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Si può pensare la psicoanalisi in relazione a due diversi paradigmi scientifici: il

positivismo e la complessità. Per il positivismo, la scienza vera e propria è quella


sperimentale, che va alla ricerca di leggi immutate ricavate da esperimenti svolti in
condizioni controllate. I risultati di questi esperimenti, inoltre, per essere considerati
attendibili e quindi scientifici, devono essere verificabili e replicabili. E poi ancora, nel
corso dell’osservazione, si da importanza solo a ciò che considerato permanente e
viene tralasciato ciò che invece appare come transitorio. Questa idea di scienza è
quella più diffusa, e fa riferimento a parametri ritenuti oggettivi da cui si ottengono
risultati altrettanto oggettivi.
Per il paradigma della complessità, la realtà non è data una volta per tutte, non è
esprimibile in leggi universali ma è in continuo divenire. In questa concezione, il
disordine, il caso e la dispersione sono parte integrante dei processi di organizzazione
del mondo e la possibilità di studiare una realtà data una volta per tutte è solo una
illusione.
La psicoanalisi nasce a cavallo tra l’800 e il 900, in particolare la sua nascita viene fatta
risalire al 1899, anno in cui Freud pubblicò l’interpretazione dei sogni, in un contesto
culturale fortemente intriso di principi positivistici. Ma già Freud inizia a distaccarsi
progressivamente dai principi del positivismo e ad avvicinarsi ad una prospettiva più
problematica, che anticipa alcuni concetti della complessità.
Al di là dei diversi modelli, ci sono delle caratteristiche specifiche della psicoanalisi: 1)
si ritiene che il comportamento, le emozioni e il pensiero umano non sono mai casuali
(determinismo psichico) e dipendono più da dinamiche inconsce che consce, 2) ogni
manifestazione umana può essere letta come un discorso manifesto che rimanda a un
discorso latente che ne detiene il senso, 3) tra livello manifesto e quello latente, esiste
uno spazio reso percorribile dall’interpretazione dell’analista. Questa interpretazione
si basa su fenomeni apparentemente casuali come lapsus, o atti mancati oppure
sogni e sintomi. 4) Il corpo e la mente, la sfera somatica e quella psichica, formano
un’unità inscindibile. 5) Tra nevrosi, psicosi e condizioni non psicopatologiche, non
esistono linee di demarcazione, ma una continuità, con sfumature di natura più
quantitativa che qualitativa. 6) il dubbio è il seme della conoscenza, le certezze
considerate difese di una volontà inconscia di sottrarsi alla complessità della realtà e
a contenuti mentali dolorosi. 7) l’analista non si pone come osservatore esterno, ma fa
parte integrante della diade costituita da se stesso e dal paziente. Inoltre è
contemporaneamente soggetto e oggetto di osservazione durante l’analisi.
Si parla di “doppia anima” della psicoanalisi, in quanto disciplina molto specifica se
osservata all’interno dell’ambito clinico, ma molto generale in quanto il suo punto di
vista si può applicare anche a settori diversi da quello clinico, ad esempio la
produzione artistica, letteraria…
L’approccio psichiatrico pone l’accento sulle evidenze viste in maniera distaccata e
oggettiva e fornisce una etichetta che privilegia il generale rispetto al particolare.
Nell’approccio psicoanalitico invece, l’analista e il paziente sono considerati unici e
irripetibili, l’attenzione si sposta dal sintomo alla globalità e alla complessità del
soggetto. Inoltre viene indagato non tanto ciò che è manifesto, quanto il non detto, ciò
che si cela dietro le parole e i comportamenti, insomma l’inconscio.
La psicoanalisi presenta dei punti in comune con il costruttivismo, nel senso che la
realtà a cui fa riferimento non viene vista come oggettiva, ma come il risultato di una

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costruzione del soggetto. Per questo al terapeuta interessa non tanto la verità storica,
cioè quello che è accaduto al paziente, quanto quella narrativa, ovvero il modo in cui a
livello fantasmatico l’evento viene rappresentato, e poi rielaborato dalla diade.
L’analista ha la funzione di accogliere i pensieri e le emozioni del paziente e di
restituirglieli nell’analisi cosicché si possa dare a questi una significazione e una
pensabilità nuove.
Cap. 2. l'inconscio prima di Freud. Molti studiosi in campo filosofico e clinico, prima di
Freud, avevano parlato di inconscio, pagando il prezzo dell’emarginazione o dell’accusa
di stregoneria.
1) Franz Anton Mesmer già nel 1775 parlava del cosiddetto “magnetismo animale”,
una teoria secondo cui esiste un fluido localizzato tra uomo e uomo, tra uomo e terra e
all’interno del corpo di ogni individuo. Salute e malattia dipenderebbero dalla
distribuzione omogenea o meno di questo fluido. Per ristabilire la salute, si
applicavano dei magneti alle parti del corpo interessate dai sintomi. Si svolgevano
terapie di gruppo in cui le persone si disponevano in cerchio di fronte ad un grande
contenitore riempito di acqua magnetizzata. Queste si tenevano per mano far
circolare il fluido e ridistribuirne gli eccessi tra i partecipanti. Le crisi che i pazienti
attraversavano durante il trattamento erano simili alle nevrosi di transfert del
trattamento psicoanalitico. Anche il concetto di rapporto o risonanza, elaborato da
Mesmer, necessario perché l’intervento terapeutico avesse successo, era vicino
all’idea di rapporto affettivo intenso tra analista e paziente.
2) Puyèsegur ha scoperto che durante il cosiddetto “sonno magnetico” indotto
dall’ipnosi, i pazienti erano in grado di parlare delle loro malattie e di portarne alla
luce le cause, cosa che non avrebbero mai potuto fare durante lo stato della coscienza.
3) Lièbault utilizzava l’ipnosi per convincere pazienti affetti anche da patologie fisiche
che i sintomi fossero scomparsi.
4) Hyppolite Bernheim, medico, introdusse l’ipnosi come pratica terapeutica nel
proprio ospedale, per poi sostituirla con la suggestione allo stato vigile da lui
denominata “psicoterapia”.
Questi e altri autori sono da considerare i pionieri della psichiatria dinamica, disciplina
alternativa alla medicina ufficiale. Per la psichiatria dinamica: 1) la mente umana ha
struttura duale, una parte cosciente, una inconscia. L’accesso alla parte inconscia è
possibile attraverso l’ipnosi. 2) Nella mente agisce una energia che ne determina il
funzionamento, la terapia deve agire su questa energia. 3) Perché la terapia abbia
successo è necessario che si instauri un rapporto affettivo tra paziente e terapeuta.
Nell’epoca in cui visse Freud vi sono state svolte culturali fondamentali segnate da 5
movimenti: illuminismo, romanticismo, positivismo, marxismo, decadentismo.
Pierre Janet è da molti considerato un innovatore in ambito psicologico e psichiatrico,
ma è stato spesso ignorato perché oscurato dalla fama acquisita nel frattempo da
Freud. Diverse sue affermazioni teoriche e metodi terapeutici si sovrappongono a quelli
che negli stessi anni venivano elaborati da Freud. Finire.
Cap. 3. Dall'ipnosi alla psicoanalisi.
Freud nasce nel 1856 in Moravia, regione della Repubblica Ceca. Si laurea in medicina,
si specializza in neurologia e i suoi studi erano inizialmente centrati su fisiologia e
anatomia del sistema nervoso.

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A parte gli ultimi anni passati a Londra rimarrà a Vienna per la maggior parte della sua
vita.
La svolta nei suoi studi avvenne quando diventò docente e si trasfererì alla clinica
psichiatrica Salpetrière a Parigi, dove conobbe Jean Martin Charcot, neurologo, che
utilizzava l’ipnosi per curare le pazienti isteriche. L’isteria al tempo era considerata una
malattia esclusivamente femminile, si supponeva fosse collegata a disturbi
dell’apparato genitale femminile, in particolare all’utero, da cui deriva l’etimologia del
termine. Charcot sosteneva che fosse una malattia generata da fattori organici ed
ereditari, e che le pazienti quasi fingessero, recitassero involontariamente un copione.
Fu il primo a considerare una nevrosi questo fenomeno allora ritenuto misterioso e
inspiegabile. La sua terapia consisteva nell’ipnotizzare le pazienti e comunicare loro
che al risveglio i sintomi sarebbero scomparsi, basandosi sul presupposto che erano
malate perché convinte di esserlo. Subito dopo la seduta spesso il sintomo isterico
scompariva, ma dopo un certo periodo si ripresentava.
Importante per Freud è stato anche l’incontro con Breuer. Anche lui curava l’isteria ma
a differenza di Charcot sosteneva che a causarla fossero eventi traumatici subiti dalla
paziente ma da lei dimenticati; allora l’ipnosi serviva per riportare alla luce questi
eventi. Infatti durante l’ipnosi infatti invita la paziente a raccontare eventi del proprio
passato, finché gradualmente questa arriva a rievocare l’evento traumatico che causa
le manifestazioni isteriche. Sono fatti drammatici, eliminati dalla coscienza, che
mentre vengono rievocati provocano emozioni molto forti. E la rievocazione di questi
avvenimenti insieme alla scarica dell’energia repressa, cioè all’espressione delle
reazioni emotive associate (detta abreazione), porta alla scomparsa del disturbo.
Il trauma secondo Breuer era qualsiasi esperienza che suscitasse emozioni dolorose,
come paura, vergogna… ovviamente un evento traumatico non portava
necessariamente all’isteria. Se nel momento del trauma il soggetto aveva sperimentato
una forte reazione emotiva, l’energia accumulata veniva scaricata e quindi il trauma
non avrebbe prodotto alcun sintomo nevrotico. Se invece le emozioni non si
scaricavano ma venivano represse, comparivano i sintomi.
Questa modalità terapeutica è detta metodo catartico, perché la riattivazione del
ricordo, unita alle intense emozioni vissute dal soggetto, portava alla “purificazione”,
(catarsi), quindi alla scomparsa del sintomo.
Breuer riscontrava molto spesso nelle pazienti il cosiddetto stato ipnoide, una sorta di
scissione della personalità che portava alla creazione di una seconda coscienza, che
affiancava quella normale ma dalla quale si manteneva isolata. Era costituita da idee
fortemente associate tra loro, che dalla comparsa dell’attacco isterico prendevano il
controllo della mente del soggetto.
Il caso clinico più famoso raccontato da Breuer è quello di Anna O, una giovane donna i
cui sintomi isterici trovano spiegazione in relazione alla lunga malattia e poi morte
del padre.
È la stessa Anna O a definire la cura di Breuer talking cure e Chimney sweeping.
Da questo caso emergono 3 aspetti importanti della terapia catartica: 1) la modalità di
conduzione che consiste nel partire da ogni sintomo e ripercorrere a ritroso con la
memoria gli eventi associati, fino a risalire a ciò che ha causato la comparsa del
sintomo stesso. 2) La difficoltà di recuperare il ricordo doloroso: nella paziente si
manifestava il terrore del ricordo che impediva al trauma di riemergere, e in questo

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caso il medico aveva un ruolo attivo a insistere nella rievocazione. 3) l’interruzione
del trattamento di Anna O da parte di Breuer stesso, a causa dell’intenso
coinvolgimento emotivo sviluppato nei confronti della paziente.
Gli scritti di Freud riguardanti l’isteria testimoniano l’evoluzione del suo pensiero. Nei
primi sull’isteria, in Freud emerge l’influenza di Charcot. Qui sottolinea infatti la
componente ereditaria dell’isteria, e afferma che la terapia può agire solo sui sintomi,
e non sulle cause.
Una svolta si evidenzia in “studi sull’isteria”, scritti insieme a Breuer. Freud qui fa
emergere l’ adesione alla visione Breueriana per poi distaccarsene.
Di Breuer mantiene il principio fondamentale secondo cui la scomparsa del sintomo
avviene grazie all’abreazione delle cariche emotive bloccate nel paziente.
Per il resto, Freud 1) sostiene il carattere sessuale delle esperienze traumatiche del
passato che sono alla base delle nevrosi.
2) sostiene di non aver mai incontrato lo stato ipnoide descritto da Breuer, ritenendo
piuttosto che nelle pazienti si attivino difese che mantengono fuori dalla coscienza
un’idea inaccettabile.
3) secondo Freud, un limite del metodo catartico è che questo eliminava i sintomi ma
non impediva successivamente che se ne presentassero dei nuovi.
4) il metodo catartico funzionava solo sui sintomi isterici, non aveva alcun effetto sulla
nevrosi d'angoscia e sulla nevrastenia. In tutto questo, Freud era un ipnotista non
molto abile, e non riusciva ad ipnotizzare tutte le sue pazienti. È stato dunque
costretto a modificare la sua tecnica e le fasi di queste modifiche sono descritte nei
casi clinici inseriti in Studi sull’isteria.
La prima paziente si lasciava ipnotizzare facilmente. Ma la seconda manifestava una
forte resistenza all’ipnosi. Freud dunque, sul modello di Bernheim, decise di applicare
una pressione con la mano sulla fronte della donna per rilassarla e ottenere la
rievocazione degli eventi del passato da cui nascevano i suoi sintomi isterici. Freud
partiva dal presupposto che le pazienti sapessero tutto quello che poteva essere
rilevante rispetto alla patologia in atto, e che il terapeuta doveva insistere e
costringerle a dirlo.
Un’altra paziente difficile da ipnotizzare venne fatta distendere da Freud ad occhi
chiusi in modo da favorire il rilassamento, e con molta meno insistenza, dopo averle
applicato la mano sulla fronte, l'ha invitata a parlare di tutto ciò che le passava per la
mente senza alcuna reticenza o resistenza, anche delle cose più insignificanti. Qui
Freud non mirava più direttamente all’individuazione della causa, ma lasciava che
questa emergesse gradualmente in mezzo ai ricordi della paziente.
Questa catena casuale di ricordi inanellati costituisce un passo decisivo verso la fase
delle associazioni libere.
Il processo di graduale scoperta che Freud conduce insieme alla paziente, procede per
gradi, per strati, come nello scavo di una città sepolta. Questo concetto anticipa il
metodo archeologico che sarà alla base della psicoanalisi.
Abbiamo detto che Freud sottolinea la natura sessuale dei traumi alla base delle
nevrosi. Importante è sottolineare che inizialmente Freud sostiene si tratti sempre di
traumi reali: che possono avere una gravità più o meno importante, ma comunque
reali, effettivamente accaduti alla paziente.

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Nel 1897 avviene una svolta in questo senso: in una lettera inviata a Fliess, racconta di
alcune pazienti che non erano state realmente vittime di abusi, ma credevano di
esserlo state a tal punto da scatenare la patologia. I sintomi isterici quindi non
appaiono più come il risultato di ricordi rimossi relativi a traumi sessuali subiti
nell’infanzia, ma risultanti da una fantasia allucinatoria prodotta solitamente durante
la pubertà. È possibile che arrivò a dire questo per prudenza: data l’elevata diffusione
dell’isteria, preferì evitare di mettere in cattiva luce una parte importante della
società viennese.
Il caso clinico di Dora (Ida Bauer) evidenzia la transizione alla psicoanalisi vera e
propria: all’inizio della terapia la paziente aveva 18 anni e presentava sintomi isterici
dall’età di 8, poi acuiti con la crescita. L’analisi si concluse dopo solo tre mesi, per
decisione della stessa paziente. Si pone l’accento su:
Cause esterne e cause interne: per Breuer le cause dell’isteria sono esclusivamente
esterne e riconducibili alla storia della paziente. Per Freud, non ha importanza tanto il
fatto che un certo avvenimento sia effettivamente accaduto, quindi che la causa sia
esterna o interna, ma l'effetto a livello emotivo che questo evento (che appunto può
anche essere solo immaginario) genera nella mente della paziente. A provocare i
fenomeni psicopatologici per Freud sono un forte senso di colpa, un desiderio di
autopunizione e un forte rimorso (cause interne), che possono essere connessi a
eventi reali o solo immaginati.
La tecnica: nel caso di Dora Freud non forza più la paziente come in Studi sull’isteria,
ma la lascia libera di dire ciò che vuole lasciandosi guidare dalle sue associazioni.
Freud assume qui il ruolo passivo e distaccato che sarà alla base della terapia
psicoanalitica.
La parola, la verità e la menzogna: alla paziente Freud chiede di parlare della sua
storia di vita e della sua malattia con la più assoluta libertà, pur sapendo che si tratta
di una richiesta paradossale perché Dora come qualsiasi paziente, non è in grado di
fornire dati attendibili su di sé, per tre ragioni: il paziente evita volontariamente di
toccare certi argomenti per pudore o vergogna; subentrano anche resistenze inconsce
che impediscono di portare riportare alla luce il rimosso doloroso; infine si possono
manifestare vere amnesie o paramnesie che hanno la funzione di riempire spazi vuoti
della narrazione.
Ricostruzione, costruzione, interpretazione.
Il percorso di analisi con Dora si articola in tre momenti: ricostruzione, organizzazione
dei ricordi del paziente per dare coerenza alla sua storia personale e interpersonale;
costruzione, in cui l’analista va alla ricerca del senso latente della narrazione: ha
luogo il disvelamento di aspetti celati ma anche la costruzione di qualcosa di nuovo, in
quanto la storia del paziente viene ristrutturata fino ad essere dotata di un nuovo
significato. Nella fase dell’interpretazione, l’analista comunica al paziente il senso
latente della sua narrazione. Questa fase ha una funzione trasformativa
fondamentale.
I sintomi: i sintomi non sono manifestazioni puramente somatiche, ma sono connesse a
dinamiche psichiche inconsce. In particolare il sintomo è il simbolo di un conflitto che
non ha trovato altra via di espressione tra forze pulsionali e contropulsionali; è un
simbolo perché sta al posto di qualcos'altro che non può manifestarsi direttamente in
quanto è stato rimosso. Il sintomo è una sorta di compromesso, tra la parte positiva

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del conflitto (desiderio) e quella negativa (difesa, in particolare rimozione) il sintomo
dunque si può considerare come un soddisfacimento sostitutivo di un desiderio
allontanato dalla coscienza, rappresentato simbolicamente a livello somatico.
Come spiega il concetto di sovradeterminazione del sintomo, ciascun sintomo risulta
sovradeterminato, nel senso che non è collegato in maniera univoca ad una sola
causa, ma può avere diverse cause e quindi più significati.
il complesso di Edipo viene narrato in una tragedia di Sofocle: i regnanti di Tebe, Laio e
Giocasta, hanno avuto dall’oracolo una profezia per cui il loro figlio avrebbe ucciso il
proprio padre e sposato la propria madre, ed inoltre sarebbe stato causa di gravi
disgrazie per il casato. Per questo quando nasce Edipo, Laio lo affida ad un servo
affinché lo abbandoni. Il piccolo viene poi ritrovato e affidato ai regnanti di Corinto,
Polibo e Peribea. Edipo cresce convinto che questi ultimi siano i suoi veri genitori, per
questo quando viene a sapere della profezia va via da Corinto. Nel viaggio incontra
Laio e a seguito di un conflitto lo uccide. Poi, dopo aver risolto l’enigma della sfinge,
un mostro che divorava chiunque non rispondesse correttamente ai suoi indovinelli, la
sfinge stessa si getta in un dirupo e i cittadini di Tebe, per riconoscenza, danno in sposa
a Edipo la loro regina Giocasta, dalla quale avrà quattro figli. Per cui, all’insaputa di
Edipo, si era realizzata la profezia. Quando emerse la verità, Giocasta si suicidò e
Edipo si accecò. Per Freud, il mito di Edipo rappresenta una struttura della mente
umana definita complesso edipico, trasversale alle diverse culture ed epoche storiche,
che caratterizza lo sviluppo del bambino e consiste in un intreccio di desideri ostili, di
morte, nei confronti del genitore dello stesso sesso, e di desideri amorosi, libidici,
verso il genitore di sesso opposto. Nel caso di Dora, il complesso edipico riveste un’
importanza fondamentale: suo padre ha un amico, il signor K, che cerca di sedurre
Dora. Il padre della ragazza a sua volta ha una relazione con la signora K. L’amore
inconscio che Dora proverebbe per il signor K, secondo l’interpretazione freudiana,
non sarebbe altro che il risultato dello spostamento su un'altra persona dell'amore
edipico che Dora investiva su suo padre.
Il transfert: un altro aspetto importante del caso di Dora è il transfert, ovvero la
ripetizione, riedizione inconscia di ciò che è accaduto a livello pulsionale e affettivo
tra il paziente e una figura significativa della sua infanzia, ad es il padre o la madre.
Reazioni e sentimenti destinati a quel modello vengono quindi indirizzati sul terapeuta,
che diviene una figura sostitutiva di una persona significativa dell’infanzia del
paziente.
La relazione tra Dora e Freud, e i sentimenti che la caratterizzano, sono la trasposizione
nel presente della relazione tra Dora e suo padre.
Dora manifesta anche l’identificazione, un processo psichico con cui un soggetto
assimila un aspetto, una proprietà di un'altra persona e si trasforma, in tutto o in
parte, sul modello di quest’ultima. Nell’isteria, l’identificazione è frequente, infatti
Dora di volta in volta si identifica con gran parte dei personaggi del suo caso. Ma anche
in casi non patologici l'identificazione è uno dei processi tramite cui si forma il
soggetto umano. Nella relazione con gli altri, introiettiamo parti dell'altro come
materiale per costruire la nostra identità. Non si tratta semplicemente di imitazione,
ma di una vera appropriazione.
Cap. 4. la metapsicologia.

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La metapsicologia è l’insieme delle teorie riguardanti struttura e funzionamento della
mente umana. Un concetto sviluppato da Freud nelle prime fasi dei suoi studi, che
caratterizzerà anche quelle successive è il principio di inerzia, in base al quale i neuroni
tendono a liberarsi dall’energia di cui sono investiti per raggiungere lo stato di quiete.
Per Freud, la scarica dell'eccitazione produce piacere, mentre il suo incremento
provoca dispiacere.
Uno dei concetti fondamentali della metapsicologia freudiana è quello di pulsione,
definita come spinta elementare e irriducibile, che si colloca ai confini tra somatico e
psichico in quanto ha origine all’interno dell’individuo e si manifesta a livello
somatico. Ad esempio la fame.
La pulsione si distingue dallo stimolo e dall'istinto, infatti lo stimolo è esterno,
momentaneo e ad esso ci si può sottrarre, mentre la pulsione è interna, non è
momentanea ma continua e non vi sfugge se non con una azione specifica e
adeguata. La pulsione si differenzia dall’istinto che è una manifestazione automatica
ed ereditaria, mentre la pulsione riguarda l’individuo e non è totalmente ereditaria.
L’effetto che una pulsione produce sull’individuo è uno stato di eccitazione che viene
percepito come sofferenza.
Nella pulsione si distinguono quattro componenti: la fonte, la meta, l’oggetto e la
pressione. La fonte è la parte dell'organismo in cui compare l’eccitamento somatico,
in particolare, ma non solo, in alcune zone definite erogene, come quella orale, anale e
geniale. Ma la fonte indica anche il processo fisico e chimico che produce la pulsione
stessa.
La meta è l'obiettivo della pulsione, uguale per tutte le pulsioni e consiste nel
soddisfacimento ossia l’eliminazione dello stato di eccitazione che provoca dolore.
L’oggetto è ciò tramite cui la pulsione raggiunge la meta, si distingue tra oggetto
parziale, cioè una parte del corpo, ad esempio il seno materno nel caso della fame per
il neonato, e oggetto totale (madre) che coincide con l'intero corpo. 1) L'oggetto può
essere sia reale che fantasmatico, 2) una stessa pulsione può essere indirizzata verso
più oggetti e 3) l’oggetto di una stessa pulsione può variare da individuo a individuo.
La pressione (drang) è l’intensità della pulsione, ossia la quantità di energia che può
produrre effetti motori.

Inizialmente Freud suddivide le pulsioni in due categorie: funzioni di


autoconservazione (o dell’io) che corrispondono alle necessità fondamentali
dell’individuo, hanno origine dal bisogno e si soddisfano mediante un oggetto reale. Si
riferiscono al principio di realtà. E pulsioni sessuali, che travalicano i bisogni
individuali poiché mirano alla conservazione della specie, hanno origine dal desiderio
e si possono soddisfare anche in modo fantasmatico. Fanno riferimento al principio di
piacere. La libido è l’energia che sta a monte della pulsione sessuale.

All’inizio della vita dell’individuo, le due pulsioni sono collegate (la suzione del
bambino produce piacere ma lo nutre anche, quindi provvede all’autoconservazione)
poi si distaccano.
In una seconda fase del suo pensiero, Freud, notando delle tendenze distruttive,
rivede questa suddivisione. Distingue dunque tra:

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• Pulsioni di vita comprendenti sia le pulsioni sessuali che quelle di
autoconservazione e che corrispondono agli sforzi dell’Eros per tenere coesa la
sostanza vivente;
• Pulsioni di morte la cui meta è l’autodistruzione (se rivolte verso l’interno) o la
distruzione dell’oggetto (se verso esterno); fanno riferimento a Thanatos che
punta alla disgregazione della materia organica, che porta all’annullamento
definitivo della tensione pulsionale. (morte)

Una modalità attraverso cui la pulsione di morte si manifesta è la COAZIONE A


RIPETERE esperienze dolorose.
Nelle ultime opere di Freud, le pulsioni presentano sempre contemporaneamente
componenti di vita e di morte.
Plasticità delle pulsioni
Le pulsioni, per Freud si possono modificare e trasformare (plasticità pulsionale).
Questa modificazione può avvenire principalmente in 3 modi:
• La conversione nell’opposto: quando si trasforma dall’attivo al passivo (ad es
dal sadismo al masochismo) oppure quando si converte il contenuto pulsionale
(amore-odio e viceversa);
• Sostituzione dell’oggetto; l’oggetto della pulsione viene sostituito con un altro.
• Sublimazione in cui la pulsione viene indirizzata verso una meta non sessuale e
valorizzata socialmente, ad esempio la curiosità
intellettuale è il risultato della sublimazione di pulsioni sessuali.

Affetto e rappresentazione
Secondo Freud, una pulsione è costituita dall’affetto e dalla rappresentazione.
Affetto è la componente pulsionale percepita a livello emotivo, si manifesta in vari
stati emotivi più o meno piacevoli e più o meno definiti.
La Rappresentazione è ciò che di un oggetto viene trascritto nei sistemi mnestici.
Freud distingue tra rappresentazione di cosa (di natura visiva, che si colloca
nell’inconscio e nelle allucinazioni può sostituire l’oggetto assente) e
rappresentazione di parola (di natura uditiva, riferibile al preconscio e al conscio).
Freud rappresenta la mente in due modelli che vengono definiti prima e seconda
topica.
La prima topica corrisponde a un modello topografico, cioè la mente viene qui
concepita come composta da province, luoghi, che sono Inconscio, Preconscio e
Conscio. Partiamo dall’inconscio.
Paragonando la vita mentale di un Individuo ad un iceberg, è la parte sommersa,
molto più grande delle altre e non visibile sopra il livello dell’acqua;
L’Inconscio è dunque la parte più importante e più estesa della psiche.
i suoi contenuti sono i rappresentanti pulsionali, in particolare quelli di natura visiva
(rappresentazioni di cosa) e i contenuti rimossi.

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Caratteristiche importanti dell’inconscio: 1) non esiste contraddizione, un contenuto
inconscio può significare un concetto e contemporaneamente il suo contrario, 2) non
ci sono riferimenti temporali, 3) La realtà esterna viene sostituita della realtà
psichica, 4) esistono i meccanismi mentali della condensazione (una
rappresentazione può essere formata dalla sovrapposizione e nella fusione di altre
rappresentazioni) e dello spostamento (una rappresentazione inconscia può aver
preso il posto di un’altra).
L’inconscio funziona secondo il processo primario, per cui l’investimento libidico è
mobile, e secondo il principio di piacere.
Si forma a partire dalle prime esperienze infantili rimosse e non è osservabile
direttamente ma inferibile dalle sue manifestazioni come i sogni, i sintomi, gli atti
mancati.

Preconscio= tornando alla nostra metafora, il preconscio è la zona intermedia tra la


parte emersa e quella sommersa, ovvero tra l’Inconscio e il Conscio. Il preconscio
contiene i contenuti inconsci che sono riusciti a giungervi attraversando la censura, la
barriera tra Inconscio e Preconscio stesso. Un contenuto può superare la censura nel
momento in cui, per motivi fisiologici o patologici, questa diventi più permeabile, ad
es durante il sonno, quando l’attenzione vigile si riduce, si fa più permeabile la censura
tra inconscio e preconscio e alcuni contenuti inconsci transitano al preconscio e danno
origine al sogno.
La censura tra inconscio e preconscio deforma i contenuti inconsci, cosicché una volta
giunti nel Preconscio questi siano comunque difficilmente riconoscibili.
Il Preconscio funziona secondo il processo secondario e contiene le rappresentazioni di
parola, non la parola usata effettivamente nella comunicazione, ma l’immagine
mentale di ciò che viene udito.

Il Conscio=la parte emersa, più piccola dell’inconscio e che subisce l’influenza


dell'inconscio stesso. Comprende i contenuti mentali di cui il soggetto è consapevole,
e collega la realtà esterna con quella psichica.
Funziona secondo il processo secondario e il principio di realtà.
Anche tra Preconscio e Conscio si trova una censura che però è selettiva: è presente
un filtro che permette ad alcuni contenuti inconsci di passare alla coscienza mentre
ad altri no.

Il PROCESSO è il modo di funzionamento dell’apparato psichico. Abbiamo processo


primario e secondario.

Il PROCESSO PRIMARIO caratterizza l’inconscio. Si basa su energia psichica libera, ossia


che fluisce senza incontrare ostacoli passando da una rappresentazione inconscia ad
un’altra, senza legarsi a nessuna.
Obiettivo del processo primario è stabilire attraverso le vie più brevi una IDENTITA’
DI Percezione, ossia il soddisfacimento allucinatorio di un bisogno.

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Il soddisfacimento attraverso un oggetto allucinatorio non è definitivo e non ostacola
la ricerca successiva dell’oggetto reale.
Il p. Primario Funziona secondo il PRINCIPIO di PIACERE e il soddisfacimento della
pulsione dunque la scarica dell'energia è immediata.

PROCESSO SECONDARIO caratterizza Preconscio e Conscio. Funziona con energia


legata cioè che si lega in maniera stabile ad una rappresentazione, spiegando così la
capacità del pensiero di soffermarsi sui concetti.

Mentre il processo primario è basato sull’identità di percezione, il processo secondario


si centra sull’IDENTITA’ DI PENSIERO. La meta rimane, anche qui, la scarica della
tensione, ma data la presenza delle categorie di spazio e tempo, questa può avere
luogo in maniera differita, facendo i conti con la frustrazione e ricorrendo al pensiero.
Da questo si comprende che
Il processo secondario riguarda non più solo la sfera mentale ma anche la realtà
esterna.

Principio di piacere e principio di realtà


Secondo Freud il funzionamento mentale è regolato da due principi: il principio del
piacere e il principio di realtà.

PRINCIPIO DI PIACERE mira alla scarica e al soddisfacimento pulsionale per la via più
breve possibile. Questo principio sta alla base del processo primario e caratterizza le
prime fasi di vita del bambino in cui è assente qualsiasi confronto con il mondo
esterno. In seguito l’individuo deve fare i conti con i limiti e gli ostacoli posti dalla
realtà rispetto al soddisfacimento immediato della pulsione. In questo snodo si
colloca il passaggio dall’identità di percezione all’identità di pensiero e dal principio
di piacere al principio di realtà.

PRINCIPIO DI REALTA’ sta alla base del processo secondario e quindi del sistema
preconscio-conscio.
Il soddisfacimento della pulsione qui non è più immediato ma viene modellato dalla
realtà esterna e dai suoi vincoli. Le pulsioni di autoconservazione si adattano al
principio di realtà, mentre quelle sessuali vengono imbrigliate solo in parte.
LA SECONDA TOPICA
Si tratta di un modello strutturale della mente, in cui non si parla più di province ma di
istanze psichiche, funzioni mentali: L’Es, l’Io e il Super-Io.
L’ES è la prima istanza a formarsi a livello ontogenetico. Viene indicato con il pronome
personale neutro di terza persona per evidenziarne l’impersonalità: è infatti comune
a ciascun essere umano. L’Es è la sede delle pulsioni e del rimosso, è del tutto
inconscio e si basa sul processo primario e quindi il principio di piacere.

L’IO è costituito da una parte conscia, che si manifesta nel pensiero, nell’attenzione,
nel ragionamento, e da una inconscia, responsabile dell’attivazione delle resistenze e

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dei meccanismi di difesa. L’io è il risultato della modificazione di una parte dell’Es,
prodotta dal contatto con il mondo esterno (alla nascita l’individuo è costituito solo
dall’Es).
L’io ha la funzione di mediare tra mondo interno e mondo esterno e tra richieste
pulsionali dell’Es e richieste censorie da parte del Super-io. L’io è responsabile
dell’esame di realtà ed è agganciato al principio di realtà, per cui introduce la
dimensione temporale nella mente, che permette la tolleranza della frustrazione e la
possibilità di ritardare il soddisfacimento pulsionale.
Per quanto riguarda gli aspetti economici, l’io non dispone di un’energia propria, ma
usa quella dell’Es (unica fonte energetica dell’apparato psichico). Freud spiega questo
concetto con l’immagine di un cavaliere che doma il suo cavallo: il cavallo è l’Es,
dotato di energia pulsionale, e il cavaliere che usa l’energia del cavallo per i suoi scopi,
imbrigliandolo, è l’Io.
L’Io si forma grazie a numerose identificazioni e introiezioni di parti dell'altro.
Super-io= nasce in relazione al superamento del complesso edipico, che porta
all’identificazione con il genitore del proprio sesso e dunque all’assunzione di valori,
norme e divieti genitoriali e poi sociali. Anche il Super-io è in parte conscio e in parte
inconscio. E’ un’istanza prevalentemente censoria che comprende la coscienza
morale. Il Super-io si forma a immagine del Super-io del padre: è infatti un’istanza
psichica trans generazionale, che si trasmette senza molti cambiamenti da una
generazione all’altra.
Nel Super-io le pulsioni di morte prevalgono sulle pulsioni di vita.
Il conflitto tra Io e Super-io determina il senso di colpa.

Freud ha distinto tra:


• IO IDEALE modello di perfezione che si sviluppa durante la fase del narcisismo
primario.
L’individuo lo utilizzerà come riferimento per valutare la qualità delle proprie
azioni, conoscenze e conquiste.
• IDEALE DELL’IO modello di perfezione rappresentato dai genitori (o da uno di
essi), solitamente la madre. Infatti se il Super-io corrisponde al padre severo e
punitivo, l’ideale dell’Io rimanda invece alla madre amorevole che orienta e
consiglia. All’ideale dell’io si fa risalire la vergogna (mentre al Super-io il senso di
colpa).
Punti di vista pag 52

Capitolo 5- Il sogno

Prima di Freud, ad es nell’antichità, si pensava al sogno con un’ottica divinatoria; ai


tempi di Freud lo si riteneva una conseguenza di una perturbazione del sonno.
In Freud emerge invece l’idea che il sogno sia un atto psichico dotato di un significato
autentico, che non è però percepibile immediatamente. Infatti nel sogno sono
individuabili due livelli:

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- il contenuto onirico manifesto, ciò che il sognatore ricorda, la superficie.

- i pensieri onirici latenti, lo strato nascosto del sogno, a cui è possibile accedere
solo in seguito ad un’analisi approfondita.

