... disdetto) in quest’uni- rispettivamente re di Sicilia e di Aragona,
indicare a Dante che chi gli stava par- co caso, fa supporre anche l’intenzione preferisce intendere «onore» come «coro-
lando era una persona pubblica e molto di scusarsi presso Manfredi. na», e quindi in senso tecnico e non elo-
nota ai suoi tempi. Infatti, come vedremo 110. d’averlo visto mai: «e dice il vero giativo. Federico e Giacomo furono figli
nei versi successivi, la prima descrizio- [...] poiché non avrebbe potuto veder- di Costanza e di Pietro III d’Aragona; un
ne che Dante dà di Manfredi è quella tra- lo; quando nacque Dante era lo stesso terzo figlio, Alfonso, morì giovane.
mandata dalle cronache. anno in cui morì Manfredi» (Benvenuto). 117. ’l vero: cioè, che egli si è pentito
107. biondo era ... aspetto: la descri- 110-111. «Or vedi» ... petto: poiché «le e si trova quindi in Purgatorio. – s’altro
zione fisica del principe svevo è fedele ai prime indicazioni non sono sufficienti a si dice: cioè che egli è morto dannato,
tratti convenzionali tramandati dalla tra- operare il riconoscimento [...] Manfredi in quanto scomunicato e per i suoi «orri-
dizione medievale. Ma a questi tratti si aggiungerà ancora un gesto rivelatore bili peccati».
sovrappongono la reminiscenza roman- e due parole [...] che implicano un chia- 119. mi rendei: mi arresi, nel senso di
za e quella biblica: «non a caso Dante ro riferimento alla vicenda miracolosa del abbandonarsi con fiducia.
riprende nel celebre v. 107 il ritratto Cristo risorto e apparso ai suoi discepoli 120. quei … perdona: la perifrasif
dell’eroe della Chanson de Roland sino ancora attoniti, e incapaci di riconoscer- indica Dio, sempre disponibile a per-
nella disposizione sintattica, così coe- lo» (Binni, 1964). Cfr. Lc. 24, 39. donare. Questo concetto viene ribadi-
rente in tale caso al procedimento carat- 112. sorridendo: Manfredi ha appena to più volte in questa parte conclusiva
teristico dei momenti più alti del canto e mostrato la piaga, il segno orribile della del canto.
quello del re David nel I dei Re, 16, 12: ferita, e subito riprende a parlare sorri-
‘Egli era rosso e di bell’aspetto e di volto dente. Il sorriso, oltre che un gesto di 121-141 Nelle parole di Manfredi sul-
avvenente’» (Binni, 1964, p. 735). – gen- gentile confidenza, è anche segno di lon- la propria condizione di salvezza si affer-
tile: aggettivo tipico della lirica stilnovi- tananza e distacco dalla propria vicenda mano principi escatologici di importan-
sta come attributo della donna; rivolto a terrena e dalle contese miserabili attor- za centrale: la misericordia divina salva
persona di genere maschile, è usato per no al suo corpo, di cui dirà subito dopo. chiunque gli si rivolga con cuore since-
mettere in risalto, accanto alla nobiltà di 113. nepote di Costanza imperadri- ro, nonostante qualunque peccato, no-
casta, quella di spirito e di tratto. ce: Costanza, figlia di Ruggero II d’Alta- nostante la condanna della Chiesa, e an-
108. ma l’un de’ cigli ... diviso: que- villa, re di Sicilia, era andata sposa all’im- che all’ultimo momento della vita. Da qui
ste ferite, «e del ciglio e del petto ebbe peratore Enrico VI di Svevia, padre di deriva l’esplicita polemica contro le ge-
Manfredi nel piano di Gradella pres- Federico II, il quale fu a sua volta padre rarchie ecclesiastiche, insensibili alla tra-
so a Benevento in Puglia, dalla sconfit- di Manfredi. scendenza del perdono divino, se non
ta ch’ebbe dal re Carlo primo di Puglia» 115. mia bella figlia: la buona Costanza addirittura ostili a essa perché limite al
(Anonimo). Della ferita al petto è detto del v. 143. loro potere sugli uomini.
subito dopo, al v. 111; sono le tipi- 116. l’onor di Cicilia e d’Aragona:
che ferite del combattente valoroso, che passo controverso; «onore» qui vuole pro- 121. Orribil ... miei: qui non si tratta
affronta la morte a viso aperto. babilmente avere un valore attivo, attri- tanto di specifiche allusioni a colpe e a
109. umilmente disdetto: «Nel linguag- buito cioè a persone che «danno onore», vizi, ma della coscienza ormai matura
gio antico umile è sinonimo di cortese, e conferiscono prestigio e fama (così che constata l’«orribilità» di ogni offesa
si contrappone, come questo, a villano» Oderisi – XI, 80 – è chiamato l’onor d’A- a Dio e il bisogno di farne confessione.

L’incontro con Manfredi 391


bontà ha delle braccia così ampie da accogliere ma la bontà ininita ha sì gran braccia,
tutti quelli che si rivolgono a lei.
123 che prende ciò che si rivolge a lei.
124-129 Se il vescovo (pastor) di Cosenza, che Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia
fu mandato da Clemente IV a perseguitarmi (a la di me fu messo per Clemente allora,
caccia), avesse allora inteso bene questo aspetto
(faccia) della bontà di Dio, le mie spoglie mortali 126 avesse in Dio ben letta questa faccia,
sarebbero (sarieno) ancora all’estremità (co’) del l’ossa del corpo mio sarieno ancora
ponte, presso Benevento, sotto la custodia di pe-
santi pietre (mora). in co del ponte presso a Benevento,
129 sotto la guardia de la grave mora.
130-132 Ora la pioggia le bagna e il vento le scuote Or le bagna la pioggia e move il vento
(move), fuori dal regno, quasi sulle rive del Verde, di fuor dal regno, quasi lungo ’l Verde,
dove egli le fece trasferire (trasmutò) con i ceri
spenti. 132 dov’e’ le trasmutò a lume spento.
133-135 Per le loro scomuniche (maladizion) non si Per lor maladizion sì non si perde,

122. ma la bontà ... braccia: è molto foref delle «gran braccia» di Dio e della fiume del Verde a’ confini del Regno e di
probabile che Dante conoscesse le «caccia», accanita e impietosa, sotto- Campagna».
voci che correvano sulla conversione lineata anche fonicamente dalla rima. 126. avesse in Dio ... faccia: il verso si
di Manfredi in punto di morte. Ma tutta Racconta Villani (Cron. VII, 9) che, dopo presta a diverse interpretazioni: 1) «fac-
la tradizione scritturale è percorsa dalla la battaglia in cui Manfredi morì, il suo cia» nel senso di «pagina» del libro di
rivelazione della bontà e della miseri- corpo fu seppellito ai piedi del ponte Dio, le Sacre Scritture, in cui si parla
cordia divina nei confronti del pecca- di Benevento; «ma per alcuni si disse della misericordia di Dio; 2) «faccia» di
tore che si pente e riconosce le pro- che poi per mandato del papa il vesco- Dio, nel senso che egli ha la faccia della
prie colpe. vo di Cosenza il trasse di quella sepol- giustizia, ma anche quella della mise-
124. Se ... a la caccia: c’è una supre- tura e mandollo fuori del Regno, ch’e- ricordia (cfr. If. III, 50). L’avverbio ben
ma ironia nell’accostamento delle meta- ra terra di Chiesa, e fu sepolto lungo il segnala un errore di lettura del pasto-

Il documento
S. BERNARDO DI CHIARAVALLE, IL PURGATORIO
S. Bernardo (1090-1153) fu tra i primi a sostenere la consistenza dottrinaria e «fisica» del Purgatorio, di questa
condizione di espiazione dopo la morte, rimasta fino ad allora un concetto vago e comunque assente nell’or-
todossia cristiana. L’esistenza del Purgatorio fu accettata ufficialmente dalla Chiesa solo nel Concilio di Tren-
to, a metà del 1500. Qui di seguito riportiamo parte di un sermone che illustra chiaramente la specificità del
Purgatorio e l’importanza delle preghiere di suffragio per i morti, tema molto caro anche a Dante.

Vi sono tre luoghi in cui le anime dei morti sono ripartite a seconda dei loro meriti: l’inferno, il purgatorio,
il cielo. Quelli che sono all’inferno non possono essere riscattati. Quelli che sono in purgatorio attendono la
redenzione ma devono prima essere torturati. Quelli che sono in cielo si rallegrano nella letizia della visione di
Dio. Visto che i primi non meritano di essere riscattati, e che i terzi non hanno bisogno di redenzione, non ci
resta che passare agli intermedi per pietà, dopo essere stati uniti a loro per umanità. Andrò in questa regione e
contemplerò quella grande visione nella quale il Padre santo, per gloriicare i suoi igli, li abbandona nelle mani
del tentatore, non perché siano uccisi ma perché siano purgati; non per collera ma per misericordia; non per la
loro distruzione ma per la loro istruzione, ainché essi diventino vasi di misericordia preparati per il regno. Mi
leverò dunque in loro aiuto: invocherò con i miei gemiti, implorerò con i miei sospiri, intercederò con le mie
preghiere. Con queste e altre simili onoranze la loro penitenza potrà essere abbreviata, il loro travaglio inito, la
loro pena distrutta.

392 Purgatorio Canto III


che non possa tornar, l’etterno amore, perde la grazia eterna di Dio, tanto che non possa
tornare, finché (mentre che) la speranza ha ancora
135 mentre che la speranza ha ior del verde. un poco di verde.
Vero è che quale in contumacia more 136-141 Vero è che chiunque muore scomunicato
di Santa Chiesa, ancor ch’al in si penta, (in contumacia … di Santa Chiesa), anche se si è
pentito in punto di morte, deve (convien) stare ai
138 star li convien da questa ripa in fore, margini di questo monte del Purgatorio, trenta volte
per ognun tempo ch’elli è stato, trenta, il tempo in cui è rimasto in questa ostinata ribellione
(presunzïon), a meno che il tempo decretato (de-
in sua presunzïon, se tal decreto creto) non sia abbreviato dalle preghiere (prieghi)
141 più corto per buon prieghi non diventa. dei buoni.
Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto, 142-145 Vedi oramai (oggimai) se puoi acconten-
revelando a la mia buona Costanza tarmi, rivelando alla mia buona Costanza in quale
condizione mi hai visto, e anche questo (esto) divieto;
come m’hai visto, e anco esto divieto; perché qui, per mezzo delle preghiere dei vivi (quei di
145 ché qui per quei di là molto s’avanza». là), si progredisce (s’avanza) molto».

re di Cosenza. Egli ha sovrapposto alle tivo. S. Bonaventura e Tommaso d’Aqui- re dei vivi non abbrevino questa esclu-
parole della Scrittura lo schermo delle no parlavano della scomunica come di sione. Manfredi deve quindi restare fuori
prescrizioni canoniche. Egli ha quin- una «maledizione»; essa però non può del Purgatorio trenta volte il tempo in
di ridotto il messaggio di Dio nel codi- togliere la possibilità di salvarsi per colui cui rimase scomunicato. È il riconosci-
ce di un diritto necessariamente imper- che si pente. – lor: i prelati, gli uomini di mento esplicito del diritto della Chiesa
fetto, invece di decifrare questo alla luce Chiesa, una classe che non ha «letto» a emanare pene, che esigono un’espia-
del codice eterno. Cfr. l’Ep. ai Cardinali bene le Sacre Scritture e i Padri. zione. Dante qui non segue alcuna par-
italiani (XI, 7). 135. mentre che ... del verde: «tanto ticolare dottrina e il tempo del casti-
128. in co: in capo. Il ponte è quello sul quanto l’uomo vive [...] può sperare» go è un’invenzione poetica, che risen-
fiume Calore, nei pressi di Benevento, (Buti); fior è usato con funzione avver- te del fascino del numero «tre», e adatta
dove fu seppellito. biale, nel senso di «un poco», «alquan- alla legge ecclesiastica della scomunica
131. di fuor dal regno: il regno di Napoli to»; il verde è il colore della speranza. quella pagana, ricordata da Virgilio (Aen.
che, a quei tempi, comprendeva tutta 136. contumacia: disubbidienza e rifiu- VI, 329-330), là dove Caronte si rifiuta di
la parte a sud dell’Italia, compresa la to di piegarsi. Il significato attuale cor- traghettare le anime dei morti insepolti, le
Sicilia. – ’l Verde: è il fiume Liri, chiama- rente – quello di un imputato che si rifiu- quali «errano per cento anni e volano attor-
to così dalle sorgenti al suo incrocio con il ta di presentarsi in giudizio – discende no a questi lidi; / alla fine, ammessi, rive-
Rapido; e poi Garigliano da qui alla foce. direttamente dall’uso qui testimoniato, dono i desiderati stagni».
Va detto che di questo trasferimento di che è anche l’unica ricorrenza di tutta la 142. oggimai: ora, dopo quello che ti
cadavere non esiste alcun documento. Commedia. ho detto.
132. a lume spento: «con i ceri spen- 138-140. star li convien ... pre- 143. buona Costanza: cfr. nota al
ti, come è consuetudine per gli scomu- sunzïon: chi muore scomunicato, resta v. 113. L’aggettivo garantisce la «bontà»,
nicati e per gli eretici» (Pietro di Dante). escluso dal Purgatorio trenta volte il e quindi la validità, delle preghiere della
133-134. Per lor maladizion ... amore: tempo in cui è stato ribelle all’autorità figlia.
inizia qui un discorso di tipo considera- ecclesiastica, a meno che le preghie- 144. come m’hai visto ... divieto:
dove e in quale condizione mi hai visto
(in Purgatorio e quindi non dannato)
Dante oggi e anche la proibizione di entrare nel
Purgatorio prima del termine prefissato
La Divina Commedia in HD dalla giustizia divina.
145. qui ... s’avanza: è una dichia-
Ti segnaliamo un sito amatoriale in
progress con molti materiali multi- razione di validità delle indulgenze e,
mediali di buon livello, strutturati in quindi, in ultima analisi, una professio-
modo sistematico: La Divina Comme- ne di fede nel dogma della comunione
dia in versi (11 video); La Divina Commedia in prosa (11 video); approfondi- dei santi. La dottrina dell’efficacia della
menti su arte (14 video), luoghi (14 video), personaggi (16 video); commenti preghiera per le anime del Purgatorio è
ai canti (34 video per Inferno, 6 per Purgatorio, 6 per Paradiso). documentata nella Summa theologiae
www.youtube.com/user/LaDivinaCommediaDVD/featured
di s. Tommaso.

La condizione degli scomunicati e le preghiere di suffragio 393


Leggiamo il canto PAGINE DIGITALI
LETTURA CRITICA Ɣ PAROLA CHIAVE DEL CANTO Ɣ CONSIGLI DI LETTURA

I l canto si apre con un movimento drammatico e ansioso che riprende e intensifica nell’improvvisa
angoscia del personaggio di Dante, nel suo timore e nella sua impressione di solitudine, di abbandono
da parte della guida, il ritmo di fuga disordinata…”.
Walter Binni

LA NARRAZIONE tale spiegazione, e consiste nel destino di salvezza del-


lo scomunicato Manfredi: neanche i precetti della Chiesa
Ɣ IL CANTO DI MANFREDI riescono a interpretare completamente la volontà di Dio.
Il canto è suddiviso in tre parti. La prima (vv. 1-45) è di
natura intellettuale, e tratta le questioni della isici-
Ɣ VIRGILIO E IL SUO RAPPORTO CON DANTE
tà oltremondana e della limitata conoscenza umana. La Nella prima parte del canto particolare attenzione è dedi-
seconda (vv. 46-102) è descrittiva e narrativa: Dante e Vir- cata allo sviluppo psicologico del personaggio di Virgi-
gilio avanzano lungo la spiaggia alla ricerca di un pas- lio. Prima si accenna all’umiliazione e al rimorso per il
saggio per salire alla montagna, e incontrano la prima ULPSURYHUR GL &DWRQH YY   SRL9LUJLOLR ODVFLD WUDSH-
schiera di penitenti. Nella terza inine (vv. 103-145) si svol- lare la malinconia nella breve rievocazione della propria
ge l’incontro con Manfredi, il primo grande personaggio sepoltura, per riprendere subito i toni rassicuranti di gui-
storico della cantica. da di Dante, quelli raziocinanti del ilosofo, e quelli solen-
ni e sdegnati nell’allocuzionef alla umana genteLQΐQHLO
Ɣ LE COSTANTI STRUTTURALI ricordo dei grandi saggi relegati nel Limbo, esclusi dal-
la conoscenza di Dio, lo riconduce alla pensierosa malin-
Individuiamo nel canto alcuni dati strutturali tipici del conia della propria condizione di dannato. Il Purgatorio è
Purgatorio: per Virgilio una realtà sconosciuta, e che pure lo tormen-
 ƔODWUDWWD]LRQHGRWWULQDULDHWHRORJLFD WDFRQODSURPHVVDGLXQDVDOYH]]DGDFXLHJOLªHVFOXVR
 ƔLOWHPDGHOODΐVLFLW¢QHOOƍROWUHPRQGR il personaggio è dunque destinato a evolversi di fronte a
 ƔOR VYLOXSSR LQWHOOHWWXDOH H SVLFRORJLFR GHO UDSSRUWR IUD una situazione così nuova, e ne vediamo già i primi segni.
9LUJLOLRH'DQWH Così pure comincia a mutare il rapporto fra lui e Dante,
 ƔODULFHUFDGHOFDPPLQRYHUVROƍDOWRGHOODPRQWDJQD fra maestro e discepolo. Le posizioni tenderanno a pareg-
 ƔOƍDWWHJJLDPHQWR GL XPLOW¢ GHL SHQLWHQWL FDUDWWHUL]]DWR giarsi, nella sempre maggior consapevolezza di Dante
DQFKHGDWLPRUHHLQVLFXUH]]D (cfr. vv. 61-63).
 ƔLOUDSSRUWRGLFDULW¢HLQWHUFHVVLRQHIUDLGHIXQWLHLYL
venti. Ɣ LA FIGURA DI MANFREDI
Pur occupando solo la parte inale del canto, Manfredi ne
I TEMI è il reale protagonista. In lui rileviamo:
 ƔLO IDVFLQR GHOOD UDSSUHVHQWD]LRQH FRQ OD EHOOH]]D ΐVLFD
Ɣ LA FISICITÀ DEL PURGATORIO e la gentilezza morale esaltate nel contrasto con la cru-
La prima parte del canto è la principale trattazione sul- GH]]DGHOOHIHULWHHGHOOHR΍HVH
la isicità dell’oltremondo, indispensabile riferimen-  ƔOD VHQVLELOLW¢ QHOOƍD΍HWWR H QHO ULFRUGR WHUUHQR SHU OD
to per la comprensione di numerosi episodi del Purga- ΐJOLD
torio. Il pretesto è lo stupore di Dante nel vedere solo la  ƔOD FHOHEUD]LRQH GL XQD JUDQGH GLQDVWLD LPSHULDOH SHU
propria ombra proiettata sul terreno, mentre le altre ani- TXHVWRDPDWDHRQRUDWDGD'DQWH
me lasciano passare i raggi del sole. Il poeta latino spiega  ƔOƍLPSRUWDQWH ULΒHVVLRQH VXOOD PLVHULFRUGLD GLYLQD FKH
allora che la virtù divina dispone, rende le anime del Pur- agisce al di sopra dei terreni precetti dottrinari, e che
gatorio in grado di percepire le diverse soferenze isiche VDOYDDQFKHOƍDQLPDSHQWLWDGLXQRVFRPXQLFDWR
quali il freddo, il caldo, la sete, ecc., pur non avendo più  ƔOD FRQVHJXHQWH FRQGDQQD GHOOD &KLHVD FKH DWWUDYHU-
ODQDWXUDFDUQDOHPDFRPHFL´SRVVDDYYHQLUHUHVWDXQ so i suoi ministri corrotti non sa interpretare la pietosa
mistero per l’intelligenza umana. Si introduce così il pro- YRORQW¢GL'LR
blema della conoscenza umana rispetto alle verità divine.  ƔODVXJJHVWLRQHOLULFDQHOODULHYRFD]LRQHGHOODSURIDQD]LR-
QHQRWWXUQDGHOODVXDWRPED
Ɣ IL TEMA DOTTRINARIO: INCONOSCIBILITÀ  ƔLOSULPRULIHULPHQWRDXQDOWURULOHYDQWHWHPDGRWWULQD-
rio, quello del potere di intercessione che le preghiere
DEI DISEGNI DIVINI dei vivi possono esercitare a favore dei morti.
L’imperscrutabiltà dei disegni divini è un punto fermo
della dottrina religiosa, e viene qui afermata con forza
due volte. Le parole che restano ↓
La prima assume la forma di una dichiarazione dogmati-
ca, nelle parole di Virgilio a commento della isicità delle
DQLPH/ƍXRPRQRQSX´FRPSUHQGHUHDIRQGRLOSHQVLH-
URLOJLXGL]LROƍRSHUDWRGLYLQRGHYHTXLQGLDFFRQWHQWDUVL
“biondo era e bello e di gentile aspetto”
L’espressione con cui Dante descrive Manfredi (v. 107) è
di conoscere le cose nel loro essere, senza cercarne il per- un ritratto riuscitissimo ed è diventata memorabile per la
ché. Tramite fra l’uomo e Dio è il mistero dell’incarnazio-
ne di Cristo, quindi la conoscenza delle verità escatologi- sua pregnanza nell’estrema sinteticità quasi da epigrafe,
che non è di natura razionale ma teologale ed epifanica. con i tre aggettivi che si susseguono uniti dal polisindeto.
La seconda sembra quasi l’esempliicazione storica di

394 Purgatorio Canto III


Competenze alla prova ESERCIZI INTERATTIVI

LA NARRAZIONE
1 Assegna un titolo appropriato alle sequenze del canto che corrispondono ai seguenti versi:
a. vv. 1-45:
b. vv. 46-93:
c. vv. 94-132:
d. vv. 133-145:
2 Quale schiera di anime incontra Dante, e a quale espiazione sono sottoposti i penitenti?

3 Chi è Manfredi, e quale episodio della sua vita viene qui rievocato?

I TEMI
4 Quale importante dato sulla isicità delle anime viene confermato e precisato all’inizio di questo canto?

5 Nel canto vengono esposte tre questioni di fede. Riassumile, indicando i versi di riferimento.

LE FORME
6 Spiega il signiicato delle seguenti espressioni dal tono sentenzioso:
a. dignitosa coscïenza e netta, / come t’è picciol fallo amaro morso! (vv. 8-9)
b. State contenti, umana gente, al quia (v. 37)
c. perder tempo a chi più sa più spiace (v. 78)
d. la speranza ha ior del verde (v. 135)
7 Ricostruisci il discorso di Manfredi, individuando i gruppi di versi che corrispondono alle singole parti del
seguente schema retorico:
a. una parte narrativa: vv.
b. una terzina di transizione di tipo considerativo: vv.
c. una parte giuridica: vv.
d. una parte di attenuazione: vv.

AVVIO AL SAGGIO BREVE


Scrivi un saggio storico in cui presenti la igura di Manfredi, la sua vicenda biograica, le linee della sua politica,
cercando di ricostruire anche l’ambiente politico e culturale della Palermo di Federico II. Fai anche un cenno alla
presentazione che ne fa Dante in questo canto del Purgatorio.

PER DISCUTERE
Ai vv. 133-135 Manfredi polemizza contro la Chiesa e lo strumento della scomunica; documentatevi su questa
punizione comminata contro quelli che erano ritenuti lontani, per idee o comportamento, dal rigore dottrinale
e morale: quali erano gli efetti che aveva nel Medioevo? Esiste ancora oggi la scomunica? Per informarvi potete
leggere l’articolo di Agostino Testo - Nicola Turchi nell’Enciclopedia Treccani all’indirizzo:
www.treccani.it/enciclopedia/scomunica_(Enciclopedia-Italiana)/

SCRIVERE CON DANTE


Prova a immaginare la lettera che Dante, tornato dal suo viaggio nell’oltremondo, scrive a Costanza per
informarla della condizione del padre Manfredi, della vicenda che lo ha portato alla morte e della sua richiesta di
preghiere in sufragio.

Canto III 395


Canto III
Canto IV
Il canto di Belacqua
TEMPO PERSONAGGI
domenica di Pasqua 10 aprile 1300, Dante, Virgilio, Belacqua
dalle 9 a mezzogiorno
PENITENTI E PENA
LUOGO Spiriti negligenti
ANTIPURGATORIO Seconda schiera: i pigri per natura, tardi a pentirsi
È la parte bassa della montagna del Purgatorio, che Sono coloro che, pigri per natura, attesero la fine della loro
comprende la spiaggia e la prima fascia, i primi tre balzi della vita per riavvicinarsi a Dio. Stanno seduti all’ombra di grandi
costa. Qui i penitenti cominciano a espiare dovendo attendere macigni e sono esclusi dal Purgatorio per un tempo pari
un determinato periodo di tempo prima di poter salire alle vere alla durata della vita.
cornici del Purgatorio dove purgare con pene fisiche i propri
peccati.

BALZO I
Un sentiero stretto ed erto conduce a uno slargo pianeggiante.

BELACQUA
ANTIPURGATORIO

BALZO I
NEGLIGENTI PIGRI A PENTIRSI

396
Sommario ↓
vv. 1-96 Ascesa al primo balzo del Purgatorio
Dante esprime meraviglia nel constatare che l’incontro con Manfredi non gli ha permesso di accorger-
si che il tempo passava, il che dimostra l’errore di coloro che sostengono che nell’uomo vi siano più
anime, delegate a diverse funzioni. I due poeti iniziano l’ascesa faticosa e raggiungono il balzo sovra-
stante la spiaggia, e qui sostano guardando verso oriente. Dante nota con stupore che il sole lo col-
pisce da sinistra e non da destra; Virgilio allora, con nozioni astronomiche e immagini mitologiche, gli
spiega che essi si trovano nell’emisfero australe, e che quindi il giro del sole è invertito. Virgilio conso-
la Dante preoccupato della ripidezza della salita, dicendogli che, a mano a mano che saliranno, il cam-
mino si farà sempre più agevole.

vv. 97-139 Incontro con Belacqua


Le parole di Virgilio vengono interrotte bruscamente da una voce che argutamente apostrofa Dante,
quasi facendogli il verso. Si tratta di Belacqua, liutaio fiorentino e amico di Dante, che posa accoscia-
to all’ombra di un macigno, e il poeta lo riconosce per il suo pigro atteggiamento. Tra i due si avvia
una pungente e divertita schermaglia, che lascia poi il posto a un tono malinconico e pensoso che
allude al tempo disperso nell’errore sulla terra. Per bocca di Belacqua veniamo a sapere che i pigri a
pentirsi, cioè coloro che attesero la fine della loro vita per riavvicinarsi a Dio, devono aspettare fuo-
ri del Purgatorio tanto tempo quanto furono gli anni della loro vita, se le preghiere di suffragio non li
aiutano. Virgilio intanto ha già ripreso a camminare e invita Dante a seguirlo.

Leggiamo il canto
Ɣ LA SALITA SULLA PARETE SCOSCESA  ƔDO FHQWUR GHO FDQWR YY   OD OXQJD FKLDULΐFD]LR-
ne tra Virgilio e Dante sulla struttura della Terra e sulla
La prima parte del canto è occupata dalla descrizione delle posizione in essa del Purgatorio è costituita da una vera
diicoltà incontrate da Dante e Virgilio nel salire lungo la lezione di astronomia medievale. Dante vede il sole
parete ripida e scoscesa del monte del Purgatorio. Si trat- alla sua sinistra, e di questo si stupisce, poiché è all’op-
ta di uno degli elementi narrativi tipici di tutta la cantica, posto rispetto all’emisfero in cui si trovano l’Italia e
legato a quello della descrizione del paesaggio, e con con- Gerusalemme. Virgilio spiega il fenomeno, ricordando
tinui riferimenti a luoghi terreni che raforzano il caratte- come il colle del Purgatorio sia esattamente agli anti-
re realistico di questo arrampicarsi faticoso dei personag-
podi di Gerusalemme, perciò ha il suo stesso orizzonte
gi. Ma, come ci dice Virgilio ai vv. 88-96, si tratta anche di
ma in opposti emisferi, ed è quindi ovvio che quando il
un importante elemento della struttura morale di questo
secondo regno oltremondano: la fatica del salire diminui- sole si muove da destra a sinistra per il Purgatorio, esso
rà man mano che ci si eleva, poiché a essa corrisponde la si muova da sinistra a destra per Gerusalemme.
progressiva puriicazione dei penitenti. Sempre più legge-
ri perché più puri, essi troveranno inine soave procede- Ɣ BELACQUA
re e giungere alla cima, di modo che la salita sarà agevole L’incontro inale con Belacqua, liutaio iorentino di rino-
come una discesa, e porterà verso l’alto della somma bea- mata pigrizia e amico di Dante, è la sequenza di maggior
titudine. vivacità narrativa del canto, in forte contrasto psicologi-
co e stilistico con l’ardua trattazione scientiico-struttu-
Ɣ IL TEMA ASTRONOMICO rale della prima parte. La centralità di Belacqua consiste
Abbiamo in questo canto nuovi e più evidenti esempi di tanto nell’essere protagonista di uno di quegli incontri,
come la scienza astronomica sia costante riferimento nella tipici nel Purgatorio, all’insegna delle amicizie terrene di
cultura dantesca e nella costruzione del poema: Dante, quanto nell’essere il tramite per esporre la condi-
 ƔDOOƍLQL]LR YY HDOODΐQH YY GXHFHQQLDOOD zione di questo gruppo di penitenti. Le sue battute argu-
posizione del sole indicano l’ora del viaggio, dalle nove te, che riproducono il personaggio per come si esprimeva
alle dodici antimeridiane, naturalmente nell’emisfero in vita, introducono nell’atmosfera più leggera dell’ironia
australe dove si trova il Purgatorio; e del sorriso.

397
AUDIOLETTURA DEL CANTO

Canto IV VIDEO: I LUOGHI DELLA NARRAZIONE

1-12 Quando per un’impressione piacevole (dilettan-


ze) o dolorosa (doglie), provata intensamente da una
Q uando per dilettanze o ver per doglie,
che alcuna virtù nostra comprenda,
nostra facoltà (virtù) dell’anima, questa si concentra
del tutto in quella facoltà (ad essa), appare chiaro 3 l’anima bene ad essa si raccoglie,
che l’anima non presta più attenzione (intenda) a par ch’a nulla potenza più intenda;
nessun’altra funzione (potenza); e questo prova la fal-
sità della dottrina secondo cui in noi si formerebbero
e questo è contra quello error che crede
sovrapposte più anime. E perciò, quando si vede o 6 ch’un’anima sovr’altra in noi s’accenda.
si sente una cosa che trattenga a sé (tegna ... volta) E però, quando s’ode cosa o vede
l’attenzione dell’anima, il tempo passa (vassene)
e l’uomo non se ne accorge; perché una potenza che tegna forte a sé l’anima volta,
(quella intellettiva) è quella che avverte il tempo 9 vassene ’l tempo e l’uom non se n’avvede;
(l’ascolta), mentre un’altra è quella (sensitiva) che
avvince l’anima intera: questa è quasi assorbita e
ch’altra potenza è quella che l’ascolta,
quella è inattiva (sciolta). e altra è quella c’ha l’anima intera:
12 questa è quasi legata e quella è sciolta.
13-18 Di questo io feci manifesta esperienza, ascol- Di ciò ebb’io esperïenza vera,
tando quell’animo e meravigliandomi (ammirando); udendo quello spirto e ammirando;
infatti il sole era salito di ben cinquanta gradi, e io
non me n’ero accorto, quando giungemmo in un
15 ché ben cinquanta gradi salito era
punto in cui quegli spiriti ci gridarono tutti insieme lo sole, e io non m’era accorto, quando
(ad una): «Questo è il luogo di cui ci avete doman-
dato (dimando)».
venimmo ove quell’anime ad una
18 gridaro a noi: «Qui è vostro dimando».
19-24 Molto più aperto è il buco (aperta) che spes- Maggiore aperta molte volte impruna
so il contadino riempie (impruna) con una manciata con una forcatella di sue spine
(forcatella) di spine di pruno quando l’uva comincia
a maturare (imbruna), che non era il sentiero (calla) 21 l’uom de la villa quando l’uva imbruna,
attraverso il quale ci inerpicammo (salìne) soli la mia che non era la calla onde salìne
guida e io al seguito, appena la schiera di anime se
ne fu andata (si partìne).
lo duca mio, e io appresso, soli,
24 come da noi la schiera si partìne.
25-30 Si può salire a San Leo e scendere a Noli, Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,
inerpicarsi fino a Bismantova e sul Cacume con i montasi su in Bismantova e ’n Cacume
propri piedi (con esso i piè); ma qui occorre che si
(om) voli; cioè con le ali agili e con le piume del gran 27 con esso i piè; ma qui convien ch’om voli;
desiderio, seguendo quella guida (condotto) che mi dico con l’ale snelle e con le piume
dava speranza e mi illuminava.
del gran disio, di retro a quel condotto
30 che speranza mi dava e facea lume.

398 Purgatorio Canto IV


Noi salavam per entro ’l sasso rotto, 31-33 Noi salivamo (salavam) per una roccia sca-
e d’ogne lato ne stringea lo stremo, vata e da ogni lato ci cingeva la parete (stremo) e il
fondo del sentiero (il suol di sotto) richiedeva l’uso
33 e piedi e man volea il suol di sotto. delle mani e dei piedi.
Poi che noi fummo in su l’orlo suppremo 34-36 Quando fummo sull’orlo superiore dell’alta
de l’alta ripa, a la scoperta piaggia, parete rocciosa (ripa), in uno scoperto pendio (piag-
gia), io dissi: «Maestro mio, quale via sceglieremo?».
36 «Maestro mio», diss’io, «che via faremo?».
Ed elli a me: «Nessun tuo passo caggia; 37-39 Ed egli a me: «Nessun tuo passo devii (cag-
pur su al monte dietro a me acquista, gia); seguita sempre a salire (avanza) dietro a me
verso il monte, fino a quando ci apparirà qualche
39 in che n’appaia alcuna scorta saggia». guida (scorta) esperta del luogo (saggia)».
Lo sommo er’alto che vincea la vista, 40-45 La sommità era così in alto da superare la
e la costa superba più assai capacità visiva, e il pendio molto più ripido (assai
42 che da mezzo quadrante a centro lista. superba) di una linea (lista) che dalla metà di un qua-
drante vada al centro (una pendenza superiore ai 45°).
Io era lasso, quando cominciai: Io ero stanco (lasso), quando presi a dire: «O dolce
«O dolce padre, volgiti, e rimira padre, voltati, e guarda come resto indietro (rimango
sol), se non ti fermi (non restai)».
45 com’ io rimango sol, se non restai».
«Figliuol mio», disse, «inin quivi ti tira», 46-48 «Figliuolo mio», disse, «trascinati fin qui», in-
additandomi un balzo poco in sùe dicandomi un ripiano poco più in su, che dalla parte
dove eravamo cingeva tutto il monte (poggio).
48 che da quel lato il poggio tutto gira.
Sì mi spronaron le parole sue, 49-51 Le sue parole mi spronarono tanto, che io mi
ch’i’ mi sforzai carpando appresso lui, sforzai di trascinarmi carponi (carpando) dietro di lui,
finché il balzo (cinghio) non fu sotto i miei piedi.
51 tanto che ’l cinghio sotto i piè mi fue.
A seder ci ponemmo ivi ambedui 52-54 Lì ci sedemmo entrambi con lo sguardo rivolto
vòlti a levante ond’eravam saliti, verso oriente, da dove eravamo saliti, e rivolgersi a
guardare suole giovare agli uomini (altrui).
54 che suole a riguardar giovare altrui.
Li occhi prima drizzai ai bassi liti; 55-60 Dapprima rivolsi lo sguardo in basso verso
poscia li alzai al sole, e ammirava la spiaggia (liti); poi lo alzai verso il sole, e mi accorsi
con stupore (ammirava) che i suoi raggi ci colpivano
57 che da sinistra n’eravam feriti. da sinistra. Virgilio si accorse subito (Ben) che io stavo
Ben s’avvide il poeta ch’ïo stava tutto stupefatto (stupido) a guardare il sole (carro de la
luce), nel punto dove avanzava fra noi e il settentrione
stupido tutto al carro de la luce, (Aquilone).
60 ove tra noi e Aquilone intrava.
Ond’elli a me: «Se Castore e Poluce 61-66 Perciò egli mi disse: «Se Castore e Polluce (la
costellazione dei Gemelli) fossero in compagnia del
fossero in compagnia di quello specchio sole (specchio), che porta la sua luce alternativamente
63 che sù e giù del suo lume conduce, su e giù, tu vedresti la parte rosseggiante dello zodiaco
tu vedresti il Zodïaco rubecchio (Zodïaco rubecchio) ruotare ancora più vicino alle Or-
se, a meno che il sole non deviasse dal suo cammino
ancora a l’Orse più stretto rotare, consueto (cammin vecchio).
66 se non uscisse fuor del cammin vecchio.
Come ciò sia, se ’l vuoi poter pensare, 67-75 Se vuoi poter capire come ciò accada, pensa,
dentro raccolto, imagina Sïòn concentrandoti bene (dentro raccolto), che Gerusa-
lemme (Sïòn) e la montagna del Purgatorio stanno
69 con questo monte in su la terra stare sulla sfera terrestre in modo tale da avere lo stesso
sì, ch’amendue hanno un solo orizzòn orizzonte e due diversi emisferi; perciò la strada che
Fetonte per sua disgrazia (mal) non seppe percorrere
e diversi emisperi; onde la strada con il carro (carreggiar), vedrai come è necessario
72 che mal non seppe carreggiar Fetòn,

Ascesa al primo balzo del Purgatorio 399


(convien) che proceda, rispetto al Purgatorio da un vedrai come a costui convien che vada
lato e, rispetto a Gerusalemme, da un altro, se la tua da l’un, quando a colui da l’altro ianco,
mente pone attenzione con chiarezza (ben chiaro
bada)». 75 se lo ’ntelletto tuo ben chiaro bada».
76-84 «Di certo, maestro mio», dissi, «non ho mai «Certo, maestro mio», diss’io, «unquanco
(unquanco) compreso così chiaramente alcuna non vid’io chiaro sì com’io discerno
cosa, davanti alla quale (là dove) il mio ingegno
pareva insufficiente (manco), come ora comprendo
78 là dove mio ingegno parea manco,
che il cerchio mediano della rotazione celeste (moto che ’l mezzo cerchio del moto superno,
superno), che in astronomia (in alcun’arte) si chiama che si chiama Equatore in alcun’arte,
Equatore, e che rimane sempre tra il sole e l’inverno
(a metà tra i due tropici), per il motivo che tu dici, si 81 e che sempre riman tra ’l sole e ’l verno,
allontana (si parte) da questo monte (quinci) verso per la ragion che di’, quinci si parte
settentrione, mentre gli Ebrei lo vedevano allonta-
narsi verso il sud. verso settentrïon, quanto li Ebrei
84 vedevan lui verso la calda parte.
85-87 Ma, se ti piace, gradirei sapere quanto ab- Ma se a te piace, volontier saprei
biamo ancora da percorrere; poiché il monte (pog-
gio) sale più di quanto possano salire i miei occhi».
quanto avemo ad andar: ché ’l poggio sale
87 più che salir non posson li occhi miei».
88-90 Ed egli a me: «Questa montagna è fatta in Ed elli a me: «Questa montagna è tale,
modo tale, che si presenta sempre gravosa quando
si intraprende la salita dal basso; e quanto più si (om)
che sempre al cominciar di sotto è grave;
sale, tanto meno è faticosa (men fa male). 90 e quant’om più va sù, e men fa male.
91-96 Perciò, quando essa ti sembrerà tanto faci- Però, quand’ella ti parrà soave
le, che il salire ti sarà agevole come per una nave tanto, che sù andar ti ia leggero
andare secondando la corrente (seconda), allora
sarai giunto alla fine di questo sentiero; aspetta di 93 com’a seconda giù andar per nave,
essere lì prima di quietare (riposar) l’ansia. Più non allor sarai al in d’esto sentiero;
ti dico, ma questo so che è vero».
quivi di riposar l’afanno aspetta.
96 Più non rispondo, e questo so per vero».
97-99 E appena egli ebbe pronunciato queste E com’elli ebbe sua parola detta,
parole, una voce vicina risuonò: «Forse prima avrai
bisogno (distretta) di sederti!».
una voce di presso sonò: «Forse
99 che di sedere in pria avrai distretta!».
100-102 Al suono di questa voce tutti e due ci vol- Al suon di lei ciascun di noi si torse,
gemmo (si torse) e vedemmo a sinistra un grande e vedemmo a mancina un gran petrone,
masso del quale nessuno di noi si era accorto.
102 del qual né io né ei prima s’accorse.
103-108 Là ci trascinammo (traemmo), e vi tro- Là ci traemmo; e ivi eran persone
vammo persone che stavano all’ombra dietro alla che si stavano a l’ombra dietro al sasso
roccia, atteggiati nella posizione che si assume per
negligenza (negghienza). E uno di loro, che mi sem- 105 come l’uom per negghienza a star si pone.
brava stanco (lasso), stava seduto abbracciandosi E un di lor, che mi sembiava lasso,
le ginocchia, e teneva lo sguardo basso, fra di esse.
sedeva e abbracciava le ginocchia,
108 tenendo ’l viso giù tra esse basso.
109-111 «O mio dolce signore», io dissi, «osserva «O dolce segnor mio», diss’io, «adocchia
(adocchia) bene quell’anima che sembra più in- colui che mostra sé più negligente
dolente che se avesse per sorella (serocchia) la
stessa pigrizia». 111 che se pigrizia fosse sua serocchia».
112-120 Allora si volse verso di noi e fermò la sua Allor si volse a noi e puose mente,
attenzione (puose mente), muovendo lo sguardo movendo ’l viso pur su per la coscia,
lungo (pur su per) la coscia, e disse: «Va’ su tu
quindi, che sei valido!». Allora compresi chi era, e
114 e disse: «Or va tu sù, che se’ valente!».

400 Purgatorio Canto IV


Conobbi allor chi era, e quella angoscia quell’ansia che mi accelerava (avacciava) ancora
che m’avacciava un poco ancor la lena, il respiro (lena), non mi impedì di andare fino a lui;
e dopo che l’ebbi raggiunto, alzò appena il capo
117 non m’impedì l’andare a lui; e poscia dicendo: «Hai capito bene perché il sole splende
ch’a lui fu’ giunto, alzò la testa a pena, (il carro mena) dalla parte sinistra?».
dicendo: «Hai ben veduto come ’l sole
120 da l’omero sinistro il carro mena?».
Li atti suoi pigri e le corte parole 121-126 La pigrizia dei suoi gesti e le brevi parole
indussero un po’ le mie labbra al sorriso; poi co-
mosser le labbra mie un poco a riso; minciai: «Belacqua, ormai non mi preoccupo più
123 poi cominciai: «Belacqua, a me non dole per la tua condizione; ma dimmi: perché sei seduto
di te omai; ma dimmi: perché assiso (assiso) proprio qui (quiritto)? aspetti una scorta,
oppure hai ripreso le vecchie abitudini (lo modo
quiritto se’? attendi tu iscorta, usato)?».
126 o pur lo modo usato t’ha’ ripriso?».
Ed elli: «O frate, andar in sù che porta? 127-135 Ed egli: «O fratello, l’andar su a che serve
ché non mi lascerebbe ire a’ martìri (porta)? poiché l’angelo di Dio, che sta a guardia
della porta, non mi permetterebbe di andare (ire) a
129 l’angel di Dio che siede in su la porta. espiare la pena (a’ martìri). Prima è necessario che
Prima convien che tanto il ciel m’aggiri io resti fuori per tanti giri del cielo (il ciel m’aggiri),
quanti ne trascorsero in vita, perché io rimandai
di fuor da essa, quanto fece in vita, (’ndugiai) in punto di morte (al fine) i sospiri di pen-
132 per ch’io ’ndugiai al ine i buon sospiri, timento, a meno che (se) non mi aiuti (m’aita) (ad
se orazïone in prima non m’aita abbreviarli) la preghiera innalzata a Dio (surga sù)
da un’anima che abbia la vita (viva) della grazia; l’al-
che surga sù di cuor che in grazia viva; tra a che serve, visto che in cielo non è ascoltata?».
135 l’altra che val, che ’n ciel non è udita?».
E già il poeta innanzi mi saliva, 136-139 E già Virgilio mi precedeva e diceva: «Vieni
e dicea: «Vienne omai; vedi ch’è tocco ormai: vedi che il sole è sul meridiano (è mezzo-
giorno), mentre sulla riva dell’oceano la notte già si
meridïan dal sole, e a la riva distende fino al Marocco».
139 cuopre la notte già col piè Morrocco».

Incontro con Belacqua 401


Canto III
Canto V
Il canto di Pia de’ Tolomei
TEMPO PERSONAGGI
domenica di Pasqua 10 aprile 1300, qualche ora dopo Dante, Virgilio, Jacopo del Cassero, Buonconte
mezzogiorno da Montefeltro, Pia de’ Tolomei

LUOGO PENITENTI E PENA


ANTIPURGATORIO Spiriti negligenti
È la parte bassa della montagna del Purgatorio, che Terza schiera: i morti di morte violenta
comprende la spiaggia e la prima fascia, i primi tre balzi della Sono coloro che hanno subito l’omicidio e hanno atteso il
costa. Qui i penitenti cominciano a espiare dovendo attendere momento estremo della loro vita per pentirsi. Come i pigri del
un determinato periodo di tempo prima di poter salire alle vere primo balzo, devono attendere nell’Antipurgatorio un tempo
cornici del Purgatorio dove purgare con pene fisiche i propri pari alla loro vita prima di salire a purificarsi sulle cornici del
peccati. Purgatorio. Camminano lentamente, come in processione,
cantando in coro il Miserere.
BALZO II

BALZO II
NEGLIGENTI MORTI PER VIOLENZA PIA DE’ TOLOMEI

JACOPO
DEL CASSERO
ANTIPURGATORIO

BUONCONTE
DA MONTEFELTRO

402
Sommario ↓
vv. 1-63 Incontro con i morti di morte violenta
Dante e Virgilio riprendono il cammino e un gruppo di anime, accorgendosi che il corpo di Dante fa om-
bra, comincia meravigliato a commentare. Questo attira l’attenzione del poeta, che viene subito ripreso
con fermezza da Virgilio. Intanto sopraggiunge un’altra schiera che procede cantando in coro il salmo
Miserere. Anch’essi mostrano lo stesso stupore di fronte all’ombra che si allunga alla sinistra di Dante
e inviano due messaggeri per avere spiegazioni.
Virgilio spiega loro la condizione di Dante e li invita a parlare con quel pellegrino eccezionale il quale,
al suo ritorno nel mondo dei vivi, potrà chiedere suffragi per le loro anime. Molti si affollano allora intor-
no ai due poeti che, senza smettere di camminare, ascoltano il grido unanime degli spiriti, ansiosi di di-
chiarare la loro condizione: essi furono persone che morirono per violenza altrui, e che si pentirono dei
loro peccati solo all’ultimo momento della loro vita.

vv. 64-129 Jacopo del Cassero e Buonconte


da Montefeltro
Uno di essi comincia a narrare la propria vicenda. Si tratta del noto uomo po-
litico e d’armi Jacopo del Cassero, originario di Fano, ucciso nella palude vi-
cina a Oriago, fra Venezia e Padova, dai sicari di Azzo VIII, signore di Ferrara.
Si fa poi avanti lo spirito del nobile ghibellino Buonconte da Montefeltro, mor-
to nella battaglia di Campaldino e ora dimenticato da tutti i familiari. Dante,
ricordando la vicenda di quest’uomo valoroso, lo sollecita a spiegare la ce-
lebre vicenda della scomparsa del suo corpo, mai ritrovato sul campo di bat-
taglia. Buonconte, allora, narra del suo pentimento in punto di morte e della
disputa sorta fra l’angelo e il diavolo per il possesso della sua anima e co-
me il demone, sconfitto, abbia sfogato la sua ira provocando piogge tor-
renziali, che trascinarono il suo cadavere nell’Arno.

vv. 130-136 L’incontro con Pia de’ Tolomei


Dopo la storia di questi due spiriti, se ne fa avanti un terzo che, con to-
no dolcemente carezzevole, dichiara di essere Pia, nata a Siena e morta
in Maremma. Il brevissimo racconto della donna si chiu-
de con due versi tragici e preziosi, che alludono alla sua
malinconica vicenda matrimoniale e indicano nel mari-
to il suo assassino.

Incontro con i morti Jacopo del Cassero e L’incontro con


di morte violenta Buonconte da Montefeltro Pia de’ Tolomei

Stupore dei peccatori nel I due dannati illustri raccontano


veder che Dante è vivo e la loro morte violenta, il primo Pochi cenni a una
richiesta di portare loro sulle rive del Brenta, il secondo vicenda tragica
notizie nel mondo dei vivi nelle acque dell’Archiano

«Noi fummo tutti già per forza «Io fui di Montefeltro, io son Bonconte; «ricorditi di me, che son la
morti, e peccatori inino Giovanna o altri non ha di me cura; Pia: Siena mi fé, disfecemi
a l’ultima ora» per ch’io vo tra costor con bassa fronte» Maremma»

403
AUDIOLETTURA DEL CANTO

Canto V VIDEO: I LUOGHI DELLA NARRAZIONE

1-6 Io mi ero già allontanato (partito) da quelle


ombre, e seguivo i passi (orme) della mia guida,
I o era già da quell’ombre partito,
e seguitava l’orme del mio duca,
quando alle mie spalle, puntando (drizzando) il dito,
una gridò: «Vedi (Ve’) che non sembra che il raggio
3 quando di retro a me, drizzando ’l dito,
di sole trapassi (luca) dalla parte sinistra quello che una gridò: «Ve’ che non par che luca
sta dietro, e sembra che cammini (si conduca) come
un vivo!».
lo raggio da sinistra a quel di sotto,
6 e come vivo par che si conduca!».
7-9 Al suono di queste parole (motto) volsi indietro Li occhi rivolsi al suon di questo motto,
lo sguardo e le vidi guardare con stupore solo (pur) e vidile guardar per maraviglia
me, solo me e la luce del sole che era interrotta.
9 pur me, pur me, e ’l lume ch’era rotto.
10-12 «Perché la tua attenzione si lascia distrarre «Perché l’animo tuo tanto s’impiglia»,

1-36 Il tema consueto della fisicità di le precisazioni sugli spostamenti compiu- sforzo che Dante faceva nel salire.
Dante come motivo di stupore e come ti dai poeti, sappiamo che il sole sta alla 9. pur me, pur me: il pur ha una fun-
prova della eccezionalità del suo viaggio loro destra e quindi l’ombra si proietta a zione doppiamente intensiva e indica la
danno in queste terzine iniziali del canto sinistra. – luca: traluca. continuità dello sguardo. – rotto: cfr. III,
l’occasione a una riflessione morale: Vir- 6. e come vivo ... conduca!: la ripeti- 17 e 88.
gilio rimprovera a Dante il soffermarsi su zione di par (sembra) sottolinea l’incredi- 10. l’animo tuo: Virgilio allude a una
questioni di poca importanza, invece di bilità di ciò che l’anima sta vedendo, ma distrazione interiore che impedisce il sol-
procedere spedito sulla via che conduce è anche un artificio dantesco atto a pro- lecito procedere verso la meta.
alla purificazione e a Dio, incurante delle lungare il linguaggio pigro di Belacqua. 12. ti fa: toscanismo ancora in uso: che
voci e dei giudizi degli altri. Si tratta di un – che si conduca: probabilmente per lo t’importa di. – quivi: qui, cioè da que-
richiamo contro la distrazione degli uo-
mini che trascurano per vanità terrene il
loro destino di salvezza. Dante oggi
1. già: riprende l’ultimo verso del canto Dolente Pia di Gianna Nannini
precedente (cuopre la notte già col piè
Un’interessante rivisitazione della dram-
Morrocco), con la doppia funzione di ren- matica vicenda di cui, secondo la tradi-
dere la continuità narrativa e di ricollega- zione, è stata protagonista Pia de’ Tolo-
re la vicenda di Dante con il movimen- mei è quella che, al Festival di Sanremo
to degli astri. – quell’ombre: quella di del 2007, la cantante Gianna Nannini
Belacqua e degli altri spiriti pigri. ha saputo ofrire con una coinvolgente
4. Ve’: apocopef di «vedi». coreograia, un testo originale (Dolente Pia, dolente Pia, / Dolente Pia innocente
è prigioniera. / Col capo chino, la fronte al seno, / pensa a quei giorni del passato
4-5. non par ... a quel di sotto: dopo
ricordi in ior) e una “contaminazione” eicace tra musica rock e musica lirica.
le indicazioni astronomiche del canto IV e www.youtube.com/watch?v=RiOfTtXIdAA

404 Purgatorio Canto V


disse ’l maestro, «che l’andare allenti? (s’impiglia)», disse il maestro, «tanto da rallentare
12 che ti fa ciò che quivi si pispiglia? il passo? che t’importa (ti fa) di quello che qui si
bisbiglia (pispiglia)?
Vien dietro a me, e lascia dir le genti: 13-18 Seguimi, e lascia che la gente parli: sta
sta come torre ferma, che non crolla come una torre immobile, che non muove (crolla)
mai la cima per quanto soffino i venti; perché l’uomo
15 già mai la cima per soiar di venti; il cui pensiero nasce (rampolla) continuamente su
ché sempre l’omo in cui pensier rampolla un altro, allontana (dilunga) da sé la meta, poiché
l’impeto (foga) di uno indebolisce (insolla) l’altro».
sovra pensier, da sé dilunga il segno,
18 perché la foga l’un de l’altro insolla».
Che potea io ridir, se non «Io vegno»? 19-21 Che cosa potevo rispondere (ridir), se non
Dissilo, alquanto del color consperso «Io vengo»? Lo dissi, un po’ soffuso (consperso) del
colore che talvolta rende l’uomo degno di essere
21 che fa l’uom di perdon talvolta degno. perdonato.
E ’ntanto per la costa di traverso 22-24 E intanto lungo il balzo perpendicolare
venivan genti innanzi a noi un poco, (di traverso) a noi, un po’ più in alto, veniva gente
cantando in coro a versi alternati (a verso a verso)
24 cantando ‘Miserere’ a verso a verso. il «Miserere».
Quando s’accorser ch’i’ non dava loco 25-30 Quando si accorsero che io non davo modo
(loco) ai raggi del sole di trapassare il mio corpo,
per lo mio corpo al trapassar d’i raggi, trasformarono il loro canto in un «oh!» lungo e fioco;
27 mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco; e due di loro, in qualità di messaggeri (in forma
di messaggi), ci corsero incontro e ci chiesero:
e due di loro, in forma di messaggi, «Spiegateci (fatene saggi) il vostro stato».
corsero incontr’a noi e dimandarne:
30 «Di vostra condizion fatene saggi».
E ’l mio maestro: «Voi potete andarne 31-36 E il mio maestro: «Voi potete ritornare e ri-
e ritrarre a color che vi mandaro ferire (ritrarre) a coloro che vi hanno mandati che il
corpo di costui è di vera carne. Se si sono fermati

sta gente pigra, che parla perché non conlocuzionef sintattica del verso ricon- rere, «aver compassione»). Il re Davide
ha niente da fare. – pispiglia: bisbi- duce alla confusione che nasce dall’ac- aveva provocato la morte di Uria, mari-
glia. Evidentemente, ora le anime stanno cavallarsi di un pensiero sopra l’altro per to di Betsabea, della quale si era invaghi-
commentando tutte insieme quello stra- cui si rischia di perdere di vista il fine ulti- to. Qui il salmo è cantato da anime che
no fenomeno dell’ombra. mo. Il discorso di Virgilio, apparentemen- hanno subìto la violenza, che si trovano
13-14. Vien ... sta: la mobilità esteriore te sproporzionato all’occasione, ha signi- quindi in una situazione rovesciata rispet-
è direttamente proporzionale all’immobi- ficato di ammonimento generale e asso- to a quella di Davide.
lità interiore. Virgilio – osserva Benvenuto luto. – insolla: il verbo insollare deriva 27. mutar lor canto ... roco: le anime,
– dice a Dante di seguirlo perché lo con- dall’aggettivo sollo, dal francese souple, per la meraviglia al vedere l’ombra get-
durrà alla virtù, non alla vana gloria di «soffice», «molle». tata dal corpo di Dante, smettono di
questi penitenti ancora imperfetti. 21. talvolta: osserva Pietro di Dante cantare ed emettono un «oh» prolun-
14-15. come torre ferma ... venti: «torre che questo rossore causato dalla vergo- gato, con «una voce roca, cioè, fioca
non dimena la cima per li fiati de’ venti, gna «talvolta ci scusa, come dice l’auto- e spaventata» (Anonimo). Vediamo qui
così l’omo, che è in apparizione di mon- re, ma non sempre; per questo Aristotele ripetersi quella costante purgatoriale
tare a stato di penitenzia, de’ stare fermo nel quarto dell’Etica dice che la verecon- della coralità, che, nel canto degli sco-
nel suo proposito, e non de’ dimenar lo dia non è laudabile nelle persone attem- municati, era un fisico stare insieme
capo; cioè non de’ mutare sua buona pate né nelle studiose, appartenendo ad come pecorelle, mentre qui è coralità di
sentenzia per lo dire altrui» (Buti). esse il sapersi guardare da quelle cose voci e di preghiera.
16. rampolla: «rampolli» sono i «picco- che fanno arrossire». 30. fatene saggi: in modo da sapere
li rametti che nascono da le radici degli 22. di traverso: in posizione trasversa- chi siete (saggio dal latino sapere). È il
arbori» (Vellutello); «rampollare» si dice le rispetto alla via in salita dei due poeti. costrutto latino certiores facere, «render-
anche delle acque sorgive. 24. cantando ‘Miserere’: si tratta del si edotti».
18. perché ... insolla: la foga del secon- Salmo penitenziale L, cantato da David 32. ritrarre: riportare, riferire e, più lette-
do pensiero indebolisce il primo. La cir- per chiedere perdono a Dio (lat. mise- ralmente, rappresentare con parole.

