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Filologia Romanza

15.10.2020
Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente si ha il periodo del particolarismo grafico
perché ogni area geografica utilizza una propria grafia (in Spagna viene utilizzata la visigotica, in
Inghilterra la grafia insulare, in Francia la grafia merovingica e nell’Italia del sud la grafia
beneventana). Quando Carlo Magno cerca di ricostruire l’antico Impero Romano propone in tutto
l’Impero, per avere un’unità anche grafica, un’altra grafia che è la carolina.
È con il Concilio di Tours che si fa partire la nascita delle lingue romanze.
C’è una differenza tra i due sistemi linguistici: latino classico e latino volgare. Il metodo
comparativo, che si basa sul confronto tra le lingue romanze, ha messo in evidenza che molto
lessico, molte forme utilizzate oggi non derivano dal latino classico, ad esempio, il verbo parlare. Il
verbo latino (che traduce il nostro verbo parlare) è loqui. Il nostro verbo parlare non deriva
direttamente da loqui, ma da un’altra forma. L’aggettivo di uso comune bello era tradotto dal
termine latino aulico pulcher, ma bello non può derivare dall’aggettivo latino classico pulcher, bensì
da un altro termine. Anche fuoco non deriva dal termine latino classico ignis, ma da un altro
sostantivo sempre latino. Questi termini: loqui, pulcher, ignis sono completamente scomparsi nel
passaggio dal latino alle lingue romanze perché sono state sostituiti da altre espressioni derivate
sempre dal latino, ma non dal latino utilizzato dagli autori classici; quindi non dal latino classico,
ma da una variante del latino.
VERBO PARLARE
In latino il verbo utilizzato era loqui. Ma non si usa più nelle lingue romanze perché è stato
sostituito da un altro termine.
etimo latino - PARABOLARE etimo latino - FABULARE
italiano: PARLARE spagnolo: HABLAR
francese: PARLER portoghese: FALAR
occitano & catalano: PARLAR

I termini parlare, parler, parlar derivano dall’etimo latino parabolare, mentre per hablar e falar,
l’etimo latino è fabulare. Per quanto riguarda questo verbo, sia il verbo parlare che il verbo hablar
derivano non dalla norma classica loqui (in linguistica si dice che loqui aveva un significato non
marcato, quindi generico) ed è stato sostituito da due verbi sempre latini (parabolare e fabulare),
che avevano un significato marcato, quindi specifico. Quindi loqui aveva un significato non
marcato perché significava genericamente “parlare”, mentre parabolare e fabulare avevano un
significato marcato perché significavano una cosa ben precisa, ovvero “raccontare”.
AGGETTIVO BELLO
BONELLUM FORMOSUM
italiano: BELLO spagnolo: HERMOSO
francese: BEAU portoghese: FORMOSO
occitano & catalano: BEL

L’italiano bello, il francese beau e l’occitano e catalano bel non derivano dal latino pulcher, ma
derivano dal termine latino marcato bonellum; mentre lo spagnolo hermoso e il portoghese formoso
derivano dal latino formosum.
SOSTANTIVO FUOCO
Fuoco non deriva da ignis che aveva un significato generico, non marcato, ma deriva da un termine
latino che aveva un significato marcato e che era focus che significava focolare.
FOCUS
italiano: FUOCO
francese: FEU
occitano: FUOC
catalano: FOC
spagnolo: FUEGO
portoghese: FOGO