Il sonno comporta il distacco del soggetto dal mondo esterno e favorisce la regressione,
ovvero l’attivazione di modalità di pensiero più arcaiche di quelle della veglia; il sonno
inoltre allenta la forza della censura nei confronti dei contenuti rimossi, per cui alcuni
di questi riescono a passare attraverso le maglie della censura dando origine al sogno,
che in Freud diviene allora via regia all’Inconscio.
La tecnica freudiana prevede l’utilizzo delle libere associazioni per ciascun segmento
del sogno (che si invita ad annotare per non dimenticare, poi a dividere in sequenze per
l’analisi segmentale) F0E0 per ogni segmento si richiede quali ricordi e impressioni
emergono alla mente, lasciandola libera il più possibile di recuperare il materiale, entro
uno stato simili al dormiveglia.
Tutti i dettagli e i personaggi dei sogni hanno un significato profondo che travalica
quello di superficie, talora confuso, e rimandano ad aspetti nascosti che gradualmente
emergono e danno un senso nuovo e per taluni aspetti imprevedibile alla narrazione. Il
sogno è un fenomeno psichico pienamente valido ed in particolare rappresenta
l’appagamento di un desiderio, o meglio, l’appagamento mascherato di un desiderio
rimosso o represso. Nel sogno infatti entrano in gioco due tendenze psichiche opposte:
la prima plasma il desiderio espresso dal sogno e la seconda esercita una censura sui
contenuti latenti del sogno stesso, imponendo loro una serie di deformazioni che
rendono il tutto difficilmente intelligibile.
Nel materiale del sogno vi sono riferimenti ai residui diurni, ai ricordi di eventi passati, a
contenuti riferiti all’infanzia.
I contenuti del sogno sono per gran parte inconsci, ma come abbiamo detto,
nonostante i contenuti rimossi riescano a passare attraverso la censura questa li
deforma, per renderli meno conoscibili. Questo è il cosiddetto LAVORO ONIRICO F0E0
processo di trasformazione dei pensieri onirici latenti nei contenuti manifesti del
sogno.
Il lavoro dell’analista nell’interpretazione va nella direzione opposta: partendo dalla
dimensione manifesta egli ripercorre a ritroso i processi di deformazione operati dal
lavoro onirico, per giungere a intercettare i contenuti latenti inconsci. L’assurdità del
sogno scompare non appena si approfondisce il significato.
Il lavoro onirico comprende quattro modalità di modificazione del materiale latente:
• Condensazione F0E0 ogni contenuto manifesto può rimandare a più contenuti
latenti, che vengono condensati nelle immagini del sogno; per cui si possono
avere persone “collettive” o formazioni “miste”, dovute all’unione di aspetti che
rinviano a diverse persone o a vari eventi reali. La Sovradeterminazione F0E0 anche
detta determinazione multipla, è un fenomeno in base al quale un singolo
aspetto del sogno rinvia a più fattori determinanti e riguarda anche gli atti
mancati e i sintomi;
• Spostamento F0E0 delle intensità psichiche dei vari elementi onirici, tanto che ciò
che appare a prima vista secondario nel sogno manifesto può essere

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fondamentale per la comprensione del livello profondo del sogno stesso, e
viceversa i particolari apparentemente principali della trama manifesta sono
riempitivi e falsi bersagli;
• Rappresentazione per immagini (rappresentazione plastica) F0E0 i concetti astratti
non sono rappresentabili nel sogno manifesto se non attraverso una modalità
concreta, quindi per mezzo di immagini: l’amore attraverso persone che si
amano. Nel livello manifesto del sogno tutto è immagine.
• Elaborazione secondaria F0E0 i contenuti profondi del sogno sono tenuti insieme, a
livello manifesto, da pensieri di saldatura, che riempiono le lacune logiche e
narrative presenti nella struttura del sogno. L’elaborazione secondaria ha la
funzione di contenere e ridurre gli aspetti assurdi e incoerenti del sogno, tanto da
dargli la forma di una storia lineare e comprensibile (la dotano di narrabilità, in
quanto i contenuti inconsci non hanno di per sé tale logica). L’elaborazione
secondaria agisce sui prodotti degli altri meccanismi del lavoro onirico e non
riguarda solo la fase finale del sogno, cioè quella del suo ricordo e della sua
narrazione, ma viene attivata anche contemporaneamente alla formazione del
sogno stesso.
I simboli del sogno.
Una parte significativa del lavoro di interpretazione del sogno riguarda la componente
simbolica del linguaggio onirico.
I simboli del sogno appartengono all’inconscio e possono ritrovarsi anche nell’arte, dei
riti, nei miti, nel folklore, nelle leggende, nella letteratura. I simboli onirici non possono
essere soggetti ad una decodificazione rigida, meccanica e univoca, perché sono
polisemici e ambigui per natura. Solo il contesto semantico che si delinea attraverso le
associazioni libere del soggetto e la rete di rinvii interni al testo onirico consentono di
volta in volta di attribuire ai simboli un significato plausibile e adeguato.
Nei confronti del sogno quindi la tecnica freudiana prevede il paziente nel ruolo di
referente soggettivo, ancorato alle associazioni e l’analista quale referente esterno
(oggettivo), dato che i simboli in parte appartengono ad una dimensione mentale (e in
parte culturale) condivisa e trasversale ai diversi individui.
Freud afferma che la maggior parte dei sogni tratta materiale sessuale ed esprime
desideri erotici, per quanto opportunamente mascherati.
Il significato di un simbolo si può ricavare in base alla forma o alla funzione dell’oggetto
che lo rappresenta: per esempio il re e la regina possono rimandare alla funzione della
coppia genitoriale; oggetti di forma allungata oppure dotati della funzione di
contenitore possono alludere rispettivamente al genitale maschile e a quello
femminile; la calvizie, la perdita di denti, la decapitazione possono simboleggiare
l’evirazione.
La censura deforma non solo i contenuti, ma anche la relazione tra essi, nel senso che
modifica la sintassi del sogno durante il lavoro onirico.
La grammatica e gli affetti del sogno
Il sogno non dispone di alcun mezzo per rappresentare le connessioni logiche e
temporali esistenti tra le sue parti. Queste connessioni vengono ricostruite attraverso

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l’interpretazione, ma nel sogno non compaiono o comunque non sono rappresentabili.
La relazione di causa-effetto può essere rappresentata attraverso il nesso tra un sogno
preliminare e un sogno successivo.
La causalità può essere espressa anche mediante un’immagine che si trasforma in
un’altra.
Il linguaggio del sogno è quello del processo primario, che non può essere tradotto
direttamente in quello del processo secondario. Nel sogno una componente può
rimandare a se stessa o al proprio contrario, dato che la negazione non esiste nel
linguaggio inconscio.
I sogni hanno spesso un’importante componente affettiva, che può anche non essere in
sintonia con i contenuti del sogno stesso: usa situazione spaventosa può non suscitare
paura oppure un evento innocuo può destare terrore.
Gli affetti del sogno sono di notevole aiuto nell’interpretazione, poiché sono la parte
più resistente alla censura. Per cui in base all’affetto che può essere ricercato il senso
pertinente alla rappresentazione che si sta indagando. Non mancano però esempi
riportati da Freud di inversioni di stati affettivi nei sogni, a loro volta considerate
funzionali alla censura onirica.
Un aiuto all’interpretazione consiste nei richiedere ai pazienti di raccontare una
seconda volta lo stesso sogno e concentrarsi sui cambiamenti nel ricordo e nella sua
formulazione verbale. Le differenze tra le due versioni coincidono con i punti deboli del
travestimento onirico.
A volte la censura onirica impedisce di rievocare alcune sequenze o qualche dettaglio
del sogno. Se durante la seduta si notano omissioni di questo tipo, di solito risultano
essere particolarmente importanti, perché riguardano aspetti debitamente oscurati per
la loro delicatezza.

I sogni d’angoscia.
Anche i sogni d’angoscia rappresentano l’appagamento di un desiderio latente.
Intuitivamente potrebbe sembrare paradossale o difficile da capire. In realtà nel
passare dal contenuto manifesto a quello latente il sogno assume un significato nuovo
e chiarisce il desiderio nascosto.
Un’osservazione importante riguarda l’angoscia che si manifesta nei sogni di contro
desiderio. essi hanno come contenuto lo scacco di un desiderio oppure qualcosa di
indesiderabile che provoca angoscia. Nella maggior parte dei casi, anche questi sogni
rappresentano la soddisfazione di desideri, però di natura masochistica. La punizione
appare giusta e inevitabile, ed è quindi desiderata, almeno inconsciamente. Tra i sogni
tipici d’angoscia, quello della morte di persone chiare può spiegare un desiderio
rimosso che è lontano nel tempo, legato a dinamiche familiari (per esempio liti con i
fratelli e odio) o più prettamente edipiche (il desiderio di morte di un genitore). In
ogni caso rappresentano casi particolari, poiché il pensiero onirico latente si sottrae
ad ogni censura e deformazione e passa inalterato nel sogno manifesto.
Altro sogno tipico è quello di angoscia o imbarazzo per la propria nudità. I desideri
proibiti in questo caso sono quelli esibizionistici dell’infanzia, che poi vengono rimossi
dalla morale e dall’educazione.

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Infine Freud prende in considerazione i sogni dei pz affetti da nevrosi di guerra,
affermando che sono esempi di realizzazioni oniriche in cui la funzione del sogno è
venuta meno e quindi si tratterebbe di eccezioni che confermano la regola.

C. 6 Lo sviluppo infantile
6.1. La sessualità infantile
Freud critica la credenza diffusa secondo la quale le pulsioni sessuali si svilupperebbero
solo a partire dalla pubertà; egli afferma per contro che le pulsioni sessuali si
manifestano fin dalla nascita, ma a loro esistenza non viene riconosciuta per via
dell’educazione che tenta di domare, o perché costituiscono un fattore destabilizzante
che potrebbe minacciare la civiltà e le sue regole.
Le manifestazioni sessuali infantili hanno tre caratteristiche comuni: i primi impulsi
della sessualità infantile si appoggiano ad altre funzioni fisiologiche come la nutrizione
(la suzione del seno materno produce nel bambino un piacere di natura sessuale); le
pulsioni sessuali sono orientate in direzione autoerotica, in quanto l’oggetto investito
dalla libido non è percepito dal bambino come esterno a se stesso; sono legate ad una
zona erogena, ovvero una parte del corpo che, se stimolata, produce piacere.
Secondo Freud la vita sessuale del bambino è perversa, in quanto non ha ancora i tratti
della sessualità genitale e dunque non può portare alla riproduzione; è perversa anche
perché è rivolta ad oggetti parziali su cui si orientano le pulsioni parziali, proprio come
nelle perversioni.
Lo sviluppo psicosessuale freudiano è concepito secondo un modello epigenetico, cioè
ogni nuova fase evolutiva si pone in continuità con quella precedente e ne risulta
condizionata. Il percorso evolutivo è strutturato secondo una gradualità e un ordine
prestabiliti. Ogni nuova tappa dipende dal successo con cui quella precedente è stata
superata e pone le premesse per la successiva.
Può anche accadere che, ad un certo momento, l’individuo faccia ritorno ad una fase
che aveva già attraversato: si definisce regressione rispetto alla normale sequenza
evolutiva, che comporta il recupero di aspetti e atteggiamenti caratteristici di una fase
più arcaica. Se transitoria, la regressione non crea alcun problema; se comporta invece
un arresto a una fase precedente, a un punto di fissazione che si è prodotto nel corso
dello sviluppo, la condizione è più seria e potenzialmente patologica.
Le fasi descritte da Freud sono:
1. Fase orale (0-18 mesi) 2. Fase anale (18 mesi- 3 anni)
3. Fase fallica (3- 5/6 anni) 4. Fase di latenza (5-6 anni) 5. Fase genitale (pubertà)
1. Fase orale F0E0 (nascita – primo anno e mezzo) Il piacere è legato alla zona erogena
della bocca ed inizialmente è connesso alla nutrizione. Successivamente il movimento
ritmico delle labbra viene attivato dal bambino anche indipendentemente
dall’assunzione di cibo: il piacere si scinde così dalla funzione fisiologica
dell’alimentazione, e il seno materno può venire sostituito dal dito, la lingua, le labbra
stesse.
Inizialmente l’oggetto della pulsione è esterno (il seno), in seguito viene sostituito da
una parte del corpo del bambino. La meta è l’incorporazione dell’oggetto, che
costituirà il modello dei successivi meccanismi di identificazione costituitivi della
personalità dell’individuo. L’identificazione è infatti rapportabile a un’incorporazione di

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aspetti dell’altro in sé stesso. L’io, L’identità si costruiscono progressivamente
attraverso successive identificazioni.
2. Fase anale F0E0 (un anno e mezzo – tre anni) l’energia libidica si sposta su una
nuova zona erogena, l’ano. E’ il periodo in cui gradualmente si acquisisce il controllo
sfinterico, dunque sono due le possibili azioni di segno opposto, trattenere o espellere
le feci. Se nella prima fase il meccanismo principale era l’incorporazione di un’entità
esterna, nella seconda fase acquisisce importanza la conservazione o l’eliminazione di
un’entità interna.
Il bambino da un lato deve imparare a gestire imposizioni materne di segno opposto
relative all’evacuazione (espellere/trattenere), dall’altro percepisce le proprie feci
come un oggetto che può essere buono oppure cattivo, può costituire un dono o uno
strumento di aggressione.
Si tratta della prima manifestazione dell’AMBIVALENZA, cioè della possibilità di
percepire uno stesso oggetto come positivo o negativo, buono o cattivo e quindi di
scegliere l’azione e l’atteggiamento da adottare. Gli aspetti più arcaici dell’ambivalenza
possono essere fatti risalire al periodo tardo (dopo i sei mesi) della fase orale (detta
sadico-orale), ma è solo con la fase anale che si conquista la vera ambivalenza, quando
le feci si caricano di un valore simbolico. Infatti la loro espulsione è un dono, una parte
di sé che viene offerta all’altro, ma può essere anche vissuta fantasmaticamente come
un gesto di aggressione. Il trattenere le feci coincide con la scelta di conservare un
proprio prodotto, una parte di sé, o per ricavarne piacere, oppure per privare l’altro
della gratificazione connessa al dono.
In questa dinamica trova il suo primo nucleo la scelta tra atteggiamento narcisistico,
manifestato nella conservazione delle feci per il proprio piacere personale, e un
rapporto oggettuale orientato verso il mondo esterno, quindi verso la madre, che si
manifesta nell’espulsione delle feci.
Altro aspetto importante è la prima percezione del mondo esterno. Il bambino poco
alla volta percepisce che il suo comportamento provoca una reazione di approvazione
o di critica da parte del mondo esterno (madre) e inizia così a cogliere, benché in modo
approssimativo, la dimensione temporale.
L’ambivalenza produce a livello mentale l’alternativa tra la passività e l’attività, prima
delle dicotomie che condurranno, passo dopo passo, a quella tra maschile e femminile.
In relazione al rapporto con l’oggetto, Freud introduce il concetto di sadico-anale.
L’aggettivo sadico inteso come controllare e distruggere per dominare.
Conseguenze di una fissazione e di una successiva regressione alla fase anale F0E0 tratti
caratteriali quali la tendenza eccessiva all’ordine (pulizia, scrupolosità, accuratezza
nell’eseguire qualsiasi azione), all’ostinazione (fino alla caparbietà) e alla parsimonia
(fino all’avarizia).
In particolare l’ordine e la pulizia costituiscono una FORMAZIONE REATTIVA nei
confronti dell’interesse Inconscio per le feci e in generale per ciò che è sporco; la
parsimonia, come tendenza ad accumulare beni e ricchezze, è il risultato di una
sublimazione dell’orientamento a trattenere le feci, sostenuta anche
dall’identificazione tra feci e denaro che emerge in diverse manifestazioni del pensiero
arcaico quali miti, favole e leggende; l’ostinazione sarebbe a sua volta una

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sublimazione del comportamento ostinato del bambino nel trattenere (e
probabilmente anche nell’espellere) le feci.
3. Fase fallica e complesso edipico F0E0 (3- 5/6 anni)
Rispetto alle altre fasi, teorizzate nel 1905 nei Tre saggi sulla teoria sessuale, la fase
fallica è stata elaborata da Freud in un periodo più tardo (L’organizzazione genitale,
1923). Le pulsioni, che nelle prime due fasi (orale e anale) funzionano
indipendentemente una dall’altra, nella fase fallica si unificano sotto il primato degli
organi genitali.
La libido si concentra nella zona erogena genitale. La manipolazione genitale oltre a
produrre piacere è anche segno di curiosità, di conoscenza, di esplorazione e di
organizzazione del proprio schema corporeo.
Freud denomina fallica questa fase, alludendo al solo genitale maschile, perché ritiene
che in questo periodo sia la femmina che il maschio conoscano solo il fallo (primato del
fallo). La bambina non è consapevole di avere un proprio genitale, ma crede di non
avere il pene. Di qui l’invidia del pene della bambina, collegata ad un risentimento
verso la madre che non l’ha dotata di un genitale come quello del fratellino e del padre
(complesso di evirazione). Così la bambina sceglie il padre come oggetto di amore
edipico, poiché egli le può dare il pene o il suo equivalente simbolico, un figlio. Nella
fase fallica troviamo dunque contrapposti i due concetti di fallico - evirato. La fase
fallica ha la sua manifestazione più significativa nel complesso di Edipo. Nel bambino,
intorno ai 4-6 anni, si nota un’attrazione (desiderio sessuale) nei confronti del genitore
di sesso opposto e un’ostilità (desiderio di morte) verso il genitore del proprio sesso.
Questa è la forma positiva del complesso, nella forma negativa si manifestano
tendenze opposte. Entrambe le forme coesistono nello stesso individuo.
Il genitore amato (di sesso opposto) non può essere conquistato poiché non si può
vincere sull’altro genitore avversario. E’ decisiva la consapevolezza infantile della
presenza del fallo nel maschio e della sua mancanza nella femmina, percepita come il
risultato di un’evirazione. Nel maschio vi è la minaccia di castrazione, unita alla
delusione amorosa, che lo orienta verso il superamento del complesso edipico.
L’investimento sessuale viene dunque abbandonato e sostituito dall’identificazione con
il padre.
L’autorità paterna viene introiettata e costituisce il nucleo del Super-io. Le tendenze
libidiche epidiche vengono in seguito desessualizzate e sublimate, dando origine ai
normali moti di tenerezza nei confronti dei genitori.
La bambina, nel corso del complesso di evirazione, cambia l’oggetto sessuale (prima
era la madre) e passa al padre. Il senso di inferiorità dovuto alla mancanza del fallo
determina l’invidia del pene che se non elaborata adeguatamente può far sorgere nella
donna un complesso di virilità che potrebbe portare difficoltà nello sviluppo sessuale
normale. Dal padre desidera il dono del pene o un suo sostituto simbolico (un
bambino). Nel comprendere l’impossibilità di realizzare questo desiderio, anche la
bambina rinuncia alla conquista sessuale del genitore.
Dunque nel maschio il complesso edipico tramonta con la minaccia di evirazione, nella
femmine nasce a causa del complesso di evirazione.
La mancanza di minaccia di evirazione, e quindi la minore angoscia vissuta dalla
bambina, spiega secondo Freud il motivo per cui il Super-io delle femmine sia più

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fragile di quello dei maschi (era tradizionalmente diffusa l’idea che la donna ha una
morale ed un senso del dovere inferiore a quelli dell’uomo e che sia la femmina
tentatrice e diabolica).
Fase di latenza F0E0 (5-6 anni) è un periodo tra la risoluzione del complesso edipico e la
pubertà, durante il quale si assiste al declino degli impulsi sessuali e si verifica una
desessualizzazione delle relazioni oggettuali: la tenerezza prevale, emergono
sentimenti come il pudore e la ripugnanza e si manifestano le aspirazioni morali (Super-
io) ed estetiche (da collegare alla sublimazione, che si evidenziano durante la fase di
latenza). La rimozione agisce in modo particolare sulle tendenze sessuali dei primi anni,
producendo l’amnesia nei confronti della sessualità perversa dell’infanzia. Secondo
Freud la latenza è determinata organicamente ed ereditariamente, ma è condizionata
in maniera significativa dall’educazione. In questa fase, la pulsione sessuale,
opportunamente sublimata e inibita alla meta, viene utilizzata per l’instaurazione delle
relazioni sociali con i coetanei e altre figure esterne alla famiglia.
Fase genitale F0E0 con la pubertà si risvegliano le pulsioni sessuali, l’organizzazione
libidica raggiunge la maturità e la completezza. La persona, va alla ricerca del partner
sessuale; la tenerezza e la sessualità si uniscono e comprendono anche l’aggressività.
La dicotomia arriva ad essere quella tra i concetti maschile e femminile. Questa fase è il
punto di arrivo di uno sviluppo sequenziale che consente uno sviluppo corretto sia
fisico che psichico, un Io che si potenzia, la piena integrazione sociale, un equilibrio che
favorisce il mantenimento della salute mentale.
Il raggiungimento della capacità generativa rende il soggetto completo e realizzato.
Tutto ciò che non rientra nella categoria della genialità eterosessuale finalizzata alla
procreazione rientra nella categoria delle perversioni, considerate come
manifestazioni regressive di sessualità orale o anale o come deviazioni rispetto
all’oggetto sessuale (omosessualità o pedofilia) o alla meta sessuale (feticismo,
voyeurismo, esibizionismo, sadismo, masochismo e nell’impiego a scopo sessuale di
parti anatomiche diverse dai genitali).
L’omosessualità e l’eterosessualità, secondo Freud sono il risultato di una scelta e di
un’esclusione nei confronti della bisessualità che appartiene originariamente ad ogni
individuo.
6.7 Autoerotismo, narcisismo, relazione oggettuale
Autoerotismo delle prime fasi di vita F0E0 si intende il fatto che il bambino, non essendo
in grado di relazionarsi con il mondo esterno, orienta le proprie pulsioni su di sé
cercando il soddisfacimento, legandosi ad un organo e al proprio corpo. Il seno della
madre non è percepito come qualcosa di diverso da sé stesso ma come una fonte di
piacere che gli appartiene.
Narcisismo primario F0E0 passo successivo rispetto all’autoerotismo. L’appagamento è
ancora orientato in direzione autoerotica, ma ora il bambino acquisisce un’immagine
unificata del proprio corpo poiché le pulsioni ora si coordinano e si unificano. Il
narcisismo non è una perversione, ma è il complemento libidico dell’egoismo delle
pulsioni di autoconservazione. L’egoismo sta alle pulsioni di autoconservazione come il
narcisismo sta alle pulsioni sessuali.
La libido è investita originariamente sull’Io del bambino, quindi in direzione narcisistica;
solo in un secondo momento una quota di questa LIBIDO NARCISISTICA sarà orientata

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in direzione oggettuale (LIBIDO OGGETTUALE). Le dinamiche narcisistiche e oggettuali
sono reciprocamente oppositive: il massimo sviluppo della libido oggettuale si
manifesta nell’innamoramento, in cui l’Io sembra abdicare al proprio narcisismo e
svuotarsi per investire tutta la libido nella persona amata; il massimo investimento
nella libido narcisistica si ha invece nella psicosi, in cui l’individuo non è capace di
attuare vere relazioni oggettuali.
Le teorie sul narcisismo di Freud derivano dalle osservazioni di pazienti con
psiconevrosi narcisistiche come la schizofrenia (dementia praecox) e la paranoia.
Quando il soggetto ha raggiunto la capacità di investimento libidico oggettuale, la
libido può far ritorno sull’Io. In questo caso si parla di narcisismo secondario, che
rispetto a quello primario non costituisce una condizione esclusiva, ma è il risultato di
una scelta e si colloca all’interno di un’oscillazione tra l’investimento sull’oggetto e
quello sull’Io. La necessità di investimento sulla relazione oggettuale si presenta
quando quello narcisistico supera un certo livello di intensità; lo stato di tensione
conseguente genera dispiacere e può essere superato solo attraverso la scarica
dell’ingorgo libidico sull’oggetto (“per non rischiare di ammalarci dobbiamo
cominciare ad amare”).
La libido può essere indirizzata sulla persona che nutre e accudisce (scelta oggettuale di
appoggio o anaclitica) oppure sulla propria persona (scelta narcisistica): gli individui che
verranno amati saranno scelti secondo una direzione anaclitica (la persona amata
riprodurrà inconsciamente la madre che ci ha nutrito o il padre che ci ha protetto) o
secondo una direzione narcisistica (si amerà una persona che ripropone la nostra
immagine, più in particolare ciò che si è o ciò che si è stati o ancora ciò che si vorrebbe
essere).
La scelta d’amore narcisistica secondo Freud è alla base dell’omosessualità F0E0
omosessuale è chi sceglie il proprio partner identificando se stesso con la propria
madre (con il padre se si tratta di una donna) e, in modo complementare, identificando
il partner con se stesso. L’omosessuale ama una persona del proprio sesso perché il
rapporto intenso con la madre (o con il padre per la donna) ha portato a identificarsi
con lei (lui) e ad adottarne la prospettiva sessuale.
Il narcisismo primario, una volta superato, ricompare nell’atteggiamento dei genitori
verso i propri figli, ai quali viene attribuita ogni virtù e ogni perfezione. L’amore dei
genitori verso i figli, in questa prospettiva, non è altro che una riedizione del loro
narcisismo primario.
Il narcisismo nell’adulto prende corpo nell’idealizzazione di sé da origine all’Io ideale,
modello in relazione al quale l’individuo commisura il proprio Io reale.
E’ necessario che il narcisismo e l’investimento oggettuale si bilancino nell’individuo. Il
narcisismo, se contenuto entro limiti precisi, costituisce la base dell’autostima.
L’investimento oggettuale, d’altro canto, è l’antidoto per contenere gli eccessi
narcisistici.
6.8 L’evoluzione dell’oggetto
L’oggetto è ciò attraverso cui la pulsione può raggiungere la propria meta. Lo sviluppo
psicosessuale del bambino comporta un graduale passaggio dall’oggetto parziale (il cui
prototipo è il seno materno) all’oggetto totale (la madre come persona), che compare
nella fase genitale in quanto la libido si indirizza in questa fase al partner genitale.

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Anche se già nelle due fasi precedenti compare l’’oggetto inteso come persona
completa, l’attenzione è ancora concentrata durante il complesso edipico su oggetti
parziali (genitali). L’oggetto totale si rafforza poi nella fase di latenza, benché sia
investito da pulsioni sessuali sublimate (ampliamento delle relazioni interpersonali). Il
primo oggetto con cui il neonato si relaziona è esterno (il seno della madre) ma egli non
è consapevole della sua esistenza come oggetto indipendente da lui. La prima
percezione vera dell’oggetto si può far risalire alla fase anale: le feci sono percepite
come oggetto da donare o da conservare e il mondo esterno è il destinatario. Dalla fase
fallica si raggiunge la piena consapevolezza dell’oggetto esterno, che è investito dalle
pulsioni sessuali e aggressive edipiche.

C. Tra salute e psicopatologia


In Psicopatologia della vita quotidiana (1901b) Freud afferma che non vi è una linea
netta di demarcazione tra nevrosi e normalità, il passaggio tra l’una e l’altra è graduale
e
sfumato. Nel comportamento quotidiano di ogni individuo è riscontrabile una
“sintomatologia della normalità” (comportamenti che rinviano a dinamiche patologiche
pur in assenza di nevrosi), che emerge soprattutto nei cosiddetti ATTI MANCATI o
paraprassie (dimenticanze, lapsus, azioni sintomatiche e casuali ecc.), così definiti
perché indicatori di una non perfetta sintonizzazione con la realtà.
Come il sogno, anche l’atto mancato è un atto psichico pienamente valido, dotato di un
significato preciso, di un’intenzione inconscia. Gli atti mancati sono il segno che il
nostro Inconscio si sta manifestando contro la nostra volontà cosciente.
Le principali tipologie di atti mancati analizzate da Freud sono le dimenticanze (di nomi
propri, di parole straniere, di sequenze di parole, di impressioni e di propositi), i lapsus
(verbali, di lettura, di scrittura), le sbadataggini, le azioni sintomatiche e casuali (piccoli
gesti che si eseguono inconsapevolmente, come battere una penna sul tavolo,
attorcigliarsi i capelli con le dita, accarezzarsi la barba).
Il determinismo psichico è la cornice teoria entro cui Freud spiega la natura inconscia
della mente e dei fenomeni normali (lapsus) e patologici (nevrosi): nulla avviene per
caso, dietro ad ogni evento, anche il più apparentemente fortuito, si cela
un’intenzione, un significato. Ogni accadimento psichico è legato a quelli precedenti.
Alla base di ogni atto mancato si trova un conflitto, un’interferenza tra una tendenza
perturbatrice e una tendenza perturbata. Nell’esempio del capo che aprendo una
riunione di lavoro dice “la seduta è chiusa” ad indicare che in realtà vorrebbe trovarsi
altrove o spera che finisca il prima possibile, la forza perturbatrice è il desiderio che la
riunione abbia presto fine, ad essere perturbata è la formula di apertura dei lavori.
Il lapsus non è un errore della parola, ma cela sempre un significato inconscio o meglio
un desiderio inaccettabile che non potendo venire alla luce viene rimosso. Il lapsus è
dunque un fallimento del rimosso attraverso cui il desiderio trova espressione.
Come dimenticare le chiavi di casa, può significare un non volervi rientrare (deviazione
dell’intenzione). Dimenticare di cancellare sms rischiosi può celare un desiderio
inconscio di essere scoperti.

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7.2 Il motto di spirito
Secondo Freud è la dimostrazione di come si possano riscontrare gli stessi processi
mentali tanto nelle condizioni di salute quanto negli stati nevrotici. Anche il motto è un
linguaggio che affonda le sue radici nell’Inconscio, che ha motivo di esistere nel
conflitto dato dalle restrizioni imposte dalla civiltà, che censurano le manifestazioni
dirette dell’aggressività e della sessualità.
I motti si distinguono in innocenti (giocati sul piacere rasserenante che deriva da un
gioco di parole gradevole o di una buona battuta, non aggressivi nei confronti di
un’altra persona ne dotati di riferimenti sessuali) e tendenziosi, che comprendono a
loro volta i motti ostili (a servizio della pulsione aggressiva) e i motti osceni (a servizio
della pulsione sessuale).
Il funzionamento del motto di spirito si basa prevalentemente su due meccanismi che
fanno parte dell’inconscio e che si trovano anche nel lavoro onirico e negli atti
mancanti: la condensazione e lo spostamento, che nel motto di spirito emergono in
particolare nei doppi sensi, nei giochi di parole, nelle ambiguità semantiche.
Il motto di spirito e il sogno hanno alcuni aspetti comuni, consistenti soprattutto nel
fatto che entrambi sono fenomeni psichici dotati di un significato e basati sul linguaggio
dell’inconscio. Però si differenziano per le loro modalità di produzione e di fruizione: il
sogno è un fatto privato, individuale, asociale e costituisce un appagamento
allucinatorio di desideri rimossi; il motto è invece comunicabile, ha una portata sociale
e il suo scopo consiste nel raggiungere una piacevole attenuazione delle tensioni sia in
chi lo produce sia in chi lo ascolta. Il sogno viene preparato da pensieri inconsci che
giungono alla coscienza deformati dalla censura per non generare dispiacere; il motto
invece si forma partendo da pensieri preconsci, che vengono abbandonati per un
momento all’elaborazione inconscia e poi sono subito riconsegnati alla coscienza per
produrre piacere; la tecnica del motto, giocata prevalentemente sulla condensazione e
sullo spostamento, ha la sua origine proprio in questa immersione momentanea
nell’inconscio. Negli atti mancati un contenuto inconscio sfugge al controllo dell’io e si
manifesta affiancando un’entità conscia oppure annullandola e sostituendola; l’atto
mancato quindi si manifesta nonostante l’io. Nel motto invece è proprio l’io che
consente ad un pensiero preconscio di immergersi temporaneamente nell’inconscio,
quindi è l’io che permette l’abbassamento delle difese e la manifestazione di alcuni
contenuti inconsci; il motto di spirito si forma grazie all’io.
7.3 Le psicopatologie : nevrosi attuali e psiconevrosi Freud
distingue le psicopatologie in due categorie:
a) nevrosi attuali (nevrosi d’angoscia, nevrastenia, ipocondria);
b) psiconevrosi:
b1) nevrosi di transfert b2) nevrosi narcisistiche solo le nevrosi di
transfert, secondo Freud, sono curabili con la psicoanalisi.
a) nevrosi attuali. Le nevrosi attuali non hanno origini dai conflitti infantili, ma le loro
cause sono riconducibili al presente e consistono in soddisfacimenti sessuali inadeguati.
Inoltre i loro sintomi non hanno una portata simbolica e quindi non rimandano ad alcun
significato latente particolare. Le nevrosi attuali non sono curabili con la psicoanalisi,
ma sono più propriamente di competenza neurologica.

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Le nevrosi d’angoscia deriva dall’accumulo di tensione sessuale che non riesce a venire
scaricata adeguatamente a causa di eccitazioni frustrante.
La nevrastenia viene fatta risalire a un ricorso eccessivo alla masturbazione e a un
funzionamento sessuale insufficiente, che non riesce a soddisfare in maniera adeguata
le richieste libidiche.
L’ipocondria consiste in una condizione di continua ansia per la propria salute, che può
sfociare in stati d’angoscia o depressione. Le cause rimandano a una tendenza a ritirare
la propria libido dal mondo esterno e a concentrarla su di sé e sull’organo sul quale si
focalizza la propria ansia.
B) psiconevrosi. Non dipendono da alcuna causa organica.
B1) nevrosi di transfer. Le nevrosi di transfert sono definite in questo modo perché la
libido è investita, traslata su oggetti esterni (reali o immaginari). I sintomi esprimono un
conflitto tra le spinte pulsionali dell’es e la funzione contrastante e difensiva attuata
dall’io.
Sono le sole patologie curabile con la psicoanalisi per diversi motivi: le loro cause non
sono organiche, ma risalgono al passato e in particolare all’infanzia; permettono
l’attivazione del transfert con l’analista; il sintomo ha una portata simbolica.
Nell’isteria di conversione il conflitto è simbolizzato da sintomi somatici. Queste
alterazioni di funzioni organiche sono la manifestazione in forma simbolica di un
conflitto inconscio, che nella maggior parte dei casi rinvia a dinamiche edipiche. La
regressione che si manifesta nell’isteria di conversione arriva alla fase fallica. Tra il
sintomo e il conflitto simboleggiato non esiste una relazione diretta immediata, ma
per risalire al significato latente del sintomo è necessaria un’indagine approfondita.
Inoltre il sintomo è spesso determinato.
Nell’isteria d’angoscia, l’angoscia stessa non viene convertita in un sintomo corporeo,
ma rimane come affetto vissuto con intensità dal soggetto e diventa perciò sintomo
essa stessa. Tale angoscia può non avere un referente esterno a cui agganciarsi, e in
questi casi la sua comparsa e la sua variazione di intensità rimangono del tutto
incomprensibili al paziente; oppure l’angoscia può fissarsi a precisi oggetti o situazioni
che ne determinano l’insorgere. In questi casi si parla di fobia. Nelle fobie si notano
fenomeni di spostamento, di proiezione e di simbolizzazione.
La regressione anche in questo caso arriva alla fase fallica e le manifestazioni
sintomatiche rimandano nella maggior parte dei casi a dinamiche edipiche.
Le nevrosi ossessive si manifesta in sintomi consistenti nella costrizione a sottostare a
impulsi ai quali non ci si può sottrarre e che non ci si riesce a spiegare razionalmente.
In questi casi si tratta di coazioni a compiere determinate azioni. Il paziente è
costretto a sottostare a dubbi irrisolvibili. La regressione giunge alla fase anale.
La personalità ossessiva è caratterizzata da un super-io particolarmente severo e sadico
che opprime l’io. (Freud, l’uomo dei topi).
B2) nevrosi narcisistiche. Mentre le nevrosi di transfert derivano da un conflitto tra es e
io, le psicosi riflettono un conflitto tra es e realtà esterna. La libido, nelle psicosi è
investita sull’io, anziché sull’oggetto esterno. in queste patologie le funzioni dell’io
sono in misura diversa compromesse. Non sono curabili con la psicoanalisi.
Le forme di psiconevrosi narcisistica più note sono la schizofrenia e la paranoia.

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Nella schizofrenia la regressione giunge fino allo stadio autoerotico quindi alla fase
orale. Il soggetto schizofrenico evidenzia principalmente: la dissociazione, che può
manifestarsi come incapacità di sintonizzare reciprocamente idee, pensieri, affetti; la
perdita di contatto con la realtà; la perdita del senso di identità; le idee deliranti.
La paranoia comporta una regressione ancora alla fase anale, collocata all’altezza del
narcisismo primario. Alla base di essa ci sono difese nei confronti di latenti tendenze
omosessuali, alle quali il paranoico reagisce con: deliri di gelosia nei confronti della
propria partner, accusata di amare lo’uomo che invece sarebbe inconsciamente amato
dal soggetto: deliri erotomaniaci; deliri di persecuzione; deliri di negazione.

7.4 Le perversioni sessuali


D8 Il voyeurismo e l’esibizionismo consistono nel riportare alla luce atteggiamenti
F0

sessuali infantili.
D8 Il feticismo, considerata da Freud una perversione maschile, consiste nella
F0

sostituzione del partner quale oggetto di desiderio sessuale con parti del suo corpo o
con i suoi indumenti e oggetti. E’ riconducibile ad un’angoscia da castrazione: la vista
del genitale femminile riattiva nel maschio il timore edipico di castrazione.
D8 Omosessualità maschile deriverebbe da una fissazione intensa alla figura materna
F0

durante l’infanzia, di modo che in seguito l’uomo si identifichi con la madre e assuma
se stesso come oggetto sessuale. Identificandosi con la propria madre, ama altri uomini
come la madre ha amato lui, quindi ama narcisisticamente se stesso all’interno di una
relazione oggettuale. L’omosessuale più che le donne evita il genitale femminile in
relazione all’intensa angoscia di castrazione vissuta nella fase fallica. Il rapporto con
altri uomini conferma la presenza del pene e rassicura l’angoscia di castrazione. La
carenza della funzione protettiva e orientante del padre, assente o comunque non
abbastanza carismatico o dotato di personalità, spiega secondo Freud l’omosessualità
maschile.
D8 Omosessualità femminile E0 riconducibile a un investimento sessuale
F0 F0

estremamente
intenso della bambina sulla madre, che non le consente poi di spostare l’investimento
libidico sulla figura paterna. In altre donne si nota invece che la scelta omosessuale
dipende da un odio intenso nei confronti della madre, che viene poi ribaltato per
mezzo di una formazione reattiva in amore.
Infine si nota che l’invidia del pene può essere decisivo nelle scelte omosessuali
femminili.

