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I C ir e n a ic i

LA FILOSOFIA
DEL PIACERE
I frammenti e le testimonianze
sulla scuola socratica più radicale
del mondo antico
a cura di
Matteo Giovanni Brega

MIMESIS
INDICE

N ota introduttiva
di Matteo Giovanni Brega p. VII

F ruizione , criterio , piacere :


LA PERSISTENZA DEI TEMI CIRENAICI
NELL’ESTETICA POSTMODERNA
di Matteo Giovanni Brega p. IX

I C irenaici
LA FILOSOFIA DEL PIACERE

I. A ristippo di C irene P· 172


a. Vita, opere, discepoli P· 172
b. Dottrine della scuola cirenaica P- 286
c. Imitazioni P· 352
d. Appendice. Passi di incerto
riferimento ad Aristippo P- 364

IL A rete e A ristippo M etrodidatta P- 432

III. A ntipatro C irenaico P· 436

IV. P arebatf, C irenaico P· 438


© 2010 - M imesis E dizioni (Milano - Udine) V. A ristotele C irenaico
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P- 440
Via Risorgimento. 33 - 20099 Sesto San Giovanni (MI)
Telefono e fax: +39 02 89403935 VI. E gesia e seguaci P· 444
E-mail: mimesised®fiscali. it
Via Chiarnparis, 94 - 33013 Gemona del Friuli (UD) VII. A nniceri e seguaci P· 450
E-mail: info. mim@mim-c. net
VII

Vili. T eodoro e seguaci p. 454 NOTA INTRODUTTIVA


a. Testimonianze p. 454
b. Imitazioni p. 483

I ndici p. 485
Indice delle fonti p. 487
Indice dei nomi p. 505

Il presente volume riproduce in copia anastatica Γ antologia dei testi


cirenaici curata nel 1958 da Gabriele Giannantoni nell’ambito delle
pubblicazioni dell’Istituto di Filosofia dell’Università di Roma. L’in­
tenzione è duplice: da una parte salvaguardare il magistrale e meti­
coloso lavoro svolto a suo tempo sugli originali greci rispettandone
la catalogazione e i riferimenti, dall’altra offrire ad un pubblico com­
posto non soltanto da filologi o da storici della filosofia una serie di
fonti altrimenti introvabili o di difficile reperibilità. Con la speranza
che il contatto diretto con i testi antichi originali possa rappresentare
un’occasione per approfondire la ricerca nelle più varie e stimolanti
direzioni.

m.g.b.
IX

M atteo G iovanni B rega

FRUIZIONE, CRITERIO, PIACERE:


LA PERSISTENZA DEI TEMI CIRENAICI
NELL’ESTETICA POSTMODERNA

‘Έχω, αλλ’ουκ έχομαι

1. L ’e d o n is m o n e l l ’a n ti c h it à

1 .1 .// r a p p o r t o c o n le f o n t i

Considerando le descrizioni che i manuali di storia della filosofia


danno della cosiddetta “Scuola cirenaica” appare frequente il ricorso
al concetto di edonismo per connotare una scuola socratica che, stan­
do ad una rigorosa lettura delle fonti, si manifesta più come fenome­
nologia del platonismo che come una tradizione autonoma. La prima
considerazione tassonomica da fare consiste in una corretta gerarchiz-
zazione degli argomenti contenuti negli scritti di Aristippo, Aristotele
Cirenaico, Egesia, Teodoro ed altri, e, successivamZente, delle que­
stioni ermeneutiche inerenti questi stessi argomenti presenti in testi
paragonabili quali i testi platonici, in Sesto Empirico e nelle varie
fonti di commento. Così procedendo appare centrale fin da principio
la questione del μισθός e la più o meno esplicita appartenenza dei
“cosiddetti Cirenaici” alla Scuola sofista, soprattutto perché accanto
a tale questione si pongono le implicazioni etiche inerenti le modalità
esistenziali - più sovente sottoforma esemplare che teoretica - e solo
in un secondo momento emergono, indirettamente, le altre tematiche
filosofiche, segnatamente quelle riconducibili all'impostazione teori­
ca del cosiddetto edonismo. Un edonismo, quindi, relativo alle facoltà
materiali prima che a quelle spirituali, una ηδονή primariamente atti­
nènte alle condizioni di vita e non alla fruizione puntuale di un piacere
intellettuale. Ecco dunque chiariti i numerosi e non sempre univoci
riferimenti al “tipo umano'' Aristippo - a volte addirittura al simbolo
Aristippo - ancorché verosimilmente inerenti a Epicuro o a tratti edo-
Matteo G. Brega - Fruizione, criterio, piacere XI
X I Cirenaici

nisti dello stesso Stoicismo, spesso in tono marcatamente morale se utile ribadire il noto apprezzamento che Orazio1espresse nei confronti
non in alcuni casi moralistico. di quell’Aristippo-simbolo che polarizzava gli strali sia di coloro che si
Stando alle fonti, la legge principale dell’edonismo aristippeo con­ ritenevano custodi di un’etica virile, sia di coloro che scorgevano nella
sisterebbe in una sorta di commisurazione tra sentimento tragico della libertà cirenaica un pericolo di tipo prettamente sociale, a maggior ra­
vita, materialismo e buonsenso; si può così definire “vita” la somma delle gione insidioso in quanto riscuotente successo, come testimoniato dallo
esperienze che possono essere genericamente fruite con un esito felice. stesso Diogene Laerzio. E sarà Plutarco12ad indicare in Ulisse il modello
Da ciò deriva che le esperienze riconducibili alla felicità ma gravate da dichiarato di Aristippo: tufi’altro che un esempio di sfrenatezza o molli
conseguenze, anche non immediate, implicanti esiti non felici, siano da costumi, semmai il simbolo mitico del razionalismo di cui parla Dodds3
rigettare all’interno di una sorta di “bilancio edonistico” razionalmente in termini di “esito religioso” .
considerato, in analogia a quello che gli autori scolastici definiranno L’importanza conferita alla cultura, al sapere, alla formazione del
“foro interno” . Pur non sviluppandosi in ciò che potremmo paragonare singolo individuo, a quella παιδεία per il trasferimento della quale
all’“algebra morale” dell’Utilitarismo, tale impostazione rimane, alme­ Aristippo si faceva pagare con scandalo, rientrava nel complesso del­
no in Aristippo e nel periodo più antico della Scuola, una norma astrat­ le conoscenze che l’individuo doveva apprendere per dominare a sua
ta di problematica applicazione metodologica; una sorta di “precetto volta le circostanze della vita e non, come nella tradizione socratica,
sapienziale” da tener sempre presente nei casi della vita. Si coglie una per fini teoretici di derivazione eudemonistica. Non vi è sapere se non
tendenza individualistica che predica la perpetuazione dei piaceri come quello utile e non si danno concetti se non legati ad esperienze di piace­
bene sommo anche a scapito dei piaceri immediati e che riconosce la re: tali constatazioni comportano implicazioni con il principio secondo
superiorità della natura sulle leggi umane così spesso dettate da neces­ il quale nulla risiede nell’intelletto se non prima transitato per i sensi.
sità convenzionali, sociali, accidentali o, comunque, non legate al bene Nel caso dei Cirenaici non bastano i sensi per fare un dato, è necessario
supremo della felicità individuale da perseguirsi, come emerge anche che i sensi siano impressionati positivamente per conferire all’esperito
nel Fedone, in sé e non in chiave strumentale o come derivato di lotte il segno positivo che lo renda degno di essere trattenuto. Un princi­
per il conseguimento di posizioni di potere, a loro volta fonti di incom­ pio plausibile per ciò che attiene l’etica ma molto più controverso se
benze negative agli occhi del sapiente cirenaico. Si tratta insomma di considerato dal punto di vista estetico: bisognerà concludere che non
un dogma comportamentale che potrebbe evidenziare una provenienza si dà sensazione se non sensazione piacevole? Come regolare dunque
vetero-aristocratica ed una visione esistenziale sostanzialmente attiva e i rapporti tra dato piacevole e dato sgradevole in riferimento a quella
dotata di reale possibilità di incidenza su di un destino non totalmente sottospecie di ambito etico nel quale gli antichi collocavano quella che
preordinato, seppur nei limiti del concetto antico di τύχη. Per altri versi i moderni chiamano l’“esperienza estetica”?
è possibile ipotizzare un’interpretazione ascetica che pone la questione La preminenza del principio d’immediatezza - così potremmo defi­
del dominio di sé e dei propri desideri in funzione del raggiungimento nire l’edonismo dei Cirenaici - rappresenta al contempo un elemento
della maggior quantità di piacere quale possibile leitmotiv del pensiero distante e vicino all’estetica postmoderna. Distante perché, come già
cirenaico in generale. Se vogliamo scorgere elementi di interesse che detto, tale presupposto non può essere legittimamente compreso se non
vadano al di là del generale biasimo che l’antichità prima platonica e all’interno di una visione che concede all’etica il ruolo teoretico prima­
poi platonico-cristiana attribuì alla figura di Aristippo possiamo cercare rio; vicino perché riafferma la ricerca di una sorta di αρχή, non tanto
di isolare non soltanto la controversa questione dei rapporti tra edoni­ gnoseologica quanto operativa e metodologica, nella quale possiamo
smo ed Epicureismo ma gli elementi di “temperanza stoica” presenti in
molti tratti dell’insegnamento dei Cirenaici. Oltre, naturalmente, all’al­
tra complessa questione rappresentata dai rapporti tra gnoseologia scet­ 1 Orazio, Epist., I, 17, 23 e seg. (IA 88)
2 Plutarco, De vit. Etpoes. Hom., II, 150 (I A 134)
tica e attinenze cirenaiche che si vedrà in seguito. A tal proposito sarà 3 Cfr. Eric R. Dodds, I Greci e l ’irrazionale, Rizzoli, 2009 pagg. 229-259
I Cirenaici Matteo G. Brega - Fruizione, criterio, piacere XIII
XII

scorgere i prodromi di molte problematiche inerenti sia l’etica che la sua tensione verso le istanze fondative. In senso moderno si potrebbe
l’estetica postmoderne. Quest’ultimo elemento appare suggestivo, so­ sostenere che la spontaneità di cui parlano i Cirenaici gode della carat­
prattutto per ciò che attiene la figura di Aristippo, se posto in relazione teristica dell’idea chiara e distinta cartesiana se è vero che essa appare a
alla ricca raccolta di aneddoti e descrizioni di vita quotidiana che inte­ tutti gli esseri viventi - anche agli animali, sottolinea Aristippo - come
ressano la sua figura: in essi si staglia con chiarezza quasi tipologica il il fondamento comportamentale della tensione verso il piacere e come
tratto del gaudente colto, brillante e saggio in una sorta di prefigura­ base immediata delle decisioni. Secondo Diogene Laerzio5 afl’intemo
zione del tipo eterno del dandy che, attraverso i secoli, è giunto sino al di questo edonismo non vi sarebbe posto non solo per alcuna riven­
nostro Novecento influenzando in maniera così netta l’estetica contem­ dicazione di autonomia etica, ma nemmeno per qualsivoglia tipo di
poranea. In certi momenti ci pare di sentire riecheggiare le questioni fondazione estetica se è vero che le fonti sono abbastanza concordi
puramente metodiche e quantitative poste in relazione alla vita dei per­ nel riconoscere nelle posizioni estetiche cirenaiche un sostanziale con­
sonaggi di Huysmans o di Wilde, quando scorgiamo che la questione, venzionalismo. Anche il giudizio estetico, infatti, rientrerebbe in quel
nelle posizioni cirenaiche, non consiste mai nel semplice “raggiungi­ “bilancio” che il filosofo deve elaborare, in autonomia e nella piena
mento del piacere” quanto nella capacità di valutare, di considerare, di indipendenza individuale, per valutare l’essenza delle cose in funzione
“fare bilancio” , di prevedere, di prospettare gli atti e le circostanze che della loro capacità intrinseca di conferire piacere o dolore in relazione
assicureranno il “massimo di felicità al massimo grado”4. anche alla durata ed alla stabilità di tale sentimento. Anche se, come si
La preminenza del concetto di felicità all’intemo del sistema edoni­ vedrà in seguito, la puntualità del piacere - la cosiddetta μονόχρονος
stico cirenaico ha come principale effetto quello di escludere dall’am­ 'ηδονή - rimane elemento privilegiato di giudizio, la distinzione che
bito d ’indagine genuinamente filosofica la metafisica, la fisica e la lo­ i Cirenaici operavano alLinterno delle due categorie fondamentali di
gica in quanto discipline non in grado di dare indicazioni in ordine piacere e dolore era, in linea con l’impostazione physiologistica antica,
al corretto vivere e, come tali, di minore importanza. Questo tipo di di “movimento leggero” per il piacere e di “movimento veloce” per il
posizione indica una precisa presa di distanza dalla Scuola socratica dolore. In ciò si nota, sullo sfondo, un portato della polemica antiepi-
classica e sottolinea, al contempo, un’impostazione che abbiamo già curea sul piacere come “assenza di modificazioni” ed una conseguente
avuto modo di definire come “concentrata sull’esistenza”. Inoltre la necessità, sottolineata dalle posizioni di Anniceri, di dare un contenuto
dottrina del piacere come “sommo bene” fa propendere molti - uno su positivo al dato fondamentale del piacere individuando ηβΙΓαπονία
tutti lo stesso Cicerone - ad indulgere all’accostamento tra Epicurei­ epicurea uno stato assimilabile al sonno o alla morte e, in quanto tale,
smo e filosofia cirenaica sottolineando ancora una volta le attinenze tra non riconducibile ad alcuna connotazione edonistica in senso proprio.
approccio morale dei primi con quello dei secondi. Anche in questo caso pare interessante sottolineare la modernità di una
Nel prendere in esame i singoli frammenti possiamo rintracciare tensione quasi positivistica nei confronti della circoscrizione di un dato
nella considerazione sulla spontaneità relativa alla ricerca del piacere sensitivo, in antitesti all’impostazione genuinamente antica di Epicuro
l’argomento principe di tutto l’edonismo cirenaico. Il ricorso, di rile­ e, in generale, del concetto di connotato come “assenza di” .
vanza centrale per tutta la struttura filosofica cirenaica, ad un principio L’esigenza di assimilare il fine della vita all’ottenimento del piacere
eterogeneo per giustificare una posizione di tipo etico - intendendo con e non al conseguimento della felicità non nasconde alcuna presunta su­
ciò il senso ampio che il concetto di “etica” ricopriva nell’antichità - periorità del primo sulla seconda; al contrario appare ancora una volta
appare come una scelta estremamente interessante, quasi moderna per come una norma metodologica in ordine alla funzionalità del consegui­
mento della felicità stessa. Essendo quest’ultima la somma dei piaceri
singoli (puntuali), il conseguimento parcellizzato di questi condurrà in
4 Si deve inoltre ad Aristippo la massima “Habere non haberi”, assurta
molti secoli dopo a motto del dandy nei panni dannunziani, wildeiani o
huysmansiani. 5 Diogene Laerzio, II, 93 (I B 1)
XIV I Cirenaici Matteo G. Brega - Fruizione, criterio, piacere XV

maniera diretta alla felicità in senso ampio. Ancora una volta si noti un punto di quell’equilibrio ritenuto condizione imprescindibile per
come l’impostazione antintellettualistica e di probabile derivazione la manifestazione del bello. La poliedricità del bello presuppone in
sofista della Scuola cirenaica privilegi le prescrizioni di tipo metodo- un certo senso un’istanza autonoma che può consentire al giudizio
logico ai pronunciamenti teoretici ed alla conseguente impostazione di articolarsi all’interno dell’“umanamente dicibile” ed è principal­
speculativa tipica delle grandi scuole dell’antichità. Singolare appare, mente alla ricerca di quest’istanza che si muove l’estetica sofista.
tuttavia, la considerazione che la ragione gode all’intemo della facoltà È lo stesso Gorgia a evidenziare come la bellezza relegata alla di­
giudicante circa i piaceri da evitare (quelli che conducono a dolori) mensione del mito rappresenti in un certo senso soltanto una parte
e quelli da perseguire (quelli che prevalgono sul resto): è di Plutar­ della totalità che è il bello; alla poesia tragica ed alla tragedia attica
co6 l’indicazione secondo la quale per i Cirenaici sia precipuamente si deve invece il decisivo merito di aver formalizzato ed esplicitato i
all’intemo del giudizio estetico che occorra privilegiare la ragione nei dissidi dell’esistenza. Gorgia intuì la problematicità di questa ambi­
confronti dei sensi, evidenziando, ancora una volta, una modernissima valenza e nelVEncomio di Elena essa emerge con gli accenti di una
componente antinaturalistica nei confronti dell’arte la quale, essendo vera e propria meditazione estetica. Nello stesso testo tra le motiva­
compiuta nella misura in cui la sua adeguatezza formale comunichi zioni elencate a difesa della figura di Elena, si scorge un elemento
piacere, deve essere considerata, nelle sue componenti sensitive nucle­ antintellettualista che può a buon diritto prefigurare un’attinenza con
ari, alla luce del giudizio dianoetico preposto alla valutazione dei cor­ Aristippo: il λόγος, nel momento in cui viene utilizzato come stru­
retti rapporti tra componenti diverse. Ecco dunque spiegata - secondo mento per operare la persuasione ai danni di Elena, evidenzia tutte le
quanto emerge nell’episodio riportato da Plutarco - la ragione della sue caratteristiche di intrinseca violenza, riconducibili all’intervento
preferenza accordata alla simulazione dei versi degli animali, e la con­ divino, mostrando così tutto il suo potere magico e tutta la tragicità
seguente valutazione in ambito teatrale di una maggiore o minore con­ connaturata all’atto stesso della conoscenza. Ma questa persuasione
venienza delle simulazioni stesse a scapito degli stessi versi naturali, non avviene esclusivamente tramite un’azione intellettuale di con­
considerati sgradevoli in sé perché privi della componente artificiale. vincimento bensì attraverso una sorta di suggestione che affonda i
suoi presupposti nei sensi e nella potenza che l’elemento sensitivo,
1.2. 1 rapporti tra Scuola sofista e Scuola cirenaica in maniera tragicamente decisiva, esercita nei confronti dell’essere
umano. L’Encomio di Elena può essere letto come un discorso a tesi
Se vogliamo considerare l’estetica sofista come un possibile ele­ finalizzato a dimostrare che tra il λόγος delle idee e il λόγος im­
mento di paragone nei confronti della Scuola cirenaica, può esse­ manente non solo non esistono sostanziali differenze ma sono l’uno
re utile esaminare il ruolo di Gorgia soprattutto per quanto attiene sovrapponibile all’altro. In relazione a ciò appare giusto scagionare
le propensioni che questo filosofo ha dimostrato nell’evidenziare Elena per il fatto di essersi fatta convincere dal λόγος delle idee, cioè
le sovrapposizioni tra ambito etico e ambito estetico. Da una parte dalla persuasione degli argomenti, ed è altresì naturale accettare che
l’influsso di Pindaro, dall’altra il grande peso che la tragedia atti­ sia stato il fascino di Paride, cioè il dominio dei sensi, a produrre in
ca ha svolto nelle riflessioni estetiche del sofista, hanno portato a lei il definitivo convincimento. Come si noterà, dietro al pretesto mi­
delineare una sorta di “equilibrio aureo” tra aspetti formali princi­ tologico si staglia tutta la polemica sul sensismo e sul reale influsso
palmente legati alla poesia e aspetti portati a trascendere la forma, che i sensi esercitano sulle facoltà “alte” . In questo caso l’antiplato-
tradizionalmente riconducibili all’arte tragica. L’elemento unificante nismo di Gorgia e l’edonismo cirenaico rivelano più di un punto in
delle due spinte risulta, nella visione di Gorgia, l’“umano in quanto comune. E se è vero che l’interesse di Gorgia fa convergere le sue
tale” ed è attraverso l’uomo che l’arte e la morale possono trovare argomentazioni sul tentativo di depotenziamento del λόγος in quan­
to elemento decisivo per la circoscrizione della verità, negli scritti
del filosofo di Leontini si possono cogliere altri numerosi elementi
6 Plutarco, Quaest. Conviv., V, 1,2 (I B 63)
XVI 1 Cirenaici Matteo G. Brega - Fruizione, criterio, piacere XVII

attestanti un forte orientamento teso a privilegiare il dato sensibile su e i Sofisti per quanto attiene la centralità dei sensi afl’interno del giudi­
quello intellettuale. Ciò sia in ambito estetico, come stiamo vedendo, zio estetico ma, allo stesso tempo, una diversa considerazione dell’ele­
sia nell’attinente ambito etico, sia in ambito gnoseologico. mento del piacere: per i Sofisti strumento sublime di comprensione del
Il problematico giudizio che, aH’interno dell’estetica sofista, si può tutto ma pur sempre momento di passaggio, per i Cirenaici fine ultimo
legittimamente elaborare nei confronti dell’opera d’arte, rispecchia da e senso stesso dell’arte.
una parte il relativismo dell’impianto filosofico sofista, dall’altra evi­
denzia come in quella sorta di persuasione che l’arte mette in atto ogni 1.3.La gnoseologia cirenaica
qual volta un’opera venga realizzata da un artista, si ponga la quintes­
senza stessa del conoscibile, e cioè, appunto, la forza persuasiva. Que­ La gnoseologia cirenaica rappresenta una delle questioni di mag­
sto argomento appare come un tentativo di fuoriuscita dal relativismo gior interesse sia per quanto riguarda i suoi aspetti storici, sia per le
assoluto inevitabilmente condannato all’aporia, tentativo che valorizza contiguità con la Scuola scettica. Innanzitutto occorre dire che la co­
l’infinita molteplicità dell’esito artistico facendone un possibile “pun­ noscenza è, per i Cirenaici, frutto di quell’idea immediata che soltanto
to di fuga” in relazione alla parcellizzazione dei giudizi. Proprio gli le sensazioni possono fornire all’intelletto umano: tutto il “movimento
infiniti frantumi nei quali lo specchio dei giudizi si dissolve vengono conoscitivo” si risolve nello spazio intercorrente tra la percezione sen­
rivalutati nella loro incoerenza in nome della rappresentazione che essi sitiva e il suo riconoscimento da parte dell’intelletto; al di fuori non si
implicitamente forniscono del “tutto spezzettato”, del caotico fluire dà vera conoscenza in quanto l’uomo non è in grado di accedere a gra­
delle sensazioni. Ciò che conferisce valore a questo tentativo inconse­ di di informazione superiori. Ogni giudizio espresso al di là del dato
guente e antinomico di valorizzazione del non valorizzabile, di ordina­ sensibile si deve limitare all’apparenza e deve, di ciò, essere consape­
zione del caos, risiede nella possibilità estrema di rendere universale vole. Secondo punto teorico consiste nell’impossibilità di estensione
ciò che nei suoi esiti è l’esatto opposto in virtù della genesi sensistica dell’attributo all’oggetto: l’oggetto che provoca sensazioni piacevoli
del dato iniziale - dato che accomuna tutti i singoli e incomunicabili non può essere piacevole in sé ma si limita ad essere causa ripetuta
processi di giudizio estetico e li guida verso il nucleo di verità rappre­ della sensazione piacevole, inoltre, come riporta anche Platone nell
sentato dall’elemento tragico. Ciò che per i Sofisti è “l’inganno” per i pia Maggiore, ogni “bello” diviene “brutto” se rapportato ad un bello
Cirenaici è Γ occasionaiità rappresentata dalla fruizione e gli elementi maggiore. Ogni nostra attribuzione qualitativa è quindi di tipo conven­
formali necessari alla configurazione di ogni opera d’arte vengono ad zionale e non ontologico - posizione, quest’ultima, assimilabile al suc­
assumere, all’intemo di quest’ultima, la funzione di veicolo del dato cessivo nominalismo e che si riflette nel principio di indifferenziazione
di senso, la modalità concreta attraverso la quale la felicità può essere dei piaceri espresso da Aristippo7. Tale teoria consente ai Cirenaici di
conseguita. Il senso di “inganno” nell’accezione utilizzata dai Sofisti spostare il problematico elemento relativistico alla definizione essen­
per definire la qualità essenziale dell’arte, elemento che viene utiliz­ ziale della cosa sottraendo il fulcro della gnoseologia - la sensazione
zato da Platone nella Repubblica per far definire come vero e proprio individuale - alle obiezioni riguardanti sensazioni diverse provate da
“edonismo” l’impostazione estetica dei Sofisti, deve in realtà essere individui diversi di fronte ad oggetti uguali (ma un cirenaico probabil­
letto con una connotazione nettamente positiva e cioè come attribu­ mente si chiederebbe se due oggetti siano effettivamente “uguali” se
to a quell’unica realtà - appunto l’arte - in grado di presentare tutte danno luogo a sensazioni diverse). La diversità non attiene alle sensa­
le tragiche contraddizioni dell’esistente in una maniera completa ed zioni, sempre veritiere nella misura della soggettività che le prova, ma
armonica. Consiste probabilmente in questo il “piacere” di cui Gorgia all’impossibilità di definire un’uguaglianza sussunta agli oggetti per­
parla in riferimento alla tragedia, a quella sublime potenza che riesce cepiti. Le evidenti analogie con l’approccio gnoseologico scettico sono
al contempo a rappresentare l ’irrappresentabile ed a fornire un quadro
completo dell’esistente. Si evidenziano dunque attinenze tra i Cirenaici
7 Diogene Laerzio, II, 87 (I B 1)
Matteo G. Brega - Fruizione, criterio, piacere XIX
XVIII I Cirenaici

state sottolineate da più fonti: sia nel caso dei Cirenaici che in quello 1.4 Percezione e movimento
di Sesto Empirico - così come per Protagora del resto - i dati imme­
diati della sensibilità non sono mai realmente in discussione, essi sono Il concetto di κίνησις, anche in forza dell’importanza che lo Stoicismo
sempre “veri per chi li prova” . L’evidenza degli stati derivanti dalla rivestì in periodo ellenistico, è stato per lungo tempo considerato distintivo
percezione è la base della gnoseologia di Aristippo ed è sul successivo dell’estetica e di tutta la filosofia cirenaica, in particolar modo perché as­
accordo tra gli uomini in ordine alle designazioni comuni che si pos­ similabile ad un’impostazione di derivazione eraclitea di convergenza tra
sono avanzare le analogie col Sofìsmo e con Protagora in particolare. κίνησις e γένεσις ampiamente discussa ed utilizzata dallo stesso Aristotele
Resta il fatto che la Scuola cirenaica non ha mai inteso, come nel caso nell’Enea Nicomachea. Tra tutte le obiezioni e i rilievi che l’Accademia e
dei Sofisti, spingere troppo a fondo la questione inerente il fondamento il Liceo prima e le scuole ellenistiche poi avanzarono nei confronti non sol­
della conoscenza, accontentandosi, nei rapporti intersoggettivi, della tanto dei “fautori del piacere” ma, in generale, di coloro che rifiutavano una
conferma empirica relativa all’intesa sulle designazioni comuni scatu­ visione ascetica del saggio - in ciò includendo quindi anche i Sofisti - quel­
rita dall’accordo sui giudizi - in ciò dimostrandosi, ancora una volta, la che maggiormente appare presente e univoca è quella che accorda al pia­
efficacemente originale nel superare la questione scettica attraverso un cere una più o meno marcata connotazione di “bene desiderabile” ma che lo
implicito accordo che potremmo definire “chiaro e distinto nei fatti” . In esclude dalla definizione cirenaica di “sommo bene”. Spesso l’argomento
questo senso l’obiezione che Platone avanza nel Teeteto nei confronti viene declinato nei termini di una supposta inadeguatezza del “movimento”
del Sofista che sostiene le tesi del relativismo sensistico gnoseologico, a divenire “percezione” a causa anche di caratteristiche quantitative talmen­
sintetizzate dall’affermazione secondo la quale chi ritiene di poter le­ te infinitesimali da risultare difficilmente ri-conoscibili. A questo proposito
gittimamente parlare delle sensazioni derivanti dalle cose non può con­ sarà interessante notare come aU’intemo del dibattito storiografico sulle in­
seguentemente parlare delle cose in alcun caso, riporta la questione su fluenze socratiche di Aristippo - se cioè il filosofo cirenaico sia da conside­
di un piano logico che Aristippo evita a priori. Un’ipotesi interpretativa rare socratico o piuttosto sofista con influenze eraclitee e protagoree come
alternativa potrebbe basarsi sulla centralità implicita di quell’“accordo evidenziato già dallo Ziegler nella sua Storia dell’etica9 - ci pare di non
sui giudizi” scaturito dall’“accordo sui nomi”, argomento analogo a potere sottovalutare sia una sorta di “sostrato socratico” per ciò che attiene
quello utilizzato dallo stesso Platone nel Cratilo. Tale tipo di impo­ l’implicito eudemonismo in Aristippo, evidenziantesi nei criteri di scelta
stazione ha portato in passato alcuni storici, quali l’italiano Mondol- ispirati ad una socratica φρόνησις, sia al contempo la visione del piacere
fo8, ad evidenziare un interessante elemento di diversità tra Cirenaici e come λεία κίνησις, che metterebbe in luce suggestivi e convincenti debiti
Sofisti: mentre per Gorgia, infatti, la relatività del linguaggio pervade con Eraclito e Protagora e chiarirebbe le obiezioni riguardanti le difficoltà
ogni possibilità designativa, per la Scuola cirenaica, in una lettura più percettive del movimento.
“raffinata” della questione, esisterebbe un sostanziale accordo basato
sulla comunanza derivante dalla natura stessa della percezione sogget­
tiva delle sensazioni. In conclusione si può notare come la polemica sul 2. Edonismo e postmodernità
linguaggio, così tipica del Sofismo, non solo non sia altrettanto viva in
Aristippo e nella successiva Scuola, ma addirittura come proprio sul 2.1. Ricezione e avanguardia
linguaggio si basino i Cirenaici per dimostrare un’implicita concordan­
za percettiva tra gli individui, per giungere così rapidamente ad altre Come considerare oggi l’affermazione di Jauss secondo la quale non
questioni ritenute di maggiore pregnanza. può esistere (vera) opera al di fuori di una (vera) ricezione? Un interro­
gativo che appariva decisivo già ai tempi di Apologia dell’esperienza

8 R. Mondolfo, I Cirenaici e i “raffinati” del Teeteto platonico, in “Rivista di


Filosofia", XLIV (1953) 9 Thomas Ziegler, Geschichte der Ethik, Bonn, 1882
XX I Cirenaici Matteo G. Brega - Fruizione, criterio, piacere XXI

estetica, oggi si deve ulteriormente arricchire di tutte le problemati­ associato a nomi completamente ignoti è aumentato dalla lettura di cri­
che inerenti la composizione e scomposizione delle modalità ricettive tiche che assicurano l’intramontabilità di quegli stessi nomi. Si tratta,
dell’opera d’arte all’interno della società del multimediale digitale. Ma in un certo senso, dell’esito di un’estetica basata esclusivamente sulla
seppur nelle numerose difficoltà che interessano le varie declinazioni ricerca introspettiva a scapito del dato esterno, sempre da negare e da
della fruizione estetica all’interno del panorama attuale, alcuni elemen­ combattere secondo i dettami di Adorno, ed a scapito di quella κοινή,
ti possono essere considerati a tutt’oggi le basi per un discorso che rigettata dalle avanguardie e dalle cosiddette neoavanguardie, che si
possa o meno includere il concetto di “ricezione” all’interno dei pre­ riferisce inevitabilmente all’adeguatezza formale e alla sua facoltà di
supposti necessari del discorso estetico. Forse le caratteristiche stesse rapportarsi o meno agli archetipi fruitivi individuali.
dell’arte di massa invece di rendere più complicate le chiavi di lettura Tutta l’arte derivata dall’Avanguardia storica presuppone e risen­
si possono oggi rivelare degli utili strumenti al servizio della critica e te dell’ambivalenza di dover rappresentare da una parte una forma in
di quella metodologia negativa che individua nell “‘assenza di” il punto qualche modo fruibile - pena la deriva nell’impossibilità ontologica
di partenza di una teoresi o di una qualsivoglia teoria critica. sulla quale tanto concettualismo si è esercitato - dall’altra un elemento
Nel momento in cui si assiste all’assunzione definitiva da parte del dialettico di negazione dell’esistente a omaggio dei genetici presuppo­
mercato del ruolo di criterio estetico, all’interno del mondo dell’arte in sti rivoluzionari. Da tale contraddizione non si è mai realmente usciti
tutti i suoi aspetti determinanti ed in tutti gli snodi critici fondamentali, e tutto il concettualismo risente della contemporanea azione centrifuga
in un certo senso possiamo osservare l’analoga assunzione di ruolo dei dello smarcamento dalle forme borghesi e della necessaria accettazio­
principi dell’estetica della ricezione all’interno della Weltanschauung ne delle regole della fruizione10. A accentuazione del primo corrispon­
generale: la “terza dimensione” di cui parlava Jauss - il pubblico - rap­ dono i più estemporanei happenings, a salvaguardia della seconda i
presenta già da tempo un elemento decisivo anche a livello critico sia più paradossali déjà vu. In realtà esiste tutta una tradizione di critica
dal punto di vista dell’elaborazione del giudizio sia per ciò che attiene contemporanea che vuole dimostrare come tale coabitazione sia pos­
gli esiti della critica stessa. A maggior ragione all’interno di un mer­ sibile sottoforma di identificazione tra l’idea che informa l’opera e la
cato dominato in maniera così massiccia dagli “andamenti” e da una generazione intellettualistica di un piacere tutto mentale. In realtà gli
critica “di rincorsa” che, nelle proprie prese di posizione, fa derivare la esiti artistici che possono confermare questo tipo di visione appaiono
legittimità estetica di un’opera dal suo impatto sul mercato, più di ogni destinati esclusivamente a confermare tale fine intellettualistico in una
trattato teorico che sottolinei o evidenzi la maggiore o minore rilevan­ sorta di cortocircuito culturale che trova nell’autoconservazione la pro­
za di un’opera alFintemo di un determinato contesto culturale appare pria ragion d’essere senza riuscire realmente a comunicare al di fuori
di estremo interesse quello che potremmo definire “il dato storico non del proprio “pubblico di riferimento” .
remoto” che, nel caso esemplare dell’arte contemporanea, evidenzia
come, accanto ad alcune figure di spicco che hanno la forza di radicarsi 2.2. Fruizione e piacere
nell’immaginario e di rimanere all’interno del mercato di riferimento
in maniera costante e sostanziale, esista un enorme numero di figure L’individualità e l’immediatezza rappresentano due precondizioni
incidentali, di movimenti estemporanei, di teorie critiche o estetiche fondamentali alla base dell’esperienza del piacere estetico. Per molto
di natura rizomatica, che a distanza di pochissimi anni dalla loro ela­ tempo la condanna adomiana nei confronti dell’identificazione tra fru­
borazione, così apparentemente radicata nel sostrato culturale, gettano izione estetica ed addentellato estetico ha rappresentato il presupposto
l’osservatore in una sorta di surreale spaesamento di fronte a nomi e principale sia per ogni teoria critica concettualista sia per le sperimen-
cose divenuti totalmente sconosciuti nel giro di pochi anni. In que­
sto senso la lettura più istruttiva rimane quella dei cataloghi di mostre
10 A tale proposito si veda Hai Foster, Il ritorno del reale, Postmedia Books,
d’arte contemporanea vecchi di qualche decennio dove lo sconforto
2006
Matteo G. Brega - Fruizione, criterio, piacere XXIII
XXII I Cirenaici

tazioni di derivazione strutturalista che nel rifiuto dell'immediatezza pone come fattore di polarizzazione energetica sia nei confronti della
del dato fruitivo riponevano parte rilevante del proprio peso teorico. E società, sia delle esistenze individuali che vi si imbattono nella loro
lecito scorgere in questo tipo di atteggiamento tutta la carica intellet­ veste di momenti puntuali della fruizione.
tualistica che contraddistingue le estetiche che potremmo chiamare “ad
impianto discendente”, cioè che si caratterizzano per il tentativo di de­ 2.3. Ricezione e interpretazione
finire preliminarmente i canoni, i limiti e gli obiettivi del proprio statuto
epistemologico e che delegano ad una fase secondaria il lavoro filolo­ L’Estetica della ricezione ha l’indubbio merito di aver individuato
gico di conferma a ritroso del proprio impianto. In contrapposizione a nel rapporto tra opera e lettore-fruitore gli istanti atomici costitutivi del
questo tipo di impostazione possiamo individuare una lunga tradizione giudizio estetico, evidenziando così non soltanto la natura intrinseca­
estetica, informata dal rapporto privilegiato e implicito rappresentato mente ermeneutica dell’opera d’arte ma presentando un vero e proprio
dal triangolo artista-committenza-pubblico, nella quale il concetto di “clima critico” alTintemo del quale l’opera d’arte si forma e Testetica
fruizione diretta dell’opera d ’arte ed il conseguente potere normativo relativa si uniforma ai codici culturali che l’accolgono. L’imprescindi­
poggiano sul dato-limite del godimento estetico. Diviene quindi cen­ bile condizione di esistenza del pubblico, senza la quale non sarebbe
trale il rapporto tra soggetto fruitore ed opera; è anzi sulla base di que­ possibile ipotizzare una qualsivoglia “ricezione” , non ha valore soltan­
sta continua tensione che si articola il giudizio estetico all’intemo dei to alTintemo di uno schema basato sull’opera letteraria, sulla comu­
canoni stessi dello specifico artistico in questione. Il giudizio critico nità dei lettori, sull’esistenza di una critica improntata all’analisi del
“adeguatamente informato” ritorna, con Jauss, al centro della questio­ linguaggio scritto; essa appare quantomai funzionale anche alTintemo
ne estetica e la legittimità dell’opera all’intemo delle modalità percet­ di un assetto assimilabile a quello dell’estetica e dell’arte contempo­
tive che la interessano ritorna ad essere la questione critica centrale. In ranea. Tale realtà poggia infatti la propria esistenza sull’inalienabile
questo senso l’opera d’arte viene a costituirsi in base ai lasciti storici e precondizione di una comunità che sappia decodificare i messaggi ad
critici che dissemina dietro di sé attraverso la somma dei singoli istanti essa indirizzati, li sappia recepire, li sappia adeguatamente collocare
fruitivi e delle modalità di ricezione che li interessano. Una sorta di alTintemo di un contesto critico, sia in grado, infine, di elaborare un
“contenuti generati dall’utenza” , avvicinabili alle dinamiche individua­ giudizio che vada al di là del significato seminale presente nell’opera e
bili in internet, che interagiscono con l’opera stessa dal momento del che si ponga come base per il superamento del dato artistico iniziale. E
suo apparire sino alle varie fasi della sua presenza all’interno dell’im­ proprio qui si gioca tutto l’equivoco rappresentato dall’arte contempo­
maginario fruitivo che si costituisce via via nel pubblico. Si forma così ranea nei suoi aspetti criptici: da una parte essa rivendica la necessità di
una sorta di “critica diffusa” che legittima i propri giudizi sulla base una comunità pronta ad una fruizione parcellizzata dei suoi messaggi,
della persistenza dell’opera nell’immaginario, persistenza alimentata a dall’altra presuppone implicitamente l’esistenza di una teoria a monte
sua volta dai continui stimoli fruitivi che da essa promanano. Centrale che la giustifichi fino al punto di annullare le risultanze fruitive che
appare dunque quell’educazione alla fruizione che rappresenta il pre­ di volta in volta l’opera propone al singolo, sia che esse confermino
supposto tipico delle facoltà critiche del soggetto e che, individuando sia che contraddicano l’assunto teorico che sta alla base della singo­
nel godimento estetico il proprio elemento genetico, procede, una volta la opera. Le potenzialità di identificazione che un’opera è in grado di
raggiunto un determinato “livello di attivazione”, attraverso movimen­ esprimere rappresentano sia la garanzia dell’autenticità del rapporto
ti spiraliformi verso l’approdo a livelli di penetrazione, comprensione tra l’insieme dei fruitori e l’opera stessa, sia i confini entro i quali il
e chiarezza diversificati. Il tutto in base alle capacità di decodifica criti­ valore estetico dell’opera si può lecitamente collocare. Al contrario,
ca individuali ed alle circostanze ermeneutiche specifiche. Tale facoltà prendere atto delTimprescindibilità dell’elemento ricettivo alTintemo
rappresenta anche il presupposto irrinunciabile per quel complesso in­ di qualsivoglia visione estetica significa al contempo interiorizzare e
sieme di aspirazioni messe in luce dall’arte nel momento in cui essa si contestualizzare in maniera adeguata l’annoso problema del molo del
Matteo G. Brega - Fruizione, criterio, piacere XXV
XXIV I Cirenaici

pubblico nei confronti della ricezione dell’arte, in particolare nel pano­ svolge all’interno delle capacità percettive del singolo. Tutto il dibattito
rama postmoderno. di derivazione fenomenologica attorno al concetto di “oggetto estetico”
L’inalienabile ruolo che il pubblico svolge nell’interiorizzare, ela­ si basa, infatti, sui presupposti di un graduale avvicinamento delle facoltà
borare e tramandare al pubblico successivo sotto forma di depositum critiche nei confronti di un nucleo noumenico dell’opera d’arte. Accanto
tutto ciò che di un’opera d’arte viene letto e interpretato può essere a tale presupposto appare quantomai stimolante giustapporre il mero dato
compreso attraverso una bipartizione che renda ragione sia degli aspet­ fruitivo in quanto vera e propria eco dell’oggetto all’interno del soggetto.
ti connessi alla fase ermeneutica e culturale della ricezione dell’opera Non solo: quel particolare tipo di dialogo che si viene a creare tra l’opera e
d ’arte, sia dell’aspetto legato all’istantaneità del giudizio estetico con i suoi fruitori nella forma della ricezione, quel dare vita ad una particolare
ciò intendendo la singolare e irrinunciabile specificità dell’atto fruitivo forma di produzione che differenzierebbe l’opera d’arte da qualsiasi altro
individuale basato sui sensi nel momento del dispiegamento delle loro derivato dell’ingegno umano, basa i propri presupposti sulla capacità in­
potenzialità intrinseche, della loro stessa ragion d’essere. trinseca dell’opera di darsi come oggetto di conoscenza e, in quanto tale,
sapersi porre come fonte genetica del piacere. La questione viene espres­
2.4. Differenti tipi di ricezione dell’opera d ’arte samente esplicitata da Jauss nel momento in cui egli identifica la compren­
sione con il piacere e la realizzazione del piacere con l’inveramento della
Appare particolarmente interessante pensare da una parte ad un insieme comprensione. Eccoci di fronte a quella che potrebbe essere la chiave per
di codici culturali condivisi in continua evoluzione - quasi una sorta di comprendere una certa modernità dell’“approccio cirenaico” alla questio­
inconscio collettivo o di κοινή - che agisce processando incessantemente ne del piacere: una sorta di “recupero del nucleo originario” che può veri­
gli oggetti posti loro di fronte; dall’altra parte rimane possibile pensare ad ficarsi attraverso un ritorno alle origini della questione stessa del piacere.
un immenso movimento di parcellizzazione fruitiva basato sulla somma Questione per lungo tempo evitata e messa tra parentesi soprattutto dalle
dei tanti momenti fruitivi individuali che l’atto estetico presuppone. A pro­ estetiche di tipo intellettualistico o dalla preponderante importanza che il
posito di questo secondo momento sarà bene ricordare il complesso dibat­ Novecento ha conferito alla questione ontologica nelle cose dell’estetica.
tito sviluppatosi all’interno della scuola teorica della Rezeptionsàsthetik Dal punto di vista ricettivo le interrelazioni che si creano tra fruitore e
attorno al problema del cosiddetto “lettore empirico” ed all’ipotesi di Iser opera d’arte pongono le proprie origini e i propri esiti nella perdurante
del “lettore implicito”. La complessità e problematicità della questione di­ preminenza che il piacere esercita nei confronti delle potenzialità ricettive
mostrano come la necessità di teorizzare sia 1’esistenza di un pubblico in dei sensi. La fase centrale dell’esperienza fruitiva sarebbe contrassegnata,
grado di recepire un’opera sia la garanzia che questa ricezione non si di­ al contrario, dagli elementi meditativi, dagli spazi razionali occupati dalle
sperda definitivamente in una sorta di “parcellizzazione totale” evidenzia, sovrapposizioni e dal complesso gioco dei rimandi, delle anticipazioni e
ancora una volta, il riproporsi del classico problema inerente la legittimità, dei ritardi, pur rimanendo nei compiti del giudizio estetico quello di con­
la sostanza e le caratteristiche intrinseche del momento fruitivo individua­ densare in sé la complessa ed articolata “nostalgia” che fa volgere la mente
le. E senza voler qui ricorrere ad una sbrigativa apologia di non ben iden­ al dato estetico primario, cioè all’occasionalità del piacere11.
tificate estetiche grundlich pare utile richiamare l’attenzione sull’utilità di
una prospettiva estetica che, oltre a porre al centro della questione meto­ 2.5. Dato sensibile, fruizione, persistenza di aspetti dionisiaci
dologica l’individuo inteso come “fonte dell’esperienza”, riesca ad isolare
un momento genetico dal quale far derivare le conseguenti eziologie, ana­ Le questioni inerenti la sopravvivenza dell’arte al di là della cer­
lisi e critiche che tale momento genetico più o meno implicitamente pre­ tificazione della sua morte o le problematiche finalizzate a stabilire
supporrà. Nello specifico, è aH’intemo della distinzione ipotizzata da Iser il ruolo sociale dell’arte, le sue implicazioni, i rapporti tra struttura
tra “concretizzazione compiuta dal lettore” e “testo costruito dall’autore”
che si può depositare il molo che il singolo momento di fruizione estetica 11 Cfr. F. Carmagnola, Il desiderio non è una cosa semplice, Mimesis, 2007
XXVI I Cirenaici Matteo G. Brega - Fruizione, criterio, piacere XXVII

e sovrastruttura e, in generale, tutto il dibattito inerente la questione postmoderne delle condizioni di esistenza dell’opera d ’arte stessa -
dell’arte come realtà ideologica o postideologica ricadono, per la qua­ rischiano di far cadere in secondo piano quelle che Nietzsche definì le
si totalità dei casi, sotto il negativo influsso connesso alla ricezione prospettive “dal punto di vista dell’artista” provocando un conseguente
dell’Estetismo afl’intemo della cultura del Novecento12. Secondo la sbilanciamento interpretativo nei confronti di un oggetto che rimane
vulgata postadomiana, ed in generale secondo tutti gli eredi del ma­ riconducibile allo schema “mittente-medium-destinatario”. Potrebbe
terialismo dialettico, l’arte poteva svolgere un ruolo sociale accetta­ rivelarsi utile, invece, tentare una sorta di “ermeneutica a ritroso” inda­
bile esclusivamente assecondando le spinte sociali di massa, in chiave gando i momenti genetici e poietici al fine di controbilanciare un’im­
strumentale, ed al fine di far esplodere le contraddizioni in seno alla postazione che corre il costante rischio di scadere nel sociologismo.
società per favorire l’operazione di “presa di coscienza” . Tale imposta­ Ragionando specularmente: come esistono infiniti momenti primari di
zione ideologica più o meno consapevolmente accettata sta alla base fruizione dell’opera corrispondenti all’entità collettiva del pubblico,
dei numerosissimi cortocircuiti che l’arte contemporanea ha eviden­ esistono infiniti momenti genetici, con i primi convergenti, identifi­
ziato sottoforma di rinnegamento dei codici linguistici, iconoclastia, cabili con i differenti approcci poietici che contraddistinguono gli ar­
“avanguardismo circolare” e generale tendenza a quella “duplicazione tisti nelle proprie individualità, momenti anch’essi dotati di pregnan­
dei mondi” così acutamente sottolineata da Jean Baudrillard come suo za significante e di indicazioni atte a definire una fruizione adeguata
segno distintivo. La società della parcellizzazione teoretica, dei simu­ e completa. L’etica cirenaica ci autorizza ad estendere il principio di
lacri, dell’iperreale e della creazione di valore basata sulla confisca del massimizzazione della quantità di piacere anche al momento generati­
tempo della quotidianità si trova oggi a sviluppare delle vere e proprie vo ed occasionale legato alla realizzazione dell’oggetto da fruire e non
necessità in relazione agli strumenti per la comprensione estetica del soltanto alla sua fruizione destinataria. Eccoci dunque di fronte alla
reale oltre che per la comprensione critica delle fenomenologie arti­ questione inerente la primissima finalità di un’artista: ottenere piacere
stiche. Appare quantomai urgente ed attuale pensare a strumentazioni da ciò che fa. E ciò indipendentemente dal calcolo ragionato inerente i
che inquadrino, decifrino e, per quanto possibile, interpretino la realtà risultati giacché ciò comporterebbe una diminuzione del piacere stes­
nei suoi addentellati visivi e nelle sue peculiarità di immagine anche so, non si emanciperebbe dai “doveri sociali” e rimarrebbe in qualche
e soprattutto in virtù del “privilegio d’immediatezza” che la fruizione modo soggiogato dalle spinte energetiche incontrollabili, come già in­
estetica vanta nei confronti dei processi di comprensione dialettica. In­ dicato diffusamente nelle riflessioni baudelairiane dei Consigli ai gio­
teressante notare come la visione secondo la quale l’arte del Novecento vani letterati. L’artista è essenzialmente “colui che fa senza bisogno di
- soprattutto nella fattispecie dei suoi connotati fruitivi - avrebbe do­ pensare al come” , è l ’individuo che riesce a realizzare senza soffermarsi
vuto rappresentare la reazione borghese alla spiritualizzazione sia stata sulle modalità di realizzo, è la macchina artistica. In tale automatismo
in realtà contraddetta dagli esiti defl’arte contemporanea, così lontani corrisponde il suo piacere, nel rendersi cosa che si trascende nel fare
dall’orizzonte fruitivo legato all’esperienza dei sensi ed in generale dal e che coglie il proprio sex-appeal nel raggiungimento, seppur istanta­
Genufi. E come, dall’altra parte, le esigenze legate alla fruizione siano neo e quindi estatico, della puntualità faustiana13. Un piacere, dunque,
state sussunte dalle forme ibride nate dalla contaminazione tra codici che non può prescindere da una concezione di “stato alterato”, come
estetici e codici massmediali. invece deve la ricezione “erudita” , in quanto altrove di ogni possibile
L’importanza ed il rilievo che il pubblico riveste in rapporto ad riconfigurazione “geometrica” del reale. In questo senso le condizioni
un’estetica che ponga la ricezione al centro della propria speculazione di realizzazione del piacere inerenti l’opera d’arte evidenziano una sin-
- impostazione teorica quantomai utile per comprendere le dinamiche

13 Ne // sex appeal d ell’inorganico, Einaudi,Torino, 1994, Perniola affronta una


12 Interessanti a questo proposito le riflessioni di Paolo D ’Angelo, Estetismo, Il lettura composita dell’impulso del piacere, estremamente utile per compren­
Mulino, 2003 dere le dinamiche postmoderne inerenti lo smarrimento dell’immediatezza.
Matteo G. Brega - Fruizione, criterio, piacere XXIX
XXVIII I Cirenaici

golare asimmetricità tra creatore e fruitore: per l’artista il godimento gli così ogni possibile autonomia. In questo senso i Cirenaici non solo
estetico si realizza nel fare e l’opera ne è il “precipitato” , per i fruitori non andrebbero ascritti a voce minore all’interno del dibattito etico
il godimento estetico è necessariamente di tipo intellettuale ed erudito: delle scuole ellenistiche ma andrebbero visti come i responsabili della
parte dall’opera e si manifesta attraverso il sublime postmoderno del circoscrizione degli elementi mitici e dionisiaci al di fuori non soltanto
comprendere che si sta comprendendo. Si può concludere constatando della sfera dell’ejticnrqpq ma anche da quella della γνώσις.
come il versante genetico denunci ancora una sopravvivenza di piacere Si dovrà attendere Coleridge - che non a caso definiva “edonisti” i
inteso in senso originario e dionisiaco basato sulla disindividualizza­ consumatori di oppio - per poter riaprire lo spiraglio della conoscenza
zione, mentre il versante della fruizione di massa altro non sarebbe se non razionale in ambito estetico rimettendo così in gioco l’antica visio­
non un’enorme operazione etica di spiegazione. ne edonista della fruizione estetica. È di Walter Benjamin una consta­
tazione di estremo interesse al fine di comprendere la persistenza mo­
2.6. Dionisismo e fruizione derna del ruolo della fase dionisiaca all’intemo dell’elaborazione della
forma estetica: starebbe infatti nell’alterazione - secondo il berlinese
Le scuole socratiche rappresentano un momento di estremo distac­ - la possibilità di comprendere i passages “nella luce di verità”15. Inte­
co del pensiero dall’ambito intuizionista rappresentato dalla filosofìa ressante inoltre aggiungere come Benjamin elabori una visione dell’ar­
dell’età tragica. In un certo senso il compito platonico inteso in quanto tista in quanto essere umano dotato di capacità superiori assimilabili
completamento del lavoro socratico - ripreso poi in ultima analisi dal agli aspetti dionisiaci o, più in generale, non primariamente connesse
Cristianesimo nel suo compimento paolino - consisteva essenzialmen­ alle facoltà razionali relative all’organizzazione degli aspetti formali
te in un allontanamento dalle pulsioni arcaiche ben presenti nel pen­ dell’opera d’arte. Questa tipologia di caratteristiche ha attraversato una
siero di Eraclito ma anche in tutta la tradizione physiologica anteriore. vera e propria “dislocazione” all’interno dei secoli: arcaicamente esse
Possiamo dunque pensare al mito come ad un immaginario junghia- venivano ascritte in maniera indiscriminata sia al poeta, inteso come
namente costellato di echi anteriori il cui specifico consisteva nella myste in dialogo con le divinità, sia al pubblico-tìaso che partecipava
comprensione esoterica; dotato di una sorta di irraggiungibilità per chi alla fruizione rituale dell’opera. Successivamente la fusione emotiva
non attingeva a determinati aspetti dell’esistenza. Fu Bachofen a fare tra attori e pubblico si è scissa e si è fatta strada una concezione asce­
riferimento al mito in maniera oltremodo chiara definendolo «dionisi­ tica dell’artista che compie la propria azione in maniera pressoché iso­
smo spiegato apollineamente»14e constatando al contempo la continua lata fornendo solo in un secondo momento al pubblico la propria opera
tendenza dell’illuminismo greco ad arginare il dionisiaco in una sfera da fruire. Non a caso diviene tipica di questa fase storica la figura del
esterna alla conoscenza vera e reale, quasi a voler esorcizzare ambiti mecenate e dell’esecuzione su commissione.
non sottoposti al controllo della sfera razionale della psiche. In questa Fu il Cristianesimo a imporre una dicotomia estranea al mondo an­
tendenza è possibile individuare l’origine dell’approccio estetico razio­ tico: la salvezza appartiene all’aldilà e la permanenza sulla terra è in
nalista ed antisensista che ha contraddistinto sia il pensiero platonico realtà transito, l’arte deve dunque porsi al servizio della vita cristiana
e neoplatonico sia quello aristotelico e conseguentemente tomista. An­
che la Scuola cirenaica, che viene spesso descritta come un edonismo
15 «Appena mi sentii riposare, l’hascisc cominciò a far giocare la sua magia
sensista con più o meno accentuate affinità con l’Epicureismo, risente con un’intensità primitiva che non ho mai sperimentato né prima né dopo
della spinta illuminista delle scuole socratiche e non esita a relegare il di allora. Ingenerò in me un talento fisiognomico. [...] Compresi d’un tratto
giudizio basato sui sensi all’interno di un ambito di tipo etico negando- come a un pittore - non è forse accaduto a Leonardo e a molti altri? - la
bruttezza poteva presentarsi come il vero serbatoio della bellezza, o meglio
come il suo scrigno, come un pietrame che racchiude tutto l’oro nascosto
14 Si veda Johann J. Bachofen, Stona e mito tra Oriente e Occidente, Marinoni, del bello, luccicante nelle rughe, negli sguardi, nei tratti.» Walter Benjamin,
2004 Sull’hascisch, Einaudi, 1996, pag. 24
Matteo G. Brega - Fruizione, criterio, piacere XXXI
XXX I Cirenaici

e Γ artista deve educare alla fede dimostrando di essere ispirato da Dio realtà apparentemente collegata alla vita ma costantemente autorefe­
ma senza eccessi mistici, riservati ai santi. Il razionalismo e rimplicito renziale; una forma espressiva che soddisfa, nella migliore ipotesi, le
spirito di erudizione che accompagna l’evoluzione dell’arte all’inter­ condizioni della comunicazione di massa ma che rinuncia a svolgere
no del mondo occidentale cristiano perseguono costantemente l’ideale il ruolo di conoscenza trascendente per l’individuo postmoderno che,
mimetico-razionalista in contrapposizione enantiodromica alla ripresa infatti, interpreta l’arte in chiave sostanzialmente storicistica sulla base
dei temi antichi quale si presentava all’interno del neopaganesimo ri­ delle categorie di “comparsa sulla scena” e di “incisività sociale”.
nascimentale. Benjamin però ci ricorda come le visioni estatiche non si Anche in questo caso la lettura degli autori cirenaici appare indica­
siano mai in realtà disgiunte dalla visione teorica dell’artista “possedu­ tiva delle possibili derive razionaliste ed “erudite” di una cultura. Pur
to” e che, al contrario, tale visione sia rimasta implicitamente viva sino nell’ambiguità dei suoi dettami - sempre in bilico tra proposizioni eso­
a riaffiorare, con Blake e Coleridge, nel moderno dibattito essoterico teriche e dottrina essoterica - essa è simbolo di quelle che Walter Ben­
sull’arte e l’estetica. jamin considerava circostanze d’eccellenza per la lettura di un mondo:
Con la riscoperta dell’antichità dal punto di vista filologico sono i passaggi di stato. La rinuncia cirenaica alla conoscenza universale,
state più d’una le testimonianze di consapevolezza riguardo al fatto che ben più radicale che nello Scetticismo, ed il ripiegamento negli aspet­
una parte di spiritualità connessa alla trasfigurazione della realtà e alla ti dell’esistenza individuale legati al piacere rappresenta il perdurante
disindividualizzazione del sé in chiave estatica siano rimaste presenti atteggiamento mentale teso alla circoscrizione delle spinte speculative
seppur celate, nei secoli, in determinate particolari circostanze atte ad che accompagna, per contrapposizione, tutte le fasi razionaliste della
ospitarle. Tali circostanze di sopravvivenza possono essere individuate storia umana.
in generale nei territori della sapienza esoterica quali l’alchimia ed in Un razionalismo che può celare, cancellare, omettere o negare ciò
quei particolari momenti che Foucault chiama di “sospensione del tem­ che lo trascende, ma che non può non riconoscere l’intrinseca ciclici­
po normale” quali le esecuzioni capitali, il Carnevale, le incoronazioni, tà della propria missione ed il fallimento del tentativo esclusivamente
gli equinozi, i riti di passaggio o di iniziazione, oltre che in generale apollineo di stilizzazione del reale. Con ciò indicando, al contempo,
nell’atto iniziatico ed esoterico maggiormente praticato dall’uomo: un’enantiodromia che attinga le proprie energie dalle forze disgregatri­
la creazione artistica. Grazie ai contributi di Rhode, Bachofen, Otto, ci, caotiche e disindividuanti necessarie in premessa al singolo artista
Kerenyi, Jung, Warburg e, naturalmente, di Nietzsche, un certo No­ per creare ed al singolo fruitore per essere partecipe delle creazioni ar­
vecento ha dimostrato di non sottovalutare un aspetto decisivo per la tistiche nelle forme della partecipazione al massimo piacere puntuale.
comprensione delle forme di trascendenza estatica cui l ’arte aderisce
e di cui l’arte è epifenomeno. Una forte componente mistica e trascen­
dentale è stata presente sia nelle premesse teoriche dei movimenti tar­
do-ottocenteschi che in altri momenti quali l’Astrattismo, sebbene con
l’imporsi, nella seconda parte del Ventesimo secolo, delle estetiche di
derivazione storicistica, sociologica e strutturalista l’accento sia stato
posto principalmente sull’analisi delle forme espressive in rapporto ai
messaggi ed ai codici culturali che tali messaggi avevano in premessa.
Anche in ciò andrebbe forse individuata l’origine della deriva icono­
clasta e sterilmente sociale dell’arte contemporanea e delle cosiddette
neoavanguardie. In questo senso appaiono ancora una volta appropria­
te le analisi baudrillardiane, a partire dall’interpretazione della figura
chiave di Warhol, di elaborazione da parte dell’arte di una forma di
I C ir e n a ic i

LA FILOSOFIA DEL PIACERE


I. - A R IS T IP P O D I C IR E N E 1. - A R IS T IP P O D I C IR E N E

A. - V IT A , O P E R E , D IS C E P O L I A. - VITA, O PE R E , DISCEPOLI

VITA
V IT A

1. D iog . L a er ., ii 65 sgg. ed. Hicks. Αρίστιππος το μεν


1. - Aristippo era di stirpe cirenaica, e giunse ad Atene,
γένος ήν Κυρηναϊος, σφιγμένος &' Άθήναζε, καϋά φησιν Αί-
come dice Eschine, richiam ato dalla fam a di Socrate. Datosi
σχίνης, κατά κλέος Σωκράτονς. οϋτος σοφιστενσας, ώς φησι
alla professione di sofista, secondo quanto dice il peripatetico
Φανίας ό περιπατητικός ό Έρέσιος, πρώτος των Σωκρατικών
Fania di Ereso, egli per primo tra i Socratici pretese un com­
5 μισθούς είσεπράξατο καί άπέστειλε χρήματα τώ διδασκάλω. καί
penso in denaro e, a sua volta, inviò denaro al suo maestro.
ποτέ πέμψας αύτώ μνας είκοσι παλινδρόμους άπέλαβεν, ειπόντος
E avendogli una volta m andato venti mine, le ricevette su­
Σωκράτονς τό δαιμόνων αύτώ μή επιτρέπειν έδνσχέραινε γάρ
bito indietro, affermando Socrate che il demone non gli per­
έπ'ι τοντω. Ξενοφών τ’είχε προς αυτόν δνσμενώς· διό καί τόν
m etteva di accettare: in realtà se ne era sdegnato. Senofonte
κατά τής ηδονής λόγον Σωκράτει κατ ’Αριστίππου περιτέθεικεν.
m antenne un contegno ostile nei suoi confronti e per questo
10 ον μην άλλα και Θεόδωρος εν τώ Περί αιρέσεων έκάκισεν αυτόν
pose in bocca a Socrate il discorso contro il piacere per con­
καί Πλάτων έν τώ Περί ψυχής, ώς εν αλλοις εΐρήκαμεν.
futare Aristippo. Non solo, m a anche Teodoro nella sua opera
τΗν δε ικανός άρμόσασϋαι καί τόπογ καί χρόνω και προσώπω
Sulle scuole lo biasimò e così pure Platone nel suo libro Sul­
κα'ι πάσαν περίστασιν άρμοδίως ύποκρίνασθαι' διό και παρά
l'anima, come abbiamo detto altrove.
Διονυσίω τών άλλων ευδοκιμεί μάλλον, άε'ι τό προσπεσόν εύ
E ra capace di conformarsi al luogo, al tempo e alla
15 διατιθέμενος, άπέλανε μεν γάρ ηδονής τών παρόντων, ουκ εθήρα
persona, e di giudicare secondo convenienza ogni circo­
δε πόνογ την άπόλαυσιν τών ον παρόντων δθεν καί Διογένης
stanza; per questo si segnalò più degli altri presso Dionigi
βασιλικόν κύνα ελεγεν αυτόν, ό δε Τίμων παρέφαγεν ώς θρν-
di Siracusa, disponendo sempre a suo favore ogni situa­
zione che gli si presentasse; provava infatti piacere di quanto
era alla sua portata, m a non si affaticava a cercare il Sulla tradizione m anoscritta di Diogene Laerzio, cfr. sopra p. 8 ep. 9
godimento di ciò che ne era fuori: per cui Diogene lo n. 1 . - 3 κατά κ λ έ ο ς Σ ω κ ρ ά τ ο ν ς : cfr. Plutar., de c u r ìo s ., 2, p. 516 C.
chiamava cane regio. Timone poi lo motteggiò aspramente (I A 12) e Anonym ., E r o s tr o p h o s (I A 155): v. sopra, p. 21 s g g .-
4 sulla testim onianza di Fania e sul pagamento delle lezioni, v. so­
pra, p. 30 sgg. - 5 ε ίσ ε π ρ ά ξ α τ ο Β γ : ν π ε π ρ ά ξ α τ ο Τ δ : έ π ρ ά ξ α τ ο Su(i)d. -
β ά π έ λ α β ε ν ] έ λ α β ε ν Meib. Huebn. Muli. - 8 Ξ εν ο φ ώ ν τ ’ε ί χ ε π ρ ο ς α υ τ ό ν
δ ν σ μ ε ν ώ ς ] Ξ ε ν ο φ ώ ν τι δ έ ε ί χ ε δ ν σ μ ε ν ώ ς (i. e. Aristippo) Su(i)d. (I A 2) : v.
sopra p. 30 sgg. - 9 π ε ρ ι τ έ θ ε ικ ε ν ] π ε ρ ι τ ή θ η κ ε ν Fr. : cfr. Xenoph., meni.,
il 1, 1 (I B 2) e v. sopra, p. 80 sgg. - 10 Θ εό δ ω ρ ο ς : v. sopra, p. 71 n. 3 -
11 κ α ί Π λ ά τ ω ν έν τ φ Π ε ρ ί ψ υ χ ή ς : cfr. Phaed., 59 c (I A 15) e le te ­
stini. I A 16-19. — 11 ώ ς έν α λ λ ο ις ε ΐρ ή κ α μ ε ν : v. sopra, p. 28 n. 3,
p. 44 e p. 45 η. 1. - 13 ά ρ μ ο δ ίω ς ] ά ρ μ ο ν ίω ς Meib., Huebn., Muli. - 15 ά π έ ­
λ α ν ε] ά π έ λ α β ε ν Fr. —ε θ ή ρ α ] ε θ ν ρ α Fr. — 17 Τ ίμ ω ν : v. sopra, p. 43.
174 I C IR E N A IC I I. A R IS T IP P O . - A 1 175

oome snervato, dicendo press’a poco così: «come è delicata πτόμενον, σύτωσί πως είπών
la natu ra di Aristippo, che abbraccia menzogne ». Si dice che olà τ’ Αριστίππου τρυφερή φύσις άμφαφόωντος
una volta ordinasse di comprare una pernice per cinquanta ψεύδη.
dracme ; poiché un tale lo rim proverava, « tu, disse, non l’a ­
τούτον φασί ποτέ κελεΰσαι πέρδικα πεντήκοντα δραχμών
vresti forse com prata per un obolo? » e, ad un cenno di con­
6 ώνηϋήναν αίτιασαμένου δέ τίνος, « συ δ’ονκ αν, ειπεν, όβολοϋ
senso di quello, « tanto, disse, per me valgono cinquanta
τούτον έπρίω; » επινεύσαντος δέ, « τοσοϋτον, έφη, έμοί δύνανται
dracme ». Dionigi lo invitò una volta a scegliere una fra
ai πεντήκοντα δραχμαί. » Διονυσίου δέ ποτέ τριών εταιρών ούσών 67
tre etere lì presenti, ma egli le condusse via tu tte e tre,
μίαν έκλέξααϋ-αι κελεύσαντος, τάς τρεις άπήγαγεν είπών, « ουδέ
dicendo : « neanche per Paride fu vantaggioso sceglierne una »;
τώ Πάριδι συνήνεγκε μίαν προκρίναι' » άπαγαγών μέντοι, φααίν,
dopo averle condotte, però, fino al vestibolo, a quanto si dice,
10 αντάς αχρι τού ϋυρώνος άπέλυσεν. ούτως ήν καί ελέαϋαι καί
le lasciò andare. Così egli era capace di scegliere e di disprez­
καταφρονήσαι πολύς, διό ποτέ Στράτωνα, οι δε Πλάτωνα, προς
zare. Per questo è fam a che una volta Stratone, m a secondo
αυτόν είπειν, « οοι μόνω δέδοται και χλανίδα φορείν καί ράκος. »
altri Platone, abbia detto nei suoi riguardi : « a te solo è per­
Διονυσίου δε προσπτύσαντος αύτώ ήνέσχετο. μεμψαμένου δε
messo indossare indifferentemente tanto ima clamide quanto
τίνος, « εϊτα ο'ι μεν άλιεϊς, εϊπεν, ύπομένουσι ραίνεσϋαι τή ϋαλάττη,
una veste lacera ». Una volta Dionigi gli sputò ed egli lo sop­
15 Iva κωβιόν ϋηράσωσιν εγώ δε μή άνάσχωμ αι κράμα τι ραν&ή-
portò. A chi lo rim proverava per questo, rispondeva : « i pesca­
ναι, Iva βλέννον λάβω; »
tori, invero, sopportano di essere inzuppati dal mare per poter
Παριόντα ποτέ αυτόν λάχανα πλύνων Διογένης έσκωψε, καί 68
catturare il gobio; non sopporterò io allora di essere bagnato
φησιν, « εΐ ταΰτα έμα&ες προσφέρεσϋ·αι, ονκ αν τυράννων αύλας
di sputo per poter catturare il blennio? ».
έϋεράπευες. » ό δέ, « και σύ, εϊπεν, εϊπερ ήδεις άν&ρώποις όμι-
Una volta Diogene, m entre era intento a lavare legumi, lo
20 λείν, ονκ αν λάχανα έπλυνες. » ερωτη&είς τ ί αύτώ περιγέγονεν
vide passare e beffeggiandolo gli disse: «se imparassi a nutrirti
εκ φιλοσοφίας, έφη, « το δύνασ&αι πάσι ίλαρρούντως όμιλείν. »
di queste cose, non ti preoccuperesti dei palazzi dei tiranni », e
όνειδιζόμενός π οτέπι τώ πολυτελώς ζην, « εΐ τούτ , έφη, φαύλον
Aristippo: «e tu, disse, se provassi piacere ad in trattenerti con
ήν, ονκ αν εν ταις τών &εών έορταϊς έγίνετο. » έρωτη&είς ποτέ
gli uomini, non laveresti legumi ». Interrogato su che cosa egli
τ ί πλέον έχουσιν οί φιλόσοφοι, έφη, « εάν πάντες οι νόμοι άναι-
avesse ricavato dallo studio della filosofia, disse: «il poterm i
intrattenere serenamente con tu tti ». Bim proverato una volta
per il lusso del suo tenore di vita, « se fosse deplorevole, ri­ 2 ola] ola Μ. - τρυφερή] τρυφή Μ. —5 ώνη&ήναι a : έωνηϋήναι LB. —
spose, non ci sarebbe neppure nelle feste degli dei ». A chi gli 5 sgg. cfr. Gnom. Vatic. 743, η. 40 (I A 23) e apparato critico. -
chiedeva in che cosa consistesse la superiorità dei filosofi, disse : 10 ϋυρώνος TBPL: μυρώνος a (μιρώνος G) —άπέλυσεν: lo stesso motivo
delle 3 etere in un epigramma di Rufino (Anthol. Palat., v 36) e
in Ovid., Fasti, VI 97 sgg. - 13 προσπτύσαντος Meib. : προσπιτνσαντος
Huebn. cfr. Atlien. x ii 544 d (I A 5) e Gnom. Vatic. 743, n. 440
(dove l ’aneddoto è attribuito a Platone). - 15 κράματί] κράμματι
codd. e Meib.: χρέμματι Muli. - 16 βλέννον B : βλένον Pr. Meib.: βέλ-
τιον a — 18 φησιν] « σύ» φησιν Ricbards: έφη «σΰ» Postgate. — 19 àv-
ϋρώποις] τυράννοις Sternbach, sulla base di Gnom. Vatic. 743, n. 192
(I A 87). - 20 έπλυνες: per i luoghi paralleli cfr. I A 85-91 e Diog.
Laer. n 102 ( V i l i A 23), dove si tratta di Teodoro l’ateo, e v i 58,
dove si tratta di Diogene e Platone. - 21 ϋαρρουντως] ϋαρραλέως
Mufi.
I C IR E N A IC I i. a r is t ip p o . - A 1 177
1 76

« se anche fossero tolte tu tte le leggi, noi vivremmo allo stesso ρεύώσιν, ομοίως βιωσόμε&α. » έρωτη&είς υπό Διονυσίου διά τί 69
modo ». Interrogato da Dionigi perché mai, m entre i filo­ οι μεν φιλόσοφοι επί τάς των πλουσίων (λύρας έρχονται, οί δε
sofi vanno alle porte dei ricchi, i ricchi invece non vanno mai πλούσιοι επί τάς των φιλοσόφων ουκέτι, έφη, « δτι οί μεν ϊσασιν
alle porte dei filosofi, rispose: «Perché m entre quelli sanno ciò ών δέονται, οί δ’ούκ ϊσασιν. » όνειδιζόμενός ποτ επί τφ πολντε-
di cui hanno bisogno, questi invece non lo sanno ». Rim pro­ 5 λώς ζην υπό Πλάτωνος, έφη, « άρα φαίνεται σοι Διονύσιος άγα­
verato una volta da Platone per il suo lussuoso tenore di vita, μός; » τοϋ $ όμολογήσαντος, «καί μην, εφη, ζή εμού πολυτελέ-
gli rispose; «non ti sembra dunque che Dionigi sia buono? » στερον ώστουδεν κωλύει καί πολντελώς καί καλώς ζην. » ερω­
e poiché Platone era d’accordo, « e tu ttavia, continuò, egli τήσεις τίνι διαφέρουσιν οί πεπαιδευμένοι των άπαιδεύτων, έφη,
vive in modo ancora più lussuoso di me: cosicché nulla impe­ « ωπερ οί δεδαμασμένοι Ιπποι των άδαμάστων. » ειαιών ποτέ
disce che si viva lussuosamente e degnamente nello stesso 10 εις εταίρας οικίαν, καί των συν αντώ μειράκιων τίνος ερν&ριάσαν-
tempo ». Interrogato in cosa differiscano gli uomini educati τος, « ον το είσελ&είν, έφη, χαλεπόν, άλλά το μη δύναα&αι έξελ-
da quelli incolti, disse : « nella stessa misura in cui i cavalli &εϊν. »
dom ati si differenziano da quelli selvaggi ». Entrando una Αίνιγμά τίνος αύτω προτείναντος καί είπόντος, « λϋαον,» «τί, 70
volta in casa di u n ’etera, poiché uno dei giovanetti che era ω μάταιε, έφη, λνσαι θέλεις, δ καί δεδεμένον ήμϊν πράγματα
con lui si faceva rosso in volto, « non l’entrare, disse, è vergo­ 15 παρέχει; » αμεινον έφη επαίτην ή όπαίδευτον είναι■ οί μεν γάρ
gnoso, ma il non essere capace di uscire ». χρημάτων, οί δ"ανθρωπισμού δέονται, λοιδορούμενός ποτέ άνε-
Presentandogli un tale un’enigma e invitandolo a scioglierlo, χώρει· τον δ’έπιδιώκοντος είπόντος, « τί φεύγεις;» «δτι, φησί,
«perchè, o insensato, rispose, vuoi sciogliere ciò che, anche τον μεν κακώς λέγειν αν την εξουσίαν έχεις, τού δε μη άκούειν
ingarbugliato com’è, ci dà già preoccupazioni? ». Affermava εγώ. » είπόντος τίνος ώς άεί τούς φιλοσόφους βλέποι παρά
che è meglio essere mendicante che incolto: il primo infatti
manca di ricchezze, ma il secondo di um anità. Siccome un
1 ο μ ο ίω ς ] ν ο μ ίμ ω ς Reiske: cfr. Àpul., ex fior., 2 (I A 79)
tale una volta lo rimproverava, egli se ne allontanava, ma
e sopra, p. 5 1 .— β ι ω α ό μ ε θ α ] β ιώ σ ο μ ε ν Meib. Huebn. Muli.: cfr. D e­
quello lo seguiva da presso dicendogli «perchè ti allontani ? » mocrito A 166 e B 264 Diels-Kranz 7 (v. Bignone, Studi sul pena,
al che Aristippo : « perchè tu, rispose, hai certo la facoltà di ani., p. 18 sg.) e Excerpt. e Ms- Fior. Joann. Damasc. π 13, 146
parlare m alamente, m a io ho quella di non stare ad ascoltare». (I A 84). - 4 ϊσ α σ ι ν . v. Excerpt. e Ms. Fior. Joann. Damasc. u
13, 146 (I A 84) e, sopra, p. 46 n. 4. Cfr. anche Aristot., rhet.,
B 16. 1391 a 8 e Stob., fior., iv 31, 32 Hense, dove il pensiero è
attribuito a Simonide. Pensieri analoghi di Antistene in Diog. Laer.
Vi 6 e di Platone in respubl. vi 489 b. cfr. Gnom. Vatic. 743, n. 6
(I A 58). - 4-7 ό ν ε ιδ ιζ ό μ ε ν ο ς - ζ ή ν : queste parole sono poste qui dai
codd. γ Τ ρ , ma mancano nei codd. BPL<5, nei quali si leggono al
§ 76 dopo il verbo δ ια β ά λ λ ο υ σ ιν , leggermente mutate all’inizio: π ρ ο ς
Π λ ά τ ω ν α ό ν ε ιδ ίσ α ν τ α τ η ν π ο λ υ τ έ λ ε ια ν ( π ο λ ιτ έ λ ε ια ν V)· ά ρα (ά ρ α Β) έφ η
φ α ίν ε τ α ι μ ο ι — ζ ψ . Per il motivo dei filosofi alle porte dei ricchi, v.
Gnom. Vatic. 743,. n. 45 (I A 147) e sopra, p. 46. - 8 τ ί ν ι γ Β : τ ί δ. -
14 λ ϋ σ α ι θ έ λ ε ις ] λ ϋ α α ι ε μ έ θ έ λ ε ις Muli. - 15 ε π α ίτ η ν α: έ π α ι τ ε ϊ ν L: ε π ε ι-
τ ε ίν Β 1. - 16 sul termine ά ν θ ρ ω π ιο μ ό ς ν. sopra ρ. 54 η. 1. Lo
stesso pensiero in Proci., i n Hesiod. O p . et dies, 291 (I A 55) e in
Auecd. qr. i 36 Boissonade (I A 56). - 16-19 lo stesso aneddoto in
I A 72-74.

Γ ' . - U ianlS a n t o n i , I ('irta / a lc i.


