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M AT E M AT I C A 1

dipartimento di matematica

ITIS V.Volterra
San Donà di Piave

Versione [09/2008.1][S-All]
INDICE

i algebra 1
1 algebra0 2
1.1 Introduzione 2
1.2 Insiemi numerici 2
1.3 Operazioni e proprietà. Terminologia 2
1.4 Potenze ad esponente naturale ed intero 4
1.5 Massimo comun divisore e minimo comune multiplo tra numeri
naturali 5
1.6 Espressioni aritmetiche 5
1.7 Esercizi riepilogativi 9
2 insiemi 11
2.1 Introduzione 11
2.2 Rappresentazioni 11
2.2.1 Rappresentazione per elencazione 11
2.2.2 Rappresentazione per proprietà caratteristica 12
2.2.3 Rappresentazione grafica di Eulero-Venn 14
2.3 Sottoinsiemi 15
2.4 Operazioni 17
2.4.1 Intersezione 17
2.4.2 Unione 18
2.4.3 Differenza 18
2.4.4 Differenza simmetrica 19
2.4.5 Complementare 20
2.4.6 Prodotto cartesiano 21
2.5 Esercizi riepilogativi 24
3 monomi 27
3.1 Introduzione 27
3.2 Monomi 27
3.3 Operazioni tra monomi 29
4 polinomi 31
4.1 Polinomi 31
4.2 Operazioni 32
4.3 Prodotti notevoli 33
4.4 Divisione 36
4.5 Divisione con la Regola di Ruffini 39
4.6 Esercizi riepilogativi 42
5 scomposizioni 45
5.1 Scomposizioni 45
5.2 Sintesi 53
5.3 Massimo comun divisore e minimo comune multiplo di polino-
mi 54
5.4 Esercizi riepilogativi 55
6 frazioni algebriche 57
6.1 Frazioni algebriche 57
6.2 Operazioni 58
6.3 Esercizi riepilogativi 63
7 equazioni 65
7.1 Introduzione 65
7.2 Risoluzione di equazioni in una incognita 67
7.3 Equazioni di primo grado 71
7.4 Particolari equazioni riconducibili a quelle di primo grado 76

ii
indice iii

7.5 Problemi di primo grado 79


7.6 Esercizi riepilogativi 82

ii geometria 85
8 logica elementare 86
8.1 Concetti primitivi e definizioni 87
8.2 Postulati e teoremi 88
9 postulati di appartenenza 90
10 postulati dell’ordine 93
10.1 Postulato della relazione di precedenza 93
10.2 Postulato di densità della retta 93
10.3 Postulato di illimitatezza della retta 95
10.4 Postulato di partizione del piano 96
11 postulati di congruenza 97
11.1 Il movimento rigido e la congruenza tra figure 97
11.2 Postulati di congruenza 97
12 i criteri di congruenza per i triangoli 106
12.1 Definizione e classificazione dei triangoli 106
12.2 I criteri di congruenza dei triangoli 108
12.3 Esercizi 110
13 teoremi di caratterizzazione dei triangoli isosceli 111
13.1 Il primo teorema dell’angolo esterno 113
13.2 Teoremi sulla disuguaglianza triangolare 114
13.3 Le simmetrie centrale e assiale 116
13.4 Esercizi 119
14 perpendicolarità 120
14.1 Definizioni e prime applicazioni 120
14.2 Ulteriori proprietà dei triangoli isosceli 121
14.3 Costruzioni con riga e compasso 124
14.4 Luoghi geometrici 127
15 parallelismo 131
15.1 Definizioni e V postulato di Euclide 131
15.2 Rette tagliate da una trasversale 132
15.3 Criteri di parallelismo 133
15.4 Teorema degli angoli interni di un triangolo 136
15.5 Esercizi 138
16 quadrilateri notevoli 139
16.1 Il trapezio 139
16.2 Il parallelogramma 141
16.3 Il rombo 146
16.4 Il rettangolo 148
16.5 Il quadrato 150
16.6 I teoremi dei punti medi 151
16.7 Esercizi 154

iii contributi 156


ELENCO DELLE FIGURE

E L E N C O D E L L E TA B E L L E

iv
Parte I

ALGEBRA
ALGEBRA0 1
1.1 introduzione

In questo capitolo vengono richiamati e sintetizzati i principali argomenti di


aritmetica affrontati alla scuola media, prerequisiti indispensabili per affrontare il
nuovo corso di studi.

1.2 insiemi numerici

Distinguiamo i seguenti insiemi numerici le cui notazioni e rappresentazioni


saranno sviluppate nel capitolo sugli insiemi.
Insieme dei numeri naturali: N = {0, 1, 2, 3, ··}
Insieme dei numeri interi: Z = {0, 1, −1, 2, −2, ··}
Insieme dei numeri razionali: Q = {frazioni con denominatore diverso da zero}

Osservazione 1.2.1.

• Ogni numero intero è anche un razionale in quanto si può pensare come una
frazione con denominatore uno.

• Ogni numero razionale può essere scritto in forma decimale esegendo la divisione
tra numeratore e denominatore. Viceversa, un numero decimale finito o illimitato pe-
riodico può essere scritto sotto forma di frazione(frazione generatrice) utilizzando
le regole studiate alla scuola media che vengono proposte nei seguenti esempi:
235 47
2, 35 = =
100 20
12 3
0, 012 = =
1000 250
536 − 5 531 59
5, 36 = = =
99 99 11
1328 − 132 1196 598
13, 28 = = =
90 90 45
19 − 1 18
1, 9 = = = 2 (!)
9 2

1.3 operazioni e proprietà. terminologia

Le operazioni tra numeri e le relative proprietà possono essere riassunte nella


seguente tabella:

2
1.3 operazioni e proprietà. terminologia 3

OPERAZIONI TERMINI RISULTATO PROPRIETA’ PRINCIPA-


LI

addizione addendi somma commutativa, associativa

sottrazione minuendo/sottraendo differenza

moltiplicazione fattori prodotto commutativa, associativa,


distributiva, legge di an-
nullamento del prodotto
*

divisione dividendo/divisore quoziente distributiva

*Legge di annullamento del prodotto: il prodotto di fattori è nullo se e solo se è


nullo almeno uno di essi.

Osservazione 1.3.1. In una divisione il divisore deve essere diverso da zero; se ciò non
accade l’operazione è priva di significato.

E’ opportuno ricordare che, oltre alla divisione il cui quoziente è un nume-


ro decimale, esiste anche la divisione euclidea (la prima incontrata alle scuole
elementari), così definita:

Definizione 1.3.1. Eseguire la divisione P : D significa determinare due numeri Q


(quoziente) ed R (resto) tali che

P = D·Q+R con R<D

Esempio 1.3.1. Nella divisione 20 : 3 si ottiene Q = 6 ed R = 2 infatti 20 = 3 · 6 + 2


con 2 < 3

Definizione 1.3.2. Due numeri diversi da zero si dicono concordi se hanno lo stesso
segno, discordi se hanno segno diverso.

Definizione 1.3.3. Due numeri si dicono opposti quando la loro somma è zero
3 1 3 1
Esempio 1.3.2. Gli opposti di −3, 5, , − sono rispettivamente: 3, −5, − ,
2 7 2 7
Definizione 1.3.4. Due numeri si dicono reciproci (o inversi uno dell’altro) se il loro
prodotto è uno.
3 7 1 5 2
Esempio 1.3.3. I reciproci di 1, − , , − sono rispettivamente: 1, − , , −5
5 2 5 3 7
Osservazione 1.3.2. Non esiste il reciproco dello zero in quanto nessun numero molti-
plicato per esso dà uno.
1.4 potenze ad esponente naturale ed intero 4

1.4 potenze ad esponente naturale ed intero

Definizione 1.4.1. Dato a numero razionale ed n numero naturale maggiore od uguale


a 2, si definisce potenza n-esima di a il prodotto di n fattori uguali ad a:
an = a a · · · ·a} e si assume a1 = a
| · a ·{z
n volte
a si chiama base della potenza, n esponente.

Esempio 1.4.1.

• 23 = 2 · 2 · 2 = 8
 2    
3 3 3 9
• − = − · − =
5 5 5 25

• 05 = 0 · 0 · 0 · 0 · 0 = 0

Proprietà:

• an · am = an+m

• an : am = an−m con a 6= 0 e n > m

• (an )m = an·m

• an · bn = (ab)n

• an : bn = (a : b)n con b 6= 0

Per convenzione si assume a0 = 1 purchè a 6= 0; ciò estende la seconda


proprietà al caso n = m infatti a0 = an−n = an : an = 1
1
Per convenzione si assume che a−n = n purchè a 6= 0; ciò, oltre che dare
a
significato alle potenze con esponente intero, è compatibile con le proprietà ed
1
estende la seconda al caso n < m infatti: a−n = a0−n = a0 : an = 1 : an = n
a

Esempio 1.4.2.
1 1
• 2−3 = =
23 8
 −2
3 1 1 49
• − =  2 = =
7 3 9 9
− 49
7
 −3  3
3 2 8
• − = − =−
2 3 27
 −1
6 13
• =
13 6

Osservazione 1.4.1.

• Dalla definizione di potenza e dalle convenzioni assunte si deduce che la potenza


00 è priva di significato.

• La potenza di un numero diverso da zero con esponente pari è sempre positiva,


quella con esponente dispari mantiene il segno della base.
1.5 massimo comun divisore e minimo comune multiplo tra numeri naturali 5

1.5 massimo comun divisore e minimo comune multiplo tra nume-


ri naturali

Definizione 1.5.1. Un numero naturale si dice primo se è diverso da 1 ed è divisibile


solo per se stesso e per 1.

Definizione 1.5.2. Un numero naturale si dice scomposto in fattori primi se è scritto


come prodotto di potenze di numeri primi.

Esempio 1.5.1. Il numero 360 si può scrivere, come prodotto di fattori, in più modi:

23 · 32 · 5

4 · 2 · 32 · 5
360 =
23 · 3 · 15

.....

solo 23 · 32 · 5 è la scomposizione in fattori primi di 360 perchè le altre scritture contengono


anche numeri non primi (rispettivamente 4 e 15).

E’ possibile dimostrare che la scomposizione in fattori primi di un numero è


unica (ciò non sarebbe vero se anche l’1 venisse annoverato tra i numeri primi).

Definizione 1.5.3. Si dice massimo comun divisore (M.C.D.) tra numeri naturali, il
più grande divisore comune.

Per calcolare il M.C.D. è sufficiente scomporre in fattori primi i numeri dati e


moltiplicare i fattori comuni con il minimo esponente.

Definizione 1.5.4. Si dice minimo comune multiplo (m.c.m.) tra numeri naturali, il
più piccolo multiplo comune, diverso da zero.

Per calcolare il m.c.m. è sufficiente scomporre in fattori primi i numeri dati e


moltiplicare i fattori comuni e non comuni con il massimo esponente.

Esempio 1.5.2.

• M.C.D.(8, 12, 4) = 22 = 4 m.c.m.(8, 12, 4) = 23 · 3 = 24


essendo 8 = 23 , 12 = 22 · 3, 4 = 22

• M.C.D.(50, 63) = 1 m.c.m.(50, 63) = 2 · 32 · 52 · 7 = 3150


essendo 50 = 2 · 52 , 63 = 32 · 7

Definizione 1.5.5. Due numeri naturali a e b si dicono primi tra loro (coprimi) se
M.C.D.(a, b) = 1

Osservazione 1.5.1. Due numeri primi sono primi tra loro, ma due numeri primi tra
loro non sono necessariamente numeri primi (50 e 63 sono primi tra loro, ma non primi)

1.6 espressioni aritmetiche

In una espressione aritmetica le operazioni devono essere svolte nel seguente


ordine:
-potenze
-moltiplicazioni e divisioni (nell’ordine sinistra destra)
-addizioni e sottrazioni
Nel caso si intenda eseguire le operazioni in ordine diverso è necessario
utilizzare le parentesi.
1.6 espressioni aritmetiche 6

Esempio 1.6.1.

• 23 · 5 − 6 · 7 : 3 + 4 = 8 · 5 − 42 : 3 + 4 = 40 − 14 + 4 = 30

• 23 · 5 − 6 · 7 : (3 + 4) = 8 · 5 − 42 : 7 = 40 − 6 = 34

Proponiamo alcuni esercizi svolti riguardanti la semplificazione di espressioni


aritmetiche:

Esempio 1.6.2.

1 2 1 2
        
3 1 3 3 3 7
· · 5− : − : · 2+ − 1+ =
4 4 2 4 16 4 2 2
      2  2
3 7 12 − 3 7 5 3
= · : : · −
16 2 16 4 2 2
  
21 9 7 25 9
= : : · −
32 16 4 4 4
 7 1  7 25
21 16 9
· : ·
 
= −
3
 22  93 4 4 4
 1 1
7 4 25 9
= · · −
 
6 71 41 4
25 9
= −
6 4
50 − 27
=
12
23
=
12
Esempio 1.6.3.
  2  −4 −1
 13 1 1 1 2
0, 5 + 2, 3 (0, 5 + 0, 4) : − + + − =
2 2 5 10 5
   −4 −1
5+2+1 2
  
5 − 0 23 − 2 5 4 13 2
= + + : − −
9 9 10 10 2 10 5
 2  −4  −1
84
 
5 21 9 2 2
= + · − −
9 9 10 13  105 5
 2  −4  −1
262  91  21 4 2
· ·

= − −
91 
 105  1
31 5 5
   −4 −1
2 4 2 2
= − −
5 5 5
    −1
2 2 2 −4
= − −
5 5
  −1
2 −2
= −
5
2
2
= −
5
4
=
25
1.6 espressioni aritmetiche 7

Esempio 1.6.4.
 −3  2  −2  −3
5 7 7 5
: − · : − =
7 5 5 7
 −3  −2  2  −3
5 5 5 5
= : · : −
7 7 7 7
 −3+2+2  −3
5 5
= : −
7 7
 1 "  −3 #
5 5
= : −
7 7
 1+3
5
=−
7
 4
5
=−
7

Esempio 1.6.5.
"  #−3
1 2
 −4
1
− : 2−3 · − : 211 =
2 2
 −6
1
= − : 2−3 · (−2)4 : 211
2
= 26 : 2−3 · 24 : 211
= 26+3+4−11
= 22 = 4

Esempio 1.6.6.
 2  2  3
2 14 4
: − +1 =
7 5 5
2  3
42

2  1 4
= · : − +1
71
 5 5
 2  3
4 4
= : − +1
5 5
 2−3
4
=− +1
5
 −1
4
=− +1
5
5
= − +1
4
1
=−
4
1.6 espressioni aritmetiche 8

Esempio 1.6.7.
 −7  3  3
16 2 3 9
− : =
81 3 2 4
 4  −7  −3 " −2 #3
2 2 2 2
= − :
3 3 3 3
 4  −7  −3  −6
2 2 2 2
=− :
3 3 3 3
 4−7−3+6
2
=−
3
 0
2
=− = −1
3
1.7 esercizi riepilogativi 9

1.7 esercizi riepilogativi


       
1 3 1 3 5 9 3 1 16
1. + −1+ : + +1− + +
3 4 2 4 2 8 25 3 25
       
1 1 1 3 7 11
2. +1 : + − +
3 6 4 10 10 5

"  #3 "  #2  4
5 2 2 3
 
1 1
3. · :
6 15 9 81

 2  2 " 2 #3 " 3 #2  
7 2 1 1 1
4. · · :
4 7 2 2 4

 −2  −3 
5 −6
  
5 5 5
5. · : −
4 4 4 4

"   −3 #2
1 −2 4 1
· 215 221
 
6. ·2 :
2 2

 8  
7. 3, 5 − 2, 05 + 0, 1 : + 6 − 0, 8 · 1, 3 : 0, 6 − (2 + 1, 3) 2 − 0, 6 [4]
5
         
3 7 4 1 1 3 14 2 5
8. − −2 2− − − + + −1 −
5 6 3 3 2 2 5 7 6
 
1 −2  1 −2
"  #0 "  #3 
1 2 3 −2
      
1 −2 1
9. 4− +2+ : : −3
2  2 2 2 3  2

" 
   91
#2 "  #
1 2 2 2
   
1 4
10. 1+ − 2 1+ 2− −1 : +1
 2 2 3  3 3

     
3 9 3 3 1 3 3
11. − 0, 4 + 2, 3 − 0, 5 − · 0, 3 + − 0, 05
5 2 5 4 3 7 2
 
 7
0, 1 + 0, 27 : 0, 83 −
9
12. [3]
0, 27 + 1, 6 + 0, 39

3 2 1 2 1 3
           
1 1 13
13. 2− 1+ : − + − : − −
2 3 3 2 2 12

"  #3
1 2 1 2 36
 
14. 1+ 1− : 12 [1]
2 2 2

"  #−1 "  #−2


3 −3 3 −2 2 2 2 3
     
1
15. − : − − : − −
4 4 3 3 3

" 2 # "  #
2 −5 2 3 1 −3
      
1 1
16. − − − − +1 : (−1)−1 − + 2 (−3)−2
5 5 2 6 4

" #  
22 2 2 2 31
17. − (−0, 5) · − 1 + (−0, 4 + 0, 5) : (0, 1) + · (−0, 5)2 −
3 (−3)2 36
1.7 esercizi riepilogativi 10

"   3 # " 2  2 # 
1 2 3 3
    
1 3 1 1 4 1
18. 1− + + : − + : 2+ −
2 2 3 2 2 3 9 4
3
4
         
7 1 9 7 1 4 14 1
19. − : − : − − −
6 2 11 9 3 3 11 9

h i3
20. (−2) (−1 + 2)3 − (−1) −1 − 2 (2)1 − 2 [−2 − (2)]3 [0]

  " 

" 3  #2 3   1  #−1 6
3 2 3 1 1 −2
21. − − : − : − [−1]
 10 5 10 5   10 5 

   6
7 7 4
: + (2)3
3 3 7
22. "    #  3 + 4 [−1]
3 2 3 4

3 1
: − −
2 2 2 3

4
85 · 23 : 4 4
23. [257 ]
85 : 162
"    #3 
1 5 1 7 1 3

· : "  #
3 9 27 1 45
24.
34 : 37 3

" #2 
1 2 1 2 2 1 3
     
1
25. 1− : 2− − : − −
2 2 9 3 3

     
1 1 2 1
−2 + 0, 3 1 + + − − 0, 2  
2 2 5 3 1
26.    −
1 4 2
2, 5 − 8 − 1−
4 5

h −2 −3 i−3 2 h −2 3 i−4


27. 353 : 72 54 : 153 : 3−2 : 52 [1]

         
3 3 9 3 3 8 2 1
28. − : −3 + − − : − − + : − −2 −
2 2 8 4 2 5 3 10
 
11 7 1 1
+ : (−8) + 1−
3 9 5 4
29.       · [impossibile]
11 3 7 1 7 1
− − : 1+ −3 3−
2 5 5 3 8 5

1 2
     2  
3 1 1 1 1
2− 4− + − −2 3− +
2 4 2 2 2 4
30. [1]
1 2
 
1+
2
INSIEMI 2
2.1 introduzione

Il concetto di insieme è un concetto primitivo; scegliamo dunque di non darne


una definizione esplicita. Con il termine insieme intendiamo intuitivamente un
raggruppamento o una collezione di oggetti, di natura qualsiasi, detti elementi.
Un insieme si dice ben definito cioè ‘Insieme da un punto di vista matematico’
se si può stabilire con ‘assoluta certezza’ se un oggetto gli appartiene o no.
Esempio 2.1.1.
1. L’insieme degli insegnanti di matematica dell’ITIS è un insieme ben definito.
2. L’insieme degli insegnanti di matematica simpatici dell’ITIS non è ben definito perchè uno stesso
insegnante può risultare simpatico ad alcuni alunni e non ad altri.

Esercizio 2.1.1. Stabilire quali dei seguenti è un insieme da un punto di vista matemetico:
1. L’insieme degli alunni dell’ITIS ‘Volterra’.
2. L’insieme delle alunne più belle dell’ITIS ‘Volterra’.
3. L’insieme dei numeri grandi.
4. L’insieme dei divisori di 10.
5. L’insieme dei calciatori che hanno realizzato pochi goals.
6. L’insieme dei calciatori che hanno realizzato almeno un goal.

2.2 rappresentazioni

Per rappresentare un insieme si utilizzano diverse simbologie:

2.2.1 Rappresentazione per elencazione

La rappresentazione per elencazione consiste nello scrivere entro parentesi graffe


tutti gli elementi dell’insieme separati da ‘,’ o da ‘;’
Esempio 2.2.1. {3, 7, 9} è la rappresentazione per elencazione dell’insieme delle cifre del numero 9373

Osservazione 2.2.1. Un oggetto che compare più volte non va ripetuto.

Gli insiemi vengono solitamente etichettati utilizzando le prime lettere dell’al-


fabeto maiuscolo. Rifacendoci all’esempio 2.2.1 si può scrivere A = {3, 7, 9}. Per
indicare che un elemento appartiene ad un insieme useremo il simbolo ∈; in caso
contrario il simbolo ∈.
/
Con riferimento all’esempio 2.2.1 si scrive:

7 ∈ {3, 7, 9} oppure 7 ∈ A

(si noti la convenienza dell’etichetta A usata)

5∈
/A

Se vogliamo rappresentare l’insieme delle lettere dell’alfabeto si conviene di


scrivere:

B = {a, b, c, d, . . . , z}

per evitare di elencare tutti gli elementi. (maggiore è il numero di elementi


dell’insieme e più è evidente l’utilità di una tale convenzione).

11
2.2 rappresentazioni 12

Esempio 2.2.2. Dato

C = {a, 1, {2, ∗}}

possiamo notare che ad esso appartengono 3 elementi e dunque scriviamo

a∈C, 1∈C, {2, ∗} ∈ C

Osservazione 2.2.2. Gli elementi di un insieme non sono necessariamente dello stesso
‘tipo’ e tra essi vi può essere anche un insieme. Nell’esempio 2.2.2 all’insieme C appartiene
l’insieme {2, ∗}. Si nota perciò che 2 ∈
/ C ma 2 appartiene ad un elemento di C.

Definizione 2.2.1. Si dice insieme vuoto un insieme privo di elementi.

La rappresentazione per elencazione dell’insieme vuoto è {}, esso viene etichet-


tato con il simbolo ∅

Definizione 2.2.2. Si dice cardinalità di un insieme A il numero degli elementi che gli
appartengono. Essa si indica con |A|.

Se il numero degli elementi di un insieme è finito si dice che l’insieme ha


cardinalità finita, in caso contrario che ha cardinalità infinita.
In riferimento all’esempio 2.2.2 si scrive |C| = 3 (la cardinalità di un insieme
finito è un numero!)
Due esempi importanti di insiemi numerici di cardinalità infinita sono l’in-
sieme dei numeri naturali N = {0, 1, 2, 3, . . . } e l’insieme dei numeri interi
Z = {0, +1, −1, +2, −2, . . . }.
Esercizio 2.2.1. Scrivere la rappresentazione per elencazione dei seguenti insiemi:
1. L’insieme dei numeri interi compresi tra −2 escluso e 3 compreso.
2. L’insieme dei numeri naturali compresi tra −2 incluso e 3 escluso.
3. L’insieme dei numeri naturali multipli di 3.
4. L’insieme dei numeri naturali minori di 100 che sono potenze di 5.
5. L’insieme dei numeri interi il cui quadrato è minore di 16.
6. L’insieme dei numeri interi il cui valore assoluto è 7 oppure 5.
7. L’insieme dei numeri naturali maggiori di 10.

2.2.2 Rappresentazione per proprietà caratteristica

La rappresentazione per proprietà caratteristica consiste nell’esplicitare una


proprietà che caratterizza tutti e soli gli elementi dell’insieme.
Esempio 2.2.3. Utilizzando la rappresentazione per caratteristica, l’insieme D = {1, 2, 4, 8} può essere
scritto come

D = {x tale che x è un divisore naturale di 8}

dove x indica un elemento generico dell’insieme.

Possiamo notare che la proprietà caratteristica individuata non è l’unica. L’insieme D può,
infatti, essere scritto anche

D = {x tale che x è una potenza naturale di 2 minore o uguale ad 8}

o usando il simbolismo matematico

D = {x | x = 2n , n ∈ N , 1 6 x 6 8}

Osservazione 2.2.3. Per determinare la proprietà caratteristica di un insieme non è


sufficiente individuare una proprietà di cui godono tutti gli elementi di un insieme perchè
potrebbero non essere i soli ad averla.
2.2 rappresentazioni 13

Esempio 2.2.4. Dato l’insieme E = {0, 2, 4, 6, 8, 10, 12} se scrivessimo E = {x | x = 2n, n ∈


N} non avremmo individuato la proprietà caratteristica perchè con tale scrittura anche il numero 16
apparterrebbe all’insieme e ciò è palesemente errato. La scrittura corretta è invece:

E = {x | x = 2n , n ∈ N , x 6 12}

oppure

E = {x | x = 2n , n ∈ N , n 6 6}

dove è chiaramente esplicitato che gli elementi di E sono tutti e soli i multipli naturali di 2 minori o uguali
di 12.

Un ulteriore importante esempio di insieme numerico è l’insieme dei numeri


razionali

p
Q = {x | x = , p, q ∈ Z , q 6= 0}
q

In N e in Z è possibile definire il concetto di precedente e successivo di un


elemento x, rispettivamente x − 1 e x + 1, in quanto tra x − 1 ed x ( così come tra
x e x + 1 ) non esistono altri elementi di tali insiemi.(E’ bene precisare che in N il
precedente di x è definito solo se x 6= 0)
Diversamente in Q non è possibile parlare di precedente o di successivo di un
elemento infatti:

Teorema 2.2.1. Dati 2 elementi qualunque di Q diversi tra loro, esiste un terzo elemento
di Q, compreso tra essi.

Usando la simbologia matematica :

∀x1 , x2 ∈ Q, x1 < x2 ∃x3 ∈ Q | x1 < x3 < x2


| {z } | {z } | {z } | {z }
Ipotesi Tesi 1 Tesi 2 Tesi 3

Dim. Siano x1 , x2 ∈ Q con x1 < x2 allora


p1 p2
x1 = ; e x2 = , p1 , p2 , q1 , q2 ∈ Z q1 6= 0, q2 6= 0
q1 q2
x1 + x2
Consideriamo x3 = allora
2
p1 p
+ 2
q1 q2 p q + p2 q1
x3 = = 1 2 con p1 q2 + p2 q1 ∈ Z e 0 6= 2q1 q2 ∈ Z
2 2q1 q2

quindi x3 ∈ Q (Tesi 1)
p1 p
Essendo per ipotesi x1 < x2 allora < 2 dunque (portando le frazioni allo stesso
q1 q2
denominatore)

p1 q2 p q
< 2 1 (2.1)
q1 q2 q2 q1

     
p1 q2 + p2 q1 1 p1 q2 + p2 q1 1 p1 q2 p q per (2.1) 1 p1 q2 p q
x3 = = = + 2 1 > + 1 2 =
2q1 q2 2 q1 q2 2 q1 q2 q1 q2 2 q1 q2 q1 q2
 
1 p q p
= 2 1 2 = 1 = x1 cioè x3 > x1 (Tesi 2 )
2 q1 q2 q1

     
p1 q2 + p2 q1 1 p1 q2 + p2 q1 1 p1 q2 p q per (2.1) 1 p2 q1 p q
x3 = = = + 2 1 < + 2 1 =
2q1 q2 2 q1 q2 2 q1 q2 q1 q2 2 q1 q2 q1 q2
 
1 p q p
= 2 2 1 = 2 = x2 cioè x3 < x2 (Tesi 3 )
2 q1 q2 q2
2.2 rappresentazioni 14

Corollario 2.2.1. Dati due elementi x1 e x2 di Q , con x1 6= x2 , esistono infiniti elementi


di Q compresi tra loro.

Dimostrazione. Per il teorema 2.1 ∃ x3 ∈ Q | x1 < x3 < x2


Ora, considerando x1 e x3 , per il teorema 2.1 ∃ x4 ∈ Q | x1 < x4 < x3
E’ facile convincerci che, ripetendo tale ragionamento si avrà :

x1 < . . . . . . < x5 < x4 < x3 < x2

Esercizio 2.2.2. Determinare la rappresentazione per elencazione dei seguenti insiemi:

A = {x ∈ Z | −3 6 x < 2} B = {x | x = 7n , n ∈ N , n 6 3}
C = {x ∈ N | −2 < x 6 1} D = {x | x = MCD(36, 40, 54)}
E = {x | x = 3 , n ∈ N, n > 2}
n
F = {x ∈ N | x < 10}
G = {x | x = 3k − 2 , k ∈ N , k 6 3} H = {x | x = 2n + 1 , n ∈ N}
 −k+2
1
I = {x | x = 5k , k ∈ Z , −2 6 k 6 1} L = {x | x = , k ∈ Z , −1 6 k 6 3}
3

Esercizio 2.2.3. Determinare la rappresentazione per proprietà caratteristica dei seguenti insiemi:

A = {−3, −2, −1, 0, 1} B = {0, 2, 4, 6, . . .} C = {2, 3, 4, 5, . . . , 99}


1
D = {0, 3, −3, 6, −6, 9, −9 . . .} E = {1, 4, 16, 64, . . .} F = { , 1, 2, 4}
2
1 1 1 1
G = {1, , , ,..., } H = {6, 12, 18, 24, 30} I = {2, 6, 10, 14, . . .}
2 3 4 20
Esercizio 2.2.4. Determinare la cardinalità di A = {1, {2, 3}, 4, 5, {6}} e stabilire se i seguenti elementi
appartengono ad A: 1, 2, 4, {2, 3}, {5}, 6

2.2.3 Rappresentazione grafica di Eulero-Venn

La rappresentazione grafica di Eulero-Venn consiste nel delimitare con una linea


chiusa una regione di piano all’interno della quale vanno collocati gli elementi
dell’insieme.
Esempio 2.2.5. L’insieme D = {x | x = 2n , n ∈ N , 1 6 x 6 8} sarà con la rappresentazione
grafica:
D
·4

·8 ·1
·2 ·16

pertanto 1 ∈ D, 4 ∈ D, 16 ∈
/D

Esercizio 2.2.5. Rappresentare per elencazione e con i diagrammi di Eulero-Venn i seguenti insiemi:

A = {x ∈ Z | −3 6 x < 2}
B = {x ∈ N | 4 < x 6 10}
C = {x ∈ N | −3 6 x < 1}
5 3
D = {x ∈ Z | − <x6 }
2 2
E = {x ∈ Z | x > −3}

A questo punto notiamo l’impossibilità di rappresentare per elencazione e con i


diagrammi di Eulero-Venn l’insieme

F = {x ∈ Q | −1 6 x < 2}

in quanto, non potendo parlare di successivo nell’insieme Q, la scelta degli


elementi da scrivere dopo −1 è arbitraria, il ‘così via’ indicato dai puntini è privo
di significato e non esiste un ‘ultimo’ elemento dell’insieme perchè non esiste in
2.3 sottoinsiemi 15

Q il precedente di 2. Per questo genere di insiemi può essere utile un nuovo tipo
di rappresentazione grafica :
−1 2

A • ◦ dove i punti del segmento • ◦ rap-


presentano tutti i numeri razionali tra -1 incluso e 2 escluso (si conviene di indicare
con • valore incluso e con ◦ valore escluso).

Osservazione 2.2.4. La retta orientata sistema di ascisse utilizzata in questa rappresen-


tazione
√ comprende in realtà, oltre a tutti i numeri razionali, altri numeri come ad esempio
2 = 1, 4142 . . . già incontrati alla scuola media. A rigore il segmento che rappresenta F
non dovrebbe essere continuo, ma presentare dei buchi (interruzioni) in corrispondenza
dei numeri non razionali. Conveniamo tuttavia di mantenere la notazione descritta in tale
tipo di rappresentazione grafica.

2.3 sottoinsiemi

Definizione 2.3.1. Dati due insiemi A e B si dice che B è sottoinsieme o una parte di A
se ogni elemento di B appartiene all’insieme A.

Si scrive B ⊆ A e si legge B è sottoinsieme di A (o B è contenuto in A) oppure


A ⊇ B e si legge A contiene B. Usando il simbolismo matematico:

B⊆A significa ∀x ∈ B ⇒ x∈A

Dalla definizione si ricava che B può anche essere eventualmente coincidente con
A. Tra i sottoinsiemi di A, dunque, c’è anche A stesso detto sottoinsieme improprio
o banale.
Anche l’insieme vuoto è sottoinsieme di tutti gli insiemi e anch’esso viene
chiamato sottoinsieme improprio o banale.
Ogni insieme non vuoto ha, dunque, due sottoinsiemi impropri; gli altri
eventuali sottoinsiemi si dicono propri.
Se vogliamo indicare che B è sottoinsieme di A non coincidente con A stesso,
scriviamo B ⊂ A (oppure A ⊃ B).
Esempio 2.3.1. Dato A = {1, 2, 3, 4} l’insieme B = {3, 4} è un suo sottoinsieme proprio di cardinalità
2.

Esempio 2.3.2. Dato A = {1, 2, {3, 4}} l’ insieme :

B = {1, 2} è un suo sottoinsieme proprio di cardinalità 2


C = {2} è un suo sottoinsieme proprio di cardinalità 1
D = {3, 4} non è un suo sottoinsieme proprio infatti 3 ∈ D ma 3 ∈
/A
E = {{3, 4}} è un suo sottoinsieme proprio di cardinalità 1

Definizione 2.3.2. Due insiemi A e B si dicono uguali e si scrive A = B


se A ⊆ B e A ⊇ B
In tal caso, dunque, i due insiemi contengono gli stessi elementi.
Esempio 2.3.3. Dati

A = {x ∈ N | x è multiplo di 2} e B = {x ∈ N | x è divisibile per 2}

allora
A⊆B
perchè se x ∈ A, x è multiplo di 2 dunque è divisibile per 2 perciò x ∈ B, inoltre

A⊇B

perchè se x ∈ B, x è divisibile per 2 dunque esso è multiplo di 2 perciò x ∈ A. In conclusione: A = B.


2.3 sottoinsiemi 16

Definizione 2.3.3. Dato un insieme A se si considerano tutti i suoi sottoinsiemi ( propri


e impropri) possiamo formare un nuovo insieme chiamato insieme dei sottoinsiemi di
A o, più spesso, insieme delle parti di A. Esso si indica con P(A), quindi

P(A) = {B | B ⊆ A}

Esempio 2.3.4. Dato A = {a, b} sarà P(A) = {{}, {a}, {b}, {a, b}}

Osservazione 2.3.1. E’ bene ricordare, in riferimento all’esempio appena fatto che:

a∈A ma a∈
/ P(A)
{a} ∈ P(A) ma {a} ∈
/A
{a} non è sottoinsieme di P(A) ma {a} ⊆ A

e facciamo notare che le scritture {a} ⊆ A e {a} ∈ P(A) sono equivalenti.

Teorema 2.3.1. Se |A| = n allora |P(A)| = 2n


Dim. Consideriamo la sequenza:
A0 = {} cioè |A0 | = 0 =⇒ P(A0 ) = ∅ ⇒ |P(A0 )| = 1 = 20
A1 = {∗} cioè |A1 | = 1 =⇒ P(A1 ) = {∅, {∗}} ⇒ |P(A1 )| = 2 = 21
A2 = {∗, •} cioè |A2 | = 2 =⇒ P(A2 ) = {∅, {∗}, {•}, {∗, •}} ⇒ |P(A2 )| = 4 = 22

.. .. .. ..
. . . .
E’ sufficiente notare che ogni volta che si aggiunge un elemento x ad A, la cardinalità di P(A)
raddoppia in quanto a P(A) apparterranno tutti i ‘vecchi’ sottoinsiemi di A non contenenti x e
altrettanti di ‘nuovi’ ottenuti dai precedenti con l’inserimento dell’elemento x. Possiamo allora
affermare che procedendo nella sequenza:

|A3 | = 3 =⇒ |P(A3 )| = 2|P(A2 )| = 2 · 4 = 2 · 22 = 23


.. ..
. .
|An−1 | = n − 1 =⇒ |P(An−1 )| = 2n−1
|An | = n =⇒ |P(An )| = 2|P(An−1 )| = 2 · 2n−1 = 2n

Osservazione 2.3.2. Se vogliamo determinare A tale che |P(A)| = 16 è sufficiente


scrivere un qualunque insieme di cardinalità 4 come può essere {a, b, c, d}.
Non è possibile, invece, determinare alcun insieme A tale che |P(A)| = 9 perchè 9 non
è una potenza di 2.
Esercizio 2.3.1. Determinare l’insieme delle parti di A = {−2, 0, 4} e di B = {2, {0, 1}}

2
Esercizio 2.3.2. Determinare i sottoinsiemi propri di C = {−1, , 3}
5
Esercizio 2.3.3. Spiegare perchè non esiste alcun insieme A per cui P(A) = ∅

Esercizio 2.3.4. Determinare le cardinalità di P(A) e di P(P(A)) sapendo che la cardinalità di A è 3

Esercizio 2.3.5. Determinare |P(P(A))| nei casi in cui |A| = 2 e |A| = 11

Esercizio 2.3.6. Stabilire quali tra i seguenti insiemi sono uguali:

A = {−2, −1, 0, 1} B = {x | x = 3k, k ∈ N, k < 4} C = {0, 3, 6, 9}

D = {x | x ∈ Z, −3 < x < 2} E = {x | x = 3k, k ∈ N} F = {x | x = 3k, k ∈ N, −2 6 k 6 3}


2.4 operazioni 17

2.4 operazioni

2.4.1 Intersezione

Definizione 2.4.1. Si definisce intersezione tra due insiemi A e B l’insieme, indicato


con A ∩ B, degli elementi appartenenti ad entrambi.

In simboli:

1. con la rappresentazione per proprietà caratteristica

A ∩ B = {x | x ∈ A e x ∈ B}

2. con la rappresentazione di Eulero-Venn

A B

Esempio 2.4.1.

Dati A = {1, 2, 3, 4} e B = {2, 4, 6} sarà A ∩ B = {2, 4}


Dati C = {1, {2, 3}, 4} e D = {2, 4, 6} sarà C ∩ D = {4}

Definizione 2.4.2. Due insiemi A e B si dicono disgiunti se A ∩ B = ∅

La rappresentazione grafica di Eulero-Venn di due insiemi disgiunti è:


A B

Osservazione 2.4.1. :

∀A A∩A = A ; ∀A A∩∅ = ∅
∀A, B A∩B = B∩A (proprietà commutativa)
B ⊆ A ⇒ A∩B = B

Per determinare l’intersezione tra due sottoinsiemi di Q, può essere utile la


rappresentazione grafica rispetto ad un sistema di ascisse.
1
Esempio 2.4.2. Dati A = {x ∈ Q | − 6 x < 5} e B = {x ∈ Q | x > 0} dalla loro rappresentazione
2
grafica:
− 12 0 5

A • ◦
B •

si ricava A ∩ B • ◦
cioè, con la rappresentazione per caratteristica: A ∩ B = {x ∈ Q | 0 6 x < 5}

Esercizio 2.4.1. Dopo aver dato la rappresentazione per elencazione degli insiemi
3 1
A = {x ∈ Z | − 6 x < 4} e B = {x ∈ N | x > } determinare A ∩ B.
2 2
1
Esercizio 2.4.2. Determinare C ∩ D con C = {x ∈ Q | −3 6 x < }e
2
D = {x ∈ Q | x < −4 oppure x > −1}
2.4 operazioni 18

2.4.2 Unione

Definizione 2.4.3. Si definisce unione tra due insiemi A e B l’insieme, indicato con
A ∪ B, degli elementi appartenenti ad almeno uno di essi.

In simboli:

1. con la rappresentazione per proprietà caratteristica

A ∪ B = {x | x ∈ A oppure x ∈ B}

2. con la rappresentazione di Eulero-Venn

A B

Con riferimento all’esempio 4.1 sarà:

A ∪ B = {1, 2, 3, 4, 6}
C ∪ D = {1, 2, {2, 3}, 4, 6}

e con riferimento all’ esempio 4.2 sarà:


− 12 0 5

A • ◦
B •

si ricava A ∪ B •
1
cioè A ∪ B = {x ∈ Q | x > − }
2
Osservazione 2.4.2. :

∀A A∪A = A ; ∀A A∪∅ = A
∀A, B A∪B = B∪A (proprietà commutativa)
B ⊆ A ⇒ A∪B = A

Esercizio 2.4.3. Dopo aver dato la rappresentazione per elencazione degli insiemi A = {x | x =
|2k − 3|, k ∈ N, k 6 4} e B = {x | x = 2n + 1, n ∈ N, n 6 4} determinare A ∪ B e darne la
rappresentazione per caratteristica.
"  #0
3 2
Esercizio 2.4.4. Determinare C ∪ D con C = {x ∈ Q | x < − } e D = {x ∈ Q |
5
 −1  −2
1 1
− <x6 − }
2 2

2.4.3 Differenza

Definizione 2.4.4. Si definisce differenza tra due insiemi A e B l’insieme, indicato con
A \ B, degli elementi appartenenti ad A ma non a B.

In simboli:

1. con la rappresentazione per proprietà caratteristica

A \ B = {x | x ∈ A e x∈
/ B}

2. con la rappresentazione di Eulero-Venn


2.4 operazioni 19

A B

Con riferimento all’esempio 4.1 sarà:

A \ B = {1, 3}
C \ D = {1, {2, 3}}

e con riferimento all’ esempio 4.2 sarà:


− 12 0 5

A • ◦
B •

si ricava A \ B • ◦
1
cioè A \ B = {x ∈ Q | − 6 x < 0}
2
Osservazione 2.4.3. :

∀A A\A = ∅ ; ∀A A\∅ = A
B ⊆ A ⇒ B\A = ∅
A∩B = ∅ ⇒ A\B = A

Per questa operazione non vale la proprietà commutativa, infatti, controesem-


pio:
dati A = {a, b, c, d} e B = {b, c, e, f, g} sarà
A \ B = {a, d} 6= {e, f, g} = B \ A
Si conviene di indicare l’insieme N \ {0} con N∗ , analogamente Z∗ = Z \ {0} e
Q∗ = Q \ {0}
Esercizio 2.4.5. Determinare A \ B e B \ A con A = {0.3, 1.2, 2.5, 32 } e
1 2
B = {0, , , 9}
3 5
Esercizio 2.4.6. Determinare C \ D e D \ C con
1
C = {x ∈ Q | −3 < x 6 1 oppure < x < 2} e D = {x ∈ Q | 0 < x 6 1}
2

2.4.4 Differenza simmetrica

Definizione 2.4.5. Si definisce differenza simmetrica tra due insiemi A e B l’insieme,


indicato con A4B, degli elementi appartenenti solo ad A oppure solo a B.

In simboli:

1. con le precedenti operazioni insiemistiche

A4B = (A \ B) ∪ (B \ A) = (A ∪ B) \ (A ∩ B)

2. con la rappresentazione di Eulero-Venn

A B
2.4 operazioni 20

Con riferimento all’esempio 4.1 sarà:

A4B = {1, 3, 6}
C4D = {1, {2, 3}, 2, 6}

e con riferimento all’ esempio 4.2 sarà sufficiente rappresentare A ∪ B e A ∩ B e successiva-


mente (A ∪ B) \ (A ∩ B) = A4B
− 12 0 5

A • ◦
B •

si ricava A4B • ◦ •

Osservazione 2.4.4. :

∀A A4A = ∅ ; ∀A A4∅ = A
A ∩ B = ∅ ⇒ A4B = A ∪ B
∀A, B ⇒ A4B = B4A

Esercizio 2.4.7. Dati A = {x | x ∈ N∗ , x 6 4} , B = {x | x ∈ N∗ , −1 6 x < 3} e C = {x | x ∈


Z, −2 < x 6 3} determinare A4B, A4C,(A \ B) 4C
 −1
1 10
Esercizio 2.4.8. dati C = {x ∈ Z | x − 6 x < − }
3 3
e D = {x | x = 3 , k ∈ Z, −1 6 k 6 2} determinare C4D
k

2.4.5 Complementare

Definizione 2.4.6. Un insieme U si dice insieme universo (o insieme ambiente) di


un insieme A se A è sottoinsieme di U
Esempio 2.4.3. Dato A = {0, 2, 4, 6, 8, 10}, possibili insiemi universo sono:

U1 = {0, 1, 2, 3, . . . , 20}
U2 = {x | x = 2n, n ∈ N}
U3 = N
U4 = Q

Definizione 2.4.7. Si definisce complementare di un insieme A rispetto ad un suo


insieme universo U l’insieme, indicato con CU (A) o AU , degli elementi appartenenti ad
U ma non ad A.

Quindi
CU = U \ A
o, con la rappresentazione grafica:
U

Esempio 2.4.4. Dati A = {x ∈ N | x 6 15} e B = {x | x = 2n + 1, n ∈ N}


rispetto all’insieme universo N si avrà CN (A) = {x ∈ N | x > 16} e
CN (B) = {x | x = 2n, n ∈ N}
2.4 operazioni 21

5
Esempio 2.4.5. Dato A = {x ∈ Q∗ | −3 < x 6 } rispetto all’insieme universo Q si avrà :
2
5
−3 0 2

A ◦ ◦ •

si ricava CQ (A) ◦
• • ◦

5
cioè CQ (A) = {x ∈ Q | x 6 −3 o x> o x = 0}
2
Osservazione 2.4.5.

CU (U) = ∅ ; CU (∅) = U
∀A ⇒ CU (CU (A)) = A

Esercizio 2.4.9. Per ciascuno dei seguenti insiemi determina due possibili insiemi
1 1
universo: A = {5, 10, 15, 20, 25, 30} , B = { , , 1, 3, 9, 27}
9 3
1
C = {x ∈ Q∗ | x > − }, D = {x ∈ Z | x2 6 24}
2
Esercizio 2.4.10. Dati A = {x ∈ N | x > 10} ,B = {x ∈ N∗ | x 6 19} e
3
C = {x ∈ Q | x 6 −5 o x > } determinare :
2
CN (A), CN (B), CN (A ∩ B), CN (A ∪ B), CZ (A), CZ (B), CQ (C)

2.4.6 Prodotto cartesiano

Definizione 2.4.8. Si definisce prodotto cartesiano tra due insiemi A e B l’insieme,


indicato con A × B, di tutte le coppie ordinate aventi il primo elemento appartenente ad A
ed il secondo appartenente a B.

In simboli :
A × B = {(x, y) | x ∈ A e y ∈ B}
Esempio 2.4.6. Dati A = {1, 2, 3} e B = {2, 4} si avrà A × B = {(1, 2), (1, 4), (2, 2), (2, 4), (3, 2), (3, 4)}

Gli elementi appartenenti ad A × B non appartengono nè ad A, nè a B. Essi


sono infatti di ‘nuova natura’: la coppia costituisce una nuova entità.
Con riferimento all’esempio 4.6, 1 ∈ / A × B, 4 ∈/ A × B invece (1, 4) ∈ A × B;
(4, 1) ∈
/ A × B e ciò dimostra l’importanza dell’ordine all’interno della coppia.
Si raccomanda di non confondere la coppia (1,4) con {1, 4} che invece è un
insieme.
Nel caso B = A si conviene di indicare A × A con A2

Osservazione 2.4.6. ∀A ⇒ A × ∅ = ∅ e ∅ × A = ∅

Anche per questa operazione non vale la proprietà commutativa, infatti, contro-
esempio:
dati A = {1, 2} e B = {1} sarà
A × B = {(1, 1), (2, 1)} 6= {(1, 1), (1, 2)} = B × A
Facciamo notare che la nuova natura degli elementi di A × B non permette una
sua rappresentazione con i diagrammi di Eulero-Venn, a partire da quella di A e
B.
Si introduce tuttavia, nel caso in cui A e B siano insiemi numerici, una nuova
rappresentazione grafica utilizzando il piano cartesiano nel quale ogni coppia
ordinata è individuata da un punto.
2.4 operazioni 22

Esempio 2.4.7. Dati A = {−2, −1, 0, 1} e B = {−2, 0, 1} la rappresentazione nel piano cartesiano di
A × B sarà:

• • • •
• • • •

• • • •

Teorema 2.4.1. Se |A| = n e |B| = m allora |A × B| = n · m


Dimostrazione.

|A| = n ⇒ A = {a1 , a2 , a3 , . . . , an }
|B| = m ⇒ B = {b1 , b2 , . . . , bm }

Le coppie con primo elemento a1 sono m, infatti esse sono:

(a1 , b1 ), (a1 , b2 ), . . . , (a1 , bm )

Le coppie con primo elemento a2 sono ancora m, infatti esse sono:

(a2 , b1 ), (a2 , b2 ), . . . , (a2 , bm )

Procedendo con questo ragionamento possiamo affermare che con ogni elemento
di A si ottengono m coppie. Quindi in tutto m
| +m+{z. . . + m} coppie, cioè n · m
n volte
coppie.
Esercizio 2.4.11. Determinare A × B e B × A per elencazione e graficamente nel piano cartesiano
essendo: A = {x ∈ Z | −1 6 x 6 2} ,B = {x ∈ Z | |x| 6 1}
1 3
Esercizio 2.4.12. Dati A = {0, , 1, } e B = {−1, 0, 2, 3, 4} determinare la cardinalità di P (A × B)
2 2
Il teorema 2.4.1 ci permette di calcolare la cardinalità di A × B se sono note le
cardinalità di A e B anche se non ne conosciamo gli elementi.
Questo non è invece possibile per le altre operazioni tra A e B, infatti, non
possiamo calcolare |A ∪ B|, |A ∩ B|,|A\B|, |B\A|, |A4B| perchè, non conoscendo gli
elementi dei due insiemi non sappiamo quali e quanti sono comuni ad entrambi.
Possiamo però individuare quali sono i valori minimi e massimi che possono
assumere pensando alle situazioni ‘estreme’ nelle quali gli insiemi sono disgiunti
oppure uno è sottoinsieme dell’altro.
Quindi se, per esempio, |A| = 5 e |B| = 3 allora |A ∪ B| come valore minimo
assume valore 5 (caso in cui B ⊆ A) e come valore massimo assume valore 8 (caso
in cui A ∩ B = ∅), scriviamo dunque

5 6 |A ∪ B| 6 8

Analogamente si determina :

0
|{z} 6 |A ∩ B| 6 3
|{z} ; 2
|{z} 6 |A\B| 6 5
|{z}
quandoA∩B=∅ quandoB⊆A quandoB⊆A quandoA∩B=∅

0
|{z} 6 |B\A| 6 3
|{z} ; 2
|{z} 6 |A4B| 6 8
|{z}
quandoB⊆A quandoA∩B=∅ quandoB⊆A quandoA∩B=∅

Un’attenta analisi delle cardinalità degli insiemi può esserci d’aiuto nell’affronta-
re problemi la cui risoluzione può essere svolta utilizzando una rappresentazione
insiemistica.
2.4 operazioni 23

Esempio 2.4.8. Nella mensa di una azienda con 110 operai :

i) 40 mangiano almeno il primo piatto


ii) 53 mangiano solo il secondo piatto
iii) 13 mangiano sia il primo che il secondo piatto.

Quanti operai

a) non mangiano?
b) mangiano solo il primo piatto?
c) mangiano solo un piatto?
d) non mangiano il secondo piatto?

Se indichiamo con O l’insieme degli operai (in tale contesto insieme universo) P ed S rispettivamente
l’insieme degli operai che mangiano il primo piatto e l’insieme di quelli che mangiano il secondo piatto, per
rispondere alle domande dovremo calcolare nell’ordine :

|CO (P ∪ S)| ; |P \ S| ; |P4S| ; |CO (S)|

Può essere utile allo scopo dare una rappresentazione grafica del problema, con i diagrammi di Eulero-Venn,
convenendo di indicare non gli elementi appartenenti agli insiemi, ma le rispettive cardinalità.
O

P S

Dall’ipotesi ii) possiamo ricavare |S \ P| = 53 cioè


O

P S

53

Dall’ipotesi iii) possiamo ricavare |P ∩ S| = 13 cioè


O

P S

13 53

e dunque, utilizzando l’ulteriore ipotesi i) cioè |P| = 40 ricaviamo che


|P \ S| = |P| − |P ∩ S| = 40 − 13 = 27 cioè
2.5 esercizi riepilogativi 24

P S

27 13 53

Sapendo infine che gli operai sono 110 si ricava


|CO (P ∪ S)| = |O| − |P ∪ S| = 110 − 93 = 17 cioè
O

P S

27 13 53

17

Dall’esame attento della rappresentazione finale possiamo rispondere alle domande:

a)|CO (P ∪ S)| = 17 b)|P \ S| = 27 c)|P4S| = 80 d)|CO (S)| = 44

2.5 esercizi riepilogativi

Esercizio 2.5.1. Determinare la rappresentazione per proprietà caratteristica degli insiemi:

1 1 1 1
A={ , , , , . . .} B = {1, −2, 4, −8, 16, −32, 64}
5 10 15 20
1 2 3 4 5
C={ , , , , . . .} D = {1, 4, 7, 10, 13, . . .}
4 9 16 25 36
E = {1, 3, 6, 11, 20, 37, 70, . . .}

Esercizio 2.5.2. Dati gli insiemi :

A = {x ∈ Z∗ | −3 6 x < 2}
B = {x ∈ N | −1 6 x 6 3}

determinare :

A ∪ B, A ∩ B, B \ A, A4B, A × (A ∩ B) , P (B \ A)

Esercizio 2.5.3. Siano


" # " #
9 2 2 2
  
1 2 18 4 3
A = {x ∈ Q | − 6 x < · − + 1− : 1− + }
2 3 5 5 25 5 25
" #
1 2 1 2
    3  
5 3 1
B = {x ∈ Q | x > − 5− : − 1+ }
6 3 2 2 2

determinare : A ∪ B, A ∩ B, B \ A, CQ (A) , CQ (B)

Esercizio 2.5.4. Dati gli insiemi :


 3  2 "  #
1 5 1 −2 1 −6
   
2 5
A = {x ∈ Q | x 6 − : − · − + (−13)0 }
5 2 2 2 2
2
1 −3
   
1 1
B = {x ∈ Q | −2 < x 6 3 − − 1 − (−3)2 − − + 2}
2 5 2

determinare: A ∪ B, A ∩ B, B \ A, BQ , A4B
2.5 esercizi riepilogativi 25

Esercizio 2.5.5. Siano

A = {x ∈ N | −4 6 x 6 1 o 5 < x 6 7}

B = {x ∈ Z | −2 < x < 4}

determinare:
A ∪ B, A ∩ B, B \ A, P (B \ A) , A × (A ∩ B)

Esercizio 2.5.6. Dati gli insiemi:

A = {x ∈ Q | x > E1 )
B = {x ∈ Q | E2 6 x < 2.05 }

con
 −1
4 2 4 3
  
2 2
 − + · − +
4 −2 4 −3
   
3 5 3 5
 2 2
E1 =   − − + : − +
 
6
3 5 3 5

 2 4 
− +
3 5
1 2
         
1 1 1 1 1 1 1 19
E2 = −1 − : 2− − − : + · − : 1−
2 2 3 3 3 2 4 9 3
determinare :
A ∪ B, A ∩ B, AQ , BQ , B \ AQ
37
Si chiede infine se C = {x ∈ Q | x > } è disgiunto da B.
18
Esercizio 2.5.7. Dati A = {{2}, {0}, {3}, {1, 2}, {0, 1, 2}} e B = {0, 1, 2}
determinare:
P (B) ∪ A, P (B) ∩ A, A \ P (B) , P (B) \ A

Esercizio 2.5.8. Siano A e B due insiemi tali che :

A × B = {(−1, 1) , (0, 1) , (1, 1) , (−1, 2) , (0, 2) , (1, 2)}

determinare : A ∪ B , A ∩ B, C = (A × B) \ A2 , P (C)

Esercizio 2.5.9. Siano A e B due insiemi con |A| = 20 e |B| = 8, determinare:


1. |A ∪ B|, |A ∩ B|, |B \ A|, |A × B|, |P (B) |
2. |A ∪ B| e |A \ B| sapendo che |A ∩ B| = 3

Esercizio 2.5.10. Se |A| = 8 e |B| = 7, determinare le cardinalità di :

A ∪ B, A ∩ B, A \ B, B \ A, P (A) , B×A

Esercizio 2.5.11. Siano A e B due insiemi disgiunti con |A| = 10 e |B| = 7, determinare :

|A ∪ B|, |A ∩ B|, |A \ B|, |A × B|, |P (B) |

Esercizio 2.5.12. Individuare la relazione tra A e B nei seguenti casi:


1. A ∩ B = A
2. A ∪ B = A
3. A \ B = ∅
4. AB = B

Esercizio 2.5.13. Per ciascuna delle seguenti affermazioni false fornisci un controesempio:
1. A ∪ B = A
2. se |A| = 3 e |B| = 5 ⇒ |A ∩ B| = 3
3. A ∩ B = ∅ ⇒ A = ∅
4. se x è multiplo di 3 è anche multiplo di 6

Esercizio 2.5.14. Determinare una scrittura più semplice per i seguenti insiemi:
1. (A ∩ B) ∪ (B \ A)
2. (A \ B) ∩ (B \ A)
3. (A ∪ B) \ (B \ A)
2.5 esercizi riepilogativi 26

4. (B \ A) ∪ A

Esercizio 2.5.15. In una scuola con 150 alunni ci sono:


• 23 studenti che frequentano lo sportello di matematica
• 41 studenti che frequentano solo lo sportello di chimica
• 3 studenti che frequentano sia lo sportello di chimica che quello di matematica
Quanti sono gli studenti che:
1. frequentano solo lo sportello di matematica?
2. non frequentano sportelli?

Esercizio 2.5.16. In un pomeriggio assolato 20 alunni dovrebbero studiare inglese e matematica ; 8 non
studiano inglese,10 studiano matematica e 4 non studiano niente. Quanti allievi studiano entrambe le
materie?

Esercizio 2.5.17. In una classe di 20 studenti ,18 hanno visitato Venezia, 14 Roma e 5 Firenze. Sapendo
che 3 soli hanno visitato le 3 città, 5 sia Firenze che Venezia, 3 esclusivamente Venezia, determina quanti
hanno visitato :
1. solo Firenze
2. Firenze e Roma
3. nessuna delle tre città
4. non hanno visitato Roma
MONOMI 3
3.1 introduzione

Per rispondere alla domanda su quale sia il triplo del successivo del numero 7 si
esegue il seguente calcolo:
3 · (7 + 1) ottenendo come risultato il numero 24
Definizione 3.1.1. Si dice espressione aritmetica un’espressione che si ottiene mediante
operazioni tra numeri.
L’espressione sopra calcolata è un esempio di espressione aritmetica.
Se ora volessimo determinare il triplo del successivo di un generico numero
naturale n useremmo la scrittura:

3 · (n + 1)

Definizione 3.1.2. Si dice espressione algebrica un’espressione che si ottiene mediante


operazioni tra numeri e lettere.
Quindi 3 · (n + 1) è un esempio di espressione algebrica. Sono esempi di
espressioni algebriche:

2 · (a + 3b)
(a + 7x) · x
2a + 3b
+ 5c : (y − 2)
2
Cominciamo a studiare le espressioni algebriche introducendo le più semplici
tra esse.

3.2 monomi

Definizione 3.2.1. Si dice monomio un’espressione algebrica contenente solo l’opera-


zione di moltiplicazione.
Sono monomi le espressioni algebriche:
3 2
3·a·b·b , ·a· ·b
5 3
non lo sono
3 ab
3·a : b , a+b , 2 , 4−a
5 c
Definizione 3.2.2. Un monomio si dice ridotto a forma normale quando contiene un
solo fattore numerico, detto coefficiente, ed una parte letterale in cui ogni lettera figura
una sola volta con l’esponente ottenuto utilizzando la definizione di potenza.
3·a·b·b in forma normale si scrive 3ab2

3 2 2
·a· ·b in forma normale si scrive ab
5 3 5
Altri esempi di monomi scritti in forma normale sono:
2
− a2 b5 c , 2x3 y6
7
D’ora in poi quando parleremo di monomi li intenderemo già scritti in forma
normale.

27
3.2 monomi 28

osservazione: Non è un monomio l’espressione 2a3 bc−2 perchè una sua


2a3 b
scrittura equivalente è nella quale compare anche l’operazione di divisione.
c2
Qualora il coefficiente sia 1 si conviene di scrivere la sola parte letterale:

1a2 b = a2 b , 1x2 y3 z = x2 y3 z

Analogamente la scrittura −a2 b indica un monomio con coefficiente −1 e parte


letterale a2 b

Definizione 3.2.3. Si dice monomio nullo un monomio con coefficiente uguale a zero.

Definizione 3.2.4. Si dice grado relativo ad una lettera di un monomio l’esponente


con cui tale lettera compare nel monomio.
Esempio 3.2.1. Il grado del monomo 3a3 b2 c relativo
aè3

bè2

cè1

alla lettera d è 0 perchè 3a3 b2 c = 3a3 b2 c · 1 = 3a3 b2 c · d0

eè0

..........

..........

Definizione 3.2.5. Si dice grado assoluto di un monomio la somma dei gradi relativi.
Esempio 3.2.2. Il grado assoluto di 3a3 b2 c è 6, quello di −2xy è 2.

osservazione: Ogni numero diverso da zero è un monomio di grado assoluto


zero (ovviamente è zero anche il grado relativo ad ogni lettera).
Conveniamo di non attribuire alcun grado al monomio nullo in quanto qualun-
que valore sarebbe corretto, infatti:

0x0

0= 0xyz3

.....

Definizione 3.2.6. Due monomi si dicono simili quando hanno la stessa parte letterale.

Definizione 3.2.7. Due monomi si dicono opposti quando sono simili e hanno coefficienti
opposti.
Esempio 3.2.3.

2ab , −3ab sono simili ma non opposti


7 2 7
a b , − a2 b sono opposti
2 2
2 3
a , a , sono simili ma non opposti
3 2
− 5a , 5a2 non sono simili
3.3 operazioni tra monomi 29

3.3 operazioni tra monomi

Definizione 3.3.1. La somma algebrica di monomi simili è un monomio simile ad essi


ed avente per coefficiente la somma algebrica dei coefficienti.
Esempio 3.3.1.

2a2 b + 3a2 b = 5a2 b


− 3xy3 − 2xy3 + xy3 = −4xy3
1 2 3 1
x a + x2 a − x2 a = x2 a
2 4 4

osservazione: 3a2 b + 2ab non dà come risultato un monomio (non essendo


simili i monomi) ma un’espressione algebrica che definiremo in seguito.

Definizione 3.3.2. Il prodotto di monomi è un monomio avente per coefficiente il


prodotto dei coefficienti e per parte letterale il prodotto delle parti letterali (applicando le
proprietà delle potenze).
Esempio 3.3.2.

− 2a2 b3 · (−3abc) = 6a3 b4 c


 
2 3 15 5 3
x y· − x = − x8 y
5 4 2

Definizione 3.3.3. La potenza di un monomio è un monomio avente per coefficiente la


potenza del coefficiente e per parte letterale la potenza della parte letterale (applicando le
proprietà delle potenze).
Esempio 3.3.3.
 3
2 8 3 6
− ab2 =− a b
3 27
(−a2 b3 c)2 = a4 b6 c2
h i2 h i2 h i2
(3ab2 )3 − 20a3 b6 = 27a3 b6 − 20a3 b6 = 7a3 b6 = 49a6 b12

Definizione 3.3.4. Il quoziente tra due monomi è una espressione algebrica che si
ottiene dividendo tra loro i coefficienti e le parti letterali.
Esempio 3.3.4.

15x3 y4 z : (−3x2 z) = −5xy4


 
5 5 2 15 5 2
a b : a b = b
2 4 3

osservazione: Da 10x3 y2 : 2x5 y si ottiene 5x−2 y che non è un monomio.


Il quoziente tra due monomi è dunque un monomio solo se il dividendo
contiene almeno tutte le lettere del divisore con grado relativo non minore.
Quando il quoziente tra due monomi è un monomio il dividendo si dice
divisibile per il divisore e il divisore si dice fattore del dividendo.
Esempio
" 3.3.5.
 3  2  #  2
3 3 6 3 1 2 1 2 1 2 3 5
a b c − − ab c − ab − ab c : − ab2 c =
4 4 2 16 4
       
3 3 6 3 1 3 6 3 1 2 4 1 25 2 4 2
a b c − − a b c − a b − ab2 c3 : a b c =
4 64 4   16  16
3 3 6 3 1 3 6 3 1 3 6 3 25 2 4 2
a b c + a b c + a b c : a b c =
4  64
 64
 16
25 3 6 3 25 2 4 2
a b c : a b c =
32 16
1
ab2 c
2
Esercizio 3.3.1. Semplifica le seguenti espressioni:
3.3 operazioni tra monomi 30

 
3
2xy2 − x2 − xy2 + 2xy2 − 4xy2
 

2
 2 "  2 # 
1 2 3 5 4 1 3 2 1
• − x y − x y : xy − 3x y − x
2 2 2 3
   7  0
2 1 2 2
• − x3 y : − + (−3x) + x2 − x2 y : y + 5
5 5 3 3
 
1 3 7 2
• (x + x)3 (−y)5 − − xy − xy + xy xy2 − 6xy2
3 5 10
• a5n−1 : an−2 : an+3 + a3n−2 + 3a3n : a2 con n > 2
Esercizio 3.3.2. Calcola il valore delle seguenti espressioni attribuendo alle lettere i valori a fianco indicati:
 
2 1 1 1
• − a3 b2 + (−2ab) (−ab) − · 3a2 (−2b2 ) − 2a2 b2 + 5a(ab2 ) per a = e
3 4 2 2
b = −3
 0
1 5 4
• 2a3 : (−8a3 ) a + (−a2 )2 : a3 − 2a8 − a2 (−a2 )3
 
per a =
4 2 3
Esercizio 3.3.3. Dopo aver stabilito il grado relativo ed assoluto dei monomi:
3
15xy4 z; −10x3 t; xz3 ; y3 z2 ; z stabilire quali dividono 40x3 y4 z2
2
Definizione 3.3.5. Si dice massimo comun divisore (M.C.D.) di monomi un monomio
di grado massimo che è un fattore (o divisore) di tutti i monomi dati.
Per calcolare il M.C.D. tra monomi è sufficiente scegliere un qualunque mo-
nomio avente per parte letterale il prodotto di tutte le lettere comuni prese con
l’esponente minore (questo affinchè il monomio ottenuto sia un fattore comune).
Vista l’arbitrarietà del coefficiente del M.C.D. si conviene di assegnare ad esso
il M.C.D. tra i coefficienti, qualora questi siano interi, il numero 1 se almeno uno
di essi è frazionario.
Esempio 3.3.6.
M.C.D.(30a2 b3 , −18a3 c, 24a4 b5 c) = 6a2 (oppure − 6a2 )
 
21 3 2 7
M.C.D. a b , − ab5 , 5ab4 c = ±ab2
13 8
M.C.D.(12ab5 , −20x) = ±4
M.C.D.(5x2 z, 9y4 ) = ±1
Definizione 3.3.6. Si dice minimo comune multiplo (m.c.m.) di monomi un monomio
di grado minimo che è divisibile per tutti i monomi dati (o multiplo dei monomi dati).
Per calcolare il m.c.m. tra monomi è sufficiente scegliere un qualunque mono-
mio avente per parte letterale il prodotto di tutte le lettere comuni e non comuni
prese con l’esponente maggiore (questo affinchè il monomio ottenuto sia un
multiplo comune).
Vista l’arbitrarietà del coefficiente del m.c.m. si conviene di assegnare ad esso il
m.c.m. tra i coefficienti, qualora questi siano interi, il numero 1 se almeno uno di
essi è frazionario.
Esempio 3.3.7.
m.c.m.(30a2 b3 , −18a3 c, 24a4 b5 c) = 360a4 b5 c(oppure − 360a4 b5 c)
 
21 3 2 7
m.c.m. a b , − ab5 , 5ab4 c = ±a3 b5 c
13 8
m.c.m.(12ab5 , −20x) = ±60ab5 x
m.c.m.(5x2 z, 9y4 ) = ±45x2 y4 z
Esercizio 3.3.4. Determinare M.C.D. e m.c.m. tra i seguenti gruppi di monomi:
• 15x2 yz3 20y3 10xy2 12yz5
• 10ab4 6a3 15b2
2 6
• 4x3 y2 − 12x5 y
y
3
3
• 27a b − 81a b2 2 9ab3 18b4
5 7 3 3
• − a6 b2 c4 a c − 2ab
3 3
• 2a2n 4an b 6an b2 con n > 0
POLINOMI 4
4.1 polinomi

Definizione 4.1.1. Si dice polinomio un’espressione ottenuta dalla somma algebrica di


monomi.
Esempio 4.1.1. Sono polinomi le seguenti espressioni:

− 2ab + 3a2 − 2b + 1
1 2
a + 3 − 2a + 5 − a
2
All’occorrenza un polinomio può essere ‘etichettato’ utilizzando una lettera ma-
iuscola seguita da una parentesi tonda contenente le lettere presenti nel polinomio;
con riferimento all’esempio scriveremo:

P(a, b) = −2ab + 3a2 − 2b + 1


1
Q(a) = a2 + 3 − 2a + 5 − a
2
Definizione 4.1.2. Un polinomio si dice ridotto a forma normale se non contiene
monomi simili.

Relativamente all’esempio precedente il polinomio P(a, b) è già in forma


1
normale; la forma normale del polinomio Q(a) è a2 + 8 − 3a
2
D’ora in poi, quando parleremo di polinomi, li intenderemo ridotti a forma
normale.

osservazione: Ogni monomio è un particolare polinomio in quanto si può


ottenere come somma di monomi simili. Ricorrendo alla terminologia insiemistica
possiamo affermare che l’insieme Q è un sottoinsieme dell’insieme dei monomi
M che a sua volta è sottoinsieme dell’insieme dei polinomi P.

P
M
Q

E’ consuetudine chiamare binomio, trinomio, e quadrinomio rispettivamente


un polinomio con due, tre, quattro monomi.