8. La tecnica psicoanalitica

8.1 Dall’abreazione all’analisi delle resistenze


Nella modalità di conduzione del trattamento da parte di Freud si possono individuare
tre fasi.
Il primo approccio alla terapia dell’isteria, soprattutto con Breuer, ha portato Freud
all’utilizzo del metodo catartico. Attraverso l’ipnosi, Freud e Breuer facilitavano
l’accesso alla coscienza della paziente degli eventi traumatici passati che, verbalizzati e

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accompagnati dalle relative emozioni, consentivano l’abreazione, ovvero la scarica
dell’importo di energia che era stata soffocata al momento del trauma. Questo tipo di
terapia prevedeva la presa in esame di un sintomo alla volta. L’atteggiamento
dell’analista era particolarmente attivo: si invitava la paziente a ricordare, le si
rivolgevano domande, sollecitazioni e insistenze.
La fase successiva vede Freud distaccarsi dal metodo catartico per poi approdare,
attraverso l’uso delle ASSOCIAZIONI LIBERE, alla psicoanalisi. Queste consistono nella
comunicazione libera e spontanea in cui il paziente dice tutto ciò che gli passa per la
mente, senza alcun filtro di natura morale, intellettuale o logica, relativamente ad un
elemento dato, come una parola, un’immagine, un ricordo, o anche in maniera del
tutto svincolata da riferimenti preesistenti. Inizialmente l’atteggiamento di Freud
rimane in parte attivo, in seguito l’attività lascia il posto alla passività dell’analista, che
interviene il meno possibile e non orienta l’analizzando.
Punto focale della psicoanalisi è ancora l’individuazione delle cause del disturbo, degli
eventi traumatici; divenire consapevoli conduce il paziente ad eliminare i sintomi e alla
guarigione. Per questo l’interpretazione è orientata in direzione storica.
In una terza fase ha luogo un’ulteriore modifica nella conduzione dell’analisi: Freud
nota che l’idea per la quale per guarire basta essere consapevoli delle cause è illusoria
e che inoltre spesso risulta impossibile risalire al trauma in quanto la verità storica era
filtrata e deformata dalla verità narrativa del paziente. Inoltre Freud prima di allora non
aveva considerato il modo in cui comunicava le proprie interpretazioni: se presentate
troppo precocemente, o in maniera eccessivamente diretta, risultavano destabilizzanti
e difficili da accettare per cui portavano ad innalzare nuove resistenze.
Freud iniziò così ad orientarsi verso una modifica tecnica importante: egli rinuncia a
cercare di individuare primariamente un determinato evento o un particolare
problema
collocati nella storia remota del paziente e si concentra sul presente e sulla
comunicazione verbale in corso; utilizza l’interpretazione centrandola sulle resistente
portate alla coscienza del paziente. Dopo che l’analizzando ha individuato e
comunicato all’analista le resistenze, spesso riferisce senza difficoltà i fatti e le
connessioni dimenticate. Le tre fasi della tecnica clinica hanno in comune gli scopi di
colmare le lacune della memoria e vincere le resistenze per far emergere i contenuti
rimossi della mente.
[Dunque nella psicoanalisi il terapeuta proverà a leggere il corteo sintomatologico,
come se il sintomo fosse un racconto. Quello della psicoanalisi è un percorso in cui
l’analista aiuta il paziente ad acquisire maggiore consapevolezza dei suoi conflitti
intrapsichici, ossia il raggiungimento dell’insight.
La seduta analitica è un luogo in cui il paziente incontra se stesso come non si vedeva.
Secondo Fromm il compito principale della vita è dare alla luce se stessi.
L’analisi ci mette a contatto con la nostra parte peggiore, ci costringe a guardare
aspetti che da sempre erano temuti. Solo così si può generare qualcosa di nuovo,
aiutando il pz ad appropriarsi di una conoscenza di sé stesso. Emerge all’ora
l’importanza dell’individuazione, il momento in cui diventiamo ciò che siamo.
Winnicott : “I giorni più importanti della vita sono quello in cui nasci e quello in cui
capisci perché”. In un saggio del 1904, Psicoterapia, lo stesso Freud descrisse le

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differenze con le altre psicoterapie prendendo ad esempio Leonardo Da Vinci e la
differenza tra due vie.
La via di porre F0E0 tipica della pittura, consiste nell’aggiungere qualcosa alla tela bianca.
La vita di levare F0E0 tipica della scultura, in cui si fa emergere la statua che dorme nel
marmo. ]
8.2 Il setting
SETTING F0E0 allude non solo all’organizzazione degli spazi in cui ha luogo la seduta, ma
anche a tutto ciò che fa parte del “contratto”e della relazione tra l’analista e il pz.
L’ambiente deve essere silenzioso e neutro, deve essere presente un lettino in quanto
la posizione favorisce il rilassamento e produce una condizione mentale meno
raziocinante e più orientato alla libertà associativa. L’analista sta seduto
dietro al paziente, di modo che non vi sia contatto visivo per non condizionare il pz
stesso ma anche per generare nell’analizzando una sensazione di solitudine e
frustrazione ma anche silenzio, che favoriscono
l’attivazione di dinamiche mentali produttive per l’analisi. Anche per questo motivo
l’analista deve essere il più possibile passivo.
ASTINENZA è fondamentale e Freud intendeva con il termine il fatto che vi deve essere
un distacco tra i due protagonisti dell’analisi. L’analista ha la funzione di specchio
riflettente: il paziente non deve avere la sensazione di trovarsi di fronte un
interlocutore entro una prassi comunicativa, il ruolo dell’analista è quello di rinviare al
paziente la sua propria immagine.
Il distacco, il silenzio, l’astinenza favoriscono la disposizione mentale dell’analista
caratterizzata dall’ATTENZIONE FLUTTUANTE, per cui egli si sintonizza sulla
comunicazione del paziente sulla base di una comprensione empatica, intuitiva, che
aiuta a cogliere ciò che si trova al di sotto della superficie e della comunicazione
verbale e gestuale.
La REGOLA FONDAMENTALE della psicoanalisi consiste nelle libere associazioni, quindi
il fatto che il paziente deve dire tutto ciò che gli passa per la mente, senza porsi
problemi di natura logica, morale, di convenienza o di opportunità. L’analizzando non si
deve sforzare di mantenere un filo conduttore e deve dar voce a tutto ciò che si
affaccia al suo pensiero (Freud invita il paziente ad immaginarsi come un viaggiatore in
treno che dal finestrino osserva il paesaggio e deve descriverlo in tutte le minuzie,
anche più insignificanti, al passeggero del lato corridoio che non può vedere attraverso
il finestrino). Alcuni paziente possono preparare nel dettaglio il discorso da presentare
attivando resistenze camuffate da zelo, che serve a proteggerli dall’affiorare di pensieri
sgradevoli e dolorosi. A volte accade che il paziente sostenga di non aver nulla da dire:
si tratta di una resistenza per protegge contenuti che inconsapevolmente si vogliono
mantenere nascosti. Rivelare al paziente la sua resistenza può aiutarlo ad uscire
dall’impasse.
Tutto ciò che dice e fa il paziente è significativo per l’analista, a volte proprio le parole e
i comportamenti prodotti prima e dopo la “parte ufficiale” della seduta, sono i più
importanti e significativi.
Le interpretazioni devono essere comunicate al paziente non prima che in lui si siano
stabiliti un efficace transfert e una solida ALLEANZA TERAPEUTICA, ossia un legame di
fiducia, collaborazione, nella consapevolezza che si sta svolgendo un percorso comune

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con impegno e responsabilità da parte di entrambe le figure. L’interpretazione è
efficace quando il paziente è già di per sé vicino a cogliere la propria verità.
Ricapitolando, le regole del setting psicoanalitico sono:
F0D8 Divano

D8 Libere associazioni
F0

D8 Attenzione fluttuante
F0

D8 Astinenza
F0

8.3 Il transfert
TRANSFERT F0E0 Riedizione, da parte del paziente, di atteggiamenti, affetti,
comportamenti, dinamiche pulsionali del suo passato, e in particolare della sua
infanzia, sulla figura dell’analista e della situazione analitica.
Il paziente non ricorda nulla di quanto ha rimosso, però lo estrinseca inconsciamente
nel transfert, lo riproduce.
La COAZIONE A RIPETERE nel transfert è il modo di ricordare del pz. Più è intensa la
resistenza, maggiore è la frequenza con cui egli sostituisce il ricordo con l’azione. La
tendenza a ripetere del paziente viene lasciata libera di esprimersi nel “campo di gioco”
dell’analisi e, supportata da un’adeguata interpretazione, può venire trasformata in
mezzo per ricordare.
Ogni manifestazione trans ferale in analisi è accompagnata da emozioni intense. Su
questa base nel corso dell’analisi si costituisce una nevrosi di transfert, cioè una
condizione di nevrosi artificiale e provvisoria, generata appositamente nel corso del
trattamento e accessibile all’analista in ogni momento, che viene poi elaborata e
superata con il lavoro terapeutico. Dunque il transfert costituisce una zona intermedia
tra la nevrosi vera e propria e la vita reale priva di coazioni e di distorsioni nevrotiche.
Amore di transfert F0E0 l’analista può diventare oggetto di un investimento affettivo
particolarmente intenso. Tale amore è espressione di una resistenza, che usa questo
sentimento per intralciare il progresso della cura. Non a caso si manifesta nel momento
in cui l’analista tocca aspetti delicati e dolorosi e cerca di far abbassare le difese: la
paziente usa inconsciamente il suo amore per distruggere l’autorità dell’analista,
riducendo, a livello di desiderio, al ruolo di amante.
L’analista deve essere estremamente accorto: da un lato non deve far reprimere
pulsioni del paziente, dall’altro non può accogliere e soddisfare le richieste amorose
della paziente, perché altrimenti si riporta nella realtà quello che andrebbe solamente
ricordato. L’analista deve considerare l’amore come qualcosa di inevitabile nel
trattamento, che deve essere ricondotto transferalmente alla sua origine inconscia per
far emergere alla coscienza il rimosso. La paziente deve gradualmente essere messa in
grado di osservare il suo amore di transfert dall’esterno e considerarlo una ripetizione,
una copia di reazioni e investimenti pulsionali rimossi.
Freud in Cinque conferenze sulla psicoanalisi afferma che il transfert avviene in tutte le
relazioni.
In Compendio di psicoanalisi 1938, descrive il transfert come il più grosso ostacolo
all’analisi. Diviene invece proficuo per la cura se si individua e ci si lavora.

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CONTROTRANSFERT F0E0 investimento pulsionale simmetrico al transfert, attivato
dall’analista sul paziente. Secondo Freud se si presenta costituisce un segnale della
presenza nell’analista di conflitti irrisolti.
Successivamente invece il controtransfert verrà considerato come elemento
fondamentale dell’analisi da altri approcci teorici.
Se il transfert deve essere oggetto di lavoro durante la seduta con il paziente, il
controtransfert è oggetto di investigazione privata dell’analista (un lavoro post seduta).
8.4 Tempo e denaro
Nella psicoanalisi è necessario instaurare un contratto che preveda accordi sul denaro e
sul tempo.
Per quello che riguarda il tempo si deve fissare un’ora precisa di incontro con il
paziente e rimanere a sua disposizione anche se questo dovesse non usufruire della
seduta (per evitare le assenze).
La durata della cura non si può stabilire in anticipo ma si deve chiarire che non si
tratterà in ogni caso di una terapia breve.
In base alla gravità si possono pensare dalle tre alle cinque sedute settimanali. Le
interruzioni, anche brevi, hanno ricadute negative sul trattamento.
Per quanto riguarda il denaro Freud ha chiarito che l’analista deve astenersi dalle visite
gratuite e che deve chiarirlo al paziente: la gratuità della cura accresce enormemente
alcune resistenze del nevrotico, che entra nella logica trans ferale inserendo variabili
pesanti che consistono per la paziente in un’accentuazione del suo amore di transfert e
per il paziente nella mancanza di gratitudine verso l’analista.
La psicoanalisi rimane allora preclusa ai meno abbienti: a riguardo Freud francamente
sostiene che chi svolge lavori manuali e conduce una vita faticosa, raramente viene
colpito da nevrosi. D’altro canto afferma che chi si trova in situazioni economiche
disagiate si lascia difficilmente liberare dalla nevrosi, perché questa produce in lui un
vantaggio secondario importante, che consiste nella compassione che le persone gli
rivolgono in quanto malato e in alcuni casi nella libertà dal lavoro.
8.5 La conclusione dell’analisi
Quello della fine dell’analisi è un momento particolarmente delicato per il paziente, si
configura come un’esperienza di lutto che deve essere adeguatamente elaborata.
Secondo Freud l’analisi è conclusa quando il paziente non soffre più dei sintomi e ha
superato angosce ed inibizioni e quando è stato reso cosciente del materiale rimosso,
con la conseguente eliminazione di resistenze.
Se si esce dall’ambito prettamente terapeutico, la psicoanalisi come percorso di
conoscenza (e di autoconoscenza) è essenzialmente interminabile.
E’ impossibile effettuare un’autoanalisi in quanto non consentirebbe l’attivazione del
transfert; inoltre le resistenze più forti non possono essere individuate e superate se
non con l’aiuto di uno psicoanalista.

9. La civiltà, la religione, l’arte


Civiltà e pulsioni.
Secondo Freud la civiltà è fonte di sofferenza e infelicità perché impone all’uomo di
rinunciare a realizzare i suoi desideri, di contenere, deviare o sublimare le spinte

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pulsionali. La civiltà nasce per proteggere le persone attraverso le sue norme. Le
attività intellettuali, scientifiche, artistiche, la religione e la bellezza sono il risultato
della sublimazione imposta dalla civiltà.
La nevrosi sorge dall’incapacità dell’individuo di tollerare le frustrazioni e le rinunce
imposte dalla civiltà, di misurarsi con la morale sessuale civile. Così il sintomo nevrotico
diviene il soddisfacimento sostitutivo di un desiderio irrealizzabile nella civiltà.
Anche la formazione del carattere viene spiegata da Freud con la civiltà, affermando
che contano in minima parte l’educazione e i tratti genetici. Per esempio le limitazioni
della livido centrata nella zona erogena anale determinano gli aspetti del carattere
anale (ordine, ostinazione e parsimonia).
Le restrizioni imposte dalla civiltà all’Eros hanno inibito la sessualità infantile,
degradato a perversioni i soddisfacimenti extragenitali e hanno relegato l’incesto
nell’ambito del tabù.
Totem e tabù (1913).
In questo testo Freud tenta di spiegare una possibile ipotesi della civiltà a partire dal
periodo preistorico, quando la società era divisa in tribù con diversi clan al suo interno.
Ogni clan aveva un proprio totem, solitamente un animale, considerato progenitore e
nume tutelare del clan. Nei confronti dell’animaletotem esistevano due tabù: il divieto
di ucciderlo e di nutrirsi delle sue carni. Altro tabù del clan era il divieto di incesto e
l’imposizione dell’esogamia, ovvero il divieto di avere rapporti sessuali e di contrarre
matrimonio con persone dello stesso clan.
I primi due divieti non erano vincolanti in quanto si usava il banchetto rituale per
rinsaldare i legami tra i suoi membri e con la divinità totemica.
Dopo che l’animale veniva ucciso e mangiato nel rito collettivo, era compianto dai
membri, quasi ad esorcizzare il timore di una punizione per il gesto sacrilego. Il tutto si
concludeva poi con una grande festa.
Freud riprende un testo darwiniano in cui si parla di una comunità primordiale nella
quale il padre violento e geloso teneva per sé tutte le donne e cacciava i figli maschi
pur di non vedere intaccati il proprio potere e il proprio monopolio sessuale. I fratelli
cacciati, si
sono coalizzati e hanno ucciso il padre per poi divorarlo, comportando così
un’appropriazione della sua forza e l’identificazione con lui.
Nei confronti del padre, quando questi era ancora in vita, i figli tenevano un
atteggiamento ambivalente, la sua uccisione ha comportato invece il recupero dei
sentimenti affettuosi nei suoi confronti, originando il pentimento e il senso di colpa.
Si viene a verificare un’obbedienza postuma, per cui le proibizioni imposte dal
padre quando era ancora in vita sono le stesse che ora i figli impongono a se stessi.
Il tabù dell’incesto e dell’esogamia riflettono il rimorso dei figli che ha generato il rifiuto
di avere rapporti sessuali con le donne del proprio clan, rese disponibili dal parricidio. Il
ricordo di questo ha fatto si inoltre che la comunità imponesse il divieto di uccisione dei
propri membri.
Il sacrificio e il banchetto totemico costituiscono la riproduzione rituale dell’azione
criminosa contro il padre. Il rito è effettuato dall’intera comunità, come anche in
passato il gesto parricida era stato compiuto da tutti i fratelli.

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Il clan fraterno costituisce il primo nucleo della società e della civiltà ed essendo basato
su vincoli di sangue impone il divieto del fratricidio e della congiunzione sessuale con le
donne del proprio clan, tabù che rimangono anche nelle organizzazioni civili successive
e che vengono sanciti da norme che vietano l’omicidio e l’incesto.
Nella prospettiva freudiana, la società poggia su una colpa comune (connessa al
parricidio); la religione deriva dal senso di colpa e dal pentimento relativi a quel
crimine; la morale impone la necessità dell’espiazione.
L’idea di un peccato che deriva da un evento risalente ai primordi dell’umanità è legata
alla concezione mitologica secondo la quale gli uomini discendono dai Titani, che hanno
ucciso e sbranato il giovane Dioniso-Zagreo. La scelta di Cristo di affrontare ed
eliminare la colpa connessa al peccato originale è consistita nel sacrificio della propria
vita. La morte di Cristo è considerata da Freud un contrappasso nei confronti del
peccato originale, che doveva dunque consistere in un crimine efferato: l’uccisione del
padre. Poi il figlio è diventato Dio al posto del padre e questa sostituzione viene
ricordata e celebrata attraverso l’eucaristia (riproduzione dell’antico banchetto
totemico), in cui i fratelli riuniti si cibano della carne e del sangue del figlio, non del
padre, per identificarsi e santificarsi.
La religione
Freud ha una visione illuministica della religione: questa è un’illusione destinata a
scomparire. Gli dei nel tempo hanno avuto la funzione di esorcizzare il terrore destato
dalle forze naturali, di risarcire l’uomo delle privazioni e delle sofferenze subite e di
riconciliare l’umanità con il fato avverso. Si è
voluto rendere sopportabile la miseria umana attraverso il rinvio all’aldilà delle
soddisfazioni e dei piaceri che sulla terra non sono realizzabili.
I principi che stanno alla base dei diversi sistemi religiosi riprendono e rielaborano i
limiti e le fragilità della condizione infantile dell’individuo, che può sopravvivere solo
grazie alle cure genitoriali.
Esiste, secondo Freud, un’analogia tra la religione e la nevrosi, in particolare quella
ossessiva, come si nota dalla somiglianza tra i cerimoniali dei nevrotici ossessivi e i
rituali religiosi. Entrambi devono essere realizzati con scrupolosità, se trascurati
producono rimorsi di coscienza, si basano su azioni isolate rispetto ad altri
comportamenti quotidiani. Le differenze consistono nel fatto che i rituali religiosi
sono fissi, codificati e condivisi da tutti i fedeli, mentre i cerimoniali ossessivi sono
strettamente privati e individuali.
Il cerimoniale ossessivo sembra dipendere da un senso di colpa inconscio, che si origina
dalla rievocazione inconscia di eventi passati e angoscianti. I comportamenti ossessivi,
che hanno pertanto una funzione protettiva e rassicurante, condividono anche questa
funzione con le pratiche religiose rispetto al peccato.
La nevrosi ossessiva è dunque una sorta di religione privata e la religione è una nevrosi
ossessiva universale dell’umanità.
L’individuo e la massa
Il fatto di appartenere a un gruppo (familiare, nazionale, culturale, istituzionale) orienta
le dinamiche psichiche dell’individuo.

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L’individuo in massa sente, pensa e agisce diversamente da quanto farebbe in
condizioni di isolamento.
Le Bon parla a proposito di massa psicologica, una sorta di anima collettiva in cui la
persona viene assorbita fino ad annullare la sua specificità. Il singolo acquisisce nella
massa un sentimento di onnipotenza grazie al quale si lascia andare a istinti che, da
solo, avrebbe censurato, lasciando maggiore spazio di espressione all’Inconscio.
Sempre nella massa si manifesta il contagio mentale e aumenta la suggestionabilità.
Freud integra le affermazioni di Le Bon da un differente punto di vista, sottolineando
come la massa sia tenuta unita da una forza libidica che, inibita alla meta e sublimata,
favorisce il sentimento di unità del gruppo. Le pulsioni ostili sono indirizzate contro un
presunto nemico esterno; tale scarica permette di liberare il gruppo dalle pulsioni
aggressive interne. Un altro elemento che rende possibile l’esistenza del gruppo (della
massa) è l’identificazione, definita come prima manifestazione di un legame emotivo. Il
soggetto assume su di sé alcune caratteristiche dell’oggetto, della persona che elegge a
modello, le introietta e le utilizza quale elemento costitutivo della propria identità.
L’identificazione viene attivata da ogni persona in direzione degli altri membri del
gruppo con identiche modalità: ogni oggetto diviene oggetto di desiderio, di
identificazione e di idealizzazione.
Idealizzazione e identificazione hanno ricadute opposte sull’uomo: l’identificazione fa si
che il soggetto si arricchisca delle qualità dell’oggetto mentre l’idealizzazione
impoverisce e svuota l’individuo in quanto l’oggetto viene sovrainvestito a spese
dell’io.
L’arte
Freud afferma che anche l’arte rappresenta l’appagamento di un desiderio, è un
approccio alla realtà che consente di correggerne aspetti insoddisfacenti e frustranti.
Come il gioco del bambini, consente all’adulto di fantasticare, I contenuti psichici
individuali vengono espressi mediante l’arte dopo essere stati modificati attraverso
la sublimazione, che consente di rendere socialmente accettabili l’oggetto e la meta
della pulsione sottesa. L’arte è un regno intermedio tra la realtà frustrante i desideri e il
mondo della fantasia che invece li appaga. Si colloca allora tra il principio di realtà e il
principio del piacere.
L’arte è dunque: espressione di conflitti, appagamento sostitutivo dei desideri,
sublimazione di contenuti inconsci, difesa e consolazione, strumento di attivazione del
pensiero magico e onnipotente.
Inoltre la comunicazione artistica è basata sulla compresenza di un livello manifesto e
di uno latente. Tra i due si colloca l’interpretazione.
Strettamente connesso all’arte è il PERTURBANTE, concetto con cui Freud intende ciò
che appartiene alla sfera dello spaventoso, che genera angoscia e orrore, che ci è noto
da tempo ed è familiare, ma produce disagio e angoscia. Si tratta di contenuti rimossi
che per mezzo della rappresentazione artistica talvolta riemergono e ci turbano.
Esempi di motivi perturbanti sono il doppio, il sosia, incarnazione delle parti di sé
racchiuse nel buio rassicurante della rimozione e che improvvisamente riprendono vita
dalle pagine di un romanzo o da una rappresentazione pittorica, costringendo il
soggetto a fare di nuovo i conti con aspetti del sé che aveva allontanato dalla

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coscienza. Altri contenuti perturbanti sono la morte, la follia, l’onnipotenza dei
pensieri.
L’arte dunque da un lato è appagamento del desiderio, che permette di modificare
opportunamente la realtà frustrante con cui ci si relaziona quotidianamente; dall’altro
è anche il mezzo che riporta alla luce contenuti rimossi inquietanti, con i quali si è
costretti a misurarsi, nonostante siano rappresentati al di là del diaframma rassicurante
della finzione artistica.

11. Sàndor Ferenczi


Psicoanalista ungherese (1873- 1993) che ha successivamente deviato rispetto alla
psicoanalisi ortodossa e si è sottoposto ad una breve analisi con lo stesso Freud, che lo
ha accolto nella Società psicoanalitica. Avrà grande influenza sulla svolta relazionale
della psicoanalisi (attenzionando più le relazioni che i conflitti intrapsichici) in quanto
ha letto la psicologia in termini di intersoggettività, dando un ruolo determinante alle
relazioni nel definire la personalità. Ha influenzato la teoria dell’attaccamento ti
Bowlby mettendo luce sulla funzione genitoriale.
Risale al 1919 la rottura con Freud, dovuta soprattutto alle radicali modificazioni
introdotte da Ferenczi nella tecnica analitica. Si è trovato a curare pz appartenenti al
proletariato, per cui ha rivisto anche la durata e il costo della terapia rispetto al suo
maestro. La sua attenzione si è centrata anche sulle componenti sociali della nevrosi,
riscontrando interessanti connessioni tra le nevrosi e le costrizioni imposte dall’autorità
politica.
11.1 Il transfert e l’identificazione isterica
Il transfert è una difesa attraverso la quale l’individuo nevrotico proietta i propri affetti
sulla persona dell’analista, distogliendo in questo modo l’attenzione da sé soprattutto
dai contenuti del proprio inconscio.
Ferenczi precisa che il transfert non si manifesta solo verso l’analista nel corso della
seduta, ma è più in generale una modalità affettiva che il soggetto nevrotico attiva in
ogni situazione interpersonale.
Il transfert è sinonimo di relazione oggettuale abbinata ad uno spostamento (su un
oggetto differente da quello originario), in seguito al quale gli aggetti provati nel
passato vengono amplificati su oggetti del presente. In questo caso si parla di
identificazione isterica, fenomeno attraverso cui il soggetto isterico si appropria dei
sintomi, dei tratti del carattere, delle modalità comportamentali e comunicative di
un’altra persona, si commuove con estrema facilità, partecipa intensamente alle
emozioni altrui, riesce ad essere perfettamente empatico, è portato a compiere gesti di
bontà e generosità. Nei movimenti umanitari e nelle organizzazioni sociali si trovano
spesso quindi molti nevrotici, che per sottrarsi ad alcuni contenuti psichici dolorosi,

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manifestano un interesse eccessivo, per persone e cose della realtà esterna. Dietro le
manifestazioni nevrotiche di generosità e altruismo, si trovano istanze
fondamentalmente egoistiche, dato che la loro giustificazione risiede soprattutto nel
bisogno di evitare la propria sofferenze.
11.2 Introiezione e proiezione
Le osservazioni di Ferenczi sono centrate in primo luogo sulla sfera psicopatologica.
Egli nota che mentre l’individuo paranoico tende ad espellere dal proprio Io gli affetti e
i contenuti psichici dolorosi, il soggetto nevrotico orienta le proprie dinamiche
psichiche in direzione opposta; egli infatti accoglie dentro di sé molti aspetti del mondo
esterno e li trasforma in oggetti di fantasie inconsce.
Nella paranoia prevale dunque il meccanismo della PROIEZIONE, mentre
l’INTROIEZIONE caratterizza il funzionamento mentale delle nevrosi. Il nevrotico ha
molti interessi e curiosità, mentre il paranoico è chiuso e diffidente. Il nevrotico
evidenzia una dilatazione dell’Io; il paranoico invece mostra una chiusura e una
contrazione dell’Io.
Per quello che riguarda il funzionamento mentale normale, sono comunque presenti la
proiezione e l’introiezione.
La proiezione originaria ha luogo quando il bambino percepisce dentro di sé alcuni
aspetti ostili, cattivi, nel senso che non si adeguano ai suoi bisogni, non si conformano
alla sua volontà e formano il primo nucleo del mondo esterno. La proiezione è il
meccanismo psichico attraverso cui il bambino costruisce la realtà esterna, connotata
inizialmente in modo del tutto negativo, mentre il suo Io, depurato dagli affetti più
dolorosi e destabilizzanti che sono stati proiettati, diventa il riferimento di tutto ciò che
è percepito come buono.
La mente svolge ininterrottamente due attività, una orientata in direzione centrifuga
(proiezione) attraverso la quale proietta nella realtà esterna determinati contenuti
vissuti come negativi, l’altra orientata simmetricamente in direzione centripeta
(introiezione) attraverso la quale colloca dentro di sé aspetti e oggetti della realtà
esterna, ritenuti positivi. Così l’Io arriva a formarsi per mezzo di introiezioni e la realtà
esterna si struttura attraverso proiezioni.
La proiezione originaria è alla base della distinzione tra sentimenti e sensazioni: i
sentimenti, avvertiti come generati dal soggetto, si connettono alla dimensione
interna; le sensazioni, invece, essendo originate da stimoli provenienti dall’esterno,
costruiscono l’idea di una realtà circostante che si caratterizza per la prevalenza del
dispiacere. Il soggetto paranoico utilizza il cammino tracciato dalla proiezione
originaria come percorso privilegiato per respingere nel mondo esterno l’angoscia e
ciò che è percepito come minaccioso e destabilizzante del proprio Io.
L’introiezione è simmetrica alla proiezione de entrambe segnalano l’avvenuto
superamento degli investimenti pulsionali autoerotici, infatti presuppongono un
rapporto con la realtà esterna. La libido è primariamente centrata sull’io del bambino.
Egli poi attiva la proiezione con la quale si libera di ciò che provoca dolore e angoscia.
Il primo amore oggettuale e il primo odio oggettuale sono i transfert originari e
costituiscono la base di ogni successivo transfert di ogni introiezione e proiezione
futura. L’amore e l’odio oggettuali si identificano, nella prospettiva di Ferenczi, con il

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transfert, in quanto consistono nell’investimento su un oggetto esterno di una pulsione
inizialmente centrata in direzione autoerotica e poi investita sugli oggetti genitoriali.
L’amore oggettuale è anche legato all’introiezione, in quanto l’oggetto esterno
investito libidicamente viene poi introiettato nell’Io.
Ogni amore oggettuale comporta un’introiezione, che a sua volta produce una positiva
espansione dell’Io. La tendenza all’introiezione è moderata nelle persone non
nevrotiche, è eccessiva nei nevrotici ed è compromessa negli psicotici, che proiettano
ma tendono a non introiettare.
L’amore oggettuale comporta aspetti di identificazione con l’oggetto che deriva in
parte dalla proiezione ed è alla base dell’introiezione.
11.3 La teoria del trauma
Secondo Ferenczi il trauma che sta a monte delle diverse psicopatologie è un evento
reale, per cui risulta vicino al primo Freud e alla teoria della seduzione (prima del
passaggio alla teoria della sessualità nel 1897), secondo alle quale l’esperienza
traumatica della seduzione non sarebbe reale, come aveva creduto fino ad allora, ma
sarebbe collegabile a fantasie inconsce del soggetto e risponderebbe alla necessità di
soddisfacimento di bisogni pulsionali
La comprensione della realtà del trauma però è complessa e deve tenere in
considerazione l’intrecciarsi della percezione della realtà del bambino con quella
dell’adulto.
Per quello che concerne l’abuso, Ferenczi in Confusione delle lingue tra adulti e bambini
(1932) afferma che il bambino ha grande bisogno di tenerezza e va a cercare questo
affetto nell’adulto. In qualche caso però si può trovare ad interagire con un individuo
che lo fa oggetto di un tipo di amore ben diverso da quello che egli richiede e che può
spingersi fino alla seduzione e al compimento di atti sessuali. La reazione del bambino
in questi casi consiste in un immediato rifiuto, accompagnati però da una paura intensa
di perdere l’adulto stesso. Pur di non venire abbandonato e di non rischiare di rimanere
solo e isolato, egli non può che accettare di sottomettersi alla volontà dell’adulto
violento. L’io lo conduce ad identificarsi con l’aggressore ed introiettare questa figura
persecutoria. La scissione avvertita dentro di sé dal bambino viene anche rafforzata
dall’adulto che assume di solito un atteggiamento falsamente innocente, quasi non
fosse accaduto nulla, e ciò determina un’ulteriore confusione e una giustificazione del
senso di colpa del bambino. In sostanza quest’ultimo si identifica con l’aggressore per
paura, lo introietta e fa proprio il senso di colpa che in realtà dovrebbe appartenere
all’adulto.
Il trauma determina quindi una scissione nella personalità della vittima, il cui apparato
psichico, secondo Ferenczi, appare costituito solo da Es e Super-io non è stato possibile
costruire un io equilibrato.
11.4 Le fasi evolutive del senso di realtà
Ferenczi riprende l’idea freudiana circa il fatto che l’appagamento del neonato avvenga
mediante allucinazioni positive (percependo ciò che non c’è) e negative (non
percependo ciò che invece c’è).
Ferenczi delinea cinque tappe dello sviluppo che portano allo sviluppo del senso di
realtà

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(sposta dunque l’accento dalle dinamiche pulsionali), ovvero al modo in cui la mente
gradualmente si affaccia alla realtà esterna e costruisce la relazione d’oggetto:
1) Periodo di onnipotenza incondizionata
Nel grembo materno, i bisogni primari vengono soddisfatti completamente. Nella vita
psichica inconscia del nascituro questa condizione si traduce in un senso di
onnipotenza illimitata, incondizionata. Tutti i suoi bisogni vengono soddisfatti nel
preciso istante in cui si manifestano. La megalomania e il senso di onnipotenza lasciano
trasparire il desiderio inconscio di ritornarvi.
2) periodo dell’onnipotenza magico- allucinatoria
Dopo la nascita perdita dell’onnipotenza incondizionata determina nel bambino il
desiderio di riconquistare lo stato di appagamento assoluto iniziale che è svanito con
l’abbandono del grembo materno. Per poter conservare la megalomania e il senso di
onnipotenza, il bambino deve attivare il desiderio, benché in modo inconsapevole, per
ottenere il necessario soddisfacimento. In sostanza, è sufficiente desiderare
intensamente un oggetto o una sensazione perché questi si presentino e quindi il
desiderio si realizzi secondo modalità allucinatorie.
3) periodo dell’onnipotenza con l’aiuto di gesti magici
In questo periodo il bambino inizia ad avere una primissima vaga idea dell’esistenza del
mondo esterno. le dinamiche magico-allucinatorie non bastano più. Il pianto, lo
sgambettio, i gesti, le urla del bambino diventano per lui segnali, strumenti dotati del
potere di provocare magicamente l’appagamento del desiderio. con il passare del
tempo, i gesti del bambino si perfezionano e riescono sempre meglio a fargli ottenere
ciò di cui ha bisogno.
4) periodo del pensiero simbolico
Il mondo esterno gradualmente acquisisce agli occhi del bambino una dimensione
oggettiva. Il bambino continua ad attribuire al mondo esterno delle qualità che
appartengono a sé. Tra il corpo del bambino e il mondo esterno si crea una rete di
corrispondenze morfologiche e funzionali che sono alla base del simbolismo. I simboli
del sogno, dell’inconscio, del mito hanno origine da questa fase di sviluppo
ontogenetico.
5) periodo dei pensieri magici e delle parole magiche
Il bambino apprende il linguaggio verbale secondo modalità imitative. Il simbolismo dei
gesti e delle parti del corpo viene sostituito nella quinta fase dal simbolismo dei suoni
del linguaggio. In questa fase egli conserva ancora un senso di onnipotenza, dovuto al
fatto che i suoi desideri sono limitati e prevedibili dai genitori e quindi vengono
soddisfatti con una certa precisione e tempestività. Il linguaggio da al bambino il potere
di modificare l’ambiente e di soddisfare i suoi bisogni.
Ferenczi non fornisce precise indicazioni cronologiche relative a ciascun di questi
cinque periodi.
Le psicopatologie le approfondisce in rapporto alle fasi evolutive del senso di realtà.
11.5 La tecnica attiva
La tecnica analitica costituisce il motivo determinante della rottura tra Freud e
Ferenczi, il quale ha infranto la regola della passività assunta da Freud nel corso
dell’analisi.
Freud non agisce ma il suo ruolo è distaccato.

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La sua tecnica attiva consiste in una serie di stratagemmi che si possono applicare solo
in casi eccezionali, finalizzata a far accedere più facilmente il paziente al proprio
materiale psichico inconscio. quando l’analisi ristagna e non si hanno progressi, per
sbloccare il processo terapeutico e farlo ripartire. Non appena questo obiettivo viene
raggiunto, l’analista torna alla sua posizione passiva e ricettiva.
Egli nota che diversi pazienti, soprattutto quelli affetti da isteria d’angoscia, non
riescono a superare i punti morti dell’analisi se non vengono costretti ad uscire dal
“rifugio sicuro” dei loro sintomi e a “sottoporsi in via sperimentale proprio alla
situazione che cercavano di evitare in quanto spiacevole”.
Il carattere attivo dell’analista ha lo scopo di aumentare sensibilmente l’intensità
dell’angoscia nell’analizzando, poiché questa intacca la barriera protettiva che si è
costruita e consente alla terapia di procedere. Per aumentare l’angoscia seconda
l’autore da un lato si deve aumentare in maniera drastica la frustrazione dovuta
all’astinenza
(regola freudiana), impedendo gratificazioni desiderate intensamente
dal paziente; dall’altro si deve costringere il paziente ad eseguire determinati atti da lui
considerati spiacevoli e quindi probabilmente connessi ad importanti contenuti rimossi.
La tecnica attiva è applicabile solo se tra il paziente e l’analista si è creata un’atmosfera
di fiducia e un legame intenso.
L’aumento dell’angoscia del paziente porta ad un maggiore conflitto interno e ad
un’esacerbazione dei sintomi, tale da consentire ai contenuti rimossi di filtrare nella
coscienza.
Altro elemento di attività può essere secondo Ferenczi quello di far esprimere al
paziente nel corso della seduta anche fantasie indotte, non spontanee, soprattutto
nelle situazioni in cui il paziente si ritrovi a non aver nulla da dire per poi utilizzarle ai
fini dell’analisi. L’autore spiega che il paziente dapprima si oppone con forza all’invito
apparentemente insensato dell’analista; poi gradualmente prova e con il passare del
tempo inizia a ricavare piacere da questa strana attività.
11.6 Lo stile materno e la tecnica del bacio
Con il tempo Ferenczi interviene sulla sua tecnica attiva per modificarla, anche a causa
delle polemiche sopraggiunti. Focalizza allora l’attenzione sulla necessità di sviluppare
un’intensa empatia verso il paziente e di avere tatto ed intuito nel decidere i tempi e i
modi per comunicare ‘interpretazione. L’analista non deve più impartire ordini o divieti
ma può limitarsi a suggerimenti e consigli.
Ferenczi arriverà in seguito ad elaborare il cosiddetto stile materno e quella che Freud
definì in accezione negativa la tecnica del bacio: l’attività dell’analisi ora non voleva
accentuare lo stato di angoscia ma colmare, per quanto possibile, i vuoti e le carenze
affettive dei pazienti, prodotti in passato da una madre assente, disattenta, depressa o
comunque inadeguata. Proprio le carenze affettive, diventando inconsce, hanno
determinato l’insorgere dei sintomi che devono allora essere curati con disponibilità e
amore. Il rivivere prende il posto del ricostruire, e il controtransfert, diviene uno degli
strumenti terapeutici più importanti a disposizione di Ferenczi (sarà il primo a
indagarne l’importanza).
Ulteriore sperimentazione di Ferenczi sarà poi l’analisi reciproca, che sarà in realtà
invenzione di una sua pz, convinta che l’analista l’amasse. La tecnica prevedeva sedute

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doppi o alternate: una per l’analista e una per il pz, con i ruoli che venivano scambiati
simmetricamente. Ciascuno dei due coglieva forze sconosciute nell’altro e attraverso
l’analisi reciproca entrambi ne potevano prendere coscienza.
In seguito Ferenczi ha chiarito i limiti e i rischi di questa particolare pratica,
concludendo che andava praticata esclusivamente in relazione ai bisogni del pz e solo
per il tempo necessario.
12. Otto Rank
Otto Rank (1884-1939) è entrato nella società psicoanalitica pur non essendo medico
ed è inizialmente considerato da Freud il suo allievo prediletto. Uno dei suoi libri più
letti ancora oggi è Il doppio (1914).
A seguito di una serie di tensioni tra il maestro e Rank, quest’ultimo alla fine si è
staccato definitivamente dalla società psicoanalitica trasferendosi prima a Parigi e poi
negli Stati Uniti.
Sua opera più importante è Il trauma della nascita (1924) in cui Rank afferma che il
trauma della nascita è il nucleo biologico unico e fondamentale che fa da substrato a
tutte le vicissitudini successive della psiche e determina l’origine dello stesso inconscio
(inconscio = residuo del periodo intrauterino).
La nascita è un evento originario, trasversale a tutta l’umanità di ogni tempo e di
qualsiasi paese, che plasma l’individuo, la sua mente, il modo di rapportarsi con gli altri.
L’intera esistenza consiste in una lunga serie di tentativi di recuperare e riprodurre il
“paradiso perduto” costituito dal grembo materno attraverso sostituti di varia natura.
La tendenza a ricercare il piacere della condizione intrauterina e l’elaborazione
dell’angoscia originaria legata alla nascita si notano in una lunga serie di
comportamenti e pensieri individuali, compresi i sogni e i sintomi.
12.1 L’angoscia
L’angoscia primaria di natura psicosomatica, derivante dall’evento traumatico della
nascita, è il dato fondamentale che segna ogni individuo e viene considerata da Rank
come il primo sintomo comune a tutti.
Ogni sensazione positiva di serenità, appagamento e piacere che si prova nel corso
della vita riproduce il senso di protezione, di beatitudine e di calore vissuto dal feto nel
ventre materno. Viceversa ogni manifestazione di angoscia si connette al trauma della
nascita. Si tratta di un’angoscia primariamente fisica, collegata al senso di
soffocamento e al bisogno di respirare al momento dell’uscita dal grembo materno.
L’angoscia si manifesta soprattutto durante l’infanzia, considerata da Rank come un
normale periodo di nevrosi. Ad esempio l’angoscia del buio riprende la mancanza di
luce all’interno del ventre materno; gli animali grandi fanno paura perché la loro mole
ricorda le donne gravide; gli animali piccoli possono far paura perché il loro nascondersi
in anfratti minuscoli e bui richiama l’ingresso nel ventre della madre.
L’angoscia di castrazione viene collegata da Rank alla castrazione originaria, ovvero la
nascita, e anche con una seconda castrazione, lo svezzamento, la cui drammaticità
dipende dall’intensità del trauma originario. Il fantasma genitale della castrazione,
secondo Rank, prende corpo dopo questi primi due traumi e viene prodotto
solitamente da minacce.
Anche la paura della morte è collegata all’idea di separazione dalla persone amata
(come al momento della nascita) e il lavoro del lutto è fondamentalmente una

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rielaborazione del trauma originario. In alcune forme di nevrosi infantile si nota anche
una sorta di invidia del bambino nei confronti del morto, perché quest’ultimo sarebbe
tornato dalla madre, nel suo ventre.
Anche il sonno è considerato alla stregua di un rientro nel grembo materno.
12.2 L’inconscio e le pulsioni
Le pulsioni sono considerate da Rank come il risultato della modificazione dell’istinto
ad opera dell’angoscia originaria. L’angoscia costituisce il filtro attraverso cui gli istinti,
entità biologiche comuni alla specie, vengono trasformati in pulsioni, intese in senso
freudiano quali spinte poste al limite tra somatico e psichico.
Tutto ciò che accade nella mente e nella vita delle persone va ricondotto al trauma
della nascita, evento da cui deriva tutto ciò che caratterizza l’esistenza dell’individuo,
indipendentemente da qualunque ipotetica trasmissione ereditaria trans
generazionale. L’inconscio è un residuo dell’esperienza di vita embrionale, i cui aspetti
specifici si conservano nell’io senza aver subito particolari trasformazioni. Così i tratti
tipici dell’inconscio, come gli orientamenti narcisistici, l’assenza della dimensione
spaziotemporale, la mancanza della negazione, i vari altri aspetti del processo primario
sono riconducibili alle caratteristiche dell’esistenza intrauterina.
12.3 La rimozione e la memoria
Il trauma della nascita viene eliminato dalla coscienza ad opera della rimozione
originaria e costituisce a sua volta l’origine della memoria. È appunto questo trauma
che determina la selezione operata inconsciamente dall’individuo sui contenuti della
mente da conservare oppure da rifiutare e rimuovere. I dettagli che vengono trattenuti
dalla memoria sono determinati da ciò che non è stato rimosso in relazione al trauma
della nascita. È come se questo evento orientasse ogni successiva attivazione della
memoria. Il sogno e le regressioni psicotiche sono considerate un’attività ipermnestica
connessa al trauma originario.
Il meccanismo difensivo della negazione è introdotto dalla rimozione originaria che
cancella e rifiuta determinati contenuti psichici: la proiezione è interpretata come la
trasposizione del paradiso perduto dall’interno all’esterno: l’identificazione riproduce il
desiderio di ristabilire l’antica in distinzione con la madre.
12.4 La sessualità e le perversioni
la sessualità e le perversioni rimandano al trauma della nascita e ai primi eventi che
uniscono e poi separano il bambino e il corpo materno.
La penetrazione durante l’atto sessuale richiama inconsciamente, nel maschio, un
parziale ritorno nel ventre materno, anche grazie all’identificazione tra il pene e il
bambino.
Il feticista evidenza una rimozione del genitale femminile materno, la conseguente
angoscia lo porta ad investire la libido in una zona sostitutiva del corpo femminile
oppure l’indumento che la copre.
Il masochista trasforma la sofferenza della nascita in una sensazione di piacere.
Il sadico incarna l’odio derivante dall’espulsione dal ventre materno e quando arriva a
squartare la vittima segnala il desiderio inconscio di far ritorno nel luogo dal quale è
stato cacciato al momento della nascita, oppure di rendere impossibile la riproduzione
su altri individui dello stesso trauma.