Incontro con i morti di morte violenta 405


(restaro) per lo stupore nel vedere la sua ombra, 33 che ’l corpo di costui è vera carne.
come credo di capire, questa risposta è sufficiente:
lo accolgano con cortesia, che per loro potrebbe Se per veder la sua ombra restaro,
essere vantaggioso (caro)». com’io avviso, assai è lor risposto:
36 fàccianli onore, ed esser può lor caro».
37-42 Non vidi mai stelle cadenti (Vapori accesi) Vapori accesi non vid’io sì tosto
al principio della notte fendere così velocemente di prima notte mai fender sereno,
(tosto) il cielo sereno, né lampi (Vapori accesi)
attraversare nubi estive, al calare del sole, che 39 né, sol calando, nuvole d’agosto,
coloro non tornassero su (suso) in minor tempo;
e giunti lassù, tornarono (dier volta) tutti insieme
che color non tornasser suso in meno;
nella nostra direzione, come una schiera che corre e, giunti là, con li altri a noi dier volta,
sfrenatamente. 42 come schiera che scorre sanza freno.
43-45 «Queste anime che si accalcano (preme) «Questa gente che preme a noi è molta,
intorno a noi sono molte, e vengono a chiederti e vegnonti a pregar», disse ’l poeta:
favori», disse il poeta, «perciò (però) avanza, e
ascoltale mentre cammini (in andando)». 45 «però pur va, e in andando ascolta».
46-48 «O anima che procedi per raggiungere la «O anima che vai per esser lieta
beatitudine con lo stesso corpo con cui nascesti»,
venivano gridando, «rallenta (queta) un poco il passo.
con quelle membra con le quai nascesti»,
48 venian gridando, «un poco il passo queta.

35. assai: dal francese assez, «abba- sione di vapori. 46-47. O anima … nascesti: Dante
stanza». 39. sol calando: al tramontar del sole. descrive l’orazione di coloro che si sono
36. fàccianli onore: «perché invero meri- 40. che color ... in meno: è la secon- avvicinati e che fanno le loro richieste. «E
ta laude immortali l’uomo che arriva a da parte della similitudinef, condotta dicono bene o anima, perché Dante anda-
questo grado» (Landino). – ed esser può secondo le regole della brevitas, e si rife- va per la regione dei morti con l’animo, mal-
lor caro: «egli ha a tornare al mondo, e risce al sì tosto del v. 37. – suso: in su grado vivesse ancora con la sua carne»
puote rinfrescare la loro fama, et ancora verso la loro schiera, posta un po’ più in (Benvenuto). – che vai per esser lieta: per
pregare Iddio per loro» (Anonimo). alto rispetto ai due poeti. raggiungere la beatitudine. – con quelle ...
37. Vapori accesi: la «nobile com- 42. come ... freno: in netta antitesif nascesti: il tema del corpo, affiorato all’ini-
paratione» (Benvenuto) di Dante ha con l’atteggiamento dei pigri, queste zio del canto attraverso la consueta consta-
come soggetto del verbo «fendere» que- anime prima gridano, poi mandano mes- tazione dell’ombra proiettata da Dante, è
sti «vapori accesi» che, per la scien- saggeri, adesso corrono senza freno. ribadito da questa perifrasif. Qui il corpo
za medievale, sono sia le stelle caden- 45. in andando: il gerundio preceduto del pellegrino viene definito analiticamen-
ti, sia i lampi che balenano nelle nuvo- dalla preposizione in era diffuso nell’ita- te con le membra, che evocano il momen-
le estive perché derivano tutti da accen- liano antico. to della nascita, rilevando così la differen-

Personaggi
Jacopo del Cassero Buonconte da
Nato intorno al 1260 da nobile famiglia di Fano, fu uomo Montefeltro
politico e d’armi. Nel 1288 partecipò come alleato di Fi- Figlio del conte Gui-
renze alla battaglia di Campaldino. Nel 1296 ricopriva do da Montefeltro (cfr.
la carica di capo delle milizie di Bologna, quando incor- If. XXVII, 61-129), nacque
se nelle ire di Azzo VIII marchese d’Este per essersi op- intor no agli anni 1250-
posto alle sue mire espansionistiche. Nel 1298, dovendo 1255. Ghibellino come il
raggiungere Milano, per evitare di passare sul territorio del marchese, rag- padre, nel giugno 1287 partecipò attivamente agli
giunse Venezia via mare e di lì procedette verso Milano, passando da Padova. scontri politici in Arezzo e aiutò la sua fazione a
Per ulteriore prudenza scelse la via della laguna, che però ne ritardò la marcia, cacciare i gueli dalla città, dando così inizio alla
e presso Oriago, sulle rive del Brenta, fu raggiunto dai sicari di Azzo e ucciso, guerra contro Firenze. Nel 1288 era al ianco de-
forse con un colpo di roncone all’inguine che ne provocò il dissanguamento. gli Aretini quando sconissero i Senesi alla Pieve

406 Purgatorio Canto V


Guarda s’alcun di noi unqua vedesti, 49-51 Osserva se mai (unqua) vedesti qualcuno di
noi, in modo che tu possa riportarne notizie (novella)
sì che di lui di là novella porti: nel mondo: deh, perché continui a camminare? deh,
51 deh, perché vai? deh, perché non t’arresti? perché non ti fermi?
Noi fummo tutti già per forza morti, 52-57 Noi morimmo tutti violentemente (per for-
e peccatori inino a l’ultima ora; za), e fummo peccatori fino all’ultima ora; in quel
momento la grazia (lume) celeste ci rese consa-
54 quivi lume del ciel ne fece accorti, pevoli (ne fece accorti), tanto che, col pentimento
sì che, pentendo e perdonando, fora e col perdono, uscimmo dalla vita riconciliati con
Dio, il quale ci strugge (n’accora) col desiderio di
di vita uscimmo a Dio paciicati, vederlo».
57 che del disio di sé veder n’accora».
E io: «Perché ne’ vostri visi guati, 58-63 E io: «Per quanto (Perché) io guardi attenta-
non riconosco alcun; ma s’a voi piace mente (guati) nei vostri visi, non riconosco alcuno,
ma se desiderate qualcosa che io possa fare, spiriti
60 cosa ch’io possa, spiriti ben nati, ben destinati (nati), dite pure, e io l’esaudirò in nome
di quella pace che mi spinge a cercarla di mondo
voi dite, e io farò per quella pace in mondo, seguendo i passi (dietro a’ piedi) di una
che, dietro a’ piedi di sì fatta guida, così autorevole guida».
63 di mondo in mondo cercar mi si face».
E uno incominciò: «Ciascun si ida 64-66 E uno cominciò: «Ognuno di noi si fida delle

za con le anime del canto V, per le quali la all’interno dei negligenti che tardarono a della pace celeste, quella stessa a cui ten-
nozione del corpo è legata al ricordo della pentirsi. – già: l’avverbio serve a rinfor- dono le anime.
morte e alla separazione violenta da esso. zare l’assolutezza del tempo passato del 64. E uno incominciò: questo verso
49. unqua: dal latino unquam, che signi- verbo «fummo». segna il mutamento del registro narrati-
fica «mai». 55. pentendo: anche in If. XXVII, 119 Dante vo. Fino a questo punto il soggetto nar-
51. deh ... deh: l’umile invocazione segna- usa «pentere» per «pentirsi». – perdonan- rante era Dante e l’oggetto era la real-
la l’intonazione elegiaca di questo canto, do: riflette l’insegnamento evangelico del tà purgatoriale. Ora l’autore è ridotto a
espressione di uno stato di miseria e di Padre nostro (cfr. Mt. 6, 12 e 6, 14-15). una funzione minima, mentre il sogget-
dolore. Il deh e l’esclamazione Oh sono 57. che del disio ... n’accora: la vera to è costituito dalle anime stesse che
note convenzionali collocate con sapiente pena di queste anime è l’attesa, il tempo narrano di un evento terreno. L’anima
calcolo a punteggiare lo sviluppo del canto che li separa dalla visione di Dio. che parla prima degli altri (v. 67) non
(cfr. vv. 85, 130 e vv. 27, 94 e nota al v. 24). 60. spiriti ben nati: perché destinati alla è nominata, ma dai particolari della
52. Noi fummo ... morti: la separazio- salvezza. Cfr., per contrasto, gli spiriti «mal sua storia può essere identificata con
ne violenta dal corpo accomuna tutte le nati» dell’Inferno (V, 7). Jacopo Uguccione del Cassero (vedi
anime del nuovo gruppo e le distingue 61. per quella pace: giuramento in nome Personaggi in queste pagine).

del Toppo (cfr. If. XIII, 121). Nel 1289 ebbe


il comando dell’esercito di Arezzo nella
Pia de’ Tolomei
guerra contro i gueli iorentini. L’11 giu- Quasi nulla si sa su questo personaggio. Secondo gli an-
gno dello stesso anno essi furono sconit- tichi commentatori, andò sposa a Nello de’ Pannocchie-
ti nella battaglia di Campaldino (alla qua- schi, podestà di Volterra e di Lucca. I motivi per cui Nel-
le presero parte anche Dante e Jacopo del lo la fece uccidere non sono chiari. Quasi tutti i commenti
Cassero, qui suo compagno di pena), dove trecenteschi attribuiscono questo gesto alla gelosia. L’A-
Buonconte da Montefeltro morì combat- nonimo sostiene che il marito intendesse passare a nuo-
tendo valorosamente. Il suo corpo non sa- ve nozze con Margherita degli Aldobrandeschi. L’attuazione del piano criminoso
rà mai ritrovato e questo dovette in dall’i- fu, secondo alcuni, segreta; secondo altri, ella fu gettata dalla inestra del suo ca-
nizio dar adito a voci leggendarie sulla stello in Maremma. È da escludere che si tratti di un’«invenzione» dantesca, come
sua fine, che sollecitarono l’invenzione qualcuno ha supposto. Dante attinge alla storia, o alla cronaca, o anche al mito e al-
dantesca nel racconto ai vv. 91-129. la leggenda, ma sempre con riferimento a una fonte.

Incontro con i morti di morte violenta 407


tue promesse (beneficio tuo) senza che tu lo giuri, del beneicio tuo sanza giurarlo,
a meno che la tua intenzione non sia recisa dall’im-
possibilità (nonpossa).
66 pur che ’l voler nonpossa non ricida.
67-72 Per cui io che parlo da solo prima degli altri, Ond’io, che solo innanzi a li altri parlo,
ti prego, se mai vedrai quel paese situato fra la ti priego, se mai vedi quel paese
Romagna e il regno di Carlo d’Angiò, che tu sia 69 che siede tra Romagna e quel di Carlo,
generoso (cortese) nel chiedere suffragi per la mia
anima (prieghi) a Fano, in modo che i buoni (ben) che tu mi sie di tuoi prieghi cortese
preghino (s’adori) per me, affinché io possa purgare in Fano, sì che ben per me s’adori
le gravi colpe.
72 pur ch’i’ possa purgar le gravi ofese.
73-78 Io fui di là (Quindi: cioè di Fano), ma le Quindi fu’ io; ma li profondi fóri
profonde ferite (fòri) dalle quali sgorgò il sangue in ond’uscì ’l sangue in sul quale io sedea,
cui aveva sede la mia anima (io sedea), mi furono
fatte nel territorio (in grembo) di Antenore, là dove 75 fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,
io credevo di essere più sicuro: me le provocò (il fé là dov’io più sicuro esser credea:
far) quello d’Este, che mi odiava molto più in là dei
limiti del giusto (dritto). quel da Esti il fé far, che m’avea in ira
78 assai più là che dritto non volea.
79-81 Ma se fossi fuggito verso Mira, quando mi Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira,
raggiunsero (fu’ sovragiunto) a Oriago, sarei ancora quando fu’ sovragiunto ad Orïaco,
là dove si respira.
81 ancor sarei di là dove si spira.
82-84 Corsi verso la palude, e le canne e il fango Corsi al palude, e le cannucce e ’l braco

65. sanza giurarlo: Benvenuto com- lenta, assassinati privatamente o in bat- nome. L’indicazione dei Padovani con il
menta che una semplice parola proferi- taglia, su cui si accanisce in varia forma nome di «Antenori» cela un’allusione al
ta da un uomo sapiente deve avere più la corruzione del corpo. tradimento di questi e alla loro complici-
autorità del «sacramento» di un uomo tà con Azzo VIII nell’uccisione di Jacopo.
del volgo. 73. Quindi fu’ io ... fóri: la prima perso- 76. là ... credea: perché il territorio di
69. tra Romagna e quel di Carlo: la na lega il soggetto umano con il riferimen- Padova era fuori dal dominio dell’Esten-
Marca Anconitana, situata fra la Roma- to al corpo perduto e diventerà nei versi se e perché, come commenta Benve-
gna e il regno di Napoli, su cui nel 1300 successivi una vera e propria storia del nuto, la strada fra Venezia e Padova era
regnava Carlo II d’Angiò. La regione cor- corpo. Il tema, presente in tutta la secon- considerata abbastanza sicura.
risponde alle attuali Marche. da cantica, caratterizza il pellegrinaggio di 77. quel da Esti: si tratta di Azzo VIII,
70-71. che tu mi sie ... in Fano: che tu queste anime verso una perfezione futu- marchese d’Este dal 1293. – ira: rileva il
sia così generoso da chiedere a coloro ra, per la quale il ricongiungimento con il Pagliaro (1967, p. 390) che l’ira nell’ac-
che vivono in Fano (la città di Jacopo) e corpo è esigenza essenziale. Nel canto V il cezione più vasta non comporta in sé
che ancora mi amano, di pregare per me. tema trova un ampio sviluppo e si specifi- peccato, che vi si aggiunge «quando alla
Fano è città della Marca Anconitana, fra ca nella situazione particolare della sepa- passione viene dato corso in un modo,
Pesaro e Ancona, che, ai tempi di Dante, razione violenta dal proprio corpo, comu- che in sé o nei suoi effetti, venga meno
era governata da Malatesta da Rimini. ne a tutte le anime di questo canto e che all’ubbidienza a Dio e ai doveri verso il
71. che … s’adori: si preghi per me da rimanda alla situazione dei suicidi in If. XIII. prossimo».
coloro che sono in grazia di Dio. 74. ’l sangue ... sedea: «e perché ’l 78. assai più ... volea: i commentatori
72. pur ch’i’ possa ... offese: le colpe sangue si dice la sedia dell’anima, però antichi riferiscono che l’inimicizia fra i due
potranno essere purgate solo dopo aver dice ‘io sedea’» (Buti). La fonte è l’Antico aveva radici, oltre che politiche, persona-
varcato la porta del Purgatorio, e i buon Testamento: «poiché la vita di ogni corpo li. Sia il Lana sia il Landino scrivono che
prieghi potranno accelerarne l’ammis- vivente sta nel sangue», Lv. 17, 14. Jacopo «usava villanìe volgari contra di lui:
sione. 75. in grembo a li Antenori: nel ter- ch’elli giacque con sua matrigna, e ch’el-
ritorio di Padova. Secondo la leggen- li era disceso d’una lavandara di panni, e
73-84 L’episodio di Jacopo del Casse- da, il fondatore di Padova fu il troiano ch’elli era cattivo e codardo; e mai la sua
ro è descritto con le tinte fosche del san- Antenore, tristemente noto nel Medioevo lingua non saziavasi di villaneggiare di lui.
gue e della violenza fisica. Così si an- per aver tradito la sua patria in favore dei Per li quali fatti e detti l’odio crebbe sì al
nuncia l’incontro con le figure di questa Greci. Per questo la parte di Cocito in cui marchese, ch’elli li trattò la morte in que-
schiera, personaggi morti di morte vio- sono dannati questi peccatori porta il suo sto modo» (Lana).

408 Purgatorio Canto V


m’impigliar sì ch’i’ caddi; e lì vid’io (braco) mi impigliarono tanto che caddi; e lì vidi il
mio sangue fare in terra un lago».
84 de le mie vene farsi in terra laco».
Poi disse un altro: «Deh, se quel disio 85-90 Poi disse un altro: «Deh, che possa realiz-
si compia che ti tragge a l’alto monte, zarsi quel desiderio che ti conduce (tragge) verso
l’alto monte, e tu aiuta il mio con la pietosa pre-
87 con buona pïetate aiuta il mio! ghiera (buona pïetate)! Io fui da Montefeltro, io son
Io fui di Montefeltro, io son Bonconte; Buonconte: Giovanna o altri non si curano della mia
salvezza; perciò io cammino (vo) fra queste anime
Giovanna o altri non ha di me cura; a capo chino».
90 per ch’io vo tra costor con bassa fronte».
E io a lui: «Qual forza o qual ventura 91-96 E io a lui: «Quale violenza o quale caso (ven-
ti travïò sì fuor di Campaldino, tura) ti trascinò (traviò) così lontano (fuor) da Cam-
paldino, che non si seppe mai dove eri stato sepolto
93 che non si seppe mai tua sepultura?». (tua sepoltura)?». «Oh!» rispose egli, «nella parte sud
«Oh!», rispuos’elli, «a piè del Casentino (a piè) del Casentino scorre perpendicolare (all’Arno)
un fiume che si chiama Archiano, che nasce sugli
traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano, Appennini sopra l’Eremo.
96 che sovra l’Ermo nasce in Apennino.
Là ’ve ’l vocabol suo diventa vano, 97-99 Là dove il suo nome cambia (diventa vano),
arriva’ io forato ne la gola, io arrivai con una ferita (forato) nella gola, fuggendo
a piedi e insanguinando la pianura.
99 fuggendo a piede e sanguinando il piano.
Quivi perdei la vista e la parola; 100-102 Qui perdetti i sensi della vista e della paro-

79-80. inver’ la Mira ... ad Orïaco: l’al- to secondo le regole analitiche e si diffe- aveva avuto molta notorietà al tempo, e
ta frequenza di nomi propri di luogo e renzia quindi da quello di Jacopo, con- aveva suscitato molto scalpore lascian-
di persone vuole probabilmente testi- dotto secondo le regole della brevitas. do spazio a numerose ipotesi, tra la con-
moniare la concreta esistenza perso- – Deh: l’espressione rientra nel registro giura politica e la leggenda popolare.
nale del soggetto narrante, come pure elegiaco, atto a sottolineare uno stato di Certamente Dante non rievoca la vicen-
nei successivi episodi di Buonconte e di miseria e di dolore. – se quel disio: il da del corpo di Buonconte per curiosi-
Pia. – Mira: borgo fra Padova e Venezia. se ottativo, che apre la formula di augu- tà storica, ma per ricondurre il discor-
– Orïaco: Oriago, paese sulla strada fra rio, si riferisce al desiderio di pace di cui so sul tema dominante delle vicende del
Venezia e Padova prima di Mira. ai vv. 61-63. corpo. In questo episodio il riferimento è
81. ancor ... spira: ancora in vita nel 86. che ti tragge a l’alto monte: si trat- sicuramente più evidente che in quello
mondo, dove la parte visibile dell’uomo ta del desiderio maggiore di Dante. di Jacopo del Cassero. – forza: sia nel
è il corpo con le sue funzioni vitali, quale 88. Io ... io: ancora in rilievo il pronome senso di «violenza» generica (e quindi
il respiro. Jacopo rimpiange l’errore di personale io. anche naturale), sia in quello di «volon-
valutazione del suo piano con una men- 89. Giovanna: la moglie di Buoncon- tà» umana vera e propria.
talità propria dell’uomo d’armi. te. – o altri: si tratta degli altri parenti 94. Casentino: territorio toscano fra l’al-
82-83. e le cannucce ... caddi: Jacopo ancora in vita, probabilmente un fratel- ta Val d’Arno e le pendici degli Appennini.
descrive come le canne palustri e la lo e una sorella. – non ha di me cura: 95. Archiano: affluente dell’Arno, attra-
melma gli impedirono la fuga attraverso non si ricordano, non pregano per me. versa la valle del Casentino e si immette
la palude, quasi a ribadire che il corpo Le anime nel Purgatorio esprimono con- nell’Arno vicino a Bibbiena, con un corso
è il vero protagonista del racconto ed è tinua consapevolezza dei limiti umani. I breve ma torrentizio.
indissolubile dall’io narrante. parenti non ricordano più i loro defun- 96. Ermo: si tratta del celebre mona-
83. e lì vid’io: è l’orrore di chi osserva, ti, ma questo è constatato senza ombra stero benedettino di Camaldoli, costrui-
impotente, i segni della propria morte. di rimpianto. to su un monte, fondato nell’XI secolo
85. Poi disse un altro: il secondo per- 91-93. E io a lui ... sepultura?: da Romualdo.
sonaggio viene introdotto dal narratore subentra qui un elemento cronachistico. 97. Là ’ve ... vano: alla confluenza con
con una didascalia anticipata, come al Dopo la battaglia di Campaldino (11 giu- l’Arno, l’Archiano perde il suo nome.
v. 64. Si tratta di Buonconte da gno 1289), il corpo di Buonconte non fu 99. fuggendo ... il piano: il verso rende
Montefeltro, uomo politico e condottie- mai ritrovato, e per Dante l’episodio era l’idea della lunghezza di questa agonia.
ro militare (vedi Personaggi a p. 406). ben noto, visto che prese parte alla bat- 100. Quivi: alla confluenza dell’Archia-
Lo schema di questo episodio è costrui- taglia nella fazione avversa. La vicenda no con l’Arno.

Jacopo del Cassero e Buonconte da Montefeltro 409


la; le ultime parole (fini’) furono un’invocazione alla nel nome di Maria ini’, e quivi
Madonna (nel nome di Maria), e qui caddi morto e
rimase solo la mia carne.
102 caddi, e rimase la mia carne sola.
103-108 Io dirò la verità e tu riferiscila (ridì) nel mon- Io dirò vero, e tu ’l ridì tra ’ vivi:
do dei vivi: l’angelo di Dio prese la mia anima, mentre l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno
quello dell’Inferno gridava: ‘O tu del cielo, perché mi
togli questo diritto? Tu porti via l’anima (l’etterno) di 105 gridava: ‘O tu del ciel, perché mi privi?
costui, per una lacrimuccia di pentimento che me la Tu te ne porti di costui l’etterno
sottrae (toglie); ma io farò del suo corpo (de l’altro)
un diverso trattamento!’. per una lagrimetta che ’l mi toglie;
108 ma io farò de l’altro altro governo!’.
109-111 Sai bene come si addensa (si raccoglie) Ben sai come ne l’aere si raccoglie
nell’aria il vapore umido che torna giù in pioggia (in quell’umido vapor che in acqua riede,
acqua riede), appena (tosto che) raggiunge la zona
dell’aria (sale) dove è colto dalle zone fredde. 111 tosto che sale dove ’l freddo il coglie.
112-114 Quel diavolo (mal voler), che con il suo Giunse quel mal voler che pur mal chiede
intelletto vuole (chiede) solo il male, sopraggiunse con lo ’ntelletto, e mosse il fummo e ’l vento
e agitò (mosse) il vento e le nubi per via del potere
(virtù) che gli deriva dalla sua natura. 114 per la virtù che sua natura diede.
115-123 Poi coprì di nebbia la pianura, appena Indi la valle, come ’l dì fu spento,
finì (fu spento) il giorno, da Pratomagno alla catena da Pratomagno al gran giogo coperse
principale degli Appennini (gran giogo); e di sopra
fece addensare (intento) nubi nel cielo, tanto che 117 di nebbia; e ’l ciel di sopra fece intento,
l’aria satura (pregno) si convertì in acqua; cadde sì che ’l pregno aere in acqua si converse;

101. nel nome di Maria fini’: l’invo- 108. de l’altro: del corpo. tà) con il suo intelletto». (Il demonio uni-
cazione a Maria nell’agonia è probabi- 109-110. Ben sai ... riede: il vapore sce tutte le sue forze per muovere il fumo
le riferimento alla Chanson de Roland acqueo si raccoglie nell’aria e poi si tra- e il vento). Alcuni preferiscono altri sensi,
(lassa CLXX, vv. 2297 e 2303), quando sforma nuovamente in acqua incontran- come ad esempio: «Quel mal volere
Rolando «la veüe ad perdue» (ha perdu- do correnti di aria fredda; cfr. Aristotele, (cattiva volontà) che chiede solamente
to la vista) e grida «seinte Marie, aiue!» Meteorologia I, 9 e II, 4. male con l’intelletto (con le proprie capa-
(santa Maria, aiutami!). 111. tosto che sale ... coglie: si tratta cità naturali) giunse e mosse il fumo e
102. la mia carne sola: è il baricentro della seconda regione dell’aria, che è fred- il vento». Questa interpretazione man-
di tutto il discorso che segue, dove la da. Nel Convivio Dante dice che «il freddo tiene la perifrasif «mal voler», in quan-
disputa dell’angelo con il diavolo, la tem- è generativo de l’acqua» (IV, 18, 4). L’aria to dantesca. – mal voler: «Gli angeli
pesta, il temporale ecc., convergeran- si supponeva divisa in tre parti: la più alta, furon creati con libero arbitrio, e poten-
no in funzione di quel corpo solo, ormai che per essere vicina al sole ne era riscal- do per quello volgere la volontà in qual
privo dell’anima. data; la più bassa, riscaldata dal riverbero parte più piacessi. Gli angeli poi neri ele-
104. l’angel ... d’inferno: la disputa dei raggi che percuotono la terra; quella di vati a superbia la volsono al male, come
fra l’angelo e il demone è un toposf mezzo, che per essere lontana dall’uno e gli ubidienti a Dio la volsono al bene; il
della letteratura cristiana, per cui Dante dall’altra, rimane freddissima. perché dannati, resta loro la mala volon-
poteva rifarsi a una ricca tradizione. Il 112-113. quel mal voler ... con lo tà immutabile» (Landino).
tema era già stato trattato nel canto ’ntelletto: Singleton commenta: «‘Quel’ 114. per la virtù ... diede: è una cita-
XXVII dell’Inferno parlando di Guido da (il diavolo), qui pronome dimostrativo, zione di s. Tommaso d’Aquino (Summa
Montefeltro, padre di Buonconte, conte- è il soggetto di ‘giunse’, e ‘mal voler’ theol. I, q. 122, a. 2, resp.). Cfr. anche
so da s. Francesco e dal demonio. è il complemento oggetto. Gli angeli, la Lettera agli Efesini (2, 2): «principe
107. per una lagrimetta: secondo il siano essi buoni o cattivi, hanno le facol- delle potestà dell’aria». Nel Medioevo
demonio, la conversione in fin di vita di tà del volere e dell’intelletto». Il senso era credenza comune che angeli e dia-
Buonconte è poca cosa, come sottoli- della frase sarebbe quindi: «Quel demo- voli avessero poteri speciali sugli ele-
nea il diminutivo. nio congiunse mal volere (cattiva volon- menti naturali.

410 Purgatorio Canto V


la pioggia cadde, e a’ fossati venne la pioggia, e quella che la terra non poté assorbire
(non sofferse) confluì nei fossi; e appena si raccolse
120 di lei ciò che la terra non soferse; (si convenne) nei torrenti (rivi grandi), si riversò (si
e come ai rivi grandi si convenne, ruinò) in direzione dell’Arno (ver lo fiume real) così
velocemente, che niente la fermò (la ritenne).
ver’ lo iume real tanto veloce
123 si ruinò, che nulla la ritenne.
Lo corpo mio gelato in su la foce 124-129 L’Archiano impetuoso (rubesto) raggiunse
trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse il mio corpo gelato sulla foce; e lo trascinò nell’Arno,
sciogliendo dal mio petto la croce che avevo fatto
126 ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce con le braccia quando fui vinto dal dolore; mi rivoltò
ch’i’ fe’ di me quando ’l dolor mi vinse; (voltòmmi) lungo le rive e sul fondo, poi con i suoi
detriti mi coperse e avvolse (cinse)».
voltòmmi per le ripe e per lo fondo,
129 poi di sua preda mi coperse e cinse».
«Deh, quando tu sarai tornato al mondo 130-136 «Deh, quando tu sarai ritornato nel mondo
e riposato dal lungo viaggio (de la lunga via)», seguì
e riposato de la lunga via», il terzo spirito al secondo, «ricordati di me, che sono
132 seguitò ’l terzo spirito al secondo, la Pia; nacqui (mi fé) a Siena, morii (disfecemi) in
«ricorditi di me, che son la Pia; Maremma: lo sa (salsi) colui che prima, sposando-
mi, mi aveva inanellata con la sua gemma nuziale».
Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui che ’nnanellata pria
136 disposando m’avea con la sua gemma».

116. Pratomagno: secondo Benvenu- 129. di sua preda ... cinse: «di sassi, storia del corpo, fatto a Siena e disfat-
to e Buti, è la montagna che separa il rena o ghiara, che scorrendo per la to in Maremma.
Casentino dalla Val d’Arno superiore. Altri terra et inondando quella, come i solda-
intendono il borgo di Pratovecchio, nell’al- ti la preda, se ne portan con loro i fiumi» 130. Deh: continua l’intonazione elegia-
to Casentino. – gran giogo: la catena (Daniello). ca del canto, contraddetta poi dall’im-
principale degli Appennini, che forma la pennata stilistica degli ultimi due versi.
barriera nord-orientale della valle. 130-136 Questi sono i pochi ma ce- 133. la Pia: l’articolo davanti al nome
117. e ’l ciel ... intento: l’immagi- leberrimi versi che tratteggiano la figu- proprio aggiunge un tocco di familiarità.
ne del cielo che si copre di nubi rien- ra di Pia de’ Tolomei (vedi Personaggi 134. disfecemi: il verbo fa pensare a
tra nel toposf della morte cristiana. a p. 407). Essi sono disposti con stra- una morte lunga: quella di un corpo che
Un’immagine analoga è anche nella tegia e calcolo simmetrici: tre sono de- si disfa dalla consunzione. Dalle notizie
Chanson de Roland. dicati alla richiesta di preghiere e tre al probabili sulla morte di Pia, invece, si sa
122. lo fiume real: l’Arno. «Chiamano racconto della sua vita. I primi versi so- che morì precipitando dalla finestra del
li Poeti fiumi reali quelli che fanno capo no pronunciati con uno stile piano, co- palazzo del marito.
in mare, come fa l’Arno; l’altri no» (Buti). me se la richiesta necessitasse di un to- 135-136. salsi colui ... con la sua
125. rubesto: impetuoso, ma anche no umile. Il terzo verso è un intervento gemma: la costruzione difficile di questi
selvaggio, violento. diretto del narratore, che ha la funzio- versi ha fatto molto discutere i commen-
126. sciolse al mio petto la croce: il ne di sospensione e di attesa, oltre a tatori. La difficoltà, spiega il Barbi, stava
demonio vuole cancellare questo segno quella di separare il già breve interven- nel non considerare i due atti matrimo-
«in memoria della passione di Cristo» to di Pia. Negli ultimi tre versi, Pia dà gli niali simultanei ai quali Pia allude: quel-
(Benvenuto) che testimonia l’avvenuta estremi della propria biografia. Più che lo dello sposare o dichiarare la volontà
conversione e il sincero pentimento. negli incontri precedenti è evidente l’i- di sposare; e quello di dar l’anello nuzia-
127. dolor: per le ferite, ma soprattutto dentificazione totale della persona con le. Alcune edizioni, accettando la lezione
per la contrizione e la memoria dei pec- il corpo. Siena mi fé, disfecemi Marem- disposata, interpretavano che Pia fosse
cati commessi. ma è la vita proiettata totalmente nella stata prima sposata a un altro uomo.

L’incontro con Pia de’ Tolomei 411


Leggiamo il canto PAGINE DIGITALI
LETTURA CRITICA Ɣ PAROLA CHIAVE DEL CANTO Ɣ CONSIGLI DI LETTURA

L ’episodio di Buonconte è l’unico fra i tre a secondare un’esplicita intenzione edificante e morale,
mentre gli altri due coloriscono – in una storia tutta personale – il comune dato della morte violenta,
senza il ricordo o il problema del pentimento…
Claudio Varese

LA NARRAZIONE te: intorno alla misteriosa scomparsa del suo corpo dopo
la battaglia di Campaldino erano sorte diverse dicerie, e
Ɣ IL CANTO DI PIA DE’ TOLOMEI Dante fornisce qui la propria versione.
Appunto il ricordo della battaglia di Campaldino unisce
Ancora sulla seconda balza dell’Antipurgatorio, Dan- il tema storico a quello biograico, poiché Dante vi parte-
te e Virgilio incontrano una nuova schiera di spiriti: cipò tra i «feditori» iorentini schierati contro gli Aretini
sono i morti di morte violenta che hanno atteso l’ultimo guidati da Buonconte; da qui la particolare partecipazio-
momento di vita per pentirsi dei loro peccati (i già per for- ne nella descrizione dell’avvenimento.
za morti, / e peccatori inino a l’ultima ora, vv. 52-53). Alcu-
ni narrano la loro vicenda esemplare, e questi racconti
costituiscono il nucleo poetico del brano; si tratta di tre
Ɣ PIA DE’ TOLOMEI
contemporanei di Dante: i due uomini politici Jacopo del La igura di Pia si risolve tutta nei sette versi inali del
Cassero e Buonconte da Montefeltro, e la giovane nobil- canto, suicienti però a farne un personaggio tra i più
donna Pia de’ Tolomei. Da lei prende convenzionalmente noti della Commedia. La sua vicenda è delineata con deli-
nome il canto, per la delicatezza poetica con cui si accen- cate allusioni, e ispira a commossa pietà.
na alla sua tragica vicenda. La gentilezza di quest’anima, che prende rilievo anche
Filo conduttore è però la igura di Dante e la sua condizio- nel contrasto con i due cruenti personaggi precedenti,
ne eccezionale: la prima parte del canto (vv. 1-45) ruota, con è esemplare della sensibilità dantesca nella costruzio-
rinnovato pathos, intorno allo stupore dei penitenti per la ne delle igure femminili. Pia richiama le igure di Fran-
sua isicità terrena; nella seconda parte il poeta diventa per cesca e di Piccarda Donati, rispettivamente nel canto v
le anime il tramite di intercessione e di afetti terreni. dell’Inferno e nel canto iii del Paradiso: all’inizio delle tre
cantiche, il poeta raigura tre donne che in modi diver-
si rievocano un mondo di passioni contrastanti, inserite
I TEMI drammaticamente nelle vicende e nei costumi dell’epoca.

Ɣ DANTE, I PENITENTI E IL MONDO TERRENO LE FORME


Motivo centrale del canto è la condizione di Dante che
ancora in vita visita l’aldilà: lo sottolineano l’insistente
stupore delle anime, i severi richiami di Virgilio, l’uso di
Ɣ I TRE RACCONTI
frequenti esclamative e interrogative retoriche. Da questa Nel riferire i racconti di Iacopo, Buonconte e Pia, Dante
situazione prendono avvio importanti aspetti narrativi e usa tre stili molto diversi. Nel primo caso segue le rego-
ideologici: le della sintesi: dopo le prime tre terzine di cortesia e di
 ƔVLIRFDOL]]DLOtema del «corpo», determinante in que- richiesta di preghiere, Iacopo risolve la storia del proprio
sto canto dove protagonisti sono personaggi che hanno assassinio in soli dodici versi (vv. 64-84). Molto più arti-
patito violenza e che insisteranno nei loro racconti sulla colato il racconto di Buonconte (vv. 85-129), l’unico con
cruenta privazione del isico; il quale Dante interloquisce. Il racconto di Pia, essenzia-
 ƔVLFUHDODSDUWLFRODUHGLQDPLFDSVLFRORJLFDGHOrapporto le ed ellittico, riproduce uno schema simmetrico: tre ver-
fra Dante e le anime, che induce reazioni eccezionali; si dedicati alla richiesta di preghiere e tre versi per narra-
 ƔLOPRWRGƍRUJRJOLRGL'DQWHSHUHVVHUHRJJHWWRGLWDQ- re la propria vicenda (vv. 130-136).
ta attenzione diventa occasione per il monito di Virgilio
a non lasciarsi distogliere per vanagloria dall’alta meta Ɣ LA «TENZONE» FRA L’ANGELO E IL DIAVOLO
che l’attende; le sue parole suonano come un richiamo La disputa fra l’angelo e il demone per impadronir-
generale a perseguire ini nobili senza curarsi delle vane si dell’anima di Buonconte (vv. 103-108) ripropone un
dicerie e delle debolezze terrene; toposf della letteratura medievale, per cui Dante poteva
 ƔVLVYLOXSSDLOWHPDGRWWULQDULRHVHQWLPHQWDOHGHOrappor- rifarsi a una ricca tradizione. Aveva scelto lo stesso gene-
to fra gli spiriti e la vita terrena, confermando l’inluen- re letterario a proposito proprio del padre di Buonconte,
za della preghiera dei vivi sul destino dei cari estinti, e Guido da Montefeltro, nel canto xxvii dell’Inferno; in quel
ristabilendo attraverso Dante una continuità di afetti. caso, però, con esiti opposti.

Ɣ IL TEMA STORICO E IL TEMA AUTOBIOGRAFICO


I tre personaggi che parlano con Dante furono contem- Le parole che restano ↓
poranei del poeta e, almeno i primi due (Jacopo del Cas-
sero e Buonconte da Montefeltro), tra i massimi prota-
gonisti della vita politica del periodo. Dante ricostruisce
“Vien dietro a me, e lascia dir le genti”
episodi legati alla loro morte violenta, nel gusto della Il pressante invito di Virgilio perché Dante non si distrag-
rievocazione storica ma anche dell’aneddoto di crona- ga nell’osservare inutili dettagli (v. 13) è diventato un
ca, che risponde alla curiosità che aveva circondato i loro modo per esortare a seguire le giuste convinzioni e a
casi. In particolare si soferma sulla vicenda di Buoncon- non dare credito a chiacchiere inutili.

412 Purgatorio Canto V


Competenze alla prova ESERCIZI INTERATTIVI

LA NARRAZIONE
1 Numera progressivamente le sequenze sottoelencate seguendo l’ordine dell’intreccio narrativo:
incontro con Pia de’ Tolomei;
incontro con Jacopo del Cassero;
folla delle anime attorno ai pellegrini;
stupore delle anime di fronte a Dante;
incontro con Buonconte da Montefeltro.

2 Riassumi in poche righe le vicende di sangue dei tre “assassinati” protagonisti del canto.
a. Jacopo del Cassero:

b. Buonconte da Montefeltro:

c. Pia de’ Tolomei:

I TEMI
3 Quali particolari del canto mettono in evidenza la condizione eccezionale di Dante, che da vivo visita i regni
dell’oltretomba?

4 Rileva analogie e diferenze tra la rappresentazione della disputa angelo-demonio, presente in questo canto
(vv. 103-108), e quella del canto xxvii dell’Inferno (vv. 112-120).

LE FORME
5 Il canto è costellato di esclamazioni e domande retoriche. Individuane almeno due, spiegandone il
signiicato.

6 Il tema della violenza isica propria del canto si rilette nel linguaggio adottato. Sottolinea nel testo vocaboli
ed espressioni che illustrino tale campo semantico.

AVVIO AL SAGGIO BREVE


Come segnalato in Leggiamo il canto nella pagina a ianco, Dante riferisce i tre diversi episodi di Jacopo del
Cassero, Buonconte da Montefeltro e Pia de’ Tolomei utilizzando tre stili di scrittura moto diversi tra loro: la
sintesi, il racconto analitico, il racconto ellittico. Scegli uno dei tre episodi (o un altro a tua preferenza, dalla
Commedia o da altra fonte), ed esponilo nelle tre possibili forme narrative.

PER DISCUTERE
I drammatici racconti della morte dei tre protagonisti del canto confermano l’immagine di un Medioevo crudele e
spietato, quasi assuefatto alla violenza.
Secondo voi, qual è la situazione della nostra società contemporanea per quanto riguarda la violenza? Si sono
fatti progressi oppure, addirittura, si può parlare di regressi e di peggioramento? Supportate le vostre rilessioni
con dei riferimenti documentati all’attualità.

SCRIVERE CON DANTE


Prepara una mappa concettuale in cui metti in evidenza quali possono essere le analogie e le diferenze che
ritrovi tra due delle più celebri igure femminili della Divina Commedia: Francesca da Rimini (canto v dell’Inferno)
e Pia de’ Tolomei (canto v del Purgatorio).

Canto V 413
Canto III
Canto VI
Il canto di Sordello
TEMPO PENITENTI E PENA
domenica di Pasqua 10 aprile 1300, prime ore Spiriti negligenti
pomeridiane Terza schiera: i morti di morte violenta
Sono coloro che hanno subito l’omicidio e hanno atteso il
LUOGO momento estremo della loro vita per pentirsi. Come i pigri del
ANTIPURGATORIO primo balzo, devono attendere nell’Antipurgatorio un tempo
È la parte bassa della montagna del Purgatorio, che pari alla loro vita prima di salire a purificarsi sulle cornici del
comprende la spiaggia e la prima fascia, i primi tre balzi della Purgatorio. Camminano lentamente, come in processione,
costa. Qui i penitenti cominciano a espiare dovendo attendere cantando in coro il Miserere.
un determinato periodo di tempo prima di poter salire alle vere
cornici del Purgatorio dove purgare con pene fisiche i propri
peccati.

BALZO II

PERSONAGGI
Dante, Virgilio, Sordello, Benincasa da Laterina,
Guccio de’ Tarlati, Federigo Novello, Gano Scornigiani,
conte Orso degli Alberti, Pier della Broccia

BALZO II
NEGLIGENTI MORTI PER VIOLENZA
ANTIPURGATORIO

SORDELLO DA GOITO

414
Sommario ↓
vv. 1-24 Incontro con gli altri morti di morte violenta
Dante si volge ora a questo ora a quello dei «morti per forza» e, promettendo di ricordarli nel mondo, si
libera della ressa. Fra gli altri incontra gli aretini Benincasa da Laterina (ucciso per vendetta) e Guccio
de’ Tarlati (morto annegato), Federigo Novello dei conti Guidi, il pisano Gano, il conte Orso degli Alber-
ti e infine Pier della Broccia, impiccato per la falsa accusa della regina Maria di Brabante.

vv. 25-57 Le preghiere dei vivi in sufragio dei penitenti


Dante, riferendosi a un passo dell’Eneide da cui si arguisce che le preghiere non possono piegare un
decreto del cielo, chiede a Virgilio come mai queste anime invochino preghiere di suffragio. Virgilio spie-
ga che il giudizio divino non muta anche se l’ardore di carità abbrevia il tempo dell’espiazione. Nell’E-
neide parlava diversamente, perché si trattava di anime pagane.

vv. 58-75 Incontro con Sordello da Goito


Virgilio e Dante scorgono un’anima che, in disparte, guarda verso di loro. Virgilio gli
si rivolge per conoscere il cammino più spedito e nel presentarsi pronuncia il nome
della città natale, Mantova; questo semplice accenno è sufficiente a far sì che l’ombra
si slanci in un abbraccio fraterno, rivelando di essere Sordello, anch’egli mantovano.

vv. 76-151 Invettiva contro la degradazione politica dell’Italia


Dante, allo spettacolo di così intenso affetto per la comune patria, prorompe in un’a-
postrofe contro l’Italia, nave senza pilota, luogo di corruzione, lacerata da lotte intesti-
ne. Il poeta continua chiedendo a che cosa siano servite le leggi di Giustiniano, se alla
sella dell’Impero manca il cavaliere che lo guidi. L’invettiva si rivolge poi alla Chiesa,
che ostacola il potere temporale dell’imperatore con indebite ingerenze. La condan-
na si estende anche all’imperatore Alberto d’Asburgo, che ha
rinunciato a esercitare la sua autorità sulle regioni italiane.
L’amarezza e lo sdegno di Dante sono tali da fargli dubitare
che Dio stesso abbia distolto il suo sguardo dall’Italia, e che
il corrotto panorama politico della penisola risponda a un
qualche misterioso disegno della Provvidenza. Dante chiu-
de con duro sarcasmo appellandosi a Firenze, i cui cittadini
sono solerti ad assumere cariche pubbliche, ma non hanno
alcun senso della giustizia e mutano continuamente leggi.

Incontro con Le preghiere Invettiva contro la


Incontro con
gli altri morti dei vivi in sufragio degradazione politica
Sordello da Goito
di morte violenta dei penitenti dell’Italia

Assieparsi afannoso Solo Beatrice Le gravi responsabilità


Il grande amore
delle anime attorno scioglierà i dubbi della Chiesa e
per la terra natia
a Dante di Dante dell’imperatore

qual va dinanzi, e qual «io dico di Beatrice; tu la «O Mantoano, io son Ahi serva Italia, di dolore
di dietro il prende, e qual vedrai di sopra, in su la vetta Sordello de la tua terra!»; e ostello, nave sanza nocchiere
dallato li si reca a mente di questo monte, ridere e l’un l’altro abbracciava in gran tempesta
felice»
415
AUDIOLETTURA DEL CANTO

Canto VI VIDEO: I LUOGHI DELLA NARRAZIONE

1-9 Quando il gioco della zara finisce (si parte),


colui che perde resta addolorato, riprovando le
Q uando si parte il gioco de la zara,
colui che perde si riman dolente,
gittate (le volte) dei dadi e rattristato (tristo) cerca
di imparare; col vincitore (l’altro) se ne va tutto il
3 repetendo le volte, e tristo impara;
pubblico; chi gli sta davanti, e chi lo tira (il prende) con l’altro se ne va tutta la gente;
di dietro, e chi gli si affianca per farsi notare (li si
reca a mente): egli non si ferma, e ascolta (intende)
qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,
questo e quello; chi ottiene qualcosa, si sottrae alla 6 e qual dallato li si reca a mente;
ressa (più non fa pressa); e così facendo si difende el non s’arresta, e questo e quello intende;
dalla calca.
a cui porge la man, più non fa pressa;
9 e così da la calca si difende.
10-12 In una stessa situazione mi trovavo io fra quel- Tal era io in quella turba spessa,
la folla (turba spessa) di anime, e rivolgendo il viso volgendo a loro, e qua e là, la faccia,
verso di loro, un po’ da una parte e un po’ dall’altra, mi
liberavo (mi sciogliea) da essa promettendo (suffragi). 12 e promettendo mi sciogliea da essa.

1-12 Il canto si apre con una similitu- della zara. Veniva giocato con tre dadi e, 7. el: il vincitore.
dinef che riproduce una scena di vita durante il gioco, a seconda delle com- 8. a cui: il pronome dimostrativo è sot-
quotidiana e cittadina (quella del gioco binazioni, i partecipanti pronunciavano tinteso: quello a cui porge la mano non
dei dadi o della «zara», spesso pratica- la parola «azar». La parola «zara» deriva si accalca più.
to in pubblico), e che introduce già all’e- dall’arabo zehar, «dado». – si parte: nel 10. Tal era: da notare il mancato rispet-
pisodio centrale del canto: l’incontro con senso di «dividersi», «finire». Cfr. XXVI, 37. to della proporzione, della convenientia
Sordello da Goito, caratterizzato tanto 3. repetendo le volte ... impara: ripeten- nella similitudinef. Qui, infatti, si acco-
dalla familiarità dell’ambiente comunale do le gettate dei dadi per capire in che sta un ambiente da taverna a un luogo
(la Mantova del v. 72) quanto dalla natu- cosa avesse sbagliato. «Nel gioco dei eletto di purificazione, di preghiera. E le
ra del personaggio. Ai tempi di Dante era dadi con tre dadi, il numero dei punti si anime, che chiedono suffragi e che furo-
infatti opinione diffusa che Sordello fos- chiama volta» (Serravalle). no un tempo famosi uomini politici, sono
se un accanito giocatore e che una vol- 4. con l’altro ... gente: dietro al vincito- accomunate agli assistenti di un gioco
ta avesse perso tutto ciò che possedeva, re vanno tutti gli spettatori (per chiedergli popolare. La similitudine testimonia inol-
compresi i vestiti; verso il 1220 Aimeric un po’ di denaro). La similitudinef con- tre il distacco assunto da Dante verso
de Peguilhan lo presenta come un gioca- ferma la speciale sensibilità di Dante per quei drammi politici e umani di cui furo-
tore di dadi, sempre squattrinato. la psicologia dei comportamenti umani. no vittime le anime, ora considerate tutte
5. di dietro il prende: «lo tira pe’ panni» uguali di fronte al giudizio divino.
1. il gioco de la zara: uno dei gio- (Daniello). 12. promettendo: Dante promette di
chi d’azzardo più diffusi del Medioevo 6. li si reca a mente: richiama su di sé fare ciò che quelle anime gli chiedevano,
era quello dei dadi, anche detto gioco l’attenzione e si raccomanda. cioè preghiere e ricordo.

416 Purgatorio Canto VI


Scenari
AHI SERVA ITALIA
Tema centrale di questo canto è la situazione poli- i violenti contrasti fra partiti e fazioni che separa-
tica dell’Italia, in cui si rispecchiano le contraddi- no le terre italiane, come conseguenza dell’aspro e
zioni politiche e il decadimento civile del tempo. Il immorale scontro fra la Chiesa e l’Impero. Al centro
pensiero di Dante verrà espresso nella sdegnata e ideale di tanta corruzione ci sarà sempre la matri-
amara invettiva dei vv. 76-151, che descriveranno gna Firenze.