Ad un certo punto, queste parole utilizzate nel latino aulico sono cadute in disuso, talvolta hanno
subito anche un cambio di significato.
 esempio: termine italiano casa deriva dal termine latino casa che aveva un significato marcato
perché significava casupola, capanna. Il termine aulico latino era domus, una parola che non è
caduta in disuso, ma è stata sostituita perché è un caso di quelle parole che hanno cambiato
significato. Da Domus deriva la parola Duomo (la casa del Signore). A un certo punto la parola
Domus è andata ad indicare la casa del Signore, quindi non si poteva utilizzare lo stesso
termine latino per indicare la casa normale e quindi domus è stato affiancato dal termine
marcato casa latino dal quale è derivato il nostro italiano casa. Per quanto riguarda il francese,
maison deriva dal verbo manere (=restare) latino che ha subito un ampliamento di significato e
anche un cambio morfologico: da manere è derivato il sostantivo francese maison.
Per quanto riguarda le altre parole: parabolare, bonellum, focus -> sono stati sostituiti i termini
aulici latini (loqui, pulcher, ignis) da altre espressioni e queste derivano, non dalla norma classica,
ma sempre dal latino, il latino utilizzato per la comunicazione, che comunemente viene chiamato
latino vulgare. Però le parole colte non si sono perse completamente: dalla base loqui, in italiano
abbiamo mantenuto l’espressione loquace; per quanto riguarda ignis, abbiamo conservato
espressioni come ignifugo. Abbiamo conservato tante parole soprattutto nel lessico italiano, che è
più conservativo rispetto a tutte le altre lingue romanze perché la nostra lingua discende, più delle
altre, direttamente dal latino. Quindi l’italiano tende a mantenere, anche dal punto di vista fonetico e
morfologico, alcune espressioni latine. Difatti manteniamo, anche dal punto di vista fonetico, alcune
espressioni latine anche riferite ad oggetti molto moderni.
 esempio: auricolare deriva da auricula, da auricula deriva l’italiano orecchio (il dittongo au
si è trasformato in o) però nell’espressione auricolare abbiamo mantenuto l’au latina. Quindi
abbiamo mantenuto la vecchia fonetica latina. Queste parole che mantengono, graficamente
e/o foneticamente, l’etimo latino vengono chiamate parole colte.
 esempio: il sostantivo bocca deriva da oris latino (con significato non marcato, generico)
sostituito con il termina volgare bucca e da bucca sono derivate: in italiano bocca, in
francese bouche, in spagnolo boca. Il termine latino si è perso, ma è rimasto in alcune
espressioni come oratore (definito parola colta).
 esempio: la parola latina causam ha dato vita a due espressioni che utilizziamo in italiano
che sono cosa e causa. L’evoluzione fonetica tradizionale di questa parola dove au è
diventato o ha dato origine alla parola di uso comune cosa, ma la stessa parola l’abbiamo
conservata con au con un significato completamente diverso rispetto a cosa ed è causa
(parola colta).
A volte da uno stesso etimo latino possono nascere due parole diverse perché hanno un significato
diverso. Colti possono anche essere definiti alcuni prefissi.
 esempio: florem diventa fiore -> il nesso consonantico fl (latino) in italiano evolve attraverso
un fenomeno che si chiama palatalizzazione che porta al
cambio della l in i; però utilizziamo l’espressione floreale (parola colta perché mantiene il
suono velare fl, quindi mantiene il prefisso dell’etimo latino);
 esempio: planctus diventa pianto, il nesso consonantico (formato da una consonante, in
questo caso la p, più l) subisce un fenomeno di palatalizzazione;
 esempio: clavem diventa chiave.

LA TEORIA DELLE ONDE


È una teoria che si riferisce a questa dicotomia tra la scelta del lessico latino utilizzato nelle varie
aree geografiche, la scelta che riguarda, in particolar modo, il latino volgare. La teoria delle onde
cerca di spiegare perché alcune aree geografiche hanno del lessico che deriva da un determinato
termine latino rispetto ad altre aree geografiche che, invece, fanno derivare le loro parole da un altro
etimo latino, (esempio: parabolare e fabulare; bonellum e formosum).
La teoria delle onde fu enunciata nel 1800 da Hugo Schuchardt e poi fu elaborata da Johannes
Schmidt.
Questa teoria delle onde sfrutta l’immagine di un sasso lanciato in uno stagno. Quando si lancia un
sasso in uno stagno si formano delle onde concentriche che mano mano che si allargano e diventano
sempre più deboli.