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L’esibizionista rivive la piacevole nudità della situazione originaria.
Il rifiuto del genitale materno si manifesta nell’omosessualità maschile, ma anche
nell’invidia del pene femminile.
Per quello che riguarda la sessualità non patologica:
- il primato della zona genitale durante la pubertà è segno di una rivincita positiva sul
primato negativo dei genitali materni che è risultato dominante nell’infanzia. Il piacere
genitale sostituisce il piacere vissuto dall’intero corpo nella dimensione intrauterina.
Con l’Edipo, il genitale materno e l’interno del suo ventre, che fino ad allora sono stati
connotati in modo rispettivamente negativo e positivo, si
riavvicinano. La minaccia di castrazione edipica, costituisce il terzo trauma, che segue il
primo e fondamentale (nascita) e il secondo (svezzamento).
12.5 La nevrosi
Il trauma ha un ruolo decisivo nella genesi della nevrosi.
L’esperienza traumatica rappresenta una ripresa e una ripetizione del fantasma del
trauma della nascita, comune a tutto il genere umano. In ogni manifestazione nevrotica
si possono individuare connessioni da un lato con il trauma originario e dall’altro con il
piacere dello stato prenatale.
Rank condivide con Freud l’idea del legame della nevrosi con l’ambito sessuale, però
orienta l’ottica freudiana in una direzione particolare.
Il nevrotico fallisce nel campo sessuale perché non si accontenta della via normale di
soddisfacimento (per il maschio il ritorno al grembo attraverso la penetrazione e per la
femmina il ritorno materno attraverso il figlio portato in grembo con il quale la
gestante si identifica); infatti il nevrotico manifesta sproporzionate esigenze infantili in
base alle quali vuole tornare per interno nell’utero materno, per recuperare la
beatitudine.
Anche i fenomeni di conversione isterica, ossia i sintomi che si manifestano a livello
somatico, sono riconducibili al trauma della nascita. Due esempi: le difficoltà
respiratorie isteriche e il ritiro dal mondo esterno.
Secondo Rank la connessione tra sintomatologia e trauma della nascita accomuna tutte
le patologie, qualunque sia la loro natura: psichica, neurologica o organica. In ogni caso
la regressione è motivata ugualmente dal bisogno di protezione e soddisfacimento
libidico consistente nel ritorno alla fonte originaria del piacere.
12.6 I simboli e il sogno
La realtà creata dall’uomo, come sostiene Rank è una “catena ininterrotta di simboli”.
Ogni rappresentazione simbolica viene agganciata al nucleo arcaico costituito dalla
nascita, tenuto lontano dalla coscienza e allo stesso tempo evocato attraverso il
simbolo in maniera deformata.
Il simbolo è inoltre considerato da Rank come il mezzo più potente di adattamento alla
realtà, che da origine anche alla civiltà.
I simboli, che trovano la loro manifestazione più interessante nei sogni, rimandano
all’evento della nascita.
I sogni di appagamento del desiderio e di comodità rinviano alla situazione di
beatitudine dell’esistenza intrauterina. I sogni d’angoscia esprimono invece il trauma
della nascita. Quelli centrati sulla sensazione fisica del freddo alludono all’impatto

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termico provato al momento dell’uscita dal corpo della madre. I sogni imperniati
sull’imbarazzo e sull’ansia per il superamento di un ostacolo ripropongono le difficoltà
e gli impedimenti provati al momento della nascita.
12.7 Il mito e la cultura
Anche aspetti dei miti e delle fiabe si riferiscono alla nascita.
Tutte le produzioni culturali dell’uomo sono elaborazioni del trauma della nascita: la
religione viene spiegata da Rank come creazione di un essere originario protettivo nel
cui seno ogni individuo possa trovare rifugio dai pericoli; la vita ultraterrena altro non è
che la ricreazione del paradiso perduto con la nascita. Anche la speculazione filosofica,
in quanto indagine sull’origine delle cose, è da collegarsi in vari modi alla nascita e agli
eventi connessi, superando la rimozione originaria.
12.8 La psicoanalisi
La psicoanalisi può rappresentare simbolicamente una nascita (Rank la definisce
fantasma della seconda nascita): il paziente può nascere a nuova vita dopo la malattia,
la guarigione genera un nuovo bambino spirituale nato dall’analista. La situazione
analitica è vissuta come un evento biologico prima che psichico o metaforico,
ripropone un vissuto analogo a quello delle gravidanza e il termina dell’analisi come
una rinascita. La difficoltà della conclusione della terapia rimanda a quella provata al
momento dell’abbandono dell’ambiente intrauterino. L’analista deve far ripetere al
paziente, stavolta in maniera adeguata, la separazione dalla madre.
Il transfert è pensato da Rank come un investimento libidico verso la madre analista
simile a quello che caratterizzava il periodo prenatale.
Il setting analitico richiama a sua volta la situazione fetale: l’ambiente deve essere in
penombra e il pziente in posizione rilassata deve lasciarsi andare e cullarsi in fantasie e
allucinazioni.
Il compito dell’analisi è far distaccare la libido dall’oggetto a cui era rimasta fissata (il
corpo materno), attraverso l’attenuazione della rimozione originaria. Dice Rank
“l’analista fa quello che l’individuo ha cercato di fare tutta la vita: superare il trauma
della nascita nel senso dell’adattamento culturale”.
Si elimina la coazione a ripetere il trauma della nascita e si orienta la libido verso
l’adattamento.
12.9 Osservazioni conclusive
Rank era orientato alle terapie brevi, al fatto che l’analisi dovesse costituire
un’esperienza emotiva trasformativa e che in questa avesse un ruolo fondamentale la
volontà di guarigione del paziente.
Nella prospettiva di Rank, l’Edipo e qualunque dinamica interpersonale sono
considerati poco influenti nella formazione della personalità dell’individuo. La nascita è
il punto di origine di tutta la vita mentale, determina tutto ciò che si manifesterà più
tardi nel soggetto, a livello conscio e inconscio. Si tratta di una visione deterministica
che concepisce l’individuo come il risultato di una separazione biologica coincidente al
momento della nascita, indipendente da qualunque successivo evento relazionale. La
vita psichica fetale, attenzionata da Rank, ha aperto la strada a nuovi percorsi di
ricerca.

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Psicologia individuale e psicologia analitica 14. Carl Gustav Jung
Psichiatra svizzero, Carl Gustav Jung (1875-1961) era considerato da Freud un allievo
prediletto di “eccezionale talento” al punto che il maestro aveva pensato di dargli il
controllo della Società psicoanalitica una volta ritiratosi. Jung nasce in Svizzera, figlio di
un pastore protestante; si laurea a Basilea nel 1900 in medicina. Inizia poi a lavorare
presso il centro psichiatrico di Zurigo sotto la guida di Bleuer (coniatore del termine
schizofrenia), dove scopre la psicoanalisi.
Nel 1907 incontra Freud a Vienna dopo un lungo e intenso scambio epistolare. Nel
1910 Jung, entrato nelle grazie del maestro, diviene il primo presidente della società
psicoanalitica internazionale.
Nel 1912 la pubblicazione di La libido: simboli e trasformazione, segna il primo
disaccordo con Freud.
La rottura porterà Jung a fondare una scuola psicoanalitica nuova che si chiamerà
prima psicologia complessa e poi psicologia psicoanalitica.
Uno dei suoi testi più conosciuti è Il libro rosso (pubblicato postumo nel 2009, si stima
sia stato scritto tra il 1912 e il 1930), un’autobiografia considerata un esercizio di
immaginazione attiva (che Jung elesse a strumento di scoperto ed analisi
dell’inconscio), sostenuto da numerose illustrazioni che evocano immagini
fantasmatiche.
Dopo la guerra Jung si ritira in una torretta vicino al lago di Zurigo, per dedicarsi allo
studio. Nel 1948 forma l’istituto che porta il suo nome. Muore nel 1961.
14.1 La libido
La libido secondo Jung non è connessa esclusivamente alla sessualità (come pensava
Freud), ma è più in generale energia psichica che viene utilizzata in ogni ambito e
attività mentale. La libido junghiana è simile all’energia così come viene teorizzata nella
fisica:
è un’entità dinamica concepita come flusso che scorre tra due poli psichici opposti
Maggiore è la tensione tra i due poli opposti e maggiore è l’intensità dell’energia
psichica. Quando uno dei due poli è raggiunto, la libido si dirige verso l’altro, secondo
un andamento pendolare e ciclico (tendenza oscillatoria della libido come l’alternanza
tra rabbia e calma, coinvolgimento e indifferenza). Se la libido viene costretta entro un
ambito rigido o viene repressa eccessivamente, tende ad accumularsi nell’inconscio
sovraccaricandolo e dando così origine alle fantasie e ai sintomi nevrotici.
14.2 L’inconscio collettivo e gli archetipi
La struttura psichica dell’uomo può essere immaginata come una montagna in gran
parte sommersa dalle acque del mare. La porzione emergente, che coincide con la
coscienza, e che viene definita io, è assai meno estesa della parte sommersa, che
corrisponde all’inconscio. Jung e Freud ritengono che l’inconscio sia la matrice della
coscienza. In jung l’io coincide con il conscio. Peraltro non tutto ciò che appartiene alla
coscienza è sempre e completamente cosciente. Alcuni contenuti mentali possono
venire repressi se risultano destabilizzanti e scomodi.
La repressione consiste nel ritiro dell’attenzione da determinati contenuti mentali in
modo che essi siano espulsi dalla coscienza in modo più o meno stabile. Queste
memorie represse, insieme ai desideri respinti e alle esperienze infantili dimenticate,

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costituiscono l’inconscio personale. Esso è più simile al preconscio che all’inconscio
della prima topica freudiana.
INCONSCIO PERSONALE F0E0 insieme delle memorie represse, dei desideri respinti e
delle
esperienze infantili dimenticate, che si trovano al confine tra la parte emersa e quella
sommersa della montagna. Al suo interno vi sono contenuti psichici di diverso tipo:
quelli che un tempo erano coscienti, ma poi sono stati repressi; quelli che si sono
attenuati d’intensità e sono diventati troppo deboli per raggiungere la coscienza; quelli
che non sono stati ancora del tutto assimilati alla coscienza. L’inconscio personale di
Jung è più simile al preconscio che all’inconscio della prima topica freudiana. la parte
della montagna coperta dalle acque è invece l’inconscio collettivo, uno strato profondo
arcaico e universale della psiche. È una sorta di grande contenitore delle esperienze
ancestrali dell’umanità che sono a disposizione di ogni individuo e costituiscono
un’eredità transgenerazionale. I contenuti dell’inconscio sono gli archetipi, immagini
universali e impersonali.
Un’importante archetipo è la persona: si tratta della maschera dietro cui ciascun
individuo si rifugia nella società e di fronte agli altri. La persona è una necessità e
permette di comunicare con le altre persone. La Persona, se assunta secondo modalità
troppo rigide, può condizionare il comportamento individuale in maniera patologica.
Un altro archetipo è l’ombra, che rappresenta la parte inferiore, più primitiva,
istintuale e imprevedibile dell’individuo. Essa si esprime in direzione contraria alle
convenzioni sociali, alla morale, alle norme e ai comportamenti condividi. Esempio
letterario è Mr. Hyde, l’ombra del Dr. Jekyll. In termini junghiani, l’ombra viene fatta
coincidere con l’inconscio personale, pur essendo nei suoi tratti generali un archetipo
universale. Si manifesta nei sogni e nell’immaginario sotto forma di strega, di diavolo e
di diverse tipologie di personaggi istintuali e minacciosi.
L’uomo deve imparare ad accordarsi con la sua ombra, con il lato oscuro e sgradevole
della sua personalità: solo in questo modo può mantenere la salute mentale. L’ombra,
se eccessivamente repressa, può acquistare forza e travolgere l’intera personalità.
L’inconscio dell’uomo contiene elementi femminili, che costituiscono l’anima, così
come l’inconscio della donna contiene elementi maschili, che prendono il nome di
animus. L’anima è l’archetipo dell’immagine collettiva femminile. All’anima si
riferiscono gli aspetti emotivi e sentimentali “femminili”, del maschio.
L’animus è archetipo che rappresenta la componente maschile della donna. Rimanda
all’immagine del padre.
Il vecchio saggio è l’archetipo che incarna gli ideali maschili della razionalità, della
comprensione e dell’intelligenza. La sua presenza, se controllata, permette di
sviluppare armonicamente la personalità; se invece si potenzia eccessivamente, può
spingere l’individuo a credere di possedere la saggezza assoluta, tanto da ritenersi un
profeta o un veggente.
La Grande Madre è l’archetipo che incarna gli ideali femminili dell’amore, della
protezione, della dedizione, dell’aiuto.
L’essere posseduto dagli archetipi produce una condizione che Jung definisce inflazione
e che determina nella persona la convinzione di essere un dio, un saggio, un criminale.
L’individuo da un lato deve superare la convinzione di poter controllare
completamente la propria mente attraverso la ragione e dall’altro deve anche sottrarsi

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al predominio della componente inconscia archetipica. L’obiettivo perseguito deve
consistere nel raggiungimento di una nuova posizione, a metà tra la consapevolezza e
l’inconscio. In questo modo emerge un centro della personalità diverso dall’io, che Jung
chiama sé, ovvero “io totale”.
La funzione del sé è analoga a quella di un magnete che attira gli opposti e li concilia, li
integra in una sintesi dialettica.
Il sé viene dotato da Jung di tratti archetipici e viene rappresentato nel sogno o nel
mito con alcune immagini, tra le quali l’uovo, la ruota, la croce, l’ermafrodita, il
mandala.
14.3 I tipi psicologici
Il concetto di tipo psicologico indica un modello di carattere derivante dai modi
specifici che l’individuo attiva nel mettersi in relazione con sé, il contesto e gli altri.
I tipi psicologici sono legati secondo Jung a due modalità di funzionamento mentale:
l’introversione e l’estroversione.
- l’introversione dipende dall’orientamento della libido verso l’interno del
soggetto ed è indice di una relazione negativa nei confronti dell’oggetto. L’adulto
introverso è riflessivo, sensibile e poco socievole.
- l’estroversione è connessa allo scorrere della libido verso l’esterno e segnala una
relazione positiva verso l’oggetto. L’adulto estroverso è ottimista, ama la compagnia, è
dinamico e attivo. Ha una concezione pragmatica della vita.
E’ necessario che le due modalità si bilancino per raggiungere una condizione di
equilibrio.
I tipi psicologici sono quattro e sono connessi a quattro principali funzioni che l’uomo
utilizza per orientarsi nel mondo:
- il pensiero : attività di conoscenza razionale della realtà
- il sentimento : inteso come valutazione del tono emotivo dell’esperienza
- la sensazione : la percezione attraverso i sensi
- l’intuizione : la relazione con la realtà tramite l’inconscio.
Pensiero e sentimento, così come sensazione ed intuizione, sono tra loro
reciprocamente opposti.
La prevalenza di una di queste funzioni sulle altre tre caratterizza un particolare tipo
psicologico (in ogni caso il tipo può essere introverso o estroverso):
• tipo intellettuale (pensiero) si basa su principi chiari e rigidi, sull’ordine e sulla
logica, tende ad eliminare tutto ciò che non aderisca al proprio schema mentale.
Ha un forte senso del dovere ed è orientato a reprimere i propri sentimenti. Può
essere estroverso (quando è centrato sula realtà esterna) oppure introverso
(quando è rivolto soprattutto alla propria realtà interna).
- tipo sensitivo (sentimento) percepisce con sensibilità ed empatia le emozioni degli
altri. E’ sincero, se estroverso è orientato ad esprimere i propri sentimenti e a
mostrarsi affettuoso e aperto verso gli altri, se introverso è più riservato, ama la
poesia, la musica, è religioso e non si adatta facilmente all’ambiente esterno.
Il tipo intellettuale e quello sensitivo sono considerati da Jung tipi razionali, viceversa il
tipo sensoriale e intuitivo sono tipi irrazionali.

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- tipo sensoriale (sensazione, ciò che l’individuo prova e percepisce attraverso i sensi)
ha grande capacità di ricavare piacere dalle situazioni,accetta quello che accade e le
esperienze non sono arricchite né dall’immaginazione né dal pensiero. Se estroverso
è importante ciò che genera la sensazione, se è introverso ciò che conta è la
sensazione stessa.
- tipo intuitivo (intuizione, si relaziona alla realtà per mezzo della mediazione
dell’inconscio). Non si tratta di una semplice percezione ma di un processo creativo e
attivo attraverso cui l’individuo si appropria della situazione che si trova a vivere. Non
ama ciò che è familiare, sicuro, stabile, costruisce relazioni tendenzialmente labili ed
evanescenti; vive la casa e la famiglia come legami soffocanti. La dimensione su cui
centra la propria vita è il futuro. Se estroverso presta maggiore attenzione alla realtà
esterna; se introverso è sognatore, artista, poeta.
Raramente si trova il tipo psicologico allo stato puro: ogni individuo privilegia una
funzione particolare, ma queste viene solitamente affiancata da un’altra, che pur
rimanendo sullo sfondo rende meno monolitico e rigido il carattere del soggetto.
Nel caso in cui il soggetto riesca a contemperare in sé tute e quattro le funzioni, realizza
l’individuazione, processo attraverso cui l’individuo arricchisce la propria mente
conciliando tendenze di segno opposto all’interno di una personalità ricca e
sfaccettata, dinamica e complessa.
Il processo di individuazione riguarda anche il trattamento analitico che non è
finalizzato solo alla remissione del sintomo ma può mirare anche alla conquista di una
pienezza e completezza dell’essere con il raggiungimento di una dialettica tra conscio e
inconscio, ovvero arrivare ad un’esperienza dell’archetipo del sé, inteso come io totale.
L’individuazione porta alla completezza del sé, possibile riconciliandosi con l’Ombra e
gli altri archetipi dell’inconscio collettivo: si tratta di integrare irrazionale e coscienza,
non lasciarsi sopraffare dall’inconscio (altrimenti si ricadrebbe nella psicosi) ma
espandere
la propria mente di modo che i contrari possano coesistervi.
Ai fini dell’individuazione è importante secondo Jung la religione. L’uomo possiede
una funzione religiosa naturale e si è in salute quando si riesce ad esprimere in
maniera adeguata questo sentimento trascendente. La religione ha sempre
soddisfatto i bisogni profondi dell’uomo ed ha consentito adeguato sfogo ai processi
inconsci più destabilizzanti attraverso strumenti quali il pentimento, il sacrificio e la
redenzione.
La religione dà espressione cosciente agli archetipi inconsci: compito impossibile e
utopistico, ma proprio questa impossibilità rende paradossali e affascinanti anche le
verità religiose.
La chiesa e i rituali religiosi hanno la funzione di proteggere gli uomini dalla forza
dirompente e travolgente dell’esperienza religiosa che, se affrontata senza gli
opportuni filtri e cautele, risulterebbe devastante.

14.4 Le associazioni e i complessi


Anche Jung si serviva delle associazioni con i suoi pazienti, ma in maniera diversa
rispetto a Freud. Jung infatti, era maggiormente legato alla tecnica di Kraepelin che
sarà poi ripresa da Bleuer. Il procedimento usato da Jung consisteva in una lista di
cento parole-stimolo che venivano proposte una per volta al paziente, il quale doveva

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associare a ciascuna di esse la prima parola che gli veniva in ,ente. Jung la usava per
osservare fenomeni particolari.
Secondo Jung, alcune modalità di associazione segnalano l’intervento di fattori esterni
alla coscienza, consistenti in strutture inconsce definite complessi a tonalità affettiva.
Il complesso è un sistema di rappresentazioni relativa ad un evento carico di un affetto
intenso e significativo. E’ una struttura mentale caratterizzata dal fatto che ogni sua
parte riproduce la componente affettiva del tutto. Le diverse rappresentazioni legate
ad un fatto, un ricordo, un’emozione si strutturano intorno a un nucleo di natura
emotiva che tiene unite le parti del sistema rappresentazionale. Questa modalità di
elaborazione e strutturazione mentale degli eventi appartiene a chiunque.
Se in Freud la causa della psicopatologia era identificata nel trauma, secondo Jung la
causa risiede in un complesso (in entrambi i casi si tratta di fattori inconsci
affettivamente rilevanti).
Dunque Jung non parla di trauma di natura sessuale né di altra natura, ma focalizza la
propria attenzione sulla situazione emotiva generale del soggetto e la sua
organizzazione mentale, costituita da una serie di complessi.
Il complesso è rappresentabile come un piccolo sistema solare dotato di un elemento
centrale, un nucleo, a cui fanno riferimento sia l’energia (tonalità emotiva) sia i
contenuti delle parti del complesso, che rappresentano momenti dell’esperienza
individuale e aspetti della sua realtà psichica e delle sue modalità relazionali. L’intensità
dell’energia che tiene unito il complesso determina il suo potere costellante. I
complessi possono essere consci o inconsci, personali o impersonali (se esprimono
contenuti archetipici); quelli consci solitamente nascondono altri inconsci.

14.5 Nevrosi e psicosi


Le psicopatologie, per Jung come Freud, riflettono un conflitto, ma per Jung il conflitto
è tra la natura e lo spirito, tra i desideri individuali e le imposizioni sociali, tra la
sessualità e la morale (non come diceva Freud tra forze intrapsichiche o tra queste e la
realtà esterna). Il conflitto non è necessariamente negativo, ma diviene potenzialmente
patogenetico quando si struttura in modo rigido e quando i suoi elementi attirano a sé
parti della personalità del soggetto, tanto che questa arriva a dissociarsi.
La patologia si manifesta quando una delle due componenti in conflitto prevale
sull’altra tanto da annullarla.
La nevrosi è considerata da Jung la risultante di una dissociazione tra due complessi in
conflitto, uno conscio e l’altro inconscio: ad esempio uno connesso ad un aspetto
razionale e l’altro ad un tratto affettivo. Il complesso inconscio si insidia nella coscienza
assorbendo gran parte dell’energia psichica della persona.
La psicosi è concepita non come il risultato di una dinamica narcisistica in base alla
quale la libido si ritira dall’oggetto e viene investita sull’io, come pensava Freud, ma
come una perdita di adattamento alla realtà. Inoltre mentre nella nevrosi si nota una
semplice scissione psichica in cui complessi in conflitto rimangono reciprocamente
connessi tanto da non pregiudicare l’unitarietà di fondo della personalità del soggetto,
nelle psicosi i complessi in conflitto si rendono autonomi l’uno dall’altro e la mente si
frammenta in diverse aree scollegate tra loro; tali complessi possono prendere il posto

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dell’io e sostituirsi ad esso. Nella psicosi alcuni archetipi dell’inconscio collettivo hanno
preso possesso della mente dell’individuo fino a farle smarrire la dimensione reale.
14.5 La psicoterapia junghiana
La psicologia analitica di Jung consiste in un intervento in cui le finalità non si limitano
all’ambito terapeutico, ma mirano a sviluppare la personalità attraverso
l’individuazione. Per Jung la psicoterapia non si basa su un percorso unico e
predefinito, ma si può differenziare in base ad alcune variabili quali l’età del paziente, il
suo carattere, gli obiettivi che si propone di raggiungere.
Il sintomo non è il risultato di cause passate, ma esprime un disegno inconscio
finalizzato a ricercare un adattamento nei confronti di una situazione conflittuale
vissuta nel presente. Centrare il percorso interpretativo della terapia sul passato può
avere ricadute negative sul paziente, poiché lo può allontanare dalla dimensione
attuale e reale.
La nevrosi contiene in sé nuovi possibili percorsi a disposizione del paziente che lo
possono aiutare ad affrontare la vita in modo da superare le difficoltà dalle quali al
momento si sente sopraffatto.
Anche per Jung, come per Freud, la nevrosi si collega a una regressione a fasi infantili
dello sviluppo, ma questa non si considera di per sé patologica o negativa, in quanto
può costituire un segno del desiderio di un diverso approccio nei confronti della vita, di
una ricerca di nuove modalità mentali e relazionali meno automatiche e più originali e
personali. La terapia porta ad indagare, a cogliere queste potenzialità e a trasformare la
tendenza regressiva in una progressione verso soluzioni non nevrotiche ma
socialmente adattive e positive.
Jung pone in analogia la narrazione del pz in terapia con la confessione al sacerdote: la
narrazione terapeutica, come la confessione, permette al soggetto il recupero di
contenuti, di esprimerli e accettarli, a patto che la loro verbalizzazione sia
accompagnata da una adeguata partecipazione affettiva.
Il transfert, nella prospettiva di Jung, coincide con l’idea che ne ha Freud, dunque
consiste nella riattualizzazione sulla figura del terapeuta delle relazioni e delle emozioni
provate dal soggetto nei confronti delle figure significative dell’infanzia, e in particolare
dei genitori. La differenza consiste nel fatto che per Jung il transfer non va spiegato, ma
va vissuto dal paziente insieme al terapeuta. È reale e coinvolge due persone che
condividono stati d’animo ed esperienze e che passo dopo passo si trasformano
reciprocamente. Il transfert dunque favorisce la crescita tanto del paziente quanto del
terapeuta.
Il terapeuta junghiano adotta una tecnica più attiva, pone domande, interviene durante
le associazioni e coinvolge il paziente nel processo di interazione.
Il ruolo del terapeuta è quello di un facilitatore, in quanto deve aiutare il paziente a
scoprire da sé ad accogliere in sé gli aspetti celati della propria mente, le proprie
emozioni nascoste, le parti scisse della propria personalità.
La rimozione non va eliminata, infatti il materiale rimosso non costituisce la causa della
nevrosi, ma contiene in sé dei significati nascosti che vanno individuati e portati alla
luce perché aiutano a capire le dinamiche mentali e il significato dei sintomi. Nemmeno
le resistenze devono essere annientate, perché mentre per Freud costituiscono un

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ostacolo, per Jung sono considerate come il primo segno della parziale autonomia
riconquistata dal paziente nei confronti del terapeuta.
14.7 L’interpretazione
L’interpretazione di Freud è indirizzata al passato del paziente, quella di Jung è centrata
sul presente e sul futuro in quanto i contenuti dei sintomi, dei sogni e delle fantasie
sono orientati in direzione prospettica, in avanti. La storia del pz viene posta in secondo
piano per l’impossibilità di recuperarla e comprenderla in maniera certa e adeguata
poiché anche gli eventi rievocati dell’infanzia sono parte di complessi che ne
condizionano la manifestazione e ne rendono problematico il recupero e l’attendibilità.
Jung si accosta al passato con la consapevolezza che non si possono recuperare dati
oggettivi e reali perché questi sono filtrati dai complessi inconsci dell’individuo. E’ più
utile allora osservare la narrazione del paziente in relazione ai suoi aspetti simbolici,
alla meta, allo scopo, all’intenzione.
L’amplificazione è una tecnica associativa che favorisce l’orientamento dell’ottica del
terapeuta in direzione prospettiva, aiutandolo a comprendere e interpretare i
contenuti psichici. Vengono stimolate associazioni che non sono orientate al passato
ma hanno piuttosto un andamento radiale, che va dal centro verso l’esterno e consiste
nella ricerca e nell’aggiunta di significati ulteriori in progressiva espansione, che
contribuiscono a chiarire il senso del fenomeno psichico considerato.
L’amplificazione è la procedura centrale del METODO EMERNEUTICO, così definito per
sottolineare il carattere aperto dell’interpretazione, libera da canoni rigidi e direzioni
prefissate. Tale metodo prevede due tipologie di amplificazione: una personale,
centrate sulle esperienze vissute del paziente e una impersonale, indirizzata a cogliere
il materiale riferibile all’inconscio collettivo.
14.8 Il sogno
Secondo Jung l’interpretazione dei sogni è fondamentale, ma questi non sono
appagamenti mascherati di desideri rimossi, piuttosto sono eventi dotati di
significati indirizzati verso una meta precisa. Anche nei confronti del sogno Jung
orienta la sua osservazione in senso prospettico, cioè verso il futuro, più che verso
il passato. Nel sogno si manifestano immagini arcaiche universali ma anche
elementi personali, dunque i livelli di analisi del sonno sono due:uno riferito alla
storia soggettiva dell’individuo e l’altro orientato in direzione dell’inconscio
collettivo.
Nel lavoro onirico secondo Jung non viene operata una censura, fenomeni come la
condensazione e lo spostamento esistono perché semplicemente fanno parte del
linguaggio del sogno e dell’inconscio.
L’oscurità del materiale onirico è intrinseca all’inconscio (al cui ambito appartiene il
sogno). Il sogno è oscuro perché è di per sé oscuro il linguaggio dell’inconscio.
Il sogno è un simbolo che non rimanda solo alla sfera sessuale, ma travalica la storia
individuale del paziente oppure si colloca all’interno di un processo di auto
rappresentazione. Non riproduce desideri inconsci, ma raffigura più in generale la
situazione interiore del soggetto.
Il sogno, nella prospettiva di Jung, non rimanda ad un significato latente, ci si trova di
fronte ad un problema di linguaggio. Attraverso l’amplificazione si scopre che il sogno

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rinvia non a pulsioni rimosse o a desideri censurati, ma ad un’attività psichica che crea
immagini dotate di una precisa tonalità affettiva e che trasmettono valori, rapportabili
non solo al campo sessuale, ma anche a quello spirituale, all’autoconservazione e ad
altre dimensioni individuali.
I sogni hanno spesso la funzione di attivare un meccanismo di compensazione nei
confronti della vita e del pensiero cosciente del sognatore.
Al pari del sintomo, della fantasia, degli atti mancati, il sogno è considerato un
processo orientato verso una meta, che esprime simboli archetipici. E’ appunto il
mondo degli archetipi che permette di attribuire un senso autentico alla
rappresentazione onirica. Due sono i livelli di significato del sogno: il senso
immanente e quello trascendente. Il senso immanente è costituito dal sistema di
significati alla base del sogno stesso che rimanda alla vita e alle esperienze del
sognatore; il senso trascendente nasce dal nucleo centrale del sogno inteso come
complesso e rinvia alla dimensione archetipica, che travalica l’individuo e lo mette in
collegamento con le esperienze primordiali del genere umano. L’interpretazione non
raggiunge mai l’archetipo, ma si accosta alla sua immagine storicizzata e incarnata
nell’immaginario personale.
Il metodo dell’amplificazione viene gestito tanto dal paziente (per quello che riguarda
l’esperienza personale) quanto dall’analista (per quello che riguarda gli archetipi). La
ricostruzione del significato è articolata e complessa: si inizia dall’interpretazione del
senso immanente per poi passare alla funzione del sogno rispetto all’esperienza del
paziente; infine si allarga la portata del sogno arrivando a integrarlo con la
significazione di livello superiore dell’inconscio collettivo.
Il simbolo junghiano, come emerge dal sogno, è più oscuro e sfuggente del simbolo
freudiano; non è riconducibile a concetti chiari, univoci e razionali e il suo significato
può essere formulato solo in maniera approssimativa.
Per quanto riguarda le interpretazioni, Jung non impone mai le proprie al paziente, ma
insieme elaborano un’interpretazione che deve nascere dalla reciproca collaborazione.
C.15 Melanie Klein
Melanie Klein è una delle personalità più importanti della storia della psicoanalisi.
La sua idea di mondo interno, l’accento posto sulle relazioni oggettuali, i suoi studi sullo
sviluppo del bambino, il suo modello di psicoanalisi infantile, le indagini sui meccanismi
mentali più arcaici hanno introdotto stimoli e motivi di riflessione di notevole peso
teorico e tecnico. La sua formazione è stata effettuata con Ferenczi e con Abraham.

15.1 la fantasia inconscia


La nozione kleiniana di fantasia inconscia affianca e integra in modo interessante il
concetto freudiano di fantasia. Per Freud la fantasia è uno scenario immaginario che
rappresenta l’appagamento di un desiderio inconscio in modo deformato
dall’attivazione di processi difensivi.
Freud distingue tre tipi di fantasie:
a) le fantasie consce, definite anche sogni diurni, consistono in frammenti di storie
che la persona si narra durante lo stato di veglia; il romanzo familiare, ovvero il modo
in cui il bambino ricostruisce in fantasia l’immagine dei genitori e i suoi legami con loro.
Ha radici edipiche.

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b) le fantasie inconsce sono strutture sottostanti ai contenuti manifesti della mente;
il significato del sogno, del sintomo, ma anche dei gesti quotidiani è riconducibili a
fantasie inconsce.
c) le fantasie primarie sono strutture fantasmatiche tipiche, ovvero universali e
precedenti le esperienze individuali, una sorta di patrimonio inconscio filogenetico
condiviso da tutti.
La nozione kleiniana di fantasia inconscia si fa risalire alla polemica di Klein contro
Abraham e Ferenczi a proposito del tic, considerato da questi ultimi come una pura
scarica di energia senza oggetto. La Klein invece sosteneva con forza che il tic era la
manifestazione di una fantasia inconscia rivolta in direzione di un oggetto.
Dietro al pensiero kleiniano vi sono due aspetti fondamentali: la convinzione che dietro
ogni manifestazione umana agiscano forze poste al di sotto della coscienza che si
riferiscono a fantasie inconsce; la nozione di oggetto come elemento fondamentale e
indispensabile.
Le fantasie inconsce sono rappresentazioni mentali di istinti rivolti a un oggetto. Oltre
gli istinti, le fantasie inconsce possono rappresentare anche le difese che si oppongono
agli istinti stessi.
Freud pensava che la fantasia consistesse in un appagamento allucinatorio del
desiderio in seguito a una frustrazione. Melanie Klein invece sostiene che la
dimensione allucinatoria della fantasia è sempre presente, indipendentemente dalla
frustrazione, e che le fantasie inconsce accompagnano costantemente ogni attività e
ogni funzione del pensiero individuale.
In freud la fantasia spesso è pensata come una dimensione diversa e alternativa
rispetto alla realtà, mentre secondo la Klein la fantasia accompagna ininterrottamente
la realtà. Non solo, ma la fantasia inconscia mira ad esaudire gli istinti senza alcun
rispetto della realtà stessa.
15.2. l’oggetto la fantasia è rivolta
necessariamente a un oggetto.
Secondo Freud, l’oggetto è l’aspetto più variabile e meno significativo della pulsione.
Inoltre le dinamiche autoerotiche infantili sono anoggettuali e la pulsione trova il suo
oggetto solo più tardi.
L’importanza attribuita da Melanie Klein all’oggetto ha fatto si che il suo sistema di
pensiero fosse denominato teoria delle relazioni oggettuali.
Klein sostiene che le fantasie del bambino hanno origini somatiche e ogni sensazione
corporea produce un’esperienza mentale vissuta come relazione con l’oggetto che
causa quella sensazione. Se si tratta di una sensazione piacevole, l’oggetto viene amato
e percepito come oggetto buono; se invece la sensazione è dolorosa, l’oggetto viene
odiato e vissuto come oggetto cattivo.
Il mondo interno viene rappresentato dalla Klein come uno spazio popolato da oggetti
interni dotati i una propria vita, capaci di godere, di soffrire, di produrre piacere e
dolore, animati da motivazioni e intenzioni nei confronti dell’io e degli altri oggetti. È
indispensabile a questo punto una precisazione: mentre le fantasie inconsce sono
primarie, innate, gli oggetti interni non lo sono. Essi sono il risultato di una serie di
introiezioni di oggetti del mondo esterno.