Definizione 4.1.3. Si dice grado relativo ( assoluto) di un polinomio il grado relativo


(assoluto) del monomio componente di grado maggiore.
1
Esempio 4.1.2. Dato il polinomio: 3b4 − 2ab3 c + ac3 − 5a2 b2 il grado relativo
2

31
4.2 operazioni 32

a è 2 ed è dato dal monomio −5a2 b2

b è 4 ed è dato dal monomio 3b4

1
alla lettera c è 3 ed è dato dal monomio ac3
2

dè0

..........

e il grado assoluto è 5 ed è dato dal monomio −2ab3 c.


3 2 2
Esempio 4.1.3. Dato il polinomio: x3 y − x y − 2y2 il grado relativo
5
x è 3 ed è dato dal monomio x3 y

alla lettera

3
y è 2 ed è dato indifferentemente da − x2 y2 e −2y2
5

3
e il grado assoluto è 4 ed è dato indifferentemente da x3 y e − x2 y2 .
5
Dato un polinomio, con riferimento ad una lettera, si dice termine noto il
monomio di grado zero.
Qualora il polinomio contenga una sola lettera si dice coefficiente direttivo il
coefficiente del monomio di grado maggiore.
Definizione 4.1.4. Un polinomio si dice omogeneo quando tutti i monomi che lo
compongono hanno lo stesso grado assoluto.
Definizione 4.1.5. Un polinomio si dice ordinato rispetto ad una lettera quando i
monomi componenti sono scritti secondo le potenze crescenti o decrescenti di quella lettera.
Generalmente si preferisce ordinare secondo le potenze decrescenti della lettera.
Definizione 4.1.6. Un polinomio si dice completo rispetto ad una lettera quando
contiene tutte le potenze di quella lettera dal grado relativo fino a zero.
Esercizio 4.1.1. Stabilire grado assoluto e relativo dei seguenti polinomi e ordinarli rispetto a ciascuna
lettera:
• x2 y3 + x5 − 2xy4 − 3x3 y2 + 9y5
• 2a3 b − a4 + b4 + 8a2 b2

4.2 operazioni

Definizione 4.2.1. La somma tra polinomi è il polinomio che si ottiene sommando i


monomi di tutti i polinomi.
Esempio 4.2.1.
 
(3a − 5ab + 2) + −2a2 + 3 + 2ab = 3a − 3ab + 5 − 2a2

Definizione 4.2.2. La differenza tra due polinomi è il polinomio che si ottiene sommando
ai monomi del primo polinomio gli opposti del secondo.
Esempio 4.2.2.
 
(3a − 5ab + 2) − −2a2 + 3 + 2ab
 
= (3a − 5ab + 2) + +2a2 − 3 − 2ab = 2a2 − 7ab + 3a − 1
4.3 prodotti notevoli 33

In generale l’addizione algebrica tra polinomi si esegue togliendo le parentesi


ai polinomi e cambiando il segno a quelli preceduti dal segno meno.
Esempio 4.2.3.

(x − 1) + (x − 2y + 3) − (2x + 2 − 5y) = x − 1 + x − 2y + 3 − 2x − 2 + 5y = 3y

Esercizio 4.2.1.

• (a2 + ab + 3b2 ) − (a2 − 2ab + 3b2 )


• (2x − y − z) − (3x + 2y − 3z) − (y + 4x − z) + (5x − 4z + 4y)

Definizione 4.2.3. Il prodotto tra due polinomi è il polinomio che si ottiene moltipli-
cando ogni monomio del primo polinomio per tutti quelli del secondo.
Esempio 4.2.4.

(3x2 − xy4 ) · (−2x + y4 ) = −6x3 + 3x2 y4 + 2x2 y4 − xy8 = −6x3 + 5x2 y4 − xy8

Esercizio 4.2.2.
 
1
• (2x − 3y) y + 5x
2
  
1 1
• 2a2 + b − + b − 2a2
2 2
• (3a2 − 1)(2a + 1)(a2 − a + 3)

Un esempio di una espressione algebrica contenente le operazioni sin qui


definite è il seguente:
Esempio 4.2.5.
(x + 2y)(2x − y + 3) − 2(x2 − y2 ) + (x − y)(y − 3) =
2x2 − xy + 3x + 4xy − 2y2 + 6y − 2x2 + 2y2 + xy − 3x − y2 + 3y =
−y2 + 4xy + 9y

Esercizio 4.2.3. 3(x − 1) − (2x − 2)(x + 2) + (2 − y)(x2 − 4) − (4y − x2 y)

4.3 prodotti notevoli

Nel calcolo di una espressione algebrica polinomiale sono spesso presenti partico-
lari moltiplicazioni tra polinomi, anche sotto forma di potenza.Tali prodotti, detti
prodotti notevoli, si possono determinare mediante regole pratiche che permettono
di snellire i calcoli.

1. Somma per differenza

(A + B)(A − B) = A2 − B2
infatti
(A + B)(A − B) = A2 − AB + AB − B2 = A2 − B2
Esempio 4.3.1.
(2x + 3y2 )(2x − 3y2 ) =
|{z} (2x)2 − (3y2 )2 = 4x2 − 9y4
con A=2x e B=3y2

(7x2 − 1)(7x2 + 1) = 49x4 − 1


(−2x2 + 3y)(−2x2 − 3y) = 4x4 − 9y2
(5a + 2b)(2b − 5a) = 4b2 − 25a2

Dagli esempi si nota che:


il prodotto tra la somma di due termini e la loro differenza si ottiene facendo
il quadrato del termine che mantiene il segno, meno il quadrato di quello
che cambia di segno.
Esercizio 4.3.1.
• (−4x + 3y2 )(−4x − 3y2 )
4.3 prodotti notevoli 34

  
1 3 1 3
• a − 5b a + 5b
2 2
  
2 2 2
• x y + 7y4 7y4 − x2 y
3 3

2. Quadrato di binomio

(A + B)2 = A2 + 2AB + B2
infatti

(A + B)2 = (A + B)(A + B) = A2 + AB + AB + B2 = A2 + 2AB + B2


Esempio 4.3.2.
(2x − 7)2 = (2x)2 + 2(2x)(−7) + (−7)2 = 4x2 − 28x + 49
(y3 + 5xy)2 = y6 + 10xy4 + 25x2 y2
 2
2 4 4
− + x2 = − x2 + x4
3 9 3
 2
1 1
− a − 3b = a2 + 3ab + 9b2
2 4
(x − 2y + 3)(x − 2y − 3) = (x − 2y)2 − 32 = x2 − 4xy + 4y2 − 9

Riassumendo possiamo memorizzare che:


il quadrato di un binomio si ottiene sommando il quadrato del primo
termine, il doppio prodotto dei due termini e il quadrato del secondo
termine.
Esercizio 4.3.2.
 2
1 3
(3x2 − xy)2 ; (−2x − y2 )2 ; x +4 ; (y2 + 3x + 4)(y2 − 3x − 4)
2

3. Quadrato di trinomio

(A + B + C)2 = A2 + B2 + C2 + 2AB + 2AC + 2BC


infatti

(A + B + C)2 =
= (A + B + C)(A + B + C)
= A2 + AB + AC + AB + B2 + BC + AC + BC + C2
= A2 + B2 + C2 + 2AB + 2AC + 2BC
Esempio 4.3.3.
(2x − y2 + 1)2 = 4x2 + y4 + 1 − 4xy2 + 4x − 2y2
 2
3 9
− xy + y2 = + x2 y2 + y4 − 3xy + 3y2 − 2xy3
2 4

Riassumendo possiamo memorizzare che:


il quadrato di un trinomio si ottiene sommando i quadrati dei tre termini e
i doppi prodotti dei termini presi a due a due.
Analogamente il quadrato di un polinomio si ottiene sommando i quadrati
di tutti i termini e i doppi prodotti dei termini presi a due a due.
Esempio 4.3.4.

(x − 2y + 5xy − 1)2 = x2 + 4y2 + 25x2 y2 + 1 − 4xy + 10x2 y − 2x − 20xy2 + 4y − 10xy


= x2 + 4y2 + 25x2 y2 + 1 − 14xy + 10x2 y − 2x − 20xy2 + 4y
4.3 prodotti notevoli 35

Esercizio 4.3.3.
1 2
 
(2a + 3b2 − 5)2 ; x2 − xy + ; (−3x + 2xy − 2y + 1)2
3

4. Cubo di binomio

(A + B)3 = A3 + 3A2 B + 3AB2 + B3

infatti

(A + B)3 = (A + B)(A + B)2 = (A + B)(A2 + 2AB + B2 )


= A3 + 2A2 B + AB2 + A2 B + 2AB2 + B3
= A3 + 3A2 B + 3AB2 + B3

Esempio 4.3.5.
(2x + 3)3 = (2x)3 + 3(2x)2 3 + 3(2x)32 + 33 = 8x3 + 36x2 + 54x + 27
(x − 5y2 )3 = x3 − 15x2 y2 + 75xy4 − 125y6
 3
1 1 6 2 5
− x2 + 2x =− x + x − 4x4 + 8x3
3 27 3
 3
1 3 3 3 2 1 3 3
−a − ab = −a3 − a3 b − a b − a b
4 4 16 64

Riassumendo possiamo memorizzare che:


il cubo di un binomio si ottiene sommando il cubo del primo termine, il
triplo prodotto del quadrato del primo termine per il secondo, il triplo
prodotto del quadrato del secondo termine per il primo e il cubo del
secondo termine.
Esercizio 4.3.4.
 3  3
3 1
x + 4 ; (x2 − 3)3 ; −xy − x
4 2

Abbiamo sinora imparato a calcolare la potenza di un binomio fino al terzo grado.


Riscrivendo i risultati ottenuti:
(A + B)0 = 1
(A + B)1 = A + B
(A + B)2 = A2 + 2AB + B2
(A + B)3 = A3 + 3A2 B + 3AB2 + B3
possiamo notare che il risultato è formalmente sempre un polinomio omogeneo,
ordinato e completo in A e B con grado uguale a quello della potenza che stiamo
calcolando.
Osserviamo inoltre, che il primo e l’ultimo coefficiente di ogni polinomio
risultato (nell’ordine in cui è stato scritto) sono uguali ad 1, mentre gli altri sono
la somma dei due coefficienti ‘vicini’ della potenza precedente.
Si potrebbe dimostrare, con strumenti matematici che ancora non possediamo,
che quanto osservato si può generalizzare per calcolare una qualsiasi potenza di
binomio.
Continuando quindi l’elenco delle potenze avremo:

(A + B)3 = 1A3 + 3A2 B + 3AB2 + 1B3


&. & . & .
(A + B)4 = 1A4 + 4A3 B + 6A2 B2 + 4AB3 + 1B4
&. & . & . & .
.. .. .. ..
che ci permette di enunciare la seguente regola pratica:
la potenza n-esima di un binomio è un polinomio omogeneo, ordinato e completo
di grado n i cui coefficienti si ricavano dalla seguente tabella (detta Triangolo di
4.4 divisione 36

Tartaglia) nella quale ogni numero è la somma dei due numeri ‘vicini’ sopra ad
esso:

1
1 1
1 2 1
1 3 3 1
1 4 6 4 1
1 .. .. .. .. 1
Esempio 4.3.6.

(2x − y2 )5 = (2x)5 + 5(2x)4 (−y2 ) + 10(2x)3 (−y2 )2 + 10(2x)2 (−y2 )3 +


+ 5(2x)(−y2 )4 + (−y2 )5
= 32x5 − 80x4 y2 + 80x3 y4 − 40x2 y6 + 10xy8 − y10

Esercizio 4.3.5.
(3x − x2 )4 ; (x + 2y)6

Vediamo ora due esempi di espressioni algebriche contenenti le operazioni e i


prodotti notevoli tra polinomi:
Esempio 4.3.7.
[(y2 + 1)(y − 1)(y + 1) − (y2 + 4)2 + (2 + y)(y − 2) + (−4y)2 + 8(3 − y2 )]3 − (3y2 −
1)2 − 26 =
[(y2 + 1)(y2 − 1) − (y4 + 8y2 + 16) + y2 − 4 + 16y2 + 24 − 8y2 ]3 − (9y4 − 6y2 + 1) −
26 =
[y4 − 1 − y4 − 8y2 − 16 + y2 − 4 + 16y2 + 24 − 8y2 ]3 − 9y4 + 6y2 − 1 − 26 =
[y2 + 3]3 − 9y4 + 6y2 − 27 =
y6 + 9y4 + 27y2 + 27 − 9y4 + 6y2 − 27 = y6 + 33y2

Esempio 4.3.8.
(x + 2y − 1)(x + 2y + 1) − (x + 2y + 1)2 + 2(2y + x) =
(x + 2y)2 − 1 − x2 − 4y2 − 1 − 4xy − 2x − 4y + 4y + 2x =
x2 + 4xy + 4y2 − x2 − 4y2 − 4xy − 2 = −2

Esercizio 4.3.6.

• (a + 3b)2 (a − 3b)2 − (−3b)4 − (1 − a2 )2 + (a + b)(a − b) + 2(−3ab)2


• (x2 − 3x + 2)2 + x2 (x + 2)(x − 3) + 2x(x − 1)3 + x(x2 − x + 10)

4.4 divisione

Per dividere un polinomio per un monomio non nullo è sufficiente dividere ogni
suo termine per il monomio. L’espressione algebrica ottenuta è un polinomio
solo quando il monomio divisore è un fattore di tutti i termini componenti il
polinomio dividendo.
Esempio 4.4.1.
5
(−6x2 y3 + 4xy2 − 5xy4 ) : 2xy2 = −3xy + 2 − y2

2
   
3 1 1
Esercizio 4.4.1. xy3 z2 − xyz + x2 y2 z : xyz
2 2 2

Vogliamo ora definire ed imparare ad eseguire la divisione tra due polinomi.

Definizione 4.4.1. Dati due polinomi P e D (rispettivamente dividendo e divisore) il


quoziente Q e il resto R della divisione tra P e D sono due polinomi tali che

P = D · Q + R ove il grado di R è minore del grado di D


4.4 divisione 37

Per imparare ad eseguire la divisione tra due polinomi procediamo con un


esempio:
data la divisione
(x − 6x3 + 2x4 − 1) : (x2 − 2)
ordiniamo dividendo P e divisore D e otteniamo:

(2x4 − 6x3 + x − 1) : (x2 − 2)

Dividiamo il monomio di grado massimo di P per quello di grado massimo di D


(essi sono ovviamente i primi monomi di P e D essendo questi ultimi ordinati).
Il risultato ottenuto, Q1 = 2x2 , è il primo candidato quoziente mentre il primo
candidato resto si ottiene calcolando
R1 = P − D · Q1 = 2x4 − 6x3 + x − 1 − (x2 − 2) · 2x2 = 2x4 − 6x3 + x − 1 − 2x4 +
4x2 = −6x3 + 4x2 + x − 1
Poichè il grado di R1 non è minore del grado di D, ripetiamo il procedimento
per la divisione R1 : D ed otteniamo Q2 = −6x e R2 = R1 − D · Q2 = −6x3 +
4x2 + x − 1 − (x2 − 2)(−6x) = −6x3 + 4x2 + x − 1 + 6x3 − 12x = 4x2 − 11x − 1
Poichè ancora il grado di R2 non è minore del grado di D, continuiamo con R2 :
D ottenendo Q3 = 4 e R3 = R2 − D · Q3 = 4x2 − 11x − 1 − (x2 − 2) · 4 = −11x + 7
Poichè finalmente il grado di R3 è minore del grado di D, possiamo scrivere
(riassumendo il procedimento svolto)

P = D · Q1 + R1 = D · Q1 + D · Q2 + R2 = D · Q1 + D · Q2 + D · Q3 + R3
= (proprietà distrubutiva)
= D · (Q1 + Q2 + Q3 ) + R3

con riferimento al nostro esempio abbiamo:


2x4 − 6x3 + x − 1 = (x2 − 2) · (2x2 − 6x + 4) + (−11x + 7)
e quindi possiamo dire che il quoziente Q è 2x2 − 6x + 4 e il resto R è −11x + 7
Il procedimento appena illustrato viene sintetizzato con la seguente regola
pratica:

P → 2x4 − 6x3 + 0x2 + x − 1 x2 − 2 ← D

−D · Q1 → −2x4 + 4x2 2x2 − 6x + 4 ← Q


↑ ↑ ↑
R1 → // − 6x3 + 4x2 + x − 1 Q1 Q2 Q3

−D · Q2 → +6x3 − 12x

R2 → // + 4x2 − 11x − 1

−D · Q3 → −4x2 +8

R = R3 → // − 11x + 7

Osserviamo che:

1. nella precedente ‘tabella di divisione’ è stato necessario completare for-


malmente il polinomio dividendo P diversamente da quanto fatto per il
divisore D.

2. il grado del quoziente Q è determinato dal monomio Q1 e quindi esso è la


differenza tra il grado del dividendo P e quello del divisore D.

3. dalla definizione di divisione sappiamo che il grado del resto è minore di


quello del divisore e infatti nell’esempio svolto è
4.4 divisione 38

gr(R) = 1 < 2 = gr(D).


E’ importante non commettere l’errore di pensare che il grado del resto sia
sempre inferiore di uno a quello del divisore come si può verificare con
la seguente divisione (4x3 − 5x + 16) : (2x2 − 3x + 2) nella quale il resto ha
grado zero.

Esercizio 4.4.2.

• (x5 − 3x3 + 2x + x2 − 2) : (x2 − x)


• (−10x3 − 6 + 9x2 ) : (2 − 5x2 − 3x)

Proponiamoci di eseguire una divisione tra polinomi in cui compare più di una
lettera:
(x3 − 4y3 + 2xy2 ) : (x2 + y2 − 3xy)
Per utilizzare il procedimento imparato è necessario stabilire rispetto a quale
lettera ordinare i polinomi.

1. divisione rispetto ad x:

x3 + 0x2 + 2xy2 − 4y3 x2 − 3xy + y2

−x3 + 3x2 y − xy2 x + 3y

// + 3x2 y + xy2 − 4y3

−3x2 y + 9xy2 − 3y3

10xy2 − 7y3

2. divisione rispetto ad y:

−4y3 + 2xy2 + 0y + x3 y2 − 3xy + x2

+4y3 − 12xy2 + 4x2 y −4y − 10x

// − 10xy2 + 4x2 y + x3

+10xy2 − 30x2 y + 10x3

−26x2 y + 11x3

Osservando che i quozienti e i resti ottenuti con le due divisioni sono diversi,
conveniamo di indicarli con Q(x) ed R(x) o Q(y) ed R(y) se sono stati ottenuti
rispettivamente rispetto ad x o ad y e quindi:
Q(x) = x + 3y e R(x) = 10xy2 − 7y3
Q(y) = −4y − 10x e R(y) = −26x2 y + 11x3

Osservazioni:
4.5 divisione con la regola di ruffini 39

1. Nel caso particolare in cui il grado del dividendo P sia minore di quello
del divisore D, possiamo affermare che il quoziente Q è il polinomio nullo
ed il resto R è proprio il dividendo P infatti possiamo scrivere la seguente
uguaglianza:
P = D · 0 + P con gr(P) < gr(D)

2. Qualora il resto sia nullo, il divisore D della divisione si dice fattore (o


divisore) del polinomio dividendo, infatti:

P = D·Q+0 da cui P = D · Q

Ovviamente anche Q sarà un fattore o divisore di P ed è facile convincerci


che in tal caso
P:Q=D

3. Nelle divisioni tra polinomi in più lettere, se il resto è nullo, i quozienti


ottenuti rispetto a ciascuna lettera sono uguali tra loro.
Esercizio 4.4.3.

• (3a5 − 4a4 b − 10a2 b3 + 4a3 b2 + ab4 ) : (a2 + b2 )


   
5 4 2 3 7 5 1
• x y − x3 y2 + x3 y − x2 y3 − x2 y2 + xy4 − 6xy3 : x− y+2
8 3 2 3 6 3

4.5 divisione con la regola di ruffini

Per eseguire la divisione quando il divisore è un polinomio di primo grado con


coefficiente direttivo unitario rispetto ad una lettera esiste una regola, detta Regola
di Ruffini, che consente di determinare quoziente e resto in modo più rapido ed
elegante.
Scegliamo di illustrare il nuovo procedimento mediante degli esempi.
Data la divisione (x3 − 5x2 + 3) : (x − 2), disponiamo tutti i coefficienti del
dividendo, ordinato e formalmente completo, all’interno di una ‘tabella’:

1 −5 0 3

Scriviamo l’opposto del termine noto del divisore nella ‘tabella’:

1 −5 0 3

+2

Trascriviamo il coefficiente direttivo sotto la linea orizzontale :


1 −5 0 3

+2
1
Moltiplichiamo quest’ultimo per l’opposto del termine noto (+2) e scriviamo il
prodotto nella colonna successiva (quella del −5) sulla riga del 2:

1 −5 0 3

+2 2
1
Sommiamo −5 e 2 riportando il risultato sotto la linea orizzontale:
4.5 divisione con la regola di ruffini 40

1 −5 0 3

+2 2
1 −3
Ripetiamo lo stesso procedimento moltiplicando −3 e 2, riportando nella
colonna successiva il prodotto e calcolando infine la somma:

1 −5 0 3

+2 2 −6
1 −3 −6
Iterando ancora una volta otteniamo:
1 −5 0 3

+2 2 −6 −12
1 −3 −6 −9
L’ultima riga contiene in modo ordinato rispettivamente i coefficienti del quo-
ziente ed il resto. Il quoziente, che sappiamo essere un polinomio di grado
due, (uno in meno del dividendo essendo il divisore di grado uno) è dunque
x2 − 3x − 6.
Il resto, che sappiamo essere un polinomio di grado zero, è −9.
Un ulteriore esempio è la seguente divisione

(2a2 x2 − 3x3 + a4 x − 4a6 ) : (x + 2a2 )


Il calcolo con la regola di Ruffini è:

−3 2a2 a4 −4a6

−2a2 6a2 − 16a4 30a6


−3 8a2 − 15a4 26a6
Il quoziente ed il resto risultano rispettivamente:
Q(x) = −3x2 + 8a2 x − 15a4 , R = 26a6
Se avessimo voluto eseguire la divisione rispetto alla lettera a non avremmo
potuto usare la nuova regola (non avendo il divisore grado 1 rispetto ad a) e con
il metodo generale di divisione avremmo ottenuto:
3 1 13
Q(a) = −2a4 + a2 x + x2 , R = − x3
2 4 4
Osservazione 4.5.1. Se il coefficiente direttivo non è unitario è possibile adattare la
regola di Ruffini per eseguire la divisione. In questo caso, però, il procedimento risulta
appesantito perdendo in parte la sua rapidità esecutiva; si consiglia, dunque, di eseguire la
divisione con il metodo tradizionale.
Esercizio 4.5.1.

• (x3 − 13x + 12) : (x + 1)


 
2 1
• x3 − x2 + x − 1 : (x − 3)
3 3
• (x2 y + 4xy2 + 3y3 ) : (2x + y)

Nel caso in cui il divisore sia un polinomio di primo grado con coefficiente
direttivo unitario è possibile determinare il resto senza eseguire la divisione
utilizzando il seguente:

Teorema 4.5.1 (Teorema del resto). Il resto della divisione tra P(x) e (x − k) si ottiene
sostituendo l’opposto del termine noto del divisore alla lettera del dividendo cioè: R = P(k).
4.5 divisione con la regola di ruffini 41

Dim. Per definizione di divisione


P(x) = (x − k) · Q(x) + R
sostituendo k alla x si ottiene:
P(k) = (k − k) · Q(k) + R
quindi:
P(k) = 0 · Q(k) + R
cioè
P(k) = R

Esempio 4.5.1.
Il resto della divisione: (2x4 + x − 5) : (x − 1) è R = P(1) = 2 · 14 + 1 − 5 = 2 + 1 − 5 = −2
Il resto della divisione: (x2 + x − 2) : (x + 2) è R = P(−2) = (−2)2 + (−2) − 2 = 0

In quest’ultimo esempio, poichè il resto è nullo, il divisore (x + 2) è un fattore


del polinomio x2 + x − 2
Più in generale per controllare se un polinomio del tipo (x − k) è un fattore di
P(x) è sufficiente calcolare il resto (e quindi P(k)) e vedere se esso è nullo; si può
enunciare, infatti il seguente teorema:
Teorema 4.5.2 (Teorema di Ruffini). Se un polinomio P(x) si annulla per x uguale a k,
un suo fattore è (x − k), e viceversa.
Dim. (⇒)
P(x) = (x − k) · Q(x) + R
poichè per ipotesi
R = P(k) = 0
allora
P(x) = (x − k) · Q(x)
dunque
(x − k) è un fattore di P(x)
(⇐)

se
(x − k) è un fattore di P(x)
allora
P(x) = (x − k) · Q(x)
dunque
P(k) = (k − k) · Q(x) = 0

Esempio 4.5.2. Stabilire quale dei seguenti polinomi è un divisore di x3 + 3x2 − 4x − 12:
x + 1; x − 2; x+3
P(−1) = −1 + 3 + 4 − 12 6= 0 ⇒ x + 1 non è un fattore
P(+2) = 8 + 12 − 8 − 12 = 0 ⇒ x − 2 è un fattore
P(−3) = −27 + 27 + 12 − 12 = 0 ⇒ x + 3 è un fattore
Esempio 4.5.3. Determinare il valore da attribuire alla lettera t affinchè x − 1 sia un fattore del polinomio
x2 − 3x + t + 4
Calcoliamo P(1) = 1 − 3 + t + 4 = t + 2 dovrà essere R = 0 cioè t + 2 = 0 dunque t = −2
Esempio 4.5.4. Determinare un divisore di x2 + 2x − 15
Con il teorema di Ruffini siamo in grado di determinare i divisori del tipo (x − k)
Infatti calcolando P(1), P(−1), P(2), P(−2), . . . . . . otteniamo i resti della divisione rispettivamente
per (x − 1), (x + 1), (x − 2), (x + 2), . . . . . .
P(1) = −13, P(−1) = −16, P(2) = −7, P(−2) = −15, P(3) = 0 ⇒ (x − 3) è un divisore
(fattore) del polinomio.
4.6 esercizi riepilogativi 42

osservazione: Per determinare un fattore di un polinomio P(x), come nell’ul-


timo esempio, non è necessario sostituire alla x tutti i numeri interi finchè si ottiene
zero, ma solo i divisori del termine noto del dividendo. Infatti dall’uguaglianza:

P(x) = (x − k) · Q(x)
si deduce che il termine noto di P(x) è il prodotto tra il termine noto di Q(x)
(indichiamolo con q) e quello di (x − k), dunque esso é −k · q e quindi k risulta
un fattore del termine noto di P(x).
Se vogliamo ora cercare un fattore di x3 − 4x2 − 25 i numeri da sostituire a x
saranno i divisori di 25 ovvero ± 1, ±5, ±25.
Poichè P(1) 6= 0, P(−1) 6= 0 ma P(5) = 0 possiamo concludere che (x − 5) è un
fattore del polinomio.
E’ opportuno far notare che non sempre un polinomio ha fattori del tipo (x − k)
come è il caso di x2 + 5x + 2 per il quale P(1) 6= 0, P(−1) 6= 0, P(2) 6= 0, P(−2) 6= 0.
Esercizio 4.5.2.
 
2
• Calcolare il resto della divisione: (3x4 + 6x2 + x − 3) : x+
3
• Stabilire quale dei seguenti binomi è un fattore di x3 − 5x2 + 3x − 15:
(x − 1); (x − 2); (x − 4); (x − 5); (x + 6)
• Determinare due fattori di primo grado di x4 − x3 − x2 − 5x − 30
• Determinare il valore di k affinchè (y + 1) sia un fattore di y3 + 2ky2 − 5ky − 6k − 2
• Determinare k in modo che il resto della divisione: (2x4 − 3x2 + kx − k) : (x + 2) sia 17

4.6 esercizi riepilogativi

Esercizio 4.6.1. Calcola il valore delle seguenti espressioni:


 2   
3 3 3 3
1. − a − a(a − 3) + 2a − + 2a − b2
2 2 2 2
3 2
[4a2 − b ]
2
2. (a − b)(a + b)3 − (a + b)(a − b)3 − 4ab(a2 − 2b2 )

[4ab3 ]

3. (x2 − 3xy + 2y2 )2 − x(x − 3y)3 − 3xy(x2 + 5y2 )

[4y4 − 14x2 y2 ]

4. 8(y − 1)3 + 4(y − 1)2 + (y2 − 4y + 2)2 − y2 (y2 − 1)

[y2 ]

5. (2x − y − 1)(2x + y + 1) − (2x + 1)(2x − 3) + (y − 2)(y + 2)

[4x − 2y − 2]
 
5
6. (x2 − 2y)2 + (x + 2y)3 − (x − y)3 − 3y 3y2 + x2 − 4y2
3

[x4 + 9xy2 ]

7. (x + 2y − 1)2 + (x2 − x − 2y)(x2 + x + 2y) + (x2 − 2)3 + 5(x2 − 1)(x2 + 1) +


2(x + 2y − 6x2 )

[x6 − 12]
 2  2
1 1
8. 2(ab − 1)(ab + 1) + a2 − ab − b2 − ab + b2 − a2 (a − b)2
2 2

[−2]
"  2   #  3  
1 1 1 1 1 3
9. ab − a+b + b+ a − a + b a + b + a − b2 a+b
2 4 4 4 2 2
4.6 esercizi riepilogativi 43

3
[ a2 b]
4
1
10. (x − 1)(x + 3) − (x + 1)2 − (x − 2)2 + 2(x + 3)2 − (x + 2 − y)2 − 2y(x + 2 − y)
2
[12x + 6]

1 2 1
 
11. [(3x − 1) (3x + 1)]2 − 9x2 − +
2 4

[−9x2 + 1]
h i2
12. x(x − 2y)3 − (x + 2y)2 − (2x + y)2 + 2xy 3x2 + 4y2 − 15xy + 9y4


[−8x4 ]

13. (xn+1 − x2 )(xn+1 + x2 ) − x2 (xn + x)2

[−2xn+3 − 2x4 ]

Esercizio 4.6.2. Calcola quoziente e resto delle seguenti divisioni:

1. (4x3 − 5x + 16) : (2x2 − 3x + 2)

[Q(x) = 2x + 3, R(x) = 10]


   
1 4 1 2
2. x − x2 y2 + 6xy3 − 6y4 : x + xy − 3y2
4 2

1 2
[Q(x) = x − xy + 3y2 , R(x) = 3y4 ] ,
2
4 2 1 3 5 4
[Q(y) = 2y2 − xy + x2 , R(y) = − x y+ x ]
3 9 18 36

3. (2x3 + 3x2 − 2x + 2) : (x + 2)

[Q(x) = 2x2 − x, R = 2]

4. (2a5 − 15a3 b2 − 25ab4 − b5 ) : (a − 3b) rispetto alla lettera a

[Q(a) = 2a4 + 6a3 b + 3a2 b2 + 9ab3 + 2b4 , R(a) = 5b5 ]


 
10 4 1
5. a5 + a − 3a2 + : (a + 3)
3 2
1 3 1
[Q(a) = a4 + a − a2 , R = ]
3 2
6. (64x6 − y6 ) : (16x4 + 4x2 y2 + y4 )

[Q(x) = Q(y) = 4x2 − y2 , R(x) = R(y) = 0]

7. (2a4 − 6a2 + 3) : (a2 − 3a − 1)

[Q(a) = 2a2 + 6a + 14, R(a) = 48a + 17]


   
9 1 3
8. x4 − x3 − x − : x−
8 4 2
1 2 3 1
[Q(x) = x3 + x + x, R = − ]
2 4 4
9. (2x3 − x2 − 8x + 4) : (2x − 1)

[Q(x) = x2 − 4, R = 0]

Esercizio 4.6.3. Calcola il valore delle seguenti espressioni contenenti divisioni tra polinomi
2
2x4 + x3 − 3x2 + x : (x2 + x − 1) + x − 4x4
 
1.

[0]

2. (x − 4)2 + x2 − 16 : (4 − x) · 2x2 − 13x + 20 : (2x − 5)


     

[−8x + 32]

Esercizio 4.6.4. Stabilisci per quale valore di a la divisione (2x2 − ax + 3) : (x + 1) dà resto 5


4.6 esercizi riepilogativi 44

[a = 0]

Esercizio 4.6.5. Stabilisci per quale valore di k il polinomio P(x) = 2x3 − x2 + kx + 1 − 3k è


divisibile per x + 2

19
[k = − ]
5

Esercizio 4.6.6. Stabilisci per quale valore di k la divisione (2x2 + 3x + k − 2) : (x − 1) è esatta

[k = −3]

Esercizio 4.6.7. Dati i polinomi : A(x) = x3 + 2x2 − x + 3k + 2 e B(x) = kx2 − (3k − 1)x + k
determina k in modo che i due polinomi, divisi entrambi per x + 1 abbiano lo stesso resto

5
[k = ]
2

Esercizio 4.6.8. Verifica che il polinomio x4 − x2 + 12x − 36 è divisibile per i binomi (x − 2) e


(x + 3) utilizzando il teorema di Ruffini. Successivamente, utilizzando la divisione, verifica che è divisibile
per il loro prodotto.

Esercizio 4.6.9. Stabilisci per quale valore di a le divisioni: (x2 + ax − 3a) : (x + 6) e (x2 + x −
(a + 2)) : (x + 3) danno lo stesso resto

[a = 4]
SCOMPOSIZIONI 5
5.1 scomposizioni

Nei capitoli precedenti abbiamo imparato a semplificare le espressioni algebriche


contenenti operazioni tra polinomi; nella maggior parte dei casi la semplificazione
consisteva nell’eseguire la moltiplicazione (o lo sviluppo di una potenza) di poli-
nomi per ottenere come risultato un polinomio. In questo capitolo ci proponiamo
di affrontare il problema inverso, cioè scrivere un polinomio, se possibile, come
prodotto di altri polinomi.
Esempio 5.1.1. Dato P(x) = x3 + x2 − 4x − 4 si può facilmente verificare che P(x) = (x2 −
4)(x + 1) ma anche P(x) = (x − 2)(x2 + 3x + 2) oppure P(x) = (x − 2)(x + 2)(x + 1)

Definizione 5.1.1. Un polinomio si dice riducibile (scomponibile) se può essere scritto


come prodotto di due o più polinomi (detti fattori) di grado maggiore di zero. In caso
contrario esso si dirà irriducibile.

Osservazione 5.1.1. Dalla definizione si deduce banalmente che:

• un polinomio di primo grado è irriducibile;

• un polinomio di grado n può essere scritto come prodotto di al più n fattori di


primo grado.

Definizione 5.1.2. Si chiama scomposizione in fattori di un polinomio la sua scrittura


come prodotto di fattori irriducibili

Con riferimento all’esempio la scrittura (x2 − 4)(x + 1) non è la scomposizione in


fattori di P(x) in quanto x2 − 4 non è un polinomio irriducibile. La scomposizione
in fattori di P(x) è invece (x − 2)(x + 2)(x + 1) essendo ciascuno dei tre fattori un
polinomio di primo grado.

Osservazione 5.1.2. La riducibilità o irriducibilità di un polinomio è legata all’insieme


numerico al quale appartengno i suoi coefficienti; pertanto alcuni polinomi che sono
irriducibili in quanto operiamo con coefficienti razionali (Q), potranno diventare riducibili
se i loro coefficienti saranno considerati nell’insieme R dei numeri reali (che contiene √
oltre
a tutti i razionali anche altri numeri, incontrati alla scuola media, come ad esempio 2 e
π)

Un esempio di quanto osservato è il polinomio x2 − 2, irriducibile in Q,


riducibile in R in quanto:
√ √ √ √ √
(x + 2)(x − 2) = x2 − x · 2 + 2 · x − ( 2)2 = x2 − 2
Per scomporre un polinomio non esistono metodi generali, ma particolari
strategie da applicare a determinate tipologie di polinomi. Una strategia già
a nostra disposizione è l’applicazione del Teorema di Ruffini che permette di
determinare i fattori di primo gardo di un polinomio.
Esempio 5.1.2. Dato P(x) = x2 − 25 si ottiene P(1) 6= 0 6= P(−1), P(5) = 0 quindi x − 5 è un
fattore di x2 − 25. L’altro fattore, cioè x + 5, si ottiene eseguendo la divisione (x2 − 25) : (x − 5).
Essendo P(x) = D(x) · Q(x) si ha x2 − 25 = (x − 5)(x + 5)

Alla tecnica di scomposizione che utilizza il Teorema di Ruffini, pur efficace e


generale, si preferiscono metodi più snelli adatti ciascuno ad un particolare tipo
di polinomio. Illustriamo ora i principali metodi di scomposizione.

45
5.1 scomposizioni 46

1. Raccoglimento a fattor comune


Consiste nell’applicare la proprietà distributiva della moltiplicazione ‘evi-
denziando’ come primo fattore il M.C.D. tra i monomi del polinomio e
come secondo fattore il quoziente tra il polinomio e il M.C.D. In simboli:

A · B + A · C + A · D = A · (B + C + D)
Esempio 5.1.3.
• 2xy + 4x2 − 6x3 y = 2x(y + 2x − 3x2 y)
• a2 b3 c − 5ab2 c2 = ab2 c(ab − 5c)
• 7xa2 − 7a2 = 7a2 (x − 1)
 
2 4 2 1 2 3 2 2 1
• a b + a b c − 3a3 b4 c2 = a2 b2 a + bc − 3ab2 c2
3 5 3 5
• −12x2 − 15xy = −3x(4x + 5y) meglio di 3x(−4x − 5y)
• xn+2 − 5xn = xn (x2 − 5), (n ∈ N)

osservazioni:
(a) Quando i coefficienti sono frazionari abbiamo stabilito che il coefficiente
del M.C.D. è 1. E’ opportuno tuttavia raccogliere, in alcuni casi, anche un
coefficiente non unitario come dimostrano i seguenti esempi:
 
4 2 5 4 6 4 5 5 4 4
a b − ab = ab (a − b) preferibile a ab a− b
5 5 5 5 5
 
6 3 3 2 2 3 1
xy + x − 9x = 3x y + x−3
7 5 7 5
1 2 3 1
b c − c = c(2b2 − 3)
2 4 4
(b) Qualora il M.C.D. che raccogliamo sia un monomio di grado zero,
quella che otteniamo non è una scomposizione in base alla definizione
data, tuttavia la scrittura ottenuta è spesso utile per poter continuare con la
scomposizione come mostra il seguente esempio:
3x2 − 75 = 3(x2 − 25) =
|{z} 3(x − 5)(x + 5)
vedi es.3.1.2

(c) La scomposizione mediante raccoglimento a fattor comune può essere


estesa anche ad espressioni i cui addendi contengono uno stesso polinomio
come fattore; vediamone alcuni esempi:
3(x + y) − 2a(x + y) − x(x + y) = (x + y)(3 − 2a − x)
(b − a)2 − (b − a)(2 − a) = (b − a)[(b − a) − (2 − a)] = (b − a)(b − a − 2 +
a) = (b − a)(b − 2)
2x(x − y) + 5y(y − x) = 2x(x − y) − 5y(−y + x) = 2x(x − y) − 5y(x − y) =
(x − y)(2x − 5y)
Esercizio 5.1.1.
• 4a2 b + 16a2 c
• 25a3 b4 − 5a2 b3 + 5a2 b2
1 3 3 2 2 4
• a b + a b
9 3
• 3xn+1 ym + 2xn ym+2
• (a − b)2 + 2(a − b) − (a − b)ab
• 3x(a − 1) + x2 (−a + 1)

2. Raccoglimento parziale
Consiste nell’applicare il raccoglimento a fattor comune a gruppi di monomi
e successivamente effettuare il raccoglimento a fattor comune nell’intera
espressione ottenuta.
5.1 scomposizioni 47

Esempio 5.1.4.

• 2x + 4y + ax + 2ay = 2(x + 2y) + a(x + 2y) avendo raccolto il fattore 2 nel


gruppo dei primi due monomi ed a nel gruppo dei rimanenti = (x + 2y)(2 + a) avendo
raccolto a fattor comune (x + 2y)
Allo stesso risultato si può pervenire raccogliendo parzialmete tra il primo e il terzo monomio
e tra il secondo e il quarto: x(2 + a) + 2y(2 + a) = (2 + a)(x + 2y)
• 9x2 − 3x − 3xy + y = 3x(3x − 1) − y(3x − 1) = (3x − 1)(3x − y)

= a(5b2 − 2a) − 3(−2a + 5b2 ) = (5b2 − 2a)(a − 3)


• 5ab2 − 2a2 + 6a − 15b2 =
= 5b2 (a − 3) − 2a(a − 3) = (a − 3)(5b2 − 2a)

• 11x2 − 22xy + x − 2y = 11x(x − 2y) + 1(x − 2y) = (x − 2y)(11x + 1)


• 12a2 x2 + 6ax2 y − 4a2 b − 2aby = 2a(6ax2 + 3x2 y − 2ab − by) = 2a[3x2 (2a +
y) − b(2a + y)] = 2a(2a + y)(3x2 − b)
= a(x + 1) − b(x + 1) − 2c(x + 1) = (x + 1)(a − b − 2c)
• ax + a − bx − b − 2cx − 2c =
= x(a − b − 2c) + 1(a − b − 2c) = (a − b − 2c)(x + 1)

Dagli esempi svolti è facile convincerci che affinchè si possa applicare il


raccoglimento parziale è necessario che i gruppi di monomi individuati
contengano lo stesso numero di termini.
Esercizio 5.1.2.
• a4 − a3 − 2a + 2
• y2 − 3x3 + xy − 3x2 y
• 10p2 − 4pq − 15p + 6q
• 2x2 − 3xy + xz − 2ax + 3ay − az

3. Scomposizione mediante riconoscimento di prodotti notevoli


Consiste nell’applicare la proprietà simmetrica dell’uguaglianza alle formu-
le studiate relativamente ai prodotti notevoli. Si avrà quindi:
a) Differenza tra due quadrati
Ricordando che (A + B)(A − B) = A2 − B2 si ricava

A2 − B2 = (A + B)(A − B)

Esempio 5.1.5.
• 9 − 4x2 = (3)2 − (2x)2 = (3 + 2x)(3 − 2x)
  
1 2 1 1
• x −1 = x+1 x−1
4 2 2
  
9 3 3
• 25a2 b4 − y6 = 5ab2 + y3 5ab2 − y3
16 4 4
• −16 + 25x2 = (5x + 4)(5x − 4)
• (2x − 3a)2 − (x + a)2 = (2x − 3a + x + a)(2x − 3a − x − a) = (3x −
2a)(x − 4a)
Esercizio 5.1.3.
• a2 − 9b2
25 2
• a −1
16
• x2n − y4
• (2a − 1)2 − (1 − a)2
5.1 scomposizioni 48

b) Sviluppo del quadrato di un binomio


Ricordando che (A + B)2 = A2 + 2AB + B2 si ricava

A2 + 2AB + B2 = (A + B)2

Esempio 5.1.6.
• x2 + 6x + 9 = (x)2 + 2 · 3 · x + (3)2 = (x + 3)2
• x4 y2 + 2x2 y + 1 = (x2 y + 1)2
• 9x2 − 12xy2 + 4y4 = (3x − 2y2 )2
 2
25 2 5
• a − 5ab + b2 = a−b
4 2
 2
1 2 2 1
• x y + 1 − xy = xy − 1 osserva che non sempre il doppio prodotto è il
4 2
monomio centrale
Esercizio 5.1.4.
• 49a2 − 14ab + b2
1 2 1 2 1
• x + y − xy
4 9 3
1 2 2 4
• + x +x
25 5
• 4y2n − 12yn + 9

c) Sviluppo del quadrato di un trinomio


Ricordando che (A + B + C)2 = A2 + B2 + C2 + 2AB + 2AC + 2BC si
ricava

A2 + B2 + C2 + 2AB + 2AC + 2BC = (A + B + C)2

Esempio 5.1.7.
• x2 + 4y2 + 1 + 4xy + 2x + 4y = (x)2 + (2y)2 + (1)2 + 2 · (x) · (2y) +
2 · (x) · (1) + 2 · (2y) · (1) = (x + 2y + 1)2
• 9x4 + a2 + 16 − 6x2 a + 24x2 − 8a = (3x2 − a + 4)2
• x2 y2 − 6xy − 14x2 y + 9 + 49x2 + 42x = (xy − 3 − 7x)2 anche in questo
caso osserva che i monomi possono presentarsi in ordine sparso.
Esercizio 5.1.5.
• a2 + 4x2 + 9 + 4ax − 6a − 12x
• 16x2 + 9x4 y2 − 24x3 y − 12x2 y3 + 4y4 + 16xy2

d) Sviluppo del cubo di un binomio


Ricordando che (A + B)3 = A3 + 3A2 B + 3AB2 + B3 si ricava

A3 + 3A2 B + 3AB2 + B3 = (A + B)3

Esempio 5.1.8.
• x3 + 6x2 + 12x + 8 = (x)3 + 3 · (x)2 · (2) + 3 · (x) · (2)2 + (2)3 = (x +
2)3
• 125x6 − 75x4 y + 15x2 y2 − y3 = (5x2 − y)3
 3
1 3 3 2 2 2 3 1
• a b − a b x + 4abx6 − 8x9 = ab − 2x3
27 3 3
5.1 scomposizioni 49

Esercizio 5.1.6.
• 27x3 − 27x2 y + 9xy2 − y3
8 3 9 27
• a − 2a2 + a −
27 2 8
• a3n + 3a2n + 3an + 1

Vediamo ora alcuni esempi in cui per scomporre un polinomio è necessario


utilizzare più di un metodo tra quelli illustrati.
Esempio 5.1.9.
• 50x5 − 2x3 y4 = 2x3 (25x2 − y4 ) = 2x3 (5x − y2 )(5x + y2 )
| {z } | {z }
racc. f. c. diff. quad.

• a4 − 8a2 + 16 = ( a2 − 4 )2 = [(a − 2)(a + 2)]2 = (a − 2)2 (a + 2)2


| {z } | {z }
quad. bin. diff. quad.

(x2 − 9y2 )24a3 + (x2 − 9y2 )36a2 + (x2 − 9y2 )18a + 3(x2 − 9y2 )
| {z }
racc. f.c.

= 3(x2 − 9y2 )(8a3 + 12a2 + 6a + 1) = 3(x − 3y)(x + 3y)(2a + 1)3


| {z } | {z }
diff. quad. cubo bin.

• x4 − a2 x2 − 4x2 + 4a2 = x2 (x2 − a2 ) − 4(x2 − a2 ) = ( x2 − a2 )( x2 − 4 ) =


| {z } | {z } | {z }
racc. parz. diff. quad. diff. quad.

(x − a)(x + a)(x − 2)(x + 2)


1 3 1 1
• y − 4y2 + 8y = y(y2 − 8y + 16) = y(y − 4)2
2
| {z } 2 | {z } 2
quad. bin.
racc. f.c.
3 2
• 3x − 9x + 12 = 3(x3 − 3x2 + 4) poichè il polinomio P(x) = x3 − 3x2 + 4 non
| {z }
racc. f.c.
è riconducibile ad alcun prodotto notevole, dobbiamo cercare un suo fattore utilizzando il
Teorema di Ruffini.
P(1) = 1 − 3 + 4 6= 0 , P(−1) = −1 − 3 + 4 = 0 ⇒ (x + 1) è un fattore di P(x);
l’altro fattore lo otteniamo eseguendo la divisione:

1 −3 0 4

−1 −1 4 −4
1 −4 4 0

Q(x) = x2 − 4x + 4
Quindi 3x3 − 9x2 + 12 = 3(x3 − 3x2 + 4) = 3(x + 1)(x2 − 4x + 4) = 3(x +
| {z } | {z }
Ruffini quad. bin.
1)(x − 2)2

Esercizio 5.1.7.
• x5 + xy4 − 2x3 y2
• 192a8 b7 − 3a2 b
• a2 x2 − a2 y2 + abx2 − aby2
• x4 + x3 − 3x2 − 4x − 4
• 24x − 36x2 − 4
• (a + 2)x2 − 6(a + 2)x + 9(a + 2)
• (3x − 1)3 − (3x − 1)
• x3 y − 2x3 − 3x2 y + 6x2 + 3xy − 6x − y + 2
• 2ax4 − 162ay4
• (2a − 5)2 − (a + 2)2

4. Scomposizione di particolari binomi e trinomi


5.1 scomposizioni 50

a) Somma di due cubi

A3 + B3 = (A + B)(A2 − AB + B2 )
infatti posto P(A) = A3 + B3 , per il Teorema di Ruffini, essendo
P(−B) = 0, un suo fattore è A + B, l’altro si otterrà dalla divisione:

1 0 0 B3

−B −B B2 −B3
1 −B B2 0

Q(A) = A2 − AB + B2 quindi A3 + B3 = (A + B)(A2 − AB + B2 )


Esempio 5.1.10. 8x3 + 27 = (2x)3 + (3)3 = (2x + 3)(4x2 − 6x + 9)

b) Differenza di due cubi

A3 − B3 = (A − B)(A2 + AB + B2 )

(la dimostrazione è analoga a quella precedente)


Esempio 5.1.11. a3 − 125b6 = (a)3 − (5b2 )3 = (a − 5b2 )(a2 + 5ab2 +
25b4 )
Osservazione 5.1.3. I trinomi A2 ± AB + B2 vengono chiamati falsi qua-
drati e, come verrà dimostrato in seguito, se di secondo grado, sono irridu-
cibili.(I falsi quadrati di grado superiore al secondo sono riducibili, ma con
tecniche che esulano da questo corso di studi)
Esercizio 5.1.8.
• x6 + 1
• 27x3 y3 + z9
• 125a3 − x6
1
• −64 + y3
8
c) Somma o differenza di due potenze ennesime
Qualora per scomporre la somma o la differenza di due potenze enne-
sime non sia possibile ricondursi ai casi finora esaminati, è possibile
dimostrare che valgono le seguenti uguaglianze:
An + Bn = (A + B)(An−1 − An−2 B + An−3 B2 − · · · − ABn−2 + Bn−1 )
con n naturale dispari. Qualora n sia pari dimostreremo che il binomio,
se di secondo grado, è irriducibile (se di grado superiore è riducibile,
ma non sempre con tecniche elementari)
An − Bn = (A − B)(An−1 + An−2 B + An−3 B2 + · · · + ABn−2 + Bn−1 )
qualunque sia n naturale
Esempio 5.1.12.
• x5 − 32 = (x − 2)(x4 + 2x3 + 4x2 + 8x + 16)
• 1 + x7 = (1 + x)(1 − x + x2 − x3 + x4 − x5 + x6 )
• y6 − x6 = (y3 − x3 )(y3 + x3 ) = (y − x)(y2 + xy + x2 )(y + x)(y2 − xy +
x2 ) (è preferibile riconoscere la differenza di quadrati)

5. Regola ‘somma-prodotto’ per trinomi


Consideriamo il trinomio di secondo grado con coefficiente direttivo unita-
rio del tipo
x2 + sx + p
e supponiamo che il coefficiente s e il termine noto p siano rispettivamente
la somma e il prodotto di due numeri a e b ossia s = a + b , p = a · b.
Possiamo scrivere :
5.1 scomposizioni 51

x2 + sx + p = x2 + (a + b)x + a · b = x2 + ax + bx + ab = x(x + a) + b(x +


a) = (x + a)(x + b) Otteniamo dunque la seguente regola :

x2 + sx + p = (x + a)(x + b)

con s = a + b e p = a · b
Per la determinazione dei numeri a e b consigliamo operativamente di
individuare i fattori di p e tra questi scegliere quelli che hanno la somma s
desiderata.
Esempio 5.1.13.
• x2 + 5x + 6 = (x + 2)(x + 3) s = +5 = +2 + 3, p = +6 = (+2) · (+3)
• x2 − x − 12 = (x − 4)(x + 3) s = −1 = −4 + 3, p = −12 = (−4) · (+3)
• x2 − 7xy + 10y2 = (x − 5y)(x − 2y) s = −7y = −5y − 2y, p = 10y2 =
(−5y) · (−2y)
• 3x2 − 33x − 36 = 3(x2 − 11x − 12) = 3(x − 12)(x + 1)

Nell’ultimo esempio, pur non avendo il polinomio coefficiente direttivo


unitario, è stato possibile ricondurci alla regola ‘somma-prodotto’ perchè
abbiamo potuto operare il raccoglimante a fattor comune. Nei casi in cui il
coefficiente direttivo rimanga diverso da 1 è possibile una generalizzazione
come nel seguente esempio: dato il polinomio 6x2 − 11x + 3, cerchiamo due
numeri la cui somma sia ancora il coefficiente di x cioè −11 e il cui prodotto
sia il prodotto tra il coefficiente direttivo e il termine noto, cioè 6 · 3 = 18.
Individuati tali valori in −9 e −2 trasformiamo il trinomio nel quadrinomio
6x2 − 2x − 9x + 3 e lo scomponiamo mediante raccoglimento parziale:
6x2 − 11x + 3 = 6x2 − 2x − 9x + 3 = 2x(3x − 1) − 3(3x − 1) = (3x − 1)(2x − 3)
La regola ‘somma -prodotto’ e la sua generalizzazione possono essere estese
anche a polinomi di grado maggiore di due del tipo ax2n + bxn + c in
quanto tale polinomio può essere pensato come ay2 + by + c avendo posto
y = xn
Esempio 5.1.14.
• x4 − 5x2 + 4 |{z}
= y2 − 5y + 4 = (y − 4)(y − 1) |{z}
= (x2 − 4)(x2 − 1) = (x −
x2 =y y=x2
2)(x + 2)(x − 1)(x + 1)
• 2x6 − 10x3 − 48 = 2(x6 − 5x3 − 24) = 2(x3 − 8)(x3 + 3) = 2(x − 2)(x2 +
2x + 4)(x3 + 3)
• 2x8 + 3x4 + 1 = 2x8 + 2x4 + x4 + 1 = 2x4 (x4 + 1) + 1(x4 + 1) = (x4 +
1)(2x4 + 1)
• x4 − 3x2 y2 − 4y4 = (x2 − 4y2 )(x2 + y2 ) = (x − 2y)(x + 2y)(x2 + y2 )

Esercizio 5.1.9.
• x2 − 11x + 24
• x2 − 6ax − 55a2
• x4 − 13x2 + 36
• x2 + 10x + 9
• a2 − −2ab − 15b2
• a6 + 2a3 − 15
• y10 + 2xy5 − 80x2
• 9x2 − 3x − 2
• 6x2 + 7x − 10
• 21x2 − xy − 10y2
• 3x2 − 8xy2 + 5y4
• 15x2 + 8xy2 + y4
5.1 scomposizioni 52

6. Scomposizione non standard


Qualora il polinomio non sia scomponibile con alcuno dei metodi illustrati
può essere, in alcuni casi, possibile ricondurci ad essi, dopo aver opportuna-
mente scomposto alcune parti del polinomio, come dimostrano i seguenti
esempi.
Esempio 5.1.15.
• x2 − 4xy + 4y2 −25 = (x − 2y)2 − 25 = (x − 2y + 5)(x − 2y + 5)
| {z } | {z }
quad. bin. diff. quad.

• x2 − 9 + 2xy − 6y = (x − 3)(x + 3) + 2y(x − 3) = (x − 3)(x + 3 + 2y)


| {z } | {z } | {z }
diff. quad. racc. f.c. racc.f.c.
2
• x − 7x + 6 −ax + a = (x − 6)(x − 1) − a(x − 1) = (x − 1)(x − 6 − a)
| {z } | {z } | {z }
s. p. racc. f.c. racc.f.c.

• x4 + x3 + 2x − 4 = 4
x − 4 + x3 + 2x = (x2 − 2)(x2 + 2) + x(x2 + 2) =
| {z } | {z } | {z }
diff. quad. racc. f.c. racc.f.c.
(x2 + 2)(x2 − 2 + x) = (x2 + 2)(x2 + x − 2) = (x2 + 2)(x + 2)(x − 1)
| {z }
s. p

Quest’ultimo polinomio poteva essere scomposto anche ricorrendo al Teorema di Ruffini, ma


il procedimento, seppur corretto, sarebbe risultato meno veloce ed elegante.
• 4a2 − 4a + 1 −y2 + 2xy − x2 = (2a − 1)2 − (y2 − 2xy + x2 ) = (2a − 1)2 − (y − x)2 =
| {z }| {z } | {z }
quad. bin. opposto quad. bin. diff.quad.
(2a − 1 + y − x)(2a − 1 − y + x)
• 27 + 8a3 + 12a2 b + 6ab2 + b3 = 27 + (2a + b)3 = (3 + 2a + b)[9 − 3(2a +
| {z } | {z }
cubo bin. somma cubi
b) + (2a + b)2 ] = (3 + 2a + b)(9 − 6a − 3b + 4a2 + 4ab + b2 )
• 4x4 + 1 = 4x4 + 1 + 4x2 −4x2 = (2x2 + 1)2 − 4x2 = (2x2 + 1 −
| {z } | {z } | {z }
somma quad.non 2° grado quad. bin. diff. quad.
2x)(2x2 + 1 + 2x)
• ( x2 − y2 )(x − y) − x2 (x + y) = (x − y)(x + y)(x − y) − x2 (x + y) = (x +
| {z } | {z }
diff. quad. racc. f.c.
y)[(x − y)2 − x2 ] = (x + y)(x − y − x)(x − y + x) = −y(x + y)(2x − y)
| {z }
diff. quad.

• x + x2 y2 + y4
4
= x4 + x2 y2 + y4 + x2 y2 − x2 y2 = x4 + 2x2 y2 + y4 − x2 y2 =
| {z } | {z }
falso quad.non 2° grado quad. bin

(x2 + y2 )2 − x2 y2 = (x2 + y2 − xy)(x2 + y2 + xy)


| {z }
diff. quad.

Esercizio 5.1.10.
• x4 − y6 + 6y3 − 9
• x2 + xy + y2 + x3 − y3
• y2 − 3y + 2 + xy − 2x
• a2 − 4a2 x + 4a2 x2 − (1 − 2x)2
• y3 + x3 + 6x2 + 12x + 8
• 4x2 − 9 + 4ax2 + 12ax + 9a
5.2 sintesi 53

5.2 sintesi

Per facilitare la memorizzazione e l’applicazione delle tecniche di scomposizione,


possiamo riassumerle e schematizzarle nel modo seguente:

• Raccoglimento a fattor comune

• Binomio:
1. differenza di quadrati
2. somma o differenza di cubi
3. somma o differenza di due potenze ennesime(n > 3)

• Trinomio:
1. sviluppo del quadrato di binomio
2. regola ‘somma-prodotto’

• Quadrinomio:
1. sviluppo del cubo di binomio
2. raccoglimento parziale

• Polinomio con sei termini:


1. sviluppo del quadrato di trinomio
2. raccoglimento parziale

• Scomposizioni non standard

• Scomposizioni con la Regola di Ruffini


5.3 massimo comun divisore e minimo comune multiplo di polinomi 54

5.3 massimo comun divisore e minimo comune multiplo di polino-


mi

Definizione 5.3.1. Si dice massimo comun divisore (M.C.D.) di polinomi, il polinomio


di grado massimo che è fattore di tutti i polinomi dati.

Definizione 5.3.2. Si dice minimo comune multiplo (m.c.m.) di polinomi, il polinomio


di grado minimo che è multiplo di tutti i polinomi dati.

Dalle definizioni risulta evidente che per calcolare il M.C.D. e il m.c.m. di


polinomi è necessario determinare i fattori irriducibili di ognuno di essi. Scomposti
quindi in fattori tutti i polinomi:
il M.C.D. sarà il prodotto dei soli fattori comuni con il minimo esponente;
il m.c.m. sarà il prodotto di tutti i fattori comuni e non comuni con il massimo
esponente.

osservazione: Poichè un polinomio non cambia grado e rimane un fattore di


un altro polinomio se lo si moltiplica per una costante non nulla, a rigore (come
già sottolineato per i monomi ) dovremmo parlare di un M.C.D. (m.c.m.) anzichè
del M.C.D. (m.c.m.).
Adottiamo anche in questo caso la stessa convenzione introdotta per il coeffi-
ciente del M.C.D. e m.c.m. di monomi.
Esempio 5.3.1.
• P1 (x) = 18x2 − 54x , P2 (x) = 2x2 − 18 , P3 (x) = 2x2 − 12x + 18
Dopo aver determinato le scomposizioni:
P1 (x) = 18x(x − 3) , P2 (x) = 2(x + 3)(x − 3) , P3 (x) = 2(x − 3)2
sarà:
M.C.D.(P1 (x),P2 (x),P3 (x))=±2(x − 3)
m.c.m.(P1 (x),P2 (x),P3 (x))=±18x(x − 3)2 (x + 3)
• P1 (x) = x2 − 5x + 6 = (x − 2)(x − 3) , P2 (x) = 2x2 + 2x − 12 = 2(x + 3)(x − 2) ,
P3 (x) = 5x2 − 20 = 5(x − 2)(x + 2)
M.C.D.(P1 (x),P2 (x),P3 (x))=±(x − 2)
m.c.m.(P1 (x),P2 (x),P3 (x))=±10(x − 2)(x + 2)(x − 3)(x + 3)
• P1 (x, y) = 8x3 − y3 = (2x − y)(4x2 + 2xy + y2 ) , P2 (x, y) = 4x2 + 4xy + y2 =
(2x + y)2 , M.C.D.(P1 (x, y),P2 (x, y))=±1
m.c.m.(P1 (x, y),P2 (x, y))=±(2x − y)(2x + y)2 (4x2 + 2xy + y2 )
• P1 (x, y) = 3x2 − 30x + 75 = 3(x − 5)2 , P2 (x, y) = 5y + 10 − xy − 2x = (5 −
x)(y + 2)
Così come sono scritti non si riconoscono fattori comuni.
Possiamo però scrivere P2 (x, y) = −(x − 5)(y + 2) e quindi
M.C.D.(P1 (x, y),P2 (x, y))=±(x − 5)
m.c.m.(P1 (x, y),P2 (x, y))=±3(x − 5)2 (y + 2)
Avremmo potuto anche cambiare segno a P1 (x, y) anzichè a P2 (x, y) ottenendo
P1 (x, y) = 3[−(−x + 5)]2 = 3(5 − x)2 e quindi
M.C.D.(P1 (x, y),P2 (x, y))=±(5 − x)
m.c.m.(P1 (x, y),P2 (x, y))=±3(5 − x)2 )(y + 2)
ottenendo lo stesso risultato.
9 12 4 1
• P1 (x) = 8x3 − 36x2 + 54x − 27 = (2x − 3)3 , P2 (x) = − x + x2 = (3 −
5 5 5 5
2x)2
1
Possiamo scegliere di cambiare P1 (x) in −(3 − 2x)3 oppure P2 (x) in (2x − 3)2 ottenendo
5
in entrambi i casi :
M.C.D.(P1 (x),P2 (x))=±(2x − 3)2
m.c.m.(P1 (x),P2 (x))=±(2x − 3)3

Esercizio 5.3.1.
• a2 − 6a + 9 ; a2 − 8a + 15 ; a2 − 4a + 3
5.4 esercizi riepilogativi 55

• 25 − x2 ; 2x − 10 ; 25 − 10x + x2
• x3 − 6x2 y + 12xy2 − 8y3 ; 6x + 12y ; x2 − 4y2
• 4x3 − 4 ; 2x2 − 4x + 2 ; 6x2 − 6
• 10a − 10b − 6ax + 6bx ; 4a2 − 4b2 ; 18x2 − 60x + 50

5.4 esercizi riepilogativi

Esercizio 5.4.1.
1. a5 − a − 2 + 2a2

(a + 2)(a2 + 1)(a + 1)(a − 1)


 

2. 6a2 x + 11ax + 3x

[x(2a + 3)(3a + 1)]

3. 2x4 − 16xy3

2x(x − 2y)(x2 + 2xy + 4y2


 

4. x3 − 2x2 + 4x − 3

(x − 1)(x2 − x + 3)
 

1
5. + y2 + z2 − y + z − 2yz
4
" 2 #
1
−y+z
2

1 3 1 2
6. x − x +x
2 2
 
1
(x − 2)(x + 1)
2

7. x4 − x3 − 8x + 8

(x − 1)(x − 2)(x2 + 2x + 4)
 

625
8. 5x3 y3 +
8
   
5 5 25
5 xy + x2 y2 − xy +
2 2 4
9. 3ax + 3xy + 2a + 2y

[(a + y)(3x + 2)]

10. a2 b − 9ab2 + 20b3

[b(a − 5b)8a − 4b)]

11. a8 − 2a4 + 1

(a2 + 1)2 (a + 1)2 (a − 1)2


 

12. x3 − 7x2 + 16x − 12

(x − 3)(x − 2)2
 

13. ax + 2bx + 3ay + 6by

[(a + 2b)(x + 3y)]

14. a4 (x2 + 1) − 10a4

a4 (x + 3)(x − 3)
 

1
15. 16a2 b − b
9
   
1 1
b 4a − 4a +
3 3
5.4 esercizi riepilogativi 56

16. −12x4 + 32x2 − 16

−4(x2 − 2)(3x2 − 2)
 

3 1
17. 8a3 b3 − 6a2 b2 + ab −
2 8
 
1
2ab −
2

18. 70a4 + 51a2 b − 70b2

(10a2 − 7b)(7a2 + 10b)


 

19. y6 − 7y3 − 8

(y − 2)(y2 + 2y + 4)(y − 1)(y2 + y + 1)


 

20. 8x4 + 4x3 − 6x2 − 5x − 1

(x − 1)(2x + 1)3
 
FRAZIONI ALGEBRICHE 6
6.1 frazioni algebriche

Definizione 6.1.1. Si dice frazione algebrica il rapporto tra due espressioni algebriche

Sono esempi di frazioni algebriche:


3a − b 2x2 + 3x + 1 3ab2
, , , x2 − 2x (il denominatore è 1)
a+2 x2 − 4 c5
In questo tipo di espressioni in generale non è possibile attribuire alle lettere un
qualsiasi valore perchè, essendo frazioni, non possono avere zero al denominatore.
E’ necessario, pertanto, determinare l’insieme dei valori che possono assumere
le lettere; tale insieme viene chiamato campo di esistenza (C.E.) Per la frazione
3a − b
dovendo imporre che il denominatore non sia zero, avremo la condizione
a+2
a + 2 6= 0 cioè a 6= −2. Quindi il campo di esistenza è Q \ {−2}.
2x2 + 3x + 1
Relativamente alla frazione , dovrà essere x2 − 4 6= 0 cioè, scompo-
x2 − 4
nendo e applicando la legge di annullamento di un prodotto (x − 2) · (x + 2) 6= 0
ovvero x − 2 6= 0 e x + 2 6= 0 quindi x 6= +2 e x 6= −2. Il campo di esistenza è
dunque Q \ {−2, +2}
E’ opportuno osservare che, diversamente dal denominatore, il numeratore può
annullarsi, rendendo nulla la frazione; i valori per i quali è zero il numeratore,
non essendo da escludere, non vanno perciò determinati.
Una frazione algebrica può essere in alcuni casi semplificata trasformandola in
un’altra equivalente applicando la proprietà invariantiva delle frazioni.
x2 − 4
Data la frazione 2 per semplificarla procederemo nel modo seguente:
x − 5x + 6
x2 − 4 (x
−2)(x + 2)
 x+2
C.E.Q \ {+2, +3}

= =
x2 − 5x + 6 (x
−2)(x − 3)
 x−3
x+2
E’ importante far notare che la frazione ottenuta deve conservare il campo
x−3
di esistenza della frazione iniziale anche se potrebbe essere calcolata per x = 2;
le due frazioni sono perciò equivalenti solo per i valori delle lettere per i quali
esistono entrambe.
In generale l’equivalenza tra frazioni va sempre riferita al loro campo di
esistenza.
x(x + 1) x + 1
Ad esempio le frazioni e non sono equivalenti per x = 0 mentre
2x 2
lo sono per qualsiasi altro valore.
3x2 − 9x a2 − ab 2x3 − 6x2 + 6x − 2
Esempio 6.1.1. Semplificare le seguenti frazioni: 2
, 2 2
,
x −9 a − 2ab + b 2x2 + 2x − 4
3x2 − 9x 3x(x− 3)
 3x
2
=  = x+3 C.E. Q \ {±3}
x −9 (x + 3) (x− 3)
(E’ consuetudine, anzichè scrivere il campo di esistenza, indicare le condizioni di esistenza (che con-
tinueremo ad abbreviare con C.E.) della frazione, nel modo seguente: x 6= +3 , x 6= −3 (oppure
x 6= ±3)
a2 − ab a(a − b)
 a
2 2
=  = C.E. a 6= b
a − 2ab + b (a − b)2 a−b
2x3 − 6x2 + 6x − 2 2(x − 1)32
 (x − 1)2
=  + 2) = x + 2 C.E. x 6= +1 ; x 6= −2
2x2 + 2x − 4 2
(x
−1)(x

Esercizio 6.1.1. Semplificare le seguenti frazioni:

x3 − 3x2 + 2x

x2 − x

57
6.2 operazioni 58

xy + 3x + 4y + 12

y2 − 9
a3 − 8

2a2 − 3a − 2
4b3 − 4b2

2b3 − 4b2 + 2b
1 − x2

x3 − 3x2 + 3x − 1
y2 − 3y + 2

y2 − y − 2
x2 − 10xy + 25y2

25x2 y2 − 10x3 y + x4

6.2 operazioni

Per operare con le frazioni algebriche si può procedere in modo analogo a quanto
appreso con le frazioni numeriche tenendo presente che ora i fattori saranno quelli
ottenuti attraverso la scomposizione dei polinomi. E’ quindi sufficiente illustrare
le operazioni con degli esempi.
1. Addizione algebrica
Esempio 6.2.1.
1 − a a2 − a
• − = C.E. a 6= −1
a+1 a+1
(1 − a) − (a2 − a)
=
a+1
1 − a − a2 + a
=
a+1
1 − a2
=
a+1
(1 − a)
(1+a)

= 1−a
a+1
18 x x
• 2 − + =
x −9 x+3 x−3
18 x x
− + = C.E. x 6= ±3
(x − 3)(x + 3) x + 3 x − 3
18 − x(x − 3) + x(x + 3)
=
(x − 3)(x + 3)
18 − x2 + 3x + x2 + 3x 6x + 18
= =
(x − 3)(x + 3) (x − 3)(x + 3)
6
(x+ 3)

=
(x − 3)(x+3)

6
x−3
1 − xy x+y
• 2 + −1 =
x + xy x
1 − xy x+y
+ −1 = C.E. x 6= 0, x 6= −y
x(x + y) x
1 − xy + (x + y)2 − x(x + y)
=
x(x + y)
1 − xy + x2 + 2xy + y2 − x2 − xy
=
x(x + y)
1 + y2
x(x + y)
6.2 operazioni 59

3 y
• (Importante) − =
10 − 5y y2 − 4y + 4
3 y
− C.E. y 6= 2
5(2 − y) (y − 2)2
poichè 2 − y e y − 2 sono fattori opposti, per calcolare il minimo comun
denominatore è opportuno renderli uguali raccogliendo un segno ‘-’ in uno
dei due.(Ciò serve per cambiarlo di segno).
Abbiamo quindi due possibilità:
3 y 3 y −3(y − 2) − 5y
a) − 2
=− − 2
= =
−5(y − 2) (y − 2) 5(y − 2) (y − 2) 5(y − 2)2
−3y + 6 − 5y −8y + 6
2
=
5(y − 2) 5(y − 2)2
3 y 3 y 3(2 − y) − 5y
b) − 2
= − 2
= =
5(2 − y) [−(2 − y)] 5(2 − y) (2 − y) 5(2 − y)2
6 − 3y − 5y −8y + 6
=
5(2 − y)2 5(2 − y)2
Nei due casi abbiamo ovviamente ottenuto lo stesso risultato essendo (2 −
y)2 = (y − 2)2

Dall’ultimo esempio ricaviamo la seguente regola pratica: qualora un fattore


venga cambiato di segno dovrà essere cambiato il segno anche alla frazione
che lo contiene solo se tale fattore figura con esponente dispari.
Esercizio 6.2.1. Eseguire le seguenti addizioni algebriche:
b−3 4 + b2 3b2 + 4
• 3 2
− 4 3
+ 5
b −b b −b b − b4
x+1 1−x x x2 − 10
• + − − 2
x−2 2x + 4 4 − 2x x −4
8x2 − 18y2 24xy 4x2 − 9y2
• + −
4x2 − 12xy + 9y2 9y2 − 4x2 4x2 + 12xy + 9y2
8x + 16y 3x + 3y 18xy
• − 2 − 3
2x2 − 4xy + 8y2 x + 3xy + 2y2 x + 8y3

2. Moltiplicazione
16x4 − 1 x2 − 6x
• · 3 =
x2 − 7x + 6 4x + 4x2 + x
(4x2 + 1) (2x
+1)(2x − 1) x (x
−6)

·  C.E. x 6= 1; x 6= 6; x 6=

=
(x − 1)(x
− 6)


x(2x + 1)2

1
0; x 6= −
2
(4x2 + 1)(2x − 1)
(x − 1)(2x + 1)
2x − 4 y3 + 9y2 + 27y + 27 x2
• · 2
· =
xy + 3x x − 4x + 4 6y + 18
2(x
−2) (y + 3)3
 x2
· · = C.E.x 6= 0; x 6= 2; y 6= −3

x(y
 + 3) (x − 2)2 3 6

 (y+3)


x(y + 3)
3(x − 2)
x2 − 49 1
• · · (9x2 − 3x + 1) =
27x3 + 1 7 − x
(x − 7)(x + 7) 1
(2(
(
(
(· ·(
(9x −(3x(
+ 1) = C.E. x 6=
(2(
(
(3x + 1)((9x −(3x(+ 1) 7 − x
1
− ; x 6= 7
3
6.2 operazioni 60

per il fattore 9x2 − 3x + 1 non sono state indicate condizioni perchè,


come dimostreremo in seguito, i fattori irriducibili (somme di quadrati
e falsi quadrati) se in una lettera, non si annullano mai; se omogenei in
due lettere si annullano solo quando esse sono contemporaneamente
nulle.