Allo stesso modo avviene per il cambio linguistico. Cioè il cambio linguistico è più forte nell’area
circostante, in cui cade il sasso. Quindi il sasso rappresenta il cambio linguistico. E mano mano
che le onde si allargano diventano sempre più deboli. Quindi il cambio linguistico è più forte
nell’area geografica in cui avviene il cambio linguistico e mano mano che questo cambio linguistico
raggiunge la periferia, quindi le aree geografiche periferiche, diventa sempre più debole.
Prendiamo ad esempio il verbo loqui (latino):
1. il cambio linguistico avviene in Italia a Roma (zona dove cade il sasso);
2. il primo cambio linguistico che è avvenuto è la sostituzione di loqui con fabulare -> il
cambio linguistico parte da Roma e arriva fino alla periferia, ovvero l’area iberica;
3. il secondo cambio linguistico: a Roma avviene un secondo cambio linguistico dove fabulare
è sostituito con parabolare; il secondo cambio linguistico avviene a Roma, tocca le aree più
vicine a Roma, tocca la Catalogna, ma non arriva in periferia (area iberica) dove rimane il
primo cambio linguistico (hablar e falar derivano da fabulare).
La stessa cosa avviene con pulcher:
1. primo cambio linguistico: c’è un cambio linguistico -> pulcher (latino classico) viene
sostituito da formosum -> da Roma formosum arriva fino alla periferia;
2. secondo cambio linguistico: da Roma bonellum si ferma all’area galloromanza, tocca la
Catalogna ma non arriva allo spagnolo e al portoghese che rimangono fermi al primo cambio
linguistico.
Probabilmente i primi cambi linguistici avvengono già durante l’Impero Romano d’Occidente
(parliamo di latino volgare, ma pur sempre di latino si tratta). Il latino, quando nasce (quando inizia
l’Impero Romano d’Occidente) è una lingua che evolve e quindi il latino parlato all’inizio
dell’Impero Romano, sicuramente non era il latino parlato alla fine dell’Impero Romano
d’Occidente e, in questo lasso di tempo, anche il lessico era cambiato. Quindi quest’unità
linguistica, storica, culturale, politica ha fatto sì che il primo cambio linguistico arrivasse fino alla
periferia. Probabilmente il secondo cambio linguistico è avvenuto quando l’Impero Romano
d’Occidente stava decadendo, ecco perché il secondo cambio linguistico non è arrivato fino alla
periferia, dove sono rimasti fermi al primo cambio linguistico.
La disciplina che studia questi cambiamenti linguistici è in modo particolare la parte che riguarda la
linguistica storica e la linguistica comparata. Il fatto che vi doveva essere una differenza tra il latino
tramandato dalla letteratura (latino aulico) e il latino utilizzato dal popolo come lingua di
comunicazione, è stato confermato attraverso lo studio dei testi che risalgono all’epoca tardo-antica
e medievale. Sono testi che presentano quest’evoluzione del latino. E uno dei testi importanti che
attestano quest’evoluzione del latino, in cui ritroviamo lessico nuovo, che non corrisponde alla
norma classica è il Glossarium Mediae Et Infimae Latinitatis.
GLOSSARIUM MEDIAE ET INFIMAE LATINITATIS
Fu scritto da un francese Charles du Fresne du Cange. Questo glossario fu creato da Charles du
Fresne du Cange nel 1678. È un vocabolario, raccoglie il lessico utilizzato nella lingua di
comunicazione. In questo caso si parla in questo di latino vulgare, detto anche protoromanzo.