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Gli oggetti esterni attraverso l’introiezione vengono trasformati in oggetti interni che
ne conservano gli aspetti buoni e quelli cattivi; gli oggetti interni, attraverso la
proiezione, vengono espulsi nella realtà esterna e condizionano il modo in cui questa
viene percepita e vissuta.
Gli oggetti interni non sono rappresentazioni, ma sono costituenti sostanziali
dell’individuo. Secondo il bambino e lo schizofrenico hanno una concretezza materiale.
Sono oggetti emotivi in quanto la loro caratteristica è connessa strettamente alle
emozioni piacevoli e spiacevoli provate dall’individuo.
Fin dalla nascita il bambino entra in relazione con oggetti che sono avvertiti come
distinti dall’io.
Secondo Freud, il neonato è racchiuso in una sorta di guscio che lo isola dal mondo
circostante (autoerotismo). Secondo Klein il bambino è in grado fin dalla nascita di
instaurare relazioni oggettuali. Il primo oggetto è il seno materno che è il prototipo di
tutti gli oggetti buoni e cattivi.
Nella teoria kleiniana l’introiezione non è, come in Freud, collegabile alla perdita
dell’oggetto (come avviene nel lutto) o al superamento del complesso edipico, ma è
uno dei meccanismi fondamentali del funzionamento mentale ed è attiva fin dalla
nascita. L’introiezione è una difesa contro l’istinto di morte.
15.3. istinto di morte e angoscia
Freud ha distinto l’angoscia sia dall’ansia, in quanto la prima è caratterizzata da
maggiore intensità, sia dalla paura, poiché quest’ultima è prodotta da un oggetto
preciso, mentre l’angoscia si manifesta indipendentemente dalla relazione con un
oggetto determinato. Freud considerava l’angoscia come il risultato di un processo
biologico: la faceva derivare dall’accumulo dell’eccitamento provocato dalla mancata
scarica della tensione libidica. L’angoscia è la risposta a una situazione di pericolo o
traumatica. È possibile distinguere tra: angoscia reale, derivante da un pericolo reale
collocato nel mondo esterno; angoscia nevrotica, derivante dall’es e legata alle
pulsioni, connessa ad un pericolo ignoto; angoscia morale, dovuta al super-io. Inoltre
Freud elabora il concetto di angoscia-segnale: questa consiste nella riproduzione in
forma attenuata dell’angoscia collegata ad un evento traumatico, reale o fantasmatico,
che si è già esperito.
Per la Klein l’angoscia è la reazione alle minacce del mondo esterno e del mondo
interno. Nella prima fase del suo pensiero l’angoscia è il risultato della trasformazione
automatica di un sovrappiù di energia. L’es e il super-io esercitano pressioni sull’io e ciò
genera angoscia nel soggetto, che nel bambino si manifestano attraverso il gioco e
nell’adulto attraverso la sublimazione.
Klein riserva una posizione centrale all’angoscia di evirazione come fonte delle altre
manifestazioni di angoscia.
In una seconda fase la Klein centra l’attenzione sul nesso esistente tra l’angoscia e la
pulsione di morte. Il concetto di pulsione di morte kleiniano riprende quello freudiano,
dal quale però si differenzia in maniera significativa. La pulsione della Klein viene intesa
attivamente come aggressività, distruttività e sadismo rivolti in primo luogo contro gli
oggetti primari.

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Il lattante kleiniano è posseduto da un’angoscia che proviene in parte dall’istinto di
morte e in parte dalla paura di annientamento derivante dall’impotenza del neonato di
fronte ai pericoli esterni e interni.
Freud collega l’angoscia all’io, mentre la Klein la connette all’aggressività della fase
orale cannibalica. L’angoscia del lattante, secondo Klein, deriva dalla paura di perdere
la madre che soddisfa i suoi bisogni e dalla paura che la madre sia annientata dai suoi
attacchi sadici e distruttivi. Riguarda la possibilità che lo stesso lattante venga
annientato.
Posizione schizo-paranoide
L’io esiste nell’individuo fin dalla nascita. Le funzioni dell’io consistono nel separare il
me e il non me, nel discriminare il buono e il cattivo, nell’elaborare le fantasie di
incorporazione e di espulsione. L’io primitivo del bambino oscilla tra integrazione e
disintegrazione e fin dalla nascita sperimenta l’angoscia, usa meccanismi di difesa e
instaura rapporti oggettuali nella fantasia e nella realtà.
Nei primissimi mesi di vita del bambino, il suo io si trova esposto al conflitto tra istinti di
vita e istinti di morte.
In questa fase di sviluppo da 0 a 4-5 mesi, le relazioni oggettuali si fondano sui
meccanismi di difesa della scissione e della identificazione proiettiva.
La posizione schizo-paranoide è quell'espressione usata da Melanie Klein
(successivamente alla sola espressione "paranoide") per indicare quello stato in cui v'è
una coesistenza della scissione - scissione cioè tra oggetti ideali e persecutori - e
dell'angoscia persecutoria. La Klein differisce con Freud anche riguardo all'idea dell'Io
primitivo: egli lo ritenne ancora una parte esclusivamente biologica e non psicologica,
capace esclusivamente di deviare all'esterno l'angoscia; la Klein ritenendo già
conformato psicologicamente un Io (seppur primitivo) capace invece di proiettare la
pulsione di morte. Legato a questo v'è un'altra differenza: Freud sostenne che il
bambino non è consapevole della morte, bensì solo della paura dell'evirazione; la
Klein sostiene che la pulsione di morte - presente sin dalla nascita - fa sorgere il timore
dell'annientamento che porta di conseguenza alla proiezione difensiva della pulsione di
morte. L'angoscia nasce dunque per lei da questo timore di annientamento e le prime
difese mosse dall'Io verso questa primordiale pulsione di morte sono la scissione,
proiezione e introiezione. In questo stadio dunque la meta dell'Io è quella di
introiettare l'oggetto ideale - solitamente percepito come unico - e tenere fuori gli
oggetti persecutori - solitamente visti frammentati e molteplici. È qui che si forma la
posizione schizoparanoide, utilizzata come difesa, che nasce durante la prima scissione
tra un seno buono ed uno cattivo. La Klein introduce inoltre un nuovo meccanismo,
l'identificazione
proiettiva, in cui ad essere introiettati nella fantasia non sono solo gli
impulsi, ma anche parti del Sé e dei suoi prodotti corporali e poi proiettati su di un
oggetto esterno - come ad esempio nel caso del sig. B in cui egli proiettava sul seno
(oggetto esterno) la propria bocca che sadicamente morde (introiezione). Ne risulta
nella sua fantasia un'immagine di "seni-arpie" che mordono. Non solo le parti, ma
anche l'intero Sé può essere proiettato in un oggetto. Le mete di questa identificazione
proiettiva possono essere molteplici: liberarsi di una parte non voluta di sé, avido
possesso o svuotamento di un oggetto, controllo dell'oggetto ecc... L'identificazione

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proiettiva proietta sia componenti cattive del Sé - ottenendo angosce di persecuzione -
sia le parti buone, come a voler mettere al sicuro dentro all'oggetto quella parte di sé. Il
timore schizoide di amare deriva proprio da un'identificazione proiettiva in cui l'amore
viene proiettato drasticamente sull'oggetto; per conseguenza l'individuo si sentirà
svuotato dall'amore stesso e avrà il timore di essere controllato, visto che la parte
migliore di Sé è al di fuori di lui. Si evince dunque ad esempio che il timore già citato
provato verso il corpo materno non è solo in relazione al senso di colpa derivato dal
tentativo di aggressione, ma anche un'identificazione proiettiva in cui in fantasia il
corpo della madre è pieno di parti del corpo del bambino. Un'eccessiva angoscia - come
al solito - può portare al contrarre alcune tra le più terribili patologie psichiche, come
tutte le malattie schizofreniche, personalità schizoide e paranoide delle nevrosi sia
infantili che adulte.
Posizione depressiva
In questa fase dello sviluppo da 5 a 12 mesi sono centrali i concetti di integrazione,
elaborazione del lutto e riparazione. Il seno onnipotentemente buono e cattivo non
viene più scisso in due oggetti separati, come accadeva nella posizione
schizoparanoide, ma viene sperimentato come oggetto totale, nel quale sono integrati,
cioè, sia gli elementi gratificanti che quelli frustranti (integrazione). Si passa così da un
mondo
oggettuale totalmente fantasmatico ad una conciliazione delle percezioni interiori con
gli attributi reali dell'oggetto. Il pensiero da onnipotente diventa ambivalente. Tale
posizione coincide con il periodo dello svezzamento. Il bambino si scopre dipendente
dalla madre per la soddisfazione dei propri bisogni, ma allo stesso tempo sperimenta
l'impotenza perché non può trattenerla sempre con sé. Sviluppa così un
atteggiamento depressivo. Tale depressione, come già aveva scritto Freud, è
la stessa che caratterizzerà il lutto: il bambino interpreta lo svezzamento come perdita
del seno buono, dal quale deve necessariamente separare la propria identità, se vuole
sopravvivere, allo stesso modo in cui chi perde una persona cara deve disinvestire i
legami libidici per reinvestirli in altri o in altro. La Klein colloca in questa fase la nascita
del simbolo inteso come sostituto dell'oggetto sul quale il bambino può scaricare le
pulsioni libidiche ed aggressive senza temere di danneggiare il seno buono.
In questa fase, quindi, il bambino inizia a percepire non solo che il seno è altro da sé ma
anche che è presente un terzo, ovvero il padre. Nella teoria kleiniana il ruolo del padre
è fortemente relativizzato.
Il Super Io, infatti, nasce da questo riconoscimento della dualità e dell'indipendenza
della madre da sé e non dall'antagonismo con il padre. Anche la formazione stessa di
questa istanza si configura come il portato della riparazione. Il bambino, che durante la
fase schizoparanoide ha aggredito e tentato di distruggere il seno cattivo, riconosce ora
che il seno buono coincide con quello cattivo, per cui viene sopraffatto dal senso di
colpa che lo spinge a riparare l'oggetto che prima ha sciupato e danneggiato.
Interiorizzando le norme che regolano la distruttività interiore il bambino si assicura
che l'oggetto amato non verrà più sciupato.
Nasce così il Super Io.

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Invidia e psicopatologia
Melaine Klein sviluppò i concetti di invidia e gelosia negli ultimi anni della sua vita
(Invidia e gratitudine, 1957), e in essi è possibile leggere una sintesi originale del suo
pensiero. Tali concetti le costarono non poche critiche nell'ambiente psicoanalitico.
Innanzitutto va distinta l'invidia dalla gelosia: la gelosia si fonda sull'amore (pulsione
di vita) che vorrebbe l'oggetto gratificante tutto per sé e, conseguentemente,
desidererà la distruzione di tutto ciò che si frappone a questo possesso.
L'invidia, invece, è un portato della pulsione di morte: non potendo possedere le
caratteristiche ambite dell'oggetto, il bambino ne desidera la distruzione. L'invidia,
afferma Melaine Klein, è un'energia distruttiva la cui quantità è biologicamente
determinata. Nella fase schizoparanoide il seno è ritenuto onnipotentemente buono
(gratificazione), ma anche onnipotentemente malvagio (frustrazione). Quando
l'oggetto nutre e sostiene i bisogni del bambino, il bambino prova gratitudine, quando
invece si nega scatena il sentimento dell'invidia. L'armonizzazione dei due sentimenti è
alla base di un Io integrato e stabile. Bisogna ancora una volta sottolineare che, per
Klein, la relazione oggettuale, sana o patologica che sia, avviene a livello fantasmatico,
cioè indipendentemente dalle qualità reali della relazione con la figura materna. Se è
vero che un ambiente di deprivazione affettiva predispone alla patologia, non è detto
però che la patologia nasca da una reale madre incurante o malvagia. Donald Winnicott
riprenderà questi concetti kleiniani sviluppando la teoria di reale deprivazione o
ambivalenza da parte della madre come fattore determinante la patologia psichica.
Dal conflitto tra la pulsione di vita e la pulsione di morte, dunque, dipende la sanità
psichica o l'insorgenza della psicosi nel soggetto. Se prevalgono le esperienze di amore
(gratitudine) il bambino svilupperà un Sé integrato ed equilibrato. Se invece le angosce
persecutorie e l'invidia non vengono controbilanciate da esperienze positive, il bambino
svilupperà una psicopatologia. Più precisamente, se fallisce il passaggio dall'oggetto
parziale all'oggetto totale, il bambino vivrà in un mondo di oggetti scissi, terrorizzato
dall'oggetto persecutorio, non sarà capace di mentalizzare e svilupperà quindi una
psicosi. Se invece fallisce l'elaborazione del lutto e la riparazione durante la posizione
depressiva il bambino potrà sviluppare o una nevrosi o, se adotta la difesa maniacale e
riattiva le dinamiche della posizione schizoparanoide, una psicosi.
L'eredità kleiniana
Le innovazioni apportate al pensiero psicoanalitico da Melaine Klein scatenarono in
breve tempo una disputa fra scuole di pensiero, rappresentata da due opposte fazioni:
da un lato c'era Anna Freud che, oltre a "difendere" l'eredità paterna, contestava l'idea
di una "analizzabilità" in senso adulto dei bambini molto piccoli; dall'altra parte c'era
Klein che, avendo "anticipato" le principali fasi e competenze dello sviluppo infantile,
sosteneva una piena analizzabilità dei bambini e proseguiva per una visione
nettamente relazionale della psicoanalisi. Seppur troppo enfatizzato dagli storici,
questo dibattito portò ad una scissione netta nella scuola psicoanalitica. A seguire
direttamente Klein furono molti giovani studenti, ai quali era richiesto di scegliere
come "supervisore" uno di orientamento kleiniano o freudiano. Indirettamente (grazie
all'incontestabile forza delle sue teorie), il pensiero kleiniano influenzò molti altri
autori, definiti dalla Storia della Psicologia come "Scuola di Mezzo" (Fairbairn,
Winnicott, Balint), nel senso che non si schierarono né da una parte, né dall'altra nella

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propria formazione, anche se è evidente l'eredità lasciata da Klein nella loro
impostazione teorica, soprattutto metapsicologica.
Non c'è pulsione senza oggetto
Il grande merito di Melanie Klein sta senza dubbio nell'accento posto sulla natura
relazionale della pulsione: Freud aveva sviluppato l'idea di una pulsione prettamente
"autoerotica", nella misura in cui l'individuo si "serviva" dell'ambiente per ricevere
piacere o gratificazione. Per la Klein la pulsione senza oggetto non esiste, neppure il
narcisismo ne è esente, dal momento che si tratta di una relazione con oggetti
interiorizzati.
Gli affetti primari dell'amore, dell'odio, dell'angoscia, sono perciò relazionali ab initio
(Klein, 1952), poiché è la relazione, la presenza reale o fantasmatica di un oggetto,
l'obiettivo principale della pulsione (anziché l'appagamento di per sé). Questa
concettualizzazione fu preziosa per i futuri sviluppi della psicoanalisi, che si "spostò"
rapidamente da una concezione pulsionale ad una totalmente relazionale, a volte
"dimenticando" completamente la pulsione così come era intesa anche dalla stessa
Klein. L'eredità kleiniana è così osservabile nelle teorie di Fairbairn, Winnicott e altri,
nonché nelle teorie sistemiche, in quelle dell'attaccamento di John Bowlby e in altri
approcci più o meno psicoanalitici che apparentemente scavalcarono l'intero impianto
teorico di questa autrice.
Il mondo interno
Spostando l'attenzione dalla pulsione come autoerotismo alla relazione oggettuale,
Melanie Klein propose un originale modello di "mente", anche se sostanzialmente
sovrapponibile. Relazionandosi con oggetti esterni, la mente si popola di oggetti
(parziali o totali) di tutti i tipi, intesi come simboli dell'oggetto e delle sue qualità
affettive. La mente, dunque, diventa un contenitore di oggetti simbolizzati che danno
origine a pulsioni e sentimenti via via più complessi, e che spiegano l'origine del
pensiero. Quest'ultimo aspetto è stato ampiamente e genialmente sviluppato da un
allievo della Klein, Wilfred Bion, a tutt'oggi considerato uno dei più originali teorici della
mente.
La psicologia dell’io
La psicologia dell’Io, nonostante la continuità con il modello freudiano, presenta
alcune specificità: la disponibilità di alcuni suoi esponenti di allacciare un dialogo e un
confronto con la psicologia generale e con quella evolutiva e sperimentale, la scelta di
ispirarsi a criteri più pragmatici rispetto alla psicoanalisi classica europea (la psicologia
dell’Io è stata infatti etichettata da alcuni come “psicoanalisi degli americani”). Gli
psicologi dell’Io, soprattutto negli Stati Uniti, hanno avuto modo di venire a contatto
tra loro per mezzo delle associazioni culturali, collegate alle università, per cui è
risultato inevitabile il confronto con al psicologia sperimentale accademica.
Tre aspetti sono trasversali agli autori di questo orientamento:
- l’assegnazione all’Io di un ruolo ben più importante di quello che gli aveva riservato
Freud, approfondendone in particolari funzioni e sviluppo;
- l’attenzione riservata al contesto ambientale e l’impostazione maggiormente
orientata in direzione empirica;
- l’importanza attribuita allo studio dello sviluppo normale, oltre a quello patologico.

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Rientrano in questa corrente Hartmann, Spitz, Anna Freud, la Mahler, Jacobson ed
Erikson.
C.16 Heinz Hartmann
Hartmann è considerato il padre della psicologia dell’Io, trasformando la psicoanalisi in
una psicologia generale. Gli aspetti attenzionati in maniera particolare dall’autore sono:
l’Io, l’incidenza dei fattori ambientali e lo sviluppo normale oltre che quello patologico.
Egli intendeva rendere più omogenea l’architettura della metapsicologia freudiana,
andando a rielaborare i punti di contraddittorietà ed ampliando la psicoanalisi anche
all’ambito della normalità e non solo della patologia.
Il nuovo statuto dell’Io
Hartmann negli anni Quaranta si è trasferito negli Stati Uniti per sfuggire al regime
nazista e come il sogno del pragmatismo nordamericano, ha sottolineato la necessità di
dotare di una superiore dignità e maggiore autonomia l’Io, istanza psichica che il padre
della psicoanalisi aveva trascurato.
Pur condividendo la tripartizione di Freud in Es, Io e Super-Io, Hartmann ritiene che l’Io
non funga esclusivamente da mediatore tra i conflitti presenti tra Es e Super-Io e tra Es
e mondo esterno; egli sostiene piuttosto che l’Io è una struttura della mente dotata di
una propria autonomia e che è fondamentale ai fini dell’adattamento.
L’adattamento infatti è direttamente proporzionale al grado di maturazione dell’Io.
Se secondo Freud l’individuo era dominato dalle pulsioni e dai conflitti continui,
Hartmann sostiene che la persona è invece dotata di una razionalità e di una volontà
che le consentono di affrontare le pulsioni con un equipaggiamento decisamente
superiore rispetto a quanto teorizzato da Freud, tanto da poterle controllare e
dominare.
L’io viene pensato come una struttura della mente dotata di una propria autonomia e
quindi fornita di un peso decisamente superiore nell’economia psichica e in generale
nella vita della persona.
Alla nascita esiste in ciascun individuo una MATRICE INDIFFERENZIATA DELL’IO E
DELL’ES, da cui poi, gradualmente, ciascuna delle due istanze si sviluppa
indipendentemente dall’altra.
Secondo Freud alla nascita l’io non esiste, il neonato è guidato solo dall’es ed è del
tutto inerme di fronte alle pulsioni e alle loro dinamiche caotiche e imprevedibili; è
dunque privo di una propria autonomia e di una forza che lo rendano protagonista
della vita psichica.
Inoltre secondo Hartmann vi è una SFERA DELL’IO LIBERA DA CONFLITTI (ad esempio il
desiderio di mangiare dolciumi e le restrizioni imposte si genera solo se vi è un eccesso,
ma non nei casi in cui il desiderio di dolciumi si attua con moderazione). Nella vita
individuale esistono dunque ambiti in cui non necessariamente si manifestano dei
conflitti: la relazione tra l’individuo e il mondo esterno ed il proprio mondo interno è
meno turbolenta e più serena, rispetto a quanto pensava Freud.
Secondo Freud, l’Io non possiede energia propria, ma deve utilizzare quella dell’Es
(come spiegò con l’analogia del cavaliere ed il cavallo da domare).
Secondo Hartmann l’io fin dalla sua origine è dotato di un’energia propria, che viene
definita energia primaria dell’io. Inoltre ha la possibilità di usare, in maniera analoga a

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quella ipotizzata da Freud, l’energia dell’Es. questo secondo tipo di energia a
disposizione dell’io deriva da un processo di neutralizzazione dell’energia dell’es che
non va confuso con la sublimazione, dalla quale si distingue per alcuni motivi: in primo
luogo la neutralizzazione è un processo continuo, al contrario della sublimazione che
viene attivata solamente in presenza di un eccesso pulsionale; è diretta ad una
deistintualizzazione equilibrata sia della libido; la neutralizzazione consiste in una vera
e propria trasformazione qualitativa dell’energia, mentre la sublimazione comporta una
semplice deviazione della meta e dell’oggetto in relazione all’accettabilità sociale, ma
l’energia non viene sostanzialmente modificata.
L’io è anche considerato da Harmann come il responsabile dell’attivazione delle difese.
In aggiunta a ciò, viene specificato che l’energia che consente di attivare i
controinvestimenti difensivi deriva dalla neutralizzazione delle pulsioni aggressive.
Principio di piacere e principio di realtà
Secondo Hartmann è il principio di realtà a precedere quello di piacere e non viceversa:
infatti l’aggancio primario alla realtà esterna non dipende dalla soddisfazione di
pulsioni libidiche, ma avviene per assicurarsi la sopravvivenza: il piacere non è risultato
di una scarica pulsionale, ma deriva da un contatto produttivo e sintonico con la realtà
esterna con la quale è indispensabile scendere a patti per sopravvivere. Si ha dunque
una visione biologica piuttosto che pulsionale o relazionale: la sopravvivenza è
un’esigenza innata, filogenetica e condivisa da tutti gli esseri umani. La ricerca del
piacere è secondaria e dipende dal rapporto con la realtà.
Hartmann distingue tra un principio di realtà in senso lato (che anticipa quello di
piacere) e un principio di realtà in senso più stretto, che segue il principio di piacere ed
è legato alla maturazione del bambino.
Adattamento, tradizione e Super-io
Concetto cardine della psicoanalisi di Hartmann è quello di adattamento (“dobbiamo
imparare ad adattarci alla vita”).
L’io, secondo Harmann, è l’organo specifico dell’adattamento. L’individuo nasce con
una capacità adattiva innata e l’Io è l’organo specifico dell’adattamento. L’Io è legato
da un lato alla maturazione biologica (indipendente dalle condizioni ambientali) e
dall’altro alla storia individuale intesa come relazione tra gli aspetti genetici e quelli
ambientali relazionali.
Il bambino si trova ad interagire fin dall’inizio con il mondo circostante, che deve
costituire per lui un ambiente medio prevedibile finalizzato a consentirgli un
adattamento positivo.
L’adattamento è pensato da Hartmann come un rapporto tra organismo e ambiente
che dipende da un lato dall’equipaggiamento originario della persona e dalla
maturazione dei suoi apparati, dall’altro dalle azioni regolate dall’io che sono tese a
migliorare le connessi con l’ambiente stesso. Una persona ben adattata, secondo
Harmann, è produttiva, capace di godere la vita e dotata di equilibrio mentale.
Si distinguono tra tipologie di adattamento:
- autoplastico si attua attraverso modificazioni dell’individuo;
- alloplastico si attua attraverso modificazioni dell’ambiente;

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- terzo tipo si attua con un cambiamento di ambiente, vista l’impossibilità di attivare le
prime due strategie.
Esempio chiarificatore: se una persona sente freddo può decidere di mettere un
maglione per coprirsi (autoplatisco), può decidere di accendere il termostato della
stanza (alloplastico) o può optare per cercare un luogo più caldo e spostarsi (terzo
tipo). L’adattamento è anche pensato come un insieme di strategie che vengono
tramandate da una generazione all’altra per mezzo della tradizione, intesa come
automatismo preconscio, per intendere l’attivazione automatica di una serie di
comportamenti adattivi appartenenti a una sorta di memoria filogenetica indipendente
dall’esperienza individuale.
Secondo Hartmann è il Super-io il principale veicolo della tradizione: al di là della sua
portata morale e censoria, il Super-io è più in generale l’anello di congiunzione tra le
diverse generazioni, trasmette il sapere acquisito e favorisce l’avanzamento degli
individui nella società.
L’adattamento, a seconda del tipo di relazione che si instaura con la realtà esterna, può
assumere due forme:
- adattamento progressivo sintonico con la società, che conduce ad una buona
integrazione della persona nell’ambiente in cui vive e ad uno sviluppo delle sue
potenzialità;
- adattamento regressivo quando è ottenuto distaccandosi dal mondo esterno e
rifugiandosi nella fantasia, nell’arte e in attività mentali che allontanano il soggetto
dalla società piuttosto che integrarlo.
Nel bambino esiste uno stato di adattamento naturale che precede l’inizio dei processi
di adattamento intenzionali e che si aggancia a funzioni originariamente ancorate agli
istinti, che poi si orientano ponendosi al servizio dell’Io. L’individuo si trova fin dalla
nascita in uno stato di adattamento con l’ambiente, e i processi di adattamento hanno
inizialmente un ruolo del tutto secondario, mentre in seguito si svilupperanno quando
egli inizierà ad interagire effettivamente e consapevolmente con la realtà esterna.
L’individuo, per sintonizzare le diverse componenti (fisiche, psichiche, relazionali)
coinvolte nel processo di adattamento, dispone di una funzione sintetica, capacità
adattiva fondamentale che consente di integrare i diversi aspetti della propria
personalità con le istanze della realtà esterna per raggiungere un equilibrio adeguato.
Scopo della psicoanalisi elaborata da Hartmann è proprio quello di rielaborare le sintesi
deficitarie attivate dall’Io nella personale storia di adattamento del pz alla realtà
esterna, di modo da consentirgli di ristrutturarsi e recuperare una nuova capacità di
sintesi e di giudizio, che gli offrano nuove possibilità di adattamento alla realtà.
L’espressione deficit sostituisce quella freudiana di conflitto, è una condizione legata
alla storia individuale e al rapporto della persona con la realtà esterna, mentre la
concezione conflittuale è centrata prevalentemente sulle dinamiche del mondo
interno.
L’autonomia e le funzioni dell’io
Esistono, secondo Hartmann, due livelli di autonomia dell’io.
L’autonomia primaria dell’io è legata alla possibilità dell’io stesso di disporre di una
propria energia. L’autonomia secondaria dell’io riguarda l’utilizzo di energia
deistintualizzata dell’es.

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La distinzione tra i due tipi di autonomia, primaria e secondaria, si accompagna a una
parallela differenziazione tra le funzioni primarie e quelle secondarie dell’io. Tra le
funzioni primarie dell’io si trovano quelle, come la percezione, la memoria, la motilità e
l’associazione, che non presentano aspetti conflittuali e vengono attivate con l’energia
primaria dell’io. Tra le funzioni secondarie si collocano quelle come l’apprendimento,
l’affettività, le difese e il pensiero, che Hartmann considera conflittuali e che sono
attivate con energia neutralizzata.

Capitolo 17- Anna Freud


Ha approfondito e ampliato alcuni aspetti del padre: in particolare le funzioni dell’io, i
meccanismi di difesa, l’osservazione diretta del bambino, la definizione di una teoria e
di una pratica riferite soprattutto all’analisi infantile. Un aspetto importante del
pensiero di Anna Freud riguarda la possibilità non solo di curare le patologie
nevrotiche, ma anche di prevenirle.
Anche Freud aveva dato importanza al periodo infantile, ma non aveva mai osservato
un bambino; egli aveva piuttosto elaborato le sue teorie circa lo sviluppo psicosessuale
infantile a partire dalla psicoanalisi con l’adulto. Anna Freud ha inteso invece partire
dall’osservazione dell’infante, con l’intento di capire se fosse possibile prevedere
l’insorgenza delle nevrosi. All’epoca si riteneva che eccessive restrizioni genitoriali
fossero pericolose per la salute del bambino; Anna Freud riteneva invece che
gratificare i bisogni del bambino non gli consentisse di operare il passaggio al principio
di realtà, poiché non poteva apprendere come tollerare un no o il differimento nel
tempo di un soddisfacimento.
Inoltre Anna Freud è stata sempre molto cauta nel chiedersi quanto la psicoanalisi
potesse aiutare il bambino, diversamente dalla Klein.
Le difese attivate nel corso dell’analisi
Assunto fondamentale dell’approccio di Anna Freud è che si può conoscere l’Es solo
attraverso i suoi derivati che penetrano nel sistema Preconscio-Conscio, nel senso che i
contenuti possono essere intercettati e indagati solo in presenza di tensioni con l’Io o
con la realtà esterna. Ci si può accostare all’inconscio solo attraverso l’Io, di qui
l’accentuazione della sua importanza anche da parte della figlia di Freud.
Quando una pulsione o un contenuto dell’Es vengono percepiti dall’Io, non coincidono
fedelmente con la pulsione o con il contenuto inconscio originari, poiché questi sono
stati nel frattempo deformati dai meccanismi difensivi. E’ per questo motivo che
l’attenzione di Anna Freud si centrerà in maniera particolare sulle difese nel suo libro
fondamentale L’io e i meccanismi di difesa (1936).
Le difese costituiscono uno degli aspetti più importanti sui cui l’analista deve
concentrarsi nel corso dell’analisi, piuttosto che sulle sole associazioni libere. Solo

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individuando e attenuando difese e resistenze l’analista può aiutare il paziente a far
emergere il rimosso.
Osservare le difese è altresì importante per la comprensione del transfert: Anna Freud
distinse infatti tra transfert degli impulsi libidici e transfert di difesa. Il primo si
manifesta in sentimenti violenti (amore, odio, gelosia ecc.) provati dal paziente nei
confronti dell’analista. Questi dipendono da irruzioni dell’Es e provengono da
costellazioni affettive del passato del paziente, soprattutto di matrice edipica, riattivate
sull’analista. L’interpretazione del transfert degli impulsi libidici aiuta nello studio
dell’Es.
Il transfert di difesa consiste invece nella riattivazione, durante la seduta, di strategie
difensive utilizzate normalmente nel relazionarsi con la realtà. E’ un fenomeno che
rientra nella coazione a ripetere ma può consentire al paziente di risalire al momento in
cui questa forma di difesa si è manifestata per la prima volta a seguito di un’irruzione
dell’Es.
L’analista deve concentrarsi sia sulle difese che si attivano durante l’analisi, sia sulle
difese contro gli impulsi dell’Es, a cui l’Io reagisce con azioni antagoniste che
producono le resistenze, sia sulle difese contro gli affetti connessi a queste
manifestazioni pulsionali che l’Io tenta di modificare per renderli meno disturbanti.
I meccanismi di difesa
In L’io e i meccanismi di difesa (1936) Anna Freud passa in rassegna i meccanismi di
difesa già studiati da suo padre, ne descrive il funzionamento in maniera approfondita
e ne aggiunge altri.
RIMOZIONE processo psichico difensivo consistente nel respingere e nel mantenere
nell’Inconscio i contenuti mentali dolorosi e disturbanti (pensieri, ricordi, immagini,
affetti). E’ il meccanismo difensivo più forte ed efficace ma anche il più dispendioso.
Non agisce sulla pulsione ma sui suoi rappresentati ideativi.
REPRESSIONE consistente nel ritiro dell’attenzione da contenuti mentali inaccettabili di
modo che siano espulsi dalla coscienza e non possano venire rievocati. Differisce dalla
rimozione in quanto questa viene attivata in maniera inconscia, mentre solitamente il
soggetto è consapevole della repressione: la rimozione agisce a livello della censura tra
Inconscio e Preconscio, la repressione opera tra Preconscio e Conscio.
FORMAZIONE REATTIVA meccanismo difensivo che consiste nell’assumere
atteggiamenti coscienti che costituiscono il ribaltamento del contenuto inconscio
vissuto come intollerabile. Può riguardare affetti, stati d’animo, tratti del carattere (es.
desiderio inconscio di esibizionismo può trasformarsi in un modo di comportarsi
estremamente pudico). A monte di questa difesa si trova l’alleanza tra Io e Super-io, ed
è caratteristica della nevrosi ossessiva (bisogno inconscio di sporcare che si traduce in
un disturbo ossessivo compulsivo).
ISOLAMENTO fa sì che un pensiero o un comportamento sia privato delle sue
connessioni con altri pensieri o comportamenti. Il contenuto conflittuale viene isolato
così che divenga meno doloroso. Una forma particolare è l’ISOLAMENTO
DELL’AFFETTO, che si evidenzia quando un contenuto della mente è sganciato dagli
affetti che gli sono legati e viene affrontato come se fosse emotivamente neutro, da un
solo punto di vista razionale privo di coinvolgimento emotivo.