 
(x
−7)(x + 7)
 1 x+7
· − 

=−
3x + 1) x−7
  3x + 1

a2 − b 2
 
a b
· + =
a2 + b 2 a+b a−b
 
(a − b)(a + b) a(a − b) + b(a + b)
= ·
a2 + b2 (a + b)(a − b)
(a − b)(a + b) a2 − ab + ab + b2
= ·
a2 + b2 (a − b)(a + b)
a2 b2

  (a + b)
(a − b)    +
= · =1

a2 b2

 + (a
 −(a
b) + b)

C.E. a, b non contemporaneamente nulli; a 6= −b; a 6= +b


Esercizio 6.2.2. Eseguire le seguenti moltiplicazioni:
x2 − x − 2 x2 + 5x x2 − x − 20
• · ·
x2 + 2x − 8 x+1 x2 − 25
x+y 2xy − x2 − y2
• 3x · · 3
3x − 3y x + xy2 + 2x2 y
a3 + b3 2a4 − 2b4 1
• 2 2
· 2 ·
4a + 4b a − ab + b2 a2 − b2
8x3 − 36x2 y + 54xy2 − 27y3 2x2 − 3xy + y2
• ·
2x2 + xy − y2 2x2 − 5xy + 3y2

3. Potenza
 2 3
2x
• = C.E.x 6= −4
x+4
8x6
(x + 4)3
4
5x2 − 9x − 2

• =
36x5 − 12x4 y + x3 y2
(5x + 1)(x − 2) 4
 
= C.E.x 6= 0; y 6= 6x
x3 (6x − y)2
(5x + 1)4 (x − 2)4
x12 (6x − y)8
2
y2 xy2 + 4xy + 4x

y 1
• − + · =
y3 + 8 y2 − 2y + 4 y + 2 x(y3 − 6y2 + 12y − 8)
2
y2 2

y 1 x(y
 + 2) =
− + ·
(y + 2)(y2 − 2y + 4) y2 − 2y + 4 y + 2 x(y
 − 2)
3

C.E.y 6= −2 x 6= 0; y 6= 2
 2 2
y − y2 − 2y + y2 − 2y + 4 (y + 2)2
· =
(y + 2)(y2 − 2y + 4) (y − 2)3
6.2 operazioni 61

2
y2 − 4y + 4 (y + 2)2

· =
(y + 2)(y2 − 2y + 4) (y − 2)3
2
(y − 2)2 (y + 2)2

· =
(y + 2)(y2 − 2y + 4) (y − 2)3
(y − 2)4 2)2

(y
+
·

=
2)2 (y2 − 2y + 4)2  2)3
 
(y
 + (y
−
y−2
(y2 − 2y + 4)2
Esercizio 6.2.3. Eseguire le seguenti potenze:
 3
2a + 2b

a2 + 2ab + b2
4
a2 b3

• − 2
1 − 2a + a
5
x2 − 2x

• 2
−1
x − 2x + 1
" # 2
 ab2 (a + b)3 3 

 −2x (x − y) 

4. Divisione
a2 + 10a + 25 a3 + 15a2 + 75a + 125
• : =
a2 − 3a + 2 3a2 − 6a
(a + 5)2 (a + 5)3
: = C.E.a 6= 1; a 6= 2; a 6= 0
(a − 1)(a − 2) 3a(a − 2)
5)2

(a+ 3a(a
− 2)

·

=
(a − 1)
(a− 2) (a + 5)3



Poichè invertendo la frazione c’è un nuovo fattore a denominatore, è


necessario aggiungere la condizione di esistenza a 6= −5.(avremmo
potuto, già nel passaggio precedente, imporre a 6= −5 in quanto, in
una divisione, il divisore deve essere sempre diverso da zero)
3a
(a − 1)(a + 5)
3ax + 6bx − ay − 2by 2by + ay + 3ax + 6bx
• 3 3 2 2
: =
27x − y + 9xy − 27x y −y2 + 6xy − 9x2
 
(3x−y)(a
 + 2b) (y + 3x)(2b + a) 1
 : = C.E.y 6
= 3x; x 6
= y
(3x − y)32 −(y − 3x)2 3
(a+ 2b)
 −(y − 3x)2

2
· = C.E.y 6= −3x; a 6= −2b
(3x − y) (y + 3x) (2b
+a)
−y)2

1 −
(3x
2
 · =
(3x
 −y)  (y + 3x)
1

y + 3x
2x2 − x − 1 8x3 + 1 (x + 3)(4x2 − 2x + 1)
• : · = C.E.x 6= −3; x 6=
3 x+3 x−1
1
(2x + 1)(x − 1) (2x + 1)(4x2 − 2x + 1) (x + 3)(4x2 − 2x + 1)
: · =
3 x+3 x−1
(2(
(
(
(2x
+1)(x
−1)
 x+3 (x + 3)(
(4x −(2x(+ 1)
 · 2 (
( · =
3 (2x + 1)(
   (4x
( − 2x + 1)
( (( x
 −
1
C.E.x 6=
1

2
6.2 operazioni 62

(x + 3)2
3
a x
2
+ 2
• x a = C.E.a 6= 0; x 6= 0
1 1 1
− +
a2 ax x2
a3 + x3
a2 x2 =
x2 − ax + a2
a2 x2
(a + x)( 2−
(a( (ax((+ x2 )
(( 2 x2
a

· 2 (( =
a
 2 x2 (x(−( ax(+ a2
a+x
   
2−x 1 + 2x 1 + 2x
• x+ : 1− · =
1 + 2x 2x − x2 2x
   
2−x 1 + 2x 1 + 2x 1
x+ : 1− · = C.E. x 6= − ; x 6=
1 + 2x x(2 − x) 2x 2
0; x 6= 2
x + 2x2 + 2 − x 2x − x2 − 1 − 2x 1 + 2x
: · =
1 + 2x x(2 − x) 2x
2x2 + 2 −x2 − 1 1 + 2x
: · =
1 + 2x x(2 − x) 2x
2
(x2+
1) x(2
 − x) · 
1+ 2x

· 2   =
1+
 2x
 −(x
 + 1) 2x

( non ci sono condizioni aggiunte perchè x2 + 1 è sempre diverso da zero)

−(2 − x) =
x−2
a b 2 1 1 2
   
− : +
2b 2
 
b a b a
•  2  : 1− = C.E.b 6= 0; a 6=
b2
 
a 1 1 a+b
− : +
b2 a2 b2 a2
0; a 6= −b
2 
a+b 2
 2
a − b2

:
a + b − 2b 2
 
ab ab
: =
a4 − b4 a2 + b2 a+b
:
a2 b2 a2 b2
(a − b)(a + b) 2 (a + b)2
 
:
a2 b2 a−b 2
 
ab
2+ 2 2 b
: =
2 a+b

(a + b)(a − b) (a b )  a
· 2 
a
 2 b
2 a
 + b2
(a − b)2 b)2 2 b
2

(a+ a

·
2 b
2 b)2 (a − b)2

a (a+
  : = C.E.a 6= b
(a + b)(a − b) (a + b)2
b)2 (a + b)2

(a −
· 2 =

(a + b)(a
 − b) (a 
  − b)
a+b
a−b
Esercizio 6.2.4. Eseguire le seguenti divisioni:
x3 − 49x x2 − 14x + 49  
• 2 : 2
: −4x2
x + 14x + 49 2x − 98
6.3 esercizi riepilogativi 63

a2 + ab a3 − ab2
• :
x3 + x2 y + 2x2
+ 2xy x3 + 4x + 4x2
2
a6 − b6 a2
+ b2 − a2 b2
• :
ax2 + bx2 x
 2  2 3
a−2 a −4
• :
b−1 2b − 2

6.3 esercizi riepilogativi

Esercizio 6.3.1.
    
a 2a − 1 1 1
1. 2
+ 2 : 2 + 9a + 2
5a − 3a − 2 a −1 a+1 a −1
 
1
5a + 2

4x2 − 9
 
x−1 1 − 3x
2. − 2 ·
2x2 + 5x + 3 x −1 7x − 2
 
2x − 3
x−1

x2 − 1 2x3 + x2
 
x−2 1
3. · − ·
x3 + x2 − 4x − 4 x x 2x2 − 3x − 2
 
3x
4 − x2
 2  3
x+5 2 2 1
4. + − :
x2 + 5x + 6 x+3 x+2 x+2

[x + 2]
" 2  #  2  
x x x x 2x
5. +1 : −1 · −1 : +1 +2+
y y y y y
" 2 #
x+y
y
2
x3 + y3
   
2y 2xy
6. 1+ · 1− 2 :
x−y x + xy + y2 x3 − y3
 
x−y
x+y
2 
3x2 − 2 x − 2 −3
  
6x − 2 1 x + 13
7. + · − · 1+
x−1 x−3 x−2 x−3 x−1
 
x−1
2x − 3

1 2 x2 − 2x + 1
 
1 1 4
x2 − 4x + 3 −

8. + · :
x−3 1−x 3x − 1 6 3x2 − 4x + 1
 
x−1
3x − 1
6.3 esercizi riepilogativi 64

 " 2  2 #  2
2 + 3a + a2

a 4 2 2
9. a + + · −1+a : : + a − 1
a+3 a+3 a+1 a2 + 2a − 3 a+1
" #
(a + 3) (a − 1)2
(a + 1)2
 2  −3
3m − n m + 2n m (5n + m) 2n
10. + + 1−
m+n m−n n 2 − m2 m+n
 
9 (m + n)
m−n
    
2 x 1 9 1 1
+ 1+ + 3 · +
x2 − 1 3 x−1 x − x2 x−1 x+1
11.
x2
 
1 2 3
− +
3x − 3 1−x x+1 x
 
2x
−1 x2

12y2 − 2x2 − 2xy
   
1 1 1 6y − x
12. − 2 · x − : +
x + 2y x + 4y2 + 4xy x − 2y 2y − x x2 − 4y2

[1]
−1 
8a2 1 + 4a − 8a3
   
2 4 2a
13. − 2a 2a + + − 2 : a −
1 + 2a 4a2 − 1 2a − 1 2a + 1 2a + 1
 
2a + 1
2a (3 − 2a)
3
x2 + 5xy x6 + y6 − 2x3 y3

2x + y y−x
14. − 2 : +
x − y2 x3 + 3x2 y + 3xy2 + y3
2
x−y x + xy + y2
2

[0]
"  # 
2a −2 2a −1
  
a a b 1
15. − 2 : − 2 : · 2
2 b 2 b a b −4

[2b]
"  # " #
x − 2 −2 x−1 2
  
1 1 5 − 2x x−1
16. − : + : − 2
x−2 3−x x2 + 3 − 4x 1−x x−2 x − 4x + 4
 
1
x−2

Esercizio
 6.3.2. Calcolare il valore dell’espressione 
seguente per x = 9:
1 1 −1 60
3 2
− 3 2
: x4 − 5x2 + 4 +
x + 4x + x − 6 x + 6x + 11x + 6 9 − x2
 
1
3

1
Esercizio 6.3.3. Calcolare il valore dell’espressione seguente per a = 1 e b = − :
  2 6
b − 3a2
 
a−b 2a b
2 2
+ 2 2
− 2 2
· 2
−1
4a − b 2a + ab − b 2a + 3ab + b a

[−6]
EQUAZIONI 7
7.1 introduzione

Definizione 7.1.1. Si dice equazione una uguaglianza tra due espressioni algebriche.

Dette A e B le due espressioni algebriche, l’equazione si presenterà nella forma:

A=B

A e B si dicono rispettivamente primo e secondo membro dell’equazione.


Sono esempi di equazioni:
1. 2x + 1 = x − 3 (A = 2x + 1, B = x − 3)

2. x2 − 3 = 1 (A = x2 − 3, B = 1)

3. 1−x = 0 (A = 1 − x, B = 0)

4. x = y+1 (A = x, B = y + 1)

5. x2 + 2y = 5 − z (A = x2 + 2y, B = 5 − z)

2x + 3 1 2x + 3 1
6. = 1− (A = ,B = 1− )
x−1 x x−1 x
Se in una equazione sostituiamo alle lettere presenti dei numeri, i due membri
assumono anch’essi valori numerici.
Con riferimento all’esempio 1, se x = 1 otteniamo A = 2 · 1 + 1 = 3 e B =
1 − 3 = −2 dunque l’uguaglianza diventa 3 = −2 ovviamente falsa; se x = −4
otteniamo, invece −7 = −7 che è una vera uguaglianza.
Con riferimento all’esempio 2 è facile constatare che l’uguaglianza risulta
verificata per x = 2 e x = −2 mentre non lo è, ad esempio, per x = 0, x = 1,
x = −1.
Con riferimento all’esempio 4, per stabilire se l’uguaglianza è verificata, è
necessario attribuire dei valori numerici ad entrambe le lettere presenti, cioè una
coppia ordinata di numeri (l’ordine è generalmente quello alfabetico):
se x = 1 e y = 2 ⇒ 1 = 3 ⇒la coppia (1, 2) non verifica l’uguaglianza
se x = −5 e y = 0 ⇒ −5 = 1 ⇒la coppia (−5, 0) non verifica l’uguaglianza
se x = 2 e y = 1 ⇒ 2 = 2 ⇒la coppia (2, 1) verifica l’uguaglianza
se x = 0 e y = −1 ⇒ 0 = 0 ⇒la coppia (0, −1) verifica l’uguaglianza
Analogamente, nell’esempio 5, per stabilire se l’uguaglianza è verificata dovre-
mo scegliere delle terne di numeri.

Definizione 7.1.2. Un numero (coppia, terna ... di numeri) si dice soluzione di una
equazione se, sostituito nei due membri, rende vera l’uguaglianza.

Definizione 7.1.3. Risolvere un’equazione significa determinare l’insieme di tutte le


sue soluzioni.

Poichè per risolvere le equazioni è necessario determinare dei particolari valori


delle lettere, che inizialmente non conosciamo, attribuiamo ad esse il nome di
incognite (solitamente vengono indicate con le ultime lettere dell’alfabeto).
E’ opportuno osservare che:

65
7.1 introduzione 66

se in una equazione figura una incognita, ogni soluzione è un numero, se figurano


due incognite (tre incognite,..) ogni soluzione è una coppia (terna,...) ordinata.
Per determinare le soluzioni di una equazione è importante tenere presente
l’insieme numerico al quale appartengono i valori che possono assumere le
incognite. Se consideriamo l’equazione 3x3 − x2 = 12x − 4 con x ∈ Q si può
verificare che sono soluzioni i valori 2, −2, 1/3; se diversamente si richiede che
x ∈ N, delle tre soluzioni verificate, è accettabile solo il 2. Quando non è specificato
l’insieme numerico al quale riferirsi, conveniamo che esso sia: Q se figura una
sola incognita, Q × Q (Q × Q × Q,...) se figurano due incognite (tre incognite,...).
Con riferimento all’insieme S delle soluzioni, è possibile classificare una equa-
zione come segue:

determinata ⇔ l’insieme S non è vuoto ed ha cardinalità finita (|S| ∈ N∗ )

impossibile ⇔ l’insieme S è vuoto (|S| = 0)

indeterminata ⇔ l’insieme S ha cardinalità infinita

identità ⇔ tutti i valori attribuibili alle incognite sono soluzioni

Con riferimento alla forma algebrica nella quale si presenta, una equazione si
dice:

intera quando i suoi membri sono espressioni polinomiali

fratta quando l’incognita figura al denominatore.

Sono esempi di equazioni intere:

x2 + 2x − 1 = (x − 1)(2x + 3)
2 5x + 1
x+ y =
3 6
Sono esempi di equazioni fratte:

x+1
= 3+x
x
1 x+3
=
x−1 x+2
xy + 3 y
=
x−2 y+1

Talvolta in una equazione compaiono delle lettere che rappresentano dei numeri
assegnati, anche se non esplicitamente precisati; esse non vengono considerate
incognite e sono dette parametri (solitamente vengono indicate con le prime lettere
dell’alfabeto).
Con riferimento alle lettere presenti, un’equazione si dice:

letterale o parametrica se in essa compare almeno un parametro oltre


alle incognite

numerica se non contiene altre lettere oltre alle incognite.

Sono esempi di equazioni letterali:

x + 3a = (x − 1)2 + 2ax + b
(una incognita: x, due parametri: a, b)

2x + 5y
= (k − 2)y + kx
k−3
(due incognite: x, y, un parametro: k)
7.2 risoluzione di equazioni in una incognita 67

Definizione 7.1.4. Due equazioni si dicono equivalenti se hanno lo stesso insieme di


soluzioni.
Sono equivalenti le equazioni x − 3 = 0 e x − 1 = 2 in quanto è facile intuire
che l’insieme delle soluzioni è S = {3} per entrambe. Non sono equivalenti le
equazioni x2 − 9 = 0 e x − 3 = 0 pur avendo entrambe 3 come soluzione, infatti
non hanno lo stesso insieme di soluzioni essendo −3 soluzione di x2 − 9 = 0, ma
non di x − 3 = 0.
Ci proponiamo ora di affrontare la risoluzione delle equazioni ed iniziamo con
lo studio delle equazioni in una incognita.

7.2 risoluzione di equazioni in una incognita

Il metodo per risolvere una equazione consiste nell’individuare una equazione ad


essa equivalente della quale sia immediato determinare quante e quali siano le
soluzioni.
Per arrivare a scrivere questa equazione equivalente ricorriamo ai principi di
equivalenza.
Teorema 7.2.1 (Primo principio di equivalenza). Aggiungendo o sottraendo ad en-
trambi i membri di una equazione una stessa espressione algebrica (purchè esista per gli
stessi valori per i quali esistono i due membri) si ottiene una equazione equivalente a
quella iniziale.
In sintesi: A(x) = B(x) e A(x) + E(x) = B(x) + E(x) sono equivalenti
Dimostrazione. Detti S1 l’insieme delle soluzioni di A(x) = B(x) e S2 l’insieme
delle soluzioni di A(x) + E(x) = B(x) + E(x):
si ha che:
S1 ⊆ S2
infatti se x0 ∈ S1 ⇒ A(x0 ) = B(x0 ) ⇒ A(x0 ) + E(x0 ) = B(x0 ) + E(x0 ) perchè
somma di numeri uguali a due a due. Dunque x0 ∈ S2
ma anche:
S2 ⊆ S1
infatti se x0 ∈ S2 ⇒ A(x0 ) + E(x0 ) = B(x0 ) + E(x0 ) ⇒ A1 (x0 ) = B1 (x0 )
| {z } | {z }
A1 (x0 ) B1 (x0 )
⇒ A1 (x0 ) − E(x0 ) = B1 (x0 ) − E(x0 ) per differenza di numeri uguali a due a
due
⇒ A(x0 ) + E(x0 ) − E(x0 ) = B(x0 ) + E(x0 ) − E(x0 ) cioè A(x0 ) = B(x0 ) dunque
x0 ∈ S1 .
Poichè S1 ⊆ S2 e S2 ⊆ S1 allora S1 = S2 .

Esempio 7.2.1. L’equazione:


3x + 2} = 2x
| {z − 1}
| {z
A(x) B(x)

applicando il primo principio è equivalente a:

3x + 2} + (−2x − 2) = 2x
| {z − 1 + (−2x − 2)
| {z } | {z } | {z }
A(x) E(x) B(x) E(x)

ossia:
3x + 2 − 2x − 2 = 2x − 1 − 2x − 2
eseguendo i calcoli algebrici essa diventa:
x = −3
7.2 risoluzione di equazioni in una incognita 68

Poichè, in quest’ultima equazione, risulta evidente che l’insieme delle solu-


zioni è S = {−3}, possiamo concludere che S è l’insieme delle soluzioni anche
dell’equazione di partenza.
Esempio 7.2.2. L’equazione:

x+2 = 8
applicando il primo principio è equivalente a:
x + 2 + (−2) = 8 + (−2)
eseguendo i calcoli algebrici essa diventa:
x = 8−2
da cui:

x=6 quindi S = {6}


Esempio 7.2.3. L’equazione:

x − x2 + 1 = 5 − x2
applicando il primo principio è equivalente a:

x − x2 + 1 + x2 − 1 = 5 − x2 + x2 − 1
eseguendo i calcoli algebrici essa diventa:
x = 5−1
da cui:
x=4 quindi S = {4}
Un’analisi attenta degli ultimi due esempi ci permette di osservare e generaliz-
zare facilmente due conseguenze pratiche del primo principio di equivalenza.

principio del trasporto: Si ottiene una equazione equivalente se si tra-


sporta un termine da un membro all’altro cambiandolo di segno.

principio di cancellazione Si ottiene una equazione equivalente se si


elimina (cancella) uno stesso termine da entrambi i membri.
Teorema 7.2.2 (Secondo principio di equivalenza). Moltiplicando o dividendo en-
trambi i membri di una equazione per una stessa espressione algebrica non nulla (purchè
esista per gli stessi valori per i quali esistono i due membri) si ottiene una equazione
equivalente a quella iniziale.
In sintesi le uguaglianze:

A(x) = B(x)
A(x) · E(x) = B(x) · E(x)
A(x) B(x)
= con E(x) 6= 0
E(x) E(x)

sono equivalenti.
E’ sufficiente dimostrare l’equivalenza tra le prime due scritture in quanto la
divisione è riconducibile alla moltiplicazione per il reciproco.
7.2 risoluzione di equazioni in una incognita 69

Dimostrazione. Detti S1 l’insieme delle soluzioni di A(x) = B(x) e S2 l’insieme


delle soluzioni di A(x) · E(x) = B(x) · E(x):
si ha che:
S1 ⊆ S2
infatti se x0 ∈ S1 allora
A(x0 ) = B(x0 )
e moltiplicando numeri uguali a due a due
A(x0 ) · E(x0 ) = B(x0 ) · E(x0 )
Dunque x0 ∈ S2
ma anche:
S2 ⊆ S1
infatti se x0 ∈ S2 allora

A(x0 ) · E(x0 ) = B(x0 ) · E(x0 )


applicando il principio del trasporto
A(x0 ) · E(x0 ) − B(x0 ) · E(x0 ) = 0 .
E(x0 ) · (A(x0 ) − B(x0 )) = 0
e poichè E(x0 ) 6= 0 per la legge di annullamento del prodotto deve essere

A(x0 ) − B(x0 ) = 0
A(x0 ) = B(x0 )
dunque x0 ∈ S1 .
Poichè S1 ⊆ S2 e S2 ⊆ S1 allora S1 = S2 .
Esempio 7.2.4. L’equazione:
3x + 2 = x − 1
per il principio del trasporto è equivalente a:

3x − x = −1 − 2
eseguendo i calcoli algebrici diventa:
2x = |{z}
|{z} −3
A(x) B(x)

per il secondo principio è equivalente a:

1 1
2x · = −3 ·
2
|{z} 2
|{z}
E(x) E(x)

da cui si ottiene:

3
x=−
2
quindi:


3
S= −
2
7.2 risoluzione di equazioni in una incognita 70

Esempio 7.2.5. L’equazione:


1 3 1
x− = x+1
2 4 3
può essere risolta in due modi:
(a) applicando il principio del trasporto è equivalente a:

1 1 3
x− x = +1
2 3 4
eseguendo i calcoli algebrici diventa:
1 7
x=
6 4
applicando il secondo principio è equivalente a:
1 7
x·6 = 2 · 63
6
 4
da cui si ottiene:

21 21
x= quindi S =
2 2
(b) riducendo i due membri allo stesso denominatore diventa:

6x − 9 4x + 12
=
12 12
applicando il secondo principio è equivalente a:
6x − 9 4x + 12
2·
1 = ·
1
2
1
2 12

ossia:

6x − 9 = 4x + 12

applicando il principio del trasporto è equivalente a:

6x − 4x = 9 + 12

eseguendo i calcoli algebrici diventa:

2x = 21

applicando il secondo principio è equivalente a:

2x 21
=
2
 2
da cui si ottiene:
21
x=
2
(spesso si tralascia la scrittura insiemistica).
Definizione 7.2.1. Un’ equazione si dice ridotta a forma normale quando si presenta
nella forma: P(x) = 0 ove P(x) è un polinomio.
Definizione 7.2.2. Il grado di una equazione è il grado del polinomio ottenuto dopo
aver ridotto l’equazione a forma normale.
7.3 equazioni di primo grado 71

Esempio 7.2.6.
• 20x − 1 = 5x + 3 portando tutti i termini a primo membro otteniamo la sua forma
normale:
15x − 4 = 0 dalla quale deduciamo che è di primo grado.
• 2x(x2 − 1) − 2 = x2 (2x − 3) semplificando e portando a primo membro otteniamo
la forma normale:
3x2 − 2x − 2 = 0 dalla quale si deduce che il grado è due.
Esercizio 7.2.1. Determinare il grado delle seguenti equazioni:
• 3x(x − 1)2 − 5(6x + 5) = (2x + 1)(2x − 1) − (x + 3)2
x−4 x+4
• −x· = x+1
5 3

7.3 equazioni di primo grado

In questo paragrafo proponiamo la risoluzione, mediante alcuni esempi, di


equazioni di primo grado: intere, fratte e letterali.
Equazioni intere
• L’equazione:

(x − 2)3 − 3x(2 − x) = (x − 1)3 + 2


eseguendo i calcoli algebrici diventa:

x3 − 6x2 + 12x − 8 − 6x + 3x2 = x3 − 3x2 + 3x − 1 + 2


applicando il principio di cancellazione e sommando i monomi simili si
ottiene:
−3x2 + 6x − 8 = −3x2 + 3x + 1

applicando il principio di cancellazione e del trasporto si ha:


6x − 3x = 8 + 1
da cui:

3x = 9
applicando il secondo principio di equivalenza si ottiene:

3x 93
=
 
3 3
ossia:

x=3

L’equazione risolta ha una soluzione, è dunque determinata. Per controllare


se la soluzione è corretta è sufficiente sostituire nel testo, all’incognita, il
valore ottenuto constatando che l’equazione è verificata(questo controllo
prende il nome di verifica):
(3 − 2)2 − 3 · 3(2 − 3) = (3 − 1)3 + 2
13 − 9(−1) = 23 + 2
1+9 = 8+2
10 = 10
7.3 equazioni di primo grado 72

• 2(3x − 3) − (x + 3)(4x − 2) − 2 = (2x + 1)2 − (3x − 1)2 + (x − 1)(x + 2)


6x − 6 − 4x2 + 2x − 12x + 6 − 2 = 4x2 + 4x + 1 − 9x2 + 6x − 1 + x2 + 2x − x − 2
−4x2 − 6x = −4x2 + 9x
−15x = 0
x = 0 equazione determinata
 
x−5 1 x+2 1
• − = x + (x + 1)
4 2 3 12
x−5 x+2 x+1
− = x+
4 6 12
3x − 15 − 2x − 4 12x + x + 1
=
12 12
x − 19 = 13x + 1
x − 13x = 19 + 1
−12x = 20
2
 05
x=− 3
1
 2
5
x=− equazione determinata
3
Osservazione 7.3.1.
– Poichè il m.c.d. viene semplificato per il secondo principio di equivalenza, è
possibile fare a meno di scriverlo.
– Negli esempi finora esaminati abbiamo sempre isolato l’incognita traspor-
tandola al primo membro. E’ preferibile tuttavia fare in modo che l’incogni-
ta isolata abbia coefficiente positivo e quindi trasportarla nel membro più
opportuno.
Riferendoci all’ultimo esempio: da x − 19 = 13x + 1 si ricava, portando
l’incognita a secondo membro, −19 − 1 = 13x − x cioè −20 = 12x da cui,
applicando la proprietà simmetrica dell’uguaglianza, 12x = −20 e quindi
5
x=−
3

1 2 7
   
1
• 2x(x + 1) + (x − 2) 2x − = 2x − − x
2 3 6
1 4 1 7
2x2 + 2x + 2x2 − x − 4x + 1 = 4x2 − x + − x
2 3 9 6
1 4 7 1
4x2 − 2x − x + 1 = 4x2 − x − x + m.c.d.=18
2 3 6 9
−36x − 9x + 18 = −24x − 21x + 2
−45x + 18 = −45x + 2
0 = −16
Poichè l’uguaglianza ottenuta non è mai verificata (non esiste alcun valore
dell’incognita che rende uguali i due membri) possiamo concludere che
l’equazione è impossibile (∃
x ovvero S = ∅)
2(x + 1)(1 − x) 1
• = (1 − 2x)2 − 3(x − 1)2 − 3 + (17 − 5x2 ) − 2x m.c.d.=3
3 3
2(1 − x ) = 3(1 − 4x + 4x ) − 9(x − 2x + 1) − 9 + 17 − 5x2 − 6x
2 2 2

2 − 2x2 = 3 − 12x + 12x2 − 9x2 + 18x − 9 − 9 + 17 − 5x2 − 6x


−2x2 + 2 = −2x2 + 2
0=0
7.3 equazioni di primo grado 73

Poichè l’uguaglianza ottenuta è sempre verificata (qualsiasi valore dell’inco-


gnita rende uguali i due membri) possiamo concludere che l’equazione è
una identità (∀x ovvero S = Q)

2(x − 1)(x2 + x + 1) (x2 − x + 1)(x + 1) 11 − x3


• = 3 − 2x + − m.c.d.=15
5 3 15
3 3
6(x − 1) = 45 − 30x + 5(x + 1) − 11 + x 3

6x3 − 6 = 45 − 30x + 5x3 + 5 − 11 + x3


6x3 − 6 = 6x3 − 30x + 39
30x = 45
3
x = equazione determinata
2
Esercizio 7.3.1.
• (x − 1)(x + 1) + 3 − 2x = 3x + (x − 1)2
• (x − 1)3 + (2x − 1)(2x + 1) − (x − 3)(x + 2) = x(x + 1)(x − 2) + (2x − 3)2 −
3x2 + 1
3 6 4 x−5 2x
• x+ + x+2 = +
5 15 15 5 3
2x + 3 x+5 x 1 + 2x 2x − 35
• + + −x = −
4 6 2 8 24
 2
2x + 1 (x − 1)(x − 2) x−2 1
• − = −2 x−1
7 2 2 2

Equazioni fratte

1 2
• = m.c.d.=(x − 1)(x − 2) ; C.E.x 6= 1, x 6= 2
x−1 x−2
x − 2 = 2(x − 1)
x − 2 = 2x − 2
x=0
Nelle equazioni fratte bisogna controllare che la soluzione non contrasti
le C.E. Nel nostro caso la soluzione è accettabile, dunque l’equazione è
determinata.
x2 − 2 5−x 3−x
• − = 1+
x2 − 8x + 7 7 − x x−1
2
x −2 5−x 3−x
+ = 1+ m.c.d.=(x − 7)(x − 1) ; C.E.x 6=
(x − 7)(x − 1) x − 7 x−1
7, x 6= 1
x2 − 2 + (5 − x)(x − 1) = (x − 7)(x − 1) + (3 − x)(x − 7)
x2 − 2 + 5x − 5 − x2 + x = x2 − x − 7x + 7 + 3x − 21 − x2 + 7x
6x − 7 = 2x − 14
4x = −7
7
x = − accettabile ⇒ equazione determinata
4
2x + 1 x−3 x 6
• 2
− 2 = 2 +
x − 3x x + 3x x − 9 9x − x3
2x + 1 x−3 x 6
− = − m.c.d.=x(x − 3)(x +
x(x − 3) x(x + 3) (x − 3)(x + 3) x(x − 3)(x + 3)
3)
C.E.x 6=
0, x 6= ±3
(2x + 1)(x + 3) − (x − 3)2 = x2 − 6
7.3 equazioni di primo grado 74

2x2 + 6x + x + 3 − x2 + 6x − 9 = x2 − 6
x2 + 13x − 6 = x2 − 6
13x = 0
x = 0 non accettabile ⇒ equazione impossibile
x 3 1 2
• − = −
(x + 2)(2x2 + 3x − 2) x2 + 4x + 4 x + 2 2x − 1
x 3 1 2
− = − m.c.d.=(x + 2)2 (2x − 1)
(x + 2)2 (2x − 1) (x + 2)2 x + 2 2x − 1
C.E.x 6= −2, x 6=
1
2
x − 3(2x − 1) = (x + 2)(2x − 1) − 2(x + 2)2
x − 6x + 3 = 2x2 − x + 4x − 2 − 2x2 − 8x − 8
−5x + 3 = −5x − 10
0 = −13 equazione impossibile

5x2 − 6x + 1 x+1 1
• 3 2
− 2 =
6x − 18x + 18x − 6 3x − 6x + 3 2x −2
2
5x − 6x + 1 x+1 1
3
− 2
= m.c.d.=6(x − 1)3 ; C.E.x 6= 1
6(x − 1) 3(x − 1) 2(x − 1)
5x2 − 6x + 1 − 2(x + 1)(x − 1) = 3(x − 1)2
5x2 − 6x + 1 − 2x2 + 2 = 3x2 − 6x + 3
3x2 + 3 = 3x2 + 3
0 = 0 l’equazione è una identità

E’ importante far notare che non tutti i razionali sono soluzioni, in quanto il
numero 1 non è attribuibile all’incognita per le C.E.; per indicare le soluzioni
dobbiamo scrivere quindi: ∀x 6= 1 ovvero S = Q − {1}

Esercizio 7.3.2.
1
• =1
x−1
2x + 1 2x − 5 1
• + + 2 =0
x+3 6−x x − 3x − 18
2 x−3 x+2 x − 18
• − + =
3 x 3x − 1 18x2 − 6x
5 x+2 5−x
• 2 + =
x + 2x − 15 3−x x+5
6x x3 + 8
• + 3 =1
x2 + 4x + 4 x + 6x2 + 12x + 8

Equazioni letterali

1
• 6x − a + (2a − x)2 = 4(x + a) − (2a − x)(2a + x) + 8a(a − x)
2
2 2 2 2
6x − a + 4a − 4ax + x = 4x + 4a − 4a + x + 8a − 4ax2

6x − a + 4a2 = 4x + 4a + 4a2
2x = 5a
5
x= a
2
L’equazione ha una unica soluzione che dipende dal valore assunto dal
1
parametro; se, ad esempio, a = 2 la soluzione è x = 5, se a = − la solu-
2
5
zione è x = − ,... In questo caso, attribuendo al parametro un qualunque
4
7.3 equazioni di primo grado 75

valore numerico, otteniamo sempre una equazione determinata; altre volte


può accadere che, per alcuni valori del parametro, l’equazione non sia
determinata e quindi sia necessario classificarla mediante una opportuna
discussione.

• 3x − 2k(1 + x) = x(1 + 2k) − 2x(k − 1)


3x − 2k − 2kx = x + 2kx − 2kx + 2x
3x − 2k − 2kx = 3x
2kx = −2k
kx = −k per poter dividere per k applicando il secondo principio di
equivalenza, k deve essere diverso da zero:
k
se k 6= 0 ⇒ x = − ⇒ x = −1 l’equazione è determinata.
k
Resta da esaminare il caso k = 0: sostituendo nell’equazione kx = −k
otteniamo 0 = 0 ⇒ l’equazione è una identità.

• 2 + 2x = 3ax + a − a2 x
a2 x − 3ax + 2x = a − 2
x(a2 − 3a + 2) = a − 2
x(a − 2)(a − 1) = a − 2
a−2 1
se a 6= 2 e a 6= 1 ⇒ x = ⇒x= equazione determinata
(a − 2)(a − 1) a−1
se a = 2 ⇒ 0 = 0 identità
se a = 1 ⇒ 0 = −1 impossibile

• 3abx = ab(x + 1) + a
3abx = abx + ab + a
2abx = ab + a
2abx = a(b + 1)
a(b + 1) b+1
se a 6= 0 e b 6= 0 ⇒ x = ⇒x= equazione determinata
2ab 2b
se a = 0 ⇒ 0 = 0 identità
se a = 0 ⇒ identità
se b = 0 ⇒ 0 = a
se a 6= 0 ⇒ impossibile

• x − b = ax − 2
x − ax = b − 2
x(1 − a) = b − 2
b−2
se a 6= 1 ⇒ x = equazione determinata
1−a
se b = 2 ⇒ identità
se a = 1 ⇒ 0 = b − 2
se b 6= 2 ⇒ impossibile

a − 2x x + 1 x x−a
• − + = 2 −1
a−1 a+1 a−1 a −1
a − 2x x + 1 x x−a
− + = −1 m.c.d.(a − 1)(a + 1)
a−1 a+1 a−1 (a − 1)(a + 1)
a 6= ±1: questa non è una condizione di esistenza relativa all’incognita, da
controllare per l’accettabilità della soluzione, essendo a un parametro. Per
a = 1 o a = −1 l’equazione perde di significato.
7.4 particolari equazioni riconducibili a quelle di primo grado 76

(a − 2x)(a + 1) − (x + 1)(a − 1) + x(a + 1) = x − a − (a + 1)(a − 1)


a2 + a − 2ax − 2x − ax − a + x + 1 + ax + x = x − a − a2 + 1
−x − 2ax + a2 + a = −a2
x + 2ax = 2a2 + a
x(1 + 2a) = a(2a + 1)
1 a(2a + 1)
se a 6= − (e ovviamente a 6= ±1) ⇒ x = ⇒ x = a equazione
2 1 + 2a
determinata
1
se a = − ⇒ 0 = 0 identità.
2
1 1 1
• − + =0 m.c.d. (x − 1)(2a − 1) ;
x − 1 2a − 1 (x − 1)(2a − 1)
1 1
C.E.x 6= 1, a 6= (per a = l’equazione perde di significato)
2 2
2a − 1 − x + 1 + 1 = 0
−x + 2a + 1 = 0
x = 2a + 1 perchè la soluzione sia accettabile deve essere 2a + 1 6= 1 ⇒ a 6= 0
1
Quindi se a 6= 0 (e ovviamente a 6= ) l’equazione è determinata; se a = 0
2
l’equazione è impossibile.

Esercizio 7.3.3.
• (a − 3)x = a2 − 9
• ab(1 − x) + 2x = −3ax + (3a + 2)(3a − 2) − ab(x − 1)
1 1 1
• (a + b)2 x = (2a − 2b) + x(a2 + b2 )
2 2 2
x−1 x+1 4(a2 − 6) − 2
• + =
a−3 a−2 a2 − 5a + 6
x−a 3x + 2b 5b bx − a2
• + − = 2
a−b a+b a+b a − b2
a 3x 3x2
• + =−
x−1 x+1 1 − x2
1−b 2 1+b 2
• + − =
x 1−b x 1+b

7.4 particolari equazioni riconducibili a quelle di primo grado

Nelle equazioni di primo grado l’obiettivo è stato quello di isolare l’incognita; nel
caso in cui ciò sia stato possibile, ovvero l’equazione sia risultata determinata,
abbiamo sempre ottenuto un’unica soluzione.
Qualora l’equazione sia di grado superiore al primo una possibile strategia
risolutiva consiste nel:
- portare l’equazione a forma normale
- scomporre in fattori il polinomio ottenuto
- determinare i valori che annullano i singoli fattori (detti zeri del polinomio).
Ciò permette di risolvere l’equazione in virtù della legge di annullamento di
un prodotto.

Esempio 7.4.1. x(x − 1) = 2


x2 − x = 2
x2 − x − 2 = 0
(x − 2)(x + 1) = 0
x−2 = 0 ⇒ x = 2
x + 1 = 0 ⇒ x = −1
7.4 particolari equazioni riconducibili a quelle di primo grado 77

Osservazione 7.4.1. Questa strategia risolutiva non è applicabile ad ogni equazione


in quanto permette di determinare tutte le soluzioni solo se il polinomio della forma
normale è scomponibile in fattori tutti di primo grado. Dell’equazione x3 − 2x − 1 = 0
possiamo determinare solo la soluzione x = −1 in quanto, scomponendo il polinomio,
in (x + 1)(x2 − x − 1) non riusciamo, con le tecniche sinora a nostra disposizione, a
determinare gli zeri di x2 − x − 1

Teorema 7.4.1. Una equazione di grado n, ha al massimo n soluzioni.

Dimostrazione.
Sia P(x) = 0 l’equazione ridotta a forma normale con P(x) di grado n per
ipotesi. Se α è una soluzione dell’equazione, x − α è un fattore di primo grado di
P(x) per il Teorema di Ruffini.
Poichè P(x) ha al massimo n fattori di primo grado, l’equazione ha al massimo
n soluzioni.

Esempio 7.4.2.

• 3x(x2 + 10) = 21x2


3x3 + 30x = 21x2
3x3 + 30x − 21x2 = 0
3x(x2 − 7x + 10) = 0
3x(x − 2)(x − 5) = 0
3x = 0 ⇒ x = 0
x−2 = 0 ⇒ x = 2
x−5 = 0 ⇒ x = 5
Quindi l’equazione ha tre soluzioni.

• x4 = 16
x4 − 16 = 0
(x − 2)(x + 2)(x2 + 4) = 0
x−2 = 0 ⇒ x = 2
x + 2 = 0 ⇒ x = −2
x2 + 4 = 0 non ha soluzioni perchè somma di una quantità non negativa ed una
positiva.
Quindi l’equazione ha due soluzioni.

Osservazione 7.4.2. Nell’ultimo esempio abbiamo visto che il fattore x2 + 4, che sappia-
mo essere irriducibile, non ha zeri. Questo risultato può essere esteso a tutti i polinomi
irriducibili di grado superiore al primo (non abbiamo ancora gli strumenti per dimostrarlo).
In particolare non hanno zeri i falsi quadrati e le somme di quadrati.

• x2 (x + 1) − 4 = (x + 2)(x − 2) − 27
x3 + x2 − 4 = x2 − 4 − 27
x3 + 27 = 0
(x + 3)(x2 − 3x + 9) = 0
x + 3 = 0 ⇒ x = −3
x2 − 3x + 9 = 0 non ha soluzioni (x2 − 3x + 9 è un falso quadrato)
Quindi l’equazione ha una soluzione.
7.4 particolari equazioni riconducibili a quelle di primo grado 78

2x − 1 4x − 2 3(x − 1)
• + 2 =
x−1 x − 4x + 3 3−x
2x − 1 4x − 2 3(x − 1)
+ = − m.c.d.(x − 1)(x − 3) ; C.E.x 6=
x−1 (x − 1)(x − 3) x−3
1, x 6= 3
(2x − 1)(x − 3) + 4x − 2 = −3(x − 1)2
2x2 − 6x − x + 3 + 4x − 2 = −3x2 + 6x − 3
2x2 − 3x + 1 = −3x2 + 6x − 3
5x2 − 9x + 4 = 0
(5x − 4)(x − 1) = 0
4
5x − 4 = 0 ⇒ x =
5
x − 1 = 0 ⇒ x = 1 non accettabile
Quindi l’equazione ha una soluzione.
• 4x + (4x − 1)(x + 2) = 4x(x + 3) + 1
4x + 4x2 + 8x − x − 2 = 4x3 + 12x2 + 1
4x2 + 11x − 2 = 4x3 + 12x2 + 1
4x3 + 8x2 − 11x + 3 = 0
(x + 3)(2x − 1)2 = 0
x + 3 = 0 ⇒ x = −3
1
2x − 1 = 0 ⇒ x =
2
(2x − 1)2 = 0 ⇒ (2x − 1)(2x − 1) = 0 ⇒
1
2x − 1 = 0 ⇒ x =
2
1
Quindi l’equazione ha tre soluzioni delle quali due coincidono con il valore ,
2
ovvero l’equazione ha due soluzioni distinte.
• (x − 2)3 (x2 + 1) = 2x(x − 2)3
(x − 2)3 (x2 + 1) − 2x(x − 2)3 = 0
(x − 2)3 (x2 + 1 − 2x) = 0
(x − 2)3 (x − 1)2 = 0
(x − 2)3 = 0 ⇒ x = 2 tre soluzioni coincidono con 2 in quanto:
(x − 2)3 = (x − 2)(x − 2)(x − 2)
(x − 1)2 = 0 ⇒ x = 1 due soluzioni coincidono con 1 in quanto:
(x − 1)2 = (x − 1)(x − 1)
Quindi l’equazione ha due soluzioni distinte delle quali tre coincidono con il valore
2 e due con il valore 1; in totale ha dunque cinque soluzioni.
Definizione 7.4.1.
Si dice che α, soluzione di una equazione, ha molteplicità m se il polinomio della forma
normale dell’equazione ha come fattore (x − α)m .
Se la molteplicità è uno , la soluzione si dice semplice.

Esempio 7.4.3.
• x2 (x + 7)(3x − 1)3 = 0
x2 = 0 ⇒ x = 0 con molteplicità due
x + 7 = 0 ⇒ x = −7 soluzione semplice
1
(3x − 1)3 = 0 ⇒ x = con molteplicità tre.
3
Quindi l’equazione ha sei soluzioni delle quali tre distinte.
7.5 problemi di primo grado 79

3 3x − 3 3
• x(x + 1)3 + = 2 +
(x − 2)2 x − 4x + 4 2 − x
3 3x − 3 3
x(x + 1)3 + = − m.c.d. (x − 2)2 ; C.E.x 6=
(x − 2)2 (x − 2)2 x − 2
2
x(x + 1)3 (x − 2)2 + 3 = 3x − 3 − 3x + 6
x(x + 1)3 (x − 2)2 + 3 = 3
x(x + 1)3 (x − 2)2 = 0
x = 0 ⇒ x = 0 soluzione semplice
(x + 1)3 = 0 ⇒ x = −1 con molteplicità tre
(x − 2)2 = 0 ⇒ x = 2 con molteplicità due, non accettabile.
Quindi l’equazione ha quattro soluzioni di cui due distinte.

Esercizio 7.4.1.
• x3 = 4x
• (x + 1)(25x2 + 10x + 1) = 0
• 3x2 (8x3 + 12x2 + 6x + 1) = (7x − 2)(2x + 1)3
3x 4 16x − 2
• + −2 = 2
x−2 x+3 x −6+x
(x2 − 6x + 9)(x − 1) 3x + 3 4x + 9
• · 2 =
x+1 x − 2x − 3 x+1
3 2x 10
• + = 2
x−1 x+3 x + 2x − 3

7.5 problemi di primo grado

1
Consideriamo l’equazione 2x = x + 12, essa può essere interpretata come la
2
descrizione algebrica dell’affermazione: il doppio di un numero è pari alla sua
metà aumentata di 12. Quest’ultima può essere la sintesi di un problema concreto
quale ad esempio: determinare il peso di un sacco di farina sapendo che due
sacchi pesano 12 chilogrammi in più di mezzo sacco.
Per rispondere a questo problema è sufficiente risolvere l’equazione iniziale;
ottenuta la soluzione x = 8 possiamo concludere che un sacco di farina pesa 8
chilogrammi.
Una equazione, quindi, può essere interpretata come la descrizione algebrica
di un problema. Ci proponiamo, in questo paragrafo, di partire, viceversa, da
un problema per arrivare alla sua soluzione, determinando e risolvendo una
equazione che ne sia la traduzione algebrica. Per fare questo è necessario, dopo
aver letto con attenzione il testo del problema, individuare l’incognita (o le
incognite) con le sue eventuali limitazioni (dette anche vincoli ) e utilizzare i dati
per scrivere l’equazione ( o le equazioni ) risolvente.
Proponiamo alcuni esempi di problemi risolvibili con una equazione ad una
incognita di primo grado o di grado superiore, ma riconducibile al primo.

1. Determinare due numeri naturali consecutivi la cui somma sia 31.


Il problema chiede di determinare due incognite ( i due numeri naturali
n1 , n2 ) tuttavia essi sono esprimibili con una sola incognita; infatti, posto
n1 = x il minore, il suo consecutivo è n2 = x + 1.
In questo caso come vincolo ricaviamo x ∈ N. L’ equazione risolvente è:

x + (x + 1) = 31

che ha per soluzione x = 15 ed è accettabile perchè soddisfa il vincolo.


7.5 problemi di primo grado 80

Possiamo concludere che i numeri naturali richiesti sono n1 = 15, n2 = 16.


(Alla stessa conclusione saremmo arrivati ponendo n2 = x ed n1 = x − 1,
con il vincolo x ∈ N∗ ), ma in tal caso l’equazione risolvente avrebbe avuto
come soluzione x = 16 )

2. Determinare due numeri naturali pari consecutivi il cui prodotto è 168.


n1 = x
n2 = x + 2
x ∈ N (vincolo)
x(x + 2) = 168
x2 + 2x = 168
x2 + 2x − 168 = 0
(x + 14)(x − 12) = 0
x + 14 = 0 ⇒ x = −14 non accettabile (vedi vincolo)
x − 12 = 0 ⇒ x = 12 ⇒ n1 = 12, n2 = 14

3. Luca, Carlo e Anna sono tre fratelli. Carlo ha 10 anni più di Luca ed Anna
ha il doppio dell’età di Luca. Determinare le loro età sapendo che il prodotto
delle età dei maschi supera di 21 il prodotto delle età di Luca ed Anna.
eL = x (x rappresenta l’età in anni)
eC = x + 10
eA = 2x
x ∈ N (vincolo)
x(x + 10) = x · 2x + 21
x2 + 10x = 2x2 + 21
x2 − 10x + 21 = 0
(x − 3)(x − 7) = 0
x − 3 = 0 ⇒ x = 3 ⇒ eL = 3, eC = 13, eA = 6
x − 7 = 0 ⇒ x = 7 ⇒ eL = 7, eC = 17, eA = 14
Osserviamo che questo problema ha due soluzioni possibili.

4. Dividere il numero 13 in due parti in modo che la differenza dei loro


quadrati, diminuita di 42 valga 23.
n1 = x
n2 = 13 − x
0 6 x 6 13 (vincolo)
x2 − (13 − x)2 − 42 = 23
x2 − 169 + 26x − x2 − 42 = 23
26x − 211 = 23
26x = 234
x = 9 ⇒ n1 = 9, n2 = 4

5. Determinare un numero di due cifre aventi per somma 11, sapendo che
il numero dato, diminuito di 5 è uguale al triplo del numero ottenuto
invertendo le cifre.
Indichiamo con Cd e Cu rispettivamente la cifra delle decine e la cifra delle
unità del numero n da determinare; è dunque n = 10Cd + Cu .
Cd = x
7.5 problemi di primo grado 81

Cu = 11 − x
x ∈ N, 1 6 x 6 9 (vincolo)
10x + (11 − x) − 5 = 3[10(11 − x) + x]
10x + 11 − x − 5 = 330 − 30x + 3x
9x + 6 = 330 − 27x
36x = 324
x = 9 ⇒ Cd = 9, Cu = 2
Il numero richiesto è 92

Esercizio 7.5.1.
• Determinare due numeri dispari consecutivi sapendo che la differenza dei loro quadrati è 56.
• In una banca lavorano 52 persone. I diplomati sono 7 in più dei laureati, mentre quelli senza
diploma sono la metà dei laureati. Calcola il numero di laureati, diplomati e non diplomati della
banca.
• Un animatore di un centro turistico vuole dividere un gruppo di 23 bambini in due squadre formate
l’una dal doppio dei bambini dell’altra. Quanti bambini formano ogni squadra?
• In un negozio si sono vendute 27 paia di calzini, alcuni di lana, altri di cotone. Un paio di calzini di
lana costa 7, 5 euro, di cotone 6 euro. Se l’incasso totale è stato di 180 euro quante paia di calzini
di ogni tipo si sono vendute?
• Lucia raccoglie in un prato un mazzolino di trifogli e quadrifogli; sapendo che i trifogli sono 32 più
del quintuplo dei quadrifogli e che in tutto ci sono 172 foglie, quanti sono i trifogli e i quadrifogli?
7.6 esercizi riepilogativi 82

7.6 esercizi riepilogativi

1. (x + 2) (x + 5) − (x + 3)2 = (x + 2) (x − 1) − x (x + 1) [−3]

2. (x + 2)3 + x3 + 8x2 = [x + 2x(x + 4)](x + 3) − (x + 2)2 [impossibile]

3. (2 − 3x)2 − 4x(2x − 5) − 4 = x(x + 4) [0]

4. 2x + (x + 2)3 − (x − 1)3 = 9(x + 1)2 − 7x [identità]

2x − 3 2−x 3x + 4 2x − 1 3
5. + + = − [−2]
6 4 5 12 20

(x + 1)3 (x + 2)3 x3 − 4 + x2 (x − 1)(x2 + x + 1)


 
3
6. − = + −
4 9 12 18 7

(x − 2)(x + 3) (x + 1)(x − 4) (x − 2)2 25x − 36 − 8x2


7. − =− − [identità]
9 6 2 18
   
x−6 x − 24 5x − 144 x+4 3 5
8. − + = − x − 19 − x − 24 [36]
5 6 12 8 4 6

x2 3 1
9. + 2 = [10]
x3 − 8 x + 2x + 4 x−2

3 3x
10. − 2 =0 [impossibile]
x+3 x + 6x + 9
 
2x 2x + 1 2 3
11. + =
1 − 2x 2x − 1 2x + 1 2

3x x (2x − 1)2 − 12
12. + = [1]
x−3 x−4 x2 − 7x + 12
 
2 3 1 (1 + 2x
13. − + = 4 − [identità con
x2 − 1 (1 − x)2 x2 + 2x + 1 (x2 − 1)2
x 6= ±1]

x 2(x2 − 3 3−x
14. − 2 = [impossibile]
x+2 x + 2x x

12(x + 5) 10 8
15. = − [0]
6x2 − 11x − 10 2x − 5 3x + 2

3 2x + 5 x+5
16. − = [12]
8x2 − 36x + 36 12 − 4x 2x − 3

17. (3x − 10)2 + 36x − 189 = (2x − 6)2 [±5]

18. x2 (x2 − 5) = −4 [±1 ± 2]

19. x(x − 3)(x + 3) + 12x = 6x(x − 1) [0 ; 3 con molt. due]

5x − 2 3x + 4 x+2
20. + = 2 [0]
(x − 1)2 1−x x − 2x + 1

3+x 34 1+x
21. − + =0 [2 ; −6]
1+x 15 3+x

22. (x2 − 6x + 8)(x2 − 12x + 35) = 0 [2 ; 4 ; 5 ; 7]


7.6 esercizi riepilogativi 83

23. x4 − x3 − x + 1 [1 con molt. due]

 
13x − 4 1
24. 4x − 13 = −1 ; ;4
x2 4

Esercizio 7.6.1 (Equazioni letterali).

1. a(a − 5)x + a(a + 1) = −6(x − 1)


 
a+3
a 6= 2, 3 x = ; a=2 identità ; a=3 impossibile
3−a

2. (a + b)(x − 2) + 3a − 2b = 2b(x − 1)
 
2b − a
a 6= b x = ; a=b=0 identità ; a = b 6= 0 impossibile
a−b

3. (x + a)2 − (x − a)2 + (a − 4)(a + 4) = a2


 
4
a 6= 0 x= ; a=0 impossibile
a

4. x(x + 2) + 3ax = b + x2

 
2 b 2 2
a 6= − x= ; a=− eb=0 identità ; a=− e b 6= 0 impossibile
3 2 + 3a 3 3

5. (x − a)2 + b(2b + 1) = (x − 2a)2 + b − 3a2

b2
 
a 6= 0 x = − ; a = 0 e b = 0 identità ; a = 0 e b 6= 0 impossibile
a

a2 − 9
6. = a−3
a+2
 
a+2
a 6= ±3 e a 6= −2 x= ; a = 3 identità ; a = −3 impossibile ; a = −2 perde di significato
a+3
x x−2 4
7. + = 2
a−2 a+2 a −4
[a 6= ±2 e a 6= 0 x = 1 ; a = 0 identità ; a = ±2 perde di significato]
x 1
8. + =1
x−a x+a
 
a(a − 1)
a 6= 0 e a 6= −1 x=− ; a = 0 oppure a = −1 impossibile
a+1
4 19 3
9. +1 = +
3a − 2 2x(2a − 5) 2
 
2 5 3a − 2 2 5 2
a 6= ± e a 6= x=− ; a = oppure a = impossibile ; a = − identità
3 2 2a − 5 3 2 3
7.6 esercizi riepilogativi 84

Esercizio 7.6.2 (Problemi di primo grado).


1
1. Un cane cresce ogni mese di della sua altezza. Se dopo 3 mesi dalla nascita è alto 64 cm, quanto
3
era alto appena nato?

[27 cm]

2. La massa di una botte colma di vino è di 192 kg mentre se la botte è riempita di vino per un terzo
la sua massa è di 74 kg. Trovare la massa della botte vuota.

[15 kg]

3. Carlo e Luigi percorrono in auto, a velocità costante un percorso di 400 chilometri ma in senso
opposto. Sapendo che partono alla stessa ora dagli estremi del percorso e che Carlo corre a 120 km/h
mentre Luigi viaggia a 80 km/h, calcolare dopo quanto tempo si incontrano.

[2 ore]

4. Un fiorista ordina dei vasi di stelle di Natale che pensa di rivendere a 12 euro al vaso con un
guadagno complessivo di 320 euro. Le piantine però sono più piccole del previsto, per questo è
costretto a rivendere ogni vaso a 7 euro rimettendoci complessivamente 80 euro. Quanti sono i vasi
comprati dal fiorista?

[80]

5. Un contadino possiede 25 tra galline e conigli; determinare il loro numero sapendo che in tutto
hanno 70 zampe.

[15 galline e 10 conigli]

6. Un commerciante di mele e pere carica nel suo autocarro 130 casse di frutta per un peso totale
di 23, 5 quintali. Sapendo che ogni cassa di pere e mele pesa rispettivamente 20 kg e 15 kg,
determinare il numero di casse per ogni tipo caricate.

[80 pere e 50 mele]

7. Determina due numeri uno triplo dell’altro sapendo che dividendo il primo aumentato di 60 per il
secondo diminuito di 20 si ottiene 5.

[240 ; 80 ]

8. Un quinto di uno sciame di api si posa su una rosa, un terzo su una margherita. Tre volte la
differenza dei due numeri vola sui fiori di pesco, e rimane una sola ape che si libra qua e là nell’aria.
Quante sono le api dello sciame?

[15]

9. Per organizzare un viaggio di 540 persone un’agenzia si serve di 12 autobus, alcuni con 40 posti
a sedere e altri con 52; quanti sono gli autobus di ciascun tipo?

[7 autobus da 40 posti e 5 da 52]

10. Il papà di Paola ha venti volte l’età che lei avrà tra due anni e la mamma, cinque anni più giovane
del marito, ha la metà dell’età che avrà quest’ultimo fra venticinque anni; dove si trova Paola oggi?
Parte II

GEOMETRIA
L O G I C A E L E M E N TA R E 8
In questo paragrafo introduttivo esporremo alcuni concetti fondamentali che
saranno diffusamente utilizzati nel seguito di questo corso di geometria. In
particolare, cercheremo di connotare il concetto di proposizione logica e dei principi
fondamentali della cosiddetta logica aristotelica, senza la pretesa di esaurire tale
argomento in modo rigoroso.
Nel seguito supporremo di aver fissato una volta per tutte un linguaggio qual-
siasi, come, ad esempio, l’italiano, o la teoria degli insiemi, oppure il linguaggio
matematico in generale. Di tali linguaggi converremo di utilizzare solo frasi sintat-
ticamente corrette e di senso compiuto, che chiameremo frasi ben formate. Tutte le
frasi ben formate non saranno ulteriormente studiate da un punto di vista sintatti-
co, bensì verranno interpretate in base alla loro verità o falsità. I valori vero e falso
non verranno esplicitamente definiti, ma saranno intesi come nozioni primitive
che supporremo di essere sempre in grado di esplicitare in modo oggettivo, cioè
non condizionate dal giudizio soggettivo del singolo individuo.
In base a tali premesse possiamo dare la seguente

Definizione 8.0.1. Si definisce proposizione logica una frase ben formata per cui ha
significato chiedersi se è vera o falsa.

Le proposizioni logiche, o semplicemente proposizioni, devono soddisfare i


principi della logica aristotelica, di seguito enunciati.

1. Principio di non-contraddizione: una proposizione non può essere contempo-


raneamente vera e falsa.

2. Principio del terzo escluso: una proposizione deve essere o vera o falsa, non
esiste una terza possibilità.

Indicheremo le proposizioni con le lettere maiuscole dell’alfabeto: P, Q, R, e così


via.
Le proposizioni possono essere:

• proposizioni elementari o atomiche: esse sono le proposizioni più sem-


plici, le quali non possono essere scomposte in proposizioni di livello più
semplice;

• proposizioni composte o molecolari: esse si ricavano dalla composizione


di proposizioni atomiche.

Per legare le proposizioni atomiche in modo da ottenere le proposizioni mo-


lecolari si utilizzano i connettivi logici. Definiremo ora i connettivi logici che
utilizzeremo diffusamente nel testo.

Definizione 8.0.2. Data la proposizione P, si definisce negazione di P la proposizione


che assume valore di verità opposto rispetto a P. Notazione: P, e si legge P negato.

Definizione 8.0.3. Date le proposizioni P e Q, si definisce disgiunzione inclusiva di


P e Q la proposizione che risulta falsa solo nel caso in cui P e Q sono entrambe false, vera
negli altri casi. Notazione: P ∨ Q, e si legge P vel Q.

Definizione 8.0.4. Date le proposizioni P e Q, si definisce disgiunzione esclusiva di


P e Q la proposizione che risulta vera nel caso in cui P e Q hanno valore di verità opposto,
falsa negli altri casi. Notazione: P∨Q,
˙ e si legge P aut Q.

86
8.1 concetti primitivi e definizioni 87

Definizione 8.0.5. Date le proposizioni P e Q, si definisce congiunzione di P e Q la


proposizione che risulta vera solo nel caso in cui P e Q sono entrambe vere, falsa negli
altri casi. Notazione: P ∧ Q, e si legge P et Q.

Definizione 8.0.6. Date le proposizioni P e Q, si definisce implicazione materiale


da P a Q la proposizione che risulta falsa solo nel caso in cui P è vera e Q è falsa, vera
negli altri casi. Notazione: P =⇒ Q, e si legge se P, allora Q. La proposizione P si dice
premessa, mentre la proposizione Q si dice conclusione.

Nel seguito, riguardo l’implicazione materiale, saremo interessati solo al caso in


cui sia P che Q sono entrambe proposizioni vere, e parleremo di deduzione logica
che indicheremo ancora col simbolo =⇒. La premessa verrà detta ipotesi, mentre
la conclusione verrà detta tesi. Diremo altresì che P è condizione sufficiente per
P =⇒ Q, mentre Q è condizione necessaria per P =⇒ Q.

Definizione 8.0.7. Date le proposizioni P e Q, si definisce equivalenza logica di P e


Q la proposizione che risulta vera nel caso in cui sia P che Q hanno lo stesso valore di
verità, falsa negli altri casi. Notazione: P ⇐⇒ Q, e si legge P se, e solo se, Q.

L’equivalenza logica è, pertanto, una doppia implicazione e si può intendere


come la proposizione P =⇒ Q ∧ Q =⇒ P. Si possono ripetere le stesse
considerazioni della deduzione logica, in quanto nel seguito studieremo solo il
caso in cui sia P che Q sono vere. Entrambe le proposizioni sono sia condizione
necessaria che sufficiente.

8.1 concetti primitivi e definizioni

Gli oggetti di studio della geometria piana sono ovviamente le figure geometri-
che piane, quali le rette, i triangoli, i quadrati, e così via. Le figure geometri-
che, prima ancora di essere studiate, vanno descritte precisamente. Però non
è possibile definire esplicitamente ogni oggetto allorché si voglia costruire un
linguaggio rigoroso come quello matematico. Alcune figure geometriche, pertanto,
non saranno definite esplicitamente, costituendo i cosiddetti enti primitivi, o figure
primitive, della geometria.
Assumeremo che gli enti primitivi della geometria piana siano

• piano

• retta

• punto.

Come si può osservare, la scelta delle figure che sono enti primitivi è caduta su
oggetti particolarmente semplici e ben fissati nella nostra mente dall’intuizione.
Attraverso essi sarà possibile definire esplicitamente le altre figure geometriche,
dalle più semplici a quelle via via più complesse.
Quando definiremo esplicitamente una nuova figura geometrica seguiremo i
seguenti criteri:

1. descriveremo rigorosamente e nel modo più semplice la nuova figura


geometrica a partire dagli enti primitivi o da altre figure già definite;

2. assegneremo ad essa un nome.

Vediamo alcuni esempi.

Definizione 8.1.1. Due rette aventi un punto in comune si dicono incidenti.

La precedente è un esempio di definizione in cui vengono direttamente coinvolti


gli enti primitivi retta e punto.
8.2 postulati e teoremi 88

Definizione 8.1.2. Si definisce parallelogramma un quadrilatero avente i lati opposti


a due a due paralleli.

In questa seconda definizione vengono coinvolti oggetti più complessi, i quadri-


lateri. Inoltre, si fa uso della relazione di parallelismo tra rette. Entrambi i concetti
devono essere stati definiti in precedenza.

8.2 postulati e teoremi

Una volta definita una figura geometrica si procede allo studio delle sue proprietà
attraverso enunciati, che naturalmente speriamo essere veri. Per gli enti primitivi,
non definiti esplicitamente, si enunceranno delle proposizioni particolari che
verranno considerate come autoevidenti senza richiedere una verifica esplicita.
Tali proposizioni sono i postulati o assiomi della geometria piana.
Un postulato è un enunciato della geometria che si assume identicamente vero senza
che venga richiesta una verifica diretta.
Attraverso i postulati

1. elenchiamo le proprietà degli enti primitivi (non definiti esplicitamente), per


cui alcuni postulati costituiscono delle definizioni implicite degli enti primitivi
stessi; oppure

2. esprimiamo regole precise che ci aiuteranno a sviluppare la nostra teoria in


modo rigoroso;

3. deduciamo le proprietà delle altre figure geometriche, ponendo altresì delle


intrinseche limitazioni alle costruzioni geometriche possibili.