178 I CIKKNA1C1 I. A H I S T I P F O . - A 1 179

Ad uno che diceva di vedere i filosofi sempre alle porte dei ταϊς των πλουσίων θύραις, «καί γάρ καί οί ιατροί, φησί, παρά ταί
ricchi, rispose: «e infatti anche i medici stanno alle porte dei των νοσονντων άλλ’ου παρά τοϋτό τις αν έλοιτο νοσειν ή ίατρεύειν. »
m alati, m a non per questo uno preferirebbe essere inalato p iu t­ Εις Κόρινθον αντφ πλέοντί ποτέ καί χειμαζόμενα) συνέβη 71
tosto che essere medico». ταραχθηναι. προς ονν τον είπόντα, « ημείς μέν οι ίδιώται ον
D urante una navigazione verso Corinto fu sorpreso da una 6 δεδοίκαμεν, υμείς θ’οι φιλόσοφοι δείλιατε, » « ου γάρ περί όμοιας,
tem pesta e gli accadde di turbarsi; uno dei compagni di viag­ έχρη, ψυχής άγωνιώμεν έκάτεροι. » σεμνυνομένου τίνος επί πολυ-
gio allora gli disse: « come? noi, uomini semplici, non abbiamo μαθεία έφη, «ώσπερ ονχ οι τά πλεϊστα έσθίοντες [καί γυμναζό­
avuto paura e voi filosofi invece vi spaventate? » al che Ari- μενοι.] νγιαίνουσι μάλλον των τά δέοντα προσφερομένων, ούτως
stippo : « non è certam ente la stessa l ’anima per la quale cia­ ουδέ οί πολλά άλλ’οί χρήσιμα άναγινώσκοντές είσι σπουδαίοι. »
scuno di noi è in ansia ». Poiché un tale si vantava per la sua 10 προς τον υπέρ αυτού λογογράφον δίκην είπόντα καί νίκησαν τα,
vasta erudizione, egli osservò : « allo stesso modo che coloro έπειτα φάσκοντα προς αυτόν, « τ ί σε ώνησε Σωκράτης; » έφη,
i quali mangiano moltissimo cibo non stanno meglio in salute « τούτο, τούς λόγους, ονς εϊπας υπέρ εμού, άληθεΐς είναι. » 72
di coloro che mangiano ciò che è necessario, così eccellono non 7 α άριστα ύπετίθετο τή θυγατρί Ά ρήτη, συνασκών αυτήν
coloro che sanno molte cose, ma coloro che conoscono cose υπεροπτικήν τοϋ πλέονος είναι, έρωτηθείς υπό τίνος τ ί αυτού
utili ». Un logografo aveva una volta difesa e vinta una causa )f> δ υιός άμείνων έσται παιδενθείς, « καί εί μηδέν άλλο, είπεν, εν
in suo favore, e poiché gli chiedeva: « a che cosa ti è stato γοϋν τφ θεάτρω συ καθεδεϊται λίθος επί λίθω. » συνιστάντος τίνος
utile Socrate? », « a questo, rispose Àristippo, che fossero veri αύτώ υιόν ήτησε πεντακοσίας δραχμάς- τοϋ δ’είπόντος, «τοσού-
i discorsi che hai pronunciato nei miei confronti ». του δύναμαι άνδράποδον ώνήσασθαι, » «πρίω, έφη, καί έξεις
Esortava nel migliore dei modi la figlia Arete, educandola a δύο. » άργύριον είπε παρά των γνωρίμων λαμβάνειν, ονχ ίν αυτός
sprezzare il superfluo. Un giorno un padre gli chiese in che senso 2 0 χρώτο, άλΣ ιν εκείνοι είδεϊεν εις τίνα δει χρήσθαι τοίς άργυρίοις.

il suo figlinolo, una volta educato, sarebbe diventato migliore, e όνειδιζόμενός ποτέ άτι δίκην έχων έμισθώσατο ρήτορα, « καί
Àristippo : «se non altro, disse, a non sedere in teatro come pietra γάρ, έφη, δταν δεϊπνον έχω, μάγειρον μισθοϋμαι. »
su pietra». Ad un tale, che gli aveva affidato il proprio figlio, Αναγκαζόμενος ποτέ υπό Διονυσίου είπεϊν τι των εκ φιλοσο- 7
chiese 500 dramme, al che quello: «con una tale somma, disse, φίας, « γελοϊον, έφη, εί τό λέγειν μέν παρ’ εμού μανθάνεις, τό
io posso comprarmi uno schiavo » e Àristippo : « compralo, 25 δέ πότε δει λέγειν σύ με διδάσκεις. » έπί τούτω δή άγανακτήσαντα

ribattè, e ne avrai due ». Diceva di prendere denari dai suoi


amici non per usarne lui stesso, sibbene affinchè essi sapessero 1 τ α ί ς - θ ν ρ α ι ς ] τ ά ς —θ ν ρ α ς Fr. ( ν . sopra I I 69). - π α ρ ά τ α ις ] π α ρ ά
per cosa bisognava servirsi del denaro. Una volta fu rim pro­ τά ς Fr. - 2 π α ρ ά τ ο ϋ τ ό BPL<5: δ ιά τ ο ϋ τ ο ρ γ Τ Muli. - 5 ό μ ο ια ς Βγ; μ ία ς
verato perchè, dovendo sostenere una causa, aveva pagato V : μ ια ς LU. - 6 έ κ ά τ ε ρ ο ι ] έ κ α σ τ ο ι Meib., Huebn., Muli. Lo stesso
un retore: «certo, disse, quando infatti io ho un banchetto, aneddoto in I A 39-41. - 6 sgg. per questa risposta sulla π ο λ υ μ ά -
pago un cuoco ». θ ε ια v . sopra, p. 53. - π ο λ υ μ α θ ε ίς ι] π ο λ ύ μ α τ ία Muli. - 9 οι3<5έ] ο ν χ
Muli. - 10-12 cfr. I A 14. - 13 cfr. Socratic. Epist. x x v i i
Facendo un giorno Dionigi pressioni perchè egli parlasse
Kòhler I C 5. - 16 κ α θ ε δ ε ί τ α ι a : κ α θ εδ ή α ετα ι B Fr. e
un poco di filosofia, «è ridicolo, rispose Àristippo, che tu
Meib. - λ ίθ ο ς i n i λ ίθ ω ·. su questo τ ό π ο ς (come pure sulla ri­
impari da me a parlare, se poi sei tu ad insegnarmi quando sposta seguente) v. sopra, p. 35. - 16 sgg. Lo stesso aneddoto in
bisogna parlare ». E poiché Dionigi si era sdegnato per Plutar., de Uh. eduo., 7, p. 4 f (I A 48), ma v. sopra, p. 36. - 18-20 cfr.
Gnom. Vatic. 743, n. 24 (I A 50). - 24 μ α ν θ ά ν ε ις ] π υ ν θ ά ν ρ Meib.,
Huebn., Muli. - 25 δ ιδ ά σ κ ε ις : c f r . Plutar., a p o p h te ij. lac., p. 218 b .
Lo stesso aneddoto più per esteso in Athen. x i i 544 c (I A 5).
- δή άγανακτήσαντα P a : διαγανακτήσαντα B.
180 I C IR E N A IC I I. A R IS T IP P O . - A 1 181

questo e lo aveva fatto sedere nell’ultimo posto, Aristippo τον Διονύσιον έσχατον αυτόν κατακλίναΐ' καί τόν, «ένόοξότερον,
disse: « tu vuoi rendere più illustre questo posto». Ad un φάναι, τον τόπον ήθέλησας ποιήσαι. » αύχοϋντός τίνος επί τώ
tale che vantava la sua abilità a nuotare disse: «non ti κολυμβάν, « ούκ αισχύνη, εΐπεν, έπί δελφίνος έργοις άλαζονευό-
vergogni di v antarti di una cosa che sa fare anche un del­ μενος; » ερωτήσεις ποτέ τίνι διαφέρει δ σοφός τοϋ μή σοφοϋ,
fino? ». U na volta gli fu chiesto in che cosa il sapiente diffe­ 5 έφη, « εις άγνώτας τούς δύο γυμνούς άπόστειλον, καί εϊση. »
risse dall’ignorante : « mandali, disse, entram bi nudi presso αύχοϋντός τίνος επί τώπ ολλά πίνειν καί μη μεθύσκεσθαι, « τούτο
gente che non li conosce, e lo saprai ». Vantandosi un tale καί ήμίονος, » φησί.
di essere capace di bere molto senza ubriacarsi, « di ciò è capace Προς τον αΐτιώμενον δτι εταίρα συνοικεί, « άρά γε, είπε, μή τι 74
anche un mulo » disse. διενέγκαι <αν> οικίαν λαβεϊν έν ή πολλοί ποτέ ωκησαν ή μηδείς; »
Ad un tale che lo rim proverava di convivere con u n ’ete­ ίο είπόντος δε ου, « τ ί δε πλεΰσαι εν νηΐ ή μυρίοι ποτέ ενέπλευσαν
ra, « forse, rispose, vi è una qualche differenza a prendere ή μηδείς; » <<ούδαμώς. » « ούδ’ αρα γυναικί, έφη, συνεϊναι ή
una casa nella quale una volta abbiano abitato molte per­ πολλοί κέχρηνται ή μηδείς. » προς τον αίτια)μενον δτι Σωκρά-
sone o nessuna? », e poiché quello negava, « forse, proseguì, vi τους μαθητής ών άργύριον λαμβάνει, «καί μάλα, είπε· καί γάρ
è una qualche differenza a navigare in una nave, nella Σωκράτης, πεμπόντων αύτω τινων καί σίτον καί οίνον, όλιγα
quale una volta abbiano navigato moltissime persone o nes­ 15 λαμβάνων τά λοιπά άπέπεμπεν είχε γάρ ταμίας τούς πρώτους
suna?», e dato che quello negava ancora, «dunque, disse, neppure Αθηναίων, εγώ δ’Εύτυχίδην αργυρώνητον. » έχρήτο καί Λαΐδι τη
a stare insieme con una donna della quale abbiano goduto εταίρα, καθά φησι Σωτίων εν τώ δευτέρω των Διαδοχών, π ρ ος 75
moltissime persone o nessuna ». Ad un tale che lo rim prove­ οϋν τούς μεμφομένους αύτω έφη, « έχω [Λαΐδα], άλλ’ούκ
rava perchè, pur essendo discepolo di Socrate, pretendeva έχομαι· έπεί το κρατεϊν καί μή ήττάσθαι ηδονών αριστον, ον
denaro, rispose : « è vero ; e infatti Socrate, allorché qualcuno 20 το μή χρήσθαι. » προς τον ονείδισαντα αύτω πολυτελή όψωνίαν
gli m andava cibo e vino, un poco ne prendeva e il resto rim an­ έφη, « σύ δ’ονκ αν τριωβόλον ταΰτέπρίφ; » όμολογήσαντος δέ,
dava indietro: aveva infatti come dispensieri i primi degli « ούκέτι τοίνυν, έφη, φιλήδονος εγώ, άλλά σύ φιλάργυρος ». Σιμού
Ateniesi. Io invece ho soltanto Eutichide comprato con de­ ποτέ τοϋ Διονυσίου ταμίου πολυτελείς οίκους αύτω καί λιθόστρω­
naro ». Godette anche dell’etera Laide, come dice Sozione τους δεικνύντος ■ — ήν δε Φρύξ καί όλεθρος — άναχρεμψάμενος
nel secondo libro delle Successioni. A chi lo rim proverava per 25 προσέπτυσε τή δψει' τοϋ δ’άγανακτήσαντος, « ούκ είχον, είπε,
questo rispondeva: «la posseggo, non ne sono posseduto; poiché τόπον επιτηδειότερον. »*I
ottim a cosa è vincere e non essere schiavi dei piaceri e non
già il non goderne ». Ad uno che gli rim proverava la raffi­
natezza dei cibi disse : « non pagheresti tu tu tto ciò mezza 3-4 in Gnom. Vatic. 743, η. 494 la frase è attribuita a Socrate. -
dracma? » e quello acconsentì, « dunque, concluse, non è vero 8 sgg. lo stesso aneddoto in Athen. x m 588 e (I A 116). - 11 μηδείς]
che io sia am ante del piacere, bensì tu sei avaro ». Simo, il μηδέ εις Muli. - 13 sulTdgyt^tov λαμβάνειν v. sopra, p. 30 sgg.. —14-15
Σωκράτης— λαμβάνων— άπέπεμπεν] Σωκράτη— λαμβάνον τα— άποπέμπειν
dispensiere di Dionigi, — era costui un frigio e uomo degno
Meib. Iluebn. Muli. - 17 τφ δεντέρφ] τή δευτέρρ Meib. Huebn. -
di disprezzo — stava mostrando una volta la sua casa sfarzosa
18 il Meibonius conserva Λαίδα; per i luoghi paralleli cfr. I A 5 e
e i pavim enti di mosaico, quando Aristippo, espettorando, I A 115-122. Che la frase έχω ονκ έχομαι facesse parte delle Χρεϊαι
gli sputò in faccia e, poiché quello si era adirato, « non avevo, ha sostenuto lo Sternbaoh: cfr. l’apparato a I A 135. Sui rapporti
disse, un luogo più adatto ». tra Aristippo e Laide v. sopra, p. 50. - 22-26 lo stesso aneddoto in
Joann. Chrysost., in epist. ad Boni, homil. x n (I A 140); tuttavia
in Galen., exhort., 4, esso è attribuito, forse con più verisimiglianza,
a Diogene Cinico.
I C IK K N A IC I I. A R I S T I P P O . - A 1 183
182

A Caronda, altri dicono a Pedone, il quale chiedeva Προς Χαρώνόαν είπόντα, οι δε προς Φαίδωνα, τις ό μεμυρι- 7 6
chi fosse così profumato, « io, rispose, infelice, e più αμένος; « εγώ, φησίν, ό κακοδαίμων, κάμον κακοδαιμονέστερος
infelice di me il re dei Persiani. Del resto guarda come ό Περσών βασιλεύς, άλλ’δρα μη ώς ονδεν των άλλων ζώων παρά
nessuno degli altri animali ci perde per questo in qual­ τοϋτό τι έλαττοϋται, όντως ονδ’άν ό άνθρωπος, κακοί κακώς
cosa, e così neppure l’uomo. In malo modo muoiano i male­ ο δ’άπόλοιντο οι κίναιδοι, οιτινες καλόν ήμιν άλειμμα διαβάλλουσιν. »
fìci cinedi, che ci hanno guastato il bel profumo ». Interrogato ερωτώμενος πώς άπέθανε Σωκράτης, έφη, « ώς αν εγώ εύξαί-
come fosse morto Socrate, « come anch’io desidererei, rispose ». μην. » Πολνξένον ποτέ τον σοφιστον είσελϋόντος προς αυτόν καί
Essendo andato una volta da lui, e vedendo donne e un ricco θεασαμένον γυναϊκάς τε καί πολυτελή όψωνίαν, έπειτα αίτιασα-
banchetto, il sofista Polisseno rimproverò Aristippo, ma questi, μένου, μικρόν διαλιπών, « δννασαι, εφη, καί σύ σήμερον μεθ’ήμών 77
lasciato passare un po’ di tempo, «puoi, chiese, rimanere anche 10 γενέσ&αι; » τον δ’ επινεύσαντος, « τ ί ονν, εφη, εμέμφου; εοικας
tu oggi con noi! » e come il sofista ebbe accettato, « per­ γάρ ον την όψωνίαν ά?.λά τό άνάλωμα αίτιάσθαι. » τον δε θερά­
chè, disse mi rim proveri! Sembra infatti che tu faccia que­ ποντος εν όδώ βαστάζοντος Αργύρων καί βαρννομένον, ώς φασιν
stione non di lusso, m a di spesa». Ad un suo servo che portava οι περί τόν Βίωνα εν ταις Διατριβαίς, « άπόχεε, εφη, τό πλέον
del denaro lungo il cammino ed era gravato dal peso, come καί όσον δύνασαι βάσταζε. » πλέων ποτέ επεί τό σκάφος εγνω
riferisce Bione nelle sue Diatribe, egli disse : « lascia il sovrac­ 15 πειρατικόν, λαβών τό χρνσίον ήρίθμει· έπειτα εις θάλατταν ώς
carico e porta quanto puoi ». D urante un viaggio per mare, μη θέλων παρακατέβαλε καί δήθεν άνφμωξεν. οί δε καί έπειπεϊν
allorché si accorse che si tra tta v a di una nave di pirati, preso φασιν αυτόν ώς αμεινον ταντα δι Αρίστιππον ή διά ταντα ’Αρίστ­
il suo danaro, si mise a contarlo; poi, come senza farlo appo­ ιππον άπολέαθαι. Διονυσίου π ο τέ ραμένου επί τί ήκοι, έφη επί
sta, lo gettò in mare e subito cominciò a gemere. Alcuni af­ τώ μεταδώσειν ών έχοι, καί μεταλήψεσθαι ών μη έχοι. ένιοι 78
fermano che Aristippo avrebbe detto che era stato meglio che 20 δ’ουτως άποκρίνασθαι, « οπότε μεν σοφίας εδεόμην, ήκον παρά
il denaro fosse andato perduto a causa di Aristippo, anziché τόν Σωκράτην νυν δε χρημάτων δεόμενος παρά σε ήκω. » κατε-
Aristippo a causa del denaro. A Dionigi che gli chiedeva per­ γίνωακε τών Ανθρώπων ώς τά σκεύη μεν εν ταις άγορασίαις
chè fosse venuto, rispose che la ragione era di dare ciò che κομπούντων, τους δε βίους είκή δοκιμαζόντων οί δε τούτο Διογέ-
aveva e di prendere ciò che non aveva. Alcuni dicono che
abbia risposto così: « quando avevo bisogno di sapienza, an­
dai da Socrate; ora che ho bisogno di denaro, vengo da te».
1-5 sull’atteggiamento di Aristippo verso i profumi v. anche 1 A
Biasimava gli uomini perchè, mentre nei loro acquisti esaminano
110-114. - 4 ο ύ δ ’αν a : δ ’αν LB. - 6 su questa risposta v. sopra,
attentam ente gli oggetti, giudicano poi a casaccio della vita; p. 26. - 7-11 Una risposta simile è data da Aristippo a Platone
altri dicono questo di Diogene. Un giorno Dionigi, durante un in Athen. v m 343 e (I A 22). - 11-12 lo stesso aneddoto in Su(i)d.,
s. v. (I A 3); Horat., s a t., π 3, 99 (I A 59); Auson., o p u s c ., ili 1,
10 (I A 62). Su Aristippo in Bione e nella letteratura cinico-stoica
posteriore ofr. Hense, T e le tis r e liq u ia e , p. L X X IX sgg. e Susemihl,
Q eseh. d . g r. L i t e r . i n d . A l e x a n d r i n e r z e i t , i p. 35 sgg. V. anche
sopra, p. 49 n. 2 - 14-18 lo stesso aneddoto in Su(i)d., s. v. (I A 3) e
in I A 63-67. - 18 ε π ί τ ί ή κ ο ι, έ φ η ε π ί τ φ μ ε τ α δ ώ σ ε ιν ] il Keislce pro­
pone di correggere έ π ί τ ί in ε π ί τ ivi ο in ε π ί τ φ oppure, meglio ancora,
ε π ί τ φ in έ π ί τ ό . Su queste risposte di Aristippo v. sopra, p. 26 sg. -
19 έ χ ο ι ] έ χ ε ι Meib., Huebn. Muli. - ένιο ι δ ’ο ν τω ς ] ένιο ι δ έ < φ α σ ιν >
ό ν τ ω ς Muli. — 23 κ ο μ π ο ύ ν τ ω ν Β : α κ ο π ο ύ ν τω ν a Meib., Huebn. : cfr. Eu-
stath., i n H o m . I l i a d . , Xll 149: rò δ è κ ο μ π ε ϊν κ α ί ε π ί σ κ ευ ώ ν ή κ ο ν
184 I C IR EN A IC I I. A R IS T IP P O . - A 1 185

banchetto, ordinò che ciascuno danzasse avvolto in una veste νους φασί. καί ποτέ παρά πάτον κελεύσαντος Διονυσίου έκαστον
di porpora ; m a m entre Platone si rifiutò dicendo : « non potrei εν πορφυρά έσϋήτι δρχήσασ&αι, τον μεν Πλάτωνα μη προσέσδαι,
mai indossare una veste femminile », Aristippo la prese e, είπόντα'
stando sul punto di danzare, argutam ente disse: «invero an­ ονκ άν δυναίμην ϋήλνν ένδϋναι στολήν
che nelle cerimonie bacchiche colei che ò pura non si corrom­ 5 τον 6’ ’Αρίστιππον λαβόντα και μέλλοντα όρχήσασϋαι εύστόχως
pe ». είπείν
Una volta supplicò Dionigi in favore di un amico e, καί γάρ εν βακχεύμασιν
non ottenendo buon esito, si gettò ai suoi piedi; e poiché un οέα ή γε σώφρων συ διαφϋαρήσεται.
tale lo rim proverava per questo, « non è mia la colpa, disse, Δεόμενος ποτέ υπέρ φίλου Διονυσίου καί μή επιτυγχάνουν εις 79
ma è di Dionigi, che ha le orecchie nei piedi ». Ferm atosi in 10 τους πόδας αύτοΰ έπεσε· προς ονν τον έπισκώψαντα, « ονκ εγώ,
Asia e catturato dal satrapo Artaferne, ad uno che gli chie­ φησίν, αίτιος, άλλά Διονύσιος ό εν τοΐς ποσί τάς άκοάς εχων.»
deva: «e sei così fiducioso? », «forse, rispose, o sciocco, potrei διατριβών εν Ά σ ία καί ληφ&είς υπό Άρταφέρνου του σατράπου
esserlo in altro momento più di ora che sto per parlare con προς τον είπόντα, « καί ώδε δαρρεϊς; » « πότε γάρ, είπεν, ώ
Artaferne? » Aristippo paragonava coloro che si danno alle μάταιε, δαρρήσαιμι αν μάλλον ή νϋν, δτε μέλλω Άρταφέρνη
discipline enciclopediche trascurando la filosofia ai preten­ 15 διαλέξεσδαι; » τούς των εγκυκλίων παιδευμάτων μετασχόντας,
denti di Penelope; questi infatti possedettero Melanto, Poli- φιλοσοφίας δε άπολειφ&έντας όμοιους έλεγεν είναι τοϊς τής Πηνε­
dora e tu tte le altre ancelle, tu tto insomma, piuttosto che riu­ λόπης μνηστήραν καί γάρ εκείνους Μελαν&ώ μεν καί Πολυδώραν
scire a sposare proprio la padrona. Lo stesso pensiero si καί τάς αλλας ϋεραπαίνας έχειν, πάντα δε μάλλον ή αυτήν την
tram anda a proposito di Aristone: Odisseo, infatti, sceso δέσποιναν δύνασδαι γήμαι. το δ’δμοιον καί Ά ριστω ν τον γάρ 80
nell’Ade, vide quasi tu tti i m orti e si intrattenne con loro, ma 20 Όδυσσέα καταβάντα εις αδου τούς μεν νεκρούς πάντας σχεδόν
non vide la regina. έωρακέναι καί συντετυχηκέναι, την δε βασίλισσαν αυτήν μή τε-
Interrogato su che cosa i giovani a modo debbano δεάσ&αι.
imparare, Aristippo rispose : « ciò che sarà loro utile una Ό 0'ούν Αρίστιππος έρωτηδείς τίνα έστίν a δεϊ τούς καλούς
volta divenuti uomini ». A chi lo accusava di essere pas­ παΐδας μαν&άνειν, έφη, « οίς άνδρες γενόμενοι χρήσονται. » προς
sato da Socrate a Dionigi, rispondeva: « da Socrate andai 25 τον είπόντα έν αιτία ώς από Σωκράτους προς Διονύσιον έλ&οι,
« άλλα πρός Σωκράτην μέν, είπεν, ήλδον παιδείας ένεκεν, προς

λέγεται, κομπείν γονν χύτραν ή λοπάδα φηαιν ό Λαέρτης έν τοϊς τών


σοφιστών βίοις. - 4 Eurip., Baco., 836. - 5 εύστόχως Β: εύστοχώτερον
DFGOSV : εύστοχότερον U. - 7 Eurip., Baco., 317. - 8 οϋσ'ή γε] ό
νους Su(i)d. (I A 3): cfr. l ’apparato a I A 98: lo stesso aneddoto
in I A 5 e I A 95-100. - 10 έπεσε] πεσών έπεισε Muli. cfr. Su(i)d. (I A 3).
- 11 εν τοϊς ποσί] έν γόνασι Su(i)d. — 12-15 cfr. Gnom. Vatic. 743,
n. 43 (I A 82) dove però si parla di Farnabazo. - 13 καί ώδε a: ώς
δέ καί 1η Β. - 15-23 in Plutar., de lib. educ., 10, p. 7 i> la frase è
attribuita a Bione (ma cfr. Festa, Gli stoici antichi, n p. 26). -
18 πάντα Fr. : πάσας Meib. Huebn. - 19 rò] τφ Menagius. - 21 μή
τε&εάσ&αι a: μήτε θεάσϋ-αι Fr. : άεάσασ&αι LB. — 24 ν. sopra,
ρ. 53. La stessa frase in I A 42-45. - 26 cfr. sopra n 78.
I 0IK K N A 1C I I. A R I S T U ’r O , - Λ 1 187
186

per educarmi, da Diouigi per divertirm i ». A lui divenuto ricco òè Διονύσιον παιδιάς. » εξ ομιλίας αύτώ χρηματίσαμεvqj ψηαί
con l’insegnamento Socrate disse : « donde ti son venute così Σωκράτης « πόϋεν σοι τοσαϋτα; » καί δς, « δϋεν σοι τά ολίγα. »
grandi ricchezze1?», e Aristippo: «donde a te così poche». ’Εταίρας είπούσης προς αυτόν, « εκ σοϋ κυώ », « συ μάλλον, 81
Ad un etera che gli diceva: «per causa tu a sono incinta», έφτ/, γινώσκεις ή εί δι’δλοαχοίνοτν ίονσα έφασκες υπό τοΰόε κε-
«non lo sai meglio, rispose, che se, andando fra fittissime 5 κεντήσΰαι. » ήτιάσατό τις αυτόν τον υιόν άπορριπτοϋντα ώσπερ

spine, dicessi: da questa qui sono stata punta». Ad un tale ούκ εξ εαυτού γεγονότα■ καί δς, « κα'ι τό φλέγμα, φησί, καί τούς
che lo incolpava di tenere lontano il figlio quasi che non φϋειρας εξ ημών ϊσμεν γεννωμένους, άλλ’αχρεία δντα ώς πορρω-
fosse nato da lui, « anche l ’infiammazione, disse, e i pidoc­ τάτω ριπτοϋμεν. » έκδεξάμενος τό άργύριον παρά Διονυσίου,
chi sappiamo che si generano da noi, ma tu ttav ia li te­ Πλάτωνος άραντος βιβλίον, προς τον αΐτιασάμενον, « έγότ μεν
niamo il più lontano possibile come cose del tu tto inutili ». 10 γάρ, εΐπεν, άργυρίων, Πλάτων δε βιβλίων εστ'ιν ενδεής. » προς
Essendo rimproverato di essersi fatto dare del denaro da Dio­ τον είπόντα τίνος 'ένεκα ελέγχεται παρά Διονυσίου, « ον ένεκα,
nigi, m entre Platone si era fatto dare un libro, « io, disse, φησίν, οι άλλοι ελέγχουσιν. »
infatti, ho bisogno di denari, Platone di libri ». A chi gli chie­ ’Ήιπει Διονύσιον άργύριον, καί, δς « άλλά μην έφης ούκ άπορή- 82
deva per quale ragione ora rimproverato da Dionigi, « per σειν τον σοφόν » ό δ’ ύπολαβών, « <5ο'ς, είπε, καί περί τούτου
la stessa ragione, rispondeva, per cui gli altri rimproverano 15 ζητώμεν. » δόντος δέ, « όράς, έφη, δτι ούκ ήπόρηκα; » είποντος
π ρ ο ς αυτόν Δ ιονυσίου'
lui ».
Ad una richiesta di denaro Dionigi osservò : « ma tu δστις γάρ ώς τύραννον εμπορεύεται,
dicevi che il saggio non si trova mai in imbarazzo », e Ari­ κείνου ’στί δούλος, καν ελεύθερος μύλη'
stippo : « dammi il denaro e poi discuteremo di questo » e, ύπολαβών,
avendolo avuto, « vedi, disse, che non sono stato in im ba­ 20 ούκ έστι δούλος, αν έλεύϋερος μόλη.
razzo? ». Dicendogli Dionigi: « chiunque ha a che fare con qn τούτο Διοκλής φηαιν έν τω Περί βίων φιλοσόφων άλλοι γάρ εις
tiranno ne diventa servo, anche se è venuto Ubero », Aristippo Πλάτωνα άναφέρουσιν. όργισϋείς πρός Αίσχίνην μετού πολύ,
rispose: « non è servo, se è venuto libero ». Questo dice Diocle « ού διαλλαχϋησόμε&α, ου πανσόμεϋα, είπε, ληροϋντες, άλλ’ άνα-
uel Ubro Vite dei filosofi; altri l’attribuiscono a Platone. Essen­ μενεϊς έως αν επί τής κύλικας ημάς διαλλάξη τις; » καί δς,
dosi adirato nei confronti di Eschine, dopo non molto tempo 25 « άαμένος, εφη· μνημόνευε τοίνυν, εΐπεν ό Αρίστιππος, δτι σοι
gli disse: «non ci riconciUeremo? non smetteremo di essere πρότερος πρεσβύτερος ών προσήλ&ον. » καί δ Αισχίνης, « εύγε,
insensati? o forse aspetti che qualcuno ci riconcih fra le cop­
pe? » e Eschine: «volentieri disse»; «ricordati dunque, disse
Aristippo, che io, benché più vecchio, son venuto per primo 1 παιδιας LP : παιδείας Β : παιδιού DFOSUV (πεδίου G). - 5-Sklo stesso
verso di te » ed Eschine: « sì, per Era, (fisse, parli bene, poiché aneddoto in I A 137-139. - 6 καί δς om. F t. - 8 ριπτοϋμεν] ρίπτομεv
Meib. Huebn. Muli. - 9 μεν γάρ Β : γάρ om. α. - 11 ελέγχεται παρά
Pai έλέγχεται νπό LB - ού ένεκα : cioè per l’avidità di denaro (Apelt). —
17-20 è il fr. 789 Nauck di Sofocle. Un eguale adattamento dei vv.
di Sofocle è attribuito a Zenone in Plutar., de aadiend. poet., 12,
p. 33 c. - 22 Πλάτωνα] Ζήνωνα Menagius, sulla base del passo cit.
di Plutarco ( = fr. 219 Arnim). - 22 segg. lo stesso aneddoto in Plutar.,
de cohib. ira, 14 p. 462 d (I A 33) e Stob., fior., iv 27, 19 (I A 34)
che però, invece di Eschine, parla di un fratello di Aristippo. -
24 όιαλλάξι] ] διαλέξμ Fr. - 25 ασμενος Β : άσμένοις Ρα. - 26 εύγε] αν γε
Reiske.
188 I C IR E N A IC I I. A R IS T IP P O . A 1-3 189

tu sei di gran lunga migliore di me: io infatti ho dato prin­ νή τήν "Ηραν, εύλόγως είπας, έπεί πολλώ μου βελτίων υπάρχεις·
cipio all’inimicizia, tu all’amicizia ». Queste sono le cose che εγώ μεν γάρ έχ&ρας, συ δε φιλίας άρχεις. » καί ταϋτα μεν εις
vengono riferite su Aristippo. αυτόν άναφέρεται.
Vi furono quattro personaggi di nome Aristippo: quello di Γεγόνασι (V Ά ρ ίσ τ ι π π ο ι τέσσαρες' π ερ ί ον τε ό λόγος και
cui si è parlato, secondo quello che scrisse un’opera Sull’Ar­ 5 δεύτερος ό τα περί ’Αρκαδίας γεγραφώς’ τρίτος ό μητροδίδακτος,
cadia; terzo il M etrodidatta, nipote del primo; quarto poi ϋυγατριδοϋς τοΰ πρώτου· τέταρτος ό εκ τής νεωτέρας Άκαδημείας.
quello che appartenne a.lla nuova Accademia.
2. S u (i )d ., s. ν . ed. Adler. Αρίστιππος, Άριτάδου, από
2. - Aristippo, figlio di Aritade, cirenaico, filosofo, disce­ Κνρήνης, φιλόσοφος, Σωκράτους άκουστής- άφ ούπερ ή Κυρη­
polo di Socrate. D a lui prese inizio la scuola filosofica chiam ata ναϊκή κληϋ-εϊσα αιρεσις ήρξατο. πρώτος δε των Σωκρατικών
Cirenaica. Per primo fra i Socratici pretese un compenso in 10 μισϋούς επράξατο. Ξενοφώντι δε είχε δυσμενώς, καί ήν ικανός
denaro. Mantenne un contegno ostile verso Senofonte; era in άρμόσασδαι καί χρόνογ καί τόπω. καί τών μεν παρόντων άπελαυε
grado di adattarsi al tempo e al luogo. Godeva di quanto era και ηδονήν μετεδίωκε, πάνω δε άπόλαυσιν ουδεμίαν έϋήρα τών
alla sua portata e perseguiva il piacere, m a non si affaticava ου παρόντων, δϋεν Διογένης βασιλικόν κύνα αυτόν εκάλει. άπο-
minimamente a cercare il godimento di quanto era fuori delle φ&έγματα δε αυτόν πλεϊστα καί άριστα. [ = H e s y c h . M i l e s .,
sue possibilità. Onde Diogene lo chiamò cane regio. I suoi 15 Onomat., xc.].
apoftegmi sono numerossimi e ottimi.
3. S u (i )d ., s. v. ed. Adler. Αρίστιππος, Σωκράτους ομι­
3. - Aristippo, seguace di Socrate, bramoso in ogni cir­ λητής, έν πάσι τήν ηδονήν άσπασάμενος καί έπίχαρις. λέγεται δε
costanza del piacere e pieno di amabilità. Si narra che una ■δτι καί τοΰ παιδός αντώ φέροντας άργνριον καί άχϋομένου τώ
volta dicesse ad un suo schiavo che portava dell’argento ed era βάρει, τό βαρούν άπόβαλε, έφη. επιβονλευόμένος δε έν πλώ δια
affaticato dal peso: «gettai il peso». Essendo insidiato durante 20 επήγετο, εις τήν Οάλατταν έξέβαλεν αυτά, ή γάρ τούτων, έφη,
una navigazione per le ricchezze che si era portato dietro, le απώλεια έμή σωτηρία, έπέσκωπτε δ’ ΆντισΦένην άεί διά τήν
gettò in m are: «la loro rovina infatti, disse, è la mia salvezza». στρνφνότητα. καί προς Διονύσιον τόν Σικελίας τύραννον έλ&ών
Motteggiava continuam ente Antistene per la sua asprezza. καί πίνων ενίκα καί δρχήσεως τοις άλλοις κατήρξεν, ενδύς έσδήτα
Giunto presso Dionigi tiranno di Sicilia, superava tu tti nel bere άλονργή. Πλάτων δε προσκομιζομένης αύτώ τής στολής, είπεν
ed era di esempio agli altri nella danza, avvolto in una veste 25 Ενριπίδον ιαμβικά'
di porpora. Platone, allorché gli fu portata la veste, recitò i ουκ αν δυναίμην δήλυν ένδϋναι στολήν,
versi di Euripide: « non potrei mai indossare una veste femmi­ άρρην πεφυκυος καί γένους έξ αρρενος.
nile, io che son nato maschio da stirpe virile ». Aristippo invece Αρίστιππος δε δεξάμενος καί γελάσας είπε τού αυτού ποιη-
accettò la veste e ridendo recitò dello stesso poeta : «anche nelle τού'

10 έπράξατο] εΐαεπράξατο Diog. Laer. — Ξενοφώντι όέ είχε όνσ-


μενώς\ Ξενοφών τ’εΐχε προς αυτόν δυσμενώς Diog. Laer. n 65
(ν. apparato_relativo). — ικανός] ίκανώς ΙΜ - 11 παρόντων AV : πάντων
GIM. - djreàcme] άπέλαβε ΑΜ - πάνω Α : πόνων GrIVM. - 17-19 cfr.
Diog. Laer. li 77 e apparato. - 19 άπόβαλε] άπέβαλε A. - 19-21 cfr.
Diog. Laer. n 77 e appar. - 21 άπώλεια ] έπιβόλεια A. - 22 sgg. cfr.
Diog. Laer. i l 78 e appar.-23 τοϊς άλλοις AGI : τής άλλης VM . - 26 Nella
1 C IR EN A IC I I. A T U S T l l ’l ’O. - Λ :ì-r> 191
190

cerimonie bacchiche, infatti, la mente pura non sarà, corrot­ . . . . καί γάρ εν βακχεύμασιν
ta ». Intercedendo per un amico e non avendo un buon esito, ο νοϋς ό σώφρων ον διαφϋαρήσεται.
si gettò ai piedi di Dionigi e riuscì a persuaderlo : « di questa ν π ε ρ φ ίλ ο ν δ έ ά ξ ιω ν καί μη τ υ γ χά νω ν, τω ν ποδώ ν ήψ ατο καί
adulazione, disse, non io sono il responsabile, ma Dionigi έ π ε ισ ε ' καί ον τ α ν τ η ς έγόο τής κ ο λ α κ ε ία ς α ίτ ιο ς , ε ΐπ ε ν , ά λλά
che ha le orecchie nelle ginocchia, ». β Δ ιο ν ύ σ ιο ς , ό εν γ ό ν α σ ι τά ς άκοάς έχω ν [ = H esych . Miles .,
Onomat. xc.].
4. - Aristippo cirenaico fu seguace dei piaceri, ma non si
affaticò a cercare il godimento di ciò che non era alla sua 4. [H esych . Mil e s .], de vir. illustr., 4. ed. Mtìller (F. H.
portata: per cui Diogene lo chiamò cane regio. Interrogato in G. iv 156). Αρίστιππος 6 Κύρη vaio; τάς ήδονάς μεν μετεδίωκε,
cosa fossero superiori i filosofi, disse : « se anche fossero tolte πάνω δέ ονδεμίαν άπόλανσιν εϋηρα των ον παρόντων δ&εν ό
via tu tte le leggi, noi vivremmo ugualmente ». Diceva di ίο Διογένης βασιλικόν κννα αυτόν εκάλει. όντας ερωτήσεις, τί
prendere denaro dai conoscenti, non per usarne lui stesso, ma πλέον έχονσιν οι φιλόσοφοι, έφη, « αν πάντες οί νόμοι άναιρε&ώ-
affinchè essi sapessero per quali cose ci si deve servire del σιν, ομοίως βιώσομεν ». άργύριον είπε παρά των γνωρίμων λαμ-
denaro. A chi lo rimproverava di prendere compensi in de­ βάνειν, ονχ Ιν αυτός χρώτο, άλλ* ιν εκείνοι είδεΐεν, εις τίνα δει
naro, pur essendo discepolo di Socrate, « certamente, disse, χρήσ&αι τοϊς άργνρίοις. προς τόν αίτιώμενον, δτι Σοοκράτους
e infatti Socrate, allorché taluni gli mandavano cibo e vino, 1 5 ών μαθητής άργύριον λαμβάνει· « καί μάλα, είπε' καί γάρ
dopo aver preso poche cose, rimandava, indietro il resto. [Ma Σωκράτη, πεμπόντων αντώ τινών καί σίτον καί οίνον, ολίγα
io ho ai miei servizi] Eutichide comprato con denaro ». Go­ λαμβάνοντα τά λοιπά άποπέμπειν. **Εύτυχίδη δε τώ άργυρωνήτω.
dette anche dell’etera, Laide. A chi lo rim proverava per questo εχρήτο καί Λαΐδι τή εταίρα, προς ούν τούς μεμφομένονς έφη·
diceva: « posseggo Laide, ma non sono posseduto da lei, poi­ «έχω Λαΐδα, άλλ’ουκ έχομαι, έπεί τύ κρατειν καί μή ήττάσ&αι
ché ottim a cosa è il vincere e il non essere schiavi dei piaceri, 20 ηδονών άριστον, ον τό μή χρήσθαι. » ερωτηϋ-είς, τίνα έστίν a
non già il non goderne ». Interrogato su quali cose i bei giovani δει (τούς) καλούς παίδας μανθάνετε, έφη· « οίς ανδρες γενόμενοι
dovessero imparare, rispose : « quelle di cui utilmente si ser­ χρήσονται. » τέλος δε άπέφαινε τήν λείαν κίνησιν εις αϊσϋησιν
viranno una volta divenuti uomini ». Mostrò che il fine è il άναδιδομένην.
movimento lieve risultante ai sensi.
5. Α τη εν ., χ ιι 544 b. ed. Kaibel. Ώμολόγησεν ό’αϋτοϋ
5. - La vita di Aristippo si accordò con la sua dottrina, 2δ [i- e. Aristippo] τω δόγματι καί ό βίος, δν εβίωσεν εν πάση τρυφή
e questa vita egli la condusse fra ogni mollezza e lusso di καί πολυτελεία μύρων καί έσδήτων καί γυναικών. Ααιδα γουν
profumi, di vesti e di donne. Apertamente dunque possedette
citazione Euripidea (B a c o ., 836) il secondo verso è aggiunto anche in
Stob., in 5, 38 (I A 98) da una seconda mano del cod. A (v.
apparato a d lo c.); α ρ ρ η π ε φ υ κ ώ ς soltanto, in Sext. Emp., P y r r h . h y p .,
n i 24, 204 (I A 96) mentre negli altri passi paralleli si trova solo il
primo verso, -άρρενος] α ρ μ εν ο ς A. - 2 δ νο ϋς d] ο ϋ α ’ή γ ε Diog. Laer. n 78
e cfr. apparato. - 3-5 cfr. Diog. Laer. il 79 (I A 1). - 5 εν γ ό ν α σ ι ]
εν τ ο ϊς π ο σ ί Diog. Laer. — 6 sgg. l’opera Π ε ρ ί τω ν εν π α ιδ ε ία δ ια λ α μ -
ψ ά ντω ν σ ο φ ώ ν (Χ -Χ ΙΙΙ sec. d. C.), che erroneamente è andata sotto
il nome di Esichio (VI sec. d. C.), non è altro che una compilazione
da Diog. Laer. e. da Su(i)d. Per il guasto alla riga 16 cfr. Diog. Laer.
il 74 (I A 1).
192 I C IR E N A IC I I. A R I S T I P P O . - A 5 193

l’etera Laide e godette dei lussi sfrenati di Dionigi, benché Αναφανδόν είχε την έταίραν και ταϊς Διονυσίου πολυτελείαις
spesso schernito. Egesandro infatti dice che, essendogli una έχαιρεν καίτοι πολλάκις ένυβριζόμενος. Ήγήσανδρος γοΰν φησιν c
volta toccato un posto niente affatto decoroso, egli lo sopportò ως και άδοξου ποτέ κλισίας παρ’ αύτώ τυχών ηνεγκεν έρωτήσαντός
e a Dionigi, che gli chiedeva come gli sembrasse quel posto τε τοϋ Διονυσίου τ ί φαίνεται η κατάκλισις προς την χβες εφησεν
rispetto a quello del giorno prima, rispose che era presso che 5 παραπλησίαν είναι. « εκείνη τε γάρ, εφησεν, άδοξει τήμερον χω-
eguale: « quello infatti, disse, ha perso oggi il suo pregio es­ ρισ&εΐσα έμοϋ, χ&ές δέ πασών ήν ένδοξοτάτη δι ημάς, αυτή τε
sendo stato separato da me, m entre ieri grazie a me era il più τ ήμερον [καί] ένδοξος γέγονεν διά την ήμετέραν παρουσίαν, χδές
decoroso, questo invece è diventato oggi decoroso per la mia δε ήδόξει μη παρόντος έμοϋ». καί εν αλλοις δέ φησιν ό Ή γήσαν­
presenza, m entre ieri era spregevole, non essendovi io». E al­ δρος. « Αρίστιππος ραινόμενος μεν υπό των τοϋ Διονυσίου ϋερα- A
trove dice ancora Egesandro: inzuppato dai servi di Dionigi κι πόντων, σκωπτόμενος δ*επί τώ άνέχεσ&αι ύπ Άντιφώντος, « εί
e deriso da Antifonte per averlo sopportato, Aristippo disse: δ’άλιευόμενος έτύγχανον, έφη, καταλιπών την εργασίαν αν άπήλ-
« se io fossi stato per caso un pescatore, me ne sarei forse an­ ϋον; » διέτριβεν δ’ό"Αρίστιππος τά πολλά εν Αίγίνη τρυφών διό
dato abbandonando l’opera ! ». Aristippo si trattenne a lungo και ό Ξενοφών εν τοις ,Απομνημονενμασί φησιν δτι πολλάκις
in Egina abbandonandosi alle mollezze: per cui anche Seno- ένου&έτει αυτόν ό Σωκράτης καί την ή&οποιίαν πλάσας τής
fonte nei suoi Memorabili dice che Socrate lo rimproverava 15 Α ρετής καί τής Ηδονής είσήγεν. δ δ’ Αρίστιππος επί τής
spesso, e, inventandola, introdusse l’etopea della V irtù e del Ααίδος έλεγεν «έχω καί ούκ έχομαι. » καί παρά Διονυσίω διη-
Piacere. Aristippo disse nei confronti di Laide: «la posseggo, νεχϋη τισί περί τής εκλογής τών τριών γυναικών, καί μΰροις e
non ne son posseduto », e presso Dionigi ebbe contesa con al­ έλονετο καί έφασκεν δτι'
cuni circa la scelta di tre donne. Si ungeva di profumi ed era κάν βακχεύμασιν
solito dire che « anche nelle cerimonie bacchiche colei che è 2υ οΰσ’ή γε σώφρων συ διαφ&αρήσεται.
pura non si corrompe ». Mettendolo in ridicolo, Alessi nella κωμφδών δέ αυτόν ”Αλεξις έν Γαλατεία ποιεί τινα δεράποντα
Galatea raffigura un servo che racconta questa storiella su διηγούμενον περί τίνος τών μαδητών τάδε:
uno dei suoi discepoli: «il mio padrone, essendo ancora gio­
ό δεσπότης ονμάς περί λόγους γάρ ποτέ
vincello, si occupò una volta di ragionamenti e si applicò
διέτριψε μειρακίσκος δον καί φιλοσοφείν
alla filosofìa. Vi era allora un Cirenaico, come dicono, Ari­
25 έπέδετο. Κυρηναϊος ήν ένταΰδά τις,
stippo, nobile sofista, che allora primeggiava su tu tti e per
ώς φασ\ Αρίστιππος, σοφιστής ευφυής,

2-8 cfr. Diog. Laer. η 73 (I A 1). In Gnom. Vatic. 743, n.


440 questo aneddoto è riferito a Platone. - 6 αυτή τε E : αϋτη
δε A. - 7 καί om. E e Miiller. - 9-12 cfr. Diog. Laer. il 67
(1 A 1). L ’A ntifonte qui nominato fu messo a morte da Dionigi il
Vecchio, secondo Plutar., de adul., 27, p. 68 a : su ciò v. sopra,
p. 40. - 10 in i τώ Menagius: επί τά A. - 12 sulla residenza di Ari­
stippo in Egina. v. sopra, p. 38. - 13-15 cfr. Xenoph., meni., ii 1,
1 (I B 2) ^ 16 εχω καί ούκ έχομαι cfr. Diog. Laer. n 75
(I A 1) e apparato relativo. - cfr. Diog. Laer. n 67 (I A 1).
- 17-20 cfr. Diog. Laer. li 78 (I A 1) e apparato relativo. - 21 sgg.
sulla testim onianza di Alessi cfr. sopra, p. 33. - 25 ένταν&α, ως
ψασ\ Αρίστιππός τις A: la correzione è dello Schweighauser.

13. - (jlANNANTONl, / (.'ic. sin ic i.


I. A R I S T i r i ’O. Λ R-H 195
194 I C IR E N A IC I

intemperanza si distingueva anche fra tu tti i viventi. Dan­ μάλλον δε πρωτεύων απάντων <τών> τότε
dogli un talento il mio padrone ne divenne discepolo, ma ακολασία τε των γεγονότων διαφέρων.
m entre non ne imparò del tu tto l’arte, ne comprese però beue τούτω τάλαντον δούς μαθητής γίνεται
la gola». ό δεσπότης, καί την τέχνην μεν συ πάνν
β έξέμαϋε, την δ”αρτηρίαν συνήρπασεν.
6. - «Mi sembri essere un uomo di Cirene», per dirla con il
6. Α τη εν .,χ π 510 a. ed. Kaibel.
Tindaro di Alessi, o amico Timocrate: «lì infatti se un tale
“Ανθρωπος είναι μοι Κυρηναϊος όοκεϊς,
invita uno ad un banchetto, ne sopraggiungono altri diciotto
e dieci carri e quindici bighe; e a questi tu devi apprestare κατά τον ’Αλέξιδος Τννδάρεων, εταίρε Τιμόκρατες'
ciò che si conviene, sì che la cosa migliore era non invitare κάκεί γάρ αν τις επί το δειπνον ενa καλή,
nessuno». 10 πάρεισιν όκτωκαίόεκ’ άλλοι καί δέκα
άλματα ουνωρίδες <τε> πεντεκαίδεκα·
7. - Esistettero in questi tem pi uomini degni di ricordo
τούτοις δέ δει σε τάπιτήδει έμβαλεΐν,
per la loro formazione culturale: Isocrate il retore e coloro
ώστ ήν κράτιστόν μηδε καλέσαι μηδένα.
che furono suoi discepoli, e Aristotele il filosofo e ancora
Anassimene di Lampsaco e Platone ateniese e inoltre gli ul­ 7. D iodor ., bibl. hist., X V 76,4. ed. Vogel. *"Υπήρξαν δε
timi dei filosofi pitagorici, e Senofonte, lo scrittore di storie, 16 κατά τούτους τους χρόνους άνδρες κατά παιδείαν άξιοι μνήμης
che era ormai vecchissimo: ricorda infatti la morte di E pam i­ ’Ισοκράτης τε δ ρήτωρ καί οί τούτου γενόμενοι μαϋηταί καί
nonda avvenuta poco tempo dopo; Aristippo e Antistene e ’Αριστοτέλης δ φιλόσοφος, έτι δε Άναξιμένης δ Ααμψακηνός
oltre a questi Eschine di Sfotto, il socratico. καί Πλάτων δ ‘Αθηναίος, ’έ τι δε των Πυϋαγορικών φιλοσόφων
οί τελευταίοι, Ξενοφών τε δ τάς ιστορίας συγγραφόμενος έσχα-
8. - Alcuni uomini di Oirene divennero famosi, come 20 τογήρως ών μέμνηται γάρ τής ‘Επαμεινώνδου τελευτής μετ’ολίγον
Aristippo il socratico, che fondò la scuola cirenaica.
χρόνον γεγενημένης' Αρίστιππός τε καί Αντισθένης, προς δε
9. - Compiango l’illustre suolo di Cirene, che in passato τούτοις Αισχίνης δ Σφηττιος δ Σωκρατικός.
fu dei vari Cameadi e Aristippo, ed ora è dei Giovanni e dei 8. S t r a b ., geogr., χ ν π 3, 22. ed. Kram er. Άνδρες δ’εγένοντο
Giulii.1 γνώριμοι Κυρηναίοι Αρίστιππός τε δ Σωκρατικός, δστις και την
26 Κυρηναϊκήν κατεβάλετο φιλοσοφίαν.
9. S y n e s . , epist. 50. ed. Hercher (Epistol. yr., p. 661).
’Οδύρομαι δε το κλεινόν έδαφος τής Κυρήνης, δ πάλαι μεν είχον
Καρνεάδαι τε καί Άρίστιπποι, νυνί δε ‘Ιωάννα/ τε καί Ιούλιοι....

1 των è integrazione del Casaubonus. - 5 sulla lettura di quest’u l­


timo verso v. sopra, p. 34 n. 2. - 6-13 su questa seconda testim o­
nianza di Alessi v. sopra, p. 32 n. 2. - 7 άνθρωπε, Κυρηναϊος είναι μοι
όοκεϊς Herwerden. - 11 συνωρίόες A: καί συνωρίδες Ε - τε V L : om. A. -
15 κατά τούτους τούς χρόνους: è il 3° anno della 01. 103 ( - 366 a. C.):
v. sopra, p. 15. - 20 μετ'όλίγον χρόνον: a Mantinea, nel 362 a. C. -
24 δστις] δς X .
196 l C IR EN A IC I I. A R IS T IP P O . - A 1 0 1 4 197

10. - Si tram andano nove dialoghi di Stilpone scritti in 10. D io g . L a e r ., i i 120. ed. H icks. Φέρονται δ'αύτοϋ [ΐ. e.
uno stile frigido : .......... Aristippo o Gallia . . . . eco. Stilpone] διάλογοι έννέα ψυχροί..... Αρίστιππος ή Καλλίας.....

11. - Speusippo lasciò numerosissime Memorie e molti dia­ 11. D i o g . L a e r ., ιν 4 ed. Hicks. Καταλέλοιπε òè [i . e.
loghi, tra i quali anche uno intitolato ad Aristippo di C irene........ Speusippo] πάμπλειστα υπομνήματα καί διαλόγους πλείονας, εν
Aristippo in un libro, . . . . ecc. 5 οίς καί ’Αρίστιππον τον Κυρηναΐον.....
.....Αρίστιππος α '......
12. E Aristippo, im battutosi in Iscomaco durante i giuo­ 12. P l u t a r ., de curios., 2 ρ. 516 c. ed. Pohlenz. Καί
chi olimpici, gli chiese che cosa mai Socrate dicesse per smuo­ Αρίστιππος Όλυμπίασιν Ίσχομάχφ σνμβαλών ήρώτα τ ί Σωκράτης
vere a tal punto l’animo dei giovani; e avendo appreso pochi διαλεγόμενος οϋτω τούς νέους διατίϋησι, καί μίκρ άττα των
spunti e saggi dei suoi discorsi, ne fu così scosso, da deperire 10 λόγων αυτού σπέρματα καί δείγματα λαβών ούτως έμπα&ώς
nel corpo e da diventare completamente pallido e gracile; έσχεν, ώστε τώ σώματι συμπεσείν καί γενέαϋαι παντάπασιν
fino al momento in cui, come assetato e ardente, navigò verso ωχρός καί ισχνός■ άχρις ου πλεύσας Ά ϋήναζε διψών καί διακε­
Atene, bevve a quella fonte, e venne a conoscenza dell’uomo, καυμένος ήρΰσατο τής πηγής καί τον άνδρα καί τούς λογους
dei suoi discorsi e della sua filosofìa, il cui scopo era di rico­ αυτού καί την φιλοσοφίαν ίστόρησεν, ής ήν τέλος έπιγνώναι τα
noscere i propri mali e di liberarsene. 1 5 εαυτού κακά καί άπαλλαγήναι.

13. - Socrate forniva liberalmente a tu tti i propri insegna- 13. X e n o p h ., mem. ι 2,60 ed. M archant. Πάσιν άφ&όνως
menti, dei quali taluni, prendendone gratuitam ente da lui [i. e. Socrate] επήρκει των εαυτού· ών τινες μικρά μέρη παρ’
delle piccole briciole, le rivendevano poi agli altri a caro prezzo εκείνου προίκα λαβόντες πολλοϋ τοις αλλοις επώλουν, καί ονκ ήσαν
e non erano come lui amici del popolo: non volevano infatti ώσπερ εκείνος δημοτικοί· τοις γάρ μη έχουσι χρήματα διδόναι
discutere con quelli che non avevano denaro da dare. 2ο ουκ ήϋελον διαλέγεσ&αι.
14. - Ricordatosi dunque nel discorso sui giudici di colui 14. [ P h i l o d e m .] de rhet., fr. 12 col. x l i ed. Sudhaus
che gratuitam ente aveva sostenuto la causa in favore di Ari­ (Voli, rhetorica I p. 342 = V. H .2 ìli 138). Μνησ9\εϊ\ς τοίνυ[ν]
stippo, cui non era permesso parlare di se stesso: a lui che lo εν τώ λόγω τώ [π]ερί τών δικασά[ντω]ν τού συνηγορήσαντος
interrogava in che cosa Socrate gli avesse giovato, rispondeva: Άριστίπ[πο> π]ροϊκα μη όννη[ϋέντι π]ερί εαυτού λέγειν — προς
« in questo, che fosse possibile trovare tali discorsi sul mio ■ 25 [yàg] έρωτώντα, [τ]ι ό Σ[ω]κράτης αυτόν ώφέλησεν, είπε· «τό
conto, da riuscire ben accetti ai miei compagni di filosofia ».I \τοι]οΰτονς εύ[οίο\κεσ\ϋ?ΰπερ έ]μα [υτοϋ], co[στ’ άρέ]σκε<ι>ν [τ οϊς
σν]νφ\ιλοσοφούσιν].

I Sulle opere di Stilpoue e di Speusippo ohe avevano come


argomento Aristippo v. sopra, pp. 13 e 42 e note. - 7 Su
questo brano di Plutarco e suiridentiflcazione di Iscomaco v. sopra,
p. 21 sgg. - 9 νέους GrM2I7©: ϋ-έους Μ1: &εούς LCXYN : ϋεοϊς (e τοις)
W : Αθηναίους JVD : όεατάς Λ . — 12 ’Λόήναζε] Ά&ήνησι Θ. —Su que­
sta testimonianza di Senofonte v. sopra, p. 30 sg. e note. - 21 Quanto
è detto in questo brano è quasi certamente da ricollegarsi con Diog.
Laer. n 71 (I A 1).
I. A R I S T I P P O . A 15-17 199
198 I C IR E N A IC I

15. - Echecrate. E chef Aristippo e Oleombroto erano pre­ 15. P l a t ., P h aed ., 59 c ed. B urnet. EX. — Ti òé; Α ρίστιπ­
nditi? πος καί Κλεόμβροτος παρεγένοντο;
Fedone. No certo; infatti si diceva che fossero ad Egina. ΦΑΙΑ. — Ον δήτα· εν Αίγίνη γάρ έλέγοντο είναι.

16. - Allora è veridica la figura dell’orazione, quando è 16. D em e t r ., de elocu t., 287 ed. R aderm acher. Αληθινόν
espressa secondo questi due criteri, della convenienza e della 5 Òè σκήμά έστι λόγον μετά δυοΐν τούτοιν λεγόμενον, ενπρεπείας
evidenza. καί ασφαλείας.
Della convenienza, come allorché Platone volle rim pro­ Ευπρέπειας μέν, ο Ιον ώς Πλάτων Αρίστιππον καί Κλεόμβρο-
verare Aristippo e Oleombroto che si davano alle gozzo­ τ ον λοιδορησαι θελήσας, εν Αίγίνη δψοφαγονντας δεδεμένου
viglie ad Egina, m entre in Atene Socrate rimaneva per molti Σωκράτους Αθήνησιν επί πολλάς ημέρας, καί μη διαλύσαντας
giorni in prigione, e non liberarono l ’amico e maestro pur non ίο τον έταίρον καί διδάσκαλον, καίτοι ονχ δλους απέχοντας διακοσίους
essendo lontani da Atene più di duecento stadi. Senza dire, σταδίονς των Αθηνών, ταϋτα πάντα διαρρήδην μεν ούκ εϊπεν
insomma, queste cose apertam ente (rimprovero era infatti il ( λοιδορία γάρ ήν ό λόγος, ) εύπρεπώς δέ πως τόνδε τον τρόπον'
suo discorso) ma secondo convenienza, in questo modo: fu έρωτηθείς γάρ ό Φαίδων τους παρόντας Σωκράτη, καί καταλέξας
chiesto a Fedone chi fosse accanto a Socrate, e, avendoli egli έκαστον, έπανερωτηθείς, εί καί Αρίστιππος καί Κλεόμβροτος
enumerati tu tti, gli fu chiesto se vi fossero anche Aristippo e 15 παρήσαν, ον, φησίν, εν Αίγίνη γάρ ήσαν πάντα γάρ τα προειρημένα
Oleombroto, ma Fedone negò dicendo : « erano ad Egina ». έμφαίνεται τω εν Αίγίνη ήσαν καί πολύ δεινότερος ό λόγος δοκεϊ
T utto quello detto prim a appare in quel « erano ad Egina »; του πράγματος αυτόν εμφαίνύντος τά δεινόν, ονχί τοΰ λέγοντας,
e così molto più .grave appare il discorso, poiché è lo stesso τους μεν ονν άμφί τον "Αρίστιππον καί λοιδορησαι Ισως ακίν­
fatto che m ostra la sua gravità e non colui che parla. Pur δυνου όντας εν σχήματι δ Πλάτων έλοιδόρησεν.
essendo forse possibile rim proverare Aristippo senza rischio, 20 17. G r e g . O o r i n t h ., ad H erm og. de m eth. g r a v ita to ,
Platone lo rimproverò figuratamente. v ili ed. W alz (Bhetor. gr. v i i , 2 p. 1179). 'Ομοίως καί Πλά­
17. - Similmente anche Platone, quando volle rim prove­ των "Αρίστιππον καί Κλεόμβροτον λοιδορησαι θελήσας όψοφαγονν-
rare Aristippo e Oleombroto che si davano alle gozzoviglie τας εν Αίγίνη δεδεμένου τον Σωκράτους ’Αθήνησιν επί πολλαϊς
in Egina, mentre Socrate era per molti giorni in ceppi ad ήμέραις, καί μη διαλύσαντας τον έταίρον καί διδάσκαλον, καίτοι
Atene, e che non liberarono l’amico e m aestro, pur non essendo 26 ου πολύ απέχοντας· ταϋτα πάντα διαρρήδην μέν ούκ εϊπεν, εν
invero lontani. T utte queste cose non le disse apertam ente, σχήματι δε τω κατ έπίκρυψιν έρωτηθείς γάρ ό Φαίδων τούς πα­
ma figuratamente, con nascosto significato. Essendo stato ρόντας Σωκράτει, καί καταλέξας έκαστα, αύθις έρωτηθείς, εί καί
chiesto a Fedone chi era accanto a Socrate, dopo che egli Αρίστιππος καί Κλεόμβροτος παρήσαν, συ φησιν, εν Αίγίνη γάρ
ebbe enumerati tu tti, gli fu ancora chiesto se c’erano anche ήσαν καί ούτως εν τούτα) πάντα τά κατηγορημένα καί τό λύ-
Aristippo e Oleombroto, « no, rispose, perchè erano ad Egina »; 3 0 σαντας ούδαμώς τον έταίρον καί όψοφαγοΰντας ένέφηνε, καί

e così in questa frase manifestò ciò che rim proverava loro e πολύ δεινότερος ό λόγος έδοξε τοΰ πράγματος, αυτό τά δεινόν
il fatto di non aver liberato l’amico e di essersi dati alle gozzo­ έμφαίνοντος ου μην τον λέγοντος.
viglie, e molto più grave del fatto è il discorso, poiché non è
colui che parla che ne manifesta la gravità, ma il fatto stesso. 1 per l ’interpretazione di questa notizia platonica, oltre le testi­
monianze seguenti, v. sopra, p. 28 sgg. - 9. διαλύσαντας τον έταίρον
Gregorius: διαλύσαντας τον έτερον Ρ 1: διαπλεύσαντας ώς τον έταίρον
Ρ 2. - 10 απέχοντας] άπέχοντα Ρ: άπέχοντες Gregorius. - 25 απέχοντας
W alz: άπέχοντες codd. — 29 κατηγορημένα] κεκατεγορημένα V.
2 00 I CIR EN A IC I 1. A R I S T I P P O . Λ 18-21 201

18. - Eschine a Senofonte.............. Degli amici eravamo 1 8 . S o c r a t i c . E p i s t . x i v e d . K ò h l e r . Αισχίνης Ξενοφώντι.


presenti alla morte di Socrate io, Terpsione, Apollodoro, .... των δε φίλων παρήμεν αυτώ [Le. Socrate] τελεντώντι εγώ καί 9
Fedone, Antistene, Ermogene e Ctesippo; Platone, Cleom- Τερψίων καί Απολλόδωρος καί Φαίδων καί Αντισθένης κ α ίΓΕρμο-
broto e Aristippo mancavano: Platone infatti era m alato e γένη; καί Κτήσίππος' Πλάτων δέ καί Κλεόμβροτος καί Αρίστιππος
gli altri due stavano ad Egina. 5 ύστέρυυν ό μεν γάρ Πλάτων ενόσει, τώ δε έτέρω περί Αίγιναν
ήστην.
19. - Platone fu ostile anche nei confronti di Aristippo.
Rimproverandolo infatti nel suo libro Sull'anima, dice che non 19. D iou. L aer ., ili 36 ed. Hicks. Είχε δε φιλέχ&ρως ό
era presente alla m orte di Socrate, ma che era vicino, ad Egina. Πλάτων καί προς Αρίστιππον. εν γοϋν τώ Περί ψυχής διαβάλ-
Ebbe anche una certa gelosia nei confronti di Eschine, per­ λων αυτόν φησιν δτι συ παρεγένετο Σωκράτει τελευτώντι, άλλ’ έν
chè godeva di buona fama presso Dionigi. E allorché Eschine 10 ΑΙγίνη ήν καί σύνεγγυς, καί προς Αισχίνην δέ τινα φιλοτιμίαν
giunse [in Sicilia] spinto dall’indigenza fu trascurato da P la­ είχε, φασίν, δτι δη περ καί αυτός ευδοκιμεί παρά Διονυσία), δν
tone e aiutato da Aristippo; e quanto ai discorsi che Platone έλθόντα δι απορίαν υπό μεν Πλάτωνος παροφθήναι, υπό ό’ Α ρ ισ τ­
mise in bocca a Chitone, quando nella prigione consiglia So­ ίππου συσταθήναι. τούς τε λόγους οΰς Κρίτωνι περιτέϋεικεν εν
crate alla fuga, Idomeneo dice che essi erano di Eschine e che, τώ δεσμωτήρια) περί τής φυγής συμβουλεύοντι, φησιν ’Ί.δομε-
per inimicizia verso costui, Platone li fece pronunciare a Gri­ 15 νευς είναι Αίαχίνον τον δ’έκείνφ περιθείναι διά την προς τούτον
fone. δυσμένειαν.
20. - Idomeneo dice che fu Eschine, e non Olitone, a
20. Diou. L aer . i l 60 ed. Hicks. Τούτον [ΐ. e. Eschine So­
consigliare Socrate in prigione alla fuga; che Platone, però,
cratico] έφη Ίδομενεύς έν τώ δεσμωτηρίω συμβουλεύσαι περί τής
essendo Eschine più amico di Aristippo che di Socrate, pose
φυγής Σωκράτει, καί ου Κρίτωνα- Πλάτωνα δέ, δτι ήν Αρίστιππο)
quei discorsi in bocca a Grifone.
20 μάλλον φίλος, Κρίτωνι περιϋε ϊναι τούς λόγους.
21. - 0 come Aristippo nei confronti di Platone, che, a
21. Aiìistot ., rliet., Β 23. 1398 b 29 ed. Bekker. nH ως
suo parere, parlava in maniera troppo arrogante : « ma invero 1
’Αρίστιππος προς Πλάτωνα επαγγελτικώτερόν τι είπόντα, ώς

1 cfr. Socratic. Epist. χνι (I 0 4). - 5 τώ δέ έτέρω νοη Fritz:


τώ έτέρω δέ PG. - 7 cfr. Diog. Laer. n 65 (Ι Α 1) e ν. sopra, ρ. 28 sg. -
10-13 cfr. I A 28-30 e Dittmar, Aischines v. Sphettos, p. 60 sgg. In
Plutar., qumn. adul. ab am. inlernosc.., 26, p. 67 C , sono narrate le
stesse circostanze, ina è Platone che presenta Eschine a Dionigi, e di
Aristippo non si parla. —13 συσθαϋ-ήναι] σνσ&ήναι Cobet. - περιτέ&εικεν]
περιτε&ήσαν Cobet. - 14 e 18 l’epicureo Idomeneo scrisse probabilmente
un’opera Περί των Σωκρατικών in funzione antiplatonica e in polemica
con quella omonima di Fania (cfr. Diog. Laer. n 65 = I A 1 e appa­
rato relativo) : cfr. Bignone, L ’Aristotele perduto, n p. 81, n. 2.
A questa testim onianza di Idomeneo aveva già negato fede H. von
Stein, De philos. Cyren., p. 46 sg. - 21 sgg. cfr. sopra, p. 26. - ή ώς]
/)' ώσπερ Roemer - 22 τι είπόντα om. ©DE.
i. A K is T iu n o . - λ 2i-zr> 2o:i
202 1 CIKKNAICI

il nostro amico, disse, non parlò mai così », intendendo Socrate. φετο- « άλλο, μην δ γ ’εταίρος ημών» εφη « ονδεν τοιοϋτον »,
λεγων τόν Σοικράτην.
22. - E invero anche Aristippo socratico era goloso; una
volta fu rim proverato anche da Platone per la sua ghiottone- 22. Α τ η εν ., ν π ι 343 c ed. Kaibel. Α λλά μην καί ’Αρίστιπ­
ria, come attesta Sozione, e così scrive pure Egesandro di Delfo : πος ό Σωκρατικός όψοφάγος ή ν δστις καί υπό Πλάτωνός ποτέ
Aristippo, poiché Platone lo rim proverava di aver comprato 5 όνειδιζόμενος επί τή όψοφαγία, ώς φησι Σωτίων καί rΗγήσανδρος,... 4
γράφει δε όντως ό Δελφός- ’Αρίστιππος Πλάτωνος έπιτιμήσαντος
una gran quantità di pesci, disse di averli comprati per due
αντώ διότι πολλούς ίχδύς ήγόρασε, δυεϊν όβολοϊν εφησεν εωνή-
oboli. E poiché Platone am m etteva che ad un tale prezzo li
avrebbe comprati pure lui, Aristippo disse: «vedi dunque, o σδαι. τον δε Πλάτωνος είπόντος διότι καί αυτός αν ήγόρασα το-
Platone, che io non sono goloso, m a bensì che tu sei avaro ». σούτου, « όράς ούν, εϊπεν, ώ Πλάτων, δτι ουκ εγ<)> όψοφάγος,
10 αλλά σύ φιλάργυρος. »
23. - Aristippo, poiché Platone lo riprendeva per aver
23. G n o m . V a t . 743 η. 40 ed. Sternbach (Wien. Stud.
pagato dodici dracme del pesce di gran pregio, gli chiese se
ix (1887) p. 194). ’O αυτός [i. e. Aristippo] έπιλαμβανομένου
avrebbe comprato lo stesso pesce per una dracm a; conve­
αυτού ποτέ Πλάτωνος [επι] των δώδεκα δραχμών πολυτελή ίχδύν
nendo Platone, Aristippo disse che neppure per lui era gran
cosa: «ciò che infatti per Platone vale una dracma, questo πρίασδαι ήρώτησεν, εί αυτός αν δραχμής τόν αυτόν ίχδύν ώνήσατο·
16 του δε συνδεμένου έφη μηδε αντω πολλοϋ καδεστηκέναι. « δ γάρ
per Aristippo valgono dodici dracme ».
εστι Πλάτωνι ή μία δραχμή, τούτο Άριστίππω αί δώδεκα».
24. - Diogene, notando una volta Platone che in un b an ­
24. D i o g . L a e r ., v i 25 ed. Hicks. Καί ποτέ Πλάτωνα εν
chetto m angiava delle olive, gli disse: «perché tu, saggio
δειπνώ πολύ τελεί κατανοήσας [ί . e. Diogene] έλάας άψάμενον ^
uomo, che hai navigato alla volta della Sicilia per queste
« τί, φησίν, ό σοφός εις Σικελίαν πλεύσας των τραπεζών τούτων
mense, non godi ora di ciò che ti sta davanti? » e Platone:
20 χάριν, νΰν παρακείμενα»' ουκ άπολαύεις; » καί δς, « άλλα νή
« per gli dei, rispose, o Diogene, ma anche dove ero prima io
τούς δέους, φησί, Διόγενες, κάκεϊ τά πολλά προς έλάας καί τά
ero dedito per gran parte alle olive e a cose di questo genere »
τοιαϋτα εγινόμην. » δ δε, « τ ί ούν έδει πλειν εις Συρακούσας;
e Diogene : « che bisogno c’era allora di navigare alla volta
ή τότε ή Α ττικ ή ουκ εφερεν έλάας; » Φαβωρΐνος δέ ψησιν εν Παντο-
di Siracusa? forse l’A ttica allora non produceva più olive ? ».
δαπή ιστορία Αρίστιππον είπείν τούτο.
Favolino nella sua Storia varia attesta che fu Aristippo a
dire così. 26 25. P l u t a r ., D io , 19,3 ed . Ziegler. Δωρεάς òè χρημάτων
πολλών καί πολλάκις, τού μεν δίδοντας [ΐ. e. Dionigi], τού δε
25. - Poiché Dionigi offriva spesso in dono molte ricchezze
μη δεχόμενου [%. e. Platone], παρών ’Αρίστιππος ό Κνρηναϊος
a Platone e questi non le accettava, Aristippo, che si trovava

8 όιότι Kaibel: ότι Muller. Una risposta simile è data da A ri­


stippo al sofista Polisseno in Diog. Laer. n 77 (I A 1). - 11 sgg. Lo
Sternbacli, ad ine., crede, sulla base della testimonianza precedente,
che la fonte sia Sozione. Cfr. anche Diog. Laer. π 66 (I A 1). - 14
πρίασΑαι] πριάαααδαι codd. - 17. Πλάτωνα] πλάτωνι Fr. - 18. έλάας
άψάμενον] άι/ιάμενον έλαών Fr. : έλάας όψώμενον Menagius. — 19 Sulle
Σνρακονσίων τράπεζαι cfr. Fiat., respubl., in 404 d e epivl. vii 326
b. — 22 εγινόμην] έγενόμην Meib. e Huebn. — 23 la versione di F a ­
volino sembra più attendibile.
204 I C IR EN A IC I I. A R I.S T IC C O . - A 25-30 205

presente, disse che Dionigi era generoso senza alcun rischio: ασφαλώς έφη μεγαλόψυχον είναι Διονύσιον αύτοϊς μεν γάρ μικρά
a quelli infatti che avevano bisogno di molto offriva poco, διδόναι πλειόνων δεομένοις, Πλάτωνι δέ πολλά μηδέν λαμβάνοντι.
m a offriva invece molto a Platone che non prendeva nulla. 26. P ltjtar., D io, 19,7 ed. Ziegler. Αρίστιππος δέ παίζων
26. - Aristippo, rivolgendosi scherzosamente verso gli al­ προς τούς άλλους φιλοσόφους έφη τι καί αυτός εχειν των παρα-
tri filosofi, disse che anche lui aveva qualcosa di straordi­ 5 δόξων προειπειν: εκείνων δέ φράσαι δεόμενων, «προλέγω τοί-
nario da predire,, e poiché quelli lo pregavano di parlare, νυν » εΐπεν « ολίγου χρόνου Πλάτωνα και Διονύσιον εχθρούς
« predico, dunque, disse, che Platone e Dionigi diventeranno γενησομένους. »
nemici in breve tempo ». 27. G n o m . V a t . 743 η. 30 ed. Sternbach (Wien. Stud.,
ix (1887) p. 190). Ό αυτός [i . e. Aristippo] Πλάτωνος είαελ-
27. - Aristippo, venendo Platone verso di lui che non si
10 ϋ·όντος προς αυτόν μαλακώς έχοντα καί πυ&ομένου, πώς διάγει,
sentiva bene e volendo sapere come stava, disse che colui che
έφη τόν μέν απουδαίον καί πυρέττοντα καλώς έχειν, τόν δέ φαϋλον
era valente, anche febbricitante, stava bene, m entre colui che
καί μη πυρέττοντα κακώς.
era inetto, anche senza febbre, stava male.
28. D io g . L a e r ., π 61 ed. H icks. Φασί δ'αυτόν [i. e. Eschi­
28. - Dicono che Eschine, spinto dall’indigenza, giunse in ne Socratico] δι απορίαν έλϋεϊν εις Σικελίαν πρός Διονύσιον, καί
Sicilia presso Dionigi, e che fu trascurato da. Platone e aiutato 15 ύπό μέν Πλάτωνος παροφ&ήναι, υπό Ó’ Αριστίππου συστήναι.
da Aristippo.
29. S u (i )d ., s. ν. Σύστασις ed. Adler. Σύατααις· και Συστα-
29. - Unione e unirsi, nel senso di assumere lo stesso ge­ ά'ήναι, όμοδίαιτον καί φίλον γενέσϋαι. έλϋόντα δι απορίαν ύπό
nere di vita e di diventare amico. Giunto a causa deH’indi- μέν Πλάτωνος παροφ&ήναι, ύπό δ’ Αριστίππου συστα&ήναι.
genza [Eschine] fu trascurato da Platone e aiutato da Ari­
30. S ocratici. E p is t . χ χ ι π ed. K ohler. Αισχίνης Φαίδωνι.
stippo.
20 οπότε εγενόμην εν Συρακούσαις εύ&έως κατά την άγοράν ’Αρίστ­
30. - Eschine a Fedone. Allorché fui a Siracusa subito mi ιππος ένέτυχον ό δέ λαβόμενός μου τής δεξιάς παραχρήμα
incontrai con Aristippo nell’agorà. Quello prendendomi per μηδέν μελλήσας εισάγει παρά Διονύσιον καί φησιν ΎΩ Διονύσιε,
la destra e non dovendo far nulla im m ediatam ente mi conduce εϊ τις άφίκοιτο παρά σέ, ίνα σε άφρονα ποιήσειε, άρ’οϋτος ούχί
presso Dionigi e dice : « o Dionigi, se qualcuno arrivasse da te κακά σε εργάζεται; Εύϋέως ώμολόγει ό Διονύσιος. Τί οϋν, έφη
per renderti insensato, non farebbe costui cosa cattiva nei tuoi 25 ό Αρίστιππος, σύ τούτον αν έργάσαιο; Τά κάκιστά γε, έφη;. Τί
confronti? ». Subito Dionigi si dice d ’accordo, « che cosa dun­ δ’, εϊ τις, έφη, άφίκοιτό σε φρόνιμον ποιήσαι, αρά γε ούχί οϋτος
que, chiede Aristippo, faresti tu ad un tale uomo? » « le peg­ αν άγαΰά σε έργάζοιτο; Πάλιν οϋν όμολογήσαντος τού Διονυσίου,
giori cose, risponde ». « E se invece uno venisse da te per ren­ καί μην, έφη, οϋτος Αισχίνης τών Σωκράτους γνωρίμων ήκει
derti saggio, questi non ti farebbe del bene? », e poiché Dionigi φρόνιμόν σε ποιήσαι ώστε καί άγαϋά σε έργάζοιτο αν εί δέ ταΰτα 1
si diceva di nuovo d’accordo, « e invero costui, replica Ari­
stippo, Eschine, uno dei discepoli di Socrate, è venuto da te
per renderti saggio, vale a dire per farti del bene: se dunque 1 μικρά] μικρά άατεϊον Q : αίτοϋσι ZC. Su questa testi monianza e
sulla seguente v. sopra, p. 41. - 3-7 cfr. Ritter, Platon, i p. 147. -
9 ό αυτός— πρός αυτόν] Πλάτωνος είσελάόντος πρός Αρίστιππον cod.
Paris. - 13 cfr. Diog. Laer. in 36 (I A 19) e apparato relativo. -
17 φίλον] φίλων VM. - 22 μελλήσας] μελήαας PG. - 23 παρά G: πρός
P. - ποιήσειε Herclier : ποιήση PG. - 26 οϋτος αν— έργάζοιτο Creili :
οϋτος αν άγαίλά σε ενάέως έργάζοιτο PG.
208 I CIR EN A IC I I. A R I S T U ' C n . A :tn-32 207

tn reputi giusto ciò che prim a parlando hai accordato, bene­ όικαιοίς, ατινα ώμυλόγησάς μοι έν τώ λόγω, ΑΙσχίνην ευ ποιεί,
fica Eschine ». Io allora cominciai a dire: «o Dionigi, vera­ κάγώ ύπολαβών έφην ΤΩ Διονύσιε, εταιρικόν τι καί ϋ-αυμα- 2
mente cosa da amico e mirabile fa Aristippo, favorendomi in στον ποιεί Αρίστιππος οϋτος οντω συλλαμβάνουν μοι' ήμΐν δε
questo modo ; la mia sapienza però non è così vasta, m a tu tta ­ συ τοσαύτη έστ'ι σοφία, άλλ’όπόση μη άδικήσαί τινας εν τη σννου-
via quanta basta per non commettere torto verso alcuno nella 5 αία. άγάμενος δε τοϋ είρημένον έφη ό Διονύσιος καί Αρίστιππον
abituale convivenza». Ammirando il discorso, Dionigi disse che έπαινεϊν των είρημένων καιέμε εν ποιήσειν, ατινα ώμολογησεν εν τώ
lodava, Aristippo per quanto aveva detto e che avrebbe bene­ προς Αρίστιππον λόγω, ούτος οϋν ήκουσεν ημών τοϋ Άλκιβιάδον
ficato me, come aveva accordato nel precedente discorso con και ήσϋε'ις ώς έφαίνετο παρεκάλει καί εϊ τινες άλλοι είσ'ιν ήμΐν
Aristippo. Questi ascoltò poi il mio Alcibiade e godendone τών διαλόγων άναπέμψαι. ύπισχνούμε&α οϋν ταΰτα ημείς, ώ
visibilmente mi invitò a mandargli quegli altri dialoghi che io ΐυ άνδρε φίλω τε καί έταίρω, άφιξόμε&ά τε διά ταχέων, άναγι-
avessi eventualm ente composti. Questo ora promettiamo, νώσκοντος δε μου παρήν Πλάτων — ολίγον δεω ελα&ον γραφαι
cari amici, di ritornare al più presto. Essendo venuto a saper ύμΐν — και εδόκει αύτώ Ιδία περί έμοϋ διαλέγεαϋαι διά τον Α ρ ί­
di me, sopraggiunse Platone — per poco non mi dimenticavo στιππον. έφη γάρ μοι ώς τοϋ Διονυσίου άπηλλαγη' Ω Αισχι- 3
di scriverlo — e gli sembrò opportuno, a causa di Aristippo, di νη, τούτου παρόντος τοϋ άν&ρώπου — έλεγε τον Αρίστιππον
parlare a parte di me. Mi disse infatti, non appena Ari­ 16 υύδέν αυδαμή έγωγε ραδίως έϋ·έλω λαλεϊν. Διονύσιος μεντοι
stippo si fu allontanato da Dionigi : « o Eschine, quando è μαρτυρήσει μοι, ατινα εγώ είπον περί σοΰ. και ο Διονύσιος τή
presente quest’uomo — intendeva Aristippo — non ho asso­ υστεραία έν τώ κήποι πόλλ’αττα έμαρτύρει τφ Πλάτωνι ως ειρη-
lutam ente desiderio di parlare liberamente. Dionigi invero mi κότι περί έμοΰ. τής μεντοι παιδιάς τής προς άλλήλους — παιδιάν
farà testim onianza di ciò che ho detto sul tuo conto ». E Dio­ γάρ αυτό χρή λέγειν — παρεκάλουν αυτούς παύσασ&αι τόν τε
nigi il giorno dopo nel giardino dette ampia testim onianza che 20 Αρίστιππον καί τόν Πλάτωνα διά την προς τούς πολλούς δόξαν.
Platone aveva parlato di me. Io invero li invitai, Aristippo e Ου γάρ καταγελαστότερα έτι έχοιμεν αν, άλΧαττα πραττοντες
Platone, a cessare dalle loro reciproche fanciullaggini — questo [ήβ τοιαϋτα έπιδεικνύμενοι.
è infatti il term ine che bisogna usare — anche in considera­ 31. D iog . L aer ., ιι 62 ed. Hicks. Τούτου [i. e. Eschine
zione della loro fam a presso i più. Facendo infatti così e m et­ Socratico] τούς διαλόγους καί ’Αρίστιππος νπώπτευεν. έν γοϋν
tendo in m ostra queste cose, non potremmo comportarci in 25 Μεγάροις άναγινώσκοντος αύτοϋ ψασι σκώψαι είπόντα, « ποί)εν
modo più ridicolo.
σοι, ληστά, ταΰτα; »
31. - Dei dialoghi di Eschine sospettò anche Aristippo.
32. D iog . L a e r ., ιι 62 ed. Hicks. [ψασί...] έπειτ άφικόμενον
Leggendoli infatti in Megara, si dice che lo abbia motteggiato
[i. e. Eschine Socratico] Ά ϋήναζε μή τολμάν σοφιστεύειν, ευδόκι­
con queste parole: « donde t ’è venuto tu tto ciò, o ladro? ».
μου ντων τότε τών περί Πλάτωνα και Αρίστιππον.
32. - [Dicono che] Eschine, una volta giunto ad Atene,
non osò fare professione di sapienza per la gran fam a che allora
vi godevano Platone e Aristippo. 1 εϋ ποιεί P lt: ποιήσεις Hercher. - 5 άγάμενος τον PG: άγάμενος
όέ με Hercher. - 6 τών είρημένων è espunto da Bremi. — 7 ούτος P:
οϋτως G. - 9 ταΰτα ήμεϊς Hercher: ταντην υμάς PG. - 11 δέω G :
manca in Ρ : δείν έλαάόμεν Hercher. - 21 καταγελαστότερα] καταγε-
λαστότερον Hercher. - 23 τούτον] τούτους Pr. Sulla testim onianza 31
ν. sopra, ρ. [66 η. 2 - 29 Αρίστιππον] Αριστοτέλη Steinhart: Σπεύσιππον
Zeller: ν . sopra, ρ. 17 η. 3.
208 I C IR E N A IC I I. A K IS T II'I'U A :i :ì-.ì 7 209

33. - Aristippo, essendosi irritato verso Eschine, ad un 33. PijUTAR,, de cohib. ira 14 p. 462 d ed. Pohlenz.
tale che gli chiedeva « o Aristippo, dove è andata a finire la ’O ò' Αρίστιππος οργής αύτφ προς Αίσχίνην γονομένης καί
vostra amicizia?» rispose: «dorme, ma io la risveglierò»; e τίνος είπόντος « ώ Α ρίστιππε, ποϋ υμών ή φιλία; » « καϋενδει »
direttosi verso Eschine gli disse: «ti sembro così assoluta- φ>]σίν « εγώ δ’αυτήν εγερώ, » καί τώ Αισχίνη προαελϋών είπεν
m ente disgraziato e incurabile, da non toccarmi neppure un 5 « οϋτω σοι δοκώ παντάπασιν ατυχής τις είναι καί άνήκεστος,
rimprovero? » e Eschine: «non c’è da meravigliarsi, disse, se ώστε μή νουθεσίας τνχεϊν; » δ δ’Αισχίνης « συδέν » έφη « θαυμα­
tu, sotto ogni aspetto migliore di me per disposizione naturale, στόν, εί προς πάντα μου τή φύσει διαφέρων κάνταΰ&α το δέον
anche ora hai capito per primo ciò che era necessario fare ». πρότερος συνεϊδες. α>
34. - Di Aristippo. Aristippo disse al fratello: «ricordati 34. S tob ., fior., ιν 27,19 ed. W achsmuth - Heuse
che tu hai dato inizio alla lite, io alla riconciliazione ». io ( = T.xxxiv 19 Meineke). Αριστίππου.
3Αρίστιππος εφησε προς τον αδελφόν « μέμνησο δτι τής μεν
35. - Senofonte agli amici di Socrate. F u qui a Scillunte διαστάσεως συ ήρξω, τής δέ διαλύσεως εγώ. »
Aristippo e prim a ancora Fedone e ambedue godevano del
luogo e dell’altro lavoro degli edifici e delle piante, che io stesso 35. S ocratic. E pist . xviii ed. Khòler. Ξενοφών τοίς
avevo piantato con le mie m an i...................... Ho composto Σωκράτους εταίροις............ έγένετο δέ Αρίστιππος ενταύθα καί
dei Memorabili su Socrate. Quando mi sembreranno ben com­ 15 έτι πρότερον Φαίδων, και έγανύσκοντο τον τόπου καί τής άλλης
piuti in ogni parte li manderò anche a voi; ad Aristippo e δημιουργίας τών οίκοδομιών καί [ετί πρότερον] τών φυτών, ατινα
Fedone infatti sembravano ben preparati. αυτός ταϊς έμαυτοϋ χερσίν έφυτευσάμην........................... πεποίη- 2
μαι δέ τ iva απομνημονεύματα Σωκράτους. δταν ονν μοι δόξη
36. - Si dice che Platone passò per tre volte davanti a
εν έχε ιν παντελώς, διαπέμψομαι αυτά καί νμΐν. Ά ριστίππω μεν
Cariddi attirato dalle ricchezze di Sicilia. Aristippo di Cirene,
20 γάρ καί Φαίδωνι έ.δόκει άρμόδιά τινα είναι.
Elicone di Cizico e Fitone, quando fuggì da Peggio, a tal punto
si immersero nei tesori di Dionigi da emergerne poi a stento. 36. S u (i )d ., s. ν. Αισχίνης ed. Adler. Πλάτων δέ τρις άναμε-
τρήσαι λέγεται την Χάρνβδιν υπέρ πλούτον Σικελικού. "Αρίστιππος
37. - Ma Apollonio, come ad aiutarlo nel suo discorso,
δέ δ Κνρηναϊος καί ’Ελίκων εκ Κνζίκου καί Φοίτων, οτε εφευγε
« non ti curi, o Dami, disse, degli esempi? Tra essi vi è quello
' Ρήγιον, οϋτω τι ες τους Διονυσίου κατέδυσαν ϋ-ησανρούς ώς μόγις
25 άνασχεϊν εκεϊϋ-εν.
37. P hilostr ., vit. Apoll., ι 35,1 ed. Kayser. ’O δέ Α πολ­
λώνιος ώσπερ ξνλλαμβάνων αύτφ τον λόγον « παραδειγμάτων

1 sgg·. efr. Diog. Laer. li 82 (I A 1). - 8 πρότερος] πρότερον


P C X 1. - 12 ηρξω S: ήρξας MA. - 14 sgg. su questo viaggio v. so­
pra, p. 40 sg. — ενταύθα l ’G : ενθάδε Heroher. — 15 έτι πρότερον
è espunto da Weiske. - 21 τρις] τρεις YM. l’espressione seguente è
omerica: cfr. Odyss., x n 428. - 23 εκ om. V. - και Φοίτων VM:
εφοίτων AG: su Fitone, capo dei Reggini contro Dionigi in Vecchio
di Siracusa, cfr. Diodor., bibl. Usi., x iv 118. - έφευγε] έφενρε V. -
27 sgg. cfr. l ’apparato della testimonianza precedente.