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ANNULLAMENTO RETROATTIVO è una difesa che consiste nell’attivazione di un
comportamento di segno opposto ad un comportamento precedente, che in tal modo
si cerca illusoriamente di annullare (qualcosa di simile ad un atto di espiazione o di
riparazione). Nell’annullamento retroattivo l’io i allea con una pulsione contraria a
quella da cui il soggetto si sente minacciato o che comunque percepisce come
disturbante.
Un’altra forma che può caratterizzare l’annullamento retroattivo è la ripetizione dello
stesso atto, ma con un significato opposto (ad esempio se una persona ha sempre fatto
sesso senza coinvolgimento sentimentale e partner occasionali, può continuare a
praticare sesso ma riservandolo ad un unico partner amato).
PROIEZIONE operazione difensiva con cui il soggetto espelle da sé e colloca nell’altro
affetti, desideri o tratti di carattere (generalmente considerati negativi) che egli rifiuta
e non riconosce in se stesso. E’ il meccanismo che sta alla base della paranoia e della
fobia. Ciò che avvertiamo come insopportabile o minaccioso negli altri, in base alla
proiezione, è ciò che appartiene a noi e di cui ci vogliamo liberare.
INTROIEZIONE meccanismo difensivo simmetrico alla proiezione, attraverso cui il
soggetto trasferisce dentro di sé aspetti (spesso considerati positivi) che appartengono
al mondo esterno. E’ alla base dell’identificazione.
CONVERSIONE NELL’OPPOSTO consiste nella trasformazione della meta di una
pulsione in modo che essa si manifesti in forma contraria a quella originaria; esempio è
trasformare le tendenze sadiche inconsce in desideri masochistici manifesti.
RIVOLGIMENTO CONTRO SE STESSI si differenzia dalla conversione
nell’opposto in quanto è una difesa che, anziché agire sulla meta, si manifesta con la
sostituzione dell’oggetto della pulsione (esempio la trasformazione del voyeurismo
inconscio con l’esibizionismo manifesto).
SUBLIMAZIONE è un processo di neutralizzazione delle pulsioni libidiche e aggressive,
che vengono deviate verso mete e oggetti socialmente accettabili tanto dall’Io quanto
dal Super-io. La curiosità sessuale viene così sublimata nella curiosità intellettuale, il
desiderio di manipolare le proprie feci viene sublimato dall’attività del fornaio di
impastare la farina.
NEGAZIONE consiste nell’esprimere un desiderio, un sentimento o un pensiero
negando che ci appartenga. Un sentimento di amore inconscio può essere espresso
attraverso la sua negazione. Esistono due particolari forme di negazione: la
NEGAZIONE IN FANTASIA che consente di evitare dolore e angoscia capovolgendo
nella fantasia alcuni tratti destabilizzanti della realtà e la NEGAZIONE MEDIANTE
PAROLE O ATTI che ottiene lo stesso scopo attraverso comportamenti o affermazioni.
Anna Freud ricorda il caso di una bambina che, negando l’evidenza di non avere il pene,
andava in giro alzando la gonna convinta di mostrare ciò che, invece, non aveva.
LIMITAZIONI DELL’IO (O STRATEGIE DI EVITAMENTO) si differenziano dalla negazione
perché questa consiste nel percepire il dolore e poi negarlo, mentre le strategie di
evitamento agiscono preventivamente: l’angoscia viene evitata prima che si possa
presentare, allontanando la sua possibile causa esterna. Si distingue dall’inibizione
nevrotica, che è una difesa contro un pericolo interiore o un istinto destabilizzante.
I meccanismi di difesa aggiunti da Anna Freud sono: identificazione con

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l’aggressore, rinuncia altruistica, ascetismo della pubertà e intellettualizzazione
della pubertà.
IDENTIFICAZIONE CON L’AGGRESSORE Aggiunta da Anna Freud, è una
strategia difensiva che consiste nell’identificarsi con l’aggressore dinnanzi ad un
pericolo estremo (vedi sindrome di Stoccolma). Secondo la studiosa spesso i bambini
utilizzano questa difesa nei loro giochi: la paura si trasforma in sentimento rassicurante
nel momento in cui il bambino stesso da oggetto minacciato diviene l’oggetto temuto e
quindi il soggetto minacciante. Ad esempio per non avere paura del buio il fanciullo
può convincersi di essere lui il fantasma che avrebbe potuto spaventarlo. Questo
meccanismo difensivo spiega perché molte persone, che sono state vittime di abuso
infantile, diventano a loro volta genitori abusanti. L’identificazione del bambino con il
genitore edipico castrante di cui parla Freud può essere fatto rientrare in questa
categoria difensiva.
RINUNCIA ALTRUISTICA a causa di un Super-io molto rigido non si realizzano ne si
indirizzano gli istinti e i desideri verso se stessi ma verso gli altri. E’ il caso di una
paziente di Anna Freud, che da bambina aveva sempre desiderato indossare bei vestiti
e avere tanti bambini per poi riversare questi suoi desideri sui figli delle sue amiche e le
sue amiche stesse.
Due delle difese studiate da Anna Freud riguardano poi il periodo della pubertà,
durante il quale si risvegliano gli istinti e la rimozione appare inadeguata.
ASCETISMO DELLA PUBERTA’ l’antagonismo dell’individuo nei confronti degli istinti si
manifesta come qualcosa di simile all’ascetismo, quindi come diffidenza verso il
piacere. Tutto ciò che è godibile viene allontanato e rifiutato nell’ottica delle
proibizioni e del
“non devi”.
INTELLETTUALIZZAZIONE DELLA PUBERTA’ emerge un gusto sempre più marcato per
l’astrazione e la riflessione per difendersi dalla pressione istintuale del periodo
puberale. La meditazione,che secondo Anna Freud è finalizzata ad alimentare i sogni ad
occhi aperti del ragazzo, è la manifestazione più evidente di una scelta di coinvolgere il
meno possibile l’istinto dalla propria esistenza.
Adulti e bambini
Il trattamento psicoanalitico del bambino, secondo Anna Freud, deve essere
necessariamente diverso da quello dell’adulto a causa delle specificità della mente
infantile.
Il primo aspetto da considerare è l’egocentrismo che orienta la relazione del bambino
con l’oggetto materno.
Il secondo aspetto è l’immaturità dell’apparato sessuale infantile.
Il terzo aspetto è la relativa fragilità dei processi secondari di pensiero di fronte alla
forza delle pulsioni e delle fantasie. Queste finiscono per prendere il sopravvento,
tanto che possono oscurare diversi tratti della realtà-
Il quarto è la diversa valutazione del tempo rispetto all’adulto. Mentre quest’ultimo
vive il tempo secondo parametri oggettivi, scandendolo in ore e minuti, il bambino lo
percepisce soggettivamente in relazione al rapporto tra il suo es e il suo io. L’es infatti
non tollera la procrastinazione del soddisfacimento del desiderio. se, a seconda delle

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occasioni, nel bambino prevale l’es oppure l’io, la sua percezione del tempo asrà
profondamente diversa.
Analisi infantile
Maggiore prudenza nell’analisi rispetto alla Klein ha caratterizzato la Freud. La Klein
riteneva che gli effetti della psicoanalisi infantile sono in ogni caso positivi quali
importanti strumenti educativi. Anna Freud si è invece sempre interrogata
sull’opportunità dell’analisi, facendola prevedere ad un periodo di preliminare
finalizzato a rendere analizzabile il bambino. Il bambino non decide personalmente di
sottoporsi all’analisi (non ha dunque le stesse motivazioni dell’adulto) . Inoltre non
essendo capace di produrre associazioni libere, ci si deve concentrare su giochi, disegni
e sogni del giovane paziente. Ancora, con il bambino non si sviluppa alleanza
terapeutica ed egli non comprendendo la propria patologia si schiera dalla parte delle
resistenze. Se la famiglia è considerata un fattore importante nella genesi della
psicopatologia infantile, non esiste la possibilità di educare i bambini in modo tale da
proteggerli preventivamente dalla nevrosi.
Anche i genitori devono sottoporsi all’analisi, in quanto l’intervento sul figlio sarebbe
vanificato se il contesto familiare rimanesse immutato e conservasse le sue dinamiche
patologiche.
La cautela di Anna Freud nei confronti dell’analisi infantile si manifesta in tanti aspetti.
Il primo da evidenziare è il modo in cui osserva e interpreta il materiale analitico. Il
gioco e i disegni non costituiscono l’identico corrispettivo delle associazioni libere e
sono dotati di una componente simbolica che non può venire decodificata in maniera
diretta e meccanica, ma richiedono grande attenzione.
Mentre Melanie klein era convinta che tra bambino e analista si manifestasse un
transfert analogo a quello adulto, Anna Freud sostiene che ciò non è possibile, dato che
il complesso edipico (fondamento delle successive relazioni oggettuali) non è ancora
stato vissuto dal paziente. La relazione del bambino con il paziente viene considerata
piuttosto dalla Freud come la ripetizione di relazione oggettuali precoci, conformi ai
diversi livelli di sviluppo psicosessuale. La regressione al narcisismo primario si
manifesta nel bambino con un ritiro dal mondo degli oggetti, e quindi trans feralmente
con un distacco dall’analista; in questi casi si crea una vera e propria barriera contro
l’analisi. La regressione alle tendenze simbiotiche infantili, si manifesta a livello di
transfert nel desiderio di fusione con l’analista. La riattivazione di dinamiche orali
emerge nelle continue richieste nei confronti dell’analista e nella continua
insoddisfazione del bambino. Infine il recupero di tendenze anali si mostra
nell’ostinazione, nella ritenzione del materiale analitico, negli atteggiamenti
provocatori e negli attacchi ostili e sadici contro l’analista.
Dunque la Klein considera il transfert del bambino come la riedizione della sua
relazione con gli oggetti parentali, soprattutto con i genitori interni, mentre Anna Freud
lo vede come la riattivazione di dinamiche psichiche arcaiche e pre-edipiche.
Altro motivo di scontro tra la Freud e la Klein riguardava la tecnica da utilizzare: la Klein
prediligeva lo strumento del gioco, Anna Freud quello dei sogni.
Inoltre secondo Anna Freud attraverso l’esteriorizzazione, il bambino riproduce nella
relazione con l’analista i propri conflitti interni: nel senso che se l’analista si mostra
tollerante diviene il rappresentante dell’Es del paziente, se lo aiuta a verbalizzare e lo

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protegge dall’angoscia si trasforma in un Io ausiliario e infine proprio poiché adulto,
l’analista diviene un rappresentante del Super-io del bambino.

Valutazione della patologia


La valutazione del bambino richiede la considerazione di una serie di aspetti, che
trovano la loro espressione nella linea evolutiva fondamentale, costituita da una
sequenza di tappe che conducono dalla totale dipendenza alla conquista
dell’autonomia e dell’indipendenza.
• Unità biologica della coppia madre-neonato: è caratterizzato dal “narcisismo
della madre che si estende anche sul bambino il quale include la madre nel
proprio ambiente narcisistico”. Corrisponde alle due fasi teorizzate da Margaret
Mahler: la fase autistica norma e quella simbiotica.
• Fase del rapporto con l’oggetto parziale o rapporto analitico: si tratta di un
rapporto attivato sulla base dell’urgenza imposta dalle esigenze somatiche e
pulsionali.
• Fase della costanza dell’oggetto: viene raggiunta quando il bambino è in grado di
conservare un’immagine interna positiva dell’oggetto indipendentemente dal
soddisfacimento o dalla frustrazione dei suoi bisogni.
• Rapporto ambivalente dello stato pre-edipico: è caratterizzato da dinamiche di
natura sadico anale.
• Fase fallico-edipica: è costituita dalla possessività nei confronti del genitore di
sesso opposto e dalla gelosia e rivalità verso il genitore del proprio sesso. Vi è lo
sviluppo della curiosità e delle manifestazioni esibizionistiche.
• Periodo di latenza: è una fase caratterizzata dall’attenuazione delle pressioni
istintuali, dallo spostamento della libido dalle figure parentali a oggetti sostitutivi.
Si accentua la tendenza alla sublimazione. Peculiare di questo periodo è la
disillusione verso i propri genitori che può trovare espressione nel romanzo
familiare.
• Preadolescenza: le manifestazioni riguardano il ritorno ad atteggiamenti
caratteristici delle fasi precedenti, come l’investimento dell’oggetto parziale e
l’ambivalenza.
• Adolescenza: è la battaglia per spezzare il legame con gli oggetti infantili e in
particolare con le figure genitoriali, in nome della necessità di un investimento
libidico su persone del sesso opposto.
Linee evolutive complementari
a. dall’egocentrismo alla socievolezza
nel percorso che porta il bambino dall’egocentrismo alla socievolezza si possono
individuare alcune tappe:
• Una fase iniziale basata su una visione del mondo esterno narcisistica ed
egocentrica, in cui la presenza degli altri o viene negata o è percepita come un
fattore di disturbo nel rapporto esclusivo con la madre
• Una seconda fase in cui gli altri bambini sono considerati come oggetti inanimati

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• Una terza fase in cui gli altri bambini sono considerati come un mezzo, uno
strumento per realizzare i propri scopi.
• Un’ultima fase in cui gli altri bambini sono considerati compagni, esseri dotati di
un’esistenza autonoma, con i quali instaurare relazioni.
Le prime due fasi mostrano un bambino asociale; la terza evidenzia un primo nucleo di
socialità intesa come accettazione delle altre persone; la vera socializzazione si
manifesta solo nel quarto periodo.
b. dal corpo al giocattolo, dal gioco al lavoro
il gioco è un’attività dalle forti valenze erotiche, produce piacere e coinvolge l’intera
superficie del corpo del bambino e in particolare la bocca, le dita, gli occhi. Il gioco può
essere diretto sul corpo del bambino, oppure sul corpo della madre, non percepita
come oggetto distinto.
In una seconda fase le proprietà del corpo della madre e del bambino sono trasferite su
un oggetto morbido che corrisponde all’oggetto transazionale di Winnicott.
In una fase successiva, l’attaccamento all’oggetto transazionale evolve in direzione di
giocattoli, ancora morbidi, che acquisiscono una portata simbolica e vengono investiti
da pulsioni libidiche e aggressive, in modo ambivalente.
Poi i giocattoli morbidi perdono gradualmente la loro importanza; tranne che al
momento di andare a letto. Durante il giorno l’oggetto transazionale viene sostituito
dal giocattolo, che serve alle attività dell’io e alle fantasie che le sottendono.
Le attività con i giocattoli possono gratificare le pulsioni parziali, oppure possono
manifestare pulsioni spostate e sublimate.
In una fase più tarda, il piacere connesso all’attività del gioco viene sempre più
orientato in direzione del prodotto del gioco stesso (piacere di completare un disegno,
risolvere un problema etc.)
Poi la capacità di giocare si muta in capacità di lavorare; viene raggiunto quando il
bambino impara ad usare i materiali in modo positivo e costruttivo e non in maniera
distruttiva; quando l’obiettivo è raggiunto attraverso l’elaborazione di progetti.
Anna Freud tiene in considerazione anche altri fattori come:
• Le fantasie coscienti, intese come modalità di raggiungere il soddisfacimento
anche senza ricorrere ad oggetti materiale come i giocattoli
• i giochi di gruppo
• gli hobbies, che compaiono all’inizio del periodo di latenza e hanno aspetti
comuni sia al gioco sia al lavoro
la valutazione della psicopatologia
per valutare una patologia non ci si può limitare ad osservare gli aspetti manifesti del
comportamento e del carattere del soggetto e la sua presunta sintomatologia. Da un
lato perché gli stessi tratti e gli stessi sintomi possono rinviare a patologie ben diverse;
dall’altro perché i sintomi dei bambini sono ben diversi da quelli degli adulti.
Si può però riscontrare un vero processo patologico quando nel bambino si nota
un’alterazione del processo evolutivo che consiste in un ritardo significativo oppure in
un blocco. In particolare Anna Freud osserva lo sviluppo dell’io, del super-io, le
dinamiche pulsionali, il passaggio dal principio di piacere al principio di realtà. Controlla

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se il bambino abbia raggiunto i livelli evolutivi adeguati alla sua età, se i processi
maturativi siano in atto etc.
La regressione non è di per sé indice di patologia. Come fenomeno transitorio, essa è
un fenomeno transitorio, essa è un principio dello sviluppo normale, che presenta di
norma momenti di progressione e altri di regressione.
La regressione può riguardare lo sviluppo pulsionale. La libido e l’aggressività
procedono da un livello al successivo, ma nessuna tappa precedente viene del tutto
superata e disinvestita.
Nella regressione nello sviluppo dell’io si possono osservare ritorni a comportamenti
infantili del tutto normale. La stanchezza, lo stress, la febbre, il dolore possono
produrre regressioni dell’io.
Esistono però anche regressioni permanenti, che come le altre possono riguardare ogni
area della personalità.
Un’altra possibilità è che la regressione si origini al livello dei derivati dell’es. in questo
caso l’io e il super-io possono esserne colpiti diversamente in base a due possibili
situazioni: se l’io e il super-io regrediscono a loro volta insieme all’es, non si genera
alcun significativo conflitto tra le diverse istanze psichiche; se l’io e il super-io sono ben
organizzati, sono in grado di opporsi con efficacia alla regressione delle componenti
pulsionali istintuali. Il risultato è che il bambino non accetta le fantasie e gli impulsi
aggressivi e sessuali che emergono alla sua coscienza, li rifiuta. In questo caso si è in
presenza di una regressione ego distonica a cui si connettono l’attivazione di difese, la
comparsa di formazioni di compromesso e in particolare di sintomi.
Il profilo metapsicologico
Non ha a che fare con l’etichettamento ma con l’esplorazione psicodinamica, la
comprensione del funzionamento mentale di un individuo, finalizzata a stabilire se il
bambino necessita di un trattamento psicoanalitico. Il profilo deriva da tutti i dati e le
osservazioni che l’analista può ricavare. Per redigerlo è necessario: descrivere il
bambino (in termini di comportamento, atteggiamenti, atteggiamento, postura,
sguardo, umore ecc.); analizzare la sua storia personale, lo sfondo familiare, lo sviluppo
pulsionale, le fasi evolutive e le relazioni oggettuali, lo sviluppo dell’Io e del Super-io.
Ancora sono da valutare: la tolleranza della frustrazione, la capacità di sublimazione, il
controllo dell’angoscia, le tendenze progressive (quando le novità non gettano nel
panico il bambino ma anzi destano il suo interesse) e le tendenze regressive (quando il
bambino teme la crescita e considera il nuovo come una minaccia).
La funzione principale del profilo consiste nello stabilire in primo luogo se il soggetto ha
bisogno di un intervento e in secondo luogo di quale tipo di intervento necessita. Anna
Freud allontana ogni tentazione di effettuare diagnosi affrettate e basate su una sola
categoria di dati.
[Altro psicologo dell’Io spiegato è Renée Spitz, vedi Bowlby]
C. 18 Margaret Mahler
Margaret Mahler può essere considerata la prosecutrice ideale di Anna Freud per il suo
desiderio di osservare il bambino ai fini di elaborare una teoria dello sviluppo infantile.
Ha condotto insieme ai colleghi Fred Pin e Anni Bergman un’importante studio
longitudinale arrivando a descrivere tappe evolutive fondamentali che avvengono dalla

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nascita fino ai tre anni di età. La Mahler parte dal presupposto che vi è una dipendenza
verso la madre che è innata, universale e permanente per tutto il
corso della vita. Non essendo il neonato biologicamente predisposto a sopravvivere da
solo la simbiosi iniziale con la madre è funzionale all’esistenza.
Il suo studio longitudinale era innovativo rispetto alla psicoanalisi classica poiché si
trattava di un’osservazione naturalistica (ad es. osservava i momenti di separazione e di
ricongiungimento quando le madri portavano i bambini al nido) i cui risultati vennero
pubblicati nel 1975.
La Mahler arrivò a concludere che i bambini raggiungono la loro identità individuale
attraversando diverse sottofasi del processo di separazione-individuazione.
La nascita psicologica del bambino
Margaret Mahler distingue la nascita biologica in quanto evento drammatico
osservabile, dalla nascita psicologica, lento processo intrapsichico che porta
gradualmente il bambino alla separazione individuazione dalla madre. Si tratta di una
conquista evolutiva che fa esperire al bambino il proprio corpo e l’oggetto di amore
primario (la madre). Tale conquista avviene di norma entro il terzo anno di età.
Per separazione si intende si intende l’emergenza da una fusione simbiotica con la
madre, la conquista di un senso di distinzione con essa.
Con l’espressione individuazione ci si riferisce all’assunzione da parte del bambino delle
sue caratteristiche individuali.
Entrambe le spinte verso la separazione e verso l’individuazione sono innate e operano
dall’inizio della vita, sono complementari e sinergiche ma non coincidono.
La separazione produce nel bambino un senso di angoscia legato ad un’esperienza
simile ad una secondo nascita; inoltre la maturazione neuro-fisiologica è più veloce di
quella psicologica, per cui ad esempio la locomozione crea un disagio dovuto al fatto
che la mente del bambino non è ancora in grado di elaborare adeguatamente
l’allontanamento dalla madre.
La normale separazione-individuazione è il primo requisito per lo sviluppo e il
mantenimento, per il bambino, del proprio senso di identità: se vi sono blocchi o
difficoltà, si può sfociare nell’autismo primario, in cui un muro separa il soggetto
dall’oggetto o nella psicosi simbiotica, caratterizzata da un senso di fusione e dalla
mancanza di differenziazione tra il sé e il non sé.
Adattamento La relazione madre-bambino è un processo adattivo unidirezionale del
bambino nei confronti della madre. Per quest’ultima l’adattamento è più difficoltoso in
quanto la sua personalità è già stabilmente strutturata (viceversa per il bambino e
proprio quella relazione a plasmarlo) : vi è dunque un polo più rigido (la madre) e un
polo più duttile (il bambino).
Relazioni oggettuali Nel rapporto con la propria madre, il figlio si trova inizialmente in
una condizione di narcisismo simbiotico o primario e raggiunge passo dopo passo la
separazioneindividuazione, conquistando progressivamente la consapevolezza della
distinzione dell’oggetto materno dal sé. Le caratteristiche di tale relazione
costituiscono la matrice del successivo funzionamento dell’Io e del narcisismo
secondario.

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Le diverse fasi della nascita psicologica
1. Fase autistica normale (0-2 mesi) nei primissimi mesi di vita il bambino non è in
grado di relazionarsi con l’oggetto materno ma rappresenta un sistema chiuso (uovo di
uccello). Essendo chiuso in se stesso il neonato non risponde agli stimoli esterni, di qui
il nome di autismo normale. I processi fisiologici prevalgono su quelli psicologici. La
durata dei periodi di sonno supera quella dei periodi di veglia. La madre ora tampona e
sana i disagi, le carenze ed i bisogni del neonato che prima venivano sanati dalla
magica simbiosi della vita intrauterina (il bambino è come avvolta in una matrice
extrauterina), vi è un prolungamento illusori modello steso prenatale, con la sua
dimensione narcisistica assoluta. Il bambino è in uno stato di indifferenziazione, di una
non distinzione tra Io ed Es, tra libido e aggressività, tra Sé e non-Sé.
Il neonato presenta riflessi innati, quali la suzione, la prensione e l’aggrappamento.
Meta della fase autistica è il raggiungimento da parte del bambino di uno stato di
omeostasi dell’organismo: tale meta può essere raggiunta autonomamente con
attività escretorie (tossire, urinare, vomitare) ma anche attraverso gli interventi
tempestivi della madre, che funge in questo senso da Io ausiliario del figlio.
Con l’affacciarsi della fase simbiotica, la condizione primaria di onnipotenza
allucinatoria
incondizionata e assoluta del bambino transita gradualmente verso una successiva
condizione di onnipotenza, sempre allucinatoria ma condizionata da un’indefinita
presenza diversa da sé, dalla quale dipende la soddisfazione del proprio bisogno.
2. Fase simbiotica (2-5 mesi) il bambino inizia a comprendere l’esistenza di
qualcuno in grado di soddisfare i propri bisogni, ma questo qualcuno è percepito come
interno, ci si sente una cosa sola con esso (sistema duale onnipotente, chiuso verso
l’esterno). Di qui il senso di onnipotenza.
La simbiosi secondo la Mahler è una fusione somatopsichica onnipotente, allucinatoria
e delirante, in quanto si basa sull’illusione di un confine comune a due individui che in
realtà sono separati. Compare il sorriso sociale, primo segno dell’avvio di una relazione
con l’altro, per cui il narcisismo primario della prima fase inizia ad attenuarsi: la
soddisfazione del bisogno viene da un oggetto parziale appartenente all’unità duale
onnipotente e simbiotica costituita dalla madre e dal bambino.
Il modo in cui la madre tocca il bambino (prendendolo in braccio, lavandolo) inizia a
conferire a quest’ultimo la percezione del proprio io corporeo.
Verso il quarto - quinto mese subentra il sorriso specifico (come lo aveva definito Spitz)
preferenziale nei confronti della madre. Al termine della fase si accede al processo di
separazione-individuazione che presenta a sua volta quattro sottofasi.
3. Processo di separazione-individuazione (5mesi- 3 anni) è il lungo cammino che
porta il bambino alla realizzazione di un Sé separato e autonomo, dopo uno stato di
inconsapevolezza del mondo esterno (fase autistica normale) ed uno di completa
fusione con la madre (fase simbiotica). Le sottofasi di questo percorso graduale sono:
1. Differenziazione (5-10 mesi) Nome per intero è differenziazione e sviluppo
Dell’immagine corporea, in quanto il bambino inizia a percepire la distinzione tra sé e
la
madre; inizia inoltre ad esplorare l’ambiente circostante nonostante i suoi occhi
tornino sempre alla madre. Anche quest’ultima è oggetto di esplorazione mediante il

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tatto (soprattutto nel settimo mese è massimo il grado di esplorazione tattile, visiva e
manuale della madre). I primi passi verso lo sganciamento dalla madre sono
accompagnati dall’apparizione di un oggetto transazionale (Winnicott): un oggetto
soffice, caldo, che conserva gli odori del corpo e che il bambino tiene prevalentemente
premuto sul viso. Ha inizio anche la reazione all’estraneo, verso il quale il bambino
opera una minuziosa osservazione detta ispezione doganale: se la fase simbiotica è
avvenuta in maniera normale, il bambino sarà curioso e stupito nei suoi confronti;
altrimenti il bambino sarà angosciato dall’estraneo. Gli stessi modelli di organizzazione
della personalità dipendono dal modo in cui si conclude la fase simbiotica e si passa alla
differenziazione. Si pongono verso la fine del primo anno le basi di una
rappresentazione del Sé interiorizzata grazie all’individuazione (maggiore autonomia
intrapsichica come il pensiero, la percezione e la memoria) e alla separazione
(differenziazione, allontanamento, formazione di confini e svincolamento dalla madre)
in corso.
2. Sperimentazione (10-16 mesi) In un primo momento di sperimentazione
precoce, quando il bambino impara a gattonare, inizia un maggior distanziamento
dalla madre e l’aumento dell’esplorazione in cui però la presenza della madre rimane
fondamentale: questa funge da campo base e il piccolo ogni tanto fa ritorno da lei per
un “rifornimento affettivo” attraverso il contatto fisico. Si parla poi di
sperimentazione effettiva quando il bambino acquisisce la deambulazione eretta: si
assiste ad un mutamento del campo visivo
(la realtà è ora percepita dall’alto) e la gioia che ne deriva ha ricaduta sul narcisismo del
bambino e sul suo Io autonomo. Vi è un’euforia corporea, tale per cui il bambino si
mostra indifferente agli urti e anche alle frustrazioni: se qualcuno gli porta via un
giocattolo, non piange e non si lamenta, perché è concentrato a sperimentare le
proprie capacità e ad esplorare l’ambiente circostante.
Anche se il bambino si allontana spesso dalla madre questa deve essere presente nella
stanza, viceversa il figlio mostrerà un abbassamento del tono dell’umore, della
prestazione motoria e assumerà un aspetto assorto.
3. Riavvicinamento (16-24 mesi) una volta sperimentato l’allontanamento il fatto
di essere separato della madre è ancora più evidente. Il bambino vuole esplorare ma
vuole condividere quest’esperienza con la madre. Divengono centrali le altre figure
significative con cui il bambino inizia ad avere interazioni sociali. Il gioco simbolico
rivela in alcuni casi l’identificazione con uno dei genitori. Il gioco con la palla o con il
rocchetto rappresenta simbolicamente la separazione dall’oggetto e il suo
ritrovamento.
Intorno al 18esimo mese di vita il bambino raggiunge un elevato livello di autonomia
per cui si ritrova al centro di un conflitto: desiderio di essere grande e onnipotente e
quello di avere a disposizione la madre che interviene a soddisfare i suoi bisogni.
Subentra l’angoscia di separazione che spinge il bambino a riavvicinarsi alla madre per
comprendere di non averla persa. D’altro canto teme di regredire alla fase simbiotica,
emerge così l’ambivalenza (vi è anche timore di essere rifagocitato dalla madre). La
Mahler parla anche di ambitendenza tra evitare la madre e starle vicino.
Queste crisi di riavvicinamento tendono ad attenuarsi verso il 21esimo mese e viene
messa a fuoco da parte del bambino una distanza ottimale dalla madre.

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4. Consolidamento dell’individualità e inizio della costanza dell’oggetto emotivo
(terzo
anno) Conquiste fondamentali di questa sottofase sono: la definizione, da parte del
bambino, della propria individualità e un grado relativo di costanza oggettuale.
L’oggetto, definito libidico perché investito da pulsioni, viene definito anche emotivo in
quanto la caratteristica fondamentale dell’acquisizione della costanza dell’oggetto è
costituita dalla qualità affettiva del legame con esso.
Il bambino interiorizza la madre per non vivere sempre l’angoscia di separazione nel
momento in cui non è fisicamente presente. Il non provare più questa angoscia facilita
il consolidamento dell’Io ma anche la strutturazione del Super-io.
Il bambino acquisisce un senso stabile di identità ed elabora i confini del proprio sé.
L’immagine di sé che egli costruisce in questa sottofase dipende dalle identificazioni
che di volta in volta attua con l’oggetto. Tali identificazioni sono legate alla costanza
dell’oggetto emotivo, la quale a sua volta dipende dal fatto che l’immagine materna sia
stata investita positivamente, sia cioè percepita come oggetto buono. Solo a queste
condizioni il bambino può integrare l’oggetto buono e l’oggetto cattivo in un’unica
rappresentazione.
Parallelamente a questa conquista, egli integra le pulsioni libidiche con quelle
aggressive.
Così l’oggetto d’amore non viene più rifiutato se non è del tutto gratificante.
La costanza dell’oggetto emotivo è dovuto ad alcune condizioni: il senso di sicurezza
dovuto alla regolarità con cui la tensione provocata dal bisogno viene alleviata dalla
madre; l’acquisizione cognitiva della rappresentazione interna dell’oggetto materno;
altri fattori come la maturazione, l’esame di realtà e la tolleranza verso l’angoscia.
L’interiorizzazione delle regole e delle richieste parentali si consolida.
Aumenta la capacità di giocare senza la presenza della madre, perché a sua immagine è
conservata anche in sua assenza. Il gioco amplifica la propria portata e diventa gioco di
fantasia, di ruoli e di simulazione.
Si perfezione la percezione del tempo e dello spazio. L’assenza materna è tollerata
anche per periodi lunghi sia perché il bambino ne conserva l’immagine sia perché la
rappresentazione stabile del Sé è autonoma rispetto a quella dell’oggetto.
Nel caso in cui l’oggetto materno non abbia suscitato un’aspettativa sufficientemente
fiduciosa nel bambino o sia stato troppo intrusivo, rimane (o diviene) un corpo
estraneo non assimilato, un’introiezione cattiva che tende ad essere identificata con la
rappresentazione del Sé. Per proiettare all’esterno questa introiezione vengono
mobilitati i derivati della pulsione aggressiva. Vi sono così attacchi di collera verso i
genitori: il bambino si accorge improvvisamente di essere indifeso e ne deriva un
rapido sgonfiamento del suo senso di onnipotenza.
La salute mentale dipende dalla capacità del bambino di mantenere o ristabilire la
propria autostima nel contesto di una relativa costanza dell’oggetto libidico.
Il rapporto con il padre contribuisce a svincolare il bambino dalla relazione esclusiva
con la madre e ad acquisire maggiore autonomia, inoltre è importante per fissare i
tratti di base dell’identità sessuale.

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La psicopatologia
Cause della psicopatologia possono essere traumi particolarmente intesi dovuti a
malattie, a separazioni prolungate dalla madre, a sollecitazioni ambientali dolorose,
oppure a eventi che spingono il bambino verso la separazione prima che abbia il
necessario corredo mentale per affrontarla.
Anche una maturazione troppo precoce delle funzioni autonome dell’Io rispetto alla
spinta verso la separazione dalla madre crea uno squilibrio che ostacola la struttura e
l’integrazione dell’Io. Se il bambino diviene bruscamente consapevole del mondo
esterno nella fase simbiotica, gli sarà difficile evitare il timore di perdere il primo
oggetto simbiotico.
Le psicopatologie studiate con maggiore attenzione dalla Mahler sono l’autismo
primario e la psicosi simbiotica. I sintomi delle psicosi (autistica e simbiotica)
dipendono dalle modalità in cui si sono strutturate le relazioni con la madre nella fase
autistica normale e in quella simbiotica.
Autismo primario condizione che si può rappresentare simbolicamente attraverso un
muro che separa il soggetto dall’oggetto e rende impossibile la comunicazione. I
sintomi della psicosi autistica dipendono da traumi risalenti al periodo fetale, che
danneggiano la capacità del bambino di servirsi adeguatamente dell’Io materno e che
lo spingono ad investire la propria energia esclusivamente sul proprio corpo e ad
attivare unicamente meccanismi mentali di tipo allucinatorio. Tutto ciò è legato ad
un’innata incapacità di neutralizzare l’aggressività, che impedirebbe ogni possibilità di
una relazione fiduciosa e positiva con l’oggetto materno. La psicosi autistica è
riconducibile alla condizione mentale che precede il riconoscimento dell’unità duale
madre-bambino e appare centrata intorno alla negazione dell’esistenza del partner.
Psicosi simbiotica fusione tra il sé e il non - sé che impedisce di differenziare tra
soggetto e oggetto.
I suoi sintomi possono essere interpretati come una difesa per reagire e opporsi ad
aspetti del processo di separazione-individuazione che il bambino non si sente in grado
di affrontare, oppure a traumi connessi al processo di separazione-individuazione che
non ha superato e da cui si ritrae regressivamente. La psicosi simbiotica si manifesta in
tentativi di mantenere o ritornare all’unità duale onnipotente costituita dalla madre e
dal bambino ed è centrata molto sulla negazione della distanza dal partner.
Uno degli aspetti interessanti del pensiero dell’autrice consiste nell’enfasi posta sulle
componenti relazionali dell’adattamento: pur mantenendo un’impostazione teorica
fondamentalmente centrata sull’impianto pulsionale freudiano, le relazioni oggettuali
assumono un peso fondamentale.
Lo sviluppo è pensato come un processo graduale di evoluzione da una fase in cui il
bambino è incistato in una matrice simbiotica con la propria madre ad una condizione
in cui egli assume e costruisce una propria identità individuale stabile, resa possibile da
un’adeguata relazione oggettuale. Il bambino è centrato alla ricerca di una
conciliazione tra la necessità di conquistare l’indipendenza e la tentazione, il bisogno di
tornare ad una rassicurante condizione di fusionalità. Lo sviluppo sano è il risultato di
un’adeguata interazione tra i comportamenti del bambino che sono specifici di ogni
sottofase e le risposte della madre.

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C. 21 Harry Sullivan
21.1. le principali critiche a Freud
Sullivan è uno degli autori orientati in direzione più empirica, nelle sue osservazioni si è
mantenuto il più vicino ai fatti riscontrati. Il campo di osservazione dello psichiatra
deve comprendere solo ciò che è percepibile, visibile. I termini di una teoria e i dati di
osservazione di ciò che è riscontrabile attraverso i sensi.
La concezione freudiana si basa, secondo Sullivan, su una serie di presupposti teorici
assunti come veri a priori, senza alcun riscontro esperienziale effettivo. Per sullivan
l’inconscio esiste, ma è semplicemente quello che non può essere sperimentato
direttamente, che riempie tutti i vuoti della vita mentale. L’inconscio c’è, ma non è
percepibile.
Ogni individuo, per Sullivan, è unico e per comprenderlo bisogna prescindere il più
possibile dalla rettificazione di concetti astratti che è stata effettuata dalla psicoanalisi
freudiana.
Le principali critiche di Sullivan al modello di Freud:
• la tendenza di Freud a dedurre principi universali da un numero limitato di dati d
osservazione
• la scarsa importanza assegnata alle relazioni interpersonali e al contesto culturale
• i rischi di dogmatismo connessi alla struttura teorica e meta psicologica da lui
elaborata.
Buona parte dell’attività clinica e dell’elaborazione teorica di Sullivan è stata
centrata su pazienti schizofrenici.
Sullivan sostiene che i disturbi schizofrenici non sono spiegabili risalendo a cause di
natura somatica e biologica, ma sono il riflesso e la conseguenza di particolari
modalità relazionali con persone significative, sullo sfondo di un preciso contesto
sociale e culturale.
21.2. bisogno fondamentali e personificazioni materne
L’individuo manifesta fin dalla nascita due bisogni fondamentali, che si collocano nel
campo interpersonale: i bisogni di soddisfazione e i bisogni di sicurezza.
I bisogni di soddisfazione si riferiscono alla sfera fisica e a quella emotiva. Alcuni di
essi sono legati all’ambito biologico, altri sono centrati sulla necessità di instaurare
relazioni emotive con altre persone e hanno origine dal bisogno di tenerezza e dal
bisogno di contatto del neonato con la madre.
Il loro appagamento dipende dalla sintonia tra i bisogni e la disponibilità di due
persone: la coppia formata dal bambino e dalla madre. Alcuni di questi bisogni sono
presenti alla nascita, altri si manifestano nel corso dello sviluppo individuale. Il loro
mancato soddisfacimento produce solitudine, la più dolorosa delle esperienze
umane. I bisogni di sicurezza sono di ambito più propriamente sociale e culturale.
Per quanto riguarda la sicurezza, il bambino ha bisogno della madre che gli consenta
di raggiungere gli obiettivi desiderati e soprattutto lo protegga dall’insicurezza e
dall’impotenza. Uno strumento è il linguaggio. La sicurezza, per essere realizzata,
può spingere l’individuo a prescindere dalla soddisfazione, dalla gioia, dal piacere.
Le esperienze relazionali dell’individuo sono mediate dalle zone di interazione, che
sostituiscono le zone erogene freudiane. Le zone di interazione dell’individuo sono:

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orale, retinica, uditiva, tattile, cinestesico-vestibolare, genitale, anale. Sullivan
considera zone di interazione gli apparati e in generale le aree corporee che
controllano e orientano le relazioni dell’individuo con le altre persone. La zona orale
comprende l’apparato respiratorio e bucco-faringeo: il gusto e l’olfatto. La zona retinica
presiede alle interazioni con gli oggetti e alle abilità manipolative e prensili. La zona
uditiva è responsabile dell’apprendimento del linguaggio. La zona tattile controlla il
contatto immediato con gli oggetti. La zona cinestetica è riferita ai muscoli e alle
articolazioni e controlla la posizione del corpo nello spazio e l’equilibrio. La zona
genitale, insieme a quella anale e a quella orale, è profondamente influenzata dai
processi educativi e culturale.
In relazione al modo in cui l’angoscia viene elaborata, il bambino genera due diverse
personificazioni materne. La personificazione della buona madre è una configurazione
che il bambino percepisce nel momento della partecipazione positiva ed empatica della
madre.
Se le esperienze relazioni con la madre sono negative, nel bambino si crea una
personificazione della cattiva madre.
Il tipo di personificazione non dipende dall’identità in sé dell’individuo di riferimento,
ma dal fatto che esso sia percepito come portatore di angoscia o come portatore di
soddisfazione.
Tra i due si crea una circolazione ininterrotta di angoscia, e il cui andamento viene
descritto da Sullivan come effetto valanga, dato che, una volta messo in moto, il
meccanismo si autoriproduce e difficilmente si può interrompere.
La personificazione della buona madre è fondamentale anche nelle dinamiche
espulsive collegate alle zone di interazione anali e uretrali.
Dal tipo di personificazione della madre (buona o cattiva) creata dal bambino
dipendono tutte le successive personificazioni degli individui significativi con cui egli si
relazionerà nel prosieguo della vita.
21.3. il sistema dell’io
Dalle diverse esperienze relazioni del bambino e dal modo in cui ha imparato ad
affrontare e gestire l’angoscia, si formano in lui tre personificazioni dell’io:
• l’io buono: è la personificazione dell’io che deriva da esperienze soddisfacenti,
intensificate da supplementari premi di tenerezza
• l’io cattivo: è la personalizzazione dell’io che deriva da esperienze in cui la madre
non è stata in grado di contenere l’angoscia del bambino
• il non io: definito come il risultato di un’organizzazione delle esperienze vissute
con persone significative che hanno generato un’angoscia talmente intensa da
rendere impossibile attribuire un significato alle circostanze che l’hanno
provocata. Per nascondere ed eliminare l’angoscia, la mente riesce ad
allontanare ogni possibilità di ridestare quello sgomento.
È reso possibile dalla dissociazione, che determina la formazione del non io.
La dissociazione è opera del sistema dell’io, che nasce dalla desiderabilità dell’io buono
e dalla capacità di avvertire variazioni del gradiente di angoscia. Per Sullivan
l’espressione dinamismo indica una configurazione di energia relativamente durevole
che si manifesta nelle relazioni umane. Il campo interpersonale è costituito
dall’interazione dei dinamismi appartenenti a due o più persone. Sono definiti

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congiuntivi i dinamismi che riducono la tensione e portano all’integrazione di una
situazione; disgiuntivi sono invece i dinamismi che producono angoscia e causano la
disintegrazione della situazione. Il sistema dell’io è l’organizzazione di esperienze
provocata dalla necessità di evitare o di minimizzare gli episodi di angoscia.
Le approvazioni e le disapprovazioni, i premi e le punizioni fanno si che il dinamismo
dell’io funzioni come un microscopio, nel senso che osserva e focalizza un settore
ristretto dell’esperienza, trascurando tutto il resto. Si tratta della coscienza focale, che
si abbina ad una disattenzione selettiva verso alcuni aspetti dell’esperienza che
risultano disarmonici rispetto all’organizzazione attuale del sistema dell’io.
L’io è il custode della coscienza e conserva la sensazione di sicurezza accantonando
nell’inconscio i ricordi angoscianti. È il cosiddetto teorema dell’evasione, secondo cui il
sistema dell’io tende a sottrarsi alle esperienze che appaiono inconciliabili con la sua
organizzazione, al fine di eliminare o ridurre il più possibile l’angoscia.
È a questo punto che si attiva la sublimazione, intesa come sostituzione inconsapevole
di una configurazione di attività che incontra angoscia o collide con il sistema dell’io. In
base alla sublimazione, Sullivan sostiene che nelle attività umane tutto, tranne l’ultimo
passo, procede al di fuori della coscienza.
il fanciullo cerca un soddisfacimento parziale per evitare l’angoscia.
La funzione del sistema dell’io consiste nel limitare e impedire i cambiamenti della
personalità dell’individuo. Sullivan sostiene a questo proposito che l’io si riproduce da
sé, tendendo così a mantenere la stessa direzione e le stesse caratteristiche che ha
assunto nell’infanzia e nella fanciullezza. La coscienza è dunque connessa
all’educazione ricevuta dall’individuo e i suoi limiti sono conservati dall’angoscia, che si
manifesta quando si cerca di superare il confine.
Le punizioni possono destare paura, generata dal timore del dolore fisico, oppure
angoscia, quando l’ansia del genitore che somministra la punizione viene trasmessa al
fanciullo. Inoltre il comportamento coerente del genitore favorisce lo sviluppo delle
capacitò di previsione del fanciullo, mentre le punizioni imprevedibili, irrazionali e non
motivate rendono impossibile lo sviluppo di tale capacità.
L’individuo per proteggersi dall’angoscia, attiva le operazioni di sicurezza, processi
psichici in parte corrispondenti alle difese freudiane:
• le attività come se, tra le quali le drammatizzazioni, che consistono nel
comportarsi o nel parlare come l’adulto significativo; in tali casi si generano nel
fanciullo delle sub-personificazioni
• la malevolenza: in tal caso il bambino si comporta come se vivesse tra nemici

21.4. l’infanzia
Sullivan presenta un modello stadiale di sviluppo individuale. Le fasi da lui osservate
vanno dall’infanzia alla tarda adolescenza. Le distorsioni che il soggetto acquisisce in
una fase vengono trasferite nella fase successiva e ne condizionano l’evoluzione e lo
sviluppo. Se però tali distorsioni non sono particolarmente gravi, possono venire
almeno in parte modificate nella fase successiva.
I deficit che risalgono alle fasi più precoci dello sviluppo sono i più bravi.
Egli non condivide l’idea freudiana secondo cui il bambino vive inizialmente in una
relazione di totale in distinzione dalla madre. Fin dalla nascita il bambino percepisce,
benché in maniera approssimativa, movimenti e oggetti intorno a sé.