Il numero e la scelta dei postulati devono soddisfare le seguenti proprietà:

1. coerenza: non si possono enunciare postulati in contraddizione tra loro;


inoltre, se da essi si deduce la proposizione P, non si può dedurre anche la
proposizione P, cioè la negazione di P;

2. indipendenza: un postulato non si deve dedurre da altri postulati;

3. completezza: il numero dei postulati deve essere adeguato affinché si


possano dedurre le proprietà delle figure geometriche oggetto di studio.

Le proprietà delle figure geometriche definite esplicitamente andranno dedotte


e verificate rigorosamente, dando vita ai teoremi.
Un teorema è un enunciato la cui validità è sancita da una sequenza di deduzioni detta
dimostrazione.
Dall’enunciato si distinguono

1. le ipotesi, proposizioni vere che costituiscono le premesse da cui partire;

2. le tesi, le proposizioni che vogliamo dedurre a partire dalle ipotesi.

La dimostrazione di un teorema è una sequenza ordinata di proposizioni, l’ultima delle


quali è proprio la tesi. Ciascuna proposizione della dimostrazione si deduce logicamente o
dai postulati, o dalle definizioni, o da teoremi precedentemente dimostrati.
In questo corso le dimostrazioni verranno condotte come segue. Intanto verran-
no esplicitate ipotesi e tesi in modo preciso e completo, in relazione ad una figura
costruita con estrema cura. Il blocco relativo alla vera e propria dimostrazione è
suddiviso nelle seguenti tre colonne:

• la prima colonna riporterà un numero progressivo per ogni passo;

• la seconda colonna conterrà una certa proposizione;


8.2 postulati e teoremi 89

• la terza colonna la giustificazione rigorosa della validità della proposizione,


con eventuali riferimenti a righe precedenti, definizioni, assiomi, teoremi
precedentemente dimostrati, regole pratiche.

Alle volte, però, le dimostrazioni verranno condotte in modo discorsivo perché


non si prestano al tipo di esposizione descritto in precedenza.
Vediamo un esempio esplicativo, senza avere la pretesa di una immediata
comprensione

Teorema 8.2.1. In ogni triangolo, la somma degli angoli esterni è congruente a due
angoli piatti.

A B D

Hp: DBC
b angolo esterno triangolo ABC
b ∼ ACB
Th: DBC = b + BACb

Dimostrazione. Prolunghiamo il lato AB dalla parte di B.


1. DBC b + ABCb =∼π angoli adiacenti
2. ABC
b + ACB
b + BAC
b =∼π teorema degli angoli interni
3. DBC
b =∼ ACB
b + BAC
b 1., 2., supplementari di uno stesso
angolo

Come si può notare la fine di una dimostrazione è indicata da un quadratino


vuoto sulla destra.
La struttura della dimostrazione illustrata in precedenza è quella di una dimo-
strazione detta diretta: a partire dalle ipotesi, in modo diretto, attraverso tutti i
passaggi descritti, si giunge alla verifica delle tesi.
Esiste, però, anche una dimostrazione indiretta, detta dimostrazione per assur-
do, la quale si può descrivere nel modo seguente. Indichiamo con Hp le ipotesi e
con Th la tesi del nostro teorema. Supponiamo ora di negare la validità della tesi
e procediamo ad analizzare le conseguenze logiche di tale assunzione. In generale
esse porteranno ad uno dei seguenti casi:

• un postulato risulta falso;

• le Hp risultano false;

• un teorema precedentemente dimostrato risulta falso.

Evidentemente ciò non è possibile per il principio di non contraddizione, in


quanto una proposizione non può essere contemporaneamente vera e falsa. Pertan-
to le conseguente dell’assunzione che Th è falsa ci portanto ad una contraddizione,
o come altrimenti si dice, ad un assurdo. L’assurdo è nato dall’aver supposto
la tesi falsa, quindi, per il principio del terzo escluso, essa dovrà essere vera,
concludendo in questo modo la dimostrazione del teorema.
P O S T U L AT I D I A P PA R T E N E N Z A 9
In questa sezione iniziamo ad enunciare i postulati della Geometria euclidea. Lo
studio dei postulati è di fondamentale importanza per la comprensione dello
sviluppo che daremo all’intero corso. Essi, come già sottolineato nella precedente
sezione, stabiliscono in modo preciso le proprietà degli enti primitivi, e, con
le regole logiche elementari, permettono di dare un fondamento rigoroso alle
proprietà delle figure geometriche che studieremo e dimostreremo rigorosamente.
Tutte le figure geometriche saranno sempre intese come insiemi di punti.

Postulato 1. Per due punti distinti passa una ed una sola retta.

r
B

Il postulato asserisce che una retta è univocamente determinata da due punti.


Essa è, intuitivamente, come l’avete sempre immaginata, vale a dire come un
oggetto geometrico rappresentabile attraverso l’uso di un righello.

Postulato 2. Ogni retta contiene almeno due punti.

r
B

A
P

In effetti dedurremo che la retta contiene infiniti punti.


I punti che appartengono ad una retta si dicono allineati. Dal primo postulato si
deduce che due punti sono sempre allineati.

Postulato 3. Esistono almeno tre punti non allineati.

Pettanto, considerata una retta r, esiste sicuramente un punto P ∈


/ r.

Teorema 9.0.2. Due rette distinte r ed s hanno al massimo un punto in comune.

Hp: r 6= s
Th: r ∩ s = {P} ∨
˙ r∩s =

r
P s

Dimostrazione. Se le due rette non hanno punti in comune, allora segue immedia-
tamente la tesi. Supponiamo che r ∩ s 6= .

90
91

1. Per assurdo r ∩ s = {P, Q}


2. P∈r ∧ P∈s 1., definizione intersezione
3. Q∈r ∧ Q∈s 1., definizione intersezione
4. r=s 2., 3., postulato di appartenenza della
retta
5. r 6= s Hp
6. Contraddizione 4., 5.
7. r ∩ s = {P} 6.

Definizione 9.0.1. Due rette aventi un punto in comune si dicono incidenti.

Postulato 4. Per tre punti distinti e non allineati passa uno ed un solo piano.

Il piano è, pertanto, univocamente determinato da tre punti distinti, purché non


appartengano alla stessa retta.

Postulato 5. Se una retta ha due punti in comune col piano, allora è interamente
contenuta nel piano.

Dai postulati di appartenenza si deducono i seguenti risultati.

Teorema 9.0.3. Una retta r ed un punto A ∈


/ r individuano univocamente un piano α.

α
A
C
B r

Hp: r, A tali che A ∈


/r
Th: esiste α unico

Dimostrazione. .

1. r, A tali che A ∈
/r Hp
2. esistono B, C ∈ rdistinti postulato di appartenenza della retta
3. A, B, C tre punti didtinti e non 1., 2.
allineati
4. esiste α unico 3., postulato di appartenenza del piano

Teorema 9.0.4. Due rette distinte r ed s individuano univocamente un piano α.

α
C
A
B r

s
92

Hp: r 6= s
Th: esiste α unico

Dimostrazione. Dimostremo il teorema solo nel caso r ∩ s = {A}.

1. r ∩ s = {A} Hp
2. esistono B, A ∈ r distinti postulato di appartenenza della retta
3. esistono C, A ∈ s distinti postulato di appartenenza della retta
4. A, B, C tre punti distinti e non 2., 3.
allineati
5. esiste α unico 3., postulato di appartenenza del piano
P O S T U L AT I D E L L’ O R D I N E 10
10.1 postulato della relazione di precedenza

Intuitivamente possiamo pensare di stabilire un verso di percorrenza sulla retta,


in modo tale che resti definita una relazione di precedenza tra punti. Questa
operazione ricorda quella di ordinamento dei numeri. Il seguente postulato
chiarisce la situazione ed enuncia le proprietà della relazione così costruita.
Postulato 6. Su una retta è possibile prefissare due orientamenti opposti. Una volta
fissato uno dei due versi, resta definita una relazione di precedenza tra punti, denotata
col simbolo ≺ o col simbolo , di modo che A ≺ B significa A precede B, mentre B  A
significa B segue A. La scelta del verso è arbitraria. La relazione di precedenza gode delle
seguenti proprietà, qualunque siano i punti A, B e C della retta:

r
C
B
A

1. Proprietà di tricotomia: una sola tra le seguenti è vera


A≡B A≺B B≺A

2. Proprietà transitiva
A≺B ∧ B≺C =⇒ A≺C

10.2 postulato di densità della retta

In questo paragrafo cominceremo a definire i sottoinsiemi della retta.


Definizione 10.2.1. Siano r una retta orientata, A ≺ B due suoi punti. Si definisce
segmento di estremi A e B la parte di retta costituita da tutti i punti P ∈ r tali che
A ≺ P ≺ B, oppure P ≡ A, oppure P ≡ B. Se A ≡ B, il segmento si dice nullo, ed è
costituito da un unico punto.

r
B
A

Il segmento di estremi A e B si denota col simbolo AB o BA indifferentemente.


La retta che contiene il segmento si chiama sostegno.
Definizione 10.2.2. Due segmenti si dicono consecutivi se hanno un estremo in comu-
ne. Due segmenti si dicono adiacenti se sono consecutivi e se hanno lo stesso sostegno,
cioé giacciono sulla stessa retta.
Definizione 10.2.3. Siano dati n punti P1 , P2 , ..., Pi , Pi+1 , ..., Pn−1 , Pn . Si definisce
linea spezzata o poligonale l’unione di due o più segmenti P1 P2 , P2 P3 ,...,Pn−1 Pn
tali che P1 P2 e P2 P3 sono consecutivi, P2 P3 e P3 P4 sono consecutivi, e così via. I punti
P1 , P2 , ..., Pi , Pi+1 , ..., Pn−1 , Pn si dicono vertici, i segmenti P1 P2 , P2 P3 ,...,Pn−1 Pn
si dicono lati della poligonale. Se i punti P1 (iniziale) e Pn (finale) sono distinti la
poligonale si dice aperta, se P1 ≡ Pn la poligonale si dice chiusa o poligono.

93
10.2 postulato di densità della retta 94

A2 B2
A3 B3

A4
A1 B1
B4

A5 B5

Nel seguito, intenderemo (con abuso di linguaggio) poligono di n lati la parte di


piano limitata i cui confini sono stabiliti dagli n lati del poligono, lati compresi. La
parte che non include i punti dei lati sarà la sua parte interna.
Postulato 7. Sia r una retta orientata e siano A e B due suoi punti distinti, con A ≺ B.
Allora esiste un punto P ∈ r, distinto da A e B, tale che A ≺ P ≺ B .

A P B r

Corollario 10.2.1. Sia AB un segmento non nullo. Allora esso contiene infiniti punti.

A ··· P B
r

Dimostrazione. Siano A e B gli estremi distinti del segmento con A ≺ B. Dall’as-


sioma di densità, esiste un punto C diverso dagli estremi tale che A ≺ C ≺ B;
applicando ancora l’assioma di densità, tra A e C esiste il punto D, distinto da
essi, tale che A ≺ D ≺ C; e così via, applicando ripetutamente il postulato di
densità.

Pertanto, un segmento o contiene un unico punto (segmento nullo) o contiene


infiniti punti. Inoltre, il fatto che ogni segmento ha sempre una retta come sostegno
conduce al seguente
Corollario 10.2.2. La retta è un insieme infinito di punti.
Dimostrazione. Ogni segmento non nullo è un sottoinsieme di una retta (sostegno).
Poiché esso è un insieme infinito di punti, segue la tesi.
Teorema 10.2.1. Per un punto A del piano passano infinite rette.

α
A
C r
B

Dimostrazione. Il piano è univocamente determinato da un punto A e da una retta


r tale che A ∈/ r. La retta r contiene infiniti punti tutti distinti da A, per cui è
possibile costruire infinite rette passanti per A e per ciascun punto di r, in base al
postulato di appartenenza della retta.
10.3 postulato di illimitatezza della retta 95

Definizione 10.2.4. Sia C un punto del piano, l’insieme delle infinite rette passanti per
C si dice fascio proprio di rette di centro C.

Teorema 10.2.2. Il piano contiene infiniti punti e infinite rette.

B α
P2
C
A

P1

Dimostrazione. Basterà dimostrare che il piano contiene infinite rette. Il piano è


univocamente determinato da tre punti distinti e non allineati A, B e C, in base
al postulato di appartenenza del piano. I punti A e B individuano univocamente
la retta AB, la quale giace completamente sul piano perché ha i punti A e B in
comune con esso. Ciascuna retta (sono infinite) individuata da un qualunque
punto P ∈ AB e dal punto C giace completamente nel piano perché ha in comune
con esso i punti P e C. Contenendo il piano infinite rette, esso contiene anche
infiniti punti in quanto ogni retta contiene infiniti punti.

Introduciamo ora un altro sottoinsieme della retta.

Definizione 10.2.5. Sia r una retta orientata e sia P un suo punto. Si definisce semiret-
ta di origine P ciascuna parte in cui il punto P suddivide la retta. L’origine P appartiene
ad entrambe le semirette, le quali si dicono semirette opposte.

r
P

Le semirette verranno denotate con le lettere minuscole dell’alfabeto; altre volte


si indicheranno come AB dove la prima lettera A indica l’origine della semiretta,
mentre la seconda indica un qualunque punto della semiretta diverso dall’origine.

Corollario 10.2.3. La semiretta è un insieme infinito di punti.

Dimostrazione. Lasciata per esercizio.

10.3 postulato di illimitatezza della retta

Postulato 8. Sia r una retta orientata e sia P un suo qualsiasi punto. Allora esiste un
punto A ∈ r tale che A ≺ P, ed esiste un punto B ∈ r tale che P ≺ B.

B
A r
P
10.4 postulato di partizione del piano 96

Il postulato di illimitatezza esprime la seguente idea intuitiva: la retta non ha né


un inizio né una fine. Diremo che essa è un insieme illimitato di punti. Osserviamo
che la proprietà di essere un insieme illimitato è più forte di quella di essere un
insieme infinito. Infatti, il segmento è un insieme infinito di punti ma non è un
insieme illimitato di punti. Schematicamente

illimitato =⇒ infinito
=⇒
infinito  illimitato

10.4 postulato di partizione del piano

Postulato 9. Siano dati il piano α e la retta r contenuta in esso. Allora la retta r


suddivide il piano α in due parti α1 e α2 aventi le seguenti proprietà:

• per ogni coppia di punti A, B ∈ α1 tali che A, B ∈


/ r, il segmento AB è interamente
contenuto in α1 e AB ∩ r = ;

• per ogni coppia di punti A ∈ α1 e B ∈ α2 tali che A, B ∈


/ r, il segmento AB ha
intersezione non vuota con la retta r.

Definizione 10.4.1. Le parti α1 e α2 dell’assioma precedente si dicono semipiani. La


retta r, parte comune dei due semipiani, si dice origine dei semipiani.

Si deduce facilmente che anche i semipiani sono insiemi infiniti di punti. Inoltre,
essi sono da una parte limitati dalla propria origine, mentre dall’altra sono
illimitati.
P O S T U L AT I D I C O N G R U E N Z A 11
11.1 il movimento rigido e la congruenza tra figure

In matematica è opportuno utilizzare il simbolo di uguaglianza ‘=’ con molta


attenzione. Abbiamo in precedenza convenuto di pensare le figure geometriche
come insiemi di punti, ragion per cui bisogna essere coerenti col linguaggio della
teoria degli insiemi. In particolare, richiamiamo la seguente definizione.

Definizione 11.1.1. Due insiemi A e B si dicono uguali se hanno gli stessi elementi.

Nella geometria intuitiva si è soliti considerare uguali due figure che hanno le
stesse dimensioni, anche se sono costituite da punti diversi del piano. Tutto ciò
non è in accordo con la definizione data in precedenza, se vogliamo procedere
con rigore.

Definizione 11.1.2. Un movimento rigido è una procedura ideale che porta una figura
geometrica da una posizione del piano ad un’altra senza che ne vengano modificate le
dimensioni. Due figure = e = 0 che si corrispondono mediante un movimento rigido sono
dette congruenti o isometriche e si scrive = = ∼ = 0.

A0

C
C0

B
A B0

Si deduce che due figure geometriche uguali sono congruenti, ma due figure
congruenti non sono necessariamente uguali. Tutto ciò è riassunto dallo schema

= = =0 =⇒ ∼ =0
==
∼ =0 
==  = = =0
=⇒

11.2 postulati di congruenza

I postulati di congruenza sanciscono le proprietà della relazione di congruenza,


nonché stabiliscono regole sulla composizione di figure geometriche di base, quali
segmenti e angoli.

Postulato 10. Siano dati un segmento AB ed una semiretta orientata a di origine C.


∼ CD.
Allora esiste un unico punto D ∈ a tale che AB =

B D
A C
∼ CD
AB =

Il postulato stabilisce una regola per il confronto tra segmenti. Da esso si deduce
che

97
11.2 postulati di congruenza 98

1. se il punto E è tale che C ≺ E ≺ D, allora CE è minore di AB, notazione


CE < AB;

B ED
A C

2. se il punto E è tale che C ≺ D ≺ E, allora CE è maggiore di AB, notazione


CA > AB.

B DE
A C

∼ CD e CD =
Postulato 11. Ogni segmento è congruente a sé stesso. Se AB = ∼ EF, allora

AB = EF.

Il postulato asserisce semplicemente che la relazione di congruenza tra segmenti


gode delle proprietà riflessiva e transitiva. Inoltre, evidentemente, le due scritture
AB = ∼ CD e CD = ∼ AB sono equivalenti, per cui la relazione di congruenza tra
segmenti gode dell’ulteriore proprietà simmetrica.

Definizione 11.2.1. Si definisce punto medio di un segmento non nullo il punto in-
terno M tale AM =∼ MB. Ogni retta del fascio proprio di centro M diversa dal sostegno
AB si dice mediana del segmento AB.

A M B

∼ MB
AM =

Possiamo ora esporre come costruire in modo effettivo l’unione o somma di


due segmenti, in sintonia con i postulati di congruenza enunciati in precedenza.
Siano AB e CD due segmenti. Con un movimento rigido trasportiamo il se-
condo segmento in modo tale che C ≡ B e si ottengano due segmenti adiacenti.
Il segmento AD così ottenuto si dice il segmento somma di AB e CD. Resta
così definita l’operazione di addizione tra segmenti, la quale gode delle usuali
proprietà, vale a dire associativa, commutativa, dell’elemento neutro (il segmento
nullo).

A B≡C D

∼ AB + CD C
AD =
11.2 postulati di congruenza 99

Possiamo ora esporre come costruire in modo effettivo l’unione o somma di


due segmenti, in sintonia con i postulati di congruenza enunciati in precedenza.
Siano AB e CD due segmenti. Con un movimento rigido trasportiamo il se-
condo segmento in modo tale che C ≡ B e si ottengano due segmenti adiacenti.
Il segmento AD così ottenuto si dice il segmento somma di AB e CD. Resta
così definita l’operazione di addizione tra segmenti, la quale gode delle usuali
proprietà, vale a dire associativa, commutativa, dell’elemento neutro (il segmento
nullo).
La differenza AB − CD di segmenti verrà definita a patto che non si verifichi la
condizione AB < CD. Consideriamo, pertanto, tali segmenti con la condizione
posta:
• se AB =∼ CD, allora si conviene di assumere che la differenza AB − CD sia
il semento nullo;
• se AB > CD, allora con un movimento rigido trasportiamo il secondo
segmento in modo tale che C ≡ A e i due segmenti abbiano lo stesso
sostegno; per l’ipotesi fatta risulta A ≺ D ≺ B. Il segmento DB è il segmento
differenza di AB e CD.
Resta così definita un’operazione di sottrazione tra segmenti, con la ipotizzata
limitazione.
Postulato 12. Siano A, B, e C tre punti della retta orientata r tali che A ≺ B ≺ C,
e siano D, E, e F tre punti della retta orientata s tali che D ≺ E ≺ F. Se AB = ∼ DE e
BC = ∼ EF, allora AC =∼ DF. Inoltre, se AC = ∼ DF e AB = ∼ DE, allora BC =
∼ EF.

Il postulato asserisce che segmenti che sono somma o differenza di segmenti


congruenti sono a loro volta congruenti.
Definizione 11.2.2. Siano a e b due semirette orientate aventi la stessa origine V. Si
definisce angolo ciascuna parte in cui le semirette dividono il piano. Il punto V si chiama
vertice e le semirette lati dell’ angolo, i cui punti sono comuni alle due parti.

Con riferimento alla definizione precedente, siano dati i punti A ∈ a e B ∈ b. Si


converrà di orientare i due angoli individuati in senso antiorario.

b
B

β α
V

A
a

In base alla figura, l’angolo α avrà come primo lato a e come secondo lato b, di
contro l’angolo β avrà come primo lato b e come secondo lato a. Essi verranno
denotati entrambi con AVB, b purché non sorgano dubbi, dal contesto, a quale
angolo ci si riferisca.
Per parte interna di un angolo intenderemo i punti dell’angolo che non appar-
tengono ai suoi lati. Per parte esterna dell’angolo intenderemo i punti che non
appartengono all’angolo.
11.2 postulati di congruenza 100

Definizione 11.2.3. Si definisce angolo convesso l’angolo la cui parte interna non
contiene i prolungamenti dei lati. L’angolo la cui parte interna contiene i prolungamenti
dei lati si dice angolo concavo.

concavo

convesso
V

Definizione 11.2.4. Un poligono si dice convesso se i prolungamenti di tutti i suoi lati


non passano al suo interno, altrimenti si dice concavo.

Postulato 13. Siano dati un angolo AVB b ed una semiretta orientata UD di origine U.
Allora esiste un’unica semiretta orientata UC di origine U tale che AVB
b =∼ CUD.
b

D
B

C
V
U
A

AVB
b =∼ CUD
b

Il postulato stabilisce una regola per il confronto tra angoli. Da esso si deduce
che

1. se la semiretta UD è interna all’angolo AVB,


b allora l’angolo CUD
b è minore
dell’angolo AVB, notazione CUD < AVB;
b b b

CUD
b < AVB
b D
B

U≡V D U
C

A≡C

2. se la semiretta UD è esterna all’angolo AVB,


b allora l’angolo CUD
b è mag-
giore dell’angolo AVB, notazione CUD > AVB
b b b
11.2 postulati di congruenza 101

D
CUD
b > AVB
b
D

U≡V B U
C

A≡C

∼β
Postulato 14. Ogni angolo è congruente a sé stesso. Dati tre angoli α, β e γ: se α =
∼ ∼
e β = γ, allora α = γ.
Definizione 11.2.5. Due angoli si dicono consecutivi se hanno il vertice ed un lato in
comune.
Cominciamo ora a definire alcuni angoli particolari.
Definizione 11.2.6. Si definisce angolo giro l’angolo avente come lati due semirette
coincidenti.

V a≡b

I punti delle due semirette sovrapposte individuano il cosiddetto angolo nullo,


il quale è l’unico angolo che ha parte interna vuota. In base alla definizione
l’angolo giro è costituito da tutti i punti del piano.
Possiamo ora esporre come costruire in modo effettivo l’unione o somma di
due angoli, in sintonia con i postulati di congruenza enunciati in precedenza.
Siano α un angolo di primo lato a e secondo lato b con vertice V (indicato
con aVb),
b β un angolo di primo lato c e secondo lato d con vertice W(indicato
con cWd). Con un movimento rigido trasportiamo il secondo angolo in modo
c
tale che V ≡ W e c ≡ b; si ottiene così un angolo γ di vertice V, primo lato a e
secondo lato b (indicato con aVd),
b detto angolo somma di α e β, a patto che non
sia maggiore di un angolo giro. Resta così definita un’operazione di addizione
tra angoli per cui valgono le usuali proprietà, vale a dire associativa, commutativa,
proprietà dell’elemento neutro (angolo nullo). Si scriverà γ = α + β.
La differenza α − β di angoli verrà definita a patto che non si verifichi la
condizione α < β. Facendo riferimento alle notazioni precedenti
∼ β, allora α − β è congruente all’angolo nullo;
• se α =

• se α > β, allora con un un movimento rigido trasportiamo il secondo


angolo in modo tale che V ≡ W e c ≡ a, per cui sicuramente la semiretta d
è interna all’angolo α; si considera così l’angolo δ di vertice V, primo lato c
e secondo lato b (indicato con cVb),
b detto angolo differenza di α e β.

Resta così definita un’operazione di sottrazione tra angoli, con la ipotizzata


limitazione.
11.2 postulati di congruenza 102

∼ α0 e β =
Postulato 15. Dati gli angoli α, β, α 0 e β 0 , se α = ∼ β 0 , allora α + β =
∼ α 0 + β 0.
Se α 0
<β e α  0 ∼ 0 ∼ 0 ∼
<β e se α = α e β = β , allora α − β = α − β . 0 0

Il postulato asserisce che angoli che sono somma o differenza di angoli con-
gruenti sono a loro volta congruenti.
Definizione 11.2.7. Si definisce angolo piatto l’angolo avente come lati due semirette
opposte, cioé l’una il prolungamento dell’altra.

b V a

In base alla definizione ciascun angolo piatto è un semipiano, per cui si ottiene
immediatamente il seguente
Corollario 11.2.1. Ciascun angolo piatto è congruente alla metà di un angolo giro.
Pertanto tutti gli angoli piatti sono congruenti.
Dimostrazione. Infatti, con un movimento rigido si ottiene che i due semipiani
sono perfettamente sovrapponibili.
Definizione 11.2.8. Sia dato un angolo di vertice V. Si definisce bisettrice dell’angolo
la semiretta di origine V che divide l’angolo in due parti congruenti.

β
V
α b

a
∼β
α=

Definizione 11.2.9. Dato un angolo piatto e condotta la sua bisettrice, ciascun angolo
che si viene a determinare si dice angolo retto.

β α

b V a

∼β
α=
11.2 postulati di congruenza 103

Pertanto, ciascun angolo retto è congruente alla metà di un angolo piatto.


Per estensione, due rette incidenti che formano quattro angoli retti si dicono
perpendicolari. Studieremo in maggior dettaglio la relazione di perpendicolarità
tra rette in un prossimo capitolo.
Conveniamo di utilizzare le seguenti notazioni. Un qualunque angolo piatto
verra indicato con la lettera greca π; di conseguenza l’angolo giro verrà denotato
con 2π, mentre ogni angolo retto verrà denotato con π 2.

Definizione 11.2.10. Si definisce asse del segmento AB la retta a che è perpendicolare


al segmento nel suo punto medio.

A M B

Vediamo ora di definire particolari relazioni su coppie di angoli.

Definizione 11.2.11. Due angoli si dicono complementari se la loro somma è con-


gruente ad un angolo retto; due angoli si dicono supplementari se la loro somma è
congruente ad un angolo piatto.

Definizione 11.2.12. Due angoli si dicono opposti al vertice se i lati dell’uno sono i
prolungamenti dei lati dell’altro.

b0

a0

É evidente che due rette incidenti individuano due coppie di angoli opposti al
vertice.
Stabiliamo le seguenti importanti proprietà.

Teorema 11.2.1. Angoli complementari di uno stesso angolo sono congruenti.



Hp: α + β = π
∧ ∼
α+γ = π
2 2

∼γ
Th: β =
11.2 postulati di congruenza 104

Dimostrazione. .

1. ∼
α+β = π
Hp
2
2. ∼
α+γ = π
Hp
2
3. ∼ α+γ
α+β = 1., 2., proprietà transitiva
4. ∼γ
β= 3., differenza di angoli congruenti

Allo stesso modo si dimostra

Teorema 11.2.2. Angoli supplementari di uno stesso angolo sono congruenti.

Definizione 11.2.13. Due angoli consecutivi si dicono adiacenti se sono anche supple-
mentati.

c V a

La relazione di consecutività tra due angoli è più generale della relazione di


adiacenza, come illustrato dal seguente schema

α e β adiacenti =⇒ α e β consecutivi
α e β =⇒
consecutivi  α e β adiacenti
Allo stesso modo

α e β adiacenti =⇒ α e β supplementari
α e β =⇒
supplementari  α e β adiacenti
in quanto due angoli supplementari possono occupare parti di piano arbitrarie.

Teorema 11.2.3. Angoli opposti al vertice sono congruenti.

β
α
V

∼β
α=

Hp: α e β angoli opposti al vertice


∼β
Th: α =
11.2 postulati di congruenza 105

Dimostrazione. Indichiamo con γ l’angolo adiacente sia ad α che a β.

1. ∼π
α+γ = angoli adiacenti
2. ∼π
β+γ = angoli adiacenti
3. ∼ β+γ
α+γ = 1., 2., proprietà transitiva
4. ∼β
α= 3., supplementari di uno stesso angolo
I CRITERI DI CONGRUENZA PER I TRIANGOLI 12
In questa sezione studieremo una delle figure geometriche più importanti: il
triangolo. La conoscenza delle definizioni e delle proprietà che riguardano i
triangoli sono fondamentali per lo studio delle figure geometriche più complesse.
In particolare, i criteri di congruenza dei triangoli costituiranno una tecnica
molto potente nella conduzione delle dimostrazioni nel seguito di questo corso.
Dedurremo diversi teoremi fondamentali per i triangoli, studieremo le due più
semplici isometrie: le simmetrie centrale e assiale.

12.1 definizione e classificazione dei triangoli

É ben nota la seguente


Definizione 12.1.1. Si definisce triangolo un poligono avente tre lati.
Ogni triangolo ha tre vertici e tre angoli interni. Sulla base di caratteristiche
particolari di lati e angoli è possibile classificare i triangoli.
Definizione 12.1.2. Si definisce triangolo scaleno un triangolo in cui non ci sono lati
congruenti.
C

A B

Il triangolo scaleno è evidentemente il triangolo più generale e ogni proprietà


valida per esso sarà ereditata da ogni altro triangolo particolare, con gli opportuni
aggiustamenti. Si vedrà più avanti che in un triangolo scaleno non ci sono angoli
congruenti.
Definizione 12.1.3. Si dice triangolo isoscele un triangolo avente almeno due lati
congruenti. Un triangolo isoscele in cui tutti e tre i lati sono congruenti è detto triangolo
equilatero.
C C0

A B A0 B0

osservazione: Risulta evidente che la deduzione

ABC equilatero =⇒ ABC isoscele


risulta corretta, mentre quella inversa no. La situazione può essere illustrata
attraverso il seguente diagramma di Eulero, nel quale E rappresenta l’insieme dei
triangoli equilateri, I quello dei triangoli isosceli.

106
12.1 definizione e classificazione dei triangoli 107

I
E

In un triangolo isoscele, l’angolo formato dai due lati congruenti è detto angolo
al vertice, il lato che si oppone all’angolo al vertice base canonica, gli angoli adiacenti
alla base canonica angoli alla base.
In un triangolo equilatero, ciascun angolo può essere riguardato sia come angolo
alla base, sia come angolo al vertice.
Classifichiamo, ora, i triangoli sulla base degli angoli.

Definizione 12.1.4. Si definisce triangolo acutangolo un triangolo in cui tutti gli


angoli sono acuti, cioé minori di un angolo retto.

A B

Definizione 12.1.5. Si definisce triangolo ottusangolo un triangolo avente un angolo


ottuso, cioé maggiore di un angolo retto e minore di un angolo piatto.

A B

Definizione 12.1.6. Un triangolo con un angolo retto si dice triangolo rettangolo. I


lati dell’angolo retto sono denominati cateti, il terzo lato ipotenusa.

A B

Definizione 12.1.7. In un triangolo, si definisce mediana di un lato, il segmento


condotto dal punto medio del lato stesso al vertice opposto ad esso.

Le mediane di un triangolo sono tre; proveremo che si incontrano in un punto


detto baricentro, che per ogni triangolo è un punto interno.
12.2 i criteri di congruenza dei triangoli 108

P
N
G

B
A M

Definizione 12.1.8. In un triangolo, si definisce bisettrice di un angolo interno, il


segmento di bisettrice dell’angolo stesso, condotto dal suo vertice e avente come secondo
estremo un punto del lato opposto.
Le bisettrici di un triangolo sono tre; proveremo che si incontrano in un punto
detto incentro, che per ogni triangolo è un punto interno.

A B

A ciascun angolo interno di un triangolo si associa una coppia di angoli, come


segue.
Definizione 12.1.9. In un triangolo, si definisce angolo esterno associato ad un angolo
interno, ciascuno dei due angoli adiacenti ad esso, formati da uno dei suoi lati e dal
prolungamento dell’altro.

B
D
A
E

Il fatto che gli angoli esterni associati ad un angolo interno siano due può
sembrare una complicazione, ma essa viene immediatamente fugata dalla figura
precedente che ispira il seguente
Teorema 12.1.1. Gli angoli esterni associati ad un angolo interno sono congruenti.
Dimostrazione. Sono opposti al vertice.

12.2 i criteri di congruenza dei triangoli

La congruenza conserva sia le dimensioni che la forma delle figure geometriche. In


particolare, due triangoli sono congruenti se ciascun lato del primo è congruente
al lato corrispondente del secondo, e così anche per gli angoli. Occorre pertanto
confrontare tra loro sei informazioni per ciascun triangolo. I criteri di congruenza
dei triangoli ci assicurano, invece, che sono sufficienti tre informazioni per ciascun
triangolo, a patto che siano opportune.
12.2 i criteri di congruenza dei triangoli 109

Teorema 12.2.1 (Primo criterio di congruenza). Se due triangoli hanno ordinatamente


congruenti due lati e l’angolo da essi formato, allora essi sono congruenti.

C C0

A B A0 B0

∼ A 0 B 0 ∧ BC =
Hp: AB = ∼ B 0C 0 ∧ B
b=∼B
c0
∼ A 0B 0C 0
Th: ABC =

Dimostrazione. Con un movimento rigido trasportiamo il triangolo A 0 B 0 C 0 come


segue. Poiché Bb =∼ Bc0 , trasportiamo l’angolo B c0 sopra l’angolo B,
b in modo che
B’ vada su B. Siccome AB = ∼ A B e BC =
0 0 ∼ B C , anche A’ cade su A e C’ su C.
0 0

Avendo i tre vertici coincidenti, i due triangoli risultano congruenti.


Teorema 12.2.2 (Secondo criterio di congruenza). Se due triangoli hanno ordinata-
mente congruenti due angoli e il lato tra essi compreso, allora essi sono congruenti.

C C0

A B A0 B0

∼ A 0B 0 ∧ A
Hp:AB = b= ∼A
c0 ∧ B
b=∼B
c0
∼ A 0B 0C 0
Th: ABC =

Dimostrazione. Con un movimento rigido trasportiamo il triangolo A 0 B 0 C 0 come


segue. Poiché AB = ∼ A 0 B 0 , A’B’ si sovrappone a AB; siccome A ∼ A
b = c0 ∧ Bb= ∼B
c0 ,
la retta A’C’ si sovrappone ad AC, il lato B’C’ si sovrappone a BC; sapendo che
due rette incidenti s’incontrano in un solo punto, si deduce che anche il vertice
C’ si sovrappone a C. Avendo i tre vertici coincidenti, i due triangoli risultano
congruenti.
Teorema 12.2.3 (Secondo criterio di congruenza generalizzato). Se due trian-
goli hanno ordinatamente congruenti due angoli e un lato qualunque, allora essi sono
congruenti.
La dimostrazione del secondo criterio generalizzato verrà esposta nel capito sul
parallelismo.
Teorema 12.2.4 (Terzo criterio di congruenza). Se due triangoli hanno ordinatamente
congruenti i tre lati, allora essi sono congruenti.
La dimostrazione del terzo criterio di congruenza è omessa.
Come già accennato, i criteri di congruenza dei triangoli saranno uno strumento
potente per condurre gran parte delle dimostrazioni di questo corso. In parti-
colare, diamo le seguenti regole pratiche, delle quali alcune sono un’immediata
conseguenza dei postulati di congruenza.
12.3 esercizi 110

Regola pratica 1. Se si desidera dimostrare che due segmenti sono congruenti, allora
si considerano due triangoli che hanno quei segmenti come lati, si dimostra che i due
triangoli sono congruenti, quindi si applica la seguente

Regola pratica 2. In triangoli congruenti, ad angoli congruenti si oppongono lati


congruenti.

Regola pratica 3. Se si desidera dimostrare che due angoli sono congruenti, allora si
considerano due triangoli che hanno quegli angoli come angoli interni, si dimostra che i
due triangoli sono congruenti, quindi si applica la seguente

Regola pratica 4. In triangoli congruenti, a lati congruenti si oppongono angoli con-


gruenti.
∼ CD e EF =
Regola pratica 5. Se AB = ∼ GH, allora AB + EF =∼ CD + GH e AB − EF = ∼
CD − GH, allorquando la differenza tra segmenti ha significato in base alle regole in
merito già definite.

Regola pratica 6. Se Ab = ∼ Bb eC ∼ D,
b = b allora Ab +Cb =∼ Bb+D b eA b −C b = ∼ Bb − D,
b
allorquando la somma e la differenza tra angoli hanno significato, in base alle regole in
merito già stabilite.

Nelle dimostrazioni dei teoremi, l’applicazione dei criteri di congruenza sarà


evidenziata con le diciture abbreviate 1° c.c., 2° c.c., 3° c.c., 2° c.c.g..

12.3 esercizi

1. Sia C un punto dell’angolo convesso XOY


b e A e B due punti dei lati OX
∼ OB. Dimostra che i triangoli BCO e ACO
e OY dell’angolo taòi che OA =
sono congruenti.

2. Sia ABC un triangolo. Sulla bisettrice dell’angolo BAC


b considera due punti
∼ AB e AE =
D ed E tali che AD = ∼ AC. Dimostra che BE =∼ DC.

3. Disegna due triangoli congruenti ABC e A 0 B 0 C 0 . Sui lati congruenti AB e


∼ A 0 D 0 . Dimostra che gli
A 0 B 0 , considera i punti D e D 0 in modo che AD =
0 0 0
angoli CDB e C D B sono congruenti.
b c

4. Disegna un angolo AVB b e la sua bisettrice VC. Da un punto E della bisettrice


traccia una retta che forma con la bisettrice due angoli retti. Questa retta
interseca i lati dell’angolo nei punti A e B. Dimostra che AO = ∼ BO.

5. Disegna il triangolo ABC, con AB > AC. Traccia la bisettrice AD dell’angolo


e Dal punto D traccia una semiretta che formi con la bisettrice stessa un
A.
angolo congruente all’angolo ADC.
b Tale semiretta incontra AB nel punto E.
Dimostra che CD e DE sono congruenti.

6. Disegna i triangoli congruenti ABC e A 0 B 0 C 0 . Dimostra che le bisettrici di


due angoli congruenti sono congruenti.

7. Dimostra che due triangoli, che hanno congruenti due lati e la mediana
relativa ad uno dei due, sono congruenti.

8. Disegna due segmenti congruenti AB e DE. Costruisci su essi due triangoli


equilateri ABC e DEF. Dimostra che i triangoli sono congruenti. Puoi
dimostrare ancora la congruenza se costruisci sui due segmenti due triangoli
isosceli?
T E O R E M I D I C A R AT T E R I Z Z A Z I O N E D E I T R I A N G O L I
ISOSCELI
13
In questo paragrafo enunceremo e dimostreremo importanti proprietà che caratte-
rizzano i triangoli isosceli. Cominciamo col notissimo
Teorema 13.0.1 (Teorema diretto per i triangoli isosceli). In ogni triangolo isoscele,
gli angoli alla base sono congruenti.

A B

D E

∼ BC
Hp: ABC isoscele ∧ AC =
b ∼
Th: ABC = BAC
b

Dimostrazione. Costruzione: prolunghiamo i lati AC e BC, dalla parte di A e di


B, e scegliamo rispettivamente su tali prolungamenti due punti D ed E tali che
AD = ∼ BE; congiungiamo, quindi, B con D, A con E.

1. Consideriamo i triangoli BCD e


ACE
2. ∼ BC
AC = Hp
3. ∼ BE
AD = costruzione
4. ∼ CE
CD = 2., 3., somma di segmenti congruenti
5. b in comune
C figura
6. BCD = ∼ ACE 2., 4., 5., 1° c.c.
7. ∼ BD
AE = 6., 5., si oppongono ad angoli congruen-
ti
8. CAE
b =∼ CBD
b 6., si oppongono a lati congruenti
9. Consideriamo i triangoli ABD e
ABE
10. AB in comune figura
11. ABD =∼ ABE 3., 7., 10., 3° c.c.
12. BAE
b =∼ ABD
b 11., si oppongono a lati congruenti
13. ABC
b =∼ BAC
b 8., 12., differenza di angoli congruenti

Corollario 13.0.1. I triangoli equilateri sono equiangoli, cioè hanno tutti e tre gli angoli
congruenti.
Dimostrazione. Semplice esercizio.

111
112

Vale anche il viceversa del teorema diretto.

Teorema 13.0.2. (Teorema inverso per i triangoli isosceli) Ogni triangolo con due
angoli congruenti è isoscele.

A B

D E

Hp: ABC
b = ∼ BAC
b
Th: ABC isoscele

Dimostrazione. Si utilizza la stessa costruzione del teorema diretto.

1. Consideriamo ABD e ABE


2. CAD
b = ∼ CBE ∼π
b = figura
3. ABC
b =∼ BAC
b Hp
4. b ∼
BAD = ABE
b 2., 3., differenza di angoli congruenti
5. ∼ BE
AD = costruzione
6. AB in comune figura
7. ABD =∼ ABE 4., 5., 6., 1° c.c.
8. ∼ BD
AE = 7., si oppongono ad angoli congruenti
9. AEB
b = ∼ ADB
b 7., si oppongono a lati congruenti
10. ABD
b =∼ BAE
b 7., si oppongono a lati congruenti
11. CAE
b =∼ CBD
b 3., 10., somma di angoli congruenti
12. Consideriamo CDB e CAE
13. CDB =∼ CAE 8., 9., 11., 2° c.c.
14. ∼ BC
AC = 13., si oppongono ad angoli congruenti
15. ABC isoscele 14., definizione triangolo isoscele

Corollario 13.0.2. Un triangolo equiangolo è anche equilatero.

Dimostrazione. Chiaro.

osservazione: I teoremi diretto e inverso per i triangoli isosceli si possono


riassumere dicendo che: un triangolo è isoscele se, e solo se, gli angoli alla base sono
congruenti (simbolo ⇐⇒). Pertanto, fermo restando che la definizione di trian-
golo isoscele è quella già data, possiamo esprimerla in maniera alternativa come:
triangolo isoscele è quel triangolo che ha almeno due angoli congruenti. L’estensione ai
triangoli equilateri è evidente.
13.1 il primo teorema dell’angolo esterno 113

13.1 il primo teorema dell’angolo esterno

Nel paragrafo 6.1 abbiamo introdotto il concetto di angolo esterno di un triangolo.


Conosciamo già la relazione che sussiste tra un angolo interno e la coppia di
angoli esterni ad esso associati: l’angolo interno e ognuno degli angoli esterni sono
adiacenti. Ci chiediamo ora se sussistono relazioni tra ciascun angolo esterno e gli
angoli interni ad esso non adiacenti. La risposta è affermativa ed è stabilita dai
due teoremi dell’angolo esterno, e, in questo paragrafo, enunciamo e dimostriamo
solo il primo.

Teorema 13.1.1 (Primo teorema dell’angolo esterno). In ogni triangolo, un angolo


esterno è maggiore di ciascun angolo interno ad esso non adiacente.

C F

A B D

Hp: ABC
b + CBD
b = ∼ ABC
b + ABD ∼π
b =
Th: ABE > CAB, CBD > ACB
b b b b

Dimostrazione. Dimostriamo dapprima che CBD b Costruzione: Conside-


b > ACB.
riamo il punto medio M del lato BC, conduciamo la semiretta AM, di origine
∼ MF, per cui F è interno
A, e su di essa individuiamo il punto F tale che AM =
all’angolo esterno CBD.
b Congiungiamo F con B.

1. CBD
b > CBF
b F interno a CBD
b
2. Consideriamo i triangoli ACM e
BFM
3. CM =∼ MB per costruzione
4. ∼ MF
AM = per costruzione
5. AMC
c = ∼ BMF
c angoli opposti al vertice
6. ACM =∼ BFM 3., 4., 5., 1° c. c.
7. MBF
b =∼ ACB
b 6., si oppongono a lati congruenti
8. CBD
b > ACB
b 1., 7.

A B
M

Dimostriamo, infine, che ABE b Costruzione: Consideriamo il punto


b > CAB.
medio M del lato AB, conduciamo la semiretta CM, di origine C, e su di essa
13.2 teoremi sulla disuguaglianza triangolare 114

∼ MF, per cui F è interno all’angolo esterno


individuiamo il punto F tale che CM =
ABE. Congiungiamo F con B.
b

1. ABE
b > ABF
b F interno a ABE
b
2. Consideriamo i triangoli ACM e
BFM
3. AM =∼ MB per costruzione
4. ∼ MF
CM = per costruzione
5. AMC =
c ∼ BMF
c angoli opposti al vertice
6. ACM =∼ BFM 3., 4., 5., 1° c. c.
7. MBF
b =∼ CAB
b 6., si oppongono a lati congruenti
8. ABE
b > CAB
b 1., 7.

13.2 teoremi sulla disuguaglianza triangolare

Nel precedente paragrafo abbiamo dedotto che in un triangolo isoscele a lati


congruenti si oppongono angoli congruenti, e viceversa. Ci chiediamo ora se è
possibile determinare una relazione tra un lato e l’angolo opposto in un triangolo
scaleno. La risposta è affermativa ed è stabilita dai seguenti teoremi.
Teorema 13.2.1. Consideriamo un triangolo che abbia due lati non congruenti. Allora a
lato maggiore si oppone angolo maggiore.

A D B

Hp: AC < AB
Th: ABC
b < ACB
b

Dimostrazione. Poiché AC < AB, si considera un punto D interno al segmento


AB tale che AC =∼ AD.

1. ACD
b < ACB
b CD interno all’angolo ACB,
b per
costruzione
2. Consideriamo il triangolo ACD
3. ∼ AD
AC = costruzione
4. ACD isoscele 3., def. triangolo isoscele
5. ACD
b =∼ ADCb 4., teorema diretto triangoli isosceli
6. ADC
b < ACB
b 1., 5.
7. Consideriamo il triangolo BCD
8. ADC
b > ABC b 1° teorema dell’angolo esterno
9. ABC
b < ACB
b 6., 8., proprietà transitiva del <

Le proprietà che seguono sono i noti teoremi della disuguaglianza triangolare,


già studiati in maniera intuitiva durante la scuola media.
13.2 teoremi sulla disuguaglianza triangolare 115

Teorema 13.2.2 (Primo Teorema della disuguaglianza triangolare). In ogni trian-


golo, un lato qualunque è minore della somma degli altri due.

A B

Hp: ABC triangolo, AB lato qualunque


Th: AB < AC + BC

Dimostrazione. Costruzione: prolunghiamo il lato BC, dalla parte di C, di un


segmento CD = ∼ AC; congiungiamo D con A.

1. Per assurdo AB > AC + BC


2. AC =∼ CD costruzione
3. ACD isoscele 2., definizione triangolo isoscele
4. ADC
b =∼ DACb 3., teorema diretto triangoli isosceli
5. AB > CD + BC 1., 2.
6. AB > BD 5., somma segmenti adiacenti
7. Consideriamo ABD
8. ADB
b > DAB b 6., a lato maggiore si oppone angolo
maggiore
9. DAB
b =∼ DAC
b + CAB
b unione di angoli consecutivi
10. ADB
b < DAB
b 9.
11. Contraddizione 8., 10.
12. AB < AC + BC 11.

Teorema 13.2.3 (Secondo Teorema della disuguaglianza triangolare). In ogni


triangolo, un lato è maggiore della differenza degli altri due, qualora quest’ultima abbia
significato.

Hp: ABC triangolo, AB lato qualunque, BC > AC


Th: AB > BC − AC

Dimostrazione. Con riferimento alla dimostrazione e alla figura del primo teorema
della disuguaglianza triangolare

1. BC < AB + AC primo teorema disuguaglianza triango-


lare
2. ∼ AC
AC = proprietà riflessiva
3. BC − AC < AB + AC − AC compatibilità di < con −
4. BC − AC < AB 3.

Vale anche il viceversa del teorema 13.2.1


13.3 le simmetrie centrale e assiale 116

Teorema 13.2.4. Consideriamo un triangolo che abbia due angoli non congruenti. Allora
ad angolo maggiore si oppone lato maggiore.

A D B

Hp: ABC
b < ACBb
Th: AC < AB
Dimostrazione. Costruzione: Poiché ABC b conduciamo la semiretta di ori-
b < ACB,
gine C, che incontra AB in D, tale che DCB
b =∼ ABC.
b

1. Consideriamo BCD
2. DCB
b = ∼ ABC
b costruzione
3. BCD isoscele 2., teorema inverso triangoli isosceli
4. ∼ BD
CD = 3., definizione triangolo isoscele
5. Consideriamo ADC
6. AC < AD + CD primo teorema disuguaglianza triango-
lare
7. ∼ AD + DB
AB = somma segmenti adiacenti
8. ∼ AD + CD
AB = 4., 7.,
9. AC < AB 6., 8.

13.3 le simmetrie centrale e assiale

Lo studio delle simmetrie è molto importante in Geometria. In questo paragrafo


studieremo le rappresentazioni delle simmetrie centrale e assiale e le definizioni
che daremo saranno operative, vale a dire stabiliranno una procedura precisa per
cui, a partire da una data figura, sarà possibile costruire, con riga e compasso, la
figura simmetrica. Proveremo che le simmetrie centrale e assiale sono isometrie,
cioé conservano le dimensioni.
Diamo intanto la seguente
Definizione 13.3.1. Sia O un punto del piano; si definisce circonferenza di centro O
l’insieme dei punti del piano P equidistanti da O. Ciascuno dei segmenti OP, al variare
di P sulla cironferenza, si chiama raggio della circonferenza.
Studieremo in modo approfondito la circonferenza nel secondo anno di corso.
Definizione 13.3.2. Siano dati un punto O, detto centro di simmetria, ed un punto
qualsiasi P del piano. Si definisce simmetrico di P rispetto a O il punto Q ottenuto
come segue:
1° si traccia la retta OP
2° si descrive la circonferenza di centro O e raggio OP
3° si individua l’intersezione Q della circonferenza con la retta OP, dalla parte oppo-
sta a P rispetto a O.
In una simmetria centrale, il centro di simmetria è l’unico punto del piano che
ha come simmetrico sé stesso.
13.3 le simmetrie centrale e assiale 117

osservazione: Per costruire il simmetrico di un segmento AB si determinano


i simmetrici dei due estremi A e B ottenendo, rispettivamente, A 0 e B 0 , quindi
A 0 B 0 è il simmetrico del segmento dato. Per un qualunque poligono di n lati
si procede in modo analogo determinando il simmetrico di ogni singolo vertice
ottenendo così il poligono simmetrico.
Stabiliamo la seguente notazione. In generale, per denotare che la figura geo-
metrica G è simmetrica della figura F rispetto al centro di simmetria O, si scrive
σO (F) = G. É evidente che, in base alla definizione operativa, risulta σO (G) = F,
cioè la figura simmetrica di G rispetto ad O è la figura F.
É fondamentale la seguente proprietà.

Teorema 13.3.1. La simmetria centrale è un’isometria, cioé il simmetrico di un segmento


è un segmento congruente al primo.

A0
A O

B0

Hp: AO =∼ OA 0 ∧ BO =
∼ OB 0
∼ 0
Th: AB = A B 0

Dimostrazione. La figura precedente illustra la costruzione del simmetrico di AB


rispetto ad O.

1. Consideriamo i triangoli AOB e


A 0 OB 0
2. AO = ∼ OA 0 Hp
3. ∼ OB 0
BO = Hp
4. AOB
b = ∼ A 0 OB
b 0 angoli opposti al vertice
5. AOB =∼ A 0 OB 0 2., 3., 4., 1° c. c.
6. ∼
AB = A 0 B 0 5., si oppongono ad angoli congruenti

Nella sezione sul parallelismo dimostreremo che i due segmenti sono anche
paralleli. In generale, in una simmetria centrale ad ogni retta corrisponde una retta
parallela alla prima.
Vediamo ora la definizione operativa di simmetria assiale.

Definizione 13.3.3. Siano dati una retta a, detta asse di simmetria, ed un punto
qualsiasi P del piano. Si definisce simmetrico di P rispetto ad a il punto Q ottenuto
come segue:

1° si traccia la retta r perpendicolare ad a e passante per P

2° si individua l’intersezione a ∩ r = {C}

3° si determina il simmetrico Q di P rispetto a C.

In una simmetria assiale, ogni punto dell’asse di simmetria ha come simmetrico


sé stesso.
Le argomentazioni dell’osservazione precedente valgono anche per la simmetria
assiale.
13.3 le simmetrie centrale e assiale 118

Stabiliamo la seguente notazione. In generale, per denotare che la figura geo-


metrica G è simmetrica della figura F rispetto all’asse di simmetria a, si scrive
Σa (F) = G. É evidente che, in base alla definizione operativa, risulta Σa (G) = F,
cioè la figura simmetrica di G rispetto ad a è la figura F.

Teorema 13.3.2. La simmetria assiale è un’isometria, cioé il simmetrico di un segmento


è un segmento congruente al primo.

A B
a
D

B0
C

A0

Hp: AD =∼ DA 0 ∧ BC =
∼ CB 0
∼ 0
Th: AB = A B 0

Dimostrazione. Costruiamo il simmetrico A 0 B 0 di AB rispetto all’asse a. Siano C e


D i punti d’intersezione rispettivamente con le perpendicolari per B e A all’asse.
Tracciamo i segmenti AC e A 0 C.

1. Consideriamo i triangoli ACD e


A 0 CD
2. CD in comune
3. ∼ DA 0
AD = Hp
4. ADC
b = ∼ A 0 DC
b =∼ π
Hp
2
5. ACD =∼ A 0 CD 2., 3., 4., 1° c. c.
6. ∼ A 0C
AC = 5., si oppongono ad angoli congruenti
7. ACD
b =∼ A 0 CD
b 5., si oppongono a lati congruenti
8. Consideriamo i triangoli ACB e
A 0 CB 0
9. BC = ∼ CB 0 Hp
10. BCD b = ∼ B 0 CD
b =∼ π Hp
2
11. ACB
b =∼ A 0 CB
b 0 10., 7., differenza di angoli congruenti
12. ∼ A 0 CB 0
ACB = 6., 9., 11., 1° c. c.
13. ∼ A 0B 0
AB = 12., si oppongono ad angoli congruenti

Definizione 13.3.4. Una figura geometrica F è dotata di centro di simmetria O se risulta


σO (F) = F, cioè la figura simmetrica rispetto ad O di F è F stessa.

Definizione 13.3.5. Una figura geometrica F è dotata di asse di simmetria a se risulta


Σa (F) = F, cioè la figura simmetrica rispetto ad a di F è F stessa.
13.4 esercizi 119

13.4 esercizi

1. Nel triangolo isoscele ABC, di base AB, prolunga i lati CA e CB dalla parte
della base. La bisettrice dell’angolo supplementare di Ab incontra il prolun-
gamento del lato BC nel punto E. La bisettrice dell’angolo supplementare
di B
b incontra il prolungamento del lato AC nel punto F. Dimostra che
ABF =∼ ABE.

2. Disegna un triangolo isoscele ABC in modo che la base AB sia minore del
lato obliquo. Prolunga il lato CA, dalla parte di A, di un segmento AE
congruente alla differenza fra il lato obliquo e la base. Prolunga poi la base
AB, dalla parte di B, di un segmento BF = ∼ AE. Congiungi F con C ed E.

Dimostra che CF = EF.

3. Sui lati congruenti del triangolo isoscele ABC, di vertice C, disegna due
segmenti congruenti CE e CF. Congiungi E con B, poi A con F; indica con D
il loro punto d’intersezione. Dimostra che anche il triangolo ABD è isoscele.

4. Sui due lati obliqui del triangolo isoscele ABC, di base AB, disegna, ester-
namente al triangolo, i triangoli equilateri BCD e ACE. Congiungi A con
D e B con E, poi indica con F il punto intersezione dei segmenti ottenuti.
Dimostra che
a) AD = ∼ BE
b) CF è bisettrice di ACB.
b

5. Disegna un triangolo isoscele ABC, di base BC e l’angolo A b acuto. Traccia


le altezze BH e CK relative, rispettivamente, ai lati AC e AB e prolunga tali
altezze, dalla parte di H e K, dei segmenti HB 0 =∼ BH e KC 0 =
∼ CK. Sia A 0 il
0 0
punto d’intersezione della retta BC con la retta B C. Dimostra che
a) ABC = ∼ AC 0 B =
∼ AB 0 C
b) il triangolo A 0 B 0 C 0 è isoscele.
P E R P E N D I C O L A R I TÀ 14
14.1 definizioni e prime applicazioni

In questa sezione definiremo la relazione di perpendicolarità tra rette. Essa è


fondamentale per le procedure di costruzione con riga e compasso, quindi per la
costruzione di una vasta categoria di figure geometriche.
Definizione 14.1.1. Due rette incidenti r ed s si dicono perpendicolari se dividono il
piano in quattro angoli congruenti. Notazione: r⊥s. Il punto d’intersezione si chiamma
piede.

Si deduce immediatamente che i quattro angoli congruenti sono retti.


La relazione di perpendicolarità tra rette gode solo della seguente proprietà:

r⊥s ⇐⇒ s⊥r

detta proprietà simmetrica, essendo r ed s rette del piano.


Estendiamo ora il concetto di perpendicolarità a semirette e segmenti.
Definizione 14.1.2. Due semiretterette si dicono perpendicolari se le le loro rette so-
stegno sono perpendicolari. Allo stesso modo, due segmenti si dicono perpendicolari se
le le loro rette sostegno sono perpendicolari.
Teorema 14.1.1. Sia data una retta r e sia P un punto, su di essa o esterno; allora è
unica la retta s passante per P e perpendicolare a r.

C B A r

Hp: P ∈/ r ∧ P ∈ s ∧ r⊥s
Th: s unica

120
14.2 ulteriori proprietà dei triangoli isosceli 121

Dimostrazione. Dimostreremo il teorema solo nel caso specificato nelle ipotesi,


cioé P ∈
/ r. Costruzione: sia A il punto d’incontro della retta s con la retta r.
Tracciamo per P una retta t che incontra r in B.

1. Per assurdo t 6= s con t⊥r


2. PAB
b = ∼ π/2 Hp
3. PBC
b =∼ π/2 1.
4. PAB
b =∼ PBC
b 2., 3., proprietà transitiva
5. Consideriamo il triangolo BAP
6. PBC
b > PABb 1° teorema dell’angolo esterno
7. Contraddizione 3., 6.
8. s unica

Ciascun lato di un triangolo può essere riguardato come base del triangolo
stesso. Ha senso, pertanto, la seguente

Definizione 14.1.3. In un triangolo, si definisce altezza relativa ad un lato (base),


il segmento perpendicolare alla base condotto ad essa dal vertice opposto, il cui secondo
estremo è il piede della perpendicolare stessa.

Ogni triangolo ha tre altezze, ciascuna relativa ad un lato. Solo nel caso dei
triangoli ottusangoli le altezze relative ai due lati dell’angolo ottuso si costruiscono
esternamente ad esso, utilizzando i prolungamenti dei lati stessi. Inoltre, provere-
mo che le tre altezze si incontrano in un punto, esterno al triangolo solo per i
triangoli ottusangoli, interno per tutti gli altri.

C C0

A D B D0 A0 B0

In un triangolo rettangolo, i cateti sono perpendicolari e ciascuno di essi è altez-


za relativa dell’altro. La terza altezza è denominata altezza relativa all’ipotenusa.
Per i triangoli rettangoli è possibile enunciare i criteri di congruenza in modo
semplificato, poiché essi hanno la caratteristica di avere un angolo retto.

Teorema 14.1.2. (Criteri di congruenza dei triangoli rettangoli) Se due triangoli


rettangoli hanno ordinatamente congruenti due lati qualunque, oppure un lato qualunque
e un angolo diverso da quello retto, allora essi sono congruenti.

Dimostrazione. Esplicitarla come esercizio nei seguenti semplici casi: due cateti
ordinatamente congruenti, un lato qualunque ed un angolo acuto ordinatamente
congruenti.

14.2 ulteriori proprietà dei triangoli isosceli

Ritorniamo ad occuparci dei triangoli isosceli, enunciando importanti proprietà


che giustificano un gran numero di costruzioni geometriche.

Teorema 14.2.1. In ogni triangolo isoscele, l’altezza relativa alla base, la mediana della
base e la bisettrice dell’angolo al vertice coincidono.
14.2 ulteriori proprietà dei triangoli isosceli 122

A H B

∼ BC ∧ CH⊥AB
Hp: AC =

Th: AH = HB ∧ ACH
b =∼ BCH
b

Dimostrazione. .

1. Consideriamo i triangoli AHC e


BHC
2. AHC
b = ∼ BHC
b =∼ π/2 Hp
3. CH in comune figura
4. ∼ BC
AC = Hp
5. ∼ BHC
AHC = 2., 3., 4., criterio di congruenza dei
triangoli rettangoli
6. ∼ HB
AH = 5., terzi lati
7. ACH
b = ∼ BCH
b 5., 6., si oppongono a lati congruenti

∼ BC ∧ AH =
Hp: AC = ∼ HB
Th: CH⊥AB ∧ ACH
b =∼ BCH
b

Dimostrazione. .

1. Consideriamo i triangoli AHC e


BHC
2. ∼ HB
AH = Hp
3. CH in comune figura
4. ∼ BC
AC = Hp
5. ∼ BHC
AHC = 2., 3., 4., 3° c.c.
6. ACH
b =∼ BCH
b 5., si oppongono a lati congruenti
7. AHC
b =∼ BHC
b 5., si oppongono a lati congruenti
8. b b ∼π
AHC + BHC = angoli adiacenti
9. AHC
b =∼ BHC
b =∼ π/2 7., 8.
10. CH⊥AB 9.

∼ BC ∧ ACH
Hp: AC = b =∼ BCH
b

Th: CH⊥AB ∧ AH = HB

Dimostrazione. .

1. Consideriamo i triangoli AHC e


BHC
14.2 ulteriori proprietà dei triangoli isosceli 123

2. CH in comune figura
3. ∼ BC
AC = Hp
4. ACH
b =∼ BCH
b Hp
5. ∼ BHC
AHC = 2., 3., 4., 1° c.c.
6. ∼ HB
AH = 5., si oppongono ad angoli congruenti
7. AHC
b = ∼ BHC
b 5., si oppongono a lati congruenti
8. AHC
b + BHC
b =∼π angoli adiacenti
9. AHC
b =∼ BHC
b =∼ π/2 7., 8.
10. CH⊥AB 9.

Vale anche il viceversa.

Teorema 14.2.2. Se in un triangolo ABC

1. l’altezza relativa ad AB e la mediana di AB coincidono, oppure

2. l’altezza relativa ad AB e la bisettrice dell’angolo C


b coincidono, oppure

3. la bisettrice dell’angolo C
b e la mediana di AB coincidono

allora il triangolo è isoscele di base AB.

A H B

∼ HB ∧ ACH
Hp: AH = b =∼ BCH
b

Th: ABC triangolo isoscele

Dimostrazione. Le dimostrazioni dei primi due asserti sono semplici esercizi, ra-
gion per cui dimostreremo solo il terzo. Costruzione: con riferimento alla figura
precedente, prolunghiamo la bisettrice CH, dalla parte di H, di un segmento
HD =∼ CH, quindi congiungiamo A con D.
14.3 costruzioni con riga e compasso 124

1. Consideriamo i triangoli AHD e


BHC
2. ∼ HB
AH = Hp
3. ∼ HD
CH = costruzione
4. AHD
b = ∼ BHC
b angoli opposti al vertice
5. ∼ BHC
AHD = 2., 3., 4., 1° c.c.
6. ADH
b =∼ BCH
b 5., si oppongono a lati congruenti
7. ∼ AD
BC = 5., si oppongono ad angoli congruenti
8. ACH
b = ∼ BCH
b Hp
9. ADH
b =∼ ACH
b 6., 8., proprietà transitiva
10. ADC triangolo isoscele 9., teorema inverso triangoli isosceli
11. ∼ AD
AC = 10., def. triangolo isoscele
12. ∼ BC
AC = 7., 11., proprietà transitiva
13. ABC triangolo isocele 12., def. triangololo isoscele

Da queste caratterizzazioni dei triangoli isosceli discende immediatamente che


gli unici triangoli dotati di asse di simmetria sono proprio i triangoli isosceli. In
particolare, i triangoli equilateri sono dotati di tre assi di simmetria.

14.3 costruzioni con riga e compasso

In questo paragrafo esporremo le procedure operative per effettuare alcune co-


struzioni con riga e compasso. Con la riga sarà consentito solo tracciare linee, ma
non effettuare misure.
Evisentemente una circonferenza è univocamente determinata dal suo centro e
dal suo raggio. Circonferenze con raggi congruenti sono congruenti.

Problema 14.3.1. Data la retta r e dato il punto P, costruire la retta s perpendicolare ad


r e passante per P.

• 1° caso: P ∈ r
1. Si punta il compasso in P e con apertura arbitraria si descrive una
circonferenza;
2. si individuano i punti d’intersezione A e B della retta r con la circon-
ferenza;
3. si punta il compasso in A e con apertura AB si descrive una circonfe-
renza;
4. si punta il compasso in B e con apertura BA si descrive una circonfe-
renza;
5. si individuano i punti d’intersezione C e D delle due circonferenze;
6. si conduce la retta CD: essa è la retta s perpendicolare ad r e passante
per P.
14.3 costruzioni con riga e compasso 125

s
C

A P B r

• 2° caso: P ∈
/r
1. Si punta il compasso in P e si descrive una circonferenza che incontra
la retta r nei punti didtinti A e B;
si ripetono i passi 3., 4., 5., 6., del caso precedente.
Problema 14.3.2. Data la retta r e dato il punto P, costruire la retta s parallela ad r e
passante per P.
• 1° caso: P ∈ r. Non si descrive alcuna costruzione in quanto s = r.
• 2° caso: P ∈
/r
1. Si costruisce la retta t perpendicolare ad r utilizzando la costruzione
del problema precedente (2° caso);
2. si costruisce la retta s perpendicolare ad r utilizzando la costruzione
del problema precedente (1° caso);
la retta s così costruita è parallela alla retta r di partenza.
Dimostreremo nel capitolo sul parallelismo la proprietà: due rette perpendicolari
ad una stessa retta sono tra loro parallele.
Problema 14.3.3. Dato il segmento non nullo AB, costruire il suo punto medio M.
1. Si punta il compasso in A con apertura AB e si descrive una circonferenza;
2. si punta il compasso in B con apertura BA e si descrive una circonferenza;
3. siano C e D i punti d’intersezione delle due circonferenze;
4. si conduce ls retta CD;
5. si determina il punto d’intersezione M tra il segmento AB e la retta CD:
esso è il punto medio del segmento.

A M B

D
14.3 costruzioni con riga e compasso 126

Nella costruzione precedente, la retta CD è anche asse del segmento AB.


Pertanto è gia risolto il seguente
Problema 14.3.4. Dato il segmento non nullo AB, costruire il suo asse.
Infine, analizziamo una costruzione che riguarda gli angoli.

Problema 14.3.5. Dato l’angolo aVb,


b costruire la sua bisettrice.

1. Si punta il compasso nel vertice V e si descrive una circonferenza di raggio


arbitrario;

2. si individuano i punti d’intersezione A e B della circonferenza rispettiva-


mente con i lati dell’angolo a e b;

3. si conduce il segmento AB;

4. si costruisce il punto medio M del segmento AB;

5. si conduce la semiretta VM di origine V: essa è la bisettrice dell’angolo


aVb.
b

Siamo ora in grado di definire il concetto di proiezione ortogonale.


Definizione 14.3.1. Siano assegnati un punto P ed una retta r. Si definisce proiezione
ortogonale di P su r il piede della retta perpendicolare ad r condotta da P.

P0 r

La proiezione ortogonale di un punto è sempre un punto. Se P ∈ r, allora la


proiezione ortogonale di P è il punto stesso.
Definizione 14.3.2. Siano assegnati un segmento AB ed una retta r. Si definisce proie-
zione ortogonale di AB su r il segmento contenuto in r i cui estremi sono i piedi delle
rette perpendicolari ad r condotte da A e B.

A0 B0 r
14.4 luoghi geometrici 127

Se il segmento è tale che il suo sostegno non è incidente la retta, allora la


sua proiezione ortogonale è un segmento ad esso congruente. Se il segmento è
perpendicolare alla retta, allora la sua proiezione ortogonale è un punto della
retta. Se il segmento è contenuto nella, allora esso e la sua proiezione coincidono.

A B C

A0 B0 r C0 s

14.4 luoghi geometrici

Esistono figure geometriche che si possono descrivere attraverso una proprietà


comune a tutti i loro punti.

Definizione 14.4.1. Si definisce luogo geometrico l’insieme di tutti e soli i punti del
piano che soddisfano una data proprietà.

I luoghi geometrici che caratterizzeremo in questo paragrafo sono l’asse di un


segmento e la bisettrice di un angolo.

Teorema 14.4.1. Siano AB un segmento e a il suo asse. Allora un punto P è sull’asse a


se, e solo se, è eqidistante dagli estremi A e B del segmento.

In altre parole: l’asse di un segmento è il luogo geometrico dei punti equidistanti dagli
estremi del segmento.

A M B

Hp: a asse di AB ∧ P∈a

∼ PB
Th: PA =

Dimostrazione. Sia M il punto medio di AB.


14.4 luoghi geometrici 128

1. Consideriamo il triangolo ABP


2. PM mediana di AB Hp, a asse di AB
3. PM⊥AB Hp, a asse di AB
4. PM altezza relativa ad AB 3.
5. ABP triangolo isoscele di base AB 2., 4., teorema di caratterizzazione
triangoli isosceli
6. ∼ PB
PA = 5., def. triangolo isoscele

A M B

Hp: P ∈ a ∧ ∼ PB
PA =

Th: a asse di AB

Dimostrazione. Sia M il punto medio di AB.