Bressanone VESC.DI DUC ATO DI CARINZIA


L’ITALIA NEL 1300 BRESSANONE
REGNO DI UNGHERIA
CONTEA
NO PATRIARCATO
DEL Trento MI Contee di origine feudale
TIROLO CA BellunoDI AQUILEIA
DA Feltre CONTEA
CONTI Bassano Nuove signorie
V IS C O N TI Bergamo DI GORIZIA
DI Como Treviso
SAVOIA Biandrate Brescia Vicenza DUC ATO Repubbliche
Ivrea Milano
Nov ara SC ALIG E RI REPUBBLICA DI CARNIOLA Principali comuni
Vercelli Lodi Crema
MARCH.M
ONFERR Pavia
Verona Padova Venezia DI VENEZIA
ATO Cremona
Torino Alessandria
Chieri Piacenza
Tortona Parma Ferrara
Asti
Reggio NSI
STE
Savigliano Alba
Acqui Modena E Comacchio CROAZIA
Genov a Bologna
Mondovì E N S I Ravenna
EST Imola Mar
Ceva Savona REPUBBLICA Pontremoli Faenza Forlì
DI GENOVA Cesena A d r ia t ic o
PROVENZA Albenga Forlimpopoli Rimini
Massa Pistoia Prato
Fiesole Sarsina
Lucca Fano
Firenze Urbino Senigallia
Mar Pisa
Empoli REP.DI Fossombrone
Ligure FIRENZE Arezzo lesi
Ancona
S.Gimignano
C.V.d’Elsa
Volterra Siena
Gualdo Tadino STATO
Montepulciano Assisi DELLA Pescara
Elba Foligno
CHIESA
I
CH
ES

Orvieto Todi Spoleto


ND
RA
OB
CORSICA ALD Viterbo
a Genova

Roma

REGNO DI SICILIA
(Angioini)

Napoli

Mar
SARDEGNA Tirreno
a Genova e Pisa

Mar
Ionio

MAR MEDITERRANEO SICILIA (Trinacria)


dal 1282 agli Aragonesi

Incontro con gli altri morti di morte violenta 417


13-15 Era qui l’Aretino (Benincasa da Laterina), Quiv’era l’Aretin che da le braccia
che fu ucciso dalle braccia feroci (fiere) di Ghino di
Tacco, e c’era colui (Guccio dei Tarlati) che annegò
iere di Ghin di Tacco ebbe la morte,
inseguendo (in caccia) i nemici. 15 e l’altro ch’annegò correndo in caccia.
16-18 Qui pregava con le mani protese (sporte) Quivi pregava con le mani sporte
Federigo Novello, e quel di Pisa (Gano degli Scor- Federigo Novello, e quel da Pisa
nigiani) che fece apparire forte il virtuoso Marzucco.
18 che fé parer lo buon Marzucco forte.
19-24 Vidi il conte Orso e l’anima separata dal Vidi conte Orso e l’anima divisa
suo corpo, come egli stesso diceva, per odio e dal corpo suo per astio e per inveggia,
per invidia (inveggia), non per aver commesso al-
cuna colpa; parlo di Pier della Broccia; e a questo 21 com’e’ dicea, non per colpa commisa;
proposito provveda (proveggia) Maria di Brabante, Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,
finché è nel mondo (mentr’è di qua), così che per
ciò (però) non debba appartenere a una schiera mentr’è di qua, la donna di Brabante,
infernale (peggior greggia). 24 sì che però non sia di peggior greggia.
25-33 Appena fui libero da tutte quante quelle Come libero fui da tutte quante

13. l’Aretin: si tratta del giudi- so nel 1287 da Nino, conosciuto come 22. Pier da la Broccia: secondo
ce Benincasa di Laterina, località nel «il Brigata» (cfr. If. XXXIII, 89), nipote del Benvenuto, la sorte di questo perso-
distretto di Arezzo, molto famoso nel conte Ugolino. naggio ricalca gli intrighi e le invidie di
secolo XIII per l’acutezza, la sapienza 18. che fé parer ... forte: Marzucco corte che portarono alla morte Pier della
politica e l’audacia. Benincasa, mentre appartenne a una famiglia nobile origi- Vigna, segretario di Federico II (cfr. If. XIII,
era vicario del podestà di Siena, con- naria di Scorno. Fu un giudice stimato, 64-66). Pier de la Brosse (o Broche) fu
dannò a morte Turino da Turrita, fratello tanto che gli vennero affidati molti inca- ciambellano e intimo consigliere del re
di Ghino di Tacco, e Tacco suo zio, per- richi delicati a Pisa e dintorni. Divenne francese Filippo III l’Ardito ed ebbe larga
ché «rubatori e uomini violenti». Per pru- poi frate francescano e i documenti fama anche come chirurgo. Ma il presti-
denza si trasferì poi a Roma, dove conti- attestano la sua presenza nel conven- gio raggiunto, malgrado le sue umili ori-
nuò a esercitare la sua funzione di giudi- to di Santa Croce a Firenze fino al 1298. gini, gli provocò l’invidia della corte: nel
ce. Proprio nell’aula del tribunale fu però L’aggettivo dantesco buon si riferisce 1278 Pierre fu improvvisamente arresta-
raggiunto da Ghino di Tacco che, trave- probabilmente alla scelta francescana di to per ordine del re, e fu impiccato lo
stito da accattone, «giunse a lato a mes- Marzucco e, invece, forte, si riferisce alla stesso anno. Secondo il racconto popo-
ser Benincasa, e trae’ fuori uno coltello fortezza d’animo dimostrata dal nobi- lare, egli fu accusato dalla regina di aver
et ucciselo» (Anonimo). le frate dopo l’uccisione del figlio. Pare, attentato alla sua castità. Il poeta chiara-
14. Ghin di Tacco: molte cronache e infatti, che «lui baciò quella mano dell’o- mente emette un giudizio di dissenso su
leggende del tempo narrano le gesta micida, con la quale gli avea morto el un fatto storico, che testimonia la con-
di questo bandito di altissimo rango. figliolo» (Landino) e che tentasse di dis- danna di un innocente e, così facendo,
Anche Boccaccio narra la sua storia nel suadere i parenti a farsi vendetta. non perde l’occasione di criticare quella
Decameron (X, 2) definendolo «per la 19. conte Orso: Orso degli Alberti della casa di Francia che in tutta la Commedia
sua fierezza e per le sue ruberie uomo Cerbaia, figlio del conte Napoleone degli appare come l’immagine negativa del
assai famoso». Alberti. La vicenda rimanda a una delle potere politico.
15. e l’altro ... in caccia: probabilmente più orrende storie familiari del tempo, 23. di qua: sulla terra, mentre è anco-
si tratta di Guccio de’ Tarlati, capo ghi- che Dante ha già ricordato nell’Infer- ra in vita. – donna: signora, dal latino
bellino della città di Pietramala nell’are- no (canto XXXII). Perciò qui basta cita- domina. – di Brabante: Maria, figlia di
tino; egli sarebbe stato disarcionato dal re il solo nome, che rimanda ai geni- Enrico VI duca di Brabante, e moglie in
suo cavallo mentre tentava di attraver- tori dei due cugini i quali combattero- seconde nozze di Filippo III di Francia.
sare l’Arno in piena all’inseguimento (in no uno contro l’altro, per motivi politi- 24. sì che ... greggia: in modo che, per
caccia) di alcuni esuli guelfi. ci e per ragioni di patrimonio, così fero- questa sua colpa (però = per ciò), non
17. Federigo Novello: uno dei conti cemente che un giorno si ammazzarono vada a finire nella schiera dei falsi accu-
Guidi, figlio di Guido Novello, ucciso a vicenda. – l’anima divisa: è quella di satori, che sono dannati nelle Malebolge
presso Bibbiena nel 1289 o nel 1291. Pier della Broccia (de la Brosse). infernali.
– quel da Pisa: il figlio di messer 20. inveggia: invidia, dal provenzale 27. avacci: dal latino vivacius (cfr. If. X,
Marzucco degli Scornigiani di Pisa, ucci- enveia. 116).

418 Purgatorio Canto VI


quell’ombre che pregar pur ch’altri prieghi, anime che pregavano soltanto perché i vivi pre-
gassero (ch’altri prieghi) (per loro), in modo che si
27 sì che s’avacci lor divenir sante, affretti (s’avacci) la loro salvezza, io presi a dire: «Mi
io cominciai: «El par che tu mi nieghi, pare, o mia guida illuminante, che tu in qualche tuo
libro (testo) neghi esplicitamente (espresso) che la
o luce mia, espresso in alcun testo preghiera possa piegare i decreti del cielo; e queste
30 che decreto del cielo orazion pieghi; anime pregano solo per questo: la loro speranza
sarebbe quindi vana, o quello che tu hai detto non
e questa gente prega pur di questo: mi è ben chiaro (manifesto)?».
sarebbe dunque loro speme vana,
33 o non m’è ’l detto tuo ben manifesto?».
Ed elli a me: «La mia scrittura è piana; 34-42 Ed egli a me: «La mia scrittura è chiara; ma
e la speranza di costor non falla, la speranza di costoro non è vana (non falla), se si
guarda attentamente (ben) con mente retta (sana);
36 se ben si guarda con la mente sana; perché l’alto giudizio divino (cima di giudicio) non
ché cima di giudicio non s’avvalla si piega (s’avalla) per il fatto che un ardore (foco)
di carità risolva (compia) in un solo momento ciò
perché foco d’amor compia in un punto che deve espiare chi sosta (s’astalla) qui; e là dove

28. El: pronome sostantivo impersona- preghiera». cancellare, negando così la dottrina del
le, pleonastico. 34. La mia scrittura: al v. 29 Dante par- suffragio.
29. luce mia: perché illumina la ragio- lava di testo. Si tratta di un discorso tra 37. s’avvalla: si abbassa; è una variante
ne con la sua opera. – alcun testo: si «scrittori», autori di opere che valgono del verbo virgiliano flecti (cfr. v. 30), «pie-
riferisce al VI canto dell’Eneide (v. 376), come insegnamento per i lettori. gare». Qui è messo in rapporto alla cima
quando la Sibilla risponde a Palinuro, 36. mente sana: sgombra di pregiudi- del giudizio divino, che non si abbassa
che chiede di essere portato al di là del- zi. Si tratta probabilmente di un’allusio- (non va a valle) riconoscendo i suffragi
l’Acheronte: desine fata deum flecti spe- ne alle sette ereticali dei catari e dei val- delle anime buone.
rare precando, «non sperare che i decre- desi che, al tempo di Dante, sosteneva- 38. foco d’amor: è l’ardore di carità con
ti del cielo possano essere piegati con la no che i decreti di Dio non si potevano cui pregano le anime buone.

Il documento
DANTE, ITALIA, NAVE SANZA NOCCHIERE
Nella sua sesta Epistola Dante dichiara in modo appassionato e polemico il proprio ideale politico fondato
sull’armonioso rapporto fra Chiesa e Impero, e denuncia le misere condizioni dell’Italia a causa delle faziose
e opportunistiche scelte dei governanti. Lo fa attaccando direttamente i suoi concittadini di Firenze, complici
più di altri nella politica antiimperiale del Papato e dei suoi alleati.

Dante Alighieri fiorentino e ingiustamente esule agli scelleratissimi Fiorentini che si trovano in Firenze
La pietosa provvidenza dell’eterno Re, che mentre con la sua bontà perpetua le cose celesti, non abbando-
na sprezzante le nostre tanto inferiori, dispose che le cose umane dovessero essere governate dal sacrosanto
Impero Romano; perché nella serenità di una così grande autorità il genere umano godesse la pace e in ogni
luogo si vivesse civilmente secondo i dettami della natura. Benché ciò sia provato dalle Sacre Scritture, e sia
confermato dall’antichità sulla base della mera ragione, tuttavia è dimostrato vero, e non lievemente, dal fat-
to che, appena è vacante il trono imperiale tutto il mondo travia, nocchiero e marinai sonnecchiano nella
navicella di san Pietro, e l’Italia, misera, sola, abbandonata agli arbìtri privati, e sprovvista di ogni pubblico
controllo, è battuta da tale lagello di venti e di lutti che le parole non possono esprimere, ma che i pove-
ri Italiani misurano, a mala pena, col pianto. Tutti coloro, dunque, che per temeraria presunzione si levano
contro questa manifestissima volontà di Dio, si facciano pallidi in d’ora all’imminente giudizio del Giudice
severo, se ancora non è caduta dal cielo la spada di Colui che dice «È mia la vendetta».

Le preghiere dei vivi in suffragio dei penitenti 419


io trattai (fermai) questa questione (punto), con la 39 ciò che de’ sodisfar chi qui s’astalla;
preghiera non si espiava (non s’ammendava …
difetto), perché la preghiera era disgiunta da Dio. e là dov’io fermai cotesto punto,
non s’ammendava, per pregar, difetto,
42 perché ’l priego da Dio era disgiunto.
43-45 Pur tuttavia (Veramente) non fermarti davanti Veramente a così alto sospetto
a un così profondo dubbio, finché non te lo chiarirà non ti fermar, se quella nol ti dice
colei che sarà luce (lume fia) tra la verità e il tuo
intelletto. 45 che lume ia tra ’l vero e lo ’ntelletto.
46-48 Non so se capisci: mi riferisco a Beatrice; tu Non so se ’ntendi: io dico di Beatrice;
la vedrai felice e ridente più in alto (di sopra), sulla tu la vedrai di sopra, in su la vetta
cima di questo monte».
48 di questo monte, ridere e felice».
49-51 E io gli dissi: «Signore, camminiamo più E io: «Segnore, andiamo a maggior fretta,
in fretta, perché ora non sento più la fatica come ché già non m’afatico come dianzi,
prima, e vedi ormai che il monte (poggio) proietta
la sua ombra». 51 e vedi omai che ’l poggio l’ombra getta».
52-54 «Noi andremo avanti – rispose – finché è «Noi anderem con questo giorno innanzi»,
giorno, quanto più possiamo ormai; ma la ragione rispuose, «quanto più potremo omai;
è diversa da quella che tu pensi (stanzi).
54 ma ’l fatto è d’altra forma che non stanzi.
55-57 Prima di arrivare lassù, tu vedrai sorgere Prima che sie là sù, tornar vedrai
altre volte (tornar) il sole, che già si nasconde (si colui che già si cuopre de la costa,
cuopre) dietro il monte, tanto che tu non interrompi
più i suoi raggi. 57 sì che ’ suoi raggi tu romper non fai.
58-60 Ma guarda là un’anima che, seduta (posta) Ma vedi là un’anima che, posta
tutta sola, guarda fisso verso di noi: quella ci indi- sola soletta, inverso noi riguarda:
cherà la via più breve (più tosta)».
60 quella ne ’nsegnerà la via più tosta».

39. qui s’astalla: ha nel Purgatorio il suo salita, e anzi recupera lena e vorrebbe 55. Prima ... tornar vedrai: ricordiamo
stallo, la sua sede. Cfr. If. XXXIII, 102. affrettare il passo nella coscienza di una che è ancora il giorno 10 aprile e i poeti
40. e là: nel passo dell’Eneide a cui si è maggior leggerezza fisica. Così il poeta entreranno con Stazio nel Paradiso terre-
riferito Dante. ripropone una delle sue sublimi lezioni di stre la mattina del 13 aprile.
41. non s’ammendava: non si pote- psicologia epica del poema, con la ten- 56. colui: il sole.
va pagare nessuna ammenda, non si sione a riunirsi alla donna amata che lo 57. sì che ... romper non fai: il sole è
espiava. ispira e lo sostiene fin dal canto II dell’In- già nascosto dal pendio. Dante quin-
42. perché ... disgiunto: l’opera di ferno (cfr. vv. 133-140). In questa ener- di non proietta più l’ombra con la sua
Virgilio fu scritta prima dell’avvento della gia d’amore dobbiamo leggere, accan- persona.
Grazia e della Redenzione; quindi, la to al motivo sentimentale, l’aspirazio- 58. Ma vedi ... posta: mentre sta
preghiera del pagano non era gradi- ne alla Grazia teologica di cui Beatrice parlando, Virgilio nota un’anima disco-
ta a Dio. è allegoriaf. – e vedi omai ... getta: il sta dal gruppo e la mostra perentoria-
43. Veramente: tuttavia, dal latino verum monte si interpone fra il sole che tramon- mente a Dante, come aveva fatto con
tamen. – alto sospetto: i problemi ine- ta e i poeti, che lo stanno risalendo dalla Farinata (If. X, 32); posta può signifi-
renti alla Grazia e alla Rivelazione tra- parte orientale. Il mezzogiorno, indicato care «seduta», nella posizione di leon
scendono le capacità razionali e neces- alla fine del IV canto, è ormai passato da quando si posa (v. 66), oppure sem-
sitano della luce della scienza teologica. diverse ore. plicemente «situata» in modo diverso
44-45. se quella … ’ntelletto: Beatrice 52. Noi anderem ... innanzi: Virgilio dalle altre anime che, come abbiamo
che, in quanto simbolo della Teologia, è annuncia la regola purgatoriale, che visto nei versi precedenti, erano dispo-
in grado di illuminare l’intelletto e di diri- impedisce di salire il monte quando non ste in gruppo. L’anima di Sordello, inve-
gerlo verso la verità. c’è più il sole. Cfr. VII, 49-51. ce, è sola soletta (v. 59). La replicazio-
49-51. E io ... getta: Dante è stanco, 54. ma ’l fatto ... non stanzi: la salita è nef intensiva sottolinea l’eccezionali-
ma solo a sentir pronunciare il nome più lunga di quanto tu immagini; stanzi tà della posizione del personaggio (vedi
di Beatrice non sente più la fatica della da stanziare, «prevedere». Personaggi a p. 422).

420 Purgatorio Canto VI


Venimmo a lei: o anima lombarda, 61-63 Ci avvicinammo a lei: o anima lombarda,
come apparivi fiera e sdegnosa e com’era dignito-
come ti stavi altera e disdegnosa so e pacato (onesta e tarda) il movimento del tuo
63 e nel mover de li occhi onesta e tarda! sguardo!
Ella non ci dicëa alcuna cosa, 64-66 Ella non ci parlava, ma ci lasciava avvicinare
(lasciavane gir), muovendo solo gli occhi come (a
ma lasciavane gir, solo sguardando guisa di) un leone quando sta in riposo.
66 a guisa di leon quando si posa.
Pur Virgilio si trasse a lei, pregando 67-75 Nondimeno (Pur) Virgilio si avvicinò (si tras-
se) a lei, pregandola che ci indicasse la strada più
che ne mostrasse la miglior salita; agevole per salire; e quella non rispose alla sua
69 e quella non rispuose al suo dimando, domanda, ma ci chiese (ci ’nchiese) del nostro
paese e della nostra vita; e la dolce guida aveva
ma di nostro paese e de la vita appena preso a dire «Mantova...», quando l’ombra,
ci ’nchiese; e ’l dolce duca incominciava prima tutta raccolta (romita) in se stessa, si alzò dal
72 «Mantüa...», e l’ombra, tutta in sé romita, posto dove stava prima e corse verso di lui dicendo:
«O Mantovano, io sono Sordello della tua stessa
surse ver’ lui del loco ove pria stava, terra!», e l’uno abbracciava l’altro.
dicendo: «O Mantoano, io son Sordello
75 de la tua terra!»; e l’un l’altro abbracciava.
Ahi serva Italia, di dolore ostello, 76-78 Ahi Italia serva, luogo (ostello) di dolore, na-
ve senza timoniere (nocchiere) nella gran tempesta,
nave sanza nocchiere in gran tempesta, non più signora (donna) di province, ma bordello!
78 non donna di provincie, ma bordello!
Quell’anima gentil fu così presta, 79-84 Quell’anima nobile (gentil) fu così svelta
(presta) soltanto per aver sentito risuonare il dol-
sol per lo dolce suon de la sua terra, ce nome della sua città (terra), a festeggiare qui il
81 di fare al cittadin suo quivi festa; suo concittadino; e invece i tuoi abitanti (li vicini

61. o anima lombarda: quando Dante 72. Mantüa: Virgilio stava forse per ini- invettivaf. L’Italia è serva perché è trava-
scrive questi versi, naturalmente sa già ziare l’epitaffio per lui scritto: Mantua me gliata da continue lotte interne, in balia
che l’anima è quella di Sordello da Goito, genuit, «Mantova mi diede i natali». dei violenti e degli arroganti che possono
e quindi lombarda: così si spiega l’escla- imporre le loro volontà perché l’imperato-
mazione che anticipa l’incontro, come 76 sgg. Inizia qui, e occuperà tutta la re si disinteressa dei fatti interni. – ostel-
pure il verbo all’imperfetto stavi del v. 62. seconda parte del canto, la celebre in- lo: è un francesismo che indica «casa»
62. altera e disdegnosa: la coppia di vettivaf contro la corruzione dell’Italia, o, più genericamente, «luogo di rifugio».
aggettivi, che si ripete variata nel verso secondo «atto» del trittico composto dai 77. nave ... gran tempesta: è il simbolo
successivo (onesta e tarda), sottolinea tre canti sesti delle rispettive cantiche dell’Italia e delle sue condizioni di tota-
il netto contrasto fra quelle anime che, della Commedia, che costituiscono una le abbandono da parte dell’imperatore.
all’inizio del canto, si affollavano intorno progressiva lettura e condanna del de- 78. non donna … bordello: tutta l’invet-
a Dante con vociare da taverna e que- grado politico del mondo. Aveva inizia- tivaf è intessuta di riferimenti biblici. In
sta, solitaria e silenziosa «per eccellentia to Ciacco, nell’Inferno, a delineare le di- Is. 1, 21 leggiamo: «Ahimè come è diven-
d’animo» (Landino). visioni politiche in Firenze. Qui Sordello tata prostituta la città fedele, piena di retti-
65. sguardando: seguendo con lo descrive le lotte intestine in Italia e indi- tudine». E nel Convivio Dante aveva scrit-
sguardo, con uno spostarsi lento e con- ca le responsabilità di Papato e Impero. to: «l’hanno fatta di donna meretrice».
tinuo degli occhi. In Paradiso sarà la volta dell’imperato- 79. anima gentil: Sordello, anima raffi-
66. a guisa ... si posa: similitudinef di re Giustiniano a denunciare le nefaste e nata e nobile.
fonte biblica (cfr. Gn. 49, 9; Prv. 28, 1). sacrileghe contrapposizioni fra guelfi e 80. lo dolce suon ... terra: l’Italia, l’Im-
69-71. e quella ... ci ’nchiese: il silenzio ghibellini nell’ambito della più vasta di- pero, sono componenti certamente più
di Sordello riprende una costante di gala- mensione politica dell’Impero. importanti della città. Ma l’uomo medie-
teo feudale: i personaggi di rango non vale ricorda subito la «terra» nella quale
accettavano mai di parlare prima della 76. serva Italia: l’abbraccio fra i due poeti si è nati, la dimensione esistenziale.
presentazione della propria persona. offre a Dante l’occasione per questa lunga 81. quivi: in Purgatorio, dopo la morte,

Invettiva contro la degradazione politica dell’Italia 421


tuoi) non stanno in te senza farsi guerra, anzi e ora in te non stanno sanza guerra
si dilaniano (si rode) fra loro persino quelli che
abitano rinchiusi da un unico muro e un unico
li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode
fossato. 84 di quei ch’un muro e una fossa serra.
85-87 Guarda (cerca) misera, le tue marine lungo Cerca, misera, intorno da le prode
i litorali (da le prode), e poi guarda nel tuo stesso le tue marine, e poi ti guarda in seno,
seno, per vedere se alcuna parte di te vive in pace.
87 s’alcuna parte in te di pace gode.
88-90 A che valse che Giustiniano abbia restaurato Che val perché ti racconciasse il freno
(ti racconciasse) per te il freno delle leggi, se la sella Iustinïano, se la sella è vòta?
manca del cavaliere (è vota)? La vergogna sarebbe
(fora) minore se non vi fossero tali leggi. 90 Sanz’esso fora la vergogna meno.
91-96 Ahi gente di Chiesa che dovresti essere ob- Ahi gente che dovresti esser devota,
bediente al volere di Dio (esser devota) e lasciare e lasciar seder Cesare in la sella,
che Cesare stia in sella, se comprendi nel senso
giusto ciò che Dio ordina (ti nota), guarda come 93 se bene intendi ciò che Dio ti nota,
questa bestia selvaggia è diventata ribelle (fella) guarda come esta iera è fatta fella
perché non è governata dagli sproni dell’impera-
tore, dopo che tu prendesti le redini (predella).
per non esser corretta da li sproni,
96 poi che ponesti mano a la predella.

contrapposto a ciò che accade in te, fra libri prende il nome di Corpus iuris civi- strofef all’Italia (v. 76) Dante sposta i
li vivi tuoi. lis, che fu e resta uno dei fondamen- suoi accenti sulla Chiesa, di cui qui con-
83-84. l’un … serra: nelle città italiane ti della scienza giuridica. – se la sella danna il temporalismo ecclesiastico.
gli abitanti non vivono in pace e sono in è vòta?: nel Convivio (IV, 9, 10) Dante, 93. se bene intendi ... nota: se com-
guerra tra loro. dopo una diretta allusione al Digesta di prendi quel che Dio ordina nel Vange-
88. ti racconciasse il freno: allusio- Giustiniano, aggiunge: «Dire si può de lo lo (Mt. 22, 21; Lc. 20, 25), dove si legge:
ne al Corpus iuris civilis dell’imperatore Imperadore, […] che elli sia lo cavalcato- «rendete a Cesare quel che è di Cesare,
Giustiniano (cfr. Pd. VI, 23-24). re de la umana volontade. Lo quale caval- e a Dio quel che è di Dio».
89. Iustinïano: imperatore di Costanti- lo come vada sanza lo cavalcatore per lo 94. guarda ... fella: continua la metafo-
nopoli dal 527 al 565. Egli riunì una com- campo assai è manifesto, e spezialmen- raf del cavallo e del cavaliere. La fiera è
missione di giuristi al fine di compilare te ne la misera Italia, che sanza mezzo l’Italia; fella: indomita e selvaggia come
un completo elenco di leggi e di defini- alcuno a la sua governazione è rimasa!». al v. 98.
re il diritto giuridico. L’insieme di questi 91. Ahi gente ... devota: dopo l’apo- 96. poi che ... predella: voi che siete

Personaggi
Sordello da Goito
Uno dei maggiori poeti italiani di lingua provenzale, nacque a Goito, vicino a Manto-
va, intorno al 1200, da famiglia di piccola nobiltà. Scelse la vita del giullare e dell’uo-
mo di corte, distinguendosi per le sue doti di poeta e di musico. Fu alla corte esten-
se e quindi passò a Verona, presso Riccardo di San Bonifacio, dove si invaghì, entro
i limiti di una servitù d’amore trobadorica, di Cunizza da Romano, moglie del conte,
e la celebrò nei suoi versi. Nel 1226, per invito dei fratelli di lei, Ezzelino e Alberico,
la rapì e la ricondusse nella casa dei da Romano. Dopo varie vicende, trovò rifugio
nel palazzo del conte Raimondo Berengario II di Provenza, dove collaborò con inca-
richi politici con Romeo di Villanova (Pd. VI, 127-142). In questo periodo compose le
sue liriche più note, fra le quali il famoso Compianto in morte di ser Blacatz, barone
alla corte di Raimondo e anch’egli poeta. In questo componimento del genere planh
(pianto) provenzale, Sordello esorta i principi iningardi del suo tempo a mangiare
il cuore di ser Blacatz, in modo da assimilarne le doti di coraggio e di intraprenden-
za. Morì intorno al 1273.

422 Purgatorio Canto VI


O Alberto tedesco ch’abbandoni 97-102 O Alberto d’Asburgo (tedesco), che ab-
bandoni l’Italia che è diventata ribelle (indomita) e
costei ch’è fatta indomita e selvaggia, selvaggia, mentre dovresti guidarla cavalcandola
99 e dovresti inforcar li suoi arcioni, (inforcar li suoi arcioni), la giusta punizione (giudicio)
giusto giudicio da le stelle caggia scenda (caggia) dal cielo contro la tua stirpe, e sia
tremenda e chiara (novo e aperto), in modo tale
sovra ’l tuo sangue, e sia novo e aperto, che il tuo successore ne abbia terrore (temenza
102 tal che ’l tuo successor temenza n’aggia! n’aggia)!
Ch’avete tu e ’l tuo padre soferto, 103-105 Perché tu e tuo padre avete sopportato
per cupidigia di costà distretti, (sofferto), distolti (distretti) dalla cupidigia dei do-
mini tedeschi, che il giardino dell’Impero restasse
105 che ’l giardin de lo ’mperio sia diserto. abbandonato.
Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, 106-108 Vieni a vedere le lotte fra Montecchi e Cap-
Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura: pelletti, Monaldi e Filippeschi, uomo che non ti prendi
cura (sanza cura): i primi già abbattuti e i secondi col
108 color già tristi, e questi con sospetti! timore (con sospetti) di esserlo!
Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura 109-111 Vieni, o crudele, vieni, e guarda la tribola-
d’i tuoi gentili, e cura lor magagne; zione (pressura) dei tuoi seguaci (gentili), e cura i
loro mali (magagne); e vedrai com’è in decadenza
111 e vedrai Santaior com’è oscura! Santafiora!

stati fatti per governare le anime non soppiantata dalla famiglia Della Scala. 107. Monaldi: nome di una famiglia
siete capaci di governare politicamen- – Cappelletti: nome di una fazione di guelfa di Orvieto. – Filippeschi: fami-
te l’Italia; predella è quella parte della parte guelfa di Cremona, legato a quel- glia ghibellina di Orvieto. Nell’aprile 1312
briglia che serve a condurre il caval- lo dei Monticoli a causa delle lotte da i Filippeschi attaccarono i Monaldi, ma
lo a mano. essi sostenute, fra il 1249 e il 1266, per furono cacciati dalla città insieme con
97. O Alberto tedesco: Alberto I d’Au- la supremazia politica della Lombardia. tutti gli altri ghibellini.
stria, imperatore dal 1298 al 1308. Per Anche questa famiglia sulla fine del 109. crudel: insensibile. È il terzo attribu-
ricostruire il regno di Germania, rinunciò secolo XIII aveva perso quasi del tutto to dispregiativo nei confronti di Alberto,
di fatto a esercitare il suo potere sull’Ita- la sua importanza politica. Questa cop- dopo tedesco e uom sanza cura.
lia. Qui Dante lo chiama tedesco «per rin- pia di nomi (Montecchi e Cappelletti) è 110. gentili: «conti, marchesi et altri gen-
facciargli la cura esclusiva che si pren- la stessa intorno alla quale fiorì la vicen- tili omini e signori d’Italia» (Buti), feudata-
deva delle cose della ‘Magna’, mentre, da di Romeo e Giulietta. La storia ha ori- ri dell’Impero.
come imperatore, avrebbe dovuto prima gine dal Novellino di Masuccio Salerni- 111. Santafior: contea del territorio
provvedere all’Italia e poi darsi cura tano, ed è stata poi adattata da Luigi da senese, sotto il monte Amiata, che
eguale di tutti i popoli affidati alla sua Porto nella Historia novellamente ritrova- fu secolare dominio feudale della
giurisdizione» (Pietrobono). ta di due nobili amanti, con la lor pieto- potente famiglia ghibellina degli
100-102. giusto … n’aggia: la punizio- sa morte (1530). Dalla versione di Matteo Aldobrandeschi, detti anche conti di
ne divina che colpisce l’imperatore deve Bandello (1554) essa probabilmente fu la Santafiora. Ai tempi in cui Dante scrive-
avere anche un valore esemplare per i fonte per il capolavoro di Shakespeare, va, essa era già nelle mani della parte
suoi successori, che in tal modo pos- Romeo e Giulietta. guelfa di Siena.
sono convincersi a occuparsi delle sorti
dell’Italia.
102. tuo successor: Enrico VII di Dante oggi
Lussemburgo.
103. ’l tuo padre: Rodolfo I d’Asbur- Dante, l’Italia e il Risorgimento
go, imperatore dal 1273 al 1291. Dante Dante è considerato il padre della lingua
lo incontrerà nella valletta dei principi e della letteratura italiana ma è visto
(canto VII). anche come il profeta dell’unità d’Italia,
104. costà: indica la Germania. a partire soprattutto dal Risorgimento.
In una puntata di “Il Tempo e la Storia”
105. ’l giardin de lo ’mperio: l’Italia.
della Rai (che si può rivedere nel sito www.raistoria.rai.it/articoli/dante-e-
106. Montecchi: la famiglia Montico- l%E2%80%99italia/32515/default.aspx), il conduttore Massimo Bernardini parla
li di Verona, importante fazione di parte con il professor Lucio Villari del signiicato politico della vita e del pensiero di
imperiale nel ’200, ma che dal 1291 Dante.
aveva perso ogni influenza sulla città,

Invettiva contro la degradazione politica dell’Italia 423


112-114 Vieni a vedere la tua Roma che, abban- Vieni a veder la tua Roma che piagne
donata dal marito, piange e chiama giorno e notte:
«Cesare mio, perché non mi guidi?».
vedova e sola, e dì e notte chiama:
114 «Cesare mio, perché non m’accompagne?».
115-117 Vieni a vedere quanto si ama la gente! e Vieni a veder la gente quanto s’ama!
se non ti muove nessuna pietà di noi, vieni a ver- e se nulla di noi pietà ti move,
gognarti della tua fama.
117 a vergognar ti vien de la tua fama.
118-123 E se mi è permesso (se licito m’è), o som- E se licito m’è, o sommo Giove
mo Cristo (Giove), che fosti crocefisso per noi sulla
terra, la tua giustizia (li giusti occhi tuoi) si è rivolta
che fosti in terra per noi cruciisso,
altrove? Oppure nella profondità della tua mente 120 son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?
provvidenziale (consiglio) prepari un qualche bene,
assolutamente disgiunto (scisso) dalla nostra capa-
O è preparazion che ne l’abisso
cità di capire (l’accorger nostro)? del tuo consiglio fai per alcun bene
123 in tutto de l’accorger nostro scisso?
124-126 Perché le città d’Italia sono tutte piene di Ché le città d’Italia tutte piene
tiranni, e ogni villano che si destreggia nei partiti son di tiranni, e un Marcel diventa
(parteggiando viene) diventa un Marcello.
126 ogne villan che parteggiando viene.
127-129 Firenze mia, puoi ben essere contenta di Fiorenza mia, ben puoi esser contenta
questa mia digressione che non ti riguarda, grazie di questa digression che non ti tocca,
(mercé) all’opera del tuo popolo che si ingegna (si
argomenta) a ben operare. 129 mercé del popol tuo che si argomenta.
130-132 Molti hanno la giustizia nel cuore, ma si Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca
manifesta tardi (tardi scocca), perché non scocchi per non venir sanza consiglio a l’arco;
la freccia del giudizio senza ponderazione; ma il tuo

113. vedova e sola: immagine parallela Gesù Cristo. clusiva della inferma che inquieta si rigi-
a quella del primo paragrafo dell’Episto- 121-123. O è preparazion ... nostro ra nel letto: così cerca vanamente di dar
la VI dove l’Italia è «misera, sola, abban- scisso?: si tratta dell’imperscrutabili- requie a un dolore di cui lei stessa è re-
donata agli arbitrii privati e priva di ogni tà della volontà divina, di derivazione sponsabile.
pubblica guida». Cfr. anche Mn. I, 16, biblica.
4-5. Nell’Epistola XI, 10, Roma, privata 125. tiranni: capi popolo violenti e usur- 127-128. Fiorenza mia ... ti tocca: nel
di entrambi i lumi (papa e imperatore), è patori del potere legittimo. – Marcel: fra i Purgatorio il nome della città di Firenze
vista solam sedentem et viduam (mentre molti consoli romani con questo nome, il ricorre esplicitamente solo in questo
siede solitaria e vedova). riferimento più probabile è quello a Caio verso. In tutti gli altri luoghi Firenze è
114. Cesare mio: per Dante, Giulio Claudio Marcello, partigiano di Pompeo indicata con perifrasif. Questi due versi
Cesare è per destinazione divina il primo e fiero nemico di Giulio Cesare, lo stes- sono chiaramente antifrastici, perché
imperatore romano, colui che realizza l’i- so di cui parla Lucano nella Farsaglia (I, hanno una significazione univoca rove-
deale del governo civile. La qualifica di 313). Il passo dantesco significa così: sciata, ispirata ad amaro sarcasmo.
Cesare passa, nel Medioevo, al titolare «ogni villano si atteggia a oppositore Così sarà ai vv. 136-137.
del Sacro Romano Impero che, anche dell’autorità imperiale». Accettando altre 129. mercé ... si argomenta: grazie
se di sangue straniero, è l’erede per identificazioni, significherebbe: «ogni vil- al popolo fiorentino che si distingue
diritto divino della regalità laica. lano si atteggia a salvatore della patria». nell’impegno nell’operare il bene; la figu-
115. Vieni ... s’ama!: si accentua l’ironia ra retorica dell’antifrasif, citata per i due
sarcastica che pervade questa parte del 127-151 È questa la più amara apostro- versi precedenti, sfuma quindi in un’iro-
canto e che culminerà nell’invettivaf a fef contro Firenze di tutto il poema. Il di- nia sarcastica.
Firenze (vv. 127 sgg). scorso generale sulla corruzione dell’I- 130-133. Molti ... Molti: si riferisce agli
117. a vergognar ... tua fama: curati talia e delle grandi istituzioni politiche si abitanti di altre città, contrapposti alla
almeno della tua fama, ormai carica di fa più concreto, più partecipe anche af- spudorata arroganza del popol tuo fio-
accenti negativi. fettivamente nel riferirisi ai fatti concre- rentino. – scocca ... a l’arco: metaforaf
118. o sommo Giove: come verrà spie- ti della vita comunale fiorentina, fino ad di una saetta che viene tesa lentamen-
gato nei versi successivi, si tratta di antropomorfizzarsi nell’immagine con- te fino al punto in cui essa tocca con la

424 Purgatorio Canto VI


132 ma il popol tuo l’ha in sommo de la bocca. popolo l’ha in punta (in sommo) di labbra.

Molti riiutan lo comune incarco; 133-135 Molti rifiutano il peso delle cariche pubbli-
ma il popol tuo solicito risponde che (lo comune incarco); ma il tuo popolo pronto
(solicito) senza esser chiamato risponde e grida:
135 sanza chiamare, e grida: «I’ mi sobbarco!». «Accetto la grave responsabilità (mi sobbarco)!».
Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde: 136-138 Ora rallegrati, perché tu hai ben di che
tu ricca, tu con pace e tu con senno! rallegrarti: tu che sei ricca, che vivi in pace, che hai
giudizio! I fatti mostrano chiaramente (l’effetto nol
138 S’io dico ’l ver, l’efetto nol nasconde. nasconde) se io dico la verità.
Atene e Lacedemona, che fenno 139-144 Atene e Sparta (Lacedemona), che crea-
l’antiche leggi e furon sì civili, rono le antiche leggi e furono tanto civili, fornirono
per quanto riguarda il vivere civile un ben magro
141 fecero al viver bene un picciol cenno esempio (picciol cenno) a paragone (verso) di te,
verso di te, che fai tanto sottili che emani provvedimenti così sottili, che quello che
tu crei in ottobre non giunge a metà novembre.
provedimenti, ch’a mezzo novembre
144 non giugne quel che tu d’ottobre ili.
Quante volte, del tempo che rimembre, 145-147 Quante volte, nel tempo che ricordi, tu hai
legge, moneta, oicio e costume cambiato leggi, moneta, uffici pubblici e consuetu-
dini, e hai rinnovato i tuoi cittadini!
147 hai tu mutato, e rinovate membre!
E se ben ti ricordi e vedi lume, 148-151 E se ben ricordi e hai ancora discernimen-
vedrai te somigliante a quella inferma to (vedi lume), potrai paragonare te a quell’inferma
che non riesce a trovare una posizione riposante
che non può trovar posa in su le piume, nel letto (piume), ma cerca rivoltandosi di trovare
151 ma con dar volta suo dolore scherma. sollievo (scherma) al suo dolore.

punta l’arco. A differenza di molti altri che ronia. Tu con pace tu con senno dico- che significa «vivere secondo civiltà».
coltivano la giustizia nel cuore e la mani- no il contrario di ciò che è, ed è ironia di 142. sottili: nel doppio senso di «fragili»
festano con cautela per la paura di esse- concetto. Ma che Firenze fosse ricca, è e di «finemente escogitati».
re sconsiderati, i Fiorentini parlano sem- vero; onde nel tu ricca l’ironia è invece di 144. non giugne ... fili: le leggi non
pre di giustizia ma non la applicano mai. sentimento»; Dante vuole criticare dun- durano più di un mese. Qui il doppio
133-135. Molti … sobbarco: i Fiorentini que i mezzi illeciti con cui tale ricchezza significato ironico è sfumato nel dolore
sono pronti ad assumersi gli incarichi è entrata in città. e nella lamentazione. Il verso introduce
pubblici, addirittura senza essere stati 139. Atene e Lacedemona: nelle la commiserazione su Firenze dei versi
chiamati, ma soltanto per cupidigia e Institutiones di Giustiniano stava scritto successivi.
ambizione. – solicito: dal latino sol- che le leggi civili traevano la loro origine 147. e rinovate membre: hai rinnova-
lus e cieo, «del tutto pronto». Significa da due città: Atene e Sparta. L’allusione to anche la cittadinanza, esiliando alcu-
che essi accettano le cariche pubbliche è alla legislazione di Solone ad Atene e ni membri e richiamandone in patria
per pura ambizione, con leggerezza, e a quella di Licurgo a Sparta. Questa città degli altri.
sanza consiglio. viene chiamata Lacedemona perché fu 149-151. vedrai te … scherma: la simi-
137. tu ... senno!: Porena commenta: la capitale dell’antica Laconia. litudinef accentua la critica alla vanità
«Il verso è ironico, ma di due generi d’i- 141. al viver bene: latinismo giuridico delle riforme attuate.

Invettiva contro la degradazione politica dell’Italia 425


Leggiamo il canto PAGINE DIGITALI
LETTURA CRITICA Ɣ PAROLA CHIAVE DEL CANTO Ɣ CONSIGLI DI LETTURA

L ’invettiva all’Italia deve essere letta e apprezzata come una magnanima protesta dello scrittore
che interviene direttamente nel racconto a contrapporre un ideale di superiore unità e civiltà al
particolarismo e al disordine che travaglia la nostra penisola…
Angelo Marchese

LA NARRAZIONE Ɣ IL TEMA POLITICO


Ɣ IL CANTO POLITICO Oggetto della polemica politica di Dante è l’Italia. L’invet-
tiva, secondo i canoni della poesia politica, è strutturata
Come nell’Inferno e nel Paradiso, anche il canto vi del Pur- in tre parti:
gatorio è di ispirazione politica, e l’argomento trattato si  Ɣdescrizione della situazione (l’Italia lacerata da guerre
pone come termine medio fra quelli delle altre due canti- intestine e ingiustizie);
che. Ciacco, dal cerchio infernale dei golosi, aveva denun-  Ɣanalisi delle componenti e delle cause (il temporalismo
ciato la corruzione di Firenze; l’imperatore Giustiniano, della Chiesa e il disinteresse dell’Impero);
nel cielo di Mercurio, celebrerà l’Impero universale e con-  Ɣgiudizio e previsioni (la condanna della società contem-
dannerà le partigianerie guelfe e ghibelline; qui l’atten- poranea, e l’auspicio di un imminente intervento risolu-
zione è portata sull’Italia, cioè sulla Nazione come istitu- tore, sotto forma di punizione divina o nella igura di un
zione intermedia fra Comune e Impero. imperatore ispirato da Dio).
Ma il tema politico non esaurisce i motivi del canto. Pri- Dante ripropone dunque la concezione politica della
ma dell’invettivaf dantesca (vv. 76-151), possiamo indivi- Chiesa e dell’Impero come garanti del benessere dell’u-
duare almeno tre sequenze narrative: manità cristiana l’una nella dimensione spirituale e l’al-
 ƔYYFRQFOXVLRQHGHOOƍLQFRQWURFRQJOLVSLULWLPRUWLGL tro in quella temporale. Dal contrasto e dalla sovrapposi-
morte violenta, iniziato nel canto precedente; zione fra i due poteri universalistici hanno origine tutti i
 ƔYYGLDORJRIUD'DQWHH9LUJLOLRVXOODGRWWULQDGHO mali del mondo. È la celebre «teoria dei due soli», che fra
sufragio; poco verrà esposta da Marco Lombardo (xvi 
 ƔYYLQFRQWURFRQ6RUGHOORGD*RLWR
Ɣ L’INVETTIVA CONTRO FIRENZE
I TEMI Uno spazio privilegiato di polemica viene ritagliato da
Dante per l’ingrata patria Firenze. È uno degli attac-
Ɣ LA DOTTRINA DEL SUFFRAGIO chi più violenti della Commedia: con sarcasmo, il poeta
denuncia l’ambizione, l’avidità, l’inciviltà, la fragilità della
Il tema è presente già nei canti precedenti, nelle paro- sua politica e della sua gente corrotta.
le dei penitenti: le preghiere dei vivi possono accorciare
il tempo di espiazione delle anime. Manfredi aveva det-
to che qui per quei di là molto s’avanza (iii %HODFTXDVL LE FORME
augura che la lunga attesa in Antipurgatorio possa esser-
gli accorciata da una preghiera che surga sù di cuor che in Ɣ L’INVETTIVA E L’APOSTROFE
grazia viva (iv LQWHUFHVVLRQHGLSUHJKLHUHFKLHGR- La trattazione politica è espressa nella forma dell’invetti-
no Iacopo del Cassero (v %XRQFRQWHGD0RQWHIHO- va. Si tratta di un brano stilisticamente molto elaborato,
tro (v H3LDGHƍ7RORPHL vi  costruito su una itta rete di citazioni e riferimenti che ne
Ora è il momento di deinire la questione in termini di accentua la solennità.
dottrina. Dante dubita – usando a pretesto l’autorevolez- L’elemento retorico che più la caratterizza è l’accumu-
za dell’Eneide – che un decreto divino quale l’espiazione lazione di apostroif, rivolte agli interlocutori reali o
dei peccati possa essere modiicato, almeno nella durata, immaginari: prima alla serva Italia (v. 76), poi alla Chie-
dalla preghiera degli uomini. Ma Virgilio spiega: la cari- sa (gente che dovresti esser devotaY TXLQGLDOOƍLPSH-
tà delle anime buone può soddisfare la giustizia divina ratore (O Alberto tedescoY HLQΐQHLOWRQRUDJJLXQJH
compensando le colpe dei penitenti, e questo non impli- la drammaticità apocalittica con l’apostrofe a Dio dei vv.
ca una modiicazione delle leggi eterne. o sommo Giove / ... / son li giusti occhi tuoi rivolti
La questione, apparentemente secondaria, riveste in real- altrove?
tà grande importanza rispetto al «mercato» delle indul- Ancora un’apostrofe introduce l’attacco contro Firenze: il
genze che corrompeva a quei tempi la Chiesa. Per questo tono di quel Fiorenza mia Y DSSDUHQWHPHQWHD΍HW-
Virgilio rimanda a più approfondita discussione, illumi- tuoso, si rivela invece strumento di sarcasmo e di antifra-
nata dalla grazia di Beatrice e del Paradiso. sif per la più amara delle condanne.
Ɣ SORDELLO DA GOITO
Il personaggio potrebbe sembrare un semplice stru- Le parole che restano ↓
mento per introdurre il motivo dell’amor di patria e la
conseguente invettiva politica. Ma a negare una lettura
così limitata intervengono tre fattori: la rappresentazio-
“Ahi serva Italia, di dolore ostello”
ne eroica della sua igura, la sua condizione di poeta e La dura apostrofe di Dante all’Italia (v. 76), degradata a
la commozione dell’abbraccio a Virgilio. Con lui inizia la una posizione marginale a causa della cattiva gestione
serie di incontri con poeti che caratterizzerà il viaggio nel politica, senza più guida e con un futuro di sofferenza,
Purgatorio, tutti signiicativi per la comunione intellet- è tuttora utilizzata per stigmatizzare soprattutto la corru-
tuale e spirituale con Virgilio e Dante. zione della classe politica.

426 Purgatorio Canto VI


Competenze alla prova ESERCIZI INTERATTIVI

LA NARRAZIONE
1 Riassumi sinteticamente i contenuti delle sequenze del canto qui indicate:
 YY
 YY
 YY
 YY
 YY
2 Perché il canto vi è noto come “il canto di Sordello” e soprattutto come “il canto politico” per eccellenza del
Purgatorio?
3 Perché Dante sceglie Sordello come personaggio chiave di un canto politico?

I TEMI
4 Quale questione dottrinaria viene discussa ai vv. 25-48?

5 Metti in evidenza le due argomentazioni con le quali Virgilio scioglie il dubbio di Dante a proposito
dell’eicacia della preghiera (vv. 34-48).
6 A chi attribuisce Dante, nell’aspra invettiva che caratterizza il canto, la colpa della divisione e della decadenza
italiana? Quale sua tipica visione universalistica della politica si rilette nelle sue parole?
7 Chi è Sordello da Goito?

LE FORME
8 Spiega sinteticamente le due similitudini che aprono e chiudono il canto.

9 Suddividi in parti distinte l’invettiva di Dante (vv. 76-151), attribuendo a ognuna di esse un titolo o una
didascalia.

AVVIO AL SAGGIO BREVE


Nell’Europa dei tempi di Dante la società era violentemente lacerata dagli scontri fra due modelli di organizzazione
politica: quello di un unico Stato sovranazionale, l’Impero, che avrebbe dovuto ordinare secondo comuni principi
morali l’intera cristianità, e quello dei nascenti Stati nazionali indipendenti. La situazione era ulteriormente
complicata da due altri fattori: i rapporti con la Chiesa, che oltre a un efettivo potere temporale su parte del
territorio italiano voleva imporre la propria autorità spirituale e universale; e per altro verso, in particolare in Italia,
esisteva una realtà di molteplici governi locali autonomi, dai Comuni alle corti signorili.
Secondo te, esistono analogie fra quella situazione e l’attuale geograia politica europea (e mondiale)? Fra
un grande Stato comune, una nazione tradizionale e una piccola autonomia locale, quale forma di governo
preferisci? Quali pregi e quali difetti riconosci a ognuna di queste strutture politiche?

PER DISCUTERE
In un mondo globalizzato con una società sempre più multietnica ha ancora spazio, può avere dimora il senso
della comune appartenenza a una patria, a un paese, a una comunità locale? Discutetene tra di voi.

SCRIVERE CON DANTE


Leggi l’articolo di Marcello Veneziani Il padre dell’Italia unita? Altro che Cavour, è Dante (in “Il Giornale” 1-10-
2010) al sito www.ilgiornale.it/news/padre-dell-italia-unita-altro-che-cavour-dante.html e prepara una breve
recensione che ne presenti il contenuto essenziale.

Canto VI 427
Canto III
Canto VII
Il canto della valle dei principi
TEMPO PENITENTI E PENA
domenica di Pasqua 10 aprile 1300, pomeriggio avanzato Spiriti negligenti
Quarta schiera: i principi negligenti
LUOGO
Le anime dei principi e regnanti, che le cure dello Stato
ANTIPURGATORIO e la gloria mondana hanno allontanato dalle cure spirituali, o
È la parte bassa della montagna del Purgatorio, che che si dimostrarono indolenti nell’esercizio delle loro funzioni
comprende la spiaggia e la prima fascia, i primi tre balzi della per il bene dei sudditi, sono raccolte in una valletta amena
costa. Qui i penitenti cominciano a espiare dovendo attendere e siedono su un prato verdissimo, pieno di fiori profumati
un determinato periodo di tempo prima di poter salire alle vere e variopinti. Devono restare fuori del Purgatorio tanto tempo
cornici del Purgatorio dove purgare con pene fisiche i propri quanto vissero e ogni giorno al tramonto sono sottoposti
peccati. alla tentazione del serpente.

BALZO II
La valletta amena. Si tratta di una conca lussureggiante
di prati verdissimi e di splendidi fiori.

PERSONAGGI
Dante, Virgilio, Sordello, Rodolfo d’Asburgo, Ottocaro II
di Boemia, Filippo III di Francia, Enrico I di Navarra,
Pietro III e Alfonso III d’Aragona, Carlo I d’Angiò,
Arrigo III d’Inghilterra, Guglielmo VII di Monferrato.

VALLETTA AMENA
ANTIPURGATORIO

BALZO II
PRINCIPI NEGLIGENTI

428
Sommario ↓
vv. 1-39 Il riconoscimento fra Sordello e Virgilio
Dopo aver abbracciato il concittadino, Sordello chiede ai due pellegrini di rivelare la loro identità. Virgilio
dichiara il proprio nome, l’origine e il tempo in cui visse; Sordello è stupito, confuso, riverente. Il poeta
latino descrive poi la propria condizione nel Limbo, dove sono i pargoli innocenti e tutti coloro che non
poterono conoscere e praticare le tre virtù teologali, spiega le ragioni del suo viaggio e chiede quale
sia la via più breve per raggiungere il vero inizio del Purgatorio.

vv. 40-84 Sordello guida di Dante e di Virgilio


Sordello farà da guida ai poeti fin dove gli è concesso spingersi; ma poiché è legge divina nel Purgatorio
che di notte non si possa procedere, i tre si avviano verso una valletta, tempestata di splendidi fiori.
Sul suo verdissimo prato siedono molte anime, che cantano il Salve Regina.

vv. 85-136 La valletta dei principi negligenti


Sordello passa in rassegna i personaggi che popolano il luogo. Si tratta della schiera dei principi negli-
genti: Rodolfo d’Asburgo, che avrebbe saputo sanare i mali dell’Italia; Ottocaro, re di Boemia, più virtuoso
del figlio Venceslao, che si nutrì, invece, di lussuria e ozio; Filippo III, re di Francia, ed Enrico I di Navarra,
entrambi addolorati per la vita viziosa del loro congiunto Filippo IV, il mal di Francia. E ancora: Pietro III d’A-
ragona e Carlo I d’Angiò, le cui virtù non si trasmisero agli eredi, che ora opprimono il regno di Napoli e la
contea di Provenza: la virtù non si eredita dai padri, ma discende da Dio, come una grazia. Sordello addita
poi Arrigo III d’Inghilterra, seduto in disparte e, in luogo più basso, Guglielmo VII, marchese del Monferrato.