14 . - U i a n n a n t o n i . J C i r e n a i c i .
210 I C IR E N A IC I I. A R I S T I P P O . A 3 7 -ali 211

del figlio di Lisania, Escfiine, che andò presso Dionigi in Sici­ òé, είπεν, ώ Δάμι, άμελήαεις; έν οΐς έστιν, ώς Αισχίνης μεν
lia attirato dalle ricchezze, e Platone poi si dice che sia passato ό τον Λνσανίου παρά Διονύσιον ες Σικελίαν υπέρ χρημάτων
tre volte davanti a Cariddi, a ttra tto dalle ricchezze siciliane, ωχετο, Πλάτων δε τρις άναμετρήσαι λέγεται την Χάρυβδιν υπέρ
e Aristippo e Elicone di Cizico e Pitone di Reggio, quando πλούτου Σικελικού, Αρίστιππος δε ό Κνρηναίος καί Ελίκων
andò in esilio, a tal punto si immersero nei tesori di Dionigi 5 ό εκ Κνζίκον καί Φύτων, δτ έψευγεν, ό 'Ρηγϊνος, σΰτω τι ες
da emergerne poi a stento. τούς Διονυσίου κατέδυσαν θησαυρούς, ώς μόγις άνασχεϊν εκεϊϋεν.

38. - Platone dava l’impressione di essere invidioso e di 38. Α τη εν ., χι 507 b ed. Kaibel. Έδόκει γάρ Πλάτων
non avere una buona reputazione a causa, del suo carattere. φθονερός είναι καί κατά το ήθος ούδαμώς εύδοκιμεΐν. καί γάρ
E infatti derise Aristippo che era giunto presso Dionigi, quando Αρίστιππον προς Διονύσιον άποδημήσαντα εσκωπτεν, αυτός τρις
lui stesso aveva navigato tre volte verso la Sicilia. 10 εις Σικελίαν έκπλεύσας.
39. - Navigavamo da Cassopo verso Brindisi attraverso 39. D e l l . noct. a tt., χ ιχ 1,1 sgg. ed. Hosius. Naoiga-
un mare Ionio violento, immenso e a g ita to ............ In" quella bamus a Gassiopa Brundisium mare Ionium violentum et
stessa nave c’era un filosofo famoso nella scuola stoica, che io oastum et iactabundum ............ In eadem [i . e. navi] fuìt
avevo conosciuto ad Atene, uomo di grande autorità e che philosophus in disciplina Stoica celebratus, quem ego Athenis
tratteneva scrupolosamente i giovani discepoli. Questo io 16 cognoveram non parva virum auctoritate satisque attente disci-
dunque cercavo con gli occhi in mezzo a sì numerosi pericoli pulos iuvenes continentem. eum tunc in tantis periculis inque
e in quello sconvolgimento del cielo e del mare, tu tto preso ilio tumulto caeli marisque requirebam oculis scire cupiens,
dal desiderio di sapere in quale stato d ’animo egli fosse e se quonam statu animi et an interritus intrepidusque esset. atque
avesse conservato un atteggiam ento impavido e intrepido. ibi hominem conspicimus pavidum et extrilidum ploratus qui-
R lì vedemmo un uomo im paurito e impallidito che, sebbene 20 dem nullos sicuti ceteri omnes nec ullas huiusmodi voces cien-
non piangesse nè mandasse grida simili a quelle di tu tti gli tem, sed coloris et voltus turbatione non multum a ceteris diffe-
a.ltri, tu ttav ia dagli altri non differiva gran che nel tu rb a ­ rentem. at ubi caelum enituit et deferbuit mare et ardor ille
mento del colore del volto. Ma appena il cielo tornò splen­ periculi deflagranti, accedit ad Stoicum Graecus quispiam dives
dente, si calmò il mare e sfumò quel divampare di pericoli, ex Asia magno, ut videbamus, cultu paratuque rerum et fami-
si avvicinò al filosofo stoico un ricco greco d’Asia di grande 25 liae, atque ipse erat multis corporis animique deliciis affluens.
splendore ed eleganza di ricchezze e di rango familiare, a quel is quasi inludens: « quid hoc, inquit, est, o philosophe, quoti,
che si vedeva, e colmo, nel corpo e nell’animo, di molte grazie cum in periculis essemus, tim uisti tu et pattuisti? ego neque
delicate. Questi dunque, quasi prendendolo in giro, gli disse: tim ui neque pattuì ». et philosophus alìquantum cunctatus,
« come mai, o filosofo, quando eravamo nel pericolo tu avesti an respondere ei conveniret: « si quid ego, inquit, in tanta
paura e impallidisti1? Io non ebbi paura nè impallidii ». E il 20 violentia tempestatum videor paulum pavefactus, non tu istius
filosofo, dopo essere stato p er un po’ di tempo incerto se gli rei ratione audienda dignus es. set tibi sane Aristippus ille
convenisse rispondere, « se io, disse, in cosi grande violenza *. * * * * discipulus, prò me responderit, qui in sim ili tempore1
di temporale ho dato l’impressione di aver avuto un po’ di
paura, tu non sei degno di udirne la ragione. Ma certo per me
ti risponderà Aristippo, quel discepolo [di Socrate], il quale, 11 sgg· cfr. Diog. Laer. π 71 ( I A 1) e la testimonianza seguente.
interrogato in una circostanza simile a questa da un uomo - 31 A ristippus — discipulus ] A ristìp p i Socratici Hertz: A ristippius
Gronovius. Ma forse il testo può essere ricostruito così: A ristippus
Uh Socratis discipulus.
1. Α Κ Ι Κ Τ Ι Γ 1 Ό . A :-m-42 212
2 12 I CIR EN A IC I

del tuo stampo per quale ragione lui, filosofo, aveva avuto a simillimo lui homine inierroyatus, quare philosophus time-
paura, mentre egli non ne aveva avuta affatto, rispose che non ret, onm ille contra nihil metueret, non eandem esse causarti
era la stessa la ragione per entrambi, dal momento che egli non sibi atque illi respondit, quoniam is quidem esset non magno
aveva da temere per l’anim a di un volgarissimo fannullone, opere sollicitus prò anima nequissimi nebulonis, ipsum autem
mentre, quanto a se stesso, aveva tem uto per l’anima di 5 prò A ristippi anima timer e ».
Aristippo ». 40. A ugust ., de civ. Dei, ix 4 ed. Hoffinann. I n libris,
40. - Aulo Gellio, uomo di elegantissimo stile e di ampia quibus titulus est Noctium Atticarum, scribit A . Gellius, vir
e molteplice scienza, scrive nei libri che si intitolano Notti elegantissimi eloquii et multae undecumque sdentine, se navi­
Attiche che egli una. volta fece un viaggio per mare insieme ad gasse aliquando cum quodam philosopho nobili Stoico, is phi-
un famoso filosofo stoico. Quel filosofo, secondo quanto con io losophus, sicut latius et uberius, quod ego breviter adtingam,
vastità ed ampiezza narra Gellio e da cui brevemente io rife­ narrai A . Gellius, cum illud navigium horribili caelo et mari
risco, poiché la nave era sb attuta in modo assai pericoloso da periculosissime iactaretur, vi timoris expalluit. id animadver-
un terribile temporale, impallidì per la paura. Di questo subito sum est ab eis, qui aderant, quamvis in mortis vicinia curio­
si accorsero quelli che erano lì presenti, tu tti attenti, benché sissime adtentis, utrumne philosophus animo turbaretur. deinde
15 tempestate transacta mox ut securitas praebuit conloquendi vel
in estremo pericolo di morte, se l’animo del filosofo si tu r ­
basse o meno. Poi, calm atasi la tempesta, non appena la tra n ­ etiam garriendi locum, quidam ex his, quos navis illa porta-
quillità offrì l’opportunità di parlare e anche di cianciare, bat, dives luxuriosus Asiaticus philosophum conpellat inlu-
uno di quelli che si trovavano sulla nave, un ricco Asiatico dens, quod extimuisset adque palluisset, cum ipse mansisset
dedito al lusso, interpella, quasi prendendolo in giro, il filo­ intrepidus in eo quod inpendebat exitio. at ille A ristippi
sofo, chiedendogli perchè m ai ebbe paura e impallidì, mentre 20 Socratici responsum rettulit, qui cum in re sim ili eadem verba
egli era rimasto intrepido in quel pericolo che sovrastava. ab homine sim ili audisset, respondit illum prò anima nequis­
Ma quello riferì la risposta di Aristippo socratico, il quale, sim i nebulonis merito non fuisse sollicitum, se autem prò A r i­
ascoltando simili parole da un uomo dello stesso genere, ri­ stippi anima timere debuisse.
spose che lui giustamente non era stato in pensiero per l’anima 41. A elia n ., var. hist., ix 20 ed. Hercher. Πλέω ν’Αρίοτιπ-
di un volgarissimo fannullone, ma che egli aveva il dovere di 25 πος χειμώνος επιγενομένον πάνν σφόδρα έταράττετο. εφη δέ τις των
temere per l’anima di Aristippo. ανμπλεόντων « ώ Α ρίστιππε, και αν δέδοικας, ώς οι πολλοί; »
41. - Mentre faceva un viaggio per mare, Aristippo, es­ δ δε « και μάλα γε εικότως· νμΐν μεν γάρ περ'ι κακοδαίμονος
sendo sorta una tem pesta, ne fu turbato molto violentemente. έστι βίον ή σπονδή κα'ι ό ννν κίνδννος, εμοϊ δε περί ενδαιμονος. »
Uno di quelli che navigavano con lui allora gli disse: « o Ari­ 42. Galen ., exhort., 5 ed. Kaibel. Αρίστιππος γοϋν επειδή
stippo, anche tu hai paura come la maggior parte degli uomi­ 30 ποτέ πλέων τον σκάφονς άπ ολομένον επί τάς Σνρακοσιων -ηονας
ni! » e Aristippo: « naturalm ente; m a m entre per voi, in effetti,
la sollecitudine e il presente pericolo erano in ragione di una.
ruta misera, per me invece in ragione di una vita beata ». 7 vir oui. α. —8 multae undecumque] multae ac profundae Dombart.
- 15 conloquendi] loquendi a — 17 conpellat] compellabat e. - 28 ό νϋν]
42. - Essendo affondata la nave durante una navigazione, νΰν ό Mullach. - εύδαίμονος] ευδαιμονίας Mullaeh. - 31 Σνρακοσιων :
Aristippo fu gettato sui lidi di Siracusa, ma subito si fece Rhodiensium: Vitruvio (cfr. la testim . seguente). L’aneddoto nar­
rato in queste righe è attribuito a Platone in Cicer., de republ.,
i 17, 29, e ad Antistene, in Diog. Laer. v i 6, è attribuita l’ultima
I C IR E N A IC I I. A R I S T I P P O . - A 42-45 215
214

coraggio vedendo sulla sabbia dei segni geometrici : capì infatti έξεβράσϋη, πρώτον μέν έ&άρρησε θεασάμενος επί τής ψάμμου
di essere giunto presso dei Greci e degli uomini civili e non διάγραμμα γεωμετρικόν ελογίσατο γάρ εις "Ελληνάς τε καί
presso dei barbari. Poi, giunto al ginnasio di Siracusa e pro­ σοφούς ανδρας, ονκ εις βαρβάρους ήκειν. έπειτα παραγενόμενος
nunciati i versi: «chi accoglierà oggi l’errabondo Edipo con εις το Συρακοσίων γυμνάσιον καί ταυτϊ τά έπη ψ&εγξάμενος « τις
piccoli doni1? », trovò alcuni che gli si fecero incontro e, saputo ύ τον πλανήτην ΟΙδίπουν καίΕ ημέραν την νυν σπανιστοϊς δέξεται
chi fosse, gli dettero subito tu tto ciò di cui aveva bisogno. δωρήμασι » προσιόντας τέ τινας έσχεν αύτω καί γνωρίζοντας
Essendo poi alcuni sul punto di partire per Cirene sua patria, δστι.ς ειη καί πάντων ών έδειτο μεταδίδοντας εύ&έως. ώς δ’εις
si informarono se non avesse qualcosa da far sapere ai suoi Κυρήνην αύτοΰ την πατρίδα μέλλοντες τινες πλειν έπυν&άνοντο,
concittadini, ed egli disse di esortarli a provvedersi di ciò che μη τι τοϊς οίκείοις έπιστέλλει, κελεύειν αυτούς έφη ταϋτα κτάσ&αι
avrebbe galleggiato in caso di naufragio. Η) τα κτήματα a καί ναυαγήσαντι συνεκκολυμβήαει.

43. - Aristippo, filosofo socratico, gettato da un naufra­ 43. V i t r u y .. de archit., vi 1,1 ed. K rohn. Aristippus phi-
gio sulla spiaggia di Rodi, avendo notato dei disegni di figure losophus Socraticus, naufragio cum eiectus ad Rhodiensium
geometriche, così gridò ai suoi compagni, a quel che si narra: litus anìmadvertisset geometrica schemata descripta, exclama-
« possiamo nutrire buone speranze ! vedo infatti delle orme visse ad comites ita dicitur: « bene speremus ! ìiominum enim
umane ». Subito allora si diresse verso la città di Rodi e giunse 15 vestigio video », statimque in oppidum Rhodum contenda et
direttam ente al ginnasio e lì, conversando di filosofia, rice­ recto gymnasium devenit, ibique de philosophia disputans
vette doni, non soltanto perchè se ne adornasse lui, ma anche muneribus est donatus, ut non tantum se ornar et, sed etiam
perchè fornisse a quelli che erano con lui vesti e tu tto ciò eis, qui una fuerunt, et vestitum et cetera, quae opus essent ad
che era necessario al loro mantenimento. Allorché poi i suoi victum, praestaret. cum autem eius comites in patriam reverti
compagni vollero ritornare in patria lo interrogarono su cosa 20 voluissent interrogarentque eum, quidnam vellet domum renun-
volesse far sapere ed egli allora mandò a dire che era oppor­ tiari, tunc ita mandavit dicere: eiusmodi possessiones et viatica
tuno apprestare per i figli quegli oggetti e quei mezzi di viag­ liberis oportere paruri, quae etiam e naufragio una possent
gio che fossero in grado di galleggiare con loro in caso di nau­ enatare.
fragio.
44. E x c e r p t a e Ms . F l o r . J o a n n . D amasc. i i 13,138
44. - Aristippo esortava i giovani ad apprestare tali prov­ 25 ed. Meineke. Αρίστιππος παρεκελεύετο τοϊς νέοις τοιαυτα εφό­
viste da viaggio che potessero galleggiare insieme a loro se δια κτάσ&αι, ά τ iva αύτοϊς καί ναυαγήσασι συνεκκολυμβήαει.
avessero naufragato.
45. G nom . Υ ατ. 743 η. 23 ed. Sternbach (Wien. Stud.,
45. - Aristippo, filosofo Cirenaico, navigando verso Atene ιχ (1887) p. 187). Αρίστιππος, ό Κυρηναϊος φιλόσοφος, πλέων

frase. Nella letteratura araba l’aneddoto è attribuito ad Aristippo


[cosi in Siwan al-hikma («Repertorio della Sapienza;;) di Muhammad
ibn Tahir as Sigistani (o as-Sigzi) del X sec., come mi comunica il
Rosenthal, tramite G. Levi Della Vida] o, più spesso, ad Aristotele. -
5 cfr. Sopii., Oedip. Col., 3. Sul viaggio qui narrato v. sopra, p. 40 sg. -
8 sgg. cfr. Diog. Laer. n 80 (I A 1) e le testim onianze sgg. - 9 αυτούς
Marquardt: αύτοϊς A. - 12 Rhodiensium: Συρακοσίων Galeno (cfr. la
testino, preced.). - 20 domum] donum G. —23 enatare EG: enarrare H.
I C IR EN A IC I I. A l U S T l l ’l ’O. A 40-.ΪΙΙ 217
216

fece naufragio e, raccolto dagli Ateniesi, come gli fu chiesto εις Αθήνας ένανάγησεν καί ύποληφθείς νπ Αθηναίων ώς ήρω-
che cosa avrebbe detto ai suoi familiari ritornando a Cirene, τήθη, τ ί μέλλει εις Κυρήνην έπανελ&ών λέγειν προς τους οικείους,
rispose: «apprestare tali provviste da viaggio che potessero έψιγ <<τοιαΰτα εφόδια κτάσθαι, a καί ναυαγοϋσι συννήχεται. »
nuotare con loro in caso di naufragio ». 46. A nec d . Ο χ ο ν . ι ι ι ρ. 168,1 ed. Cramer. Καί τό πλούσιό­
46. - E la cosa più splendida è che vi è alla portata di ς, τατον, δτι δσα ούδ’οί περί την Σύβαριν έξηυρήκααι, καί δποσα
questi [giovani] ima tale abbondanza di vivande filosofiche, ουδ’ό τρνφηλότατος τών φιλοσόφων Αρίστιππος κατηρτύσατο,
tu tte raccolte insieme fino alla sazietà, quale nè i Sibariti τούτοις εις πλησμονήν άϋρόα πάντα παράκειται.
riuscirono ad escogitare nè il più voluttuoso dei filosofi, Ari- 47. Gnom . V a t . 743 η. 33 ed. Sternbach {Wien. Stud.,
stippo, riuscì a procacciare. IX (1887) p. 190). 'Ο αυτός [i. e. Aristippo] όρκίζοντός τίνος
47. - Aristippo, ad un padre che scongiurava il figlio di io παίδα χρηστόν γενέσθαι καί δίκαιον εις αυτόν είπεν « δρκωσον
diventare giusto ed onesto, disse : « fallo giurare di diventare αυτόν καί γραμματικόν καί μουσικόν γενέσθαι καί δρα, εί έσται
grammatico e musico e guarda se lo sarà senza im parare nulla μηδέν μαθών τών τοιούτιον. »
di queste cose ». 48. Fl u ì aie , de liber. educ., 7 p. 4 f ed. Paton. ’Η ι καί
48. - Anche Aristippo non inelegantemente ma urbana­ Αρίστιππος ούκ άκόμψως, άλλα καί πάνυ άστείως έπέσκωψε
m ente punse con una risposta un padre privo di intelligenza 15 τω λόγω πατέρα νοϋ καί φρένων κενόν, έρωτήσαντος γάρ τίνος
e di saggezza; interrogandolo infatti un tale quale prezzo chie­ αυτόν πόσον αίτοίη μισθόν υπέρ τής τοϋ τέκνου παίδευαεως,
desse per l ’educazione del suo figliuolo, « mille dracme, ri­ « χιλίας » έψησε «δραχμάς». τοϋ δ’ «Ή ράκλεις» είπόντος,
spose ». E il padre « per Ercole, disse, com’è. iperbolica la tua <<ώς νπέρπολυ τό αίτημα· δύναμαι γάρ άνδράποδον χιλίων πρία-
richiesta! Con mille dracme infatti io posso comprarmi uno σθαι » « τοιγαροϋν » είπε « δύο έξεις ανδράποδα, καί τόν υιόν
schiavo». «Compralo, ribattè Aristippo, e ne avrai due: tuo 20 καί δν αν πρίη ».
figlio e quello che comprerai ». 49. E xcerpta e Ms . F lor . J oan D amasc . u 13,145 ed.
49. - Lo stesso diceva: «è necessario che i m aestri pren­ Meineke. Ό αυτός έλεγε «μεγάλους δει λαμβάνειν μισθούς μα­
dano ricchi compensi dai discepoli, da quelli con buone incli­ θητών τούς διδασκάλους, παρά μεν τών ευφυών δτι πολλά μανθά-
nazioni, perchè imparano molto, e da quelli incapaci, perchè νουσι, παρά 0ε τών άφυών δτι πολύ ν κόπον παρέχουσιν. »
sono causa di grande fatica ». 25 50. Gnosi. V at . 743 η. 24 ed. Sternbach {Wien. Stud.,
50. - Aristippo diceva di prendere denaro dai discepoli1 ix (1887) p. 187). 'Ο αυτός [i. e. Aristippo] παρά τών μαθτγ

1 ένανάγησεν] έναυάγιαεν V. —νπ Αθηναίων έκρατήθη V. —3 α] Iva V .


-4 -7 è un brano di un’epistola scritta da un anonimo grammatico bizan­
tino vissuto al tempo di Alessio Comneno (X I sec. d. C.). - 9 il eod. ha il
lemma Αριστίππου. Similmente in Philo, quoti ormi. prob. liber sit, § 21,
a proposito di Diogene cinico. - 13-20 v. sopra, p. 36 e Diog. Laer.
il 72 (I A 1). Ma lo stesso Plutarco, oit. decerti orai., 4, attribuisce
questa stessa risposta ad Isocrate. - 18 τό αίτημα è espunto da Paton. -
22 ό αυτός: per l’identificazione con Aristippo v. sopra, p. 34 η. 1. -
26 sgg. ό αϋτός— έφασκε μισθόν] Αρίστιππος ό Κνρηναιος λαμβάνειν ελεγε
218 I C IR EN A IC I I. A R I S T I P P O . A .Ίη-η4 219

non per elevare il suo tono di vita, ma affinchè essi im paras­ των λαμβάνειν έφασκε μισέλόν, ούχ όπως τον βίον επανορ&ώση,
sero a spendere per cose meritevoli. άλλ’όπως εκείνοι μά&ωσιν είς τά καλά δαπανάν.

51. - In qual modo dunque io vuoto il magazzino delle 51. T h e m i s t ., orat. x x m 293 c ed. Dindorf. Ποιον
messi ai miei scolari? Quale frum ento io verso come confetti ούν έγώ σιτοφνλάκιον έκκενώ τοΐς όμιληταΐς τοΐς έμοϊς; ποιους
sopra gli schiavi comprati di recente? Tutto ciò invero non 5 δέ πυρούς έπιχέω, κα&άπερ τοΐς νεωνήτοις τά καταχάματα; καί
fece di Aristippo cirenaico un sofista, benché il frum ento di Αρίστιππον μεν τον Κυρηναϊον καί ταϋτα δεκαπλάσιοι δντες οί
Dionigi fosse dieci volte più abbondante. Διονυσίου πυροι ονκ έποίησαν σοφιστήν.
52. P l t j t a r ., de cupid. divit., 3 p. 524 a ed. Pohlenz.
52. - Chi ricorda Aristippo si meraviglierà ancor di più
Τούς δε μηδέν αποβάλλοντας έχοντας δε πολλά πλειάνων δ’άεί
di coloro che non consumano nulla, pur possedendo molto, ma
10 δεόμενους έτι μάλλον άανμάσειεν αν τις τοϋ Αριστίππου μεμνημέ­
sono afflitti da sempre maggiori bisogni. Aristippo infatti era so­
νος. εκείνος γάρ είώϋει λέγειν, δτι « πολλά μεν τις έσϋίων πολλά
lito dire che m entre colui che mangia molto e beve molto senza
δέ πίνων πληρούμενος δέ μηδέποτε προς τούς ιατρούς βαδίζει
m ai sentirsi soddisfatto, va dal medico e vuol sapere qual’è la
και πυνϋάνεται τ ί τά πάβος καί τις ή διάϋεσις και πώς αν άπαλ-
sua m alattia, la cura ad atta e come potrà liberarsi; se invece uno
λαγείη' εί δέ τις εχων πέντε κλίνας δέκα ζητεί, καί κεκτημένος
che ha cinque letti ne cerca dieci e, possedendo dieci mense,
15 δέκα τραπέζας έτέρας συνωνεϊται τοσαύτας, καί χωρίων πολλών
se ne accaparra altrettante e, essendo fornito di molti poderi
παρόντων καί άργυρίου ου γίνεται μεστός άλλ’ επ’αλλα συντέ-
ed argento, non è soddisfatto, ma sempre è in ansia e si preoc­
ταται καί αγρυπνεί καί απλήρωτος εστι πάντων, οΰτος ονκ οϊεται
cupa per altre cose e non è mai sazio di nulla, questi non
δεΐσ&αι τοϋ ϋεραπεύσοντος καί δείξοντος άφ’ή; αιτίας τούτο
pensa di aver bisogno di uno che lo curi e gli riveli la ragione
πέπον&ε ».
per cui prova tu tto ciò.
20 53. G n o m o l . M o n a c . l a t . ι 21 (Caeeil. Baiò. Wòlfflin,
53. - Aristippo sulla misura della ricchezza. La misura p. 27). De modo pecuniae Aristippus. Modus pecuniae quae-
della ricchezza deve essere ricercata in modo tale che non rendus est qui nec maior necessitate praesenti possit esse, nec
risulti nè maggiore nè minore di quanto occorre al momento. minor.
54. - Di Aristippo: mentre una calzatura troppo grande è 54. S t o b ., fior., iv 31, 128 ed. W achsmuth-Hense
25 (xcv 32 Meineke = Maxim ., loc. conun., x n ed. Migne,
P. Θ. XCI p. 801). Αριστίππου.
Ούχ ώσπερ υπόδημα το μειζον δύσχρηστον, οϋτω καί ή πλείων

μισθοί ύπό τών μαθητών cod. Vatic. La stessa sentenza in Diog.


Laer. il 72 (I A 1). - 3 sgg. v. sopra, p. 31. - 8-19 ofr. Horat.,
epist., n 2, 146. In Telete, Περί πενίας καί πλούτον, ρ. 39 Hense,
lo stesso pensiero è attribuito a Bione, ma è incerto se Orazio derivi
da Bione o se si sia ricordato di Aristippo. - 9 Αποβάλλοντας] διαβάλ-
λοντας Χ Υ Ν - πλειάνων ό’άεί] και πλειάνων àei L: πλειάνων άεί C1. —
10 άν om. LC. - τις] ίστιν Μ77. - 13 τί om. 0 . - 1 4 κεκτήμενος] τεκτηνά-
μενος LC. - 16 συντέταταΐ] συντέτακται ΑΕ. - 17 οΰτος ονκ οϊεται] ονκ
οϊεται οΰτος C. -- 18 θεραπεναοντος] θεραπεύοντας LC. - 27 δύσχρηστον SÀ :
δδχρηστον Μ.
220 I C IR E N A IC I I. A R I S T H ' I ' O A .14-31» 221

inutile, non così è invece per una grande ricchezza; m entre κτήσις· τον μεν γάρ εν Tfj χρήοει το περιττόν εμποδίζει, τή δε
infatti ciò che avanza di quella ne impedisce l’uso, di questa καί ολγι χρησϋαι κατά καιρόν εξεστι καί μέρει.
invece è possibile fare uso al momento opportuno o t u t t ’in- 55. P rocl., ad Hesiod. Ορ. et Dies. v. 293 ( = P iajtar.,
sieme o in parte. Ex comm. in Hesiod., 21 ed. Bernardakis).
55. - [Quello è ottimo.] Zenone stoico m utò questi versi ο [οντος μεν πανάριστος.] Ζήνων μεν ό Στωικός ένήλλαττε τους
dicendo : « ottimo è colui che obbedisce a chi parla saggia­ στίχους, λέγων
mente, buono è colui che pensa ogni cosa per sè », dando il « οντος μεν πανάριστος oc εϋ είπόντι πί&ηταί'
primo posto alla docilità e il secondo alla saggezza. Aristippo έσ&λός δ’αύ κάκεϊνος δς αντώ πάντα νόηση. »
socratico, al contrario, diceva che mancare di consiglio è peg­ τή εύπεν&εία τά πρωτεία διδούς, τή φροντίσει δε τά δεύτερε ία.
gio che essere mendicante. 10 Αρίστιππος δ’ άπ έναντίας ό Σωκρατικός έλεγε το συμβούλου δεϊ-
σϋαι χείρον είναι του προσαιτεϊν.
56. - È meglio vivere sdraiato su di un pagliericcio ed
56. A necd . GR. ι ρ. 36 ed. Boissonade. Αριστίππου. —
essere tranquillo e fiducioso, che possedere ricchezze e essere
Ζην κρείττον επί στιβάδος κατακείμενον καί ϋαρρεϊν, ή πλούτον
soffocato dalle preoccupazioni.
εχοντα συμπνίγεσϋαι ταϊς φροντίσιν.
57. - Aristippo diceva che bisogna abituarsi a vivere di 15 57. Gnom . V at . 743 η. 29 ed. Sternbach (Wien. Stud.,
poco, per non fare mai nulla di turpe a causa delle ricchezze. ix (1887) p. 189). Ό αυτός [i. e. Aristippo] έφη δείν εϋίζειν
58. - Volendo il tiranno [Dionigi] sapere perchè mai non άπό ολίγων ζην, iva μηδέν αισχρόν χρημάτων ένεκεν πράττω μεν.
sono i ricchi ad andare alle porte dei sapienti, ma viceversa, 58. Gnom . V at . 743 η. 6 ed. Sternbach (Wien. Stud.,
Aristippo rispose : « poiché i sapienti sanno che cosa è loro di IX (1887) p. 180). Ό αυτός [i. e. Aristippo] πυνϋανομένον
vantaggio per la vita, m entre i ricchi non lo sanno, dal mo­ 20 τού τυράννου, τί δήποτε ούχ οί πλούσιοι προς τούς σοφούς άπίασιν,
mento che si preoccupano più delle ricchezze che della sa­ άλλ’άνάπαλιν, είπεν « δτι οί σοφοί μεν ϊσασιν ών έστιν αύτοϊς
pienza ». χρεία προς τον βίον, οί δ’ούκ ϊσασιν, επεί μάλλον χρημάτων ή σο­
φίας επεμελονντο ».
59. - In che cosa era simile a costui il greco Aristippo?
Il quale ordinò ai servi di gettare l’oro in mezzo alla Libia, 59. H orat., sat., n 3,99 ed. Klinguer.
perchè camminavano troppo lentam ente, affaticati dal peso.1 25 Quid simile isti
Graecus Aristippusf qui servos proicere aurum
in media iussit Libya, quia tardine irent
propter onus segnes.

1 τ/?] τον S. - 3 per i v v . di Esiodo, cfr. oy. et dies,


293-95. - 9 Αρίστιππος] Αρίσταρχος R. - 12-14 la stessa sentenza è
attribuita a Pitagora in Stob., fior., n i 1, 34 Hense. e ritorna an­
che nel florilegio Αριστον καί πρώτον μάάημα edito dallo Schenkl in
«•Wien. Stud.v ix (1887), p. 188 sgg'. -- 15-17 cfr. Alleatola (jraeca,
m , ]>. 471 Boissonade: la sentenza è quasi certamente di Teofra-
sto. - 18-23 cfr. Diog. Laer. π 69 (IA 1) e apparato relativo. Lo sco-
liasta a Fiat., respubl., v i 489 b ricorda uno scambio di frasi su questo
argomento tra Socrate ed Eubulo. - 24-28 cfr. Diog. Laer. il 77 (I A 1).
I. A R IST IPPO . A HO-115 2 23
222 I C IR EN A IC I

60. - [Orazio] vuole che anche Aristippo sembri insensato, 60. P orphyr ., comm. in Horat. sat. π 3,100 ed. Holder.
per aver gettato del denaro di cui pure aveva bisogno. Vult et hunc Aristippum insanum videri, qui pecuniam,
cu[m]ius <u >sus esset necessarius, abiecerit.
61. - Si dice che questo Aristippo, un greco di origine
cirenaica, ordinò ai suoi schiavi, che camminavano troppo a 61. Ps. A cron ., schol. in Horat. sat. π 3,100 ed. Keller.
stento per il peso dell’oro, che egli aveva ricevuto dal re, di 5 Hic Aristippus Graeeus Gyrenaicus diotus est, curri servi eius
gettare ciò che era diventato quasi un ostacolo. auro onusti gravius ambularent, quod a rege acceperat, iussit,
ut abicerent quasi impedirnentum.
62. - Ritengo giusto che siano le cose a dipendere dall’ani­
mo e non l ’animo dalle cose: Creso desidera tutto, Diogene 62. A tjson., opusc., m 1,10 ed. Peiper.
nulla; spande Aristippo il suo oro in mezzo alla Sirte e tu tta E x animo rem stare aequum puto, non animum ex re.
l’aurea Lidia non è sufficiente per Mida. io Ouncta cupit Groesus, Diogenes nihilum:
63. - Aristippo, avendo preso non poche ricchezze dalle Spargit Aristippus mediis in Syrtibus aurum,
mani di Dionigi per la sua partenza e correndo il rischio a Aurea non satis est Lydia tota Midae.
causa loro di cadere in qualche tranello da parte dei marinai, 63. G nom . V a t . 743 n. 39 ed. Sternbach (Wien. Stud.,
spostandosi dal centro verso una fiancata della nave, ordinò IX (1887) p. 192). 'Ο αυτός [i. e. Aristippo] ονκ ολίγα χρήματα
di vuotare i recipienti sul tavolato quasi fosse seriamente oc­ 15 π α ρ ά Διονυσίου [καΐ\ μετά τον άπόπλουν λαβών καί δι αυτά
cupato a contare il denaro, invece, poi, durante la navigazione, επιβουλεύεσϋαι μέλλων υπό των ναυτών, μεταβάς έκ του μέσου
gettò il denaro in fondo al mare. Ai m arinai irritati per questo τής νηός παρενα τοίχον έκέλευσεν εκκενωϋήναι τά αγγεία επί
disse : « è meglio che il denaro sia andato in malora per causa των σανίδων ώς άριϋ·μεϊν το άργύριον έσπουδακώς, περινεύσας
mia, anziché io a causa del denaro ». δέ έζέβαλεν αυτό, εις τον βνϋόν των δε ναυτών επί τούτω δυσφο-
64. - « Affezione » significa una certa m utazione nel signi­ 20 ρησάντων είπε· « λυσιτελεϊ δι εμέ το άργύριον άπολέαϋαι ή
ficato delle cose in ordine al tempo, all’esito degli affari, alla έμε διαντό ».
condotta, al desiderio degli uomini, in modo tale che esse sem­ 64. Οιοεε.., de invent., ιι 58,176 ed. Stroebel. Affectio
brano da non doversi più considerare tali quali prim a sono est quaedam ex tempore aut ex negotiorum eventu aut admini-
state considerate o si soleva per lo più considerarle ; ............get­ stratione aut hominum studio commutatio rerum, ut non tales,
tare denaro in mare è inutile ; ma non lo è se è fatto con quella 28 quales ante habitué sint aut plerumque ha,beri soleant, haben-
stessa intenzione con cui lo fece Aristippo. dae videantur esse-, u t .......... peeuniam in mare deicere in u ­
65. - Su ciò che si fa secondo una vera tradizione e se­ tile-, at non eo consilio, quo Aristippus fecit.
condo gli istituti civili non c’è alcun avvertim ento da dare: 65. Cicer ., de offic. i 41,148 ed. Atzert. Quae vero more
essi stessi infatti sono precetti, nè alcuno deve essere indotto agentur institutisque civilibus, de his nihil est praecipiendum ;
illa enim ipsa praecepta sunt, nec quemquam hoc errore duci

6 onusti v: honusti codd. - 13jsgg. cfr. Diog. Laer. n 77 (I A 1):


la stessa frase è attribuita ad Anassagora, a Zenone e a Cratete di
Tebe (cfr. il commento ad loc. dello Sternbach). - 22 sgg. cfr. I A 63.
- 28 vero more : L1 aggiunge vel ritu - 29 agentur] aguntur cp.
I. A R IST IPIO . A «5-HS 225
224 I C IR E N A IC I

in quell’errore per cui, se Socrate o Aristippo fecero o dissero oportet, ut siquid Socrate» aut Aristippus conira morern con-
qualcosa contro la tradizione e la civile consuetudine, ritenga suetudinemque civilem fecerint locutive sint, idem sibi arbitre-
poi che sia lecito anche a lui di farlo, poiché quelli consegui­ tur lìcere; magnis illi et divinis bonis liane licentiam asse-
rono questa libertà per grandi o sovrani pregi. quebantur.

tifi. - E infatti la maggior parte degli uomini trascura fra 5 66. P lutaii., de tranq. anim., 8 p. 469 c ed. Pohlenz.
le sue proprie cose quelle che sono utili e piacevoli e corre Kai γάρ oi πολλοί τα χρηστά καί πότιμα των Ιδίων ύπερβαίνοντες
invece dietro a quelle che sono scabrose e penose. Non così επί τά δυσχερή καί μοχθηρά τρέχουσα', ό δ’ Αρίστιππος ον τοι-
invece era di Aristippo, m a era anzi capace di sollevarsi e in ­ οϋτος, άλλ’ αγαθός ώσπερ επί ζυγόν προς τα βελτίονα των
nalzare se stesso, come su di una bilancia, verso il meglio tra υποκειμένων έξαναφέρειν καί άνακονφίζειν αυτόν χωρίον γονν
tu tto ciò che gli si presentava: avendo dunque perso un bel 10 άπολέσας καλόν ήρώτησεν ένα των πάνυ προσποιονμένων αυν-
podere, così interrogò uno di coloro che fingevano di afflig­ άχθεσθαι καί σνναγανακτεΐν « ονχί σοί μεν χωρίδιον έν εστιν, έμοί
gersene e irritarsene : « ma tu non hai soltanto un piccolo δε τρεις άγροί καταλείπονται; » συνομολογήσαντος δ’εκείνον,
podere, m entre a me restano ancora tre cam pi1? » e poiché « τ ί ούν » εϊπεν « ου σοί μάλλον ημείς συναχθόμέθα; »
quello assentiva, « perchè allora, disse, non ci affliggiamo più 67. Stob ., fior., ιν 15, 32 ed. W achsm uth-Hense (lviii
per te che per me? ». 15 13 Meifieke = A nton ., meliss., π 76 ed. Migne, P. G., c x x x v i
(57. - Di Aristippo. Aristippo ad un tale che gli diceva: p. 1192 = Maxim ., loc. comm., x x i ed. Migne, P. G., xci
« per causa tu a è andata in malora il campo », rispose : « non è p. 852). Αριστίππου.
dunque meglio che il campo sia andato in malora per causa Αρίστιππος λέγοντος αντω τίνος « διά σε άπόλωλεν ό αγρός »
mia, anziché io a causa del campo? ». « ονκ ούν » έφη « κάλλιαν δι εμέ τον άγρόν ή διά τον άγρόνέμέ; ».

(58. - Chiedendogli il tiranno Dionigi quando mai avrebbe 20 68. Gnom . Υ α τ . 743 η. 35 ed. Bternbacli (Wien. Stud.,
IX (1887) p. 191). 'Ο αυτός [i. e. Aristippo] έρωτηθείς υπό
Διονυσίου τοϋ τυράννου, πότε παύσεται αϊτών αυτόν, « ότε », έφη,

2 arbitretur licere]· licere arbitre(n)iur Lp: arbitrantur c. - 6 Ιδίων]


ήϋέων Ω: la correzione è di Bachet de Meziriac. - 7 δυσχερή
καί μοχθηρά] μοχθηρά και δυσχερή D — ού] ό Χ Ν . —9 άνακονφίζειν]
άναφίζειν LC· - 18 αντω τίνος SM: τίνος αντω Α — ο αγρός: il Menagius
e il von Stein volevano correggerlo in άργυρίον sulla base di Diog.
Laer. li 77 (I A 1) (v. Zeller, Philos. d. Griech., π 1, p. 366, η. 1),
ina cfr. Plutar., de tranq. anim., 8, p. 469 c. (I A 66) e la tradu­
zione araba del perduto Περί άλυπίας di Galeno (v. Scripta minora,
η 121) fatta da Ibn ‘Aqnin ( X I I I sec.) discepolo di Maimonide,
che dice le stesse cose di Plutarco : cfr. A. S. Halkin, Glassical and
Arabie M aterial in Ibn 'Aqnin’s «Hygiene of thè Soni», in « Proce,e-
dings of thè American Academy for Jewish Research;;, x iv (1944),
p. 25-147 e H. Ritter-R. Walzer, Uno scritto inedito di al-K indi, in
« Memorie dei Lincei;; (Se. Mor.) ser. VI, voi. V i l i (1938), p. II,
n. 2 (devo al Roselithal queste ultime informazioni).

15 . - Ο ι α χ χ λ Ντ ο ν ι . I C ire n a ic i.
I C IR E N A IC I I. A R IS T IP P O . - A «8-74 227
2 26

cessato di chiedere denaro, Aristippo rispose: « quando tu ces­ « και σύ διδούς· τοϋτο òè εστία, δταν μη ευαρεστήσω με ν άλλη-
serai di darlo; questo accadrà allorché nei nostri rapporti λοις ».
l’uno non sarà più gradito all’altro ». 69. Gnom . Υ α τ . 743 η. 31 ed. Sternbach (Wien. Stud.,
69. - Aristippo, ad un tale che rim proverava un uomo per­ IX (1887) p. 190). fΟ αυτός [i. e. Aristippo] έγκαλοϋντός
chè non restituiva il denaro che aveva preso, disse : « e tu non 5 τίνος άν&ρώπω τινί, δτι λαβών άργύριον ούκ άπέδωκε, « σαυτώ
ti rimproveri, dal momento che non hai valutato esattam ente δέ », φησίν, «ούκ έγκαλεϊς, εΐ μη δρϋτος έδοκίμασας, ω έδίδονς; ».
colui al quale tu davi il denaro? ». 70. Gnom . V at . 743 η. 37 ed. Sternbach (Wien. Stud.,
70. - Ad un tale che gli chiedeva perchè mai avesse rela­ IX(1887) p . 191). Ό αυτός [i. e. Aristippo] είπόντος τίνος
zioni con gente di cattiva qualità, rispose : « per la stessa ra ­ αύτω, διά τ ί τοΐς μογϋηροΐς πλησιάζει, εϊπεν « δτι καί, Ιατροί
gione per cui anche i medici hanno relazioni con i m alati ». 10 τοΐς νοσοΰσιν».

71. - Aristippo, incontrandosi una volta con un tale che 71. Gnom . Υ α τ . 743 η. 27 ed. Sternbach (Wien. Stud.,
gli aveva fatto un torto e perciò lo sfuggiva e si vergognava ιχ (1887) p. 189). 'Ο αυτός [i . e. Aristippo] άν&ρώπον αυτόν
di muovergli incontro, disse: «non sei tu che devi sfuggire άδικήσαντος και περιφεύγοντος καί απαντάν διατρεπομένου συν-
me, ma io che debbo sfuggire un uomo spregevole come sei τυχών άπαξ εϊπεν « ον σε χρή εμέ φεύγειν, άλλ’έμε σε δντα φαϋ-
tu ». 16 λον».

72. - Di Aristippo. Ad un tale che lo rimproverava, Ari­ 72. S tob ., fior., n i 19,6 ed. W achsmuth-Hense (χ ιχ 6
stippo disse : « tu certo sei padrone di parlare malamente, ma Meineke). ’Αριστίππου.
anch’io sono padrone di ascoltare con criterio ». Αρίστιππος λοιδοροϋντος αυτόν τίνος εφη: «του μεν λέγειν
κακώς σύ κύριος εΐ, του δέ δικαίως άκούειν έγώ. »
73. - Aristippo allontanandosi da un tale che andava spar­
lando, disse: «come tu sei padrone della tu a lingua, così an­ 20 73. G nomol. M onac . l a i ., χ χ χ ν 1 (Gaeoil. Balb. W olf-
ch’io lo sono delle mie orecchie ». flin p. 31). Aristippus discedens a maledieente sibi dixit: ut tu
linguae tuae, sic ego mearum auriurn dominus sum [ = I oann .
74. - Aristippo, oltraggiato da un tale, si allontanava; S aresb ., Policr, i n 14 ed. Wolfflin, p. 7].
m a poiché quello lo seguiva e gli chiedeva: «scappi?», «si,
disse, poiché tu sei padrone di parlare male, ma io sono pa­ 74. A nton ., meliss., i 53 ed. Migne, P . G., c x x x v i p. 948
drone di non stare ad ascoltare ». 26 ( = Maxim ., loc. comm., x ed. Migne, P . G., x ci p. 785).
’Αρίστιππος ύβριζόμενος υπό τίνος άνεχώρεν τοϋ δε επιδιώκον-
τος, καί λέγοντος, Φεύγεις; Ναι, εφη, τοϋ μεν γάρ κακώς
λέγειν σύ την εξουσίαν έχεις, τοϋ δέ μη άκούειν έγώ.

7-10 l’attribuzione ad Aristippo è molto incerta: lo stesso pensiero


è attribuito ad Antistene in Diog. Laer. v i 6 e a Teocrito in Gnom.
Mon. Lat. x u 5, p. 23 W oelfllin: cfr. il commento ad loc. dello
Sternbach. - 13 διατρεπομένου codd. : α’ισχυνομένου Max. — 16-19 cfr.
Diog. Laer. Il 70 (I A 1). — 18 αυτόν] αΰτψ Md —εφη] ύποχωρών έλεγε
Br. : cfr. il testo laerziano. - 19 δικαίως άκούειν SMdA : μή άκούειν
Br. : cfr. la testim onianza seguente.
228 I C IR E N A IC I I. A R IS T IP P O . A 75-7!) 229

75. - Aristippo sembrava che parlasse con gran veemenza 75. A e l ia n ., var. hist., xiv 6 ed. Hercher. Πάνυ σψόδρα
e forza, invitando gli uomini a non angustiarsi delle cose pas­ έρρωμένως εώκει λέγειν ό Αρίστιππος, παρεγγνών τοις άνθρώ-
sate, nè a preoccuparsi di quelle che devono ancora venire: ποις μήτε τοϊς παρελϋοϋσιν επικάμνειν μήτε των έπιόντων προ-
questo è infatti segno di buona disposizione d’animo e dim o­ κάμνειν ενϋνμία: γάρ δείγμα το τοιοϋτο καί ΐλεω διανοίας άπό-
strazione di mente serena. Esortava a pensare all’oggi e più •5 δειξις. προσέταττε δε έφ'ήμέρα την γνώμην έχειν καί αύ πάλιν
ancora a quella parte dell’oggi in cui ciascuno agisce o pensa τής ημέρας επ εκείνω τω μέρει, καθ'δ έκαστος ή πράττει τι ή
qualcosa. Diceva infatti che solo il presente è nostro e non εννοεί, μόνον γάρ έφασκεν ήμέτερον είναι το παρόν, μήτε δε το
ciò che è già compiuto nè ciò che ancora si attende: il primo φθόνον μήτε το προσδοκώμενον το μεν γάρ άπολωλέναι, το δε
infatti è già finito e il secondo è incerto se pure vi sarà. άδηλον είναι εϊπερ έαται.

76. - Ad alcuni suoi amici che si lam entavano Aristippo ίο 76. A e l ia n ., var. hist., vii 3 ed. Hercher. "Οτι ’Αρίστιππος
disse molte cose assai gravi ed altre atte a mitigare la tri­ εταίρων αύτφ τινών όδυρομένων βαρύτατα πολλά μεν καί άλλα
stezza, e in particolare questo all’inizio : « invero io vengo da προς αυτούς είπε λύπης ανασταλτικά, καί ταϋτα δε εν προοιμίοις
voi non per essere vostro compagno nella tristezza, ma per « άλλ’ έγωγε ήκω παρ’υμάς ούχ ώς συλλυπούμένος, άλλ’ Iva παύσω
farvi cessare di essere tristi ». υμάς λυπουμένους. »

77. - Questo mostrò chiaramente Aristippo in una discus­ 15 77. P lutak ., de profect. in virt., 9 p. 80 c. ed. Paton.
sione, essendo stato superato con dei sofismi da un uomo pieno Έδήλωσε δ’ Αρίστιππος εν τινι λόγω κατασοφισθείς ύπ ανθρώ­
di ardore ma anche, per altro verso, sfrenato e stolto; veden­ που τόλμαν έχοντος, άλλως δε μανικού καί άνοήτου' χαίροντα
dolo infatti esultante e eccitato per l’orgoglio, « io invero, γάρ όρων καί τετυψωμένον, « εγω μεν » είπεν « ό ελεγχθείς
disse, che sono stato confutato, vado a dormire con maggior ι’ίπειμι σοϋ τού έλέγξαντος ήδιον καθευδήσων ».
gusto di te che mi hai confutato ».
20 78. S tob ., fior., n i 20,63 ed. W achsm uth-Hense (xx 63
78. - Di Aristippo. Aristippo cirenaico, filosofo, vedendo Meineke = G nom. Y at ., 743 n. 38 ed. Sternbach.). Αριστίππου.
un tale che si adirava e m ontava su tu tte le furie man mano Αρίστιππος δ Κυρηναιος φιλόσοφος θεααάμενός τ iva όργι-
che parlava, disse : « non dobbiamo parlare per ira, ma bensì ζόμενον καί διά των λόγων χαλεπαίνοντα έφη « μη τούς λόγους
lenire l ’ira con le parole ». δι οργής άγω μεν, αλλά την οργήν διά των λόγων κατα-
25 παύωμεν. »
79. - Ma io m etterò alla prova quanto disse Aristippo.
Quell’Aristippo, fondatore della scuola cirenaica e, come egli 79. A p u l ., ex fior., 2 ed. Thomas. A l ego, quoti Aristip-
stesso preferiva definirsi, discepolo di Socrate, quando un pus dixit, experiar. Aristippus ille Gyrenaicae seetae repertor,
tiranno gli chiese quale giovamento gli era venuto da u n ’a p ­ quodque malebat ipse, Socratis discipulus, eum quidam tyran-
plicazione così fervida e continua alla filosofia, rispose: «poter nus rogar,il, quid, illi philosophiae studium tam inpensum

1 sgg. sul gusto di Aristippo per la discussione v. sopra, p. 52. -


16 <S’] δέ καί W. - 18 τετυψωμένον] X 3 e C2 aggiungono αυτόν dopo
τετυφ., Λ dopo ορών. - 22 όργιζόμενον] εργαζόμενον A1. - 23 των λόγων
SM'* Gnom. Vatic. : τον λόγον A Br. —χαλεπαίνοντα] σφοδρώς χαλεπαί-
νοντα νποτυχών Gnom. Vatic. — 24 καταπαύωμεν] καταλνωμεν Gnom.
Va,tic.
I C IR EN A IC I I. A R I S T I P P O . A 79-80 231
230

intrattenerm i con tu tti gli uomini senza preoccupazione e tamque diutinum profuisset. Arieti pp us respondit: « ut cum
trepidazione ». omnibus, inquit, hominibus secure et intrepide fabularer ».

80. - Il quale Aristippo, interrogato su quale frutto gli 80. J oann . S a r esb ., Epist. 190 ( = Policr. v 17; cit.
a vesse portato la filosofia, si dice che rispondesse : « di poter Sternbach, Wien. Stud., ix (1887) p. 191 ap. Gnomol. Va -
parlare fiduciosamente con tu tti gli uomini ». 5 tic . 743 n. 36) Qui [i. e. A ristippus ] aliquando interrogatus,
quid ei philosophia contulerit, dicitur respondisse, ut cum
81. - Aristippo, interrogato su cosa gli fosse venuto dalla omnibus hominibus intrepide fabularer.
filosofia, rispose: «di intrattenerm i senza timore con quelli
in cui mi incontro ». 81. Gnom . V a t . 743 n. 36 ed. Sternbach (Wien. Stud,.,
ix (1887) p. 191). Ό αυτός \i. e. Aristippo] έρωτη&είς, τί
82. - Aristippo, essendo sul punto di incontrarsi con Far-
10 αντω περιγέγονεν έκ φιλοσοφίας, εφη' « το άδεώς τοϊς εντνγχά­
nabazo, satrapo del re, dicendogli un tale: «coraggio, Aristip­
νοναιν όμιλεϊν. »
po », ribattè: « se hai qualcosa, dilla: io da quando fui in ra p ­
porto con Socrate, non ho timore di intrattenerm i con al­ 82. Gnom . V a t . 743 η. 43 ed. Sternbach (Wien. Stud.,
cuno ». ix (1887), p. 196). Ό αυτός [i. e. Aristippo] μέλλων έντνγχά-
83. - Aristippo disse: « se non altro, questo mi venne dalla νειν Φαρναβάζω, τω βασιλέως σατράπη, [καί] λέγοντός τίνος
filosofia: di affrontare ragionevolmente tu tto ciò che mi ca­ 16 αντω- « Οάρσει, ώ "Αρίστιππε », εφη' « εϊ τι έτερον έχεις, λέγε'
pita ». εγώ δέ, εξ ον Σωκράτει (ομίλησα, ονδενός άνδρός ομιλίαν ηνλα-
βήϋην ».
84. - Interrogato una imita su cosa avesse ricavato dalla
filosofia, Aristippo disse : « di fare senza alcuna costrizione 83. G nom . V a t . 743 η. 44 ed. Sternbach. (Wien. Stud.,
ciò che gli altri fanno per paura delle leggi ». ix (1887) p. 196). eO αυτός [i. e. Aristippo] εφησεν « καί εϊ
20 μηδέν άλλο, εκ φιλοσοφίας τοϋτό μοι περιγέγονε· τό τοϊς προ-
85. - Antistene, filosofo cinico, m entre stava lavando dei σπίπτουσι κατά λόγον ύπαντάν. »
legumi, vide Aristippo, filosofo cirenaico, venire avanti insie-
84. E xcerpta e Ms . F lou . J oan D amasc. ιι 13,146 ed.
Maineke. Ό αυτός [i. e. Aristippo] ερωτήσεις τί αντω γέγονεν
εκ φιλοσοφίας, εφη «τό άνεπιτάκτως ποιεϊν a τινες διά τόν έκ των
25 νόμων φόβον ποιοϋσιν. »

85. [Caes . B a ss .] de chria ed. K eil (Granivi, lat. vi


p. 273). Antisthenes, cynicus philosophus, cum oluscula lava-
ret et animadvertisset Aristippum Gyrenaeum philosophum

1-2 ofr. Diog. Laer. u 68 (1 A 1) e v. sopra, p. 53. - 12-17 ofr.


Diog. Laer. u 79 (I A 1) dove però si parla di Àrtaferne. - 22-25 cfr.
Diog. Laer. n 68 (I A 1) e v. sopra, p. 34 η. 1. - 26 sgg. cfr. Diog.
Laer. n 68 (I A 1) e p. 47 sg. - 27. Antisthenes·. tu tte le altre testim o­
nianze di questo episodio parlano di Diogene cinieo.
232 I C IR E N A IC I 1. A R I S T I P P O . - A. 8 5 - 8 8 233

me a Dionigi, tiranno dei Siciliani, e gli disse: «Aristippo, cum Dionysio, tyranno Siculorum, ingredientem, dixit: « A ri-
se tu ti contentassi di queste cose, non staresti dietro ai passi stóppe, si his contentile esses, non regie pedes sequereris ». cui
del re», e Aristippo gli rispose : «m a se tu potessi tranquilla­ respondit Aristippus: «at tu si posses commode cum rege loqui,
mente parlare con il re, non saresti contento di queste cose ». non his contentili esses ».

86. - In Siracusa Diogene, cinico, m entre stava lavando a 86. V aler . Ma x ., iv 3 ext. 4 ed. Kempf. Idem [i. e. Dio­
dei legumi, ad Aristippo che gli diceva: « se tu volessi adulare gene cinico] Syracusis, cum holera ei lavanti Aristippus dixis-
Dionigi non mangeresti di questa roba», rispose: «al contra­ set, «si Dionysium adulavi velles, ista non esses», «immo,
ilo, se tu mangiassi questi legumi, non aduleresti Dionigi ». inquit, si tu ista esse velles, non adularere Dionysium ».

87. - Diogene stava lavando presso una fontana dei le­ 87. Gnom . V at . 743 n. 192 ed. Sternbach (W ien. Stud.,
gumi selvatici, quando Aristippo lo vide e gli disse: « o Dio­ Hi x (1888) p. 46). Διογένης ’Αριστίππου ϋεασαμένον ποτέ αυτόν
gene, se tu badassi ai palazzi dei tiranni, non mangeresti di επί κρήνης λάχανα άγρια πλννοντα και είπόντος· « ώ Αιόγενες,
questa roba», al che Diogene ribattè: «tu, o Aristippo, se εΐ ανλάς τυράννων έϋεράπευες, ονκ άν ταϋτα ήσϋιες », « συ μεν
mangiassi di questa roba, non baderesti ai palazzi dei tiranni ». ούν, ώ ’Αρίστιππε, έφη, ει ταϋτα ήσϋιες, ούκ άν ανλάς τυράννων
έϋεράπευες. »
88. - « Se si sapesse rassegnare a mangiare un cibo fru­
gale, Aristippo certo non vorrebbe avere a che fare con i re ». ιλ 88. H orat., epist. ι 17,13 sgg. ed. Klingner.
« Se colui che mi rim provera sapesse cosa fare dei re, non gra­ « si pranderet holus paticnter, regibus uti
direbbe certo un cibo frugale ». Esamina, le parole e le azioni nollet A ristippus. » « si sciret regibus uti,
dell’uno e dell’altro di costoro e dì o, dal momento che sei m fastideret holus, qui me notat. » utrius horum
più giovane, ascolta per quale ragione è migliore il punto di nerba probes et facta, doce, nel iunior aud-i,
vista di Aristippo. In fa tti così egli controbbatteva il mor­ 30 cur sit A ristippi potior sententia. namque
dace cinico, a quel che dicono: «io faccio il buffone per me, mordacem Gynicum sic eludebat, ut aiunt:
tu per il popolo: ma quel che faccio io è più conveniente e « scurror ego ipse mihi, populo tu: rectius hoc et
più signorile. Io rendo omaggi e servigi affinchè un cavallo •ai splendidius multo est. equos ut me portet, alat rex,
mi porti e un re mi m antenga; tu chiedi cose da nulla, ma in officium facio: tu poscis vilia — verum
verità sei inferiore a chi te ne fa dono, benché tu ti vanti 25 dante minor, quamvis fers te nullius egentem ».
di non aver bisogno di nulla ». Ogni aspetto e condizione e omnis Aristippum decuit color et status et res,
cosa conveniva ad Aristippo, che sebbene aspirasse al meglio, temptantem malora, fere praesentibus aequum.
pure si ad attav a a ciò che aveva a disposizione. Per contro 25 contro, quem duplici panno patientia velat,
mi meraviglierei se un m utato tenore di vita converrà a colui mirabor, oitae via si conversa decebit.
che la paziente sopportazione avvolge due volte nel rozzo m an­ 30 alter purpureum non exspectabit amictum,
tello. L’uno non aspetterà una veste purpurea, ma, in qual­ quidlibet indutus celeberrima per loca vadet
siasi modo vestito, andrà in luoghi frequentatissimi e sosterrà
1 ingredientem B : gradientem Camerarius. — 8 inquit orn. P. - esse
velles LA: esses P - adularere Aa: adulare LA1: adulareris P. - 12 e
13 τυράννων] πλουσίων cod. Vatic. - 22 rectius] regibus FA’. -
24 poscis ψ : paseis Ξ - verum Ξψ: rerum, γ; verum es FA’. - 31 loca]
loca F tt.
I. A R I S T I P P O . Λ SS-ttl) 235
234 I t'IR K N A IC I

l’ima e l’altra parte senza mai sfigurare; l’altro eviterà la personamque feret non inconcinnus utramque;
clamide intessuta di Mileto, quasi fosse peggio di un cane o di 30 alter M ileti textam cane peius et angui
un serpente. Morrà di freddo se non gli restituirai il rozzo vitabit chlanidem, morietur f rigor e, si non
mantello. "Restituiscilo e lascialo vivere da sciocco ! rettuleris pannum. refer et sine vivai ineptus.

89. - v. 1.3: Questa frase di Diogene cinico è diretta ad 5 89. P o r p h y r ., comm. in H orat. epist. i 17,13 sgg. ed.
Aristippo, filosofo della scuola cirenaica. Il senso è che se noi Holder, v. 13: Si prande <re> t holus. Hoc dictum Diogenis
facciamo serenamente uso della povertà, non andremo mai Gynici significai ad Aristippum Cyrenaicae sectae philoso-
dietro ai re; se invece preferiamo andare dietro ai re, giammai phurn. Sensus est antera [sii], si aequo animo paupertate[m]
nella povertà sopporteremo serenamente lo squallore. utamur, numquam nos regibus obsecuturos: si regibus obsequi
v. 20: Di qui il proverbio : un cavallo mi tiene, un re mi io maluerimus, numquam in paupertate sordes aequo animo tole-
sostiene. raturos esse.
v. 23 : Dicono che Platone abbia detto ad Aristippo, quan­ v. 20: Hinc παροιμία
do lo vide naufrago coperto di rozzo mantello : « o Aristippo, Ιππος με φέρει, βασιλεύς με τρέφει.
tu tto ti si addice ». ν. 23: Dicunt Platonem hoc <ad> Aristippum dixisse, cura
v. 32: T utto in tono scherzoso, quantunque si dice che 16 illum naufragum vidisset in pannis, Ώ ’Αρίστιππε, πάντα σοι
tu tto ciò non fu inventato da Orazio, ma che veram ente A ri­ πρέπει.
stippo, portato via il rozzo mantello a Diogene, gli sostituì ν. 32: Ins[t]ul(sus). Totum facete, quamvis dicatur non
una clamide di porpora. hoc fingi ab Horatio, sed vere Aristippum Diogeni subducto
90. - v. 13: Dalla storia trae l’esempio, che molto giova pallio chlamidem subposuisse purpuream.
l ’amicizia dei potenti, ponendo il caso di due filosofi: Dio­ 20 90. S c h o l i a i n H o r a t . e p i s t . i 17,13 [codd. λ, φ, ψ ] ed.
gene cinico della setta degli Epicurei, partigiano di Alessan­ Botschuyver. v. 13: Si pranderet holus patienter etc. Ex
dro Magno, e Aristippo stoico, disposto all’adulazione dei bistorta trahit exemplum, quod plerumque prosit amicitia maio-
potenti e contento di poco. Un giorno, m entre Aristippo rac­ rum, proponens duos philosophos: Diogenem Gynicum sectae
coglieva legumi, sopraggiunse Diogene e beffeggiandolo disse: Epicureorum fautorem Alexandri Magni et Aristippum Stoi-
« se Aristippo sapesse cosa fare dei re, disdegnerebbe i legu­ 26 cum, adulationem maiorum declinantem et paupertate conten-
mi » e Aristippo : « Diogene, disse, che ora mi rimprovera non tum. quadam igitur die Aristippo holera colligente supervenit
avrebbe certo paziente dimestichezza con i re, se mangiasse Diogenes atque subsannando dixit: Aristippus si sciret regibus
legumi come faccio io » e questo è un iperbato. uti, fastidirei holus. cui Aristippus: Diogenes, inquit, qui me
v. 23: Loda Aristippo secondo la frase di Platone, il quale notat, nollet patienter regibus uti, si pranderet holus sicut
incontrandolo naufrago e avvolto in doppio panno, cioè in un 30 et ego et hyperbaton est.
mantello che si piega due volte e per ciò rozzo vestito, lo lodò v. 23: Omnis Aristippum decuit color et status et ree.
Laudai Aristippum ex sententia Platonis, qui cum illum inve-
nisset naufragum panno duplici involutum, id est diploide ac
per hoc vili vestimento, laudavit illum dicerie: omnis color et

3 vitabit Ξψ: vitavit Q: vitabat P riecianu x. - 33 panno ψa : panni


ΨΨ-
I C IR E N A IC I
I. A K I S T I l ' l ' O . A 00-1*4 237
236

dicendo: ogni aspetto e ogni condizione e cosa si conviene ad omnis status et res decuti Aristippum sapientia pr acclamiti,
Aristippo, famoso per sapienza, se avesse cercato di averle, si ea temptasset babere, qui ita sciebat parvis uti sicut magnis.
dal momento che sapeva servirsi delle piccole come delle 91. Ps. A c r o n ., schol. in H orat. epist. i 17,13 sgg. ed.
grandi cose. Keller, v. 13: E x bistorta sumit exemplum, quod plerumque
91. - Dalla storia desume l’esempio, che molto giova 5 prosit amicitia maiorum, proponens duos pJdlosophos: A r i­
l’amicizia dei potenti, proponendo il caso di due filosofi: Ari­ stippum amicum sectae Epicureorum, fautorem Alexandri
stippo, amico della setta degli Epicurei, fautore di Alessan­ Magni, et Diogenem Stoieum, adulationem maiorum declinati-
dro Magno, e Diogene Stoico, disposto all’adulazione dei po­ tem et paupertate contentum. quadam igitur die Diogene holera
tenti e contento di poco. Un giorno, mentre Diogene racco­ cottigente supervenii Aristippus atque subsannando dixit: Dio-
glieva legumi, sopraggiunse Aristippo e beffeggiandolo disse: io genes si sciret regibus uti, fastidirei holus. cui Dìogenes: A r i­
se Diogene sapesse far uso dei re, disdegnerebbe i legumi. stippus, inquit, qui me notai, nollet patienter regibus uti, si
Al che Diogene: se Aristippo, rispose, che ora mi rimprovera, pranderet holus, sicut ego.
mangiasse legumi come faccio io, non vorrebbe certo avere v. 23: Laudai Aristippum ex sententia Platonis·, qui curri
paziente dimestichezza con i re. invenisset illuni naufragum panno duplici indutum, idest di­
v. 23: Loda Aristippo secondo la frase di Platone, il quale là ploide ac penfili vestimento, laudanti illum dicens: omnis color
incontrandosi con lui naufrago e avvolto in doppio panno, et omnis status et res deeuit Aristippum sapientia praed.itum,
cioè in un mantello che si piega due volte e per ciò rozzo ve­ qui ita sciebat parvis uti sicut magnis.
stito, lo lodò dicendo: ogni aspetto ogni condizione e cosa si v. 30: A iu n t Aristippum , invitato Diogene ad balneas,
conviene ad Aristippo, segnalato per sapienza, che sapeva dedisse operam, ut omnes prius egrederentur ipsumque pallium
servirsi delle piccole come delle grandi cose. 2o Diogenis induisse illique purpureum reliquisse. quod Dioge-
v. 30: Si dice che Aristippo, invitato Diogene ai bagni, nes egressus cum induere noluisset suum repetens, tunc A r i­
facesse in modo che tu tti gli altri uscissero prima. Egli poi stippus increpavit Cynicum famae servicntem, qui algere mallet
indossò il rozzo mantello di Diogene e lasciò a questi la sua quam conspici in veste purpurea.
veste purpurea. Allorché Diogene uscì, poiché non la voleva 92. T a t i a n ., orat. ad Graec., 2 ed. Otto. 5Αρίστιππος εν
indossare, ma richiedeva il suo mantello, Aristippo rim pro­ 25 πορφνρίόι περίπατων άξιοπίοτως ήσωτεύσατο.
verò il cinico di essere schiavo della sua fama, poiché prefe­
riva sentire freddo piuttosto che essere veduto con una veste 93. T e r t u l l ., apolog., 46,16 ed. IToppe. Aristippus in
di porpora. purpura sub magna gravitatis superficie nepotatur.
92. - Aristippo, andando in giro avvolto nella porpora, 94. P lutak ., de Alex. Magn. fort. aut virt., i 8 p. 330 c
si dava, a quanto è da credere, ad ogni sorta di sperperi. ed. Naclistaedt. K αϊτοί y3 3Αρίστιππον ϋαυμάζονσι τον Σώ­
93. - Aristippo vestito di porpora, sotto l’apparenza di
m olta gravità si dà ad ogni sorta di sperperi.
ο A ristippu m amicum V : A ristippum cynicum γ Keller (ma cfr.
94. - E incero desta ammirazione Aristippo socratico, scolio al v. 30) : diogenem cynicum r. — 7 Diogenem Stoieum vY :
aristippum stoieum r (lo scambio è mantenuto regolarmente nei
codd.). - 8 sgg. contentum— cottigente om. V. - 10-12 cui— ego]
cui aristippus qui me notai et reprehendit, si nollet uti regibus pran­
deret holus sicut ego r. - 28 sgg. cfr. Diog. Laer. n 67 (I A 1).
I C IR EN A IC I I. Λ HI S T I I T O . Λ 04.-07 239
23S

poiché facendo uso sia del rozzo mantello che della clamide κρατικόν, ori και τρίβωνι λιτώ καί Μιλησία χλανίδι χρώμενος
di Mileto, con entram bi conservava il suo decoro. δι άμφοτέρων ετήρει το εύσχημον.
95. - Si contrappone costume ad opinione dogmatica, 95. S e x t . E m p ., pyrr. hypot., ι 14,155 ed. M utschmann.
quando per noi è costume chiedere beni agli dei, mentre E pi­ Δογματική δε νπολήψει [εϋ'ος αντιτίϋεται: cfr. ι 14,153], όταν
curo dice che la divinità non si cura di noi, e quando Aristippo 5 ήμίν μεν έϋος η παρά ϋεών αίτεΐν τα άγα&ά, ό δε "Επίκουρος
ritiene indifferente indossare una veste femminile, m entre noi λέγη μη έπιστρέφεσ&αι ημών το &έίον, καί δταν ό μεν Αρίστιππος
riteniamo che ciò sia turpe. άδιάφορον ήγήται το γνναικείαν άμφιέννυσβαι στολήν, ημείς δε
αισχρόν τοϋτο ήγώμεϋα. είναι.
96. - Essendo stata portata ai filosofi Platone e Aristippo
una tal veste femminile alla corte di Dionigi tiranno di Sira­ 96. Sex t . E mp ., pyrr. hypot., in 24,204 ed. M utschmann.
cusa, mentre Platone la. rifiutò, dicendo: «non potrei mai io Καί παρά Διονυσίω δε τώ τής Σικελίας τυράννω τοιαντης εαϋή-
indossare una veste femminile, io che son nato maschio », τος Πλάτωνι καί Ά ριστίππω τοϊς φιλοσόφοις προσενεχ&είσης δ
Aristippo invece l’accettò e disse: « anche nelle cerimonie μεν Πλάτων άπεπέμψατο, είπών
bacchiche colei che è pura non si corrompe ». E così mentre ουκ αν δνναίμην ϋήλνν ένδΰναι στολήν
al primo di questi due saggi uomini una tale cosa apparve αρρην πεψνκώς,
vergognosa, all’altro, invece, no. 16 δ δέ Αρίστιππος προαήκατο, φήαας
......... καί γάρ εν βακχεύμασιν
97. - Y. 307: E Aristippo? voglio dire quello tu tto dedito ονσ’ή γε σώφρων ον διαφβαρήσεται.
al piacere? οϋτω καί των σοφών φ μεν ουκ αισχρόν, φ δε αισχρόν έδόκει
τοϋτο είναι.
V. 319 : Del cirenaico grande era la franchezza nel parlare,
m a tu ttav ia mescolò il lusso alla libertà guastando il bello con 20 97. Gkeg . ÌTa z ., carm., π 10 ed. Migne P . G., XXXVII
amara dottrina. Odorando profumi, ne spandeva su tu tti i p. 702.
commensali; la gradevolezza del carattere e del suo linguaggio 307 . . . . Τί ό’ Αρίστιππος, τον ήδιστον λέγω;
spiritoso erano per lui mezzo al fine di profittare. E così una 319 Τοϋ δ’εκ Κυρήνης, μέγα μεν ή παρρησία-
volta, facendo il saggio Archelao dono di una veste femmi-1 "Ομως δ’εμιξε τώ έλενϋέρω τρυφήν,
26 Βλάπτων τό καλόν άλμυρώ τώ δόγματι.
Μύρων γάρ οζων, συμποτών κατέπνεε-
Τό δ"εύχάριστον τοϋ τρόπου καί στωμύλον
'Οδηγόν είχε λημμάτων. Οϋτω ποτέ
326 Στολήν γυναικών, Αρχελάου τον σοφού,

1 Μιλησία] μιλι/σιακή Σ Ζ - χλανίδι Cobet : χλαμύδι ο χλαμίδι J . - 3 sulle


testim onianze I A 95-100 cfr. Diog. Laer. π 78 (I A 1) e apparato
relativo, v. anche sopra, p. 51. - 6 λέγη Bekker : λέγει GT. - 7 άδιάφορον]
άδιάφορως X - ήγήται L : ηγείται MEABT. - 8 ήγώμε&α MAEB : ήγούμε&α
LT. - 10 καί] < οϋτω> καί Τ. - 13 sgg. per la citazione dei vv. di Euri­
pide cfr. l’apparato a Stob., fior., in 15, 38 (I A 98). - 27 Α ρ χε­
λάου: su questo errore di Gregorio v. sopra, p. 51, n. 2.
240 I C IR E N A IC I I. A R I S T I P P O . - A 9 7 -100 241

nile — non so come e per quale ragione — Platone non la volle Ονκ oW δπως τε καί δι ’ήν την αιτίαν
accettare, citando opportunam ente il verso di Euripide « non Δωρονμένον, Πλάτων μεν ον προσήκατο,
potrei mai indossare una veste femminile ». Quello invece, "Ιαμβον είπών καίριον έξ Ενριπίδον
quando il dono, portato da un uomo, giunse nelle sue mani, « Ονκ αν δνναίμην ΰήλνν ένδϋναι στολήν. »
subito lo prese e rispose al verso con un verso più ricercato, 5 330 'Ο δ’, ώς το δώρημ’ ήλ&εν είς αντον χέρας
dicendo : « anche nelle cerimonie bacchiche colei che è pura Φέροντος άνδρός, καί προ&νμως λαμβάνει,
non si corrompe». Καί την ίαμβον κομψότητ ίαμβίω
Βάλλει, τόδ’είπών « Καί γάρ εν βακχενμασιν
98. - Dionigi persuase Aristippo ad avvolgersi in un m an­ Ονσ* ήγε σώψρων, ον διαψ&αρήσεται »
tello di porpora, dopo aver messo da parte il rozzo panno, e
quello si lasciò persuadere. Giudicò opportuno poi che anche 98. S t o b ., fior., m 5,38 ed. W achsm uth-Hense. ( = v
Platone facesse a questo modo, m a quello disse: «non potrei 10 46 Meineke). Διονύσιος Αρίστιππον επει&εν άποϋέμενον τον
mai indossare una veste femminile » e Aristippo ribattè : « lo τρίβωνα πορψνροϋν ίμάτιον περιβαλέσ&αι, καί έπείσ&η εκείνος, τά
stesso poeta ha detto: anche nelle cerimonie bacchiche colei αντά καί Πλάτωνα ποιεϊν ήξίον, δ δε έψη
che è pura non si corrompe ». « ονκ αν δνναίμην ϋήλνν ένδϋναι στολήν. »
καί Αρίστιππος « τον αντον » έψη « έστί ποιητον
99. - Essendo state portate delle vesti femminili durante
15 καί γάρ εν βακχενμασιν
un banchetto presso il tiranno Dionigi per coloro che vole­
οva’ή γε σώψρων, ον διαψ&αρήσεται ».
vano indossarle e partecipare a quel giuoco, poiché Platone
declinò citando il verso « non potrei mai indossare una veste 99. Gnom . Vat. 743 η. 41 ed. Sternbach (Wien. Stud.,
femminile », Aristippo disse : « dammela : anche nelle cerimonie IX (1887) p. 195). 'Ο αυτός \i. e. Aristippo ] παρά Διοννσίω
bacchiche colei che è pura non si corrompe ». ποτέ τω τνράννω γνναικείων εσ&ήτων περιφερόμενων έν τω
20 σνμποσίω τοίς βονλομένοις ένδνσασϋαι καί σνμπαϊξαι ήνδήποτε
παιδιάν καί τον Πλάτωνος παραιτησαμένον διά τοιοντον στίχον
ονκ αν δνναίμην δήλνν ένδϋναι στολήν
[ ο Αρίστιππος ] είπεν δός·
καί γάρ έν βακχενμασιν
25 οva' ή γε σώψρων ον διαψ&αρήσεται.
100. S t o b ., fior., i n 37,24 ed. W achsm uth-Hense (x x x v n
25 Meineke = G n o m . Y a t . 743 n. 26 ed. Sternbach). Αρίστ­
ιππου.

11 έπείιτ&η LINDA: πεισΰείζ Gesti or2 p. 66 mrg., Meineke. - 13 dopo


στολήν la seconda mano di A ha il verso αρρην γεγονώς καί γένους έξ
άρρενος (cfr. Su(i)d., β. ν . = I A 3). Sesto Empirico (cfr. I A 96)
ha soltanto άρρην πεφνκώς. —16 οϋσ’ή γε: questa è la lezione accettata
dagli editori di Euripide: οΰσ’ ήγε L: οΰσa ήγε : οΰσα ήγε A1: ó νους
(come in Su(i)d.) A2 in margine.

16. - G ia n n a n t o n i , I Uìrenaici.
2 42 I C IR EN A IC I I. A R I S T I P P O . - A 100-1 03 243

100. - Di Aristippo. Aristippo, interrogato su cosa fosse Αρίστιππος ερωτηϋείς τί θαυμαστόν έστιν εν τώ βίω, είπεν
più degno di ammirazione nella vita, disse : « un uomo buono e « άνθρωπος επιεικής καί μέτριος, δτι εν πολλοίς υπάρχων μοχϋη-
moderato, poiché anche capitando in mezzo a molti malvagi ροίς ου διέστραπται. »
non si corrompe ». 101. M a x . Τ υ β ,., philosophum. ι 9 ed. Hobein (= D is s .
101. - Quell’Aristippo, avvolto nella porpora e asperso di 5 VII 9 ed. Duebner). 'Ο Αρίστιππος εκείνος πορφνρίδι άμπι-
profumi, non era meno tem perante di Diogene. Come infatti σχόμενος, καί μνροις χριόμενος, συχ ήττον τοΰ Διογένους έσωφρό-
se uno riuscisse a procurarsi una virtù tale che non può essere νει. ώσπερ γάρ, ει τις δύναμιν σώματος παρεσκευάσατο ουδεν
danneggiata dal fuoco, avrebbe il coraggio, io penso, di gettare υπό πυράς λυμαινομένην, έίίάρσει αν, οίμαι, καί τή Αϊτνη αυτοϋ
il suo corpo nell’E tn a ; così anche colui che si procura il pia­ παραδούς το σώμα’ ουτω καί δστις προς ηδονήν παρεσκεύασται
cere in m aniera conveniente non si eccita, nè arde, nè si con­ 1 0 καλώς, ουδέ εν αύταϊς &ν θάλπεται, ουδέ έμπίμπραται, ουδέ έκτή-

suma. κεται.

102. - La parola cane è un omonimo nel più ampio senso, 102. P h il o , de plant., 151 ed. W endland. Ή κυνός φωνή
per le molte cose diverse che sono comprese in essa... [cane è πάντως ομώνυμος έμφερομένων πλειόνων άνομοίων, a δι αυτής
la bestia, la costellazione eoe.]... inoltre cane è anche il filosofo σημαίνεται........ , καί προσέτι δ άπδ τής κυνικής αίρέσεως όρμηϋείς
15 φιλόσοφος, Αρίστιππος καί Διογένης καί άλλων οι τά αυτά
che prende le mosse dalla scuola cinica, come Aristippo e Dio­
gene e un indefinito numero di altri uomini che stimarono έπιτηδεύειν ήξίωσαν άπερίληπτος άρι&μός ανϋρώπων.
opportuno seguire queste dottrine. 103. L u c i a n ., vit. auct., 12 ed. Sommerbrodt.
103. - Zeus. Chiama un altro, quel Cirenaico avvolto nella ΖΕΥΣ — "Αλλον κάλει τον Κυρηναϊον, τον εν τή πορφυρίδι,
porpora e incoronato. τον εστεφανωμένον.
Ermes. Orsù, dunque. Ognuno faccia attenzione: offro una 20 ΕΡΜ. — "Αγε δη, πρόσεχε πας' πολυτελές τό χρήμα καί
cosa lussuosa e per cui è necessaria gente ricca. Questa è una πλουσίων δεόμενον. βίος ουτος ήδύς, βίος τρισμακάριστος, τις
v ita piacevole, una vita tre volte beata. Chi desidera il lusso? επιθυμεί τρυφής; τις ώνείται τον άβρότατον;
Chi compra quest’uomo delicatissimo? ΩΝΗΤΗΣ. — Έλϋ·ε συ καί λέγε απερ είδώς τυγχάνεις’
Compratore. Vieni qui tu, e dì che cosa sai: poiché io ti ώνήσομαι γάρ σε, ήν ωφέλιμος ής.
compro se mi sei utile. 25 ΕΡΜ. — Μη ενοχλεί αυτόν, ώ βέλτιστε, μηδε άνάκρινε- με&νει
Ermes. Non molestarlo, o ottimo uomo, e non interrogarlo: γάρ. ώστε ούκ άν άποκρίναιτό σοι τήν γλώτταν, ώς όράς, διολι-
egli è ebbro, sì che sdrucciolando con la lingua, come vedi, σ&αίνων.
non potrebbe risponderti.
I έρωτη&είς] έρωτώμενος Gnom. Vatic. - Ί}ανμαστόν] άξιοάαύμαστόν
Meineke - είπεν (είπε A) davanti ad ανϋρωπος ΜΑ: είπε davanti a
καί μέτριος S: om. Gnom. Vatic. - 2 δτι: causale: cfr. Sternbach,
ad loe., : ό'ς ο δστις dubita Zeller, Philos. d. Grieeh., η 1 p. 368, n.
8. - 4. su questa testim onianza v. sopra, p. 48 sg. - άμπισχόμενος]
άμποχόμενος B. — 7 παρεσκευάσατο] παρασκευάσαιτο ΜΝα. - 8 λυμαι-
νομένην] λυμαινομένων ΜΝ. —9 ηδονήν] ήδονάς Markland. — 13 εμφερο-
μένων] εκφερομένων GP. — 15 Διογένης] Διομένης Μ. - 20 πάς om.
Γ. — 21 ήδύς] ήδιστος ΩΨ Γ. — 25 ενοχλεί] ένώχλει Α. αυτόν om.
A - άνάκρινε] άνάκριναι Ψ. — 26 διολισταίνων] διολιστάνιον Γ.
244 I C IR E N A IC I I. A R I S T I P P O . - A 103-105 245

Compratore. Ma quale persona assennata comprerebbe uno Ω ΝΗ ΤΗΣ. — Kal τίς àv εύ φρονών πρίαιτο διεφϋαρμένον ού'τω
schiavo così mal ridotto e intem perante? Come odora pro­ καί άκόλαστον άνδράποδον; δσον [<5έ και] άποπνεϊ μύρων, ώς δε
fumi e cammina traballante e fuori strada! Ma tu, o Ermes, και σφαλερόν βαδίζει και παράφορον. άλλα καν σύ γε, ώ fΕρμή,
dicci che pregi egli ha e quali ne sono le conseguenze. λέγε όπόαα πρόσεστιν αύτω και & μετιών τυγχάνει.
Ermes. In generale è valente a banchettare, capace nel 5 ΕΡΜ . — Το μεν δλον σνμβιώναι δεξιός καί σνμπιεϊν ικανός
bere e adatto a danzare e cantare con una suonatrice di flauto και κωμάσαι μετά αύλητρίδος επιτήδειος έρώντι καί άσώτω
in onore di un padrone innam orato e disperato; del resto è δεσπότη' τά άλλα δε πεμμάτων επιστήμων και όψοποιός εμπει­
esperto nelle focacce e bravissimo cuoco: insomma, maestro ρότατος, και δλως σοφιστής ήδυπα&είας. έπαιδεύϋη μεν ούν
di una vita di piaceri. F u educato ad Atene, poi servì presso i Άϋήνησιν, έδονλενσε δε καί περί Σικελίαν τοϊς τνράννοις καί
tiranni in Sicilia e da loro si guadagnò grande fama. Il punto 10 σφοδρά ηύδοκίμει παρ’αύτοΐς. το δε κεφάλαιον τής προαιρέσεως,
fondamentale della sua dottrina è: disprezzare tu tto , godere απάντων καταφρονεϊν, άπασι χρήσϋ·αι, άσιανταχόϋεν έρανίζεσϋαι
di tu tto e procacciarsi il piacere da ogni parte. τήν ηδονήν.
Compratore. Tocca a te scovare un altro compratore, uno Ω Ν Η ΤΗΣ. — "Ωρα σοι άλλον περιβλέπειν των πλουσίων τούτων
di quelli ricchi e danarosi: io non sono in grado di comprare καί πολνχρμάτων εγώ γάρ ονκ επιτήδειος φλύαρον ώνεϊσίίαι βίον.
una vita da buffone. 15 ΕΡΜ . — ’Άπρατος έοικεν, ώ Ζεϋ, ούτος ήμίν μένειν.
Ermes. Sembra, o Zeus, che questo resterà con noi senza
104. L u c ia n ., de paras., 33 ed. Som m erbrodt.
essere venduto.
Π Α Ρ . — T i δε, καί Αρίστιππος δ Κνρηναϊος ούχί των
104. - Parassita. E che? Aristippo cirenaico non ti sem­ δοκίμων φαίνεται σοι φιλοσόφων;
bra un nobilissimo filosofo1? ΤΥΧ. — Καί πάνυ.
Tiehiade. Certamente. 20 Π Α Ρ . — Καί ούτος μέντοι κατά τον αυτόν χρόνον όιέτριβεν
Parassita. E tu ttav ia questi nello stesso tempo si tra tte ­ έν Συρακούσαις παρασιτών Δ ιονυσίω. πάντων γοϋν άμέλει των
neva a Siracusa, facendo il parassita di Dionigi. Presso il quale παρασίτων αυτός ηύδοκίμει παρ’ αύτφ· καί γάρ ήν πλέον τι των
egli certam ente si acquistò grande fam a tra tu tti i parassiti: άλλων ες τήν τέχνην ευφυής, ώστε τούς όψοποιους δσημέραι
era infatti inclinato più degli altri verso quell’arte, al punto έπεμπε παρά τούτον δ Διονύσιος ώς τι παρ’ αυτού μαϋησο μένους.
che ogni giorno Dionigi m andava i suoi cuochi da lui, perchè 25 ούτος μέντοι δοκεϊ καί κοσμήσαι τήν τέχνην άξίως.
imparassero qualcosa. E sembra invero che abbia degna­
105. L u c ia n ., M enipp., 13 ed. Som m erbrodt. Τω δε Μίνωι
m ente abbellito quest’arte.
μία τις καί προς χάριν εδικάσϋη δίκη' τον γάρ τοι Σικελιώτην
105. - Una volta fu giudicato con compiacenza da Minosse: Διονύσιον πολλά τε καί δεινά καί άνόσια υπό τε Δίωνος κατη-
Dionigi di Sicilia era accusato di molte, terribili ed empie γορηϋ·έντα καί υπό τής σκιάς καταμαρτυρηϋέντα παρελίλών
colpe da Dione ed era già condannato dalla testim onianza di 30 Αρίστιππος δ Κυρηναίος — άγουσι δ’αυτόν έν τιμή καί δύναται
quell’ombra, allorché Aristippo cirenaico, avanzandosi — lo μέγιστον έν τοϊς κάτω — μικρού δεϊν τή Χίμαιρα προτε&έντα
stimano molto ed ha gran potere laggiù — lo liberò dalla παρέλυσε τής καταδίκης λέγων πολλοις αυτόν των πεπαιδευ­
condanna m entre stava per essere consegnato alla Chimera, μένων προήγορον γενέσ&αι δεξιόν.
dicendo che si era comportato degnamente con il suo denaro
nei confronti di molte persone colte. 2 άποπνεϊ] άποζεϊ A : άπαπνεϊ Ω. —6 άσώτω] άκολάατω Ω. — 15 άκρα­
τος] άπρακτος Α. - 23 ες τήν τέχνην] προς τήν τέχνην Ψ. - 24 ώς τι]
ώς τε Α Ψ : τι om. Ω. - 29 σκιάς] στοάς Ω. - 33 προήγορον] προς άργν-
ριον Jacobitz.
246 I C IR E N A IC I I. A R IS T IP P O . - A 106-100 247

106. - Aristippo: questo filosofo, partito da Cirene come 106. S chol. i n L u c i a n . M e n i p p ., 13 ed. Rabe. Αρίστιππος:
sofista esperto in tu tto ciò che riguarda lo stomaco e i cuochi, ούτος φιλόσοφος Κνρήνης όρμώμενος δεινός τα περί γαστέρα
fu sempre accanto a Dionigi il vecchio in Sicilia, accrescendo τε καί τούς μαγείρους σοφιστής παρήν άεί Δ ιοννσίω τώ πρεσβυτέριο
il suo lusso e facendo il parassita nella maniera più vergognosa κατά Σικελίαν αϋξων αντώ την τρυφήν καί αισχρότατα παρασιτών
e adulando oltre ogni misura. 5 καί κολακεύων πέρα τοϋ μέτριου.