1. Consideriamo il triangolo ABP


2. ∼ PB
PA = Hp
3. ABP triangolo isoscele di base AB 2., def. triangolo isoscele
4. PM mediana di AB M punto medio di AB
5. PM altezza relativa ad AB 3., 4., teorema caratterizzazione trian-
goli isosceli
6. PM⊥AB Hp, 5.
7. a asse di AB 4., 6., def. di asse di un segmento

Teorema 14.4.2. Siano aVb b un angolo e c la sua bisettrice. Allora un punto P è sulla
bisettrice c se, e solo se esso è eqidistante dai lati a e b dell’angolo.

In altre parole: la bisettrice di un angolo è il luogo geometrico dei punti equidistanti


dai lati dell’angolo.
14.4 luoghi geometrici 129

V
P c

Hp: c bisettrice di aVb


b ∧ P∈c
Th: P equidistante da a e b

Dimostrazione. Costruzione: Da P ∈ c conduciamo le perpendicoari ai lati a e b


dell’angolo rispettivamente in A e in B.

1. Consideriamo i triangoli AVP e


BVP
2. V BP
b =∼ V AP
b =∼ π costruzione
2
3. AVP e BVP triangoli rettangoli 2., def. triangolo rettangolo
4. VP in comune figura
5. AVP
b = ∼ BVP
b Hp, c bisettrice di AVB
b
6. ∼ BVP
AVP = 3., 4., 5., criterio di congruenza triangoli
rettangoli
7. ∼ BP
AP = 6., si oppongono ad angoli congruenti
8. P equidistante da a e b 7.

V
P c

Hp: P ∈ c equidistante da a e b
Th: c bisettrice di aVb
b

Dimostrazione. Costruzione: identica alla prima parte della dimostrazione.


14.4 luoghi geometrici 130

1. Consideriamo i triangoli AVP e


BVP
2. V BP
b =∼ V AP
b =∼ π costruzione
2
3. AVP e BVP triangoli rettangoli 2., def. triangolo rettangolo
4. ∼ BP
AP = Hp
5. VP in comune figura
6. AVP =∼ BVP 3., 4., 5., criterio di congruenza triangoli
rettangoli
7. AVP
b =∼ BVP
b 6., si oppongono a lati congruenti
8. c bisettrice di AVP
b 7., def. bisettrice di un angolo
PA R A L L E L I S M O 15
In questa sezione studieremo uno dei concetti più affascinanti e controversi della
geometria: il parallelismo. Esso ci introduce allo studio di figure geometriche di
grande interesse, alla deduzione di proprietà generali utili allo studio di figure di
ulteriore complessità, in particolare i quadrilateri notevoli.

15.1 definizioni e v postulato di euclide

Definizione 15.1.1. Due rette r e s si dicono parallele se si verifica una delle seguenti
condizioni
r≡s
r∩s =
Se r e s sono parallele, allora si scrive rks.
Osservazione 15.1.1. Dalla definizione si intuisce che due rette parallele o sono coinci-
denti, oppure non hanno alcun punto in comune.
Euclide, riguardo al parallelismo, introdusse nei suoi Elementi un postulato
alquanto misterioso e tutt’altro che ovvio, che con linguaggio moderno è possibile
enunciare nel modo seguente.
Postulato 16 (V postulato di Euclide). Siano r una retta e P un punto esterno ad essa;
allora esiste ed è unica la retta s parallela a r e passante per il punto P.

P
s

Il V postulato di Euclide (denominato anche, significativamente, postulato delle


parallele), esprime non solo l’esistenza della retta s, ma anche la sua unicità: ogni
altra retta passante per P sarà incidente la retta r. Per circa duemila anni si è
pensato che tale proprietà si potesse dedurre dagli altri postulati, ma a cavallo
dei secoli XVIII e XIX si è finalmente provato che il postulato delle parallele
è indipendente dagli altri assiomi. Si possono, però, costruire geometrie in cui
questo postulato non vale, o per quanto attiene l’esistenza della retta parallela
s o per la sua unicità. Queste geometrie vengono denominate geometrie non-
euclidee. Di contro, la geometria che studiate in questo corso, per cui vale il V
postulato di Euclide, è denominata geometria euclidea.
Il seguente teorema esprime le proprietà della relazione di parallelismo tra
rette.
Teorema 15.1.1 (Proprietà del parallelismo). La relazione di parallelismo tra rette
gode delle seguenti proprietà:

R) rkr proprietà riflessiva


S) rks ⇐⇒ skr proprietà simmetrica
T) (rks ∧ skt) =⇒ rkt proprietà transitiva

131
15.2 rette tagliate da una trasversale 132

Dimostrazione. R) La proprietà riflessiva discende direttamente dalla definizio-


ne di rette parallele, vale a dire: una retta è parallela a sé stessa.
S) Supponiamo che le due rette siano distinte. Allora
rks ⇐⇒ r ∩ s = ⇐⇒ s ∩ r = ⇐⇒ skr
in quanto l’intersezione tra insiemi gode della proprietà commutativa.
T) Supponiamo che le tre rette siano distinte. Per assurdo, sia r ∩ t = {P};
allora risulta sia P ∈ r che P ∈ t. Pertanto per il punto P esterno alla retta s
passano due rette distinte r e t parallele ad essa, in contraddizione con il
quinto postulato di Euclide. Si conclude che r ∩ t = , e quindi rks.

Definizione 15.1.2. Si definisce fascio improprio di rette un insieme di rette tutte


parallele tra loro.

É possibile estendere la nozione di parallelismo a semirette e segmenti, con la


dovuta attenzione.
Definizione 15.1.3. Due semirette si dicono parallele se le rette sostegno sono parallele.
Due segmenti si dicono paralleli se le rette sostegno sono parallele.

15.2 rette tagliate da una trasversale

In questo paragrafo vogliamo studiare le figure che vengono a determinarsi


quando consideriamo una coppia di rette qualsiasi r ed s che incontrano entrambe
una terza retta t. Si parla di coppie di rette tagliate da una trasversale. Come è facile
immaginare, tali rette individuano una serie di angoli i cui vertici sono i due
punti d’intersezione della trasversale con ciascuna delle altre due rette. Tali angoli,
a coppie, assumono una precisa denominazione. Osserviamo attentamente la
seguente figura.
t

8 7
6 5 s

4 3
2 1 r

Definizione 15.2.1. Siano date le rette r ed s tagliate dalla trasversale t come in figura.
Esse individuano otto angoli che, a coppie, vengono denominati come segue:
1. le coppie di angoli (3, 6) e (4, 5) si dicono angoli alterni interni;
2. le coppie di angoli (1, 8) e (2, 7) si dicono angoli alterni esterni;
3. le coppie di angoli (3, 5) e (4, 6) si dicono angoli coniugati interni;
4. le coppie di angoli (1, 7) e (2, 8) si dicono angoli coniugati esterni;
5. le coppie di angoli (1, 5), (3, 7), (2, 6) e (4, 8) si dicono angoli corrispondenti.
15.3 criteri di parallelismo 133

15.3 criteri di parallelismo

Il nostro studio ora si concentra sull’analisi del seguente problema. Considerate


due rette parallele r ed s tagliate dalla trasversale t ci chiediamo quali sono le
condizioni che regolano le coppie di angoli della definizione 1.4. La risposta a tale
quesito risiede nei seguenti teoremi.

Teorema 15.3.1 (Teorema fondamentale). Siano date due rette r ed s tagliate dalla
trasversale t. Se coppie di angoli alterni interni sono congruenti, allora le rette r ed s
sono parallele.

D B
s

A C r

Hp: BAC ∼ ABD


b = b
Th: rks

Dimostrazione. Dimostriamo il teorema per assurdo.


1. Per assurdo r ∩ s = {P}
2. Consideriamo il triangolo ABP
3. BAC
b = ∼ ABD
b Hp
4. BAC
b > ABD
b 1° teorema angolo esterno
5. Contraddizione 3., 4.
6. rks 5.

Dal teorema fondamentale seguono immediatamente i seguenti teoremi.

Teorema 15.3.2. Siano date due rette r ed s tagliate dalla trasversale t. Se coppie di
angoli alterni esterni sono congruenti, allora le rette r ed s sono parallele.

t
G
D E
B s

A
H C r

F
15.3 criteri di parallelismo 134

Hp: FAC ∼ DBG


b = b
Th: rks

Dimostrazione. .

1. FAC
b =∼ DBG
b Hp
2. FAC
b =∼ HAB
b angoli opposti al vertice
3. DBG
b =∼ EBA
b angoli opposti al vertice
4. HAB
b =∼ EBA
b 2., 3., transitività congruenza
5. rks 4., teorema fondamentale

Teorema 15.3.3. Siano date due rette r ed s tagliate dalla trasversale t. Se coppie di
angoli coniugati interni (rispettivamente esterni) sono supplementari, allora le rette r ed
s sono parallele.

Hp: CAB
b + ABE
b =∼π
Th: rks

Dimostrazione. Dimostriamo il teorema utilizzando come ipotesi solo una coppia


di angoli coniugati interni, riferendoci alla figura precedente.

1. CAB
b + ABE
b =∼π Hp
2. HAB
b + CAB
b =∼π angoli adiacenti
4. HAB
b =∼ EBA
b 1., 2., differenza di angoli congruenti
5. rks 4., teorema fondamentale

Corollario 15.3.1. Se le rette r ed s sono entrambe perpendicolari ad una retta t, allora


esse sono parallele.

rks

Dimostrazione. Gli angoli coniugati interni formati dalle rette r ed s tagliate dalla
trasversale t sono entrambi retti, quindi supplementari.

Teorema 15.3.4. Siano date due rette r ed s tagliate dalla trasversale t. Se coppie di
angoli corrispondenti sono congruenti, allora le rette r ed s sono parallele.

La dimostrazione è un semplice esercizio.


Il fatto notevole è che vale il viceversa delle proposizioni precedentemente
dimostrate.

Teorema 15.3.5 (Teorema inverso del fondamentale). Siano date due rette parallele r
ed s tagliate dalla trasversale t; allora coppie di angoli alterni interni sono congruenti.
15.3 criteri di parallelismo 135

D B
s

E A C r

Hp: rks
Th: BAC
b =∼ ABD
b

Dimostrazione. Supponiamo per assurdo di negare la tesi, per cui possiamo pen-
sare BAC
b < ABD.b Si conduca per B la semiretta u in modo che BAC b =∼ EBA.
b In
virtù del V postulato di Euclide la semiretta u non può essere parallela a r, per
cui sia E il punto d’intersezione tra r e u. Considerato il triangolo ABE, risulta
che BAC
b è un suo angolo esterno. La condizione BAC b = ∼ EBA
b contraddice il 1°
b ∼
teorema dell’angolo esterno. Conclusione: BAC = ABD. b

Corollario 15.3.2. Siano date due rette parallele r ed s tagliate dalla trasversale t; allora
coppie di angoli alterni esterni sono congruenti.
Corollario 15.3.3. Siano date due rette parallele r ed s tagliate dalla trasversale t; allora
coppie di angoli coniugati interni ed esterni sono supplementari.
Corollario 15.3.4. Siano date due rette parallele r ed s tagliate dalla trasversale t; allora
coppie di angoli corrispondenti sono congruenti.
Le dimostrazioni dei corollari sono semplici esercizi.
Possiamo riassumere le proprietà viste nel modo seguente.
Teorema 15.3.6 (Criteri di parallelismo). Siano date due rette r ed s tagliate dalla
trasversale t; allora rks se, e solo se, si verifica una delle seguenti condizioni
1. coppie di angoli alterni interni sono congruenti;
2. coppie di angoli alterni esterni sono congruenti;
3. coppie di angoli coniugati interni ed esterni sono supplementari;
4. coppie di angoli corrispondenti sono congruenti.
Teorema 15.3.7. Siano date due rette parallele r ed s. Allora tutti i segmenti aventi
estremi sulle rette e ad esse perpendicolari sono congruenti.
In altre parole, due rette parallele hanno tra loro distanza costante.

D B
s

A C r
15.4 teorema degli angoli interni di un triangolo 136

Hp: rks, AD⊥r, s BC⊥r, s


Th: AD =∼ BC

Dimostrazione. Con riferimento alla figura precedente


1. Conduciamo il segmento AB
2. Consideriamo i triangoli ABC e
ABD
3. rks Hp
4. AD⊥r, s BC⊥r, s Hp
5. ABC e ABD triangoli rettangoli 4.
6. AB in comune
7. CAB
b = ∼ DBA
b a.a.i. formati da rks e AB
8. ∼ ABD
ABC = 5., 6., 7., 2° c.c.g.
9. ∼
AD = BC 8., si oppongono ad angoli congruenti

15.4 teorema degli angoli interni di un triangolo

Vedremo in questo paragrafo diverse applicazioni importanti dei criteri di paralle-


lismo. Cominciamo subito con uno dei più noti teoremi sui triangoli.

Teorema 15.4.1. In ogni triangolo, la somma degli angoli interni è congruente ad un


angolo piatto.

D C E
r

A B

Hp: ABC triangolo qualunque


Th: ABC
b + ACBb + BACb =∼π

Dimostrazione. Conduciamo per C la retta r parallela al lato AB, che per il V


postulato di Euclide è unica.
1. ABkr costruzione
2. BAC
b = ∼ DCA
b a.a.i. formati da ABkr e AC
3. ABC
b =∼ ECB
b a.a.i. formati da ABkr e BC
4. DCA
b + ECB
b + ACB
b =∼π figura
5. ABC
b + ACB
b + BAC
b =∼π 2., 3., 4.

Pertanto, la conoscenza di due angoli di un triangolo individua univocamente


il terzo angolo.
Conseguenze immediate sono i seguenti corollari.

Corollario 15.4.1 (Secondo criterio di congruenza generalizzato). Se due trian-


goli hanno ordinatamente congruenti due angoli e un lato qualunque, allora essi sono
congruenti.

Dimostrazione. In base al teorema degli angoli interni si può applicare il secondo


criterio di congruenza.
15.4 teorema degli angoli interni di un triangolo 137

Corollario 15.4.2 (Secondo teorema dell’angolo esterno). In ogni triangolo, ciascun


angolo esterno è congruente alla somma degli angoli interni ad esso non adiacenti.

A B D

DBC
b =∼ ACB
b + BAC
b

Hp: DBC
b angolo esterno triangolo ABC
b ∼ ACB
Th: DBC = b + BACb

Dimostrazione. Prolunghiamo il lato AB dalla parte di B.


1. DBC b + ABCb =∼π angoli adiacenti
2. ABC
b + ACB
b + BAC
b =∼π teorema degli angoli interni
3. DBC
b =∼ ACB
b + BAC
b 1., 2., differenza di angoli congruenti

Corollario 15.4.3. In ogni triangolo, la somma degli angoli esterni è congruente a due
angoli piatti.

A B D

Hp: DBC,
b ACE, b angoli esterni triangolo ABC
b BAF
Th: DBC + ACE + BAF
b b b =∼ 2π

Dimostrazione. Prolunghiamo i lati AB, dalla parte di B, BC, dalla parte di C, CA,
dalla parte di A.
1. DBCb + ABC b =∼π angoli adiacenti
2. ACE
b + ACB
b =∼π angoli adiacenti
3. BAF
b + CAB
b =∼π angoli adiacenti
4. DBC
b + ABCb + ACE b + ACB
b + 1., 2., 3., somma membro a membro
b b ∼
+BAF + CAB = 3π
5. ABC
b + ACB
b + CAB
b =∼π teorema degli angoli interni
6. DBC
b + ACE
b + BAF
b =∼ 2π 4., 5., differenza membro a membro

Teorema 15.4.2. La somma degli angoli interni di un poligono convesso di n lati è


congruente a n − 2 angoli piatti.
15.5 esercizi 138

D
A P

Hp: ABCDE... poligono convesso di n lati


Th: A
b +B
b+C
b+D b +E ∼ (n − 2) π
b + ... =

Dimostrazione. La figura precedente rappresenta un pentagono per fissare le idee,


noi ragioniamo pensando che esso abbia n lati, con n > 3. Congiungiamo il
punto interno P con i vertici del poligono, si vengono a determinare n trian-
goli. La somma degli angoli interni di tutti i triangoli è congruente a nπ; per
ottenere la somma degli angoli interni del poligono dobbiamo sottrarre alla
somma precedente l’angolo giro di vertice P. Si ottiene, pertanto, nπ − 2π, da cui
la tesi.

Applicando il teorema precedente, si ottiene che la somma degli angoli interni


di un qualunque quadrilatero è congruente a (4 − 2) π = ∼ 2π, mentre per un
∼ 6π.
ottagono convesso (8 − 2) π =

Corollario 15.4.4. La somma degli angoli esterni di un qualunque poligono convesso è


congruente a due angoli piatti.

La dimostrazione è lasciata per esercizio.

15.5 esercizi

1. Sia ABC un triangolo e sia CH la bisettrice dell’angolo C. b Da un punto


D 6= H del lato AB si conduca la retta r parallela alla bisettrice CH. Si
dimostri che la retta r interseca le rette AC e BC in due punti che hanno la
stessa distanza dal vertice C.

2. Dato il triangolo ABC, sia D il punto d’intersezione delle bisettrici degli


angoli A
b e B.
b Condurre per P la retta parallela al lato AB, che incontra i lati
AC e BC nei punti E ed F rispettivamente. Dimostrare che EF = ∼ AE + BF.

3. Due segmenti AB e CD hanno il punto medio M in comune. Dimostrare


che le rette AC e BD sono parallele.

4. Dagli estremi di un segmento AB, nello stesso semipiano individuato dalla


retta AB,
Q U A D R I L AT E R I N O T E V O L I 16
In questa sezione affronteremo lo studio dei trapezi e dei parallelogrammi. Le
proprietà di tali figure, note come quadrilateri notevoli, si deducono facilmente
applicando i criteri di parallelismo studiati nel capitolo precedente.
In particolare studieremo i parallelogrammi speciali, vale a dire rombo, ret-
tangolo e quadrato. Classificheremo i parallelogrammi in base alla cosiddetta
gerarchia dei parallelogrammi, procedendo dal generale al particolare nello spirito
del sistema ipotetico-deduttivo.

16.1 il trapezio

Definizione 16.1.1. Si definisce trapezio ogni quadrilatero avente due lati opposti pa-
ralleli. I due lati paralleli si dicono rispettivamente base minore e base maggiore, gli altri
due si dicono lati obliqui.

D C

A B

Teorema 16.1.1. In ogni trapezio, gli angoli adiacenti a ciascun lato obliquo sono sup-
plementari.

Esercizio 16.1.1. Dimostrare il teorema precedente.

Come per i triangoli, esistono trapezi speciali, i quali hanno proprietà più
interessanti dei trapezi generali.

Definizione 16.1.2. Un trapezio si dice isoscele se ha i lati obliqui congruenti.

D C

A B

Le proprietà sugli angoli interni che enunceremo ricordano quelle relative ad


un triangolo isoscele, con le ovvie differenze determinate dalla diversa forma
geometrica.

Teorema 16.1.2. In ogni trapezio isoscele, gli angoli adiacenti a ciascuna base sono
congruenti.

Hp: ABkCD AD =∼ BC
b ∼
Th: DAB = ABC ADC
b b =∼ BCD
b

139
16.1 il trapezio 140

D C

A B
H K

Dimostrazione. Costruzione: si conduca da D il segmento DH⊥AB e da C il seg-


mento CK⊥AB.

1. Consideriamo AHD e CKB


2. ∼ BC
AD = Hp
3. ∼ CK
DH = costruzione, distanza tra rette parallele
costante
4. AHD
b =∼ BKC
b =∼ π
costruzione
2
5. ∼ CKB
AHD = 2., 3., 4., c.c. triangoli rettangoli
6. DAB
b =∼ ABC
b 5., si oppongono a lati congruenti
7. DAB
b + ADC
b =∼π Hp, adiacenti ad AD
8. ABC
b + BCD
b =∼π Hp, adiacenti a BC
9. ADC
b =∼ BCD
b 6., 7., 8., supplementari di angoli
congruenti

Dal precedente teorema si deduce il seguente

Corollario 16.1.1. In ogni trapezio isoscele, le diagonali sono congruenti.


∼ BC
Hp: ABkCD AD =
∼ BD
Th: AC =

D C

A B

Dimostrazione. Tracciamo le diagonali AC e BD.

1. Consideriamo ABD e ABC


2. AB in comune figura
3. AD =∼ BC Hp
4. DAB
b =∼ ABC
b Hp, angoli alla base maggiore
5. ∼ ABC
ABD = 2., 3., 4., 1° c.c.
6. ∼ BD
AC = 5., si oppongono ad angoli congruenti
16.2 il parallelogramma 141

Le diagonali incontrandosi, supponiamo nel punto O, dividono il trapezio in


quattro triangoli, a due a due opposti rispetto ad O, che soddisfano le seguenti
proprietà.

Teorema 16.1.3. Le diagonali di un trapezio isoscele, incontrandosi nel punto O, lo


dividono in quattro triangoli, dei quali due triangoli sono isosceli e aventi gli angoli
ordinatamente congruenti, mentre gli altri due triangoli sono congruenti.

D C

A B

Più precisamente, osservando la figura, i triangoli AOB e COD sono isosceli e


hanno gli angoli ordinatamente congruenti, mentre i triangoli AOD e BOC sono
congruenti.

Esercizio 16.1.2. Dimostrare il teorema 16.1.3.

Con riferimento all’ultima figura, s’intuisce che un trapezio isoscele non è


dotato di centro di simmetria, perché, in caso contrario, il punto O sarebbe punto
medio di entrambe le diagonali. Però ci chiediamo se esso non sia dotato di asse
di simmetria.

Teorema 16.1.4. In ogni trapezio isoscele, l’asse comune delle due basi è asse di simme-
tria del trapezio. Tale asse passa per il punto d’intersezione delle diagonali.

16.2 il parallelogramma

Lo studio dei parallelogrammi è importante perché costituisce una solida pre-


messa allo studio dei rombi, dei rettangoli e dei quadrati, figure geometriche
dotate di forti proprietà che trovano applicazione in numerosi problemi di grande
interesse. I rombi, i rettangoli e i quadrati sono dei particolari parallelogram-
mi, come sintetizzato dal seguente diagramma, che riproduce la gerarchia dei
parallelogrammi.

Parallelogrammi

Rombi Quadrati Rettangoli

Definizione 16.2.1. Si definisce parallelogramma un quadrilatero avente i lati opposti a


due a due paralleli.
16.2 il parallelogramma 142

D C

A B

Le proprietà dei parallelogrammi si deducono facilmente utilizzando i criteri di


parallelismo.
Teorema 16.2.1. In ogni parallelogramma, gli angoli adiacenti ad un lato sono supple-
mentari.

D C

A B

Hp: ABkCD BCkAD


Th: A
b +D ∼π
b =

Dimostrazione. Sono coppie di angoli coniugati interni.


Esercizio 16.2.1. Sia ABCD un parallelogramma; si conducano le bisettrici degli angoli
b e B,
A b adiacenti al lato AB, che s’incontrano nel punto E. Dimostrare che il triangolo
ABE è rettangolo.
Teorema 16.2.2. In ogni parallelogramma, gli angoli opposti sono congruenti.
Esercizio 16.2.2. Dimostrare il teorema precedente.
Teorema 16.2.3. In ogni parallelogramma, ciascuna diagonale lo divide in due triangoli
congruenti.

D C

A B

Hp: ABkCD BCkAD


∼ ACD
Th: ABC =
Dimostrazione. .
1. Consideriamo ABC e ACD
2. AC in comune figura
3. ABC
b = ∼ ADC
b angoli opposti parallelogramma
4. BAC
b =∼ ACD
b a.a.i. formati da ABkCD e AC
5. ∼ ACD
ABC = 2., 3., 4., 2° c.c.g.
16.2 il parallelogramma 143

Teorema 16.2.4. I lati opposti di un parallelogramma sono congruenti.

Esercizio 16.2.3. Dimostrare il corollario.

Il teorema che segue è di fondamentale importanza nella deduzione di una


forte proprietà dei parallelogrammi.

Teorema 16.2.5 (Teorema delle diagonali). In ogni parallelogramma, le diagonali


hanno lo stesso punto medio.

D C

A B

Hp: ABkCD BCkAD


∼ OC ∧ BO =
Th: AO = ∼ OD

Dimostrazione. .
1. Consideriamo ABO e CDO
2. ∼ CD
AB = lati opposti parallelogramma
3. ABO
b =∼ CDO
b a.a.i. formati da ABkCD e BD
4. BAO
b =∼ DCO
b a.a.i. formati da ABkCD e AC
5. ∼ ACD
ABC = 2., 3., 4., 2° c.c.
6. ∼ OC ∧
AO = ∼ OD
BO = 5., R2

Corollario 16.2.1. Ogni parallelogramma è dotato di centro di simmetria, esso è il punto


d’incontro delle diagonali.

D C

A B

Hp: ABkCD BCkAD AC ∩ BD = {O}


Th: O centro di simmetria ABCD

Dimostrazione. Nella dimostrazione che segue si farà riferimento alla figura rela-
tiva al Teorema delle diagonali.
16.2 il parallelogramma 144

1. Consideriamo ABCD
2. AC ∩ BD = {O} Hp
3. O ∈ AC 2.
4. AO =∼ OC Teorema delle diagonali
5. σO (A) = C def. operativa simmetria centrale
6. O ∈ BD 2.
7. ∼ OD
BO = Teorema delle diagonali
8. σO (B) = D def. operativa simmetria centrale
9. σO (ABCD) = ABCD 4., 7., i parallelogrammi hanno gli stessi
vertici
10. O centro di simmetria ABCD 9.

Ci chiediamo, ora, quali sono le condizioni affinché un quadrilatero sia un


parallelogramma. Vedremo che le condizioni necessarie enunciate in precedenza
sono anche condizioni sufficienti. Prima di enunciarle, consideriamo la seguente
proprietà.
Teorema 16.2.6. Un quadrilatero avente gli angoli adiacenti ad uno stesso lato supple-
mentari è un parallelogramma.
Esercizio 16.2.4. Dimostrare il teorema precedente.
Teorema 16.2.7. Un quadrilatero avente coppie di angoli opposti congruenti è un paral-
lelogramma.
Esercizio 16.2.5. Dimostrare il teorema precedente.
Teorema 16.2.8. Un quadrilatero avente coppie di lati opposti congruenti è un paralle-
logramma.

D C

A B

∼ CD AD =
Hp: AB = ∼ BC
Th: ABCD parallelogramma

Dimostrazione. Conduciamo la diagonale AC.

1. Consideriamo ABC e ACD


2. ∼ CD
AB = Hp
3. AC in comune figura
4. AD =∼ BC Hp
5. ∼ ACD
ABC = 2., 3., 4., 3° c.c.
6. b ∼ ADC
ACB = b 5., si oppongono a lati congruenti
7. ADkBC 6., criterio di parallelismo
8. CAB
b =∼ ACD
b 5., si oppongono a lati congruenti
9. ABkCD 8., criterio di parallelismo
10. ABCD parallelogramma 7., 9., def. parallelogramma
16.2 il parallelogramma 145

Teorema 16.2.9. Sia ABCD un quadrilatero con le diagonali aventi lo stesso punto
medio. Allora esso è un parallelogramma.

D C

A B

∼ OC ∧ BO =
Hp: AO = ∼ OD
Th: ABCD parallelogramma
Dimostrazione. Tracciamo le diagonali AC e BD che si incontrano in O.

1. Consideriamo ABO e OCD


2. ∼ CO
AO = Hp
3. ∼ BO
DO = Hp
4. AOB
b =∼ COD
b angoli opposti al vertice
5. ∼ OCD
ABO = 2., 3., 4., 1° c.c.
6. ODC
b =∼ OBA
b 5., si oppongono a lati congruenti
7. ABkCD 6., criterio di parallelismo
8. ∼ CD
AB = 5., si oppongono ad angoli congruenti
9. ABCD parallelogramma 6., 7., due lati opposti paralleli e
congruenti

Teorema 16.2.10. Un quadrilatero avente due lati opposti sia paralleli che congruenti è
un parallelogramma.

D C

A B

Hp: ABkCD AB = ∼ CD
Th: ABCD parallelogramma
Dimostrazione. Conduciamo la diagonale AC.

1. Consideriamo ABC e ACD


2. ∼ CD
AB = Hp
3. AC in comune figura
4. CAB
b = ∼ ACD
b ang. alt. int. formati da ABkCD e AC
5. ∼ ACD
ABC = 2., 3., 4., 1° c.c.
6. ACB
b =∼ ADC
b 5., si oppongono a lati congruenti
7. ADkBC 6., criterio di parallelismo
8. ABCD parallelogramma Hp, 7., def. parallelogramma
16.3 il rombo 146

16.3 il rombo

Definizione 16.3.1. Si definisce rombo ogni quadrilatero equilatero.

Pertanto, il rombo è un quadrilatero con tutti i lati congruenti.

A C

Si deduce immediatamente il seguente

Corollario 16.3.1. Il rombo è un parallelogramma.

Esercizio 16.3.1. Dimostrare il corollario precedente.

Il rombo ha, pertanto, tutte le proprietà dei parallelogrammi.

Corollario 16.3.2. In ogni rombo, ciascuna diagonale lo divide in due triangoli isosceli
congruenti.

A C

Esercizio 16.3.2. Dimostrare il corollario precedente.

Segue la seguente importante proprietà.

Teorema 16.3.1. Le diagonali di un rombo sono perpendicolari e bisettrici degli angoli


opposti.

A C

∼ BC =
Hp: AB = ∼ CD =
∼ DA
Th: AC⊥BD, AC bisettrice A
b e C,
b BD bisettrice B
beD
b
16.3 il rombo 147

Dimostrazione. Tracciamo le diagonali AC e BD che si incontrano in O.

1. Consideriamo ACD
2. ∼ CD
AD = Hp
3. ACD triangolo isoscele 2.
4. ∼ CO
AO = Teorema delle diagonali
5. DO mediana AC 4.
6. DO altezza relativa AC proprietà triangoli isosceli
7. AC⊥BD 6.
8. DO bisettrice D
b proprietà triangoli isosceli
Il completamento della dimostrazione è un semplice esercizio.
Analizziamo la dimostrazione precedente. I triangoli isosceli congruenti ACD e
ABC hanno la base AC in comune; tenuto conto che le rispettive altezze AO e BO
sono contenute nella retta BD, i due triangoli hanno lo stesso asse di simmetria.
Un ragionamento analogo può essere ripetuto per i triangoli isosceli congruenti
ABD e BCD. Pertanto, segue il seguente
Corollario 16.3.3. Le diagonali di un rombo sono suoi assi di simmetria.
Vediamo quali sono le condizioni sufficienti affinché un quadrilatero sia un
rombo.
Teorema 16.3.2. Un parallelogramma con due lati consecutivi congruenti è un rombo.

D C

A B

∼ BC
Hp: ABCD parallelogramma, AB =
Th: ABCD rombo
Dimostrazione. .
1. ∼ CD
AB = ∧ ∼ AD
BC = Hp, lati opposti parallelogramma
2. ∼ BC
AB = Hp
3. ∼ BC =
AB = ∼ DA
∼ CD = 1., 2., proprietà transitiva
4. ABCD rombo 3., definizione rombo

Esercizio 16.3.3. Dimostrare che un quadrilatero con le diagonali perpendicolari non è


necessariamente un rombo.
Teorema 16.3.3. Un parallelogramma con le diagonali perpendicolari è un rombo.

D C

A B
16.4 il rettangolo 148

Hp: ABCD parallelogramma, AC⊥BD


Th: ABCD rombo

Dimostrazione. Tracciamo le diagonali AC e BD che si incontrano in O.

1. Consideriamo AOB e AOD


2. AOB
b = ∼ AOD
b =∼ π Hp
2
3. AO in comune figura
4. ∼ DO
BO = Hp, Teorema delle diagonali
5. AOB =∼ AOD 2., 3., 4., 1° c.c.
6. ∼ AD
AB = 5., si oppongono ad angoli congruenti
7. ABCD rombo 5., Hp, lati consecutivi congruenti

Teorema 16.3.4. Un parallelogramma avente una diagonale bisettrice di un angolo è un


rombo.

D C

A B

Hp: ABCD parallelogramma, DAC


b =∼ CAB
b
Th: ABCD rombo

Dimostrazione. Tracciamo la diagonale AC.

1. Consideriamo ACD
2. DAC
b = ∼ CAB
b Hp
3. DAB
b =∼ DCB
b Hp, angoli opposti parallelogramma
4. BAC
b =∼ DCA
b Hp, a.a.i. formati da ABkCD e AC
5. DAC
b =∼ DCA
b 2.,4., proprietà transitiva
6. ACD isoscele 5., teorema inverso triangoli isosceli
7. ∼ DC
AD = 6., definizione triangolo isoscele
8. ABCD rombo 7., Hp, lati consecutivi congruenti

16.4 il rettangolo

Definizione 16.4.1. Si definisce rettangolo ogni quadrilatero equiangolo.

Poiché la somma degli angoli interni di un quadrilatero è congruente ad un


angolo piatto, gli angoli di un rettangolo sono tutti retti.

D C

A B
16.4 il rettangolo 149

Si deduce immediatamente il seguente

Corollario 16.4.1. Il rettangolo è un parallelogramma.

Esercizio 16.4.1. Dimostrare il corollario precedente.

Il rettangolo ha, pertanto, tutte le proprietà dei parallelogrammi.

Teorema 16.4.1. Le diagonali di un rettangolo sono congruenti.

D C

A B

Hp: ABCD rettangolo


∼ BD
Th: AC =

Dimostrazione. Tracciamo le diagonali AC e BD.

1. Consideriamo DAB e ABC


2. DAB
b = ∼ ABC
b Hp, definizione rettangolo
3. ∼ BC
AD = lati opposti rettangolo
4. AB in comune figura
5. DAB =∼ ABC 2., 3., 4., 1° c.c.
6. ∼ BD
AC = 5., si oppongono ad angoli congruenti

Consideriamo un rettangolo ABCD, le sue diagonali AC e BD s’incontrano nel


punto O, centro di simmetria. L’asse del lato AB coincide ovviamente con l’asse
del lato CD. Poiché un rettangolo è un parallelogramma, le diagonali si tagliano
scambievolmente a metà, pertanto, per il teorema precedente, si ha che AO = ∼ BO.
Si deduce che i due triangoli isosceli congruenti ABO e DOC hanno lo stesso asse
di simmetria, che è l’asse di simmetria comune ai lati opposti del rettangolo AB e
CD. Ripetendo argomentazione analoga per i lati opposti AD e BC, e i triangoli
isosceli congruenti DAO e COB, si deducono le seguenti proprietà.

Teorema 16.4.2. Siano ABCD un rettangolo, AC e BD le diagonali che s’incontrano


nel punto O; siano, inoltre, M, N, P e Q rispettivamente i punti medi dei lati AB, BC,
CD e DA; allora

1. i triangoli ABO e DOC sono triangoli isosceli congruenti;

2. i triangoli DAO e COB sono triangoli isosceli congruenti;

3. MP ∩ NQ = {O};

4. le rette MP e NQ sono assi di simmetria del rettangolo.

Un quadrilatero avente le diagonali congruenti non è necessariamente un


rettangolo. L’alunno diligente non mancherà di verificarlo.
16.5 il quadrato 150

Teorema 16.4.3. Se un parallelogramma ha almeno un angolo retto, allora è un rettan-


golo.
Dimostrazione. Semplice esercizio.
Teorema 16.4.4. Se un parallelogramma ha le diagonali congruenti, allora è un rettan-
golo.

D C

A B

∼ BD
Hp: ABCD parallelogramma, AC =
Th: ABCD rettangolo

Dimostrazione. Tracciamo le diagonali AC e BD.

1. Consideriamo DAB e ABC


2. ∼ BC
AD = lati opposti parallelogramma
3. AB in comune figura
4. AC =∼ BD Hp
5. ∼ ABC
DAB = 2., 3., 4., 3° c.c.
6. DAB
b =∼ ABC
b 5. Si oppongono a lati congruenti
7. DAB
b + ABC
b =∼π Hp, a.c.i. formati da ADkBC e AB
8. DAB
b =∼ ABC
b =∼ π 6., 7.
2
9. ABCD rettangolo 8., parallelogramma con almeno un
angolo retto

16.5 il quadrato

Definizione 16.5.1. Si definisce quadrato ogni quadrilatero sia equilatero che equiango-
lo.
Il quadrato è, pertanto, l’unico poligono regolare di quattro lati. Le sue proprietà
sono il compendio di tutte le proprietà dei parallelogrammi studiati finora, con
l’aggiunta di caratteristiche ancora più esclusive.

D C

A B

Teorema 16.5.1. Il quadrato è sia parallelogramma, sia rombo, sia rettangolo.


Esercizio 16.5.1. Dimostrare il corollario precedente.
Facendo tesoro di quanto studiato nei precedenti tre paragrafi, i teoremi che
enunceremo sono immediata conseguenza di proprietà già dimostrate. Pertanto, lo
studente diligente non mancherà di esplicitarne completamente le dimostrazioni,
lasciate per esercizio.
16.6 i teoremi dei punti medi 151

Corollario 16.5.1. Siano ABCD un quadrato, AC e BD le diagonali che s’incontrano


nel punto O; siano, inoltre, M, N, P e Q rispettivamente i punti medi dei lati AB, BC,
CD e DA; allora
1. le diagonali dividono il quadrato in quattro triangoli rettangoli isosceli congruenti;
2. il quadrato ha quattro assi di simmetria; essi sono le diagonali e le rette MP e NQ.
Corollario 16.5.2. Un parallelogramma è un quadrato se ha
1. le diagonali congruenti e una di esse è bisettrice di un angolo;
2. le diagonali perpendicolari e congruenti.

16.6 i teoremi dei punti medi

In questo paragrafo dimostreremo importanti proprietà che riguardano i triangoli


e i quadrilateri. Esse si deducono utilizzando le proprietà dei parallelogrammi.
Teorema 16.6.1 (Dei punti medi per i triangoli). In ogni triangolo, la retta passante
per i punti medi di due lati è parallela al terzo lato. Inoltre, il segmento staccato su di
essa da tali punti medi è congruente alla metà del terzo lato.

N D
M

A B

Hp: ABC triangolo ∧ AM =∼ CM ∧ CN =


∼ BN
Th: MN k AB ∧ MN = ∼ 1 AB
2

Dimostrazione. Costruzione: condotta la retta MN, si individua su di essa un


punto D tale che MN =∼ ND; si congiunge, quindi, D con B.

1. Consideriamo i triangoli MNC e


BND
2. ∼ BN
CN = Hp
3. ∼ ND
MN = costruzione
4. MNC
b = ∼ BND
b angoli opposti al vertice
5. ∼ BND
MNC = 2., 3., 4., 1◦ c.c.
6. CMN
c =∼ BDN
b 5., si oppongono a lati congruenti
7. AM k BD 6., criteri parallelismo
8. ∼ BD
CM = 5.,si oppongono ad angoli congruenti
9. ∼ CM
AM = Hp
10. ∼ BD
AM = 8., 9.,proprietà transitiva
11. ABDM parallelogramma 7.,10., lati opposti paralleli e congruenti
12. MN k AB 11., definizione di parallelogramma
13. ∼ AB
MD = 11., lati opposti parallelogramma
14. ∼ 1 MD
MN = costruzione
2
15. ∼ 1 AB
MN = 13.,14., proprietà transitiva
2
16.6 i teoremi dei punti medi 152

Vale anche il viceversa.


Teorema 16.6.2. In ogni triangolo ABC, se la retta parallela al lato AB che incontra i
lati AC in M e BC in N stacca il segmento MN =∼ 1 AB, allora M è punto medio di AC
2
e N è punto medio di BC.

N D
M

A B

∼ 1 AB
Hp: MN k AB ∧ MN = 2
∼ ∼
Th: AM = MC ∧ BN = NC

Dimostrazione. Costruzione: si individui sulla retta MN il punto D tale che MN =
ND; quindi si congiunga D con B.

1. Consideriamo ABDM
2. MN =∼ ND costruzione
MN =∼ 1
Hp
3. 2 AB
4. ∼
AB = MD 2., 3.
5. MN k AB Hp
6. ABDM parallelogramma 4., 5., lati opposti paralleli e congruenti
7. AM k BD ∧ AM =∼ BD 6., lati opposti parallelogramma
8. Consideriamo MNC e BDN
9. MNC
b = ∼ DNB
b angoli opposti al vertice
10. CMN
c =∼ NDB
b a.a.i. formati da AM k BD e MD
11. ∼ BDN
MNC = 2.,9.,10., 2◦ c.c.
12. ∼ NC
BN = 11., si oppongono ad angoli congruenti
13. ∼ BD
MC = 11., si oppongono ad angoli congruenti
14. ∼ MC
AM = 7.,13., proprietà transitiva

In modo analogo si dimostra la seguente proprietà:


Teorema 16.6.3. In un triangolo , se la parallela ad un lato è condotta per il punto medio
di un secondo lato, allora essa incontra il terzo lato nel suo punto medio.
Esercizio 16.6.1. Dimostrare il teorema precedente.
Teorema 16.6.4. In ogni trapezio, la retta passante per i punti medi dei lati obliqui è
parallela alle basi.

D C

M N

A B E
16.6 i teoremi dei punti medi 153

∼ MB ∧ BN =
Hp: ABCD trapezio ∧ AM = ∼ NC

Th: MNkAB

Dimostrazione. Costruzione: conduciamo la semiretta DN che incontra la retta AB


in E.
1. Consideriamo i triangoli CDN e
BEN
2. ∼ NC
BN = Hp
3. CND
b =∼ BNE
b angoli opposti al vertice
4. ABkCD Hp, basi del trapezio
5. DCN
b =∼ NBE
b angoli alterni interni formati da
ABkCD e BC
6. CDN =∼ BEN 2., 3., 5., 2° c.c.
7. ∼ NE
DN = 6., si oppongono ad angoli congruenti
8. Consideriamo il triangolo AED
9. AM =∼ MD Hp
10. MNkAB 2., 9., teorema dei punti medi per i
triangoli

Allo stesso modo è possibile provare il seguente

Teorema 16.6.5. In ogni parallelogramma, la retta passante per i punti medi di due lati
opposti è parallela agli altri due lati.

Passiamo ora a dimostrare una proprietà dei quadrilateri alquanto sorprendente.

Teorema 16.6.6 (Dei punti medi per i quadrilateri). Il quadrilatero che si ottiene
congiungendo i punti medi dei lati di un quadrilatero qualunque è un parallelogramma.

D
P

Q
N

A M B

∼ MB ∧ BN =
Hp: ABCD quadrilatero ∧ AM = ∼ NC ∧ CP =
∼ PD ∧ DQ =
∼ QA
Th: MNPQ parallelogramma

Dimostrazione. Costruzione: si conduca la diagonale AC del quadrilatero ABCD.


16.7 esercizi 154

1. Consideriamo il triangolo ABC


2. AM =∼ MB Hp
3. ∼ NC
BN = Hp
4. ∼ 1 AC
MN k AC ∧ MN = 1.,2., 3., teorema dei punti medi
2
5. Consideriamo il triangolo ACD
6. ∼ QD
AQ = Hp
7. ∼ PD
CP = Hp

QP k AC ∧ QP = 1
5.,6.,7., teorema dei punti medi per i
8. 2 AC
triangoli
9. ∼ QP
MN k QP ∧ MN = 4.,8., proprietà transitiva di paralleli-
smo e congruenza
10. MNPQ parallelogramma 9., lati opposti paralleli e congruenti

Esercizio 16.6.2. Dimostrare che il parallelogramma che si ottiene congiungendo i punti


medi dei lati di un rombo (rispettivamente un rettangolo) è un rettangolo (rispettivamente
un rombo). Estendere il risultato ai quadrati.

16.7 esercizi

1. Dato un parallelogramma ABCD, dimostrare i vertici opposti B e D sono


equidistanti dalla diagonale AC.

2. Sia ABCD un parallelogramma ed E il punto medio del lato AB. Le rette


DE e BC si incontrano in T . Dimostrare che DBT A è un parallelogramma.

3. Dato un parallelogramma ABCD, si prendano sui lati opposti AB e CD due


segmenti congruenti AE e CF. Dimostrare che DEBF è un parallelogramma.

4. Sia ABCD un parallelogramma; le bisettrici degli angoli A


b eB
b s’incontrano

nel punto F ∈ CD. Dimostrare che AB = 2BC.

5. Nel trapezio ABCD le bisettrici degli angoli alla base maggiore si incontrano
nel punto E della base minore. Dimostrare che la base minore è congruente
alla somma dei lati obliqui. Supposto, infine, che il trapezio sia isoscele,
dimostrare che E è punto medio della base minore.

6. Dimostrare che, se un parallelogramma ha le altezze relative a due lati


consecutivi congruenti, allora esso è un rombo.

7. Dimostrare che, se in un trapezio le bisettrici degli angoli adiacenti alla


base minore s’intersecano in un punto della base maggiore, allora la base
maggiore è congruente alla somma dei lati obliqui.

8. Sia dato un rombo ABCD e sia O il punto d’intersezione delle diagonali.


Prendiamo un punto E appartenente al segmento AO ed un punto F ap-
partenente al segmento CO tali che i segmenti AE e CF siano congruenti.
Dimostrare che il quadrilatero EBFD è un rombo.

9. Dato un trapezio isoscele ABCD con le diagonali perpendicolari, dimostrare


che il quadrilatero che ha per vertici i punti medi dei lati del trapezio è un
quadrato.

10. Sia dato un triangolo ABC e sia AL la bisettrice dell’angolo A.


b Sia P il punto
d’intersezione con il lato AC della retta per L parallela al lato AB e sia Q
il punto d’intersezione con il lato AB della retta per L parallela al lato AC.
dimostrare che il quadrilatero LPAQ è un rombo.
16.7 esercizi 155

11. Sia ABCD un parallelogramma ed E il punto medio del lato AB. Le rette
DE e BC si incontrano in T . Dimostra che DBT A è un parallelogramma.

12. Sia ABC un trapezio isoscele di base maggiore AB e base minore CD; le
diagonali AC e BD si intersecano in O. Dimostra che i triangoli AOB e
DOC sono isosceli e che i triangoli ADO e COB sono congruenti.

13. Nel trapezio ABCD le bisettrici degli angoli alla base maggiore si incontrano
nel punto E della base minore. Dimostra che la base minore è congruente
alla somma dei lati obliqui.

14. Disegna un triangolo isoscele FAD di base FA. Prolunga il lato FD di un


segmento DC congruente a FD, congiungi C con A.
• Dimostra che il triangolo FAC è rettangolo.
• Indica con M il punto medio di AC e congiungi M con D. Dimostra
che DM è contenuto nell’asse del segmento AC.
• Con centro in A e raggio AD traccia un arco che incontra il prolunga-
mento di DM nel punto B. Dimostra che il quadrilatero ABCD è un
rombo.
Parte III

CONTRIBUTI
colophon

Questo lavoro è stato realizzato conLATEX 2ε usando una rielaborazione dello stile
ClassicThesis, di André Miede, ispirato al lavoro di Robert Bringhurst Gli Elementi
dello Stile Tipografico [1992]. Lo stile è disponibile su CTAN.
Il lavoro è composto con la famiglia di font Palatino, di Hermann Zapf. Le
formule matematiche sono state composte con i font AMS Euler, di Hermann
Zapf e Donald Knuth. Il font a larghezza fissa è il Bera Mono, originariamente
sviluppato da Bitstream Inc. come Bitstream Vera. I font senza grazie sono gli
Iwona, di Janusz M. Nowacki.

Versione [09/2008.1][S-All]
CONTRIBUTI

Erica Boatto Algebra - Insiemi


Beniamino Bortelli Grafici
Roberto Carrer Numeri - Funzioni - Coordinatore progetto
Morena De Poli Laboratorio matematica
Piero Fantuzzi Algebra - Insiemi
Carmen Granzotto Funzioni
Franca Gressini Funzioni
Beatrice Hittahler Funzioni trascendenti - Geometria analitica
Lucia Perissinotto Funzioni trascendenti - Geometria analitica
Pietro Sinico Geometria I

Settembre 2008

Dipartimento di Matematica
ITIS V.Volterra
San Donà di Piave
M AT E M AT I C A 3

dipartimento di matematica

ITIS V.Volterra
San Donà di Piave

Versione [09/2008.0][S-All]
INDICE

i numeri e funzioni 1
1 numeri 3
1.1 Premessa 3
1.2 Tipi di numeri 3
1.3 Proprietà fondamentali 4
1.4 Uguaglianze e disuguaglianze 5
1.5 Equazioni e disequazioni 9
1.5.1 Equazioni algebriche 9
1.5.2 Una disgressione sui grafici 9
1.5.3 Disequazioni e sistemi di disequazioni algebriche 10
1.5.4 Equazioni e disequazioni con modulo 13
1.5.5 Equazioni e disequazioni irrazionali 20
1.5.6 Esercizi riassuntivi 25
2 appendici 26
2.1 Cosa e dove 26
2.2 Naturali e Interi 26
2.3 Reali 27
2.4 Numeri interi e calcolatori 27
2.5 Numeri reali e calcolatori 27
3 funzioni 28
3.1 Introduzione 28
3.2 Definizioni 30
3.3 Grafici 34
3.4 Tipi di funzioni 36
3.5 Operazioni 40
3.6 Proprietà notevoli 47

ii funzioni trascendenti 50
4 funzioni trascendenti 51
4.1 Introduzione 51
4.2 Funzioni esponenziali e logaritmiche 51
4.2.1 Potenze ad esponente naturale, intero e razionale 51
4.2.2 Potenze ad esponente reale 52
4.2.3 Funzione esponenziale elementare 53
4.2.4 Funzione logaritmica 53
4.2.5 Equazioni e disequazioni esponenziali e logaritmiche ele-
mentari 56
4.3 Funzioni goniometriche 59
4.3.1 Introduzione alla goniometria 59
4.3.2 Richiami geometrici 62
4.3.3 Archi associati (per seno e coseno) 63
4.3.4 Archi associati (per tangente e cotangente) 66
4.3.5 Funzioni inverse 66
4.3.6 Equazioni e disequazioni goniometriche elementari 67
4.3.7 Formule goniometriche 71
4.3.8 Formule di addizione e sottrazione 71
4.3.9 Formule di duplicazione 73
4.3.10 Formule di bisezione 74
4.3.11 Formule di prostaferesi 75
4.3.12 Formule di Werner 76
4.3.13 Formule razionali in tangente 76
4.3.14 Esercizi riassuntivi proposti 79

ii
indice iii

iii geometria analitica 81


5 introduzione 82
5.1 Introduzione 82
6 il piano cartesiano 83
6.1 Punti e segmenti 83
7 le rette 88
7.1 Equazioni lineari 88
7.2 Relazioni e formule 92
8 le trasformazioni 101
8.1 Simmetrie 101
8.2 Traslazioni 106
8.3 Cambio di scala 109
8.4 Rotazioni 117
9 le coniche 122
9.1 Introduzione 122
9.2 La parabola 122
9.3 La circonferenza 130
9.4 L’ellisse 137
9.5 L’iperbole 141
10 i vettori del piano 149
10.1 Segmenti orientati 149
10.2 R2 149
11 i numeri complessi 150
11.1 Forma algebrica 150
11.2 Forma trigonometrica ed esponenziale 150

iv contributi 151
ELENCO DELLE FIGURE

E L E N C O D E L L E TA B E L L E

iv
Parte I

NUMERI E FUNZIONI
Elenco delle tabelle 2

Un elenco completo dei numeri reali:

1) 0,14159265358979323846264338327950288419716939937510582097494459230781640628620899 . . .
2) 0,86280348253421170679821480865132823066470938446095505822317253594081284811174502 . . .
3) 0,84102701938521105559644622948954930381964428810975665933446128475648233786783165 . . .
4) 0,27120190914564856692346034861045432664821339360726024914127372458700660631558817 . . .
5) 0,48815209209628292540917153643678925903600113305305488204665213841469519415116094. . .
6) 0,33057270365759591953092186117381932611793105118548074462379962749567351885752724. . .
7) 0,89122793818301194912983367336244065664308602139494639522473719070217986094370277. . .
8) 0,05392171762931767523846748184676694051320005681271452635608277857713427577896091. . .
9) 0,73637178721468440901224953430146549585371050792279689258923542019956112129021960. . .
10) 0,86403441815981362977477130996051870721134999999837297804995105973173281609631859 . . .
11) 0,50244594553469083026425223082533446850352619311881710100031378387528865875332083 . . .
12) 0,81420617177669147303598253490428755468731159562863882353787593751957781857780532 . . .
13) 0,17122680661300192787661119590921642019893809525720106548586327886593615338182796 . . .
14) 0,82303019520353018529689957736225994138912497217752834791315155748572424541506959 . . .
15) 0,50829533116861727855889075098381754637464939319255060400927701671139009848824012 . . .
16) 0,85836160356370766010471018194295559619894676783744944825537977472684710404753464 . . .
17) 0,62080466842590694912933136770289891521047521620569660240580381501935112533824300 . . .
18) 0,35587640247496473263914199272604269922796782354781636009341721641219924586315030. . .
19) 0,28618297455570674983850549458858692699569092721079750930295532116534498720275596 . . .
20) 0,02364806654991198818347977535663698074265425278625518184175746728909777727938000 . . .
21) 0,81647060016145249192173217214772350141441973568548161361157352552133475741849468 . . .
22) 0,43852332390739414333454776241686251898356948556209921922218427255025425688767179. . .
23) 0,04946016534668049886272327917860857843838279679766814541009538837863609506800642 . . .
24) 0,25125205117392984896084128488626945604241965285022210661186306744278622039194945 . . .
25) 0,04712371378696095636437191728746776465757396241389086583264599581339047802759009 . . .
26) 0,94657640789512694683983525957098258226205224894077267194782684826014769909026401 . . .
27) 0,36394437455305068203496252451749399651431429809190659250937221696461515709858387 . . .
28) 0,61515709858387410597885959772975498930161753928468138268683868942774155991855925 . . .
29)0,99725246808459872736446958486538367362226260991246080512438843904512441365497627 . . .
30) 0,80797715691435997700129616089441694868555848406353422072225828488648158456028506 . . .
31) 0,01684273945226746767889525213852254995466672782398645659611635488623057745649803 . . .
32) 0,5593634568174324112507606947945109659609402522887971089314566913686722874894051 . . .
33) 0,60101503308617928680920874760917824938589009714909675985261365549781893129784821 . . .
34) 0,68299894872265880485756401427047755513237964145152374623436454285844479526586782 . . .
35) 0,10511413547357395231134271661021359695362314429524849371871101457654035902799344 . . .
36) 0,03742007310578539062198387447808478489683321445713868751943506430218453191048481 . . .
37) 0,00537061468067491927819119793995206141966342875444064374512371819217999839101591 . . .
38) 0,95618146751426912397489409071864942319615679452080951465502252316038819301420937 . . .
39) 0,62137855956638937787083039069792077346722182562599661501421503068038447734549202 . . .
40) 0,60541466592520149744285073251866600213243408819071048633173464965145390579626856 . . .
41) 0,10055081066587969981635747363840525714591028970641401109712062804390397595156771. . .
42) 0,57700420337869936007230558763176359421873125147120532928191826186125867321579198 . . .
43) 0,41484882916447060957527069572209175671167229109816909152801735067127485832228718 . . .
44) 0,35209353965725121083579151369882091444210067510334671103141267111369908658516398. . .
45) 0,31501970165151168517143765761835155650884909989859982387345528331635507647918535 . . .
46) 0,89322618548963213293308985706420467525907091548141654985946163718027098199430992 . . .
47) 0,44889575712828905923233260972997120844335732654893823911932597463667305836041428 . . .
48) 0,13883032038249037589852437441702913276561809377344403070746921120191302033038019 . . .
49) 0,76211011004492932151608424448596376698389522868478312355265821314495768572624334 . . .
50) 0,37634668206531098965269186205647693125705863566201855810072936065987648611791045 . . .
51) 0,33488503461136576867532494416680396265797877185560845529654126654085306143444318. . .
52) 0,58676975145661406800700237877659134401712749470420562230538994561314071127000407 . . .
53) 0,85473326993908145466464588079727082668306343285878569830523580893306575740679545 . . .
54) 0,71637752542021149557615814002501262285941302164715509792592309907965473761255176. . .
55) 0,56751357517829666454779174501129961489030463994713296210734043751895735961458901. . .
56) 0,93897131117904297828564750320319869151402870808599048010941214722131794764777262. . .
57) 0,24142548545403321571853061422881375850430633217518297986622371721591607716692547 . . .
58) 0,48738986654949450114654062843366393790039769265672146385306736096571209180763832 . . .
59) 0,71664162748888007869256029022847210403172118608204190004229661711963779213375751 . . .
.
.
.
NUMERI 1
1.1 premessa

Scopo di questo capitolo è di presentare le proprietà fondamentali dei numeri


reali. Per capire bene la loro importanza e in cosa differiscono dagli altri numeri è
necessario confrontarli tutti assieme e verificarne le proprietà. I numeri reali sono
il fondamento su cui costruiremo la quasi totalità delle conoscenze matematiche
del triennio. In questo e nel prossimo capitolo ci occuperemo delle proprietà
fondamentali dei reali e della loro esistenza. Allo studente potrà sembrare strano
che ci si debba preoccupare dell’esistenza di numeri che si usano in continuazione;
in effetti l’argomento è delicato e riguarda un pò tutta la matematica; in fondo in
questa disciplina si parla continuamente di oggetti che non hanno alcuna esistenza
reale: sono pure costruzioni del pensiero; allora che senso può avere parlare di
esistenza? ci occuperemo più estesamente di questo nel prossimo capitolo.

1.2 tipi di numeri

Sono noti dal biennio i numeri naturali indicati con N

N = {0, 1, 2 . . . }

i numeri interi indicati con Z (dal tedesco “Zahl”, numero)

Z = {· · · − 2, −1, 0, 1, 2, . . . }

i numeri razionali indicati con Q


m
Q={ | m, n ∈ Z, n 6= 0}
n
si noti che non li abbiamo elencati ordinatamente come nel caso di N e Z anche
se questo è possibile1 .
I numeri reali indicati con R dei quali non possiamo dare una elencazione o
una definizione precisa ora; ci accontentiamo - almeno per ora - di pensare che
contengano tutti i numeri di cui abbiamo avuto la necessità di parlare come le
radici2 o π.
Possiamo pensare che questi insiemi numerici siano l’uno contenuto nell’altro -
come dire, inscatolati -
N⊂Z⊂Q⊂R
poichè i positivi di Z coincidono con N e le frazioni del tipo m
1 coincidono con Z
mentre R si può pensare come unione di Q e degli irrazionali. Matematicamente
sarebbe più corretto dire che l’uno contiene una immagine dell’altro ma pensarli
direttamente come sottoinsiemi non ha conseguenze decisive.
Naturalmente questi insiemi sarebbero poco interessanti se non vi fossero
definite anche le operazioni di somma e prodotto. Non parliamo delle operazioni
di sottrazione e divisione poichè - come sappiamo - si possono pensare inglobate
rispettivamente nella somma e nel prodotto. La sottrazione a − b la pensiamo come
a
una abbreviazione3 della somma a + (−b) e la divisione come abbreviazione4
b
1
del prodotto a .
b
1 Appendice A.
2 Alcuni studenti avranno già una nozione più precisa di numero reale.
3 Avendo definito i numeri negativi.
4 Avendo definito il reciproco.

3
1.3 proprietà fondamentali 4

1.3 proprietà fondamentali

Le proprietà più importanti delle operazioni sono le seguenti5 :

a + (b + c) = (a + b) + c Associativa della somma (P.1)


a+0 = 0+a = a Elemento neutro della somma (P.2)
a + (−a) = (−a) + a = 0 Esistenza opposto (P.3)
a+b = b+a Commutativa della somma (P.4)
a(bc) = (ab)c Associativa del prodotto (P.5)
a1 = 1a Elemento neutro del prodotto (P.6)
−1 −1
aa =a a=1 Esistenza inverso (P.7)
ab = ba Commutativa del prodotto (P.8)
a(b + c) = ab + ac Distributiva (P.9)
Dove a, b, c sono numeri qualsiasi e a 6= 0 nel caso P.7; inoltre i numeri 0 e 1 sono
unici6 .
Queste prime 9 proprietà sono quelle che ci permettono di risolvere i problemi
di natura algebrica cioè quelli legati alle equazioni o ai sistemi di equazioni.
Per affrontare i problemi di natura analitica - di cui ci occuperemo nel seguito -
diventano altrettanto centrali le proprietà legate alle disuguaglianze (<, >, 6, >).
Indichiamo con P l’insieme dei numeri positivi, intendendo con ciò che possano
essere naturali, interi, razionali o reali.
Le proprietà che risultano centrali sono:

Legge di tricotomia (P10)


Per ogni numero a, vale una sola delle seguenti:
a=0 (i)
a∈P (ii)
−a ∈ P (iii)

Se a ∈ P e b ∈ P, allora a + b ∈ P Chiusura per la somma (P11)


Se a ∈ P e b ∈ P, allora ab ∈ P Chiusura per il prodotto (P12)

Le proprietà sopraelencate non valgono tutte negli insiemi N, Z7 . Valgono però


negli insiemi Q, R e questo ci dice che l’insieme di queste proprietà non è suffi-
ciente per distinguere l’insieme Q dall’insieme R; in altre parole, per distinguere
i razionali dai reali bisogna introdurre una ulteriore proprietà8 .

Definiamo ora le relazioni di disuguaglianza:


Definizione 1.3.1.
a>b se a−b ∈ P
a<b se b>a
a>b se a>b o a=b
a6b se a<b o a=b
Come si può notare, tutte le usuali relazioni di disuguaglianza sono definibili a
partire dalla definizione dell’insieme P. In particolare sottolineiamo che a > b
è solo un’altro modo di dire che b < a e che possiamo usare a 6 b quando
sappiamo che uno dei due a < b o a = b è vero ma non entrambi ecc.
5 Notiamo che - come d’abitudine - non si usa il puntino per indicare il prodotto.
6 Per chi ama le perversioni: il fatto che 0 6= 1 andrebbe esplicitamente asserito; non vi è modo di
dimostrarlo usando le altre proprietà.
7 Per esercizio si scoprano quelle che non sono valide trovando dei controesempi.
8 L’ulteriore assioma sarà introdotto in un capitolo successivo.
1.4 uguaglianze e disuguaglianze 5

1.4 uguaglianze e disuguaglianze

Altre relazioni di uguaglianza importanti che non dobbiamo assumere come


postulati ma che possiamo dimostrare:

∀x ∈ R 0x = x0 = 0 (1.1)
Legge annullamento del prodotto
∀a, b ∈ R ab = 0 ⇔ a o b = 0 (1.2)
0
Il significato di (1.3)
0
∀a, b ∈ R (−a)b = −(ab) a(−b) = −(ab) (1.4)
∀a ∈ R a 6= 0 1/(1/a) = a (1.5)
∀a, b ∈ R a, b 6= 0 1/(ab) = (1/a)(1/b) (1.6)
∀a ∈ R a 6= 0 1/(−a) = −(1/a) (1.7)

Relazioni di disuguaglianza:

La relazione 6 (e anche la >) è un ordinamento totale (1.8)

Riflessiva ∀x ∈ R x6x
Antisimmetrica siano x, y ∈ R se x6y e y 6 x allora x = y
Transitiva siano x, y, z ∈ R se x6y6z allora x6z
Totalità dell’ordine x6y oppure y 6 x

il termine totale che compare nella proprietà indica che tutti i numeri sono
confrontabili e questo si deduce dalla P10 (Tricotomia). La relazione < (e natu-
ralmente anche la >) è pure un ordinamento totale; in questo caso però bisogna
sostituire la proprietà Riflessiva con la Irriflessiva: ∀x ∈ R x < x è falsa. Le
relazioni 6, > si dicono disuguaglianze in senso debole mentre le <, > si dico-
no disugaglianze in senso forte. Nel seguito useremo indifferentemente tutte le
relazioni (<, >, 6, >) secondo la convenienza del momento.

Ulteriori proprietà e regole di calcolo con disuguaglianze:

Proposizione 1.4.1. Siano x1 , x2 , y1 , y2 ∈ R. Se x1 6 y1 e x2 6 y2 allora x1 + x2 6


y1 + y2 . L’ultima disuguaglianza è forte se e solo se almeno una delle altre due lo è.

La proposizione resta vera se sostituiamo la relazione 6 con una qualsiasi delle


altre (naturalmente sempre la stessa).
Dimostrazione. Per la definizione 1.3.1 da x1 6 y1 si ha y1 − x1 ∈ P oppure y1 − x1 =
0 e da x2 6 y2 si ha y2 − x2 ∈ P oppure y2 − x2 = 0. Per la proprietà P11 si ha
y1 − x1 + y2 − x2 ∈ P cioè y1 + y2 − (x1 + x2 ) ∈ P oppure y1 + y2 − (x1 + x2 ) = 0
che per definizione significa x1 + x2 < y1 + y2 oppure x1 + x2 = y1 + y2 e quindi
x1 + x2 6 y1 + y2 . Analogamente per le altre disuguaglianze.

Questa proposizione dice che le disuguaglianze dello stesso verso possono essere
sommate membro a membro. La stessa cosa non si può dire per le moltiplicazioni:
ad esempio da −2 6 −1 e −3 6 −1 si ottiene 6 6 1 evidentemente falsa. Il
comportamento delle disuguaglianze rispetto alla moltiplicazione è riassunto
nelle seguenti proposizioni:

Proposizione 1.4.2. Siano x, y, z ∈ R. Se x 6 y e z > 0 allora xz 6 yz; se z < 0 allora


xz > yz. Analogamente per i casi < e >.
1.4 uguaglianze e disuguaglianze 6

Dimostrazione. Se x 6 y e z > 0 allora z ∈ P e per la definizione 1.3.1 si ha y − x ∈ P


oppure y − x = 0. Quindi per la proprietà P12 si ha (y − x)z = yz − xz ∈ P o yz − xz =
0 e quindi xz < yz o xz = yz da cui xz 6 yz.
Se x 6 y e z < 0 allora −z ∈ P e si ha y − x ∈ P oppure y − x = 0. Quindi (y −
x)(−z) = −(yz − xz) = xz − yz ∈ P o xz − yz = 0 (anche per 1.4). Perciò yz <
xz o yz = xz e in definitiva yz 6 xz. Analogamente per le altre disuguaglianze.

In particolare dalla 1.4.2 con z = −1 si ottiene la regola: se si cambiano i segni ad


ambo i membri di una disuguaglianza questa si inverte.

Proposizione 1.4.3. Siano x1 , y1 , x2 , y2 ∈ R. Se 0 6 x1 6 y1 e 0 6 x2 6 y2 allora


x1 x2 6 y1 y2 . Analogamente per i casi < e >.
Dimostrazione. Primo caso: supponiamo x2 > 0. Allora per x1 6 y1 e la proposizione
precedente si ha: x1 x2 6 y1 x2 ; e se y1 > 0 da x2 6 y2 si ottiene y1 x2 6 y1 y2 ; quindi
x1 x2 6 y1 x2 = y1 x2 6 y1 y2 e per transitività (1.8) x1 x2 6 y1 x2 6 y1 y2 . Se invece
y1 = 0 allora anche x1 = 0 (dimostrarlo) e quindi x1 x2 = 0 e y1 y2 = 0 da cui la tesi.
Secondo caso: sia x2 = 0 allora anche x1 = 0 (dimostrarlo) e quindi x1 x2 = 0. Il prodotto
y1 y2 è = 0 se uno dei due è = 0 (1.2), altrimenti è > 0: in ogni caso 0 = x1 x2 6 y1 y2 .
Analogamente per le altre disuguaglianze.

Proposizione 1.4.4. Siano x, y ∈ R. Se 0 6 x e 0 6 y allora 0 6 xy. Se 0 < x e 0 < y


allora 0 < xy. Se x < 0 e y < 0 allora 0 < xy. Se x < 0 e 0 < y allora xy < 0.

osservazione: La proposizione 1.4.4 esprime la nota regola dei segni: ++ =


+, −− = +, +− = −, −+ = −.

Proposizione 1.4.5. ∀x ∈ R x2 > 0. Se x 6= 0 allora x2 > 0. I quadrati sono positivi.

Proposizione 1.4.6. ∀x ∈ R se x > 0 allora 1/x > 0. Se x < 0 allora 1/x < 0.
x x≥0
Definizione 1.4.1. Si dice valore assoluto di x ∈ R il |x| =
−x x≤0

Questa definizione sottolinea che −x > 0 se x < 0. Osserviamo anche che il


valore assoluto ha significato solo se sono presenti numeri negativi e quindi gli
opposti dei numeri (non in N) e che non ha il significato di numero senza segno,
ma semplicemente il numero o il suo opposto. Utile sottolineare che |x| è sempre
positivo salvo il caso x = 0.
Il fatto più importante che riguarda il valore assoluto è:

Teorema 1.4.1 (Disuguaglianza triangolare). ∀x, y ∈ R

|x + y| 6 |x| + |y|

Dimostrazione. Procediamo per casi:


Caso x > 0, y > 0: allora abbiamo x + y > 0 e quindi, per definizione, |x + y| = x + y =
|x| + |y| e vale proprio l’uguaglianza.
Caso x 6 0, y 6 0: allora x + y 6 0 e quindi |x + y| = −(x + y) = (−x) + (−y) =
|x| + |y| e di nuovo vale l’uguaglianza.
Caso x > 0, y 6 0: in questo caso dobbiamo dimostrare che |x + y| 6 x − y. Si presentano
due casi: se x + y > 0 allora dobbiamo far vedere che x + y 6 x − y cioè y 6 −y che sarà
certamente vero perchè y 6 0 e quindi −y > 0. Nel secondo caso se x + y 6 0 dobbiamo
dimostrare che −x − y 6 x − y cioè −x 6 x che è certamente vero dato che x > 0 e
quindi −x 6 0.
Caso x 6 0, y > 0: la dimostrazione è identica alla precedente scambiando i ruoli di x e y.

osservazione: Il teorema ci dice che il modulo della somma non è uguale


alla somma dei moduli; dalla dimostrazione si vede che lo è solo nel caso che i
numeri abbiano lo stesso segno: entrambi positivi o entrambi negativi. Negli altri
casi vale la disuguaglianza stretta come si vede negli esempi seguenti.
1.4 uguaglianze e disuguaglianze 7

esempi.