Leggiamo il canto
Ɣ L’OMAGGIO A VIRGILIO to e riservato ai principi che solo tardi pensarono alla sal-
vezza eterna perché troppo occupati nelle faccende terre-
La prima parte del canto è una nuova occasione per tes- ne. La valletta amena ripropone le caratteristiche classiche
sere le lodi di Virgilio, per confermare l’eccellenza del suo del locus amoenus, del giardino delle delizie, ed è preigu-
spirito e della sua poesia, attraverso le parole di Sordello. razione di quell’Eden, di quel Paradiso terrestre che Dante

Ɣ L’ORDINAMENTO DEL PURGATORIO


scoprirà sulla vetta del monte del Purgatorio. Per analogia
e contrasto, l’idillico giardino richiama e si contrappone
Nel canto precedente Sordello ha fornito occasione per alle selve infernali, quella dello smarrimento iniziale del
l’appassionata rilessione politica sull’Italia; ora fornisce ai poeta e quella dei suicidi.
pellegrini (e ai lettori) alcune informazioni sui princìpi che
regolano il Purgatorio: Ɣ I PRINCIPI NEGLIGENTI
 ƔFRORURFKHGHYRQRWUDVFRUUHUHXQFHUWRSHULRGRGLWHPSR La presentazione dei principi nella ridente valletta loro
nell’Antipurgatorio non hanno una sede issa, ma pos- destinata vive di alcune caratteristiche:
sono muoversi tutto intorno alla costa del monte e salire  ƔOƍDWPRVIHUDVHULDHPHGLWDWLYDGLDOWDVSLULWXDOLW¢FKHLQ-
verso la porta del Purgatorio; dica l’altezza dei personaggi e delle loro responsabilità
 ƔLQWXWWRLOFROOHVLSX´SURFHGHUHVRORΐQRDFKHLOVR- politiche e morali;
le non tramonta, poi bisogna arrestarsi ino all’alba, o  ƔOƍRFFDVLRQHSHUXQRGHLVROLWLHOHQFKLFKHSRSRODQROD
muoversi in tondo e verso il basso, poiché senza la sua Commedia di tante particolari igure umane;
OXFHQRQVLSX´YHGHUHLOFDPPLQRYHUVROƍDOWRFRV®YLH-  ƔLVHQWLPHQWLGLDUPRQLDHVROLGDULHW¢FKHXQLVFRQRLQ
ne simboleggiata la condizione del cristiano, che senza Purgatorio uomini ieramente nemici in terra;
ODOXFHGHOOD*UD]LDQRQSX´DYDQ]DUHVXOODVWUDGDGHOOD  ƔODSROHPLFDFRQWURJOLHUURULSROLWLFLGHLSRWHQWLHLOORUR
puriicazione. comportamento malvagio;
 ƔODUDΎJXUD]LRQHGHLSHUVRQDJJLDWWUDYHUVRPRYHQ]H
Ɣ LA VALLETTA AMENA tratti e particolari isici;
Nella costa arida e rocciosa del colle si apre una valletta  ƔLOJLXGL]LRHOƍLQGLFD]LRQHGHOORURDJLUHSROLWLFRDWWUDYHU-
dove la natura è rigogliosa di erbe e iori, luogo privilegia- so le igure dei loro igli.

429
AUDIOLETTURA DEL CANTO

Canto VII VIDEO: I LUOGHI DELLA NARRAZIONE

1-3 Sordello, dopo avere ripetuto più volte (iterate)


i suoi festosi e cortesi gesti di accoglienza, si tirò
P oscia che l’accoglienze oneste e liete
furo iterate tre e quattro volte,
indietro e disse: «Voi, chi siete?».
3 Sordel si trasse, e disse: «Voi, chi siete?».
4-9 «Il mio corpo fu sepolto per ordine di Ottaviano «Anzi che a questo monte fosser volte
prima della venuta di Cristo, che consentì alle anime l’anime degne di salire a Dio,
degne di accedere a questo monte. Io sono Virgilio;
e ho perso il Paradiso per nessuna altra colpa (rio), 6 fur l’ossa mie per Ottavian sepolte.
che per non avere avuto la fede». Così rispose allora Io son Virgilio; e per null’altro rio
la mia guida.
lo ciel perdei che per non aver fé».
9 Così rispuose allora il duca mio.
10-15 Come diventa chi vede una cosa improvvisa Qual è colui che cosa innanzi sé
(sùbita), per cui si stupisce al punto da crederci e sùbita vede ond’e’ si maraviglia,
non crederci, dicendo «È vera ... non è vera», così
sembrò Sordello; poi abbassò gli occhi, e rispettosa-
12 che crede e non, dicendo «Ella è ... non è ...»,
mente si avvicinò ancora a Virgilio, abbracciandolo tal parve quelli; e poi chinò le ciglia,
nel punto in cui l’inferiore abbraccia la persona più e umilmente ritornò ver’ lui,
importante.
15 e abbracciòl là ’ve ’l minor s’appiglia.
16-21 «O gloria degli Italiani», disse, «per merito del «O gloria di Latin», disse, «per cui
quale la nostra lingua mostrò tutta la sua capacità mostrò ciò che potea la lingua nostra,
artistica (ciò che potea), o eterno onore (pregio) del
territorio in cui anch’io nacqui, quale mio merito o
18 o pregio etterno del loco ond’io fui,
quale grazia ti mostra a me? Se io sono degno di qual merito o qual grazia mi ti mostra?
ascoltare le tue parole, dimmi se vieni dall’Inferno e
da quale cerchio (chiostra)».
S’io son d’udir le tue parole degno,
21 dimmi se vien d’inferno, e di qual chiostra».
22-27 «Io sono venuto qua attraversando tutti i «Per tutt’i cerchi del dolente regno»,
cerchi dell’Inferno, il regno del dolore (dolente)», gli rispuose lui, «son io di qua venuto;
rispose Virgilio; «sono stato indotto a venire da una
potenza (virtù) celeste, ed essa mi accompagna 24 virtù del ciel mi mosse, e con lei vegno.
(con lei vegno). Non per fare, ma per non fare ho Non per far, ma per non fare ho perduto
perduto la possibilità di vedere Dio, l’alto Sole che
tu desideri (disiri) vedere, e che fu conosciuto da
a veder l’alto Sol che tu disiri
me troppo tardi. 27 e che fu tardi per me conosciuto.
28-30 Nell’Inferno esiste un luogo non rattristato Luogo è là giù non tristo di martìri,
da sofferenze fisiche (martìri), ma solo da tenebre, ma di tenebre solo, ove i lamenti
dove i lamenti non risuonano come gemiti di dolore
(guai), ma sono sospiri. 30 non suonan come guai, ma son sospiri.

430 Purgatorio Canto VII


Quivi sto io coi pargoli innocenti 31-39 Io sto in quel luogo in compagnia dei bambini
dai denti morsi de la morte avante innocenti, che furono presi dal morso della morte prima
che fossero purificati (essenti) dal peccato originale
33 che fosser da l’umana colpa essenti; (l’umana colpa); lì sto con le anime di coloro che non
quivi sto io con quei che le tre sante si rivestirono delle tre virtù teologali (sante virtù) e con-
ducendo una vita virtuosa (sanza vizio) conobbero e
virtù non si vestiro, e sanza vizio praticarono tutte le altre. Ma se tu sai e puoi, dàcci
36 conobber l’altre e seguir tutte quante. qualche indicazione, che ci consenta di arrivare più
Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio velocemente (più tosto) là dove il Purgatorio ha il suo
vero (dritto) inizio».
dà noi per che venir possiam più tosto
39 là dove purgatorio ha dritto inizio».
Rispuose: «Loco certo non c’è posto; 40-42 Rispose: «A noi non è fissato (c’è posto) un
licito m’è andar suso e intorno; luogo determinato; mi è consentito muovermi verso
l’alto e intorno; ti sto al fianco (mi t’accosto) come
42 per quanto ir posso, a guida mi t’accosto. guida, per quanto posso andare.
Ma vedi già come dichina il giorno, 43-48 Ma vedi come ormai il giorno si avvia al tra-
e andar sù di notte non si puote; monto (dichina), e di notte non si può salire; perciò è
45 però è buon pensar di bel soggiorno. opportuno cercare un luogo piacevole per fermarsi
(di bel soggiorno). Da questo lato, a destra, ci so-
Anime sono a destra qua remote; no anime appartate (remote); se me lo permetti, ti
se mi consenti, io ti merrò ad esse, condurrò (merrò) da esse, e potrai conoscerle non
senza gioia da parte tua».
48 e non sanza diletto ti ier note».
«Com’è ciò?», fu risposto. «Chi volesse 49-51 «Com’è possibile?» rispose Virgilio. «Se uno
salir di notte, fora elli impedito volesse salire di notte, sarebbe (fora) ostacolato da
qualcuno (d’altrui), o non salirebbe (sarria)?».
51 d’altrui, o non sarria ché non potesse?».
E ’l buon Sordello in terra fregò ’l dito, 52-57 E il cortese Sordello tracciò col dito un segno
dicendo: «Vedi? sola questa riga sul suolo, dicendo: «Vedi? Dopo il tramonto del sole,
non riusciresti a varcare neppure questa linea: e non
54 non varcheresti dopo ’l sol partito: per altra causa che desse impedimento (briga) a
non però ch’altra cosa desse briga, salire (ir suso), se non l’oscurità della notte; questa
togliendo la possibilità (nonpoder) di salire, ne osta-
che la notturna tenebra, ad ir suso; cola (intriga) anche il desiderio.
57 quella col nonpoder la voglia intriga.
Ben si poria con lei tornare in giuso 58-60 Con la tenebra (con lei) sarebbe tuttavia
e passeggiar la costa intorno errando, possibile tornare in basso e camminare vagando
attorno al monte, finché l’orizzonte nasconde (tien
60 mentre che l’orizzonte il dì tien chiuso». chiuso) la luce del giorno».
Allora il mio segnor, quasi ammirando, 61-66 Allora il mio signore, come chi si meraviglia
«Menane», disse, «dunque là ’ve dici (quasi ammirando), disse: «Guidaci (Menane) dun-
que là dove dici che il soggiorno (dimorando) può
63 ch’aver si può diletto dimorando». essere motivo di diletto». Ci eravamo appena allon-
Poco allungati c’eravam di lici, tanati da lì (lici), quando mi accorsi che il monte era
incavato (scemo), come i valloni incavano (scemano)
quand’io m’accorsi che ’l monte era scemo, i fianchi delle montagne sulla terra (quici).
66 a guisa che i vallon li sceman quici.
«Colà», disse quell’ombra, «n’anderemo 67-69 «Là», disse quell’anima (Sordello), «noi ora ci
dove la costa face di sé grembo; dirigeremo, dove il fianco della montagna (costa) si
raccoglie (face grembo); e lì attenderemo il nuovo
69 e là il novo giorno attenderemo». giorno».
Tra erto e piano era un sentiero schembo, 70-72 C’era un sentiero trasversale (schembo) un
che ne condusse in ianco de la lacca, po’ in salita e un po’ pianeggiante, che ci condusse
a un lato dell’avvallamento (lacca), dove l’orlo di esso
72 là dove più ch’a mezzo muore il lembo. digrada (muore) oltre la metà della costa.

Sordello guida di Dante e di Virgilio 431


73-81 L’oro e l’argento puro, la cocciniglia (cocco) e la Oro e argento ine, cocco e biacca,
biacca, l’azzurro cupo, il legno luminoso e chiaro (lu- indaco, legno lucido e sereno,
cido e sereno), il verde fresco dello smeraldo appena
spezzato (in l’ora che si fiacca), se fossero messi tutti 75 fresco smeraldo in l’ora che si iacca,
dentro quella valle (seno), ognuno di essi sarebbe da l’erba e da li ior, dentr’a quel seno
sconfitto dal colore dell’erba e dei fiori, come una
cosa minore (il meno) è vinta da quella che è supe-
posti, ciascun saria di color vinto,
riore (suo maggiore) a lei. Ma la natura in quel luogo 78 come dal suo maggiore è vinto il meno.
non aveva soltanto (pur) dipinto, ma dalla soavità di Non avea pur natura ivi dipinto,
mille odori, ne creava uno sconosciuto (incognito)
e indistinto. ma di soavità di mille odori
81 vi facea uno incognito e indistinto.
82-84 Vidi che nella valle, sull’erba verde e sui fiori, ‘Salve, Regina’ in sul verde e ’n su’ iori
sedevano anime che cantavano ‘Salve, Regina’, e quindi seder cantando anime vidi,
a causa dell’avvallamento (per la valle) non si ve-
devano dall’esterno (di fuori). 84 che per la valle non parean di fuori.
85-90 «Prima che il poco sole che ancora rimane, «Prima che ’l poco sole omai s’annidi»,
tramonti (s’annidi)», disse Sordello che ci aveva cominciò ’l Mantoan che ci avea vòlti,
guidati lì (vòlti), «non chiedetemi di condurvi fra
queste anime. Da questa altura (balzo) voi potrete
87 «tra color non vogliate ch’io vi guidi.
distinguere i volti e gli atteggiamenti di tutte quante Di questo balzo meglio li atti e ’ volti
le anime, meglio che se entraste laggiù nella valle
conoscerete voi di tutti quanti,
(lama) mischiati a esse.
90 che ne la lama giù tra essi accolti.
91-96 Colui che siede più in alto e che con l’aspetto Colui che più siede alto e fa sembianti
manifesta (fa sembianti) di aver trascurato (negletto)
di compiere il suo dovere, e non unisce (move) la
d’aver negletto ciò che far dovea,
sua voce al canto delle altre anime, fu l’imperatore 93 e che non move bocca a li altrui canti,
Rodolfo, che avrebbe potuto guarire le ferite che Rodolfo imperador fu, che potea
hanno distrutto (morta) l’Italia, tanto che essa sarà
ricostruita (si ricrea) tardi e per merito di un altro. sanar le piaghe c’hanno Italia morta,
96 sì che tardi per altri si ricrea.
97-102 L’altro che col suo atteggiamento (vista) L’altro che ne la vista lui conforta,
sembra confortarlo, regnò (resse) sulla terra da cui resse la terra dove l’acqua nasce
nascono le acque che il fiume Moldava (Molta) riversa
nell’Elba (Albia), e l’Elba porta nel mare: si chiamò 99 che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:
Ottocaro (Ottacchero) e anche in fasce fu assai più Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce
saggio di suo figlio Venceslao adulto (barbuto), che
si nutre (pasce) di lussuria e di ozio.
fu meglio assai che Vincislao suo iglio
102 barbuto, cui lussuria e ozio pasce.
103-108 E quello dal piccolo naso (il re di Francia E quel nasetto che stretto a consiglio
Filippo III) che si vede impegnato a parlare (stretto a par con colui c’ha sì benigno aspetto,
consiglio) con l’altro che ha un’apparenza così bene-
vola, morì mentre fuggiva e disonorava (disfiorava) il 105 morì fuggendo e disiorando il giglio:
giglio di Francia: guardate là come si batte il petto! guardate là come si batte il petto!
Osservate l’altro che, sospirando, ha appoggiato la
guancia al palmo della mano.
L’altro vedete c’ha fatto a la guancia
108 de la sua palma, sospirando, letto.
109-120 Essi sono padre (Filippo III) e suocero Padre e suocero son del mal di Francia:
(Enrico di Navarra) del re che è la rovina della Fran- sanno la vita sua viziata e lorda,
cia (Filippo il Bello): conoscono la sua vita oziosa
e corrotta (lorda), e di qui (quindi) deriva il dolore 111 e quindi viene il duol che sì li lancia.
che li strazia (li lancia) in tal modo. Quello (Pietro III Quel che par sì membruto e che s’accorda,
d’Aragona) che sembra così robusto (membruto)
e che unisce il suo canto a quello dal grande naso
cantando, con colui dal maschio naso,
(Carlo I d’Angiò), fu un cavaliere pieno d’ogni virtù 114 d’ogne valor portò cinta la corda;

432 Purgatorio Canto VII


e se re dopo lui fosse rimaso (portò cinta la corda); e se dopo di lui fosse rimasto
lo giovanetto che retro a lui siede, sul trono il giovinetto (Alfonso III d’Aragona) che
siede alle sue spalle, la virtù si sarebbe certo tra-
117 ben andava il valor di vaso in vaso, smessa di padre in figlio (di vaso in vaso), il che non
che non si puote dir de l’altre rede; si può invece dire degli altri eredi (rede); Giacomo
e Federico hanno ereditato i reami; ma né uno né
Iacomo e Federigo hanno i reami; l’altro posseggono il meglio (la saggezza e il valore
120 del retaggio miglior nessun possiede. del padre) dell’eredità (retaggio).
Rade volte risurge per li rami 121-129 Raramente si trasmette la virtù umana
l’umana probitate; e questo vole (probitate) tramite la discendenza (per li rami); e
Colui che la assegna vuole così, perché si invochi
123 quei che la dà, perché da lui si chiami. da Lui. Le mie parole si riferiscono anche a quello
Anche al nasuto vanno mie parole dal grande naso (Carlo d’Angiò), non meno che
all’altro, Pietro d’Aragona, che canta con lui, i cui
non men ch’a l’altro, Pier, che con lui canta, successori già fanno soffrire i reami di Napoli e di
126 onde Puglia e Proenza già si dole. Provenza. Carlo II (la pianta) è di tanto inferiore al
Tant’è del seme suo minor la pianta, padre Carlo I (seme), quanto ha maggiore ragione
di vantarsi del proprio marito (Pietro d’Aragona)
quanto, più che Beatrice e Margherita, Costanza, che non Beatrice e Margherita (prima e
129 Costanza di marito ancor si vanta. seconda moglie) del loro (Carlo d’Angiò).
Vedete il re de la semplice vita 130-132 Osservate il re dalla vita semplice Arrigo
seder là solo, Arrigo d’Inghilterra: d’Inghilterra, che siede là in disparte: questi ha
migliore fortuna (uscita) nei suoi discendenti (ne’
132 questi ha ne’ rami suoi migliore uscita. rami suoi).
Quel che più basso tra costor s’atterra, 133-136 Colui che sta seduto per terra (s’atterra)
guardando in suso, è Guiglielmo marchese, fra costoro, più in basso, e guarda verso l’alto (in
suso) è il marchese Guglielmo VII di Monferrato,
per cui e Alessandria e la sua guerra per la cui morte Alessandria e la sua guerra hanno
136 fa pianger Monferrato e Canavese». provocato gravi lutti (fa pianger) nel Monferrato e
nel Canavese».

La valletta dei principi negligenti 433


Canto III
Canto VIII
Il canto di Nino Visconti
TEMPO PENITENTI E PENA
domenica di Pasqua 10 aprile 1300, al tramonto Spiriti negligenti
Quarta schiera: i principi negligenti
LUOGO Le anime dei principi e regnanti, che le cure dello Stato e la
ANTIPURGATORIO gloria mondana hanno allontanato dalle cure spirituali, o che si
È la parte bassa della montagna del Purgatorio, che dimostrarono indolenti nell’esercizio delle loro funzioni
comprende la spiaggia e la prima fascia, i primi tre balzi della per il bene dei sudditi, sono raccolte in una valletta amena
costa. Qui i penitenti cominciano a espiare dovendo attendere e siedono su un prato verdissimo, pieno di fiori profumati
un determinato periodo di tempo prima di poter salire alle vere e variopinti. Devono restare fuori del Purgatorio tanto tempo
cornici del Purgatorio dove purgare con pene fisiche i propri quanto vissero e ogni giorno al tramonto sono sottoposti
peccati. alla tentazione del serpente.

BALZO II
La valletta amena. Si tratta di una conca lussureggiante
di prati verdissimi e di splendidi fiori.

PERSONAGGI
Dante, Virgilio, Nino Visconti, Corrado Malaspina,
Sordello, due angeli (custodi della valletta)

VALLETTA AMENA NINO VISCONTI


ANTIPURGATORIO

BALZO II
PRINCIPI NEGLIGENTI

CORRADO MALASPINA

434
Sommario ↓
vv. 1-45 Il tramonto in Purgatorio
È il tramonto, l’ora in cui il ricordo riaccende nei naviganti il desiderio della patria lontana. Una delle
anime intona l’inno Te lucis ante, seguita dalle altre in coro. Tutte sembrano in attesa. Dante richiama
l’attenzione del lettore sul significato allegorico di questa scena. Ed ecco scendere dall’alto due ange-
li, vestiti di verde, con in mano due spade infuocate e prive delle punte, che hanno il compito – come
spiega Sordello – di mettere in fuga il serpente che sta per giungere.

vv. 46-84 Incontro con Nino Visconti


I tre poeti scendono nella valletta, dove Dante riconosce il nobile amico Nino Visconti. Questi, udito
che Dante è vivo, si ritrae meravigliato e grida all’anima di Corrado Malaspina di venire a vedere quale
grazia Dio ha concesso a un vivente. Poi chiede a Dante di ricordare alla figlia Giovanna di pregare
per lui, così che i suoi suffragi giungano fino al cielo. Si rammarica infine che la moglie Beatrice d’Este
non lo ami più, e abbia sposato un Visconti: lo stemma del nuovo marito, che sarà posto sul sepolcro
di lei, non le farà tanto onore, quanto le avrebbe fatto il suo.

vv. 85-108 Allegoria della tentazione


Dante alza gli occhi al cielo, dove, al posto delle quattro stelle viste all’alba, può ammirare tre astri, sim-
bolo delle virtù teologali, che illuminano il polo antartico. A un tratto, ecco giungere la biscia tentatrice,
messa però subito in fuga dagli angeli.

vv. 109-139 Incontro con Corrado Malaspina


Dopo la fulminea scena, Corrado Malaspina chiede a Dante notizie della Val di Magra, dove egli fu
grande signore, e gli profetizza che fra poco conoscerà direttamente le virtù dei Malaspina, quando,
esule, sarà da loro accolto.

Leggiamo il canto
Ɣ IL TEMA ALLEGORICO: LA TENTAZIONE che lo spinge nell’ultima parte del canto a una delle più
intense lodi mai rivolte a signori del suo tempo. Il motivo
Lo stesso Dante, con un’apostrofe diretta al lettore degli afetti si fonde qui con il tema autobiograico, e in
(vv. 19-21), annuncia e richiama in modo esplicito il signi- particolare con il pensiero dell’esilio, con le ansie del pere-
icato simbolico di quanto verrà narrato nel canto: «o let- grinare di Dante di terra in terra alla ricerca di chi, come
tore, aguzza il tuo intelletto e la tua attenzione per com- la famiglia dei Malaspina, sapesse accoglierlo adeguata-
prendere il vero signiicato della scena che ora descrive- mente e con liberalità.
rò, poiché il velo che nasconde il senso allegorico è molto
sottile».
L’allegoria percorre tutto il canto: l’apparizione degli ange-
Ɣ L’INCIPIT
li a protezione e guardia della valletta dei principi simbo- L’esordio del canto è il celeberrimo Era già l’ora che volge
leggia l’intervento e l’aiuto divino, la comparsa del serpen- il disio: in due terzine il poeta coglie le immagini e i senti-
te è simbolo della tentazione e del peccato, la sua caccia- menti che più intimamente si collegano al momento del
ta da parte degli angeli è simbolo della Grazia di Dio che tramonto: l’attimo di rilessione, la nostalgia per i luoghi
interviene contro il male; tutta la scena ripropone l’imma- lontani e amati, la malinconia che addolcisce il cuore, il
gine del Paradiso terrestre e la situazione del peccato ori- ricordo degli amici, il suono delle campane che annuncia-
ginale. A questi, si aggiunge un altro elemento allegori- no la ine del giorno.
co: le tre stelle che appaiono nel cielo, simbolo delle virtù
teologali, fede, speranza e carità. Ɣ LA FISICITÀ DI DANTE
Ɣ IL TEMA SENTIMENTALE: GLI AFFETTI Ancora una volta, Dante propone lo stupore e il timore
dei penitenti di fronte alla sua condizione di persona viva.
E L’ESILIO Questa volta lo annuncia lui stesso, su richiesta di Nino
Il secondo grande tema del canto è quello degli afetti Visconti: e subito Sordello si stringe a Virgilio chiedendo-
umani. Qui si parla dell’amore paterno di Nino Visconti, ne una spiegazione, mentre Nino Visconti prima indie-
del suo afetto coniugale e del suo dolore per il compor- treggia, ma poi subito chiama con gioia un’altra anima ad
tamento della moglie, della cortese amicizia che lo legò a assistere al miracolo. È l’ennesima occasione per sottoli-
Dante; e poi del sentimento di generosità dei Malaspina neare l’eccezionalità del viaggio e della grazia concessa a
verso Dante e della sua sincera, commossa gratitudine, Dante, e per caratterizzarne il rapporto con le anime.

435
AUDIOLETTURA DEL CANTO

Canto VIII VIDEO: I LUOGHI DELLA NARRAZIONE

1-9 Era ormai l’ora in cui il ricordo fa rivolgere (volge)


il pensiero dei naviganti al giorno in cui dissero addio
E ra già l’ora che volge il disio
ai navicanti e ’ntenerisce il core
ai loro cari e intenerisce il loro cuore; e in cui fa soffrire
d’amore (d’amore punge) colui che da poco s’è messo 3 lo dì c’han detto ai dolci amici addio;
in viaggio (novo peregrin), non appena egli sente il e che lo novo peregrin d’amore
suono lontano di una campana (squilla) che sembra
piangere il giorno che finisce; quando io cominciai a
punge, se ode squilla di lontano
non udire più (render vano l’udire) e cominciai a fissare 6 che paia il giorno pianger che si more;
una delle anime che, sorta in piedi (surta), chiedeva quand’io incominciai a render vano
con un cenno della mano di essere ascoltata.
l’udire e a mirare una de l’alme
9 surta, che l’ascoltar chiedea con mano.
10-12 Essa congiunse e sollevò le due mani (pal- Ella giunse e levò ambo le palme,
me), guardando intensamente (ficcando li occhi) iccando li occhi verso l’orïente,
verso l’oriente, come se dicesse a Dio: «Non m’im-
porta (calme) d’altro». 12 come dicesse a Dio: ‘D’altro non calme’.
13-18 Poi dalla bocca le uscì (uscio) la preghiera ‘Te lucis ante’ sì devotamente
‘Te lucis ante’, con tale devozione e con note così le uscìo di bocca e con sì dolci note,
armoniose, che mi fece andare in estasi (uscir di
mente); e le altre anime poi dolcemente e devota-
15 che fece me a me uscir di mente;
mente la seguirono (seguitar lei) nel canto per tutto e l’altre poi dolcemente e devote
il resto dell’inno, con gli occhi sempre fissi alle sfere seguitar lei per tutto l’inno intero,
celesti (superne rote).
18 avendo li occhi a le superne rote.
19-27 Aguzza qui, lettore, la vista con attenzione Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,
(ben) per scorgere la verità, perché il velo (allegorico) ché ’l velo è ora ben tanto sottile,
è ora così trasparente (ben tanto sottile), che certa-
mente sarebbe molto facile (leggero) attraversarlo e 21 certo che ’l trapassar dentro è leggero.
superarlo. Io vidi quella schiera (essercito) di anime Io vidi quello essercito gentile
nobili (gentile) guardare poi verso l’alto (sùe), quasi
in attesa, pallida e umile; e vidi apparire dall’alto e tacito poscia riguardare in sùe,
scendere giù due angeli con due spade infuocate 24 quasi aspettando, palido e umìle;
(affocate), tronche e prive delle loro punte.
e vidi uscir de l’alto e scender giùe
due angeli con due spade afocate,
27 tronche e private de le punte sue.
28-33 Essi indossavano vesti di un colore verde Verdi come fogliette pur mo nate
simile a quello delle foglioline appena (pur mo)
spuntate, che ondeggiavano dietro di loro, mosse e
erano in veste, che da verdi penne
agitate dal vento (ventilate) delle verdi ali. Uno di loro 30 percosse traean dietro e ventilate.

436 Purgatorio Canto VIII


L’un poco sovra noi a star si venne, venne a collocarsi un poco sopra di noi e l’altro scese
e l’altro scese in l’opposita sponda, sul fianco (sponda) opposto della valletta, così che
le anime (gente) rimasero (si contenne) in mezzo.
33 sì che la gente in mezzo si contenne.
Ben discernëa in lor la testa bionda; 34-36 Io vedevo distintamente (discernëa) in loro
ma ne la faccia l’occhio si smarria, i biondi capelli; ma la vista si smarriva nel (fulgore
del) volto, come una facoltà (virtù) sopraffatta da
36 come virtù ch’a troppo si confonda. un’immagine troppo forte (ch’a troppo si confonda).
«Ambo vegnon del grembo di Maria», 37-39 Disse Sordello: «Vengono entrambi dal grem-
disse Sordello, «a guardia de la valle, bo di Maria (dall’Empireo), a difesa della valle, per il
serpente che verrà tra poco (vie via)».
39 per lo serpente che verrà vie via».
Ond’io, che non sapeva per qual calle, 40-45 Per cui io, che non sapevo per quale strada
mi volsi intorno, e stretto m’accostai, (calle) (sarebbe giunto), mi guardai intorno e, freddo
per la paura, mi strinsi alle spalle fidate di Virgilio. E
42 tutto gelato, a le idate spalle. anche Sordello (disse): «Ora scendiamo ormai nella
E Sordello anco: «Or avvalliamo omai valle (avvalliamo), fra le grandi anime, e parleremo
a esse: a loro sarà (fia) molto gradito (grazïoso)
tra le grandi ombre, e parleremo ad esse; vedervi».
45 grazïoso ia lor vedervi assai».
Solo tre passi credo ch’i’ scendesse, 46-51 Io credo di essere sceso solo di tre passi e mi
e fui di sotto, e vidi un che mirava trovai di sotto, e vidi un’anima che fissava solo (pur)
me, come se volesse riconoscermi. Era già il momen-
48 pur me, come conoscer mi volesse. to in cui l’aria diventava scura (l’aere s’annerava), ma
Temp’era già che l’aere s’annerava, non tanto da impedire di vedere (dichiarisse), per la
breve distanza fra i suoi occhi e i miei, ciò che prima
ma non sì che tra li occhi suoi e ’ miei era precluso alla vista (pria serrava).
51 non dichiarisse ciò che pria serrava.
Ver’ me si fece, e io ver’ lui mi fei: 52-54 Egli si mosse (si fece) verso di me e io verso
giudice Nin gentil, quanto mi piacque di lui: o nobile giudice Nino, quanto fui lieto di vedere
che non eri fra i dannati (rei)!
54 quando ti vidi non esser tra ’ rei!
Nullo bel salutar tra noi si tacque; 55-60 Nessun saluto cortese (bel) rimase inespres-
poi dimandò: «Quant’è che tu venisti so (si tacque) fra noi; poi domandò: «Da quanto sei
giunto sulla spiaggia del Purgatorio attraverso le lon-
57 a piè del monte per le lontane acque?». tane acque?». «Oh!» risposi «sono giunto stamane,
«Oh!», diss’io lui, «per entro i luoghi tristi attraverso i luoghi di dolore e sono ancora nella vita
mortale (prima vita), sebbene faccia questo viaggio
venni stamane, e sono in prima vita, per guadagnare la vita immortale (altra)».
60 ancor che l’altra, sì andando, acquisti».
E come fu la mia risposta udita, 61-66 Non appena ebbero udito la mia risposta, Sor-
dello e Nino (elli) si trassero indietro come persone
Sordello ed elli in dietro si raccolse improvvisamente confuse per la meraviglia. Il primo
63 come gente di sùbito smarrita. (Sordello) si rivolse a Virgilio e Nino s’indirizzò a un’a-
L’uno a Virgilio e l’altro a un si volse nima che stava seduta, gridando: «Alzati, Corrado,
vieni a vedere quale prodigio Dio ha voluto fare per
che sedea lì, gridando: «Sù, Currado! mezzo della sua grazia».
66 vieni a veder che Dio per grazia volse».
Poi, vòlto a me: «Per quel singular grado 67-75 Poi, rivolto a me: «In nome di quella eccezio-
che tu dei a colui che sì nasconde nale gratitudine (singular grado) che devi a Dio, che
nasconde la ragione prima del suo operare (lo suo
69 lo suo primo perché, che non lì è guado, primo perché), così che non vi è passaggio per com-
quando sarai di là da le larghe onde, prenderla (non lì è guado), quando sarai al di là delle
grandi onde (sulla terra), raccomanda alla mia Gio-
dì a Giovanna mia che per me chiami vanna di rivolgersi per me al cielo, che esaudisce le
72 là dove a li ’nnocenti si risponde. preghiere degli innocenti. Non credo che sua madre

Incontro con Nino Visconti 437


mi ami ancora, da quando (poscia) ha abbandonato Non credo che la sua madre più m’ami,
le bende vedovili (le bianche bende), che dovrà però, poscia che trasmutò le bianche bende,
infelice, un giorno rimpiangere (ancora brami).
75 le quai convien che, misera!, ancor brami.
76-78 Dal suo esempio (Per lei) si comprende molto Per lei assai di lieve si comprende
facilmente (assai di lieve) quanto duri poco in una quanto in femmina foco d’amor dura,
donna la fiamma d’amore, se non è alimentata dalla
vista (occhio) o dalla vicinanza (tatto).
78 se l’occhio o ’l tatto spesso non l’accende.
79-81 La vipera che i Milanesi pongono sullo stem- Non le farà sì bella sepultura
ma (accampa) non onorerà tanto la sua tomba, così la vipera che Melanesi accampa,
come avrebbe fatto il gallo dei Signori di Gallura».
81 com’avria fatto il gallo di Gallura».
82-87 Così diceva, portando impresso (segnato Così dicea, segnato de la stampa,
de la stampa) nel volto quel giusto (dritto) fervore, nel suo aspetto, di quel dritto zelo
che accende (avvampa) l’animo nobile senza ol-
trepassare la misura. I miei occhi avidi di vedere
84 che misuratamente in core avvampa.
erano rivolti insistentemente (andavan pur) al cielo, Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,
proprio nella direzione in cui le stelle girano più len-
tamente, così come una ruota gira più lentamente
pur là dove le stelle son più tarde,
vicino all’asse (stelo). 87 sì come rota più presso a lo stelo.
88-93 E la mia guida: «Figliuolo, che guardi lassù?». E ’l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?».
E io: «Guardo quelle tre piccole fiaccole (facelle) da E io a lui: «A quelle tre facelle
cui è illuminato tutto questo polo antartico (di qua)».
Perciò egli replicò: «Le quattro stelle luminose che
90 di che ’l polo di qua tutto quanto arde».
vedevi stamattina, sono calate dall’altra parte della Ond’elli a me: «Le quattro chiare stelle
montagna (son di là basse), e queste sono salite al
loro posto».
che vedevi staman, son di là basse,
93 e queste son salite ov’eran quelle».
94-96 Mentre Virgilio parlava, ecco che Sordello Com’ei parlava, e Sordello a sé il trasse
lo fece rivolgere verso di sé dicendo: «Vedi là il no- dicendo: «Vedi là ’l nostro avversaro»;
stro avversario»; e puntò il dito perché guardasse
in quella direzione. 96 e drizzò il dito perché ’n là guardasse.
97-102 Da quel lato dove la valletta (picciola Da quella parte onde non ha riparo
vallea) è aperta senza riparo, stava un serpente, la picciola vallea, era una biscia,
forse come quello che diede a Eva il frutto causa di
tanto male (amaro). Il malvagio rettile (mala striscia)
99 forse qual diede ad Eva il cibo amaro.
strisciava fra l’erba e i fiori, volgendo di quando Tra l’erba e ’ ior venìa la mala striscia,
in quando la testa, leccandosi il dorso come una
bestia che si liscia.
volgendo ad ora ad or la testa, e ’l dosso
102 leccando come bestia che si liscia.
103-108 Io non vidi, e perciò non posso descriverlo, Io non vidi, e però dicer non posso,
come si mossero gli uccelli divini (astor celestïali); come mosser li astor celestïali;
ma li vidi ormai entrambi in movimento (mosso).
Il serpente, sentendo il rumore delle verdi ali che 105 ma vidi bene e l’uno e l’altro mosso.
attraversavano (fender) l’aria, fuggì e gli angeli tor- Sentendo fender l’aere a le verdi ali,
narono indietro (dier volta), volando insieme (iguali)
verso l’alto delle loro sedi (suso a le poste).
fuggì ’l serpente, e li angeli dier volta,
108 suso a le poste rivolando iguali.
109-111 Lo spirito, che si era avvicinato (raccolta) al L’ombra che s’era al giudice raccolta
giudice Nino quando costui l’aveva chiamato, non quando chiamò, per tutto quello assalto
cessò mai (punto) di guardarmi, per tutta la durata
di quell’assalto. 111 punto non fu da me guardare sciolta.
112-117 «Possa la grazia divina (lucerna) che ti guida «Se la lucerna che ti mena in alto
verso l’alto trovare nella tua volontà tanta perseveranza truovi nel tuo arbitrio tanta cera
(cera), quanta ne occorre per giungere fino alla som-
114 quant’è mestiere inino al sommo smalto»,

438 Purgatorio Canto VIII


cominciò ella, «se novella vera mità del monte smaltato di fiori (il Paradiso terrestre)»
di Val di Magra o di parte vicina cominciò a dire «se sai notizie vere della Val di Magra
e dei paesi vicini, riferiscilo a me, che in vita (già) fui
117 sai, dillo a me, che già grande là era. potente in quel luogo.
Fui chiamato Currado Malaspina; 118-120 Ebbi nome Corrado Malaspina; non sono
non son l’antico, ma di lui discesi; il vecchio (l’antico), ma un suo discendente; portai
ai miei familiari quell’amore che qui si purifica (si
120 a’ miei portai l’amor che qui raina». raffina)».
«Oh!», diss’io lui, «per li vostri paesi 121-129 «Oh!» dissi io a lui «non sono mai stato nei
già mai non fui; ma dove si dimora vostri paesi; ma c’è un luogo in tutta l’Europa abitata
in cui essi non siano noti? La fama che dà onore alla
123 per tutta Europa ch’ei non sien palesi? vostra casata, celebra a gran voce (grida) i signori e
La fama che la vostra casa onora, la regione (contrada), tanto che è nota (ne sa) anche
a chi non vi è ancora stato; e vi giuro – così possa
grida i segnori e grida la contrada, giungere alla sommità del monte (sopra) – che la
126 sì che ne sa chi non vi fu ancora; vostra onorata famiglia non cessa di fregiarsi (si
e io vi giuro, s’io di sopra vada, sfregia) del merito (del pregio) della liberalità (borsa)
e della virtù militare (spada).
che vostra gente onrata non si sfregia
129 del pregio de la borsa e de la spada.
Uso e natura sì la privilegia, 130-132 L’uso alla virtù e la disposizione naturale
che, perché il capo reo il mondo torca, (natura) la privilegiano tanto che, benché la guida
rea (capo reo) travii (torca) il mondo, essa sola va
132 sola va dritta e ’l mal cammin dispregia». per la giusta strada e disprezza la via malvagia».
Ed elli: «Or va; che ’l sol non si ricorca 133-139 Ed egli: «Ora va’; il sole non tornerà a
sette volte nel letto che ’l Montone tramontare sette volte (non passeranno sette anni)
in quella parte del cielo che l’Ariete (Montone) copre
135 con tutti e quattro i piè cuopre e inforca, e tiene tra la forca delle sue quattro zampe, che
che cotesta cortese oppinïone questa gentile opinione ti sarà fissata (chiavata)
ti ia chiavata in mezzo de la testa nella mente con argomenti (chiovi) più convincenti
delle parole (sermone) altrui, a meno che non si
con maggior chiovi che d’altrui sermone, arresti il corso del giudizio divino».
139 se corso di giudicio non s’arresta».

Incontro con Corrado Malaspina 439


Canto III
Canto IX
Il canto della porta del Purgatorio
TEMPO BALZO II e BALZO III
dalla notte di domenica di Pasqua 10 aprile a dopo l’alba Dalla valletta dei principi negligenti alla porta del Purgatorio.
di lunedì 11 aprile 1300
PORTA DEL PURGATORIO
LUOGO
ANTIPURGATORIO
È la parte bassa della montagna del Purgatorio, che PERSONAGGI
comprende la spiaggia e la prima fascia, i primi tre balzi della Dante, Virgilio, angelo guardiano, santa Lucia
costa. Qui i penitenti cominciano a espiare dovendo attendere
un determinato periodo di tempo prima di poter salire alle vere
cornici del Purgatorio dove purgare con pene fisiche i propri
peccati.

PORTA DEL PURGATORIO

BALZO III

BALZO II
PRINCIPI
ANTIPURGATORIO

NEGLIGENTI

ANGELO GUARDIANO

440
Sommario ↓
vv. 1-42 Il sogno di Dante
Alla terza ora della notte, Dante si addormenta sul prato della valletta dei principi. All’alba, quando la
mente produce visioni divinatorie, Dante sogna un’aquila con penne d’oro che, calando come una fol-
gore, lo rapisce in alto.

vv. 43-69 Alla soglia del Purgatorio


Dante si riscuote, pallido per lo spavento, ma Virgilio lo rassicura dicendogli che sono giunti alla porta
del Purgatorio vero e proprio: all’alba era giunta Lucia e lo aveva portato fin lì fra le sue braccia. Dante
si riconforta e segue Virgilio, che ha già cominciato a salire in direzione del varco.

vv. 70-129 L’angelo guardiano e le sette P


Dante si trova davanti a tre gradini di diverso colore. Sul più alto l’angelo di guardia, il volto che abba-
glia e una spada fiammeggiante in mano, invita i poeti a farsi avanti. Essi salgono i tre gradini: il primo
è di marmo bianco, il secondo di pietra nera, il terzo di porfido rosso. Dante si rivolge all’angelo e gli
chiede di aprire la porta, gettandosi ai suoi piedi e battendosi il petto tre volte. L’angelo incide sette P
sulla sua fronte con la punta della spada, poi, sollevato un lembo della tunica, prende due chiavi, una
d’oro e una d’argento, e apre la porta. Ma avverte che le chiavi funzionano solo se interviene la volon-
tà di Dio: le ha ricevute da s. Pietro, che gli ha detto di essere indulgente, purché i peccatori si ingi-
nocchino davanti a lui in segno di pentimento.

vv. 130-145 Sulla porta del Purgatorio


L’angelo raccomanda ai visitatori di non voltarsi indietro. La porta si apre con un forte stridore, e dall’in-
terno sale il canto del Te Deum, misto a musiche che coprono a tratti il suono delle parole.

Leggiamo il canto
Ɣ LA PORTA DEL PURGATORIO sinceramente pentita al luogo della puriicazione;
 ƔOƍDQJHOR FXVWRGH GHO 3XUJDWRULR FRQ OD VSDGD GL IXRFR
Il nono è un canto nodale nella trama del Purgatorio, poi- simbolo della giustizia, le due chiavi simbolo del pote-
ché chiude tutta la lunga introduzione con i luoghi e le re ecclesiastico ad ammettere il peccatore alla salvezza,
anime dell’Antipurgatorio, e immette direttamente al vero e le sette P segnate sulla fronte di Dante, simbolo dei
e proprio secondo regno dei morti. Il segno più evidente sette peccati capitali, che verranno man mano cancella-
di questo passaggio è l’elemento isico e simbolico della te dall’espiazione e dalla penitenza nelle varie cornici.
porta (come già era avvenuto per l’Inferno, c. iii). La porta
si apre a fatica e pesantemente, a sbarrare il passo al pec- Ɣ L’ANGELO CUSTODE
cato ma anche a indicare come siano pochi coloro che vi Figura dominante nel canto è l’angelo, che nella sua fun-
entrano, nonostante la misericordia di Dio: dall’apertura zione di guardiano del Purgatorio ha il compito tanto di
della porta subito esce il suono di un canto di lode a Dio, illustrare l’ordinamento dell’aldilà, quanto di permettere
così che l’entrata nel Purgatorio viene assimilata all’entra- a Dante di procedere nel cammino. Questa igura cele-
ta in una cattedrale. ste si colloca in quella particolare categoria di personaggi
Ɣ IL TEMA ALLEGORICO: DAL SOGNO che svolgono il ruolo di custodi di un determinato luogo,
tanto più in evidenza in quanto entrata dell’intero regno
ALLE SETTE P purgatoriale. Esso completa la igura di Catone e propo-
La caratteristica più evidente del canto è la ricchezza di ne il confronto con altre igure infernali, quali Caronte,
elementi simbolici e allegorici: Minosse e altre ancora.
 ƔLO VRJQR GL 'DQWH GRYH OƍDTXLOD GDOOH SHQQH GƍRUR FKH
lo solleva ino alla porta del Purgatorio è simbolo della Ɣ IL SOGNO
Grazia divina e della giustizia imperiale, che si raccolgo- È il primo dei sogni di Dante in Purgatorio: seguiranno
no nella igura umana di s. Lucia, colei che aiuta il poeta quelli delle altre due notti trascorse dal poeta su questa
a superare miracolosamente le diicoltà che gli impedi- montagna della penitenza (cfr. c. xix e c. xxvii). Ripreso da
scono di salire al vero regno di penitenza; una ricca tradizione letteraria, il sogno è strumento predi-
 ƔLWUHJUDGLQLGHOODSRUWDGHO3XUJDWRULRVLPERORGHOOHWUH letto per inserire nella narrazione rilessioni o avvenimen-
fasi della confessione, che sola può introdurre l’anima ti di signiicato speciale.

441
AUDIOLETTURA DEL CANTO

Canto IX VIDEO: I LUOGHI DELLA NARRAZIONE

1-12 L’Aurora, compagna (concubina) del vecchio


(antico) Titone già biancheggiava all’orizzonte (bal-
L a concubina di Titone antico
già s’imbiancava al balco d’orïente,
co) lontana dalle braccia del suo dolce amico; la
sua fronte era lucente di stelle, disposte a formare 3 fuor de le braccia del suo dolce amico;
la figura del freddo animale (la costellazione dello di gemme la sua fronte era lucente,
Scorpione) che ferisce (percuote) la gente con la
sua coda; e nel luogo dove eravamo, la notte ave-
poste in igura del freddo animale
va percorso due passi di quelli con cui essa sale, 6 che con la coda percuote la gente;
mentre si apprestava a compiere anche il terzo (e ’l e la notte, de’ passi con che sale,
terzo già chinava in giuso l’ale) (perché erano circa
le nove di sera); quando io, che avevo un corpo fatti avea due nel loco ov’eravamo,
come Adamo, vinto dal sonno, mi coricai (inchinai) 9 e ’l terzo già chinava in giuso l’ale;
sull’erba là dove già stavamo seduti tutti e cinque.
quand’io, che meco avea di quel d’Adamo,
vinto dal sonno, in su l’erba inchinai
12 là ’ve già tutti e cinque sedevamo.
13-24 Nell’ora in cui, all’approssimarsi dell’alba, la Ne l’ora che comincia i tristi lai
rondinella comincia il suo lamentevole canto (lai), la rondinella presso a la mattina,
forse in ricordo delle sue prime sventure, e in cui la
nostra mente, più distaccata (peregrina) dal peso 15 forse a memoria de’ suo’ primi guai,
della carne e meno presa dalle preoccupazioni, nelle e che la mente nostra, peregrina
sue visioni è quasi profetica (divina), mi sembrava
di vedere in sogno un’aquila (aguglia) dalle penne
più da la carne e men da’ pensier presa,
d’oro librata (sospesa) nel cielo, con le ali distese e 18 a le sue visïon quasi è divina,
in procinto di scendere; e mi sembrava di essere là
in sogno mi parea veder sospesa
dove Ganimede abbandonò i suoi compagni, quan-
do fu rapito (ratto) per essere condotto al concilio un’aguglia nel ciel con penne d’oro,
degli dei (sommo consistoro). 21 con l’ali aperte e a calare intesa;
ed esser mi parea là dove fuoro
abbandonati i suoi da Ganimede,
24 quando fu ratto al sommo consistoro.
25-27 Pensavo tra me: «Forse quest’aquila colpisce Fra me pensava: ‘Forse questa iede
(fiede) solo (pur) qui per abitudine (uso), e forse di- pur qui per uso, e forse d’altro loco
sdegna di prendere prede (ne) da un altro luogo per
portarle in alto fra gli artigli (in piede)». 27 disdegna di portarne suso in piede’.
28-33 Poi mi sembrava che, dopo aver compiuto Poi mi parea che, poi rotata un poco,
alcuni voli concentrici (rotata), scendesse terribile terribil come folgor discendesse,
come la folgore, e mi rapisse su fino alla sfera del
30 e me rapisse suso inino al foco.

442 Purgatorio Canto IX


Ivi parea che ella e io ardesse; fuoco. Qui sembrava che lei e io bruciassimo, e
e sì lo ’ncendio imaginato cosse, l’incendio sognato fu così ardente (cosse), che ne-
cessariamente il sonno si interruppe.
33 che convenne che ’l sonno si rompesse.
Non altrimenti Achille si riscosse, 34-42 Non diversamente si svegliò (si riscosse)
li occhi svegliati rivolgendo in giro Achille, volgendo gli occhi aperti (svegliati) in giro
e non sapendo in che luogo si trovasse, quando
36 e non sappiendo là dove si fosse, la madre (Teti) fra le sue braccia mentre dormiva,
quando la madre da Chirón a Schiro sottraendolo alla custodia di Chirone, lo trasportò
trafuggò lui dormendo in le sue braccia, (trafuggò) nell’isola di Schiro, da dove poi i Greci lo
fecero partire (il dipartiro); da come (che) mi destai
39 là onde poi li Greci il dipartiro; io, non appena il sonno sparì dal mio viso, e diventai
che mi scoss’io, sì come da la faccia pallido (ismorto) come chi per lo spavento si sente
gelare il sangue.
mi fuggì ’l sonno, e diventa’ ismorto,
42 come fa l’uom che, spaventato, agghiaccia.
Dallato m’era solo il mio conforto, 43-45 Al mio fianco c’era solo Virgilio (mio conforto),
e ’l sole er’alto già più che due ore, e il sole era ormai alto da più di due ore, e il mio
sguardo si era rivolto verso il mare.
45 e ’l viso m’era a la marina torto.
«Non aver tema», disse il mio segnore; 46-48 «Non avere paura (tema)» disse la mia guida;
«fatti sicur, ché noi semo a buon punto; «rassicurati, perché noi siamo a buon punto; non
diminuire (stringer) le tue forze, ma rinvigoriscile
48 non stringer, ma rallarga ogne vigore. (rallarga).
Tu se’ omai al purgatorio giunto: 49-51 Tu sei ormai arrivato al Purgatorio: vedi lag-
vedi là il balzo che ’l chiude dintorno; giù il pendio (balzo) che lo circonda; vedi l’ingresso
laggiù dove il balzo sembra interrotto (digiunto).
51 vedi l’entrata là ’ve par digiunto.
Dianzi, ne l’alba che procede al giorno, 52-57 Poco fa (Dianzi), nei primi albori che pre-
quando l’anima tua dentro dormia, cedono il sorgere del sole, quando la tua anima
dormiva in te disteso sui fiori che adornano la valletta
54 sovra li iori ond’è là giù addorno laggiù, venne una donna e disse: ‘Io sono Lucia:
venne una donna, e disse: ‘I’ son Lucia; permettetemi di prendere costui che dorme, così
lasciatemi pigliar costui che dorme; potrò aiutarlo a continuare il suo cammino’.

57 sì l’agevolerò per la sua via’.


Sordel rimase e l’altre genti forme; 58-60 Sordello e le altre nobili anime (genti forme)
ella ti tolse, e come ’l dì fu chiaro, rimasero; Lucia ti prese (tolse) e appena si fece giorno,
se ne venne su; e io seguii i suoi passi.
60 sen venne suso; e io per le sue orme.
Qui ti posò, ma pria mi dimostraro 61-63 Ti depose qui, ma prima i suoi begli occhi mi
li occhi suoi belli quella intrata aperta; indicarono quella fessura nel balzo; poi lei e il tuo
sonno se ne andarono insieme (ad una)».
63 poi ella e ’l sonno ad una se n’andaro».
A guisa d’uom che ’n dubbio si raccerta 64-69 Come un uomo che si rassicura (raccerta)
e che muta in conforto sua paura, dopo un’incertezza, e che trasforma il suo timore in
fiducia (conforto), dopo che gli si è svelata la vera
66 poi che la verità li è discoperta, realtà, così mi trasformai io; e non appena la mia
mi cambia’ io; e come sanza cura guida mi vide senza alcun timore (cura), si diresse
vide me ’l duca mio, su per lo balzo su per la roccia (balzo); e io dietro a lui verso l’alto.

69 si mosse, e io di rietro inver’ l’altura.


Lettor, tu vedi ben com’io innalzo 70-72 O lettore, considera con attenzione come io
la mia matera, e però con più arte porti più in alto il mio soggetto, e perciò non meravi-
gliarti se io lo rafforzo (rincalzo) con più elevato stile.
72 non ti maravigliar s’io la rincalzo.