Un’altra opera che raccoglie questo lessico differente dal latino aulico, ma utilizzato nella lingua di
comunicazione è una collezione chiamata CIL - Corpus Inscriptionum Latinarum.
CIL - CORPUS INSCRIPTIONUM LATINARUM
Fu pubblicato nel 1863, poi ampliato fino al 1943. Raccoglie tutto il materiale delle iscrizioni sui
muri oppure su tavolette cerate proveniente da tutte le aree dell’Impero. Sicuramente il passaggio da
una realtà linguistica latina a una realtà linguistica neolatina è avvenuto lentamente. Già prima del
passaggio alle lingue romanze, è avvenuto attraverso delle fasi di transizione. Ecco perché si parla
di passaggio dal latino classico al latino volgare o detto anche protoromanzo.
L’espressione latino volgare fu coniata nel 1866 da Hugo Schuchardt e riprendeva l’espressione
latina sermo vulgaris che distingueva lo stile colloquiale da quello più aulico che invece era definito
sermo urbanus. A seguito del lavoro di Schuchardt si è fatta strada un’idea sbagliata: che il latino
volgare fosse una lingua, in qualche modo, scorretta rispetto al latino classico. Che quindi questo
sermo vulgaris, e quindi il latino volgare, fosse la lingua utilizzata dagli illetterati, dagli incolti.
Invece nel 1982 un altro linguista Roger Wright ha osservato che l’espressione sermo vulgaris non
si riferiva ad un determinato ceto sociale, ma a quella varietà linguistica parlata da tutti i ceti sociali
nella quotidianità e quindi in situazioni non formali. Da ciò si evince che non esistono due varietà di
latino parallele, cioè latino classico e latino volgare, ma un’unica varietà di latino con livelli stilistici
diversi. Quindi non esiste una differenza linguistica tra il latino classico e il latino volgare, ma una
differenza stilistica e di registro -> non sono due lingue differenti, bensì sono due varietà
linguistiche che usano registri e stili differenti. Il latino volgare utilizzerà un registro meno formale
rispetto al latino classico che utilizzerà un registro stilistico più formale, più aulico. Quindi due
varietà che nascono dalla stessa lingua, utilizzate in occasioni diverse.
Le attestazioni di questa lingua di comunicazione, noi le ritroviamo, oltre che nel CIL e nel
Glossario di Charles du Fresne du Cange, anche in altri testi, anche molto antichi. Ritroviamo
attestazioni dell’uso di questa lingua di comunicazione anche negli autori classici.
Fonti latino volgare
 Autori classici:
o Lettere Familiares di Cicerone (106 a.C – 43 a.C). Cicerone utilizza uno stile più
familiare e quindi si attesta la presenza di una lingua di comunicazione un po’ diversa
del latino utilizzato per la scrittura.
o Un altro autore latino in cui ritroviamo esempi di questo tipo è Plauto e siamo nel 254
a.C. più o meno. Plauto era un autore di teatro e quindi utilizzava, nelle sue
commedie, il registro stilistico parlato dagli strati più bassi della società.
o Petronio (66 d.C) nel suo Satyricon e nell’episodio della cena di Trimalchione mette
in scena un ambiente di schiavi liberati. Gli schiavi non parlavano un latino aulico, ma
utilizzavano una lingua di comunicazione.
Già in queste opere ritroviamo una varietà linguistica che non coincide con la norma
classica, quindi ritroviamo l’utilizzazione del latino volgare.
 Iscrizioni raccolte nel corpus del CIL e altre iscrizioni che testimoniano l’utilizzo del latino
volgare le ritroviamo nei graffiti pompeiani;
 Il latino volgare era utilizzato anche nei testi pratici che sono dei manuali che servivano per
lavorare: es. Trattato sull’architettura di Vitruvio;
 L’utilizzo del latino volgare lo troviamo negli autori cristiani che avevano operato già le
prime traduzioni della Bibbia. La Bibbia doveva essere comprensibile da parte di un pubblico
poco letterato, non acculturato, quindi doveva essere scritto in una forma linguistica semplice
che tutti potessero capire.
 Ritroviamo l’utilizzo del latino volgare anche nei testi post-imperiali ad esempio, lo
troviamo utilizzato nell’Historia Francorum di Gregorio di Tours risalente al 538-
594 d.C.
 Lo ritroviamo anche nei documenti cancellereschi/ufficiali.
 Ultimo esempio importante dove abbiamo la presenza del latino volgare sono le
grammatiche che sono, di solito, normative e prescrittive (dicono quali forme sono
corrette e quali forme sono sbagliate) e tra queste grammatiche, la più importante è
l’Appendix Probi. L’Appendix Probi è un’appendice ad una grammatica, scritta da Probo.
Si tratta di un elenco di 227 parole e a queste parole elencate vengono affiancate le forme
corrette (es. Vinea non Vinia – significa Vigna in italiano). L’Appendix Probi risale al IV
secolo ed è importante perché in quest’appendice ritroviamo un elenco di 227 parole dove c’è
un elenco di parole corrette con accanto un elenco delle stesse parole scritte in maniera
scorretta. Ci fa capire che stava avvenendo una trasformazione anche grafica del latino
classico, queste parole scorrette registrano dei fenomeni fonetici che poi porteranno alla
creazione delle lingue romanze. La E che diventa I porterà a un fenomeno che è quello di
palatalizzazione che porterà anche a un cambiamento fonetico della parola: vinea > vinia >
vigna.