1. |π + (−3)| = π − 3 < |π| + | − 3| = π + 3


√ √ √ √
2. | 2 + (−1)| = 2 − 1 < | 2| + | − 1| = 2 + 1
√ √ √
3. |1 + 3| = 1 + 3 = |1| + | 3|
√ √ √
4. | − 5 − 5| = 5 + 5 = | − 5| + | − 5|

Il prodotto e il quoziente si comportano molto meglio:

Proposizione 1.4.7. ∀x, y ∈ R si ha |xy| = |x||y| (il modulo del prodotto è uguale al
x |x|
prodotto dei moduli). Se y 6= 0 allora anche | | = (il modulo del quoziente è uguale al
y |y|
quoziente dei moduli).

Terminiamo il capitolo con una considerazione generale: è sensato chiedersi


perchè si dimostrano tutte queste proprietà dei numeri che sembrano (e sono)
ovvie e perchè si è scelto di assumere come proprietà indimostrate (assiomi)
le P.1 - P12 che sono altrettanto ovvie. La risposta non è semplice e coinvolge
questioni molto complesse e profonde che non sono affrontabili in un corso di
studi secondario; non in tutta generalità perlomeno. Lo studente impara a conoscere
i numeri e a lavorarci sin dalle scuole elementari ma il problema di stabilire cosa
i numeri veramente sono resta una questione incerta 9 . Anche in questo corso
impareremo ad usare i numeri e a conoscerne ulteriori proprietà ma con una
consapevolezza maggiore: ci renderemo conto che, anche non sapendo bene cosa
sono i numeri, certamente dovranno avere le proprietà P.1 - P12. Vedremo anche
che quelle proprietà non sono sufficienti per risolvere tutti i problemi che siamo
in grado di porci e che dovremo estenderle in modo decisamente innovativo.

9 Come dice V.A.Zorich in Mathematical Analisys I: ‘I numeri in matematica sono come il tempo in
fisica: tutti sanno cosa sono ma solo gli esperti li trovano difficili da capire.’
1.4 uguaglianze e disuguaglianze 8

esercizi

Esercizio 1.4.1. Dimostrare le proprietà delle uguaglianze (1.4).

Esercizio 1.4.2. Dimostrare le proprietà delle disuguaglianze (1.8).

Esercizio 1.4.3. Dimostrare la proposizione 1.4.5.

Esercizio 1.4.4. Dimostrare la proposizione 1.4.6.

Esercizio 1.4.5. Dimostrare la proposizione 1.4.7.


1.5 equazioni e disequazioni 9

1.5 equazioni e disequazioni

In questo paragrafo useremo le proprietà e gli assiomi dei numeri razionali e reali
per risolvere alcune equazioni e disequazioni algebriche, razionali, irrazionali e
con moduli. Naturalmente, in alcuni casi, si tratterà di un ripasso di nozioni già
viste nel biennio.

1.5.1 Equazioni algebriche

Esempio 1.5.1. esempio

1.5.2 Una disgressione sui grafici

Lo studente ha già usato i grafici per rappresentare le soluzioni delle disequazioni


e dei sistemi di disequazioni algebriche incontrate nel biennio. Illustriamo le
convenzioni che assumiamo nel tracciare i grafici.

grafico di intersezione. Viene usato quando si risolve un sistema di


disequazioni o quando la disequazione porta ad un sistema equivalente come nel
caso delle frazionarie10 .

√ √
O 1 4− 3 4+ 3 7

Assumiamo di tracciare una linea che rappresenta l’asse delle x sulla quale
fissiamo gli estremi degli intervalli calcolati. Tracciamo una linea continua (una
per ogni disequazione) che rappresenta gli intervalli dove la singola disequazione
è soddisfatta. Infine tratteggiamo l’area che rappresenta l’intersezione di tutte le
soluzioni delle disequazioni.

grafico dei segni. Viene usato quando si risolve una disequazione in cui
compaiono prodotti o quozienti in cui il segno complessivo della disequazione
dipende dai segni dei singoli fattori.

−7 −5 O 1

− + − +

Assumiamo di tracciare una linea che rappresenta l’asse delle x sulla quale
fissiamo gli estremi degli intervalli calcolati. Tracciamo una linea continua (una
per ogni fattore) che rappresenta gli intervalli dove il fattore è positivo e una
linea tratteggiata dove il fattore è negativo. Infine indichiamo, applicando la
regola dei segni, con segni + e − le zone corrispondenti. Per maggiore chiarezza
cerchiamo con un circoletto i segni nelle zone che rappresentano soluzioni della
disequazione.
In entrambi i tipi di grafico assumiamo di congiungere con linee verticali gli
estremi degli intervalli ai corrispondenti valori sull’asse delle x: con linea continua
se l’estremo è compreso, altrimenti con linea tratteggiata.
Ricordiamo che, in molti casi, può essere necessario tracciare più grafici per la
stessa disequazione o sistema e non è escluso che si debba tracciare, per lo stesso
problema, grafici di entrambi i tipi.
10 O delle modulari e irrazionali come si vedrà presto.
1.5 equazioni e disequazioni 10

1.5.3 Disequazioni e sistemi di disequazioni algebriche

Ricordiamo che il polinomio di secondo grado ax2 + bx + c assume valori positivi


o negativi in funzione del valore del discriminante ∆ = b2 − 4ac; per la precisione
se a > 0, cosa a cui possiamo sempre ricondurci eventualmente cambiando tutti
i segni, e ∆ > 0 allora il polinomio è positivo esternamente all’intervallo delle
soluzioni e negativo internamente; se ∆ = 0 allora il polinomio è sempre positivo
tranne nell’unica radice; se ∆ < 0 allora il polinomio è sempre positivo.
Esempio 1.5.2. Risolvere la disequazione

(3x − 2)2 + 3 < 5x − (2x − 1)2

9x2 − 12x + 4 + 3 − 5x + 4x2 − 4x + 1 < 0


13x2 − 21x + 8 < 0
∆ = 441 − 416 = 25 > 0

21 ± 25 8
x= x1 = 1 x2 =
26 13
8 8
per quanto detto, le soluzioni sono: 13 < x < 1, in intervalli: ] 13 , 1[.

Esempio 1.5.3. Risolvere il sistema di disequazioni




 2x(x + 5) > 3(x + 1)2


 x2 + 4x + 3 > 3(x − 1)2



2x2 + x + 1 > 0

tutte le disequazioni sono di secondo grado, quindi semplifichiamo e calcoliamo i discriminanti

  

 2x2 + 10x > 3x2 + 6x + 3 
 x2 − 4x + 3 < 0 


 
 

∆1 = 16 − 12 = 4 > 0

 x2 + 4x + 3 > 3(x − 1)2  x2 − 5x < 0  ∆2 = 25 > 0



 
 

  
∆3 = 1 − 8 = −7 < 0 ∆3 = 1 − 8 = −7 < 0 ∆3 = 1 − 8 = −7 < 0

per quanto detto si ha


 √  

 x = 2± 4−3 = 2±1 
 



formula ridotta 

x1 = 1 x2 = 3 

1<x<3

 x(x − 5) < 0 disequazione spuria  x1 = 0 x2 = 5  0<x<5



 
 

  
∀x ∈ R ∀x ∈ R ∀x ∈ R

riportiamo su un grafico di intersezione

O 1 3 5

quindi le soluzioni sono: 1 < x < 3, in intervalli: ]1, 3[.

Ricordiamo che le disequazioni di grado superiore al secondo si risolvono cer-


cando di scomporre in fattori il polinomio della disequazione normalizzata11 .
Poi si studierà il segno dei vari fattori e si riporterà in un grafico dei segni.
Analogamente per le disequazioni frazionarie.

11 Ridotta in forma normale con lo 0 a destra.


1.5 equazioni e disequazioni 11

Esempio 1.5.4. Risolvere la disequazione di terzo grado

x3 − 4x2 + x + 6 < 0

osserviamo che il polinomio x3 − 4x2 + x + 6 si annulla per x = −1 e quindi12 è divisibile per il binomio
x + 1. La divisione ci consente di scrivere

x3 − 4x2 + x + 6 = (x2 − 5x + 6)(x + 1) = (x − 3)(x − 2)(x + 1) trinomio di secondo grado

riportiamo su un grafico dei segni i tre fattori ottenuti

−1 O 2 3

− + − +

quindi le soluzioni sono: x < −1 ∪ 2 < x < 3, in intervalli: ] − ∞, −1[ ∪ ]2, 3[.

Esempio 1.5.5. Risolvere la disequazione frazionaria

(x + 1)3 − 1
>1
(x − 1)3 + 1

osserviamo che numeratore e denominatore sono rispettivamente differenza e somma di cubi e quindi si
scompongono nel modo seguente

(x + 1)3 − 1 (x + 1 − 1)((x + 1)2 + (x + 1) + 1)


>1 >1
(x − 1)3 + 1 (x − 1 + 1)((x − 1)2 − (x − 1) + 1)
x(x 2 + 3x + 3) x
 2 + 3x + 3 − x
 2 + 3x − 3
 >1 x 6= 0
    >0
x(x 2 − 3x + 3) 2 x − 3x + 3

6x
>0
x2 − 3x + 3
studiamo i segni di numeratore e denominatore. N > 0 per x > 0. D > 0: osserviamo che ∆ =
9 − 12 = −3 < 0 e quindi D > 0 ∀x ∈ R. Riportando in grafico dei segni

− +

quindi le soluzioni sono: x > 0, in intervalli: ]0, +∞[.

12 T. del resto.
1.5 equazioni e disequazioni 12

esercizi Alcuni esercizi su disequazioni e sistemi di disequazioni algebriche.




 2x2 > 3(9 − x)


x−5 64
1. x < 5x + (3 < x < 32)

 5 5


(x + 4)(2x + 5) > 0



 x2 x + 1

 + > −2
 2 5
2
2. x−2 x −1 (−2 < x < 1 ∪ x > 3)
 − <3

 7 2


(1 − x)(x − 3)(x + 2) < 0

x−2 x2 x−1
3. < 2 − (x < −3 ∪ ∪x > 2
x−1 x − 3x + 2 2 − x

4. x3 − 3x + 2 6 0 (x < −2)

5. x4 + x3 − 7x2 − x + 6 > 0 (x 6 −3 ∪ −1 6 x 6 1 ∪ x > 2)

2x + 1 x2 + 1
6. + > 5x
2x − 1 x

x2 x 5 3
7. + 6 3x (0 6 x < 1 ∪ 4 6x< 2 ∪ x > 2)
x − 1 2x − 3
√ √
8. 9x4 − 46x2 + 5 6 0 (− 5 6 x 6 − 13 ∪ 1
3 6x6 5)
1.5 equazioni e disequazioni 13

1.5.4 Equazioni e disequazioni con modulo

Ricordiamo la definizione di modulo o valore assoluto di un numero reale:

x x≥0
|x| =
−x x≤0

equazioni. Ci proponiamo di risolvere l’equazione

|f(x)| = k

con f(x) espressione nella variabile x e k ∈ R.


Si presentano tre casi:

• Se k < 0, allora l’equazione è impossibile, poiché, come già detto, |x| >
0, ∀x ∈ R.

• Se k = 0, allora l’equazione con modulo è equivalente alle equazioni

±f(x) = 0

cioè alla
f(x) = 0

• Se k > 0, allora l’equazione con modulo è equivalente alla coppia di


equazioni
±f (x) = k
che si risolvono separatamente.

Esempio 1.5.6. Risolvere l’equazione


|4x| = 5
Per quanto detto si ha

5
4x = 5 cioè x=
4
5
−4x = 5 cioè x=−
4
Osserviamo che l’equazione in esame è solo apparentemente di primo grado; se così fosse avrebbe una
sola soluzione come ben noto. Se pensiamo ai possibili valori della espressione |4x|, cioè alla funzione13
f(x) = |4x| ci rendiamo conto che potrà assumere due volte il valore 5.

f(x) = |4x|
5

− 54 5 x
4

13 Come si vedrà nel capitolo sulle funzioni.


1.5 equazioni e disequazioni 14

Consideriamo l’equazione con modulo più generale

|f (x)| = g (x)
con f (x) e g (x) espressioni nella variabile x. Essa è equivalente all’unione dei
sistemi misti

 
f(x) 6 0 f(x) > 0

 
−f(x) = g(x) f(x) = g(x)

Esempio 1.5.7. Risolvere l’equazione


|x2 − 1| = x + 1
Per quanto detto si ha
 
x 2 − 1 6 0 x 2 − 1 > 0

 
−(x2 − 1) = x + 1 x2 − 1 = x + 1

vale a dire
 
−1 6 x 6 1 x 6 −1 ∪ x>1

 
x2
+x = 0 x2 +x−2 = 0
 
−1 6 x 6 1 x 6 −1 ∪ x > 1

 
x1 = 0 x2 = −1 x1 = 2 x2 = −1

Le soluzioni quindi sono x = −1 e x = 0.

osservazione: Il fatto che la soluzione x = −1 compaia in entrambi i sistemi (ma


nell’unione viene contata una sola volta) dipende dalla definizione di modulo che abbiamo dato:
lo zero compare due volte, sia come numero positivo che come negativo; come sappiamo −0 = 0,
l’opposto di 0 è 0 stesso e questo è l’unico numero che ha questa proprietà.

disequazioni. Consideriamo la disequazione con modulo

|f (x)| < k

con k ∈ R. Risulta

• se k 6 0, la disequazione risulta impossibile;

• se k > 0, allora la disequazione risulta equivalente al sistema di disequazioni



f (x) > −k

f (x) < k

Per la disequazione con modulo

|f (x)| 6 k

con k ∈ R, risulta

• se k < 0, allora la disequazione è impossibile:

• se k = 0, allora la disequazione è equivalente all’equazione

f (x) = 0
1.5 equazioni e disequazioni 15

• se k > 0, allora la disequazione è equivalente a

−k 6 f(x) 6 k

che è equivalente al sistema di disequazioni



f (x) > −k

f (x) 6 k

Nel grafico abbiamo disegnato la f(x) completa e la parte negativa ridisegnata po-
sitiva in corrispondenza a −f(x). Si può constatare che i valori di x che soddisfano
la |f(x)| 6 k sono quelli compresi fra l’asse x e la retta ad altezza k cioè quelli che,
dopo aver esplicitato il modulo, sono compresi fra le rette ad altezza −k e k.

−f(x) f(x)

−k

Esempio 1.5.8. Risolvere la disequazione

|x2 − 8x + 10| 6 3

Si ha

−3 6 x2 − 8x + 10 6 3

vale a dire
 
x2 − 8x + 10 6 3 x2 − 8x + 7 6 0
 
x2 − 8x + 10 > −3 x2 − 8x + 13 > 0

 
x = 4 ± √9 = 4 ± 3 x = 7 x = 1
1 2
 √ √  √ √
x = 4± 3 = 4± 3 x1 = 4 + 3 x 2 = 4 − 3


7 6 x 6 1
 √ √
4− 3 6 x 6 4+ 3

Riportando in grafico di intersezione:

√ √
O 1 4− 3 4+ 3 7
1.5 equazioni e disequazioni 16

√ √ √
Le
√ soluzioni sono: 1 6 x 6 4 − 3 ∪ 4+ 3 6 x 6 7. In intervalli: [1, 4 − 3] ∪ [4 +
3, 7].

Più in generale, le disequazioni con modulo

|f (x)| < g (x) e |f (x)| 6 g (x)

sono equivalenti rispettivamente ai sistemi di disequazioni


 
f (x) > −g (x) f (x) > −g (x)
e
 
f (x) < g (x) f (x) 6 g (x)

Esempio 1.5.9. Risolvere la disequazione



x − 7
x + 5 < x

Si ha
x−7
−x < <x
x+5
vale a dire

 x−7 > −x
x+5
 x−7
x+5 < x

Risolviamo la prima disequazione frazionaria:

x−7 x − 7 + x2 + 5x x2 + 6x − 7
> −x >0 >0
x+5 x+5 x+5

Numeratore: x = −3 ± 16 = −3 ± 4 x1 = −7, x2 = 1. Quindi N > 0 per x < −7 ∪ x > 1.
Denominatore: x + 5. Quindi D > 0 per x > −5.
Riportando in grafico dei segni:

−7 −5 O 1

− + − +

Soluzioni: −7 < x < −5 ∪ x > 1.


Risolviamo la seconda disequazione frazionaria:

x−7 x − 7 − x2 − 5x −x2 − 4x − 7 x2 + 4x + 7
<x <0 <0 >0
x+5 x+5 x+5 x+5

Numeratore: x = −2 ± −3 ∆ < 0. Quindi N > 0 ∀x ∈ R.
Denominatore: x + 5. Quindi D > 0 per x > −5.
Riportando in grafico dei segni:

−5 O

− +

Soluzioni: x > −5.


Riportiamo le soluzioni delle due disequazioni in un grafico di intersezione:
1.5 equazioni e disequazioni 17

−7 −5 O 1

Le soluzioni finali sono: x > 1. In intervalli: ]1, +∞[.

Sia data la disequazione con modulo


|f (x)| > k
con k ∈ R, risulta
• se k < 0, allora è verificata per tutti i valori di x nel dominio di f (x);
• se k = 0, allora è verificata per tutti i valori di x nel dominio di f (x), esclusi
quelli per cui f (x) = 0;
• se k > 0, allora la disequazione è equivalente a
f (x) < −k ∪ f (x) > k

Quest’ultimo caso si capisce bene se si tiene presente il grafico 1.5.4.


Per la disequazione
|f (x)| > k
con k ∈ R, risulta
• se k 6 0, allora è verificata per tutti i valori di x nel dominio di f (x);
• se k > 0, allora la disequazione è equivalente a
f (x) 6 −k ∪ f (x) > k

Più in generale, le disequazioni


|f (x)| > g (x) e |f (x)| > g (x)
sono equivalenti rispettivamente a
f (x) < −g (x) ∪ f (x) > g (x)
f (x) 6 −g (x) ∪ f (x) > g (x)

Esempio 1.5.10. Risolvere la disequazione


x2 − 2
<1
|x − 4|
Osserviamo che il C.E. è x 6= 4 e che il denominatore è sempre positivo per i valori consentiti. Possiamo
quindi moltiplicare per |x − 4|.

x2 − 2 < |x − 4| |x − 4| > x2 − 2
Per quanto detto risulta

x − 4 > x2 − 2 ∪ x − 4 < 2 − x2
x2 − x + 2 < 0 ∪ x2 + x − 6 < 0

−1 ± 25 −1 ± 5
∆ = 1−8 < 0 ∪ x= =
2 2
3
∃x ∪ x1 = − , x2 = 2
 2
3
∃x ∪ − <x<2
 2
Le soluzioni sono − 32 < x < 2. In intervalli: ] − 23 , 2[.
1.5 equazioni e disequazioni 18

Può capitare di dover risolvere equazioni o disequazioni con più di un modulo.


In questi casi basterebbe applicare più volte le soluzioni discusse in precedenza;
questo procedimento conduce, nella maggioranza dei casi, ad una situazione
molto complicata in cui è facile commettere errori di calcolo; per questo decidia-
mo di scomporre l’equazione-disequazione in più sistemi equivalenti usando la
definizione di modulo. Vediamo due esempi.

Esempio 1.5.11. Risolvere l’equazione

|x − 1| = 1 + |x|

Riportiamo in grafico di segni i due moduli che compaiono nell’equazione:

O 1

|x|
|x − 1|

Come si vede le zone sono tre: x 6 0, 0 6 x 6 1, x > 1; scriviamo i corrispondenti sistemi misti per le
tre zone:

  
x 6 0 0 6 x 6 1 x > 1
∪ ∪
  
−x + 1 = 1 − x −x + 1 = 1 + x x−1 = 1+x

  
x 6 0 0 6 x 6 1 x > 1
∪ ∪
  
1=1 indeterminata 2x = 0 x=0 −1 = 1 impossibile

x>0 ∪ x=0 ∪ ∃

Soluzioni finali: x > 0, in intervalli: [0, +∞[

Esempio 1.5.12. Risolvere la disequazione

|x − 1| < 1 + |x + 1|

Riportiamo in grafico di segni i due moduli che compaiono nell’equazione:

−1 O 1

|x + 1|
|x − 1|

Come si vede le zone sono tre: x 6 −1, −1 6 x 6 1, x > 1; scriviamo i corrispondenti sistemi per le tre
zone:

  
x 6 −1 −1 6 x 6 1 x > 1
∪ ∪
  
−x + 1 < 1 − x − 1 −x + 1 < 1 + x + 1 x−1 < 1+x+1

  
x 6 −1 −1 6 x 6 1 x > 1
∪ ∪
  
1<0 ∃
 2x > −1 0<3 ∀x ∈ R

1
∃ ∪ − <x61 ∪ x>1
 2
1
Soluzioni finali: x > − , in intervalli: ] − 21 , +∞[
2
1.5 equazioni e disequazioni 19

esercizi Alcuni esercizi sui moduli.

1. |5x − 4| = −3

2. |x − 7| = x

3. |2 − 5x| < 3 ] − 51 , 1[

4. |3x + 2| > 5 (x < − 73 ∪ x > 1 in intervalli: ] − ∞, − 73 [∪]1, ∞[)

3x + 2 > 5 ] − ∞, −1[∪] − 23 , 23 [∪]1, +∞[)



5. (x 6= 0,
x

3x − 4
6. 6x (x 6= 0, ]0, 1] ∪ [4, +∞[)
x

2
7. + |x + 1| < 1
x

|x2 + 1|
8. > x−1
x+1

9. x − 2 < |x| R
1.5 equazioni e disequazioni 20

1.5.5 Equazioni e disequazioni irrazionali

Una equazione o disequazione si dice irrazionale se al suo interno l’incognita


compare almeno una volta sotto il segno di radice n-esima. Particolare attenzione14
bisogna prestare, come vedremo, al caso in cui n è un intero pari.

equazioni. Consideriamo l’equazione irrazionale


p
n
f (x) = g (x)
con n > 1 naturale, f (x) e g (x) funzioni algebriche nella variabile x.
• Supponiamo n dispari, allora l’equazione irrazionale è equivalente all’equa-
zione razionale
f (x) = (g (x))n
Non poniamo alcuna condizione su f(x) poichè la radice di indice dispari
di un numero reale esiste sempre.
• Supponiamo n pari, allora l’equazione irrazionale è equivalente al sistema
misto razionale




f (x) > 0
 g (x) > 0



f (x) = (g (x))n
In caso di indice pari sappiamo che la radice esiste solo se il radicando
è positivo, da cui la condizione su f(x); la condizione su g(x) si rende
necessaria perchè la radice di un numero reale è sempre positiva o nulla.
Esempio 1.5.13. Risolvere l’equazione
p
3
2x3 − x2 + 2x − 1 = 2x − 1

2x3 − x2 + 2x − 1 = 8x3 − 12x2 + 6x − 1 6x3 − 11x2 + 4x = 0 x(6x2 − 11x + 4) = 0


applicando la legge di annullamento del prodotto

x1 = 0 ∪ 6x2 − 11x + 4 = 0
11 ± 5
x1 = 0 ∪ x=
12
1 4
Soluzioni finali: x1 = 0 x2 = x3 =
2 3
Esempio 1.5.14. Risolvere l’equazione
p √
2x2 + x + 5 = x + 5
per quanto detto l’equazione risulta equivalente al sistema misto

 

 2x2 + x + 5 > 0 


 

∆<0
√ √
 x+ 5 > 0  x>− 5

 

 2 2
√  2 √
2x + x + 5 = x + 2 5x + 5
 x + (1 − 2 5)x = 0
 

 ∀x ∈ R 
 ∀x ∈ R

 

√ √
 x>− 5  x>− 5

 

 √  √
x(x + 1 − 5) = 0 x1 = 0 x 2 = 2 5 − 1
√ √
considerando
√che 2 5 − 1 > − 5, entrambe le soluzioni sono accettabili. Soluzioni finali: x1 =
0 x2 = 2 5 − 1.

14 Lo studente ne è cosciente se ha studiato i radicali nel biennio.


1.5 equazioni e disequazioni 21

disequazioni. Sia data la disequazione irrazionale


p
n
f (x) < g (x)

con n > 1 naturale, f (x) e g (x) funzioni algebriche nella variabile x.

• Supponiamo n dispari, allora la disequazione irrazionale è equivalente alla


disequazione razionale
f (x) < (g (x))n

• Supponiamo n pari, allora la disequazione irrazionale è equivalente al


sistema di disequazioni razionali




f (x) > 0
 g (x) > 0



f (x) < (g (x))n

In caso di indice pari la condizione che f(x) > 0 è la condizione di esistenza


della radice. La condizione su g(x) si impone perchè deve essere maggione
di un numero positivo o nullo.

Esempio 1.5.15. Risolvere la disequazione


p
3
3x2 − 3x − 1 < 1 − x

3x2 − 3x − 1 < 1 − 3x + 3x2 − x3

x3 < 2

3
estraendo la radice cubica, le soluzioni sono: x < 2

Esempio 1.5.16. Risolvere la disequazione


r
1
x− < x−1
x
per quanto detto la disequazione risulta equivalente al sistema

 

 x − x1 > 0 
 x2 −1

  x >0

 x−1 > 0  x>1

 

  x2 −1−x3 +2x2 −x
x − x1 < x2 − 2x + 1 x <0


 x2 −1
 x >0

 x>1


 x3 −3x2 +x+1
x >0

Non abbiamo evidenziato la condizione x 6= 0 perchè già contenuta nella condizione di esistenza della
radice.
Risolviamo la prima disequazione:

x2 − 1
>0
x
Segno del numeratore: N > 0 per x 6 −1 ∪ x > 1. Segno del denominatore: D > 0 per x > 0.
Passando al grafico dei segni:

−1 O 1

− + − +
1.5 equazioni e disequazioni 22

Le soluzioni sono [−1, 0[ ∪ [1, +∞[.


Risolviamo la terza disequazione:

x3 − 3x2 + x + 1
>0
x
Il numeratore è di terzo grado per cui sarà necessario scomporre il polinomio. Osservando che il esso si
annulla per x = 1 sappiamo15 che è divisibile per x − 1, da cui si deduce che x3 − 3x2 + x + 1 =
(x2 − 2x − 1)(x − 1). Non volendo usare la divisione si può osservare che x3 − 3x2 + x + 1 =
x3 − x2 − 2x2 − x + 2x + 1 = x2 (x − 1) − 2x(x − 1) − (x − 1) = (x2 − 2x − 1)(x − 1) con
lo stesso risultato. Siamo ricondotti alla

(x2 − 2x − 1)(x − 1)
>0
x
Passando al grafico dei segni:
√ √
1− 2O 1 1+ 2

+ − + − +

Riassumendo


 ∪


−1 6 x < 0 x>1

 x>1


 √ √
x < 1− 2 ∪ 0<x<1 ∪ x > 1+ 2

che riportiamo in grafico d’intersezione



1− 2 √
−1 O 1 1+ 2

√ √
Soluzioni finali: x > 1 + 2, in intervalli: ]1 + 2, +∞[.

Sia data la disequazione irrazionale


p
n
f (x) > g (x)

con n > 1 naturale, f (x) e g (x) funzioni algebriche nella variabile x.

• Supponiamo n dispari, allora la disequazione irrazionale è equivalente alla


disequazione razionale
f (x) > (g (x))n

• Supponiamo n pari, allora la disequazione irrazionale è equivalente all’u-


nione dei sistemi di disequazioni razionali

 

f (x) > 0 
f (x) > 0
∪ g (x) > 0
 

g (x) < 0 

f (x) > (g (x))n

i due sistemi si spiegano osservando che possiamo avere soluzioni valide


sia nel caso g(x) < 0 che nel caso g(x) > 0; nel primo caso basterà che la
15 Per il teorema di Ruffini.
1.5 equazioni e disequazioni 23

radice esista (f(x) > 0) e sarà ovviamente maggiore di un numero negativo;


nel secondo caso, con entrambi i membri positivi o nulli bisognerà anche
elevare alla n.
Osserviamo che nel secondo sistema la condizione di esistenza f(x) > 0
è superflua dato che poi f(x) deve essere maggiore di una potenza pari.
Quindi si avrà
 
f (x) > 0 g (x) > 0

 
g (x) < 0 f (x) > (g (x))n

Esempio 1.5.17. Risolvere la disequazione


p
2x2 − 1 > −2x − 1

per quanto detto la disequazione risulta equivalente ai sistemi

 
2x2 − 1 > 0 −2x − 1 > 0

  2
−2x − 1 < 0 2x − 1 > 4x2 + 4x + 1
 
x 2 > 1 x 6 − 1
2 ∪ 2
 
2x > −1 2x2 + 4x + 2 < 0
 √ √ 
x 6 − 2 ∪ x> 2 x 6 − 1
2 2 ∪ 2
 
x > − 12 (x + 1)2 < 0 ∃

 √ √
x 6 − 2 ∪ x> 2
2 2

x > − 12

Il secondo sistema non da soluzioni mentre per il primo usiamo un grafico d’intersezione

√ √
2 2
− 2 − 12 O 2

√ √
2 2
Soluzioni finali: x > , in intervalli: [ , +∞[.
2 2
1.5 equazioni e disequazioni 24

esercizi Alcuni esercizi su equazioni e disequazioni irrazionali.



1. 2x2 − 7x + 4 = 1 ( 21 , 2)


3 3
2. x − x2 + x − 8 = x − 2 (0, 11
5 )


3. x2 + 3x + 9 = x − 3

√ √
4. 3x + 1 − 5x − 1 = 0 (1)


5. x2 + 3 > 3x − 1 (x < 1)


6. x− 25 − x2 > 7


7. 4 − 9x2 > x + 2 (− 25 < x < 0)

p
8. 3(x2 − 1) < 5 − x (−7 < x 6 −1; 1 6 x < 2)


3 3
9. x +2 > x−1


10. −x2 + 3x + 10 > x + 2 (−2 < x < 32 )


11. −x2 + x + 2 > x − 4 (−1 6 x 6 2)

√ √ √
12. x+2+ x−5 > 5−x (5)

√ √
13. x+1 > √1 (x > 2)
x−1


x− x−1
14. x2 +2
>0 (x > 1)


x− x2 −2x−3
15. x2 −x
60 (x 6 −1)
1.5 equazioni e disequazioni 25

1.5.6 Esercizi riassuntivi

√ √ 2
1. x+2+ x−2 > √ (x > 2)
x+2


3 3
2. x − 2x2 − 2x + 5 > x − 1 (x < 2 ∪ x > 3)

1
− 1 − 1 > 2 (−2 < x < 23 ;

3. x 6= −1)
x x2 + x

4. |x2 − 1| + |x| > 5 (x < −2 ∪ x > 2)

r
x − 1 2
5. >1
x+1

x|x − 1|
6. >0 (x < −1 ∪ 0<x<1 ∪ x > 1)
x+1
APPENDICI 2
2.1 cosa e dove

Nell’insieme N possiamo risolvere equazioni ma solo entro certi limiti; ad esempio


l’equazione 2x − 4 = 0 ha soluzione x = 2 ma l’equazione 2x + 4 = 0 ha soluzione
x = −2 che non appartiene a N; un discorso analogo vale per Z considerando
3
le equazioni 2x + 4 = 0 e 2x + 3 = 0; quest’ultima ha soluzione − , un numero
2
razionale; in generale possiamo dire che l’equazione ax + b = 0 ha sempre
soluzione solo se x può assumere valori in Q. E’ ragionevole chiedersi quali altri
problemi possano richiedere l’introduzione di nuovi numeri.
Dalla geometria è noto che un quadrato con lati di
misura 1 ha diagonale di misura x che deve soddi-

= √
2
sfare il teorema di Pitagora, cioè x2 = 12 + 12 , vale 1

x
a dire x2 = 2. Questa equazione
√ di√secondo grado
ha come soluzioni i numeri 2 e − 2 che non sono
1
razionali.
Riportiamo per comodità la dimostrazione di questo fatto:

/Q
Proposizione 2.1.1. Il numero 2 ∈
√ m
Dim. Per assurdo. Supponiamo che esistano numeri interi m e n relativamente primi, tali che 2= . Elevando al
n
m2
quadrato si ottiene 2 = dove m2 e n2 non hanno fattori comuni e - in particolare - non sono entrambi pari. Anche
n2
m e n, di conseguenza, non sono entrambi pari perchè il quadrato di un numero dispari1 è dispari2 . Semplificando
otteniamo 2n2 = m2 da cui si deduce che m2 è pari e così anche m, cioè 2n2 = (2k)2 = 4k2 da cui n2 = 2k2 .
Allora anche n2 e n sono pari; questa è una contraddizione perchè avevamo stabilito che m e n non potevano essere
entrambi pari.

esercizi

2.2 naturali e interi

I numeri appartenenti ad N, chiamati comunemente numeri naturali, non sod-


disfano tutte le proprietà elencate nel paragrafo 1.2. La proprietà P.1 certamente
vale ma la P.2 vale solo se consideriamo 0 ∈ N ed è quello che faremo3 . Quindi
per noi

N = {0, 1, 2, . . . }

Le proprietà P.3 e P.7 certamente non valgono quindi considerando quanto detto
nel paragrafo 2.1 e riflettendo sulle dimostrazioni delle regole elencate nel para-
grafo 1.4, concludiamo che l’insieme N è molto povero algebricamente. Tuttavia
questi numeri sono importanti per molti motivi non ultimo il fatto che gran parte
della matematica si fonda su di essi4 e che li usiamo per contare, procedimento
senza dubbio fra i più primitivi. Non è secondario il fatto che abbiano un ruolo
centrale in molte questioni informatiche e algoritmiche5 . Lo strumento più impor-
tante che abbiamo a disposizione per fare dimostrazioni con i numeri naturali è il
seguente:
1 Cosa c’entrano i dispari?
2 Dimostrare per esercizio
3 Non tutti gli autori fanno questa scelta.
4 Un famoso matematico, Kronecker, soleva dire che i numeri naturali sono creati da Dio, il resto è
opera dell’uomo.
5 Si veda il paragrafo 2.4 e il documento “Laboratorio Matematica”.

26
2.3 reali 27

Principio 1 (Induzione matematica). Sia x ∈ N e P una certa proprietà dei naturali;


indichiamo con P(x) il fatto che la proprietà P valga per il numero x. Allora il principio
afferma che P(x) è vera per tutti gli x naturali se sono verificate le seguenti:

P(0) è vera (1)


se P(k) è vera, allora P(k + 1) è vera (2)

Osservazione 2.2.1. L’enunciato sembra certamente strano e ancor più strano che lo si
debba considerare un Principio. La sua utilità (anzi, indispensabilità) si potrà comprendere
solo con molti esempi. Il principio è equivalente alla proprietà seguente:

Principio 2 (Buon ordinamento). Sia A ⊆ N un insieme di numeri naturali non


vuoto. Allora A ha un elemento minimo.

L’equivalenza dei due principi si può facilmente dimostrare (vedere esercizi


riassuntivi) e il Buon ordinamento sembra molto più evidente e facile da accettare.
Si ricordi comunque che nessuno dei due è dimostrabile usando le proprietà P.1
. . . P12.

Esercizio 2.2.1. Ogni numero naturale è pari o dispari6 .

Ricordiamo che un numero si dice pari se è della forma 2k per un qualche intero
(naturale) k e si dice dispari se è della forma 2k + 1.
Buon ordinamento. Sia A l’insieme dei numeri naturali che non sono ne pari ne dispari. Dimostre-
remo che A è vuoto. Per assurdo: sia A non vuoto; allora per il Buon ordinamento sia m ∈ A
minimo che non sia ne pari ne dispari; consideriamo m − 1, non può essere pari perchè se
m − 1 = 2k allora m = 2k + 1 e sarebbe dispari e quindi m ∈ / A; analogamente m − 1 non
può essere dispari perchè se m − 1 = 2k + 1 allora m = 2k + 2 = 2(k + 1) = 2k1 e sarebbe
pari quindi m ∈/ A; concludiamo che m − 1 ∈ A non essendo ne pari ne dispari. Questo è
assurdo perchè m − 1 < m ma m era il minimo di A.

Induzione matematica. Sia P(x) la proprietà “essere pari o dispari”. Per il principio di induzione
dobbiamo dimostrare che P(0) è vera: infatti 0 = 2 · 0 e quindi è pari. Dimostriamo ora la
proprietà 2). Supponiamo che P(k) sia vera per un qualche valore k, dobbiamo far vedere che
allora è vera anche P(k + 1).
Siccome P(k) è vera, k sarà pari o dispari. Se k è pari allora k = 2h e k + 1 = 2h + 1 è dispari,
quindi P(k + 1) è vera. Se Se k è dispari allora k = 2h + 1 e k + 1 = 2h + 2 = 2(h + 1) = 2h1
è pari, quindi P(k + 1) è vera. In ogni caso P(k + 1) è vera.

esercizi

2.3 reali

esercizi

2.4 numeri interi e calcolatori

esercizi

2.5 numeri reali e calcolatori

esercizi

6 Ma non è ovvio?, dirà lo studente.


FUNZIONI 3
3.1 introduzione

La nozione che vogliamo studiare è quella di funzione. Lo studente ha già


incontrato questa nozione in precedenza ma la sua importanza è tale che si rende
necessario riprenderla e approfondirla. In futuro le funzioni saranno riprese
molte volte e ancora molte volte sarà necessario approfondire questo concetto;
anzi, non crediamo di esagerare se diciamo che nei prossimi tre anni ci occupero
sostanzialmente di funzioni.
A scopo puramente illustrativo esaminiamo alcuni esempi di funzioni.

Definizione 3.1.1 (Provvisoria). Una funzione è una regola che associa ad un certo
numero un altro numero.

Esempio 3.1.1. la regola che associa ad ogni numero il suo quadrato.

Esempio 3.1.2. la regola che associa ad un numero positivo la sua radice quadrata.

x3 + 3
Esempio 3.1.3. la regola che associa ad ogni numero x 6= 1 il numero .
x−1
s
Esempio 3.1.4. la regola che associa ad ogni numero s che soddisfa −3 6 s 6 5 il numero .
s2 + 1
12
Esempio 3.1.5. la regola che associa al numero 1 il numero 5, al numero 15 il numero π , a tutti i
numeri diversi dai precedenti il numero 16.

Esempio 3.1.6. la regola che associa a tutti i numeri irrazionali il numero 0, a tutti i numeri razionali il
numero 1.

Esempio 3.1.7. la regola che associa ad un numero reale il numero 0 se nelle cifre decimali del numero
compaiono un numero finito di cifre pari altrimenti 1.

Dagli esempi emergono le seguenti osservazioni:

• Una funzione è una regola qualsiasi che associa numeri a numeri e non una
regola per la quale esiste una espressione algebrica che la rappresenta.

• Non è necessario che la regola si applichi a tutti i numeri noti. In qualche


caso può essere anche poco chiaro a quali numeri la regola si applichi (per
es. 3.1.7).

• Sembra necessario dare un nome all’insieme dei numeri per i quali ef-
fettivamente si può calcolare il valore della funzione. Tale insieme si dirà
dominio1 .

• Le funzioni elencate sottolineano la necessità di usare una qualche notazione


specifica per indicarle. In generale useremo le lettere f, g, ecc. per le funzioni
e le lettere x, y ecc. per indicare i numeri. Il valore che la funzione associa
al numero x si indicherà con f(x) che si legge ‘f di x’ e che si dice anche il
valore di f in x o anche l’immagine di x.

1 Nel prossimo paragrafo tutte le definizioni saranno raccolte in modo ordinato.

28
3.1 introduzione 29

Un modo più ordinato per definire le funzioni precedenti è il seguente:

f(x) = x2 per ogni x (3.1)



g(x) = x per ogni x > 0 (3.2)
x3
+3
h(x) = per ogni x 6= 1 (3.3)
x−1
s
r(s) = 2 per ogni numero s tale che − 3 6 s 6 5 (3.4)
s +1


 1 se x = 5


12
s(x) = 15 se x = (3.5)

 π


16 ad ogni altro x

0 per ogni x irrazionale
t(x) = (3.6)

1 per ogni x razionale

0 se nelle cifre decimali del numero x compaiono infinite cifre pari
u(x) =

1 per ogni altro x
(3.7)

osservazione: spesso, nell’indicare funzioni, si potranno usare delle abbre-


viazioni come, ad esempio, la funzione
t
v(t) = t 6= 1
t−1
potrà essere indicata come
t
v(t) =
t−1
senza specificare il dominio; in questo caso è ovvio che si intende come dominio
l’insieme dei numeri per i quali ha senso calcolare la funzione.

osservazione: molta attenzione va prestata al seguente fatto: le due funzioni

x+1
r(x) = x +
x−1
y+1
t(y) = y +
y−1
sono la stessa funzione. Anche se i nomi delle funzioni e delle lettere che indicano
i numeri sono diverse.
Invece nel caso noi scrivessimo:
x+1
r(x) = x + −3 6 x 6 0
x−1
y+1
t(y) = y +
y−1
dovremmo considerare diverse le due funzioni dato che il dominio non coincide.

osservazione: ricordiamo anche che, nonostante sia decisamente una perver-


sione, l’uso delle lettere che abbiamo indicato rappresenta la consuetudine ma non
un obbligo; quindi è perfettamente lecito definire una funzione in questo modo (e
ci sono contesti in cui si fa):
f+1
x(f) = f +
f−1
3.2 definizioni 30

in questo caso il nome della funzione è x mentre i numeri si sostituiscono alla


lettera f.
Prima di procedere ad una più precisa definizione di funzione è necessario
capire bene cosa esattamente caratterizza la nozione di funzione. Nella definizione
3.1.1 provvisoria abbiamo parlato di regola qualsiasi che associa ad un numero
un altro numero. Come precisiamo la nozione di regola? In effetti sarebbe trop-
po complicato restringere il significato della parola regola per ottenere l’esatto
intendimento dei matematici quando pensano al concetto di funzione. Alla fine,
come spesso succede in matematica, quello che conta è il risultato finale: che cos’è
una funzione? per ogni elemento x del dominio dobbiamo conoscere l’elemento
a cui viene associato cioè f(x) e quindi sostanzialmente una coppia ordinata2
(x, f(x)); una funzione diventa un’insieme di coppie che possiamo rappresentare,
per esempio per f(x) = x3 , con una tabella:

x f(x) = x3
1 1
−1 −1
√ √
2 23

3
2 2
√3
− 2 −2
π π3
oppure come elenco:
√ p √
3

3
f = {(1, 1), (−1, −1), ( 2, 23 ), ( 2, 2), (− 2, −2), (π, π3 ), . . . }

Per trovare il numero associato al numero 1 basta scorrere l’elenco e trovare


la coppia (1, 1) e così via. Supponiamo ora di avere una funzione definita dal-
l’insieme: g = {(1, 3), (2, 5), (1, 6), (3, 5), . . . } chi sarà l’immagine del numero 1?
Troviamo la coppia (1, 3) ma anche la coppia (1, 6) quindi non sarà possibile dire
che g(1) = 3 e neanche che g(1) = 6); la funzione g non è ben definita: non è
univoca. La condizione di univocità è la caratteristica più importante della nozione
di funzione.
Pensare alle funzioni come regole è più semplice che pensarle come insiemi
di coppie ma quest’ultimo modo è più rigoroso e permette di condurre più
facilmente le dimostrazioni: si tratta di una definizione più astratta. Naturalmente
nessuno può vietarci di pensare alle funzioni come a delle regole.

esercizi

3.2 definizioni

Definiamo il concetto di coppia.


Definizione 3.2.1. Per coppia (a, b) si intende l’insieme ordinato dei due elementi a e
b, non necessariamente distinti, in cui ha rilevanza l’ordine.

osservazione: è evidente che la coppia (a, b) si distingue dall’insieme {a, b}


perchè mentre {a, b} = {b, a} per le coppie si ha (a, b) 6= (b, a) cioè nelle cop-
pie è rilevante l’ordine degli elementi. Inoltre, mentre la coppia (a, a) contiene
effettivamente due elementi, l’insieme {a, a} si riduce ad {a}.
Definizione 3.2.2. Si definisce Prodotto cartesiano di due insiemi A e B l’insieme di
tutte le possibili coppie (a, b) con a ∈ A e b ∈ B e si scrive:


A × B = (a, b) | a ∈ A, b ∈ B
2 La definizione al prossimo paragrafo.
3.2 definizioni 31

Esempio 3.2.1.

A = {1, 2, 3}
B = {1, 2}

A × B = (1, 1), (1, 2), (2, 1), (2, 2), (3, 1), (3, 2)

B × A = (1, 1), (1, 2), (1, 3), (2, 1), (2, 2), (2, 3)

B × B = B2 = (1, 1), (1, 2), (2, 1), (2, 2)

Naturalmente A e B non necessariamente sono insiemi numerici:

Esempio 3.2.2.

A = {1, 2, 3}
B = {r, t}

A × B = (1, r), (1, t), (2, r), (2, t), (3, r), (3, t)
B×A = ···

B × B = B2 = (r, r), (r, t), (t, r), (t, t)

E naturalmente A e B non necessariamente sono insiemi finiti:

Esempio 3.2.3.

A = {1, 2}
B=N

A × B = (1, 0), (2, 0), (1, 1), (2, 1), (1, 3), (2, 3), . . .
B×A = ···

B × B = B2 = (0, 0), (0, 1), (1, 0), (2, 0), (1, 1), (0, 2), (0, 3), (1, 2), . . .

Definizione 3.2.3. Si chiama funzione un insieme di coppie di numeri tali che se due
coppie hanno lo stesso primo elemento allora sono la stessa coppia (univocità). In simboli:
se (a, b) e (a, c) appartengono alla funzione allora b = c.

Definizione 3.2.4. Si chiama dominio di una funzione f l’insieme dei numeri a per i
quali esiste un b tale che la coppia (a, b) appartiene a f. Per la definizione precedente
è ovvio che tale b è unico e si indicherà con f(a) e si chiama immagine di a. In questo
caso a si dice anche controimmagine o anche immagine inversa di b; è evidente che la
controimmagine di un numero non è sempre unica e quindi si dirà spesso l’insieme delle
controimmagini. Si chiama codominio qualsiasi insieme che contenga tutti i numeri b tali
che (a, b) appartenga a f.

osservazione: nella definizione 3.2.4 vi è una chiara asimmetria fra dominio


e codominio. Il motivo risiede nella centralità della nozione di univocità che
dipende solo dal dominio.

osservazione: nella definizione 3.2.3 abbiamo parlato genericamente di nu-


meri senza specificare di che tipo sono. Sottointendiamo che si tratta di numeri
reali (R). Naturalmente nessuno vieta che per particolari funzioni il dominio sia
limitato a sottoinsiemi di numeri quali i naturali (N) o gli interi (Z) o i razionali
(Q) o qualche sottoinsieme degli stessi.

osservazione: dalla definizione risulta chiaro che le nostre funzioni sono


numeriche, vale a dire mandano numeri in numeri. Come lo studente già saprà, è
possibile definire funzioni più astratte che associano tra loro oggetti che non sono
numeri: per esempio possiamo pensare ad un procedimento che associa ad ogni
studente di una classe il suo nome oppure il suo numero di telefono ecc. Queste
associazioni si chiamano applicazioni o mappe e sono definibili fra insiemi di
oggetti qualsiasi. Non studieremo questo argomento in questo contesto.
3.2 definizioni 32

Spesso useremo la seguente forma grafica per indicare una funzione:

f : A −→ B
x 7−→ f(x)

• f indica la legge che definisce la funzione

• l’insieme A è il dominio della funzione

• l’insieme B è il codominio della funzione

Spesso useremo anche il simbolo f(A) = {insieme delle immagini f(x) con x ∈ A}
Come esempi di funzioni valgono quelli già esposti in 3.1; aggiungiamo qualche
altro caso.
Esempio 3.2.4. Sia A = {0, 1, 2, 3} e B = N. Consideriamo

f : A −→ B
x 7−→ 3x + 1

Abbiamo quindi f = {(0, 1), (1, 4), (2, 7), (3, 10)}. In questo caso f(A) = {1, 4, 7, 10} e naturalmen-
te f(A) ⊆ B.

Esempio 3.2.5. Sia f la funzione che esprime il volume V di un cubo in funzione della lunghezza l del
suo lato.

f : R+ −→ R+
l 7−→ V = f(l) = l3

Ricordiamo che R+ (ma anche R> ) indica l’insieme dei numeri reali positivi. Il domino di questa funzione
potrebbe comprendere anche il numero 0 supponendo che anche il cubo di lato 0 abbia significato. Anche in
questo caso abbiamo ovviamente f(R+ ) ⊆ R+ . Problema: ha senso porre f(R+ ) = R+ ?

Esempio 3.2.6. Sia g la funzione che associa ad ogni numero pari la sua metà e ad ogni numero dispari la
metà del numero precedente:

g : N −→ N

n
2 se n è pari
n 7−→ g(n) =
n−1
2 se n è dispari

Esempio 3.2.7. Sia h la funzione che esprime la frequenza percentuale di un certo gruppo di studenti
suddivisi secondo classi di statura.

Statura (cm) Percentuale


150 6 x < 160 15.1
160 6 x < 170 20.3
170 6 x < 175 28.1 In questo caso la funzione è definita mediante una tabella.
175 6 x 6 180 18.2
180 < x < 190 13.4
x > 190 5.9

Problema: la funzione h è effettivamente una funzione? Come la descrivereste in termini di


coppie?
3.2 definizioni 33

esercizi

Esercizio 3.2.1. Stabilire se le seguenti relazioni di R in R sono funzioni:


x + 1 se x > 0
f(x) =
 2
−x − 3 se x 6 0

x se x > 2
g(x) = 2

2x + 1 se x 6 2

Esercizio 3.2.2. Determinare il dominio delle funzioni:


r
2 x−1
f(x) = x2 + 3x g(x) = 2 h(x) =
x + 3x x

|x| − 1
r r
3 x+1
k(x) = t(x) =
x−1 x2 − 1

Esercizio 3.2.3. Data la funzione f(x) = − 23 x, calcolare:

1. le immagini tramite f di x1 = 3 e di x2 = − 72
4
2. le controimmagini di y1 = 8 e di y2 = 3

Esercizio 3.2.4. Date le funzioni f(x) = 2x + 1 e g(x) = 12 x − 4, determinare, se


esistono, i valori di x per cui le due funzioni hanno la stessa immagine.

x2 − 1 2x2 + 1
Esercizio 3.2.5. Analogamente per le funzioni f(x) = e g(x) =
2 4
3.3 grafici 34

3.3 grafici

La nozione di piano cartesiano si assume come già nota dal biennio. Ricordiamo
che una coppia di numeri reali (a, b) rappresenta un punto del piano e che
viceversa un punto del piano è rappresentato da una coppia di numeri reali.
Riassumiamo in un disegno la struttura del piano cartesiano con le coordinate dei
punti nei vari quadranti:

(0, b) (a, b)

(−1, 1) (1, 1)

(0, 0) (a, 0) x

(−1, −1) (1, −1)

E’ evidente che se una coppia di numeri rappresenta un punto, una funzione, che
è un insieme di coppie, sarà rappresentabile mediante un insieme di punti. Infatti
si può dare la seguente:

Definizione 3.3.1. Sia f una funzione

f : A −→ B
x 7−→ f(x)

si chiama grafico della funzione f l’insieme dei punti del piano cartesiano:

G(f) = {(x, f(x)) | x ∈ A}

Ecco alcuni esempi di grafici di funzioni di cui abbiamo parlato:

y y
3 3
f(x) = x2
2 2
√ 1
1 g(x) = x 1 h(x) = x−1

−2 −1 0 1 2 3 x −3 −2 −1 0 1 2 x
−1 −1

−2

−3
3.3 grafici 35

y
3
s
2 f(s) =
s2 + 1
1 −3 < s < 5

−4 −3 −2 −1 0 1 2 3 4 5 6 x
−1

Per costruire il grafico di una funzione sarà necessario procurarsi un certo


numero di coppie che poi saranno disegnate sul piano cartesiano. Ovviamente
sarà possibile calcolare e disegnare tutte le coppie appartenenti alla funzione solo
se queste sono in numero finito. Nel caso di infinite coppie se ne disegneranno
alcune3 e poi si congiungeranno i punti ottenuti mediante archi di curva che
ragionevolmente rappresenteranno i punti mancanti.
Esempio 3.3.1. Sia f la funzione f = {(1, 3), (−1, 5), (3, 4), ( 21 , −1)}

(−1, 5)
y (3, 4)
3
(1, 3)
2

−2 0 2 4 x
−1 ( 12 , −1)

−2

Esempio 3.3.2. Sia g la funzione

g : R −→ R
x 7−→ 2x

In questo caso sappiamo che la funzione è rappresentata da una retta e quindi basterà calcolare le coordinate
di due soli punti: x = 1 da cui g(1) = 2 e x = 2 da cui g(2) = 4

y
4 (2, 4)

2 (1, 2)

−4 −2 0 2 4 6 x
−2

−4

Esempio 3.3.3. Sia g la funzione

h : R> −→ R
1
x 7−→
x
3 Nel corso di studi si vedranno molte altre tecniche per tracciare grafici di funzioni.
3.4 tipi di funzioni 36

y
A(1, 1)
B(2, 12 )
C(4, 14 ) 3

A
B C

−4 −2 0 2 4 6 x

−3

In questo esempio si vede come sia necessario congiungere i punti calcolati con archi di curva per
avere un grafico realistico; naturalmente se si calcola un numero maggiore di punti si ha maggiore
aderenza al grafico corretto.

esercizi

Esercizio 3.3.1. Tracciare i grafici delle seguenti funzioni reali:

f(x) = 2x
1
g(x) = x − 2
3
h(x) = x2 − 1
r(s) = |x − 1| + 1

x + 1 se x < 2
s(x) =
1
2 x + 3 se x > 2

3.4 tipi di funzioni

Tra tutte le funzioni numeriche ne distinguiamo alcune classi4 particolarmente


importanti.
Una delle funzioni più importanti è certamente la funzione identica

I : A −→ A
x 7−→ x

La funzione associa ad ogni numero x se stesso. E’ composta quindi dalle coppie


(x, x). Notiamo che il dominio è identico al codominio.
Funzioni polinomiali

f : A −→ B
x 7−→ an xn + an−1 xn−1 + . . . a1 x + a0

Sono i classici polinomi e il valore della funzione si calcola sostituendo alla x il


numero a. Il grado n del polinomio è il grado della funzione.
Un caso particolare di funzione polinomiale è la funzione costante
4 Il problema della classificazione delle funzioni non è particolarmente semplice ma questo, per
fortuna, riguarda solo i matematici.
3.4 tipi di funzioni 37

f : A −→ B
x 7−→ c

che associa ad ogni elemento del dominio il numero c; si ottiene come polinomio
di grado 0.
Esempi:

• f(x) = x2
√ 2
• g(x) = x4 − 2x + 1

• h(x) = πx5 − 1

Funzioni razionali

f : A −→ B
an xn + an−1 xn−1 + . . . a1 x + a0
x 7−→
bk xk + bk−1 xk−1 + . . . b1 x + b0

Sono quozienti di due polinomi e si richiede, naturalmente, che il polinomio


bk xk + bk−1 xk−1 + . . . b1 x + b0 al denominatore non sia sempre nullo. Notare
bene: non sia sempre nullo: questo significa che può valere 0 per qualche valore
di x ma non per tutti.
Esempi:
x
• r1(x) =
x−1
x4 − 1
• r2(x) =
x2 + 2
x2 − 3
• r3(x) =
1

 3 se x > 1
• s(x) = x−1

1 se x 6 1

La stranezza della funzione r3(x) testimonia soltanto che le funzioni polinomiali


possono essere considerate casi particolari delle funzioni razionali.
Funzioni irrazionali
x
• u(x) = √
x−1

x2 − 1
• v(x) = 2
x +2
1 5
• z(x) = 5x− 2 = √
x

osservazione: spesso l’insieme delle funzioni razionali e irrazionali vengono


indicate come funzioni algebriche cioè funzioni per le quali l’immagine si calcola
con un numero finito di operazioni di somma, differenza, prodotto, quoziente
ed estrazione di radice su un elemento del dominio; questa definizione non è
strettamente rigorosa ma la useremo anche noi.
3.4 tipi di funzioni 38

osservazione: in tutti gli esempi precedenti non abbiamo specificato il domi-


nio delle varie funzioni. Questa mancanza non deve essere considerata un errore
ma semplicemente una scorciatoia. Significa che il dominio delle varie funzioni,
dipendendo dalle operazioni algebriche che vi compaiono, deve essere considerato
il più grande possibile. In altre parole: se in una funzione algebrica non compare
esplicitamente il dominio, questo si intende composto da tutti i numeri per i
quali le operazioni di calcolo della funzione hanno senso. Spesso questo insieme
viene distinto dal dominio e chiamato campo di esistenza. Potremmo dire che il
campo di esistenza di una funzione è il più grande dominio possibile. Per esempio
la funzione r ha campo di esistenza R − {1} mentre la s e la t hanno campo di
esistenza R. La funzione u ha campo di esistenza A = {x ∈ R | x > 1} poichè la
radice quadrata esiste solo se il numero è > 0 e il denominatore della frazione non
può essere nullo. La funzione v ha campo di esistenza A = {x ∈ R | x 6 −1 o x > 1
} per motivi analoghi.
Funzioni goniometriche

sin : R −→ [−1, 1]
x 7−→ sin x

cos : R −→ [−1, 1]
x 7−→ cos x

π
tan : A −→ R A = R−{ + kπ}
2
x 7−→ tan x

Queste funzioni sono forse note ad alcuni studenti dal corso di fisica del biennio.
In ogni caso saranno studiate a breve data la loro straordinaria importanza nelle
applicazioni. Si tratta di funzioni periodiche, cioè i loro valori si ripetono infinite
volte. y y

sin x 1 cos x 1

−π O π x −π O π x
−1 −1

π
2

tan x

O x

− π2
3.4 tipi di funzioni 39

esercizi

Esercizio 3.4.1. Per ciascuna delle seguenti funzioni indicare se è razionale (intera o
fratta) o irrazionale e determinarne il campo di esistenza:

x3 − x
f(x) =
2x + 1

7x + 1
g(x) =
√2
h(x) = 3 x + 1
r(s) = 2πx
2
s(x) = p
(x + 1)2
3.5 operazioni 40

3.5 operazioni

Sulle funzioni possiamo agire con operazioni che ci consentono di ottenere altre
funzioni.
Definizione 3.5.1. Siano f e g due funzioni.
Per ogni valore di x per cui ha senso definiamo f + g e la chiamiamo somma, la funzione
tale che
(f + g)(x) = f(x) + g(x)
e definiamo f · g e la chiamiamo prodotto, la funzione tale che
(f · g)(x) = f(x) · g(x)

osservazione: il dominio della funzione somma o prodotto è l’intersezione


dei domini delle funzioni componenti (vedi esempi).
Esempio 3.5.1.

f(x) = x2 g(x) = 1−x
La funzione somma sarà:

(f + g)(x) = x2 + 1−x
Il dominio (campo di esistenza) di f è R mentre quello di g è x 6 1; perciò il dominio di f + g sarà
l’intersezione dei due, vale a dire x 6 1.
Esempio 3.5.2.
1
f(x) = x2 g(x) = √
1−x
La funzione prodotto sarà:
x2
(f · g)(x) = √
1−x
Il dominio (campo di esistenza) di f è R mentre quello di g è x < 1; perciò il dominio di f · g sarà
l’intersezione dei due, vale a dire x < 1.

L’operazione di gran lunga più importante è la composizione o prodotto di


composizione di funzioni:
Definizione 3.5.2. Siano f e g due funzioni

f : A −→ B g : B −→ C
x 7−→ f(x) x 7−→ g(x)

la funzione composta di g e f, detta anche g tondino f, è la funzione che manda ogni x


di un opportuno dominio in (g ◦ f)(x) = g(f(x)), cioè

g ◦ f : A −→ C
x 7−→ g(f(x))

osservazione: il dominio di g ◦ f è composto da tutte le x del dominio di


f tali che f(x) è contenuto nel dominio di g. Questo perché, per poter calcolare
l’elemento g(f(x)), il numero f(x) deve appartenere al dominio di g. Il codominio
di g ◦ f sarà C perché l’ultima funzione applicata è g.
Un grafico può chiarire meglio la situazione:

f
A - B
g
◦f

g
-

?
C
3.5 operazioni 41

osservazione: osserviamo anche che la funzione composta pone f alla destra


di g quando apparentemente f dovrebbe comparire a sinistra. Il motivo risiede
nel fatto che la f è la prima funzione che viene applicata e quindi nella notazione
funzionale g(f(x)) deve essere posta vicino alla x, cioè a destra. Questo giustifica
il fatto che è meglio dire g tondino f piuttosto che la funzione composta di f e g. Un
altro motivo importante è che g ◦ f è diversa da f ◦ g come si vedrà dagli esempi.
Esempio 3.5.3.

f(x) = x2 g(x) = 1−x

In questo caso

p
(g ◦ f)(x) = g(f(x)) = g(x2 ) = 1 − x2

come si può notare il calcolo di (g ◦ f)(x) è semplice: si applica a x la funzione f ottenendo il numero
f(x) che poi andrà sostituito nella funzione g al posto di x.
Il campo di esistenza di f è R mentre quello di g è x 6 1. Il campo di esistenza della funzione g ◦ f si
ottiene osservando che il codominio di f è R> ma solo i numeri x tali che x 6 1 appartengono al campo di
esistenza di g; quindi solo i numeri x2 6 1, cioè −1 6 x 6 1, sono ammissibili nel campo di esitenza
√ g ◦ f. Lo stesso risultato si ottiene semplicemente osservando l’espressione algebrica di g ◦ f e cioè
di
1 − x2 ; la radice è calcolabile solamente per i valori del radicando > 0, cioè 1 − x2 > 0, x2 6 1, da
cui il risultato già trovato.
Osserviamo che la funzione composta f ◦ g è
√ √
(f ◦ g)(x) = f(g(x)) = f( 1 − x) = ( 1 − x)2

conludiamo che la funzione (f ◦ g) è molto diversa dalla (g ◦ f). Il campo di esistenza della (f ◦ g) è
x 6 1.

Esempio 3.5.4.

g(x) = 1−x

Possiamo comporre la funzione g con se stessa

√ √
q
(g ◦ g)(x) = g(g(x)) = g( 1 − x) = 1− 1−x
√ √
Il campo di esistenza di g è x 6 1 mentre quello di (g ◦ g) è: 1 − 1 − x > 0, 1 > 1 − x,
1 > 1 − x, x > 0; quindi finalmente 0 6 x 6 1. Notiamo che il campo di esistenza è ben diverso da
quello di g.

Esempio 3.5.5. La funzione


q p
f(x) = 3x 1 + x2

può essere pensata come la composizione delle funzioni

√ p
g(x) = x h(x) = 3x 1 + x2

mentre la funzione h può essere pensata come il prodotto delle funzioni

p
m(x) = 3x n(x) = 1 + x2

e finalmente la funzione n è la composizione delle funzioni


p(x) = 1+x q(x) = x2

perciò abbiamo

f(x) = (g ◦ (m · (p ◦ q)))(x)

La nozione più importante legata a quella di composizione di funzioni è quella di


funzione inversa.
3.5 operazioni 42

Definizione 3.5.3. Sia f una funzione

f : A −→ B
x 7−→ f(x)

diciamo funzione inversa della f la funzione g (se esiste) tale che

(g ◦ f)(x) = x ∀x ∈ A

(f ◦ g)(x) = x ∀x ∈ B

nel caso la funzione g esista la si indica con f−1 e quindi

(f−1 ◦ f)(x) = x ∀x ∈ A (f ◦ f−1 )(x) = x ∀x ∈ B

Esempio 3.5.6. Sia f la funzione tale che f(x) = 2x, cioè

f : R −→ R
x 7−→ 2x
x
allora f−1 = ; infatti
2
x x
(f ◦ f−1 )(x) = f( ) = 2 = x ∀x ∈ R
2 2
e
2x
(f−1 ◦ f)(x) = f−1 (2x) = = x ∀x ∈ R
2

y y
f(x) = 2x f(x) = 2x

4 4

2
x
f−1 (x) = 2

2 x 2 4 x

Osserviamo che la funzione inversa consente di tornare indietro, cioè partendo


da x la f porta in f(x) e la f−1 riporta in x. Però vale anche il viceversa: se
partiamo da x e applichiamo la f−1 questo ci porta in f−1 (x) e poi applicando la
f ritorniamo in x.
Nella seconda figura abbiamo disegnato entrambe le funzioni f e f−1 e possiamo
osservare come il loro grafico sia simmetrico rispetto alla retta bisettrice del primo
quadrante. Tale retta è il grafico della funzione f(x) = x come ci si dovrebbe
aspettare.
Questo fatto vale sempre: il grafico della funzione inversa è simmetrico di
quello della funzione diretta, rispetto alla bisettrice del primo quadrante5 .
5 Lo studente virtuoso può cercare di dimostrarlo.
3.5 operazioni 43

Esempio 3.5.7. Sia f la funzione tale che f(x) = x2 , cioè

f : R −→ R
x 7−→ x2

in questo caso la funzione inversa non esiste; infatti per tornare indietro dopo aver quadrato
un numero devo estrarre la radice quadrata, quindi la funzione inversa non può che essere

x; ma allora si avrebbe:
p
(f−1 ◦ f)(x) = f−1 (x2 ) = x2

ma x2 > 0 mentre se noi partiamo con x < 0 non ritorniamo più nella stessa x; in
pratica se x = −2

(f−1 ◦ f)(−2) = f−1 (4) = 4 = 2

che non va bene. Peggio ancora se tentiamo di comporre nel senso opposto: (f ◦ f−1 )(x) =

f( x) ma non possiamo inserire alcun numero negativo nella composizione.

y f(x) = x2

? ?

−2 2 x

L’ultimo esempio suggerisce che ci devono essere delle condizioni affinchè la


funzione inversa possa esistere. Il primo problema è che nella funzione 3.5.7 com-
paiono coppie diverse - per l’esattezza due - con la stessa immagine: {(1, 1), (−1, 1), (2, 4), (−2, 4) . . . }
e questo significa che quando torniamo indietro, cioè applichiamo la funzione
inversa, abbiamo due numeri da associare a ciascuna immagine; dovremmo for-
mare così le coppie: {(1, 1), (1, −1), (4, 2), (4, −2), . . . } e questo non è possibile per
la definizione di funzione.

f(x) f−1 (x)

1 1 1 1
?
−1 −1

−2 4 −2 4
?
2 2

Diamo perciò la seguente:

Definizione 3.5.4. Sia f una funzione


3.5 operazioni 44

f : A −→ B
x 7−→ f(x)

diciamo che la funzione è iniettiva se

x1 6= x2 =⇒ f(x1 ) 6= f(x2 ) ∀x1 , x2 ∈ A

La funzione dell’esercizio 3.5.7 non è iniettiva perché ad esempio x1 = 2 e


x2 = −2, si ha x1 6= x2 ma f(x1 ) = f(2) = 4 = f(x2 ) = f(−2). La non iniettività
non permette di tornare indietro univocamente mediante la funzione inversa
e quindi quet’ultima non esiste. L’iniettività non è sufficiente per l’ivertibilità
delle funzioni; infatti sempre nell’esempio 3.5.7 in cui il codominio è R, questo
dovrebbe diventare dominio della funzione inversa; ma, come abbiamo osservato,
l’inversa è la radice quadrata e questa non esiste per x < 0. Il problema è che
l’insieme di tutte le immagini f(x), che indichiamo con f(A) (f(R) nel nostro
esempio), non ricopre tutto il codominio e quindi, per alcuni valori di f(x) non
possiamo tornare indietro.
Diamo perciò la seguente:

Definizione 3.5.5. Sia f una funzione

f : A −→ B
x 7−→ f(x)

diciamo che la funzione è suriettiva se

f(A) = B

in altri termini, se

∀y ∈ B (codominio di f) ∃x ∈ A (dominio di f) tale che y = f(x)

Evidentemente la funzione 3.5.7 non è suriettiva mentre la funzione dell’esempio


3.5.6 è iniettiva e suriettiva e questo basta perchè sia invertibile. Mettendo assieme
le due cose abbiamo:

Definizione 3.5.6. Una una funzione f si dice biiettiva o biunivoca se è iniettiva e


suriettiva.

Per quanto detto, una funzione biiettiva è invertibile6



Esempio 3.5.8. Sia f la funzione tale che f(x) = x2 + 1, cioè

f : R −→ R
p
x 7−→ x2 + 1

della funzione è R poichè x2 + 1 è sempre positivo. Per calcolare l’immagine scriviamo


Il campo di esistenza √
l’equazione f(x) = x2 + 1, anzi sostituiamo f(x) con y per comodità di scrittura,
p
y = x2 + 1

Questa equazione ci dice che y non sarà mai negativo, anzi non sarà mai minore di 1 e quindi l’immagine
f(R) 6= R e perciò la funzione non è suriettiva. Alla stessa conclusione si arriva osservando che se
prendiamo un y ∈ R tale che y < 1 non ci sarà alcun x ∈ R tale che f(x) = y.
La funzione non risulta invertibile perchè non biiettiva; però possiamo restringere il codominio in modo
che lo sia; ridefiniamo la funzione in questo modo:

6 Questa affermazione andrebbe rigorosamente dimostrata ma ci accontentiamo della evidenza


illustrata negli esempi.
3.5 operazioni 45

f : R −→ B
p
x 7−→ x2 + 1

con B = {x ∈ R | x > 1} Cerchiamo ora di risolvere l’equazione y = x2 + 1 rispetto a x; in altre
parole cerchiamo i numeri x che hanno come immagine un particolare y. Se ne trovassimo uno solo allora la
funzione sarebbe iniettiva; in caso fossero più d’uno non lo sarebbe.

p
y= x2 + 1 y2 = x2 + 1 x2 = y2 − 1

e quindi
p p p
x=± y2 − 1 vale a dire x = y2 − 1 ex=− y2 − 1

concludiamo che ogni y, cioè f(x), è immagine di due x distinti e quindi la funzione non è iniettiva e
perciò non invertibile. Anche in questo caso possiamo modificare la definizione di f per renderla iniettiva,
intervenendo, in questo caso, sul dominio:

f : R> −→ B
p
x 7−→ x2 + 1

con B = {x ∈ R | x > 1}.