107. - E invero Aristippo e Epicuro guadagnavano in 107. L u c i a n ., ver. hist., π 18 ed. Sommerbrodt. Oi μέντοι
mezzo a loro i primi posti, amabili com’erano e piacevoli e άμφ’ Αρίστιππόν τε καί Επίκουρον τα πρώτα παρ’αύτοΐς εφέ-
commensali allegrissimi. ροντο ήδείς τε δντες και κεχαρισμένοι καί συμποτικώτατοι.
108. - Giustizia. Tu! chiama altri contendenti. 108. L u c i a n ., bis accus., 23 ed. Sommerbrodt.
Ermes. Nei confronti di Aristippo la V irtù e il Lusso, e sia 10 Δ ΙΚ .— ...σύ δε άλλους κάλει.
presente lo stesso Aristippo. ΕΡΜ . — Περί Αριστίππου Α ρετή καί Τρυφή, καί Α ρίστιπ ­
Virtù. È necessario che io, la Virtù, parli per prim a: mio, πος δε αυτός παρέστω.
infatti, è Aristippo, come provano chiaramente le sue parole Α Ρ Ε ΤΗ . — Προτέραν εμέ χρή τήν Α ρετήν λέγειν εμάς γάρ
e le sue azioni. εστιν Αρίστιππος, ώς δηλοϋσιν οι λόγοι καί τά έργα.
Lusso. No certo, m a è necessario che io, il Lusso, parli per 15 ΤΡΥΦΗ. — Ου μεν ούν, άλλ’ εμέ τήν Τρυφήν εμάς γάρ ό
primo: mio è infatti quest’uomo, come è possibile constatare άνήρ, ώς έστιν δράν από τών στεφάνων καί τής πορφυρίδος καί
dalle corone, dalla porpora e dai profumi. τών μύρων.
Giustizia. Non litigate: questa causa sarà infatti rinviata e ΔΙΚ. — Μή φιλονεικειτε· ύπερκείσεται γάρ καί αυτή ή δίκη
lo stessso processo vi sarà quando Zeus giudicherà Dioniso. C’è εστ αν ά Ζευς δικάση περί τοϋ Διονυσίου' παραπλήσιον γάρ τι
infatti un’evidente somiglianza fra i due casi. Cosicché se pre­ 20 καί τούτο έοικεν είναι, ωστ εάν μέν ή Ηδονή κρατήση, καί τον
varrà il Piacere, il Lusso avrà anche Aristippo; vincendo Αρίστιππον έξει ή Τρυφή' νικώσης δέ τής Στοάς, καί ούτος
invece la Stoa, anche costui sarà aggiudicato alla Virtù. έσται τής Α ρετής κεκριμένος.
109. - Socrate. Che succede ad Atene? 109. L u c i a n ., m ort. dialog., χ χ 5 ed. Sommerbrodt.
Menippo. Molti giovani si vantano di essere filosofi, e se ΣΟΚ. — Τί τα εν Άϋήναις;
uno osserva il loro aspetto e il loro incedere, sono sommi 25 ΜΕΝ. — Πολλοί τών νέων φιλοσοφείν λέγουσι, καί τά γε
filosofi. σχήματα αυτά καί τά βαδίσματα εί ϋεάσαιτό τις, ακροι φιλόσοφοι.
Socrate. Ne ho visti molti.1 [ΣΟΚ. — Μάλα πολλούς έώρακα.

1 sgg. sulla rappresentazione caricaturale di Aristippo di Luciano


e dei comici, e sulla sua fortuna presso altri autori cfr. sopra p. 48
(e nota 3). - σωφιστής] ών σωφιστής Δ. - 3 πρεσβυτέριο] πρεσβύτη
codd. - 7 τε om. A. - 25 αυτά ora. Γ - άεάααιτο] ϋεάσοιτο
ΓΦΡ. — ακροι φιλόσοφοι] ακροι φιλόσοφοι μαλά πολλοί Ρ. —26 μάλα
πολλούς έώρακα] μάλα πολλοί Ω Γ: πολλούς έώρακα om. Φ : μάλα
πολλούς om. Ρ.
2 48 I C IR E N A IC I I. A R IS T IP P O . - A 109-115 249

Menippo. Ma hai certam ente visto, penso, in qual modo M EN.]— άλΧ έώρακας, οιμαι, οίος ήκε παρά σε Αρίστιππος
vennero verso di te Aristippo e lo stesso Platone, l ’uno aspi­ και Πλάτων αυτός, ό μεν άποπνέων μύρον, ό δε τους εν Σικελία
rando profumi, l ’altro esperto nel blandire tiranni in Sicilia. τυράννους θεραπεύειν έκμαϋών.
110. - Differisce completamente il coprirsi di profumi e 110. Clem . A l e x ., paedag., π , ν π ι 68,4 ed. Staehlin.
l’ungersi di profumi: la prima in fatti è cosa da effeminati, 5 Διαφέρει δε δλως το μυραλοιφεϊν τον μύρω χρίεσθαΐ' το μεν γάρ
m entre l’ungersi di profumi è utile talvolta. Per ciò Aristippo ϋηλυδριώδες, το δέ χοίεσϋαι τω μύρω καί λυσιτελεί έσθ’δτε.
filosofo, che si ungeva di profumi, diceva che era necessario 1Αρίστιππος γοϋν ό φιλόσοφος χρισάμενος μύρω κακούς κακώς 6 9 ,1
che i malefici cinedi finissero in malora per aver reso volgare άπολωλέναι χρήναι τούς κίναιδους έφασκεν τον μύρου την ωφέ­
l’utile ornamento dei profumi. λειαν εις λοιδορίαν διαβεβληκότας.
111. - Aristippo una volta, gustando con gioia un profu­ io 111. S en ec ., de benef., v ii 25 ed. Hosius. Aristippus ali-
mo, disse : « possano avere cattiva sorte questi effeminati che quando delectatus unguento: « male, inquit, istis effeminatis
deturparono una cosa così squisita ». eveniat, qui rem tam bellam infamaverunt ».
112. - Tu sai quanto riguarda Aristippo cirenaico. Ari­ 112. Clem . A l e x ., paedag., n , v m 64,1 ed. Staehlin.
stippo conduceva una vita molle; una volta fece questo ragio­ OlÒa και τα Αριστίππου τοϋ Κνρηναίου. άβροδίαιτος ήν ό ’Λρίστ-
namento sofistico: un cavallo unto di profumi non è sminuito 15 ίππος' σοφιστικόν οντος έρωτά τινα τοιοϋτον λόγον ίππος
nella sua natura di cavallo, nè un cane profum ato nella sua μύρω χριόμενος εις την ίππου άρετήν ου βλάπτεται ουδέ κύων
natura di cane; neppure l’uomo allora, egli induceva e con­ μυριστείς εις την κυνός άρετήν ουδέ άνθρωπος άρα, επήγαγεν
fermava. καί συνήγαγεν.
113. - E Aristippo, coprendo tu tto se stesso di profumi, 113. Clem . Β ο μ ., homil., ν 147 ed. Migne Ρ. G., I I
non fa forse cosa gradita ad Afridite? 20 Ρ· 188. Ούκ Αρίστιππος μνρισθεις δλον αυτόν Αφροδίτη χαρί­
ζεται;
114. - E Aristippo rim proverato oltre che per altre cose
anche perchè faceva uso di naturale godimento (?) per i 114. V. Η .2 ν ιη ρ. 77. papyr. 418 fr. 4 [Cr o e n e r t , Kolo-
piaceri venerei, e Alessino ecc.... tes u. Menedemos, p. 19 sg.]. Καί Ά ρ ίσ \τ ίππος ό ενε(κα
άλ)[λων τε κα]ταιτ<ιΧυμένος και [or ι τη] συγγενεϊ κατά τά[φρο-
115. - Di Laide si innamorarono anche Aristippo e De­ 25 δισί]α άπολούσει [εχρήτο και ,Αλε]ξϊνος κτλ.
mostene il retore e Diogene cinico.1
115. A th en ., x m 588 c ed. Kaibel. ΤΗς [i . e. Laide] καί
Αρίστιππος ήρα καί Δημοσθένης ό ρήτωρ Διογένης τε ό κύων.

1 άλλα] τά δέ άλλα Ω Γ Ρ . - 2 καί] ή Γ - αυτός] επί τούτα)·


Ψ. - 13-18 su questo brano cfr. Ziegler, Gesch. d. Ethik, i, p. 145
(nota 5). - 15 έρωτά'· έρωτα Ρ*: ήρώτα Heinze. - 24 II Crb
nert propone anche di leggere ο έ[μ]ετ[ώ]ι κα'ι [χλιδήι δι]αιτώμενος
sulla base dell’espressione χλιδή καί τρυφή διαιτώμενον di Erodiano
(ab excess. Marc., v 2, 6). - 26 sgg. per i rapporti con Laide cfr.
Diog. Laer. n 75 (I A 1) e v. sopra, p. 50 sg.
250 I C IR E N A IC I X. A R IS T IP P O . - A 116-119 251

116. - Aristippo passava ad Egina con Laide due mesi 116. A th en . xixi 588 e ed. Kaibel. Αρίστιππος δέ κατ'έτος
all’anno nelle feste in onore di Posidone; rim proverato da un δύο μήνας σννδιημέρευεν αυτή εν Αίγίνη τοΐς Ποσειδωνίοις- καί
servo che gli diceva : « tu dai tanto denaro a quella donna, ονεώιζόμένος υπό οίκέτου, δτι « συ μεν αυτή τοσοϋτον άργύριον
m entre ella si trastulla gratuitam ente con Diogene Cinico », δίδως, ή δέ προίκα Διογένει τω κυν'ι συγκυλίεται », άπεκρί-
egli rispose : « regalo molto a Laide affinchè io possa godere 5 raro- « εγώ Λαίδι χορηγώ πολλά, ίνα αυτός αυτής απολαύω,
di lei, e non perchè un altro non ne goda ». A Diogene che gli ούχ Iva μή άλλος.» τοϋ δέ Διογένους είπόντος αύτώ' « Α ρ ίσ τ­
diceva: « tu convivi, o Aristippo, con una meretrice pubblica; ιππε, κοινή συνοικείς πόρνη, ή κύνιζε ούν, ώς εγώ, ή πέπαυσο »
o vivi da cinico, dunque, come me, o sm etti», rispose: «forse — καί δ Αρίστιππος- « άρά γε μή τ ί σοι άτοπον δοκεϊ είναι,
ti sembra fuor di luogo, o Diogene, abitare in una casa nella Δ ιόγενες, οικίαν οίκεϊν εν ή πρότερον ωκησαν άλλοι; » « ου γάρ »
quale altri prim a abitarono? » « no, ammise, certam ente » « o 10 έφη. « τ ί δέ ναϋν εν ή πολλοί πεπλεύκασιν; » « ουδέ τοϋτο »
navigare con una nave sulla quale molti abbiano navigato? » εφη. « ούτως ούν ουδέ γυναικί αυνείναι άτοπόν εστιν ή πολλοί
« neppure » « e così non è neppure fuor di luogo convivere con κέχρηνται. »
una donna di cui molti abbiano goduto ». 117. J oan . Chrysost ., in Math. homil., 34 ed. Migne
117. - Così dunque Aristippo comprò delle meretrici di P . G., LVII p. 392. Οϋτω γονν ό μέν Αρίστιππος πόρνας
alto prezzo. 15 ήγόραζε πολυτελείς-
118. - Un violento desiderio dell’Istm o scosse nell’intimo 118. H erm esian . ιιι 95 ed. Powell, (Collect. Alex., p. 100)
l’uomo di Cirene, poiché l’ardente Aristippo si innamorò della [da A then ., x ii 599 b],
peloponnesiaca Laide, e fuggendo abbandonò ogni pubblico 'Άνδρα <δέ> ΚυρηναΊον έσω πόϋος εσπασεν Ίσϋμον
ritrovo, nè lo atterrì la violenza dei venti (?). δεινός, δτ Άπιδανής Λαΐδος ήράσατο
20 οξύς 'Αρίστιππος, πάσας δ'ήνήνατο λέσχας
119. - E tu ttav ia neppure Aristippo, quel discepolo di
φεύγων, f ουδαμενον έξεφορησεβιωι.
Socrate, arrossì, quando gli fu rim proverato di possedere
Laide: «la posseggo, disse, non sono posseduto da Laide». 1 119. Cicer ., ad fam il., ι χ 26,2 ed. Sjógren. Sed tamen
ne A ristippus quidern ille Socratieus erubuit, curri esset obie-
ctum habere eum Laida: « habeo », ìnquit, « non habeor a Laide ».

1 κατ' έτος δύο μήνας] δύο τοϋ έτους μήνας E : il Kaibel propone anche
δύο μνας < διδονς>. - 3 υπό οίκέτου] ύπό τοϋ οίκέτου Ε: υπό Ικέτου Κ θ
W ilamowitz (su Iceta Siracusano cfr. Diog. Laer. v m 3). - 5 sgg. cfr.
Diog. Laer. n 74 (I A 1). - 10 τί δέ E e Diog. Laer. : τί dai A. - 17 < δέ> :
è integrazione di Hermann, cui si deve anche la grafia έσω (ebreo A
Bergk) ; cosi anche Kaibel in Athen., x iii 599 b. - 18 δεινός Kuhnken e
Bergk : δεινόν A e Kaibel. - Άπιδανής Harberton e Bergk ( = Peloponne­
siaca: cfr. Άπιδανήας in Kiano 13, 3): άπιδανής A: άπϋ-άνης Mullach e
Meineke. —20 ovò' άνεμων εξεφόρησε βίη Mullach: ούδ’ άνεμον εξεφόρησε
βία M eineke e Bergk: il Powell pensa che in ουδαμενον sia forse da
leggere ευδαίμων. - 22 ne om. M. - 23 su questa celebre frase di Ari­
stippo cfr. Diog. Laer. n 75 (I A 1) e apparato relativo.
252 I C IR E N A IC I I . A R I S T I P P O . - A 120-123 253

120. - Aristippo cirenaico, rim proverato di stare spesso 120. Theodobet ., cur. gr. aff., x n 50 ed. Raeder. Καί
insieme all’etera di Corinto, « io posseggo Laide, disse, non Αρίστιππος δε ό Κυρηναϊκός, δνειδιζόμενος, δτι δη θ·αμά ξνν-
sono posseduto da lei ». εγίνέτο τη εταίρα τή Κορινθία, « εχω » ελεγε <<Λάιδα καί ούκ
εχομαι υπ αυτής ».
121. - Aristippo cirenaico,........ rim proverato di avere
rapporti continui con u n ’etera di Corinto, « posseggo Laide, 5 121. Clem . A l e x ., strom ., π , χ χ 118,1 ed. Staehlin.
rispose, non ne sono posseduto da lei ». Αρίστιππος ό Κυρηναϊος... δνειδιζόμενος γοϋν επί τω συνεχώς
όμιλεϊν τή εταίρα τή Κορινθία, «εχω γάρ » ελεγεν «Λαΐδα και
122. - Aristippo, maestro dei Cirenaici, ebbe rapporti con ουκ εχομαι ύπ αυτής. »
Laide, famosa meretrice. E quel venerando maestro di filoso­
fia giustificava questa vergogna, dicendo che grande era la 122. L actan ., divin. instit., m 15,15 ed. B randt. Aristippo
differenza fra lui e gli altri am anti di Laide, poiché lui posse­ io Gyrenaicorum magistro oum Laide nobili scorto fuit consue-
deva Laide, m entre gli altri erano posseduti da lei. O sapienza tudo. quod flagitium gravis ille philosophiae doctor sic defen-
eccelsa e veram ente tale da dover essere seguita dai buoni! debat, ut diceret multum inter se et ceteros Laidis amatores
All’insegnamento di costui affideresti tu i ragazzi, perchè interesse, quod ipse haberet Laidem, alii a Laide haberentur.
imparino a possedere una meretrice? Diceva che c’era una o praeclara et bonis imitanda sapientia ! huic vero liberos in 16
differenza tra lui e gli altri che si erano rovinati, nel senso che 15 disciplinam dares, ut discerent habere meretricemì aliquid inter
questi avevano m andato in malora i propri beni m entre egli se ac perditos interesse dicebat, scilicet quod illi bona sua per-
gratuitam ente si dava alla lussuria. Ma in questa faccenda derent, ipse gratis luxuriaretur. in quo tamen sapientior mere-
tu tta v ia la più sagace ed abile di tu tti fu la meretrice, che ebbe trix fuit: quae philosophum habuit prò lenone, ut ad se omnis 17
quel filosofo come lenone, di modo che tu tta la gioventù, iuventus doctoris exemplo et auctoritate corrupta sine ulto
dietro l’esempio di quel sapientone, non rispettando nessuna 20 pudore concurreret. quid ergo interfuit quo animo philosophus 18
au to rità e senza alcun pudore, correva da lei. Che im porta ad meretricem famosissimam commearet, cum eum populus
dunque l’animo con cui il filosofo andava da quella famosis­ et rivales sui viderent omnibus perditis nequiorem? nec satis 19
sima meretrice, dal momento che il popolo o i suoi antagonisti fuit ita vivere, sed docere etiam libidines coepit ac mores suos
lo vedevano ancora peggiore di tu tti quelli che si erano rovi­ de lupanari ad scholam transtulit disserens voluptatem corporis
nati? E e gli bastò vivere in tal modo, ma si dette anche ad 25 esse summum bonum. quae doctrina execrabilis et pudenda
insegnare i piaceri e portò i suoi costumi dal lupanare entro la non in corde philosophi, sed in sinu meretricis est nata.
scuola, affermando che il piacere corporale è il sommo bene. 123. Gnom . Y at . 743 n. 493 ed. Sternbach (Wien. 8tud.,
La quale esecrabile e vergognosa dottrina è n a ta non nell’ani­ XI (1889) p . 220). Ό αυτός [i. e. Socrate] θεασάμενος \ Αρί­
mo di un filosofo, ma nel seno di una meretrice. στιππον ήμφιεσμένον πολυτελώς έμόλυνεν την καθέδραν, έφ’ήν
123. - Socrate, vedendo Aristippo sontuosamente vestito,
im brattò la sedia su cui stava per sedere. Essendosi quello

2 ξυνεγίνετο] έγίνετο SC. - εταίρα] έτέρα S1. — 10 Gyrenaicorum\ cirene


quorum V 1. - 11 gravis] graviter P. - 12 ut diceret om. B - et ceteros—
interesse om. B - L aidis ] laudis B : tandem B 1: corr. B23. - 15 aliquid] aliqui
id H. - 17 tamen V: piane BH P: sane S: om. R. - 20 ergo om. P. -
21 famosissimam ] formosissimam G. - 22 viderent] viderunt H. - ne­
quiorem ] nequiores S: requiorem P 1 corr. P3.
I C IR E N A IC I I. A R I S T I P P O . - A 123-1 2 9 255
254

seduto senza sospettare nulla, Socrate disse : « avevo p ensato καϋίζειν έμελλεν τοϋ δέ Αριστίππου κατά τό ασφαλές κα&ίσαν-
che tu possiedi il m antello e non sei posseduto da esso ». τος είπε· « νενόηκα δτι έχεις τό ίμάτιον, καί ούκ έχη ύπαύτοϋ. »

124. - L ’amore, toccando un’anima giovane e ben disposta, 124. P lutar ., am at., 4 ρ. 750 D ed. H ubert. ’Έρως γάρ
attraverso l’amicizia, finisce in virtù. D a tali desideri verso ευφυούς καί νέας ψυχής άψάμενος είς αρετήν διά φιλίας τελευτά·
le donne, se sono buoni, è lecito prendere piacere e godimento 5 ταίς δε προς γυναίκας επιϋνμίαις ταύταις, αν άριστά πέσωσιν,
e del volto e del corpo, come testim onia Aristippo, il quale, ηδονήν περίεστι καρποΰσ·&αι κα'ι άπόλαυσιν ώρας και σώματος,
ad un tale che accusava Laide davanti a lui di non amare, ώς έμαρτύρησεν Αρίστιππος, τω κατηγοροϋντι Λαΐδος προς αυτόν
rispose di ritenere che anche il vino e il pesce non lo amassero, ώς ου φιλούσης άποκρινάμενος, δτι καί τον οίνον οιεται καί τον e
ma che tu ttav ia egli godeva di entrambi. ίχϋϋν μή φιλείν αυτόν, άλλ’ήδέως έκατέρω χρήται.

125. - Interrogato da un tale sul matrim onio, Aristippo 10 125. G nom . V at . 743 η. 2 ed. Sternbach (Wien. Stud.,
rispose : « se sposi una donna bella l ’avrai in comune con altri, ix (1887) p. 179). 'Ο αυτός [i . e. Aristippo] ερωτήσεις υπό
se la sposi b ru tta sarà una sofferenza ». τίνος, εί γήμη, εΐπεν «εί μεν καλήν, κοινήν έξεις· εί δε αισχρόν,
ποινήν. »
126. - Interrogato da un tale se gli convenisse sposare,
Aristippo rispose : « no ; se infatti sposerai una donna bella, 126. A nton ., meliss., π 34 ed. Migne (Ρ. G., c x x x v i
l’avrai in comune con altri; se la sposerai di poco pregio, 15 ρ· 1092). Αρίστιππος ό Κυρηναϊος φιλόσοφος, έρωτη&είς υπό
sarà una sofferenza ». τίνος εί συμφέρει αύτφ γήμαι, εΐπεν Ούκ· εί μεν γόρ καλήν, κοι­
νήν έξεις· εί δε φαύλην, ποινήν.
127. - La donna che si abbellisce il volto rivela un’anim a
deforme. 127. A nton ., meliss., ι ι 34 ed. Migne (Ρ. θ., c x x x v i
ρ. 1092). Γυνή τω προσώπφ κοσμουμένη, την τής ψυχής άμορφίαν
128. - Aristippo vedendo una donna piccola ma bella 20 εμφαίνει.
disse: «piccolo è il malanno, ma grande la bellezza». [secondo
a l t r i : «piccola è la bellezza, ma grande è il malanno»].
128. A nton ., meliss., π 33 ed. Migne (Ρ. G., c x x x v i
ρ. 1088). Αρίστιππος γυναίκα καλήν μικρόν ίδών, Μικρόν
129. - Vince il piacere non colui che se ne astiene, m a colui κακόν μέν, μέγα δε καλόν έφη. [Al.: Μικρόν μεν καλόν, μέγα δε
che ne gode senza farsi trascinare, come gode della nave e κακόν].
del cavallo, non colui che non ne fa uso, m a colui che li guida 1
25 129. S tob ., fior., m 17,17 ed. W achsm uth-H ense (xvii
18 Meineke = M a x i m ., loc. comm., i n ed. Migne, P . G.
XCI p. 741). 5Αριστίππου.
Κρατεί ηδονής ούχ ό άπεχόμενος, άλλ"ό χρώμενος μέν, μή
παρεκφερόμένος δέ· ώσπερ καί νεώς καί ίππου ούχ δ μή χρώμενος,

1 κα&ίσαντος\ οιίτω κα&ίσαντος V. - 2 είπε' νενόηκα] νενίκηκα εΐπεν V . -


10 l ’attribuzione ad Aristippo è basata sulla testimonianza seguente,
ma questa risposta è attribuita anche ad Antistene (Diog. Laer. v i 3)
e a Bione di Boristene (Id. iv 48). - 29 παρεκφερό μένος Mullach, Jacobs,
Animadvers. in Athen., p. 300 e Maier, Sokrates, tr. it., n , p. 34, η. 1 :
προεκφερόμενος SMd Br. Meineke.
256 I C IR E N A IC I I. A R I S T I P P O . - A 129-135 257

dove vuole. άλλ’δ μετάγων δποι βούλεται.


130. - Talvolta divento uomo d’azione e mi immergo nei 130. H orat., epist. i 1,16 ed. Klingner.
flutti della vita pubblica, custode e rigido sorvegliante della N unc agilis fio et mersor civilibus undis
vera v irtù ; talvolta ritorno di soppiatto ai precetti di A ri­ virtutis verae custos rigidusque satelles,
stippo e tento di sottom ettere le cose a me, e non me alle 5 nunc in A ristippi furtim praecepta relabor
cose. et m ihi res, non me rebus subiungere conor.
131. - Poiché Aristippo era principe della setta epicurea. 131. P orphyr ., comm. in H orat. epist., i 1,18 ed. Hol-
der. Nunc in Aristippi. Quia Aristippus Epicureae princeps.
132. - Aristippo cirenaico fu epicureo e definì il piacere
il sommo bene. Perciò dice « di soppiatto », perchè talvolta, 132. Ps. A cron ., schol. in H orat. epist. i 1,18 ed. Keller.
dopo aver custodito la vera virtù, si lascia vincere dal pia­ 10 A ristippus Cyrenaicus fu it Epicur<e>us, qui summum bonum
cere. voluptatem dixit. Ideo ergo ait « furtim », quoniam interdum
post verae virtutis custodiam voluptate vincatur.
133. - Orazio dice di muoversi tra due scuole, vale a dire
quella degli Stoici e quella degli Epicurei, e perciò disse di im ­ 133. S cholia in H orat . epist . i 1,16 [codd. A, <p, xp]
mergersi nei flutti della vita pubblica e in mezzo a molte vicis­ ed. Botschuyver. Nunc agilis fio. Dicit se Eoratìus versari
situdini, perchè gli Stoici approvano la partecipazione all’am ­ 15 inter duas sectas, id est inter sectam Stoicorum et Epìcureorum.
ministrazione della cosa pubblica, la virtù dell’animo e un et ideo se undis civilibus mergi dixit plerisque vicibus, quia
retto costume di vita, e in mezzo a molte vicissitudini di ri­ Stoici administrationem rei publicae probant virtutem anim i
tornare poi agli insegnamenti di Aristippo, quando pone la et mores recte vivendi, plerisque autem vicibus in praecepta
sua attenzione nel corpo. A ristip p i relabi, dum curam corporis agit.
134. - E prendendo Odisseo come modello di vita, A ri­ 20 134. P lutar ., de vit. e t poes. Hom., π 150 ed. Bernar-
stippo contrastò fortem ente la povertà e i disagi, e gustò d a k i s .......... Ταύτην εικόνα τον βίου [i. e. di Odisseo] παραλα­
senza riserve il piacere. βών Αρίστιππος καί πενία και πόνοις συνηνέχ&η έρρωμένως κα'ι
135. - Essendo smoderatamente dedito al lusso — cosa ηδονί) αφειδώς εχρήσατο.
era se non un altro Aristippo1? — Arcesilao si accostava ai 135. D iog . L aer ., ιν 40 ed. Hicks. Πολυτελής δε άγαν ών
25 [ί. e. Arcesilao] — καί τ ί γάρ άλλο ή έτερος Αρίστιππος; — επί

1 άλλ’ ό SBr A 2: άλλα ΜΑΑΑ - 6 su questo verso ν . sopra, ρ. 50 u. 2


- 1 1 dixit rV : dicit yv. dicunt a. - 12 voluptate vincatur] voluptatibus
devincatur a. - 24 sgg. lo Sternbach in «W ien. Stud.A» ix (1887), p.
204 sg., trova una conferma di questa notizia in Gnom. Vatic. 743,
n. 65 (Άρχεαίλαος ό φιλόσοφος έπιπλήσσοντός τίνος αύτω, δτι ον δεί τον
φιλόσοφον ερωμένην εχειν, μάλλον μέν οΰν έφη δεϊν έχειν και μη εχεσ&αι
ΰπ' αυτής) e pensa quindi che Arcesilao leggesse la celebre frase di
Aristippo: έχω ούκ έχομαι nelle Χρεϊαι citate da Diog. Laer. n 85
(I A 157).

17. - G ia n n a n t o k i , I C ire n a ic i.
258 I C IR E N A IC I I. A R I S T I P P O . - A 135-140 259

banchetti, m a solo insieme a quelli del suo stesso carattere. τα δείπνα προς τους όμοιοτρόπους μέν, πλήν άλλ' άπήντα. καί
Conviveva apertam ente con Teodete e File, etere di Elea, e, Θεοδότη τε καί Φίλα ταϊς "Ηλείαις έταίραις συνώκει φανερώς καί
a quelli che lo rimproveravano, m etteva innanzi le massime προς τούς διασύροντας προεφέρετο τάς ’Αριστίππου χρείας.
di Aristippo.
136. L t j c ia n ., D em onact. vit., 62 ed. Som merbrodt. Έρω-
136. - Dem onatte, interrogato su quale dei filosofi più 5 τη&είς δέ ποτέ [i. e. Demonatte] τις αύτώ άρέσκοι των φιλοσό­
gli piacesse, rispose: « tu tti son degni di ammirazione, ma io φων, εφη, απόντες μεν θαυμαστοί, εγώ δε Σωκράτη μεν σέβω,
venero Socrate, ammiro Diogene e amo Aristippo». ’&αυμάζω δε Διογένη καί φιλώ Αρίστιππον.»
137. — Di Aristippo. Ad una donna che lo rimproverava 137.S t o b ., fior., ιν 24,30 ed. W achsm uth - Hense
di non avvicinare il figlio e che gli diceva che esso era pur 14 Meineke). 5Αριστίππου.
(l x x v i
venuto da lui, Aristippo, sputando, rispose: « anche questo 10 Μεμφομένης αύτώ της γυναικός δτι τον υιόν συ προσίεται,
è venuto da me, m a non mi è di alcun vantaggio ». καί λεγούσης δτι εκ σοϋ εϊη, άποπτύσας « καί γάρ τούτο » είπεν
« εξ εμού' άλλ" ούδέν μοι χρήσιμόν έστιν. »
138. - Aristippo interdisse un suo figlio che si era depra­
vato; rimproverandolo una donna di non avvicinarlo e di­ 138. G n o m . Υ α τ . 743 η. 25 ed. Sternbach (Wien. Stud.,
cendogli ad ogni occasione che era pur venuto da lui, Aristippo, ix (1887) p. 188). 'Ο αυτός \i. e. Aristippo] άσωτον γενόμενον
sputando, disse : « anche questo è venuto da me, ma lo espello 15 τον υιόν εξέκλεισεν τής δε γυναικός μεμφομένης, δτι αυτόν ου
perchè mi procura dolore ». προσίεται καί λεγούσης παρ’ εκαστα, ώς καί οϋτος εξ αυτού ειη,
άποπτύσας [ό Αρίστιππος] <έφη’> «καί γάρ καί τούτο εξ εμού
139. - Aristippo, rim proverato dalla moglie di non avvi­ έστιν, άλλ" απορρίπτω αυτό, δτι με λυπεί. »
cinare il figlio che era diventato cattivo e dicendogli che era
pur venuto da lui, sputando, disse: « anche questo è venuto 139. A n e c d . Gr ., il ρ. 467 ed. Boissonade. 'Ο αυτός,
da me, ma non è certo buono ». 20 μεμφομένης αύτώ τής συνεύνου δτι τόν υιόν αυτού ον προσίεται,
άχρηστον δντα, καί λεγούσης δτι εξ αυτού εϊη, πτύσας, έφη" «καί
140. - Se tu non approvi quel che io ho detto, ascolta τούτο εξ εμού, άλλ’ού χρήσιμον. »
quello che fece uno dei pagani e prova vergogna per la filoso-
140. J o α ν . C h r y s o s t ., in Epist. ad Eom. homil. x i i
ed. Migne P. ( ? . , L X p. 493. Ei δε ούκ άνέχη τών παρ’εμού
25 λεγομένων, άκουσον τ ί τών εξωϋέν τις εποίησε, καί αίσχύνϋητι

2 Φίλα ταϊς] Φιλαίτΐ] Meib. Huebn. : φιλέττ] Fr. - Ήλείαις έταίραις a


Huebn.: Ήλιαίαις έταίραις Meib.: ήλιόι έταίραις Ρ 1: ήλιδι έταίραις Β :
Ή λιδί εταίρα Fr. - 3 προεφέρετο Huebn: προαεφέρετο Meib. — 5 τις
αύτώ άρέσκοι] τις άρέακει αύτώ Α: τις αύτφ άρέσκοι Jacobitz. — 7 φιλώ
Αρίστιππον] Αρίστιππον επαινώ Α. — 8 sgg. cfr. Diog. Laer. Il 81
(I A 1). - 16 παρ' εκαστα om. V. - 18 αύτό V. - 21 poiché in prece­
denza si parla di Teofrasto, lo Sternbach a Gnom. Vatic. 743, n. 25,
pensa che a questo filosofo va forse attribuita tale risposta. - 23 sgg.
cfr. Diog. Laer. u 75 (I A 1) e apparato relativo.
260 I C IR E N A IC I I. A R IS T IP P O . - A 140-144 261

fia di quella gente. Si dice infatti che uno di loro giunto ad την γονν εκείνων φιλοσοφίαν. Λέγεται γάρ τις εκείνων εις οικίαν
una casa stupenda, tu tta splendente per una gran quantità λαμπρόν είσελϋών, πολλφ μεν καταλαμπομένην χρνσίω, πολλω δέ
di oro e rifulgente per la bellezza dei marmi e delle colonne, όαιαστράπτουσαν τω των μαρμάρων καί των κιόνων κάλλει, επειδή
come vide che anche il pavimento era tu tto ricoperto di ta p ­ καί το έδαφος είδε πανταχοϋ τάπητας έχον έστορεσμένους, εις
peti, sputò sul viso del padrone di casa; ai rimproveri di quello 5 την δψιν έμπτύσαι τον τής οικίας δεσπότου■ εϊτα έγκαλούμένος
egli rispose che, poiché non gli era stato possibile farlo in nes­ είπειν, διά το μηδαμού τής οικίας ετέρωϋι τοϋτο εξείναι ποιήσαι,
sun altro posto della casa, egli era stato costretto a quell’atto εις την δψιν άναγκασϋήναι ύβρίσαι την εκείνου.
ingiurioso sul suo volto.
141. P lutar.., an virt. docer. poss., 2 p. 439 E ed.
141. - Un tale chiese ad Aristippo: « tu sei allora da per Pohlenz. 'Ο Αρίστιππος έρωτηϋείς υπό τίνος «πανταχοϋ σύ αρ’
tu tto » e Aristippo ridendo : « spendo invano il noleggio, 10 εΐ» γελάσας « ονκοϋν » έφη « παραπόλλυμι το ναύλον, εϊ γε
disse, se sono da per tu tto ». πανταχοϋ είμι. »
142. - « Non è forse la stessa ed eguale, disse Aristippo, 142. S tob ., fior., m 40,8 ed. W achsm uth-H ense (ιν
la via che conduce alle dimore dell’Ade? ». ρ. 146 η. 2 Meineke). ’Ή ου πανταχοϋ εν, φησίν ό Αρίστιππος,
ίση καί όμοια ή εις αδου δδός;
143. - Aristippo diceva che in generale è ridicolo chie­
dere beni con le preghiere e esigere qualcosa dalla divinità, 15 143. Gnom . Υ ατ . 743 η. 32 ed. Sternbach. ( W i e n . S t u d . ,
perchè è lo stesso caso dei medici, i quali non danno qualcosa ι χ (1887) ρ. 190). ' Ο αυτός [ΐ. e. A r i s t i p p o ] καϋόλον τό εν-
da mangiare e da bere quando un m alato indebolito lo chiede, χεσϋαι τά άγαϋά καί άπαιτεΐν τι παρά τοϋ ϋεοϋ έφη γελοΐον είναι"
m a quando ad essi sembra opportuno. ου γάρ τους ιατρούς δταν άρρωστος αίτή τι βρωτόν ή ποτόν,
τότε διδόναι, άλΧόταν αύτοΐς δοκήση συμφέρειν.
144. - Di Aristippo. Aristippo cirenaico, filosofo, disse che
il regno differisce dalla tirannide come la legge dall’anarchia 20 144. S tob ., fior., ιν 8,18 ed. W achsm uth-H ense (xlix
e la libertà dalla schiavitù. 18 Meineke). Αριστίππου.
Αρίστιππος ό Κυρηναίος φιλόσοφος τοσοϋτον έφη διαφέρειν
βασιλείαν τυραννίδας, όσον νόμος ανομίας καί έλευϋερία δον­
λείας.

9 σύ do’ εϊ] αύ πάρει W ilamowitz. Cfr. Xenoph., mem., π 1,


13 (I B 2) e v. sopra, l ’iniz. del cap. III. Per la parodia dei
comici cfr. il fr. 91 di Pilemone (n, p. 505 Kock) in Diels-Kranz,
VorsoTcr., n , p. 68 sg., Lucian., taf. auct., 8, cita questo scam ­
bio di frasi a proposito di Diogene cinico. - 10 ούκοϋν] ονκ αν U H .
παραπόλλυμι] παραπόλλοιμι C. — 12-14 Cicerone, tusc. disp., I 34, 104
attribuisce questa frase ad Anassagora: cfr. Gnom. Vatic. 743, n. 115
e W achsmuth, D ie Wien. Apophtegmensamml., n. 33. L ’attribuzione
ad Aristippo deriva da Telete: cfr. Hense: Teletis reliquiae, p. 29,
13. — 14 οδός] όδοϋ Μ. — 22 τοσοϋτον έφη διαφέρειν βασιλείαν S : έφη
τοαοντω διαφέρειν βασιλείαν ΜΑ.
262 I C IR E N A IC I I. A R IS T IP P O . - A 145-150 263

145. - Di Aristippo. Dionigi disse ad Aristippo: «non ho 145. S tob ., fior., iv 8,23 ed. W achsm uth-Hense (xlix
tra tto alcun giovamento da te » « è vero, rispose Aristippo, 22 Meineke). Αριστίππου.
se infatti lo avessi tra tto , ti saresti liberato dalla tirannide Τον Διονυσίου λέγοντος προς Αρίστιππον « σδδεν ώφέλημαι
come da un’epilessia ». υπό σου, » « άληϋή λέγεις, » εΐπεν' « εί γάρ ώφέλησο, έπέπαυσο
5 αν τής τυραννίδος ώσπερ ίεράς νόσου. »
146. - Aristippo fu più volte richiam ato dal padre, ma
poiché non ubbidiva, il padre gli scrisse che lo avrebbe ven­ 146. Gnom . Υ α τ . 743 η. 42 ed. Sternbach (Wien. Stud.,
duto in conformità delle leggi avite. Al che Aristippo rispose IX (1887) p. 196). 'Ο αυτός \i. e. Aristippo] μεταπεμπομένου
che si sarebbe tratten u to ancora un po’ di tem po: in fatti una πολλάκις αυτόν τοϋ πατρός, ώς ονχ νπήκουσεν γράψαντος, ότι
volta diventato di maggior pregio lo avrebbe venduto ad un πωλήσει αυτόν κατά τους πατρίους νόμους, άντέγραψεν ολίγον έτι
prezzo maggiore. 10 περιμεϊναι χρόνον καί <γάρ > πλείονος άξιον γενόμενον πλείονος
πωλήσειν.
147. - Aristippo, ripreso dai suoi concittadini perchè
troppo a lungo si intratteneva con i giovani, parlando loro 147. Gnom . Υ α τ . 743 η. 45 ed. Sternbach. {Wien. Stud.,
della saggezza, disse : « tuttavia, o cittadini, vedo che voi ι χ (1887 ) p. 196). Ό αυτός [i. e. Aristippo] επιλαβομένων
dom ate non i cavalli vecchi, m a i puledri ». αυτόν των πολιτών, δτι μειρακίοις μάλλον συνδιατρίβει διαλε-
15 γόμενος αύτοϊς περί φρονήσεως, έφη’ « και γάρ υμάς, ώ πολίται,
148. - Aristippo disse: « come i nostri corpi crescono se δρω ου τους γέροντας των ίππων δαμάζοντας, αλλά τους πώλους. »
nutriti e si irrobustiscono se esercitati nella ginnastica, così
anche l’anima si accresce se curata e diventa migliore se for­ 148. Gnom . V at . 743 η. 34 ed. Sternbach (Wien. Stud.,
tificata ». IX (1887) p. 190). 'Ο αυτός [i. e. Aristippo] εΐπ εν «ώσπερ
τά σώματα ημών τρεφόμενα μεν αϋξεται, γυμναζόμενα δε ατερεον-
149. — Aristippo, rim proverato da un tale perchè, essendo 20 ται, οντω και ή ψυχή μελετώσα μεν αϋξεται, καρτερούσα δε
Cirenaico, era stato esiliato dalla patria, rispose: «invero, βελτίων γίνεται. »
o giovanetto, la mia patria mi fece una grande ingiustizia,
cacciandomi dalla Libia in Grecia ». 149. Gnom . Υ α τ . 743 η. 28 ed. Sternbach (Wien. Stud.,
ι χ (1887) p. 189). ‘Ο αυτός [i. e. Aristippo] δνειδιζόμενος
150. - Aristippo disse. Osservandogli un tale: «gli uomini4
υπό τίνος, δτι Κνρηναΐος υπάρχων εκ τής πατρίδος πεφυγάδενται,
25 « καί, είπε, νεανίσκε, μεγάλα με ή πατρίς ήδίκησεν έκ τής
Λιβύης με εις την Ελλάδα έκβαλοϋσα. »
150. Gnomol. M onac . lat . ιι 3 (Caeeil. Baiò. Wòlfflin
p. 20) A R I S T I P P O S D I X I T . Gum illi quidam diceret,

4 ώφέλημαι] ώφελήΰ·ης Gnom. Paris. 7 1 . - 5 έπέπαυσο àv S: πέπαυσο


àv MA: έπαύσω (om. àv) Gnom. Paris. - 12 sgg. cfr. Diog. Laer. n 69
(I A 1). Il cod. Vatic. g ì. 1144 f. 216r attribuisce questa sentenza
ad Anacarsi. - 22-26 nulla sappiamo di un esilio di Aristippo. -
27 sgg. La risposta è attribuita a Diogene cinico in Diog. Laer.
v i 58.
264 I C IR E N A IC I I. A R I S T I P P O . - A 150-155 265

ti disprezzano », « anche gli asini, rispose, disprezzano gli ìiomines te contempnunt, Ut illos asini, inquit·, sed nee illi
nomini, m a nè gli nomini si curano degli asini, nè io mi curo asinos, nec ego illos curo.
degli uomini ».
151. D emetr,., de elocut., 296 ed. Badermacher. ΟΙ δε
■"151. - «Gli uomini lasciano le ricchezze ai loro figli, ma ανϋρωποι χρήματα μεν άπολείπουσι τοϊς παισίν, επιστήμην δε
non lasciano poi loro nello stesso tempo la scienza che dovrà 5 ου σνναπολείπουσιν την χρησομένην τοϊς άπολειφϋεΐσί' τούτο
servire per ciò che hanno lasciato »; questa forma di discorso δε τό είδος τον λόγου Άριστίππειον λέγεται.
si chiama Aristippea.
152. S chol. in A poll . B hod . Aeg o n ., ii 77 ed. W endel.
' 152. - Il coraggio differisce dalla tem erarietà: l’uno è Θάρσος δε ϋράσους διαφέρει' ϋάρσος γάρ τό εύλογον, ϋράσος
cosa ragionevole, l’altra basata sull’imprudenza : così Aristippo δε τό μετά ίταμότητος. οϋτω καί Αρίστιππος ο φιλόσοφος.
il filosofo.
10 153. S chol. in H om. I lia d ., v 2 ed. Dindorf. Κατά δε
153. - Secondo i Cirenaici e gli Epicurei coraggio è lo τους Κυρηναϊκούς καί Επικούρειους [ϋόφισος εστι] ενσταϋεϊν κατά
stare tranquillo di animo e di pensiero nel sopportare ogni διάνοιαν καί λόγον εν δεινών νπομοναϊς, ώς φησιν ό ποιητής « και
evento terribile, come dice il poeta : « a lui pose nel petto il οΐ μνίης ϋάρσος εν'ι στήϋεσσιν εϋηκεν »
coraggio della mosca ».
154. E ustath ., In Hom . Iliad., π p. 2,5. 'Άλλοι δέ φασι
154. - Altri dicono che il coraggio è lo star tranquilli di 15 ϋάρσος είναι τό εν δεινών έπελεύσει ενσταϋεϊν κατά λόγον, οΐόν τι
m ente al sopraggiungere di eventi terribili, come pensa anche καί "Ομηρος λέγει δτε φησί' κα'ι οι μυίας ϋάρσος έν στήϋεσιν
Omero allorché dice : « a lui pose nel petto il coraggio della ’έϋηκεν.
mosca ».
155. Α νονιμ . S ibiac ., Erostrofo, ed. Lagarde (Analecta
155. - Anonimo sull’anima. Syriaca, p. 158 sgg.). Socrate dice: o Erostrofo, cosa ti ha
20 offerto l’occasione di venire da me? Poiché molto ho udito sul
tuo conto, che tu hai affaticato in ogni direzione la tua anima
invano e senza profitto e non hai trovato fino ad ora nulla per te
e che gli altri potrebbero ricevere da te, per rendersi liberi-, così
ora voglio venire a sapere da te cosa tu vuoi indagare o su cosa
25 vuoi fare domande o in quale situazione ti trovi o cosa tu hai
udito [dagli altri] fino al momento in cui sei venuto da me.
Però anche questo io voglio venire a sapere sulla ragione del
del tuo interrogare e del tuo indagare presso di me, se tu grazie
a ciò perverrai ad una situazione di godimento e di gioia, o
30 se di nuovo invano devi volgerti alla primitiva fatica.

3-6 Su ciò v. sopra, p. 67 sg. - 5 άπολειφϋεΐσί] amano λειφϋείσι P. -


7 Sulle testimonianze I A 152-154 v. sopra, p. 67. - 9 Αρίστιππος]
Χρύσιππος Valkenaer. - 18. Su questo dialogo pseudosocratico e sul-
ridentiflcazione di Erostrofo con Aristippo v. sopra, p. 21 η. 1.
I. A R IS T IP P O . - A 155 2 67

Erostrofo dice: o Socrate, la tua fama e il mio volere mi


hanno portato in fretta da te, perchè tu più di tutti gli uomini
che presentemente sono in questo mondo in saggezza e in con­
tinenza, passi anche tutta la tua vita libera da passioni. Questo
5 mio venire da te, o Socrate, ha però anche questa ragione, che
io so che tutto il mondo ammira la tua sapienza e quelli che ti
conoscono godono delle tue qualità degne di lode e quelli che
non ti conoscono odono il tuo nome e si meravigliano molto
delle tue opere. Cosa per me desiderabile è questa, o Socrate,
10 che io conservi anche una tua testimonianza su come sono le
cose di cui ora voglio parlarti, se mai anche io, o Socrate, con
la tua vista le veda e le ascolti e se la tua contentezza m i basti
più che le lodi e le vuote parole di tutto il mondo, le cui lodi
come le parole sono vane illusioni. Su ciò che è in me io ti parlo,
15 prima che tu dia testimonianza su ciò, poiché io so che invidia
e gelosia non trovano posto presso di te. Se anche non voglio
interrogarti come quella gente, che ha piacere nelle cose che
servono alle passioni e il cui desiderio dell'anima consiste
nella dolcezza delle cose che rapidamente passano, ma queste
20 domande e queste indagini, o Socrate, devono essere per me
intermediarie al bene che è in te, facendo anche tu testimonianza
di ciò. A ciò così come anch'io ti faccio conoscere il mio punto
di vista e lo stato della mia mente, così in egual maniera la tua
mente deve dichiararmi tutto senza riserve, e deve rallegrarmi
25 sia ciò che è in me sia ciò che udrò da te.
Allorché Socrate ebbe udito queste cose da Erostrofo, gli fu
grato e se ne rallegrò, perchè aveva udito da lui proprio quelle
parole e quelle domande, quali le aveva fatte Erostrofo. Poiché
Socrate sapeva che Erostrofo se ne sarebbe andato da lui non
30 invano e senza successo.
D i qui egli cominciò a parlare a Socrate e a fargli domande
su ciò per cui era andato da lui: io ti prego, o Socrate, di par­
larmi senza gelosia e senza animosità dell'anima·, perchè mi
sembra cosa grande e importante e degna che ti faccia domande
35 su di essa, che tu m i dica riguardo all'anima in primo luogo
che cosa essa è; in secondo luogo io ti chiedo ancora: è eterna
la sua durata? o essa esiste solo per un certo tempo, per formare
questa cosa visibile (cioè il corpo)ì o perisce anch'essa contem­
poraneamente quando questa cosa sì dissolve? oppure quella
268 I C IR E N A IC I I. A R I S T I P P O . - A 155-157 269

si scioglie e l'anima continua ad esistere, per ritornare ad ap­


parire in un altro corpo? oppure finisce insieme con quello
e deve alla fine per una prim a causa tornare ad apparire in
quello stesso corpo? — 0 Socrate, io voglio ascoltare da te come
δ ti sembra che stia la cosa. T u però non devi dirmi le parole
di altri filosofi, nè di poeti, nè di retori, nè di medici, che non
esercitano le altre arti e non hanno neppure imparato a lavo­
rare argento e oro e le restanti cose — poiché sarebbe troppo
lungo elencare tutte le arti che ci sono nelle abitazioni degli
IO uomini — : poiché le parole dei medici s u ll anima, che è unita
al corpo, è divisa e consiste di [singole] partì, è giusto che le
sentiamo anche noi, giacché il loro giudizio è opportuno, in
quanto noi ne facciamo uso e vediamo che le loro azioni guari­
scono il corpo, poiché accogliendo le loro parole viene di nuovo
15 rimessa a posto anche lintelligenza dello spirito·, — perciò
io ti ho parlato un po' di più dei medici, perchè [veramente]
anima e corpo sono mescolati l'uno con l'altro e questa è la
loro arte-, cioè quelli io chiamo medici, nei quali si trovano
ambedue le cose (cura del corpo e dello spirito), — perchè véra-
20 mente colui che capisce bene la sua arte è capace di darne una
specie di immagine. Io ti propongo perciò la domanda, come
ti sembra questa cosiddetta anima — o qualunque altro nome
tu vuoi, daglielo — se essa dura o se finisce (ossia si consuma,
invecchia), come io ti ho detto nelle mie prime parole, per il
25 fatto che essa è così divisa.............................................................

156. N ot. T ir o n ., 115, 6-7 Schmitz.


156. - Note tironiane.
Aristippus
Aristippicus

O PERE 30 O PER E
157. - Sono attribuiti al filosofo Cirenaico tre libri di Sto­ 157. D iog . L aer ., Il 83 ed. Hicks. Τοϋ δε Κυρηναϊκού φιλο­
rie sulla Libia, inviati a Dionigi; un libro comprendente ven· σόφου φέρεται βιβλία τρία μεν ιστορίας των κατά Λιβύην, απε­
σταλμένα Διονυσίω· εν δε εν φ διάλογοι πέντε και εϊκοσιν, οί

31 sgg. sulla questione delle opere di Aristippo v. sopra, p. 55 sgg. -


33 Διονυσίω] παρά Διονυσίω Μ α Τ Pr.
270 I C IR E N A IC I I. A R I S T I P P O . - A 157 2 71

ticinque dialoghi, scritti alcuni in dialetto attico, altri in dia­ μεν Ά τθ ίδι, οί δε Δωρίδι διαλεκτοί γεγραμμένοι οΐδε·
letto dorico, e son questi: Άρτάβαζος.
Artabazo. Προς τους ναυαγούς.
A i naufraghi. Προς τούς φυγάδας.
Agli esuli. 5 Προς πτωχόν.
A l mendicante. Προς Λαΐδα.
A Laide. ' Προς Πρώρον.
A Provo. Προς Λαΐδα περ'ι τοϋ κατόπτρου.
A Laide a proposito dello specchio. Έρμείας.
Ermia. 10 Ένύπνιον.
Sogno. Προς τον επί της κύλικος.
A l maestro di conviti. Φιλόμηλος.
Filomelo. Προς τους οικείους.
A i domestici. Προς τούς έπιτιμώντας δτι κέκτηται οίνον παλαιόν
A coloro che lo rimproveravano di possedere vino vecchio 15 καί εταίρας.
ed etere. Προς τούς έπιτιμώντας δτι πολυτελώς όψωνει.
A coloro che lo rimproveravano di spendere senza freno Επιστολή προς Άρήτην την -θυγατέρα.
per mangiare. Προς τον εις 5Ολυμπίαν γυμνάζοντα εαυτόν.
Epistola ad Avete sua figlia. Έρώτησις.
A colui che si esercita ad Olimpia. 20 "Αλλη Έρώτησις.
Interrogazione. Χρεία προς Διονύσιον.
Altra interrogazione. "Αλλη επί τής είκόνος.
Massima per Dionigi. “Αλλη επί τής Διονυσίου θυγατρός.
Un'altra, sulla statua. Προς τον οίόμενον άτιμάζεσθαι.
Un'altra, sulla figlia di Dionigi. 25 Προς τον συμβουλεύειν έπιχειροϋντα.
A d uno che riteneva di essere disprezzato. "Ενιοι δε καί διατριβών αυτόν ψασιν εξ γεγραψέναι, οι δ’ ουδ’
A d uno che si sforzava di dare consigli. δλως γράψαΐ' ών εστι καί Σωσικράτης ό ’Ρόδιος.
Alcuni affermano che abbia scritto sei libri di Diatribe, Κατά δε Σωτίωνα εν δεύτερα) καί Παναίτιον έστιν αυτώ
altri che egli non abbia scritto nulla, tra i quali vi è anche
Sosicrate di Eodi.
1 Δωρίδι] δωρία Ρ 1: δωρίαι Β. - 7 Προς Πρώρον. così ho corretto
la lezione Προς Πώρον dei codd. e di tu tte le edizioni di D iog.
Laer. in base alle osservazioni del Cronert : v. sopra, p. 61 in nota. -
21 sulla base di ciò lo Hirzel, Untersueh. zu Cicer. philos. S dir., I ,
p. 145, n. 3, nega che Metrocle sia stato il primo autore di Χρείαν. -
27-28 ών εστι καί Σωσικράτης δ 'Ρόδιος' κατά δε Σωτίωνα έν δευτέρω
καί Παναίτιον κτέ codd. : ών εστι κα'ι Σωσικράτης καί Παναίτιος ό 'Ρ ό ­
διος' κατά δε Σωτίωνα κτέ Nietzsche: ών εστι Παναίτιος καί Σωσικρά-
της ό 'Ρόδιος· κατά δε Σωτίωνα κτέ Chiappelli e Diimmler : su tu tto
ciò v. sopra, p. 63 n. 2.
272 I C IR E N A IC I I. A R IS T IP P O . - A 157-161 273

Secondo Sozione, nel secondo libro della sua opera, e se­ συγγράμματα τάδε·
condo Panezio, questi sono i suoi scritti: Περί παιδείας
Sull’educazione. Περί αρετής.
Sulla virtù. Προτρεπτικός.
Protreptico. 6 Άρτάβαζος.
Artabazo. Ναυαγοί.
Naufraghi. Φυγάδες.
Esuli. Διατριβών εξ.
Diatribe, 6 11. Χρειών τρία.
Massime, 3 11. 10 Προς Λαιδα.
A Laide. Προς Πρώρον.
A Proro. Προς Σωκράτην.
A Socrate. Περί τύχης.
Sul destino. 158. D iog . L aer.., ι ι 64 ed. Hicks. Πάντων μέντοι τών
158. - Di tu tti i Dialoghi Socratici Panezio riteneva che 16 Σωκρατικών διαλόγων Παναίτιος άληϋεις είναι δοκεϊ τούς Πλά­
fossero autentici quelli di Platone, di Senofonte, di Antistene τωνος, Ξενοφώντος, Άντισϋ'ένους, Αίσχίνου· διστάζει δε περ'ι τών
e di Eschine; era ib dubbio su quelli di Fedone e di Euclide, Φαίδωνος καί Εύκλείδου, τούς δέ άλλους άναιρεΐ πάντας.
e rifiutava tu tti gli altri. 159. L ucil . , sat., x x v h i fr. 742 ed. Marx.
159. - Alcuni dicono che Aristippo Socratico mandò al Socraticum quidam tyranno misse A ristippum autumant.
tir a n n o ............... 20 160. A th en ., x i 508 c ed. Kaibel. Θεόπομπος υ Χίος εν
160. - Teopompo di Chio nella sua opera sul dialogo di τώ κατά τής Πλάτωνος διατριβής « τούς πολλούς, φησί, τών
Platone dice che qualcuno potrebbe trovare molti dei suoi διαλόγων αυτού άχρείους καί ψευδείς αν τις εϋροι· άλλοτρίους δέ
dialoghi inutili e menzogneri: di provenienza diversa la mag­ τούς πλείους, όντας εκ τών ’Αριστίππου διατριβών, ένίους δε
gior parte, essendo tra tti alcuni dai dialoghi di Aristippo, κάκ τών Άντισϋένους, πολλούς δε κάκ τών Βρύσωνος τού Η ρα-
alcuni altri da quelli di Antistene, molti ancora da quelli di 25 κλεώτου. »
B risone di Eraclea.
161. P hilodem ., adv. <Sophist. >, fr. V ed. Sbordone
161. — . . . . dopo queste cose: « di ciò che vi dissi molte 1 [V. Η .2 I p. 140 papyr. 1005]............................. κ α ί ............ κα­
τηγορίας .................. μετά τ[αΰτα· «περί ών εΐπ]ον ύμιν, [πόλ-

11 Προς Πρώρον Crònert (cfr. Diodor., χ 4, 1 = Diels-Kranz7


54 A 3): Προς Πώρον codd. - 16 Αίσχίνου] Αίσχίνου < καί Αριστίππου >
Brandis: ν . sopra, ρ. 63. - 19 qwidam Lachmann: guidante G:
quiddante G1 - misse Guyetus : misisse L : mississe G : Socraticum quiddam
tyranno misisse Skutsoh ( ccBhein. M u s . a> x l v i i i (1893), p. 305).

18. - G i a n n a n t o n i , I C ir e n a ic i.
274 I C IR E N A IC I I . A R I S T I P P O . - A 161-166 275

cose sono forestiere e vi sottosta un certo sospetto, m a ............ λ’έστ'ιν έπείσ]ακτα [καί υποψία τις ΰ]πεστι[ν, α λ λ ά .......... οϊ]δαμ[εν
sappiamo essere certo di Cratete, e le Diatribe di Aristippo είναι] πισ[τ]ό[ν] Κράτη[τ]ος, [καί Α ρ ισ τίπ π ο υ τάς πε[ρί τινων
su alcune opere di Platone, e gli Analitici e le opere sulla na­ το]ν Πλάτωνος [διατρφ]ά[ς], καί ,Αριστοτέ[λονς τ]άναλυτικα
tu ra di Aristotele, quante ne scegliemmo ». καί [τά περϊ] ψνσεως, δσαπερ έ[κλέγ\ομεν. »
162. — Aristippo cirenaico nell’opera Sui fisiologi dice che 5 162. D iog . L aer ., ν π ι 21 ed. Hicks. Φησί <5’ Αρίστιππος
Pitagora aveva quel nome, perchè proclamava la verità non ό Κνρηναϊος εν τφ Περί φυσιολόγων Πυϋαγόραν αυτόν ονομασϋή-
meno che la Pizia. ναι ότι τήν άλήόειαν ήγόρευεν ούχ ήττον του Πυόίου.
163. - Su Periandro Aristippo nel primo libro della sua opera 163. D iog . L aer ., ι 96 ed. Hicks. Φησί δε Αρίστιππος
Sulla lussuria degli antichi dice che sua m adre Cratea, presa εν πρώτω Περί παλαιός τρυφής περί αύτοϋ [ί· e. Ρ eriandro] τάδε,
d’amore, si incontrava con lui di nascosto: ed egli negodeva. 10 ως αρα ερασάεΐσα η μήτηρ αύτοϋ Κράτεια συνήν αύτω λάϋ-ρα' και
Venuta alla luce la cosa, Periandro divenne insopportabil­ ός ήδετο. φανερού δε γενομενου βαρύς πάσιν έγένετο δια το αλγεΐν
m ente severo verso tu tti, addolorato per la scoperta. επί τη φωρό.
164. - Aristippo nel primo libro Sulla lussuria degli an­ 164. D iog . L aer ., V 3 ed. Hicks. Αρίστιππος δ εν τω ’

tichi dice che Aristotele si innamorò della concubina di Ermia. πρώτω Περί παλαιός τρυφής φησιν ερασϋήναι τον Άριστοτελην
165. — Aristippo dice nel quarto libro Sulla lussuria degli 15 παλλακίδος τοΰ Έρμίου.
antichi che Socrate amò Alcibiade. 165. D iog . L aer ., ι ι 23 ed. Hicks. Οϋ [i. e. Alcibiade ] καί
166. —Aristippo nel quarto libro Sulla lussuria degli ερασϋήναι φησιν αυτόν [i. e. Socrate] Αρίστιππος εν τεταρτω
antichi dice che Senofonte si innamorò di Clima; nei con­ Περί παλαιός τρυφής.
fronti del quale così parlava: « ora io vedo infatti Clinia più 166. D iog . L aer ., ιι 48 ed. Hicks. Καί αυτόν [ΐ. e. Seno-
volentieri di ogni altra cosa che tra gli uomini è bella: accet­ 20 fonte] φησιν Αρίστιππος εν τετάρτω Περί παλαιός τρυφής ερα-
terei di rinunciare a vedere tu tte le altre cose, piuttosto che σ&ήναι Κλεινίου' πρός όν καί ταντα ενπείν « νΰν γάρ εγώ 49
Κλεινίαν ήδιον μέν ϋεώμαι ή ταλλα πάντα τά εν άνΰρώποις καλά'
τυφλός δε των άλλων πάντων δεξαίμην αν ή Κλεινίου ένός όντος

2 καί Πλάτωνος τήν ’Απολογίαν τ]οΰ Σωκράτ[ους], καί Α ρ ι­


στίππου Cronert, Bignone e Diano: v . sopra, p. 58. - 4 έ]γκρί-
ν]ομεν Usener e Cronert: έ[γγράφ]ομεν Bignone: έ[φεύρ]ομεν Diano.
— 6 φυσιολόγων] φυσιολογιών Meib.: su quest’opera v . sopra, p. 60.
- 9 Περί παλαιός τρυφής: v. sopra, p. 59. - 10 μήτηρ] μητρυιά
Palmerius, sulla base di Eustazio (in Hom. Iliad., x ix 281), secondo
cui la madre di Periandro si chiamava Euridice. - 12 επί τή φωρφ]
επί τή φορρ. Stephanus: επί τή εκφορό Faber. - 14 πρώτω] τετάρτφ
W ilamowitz. — 15 παλλακίδας] παλακίδος Fr. - 21 Κλεινίου] κείνου
L 2B P 1. — προς δν καί ταΰτα είπεϊν: cfr. le stesse parole in Xenoph.,
conviv., IV 11.
276 I C IR E N A IC I I . A R IS T IP P O . - A 166-171 277

ΰ solo Clinia; la notte e il sonno mi angustiano, perchè non lo γενέσϋαν αχύομαι δε καί νυκτί καί ϋπνω, δτι εκείνον ούχ δρω.
vedo; di giorno e con la luce del sole conosco la più grande ήμερα δε καί ήλίω την μεγίστην χάριν οίδα, δτι μοι Κλεινίαν
delle gioie, perchè essi mi perm ettono di vedere Clinia». άναφαίνονσι. »

167. —Aristippo nel quarto libro Sulla lussuria degli 167. D io g . L a e r ., i h 29 ed. Hicks. Αρίστιππος δ’ εν τω
antichi dice che Platone si innamorò di Astero, un giovinetto 5 τετάρτω Περί παλαιός τρυφής φησιν αυτόν [i. e. Platone] Άστέρος
che studiava insieme a lui astronomia, come pure di Dione, μειράκιου τινός άστρολογεϊν συνασκουμένου έρασϋήναι, άλλα καί
di cui si è parlato prim a — altri dicono anche di Fedro. Δ ίωνος τοϋ προειρημένου — ενιοι καί Φαιδρού φασί.

168. - Sembra che Polemone emulasse in tu tto Seno- 168. D io g . L a e r ., iv 19 ed. Hicks. Έ φ κει δη d Πολέμων
crate: che si innamorasse di lui dice Aristippo nel quarto κατά πάντα εζηλωκέναι τον Ξενοκράτην καί ερασϋηναι αυτού
libro Sulla lussuria degli antichi. 10 φησιν Αρίστιππος εν τω τετάρτω Περί παλαιός τρυφής.

169. — Aristippo nel quarto libro Sulla lussuria degli 169. D io g . L a e r ., v 39 ed. Hicks. Οϋ [i. e. Aristotele] καί
antichi dice che Teofrasto amò Nicomaco figlio di Aristotele, τού υίέος Νικομάχου φησιν ερωτικώς διατεϋήναι [i. e. Teofrasto]
benché ne fosse il maestro. καίπερ δντα διδάσκαλον, Αρίστιππος εν τετάρτω Περί παλαιός
τρυφής.
170. — Pausania era l ’amato di Empedocle, come dicono
Aristippo e Satiro. 15 170. D iog . L aer ., v m 60 ed. Hicks. rHv Ó’o Παυσανίας,
ως φησιν Αρίστιππος καί Σάτυρος, έρώμενος αυτού [i. e. Empe­
docle],

SCUOLA
SCUOLA
171. D iog . L aer ., π 85 ed. Hicks. Η μ είς <5’ επειδή τον
171. - Noi, dal momento che abbiamo descritto la vita di
20 βίον άνεγράψαμεν αυτού, φέρε νΰν διέλϋωμεν τούς απ’ αυτού
Aristippo, passeremo ora in rassegna i Cirenaici che deriva­
Κυρηναϊκούς, οι τινες εαυτούς οι μέν Ηγησιακούς, οί δέ Άννικε-
rono da lui; dei quali alcuni si chiamarono Egesiaci, altri
ρείους, οί δέ Θεοδωρείους προσωνόμαζον. ου μήν άλλα καί τούς άπό
Annicerii, altri Teodorei. Non diversamente anche quelli che
Φαίδωνος, ών τούς κορυφαιοτάτους Έρετρικούς. έχει δέ όντως- 86
derivarono da Fedone, dei quali i più insigni furono gli Ere-
trii. La cosa sta così: furono discepoli di Aristippo la figlia Αριστίππου διήκουσεν ή ϋυγάτηρ Ά ρήτη καί Αίϋίοψ Πτολεμαεύς
25 καί Αντίπατρος Κυρηναϊος- Ά ρήτης δέ Αρίστιππος ό μητρο-
Arete, Etiope Ptolemeo e A ntipatro cirenaico; di Arete fu
δίδακτος έπικληϋείς, οϋ Θεόδωρος ό αϋεος, εϊτα ϋεός- Άντιπά-
discepolo Aristippo chiamato M etrodidatta e di questi Teo­
doro l’ateo, poi chiamato « dio ». Di A ntipatro poi fu discepolo
5 παλαιός om. Fr. - φησιν] λέγειν Fr. — 8 έφκει όή ό Π .] ώς έφκει δή,
ό Π. Meib. e Huebn. - 11 εζηλωκέναι] εζηλώκει Meib. Huebn. - 15 ήν δ’ ό
Παυσανίας] ήν δέ φησι Παυσανίας Fr. — 22 lo Schmidt, Studia laertiana,
ρ. 31, η. 1 nota: fortasse legendum: ου μήν άλλα καί των άπό Φαίδωνος
τους κορυφαιότατους Έρετρικούς' έχει δ’ όντως... ων erat adscriptum, ut
corrigeretur τους ante άπό Φαίδωνος, post in textum receptum est:
Έρετρικούς ώνόμαζον. έχει Casaubonus e Menagius. — 24 Πτολεμαεύς]
πολεμαεύς L <5.
278 X C IR E N A IC I I . A R IS T IP P O . - A 171-175 279

Epitimide cirenaico, di questi Parebate e di questi Egesia τρου δ3 ’Επιτιμίδης Κνρηναϊος, ού Παραφάτης, ον Ήγησίας
il persuasor di m orte e Anniceri [colui che riscattò Platone]. ό πεισιθάνατος και 3Avviκερις [ο Πλάτωνα λυτρωσάμενος].
172. - Fu discepola di Aristippo la figlia Arete, dalla 172. S u (i )d ., s. ν . Αρίστιππος ed. Adler. Διήκουσε δε αυτού
quale proviene Aristippo il giovane, che fu chiamato il metro- [i. e. Aristippo ] ή θυγάτηρ 3Αρήτη, άφ3ής ό παις αυτής ο νέος
didatta. Di questi fu discepolo Teodoro, detto prim a l’ateo 5 5Αρίστιππος, δς έκλήθη Μητροδίδακτος, ού Θεόδωρος, ό 'Άθεος

poi « dio »; di questi Antipatro, di questi Epitimide cirenaico ; επικληθείς, είτα Θεός· τού δε Αντίπατρος, τού δε ’Επιτιμήδης
di questi Perebate; di questi Egesia il persuasor di morte, ό Κυρηναϊος, τού δέ Παραφάτης, τον δε Ήγησίας ό Πεισιθάνατος,
di questi Anniceri, che riscattò Platone. τον δε Άννίκερις, ό Πλάτωνα λυτρωσάμενος. [ = H esych . Miles ,
Onomat. xc].
173. - Di etica sorsero dieci scuole, rAccademica, la Cire­
naica, l’Eliaca, la Megarica, la Cinica, l’Eretria, la Dialettica, 10 173. D iog . L aer.., prooem., I 18 ed. Hicks. Τού δε ηθικού
la Peripatetica, la Soica, l’Epicurea.......... γεγόνασιν αιρέσεις δέκα, 3Ακαδημαϊκή, Κυρηναϊκή, 3Ηλιακή, Με-
Della Cirenaica [fu iniziatore] Aristippo c ire n a ic o .......... γαρική, Κννική, Έρετρική, Διαλεκτική, Περιπατητική, Στωϊκή,
Ippoboto nell’opera Sulle scuole dice che nove furono le Επικούρειος.
scuole e le tendenze: prim a la Megarica, seconda l’Eretria, Κυρηναϊκής 3Αρίστιππος ό Κυρηναϊος [sci. προέστη] ......................... 19
terza la Cirenaica, quarta l’Epicurea, quinta quella di Anni- 15 rΙππόβοτος δ3 εν τω Περί αιρέσεων εννέα ψησίν αιρέσεις καί
ceri, sesta quella di Teodoro, settim a quella di Zenone o άγωγάς είναι1 πρώτην Μεγαρικήν, δεντέραν Έρετρικήν, τρίτην
anche Stoica, ottava l’antica Accademia, nona la Peripatetica. Κυρηναϊκήν, τετάρτην Έπικονρειον, πέμπτην Άννικέρειον, εκτην
Θεοδώρειον, έβδόμην Ζηνώνειον την καί Στωϊκήν, δγδόην 3Ακαδη­
174. - Le scuole dei filosofi traggono il loro nome da μαϊκήν την άρχαίαν, ένάτην Περιπατητικήν.
sette possibilità.......... o [in secondo luogo] dalla patria di
chi dette loro indirizzo, come è il caso della filosofia chiam ata 20 174. Α μ μ ο ν ., in Aristot. categ., ρ. 1,13 ed. Busse (Comm.
Cirenaica. in Aristot. gr. IV 4). 3Ονομάζονται μεν οϋν ai των φιλοσόφων
αιρέσεις άπό τινων επτά· .......................... ή άπό τής πατρίδας των
175. - Giacché le scuole dei filosofi si chiamano in sette προκαταρξαμένων, ώσπερ ή Κυρηναϊκή φιλοσοφία λέγεται.
m odi.......... o dalla patria dell’iniziatore, come i Cirenaici
da Aristippo.1 175. P hilopon ., in Aristot. categ., ρ. 1,19 ed. Busse
25 (Comm. in Aristot. gr. x m ). 3Επειδή τοίννν al των φιλοσό­
φων αιρέσεις λέγονται έπταχώς . . . . ή άπό τής τού αίρεσιάρχου
πατρίδος ώς οι άπό τού 3Αριστίππου Κυρηναϊκοί.

1 Παραφάτης] παραβάτης L α. - 2 ό πεισιθάνατος και Ά νν.] ο πει­


σιθάνατος, τονδε ’Avv. Su(i)d. s. ν. (I A 172). — Evidenti ra­
gioni cronologiche impediscono di identificare questo Anniceri con
quello che liberò Platone. - 7 Παραφάτης MA Diog. Laer. : Παρα­
βάτης GIV. - 16 Έρετρικήν] Έρετριακήν Su(i)d. - 21 ονομάζονται]
πρώτον μεν οϋν ονομάζονται b. — 22 ή\ δεύτερον ή Ρ. —προκαταρξαμένων
Ρ. Olymp.: καταρξάντων Μ: καταρξαμένων b. — 26 τον om. a.
280 I C IR E N A IC I I. A R IS T IP P O . - A 176-180 2 81

176. - Le scuole dei filosofi prendono il loro nome in 176. Olympiodor ., in Aristot. categ., p. 3,8 ed. Busse
sette m odi.......... dalla patria dei loro iniziatori, come Cire­ (Comm. in Aristot. gr. χ π ). Λαμβάνονται τοίννν έπταχώς τά
naica si chiama la filosofia che deriva da Aristippo cirenaico. ονόματα των φιλοσόφων αιρέσεων.............. άπό δε τής πατρίδος
Le scuole hanno il loro n o m e ........ o da dove procedettero, των προκαταρξαμένων, ώς ή Κυρηναϊκή λέγεται φιλοσοφία άπο
come i Cirenaici. 5 Αριστίππου τοϋ Κυρηναϊκόν, cfr. ρ. 5,38; ονομάζονται αιρέ­
σεις .........ή δϋεν προήλ&ον, ώσπερ οί Κυρηναϊκοί.
177. - Il primo punto fondam entale tra tu tti quelli che
comprendono la filosofia di Aristotele è ricercare in quanti 177. E lias , in Aristot. categ., ρ. 108,15 ed. Busse (Comm.
e quali modi si chiamano le scuole filosofiche. E bisogna sa­ in Aristot. gr. x vin). Πρώτον κεφάλαιον ήν των περικλεών των
pere che questi modi sono s e tt e : ............ o dalla patria del­ την Άριστοτέλονς φιλοσοφίαν το ζητήσαι κατά πόσους καί τινας
l’iniziatore, come i Cirenaici a causa di Aristippo cirenaico. 10 τρόπους ώνομάαϋησαν ai κατά φιλοσοφίαν αιρέσεις, και δει
είδέναι δτι κατά επτά τρόπους· .............. ή άπό τής πατρώος
178. - Le scuole filosofiche si chiamano in sette m odi.......... τοϋ αίρεσιάρχου, ώς Κυρηναϊκοί δι Αρίστιππον τον Κυρηναϊον.
o dalla patria dell’iniziatore, come i Cirenaici che provengono
da Aristippo. 178. Sim pl ., in Aristot. categ., ρ. 3,30 ed. Kalbfleisch.
(Comm. in Aristot. gr. vili). A l μεν ούν κατά φιλοσοφίαν
179. - Qualcuna delle scuole filosofiche è definita in base 15 αιρέσεις έπταχώς ονομάζονται. . . . ή άπό τής τοϋ αίρεσιάρχου
al nome del fondatore, della città, della dottrina, e così quella πατρίδος ώς Κυρηναϊκοί οί άπ Αριστίππου.
scuola che derivò da Aristippo si chiamò Aristippica dal nome
dell’iniziatore, Cirenaica dalla città di cui questi faceva parte 179. [Galen .], hist. philos., é ed. Diels (Dox. gr., p. 602,8).
e edonistica dal fine ultimo della sua filosofia; Aristippo era 'Ωρίσϋη δέ των φιλοσοφιών.......... ή δε εξ άνδρός καί πόλεως
piuttosto incline al piacere. καί δόγματος ώς ή κατά Αρίστιππον Άριστιππική μεν άπό τοϋ
20 εύρηκότος, Κυρηναϊκή δέ άπό τής πόλεως, ής εκείνος μετεϊχεν,
180. - Tra i molti che divennero Socratici è necessario ηδονική δε άπό τοϋ τέλους τής κατ αυτόν φιλοσοφίας· τον γάρ
ora fare un cenno soltanto di quelli che lasciarono un seguito Αρίστιππον τή ηδονή προσκεκλίσ&αι μάλλον.
di scolari. Platone d u n q u e ............ Aristippo Cirenaico fece
parte della scuola di Socrate, e da lui conosciamo la filosofia 180. [Galen .], hist. philos., 3 ed. Diels (Dox. gr., p. 599,10).
cirenaica. Των δε Σωκρατικών πολλών γεγονότων άναγκαϊόν έστι νϋν μόνον
25 ποιήσααδαι μνήμην τών διαδοχήν καταλελοιπότων. Πλάτων τοί­
ννν ........... Αρίστιππος δε Κυρηναιος ών τής Σωκρατικής
άκροάσεως μετέσχεν, άφου τήν Κυρηναϊκήν φιλοσοφίαν έγνωμεν.

9 πόσους] ποιους b. — 10 αιρέσεις] αίρέαις Η. - 19 Άριστιππική]


Άριστιππιακή Β: om. A: Άριστίππειος Diels (nella sua ediz. del 1870;
cfr. Demetr., de eloc., 296 = I A 151). Sulla forma Άριστιππική cfr.
W . Schmitz, in «Rhein. Mus.;> x x v m (1873), p. 339. - 22 τή ηδονή
προσκεκλίσ&αι Bernays : τήν ηδονήν προσκεκλεϊα&αι AB : τήν ηδονήν
προηρήσ&αι Heimsoeth: τήν ηδονήν προβεβλήσ&αι Sauppe - μάλλον: ν.
sopra, ρ. 70 η. 5. — νυν om. Β Ν - μόνον] μόνων Usener. - 25 καταλε­
λοιπότων Usener - λελοιπό των AB. - 26 δέ Α: ό Β - ών Α: ό'ς ΒΝ . -
27 έγνωμεν Α: έσχομεν ΒΝ.
282 I C IR E N A IC I I. A R IS T IP T O . - A 181-185 233

181. - Socrate guadagnò alla filosofìa molte persone........... 181. S tj(i )d ., s. v. Σωκράτης, ed. Adler. Φιλοσόφους δε
e anche Aristippo cirenaico, il quale aggiunse una sua pro­ εΐργάσατο [i. e. Socrate] . . . . καί Αρίστιππον Κυρηναιον, δς ιδίαν
pria corrente filosofica e costituì una scuola chiamata ci­ αιρεσιν είσήγαγε καί σχολήν σννεστήσατο, την Κυρηναϊκήν κλη-
renaica. ■
&εϊσαν.
182. - [Opponiamo] indirizzo ad indirizzo, quando l’in- 182. S e x t . E m p ., pyrrh. h y p o t., ι 14,150 ed. M utsch-
dirizzo di Diogene contrapponiamo a quello di Aristippo. m ann. Α γω γήν δε αγωγή, δταν τήν Διογένους αγωγήν άντιτιδώμεν
τή τοϋ Α ριστίππου............
183. - E se è vero ciò che Aristone di Chio era solito dire,
e cioè che i filosofi nuocciono a quei loro ascoltatori che inter­ 183. Ciceri., de nat. deor., ili 31,77 ed. Plasberg.-Ax.
pretano male ciò che è ben detto (è possibile infatti che escano E t si veruni est quod Aristo Chius dicere solebat, nocere audien-
dissoluti dalla scuola di Aristippo, rozzi da quella di Zenone) tibus philosophos iis, qui bene dieta male interpretarentur
— e inoltre se quelli che ascoltarono se ne andranno viziosi, (posse enim asotos ex A ristippi, acerbos e Zenonis schola
perchè stravisano il discorso dei filosofi — sarebbe meglio che exire) — prorsus, si qui audierunt vitiosi essent discessuri,
i filosofi tacessero piuttosto che nuocere a quelli che li hanno quod perverse philosophorum disputationem interpretar entur —
ascoltati. tacere praestaret philosophis quam iis qui se audissent nocere.