Il latino è stata sempre una lingua molto vitale. I Romani non fecero mai una politica linguistica,
quindi già il latino imperiale (prima della caduta dell’Impero Romano d’Occidente) il latino aveva
accolto, nel suo lessico, tante parole che non erano di origine latina, ma dei prestiti di altre lingue.
Non fare una politica linguistica significa prendere in prestito parole da altre lingue per designare
oggetti nuovi, per i quali non abbiamo un termine italiano. In italiano abbiamo preso in prestito
tante parole dall’inglese, le abbiamo adattate alla nostra fonetica e queste parole sono rientrate nei
nostri vocabolari. Così hanno fatto i Romani. Dobbiamo distinguere diverse tipologie di prestito che
il latino ha accolto dalle altre lingue e che tipo di lingue hanno influenzato il latino. Facciamo una
differenza tra: lingue di sostrato, lingue di superstrato e le lingue di adstrato. Ovviamente la
lingua base è il latino.
 Lingue di sostrato: sono le lingue preesistenti al latino che esistevano già in quelle zone
conquistate dai Romani. La lingua di sostrato, quando sono arrivati i colonizzatori romani in
Germania, ha influenzato il latino, soprattutto dal punto di vista lessicale. Il latino ha preso in
prestito dalla lingua di sostrato dei termini che poi ha fatto suoi. Questi termini sono poi
entrati a far par parte del lessico latino. I Romani, probabilmente, avevano scoperto in quelle
zone oggetti, cose che loro non conoscevano e invece di coniare un nuovo nome latino per
identificare quegli oggetti e quelle cose sconosciute, hanno preso in prestito i termini già
esistenti e utilizzati dalle lingue del popolo che era stato occupato, quindi hanno preso in
prestito questi termini dalle lingue di sostrato. Termini come la parola camisia (da cui
derivano camicia, chemise, camisa) che è entrata a far parte del lessico latino, ma all’origine
non era latina, questa parola è di origine germanica. E camisia indicava un capo di
abbigliamento sconosciuto ai Romani che utilizzavano la toga.
Un termine di origine celtica, preso in prestito dai Romani è anche la parola carrum da cui
deriva la parola carro, charre, carro, ed era un mezzo di trasporto tipicamente celtico.

 Lingue di adstrato: soprattutto una è stata la lingua di adstrato che ha influenzato il lessico
latino ed è il greco. Una lingua di adstrato è una lingua in contatto, è una lingua che ha la
stessa importanza del latino. Il latino non è riuscito mai a soppiantare il greco perché i greci
avevano una cultura superiore. Quindi se i Romani e il latino, come lingua, è riuscita a
soppiantare tutte le lingue dell’Impero Romano, non è riuscita mai a soppiantare il greco. Il
greco aveva pari dignità del latino. Il latino ha preso in prestito dal greco e fatto suoi
tantissimi termini che noi utilizziamo anche nella quotidianità. Ad esempio derivano dal
greco le parole camera, piazza, platea, pietra ecc.