Alla soglia del Purgatorio 443


73-78 Noi ci avvicinammo (appressammo) e ci Noi ci appressammo, ed eravamo in parte
trovammo in un luogo tale che, dove prima mi pa- che là dove pareami prima rotto,
reva di vedere una spaccatura (rotto), proprio come
una fenditura (fesso) che divide un muro, vidi una 75 pur come un fesso che muro diparte,
porta, e sotto di essa tre gradini di colore diverso vidi una porta, e tre gradi di sotto
per raggiungerla e un portinaio che per il momento
non pronunciava parola (motto).
per gire ad essa, di color diversi,
78 e un portier ch’ancor non facea motto.
79-84 E quando fissai con attenzione (più e più) E come l’occhio più e più v’apersi,
l’occhio su lui (v’), lo vidi sedere sul gradino più alto vidil seder sovra ’l grado sovrano,
(sovrano), così splendente in volto che non riuscii
a guardarlo (soffersi); e teneva in mano una spada
81 tal ne la faccia ch’io non lo sofersi;
sguainata (nuda), che rimandava a noi i raggi del e una spada nuda avëa in mano,
suo splendore così che spesso tentavo invano di che relettëa i raggi sì ver’ noi,
volgere lo sguardo a lui.
84 ch’io dirizzava spesso il viso in vano.
85-90 «Dite, dal luogo dove siete (costinci): che «Dite costinci: che volete voi?»,
cosa volete?» egli cominciò a dire: «dov’è la guida cominciò elli a dire, «ov’è la scorta?
(scorta)? Badate che la vostra salita non vi rechi
danno (nòi)». «Una donna venuta dal cielo, esperta 87 Guardate che ’l venir sù non vi nòi».
(accorta) di queste cose», gli rispose il mio maestro, «Donna del ciel, di queste cose accorta»,
«proprio poco fa ci disse: ‘Andate là: questa è la
porta’».
rispuose ’l mio maestro a lui, «pur dianzi
90 ne disse: ‘Andate là: quivi è la porta’».
91-93 «Ed ella faccia progredire (avanzi) i vostri «Ed ella i passi vostri in bene avanzi»,
passi nella via del bene», riprese il cortese portinaio: ricominciò il cortese portinaio:
«Venite dunque davanti ai nostri gradini».
93 «Venite dunque a’ nostri gradi innanzi».
94-99 Ci portammo là; e il primo scalino (scaglion Là ne venimmo; e lo scaglion primaio
primaio) era di marmo bianco così nitido (pulito) e bianco marmo era sì pulito e terso,
lucente, che io mi specchiai in esso come appaio
(paio) in realtà. Il secondo era scuro più del color 96 ch’io mi specchiai in esso qual io paio.
perso (un colore formato dalle tinte di porpora e di Era il secondo tinto più che perso,
nero), fatto di una pietra poco compatta ruvida e
arida, incrinata sia per lungo che per traverso.
d’una petrina ruvida e arsiccia,
99 crepata per lo lungo e per traverso.
100-102 Il terzo, che si posa con la sua massa com- Lo terzo, che di sopra s’ammassiccia,
patta (s’ammassiccia) sopra il secondo, mi sembrava
porido mi parea, sì iammeggiante
porfido, di un rosso così acceso come il sangue che
sprizza (spiccia) fuori da una vena. 102 come sangue che fuor di vena spiccia.
103-108 Sopra questo gradino teneva entrambi i piedi Sovra questo tenëa ambo le piante
l’angelo di Dio, il quale sedeva sulla soglia della porta, l’angel di Dio sedendo in su la soglia
che mi sembrava dura come il diamante. La mia guida
trasse su per i tre gradini (gradi) me, che lo seguivo 105 che mi sembiava pietra di diamante.
di buona voglia, dicendo: «Chiedi con umiltà, che Per li tre gradi sù di buona voglia
apra la serratura della porta (serrame)».
mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi
108 umilemente che ’l serrame scioglia».
109-111 Devotamente mi gettai ai piedi dell’angelo; Divoto mi gittai a’ santi piedi;
gli chiesi misericordia e che mi aprisse la porta; ma misericordia chiesi e ch’el m’aprisse,
prima mi battei tre volte il petto.
111 ma tre volte nel petto pria mi diedi.
112-114 Con la punta della spada mi incise sulla Sette P ne la fronte mi descrisse
fronte sette P e disse: «Quando sarai dentro, fa’ in col punton de la spada, e «Fa che lavi,
modo di lavarti queste ferite».
114 quando se’ dentro, queste piaghe» disse.

444 Purgatorio Canto IX


Cenere, o terra che secca si cavi, 115-120 La cenere o la terra che si scava (si cavi)
d’un color fora col suo vestimento; da un terreno arido (secca) sarebbe (fora) di un
colore simile al vestito dell’angelo; e da sotto a
117 e di sotto da quel trasse due chiavi. quella tonaca tirò fuori due chiavi. Una era d’oro e
L’una era d’oro e l’altra era d’argento; l’altra d’argento; prima con la bianca e poi con la
gialla agì (fece) sulla porta, per aprirla, in modo da
pria con la bianca e poscia con la gialla accontentarmi.
120 fece a la porta sì, ch’i’ fu’ contento.
«Quandunque l’una d’este chiavi falla, 121-123 «Ogni volta che una di queste chiavi sba-
che non si volga dritta per la toppa», glia (falla), in quanto non si gira nel senso giusto
nella toppa» ci disse l’angelo, «questo varco (calla)
123 diss’elli a noi, «non s’apre questa calla. non si apre.
Più cara è l’una; ma l’altra vuol troppa 124-129 Una è più preziosa (cara); ma l’altra ha
d’arte e d’ingegno avanti che diserri, bisogno di molta esperienza e intelligenza (d’arte e
d’ingegno) prima che possa aprire, perché essa è
126 perch’ella è quella che ’l nodo digroppa. quella che scioglie (digroppa) il nodo (dei peccati). Le
Da Pier le tegno; e dissemi ch’i’ erri ho avute da san Pietro; e mi disse che mi sbagliassi
piuttosto nell’aprirla che nel tenerla chiusa, purché la
anzi ad aprir ch’a tenerla serrata, gente si inginocchi ai miei piedi».
129 pur che la gente a’ piedi mi s’atterri».
Poi pinse l’uscio a la porta sacrata, 130-132 Poi spinse il battente della porta sacra,
dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti dicendo: «Entrate; ma vi avverto (facciovi accorti)
che chi si guarda (si guata) indietro deve tornare
132 che di fuor torna chi ’n dietro si guata». fuori».
E quando fuor ne’ cardini distorti 133-138 E quando i battenti (spigoli) di quella
li spigoli di quella regge sacra, porta (regge) sacra, che sono di metallo sonante
e robusto, girarono (fuor … distorti) sui cardini, non
135 che di metallo son sonanti e forti, stridette (rugghiò) così, né si mostrò così dura (acra)
non rugghiò sì né si mostrò sì acra la rupe Tarpea, quando fu estromesso il valoroso
Tarpëa, come tolto le fu il buono Metello, che la custodiva, per cui poi rimase impo-
verita (macra).
138 Metello, per che poi rimase macra.
Io mi rivolsi attento al primo tuono, 139-141 Mi rivolsi attento al primo forte rumore (tuo-
e ‘Te Deum laudamus’ mi parea no) e mi sembrò di udire cantato da voci mescolate
a una dolce musica il ‘Te Deum laudamus’.
141 udire in voce mista al dolce suono.
Tale imagine a punto mi rendea 142-145 Ciò che io udivo mi riproduceva fedelmen-
ciò ch’io udiva, qual prender si suole te (a punto) la stessa impressione (imagine) che di
solito si riceve (qual prender si suole) quando si
quando a cantar con organi si stea; assiste a un canto accompagnato dagli organi, per
145 ch’or sì or no s’intendon le parole. cui le parole ora si comprendono, ora no.

Sulla porta del Purgatorio 445


Canto III
Canto X
Il canto dei superbi
TEMPO PENITENTI E PENA
lunedì di Pasqua 11 aprile 1300, verso le dieci del mattino Superbi
Le anime avanzano curve, portando sul dorso pesanti massi.
LUOGO Con lo sguardo chino vedono effigiati al suolo esempi di
CORNICE I: i superbi superbia punita, e se storcono gli occhi osservano sulla parete
della roccia, di marmo bianco, bassorilievi che rappresentano
La cornice, uniforme e larga tre volte il corpo umano, ha la
esempi di umiltà esaltata.
parete e il pavimento di marmo candido, su cui sono scolpite
figure e scene edificanti di superbia punita e di umiltà esaltata.

PERSONAGGI
Dante, Virgilio
PURGATORIO

CORNICE I
SUPERBI

446
Sommario ↓
vv. 1-96 La prima cornice del Purgatorio
Varcata la soglia, Dante ode i battenti richiudersi alle spalle, ma non si volta, e si avvia con Virgilio per
un tortuoso sentiero in salita, scavato nella roccia. Giunti infine a un ripiano deserto dopo che è già tra-
montata la luna, si fermano, indecisi sulla via da prendere. La cornice è larga tre volte il corpo umano
e uguale in tutti i punti.
Lungo la parete interna del monte, di marmo candido, sono scolpiti bassorilievi che rappresentano esem-
pi di umiltà: la scena dell’Annunciazione dell’arcangelo Gabriele alla Vergine; Davide che, tra una cal-
ca di popolo, si umilia danzando con la veste alzata, mentre sua moglie Micòl lo guarda con disprezzo;
l’imperatore Traiano che, in partenza fra schiere di cavalieri e sventolio di stendardi, viene trattenuto da
una vedova piangente che gli chiede giustizia per il figlio ucciso.

vv. 97-139 La prima schiera dei superbi


Da sinistra avanza con molta lentezza una schiera di anime. Il poeta ammonisce i lettori, affinché non
si scoraggino dal proposito della penitenza: le pene del Purgatorio, seppure grandi, non durano oltre il
giorno del Giudizio universale e poi sarà la beatitudine. Dante prova a distinguere le anime che si avvi-
cinano, ma i superbi, a causa della loro pena, non sembrano neppure figure umane. Si battono il pet-
to, schiacciati da gravi fardelli e Dante, osser vandoli, esorta gli uomini a non insuperbirsi per cose futi-
li e vane: il corpo è solo un involucro senza alcun valore, mentre l’anima dovrà presentarsi un giorno al
giudizio di Dio. Simili a cariatidi, gravati chi più chi meno sotto enormi pesi, i superbi camminano ran-
nicchiati; qualcuno, allo stremo delle forze, sembra non resistere più al dolore.

Leggiamo il canto
Ɣ LA TRAMA STRUTTURALE: LA PRIMA PDJLQHGL'DYLGGDQ]DQWHHXQDWWRGLJLXVWL]LDGHOOƍLPSH-
UDWRUH7UDLDQR
CORNICE DEL PURGATORIO
Il canto presenta nuovi e importanti dati sulla struttura del Ɣ LE ANIME DEI SUPERBI
Purgatorio: Per la prima volta compaiono qui i veri spiriti del Purgato-
 ƔODGHVFUL]LRQHΐVLFDGHOODSULPDFRUQLFHGHOPRQWHFKHVL ULRFRORURFKHKDQQRLQL]LDWROƍHVSLD]LRQHH΍HWWLYDGHLORUR
ULSUHVHQWHU¢DQDORJDSHUTXHOOHVXFFHVVLYHDQFKHVHFRQ SHFFDWLGRSRODOXQJDDWWHVDQHOOƍ$QWLSXUJDWRULR9LULWUR-
VSHFLΐFKHSDUWLFRODULW¢SHURJQXQDGLHVVH YLDPRDOORUDOHFDUDWWHULVWLFKHFRQVXHWHGHOODSHQDFRUSR-
 ƔODGHVFUL]LRQHGHOOHLPPDJLQLVFROSLWHVXOODSDUHWHFRPH UDOH FRQGL΍HUHQ]LDWDJUDGD]LRQH GHOFRQWUDSSDVVRGHOOD
VWUXPHQWRGLFRQWUDSSDVVRFXLFRUULVSRQGHUDQQRDQDOR- VR΍HUHQ]D0DULVSHWWRDJOLVSLULWLLQIHUQDOLODFRQGL]LRQH
JKLHOHPHQWLQHOOHFRUQLFLVXSHULRUL GHLSHQLWHQWLKDXQDIRQGDPHQWDOHGL΍HUHQ]DTXLLOGROR-
 ƔODFRPSDUVDGHLSHQLWHQWLHODGHΐQL]LRQHGHOODORURSHQD UHªYLVVXWRQHOODSURVSHWWLYDGHOODGHΐQLWLYDOLEHUD]LRQHH
GHOODVXEOLPHEHDWLWXGLQHΐQDOHFRPH'DQWHVWHVVRDQQR-
Ɣ LE SCULTURE SULLA PARETE WDDOOHWWRUHDLYY
 / D SDUWH SL» FRQVLVWHQWH GHO FDQWR YY   ª GHGLFDWD  '
 DULFRUGDUHFKHVHFRQGRXQFULWHULRVWUXWWXUDOHURYHVFLD-
DOODGHVFUL]LRQHGHOOHLPPDJLQLVFROSLWHVXOODSDUHWHGHOOD WRULVSHWWRDOOƍ,QIHUQRªVXTXHVWDSULPDFRUQLFHFKHYLHQH
FRUQLFH6LWUDWWDGLFHOHEULHSLVRGLGLXPLOW¢JORULRVDDFXL SXQLWDODFROSDFRQVLGHUDWDGD'DQWHSL»JUDYHLVXSHUEL
FRUULVSRQGHUDQQRVXOSDYLPHQWRDOWUHWWDQWRFHOHEULHSLVR- VRQRLQIDWWLLSHQLWHQWLSL»ORQWDQLGD'LR
GLGLVXSHUELDSXQLWDHVVLGHYRQRIDUHGDPRQLWRDLVXSHU-
ELFKHTXLIDQQRSHQLWHQ]D'DQWHLQVLVWHVXOODSHUIH]LRQH Ɣ L’APOSTROFE AI LETTORI
GLTXHVWHVFXOWXUHLQTXDQWRRSHUDGL'LRSHUIH]LRQHFKH  $OOD YLVWD GHOOH DQLPH GHL VXSHUEL ULFXUYH VRWWR LO SHVR
FRLQFLGHFRQLOORURUHDOLVPRFLRªFRQLOORURHVVHUHWDQWR GHLPDFLJQLFKHGHYRQRWUDVSRUWDUH'DQWHSURURPSHLQ
XJXDOLDOODUHDOW¢GDHVVHUHVFDPELDWHSHUVFHQHYLYH*OL XQƍDSRVWURIHDLOHWWRULFKHRFFXSDWXWWDODSDUWHΐQDOHGHO
HVHPSLYLUWXRVLDSDUWLUHGDOOƍ$QQXQFLD]LRQHD0DULDSUR- FDQWR YY ,QHVVDLQL]LDODFRQGDQQDGHOODVXSHU-
FHGRQR VHFRQGR LO SULQFLSLR GHOOƍDOWHUQDQ]D IUD XQ ULIHUL- ELDXPDQDHGHOODVXDYDQLW¢FKHVDU¢LOPRWLYRGRPLQDQ-
PHQWRELEOLFRHXQDOWURSDJDQRWUDTXHVWLLQULOLHYROƍLP- WHGLWXWWRLOFDQWRVXFFHVVLYR

447
AUDIOLETTURA DEL CANTO

Canto X VIDEO: I LUOGHI DELLA NARRAZIONE

1-9 Dopo che oltrepassammo la soglia della porta (del


Purgatorio), che l’amore degli uomini rivolto al male (’l
P oi fummo dentro al soglio de la porta
che ’l mal amor de l’anime disusa,
mal amor) lascia in disuso, perché fa sembrare retta la
via errata, avvertii che si era richiusa dal suono che ave- 3 perché fa parer dritta la via torta,
va provocato; e se io avessi rivolto a essa lo sguardo, sonando la senti’ esser richiusa;
quale scusa sarebbe stata sufficiente a giustificare la
mia trasgressione (fallo)? Noi salivamo (salavam) at- e s’io avesse li occhi vòlti ad essa,
traverso una fenditura nella roccia (pietra fessa), che 6 qual fora stata al fallo degna scusa?
procedeva tortuosamente piegando ora a destra, ora
a sinistra, come l’onda che si ritrae e si avvicina.
Noi salavam per una pietra fessa,
che si moveva e d’una e d’altra parte,
9 sì come l’onda che fugge e s’appressa.
10-12 «Qui è necessario usare un po’ d’accortezza «Qui si conviene usare un poco d’arte»,
(arte)», iniziò a dire la mia guida, «nell’avvicinarsi ora da cominciò ’l duca mio, «in accostarsi
una parte (quinci), ora dall’altra (quindi) al fianco della
parete che rientra (che si parte)». 12 or quinci, or quindi al lato che si parte».
13-21 E questo rese i nostri passi lenti (scarsi), tanto E questo fece i nostri passi scarsi,
che la luna calante (scemo) era ritornata all’orizzonte tanto che pria lo scemo de la luna
per tramontare (rigiunse al letto suo per ricorcarsi),
prima che noi fossimo fuori da quello scavato sen- 15 rigiunse al letto suo per ricorcarsi,
tiero (cruna); ma quando ci liberammo e fummo in che noi fossimo fuor di quella cruna;
luogo aperto, in alto dove il monte si ritrae (si rauna)
indietro, essendo io stanco e ambedue incerti sulla
ma quando fummo liberi e aperti
strada da seguire, sostammo su un ripiano, più so- 18 sù dove il monte in dietro si rauna,
litario delle strade che attraversano i deserti.
ïo stancato e amendue incerti
di nostra via, restammo in su un piano
21 solingo più che strade per diserti.
22-27 Dalla parte esterna (sponda), dove confina Da la sua sponda, ove conina il vano,
con il vuoto (vano), fino alla base della parete che al piè de l’alta ripa che pur sale,
continua (pur) a salire, misurerebbe circa tre volte la
lunghezza del corpo umano; e, fino a quanto il mio 24 misurrebbe in tre volte un corpo umano;
sguardo poteva spaziare (trar d’ale), ora dalla parte e quanto l’occhio mio potea trar d’ale,
sinistra, ora dalla destra, questa cornice mi pareva
della stessa misura (cotale).
or dal sinistro e or dal destro ianco,
27 questa cornice mi parea cotale.
28-33 Lassù non avevamo ancora fatto un passo, Là sù non eran mossi i piè nostri anco,
quando io mi accorsi che quella parte della ripa che quand’io conobbi quella ripa intorno
era meno (manco) ripida, era di marmo candido e
decorata (addorno) di bassorilievi (intagli) tali che 30 che dritto di salita aveva manco,

448 Purgatorio Canto X


esser di marmo candido e addorno non solo Policleto (uno dei massimi scultori greci),
d’intagli sì, che non pur Policleto, ma la natura stessa sarebbe sconfitta (avrebbe
scorno).
33 ma la natura lì avrebbe scorno.
L’angel che venne in terra col decreto 34-39 L’angelo (Gabriele) che scese in terra portando
de la molt’anni lagrimata pace, con sé il decreto della pace (fra Dio e gli uomini),
sospirata per lunghi secoli, che aprì le porte del cielo
36 ch’aperse il ciel del suo lungo divieto, sciogliendo il lungo divieto (dovuto al peccato origina-
dinanzi a noi pareva sì verace le), appariva lì davanti a noi così verosimile, scolpito
qui in un atteggiamento dolce, da non sembrare una
quivi intagliato in un atto soave, muta raffigurazione.
39 che non sembiava imagine che tace.
Giurato si saria ch’el dicesse ‘Ave!’; 40-45 Si sarebbe giurato che egli dicesse ‘Ave!’;
perché iv’era imaginata quella infatti vi era scolpita colei (la Madonna) che girò la
chiave per aprire le porte all’amore divino (alto); e
42 ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave; nel suo atteggiamento (in atto) sembrava veramente
e avea in atto impressa esta favella dire (esta favella): ‘Ecco l’ancella di Dio’, in modo
preciso come nella cera si imprime la figura del
‘Ecce ancilla Dei’, propriamente sigillo (suggella).
45 come igura in cera si suggella.
«Non tener pur ad un loco la mente», 46-48 «Non rivolgere la tua attenzione sempre a
disse ’l dolce maestro, che m’avea un’unica scena (un loco)», disse il caro maestro,
rispetto al quale io ero dalla parte del cuore (alla
48 da quella parte onde ’l cuore ha la gente. sinistra).
Per ch’i’ mi mossi col viso, e vedea 49-54 Perciò io mi spostai con lo sguardo, e vidi
di retro da Maria, da quella costa dietro (alla scena di) Maria, dalla parte (da quella
costa) in cui era colui che mi guidava (mi movea),
51 onde m’era colui che mi movea, un’altra storia scolpita (imposta) nella roccia; allora
un’altra storia ne la roccia imposta; oltrepassai (varcai) Virgilio e mi avvicinai (fe’ mi
presso) in modo che si offrisse ai miei occhi nella
per ch’io varcai Virgilio, e fe’mi presso, sua ampiezza (disposta).
54 acciò che fossi a li occhi miei disposta.
Era intagliato lì nel marmo stesso 55-63 Erano scolpiti lì, sempre nel marmo, il carro e
lo carro e ’ buoi, traendo l’arca santa, i buoi che tiravano (traendo) l’Arca santa, per la quale
l’uomo teme di svolgere un compito (officio) che non
57 per che si teme oicio non commesso. gli è stato affidato (non commesso). Davanti al carro
Dinanzi parea gente; e tutta quanta, appariva una folla; e tutta quanta, suddivisa in sette
schiere (cori), ai miei due sensi faceva dire all’uno
partita in sette cori, a’ due mie’ sensi (l’udito) ‘No, non canta’, all’altro (la vista) ‘Sì, canta’.
60 faceva dir l’uno ‘No’, l’altro ‘Sì, canta’. Allo stesso modo di fronte al fumo degli incensi che vi
Similemente al fummo de li ’ncensi erano raffigurati, gli occhi e il naso (la vista e l’olfatto)
si fecero discordi (discordi fensi) nell’affermare e nel
che v’era imaginato, li occhi e ’l naso negare.
63 e al sì e al no discordi fensi.
Lì precedeva al benedetto vaso, 64-69 Lì davanti all’Arca santa (benedetto vaso) avanza-
trescando alzato, l’umile salmista, va Davide, l’umile cantore di salmi, danzando (trescando)
con vesti succinte (alzato), e in quell’occasione era più che
66 e più e men che re era in quel caso. re (di fronte a Dio perché danzava in suo onore) e meno
Di contra, eigïata ad una vista che un re (per gli uomini, perché il suo atteggiamento non
era considerato regale). Di fronte a lui, scolpita alla finestra
d’un gran palazzo, Micòl ammirava di un grande palazzo, la moglie Micòl guardava stupita,
69 sì come donna dispettosa e trista. come una donna sprezzante (dispettosa) e crucciata.
I’ mossi i piè del loco dov’io stava, 70-78 Io mossi i passi dal luogo dove mi ero fer-
per avvisar da presso un’altra istoria, mato, per osservare da vicino un’altra scena, che
risaltava sul marmo bianco (biancheggiava) dopo
72 che di dietro a Micòl mi biancheggiava.

La prima cornice del Purgatorio 449


la raffigurazione di Micòl. Qui era scolpita (storïata) Quiv’era storïata l’alta gloria
la storia dell’azione più gloriosa (gloria) dell’imperatore del roman principato, il cui valore
(principato) romano, la cui virtù fece sì che Gregorio
Magno si muovesse verso la sua grande vittoria; io 75 mosse Gregorio a la sua gran vittoria;
parlo dell’imperatore Traiano; e una vedovella era raf- i’ dico di Traiano imperadore;
figurata mentre teneva le briglie del suo cavallo (li era
al freno), in atteggiamento di pianto e di dolore.
e una vedovella li era al freno,
78 di lagrime atteggiata e di dolore.
79-81 Intorno a lui lo spazio era gemito (calcato) Intorno a lui parea calcato e pieno
e pieno di una folla di cavalieri, e gli stemmi delle di cavalieri, e l’aguglie ne l’oro
aquile (aguglie) ricamate nell’oro sembravano (in
vista) muoversi al vento sopra di loro. 81 sovr’essi in vista al vento si movieno.
82-93 La povera donna in mezzo a tutta questa La miserella intra tutti costoro
gente sembrava dire: «O Signore, rendimi giustizia pareva dir: «Segnor, fammi vendetta
per mio figlio che è stato ucciso, e per il quale io
piango disperata (m’accoro)»; e l’imperatore pare-
84 di mio igliuol ch’è morto, ond’ io m’accoro»;
va risponderle: «Aspetta finché io torni». E quella: ed elli a lei rispondere: «Or aspetta
«Mio Signore», con l’atteggiamento di una persona
tanto ch’i’ torni»; e quella: «Segnor mio»,
nel cui animo urge (s’affretta) il dolore, «se tu non
tornassi?»; ed egli: «Chi occuperà (fïa) il mio posto 87 come persona in cui dolor s’afretta,
(dov’io), ti renderà giustizia»; ed ella: «Il bene fatto «se tu non torni?»; ed ei: «Chi ia dov’io,
da un altro a che ti gioverà (che fia), se trascurerai
(metti in oblio) di farlo tu stesso?»; per cui egli: «Fatti la ti farà»; ed ella: «L’altrui bene
ora coraggio; ché è giusto (convene) che io compia 90 a te che ia, se ’l tuo metti in oblio?»;
il mio dovere prima che io parta: lo vuole la giustizia,
e la pietà mi impedisce di partire (ritene)».
ond’elli: «Or ti conforta; ch’ei convene
ch’i’ solva il mio dovere anzi ch’i’ mova:
93 giustizia vuole e pietà mi ritene».
94-96 Dio, per il quale nessuna cosa è nuova, Colui che mai non vide cosa nova
fu l’artefice (produsse) di questo linguaggio che
diventa immagine (visibile), meraviglioso (novello)
produsse esto visibile parlare,
per noi perché sulla terra non si trova. 96 novello a noi perché qui non si trova.
97-102 Mentre io godevo ad ammirare le raffigu- Mentr’io mi dilettava di guardare
razioni di così celebri atti di umiltà, preziose (care) l’imagini di tante umilitadi,
a vedersi e per via del loro artefice (fabbro), «Ecco
da questa parte, ma avanzano lentamente (passi
99 e per lo fabbro loro a veder care,
radi)», mormorava Virgilio, «molte anime: queste «Ecco di qua, ma fanno i passi radi»,
ci indicheranno la via (’nvïeranno) verso le cornici mormorava il poeta, «molte genti:
più alte».
102 questi ne ’nvïeranno a li alti gradi».
103-105 I miei occhi, che erano paghi dalla gioia Li occhi miei, ch’a mirare eran contenti
di ammirare perché vedevano cose straordinarie per veder novitadi ond’e’ son vaghi,
di cui sono sempre desiderosi (vaghi), non furono
lenti nel rivolgersi verso Virgilio. 105 volgendosi ver’ lui non furon lenti.
106-111 Non voglio però, o lettore, che tu ti distolga Non vo’ però, lettor, che tu ti smaghi
(ti smaghi) dal buon proposito di pentirti, nell’udire di buon proponimento per udire
come Dio esige che si saldi il debito delle colpe. Non
pensare (attender) alla forma del castigo (martìre): 108 come Dio vuol che ’l debito si paghi.
pensa a ciò che viene dopo (succession); pensa che, Non attender la forma del martìre:
nel peggiore dei casi, non può andare oltre il giudizio
universale (gran sentenza).
pensa la succession; pensa ch’al peggio
111 oltre la gran sentenza non può ire.
112-120 Io cominciai a dire: «Maestro, quel che io Io cominciai: «Maestro, quel ch’io veggio
vedo avanzare verso di noi, non mi sembrano figure muovere a noi, non mi sembian persone,
umane e non so che cosa siano, tanto mi confondo
114 e non so che, sì nel veder vaneggio».

450 Purgatorio Canto X


Ed elli a me: «La grave condizione (vaneggio) nel discernere». Ed egli a me: «La terri-
di lor tormento a terra li rannicchia, bile qualità del loro tormento li fa stare rannicchiati
a terra, tanto che i miei occhi in un primo momento
117 sì che ’ miei occhi pria n’ebber tencione. stentarono a riconoscerle (n’ebber tencione). Ma
Ma guarda iso là, e disviticchia osserva attentamente (fiso) là, e con gli occhi distri-
ca (disviticchia) la gente che cammina sotto a quei
col viso quel che vien sotto a quei sassi: massi: ecco già puoi scorgere come ogni anima si
120 già scorger puoi come ciascun si picchia». batta il petto (si picchia)».
O superbi cristian, miseri lassi, 121-129 O cristiani superbi, infelici e sventurati
che, de la vista de la mente infermi, (lassi), che, ottenebrati d’intelletto, avete fiducia
(fidanza) nei passi a ritroso; non vi accorgete che
123 idanza avete ne’ retrosi passi, noi uomini siamo come delle larve (vermi), nati per
non v’accorgete voi che noi siam vermi trasformare (formar) l’anima in un’angelica farfalla,
che si presenta davanti alla giustizia di Dio senza
nati a formar l’angelica farfalla, nessuna difesa (schermi)? Per quali motivi il vostro
126 che vola a la giustizia sanza schermi? animo galleggia (galla) in alto, poiché siete quasi
insetti (antomata) incompleti (in difetto), così come il
Di che l’animo vostro in alto galla, bruco (vermo) il cui sviluppo non è ancora completo
poi siete quasi antomata in difetto, (formazion falla)?
129 sì come vermo in cui formazion falla?
Come per sostentar solaio o tetto, 130-135 Come talvolta si vede una figura umana
per mensola talvolta una igura rannicchiata con le ginocchia al petto per sostenere
un soffitto o un tetto, che, pur non essendo vera, fa
132 si vede giugner le ginocchia al petto, nascere in chi la vede un senso di vera compassio-
la qual fa del non ver vera rancura ne (rancura); a quel modo io vidi atteggiati quegli
spiriti, quando li osservai con attenzione.
nascere ’n chi la vede; così fatti
135 vid’io color, quando puosi ben cura.
Vero è che più e meno eran contratti 136-139 È vero tuttavia che erano più o meno
secondo ch’avien più e meno a dosso; rannicchiati (contratti), a seconda del maggiore o
minore peso che essi avevano addosso; e quello
e qual più pazïenza avea ne li atti, che dimostrava nell’atteggiamento maggiore ca-
139 piangendo parea dicer: ‘Più non posso’. pacità di sopportazione (pazïenza) sembrava dire
piangendo: ‘Non ne posso più’.

La prima schiera dei superbi 451


Canto III
Canto XI
Il canto di Oderisi da Gubbio
TEMPO PENITENTI E PENA
lunedì di Pasqua 11 aprile 1300, fra le dieci Superbi
e il mezzogiorno Le anime avanzano curve, portando sul dorso pesanti massi.
Con lo sguardo chino vedono effigiati al suolo esempi di
LUOGO superbia punita, e se storcono gli occhi osservano sulla parete
CORNICE I: i superbi della roccia, di marmo bianco, bassorilievi che rappresentano
esempi di umiltà esaltata.
La cornice, uniforme e larga tre volte il corpo umano, ha la
parete e il pavimento di marmo candido, su cui sono scolpite
figure e scene edificanti di superbia punita e di umiltà esaltata.

PERSONAGGI
Dante, Virgilio, Omberto Aldobrandeschi, Oderisi
da Gubbio, Provenzan Salvani

CORNICE I ODERISI DA GUBBIO


PURGATORIO

SUPERBI

PROVENZAN
SALVANI
OMBERTO
ALDOBRANDESCHI

452
Sommario ↓
vv. 1-36 I superbi recitano il «Padre nostro»
Il canto esordisce con la preghiera del «Padre nostro», recitata dalle anime. Il poeta non si limita a
riportare i versetti testamentari, ma fa seguire a ciascuno di essi un commento, una meditazione. L’ul-
tima parte della preghiera è un atto di carità delle anime nei confronti di chi corre ancora il rischio di
essere dannato.

vv. 37-72 L’incontro con Omberto Aldobrandeschi


Virgilio chiede agli spiriti purganti quale sia la via più breve per giungere alla seconda cornice. Il primo
a rispondere è il nobile ghibellino Omberto Aldobrandeschi, il quale confessa che l’arroganza fami-
liare lo spinse a un tale altezzoso spregio degli altri da essere ucciso per questo dai Senesi come è
ben noto. Insieme a lui sono puniti per lo stesso vizio molti altri componenti della famiglia. Con umiltà
riconosce infine la giustizia della sua pena, che compensa ora il debito contratto sulla terra con Dio.

vv. 73-108 L’incontro con Oderisi da Gubbio


Mentre Dante ascolta il racconto di Omberto, un’altra anima tenta faticosamente di attirare l’attenzio-
ne del poeta. È Oderisi da Gubbio, celebre miniatore, il quale si purga della sua vanagloria, confes-
sando che lo gran disio / de l’eccellenza (vv. 86-87) gli ha impedito in vita di essere «cortese» di rico-
noscimenti verso altri artisti. Oderisi si spinge poi a una disincantata condanna della gloria terrena,
affermando il trapassare incessante della fama dall’uno all’altro artista: la conferma con gli esempi
contemporanei di Cimabue e Giotto in pittura, e di Guinizzelli e Cavalcanti in poesia (alludendo alla
futura eccellenza di Dante).

vv. 109-142 Oderisi da Gubbio presenta lo spirito di Provenzan Salvani


Oderisi ribadisce il suo discorso sull’effimera durata della fama mondana con un
esempio dalla vita politica del suo tempo: quello di Provenzan Sal-
vani, che fu presuntüoso / a recar Siena tutta a le sue mani
(vv. 122-123). Dante chiede come mai quest’anima sia già
qui nel Purgatorio vero e proprio, malgrado l’arroganza, pro-
tratta per tutto il corso della vita. Oderisi narra allora che
egli cominciò a espiare in vita la sua superbia, umiliandosi a
mendicare per un amico. Non passerà molto tempo e Dante
stesso proverà, per propria dolorosa esperienza, cosa signi-
fichi stendere la mano per chiedere aiuto.

I superbi recitano L’incontro con Omberto L’incontro con Oderisi Oderisi da Gubbio
presenta lo spirito
il «Padre nostro» Aldobrandeschi da Gubbio di Provenzan Salvani

Tra i vivi e i morti Nobiltà di sangue, La gloria terrena L’amore ottiene


continua l’amorosa appartenenza ad antiche è eimera e la fama all’uomo il perdono e la
corrispondenza famiglie alimentano è transitoria misericordia di Dio
di afetti presunzione e superbia e non lascia traccia

Se di là sempre ben per noi si «ogn’uomo ebbi in despetto «Non è il mondan romore «Quest’opera li tolse quei
dice, di qua che dire e far per tanto avante, ch’io ne mori’, altro ch’un iato di vento, conini»
lor si puote da quei ch’hanno come i Sanesi sanno» ch’or vien quinci e or vien
al voler buona radice? quindi, e muta nome perché
muta lato» 453
AUDIOLETTURA DEL CANTO

Canto XI VIDEO: I LUOGHI DELLA NARRAZIONE

1-6 «Padre nostro, che stai nei cieli, non perché


da essi limitato (circunscritto), ma per l’amore più
O
« Padre nostro, che ne’ cieli stai,
non circunscritto, ma per più amore
intenso che rivolgi alle prime creature (effetti) che
ponesti lassù, sia santificato il tuo nome e la tua
3 ch’ai primi efetti di là sù tu hai,
virtù (’l tuo valore) da tutte le creature, com’è giusto laudato sia ’l tuo nome e ’l tuo valore
render grazie al tuo dolce spirito (vapore).
da ogne creatura, com’è degno
6 di render grazie al tuo dolce vapore.
7-9 Venga verso di noi la pace del tuo regno, poi- Vegna ver’ noi la pace del tuo regno,
ché noi non possiamo raggiungerla (ad essa non ché noi ad essa non potem da noi,
potem) da soli, malgrado i nostri sforzi (con tutto
nostro ingegno), se non ci viene incontro.
9 s’ella non vien, con tutto nostro ingegno.
10-12 Come i tuoi angeli dedicano (fan sacrificio) Come del suo voler li angeli tuoi

1-24 Inizio solenne e liturgico del can- [...] La quale orazione ha tre parti princi- ella è un soffio della potenza di Dio e
to, con la recita «commentata» del Padre pali: la prima è invocazione, la seconda pura emanazione della gloria di Dio
nostro da parte dei penitenti sulla prima è petizione, la terza è desiderio che l’ora- Onnipotente».
cornice del Purgatorio, i superbi. Il Padre zione abbia effetto» (Ottimo). 7. Vegna … tuo regno: è la parafra-
nostro è l’unica preghiera che nel poe- sif di: adveniat regnum tuum, «venga il
ma è recitata per intero ed è, anche, la 1. Padre ... stai: Dio, che è onnipresente tuo regno».
prima traduzione in volgare, ma ridimen- nell’universo attraverso le sue manifesta- 8. ché noi ... da noi: non si può ascen-
sionata alla situazione in cui si trovano le zioni e influenze, ha sua dimora sostan- dere alla beatitudine della vita eterna con
anime espianti del Purgatorio. Alla fine ziale nell’Empireo, il cielo che si estende le sole forze umane, «senza essere assi-
del canto precedente l’autore ha descrit- infinito al di là delle nove sfere celesti del stiti dalla luce divina» (Mn. III, 16, 7).
to la forma della penitenza di queste ani- sistema astronomico tolemaico, dove 10-12. Come del suo voler ... suoi: «Sia
me, che peccarono di superbia: il pecca- hanno sede eterna anche le anime dei fatta la tua volontà così in cielo così in
to che più direttamente offende Dio. Ora, beati. Il tema costituirà uno dei motivi terra» (Fiat voluntas tua sicut in caelo et
al principio di questo, descrive la pre- fondamentali nella cantica del Paradiso. in terra). – fan sacrificio a te: dedica-
ghiera che esse recitano, la stessa che 2. non circunscritto: poiché Dio «contie- no tutta la loro volontà al tuo servizio.
Cristo insegnò agli apostoli (Mt. 6, 9-13; ne tutto e da nulla è contenuto» (Ottimo). – osanna: è un vocabolo ebreo che
Lc. 11, 1-4). Qui Dante obbedisce all’in- 3. ai primi effetti: le prime creature di significa «fa salvi» (Buti). Gli angeli, che
tento di adattare il Padre nostro alla su- Dio, ossia gli angeli e i cieli. sono già salvi, cantano «osanna» in lode
perbia, «però che, come il peccato del- 4. laudato sia ’l tuo nome: dopo l’in- a Dio, che li ha salvati. Così leggeremo
la superbia, il quale qui si purga, è radice vocazione, le anime dicono «sia santifi- anche nel canto XXVIII del Paradiso.
di tutti li mali, così el nostro Padre, il qua- cato il tuo nome», a «impetrare grazia» 13. Dà oggi ... manna: panem nostrum
le qui in aiutorio chiamiamo, è principio (Ottimo). – valore: la virtù onnipotente. quotidianum da nobis hodie (Lc. 11, 3),
e fonte viva d’umiltade e di tutti li beni. 6. dolce vapore: Sap. 7, 25: «Perché «dacci oggi il nostro pane quotidiano». Le

454 Purgatorio Canto XI


fan sacriicio a te, cantando osanna, a te tutta la loro volontà, cantando osanna, così
12 così facciano li uomini de’ suoi. facciano gli uomini della loro volontà.

Dà oggi a noi la cotidiana manna, 13-15 Dacci oggi il pane (manna) quotidiano, sen-
sanza la qual per questo aspro diserto za il quale in questo arduo (aspro) deserto chi più si
affanna a procedere (gir) maggiormente retrocede.
15 a retro va chi più di gir s’afanna.
E come noi lo mal ch’avem soferto 16-18 E come noi perdoniamo a tutti il male che
perdoniamo a ciascuno, e tu perdona abbiamo subito (sofferto), anche tu perdonalo a noi
misericordioso, e non guardare il nostro merito.
18 benigno, e non guardar lo nostro merto.
Nostra virtù che di legger s’adona, 19-24 Non mettere alla prova (spermentar) con
non spermentar con l’antico avversaro, Satana (l’antico avversaro) la nostra potenza, che
si abbatte (adona) con facilità, ma liberala da lui
21 ma libera da lui che sì la sprona. che tanto la spinge al male (sprona). Quest’ultima
Quest’ultima preghiera, segnor caro, preghiera, signore caro, ormai non la facciamo
per noi, perché non ne abbiamo bisogno, ma
già non si fa per noi, ché non bisogna, per gli uomini che sono rimasti dietro a noi (sulla
24 ma per color che dietro a noi restaro». terra)».
Così a sé a noi buona ramogna 25-30 Così quelle ombre, formulando con la
quell’ombre orando, andavan sotto ’l pondo, preghiera (orando) a noi e a sé un buon augurio
(ramogna), andavano sotto il peso (pondo), simile
27 simile a quel che talvolta si sogna, a quello di un incubo notturno, girando intorno al
disparmente angosciate tutte a tondo monte oppresse in misura diversa (disparmente) e
stanche (lasse) su per il primo girone, purificando la
e lasse su per la prima cornice, nebbia (caligine) della vita mondana.
30 purgando la caligine del mondo.
Se di là sempre ben per noi si dice, 31-33 Se le anime del Purgatorio (di là) pregano
di qua che dire e far per lor si puote sempre per noi (ben per noi si dice), in terra (di
qua) che cosa si può dire e fare per loro da parte
33 da quei c’hanno al voler buona radice? dei viventi che sono in grazia di Dio (hanno al voler
buona radice)?

anime del Purgatorio non hanno bisogno i nostri debiti così come noi li rimettiamo una parola misteriosa, che ricorre nella
di pane corporale, ma di quello celestiale, ai nostri debitori»: è la richiesta di perdo- Commedia una volta sola.
ossia della misericordia di Dio. Questa pre- no dei peccati. 27. simile a quel: Isidoro nel libro IX delle
ghiera, però, è fatta per quanti sono anco- 19. che di legger s’adona: il verbo Etimologie dice che gli incubi sono spiri-
ra in terra, i quali hanno bisogno di pane «adonare» è un gallicismo che significa ti che «spesse volte si gettono addosso
sia corporale sia spirituale. – manna: lette- «cedere», «abbattere». ad alcuno che giaccia supino, et aggra-
ralmente, è il cibo che Dio fece piovere nel 20-21. non … sprona: è la parafrasif vonsi sì che pare che l’uomo affoghi di
deserto sugli ebrei affamati. Da lì, è venuto di: et ne nos inducat in tentationem, sed questo peso».
a significare il cibo provvidenziale di natura libera nos a malo, «e non ci indurre in ten- 28. disparmente: la pena non è uguale per
tanto materiale quanto spirituale. tazione, ma liberaci dal male». – sper- tutti, ma è graduata a seconda della gravi-
14. aspro diserto: il mondo terreno. Il mentar: «porre a prova pericolosa. Lo tà del peccato. – tutte a tondo: poiché le
diserto è un richiamo all’Esodo (XVI, 31): dicono tuttora in Toscana» (Tommaseo). anime procedevano tutto intorno alla cornice.
Mosè, mentre guida gli ebrei alla Terra – l’antico avversaro: è Satana. 30. caligine: il peccato della superbia
Promessa attraverso il deserto, ottiene 22-24. Quest’ultima preghiera … resta- che – come dice il Landino – nasce da
da Dio la manna per nutrirli. ro: la preghiera è di intercessione per «nebbia e tenebra, idest (cioè) da cecità
15. a retro ... affanna: «il che è vero sia augurare a tutte le anime in attesa di puri- di mente e di ignorantia».
per il cibo materiale che per quello spiritua- ficarsi, vive o morte (a sé a noi, v. 25), un 32. dire e far per lor: allude alle orazioni
le; poiché senza quello materiale si muore buon viaggio nell’aspro diserto che porta e alle opere in suffragio delle anime del
in quanto corpo, e senza quello spiritua- alla Terra Promessa. Purgatorio.
le si muore in quanto anima» (Benvenuto). 25. ramogna: gli antichi commentato- 33. da quei ... buona radice: quelli che
16-17. E come noi ... ciascuno: et dimit- ri sono concordi nell’attribuire a questa hanno la radice del buon volere, cioè la
te nobis debita nostra, sicut et nos dimit- parola il significato di iter, «viaggio», con grazia di Dio; chi non la possiede non è
timus debitoribus nostris, «e rimetti a noi valore augurale. Si tratta comunque di in cielo udito.

I superbi recitano il «Padre nostro» 455


34-36 È doveroso aiutarli (atar) a purgare le mac- Ben si de’ loro atar lavar le note
chie (note) del peccato che portarono dal mondo
(quinci), così che, puri e leggeri, possano salire alle
che portar quinci, sì che, mondi e lievi,
sfere celesti rotanti (ruote). 36 possano uscire a le stellate ruote.
37-45 «Possano la giustizia e la misericordia libe- «Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi
rarvi (vi disgrievi) presto da questi pesi, in modo che tosto, sì che possiate muover l’ala,
possiate iniziare il volo, che vi innalzi (lievi) secondo
il vostro desiderio, indicateci da quale parte si va 39 che secondo il disio vostro vi lievi,
più in fretta (corto) verso la scala; e se c’è più di un mostrate da qual mano inver’ la scala
passaggio, insegnateci quello che scende (cala)
meno ripido: perché costui che viene con me, per si va più corto; e se c’è più d’un varco,
via del peso del corpo umano (lo ’ncarco de la 42 quel ne ’nsegnate che men erto cala;
carne d’Adamo) di cui è rivestito, è lento (parco) a
salire, contrariamente al suo desiderio».
ché questi che vien meco, per lo ’ncarco
de la carne d’Adamo onde si veste,
45 al montar sù, contra sua voglia, è parco».
46-51 Non fu manifesto da chi (da cui) venissero le Le lor parole, che rendero a queste
parole, che risposero (rendero) a queste che aveva che dette avea colui cu’ io seguiva,
detto loro colui che io seguivo; ma fu detto: «Venite
con noi a destra lungo la parete, e troverete un varco 48 non fur da cui venisser manifeste;
(passo) che rende possibile la salita a una persona ma fu detto: «A man destra per la riva
viva.
con noi venite, e troverete il passo
51 possibile a salir persona viva.
52-57 E se io non fossi impedito dal masso che E s’io non fossi impedito dal sasso

34. le note: i segni, le macchie del pec- consueto valore ottativo. Giustizia va mo: l’immagine è scritturale. Si tratta del
cato con le quali entrarono in Purgatorio forse riferita a Dio, mentre pietà va riferi- «corpo corruttibile» di Sap. 9, 15.
(le sette P incise dall’angelo, nel canto ta agli uomini che con le loro preghiere 48. non fur da cui: non si riusciva a capi-
IX) e che qui devono espiare. possono abbreviare la pena alle anime re chi avesse pronunciato le parole in
37. Deh, se giustizia e pietà: Virgilio del Purgatorio. risposta a quelle di Virgilio. Ciò per via del
acquista la benevolenza delle anime 38. muover l’ala: i commentatori antichi peso che piega le anime un tempo così
augurando loro di salire presto al cielo, spiegano che le ali significano la fede e altere. Ora le loro voci cadono nell’indif-
per via della giustizia di Dio e per le pre- la speranza. ferenziato, quasi a ribadire che dopo la
ghiere degli uomini virtuosi. Il se ha il 43-44. lo ’ncarco de la carne d’Ada- morte gli uomini sono tutti uguali.

Viaggiare nel testo


PREGHIERE E INNI
Inferno Il dialogo fra l’uomo e la divinità si esprime
(VII, 1; XXXIV, 1) Invocazioni demoniache a Satana principalmente attraverso la preghiera. Nell’Inferno,
f regno dei dannati, è presente solo con vaghi accenni
Purgatorio e riti rovesciati; pervade invece le altre due cantiche,
(XI, 1-24) f Padre nostro nel Purgatorio come tensione costante alla beatitudine,
(II, 46; VII, 82; in Paradiso come lode a Dio. Il Padre nostro che apre
VIII, 13; ecc.) f Incipit di salmi e inni liturgici questo canto è una delle espressioni più intense di
questa poesia religiosa che ispira tutto il poema e che
Paradiso
nel Purgatorio è elemento centrale nella costruzione
(XXIV, 130-147) f Credo narrativa e scenograica.
(XXXIII, 1-39) f Ave Maria

456 Purgatorio Canto XI


che la cervice mia superba doma, piega (doma) il mio capo (cervice) superbo, per cui
è necessario (convienmi) che io chini lo sguardo a
54 onde portar convienmi il viso basso, terra, io guarderei costui, che è ancora vivo e non
cotesti, ch’ancora vive e non si noma, dice il suo nome (non si noma), per vedere se lo
conosco, e per indurlo alla pietà per questo pesante
guardere’ io, per veder s’i’ ’l conosco,
carico (soma).
57 e per farlo pietoso a questa soma.
Io fui latino e nato d’un gran Tosco: 58-60 Io fui italiano (latino) e nato da un nobile
Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre; (gran) toscano: mio padre fu Guglielmo Aldobran-
desco; non so se il suo nome fu mai noto a voi
60 non so se ’l nome suo già mai fu vosco. (vosco).
L’antico sangue e l’opere leggiadre 61-66 La nobiltà della stirpe (sangue) e le opere
d’i miei maggior mi fer sì arrogante, virtuose (leggiadre) dei miei antenati mi resero così
arrogante, che, non pensando all’origine comune
63 che, non pensando a la comune madre, (comune madre) di tutti gli uomini, ebbi in disprezzo
ogn’uomo ebbi in despetto tanto avante, (in despetto) ogni uomo a tal punto, che fui ucciso, in
che modo lo sanno i Senesi e lo sanno (sallo) anche
ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno, i bambini (fante) in Campagnatico.
66 e sallo in Campagnatico ogne fante.
Io sono Omberto; e non pur a me danno 67-72 Io sono Omberto; e la superbia recò danno
superbia fa, ché tutti i miei consorti non solo a me, perché essa ha trascinato con sé nella
rovina (malanno) tutti i miei consanguinei (consorti).
69 ha ella tratti seco nel malanno. E qui è necessario che io porti questo peso a cau-
E qui convien ch’io questo peso porti sa della superbia (per lei), per il tempo necessario
per pagare a Dio il debito (si sodisfaccia) della mia
per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,

49-72 In queste terzine viene narra- li meglio fortificati degli Aldobrandeschi 65. come i Sanesi sanno: pare
to l’incontro con l’anima del conte Om- (vedi Personaggi a p. 458). che Omberto, dal suo castello di
berto Aldobrandeschi. Lo spirito rispon- 59. Guiglielmo Aldobrandesco: figlio Campagnatico, scendesse a danneg-
de con estrema umiltà alla domanda di del conte palatino Ildebrando, fu uno dei giare i Senesi. Nel corso di una di queste
Virgilio sul cammino da percorrere, ma più potenti signori feudali del suo tempo. lotte sarebbe morto combattendo furio-
il suo tono cambia nelle terzine succes- 60. non so ... vosco: vosco è un latini- samente. Secondo altri, morì soffocato
sive, dove le formule esteriori rivelano smo che vuol dire «con voi». Qui signifi- nel suo letto dai sicari pagati dai Senesi.
degli attacchi potentemente superbi (E ca: «non so se venne mai al vostro orec- 66. e sallo ... fante: si tratta di una
s’io, v. 52; cotesti, ch’ancor… non si no- chio il suo nome, la sua fama». vicenda nota, perché ogne fante ne
ma, v. 55), smentite subito dopo dai si- 61. L’antico sangue: la famiglia feu- parla come di una leggenda, era sulla
gnificati e dalla sostanza delle afferma- dale degli Aldobrandeschi ebbe signo- bocca di tutti, compresi i bambini.
zioni, che lo portano a confessare con ria, fin dai secoli IX-X, sui territori 67. Io sono Omberto: cfr. v. 59.
grande umanità sia il giusto castigo a della moderna provincia di Grosseto. 68. tutti i miei consorti: l’apparente
cui è sottoposto sia il desiderio di com- Raggiunsero la massima potenza col arroganza con cui Omberto presentava
muovere Dante. conte Ildebrandino VIII, morto nel 1208. l’antico sangue e l’opere leggiadre degli
– l’opere leggiadre: la nobiltà dei conti avi (vv. 58-62) viene qui smorzata dall’u-
53. cervice mia superba: «ne’ libri sacri di Santafiora era non solo di sangue, miltà con cui denuncia gli effetti negativi
‘dura cervice’ vale ‘ostinazione super- ma anche di generosità cavalleresca. della superbia sulla sua famiglia. Il termi-
ba’» (Tommaseo). Alcuni commentatori (tra i quali Barbi e ne consorti indica i membri che appar-
57. e per farlo ... soma: l’apparen- Contini) preferiscono leggere leggiadre tengono a famiglie che discendono da
te cipiglio arrogante del conte si smor- nel senso di “superbe, altere”. un unico capostipite.
za nel desiderio di fare pietà a Dante 63. la comune madre: probabilmente si 69. ha ella ... malanno: sulla decaden-
e quindi nella più dichiarata umiltà. deve intendere la terra, dalla quale siamo za dei Santafiora, cfr. il canto VI, v. 111: e
– soma: sia nel senso di pena sia in nati e alla quale torneremo. Altri intendo- vedrai Santafior com’è oscura.
quello di peso che è costretto a porta- no Eva, madre del genere umano, che 71. tanto … soddisfaccia: l’anima deve
re sulle spalle. ci rende tutti fratelli, senza differenze fra restare nel Purgatorio per tutto il tempo
58. Io fui ... Tosco: chi parla è Omberto, re e villani; oppure la morte, che ci rende necessario a ottenere la remissione della
signore di Campagnatico, uno dei castel- tutti uguali davanti a Dio. pena per i peccati commessi in vita.

