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EUGENIO MONTALE

Analisi di Liriche scelte


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I LIMONI
I limoni è la poesia che apre la sezione "Movimenti" della raccolta Ossi di Seppia ed è stata scritta tra il 1921
e il 1922; questa poesia è la prima della sezione d'apertura che si intitola con una metafora musicale. Come
sappiamo la musica era molto gradita a Montale e molte delle sue poesie ricalcano propriamente delle
composizioni musicali. Questa poesia fondamentalmente è un manifesto, in quanto Montale dichiara,
attraverso questi versi, il suo modo di scrivere, il suo modo di fare poesia in contrapposizione agli altri poeti
e agli altri letterati; è evidente la polemica nei confronti di D'Annunzio.
Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
lo, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

Meglio se le gazzarre degli uccelli


si spengono inghiottite dall'azzurro:
più chiaro si ascolta il sussurro
dei rami amici nell'aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest'odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l'odore dei limoni.

Vedi, in questi silenzi in cui le cose


s'abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l'anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d'intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno piú languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.

Ma l'illusione manca e ci riporta il tempo


nelle città rumorose dove l'azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s'affolta
il tedio dell'inverno sulle case,
la luce si fa avara - amara l'anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo dei cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d'oro della solarità.

PARAFRASI. Ascoltami, i poeti laureati si muovono solamente tra le piante dai nomi poco adoperati: bossi,
ligustri, acanti; io, da parte mia, invece, amo le strade che sfociano nelle fosse piene d'erba, dove nelle
pozzanghere metà seccate i ragazzi acchiappano qualche anguilla isolata; io amo le vie che seguono le sponde
delle strade e discendono a impennarsi tra i ciuffi delle canne e mettono negli orti tra gli alberi i limoni.
Meglio se gli strepiti degli uccelli si fermano all'interno del cielo azzurro; si ascolta più chiaro il fruscio dei
rami nostri amici, che sono nell'aria ferma che sembrano muoversi e i sensi di questo profumo che non sa
staccarsi da terra, mentre nel nostro petto sentiamo una dolcezza inquietante. Qui, quasi come un miracolo,
non c'è la guerra mentre le nostre passioni risultano deviate; qui anche a noi poveri tocca la nostra parte di
ricchezza ed è il profumo dei limoni.
Vedi, in questi silenzi nei quali le cose si abbandonano e sembrano vicine quasi a farci conoscere il loro ultimo
segreto, talvolta noi ci aspettiamo di trovare un errore che la natura compie per farci capire qualcosa, il punto
morto del mondo, e un anello di una catena che si rompe e quindi ci apre un varco; il filo da sbrogliare che
finalmente ci mette nel mezzo di una verità; lo sguardo indaga intorno l'ambiente, indaga accorda e scompone
nel profumo che si sparpaglia quando il giorno sta per finire e questi sono i silenzi nei quali si vede in ogni
ombra di un uomo che si allontana qualche divinità che appare però disturbata.
Ma l’illusione manca e il tempo ci riporta nelle città affollate dove il cielo azzurro è visibile solamente a
pezzetti nell'alto tra gli spazi lasciati liberi dagli edifici; la pioggia si riversa sulla terra, la noia dell'inverno
aumenta sopra le case, la luce si fa sempre più rara e l'anima sempre più triste. Quando un giorno da un portone
che è chiuso male tra gli alberi di un cortile ci si mostrano i limoni di colore giallo, e il gelo del cuore si disfa,
allora nel petto irrompono numerose, come in uno scroscio, le canzoni di questi limoni e le trombe d'oro della
luce solare.