Ricordiamo che con R> intendiamo i numeri reali positivip o nulli (si dice anche non negativi).
La funzione diventa iniettiva
p poichè solo la soluzione x = y2 − 1 è ora accettabile. Quindi la funzione
inversa sarà f−1 (y) = y2 − 1. Dato che √ quest’ultima è una funzione a tutti gli effetti, possiamo
cambiare le lettere per indicarla: f−1 (x) = x2 − 1, come già evidenziato nella definizione7 .

Osserviamo che con semplici restrizioni sul dominio e codominio di una funzio-
ne è possibile renderla biiettiva e quindi invertibile. Si tenga presente che ciò non
è sempre possibile e neanche sempre facile. I motivi per cui le funzioni inverse
sono importanti sarà chiarito più avanti quando si risolveranno alcuni particolari
tipi di equazioni.

7 Questo punto risulta molto delicato per la comprensione dello studente: sembra infatti che il
cambiamento di lettere sia del tutto arbitrario; in effetti lo è.
3.5 operazioni 46

esercizi

Esercizio 3.5.1. Verificare che la funzione


1
1
f: x∈R|x>− −→ x ∈ R | x >
2 4
x 7−→ x2 + x

è biunivoca.
Determinarne la funzione inversa, verificando che f−1 ◦ f = I e che f ◦ f−1 = I, dove I è
la funzione identica.

Esercizio 3.5.2. Date le funzioni reali:

f(x) = |2x − 1|
g(x) = x2 + 2x
2
h(x) = x − 1
3
discuterne la invertibilità, eventualmente restringendo il dominio e/o il codominio per
renderle invertibili. Determinarne le funzioni inverse, verificandone la correttezza e
tracciarne il grafico.

Esercizio 3.5.3. Date le funzioni :

f(x) = x − 2
g(x) = x2
h(x) = 3x + 2

restringerne il dominio all’insieme degli interi Z e quindi verificare che (f ◦ g) ◦ h =


f ◦ (g ◦ h).

Esercizio 3.5.4. Date le funzioni reali:

f(x) = x3
g(x) = x − 4

determinare e confrontare f ◦ g e g ◦ f.

Esercizio 3.5.5. Date le funzioni reali:


f(x) = x
1
g(x) =
x
determinare e confrontare f ◦ g e g ◦ f.

Esercizio 3.5.6. Date le funzioni reali:

2x − 1
f(x) =
5
g(x) = x2

della funzione f determinarne l’invertibilità ed eventualmente l’inversa. Determinare e


confrontare le funzioni f ◦ g e g ◦ f.
3.6 proprietà notevoli 47

3.6 proprietà notevoli

Definizione 3.6.1. Una funzione f si dice PARI se

f(−x) = f(x) ∀x ∈ dominio di f

Esempio 3.6.1.

| • | : R −→ R
x 7−→ |x|

La funzione valore assoluto è una funzione pari, infatti | − x| = |x| ∀x ∈ R

f(x) f(x)

−x x x

Osserviamo che il grafico di una funzione pari è simmetrico rispetto all’asse y.

Definizione 3.6.2. Una funzione f si dice DISPARI se

f(−x) = −f(x) ∀x ∈ dominio di f

Esempio 3.6.2.

f : R −→ R
x 7−→ x3

La funzione eleva al cubo è una funzione dispari, infatti (−x)3 = −x3 ∀x ∈ R

f(x)

−x x x

f(−x) = −f(x)

Osserviamo che il grafico di una funzione dispari è simmetrico rispetto all’origine


degli assi.

Definizione 3.6.3. Una funzione f si dice crescente nell’insieme I se

x1 6 x2 =⇒ f(x1 ) 6 f(x2 ) ∀x1 , x2 ∈ I

Definizione 3.6.4. Una funzione f si dice strettamente crescente nell’insieme I se

x1 < x2 =⇒ f(x1 ) < f(x2 ) ∀x1 , x2 ∈ I


3.6 proprietà notevoli 48

Definizione 3.6.5. Una funzione f si dice decrescente nell’insieme I se


x1 6 x2 =⇒ f(x1 ) > f(x2 ) ∀x1 , x2 ∈ I
Definizione 3.6.6. Una funzione f si dice strettamente decrescente nell’insieme I se
x1 < x2 =⇒ f(x1 ) > f(x2 ) ∀x1 , x2 ∈ I
Tutto ciò si vede bene dai grafici:

y y
Strettamente cres. Strettamente decr.
f(x2 ) f(x1 )

f(x1 ) f(x2 )

x1 x2 x x1 x2 x

Crescente Decrescente
y y

f(x2 )
f(x1 ) f(x1 )

f(x2 )
x1 x2 x x1 x2 x

Definizione 3.6.7. Una funzione f si dice periodica di periodo T se


f(x + T ) = f(x) ∀x ∈ dominio di f
Gli esempi più importanti di funzioni periodiche sono le funzioni goniometriche
che si studieranno fra poco e i cui grafici potete osservare qui 3.4
Esempio 3.6.3. Onda quadra di periodo T = 4:
f : R −→ R

2 per 4n 6 x < 2 + 4n
x 7−→ f(x) =
−2 per 2 + 4n 6 x < 4(n + 1) n∈Z

−6 −3 0 3 6 x

−3

T =4
3.6 proprietà notevoli 49

esercizi

Esercizio 3.6.1. Date le funzioni:

f(x) = |x − 2| − 2

√
 1 − x2 se − 1 < x < 1
g(x) =
 2
x −1 se x 6 −1 o x > 1
h(x) = x − 2n per n < x 6 2n + 1 ∀n ∈ Z

1. indicarne il dominio e tracciarne il grafico

2. dal grafico dedurre gli intervalli di crescenza e decrescenza e l’eventuale periodicità

3. analizzare l’eventuale parità/diparità


Parte II

FUNZIONI TRASCENDENTI
FUNZIONI TRASCENDENTI 4
4.1 introduzione

Le funzioni finora incontrate erano di tipo algebrico, cioè esprimibili attraverso un


numero finito di operazioni algebriche su R (addizione, moltiplicazione, divisione,
elevamento a potenza ed estrazione di radice). Sono algebriche, per esempio, le
seguenti funzioni:

f1 (x) = 2x3 − 4x2 + 5 (polinomiale)


2x + 1
f2 (x) = (razionale fratta)
2x − 3

f3 (x) = x − 2 (irrazionale)

Vogliamo ora introdurre un nuovo tipo di funzioni, non esprimibile come le


precedenti, che diremo funzioni trascendenti. Si tratta di funzioni dette esponenziali/-
logaritmiche e goniometriche. Con la teoria degli sviluppi in serie (somme infinite)
vedremo, molto più in là, che anche le funzioni trascendenti si possono esprimere
attraverso un numero, però infinito, di operazioni algebriche. Per questo, in ge-
nerale, il calcolo del valore di tali funzioni in un punto assegnato può avvenire
solo per approssimazioni. Vedremo che, per esempio, la funzione che chiameremo
esponenziale in base e (numero di Nepero, con il quale prenderemo confidenza
fra breve) f(x) = ex è esprimibile attraverso la seguente somma infinita

x2 x3 xn
ex = 1 + x + + +...+ +... x∈R
2! 3! n!
Quindi

e ≈ 1+1 = 2
oppure
1 5
e ≈ 1+1+ =
2 2
ma anche
1 1 8
e ≈ 1+1+ + ≈
2 6 3
e così via, a seconda del grado di precisione voluto.

4.2 funzioni esponenziali e logaritmiche

4.2.1 Potenze ad esponente naturale, intero e razionale

Definizione 4.2.1. Sia a ∈ R ed n ∈ N∗ ; diremo potenza n-esima di base a, e


scriveremo an , il prodotto di n fattori uguali ad a:

an = a
| · a{z. . . a}
n volte

e assumeremo che a1 = a.

Proprietà:

51
4.2 funzioni esponenziali e logaritmiche 52

P1 ) an · am = an+m ∀a ∈ R, ∀n, m ∈ N∗
P2 ) an : am = an−m ∀a ∈ R∗ , ∀n, m ∈ N∗ , n > m
P3 ) (an )m = anm ∀a ∈ R, ∀n, m ∈ N∗
P4 ) (an )(bn ) = (ab)n ∀a, b ∈ R, ∀n ∈ N∗
P5 ) (an ) : (bn ) = (a : b)n ∀a, b ∈ R, b 6= 0 ∀n ∈ N∗

Per convenzione si assume che

a0 = 1 ∀a ∈ R∗

così facendo la convenzione è compatibile con la seconda proprietà nel caso n = m


! Per convenzione si assume che
1
a−n = ∀a ∈ R∗ , ∀n ∈ N
an
così facendo si è dato significato alle potenze ad esponente intero e la nuova
definizione risulta compatibile con le proprietà su esposte. Per convenzione si
assume che √
m
∀a ∈ R> , ∀n ∈ N∗ , ∀m ∈ Z
n
a n = am
così facendo si è dato significato alle potenze con esponente razionale e la nuova
definizione risulta compatibile con le proprietà su esposte. Nella pratica la scelta
della base potrebbe anche essere meno restrittiva in relazione ai diversi esponenti.


3 √
02 = 0 = 0 mentre 0−1/3 non esiste in R perchè non esiste il reciproco
3
Esempio 4.2.1. 02/3 =
di 0 !
√ √
Esempio 4.2.2. (−2)1/3 = 3 −2 = − 2 mentre (−2)1/2 non esiste in R essendo negativo il
3

radicando e pari l’indice di radice !

Esempio 4.2.3. La funzione y = x1/2 è definita ∀x ∈ R> mentre y = x1/3 è definita ∀x ∈ R, invece
y = x−1/2 è definita ∀x ∈ R> , infine y = x−1/3 è definita ∀x ∈ R∗ .

4.2.2 Potenze ad esponente reale

Teorema 4.2.1 (Teorema di monotonia delle potenze). Le potenze di un numero reale


maggiore di 1 crescono al crescere dell’esponente razionale e quelle di un numero reale
compreso fra 0 e 1 decrescono al crescere dell’esponente razionale.

ar > as ⇔ r > s ∀a ∈ R> , a > 1, ∀r, s ∈ Q


ar < as ⇔ r > s ∀a ∈ R> , 0 < a < 1, ∀r, s ∈ Q

Definizione 4.2.2. Sia a ∈ R> e β ∈ R; si definisce potenza ad esponente reale aβ


l’elemento di separazione delle 2 classi contigue di numeri

A = {ar |r ∈ Q, r 6 β}
e
B = {as |s ∈ Q, s > β} .

A e B sono separate e godono della proprietà dell’avvicinamento indefinito


( perciò ammettono un unico elemento di separazione, aβ , appunto). Valgono
anche per le potenze ad esponente reale le consuete proprietà delle potenze ed
anche il teorema di monotonia sopra citato.
4.2 funzioni esponenziali e logaritmiche 53

4.2.3 Funzione esponenziale elementare

Definizione 4.2.3. Sia a ∈ R> ; diremo funzione esponenziale la funzione definita


ponendo

expa : R −→ R
x 7−→ y = ax

il cui grafico in un sistema di riferimento cartesiano ortogonale risulta:

y
y y

x
x 0 x
0 0

Osserviamo che la funzione è:

monotona decrescente costante monotona crescente


assume valori positivi assume valore 1 assume valori positivi
passa per (0, 1) passa per (0, 1)
asintotica al semiasse asintotica al semiasse
positivo delle x negativo delle x
è iniettiva non è iniettiva è iniettiva
diventa anche suriettiva nè suriettiva diventa anche suriettiva
restringendo il codominio restringendo il codominio
a R> , quindi invertibile a R> , quindi invertibile

osservazione: particolarmente frequente risulta l’uso della funzione espo-


nenziale in base e (detto numero di Nepero ); essendo e ≈ 2.7, la funzione
esponenziale che ne risulta è crescente. Analogamente per la base 10, anche
questa molto usata.

4.2.4 Funzione logaritmica

Definizione 4.2.4. Sia a ∈ R> , a 6= 1; diremo funzione inversa della funzione esponen-
ziale o funzione logaritmica, la funzione definita ponendo

a = loga : R −→ R
exp−1 >

x 7−→ y = exp−1
a (x) = loga x

il cui grafico in un sistema di riferimento cartesiano ortogonale risulta il


simmetrico rispetto alla bisettrice del I e III quadrante dei grafici precedenti:

y
y

x
0
x
0
4.2 funzioni esponenziali e logaritmiche 54

osservazione: particolarmente frequente risulta l’uso della funzione logarit-


mica in base e (detto numero di Nepero ); essendo e ≈ 2.7, la funzione logaritmica
che ne risulta è crescente. Analogamente per la base 10, anche questa molto usata.
Si conviene di indicare il logaritmo in base e di x con ln x e il logaritmo in base 10
di x con log x.

Esempio 4.2.4. log2 8 = 3 poichè, essendo stata definita la funzione logaritmica come inversa di quella
esponenziale, log2 8 è l’esponente da assegnare alla base 2 per ottenere l’argomento 8. Quindi deve risultare
23 = 8.
1 1
Esempio 4.2.5. log3 27 = −3 infatti: 3−3 = 27 .

Esempio 4.2.6. loga 1 = 0 infatti: a0 = 1, ∀a ∈ R> , a 6= 1.

Esempio 4.2.7. loga a = 1 infatti: a1 = a, ∀a ∈ R> , a 6= 1.



3 1 1 √
3
Esempio 4.2.8. log2 2= 3 infatti: 2 3 = 2.

Dimostriamo ora alcune proprietà dei logaritmi richiamando alcune proprietà


degli esponenziali:

L1 ) loga mn = loga m + loga n ∀a ∈ R> , a 6= 1, ∀n, m ∈ R>


m
L2 ) loga = loga m − loga n ∀a ∈ R> , a 6= 1, ∀n, m ∈ R>
n
L3 ) loga my = y · loga m ∀a ∈ R> , a 6= 1, ∀m ∈ R> , y ∈ R
L4 ) α
logaα m = loga m ∀a ∈ R> , a 6= 1, ∀m ∈ R> , α ∈ R∗
L5 ) (loga b) · (logb c) = loga c ∀a, b, c ∈ R> , a, b 6= 1

Dim. L1 )

posto loga m = x si ha ax = m
posto loga n = y si ha ay = n
per la proprietà P1 ) risulta che m · n = ax · ay = ax+y
quindi x + y = loga mn
da cui loga m + loga n = loga mn.

Dim. L2 )

posto loga m = x si ha ax = m
posto loga n = y si ha ay = n
m ax
per la proprietà P2 ) risulta che = y = ax−y
n a
m
quindi x − y = loga
n
m
da cui loga m − loga n = loga .
n
4.2 funzioni esponenziali e logaritmiche 55

Dim. L3 )

posto loga m = x si ha ax = m
elevando ambo i membri alla y si ha (ax )y = my
per la proprietà P3 ) risulta che axy = my
quindi xy = loga my
da cui y · loga m = loga my .

Dim. L4 )

posto loga m = x si ha ax = m
elevando ambo i membri alla α si ha (ax )α = mα
per la proprietà P3 ) risulta che axα = (aα )x = mα
quindi x = logaα mα
da cui loga m = logaα mα .

Dim. L5 ) (Formula del cambiamento di base)

posto loga b = x si ha ax = b
posto logb c = y si ha by = c
per la proprietà P3 ) risulta che c = by = (ax )y = axy
quindi xy = loga c
da cui (loga b) · (logb c) = loga c.
4.2 funzioni esponenziali e logaritmiche 56

4.2.5 Equazioni e disequazioni esponenziali e logaritmiche elementari

Si tratta di risolvere equazioni e disequazioni del tipo

ax 6> b loga x 6> b ove a ∈ R> , a 6= 1

Vediamo come si risolvono attraverso alcuni esempi.

Esercizio 4.2.1.

2x = 4 esprimiamo 4 come potenza in base 2


x 2
2 =2 essendo la funzione esponenziale iniettiva
x=2

Esercizio 4.2.2.

2x > 4 esprimiamo 4 come potenza in base 2


x 2
2 >2 essendo la funzione esponenziale monotona crescente
x>2

Esercizio 4.2.3.

2x < 4 esprimiamo 4 come potenza in base 2


x 2
2 <2 essendo la funzione esponenziale monotona crescente
x<2

(2, 4)

Dal punto di vista grafico è interessante osservare qual è l’interpreta-


zione geometrica degli esempi fatti. Si osserva che l’ascissa del punto
P d’intersezione fra le curve di equazione y = 2x e y = 4 è proprio
la soluzione dell’equazione.

x
0

Esercizio 4.2.4.
1 1
( )x = 27 esprimiamo 27 come potenza in base
3 3
1 x 1
( ) = ( )−3 essendo la funzione esponenziale iniettiva
3 3
x = −3

Esercizio 4.2.5.
1 1
( )x > 27 esprimiamo 27 come potenza in base
3 3
1 1
( )x > ( )−3 essendo la funzione esponenziale monotona decrescente
3 3
x < −3

Esercizio 4.2.6.
1 1
( )x < 27 esprimiamo 27 come potenza in base
3 3
1 1
( )x < ( )−3 essendo la funzione esponenziale monotona decrescente
3 3
x > −3
4.2 funzioni esponenziali e logaritmiche 57

(−3, 27)
Dal punto di vista grafico è interessante osservare qual è l’interpre-
tazione geometrica degli esempi fatti (le unità di misura per i due
assi sono diverse). Si osserva che l’ascissa del punto P d’intersezione
fra le curve di equazione y = ( 13 )x e y = 27 è proprio la soluzione
dell’equazione.
x
0

Esercizio 4.2.7.

2x = 0 non possiamo esprimere 0 come potenza in base 2 ma


2x > 0 ∀x quindi l’equazione è impossibile

Esercizio 4.2.8.

2x = −8 non possiamo esprimere − 8 come potenza in base 2 ma


x
2 >0 ∀x quindi l’equazione è impossibile

Esercizio 4.2.9.

2x < 0 non possiamo esprimere 0 come potenza in base 2 ma


2x > 0 ∀x quindi la disequazione è impossibile

Esercizio 4.2.10.

2x 6 0 non possiamo esprimere 0 come potenza in base 2 ma


2x > 0 ∀x quindi la disequazione è impossibile

Esercizio 4.2.11.

2x > 0 non possiamo esprimere 0 come potenza in base 2 ma


x
2 >0 ∀x quindi la disequazione è sempre verificata

Esercizio 4.2.12.

2x > 0 non possiamo esprimere 0 come potenza in base 2 ma


2x > 0 ∀x quindi la disequazione è sempre verificata

Esercizio 4.2.13.

2x < −8 non possiamo esprimere − 8 come potenza in base 2 ma


2x > 0 ∀x quindi la disequazione è impossibile

Esercizio 4.2.14.

2x 6 −8 non possiamo esprimere − 8 come potenza in base 2 ma


x
2 >0 ∀x quindi la disequazione è impossibile

Esercizio 4.2.15.

2x > −8 non possiamo esprimere − 8 come potenza in base 2 ma


x
2 >0 ∀x quindi la disequazione è sempre verificata

Esercizio 4.2.16.

2x > −8 non possiamo esprimere − 8 come potenza in base 2 ma


2x > 0 ∀x quindi la disequazione è sempre verificata
4.2 funzioni esponenziali e logaritmiche 58

Esercizio 4.2.17.

2x = 7 esprimiamo 7 come potenza in base 2


x log2 7
2 =2 essendo la funzione esponenziale iniettiva
x = log2 7

Esercizio 4.2.18.

2x < 3 esprimiamo 3 come potenza in base 2


x log2 3
2 <2 essendo la funzione esponenziale monotona crescente
x < log2 3

Esercizio 4.2.19.
1 1
( )x > 5 esprimiamo 5 come potenza in base
3 3
1 x 1 log 1 5
( ) >( ) 3 essendo la funzione esponenziale monotona decrescente
3 3
x < log 1 5
3

Esercizio 4.2.20.

e2x − 3ex − 4 6 0
poniamo ex = t ed otteniamo:
t2 − 3t − 4 6 0
−1 6 t 6 4
da cui, ritornando alla variabile x, si ha:
− 1 6 ex 6 4
ed infine, tenendo conto che ex > 0 per ogni x reale:
x 6 ln 4.

Esercizio 4.2.21.

log2 x = 3 C.E.: x > 0


3
log2 x = log2 2 avendo espresso 3 come logaritmo in base 2
x=8 soluzione accettabile

Esercizio 4.2.22.

log3 x > −1 C.E.: x > 0


−1
log3 x > log3 3 avendo espresso − 1 come logaritmo in base 3
1
x> confrontando con le condizioni
3
1
x>
3

Esercizio 4.2.23.

log 1 x > 0 C.E.: x > 0


2
1 1
log 1 x > log 1 ( )0 avendo espresso 0 come logaritmo in base
2 2 2 2
x<1 ma confrontando con le condizioni
0 1 x

risulta 0<x<1
4.3 funzioni goniometriche 59

Esercizio 4.2.24.
ln2 x − ln x − 2 > 0 C.E.: x > 0
poniamo ln x = t ed otteniamo:
t2 − t − 2 > 0
t 6 −1, t > 2
da cui, ritornando alla variabile x, si ha:
ln x 6 −1, ln x > 2
ed infine, intersecando con le condizioni di esistenza:
0 < x 6 e−1 , x > e2 .

4.3 funzioni goniometriche

π
2
2π π
3 3

3π 3 π
4 2 4

2
5π 2 π
6 6
1
2

√ √
2 2
− 2 2
√ √
π 3 − 21 1 3 0
− 2 2 2

− 5π
6 − 12 √ − π6
2
− 2

− 3π 3 − π4
4 − 2
− 2π
3
− π3
− π2
1

4.3.1 Introduzione alla goniometria

l3
Consideriamo le circonferenze concen- l2
l1
triche in O di raggio ri > 0 ; l’angolo α
al centro α individua su ciascuna gli O r1 r2 r3
archi li .

Dalla geometria elementare sappiamo che gli insiemi


1 Figura trovata all’indirizzo: http://melusine.eu.org/syracuse/metapost/cours/gosse/trigo.html
4.3 funzioni goniometriche 60

R = {r1 , r2 , r3 , ...}
e

L = {l1 , l2 , l3 , ...}
sono 2 classi di grandezze direttamente proporzionali. Pertanto si ha che:

l1 : r1 = l2 : r2 = l3 : r3 = ...

tale rapporto è costante ed origina la seguente

Definizione 4.3.1. diremo misura in radianti di un angolo al centro di una circonfe-


renza il rapporto (costante) fra l’arco da esso individuato e il raggio.

l
α=
r

osservazione: la misura in radianti, essendo rapporto di grandezze omoge-


nee, risulta un numero puro.
Determiniamo ora la misura in radianti di alcuni angoli notevoli. Dalla geo-
metria elementare sappiamo che la lunghezza della circonferenza di raggio r
è

C = 2πr
L’angolo giro, angolo al centro corrispondente a tale arco, misura in radianti

l 2πr
= = 2π
r r
Si ricavano quindi facilmente le misure in radianti dell’angolo piatto

l πr
= =π
r r
dell’angolo retto
π
l r π
= 2 =
r r 2
e, in generale, mediante la proporzione

α ÷ π = α◦ ÷ 180◦
si può ricavare la misura in radianti di un angolo, nota quella in gradi, o
viceversa.

osservazione: dalla teoria della misura è noto che il rapporto fra 2 grandezze
omogenee è uguale al rapporto fra le relative misure rispetto a qualunque unità
di misura

A mis(A)
=
B mis(B)
4.3 funzioni goniometriche 61

α◦ α
0◦ 0
30◦ π/6
45◦ π/4
60◦ π/3
90◦ π/2
120◦ 2π/3
135◦ 3π/4
150◦ 5π/6
180◦ π
... ...

Dalle osservazioni fatte fin qui, non è restrittivo limitarsi a lavorare con la
circonferenza di raggio r = 1.
y

B(0, 1)
Definizione 4.3.2. Diremo circonferen-
za goniometrica la circonferenza di rag- A0 (−1, 0) A(1, 0)
gio unitario con centro nell’origine O di O x

un sistema di riferimento cartesiano Oxy.


B 0 (0, −1)

Osservazione 4.3.1. Poichè α = rl , lavorando con la circonferenza goniometrica, angolo


e arco hanno la stessa misura.
Per posizionare un angolo α, misurato in radianti, al centro della circonferenza
goniometrica, abbiamo bisogno di alcune convenzioni:

1. il primo lato dell’angolo coincide con il semiasse positivo delle x;

2. assumiamo come verso di percorrenza positivo degli archi quello antiorario.


y

A è origine degli archi B +

π
α=
6 A0 α A
O β x
π
β=
4
B0 −

Detto P il punto di intersezione fra il secondo lato dell’angolo α e la circonfe-


renza goniometrica, diamo le seguenti definizioni.
y

Definizione 4.3.3. Diremo seno di un angolo α (al B


centro della circonferenza goniometrica), misurato in P (cos α, sin α)
radianti, l’ordinata del punto P.
A0 α A
Definizione 4.3.4. Diremo coseno di un angolo α O H x
(al centro della circonferenza goniometrica), misurato in
radianti, l’ascissa del punto P.
B0
4.3 funzioni goniometriche 62

Teorema 4.3.1. Prima relazione fondamentale della goniometria

sin2 α + cos2 α = 1, ∀α

Dimostrazione. Applichiamo il Teorema di Pitagora al triangolo rettangolo OPH:

OH2 + PH2 = OP2


da cui la tesi.

4.3.2 Richiami geometrici

Ricordiamo alcune classiche applicazioni del Teorema di Pitagora. Consideriamo


il triangolo rettangolo isoscele:
P ∼P ∼ π/4
O
b= b=

H
b=∼ π/2

OP = 1
O H

OP = OH 2
Consideriamo il triangolo rettangolo semi-equilatero:
Ob=∼ π/3
P
P
b=∼ π/6

H
b=∼ π/2

OP = 1
O H

PH = OH 3
Consideriamo il triangolo rettangolo semi-equilatero:
Ob=∼ π/6

P P
b=∼ π/3

H
b=∼ π/2

O H
OP = 1

OH = PH 3
Se i triangoli sopra considerati vengono ora riferiti alla circonferenza goniome-
trica in modo che OH si sovrapponga al semiasse positivo delle x e OP coincida
con un suo raggio, si ottiene facilmente la seguente tabella di valori delle funzioni
goniometriche seno e coseno di angoli notevoli:

α sin α cos α
0 0 1

π/6 1/2 3/2
√ √
π/4 2/2 2/2

π/3 3/2 1/2
π/2 1 0
4.3 funzioni goniometriche 63

osservazione:
sin(α + 2kπ) = sin α, k∈Z
poichè il punto P di riferimento è lo stesso. Analogamente sarà:

cos(α + 2kπ) = cos α, k∈Z


Questa relazione ci consente di osservare che seno e coseno sono funzioni
dell’angolo α, definite come segue:

sin : R −→ R cos : R −→ R
x 7−→ y = sin x x 7−→ y = cos x

ove si è inteso essere x la misura in radianti dell’angolo x; diremo pertanto che


tali funzioni godono della proprietà di periodicità con periodo T = 2π, esssendo
questo il minimo dell’insieme {2kπ, k ∈ N∗ }.

4.3.3 Archi associati (per seno e coseno)

In questa sezione, mostreremo come il calcolo delle funzioni goniometriche seno e


coseno di particolari archi sia riconducibile a conoscenze geometriche elementari.
y

B
Consideriamo un angolo α e il pun- P2 P1
to P1 ad esso associato, il suo supple-
mentare π − α associato a P2 , l’angolo A0 A
π + α associato a P3 e l’esplementare O x
di α associato a P4 .
P3 P4

B0

Dal grafico si deduce facilmente che:

sin α = sin(π − α) = − sin(π + α) = − sin(−α) = − sin(2π − α)


cos α = − cos(π − α) = − cos(π + α) = cos(−α) = cos(2π − α)
y

B Q
P
Consideriamo ora un angolo α e il
punto P ad esso associato, il suo A0 α A
complementare π/2 − α associato a Q. O K H x

B0

Osserviamo che i triangoli OPH e OQK sono congruenti:

∼ OQ (raggi stessa circonferenza)


1. OP =

2. OHP
b =∼ OKQ
b =∼ π/2

3. HOP
b =∼ OQK
b =∼α
4.3 funzioni goniometriche 64

Si deduce quindi che:


sin(π/2 − α) = cos α
cos(π/2 − α) = sin α
Ciò giustifica il nome dato alla funzione goniometrica coseno che dal latino
significa complementi sinus ( cioè seno del complementare).

osservazione:
sin(−α) = − sin α
cos(−α) = cos α
Queste proprietà ci consentono di concludere che le funzioni seno e coseno
sono rispettivamente dispari e pari.
Esamiamo ora i grafici delle funzioni seno e coseno detti rispettivamente si-
nusoide e cosinusoide. La periodicità delle funzioni ci permette di rappresentarle
in un qualunque intervallo di ampiezza 2π e la loro simmetria ci suggerisce di
scegliere [−π, π].
Grafici sinusoide e cosinusoide

y y

1 1

−π O π x −π O π x
−1 −1

Detti P il punto di intersezione fra il secondo lato dell’angolo α e la circonferenza


goniometrica, Q il punto di intersezione fra il secondo lato dell’angolo α o il suo
prolungamento e la retta tangente alla circonferenza goniometrica nel punto A di
coordinate (1, 0), R il punto di intersezione fra il secondo lato dell’angolo α o il
suo prolungamento e la retta tangente alla circonferenza goniometrica nel punto
B di coordinate (0, 1), diamo le seguenti definizioni.

y
Definizione 4.3.5. Diremo tangente di un an-
golo α (al centro della circonferenza goniometri-
B R
ca), misurato in radianti, l’ordinata del punto s

Q. P Q
A0 α A
O H x
Definizione 4.3.6. Diremo cotangente di un
angolo α (al centro della circonferenza goniome-
trica), misurato in radianti, l’ascissa del punto B0

R.

P(cos α, sin α)

Q(1, tan α)
R(cot α, 1)

Teorema 4.3.2 (Seconda relazione fondamentale della goniometria).


sin α π
tan α = , ∀α 6= + kπ, k ∈ Z
cos α 2
4.3 funzioni goniometriche 65

Dimostrazione. Consideriamo i triangoli rettangoli OHP e OAQ; essi sono simili:

1. OHP
b =∼ OAQ
b =∼ π
2

2. POH
b =∼ QOA
b =∼α

3. OPH
b =∼ OQA
b =∼ π
−α
2

pertanto i lati corrispondenti sono in proporzione:

PH : OH = QA : OA
da cui facilmente si ricava la tesi.

Teorema 4.3.3 (Terza relazione fondamentale della goniometria).


cos α
cot α = , ∀α 6= kπ, k ∈ Z
sin α
Dimostrazione. La dimostrazione è del tutto analoga alla precedente.

osservazione: dalle suddette relazioni si deduce che:


π
tan α · cot α = 1, ∀α 6= k , k ∈ Z
2
α sin α cos α tan α cot α
0 0 1 0 non esiste
√ √ √
π/6 1/2 3/2 3/3 3
√ √
π/4 2/2 2/2 1 1
√ √ √
π/3 3/2 1/2 3 3/3
π/2 1 0 non esiste 0

osservazione:
tan(α + kπ) = tan α, k∈Z
poichè il punto P di riferimento è lo stesso. Analogamente sarà:

cot(α + kπ) = cot α, k∈Z


Questa relazione ci consente di osservare che tangente e cotangente sono
funzioni dell’angolo α, definite come segue:

π
tan : R r {k , k ∈ Z} −→ R
2
x 7−→ y = tan x

cot : R r {kπ, k ∈ Z} −→ R
x 7−→ y = cot x

ove si è inteso essere x la misura in radianti dell’angolo x; diremo pertanto che


tali funzioni godono della proprietà di periodicità con periodo T = π, esssendo
questo il minimo dell’insieme {kπ, k ∈ N∗ }.
4.3 funzioni goniometriche 66

4.3.4 Archi associati (per tangente e cotangente)

In questa sezione, mostreremo come il calcolo delle funzioni goniometriche tan-


gente e cotangente di particolari archi sia riconducibile a conoscenze geometriche
e goniometriche elementari. Dalle relazioni fondamentali e dalle considerazioni
sugli archi associati fatte su seno e coseno, si deduce facilmente che:

tan α = − tan(π − α) = tan(π + α) = − tan(−α) = − tan(2π − α)


cot α = − cot(π − α) = cot(π + α) = − cot(−α) = − cot(2π − α)
Allo stesso modo, dalle relazioni fondamentali e dalle considerazioni sugli archi
complementari fatte su seno e coseno, si deduce facilmente che:

tan(π/2 − α) = cot α
cot(π/2 − α) = tan α
Ciò giustifica il nome dato alla funzione goniometrica cotangente che dal latino
significa complementi tangens ( cioè tangente del complementare).

osservazione:
tan(−α) = − tan α
cot(−α) = − cot α
Queste proprietà ci consentono di concludere che le funzioni tangente e cotan-
gente sono dispari.
Esamiamo ora i grafici delle funzioni tangente e cotangente detti rispettiva-
mente tangentoide e cotangentoide. La periodicità delle funzioni ci permette di
rappresentarle in un qualunque intervallo di ampiezza π e la loro simmetria ci
suggerisce di scegliere [− π π
2 , 2 ].

4.3.5 Funzioni inverse

In questa sezione, renderemo biiettive le funzioni goniometriche e definiremo le


loro inverse. Consideriamo quindi la seguente restrizione della funzione y = sin x.

sin : [−π/2, π/2] −→ [−1, 1]


x 7−→ y = sin x

La funzione goniometrica y = sin x con le restrizioni operate sul dominio e


sul codominio risulta biiettiva e quindi invertibile. Notiamo che essa è anche
monotona crescente.
y

Definizione 4.3.7. Diremo funzione in-


versa della funzione goniometrica y = y=x
sin x o funzione arcoseno, la funzione così
definita
O x
arcsin : [−1, 1] −→ [−π/2, π/2]
x 7−→ y = arcsin x

Consideriamo quindi la seguente restrizione della funzione y = cos x.

cos : [0, π] −→ [−1, 1]


x 7−→ y = cos x
4.3 funzioni goniometriche 67

La funzione goniometrica y = cos x con le restrizioni operate sul dominio e


sul codominio risulta biiettiva e quindi invertibile. Notiamo che essa è anche
monotona decrescente.
y

Definizione 4.3.8. Diremo funzione in-


versa della funzione goniometrica y = y=x
cos x o funzione arcocoseno, la funzione
così definita
O x
arccos : [−1, 1] −→ [0, π]
x 7−→ y = arc cos x

Consideriamo quindi la seguente restrizione della funzione y = tan x.

tan : ] − π/2, π/2[−→ R


x 7−→ y = tan x

La funzione goniometrica y = tan x con le restrizioni operate sul dominio e


sul codominio risulta biiettiva e quindi invertibile. Notiamo che essa è anche
monotona crescente.

Definizione 4.3.9. Diremo funzione in- π


2
versa della funzione goniometrica y = y=x
tan x o funzione arcotangente, la funzio-
ne così definita x
O

arctan : R −→] − π/2, π/2[


x 7−→ y = arctan x − π2

Consideriamo quindi la seguente restrizione della funzione y = cot x.

cot : ]0, π[−→ R


x 7−→ y = cot x

La funzione goniometrica y = cot x con le restrizioni operate sul dominio e


sul codominio risulta biiettiva e quindi invertibile. Notiamo che essa è anche
monotona decrescente.
y
Definizione 4.3.10. Diremo funzione in-
versa della funzione goniometrica y = π

cot x o funzione arcocotangente, la


funzione così definita
π
2

arccot : R −→]0, π[
x 7−→ y = arccot x 0 x

4.3.6 Equazioni e disequazioni goniometriche elementari

Sono del tipo sin x 6> b e cos x 6> b. Per la loro risoluzione si proceda come
negli esempi seguenti.
1
Esercizio 4.3.1. sin x =
2
Riferiamoci alla circonferenza goniometrica come in figura
4.3 funzioni goniometriche 68

B
5π 1 π
π 6 2 6
x= + 2kπ
6
5π A0 A
x= + 2kπ O x
6

B0

1
Esercizio 4.3.2. sin x >
2
Riferiamoci alla circonferenza goniometrica come in figura
y

B
5π 1 π
6 2 6
π 5π
6
+ 2kπ < x <
6
+ 2kπ A0 A
O x

B0

1
Esercizio 4.3.3. sin x <
2
Riferiamoci alla circonferenza goniometrica come in figura
y

B
5π 13π 5π 1 π
+ 2kπ < x < + 2kπ 6 2 6
6 6
oppure: A0 A
O x
−7π π
+ 2kπ < x < + 2kπ
6 6

B0

osservazione: la soluzione di una disequazione goniometrica è generalmente un’unione


di intervalli limitati; la periodicità della funzione consente una scrittura sintetica mediante la scelta
di uno qualunque di questi intervalli.

2
Esercizio 4.3.4. sin 2x =
2
Riferiamoci alla circonferenza goniometrica come in figura
y
π
2x = + 2kπ,
4 B
3π π
3π 4 4
2x = + 2kπ, √
4 2
2
cioè A0 A
π O x
x= + kπ,
8

x= + kπ
8
B0
4.3 funzioni goniometriche 69

ove si intende che k ∈ Z (di seguito intenderemo senz’altro sottintesa tale posizione).

π 3
Esercizio 4.3.5. sin(2x + ) =
3 2
Riferiamoci alla circonferenza goniometrica come in figura
y

π π
2x + = + 2kπ, 2π B π
3 3 3 3

π 2π 3
2x + = + 2kπ, 2
3 3
cioè A0 A
O x
x = kπ,
π
x= + kπ
6
B0

Esercizio 4.3.6. 2 sin2 x − sin x − 1 > 0

poniamo
sin x = t 2t2 − t − 1 > 0
le soluzioni dell’equazione associata sono:

1
t1 = − e t2 = 1
2
quindi la disequazione è verificata per:

1
t6− ; t>1
2
per la posizione fatta
1
sin x 6 − ; sin x > 1
2
ovvero, vista la definizione di seno di un angolo

1
sin x 6 − ; sin x = 1
2
Riferiamoci alla circonferenza goniometrica come in figura
y

7π 11π
+ 2kπ 6 x 6 + 2kπ
6 6
π A0 A
x= + 2kπ O x
2

− 12 11π
6 6

B0

Esercizio 4.3.7. 2 cos2 x − cos x − 1 < 0

poniamo
cos x = t 2t2 − t − 1 < 0
le soluzioni dell’equazione associata sono:

1
t1 = − e t2 = 1
2
quindi la disequazione è verificata per:

1
− <t<1
2
4.3 funzioni goniometriche 70

per la posizione fatta


1
− < cos x < 1
2
Riferiamoci alla circonferenza goniometrica come in figura
y


3 B

2π 2π
− + 2kπ < x < + 2kπ − 12
3 3 A0 A
x 6= 2kπ O x


3 B0

2 sin x + 1
Esercizio 4.3.8. >0
cos x

Riferiamoci alla circonferenza goniometrica come in figura e studiamo il segno dei fattori riportandolo in
un grafico di segno
y
B

2 sin x + 1 > 0
1
sin x > − A0 A
2 O x
cos x > 0 7π
− 12 11π
6 6

B0
le soluzioni sono:

π π
− + 2kπ 6 x < + 2kπ.
6 2
7π 3π
+ 2kπ 6 x < + 2kπ.
6 2

2 sin x + 1 > 0
Esercizio 4.3.9.
cos x > 0

Riferiamoci alla circonferenza goniometrica come in figura e risolviamo separatamente le 2 disequazioni


riportandone le soluzioni in un grafico di sistema
y
B

2 sin x + 1 > 0
1
sin x > − A0 A
2 O x
cos x > 0 7π
− 12 11π
6 6

B0
le soluzioni sono:

π π
− + 2kπ 6 x < + 2kπ.
6 2
4.3 funzioni goniometriche 71

4.3.7 Formule goniometriche

Dimostreremo di seguito alcune formule di particolare rilevanza per le molteplici


applicazioni all’interno di equazioni e disequazioni goniometriche.

4.3.8 Formule di addizione e sottrazione

1. cos(α − β) = cos α cos β + sin α sin β ∀α, β ∈ R


2. cos(α + β) = cos α cos β − sin α sin β ∀α, β ∈ R
3. sin(α − β) = sin α cos β − sin β cos α ∀α, β ∈ R
4. sin(α + β) = sin α cos β + sin β cos α ∀α, β ∈ R

Dim. (1.)
Riferiamoci alla circonferenza goniometrica come in figura
y

R B
Q A(1, 0)
α β P
α−β P(cos(α − β), sin(α − β))
A0 A
O x Q(cos α, sin α)
R(cos β, sin β)

B0

da considerazioni di geometria elementare si deduce che

d(A, P) = d(Q, R)

e ricordando la formula della distanza fra 2 punti del piano si ottiene:


q q
(cos(α − β) − 1)2 + sin2 (α − β) = (cos α − cos β)2 + (sin α − sin β)2

da cui

cos2 (α − β) − 2 cos(α − β) + 1 + sin2 (α − β) =


= cos2 α − 2 cos α cos β + cos2 β + sin2 α − 2 sin α sin β + sin2 β

cos2 (α − β) + sin2 (α − β) +1 − 2 cos(α − β) =


| {z }
1
2
+ sin2 α} + cos2 β + sin2 β −2 cos α cos β − 2 sin α sin β
= |cos α {z
| {z }
1 1

avendo usato la 1a relazione fondamentale e semplificando

−2 cos(α − β) = −2 cos α cos β − 2 sin α sin β


infine dividendo per −2 ambo i membri si ottiene la tesi, ovvero

cos(α − β) = cos α cos β + sin α sin β


4.3 funzioni goniometriche 72

Dim. (2.)

cos(α + β) = cos(α − (−β)) =


= cos α cos(−β) + sin α sin(−β) =
= cos α cos β − sin α sin β
avendo usato la formula precedente, la parità della funzione coseno e la
disparità della funzione seno.
Dim. (3.)

sin(α − β) = cos(π/2 − (α − β)) = cos((π/2 − α) + β) =


= cos(π/2 − α) cos β − sin(π/2 − α) sin β =
= sin α cos β − cos α sin β
avendo usato le formule precedenti e le proprietà delle funzioni coseno e
seno.
Dim. (4.)

sin(α + β) = cos(π/2 − (α + β)) = cos((π/2 − α) − β) =


= cos(π/2 − α) cos β + sin(π/2 − α) sin β =
= sin α cos β + cos α sin β
avendo usato le formule precedenti e le proprietà delle funzioni coseno e
seno.

osservazione: le formule relative alle funzioni tangente e cotangente si


ricavano usando le relazioni fondamentali:

sin(α − β) sin α cos β − sin β cos α


tan(α − β) = = =
cos(α − β) cos α cos β + sin α sin β
tan α − tan β
= , α, β, α − β 6= π/2 + kπ
1 + tan α tan β
avendo opportunamente diviso numeratore e denominatore per cos α cos β e
posto le necessarie condizioni di esistenza. Analogamente si ricavano tutte le altre.

Esercizio 4.3.10. 3 sin x − cos x > 1
√ π
osserviamo che 3 = tan e sostituiamo quindi nella disequazione:
3
π
tan sin x − cos x > 1
3
π
sin
3
π sin x − cos x > 1
cos
3
π 1
moltiplichiamo ambo i membri per cos = e otteniamo:
3 2
π π 1
sin x sin − cos x cos >
3 3 2
moltiplichiamo ambo i membri per −1 e utilizziamo la formula di addizione per il coseno:
π 1
cos(x + )<−
3 2
la disequazione così ottenuta è del tipo sopra svolto ed ha come soluzione:
2π π 4π
+ 2kπ < x + < + 2kπ
3 3 3
da cui:
π
+ 2kπ < x < π + 2kπ
3
4.3 funzioni goniometriche 73

4.3.9 Formule di duplicazione

1. cos 2α = cos2 α − sin2 α = 2 cos2 α − 1 = 1 − 2 sin2 α ∀α ∈ R


2. sin 2α = 2 sin α cos α ∀α ∈ R

Dim. (1.)

cos 2α = cos(α + α) = cos α cos α − sin α sin α = cos2 α − sin2 α


avendo utilizzato le formule di addizione. Inoltre, usando la 1a relazione fonda-
mentale, si ottengono le altre forme equivalenti:

cos 2α = cos2 α − sin2 α = cos2 α − (1 − cos2 α) = 2 cos2 α − 1

cos 2α = cos2 α − sin2 α = (1 − sin2 α) − sin2 α = 1 − 2 sin2 α

Dim. (2.)

sin 2α = sin(α + α) = sin α cos α + sin α cos α = 2 sin α cos α


avendo utilizzato le formule di addizione.

osservazione: le formule relative alle funzioni tangente e cotangente si


ricavano usando le relazioni fondamentali:
sin 2α 2 sin α cos α
tan 2α = = =
cos 2α cos2 α − sin2 α
2 tan α
= α 6= π/4 + kπ/2
1 − tan2 α

avendo opportunamente diviso numeratore e denominatore per cos2 α e posto le


necessarie condizioni di esistenza. Analogamente si ricavano tutte le altre.

Esercizio 4.3.11. sin 2x = sin x utilizziamo la formula di duplicazione per il seno:

2 sin x cos x − sin x = 0

raccogliamo sin x a fattor comune:


sin x(2 cos x − 1) = 0
per la legge di annullamento del prodotto otteniamo:

1
sin x = 0, cos x =
2
da cui:
π
x = kπ, x=± + 2kπ
3
Proponiamo ora per lo stesso esercizio una diversa strategia risolutiva:

sin 2x = sin x

osserviamo che 2 angoli hanno lo stesso seno quando sono uguali oppure quando sono supplementari (a
meno di multipli interi di 2π) e quindi:

2x = x + 2kπ, 2x = (π − x) + 2kπ

da cui:
π 2π
x = 2kπ, x= +k
3 3
notiamo che le soluzioni ottenute sono del tutto equivalenti alle precedenti.
4.3 funzioni goniometriche 74

4.3.10 Formule di bisezione

r
α 1 + cos α
1. cos = ± ∀α ∈ R
2 2
r
α 1 − cos α
2. sin = ± ∀α ∈ R
2 2

Dim. (1.)

cos 2α = 2 cos2 α − 12 cos2 α = 1 + cos 2α


r
2 1 + cos 2α 1 + cos 2α
cos α = cos α = ±
2 2
r
α 1 + cos α
cos = ±
2 2
avendo utilizzato le formule di duplicazione.

Dim. (2.)

cos 2α = 1 − 2 sin2 α
2 sin2 α = 1 − cos 2α
r
2 1 − cos 2α 1 − cos 2α
sin α = sin α = ±
2 2
r
α 1 − cos α
sin = ±
2 2
avendo utilizzato le formule di duplicazione.

osservazione: le formule relative alle funzioni tangente e cotangente si


ricavano usando le relazioni fondamentali:
r
α 1 − cos α
sin ± r
α 2 2 1 − cos α
tan = α = r 1 + cos α = 1 + cos α = ∀α 6= π + 2kπ
2 cos
2 ±
2
sin α
= = ∀α 6= π + 2kπ
1 + cos α
1 − cos α
= ∀α 6= kπ
sin α
avendo usato le formule di bisezione per ottenere la prima delle tre forme
equivalenti e avendo moltiplicato numeratore e denominatore opportunamente
per 1 + cos α (rispettivamente per 1 − cos α) per ottenenere la 2a e la 3a e posto
le necessarie condizioni di esistenza. Analogamente si ricavano tutte le altre.
x
Esercizio 4.3.12. cos2 = cos x
2
1 + cos x
utilizziamo la formula di bisezione relativa al coseno: = cos x usando opportunamente i
2
principi di equivalenza, otteniamo: cos x = 1 da cui: x = 2kπ.
4.3 funzioni goniometriche 75

4.3.11 Formule di prostaferesi

p+q p−q
1. sin p + sin q = 2 sin cos ∀p, q ∈ R
2 2
p+q p−q
2. sin p − sin q = 2 cos sin ∀p, q ∈ R
2 2
p+q p−q
3. cos p + cos q = 2 cos cos ∀p, q ∈ R
2 2
p+q p−q
4. cos p − cos q = −2 sin sin ∀p, q ∈ R
2 2

Dim. (1.)

Riprendiamo le formule di addizione e sottrazione relative alla funzione seno:

sin(α + β) = sin α cos β + sin β cos α

sin(α − β) = sin α cos β − sin β cos α


sommando membro a membro otteniamo:

sin(α + β) + sin(α − β) = 2 sin α cos β (1)

ponendo 
α+β = p
α−β = q
risulta che 
 α = p+q
2
 β = p−q
2
da cui sostituendo nella (1) si ottiene la tesi.

osservazione: le altre 3 formule si ricavano in modo del tutto analogo, con-


siderando a coppie le formule di addizione o sottrazione relative alla sola fun-
zione seno o coseno e sommando oppure sottraendo opportunamente membro a
membro.

osservazione: le formule di prostaferesi relative alle funzioni tangente e


cotangente si ricavano usando le relazioni fondamentali e le formule dimostrate.

sin p sin q sin p cos q + sin q cos p


tan p + tan q = + = =
cos p cos q cos p cos q
sin(p + q)
= ∀p, q 6= π/2 + kπ
cos p cos q

Analogamente si ricavano tutte le altre.

Esercizio 4.3.13. sin 3x − sin x > 0

utilizziamo la 2a formula di prostaferesi e otteniamo:

2 cos 2x sin x > 0

come visto precedentemente, ci riferiamo alla circonferenza goniometrica come in figura e studiamo il segno
dei fattori riportandolo in un grafico di segno:
4.3 funzioni goniometriche 76

y
B

cos 2x > 0
π π
− + 2kπ 6 2x 6 + 2kπ
2 2
π π A0 A
− + kπ 6 x 6 + kπ O x
4 4
sin x > 0

B0
le soluzioni sono:
π 3π 5π 7π
2kπ < x < + 2kπ; + 2kπ < x < π + 2kπ; + 2kπ < x < + 2kπ.
4 4 4 4

4.3.12 Formule di Werner

Sono le formule inverse delle precedenti.

1. sin α cos β = 1/2(sin(α + β) + sin(α − β)) ∀α, β ∈ R


2. cos α cos β = 1/2(cos(α + β) + cos(α − β)) ∀α, β ∈ R
3. sin α sin β = −1/2(cos(α + β) − cos(α − β)) ∀α, β ∈ R

Dim. (1.2.3.)

Si applicano le formule di prostaferesi al secondo membro.


Si farà uso di tali formule prevalentemente nel calcolo integrale.

4.3.13 Formule razionali in tangente

α
2 tan
1. sin α = 2 ∀α 6= π + 2kπ
α
1 + tan2
2
2 α
1 − tan
2. cos α = 2 ∀α 6= π + 2kπ
α
1 + tan2
2

Dim. (1.)

α α
2 sin
cos
2 2
α α α α 2
α
α 2 sin cos 2 sin cos cos
sin α = sin 2 = 2 2 = 2 2 = 2
2 1 α 2 α 2 α α =
sin 2
+ cos sin + cos2
2 2 2 2
α
cos2
2
4.3 funzioni goniometriche 77

α α
2 sin cos
2 2
α α
cos2 2 tan
2 2
2 α 2 α = 2 α
sin cos tan +1
2 + 2 2
α α
cos2 cos2
2 2

che è la tesi, con le dovute condizioni di esistenza.

Dim. (2.)
α α
− sin2 cos2
2 2
α α α α α
α cos2 − sin2 cos2 − sin2 cos2
cos α = cos 2 = 2 2 = 2 2 2
2 1 α α = α α =
sin2 + cos2 sin2 + cos2
2 2 2 2
α
cos2
2
α α
cos2 cos2
2 2
α − 2 α α
cos 2 sin 1 − tan2
2 2 = 2
2 α 2 α 2 α
sin cos tan +1
2 + 2 2
α α
cos2 cos2
2 2

che è la tesi, con le dovute condizioni di esistenza.


Esercizio 4.3.14. 3 sin x − cos x > 1

x
utilizziamo le formule razionali in tan e, sotto la condizione x 6= π + 2kπ cui è vincolato l’uso delle
2
stesse, otteniamo:
x x
√ 2 tan 1 − tan2
3 2 2
x − x >1
1 + tan2 1 + tan2
2 2
x
moltiplicando ambo i membri per 1 + tan2 si ha:
2
√ x x x
2 3 tan − 1 + tan2 > 1 + tan2
2 2 2
semplificando e razionalizzando otteniamo:

x 1
tan > √
2 3
Riferiamoci ora alla circonferenza goniometrica come in figura
y t
π B
2
π x π
+ kπ < < + kπ π
6 2 2 6
da cui
A0 A
π O x
+ 2kπ < x < π + 2kπ
3 7π
6

B0

2
4.3 funzioni goniometriche 78

non rimane ora che controllare se le condizioni aggiuntive poste per poter utilizzare le formule razionali
costituiscono delle soluzioni. Sostituendo x = π + 2kπ nella disequazione data, si ottiene: 0 + 1 > 1 che
è evidentemente assurda. Pertanto le soluzioni sono:
π
+ 2kπ < x < π + 2kπ
3
che coincidono con quelle trovate utilizzando le formule di addizione. Proponiamo ora, per lo stesso esercizio,
una ulteriore strategia risolutiva che richiede conoscenze elementari di geometria analitica.

3 sin x − cos x > 1

la disequazione risulta equivalente al sistema:


 √
3 sin x − cos x > 1
sin2 x + cos2 x = 1

ponendo sin x = Y e cos x = X e sostituendo nel sistema si ha:


 √
3Y − X > 1
Y 2 + X2 = 1
Riferiamoci ora alla circonferenza goniometrica come in figura

I punti della circonferenza di equa- y


zione Y 2 + X2 = 1 comuni al √ √
√ 3Y − X > 1 3Y − X = 1
semipiano di equazione 3Y − √
X > 1 sono tutti e soli quel- P ( 12 , 23 )
li dell’arco PQ non passante per
Q(−1, 0)
A; essendo infine i punti P e A(1, 0)
π x
Q associati agli angoli e π O
3
rispettivamente, le soluzioni sono:
π
+ 2kπ < x < π + 2kπ.
3
4.3 funzioni goniometriche 79

4.3.14 Esercizi riassuntivi proposti

1 1
1) 2− = 1−2x [x = 21 ]
51−2x 25

2) log2 log 1 (x − 3) > 0 [3 < x < 72 ]


2

16 − 8x + x2
3) √ 60 [x < 21 , x = 4]
3x − 3

4) 2x+2 − 2x+1 − 2x − 2x−1 − 2x−2 = 1 [x = 2]

1+x
5) log2 +1 < 0 [−1 < x < − 13 ]
1−x

9x − 4 · 3x + 3
6) >0 [−1 < x < 0]
log 1 |x|
3


  9−x2
1
7) < 32 [−3 6 x 6 3]
2

  9−x2
1
8) < 32 [−3 6 x 6 3]
2 2
3x − 81 < 0
9) [ 12 < x < 32 ]
1 − log2 (2x − 1) > 0
10) log3 (x − 2) − log3 x + 1 < log3 (4 − x) [2 < x < 3]

√ √
11) 2 log 1 (x + 2) 6 log 1 (4x + 7) [− 47 < x 6 − 3, x > 3]
2 2

1
12) log4 |x| · log|x| (x2 + 1) = [{}]
2

13) 1 + 2 log9 x2 6 log3 (x + 1) − log 1 (x + 2) [− 21 6 x 6 2 ma x 6= 0]


3

14) ln x − 2 logx e = 1 [x = e2 , x = 1e ]

log2 (5x − x2 ) − 2
15) x >0 [1 6 x 6 4 ma x 6= 2]
3 x2 −4

1
16) logx (2x − 1) > 1 [x > 2 ma x 6= 1]

π 2kπ
17) sin 5x − 1 = 0 [x = 10 + 5 ]

π  √3
18) cos −x < [− 5π
3 + 2kπ < x < 2kπ]
6 2

19) 3 tan2 x − 2 3 tan x − 3 = 0 [x = − π
6 + kπ, x =
π
3 + kπ]

π
20) sin 2x = 2 cos x [x = 2 + kπ]
4.3 funzioni goniometriche 80

1 − 2 sin x
21) 60 [π π 5π
4 + 2kπ < x < 2 + 2kπ, 6 + 2kπ 6
tan x − 1 5π
x < 4 + 2kπ, − 2 + 2kπ < x 6 π
π
6 +
2kπ]

π 3π
22) log √2 sin x > 1 [2kπ < x < 4, 4 + 2kπ < x < π +
2
2kπ]

sin 3x + sin x π
23) >0 [kπ < x < 2 + kπ]
2 sin2 x cos x

20) 2 sin x = sin 2x [x = kπ]

1 − 2 cos x
21) 60 [2kπ < x 66 π π
3 + 2kπ, 2 + 2kπ < x <
tan x
π + 2kπ, 3π 5π
2 + 2kπ < x 6 3 + 2kπ]

22) log √3 cos x > 1 [π


6 + 2kπ < x <
π
2 + 2kπ, 3π
2 + 2kπ <
2
x < 11π
6 + 2kπ]

cos2 x − sin2 x
23) <0 [π
2 + 2kπ < x <

2 + 2kπ, x 6= 3π
4 +
cos x + cos 3x
2kπ, 5π
4 + 2kπ]

24) (cos x + sin x)2 = 1 + 2 sin x cos x [∀x ∈ R]

25) ln(cos2 x − 3) = 2 [{}]


Parte III

GEOMETRIA ANALITICA
INTRODUZIONE 5
5.1 introduzione

82
I L P I A N O C A RT E S I A N O 6
6.1 punti e segmenti

Definizione 6.1.1. Si dice sistema di riferimento di ascisse o asse di ascisse, una


retta orientata sulla quale è fissato un punto O detto origine e una unità di musura.

Nasce in tal modo una corrispondenza biunivoca (o funzione biiettiva) fra i


punti della retta e i numeri reali, che associa ad ogni punto P della retta un
numero reale.

O 1 P

Definizione 6.1.2. Preso un punto P su un asse di ascisse, si dice coordinata ascissa


di P, o semplicemente ascissa, e si scrive xP , la misura del segmento OP rispetto alla
unità di misura, se P segue O; l’opposto di tale misura se P precede O.

Definizione 6.1.3. Si dice sistema di riferimento cartesiano ortogonale monome-


trico l’insieme di 2 rette orientate e perpendicolari, sulle quali è fissata la stessa unità di
misura. Il punto O d’intersezione delle rette, chiamate assi rispettivamente delle ascisse
(o delle x) e delle ordinate (o delle y), viene detto origine del sistema.

Gli assi dividono il piano in 4 angoli retti detti, rispettivamente, I, II, III e IV
quadrante.
y

II I

O 1 x

III IV

Nasce in tal modo una corrispondenza biunivoca (o funzione biiettiva) fra i


punti del piano α e le coppie ordinate di numeri reali, che associa ad ogni punto
P del piano la coppia ordinata (x, y) di numeri reali le cui componenti sono
rispettivamente le ascisse dei punti P1 e P2 (nel senso della definizione 2.1.2),
proiezioni ortogonali del punto P rispettivamente sugli assi x e y.
Convenzionalmente, per evitare ogni ambiguità, x ed y vengono dette ascissa
ed ordinata di P.
α → R2
P 7−→ (x, y)

83
6.1 punti e segmenti 84

P2 P

O 1 P1 x

Teorema 6.1.1. Dati 2 punti P(xP , yP ) e Q(xQ , yQ ) risulta che la loro distanza è
q
d(P, Q) = PQ = (xQ − xP )2 + (yQ − yP )2

Dimostrazione. Consideriamo 2 punti P e Q come in figura e sia H il punto di


intersezione delle parallele agli assi rispettivamente x ed y condotte da P e da Q.
y

Q2 Q

P
P2 H

O P1 Q1 x

Il triangolo PHQ risulta evidentemente rettangolo ed è applicabile ad esso il


teorema di Pitagora:
2 2 2
PQ = PH + HQ
Osserviamo che:

PH = P1 Q1 = |OQ1 − OP1 | = |xQ − xP |

HQ = P2 Q2 = |OQ2 − OP2 | = |yQ − yP |


dove notiamo che la presenza del modulo è motivata dalla assoluta generalità
delle posizioni dei punti P e Q nel piano.
Sostituendo nella relazione precedente, si ha:
2
PQ = |xQ − xP |2 + |yQ − yP |2

Estraendo infine la radice quadrata di entrambi i membri ed eliminando i moduli,


essendo essi elevati alla seconda, otteniamo:
q
d(P, Q) = PQ = (xQ − xP )2 + (yQ − yP )2
6.1 punti e segmenti 85

Osservazione 6.1.1. Nel caso in cui xQ = xP , cioè il segmento PQ risulta parallelo


all’asse y, la formula precedente si riduce a

d(P, Q) = PQ = |yQ − yP |

Nel caso in cui yQ = yP , cioè il segmento PQ risulta parallelo all’asse x, la formula


precedente si riduce a
d(P, Q) = PQ = |xQ − xP |

Esercizio 6.1.1. Dati i punti A(−1, 0), B(2, 4) e C(2, −1), calcolare il perimetro del
triangolo ABC.
Calcoliamo
p le misure dei tre lati: p √ √
AB = (xA − xB )2 + (yA − yB )2 = (−1 − 2)2 + (0 − 4)2 = 9 + 16 = 25 =
5 p p √
BC = (x − x ) 2 + (y − y )2 = (2 − 2) 2 + (4 − (−1))2 = 0 + 25 =
√ B C B C
25 = 5 p p √
√ AC = (xA − xC )2 + (yA − yC )2 = (−1 − 2)2 + (0 − (−1))2 = 9 + 1 =
10
Pertanto risulta: √ √
2p = AB + BC + AC = 5 + 5 + 10 = 10 + 10
Naturalmente il calcolo di BC poteva essere fatto più semplicemente con la formula
ridotta
BC = |yB − yC | = |4 − (−1)| = 5.
y B

A
O 1 x

Definizione 6.1.4. Si dice punto medio di un segmento di estremi A, B il punto M


di AB tale che AM =∼ MB.

Teorema 6.1.2. Dato il segmento AB di punto medio M e un punto O apparetente alla


∼ OA + OB .
retta per AB, risulta che OM =
2
Dimostrazione. Riferiamoci alla figura ove, per semplificare la dimostrazione, la
retta è considerata orientata:

O A M B

∼ OM + OM =
OM = ∼ OA + AM + OB − MB =
∼ OA + OB
2 2 2
Osservazione 6.1.2. Se la retta orientata è un asse di ascisse di origine O e xA e xB
x + xB
sono le ascisse di A e B, risulta evidentemente che l’ascissa di M è A .
2
Con riferimento ad un sistema di assi cartesiani ortogonali, determiniamo ora
le coordinate del punto medio M del segmento AB.
 
xA + xB yA + yB
Teorema 6.1.3. Dati i punti A(xA , yA ), B(xB , yB ) il loro punto medio è M , .
2 2
Dimostrazione. Riferiamoci alla figura
6.1 punti e segmenti 86

B2 B
M2
M
A2
A

O A1 M1 B1 x

Poichè M è il punto medio di AB, per il teorema di Talete, si ha che M1 lo


x + xB
è di A1 B1 e M2 lo è di A2 B2 . Per l’osservazione precedente xM = A e
2
yA + yB
yM = .
2
Esercizio 6.1.2. Dati i punti A(−1, 0), B(2, 4) e C(2, −1), calcolare i punti medi dei lati
del triangolo ABC. Chiamiamo rispettivamente M, N, P i punti medi dei lati AB, BC e
AC.        
xA + xB yA + yB −1 + 2 0 + 4 1 4 1
M , =M , =M , =M ,2
 2 2   2 2  2 2  2
xB + xC yB + yC 2+2 4−1 4 3 3
N , =N , =N , = N 2,
 2 2   2 2  2 2  2 
xA + xC yA + yC −1 + 2 0 − 1 1 −1 1 1
P , =P , =P , =P ,− .
2 2 2 2 2 2 2 2
y B

N
1

A
O 1 x
P C

Con riferimento ad un sistema di assi cartesiani ortogonali, determiniamo ora


le coordinate del baricentro G del triangolo di vertici A, B, C.

Teorema 6.1.4. Dati i punti A(xA , yA ), B(xB , yB ) e C(xC , yC ) il loro baricentro è


 
xA + xB + xC yA + yB + yC
G ,
3 3
.

Omettiamo la dimostrazione.
6.1 punti e segmenti 87

B
M
A

G
O x
N

Esercizio 6.1.3. Dati i punti A(−1, 0), B(2, 4) e C(2, −1), calcolare il baricentro del
triangolo ABC.
Chiamiamo rispettivamente M, N, P i punti medi dei lati AB, BC e AC e G il barcentro
del triangolo.
Utilizzando
 la formula precedente, siha:    
xA + xB + xC yA + yB + yC −1 + 2 + 2 0 + 4 − 1 3 3
G , =G , =G , =
3 3 3 3 3 3
G(1, 1)
y B

N
1 G

A
O 1 x
P C
LE RETTE 7
In questo capitolo tratteremo le più semplici curve del piano, ossia le rette, che
l’allievo ha già incontrato nello studio della Geometria Euclidea come concetti
primitivi.

7.1 equazioni lineari

Teorema 7.1.1. Ad ogni equazione di primo grado in x, y del tipo ax + by + c = 0


con a, b, c ∈ R e a, b non contemporaneamente nulli, corrisponde una retta del piano
cartesiano e viceversa.

Dimostrazione. Dimostriamo dapprima che ad ogni equazione di primo grado in


x, y del tipo ax + by + c = 0 con a, b, c ∈ R e a, b non contemporaneamente nulli,
corrisponde una retta del piano cartesiano.
A tale scopo distinguiamo i seguenti casi:

1. se a = 0 allora l’equazione diventa


c
by + c = 0 cioè y = −
b
tale equazione rappresenta il luogo geometrico dei punti del piano la cui
c
ordinata è costantemente uguale a − ; si tratta perciò di una retta parallela
b
all’asse delle x.
Nel caso particolare in cui anche c = 0, l’equazione diventa y = 0 che
rappresenta l’asse delle x.

2. se b = 0 allora l’equazione diventa


c
ax + c = 0 cioè x = −
a
tale equazione rappresenta il luogo geometrico dei punti del piano la cui
c
ascissa è costantemente uguale a − ; si tratta perciò di una retta parallela
a
all’asse delle y.
Nel caso particolare in cui anche c = 0, l’equazione diventa x = 0 che
rappresenta l’asse delle y.

y = − cb

O x

x = − ac

3. se c = 0 allora l’equazione diventa


ax + by = 0
cioè, supponendo non nulli a, b (altrimenti ci si riconduce ad uno dei casi
precedenti)

88
7.1 equazioni lineari 89

a
y=− x
b
a
e ponendo − = m si ottiene
b
y
=m
x
tale equazione rappresenta il luogo geometrico dei punti del piano per i
quali è costante il rapporto fra ordinata e ascissa; dimostriamo che si tratta
di una retta passante per l’origine del sistema di riferimento.
Infatti, presi 2 punti P, Q per i quali risulti costante il rapporto fra ordi-
nata e ascissa, consideriamo i triangoli OP1 P e OQ1 Q essendo P1 e Q1 le
proiezioni di P e Q rispettivamente sull’asse x.
Essi sono simili per avere una coppia di lati in proporzione e l’angolo fra
essi compreso congruente perchè retto. Pertanto P1 OP
b =∼ Q1 OQ
b e quindi i
punti P, O e Q risultano allineati.
y

P
P2
Q1
O P1 x

Q2
Q

4. se a, b, c 6= 0 allora l’equazione è esplicitabile rispetto a ciascuna delle 2


variabili, in particolare rispetto alla y:
a c
y = − x−
b b
a c
e ponendo − = m e − = q si ottiene
b b
y = mx + q
tale equazione rappresenta il luogo geometrico dei punti del piano del caso
precedente traslati verticalmente della quantità q; pertanto si tratta di una
retta non passante per l’origine e non parallela agli assi.
y

y = mx + q

y = mx

Q(0, q)

O x

Dimostriamo ora che ad ogni retta del piano cartesiano corrisponde una equazione
di primo grado in x, y del tipo ax + by + c = 0 con a, b, c ∈ R e a, b non
contemporaneamente nulli.
A tale scopo distinguiamo i seguenti casi:
7.1 equazioni lineari 90

1. Consideriamo una retta parallela all’asse delle x; i suoi punti sono caratte-
rizzati dall’avere ordinata costante. Pertanto sono descritti dall’equazione
y = k.

2. Consideriamo una retta parallela all’asse delle y; i suoi punti sono carat-
terizzati dall’avere ascissa costante. Pertanto sono descritti dall’equazione
x = h.

y=k

O x

x=h

3. Consideriamo una retta passante per l’origine. Presi su di essa 2 punti P e


Q di proiezioni rispettivamente P1 e Q1 sull’asse delle ascisse, osserviamo
che i triangoli OP1 P e OQ1 Q sono simili per avere congruenti, oltre all’
angolo retto, gli angoli di vertice O. Pertanto i lati corrispondenti sono
in proporzione; in particolare PP1 : OP1 = QQ1 : OQ1 . Da ciò si deduce
che rimane costante il rapporto fra l’ordinata e l’ascissa di un qualunque
y
punto della retta considerata, che è pertanto descritta dall’equazione = m
x
ovvero y = mx.