L’incontro con Omberto Aldobrandeschi 457


colpa, qui fra i morti, poiché non lo feci fra i vivi». 72 poi ch’io nol fe’ tra ’ vivi, qui tra ’ morti».
73-78 Mentre ascoltavo chinai in giù la faccia; e Ascoltando chinai in giù la faccia;
uno di loro, non questo che parlava, si contorse e un di lor, non questi che parlava,
sotto il peso che li impedisce (li ’mpaccia), e mi
vide e mi riconobbe e mi chiamava, tenendo con 75 si torse sotto il peso che li ’mpaccia,
fatica gli occhi fissi verso di me, che camminavo e videmi e conobbemi e chiamava,
tutto chino insieme con loro.
tenendo li occhi con fatica isi
78 a me che tutto chin con loro andava.
79-81 «Oh!» io dissi a lui: «Tu non sei Oderisi, ono- «Oh!», diss’io lui, «non se’ tu Oderisi,
re di Gubbio (Agobbio) e onore di quell’arte che a l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’arte
Parigi viene chiamata alluminare?».
81 ch’alluminar chiamata è in Parisi?».
82-84 Egli disse: «Fratello, le carte che Franco «Frate», diss’elli, «più ridon le carte
Bolognese dipinge (pennelleggia) sono più vivaci (più che pennelleggia Franco Bolognese;

72. poi ch’io ... morti: il verso riflet- comunicare ansiosamente il suo stupore egli aveva raggiunto. – Agobbio: la città
te la dottrina di s. Tommaso d’Aqui- e il suo desiderio di attirare l’attenzione. umbra di Gubbio.
no (Summa theol. III, suppl., q. 71, a. 6, 78. a me ... andava: Dante va chino con 81. alluminar: dal francese enluminer,
resp.): «La pena del Purgatorio è inte- i penitenti, in simbolica espiazione di un «miniare». L’etimologia della parola fran-
sa a supplire la soddisfazione che non è proprio peccato di superbia, quello di cese e di quella italiana viene dagli
stata pienamente completa in vita». credere di essere il detentore della glo- ingredienti usati per l’arte della miniatu-
74. e un di lor: la congiunzione lega in ria della lingua (vv. 98-99). ra: l’allume per la preparazione dei colori
una continuità narrativa l’incontro con 79. Oderisi: Oderisi da Gubbio, abi- d’oro e d’argento, il minio come coloran-
un’altra anima. le miniaturista (vedi Personaggi a te rosso molto pregiato. – Parisi: Parigi,
76. e ... chiamava: i tre verbi compres- p. 459) che, per via della sua fama, era dalla forma latina Parisium.
si in un solo verso riflettono la fretta dei convinto che non ci fosse maestro più 82. Frate: vocativo affettuoso e familia-
gesti compiuti da Oderisi che, sotto lo grande di lui. Ora dimostra la sua umiltà re, che smorza ogni residuo di vanaglo-
sforzo della torsione, non poteva regge- dicendo che migliore di lui è oggi un suo ria. – più ridon le carte: sono miniate
re a lungo la fatica. discepolo: Franco Bolognese (v. 83). meglio e quindi risaltano maggiormente
77. tenendo ... fisi: costretto con il capo 80. l’onor d’Agobbio ... arte: la ripetizio- per via dei colori vivaci.
in giù dal peso del masso, Oderisi tiene ne di onore mette in luce il punto debo- 83. pennelleggia: il verbo è un termi-
gli occhi fissi a Dante, quasi volesse le di Oderisi e sottolinea la fama che ne tecnico che indica la maniera adot-

Personaggi
Omberto Aldobrandeschi
Secondo iglio di messer Guglielmo Aldobrandeschi dei conti di Santaiora, nella
Maremma senese. La superbia di questa famiglia gentilizia nasceva dall’antichità
del sangue, dalla ricchezza, dalle valenti opere d’armi. Essi furono accesi ghibellini
e ripetutamente in lotta col comune di Siena. Omberto ebbe la signoria del castel-
lo di Campagnatico, nella valle dell’Ombrone grossetano, dal quale sortiva per de-
predare i viandanti e per recar danno, con arrogante disprezzo, ai Senesi. Morì nel
1259 combattendo – secondo Benvenuto – valorosamente contro gli eterni nemici,
che avevano organizzato una spedizione per ucciderlo. Secondo la testimonianza
del cronista trecentesco senese Angelo Dei, Omberto fu, invece, soffocato nel letto
da sicari di Siena, travestiti da frati.

458 Purgatorio Canto XI


84 l’onore è tutto or suo, e mio in parte. ridon); l’onore è ora tutto suo, e mio solo in parte.

Ben non sare’ io stato sì cortese 85-90 Certo io non sarei stato così generoso (corte-
mentre ch’io vissi, per lo gran disio se) finché fui in vita, a causa del mio vivo desiderio di
primeggiare a cui il mio cuore fu rivolto intensamente
87 de l’eccellenza ove mio core intese. (intese). Io pago qui la pena (fio) di tale superbia; e
Di tal superbia qui si paga il io; neppure sarei qui se non fosse avvenuto che, pur po-
tendo (possendo) ancora peccare, mi rivolsi pentito
e ancor non sarei qui, se non fosse a Dio.
90 che, possendo peccar, mi volsi a Dio.
Oh vana gloria de l’umane posse! 91-93 Oh, vanità dell’umano valore (posse)! quan-
com’ poco verde in su la cima dura, to poco tempo il verde permane sulla cima, se non
è seguito (è giunta) da età di decadenza (l’etati
93 se non è giunta da l’etati grosse! grosse)!
Credette Cimabue ne la pittura 94-96 Cimabue credette di dominare gli altri (tener lo
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, campo) nella pittura, e invece Giotto ha ora la gloria

tata da Franco Bolognese per miniare. 87. l’eccellenza: non quella di raggiun- tare l’ora della morte, e quindi quan-
Egli evidentemente usava il pennello, gere la perfezione nella propria arte, do ancora poteva peccare (possendo
con una tendenza innovatrice rispetto a ma quella di superare gli altri in valo- peccar).
quella di Oderisi. – Franco Bolognese: re e fama. Così s. Tommaso definisce 91. Oh vana gloria: è la condanna della
finissimo miniatore di Bologna, vissu- la superbia (Summa theol. II, II, q. 162, gloria terrena rispetto all’eterno. La glo-
to fra la metà del secolo XIII e il princi- a. 3, ad. 3): «Si dice che la superbia sia ria non può essere la meta della propria
pio del XIV. amore della propria eccellenza». Oderisi opera, perché coinciderebbe con la vana
84. l’onore ... parte: qualche com- rappresenta la superbia dovuta ai pro- ricerca della fama.
mentatore avanza l’ipotesi che questo pri meriti, mentre l’Aldobrandeschi la 92. com’ poco ... dura: appena la glo-
«onore» residuo, pronunciato con un superbia per l’appartenenza a un casa- ria dell’umano potere è cresciuta in alto,
tocco calante e dimesso, sia dovuto al to nobile. comincia a disseccare sulla cima, come
fatto di essere stato suo maestro. 89-90. e ancor ... Dio: non sarebbe qui un albero.
85. cortese: generosamente pronto nel Purgatorio vero e proprio, ma fra i 93. se non è ... grosse!: la gloria umana
ad ammettere la superiorità di Franco negligenti dell’Antipurgatorio, se non si dura più a lungo solamente se le succe-
Bolognese. fosse pentito per tempo, senza aspet- dono tempi di ignoranza e di barbarie.
«Molte volte è adivenuto che uno uomo
è stato in fama alcuno tempo, perché
in quel tempo non ha producto la natu-
Personaggi ra uomini con ingegni valevoli in quello
exercizio» (Buti).
94. Cimabue: il grande pittore fiorentino,
Oderisi da Gubbio maestro di Giotto, nacque nel 1240 circa
Della scuola di Cimabue, Oderisi da Gubbio fu il più gran- e morì nel 1300. La sua fama si lega alla
de miniatore ai tempi di Dante, e di nota fama. Nacque nel forza innovativa della sua opera, che
1240 circa ed è attestata la sua residenza a Bo- liberò la pittura dai rigidi schemi bizan-
logna tra il 1268 e il 1271. Nel 1295 egli era a tini per tornare alla rappresentazione
Roma, dove avrebbe lavorato nella libreria dal vero.
papale; qui morì nel 1299. Narra il Vasa- 95. tener lo campo: l’espressione fa
ri che «fu molto amico di Giotto» e parte del linguaggio militaresco e signifi-
che, stipendiato da Bonifacio VIII, ca dominare, «cioè avere la gloria, come
«miniò molti libri per la libreria lo cavaliere che sta in sul campo vin-
di Palazzo». Due messali miniati, at- citore» (Buti). – Giotto: sommo pittore
tribuiti a Oderisi, si ammirano ancor oggi nel- medievale, nacque intorno al 1266 nei
la Canonica di San Pietro in Roma. Dante, che pressi di Firenze. Morì in questa città
doveva aver conosciuto Oderisi a Bologna nel l’8 gennaio 1337. Figlio di Bondone del
1287 circa, lo rappresenta come un esempio di Colle, fu posto dal padre «all’arte della
vanagloriosa superbia artistica. lana», che egli regolarmente disertava
per frequentare la bottega di Cimabue.

L’incontro con Oderisi da Gubbio 459


(il grido), tanto che la sua fama è oscurata. 96 sì che la fama di colui è scura.
97-102 In tal modo Guido (Cavalcanti) ha tolto all’altro Così ha tolto l’uno a l’altro Guido
Guido (Guinizzelli) la gloria della poesia in volgare
(lingua); e forse è nato chi caccerà entrambi dalla loro
la gloria de la lingua; e forse è nato
sicura posizione (nido). La fama (romore) mondana 99 chi l’uno e l’altro caccerà del nido.
non è altro che un alito (fiato) di vento che spira ora
da una parte (quinci) e ora dall’altra (quindi), e cam-
Non è il mondan romore altro ch’un iato
bia nome perché cambia la direzione di provenienza di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,
(lato). 102 e muta nome perché muta lato.
103-108 Quale maggiore fama (voce) avrai, se Che voce avrai tu più, se vecchia scindi
muori vecchio (se vecchia scindi da te la carne), da te la carne, che se fossi morto
di quella che avresti avuta se fossi morto prima di
smettere di dire (lasciassi) ‘pane’ e ‘denari’, prima 105 anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e ’l ‘dindi’,
che trascorrano mille anni? che è un tempo, rispetto
all’eternità, più breve di un batter di ciglia rispetto al
pria che passin mill’anni? ch’è più corto
movimento del cielo (cerchio) che si volge (è torto) spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia
più lento. 108 al cerchio che più tardi in cielo è torto.
109-114 Tutta la Toscana celebrò (sonò) colui che Colui che del cammin sì poco piglia

«Divenne gran maestro, e corse in ogni sulla vanità e sulla fragilità della gloria tà dantesca di dilatare la lingua in ogni
parte il nome suo, e molte dell’opere sue mondana, rispondono immediatamen- direzione. Alla dilatazione linguistica si
si truovono non solamente in Firenze, te come monito al cenno di superbia dei accompagna quella tematica: in pochi
ma a Napoli et a Roma et a Bologna» versi precedenti: Oderisi ha appena pro- versi saranno contenute le immagini
(Anonimo). Egli superò tecnicamente fetizzato, in velata allusione, che Dante del bimbo che balbetta le prime paro-
il suo maestro, fondando la pittura sul supererà nell’arte poetica i maestri Gui- le, quella dell’eterno a confronto con il
colore, sul disegno compositivo e sulla nizzelli e Cavalcanti. D’altra parte, in al- tempo umano e, infine, la notizia astro-
massa, e ispirando così i maestri della tro passo del poema il poeta confesserà nomica dell’ottavo cielo, quello delle
pittura rinascimentale. la propria superbia, dichiarando il timo- Stelle Fisse, che compie la sua rivolu-
97. l’uno a l’altro Guido: il poeta Guido re di doverne scontare la pena in que- zione in 360 secoli, un muover di ciglia
Guinizzelli, bolognese, fu considerato il sta cornice. rispetto all’eternità.
padre del «Dolce Stil Novo», come dice 106. pria che passin mill’anni: si
Dante in XXVI, 97-99 (il padre mio / e delli 100. il mondan romore: qui, come nei sente ancora l’eco del De consolatio-
altri miei miglior / che mai rime d’amor versi successivi, Dante si richiama a ne philosophiae di Boezio (II, 7, p. 59):
usar dolci e leggiadre). Guido Cavalcanti, passi di Boezio: «Voi invece non sape- «Ma a voi sembra di assicurarvi l’im-
fiorentino, «fu filosofo e morale e natura- te come agire rettamente, se non per mortalità, quando pensate alla fama del
le, e fece assai scritti in filosofia, appro- compiacere al popolo ed esserne loda- tempo futuro. Ma se tu consideri l’infini-
vati e tenuti di grande ingegno. Fu dici- ti con vano rumore e, misconoscendo to spazio dell’eternità, avrai forse qual-
tore in rima, e lo stile innovato di messer l’eccellenza della virtù interiore d’autoco- che motivo di gioire della lunga vita del
Guido Guinizzelli alzò molto e acconciò, scienza, chiedete ricompensa median- tuo nome?».
et ebbe in quell’arte maggiore fama di te le altrui chiacchiere» (Cons. Ph. II, 7, 108. al cerchio ... torto: è il movi-
lui» (Anonimo). pr. 63-66). mento delle stellate ruote del v. 36,
98-99. e forse è nato ... nido: gli anti- 100-102. fiato di vento ... lato: ossia l’ottavo cielo, che compie una
chi commentatori sono tutti concordi Benvenuto commenta dicendo che que- rivoluzione «quasi insensibile, che
nel riconoscere nel successore dei due sta è una «ottima similitudinef», per fa da occidente in oriente per uno
Guidi lo stesso Dante. La dichiarazio- mostrare che la fama mondana è tran- grado in cento anni» (Cv. II, 14, 10).
ne della propria eccellenza nella «lin- sitoria come il vento, che assume nomi 109. Colui: Dante introduce la terza
gua» si affianca con quella della vani- diversi a seconda della direzione in cui anima, che esemplifica il terzo tipo di
tà di ogni gloria terrena e costituisce, spira. superbia, «che è detta presunzione,
quindi, il proseguimento della simboli- 103. voce: rinomanza. la quale è quando alcuno nella sua
ca espiazione del peccato confessato 105. il ‘pappo’ e ’l ‘dindi’: sono le mente se antimette agli altri e impren-
(cfr. nota al v. 78). voci infantili di derivazione onomato- de cose oltre a suo dovere e potere»
peica per indicare il cibo e le mone- (Ottimo). – che del cammin sì poco
100-108 Le tre terzine, con l’insistenza te. Esse sono l’esempio della capaci- piglia: come è detto al v. 28, le anime

460 Purgatorio Canto XI


dinanzi a me, Toscana sonò tutta; cammina così lentamente (sì poco piglia) davanti a
me; e ora si bisbiglia (sen pispiglia) di lui appena a
111 e ora a pena in Siena sen pispiglia, Siena, di cui era signore (sire) quando fu distrutta
ond’era sire quando fu distrutta la furiosa prepotenza (rabbia) dei Fiorentini, che
allora fu superba così come ora si vende per denaro
la rabbia iorentina, che superba (putta).
114 fu a quel tempo sì com’ora è putta.
La vostra nominanza è color d’erba, 115-117 La fama umana (vostra nominanza) è co-
me il colore dell’erba, che nasce e presto muore, e
che viene e va, e quei la discolora la fa scolorire lo stesso sole (quei) in virtù del quale
117 per cui ella esce de la terra acerba». essa ancora tenera (acerba) esce dalla terra».
E io a lui: «Tuo vero dir m’incora 118-120 E io a lui: «Le tue parole veritiere (Tuo vero)
m’infondono (m’incora) un’umiltà che fa volgere al
bona umiltà, e gran tumor m’appiani; bene, e mitigano (m’appiani) la grande superbia
120 ma chi è quei di cui tu parlavi ora?». (tumor): ma chi è quello di cui tu ora parlavi?».
«Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani; 121-126 Rispose: «Quello è Provenzan Salvani; ed
ed è qui perché fu presuntüoso è qui perché ebbe la presunzione di ridurre tutta
Siena in suo potere (recar … a le sue mani). Già
123 a recar Siena tutta a le sue mani. è andato (Ito) così chino e così va, senza tregua

sono disparmente angosciate. Eviden- – pispiglia: in contrasto con il sonò tutta e dura poco, come il colore dell’erba che
temente Provenzan Salvani cammina del verso precedente. presto svanisce. Il riferimento è scrittura-
così lentamente perché è gravato da 112. ond’era sire: Dante usa «sire» le: cfr. Is. 40, 6.
un peso maggiore degli altri. Figlio di nel senso di «principale esponente», 116. quei: è il sole, che determina a
Ildebrandino e nipote di Sapia, nacque «capo ghibellino». Siena era retta a seconda della sua intensità stagionale
a Siena nel 1220. Egli rappresenta l’e- Comune. il colore dell’erba. Allo stesso modo la
sempio di presunzione politica, come 112-113. quando fu ... fiorentina: allu- fama mondana è soggetta ad appassire
testimonia la sua carriera nelle fazioni di de alla battaglia di Montaperti (1260). con il trascorrere del tempo.
parte ghibellina: nel 1250 è ambascia- Così – scrive il Villani – «s’adonò la rab- 117. acerba: il soggetto è «ella», l’«erba».
tore a Volterra; nel giugno 1251 favo- bia dell’ingrato e superbo popolo di L’erba che viene è tenera; quella che va
risce l’alleanza con i ghibellini esuli da Firenze» (VI, 79). è discolorata, disseccata dai raggi del
Firenze; nel 1259 è ambasciatore pres- 114. putta: prostituta. La superbia di sole.
so Manfredi e guida le truppe senesi Firenze, che tendeva al predominio sulle 119. gran tumor: la superbia è vista
nella battaglia di Montaperti; nel 1262 altre città, si è convertita nella sete come una grossa tumescenza, un gon-
è nominato podestà di Montepulciano. dei subiti guadagni, nel commercio che fiore malato.
L’episodio che doveva consentirgli la spinge i Fiorentini a fare ogni cosa per 122. qui: nel Purgatorio. – presuntüo-
salvezza spirituale e accelerargli l’in- denaro. so: «presumptuoso è colui che s’attri-
gresso al Purgatorio è del 1268, quan- 115. è color d’erba: la fama è transitoria buisce quello che non è suo» (Landino).
do, dopo la battaglia di Tagliacozzo, per
riscattare un amico prigioniero di Carlo
d’Angiò, si ridusse a chiedere l’elemo-
sina sulla piazza del campo di Siena. Dante oggi
Venne catturato e poi decapitato nel
giugno del 1269, durante la battaglia di Le straordinarie miniature
Colle di Valdelsa, dove i Senesi furono medievali
sconfitti dai Fiorentini. Egli rappresenta Nei musei e negli archivi italia-
la superbia per il primato politico. ni si trova un patrimonio ine-
110. Toscana sonò tutta: Dante parla stimabile di codici miniati risa-
della Toscana come se si trattasse di un lenti al Medioevo. Nel video al
immenso paese; sonò è usato in senso
sito www.youtube.com/watch?v=PWu_VDFT12w è possibile assistere a
una lezione dimostrativa dell’Università Popolare San Francesco di Mode-
transitivo: «Tutta la Toscana fece risuona- na sulla tecnica medievale della miniatura; al sito www.youtube.com/
re il nome di colui...». watch?v=OqAUJshWZ4E vengono mostrati alcuni importanti codici miniati
111. ora: sono trascorsi solo trentun conservati nella sala dei Codici al Museo Medievale di Bologna.
anni dalla morte di Provenzan Salvani.

Oderisi da Gubbio presenta lo spirito di Provenzan Salvani 461


(riposo), dal giorno che morì; chi nel mondo ha Ito è così e va, sanza riposo,
osato troppo (troppo oso) soggiace a tale peni-
tenza (cotal moneta) per pagare (sodisfar) il suo
poi che morì; cotal moneta rende
debito». 126 a sodisfar chi è di là troppo oso».
127-132 E io dissi: «Se quello spirito che attende E io: «Se quello spirito ch’attende,
l’estremo limite (l’orlo) della vita prima di pentirsi, de- pria che si penta, l’orlo de la vita,
ve restare quaggiù (nell’Antipurgatorio), e non può
salire in questa cornice (quassù) prima che passi 129 qua giù dimora e qua sù non ascende,
tanto tempo quanto visse, se preghiere di persone se buona orazïon lui non aita,
in grazia di Dio (buona) non lo aiutano, come gli fu
concessa (largita) l’ascesa (al Purgatorio)?».
prima che passi tempo quanto visse,
132 come fu la venuta lui largita?».
133-138 «Quando era ancora all’apice della sua «Quando vivea più glorïoso», disse,
fama (glorïoso)», disse, «deposto ogni sentimento «liberamente nel Campo di Siena,
di vergogna, si pose (s’affisse) spontaneamente
nella piazza del Campo a Siena; e stando lì, per 135 ogne vergogna diposta, s’aisse;
sottrarre un suo amico dalla pena, in cui era tenuto e lì, per trar l’amico suo di pena,
nella prigione di Carlo, si ridusse a tremare tutto
dentro di sé per l’umiliazione.
ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo,
138 si condusse a tremar per ogne vena.
139-142 Non dirò di più e so che parlo in modo Più non dirò, e scuro so che parlo;
incomprensibile; ma non trascorrerà troppo tempo ma poco tempo andrà, che ’ tuoi vicini
che i tuoi concittadini faranno in modo che tu po-
trai interpretare con chiarezza (chiosarlo). Proprio faranno sì che tu potrai chiosarlo.
quel gesto (opera) lo liberò dai confini (dell’Anti- 142 Quest’opera li tolse quei conini».
purgatorio)».

126. oso: ardito (latino ausus). «Avendo il re Carlo in prigione uno suo duce una frase della Legenda Francisci
127-128. Se quello ... l’orlo de la vita: amico caro, puosegli di taglia fiorini (II, 7) di s. Bonaventura: «deposta ogni
la domanda fa pensare che Provenzan dieci mila d’oro (ché era stato contra lui vergogna [...] si mise a mendicare».
Salvani si sia pentito solo in punto di con Corradino nella sconfitta a Taglia- – s’affisse: il verbo sottolinea la deter-
morte. Perciò avrebbe dovuto restare cozzo), ed assegnogli brieve termine a minazione con cui Provenzan Salvani si
nell’Antipurgatorio tanto tempo quan- pagare, o a morire. Quelli ne scrisse a installò sulla piazza del Campo, deciso a
to visse. messer Provenzano. Dicesi, che mes- non alzarsi finché non avesse raggiunto
130. se buona ... aita: Dante sem- ser Provenzano fece porre uno desco, il suo scopo umanitario.
bra escludere che qualcuno, in grazia susovi uno tappeto, nel campo di Sie- 136. l’amico suo: le notizie sull’identità
di Dio, possa aver pregato tanto per na, e puosevi suso a sedere in quel- di questo amico sono molto vaghe: qui
Provenzan Salvani da consentirgli l’a- lo abito, che richiedea la bisogna; do- non conta il fatto di cronaca in sé, ma il
scesa al Purgatorio vero e proprio. mandava alli Sanesi vergognosamente, suo valore ideale.
132. come fu ... largita: i conti non che lo dovessono aiutare a quella sua 137. Carlo: Carlo d’Angiò, fratello del
tornano per Dante. Infatti Provenzan bisogna di moneta, non sforzando al- re di Francia Luigi IX il Santo, e nomina-
Salvani nel 1300 era morto da 31 anni, cuno, ma umilmente domandando aiu- to re di Sicilia con il patto di vassallag-
ma quando egli giunse sull’«orlo della to; donde li Sanesi vedendo costui, che gio alla Chiesa.
vita» ne aveva 49. Perciò Dante si chie- solea essere loro signore e tanto su- 138. si condusse ... vena: l’espressio-
de come mai sia già qui. perbo, domandare così pietosamente, ne è usata da Dante per tradurre l’equi-
furono commossi a pietade, e ciascu- valente psicologico e fisico della paura e
133-138 L’episodio biografico su Pro- no secondo sua facultade, diede aiuto; della stanchezza; cfr. If. I, 90; XIII, 63. Qui
venzan Salvani di cui si parla in questi sicché anzi che il termine spirasse, fu ri- è l’umiliazione del superbo che fa tre-
versi è riportato dagli antichi commen- comperato l’amico». mare Provenzan Salvani per ogne vena.
tatori in forma più o meno dettagliata, 139. e scuro so che parlo: Dante
e si riferisce ai tempi immediatamente 134. liberamente: è stata proprio la potrebbe non capire l’umiliazione che si
successivi alla battaglia di Tagliacoz- spontaneità a rendere meritorio il gesto prova a mendicare.
zo, nella quale Carlo d’Angiò aveva bat- di Provenzan Salvani. 140. ma poco tempo andrà: è la profe-
tuto le truppe di Corradino, ultimo ere- 135. ogne vergogna diposta: modellata zia dell’esilio di Dante, simile a quelle di
de della casa sveva. Scrive l’Ottimo: sull’ablativo assoluto latino, la frase tra- If. X, 79-81 e Pd. XVII, 94.

462 Purgatorio Canto XI


Scenari
LA VANA GLORIA TERRENA: PREMI NOBEL ITALIANI DEL DUECENTO
Attraverso le parole di Oderisi da Gubbio, in questo re, che pure hanno contribuito in modo signiicativo
canto Dante affronta il tema classico della vanitas vani- al progresso culturale e materiale della collettività?
tatis: una rilessione sul trascorrere efimero della glo- Per deinire un quadro molto provvisorio delle igu-
ria nel mondo (sic transit gloria mundi). E per farlo cita re eccellenti ai tempi di Dante, abbiamo immagina-
personaggi la cui grande fama artistica in vita è desti- to qui una breve carrellata dei virtuali «premi Nobel»
nata (secondo lui) a impallidire e poi svanire con il (il prestigioso riconoscimento assegnato ogni anno
passare degli anni: i miniaturisti Franco Bolognese e dall’Accademia di Svezia a persone che più abbiano
appunto Oderisi da Gubbio, i pittori Cimabue e Giotto, contribuito al benessere dell’umanità nei campi della
i poeti Guido Guinizzelli e Guido Cavalcanti. pace, della letteratura, della isica, della chimica, del-
Quale memoria può restare dunque di quelle igu- la medicina e della economia) italiani del Duecento.

Premio Nobel per la pace


FRANCESCO E CHIARA D’ASSISI
Per aver fondato una secolare tradizione ispirata alla soli-
darietà attiva fra gli uomini e all’amore per il prossimo.

Premio Nobel per la letteratura


GUIDO GUINIZZELLI
Per aver dato inizio alla più alta tradizione lirica ita- Premio Nobel per la matematica
liana e occidentale con la fondazione della scuola
LEONARDO FIBONACCI
poetica del Dolce Stil Novo.
Per aver dato un forte impulso allo sviluppo scientifi-
co con i suoi studi di matematica e con l’introduzione
del calcolo numerico e delle cifre arabe.

Premio Nobel per la medicina


SCUOLA SALERNITANA Premio Nobel per l’economia
Per aver rinnovato la pratica della medicina al servizio
COMPAGNIA DEI BARDI
dei pazienti seguendo il principio moderno dell’im-
Per aver contribuito allo sviluppo del commercio
portanza della vita fisica accanto a quella spirituale.
internazionale attraverso una moderna pratica dei
cambi monetari e l’ideazione dell’assegno bancario.

Premio Nobel per la chimica Premio Nobel per la fisica


ALESSANDRO DELLA SPINA PIETRO OLIVI
Per aver realizzato le prime lenti correttive per la Per aver determinato una decisiva evoluzione della
presbiopia grazie ai suoi studi ed esperimenti chimici scienza bellica e balistica grazie ai suoi studi e al suo
sulle resine di vetro. trattato sul moto dei proiettili.

Oderisi da Gubbio presenta lo spirito di Provenzan Salvani 463


Leggiamo il canto PAGINE DIGITALI
LETTURA CRITICA Ɣ PAROLA CHIAVE DEL CANTO Ɣ CONSIGLI DI LETTURA

I l canto si apre con la preghiera del Pater noster recitata dai superbi; ma nessun cenno, nel canto
precedente, che ci avverta di questa recitazione corale…
Vincenzo Pernicone

LA NARRAZIONE ghiera, una lode a Dio e una richiesta di aiuto circostan-


ziate e motivate. La preghiera è anche occasione per rin-
Ɣ IL CANTO DEI SUPERBI novare i legami caritatevoli che uniscono i morti ai vivi,
come già più volte afermato (ad esempio nel canto iii
Nel canto x Dante ha già descritto l’ambiente di questa con Manfredi, da Virgilio nel canto vi, e ancora nel canto
prima cornice. Adesso si entra nel vivo del racconto, con viii da Nino Visconti); ma mentre nell’Antipurgatorio le
la presenza dei penitenti. anime chiedevano aiuto e intercessione di preghiere, qui
L’atto di apertura – di forte impatto simbolico – è la reci- sono gli spiriti a intercedere per i vivi.
ta della preghiera per eccellenza, il Padre nostro: in tutta
la cantica l’espiazione dei peccati è ispirata a riti liturgici
collettivi, e coinvolge anche i viventi nella carità dei suf-
Ɣ I TRE SUPERBI
fragi (vv. 1-36). La prima anima che parla con Dante è quella di Omber-
Seguono i due dialoghi che occupano il resto del canto. to Aldobrandeschi, un altro protagonista della vita poli-
Il primo (vv. 37-72) trae occasione dalla richiesta di infor- tica toscana del 1200, che indica ai due poeti la strada
mazioni per salire alla montagna, elemento costante nel- da seguire e che denuncia la propria superbia rievocando
la struttura narrativa della cantica perché indice della ten- episodi di cronaca.
sione verso l’alto che urge i due pellegrini. Interlocutore è Ma vero protagonista è Oderisi da Gubbio, con cui Dante
Omberto Aldobrandeschi, nobile toscano del ’200, esem- ha un vivace colloquio. Innanzitutto il rapporto di cono-
pio di superbia aristocratica. Il secondo incontro – episo- scenza diretta (vv. 73-81) e il comune ambito artistico con-
dio principale del canto – è quello con lo spirito di Oderisi ferisce toni di coinvolgimento afettivo all’episodio. Poi, è
da Gubbio, artista miniatore di grande fama ai suoi tempi a lui che viene aidata la più ampia rilessione sul tema
(vv. 73-142). A lui è aidato il compito di sviluppare il tema della superbia e sulla vanità della fama terrena, e la pre-
della superbia, e dalle sue parole è presentata in chiusura sentazione della vicenda di Provenzan Salvani. Ed è sem-
di canto la igura di Provenzan Salvani. pre Oderisi che profetizza oscuramente a Dante futu-
ra gloria poetica e futuro esilio. Il miniatore bolognese,
tanto superbo in vita del proprio successo artistico, ora
I TEMI manifesta la propria umiltà nel riconoscere l’altrui eccel-
lenza (vv. 82-90), dichiara la vanità dei primati artistici con
Ɣ IL TEMA MORALE: LA VANITÀ gli esempi di Cimabue e Giotto per la pittura e di Guiniz-
DELLA GLORIA TERRENA zelli e Cavalcanti per la poesia, e inine sentenzia solen-
nemente sulla brevità delle cose umane rispetto all’eter-
Agli spiriti superbi Dante aida per contrappasso il tema nità del mondo divino.
morale della vanitas vanitatum, la vanità della gloria ter- Ad esempio della transitorietà della fama terrena è intro-
rena. Proprio coloro che peccarono per smodato deside- dotto Provenzan Salvani, uomo politico del ’200 di gran-
rio di porsi al di sopra degli altri o per aver dato un valo- de fama in vita, ma di cui già ai tempi di Dante si anda-
re eccessivo alla fama, ora si fanno interpreti della verità va perdendo il ricordo. Qui il personaggio è anche però
opposta: prima con gli accenti di umiltà e di amore per esempio di forza d’animo e di spirito d’amicizia, nell’epi-
Dio e per il prossimo presenti nel Padre nostro, poi nella sodio narrato negli ultimi versi (vv. 127-142).
confessione di Omberto Aldobrandeschi, quindi soprat-
tutto nel lungo discorso di Oderisi da Gubbio e nella sua
rievocazione della igura di Provenzan Salvani. La riles-
Ɣ AUTOBIOGRAFISMO E PROFEZIE
sione sulla vanità della nominanza in terra è esempliica- L’incontro con Oderisi ofre spunto al tema autobiogra-
ta in ambito artistico – scelta molto signiicativa per Dan- ico di Dante. Più ancora che alla diretta conoscenza fra i
te –, dove l’eccellenza di un autore ha breve durata per due artisti, facciamo riferimento a due brevi allusioni di
il sopraggiungere di altri migliori; ed è poi sviluppata Oderisi che assumono il carattere della profezia: la pri-
in termini lirici nell’afascinante esposizione sull’eime- ma, molto lusinghiera, lascia intuire che Dante raggiun-
ra durata del tempo umano rispetto all’eterno delle cose gerà il primato nella poesia, sopravvenendo ai due Guidi
divine. Qui la superbia diventa colpa: la ricerca della glo- (vv. 97-99); la seconda invece è di amara previsione dell’e-
ria terrena non può essere lo scopo della propria opera, silio, quando ai vv. 139-141 lascia intendere che Dante
perché allontana dalla vera meta della salvezza nella Fede. proverà l’umiliazione del mendicare.

Ɣ IL PADRE NOSTRO Le parole che restano ↓


Tra le molte preghiere che scandiscono i canti del Pur-
gatorio, di rilievo particolare è questo Padre nostro, per
la sacralità dell’orazione, per la sua funzione di «introi-
“Oh vana gloria de l’umane posse!”
to» agli incontri con le anime del Purgatorio vero e pro- L’amara e ironica considerazione di Dante (v. 91) nei
prio, per la collocazione in testa al canto, e soprattutto per confronti della gloria che può derivare dai successi e di
essere l’unico testo liturgico proposto nella sua interezza. quanti si illudono che gli eccellenti risultati nelle arti pos-
Secondo un uso letterario del tempo, Dante produce una sano garantire il perenne ricordo è ancor oggi un’effica-
parafrasif commentata ed esegetica della famosa pre- ce espressione per ridimensionare la superbia soprat-
tutto in ambito artistico.

464 Purgatorio Canto XI


Competenze alla prova ESERCIZI INTERATTIVI

LA NARRAZIONE
1 Il canto si apre con:

2 Quale peccato espiano le anime di questa cornice e qual è la loro pena?

3 La parte centrale del canto è occupata dal colloquio di Dante con due anime. Di chi si tratta?

4 A quale personaggio storico sono dedicati gli ultimi versi, e a quale vicenda esemplare vi si fa riferimento?

5 In quale parte del canto troviamo una profezia dell’esilio di Dante? Da chi viene fatta? Sintetizzala.

I TEMI
6 Spiega la ragione per cui la superbia rappresenta il peccato che più ofende Dio.

7 Quali sono le tre forme di superbia su cui si modellano i tre personaggi del canto?
a. Omberto Aldobrandeschi:
b. Oderisi da Gubbio:
c. Provenzan Salvani:
8 L’incontro con Oderisi ripropone il tema dell’amicizia. Quali precedenti episodi del Purgatorio riportano a
questo tema?

LE FORME
9 Individua, nella struttura del Padre nostro iniziale (vv. 1-24), le tre parti retoriche tradizionali:
a. l’invocazione:
b. la petizione:
c. il desiderio che l’orazione abbia efetto:
10 Individua le similitudini e le immagini igurate presenti nelle parole di Oderisi da Gubbio, e spiegane il
signiicato.
11 Come spieghi l’espressione «il pappo e ’l dindi» (v. 105)? Che cosa signiica?

AVVIO AL SAGGIO BREVE


Prendendo spunto dallo Scenario di p. 463, stila un elenco di quelli che tu consideri i dieci principali protagonisti
del “secolo di Dante”, e aiancalo ad altrettanti protagonisti del “tuo secolo”.

PER DISCUTERE
La produzione in serie, che realizza grandi numeri e raggiunge un larghissimo numero di potenziali
consumatori, e il piccolo artigianato, che è specialistico, settoriale e per un pubblico di nicchia, possono ancora
convivere oggi? Quali sono i vantaggi dell’una e dell’altro? Discutetene in classe.

SCRIVERE CON DANTE


Prepara una tabella comparativa in cui presenti le analogie e le diferenze tra le corporazioni medievali e le
corporazioni moderne.

Canto XI 465
Canto III
Canto XII
Il canto della superbia punita
TEMPO PENITENTI E PENA
lunedì di Pasqua 11 aprile 1300, verso mezzogiorno Superbi
Le anime avanzano curve, portando sul dorso pesanti massi.
LUOGO Con lo sguardo chino vedono effigiati al suolo esempi di
CORNICE I: i superbi superbia punita, e se storcono gli occhi osservano sulla parete
della roccia, di marmo bianco, bassorilievi che rappresentano
La cornice, uniforme e larga tre volte il corpo umano, ha la
esempi di umiltà esaltata.
parete e il pavimento di marmo candido, su cui sono scolpite
figure e scene edificanti di superbia punita e di umiltà esaltata.

SCALA ALLA CORNICE II

PERSONAGGI
Dante, Virgilio, Angelo dell’umiltà

ANGELO DELL’UMILTÀ

CORNICE I
PURGATORIO

SUPERBI

SCALA ALLA CORNICE II

466
Sommario ↓
vv. 1-72 Immagini di superbia punita
Virgilio esorta Dante, curvo a fianco di Oderisi da Gubbio, a oltrepassare la schiera dei penitenti. Dante
si risolleva, ma i pensieri restano chini, sotto l’umiltà acquisita e la mestizia della profezia (XI, 140-141).
Sul pavimento della cornice, interamente inciso di bassorilievi, vede le scene della caduta di Lucifero,
di Briareo trafitto dal fulmine di Giove, dei giganti vinti alla battaglia di Flegra, di Nembrot ai piedi della
torre di Babele, di Niobe in mezzo ai suoi figlioli uccisi, e di molti altri celebri esempi di superbia puni-
ta (da Saul ad Aracne, da Erifile a Ciro), fino all’incendio di Troia.

vv. 73-99 L’apparizione dell’angelo


I due poeti hanno percorso buona parte della cornice e l’ora è avanzata, quando Virgilio scuote il disce-
polo ancora intento nelle sculture. Si sta avvicinando l’Angelo dell’umiltà, che guida i poeti alla scala
della seconda cornice e accarezza con un battito d’ali la fronte di Dante.

vv. 100-136 La salita alla seconda cornice


Il ripido pendio che scende dal secondo girone è reso più agevole da una scala, che è però strettissi-
ma e incassata nella roccia. Mentre si avviano, accompagnati dal canto Beati pauperes spiritu, Dante
si accorge di essere più lieve di prima. Virgilio gli spiega che la salita sarà sempre più facile, fino al
punto da provocargli diletto, quando tutte le P saranno cancellate dalla sua fronte. Con un gesto istin-
tivo, che provoca il sorriso di Virgilio, Dante si tocca la fronte: le lettere che gli aveva inciso l’angelo
ora sono sei e non più sette.

Leggiamo il canto
Ɣ LA TRAMA STRUTTURALE: LE PITTURE rilevare la descrizione isica dello splendore dell’angelo, e
il suo rimprovero all’umanità malvagia.
SUL PAVIMENTO DELLA CORNICE
La prima parte del canto descrive le pitture poste sul pa- Ɣ LA MAGGIORE LEGGEREZZA DI DANTE
vimento della cornice, che riproducono esempi di super- Nella parte inale del canto Dante insiste sul fatto che sen-
bia punita; i penitenti, chini sotto i macigni, sono così co- te più leggero e facile il salire, e Virgilio gli spiega che
stretti a guardarli, come monito per il loro peccato. Anche ciò accade perché dalla sua fronte è scomparsa una del-
in questo caso, come già per le corrispondenti immagini le sette P: quando poi tutte saranno scomparse, l’andare
di umiltà gloriosa sulle pareti della cornice (cfr. c. x) Dante e il salire gli sembreranno ancora più piacevoli e natura-
elogia l’arte delle pitture: l’arteice è Dio, e la somma abi- li del fermarsi. È chiaro il signiicato simbolico e morale
lità consiste nel realismo, cioè nella capacità di riprodur- di questo fatto: l’uomo procede a fatica sulla strada della
re fedelmente la realtà. I personaggi ritratti sono suddivisi salvezza ino a quando è gravato dai propri peccati, men-
in tre grandi categorie: i superbi puniti direttamente dal- tre vi si muove più spedito e gioiosamente quando si libe-
la divinità (Lucifero, Briareo, i giganti, Nembrot), i super- ra di essi, ino a salire naturalmente e senza sforzo a Dio
bi puniti da un intimo tormento (Niobe, Saul, Aracne, Ro- quando sarà completamente puriicato. Si tratta di una
boamo), i superbi puniti dai nemici e da coloro cui fecero legge insieme isica e metaisica, che vedremo realizzarsi
del male (Eriile, Sennacherib, Ciro, Oloferne). concretamente nel procedere del racconto, e in particola-
re nell’ascesa ai cieli del Paradiso.
Ɣ L’INCONTRO CON L’ANGELO
Altra sequenza cruciale del canto è l’incontro dei due po- Ɣ VIRGILIO
eti pellegrini con l’Angelo dell’umiltà. Si tratta infatti del In un canto in cui non si incontrano personaggi, il ruolo di
primo degli angeli posti a guardia di ogni cornice e che protagonista viene assunto da Virgilio, nella sua funzione
ammettono alla salita ai luoghi superiori: a lui è aida- essenziale di guida, con le continue indicazioni e i frequen-
to il compito di cancellare con un colpo d’ala la prima del- ti richiami a Dante su come agire e procedere: lo induce a
le sette P dalla fronte di Dante, atto simbolico a indicare lasciare il colloquio con i superbi per procedere più spedi-
l’avvenuta puriicazione del poeta dal peccato di superbia. tamente, gli indica le pitture, gli annuncia la vista dell’an-
Oltre a questa funzione strutturale, nell’episodio sono da gelo, gli spiega il perché del suo più agevole procedere.

467
AUDIOLETTURA DEL CANTO

Canto XII VIDEO: I LUOGHI DELLA NARRAZIONE

1-9 Curvo e lento, come due buoi che procedono ag-


giogati, io camminavo affiancato a quell’anima (Oderisi
D i pari, come buoi che vanno a giogo,
m’andava io con quell’anima carca,
da Gubbio) gravata dal peso (carca), finché lo permise
il mio affettuoso maestro Virgilio. Ma quando disse: 3 in che ’l soferse, il dolce pedagogo.
«Lascia Oderisi e passa oltre (varca); perché qui (nel Ma quando disse: «Lascia lui e varca;
Purgatorio) è opportuno che ciascuno, per quanto
è possibile, spinga avanti la sua barca con le vele ché qui è buono con l’ali e coi remi,
(l’ali) e con i remi»; allora ripresi la posizione eretta, 6 quantunque può, ciascun pinger sua barca»;
così come è naturale (vuolsi) camminare, sebbene
(avvegna che) i miei pensieri rimanessero atteggiati in dritto sì come andar vuolsi rife’mi
basso dall’umiltà e privi di superbia (scemi). con la persona, avvegna che i pensieri
9 mi rimanessero e chinati e scemi.
10-15 Io mi ero mosso, e seguivo con piacere i Io m’era mosso, e seguia volontieri
passi di Virgilio, ed entrambi mostravamo già quanto del mio maestro i passi, e amendue
fossimo agili (com’eravam leggeri); quando egli mi
disse: «Rivolgi lo sguardo a terra: ti sarà utile, per 12 già mostravam com’eravam leggeri;
rendere più sereno (tranquillar) il cammino, osserva- ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe:
re il pavimento (letto) su cui poggi i piedi».
buon ti sarà, per tranquillar la via,
15 veder lo letto de le piante tue».
16-24 Come le tombe scavate nella terra (terragne) Come, perché di lor memoria sia,
hanno, sopra i defunti ivi sepolti, lapidi incise (segnato) sovra i sepolti le tombe terragne
con l’immagine di quando erano vivi (eran pria), per
serbarne la memoria (perché di lor memoria sia), per 18 portan segnato quel ch’elli eran pria,
cui lì sulle tombe molto spesso si rinnova nei vivi il onde lì molte volte si ripiagne
dolore (ripiagne) a causa dello stimolo del ricordo,
che colpisce intensamente (dà de le calcagne) solo le per la puntura de la rimembranza,
anime pietose; allo stesso modo, ma raffigurato me- 21 che solo a’ pïi dà de le calcagne;
glio per via dell’abilità artistica (secondo l’artificio), io
vidi lì scolpito tutto lo spazio che sporge dal monte (di sì vid’io lì, ma di miglior sembianza
fuor del monte avanza) formando la via (dei penitenti). secondo l’artiicio, igurato
24 quanto per via di fuor del monte avanza.
25-30 Da un lato vedevo colui che fu da Dio creato Vedea colui che fu nobil creato
come la più nobile di tutte le creature (Lucifero), più ch’altra creatura, giù dal cielo
precipitare dal cielo con la velocità di un fulmine
(folgoreggiando). Dall’altra parte vedevo giacere 27 folgoreggiando scender, da l’un lato.
Briareo, trafitto dal fulmine (telo) di Giove (celestïal), Vedëa Brïareo itto dal telo
pesando (grave) sulla terra per l’immobilità (gelo)
della morte. celestïal giacer, da l’altra parte,
30 grave a la terra, per lo mortal gelo.

468 Purgatorio Canto XII


Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte, 31-36 Vedevo Apollo (Timbreo), con Pallade e
armati ancora, intorno al padre loro, Marte, ancora armati, intorno al loro padre (Giove),
contemplare le membra dei giganti sparse. Vedevo
33 mirar le membra d’i Giganti sparte. Nembrot quasi sgomento (smarrito) ai piedi della
Vedea Nembròt a piè del gran lavoro grande opera (la torre di Babele), e in atto di guar-
dare fisso i compagni che con lui furono superbi
quasi smarrito, e riguardar le genti nella pianura di Sennaar.
36 che ’n Sennaàr con lui superbi fuoro.
O Nïobè, con che occhi dolenti 37-39 O Niobe, con quali occhi addolorati io ti vede-
vedea io te segnata in su la strada, vo raffigurata (segnata) sulla strada, tra le tue sette
figlie e i tuoi sette figli tutti uccisi!
39 tra sette e sette tuoi igliuoli spenti!
O Saùl, come in su la propria spada 40-42 O Saul, come qui tu apparivi ucciso dalla
quivi parevi morto in Gelboè, tua stessa spada in Gelboè, che da quel giorno non
ricevette più né pioggia né rugiada!
42 che poi non sentì pioggia né rugiada!
O folle Aragne, sì vedea io te 43-48 O temeraria Aragne, allo stesso modo io vede-
già mezza ragna, trista in su li stracci vo te, già per metà trasformata in ragno, addolorata
fra i brandelli (stracci) della tela ricamata da te per la
45 de l’opera che mal per te si fé. tua sventura (mal). O Roboamo, la tua figura (segno)
O Roboàm, già non par che minacci qui rappresentata non sembra più minacciare; ma
piena di spavento la porta via un carro, senza che
quivi ’l tuo segno; ma pien di spavento nessuno lo insegua (cacci).
48 nel porta un carro, sanza ch’altri il cacci.
Mostrava ancor lo duro pavimento 49-51 Il pavimento di marmo rivelava ancora come
come Almeon a sua madre fé caro Almeone fece pagare cara alla madre la collana
(adornamento) che portava sventura.
51 parer lo sventurato addornamento.
Mostrava come i igli si gittaro 52-54 Rivelava come i figli del re degli Assiri Sen-
sovra Sennacherìb dentro dal tempio, nacherib aggredirono (si gittaro) il padre dentro al
tempio e, uccisolo, lì lo lasciarono.
54 e come, morto lui, quivi il lasciaro.
Mostrava la ruina e ’l crudo scempio 55-57 Esso mostrava la strage (ruina) (dei Persiani)
che fé Tamiri, quando disse a Ciro: e il crudele strazio che fece la regina Tamiri, quando
disse al capo mozzato di Ciro: «Hai avuto sete di
57 «Sangue sitisti, e io di sangue t’empio». sangue, e perciò io ti sazio di sangue».
Mostrava come in rotta si fuggiro 58-60 Mostrava come fuggirono sconfitti (in rotta) gli
li Assiri, poi che fu morto Oloferne, Assiri, dopo l’uccisione di Oloferne, e quello che era
rimasto di lui (le reliquie) dopo la morte.
60 e anche le reliquie del martiro.
Vedeva Troia in cenere e in caverne; 61-72 Vedevo Troia in cenere e in macerie (caver-
o Ilïón, come te basso e vile ne); o Ilio, come la scultura (segno) che lì si po-
teva distinguere, ti rappresentava in basso stato
63 mostrava il segno che lì si discerne! e spregevole! Quale grande pittore (di pennel …
Qual di pennel fu maestro o di stile maestro) o scultore (maestro … di stile) vi fu mai,
capace di rappresentare le figure (l’ombre) e i loro
che ritraesse l’ombre e’ tratti ch’ivi lineamenti (tratti) come quelle che qui farebbero
66 mirar farieno uno ingegno sottile? meravigliare anche un artista di alta competenza
(ingegno sottile)? I morti apparivano realmente morti
Morti li morti e i vivi parean vivi: e i vivi realmente vivi: chi vide dal vero le scene che
non vide mei di me chi vide il vero, io calpestai (calcai), per tutto il tempo che andai
69 quant’io calcai, in che chinato givi. (givi) a capo chino, non le vide certo meglio (mei)
di me. Or dunque insuperbitevi e procedete col viso
Or superbite, e via col viso altero, altero, o figli di Eva, e non chinate il volto in modo
igliuoli d’Eva, e non chinate il volto da scorgere il sentiero errato (mal)!
72 sì che veggiate il vostro mal sentero!

Immagini di superbia punita 469


73-78 Da parte nostra (per noi) era già stata aggirata Più era già per noi del monte vòlto
gran parte della cornice ed era trascorso (speso) as- e del cammin del sole assai più speso
sai più tempo di quanto non pensasse il mio animo
intento (non sciolto) (a osservare gli esempi), quando 75 che non stimava l’animo non sciolto,
Virgilio, che mi precedeva sempre vigile, cominciò a quando colui che sempre innanzi atteso
dire: «Solleva la testa; non è più il momento di proce-
dere così assorto (sospeso).
andava, cominciò: «Drizza la testa;
78 non è più tempo di gir sì sospeso.
79-84 Vedi là un angelo che si accinge a venire Vedi colà un angel che s’appresta
verso di noi; vedi che la sesta ora (l’ancella sesta) per venir verso noi; vedi che torna
torna dall’aver compiuto il suo ufficio (servigio) nella
giornata (è dunque passato il mezzogiorno). Atteg- 81 dal servigio del dì l’ancella sesta.
gia a reverenza il volto e i gesti, così che gli piaccia Di reverenza il viso e li atti addorna,
(i diletti) inviarci su verso la seconda cornice; pensa
che questo giorno non spunterà mai più all’orizzonte
sì che i diletti lo ’nvïarci in suso;
(raggiorna)!». 84 pensa che questo dì mai non raggiorna!».
85-90 Io ero già talmente abituato (ben … uso) Io era ben del suo ammonir uso
al suo ammonire continuo di non perdere tempo, pur di non perder tempo, sì che ’n quella
che su questo argomento non poteva parlarmi in
modo oscuro (chiuso). La creatura celestiale, vesti- 87 materia non potea parlarmi chiuso.
ta di bianco e col volto splendente come la stella A noi venìa la creatura bella,
mattutina quando appare scintillando (tremolando),
veniva verso di noi.
biancovestito e ne la faccia quale
90 par tremolando mattutina stella.
91-99 Aprì le braccia e poi aprì anche le ali; disse: Le braccia aperse, e indi aperse l’ale;
«Venite: qui vicino sono i gradini (i gradi), e ormai si disse: «Venite: qui son presso i gradi,
sale agevolmente. Pochissimi (radi) rispondono a
questo invito: o uomini, nati per volare in cielo (sù), 93 e agevolemente omai si sale.
perché vi lasciate abbattere (cadi) da un vento così A questo invito vegnon molto radi:
vano?». Ci condusse (Menocci) là dove la parete
rocciosa presentava una fenditura (era tagliata): qui
o gente umana, per volar sù nata,
mi colpì con le ali in mezzo alla fronte; poi mi assi- 96 perché a poco vento così cadi?».
curò che la salita sarebbe stata senza impedimenti
(sicura).
Menocci ove la roccia era tagliata;
quivi mi batté l’ali per la fronte;
99 poi mi promise sicura l’andata.
100-108 Come dal lato destro, quando si sale al Come a man destra, per salire al monte
monte (delle Croci), dove sorge la chiesa (di San dove siede la chiesa che soggioga
Miniato), che domina (soggioga) la città di Firenze
sopra il ponte Rubaconte, la grande pendenza (fo- 102 la ben guidata sopra Rubaconte,
ga) della salita è interrotta dalle scale che furono si rompe del montar l’ardita foga
costruite in tempi in cui non si falsificavano (era
sicuro) i registri (quaderno) e le misure (doga); allo per le scalee che si fero ad etade
stesso modo si attenua (s’allenta) il sentiero nella 105 ch’era sicuro il quaderno e la doga;
roccia, che qui scende (cade) assai ripida (ratta)
dalla cornice superiore; ma le alte pareti di roccia
così s’allenta la ripa che cade
sfiorano (rade) dall’una e dall’altra parte chi sale. quivi ben ratta da l’altro girone;
108 ma quinci e quindi l’alta pietra rade.
109-114 Mentre noi ci volgevamo verso la scala, Noi volgendo ivi le nostre persone,
delle voci cantarono: ‘Beati i poveri di spirito’, in un ‘Beati pauperes spiritu!’ voci
modo tale che nessun discorso (sermone) potreb-
be descriverlo (diria). Ahi come sono diversi questi 111 cantaron sì, che nol diria sermone.
accessi alle cornici (foci) da quelli dell’Inferno! Infatti Ahi quanto son diverse quelle foci
qui si entra accompagnati da canti, mentre laggiù
da lamenti feroci.
da l’infernali! ché quivi per canti
114 s’entra, e là giù per lamenti feroci.

470 Purgatorio Canto XII


Già montavam su per li scaglion santi, 115-120 Già salivamo i gradini (scaglion) di quella
ed esser mi parea troppo più lieve santa scala (santi), e mi sembrava di essere molto
più leggero di quanto non mi sembrasse prima (da-
117 che per lo pian non mi parea davanti. vanti) attraverso la pianura. Allora io dissi: «Dimmi,
Ond’io: «Maestro, dì, qual cosa greve maestro, quale cosa pesante mi è stata tolta, tanto
che io, camminando, non avverto (si riceve) quasi
levata s’è da me, che nulla quasi nessuna fatica?».
120 per me fatica, andando, si riceve?».
Rispuose: «Quando i P che son rimasi 121-126 Egli rispose: «Quando le P che, seppure
ancor nel volto tuo presso che stinti, molto sbiadite (presso che stinti), sono rimaste
ancora sulla tua fronte, saranno cancellate (rasi)
123 saranno, com’è l’un, del tutto rasi, completamente come la prima di esse, i tuoi piedi
ier li tuoi piè dal buon voler sì vinti, saranno così vinti dalla buona volontà, che non solo
non avvertiranno alcuna fatica, ma per loro sarà
che non pur non fatica sentiranno, piacevole essere sospinti (pinti) verso l’alto».
126 ma ia diletto loro esser sù pinti».
Allor fec’io come color che vanno 127-136 Allora io feci come fanno coloro che cam-
con cosa in capo non da lor saputa, minano portando sul capo qualcosa senza saperlo
(non da loro saputa), se non che i cenni degli altri
129 se non che ’cenni altrui sospecciar fanno; li mettono sull’avviso (sospecciar); per cui la mano
per che la mano ad accertar s’aiuta, s’ingegna (s’aiuta) ad accertarlo, e cerca e trova e in
tal modo adempie al compito che non può essere
e cerca e truova e quello oicio adempie eseguito dalla vista; allora con le dita della mano
132 che non si può fornir per la veduta; destra aperte (scempie) trovai solo sei delle lettere
e con le dita de la destra scempie che l’angelo portiere aveva inciso sulla mia fronte; e
la mia guida, osservando questo mio gesto, sorrise.
trovai pur sei le lettere che ’ncise
quel da le chiavi a me sovra le tempie:
136 a che guardando, il mio duca sorrise.