ANALISI DEL TESTO


METRICA: il componimento è formato da quattro strofe di versi liberi, molti dei quali sono endecasillabi e
settenari; la rima è libera, talvolta vi sono delle rime al mezzo.
Montale afferma nella prima strofa di non essere un poeta laureato, incoronato dalla critica o depositario di
un ruolo di maestro. Per spiegare la propria diversità, egli confronta il paesaggio da lui prediletto con quello
dei poeti laureati. Mentre costoro preferiscono piante dai nomi ricercati, a lui piace parlare di alberi comuni,
come i limoni, nei loro ambienti quotidiani: i fossi, le pozzanghere, le viuzze, i ciglioni.
La seconda strofa e la terza strofa descrivono il paesaggio in cui crescono i limoni e in cui il poeta si sente
a proprio agio: un paesaggio silenzioso e deserto, attraversato da viottoli di campagna. Qui all’improvviso,
può accadere il miracolo: può apparire una presenza rivelatrice, si può incontrare il segreto dell’Esse re.
Allora l’uomo ritorna in una sorta di età felice, quando nel mondo si aggirava qualche disturbata Divinità
(v.36).
La quarta strofa evidenzia il carattere passeggero di questa illuminazione: il tedio invernale rende amara
l’anima, allontana lo stato di grazia. Eppure non tutto è perduto: il finale della poesia ripropone la possibilità
del miracolo, legato all’improvvisa scoperta dei limoni oltre il portone di qualche cortile cittadino.
Il primo verso «Ascoltami, i poeti laureati» è un'invocazione che polemicamente si rifà a D'Annunzio; è
chiara infatti l'allusione alla “Pioggia nel pineto” che inizia con «Taci».
Nel verso 22 abbiamo di nuovo un esordio polemico con D'Annunzio, in quanto Montale dice «Vedi»,
rifacendosi a «Odi» nella “Pioggia nel pineto”.
Nei versi 26-27 e seguenti vi sono alcuni termini interessanti «sbaglio di natura. Punto morto del mondo…
anello che non tiene» sono tre termini che costituiscono un esempio di correlativi oggettivi in quanto
rimandano a significati nascosti e cioè a quello che la Natura può sbagliare e, quindi, conseguentemente
aprire un varco per far comprendere all'uomo qualche verità, qualche segreto.
Anche nel verso 28 «filo da di sbrogliare» c'è un richiamo, se vogliamo, alla classicità, al filo di Arianna,
come nel verso 29 «verità», scritto con la v minuscola dà l’idea di una verità non universale.
Il «malchiuso portone» nel verso 43 è di nuovo un correlativo oggettivo.

FIGURE RETORICHE. Nel testo ci sono diverse figure retoriche adoperate dal poeta che rimandano a
significati nascosti delle parole da lui adoperate.
Assonanza = "laureati / acanti" (vv. 1-3).
Enumerazione = "bossi ligustri o acanti" (v. 3).
Consonanza = piante / acanti (vv. 2-3).
Anastrofe = "agguantano i ragazzi" (v. 6).
Metafora = "le gazzarre degli uccelli si spengono inghiottite dall'azzurro" (vv. 11-12).
Assonanza = "gazzarre / azzurro" (vv. 11-12).
Metafora = "piove in petto una dolcezza inquieta" (v. 17).
Ossimoro = "dolcezza inquieta" (v. 17).
Metafora = "tace la guerra" (v. 19).
Anafora = "qui" (vv. 18-20).
Metafora = "Lo sguardo fruga" (v. 30).
Metafora = «la mente indaga accorda disunisce» (v. 31).
Metafora = "il giorno più languisce" (v. 33).
Metafora e allitterazione lettera "d" = "disturbata Divinità" (v. 36).
Iperbato = "Ma l'illusione manca e ci riporta il tempo / nelle città rumorose" (vv. 37-38-39).
Allitterazione in "t" e assonanza in "a" = "il tedio dell'inverno sulle case, la luce si fa amara, amara
l'anima» (vv. 41-42)
Chiasmo = "amara l’anima" (v. 42).
Metafora = "il gelo del cuore si sfa" (v. 46).
Metonimia = "l'azzurro si mostra" (v. 49).

