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CAPITOLO XII. La cintura spirituale ed il suo significato mistico.

E così, vestito con questo abbigliamento, il soldato di Cristo sappia prima di tutto
che è provvisto di una cintura che lo stringe al fine di essere non solo pronto
interiormente per tutti i servizi ed i lavori del monastero, ma sappia anche che, grazie
al suo stesso abito, potrà svolgerli sempre speditamente [14]. Perché egli dimostrerà il
suo fervore per il progresso spirituale e la scienza delle cose divine che dona la
purezza del cuore, in proporzione al suo zelo per l'obbedienza ed il lavoro.
In secondo luogo, sappia anche che questa cintura costituisce un segno
significativo di ciò che gli viene richiesto. In effetti, cingendo i lombi e coprendoli
con una pelle morta significa che egli testimonia la mortificazione delle membra in
cui sono contenuti i semi della passione e della lussuria. Così comprenderà sempre il
comandamento evangelico che dice: " (Siate pronti), con le vesti strette ai fianchi"
(Lc 14,35) come riferito a se stesso secondo l'interpretazione dell'Apostolo: " Fate
morire dunque ciò che appartiene alla terra: impurità, immoralità, passioni, desideri
cattivi " (Col 3,5).
E leggiamo nelle sacre Scritture che indossavano una cintura solo coloro nei quali
si era estinto il fuoco del desiderio carnale e che proclamano con le loro opere e la
loro virtù questa parola del Beato Davide: " Io son diventato come un otre esposto al
gelo " (Sal 118,83: Volg.). Dopo aver distrutto fino alle midolla la carne del peccato,
essi distendono con il vigore dello spirito la pelle morta dell'uomo esteriore. Così il
salmista aggiunse di proposito "al gelo", perché essi non si sono accontentati della
mera mortificazione del cuore, ma hanno anche congelato i movimenti dell'uomo
esteriore e la passione che è propria della natura, applicandovi dall'esterno il ghiaccio
della continenza [15]. Secondo le parole dell'Apostolo non dovranno più sopportare il
regno di peccato sul loro corpo mortale e neppure il peso della carne contraria allo
spirito (Gal 5,17) [16].

[1]
 Questo capitolo si ispira chiaramente alle "Grandi Regole (Regulae fusius tractatae)" 22 e
23 di Basilio di Cesarea.
[2]
 Si veda Basilio, "Regola per i monaci", Questione XI: " 9. Se gli abitanti di Corinto
vengono rimproverati perché nel banchetto pubblico fanno restar confusi con la loro
abbondanza quelli che non possiedono, 10. è ben certo che anche in questo modo di vestire
semplice e comune per tutti, che appartiene al modo di vedere e al costume generale, se un
abito è diverso dall'altro o si riscontra più prezioso, facciano arrossire chi ne è sprovvisto.
11. Per questi costumi anche l’Apostolo ha stabilito sufficientemente una regola con poche
parole, affermando: Avendo vitto e vestito, di questi siamo contenti (1 Tm 6, 8). 12. Mostra
così che abbiamo bisogno dell’abito solo per coprirci, e non di pavoneggiarci con la varietà
degli abiti o col loro ornamento o con la loro bellezza". Estratto da "Regole monastiche
antiche" a cura di Giuseppe Turbessi - Edizioni Studium Roma 1990.
[3]
 Si veda per esempio Sulpicio Severo "Vita di san Martino" 10,8: "Moltissimi vestivano di
peli di cammello: un abito troppo fine era ritenuto in conto di crimine".
Ed anche Atanasio di Alessandria "Vita di Antonio" 47,2: "Digiunava sempre e il suo vestito
era di sacco, quello esterno una pelle". Atanasio si riferisce rispettivamente alla tunica di
pelo di capra (tunica de cilicio) e alla melota, di pelle di pecora. Agli abiti degli asceti (ma
non bisogna dimenticare che, agli inizi del monachesimo, i loro abiti, semplici e quasi
sempre neri, non differivano ancora molto da quelli degli altri uomini), alcuni scrittori
monastici attribuirono presto un valore simbolico: le pelli degli animali morti costituivano
un segno che gli eremiti (sovente chiamati "crocifissi") erano morti al mondo. Anche la loro
cintura, nella maggior parte dei casi di cuoio, ricevette un analogo significato simbolico:
ricordava all'asceta il dovere di mortificare le proprie passioni. (Estratto da "Vite dei santi
dal III al VI secolo" a cura di Christine Mohrmann –Arnoldo Mondadori Editore 1985)
[4]
 Si confronti per esempio "La Storia Lausiaca" 32, Pacomio e i Tabennesioti:
"Queste cocolle egli volle che fossero senza pelo, come quelle dei bambini, e sulle cocolle
fece imprimere un marchio di porpora, a forma di croce…. Mentre mangiano si coprano il
capo con le cocolle, affinché un fratello non veda un altro fratello in atto di masticare".
[5]
 Con il lino venivano intessuti i lenzuoli mortuari. Si veda per esempio Atanasio di
Alessandria "Vita di Antonio" 90,2: "Costoro (gli anacoreti egiziani) infatti hanno la
consuetudine di avvolgere con ogni cura in tele di lino i corpi dei defunti e dei santi martiri,
carissimi al Signore".
[6]
 Come testimoniato da Sozomeno questo elemento del vestiario ha avuto diversi significati
simbolici. Per Cassiano significa la disponibilità al lavoro; Evagrio vi intravvede il simbolo
della fede in Cristo e la tradizione degli Apoftegmi il segno della croce. Si veda per esempio
"Verba Seniorum" in "Patrologia Latina" Vol. 73, 933: "Diceva un anziano: Il cappuccio
(cucullum) che usiamo è il segno dell'innocenza; le fasce (superhumerale) con cui
vincoliamo il collo con il busto è il segno della croce; la cintura (zona) di cui ci cingiamo è
il segno della fortezza".