La salita alla seconda cornice 471


Canto III
Canto XIII
Il canto degli invidiosi
TEMPO PENITENTI E PENA
lunedì di Pasqua 11 aprile 1300, prime ore pomeridiane Invidiosi
Sono gli spiriti che guardarono con malevolenza la felicità
LUOGO altrui. Per contrappasso, ora sono coperti di cilicio e hanno
CORNICE II: invidiosi gli occhi cuciti con il fil di ferro. Stanno seduti con le spalle
poggiate contro la parete del monte e si reggono a vicenda.
La ripa e la via sono di pietra liscia, col livido color de la
Ascoltano esempi di carità premiata e di invidia punita gridati
petraia. La cornice è percorsa da voci che gridano esempi
da voci invisibili, e recitano le litanie dei santi.
di carità premiata e di invidia punita.

PERSONAGGI
Dante, Virgilio, Sapia

SAPIA SENESE
PURGATORIO

CORNICE II
INVIDIOSI

472
Sommario ↓
vv. 1-42 La seconda cornice del Purgatorio
Dante e Virgilio sono in cima alla scala che porta alla seconda cornice, uguale alla prima, ma di minor
diametro. Virgilio, rivolto al sole, supplica il dolce lume che li guidi verso la via giusta. I due poeti han-
no percorso circa un miglio, quando sentono volare spiriti invisibili, che gridano esempi di carità. Il pri-
mo ripete le parole pronunciate da Maria alle nozze di Cana; il secondo grida le parole di Pilade, che si
spaccia per l’amico Oreste condannato a morte; il terzo, le parole di Cristo agli apostoli: «Amate da cui
male aveste». Virgilio spiega che in questa cornice si punisce il peccato dell’invidia e per questo le ani-
me sono esortate da esempi di carità e altruismo.

vv. 43-72 Gli invidiosi


Le anime indossano mantelli del colore della pietra e recitano le litanie dei santi. Si sostengono appog-
giandosi le une alle altre e hanno gli occhi cuciti con il fil di ferro.

vv. 73-154 Incontro con Sapia senese


Dante, con il consenso di Virgilio, chiede agli spiriti degli invidiosi se tra loro vi sia qualche anima italia-
na. Uno di loro si presenta come la senese Sapia: la sua invidia si spinse a tal punto che nella battaglia
dei suoi concittadini contro Firenze a Colle Val d’Elsa, ella pregò Dio che fossero sconfitti, esultando
quando ciò avvenne e gridando a Dio che non lo temeva più. Sapia si pentì solo in fin di vita. Quando
chiede a Dante chi sia, il poeta non si svela, confessa solo i propri peccati, quello lieve di invidia e quel-
lo più grave di superbia. Poi aggiunge che è ancora vivo, suscitando la meraviglia della senese, che lo
prega di rivelare ai suoi parenti e concittadini la sua condizione.

Leggiamo il canto
Ɣ LA CORNICE DEGLI INVIDIOSI  ƔWXWWLJOLXRPLQLVRQRFLWWDGLQLGLXQƍXQLFDFLWW¢HSDWULD
quella della salvezza celeste; sono dunque vani e insensa-
Il canto, uno dei più lunghi dell’intera Commedia, è suddi- ti i particolarismi terreni che provocano tante discordie e
viso quasi esattamente in due parti. malvagità;
La prima parte (vv. 1-72) è dedicata alla descrizione della  Ɣ ODVXDYLFHQGDWHUUHQDHODULHYRFD]LRQHGHOODVFHQDSROL-
seconda cornice del Purgatorio. Essa si presenta dappri-
tica del tempo dimostrano la follia degli uomini che in-
ma vuota di anime, del colore livido della roccia, un poco
vidiano gli altri ino a desiderarne il male;
più corta di quella sottostante, e percorsa da voci nell’a-
ria che ricordano esempi di nobile carità, cui faranno eco  ƔODSROHPLFDFRQWUR6LHQDHODSURIH]LDGHOODVXDURYLQD
nei canti successivi altre voci che gridano esempi di invi- rinnova l’indignazione contro il traviamento politico del-
dia punita. Su questo sfondo spoglio ecco manifestarsi i le città toscane.
penitenti: ammassati e accostati alla parete del colle, da
cui appena si distinguono, con i loro abiti e cilici del colo- Nei suoi atteggiamenti, nei toni delle sue parole, Sapia
re della roccia, si sostengono l’un l’altro, e hanno gli stessi esprime quel sentimento di carità che pervade tutto il
gesti dei ciechi, dato che la loro penitenza consiste nell’a- canto, evidente contrappasso dell’invidia, e che si mani-
vere le palpebre cucite insieme con un ilo di ferro. Questa festa anche nel reciproco sostenersi delle anime.
cecità spiega le voci che si difondono nell’aria: esse corri-
spondono alle sculture e alle pitture presenti nella prima Ɣ IL TEMA AUTOBIOGRAFICO: IL DESTINO
cornice, ma qui è necessario ricorrere al senso dell’udito. OLTREMONDANO DI DANTE
La seconda parte del canto (vv. 73-154) è invece dedicata Rispondendo a Sapia, Dante ci comunica i suoi timori su
interamente all’incontro con Sapia senese, una delle rare quello che sarà il suo destino dopo la morte, e su quello
donne interlocutrici di Dante. che ritiene essere il suo peccato più grave; ai vv. 133-138
Ɣ SAPIA SENESE dice infatti di non temere di dover espiare a lungo nel-
la cornice degli invidiosi, quanto piuttosto di dover sof-
Protagonista unica del canto insieme a Dante, Sapia con- frire la penitenza della cornice inferiore, cioè quella in cui
segna al suo discorso importanti messaggi morali: scontano la propria pena i superbi.

473
AUDIOLETTURA DEL CANTO

Canto XIII VIDEO: I LUOGHI DELLA NARRAZIONE

1-9 Noi eravamo giunti in cima alla scala dove il


monte, che purifica dal peccato (dismala) chiunque
N oi eravamo al sommo de la scala,
dove secondamente si risega
(altrui) lo salga, è tagliato (si risega) per la seconda
volta (secondamente). Qui infatti una cornice gira 3 lo monte che salendo altrui dismala.
intorno (lega dintorno) alla montagna, come la prima Ivi così una cornice lega
(primaria); ma con la differenza che la sua curva
(l’arco) si volge (piega) più presto (tosto). Non vi
dintorno il poggio, come la primaia;
è ombra né immagine scolpita che si mostri alla 6 se non che l’arco suo più tosto piega.
vista (si paia): si vede (parsi) liscia (schietta) sia la Ombra non lì è né segno che si paia:
parete che il pavimento, dello stesso colore scuro
della roccia. parsi la ripa e parsi la via schietta
9 col livido color de la petraia.
10-21 «Se qui si sta fermi ad aspettare gente per «Se qui per dimandar gente s’aspetta»,
chiedere informazioni», diceva Virgilio, «io temo che ragionava il poeta, «io temo forse
la nostra scelta (eletta) dovrà forse subire troppo
ritardo (d’indugio)». Poi rivolse intensamente (fisa-
12 che troppo avrà d’indugio nostra eletta».
mente) gli occhi verso il sole; per muoversi fece Poi isamente al sole li occhi porse;
perno (centro) del lato destro e fece ruotare (torse) fece del destro lato a muover centro,
la parte sinistra del corpo. «O dolce luce, confidando
nella quale (a cui fidanza) io mi avvio per questo 15 e la sinistra parte di sé torse.
cammino mai percorso, guidaci», diceva, «come è «O dolce lume a cui idanza i’ entro
necessario (si vuol) esser guidati in questo regno.
Tu infondi calore nel mondo, tu brilli (luci) su di esso; per lo novo cammin, tu ne conduci»,
se qualche altra ragione non si oppone (in contrario 18 dicea, «come condur si vuol quinc’entro.
non ponta) a ciò, i tuoi raggi devono essere sempre
nostra guida (duci)».
Tu scaldi il mondo, tu sovr’esso luci;
s’altra ragione in contrario non ponta,
21 esser dien sempre li tuoi raggi duci».
22-27 Nella seconda cornice avevamo percorso Quanto di qua per un migliaio si conta,
(eravam … iti) già tanta strada quanto sulla terra tanto di là eravam noi già iti,
(di qua) è valutato (si conta) per un miglio, in poco
tempo, per il nostro vivo desiderio (per la voglia pron- 24 con poco tempo, per la voglia pronta;
ta) di procedere; quando si sentirono volare verso e verso noi volar furon sentiti,
di noi, ma a noi invisibili, spiriti che pronunciavano
(parlando) inviti cortesi alla mensa dell’amore.
non però visti, spiriti parlando
27 a la mensa d’amor cortesi inviti.
28-33 La prima voce che passò volando gridò La prima voce che passò volando
forte: ‘Non hanno vino’, e andò ripetendo (reïteran- ‘Vinum non habent’ altamente disse,
do) la stessa frase alle nostre spalle. E prima che
cessasse di essere udita per via della lontananza 30 e dietro a noi l’andò reïterando.

474 Purgatorio Canto XIII


E prima che del tutto non si udisse (per allungarsi), un’altra voce passò gridando: ‘Io
per allungarsi, un’altra ‘I’ sono Oreste’ sono Oreste’, e neppure questa si fermò (s’affisse).
33 passò gridando, e anco non s’aisse.
«Oh!», diss’io, «padre, che voci son queste?». 34-45 «Oh!» dissi io «padre, che cosa significano
E com’io domandai, ecco la terza queste voci?» E appena ebbi fatto questa domanda,
ecco la terza voce che diceva: ‘Amate coloro da cui
36 dicendo: ‘Amate da cui male aveste’. avete ricevuto del male’. E il buon maestro (spiegò):
E ’l buon maestro: «Questo cinghio sferza «Questa cornice (cinghio) punisce (sferza) la colpa
dell’invidia, e per questo le corde della frusta (ferza)
la colpa de la invidia, e però sono (gli esempi che spingono al bene) sono tratti dall’a-
39 tratte d’amor le corde de la ferza. more. Il freno (all’invidia) dev’essere offerto dalle voci
Lo fren vuol esser del contrario suono; (suono) che gridano esempi opposti (contrario): cre-
do che potrai accorgertene, secondo il mio parere,
credo che l’udirai, per mio avviso, prima di arrivare al punto (passo) del perdono. Ma
42 prima che giunghi al passo del perdono. concentra bene (ficca ... ben fiso) lo sguardo attra-
verso l’aria, e vedrai anime sedute davanti a noi, e
Ma icca li occhi per l’aere ben iso, ciascuna siede appoggiandosi alla parete rocciosa
e vedrai gente innanzi a noi sedersi, (grotta)».
45 e ciascun è lungo la grotta assiso».
Allora più che prima li occhi apersi; 46-51 Allora osservai più attentamente di prima;
guarda’mi innanzi, e vidi ombre con manti guardai davanti a me, e vidi anime coperte da man-
telli dello stesso colore livido della roccia. E quando
48 al color de la pietra non diversi. fummo giunti un poco più avanti, sentii gridare:
E poi che fummo un poco più avanti, ‘Maria, prega (òra) per noi’: udii invocare ‘Michele’
e ‘Pietro’ e ‘Tutti i santi’.
udia gridar: ‘Maria, òra per noi’:
51 gridar ‘Michele’ e ‘Pietro’ e ‘Tutti santi’.
Non credo che per terra vada ancoi 52-57 Non credo che sulla terra viva oggi (ancoi) un
omo sì duro, che non fosse punto uomo così insensibile (duro) da non essere compun-
54 per compassion di quel ch’i’ vidi poi; to dalla pietà di fronte a ciò che vidi poi; infatti quan-
do giunsi tanto vicino a loro da poter chiaramente
ché, quando fui sì presso di lor giunto, distinguere (venivan certi) i loro atteggiamenti, a
che li atti loro a me venivan certi, causa del profondo dolore mi sgorgavano lacrime
(fui ... munto) dagli occhi.
57 per li occhi fui di grave dolor munto.
Di vil ciliccio mi parean coperti, 58-66 Mi apparivano ricoperte di un rozzo cilicio
e l’un soferia l’altro con la spalla, e ognuna di esse sosteneva (sofferia) l’altra con la
60 e tutti da la ripa eran soferti. spalla e tutti erano sostenuti dalla parete del monte.
Così i ciechi, a cui manca (falla) il sostentamento
Così li ciechi a cui la roba falla, (la roba), stanno davanti alle chiese nei giorni delle
stanno a’ perdoni a chieder lor bisogna, feste religiose (perdoni) a chiedere l’elemosina (bi-
sogna), e l’uno appoggia (avalla) il capo sulla spalla
63 e l’uno il capo sopra l’altro avvalla, dell’altro, affinché si susciti (si pogna) subito la pietà
perché ’n altrui pietà tosto si pogna, nella gente, non solo col tono (sonar) delle parole,
ma anche per l’aspetto (vista) che implora (agogna)
non pur per lo sonar de le parole, non meno (della voce).
66 ma per la vista che non meno agogna.
E come a li orbi non approda il sole, 67-72 E come ai ciechi non giunge (approda) la
così a l’ombre quivi, ond’io parlo ora, luce del sole, così alle anime che erano qui, di cui
69 luce del ciel di sé largir non vole; io ora parlo, la luce del cielo non vuole concedere
(largir) se stessa; perché un fil di ferro attraversa
ché a tutti un il di ferro i cigli fóra (fóra) e cuce le palpebre degli occhi (cigli), come
e cusce sì, come a sparvier selvaggio è consuetudine fare con uno sparviero indocile,
perché (però) non sta tranquillo.
72 si fa però che queto non dimora.

Gli invidiosi 475


73-78 A me sembrava, mentre camminavo, ve- A me pareva, andando, fare oltraggio,
dendo quelle anime che non sapevano di essere veggendo altrui, non essendo veduto:
osservate, di offenderle; per cui io mi rivolsi al mio
saggio consigliere (consiglio). Egli sapeva perfet- 75 per ch’io mi volsi al mio consiglio saggio.
tamente che cosa significasse il mio cenno muto; Ben sapev’ei che volea dir lo muto;
perciò non aspettò la mia richiesta, ma disse: «Parla
pure, ma sii conciso e chiaro».
e però non attese mia dimanda,
78 ma disse: «Parla, e sie breve e arguto».
79-84 Virgilio camminava al mio fianco (mi) da Virgilio mi venìa da quella banda
quella parte (banda) della cornice da cui si può de la cornice onde cader si puote,
precipitare, perché non è cinta (s’inghirlanda) da
alcun argine; dall’altra parte si trovavano le anime 81 perché da nulla sponda s’inghirlanda;
in atteggiamento di preghiera (divote), le quali da l’altra parte m’eran le divote
attraverso l’orribile cucitura (costura) (degli occhi)
spingevano fuori (le lacrime) tanto da farle scorrere
ombre, che per l’orribile costura
lungo le gote. 84 premevan sì, che bagnavan le gote.
85-93 Mi rivolsi a loro e incominciai a dire: «O Volsimi a loro e: «O gente sicura»,
anime ormai certe di vedere l’alta luce di Dio, che incominciai, «di veder l’alto lume
è l’esclusivo oggetto del vostro desiderio (cura),
possa presto la grazia divina dissolvere (resolva) le 87 che ’l disio vostro solo ha in sua cura,
impurità (schiume) della vostra coscienza, in modo se tosto grazia resolva le schiume
che, attraverso di essa, possa scendere limpido
il fiume della memoria (mente), ditemi, poiché mi
di vostra coscïenza sì che chiaro
sarà gradito (grazioso) e prezioso, se qui tra voi 90 per essa scenda de la mente il iume,
c’è un’anima che sia italiana (latina); e forse per lei
sarà vantaggioso che io lo apprenda (l’apparo)».
ditemi, ché mi ia grazioso e caro,
s’anima è qui tra voi che sia latina;
93 e forse lei sarà buon s’i’ l’apparo».
94-102 «O fratello mio, ognuna di noi è ormai cit- «O frate mio, ciascuna è cittadina
tadina della vera città (celeste); ma tu vuoi dire che d’una vera città; ma tu vuo’ dire
vivesse in Italia, durante la transitoria vita terrena
(peregrina)». Mi sembrò di udire queste parole in
96 che vivesse in Italia peregrina».
risposta alle mie un po’ più avanti del punto in cui Questo mi parve per risposta udire
mi trovavo, per cui mi feci sentire più in là. Tra le più innanzi alquanto che là dov’io stava,
altre distinsi un’anima che mostrava (in vista) un at-
teggiamento di attesa; e se qualcuno mi chiedesse 99 ond’io mi feci ancor più là sentire.
‘Come?’, (risponderei che) sollevava il mento in alto, Tra l’altre vidi un’ombra ch’aspettava
come (a guisa) suole fare il cieco.
in vista; e se volesse alcun dir ‘Come?’,
102 lo mento a guisa d’orbo in sù levava.
103-105 «O spirito», dissi io, «che ti mortifichi (ti «Spirto», diss’io, «che per salir ti dome,
dome) per salire al cielo, se tu sei colui che mi ha se tu se’ quelli che mi rispondesti,
risposto, renditi riconoscibile a me (fammiti conto)
o rivelandomi il tuo nome o quello della tua patria».
105 fammiti conto o per luogo o per nome».
106-111 «Io fui di Siena», rispose, «e insieme con «Io fui sanese», rispuose, «e con questi
queste altre anime io qui faccio ammenda (rimen- altri rimendo qui la vita ria,
do) alla mia vita peccaminosa (ria), supplicando in 108 lagrimando a colui che sé ne presti.
lacrime Dio che ci conceda la sua visione (sé ne
presti). Non fui saggia, sebbene (avvegna che) mi Savia non fui, avvegna che Sapìa
chiamassi Sapìa, e fui assai più lieta delle sciagure fossi chiamata, e fui de li altrui danni
altrui che della mia buona fortuna (ventura).
111 più lieta assai che di ventura mia.
112-114 E affinché tu non creda che io ti dica cose E perché tu non creda ch’io t’inganni,
false, ascolta e giudica se io fui, come ti dico, stolta, odi s’i’ fui, com’io ti dico, folle,
quando già avevo superato l’età matura (discenden-
do l’arco d’i miei anni). 114 già discendendo l’arco d’i miei anni.

476 Purgatorio Canto XIII


Eran li cittadin miei presso a Colle 115-123 I miei concittadini si erano scontrati in
in campo giunti co’ loro avversari, battaglia con i loro nemici nei pressi di Colle (di Val
d’Elsa), e io pregavo Dio perché accadesse ciò che
117 e io pregava Iddio di quel ch’e’ volle. in realtà egli volle. In quel luogo (i miei concittadini)
Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari furono sconfitti (Rotti) e costretti (vòlti) agli umilianti
passi della fuga; e io vedendo l’inseguimento (cac-
passi di fuga; e veggendo la caccia, cia), provai una gioia non paragonabile a qualsiasi
120 letizia presi a tutte altre dispari, altra (a tutte altre dispari), tanto che rivolsi il viso
tanto ch’io volsi in sù l’ardita faccia, temerario (l’ardita) al cielo, gridando a Dio: ‘Ormai
non ti temo più!’, come fece il merlo illuso da un
gridando a Dio: ‘Omai più non ti temo!’, breve periodo di bel tempo (bonaccia).
123 come fé ’l merlo per poca bonaccia.
Pace volli con Dio in su lo stremo 124-129 Alla fine della mia vita volli riconciliarmi
de la mia vita; e ancor non sarebbe con Dio; e ancora il mio debito di penitenza (nell’An-
tipurgatorio) non sarebbe espiato (scemo), se non
126 lo mio dover per penitenza scemo, fosse accaduto che Pier Pettinaio, a cui dispiacque
se ciò non fosse, ch’a memoria m’ebbe (increbbe) la mia condizione (di me), si ricordasse
di me (memoria m’ebbe) nelle sue sante preghiere.
Pier Pettinaio in sue sante orazioni,
129 a cui di me per caritate increbbe.
Ma tu chi se’, che nostre condizioni 130-132 Ma tu chi sei che vai chiedendo delle
nostre condizioni, e hai gli occhi non cuciti (sciolti)
vai dimandando, e porti li occhi sciolti, e parli respirando, così come io intuisco?».
132 sì com’io credo, e spirando ragioni?».
«Li occhi», diss’io, «mi ieno ancor qui tolti, 133-138 «Anche a me», dissi, «un giorno sarà qui
ma picciol tempo, ché poca è l’ofesa tolta la vista, ma per poco tempo, perché legge-
ra (poca) è l’offesa fatta a Dio per essersi rivolti
135 fatta per esser con invidia vòlti. (a guardare gli altri) con invidia. Assai maggiore
Troppa è più la paura ond’ è sospesa (troppa) è la paura da cui è turbata la mia anima
l’anima mia del tormento di sotto, del tormento della cornice precedente (di sotto),
che già mi sembra di sentire il peso (’ncarco) che
138 che già lo ’ncarco di là giù mi pesa». grava sulle anime di laggiù».
Ed ella a me: «Chi t’ha dunque condotto 139-144 Ed ella a me: «Chi ti ha dunque guidato
qua sù tra noi, se giù ritornar credi?». quassù fra noi, se ritieni di dover ritornare giù?». E
io: «Costui che è con me e che non parla (fa motto).
141 E io: «Costui ch’è meco e non fa motto. E sono vivo; e perciò chiedimi, spirito destinato alla
E vivo sono; e però mi richiedi, salvezza (eletto), se tu desideri che io nel mondo (di
là) vada a cercare (mova ... li mortai piedi) qualcuno
spirito eletto, se tu vuo’ ch’i’ mova
(che preghi) per te».
144 di là per te ancor li mortai piedi».
«Oh, questa è a udir sì cosa nuova», 145-150 «Oh, questa è una cosa così straordi-
rispuose, «che gran segno è che Dio t’ami; naria (nuova) da udirsi», rispose, «che è grande
prova dell’amore di Dio per te; perciò qualche volta
147 però col priego tuo talor mi giova. aiutami con le tue preghiere (priego). E ti chiedo
E cheggioti, per quel che tu più brami, (chieggioti), in nome di ciò che più desideri, se mai
dovessi percorrere la terra di Toscana, che tu rinnovi
se mai calchi la terra di Toscana, il mio ricordo (rinfami) con buone parole ai miei
150 che a’ miei propinqui tu ben mi rinfami. congiunti (propinqui).
Tu li vedrai tra quella gente vana 151-154 Tu li troverai fra quella gente (i Senesi)
che spera in Talamone, e perderagli sciocca (vana) che spera nel porto di Talamone, e
vi perderà più speranza che nei tentativi di trovare
più di speranza ch’a trovar la Diana; il fiume Diana; ma più di tutti perderanno (le spe-
154 ma più vi perderanno li ammiragli». ranze) gli ammiragli».

Incontro con Sapia senese 477


Canto III
Canto XIV
Il canto dell’antica nobiltà di Romagna
TEMPO PENITENTI E PENA
lunedì di Pasqua 11 aprile 1300, prime ore pomeridiane Invidiosi
Sono gli spiriti che guardarono con malevolenza la felicità
LUOGO altrui. Per contrappasso, ora sono coperti di cilicio e hanno
CORNICE II: invidiosi gli occhi cuciti con il fil di ferro. Stanno seduti con le spalle
poggiate contro la parete del monte e si reggono a vicenda.
La ripa e la via sono di pietra liscia, col livido color de la
Ascoltano esempi di carità premiata e di invidia punita gridati
petraia. La cornice è percorsa da voci che gridano esempi
da voci invisibili, e recitano le litanie dei santi.
di carità premiata e di invidia punita.

PERSONAGGI
Dante, Virgilio, Guido del Duca, Rinieri da Calboli

GUIDO DEL DUCA

RINIERI DA CALBOLI
PURGATORIO

CORNICE II
INVIDIOSI

478
Sommario ↓
vv. 1-66 Incontro con Guido del Duca e Rinieri da Calboli
Il canto inizia con un dialogo tra le anime del ravennate Guido del Duca e del forlivese Rinieri da Cal-
boli che, stupite di vedere un vivo che attraversa il Purgatorio, si chiedono chi egli sia e da dove pro-
venga. Dante rivela le proprie origini, tacendo per umiltà il proprio nome, e Guido ne prende spunto
per un’aspra condanna delle terre di Toscana, diventata una sordida tana di bestie; e a bestie sono
paragonati i suoi abitanti: sozzi maiali (quelli del Casentino), cani rabbiosi (Aretini), lupi voraci (Fio-
rentini), volpi astute e maligne (Pisani).
La feroce polemica ha il suo culmine nell’indicare come centro di ogni malvagità Firenze, cui Guido
profetizza il governo crudele e spietato di un nipote di Rinieri, Fulcieri da Calboli che, eletto podestà
nel 1303, metterà a morte i Bianchi e trascinerà la città nella selva del vizio e nell’abiezione.

vv. 67-126 L’antica nobiltà di Romagna


Guido rivela il proprio nome e quello di Rinieri, del quale nessuno dei discendenti ha ereditato le virtù.
Ma ormai tutta la Romagna, un tempo gloriosa, è spogliata di ogni valore: lo spirito passa in rassegna
l’intera classe nobiliare romagnola, che si ispirava all’amore e alla liberalità.

vv. 127-151 Esempi di invidia punita


Virgilio e Dante riprendono il cammino e sentono risuonare nell’aria altre voci, rapide e forti come tuo-
ni. La prima ricorda le parole che Caino pronunciò dopo aver ucciso il fratello; la seconda è quella di
Aglauro, tramutata in sasso da Mercurio per punire la sua invidia nei confronti della sorella Erse. Dan-
te spaventato si accosta a Virgilio, il quale stigmatizza l’invidia degli uomini che si lasciano vincere dal-
le lusinghe terrene e trascurano l’infinita bellezza del cielo.

Leggiamo il canto
Ɣ I TEMI DEL CANTO na generale si passa inine alla denuncia particolare di un
personaggio vivente, la cui eferatezza viene annunciata
Due sono i motivi essenziali del canto, che coincidono sotto la forma di una profezia grondante sangue; si tratta
con le due sequenze principali: la condanna delle corrot- di Fulcieri da Calboli, responsabile di tanti ingiusti assas-
te città toscane ai tempi di Dante (vv. 1-66), e la lode delle sinii e vendette dei Neri in Firenze. Da notare il linguag-
antiche famiglie nobili di Romagna (vv. 67-126). Così il po- gio usato da Dante nell’invettiva, ridondante in termini
eta fonde i principi morali alla rilessione storica, con evi- crudi e realistici propri dello stile basso, quel linguaggio e
denti cenni alla propria personale vicenda. quello stile tipici dell’Inferno.
Ɣ LA VALLE «INFERNALE» DELL’ARNO: Ɣ LA RIEVOCAZIONE DELL’ANTICA NOBILTÀ DI
LA CONDANNA DEI TEMPI PRESENTI
ROMAGNA: LA LODE DEI TEMPI PASSATI
Attraverso le parole di Guido del Duca, Dante scaglia in
questo canto una delle più violente invettive contro la All’invettiva contro la corruzione degli uomini e dei costu-
malvagità degli abitanti delle città toscane (vv. 29-66). Es- mi moderni, risponde un lungo elenco di nomi di uomini
sa si snoda nella forma poetica di un itinerario lungo il vissuti nelle terre di Romagna, che furono nobili di animo
corso dell’Arno, toccando le varie città che il iume lambi- e di sentimenti, a diferenza dei loro discendenti attuali.
sce dalle sue sorgenti al mare. Comincia con una condan- Si tratta di un nuovo esempio di quel tipico rimpianto di
na generale di tutta la zona, in cui non si può trovare alcu- Dante per i tempi antichi in cui regnavano amore e cor-
na virtù, per poi denunciare i vizi propri del Casentino, di tesia fra gli uomini, per cui quei nomi sono non un pu-
Arezzo, Firenze e Pisa; e con progressiva crudezza ne dei- ro e arido dato di cronaca che nulla più dice al lettore mo-
nisce gli abitanti come brutti porci, botoli ovvero piccoli ca- derno, ma personaggi che evocano tempi, immagini ed
ni ringhiosi, lupi bramosi, e volpi astute e fraudolente. Co- episodi di una vita più giusta e felice. In questo senso la
me dunque gli abitanti vanno trasformandosi per la loro particolare atmosfera del canto è da ricollegare immedia-
bestialità da uomini in animali, così la valle d’Arno va as- tamente al canto xvi del Paradiso, dove sarà Cacciaguida a
sumendo i caratteri di una vera e propria bolgia inferna- rievocare i nomi delle antiche famiglie della Firenze sobria
le, la maladetta e sventurata fossa del v. 51. Dalla condan- e pudica dei secoli passati, l’utopia medievale di Dante.

479
AUDIOLETTURA DEL CANTO

Canto XIV VIDEO: I LUOGHI DELLA NARRAZIONE

1-6 «Chi è costui che gira (cerchia) intorno al monte,


nostra dimora, prima che la morte abbia concesso
C
« hi è costui che ’l nostro monte cerchia
prima che morte li abbia dato il volo,
alla sua anima di volare qui, e apre e chiude (co-
verchia) gli occhi a sua volontà?». «Non so chi sia, 3 e apre li occhi a sua voglia e coverchia?».
ma so che non è solo; chiediglielo tu che gli sei più «Non so chi sia, ma so ch’e’ non è solo;
vicino, e accoglilo (acco’lo) con parole dolci, in modo
che sia indotto a rispondere».
domandal tu che più li t’avvicini,
6 e dolcemente, sì che parli, acco’lo».
7-15 Così, dal mio lato destro (a man dritta), due Così due spirti, l’uno a l’altro chini,
anime, l’una china verso l’altra, parlavano di me in ragionavan di me ivi a man dritta;
quel luogo; poi, per parlarmi, sollevarono i volti in alto
(fer li visi ... supini); e una di esse disse: «O anima, 9 poi fer li visi, per dirmi, supini;
che ancora rinchiusa (fitta) dentro il corpo te ne vai e disse l’uno: «O anima che itta
verso il cielo, consolaci in nome della carità e di’
(ditta) a noi da quale luogo vieni e chi sei; perché
nel corpo ancora inver’ lo ciel ten vai,
tu, per via di questa tua grazia, ci fai meravigliare 12 per carità ne consola e ne ditta
quanto ci meraviglia una cosa mai accaduta prima». onde viene e chi se’; ché tu ne fai
tanto maravigliar de la tua grazia,
15 quanto vuol cosa che non fu più mai».
16-24 E io: «Attraverso la Toscana centrale (mezza) E io: «Per mezza Toscana si spazia
scorre per largo tratto (si spazia) un fiume, che nasce un iumicel che nasce in Falterona,
dal Falterona, e non gli bastano (nol sazia) cento mi-
glia di percorso. Io sono venuto (rech’io) con questo
18 e cento miglia di corso nol sazia.
corpo da un luogo bagnato da tale fiume (sovr’esso); Di sovr’esso rech’io questa persona:
dirvi chi sia sarebbe parlare inutilmente, poiché il dirvi ch’i’ sia, saria parlare indarno,
mio nome non è ancora molto noto (non suona)».
«Se con la mia intelligenza comprendo (accarno) 21 ché ’l nome mio ancor molto non suona».
bene l’allusione (’ntendimento) delle tue parole», mi «Se ben lo ’ntendimento tuo accarno
rispose allora l’anima che aveva parlato per prima,
«tu parli dell’Arno».
con lo ’ntelletto», allora mi rispuose
24 quei che diceva pria, «tu parli d’Arno».
25-27 E l’altra anima disse alla compagna: «Perché E l’altro disse lui: «Perché nascose
costui tacque il nome di quel fiume (riviera), proprio questi il vocabol di quella riviera,
come fa l’uomo quando parla di cose orribili?».
27 pur com’om fa de l’orribili cose?».
28-42 E l’anima a cui era stata rivolta questa do- E l’ombra che di ciò domandata era,
manda, accontentò (si sdebitò) l’altra dicendo così: si sdebitò così: «Non so; ma degno
«Non so; ma è ben giusto che il nome di questa 30 ben è che ’l nome di tal valle pèra;
valle dell’Arno perisca (pèra); perché dalla sua sor-

480 Purgatorio Canto XIV


ché dal principio suo, ov’è sì pregno gente (principio), dove il monte Appennino, da cui si
l’alpestro monte ond’è tronco Peloro, staccò (ond’è tronco) il capo Peloro, è così gonfio e
alto (pregno), che in pochi altri punti supera quella
33 che ’n pochi luoghi passa oltra quel segno, misura, fino a dove si riversa nel mare (si rende) per
inin là ’ve si rende per ristoro risarcirlo (per ristoro) di quell’acqua che il cielo (sole)
fa evaporare (asciuga) dal mare, e dal quale poi i
di quel che ’l ciel de la marina asciuga, fiumi riceveranno l’acqua che forma il loro corso (ciò
36 ond’hanno i iumi ciò che va con loro, che va con loro), la virtù è schivata (si fuga) da tutti
vertù così per nimica si fuga come nemica, quasi fosse una serpe, e ciò per ma-
lefico influsso del luogo, o per cattiva abitudine (mal
da tutti come biscia, o per sventura uso) che spinge (fruga) gli uomini: per cui gli abitanti
39 del luogo, o per mal uso che li fruga: della sventurata valle (dell’Arno) hanno modificato
la loro natura così che sembra che Circe li abbia in
ond’hanno sì mutata lor natura suo dominio (pastura) (trasformandoli in animali).
li abitator de la misera valle,
42 che par che Circe li avesse in pastura.
Tra brutti porci, più degni di galle 43-51 Fra sudici maiali, più degni (di nutrirsi) di
che d’altro cibo fatto in uman uso, ghiande (galle) che di altro cibo conveniente agli
uomini l’Arno indirizza in un primo tempo il suo corso
45 dirizza prima il suo povero calle. (calle), ancora magro d’acque (povero). Scendendo
Botoli trova poi, venendo giuso, a valle incontra poi cani (botoli) minacciosi più di
quanto dovrebbe consentire la loro potenza (possa),
ringhiosi più che non chiede lor possa, e da lì (il fiume) sdegnoso compie una grande curva
48 e da lor disdegnosa torce il muso. (torce il muso). Procede in discesa (Vassi caggen-
do); e quanto più diventa ampia, questa maledetta
Vassi caggendo; e quant’ella più ’ngrossa, e sventurata valle (fossa), tanto più vede i cani tra-
tanto più trova di can farsi lupi sformarsi in lupi (i Fiorentini).
51 la maladetta e sventurata fossa.
Discesa poi per più pelaghi cupi, 52-60 Discendendo poi attraverso bacini più in-
trova le volpi sì piene di froda, cassati e tortuosi (pelaghi cupi), trova le volpi (i
Pisani), così piene di frode, che non temono alcun
54 che non temono ingegno che le occùpi. ingegnoso artificio che possa ingannarle (occùpi).
Né lascerò di dir perch’altri m’oda; Né smetterò di parlare perché altri mi ascoltano; anzi
sarà utile a costui (Dante), se in avvenire si ricorderà
e buon sarà costui, s’ancor s’ammenta (s’ammenta) ciò che ora una vera ispirazione (spirto)
57 di ciò che vero spirto mi disnoda. mi induce a rivelare (disnoda). Vedo tuo nipote che
(a Firenze) sulla riva di quel fiume malvagio (fiero)
Io veggio tuo nepote che diventa diventa cacciatore di quei lupi, gettandoli tutti nella
cacciator di quei lupi in su la riva costernazione.
60 del iero iume, e tutti li sgomenta.
Vende la carne loro essendo viva; 61-66 Vende la carne delle sue vittime ancora vive:
poscia li ancide come antica belva; poi le uccide con il furore di una bestia primitiva
(antica); priva molti della vita e se stesso di ogni
63 molti di vita e sé di pregio priva. onore (pregio). Poi, grondante di sangue, si allonta-
Sanguinoso esce de la trista selva; na dalla selva di sventura; e la lascia così devastata
che essa non riacquisterà la condizione di prima (lo
lasciala tal, che di qui a mille anni stato primaio) da qui a mille anni».
66 ne lo stato primaio non si rinselva».
Com’a l’annunzio di dogliosi danni 67-72 Come, quando vengono annunziati avveni-
si turba il viso di colui ch’ascolta, menti dolorosi, il volto di colui che ascolta si turba,
qualunque sia la parte dalla quale il pericolo lo mi-
69 da qual che parte il periglio l’assanni, nacci (assanni), così io vidi l’altra anima (Rinieri da
così vid’io l’altr’anima, che volta Calboli), che stava rivolta (verso Guido) ad ascoltare,
preoccuparsi e addolorarsi, quando ebbe recepito
stava a udir, turbarsi e farsi trista, e compreso il senso di quelle parole.
72 poi ch’ebbe la parola a sé raccolta.

Incontro con Guido del Duca e Rinieri da Calboli 481


73-78 Le parole dell’una (Guido del Duca) e l’a- Lor dir de l’una e de l’altra la vista
spetto (vista) turbato dell’altra (Rinieri da Calboli) mi fer voglioso di saper lor nomi,
mi resero desideroso di conoscere i loro nomi, e
glieli chiesi aggiungendo parole di preghiera; per 75 e dimanda ne fei con prieghi mista;
cui l’anima, che mi aveva parlato prima, riprese: «Tu per che lo spirto che di pria parlòmi
desideri che mi lasci indurre (mi deduca) a rivelarti
il mio nome, mentre non vuoi dire a me il tuo.
ricominciò: «Tu vuo’ ch’io mi deduca
78 nel fare a te ciò che tu far non vuo’mi.
79-87 Ma dal momento che Dio vuole che in te Ma da che Dio in te vuol che traluca
risplenda (traluca) la sua grazia in misura così gran- tanto sua grazia, non ti sarò scarso;
de, non rifiuterò (ti sarò scarso) (di accontentarti);
perciò sappi che io fui Guido del Duca. Il mio san-
81 però sappi ch’io fui Guido del Duca.
gue fu così ardente di invidia, che se avessi visto Fu il sangue mio d’invidia sì rïarso,
un uomo diventare lieto, mi avresti visto diventare che se veduto avesse uom farsi lieto,
livido. Di ciò che ho seminato raccolgo tale frutto
(paglia); o umana gente, perché concentri il tuo 84 visto m’avresti di livore sparso.
animo là (sui beni terreni) dove è necessario (v’è Di mia semente cotal paglia mieto;
mestier) che non siano ammessi (divieto) altri a
possedere (lo stesso bene)? o gente umana, perché poni ’l core
87 là ’v’è mestier di consorte divieto?
88-96 Questi è Rinieri; è il prestigio e l’onore della Questi è Rinier; questi è ’l pregio e l’onore
casata da Calboli, dove in seguito nessuno si è de la casa da Calboli, ove nullo
fatto erede (reda) della sua virtù. E, nella regione
tra il Po e l’Appennino e il mare e il Reno, non solo 90 fatto s’è reda poi del suo valore.
la sua discendenza (sangue) è diventata sterile (è E non pur lo suo sangue è fatto brullo,
fatto brullo) delle virtù necessarie a una vita seria e
gioiosa (trastullo); perché entro questi confini vi è
tra ’l Po e ’l monte e la marina e ’l Reno,
una così grande massa di sterpi velenosi che, an- 93 del ben richesto al vero e al trastullo;
che se si volesse coltivare questo territorio, sarebbe ché dentro a questi termini è ripieno
ormai tardi (verrebber meno).
di venenosi sterpi, sì che tardi
96 per coltivare omai verrebber meno.
97-102 Dov’è il nobile Lizio e Arrigo Mainardi? Piero Ov’e’ ’l buon Lizio e Arrigo Mainardi?
de’ Traversari e Guido di Carpegna? Oh Romagnoli Pier Traversaro e Guido di Carpigna?
tanto degenerati (tornati in bastardi) (da sembrare
figli illegittimi!). Ci sarà più un tempo in cui a Bo-
99 Oh Romagnuoli tornati in bastardi!
logna attecchirà (ralligna) un uomo come Fabbro? Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?
o a Faenza uno come Bernardino di Fosco, nobile quando in Faenza un Bernardin di Fosco,
virgulto (verga) di una famiglia (gramigna) modesta?
102 verga gentil di picciola gramigna?
103-111 Non ti stupire se io piango, o Toscano, Non ti maravigliar s’io piango, Tosco,
quando ricordo, insieme con Guido da Prata, Ugo- quando rimembro, con Guido da Prata,
lino di Azzo, che non romagnolo visse tra di noi
(nosco), e Federico Tignoso e il suo gruppo di amici
105 Ugolin d’Azzo che vivette nosco,
(brigata), la famiglia Traversari e gli Anastagi (ma Federigo Tignoso e sua brigata,
l’una e l’altra famiglia si sono estinte senza eredi), la casa Traversara e li Anastagi
le donne e i cavalieri, le fatiche militari (affanni) e
le comodità (agi) (delle corti), che ci stimolavano 108 (e l’una gente e l’altra è diretata),
(’nvogliava) all’amore e alla cortesia, là (in Roma- le donne e ’ cavalier, li afanni e li agi
gna), dove gli animi sono diventati così malvagi.
che ne ’nvogliava amore e cortesia
111 là dove i cuor son fatti sì malvagi.
112-114 O Bertinoro, perché non sparisci, poiché O Bretinoro, ché non fuggi via,
se n’è già andata (gita) la famiglia dei tuoi signori e poi che gita se n’è la tua famiglia
molti altri nobili per non diventar malvagi?
114 e molta gente per non esser ria?

482 Purgatorio Canto XIV


Ben fa Bagnacaval, che non riiglia; 115-120 Fanno bene i signori di Bagnacavallo a
e mal fa Castrocaro, e peggio Conio, non aver più eredi (rifiglia); e fa male la casata di
Castrocaro, e peggio quella di Conio, che si ostina
117 che di igliar tai conti più s’impiglia. (s’impiglia) a generare tali conti (così degeneri). Fa-
Ben faranno i Pagan, da che ’l demonio ranno bene i Pagani (a non rifigliare) dopo la morte
dell’ultimo dei loro (Maghinardo da Susinana, detto
lor sen girà; ma non però che puro demonio); ma non potranno far sì che di essi resti
120 già mai rimagna d’essi testimonio. un buon ricordo.
O Ugolin de’ Fantolin, sicuro 121-126 O Ugolino dei Fantolini, il tuo casato è
è ’l nome tuo, da che più non s’aspetta sicuro (dal disonore), dato che non può più nascere
un discendente che, degenerando, possa oscu-
123 chi far lo possa, tralignando, scuro. rarlo (far lo possa ... scuro). Ma ormai allontanati,
Ma va via, Tosco, omai; ch’or mi diletta o Toscano, perché ora ho un desiderio (mi diletta)
troppo forte di piangere, più che di parlare, tanto il
troppo di pianger più che di parlare, nostro colloquio (ragion) ha oppresso la mia anima».
126 sì m’ha nostra ragion la mente stretta».
Noi sapavam che quell’anime care 127-129 Noi sapevamo che quelle anime care ci
ci sentivano andar; però, tacendo, sentivano camminare; e perciò, dal momento che
tacevano, ci davano la fiducia (facëano noi ... con-
129 facëan noi del cammin conidare. fidare) di procedere (lungo la via giusta).
Poi fummo fatti soli procedendo, 130-135 Poi, dopo che andando avanti rimanem-
folgore parve quando l’aere fende, mo da soli, come una folgore quando taglia (fende)
l’aria, irruppe una voce proveniente dalla direzione
132 voce che giunse di contra dicendo: opposta a noi (di contra), che diceva: ‘Mi ucciderà
‘Anciderammi qualunque m’apprende’; chiunque mi troverà (m’apprende)’; e si allontanò
e fuggì come tuon che si dilegua, con la velocità del tuono che si dilegua, quando
improvvisamente squarcia (scoscende) le nuvole.
135 se sùbito la nuvola scoscende.
Come da lei l’udir nostro ebbe triegua, 136-141 Appena l’orecchio, stordito dalla prima vo-
ed ecco l’altra con sì gran fracasso, ce, ebbe pace (triegua), ecco irrompere l’altra voce
con tale fragore da sembrare un tuono che segue
138 che somigliò tonar che tosto segua: immediatamente (tosto) l’altro: «Io sono Aglauro,
«Io son Aglauro che divenni sasso»; che fui trasformata in sasso»; e allora, per stare più
vicino a Virgilio, spostai il mio passo verso destra
e allor, per ristrignermi al poeta, (destro feci), e non in avanti.
141 in destro feci, e non innanzi, il passo.
Già era l’aura d’ogne parte queta; 142-147 L’aria era ormai tornata tranquilla da ogni
ed el mi disse: «Quel fu ’l duro camo parte; allora Virgilio mi disse: «Quello udito fu il
duro freno (camo) che dovrebbe spingere l’uomo
144 che dovria l’uom tener dentro a sua meta. a mantenersi entro i limiti (sua meta). Ma voi uomini
Ma voi prendete l’esca, sì che l’amo siete attratti (prendete l’esca) dai beni mondani,
così che l’esca dell’antico avversario (il demonio)
de l’antico avversaro a sé vi tira; vi trascina a lui; perciò a poco giovano gli esempi
147 e però poco val freno o richiamo. che servono da freno e da sprone.
Chiamavi ’l cielo e ’ntorno vi si gira, 148-151 Il cielo vi chiama e vi ruota intorno mo-
mostrandovi le sue bellezze etterne, strandovi le sue eterne bellezze, e, malgrado ciò, il
vostro sguardo si rivolge soltanto (pur) verso terra;
e l’occhio vostro pur a terra mira; perciò Dio, che vede tutto, vi castiga (batte)».
151 onde vi batte chi tutto discerne».

Esempi di invidia punita 483


Canto III
Canto XV
Il canto dei beni terreni
e dell’amore divino
TEMPO PENITENTI E PENA
lunedì di Pasqua 11 aprile 1300, tre del pomeriggio Iracondi
Sono coloro che in vita hanno ceduto con eccesso agli istinti
LUOGO dell’ira. Come in vita si lasciarono soffocare e accecare dall’ira,
SCALA ALLA CORNICE III così per contrappasso sono ora avvolti in un fumo denso,
come la notte oscuro, che li soffoca e acceca. Hanno visioni
CORNICE III: iracondi
estatiche che rappresentano esempi di mansuetudine e di ira
La cornice è caratterizzata da estasianti visioni di esemplare punita.
misericordia e da una nube spessa di fumo nero che avvolge
i penitenti.

PERSONAGGI
Dante, Virgilio, Angelo della misericordia

ANGELO DELLA MISERICORDIA


PURGATORIO

CORNICE II
INVIDIOSI

SCALA ALLA CORNICE III

484
Sommario ↓
vv. 1-39 Verso la terza cornice
È l’ora del vespero, e i due poeti, che camminano verso ponente, hanno il sole in pieno viso. A un trat-
to, a questa luce si aggiunge uno splendore così intenso che spinge Dante a proteggersi gli occhi con
le mani: è l’Angelo della misericordia, che li invita a salire alla terza cornice.

vv. 40-81 L’inesauribile amore divino


Virgilio chiarisce a Dante certe parole oscure di Guido del Duca. I beni materiali, spiega il maestro, so-
no limitati, perciò la parte di cui ciascuno beneficia diminuisce a seconda del numero di persone che
vi partecipano. Bisogna dunque abbandonare la prospettiva terrena e pensare all’amore divino, che
corre incontro agli uomini per ardore di carità: quanto è maggiore il numero delle anime ardenti, più si
moltiplica il bene, come per un susseguirsi di riflessi specchiati.

vv. 82-138 La terza cornice del Purgatorio


Giunti alla terza cornice, si presentano a Dante tre esempi di mansuetudine sotto forma di visione: Ma-
ria ritrova, dopo tre giorni di ricerca, Gesù fanciullo nel tempio di Gerusalemme tra i dottori; Pisistrato,
signore di Atene, perdona un giovane colpevole di avere baciato in pubblico sua figlia; s. Stefano, lapi-
dato dagli Ebrei, chiede perdono a Dio per i suoi persecutori. Sparite le visioni, Virgilio spiega a Dante
che sono moniti alla mansuetudine.

vv. 139-145 La nube di fumo degli iracondi


Dante e Virgilio procedono a fatica, abbagliati dal sole al tramonto. Un fumo nero e denso li avvolge a
poco a poco, vela gli occhi e toglie il respiro: in esso sono immersi gli iracondi, puniti in questa cornice.

Leggiamo il canto
Ɣ LA TRAMA MORALE: I BENI TERRENI to dalla stessa carità delle anime che lo desiderano. È que-
sta una delle forme essenziali di quella beatitudine di cui
E I BENI CELESTI tanto si parlerà nella terza cantica, anche nella rappresen-
Il motivo più rilevante del canto (non a caso collocato pro- tazione dell’amore divino come raggio di luce.
prio nella sua parte centrale, vv. 58-81) è la questione mo-
rale dibattuta lungo la salita alla terza cornice: la limitatez- Ɣ LE VISIONI DELLA TERZA CORNICE
za dei beni materiali sulla terra contrapposta all’ininità del Dante è accolto nella terza cornice da visioni estatiche che
bene e della beatitudine divina. Inserita come di consueto ripropongono esempi biblici e pagani di mitezza e man-
sotto la forma di un dubbio di Dante risolto da Virgilio du- suetudine, cioè le virtù opposte al vizio qui punito, l’ira;
rante il cammino solitario su per il monte, prende spunto si tratta di Maria che ritrova Gesù nel tempio, di Pisistra-
da un’espressione di Guido del Duca, che nel canto prece- to che perdona l’amante della iglia, e della lapidazione di
dente aveva afermato che gli uomini sbagliano nel desi- s. Stefano. Queste visioni corrispondono alle sculture della
derare beni materiali i quali necessariamente non possono prima cornice e alle voci volanti della seconda; gli iracon-
essere goduti da tutti. Virgilio insiste qui sul concetto pre- di non potrebbero infatti diversamente vedere e ricevere il
cisandolo: poiché i beni terreni sono limitati, essi non solo monito di tali esempi, immersi come sono nel fumo scuro
non possono accontentare tutti, ma soprattutto nessuno e acre in cui anche i due poeti entrano proprio alla ine di
ne può godere pienamente, e da questo nascono odii, ini- questo canto.
micizie e insoddisfazione. Invece il bene celeste può essere
attinto da tutti, ognuno può ininitamente possederne per Ɣ L’INCIPIT DEL CANTO
sé, ed esso, più è desiderato, e più aumenta. Alla perplessi- I primi versi del canto si articolano secondo un modulo ca-
tà di Dante su come possa un bene non consumarsi e di- ratteristico e tipico della poesia di Dante: l’indicazione del
minuire nell’essere diviso e posseduto fra tanti, Virgilio re- tempo e della cronologia del viaggio attraverso riferimenti
plica afermando la natura spirituale di questo bene, che è astronomici, e in particolare attraverso il percorso del sole.
l’amore divino: esso si riversa su chi lo desidera in quantità L’indicazione qui è molto chiara e precisa: mancano tre ore
pari al desiderio, e non per questo si consuma, come non al tramonto, cioè sono circa le tre pomeridiane del lunedì
si consuma il sole mandando i suoi raggi, ed è accresciu- 11 aprile 1300, lunedì di Pasqua.

485
AUDIOLETTURA DEL CANTO

Canto XV VIDEO: I LUOGHI DELLA NARRAZIONE

1-6 Quanto tragitto tra l’inizio del giorno (le sei)


e la fine dell’ora terza (le nove) percorre la sfera
Q uanto tra l’ultimar de l’ora terza
e ’l principio del dì par de la spera
(del sole), che quasi per gioco si muove (scherza)
sempre come fanno i fanciulli, altrettanta parte (del 3 che sempre a guisa di fanciullo scherza,
suo corso) appariva essere ormai rimasta prima tanto pareva già inver’ la sera
di sera; dunque là (nel Purgatorio) era l’ora del
vespro (le tre del pomeriggio) e qui (in Italia) era
essere al sol del suo corso rimaso;
mezzanotte. 6 vespero là, e qui mezza notte era.
7-15 Perciò i suoi raggi ci colpivano (ferien) proprio E i raggi ne ferien per mezzo ’l naso,
di fronte (per mezzo ’l naso), perché noi avevamo perché per noi girato era sì ’l monte,
camminato girando intorno al monte in modo tale,
che ormai procedevamo diritti verso occidente (oc- 9 che già dritti andavamo inver’ l’occaso,
caso), quando io mi accorsi che uno splendore più quand’io senti’ a me gravar la fronte
vivido di prima mi costringeva ad abbassare (gravar)
lo sguardo e questo fatto nuovo (non conte) era per
a lo splendore assai più che di prima,
me motivo di stupore; per cui io sollevai le mani 12 e stupor m’eran le cose non conte;
sopra (inver’ la cima) le ciglia, e con esse creai un
ond’io levai le mani inver’ la cima
riparo (solecchio) che limitasse l’eccesso (soverchio)
di luce. de le mie ciglia, e fecimi ’l solecchio,
15 che del soverchio visibile lima.
16-24 Come quando il raggio (riflesso) da una Come quando da l’acqua o da lo specchio
superficie d’acqua o da uno specchio rimbalza salta lo raggio a l’opposita parte,
(salta) nella direzione opposta (a quella del raggio
incidente), risalendo verso l’alto come il raggio in-
18 salendo su per lo modo parecchio
cidente scende verso il basso, e si allontana dalla a quel che scende, e tanto si diparte
linea perpendicolare (dal cader de la pietra) in egua-
le misura (tratta), come dimostrano l’esperienza e
dal cader de la pietra in igual tratta,
gli studi teorici (arte); così qui mi sembrò di essere 21 sì come mostra esperïenza e arte;
investito da una luce riflessa che mi stava davanti; così mi parve la luce rifratta
per la sua intensità la mia vista fu sollecita (ratta) a
volgersi da un’altra parte. quivi dinanzi a me esser percosso;
24 per che a fuggir la mia vista fu ratta.
25-27 «Che è, o dolce padre, quella luce dalla «Che è quel, dolce padre, a che non posso
quale non posso difendere la vista tanto che mi basti schermar lo viso tanto che mi vaglia»,
(vaglia)», dissi io, «e che sembra essere diretta verso
di noi?». 27 diss’io, «e pare inver’ noi esser mosso?».
28-33 «Non stupirti se ti abbagliano ancora gli «Non ti maravigliar s’ancor t’abbaglia
abitanti del cielo (angeli)», mi rispose: «è un mes- la famiglia del cielo», a me rispuose:
saggero che giunge per rivolgere l’invito affinché si
salga (saglia). Ben presto avverrà che non ti sia più
30 «messo è che viene ad invitar ch’om saglia.