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Dopo i sei mesi si sviluppa l’attività coordinata di due o più zone di interazione. Tale
coordinazione è fondamentale perché porta ad un’autentica differenziazione del corpo
del bambino dalla realtà che lo circonda.
Quando la madre interviene per proibire la suzione del pollice al bambino per questioni
igieniche, e in seguito il palpeggiamento dei genitali e dell’ano, interferisce con le
attività infantili volte alla soddisfazione dei bisogni di zona. Tra i 6 e gli 8 mesi il
bambino apprende a distinguere le espressioni facciali materne, modalità comunicative
attraverso le quali riceve valutazioni non verbali sui propri comportamenti o
atteggiamenti. È a partire dal nono mese che il bambino inizia una fase particolarmente
serrata di apprendimenti che lo conducono ad un’organizzazione considerevole della
propria esperienza.
21.5. la fanciullezza
L’apprendimento del linguaggio attraversa diversi fasi. Dapprima il bambino inizia
osservando la progressione dei suoni e dei silenzi della madre; successivamente ripete
ritmicamente dei suoni. Si tratta di un linguaggio autistico; così definito perché non
usato all’interno di una situazione comunicativa condivisa.
Alcune aggregazioni di fonemi vengono connesse arbitrariamente dalla madre a
determinati concetti.
Il passo successivo dell’apprendimento del linguaggio riguarda la connessione tra le
parole pronunciate dalla madre e le esperienze a cui si riferiscono. È in questo snodo
che si costituisce la modalità sintassica dell’espressione linguistica, basata in primo
luogo sulla distinzione tra verbi e sostantivi.
Le fasi che precedono la modalità sintassica rientrano nella modalità prototassica,
intesa come esperienza pre-simbolica e pre-comunicativa, e nella modalità paratassia,
che consiste nell’uso autistico e privato dei simboli connesso alle prime discriminazioni
tra sé e realtà.
21.6. l’età scolare
La scuola ha un’importanza fondamentale nello sviluppo del ragazzino, perché può in
parte rimediare alle influenze negative della famiglia.
Questa introduce due aspetti importanti: la subordinazione sociale, ovvero un rapporto
con un’autorità diversa da quella genitoriale, che tra l’altro contribuisce a trasformare i
genitori a divinità in persone, e l’adattamento sociale.
Sempre nell’età scolare si sviluppano nel soggetto modelli di presunte personalità altrui
e modelli di supervisori, figure immaginare sempre presenti che controllano l’operato
dell’individuo. In questa fase il soggetto acquisisce la capacità di orientamento nella
vita.
21.7. la preadolescenza
Quando il ragazzo entra nella fase della preadolescenza mostra un nuovo tipo di
interesse nei confronti di una persona del suo stesso sesso, che viene scelta come
amico intimo, bisogno di intimità. L’altra persona assume un’importanza tale che il
ragazzo non ricerca più solo la propria felicità, ma anche quella del compagno. Tra i due
si instaura un rapporto di collaborazione.
Un aspetto caratteristico di questa fase è la creazione della banda di preadolescenti.

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21.8. l’adolescenza
L’adolescenza è annunciata dalla pubertà e alla comparsa del desiderio sessuale.
Mentre nella preadolescenza esso coincide con una persona del proprio sesso, ora è
una persona di sesso diverso.
In questa fase si intrecciano il bisogno di sicurezza, il bisogno di intimità e il bisogno i
soddisfazione del desiderio sessuale. I tre bisogni possono entrare in conflitto tra di
loro. Il dinamismo sessuale di questa fase è considerato da Sullivan come un
fondamentale sistema di tendenze psicobiologi che può affrontare con diversi esiti
aspetti problematici emersi nelle fasi evolutive precedenti; risolvendoli, deviandoli o
aggravandoli.

21.9. il sogno
Per freud, durante il sonno, le difese si attenuano, la censura posta tra l’inconscio e il
preconscio si allenta e così si realizza il sogno come espressione deformata di desideri
inconsci.
Sullivan sostiene che quando dorme, l’individuo non avverte minacce alla stima di sé;
per questo nel sonno è relativamente libero dalle operazioni di sicurezza, che vengono
in gran parte disinnescate o comunque non attivate. Cos’ molti desideri frustrati nel
corso del giorno vengono soddisfatti dagli espedienti simboli che hanno luogo nel
sogno. Il sogno dunque è reso possibile dal rilassamento delle funzioni del sistema
dell’io. Il sogno è considerato in prospettiva relazionale come un fenomeno
interpersonale in cui l’altra persona è immaginaria e fantastica.
La parte del sogno che si ricorda è frammentaria a causa di una barriera insormontabile
che separa le operazioni mentali oniriche e quelle che danno origine ai resoconti
relativi al sogno effettuati durante la veglia. Sullivan sostiene che non si può mai avere
un contatto diretto con i sogni.
Anche in terapia, il resoconto del sogno non può venire trattato dall0analista come se
fosse il sogno vero e proprio; egli deve osservare i sogni come qualsiasi altro materiale
significativo.
Le parti del sogno che non si ricordano sono connesse a problemi collocati in un campo
dissociato dal sistema dell’io.
Alcuni aspetti dei sogni rimandano ai miti. Sullivan considera il mito come un insieme di
raffigurazioni di sentimenti universali presenti in ogni tempo e luogo. I miti e i sogni
rappresentano operazioni paratassiche che possono attenuare alcuni problemi
insolubili della vita. Mentre nel sogno il problema è individuale, nel mito è trasposto a
livello della moltitudine.
21.10 la psicopatologia e la teoria della tecnica
Le psicopatologie derivano da relazioni interpersonali insoddisfacenti e addirittura
traumatiche. Tra le manifestazioni di disagio che, secondo Sullivan, possono produrre
un disturbo mentale vanno ricordate: la dissociazione, che confina al di fuori della
coscienza i ricordi di esperienze angoscianti; la gelosia e l’invidia, con la prima che è più
dannosa della seconda, perché non è centrata semplicemente su una qualità della
persona di riferimento, ma si rivolge ad un campo più vasto e complesso di rapporti
interpersonali; le fantasie di compensazione, che rappresentano sostituzioni di bisogni
e servono per scaricare l’ostilità e sollevare dall’angoscia; la distimia abituale di sé, che

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si concretizza in sentimenti di inferiorità; la trasformazione paranoide della personalità,
che consiste nel personificare la parte della propria personalità dissociata da sé in un
altro individuo su cui vengono scaricati affetti aggressivi e sensi di colpa.
L’approccio di Sullivan al paziente si caratterizza per quell’atteggiamento che egli
definisce osservazione partecipante e che consiste non solo nell’immedesimazione
empatica dell’analista con il paziente, ma soprattutto nella consapevolezza che ciò che
l’analista osserva durante la seduta è riferibile non solo al paziente, ma alle relazioni
che si creano all’interno della coppia analitica.
I disturbi psichici si connettono a distorsioni relative all’inserimento del soggetto nella
società e alla sua capacità di adattamento.
Anche il colloquio tra paziente e l’analista è considerato, in una prospettiva relazionale,
come un rapporto duplice, non governato dall’analista.
Sullivan critica l’idea che lo scopo della terapia debba consistere nel rafforzamento
dell’io del paziente.

C.24 Winnicott

Donald W. Winnicott (1896-1971) ha ripreso diversi aspetti della teoria freudiana e di


quella kleiniana.

Inizialmente condivise le idee della Klein per poi discostarsene, entrando a far parte del
gruppo degli Indipendenti. Rimproverò in particolare alla Klein la mancata
considerazione della madre reale. Ha conservato il suo concetto di fantasia inconscia
criticandone però la natura a priori, sostenendone piuttosto l’origine interpersonale, e
non assegnandogli la stessa posizione centrale rispetto alla Klein.
La formazione di Winnicott (fu prima pediatra, poi psichiatra infine analista) gli consentì
di tenere una prospettiva integrata rispetto allo sviluppo del bambino.
Rispetto al modello freudiano, Winnicott ha accantonato il concetto di pulsione per
sostituirlo a quello di bisogno, più empirico e verificabile. Inoltre ha considerato
diversamente l’aggressività, distinguendola dall’odio e sganciandola da ogni innatismo,
ritenendola piuttosto una forza vitale positiva e fondamentale nell’instaurare relazioni
oggettuali.

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24.1. dipendenza assoluta e rispecchiamento
La relazione madre-bambino è pensata da Winnicott non in termini di pulsioni e spinte
dell’Es, come nella prospettiva freudiana, ma in una prospettiva egoica: gli scambi tra i
due sono controllati dall’Io e le modalità relazionali che si attivano sono la matrice dello
sviluppo e della strutturazione mentale del soggetto.
In particolare Winnicott ha analizzato e descritto lo sviluppo emozionale del bambino,
sulla base di tre assi principali:
• Dalla dipendenza assoluta, a quella relativa, fino all’indipendenza; •
Dall’inorganizzazione iniziale fino all’organizzazione della mente;
• Dalla non integrazione all’integrazione e alla personalizzazione. Le tre
dimensioni si sovrappongono e si compenetrano reciprocamente.
Primo asse: dalla dipendenza assoluta, a quella relativa, fino all’ indipendenza.
• Periodo della dipendenza assoluta (0-6 mesi) il bambino è come se non
esistesse di per sé, in maniera indipendente dalla madre: egli esiste
esclusivamente come parte di questa relazione monadica (il bambino esiste
nella misura in cui esiste una madre che si prende cura di lui). Nelle
settimane che precedono e soprattutto in
quelle che seguono il parto, la madre si trova in una condizione psicologica
particolare, definita PREOCCUPAZIONE MATERNA PRIMARIA: uno stato
di malattia “normale” che vede la madre normalmente e totalmente devota al
figlio e le consente di sincronizzarsi e adattarsi con maggiore empatia possibile ai
suoi bisogni. Alla base della preoccupazione materna primaria si trova un
processo di reciproca identificazione e fusione tra madre e figlio tale per cui la
donna accetta di rinunciare momentaneamente al mondo esterno e al proprio sé
per sintonizzarsi con quello del figlio. Questa condizione deve durare per un
periodo di tempo limitato, di modo da attivare gradualmente il processo di
separazione del bambino nonché il passaggio dal principio del piacere al principio
di realtà.
La madre attiva un processo di accomodamento della realtà ai bisogni del figlio,
rendendo così possibile la formazione del suo senso di onnipotenza, fondamentale per
costruire una relazione con la realtà basata sulla fiducia piuttosto che sull’insicurezza e
sull’angoscia. Il fatto che la madre sia presente e tempestiva, ma anche invisibile e non
intrusiva, favorisce infatti la convinzione nel bambino di essere lui l’artefice del mondo
di cui fa parte e l’autore del soddisfacimento dei propri bisogni.
Si entra così nella fase dell’illusione, in cui il bambino si illude di aver creato lui il seno
desiderato nel momento di fame, sentendosi onnipotente. Il bambino si convince che
sia sufficiente allucinare il seno affinché questo arrivi.
Nel periodo di dipendenza assoluta si parla di comunicazione diretta tra madre e
bambino, tipica dello stato fusionale; segue in un secondo momento la comunicazione
indiretta, ossia esplicita e intenzionale, che avviene tra individui separati. Sarà seguita
successivamente dalla comunicazione indiretta. Se la comunicazione diretta prosegue
oltre lo stato di fusione, il bambino non riesce a comprendere l’esistenza dell’altro e
continua a percepire l’oggetto come parte di sé e si può sfociare in psicopatologie
come l’autismo.

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Aspetti più significativi della comunicazione diretta madre/bambino sono la reciprocità
di esperienza, che coinvolge entrambi in una dinamica circolare (es. dondolio
all’unisono) e il RISPECCHIAMENTO. Durante lo sviluppo infatti il precursore dello
specchio è il volto della madre, nel senso che il bambino vede non il volto della madre,
ma sé stesso negli sguardi della madre e nelle sue emozioni; vede il modo in cui la
madre lo vede e percepisce il modo in cui la madre lo pensa. In questo senso il volto
materno è lo specchio del bambino, o meglio l’immagine del modo in cui il bambino
viene pensato e amato dalla madre. Nelle madri non sufficientemente buone, quindi
non empatiche, disattente, depresse, questo processo non avviene in maniera
adeguata e così il bambino non vede se stesso ma il volto della madre, con la
conseguenza che la sua creatività si atrofizza. Il rispecchiamento iniziale da parte della
madre diviene una riserva interna, la
base indispensabile da cui prendono corpo i successivi processi di IDENTIFICAZIONE
INCROCIATA tra madre e bambino.
24.2. dipendenza relativa
Dipendenza relativa (7 mesi- 2 anni) E’ fondamentale che la fase di illusione e di
dipendenza assoluta non si protraggano troppo a lungo, e che sopraggiunga la fase
della disillusione, in cui il bambino deve acquisire gradualmente consapevolezza del
fatto che il mondo non è sotto il suo controllo. Dal settimo mese di età il bambino
passa gradualmente ad uno stato di dipendenza relativa (che dura fino ai due anni) in
cui inizia a rendersi conto dell’esistenza della figura
materna che lo accudisce, a distinguere il me dal non-me e a percepire gli oggetti come
permanenti nel tempo e nello spazio. La realtà materiale emerge attraverso il giusto
equilibrio tra soddisfacimenti e frustrazioni. In questo snodo si inserisce l’idea
winnicottiana che la madre debba essere “sufficientemente buona” affinché la
struttura mentale del figlio si sviluppi in maniera sana: la madre deve gratificare il figlio
prima in maniera assoluta, poi inserendo gradualmente pillole di frustrazione, di modo
che avvenga il passaggio dal principio di piacere a quello di realtà e che si presenti al
figlio il non-me. La madre deve mettere in atto un lento processo di
deaccomodamento, un progressivo venir meno del soddisfacimento completo dei
bisogni del bambino, di modo che quest’ultimo inizi ad interfacciarsi gradualmente con
il mondo esterno e le difficoltà che comporta. E’ fondamentale che l’uscita dalla
condizione di dipendenza assoluta avvenga con gradualità, di modo che si possa
elaborare correttamente la transizione verso l’indipendenza.
Dal settimo mese di età il bambino passa gradualmente ad uno stato di dipendenza
relativa (che dura fino ai due anni), in cui inizia a rendersi conto dell’esistenza della
figura materna che lo accudisce.
• Processo di indipendenza (3 anni-adolescenza) a partire dal terzo anno e
attraverso un percorso che si concluderà con la fine dell’adolescenza, il bambino
si avvia verso l’indipendenza: sviluppa gradualmente le capacità che gli
consentono di fare a meno delle cure materne e la giusta fiducia nell’ambiente
esterno e l’introiezione della madre (che non fa provare più angoscia alla sua
assenza) stanno alla base della conquista dell’indipendenza.

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Secondo asse: L’organizzazione della mente. Il Sé e l’Io
Diversamente da Freud, Winnicott ritiene che esista fin dalla nascita un Io che però non
è sviluppato, e per questo necessita di un caregiver verso il quale sviluppare una
dipendenza assoluta. Dunque non siamo segnati biologicamente, ma siamo il risultato
dell’esperienza che viviamo e dell’ambiente in cui siamo cresciuti, in cui ha ruolo
centrale la figura materna.
Il bambino passa gradualmente da uno stato di inorganizzazione iniziale ad uno di
organizzazione, parallelamente al passaggio da una condizione di non-integrazione ad
una di integrazione. L’organizzazione viene raggiunta in relazione alla formazione del
Sé e dell’Io, a monte dei quali si trova un Sé centrale primario, una formazione innata,
il nucleo potenziale della futura organizzazione mentale che rappresenta
contemporaneamente una dimensione somatica e psichica (comprende schema
corporeo e realtà mentale assieme). Il bambino possiede questo Sé centrale primario
fin dalla nascita e non si attiva finché non riceve le cure materne adeguate e non
affronta con successo i momenti prima di accomodamento e poi di de-
accomodamento. Se il bambino vive in un ambiente sufficientemente buono, il suo sé
centrale primario si sviluppa in un Sé completo.
Il Sé consiste nella sensazione soggettiva di esistere e coincide con il senso di identità e
l’autoconsapevolezza, si forma quando il bambino percepisce la realtà esterna in modo
da distinguere il me dal non-me.
Nel sé adulto persiste sempre una parte nucleare, che rimane isolata nel mondo
esterno e sconosciuta, ma che va protetta in quanto da essa dipende, secondo
Winnicott, la salute mentale dell’individuo.
L’Io è una caratteristica del Sé e ha la funzione di organizzare e integrare l’esperienza
nel tempo e nello spazio: trasforma gli aspetti dell’Es, impersonali, in esperienze
individuali, ed è legato allo sviluppo neurofisiologico, alla percezione e alla memoria. Lo
sviluppo effettivo dell’Io si realizza in relazione alla capacità materna di contenimento
delle angosce del bambino.
L’io è estremamente precoce (come per la Klein), è presente fin dalla nascita ma solo
abbozzato. In questa primissima fase, l’Io del bambino è la madre, che con le sue cure
protegge il piccolo dalle angosce primitive e gli trasmette la capacità di affrontare e
tollerare la frustrazione. Grazie alla madre sufficientemente buona, le minacce di
annientamento vengono attenuate, il loro potenziale distruttivo viene contenuto e il
pericolo può essere allontanato o eliminato.
L’organizzazione mentale, corporea e psicosomatica dell’individuo dipende dalla
relazione e l’equilibrio tra i tre concetti metapsicologici winnicottiani: il Sé centrale
primario, il Sé e l’Io.
Terzo asse: dalla non integrazione all’integrazione.
Durante il periodo della dipendenza assoluta, il bambino non distingue gli stimoli
interni da quelli esterni: se il bambino ha fame, dice Winnicott, egli è fame, se ha
freddo, egli è il freddo. Le caratteristiche della mente infantile sono in questa fase la
dispersione e la frammentazione, il bambino vive una condizione di non integrazione in
quanto non si percepisce come individuo separato, integro e coeso, né avverte il

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mondo come indipendente da sé. Le sue angosce sono terrificanti, terrori senza nome
che lo sommergono e gli danno l’impressione di andare in pezzi.
Differenza tra non-integrazione e disintegrazione per non-integrazione si intende la
condizione caratteristica del bambino nelle prime fasi di vita (che si manifesta poi
durante il sonno) mentre la disintegrazione costituisce una difesa attivata dal bambino
quando manca il necessario sostegno materno: di fronte ad angosce impensabili non
contenute dalla madre, il bambino reagisce producendo una condizione mentale di
caos che lo illude di poter conservare la propria onnipotenza.
Il raggiungimento dell’integrazione avviene gradualmente nel passaggio dalla
dipendenza assoluta alla dipendenza relativa, e a questo scopo risultano fondamentali
i processi di holding, handling e object presenting.
HOLDING consiste nel sostenere il bambino sia materialmente, tenendolo in braccio e
nutrendolo, lavandolo, accudendolo, sia sostenendolo psicologicamente, a livello di
pensiero, avere il figlio nella propria mente, farlo sentire pensato e conferirgli
un’esistenza mentale, fare da contenitore alle angosce del bambino. L’holding
consente di affrontare positivamente la condizione di frammentazione e di dispersione
iniziale poiché consente al piccolo di acquisire la sensazione di continuità del proprio
essere. L’integrazione emerge in primo luogo in termini motori e sensoriali e struttura
gradualmente la realtà in senso spazio-temporale.
La prima organizzazione mentale e corporea del bambino dipende dunque
dall’adeguatezza della risposta e del contenimento della madre. L’integrazione, che
risulta dal convergere delle componenti somatiche e psichiche in un Sé unitario,
produce nel bambino la capacità di orientamento nello spazio e la percezione dello
svolgimento temporale degli eventi. Il senso di “io sono” va di pari passo con la
percezione di una realtà esterna permanente e indipendente dai propri bisogni.
L’holding dunque si declina quale contenimento materno che da un lato consiste nel
proteggere il bambino da eventi traumatici e nel soddisfare i suoi bisogni con empatia e
tempestività, dall’altro nel trasmettergli inconsciamente la sensazione di essere
riconosciuto e pensato dalla madre.
Anche l’holding, nonostante la sua natura inconscia, è ricondotto da Winnicott a
dinamiche non dell’Es, ma dell’Io.
HANDLING rientra, assieme all’object presenting, nell’holding materno e ne fa parte.
Consiste nella manipolazione corporea del bambino effettuata dalla madre, che
consente al bambino di percepirsi come unità e di acquisire uno schema corporeo
nonché la conquista della collusione psicosomatica (cioè del legame intimo tra psiche e
soma). Risultato dell’handling è la personalizzazione; se vi è scissione patologica tra la
mente e il corpo si produce una condizione di depersonalizzazione.
OBJECT PRESENTING la madre presenta oggetti al bambino, di modo da presentargli il
mondo. Il primo oggetto che presenta è se stessa. Inizialmente il bambino percepisce la
madre non come un oggetto separato da sé, ma come un oggetto soggettivo, che
indica il fatto che il bambino non abbia ancora idea della distinzione tra sé e la realtà
esterna. L’oggetto è sotto il suo controllo ed è parte di sé.
L’azione tempestiva della madre inoltre lo convince di essere il creatore del mondo. A
partire dagli oggetti soggettivi il bambino deve però riuscire a transitare agli oggetti
oggettivi.

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24.5. Spazio potenziale e oggetto transizionale
La relazione d’oggetto, secondo Winnicott, passa attraverso le tre fasi dell’oggetto
soggettivo, dell’oggetto transizionale e dell’oggetto oggettivo.
1. OGGETTO SOGGETTIVO inizialmente il bambino non è consapevole
dell’esistenza di una realtà esterna indipendente da lui e dai suoi bisogni. Nel periodo
di dipendenza assoluta egli è creatore della realtà e il compito della madre
sufficientemente buona consiste nel presentargli l’oggetto rendendosi invisibile, di
modo che il bambino si possa convincere di essere il creatore onnipotente. La madre
non è avvertita come una persona separata. Il figlio è tanto la fonte quanto l’artefice
del soddisfacimento dei suoi bisogni. L’oggetto soggettivo è sentito come parte di sé.
2. OGGETTO TRANSIZIONALE il passaggio dalla dipendenza assoluta alla dipendenza
relativa è difficile doloroso e l’approdo al principio di realtà, e alla conseguente
consapevolezza del mondo esterno, presuppone un momento intermedio, in cui
l’illusione di onnipotenza non viene del tutto abbandonata. In questo passaggio
viene creato lo SPAZIO POTENZIALE, o terza area o zona di illusione, che fa da
cuscinetto per colmare il vuoto tra fantasia e realtà, tra mondo interno ed esterno.
Questo spazio non è interno ne esterno, separa e al contempo collega il dentro e il
fuori, il me e il non-me, l’oggetto soggettivo e quello oggettivo (percepito come
esterno e indipendente dal soggetto).
In questo luogo mentale si collocano gli oggetti transizionali, che tra il quarto e il
dodicesimo mese di vita il bambino usa come difesa contro l’angoscia data dall’assenza
della madre: l’oggetto transizionale rappresenta infatti simbolicamente la relazione con
lei, la sostituisce; può trattarsi di una coperta, un pupazzo, come anche di una luce
accesa nella notte, che ad ogni modo aiuta ad elaborare la separazione dalla madre.
Con questo oggetto il bambino ha un rapporto privilegiato che dà calore e dal quale
non si vuole distaccare. Tale oggetto è fondamentale per mediare il passaggio
dall’oggetto soggettivo all’oggetto oggettivo andando a favorire da un lato la perdita
dell’onnipotenza e dall’altro della frustrazione connessa alla relazione con l’oggetto
oggettivo.
Lo spazio potenziale si conserva poi anche nell’adulto per lasciar fluttuare il proprio
pensiero e la propria fantasia (gioco, arte, creatività, religione, esperienza culturale,
psicoanalisi).
L’oggetto transizionale si forma all’interno di una buona relazione con la madre ed è
segno di un positivo rapporto oggettuale e di un sano equilibrio psichico.
3. OGGETTO OGGETTIVO F0E0 si raggiunge quando si supera lo stato di non integrazione
primaria e quando si arriva a percepire il mondo esterno, il non-me. L’oggetto diviene
oggettivo, cioè viene esperito come differenziato e indipendente dalla propria volontà
e i propri desideri, solo quando si passa dalla relazione con l’oggetto all’uso
dell’oggetto stesso. Nella relazione con l’oggetto, questo è ancora percepito come
un’entità proiettiva che si può controllare in modo onnipotente.
L’uso dell’oggetto prevede invece il ricorso all’aggressività, che Winnicott non collega
come Freud all’istinto di morte, né come la Klein all’invidia, ma intende come sinonimo
di attività e vitalità. L’aggressività si manifesta come distruttività, elaborata dalla
fantasia e rivolta contro l’oggetto materno; questo però non viene distrutto ma

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sopravvive. La sua sopravvivenza fa sì che il bambino acquisisca la permanenza
dell’oggetto, la sua esistenza al di là dei suoi desideri.
In sostanza, fin quando il bambino si relaziona con l’oggetto si illude di poterlo
controllare come se fosse parte di sé; solo quando inizia ad attaccarlo e scopre che
questo sopravvive comprende che la sua esistenza non dipende dalla sua volontà (dalla
frustrazione delle fantasie distruttive del bambino si forma il concetto di mondo
esterno). Il bambino inizia inoltre a riconoscere se stesso come individuo separato e poi
impara a controllare l’aggressività. (distinzione tra madre-oggetto e madre-ambiente e
origine della sollecitudine dall’angoscia e dal senso di colpa SALTATI).

24.6. il gioco
Nello spazio potenziale si colloca anche il gioco, le cui caratteristiche sono
particolarmente importanti per lo sviluppo psichico e sociale del bambino.
I gioco presuppone la fiducia nell’ambiente da parte del bambino, e ciò che determina
la sua capacità di stare solo in presenza di altri. Tale capacità è un importante segno di
maturazione nello sviluppo affettivo dell’individuo. Questo particolare tipo di solitudine
è possibile solo se l’oggetto buono si è installato adeguatamente e stabilmente nella
realtà psichica del bambino.
La capacità di stare solo si manifesta, in un contesto diverso. Nel silenzio prolungato del
paziente durante la seduta psicanalitica, che è considerato da Winnicott non come una
resistenza, ma come una conquista positiva del paziente stesso.
La psicoanalisi ha considerato spesso il gioco, in una prospettiva istintuale e pulsionale,
come una pratica masturbatoria. Secondo Winnicott si tratta di un punto di vista
errato. Il gioco è segno di salute mentale, porta alle relazioni di gruppo e favorisce la
crescita del pensiero. È inoltre considerato di per sé una pratica terapeutica. La stessa
psicoanalisi, come accennato, si svolge nel luogo illusorio in cui si sovrappongono due
aree di gioco, quella del paziente e dell’analista. Il gioco si connette anche alla
creatività, che è il contrario dell’acquiescenza.
24.7. Il padre, lo spazio e il confine
Winnicott rivaluta la figura del padre, che non è più considerato un semplice duplicato
della madre, ma acquisisce importanti specificità: affianca la madre durante la
preoccupazione materna primaria, in quanto occupandosi di affrontare i problemi
materiali e quotidiani consente alla madre di essere completamente devota al
bambino.
Inoltre il padre è il primo essere umano diverso dal bambino stesso, separato (in
quanto la madre viene percepita come cosa unica con lui). E’ importante poi, per lo
sviluppo del bambino, che un genitore sia oggetto di amore e l’altro di odio.
La figura del padre si pone anche come confine, nel senso che pone un limite al figlio.
Se il padre non assolve adeguatamente alla sua funzione di ambiente indistruttibile e di
confine sicuro, il figlio si aggirerà intorno ad uno spazio privo di un limite preciso e non
avrà adeguato contenimento, con il rischio di approdare a comportamenti antisociali o
di andare alla ricerca di altre figure di riferimento che fungano da contenitore al di fuori
della famiglia.

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Il trauma e la psicopatologia
Winnicott definisce il trauma come una stimolazione eccessiva o imprevista che
determina una forte reazione emotiva nel bambino. Se la madre non contiene
adeguatamente le angosce del figlio e non soddisfa i suoi bisogni, oppure se l’ambiente
stimola il bambino in modo eccessivo, costringendolo a reagire, si genera in lui un
trauma e la continuità della sua esistenza viene minacciata e momentaneamente
interrotta.
Il trauma di fatto consiste in un pericolo di annientamento derivante da angosce
mortali e impensabili generate dal contatto con l’ambiente, è una stimolazione da
parte dell’ambiente che interviene prima che il bambino abbia sviluppato i meccanismi
che rendono prevedibile l’imprevedibile.
Se il trauma dipende da un evento episodico e viene seguito da una ripresa della
correlazione positiva tra i bisogni e il loro soddisfacimento, solitamente non lascia
tracce significative. Se al contrario i traumi si accumulano, possono creare condizioni
che pregiudicano la stabilità e la salute mentale dell’individuo.
Nella prospettiva di Winnicott, tutte le psicopatologie derivano da carenze nelle
relazioni con le persone di riferimento, e in particolare con la madre, tanto che sono
definite malattie da carenza ambientale. La loro gravità dipende dal momento della
vita in cui il trauma e la carenza si sono verificati.
In particolare Winnicott ha centrato la sua attenzione su tre organizzazioni
psicopatologiche: le psicosi, i disturbi nell’organizzazione del Sé e le tendenze
antisociali.
Psicosi deriva da un mancato adattamento dell’ambiente ai bisogni del bambino
durante la fase di dipendenza assoluta. Per difendersi dall’angoscia primaria
catastrofica si attiva una scissione (o dissociazione) che protegga il soggetto. La
schizofrenia è allora una patologia che produce una strutturazione della mente
finalizzata all’invulnerabilità. La scissione fa si ce non si percepisca più quell’angoscia
impensabile e non si soffra più. Disturbi dell’organizzazione del Sé ruota intorno al
concetto di FALSO SE’. La causa di questa psicopatologia è la mancata realizzazione
dell’onnipotenza del bambino da parte di una madre non sufficientemente buona, che
arriva a produrre nel bambino uno stato di acquiescenza, che costituisce la prima
manifestazione del falso sé. Il falso sé consiste nella creazione di un’immagine di sé da
proporre alla madre che rifletta il modo in cui la madre vorrebbe che il figlio fosse. In
base alle proprie richieste e alle carenze ambientali (materne), il bambino costruisce il
proprio ruolo e la propria personalità in modo da aderire a quelli che pensa siano i
desideri e le attese della madre. Il falso sé può finire per nascondere il proprio sé al
punto da costruire un’identità fittizia che soffoca e nasconde il vero sé. Una parte
contenuta e gestibile di falso sé nell’adulto è perfettamente normale anzi è importante
e utile per l’adattamento e l’assunzione dei ruoli sociali. Tendenze antisociali sono
secondo Winnicott fenomeni al limite della psicopatologia, che comprendono un basto
spettro di comportamenti: enuresi notturna, tendenza alla menzogna, furti, atti
distruttivi, crudeltà e perversioni. Secondo Winnicott tali tendenze si connettono alla
deprivazione, piuttosto che alla privazione (che si riscontra nelle altre due tipologie di
psicopatologia), dove per deprivazione si intende la trasformazione di un ambiente

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inizialmente buono in uno non più responsivo e avverso. L’ambiente buono viene
dapprima esperito e in seguito perduto. Winnicott descrive due
principali tipi di deprivazione: quella che avviene quando si perde l’accomodamento
materno durante la fase di dipendenza relativa (per es. a causa della malattia della
madre o della nascita di un altro figlio), o quella che avviene più tardi quando il
bambino dovrebbe sperimentare l’esistenza del non-me con il ricorso alle tendenze
distruttive verso l’oggetto (per es. a causa della morte del padre o della crisi familiare
in seguito ad una separazione).
I comportamenti antisociali si distinguono in due categorie: da un lato ci sono quelli
effettuati con il tentativo inconscio di giustificare e alleviare sensi di colpa preesistenti
(come aveva detto anche Freud), per cui il senso di colpa è la causa più che la
conseguenza e si riconnette a dinamiche edipiche nella maggior parte dei casi;
dall’altro ci sono invece le persone che commettono un crimine nel tentativo disperato
di sentirsi colpevoli (per provare un sentimento forte e autentico), senza peraltro
riuscirvi.
Secondo Winnicott bisogna pensare ai comportamenti antisociali come segnali di
disagio e richieste di aiuto che vanno accolte prima che diventino egosintoniche e
vengano utilizzate per i vantaggi secondari che offrono.
Psicoanalisi e lavoro psicoanalitico
Winnicott descrive, in funzione dell’utenza, due modalità di approccio terapeutico utili.
La psicoanalisi in senso classico, si dimostra efficace solo con soggetti aventi un Sé
sufficientemente strutturato che gli consenta di affrontare dal punto di vista mentale
ed emotivo il lungo percorso del trattamento psicoanalitico.
Per gli altri quadri psicopatologici Winnicott apporta delle modifiche alla modalità di
conduzione, la frequenza delle sedute, il setting e la durata della terapia arrivando a
delineare il cosiddetto lavoro psicoanalitico. Quest’ultimo è dedicato ai quadri
particolarmente gravi, per coloro che hanno sviluppato un falso sé o mostrano
tendenze antisociali, o ancora confondono realtà interna ed esterna.
Secondo Winnicott le origini della privazione e della deprivazione vanno indagate con
molta cautela e attenzione; l’analista non deve tanto interpretare quanto fornire al pz
le risposte che non ha ricevuto nel crso della sua vita, prendere il posto della madre e
sanare le lacerazioni che questa ha creato, sostenerlo come la madre non ha saputo
fare. Tecnica dello scarabocchio consiste nello scarabocchiare un foglio assieme al
giovane pz (a turni) per mettere in comunicazione i due inconsci e creare un clima di
fiducia e affiatamento.
La pratica analitica di Winnicott ha le sue radici nel modello di Melanie Klein, dalla
quale si differenzia in quanto evidenza una grande cautela nei confronti delle
interpretazioni.

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26. Bowlby: la teoria dell’attaccamento
John Bowlby (1907-1990) elabora la sua teoria sullo sfondo delle controversial
discussions avvenute negli anni Quaranta tra la scuola freudiana e quella kleiniana in
Gran Bretagna. Bowlby (indicato da alcuni nello schieramento degli Indipendenti)
riteneva che solo dotando la psicoanalisi di uno statuto scientifico la tensione sarebbe
potuta venir meno.
Fu allievo di Melanie Klein, di lei e di Anna Freud disse che nonostante fossero dotate di
grande intuizione e carisma, mancava loro una sufficiente preparazione scientifica.
Bowlby ha portato a concentrare l’attenzione sull’ambiente, sul peso dei dati empirici e
verificabili quali il trauma, la privazione e la perdita, nello studio dell’eziopatogenesi.
Viceversa fino ad allora ci si era concentrati esclusivamente sul mondo interno e sulle
fantasie inconsce.
Inoltre con Bowlby si assiste al superamento del modello pulsionale freudiano: il
primato non è detenuto dalle pulsioni libidiche, ma dal bisogno di protezione e cura fin
dalla nascita.
Le principali influenze che sono confluite nella teoria dell’attaccamento rimandano:
- all’etologia (studi dei coniugi Harlow e di Lorenz)
- all’evoluzionismo darwiniano
- alla psicoanalisi classica
- agli studi di Spitz sulla depressione anaclitica.
La teoria dell’attaccamento ambiva a fornire una base scientifica alla teoria delle
relazioni oggettuali, nonostante Bowlby sia stato poi accusato di aver sacrificato
eccessivamente l’importanza del mondo interno e delle fantasie inconsce.
Bowlby ritiene che il neonato entra in relazione subito in maniera attiva con
l’ambiente, a differenza di quanto sostenuto da Freud e altri autori, i quali
descrivevano un neonato passivo e chiuso nei confronti della realtà circostante. Inoltre
Bowlby privilegia l’osservazione longitudinale del bambino nel suo ambiente di vita,
piuttosto che l’osservazione retrospettiva e ricostruttiva della psicoanalisi.
26.1 L’attaccamento
Il legame di attaccamento è una relazione stabile che si instaura tra la madre e il
bambino fin dalla sua nascita e si struttura in base ai comportamenti interattivi tra i
due. Tale legame è essenziale per la sopravvivenza del piccolo ed è inoltre innato e
biologico. Diversamente da Freud, il quale riteneva si trattasse di un legame libidico
finalizzato a scaricare l’energia pulsionale per ridurre la tensione interna, Bowlby
esclude sia la sessualità infantile che il bisogno di nutrimento per spiegare tale legame,
ma afferma che il legame dipende in primis dalla necessità di protezione dalle minacce
ambientali.
Prova esemplare di questa nuova concezione furono gli studi dei coniugi etologici dei
coniugi Harlow sui cuccioli di macaco Rhesus: i piccoli venivano allevati con due diversi
surrogati materni, uno di metallo che dispensava cibo e uno di tessuto morbido che
non forniva nutrimento. Nei momenti di pericolo i macachi si rifugiavano dal sostituto
materno di stoffa, dimostrando come il bisogno di contatto e vicinanza,
indipendentemente dal cibo, sia un istinto primario.