184. - Quel saggio Zenone, come dice Antigono di Caristo, 184. A t h e n ., x iii 565 d. ed. K aibel. Ό <5è σοφός εκείνος
presagendo, come è naturale, la vostra vita e la vostra simu­ Ζήνων, ως φησιν Αντίγονος ό Καρνστιος, προμαντευόμένος υμών,
lata occupazione, disse che quelli che fraintendono i suoi ώς το είκός, περί του βίου καί τής προσποιητού έπιτηδεύσεως
discorsi e non li comprendono saranno esosi ed avari, come έφη ώς οί παρακόυσαντες αύτοϋ των λόγων καί μή συνέντες έ'σονται
quelli che deviano dalla scuola di Aristippo saranno dissoluti ρυπαροί καί άνελεν&εροι, καϋάπερ οι τής Αριστίππου παρε-
e sfacciati. νεχ&έντες αίρέσεως άσωτοι καί ·&ρασεϊς.
185. Ι β ν a l -Q if t i , T a’rìkh al-hukam à' («Storia dei sa­
pienti ») ed. J . Lippert (1903), p. 70 1. 8-15. Aristippo di
Cirene.......... Questi è un filosofo greco che ha fama e prece­
denza (nel tempo)·, ebbe una propria dottrina e una filosofia
che era la filosofia « prim a », prima che la filosofia si fosse

2 καί è espunto dal Flach. - 6 την Μ: τήν < τοϋ > E AB. - 9 sgg.
su Antigono di Caristo, fonte di questi due brani, cfr. W ilamowitz,
Antìgonos von Karystos in «Pliilol. Untersuch.D iv (1881), p. 116 sgg.
— 12 audierunt] adìrent B. — 14 philosophis] philosophos Lambinus. —
16 Ζήνων : fr. 242 Arnim. - 19 παρενεχϋ·έντες] παρεξενεχβέντες K. -
20 sul valore di άσωτος cfr. la polemica di Epicuro contro Aristotele
in Bignone, L'Aristotele perduto, il, p. 59 sgg. e p. 227. - 21 II brano
è tratto da un dizionario biografico di filosofi e scienziati dell’età
classica e islamica. Non è l’originale di Ibn al-Qifti (1172-1248) ma
un compendio di un certo Mubammad az-Zawzani fatto un solo anno
dopo la morte dell’autore.
I . A R IS T IP P O . - Δ 185 285

realizzata. La sua scuola fu una delle sette scuole che abbiamo


menzionate nella biografia di Platone [cfr. p. 25 1. 1 3 -1 4 ....
la scuola denominata dal paese in cui risiedeva il filosofo è la
dottrina di Aristippo di Cirene]. I suoi discepoli sono cóno-
5 sciuti come Cirenaici, aggettivo derivato dal nome del paese.
La sua filosofia cadde in oblio con Vandar del tempo quando si
realizzò la filosofia dei Peripatetici. Compose i seguenti libri:
« Sull’operazione dell’algebra », « Sulla divisione dei num eri ».1

1 questa «realizzazione.» è con tutta probabilità per gli arabi


la comparsa della filosofia aristotelica. - 8-9 la stessa cosa in un’o­
pera di Ibn Sa’id (1029-1070), pubbl. da L. Cheikbo, Beyrouth 1912,
e tradotta da E. Blaehère, Paris 1935, col titolo Kitab Tabakat
al-Umam (L im e des Catégories des Nations, «Publications de Γ Insti -
tu t des Hautes Etudes Marocaines», X X V III). - 8: l’attribuzione
sembra dovuta ad ima confusione con Ipparco (devo queste notizie
al Levi Della Vida e al Eosentbal).
286 I C IR E N A IC I I. A R IS T IP P O . - B 1 287

B. - D O TTR IN E DELLA SCUOLA CIRENAICA B . - D O TTR IN E D ELLA SCUOLA CIRENAICA

LA FILO SO FIA LA FILO SO FIA

1. - Coloro che rimasero nell’insegnamento di Aristippo 1. DlOG. L a e r ., π 86 ed. Hicks. ΟΙ μεν οϋν επί τής αγω­
e furono indicati col nome di Cirenaici professarono le seguenti γής τής 3Αριστίππου μείναντες καί Κυρηναϊκοί προσαγορευϋέντες
dottrine: essi pongono due stati passionali, il dolore e il pia­ δόξαις έχρώντο τοιαύταις· δύο πάϋη ύφίσταντο, πόνον καί ηδονήν,
cere; un movimento lieve il piacere e un movimento violento την μεν λείαν κίνησιν, την ηδονήν, τον δε πόνον τραχείαν κίνησιν. 87
il dolore. Non vi è alcuna differenza fra piacere e piacere, 5 μή διαφέρειν τε ήδονήν ήδονής, μηδε ήδίόν τι είναι· και την μεν
nè vi è qualcosa che sia più piacevole rispetto ad un’altra. εύδοκητήν πάσι ζώοις, τον δ’άποκρουστικόν. ήδονήν μέντοι την
Mentre il piacere è desiderato da tu tti i viventi, il dolore, τοϋ σώματος, ήν και τέλος είναι, καΰά φησι καί Παναίτιος εν
invece, è tale da allontanarli da sè, e questo piacere è il piacere τω Περ'ι των αιρέσεων, ου την καταστηματικήν ήδονήν την επ’αναι­
del corpo ed è anche il fine ultimo, come testimonia anche ρέσει άλγηδόνων καί οϊον άνοχλησίαν, ήν δ Επίκουρος αποδέχεται
Panezio nell’opera Sulle scuole ; ma non già il piacere stabile e 10 και τέλος είναι φησι. δοκει δ’αύτοϊς καί τέλος ευδαιμονίας
consistente nell’assenza del dolore e simile ad una sicura tra n ­ διαφέρειν. τέλος μεν γάρ είναι την κατά μέρος ήδονήν, ευδαιμονίαν
quillità, come l ’accetta Epicuro che la definisce come il fine δε το εκ των μερικών ήδονών σύστημα, αίς συναρτάμοϋνται και
ultimo. Ai Cirenaici sembra che vi sia differenza tra il fine ai παρωχηκυίαι και ai μέλλουσαι.
ultimo e la felicità, poiché il primo consiste nel piacere p arti­ Είναι τε την μερικήν ήδονήν δι αυτήν αιρετήν τήν δ’εύδαιμο- 88
colare, la felicità, invece, consiste nel confluire insieme di par­ 15 νίαν συ δι αυτήν, άλλα διά τάς κατά μέρος ήδονάς. πίστιν δ’είναι
ticolari piaceri, tra i quali son calcolati anche quelli passati τοϋ τέλος είναι τήν ήδονήν το άπροαιρέτως ήμάς εκ παίδων ωκειώ-
e quelli futuri. σ·&αι προς αυτήν, καί τυχόντας αυτής μηϋεν επιζητειν μηϋέν τε
E inoltre il piacere particolare è afferrabile per se stesso, οϋτω φεύγειν ώς τήν εναντίαν αυτή άλγηδόνα. είναι δè τήν ήδονήν
m entre la felicità non lo è per se stessa, ma m ediante άγαϋ’όν καν από των ασχημότατων γένηται, καϋ'ά φησιν Ίππό-
i piaceri particolari. Indizio che il piacere sia il fine è il 20 βοτος εν τω Περί αιρέσεων, εί γάρ και ή πράξις άτοπος ειη, αλ-
fatto che ci diventa familiare fin da fanciulli senza alcuna λ’οΰν ή ήδονή δι αυτήν αιρετή καί άγαμόν, ή δε τοϋ άλγοϋντος 89
nostra scelta, ma per se stesso, e quando ci capita, non cer­ ύπεξαίρεσις, ώς εϊρηται παρ’ Έπικούρω, δοκει αύτοις μή είναι
chiamo niente altro e nulla così sfuggiamo come il suo con­ ήδονή' ουδέ ή αηδόνια άλγηδών. εν κινήσει γάρ είναι αμφοτερα,1
trario, il dolore. Il piacere è inoltre il bene, anche se nasce
dalle cose più indecenti, secondo quanto dice Ippoboto nella
1 sgg. su questa testim onianza v. tutto il III capitolo della I
sua opera Sulle scuole. Se anche, infatti, la condotta è scon­ parte del voi. — 4 ήδονήν—πόνον om. Menagius. — 5 ηδιον rt] ηδεϊον
veniente, tu ttav ia il piacere va scelto per se stesso ed è il τι Menagius e Meib.: ϊδιόν τι Fr. - 6 ενδοκητήν] εύδοκιτήν Fr. -
bene. E invero la soppressione del dolore, quale è soste­ άποκρουστικύν] άπόκρονστον Menagius. - 9 il Roeper, «Philol.·’; m
nuta da Epicuro, a loro non sembra essere piacere, nè la m an­ (1848), p. 63, leggeva questa riga così: ήν ό Επίκουρος αποδέχεται,
canza di piacere a loro sembra essere dolore. Nel movimento τέλος είναι φασι, e perciò ritenne che le ultime tre parole, che veni­
infatti consistono entrambi, e la mancanza di dolore o la man- vano con ciò ad essere riferite ai Cirenaici, dovevano essere espunte
come inutile doppione dell’espressione usata poco prima. Nel testo
del Roeper, però, si attribuisce ai Cirenaici Γάνοχλησία come τέλος,
il che è inverosimile. — 16 τέλος] τέλους Fr. — 21 αιρετή B: αιρετόν a.
- 22 αύτοις: sulla probabile confusione con i seguaci di Anniceri v.
sopra, p. 104. — 23 άηδονια L 1 a: φιληδονία PVB'L2.
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canza di piacere non sono movimento, essendo la mancanza μή ονσης τής άπονίας ή τής άηδονίας κινήσεως, έπεί ή άπονία
di dolore simile alla situazione di chi dorme. Dicono che al­ οΐονεί κα&ενόοντός έστι κατάστασις. δύνασ&αι δέ φασι καί την
cuni possono non scegliere il piacere per una certa depravazione ; ηδονήν τινας μη αίρεϊσ&αι κατά διαστροφήν ον πάσας μέντοι
non tu tti i piaceri o i dolori dell’animo, invero, dipendono dai τάς ψυχικός ήδονάς καί άλγηδόνας επί σωματικαΐς ήδοναϊς καί
piaceri o dai dolori del corpo. E, infatti, tanto dalla semplice 5 άλγηδόσι γίνεσ&αι. καί γάρ επί ψιλή τή τής πατρίδος ευημερία
prosperità della patria quanto da quella privata può scaturire ώσπερ τή ίδια χαράν έγγίνεσΦαι. άλλά μην ουδέ κατά μνήμην των
gioia. Ma dalla memoria o dall’aspettativa dei beni essi ne­ άγα&ών ή προσδοκίαν ηδονήν φασιν άποτελεΐσϋαι· δπερ ήρεσκεν
gano che si produca piacere; il che riusciva gradito ad E pi­ 5Επικουρώ. εκλνεσϋαι γάρ τώ χρόνοι το τής ψυχής κίνημα, λέγου- 90
curo. Il moto dell’anima, infatti, si distende nel tempo. σι δε μηδ'ε κατά ψιλήν την δρασιν ή την άκοήν γίνεσϋ-αι ήδονάς.
Dicono inoltre che non dalla semplice sensazione della vista 10 τών γοΰν μιμονμένων ϋρήνους ήδέως άκούομεν, των δέ κατ’ άλή-
o dell’udito nascono i piaceri. Ascoltiamo infatti volentieri i ϋειαν άηδώς. μέσας τε καταστάσεις ώνόμαζον αηδόνιαν καί άπο-
lam enti di coloro che fanno delle imitazioni, spiacevolmente νίαν. πολύ μέντοι τών ψυχικών τάς σωματικός άμείνους είναι,
quando i lam enti sono veri. Stati interm edi essi chiamavano la καί τάς οχλήσεις χεί,ρους τάς σωματικάς. δδεν καί τανταις κολα-
m ancanza di piacere e di dolore. Son di gran lunga migliori i ζεσ&αι μάλλον τούς άμαρτάνοντας. χαλεπώτερον γάρ το πονειν,
piaceri del corpo di quelli dell’anima, e assai peggiori le mole­ 15 οίκειότερον δε το ήδεσϋαι νπελάμβανον. δϋεν καί πλείονα οικο­
stie che derivano dal corpo, per cui è con queste che si puni­ νομίαν περί δάτερον έποιοϋντο. διό καί κα&’αντήν αιρετής οϋσης
scono di preferenza coloro che sbagliano. Eitenevano infatti τής ήδονής τά ποιητικά ενίων ηδονών οχληρά πολλακις εναντιοϋ-
più gravoso il dolersi, più familiare il godere, onde di questi σδαι· ώς δυακολώτατον αύτοϊς φαίνεσδαι τον ά&ροισμόν τών
essi si prendevano maggior cura. Essendo poi il piacere da ηδονών ευδαιμονίαν ποιούντων.
scegliersi per se stesso, spesso combattevano i fattori molesti 20 "Αρέσκει δ’αύτοϊς μήτε τον σοφόν πάντα ήδέως ζήν, μήτε 91
di alcuni piaceri, si che a loro pareva che la cosa più difficile πάντα φαϋλον έπιπόνως, αλλά κατά το πλειστον. αρκεί δε καν
fosse la sintesi dei piaceri che danno la felicità. κατά μίαν τις προσπίπτουσαν ήδέως επανάγη. τήν φρόνησιν άγα­
Essi sostengono che nè il sapiente vive sempre felicemente, μόν μεν είναι λέγουσιν, ον δι έαυτήν δε αιρετήν, άλλά διά τά εξ
nè l’uomo inetto sempre infelicemente, ma bensì per lo più. È αυτής περιγινόμενα" τον φίλον τής χρείας ένεκα· καί γάρ μέρος
sufficiente che ci si comporti secondo piacere, quando ce se ne 25 σώματος, μέχρις αν παρή, άσπάζεσδαι. τών αρετών ένίας καί
presenti qualcuno. Stimano un bene la saggezza, che tu ttav ia περί τούς άφρονας συνίστασϋαι. τήν σωματικήν άσκησιν συμ-
va cercata non per se stessa, ma per le sue conseguenze. L ’ami­ βάλλεσύλαι προς αρετής άνάληψιν. τον σοφόν μήτε φϋονήσειν μήτε
co è un bene in ragione del proprio bisogno: va accolto come ερασϋήσεσϋ·αι ή δεισιδαιμονήσειν γίνεσδαι γάρ ταΰτα παρά κενήν
parte del proprio corpo, fintante che lo è. Di alcune virtù
2 δύναα&αι δέ φασι] δννασ&αί φηαι Fr. — 3 ηδονήν γΒ : om. δ. —
partecipano anche gli insensati. Curano l ’esercizio del corpo
7 ηδονήν γ Β \ om. δ. - 8 εκλύεσάαι è congettura del Casaubonus:
per ottenere la virtù. Il saggio non prova invidia, nè cupidi-
εκλύεται Meib. e Huebn. - 11 άηδονίαν] άηδίαν codd. - 15 ήδεσάαι]
άχ&εσ&αι Casaubonus - δϋεν] ενϋεν Meib. Huebn. - 16 καϋ·’ αυτήν]
κατά ταύτην Fr. e Meib.: κατ' αυτήν Menagius. - 19 ευδαιμο­
νίαν ποιούντων] ευδαιμονίαν ποιοϋντα Menagius e Meib. : ευδαιμονίαν
μή ποιοϋντα Stephanus: ευδαιμονίαν μή ποιούντων Fr. - 21 άρχει nel
testo Η 1, in margine PtBLaT: άρέσκει in margine H1, nel testo P 1. -
23-24 per Epicuro cfr. fr. 504 Usener (E pic ., p. 312). - 24 τον φίλον
τής χρείας] τον φίλον ού τής χρείας Kòstlin: ν . sopra, p. 100, η. 3. —
28 δεισιδαιμονήσειν] δεισιδαιμονίσειν Fr.

19 . - G l α ν ν An t o n i , I C ire n a ic i.
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già nè superstizione: queste cose nascono infatti da un’opi­ δόξαν, λυπήαεσ&αι μέντοι καί φοβήσεσϋαϊ φυσικώς γάρ γίνεσϋαι.
nione senza senso; prova invece dolore e paura, poiché questi και τον πλούτον δέ ποιητικόν ηδονής είναι, ου δι αυτόν αιρετόν
sentimenti nascono naturalm ente. Considerano la ricchezza όντα.
artefice di piacere, m a non tale da scegliersi per se stessa. Τά τε πάϋη καταληπτά, ελεγον οΰν αυτά, ούκ άφ’ών γίνεται. 92
Solo le proprie affezioni sono conoscibili. Le affezioni, come 5 άφίαταντο δε καί τών φυσικών διά την εμφαινομενην ακαταλη­
essi dicono, e non ciò da cui esse nascono. Tralasciano l ’inda­ ψίαν των δέ λογικών διά την ενχρηστίαν ήπτοντο. Μελέαγρος
gine sulla natura per la sua manifesta incomprensibilità, m en­ δ’ εν τώ δευτέρω Περί δοξών καί Κλειτόμαχος εν τώ πρωτω Περί
tre si applicavano alla logica per la sua utilità. Meleagro nel αιρέσεων φααίν αυτούς άχρηστα ήγεϊσ'&αι το τε φυσικόν μέρος
secondo libro delle Opinioni e Clitomaco nel primo libro della καί τό διαλεκτικόν, δύνασ&αι γάρ και εύ λεγειν και δεισιδαιμονίας
sua opera Sulle scuole dicono che i Cirenaici consideravano 10 εκτός είναι καί τόν περί ϋ'ανάτου φόβον εκφευγειν τον <τον >
inutili la fisica e la dialettica. Può infatti ben parlare, non περί άγαϋ'ών καί κακών λόγον εκμεμαϋηκότα. μηδέν τε είναι 93
essere superstizioso e evitare la paura della m orte colui che ha φύσει δίκαιον ή καλόν ή αισχρόν, άλλα νομογ και εϋ'ει. ο μεντοι
appreso il criterio dei beni e dei mali. Nulla è giusto o bello σπουδαίος ουδέν. άτοπον πράξει διά τάς επικείμενος ζημίας και
o turpe per natura, m a solo per convenzione e consuetudine. δόξας■ είναι δε τόν σοφόν, προκοπήν τε άπολείπουαι καί έν φιλο-
L ’uomo onesto non commette alcuno sproposito per i castighi 15 σοφία καί εν τοις άλλοις. φασί δε καί λνπεϊσϋαι άλλον άλλου
stabiliti o per i pregiudizi degli uomini: egli è il saggio. Trala­ μάλλον, καί τάς αίσϋήσεις μη πάντοτε άληϋεύειν.
sciano ogni progresso sia nella filosofia come in ogni altra cosa, 2. X enoph ., mem., ιι 1,1 ed. M archant. Έδόκει δέ μοι
e dicono che uno può essere più addolorato di un altro e che καί τοιαϋτα λέγων [ΐ. e. Socrate] προτρέπειν τούς συνόντας άσκεΐν
le sensazioni non ci dicono sempre il vero. εγκράτειαν προς επιθυμίαν βρωτοϋ καί ποτοϋ καί λαγνείας και υπνου
2. - Mi pareva che parlando così Socrate esortasse quelli 20 καί ρίγους καί θάλπους καί πόνου, γνούς γάρ τινα τών συνοντων
che erano con lui ad esercitare la tem peranza nei confronti άκολαστοτέρως έχοντα προς τά τοιαϋτα, Είπε μοι, εψη, ώ Αρί­
dello smodato desiderio di mangiare, di bere, dei piaceri στιππε, εί δέοι σε παιδεύειν παραλαβόντα δύο τών νέων, τον
venerei, e del sonno, del freddo e del caldo e della fatica. μέν, δπως ικανός εσται άρχειν, τόν δ \ όπως μηδ’άντιποιησεται
Venuto infatti a sapere che uno dei presenti si comportava αρχής, πώς άν έκάτερον παιδεύοις; βούλει σκοπώμεν αρξάμενοι
senza freno alcuno verso queste cose, «dimmi, o Aristippo, disse, 25 από τής τροφής ώσπερ άπό τών στοιχείων ; καί ο Αρίστιππος
se tu dovessi educare due giovani, prendendoli con te, l’uno έφη· Δοκει γοΰν μοι ή τροφή αρχή είναι· ουδέ γάρ ζώη γ ’αν τις, 2
perchè sia capace di comandare, l’altro perchè non abbia εί μή τρέφοιτο. Ούκοϋν τό μέν βούλεσθαι σίτου απτεσθαι, όταν
mai di m ira il comando, come li educheresti1? Vuoi che noi ώρα ήκη, άμφοτέροις είκός παραγίγνεσϋαι; Είκός γάρ, εφη. Τό
esaminiamo ciò, prendendo le mosse dal cibo, cioè dai prim i
elementi? » Al che Aristippo : « sembra certo anche a me che
il vitto sia la prima cosa; nessuno infatti vivrebbe, se non si 2 similmente Epicuro ap. Diog. Oen., fr. l x i (manca negli E p i­
nutrisse ». « Non è dunque naturale che l ’uno e l’altro, quando curea delFUsener: cfr. Bignone, Epicuro, p. 190, n. 4); cfr. anche
venga il momento, si vogliano procacciare del cibo?» «È n a tu ­ Diog. Laer. x 119 = fr. 597 Usener (E p ic., p. 535, 19). - 3 όντα om.
rale, rispose ». « Quale dei due allora abitueremo a preferire Meib. e Huebn. — 10 τόν <τόν> περί] τόν περί Meib. Huebn. —13 ούδεν
άτοπον a: ονδεν άτροπον L: ονδένα τρόπον Β. — 15-16 su ciò ν . sopra,
di fare ciò che è urgentemente necessario, piuttosto che di
p. 110. η. 3 - 15 φασ'ι δε καί λυπεΐαϋ-αι] φασί δέ < χαίρειν > καί λυπείσ&αι
indulgere alla gola? » « A quello educato per il comando, per Reiske. - 17 su questa testim onianza v. sopra, p. 80sgg. - 18 τοιαϋτα]
Giove, affinchè non restino ineseguiti gli affari della città τοιάδε Kriiger. — 19 προς επιθυμίαν om. Bessarione. - 20 γάρ Miicke:
<5έ codd. - 26 yo5v] γάρ A.
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sotto il suo comando ». « D unque anche quando hanno desi­ ovv προαιρεϊσϋαι το κατεπεϊγον μάλλον πραττευν η τή γαστρι
derio di bere, è sempre lo stesso che bisogna rendere capace χαρίζεσϋαι πότερον αν αυτών έϋίζοιμεν; Τον εις το αρχειν, εφη,
di astenersene, anche se assetato?» «Senz’altro» «E l’essere νη Δία παιδευόμενον, όπως μή τα τής πόλεως απρακτα γιγνηται
moderato nel sonno, sì da potersi coricare tardi e alzarsi pre­ παρά τήν εκείνον άρχήν. Ούκοϋν, εφη, καί όταν πιείν βούλονται,
sto, e il vegliare, se è necessario, a quale dei due lo ingiunge­ 5 το δύνασϋαι διψώντα άνέχεσϋαι τώ αντώ προσϋετεον; Πανυ 3
remo? » « Anche questo sempre allo stesso ». « E l ’essere tem ­ μεν οϋν, εφη. Το δε ν'πνου εγκρατή είναι, ώστε δύνασϋαι και
perante nei piaceri venerei, sì che da questi non sia impedito όψε κοιμηϋήναι και πρω άναστήναι κα'ι άγρνπνήσαι, ει τι δεοι,
ad agire, se c’è necessità? ». « Anche questo sempre allo stes­ ποτερω αν προσϋείημεν; Και τούτο, εφη, τώ αυτώ. Τι δε, εφη,
so ». « E il non fuggire le fatiche, m a il sottom ettervisi spon­ το αφροδισίων εγκρατή είναι, ώστε μη δια ταντα κωλυεσϋαι
10 πράττειν, ει τι δέοι; Κα'ι τοΰτο, εφη, τώ αυτώ. Τι δε, το μη φεύ­
taneam ente, a quale dei due lo prescriveremo? » « Anche
questo a quello educato per il comando ». « E che? l’imparare γε ιν τούς πόνους, άλλ’ έϋελοντήν υπομένειν ποτερω αν προαϋειη-
che cosa sia opportuno sapere per resistere ai nemici, a quale μεν; Καί τούτο, εφη, τώ αρχειν παιδευομένφ. Τι δε, το μαϋεϊν
dei due converrebbe maggiormente di inculcarlo? » « Senz’al­ ει τι επιτήδειόν εατι μάϋημα προς το κρατεϊν τών αντίπαλων,
tro, per Giove, ancora a quello educato per il comando, poiché ποτερω αν προσϋεϊναι μάλλον πρέποι; Πολύ νή Δι , εφη, τώ αρχειν
non sarebbe di alcuna utilità per gli altri senza queste cogni­ 15 παιδευομένφ■ καί γάρ τών άλλων ονδέν όφελος ανευ τών τοιοντων
zioni ». « Dunque, disse Socrate, uno così educato ti sembra μαδημάτων. Ονκοϋν ό οντω πεπαιδευμένος ήττον αν δοκεί σοι 4
che sia più facilmente catturabile dai nemici che non gli altri υπό τών αντιπάλων ή τά λοιπά ζώα άλισκεσϋαι; τούτων γαρ
animali? Alcuni di questi infatti, adescati per la gola, anche δήπον τά μεν γαστρι δελεαζόμενα, καί μάλα ενια δυσωπουμενα,
se sono timorosi, tuttavia, spinti verso l’esca dal desiderio di όμως τή έπιϋνμία τού φαγειν αγόμενα προς το δελεαρ αλισκεται
mangiare, sono catturati, e così altri ancora sono insidiati 20 τά δέ ποτώ ενεδρεύεται. Πάνυ μεν οϋν, εφη. Ονκοϋν και αλλα
dal desiderio di bere ». « È proprio così, rispose Aristippo ». υπό λαγνείας, οίον ο’ί τε όρτνγες καί οί πέρδικες, προς την
« E ugualmente, a causa della loro lascivia, anche quegli altri τής ϋηλείας φωνήν τή έπιϋνμία καί τή ελπιδι τών αφροδίσιων
animali, come le quaglie e le pernici, trascinati dal loro desi­ φερόμενοι καί έξιστάμενοι τοϋ τα δείνα αναλογιζεσϋαι τοίς ϋηρα-
derio e dalla speranza di piaceri d’amore verso la voce della τροις έμπίπτουσι; Συνέφη καί τα ΰ τ α .............................................. 5-7
femmina, fuori di ogni pensiero dei pericoli, non cadono forse 25 ..................................................................................................... ; ........... ; · " ; ■·
nelle reti? » Aristippo si disse d ’accordo anche su questo. Τί οϋν; επειδή καί τούτων έκατέρον τοϋ φύλου τήν τάξιν
[,Socrate conclude mostrando come a quelli destinati al comando οίσϋα, ήδη ποτ έπεσκέφω, εις ποτέραν τών τάξεων τούτων σαυτον
sia necessaria una forte capacità di resistenza ai piaceri, re­ δικαίως αν τάττοις; ’Έ γω γ’, εφη ό Αρίστιππος’ και σύδαμώς
stando esclusi dal comando quelli che questa capacità non pos­ γε τάττω έμαυτόν εις τήν τών αρχειν βονλομενων ταξιν. και
siedono, e prosegue:] «E che? dal momento che tu hai ricono­ 3ο γάρ πάνυ μοι δοκει άφρονος άνϋρώπου είναι τό, μεγάλου έργου
sciuto il posto dell’una e dell’altra categoria di persone, hai δντος τοϋ έαυτώ τά δέοντα παρασκενάζειν, μή άρκεϊν τούτο, αλλα
mai riflettuto in quale di queste due tu giustam ente ti collo­ προσαναϋέσϋαι τό καί τοϊς αλλοις πολιταις ων δέονται ποριζειν
cheresti? » « Io, disse Aristippo, non mi colloco certo nella καί έαυτώ μεν πολλά ών βούλεται έλλείπειν, τής δε πολεως προ-
schiera di coloro che vogliono comandare. Mi sembra infatti
cosa senz’altro degna di un uomo insensato, dato che costa
già grande fatica il procacciarsi ciò di cui si ha bisogno, non 12 <5έ] δαί Β. - 14 προα&ειναι] προαεϊναι B4C. - 16 sgg. : i paragrafi
contentarsi di questo e aggiungervi anche il provvedere a ciò 4-6 furono espunti dallo Schenkl. — 21 re odi. A. — 23 αναλογιζεσϋαι]
di cui hanno bisogno gli altri cittadini; e il trascurare molte λογίζεσ&αι A. - 27 σαυτον] εαυτόν A. - 32 πορίζειν\ φροντίζειν A. -
cose che pure si vorrebbero per sè, e il rendere conto della 33 ελλείπειν\ εκλείπειν A B 1.
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propria condotta, quando, trovandosi a capo di una città, εστώτα, εάν μή πάντα oca η πόλις βούλεται καταπράττη, τούτον
non la provveda di tu tto ciò di cui essa ha bisogno: m ettersi δίκην υπέχειν, τούτο πώς ου πολλή άφροούνη έστί; κα'ι γάρ άξιου- 9
in questa situazione, dunque, non è grande insensatezza? αιν ai πόλεις τοίς άρχουσιν ώσπερ εγώ τοϊς ο’ικέταις χρήσϋαι.
Le città infatti ritengono di potersi servire di coloro che co­ εγώ τε γάρ άξιώ τούς ύλεράποντας έμο'ι μεν άφ&ονα τά επιτήδεια
mandano, come io dei miei servi. Io infatti penso che i miei 5 παρασκενάζειν, αυτούς δέ μηδενός τούτων άπτεσϋαι, αι τε πόλεις
servi debbano prucurarm i in abbondanza ciò che mi è utile, οιονται χρήναι τούς άρχοντας έανταις μεν ώς πλειστα άγαϋα
senza prendere nulla per loro, e così anche le città pensano πορίζειν, αυτούς <5έ πάντων τούτων άπέχεσ&αι. εγώ ούν τούς
di poter far uso dei comandanti per loro stesse, affinchè pro­ μεν βουλομένους πολλά πράγματα έχειν αυτούς τε και άλλοις
curino loro quanti più beni possano, senza prenderne nulla παρέχειν όντως αν παιδεύσας εις τούς άρχικούς καταστήσαιμΐ'
per loro. Coloro che desiderano avere molte brighe per sè e 10 εμαντόν γε μέντοι τάττω εις τούς βονλομένους ή ρώστά τε και
procurarne ancora ad altri, educandoli come s’è detto, questi ήδιστα βιοτεύειν. καί ό Σωκράτης έφη- Βούλει ούν και τούτο
io porrei tra quelli a d a tti al comando : quanto a me, mi colloco σκεψώμε&α, πότερον ήδιον ζώσιν οΐ άρχοντες ή οι άρχόμενοι; Πανυ 10
tra coloro che vogliono trascorrere la loro vita nella m aniera μεν ούν, έφη .......................................................................................
più facile e piacevole possibile ». E Socrate disse : « vuoi che
15 Ά λ λ ’ εγώ τοι, έφη ό Αρίστιππος, ουδέ εις την δουλείαν έμαν- 11
esaminiamo ancora questo punto: se vivano più felicemente
coloro che comandano o coloro che sono comandati? » « Cer­ τον τάττω, άλλ’είναι τις μοι δοκεί μέση τούτων όδός, ήν πειρώμαι
tam ente ». [Socrate, portando ad esempio popoli dominati e po­ βαδίζειν, ούτε δι άρχής ούτε διά δονλείας, άλλά δι έλεν&εριας,
poli dominatori, cerca di dimostrare che vivono meglio coloro che ήπερ μάλιστα προς ευδαιμονίαν άγει................................................
comandano, e quindi coloro che sono temperanti, al che :] « Ma ............................................................................................................... 12-13
io, disse Aristippo, non mi colloco neppure nella condizione 20 Ά λ λ ’ εγώ τοι, έφη [ΐ. e. Aristippo], iva μή πάσχω ταϋτα,
della servitù, ma mi sembra che ci sia una via di mezzo, che ονδ’είς πολιτείαν εμαντόν κατακλείω, άλλά ξένος πανταχού ειμι
io mi sforzo di percorrere, e che non passa nè per il comando ............................................................................................. .................. 14-16
nè per la servitù, m a per la libertà, ed è quella che meglio porta ή σύ πώς ποιείς, δταν τών οίκετών τινα τοιούτον οντα κατα-
alla felicità ». [Socrate cerca di mostrare allora l'impossibilità μανΰάνης; Κολάζω, έφη, πάσι κακοΐς, έως αν δουλεύειν άναγκάσω. 17
25 άλλά γάρ, ώ Σώκρατες, οι εις την βασιλικήν τέχνην παιδενόμενοι,
che un uomo possa trovarsi in questa situazione in una qualun­
que città, al che Aristippo:] «Ma io, disse, proprio per non ήν δοκεϊς μοι σύ νομίζειν ευδαιμονίαν είναι, τ ί διαφέρουσι τών
dovere subire tu tto ciò, non mi rinchiudo in nessuna città, εξ άνάγκης κακοπαϋούντων, ει γε πεινήσουσι και διψησουσι και
m a ovunque sono forestiero ». [Socrate obbietta che tale condi­ ριγώσονσι καί άγρνπνήσουσι και τάλλα πάντα μοχϋησονσιν εκον-
zione non offre alcuna garanzia di sicurezza, perchè nessuna τες; εγώ μεν γάρ ουκ οϊδ’δ τι διαφέρει τό αυτό δέρμα εκοντα
30 ή άκοντα μαστιγούσϋαι ή δλως τό αυτό σώμα πάσι τοίς τοιου-
città sopporterebbe di tenere un uomo così indipendente, come
nessun padrone vorrebbe tenere un servitore di questo genere, e τοις έκόντα ή άκοντα πολιορκείσϋαι άλλο γε ή αφροσύνη προσ-
prosegue :] « E come ti comporti tu, quando ti accorgi di avere εστι τώ ϋέλοντι τά λυπηρά ύπομένειν.
un servo così fatto? » « Lo punisco, rispose Aristippo, con
tu tti i castighi, finché lo costringo a servirmi. Ma quelli,
o Socrate, educati all’arte di regnare, che tu mi sembri consi­
derare come la felicità, in cosa differiscono da coloro che per 8 αυτούς Yalckenaer: αύτοϊς codd. : αύτοϊς Breitenhach. - 10 μέντοι]
necessità subiscono tali cose, dal momento che hanno fame, τοίνυν C. — 15 δουλείαν] δουλείαν a ν C. — 16 δοκεϊ] δοκβ codd. —15-16 Su
sete, freddo, stanno svegli e volontariam ente sopportano tu tti qust’ideale di Aristippo, v. sopra p. 167 sgg. - 29-32 εγώ— νπομενειν
fu espunto dal Dindorf. - 30 rj] ή ότι Schenkl.
I C IR E N A IC I
I. A R I S T I P P O . - B 3-4 297
296

gli altri disagi'? Io, per mio conto, non so vedere alcuna diffe­ 3. L i b a n ., apoi. Socr., 150 ed. Foerster. Ονχ υπέρ εγκρά­
renza nel fatto che una stessa pelle sia fustigata volontaria­ τειας προς Αρίστιππον διείλεκται [i. e. Socrate] πείθων μη δον-
mente o contro la sua volontà, così come nel fatto che lo stesso λεύειν τη γαστρί;
corpo sia come assediato da tu tti questi disagi di sua spontanea 4. X e n o p h ., mena., ili 8,1 ed. M archant. Αριστίππου
volontà o contro la sua volontà, se non che l’insensatezza è 5 δε έπιχειροϋντος έλέγχειν τον Σωκράτην, ώσπερ αυτός υπ εκείνου
insita in chi vuole perseverare negli errori ». το πρότερον ήλέγχετο, βουλόμενος τους συνοντας ωφελεϊν ο
_ 3. - Non parlò forse Socrate contro Aristippo sulla tem pe­ Σωκράτης άπεκρίνατο ονχ ώσπερ οι φυλαττομενοι μη πη ο λογος
ranza, persuadendolo a non essere schiavo del ventre? έπαλλαχθη, άλλ’ώς αν πεπεισμένοι μάλιστα πραττειν τα δέοντα,
4. - Tentando Aristippo di confutare Socrate, come già δ μεν γάρ αυτόν ήρετο εϊ τι είδείη αγαθόν, iva, ει τι ειποι των 2
egli stesso era stato da lui confutato, Socrate, desiderando 10 τοιούτων, οΐον ή σιτίον ή ποτόν ή χρήματα ή νγίειαν ή ρώμην ή τολ­
giovare a chi era presente, rispondeva non come coloro che μάν, δεικνύοι δη τούτο κακόν ενίοτε δν. ό δε είδώς δτι, εάν τι ένοχλή
badano soltanto a che il discorso non sia loro voltato contro ημάς, δεόμεθα του πανσοντος, άπεκρίνατο ήπερ και ποιεϊν κρα-
in qualche parte, m a affinchè persuasi, facessero ciò che dove­ τιστον, ΤΑρά γε, έφη, έρωτας με, εϊ τι οΐδα πυρετού αγαθόν; Ουκ 3
vano. Aristippo infatti gli chiedeva se conoscesse qualcosa di έγωγ1, έφη. Ά λ λ ’ οφθαλμίας ; Ουδέ τούτο. Αλλα λιμού; Ουδέ
buono, affinchè, se gli rispondeva con una di queste cose come 15 λιμού. Ά λ λα μην, έφη, εϊ γ ’ έρωτας με ε ϊτ ι αγαθόν οΐδα δ μηδενος
il mangiare, il bere, le ricchezze, la salute, la forza, l’ardi­ Αγαθόν έστιν, οϋτ’οίδα, έφη, ούτε δέομαι.
mento, gli potesse m ostrare che queste cose talvolta pote­ Πάλιν δε τού Αριστίππου έρωτώντος αυτόν εϊ τι εϊδείη καλόν, 4
vano essere anche un male. Ma Socrate, ben sapendo che, se Καί πολλά, έφη. Ά ρ ’οϋν, έφη, πάντα δμοια άλλήλοις; 'Ως ο Ιόν
qualcosa ci turba, abbiamo bisogno di chi ce ne liberi, rispon­ τε μεν ονν, έφη, άνομοιότατα ένια. Πώς ούν, έφ/η, τό τώ καλώ
deva ciò che era ottimo a farsi. « Forse che, disse, tu mi chiedi 20 άνόμοιον καλόν αν εϊη; "Οτι νή ΔΓ, έφη, έστι μεν τώ καλώ προς
se conosco un bene per la febbre? » « No certo, rispose Ari­ δρόμον άνθρώπω άλλος ανόμοιος καλός προς πάλην, εστι δε
stippo ». « Forse per il male d’occhi? » « Neppure questo ». άσπίς καλή προς τό προβάλλεσθαι ώς ένι άνομοιοτάτη τώ ακον-
« Ma allora per la fame? » « Neppure per la fame ». « Ma dun­ τίω, καλώ προς τό σφόδρα τε και ταχύ φέρεσ&αι. Ούδεν διαφερον- 5
que, disse, se tu mi chiedi un bene che non sia bene di alcuna τως, έφη, άποκρίνη μοι ή δτε σε ήρώτησα εϊ τι άγαθον ειδειης.
cosa, non lo conosco nè ne sento il bisogno ». 25 Σύ δ’οϊει, έφη, άλλο μεν άγαϋ·όν, άλλο δε καλόν είναι; ούκ οΐσθ’
Chiedendogli di nuovo Aristippo se conoscesse qualcosa di δτι προς ταυτά πάντα καλά τε κάγαθά έστι; πρώτον μεν γαρ
bello, «Molte cose, rispose». «Forse, domandò Aristippo, son tu tte ή άρετή ου προς άλλα μεν αγαθόν, πρός άλλα δε καλόν εστιν, επειτα
simili tra loro? » «È possibile, rispose Socrate, che alcune siano οί άνθρωποι τό αυτό τε καί πρός τά αυτά καλοί τε καγαθοί λέ­
assai dissimili ». « Ma come può essere che una cosa bella sia γονται, πρός τά αυτά δε και τά σώματα τών ανθρώπων καλά τε
dissimile da un’altra cosa bella? » « Perchè, per Giove, ri­ 30 κάγαθά φαίνεται, πρός ταυτά δε καί τάλλα πάντα οίς άνθρωποι
spose, un uomo bello per la corsa è dissimile da uno bello per χρώνται καλά τε κάγαθά νομίζεται, πρός άπερ αν εύχρηστα ή.
la lotta, e vi è lo scudo bello per essere opposto al nemico che Ά ρ ’ούν, έφη, κα'ι κόφινος κοπροφόρος καλόν έστι; Νη Δι , έφη,
è diversissimo da un dardo bello per essere scagliato con forza
e celerità ». « Tu non mi rispondi per nulla diversamente,
disse Aristippo, da quando ti chiedevo se conoscevi qual­ 1-3 ν . sopra, ρ. 24, η. 2 - 3 γαστρι] ααρκί CA. - 8 πε­
cosa di buono ». « E tu pensi, rispose Socrate, che altro è il πεισμένοι] πεπεισμένος Schneider. — 13 γε] γαρ Β. — 21 ανθρωπω]
buono e altro il bello? Non sai che lo stesso è il buono e il bello άνθρωποι Β - άλλος άνόμοιος καλός] πάντως ανόμοιοι· άλλος γάρ πρός
rispetto a tu tte le cose? Innanzi tu tto infatti la virtù non è δρόμον ετερος Β. - 22 προβάλλεσθαι] προβαλέσθαι C. - 28 το αΰτο] τώ
un bene per alcune cose e una bellezza per altre, e inoltre gli αύτω Β.
298 I C IR E N A IC I
I. A R IS T IP P O . - B 4-7 299

uomini si dicono belli e buoni secondo il medesimo concetto καί χρυσή γε άσπίς αισχρόν, εάν προς τα εαυτών έργα δ μεν κα­
e riguardo alle medesime cose, e rispetto alle medesime cose λώς πεποιημένος ή, ή δε κακώς. Λέγεις συ, έφη, καλά τε και
appaiono belli e buoni i corpi umani, e per le stesse ragioni si αισχρά τά αυτά είναι; Και νή Δι έγωγ’, έφη, άγα&ά τε καί κακά.
credono belle e buone le cose di cui si servono gli uomini, per
le quali sono anche utili ». « Ma allora, disse Aristippo, anche 5 πάντα γάρ άγαϋά μεν καί καλά έστι προς α αν ευ έχη, κακά δε 7
il recipiente dei rifiuti è bello? » «Si, rispose, e uno scudo do­ και αισχρά προς a αν κακώς.
rato sarà invece senza pregio, se per i loro usi quello sarà 5. D iog . L aer ., i l 47 ed. Hicks. Τών δε διαδεξαμένων αυτόν
fatto bene e questo male ». « Ma tu dici che le medesime cose [i. e. Socrate] τών λεγομένων Σωκρατικών οι κορυφαιότατοι
sono belle e b rutte ». « Si, per Giove, e buone e c a ttiv e ................ μεν Πλάτων, Ξενοφών, ’Αντισθένης' τών δε φερομένων δέκα οι
perchè tu tte le cose sono belle e buone riguardo a ciò per cui 10 διασημότατοι τέσσαρες, Αισχίνης, Φαίδων, Ευκλείδης, Αρίστιππος.
sono state ben fatte, cattive e b ru tte riguardo a ciò per cui
6. D io Ch r y s o s t ., orat., ν π ι 1 ed. De Budé. Διογένης
sono state mal fatte ».
d Σινωπεύς έκπεσών εκ τής πατρίδος, ούδενός διαφέρων τών
5. - Di quelli che raccolsero l’eredità di Socrate e son πάνυ φαύλων ΆΦήναζε άφίκετο, καί καταλαμβάνει συχνούς ετι
detti Socratici i primissimi sono Platone, Senofonte e Anti- τών Σωκράτους εταίρων καί γάρ Πλάτωνα καί Αρίστιππον καί
stene; dei dieci discepoli di cui si tram anda notizia i più illu­ 15 Αίσχίνην καί Άντισϋένην καί τον Μεγαρέα Εύκλείδην' Ξενοφών
stri sono questi quattro : Eschine, Fedone, Euclide, Aristippo. δε έφευγε διά την μετά Κόρου στρατείαν.

6. - Diogene di Sinope, bandito dalla sua patria e senza 7. Ci c e r ., de orat., m 16,61 ed. Wilkins. Nani cum
che ancora si fosse distinto dalla gente comune, giunse ad essent plures orti fere a Socrate, quod ex illius variis et diversis
Atene e trovò molti degli amici di Socrate: Platone, A ristip­ et in omnem partem diffusis disputationibus alius aliud ap-
po, Eschine, Antistene e Euclide di Megara; Senofonte era 20 prehenderat, proseminatae sunt quasi familiae dissentientes
fuggito a causa della spedizione m ilitare al seguito di Ciro. inter se et multum disiunctae et dispares, cum tamen omnes
se pMlosophi Socraticos et dici vellent et esse arbitrarentur.
7. - Molti quasi nacquero da Socrate, poiché alcuni ap­ ac primo ab ipso Platone Aristoteles et Xenocrates, quo- 17
prendevano una parte, altri un’altra delle sue varie e diverse rum alter Peripateticorum, alter Academiae nomen obtinuit,
conversazioni, dirette ad ogni argomento, e si generavano 25 deinde ab Antisthene, qui patientiam et duritiam in So­
quasi delle scuole dissenzienti tra loro e assai lontane e diverse, cratico sermone maxime adamarat, Gynici primum, deinde
benché poi tu tti questi filosofi volessero essere chiamati so­ Stoici, tum ab Aristippo, quem illae magis voluptariae dispu-
cratici e ritenessero altresì di esserlo. E così dallo stesso P la­ tationes delectarant, Gyrenaica philosophia manavit, quam
tone, in primo luogo, derivarono Aristotele e Senocrate, dei ille et eius posteri sempliciter defenderunt.1
quali il primo tenne alto il nome dei Peripatetici, il secondo
dell’Accademia ; poi da Antistene, che molto amò del discorso
socratico la pazienza e la severità, derivarono prima i Cinici
1 εαυτών] αυτών B. - 9 τών δέ φερομένων] τών δ’ επιφερομένων
e poi gli Stoici; quindi da Aristippo, che era soprattutto a t­ Leo, D ie gr.-ròm. Biograph., p. 39, n. 2 - δέκα] τά δευτερεία Wi-
tra tto da quelle conversazioni che concernevano il piacere, lamowitz, Phaidon non Elis, in « Hermes;; x iv (1879), p. 187,
derivò la filosofìa cirenaica, che egli e i suoi seguaci difesero n. 2. Circa le osservazioni dello Hicks e dello Schmidt, Studia laer-
con semplicità. tiana, p. 30 sgg. v. sopra, p. 44 sgg. - 16 έφευγε] έφυγε UB. -
21 disiunctae] diiunctae Friedrich. - 29 defenderunt] defendebant Frie­
drich: defenderant codd.
300 I C IR E N A IC I I. A R IS T IP P O . B 8-10 301

8. - Molto prima che agli Stoici, ciò accadde a coloro che 8. E u seb ., praep. evang., x iv 5,5 728 b ed. Mras [da
derivarono pensieri diversi da Socrate, per suo conto Aristippo, Numenio]. Πολύ μέντοι τούτων [i . e. Stoici] πρότερον ταύτά
per suo conto Antistene e in altro modo per proprio conto έπαϋον oi από Σωκράτονς άφελκύσαντες διαφόρους τούς λόγους,
Megarici ed Eretrii e ancora altri, se ve ne sono oltre questi. Ιδία μεν Αρίστιππος, Ιδία δε ’Αντισθένης, καί αλλαχού Ιδία οί C
La causa fu che, avendo Socrate posto tre divinità e filoso­ 5 Μεγαρικοί τε και Έρετρικοί ή εϊ τινες άλλοι μετά τούτων,
fando nei modi convenienti a ciascuna, quelli che ascoltavano αίτιον δέ, άτι τρεις ϋεούς τιϋεμένου Σωκράτους καί φιλοσο- 6
non capirono questo e ritennero che parlasse a caso e per una φούντος αύτοϊς εν τοϊς προσήκουσιν έκάστω ρυϋμοις οι διακού-
sorte prevalente e diversa nei diversi momenti, a seconda di οντες τούτο μεν ήγνόουν, ωοντο δέ λέγειν πάντα αυτόν είκή καί
come spirasse. από τής νικώσης αίε'ι προστυχώς άλλοτε άλλης τύχης, δπως πνέοι.

9. - Per una così splendida fam a di vita come di morte, 10 9. Atjgust., de civ. Dei, v m 3 ed. Hoffmann. Tarn
dunque, Socrate lasciò molti seguaci della sua filosofìa, che praeclara igitur vitae mortisque fama Socrates reliquit pluri-
ebbero caro, a gara, di dedicarsi alle discussioni di problemi mos suae philosophiae sectatores, quorum certatim studium fuit
morali, dove si tra tta del sommo bene, con il quale l ’uomo può in quaestionum moralium disceptatione versavi, ubi agitur de
diventare felice. E nelle discussioni di Socrate, m entre questi summo bono, quo fieri homo beatus potest. quod in Socratis
smuove, asserisce e annulla ogni cosa che non appaia evidente, 15 disputationibus, dum omnia movet adserit destruit, quoniam
essi presero ciò che riusciva loro gradito e dove a ciascuno non evidenter apparuit, quod cuique placuit inde sumserunt
sembrò meglio, lì posero il fine del bene. Pine del bene si dice et ubi cuique visum est constituerunt finem boni, finis autem
ciò per cui, una volta che lo si sia raggiunto, si è felici. I So­ boni appellatur, quo quisque cum pervenerit beatus est. sic
cratici poi ebbero opinioni così diverse tra loro circa questo autem diversas inter se Socratici de isto fine sententias habue-
fine, che alcuni dissero (ed è appena credibile che i seguaci di 20 runt, ut (quod vix credibile est unius magistri potuisse facere
un solo maestro abbiano potuto fare tu tto ciò) che il sommo sectatores) quidam summum bonum esse dicerent voluptatem, sicut
bene è il piacere, come Aristippo; altri la virtù, come A nti­ A ristippus ; quidam virtutem, sicut Antisthenes. sic alii adque alii
stene. E così taluni opinarono una cosa, altri un’altra, e ri­ alìud adque aliud opinati sunt, quos commemorare longum est.
cordarli tu tti sarebbe troppo lungo. 10. Augtjst., de civ. Dei, x v m 41 ed. Hoffmann. Nonne
10. - Non è forse vero che lì ad Atene Aristippo, ponendo 25 ibi [i. e. apud Athenas] A ristippus in voluptate corporis sum ­
il sommo bene nel piacere corporale, e Antistene, affermando m um bonum ponens, ibi Antisthenes virtute animi potius ho­
che l’uomo può diventare felice piuttosto con la virtù dell’a­ minem fieri beatum adseverans, duo philosophi nobiles et ambo
nimo, questi due nobili filosofi e entram bi discepoli di Socrate, Socratici, in tam diversis adque inter se contrariis finibus
ponendo il loro insegnamento principale in così diversi e tra loro vitae summam locantes, quorum etiam ille fugiendam, iste
contrastanti fini di vita, dei quali ancora l’uno diceva che il sa­ 30 administrandam sapienti dicebat esse rem publicam, ad suam
piente deve evitare la vita pubblica, m entre l ’altro che il sa­ quisque sectam sectandam discipulos congregabat?
piente vi doveva partecipare, non è forse vero, dunque, che
raccoglievano discepoli, ciascuno per far seguire la propria 2 πολύ] πολλοί FG - 3 διαφόρους] διαφόρως GFC - ο’ ή'] ‘οί GFC. -
filosofìa 1 7 διακούοντες ΟΝ : διακονσοντες (sic) I : διακούσαντες Gaisford. - 8 καί από]
καί om. GF. - 9 δπως πνέοι: wie der W ind des Zufalls blies Mras - 12 sectato­
res]\ sectores e1. - 12 potest]nonpoteste.-Socratis]socratìcis s.—15adserit]
alteriti Dombart: su ciò cfr. M. Petschenig, Zur K ritik spatlatein.
Auktoren,in «Wien Stud.»m (1881),p. 3 0 5 .-2 1 voluptatem] voluntatems.
302 I C IR E N A IC I I. A R I S T I P P O . - B 11-15 303

11. - Cosicché per questo alcuni tra i sofisti, come Ari­ 11. Aristot ., m etaph., B 2. 996 a 32 ed. Ross. "Ωστε διό
stippo, disprezzavano le matematiche. Mentre infatti in tu tte ταϋτα τών σοφιστών τινές olov Αρίστιππος προεπηλάκιζεν αντάς
le altre arti, anche volgari, come quella del falegname e del [ί. e. le matematiche]. εν μεν γάρ ταϊς άλλαις τέχναις, και ταϊς
calzolaio, tu tto si dice in ragione del meglio e del peggio, per βαναύσοις, οίον εν τεκτονική και σκυτική, διότι βέλτιον ή χείρον
quanto riguarda le m atem atiche, invece, non si fa parola 5 λέγεσθαι πάντα, τάς δέ μαθηματικός ονθένα ποιεϊσ&αι λόγον περί
alcuna del bene e del male. αγαθών και κακών.

12. - Poiché il bene e il bello sono diversi (l’uno infatti 12. Aristot ., m etaph., Μ 3. 1078 a 31 ed. Ross. Έ πεί δε
consiste sempre nell’azione, il bello invece anche nelle cose το αγαθόν καί τό καλόν έτερον ( τό μεν γάρ άεί έν πράξει, τό δε
immobili), coloro che sostengono che le m atem atiche non si καλόν καί έν τοις άκινήτοις), οι φάσκοντες ουδεν λέγειν τάς
pronunciano intorno al bello o al buono, dicono il falso. 10 μαθηματικός έπιστήμας περί καλοϋ ή όγαθοϋ ψεύδονται.
13. A l e x ., in A ristot. m etaph. B 2. 996 a 32 ed. H ay-
13. - Dicendo a proposito delle m atem atiche che non vi è
duck (Gomm. in Aristot. gr., I p. 182,30 sgg.). Είπών δε περί
in esse la causa finale, quale è il bene, a conferma di ciò adduce
la testimonianza di alcuni sofisti, e ricorda Aristippo, il quale τών μαθηματικών δτι μη έστιν έν αύτοΐς τό τελικόν αίτιον, δπερ
allo stesso modo che alcuni altri sofisti diceva che le scienze έστί τό αγαθόν, εις βεβαίωσιν τούτον παρατίθεται την κατά
15 τους σοφιστός ιστορίαν, καί Αριστίππου μνημονεύει, δς καί αυτός
m atem atiche erano le più manchevoli fra le scienze, anche fra
quelle più semplici: di ciascuna di queste infatti si dà un fine ομοίως άλλοις τισί τών σοφιστών έλεγε τός μαθηματικός έπι­
e un bene insito, ed esse richiamano alla memoria nei loro effetti στήμας, ώς καί τών ευτελέστατων τεχνών καταδεεστέρας' έκείνων
il fatto che in tal modo è il meglio, m entre le m atematiche μέν γάρ έκάστης είναι τι τέλος καί αγαθόν προσκείμενον καί
non hanno alcuna causa di questo genere nè fanno alcun ra ­ μεμνήσθαι αυτός έν τοις γιγνομένοις ύπ αυτών τον δτι βέλτιον
20 γόο ούτως, τός δέ μαθηματικός μηδέν έχειν αίτιον τοιουτον μηδε
gionamento intorno ai beni e ai mali.
ποιείσθαί τινα λόγον περί όγαθών καί κακών.
14. - In queste righe se la prende con Aristippo e chiun­
que altro abbia denigrato le m atem atiche — se infatti ogni 14. Al e x ., in Aristot. m etaph. Μ 3. 1078 a 33 ed. H ay-
cosa, dice Aristippo, si fa in ragione del bene e del bello e le duck (Gomm. in Aristot. gr. i p. 739,21 sgg.). Έ ν τούτοις
m atem atiche non hanno come obbiettivo nè il bello nè il αποτείνεται προς Αρίστιππον καί εϊ τις άλλος άπεσκοράκιζε τό
bene, ne consegue che le m atematiche non sono. 25 μαθήματα, εί γάρ πάν, φησίν ό Αρίστιππος, δν όγαθοϋ ή
καλόν ένεκεν έργάζεται, τό δε μαθηματικό ούτε καλόν ούτε αγα­
15. - Ridicolo è poi Aristippo, il quale pensava che la θόν στοχάζεται, τό μαθηματικό άρα οϋκ είσιν.
culinaria preparasse un dato cibo in vista di un qualche fine,1
15. Sy ria n ., in Aristot. m etaph. B 2. 996 a 32 ed. K roll
(Comm. in Aristot. gr. Vi p. 14,31 sgg.). Γελοίος δε καί Α ρίστιπ­
πο πος μαγειρικήν μεν οίόμενος τέλους τίνος ένεκα τοιόνδε παρα-

1 sgg. su questa testimonianza di Aristotele v. sopra, p. 88. - óid]


<5tò J. - 2 αύτάς] αυτά? Asclepio, G-oebel. - 4 βανανσοις] βαναύσοις
αύταϊς A1’. — 6 κακών] καλών A6. — 15 καί Αρίστιππον LF : και δτι
Αριστίππου Α. — 18 sgg. καί αγαθόν— γιγνομένοις LF : il cod. A pre­
senta una lacuna. - προσκείμενον] προκείμενον S. - 19 αντάς LF :
αυτούς Brandis e Bonitz. - 26 ένεκεν M rorn. AL.
304 I C IR E N A IC I I. A R IS T IP P O . - B 15-10 305

m entre poi pensava che le m atematiche, che sempre perven­ σκευάζειν δψον, τάς δε μαθηματικά^ εις αληθή συμπεράσματα
gono a conclusioni vere e da premesse scientifiche, non fossero <άπό> επιστημονικών προτάσεων καταντώσας άεί μή νον γεννή­
prodotti della mente, ritenendo di aver provato che le cose ματα καί μιμήματα νομίζουν δεικννναι τα πράγματα περί ά διατρί-
intorno a cui disputano sono imitazioni. βουσι.

16. - I n queste righe se la prende come assolutamente si 5 16. S y r ia n ., in A ristot. m etaph. Μ 3. 1078 a 33 ed.
conviene con Aristippo e con chiunque altro abbia denigrato K roll (Comm. in Aristot. gr. v i p. 100,15 sgg.). Έ ν τούτοις
le m atematiche, ritenendo che esse non abbiano come oggetto αποτείνεται μεν πάνυ δεόντως προς Αρίστιππον καί εϊ τις άλλος
il bello e il bene. άπεσκορόκιζε τά μαθήματα μηδενός αυτά καλόν ή άγαθοΰ νομί-
ζων στοχάζεσθαι.
17. - Cosicché il matematico, in quanto matematico, non
guarda al fine. E per questo il sofista Aristippo disprezzava 10 17. A sc l e p ., in A ristot. m etaph. B 2. 996 a 32 ed. H ay-
le matematiche, come se, cioè, la culinaria avesse un fine duck (Comm. in Aristot. gr. v i 2 p. 150,20 sgg.). "Ωστε σύχ
m entre le m atematiche no. Diceva infatti che tu tte le altre δρά προς τέλος τι ο μαθηματικός καθδ μαθηματικός, καί διά
arti, anche volgari, fanno ciò che fanno in vista di un qualche ταϋτα Αρίστιππος δ σοφιστής προεπηλάκιζε τα μαθήματα, ώς
bene, la medicina della salute, la retorica del ben parlare, δήθεν τής όψοποιίας έχούσης τέλος, των δε μαθημάτων μή εχόν-
l ’arte del calzolaio e la culinaria del conservare sano il corpo, 15 των τέλος, έλεγε γάρ δτι πάσαι αί άλλαι τέχναι καί ai βάναυσοι
•e così anche riguardo a tu tte le altre arti. άγαθοΰ τίνος ένεκα ποιοϋσιν a ποιοϋσιν, ιατρική υγείας, ρητορι­
κή τον εϋ λέγειν, σκυτοτομική τοϋ περισώζεσθαι το σώμα καί
18. - E per questo il sofista Aristippo disprezzava, come όψοποιική, ομοίως δε καί επί τών άλλων άπάντων.
egli dice, le m atematiche. In fa tti in tu tte le altre arti, in quelle
di concetto come in quelle volgari, cioè non di concetto, nel­ 18. A sc lep ., in A ristot. m etaph. B 2. 996 a 32 ed. Hay-
l ’arte di fabbricare una casa, dico, e in quella di fabbricare 20 duck (Comm. in Aristot. gr. v i 2 p. 152,35 sgg.). Καί διά
•scarpe, è possibile trovare il fine, come nella medicina la salute, τούτο ’Αρίστιππος δ σοφιστής προεπηλάκιζεν, ως φησιν αυτός, τά
nell’architettura la casa, o altre cose dello stesso genere, e μαθήματα· εν μεν γάρ ταίς άλλαις τέχναις ταίς λογικαϊς καί ταίς
così egualmente per tu tte le altre arti. Le m atem atiche invece βαναύσοις, τοντέστι ταίς άλόγοις, εν τεκτονική φημι καί σκυτική,
nè hanno una causa del genere nè fanno alcun ragionamento έστι τέλος ενρεϊν, olov έν ιατρική υγείαν, εν τεκτονική οίκον ή τι
intorno al bene e al male; cosicché questa è la più manchevole 25 άλλο τοιοϋτο, ομοίως δε καί επί τών άλλων τάς δε μαθηματικός
fra tu tte le altre scienze o, meglio, arti. μηδέν έχειν τι αίτιον τοιοϋτο μηδε ποιεϊαθαί τινα λόγον περί
αγαθών καί κακών ώστε καταδεεατέραν αυτήν είναι τών άλλων
19. - Aristippo cirenaico sostiene che il fine dei beni è il επιστημών ήγονν τεχνών.
piacere, dei mali il dolore e rifiuta tu tta l’altra scienza della
19. [P l u t a r .] strom ., 9 ed. D iels (Box. gr. p. 581,22 =
30 E u s e b ., praep. ev a n g ., I 8,9. 24 b). Αρίστιππος δ Κυρηναίος
τέλος αγαθών τήν ήδονήν, κακών δέ τήν άλγηδόνα. τήν δε άλλην

2 <άπό> è integrazione del Kroll, che ammette anche un’in te­


grazione con dtà. - 25 τάς δέ— κακών: l ’espressione è di Alessandro
di Afrodisia. - 29 sgg. su questa testimonianza, v. sopra, p. 97. sgg.

20. - G i a n n a n i o n i , I Cirenaici.
308 I C IR E N A IC I I. A R IS T IP P O . B 19-21 307

natura, dicendo che sola cosa utile è il cercare « cosa di male φυσιολογίαν περιγράφει μόνον ωφέλιμον είναι λέγων το ζητείν,
e di bene accade nelle case ». δττι τοι εν μεγάροισι κακόν τάγαϋόν τε τέτνκται.
20. - Fin qui Socrate. Dopo di lui Aristippo cirenaico e 20. E useb ., praep. evang., χ ν 62,7. 854 c ed. Mras.
Àristone di Chio si sforzarono di affermare che si dovesse filo­ Ταϋτα μεν ovv ό Σωκράτης, μετά δέ αυτόν οί περί Αρίστιππον
sofare solo di argom enti,etici: queste infatti sono le cose alla 5 τον Κνρηναϊον, έπειϋ? ύστερον οί περί Άρίστωνα τον Χίον επεχεί-
nostra po rtata e utili; tu tto il contrario invece per i ragiona­ ρησαν λέγειν ώς όέοι μόνα τα ήϋτκά φιλοσοφεϊν είναι γάρ δη
menti sulla natura, poiché essi non sono comprensibili, nè, ταϋτα μεν δυνατά καί ωφέλιμα, τούς μέντοι περί τής φύσεως
qualora fossero pure scrutati a fondo, sarebbero di alcuna u ti­ λόγους παν τουναντίον μήτε καταληπτούς είναι μήτε καί εί
lità. Nè a noi ce ne verrebbe nulla, e questo neppure se, όφ&εϊεν, όφελος έχειν τι. μηδέν γάρ ήμϊν έσεσϋαι πλέον, άλλ'συδ' εί 8
riuscendo a volare più in alto di Perseo « sopra l’onda del mare 10 μετεωρότεροι τοϋ Περσέως άρ&έντες d
e sopra le Pleiadi », osservassimo con i nostri stessi occhi tu tto υπέρ τε πόντου χεϋμ υπέρ τε Πλειάδα
l’universo e la natura delle cose, quale essa mai è. Non certo αύτοίς τοίς δμμασιν κατίδοιμεν τον πάντα κόσμον καί την
grazie a ciò noi saremmo più saggi o più giusti o più coraggiosi των δντων φύσιν, ήτις δή ποτέ έστιν. ου γάρ δη διά γε τούτο 9
o più assennati, nè forti o belli o ricchi, senza di che non è φρονιμωτέρους ή δικαιοτέρους ή άνδρειοτέρους ή σωφρονεστέρους
possibile essere felice. Donde Socrate disse giustamente che 15 ημάς εσεσϋ·αι καί μην ουδέ Ισχυρούς ή καλούς ή πλουσίους, ών
le cose in parte sono sopra di noi e in parte non sono per χωρίς ονχ οϊόν τε εύδαιμονεϊν. δ&εν όρΰώς είπε Σωκράτης καί λίαν 10
noi. Le cose naturali sono infatti al disopra di noi, come non καλώς, δτι των δντων τα μεν υπέρ ημάς εϊη, τά δέ ουδέν προς
sono per noi le cose dopo la morte, m entre per noi sono sol­ ήμάς' είναι γάρ τά φυσικά μέν υπέρ ημάς, τά δέ μετά τον ϋάνατον
tanto le cose umane. Per questo egli, dato un addio alla ουδέν πρός ημάς, μόνα δέ προς ημάς τά άν&ρώπινα. ταντη δέ καί 11
ricerca naturalistica di Anassagora e di Archelao, diceva di 20 χαίρειν αυτόν είπόντα τή 1Αναξαγόραν καί Αρχελάου φισιολογία 855
cercare « ciò che di bene e di male accade nelle case ». ζητείν
δττι οί εν μεγάροισι κακόν <τ > άγαϋόν τε τέτυκται.
21. - E per questo quel vecchio Socrate, che qualcuno po­
trebbe chiamare padre e archegeta di una sapienza fin troppo 21. T hem ist ., orat. χ χ χ ι ν 5 ed. Dindorf. Καί διά τούτο
magnifica, pensava che non si dovessero indagare egualmente ο μέν παλαιός εκείνος Σωκράτης, δν αν τις πατέρα προσείποι καί
tu tte le cose — non è infatti di alcuna im portanza per noi 25 αρχηγέτην τής πολυτελεστέρας σοφίας, τά μέν άλλα δμως σύκ
φετο δεΐν ερευνάν — τά μέν γάρ ουδέν ήμϊν διαφέρειν, των δέ

1 μόνον ωφέλιμον] ωφέλιμον μόνον Η. - είναι om. GFC. - 2 il


verso è omerico (Odyss. I V 392). —τέτνκται] τέτακται C. - 3 II Festa,
I frammenti degli Stoici antichi, u p. 10, pensa che quello che dice
Eusebio si riferisca solo ad Àristone, ma cfr. Diog. Laer. u , 92
(I B 1). — 5 επειϋ·' ύστερον— ωφέλιμο om. BO. — 7 μέντοι περί τής]
μέντοι e τής om. Β: μέντοι om. Ο. — 8 καί εί BONGO: μήτε καί
Ε. - 9 άλλ’ ούδ’— πλειάδα om. ΒΟ. - 10 μετεωρότεροι] μετεωρότ ερον
BO, che aggiungono ήμών dopo δμμασιν. - 13 ήτις] ειτις CN. - 16 Σω ­
κράτης] Σωκράτης καί λίαν καλώς ΒΟ. — 17 είναι γαρ— ημάς om. ΒΟ. -
19 ταύτη δέ— τέτνκται om. ΒΟ.
I C IR E N A IC I I. A R IS T IP P O . - B 21-23 309
303

la conoscenza di ciò che è sopra di noi — e estendeva tu tta υπέρ ημάς είναι την γνώσιν — απασαν δέ εποιείτο την σκέψιν
la sua indagine intorno ai beni e ai mali, e per quale ragione περ'ιαγαθών καί κακών, καί πόθεν άνθρωπος γένοιτο αν ευδαί­
all’uomo, agli affari domestici, alla città possa toccare una μων καί πόϋ-εν οικία καί πόϋεν πόλις, καί έπήνει τον "Ομηρον
sorte felice, e approvò Omero che riteneva doversi innanzi προ άπάντων σκοπεϊν άξιονντα
tu tto esaminare « cosa di male e di bene accade nelle case », 5 δττι τοι εν μεγάροισι κακόν τ ’ αγαθόν τε τέτυκται
e su questi limiti rimase anche il genuino seguito di Socrate: επί δε τούτων διέμεινε των δρων ό γνήσιος Σωκράτους χορός, ό
Cebete, Pedone, Aristippo ed Eschine. Κέβης, ό Φαίδων, δ Αρίστιππος, ό Αισχίνης.

22. - Queste e molte altre questioni di filosofia naturale 22. Galen ., de plac. H ipp. et P lat., ix p. 799 ed. Mueller.
sono completamente m utili alle cosiddette virtù e azioni Καί γάρ καί ταντα καί άλλα πολλά [i. e. i problemi di filosofia,
etiche e politiche, come anche alla guarigione dalle sofferenze 10 naturale] τελέως άχρηστό εστιν εις τάς ηθικός τε καί πολιτικός
deiranim a. Ottime cose sono state scritte da Senofonte su que­ δνομαζομένας αρετής τε καί πράξεις, ώσπερ γε καί εις τάς των
sto argomento, non soltanto avendone riconosciuto l’utilità, ψυχικών παθών ίάσεις· καί γέγραπται περί αυτών ύπο Ξενοφών-
m a affermando che anche Socrate pensava così. Concordano τος άριστα, μη μόνον αύτοϋ τής αχρηστίας κατεγνωκότος, άλλά
con lui tu tti gli altri compagni di Socrate e lo stesso Platone, καί Σωκράτην φάσκοντος οντω φρονεϊν. όμολογοΰσι δε αύτώ καί
il quale aggiungendo alla filosofìa una teoria fìsica, m ette in 15 οί άλλοι του Σοικράτους εταίροι καί Πλάτων αυτός, δς την φυ­

bocca a Timeo e non a Socrate il ragionamento su di essa. σικήν θεωρίαν τή φιλοσοφία προσθείς Τιμαίφ αναφέρει τον
περί αυτής λόγον, ουχί Σωκράτει, κτέ.
23. - . . . . alcuni dei filosofi, specialmente Socrate e se­
guaci, ma il dedicarsi allo studio della natu ra e l’interessarsi 23. D iog . O enoand ., fr. n i col. 1 ed. Sudhaus (Rhein.
dei fenomeni celesti essi dicono che è superfluo e inutile, nè M us., lxv (1910) p. 310).
pensano che valga la pena di darsi pensiero di queste cose.......... 20 . . . τινες τών φιλο[σόφων
Non osando disapprovare tu tto questo interesse, al contrario καί μάλιστα οι π[ερί Σω­
κράτην, τό <5[έ φυσιο-
λογεΐν καί τά [μετέω­
ρα πολνπραγμ[ονεΐν
25 περιττόν φασ[ιν είναι
καί [άχρηστον ου-
δ’άξιοϋσιν τ[ών τοιού-
των έπι[μελείσθαι... [τι.
ού πάσαν τοίνυν την τοιαύτην επιμέλειαν τολμώντες άποδοκιμά-

8 su questo brano di Galeno, v. sopra, p. 98, η. 1. - 13 αχρηστίας]


άχρηστείας M A B - 14 Σωκράτην] σιυκράτης Μ. - φάσκοντος] φάσκοντα
MABCh. - 18 sul brano di Diogene di Enoanda v. sopra, p. 98. -
29 ού πάσαν. — pag. seg. 1 έκβάλλουσιν: è una felice integrazione del
Sudhaus di una lacuna presente anche nell’ediz. del William, Lipsiae
1907: cfr. Bignone, L ’Aristotele perduto, i p. 4, η. 1.
I C IR E N A IC I I. A R IS T IP P O . - B 23-25 311
310

non respingono la ricerca sui fenomeni celesti nè le discussioni ζειν ούτε την περί τα μετέωρα ζήτησιν έκβάλ-
naturalistiche, vergognandosi di am m ettere tu tto ciò, ma si fr. ιν λονσιν α]ντικρυς ού­
servono di un altro schema di rifiuto; quando infatti dicono τε την περ]ί φυσιολογίαν
che le cose non sono conoscibili in modo sicuro, che cos’altro διατριβή]ν, αίσχυνό-
vogliono dire se non che noi non dobbiamo dedicarci allo stu­ 5 μενοι τοϋΌ^όμολογή-
dio della natura? Chi infatti sceglierà di cercare ciò che non σαι, έτ]έρω δέ τινι έγβο-
troverà mai? λής χρώνται σχήματί'
δταν γάρ άκατάλημπτα
24. - I Cirenaici tolsero via le indagini naturalistiche e φάσκωσιν είναι τα πρά-
quelle logiche e si limitarono a quelle morali, ma poi in altro 10 γματα, τ ί άλλο φασίν ή ό­
modo reintroducono ciò che pure avevano rimosso. In fatti τι μη δεϊ φνσιολογείν η­
essi dividono in cinque p arti le indagini morali: di modo che μάς; τις γάρ αίρήσεται
una riguarda ciò che è da fuggire e ciò che è da ricercare, ζητεΐν a μήποϋ'εϋρη;
un’altra le affezioni, la terza le azioni, la quarta le cause, la
quinta gli argomenti. Le cause delle cose tengono quindi il 24. S e n e c ., ad. Lucil., χ ιν , 1, 12 ed. Beltram i. Gyrenaici
posto delle indagini naturali, gli argomenti di quelle logiche, 15 naturalia cum rationalibus sustulerunt et contenti fuerunt mora-
e le altre di quelle morali. libus, sed hi quoque quae removent, aliter inducunt. I n quinque
enim partes moralia dividunt, ut una sit de fugiendis et peten-
25. - Secondo alcuni anche ai filosofi Cirenaici sembra che dis, altera de affectibus, tertia de actionibus, quarta de causis,
si possa accogliere solo la parte morale, e che vadano invece quinta de argumentis. Gausae rerum ex naturali parte sunt,
rigettate la parte fisica e la parte logica come incapaci ad aiu­ 20 argumenta ex rationali, ex morali alia.
tarci a vivere felicemente. E invero alcuni pensano che essi
si ritrattino per il fatto che poi suddividono la parte etica 25. S e x t . E m p ., adv. m a th ., v ii 11 ed. M utschm ann.
in una sezione che tra tta di ciò che è da scegliere e di ciò che Δοκοΰσι δε κατά τινας καί οι από τής Κυρήνης μόνον άσπάζεσϋαι
è da evitare, in un’altra che tra tta delle affezioni, in un’altra το ήϋικόν μέρος, παραπέμπειν δε το φυσικόν καί το λογικόν ώς
che tra tta delle azioni, in un’altra che tra tta delle cause e da μηδέν προς τό εύδαιμόνως βιονν συνεργοϋντα. καίτοι περιτρέπε-
ultimo in un’altra che tra tta delle convinzioni; in questa sud- Μ σ'&αι τούτους ενιοι νενομίκασιν εξ ών τό ή’&ικόν διαιροϋσιν εις τε
τον περί των αιρετών κα'ι φευκτών <τόπον> καί εις τον περ'ι τών
παϋών και ετι εις τον περί τών πράξεων κα'ι ήδη τον περί τών
αιτίων καί τελευταιον εις τον περί τών πίστεων εν τοντοις γάρ

2-6 l’Usener ha integrato queste quattro linee cosi: είπεϊν μεν


α]ντικρυς ού [τολμώσιν μή] φυσιολογίαν [<5είν πράττεί]ν αΙσχυνό[με-
νοι τοϋί}’] όμολογή[.σαι, έτί]ρφ κτέ: Heberdey e Kalinka integrano
come FUsener, eccetto la 2" riga, dove leggono: τολμώσιν δτ\ι φυ­
σιολογίαν [μή δεΐν άακεΐ\ν. - 17 dividunt] dividuntur Q. - petendis B:
expetendis Q. - 20 ex morali] actiones ex morali q. - 24 εύδαιμόνως
βιοϋν συνεργοϋντα] ευδαιμονούν συνεργοϋντα Ε. — 26 il Bekker aggiunge
τόπον sulla base della versione latina del Fabricius.
312 I C IR E N A IC I I. A R IS T IP P O . K 25-28 313

divisione la sezione delle cause ha preso il posto delle indagini ό περί αιτίων τόπος, φασίν, εκ τον φνσικοϋ μέρους ετύγχανεν, ό
fisiche e la sezione delle convinzioni quello delle indagini lo­ δε περί πίατεων <έκ> τον λογικού.
giche. 26. S e x t . E m p ., adv. m ath., ν π 15 ed. M utschmann.
26. - Da alcuni, secondo quanto testimonia Sozione, è Άναφέρεται δέ υπό τινων δόξα, κα&ό καί ό Σωτίων μεμαρτύ-
attribuita ai filosofi Cirenaici l’opinione per cui dicono che 5 ρηκεν, εις τούς άπό τής Κυρήνης ώς λέγοντας ηβικόν τι καί
l’etica e la logica sono parti della filosofia, se non che essi sem­ λογικόν φιλοσοφίας είναι μέρος, πλήν σδτοι μεν έλλιπώς άνεστρά-
brano aver ritrattato, almeno parzialmente. φϋαι δοκοϋσιν.

ETICA ETICA

27. - Aristippo era amico di Socrate e fondò la scuola 27. E u s e b ., praep. evang., χ ιν 18,31. 763 d ed. Mras
chiam ata cirenaica, dalla quale Epicuro trasse le mosse per [da Aristocle]. Σωκράτους ò'εταίρος ό ’Αρίστιππος ήν, ό την
la sua esposizione del fine ultimo. Aristippo fu per tu tta la 10 καλονμένην Κυρηναϊκήν συστησάμενος αΐρεσιν, άφ’ής τάς
sua esistenza di molle vita e am ante del piacere, e non disputò άφορμάς Επίκουρος προς την τοϋ τέλους εκϋεσιν εϊληφεν. ήν δ’ό 764
mai apertam ente sul fine ultimo, ma disse che il fondamento Αρίστιππος υγρός πάνν τόν βίον καί φιλήδονος' άλλ’σύδεν μεν
della possibilità di essere felici era posto nei piaceri. E poiché ούτος έν τω φανερω περί τέλους διελέξατο, δυνάμει δε τής ευδαι­
non faceva altro che parlare di piacere, spinse quelli che erano μονίας την νπόστασιν ελεγεν έν ήδοναϊς κεϊσϋαι. αίεί γάρ λόγους 32
con lui alla supposizione che egli insegnasse che il fine della 15 περί ηδονής ποιούμενος εις υποψίαν ήγε τούς προσιόντας αύτω
vita consisteva nel vivere piacevolmente. τον λέγειν τέλος είναι τό ήδέως ζήν.

28. - E tu tte le scuole filosofiche disputarono sulla scelta 28. Α τ η ε ν ., χ ι ι 544 a ed. Kaibel. Καί φιλοσόφων δέ αιρέ­
del godimento; e la cosiddetta scuola cirenaica prese inizio σεις δλαι τής περί την τρυφιήν αίρέσεως άντεποιήσαντο' καί ή
da Aristippo socratico, il quale insegnando che proprio la γε Κυρηναϊκή καλουμένη àji Αριστίππου τοϋ Σωκρατικού τήν
sensazione di piacere è il fine, disse che in essa è riposta la 20 όιρχήν λαβοϋσα, ος άποδεξάμενος τήν ήδυπά&ειαν ταύτην τέλος
felicità. E sostenne ancora che essa è istantanea, mettendosi είναι εφη καί εν αυτή τήν ευδαιμονίαν βεβλήσ&αΐ' καί μονόχρονον
così sullo stesso piano dei dissoluti, ritenendo che non avesse αυτήν είναι, παραπλησίως τοΐς άσώτοις ούτε τήν μνήμην των
alcun valore nè la memoria dei piaceri passati, nè la speranza γεγονυιών απολαύσεων προς αυτόν ήγούμενος ούτε τήν ελπίδα
di quelli futuri ; ma, facendo consistere il bene soltanto nel pre­ των εσομένων, άλΧ ένί μόνω τό άγαϋόν κρίνων τω παρόντι, τό fe
sente, considerò senza alcun valore per lui sia l’aver goduto 25 δέ άπολελανκέναι καί άπολαύσειν ουδέν νομίζων προς αυτόν,
che l’essere per godere, poiché il primo non è più e il secondo τό μέν ώς ονκέτ’δν, τό δέ οϋπω καί άδηλον όποιον καί οι τρυ-
non è ancora ed è oscuro. Similmente coloro che sono dediti φώντες πάσχουσι τό παρόν εΰ ποιειν άξιοΰντες.
alla dissolutezza, vivono solo il presente credendo di compor­
tarsi bene.