486 Purgatorio Canto XV


Tosto sarà ch’a veder queste cose faticoso osservare questi fenomeni, ma anzi sarà per
non ti ia grave, ma ieti diletto te motivo di tanto piacere (fieti diletto), quanto la tua
natura di uomo ti dispone ad accoglierne».
33 quanto natura a sentir ti dispuose».
Poi giunti fummo a l’angel benedetto, 34-36 Dopo che fummo giunti davanti all’angelo
con lieta voce disse: «Intrate quinci benedetto, questi con voce lieta disse: «Entrate da
questa parte (quinci) verso una scala assai meno
36 ad un scaleo vie men che li altri eretto». ripida (eretto) delle altre».
Noi montavam, già partiti di linci, 37-39 Noi salivamo, ormai lontani di lì (linci),
e ‘Beati misericordes!’ fue quando alle nostre spalle (retro) fu cantato ‘Beati i
misericordiosi!’ e ‘Godi tu che vinci’.
39 cantato retro, e ‘Godi tu che vinci!’.
Lo mio maestro e io soli amendue 40-45 Il mio maestro e io, soli, l’uno accanto all’altro,
suso andavamo; e io pensai, andando, procedevamo in salita; e io pensai, mentre proce-
devo, di trarre giovamento (prode) dalle sue parole;
42 prode acquistar ne le parole sue; allora mi rivolsi a lui domandandogli: «Che voleva
e dirizza’mi a lui sì dimandando: significare l’anima romagnola (di Guido del Duca),
accennando a ‘divieto’ e ‘consorte’?».
«Che volse dir lo spirto di Romagna,
45 e ‘divieto’ e ‘consorte’ menzionando?».
Per ch’elli a me: «Di sua maggior magagna 46-57 Per cui egli rispose: «Egli conosce i dannosi
conosce il danno; e però non s’ammiri effetti del suo vizio (magagna) maggiore; perciò non
bisogna stupirsi se ci rimprovera (riprende) per dimi-
48 se ne riprende perché men si piagna. nuire le sofferenze dell’espiazione (men si piagna).
Perché s’appuntano i vostri disiri L’invidia induce i petti a sospirare (move ... a’ sospiri)
come mantici (mantaco), perché i vostri desideri si
dove per compagnia parte si scema,
indirizzano (ai beni terreni), dove la parte che tocca
51 invidia move il mantaco a’ sospiri. a ciascuno diminuisce (si scema) se si è in tanti
Ma se l’amor de la spera supprema (per compagnia). Ma se l’amore del cielo supremo
(Empireo) indirizzasse i vostri desideri verso l’alto,
torcesse in suso il disiderio vostro, non avreste in cuore quel timore (di dover dividere);
54 non vi sarebbe al petto quella tema; perché (in cielo), quanto più numerosi sono coloro
che dicono ‘nostro’, tanto maggiore è il bene posse-
ché, per quanti si dice più lì ‘nostro’, duto da ciascuno, e tanto maggiore è la carità che
tanto possiede più di ben ciascuno, arde in quella comunità di beati (chiostro)».
57 e più di caritate arde in quel chiostro».
«Io son d’esser contento più digiuno», 58-63 «Sono più lontano (digiuno) dall’essere
diss’io, «che se mi fosse pria taciuto, soddisfatto», dissi, «di quanto sarei stato prima di
chiederti spiegazioni (taciuto), e ora la mia mente
60 e più di dubbio ne la mente aduno. accoglie (aduno) un dubbio maggiore. Come può
Com’esser puote ch’un ben, distributo essere che un bene, distribuito fra più possessori,
renda più ricchi di sé, che se fosse posseduto da
in più posseditor, faccia più ricchi
poche persone?».
63 di sé che se da pochi è posseduto?».
Ed elli a me: «Però che tu riicchi 64-66 Ed egli a me: «Poiché tu continui a fissare
la mente pur a le cose terrene, con la mente (rificchi) solo le cose terrene, dalla luce
di verità (delle mie parole) riesci a trarre (dispicchi)
66 di vera luce tenebre dispicchi. solo incomprensione.
Quello ininito e inefabil bene 67-75 Quel bene infinito e indicibile che è nei cieli,
che là sù è, così corre ad amore si dirige verso chi lo ama come un raggio è attratto
(vene) da un corpo lucido. Esso si concede tanto
69 com’a lucido corpo raggio vene. quanto è l’ardore di carità che trova (nell’anima);
Tanto si dà quanto trova d’ardore; sicché, quanto più è grande la carità, tanto più il
sì che, quantunque carità si stende, bene divino si diffonde su di essa. E quanta più
gente in Cielo si ama (s’intende), tanto maggiore è
72 cresce sovr’essa l’etterno valore.

L’inesauribile amore divino 487


la possibilità di amare bene, e più si ama, e ogni E quanta gente più là sù s’intende,
anima riversa (rende) sulle altre il bene divino così più v’è da bene amare, e più vi s’ama,
come uno specchio (che riflette la luce a vicenda).
75 e come specchio l’uno e l’altro rende.
76-81 E se il mio ragionamento non ti sazia, vedrai E se la mia ragion non ti disfama,
poi Beatrice ed ella potrà appagare completamente vedrai Beatrice, ed ella pienamente
questo desiderio di sapere e ogni altro (della stessa
natura). Procura (Procaccia) soltanto che presto sia- 78 ti torrà questa e ciascun’altra brama.
no cancellate (spente) dalla tua fronte, come già le Procaccia pur che tosto sieno spente,
altre due, le cinque piaghe, che si rimarginano per
mezzo del pentimento (per essere dolente)».
come son già le due, le cinque piaghe,
81 che si richiudon per esser dolente».
82-93 E proprio quando volevo dire a Virgilio: ‘Mi Com’io voleva dicer ‘Tu m’appaghe’,
hai pienamente soddisfatto’, mi accorsi di essere vidimi giunto in su l’altro girone,
arrivato sull’altra cornice sicché i miei occhi (luci),
desiderosi di vedere cose nuove (vaghe), mi fecero 84 sì che tacer mi fer le luci vaghe.
tacere. Là mi sembrò di essere improvvisamente Ivi mi parve in una visïone
rapito (tratto) in una visione estatica, e di vedere
parecchie persone raccolte in un tempio; e sulla
estatica di sùbito esser tratto,
soglia, con un tenero atteggiamento materno, una 87 e vedere in un tempio più persone;
donna dire: «Figliuolo mio, perché ti sei comportato
(hai … fatto) così con noi? Ecco, tuo padre e io,
e una donna, in su l’entrar, con atto
addolorati, andavamo in cerca di te». E appena dolce di madre dicer: «Figliuol mio,
(come) tacque a questo punto, tutta la visione che 90 perché hai tu così verso noi fatto?
mi era apparsa si dileguò (dispario).
Ecco, dolenti, lo tuo padre e io
ti cercavamo». E come qui si tacque,
93 ciò che pareva prima, dispario.
94-105 Poi mi apparve un’altra donna, con le Indi m’apparve un’altra con quell’acque
guance bagnate dalle lacrime (acque) che sgor- giù per le gote che ’l dolor distilla
gano a causa di un dolore provocato (nacque) da
un grande sdegno (dispetto) verso altri e diceva:
96 quando di gran dispetto in altrui nacque,
«Se tu sei il signore (sire) della città per il cui nome e dir: «Se tu se’ sire de la villa
vi fu tanto contrasto (lite) fra gli dei, e dalla quale del cui nome ne’ dèi fu tanta lite,
risplende tanta cultura (ogne scïenza), vendicati di
quelle braccia impudenti che hanno osato abbrac- 99 e onde ogne scïenza disfavilla,
ciare nostra figlia, o Pisistrato». E poi mi appariva vendica te di quelle braccia ardite
Pisistrato, benevolo e mite, mentre rispondeva a lei
con volto sereno (temperato): «Che cosa dovremmo
ch’abbracciar nostra iglia, o Pisistràto».
fare a chi desidera il nostro (ne) male, se colui che 102 E ’l segnor mi parea, benigno e mite,
ci ama da noi è condannato?».
risponder lei con viso temperato:
«Che farem noi a chi mal ne disira,
105 se quei che ci ama è per noi condannato?».
106-114 Poi vidi un gruppo di persone accese da Poi vidi genti accese in foco d’ira
un’ardente ira uccidere (ancider), lapidandolo (con con pietre un giovinetto ancider, forte
pietre), un giovane, mentre gridavano con violenza 108 gridando a sé pur: «Martira, martira!».
(forte), eccitandosi reciprocamente: «Uccidi, ucci-
di!». E vedevo il giovane che si accasciava a terra, E lui vedea chinarsi, per la morte
per via della morte che già lo incalzava (l’aggravava), che l’aggravava già, inver’ la terra,
ma con gli occhi sempre aperti e rivolti verso il cielo,
e pregava il sommo Re (Dio), nel momento così
111 ma de li occhi facea sempre al ciel porte,
doloroso del martirio (in tanta guerra), che perdo- orando a l’alto Sire, in tanta guerra,
nasse ai suoi persecutori, con quell’atteggiamento
che suscita (diserra) pietà.
che perdonasse a’ suoi persecutori,
114 con quello aspetto che pietà diserra.

488 Purgatorio Canto XV


Quando l’anima mia tornò di fori 115-117 Quando la mia anima tornò a percepire
a le cose che son fuor di lei vere, le cose reali, che sono vere al di fuori di lei, mi resi
conto che le mie visioni, irreali al di fuori di me,
117 io riconobbi i miei non falsi errori. erano state vere.
Lo duca mio, che mi potea vedere 118-123 La mia guida, che mi poteva vedere
far sì com’om che dal sonno si slega, mentre facevo i gesti di un uomo che si scioglie (si
slega) dal sonno, disse: «Che cosa hai, che non
120 disse: «Che hai che non ti puoi tenere, riesci a reggerti in piedi, ma hai camminato per
ma se’ venuto più che mezza lega più di mezza lega con gli occhi annebbiati e con le
velando li occhi e con le gambe avvolte, gambe impacciate (avvolte), come un uomo vinto
dal vino o dal sonno?».
123 a guisa di cui vino o sonno piega?».
«O dolce padre mio, se tu m’ascolte, 124-126 «O dolce padre mio», dissi io, «se tu mi
io ti dirò», diss’io, «ciò che m’apparve presti ascolto, io dirò quello che mi apparve quando
le mie gambe ebbero un tale impedimento (mi furon
126 quando le gambe mi furon sì tolte». sì tolte)».
Ed ei: «Se tu avessi cento larve 127-132 Ed egli: «Se tu avessi cento maschere (lar-
sovra la faccia, non mi sarian chiuse ve) sul volto, i tuoi pensieri (le tue cogitazion), anche
se piccoli (parve), non mi sarebbero nascosti. Le
129 le tue cogitazion, quantunque parve. visioni che hai avuto ti furono concesse perché non
Ciò che vedesti fu perché non scuse rifiuti (non scuse) di aprire la tua anima alle acque
della mansuetudine, che scaturiscono (son diffuse)
d’aprir lo core a l’acque de la pace dall’eterna fonte divina.
132 che da l’etterno fonte son difuse.
Non dimandai ‘Che hai?’ per quel che face 133-138 Non ti ho chiesto ‘Che cosa hai?’ per
chi guarda pur con l’occhio che non vede, sapere che cosa fa un uomo che guarda solo con
sguardo annebbiato, quando il suo corpo giace
135 quando disanimato il corpo giace; privo di sensi; ma rivolsi la domanda per spronarti
ma dimandai per darti forza al piede: al cammino (piede); così è necessario stimolare
(frugar) i pigri, che sono lenti a riprendere le loro
così frugar conviensi i pigri, lenti facoltà quando si svegliano».
138 ad usar lor vigilia quando riede».
Noi andavam per lo vespero, attenti 139-145 Noi procedevamo durante il vespro, in-
tenti a guardare avanti fin dove poteva giungere
oltre quanto potean li occhi allungarsi (allungarsi) la nostra vista contro i raggi risplendenti
141 contra i raggi serotini e lucenti. del tramonto (serotini). Ed ecco avvicinarsi a noi, a
Ed ecco a poco a poco un fummo farsi poco a poco, un fumo (fummo) cupo come la notte;
né vi era alcun luogo da poterlo sfuggire (cansarsi):
verso di noi come la notte oscuro; esso ci privò della possibilità di vedere (li occhi) e
né da quello era loco da cansarsi. di respirare l’aria pura.
145 Questo ne tolse li occhi e l’aere puro.

La nube di fumo degli iracondi 489


Canto III
Canto XVI
Il canto di Marco Lombardo
TEMPO PENITENTI E PENA
lunedì di Pasqua 11 aprile 1300, verso le sei Iracondi
del pomeriggio Sono coloro che in vita hanno ceduto con eccesso agli istinti
dell’ira. Come in vita si lasciarono soffocare e accecare dall’ira,
LUOGO così per contrappasso sono ora avvolti in un fumo denso,
CORNICE III: iracondi come la notte oscuro, che li soffoca e acceca. Hanno visioni
estatiche che rappresentano esempi di mansuetudine e di ira
La cornice è caratterizzata da estasianti visioni di esemplare
punita.
misericordia e da una nube spessa di fumo nero che avvolge
i penitenti.

PERSONAGGI
Dante, Virgilio, Marco Lombardo

MARCO LOMBARDO

CORNICE III
IRACONDI
PURGATORIO

490
Sommario ↓
vv. 1-51 Nella nube di fumo della terza cornice
Dante e Virgilio avanzano nel fumo e nelle tenebre che avvolgono la terza cornice, dove sono relegati
gli iracondi: si sentono le loro voci cantare in perfetta concordia l’Agnus Dei. Un’anima si rivolge a Dan-
te e gli rivela il sospetto che egli sia vivo; esortato da Virgilio, il poeta risponde dichiarando la propria
condizione, e lo spirito del penitente risponde allora presentandosi come Marco Lombardo, uomo di
corte e amante della virtù, un bene ora trascurato nel mondo.

vv. 52-84 Incontro con Marco Lombardo


Dante chiede a Marco se le ragioni del male che appesta il mondo e della decadenza morale, già la-
mentata da Guido del Duca, siano da attribuire alle influenze celesti o all’uomo. Marco dapprima rispon-
de negando che tutto dipenda dagli astri, poiché l’uomo ha la ragione per conoscere il bene e il ma-
le, e la facoltà del libero arbitrio che gli permette di operare le proprie scelte: due prerogative «divine»
che verrebbero vanificate qualora le vicende del mondo dipendessero dai cieli e negassero in questo
modo la libertà di scelta. È infatti responsabilità di ogni singolo individuo l’uso positivo o negativo del-
le inclinazioni astrali ricevute.

vv. 85-145 La teoria dei due soli


Per esporre l’evoluzione personale e l’organizzazione pubblica dell’umani-
tà, Marco Lombardo inizia quindi a paragonare l’anima, appena plasma-
ta da Dio, a una fanciulletta che si lascia ingannare da false apparen-
ze di bene che deviano le sue buone intenzioni. Di qui la necessità
delle leggi e dell’autorità, rappresentata dal papa e dall’imperato-
re, che dovrebbero collaborare nelle rispettive sfere per il be-
ne dell’umanità: «due soli» che ne illuminino il cammino. Ma
ora i due soli, sempre in aspro contrasto, si sono spen-
ti a vicenda per sete di potere, e per questo la cristianità è
traviata: colpa particolare del papa che pretende di unire
la spada con il pastorale. A dimostrazione di ciò, Marco Lom-
bardo porta l’esempio della degradazione della terra di Lom-
bardia, dove non sono rimasti che tre vecchi a conservare le
antiche virtù: Corrado da Palazzo, Gherardo da Camino e Gui-
do da Castello. Quindi, avvicinandosi all’uscita dal fumo, bru-
scamente si allontana.

Nella nube di fumo Incontro con Marco La teoria dei


della terza cornice Lombardo due soli

Il vizio dell’ira acceca Il male presente nel mondo Il ruolo deciso da Dio per
la ragione dell’uomo e il libero arbitrio il papa e per l’imperatore

m’andava io per l’aere amaro e «Voi che vivete ogne cagion recate «Soleva Roma, che ’l buon mondo feo,
sozzo, ascoltando il mio duca pur suso al cielo, pur come se tutto due soli aver, che l’una e l’altra strada
movesse seco di necessitate» facean vedere, e del mondo e di Deo»

491
AUDIOLETTURA DEL CANTO

Canto XVI VIDEO: I LUOGHI DELLA NARRAZIONE

1-9 Il buio dell’Inferno e quello di una notte senza


alcuna stella, sotto un cielo spoglio, oscurato quanto
B uio d’inferno e di notte privata
d’ogne pianeto, sotto pover cielo,
più possibile dalle nuvole, non stese mai sulla mia
vista un così fitto velo, come quella nebbia che lì ci 3 quant’esser può di nuvol tenebrata,
avvolse, né così pungente (di così aspro pelo) al non fece al viso mio sì grosso velo
contatto, tanto che gli occhi non riuscirono (non sof-
ferse) a stare aperti; per cui la mia esperta (saputa) come quel fummo ch’ivi ci coperse,
e fedele scorta mi si avvicinò e mi offrì l’appoggio 6 né a sentir di così aspro pelo,
della sua spalla.
che l’occhio stare aperto non soferse;
onde la scorta mia saputa e ida
9 mi s’accostò e l’omero m’oferse.
10-15 Così come un cieco segue la sua guida per Sì come cieco va dietro a sua guida
non smarrirsi e per non urtare in qualche ostacolo per non smarrirsi e per non dar di cozzo
che possa ferirlo, o forse ucciderlo (ancida), io cam-
12 in cosa che ’l molesti, o forse ancida,

1-51 Nell’atmosfera tenebrosa e aspra tà del luogo era superiore a ogni espe- fre a Dante la sua spalla, in modo da po-
della cornice degli iracondi, con i poeti rienza umana. I commentatori antichi terlo guidare lungo il cammino. Il gesto
e i penitenti che avanzano immersi nel hanno rilevato che, ai tempi di Dante, si ripete la funzione iniziale di Virgilio che
fumo spesso e oscuro, si prepara per credeva che l’ira provocasse una sor- accorse per soccorrere Dante, smarrito
contrappasso l’incontro che dovrà illu- ta di ribollimento di sangue intorno al nella selva oscura.
minare l’intera visione politica del poe- cuore. Esso provocava dei vapori bilia- 10. Sì come cieco ... guida: Dante po-
ma, che da questi versi verrà chiamata ri che ottenebravano l’intelligenza. L’o- ne in risalto la funzione di guida attribui-
«teoria dei due soli» e che si fonda su scurità fumosa di questo canto è pro- ta a Virgilio. Il tema anticipa l’immagine
convinzioni di pace e comportamenti di prio l’immagine patologica e morale dei dei due soli, il papa e l’imperatore, dati
mansuetudine. peccatori. da Dio agli uomini come guide del mon-
4. viso: occhi, vista. – sì grosso velo: do. Cfr. vv. 106-108.
2. d’ogne pianeto: la notte era talmente il Landino commenta che nessun pecca- 11. dar di cozzo: cozzare contro qual-
scura, per via del fumo in cui i poeti era- to «induce tanta cecità di mente, quan- che ostacolo. Cfr. If. IX, 97: Che giova ne
no avvolti, che non permetteva di vede- to l’ira». le fata dar di cozzo?
re né la luna né altre stelle. – sotto pover 6. aspro pelo: sono le particelle pun- 13. amaro e sozzo: i due aggettivi so-
cielo: Benvenuto e altri commentato- genti del fumo. Il vocabolo pelo – os- no avvolti da un’aura infernale. Ricordia-
ri antichi intendevano un cielo impoveri- servano molti commentatori moderni – mo la selva oscura (Tant’è amara che po-
to dagli astri luminosi che sono la sua ric- continua la metaforaf del velo, inteso co è più morte) di If. I, 2 e la sozza mistura
chezza. come una stoffa ruvida, che, avvolgen- di If. VI, 100 o il modo de la nona bolgia
3. quant’esser ... tenebrata: è un’ag- do il poeta, lo acceca. sozzo di If. XXVIII, 21.
giunta iperbolica, per dire che l’oscuri- 8-9. la scorta mia ... offerse: Virgilio of- 17. pregar ... per misericordia: Dante ri-

492 Purgatorio Canto XVI


m’andava io per l’aere amaro e sozzo, minavo attraverso quel fumo acre e nero, ascoltan-
ascoltando il mio duca che diceva do Virgilio che continuava a dire: «Stai attento a non
separarti (non sia mozzo) da me».
15 pur: «Guarda che da me tu non sia mozzo».
Io sentia voci, e ciascuna pareva 16-21 Io sentivo delle voci, e ognuna sembrava
che pregasse, per ottenere pace e misericordia,
pregar per pace e per misericordia l’Agnello di Dio, che toglie i peccati dal mondo.
18 l’Agnel di Dio che le peccata leva. Sempre con ‘Agnus Dei ’ cominciavano le loro pre-
Pur ‘Agnus Dei’ eran le loro essordia; ghiere; tutti dicevano le stesse parole e con uguale
intonazione, così che tra loro si rivelava un pieno
una parola in tutte era e un modo, accordo.
21 sì che parea tra esse ogne concordia.
«Quei sono spirti, maestro, ch’i’ odo?», 22-24 Io chiesi: «Maestro, quelli che io odo sono
diss’io. Ed elli a me: «Tu vero apprendi, spiriti?». Ed egli mi rispose: «Hai intuito il vero; si
tratta di anime che stanno purificandosi dal pec-
24 e d’iracundia van solvendo il nodo». cato d’ira».
Or tu chi se’ che ’l nostro fummo fendi, 25-30 «Dunque chi sei tu che squarci il nostro
e di noi parli pur come se tue fumo, e parli di noi proprio come se tu dividessi
ancora il tempo con il calendario (per calendi)?».
27 partissi ancor lo tempo per calendi?». Così fu detto da una voce; per cui il mio maestro
Così per una voce detto fue; disse: «Rispondi e chiedi se da questa parte (quin-
ci) si sale al girone successivo».
onde ’l maestro mio disse: «Rispondi,
30 e domanda se quinci si va sùe».
E io: «O creatura che ti mondi 31-36 E io: «O creatura che ti purghi per ritornare
per tornar bella a colui che ti fece, pura al tuo Creatore, se mi accompagni, udirai cose
che ti meraviglieranno». «Io ti verrò dietro finché mi
33 maraviglia udirai, se mi secondi». è permesso (mi lece)», rispose, «e se il fumo non
«Io ti seguiterò quanto mi lece», permette di vederci, l’udito ci terrà uniti invece della
vista».
rispuose, «e se veder fummo non lascia,
36 l’udir ci terrà giunti in quella vece».
Allora incominciai: «Con quella fascia 37-45 Allora cominciai: «Sto salendo verso la cima

pete le parole dell’Agnus Dei. 25. ’l nostro fummo: il possessivo sot- lio interessa sapere se procedendo verso
18. l’Agnel di Dio: l’Agnello è il simbolo tolinea che la pena è riservata alle ani- destra, come stanno facendo, si raggiun-
per eccellenza di Cristo, che placò «l’ira me purganti di quel girone. – fendi: Ben- ge il «varco», ossia il passo del perdono
inveterata del Padre con il suo sangue» venuto osserva che il verbo è usato da che condurrà alla cornice successiva.
(Benvenuto). – leva: Dante ripete le paro- Dante per sottolineare il passaggio di un 32. colui che ti fece: l’anima, essendo
le dei Vangeli (Gv. 1, 29): Ecce Agnus Dei, corpo nel fumo. Gli spiriti, infatti, non lo creatura di Dio, è nata bella e come tale
ecce qui tollit peccata mundi. fendono. deve ritornare a Lui.
20-21. una parola ... concordia: Dan- 26. e di noi parli: Marco Lombardo evi- 33. se mi secondi: se mi segui, se ti ac-
te sente risuonare nel fumo le voci delle dentemente ha sentito la domanda che compagni a me.
anime dolcemente concordi. Esse han- Dante aveva rivolto a Virgilio al v. 22: Quei 34. quanto mi lece: come si vedrà ai
no superato l’ira mala e nel completo ac- sono spirti, maestro, ch’i’ odo? (vedi Per- vv. 141-144, le anime degli iracondi non
cordo pregano l’Agnello di Dio. In questa sonaggi a p. 496). possono uscire dal fumo che li avvolge.
unità spirituale e corale è evidente il con- 27. partissi ... per calendi?: partissi vie- Quello è l’unico spazio nel quale è lecito
trappasso degli spiriti, che in terra furo- ne dal latino partiri: dividere. Anche ca- a esse di muoversi.
no iracondi. lendi è un latinismo da calendae. La 36. l’udir ... quella vece: l’unione fra
24. d’iracundia: è il termine nel latino teo- «calenda» è il primo giorno del mese se- Dante e lo spirito di Marco Lombardo av-
logico per indicare l’ira. – solvendo il no- condo il calendario romano. Il senso del verrà tramite la voce, poiché non posso-
do: Benvenuto osserva che le anime van- verso è così commentato da Benvenuto: no vedersi per via del fumo.
no liberandosi dal peccato d’ira, che lega «i morti non dividono il tempo, poiché il 37. Con quella fascia: «Ciò è il corpo,
gli uomini come un nodo, privandoli della tempo per loro non trascorre». che fascia l’anima, la qual per morte [...]
loro libertà di discernimento. 30. quinci: in questa direzione. A Virgi- si parte da quello» (Anonimo).

Nella nube di fumo della terza cornice 493


del monte con quel corpo che la morte fa svanire, che la morte dissolve men vo suso,
e sono arrivato qui attraversando i tormenti dell’In-
ferno. E se è vero che Dio mi ha accolto nella sua
39 e venni qui per l’infernale ambascia.
grazia, tanto da volere che io contempli la sua corte E se Dio m’ha in sua grazia rinchiuso,
celeste, in un modo del tutto insolito per i tempi
tanto che vuol ch’i’ veggia la sua corte
moderni, non nascondermi chi fosti prima di morire,
ma dimmelo, e dimmi pure se sono sulla strada 42 per modo tutto fuor del moderno uso,
giusta per il passo (del perdono); e le tue parole non mi celar chi fosti anzi la morte,
saranno le nostre guide (scorte)».
ma dilmi, e dimmi s’i’ vo bene al varco;
45 e tue parole ier le nostre scorte».
46-51 «Fui Lombardo, e di nome Marco; fui esperto «Lombardo fui, e fu’ chiamato Marco;
delle cose del mondo e amai quelle virtù verso le del mondo seppi, e quel valore amai
quali nessuno ora tende più il suo arco. La strada
che stai facendo per salire è quella giusta». Così 48 al quale ha or ciascun disteso l’arco.
rispose, e poi aggiunse: «Ti prego di pregare per Per montar sù dirittamente vai».
me quando sarai in Cielo».
Così rispuose, e soggiunse: «I’ ti prego
51 che per me prieghi quando sù sarai».
52-57 E io gli risposi: «Mi impegno per giuramento E io a lui: «Per fede mi ti lego
di fare quello che mi domandi; ma io scoppio, se non di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio
riesco a liberarmi di un dubbio che mi tormenta. Prima
il mio dubbio era semplice, ma ora è raddoppiato 54 dentro ad un dubbio, s’io non me ne spiego.
per via delle tue parole, le quali mi assicurano, in Prima era scempio, e ora è fatto doppio
questa cornice e nell’altra (quella degli invidiosi e nel
colloquio con Guido del Duca, XIV, vv. 37-66), quel ne la sentenza tua, che mi fa certo

39. per l’infernale ambascia: Dante fa go di origine e poi il nome. Cfr. XIII, 106 sui suoi convincimenti morali e religiosi, e
notare allo spirito di Marco Lombardo e XIV, 13. anzi ne è esplicitamente ispirata. È la «teo-
che ha assistito a pene e angustie supe- 47. del mondo seppi: come Ulisse del ria dei due soli», che a partire dal libero ar-
riori a quelle del Purgatorio. mondo esperto / e de li vizi umani e del bitrio dell’uomo esprime il convincimento
40. rinchiuso: si tratta di una dolce pri- valore (If. XXVI, 98-99). della necessità di due poteri, l’Impero e il
gionia; quella di un particolare amore di 48. al quale ... l’arco: nessuno punta Papato, che agiscano concordi nella gui-
carità che tutto lo avvolge. più le frecce del suo desiderio in direzio- da del popolo cristiano, con reciproci ri-
41. la sua corte: la corte di Dio è il Para- ne della virtù; disteso, significa «arco al- spetti, collaborazioni e autonomie nell’am-
diso. Cfr. If. II, 125. lentato». La metaforaf dell’arco è molto bito spirituale e nell’ambito temporale.
42. per modo ... uso: si tratta di un pri- frequente nel poema.
vilegio inconsueto nei tempi moderni, e 49. Per montar ... vai: Marco, dopo es- 52. Per fede mi ti lego: si tratta della for-
moderno ha qui tutte le connotazioni ne- sersi presentato, risponde subito alla do- mula tipica di un giuramento solenne.
gative degli ultimi canti, dove si mette in manda sollecitata da Virgilio al v. 30 e po- 53. scoppio: l’accenno di Marco a quel
rilievo la degenerazione di un mondo fat- sta da Dante al v. 44. – sù: ripetuto al v. 51, valore, verso il quale nessuno tende più,
to reo (v. 104). allude alla «corte» del Cielo, il Paradiso. stimola il dubbio di Dante, che evidente-
44. dilmi: forma arcaica per «dimmelo». 50-51. I’ ti prego che per me prieghi: ri- mente lo stringeva dal momento in cui
– varco: è il passaggio che conduce alla volgendo questa richiesta a Dante egli è lasciò Guido del Duca (XIV, 37-66).
quarta cornice. Ricordiamo che il Purga- già certo della «bontà» delle preghiere di 54. s’io non me ne spiego: se io non
torio è una cantica pervasa dal tema del- Dante. Solo le preghiere dei buoni pos- me ne libero; se non riesco a districarmi
la dinamicità. Dante non deve mai distrar- sono infatti abbreviare le pene purgato- da questo nodo che mi stringe.
si dal desiderio di procedere verso l’alto. riali, come Dante aveva già affermato nel 55. Prima era scempio: prima erano
45. e tue parole ... scorte: prima ancora III canto (v. 141). solo le parole di Guido del Duca (XIV,
di riconoscere il personaggio, Dante usa 37-39) a far dubitare Dante. Ora, egli
una formula cortese, adatta all’uomo di 52-114 Si articola e si estende in questi le «accoppia» (v. 57) a quelle di Marco
corte in procinto di presentarsi. versi l’esposizione più compiuta dell’inte- Lombardo, il quale ha detto che gli uo-
46. Lombardo fui ... Marco: come sem- ra Commedia sul pensiero politico di Dan- mini non puntano più il loro arco verso la
pre in Dante viene dichiarato prima il luo- te, che ha naturalmente immediati riflessi virtù, ossia non si rivolgono più al bene.

494 Purgatorio Canto XVI


57 qui, e altrove, quello ov’io l’accoppio. fatto a cui io le associo.

Lo mondo è ben così tutto diserto 58-63 Il mondo è proprio del tutto spoglio di ogni
d’ogne virtute, come tu mi sone, virtù, come mi dici chiaramente, ed è ripieno e co-
perto di malvagità; ma ti prego di indicarmene la
60 e di malizia gravido e coverto; causa, in modo che la veda bene e possa rivelarla
ma priego che m’addite la cagione, ad altri; poiché alcuni la attribuiscono agli influssi
degli astri, altri all’umano volere».
sì ch’i’ la veggia e ch’i’ la mostri altrui;
63 ché nel cielo uno, e un qua giù la pone».
Alto sospir, che duolo strinse in «uhi!», 64-72 Prima di rispondermi, emise un sospiro pro-
mise fuor prima; e poi cominciò: «Frate, fondo che, per il dolore, si trasformò in un «uhi!»;
poi cominciò: «Fratello, il mondo è cieco e tu (con
66 lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui. questa domanda) mostri di venire da esso. Voi
Voi che vivete ogne cagion recate che vivete sulla terra, riconducete ogni causa solo
all’influsso degli astri, proprio come se il movimento
pur suso al cielo, pur come se tutto del cielo determinasse necessariamente tutto. Se
69 movesse seco di necessitate. così fosse, sarebbe (fora) annullato in voi il libero
arbitrio, e non sarebbe giusto essere premiati per
Se così fosse, in voi fora distrutto avere bene operato, e puniti per avere commesso
libero arbitrio, e non fora giustizia il male.
72 per ben letizia, e per male aver lutto.
Lo cielo i vostri movimenti inizia; 73-78 Gli astri influiscono sulle tendenze iniziali di
non dico tutti, ma, posto ch’i’ ’l dica, ciascuno; non dico tutte, ma, posto che lo dica, vi
è stata elargita la luce della ragione per discernere
75 lume v’è dato a bene e a malizia, il bene dal male, e la libera volontà; che, anche se

57. qui, e altrove: nel presente girone e sformarsi in un lamento (cfr. v. 36). dalle stelle anche gli atti della volontà. […]
in quello precedente, dove Dante aveva 65. Frate: è un’apostrofef consueta nel L’altro era la tendenza a schiacciare la vo-
incontrato Guido del Duca. Purgatorio. Cfr. IV, 127; XI, 82; XIII, 94. lontà sotto l’idea della predestinazione e
58. ben: proprio, certamente. 66. lo mondo è cieco: è la cecità della della grazia, in base al principio agostinia-
59. come tu mi sone: letteralmente: co- mente, ossia l’ignoranza. – e tu vien ben no della incapacità dell’uomo a compie-
me tu mi suoni, come dici chiaramente. da lui: il dubbio di Dante dimostra che re di per sé il bene. […] Dante qui riven-
60. gravido e coverto: i due aggettivi con egli viene da quel mondo in cui regna l’i- dica, nettamente contro l’invadenza degli
valore di participio sembrano voler sottoli- gnoranza, ossia il mondo dei viventi. influssi stellari, la libertà dell’uomo».
neare come la malizia si sia ormai impos- 67. Voi che vivete: il discorso di Marco 71. libero arbitrio: alla base delle affer-
sessata del mondo, gonfio di essa interna- si articola in tre parti. Nella prima, che co- mazioni di Marco Lombardo sul libero ar-
mente e da essa esternamente sommerso. mincia con queste parole, viene esposta bitrio stanno alcuni passi di s. Tommaso
63. ché nel cielo uno: qualcuno l’attri- la teoria del libero arbitrio. Nella seconda d’Aquino, dalla Summa theologiae e dal-
buisce alla malefica influenza delle stel- (vv. 82-112), egli spiega che a guidare gli la Summa contra gentiles e il De conso-
le. Nel pensiero scolastico medievale la uomini nella vita terrena ci sono l’impera- latione philosophiae di Boezio (V, pr. 3).
dottrina dell’influsso degli astri sull’indo- tore e le leggi. Nella terza (vv. 113-129), 73. Lo cielo ... inizia: la questione era sta-
le umana ha carattere di verità scienti- egli porta l’esempio della decadenza ta posta in più luoghi della sua opera da
fica. – e un qua giù la pone: qualcun nell’Italia settentrionale, dove solo tre vec- s. Tommaso il quale nella Summa theol.
altro, invece, attribuisce la malvagità al- chi rappresentano ancora l’antica virtù. (II-II, q. 95, a. 5) scrive: «i corpi celesti
la volontà degli uomini. Marco Lombar- 67-68. ogne cagion ... cielo: anche non possono essere la causa delle azio-
do ha detto che gli uomini non puntano nell’Epistola ai Cardinali italiani, Dante con- ni volute dal libero arbitrio; tuttavia pos-
più l’arco verso la virtù, ossia non si rivol- danna la fede cieca negli astrologi (XI, 3). sono esser la causa di una disposizione
gono più al bene. Questa frase scatena il 68-69. pur come ... necessitate: come a compiere queste azioni, [...] ma con-
dubbio di Dante, che la ricollega a quan- afferma il Valli (1935, p. 431) l’idea della li- tro l’influsso dei corpi celesti l’uomo può
to aveva detto Guido del Duca. bertà dell’arbitrio era minacciata nel Me- agire per mezzo della sua ragione».
64. Alto sospir ... «uhi!»: il sospiro dioevo da due grandi pericoli. «L’uno ve- 74. posto ch’: ammesso e non concesso.
emesso da Marco Lombardo è propor- niva dall’astrologia che […] rischiava ogni 75. lume: la luce del discernimento ra-
zionale al dolore, che fu così forte da tra- tanto di far dipendere completamente zionale, ossia la ragione.

Incontro con Marco Lombardo 495


incontra difficoltà nelle prime lotte con le influenze e libero voler; che, se fatica
astrali, alla fine vince ogni contrasto, se è ben ali-
mentata.
ne le prime battaglie col ciel dura,
78 poi vince tutto, se ben si notrica.
79-84 Voi dipendete, come esseri liberi, da una A maggior forza e a miglior natura
forza maggiore e una natura migliore; ed è quella liberi soggiacete; e quella cria
che ha creato in voi l’anima intellettiva, che non è
governata dall’influsso dei cieli. Perciò, se l’attuale 81 la mente in voi, che ’l ciel non ha in sua cura.
società è traviata, la causa è in voi, in voi va ricerca- Però, se ’l mondo presente disvia,
ta; io stesso te ne darò ora una vera informazione.
in voi è la cagione, in voi si cheggia;
84 e io te ne sarò or vera spia.
85-90 L’anima esce dalle mani di Dio, che l’ama (la Esce di mano a lui che la vagheggia
vagheggia) prima ancora che sia creata, come una prima che sia, a guisa di fanciulla
fanciullina che piange e ride puerilmente, semplice
e ingenua, ancora ignara di ogni cosa, tranne che, 87 che piangendo e ridendo pargoleggia,
creata da Dio, somma letizia, si volge a ciò che le l’anima semplicetta che sa nulla,
arreca diletto (la trastulla).
salvo che, mossa da lieto fattore,
90 volontier torna a ciò che la trastulla.
91-96 Inizialmente sente il gusto dei piccoli piaceri; Di picciol bene in pria sente sapore;
qui s’inganna, e corre dietro a essi, a meno che una quivi s’inganna, e dietro ad esso corre,
guida o un freno non raddrizzino la sua naturale
tendenza. Perciò fu necessario imporre la legge
93 se guida o fren non torce suo amore.

76. libero voler: il libero arbitrio, senza 80. cria: forma frequente nell’italiano an- auriga Fetonte, è detto più volte nelle Epi-
il quale l’uomo sarebbe privo di qualsia- tico, che significa «crea». stole (VI, 1; XI, 4 e 11).
si personalità e dignità. Il libero voler ren- 81. che ’l ciel ... cura: il discorso mette 84. vera spia: vero investigatore e infor-
de l’uomo capace di vincere le cattive in- in evidenza due forze: quella dell’impulso matore, come suggerisce l’etimologia
clinazioni, come Dante scrive anche nel verso il bene e quella inferiore e deviante del vocabolo, dalla radice indoeuropea
Monarchia (I, 12, 2-4), degli influssi celesti. «spek», la stessa di «specchio».
79. A maggior ... miglior natura: quella 82. disvia: esce dalla strada giusta. 85. Esce di mano a lui: l’anima razionale
che viene direttamente da Dio. «Esorbitare» dalla retta via, come il falso è creata direttamente da Dio. Il riferimen-
to è biblico, alle prime pagine del Genesi,
quelle della Creazione.
85-86. la vagheggia prima che sia: il
Personaggi pensiero di Dio è eterno, quindi si com-
piace e ama la sua creatura prima anco-
ra di crearla.
Marco Lombardo 86-87. a guisa ... pargoleggia: in origine
Poche e incerte sono le notizie su questo personaggio l’anima, essendo solo istinto, si compor-
che i primi commentatori sono concordi nel conside- ta in modo innocente. Anche il suo riso e
rare veneziano, anche se discordano nella spiegazione il suo pianto non sono guidati dalla ragio-
del termine «Lombardo». Alcuni lo fanno appartenere al- ne, per cui appaiono immotivati.
la nobile casata dei Lombardi di Venezia; altri affermano 88. che sa nulla: «in principio è come
che avesse risieduto a lungo a Parigi e che il nome signi- una tavola rasa, in cui niente è scritto»
icasse semplicemente «Marco l’italiano»; altri ancora ri- (s. Tommaso, Summa theol. I, q. 79, a. 2).
tengono che avesse il soprannome di Lombardo perché 91. Di picciol bene: lo stesso concetto è
frequentava molto le corti dei signori lombardi. nel Convivio (IV, 12, 15): «E perché la sua
Protagonista di un racconto del Novellino, dove si esibi- conoscenza prima è imperfetta, per non
sce in una arguta e iera risposta, è ricordato anche nel- essere esperta né dottrinata, piccioli beni
la Cronica del Villani, ospite alla corte di Ugolino della le paiono grandi, e però da quelli comin-
Gherardesca. Visse quindi probabilmente nella secon- cia prima a desiderare».
da metà del secolo XIII. 93. guida o fren: la guida dell’imperatore
e il freno delle leggi.

496 Purgatorio Canto XVI


Onde convenne legge per fren porre; come freno; di qui la necessità di avere un sovrano,
che, della vera città, fosse in grado di discernere
convenne rege aver, che discernesse almeno la torre più alta.
96 de la vera cittade almen la torre.
Le leggi son, ma chi pon mano ad esse? 97-102 Le leggi ci sono, ma chi le fa rispettare? Nes-
Nullo, però che ’l pastor che procede, suno, perché il papa, che come un pastore guida il
gregge dei fedeli, sa ruminare, ma non ha lo zoccolo
99 rugumar può, ma non ha l’unghie fesse; bipartito (nei libri di Mosè erano i requisiti di purezza
per che la gente, che sua guida vede degli animali commestibili); perciò l’umanità, che
vede la sua guida spirituale mirare (fedire) a quei
pur a quel ben fedire ond’ella è ghiotta, beni mondani di cui essa stessa è avida, si sazia di
102 di quel si pasce, e più oltre non chiede. questi, senza cercare altro.
Ben puoi veder che la mala condotta 103-105 Puoi ora comprendere chiaramente che il
è la cagion che ’l mondo ha fatto reo, malgoverno è la causa che ha reso malvagi gli uo-
mini, e non la natura umana guastata (dagli influssi
105 e non natura che ’n voi sia corrotta. celesti).
Soleva Roma, che ’l buon mondo feo, 106-114 Roma, che un tempo ordinò il mondo, era
due soli aver, che l’una e l’altra strada solita avere due soli, che indicavano le due strade,
della felicità temporale e della beatitudine celeste.
108 facean vedere, e del mondo e di Deo. Ma uno ha spento l’altro; e la spada imperiale è
L’un altro ha spento; ed è giunta la spada stata unita con il pastorale religioso, e i due poteri
riuniti a viva forza procedono fatalmente in modo
col pasturale, e l’un con l’altro insieme negativo; poiché, riuniti nella stessa persona, non
111 per viva forza mal convien che vada; si temono più l’un l’altro: se non mi credi, considera

94. convenne ... porre: le leggi, codifi- gli animali ruminanti simboleggiavano i dea abbastanza diffusa nel Medioevo. I
cate da Giustiniano. Cfr. VI, 88-89: Che val beni spirituali, quelli dallo zoccolo taglia- valdesi, per esempio, erano così convin-
perché ti racconciasse il freno / Iustinïano, to in due i beni materiali. (s. Tommaso, ti che la corruzione dipendesse dall’ac-
se la sella è vòta? e Pd. VI, 10-12. Summa theol. I-II, q. 102, a. 6 – l’unghie cettazione da parte della Chiesa dei beni
95. convenne rege aver: un’autorità su- fesse: lo zoccolo diviso. Qui si allude al- temporali, che arrestavano l’elenco dei
prema che amministrasse la giustizia. «E la legge di Mosè, che vietava l’uso della pontefici a Silvestro, che ricevette il do-
così chi a questo officio è posto è chia- carne degli animali non ruminanti e sen- no di Costantino.
mato Imperatore» (Cv. IV, 4, 7). za le «unghie fesse». La metaforaf dan- 106. Soleva Roma: per Dante Roma
96. la vera cittade: la città di Dio. – la tesca deriva dall’interpretazione tomi- rappresenta il modello di pace e di giusti-
torre: la parte più evidente di questa cit- stica dei testi biblici (Lv. 11, 3-8; Dt. 14, zia universale, raggiunto soprattutto sotto
tà, visibile da lontano; «è la guardia e di- 7-8). Le «unghie fesse» rappresentano il regno di Augusto. La monarchia di que-
fensione, che è la iustizia in generale» allegoricamente la distinzione fra i due sta città è la prima in assoluto, perché trae
(Buti). Testamenti, o le due nature di Cristo, ma origine dal nobilissimo Enea. Dopo di lui,
97. ma ... ad esse?: le leggi sono vi- molto più probabilmente il bene e il ma- le ottime leggi e la costituzione della mo-
ste come briglie, ma manca il cavaliere le. Secondo Pietro di Dante e Benvenu- narchia universale prepararono all’avven-
che sappia tenerle in mano. L’imperato- to, qui l’allusione è da intendere come to del cristianesimo, come Dante afferma
re, come appare evidente nelle Epistole, l’incapacità di discernere e dividere be- nel Monarchia, nell’Epistola XI ai Cardinali
non è solo colui che viene a ristabilire il ni temporali e beni spirituali. italiani e soprattutto in Cv. IV, 5, 4-9.
diritto, ma è colui che scende a raddriz- 101. fedire: dal latino ferire, nel senso di 107. due soli: sono i due poteri, le due
zare i torti, a manifestare la giustizia e la colpire, mirare a. autorità guida dell’umanità. Sia nel Monar-
misericordia di Dio. 103. la mala condotta: il pontefice ha chia (III, 4, 2-3) sia nell’Epistola XI, 21, Dan-
98. Nullo: la vacanza imperiale lascia col- sbagliato strada (il disvia del v. 82), co- te parla, ripetendo l’immagine biblica del
pevolmente spazio alla supplenza del tem- me Dante dice nell’Epistola ai Cardinali Genesi (1, 16), dei «duo luminaria»: il sole
poralismo ecclesiastico. Come Dante scris- italiani: «siete usciti di strada non diver- (il Papato) e la luna (l’Impero). Dante usa
se nel Convivio (IV, 2, 6), l’Italia restò senza samente dal falso auriga Fetonte, e voi i due termini come distinzione dei poteri e
guida alla morte di Federico II, nel 1250. cui spettava illuminare il gregge che vi non come derivazione di un potere dall’al-
99. rugumar: conosce cioè i testi religio- seguiva per gli intrichi di questo pellegri- tro. La luna riceve dal sole la «dignità» del
si, la scienza teologica, ma non sa se- naggio, lo avete trascinato insieme con compito e non l’autorità. Si tratta, quindi,
parare gli interessi spirituali da quelli ma- voi nell’abisso» (XI, 4). di due astri di pari grandezza.
teriali. Secondo i filosofi della Scolastica, 104. è la cagion ... reo: questa era un’i- 109-111. L’un altro ... vada: le parole

La teoria dei due soli 497


i frutti, poiché ogni pianta si riconosce dalla qualità però che, giunti, l’un l’altro non teme:
del seme.
se non mi credi, pon mente a la spiga,
114 ch’ogn’erba si conosce per lo seme.
115-120 Nella regione irrigata dal Po e dall’Adige In sul paese ch’Adice e Po riga,
(Lombardia), era facile trovare virtù morali e libe- solea valore e cortesia trovarsi,
ralità, prima che Federico II entrasse in contrasto
con il Papato; ora può passare con sicurezza di 117 prima che Federigo avesse briga;
lì chiunque tralasci, per vergogna (delle proprie or può sicuramente indi passarsi
azioni), di parlare o di avvicinarsi a persone oneste.
per qualunque lasciasse, per vergogna,
120 di ragionar coi buoni o d’appressarsi.
121-126 Veramente ci sono ancora tre vecchi in Ben v’èn tre vecchi ancora in cui rampogna
cui gli antichi usi di valore e cortesia sono un rim- l’antica età la nova, e par lor tardo
provero per la nuova età, e non vedono l’ora che
Dio li destini a miglior vita: Corrado da Palazzo, il 123 che Dio a miglior vita li ripogna:
buon Gherardo e Guido da Castello, che è meglio Currado da Palazzo e ’l buon Gherardo
noto col soprannome, foggiato alla francese, di
Lombardo schietto e leale. e Guido da Castel, che mei si noma,
126 francescamente, il semplice Lombardo.
127-129 Puoi ormai dire che la Chiesa di Roma, per Dì oggimai che la Chiesa di Roma,
volere unire in sé i due poteri, cade nel fango, e in- per confondere in sé due reggimenti,

di Marco si riferiscono a un fatto storico. richiamano ai tempi passati, si dimostra- sarsi per qualunque: la regione può
Dopo la morte di Federico II (1250), in- no le gravi conseguenze del traviamen- essere attraversata da chiunque.
fatti, l’Impero restò a lungo vacante, poi- to e tradimento delle provvidenziale indi- 121. èn: enno = sono. Il plurale del ver-
ché nessun re germanico fu incorona- cazioni della “teoria dei due soli”. bo essere è formato sul singolare.
to imperatore fino alla discesa di Arrigo 124. Currado da Palazzo: discenden-
VII di Lussemburgo, eletto re dei Roma- 115. In sul paese ... riga: i due fiumi rap- te di un’antica famiglia di Brescia, fu
ni in Francoforte il 27 novembre 1308 e presentano i confini della regione che al di parte guelfa e vicario di Carlo d’An-
coronato nel gennaio dell’anno seguen- tempo di Dante era chiamata Lombardia giò nel 1276 a Firenze. Egli fu podestà
te in Aquisgrana. Nel 1298, Bonifacio VIII e che comprendeva anche la Marca Tre- di Piacenza nel 1288. Il Lana lo descrive
aveva contestato la validità dell’elezio- vigiana. I tre vecchi citati ai vv. 121-126 come «cortese e curiale persona e pie-
ne a imperatore di Alberto d’Asburgo e sono infatti rispettivamente di Brescia, no d’omne nobelità». – e ’l buon Ghe-
si era autoproclamato vicario imperiale. Treviso e Reggio Emilia. – riga: dipende, rardo: nacque nel 1240 circa e fu figlio
(L’un si riferisce al papa, ’altro all’impe- anche se nella forma singolare, dal no- di Biaquino da Camino e India di Cam-
ratore). – è giunta la spada col pastu- me dei due fiumi e significa letteralmen- posampiero. Fu un cittadino di Padova,
rale: secondo l’Ottimo, il papa Bonifacio te «irriga». capitano di Belluno e di Feltre, divenne
VIII, «si coronò e cinse la spada e fecesi 116. valore e cortesia: sono le qualità poi capitano generale e signore di Tre-
egli stesso imperatore». proprie dei cavalieri: il «valore» è una vir- viso dal 1283 fino alla morte avvenuta
112. però che ... non teme: i due poteri tù militare; la «cortesia» è, invece, la libe- nel 1306. Gli succedette il figlio Rizzar-
non si controllano più vicendevolmente. ralità espressa nella vita civile. do (cfr. Pd. IX, 50-51). Il nome di Gherar-
113. pon mente a la spiga: il frutto, il ri- 117. prima che Federigo avesse bri- do fu molto popolare in Toscana e Dante
sultato delle loro opere. Cfr. Mt. 7, 16 e ga: Dante allude al contrasto tra Federi- lo elogia anche nel Convivio (IV, 14, 12),
Lc. 6, 43-44. co II di Svevia e la Chiesa, che fu l’origine malgrado la sua ostilità per l’imperatore
delle guerre fra le città guelfe e ghibelline e l’appoggio in denaro concesso a Cor-
115-145 L’ultima parte del discorso di dell’alta Italia. so Donati.
Marco Lombardo sposta l’attenzione 118-120. or può ... d’appressarsi: «ogni 125. Guido da Castel: gentiluomo di
dalla visione generale e teorica sulla re- malvagio uomo ci vada pur francamen- Reggio Emilia, nacque nel 1235 e vis-
altà politica del mondo alla situazione te; non troverà persona davanti a cui ab- se fino al 1315. Fu elogiato da Dante
concreta della Lombardia e della Marca bia da arrossire» (Casini-Barbi). O forse nel Convivio (IV, 16, 6) per la sua nobiltà.
Trevigiana, familiare all’esperienza con- – scrive il Landino – poiché lui ha fatto L’Ottimo esalta soprattutto la sua liberali-
creta dello spirito. Nel degrado di questi menzione della liberalità, può significare tà: «a molti diede, sanza speranza di me-
territori e nella corruzione dei suoi abi- che ora non vi è più alcuno cortese e «si rito, cavalli, armi, denari...».
tanti e signori, con rare eccezioni che si può passare indi sicuramente». – pas- 126. francescamente ... Lombardo:

498 Purgatorio Canto XVI


129 cade nel fango, e sé brutta e la soma». sudicia il suo compito e quello che si è addossato».

«O Marco mio», diss’io, «bene argomenti; 130-135 «O Marco mio», dissi io, «tu parli con
e or discerno perché dal retaggio saggezza; e ora capisco chiaramente perché i sa-
cerdoti della tribù dei Leviti furono esclusi dal diritto
132 li igli di Levì furono essenti. di trasmissione ereditaria dei loro beni (retaggio).
Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio Ma chi è quel Gherardo che dici essere rimasto
come modello della generazione passata (spen