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Allo stesso modo il bambino instaura una reazione di attaccamento con la madre spinto
primariamente non da esigenze pulsionali né fisiologiche, ma dal bisogno di sicurezza.
Altro studio esemplare a riguardo fu quello di Konrad Lorenz, il quale studiò come le
oche appena nate riconoscevano come madre la prima entità che appariva loro
prossima e in movimento (imprinting) entro un determinato periodo critico. Le oche
seguono la madre e mostrano angoscia quando non è presente, indipendentemente
dal nutrimento. Centrale nell’attaccamento è la distanza tra la madre è il bambino: la
vicinanza fa si che il bambino avverta benessere e senso di sicurezza, mentre la
lontananza genera tristezza, insicurezza e ansia.
La madre costituisce la base sicura cui fare riferimento, per cui il bambino ricerca la sua
prossimità e protesta per la separazione da essa. Il legame è resistente anche a
maltrattamenti e punizioni.
Bowlby definisce comportamento di attaccamento qualsiasi comportamento che
consente
a un individuo di ottenere o mantenere la vicinanza con un’altra persona (sorrisi,
vocalizzazioni, pianti, allungare le braccia verso il genitore). Questi comportamenti si
attivano al momento della separazione e cessano al momento dell’avvicinamento. Il
sistema dei comportamenti di attaccamento modo in cui si realizzano e si strutturano
le relazioni tra il bambino e la madre, che fa poi da modello su cui si basano tutte le
relazioni interpersonali, dapprima orientati in una direzione monotropica
(esclusivamente sulla madre o sul suo sostenuto più prossimo) e successivamente si
espandono alle altre figure significative. L’obiettivo esterno è quello di spingere
l’individuo a ricercare la vicinanza con la figura di attaccamento, l’obiettivo interno è
quello di generare un senso di sicurezza.
Il bambino, a partire dal sesto mese, orienta il proprio sistema di attaccamento in una
direzione o in un’altra in funzione degli scopi (goal-corrected): ad esempio in un
momento di pericolo il comportamento di attaccamento del bambino può essere
potenziato e si possono ridurre i comportamenti esplorativi.
Bowlby parla di periodo sensibile ai fini della costruzione dei legami di attaccamento,
in cui il bambino mobilita le sue risorse per raggiungere quest’obiettivo e corrisponde
al primo anno di vita.
La prospettiva di Bowlby è centrata sul monotropismo, ovvero sull’attaccamento del
bambino a una sola figura, in particolare la madre, che sarà poi sostituito in diversi
autori dai cosiddetti attaccamenti ultipli.
Oltre al sistema dei comportamenti di attaccamento, il bambino dispone anche di un
sistema esplorativo.
Il sistema esplorativo è l’insieme dei comportamenti finalizzati alla conoscenza
dell’ambiente circostante, attivato quando il bambino si sente sufficientemente sicuro
e protetto, tanto da potersi staccare dalla figura significativa di riferimento.
L’adattamento all’ambiente si ha quando vi è bilanciamento ed integrazione tra il
sistema di attaccamento e quello esplorativo.
26.2 Le fasi di sviluppo dell’attaccamento
Sono state individuate quattro fasi nello sviluppo del processo di attaccamento.

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1. Preattaccamento (0-2 mesi) F0E0 orientamento e segnali senza discriminazione
della persona: il bambino non è in grado di distinguere tra le diverse persone che lo
accudiscono e i suoi comportamenti di attaccamento hanno natura istintiva;
2. Attaccamento in formazione (3-6 mesi) F0E0 orientamento e segnali verso una o
più persone discriminate: ora i comportamenti di attaccamento sono selettivi e
concentrati sulla madre, nonostante non si presentino ancora proteste per la
separazione (il bambino prova angoscia perché è lasciato da solo non perché ha perso
la figura di attaccamento). Il piccolo reagisce con intensità al contatto corporeo, allo
sguardo e all’holding materno
(cura, sostegno, protezione e scambi emotivi);
3. Mantenimento della vicinanza ad una persona discriminata mediante la
locomozione e mediante segnali (6 mesi- 3 anni) F0E0 L’attaccamento diviene più
evidente e organizzato e si generano nel bambino l’ansia e la paura nei confronti
dell’estraneo e si protesta per la separazione. La maggiore articolazione
dell’attaccamento è favorita dal fatto che il bambino impari prima a gattonare, poi a
camminare e a parlare, questi divengono infatti strumenti per ricercare l’adulto e
mantenere la giusta vicinanza. A 7-8 mesi vi è angoscia a causa del mancato sviluppo
del concetto di “permanenza dell’oggetto” e si teme che la madre che non faccia
ritorno. Quando questo viene acquisito, si comprende che si può conservare una
rappresentazione interna dell’oggetto anche in sua assenza; 8-24 mesi attaccamento
vero e proprio;
4. Rapporto reciproco diretto secondo lo scopo (+3 anni) F0E0 il primo legame di
attaccamento si trasforma in una relazione più complessa. Il bambino ha una discreta
capacità di espressione linguistica ed ha acquisito maggior sviluppo cognitivo in termini
soprattutto di memoria e di rappresentazioni mentali. Inizia la sincronizzazione dei
comportamenti e dell’adulto in base all’anticipazione delle possibili mosse dell’altro.
L’attaccamento dunque si espande fino a divenire un insieme di modalità complesse
attivate per influenzare i comportamenti dei genitori (e in generale delle altre persone)
affinché non si allontanino e non lo lascino solo.
MODELLI OPERATIVI INTERNI F0E0 rappresentazioni mentali di sé in relazione all’altro
che
costituiscono il distillato della storia relazionale dell’individuo e che influenzeranno
tutti i suoi successivi rapporti interpersonali. L’attaccamento si trasforma dunque in
una teoria generale delle relazioni interpersonali che porta all’elaborazione dei MOI.
Questi sono strutturati infatti sulla base di pattern interattivi ripetuti, utilizzati dal
bambino per affrontare le proprie esperienze sullo sfondo di quelle precedenti prese
come riferimento costante e orientante. I modelli operativi interni vengono trasmessi
da una generazione a quella successiva.

26.3 La Strange Situation di Mary Ainsworth


La Strange Situation è una procedura osservativa standardizzata messa a punto dalla
Ainsworth, per valutare l’attaccamento del bambino a partire dai 12 mesi, attivando
una situazione di stress moderato, progressivamente crescente, definita Strange
perché non è familiare al bambino. La procedura si costituisce di una sequenza di otto

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microepisodi (ciascuno di 3 minuti ciascuno a meno che l’ansia eccessiva del bambino
non velocizzi la cosa) che si svolgono in un laboratorio di osservazione e che vedono il
piccolo ora in presenza della madre, ora da solo, ora con una persona estranea.
I ricercatori si trovano al di là di uno specchio unidirezionale dietro al quale riprendono
con una telecamera le sequenze interattive.
Nel primo episodio la madre viene fatta accomodare su una sedia e le viene data un
rivista che deve far finta di leggere con attenzione, mentre il bambino viene posto in
un’altra zona del laboratorio vicino a dei giocattoli. L’apparente distacco della madre
ha la funzione di mettere il piccolo in condizione di scegliere se interagire con lei o
esplorare liberamente l’ambiente.
Il secondo episodio: il bambino e la madre sono soli nella stanza, il primo è alle prese
con l’esplorazione dell’ambiente e\o con i giocattoli e la seconda è impegnata a
leggere. Il terzo episodio ha inizio quando entra un’estranea che dapprima si siede di
fronte alla mamma, poi si mette a parlare con lei e infine si avvicina al bambino e inizia
a giocare con lui; lo scopo consiste nell’osservare le sue reazioni, il suo grado di
coinvolgimento nel gioco comune e l’eventuale ricordo alla madre.
Nel quarto il bambino sperimenta la separazione dalla madre, infatti questa esce e lo
lascia solo con l’estranea.
Il quinto vede il ricongiungimento e vengono osservate le reazioni del bambino al
ritorno della madre.
Il sesto ep vede la madre che esce e lo lascia del tutto solo.
Nel settimo l’estranea entra.
L’ottavo cede la mamma rientrare nella stanza, fermarsi inizialmente sull’ingresso e poi
prendere in braccio il figlio. Vengono osservate le reazioni del bambino al momento
della riunificazione con la madre.
Gli aspetti da valutare per arrivare a definire il tipo di attaccamento sono:
D8 Ansia da separazione
F0

D8 Esplorazione
F0

D8 Paura dell’estraneo
F0

D8 Ricongiungimento
F0

26.4 Gli stili di attaccamento


Dalla Strange situation si deducono alcuni stili (o modalità di attaccamento). La
Ainsworth (1963) ne descrisse tre: attaccamento sicuro, insicuro evitante e insicuro
ambivalente. Successivamente Main e Solomon (1986) hanno aggiunto l’attaccamento
disorganizzato/disorientato e infine Crittenden (1994) ha inserito l’attaccamento
evitante/ ambivalente.
lo stile di attaccamento si riferisce non solo al bambino, ma alla relazione tra lui e la
figura di attaccamento.
Per individuare le categorie di attaccamento, i ricercatori prendono in esame alcuni
aspetti precisi:
- la ricerca di prossimità e di contatto;
- il mantenimento del contatto
- l’attivazione di comportamenti resistenti

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- l’attivazione di comportamenti di evitamento
- i comportamenti di ricerca del genitore durante la separazione- le modalità di
interazione a distanza.
• Attaccamento sicuro. Il bambino che presenta uno stile di attaccamento sicuro
mostra un intenso desiderio di vicinanza, di contatto e di interazione con la figura
di attaccamento. Quando essa è presente, il piccolo tende ad esplorare con
tranquillità l’ambiente e interagisce con la madre coinvolgendola nelle proprie
attività. Quando la madre si assenta, vive la separazione manifestando segnali di
attaccamento e di ricerca. Quando la madre ricompare, il bambino la accoglie
positivamente. Il ritorno del genitore dà sollievo al bambino. L’adulto costituisce
una base sicura. Le madri dei bambini sicuri sono state valutate come sensibili,
responsive e cooperative e hanno confermato che la sicurezza mostrata dal figlio
dipende dalla qualità delle cure ricevute. Tale sicurezza favorisce lo sviluppo
cognitivo, comunicativo e linguistico e l’acquisizione di competenze sociali,
emotive e relazionali. Il bambino mostra un buon adattamento ad un ambiente
prevedibile.
• Attaccamento insicuro evitante. Il bambino che mostra un attaccamento insicuro
evitante appare relativamente autonomo e indipendente ed è più impegnato
nell’effettuare le sue esplorazioni che nello stabilire comportamenti di
attaccamento con la madre. La riduzione delle sue manifestazioni affettive e il fatto
di privilegiare i giochi e le attività personali rispetto alle interazioni e ai
comportamenti staccamento con la madre lascia trasparire che quest’ultima non
costituisce una base sicura. Nei momenti di possibile disagio, il bambino non fa
affidamento sul genitore. Dall’osservazione del comportamento delle madri dei
bambini evitanti si è evidenziata una certa loro avversione latente nei confronti
del figlio, che traspare da sentimenti di irritazione e da un rifiuto, peraltro non
palese, della vicinanza e del contatto richiesti da lui.
• Attaccamento insicuro ambivalente. Si manifesta in uno sbilanciamento del
comportamento del bambino a favore dell’attaccamento, lasciando in secondo
piano le attività autonome. La separazione gli provoca un notevole disagio e il
ricongiungimento non viene vissuto con sollievo e come una situazione che
fornisce sufficiente conforto. Il bambino mostra infatti evidenti segni di
insoddisfazione quando ricompare il genitore. Il comportamento del bambino in
questa fase si rivela ambivalente, in quanto mostra un’alternanza e una
compresenza da un alto di desiderio di vicinanza e di contatto e dall’altro di
manifestazioni di impotenza. Il genitore non è vissuto come una base sicura.
• Attaccamento disorganizzato/disorientato. In particolare sono stati individuati
comportamenti particolari che sembrano rivelare una disorganizzazione, cioè
un’incoerenza nelle strategie e nelle intenzioni del bambino, oppure un
disorientamento, vale a dire una possibile perdita di orientamento nell’ambiente
in cui egli si trova ad agire. Nel primo caso si notano comportamenti
reciprocamente contraddittori; nel secondo sembra emergere una mancanza di
consapevolezza nei riguardi di ciò che avviene intorno a lui. Il bambino con
attaccamento disorganizzato/disorientato ha un comportamento che in gran
parte potrebbe rientrare in una delle tre categorie osservate in precedenza, ma si

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distingue da questi proprio a causa delle sue incoerenze. Alcune manifestazioni di
attaccamento possono convivere con comportamenti evitanti. Secondo alcuni
studi, la madre avrebbe vissuto situazioni traumatiche e lutti durante l’infanzia o
nel periodo precedente la maternità, che non ha ancora elaborato.
• Attaccamento evitante/ambivalente. In alcuni momenti i bambini evidenziano
un intenso attaccamento al genitore, si mostrano arrabbiati e difficilmente
consolabili in seguito alle separazioni, mentre in altri momenti assumono
atteggiamenti evitanti, non riservano alcuna attenzione al genitore e non
attivano contatti e interazioni con lui. Questo tipo di attaccamento corrisponde a
una strategia di difesa verso un genitore vissute come minaccioso e fonte di
pericolo.
26.5 I modelli operativi interni
I pattern di attaccamento della prima infanzia vengono interiorizzati dall’individuo
come modelli operativi interni che restano attivi per tutto il corso della vita,
condizionando le successive relazioni e orientando la strutturazione della personalità
del soggetto. I MOI sono rappresentazioni mentali originate dalle relazioni tra sé e le
figure di attaccamento, che orientano e condizionano la percezione e l’interpretazione
degli eventi, rendendo possibile la creazione di aspettative e anticipazioni.
I modelli, in quanto operativi, sono intrinsecamente dinamici, nel senso che il modello
viene applicato in futuro a più situazioni interpersonali. In una prospettiva piagetiana,
tali modelli dipendono da processi di assimilazione e accomodamento, per cui si tratta
di schemi ridefinibili e accomodabili sulla base delle diverse esperienze vissute dal
soggetto. I modelli vengono gradualmente automatizzati e la persona li applica
regolarmente in maniera inconscia. Tali modelli hanno un importante funzione
nell’elaborazione delle informazioni focalizzando l’attenzione del soggetto su alcuni
aspetti della realtà piuttosto che su altri.
Il soggetto può costruire MOI per proteggersi da sentimenti, pensieri e comportamenti
ritenuti inaccettabili e dolorosi semplicemente escludendoli. Per esempio, a fronta di
una relazione con la madre distaccata se non maltrattante, il bambino può crearsi una
rappresentazione conscia in cui la madre è buona ma si comporta in maniera
disfunzionale per colpa della cattiveria del bambino stesso (strategia di bonifica
dell’ambiente esterno per evitare l’angoscia persecutoria). Allo stesso tempo però il
bambino può costruirsi una rappresentazione inconscia in cui lui è buono e la madre è
cattiva e persecutoria. Si crea così una scissione: le due rappresentazioni opposte
convivono e possono attivarsi in differenti situazioni.
Secondo Bretherton sono considerati dall’autrice come rappresentazioni connesse alla
memoria a lungo termine e alla memoria operativa del soggetto.
Dopo Bolwby Crittenden ha posto l’accento sull’importanza del cambiamento dei MOI:
i legami di attaccamento sono regolari ma possono essere attraversati da
riorganizzazioni, in base alla crescita e allo sviluppo del bambino. Nel corso dello
sviluppo, egli si trova, a causa dell’inevitabilità delle sue relazioni frustranti, a
riorganizzare e rivedere in continuazione i propri modelli in base agli scarti tra attese e
realtà. I soggetti sicuri, grazie alla duttilità dei loro modelli operativi interni, sono in
grado di selezionare il comportamento più adattivo in relazione al contesto in cui si

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trovano; i soggetti insicuri invece hanno modelli che presentano una notevole distanza
dalla realtà e che non consentono adeguate previsioni.
26.6 Gli strumenti di valutazione dell’attaccamento
La Strange Situation classica non si poteva applicare oltre i 12 mesi per cui sono state
apportate due principali modifiche per consentire di utilizzarsi con bambini di età
prescolare: variazione dei criteri di codifica dei comportamenti e variazioni nel setting
(es. dare alla madre un ruolo attivo per riprodurre le modalità interattive quotidiane).
Altri autori hanno focalizzato la loro attenzione non più sul comportamento, ma sulle
rappresentazioni mentali dell’attaccamento del soggetto, attraverso interviste,
tecniche proiettive e attività di gioco comprendenti aspetti riconducibili alle relazioni di
attaccamento.
Adult Attachment Interview (George, Kaplan, Main, 1985) F0E0 strumento utilizzato per
valutare le rappresentazioni di attaccamento in adolescenti e adulti, consiste in
un’intervista semistrutturata. Se utilizzato con le madri dei bambini, permette di
evidenziare eventuali relazioni tra lo stile di attaccamento dei figli e quello della madre
con le proprie figure di riferimento. E’ emerso che questo collegamento (tra
l’attaccamento della madre e quello del figlio) non era tanto di tipo contenutistico,
quanto di tipo narrativo; nel senso che se la narrativa adottata dalla madre era
coerente e chiara, dimostrando di sapere elaborare i contenuti in modo critico e
razionale, il figlio aveva maggiori probabilità di mostrare un attaccamento sicuro
nonostante i genitori non avessero necessariamente avuto una storia relazionale felice
con i loro genitori. Con lo strumento si possono individuare quattro categorie più una,
di attaccamento adulto che corrisponde a modalità narrative e sono connesse a stili di
attaccamento del bambino:
D8 Attaccamento sicuro
F0

D8 Attaccamento distanziante (Insicuro-evitante nel bambino)


F0

D8 Attaccamento preoccupato o invischiato (Insicuro-ambivalente nel bambino)


F0

D8 Attaccamento non risolto (Disorganizzato-disorientato nel bambino)


F0

D8 Attaccamento non classificato


F0

Attachment Story Completion Task (Bretherton et al 1900) F0E0 consente di valutare la


rappresentazione mentale dell’attaccamento in bambini di età prescolare richiedendo
loro di completare e drammatizzare storie attraverso giocattoli che assumono il ruolo
di personaggi.
Security Scale (Kerns et al., 1996) F0E0 consente di valutare la percezione di sicurezza del
bambino in relazione ai genitori o alle figure di attaccamento. Consiste in una serie di
item strutturati che presentano due possibilità alternative ad una stessa condizione di
attaccamento.
26.7 Cure materne e psicopatologia
[Influenza di René Spitz F0E0 condusse studi su bambini che subirono precoci separazioni
dalla madre durante la seconda guerra mondiale. Un gruppo dei bambini venne privato
di qualsiasi cura affettiva, veniva solo nutrito, pulito e cambiato. L’altro gruppo venne
normalmente fatto interagire con il personale anche a livello affettivo. I bambini del
primo gruppo mostrarono gradualmente sintomi più gravi (apatia, indifferenza, perdita

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di peso, ammalarsi con facilità, ritardo nello sviluppo intellettuale e affettivo) fino a
lasciarsi morire. Spitz parlò di sindrome da ospedalizzazione.
Egli introdusse inoltre il concetto di depressione anaclitica, per intendere una
sindrome conseguente all’allontanamento improvviso e prolungato dalla madre, dopo
che il bambino ha avuto con lei una relazione normale. La separazione ha effetti
devastanti che si verificano intorno al sesto mese di età, che possono essere mitigati se
si fornisce al bambino un sostituto del genitore o se avviene un ricongiungimento entro
i 9 mesi, viceversa gli effetti sono devastanti. Con il termine “anaclitico” (appoggiarsi,
sostenersi a qualcosa) Spitz vuole evidenziare il supporto affettivo che il bambino cerca
nella madre o nella figura più significativa.]
Bowlby sottolinea l’importanza delle cure materne nella prima infanzia e nella
fanciullezza per la slaute mentale dell’individuo.
La psicopatologia si origina laddove vi siano carenze nelle cure materne. In particolare,
la deprivazione materna (definita da Winnicott privazione) cioè la mancanza di apporti
emotivi e accudimento da parte della madre, può provocare ricadute drammatiche
sullo sviluppo fisico, emotivo, intellettuale e sociale del bambino.
Lo stesso Bowlby effettuò diverse osservazioni in orfanotrofi e su bambini abbandonati,
arrivando a definire tre fasi nella reazione al distacco dei genitori: protesta (pianto),
ritiro in sé stessi (indifferenze e apatia, scarsa attitudine al gioco e scarsa nutrizione) e
distacco
(gradualmente vi sono miglioramenti ma con gli adulti tendono ad attivare relazioni
superficiali e autocentrate).
Teoria dell’angoscia da separazione F0E0 tale angoscia si verifica ogni volta che viene
minacciata l’alleanza tra bambino e madre o tra due persone legate da un rapporto
affettivo consolidato (marito e moglie). Comprende preoccupazione, dolore, tensione,
ira volta a punire il partner per prevenire possibili ripetizioni della separazione, ricerca
inquieta della persona mancante.
L’angoscia del lutto è un caso particolare dell’angoscia da separazione che presenta
diverse fasi: una prima fase di torpore, consistente in calma apparente, chiusura
emozionale e negazione della realtà; una secondo fase di bramosia, ricerca e collera,
quindi irrequietezza e compulsiva ripetizione mentale degli eventi che hanno portato
alla separazione; la collera è un segno positivo perché segnala l’acquisita
consapevolezza della perdita definitiva; la terza fase è quella di disorganizzazione e
disperazione, dunque depressione, venir meno della base sicura; la quarte ed ultima
fase coincide con una possibile riorganizzazione se la persona trova un ambiente
efficace di sostegno.

26.8 Attaccamento e pratica psicoterapeutica


Principio di fondo della psicoanalisi bowlbiana è che l’analista deve costituire per il pz la
base sicura che questo non ha avuto durante la propria infanzia, di modo che possa
cominciare ad esplorare la propria situazione dolorosa e i sentimenti ed eventi
connessi. Secondo Bowlby l’attaccamento sicuro fornisce all’individuo una difesa
primaria positiva (anche le difese sono intese da Bowlby in senso interpersonale
piuttosto che intrapsichico). Le altre difese secondarie, ritenute patologiche, sono
invece modalità relazionali che consentono di mantenere la vicinanza a figure di

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attaccamento rifiutanti o non affidabili e che si esprimono attraverso l’attivazione di
una strategia evitante, che consiste in raffreddamento emotivo, o di una strategia
ambivalente, che si
evidenzia nel rimanere aggrappato alla figura rifiutante insistendo affinché si occupi di
lui. L’analista può costituire la base sicura a partire dalla quale il pz possa affrontare ed
elaborare in maniera adeguata le manifestazioni difensive secondarie e patologiche
generate dall’attaccamento in sicuro del pz. Se questa prima fase viene superata
positivamente, il pz riduce gradualmente le proprie difese, arrivando a creare un
rapporto di fiducia con l’analista.
La modalità di strutturazione della relazione analitica variano sulla base della tipologia
di attaccamento del pz.
La base sicura del contesto psicoterapeutico si fonda su tre aspetti: la sintonia tra il pz e
l’analista, la competenza autobiografica e l’affiliazione. La compresenza di
attaccamento con l’analista, che come base sicura offre sicurezza e protezione, e
dell’affiliazione, che consente di compiere esplorazioni nella propria storia e nella
propria mente insieme a lui, determina la ricaduta terapeutica positiva del
trattamento. La conquista di una buona competenza autobiografica, intesa come
capacità di elaborare una narrazione personale (segno di un attaccamento sicuro) è il
principale obiettivo della psicoterapia.

27. Peter Fonagy: la teoria della mentalizzazione


27.1. la teoria dell’attaccamento e la psicoanalisi
La teoria dell’attaccamento non considera il sistema motivazionale inconscio del
comportamento; non attribuisce la sufficiente importanza né agli affetti né allo
sviluppo dell’io; l’unica componente che studia della relazione tra la madre e il
bambino è la separazione.
La psicoanalisi e la teoria dell’attaccamento evidenziano l’importanza del trauma
infantile come causa della psicopatologia e la perdita di oggetto come prototipo
dell’angoscia; inoltre considerano le esperienze precoci come il modello delle fasi
successive dello sviluppo psichico dell’individuo.
Secondo Erikson la sensibilità materna è il fattore centrale che determina la qualità
delle relazioni oggettuali e dello sviluppo psichico.
Fairbairn, Winnicot e Bowlby hanno mostrato che la relazione madre-bambino è
determinata dal bisogno di relazioni.
27.2. la mentalizzazione o funzione riflessiva
La mentalizzazione è la capacità fondamentale che consente di mettersi in relazione
con gli altri. È l’acquisizione evolutiva che permette al bambino di rispondere non solo
al comportamento degli altri, ma anche alla sua concezione dei loro sentimenti,
credenze, speranze, aspettative, progetti ecc. e gli permette di leggere la mente delle

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persone. La mentalizzazione è una relazione psichica complessa che si realizza tra il
bambino e la madre e attraverso la quale il soggetto coglie gli stati mentali altrui.
Attraverso questa relazione tra menti che si pensano vicendevolmente il bambino
interiorizza la capacità riflessiva del genitore. Il genitore, per aiutare il figlio ad
elaborare la propria angoscia, deve mostrargli un affetto stratificato in cui la stessa
angoscia del bambino viene combinata con un’emozione diversa e di segno opposto.
Il concetto di mentalizzazione può trovare dei corrispettivi nel pensiero di alcuni
psicoanalisti quali Freud, Klein, Bion e Winnicott, che evidenziano come il sé si sviluppi
attraverso la percezione di sé stessi nella mente dell’altro.
Il mentalizzare implica dunque una componente riflessiva e una interpersonale e
costituisce la base della capacità di regolare le proprie emozioni attraverso un processo
che ha come meta l’affettività mentalizzata, cioè una comprensione “vissuta” dei
propri sentimenti, che includa e superi la consapevolezza prettamente intellettiva.
La mentalizazione può essere implicita oppure esplicita. Nel primo caso è una
procedura automatica, intuitiva, emotiva ed empatica, attivata inconsciamente dal
soggetto, attraverso la quale egli costruisce il proprio sé e gli dà coerenza. Nel secondo
caso è conscia e attiva processi razionali di riflessione, di osservazione e di auto
osservazione. La mentalizzazione si pone a diversi livelli in relazione con l’empatia, la
mindfulness, il monitoraggio meta cognitivo e l’intelligenza emotiva.

27.3. attaccamento e mentalizzazione


Lo sviluppo della funzione riflessiva è legato all’attaccamento. In particolare
l’attaccamento sicuro fornisce al bambino una base relativamente solida e stabile che
gli consente di aprirsi alla mente dell’altro.
Fonagy sostiene che generalmente questa viene favorita dalla sicurezza
dell’attaccamento, in quanto la base relazionale sicura favorisce il dialogo delle menti.
In alcuni casi però può accadere che l’attaccamento sicuro inibisca la mentalizzazione.
L’attaccamento evitante nasce da condizioni interpersonali che spingono il bambino a
rifuggire dalla mente dell’altro. Una madre distanziante può rispecchiare in maniera del
tutto inadeguata l’angoscia del bambino a causa delle esperienze dolorose personali
che quel sentimento evoca in lei.
Nell’attaccamento ambivalente il bambino si focalizza principalmente sul proprio stato
emotivo e mentale. La madre preoccupata tende a percepire le emozioni del figlio in
modo inadeguato, amplificandole a dismisura o minimizzandole, soprapponendole
oltretutto alle proprie esperienze infantili di attaccamento.
Il bambino disorganizzato si mostra ipervigile verso il comportamento del genitore e
perciò sembra attento allo stato mentale di quest’ultimo, ma in realtà non è in grado di
rapportarlo al proprio stato mentale, che rimane così incoerente e privo di un’efficace
regolazione.
Fonagy propone il concetto di funzione interpretativa interpersonale. Questa si
differenzia dal modello operativo interno di Bowlby perché la funzione interpretativa
interpersonale è un insieme di funzioni mentali per processare e interpretare nuove
esperienze interpersonali che include la mentalizzazione e l’insieme dei processi
psicologici dai quali dipende una mentalizzazione efficace.

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Mentre la funzione interpretativa interpersonale riguarda la capacità di attivare la
mente in direzione della mentalizzazione e quindi si riferisce alle modalità di regolare il
proprio pensiero verso la gestione emotiva e cognitiva delle nuove esperienze in una
prospettiva interpersonale.
27.4. sviluppo della capacità di mentalizzazione
Fonagy parla di un sé preriflessivo o fisico, che si sviluppa tra la nascita e i 6 mesi e
attraverso cui il bambino rappresenta il mondo e se stesso in termini fisici, corporei. Poi
si costituisce un sé riflessivo o psicologico, che si sviluppa nei primi due anni di vita,
grazie al quale l’individuo riflette su se stesso e sulla propria esperienza in termini di
sentimenti, intenzioni, credenze e desideri.
Il passaggio da questo primo modello, rigido e deterministico a quello della
mentalizzato avviene con l’elaborazione della mappatura rappresentazionale, costituita
dal sistema individuale di rappresentazioni coordinate di sé e dell’altro.
La rappresentazione primaria del sé fisico nasce da una corrispondenza e un
adeguamento perfetti tra i bisogni del figlio e le risposte della madre.
Se il rispecchiamento materno non avviene, oppure se è deformato dalla
preoccupazione o dall’angoscia della madre, lo sviluppo del sé del bambino risulta
compromesso.
Tra i 6 e i 12 mesi il bambino comincia a costruirsi delle relazioni causali che
connettono le azioni ai loro agenti e al contesto in cui essi si trovano.
Intorno ai 9 mesi inizia a concepire se stesso come agente che persegue uno scopo e
che pertanto può scegliere la via migliore per raggiungere la meta prefissata. Nel
corso del secondo anno percepisce le persone come agenti mossi da precise
intenzioni, quindi le azioni gli appaiono causate da stati mentali precisi.
All’età di 3-4 anni il bambino supera la prova di falsa credenza e gioca a far finta,
aspetto fondamentale. È verso i 4 anni che inizia la capacità di mentalizzazione.
Nel corso del sesto anno organizza le memorie delle proprie attività ed esperienze in un
quadro cronologico e causale coerente, costruendo così un sé esteso in senso
temporale: realizza dunque quella che Fonagy definisce estensione autobiografica del
sé.
Nella costruzione del sé, secondo Fonagy, sono coinvolti tre processi interpersonali: il
far finta, il parlare e le interazioni con i pari.
27.5. Mentalizzazione e trauma
Il trauma e il maltrattamento prodotti all’interno della famiglia annullano la capacità
del genitore di giocare con quegli aspetti del pensiero del bambino che per l’adulto,
oltre che per il bambino stesso, risultano disturbanti e inaccettabili. Far finta non è più
un’operazione creativa ma diventa una finzione, una menzogna.
Il genitore abusante può presentare una realtà falsa, richiedendo al bambino di
assumere credenze e sentimenti del tutto sganciati dalla sua percezione e dal suo
sentire. L’abuso impedisce al bambino di valutare correttamente le rappresentazioni
dei propri stati mentali.
Il deficit di mentalizzazione nel bambino può essere considerato sia una difesa che un
adattamento alle condizioni dolorose e traumatiche in cui si trova.

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La capacità di mentalizzazione del bambino si sviluppa attraverso il contenimento delle
sue angosce da parte del bambino.
Il bambino interiorizza l’immagine del genitore dotato di capacità di contenimento e in
questo modo acquisisce a sua volta la capacità di contenere il conflitto e angoscia.

27.6 APPLICAZIONI CLINICHE DELLA TEORIA DELLA MENTALIZZAZIONE


Bateman e Fonagy fanno psicoterapia basata sulla MENTALIZATION BASED THERAPY,
che si focalizza sulle
capacità psichiche, non sui contenuti; viene applicata alle patologie gravi e persegue
l’obiettivo di
sviluppare, per quanto possibile, una struttura psichica che nel paziente risulta assente
o gravemente
compromessa. Si applica anche con terapia familiare, adolescenti, professionisti in crisi.
Al centro viene
posto il concetto di AFFETTIVITA’ MENTALIZZATA, che consiste nell’identificazione e
nella modulazione degli
affetti e delle emozioni e nella libertà di scegliere le modalità adeguate per esprimerle.
Il paziente deve imparare a pensare il sentire. La relazione paziente-terapeuta è
importante per la comprensione degli
affetti nell’osservazione.

PSICOLOGIA DEL SÈ
HEINZ KOHUT
Heinz Kohut (1913-1981) è l’iniziatore della PSICOLOGIA DEL SE’ (Self Psychology)
orientamento
psicoanalitico nato a Chicago e diffuso, a partire dagli anni ’70, negli USA e poi anche in
Europa. Nasce in
opposizione alla teoria psicoanalitica freudiana; definiti “analisti dei casi impossibili”;
critiche:
- necessario avere più libertà di sperimentazione;
- cambiamento delle malattie rispetto al periodo freudiano.
È necessario rimodulare sia le pratiche che la teoria. La tecnica doveva diventare più
duttile e adattabile alle
esigenze del paziente. La scuola di Kohut si è concentrata molto sulle problematiche
narcisistiche e pre-
edipiche.

28.1 EVOLUZIONE DEL PENSIERO DI KOHUT


Il modello di Kohut ha subito varie fasi, in un progressivo allontanamento da Freud.
Seguendo i punti
individuati da Siani:
1. MODELLO MISTO (fino al 1971): concilia teoria freudiana e relazionale tramite la
Psicologia dell’Io;
abbandono degli aspetti pulsionali.

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2. MODELLO RELAZIONALE COMPLEMENTARE (1977): la ricerca di relazioni è la spinta
primaria
dell’individuo; i disturbi narcisistici sono curati con l’approccio relazionale, mentre gli
altri disturbi
possono usufruire sia della teoria pulsionale che relazionale.
3. MODELLO RELAZIONALE ALTERNATIVO (1982-84): Kohut elabora due concetti:
- narcisismo maturo, esito sano dello sviluppo psichico e relazionale dell’individuo che
ha ottenuto
adeguate risposte empatiche dalle figura genitoriale nel periodo pre-edipico;
d – frammentazione

d – decostruzione dell’oggetto-Sé

d – ricomposizione di alcune delle componenti.

Nell prime fasi di vita gli oggetti-Sé sono ARCAICI, che il bambino avverte come parti di
se stesso, in

Un rapporto simbiotico con il genitore, sia somatico che psichico. Il sé quindi si forma
sulla base del

Rapporto tra la dotazione innata del neonato e le risposte degli oggetti-sé. Il suo
sviluppo dipende

Dalle reazioni del bambino alle esperienze gratificanti o frustranti suscitate in lui dalle
risposte

Fornite dai genitori ai suoi bisogni narcisistici primari.

5. SE’ BIPOLARE: il Sé nucleare si suddivide in:

- Polo delle ambizioni

- Area intermedia dei talenti e delle abilità

- Polo degli ideali

28.5 DAL SE’ GRANDIOSO ONNIPOTENTE AL SE’ INTEGRATO COESIVO

SE’ GRANDIOSO ONNIPOTENTE: le prime interazioni con la madre sono una richiesta di
attenzione e

Approvazione. Se la madre risponde empaticamente, il bambino costruisce una


rappresentazione positiva di

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Sé, al contrario, la grandiosità scompare.

RISPECCHIAMENTO: è fornito al figlio dalla madre, attraverso cui le esibizioni vengono


incoraggiate e

Approvate. La madre restituisce al figlio un’immagine assolutamente positivo di se


stesso, incarna una

Funzione speculare, e si pone al figlio come OGGETTO-SE’ RISPECCHIANTE O


SPECULARE. -> base del polo

Delle ambizioni -> si forma l’AUTOSTIMA, che dà vita ai desideri di gratificazione


narcisistica e centrati sul

Sé; l’autostima del soggetto dipende dunque dall’appagamento ottimale delle proprie
ambizioni da parte

Dell’Oggetto-Sé speculare -> la FRUSTRAZIONE OTTIMALE dei desideri del bambino


tramite il genitori, è

Fondamentale perché, attraverso la sua alternanza con le approvazioni materne, il


bambino approda al

Riconoscimento dei limiti del proprio Sé. Il genitore che rispecchia la grandiosità del
figlio, conferma

L’immagine positiva del bambino, finendo anche il genitore stesso ad essere percepito
come grandioso. Così

Il bambino realizza una FUSIONE IDEALIZZANTE con il genitore, il quale viene


interiorizzato come OGGETTO-

SE’ IDEALIZZATO. Attraverso l’interiorizzazione dell’Oggetto-Sé idealizzato si formano le


mete idealizzate del

Bambino e si costituisce il polo degli ideali del Sé nucleare. Dal polo degli ideali
derivano le ASPIRAZIONI.

Rispecchiamento Oggetto-sé speculare Fusione speculare Polo delle ambizioni


Autostim

Idealizzazione Oggetto-sé idealizzato Fusione idealizzante Polo degli ideali Ambizioni

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Queste dinamiche relative al Sé nucleare sfociano nella costruzione del Sé integrato-
coesivo, tappa

Conclusiva della formazione del Sé. L’area intermedia si sviluppa in relazione agli
oggetti-Sé gemellari, che si

Riferiscono sempre nelle figure genitoriali, questa volta però intese come oggetto
d’identificazione da parte

Del bambino, una sorta di alter ego. Il sé si sviluppa per tutto il corso della vita in
rapporto con nuove figure

Significative. L’Io durante la vita si può relazionare all’altro secondo 2 modalità:

- L’altro ha la funzione di OGGETTO PULSIONALE, cioè oggetto di desiderio, ma


anche oggetto su cui si

Scarica l’aggressività;

- L’altro è OGGETTO-SE’, usato per sostenere il proprio Sé in un rapporto non


fusionale, ma che può avere

Qualche tratto regressivo controllato.

28.6 L’EDIPO

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