8 sgg. su questa importantissima testimonianza di Eusebio v. so­


pra, p. 106. - 11 τέλους] γένους B. - 13 πάνυ] πάντη B. - 13 διελέξατο]
διεδέξατο I6. - 14 αίεϊ— κίνησιν om. Β : έν dopo ελεγεν om. Ρ - 26 τό
δέ οϋπω] τό δ’ <ώς> οϋπω Meineke, il quale voleva espungere και
άδηλον·, ma cfr. Aelian., var. hist., x iv 6 (I A 75).
314 I C IR E N A IC I I. A R IS T IP P O . - B 29-35 315

29. - Mostrò che il fine ultimo è un moto tranquillo ri­ 29. D iog . L a er ., il 85 ed. Hicks. Τέλος ò' άπέφαινε [i. e.
sultante ai sensi. Aristippo] την λείαν κίνησιν εις αισϋησιν άναδιδομένην.
30. - ............... coloro che dicono che il piacere è il fine, 30. P a pyr . O x t r ., v ii 1012 (Β ι 13), ρ. 88 ed. H unt.
come A ristippo........ ■δέους οντα[ς
5 ]ειν ως Επι
31. - Aristippo cirenaico. Costui, essendo goloso e am ante κούρος(?) ]ηδονην τέλος
del piacere, disse che il fine ultimo dell’anima è il piacere e είναι λ]εγοντες ως Αριστιπ[πος
che: chiunque gode, questi è felice, m a colui che non gode
interam ente è tre volte sventurato e infelice, come egli afferma. 31. E pip h a n ., adv. haeres., m 2,9 ed. Diels (B ox. gr.,
p. 591,22). Άρίστίππος ό Κνρηναΐος. οντος γαστρίμαργος ών
32. - Altri affermano che il piacere è il fine: di questi il 10 καί φιλήδονος τέλος έφη τής ψυχής την ηδονήν καί' δστις ήδεται,
più im portante è Aristippo, che aveva ascoltato Socrate, e ευδαίμων οντος, ό δε μηδ’δλως ήδόμενος τρισά&λιος καί κακο­
da cui son derivati i Cirenaici, dopo 'Viene Epicuro, la cui δαίμων, ώς φησι.
dottrina è ora più nota, ma che tu ttav ia non consente piena­
mente con i Cirenaici sul concetto stesso di piacere. 32. Cicer ., acad. prior., n 42,131 ed. Plasberg. A lii vo-
luptatem finern esse voluerunt, quorum princeps A ristippus,
33. - Aristippo si cura solo del corpo, come se noi non 15 qui Socratem audierat, unde Gyrenaici, post Epicurus, cuius
avessimo affatto un’anima. est disciplina nunc [disciplina] notior nec tamen cum Gyre-
34. - Epicuro tiene ferino soprattutto a ciò che la natura naicis de ipsa voluptate consentiens.
stessa, come egli dice, decreta e sanziona, vale a dire il pia­ 33. Cicer ., acad. prior., π 45,139 ed. Plasberg. Aristippus
cere e il dolore. A questi egli riduce tu tto ciò che noi scegliamo quasi animum nullum habeamus corpus solum tuetur.
o evitiamo. E benché questa dottrina fosse già di Aristippo e
sia difesa dai Cirenaici meglio e con maggiore duttilità, tu ttav ia 20 3 4 . Cicer ., de fin., i 7,23 ed. Schiche. Gonfirmat autem [i. e.
la giudico tale, che non vi è nulla di più indegno per l’uomo. Epicuro] illud vel maxime, quod ipsa natura, ut ait ille, sciscat
et probet, id est voluptatem et dolorem. ad haec et quae sequamur
36. - Allorché Epicuro disse che il piacere è il sommo bene, et quae fugiamus refert omnia, quod quamquam A ristippi est
da un lato non vide questo concetto molto profondamente, a Gyrenaicisque melius liberiusque defenditur, tamen eius modi
d’altro lato questo stesso concetto non è suo: infatti già prima 25 esse indico, ut nihil homine videatur indignius.
35. Cicer ., de fin., i 8,26 ed. Schiche. Voluptatem cum
summum bonum diceret \i. e. Epicuro], prim um in co ipso
parum vidit, deinde hoc quoque alienum ; nam ante Aristippus,

1-2 su questa frase di Diogene Laerzio v. sopra, p. 108 u. 1 - 4-7 il


papiro risale al I -I I sec. d. C. - 9 γαστρίμαργος: su quest’epiteto
v. sopra, p. 48, n. 3. - 12 φησι Diels: φασι codd. - 16 disciplina:
è espunta da A2B 2 (disciplinam B 1): om. N.
316 I C IR E N A IC I I. A ltlS T I P I 'O . i; :ir>-:iiì 317

di lui e in maniera migliore della sua era stato di Aristippo. et ille melius.
36. - Ma delle imprese illustri e gloriose di uomini famosi 36. Cic e r ., de fin., i 11,37 ed. Schiche. Sed de clarorum
può bastare quando fin qui se ne è detto. Ora sarà piuttosto hominum factis Mustribus et gloriosis satis hoc loco dictum
opportuno parlare più propriamente della tendenza di tu tte le sit. erit enim iam de omnium virtutum cursu ad voluptatem
virtù al piacere. Spiegherò inoltre che cosa e di che natura 5 proprius disserendi locus. nunc autem explicabo, voluptas ipsa
sia il piacere, affinchè sia rimosso ogni errore di quanti sono quae qualisque sit, ut tollatur error omnìs imperitorum intel-
poco esperti e affinchè si comprenda finalmente quanto sia legaturque ea, quae vóluptaria, delicata, mollis habeatur di­
seria, tem perante, severa quella disciplina che si riteneva sciplina, quam gravis, quam continens, quam severa sit. N on
dedita al piacere, fiacca e smidollata. Poiché noi non cerchiamo enim hanc solam sequimur, quae suavitate aliqua naturam ipsam
soltanto quel piacere che con una certa soavità smuove la 10 movet et cum iucunditate quadam percipitur sensibus, sed ma­
nostra stessa natura e con gioia è percepito dai sensi, ma noi ximam voluptatem illam habemus, quae percipitur omni dolore
riteniamo che il piacere più grande sia quello che si avverte detracto.......... itaque non placuit Epicuro medium esse quiddam 38
una volta cacciato via ogni d olore............E così Epicuro non inter dolorem et voluptatem; illud enim ipsum, quod quibusdam
accettò che questa condizione venisse considerata come qual­ medium videretur, cum omni dolore careret, non modo volupta-
cosa di mezzo tra il dolore ed il piacere, poiché questa condi­ 16 tem esse, verum etiam summam voluptatem. quisquis enim sentii,
zione, infatti, che ad alcuni sembra uno stato intermedio, quem ad modum sit affectus, eum neeesse est aut in voluptate
dal momento che è libera da ogni dolore, è non soltanto pia­ esse aut in dolore, omnis autem privatione doloris putat Epicu-
cere, ma è anche in realtà il piacere più alto. Chiunque provi rus terminari summam voluptatem, ut postea variari voluptas
delle sensazioni, in qualunque modo ciò gli accada, è necessario distinguique possit, augeri amplificarique non possit. at etiam 39
che sia in una situazione o di piacere o di dolore. Epicuro ri­ 20 Athenis, ut e patre audiebam facete et urbane Stoicos irridente,
tiene infatti che il piacere più alto sia circoscritto dalla m an­ statua est in Ceramico Ghrysippi sedentis porrecta manu, quae
canza di ogni dolore, sì che poi nell’ambito del piacere possono manus significet illum in hac esse rogatiuncula delectatum:
avvenire variazioni e distinzioni, ma non aum enti e amplifi­ « Numquidnam manus tua sic affecta, quem ad modum affecta
cazioni. Vi è ancora ad Atene nel Ceramico, come udivo da nunc est, desiderati» «N ihil sane». «At si voluptas esset bonum,
mio padre, m entre scherzosamente e urbanam ente si pren­ 25 desideraret. » «Ita credo.» « Non est igitur voluptas bonum.»
deva giuoco degli Stoici, una statua di Crisippo seduto che hoc ne statuam quidem dicturam pater aiebat, si loqui posset.
porge una mano, il che sta a significare che egli una volta si conclusum est enim contra Cyrenaicos satis acute, nihil ad Epi-
dilettò di questo scambio di b attu te: « Desidera forse qualcosa curum. nam si ea sóla voluptas esset, quae quasi titillaret sensus,
la tua mano posta nella condizione in cui è ora? » « Nulla, di ut ita dicam, et ad eos cum suavitate affinerei et illaberetur, nec1
certo ». « Ma se il piacere fosse un bene, lo desidererebbe ».
« Così credo ». « Quindi il piacere non è bene ». Questo non lo
avrebbe detto neppure la statua se avesse potuto parlare, 1 dopo melius V aggiunge: etenim quoniam detractis de homine
aggiungeva mio padre. È in ogni caso una conclusione abba­ sensibus ; così pure una seconda mano di N ; sempre dopo melius R
stanza acuta contro i Cirenaici, ma non contro Epicuro. In ­ aggiunge: etenim quoniam detractis de liomine sensibus reliqui nichil
fatti se fosse piacere quello stato che quasi solletica i sensi, est neeesse est quid ad naturam aut centra sit a natura ipsa iudieari.
per così dire, e in essi affluisce e si spande con delicatezza, et expetendam et dolorem ipsum per se esse. - 7 disciplina] disciplinata
A B E R . - 14 videretur N Rath: videtur eum om. R. - 17 omnis
Morelius: omni codd. - 20 irridente R: arridente altri codd. - 25 ita
credo] credo ita B. - desideraret— voluptas bonum om. E.
318 I C IR E N A IC I I. A R IST IPPO . B 36-37 319

nè la mano nè alcuna altra parte del corpo avrebbe potuto manus esse contenta posset nec itila pars vacuitate dolori» sine
essere soddisfatta dalla mancanza di dolore senza un grade­ iucundo motu voluptatis.
vole moto di piacere. 37. Cic e r ., de fin., il 6,18 ed. Schiche. Summurn a vobis
37. - Il piacere è chiamato da voi Epicurei il sommo bene, [i. e. Epicurei] bonum voluptas dicitur. aperiendum est igitur,
m a bisogna allora scoprire che cosa è il piacere, altrimenti, 5 quid sit voluptas; aliter enirn explicari, quod quaeritur, non po-

infatti, non si può spiegare ciò che si cerca. E se Epicuro test. quam si explicavisset [i. e. Epicuro], non tam haesitaret.
avesse chiarito che cosa è il piacere non avrebbe esitato tanto ; aut enim eam voluptatem tueretur, quam Aristippus, id est, qua
0 infatti egli avrebbe avuto innanzi agli occhi quel piacere, sensus dulciter ac iucunde movetur, quam etiam pecudes, si loqui
che già Aristippo ebbe innanzi ai suoi, e cioè quello per il quale possent, appellarent voluptatem, aut, si magis placeret suo mo­
1 sensi sono dolcemente e piacevolmente scossi, quello che an ­ lo re loqui, quam ut
che le pecore, se potessero parlare, chiamerebbero piacere; omnes Danai atque Mycenenses
oppure se si preferisce parlare più a suo modo anziché come Attica pubes,
« tutti i Danai e Micenei, l’attica gioventù» e il resto dei Greci reliquique Graeci, qui hoc anapesto citantur, hoc non dolere solum
che sono citati in questo verso anapestico, avrebbe definito voluptatis nomine appellar et, illud Aristippeum contemneret,
col nome di piacere solo questa situazione di assenza del do­ 1 6 aut, si utrumque probar et, ut probat, coniungeret doloris vacui-

lore e avrebbe disprezzato quel piacere quale è definito da tatem cum voluptate et duobus ultimis uteretur. multi enim et 19
Aristippo; e se li avesse approvati tu tti e due, come di fatto magni philosophi haec ultima bonorum iuncta fecerunt, ut Ari-
li approva, avrebbe unito l’assenza di dolore con il piacere e stoteles virtutis usum cum vitae perfectae prosperitate coniun-
si sarebbe servito di entrambi. Molti e grandi filosofi infatti xit, Gallipho adiunxit ad honestatem voluptatem, Diodorus ad
congiunsero questi beni supremi, come Aristotele congiunse 20 eandem honestatem addidit vacuitatem doloris. idem fecisset
l’esercizio della virtù con la felicità della vita perfetta, Cal- Epicurus, si sententiam hanc, quae nunc Hieronymi est, coniun-
lifonte aggiunse all’onestà il piacere e Diodoro alla mede­ xisset cum A ristippi vetere sententia. illi enim inter se dissen-
sima onestà la mancanza di dolore. La stessa cosa avrebbe tiunt. propterea singulis finibus utuntur et, cum uterque Graece
fatta Epicuro se avesse congiunto questa opinione, che ora egrege loquatur, nec Aristippus, qui voluptatem summurn bonum
è sostenuta da Girolamo, con l’antica opinione di Aristippo. 25 dicit, in voluptate ponit non dolere, neque Hieronymus, qui
Essi infatti dissentono tra loro, e perciò essi fanno uso di fini summurn bonum statuii non dolere, voluptatis nomine umquam
particolari, e, pur parlando sia l’uno che l ’altro la lingua utitur prò illa indolentia, quippe qui ne in expetendis quidem
greca con grande proprietà, nè Aristippo, che considera il rebus numeret voluptatem. duae sunt enim res quoque, ne tu 7,20
piacere il sommo bene, include nel piacere l’assenza del dolore, verba solum putes. unum est sine dolore esse, alterum cum volup-
nè Girolamo, che considera l’assenza di dolore come il sommo 3 0 tate, vos ex his tam dissimilibus rebus non modo nomen unum

bene, fa mai uso del termine di piacere per indicare quella — nam id facilius paterer — , sed etiam rem unam ex duabus
mancanza di dolore, come uno che non considera il facere conamini, quod fieri nullo modo potest. hic, qui utrumque
piacere nel numero delle cose che sono desiderabili. Sono probat, ambobus debuit uti, sicut facit re, neque tamen dividit
anche due cose diverse, infatti, perchè tu non ti limiti verbis. cum enim eam ipsam voluptatem, quam eodem nomine 1
ad esaminare solo le parole. Una cosa è essere senza dolore,
un’altra è essere in situazione di piacere; voi invece da 1 nec ulta pars] nec ulta p a r A : ut ulta pars BE : ulta (om. nec
cose cosi dissimili tentate non solo di farne un solo nome θ pars) RN : illa (om. nec e pars) Y. - 27 quidem rebus] rebus quidem
B E : quidem tibi V. - 32 fieri nullo modo] nullo modo fieri B E . -
— e questo potrei tollerarlo più facilmente — , ma anche una
33 re neque] neque (om. re) BE : remque R.
I C IR E N A IC I I. A R IS T IP P O . B 37-31) 321
320

cosa sola da due che sono, il che non può in alcun modo essere omnes appellamus, laudat loois plurimis, audet dicere ne suspicari
fatto. Colui che accetta l’una e l’altra cosa, deve far uso di quidem se ullum bonum seiunctum ab ilio Aristippeo genere
entrambe, come egli fa in realtà anche se tu ttav ia non le di­ voluptatis, atque ibi hoc dicit, ubi omnis eius est ovatto de summo
stingue a parole. Nel lodare infatti in molti passi quello stesso bona.
piacere cui anche noi diamo lo stesso nome, arriva al punto 5 38. Cic e e ., de fin., π 11,34 ed. Schiche. Atque ab isto
di dire di non supporre nemmeno alcun bene senza quella spe­ capite fluere necesse est omnern rationem bonorum et malorum.
cie di piacere propria di Aristippo; e dice questo ovunque egli Poiemoni et iam ante Aristoteli ea prima risa sunt, quae paulo
parla del sommo bene. ante dixi. ergo nata est sententia veterum Academicorum et
38. - E da questo punto è necessario che scaturisca ogni Peripateticorum, ut finem bonorum dicerent secundum naturam
teoria dei beni e dei mah. A Polemone e già prima ad Aristo­ io vivere, id est virtute adhibita fruì primis a natura datis. Callipho
tele sembrò che meritassero il primo posto quelle cose di cui ad virtutem nihil adiunxit nisi voluptatem, Diodorus vacuita-
ho parlato poco sopra. Di qui è sorta la dottrina degli antichi tem doloris. **his omnibus, quos dixi, consequentes fines sunt
Accademici e Peripatetici, per cui essi dissero che fine dei bonorum, Aristippo simplex voluptas, Stoicis consentire natu-
beni è vivere secondo natura, vale a dire godere i doni pri­ ra e ................ ita tres sunt fines expertes honestatis, unus Ari- 35
m ari della natura con l’accompagnamento della virtù. Cal- 15 stippi vel Epicuri, alter Hieronymi, Cameadi tertius....................
lifonte non aggiunge altro alla virtù se non il piacere ; Diodoro reliqui sibi constiterunt, ut extrema cum initiis convenirent,
la mancanza di dolore * * Logicamente conseguente a tu tti ut Aristippo voluptas, Hieronymo doloris vacuitas, Cameadi
questi filosofi di cui ho fatto cenno è il fine dei beni: per Ari­ fruì principiis nataralibus esset extremum.
stippo il semplice piacere, per gli Stoici l ’accordo con la n a tu ­ 39. Cic e e ., de fin., π 13,39 ed. Schiche. Quantum enim
ra ................ E così tre sono i fini in cui l ’onestà non ha posto : 20 potevo, minuam contentiones omnesque simplices sententias eorum,
quello di Aristippo o di Epicuro, quello di Girolamo e terzo in quibus nulla inest virtutis adiunctio, omnino a philosophia
quello di C am eade............ Gli altri si comportarono in modo semovendas putabo, primum Aristippi Cyrenaicorumque omnium,
tale che le conseguenze si conciliassero con i loro principi, sì quos non est veritum in ea voluptate, quae maxima dulcedine
che per Aristippo conseguenza è il piacere, per Girolamo l’as­ sensum moveret, summum bonum ponere contemnentis istam
senza del dolore e per Cameade il fruire delle condizioni di
natura.
39. - Per quanto potrò, ridurrò i punti di contrasto, e 1 appellamus] appellant A1. - 3 eius est oratio] oratio eius est BE . -
riterrò che debbano assolutamente essere eliminate dalla filo- 7 et iam ] etiam NY. - 12 l ’indicazione della lacuna è del Madvig, che
losofia tu tte quelle loro semplici opinioni in cui non c’è alcuna scrive : «nonnulla exciderunt, quibus Cicero simili forma atque supra
(Poiemoni et Aristoteli ea prim a visa sunt cet.) dixerit, quae alii prima
unione con la virtù, e in primo luogo quelle di Aristippo e di
posuissent; tum rectissime (quemadmodum ante: ergo nata est cet.)
tu tti i Cirenaici, che non si peritarono di far consistere il som­ subiciebatur de finibus: his omnibus, quos dixi, consequentes (con­
mo bene in quel piacere, che con grande dolcezza muove i sentanei iis, quae posita sunt prima) sunt fines bonorum. Et fortasse
sensi, disprezzando questa situazione di assenza di dolore. etiam Cameadem et Hieronymum nominarat, sed hic exempli causa
solos Aristippum et Stoicos p o n iti. - 15 Cam eadi A1 B : Carneadis A2 V
- 19 sulla costituzione e il significato di questo brano v. sopra, p. 91.
sgg. - 20 simplices sententias] sententias simplices E. - 21 adiunctio om­
nino] omnino adiunctio E : omnis adiunctio B. - 22-24 prim um — bonum
ponere : il passo è citato da Macrobio (Keil, Oramm. lat., v p. 648).

21. - G i a n n a Nt o n i , I C ir e n a ic i.
322 I C IR E N A IC I I. A R IS T IP P O . - B 39-42 323

Costoro non videro che, come il cavallo è nato per la corsa, il vacuitatem doloris. hi non viderunt, ut ad cursum equum, ad 40
bove per arare, il cane per cercare le piste, così l ’uomo è nato arandum bovem, ad indagandum canem, sic hominem ad duas
per due cose, come dice Aristotele, per capire e per agire, res, ut ait Arìstoteles, ad intellegendum et agendum, esse natum
quasi fosse una divinità m ortale; m a essi sostennero invece quasi mortalem deum, contraque ut tardam aliquam et langui­
che questo divino essere vivente fosse nato come una pigra di dam pecudem ad pastum et ad procreandi voluptatem hoc divi-
e placida pecora per il pasto e per il piacere di procreare: il num animai ortum esse voluerunt, quo nihil mihi videtur absur-
che mi pare la cosa più assurda possibile. B questo contro dius. atque haec contra Aristippum qui eam voluptatem non 41
Aristippo che considerò quel piacere, che noi tu tti consideria­ moda summam, sed solam etiam ducit, quam omnes unam ap-
mo un piacere particolare, non solo come il sommo, ma anche pettamus voluptatem.
come il solo. 10 40. Cicer ., de fin., π 34,114 ed. Schiche. Quodsi esset in
40. - Chè se veram ente il sommo bene fosse nel piacere, voluptate summum bonum, ut dicitis [i. e. Epicurei], optabile
come dite voi Epicurei, sarebbe desiderabile passare notti e esset maxima in voluptate nullo intervallo ìnteriecto dies noctes-
giorni senza alcuna interruzione nel piacere più grande, men­ que versavi, cum omnes sensus dulcedine omni quasi perfusi
tre i sensi sono sollecitati, quasi invasi da ogni dolcezza. Ma moverentur. quis est autem dignus nomine hominis, qui unum
chi è degno del nome di uomo che voglia poi trascorrere un 15 diem totum velit esse in genere isto voluptatis ? Gyrenaici quidem
intero giorno in questa specie di piacere? I Cirenaici, è vero, non recusant.
non lo rifiutano ; i vostri amici si comportano a questo riguardò 41. Cicer ., de fin., v 7,17 ed. Schiche. Voluptatis alii
con maggiore decenza, i Cirenaici con maggiore costanza. primum appetitum putant et primam depulsionem doloris. vacui­
41. - Alcuni pensano che la prima attrazione sia quella tatem doloris alii censent primum ascitam et primum declina­
del piacere e la prim a ripulsa quella del dolore. Altri pensano lo tum dolorem. ab iis alii, quae prima secundum naturam nomi- 18
che ci si accosti come prim a cosa alla m ancanza di dolore e nant, proficiscuntur................. expositis iam igitur sex de summo 20
che ci si allontani come prima cosa dal dolore; da questi pren­ bono sententiis trium proximarum hi principes: voluptatis A ri­
dono le mosse altri che pongono in primo piano le cose se­ eti ppus, non dolendi Hieronymus, fruendi rebus iis, quas pri-
condo n a tu r a ............Esposte così sei dottrine sul sommo bene, mas secundum naturam esse diximus, Garneades non ille quidem
questi sono i principali esponenti delle ultim e tre: del pia­ 25 auctor, sed defensor disserendi causa fuit.
cere Aristippo, dell’assenza del dolore Girolamo, del fruire 42. Cicer ., Horten., fr. 81 Muller [ = A ugtjst., contr.
di quelle cose, che abbiamo dette prime secondo natura, Iulian. Pelag., iv 14)] Vide, quid in Hortensii dialogo dicat
Cameade, il quale, se anche non gliene spetta la paternità, Tullius, quae magis verba te delectare debuerant, quam Balbi
pure ne fu il difensore ai fini della discussione. Stoicorum partes agentis. quae licei vera, tamen de parte hominis
42. - Osserva cosa dice Tullio nel dialogo Ortensio, le 30 inferiore, hoc est de corpore, fuerunt et te nihil adiuvare potue-
cui parole ti avrebbero dovuto dare maggiore diletto di quelle runt. vide, quid iste prò vivacitate mentis contra, voluptatem cor-
di Balbo che tiene il partito degli Stoici, le quali, seppure poris dicat. A n vero, inquit [i. e. Cicerone], voluptates corporis
vere, riguardavano tu ttav ia la parte inferiore dell’uomo, cioè
il corpo e non ti potevano giovare. Osserva cosa egli dice in
favore della salda vita della mente contro il piacere. Forse 12 maxima in voluptate] in maxima voluptate BE : in voluptate
maxima R. - 19 ascitam Madvig: ascitum RV: assertum BE. - 26 su
questa testim onianza e sul suo significato v. sopra, p. 93 n. 2 e 3.
324 I C IR E N A IC I I. A R IS T IP P O . B 42-40 325

che veramente, dice Cicerone, son da ricercare i piaceri del expetendae, quae vere et graviter a Platone dictae sunt illecebrae esse
corpo, che Platone con verità e severità chiamò allettam enti atque escae malorumf quae enim confectio est, inquit, valetudinis,
ed esche dei mali? Quale indebolimento di m alattia, quale quae deformatio coloris et corporis, quod turpe damnum, quod
deformazione del colorito o del corpo, quale turpe malanno, dedecus, quod non evocetur atque eliciatur voluptate? cuìus motus,
quale vergogna c’è, dice, che non sia fatta scaturire e nascere 5 ut quisque est maximus, ita est inimicissimus philosophiae;

dal piacere? Il cui movimento quanto più è grande, tanto congruere enim cum cogitatione magna voluptas corporis non
più è incompatibile con la filosofìa. U n’intenso piacere del potest; quis enim, cum utatur voluptate ea, qua nulla possit
corpo infatti non può accordarsi con l’a ttiv ità mentale. Ohi maior esse, adtendere animo, inire rationem, cogitare omnino
mai, infatti, può tendere il suo animo, darsi ad una attività quidquam potesti quis autem tantus est gurges, qui dies et
razionale e pensare assolutamente qualcosa, quando fa uso io noctes sine ulla m inim i temporis intermissione velit ita moveri
di quel piacere di cui non può esservi maggiore? B di questo suos sensus, ut moventur in summis voluptatibus? quis autem
poi chi è così grande divoratore, da volere che giorno e notte, bona mente praeditus non mallet nullas omnino nobis a natura
senza alcuna interruzione di tempo, i suoi sensi siano solle­ voluptates datasi
citati in modo tale, da essere mossi nei piaceri più grandi? 43. C i c e r . , de offic., m 33,116 ed. Atzert. Atqui ab Ari-
Chi, fornito di m ente sana, non preferirebbe che non ci fosse 15 stippo Gyrenaici atque Annicerii philosophi nominati omne
stato concesso dalla natura alcun piacere? bonum in voluptate posuerunt virtutemque censuerunt ob eam rem
43. - E i Cirenaici, che derivano da Aristippo, e i cosid­ esse c<on>laudandam, quod effidens esset vóluptatis·, quibus
detti filosofi Annicerei posero ogni bene nel piacere eUiten- obsoletis floret Epicurus, eiusdem fere adiutor auctorque sen-
nero che la virtù fosse da lodare per questo, perchè è fattore tentiae.
di piacere. Una volta usciti di moda costoro, è in auge Epi­ 20 44. Q u i n t i l . , instit. orat., x h 2,23 ed. Badermacher. Ve-
curo sostenitore e padre di una dottrina quasi simile. rum ex hoc alia mihi quaestio exoritur, quae seda conferre plu-
44. - Da ciò ora per me sorge un altro problema, quale rimum eloquentiae possit, quamquam ea non inter multas potest
scuola possa di più contribuire all’oratoria, benché non possa esse contentio. nam in primis nos Epicurus a se ipse dimittit 24
esserci in merito una gara tra molte. Infatti, per primo, Epi­ qui fugere omnem disciplinam navigatione quam velocissime
curo si allontana da noi, egli che comanda di rifuggire il più 25 iubet. neque vero Aristippus, summum in voluptate corporis
velocemente possibile da ogni studio al riguardo, nè invero bonum ponens, ad hunc nos laborem adhortdur.
ci esorta a questa intrapresa Aristippo che pone il bene sommo 45. L a c t a n . , divin. instit., h i 7,7 ed. B randt. Epicurus
nel piacere del corpo. summum bonum in voluptate animi esse censd, Aristippus in
45. r- Epicuro ritiene che il sommo bene consista nel pia­ voluptate corporis.
cere dell’animo, Aristippo in quello del corpo. 30 46. L a c t a n ., inst. epit., 34,7 ed. Brandt. Non melior bis
46. - Non migliore dei Cinici è Aristippo, il quale, credo2

2 escae malorum:: cfr. Plat., Tim ., 69 d. - 12 cfr. Epicur., epist.


ad Menoee., 132. — 17 conlaudandam Baiter : claudandam B Y : laudan-
dam Pcp. - 24 velocissime codd. velocissima Badius: - 26 adhortetwr
hortatus bH. - 29 voluptate] voluntate H.
326 I C IR E N A IC I I. A R I S T I I 'I 'O . - B 46-48 327

per far piacere alla sua am ichetta Laide, fondò la dottrina [i. e. i Cinici] Aristippus, qui credo ut amAculae suae Laidi
cirenaica che collocò il fine del sommo bene nel piacere del piacerei, Cyrenaicam instituit disciplinami, qua summi boni finem
corpo, affinchè non mancasse nè ai suoi peccati un’autorità, in voluptate corporis conlocavit, ne aut peecatis auctoritas aut
nè ai suoi vizi una dottrina. vitiis docirina deesset.

47. - Ad Aristippo ritengo che non si debba neppure ri­ 5 47. Lactan ., divin. instit., n i 8,6 ed. Brandt. Aristippo ne
spondere, il quale senza alcun dubbio non fu realmente uomo, respondendum quidem duco, quem semper in corporis voluptates
sfrenatamente dedito com’era ai piaceri del corpo e teso sol­ ruentem nihilque aliut quarti ventri et Veneri servientern nemini
tanto a soddisfare i bisogni del ventre e di Venere. Visse dubium est hominem non fuisse. sic enim vixit, ut nihil inter
infatti in modo tale che non vi era alcuna differenza tra lui eum pecudemque distarei nisi unum, quod loquebatur. quodsi 7
e una pecora, se non in una cosa, che egli parlava. Chè se 10 asino aut sui aut cani facultas loquendi tribuatur quaerasque
fosse concesso all’asino o al maiale, o al cane la facoltà di par­ ab iis quid sibi velini, cum feminas tam rabide consectantur, ut
lare e chiedessi poi loro che cosa mai desiderino per sè, perchè vix divelli queant, cibos etiam potumque neglegant, cur aut alios
cercano di raggiungere le femmine con tale smania da poterne mares violenter abigant aut ne vieti quidem absistant, sed a for-
a stento essere separati, e da trascurare perfino il mangiare tioribus saepe contriti eo magis insectentur, cur nec imbres nec
e il bere, perchè o scacciano con violenza gli altri maschi o 15 jrigora pertimescant, laborem suscipiant, periculum non recusent,
non si allontanano neppure se vinti, m a anzi spesso quanto quid aliut respondebunt nisi summum bonum esse corporis
più m altrattati tanto più incalzano, perchè non si curano nè voluptatem? eam se adpetere, ut adficiantur suavissimis sensibus
della pioggia nè del freddo, affrontano fatiche, non evitano il eosque esse tanti, ut'adsequendorum causa nec laborem sibi'ullum
pericolo; a tu tte queste domande che cos’altro risponderebbero nec vulnera nec mortem ipsam recusandam putent. ab hisne 8
se non che il sommo bene è il piacere del corpo? E d essi lo 20 igitur praecepta rivendi petemus, qui hoc idem sentiunt quod
ricercano per provare le più soavi sensazioni, le quali sono di animae raiìonis expertesf aiunt Cyrenaici virtutem ipsam ex
tale importanza che essi pensano che, per ottenerle, non si eo esse laudandam, quod sit efficiens voluptatis. ., . . . ab his 9-10
debba indietreggiare nè davanti ad alcuna fatica, nè davanti ergo sapere discamus, quos a pecudis ac beluis non sententia,
alle ferite, nè davanti alla stessa morte... Impareremo dunque sed lingua discernitf
ad essere avveduti da costoro, che solo la parola, ma non il 25 48. L a c t a n ., divin. instit., v n 7,11 ed. Brandt. Falsus igitur
pensiero, distingue dalle pecore e dalle fiere? Cercheremo Aristippus, qui hominem voluptati hoc est malo tamquam pecu-
dunque i consigli per la vita da questi, che hanno la stessa dem subiugavit.
sensibilità di anime prive della luce di ragione? E i Cirenaici
dicono che la virtù per questo deve essere lodata, perchè è 49. L a c t a n ., instit. epit., 28,3 ed. Brandt. Aristippus Gy-
fattore di piacere. renaicae sectae conditor, qui summum bonum esse censuit cor-
30 poris voluptatem, de numero philosophorum deque coetu homi-
48. - Falso è quindi Aristippo che soggiogò l’uomo al pia­
cere, cioè al male, come fosse una pecora.
49. - Aristippo, fondatore della scuola Cirenaica, che ri­
7 ruentem] tuenteni Va. - 10 quaerasque] quaeres quae V. - 11 iis
tenne il piacere del corpo il sommo bene, deve essere espulso
lì : his altri codd. - rabide] rapide H. - 14 contriti] coneo P. - cur om. V.
dal numero dei filosofi e dalla comunanza degli uomini, per- - 16 bonum om. B 1. - 17 suavissimis] saevissime B2 (?). - 20 praecepta]
praecepta duri B. - petemus] putemus V1. - idem] quidem H. - 22
efficiens] effiqies P. - 25 falsus om. R. - 26 pecudem] pecudum B.
328 I C IR E N A IC I I. A R IST IPPO . i: 49-34 329

chè si paragonò ad una pecora. num propellendus est, quia se pecudi comparava.
50. - Vedrà forse qualcuno una qualche verità nella scuola 50. E ucher ., epist. paraen., ed. Migne, P. L., l p. 724.
di Aristippo, che nel suo carattere e nelle sue inclinazioni non Anne aliquis ex illa Aristippi schola veritatem videbit, qui inge­
differisce affatto da un inaiale o da una pecora, dal momento nio suo a suibus aut pecore nihil differì, cum beatitudinem in
che fece consistere la felicità nel piacere del corpo; per cui il 5 corporis voluptate constituat: cui Deus venter est et gloria in
ventre è dio e la gloria nelle sue vergogne? pudendis eius?
51. - Non soltanto gli Epicurei ricercano il piacere, ma 51. A th en ., v n 279 d. ed. Kaibel. ’Ασπάζονται δε ον μόνον
anche i Cirenaici e i cosiddetti Mnesistratei, e in fatti anche oi Επικούρειοι την ηδονήν, άλλα καί οι Κυρηναϊκοί καί <οί>
questi godono a vivere secondo piacere, come dice Posidonio. Μνησιστράτειοι δε καλούμενοι· καί γάρ οϋτοι ζην μεν ήδέως...
10 χαίρουσιν, ιός φησι Ποαεώώνιος.
52. - Tra quelli che prendono le mosse dal piacere vi sono
i Cirenaici ed Epicuro; quelli infatti dicono apertam ente che 52. Clem . Αχ ε χ ., strom., π , χ χ ι 127,1 ed. Staehlin. Των
il fine è vivere secondo piacere, e che il solo bene perfetto è il γάρ άπό τής ηδονής άρχομένων* τούς τε Κυρηναϊκούς είναι
piacere. Epicuro invece sostiene che sia piacere anche l’eli­ καί τον Επίκουρον τούτους γάρ τέλος είναι λέγειν διαρρήδην
minazione del dolore. το ήδέως ζήν, τέλειον δε αγαθόν μόνον την ηδονήν, ό δε Επίκουρος
15 καί τήν τής άλγηδόνος νπεξαίρεσιν ήδονήν είναι λέγει.
53. - Epicuro dunque e i Cirenaici dicono che la prima
tra le cose proprie è il piacere: sopraggiunta a causa del 53. Cl e m . A l e x ., strom., π , χ χ ι 128,1 ed. Staehlin.
piacere, la virtù, come essi dicono, produce piacere. Επίκουρος μεν ούν καί οι Κυρηναϊκοί το πρώτον οίκεΐόν φασιν
ήδονήν είναι, ένεκα γάρ ήδονής παρελ&οϋσα, φασίν, ή άρετή ήδο­
54. - Epicuro si differenzia poi dai Cirenaici riguardo al
νήν ένεποίησε.
piacere. Questi in fatti non ammettono il piacere statico, ma
solo quello in movimento; quello invece l’una e l’altra [spe­ 20 54. DioG. L aer ., X 136 ed. Hicks. Δ ιαψέρεται [i. e. Epicuro]
cie?], dell’anima e del corpo, come dice nell’opera Sulla scelta δε προς τούς Κυρηναϊκούς περί τής ήδονής· οί μεν γάρ τήν κατα-
στηματικήν ούκ εγκρίνουσι, μόνην δε τήν εν κινήσει· ό δέ άμφοτέ-
ραν *** ψυχής καί σώματος, ως φησιν εν τω Περί αίρέσεως καί
φυγής καί εν τω Περί τέλους καί εν τω πρώτο) Περί βίων και

2-6 su ciò cfr. Coureelle, L e ti lettres grecques en Occident, Paris


1948, p. 216. - 7 su ciò v. sopra, p. 102. - 'Επικούρειοι]
έπικούριοι A. - 8 oi Kaibel. - 9 Μνησιστράτειοι C: μνησιστράτιοι A:
oi Θάσιοι Μνησιστράτειοι Cappa e Gulick. — 12 άρχομένων < la μεν >
Hitler: < άκονομεν > Mayor. — 18 παρελ&οΰοα] παρ<εις>ελϋονσα Mayor. —
22 άμφοτέραν F : άμφότερα* * Usener, Epic., ρ. 91, che scrive: «u t
duo paria memoranda erant, et intercidit καταατηματικήν καί κινη­
τικήν» : άμφότερα <τά γένη> Bignone, Epicuro, ρ. 216, η. 2 e L'Aristo-
tele perduto, η ρ. 42, η. 1, sulla base di alio genere in Cicer., de fin.,
n 3, 9. Così anche il Bailey: σχήματα Kochalsky: άμφοτέρας Gas-
sendi. — αίρέσεως Usener: αιρέσεων H.
330 I C IR E N A IC I I. A R IS T IP P O . - B 54-56 331

e sulla fuga e iu quella Sul fine e nel primo libro dell’opera èv τή προς τους έν Μυτιλήνη φιλοσόφους επιβολή. ομοίως δε καί
Sulle vite e nell’JEpistola ai filosofi di Mitilene. Le stesse cose Διογένης έν τη έπτακαιδεκάτη των Επίλεκτων και Μητρόδωρος
dicono anche Diogene nel diciassettesimo libro degli Epilecta έν τώ Τιμοκράτει λέγονσιν ornar νοούμενης δε ηδονής τής τε
e Metrodoro nel Timocrate, così: per piacere si intende sia κατά κίνησιν καί τής καταστηματικής. ό δ' Επίκουρος έν τω
quello in moto sia quello stabile. E Epicuro nell’opera Sulle 5 Περί αιρέσεων οντω λέγει■ « ή μεν γάρ άταραξία καί άπονία

scelte dice così: « l’atarassia e la mancanza di dolori sono pia­ καταστηματικαί είσιν ήδοναί' ή δε χαρά καί ή ευφρόσυνη κατά
ceri stabili; la gioia e l’allegria sono veduti in movimento κίνησιν ένεργεία βλέπονται».
per la loro vivacità ». "Ετι προς τους Κυρηναϊκούς· οι μεν γάρ χείρονς τάς σωματικάς 137
Ancora contro i Cirenaici: questi infatti considerano peg­ άλγηδόνας των ψυχικών, κολάζεσϋαι γοϋν τους άμαρτάνοντας
giori i mali del corpo di quelli dell’anima. Il corpo invero 10 αώματι· ό δε τάς ψυχικός, την γοϋν σάρκα το παρόν μόνον χει-
soffre solo il presente, l’anima il passato, il presente e il μάζειν, την δέ ψυχήν κα'ι τά παρελθόν και το παρόν καί τό μέλλον,
futuro. Per lo stesso motivo anche i piaceri dell’anima sono ούτως ονν καί μείζονας ήδονάς είναι τάς τής ψυχής.
maggiori di quelli del corpo.
55. E p i c u r ., epist. ad. Menoec., 131 ed. Usener (Epieur.,
55. - Quando noi dunque diciamo che il piacere è il fine, p. 64 = D i o g . L a e r ., X 131). "Οταν οΰν λέγωμεν ηδονήν τέλος
non ci riferiamo ai piaceri dei dissoluti e a quelli posti nel 1 5 νπάρχειν, ον τάς των άσώτων ήδονάς κα'ι τάς έν απολαύσει κειμέ-

godimento — come pensano certuni, ignoranti o dissidenti νας λέγομεν, ώς τινες άγνοονντες και ονχ ομολογούντες ή κακώς
o che ci fraintendono — ma il non soffrire riguardo al corpo, έκδεχόμενοι νομίζουσιν, αλλά τά μήτε άλγεΐν κατά σώμα μήτε
e il non essere tu rbati riguardo all’anima. Non banchetti o ταράττεσ&αι κατά ψυχήν, ον γάρ πάτοι καί κώμοι συνείροντες
feste continue, nè godersi giovanetti e donne, nè pesci od σύδ'άπόλαυσις παίδων καί γυναικών ονδ’ίχϋύων καί τών άλλων,
altre cose che offre una mensa sontuosa, infatti, rendono pia­ 20 δσα φέρει πολυτελής τράπεζα, τον ήδύν γεννά βίον, άλλά νήφων
cevole la vita, ma sobrio giudizio. λογισμός.
55. - Diotimo Stoico, nutrendo sentimenti ostili verso 56. D i o g . L a e r ., χ 3 ed. Hicks. Διότιμος ό'ό Στωικός δυσμε-
Epicuro, lo calunniò assai aspram ente.......... [e cosi fecero νώς έχων προς αυτόν [i. e. Epicuro] πικρότατα αυτόν διαβέβλη-

pure] i seguaci di Posidonio e Nicolao e Sozione nel dodice- κ ε ν .................... άλλά καί οί περί ΙΤοσειδώνιον τον στωικάν 4
25 καί Νικόλαος καί Σωτίων έν τώ δωδεκάτογ τών έπιγραφομένων

7 ένεργεία. F Usener: έναργεία Bitter, Jlist. philos., ìli p. 469. -


8 Κυρηναϊκούς] Κυρηναϊκούς < διαφέρεται > Meib. - 14 λέγωμεν] λέγομεν Ρ
- ύπάρχειν ού] είναι καί F. — 16 άγνοΰντες : tra questi il Bignone, L 'A risto­
tele perduto, i p. 329, ha visto Aristotele con il suo Protreptico - ουχ
δμολογοϋντες: il Bignone, Epicuro p. 49, n. 3 li ha identificati con
i Cirenaici in base a Clem. Alex., strom., n , x x i 130, 7 (V II 4)
v. sopra, p. 104 η. 1. - κακώς ενδεχόμενοι: tra questi il Bignone, Ιέ A r i­
stotele perduto, 1 p. 329 ha visto Eraclide Pontico per il suo dia­
logo Περί ήδονής. - 19 άπόλαυαις Usener: άπολαύσεις codd. Bailey. -
20 τον ήδύν] τον ήδιον Ρ 1. - 21 Διάτιμος] Θεάτιμος ap. Athen. x in
611 b. — 23 αυτόν] αυτήν Q. - 24 Ποαειδώνιον τον om. F.
332 I C IR EN A IC I I. A R IS T IP P O . - B 56-00 333

simo libro dell’opera intitolata Confutazioni Dioclee, che è Διοκλείων ελέγχων, a εστι δ'πρός τοϊς κ , και Διονύσιος ό Ά λ ι-
in ventiquattro libri, e Dionigi di A licarnasso........ [costoro καρνασσεύς............................ τά δε Δημοκρίτου περί των ατό­
sostenevano che] Epicuro si attribuiva le dottrine sugli atomi μων και Αριστίππου περί τής ηδονής ως ίδια λέγειν.
di Democrito e quelle sul piacere di Aristippo. 57. Α τ η ε ν ., χ η 54 6e ed. Kaibel. Ον μόνος ό’ Αρίστιππος
57. - Non solo Aristippo e i suoi seguaci cercavano il pia­ 5 καί οι άπ αυτού τήν κατά κίνησιν ηδονήν ήσπάζοντο, άλλα καί
cere in movimento, m a anche Epicuro e i suoi seguaci. Επίκουρος καί οι άπό τούτου.

58. - Parlerò quindi per prim a cosa della deficienza di 58. Cicer ., tusc. disp., π 6,15 ed. Pohlenz. Primum igìtur
molti e delle varie dottrine dei filosofi, dei quali il più ragguar­ de inbecillitate multorum et de variis disciplinis philosophorum
devole per autorità e antichità, Aristippo socratico, non esitò loquar. quorum princeps et auctoritate et antiquitate Socraticus
a definire il dolore come sommo male. Dipoi Epicuro abba­ io Aristippus non dubitavit summum malum dolorem dicere,
stanza docilmente si adattò a questa snervata e non virile deinde ad hanc enervatam mvliebremque sententiam satis doci-
dottrina. lem se Epicurus praebuit.

59. - Ed invero è singolare che ci sia sofferenza quando 59. Cic er . , tusc. disp., m 13,28 ed. Pohlenz. Atque hoc
una cosa appare in modo tale da dare l’impressione che un quidem perspicuum est, tum aegritudinem existere, cum quid
qualche grande malanno sia presente e imminente. Epicuro 15 ita visum sit, ut magnum quoddam malum adesse et urgere vi-

quindi sostiene che la raffigurazione del male è per natura sof­ deatur. Epicuro autem placet opinionem mali aegritudinem esse
ferenza, di modo che chiunque si prospetta un qualche male natura, ut, quicumque intueatur in aliquod maius malum, si
troppo grande, se pensa che gli può capitare, è continuamente id sibi accidisse opinetur, sit continuo in aegritudine. Cyrenaici
nella sofferenza. I Cirenaici non ritengono che si produca non omni malo aegritudinem effici censent, sed insperato et
sofferenza da ogni male, bensì da quel male che non è 20 necopinato malo, est id quidem non mediocre ad aegritudinem
aspettato nè preveduto. Questo fattore contribuisce certo non augendam: videntur enim omnia repentina graviora.
poco ad accrescere la sofferenza: tu tte le cose improvvise 60. Cicer ., tusc., disp., in 15,31 ed. Pohlenz. Quare
infatti sembrano più gravi. accipio equidem a Cyrenaicis haec arma contra casus et eventus,
60. - Per la qual cosa io accolgo dai Cirenaici questi mezzi quibus eorum advenientes impetus diuturna praemeditatione
di difesa contro il caso e gli eventi, il cui impeto sopraggiun­ 25 frangantur, simulque iudico malum illud [i. e. la sofferenza]
gente è con essi spezzato da una continua previsione, e nello opinionis esse, non naturae ; si enim in re esset, cur fierent pro-
stesso tempo dico che quel male è dovuto alla nostra opinione visa levioraf
e non già alla natura; se in fatti fosse nelle cose, perchè, se
previste, esse sarebbero più facili a sopportarsi!
1 a εστι δ' προς τοϊς κ ] a εστι περί τής είκάδος Usener-. cfr. Nietzsche
in ffRhein. Mus.» x x m (1868), p. 639. - 4 su questa testimonianza v.
sopra, p. 104, n. 1 .- 1 3 sul problema trattato in queste testimonianze di
Cicerone v . sopra, p. 109, n. 5. — 14 tum G2: om. altri codd. — 16 opi-
nionem] ex opinione Seyffert — esse] efficere Baiter : esse, ea natura
Usener, E pic., fr. 444, p. 290. - 18 aegritudine] aegritudinem X -
20 malo] modo R1 - aegritudinem] aegritudine GK1. - 23 equidem] qui­
dem G1. - 25 frangantur] frangatur R1.
I C IR E N A IC I I. A R IS T IP P O . - B 61-65 335

61. - Resta salda la dottrina dei Cirenaici, i quali riten­ 61. C i c e r ., tusc., disp., n i 22,52 ed. Pohlenz. Gyrenaico-
gono che ci sia sofferenza soltanto se qualcosa, accade senza rum restai sententia-, qui tum aegritudinem censent existere, si
che sia stato preveduto. necopinato quid evenerit.
62. - Questi dunque sono i doveri dei consolatori, estir­ 62. Cicer ., tusc. disp., in 31,75 ed. Pohlenz. Raec igitur
pare la sofferenza dalle radici, o calmarla, o ridurla il più 5 officia sunt consolantium, tollere aegritudinem funditus aut sedare
possibile, o comprimerla e non lasciare che si estenda troppo, aut detrahere quam plurumum aut supprimere nec pati manare
0 stornarla verso altro. Vi sono alcuni che ritengono che uni­ longius aut ad alia traducere, sunt qui unum officium consolantis 76
co dovere del consolatore sia quello di m ostrare che il male putent malum illud omnino non esse, ut Gleanthi placet-, sunt
non esiste affatto, come sostiene Cleante; oppure che non si qui non magnum malum, ut Peripatetici-, sunt qui abducant a
tra tta di un gran male, come ritengono i Peripatetici; vi sono io malis ad bona, ut Epicurus; sunt qui satis putent estendere nihil
altri che distolgono dal male verso il bene, come gli Epicurei; inopinati accidisse, <ut Gyrenaici . .. > nihil mali.
vi sono altri infine che ritengono sufficiente m ostrare che 63. P l u t a r ., quaest. conv., v i p . 674 a ed. Hubert.
non è accaduto nulla di inaspettato < .. c o rn e i Carenaci.. > « Τούτο <5’ » είπον, «ανδρες Επικούρειοι, καί τεκμήριόν έστι μέγα
e quindi nulla di male. τοϊς Κυρηναϊκοϊς πρός υμάς τον μή περί την δψιν είναι μηδε
1 5 περ'ι την άκοήν άλλά περ'ι την διάνοιαν ημών το ήδόμενον επί b
63. - Questo dico, o uomini Epicurei, è grande merito per
1 Cirenaici nei vostri confronti, cioè l’aver sostenuto che non τοϊς άκονσμασι καί ϋεάμααιν. άλεκτορ'ις γάρ βοώσα συνεχώς καί
nella vista o nell’udito ma nel nostro intelletto ha luogo il κορώνη λυπηρόν άκουσμα και άηδές έστιν, δ δε μιμούμενος άλεκτο-
piacere che proviamo circa le cose che udiamo e vediamo. ρίδα βοώσαν καί κορώνην ευφραίνει- κα'ι φϋιαικονς μεν όρώντες
La gallina che grida continuamente o la cornacchia sono sgra­ δυσχεραίνομεν, άνδριάντας όέ καί γραφάς φ&ιαικών ήδέως ϋεώ-
dite e t u tt ’altro che piacevoli ad udirsi: m a colui che imita 20 μεϋ·α τώ την διάνοιαν υπό τών μιμημάτων άγεσ&αι [καί] κατά
la gallina che grida o la cornacchia, piace. E così ci angustiamo το οίκεϊον.
alla vista dei tisici, m a osserviamo con piacere le statue e le 64. P l u t a r ., non posse suav. viv. sec. Epic., 4 p. 1089 A
pitture dei tisici, per il fatto che l’intelletto è a ttra tto dalle ed. Pohlenz. "Ορα δ’δσω μετριώτερον οι Κυρηναϊκοί, καίπερ
imitazioni fatte secondo convenienza.. εκ μιας οίνοχόης Επικουρώ πεπωκότες, ούδ’δμιλεϊν άφροδισίοις
25 οϊονται δεϊν μετά φωτός, άλλά σκότος προϋεμένους, δπως μή
64. - Osserva quanto maggior senso della misura abbiano τα είδωλα τής πράξεως άναλαμβάνουσα διά τής δψεως έναργώς
avuto i Cirenaici (rispetto agli Epicurei); benché abbiano
ή διάνοια πολλάκις άνακαίη την δρεξιν.
bevuto da una stessa coppa con Epicuro, essi pensano che non
si debba gustare dei piaceri venerei con la luce, ma immersi LA CONOSCENZA
nel buio, affinchè non concependo in essa vive immagini del
fatto mediante la vista, la m ente non accenda troppo spesso 65. C i c e r ., acad. prior., n 46,142 ed. Plasberg. Aliud iudi-
il desiderio.
8 putent] putent <decere > Lamhinus. - 10 satis: om. Gl·1. - 11 in o­
pinati] inopinanti GRV1: opinanti K. - 12 su questa testimonianza
LA CONOSCENZA v. sopra, p. 110. — 15 το ήδόμενον] το Stephanus: τον δεόμενον codd.
65. — Altro è il giudizio di Protagora, che pensa essere 20 καί è stato espunto dal W yttenbach. - 22-27 : su ciò cfr. sopra
p. 134 η. 1. - κατά] προς Reiske. —26 έναργώς] εν. εν αύτβ ή Π. - 27
άνακαίρ] άνακαίτ/ται Χ Γ . - 28 sulle teorie gnoseologiche dei Cirenaici
v. sopra, p. I l i sgg.
336 I C IR E N A IC I i. A K iS T ie i* o . B HS-tì!) 337

vero per ciascuno ciò che a ciascuno appare: altro è invece cium Protagorae est, qui putet id cuique veruni esse quod cuique
quello dei Cirenaici che non ritengono che vi sia possibilità videatur, aliud Cyrenaicorum, qui praeter permotiones intumas
di giudizio al di fuori delle affezioni interne: altro ancora è nihil putant esse iudieii, aliud Epicuri, qui omne iudicium in
quello di Epicuro, che fondò il giudizio nei sensi, nelle nozioni sensibus et in rerum notitiis et in voluptate constituit.
delle cose e nel piacere.
5 66. Cicer ., acad. prior., π 24,76 ed. Plasberg. Quid Gyrenaei
66. - Filosofi niente affatto spregevoli sembrano essere i videntur, minime contempti philosophi, qui negant esse quicquam
Cirenaici, i quali negano che vi sia qualcosa che possa essere quod percipi possit extrinsecus, ea se sola percipere quae tactu
percepito dall’esterno, ma bensì affermano di percepire solo intumo sentiant, ut dolorem ut voluptatem-, neque se quo quid
quelle cose che sentono con il tatto interno, come il dolore e colore aut quo sono sit scire, sed tantum sentire adfici se quodam
il piacere e di non sapere di quale colore o di quale suono sia io modo.
qualcosa, ma di avvertire solamente di essere affetti in qual­ 67. Cicer ., acad. prior., ii 7,20 ed. Plasberg. Quid de tactu
che modo. et eo quidem quem philosophi interiorem vocant aut doloris aut
67. - E che dire del tatto, di quello, invero, che i filosofi voluptatis, in quo Oyrenaici solo putant veri esse iudicium, quia
chiamano interno, o di dolore o di piacere, nel quale solamente sentiatur.......... ?
i Cirenaici ritengono che vi sia giudizio di verità, poiché è 15 68. A u g u s t ., conti·. Acadern., in 11,26 ed. Knoll. Illud
percepito con i sensi. . . . ? dico, posse hominem, cum aliquid gustai, bona fide turare se
68. - Questo voglio dire, che l’uomo quando gusta qual­ scire palato suo illud suave esse vel contra nec ulla calumnia
cosa, può in piena buona fede giurare di rendersi conto con Graeca ab ista scientia posse deduci, quis enim tam inpudens
il suo palato che quella cosa è dolce o viceversa o che non sit, qui mihi cum delectatione aliquid ligurrienti dicat: fortasse
può essere distolto da questa consapevolezza da nessun ca­ 20 non gustas, sed hoc somnium est? numquidnam resisto? sed me
villo dei Greci. Chi è infatti tanto im pudente da dirmi, mentre tamen illud in somnis etiam delectaret. quare illud, quod me
assaggio qualcosa con piacere: forse tu non la gusti, ma si scire dixi, nulla confundit similitudo falsorum et Epicureus vel
tra tta di un sogno1? E che? Forse io mi oppongo? Ma tuttavia Oyrenaici et alia multa fortasse prò sensibus dicant, contra quae
quella sensazione mi avrebbe fatto piacere anche in sogno. nihil dicium esse ab Aeademicis accepi.
Per cui, ciò di cui dissi di essere consapevole, non può essere 25 6 9. P lutar ., adv. Colot., 24 p. 1120 b ed. Pohlenz.
offuscato da nessuna falsa somiglianza e anche Epicuro e i Γενόμένος δ’ονν ό Κωλώτης από των παλαιών τρέπεται προς
Cirenaici è probabile che dicano molte altre cose in favore τούς καϋ?εαυτόν φιλοσόφους, ονδενός τι&ε'ις όνομα· καίτοι καλώς ο
dei sensi, contro cui io non sono mai venuto a sapere che gli είχε καί τούτους έλέγχειν επ’ονόματος ή μηδέ τούς παλαιούς, ό
Accademici abbiano obbiettato qualcosa. δε τον Σωκράτην καί τον Πλάτωνα καί τον Παρμενίδην τοσαν-
69. - Dagli antichi filosofi, dunque, Colote passa a quelli 30 τάκις &έμενος υπό το γραφεϊον δήλός έστιν άποδειλιάσας προς
a lui contemporanei, senza fare il nome di alcuno; e invero τούς ζώντας, ον μετριάσας νπ’αίδονς, ήν τοΐς κρείττοσιν ονκ
avrebbe fatto bene o a confutare anche questi per nome,
o a non fare il nome nemmeno degli altri. Ma colui che tante 1 putet] putat Β2. - 5 Gyrenaei] Gyrenaici Lambinus in margine.
volte aveva punto con la sua penna Socrate, Platone e P a r­ - 9 colore] colere A1!!1 - sono] sonino V 2B - tantum] tamen B. -
menide si astenne dal fare nomi, è chiaro, per timore di quelli 13 quia sentiatur] cui adsentiantur G uyetus: cui adsentiatur Madvig. -
che sono in vita e non per rispettosa moderazione, che non aveva 18 tam om. P. - 20 gustas sed] gustasse P. - 22 confundit] confudit T. -
avuto neanche nei confronti di persone più eccellenti. Vuole 25 per Panalisi di questa testimonianza v. sopra, p. 113 agg.

- (ilANNANTONi, ! V itC H ilio i.


33 Η 1 C IR E N A IC I I. A R IS T IP P O . - B 69 339

confutare per primi, come suppongo, i Cirenaici, poi gli Ac­ ένειμε, βούλεται δέ προτέρονς μέν, ώς υπονοώ, τούς Κυρηναϊκούς
cademici seguaci di Arcesilao. Questi infatti erano coloro che έλέγχειν, δευτέρους δε τούς περί Άρκεσίλαον Ακαδημαϊκούς,
sospendevano il giudizio riguardo ad ogni cosa; quelli invece, οϋτοι γάρ ησαν οί περί πάντων επέχοντες' εκείνοι δε τα πάθη
ponendo in se stessi affezioni ed immagini, negavano che la και τάς φαντασίας εν αύτοϊς τιϋέντες ούκ ωοντο την άπό τούτων D
credibilità che deriva da esse fosse sufficiente per afferma­ 6 πίστιν είναι διαρκή προς τάς υπέρ των πραγμάτων καταβεβαιώ-
zioni sicure sulle cose, ma, come negli assedi, lasciando da parte σεις, άλλ’ώσπερ εν πολιορκία των εκτός άποστάντες εις τα πάθη
la cose di fuori, Si rinchiudevano nelle affezioni, aggiungendovi κατέκλεισαν αυτούς, τό « φαίνεται » τιθέμενοι τό ό’ « εστί »
il « pare », senza lasciare trasparire l’« è » riguardo alle cose <μηκέτι> προσαποφαινόμενοι περί των έκτος, διό φησιν αυτούς
esterne. Per la qual cosa Colote dice che essi non possono nè ό Κωλώτης μη δύνααϋαι ζήν μηδέ χρήσθαι τοϊς πράγμασιν
vivere nè usare delle cose. JE poi motteggiando : « costoro, ]ο είτα κωμωδών «οϋτοι» φησιν «άνθρωπον είναι καί Ιππον
dice, sostengono che non ci sia uomo, cavallo, muro, m a bensì καί τοίχον ου λέγουσιν, αυτούς δέ τοιχοϋσ&αι καί ίπποΰσθαι καί
che essi hanno l’affezione del muro, del cavallo, dell’uomo », άνθρωποϋσθαι », πρώτον αυτός ώσπερ οί συκοφάνται κακούργως
dove egli stesso per prim a cosa fa maliziosamente uso dei vo­ χρώμενος τοϊς δνόμασιν έπεται μεν γάρ άμέλει καί ταϋτα τοις
caboli, allo stesso modo dei sicofanti; poiché certam ente que­ άνδράσιν, έδει δέ, ώς εκείνοι διδάσκουσι, δηλοϋν τό γινόμενον.
ste affermazioni sono conseguenze del pensiero di quegli Jfi γλυκαίνεθαι γάρ λέγουσι καί πικραίνεσϋαι <καί ψύχεσθαι καί Ε
uomini, ma bisognava chiarire come essi l’insegnano. Essi θερμαίνεσαι > καί φωτίζεσθαι καί ακοτίζεσϋαι, τών παθών
infatti dicono di essere affetti dal dolce e dall’amaro, dal τούτων έκάατου την ένάργειαν οίκείαν εν αύτώ καί απερίσπαστο»
freddo e dal caldo, dalla luce e dall’oscurità, avendo ciascuna εχοντος' εί δε γλυκύ τό μέλι καί πικρός δ θαλλός καί ψυχρά ή
di queste affezioni in se stessa la propria forza e la propria χάλαζα καί θερμός δ άκρατος <καί φωτεινός δ ήλιος > καί σκο-
sicurezza; m a che il miele sia dolce, il ramoscello d’olivo amaro, 20 τεινός δ τής νυκτός αήρ, υπό πολλών άντιμαρτυρεϊσθαι καί θηρίων
il ghiaccio freddo, il vino schietto caldo, il sole luminoso, καί πραγμάτων καί ανθρώπων, τών μέν δυσχεραινόντων <τό
l’aria notturna oscura, ha contro di sè la testim onianza di ani­ μέλι >, τών δέ προσιεμένων την θαλλίαν καί άποκαομένων υπό
mali, di cose, di uomini, poiché alcuni aborriscono dal miele, τής χαλάζης καί καταψυχομένων ύπ'οίνου καί πρός ήλιον αμβλυωτ-
si accostano al ramoscello di olivo, sono ustionati dal ghiaccio, τόντων καί νύκτωρ βλεπόντων. δθεν έμμένουσα τοϊς πάθεαιν ή δόξα ρ
rinfrescati dal vino, non guardano col sole e vedono di notte. 25 διατηρεί τό άναμάρτητον, έκβαίνουσα δέ καί πολυπραγμονούσα τώ
Donde, mantenendosi nei lim iti delle affezioni, l’opinione si κρίνειν καί άποφαίνεσθαι περί τών εκτός αυτήν te πολλάκις ταράσ­
preserva dall’errore; ma, uscendo da questi lim iti e sforzan­ σει καί μάχεται πρός έτέρους άπό τών αυτών εναντία πάθη καί
dosi di giudicare e di far luce intorno alle cose esterne, spesso διαφόρους φαντασίας λαμβάνοντας. δ δέ Κωλώτης έοικε τό 26
confonde se stessa e viene in contrasto con gli altri uomini αυτό πάσχειν τοϊς νεωστί γράμματα μανθάνουσι τών παίδων,
che hanno dalle medesime cose affezioni contrarie e imma­ 30 οί τούς χαρακτήρας εν τοϊς πυξίοις εθιζόμενοι λέγειν, όταν έξο>
gini diverse. Ma sembra che a Colote succeda la stessa cosa
che accade a quei ragazzi che hanno im parato da poco a
leggere le lettere, i quali, abituati a leggere i caratteri nelle 8 μηκέτι è integrazione del Reiske. - 12 αυτός Castiglioni: αύτοϊς
EB : αύτών Reiske. - 15 καί ψύχεσθαι καί θερμαίνεσ&αι è integrazione
del Reiske. - 17 ei'deyetavTpohlenz (ofr. Sext. Emp., adv. Math., vii
2 0 0 = I B 71): ενέργειαν EB. - 19 «ai φωτεινός ό ήλιος è integrazione
del Madvig. - 21 «ai πραγμάτων, il Castiglioni voleva espungerlo;
forse va avanti a «ai θηρίων (Pohlenz). - <τό μέλι> : i codd. EB
hanno una lacuna di 6-7 lettere: l’integrazione è dello Xylander. -
23 πρός E: τόν B.
340 I C IR E N A IC I 1. A R IS T IP P O . - B «9-70 34 1

tavolette, quando le vedono scritte altrove, dubitano e sono γεγραμμένους εν έτέροις ϊδωαιν, άμφιγνοοΰσι καί ταράττονται. καί
imbarazzati; e così Colote stesso non comprende nè riconosce γάρ ούτος, ονς εν τοις Επικούρου γράμμασιν άσπάζεται καί 1121
se detti da altri, quegli stessi pensieri che accetta e approva αγαπά λόγους, ου συνίησιν ουδέ γινώσκει λεγομένους ύφ'έτέρων.
negli scritti di Epicuro. In fatti coloro i quali, allorché ci tocca οί γάρ ειδώλου προσπίπτοντος ήμϊν περιφερούς έτέρου δε κεκλα-
un’immagine rotonda o un’altra piegata, sostengono che la 5 σμένου την μεν αίσθησιν άληθώς τυποϋσϋαι λέγοντες, προσα-
sensazione è configurata secondo verità, m a negano la possi­ ποφαίνεσϋαι δ’ούκ έώντες δτι στρογγυλός ό πύργος εστίν ή δε
bilità di dire che la torre è rotonda o il remo piegato, confer­ κώπη κέκλασται, τά πάθη τά αυτών καί τα φαντάσματα βεβαιοϋσι
mano le affezioni e le immagini delle cose, ma non vogliono accor­ τά δ’έκτος ούτως εχειν όμολογειν ουκ έθέλουσιν άλλ’ώς εκεινοις
dare che le cose esterne stiano proprio così. Ma come i Cirenaici το ίπποϋσθαι καί το τοιχοϋσϋαι λεκτέον, ούχ ίππον ουδέ τοίχον,
devono dire di avere l’affezione di cavallo e di muro, m a non )0 ούτως άρα το στρογγυλοϋσθαι καί το σκαληνονσϋαι την δψιν, Β
parlare di cavallo e di muro, così pure essi devono dire di avere ου σκαληνόν ουδέ στρογγυλόν άνάγκη <τούτοις την κώπην καί >
l’affezione del rotondo e del piegato, quanto alla vista, ma non τον πύργον λέγειν το γάρ εϊδωλον, υφών πέπονθεν ή δψις, κεκλα-
devono poi parlare di un remo piegato e di una torre rotonda; σμένον εστίν, ή κώπη Ò"άφ ής τά εϊδωλον ουκ έστι κεκλασμένη·
infatti il simulacro dal quale è affetta la vista è piegato, ma διαφοράν οΰν τού πάθους προς το υποκείμενον έκτος έχοντος ή
il remo, da cui proviene il simulacro, non è piegato. Essendoci 15 μένειν έπί τού πάϋους δει την πίστιν ή τά είναι τω φαίνεσθαι
dunque differenza tra l’affezione e il sostrato esterno, neces­ προσαποφαινομένην έλέγχεσθαι. τά δε δη βοάν αυτούς καί άγα-
sariamente o la fiducia rimane nell’ambito dell’affezione o νακτεϊν υπέρ τής αίσθήσεως, <ώς> ου λέγουσι τά έκτος είναι
è confutata nel momento stesso che al sembrare aggiunge θερμόν άλλα τά έν αυτή πάϋος γεγονέναι τοιοϋτον, άρ’ον ταύτόν
l’essere. E il gridare e lo sdegnarsi con loro per la sensazione, έστι τω λεγομένω περί τής γεύσεως, δτι τά έκτος οϋ φησιν είναι
perchè negano che il caldo sia esterno, ma affermano che 20 γλυκύ, πάθος δέ τι καί κίνημα περί αυτήν γεγονέναι τοιοϋτον;
nella sensazione stessa è nata una tale affezione, non è forse ό δέ λέγων ανθρωποειδή φαντασίαν λαμβάνειν, εί δ’άνθρωπος Ο
la medesima situazione di uno che, parlando del gusto, neghi έστι μη αίσθάνεσθαι, πόθεν εϊληφε τάς άφορμάς; ου παρά των
che il dolce sia esterno, ma affermi che per il gusto stesso è λεγόντων καμπυλοειδή φαντασίαν λαμβάνειν, εί δέ καμπύλον
sorta una tale affezione e un tale movimento? E colui che έστι, μη προσαποφαίνεσθαι την δψιν μηδ’δτι στρογγυλόν, άλ-
dice di ricevere un’immagine a forma di uomo, ma di non avere 25 λ’δτι φάντασμα περί αυτήν καί τύπωμα στρογγυλοειδές γέγονε;
la sensazione se l’uomo è, donde ne prese lo spunto? Non lo
70. S ex t . E m p ., pyrrh. hyp., ι 31,215 ed. Mutschmann.
prese forse da coloro che dicono di ricevere un’immagine
Τίνι διαφέρει τής Κυρηναϊκής ή σκέψις — Φασί δέ τινες δτι ή
curva, ma di non aggiungere se la cosa vista sia realmente
Κυρηναϊκή αγωγή ή αυτή έστι τή σκέψει, έπειδή κάκείνη τά
curva, nè rotonda, ma solo che sorge un’immagine e una
πάθη μόνα φησί καταλαμβάνεσθαι. διαφέρει δέ αυτής, έπειδή
figura rotonda?
30 έκείνη μέν τήν ηδονήν καί τήν λείαν τής σαρκός κίνησιν τέλος
70. - In che cosa l’indirizzo scettico differisce da quello είναι λέγει, ημείς δέ τήν άταραξίαν, ή έναντιοϋται το κατ έκείνους
cirenaico. Alcuni sostengono che l’indirizzo cirenaico è il τέλος· καί γάρ παρούσης τής ηδονής καί μή παρούσης ταραχάς
medesimo che quello scettico, poiché anche quello afferma che
soltanto le affezioni sono conoscibili. Ma ne differisce: mentre
infatti quell’indirizzo afferma che il fine è il piacere e un mo­ 4 οί E : ti Β. — 11 τοΰτοις τήν κώπην xat è integrazione del Dub-
vimento lieve del corpo, noi invece affermiamo che il fine è ner. - 17 ώς è integrazione del W yttenbach. - 18 γεγονέναι è corre­
zione del W yttenbach : γέγονε EB. - 24 άλλ’ δτι Bachet de Meziriac:
l’atarassia, alla quale si oppone quello che secondo loro è il
άλλά τι EB. - 29 καταλαμβάνεο&αι Pohlenz (in base a adv. Math.,
fine. E, invero, sia quando il piacere è presente, sia quando è v ii 191 = I B 71): καταλαμβάνειν G-T.
342 I C IR E N A IC I I. À R IS T IP P O . - B 70-71 343

assente, colui che sostiene che il piacere è il fine è soggetto ad υπομένει ό διαβεβαιούμενος τέλος είναι την ηδονήν, ώς έν τώ
agitazioni, come si è detto nella parte riguardante il fine. περ'ι τοΰ τέλους επελογισάμην. ειτα ημείς μεν έπέχομεν δσον
Inoltre, mentre noi sospendiamo il giudizio nel pronunciarci επί τώ λόγω περί των εκτός υποκειμένων, οι δε Κυρηναϊκοί
intorno alle cose esteriori, i Cirenaici invece dichiarano che άποφαίνονται φύσιν αυτά έχειν άκατάληπτον.
esse sono per natura incomprensibili.
5 71. S e x t . E m p . , adv. m ath., v i i 190 ed. Mutschmann.
71. - Ma dopo avere esposto la storia dell’Accademia fin Α λλά καί τής Ακαδημαϊκής ιστορίας άνωϋεν από Πλάτωνος
da Platone, non sarà fuor di luogo prendere in esame la posi­ δσιοδοϋείσης, ούκ εστιν άλλότριόν που καί την των Κυρηναϊκών
zione dei Cirenaici. Sembra infatti che anche la scuola di στάσιν έπελ&εϊν. δοκεϊ γάρ καί των άνδρών τούτων ή αϊρεσις
costoro sia sorta dall’insegnamento di Socrate, dal quale derivò άπό τής Σωκράτους άνεσχηκέναι διατριβής, άφ’ήσπερ άνέσχε
anche Platone e la sua scuola. Dicono dunque i Cirenaici che 10 καί ή των περί Πλάτωνα διαδοχή, φασίν οϋν οί Κυρηναϊκοί 191
criteri di verità sono le affezioni, che esse sole sono compren­ κριτήρια είναι τα πάϋη καί μόνα καταλαμβάνεα&αι καί άδιά-
sibili e che non sono fallaci; ma di ciò che produce le affezioni ψευστα τυγχάνειν, τών δε πεποιηκότων τα πάϋη μηδέν είναι
nulla è comprensibile ed esente da errori: che noi, infatti, καταληπτόν μηδέ άδιάψευστον δτι μεν γάρ λευκαινόμεϋα, φασί,
abbiamo l’affezione di bianco, dicono, e quella di dolce è pos­ καί γλυκαζόμεϋα, δυνατόν λέγειν άδιαψεύστως καί άληϋώς καί
sibile dirlo senza fallo, veritieramente, sicuramente e incon­ 1 5 βεβαίως <καί> άνεξελέγκτως' δτι δέ τό έμποιητικόν τοΰ πάϋους
futabilm ente; ma che ciò che produce l’affezione sia bianco o λευκόν έστιν ή γλυκύ εστιν, σύχ οίόν τ άποφαίνεσϋαι. είκός γάρ 192
dolce è impossibile affermare. Può darsi infatti che noi abbia­ έστι καί υπό μή λευκού τινα λευκαντικώς διατεϋήναι καί ύπο
mo l’affezione di bianco da ciò che non è bianco, o di dolce μή γλυκέος γλυκανϋηναι. καϋά γάρ δ μέν σκοτωϋείς καί
da ciò che non è dolce. E così ancora colui che ha le vertigini ίκτεριών ώκραντικώς υπό πάντων κινείται, ό δε δφϋαλμιών ερυ-
o è pallidamente itterico è agitato da ogni cosa, colui poi che 20 ϋαίνεται, ό δε παραπιέσας τον δφϋαλμόν ώς υπό δυειν κινείται,
ò m alato d’occhi vede rosso, colui che comprime un occhio è ό δέ μεμηνώς δισσάς όρά τάς Θήβας καί δισσόν φαντάζεται τον
stimolato da due immagini e vede doppia Tebe e immagina ήλιον, επί πάντων δε τούτων τό μέν δτι τάδε τι πάσχουσιν, οίον 199
doppio il sole, m entre poi riguardo a tu tte queste cose, che essi ώχραίνονται ή ερυϋαίνονται ή δυάζονται, άληϋές, τό δέ δτι ωχρόν
provino ciò: impallidire, vedere rosso, vedere doppio, è vero, έστι τό κινούν αυτούς ή ένερευϋές ή διπλούν ψεύδος είναι νενό-
ma che sia pallido o rosso o doppio ciò che provoca lo stimolo, 2 5 μισται, οϋτω καί ήμας εύλογώτατόν έστι πλέον τών οικείων πα-
questo è creduto falso, cosicché anche per noi è detto benis­ ϋών μηδέν λαμβάνειν δύνασϋαι. δϋεν ήτοι τά πάθη φαινόμενα
simo che nulla al di fuori delle prorpie affezioni può essere
compreso. Donde si deve porre o che ci appaiono le affezioni
2 περί om. Τ. - 5 per l’analisi di questa testim onianza v. sopra p. 112
sg. e p. 140 sgg. - 7 άποδούείοης] δοάείαης N. - 8 τών άνδρών τούτων]
τούτων τών άνδρών Ν. - 10 τών Ν : om. LE. - 14 άδιαψεύστως] διάψευστον
C. - καί άλη&ώς om. S. - 15 βεβαίως: il Bekker pensava che dovesse
essere espunto. - < καί> e integrazione di Hervetus - άνεξελέγκτως Her-
vetus: άνεξελείκτως Ν : άνεξελ.ίκτως LEBVR: άνεξελέκτως A. - 17 riva]
τίνος ς. — 18 γλυκαν&ήναί] μή γλυκέως κανϋήναι C : μή γλυκέος λενκανϋήναι
Ν. - γάρ om. C. - 19 υπό Bekker: άπό G - δε Bekker: τε G. - 21 cfr.
Eurip., Baco., 918 sg. e Vergil., Aeneid., IV 469-70. - 23 δυάζονται]
διάξονται Ν . — 24 ενερενύές] γενερενϋ'ές Ν : ήγ' ένερευ&ες Mutschmann
per evitare lo iato.
1 C IR K N A H 'l I. A R IS T IP P O . B 71 34ó
344

o ciò che le affezioni produce. E se diciamo che sono le affe­ θετέον ή τα ποιητικά τών παθών. καί ε’ι μεν τά πάθη φαμέν 194
zioni ad apparirci, bisogna dire che tu tto ciò che ci appare è είναι φαινόμενα, πάντα τά φαινόμενα λεκτέον άληθή καί κατα­
vero e comprensibile, e se poi pensiamo che ci appaia ciò che ληπτά' εί δέ τά ποιητικά τών πα&ών προσαγορεύομεν φαινόμενα,
produce le affezioni, dobbiamo dire che tu tto è falso e incom­ πάντα εστι τά φαινόμενα ψευδή καί πάντα ακατάληπτα, τά γαρ
prensibile. In fatti l’affezione che ci colpisce null’altro ci mo­ 6 περί ημάς σνμβαΐνον πάθος εαυτόν πλέον ούδεν ήμιν ενδείκνυται.
stra all’infuori di se stessa. Cosicché (se bisogna dire il vero) ένθεν καί ( εί χρή τάληθές λέγειν) μόνον το πάθος ήμιν εστι
l’affezione è la sola cosa che ci appare, m entre ciò che è esterno φαινόμενον τά δ' έκτος καί τον πάθους ποιητικόν τάχα μεν εστι
e produce l’affezione, anche se è qualcosa, non ci appare. ον, ον φαινόμενον δε ήμιν. καί ταύτη περί μεν τά πάθη τά γε 196
Per questo noi tu tti siamo infallibili riguardo alle nostre pro­ οικεία πάντες έσμέν άπλανεϊς, περί δε τά εκτός υποκείμενον πάντες
prie affezioni, ma tu tti erriamo riguardo a ciò che ne è posto 10 πλανώμεθα' κάκείνα μέν εστι καταληπτά, τούτο δε άκατάληπτον,
fuori: quelle infatti sono comprensibili, questo non lo è, es­ τής ψυχής πάνν ασθενούς καθεστώσης προς διάγνωσιν αυτού
sendo l’anima incapace a conoscerlo per le circostanze, per le παρά τούς τόπους, παρά τά διαστήματα, παρά τάς κινήσεις,
distanze, per i moti, per i m utam enti, e per tu tte le altre cause παρά τάς μεταβολάς, παρά άλλας παμπληθείς αιτίας, ένθεν ουδέ
insieme. Donde dicono che non vi è un criterio comune per gli κριτήριόν φασιν είναι κοινόν ανθρώπων, ονόματα δε κοινά τίθεσθαι
uomini e che i nomi sono imposti ai giudizi. T u tti infatti chia­ 1 5 τοϊς συγκρίμασιν λευκόν μέν γάρ τι καί γλυκύ καλούαι κοινώς 196
mano comunemente qualcosa bianca o dolce, m a una cosa πάντες, κοινόν δέ τι λευκόν ή γλυκύ ούκ έχουσιν έκαστος γάρ
bianca o dolce non l’hanno: ciascuno infatti apprende solo la τού ίδιου πάθους αντιλαμβάνεται, τά δε εί τούτο τά πάθος άπά
propria affezione. Se questa affezione, poi, sia scaturita in lui λευκού έγγίνεται αύτώ καί τώ πέλας, οϋτ'αυτός δύναται λέγειν
e in un vicino da una cosa bianca, non può dirlo nè lui, non μη άναδεχόμενος τά τού πέλας πάθος, ούτε ό πέλας μή άναδε-
avendo ricevuto l’affezione del vicino, nè il vicino, non avendo 20 χόμενος τό εκείνου, μηδενάς δε κοινού πάθους περί ήμάς γινομέ- 197
ricevuto la sua. Non essendovi dunque alcuna affezione co­ νου προπετές εστι το λέγειν δτι το εμοί το Ιον φαινόμενον τοϊον
mune per noi, è azzardato dire che a me è apparsa tale e quale καί τώ παρεατώτι φαίνεται, τάχα γάρ εγώ μέν ούτω συγκέκριμαι
al mio vicino. Può darsi infatti che io sia così fatto da avere ώς λευκαίνεσθαι υπό τού έξωθεν προσπίπτοντος, έτερος δέ ουτω
un’affezione di bianco da ciò che cade fuori di me, e l’altro κατεσκευασμένην έχει την αϊσθησιν ώστε έτέρως διατεθήναι. ου
avere una sensibilità così costituita da essere affetto altri­ 2 5 πάντως ούν κοινόν εστι τό φαινόμενον ήμϊν. καί δτι τώ δντι παρά 198
m enti; non è quindi assolutamente comune ciò che ci appare. τάς διαφόρους τής αίσθήσεως κατασκευάς ουχ ωσαύτως κινούμεθα,
E invero il fatto che non siamo affetti tu tti allo stesso modo πρόδηλον επί τε τών ίκτεριώντων καί όφθαλμιώντων καί τών κατά
per le differenti costituzioni della sensibilità è chiaro soprat­ φύσιν διακειμένων ώς γάρ άπό τού αυτού οί μέν ώχραντικώς οι δέ
tu tto per gli itterici, i m alati d’occhi e per coloro che natural­ φοινικτικώς οί δέ λευκαντικώς πάσχουσιν, όντως είκός εστι καί
mente si trovano in condizioni particolari. Come, dunque, 3 0 τούς κατά φύσιν διακειμένους παρά την διάφορον τών αισθήσεων

da ciò ne consegue che quelli sono affetti dal pallido, dal rosso, κατασκευήν μή ωσαύτως άπό τών αυτών κινεισθαι, άλλ' έτέρως
dal bianco; così è credibile che coloro che per natura si tro­ μέν τόν λευκόν, έτέρως δέ τόν χαροπόν, μή ώσαύτως δέ τόν μελα-
vano in condizioni particolari, per la differente costituzione νόφθαλμον. ώστε κοινά μέν ήμάς ονόματα τιθέναι τοϊς πράγμασιν,
della sensibilità, non siano affetti egualmente dalle stesse cose,
ma diversamente chi ha gli occhi glauchi, chi cerulei, chi neri,
cosicché noi imponiamo alle cose nomi comuni, m a abbiamo (ί έν&εν] δθεν Ν. — τάληθές] τάληθη L. — πάθος Ν : πόθον LE.
12 τόπους] πόόας C. — 15 συγκρίμασιν Mutsclnnami : κρίμασιν G:
πράγμασιν Kayser: χρήμασιν Natorp. - 17 τούτο τό G: ταντό (1)
Bekker. — 20 γινομένου om. C.
346 I C IR E N A IC I I. A R IS T IP P O . - B 71-73 347

solamente le nostre affezioni. πά&η δέ γε έχειν ιδια.


Coloro che parlano in tal modo circa i criteri hanno, poi, ’Ανάλογα δε είναι δοκεϊ το ϊς περί κριτηρίων λεγομένοις κατά 199
opinioni analoghe riguardo ai fini: le affezioni infatti perva­ τούτους τούς ανδρας καί τα περί τελών λεγάμενα, δ τήκει γάρ τα
dono anche il campo dei fini. Delle affezioni alcune sono πά&η καί επί τα τέλη■ τών γάρ πα&ών τά μεν έστιν ήδέα τά δε
piacevoli, altre dolorose, altre intermedie. E chiamano cattive β αλγεινά τά δε μεταξύ' καί τά μέν αλγεινά κακά φασιν είναι, ών
quelle dolorose, il cui fine è appunto il dolore, buone le p ia­ τέλος άλγηδών, τά δε ήδέα άγα&ά, ών τέλος έστίν άδιάψευατον
cevoli, il cui fine è un verace piacere, nè buone nè cattive le ηδονή, τά δε μεταξύ ούτε άγα&ά ούτε κακά, ών τέλος τό ούτε
intermedie, il cui fine non è nè il bene nè il male e l’affezione άγα&όν ούτε κακόν, δπερ πάθος έστί μεταξύ ήδονής καί άληδόνος.
è intermedia tra il piacere e il dolore. Di tu tte le cose esi­ πάντων ούν τών δντων τά πά&η κριτήριά έστι καί τέλη, ζώμέν re, 200
stenti le affezioni sono criteri e fini. Seguendo queste, essi 10 φασίν, επόμενοι τούτοις, έναργεία τε καί ευδοκήσει προσέχοντες,
dicono, noi viviamo badando all’evidenza e alla giocondità, έναργεία μέν κατά τά άλλα πά&η, ευδοκήσει δε κατά τήν ηδονήν
all’evidenza in base a tu tte le altre affezioni, alla giocondità Τοιαϋτα μεν καί οι Κυρηναϊκοί, συστέλλοντες μάλλον τό
in base al piacere. κριτήριον παρά τούς περί τον Πλάτωνα' εκείνοι μεν γάρ σύν&ετον
Questo sostennero i Cirenaici, portando il criterio più in αυτό έποίουν εκ τε <τής> έναργείας καί τοΰ λόγου, ούτοι δε έν
alto di quanto non fecero Platone e i suoi seguaci: i Platonici 1 5 μόναις αυτό ταϊς έναργείαις καί τοίς πά&εσιν όρίζουσιν.

infatti lo facevano combinazione di evidenza e ragione, i Cire­ 72. Α νονυμ ., comm. in Plat. Theaet. 152 b; col. 65,18 ed.
naici lo definiscono con la sola evidenza e affezione. Diels-Schubart (Beri. Klassilcertexte u p. 43: papyr. 9782).
72. - Una cosa è l’agire, una cosa è il patire: se essi hanno . . . "Ε]στιν τι τό ποιή[σαι, έσ]τιν τι τό πα[&]εΐν εί δε ύπε-
affezioni opposte da una stessa cosa, riconoscono che non è ναντί[α υπό τοΰ] αυτού πάσ[χ]ουσι, [όμ]ολογήσον[σ]ι μη έίναι
definita la natura particolare dell’agente: la stessa cosa in­ 20 ώρισμένην τήν τού ποιήσαντος ιδιότητα' ούκ άν γάρ τό αυτό έν
fatti non produrrebbe nello stesso tempo affezioni diverse. τώ αύτώ χρόνιο διάφορα [ε]ίργάζετο πά&η' δ&εν οί Κυρηναϊκοί
Donde i Cirenaici dicono che soltanto le affezioni sono cono­ μόνα τά πά&η φασίν καταληπτά, τά δε εξω&εν άκατάληπτα. δτι
scibili, ma che è inconoscibile la cosa esterna: che io sono bru­ μεν γάρ καίομαι, φασίν, καταλαμβάνω, δτι δέ τό πϋρ έστιν καυ­
ciato, infatti, lo comprendo, ma resta oscuro poi che sia il στικόν, άδηλον εί γάρ ήν τοιοϋτο, πάντα άν έκαίετο ύπ αυτού.
fuoco ciò che brucia; se infatti fosse questo, tu tte le cose sa­ 25 73. E u se b ., praep. evang., χ ιν 20,13. 768 c ed. Mras. [da Ari-
rebbero bruciate da lui. stocle] Διότι μέν ούν ούκ όρ&ώς λέγουσιν οί φάσκοντες είναι πάσαν
73. - Per cui è chiaro da quanto detto fino ad ora che non αϊσ&ησιν καί πάσαν φαντασίαν άλη&ή, δήλον έκ τούτοον. άλλά γάρ
dicono giustamente coloro che affermano che ogni sensazione καί τούτων ούτως έχόντων αϋ&ις οί περί τόν Επίκουρον έκ τής
e ogni immagine è vera: ma in effetti tra coloro che la pen­ Αριστίππου διαγωγής δρμώμενοι πάντα ήδονής έξήπτον καί
sano così ancora di nuovo Epicuro e seguaci, che prendono le 30 αίσ&ήσεως, μόνα τά πά&η καταληπτά καί τέλος αγαθών τήν
mosse dall’eredità di Aristippo, riferirono ogni cosa al piacere ήδονήν είναι οριζόμενοι.
e alla sensazione col definire conoscibili solo le proprie affe­
zioni e il piacere come fine di tu tti i beni.

