Sei sulla pagina 1di 4

αὐτίκα δ᾽ ἠερίη πολυλήιος αἶα Πελασγῶν

δύετο, Πηλιάδας δὲ παρεξήμειβον ἐρίπνας

αἰὲν ἐπιπροθέοντες: ἔδυνε δὲ Σηπιὰς ἄκρη,

φαίνετο δ᾽ εἰναλίη Σκίαθος, φαίνοντο δ᾽ ἄπωθεν

Πειρεσιαὶ Μάγνησά θ᾽ ὑπεύδιος ἠπείροιο

ἀκτὴ καὶ τύμβος Δολοπήιος: ἔνθ᾽ ἄρα τοίγε

ἑσπέριοι ἀνέμοιο παλιμπνοίῃσιν ἔκελσαν,

καί μιν κυδαίνοντες ὑπὸ κνέφας ἔντομα μήλων

κεῖαν, ὀρινομένης ἁλὸς οἴδματι: διπλόα δ᾽ ἀκταῖς

ἤματ᾽ ἐλινύεσκον: ἀτὰρ τριτάτῳ προέηκαν

νῆα, τανυσσάμενοι περιώσιον ὑψόθι λαῖφος.

τὴν δ᾽ ἀκτὴν Ἀφέτας Ἀργοῦς ἔτι κικλήσκουσιν. (Libro I, vv.580-592)

“Ben presto si dileguò nella nebbia la fertile terra pelasga,

gli eroi costeggiarono le scogliere del Pelio,

sempre correndo in avanti: svanl il promontorio Sepiade,

comparve sul mare Sciato, comparvero in lontananza Piresia e nel sereno

le rive magnesie e la tomba di Dolope. Qui, verso sera, sbarcarono per il vento
contrario, e nella notte gli resero onore bruciando carni di pecora;

il mare, gonfio, infuriava. Restarono fermi due giorni su quella spiaggia; al terzo misero
in mare la nave, levando in alto la sua grandissima vela.

Quella spiaggia si chiama ancor oggi Afete, e cioè ["partenza" di Argo.”


I primi luoghi costeggiati da Argo sono narrati in maniera piuttosto veloce: la terra
pelasga indica una delle regioni della Tessaglia, su cui si tramanda avesse regnato
Pelasgo, eroe eponimo del mitico popolo, il capo Sepiade è la punta sud-est nella
penisola della Magnesia (come anche la città di Piresia), al largo della quale si trova
l’isola di Sciato. Anche l’episodio della tomba di Dolope è narrato in modo assai
sintetico e serve ad introdurre l’aition di chiusura. Frequentissimi nel poema, questi
excursus sono narrazioni di antefatti mitici che spiegano l’origine della toponomastica,
di usanze cultuali e rituali e di testimonianze architettoniche contemporanee al poeta.
Attraverso gli aitia, collocati alla fine delle sequenze narrative, si attua nelle
Argonautiche una contaminazione tra il presente della vicenda (la saga degli
Argonauti). Il passato del mito (gli aitia, appunto) e la contemporaneità storica.

οἳ δή τοι γραπτῦς πατέρων ἕθεν εἰρύονται,

κύρβιας, οἷς ἔνι πᾶσαι ὁδοὶ καὶ πείρατ᾽ ἔασιν

ὑγρῆς τε τραφερῆς τε πέριξ ἐπινισσομένοισιν. (Libro IV, vv.279-281)

“Essi conservano le tavole incise dai loro padri, sulle quali sono indicati i confini e
tutte le vie di terra e di mare per chi compie l’intero giro del mondo”

Gli Argonauti proseguono il loro percorso aiutati sia dall’indovino Fineo (2.317-407)
che li fornisce per così dire di una « mappa orale», sia grazie ad un’iscrizione, il cui
resoconto è fornito dalla nave Argo (4.256 ss.). Notevole qui anche il riferimento (πέριξ
ἐπινισσομένοισιν) a quelli che i Greci chiamavano periploi che riflette lo sviluppo del
viaggio marittimo dopo il periodo di Alessandro Magno. Infatti, sebbene siano noti
Iter Brundisinum. Satira V (Orazio)

La satira è il racconto divertente di un viaggio (dunque, un carme di tipo odeporico) da


Roma a Brindisi, che Orazio fece in compagnia di Mecenate e di qualche altro amico
nel 37 a.C. Il racconto è modellato sull'iter Siculum di Lucilio, dove l’autore descrive
il viaggio effettuato tra il 119 e il 116 a.C., motivato dalla volontà di fare un sopralluogo
dei poderi detenuti dal poeta in Sicilia.

Il viaggio di Orazio, che si snoda lungo un percorso da Roma a Brindisi, venne


effettuato per ragioni diplomatiche, al fine di comporre i dissensi tra i due principali
capi politici del periodo, Ottaviano e Antonio; il percorso viene descritto come una
“odissea” terrestre (a piedi e a cavallo) in chiave comica, durata una quindicina di
giorni. I versi sono esametri.

Egressum magna me accepit Aricia Roma

hospitio modico; rhetor comes Heliodorus,

Graecorum longe doctissimus; inde Forum Appi

differtum nautis cauponibus atque malignis.

Hoc iter ignavi divisimus, altius ac nos

praecinctis unum: minus est gravis Appia tardis. (vv.1-6)

“Uscito dalla grande Roma, m'accolse ad Ariccia una modesta locanda; m'era
compagno il retore Eliodoro, senza confronti il più dotto dei greci: di lì a Forappio,
brulicante di barcaioli e di osti malandrini. Noi, sfaticati, dividemmo in due questa
tappa, che per gente più svelta è una sola; ma l'Appia è meno faticosa a chi la prende
comoda.”
Magna è qui attributo di Roma, in iperbato. Aricia è qui accostato volutamente a Roma
per contrasto, come evidenziato anche dall’enjambement. A partire dal Forum Appi,
corrispondente al moderno villaggio di San Donato, incominciava la palude pontina,
attraversata da un argine e da un canale, navigabile con barche piatte.

Milia tum pransi tria repimus atque subimus

inpositum saxis late candentibus Anxur.

Huc venturus erat Maecenas optimus atque

Cocceius, missi magnis de rebus uterque

legati, aversos soliti conponere amicos.

Hic oculis ego nigra meis collyria lippus

inlinere. Interea Maecenas advenit atque

Cocceius Capitoque simul Fonteius, ad unguem

factus homo, Antoni, non ut magis alter, amicus.

Fundos Aufidio Lusco praetore libenter

linquimus, insani ridentes praemia scribae,

praetextam et latum clavum prunaeque vatillum.

In Mamurrarum lassi deinde urbe manemus,

Murena praebente domum, Capitone culinam. (vv.24-37)

“Dopo colazione, ci arrampichiamo per tre miglia fin sotto alle pendici di Anxur,
arroccata su rupi che biancheggaino lontano. Lì, con Cocceio, doveva raggiungerci il

Potrebbero piacerti anche