P
P2
Q1
O P1 x

Q2
Q

4. Consideriamo una retta non passante per l’origine e non parallela agli assi
che intersechi l’asse y nel punto Q(0, q). La retta passante per l’origine
e ad essa parallela ha equazione y = mx come appena dimostrato nel
precedente caso. D’altra parte la retta presa in esame è ottenuta traslando
verticalmente la retta per l’origine della quantità q. Essa è pertanto descritta
dall’equazione y = mx + q.
7.1 equazioni lineari 91

y = mx + q

y = mx

Q(0, q)

O x

Osservazione 7.1.1. Il coefficiente m della x nell’equazione y = mx + q viene chiamato


coefficiente angolare della retta. Vedremo in seguito il suo significato geometrico, ma
possiamo fin d’ora osservare che esso è legato alla inclinazione della retta rispetto al
semiasse positivo delle x. Risulta evidente pertanto dall’ultimo punto della precedente
dimostrazione, che rette parallele hanno lo stesso coefficiente angolare.
Osservazione 7.1.2. Il termine noto q nell’equazione y = mx + q viene chiamato
intercetta e rappresenta l’ordinata del punto di intersezione della retta con l’asse delle y.
Osservazione 7.1.3. L’equazione della retta nella forma ax + by + c = 0 viene detta
implicita; nella forma y = mx + q è detta esplicita.
Tutte le rette del piano possono essere rappresentate da una equazione in forma sia
implicita che esplicita, tranne le parallele all’asse delle y che non sono esplicitabili.
Esercizio 7.1.1. Tracciare i grafici delle seguenti rette:
r : x+2 = 0
s : 2y − 1 = 0
t : x−y+3 = 0
v : 2x + y = 0
w : x + 3y − 3 = 0.
La retta r è parallela all’asse y; la sua equazione, esplicitata rispetto ad x, risulta
x = −2.
La retta s è parallela all’asse x; la sua equazione, esplicitata rispetto ad y, risulta
1
y= .
2
r y

1 s

O 1 x

E’ appena il caso di ricordare che per due punti distinti del piano passa una ed una
sola retta.
L’equazione della retta t, esplicitata rispetto alla y, risulta y = x + 3; determiniamo
due punti di t, sostituendo alla variabile indipendente x due valori qualunque e ricavando
i corrispondenti valori della variabile dipendente y:
x y
−3 0
0 3
7.2 relazioni e formule 92

y t

1
A
O 1 x

L’equazione della retta v, esplicitata rispetto alla y, risulta y = −2x; determiniamo due
punti di v, sostituendo alla variabile indipendente x due valori qualunque e ricavando i
corrispondenti valori della variabile dipendente y:
x y
0 0
1 −2
y

O 1 x

3−x
L’equazione della retta w, esplicitata rispetto alla y, risulta y = ; determinia-
3
mo due punti di w, sostituendo alla variabile indipendente x due valori qualunque e
ricavando i corrispondenti valori della variabile dipendente y:
x y
0 1
3 0
y

A
1
B
O 1 x

7.2 relazioni e formule

Definizione 7.2.1. Diremo che il punto P(x0 , y0 ) appartiene alla retta di equazione
ax + by + c = 0 se le sue coordinate verificano l’equazione.
7.2 relazioni e formule 93

Esercizio 7.2.1. Data la retta di equazione  − 3y + 6 = 0 verificare se i seguenti punti


2x
√ √

3
le appartengono: P(0, 2), Q(1, 1), R − , 1 , S( 3, 3).
2
Sostituiamo le coordinate di P(0, 2) nell’equazione della retta: 0 − 6 + 6 = 0 ⇒ P
appartiene alla retta data.
Sostituiamo le coordinate di Q(1, 1) nell’equazione della retta: 2 − 3 + 6 6= 0 ⇒ Q
non appartiene alla retta data.  
3
Sostituiamo le coordinate di R − , 1 nell’equazione della retta: −3 − 3 + 6 = 0 ⇒
2
R appartiene alla retta data. √ √ √ √
Sostituiamo le coordinate di S( 3, 3) nell’equazione della retta: 2 3 − 3 3 + 6 6=
0 ⇒ S non appartiene alla retta data.
y

P
S
R Q
1

O 1 x

Definizione 7.2.2. Si dice fascio improprio di rette l’insieme di tutte le rette del piano
parallele ad una retta data.

Teorema 7.2.1. L’equazione di un fascio improprio di rette parallele alla retta base di
equazione y = m0 x con m0 fissato in R è:

y = m0 x + k al variare di k in R.

L’equazione del fascio improprio di rette parallele all’asse y è:

x=h al variare di h in R.

Dimostrazione. Consegue direttamente dal Teorema 7.1.1.


2
Esercizio 7.2.2. Scrivere l’equazione della retta parallela alla retta di equazione y = x
  3
3
passante per il punto P ,0 .
2
La retta cercata appartiene al fascio improprio di rette parallele alla retta data:

2
F:y= x+k
3
imponiamo ora il passaggio per P: 0 = 1 + k
2
da cui k = −1 e quindi l’equazione cercata è y = x−1
3
7.2 relazioni e formule 94

y = 32 x − 1
1
P
O 1 x

k = −1

Esercizio 7.2.3. Dato il fascio improprio di equazione F : 2x − y − k + 1 = 0, determi-


nare le rette:
1. passante per l’origine;

2. passante per P(1, 1);

3. che individuano con gli assi cartesiani un triangolo di area 1.

1. Scriviamo l’equazione del fascio in forma esplicita: y = 2x − k + 1


imponiamo il passaggio per O(0, 0): 0 = −k + 1
da cui k = 1 e quindi l’equazione cercata è y = 2x;

2. Imponiamo il passaggio per P(1, 1): 1 = 2 − k + 1


da cui k = 2 e quindi l’equazione cercata è y = 2x − 1;

y = 2x
y y = 2x − 1

1 P

O 1 x

k=1 k=2

3. Ricordiamo che le coordinate degli eventuali punti di intersezione fra due rette sono
le soluzioni del sistema lineare formato dalle loro equazioni. Pertanto le coordinate
dei punti di intersezione della generica retta del fascio con gli assi cartesiani sono
la soluzione del sistema 
y = 2x − k + 1
y=0
 
k−1
ossia il punto A ,0
2
7.2 relazioni e formule 95

e la soluzione del sistema 


y = 2x − k + 1
x=0
ossia il punto B(0, 1 − k).
L’area del triangolo cercato è pertanto:

1 k − 1
|1 − k| ·
2 2

|1 − k| · |k − 1|
ed imponendo che essa valga 1, si ha: =1
4
|k − 1| · |k − 1| = 4
(k − 1)2 = 4
da cui k = −1 oppure k = 3.

y = 2x + 2
y y = 2x − 2

−1
O 1 x

−2

k = −1 k=3

Definizione 7.2.3. Si dice fascio proprio di rette l’insieme di tutte le rette del piano
passanti per un punto dato, chiamato centro o sostegno del fascio.

Teorema 7.2.2. L’equazione di un fascio proprio di rette di centro C(x0 , y0 ) è:

y − y0 = m(x − x0 ) oppure x = x0 al variare di m in R.

Dimostrazione. Consideriamo la generica retta passante per C(x0 , y0 ); essa può


essere verticale e avere equazione x = x0 ; altrimenti è del tipo y = mx + q (∗).
In quest’ultimo caso, dovendo C appartenere alla retta, si ha che

y0 = mx0 + q

da cui q = y0 − mx0 che sostituito nella equazione (∗) dà

y = mx + y0 − mx0

e, infine, raccogliendo a fattor comune

y − y0 = m(x − x0 ).

2
Esercizio 7.2.4. Scrivere l’equazione della retta parallela alla retta di equazione y = x
  3
3
passante per il punto P ,0 .
2
7.2 relazioni e formule 96

La retta cercata appartiene al fascio proprio di rette di centro il punto P (evidentemente


non può essere parallela all’asse y):
 
3
F : y−0 = m x−
2

2
imponiamo ora la condizione di parallelismo con la retta data: m = e, sostituendo:
  3
2 3 2
y= x− quindi l’equazione cercata è y = x − 1.
3 2 3
y

y = 23 x − 1
1
P
O 1 x

2
m= 3

Osservazione 7.2.1. L’equazione della retta passante per i punti P1 (x1 , y1 ) e P2 (x2 , y2 )
con x1 6= x2 è
y − y1
y − y1 = 2 (x − x1 )
x2 − x1
ovvero
y − y1 x − x1
=
y2 − y 1 x2 − x1
Infatti basterà sostituire le coordinate di P2 nell’equazione del fascio di rette di centro P1
e ricavare, quindi, il coefficiente angolare m.
Se x1 = x2 allora la retta passante per i punti P1 (x1 , y1 ) e P2 (x2 , y2 ) è verticale e la
sua equazione risulta, ovviamente, x = x1 .
Se y1 = y2 allora la retta passante per i punti P1 (x1 , y1 ) e P2 (x2 , y2 ) è orizzontale
e la sua equazione risulta, ovviamente, y = y1 .

Teorema 7.2.3. Siano r ed s 2 rette del piano non parallele agli assi di equazione rispet-
tivamente y = mx + q e y = m 0 x + q 0 . Esse risultano perpendicolari fra loro se e solo
1
se m · m 0 = −1 ossia m = − 0 .
m
Dimostrazione. Dimostriamo il teorema nel caso in cui r ed s passino per l’origine.
Ciò non costituisce una restrizione poichè abbiamo già osservato che rette parallele
hanno lo stesso coefficiente angolare.
Proviamo dapprima che se le rette sono perpendicolari allora m · m 0 = −1
(ovviamente, dall’ipotesi segue che m ed m 0 sono entrambi non nulli).
7.2 relazioni e formule 97

Q
O x
r

P0

Con riferimento alla figura osserviamo che P, Q, P 0 hanno la stessa ascissa x,


il triangolo OP 0 P è rettangolo in O e OQ è la sua altezza relativa all’ipotenusa.
Applichiamo, quindi, il 2◦ teorema di Euclide al triangolo OP 0 P :
2
OQ = PQ · QP 0

Le ordinate di P e P 0 sono necessariamente discordi, nel nostro caso risulta essere


negativa l’ordinata di P 0 , pertanto risulta:

x2 = mx · (−m 0 x)

semplificando e moltiplicando per −1 otteniamo:

m · m 0 = −1

Viceversa, se vale la relazione m · m 0 = −1 allora è vera anche la x2 = mx ·


(−m 0 x), da cui discende che il triangolo OP 0 P è rettangolo essendo ad esso
applicabile il 2◦ teorema di Euclide.
Osservazione 7.2.2. Se m = 0 allora r è parallela all’asse x ed s è parallela all’asse y
ed m 0 non esiste.
Il caso risulta del tutto simmetrico qualora sia m 0 = 0.
Teorema 7.2.4. Sia r una retta del piano, non parallela all’asse delle y, di equazione
y = m1 x + q1 e sia P(xP , yP ) un generico punto del piano.
La distanza di P dalla retta r è
|m1 xP − yP + q1 |
PH = q
m21 + 1

ove H è il piede della perpendicolare condotta da P ad r.


Dimostrazione. Il fascio di rette di centro P(xP , yP ) ha equazione

F : y − yP = m(x − xP )

(manca, ovviamente, l’equazione della retta del fascio parallela all’asse delle y,
caso che verrà trattato a parte).
Nel caso in cui la retta r sia parallela all’asse delle x, ossia del tipo y = k, risulta
banalmente PH = |yP − k| come del resto deducibile dalla formula con m = 0.
Se r non è parallela all’asse delle x, fra tutte le rette per P scegliamo la perpendi-
1
colare ad r, sostituendo m con − nell’equazione del fascio; infine intersechiamo
m1
tale perpendicolare con la retta r ottenendo il punto H.
7.2 relazioni e formule 98

y = m1 x + q1

O x

Mettiamo a sistema l’equazione della retta r con l’equazione del fascio di rette
di centro P:
  
 y = m1 x + q 1  y = m1 x + q 1
y = m1 x + q 1
1 1 x
y = m(x − xP ) + yP  y = − (x − xP ) + yP  m1 x + q1 = − x + P + yP
m1 m1 m1
Risolviamo
 la seconda equazione fuori dal sistema:
1 x
m1 + x = P + yP − q 1
m1 m1
da cui
xP + m1 yP − m1 q1
m1 x + m 1 yP − m1 q 1
x= 2
= P
m1 + 1 m21 + 1
m1
ritornando al sistema otteniamo le coordinate del punto H:
 xP + m1 yP − m1 q1


 xH = m21 + 1

 m1 xP + m21 yP + q1
 yH =
m21 + 1
Infine, utilizzando la formula della distanza fra 2 punti, determiniamo la
distanzavcercata:
u m2 xP − m1 yP + m1 q1 2
u ! !2
1 yP − m1 xP − q1
PH = t + =
m21 + 1 m21 + 1
v
u 4 2
u m x + m2 2 2 2 3 3 2 2 2 2 2
1 yP + m1 q1 − 2m1 xP yP + 2m1 q1 xP − 2m1 q1 yP + yP + m1 xP + q1 − 2m1 xP yP − 2q1 yP + 2m1 q1 xP
=t 1 P 2 =
2
m1 + 1
v
u 2
u m m2
 2 2
 2 2
 2 2
 2
 2

1 + 1 xP + m1 + 1 yP + m1 + 1 q1 − 2m1 m1 + 1 xP yP + 2m1 m1 + 1 q1 xP − 2 m1 + 1 q1 yP
=t 1 2
=
m2

1 +1
s
m21 x2P + y2P + q21 − 2m1 xP yP + 2m1 q1 xP − 2q1 yP
= =
m21 + 1

s
(m1 xP − yP + q1 )2
= =
m21 + 1


|m1 xP − yP + q1 |
= √ come volevasi dimostrare.
m2 + 1
Nel caso in cui la retta r sia parallela all’asse delle y, ossia del tipo x = h, risulta
banalmente PH = |xP − h|.

Osservazione 7.2.3. Nel caso in cui il punto P appartenga alla retta r risulta banal-
mente PH = 0 come del resto deducibile dalla formula del teorema essendo nullo il
numeratore.
3
Esempio 7.2.1. Dati la retta r di equazione y = x + 3 e il punto P(2, 1) determinare
2
la distanza di P da r.
Applichiamo la formula del teorema:
7.2 relazioni e formule 99


3


· 2 − 1 + 3
|m1 xP − yP + q1 | 2 5 10 10 13
PH = √ = r =r =√ = .
m2 + 1 9 13 13 13
+1
4 4
Esercizio 7.2.5. Dopo aver scritto l’equazione della retta s passante per P(1, 2) e perpen-
dicolare alla retta r di equazione y = x − 1, determinare perimetro ed area del quadrilatero
PQRS ove Q è il punto di intersezione della retta r con l’asse delle y, R è il punto di inter-
sezione della retta s con l’asse delle x ed S è il punto di intersezione fra la perpendicolare
all’asse delle x passante per R e la parallela all’asse delle x passante per P.
La retta s appartiene al fascio proprio di rette di centro P

F : y = m(x − 1) + 2

poichè s è perpendicolare ad r, il suo coefficiente angolare è l’antireciproco di 1 ossia −1.


Quindi
s : y = −x + 3
Per determinare il punto Q, intersechiamo la retta r e l’asse delle y:

y = x−1
x=0

ossia Q(0, −1).


Per determinare il punto R, intersechiamo la retta s e l’asse delle x:

y = −x + 3
y=0

ossia R(3, 0).


Per determinare il punto S, intersechiamo la retta perpendicolare all’asse x passante
per R e la retta perpendicolare all’asse y passante per P:

x=3
y=2

ossia S(3, 2).


Per calcolare il perimetro abbiamo bisogno delle misure dei lati:
q p √ √
PQ = (xP − xQ )2 + (yP − yQ )2 = (1 − 0)2 + (2 + 1)2 = 1 + 9 = 10
q p √ √
QR = (xQ − xR )2 + (yQ − yR )2 = (3 − 0)2 + (0 + 1)2 = 9 + 1 = 10
RS = |yR − yS | = 2
SP = |xS − xP√| = 2
da cui 2p = 2 10 + 4.
Osserviamo che i lati del quadrilatero sono coppie di lati consecutivi congruenti; le
diagonali del quadrilatero sono perpendicolari; si tratta di un romboide, la cui area è
calcolabile mediante la formula:
d 1 · d2 QS · PR
=
2 2
calcoliamo le misure delle diagonali:
q p √ √
QS = (xQ − xS )2 + (yQ − yS )2 = (3 − 0)2 + (2 + 1)2 = 9 + 9 = 3 2
p p √ √
PR = (xP − xR )2 + (yP − yR )2 = (1 − 3)2 + (2 − 0)2 = 4 + 4 = 2 2 l’area
richiesta è:
√ √
3 2·2 2
A= = 6.
2
7.2 relazioni e formule 100

s y

y =x−1

P
S

O 1 R x

Q y = −x + 3

r
LE TRASFORMAZIONI 8
In questo capitolo esamineremo alcune trasformazioni del piano allo scopo di
semplificare lo studio di particolari curve riconducendolo a casi notevoli.

8.1 simmetrie

Sia P(x, y) un generico punto del piano; il suo simmetrico rispetto all’asse delle x
è P1 (x, −y), rispetto all’asse delle y è P2 (−x, y), rispetto all’origine è P3 (−x, −y),
rispetto alla bisettrice del I e del III quadrante (o I bisettrice) è P4 (y, x).
y y=x
P2 P
L

P4

M
O K H x

P3 N P1

Dalla figura si deducono facilmente le congruenze dei triangoli POL e P1 ON,


POL e P2 OL, POL e P3 ON, POL e P4 OH. Per la dimostrazione dell’ultima
congruenza si osservi che il triangolo POP4 è isoscele sulla base PP4 .

Esempio 8.1.1. Data la retta r di equazione y = 2x + 2 scrivere le equazioni delle


sue simmetriche rispetto all’asse delle x, all’asse delle y, all’origine, alla I bisettrice e
rappresentarle graficamente.

1. Dapprima rappresentiamo graficamente la retta data e la sua simmetrica rispetto


all’asse delle x.
Determiniamo due punti di r, sostituendo alla variabile indipendente x due valori
qualunque e ricavando i corrispondenti valori della variabile dipendente y:
x y
0 2
−1 0
Detti, rispettivamente, A e B tali punti di r, determiniamo i loro simmetrici
rispetto all’asse delle x:
x y
0 −2
−1 0
Chiamiamo A1 il simmetrico di A e osserviamo che il simmetrico di B è B stesso.

101
8.1 simmetrie 102

y y = 2x + 2

B O 1 x

A1

y − yA1 x − xA1
La retta passante per A1 e B ha equazione = ovvero
yB − y A 1 xB − xA1
y − (−2) x−0
=
0 − (−2) −1 − 0
quindi l’equazione richiesta è y = −2x − 2.

Osservazione 8.1.1. Dall’esempio proposto deduciamo che sarebbe bastato sosti-


tuire y con −y nell’equazione della retta r per ottenere l’equazione della simme-
trica cercata.

2. Dapprima rappresentiamo graficamente la retta data e la sua simmetrica rispetto


all’asse delle y.
Determiniamo i simmetrici di A e B rispetto all’asse delle y:
x y
0 2
1 0
Chiamiamo B1 il simmetrico di B e osserviamo che il simmetrico di A è A stesso.

y y = 2x + 2

B B1
O 1 x

y − yA x − xA
La retta passante per A e B1 ha equazione = ovvero
yB 1 − y A xB1 − xA
y−2 x−0
=
0−2 1−0
quindi l’equazione richiesta è y = −2x + 2.

Osservazione 8.1.2. Dall’esempio proposto deduciamo che sarebbe bastato sosti-


tuire x con −x nell’equazione della retta r per ottenere l’equazione della simmetrica
cercata.
8.1 simmetrie 103

3. Dapprima rappresentiamo graficamente la retta data e la sua simmetrica rispetto


all’origine.
Determiniamo i simmetrici di A e B rispetto all’origine:
x y
0 −2
1 0
Chiamiamo A1 il simmetrico di A e B1 il simmetrico di B .

B B1
O 1 x

A1

y = 2x + 2

y − yA 1 x − xA1
La retta passante per A1 e B1 ha equazione = ovvero
y B 1 − yA 1 xB1 − xA1
y − (−2) x−0
=
0 − (−2) 1−0
quindi l’equazione richiesta è y = 2x − 2.

Osservazione 8.1.3. Dall’esempio proposto deduciamo che sarebbe bastato sosti-


tuire x con −x e y con −y nell’equazione della retta r per ottenere l’equazione
della simmetrica cercata.

4. Dapprima rappresentiamo graficamente la retta data e la sua simmetrica rispetto


alla I bisettrice.
Determiniamo i simmetrici di A e B rispetto alla I bisettrice:
x y
2 0
0 −1
Chiamiamo A1 il simmetrico di A e B1 il simmetrico di B .
8.1 simmetrie 104

y y = 2x + 2 y=x

B O 1 A1 x

B1

y − yA 1 x − xA1
La retta passante per A1 e B1 ha equazione = ovvero
y B 1 − yA 1 xB1 − xA1
y−0 x−2
=
−1 − 0 0−2
x
quindi l’equazione richiesta è y = − 1.
2
Osservazione 8.1.4. Dall’esempio proposto deduciamo che sarebbe bastato sosti-
tuire x con y e y con x nell’equazione della retta r per ottenere l’equazione della
simmetrica cercata. Infatti dall’equazione y = 2x + 2, scambiando x con y, si
x
ottiene x = 2y + 2, da cui 2y = x − 2 ed infine y = − 1.
2

Esempio 8.1.2. Data la retta r di equazione y = 2x + 2, rappresentare graficamente le


funzioni di equazione y = |2x + 2| e y = 2|x| + 2.

1. Definiamo la prima delle funzioni date



2x + 2 se 2x + 2 > 0
y = |2x + 2| =
−2x − 2 se 2x + 2 < 0
ossia

2x + 2 se x > −1
y = |2x + 2| =
−2x − 2 se x < −1
Si tratta, quindi, di 2 semirette che possiamo disegnare utilizzando i grafici del
precedente esercizio.

y = −2x − 2 y y = 2x + 2

B O 1 x

x = −1
8.1 simmetrie 105

Il grafico della funzione assegnata è costituito dalle 2 semirette a tratto continuo.

Osservazione 8.1.5. Dall’esempio proposto deduciamo che sarebbe bastato dise-


gnare il grafico della funzione senza modulo, ossia y = 2x + 2, eliminare la parte
di grafico collocata sotto l’asse delle x e sostituirla con la sua simmetrica rispetto
allo stesso asse.

y y = |2x + 2|

B O 1 x

2. Passiamo alla seconda parte dell’esercizio.



2x + 2 se x > 0
y = 2|x| + 2 =
−2x + 2 se x < 0
Si tratta, quindi, di 2 semirette che possiamo disegnare utilizzando i grafici del
precedente esercizio.

y = −2x + 2 y y = 2x + 2

O 1 x

Il grafico della funzione assegnata è costituito dalle 2 semirette a tratto continuo.

Osservazione 8.1.6. Dall’esempio proposto deduciamo che sarebbe bastato dise-


gnare il grafico della funzione senza modulo, ossia y = 2x + 2, eliminare la parte
di grafico collocata a sinistra dell’asse delle y e simmetrizzare la parte restante
rispetto all’asse delle y.
8.2 traslazioni 106

y y = 2|x| + 2

O 1 x

8.2 traslazioni

Sia P(x, y) un generico punto del piano; se operiamo una traslazione orizzontale
otteniamo P1 (x + a, y); se operiamo una traslazione verticale otteniamo P2 (x, y +
b); se operiamo una traslazione sia orizzontale che verticale otteniamo P3 (x +
a, y + b).
y

P2 P3

O x

P P1

Osserviamo che se a > 0 la traslazione orizzontale è verso destra, se a < 0 la


traslazione orizzontale è verso sinistra; se b > 0 la traslazione verticale è verso
l’alto, se b < 0 la traslazione verticale è verso il basso.
Esempio 8.2.1. Data la retta r di equazione y = 2x + 2 scrivere le equazioni della retta
traslata verso destra di 2, di quella traslata verso il basso di 1 e di quella traslata sia verso
destra di 2 che verso il basso di 1.
1. Dapprima rappresentiamo graficamente la retta data e quella traslata verso destra
di 2.
Determiniamo due punti di r, sostituendo alla variabile indipendente x due valori
qualunque e ricavando i corrispondenti valori della variabile dipendente y:
x y
0 2
−1 0
Detti, rispettivamente, A e B tali punti di r, determiniamo i punti traslati verso
destra di 2:
x y
2 2
1 0
Chiamiamo A1 e B1 tali punti.
8.2 traslazioni 107

y = 2x + 2
y

A A1

B B1
O 1 x

y − yA 1 x − xA1
La retta passante per A1 e B1 ha equazione = ovvero
y B 1 − yA 1 xB1 − xA1
y−2 x−2
=
0−2 1−2
quindi l’equazione richiesta è y = 2x − 2.

Osservazione 8.2.1. Dall’esempio proposto deduciamo che sarebbe bastato sosti-


tuire x con x − 2 nell’equazione della retta r per ottenere l’equazione della retta
cercata. Infatti dall’equazione y = 2x + 2, sostituendo x con x − 2, si ottiene
y = 2(x − 2) + 2, da cui y = 2x − 4 + 2 ed infine y = 2x − 2.

2. Dapprima rappresentiamo graficamente la retta data e quella traslata verso il basso


di 1.
Determiniamo due punti di r, sostituendo alla variabile indipendente x due valori
qualunque e ricavando i corrispondenti valori della variabile dipendente y:
x y
0 2
−1 0
Detti, rispettivamente, A e B tali punti di r, determiniamo i punti traslati verso il
basso di 1:
x y
0 1
−1 −1
Chiamiamo A1 e B1 tali punti.
8.2 traslazioni 108

y = 2x + 2
y

1 A1
B
O 1 x

B1

y − yA 1 x − xA1
La retta passante per A1 e B1 ha equazione = ovvero
y B 1 − yA 1 xB1 − xA1
y−1 x−0
=
−1 − 1 −1 − 0
quindi l’equazione richiesta è y = 2x + 1.

Osservazione 8.2.2. Dall’esempio proposto deduciamo che sarebbe bastato sosti-


tuire y con y + 1 nell’equazione della retta r per ottenere l’equazione della retta
cercata. Infatti dall’equazione y = 2x + 2, sostituendo y con y + 1, si ottiene
y + 1 = 2x + 2, da cui y = 2x + 2 − 1 ed infine y = 2x + 1.

3. Dapprima rappresentiamo graficamente la retta data e quella traslata verso destra


di 2 e verso il basso di 1.
Determiniamo due punti di r, sostituendo alla variabile indipendente x due valori
qualunque e ricavando i corrispondenti valori della variabile dipendente y:
x y
0 2
−1 0
Detti, rispettivamente, A e B tali punti di r, determiniamo i punti traslati verso
destra di 2 e verso il basso di 1:
x y
2 1
1 −1
Chiamiamo A1 e B1 tali punti.
8.3 cambio di scala 109

y = 2x + 2
y

1 A1
B
O 1 x

B1

y − yA 1 x − xA1
La retta passante per A1 e B1 ha equazione = ovvero
y B 1 − yA 1 xB1 − xA1
y−1 x−2
=
−1 − 1 1−2
quindi l’equazione richiesta è y = 2x − 3.

Osservazione 8.2.3. Dall’esempio proposto deduciamo che sarebbe bastato sosti-


tuire x con x − 2 e y con y + 1 nell’equazione della retta r per ottenere l’equazione
della retta cercata. Infatti dall’equazione y = 2x + 2, sostituendo x con x − 2 e y
con y + 1, si ottiene y + 1 = 2(x − 2) + 2, da cui y = 2x − 4 + 2 − 1 ed infine
y = 2x − 3.

Osservazione 8.2.4. In generale vale la seguente regola pratica:


dati i numeri reali a e b,

1. per ottenere una traslazione orizzontale di a basta sostituire x con x − a nell’e-


quazione della curva data (se a > 0 allora la traslazione è verso destra, se a < 0
allora la traslazione è verso sinistra);

2. per ottenere una traslazione verticale di b basta sostituire y con y − b nell’equa-


zione della curva data (se b > 0 allora la traslazione è verso l’alto, se b < 0 allora
la traslazione è verso il basso).

Evidentemente i casi a = 0 e b = 0 corrispondono alle traslazioni nulle.

8.3 cambio di scala

Sia P(x, y) un generico punto del piano; se operiamo un cambio di scala rispetto
alle ascisse otteniamo P1 (hx, y); se operiamo un cambio di scala rispetto alle
ordinate otteniamo P2 (x, ky); se operiamo un cambio di scala sia rispetto alle
ascisse che rispetto alle ordinate otteniamo P3 (hx, ky). Supponiamo h, k ∈ R∗ .
8.3 cambio di scala 110

P2
P3

ky
P
P1
y

O x x
hx

Osserviamo che se h > 0 il trasformato P1 appartiene allo stesso quadrante;


se h < 0 il trasformato del punto P appartiene al quadrante simmetrico rispetto
all’asse delle y; in particolare, se h = 1 il punto P non varia, se h = −1 il punto P
viene trasformato nel suo simmetrico rispetto all’asse delle y; se |h| < 1 la distanza
dall’origine del trasformato è minore della distanza dall’origine di P (parleremo
di contrazione); se |h| > 1 la distanza dall’origine del trasformato è maggiore della
distanza dall’origine di P (parleremo di dilatazione).
Osserviamo che se k > 0 il trasformato P2 appartiene allo stesso quadrante;
se k < 0 il trasformato del punto P appartiene al quadrante simmetrico rispetto
all’asse delle x; in particolare, se k = 1 il punto P non varia, se k = −1 il punto P
viene trasformato nel suo simmetrico rispetto all’asse delle x; se |k| < 1 la distanza
dall’origine del trasformato è minore della distanza dall’origine di P (parleremo
di contrazione); se |k| > 1 la distanza dall’origine del trasformato è maggiore della
distanza dall’origine di P (parleremo di dilatazione).
Rappresentiamo in figura i trasformati di P rispetto alle ascisse con diversi
valori di h.
y

1 1
h = −2 h = −1 h = − h= h=1 h=2
2 2
P5 P3 P4 P1 P P2

−4 −2 −1 O 1 2 4 x

Osservazione 8.3.1. Se h = k il cambio di scala rispetto ai due assi utilizza la stessa


costante di proporzionalità e quindi O, P e il trasformato di P sono allineati. In tal caso
parleremo di omotetia di rapporto h.
8.3 cambio di scala 111

P2
2
P
1 P1
1
−4 −2 −1 2

O x
− 12 1 2 4
P4 −1
P3
−2
P5

Esempio 8.3.1. Data la retta r di equazione y = 2x + 2 scrivere le equazioni della retta


trasformata mediante dilatazione di rapporto 2 rispetto alle ascisse, di quella trasformata
1
mediante contrazione di rapporto rispetto alle ordinate, di quella trasformata contem-
2
1
poraneamente mediante dilatazione di 2 rispetto alle ascisse e contrazione di rispetto
2
alle ordinate e di quella trasformata mediante omotetia di rapporto −2.
1. Dapprima rappresentiamo graficamente la retta data e quella trasformata mediante
dilatazione di rapporto 2 rispetto alle ascisse.
Determiniamo due punti di r, sostituendo alla variabile indipendente x due valori
qualunque e ricavando i corrispondenti valori della variabile dipendente y:
x y
0 2
−1 0
Detti, rispettivamente, A e B tali punti di r, determiniamo i punti trasformati:
x y
0 2
−2 0
Chiamiamo B1 il trasformato di B e osserviamo che il trasformato di A è A stesso.
y = 2x + 2
y

B1 B O 1 x

y − yA x − xA
La retta passante per A e B1 ha equazione = ovvero
yB 1 − y A xB1 − xA
y−2 x−0
=
0−2 −2 − 0
8.3 cambio di scala 112

quindi l’equazione richiesta è y = x + 2.

Osservazione 8.3.2. Dall’esempio proposto deduciamo che sarebbe bastato so-


x
stituire x con nell’equazione della retta r per ottenere l’equazione della ret-
2
x
ta cercata. Infatti dall’equazione y = 2x + 2, sostituendo x con , si ottiene
x 2
y=2 + 2 ed infine y = x + 2.
2
Osservazione 8.3.3. Dall’esempio proposto deduciamo che il segmento AB vie-
ne trasformato nel segmento AB1 che risulta chiaramente dilatato rispetto al
precedente.

2. Dapprima rappresentiamo graficamente la retta data e quella trasformata mediante


1
contrazione di rapporto rispetto alle ordinate.
2
Determiniamo due punti di r, sostituendo alla variabile indipendente x due valori
qualunque e ricavando i corrispondenti valori della variabile dipendente y:
x y
0 2
−1 0
Detti, rispettivamente, A e B tali punti di r, determiniamo i punti trasformati:
x y
0 1
−1 0
Chiamiamo A1 il trasformato di A e osserviamo che il trasformato di B è B stesso.

y = 2x + 2
y

1 A1

B O 1 x

y − yA1 x − xA1
La retta passante per A1 e B ha equazione = ovvero
yB − y A 1 xB − xA1
y−1 x−0
=
0−1 −1 − 0
quindi l’equazione richiesta è y = x + 1.

Osservazione 8.3.4. Dall’esempio proposto deduciamo che sarebbe bastato sosti-


tuire y con 2y nell’equazione della retta r per ottenere l’equazione della retta cerca-
ta. Infatti dall’equazione y = 2x + 2, sostituendo y con 2y, si ottiene 2y = 2x + 2
ed infine y = x + 1.

Osservazione 8.3.5. Dall’esempio proposto deduciamo che il segmento AB vie-


ne trasformato nel segmento A1 B che risulta chiaramente contratto rispetto al
precedente.
8.3 cambio di scala 113

3. Dapprima rappresentiamo graficamente la retta data e quella trasformata contem-


1
poraneamente mediante dilatazione di 2 rispetto alle ascisse e contrazione di
2
rispetto alle ordinate.
Determiniamo due punti di r, sostituendo alla variabile indipendente x due valori
qualunque e ricavando i corrispondenti valori della variabile dipendente y:
x y
0 2
−1 0
Detti, rispettivamente, A e B tali punti di r, determiniamo i punti trasformati:
x y
0 1
−2 0
Chiamiamo A1 e B1 tali punti.

y = 2x + 2
y

1
A1

B1 B O 1 x

y − yA 1 x − xA1
La retta passante per A1 e B1 ha equazione = ovvero
y B 1 − yA 1 xB1 − xA1
y−1 x−0
=
0−1 −2 − 0
x
quindi l’equazione richiesta è y = + 1.
2
Osservazione 8.3.6. Dall’esempio proposto deduciamo che sarebbe bastato sosti-
x
tuire x con e y con 2y nell’equazione della retta r per ottenere l’equazione della
2
x
retta cercata. Infatti dall’equazione y = 2x + 2, sostituendo x con e y con 2y,
x 2
x
si ottiene 2y = 2 + 2, da cui 2y = x + 2 ed infine y = + 1.
2 2
Osservazione 8.3.7. Dall’esempio proposto deduciamo che il segmento AB viene
trasformato nel segmento A1 B1 che risulta contemporaneamente dilatato di 2 e
1
contratto di quindi congruente al precedente.
2

4. Dapprima rappresentiamo graficamente la retta data e quella trasformata mediante


omotetia di rapporto −2.
Determiniamo due punti di r, sostituendo alla variabile indipendente x due valori
qualunque e ricavando i corrispondenti valori della variabile dipendente y:
x y
0 2
−1 0
Detti, rispettivamente, A e B tali punti di r, determiniamo i punti trasformati:
8.3 cambio di scala 114

x y
0 −4
2 0
Chiamiamo A1 e B1 tali punti.

y = 2x + 2
y

B O 1 B1 x

A1

y − yA 1 x − xA1
La retta passante per A1 e B1 ha equazione = ovvero
y B 1 − yA 1 xB1 − xA1
y − (−4) x−0
=
0 − (−4) 2−0
quindi l’equazione richiesta è y = 2x − 4.

Osservazione 8.3.8. Dall’esempio proposto deduciamo che sarebbe bastato sosti-


x y
tuire x con − e y con − nell’equazione della retta r per ottenere l’equazione
2 2
x
della retta cercata. Infatti dall’equazione y = 2x + 2, sostituendo x con − e y con
2
y y  x
− , si ottiene − = 2 − + 2, da cui −y = −2x + 4 ed infine y = 2x − 4.
2 2 2
Osservazione 8.3.9. Dall’esempio proposto deduciamo che il segmento AB viene
trasformato nel segmento A1 B1 che risulta chiaramente dilatato rispetto al prece-
dente. Inoltre la retta r e la sua trasformata sono parallele e, come già noto dallo
studio della geometria, i triangoli OAB e OA1 B1 sono simili.

Osservazione 8.3.10. In generale vale la seguente regola pratica:


dati i numeri reali non nulli h e k,

1. per ottenere un cambio di scala rispetto alle x di rapporto h basta sostituire x


x
con nell’equazione della curva data (se |h| > 1 allora si ha una dilatazione, se
h
|h| < 1 si ha una contrazione);

2. per ottenere un cambio di scala rispetto alle y di rapporto k basta sostituire y con
y
nell’equazione della curva data (se |k| > 1 allora si ha una dilatazione, se |k| < 1
k
si ha una contrazione).

Evidentemente i casi h = 1 e k = 1 si riducono alle identità;


i casi h = −1 e k = −1, come precedentemente analizzato, si riducono alle simmetrie
rispetto all’asse y e rispetto all’asse x.
8.3 cambio di scala 115


x − 2
Esercizio 8.3.1. Rappresentare graficamente la curva di equazione y =
− 1 .
2
La curva richiesta si ottiene con l’applicazione successiva delle seguenti trasformazioni
alla retta di equazione y = x:
1. una dilatazione di rapporto 2 rispetto alle ascisse (oppure, indifferentemente, una
1
contrazione di rapporto rispetto alle ordinate);
2
2. una traslazione verso destra di 2;
3. una simmetria della parte di grafico con ordinata negativa rispetto all’asse delle x
lasciando invariata la rimanente;
4. una traslazione verso il basso di 1;
5. una simmetria della parte di grafico con ordinata negativa rispetto all’asse delle x
lasciando invariata la rimanente.
Infatti, si ha che:
x
1. per operare la dilatazione richiesta è sufficiente sostituire x con nell’equazione
2
x
y = x, ottenendo y = ;
2
y=x
y

x
B y=
B1 2

O 1 x

A1
A

2. per operare la traslazione richiesta è sufficiente sostituire x con x − 2 nell’equazione


x x−2
y = , ottenendo y = ;
2 2
y

x
y=
2

x−2
y=
B1 B2 2

O 1 x

A1

A2
8.3 cambio di scala 116

3. per operare la simmetria richiesta è sufficiente applicare


il valore
assoluto al secon-
x−2 x − 2
do membro dell’equazione y = , ottenendo y = ;
2 2

|x − 2| x−2
y= y=
2 2

A3
B2 = B3

O 1 x

A2

4. per operare
la traslazione
richiesta è sufficiente
sostituire
y con
y + 1 nell’equazio-
x − 2 x − 2 x − 2
ne y = , ottenendo y + 1 =
2 cioè y = 2 − 1;

2

|x − 2|
y=
2
|x − 2| A3 B3
y= −1
2

1
A4 B4

O 1 x

5. per operare la simmetria richiesta


è sufficiente
applicare il valore
assoluto
al secon-
x − 2 x − 2
do membro dell’equazione y = − 1, ottenendo y = − 1 .
2 2
8.4 rotazioni 117


|x − 2|
y = − 1
2

C5
A4 = A5 1 B4 = B5

O 1 x

C4

|x − 2|
y= −1
2

8.4 rotazioni

Sia P(x, y) un generico punto del piano; se operiamo una rotazione del segmento
OP rispetto all’origine O di angolo β otteniamo P1 (x1 , y1 ); ci proponiamo di
dimostrare che

x1 = xcosβ − ysenβ
y1 = xsenβ + ycosβ
y

P1

P
β

O H1 H x

Anteponiamo alla dimostrazione una definizione.


Il punto P del piano è individuato univocamente dalle sue coordinate cartesiane
(x, y) come visto all’inizio del capitolo. Alternativamente, è possibile individuarlo
mediante coordinate polari (r, α), legate alle precedenti coordinate dalle relazioni

x = rcosα
y = rsenα
ove r ∈ R> e 0 6 α < 2π.
8.4 rotazioni 118

r
y
α

O x H x

Rinviamo per una trattazione più completa al capitolo Numeri complessi.


Riprendiamo la dimostrazione, facendo riferimento alle figure e alla definizione
precedenti ed alle formule di addizione e di sottrazione per il coseno e per il seno:

x1 = rcos(α + β) = r(cosαcosβ − senαsenβ) = xcosβ − ysenβ
y1 = rsen(α + β) = r(senαcosβ + cosαsenβ) = xsenβ + ycosβ
x
Esempio 8.4.1. Data la retta r di equazione y = − 1 scrivere l’equazione della
4
π
trasformata mediante rotazione rispetto all’origine di .
2
Dapprima rappresentiamo graficamente la retta data e quella trasformata mediante
rotazione.
Determiniamo due punti di r, sostituendo alla variabile indipendente x due valori
qualunque e ricavando i corrispondenti valori della variabile dipendente y:
x y
4 0
−4 −2
Detti, rispettivamente, A e B tali punti di r, determiniamo i punti trasformati:
x y
0 4
2 −4
Chiamiamo A1 e B1 i trasformati di A e di B.
8.4 rotazioni 119

A1

O 1 A x

x B
y= −1
4

B1

y − yA 1 x − xA1 y−4
La retta passante per A1 e B1 ha equazione = ovvero =
yB 1 − y A 1 xB1 − xA1 −4 − 4
x−0
2−0
quindi l’equazione richiesta è y = −4x + 4.
π
Osservazione 8.4.1. Dalle formule di trasformazione, con β = , si ha
2

x1 = −y
y1 = x

da cui 
x = y1
y = −x1
y1
infine, sostituendo nell’equazione della retta r, otteniamo −x1 = − 1 da cui y1 =
4
−4x1 + 4 che è effettivamente l’equazione della retta richiesta, naturalmente eliminando
gli indici.

Osservazione 8.4.2. La retta r e la sua trasformata sono effettivamente perpendicola-


ri,infatti i loro coefficienti angolari sono antireciproci.

Esercizio 8.4.1. Data la retta r di equazione y = 3x scrivere l’equazione delle trasfor-
2π 2π
mate mediante rotazione rispetto all’origine di e di − .
3 3
1. Dapprima rappresentiamo graficamente la retta data e quella trasformata mediante

rotazione di .
3
Determiniamo due punti di r, sostituendo alla variabile indipendente x due valori
qualunque e ricavando i corrispondenti valori della variabile dipendente y:
x y
0 0

1 3
Detti, rispettivamente, O e A tali punti di r, determiniamo i punti trasformati:
8.4 rotazioni 120

x y
0 0
−2 0
Chiamiamo A1 il trasformato di A e osserviamo che il trasformato di O è O stesso.

y

y= 3x

A
1

A1 O 1 x

La retta passante per O e A1 ha equazione y = 0 essendo, evidentemente, coinci-


dente con l’asse delle ascisse.

Osservazione 8.4.3. In questo caso non è conveniente utilizzare le formule di


trasformazione
 √

 x1 = − 1 x − 3 y
√2 2

 y = 3x − 1y
1
2 2
direttamente nell’equazione della retta r in quanto risulta laborioso ottenere le
relazioni inverse.

Osservazione 8.4.4. Una retta passante per l’origine viene trasformata in una
retta anch’essa passante per l’origine.

2. Dapprima rappresentiamo graficamente la retta data e quella trasformata mediante



rotazione di − .
3
Determiniamo due punti di r, sostituendo alla variabile indipendente x due valori
qualunque e ricavando i corrispondenti valori della variabile dipendente y:
x y
0 0

1 3
Detti, rispettivamente, O e A tali punti di r, determiniamo i punti trasformati:
x y
0 0

1 − 3
Chiamiamo A1 il trasformato di A e osserviamo che il trasformato di O è O stesso.
8.4 rotazioni 121

y

y= 3x

A
1

O 1 x

A1


La retta passante per O e A1 ha equazione y = − 3x essendo, evidentemente,
simmetrica della retta r rispetto all’asse x.

Osservazione 8.4.5. Anche in questo caso non è conveniente utilizzare le formule


di trasformazione
 √

 x1 = − 1 x + 3 y
2√ 2

 y = − 3x − 1y
1
2 2
direttamente nell’equazione della retta r in quanto risulta laborioso ottenere le
relazioni inverse.
LE CONICHE 9
9.1 introduzione

In questo capitolo esamineremo alcune curve piane notevoli, chiamate sezioni


coniche o più semplicemente coniche. Il nome deriva dal fatto che esse sono
originate dall’intersezione fra una superficie conica indefinita a 2 falde e un piano
non passante per il vertice del cono.

Ciascuna delle precedenti curve può essere anche definita come luogo geome-
trico di punti del piano come vedremo nel seguito.

9.2 la parabola

Definizione 9.2.1. Diremo parabola il luogo geometrico dei punti del piano equidi-
stanti da un punto fisso F detto fuoco e da una retta fissa d detta direttrice.

Osservazione 9.2.1. La parabola è una curva aperta, simmetrica rispetto alla retta pas-
sante per il fuoco e perpendicolare alla direttrice. Chiameremo vertice l’intersezione di
tale asse di simmetria con la parabola stessa.
Teorema 9.2.1. In un opportuno sistema di riferimento cartesiano ortogonale, siano
F(0, p) il fuoco e d : y = −p la direttrice della parabola P.
1
Dimostriamo che l’equazione della parabola è y = ax2 ove a = .
4p
Dimostrazione. Sia P(x, y) il generico punto del piano; P ∈ P se e solo se PF = PH
essendo H la proiezione ortogonale di P su d.

122
9.2 la parabola 123

O x
y = −p H

q
PF = x2 + (y − p)2
PH = |y + p|
uguagliando i secondi membri ed elevando al quadrato:
q
( x2 + (y − p)2 )2 = (|y + p|)2
sviluppando i prodotti notevoli:
x2 + y2 − 2py + p2 = y2 + 2py + p2
semplificando ed esplicitando rispetto ad y si ha:
1 2
y= x
4p
1
infine, ponendo a = si conclude.
4p
Osservazione 9.2.2. Il vertice della parabola considerata nella dimostrazione del teore-
ma coincide con l’origine del sistema di riferimento e il suo asse di simmetria coincide
con l’asse delle y.
Osservazione 9.2.3. Quando risulta a > 0 cioè, equivalentemente, p > 0, il fuoco
sta sopra la direttrice e diremo che la parabola volge la concavità verso l’alto. Quando
risulta a < 0 cioè, equivalentemente, p < 0, il fuoco sta sotto la direttrice e diremo che
la parabola volge la concavità verso il basso. Ovviamente, dalla posizione fatta, non potrà
mai essere a = 0.
Operiamo ora una traslazione della parabola in modo che il nuovo vertice sia
V(xV , yV ). Come già visto nel capitolo delle trasformazioni del piano, è sufficiente
sostituire x con x − xV e y con y − yV nell’equazione di P:
y − yV = a(x − xV )2
sviluppando i calcoli ed esplicitando rispetto alla y risulta
y = ax2 − 2axxV + ax2V + yV
poniamo ora b = −2axV e c = ax2V + yV , ottenendo quindi la forma canonica o
normale dell’equazione generica di una parabola con asse parallelo all’asse delle
y:
P : y = ax2 + bx + c
b ∆
di vertice V(xV , yV ) essendo xV = − e yV = − .
2a 4a
Infatti, dalle posizioni precedenti b = −2axV e c = ax2V + yV , ricaviamo
b b
xV = − , sostituiamo nella seconda relazione c = a(− )2 + yV , ottenendo
2a 2a
b2 b2 − 4ac
così anche yV = −a 2 + c = − da cui si conclude utilizzando la ben
4a 4a
nota posizione ∆ = b2 − 4ac.
9.2 la parabola 124

O x

Osservazione 9.2.4. Il vertice è un punto della parabola ed è quindi preferibile, calcola-


tane l’ascissa, ottenerne l’ordinata per sostituzione.

Esempio 9.2.1. Disegnare il grafico della parabola P di equazione y = x2 − x − 2.


 
1 9
Dapprima calcoliamo le coordinate del vertice: V ,− .
2 4
1
Ovviamente l’asse di simmetria della parabola ha equazione x = .
2
Osserviamo che, essendo a = 1 > 0, la concavità è rivolta verso l’alto e poichè l’ordi-
nata del vertice è negativa, la parabola interseca sicuramente l’asse delle x in due punti
distinti
 A e B, di cui calcoliamo
 le coordinate.

2
y = x −x−2 2
x −x−2 = 0 x1,2 = h−1
2
y=0 y=0 y=0
I punti cercati sono, quindi, A(−1, 0) e B(2, 0).
Osserviamo che, in generale, la parabola può intersecare l’asse delle x in 2 punti distinti
o in 2 punti coincidenti o in nessun punto, come risulta evidente risolvendo l’equazione
di 2◦ grado associata
ax2 + bx + c = 0
.
Determiniamo ora il punto C di intersezione con l’asse delle y, osservando che esso
esiste
 sempre. 
y = x2 − x − 2 y = −2
x=0 x=0
Il punto cercato è, quindi, C(0, −2).
Osserviamo che, in generale, il punto di intersezione della parabola con l’asse delle y è

C(0, c)

.
Calcoliamo anche le coordinate del punto D simmetrico di C rispetto all’asse della
parabola: D(1, −2).
9.2 la parabola 125

A B
O 1 x

C D
V

Esercizio 9.2.1. Determinare e rappresentare graficamente laparabola P con asse paral-


5 7
lelo all’asse delle y passante per A(−1, 0), C(0, 3) e D , .
2 4
La parabola cercata ha equazione

y = ax2 + bx + c

; imponiamo il passaggo per i punti dati:


passaggio per A(−1, 0): 0 = a − b + c
passaggio per C(0,
 3): 3= c
5 7 7 25 5
passaggio per D , : = a+ b+c
2 4 4 4 2
mettendo
 a sistema le 3 condizioni:
  

 a−b+c = 0 
 
 

  a − b = −3  a − b = −3  a = −1
c=3

  25a + 10b = −5  5a + 2b = −1  b=2
 7 = 25 a + 5 b + c   c=3 
 c=3 
 c=3
4 4 2
la parabola ha equazione
y = −x2 + 2x + 3
il suo vertice è V(1, 4) e l’asse ha equazione x = 1. Per rappresentare con maggior
precisione la parabola richiesta, determiniamo anche le coordinate dei simmetrici
 rispetto
1 7
all’asse dei punti dati: B(3, 0) è il simmetrico di A, E(2, 3) lo è di C e F − , di D.
2 4
y

C E

F D

A B
O 1 x
9.2 la parabola 126

Esercizio 9.2.2. Determinare e rappresentare graficamente la parabola P con asse paral-


lelo all’asse delle y di vertice V(0, −1) e passante per P(4, 3).
La parabola cercata ha equazione

y = ax2 + bx + c

imponiamo il passaggo per i punti dati:


passaggio per V(0, −1): −1 = c
passaggio per P(4, 3): 3 = 16a + 4b + c
b
ricordiamo inoltre che l’ascissa del vertice è data dalla formula xV = − , da cui
2a
b
0=− ;
2a
mettendo
 a sistema le 3 
condizioni:
  1

 c = −1 
 a= 4
 16a + 4b + c = 3  b = 0

 b=0 

c = −1
la parabola ha equazione
1
y = x2 − 1
4
il suo asse coincide con l’asse delle y, i suoi punti di intersezione con l’asse delle x si
determinano, come visto precedentemente, risolvendo l’equazione associata x2 − 4 = 0:
A(−2, 0) e B(2, 0); il simmetrico di P è Q(−4, 3).
y

Q P

A O 1 B x

Esercizio 9.2.3. Data la parabola di base di equazione y = x2 , calcolare l’area del


triangolo individuato dalle tangentialla parabola
 P, ottenuta traslando quella data verso
1
il basso di 1, condotte dal punto P , −1 e la secante nei punti di tangenza.
2
L’equazione della parabola P si ottiene sostituendo y + 1 ad y nell’equazione della
parabola di base:
y + 1 = x2
e quindi
y = x2 − 1
.  
1
Il fascio di rette di centro P , −1 ha equazione
2
 
1
F : y − (−1) = m x −
2
(manca, ovviamente, l’equazione della retta del fascio parallela all’asse delle y, che scrivia-
1
mo a parte: x = e che, comunque, essendo una retta verticale, non può essere tangente
2
alla parabola P).
9.2 la parabola 127

Mettiamo a sistema l’equazione della parabola P con l’equazione del fascio di rette di
centro P:  
 
 
1
 
  1
 
 y = m x− 1  y = m x − − 1  y = m x − −1
−1
2  2 2
  

 1 1
y = x2 − 1  m x− − 1 = x2 − 1  x2 − mx + m = 0
2 2
Le ascisse dei punti di intersezione fra P e la generica retta del fascio F si ottengono
risolvendo la seconda equazione del sistema e sono reali e coincidenti (vale a dire la retta in
questione è tangente) se il ∆ di tale equazione è nullo. Riacaviamo quindi ∆ ed imponiamo
che sia 0:
m2 − 2m = 0 da cui m1 = 0 ed m2 = 2; abbiamo così ricavato i coefficienti angolari
delle due rette del fascio F che risultano essere tangenti a P; scriviamo ora le equazioni
di tali rette tangenti:

t1 : y = −1
t2 : y = 2x − 2
Determiniamo ora
 punti di tangenza fra P e t1 :
 le coordinate dei 
y = −1 y = −1 y = −1
y = x2 − 1 −1 = x2 − 1 x1 = x2 = 0
il punto di tangenza coincide con V(0, −1);
determiniamo orale coordinate dei punti
 P e t2 :
 di tangenza fra 
y = 2x − 2 y = 2x − 2 y = 2x − 2 y=0
y= x2 −1 2x − 2 = x2 −1 x1 = x2 = 1 x1 = x2 = 1
il punto di tangenza è B(1, 0).
L’area richiesta è quella del triangolo VPB, per calcolare la quale è conveniente prendere
1
come base VP e come altezza la distanza di B dalla retta di equazione y = −1: VP = ,
2
BH = 1 quindi
1
·1 1
A= 2 =
2 4
.
y

t2

A B
O 1 x

t1
V P H

Esercizio 9.2.4. Data la parabola P di equazione y = x2 − 2x, determinare le equazioni


π π
delle parabole P1 e P2 rispettivamente ruotate di e di − .
2 2
9.2 la parabola 128

π
1. Dalle formule di trasformazione, con β = , si ha
2

x1 = −y
y1 = x
da cui 
x = y1
y = −x1
infine, sostituendo nell’equazione della parabola P, otteniamo: −x1 = (y1 )2 − 2y1
da cui x1 = −y21 + 2y1 che è l’equazione della parabola richiesta, naturalmente
eliminando gli indici.
P1 : x = −y2 + 2y
Per rappresentare graficamente P e P1 , determiniamo alcuni punti notevoli della
prima e i corrispondenti trasformati della seconda:
x y
1 −1
0 0
2 0
3 3
−1 3
chiamiamo tali punti rispettivamente V(1, −1) (il vertice), O(0, 0) e B(2, 0) (le
intersezioni con l’asse x), C(3, 3) e D(−1, 3).
x y
1 1
0 0
0 2
−3 3
−3 −1
chiamiamo tali punti rispettivamente V1 (1, 1) (il vertice), O(0, 0) e B1 (0, 2) (le
intersezioni con l’asse y), C1 (−3, 3) e D1 (−3, −1).
Osservazione 9.2.5. La parabola P1 ha asse di simmetria parallelo all’asse delle
x, la sua equazione è del tipo
x = ay2 + by + c
e si ottiene dalla generica equazione di una parabola con asse parallelo all’as-
se delle y semplicemente scambiando x con y. Tutte le formule precedenti sono
riutilizzabili previo scambio dei ruoli delle due variabili.
y

D C
C1
B1

1 V1

O 1 B x

D1 V
9.2 la parabola 129

π
2. Dalle formule di trasformazione, con β = − , si ha
2

x1 = y
y1 = −x

da cui 
x = −y1
y = x1

infine, sostituendo nell’equazione della parabola P, otteniamo: x1 = (−y1 )2 −


2(−y1 ) da cui x1 = y21 + 2y1 che è l’equazione della parabola richiesta, natural-
mente eliminando gli indici.

P2 : x = y2 + 2y

Per rappresentare graficamente P e P2 , riutilizziamo i punti notevoli della prima


e i corrispondenti trasformati della seconda:
x y
1 −1
0 0
2 0
3 3
−1 3
chiamiamo tali punti rispettivamente V(1, −1) (il vertice), O(0, 0) e B(2, 0) (le
intersezioni con l’asse x), C(3, 3) e D(−1, 3).
x y
−1 −1
0 0
0 −2
3 −3
3 1
chiamiamo tali punti rispettivamente V2 (−1, −1) (il vertice), O(0, 0) e B2 (0, −2)
(le intersezioni con l’asse y), C2 (3, −3) e D2 (3, 1).

D C

1
D2

O 1 B x

V2
V

B2

C2
9.3 la circonferenza 130

Esercizio 9.2.5. Disegnare il grafico della funzione di equazione y = x2 − 3|x| + 2.


2 x2 − 3x + 2 se x>0
y = x − 3|x| + 2 =
x2 + 3x + 2 se x<0
Determiniamo alcuni punti delle 2 parabole, disegnandone quindi i grafici facendo atten-
zione ad eliminare le parti non richieste.
x y
3 1

2 4
1 0
2 0
0 2
3 2
 
3 1
chiamiamo tali punti rispettivamente V1 ,− (il vertice), A1 (1, 0) e B1 (2, 0) (le
2 4
intersezioni con l’asse x), C(0, 2) e D1 (3, 2).
x y
3 1
− −
2 4
−1 0
−2 0
0 2
−3 2
 
3 1
chiamiamo tali punti rispettivamente V2 − , − (il vertice), A2 (−1, 0) e B2 (−2, 0)
2 4
(le intersezioni con l’asse x), C(0, 2) e D2 (−3, 2).
y

D2 C D1

A2 A1
B2 O 1 B1 x
V2 V1

Osservazione 9.2.6. Sarebbe bastato osservare che la funzione data è pari e, quindi,
disegnare il grafico della parabola di equazione y = x2 − 3x + 2 in corrispondenza alle
sole ascisse positive o nulle ed infine simmetrizzarlo rispetto all’asse delle ordinate.

9.3 la circonferenza

Definizione 9.3.1. Diremo circonferenza il luogo geometrico dei punti del piano equi-
distanti da un punto fisso C detto centro. Tale distanza comune viene detta raggio.
9.3 la circonferenza 131

C
r P

Osservazione 9.3.1. La circonferenza è una curva chiusa, simmetrica rispetto al centro


e rispetto ad ogni retta passante per il centro.

Teorema 9.3.1. In un opportuno sistema di riferimento cartesiano ortogonale, siano


C(α, β) il centro ed r il raggio della circoferenza C.
Dimostriamo che l’equazione della circoferenza è x2 + y2 + ax + by + c = 0 ove
a = −2α, b = −2β e c = α2 + β2 − r2 .

Dimostrazione. Sia P(x, y) il generico punto del piano; P ∈ C se e solo se PC = r.


y

C
r P

O x

q
PC = (x − α)2 + (y − β)2
uguagliando ad r ed elevando al quadrato:

(x − α)2 + (y − β)2 = r2

sviluppando i prodotti notevoli:

x2 − 2αx + α2 + y2 − 2βy + β2 = r2

disponendo in modo diverso i termini:

x2 + y2 − 2αx − 2βy + α2 + β2 − r2 = 0

infine, ponendo a = −2α, b = −2β e c = α2 + β2 − r2 si conclude.

Osservazione 9.3.2. Dalle posizioni a = −2α, b = −2β e c = α2 + β2 − r2 si


a b p
ottengono le relazioni inverse α = − , β = − e r = α2 + β2 − c.
2 2
Le equazioni della circonferenza nelle forme

C : (x − α)2 + (y − β)2 = r2 (1)

oppure
C : x2 + y2 + ax + by + c = 0 (2)
si dicono canoniche o normali.

Osservazione 9.3.3. Al variare dei valori dei coefficienti delle equazioni (1) o (2) si pos-
sono ottenere alcuni casi notevoli che esamineremo ora; è bene, tuttavia, tenere presente
che essi sono sempre riconducibili al caso generale.
9.3 la circonferenza 132

1. se α = β = 0 o, equivalentemente, a = b = 0 allora il centro della circonferenza


coincide con l’origine; l’equazione (1) diventa x2 + y2 = r2 e la (2) si riduce a
x2 + y2 + c = 0;
2. se α = 0 o, equivalentemente, a = 0 allora il centro della circonferenza appartiene
all’asse delle y;
3. se β = 0 o, equivalentemente, b = 0 allora il centro della circonferenza appartiene
all’asse delle x;
4. se c = 0 allora la circonferenza passa per l’origine del sistema di riferimento
(come si deduce facilmente anche dal fatto che le coordinate (0, 0) verificano la sua
equazione);
5. se α = 0 o, equivalentemente, a = 0 e c = 0 allora il centro della circonferenza
appartiene all’asse delle y, la circonferenza passa per l’origine e il raggio è uguale
al modulo dell’ordinata del centro; l’equazione (1) diventa x2 + (y − β)2 = r2 e
la (2) si riduce a x2 + y2 + by = 0;
6. se β = 0 o, equivalentemente, b = 0 e c = 0 allora il centro della circonferenza
appartiene all’asse delle x, la circonferenza passa per l’origine e il raggio è uguale
al modulo dell’ascissa del centro; l’equazione (1) diventa (x − α)2 + y2 = r2 e la
(2) si riduce a x2 + y2 + ax = 0;
7. se r = 0 allora la circonferenza degenera in un solo punto coincidente con il suo
centro.
Osservazione 9.3.4. L’equazione nella forma (2) potrebbe rappresentare l’insieme vuoto
qualora nel ricavare il raggio si ottenga la radice quadrata di un numero negativo.
Esempio 9.3.1. Disegnare il grafico della circonferenza di equazione C : x2 + y2 + 4y +
3 = 0.
Ci riconduciamo alla forma (1):
(x − α)2 + (y − β)2 = r2
e utilizziamo il metodo cosiddetto del completamento dei quadrati:

x2 + (y2 + 4y + 4) − 4 + 3 = 0
(x − 0)2 + (y + 2)2 = 1
e ricaviamo α = 0, β = −2 e r = 1; calcoliamo ora qualche altro punto della circonferenza
per rappresentarla graficamente.
x y
0 −1
0 −3
−1 −2
1 −2
chiamiamo tali punti rispettivamente A(0, −1), B(0, −3), E(−1, −2) ed F(1, −2).
y

O 1 x
A

E C r F

B
9.3 la circonferenza 133

Alternativamente, si potevano utilizzare le relazioni inverse ottenute sopra per ricavare


le coordinate del centro e la misura del raggio dall’equazione di partenza nella forma (2):

a b p √
α=− = 0, β = − = −2, r = α2 + β2 − c = 4 − 3 = 1
2 2
Esercizio 9.3.1. Determinare e rappresentare graficamente la circonferenza C di centro
C(−2, 0) e raggio r = 2. Determinare e rappresentare, inoltre, le equazioni delle rette
tangenti alla C passanti per il punto P(3, 2).
Utilizziamo l’equazione di una circonferenza nella forma (1):

(x + 2)2 + y2 = 4

e, svolgendo i calcoli, si ottiene

x2 + y2 + 4x = 0

che è la forma (2) semplificata di uno dei casi notevoli.


Per rappresentare con maggior precisione la circonferenza richiesta, determiniamo gra-
ficamente per simmetria le coordinate di qualche altro punto.
y

A
P

B C
r O 1 x

Il fascio di rette di centro P(3, 2) ha equazione

F : y − 2 = m(x − 3)

(manca, ovviamente, l’equazione della retta del fascio parallela all’asse delle y, che scri-
viamo a parte: x = 3 e che evidentemente non può essere tangente alla circonferenza
C).
Mettiamo a sistema l’equazione della circonferenza C con l’equazione del fascio di rette
di 
centro P: 
y = m(x − 3) + 2 y = mx − 3m + 2
x2 + y2 + 4x = 0 x2 + m2 x2 + 9m2 + 4 − 6m2 x + 4mx − 12m + 4x = 0

y = mx − 3m + 2
(1 + m2 )x2 + 2(2 + 2m − 3m2 )x + 9m2 − 12m + 4 = 0
Le ascisse dei punti di intersezione fra C e la generica retta del fascio F si ottengono
risolvendo la seconda equazione del sistema e sono reali e coincidenti (vale a dire la retta

in questione è tangente) se il ∆ (in questo caso il ) di tale equazione è nullo. Ricaviamo
4

quindi ed imponiamo che sia 0:
4
(2 + 2m − 3m2 )2 − (1 + m2 )(9m2 − 12m + 4) = 0

(4 + 4m2 + 9m4 + 8m − 12m2 − 12m3 ) − (9m2 − 12m + 4 + 9m4 − 12m3 + 4m2 ) = 0


−21m2 + 20m = 0
9.3 la circonferenza 134

20
da cui m1 = 0 ed m2 =
21
abbiamo così ricavato i coefficienti angolari delle due rette del fascio F che risultano
essere tangenti a C; scriviamo ora le equazioni di tali rette tangenti:

t1 : y = 2
20 6
t2 : y = x−
21 7
y

t1 A
P

B C
r O 1 x

t2

Esercizio 9.3.2. Determinare e rappresentare graficamente la circonferenza C passante


per A(6, 1), B(5, 4) e D(4, 5).
La circonferenza cercata ha equazione

x2 + y2 + ax + by + c = 0

imponiamo il passaggo per i punti dati:


passaggio per A(6, 1): 36 + 1 + 6a + b + c = 0
passaggio per B(5, 4): 25 + 16 + 5a + 4b + c = 0
passaggio per D(4, 5): 16 + 25 + 4a + 5b + c = 0
mettendo a sistema le 3 condizioni si ha:


 6a + b + c = −37

 5a + 4b + c = −41

 4a + 5b + c = −41

e sottraendo membro a membro le equazioni a due a due (prima e seconda, seconda e



terza):  

 a − 3b = 4 
 

  b = −2  a = −2
 a−b = 0  a=b  b = −2

 6a + b + c = −37  6a + b + c = −37   c = −23
la circonferenza cercata ha equazione

x2 + y2 − 2x − 2y − 23 = 0

il suo centro è C(1, 1) e il raggio è r = 5. Per rappresentare con maggior precisione la


circonferenza richiesta, determiniamo graficamente per simmetria le coordinate di qualche
altro punto.
9.3 la circonferenza 135

D
B

C
F 1 r A
O 1 x

Osservazione 9.3.5. Qualora risulti a = b nella forma (2), il centro appartiene alla
prima bisettrice.
Esercizio 9.3.3. Determinare le equazioni delle circonferenze C1 e C2 (r1 < r2 ) tangenti
ai semiassi positivi di un sistema di riferimento cartesiano ortogonale e passanti per il
punto A(1, 2). Calcolare, inoltre, le coordinate dell’ulteriore punto B di intersezione fra
C1 e C2 e quelle dei punti di intersezione fra la circonferenza C1 e la parabola P di
equazione y = −x2 + 2x + 1.
Le circonferenze cercate, tangenti ai semiassi positivi, devono avere il centro apparte-
nente alla prima bisettrice e nel primo quadrante, quindi del tipo C(α, α) con α > 0 e il
raggio r = α; pertanto le equazioni sono del tipo:

(x − α)2 + (y − α)2 = α2

e, sviluppando i calcoli, si ha:

x2 + y2 − 2αx − 2αy + α2 = 0

imponendo, ora, il passaggio per A(1, 2) si ottiene:

1 + 4 − 2α − 4α + α2 = 0

da cui α2 − 6α + 5 = 0 ed infine α1,2 = h15


otteniamo, quindi, le equazioni delle due circonferenze cercate:

C1 : x2 + y2 − 2x − 2y + 1 = 0

C2 : x2 + y2 − 10x − 10y + 25 = 0
Per determinare l’ulteriore punto di intersezione fra C1 e C2 , mettiamo a sistema le 2
equazioni: 
x2 + y2 − 2x − 2y + 1 = 0
x2 + y2 − 10x − 10y + 25 = 0

e sottraendo 
membro a membro si ha: 
8x + 8y − 24 = 0 x+y−3 = 0 y = 3−x
x2 + y2
− 2x − 2y + 1 = 0 x2 + y2 − 2x − 2y + 1 = 0 x2 + (3 − x)2 − 2x − 2(3 − x) + 1 = 0
  
y = 3−x y = 3−x y = 3−x
2x2 − 6x + 4 = 0 x2 − 3x + 2 = 0 x1,2 = h12

x1 = 1
Ritroviamo, naturalmente, le coordinate del punto A:
y1 = 2

x2 = 2
ed inoltre le coordinate dell’ulteriore punto di intersezione B:
y2 = 1
9.3 la circonferenza 136

C2
H F

A
C1 B
1 D
E
O 1 K x

Per determinare i punti di intersezione


  fra C1 e P, mettiamo a sistema le 2 equazioni:
2 2
x + y − 2x − 2y + 1 = 0 x + y2 − 2x − 2y + 1 = 0
2

y = −x2 + 2x + 1 x2 − 2x + y − 1 = 0
 
e sottraendo membro a membro si ha:
y2 − 3y + 2 = 0 y1,2 = h12
y = −x2 + 2x + 1 y = −x2 + 2x + 1
da
 cui, sostituendo prima
 y1 = 1, si ha:
y1 = 1 y1 = 1
−x2 + 2x = 0 x1,2 = h02

x1 = 0
abbiamo così ottenuto le coordinate del punto D:
y1 = 1