1 lòia] άίδια Ν. 9 τών δντων τά πά&η] τά πά&η τών δντων Ν : τών


δντων om. S. - 14 < τής > : è integrazione di Kochaleky. - 16 sgg. per
l’analisi di questo papiro (II seo. d. C.) v. sopra, p. 144 sg. - 26
μεν ούν] ούν om. NG. - 29 διαγωγής BO1: διαδοχής PO 2 Gaisford,
I. A R IS T IP P O . H 74-T7 3 49
348 1 C IR E N A IC I

74. - Per noi lo stadio in questa gara, ginnica conterrà 74. E u se b ., praep. evang., x iv 2,4. 718 c ed. Mras.
atleti nudi di ogni verità di fronte alle cose manifeste e quelli Περιέξει δ’ήμϊν το στάδιον έν τω γυμνικώ τωδε άγώνι γυμνούς
che prendono le armi indifferentemente contro tu tti i filosofi άληϋείας άπάσης προς τοϊς δηλωθείσι καί τούς πάσιν ομοϋ τοΐς
dogmatici, intendo Pirrone e seguaci che sostengono che nulla δογματικοϊς φιλοσόφοις εξ εναντίας άραμένους τα δπλα, τους
è conoscibile per gli uomini, e Aristippo e seguaci che sosten­ 5 αμφί Πύρρωνα λέγω, μηδέν είναι καταληπτόν έν άνϋρώποις
gono che solo le nostre affezioni sono conoscibili e poi ancora άποψηναμένονς, καί τούς τε κατ’ 3Αρίστιππον μονά λέγοντας τα d
i discepoli di Metrodoro e Protagora che sostengono che si πάϋη είναι καταληπτά καί αύ πάλιν τούς κατά Μητρόδωρον καί
deve prestar fede solo alle sensazioni del corpo. Πρωταγόραν μόναις δεϊν φάσκοντας ταϊς τοϋ σώματος πιστενειν
αίαϋήσεσιν.
75. - E questo contro coloro che ritengono di filosofare
ίο 75. E u se b ., praep. evang., χ ιν 18,31. 763 d. ed. Mras. [da Ari-
secondo gli insegnamenti di Pirrone. Dello stesso genere po­
stocle] Ταϋτα μεν ούν προς τούς πατά ΙΊύρρωνα φιλοσοψεϊν νομίζω
trebbe essere ciò che si obbietta ai seguaci di Aristippo cire­
μένους, συγγενή δ’αντοϊς ειη αν καί τά αντιλεγόμενα προς τους
naico, i quali sostengono che solo le nostre affezioni sono co­
κατ’ Αρίστιππον τον Κυρηναίον, μόνα λέγοντας είναι τά πάϋη
noscibili.
καταληπτά.
76. - Im m ediatam ente dopo vi sarebbero quelli che di­ 15 76. E u s e b ., praep. evang., χ ιν 19,1. 764 b ed. Mras. [da Ari-
cono che solo le nostre affezioni sono conoscibili. Questo dicono stocle] 'Εξής ó’àv εΐεν οί λέγοντες μόνα τά πάϋη καταληπτά· τούτο
alcuni Cirenaici. Costoro ritengono, come immersi in un sonno δ’είπον ένιοι των εκ τής Κυρήνης. οϋτοι δ’ήξίονν, ώσπερ υπό c
profondo, di non conoscere assolutamente nulla, a meno che κάρου πιεζόμενοί τίνος, ούδεν είδέναι το παράπαν, εί μη τις παρα-
uno, stando presso di loro, non li bruci o non li trafigga; se στάς αυτούς παίοι καί κεντώη- καιόμενοι γάρ έλεγον ή τεμνό-
bruciati e tagliati essi dicono di sapere che stanno soffrendo 20 μενοι γνωρίζειν ότι πάσχοιέν τν πότερον δέ το καίον εϊη πϋρ,
qualcosa, ma anche che essi non sono in grado di dire se ciò ή το τέμνον σίδηρος, οϋκ έχειν είπειν. τούς δη ταϋτα λέγοντας 2
che li brucia è il fuoco e ciò che li taglia è il ferro. A coloro che εύϋύς έροιτό τις αν, εί δη τούτο γοϋν ϊσασιν αυτοί, διότι πάσχου- d
sostengono questo qualcuno potrebbe subito chiedere se que­ αί τι καί αίσϋάνονται. μη είδότες μεν γάρ ονδ’είπειν δυνηϋείεν
sto almeno essi sanno, perchè hanno affezioni e sensazioni. αν δτι μόνον ϊσασι το πάϋος' εί δ'αν γνωρίζουσιν, ούκ αν ειη μονά
Non sapendolo essi non sarebbero neppure in grado di dire 25 τά πάϋη καταληπτά, το γάρ « εγώ καίομαι» λόγος ήν καί ου
che conoscono soltanto l’affezione, se invece poi lo sapessero, πάϋος.
non sarebbe vero che soltanto le affezioni sono conoscibili.
In fatti « io brucio » è un ragionamento e non un’affezione. 77. S e x t . E m p ., adv. math., Vi 53 ed. Mau. Οί τε γάρ
άπό τής Κυρήνης φιλόσοφοι μόνα φασίν ύπάρχειν τά πάϋη, άλλο
77. - I filosofi cirenaici dicono che esistono le sole affe-2

2 ήμϊν το] ήμϊν οϋτος ό άγών γυμνούς άληϋείας Β. - 3 προς τοϊς


δηλωϋεϊσι om. Β - πάαιν δμοϋ om. Β: τοϊς πάσι δμοϋ C: πάοιν ή
δμοΰ D. - 4 εξ εναντίας άραμένους (άρξαμένους Gaisford) τά δπλα]
έναντιωϋέντας Β. - 7 αΰ πάλιν om. Β. - 11 νομιζομένους] νομίζοντας
Β. - 16 καταληπτά] καταληπτά είναι I. - 17 ενιοι των εκ τής Κυρήνης·.
sul significato di questa espressione v. sopra, p. 112, n. 2. - 18
πιεζόμενοί] πιεζούμενοί P - τίνος] τινες codd. οί τινες I - είδέναι] είναι
codd. - 19 παίοι] παίη D : καίοι Dindorf. - 20 γνωρίζειν om. Β. -
22 αυτοί] αυτό I6. — 24 μόνα om. D.
I C IR E N A IC I 1. A R IS T IP P O . B 77-7‘J 351
350

zioni e niente altro. Onde ritengono che anche la voce, quando Óè oòòév’ δϋεν καί την φωνήν μή ανσαν πάθος, άλλα πάθους
non sia affezione, ma produttrice di affezioni, non sia tra le ποιητικήν, μή γίγνεσθαι των υπαρκτών.
cose reali.
78. G l e m . A l e x ., strom., νπ, ν π 41,1 ed. Staehlin. Ενταύ­
78. - Cominciando di lì mi ricordai di alcuni dogmi pre­ θα γενόμένος ύπεμνήσθην των περί τοϋ μή δεϊν ενχεσθαι πρός
sentati da taluni non credenti, cioè i seguaci di Prodico, sul 5 τινων ετεροδόξων, τουτέστιν των άμφι την Προδίκον αΐρεσιν,
fatto che non si debba pregare. Ma affinchè non si glorino di παρεισαγομέναιν δογμάτων, iva ονν μηδε επί ταύτη αυτών τή 2
questa loro scienza atea come di una disciplina insolita, sap­ άθέω σοφία ώς ξένη όγκύλλωνται αίρέσει, μαϋέτωααν προει-
piano che fu preceduta dai cosiddetti filosofi cirenaici. λήφθαι μεν υπό των Κυρηναϊκών λεγομένων φιλοσόφων.
79. - E della negazione di Dio e della divina Provvidenza 79. H i e r o n y m ., in Eccles., ιχ ed. Migne P. L. x x m
hanno già parlato un certo Epicuro, e Aristippo, i Cirenaici io p. 1138. Et haec [i. e. la negazione di Dio e della Provvidenza
e tu tto il rim anente gregge di filosofi. divina]. . . . aliquis loquatur Epicurus et Aristipp-us et Gyre-
naici et cetera pecudes pMlosophorum.
C. - IMITAZIONI 0. IMITAZIONI

1. - Aristippo ad Antistene. 1. S ocratic. e pist .,


ix ed. Kohler.
Siamo infelici senza misura, o Antistene, E come potrem ­ Αρίστιππος Άντισθένει.
mo non esserlo, dal momento che siamo presso un tiranno, Κακυδαιμονοΰμεν, ώ Άντίσθενες, συ μ ετρά ς, πώς γάρ ον
ogni giorno mangiando e bevendo con opulenza, unti di uno μέλλομεν κακοόαιμονεϊν δντες παρά τυράννω καί όσημέραι έσθί-
dei più odorosi profumi, e trascinando ampie vesti di T aranto1? οντες καί πίνοντες πολυτελεία καί άλειφόμενοί τινι των ενωδε-
E nessuno mi libererà dalla rozzezza di Dionigi, che, benché 5 στάτων μύρων καί σύροντες έσθήτας μακράς εκ Τάραντος; καί
io non sia un ignorante, ma bensì custode dei pensieri socra­ ούδείς με έξαιρήσεται τής Διονύσιον ώμότητος, δς <μ ε > ώς τινα
tici, mi tiene quasi come un pegno, come già dissi, cibandomi, ενεχύρων σύκ άγνώτα, άλλα καί λόγων επιμελητήν των Σωκρα­
profumandomi e vestendomi in tal modo, e nè tem e la giusti­ τικών κατέχει, ώσπερ έφην, σιτίζων καί άλείφων καί άμφιεννύς
zia degli dei, nè ha rispetto degli uomini, dal momento che egli τοιαΰτα καί οϋτε δίκην φοβείται τών θεών ούτ άνθρωπον αίδεϊται,
mi tra tta così. E d ora il mio male è rapidam ente precipitato 10 δστις με τοιαΰτα διατίθεται, νυν δ’αϋ καί το κακόν εις το
al peggio, da quando mi ha fatto dono di donne siciliane di δεινότερον οιχεται, δπον δεδώρηται γυναίκας Σικελικός τρεις άνα-
insigne bellezza e di molto denaro. Nè so quando un tale λέκτονς το κάλλος καί άργνρια πάμπολλα. καί πότε παύσεται 2
uomo sm etterà di comportarsi così. Bene dunque fai tu ad άνθρωπος οϋτος τοιαΰτα ποιών, ονκ οΐδα. εύ οϋν ποιείς άχθό-
essere in pena per l’infelicità altrui, e io mi rallegro per la tua μενος επί τή κακοδαιμονία τών άλλων, κάγώ δέ επί τή σή ευδαι-
felicità, per darti l’impressione di fare le tue medesime cose 1 5 μονιά ήδομαι, ϊνα σοι τά αυτό δόξω ποιείν τε καί άποτίνειν τός

e di provarne gioia. Sta sano. Biponi i fichi secchi per averne χάριτας. έρρωσο. τών τε Ισχάδων άποτίθεσο Ιν έχης εις το χεϊμα,
d ’inverno e così pure la farina cretese che possiedi: tu tto ciò καί τών αλφίτων έχε τών Κρητικών ταΰτα γάρ δοκεί άμείνω
infatti sembra essere meglio della ricchezza; lavati e bevi τοΰ χρήματος είναι· καί από τής Έννεακρούνου λούον τε καί
alla fonte Enneacruno e indossa lo stesso sordido mantello πίνε καί τον αυτόν τρίβωνα θέρους τε καί χειμώνας έχε ρυπώντα,
d ’estate e d’inverno, come si conviene ad un uomo libero 20 ώς πρέπει τω ελευθέριο καί ζώντι [εν Άθήναις] δημοκρατικώς.
che vive democraticamente [in Atene], Io, infatti, da quando εγώ μεν γάρ, εξ οϋ εις τυραννουμένην ήκα πάλιν τε καί 3
sono giunto in questa città e in questa isola dom inata da νήσον, ήδειν, δτι κακοδαιμονήσω ταΰτα πάσχων, καθάπερ σύ μοι
un tiranno, sapevo che sarei stato infelice, dovendo soppor­ γράφεις, νΰν <δέ > ελεοΰντές με περιβλέπονται Συρακούσιοι καί
tare tu tto ciò, come tu mi scrivi. Ed ora, pieni di commisera­ Άκραγαντίνιυν οι έπιδημοϋντες καί Γελώων καί οι άλλοι Σικε-
zione, mi osservano i Siracusani e gli Agrigentini che ven­ 2 5 λιώται. τής δέ μανίας, ής έμάνην εις ταΰτα έλθουν άβούλως τά
gono qui, e gli abitanti di Gela e tu tti gli altri Siciliani. Per
la stoltezza che mi ha fatto uscire di senno venendo incoscien-
1 sulle epistole pseudoaristippee cfr. sopra, p. 58 sgg. - 4 πολυτελεία
PG: πολντελέα Hercher. - 5 μακράς PG: μαλακάς Allatius Herclier. -
6 δς < με > ώς Kohler : ΰς ώς PG : δστις με ώς Orelli : δστις μέ τοι Alia­
tole. - 9 τοιαΰτα om. Hercher. - 11 άναλέκτους Orelli: άλέκτους PG. -
13 ποιών] ποιείν Hercher. - 15 σοι τα] σοι και τά PG. - 15 ίν εχης
PG: &ν έχεις Allatius. - 18 χρήματος] χράματος Stanley Hercher:
χρώματος PG: χείματα Allatius. - 20 τω ελενθέρυι καί ζώντι Allatius
ελεύθερον καί ζώντα PG Hercher. — εν Άθήναις Allatius: om. PG. -
22 κακοδαιμονήσω— πάσχων Ρ 1 : κακοδαιμονήσων— πάσχω PG. - 23 πε-
ριβλέπονται] περιβλέποντι Allatius.

23. G ian nan to ni, I C ir e n a ic i.


I C IR E N A IC I I. A R IS T IP P O . - C 1-3 355
354

tem ente a queste sciocchezze, io impreco contro me stesso ατοπήματα, επαρώμαι άράν κατ έμαυτοϋ, ής άξιός είμι, μή έκλι-
quella maledizione che mi merito, dal momento che, arrivato πεϊν με τα κακά ταϋτα, οπότε εγώ γεγονώς έτη τοσαϋτα καί
a questa età e reputato saggio, non desiderai invece di avere φρονεΐν δοκών πεινήν καί ριγούν καί άδοξεΐν ούκ ήϋέλησα ουδέ
fame, di sentire freddo, di essere disprezzato e di portare πώγωνα τρέφειν μέγαν. πέμψω δε σοι των ϋέρμων τούς 4
una barba incolta. Ti mando quindi grandi e bianchi lu­ 5 μεγάλους τε καί λευκούς, ϊν έχης μετά τό επιδείξασϋαι τον Ήρα-
pini, affinchè, dopo che hai esposto Ercole ai giovani, tu κλέα τοίς νέοις νποτρώγειν αισχρόν γάρ ον φασί σοι περί τοιού-
abbia di che nutrirti. Dicono infatti che per te non è disdice­ Των λεγειν ή γράφειν. Διονυσίω γάρ εάν τις λέγη περί ϋέρμων,
vole parlare e scrivere di queste cose. Ma se qualcuno parla αισχρόν γε οϊμαι διά τους των τυράννων νόμους. 7α λοιπά δε
a Dionigi di lupini, penso che ciò sia vergognoso e contro le παρά Σίμωνα τον σκυτοτόμον βάδιζε διαλεγόμενος, ου μείζόν
leggi del tiranno. Per il resto vai a parlare con il calzolaio 10 σοι εν σοφία ούδ* έστιν ούδ’αν γένοιτο. έμοί μεν γάρ άπηγόρευται
Simone, dato che per te nessuna saggezza è o può diventare τοΐς χειροτέχναις προσιέναι, επειδή νφ ετέρων εξουσία είμί.
maggiore della sua. A me infatti è proibito andare dai m ano­
2. χ ι ed. Kòhler.
S o c r a t ic i , e p i s t .,
vali, perchè sono in potere di altri.
5Αρίστιππος Αισχίνη.
2. - Aristippo ad Eschine. Λυϋήσονται τής φυλακής οι νεανίσκοι, περί ών μοι γράφεις,
I giovani di Locri di cui mi scrivi saranno liberati dalla 15 οι Λοκροί καί ου τεϋνήξονται· ουδέ άπολοΰσι τι των χρημάτων
Borveglianza, nè saranno uccisi; non subiranno neppure multe, ήκοντές γε παραυτά τού ϋανείν. ταϋτα δε ’Αντισϋένει μή λέξης,
pur èssendo giunti vicino a morire. Se ho salvato gli amici, εί σέσωκα τούς φίλους, συ γάρ αύτω άρέσκει τυράννοις φίλοις
non lo dire ad Antistene, poiché non am m ette che ci si serva χρήσϋαι, άλλά τούς άλφιτοπώλας καί τούς καπήλους άναζητεΐν,
dei tiranni come amici, ma che si vada soltanto in cerca di οϊτινες δικαίως τά άλφιτα καί τον οίνον πωλοϋσιν εν Άϋήναις
venditori di farina e di osti, quanti onestam ente vendono 20 καί τάς έξωμίδας μισϋοϋσι τάς παχείας, όπόταν οι σκίρωνες
farina e vino in Atene e vendono grosse e rozze tuniche, allor­ πνέωσι, καί τον Σίμωνα ϋεραπεύειν τούτο γάρ ούκ έστι χρήμα.
ché soffiano i venti scironii, e che si rispetti Simone. Tutto
ciò infatti non è ricchezza. 3. S o c r a t i c . χ ιιι ed. Kòhler.
e p i s t .,

3. - Aristippo a Simone. Αρίστιππος Σίμωνι.


Non io ti prendo in burla, ma Fedone, dicendo che tu sei Ούκ εγώ σε κωμωδώ, άλλα Φαίδων, λέγουν γεγονέναι σε κρείσ-
migliore e più sapiente di Prodico di Ceo, che diceva di essere 25 αω καί σοφώτερον Προδίκου τού Κείου, δς εφη άπελέγξαι σε
stato confutato da te riguardo all’encomio che aveva compo­ αυτόν περί τό έγκώμιον τό εις τον Ήρακλέα γενόμενον αύτω. ϋαυ-
sto per Ercole. Mi meraviglio, invero, e ti lodo, se, pur essendo μάζω μέντοι σε καί επαινώ, εί σκυτικός ων σοφίας έμπλησϋείς
calzolaio, colmo di sapienza, da lungo tempo persuadi a sedere καί πάλαι μεν Σωκράτην έπειϋες καί τούς καλλίστους νέους καί
presso di te Socrate e i più belli e nobili tra i giovani, come εύγενεστάτους παρά σε κα&έζεσϋαι, οίον Άλκιβιάδην τε τόν

6 νποτρώγειν] ύποτραγεϊν Hercher. — 10 ούδ’ έστιν G-: εσται Ρ. —


15 τεϋνήξονται GrP1: τε&νάξονται Ρ - άπολοΰσι Kòhler: άπολέσουσι PG:
άπολοϋντι Allatius. - 21 πνέωσι G: πνέωσι (πνέοντι) Ρ: πνέωντι Alla­
ttile. - τούτο γάρ ονκ εστι χρήμα] τούτοι γάρ ούκ έστι χρώμαι Ρ. -
25 άπελέγξαι PG: άπολέξαι Ρ in margine. - 28 τούς καλλίστους νέους
(ί : τους καλλίστους τους νέους Allatius.
35fi I C IR E N A IC I I. A R IS T IP P O . C 3-4 357

Alcibiade figlio di Clima e Fedro di Mirrinunte e Eutidemo Κλεινίον καί Φαιδρόν τον Μυρρινούσιον καί Εύθύδημον τον Γλαύ-
figlio di Glaucone e, tra quelli che si occupano delle faccende κωνος καί των τά κοινά πραττόντων Έπικράτεα τον Σακεσφόρον
dello stato, Epicrate il Sacesforo e Eurittolem o e altri. E an­ καίΕύρυπτόλεμον καί τους άλλους· ώς εί καί Περικλεϊ γε τώ Ξαν-
che Pericle figlio di Santippo, penso, sarebbe stato presso di θίππου μη al στρατηγίαι ήσαν καί δ πόλεμος τότε, κ&ν ουτος,
te se non avesse avuto allora il comando degli eserciti e non 5 οίμαι, ήν παρά σε. καί νϋν ϊσμεν, όποιος εΙ· Αντισθένης γάρ
ci fosse stata la guerra. Ora sappiamo come sei; Antistene παρά σε φοιτά, δύνη δε καί έν Συρακούσαις φιλοσοφεϊν οί γάρ
infatti viene spesso da te. Potresti filosofare anche a Sira­ ιμάντες τίμιοι είσι καί τά σκύτη, καί ούκ οίσθα, ώς εγώ 2
cusa: qui infatti le cinghie e i cuoi sono tenuti in pregio. E μεν των υποδημάτων χρώμενος παρέκαστα την τέχνην σου θαυ-
non sai che io quando adopro i calzari ovunque suscito m era­ μασίαν τινά ποιώ' Αντισθένης δέ γυμνοποδών τ ί γάρ άλλο πρατ-
viglia per la tua arte; Antistene, invece, camminando scalzo, 10 τει ή σοί Αργίαν καί άμισθίαν εισάγει πείθων τούς νέους καί
che cos’altro fa se non negarti lavoro e denaro, persuadendo άπαντας Αθηναίων γυμνοποδεϊν; σκόπει ούν, όπόσον σοι εγώ
i giovani e tu tti gli Ateniesi ad andare scalzi? Guarda dunque φίλος ό ραστώνην καί την ηδονήν Αποδεχόμενος· σύ δ’όμολογών
quanto ti sono amico io che raccomando la comodità e il pia­ εύλόγως έρωταν Πρόδικον, το Ακόλουθον ούκ έγνως επί σαυτού’
cere. Tu, concedendo di interrogare convenientemente Prodico, οϋτω γάρ αν εμέ μεν έθαύμαζες, τούς δε έχοντας βαθείς πώγωνας
non comprendesti cosa ne sarebbe seguito per te stesso : allora 15 καί τούς σκίπωνας εγέλασας τής αλαζονείας ρυπώντάς τε καί
infatti mi avresti lodato e avresti riso di coloro che hanno folte φθειριώντας καί όνυχας ώσπερ τά θηρία μακρούς περικειμένους
barbe e bastoni per millanteria, sudici, pidocchiosi, con le un­ καί εναντίας σου τής τέχνης υποτιθεμένους ύποθήκας.
ghie lunghe come le bestie e proponenti precetti contrari alla
tua arte. 4. S ocra t ic . x v i ed. Kòhler.
e p i s t .,
Αριστίππου.
4. - Di Aristippo. 20 Τά περί τής τελευταίας Σωκράτους èμ άθομεν έγώ τε καί
Io e Cleombroto venimmo a sapere delle circostanze della Κλεόμβροτος καί άτι ουδέ παριέμενος υπό των ένδεκα διαδρά-
m orte di Socrate, e come, non essendogli permesso dagli ναι ύπέμεινε λέγων άτι μή μέλλοι διδράσκειν εί μη καί πρότερον
Undici di fuggire, rimase, dicendo che non avrebbe pensato παρά τώς νόμως αωθείη· οϋτω γάρ αν ά πατρίς αύτώ, δσον έφ αν­
a fuggire, se prima non fosse stato salvato secondo le leggi: τίο, καταπροδοθείη. έμοί δε έδόκει Αδίκως αυτόν έμπεσόντα οτω
altrim enti infatti, per quanto era in lui, sarebbe stata tradita 25 δή ποτέ τρόποι σώζεσθαι. δοκέω μέντοι πάντα τά έκείνω πρασ-
la sua patria. A me sembrava che, essendo stato incarcerato αόμενα καί κακά καί άφρονα δίκαια είναι, ώστε ταΰτα πάλιν μη
ingiustamente, andasse salvato in ogni modo. Penso infatti έπιμέμφεσθαι Αμέτρως γεγονέναι. έπέστειλας δέ μοι, πώς Ανε-
che tutto quanto è stato fatto per lui, anche se fatto male e χωρήσατε πάντες Απ 5Αθηνών οί Σωκράτους έρασταί τε καί
stoltamente, sia giusto, cosicché non va rimproverato di φιλόσοφοι δεδιότες μή τι καί έφ’υμάς έλθοι τών αυτών [αν]’ καί1
nuovo chi in ciò avesse ecceduto. Mi scrivesti come tu tti voi
filosofi e seguaci di Socrate vi siate allontanati da Atene,
timorosi che non capitasse qualcosa anche a voi, e avete agito 1 Γλαύκωνος Hercher·. Γλυκωνος PG. - 4 καί om. Hercher. -
19 l’epistola x v i manca nel cod. G . - 2 0 τής τελευταίας P : τάς τε­
λευτάς Orelli. — 2 1 παριέμενος Kohler: παρέμενος Hercher - διαδράναι
Hercher : διαδιδράναι P : διαδράναι Allatius. - 2 2 δτι μή μέλλοι διδράσκειν
Allatius : ότι νϋν μέλλοι δικάαειν Ρ : ουδέ νϋν μέλλει διδράσκειν Her­
cher. - 2 3 σωθείη] εσώϋη Hercher. - 2 7 επέατειλας Allatius : άπέστειλας
Ρ. — 2 9 τών αότών] απ’ αυτών Ρ : από τών αύ&εντών Valkenaer —àv Alla-
tiue : l’espunzione è di Hercher.
358 I C IR E N A IC I I. A R IS T IP P O . - C 4-5 359

sensatamente. Noi infine, così come siamo, rimaniamo per ούκ έποιείτε φλανρως. καί άμες ονν ώς έσμέν, εν Αίγινα διατελέο-
ora ad Egina, poi verremo da voi e se avremo qualcosa di me­ μες επί τον παρόντος· εϊτα δέ παρ’υμάς άφιξόμεϋα καί εϊ τι
glio da fare la faremo. έχοιμες βέλτιον ποιέειν, ποιήσομες.

δ. - Aristippo alla figlia Arete. 5. S ocratici, e p t s t ., χ χ ν η ed. Kòhler [ = χ χ ι χ ed. Her-


.Ricevetti le lettere che tu mi inviavi senza tregua, nelle cher].
quali mi chiedevi di essere al più presto a Cirene, dicendo 5 Αρίστιππος ’Αρήτη τή ϋνγατρί.
che nè gli ispettori si comportano bene nei tuoi confronti, Έκομισάμην παρά οον γράμματά μοι πεμφϋέντα διατελέα,
nè tuo m arito è capace dell’amministrazione domestica, pieno εν οίς έδέον με παραγενέσ&αι ώς τάχιστα εις Κυρήνην λέγονσα
di riservatezza com’è e da tempo abituato a vivere lontano ούκ εν σοι άπαντάσ&αι ούτε παρά των επισκόπων ούτε ικανόν
dalle lotte politiche. Ed io dopo essermi adoprato perchè είναι οίκονομήσαι τον άνδρα αιδώ τε εχοντα καί θορύβων πολι-
Dionigi mi lasciasse navigare verso di te, impedito da una ΐυ τικών ζην μακράν είϋισμένον- έγόο δε πειρώμενος ώς αν άφε&είην
improvvisa necessità, mi trovo malato nelle Lipari; allora υπό Διονυσίου πλεϋσαι προς σέ, έμποδών μοι τον χρεών στάντος
veram ente mi accorsi che Sonico e i suoi si comportarono o tti­ εν Αιπάραις μαλακώς εσχον δτε δη καί τους περί Σώνικον άριστά
mam ente nei miei riguardi, prendendosi nobilmente cura di μοι προαφερομένους ένόησα τημελοΰντάς με γνησίως t , καί ώς
me, * come se a vivere fosse sufficiente (?) la loro amiche­ αν εί άρκειταί τις ζην των διά&εσιν φιλικήν t . περί ών δε 2
vole disposizione *. Riguardo a ciò che mi chiedevi, quale 1 5 έκρινας τίνα εξ εις τιμήν ύπ έμοϋ ήλεν&ερωμένοις, οι καί έλεγαν

rispetto, cioè, avresti avuto da quelli da me liberati, che dice­ Αριστίππου μη άποχωρήσειν, έως αν αύτοϊς ή δνναμις άρέσκειν
vano che non avrebbero mai abbandonato Aristippo, finché έκείνω τε καί σοί, πάντ’ούν αντοίς πίστευε· περιέσται γάρ
sarebbero stati capaci di contentare lui e te, fidati compieta- αύτοΐς εκ τής εμής βιοτής μη είναι κακοϊς. ύποτί&εμαι δέ σοι
mente di loro; dalla mia vita, infatti, deriva loro di non es­ τά προς άρχοντας οίκονομειν ώστε τό έμόν συμβονλενμα τοϋτο
sere ora in mezzo ai mali. Ti raccomando di regolarti con 30 συμφέρον, τοϋτο δέ ήν μή τον πλείονος υριγνάσ&αι. άριστα
coloro che comandano, in modo che ti possa essere utile il γάρ ούτως εξάγεις τά κατά τον βίον ύπεροπτική παντός ονσα τοϋ
mio consiglio. E questo è di non nutrire desideri eccessivi. πλέονος. ού γάρ δή εκείνοι τοσοντόν σε άδικήσαιεν <άν>, ώστε
Ottim am ente così trascorrerai la tu a vita, disprezzando il <σε> ένδεά γενέσϋαι. οί δύο μεν γάρ σοι κήποι μένουσιν ικανοί
superfluo. Nè essi d’altra parte sono stati così ingiusti verso δντες καί πολντελεϊ βίω. τό δ’έν τή Βερενίκη κτήμα καί μόνον
di te da ridurti in strettezze. Ti restano infatti due orti, suffi­ 2 5 καταλειφϋ·εν προς άρίστην διαγωγήν ούχ ύπολείψει. των 3
cienti anche per una vita agiata e il podere nel fondo di Be­ μικρών ύμας ού παρακελενομαι καταφρονεϊσύαι, άλλα μή επί
renice, anche se è rim asto l’unico, non ti priverà di un’ottim a
esistenza. Non ti esorto a disprezzare le nostre poche cose,
2 έχοιμες] έχομες Hercher. - 5 questa epistola manca nel cod. G.
'Αρίστιππος ’Αρήτη τή ϋνγατρί Hercher: 'Αρίστιππος τή... Ρ: Α ρ ίσ τ­
ιππος Άρήτη Allatius. - 6 διατελέα] δια τελεα Ρ : διά τέλους Hercher:
διά Τηλέα Orelli. - 7 με] μου Hercher. - 11 τοϋ χρεών Allatius: τό
χρέον Ρ. — 13 ώς αν εί άρκεϊται τις Ρ : ώς έν αιδον τοΐς άρκεΐται A lla­
tius : ώστε μ' έν αιδον έτι όντα ζην έτι διά τούτων την διάϋεσιν φιλικήν
Orelli. - 15 οί καί Orelli: οιαι και Ρ. — 20 άριστα Kòhler (cfr. Diog.
Laer. π 72 = I A 1): ρόστα P Mullach. - 22 <αν>: è integrazione
della Kòhler. - 26 υμάς] ημών Mullach. - καταφρονείσϋαι] καταφρονεϊν
Hercher.
3 60 I C IR E N A IC I i. a r is t ip p o . - c o sei

ma neppure ad agitarti per esse, piccole come sono, quando μικροϊς ταράττεσάαι, ενϋα ουδέ επί μεγάλοις καλόν ή οργή, εί όέ
non è decoroso adirarsi nemmeno per le grandi. Se desideri, μου διαλυϋ'έντος υπό τής φύσεως ποιήσαι έμόν βούλημα ζητείς,
una volta che io sono morto, conoscere la mia volontà, questa [ώς] δτι κράτιστα παιδεύσασα τον Αρίστιππον Ά ϋήναζε χώρει
è che, dopo aver allevato nel modo migliore Aristippo, tu Ξανϋίππην τε καί Μνρτώ πρό παντός ποιούμενη, αϊ με πολλάκις
vada ad Atene, tenendo nella massima considerazione San­ 5 έλιπάρονν επί μυστήριά σε αγειν. τό ονν ήδύ βιότευμα μετά τούτων

tippe e Mirto che spesso mi chiesero con insistenza di condurti έχουσα κατάλιπε τοϊς εν Κυρήνη επισκόποις δ τι ποτάν έ&έλωσιν
ai misteri. Vivendo piacevolmente con queste, lascia agli άδικείν ( σε γόρ ούκ εις τό φυσικόν τέλος άδικήσουσι) πειρώ
ispettori di Cirene di fare tu tte le ingiustizie che vogliono δε μετά Ξαν&ίππης καί Μυρτοϋς ζην, ώς έμοί φίλον μετά Σωκρά-
(non lederanno infatti il tuo diritto al fine naturale). Cerca τους, πλέον <διά> τής εκείνων φιλίας σεαυτήν στέλλουσα- κεϊϋι
di vivere amichevolmente con Santippe e Mirto, come io con 10 <γάρ> τό σοβαρόν ούκ επιχώριον, εί δ’ έλϋνι άάττον άμα 4
Socrate, adornandoti sempre più della loro amicizia: lì il Λαμπροκλής εις Κνρήνην 6 Σωκράτους, δς εν Μεγάροις ώμίλει
darsi le arie non è di casa. E se, nello stesso tempo, Lam ­ μοι, ποιήσεις άριστα κοινουμένη τόν βίον αύτω καί μηδέν διαφο-
prede, figlio di Socrate e che stette con me a Megara, giunge ρώτερον τον τέκνου τιμώαα. θήλυ δέ τέκνον εί μηκέτι τρέφειν
prima a Cirene, farai benissimo a dividere la tua vita con lui βούλει διά τό πολλά άνιάσ&αι επί παιδοτροφία, τό τής Εύβοΐδος
e a rispettarlo allo stesso modo di tuo figlio. Se poi non vuoi 1 5 ϋυγάτριον, δ δη έλεν&έρως ήγες, t έμοί τε γαρίζεσϋαι βουλομένη

più educare la tua figliuola, per le continue contrarietà insite επί τώ τής έμής μητρός όνόματι <ώνόμααας> Μ ίκαν καί γόρ
nell’educazione, la figlia di Eubea, che tu tra tta sti liberal­ εγώ πολλάκις Μίκαν αυτό προσηγόρευσα. t πρό παντός δε έπι-
mente * e che, volendo farmi cosa gradita, chiamavi col σκήπτω <σοι > τον μικρού Αριστίππου έπιμελείσϋαι, όπως άξιος
nome di mia madre Mica; infatti anche io spesso la chiamavo ημών καί φιλοσοφίας· ταντην γάρ αύτω καταλείπω την ό ν τ ω ς
Mica *. Per prima cosa bada di prenderti cura del piccolo 20 κληρονομιάν, τάλλα μεν γάρ τον βίου καί τους εν Κυρήνη άρχοντας
Aristippo, affinchè sia degno di noi e della filosofia; questo έχει πολεμίους, περί φιλοσοφίας δέ ούδέν μοι γέγραφας, δτι 5
infatti è il solo patrimonio che gli lascio, dal momento che ταύτην σου τις άφήρηται. μέγα ονν, ώ άγαϋή γύναι, χαιρε
ha ostili le altre circostanze della vita e i comandanti di Ci­ επί τώ πλοντεϊν πλούτον τόν υπό σοί κείμενον καί κτηματίτην
rene. Riguardo alla filosofia, nulla mi hai scritto, che un ποιεί τούτον τόν υιόν, δν έβουλόμην μέν αυτός ήδη έμόν υιόν είναι.
altro possa togliertela. Godi molto o ottim a donna, per le 2 5 επειδή δέ αναλύω μη έμπλησϋείς ? αυτού, πέποιϋα καί σοι, διότι

ricchezze che possiedi, e di queste rendi possessore il tuo fi­


gliolo, che io vorrei già che fosse il mio figlio. Poiché muoio
senza essermi saziato di lui, confido in te che lo condurrai 1 ουδέ Orelli: ουδέ ούκ Ρ. - 2 ποιήσαι Hercher: στήσαι Ρ : γνώναι
Mullach. - 4 sulle due mogli di Socrate v. sopra, p. 64, il. 4. -
6 κατάλιπε Allatius: κατάλυσαι Ρ. —ποτ’ άν Allatius: που πάντως Ρ. -
8 ώς έμοί φίλον\ ώς έμοί φίλον < ήν> Hercher. - 9 διά om. Ρ. -
11 Λαμπροκλής Allatius: Τυροκλής Ρ. - 15 dopo ϋυγάτοιον il Bremi
pensò ohe fosse caduto un verbo e propose di integrare con παράλα-
βε. - χαρίζεσάαι βουλομένη επί τώ τής έμής μητρός όνόματι ώνόμασας
Orelli: ώνόμασας è integrazione del Bremi: il Crònert, Kolot. u. Me-
nedemos, p. 86, n. 426 ha proposto di leggere così le righe 16-18:
ήδε έλευάερώσας < τροφόν κατάλιπε > εμοί γε χαρίζεσάαι βουλομένης επί
τώ τής έμής μητρός όνόματι ■ καί γάρ έγώ πολλάκι Σωνίκαν αυτό
προσηγόρευσα. - 17 Μίκαν Schàfer Hercher: άμίκαν Ρ: ’Αμνκήν Mul­
lach. - 21 ανδεν~\ ουδέ έν Orelli.
I C IR E N A IC I
I. A R IS T IP P O . C 5-6 363
362

pur nella via che è b a ttu ta da uomini buoni. Stai bene e non την αυτήν άξεις πορείαν την αννήϋη άγαϋοϊς άνδράσιν. ερραισο
essere in pensiero per me. καί περί ημών <μή> αγανακτεί.
6 . A n o n i m o S i r i a c o , sentenze di filosofi sull’anima, ed.
E. Sachau, Inedita Syriaca, (1870) p. 79.: Aristippo dice: noi
amiamo molto di più la vittoria a parole che con i fatti, ma ciò
è sconfitta e non vittoria. Poiché chi può concedere vittoria al
vile, che mostra la schiena nella guerra? 0 chi può impedire la
vittoria del guerriero, che muore in battaglia col suo cavallo?
Poiché non dalle paróle viene la vittoria, così come non già me­
diante le paróle il povero diventa ricco, ma mediante il denaro
(sir. Mammona).

2 < μη> è in te g r a z io n e di A liatili». - άγανάκτει] άατενάκτεί A liatili».


364 1 C IR E N A IC I I. A R IST IPPO - i> 1 365

D. - APPEN D ICE D. - APPENDICE

PASSI D I INCESTO RIFER IM EN TO AD ARISTIPPO PASSI D I INCERTO R IFER IM EN TO AD ARISTIPPO

1. - Socrate. Ma invero è chiaro che tu questo lo sai me­ 1. P lat ., Hipp. maior, 287 d ed. Burnet. ΣΩ. Α λ λά μέντοι
glio di me. Nondimeno, o caro, fa attenzione: egli ti chiede δήλον δτι συ κάλλιαν οίσθα. δμως δέ, ώγαθέ, Ιίθρεί' έρωτα γάρ
non qualcosa bella, ma cosa è il bello. σε συ τ ί έστι καλόν, άλλ’δτι έστί τό καλόν.
Ippìa. Comprendo, amico, e gli risponderò che cosa è il ΙΠ . Μαν&άνω, ώγαθέ, καί άποκρινοϋμαι γε αύτώ δτι έστί e
bello e non sarò mai confutato. Se si deve dire il vero, bello è, 5 το καλόν, και ου μή ποτέ ελεγχθώ. εστι γάρ, ώ Σώκρατες, εν
o Socrate, sappilo bene, una ragazza bella. ϊσθι, εί δει τό αληθές λέγειν, παρθένος καλή καλόν.
Socrate. Bene, Ippia, per il cane, hai risposto brillante- ΣΩ. Καλώς γε, ώ 'Ιππία, νή τον κύνα και ενδόξως άπεκρίνω.
mente. Dunque, se io rispondo così, avrò risposto giustamente άλλο τι οϋν, αν εγώ τούτο άποκρίνωμαι, τό έρωτώμενόν τε άπο-
a colui che mi interroga, e non sarò mai confutato? κεκριμένος εσομαι καί όρθώς, καί ου μή ποτέ έλεγχ&ώ; 288
Ippìa. E come potresti essere confutato, o Socrate, su ciò 10 ΙΠ. Πώς γάρ αν, ώ Σώκρατες, έλεγχθείης, δ γε πάσιν δοκεϊ
che è di comune opinione e in cui tu tti quelli che ti ascoltano καί πάντες σοι μαρτυρήσονσιν οί άκονοντες δτι όρθώς λέγεις;
ti testimonieranno che hai parlato giustamente? ΣΩ. ΕΙεν πάνν μεν οϋν. φέρε δή, ώ 'Ιππία, προς έμαυτόν
Soci-ate. Sia pure così. Ora, o Ippia, io voglio ricapitolare άναλάβω δ λέγεις, ό μεν έρήσεταί με οντωσί πως- <<"Ιθι μοι,
per me stesso ciò che hai detto. Colui mi interrogherà press’a ώ Σώκρατες, άπόκριναν ταϋτα πάντα a φής καλά είναι, εί τί
poco così: « Orsù, o Socrate, rispondimi: tu tte le cose che tu 15 έστιν αυτό τό καλόν, ταΰτ αν εϊη καλά; » εγώ δε δή ερώ δτι εί
dici essere belle non sono forse belle dal momento che c’è il παρθένος καλή καλόν, εστι δι δ ταΰτ αν εϊη καλά;
bello in sè?» e io allora gli dirò forse che, se bello è una ragazza ΙΠ. Οϊει οϋν έτι αυτόν έπιχειρήσειν σε έλέγχειν ώς ου καλόν b
bella, vi è ciò per cui queste cose sarebbero belle? έστιν δ λέγεις, ή εάν επιχείρηση, ον καταγέλαστον έσεσθαι;
Ippia. E credi che egli cercherà ancora di obbiettarti che ΣΩ. "Οτι μεν επιχειρήσει, ώ θαυμάσιε, εϋ οϊδα- εί δε έπιχει-
non è bello ciò che tu dici, e che non sarà ridicolo se cercherà 20 ρήσας έσται καταγέλαστος, αυτό δείξει, à μέντοι έρεί, έθέλω σοι
di fare ciò? λέγειν.
Socrate. Egli ci si proverà, o stupendo amico, lo so bene; ΙΠ. Λ έγε δή.
quanto al riuscire ridicolo in questo tentativo la cosa stessa ΣΩ. « "Ως γλυκύς εί, » ψήσει, « ώ Σώκρατες. θήλεια δέ
lo mostrerà. Ma voglio dirti ciò che egli chiederà. ίππος καλή οί)καλόν, ήν καί ό θεός εν τώ χρησμοί έπήνεσεν; »
Ippia. Dì pure. 25 τ ί φήσομεν, ώΙπ π ία ; άλλο τι ή φώμεν καί τήν ίππον καλόν είναι, c
Socrate. « Come sei buono, dirà, o Socrate, ma non è bello την γε καλήν; πώς γάρ αν τολμώμεν έξαρνοι είναι τό καλόν μή
pure una bella cavalla, che anche il dio lodò in un vaticinio? καλόν είναι;
Che diremo, o Ippìa? Che altro diremo se non che è bello
anche una cavalla, quella bella? Come infatti potremo tolle­
Sui passi raccolti in questa sezione v. tutto il IV capitolo della 1"
rare che egli neghi che il bello sia bello?
parte. - 2 δτι TF : δτι τι W. - 7 καλώς γε T W : καλόν καλόν F. - 8 άπο-
κρίνωμαι Τ: άποκρινοϋμαι W: άποκρίνομαι F. - 9 ποτέ F: ΟΠ1. TW
Croiset. —15 εγώ— καλά om. W. —16 εστι < τι> Scliauz, Croìset. —ài ο
Schanz: διό TW : διότι F. - 19 εί δέ TW : δτι F. - 25 καλόν F: καλήν
TW: corr. f. - 26 τολμώμεν F: τολμώμεν TW. - εξαρνοι είναι TW : έξαρ-
νώσεοιν F.
366 1 C IR E N A IC I i. a r is t ip p o . - D 1 m
Ippia. Dici il vero, o Socrate, poiché giustamente parlò 1Π. 'Αληθή λέγεις, ώ Σώκρατες- έπεί τοι καί όρθώς αυτό
il dio: anche da noi, a Elide, infatti ci sono cavalle bellissime. ό θεός είπεν πάγκαλαι γάρ παρ'ήμϊν ίπποι γίγνονται.
Socrate. « Bene, dirà, e una bella lira non è bello? » Che ΣΩ. « ΕΙεν, » ψήσει δή· « τί δε λύρα καλή; ον καλόν; » φώ-
diremo, o Ippia? μεν, ώ Ιππία ;
Ippia. Così. β ΙΠ . Ναι.
Socrate. Dopo di ciò egli dirà — ne sono quasi sicuro, co­ ΣΩ. Έ ρεϊ τοίνυν μετά τουτ έκεϊνος, σχεδόν τι εύ οίδα εκ
noscendo il suo carattere — « o ottimo uomo, e una bella τοϋ τρόπου τεκμαιρόμενος· « ΤΩ βέλτιστε συ, τ ί δέ χύτρα καλή;
m arm itta? non è bello anch’essa? » ον καλόν αρα; »
Ippia. O Socrate, chi e mai quest’uomo? Come è rozzo ΙΠ . ΤΩ Σώκρατες, τις δ' εστίν ό άνθρωπος; ώς απαίδευτος (1
colui che ha il coraggio di nominare cose cosi vili in una fac­ ίο τις δς οϋτω φαΰλα ονόματα όνομάζειν τολμά έν σεμνφ πράγματι.
cenda così seria. ΣΩ. Τοιοΰτός τις, ώ Ιπ π ία , ου κομψός άλλά συρφετός, ούδεν
Socrate. È fatto così, o Ippia, senza finezza, grossolano, άλλο φροντίζων ή τό άληθές. άλ)! όμως άποκριτέον τώ άνδρί,
senza altro pensiero che quello della verità. Ma tu ttav ia bi­ καί έγωγε προαποφαίνομαι· ειπερ ή χύτρα κεκεραμευμένη εϊη
sogna rispondergli, ed ora io proverò a dire la mia opinione υπό άγαθοϋ κεραμέως λεία καί στρογγύλη καί καλώς ώπτημένη,
per primo. Se la m arm itta fosse stata lavorata da un buon 15 οΐαι των καλών χυτρών είσί τινες δίωτοι, τών έξ χοάς χω-
ceramista, levigata, ben arrotondata, cotta al punto giusto, ρουσών, πάγκαλαι, εί τοιαύτην έρωτφη χύτραν, καλήν όμολογη-
come lo sono alcune belle m arm itte a due manici, della capa­ τέον είναι, πώς γάρ αν φαϊμεν καλόν ον μή καλόν είναι; e
cità di sei congi, proprio belle, se mi chiedesse dunque di una ΙΠ. Ονδαμώς, ώ Σώκρατες.
tale m arm itta sarebbe necessario accordargli che è bella. ΣΩ. « Ονκονν καί χύτρα, » ψήσει, « καλή καλόν; άποκρίνου. »
Come potremmo dire infatti che il bello non è bello? 20 ΙΠ. Ά λ λ ’οϋτως, ώ Σώκρατες, έχει, οίμαν καλόν μεν καί
Ippia. In nessun modo. τοϋτο τό ακεϋός έστιν καλώς είργασμένον, άλλα τό δλον τούτο
Socrate. « Quindi, dirà, bello è anche una bella m arm it­ ονκ έστιν άξιον κρίνειν ώς δν καλόν πρός ίππον τε καί παρθένον
ta? », rispondi. καί τάλλα πάντα τα καλά.
Ippia. La cosa, o Socrate, sta così, penso: bello è anche ΣΩ. Ε Ιεν μανθάνω, ώ Ιπ π ία , ώς αρα χρή άντιλέγειν πρός 289
questo utensile se è ben lavorato, ma questo non è poi degno 25 τόν ταντα έρωτώντα τάδε· τΩ άνθρωπε, αγνοείς δτι τό τοϋ Η ρ α ­
di essere giudicato bello sullo stesso piano di un cavallo, di κλείτου εν έχει, ώς αρα « Πιθήκων ό κάλλιστος αισχρός άνϋρώ- '
una ragazza e di tu tte le altre cose belle. πων γένει σνμβάλλειν, » καί χυτρών ή καλλίστη αισχρά παρ­
Socrate. Bene; capisco, o Ippia, come bisogna controbbat- θένων γένει συμβάλλειν, ως φησιν Ιππία ς δ σοφός■ ούχ ούτως,
tere ad uno che interroga a questo modo: amico, tu ignori che ώ 'Ιππία;
è esatto quel detto di Eraclito secondo cui «la più bella scim­ 30 ΙΠ . Πάνυ μεν ούν, ώ Σώκρατες, όρθώς άπεκρίνω.
mia è b ru tta a confronto della specie umana», come la più ΣΩ. "Ακούε δή. μετά τοϋτο γάρ εύ οΐδ’δτι ψήσει' « Τί δέ,
bella delle m arm itte lo è al confronto della specie delle ra ­ ώ Σώκρατες ; το τών παρθένων γένος θεών γένει αν τις συβάλλη, b
gazze, come dice Ippia il sapiente. Non diremo così, o Ippia?
Ippia. Hai risposto benissimo, o Socrate.
Socrate. Ascolta. So bene che dopo ciò egli dirà: «e che, 6 εΰ om. Ρ. — 16 πάγκαλαι TW : πάγκαλοι Ρ. — 21 τοϋτο τό F:
o Socrate, se qualcuno paragonasse la specie delle ragazze a τοϋτο TW. - 22 δν TW : άν Ρ. — 26 αισχρός TW : εχθρός F. - dv-
Άρώπων Bekker: άνθρωπίνω Sydenham: άνθρωπείφ Heindorf: αλλω
TW F. - 27 αισχρά TW : vai · έχϋρά F (αίσχθρά ί). - 30 άπεκρίνω TW :
άπεκρίνον F. — 32 σνμβάλλγ] TW: σνμβάλαι F (ma. eorr. f).
368 I C IR E N A IC I I. A R IS T IP P O . - D 1-2 369

quella delle dee, non accadrebbe la stessa cosa che nel caso ον ταύτόν πείθεται δπερ τό των χυτρών τώ των παρθένων συμβαλ-
delle m arm itte e delle ragazze? Non sembrerà brutto la più λόμενον; ούχ ή καλλίστη παρθένος αισχρά φανεΐται; ή ού καί
bella ragazza? E questa stessa cosa non la dice anche quel- Ηράκλειτος αυτά τούτο λέγει, δν συ έπάγη, δτι « 'Ανθρώπων
l’Eraclito che tu citi, e cioè che «il più saggio degli uomini ap­ δ σοφώτατος προς θεόν πίθηκος φανεΐται καί σοφία και κάλλει
pare una scimmia a confronto degli dei in bellezza, in saggezza 5 καί τοϊς άλλοις πάσιν; » ομολογήσωμεν, Ιπ π ία , την καλλίστην
e in tu tte le altre cose? »Concederemo, o Ippia, che la più παρθένον προς θεών γένος αισχρόν είναι;
bella ragazza sia b ru tta a confronto delle dee? ΙΠ. Τις γάρ αν άντείποι τούτφ γε, ώ Σώκρατες;
Ippia. Chi sosterrebbe il contrario? ΣΩ. ’Ά ν τοίνυν ταντα ομολογήσωμεν, γελάσεταί τε καί έρεϊ' c
Socrate. Se, concedendo noi questo, egli riderà e dirà: «o « τΩ Σώκρατες, μέμνησαι ούν δτι ήρωτήθης ; » ’Έ γω γε, φήσω,
Socrate, ti ricordi di ciò che ti chiedevo? » certo, dirò; che 10 δτι αυτό το καλόν δτι ποτέ εστιν. « νΕπειτα, » φήσει, « ερωτή­
cosa è mai il bello in sè. « E allora, dirà, richiestoti che cosa σεις το καλόν άποκρίνη δ τυγχάνει δν, ώς αυτός φής, ούδέν μάλ­
è il bello, tu rispondi ciò che per ventura è, come tu stesso λον καλόν ή αισχρόν; » ’Έοικε, φήσω' ή τί μοι συμβουλεύεις,
dici, bello e brutto? » Così sembra, risponderò, o mi consigli ώ φίλε, φάναι;
di dire qualcos’altro, o amico? ΙΠ . Τούτο εγωγε- καί γάρ δή πρός γε δέους δτι ου καλόν τό
Ippia. Questo certo; ha ragione infatti quando dice che la 15 άνδρώπειον γένος, αληθή έρεϊ.
specie um ana è b ru tta a confronto degli dei.
2. P lat ., Hipp. maior, 297 e ed. Burnet. Σ Ω .... ορα γάρ ■εί δ
2. - Socrate. Fai attenzione: se noi diciamo che è bello άν χαίρειν ημάς ποιή, μήτι πάσας τάς ήδονάς, αλλ' ο άν διά τής
ciò che ci fa godere, non ogni piacere, voglio dire, ma quello ακοής καί τής δψεως, τούτο φαϊμεν είναι καλόν, πώς τι άρ αν
che sorge m ediante l ’udito e la vista, da che cosa dovremo άγωνιζοίμεθα; οϊ τέ γέ που καλοί άνθρωποι, ώ Ιπ π ία , καί τά 298
badare a difenderci? Gli uomini belli, gli ornam enti di ogni 20 ποικίλματα πάντα καί τά,ζωγραφήματα καί τά πλάσματα τέρπει
specie, le pitture e le sculture ci dilettano quando noi le guar­ ήμάς όρώντας, a άν καλά ή' καί οί φθόγγοι οι καλοί καί ή μουσική
diamo, quelle che sono belle; e i bei suoni e la musica di ogni σύμπασα καί οι λόγοι καί αί μυθολογίαι ταύτόν τούτο εργάζονται,
specie, i discorsi e le narrazioni mitiche producono lo stesso ω στεί αποκριναίμεδα τφ δράσει εκείνοι άνδρώπω δτι ΎΩ γενναίε,
effetto, cosicché se noi rispondessimo a quell’uomo insolente: τό καλόν έστι τό δι ακοής τε καί δι δψεως ήδύ, ουκ αν οϊει αυτόν
brav’uomo, il bello è il piacere dell’udito e della vista, non 25 τον δρόσους έπίσχοιμεν;
pensi che ne modereremmo l’insolenza? ΙΠ . Έ μοί γοϋν δοκεϊ νύν γε, ώ Σώκρατες, εϋ λέγεσδαι τό
Ippia. Almeno a me, o Socrate, sembra che ora si sia detto καλόν δ εστιν. I*
bene che cosa è il bello. ΣΩ. Τί άρα τά επιτηδεύματα τά καλά καί τούς νόμους,
Socrate. E che? Le belle costumanze e le leggi, o Ippia, ώ 'Ιππία, δι ακοής ή δι δψεως ψήσομεν ήδέα όντα καλά είναι,
diremo che sono belle perchè producono piacere mediante 30 ή άλλο τι είδος εχειν;
l’udito o la vista, o che sono di un’altra specie?

3 αυτό F : ταΰτό TW Ci'oiset. - δ όμολογήσωμεν W : όμολογήαομεν


TF. - 21 φθόγγοι T W : φ&οίτοι F. - 23 θρασεϊ TW : δράσει F. -
24 δι δψεως TF: δψεως W Croiset - αυτόν TW F: αυτών f - θράσους
TW : όράσονς F. - 26 έμοί γονν F : έμοιγε ούν TW - γε om. TW Croi-
set - 27 δ εστιν TW : δτι εστι F. - 29 ήδέα όντα TW : ή δήλον δτι F(-iJ,
ι5ήλον δτι καλά είναι ήδέα Ang.).

Ί4 - ( Ι ι α ν ν λ ν τ ο ν ι . ! C i r e n a i c i .
370 I C IR E N A IC I I. A R IS T 1 P P O . » 2 371

Ippia. Questa difficoltà forse, o Socrate, resterà nascosta ΙΠ . Ταίϊτα ó’ ίσως, ώ Σώκρατες, καν παραλάθοι τον άνθρω­
a quell’uomo. πον.
Socrate. Ma per il cane, o Ippia, non sfuggirà certo a colui ΣΩ. Μα τον κύνα, ώ Ιπ π ία , ούχ ον γ ’αν εγώ μάλιστα αίσχν-
davanti al quale soprattutto io proverei vergogna se cianciassi νοίμην ληρών καί προσποιούμενος τι λέγειν μηδέν λέγων.
e dessi a vedere di dire qualcosa di sensato senza dire nulla 5 ΙΠ . Τίνα τούτον;
in realtà. ΣΩ. Τον Σωφρονίσκου, δς έμοί ονδέν αν μάλλον ta n ta επιτρέ­
Ippia. Chi è costui? πω άνερεύνητα δντα ραδίως λέγειν ή ώς είδότα a μη οϊδα. c
Socrate. Socrate, figlio di Sofronisco, il quale non mi per­ ΙΠ . Α λλά μην έμοιγε καί αύτώ, επειδή συ είπες, δοκεΐ τι
m etterebbe di dire alla leggera queste cose non fondate, più άλλο είναι τούτο το περί τούς νόμους.
che sapere ciò che non so. ίο ΣΩ. 'Έ χ ήσυχη, ώ 'Ιππία' κινδυνεύομεν γάρ τοι, έν τή αυτή
Ippia. Anche a me, dal momento che tu l’hai detto, sem­ έμπεπτωκότες απορία περί τού καλού έν ήπερ νννδή, οϊεσθαι
bra che si tra tti di altra cosa riguardo alle leggi. έν άλλη τ ivi ευπορία είναι.
Socrate. Stai quieto, Ippia: corriamo il rischio infatti di ΙΠ . Πώς τούτο λέγεις, ώ Σώκρατες;
ricadere quanto al bello nella medesima difficoltà di prima, ΣΩ. ’Εγώ σοι φράσω δ γ' έμοϊ καταφαίνεται, εί άρα τι λέγω.
quando si pensava di essere sulla buona strada. 15 ταϋτα μέν γάρ τα περί τούς νόμους τε καί τα έπιτηδεύματα τάχαν d
Ippia. In che senso dici questo, Socrate? φανείη ούκ έκτος δντα τής αίσθήσεως ή διά τής άκοής τε καί
Socrate. Ti dirò la mia opinione, se mai essa significa qual­ δφεως ήμίν ούσα τυγχάνει- άλΧ νπομείνωμεν τούτον τον λόγον,
cosa. Quanto concerne le leggi e le costumanze potrebbe forse τό διά τούτων ήδύ καλόν είναι, μηδέν τό των νόμων εις μέσον
apparire non estraneo alla sensazione che si ha attraverso παράγοντες. άλΧ εί ημάς έροιτο είτε οϋτος δν λέγω, είτε άλλος
l’udito e la vista, tuttavia, sostenendo ora questa tesi che è 20 όστισούν « Τί δη, ώ 'Ιππία τε καί Σώκρατες, άφωρίσατε τού
bello ciò che è piacevole mediante questi sensi, non tiriamo ήδέος τό ταύτη ήδύ ή λέγετε καλόν είναι, τό δέ κατά τάς άλλας
in ballo le leggi. Ma se quest’uomo di cui parlo o un altro qua­ αισθήσεις σίτων τε καί ποτών καί τών περί τάφροδίσια καί τ&λλα e
lunque ci chiedesse: «perchè, o Ippia e Socrate, definite bello πάντα τα τοιαϋτα ου φάτε καλά είναι; ή ουδέ ήδέα, ουδέ ήδονάς
solo quella parte del piacevole di cui parlate, e per quanto τό παράπαν έν τοίς τοιούτοις φατέ είναι, ουδ’ έν άλλω ή τώ ίδεϊν
riguarda le altre sensazioni del mangiare, del bere, dei piaceri 25 τε καί άκοϋσαι; » τ ί φήσομεν, ώ 'Ιππία;
venerei e di tu tte le altre cose di questo genere, non dite che ΙΠ . Πάντως δήπου φήσομεν, ώ Σώκρατες, καί έν τοίς άλλοις
anche queste sono belle? O forse queste cose non sono neppure μεγάλας πάνυ ήδονάς είναι.
piacevoli, o affermate che non vi sono affatto piaceri in esse ΣΩ. <<Τί ούν, » ψήσει, « ήδονάς οϋσας ούδέν ήττον ή καί
nè in altro all’infuori del vedere e dell’udire? » Ohe diremo, έκείνας άφαιρεϊσθε τούτο τοϋνομα καί άποστερείτε τού καλάς 299
o Ippia? 30 είναι; » "Οτι, φήσομεν, καταγελφη άν ήμών ονδείς δστις οϋ, εί
Ippia. Certamente diremo, o Socrate, che anche nelle altre φαιμεν μή ήδύ είναι φαγεϊν, άλλα καλόν, καί δζειν ήδύ μή ήδύ άλλα
sensazioni ci sono piaceri assai grandi. καλόν τά δέ που περί τά άφροδίσια πάντες αν ήμίν μάχοιντο ώς
Socrate. « Perchè dunque, dirà, pur non essendo affatto
piaceri da meno di quelli, negate loro questo nome e li pri­ 3 γ' άν TW : γάρ F. - 5-7 lo Schleiermacher sospettava di queste
vate della bellezza? » Perchè, diremo, riderebbero tu tti di noi righe. - 6 τον F : σωκράτη τον TW f. - έπιτρέποι Τ : έπιτρέποιεν W :
se dicessimo che il mangiare non è piacevole ma bello e che un επιτρέπει FP. - 16 ούκ: da espungere, secondo lo Stallbaum. -
odore piacevole non è piacevole ma bello. B quanto al piacere 17 ύπομείνωμεν TW : νπ ομείνομεν F. — 21 λέγετε codd. recenti: λέγεται
venereo tu tti di fronte a noi sosterrebbero che è il più piacevole TW F. — 29 έκείνας] έκείνας οϋσας F. - άφαιρεϊσθε Τ : άφαιρεϊσθαι WF.
— 30 εί TW : εϋ σοι F.
I (Ί Κ Κ Ν Λ Κ 'Ι 1. A R I S T I P P O . - D 2-4 373
372

di tutti, ma che bisogna, se qualcuno lo pratica, praticarlo in ήδιστον δν, 0εϊν δέ αυτό, εάν τις καί πράττει, οντω πράττειν ώστε
modo tale che nessuno veda, essendo la cosa più turpe a ve­ μηδένα όράν, ώς αισχιστον δν όράσ&αι. ταϋτα ημών λεγόντων,
dersi. Dicendo noi queste cose, o Ippia, « comprendo, dirà ώ Ιπ π ία , « Μαν&άνω, » αν ίσως φαίη, « καί έγώ δτι πάλαι αίσχν-
forse quello, non osate dire che questi piaceri sono belli, poi­ νεσ&ε ταύτας τάς ήδονάς φάναι καλάς είναι, δτι ου δοκεϊ τοίς
ché non è questa la comune opinione degli uomini; m a io non 6 άν&ρώποις’ άλΧ έγώ ον τοΰτο ήρώτων, δ δοκεΐ τοίς πολλοϊς καλόν b
chiedevo ciò che alla maggioranza degli uomini sembra essere είναι, άλλ’δτι έστιν. » έροΰμεν δη οίμαι δπερ ύπε&έμε&α, δτι
bello, ma bensì che cosa è bello ». Noi risponderemo allora, « Τονϋ·,ήμείς γέ ψαμεν το μέρος τον ήδέος, το επί τη δψει τε καί
penso, ciò che abbiamo supposto e cioè: «noi diciamo che è ακοή γιγνόμενον, καλόν είναι.»·
bello quella parte del piacere che nasce mediante la vista e 3. P l a t ., Protag., 351 b ed. Burnet. Λέγεις δε τινας,
mediante l’udito». 10 έφην, ώ Πρωταγόρα, των άν&ρώπων εύ ζην, τούς δε κακώς;
3. - Ammetti, dissi, o Protagora, che alcuni uomini vi­ — ’Έφη. — ΎΑρ ούν δοκεϊ σόι άν&ρωπος άν εν ζην, εί άνιώμενός
vano felicemente e altri infelicemente1? — Si. — Ti sembra τε καί όδννώμενος ζώη; — Ονκ εφη. — Τί δ' εί ήδέως βίους τον
forse che un uomo possa vivere felicemente, se vive in mezzo βϊ'ον τελεντήσειεν; ονκ εύ αν σοι δοκεϊ οϋτως βεβιωκέναι;—’Έ μοιγ’,
alle angustie e ai dolori? — No. — B se arriva al termine di εφη. — Τό μεν αρα ήδέως ζην άγα&όν, το δ*άηδώς κακόν. —
una vita tu tta piacevole? Non ti sembra che abbia vissuto 15 Εϊπερ τοϊς καλοϊς γ ’, εφη, ζώη ήδόμενος. — Τί δη, ώ Πρωταγόρα; c
appunto felicemente? — Certo. — Il vivere felicemente quindi μη και σν, ώσπερ οι πολλοί, ήδε αττα καλεϊς κακά και άνιαρά
è bene, infelicemente è male. — A patto, disse, che si viva άγα&ά; εγώ γάρ λέγω, καϋ?δ ήδέα έστίν, άρα κατά τοΰτο ονκ
godendo di cose belle. — E che, o Protagora, anche tu come άγα&ά, μη εϊ τι άπ αυτών άποβήσεται άλλο; και αύ&ις αν τά
la maggioranza degli uomini chiami cattive alcune cose pia­ άνιαρά ωσαύτως ούτως ον καθόσον άνιαρά, κακά; — Ονκ οίδα,
cevoli e buone alcune cose sgradevoli? Io dico invece: in quanto 20 ώ Σώκρατες, εφη, απλώς όντως, ώς σν έρωτας, εί έμοί άποκρι-
sono piaceri non sono forse per questo beni, se da essi non ne τέον έστίν ώς τά ήδέα τε άγα&ά έστιν άπαντα καί τά άνιαρά κακά■ d
nasce qualche conseguenza? E così le cose sgradevoli non sono άλλά μοι δοκεϊ ον μόνον προς τήν ννν άπόκρισιν έμοί άσφαλέστε-
forse cattive per questa stessa ragione, cioè in quanto sgra­ ρον είναι άποκρίνασ&αι, άλλα καί προς πάντα τον άλλον βίον τον
devoli? — Io non so, o Socrate, se debba risponderti cosi έμόν, δτι έατι μεν ά τών ήδέων ονκ έστιν άγα&ά, έστι δ’αν καί
semplicemente come tu interroghi e cioè che le cose piacevoli 25 ά τών άνιαρών ονκ έστι κακά, έστι δ’α έστι, καί τρίτον a ουδέ­
sono tu tte buone e quelle sgradevoli cattive. Tuttavia a me τερα, ούτε κακά οϋτ άγα&ά. — 'Ηδέα δε καλεϊς, ήν δ’ έγώ, ον
sembra, non soltanto nei confronti della presente risposta, τά ήδονής μετέχοντα ή ποιοϋντα ήδονήν; — Πάνν γ ’, εφη. —- Τοΰτο e
m a anche nei confronti di tu tta la mia vita, che per me è più τοίννν λέγω, καψ δαον ήδέα έστίν, εί ονκ άγα&ά, τήν ήδονήν
prudente risponderti che vi sono delle cose piacevoli che non αυτήν έρωτών εί ονκ άγα&όν έστιν.
sono buone e delle cose spiacevoli che non sono cattive, che vi
sono altre cose per cui vale questa definizione e che in terzo 30 4. P l a t ., Protag., 353 c ed. Burnet. Πάλιν τοίννν, έφην
luogo ve ne sono altre ancora che non sono nè una cosa nè έγώ, εί έροιντο ή μάς" « Τί ούν φάτε τοΰτο είναι, δ ήμε ϊς ήττω
l’altra, nè cattive nè buone. — Non chiami forse piacevoli,
dissi io, quelle cose che partecipano del piacere o che lo pro­
ducono? — Certo, disse. — Questo dunque io intendo dire 1 δεϊν Heindorf: δεϊ TWP. - 6 άλλ’ δτι TW : άλλά τι Ρ. - 13
quando chiedo se le cose piacevoli non sono buone in quanto δοκεϊ codd. recenti: δοκοί BTW - οϋτως T W : ουτος Β. - 17 καϋ’ δ]
piacevoli, se, cioè, il piacere in sè non è bene. καϋό Τ: καϋδν Β: καϋ·' δ μηδ’ W. - 18 μή ε ϊ τι BTW : εί μη εϊ τι
4. - Di nuovo dunque, dissi io, se ci chiedessero : « che Thompson. - 26 ούτε κακά οϋτ' άγαϋά ΒΤ : οϋτ' άγαϋά οϋτε κακά W.
cosa dunque dite che è ciò che noi definiamo essere vinti dai - 31 τί] ετι BTW.
374 I C IR EN A IC I 1. A R 1 S T I P P O . - D 4 375

piaceri1? » io risponderei loro così: «Ascoltate: io e Protagora είναι των ηδονών έλέγομεν; » εϊπομ αν εγωγε προς αυτούς ώδί'
infatti tenteremo di dirvelo. Dite forse, o uomini, che vi ac­ Ακούετε δή· πειρασόμε&α γάρ ύμϊν εγώ τε καί Πρωταγόρας
cade qualcos’altro in tali situazioni, come quando vi fate vin­ φράσαι. άλλο τι γάρ, ώ άν&ρωποι, φάτε ύμϊν τούτο γίγνεσθαι
cere da quei piaceri, che sono il mangiare, il bere e l’amore, εν τοΐσδε, olov πολλάκις υπό σίτων και ποτών καί αφροδισίων
se non che, pur riconoscendo che sono cose cattive, tuttavia 5 κρατούμενοι ήδέων δντων, γιγνώσκοντες δτι πονηρά έστιν, δμως

le praticate egualmente? » Essi forse acconsentirebbero. « D un­ αυτά πράττειν; — Φαϊεν αν. — Ούκοϋν έροίμε&’ άν αυτούς εγώ
que, chiederemmo di nuovo io e te a loro, per quale ragione τε καί σύ πάλιν Πονηρά δε αύτά πή φάτε είναι; πότερον δτι την d
voi dite che sono cose cattive? Forse perchè danno immedia­ ηδονήν ταύτην εν τώ παραχρήμα παρέχει καί ήδύ έστιν έκαστον
tam ente un tale piacere e ciascuna di esse è piacevole, o per­ αύτών, ή δτι εις τον ύστερον χρόνον νόσους τε ποιεί και πενίας
chè in seguito procurano m alattie e povertà e altre cose del 10 καί άλλα τοιαϋτα πολλά παρασκευάζει; ή καν ει τι τούτων εις

genere? O, se esse non procurassero nulla del genere, ma fa­ το ύστερον μηδέν παρασκευάζει, χαίρειν δε μόνον ποιεί, δμως
cessero solamente godere, sarebbero egualmente cattive, per­ δ’άν κακά ήν, δτι μα&όντα χαίρειν ποιεί, καί όπηοϋν; αροίόμε-
chè mettono in condizione di godere e in qualunque modo? » ιΤάν αυτούς, ώ Πρωταγόρα, άλλο τι άποκρίνασϋαι ή δτι ού
Certo noi pensiamo, o Protagora, che essi non risponderebbero κατά την αύτής τής ηδονής τής καραχρήμα εργασίαν κακά έστιν,
altro se non che esse sono cattive non per l’efficacia dello 15 άλλά διά τά ύστερον γιγνόμενα, νόσους τε καί τ&λλα. — Έγό> e
stesso piacere presente, ma per le sue conseguenze future, μεν οιμαι, έφη ό Πρωταγόρας, τούς πολλούς αν ταϋτα άποκρί-
m alattie ed altre cose. — Io ritengo, disse Protagora, che i νασ&αι. — Ούκοϋν νόσους ποιοΰντα ανίας ποιεί, καί πενίας ποιούντα
più risponderebbero così. — « Dunque producendo m alattie άνίας ποιεί; 'Ομολογοϊεν αν, ώς έγώμαι. — Συνέψη ό Πρωταγόρας■
producono dolori e producendo povertà producono dolore? » — — Ούκοϋν φαίνεται, ώ άνθρωποι, ύμϊν, ως φαμεν έγώ τε καί
Sarebbero d’accordo, penso, aggiunse Protagora. — « Non vi 20 Πρωταγόρας, διαύδεν άλλο ταϋτα κακά δντα ή διότι εις άνίας
sembra dunque, o uomini, che queste cose sono cattive sol­ τε άποτελευτά καί άλλων ηδονών αποστερεί; ' Ομολογοϊεν αν;
tanto per il fatto che terminano in dolori e privano di altri — Συνεδόκει ήμϊν άμφοϊν. — Ούκοϋν πάλιν αν αύτούς τό έναντίον 3 5 4
piaceri, come diciamo io e Protagora? » Sarebbero essi d’ac­ εί έροίμε&α τΩ άνθρωποι οί λέγοντες αϋ άγα&ά ανιαρά είναι,
cordo? Così ci sembrò ad entrambi. E se noi allora poniamo άρα ού τά τοιάδε λέγετε, olov τά τε γυμνάσια καί τάς στρατείας
loro la domanda contraria : « o uomini, quando voi dite che 2 5 καί τάς υπό τών Ιατρών θεραπείας τάς διά καύσεών τε καί τομών

certe cose buone sono dolorose, non intendete cose di questo καί φαρμακειών καί λιμοκτονιών γιγνομένας, δτι ταϋτα άγα&ά
genere, come gli esercizi ginnici, quelli militari, e le cure me­ μέν έστιν, άνιαρά δέ; Φαιεν αν; — Συνεδόκει. — Πότερον ούν
diche che sono fatte mediante cauterii, tagli, farmachi e diete, κατά τόδε άγα&ά αύτά καλεϊτε, δτι εν τώ παραχρήμα όδύνας τάς |>
e che esse sono sì buone, ma anche dolorose? » Acconsentireb­ έσχάτας παρέχει καί άλγηδόνας, ή δτι εις τον ύστερον χρόνον
bero? Fu d’accordo. «Forse che voi le chiamate buone per 3 0 ύγίειαί τε άπ αύτών γίγνονται καί εύεξίαι τών σωμάτων καί τών

questo, perchè immediatamente danno penose sofferenze πόλεων σωτηρίαι καί άλλων άρχαί καί πλοϋτοι; Φαϊεν άν, ώς
e dolori, o perchè in seguito nascono da esse la salute, il benes­ έγώμαι. — Συνεδόκει. — Ταϋτα δε άγα&ά έστι δι άλλο τι ή
sere del corpo, la salvezza della città, il comando sugli altri δτι εις ήδονάς άποτελευτσ. καί λυπών άπαλλαγάς τε καί άποτυο-
e le ricchezze? » Direbbero così, come credo. Fu d ’accordo.
« Sono forse buone per altre ragioni allora, se non perchè
terminano in piaceri, nella liberazione e nell’allontanamento 1 έλέγομεν] λέγομεν Cobet. — 12 ήν BTW : εϊη Marc. 189 - μα&όντα
codd. : παϋόντα Stallbaum: παρόντα Hermann. - 22 άν BTW : αϋ
Schanz. - 24 στρατείας Τ: στρατιάς Β. - 26 φαρμακείων TW : φαρμάκων
Β : φαρμακιών B a. — 32 (5έ] δή Sauppe.
376 I C IR E N A IC I I. A R I S T I P I ’O. I) 4-li 377

dai mali? O avete qualche altro fine, guardando al quale chia­ πας; ή έχετέ τι άλλο τέλος λέγειν, εις δ άποβλέψαντες αυτά άγα&ά
m ate queste cose, buone, che non sia il piacere e il dolore? » καλεϊτε, άλλ’ <ή> ήδονάς τε και λύπας; Ονκ αν φαϊεν, ώς έγώμαι. c
Non potrebbero dirlo, come penso. — Non sembra neppure — Ονδ" έμο'ι δοκεϊ, έφη ό Πρωταγόρας. — Ούκούν την μεν ηδονήν
a me, disse Protagora. — « Non seguite dunque il piacere in διώκετε ώς άγα&όν δν, την δε λύπην φεύγετε ώς κακόν; — Συνε-
quanto è bene e fuggite il dolore in quanto è male? ». F u d’ac­ 5 δόκει. — Τοϋτάρα ήγε~ιαϋ?είναι κακόν, την λύπην, καί άγα&όν
cordo. « Dunque voi ritenete che male sia il dolore e bene il την ηδονήν, έπε'ι και amò το χαΐρειν τότε λέγετε κακόν είναι,
piacere, poiché voi dite che lo stesso godere allora è male, δταν μειζόνων ηδονών άποστερή ή δσας αυτό έχει, ή λύπας μει-
quando priva di piaceri maggiori di quelli che egli stesso possa ζονς παρασκενάζη των εν αύτώ ηδονών έπε'ι εΐ κατ άλλο τι αύτο d
offrire, o procuri dolori maggiori dei suoi stessi piaceri; poiché rei χαΐρειν κακόν καλεϊτε και εις άλλο τι τέλος άποβλέφαντες,
se per qualche altra ragione voi chiamate male il godere, 10 έχοιτε αν κα'ι ήμΐν είπειν άλλ’ονχ έξετε. — Ονδ εμοι δοκοΰσιν,
avendo di mira qualche altro fine, voi dovreste essere in grado έφη ό Πρωταγόρας. — "Αλλο τι οϋν πάλιν καί περί αυτού τον
di dircelo: ma non lo sarete ». — Non pare neppure a me, disse λυπεϊσ&αι ό αυτός τρόπος; τότε καλεϊτε αυτό το λυπεϊσ&αι
Protagora. — « E non è forse lo stesso caso per il soffrire? άγα&όν, δταν ή μείζους λύπας τών εν αύτώ ούσών άπαλλαττη
Non è forse allora che voi chiamate bene lo stesso soffrire, ή μείζους ήδονάς τών λυπών παρασκενάζη; έπε'ι ε’ι προς άλλο
quando o libera da dolori maggiori di quelli in esso contenuti 15 τι τέλος αποβλέπετε, δταν καλήτε αυτό το λυπεϊσ&αι άγα&όν, e
o procura piaceri più grandi dei dolori? Perchè se avete di ή προς δ έγώ λέγω, έχετε ήμϊν είπεϊν άλΧούχ έξετε.
mira un fine diverso da quello per cui io ora parlo, dovreste 5. P lat ., Protag., 356 a ed. Burnet. Ei γάρ τις λέγοι δτι
essere in grado di dircelo, ma non lo sarete ». « Α λ λά πολύ διαφέρει, ώ Σώκρατες, το παραχρήμα ήδύ τον
5. - Se qualcuno infatti dicesse: «C’è grande differenza, εις τον ύστερον χρόνον καί ήδέος και λυπηρού, » Μών άλλω τω,
o Socrate, tra il piacere presente e il piacere e il dolore futuro », 20 φαίην αν έγωγε, ή ηδονή και λύπη; ού γάρ εσ&’δτω άλλω. άλλ’ώσπερ b
forse che in qualche altra cosa, risponderei io, che nel piacere άγα&ός ίστάναι αν&ρωπος, συν&ε'ις τα ήδέα καί σνν&είς τα λυπηρά,
o nel dolore? Non vi è infatti altro motivo. Ma, come un uomo καί το εγγύς καί το πόρρω στήσας εν τώ ζυγώ, είπε πάτερα
buono a pensare, riuniti insieme i piaceri da una parte e i πλείω έστίν. εάν μέν γάρ ήδέα προς ήδέα ίστής, τά μείζω άεί και
dolori dall’altra, e messi sulla bilancia l’immediato e il lon­ πλείω ληπτέα· έάν δε λυπηρά προς λυπηρά, τά ελάττω και σμι-
tano, dì ora quali sono di maggior peso. Se infatti poni pia­ 25 κρότερα· εάν δε ήδέα προς λυπηρά, εάν μέν τά άνιαρά ύπερβάλληται
ceri di fronte a piaceri, bisogna scegliere i più grandi e i più υπό τών ήδέων, εάντε τά εγγύς υπό τών πόρρω έάντε τά πόρρω
abbondanti; se invece poni dolori di fronte a dolori, bisogna υπό τών εγγύς, ταύτην την πράξιν πρακτέον εν ή αν ταύτένή'
scegliere i più piccoli e i più esigui ; se poi poni piaceri di fronte εάν δε τά ήδέα υπό τών άνιαρών, συ πρακτέα· μή πη άλλη έχει, c
a dolori e se i dolori sono superati dai piaceri, sia quelli vicini φαίην άν, ταντα, ώ άν&ρωποι; oW δτι ονκ άν έχοιεν άλλως λέγειν.
da quelli lontani, sia quelli lontani da quelli vicini, allora, 30 6. P lat ., Protag., 358 a ed. Burnet. ''Ομολογείτε άρα,
bisogna seguire quella condotta in cui vi si trovino questi ήν δ’ εγώ, το μεν ήδύ άγα&όν είναι, το δε άνιαρόν κακόν, την
piaceri; se invece i piaceri sono superati dai dolori, bisogna δέ Προδίκου τοϋδε όιαίρεσιν τών ονομάτων παραιτούμαι· εϊτε
astenersene. Eitenete forse, direi io, che le cose stiano in altro γάρ ήδύ είτε τερπνόν λέγεις εϊτε χαρτόν, εϊτε όπό&εν καί δπως
modo? Sai bene che essi non saprebbero dire altrimenti.
6. - Siete dunque d’accordo, dissi, che il piacere è bene 2 < ή > : è integrazione dello Stephanus. - 5 τοντ’] ταντ’ Cobet. -
e il dolore è male. Lascio per ora da parte la distinzione fra i 6 λέγετε Τ: λέγεται BW. — 20 ηδονή και λύπη ΒΤ : ηδονήν καί λύπην
nomi di Prodico qui presente ; sia infatti che tu parli di piacere, Τ. - 22 είπε corr. Coiai.: είπε BTW. - 29 ού in margine Τ: om.
di godimento, di diletto, sia che tu ti compiaci del donde θ BTW. - 32 εϊτε γάρ ΒΤ : είπε γάρ W.
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del come nomini queste cose, o ottimo Predico, questo rispon­ χαίρεις xà τοιαϋτα όνομάζων, ώ βέλτιστε Πρόδικε, τοντό μοι b
dimi rispetto a ciò che voglio. — Ridendo allora Prodico ac­ προς δ βούλομαι άπόκριναι. — Γελάσας ούν ό Πρόδικος συνωμολό-
consentì e così gli altri. — Che cosa è mai questo, dissi, o uomi­ γησε, καί οί άλλοι. — Τί δε δή, ώ άνδρες, έφην εγώ, το τοιόνδε;
ni^ T utte le azioni rivolte a questo scopo, cioè a vivere senza ai επί τούτον πράξεις απασαι, επί τον άλύπως ζην καί ηδέως,
dolori e piacevolmente, non sono forse belle [e utili]? E ogni 6 άρ ου καλαί [καί ωφέλιμοι]; καί το καλόν εργον Αγαθόν τε καί
opera bella non è forse buona e utile? — F u d’accordo. — Se ωφέλιμον; — Σννεδόκει. — Εί αρα, έφην εγώ, το ήδύ Αγαθόν
dunque, dissi, il piacevole è bene, nessuno, sapendo e ritenendo έστιν, ονδείς ούτε είδώς ούτε οίόμενος άλλα βελτίω είναι ή α ποιεί,
che vi siano altre cose migliori di quelle che fa e che sono pos­ καί δυνατά, έπειτα ποιεί ταϋτα, εξόν τά βελτίω' ουδέ το ηττω c
sibili, fa poi queste cose, m entre può fare quelle migliori; nè είναι αυτόν άλλο τι τοϋτ έστίν η άμαθία, ουδέ κρείττω έαυτοϋ
essere vinto da se stesso è cosa diversa dall’insipienza, nè il 10 άλλο τι ή σοφία.
vincere se stesso è cosa diversa dalla sapienza.
1. P lat ., Gorg., 491 e ed. Burnet. Κ Α Λ. Έ πεί πώς αν
7. - Callide. E in effetti come potrebbe essere felice quel­ ευδαίμων γένοιτο άνθρωπος δουλεύων δτωοϋν; αλλά τοϋτ εστιν
l’uomo che fosse servo di chicchessia? Ma questo che ora io το κατά φύσιν καλόν καί δίκαιον, δ εγώ σοι νϋν παρρησιαζόμένος
ti dico con tu tta libertà è ciò che è bello e giusto per natura: λέγω, δτι δει τον όρϋώς βιωσόμενον τάς μεν επιθυμίας τάς εαυτόν
colui che vuol vivere come si conviene, deve lasciare libere 15 εάν ώς μεγίστας είναι καί μη κολάζειν, ταύταις δε ώς μεγίσταις
le proprie passioni, per quanto grandi esse siano, e non repri­ ονσαις Ικανόν είναι ύπηρετειν δι ανδρείαν καί φρόνηαιν, και 492
merle ed essere in grado di soddisfare ad esse, per quanto άποπιμπλάναι ών αν άεί ή επιθυμία γίγνηται. άλλα τοϋτ οιμαι
grandi, con coraggio e intelligenza e appagare tu tto ciò di τοϊς πολλοΐς ου δυνατόν δθεν ψέγουσιν τους τοιούτους δι αισ­
cui sempre sorga desiderio. Ma questo, penso, non è possibile χύνην, άποκρυπτόμενοι την αυτών άδνναμίαν, καί αισχρόν δη
per la maggioranza degli uomini: onde essi biasimano coloro 20 φασιν είναι την άκολασίαν, δπερ έν τοϊς πρόσθεν εγώ έλεγον,
che vivono in questo modo per vergogna, nascondendo la δουλούμενοι τους βελτίονς την φύσιν Ανθρώπους, καί αυτοί ου
propria impotenza, e perciò dicono che l’intem peranza è turpe, δννάμενοι έκπορίζεσθαι ταις ηδοναϊς πλήρωσιν επαινοϋσιν την
rendendo servi, come già dicevo prima, gli uomini più dotati σωφροσύνην καί την δικαιοσύνην διά την αυτών ανανδρίαν, επει b
per natura, e quanto a loro stessi poi, incapaci come sono a δσοις εξ άρχής ύπήρξεν η βασιλέων ύέσιν είναι η αυτούς τη φύσει
fornire soddisfazione ai propri piaceri a causa della loro m an­ 25 'ικανούς εκπορίαασθαι άρχήν τινα ή τυραννίδα ή δυναστείαν,
canza di coraggio, lodano la temperanza e la giustizia. Ma per <τί αν > τη Αλήθεια αισχιον καί κάκιον ειη σωφροσύνης καί δικαιο­
tu tti coloro ai quali fin da principio toccò in sorte o di essere σύνης τούτοις τοϊς άνθρώποις, οΐς εξόν άπολαύειν των αγαθών
figli di re o di essere essi stessi capaci di procacciarsi o un co­ καί μηδενός έμποδών δντος, αυτοί έαυτοϊς δεσπότην έπαγάγοιντο
mando o una tirannide o un potere supremo, che cosa potrebbe τον τών πολλών ανθρώπων νόμον τε καί λόγον καί ψόγον; ή πΰις
esserci, in verità, di peggio e di più vergognoso per loro della
temperanza e della giustizia? Essi invero, pur essendo loro
lecito di godere di tu tti i beni, senza che ci sia nessuno in grado
di impedirlo, dovrebbero poi da se stessi imporsi come padroni 4 τούτον] τοντφ Heindorf. - 5 και ωφέλιμοι : espunto dallo Schleier-
la legge, le chiacchiere e il biasimo della maggioranza degli maclier. - 7 ποιεί Heindorf : έποίει BTW - 8 δυνατά Schleierruaclier :
δνναται BTW. - 17 ή] έν Ρ. - 24 δσοις F: ϋεοϊς ΒΡΤ: δέ οΐς W : γε
οΐς codd. recenti Croiset: τοϊς t. - 25 εκπορίαασθαι ΒΤΡ : πορίσασθαι
Ρ. - 26 <τί αν>: è integrazione del Woolsey: om. BTPP. - καί
δικαιοσύνης F: om. BPT. - 28 έαυτοϊς om. P. - 29 καί λόγον: da
espungere secondo lo Schanz.
380 I C IR E N A IC I I. A R I S T I P P O . - D 7-10 381