 Lingue di superstrato: sono quelle lingue che influenzano il latino dopo la caduta
dell’Impero Romano d’Occidente. L’Impero Romano d’Occidente fu interessato da tante
invasioni da parte di popolazioni germaniche, vandali, alani, svevi, ma anche nel Sud
dell’Impero Romano d’Occidente arrivarono gli Arabi, i Visigoti ecc. Quando cadde
l’Impero Romano d’Occidente, tutto l’Impero fu occupato dai popoli invasori e questi
utilizzavano una loro lingua. Questa lingua, in qualche modo, ha influenzato il latino. Si parla
in questo caso di lingue di superstrato. I
Romani ebbero contatti soprattutto con le popolazioni germaniche, popolazioni celtiche e
tutte quelle popolazioni che dopo la caduta dell’Impero Romano invasero l’Impero Romano.
Però i Romani già prima della caduta dell’Impero Romano d’Occidente ebbero contatti con
queste popolazioni e quindi presero in prestito tantissime parole da queste popolazioni che
sono poi entrate a far parte del lessico romanzo e sono presente in tutte le lingue romanze.
Tra queste parole possiamo citare la parola saponem che è stata adottata dai romani, registra
anche la desinenza e rispetta la morfologia del latino. Sappiamo che questa parola è entrata a
far parte del lessico latino già prima della caduta dell’Impero Romano d’Occidente perché la
ritroviamo in tutte le lingue romanze, da saponem deriva l’italiano sapone, il francese
savon, lo spagnolo jabón, il portoghese sabão, il catalano sabò, l’occitano sabon, il romeno
sapun. Sicuramente questa parola non è entrata a
far parte del lessico latino dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, ma già prima
perché è una parola che ritroviamo in tutte le lingue romanze e queste parole che sono entrate
a far parte del lessico latino prima della caduta dell’Impero Romano d’Occidente sono
parole panromanze. Ci sono altre parole panromanze:
o il colore blank (germanico) e che ha dato vita poi all’italiano bianco, in francese
blanc, in spagnolo blanco, in portoghese branco, invece il romeno mantiene il termine
latino albus perché in romeno, bianco si dice alb.
o Un’altra parola che deriva dalle popolazioni germaniche e che è una parola
panromanza è blund, che ritroviamo in italiano biondo, in francese blonde, in
occitano blon.
o La parola più famosa è guerra che sostituisce il termine latino bellum, il termine
germanico guerra lo ritroviamo in tutte le lingue romanze: guerra in italiano, guerre
in francese, guerra in spagnolo. Queste parole vengono chiamate parole panromanze.
Nel lessico latino ritroviamo influenze delle lingue di superstrato, quindi influenza
delle lingue dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente: il lessico latino è ricco
di parole prese in prestito, per esempio abbiamo tantissimi prestiti franconi che
derivano da diversi campi semantici, vengono presi dall’amministrazione feudale,
parole come feudo, barone, termini militari come elmo oppure termini come bosco,
giardino, sciarpa, arpa, orgoglio, onta, ardito sono tutti termini franconi.
Dopo le invasioni germaniche, un’ultima e grande ondata che travolse i territori
dell’Impero Romano d’Occidente fu quella degli arabi.
Gli arabi sbarcarono nel 711 attraverso Gibilterra e sono rimasti in Spagna fino al 1492,
quando cadde Granada, l’ultimo regno musulmano. Quindi l’influenza araba, così come
le popolazioni germaniche, è stata molto importante per il lessico latino e poi il lessico
romanzo in generale. Noi utilizziamo, nelle lingue romanze, tanti termini di origine araba
soprattutto termini legati al cibo: come zafferano che deriva dall’arabo azafrán, oppure
cotone da algodón, o carciofo da alcachofa, ma anche termini di origine medica come
alchimia, alambicco, algoritmo. Di solito questi termini arabi iniziano con a- o con al-
perché in arabo segnalavano l’articolo determinativo e quando queste parole sono
spassate nelle lingue romanze l’articolo è stato interpretato come parte integrante della
parola.