[7]
 Si veda Pacomio "Precetti" 81: " …i loro indumenti: due tuniche di cui una già usata, uno
scapolare (sabanum anziché palliolum come dice Cassiano. Ndr.) abbastanza lungo per
avvolgere il collo e le spalle, una pelle di capra che pende da un lato sulla spalla, i sandali,
due cocolle, una cintura e un bastone".
[8]
 La planeta, mantello di lana anticamente utilizzato per il viaggio o la campagna, divenne
nel 382 il vestito prescritto ai senatori e verso la fine del IV secolo costituì il mantello
sacerdotale per eccellenza. Il byrrus originariamente era un grossolano mantello di lana ma
in Gallia, verso il IV secolo, cominciò ad essere fatto di lana più fine, diventando così un
abito di lusso.
[9]
 Si veda Girolamo, "Prefazione alle regole di Pacomio" 4: "Nelle celle non hanno nulla
tranne una stuoia e i seguenti oggetti: due tuniche, cioè una specie di veste egiziana senza
maniche e un’altra tunica già consumata per dormire o per lavorare, un mantello di lino, due
cocolle, una pelle di capra chiamata melote, una cintura di lino, i sandali e un bastone,
compagni di viaggio.
[10]
 Per Evagrio Pontico il bastone significa, in senso spirituale, l'albero della vita ed infine
Cristo stesso. Si veda "Epist. Ad Anatolium", PG 40, 1221:" Il bastone, poi, è albero della
vita, sicuro per coloro che l’hanno innanzi e si appoggiano ad esso come al Signore (Prov, 3,
18)".
[11]
 I sandali sono citati da Orsiesi, "Insegnamenti sulla formazione dei monaci", XXII:
"Dobbiamo avere semplicemente ciò che è sufficiente per un uomo: due tuniche, di cui una
già usata, un mantello di lino, due cocolle, una cintura di lino, i sandali, una pelle di capra
ed un bastone". Si vedano anche le opere già citate prima: Pacomio "Precetti" 81 e
Girolamo, "Prefazione alle regole di Pacomio" 4.
[12]
 Come prescrive anche Pacomio nei "Precetti",.102: "Nessuno si rechi alla sinassi o a
mangiare con i sandali ai piedi o con il mantello di lino, sia all’interno del monastero che
nei campi".
[13]
 I seguenti capitoli non sono compresi nella "Patrologia Latina", Vol.49, del Migne, ma
compaiono nel "Corpus scriptorum ecclesiasticorum latinorum" Vol. XVII di M.
Petschenig – Vienna 1888.
[14]
 Si veda Basilio, "Regola per i monaci", Questione XI: "33 La necessità dell'uso della
cintura è dimostrata anche dai santi che ci hanno preceduto…. 38 Sembra veramente che sia
segno di una certa virtù e di animo pronto all'azione l'uso del cingolo… 40 Si può ritenere
necessario che chi deve servirsi dell'opera delle mani in qualche cosa abbia la cintura e si
trovi preparato in tutto e senza alcun impedimento a compiere ogni opera buona". E sempre
Basilio, "Le grandi Regole (Regulae Fusius Tractatae)" 23: " La vita dei santi che ci hanno
preceduti ci mostra la necessità della cintura... D'altra parte, chi vuole mettersi al lavoro
deve avere i movimenti facili e liberi; la cintura gli sarà dunque utile per adattare
adeguatamente la tunica al corpo, in modo da tenerlo più al caldo rinchiuso nelle pieghe e da
rendergli più liberi i movimenti. Il Signore stesso, quando si preparò a servire i suoi
discepoli, prese un grembiule e se ne cinse (Gv 13,4).
[15]
 Si confronti Girolamo, "Lettere XXII a Eustochio", 17: «Mortificate le vostre membra
sulla terra», soggiunge l'Apostolo (Col 3,5). Logicamente poteva poi dire con fiducia:
«Vivo, sì, ma non io; chi vive in me è Cristo» (Gal 2,20). Chi mortifica il suo corpo e
circola ridotto quasi a uno spettro, non ha timore d'esclamare: «Son diventato come un otre
esposto alla brina»; gli umori del corpo sono stati bruciati…".
Ed anche Sant'Agostino: "Esposizione sui Salmi", Salmo 118 [v. 83.] "Crescendo l'ardore
dei desideri spirituali, ovviamente si smorza quello dei desideri carnali. Per questo continua
[il salmo]: Infatti io son divenuto come un otre esposto alla brina; pertanto non ho
dimenticato le vie della tua giustizia. Non v'è dubbio che nell'"otre" ci invita a intendere la
nostra carne mortale, mentre nella "brina" il dono celeste per il quale, come per un freddo
che congela, vengono sopite le passioni carnali. Ne consegue che le vie della giustizia di
Dio non sfuggono più alla memoria, poiché non sì hanno in cuore altri pensieri ma si avvera
quanto suggerito dall'Apostolo: Non abbiate cura della carne sì da destarne le
concupiscenze. Per questo, dopo aver detto: Infatti io son divenuto come un otre esposto
alla brina, aggiunge: Non ho dimenticato le vie della tua giustizia. Cioè: Non me ne sono
dimenticato perché son divenuto proprio così. L'ardore della passione s'è calmato,
permettendo che ardesse il ricordo dell'amore".
[16]
 Si veda Evagrio Pontico, "Epist. Ad Anatolium", PG 40, 1221: "La cintura stretta intorno
ai loro lombi, poi, sconfigge tutta l’impurità".