uomini? E come non sarebbero infelici sotto questa bella idea ούκ àv ά&λιοι γεγονότες εΐεν υπό τοϋ καλόν τοϋ τής δικαιοσύνης c
della giustizia e della temperanza, senza la possibilità di bene­ καί τής σωφροσύνης, μηδέν πλέον νέμοντες τοϊς φίλοις τοις αυτών
ficare più gli amici che i nemici, e tu tto questo pur coman­ ή τοϊς εχθροϊς, και ταντα άρχοντες εν τη εαυτών πόλει; άλλα
dando nella loro stessa c ittà 1? Ma per verità, o Socrate, per τή αλήθεια, ώ Σώκρατες, ήν φής συ διώκειν, ώδ’ έχει· τρυφή καί
quella stessa verità che tu dici di seguire, le cose stanno così: 5 άκολασία και ελευθερία, εάν επικουρίαν έχη, τοντ έστίν αρετή
la vita facile, l’intemperanza, l’arbitrio, qualora abbiano τε κα'ι ευδαιμονία, τα δέ άλλα ταϋτ>έστίν τά καλλωπίσματα, τα
sostegno, tu tto ciò è virtù e felicità; e tu tte le altre cose sono παρά φύσιν συνθήματα άνθρώπων, φλυαρία και ούδενός άξια.
invece smancerie, convenzioni umane contro natura, scioc­ 8. P lat ., Gorg., 494 c ed. Burnet. Κ Α Λ . Λέγω, καί τάς
che e senza valore. άλλας επιθυμίας άπάσας έχοντα καί δυνάμενον πληροϋντα χαί-
8. - Callide. E avere questi e tu tti gli altri desideri ed 10 ροντα εύδαιμόνως ζήν.
essere in grado di soddisfarli e di provarne gioia, tu tto ciò 9. P lat ., Gorg., 494 e ed. Burnet. ΣΩ. "Ορα, ώ Καλλίκλεις,
io chiamo vivere felicemente. τι άποκρινή, εάν τις σε τα έχόμενα τούτοις εφεξής άπαντα έρωτά-
καί τούτων τοιούτων δντων κεφάλαιον, ό τών κίναιδων βίος,
9. - Socrate. Bada, o Callide, a cosa risponderesti se uno
ούτος ού δεινός καί αισχρός καί άθλιος; ή τούτους τολμήσεις λέγειν
ti ponesse tu tte le questioni una di seguito all’altra. E, tanto
15 εύδαίμονας είναι, εάν άφθόνως έχωσιν ών δέονται;
per riunire tu tte le cose di questo genere sotto un sol punto
Κ Α Λ . Ούκ αισχύνη εις τοιαντα άγων, ώ Σώκρατες, τούς
fondamentale, la vita dei cinedi non è orribile, turpe e mise­
rabile1? O avrai il coraggio di dire che anche costoro sono felici, λόγους;
se hanno senza lim iti ciò che desiderano? ΣΩ. ΎΗ γάρ εγώ άγω ενταύθα, ώ γενναίε, ή έκεινος δς αν
Callide. Non ti vergogni, o Socrate, a portare il discorso φή άνέδην οϋτω τούς χαίροντας, δπως αν χαίρωσιν, εύδαίμονας 496
su simili argomenti? 20 είναι, καί μή διορίζηται τών ηδονών όποϊαι άγαθαί καί κακαί;
Socrate. Ma sono io che faccio questo, o amico, o è piut­ άλλ’ έτι καί νϋν λέγε πότερον φής είναι το αυτό ήδύ καί άγαθόν,
tosto colui che dice schiettamente che sono felici coloro che ή είναι τι τών ήδέων δ ούκ έστιν άγαθόν;
godono, in quanto godono, e non distingue tra i piaceri quali ΚΑΛ. "Iva δη μοι μή avoμολογούμένος ή ό λόγος, εάν έτερον
sono buoni e quali cattivi? Ma ancora dì se tu ritieni che pia­ ψήσω είναι, τό αύτό φημι είναι.
cere e bene siano la stessa cosa, o se invece ritieni che vi sia 25 10. P lat., Phaed., 68 e ed. Burnet. ΣΩ... Τί δέ οί κόσμιοι
qualche piacere che non sia bene. αύτών; ού ταύτόν τούτο πεπόνθασιν' ακολασία τινί σώφρονές είσιν;
Callide. Affinchè non sia contraddetto il mio ragionamento, καίτοι φαμέν γε αδύνατον είναι, άλΣόμως αύτοϊς συμβαίνει
se dico che sono cose diverse, affermo che sono la stessa cosa.
10. - Socrate. E che dire di quelli che sono moderati? Non 1 εΐεν] εϊησαν BTPF. - 5 έστίν] άρα Schanz. - 9 άπάσας om. Ρ.
capita loro la stessa cosa: di essere tem peranti per una certa - πληροϋντα BTPF: πληρούν Stephanus, Croiset. - 12 άποκρινή]
intemperanza? Diciamo pure che ciò è impossibile, ma tu ttav ia άποκρινεϊ Β : άποκρίνει Τ: άποκρίνη P F — εχόμενα·. espunto da Sclianz
e Croiset: corr. in επόμενα da Bekkei'. - 13 τούτων] <τό> τούτων
Buttmann - κεφάλαιον Fb: κεφαλαίων BTP : κεφαλαιότατον Antiatti-
cista (?). — 15 άφθόνως] άφθονα F. — 16 τούς λόγονς: espunto dal Co-
bet. — 23 μή άνομολογούμένος ΒΤΡ: μή όμολογούμενος F: γρ. καί άνο-
μολογούμενος καί μή όμολογούμενος Olimpiodoro. — 26 σώφρονές codd.
e Giamblico: < σωφρονο >νσιν Papyrus Arsinoitica (ed. Flinders Pe-
trie).
I C IR E N A IC I I. A R IS T IP P O . I) 10-12 383
382

accade loro di essere in una situazione simile con la loro sciocca τούτω ομοιον το πάθος το περί ταύτην την ευήθη σωφροσύνην
temperanza. Temendo di essere privati di alcuni piaceri e φοβούμενοι γάρ ετέρων ηδονών στερηθήναι καί έπιθνμοϋντες
tu ttav ia desiderandoli, si tengono lontani da altri piaceri, εκείνων, άλλων άπέχονται ύπ’άλλων κρατούμενοι, καίτοι καλούσί 69
dominati come sono da quelli; e invero chiamano intem pe­ γε ακολασίαν το υπό των ηδονών άρχεσϋαι, άλλ’δμως συμβαίνει
ranza l’essere dom inati dai piaceri, ma tu ttav ia capita loro 5 αύτοϊς κρατουμένοις ύφ’ηδονών κρατείν άλλων ηδονών, τούτο
di dominarne alcuni proprio perchè dom inati da altri piaceri. δ’δμοιόν έστιν φ νυνδή έλέγετο, τώ τρόπον τινά δι ακολασίαν
Ora questo è proprio quanto si diceva, che essi, cioè, sono αυτούς σεσωφρονίσϋαι.
tem peranti per una specie di intemperanza.
11. P l a t ., Cratyl., 381 c ed. Burnet. ΕΡΜ. Καί μην έγωγε,
11. - Ermogene. E invero io, o Socrate, dopo aver parlato ώ Σώκρατες, πολλάκις δη καί τούτω διαλεχθείς καί άλλοις πολ-
molte volte di questo con molti altri, non mi so persuadere 10 λοϊς, συ δύναμαι πεισθήναι ώς άλλη τις όρθότης ονόματος ή συν­
che vi sia altra giustezza di nome che la convenzione e l’ac­ θήκη καί ομολογία, εμοί γάρ δοκει δτι άν τις τω ϋήται άνομα, d
cordo. A me sembra infatti che se uno pone un nome ad una τούτο είναι τό ορθόν καί άν αύθίς γε έτερον μεταθήται, εκείνο
cosa, questo sia il nome giusto; e se poi di nuovo ne m ette un δε μηκέτι καλή, ούδέν ήττον τό ύστερον όρθώς έχειν τού προτέ-
altro e non fa più uso del primo, l’ultimo nome non è affatto ρου, ώσπερ τοίς οίκέταις ημείς μετατιθέμεθα [ούδέν ήττον τοϋτεί-
meno giusto del primo, così come noi m ettiam o un nome agli 15 ναι ορθόν τό μετατεθέν τού πρότερον κειμένου]' συ γάρ φύσει
schiavi, [e questo nome imposto dopo non è affatto meno έκάστω πεφυκέναι άνομα ούδέν ούδενί, άλλα νόμω καί έθει τών
giusto di quello di prima]. Nessun nome mai infatti è sorto έθισάντων τε καί καλούντων.
naturalm ente per qualche cosa, ma per legge e abitudine di
12. P lat., respubl., η 357 b ed. Burnet. Λ έγε γάρ μοτ
coloro che lo pongono e ne fanno uso.
άρά σοι δοκει τοιόνδε τι είναι αγαθόν, δ δείςαίμεθ’ άν έχειν συ
12. - Dimmi: ti sembra che vi sia un bene tale che noi 20 τών άποβαινόντων έφιέμενοι, άλ?.’αυτό αυτού ένεκα άσπαζόμενοι,
desidereremmo di averlo non badando alle sue conseguenze, οίον τό χαίρειν καί ai ή δονai δσαι αβλαβείς καί μηδέν εις τον
ma amandolo per se stesso, come il godere e i piaceri, quanti έπειτα χρόνον διά ταύτας γίγνεται άλλο ή χαίρειν έχοντα;
sono innocui e dai quali non viene altra conseguenza nel fu­ 'Έμοιγε, ήν δ' εγώ, δοκει τι είναι τοιούτον.
turo se non il godimento di chi li prova1? Τί δέ; δ αυτό τε αυτού χάριν άγαπώμεν καί τών άπαύτοϋ e
A me, dissi, sembra che vi sia un bene di tal genere. 25 γιγνομένων, οίον αύ τό φρονεϊν καί τό όράν καί τό ύγιαίνειν; τά
E che? Non ve ne è forse uno che noi amiamo per se stesso γάρ τοιαϋτά που δι άμφότερα άσπαζόμεθα.
e per le sue conseguenze, come la saggezza, la vista e la salute? Ναι, είπον.
Cose di questo genere noi le amiamo per l’una e l’altra ragione. Τρίτον δέ όράς τι, έφη, είδος αγαθού, εν ω τό γυμνάζεσθαι
Si, dissi. καί τό κάμνοντα ίατρεύεσθαι καί ίάτρευσίς τε καί ό άλλος χρημα-
E non scorgi, disse, una terza specie di bene, in cui sono 30 τισμός; ταϋτα γάρ επίπονα φαϊμεν άν, ώφελεϊν δέ ημάς, καί
compresi gli esercizi ginnici, la cura delle m alattie, l’esercizio αυτά μέν εαυτών ένεκα ούκ άν δεξαίμεθα έχειν, τών δέ μισθών
medico ed ogni altra attività di guadagno? Noi possiamo
dire che queste cose sono faticose, ma anche utili per noi, 1 τούτω] τούτο P a p . Ars. - ομοιον Β Giamblico, Stobeo : δμόιον
e che non desideriamo di averle per se stesse ma per il guada- είναι B 2TW - ευήθη] άνόραδώδη P a p . Ars. - 4 άλλ’ δμως συμβαίνει]
συμβαίνει δ' οϋν p a p . Ars. - 12 είναι] είναι καί Τ: καί είναι Heìndorf.
14-15 [ ] om. Τ . - 17 έθισάντων] μετιστάντων W. - 21 καί μηδέν ADM: εί
καί μηδέν F . — 22 διά ταύτας AD : δι' αυτός Ρ . — 23 τι om. F . —27 είπον
ADM: είπε F.
384 I C IR E N A IC I I. A R IS T IP P O . - D 12-14 385

gno e per tu tte le altre conseguenze che derivano da esse. re χάριν καί τών άλλων δαα γίγνεται άπ αυτών. d
Yi è infatti anche questa terza specie, dissi; ma a che ’Έ στιν γάρ οϋν, εφην, καί τούτο τρίτον, άλλά τ ί δη;
scopo? "Εν ποίω, εφη, τούτων την δικαιοσύνην τιϋεις;
In quale di queste tre specie, disse, tu poni la giustizia'? Έ γώ μεν οΐμαι, ήν δ'εγώ, εν τω καλλίστω, δ καί διαντο 358
Io penso, dissi, che vada posta in quella più bella, quella 5 καί διά τά γιγνόμενα άπ αυτού άγαπητέον τω μέλλοντι μακαριφ
che noi amiamo per se stessa e per le sue conseguenze, per έσεσϋαι.
essere in futuro felice. Ον τοίννν δοκεϊ, εφη, τοϊς πολλοις, άλλά τον επιπόνου είδους,
Non è la stessa l ’opinione dei più, disse, i quali pensano δ μιαϋών ϋ ’ένεκα καί ευδοκιμήσεων διά δόξαν επιτηδεντέον; αυτό
che vada posta nella specie che richiede fatica, che bisogna δε διαύτό φενκτέον ώς δν χαλεπόν.
seguire in vista del guadagno, della buona fama, per la repu­ ίο 13. P l a t ., respubl., vi 505 b ed. Burnet. Ά λ λα μην καί
tazione, ma che per se stessa sia da fuggire come gravosa. τάδε γε οΐσϋα, δτι τοϊς μεν πολλοις ηδονή δοκεϊ είναι το αγαϋον»
13. - D ’altra parte tu sai questo, che la maggioranza de­
τοϊς δε κομψοτέροις φρόνησις.
gli uomini ritiene che il piacere sia il bene, m entre i più raf­
Πώς δ’οϋ;
finati ritengono che lo sia l’intelligenza. Καί δτι γε, ώ φίλε, οι τούτο ηγούμενοι ονκ εχονσι δεϊξαι
E come no? 15 ήτις φρόνησις, άλλ' αναγκάζονται τελευτώντες την τού άγαϋού
E sai anche, o amico, che questi ultimi, avendo una tale
φάναι.
opinione, non sono poi in grado di m ostrare di quale intelli­
Καί μάλα, εφη, γελοίως.
genza si tra tti, m a che sono costretti a finire col dire che è Πώς γάρ ουχί, ήν δ’ εγώ, εί όνειδίζοντές γε δτι ονκ ίσμεν c
l’intelligenza del bene. το άγα&όν λέγονσι πάλιν ώς είδόσιν; φρόνησιν γάρ αυτό φασιν
Si, disse, e con una certa dose di ridicolo. 20 είναι άγαϋού, ώς αύ συνιέντων ημών δτι λέγονσιν, έπειδάν το
E come no, dissi, se, mentre ci rimproverano di non cono­ τού άγαϋού φϋέγξωνται δνομα.
scere il bene, ce ne parlano poi come se lo conoscessimo?
Άληϋέστατα, εφη.
Essi dicono infatti che si tra tta dell’intelligenza del bene, Τί δε οι την ηδονήν άγαϋόν οριζόμενοι; μών μη τι έλάττονος
come se noi comprendessimo ciò che dicono, dal momento che πλάνης εμπλεω τών ετέρων; ή ου καί οντοι αναγκάζονται δμολο-
essi ci fanno sentire il nome di bene. 25 γεϊν ήδονάς είναι κακός;
È verissimo, disse. Σφόδρα γε.
E riguardo a quelli che definiscono il bene come il piacere? Συμβαίνει δή αντοϊς οίμαι όμολογεϊν άγαϋά είναι καί κακά
Sono forse essi meno in errore degli altri? O non piuttosto ταντά- ή γάρ;
anche costoro sono costretti ad accordare che vi sono piaceri
cattivi? 14. P lat ., respubl., ν π 516 c ed. Burnet. Τί οϋν; άναμι-
Certamente. 30 μνησκόμενον αυτόν τής πρώτης οίκήσεως καί τής έκεϊ σοφίας καί
Accade dunque a loro, penso, di dover concedere che le τών τότε συνδεσμωτών ούκ αν οϊει αυτόν μεν ενδαιμονίζειν τής
medesime cose sono buone e cattive. μεταβολής, τούς δε έλεεϊν;
Καί μάλα.*1
14. - E che? Ricordandosi della sua dimora di prima,
della scienza che possedeva lì e dei suoi compagni di prigionia
di allora, non pensi che egli godrebbe del m utam ento e pro­
verebbe compassione per quelli? 3 τι&εΙς\ τί&ης Cliambry. - 7 δοκεϊ εψη ADM: εψη δοκεϊ Ρ. -
Senz’altro. 11 γε AFM: otu. D. - 24 εμπλεω ADM: εκπλεοι Ρ.

25. - Giannantoni, I Cirenaici.


386 I C IR E N A IC I I. A R IS T 1 P P O . - D 14-15 387

E quanto agli onori e alle lodi, che essi allora si scambia­ Τιμάί δε καί έπαινοι εϊ τ ινες αντοΐς ή σαν τότε παρ’ άλλήλων
vano reciprocamente, e i doni concessi a colui che più acuta­ καί γέρα τώ όξύτατα καϋυρώντι τα παριόντα, και μνημονεύοντι
mente guardava le cose m entre passavano e soprattutto ricor­ μάλιστα δσα τε πρότερα αυτών και υστέρα είώϋ'ει. και άμα πόρευε- d
dava quante erano solite passare prima, quante dopo e quante σ&αι, καί έκ τούτων δη δυνατώτατα άπομαντευομένω το μέλλον
insieme, e per ciò era il più capace e prevedere ciò che stava 5 ήξειν, δοκεΐς αν αυτόν επιϋυμητικώς αυτών έχειν καί ζηλοϋν
per accadere, pensi tu che egli ne proverebbe invidia e sarebbe τούς παρ’ έκείνοις τιμωμένους τε καί ένδυναστεύοντας, ή τό τον
geloso di quelli che lì sono più onorati e più potenti, o non si Όμηρου άν πεπον&έναι καί σφοδρά βούλεσ&αι « έπάρουρον Ιόντα
persuaderebbe piuttosto di quel verso di Omero e vorrebbe θητευέμεν αλλω άνδρί παρ’άκλήρω » καί ότιονν αν πεπον&εναι
vivamente « essendo un campagnolo servire ad un altro uomo μάλλον ή ’κεϊνά τε δοξάζειν καί εκείνως ζην;
sia pure più povero » e sopportare qualunque fatica piuttosto ίο 15. P lat., respubl., ι χ 583 b ed. Burnet. ’Ά ϋρει δτι ουδέ
che avere tu tte quelle illusioni e vivere a quel modo?
παναληϋης έατιν ή τών άλλων ηδονή πλήν τής του φρονίμου ουδέ
Così disse, penso anche io : accetterebbe di sopportare
καβαρά, άλλ’ εσκιαγραφημένη τις, ως εγώ δοκώ μοι τών σοφών
tu tto piuttosto che vivere a quel modo.
τίνος άκηκοέναι. καίτοι τοΰτ’αν εϊη μέγιστόν τε καί κυριώτατον
15. - Considera che, all’infuori di quello del saggio, il
τών πτωμάτων.
piacere degli altri uomini non è del tu tto vero nè puro, ma è
15 Πολύ γε· αλλά πώς λέγεις;
un piacere dai contorni d’ombra, come mi sembra di aver
τΩδ’, είπον, έξευρήσω, σοϋ άποκρινομένου ζητών άμα. e
udito da qualche saggio. E invero questa potrebbe essere la
Έρώτα δη, εφη.
più grave e decisiva delle cadute.
Λ έγε δή, ήν δ’ εγώ’ ουκ εναντίον φαμεν λύπην ηδονή;
Sì; m a in che modo tu parli?
Καί μάλα.
Così io lo mostrerò, dissi, cercando insieme a te che mi
20 Ουκοϋν καί τό μήτε χαίρειν μήτε λυπεϊσ&αι είναι τι;
rispondi.
Είναι μέντοι.
Interroga, disse.
Μεταξύ τούτοιν άμφοϊν εν μέσω δν ησυχίαν τινά περί ταϋτα
Dì allora, feci io, non diciamo che il dolore è il contrario
τής ψυχής; ή ουχ οϋτως αυτό λέγεις;
del piacere?
Ούτως, ή δ’δς.
Certamente. 25 'Αρ’οϋν μνημονεύεις, ήν δ’εγώ, τούς τών καμνόντων λόγους,
E diciamo anche che il non godere e il non provare dolore
οΰς λέγουσιν δταν κάμνωσιν;
sono qualcosa?
Ποιους;
Sono qualcosa, certamente. Ώ ς ούδεν άρα έστίν ήδιον τον ύγιαίνειν, άλλα σφάς έλελήϋει, d
E diciamo anche che in mezzo a quei due stati d’animo vi
πριν κάμνειν, ήδιστον δν.
è come una tranquillità dell’animo rispetto a ciascuno di essi?
30 Μέμνημαι, εφη.
O pensi che la cosa non stia così? Ουκοϋν καί τών περιωδυνία τινί έχομένων ακούεις λεγόντων
Così, disse. ώς ούδεν ήδιον τοϋ παύσασϋαι όδυνώμενον :
Non ricordi allora i discorsi che i m alati fanno quando
Ακούω.
sono malati?
Quali?
Che nulla è più piacevole dello star bene in salute, ina che
ad essi sfuggiva che questa era la cosa più piacevole, prima 1 αύτοίς ήσαν] ήσαν αύτοϊς Giamblico —παρ’] περί Giamblico. —
che si ammalassero? 7 βούλεσ&αιPDM Giamblico: βονλεΰεσΰαι Χ>—il verso è omerico (Odyss.,
Me ne ricordo. x i 489: cfr. Plat., respubl. in 386 c). - 25 ovv F: ov ADM Cbambry.
I C IR E N A IC I 1. A R IS T IP P O . - D 15 389
388

E non hai anche udito da quelli che soffrono grandi dolori Kai έν αλλοις γε οίμαι πολλοϊς τοιούτοις αίσδάνη γιγνομέ-
che nulla è più piacevole del cessar di soffrire? νους τούς άν&ρώπονς, έν οΐς, δταν λυπώνται, το μη λυπεϊαϋαι και
L ’ho udito. την ησυχίαν τον τοιούτον έγκωμιάζουσιν ώς ήδιστον, ον το χαί-
E anche in molte altre circostanze del genere, penso, tu ρειν.
ti sei accorto che gli uomini sono tali che in esse, quando sof­ 6 Τούτο γάρ, εφη, τότε ήδύ Ισως και Αγαπητόν γίγνεται, ήσν-
frono, celebrano come la cosa più piacevole il non soffrire e
%ία'
la tranquillità rispetto a questo, e non già il godere. Καί δταν παύσηται αρα, είπον, χαίρων τις, ή τής ηδονής e
Questo, disse, e cioè questa tranquillità, diventa allora ησυχία λυπηρόν εσται.
forse una cosa piacevole e desiderabile. "Ισως, εφη.
E allora, dissi, quando uno cessa di godere, la pausa di 10 "Ο μεταξύ αρα νννδή άμφοτέρων εφαμεν είναι, την ησυχίαν,
questo piacere sarà dolore. τούτο ποτέ άμφότερα εσται, λύπη τε και ηδονή.
Forse, disse. ’Έοικεν.
E allora quello che noi diciamo essere lo stato d’animo τΗ καί δυνατόν το μηδέτερα δν άμφότερα γίγνεσ&αι;
intermedio tra i due, il riposo, diventerà una volta l’uno e Ον μοι δοκεΐ.
una volta l’altro dei due e cioè dolore e piacere. Καί μην τό γε ήδύ έν ψυχή γιγνόμενον καί το λυπηρόν κίνη-
Sembra. σίς τις άμφοτέρω έστόν ή ον;
Ed è possibile che ciò che non è nè l’uno nè l ’altro diventi Ναι.
sia l’uno che l’altro? Τό δε μήτε λυπηρόν μήτε ήδύ αυχι ήσυχία μέντοι καί έν μέσω 5 8 4
Non mi sembra. τοντοιν έφάνη άρτι;
E inoltre, ciò che nell’anima diventano il piacere e il dolore, 20 Έφάνη γάρ.
sono entram bi una specie di movimento, oppure no? Πώς ούν όρ&ώς έατι τό μη άλγεΐν ήδύ ήγεϊσϋαι ή τό μη χαίρειν
Si. άνιαρόν;
Ma non c’era sembrato che ciò che non è nè piacere nè Ονδαμώς.
dolore, è il riposo, che sta nel mezzo e quei due stati d ’animo? Ονκ εστιν αρα τούτο, άλλα φαίνεται, ήν δ1εγώ, παρά τό άλγει-
Così ci era sembrato. 25 νόν ήδύ καί παρά τό ήδύ αλγεινόν τότε ή ήσυχία, καί ουδέν υγιές
Ma come si può allora ritenere giustam ente che il non pro­ τούτων των φαντασμάτων προς ήδονής άλήϋ·ειαν, αλλά γοητεία
vare dolore è piacevole e il non godere penoso? τις.
Non si può assolutamente. 'Ως γούν ό λόγος, εφη, σημαίνει.
Questo stato di riposo allora, dissi, non è, m a sembra pia­ Ίδέ τοίνυν, εφην εγώ, ήδονάς, α'ί ονκ έκ λυπών είσίν, ϊνα μή b
cevole rispetto al dolore e doloroso rispetto al piacere, e non 30 πολλάκις οιηϋής έν τώ παρόντι οϋτω τούτο πεφυκέναι, ήδονήν
c’è nulla di sano in queste immaginazioni nei confronti della μεν παύλαν λύπης είναι, λύπην δε ήδονής.
vera realtà del piacere, ma è solo un’illusione. Πού δη, εφη, καί ποιας λέγεις;
Così sembrano indicare i pensieri che abbiamo espresso. Πολλοί μέν, είπον, καί άλλαι, μάλιστα δ’εί ’ϋέλεις έννοήσαι
Guarda dunque, dissi, a quei piaceri che non provengono τάς περί τάς όσμάς ήδονάς. αύται γάρ ον προλνπη&έντι έξαίφνης
da dolori e tu non penserai più in questo caso che la cosa sia
di questa natura, e cioè che il piacere sia cessazione di dolore
e il dolore cessazione di piacere.
Di quali piaceri tu parli, e in che modo? 2 τό μη FDM: μή A. - 5 καί — 9 ίσως om. D. — 30 τούτο AFM:
Di molti altri, dissi, e soprattutto, se vi fai bene atteu- τοντω D.
390 I C IR E N A IC I I. A R IST 1PPO . D 15-18 391

zio ne, di quelli concernenti l’odorato. Questi infatti, senza άμήχανοι τό μέγε&ος γίγνονται, παυσάμεναί τε λύπην ονδεμίαν
aver provato dolore, si producono con un’intensità prodi­ καταλείπουσιν.
giosa, e cessando, non lasciano alcun dolore. 'Αληθέστατα, εφη.
È verissimo, disse. Μη αρα πειϋώμε&α καθαρόν ηδονήν είναι την λύπης απαλλαγήν, c
Non ci lasceremo convincere allora, dissi, che il puro .5 μηόε λύπην την ηδονής.
piacere sia cessazione di dolore, nè che il dolore sia cessazione Μη γάρ.
di piacere. Α λλά μέντοι, είπον, al γε διά τον σώματος επί την ψυχήν
Non dobbiamo, infatti. τείνονσαι και λεγόμενοι ήδοναί, σχεδόν al πλεισταί τε και μέγι­
E tuttavia, dissi, i cosiddetti piaceri che dal corpo passano στοι, τούτου τον είδους είσί, λυπών τινες άπαλλαγαί.
all’anima, e sono la maggior parte e i più intensi, sono di que­ 10 ΕΙσ'ι γάρ.
sta specie, cessazioni di dolore.
16. P l a t ., respubl., X 605 c ed. Burnet. Ol γάρ που βέλτι­
16. - Quando i migliori tra noi ascoltano Omero o uno στοι ημών άκροώμενοι 'Ομήρου ή άλλου τίνος τών τραγωδοποιών
dei poeti tragici che rappresenta esattam ente un eroe mentre μιμούμενου τινά τών ηρώων εν πέν&ει δντα καί μακράν ρήσιν
è afflitto o pronuncia gemendo un lungo discorso o canta la υποτείνοντα εν τοις όδυρμοΐς ή καί αδοντάς τε καί κοπτομένους^ d
sua sventura e si batte il petto, tu sai che noi proviamo pia­ 15 οΐσιΤ ότι χαίρομέν τε καί ένδόντες ημάς αυτούς έπόμεϋα σνμπά-
cere e lasciandoci andare lo seguiamo provando i medesimi αχοντες και σπουδάζοντες έπαινονμεν ώς άγα&όν ποιητήν, δς
sentimenti, e pieni di ammirazione lodiamo come buon poeta αν ημάς ότι μάλιστα carro» διαθή.
chi massimamente ci scuota in questo modo. ΟΙδα· πώς δ'ου;
Lo so, e come potrebbe essere altrimenti'? Οταν δε οίκειόν τινι ήμών κήδος γένηται, εννοείς αϋ ότι επι
Ma quando a qualcuno di noi capita un proprio dolore, 20 τώ έναντίω καλλώπιζα μέθα, αν δυνώμεθα ησυχίαν αγειν και
hai notato che noi diamo a vedere proprio il contrario, di po­ καρτερειν, ώς τούτο μεν άνδρός ον, εκείνο δέ γυναικός, ό τότε e
tere, cioè, restare calmi e essere forti, in quanto questo è de­ επηνοϋμεν.
gno di un uomo, m entre ciò che allora lodavamo è degno di
17. P lat ., Theaet., 152 c ed. Burnet. ΣΩ. ΎΑρ’οΰν προς
una donna?
Χαρίτων πάσσοφός τις ήν ό Πρωταγόρας, και τούτο ήμιν μεν ήνί-
17. - Socrate. Ma dunque, per le Grazie, non era un gran 25 ξατο τώ πολλώ σνρφετώ, τοις δε μαϋηταϊς έν άπορρήτω τήν αλή­
sapiente Protagora, il quale disse a noi, m oltitudine di nessun θειαν έλεγεν;
valore, tu tto questo come per enigmi, m entre ai discepoli in
segreto insegnava la verità? 18. P l a t ., Theaet., 156 a ed. Burnet. ΣΩ. rΑλλοι, δε πολύ
κομψότεροι, ών μέλλω σοι τά μυστήρια λέγειν. άρχή δέ, εξ ής
18. - Socrate. Yi sono poi altri molto più raffinati, dei καί à νννδή ελέγομεν πάντα ήρτηται, ήδε αυτών, ώς τό παν
quali ora ti rivelerò i misteri. Il loro principio, dal quale di­ 30 κίνησις ήν καί άλλο παρά τούτο ούδέν, τής δέ κινήσεως δύο
pende tu tto ciò che stiamo per dire, è questo, che tu tto è in εϊδη, πλήθει μεν άπειρον έκάτερον, δύναμιν δε τό μεν ποιεΐν εχον.
movimento, che nulla esiste oltre questo movimento e che
vi sono due specie di movimento, infinite l’una e l’altra nella
molteplicità di gradazioni e avente l’una la capacità di agire
8 πλεισταί τε ΑΜ : τε om. FD - μέγισται ΑΜ: μέγισταί τε FD. -
14 ή και μδοντας ADM : καί άδοντας F : ή πλάοντας Ast. - 27 άλλοι δέ
Burnet: άλλοι δέ ΒΤ Diès: άλλ’ οίδε Schleiermacher - πολύ] πολλοί Τ. -
28 εξ ής W 2 : έξης BTW. - 30 ήν. da espungere secondo lo Schanz. -
392 1 C IR E N A IC I I. A R 1 S T 1 P P 0 . - D 18 393

e l’altra di patire. Dalla loro vicinanza e dal loro sfregamento το dè πάσχειν. εκ δέ τής τούτων ομιλίας τε καί τρίψεως προς
reciproco nascono figli infiniti di numero, m a gemelli, il sen­ άλλη λα γίγνεται εκγονα πλήθει μεν άπειρα, δίδυμα δε, το μεν b
sibile e la sensazione, che sempre combacia e nasce insieme col αισθητόν, το δε αϊσθησις, άεί συνεκπίπτουσα καί γεννωμένη
sensibile. Le sensazioni dunque hanno tali nomi presso di noi, μετά τον αισθητού. αί μεν ούν αισθήσεις τά τοιάδε ήμϊν έχουσιν
come visioni, audizioni, odoramenti, freddolosità e calori, δ ονόματα, άψεις τε καί άκοαί καί οσφρήσεις καί ψύξεις τε καί
piaceri e dolori, desideri e paure e altre ancora, infinite quelle καύσεις καί ήδοναί γε δή καί λΰπαι καί έπιϋνμίαι καί φόβοι κε-
senza nome, moltissime quelle con un nome ; il genere sensibile κλημέναι καί άλλαι, απέραντοι μεν αί ανώνυμοι, παμπληθείς δε
nasce contemporaneamente a ciascuna di queste, con le visioni αί ώνομασμέναι· το δ’αΰ αισθητόν γένος τούτων έκάσταις δμο-
di ogni specie i colori di ogni specie, e così con le audizioni γονον, δψεσι μεν χρώματα παντοδαπαϊς παντοδαπά, άκοαϊς δε c
le voci e così con tu tte le altre sensazioni nascono tu tti gli altri 10 ωσαύτως φωναί, καί ταις άλλαις αίσθήσεσι τά άλλα αισθητά
sensibili di genere corrispondente. Che cosa vuol significare, συγγενή γιγνόμενα. τ ί δή ούν ήμΐν βούλεται οντος ό μύθος, ώ
o Teeteto, questo mito nei confronti di quello che si è detto Θεαίτητε, προς τά πρότερα; αρα εννοείς;
prima? Ci hai pensato? ΘΕΑΙ. Ού πάνν, ώ Σώκρατες.
Teeteto. Per nulla, o Socrate. ΣΩ. Ά λ λ ’άθρει εάν πως άποτελεσθή- βούλεται γάρ δή λέ~
Socrate. Considera tu ttav ia se in qualche modo si può 13 γειν ώς ταϋτα πάντα μεν ώσπερ λέγομεν κινείται, τάχος δε
portare a conclusione. Questo mito vuol dire infatti che ogni καί βραδντής ένι τή κινήσει αυτών, δσον μεν ούν βραδύ, έν τώ
cosa, come dicevamo, si muove, m a vi è velocità e lentezza αύτώ καί προς τά πλησιάζοντα τήν κίνησιν ίσχει καί οϋτω δή d
nel loro movimento. Ciò che dunque è lento esplica il movi­ γεννά, τά de γεννώμένα οϋτω δή θάττω εστίν. φέρεται γάρ και εν
mento in se stesso e sulle cose che gli sono accanto e in tal φορά αυτών ή κίνησις πέφυκεν. έπειδάν ούν δμμα καί άλλο τι
modo genera e i generati sono più veloci: son trascinati in­ 20 τών τούτω συμμέτρων πλησιάσαν γεννήση τήν λευκότητά τε και
fatti e in questa loro traslazione nasce il movimento. Allor­ αισθησιν αυτή σύμφυτον, a ούκ άν ποτέ εγένετο έκατέρου εκείνων
ché dunque l’occhio e qualche oggetto commisurato a questo προς άλλο έλθόντος, τότε δή μεταξύ φερομένων τής μεν δψεως e
si avvicinano e generano la bianchezza e la sensazione ad essa προς τών οφθαλμών, τής δε λευκότητος προς τού συναποτίκτοντος
connaturata, la quale non sarebbe mai n a ta se ciascuno di τό χρώμα, ό μεν οφθαλμός άρα δψεως εμπλεως εγένετο καί δρά
quei fattori si fosse diretto in altra direzione, allora, portati 2δ δή τότε καί εγένετο ου τι δψις άλλ’οφθαλμός ορών, τό δέ αυγγεν-
nel mezzo di questi due termini, sia la vista verso gli occhi νήσαν τό χρώμα λευκότητος περιεπλήσθη καί εγένετο ού λευκότης
sia la bianchezza verso ciò che contemporaneamente genera αϋ άλλά λευκόν, είτε ξύλον είτε λίθος είτε ότωοϋν συνέβη χρήμα
il colore, l’occhio si riempie di visione e vede, e nasce non la χρωσθήναι τώ τοιούτω χρώματι. καί τάλλα δή οϋτω, σκληρόν και
visione, m a l’occhio che vede, m entre insieme ciò che genera θερμόν καί πάντα, τόν αυτόν τρόπον ύποληπτέον, αυτό μεν καθ’αυτό 157
il colore si riempie di bianchezza e nasce non la bianchezza 30 μηδέν είναι, δ δή καί τότε έλέγομεν, έν δέ τή προς άλληλα ομιλία
ma il bianco, sia legno sia pietra sia qualunque altra cosa la πάντα γίγνεσθαι καί παντοία άπό τής κινήσεως, έπεί καί τό ποιούν
cui superficie si colora di quel colore. Anche per le altre cose
la situazione è la stessa. Il duro, il caldo e ogni altra cosa son
da concepire in questo modo: e cioè in sé e per sé non sono 3 συνεκπίπτουσα] συνεκτίκτουαα Ast. - 6 καύσεις] θερμάνσεις t iu
nulla, il che già dicevamo, m a nel reciproco accompa­ margine. - 8 έκάσταις όμόγονον] έκάσταις ομόλογον W : έκάστης δμόγονον
gnarsi tu tto si genera sótto tu tte le specie dal movimento, BTW 1. - 14 δή om. W. - 15 μέν om. Τ. - 17 dopo οϋτω δή lo Schanz
sospettava una lacuna. - 20 τούτω] τοιούτων W . - 27 ότωοϋν Campbell :
δτον ούν ΒΤ: ότιοΰν gli altri codd. - χρήμα Heindorf: χρώμα ΒΤ:
σχήμα Schanz : χρόα 11ic s : espunto dal Campbell.
394 I C IR E N A IC I I. A R IS T IP P O . D 1S-1SI 395

poiché non è assolutamente possibile, pensare, come dicono, είναι τι καί το πάσχον αυτών επί ενός νοήσαι, ώς φασιν, ουκ είναι
che l’agente e il paziente siano qualcosa per sé. Nè infatti παγίως. οϋτε γάρ ποιούν έστί τι πρίν αν τω πάσχοντι συνέλ&η,
l’agente è qualcosa prim a di incontrarsi con il paziente, nè il οϋτε πάσχον πρίν αν. τω ποιούντο τό τέ τινι συνελΰόν καί
paziente è qualcosa prim a di incontrarsi con l’agente; e quello ποιούν άλλιρ αν προσπεσόν πάσχον άνεφάνη. ώστε εξ απάντων
che, im battutosi in qualcosa, appare agente, imbattendosi in ό τούτων, δπερ έξ αρχής έλέγομεν, ούδέν είναι εν αυτό καέΤαύτό,
qualcos’altro, può apparire paziente. Cosicché da tu tto questo, αλλά τινι άεί γίγνεσ&αι, το δ'είναι πανταχόύεν έξαιρετέον, ουχ b
come si diceva in principio, ne deriva che nulla è in sè, ma che δτι ημείς πολλά καί άρτι ήναγκάαμε&α υπό συνηϋείας καί ανε­
sempre diviene per qualcosa, e perciò l’essere si deve togliere πιστημοσύνης χρήσ'&αι αύτφ. τό δ’ου δει, ώς ό των σοφών λόγος,
via da ogni parte, anche se noi molte volte, e anche poco fa, οϋτε τι συγχωρεΐν οϋτε τον οϋτ εμού οϋτε τάδε ουτ εκείνο οϋτε
siamo stati costretti a far uso di quella parola per abitudine ίο άλλο ονδεν δνομα δτι αν ίστή, αλλά κατά φύσιν φϋέγγεσϋαι γι-
e per ignoranza. Per questo non si devono, a parlare da saggi, γνόμενα καί ποιούμενα καί άπολλύμενα καί άλλο ιούμένα' ως
accettare espressioni come qualcosa, dì qualcuno, di me, questo εάν τ ί τις στήση τω λόγω, εύέλεγκτος ό τούτο ποιών. δει δε και
o quello e nessun altro nome che immobilizzi, ma bisogna κατά μέρος οϋτω λέγειν καί περί πολλών ά&ροισ'&εντων, φ δη c
pronunciare le cose secondo natura m entre si generano, si ά&ροίσματι άνέλρωπόν τε τίθενται καί λίϋον καί έκαστον ζώόν
fanno, periscono, si m utano. Poiché se qualcuno ferma la realtà 15 τε καί είδος.
con le parole, facendo questo si espone facilmente alle cri­ 19. P lat., Theaet., 181 b ed. Burnet. ΣΩ. Σκεπτέον αν
tiche. Così si deve parlare, sia di ogni cosa particolare, sia di ειη σού γε οϋτω προϋυμουμένου. δοκεί οϋν μοι αρχή είναι τής c
molte aggregate insieme, nell’atto che si dà ad un tale aggre­ σκέψεως κινήαεως πέρι, ποιόν τ ί ποτέ άρα λέγοντές ψασι τα
gato il nome di uomo o di pietra o di ciascun animale o di una πάντα κινείσϋαι. βούλομαι Òè λέγειν τό τοιόνδε" πότερον έν τι
specie. 20 είδος αυτής λέγουσιν ή, ώσπερ έμοί φαίνεται, δύο; μή μέντοι
19. - Socrate. Bisogna dunque compiere questo esame, dal μόνον έμοί δοκείτω, αλλά συμμέτεχε καί συ, iva κοινή πάσχωμεν
momento che ne hai tanto desiderio. Mi sembra dunque che αν τι καί δέη. καί μοι λέγε' άρα κινεϊσύαι καλεϊς δταν τι χωράν
principio dell’indagine sul movimento debba essere l’esaminare εκ χώρας μεταβάλλη ή καί έν τω αυτό) στρέφηται;
cosa mai essi dicono quando affermano che tu tto si muove. ΘΕΟ. Έ γω γε.
Voglio dire questo: parlano forse essi di una sola specie di 25 ΣΩ. Τούτο μεν τοίννν εν έστω είδος, δταν δε ή μεν έν τω
movimento, o come sembra, di due"? Che non ci sia però sol­ αύτώ, γηράσκη δέ, ή μέλαν έκ λευκού ή σκληρόν εκ μαλακού d
tanto la mia opinione, bensì partecipa anche tu, affinchè γίγνηται, ή τινα άλλην άλλοίωσιν άλλοιώται, άρα ουκ αξιον έτερον
insieme ne sopportiamo le conseguenze ove sia necessario. E είδος φάναι κινήσεως;
dimmi: parli tu di movimento quando qualcosa si sposta da ΘΕΟ. [’Έ μοιγε δοκεί] avaγκαϊον μεν οϋν.
un luogo ad un altro o si rigira anche nel medesimo luogo? 30 ΣΩ. Δύο δή λέγω τούτο) εϊδει κινήσεως, άλλοίωσιν, την δε
Teodoro. Si. φοράν.1
Socrate. E questa sia la prim a specie. Quando poi una
cosa resta bensì nello stesso posto, ma invecchia o diventa da 1 αυτών] αϋ Sehanz. - 2 αν] αυ Β. - 4 ah] αν W. - άνεφάνη\ αν
bianca a nera o da molle dura o si modifica per qualche altra έφάνη Τ. - 9 του ούτ’ ίμοϋ] τούτο Sehanz: σου ούτ’ έμοΰ Hirschig. -
alterazione, non si deve allora parlare di un’altra specie di 14 έκαστον ζψόν τε καί είδος] ζώόν τε καί έκαστον είδος Sehanz. —
movimento? 29 έμοιγε δοκεί om. Stobeo - άναγκαίον μεν οϋν è comunemente attri­
Teodoro. [A me sembra che] è necessario. buito a Socrate, ma già il cod. B t'attribuisce a Teodoro. - 30 τοντω
Socrate. Dunque dico che vi sono due specie di movimenti, εϊδει κινήσεως] είδη (cosi anche il Diès) κινήσεως τοντω Τ . - 31 φοράν W ’
l’alterazione e la traslazione. περιφοράν ΒΤ Stobeo.
I C IR E N A IC I I. A R IS T IP P O . D 19 397
396

Teodoro. E dici giustamente. ΘΕΟ. Όρθώς γε λέγων.


Socrate. F a tta questa distinzione, discutiamo ora con quelli ΣΩ. Tomo τοίνυν ουτω διελόμενοι διαλεγώμε&α ήδη τοϊς
che dicono che tu tto si muove e interroghiamoli: dite voi τα πάντα φάσκονσιν κινεισθαι καί ερωτώμ ε ν Πότερον παν φάτε
forse che tu tto si muove in entram bi i modi, cioè per trasla­ άμφοτέρως κινεισθαι, φερόμενόν τε καί άλλοιούμενον, ή το μέν e
zione e per alterazione, oppure che qualcosa si muove in en­ 5 τ t άμφοτέρως, το δ’έτέρως;

tram bi i modi e qualcos’altro in uno soltanto dei due! ΘΕΟ. Α λ λά μα ΔΤ έγωγε ούκ εχω είπεϊν οΐμαι δ’άν φάναι
Tedodoro. Ma, per Giove, io non so che dire; penso tu ttav ia άμφοτέρως.
che essi direbbero in tu tti e due i modi. ΣΩ. ΕΙ δέ γε μή, ώ έταΐρε, κινούμενα τε αύτοϊς καί έστώτα
Socrate. Se non fosse così, o amico, le cose sembrerebbero φανεϊται, καί ονδεν μάλλον όρ&ώς ίξει είπεϊν δτι κινείται τά
loro nello stesso tempo in moto e ferme, e non avrebbero mag­ 10 πάντα ή δτι εστηκεν.
gior diritto di dire che tu tto si muove anziché che tu tto stia ΘΕΟ. 1Αληθέστατα λέγεις.
fermo. ΣΩ. Ονκοϋν επειδή κινεισθαι αυτά δει, το δε μη κινεϊσθαι μή
Teodoro. Dici cose verissime. ένειναι μηδενί, πάντα δη πάσαν κίνησιν άεί κινείται. 182
Socrate. Dunque, poiché è necessario che tu tto si muova ΘΕΟ. Ανάγκη.
e che in nessuna cosa vi sia assenza di movimento, tu tto si 15 ΣΩ. Σκοπεί δη μοι τάδε αυτών τής θερμότητο; ή λενκότη-
muove di ogni specie di movimento. τος ή ότονοϋν γένεσιν ούχ ουτω πως ελέγομεν φάναι αυτούς,
Teodoro. È necessario. φέρεσθαι έκαστον τούτων άμα αίσθησει μεταξύ τον ποιοϋντός τε
Socrate. Esamina ora con me questo aspetto della loro καί πάσχοντος, καί το μέν πάσχον αισθητικόν άλΧ ούκ αϊσθησιν
dottrina: la genesi del caldo, della bianchezza e di qualsivoglia [ετι] γίγνεσθαι, το δε ποιούν ποιόν τι άλλ’ού ποιότητα; Ισως
altra cosa non abbiamo forse detto che essi l’affermano in 20 ονν ή « ποιότης » άμα άλλόκοτόν τε φαίνεται άνομα καί συ μαν­
questo modo, e cioè che ognuna di queste cose è mossa con θάνεις άθρόον λεγόμενον κατά μέρη ούν ακούε, το γάρ ποιούν b
la sensazione tra l’agente e il paziente, e che il paziente diventa ούτε θερμότης ούτε λευκότης, θερμόν δέ καί λευκόν γίγνεται, καί
sensibile m a non sensazione e l’agente diventa qualificato ma τάλλα ουτω' μέμνησαι γάρ που εν τοϊς πρόσθεν δτι όντως ελέ­
non qualità? Forse la parola « qualità » ti sembra strana e non γομεν, έν μηδέν αυτά καθ’αυτά είναι, μηδ’αύ τό ποιούν ή πάσχον,
la comprendi nella sua generalità: ascolta dunque la cosa per 25 άλλ’έξ άμφοτέρων προς άλληλα σνγγιγνομένων τάς αισθήσεις καί
parti. L ’agente non diventa nè il caldo nè la bianchezza, ma τά αισθητά άποτίκτοντα τά μέν ποιαττα γίγνεσθαι, τά δέ αισθα­
diventa caldo e bianco, e così per tu tto il resto. Ti ricordi infatti νόμενα.
che noi precedentemente abbiamo detto che nulla è uno in sè, ΘΕΟ. Μέμνημαι■ πώς δ"ον;
nè l’agente nè il paziente, ma unendosi l’uno e l’altro tra loro ΣΩ. Τά μέν τοίνυν άλλα χαίρειν εάσωμεν, είτε άλλως είτε c
e generati sensazioni e sensibili, gli uni diventano qualità gli 30 όντως λέγουσιν ον θ'ένεκα λέγομεν, τούτο μόνον φυλάττωμεν,
altri senzienti. έρωτώντες- Κινείται καί ρεϊ, ώ ς φάτε, τά πάντα; ή γάρ;
Teodoro. Ricordo, come no? ΘΕΟ. Ναι.
Socrate. Lasciamo da parte il resto, se essi dicono così o ΣΩ. Ονκοϋν άμφοτέρας ας διειλόμεθα κινήσεις, φερόμενά τε
altrimenti. Badiamo soltanto a ciò per cui ora parliamo e καί άλλοιούμενα ;
interroghiamo: tu tto si muove e scorre, come dite? È così?
Teodoro. Si.
Socrate. Per i due tipi di movimento che abbiamo distinto, 8 αύτοϊς W : έαντοϊς ΒΤ. - 13 ένειναι W: εν είναι ΒΤ. - 18 αισθη­
per traslazione e per alterazione? τικόν] αισθητόν ΒΤ: αίσθανόμενον Heindorf — 19 h i oui. W. - ποιόν
τι W : ποιοϋντι Β : ποιονν, τι Τ. — 23 εν] καί εν Β.
1 C IR EN A IC I I. A R IST IPPO . Il HI 399
39s

Teodoro. Come no, dal momento che il loro moto è completo! ΘΕΟ. Πώς δ"ου; εϊπερ γε δη τελέως κινήσεται.
Socrate. Se infatti le cose si muovessero solo per trasla­ ΣΩ. ΕΙ μεν τοίννν εφέρετο μόνον, ήλλοιοντο δε μή, εϊχομεν
zione, e non per alterazione, noi saremmo in grado di dire di αν που είπεϊν οϊα άττα ρεϊ τα φερόμενα· ή πώς λέγομεν;
che qualità sono nel loro muoversi; o come dobbiamo dire1? ΘΕΟ. Οϋτως.
Teodoro. Proprio così. 6 ΣΩ. Επειδή δέ ουδέ τοϋτο μένει, το λευκόν ρεϊν το ρέον, d
Socrate. Ma poiché non resta fermo neppure questo, che ciò αλλά μεταβάλλει, ώστε καί αύτοϋ τούτου είναι ροήν, τής λευκό-
che scorre, scorra bianco, ma anche questo m uta, sì che questa τητος, και μεταβολήν εις άλλην χρόαν, iva μή άλω ταύτη μένον,
stessa cosa, e cioè la bianchezza, scorre e si m uta in altro colo­ άρά ποτέ ο ιόν τέ τι προσειπεΐν χρώμα, ώστε καί όρϋώς προσα-
re, perchè non sia colta quando è ferma, è forse possibile dire γορεύειν;
di quale colore essa è e parlare esattam ente in questo modo! Η) ΘΕΟ. Καί τις μηχανή, ώ Σώκρατες; ή άλλο γέ τι τών τοιού-
Teodoro. E come sarebbe possibile, o Socrate? Nè è possi­ των, ειπερ άε'ι λέγοντος ύπεξέρχεται ατε δή ρέον;
bile per qualunque altra di queste cose, giacché ogni cosa ΣΩ. Τί δε περί αίσϋήσεως έροϋμεν όποιασοϋν, οϊον τής τον
sfugge sempre a chi parla, dal momento che scorre. όράν ή άκούειν; μένειν ποτέ εν αύτώ τώ όράν ή άκούειν; e
Socrate. E che diremo di una sensazione qualunque, come ΘΕΟ. Ονκουν δει γε, εϊπερ πάντα κινείται.
ad esempio, quella della vista e dell’udito? Eestano forse 16 ΣΩ. Ούτε αρα όράν προσρητέον τι μάλλον ή μή όράν, ουδέ
ferme in questo vedere e udire? τιν’ άλλην αϊσϋησιν μάλλον ή μή, πάντων γε πάντως κινουμένων.
Teodoro. Non è possibile, dal momento che tu tto si muove. ΘΕΟ. Ου γάρ οΰν.
Socrate. Non bisogna dunque neppure dire che si vede ΣΩ. Καί μήν αϊσϋησϊς γε επιστήμη, ώς έφαμεν εγώ τε καί
piuttosto che non si vede, nè dire che qualche altra sensazione Θεαίτητ ος.
ci sia piuttosto che non ci sia, muovendosi tu tto in ogni modo. 20 ΘΕΟ. rHv ταϋτα.
Teodoro. No certo. ΣΩ. Ούδεν αρα επιστήμην μάλλον ή μή επιστήμην άπεκρινά-
Socrate. E tu ttav ia la sensazione è scienza, come dice­ μεϋα ερωτώμενοι δτι εστίν επιστήμη.
vamo io e Teeteto. ΘΕΟ. ’Εοίκατε. 183
Teodoro. E ra stato detto così. ΣΩ. Καλόν αν ήμϊν συμβαίvoi τό επανόρϋωμα τής άποκρίσεως,
Socrate. Non è dunque più scienza che non scienza ciò che 26 προϋυμηϋειαιν άποδεϊξαι δτι πάντα κινείται, ϊνα δή έκείνη ή
abbiamo risposto, quando fummo interrogati su cosa è la scienza. άπόκρισις όρϋή φανή· τό δ’, ώς εοικεν, εφάνη, εί πάντα κινείται,
Teodoro. Così sembra. πάσα άπόκρισις, περί δτου άν τις άποκρίνηται, ομοίως όρϋή
Socrate. Veramente bene ci è capitato di raddrizzare la είναι, οϋτω τ εχειν φάναι καί μή οϋτω, εί δέ βούλει, γίγνεσϋαι,
nostra risposta, noi che ci siamo sforzati di m ostrare che tu tto ϊνα μή στήσωμεν αυτούς τώ λόγιο.
si muove, affinchè quella risposta sembrasse ben salda! È 30 ΘΕΟ. Όρϋώς λέγεις.
apparso invece questo, come sembra, che, se tu tto si muove, ΣΩ. Πλήν γε, ώ Θεόδωρε, δτι « οϋτω » τε είπον καί « ουχ
qualunque risposta che si dia riguardo ad una cosa qualunque οϋτω.» δεϊ δέ ουδέ τοϋτο <τό> « οϋτω» λέγειν — ουδέ γάρ άν b
è egualmente giusta, e che si può egualmente dire che la cosa έτι κινοϊτο <τό> «οϋτω» — ούδ’αϋ « μή οϋτω» — ουδέ γάρ
sta così e che non sta così, o, se preferisci, diviene, per evi­
tare di renderci statici con le nostre parole.
Teodoro. Dici bene. 3 λέγομεν] λέγω μεν Β. - 5 τοϋτο] τότε Τ. - 6 τούτου] τον Τ. —
Socrate. Salvo, o Teodoro, che io dicevo quel « così » e 15 ουδέ] οντε Dissen. - 20 fjv ταϋτα om. Τ. - 29 αυτούς] αυτούς
« non così ». Non si deve infatti dire questo « così » — poiché Schanz. - 30 όρϋώς ΒΤ: όρϋότατα W. - 32-33 i due rò sono in te ­
il «così » non si muove — e neppure il «non così » — nemmeno grazione dello Schleiermacher.
400 I C IR E N A IC I 1. A R IS T IP P O . D 19-21 4 01

in questo caso vi sarebbe movimento — ma è necessario che τούτο κίνησις — αλλά τιν άλλην φωνήν θετέον τοϊς τον λόγον
coloro che fanno questi discorsi trovino un’altra espressione, τοΰτον λέγουσιν, ως νΰν γε προς την αυτών νπό'θεσιν ούκ εχονσι
dal momento che ora non hanno term ini per le loro ipotesi, ρήματα, εΐ μη άρα το « ούδ’οντοος » μάλιστα [δ’οϋτως] αν αντοϊς
se non forse il « neppure così » conviene soprattutto a loro, άρμόττοι, άπειρον λεγόμενον.
non avendo determinazioni di sorta. 5 ΘΕΟ. ΟΙκειοτάτη γοΰν διάλεκτος αυτή αντοϊς.
Teodoro. Questo sarebbe il loro linguaggio più proprio.
20. P lat., sophist. 245 e ed. Burnet. ΞΕ. Τούς μεν τοίνυν
20. - Straniero. Noi invero non abbiamo completamente διακριβολογονμένονς οντος τε πέρι και μή, πάντας μεν ου διελη-
passato in rassegna tu tti i sottili ragionatori intorno all’essere λύθαμεν, δμως δε ικανώς έχέτω' τους δε άλλως λέγοντας αύ θεα-
e al non essere, tu ttav ia può bastare così; bisogna ora invece τέον, ϊν εκ πάντων ίδωμεν άτι το ον τον μή οντος ουδεν ευπορώ- 246
considerare quelli che ragionano in modo diverso, per vedere 10 τερον ε ’ιπεϊν άτι ποτ εστιν.
da tu tti costoro che l’ente non è affatto più facile a dire qual’è ΘΕΑΙ. Ούκούν πορεΰεσ&αι χρή κα'ι επί τούτους.
del non ente. ΞΕ. Καί μην έοικέ γε εν αντοϊς olov γιγαντομαχία τις είναι
Teeteto. Conviene dunque volgersi anche verso questi altri. διά τήν άμφιαβήτησιν περί τής ουσίας προς άλλήλους.
Straniero. E invero pare che fra questi vi sia come una ΘΕΑΙ. Πώς;
gigantomachia, per la disputa che vi è tra loro sull’essere. Ιό ΞΕ. ΟΙ μεν εις γην εξ ουρανού καί τού άοράτον πάντα έλκουαι,
Teeteto. In qual modo? ταϊς χερσίν άτεχνώς πέτρας καί δρυς περιλαμβάνοντες. τών γάρ
Straniero. Gli uni in effetti trascinano ogni cosa dal cielo τοιούτων εφαπτόμενοι πάντων διισχυρίζονται τούτο είναι μόνον
e dall’invisibile sulla terra, afferrando semplicemente con le δ παρέχει προσβολήν καί επαφήν τινα, ταύτόν σώμα καί ουσίαν
loro mani pietre e querce. E aggrappandosi a cose di questo οριζόμενοι, τών δε άλλων εϊ τίς <τι> φήσει μή σώμα έχον είναι, b
genere, sostengono che solo ciò oppone resistenza e contatto, 20 καταφρονούντες το παράπαν καί ουδεν εθέλοντες άλλο άκονειν.
definendo identici il corpo e l’essere, e se qualcun altro dice ΘΕΑΙ. ΎΗ δεινούς εϊρηκας άνδρας· ήδη γάρ καί έγώ τούτων
che c’è qualcosa che non è corpo lo coprono di disprezzo e non σνχνοϊς προσέτνχον.
vogliono ascoltare altro. ΞΕ. Τοιγαρούν οι προς αυτούς άμφιαβητοϋντες μάλα ενλαβώς
Teeteto. Tu parli di uomini terribili, ed io mi sono già im ­ άνωθεν εξ άοράτον ποθεν άμύνονται, νοητά άττα καί άσώματα
b attuto in gran numero di costoro. 25 είδη βιαζόμενοι τήν άληθινήν ουσίαν είναι· τά δε εκείνων σώματα
Straniero. Appunto perciò quelli che disputano con costoro καί τήν λεγομένην ύπ'αϋτών άλήθειαν κατά aμικρά διαθραύοντες
si difendono con grande prudenza dall’alto di qualche regione έν τοϊς λόγοις γένεσιν άντ ουσίας φερομένην τινά προσαγορεύ- c
invisibile, forzando a pensare che certe forme intellegibili e ουσιν. έν μέσω δε περί ταύτα άπλετος άμφοτέρων μάχη τις, ώ
incorporee siano il vero essere; e spezzando in piccole parti Θεαίτητε, άεί συνέστηκεν.
quei loro corpi e quella che da loro è detta la vera realtà, so­
30 21. P lat., Phileb., 11 b ed. Burnet. ΣΩ. Φίληβος μεν τοί-
stengono che questa è genesi sempre in movimento e non già
νυν άγαθάν είναι φησι τά χαίρειν πασι ζώοις καί τήν ηδονήν καί
essere. Tra gli uni e gli altri c’è sempre stata, o Teeteto, una
τέρψιν, καί οσα τού γένους εστί τούτου σύμφωνα-
battaglia interminabile su questi problemi.
21. - Socrate. Filebo dunque afferma che bene per tu tti
gli esseri viventi è il godere, il piacere, la gioia e tu tti gli stati 3 όντως W: όπως ΒΤ. - δ'οϋτως om. W. - 7 πάντας Eusebio:
d’animo del genere. πάνυ ΒΤ. —9 ίδωμεν Eusebio: είδώμεν Β. - 16 άτεχνώς] άτεχνώς <ώς>
Hermann. - 19 τι codcl. recenti: om. ΒΤ. - 22 προσέτνχον ΒΤ
Eusebio: περιέτυχόν W.

2Η. G i a n να ν τ ο ν ι. I C ire n a ic i.
402 I C IR E N A IC I I. A R 1ST IPPO . u 22-24 403

22. - Socrate. Bisogna dunque esaminare, cominciando 22. P l a t ., Phileb., 12 b ed. Burnet. ΣΩ. Πειρατέον, cm αυ­
dalla stessa dea, che Filebo afferma sì che si chiami Afrodite, τής δή τής ϋεοϋ, fjv δδε Άφροδίτην μεν λέγεσϋαί φησι, το δ’άλη-
m a il cui più vero nome è Piacere. &έστατον αυτής όνομα Ηδονήν είναι.
Protarco. Benissimo. Π ΡΩ . Όρϋότατα.
Socrate. Ma il mio timore, o Protarco, verso i nomi degli ΣΩ. Το δ’ εμόν δέος, ώ Πρώταρχε, άεί προς τά των θεών c
dei è più che umano, al di là di ogni più grande paura. Anche ονόματα ούκ έστι κατ ανϋρωπον, άλλα πέρα τοϋ μεγίστου φόβου,
ora io chiamo Afrodite nel modo che è a lei più gradito. Ma io καί νϋν την μεν ’Αφροδίτην, δπη εκείνη φίλον, ταύτη προσαγο­
so bene che il piacere è vario e, come dicevo, è necessario che, ρεύω· την δε ηδονήν οίδα ώς έστι ποικίλον, καί δπερ είπον, dot εκεί­
se cominciamo da quello, noi consideriamo ed esaminiamo νης ημάς άρχ ομένους έν&υμεϊσΟαι δεϊ καί σκοπεΐν ήντινα φύσιν
che natura abbia. Ad udirne a tu tta prima il nome è u n ’unica έχει, έστι γάρ, άκούειν μεν ούτως απλώς, έν τι, μορφάς δέ δήπον
cosa, ma tu ttav ia prende forme di ogni genere e in qualche παντοίας εϊληφε καί τινα τρόπον άνομοίονς άλλήλαις. ίδέ γάρ-
modo anche disparate fra loro. Guarda infatti: noi diciamo ήδεσϋαι μέν φαμεν τον άκολασταίνοντα ανϋρωπον, ήδεσϋαι δέ d
che gode l’uomo intemperante, ma anche che gode quello καί τον αωφρονοϋντα αντίο τω σωφρονειν ήδεσϋαι δ’αϋ καί τόν
tem perante, per la sua stessa tem peranza; diciamo che gode άνοηταίνοντα καί άνοήτων δοξών καί ελπίδων μεστόν, ήδεσϋαι
lo stolto, pieno di stolte opinioni e speranze; ma anche che δ’αν τον φρονονντα αντω τω φρονείν καί τούτων των ηδονών
gode il saggio, per la sua stessa saggezza; e come si potrebbe έκατέρας πώς αν τις όμοιας άλλήλαις είναι λέγων ούκ άνόητος
dire che ciascuno di questi piaceri è simile all’altro senza φαίνοιτο ενδίκως;
sembrare a ragione insensati? ΠΡΩ. Εισ'ι μέν γάρ άπ έναντίοον, ώ Σώκρατες, αύται πραγ­
Protarco. Questi piaceri, o Socrate, provengono certo da μάτων, ου μήν ανταί γε άλλήλαις εναντίαι. πώς γάρ ηδονή γε
fattori contrari, ma non sono essi stessi contrari tra loro. E ηδονή [μη] ονχ δμοιότατον αν ειη, τούτο αυτό έαυτώ, πάντων e
come infatti potrebbe non essere il piacere la cosa più so­ χρημάτων;
migliante tra tu tte al piacere, cioè a se stesso?
23. P l a t ., Phileb., 13 b ed. Burnet. ΣΩ. Τί ούν δή ταυτόν
23. - Socrate. Che cosa dunque c’è di identico tanto nei έν ταίς κακαϊς ομοίως καί εν άγαϋαϊς ένόν πάσας ήδονάς άγαϋόν
cattivi quanto nei buoni piaceri, perchè tu possa dire che είναι προσαγορεύεις;
tu tti i piaceri sono bene? ΠΡΩ. Πώς λέγεις, ώ Σώκρατες; οϊει γάρ τινα συγχωρήσεσϋαι,
Protarco. Come parli, o Socrate? Pensi forse che chi so­ ϋέμενον ηδονήν είναι τ άγαϋόν, είτα άνέξεσϋαί σου λέγοντος τάς e
stiene che il piacere è bene lasci poi che ti sia concesso di dire μέν είναι τινας άγαϋάς ήδονάς, τάς δέ τινας έτέρας αυτών κακάς;
che vi sono alcuni piaceri buoni e altri cattivi? ΣΩ. Ά λ λ ’ούν άνομοίους γε φήσεις αύτάς άλλήλαις είναι καί
Socrate. Dirai tu ttav ia che alcuni sono disparati tra loro τινας εναντίας.
ed alcuni contrari. ΠΡΩ. Οντι καϋ’δσον γε ήδοναί.
Protarco. No, in quanto piaceri.
24. P lat., Phileb., 27 e ed. Burnet. ΣΩ. Ε ίεν τ ί δέ δ αός,
24. - Socrate. E la tua vita, o Filebo, tu tta piacevole e

2 δή Τ: òè Β. - 10 εχει Β Τ : εσχερ Gl·. - 12 ανϋρωπον orn. Galeno.


- 15 φρονονντα... φρονεϊν Τ: αωφρονοϋντα... σωφρονειν Β. - 19 ανταί
Τ: αύται Β - μή: espunto da Badham. - 20 τοϋτο αντό] τό γ ’ αυτό
Stallbaum. — 23 èvòv] ένορών Thompson : έννοών Apelt. — 27 ήδονάς
ΒΤ: om. gli altri.
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non commista con alcun altra cosa? In quale dei tre generi di ώ Φίληβε, ήδνς καί αμεικτος ων; εν τίνι γένει των είρημένων
cui prima si parlarla, diremo che ha il suo giusto posto? Ma λεγόμενος όρϋώς αν ποτέ λέγοιτο; ώδε δ’άπόκριναί μοι πρίν
prima di dirlo rispondimi su quest’altra cosa. άποφτ/νασϋαι.
Filebo. DI pure. ΦΙ. Λ έγε μόνον.
Socrate. Piacere e dolore hanno un limite, oppure sono nel s ΣΩ. Ηδονή και λύπη πέρας έχετον, ή των το μάλλον τε καί
numero di quelle cose che ammettono il più e il meno? ήττον δεχομένων εστόν;
Filebo. Sì, o Socrate, sono nel numero delle cose che am­ ΦΙ. Ναι, των το μάλλον, ώ Σώκρατες' ου γάρ αν ηδονή πάν
mettono il più; il piacere infatti non sarebbe totalm ente il άγαϋόν ήν, εΐ μή άπειρον έτύγχανε πεψνκός καί πλή&ει καί τω
bene, se non si trovasse ad essere per sua natura illimitato μάλλον.
sia. di numero che di quantità. ίο ΣΩ. Ουδέ γ ’άν, ώ Φίληβε, λύπη πάν κακόν ώσταλλο τι 28
Socrate. E neppure il dolore sarebbe totalm ente il male, o νών σκεπτέον ή τήν τοϋ άπειρου ψύαιν ως παρέχεται τι μέρος
Filebo. Sì che ben altro che la natura dell’infinito dobbiamo ταϊς ήδοναΐς άγαθοϋ. τούτω δη σοι των άπεράντων γε γένους
esaminare come ciò che dà ai piaceri una particella di bene. εστων.
Sia pure tu ttav ia il piacere del genere delle cose infinite.
25. P l a t ., Phileb., 31 d ed. Burnet. ΣΩ. Λέγω τοίνυν τής
25. - Socrate. Dico dunque che quando l’armonia si di­ 15 αρμονίας μέν λυομένης ήμΐν εν τοίς ζφοις άμα λύσιν τής ψύσεως
sperde in noi esseri viventi, allora si disperde anche la nostra καί γένεσιν άλγηδόνων εν τω τότε γίγνεσθαι χρόνω.
propria natura, e nello stesso tempo si ha la nascita dei dolori. Π ΡΩ . Πάνυ λέγεις είκός.
Protarco. Quello che dici è molto vicino al vero. ΣΩ. Πάλιν δε άρμοττομένης τε καί εις τήν αυτής ψύαιν άπιον-
Socrate. Quando poi l’armonia si ricostituisce e si ritorna σης ηδονήν γίγνεσθαι λεκτέον, εί δει δι ολίγων περί μεγίστων
alla propria natura, allora si deve dire che nasce il piacere, 20 άτι τάχιστα ρηϋήναι.
se si deve parlare di argomenti così grandi in poche parole e
26. P l a t ., Phileb., 32 a ed. Burnet. ΣΩ. Καί ένί λόγω
nel minor tempo possibile.
σκόπει ει σοι μέτριος a λόγος δς άν ψή το εκ τής άπειρου καί
26. - Socrate. In una parola, guarda se ti sembra ragio­ πέρατος κατά ψύσιν έμψυχον γεγονός είδος, δπερ έλεγον εν τω
nevole questo discorso, secondo il quale quando la specie πρόαϋεν, όταν μέν τοϋτο φ&είρηται, τήν μεν φϋοράν λύπην είναι, b
animata, nata per sua natura dall’infinito e dal finito, come 26 τήν δ’εις τήν αυτών ουσίαν όδόν, τούτην δε αύ πάλιν τήν άναχώ-
precedentemente ho detto, si corrompe, questa corruzione è ρησιν πάντων ήδονήν.
dolore, m entre la via verso la propria essenza, questa via per­ Π ΡΩ . ”Εστω· δοκεΐ γάρ μοι τύπον γέ τινα έχειν.
corsa a ritroso da tu tti gli esseri, è piacere. ΣΩ. Τοϋτο μεν τοίνυν εν είδος τιϋώμεϋα λύπης τε καί ηδονής
Protarco. Sia così; mi sembra che in ciò ci sia una certa έν τούτοις τοις πά&εσιν έκατέροις;1
dose di verità.
Socrate. Questa dunque poniamo noi come prima specie
di dolore e di piacere nell’uno e nell’altro tipo di affezioni di
1 καί αμεικτος] καί άμικτος Τ : καί μικτός Β. - 6 εστόν Β : έατίν Τ.
questo genere? - 7 ν α ι' των το Τ: ναι'· τον το Β - πάν άγαάόν] πανάγα&ον Bekker. -
8 τψ Τ : το Β. - 10 πάν κακόν] παγκακόν Bekker. - 11 ώς] δ corr.
del cod. Par. 1814, Diès: φ Paley. - 12 τούτω Burnet: τούτων BT:
τούτο eod. Venet. 189, Diès - γε γένους εστων Burnet: γεγονός έστω
BT Diès. - 18 αυτής BT: αυτήν Stobeo. - 2 2 τής BT Stobeo: του
Stallbaum: τε Ast, Diès. - 2 5 αυτών Τ : αυτών B Stobeo.
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Protarco. Poniamolo. Π ΡΩ . Kelaùm.


Socrate. Poni ora l ’aspettativa dell’anim a stessa riguardo ΣΩ. Τίθει τohm αυτή; τής ψυχής κατά το τούτων των
a queste affezioni, da una parte la speranza piacevole e fidu­ παθημάτων προσδόκημα το μεν προ των ήδέων ελπιζόμενον ήδύ c
ciosa dei piaceri, dall’altra quella timorosa e angosciata dei καί θαρραλέου, το δε προ των λυπηρών φοβερόν καί άλγεινόν.
dolori. 5 ΠΡΩ. ’Έ στι γάρ ούν τοΰϋ’ηδονής καί λύπης ετερον είδος,
Protarco. Questa è. dunque una seconda specie di piacere το χωρίς τοΰ σώματος αυτής τής ψυχής διά προσδοκίας γιγνόμενον.
e di dolore, che. sorge per l ’aspettativa dell’anima, indipen­ ΣΩ. Όρθώς ύπέλαβες. εν γάρ τούτοις οϊμαι, κατά γε την
dentemente dal corpo. εμήν δόξαν, είλικρινέσιν τε έκατέροις γιγνομένοις, ώς δοκεϊ. καί
Socrate. Hai compreso perfettamente. Io penso infatti che άμείκτοι; λύπης τε καί ηδονής, εμφανές εσεσθαι το περί την
nell’una e nell’altra di queste due specie di piaceri, puri, come a 10 ηδονήν, πότερον δλ ον εστί το γένος άσπαστόν, ή τούτο μεν έτέρω d
me sembra, e non mescolati, ci si rivelerà chiaramente — nei τινί των προειρημένων δοτέον ήμϊν γενών, ηδονή δε καί λύπη,
confronti del piacere, appunto — se esso deve essere ricer­ καθάπερ θερμώ καί ψυχρώ καί πασι τοϊς τοιούτοις, τότε μεν
cato nel suo insieme, o se questo trattam ento deve essere ac­ άσπαστέον αυτά, τότε δέ ονκ άσπαστέον, ώς αγαθά μεν ούκ δντα,
cordato da parte nostra ad un altro dei generi di cui prima si ενίοτε δε καί ένια δεχόμενα την τών αγαθών έστιν δτε φύσιν.
parlava, m entre per quanto riguarda il piacere e il dolore, 15 Π ΡΩ . ’Ορθότατα λέγεις, δτι ταύτή πη δει διαπορηθήναι το
come pure il caldo e il freddo e tu tte le altre cose del genere, νυν μεταδιωκόμενον.
alcune volte devono essere ricercati e altre volte no, in quanto ΣΩ. Πρώτον μεν τοίνυν τάδε αννίδωμεν [ώς] εϊπερ όντως
non sono beni e solo alcune di queste cose assumono talvolta έστι τό λεγόμενον, διαφθειρομένων μεν αυτών άλγηδών άνασω- e
la natura di beni. ζομένων δέ ηδονή, τών μήτε διαφθειρομένων μήτε άνασωζομένων
Protarco. Tu dici benissimo, dal momento che è in questo 20 έννοήσωμεν πέρι, τίνα ποτέ έξιν δει τότε εν έκάστοις είναι τοϊς
senso che noi dobbiamo ricercare ciò che ora perseguiamo. ζώοις, δταν ούτως ίσχη. σφόδρα δέ προσέχων τον νοϋν είπέ' άρα
Socrate. E innanzi tu tto ora consideriamo questo: se è ου πάσα ανάγκη παν εν τώ τότε χρόνογ ζώον μήτε τι λυπεϊσθαι
vero ciò che abbiamo detto, che dalla corruzione nasce il do­ μήτε ήδεσθαι μήτε μέγα μήτε σμικρόν;
lore e dalla restaurazione il piacere, quando poi non c’è nè cor­ Π ΡΩ . Α νάγκη μέν ούν.
ruzione nè restaurazione, cerchiamo di capire quale sarà la 25 ΣΩ. Ούκοΰν εστι τις τρίτη ημών ή τοιαύτη διάθεσις παρά τε
situazione per tu tti gli esseri viventi in questo caso. Fai molta την τού χαίροντος καί παρά την τού λυπουμένου; 33
attenzione e dì: non è forse assolutamente necessario che ogni Π ΡΩ . Τί μήν;
essere vivente in quel momento non provi nè dolore nè gioia, ΣΩ. ’Ά γ ε δη τοίνυν, ταύτης πρόθυμόν μεμνήσθαι. προς γάρ την
nè grande nè piccola! τής ηδονής κρίσιν ου σμικρόν μεμνήσθαι ταύτην έσθ’ήμϊν ή μή.
Protarco. È necessario.
30 27. P lat ., Phileb., 42 c, ed. Burnet. ΣΩ. Εϊρηταί που πολ-
Socrate. E questa dunque non è forse per noi una terza
situazione oltre a quella di chi gode e a quella di chi soffre!
Protarco. Come no?
Socrate. Orsù, fai in modo di ricordarti di questa. Non è 4 λυπηρών Τ : λυπών Β Stobeo. - 6 προσδοκίας ΒΤ Stobeo :
infatti di poca importanza per noi il ricordarci o meno di προσδοκίαν gli altri. - 11 rivi om. B. - 13 τοτέ δέΎ: τό τί δε Β. —
questa ai fini del giudizio sul piacere. 14 δτέ] ΰπη Badliam. — 15 διαπορηθήναι Solomon: διαπορευθήναι ΒΤ :
διαθηρευ&ήναι Stephanus. - 17 ώς è espunto dal Badham. -
27. - Socrate. Abbiamo detto più volte che, corrompen-
18 άλγηδών άνασωζομένων Τ : άλγηδών α ν διααωζομένων Β. - 25 ημών
ΒΤ: ήμϊν gli altri. - 29 ταύτην ΒΤ: ταύτης Bekker.
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dosi la natura di ciascuna cosa per combinazioni e separazioni, λάκις δτι τής φύσεως έκάστων διαφ&ειρομένης μεν συγκρίσεσι καί
riempimenti e svuotamenti, aumenti e diminuzioni, si produ­ διακρίσεσι καί πληρώσεσι καί κενώαεσι καί τισιν αϋξαις καί φϋ·ί-
cono allora dolori, sofferenze, pene e tu tto ciò che si trova σεσι λνπαί τε καί άλγηδόνες καί όδύναι καί πάνϋ?όπόσα τοίαυΡονό­
ad essere definito con nomi del genere. ματα έχει συμβαίνει γιγνόμενα.
Protarco. Si, s’è detto spesso. ΠΡΩ. Ναι, ταύτα ειρηται πολλάκις.