COMMENTO. Siamo d’estate: il poeta è tornato a trascorrere un periodo di vacanze nelle Cinque Terre, il
luogo dove passò i momenti più felici dell’infanzia. Questo ritorno gli ispira in primo luogo la presa di distanza
dai poeti laureati (Pascoli, Carducci, D'Annunzio), in particolare con D'Annunzio, poeta dal linguaggio
altisonante e dal lessico scelto o dai paesaggi classici e dal mito del superuomo. Ad egli Montale contrappone
per la semplicità una pianta banale, mai trattata in poesia: il limone. Le parole adoperate dal poeta sono ricavate
non dal gergo della retorica ma dal linguaggio comune.
L'altro piano di lettura del testo è quello simbolista: i limoni rappresentano anche una pianta che è in grado
di far interagire tutti i sensi: vista, udito, tatto e quindi un qualcosa che permette una conoscenza quasi
miracolosa della realtà.
Il paesaggio descritto da Montale è un paesaggio campestre, quasi deserto, silenzioso, attraversato da viottoli
che coinvolge tutti nostri i sensi: la vista (il colore azzurro), l'udito (gli uccelli ed il sussurro dei rami), l’olfatto,
l'odore (di cui abbiamo diversi espressioni metaforiche). Questo paesaggio che Montale gradisce
particolarmente rappresenta il modo di entrare in una qualche conoscenza della realtà; e infatti adopera il
termine «frugare indagare accordate disunire» e cioè quasi le quattro regole dettate da Cartesio il quale
afferma: «non accogliere come vero nulla che non sia stato conosciuto con evidenza, suddividere ciascuna
difficoltà ed esaminare tutte le parti in cui è possibile necessario dividerla per meglio risolverla; condurre
con ordine di pensieri iniziando dagli oggetti più semplice più facili a conoscersi per salire progressivamente,
come per gradi fino alla conoscenza di quelli più complessi»; quindi questi termini servono proprio a Montale
per attuare quella operazione di scomposizione del reale per permettere all'uomo di arrivare a una sorta di sua
conoscenza anche se parziale; è un po' l'operazione che abbiamo visto fare a Pirandello per quanto riguarda
la prosa “l'arte che scompone il reale” come vediamo nel famoso saggio dell'umorismo.
Testo d’apertura degli Ossi di seppia, dopo l’introduzione de Godi se il vento ch’entra nel pomario della
sezione In limine, I limoni è, dunque, una delle poesie più note di Montale proprio perché costituisce un vero
e proprio manifesto della poetica dello scrittore. Il primo verso, con la sua richiesta di ascolto, è determinante
per segnare la distanza rispetto alla tradizione dannunziana, identificabile appunto nei “poeti laureati” e
nei loro pregiati “bossi ligustri o acanti” (v. 3), di cui si avverte ormai tutta l’artificiosa convenzionalità. Il
diverso atteggiamento montaliano è esplicito soprattutto nella scelta dei nuovi referenti, più quotidiani e
meno nobili, della propria poesia. Le “pozzanghere | mezzo seccate” (vv. 5-6), le “viuzze che seguono i
ciglioni” (v. 8), e gli “alberi dei limoni” (v. 10) definiscono allora l’importanza del paesaggio (ligure,
innanzitutto) nel primo Montale. La realtà circostante diviene, all’occhio del poeta, il simbolo concreto di una
dimensione esistenziale dominata da un senso di inautenticità e disarmonia (la “guerra” cui allude il v. 19);
ma a riscattare questa situazione negativa, in alcuni attimi di sospensione quasi magica, c’è “l’odore dei
limoni” (v. 21), che diventa preziosa chiave d’accesso ad un mondo ‘altro’, dove è possibile entrare grazie
ad un “anello che non tiene” (v. 27) della nostra realtà.
Si capisce quanto Montale si distacchi qui dalle pose del poeta-vate, che rivelava una verità superiore al devoto
pubblico degli ascoltatori: quelli qui presentati non possono che essere frammenti di una felicità sfuggente
e sempre in bilico, cui si arriva spezzando in maniera istintiva il velo della convenzione del mondo (e delle
parole: e non a caso Montale ammetterà che tra le sue fonti c’era lo Schopenauer de Il mondo come volontà
e rappresentazione). E tanto impagabili saranno questi attimi, che coloro i quali vi hanno attinto assumono
quasi i tratti di una “divinità” (v. 36), che però resta sempre laica e filosofica, senza prendere affatto fattezze
da superuomo o connotazioni religiose. Il “male di vivere” (che qui il poeta percepisce, e che teorizzerà
lucidamente anche in altri testi degli Ossi di seppia) è sempre in agguato: il paesaggio urbano della parte
conclusiva de I limoni sembra infatti svilire ogni “illusione” (v. 37) di trovare una verità delle cose umane;
eppure non viene meno un bagliore di speranza. Dal “malchiuso portone” (v. 43) che riconferma il ruolo
fondamentale degli oggetti nella poetica montaliana potrebbe infatti uscire, un giorno, il colore solare del
limoni, per offrire una nuova occasione di provvisoria felicità.
Se certo Montale, come affermato da lui stesso in una Intervista immaginaria del 1946, voleva “torcere il
collo” ai modelli letterari e “all’eloquenza della nostra vecchia lingua aulica”, tuttavia ne I limoni il piano
tecnico-retorico è tutt’altro che secondario: nei versi liberi si susseguono, spesso ben mimetizzati,
endecasillabi e settenari (questi ultimi a volte doppi), legati da rime al mezzo (vv. 1-3: “laureati | usati”; vv.
31-32: “indaga | dilaga”) e da un apparato metrico-fonico molto curato. Si susseguono infatti, ne I limoni,
suoni aspri e secchi (v. 6: “mezzo seccate”; v. 8: “le viuzze”; v. 11: “gazzarre”), endecasillabi ipometri o
ipermetri (e cioè, con una sillaba in meno o in più rispetto alla misura tradizionale), ed una calibrata scelta di
immagini visivo-coloristiche, come quelle che chiudono la poesia sfociando nelle “trombe d’oro della
solarità” (v. 49).
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MERIGGIARE PALLIDO ED ASSORTO


La poesia "Meriggiare pallido e assorto" è stata scritta da Eugenio Montale probabilmente nel 1916 e fa
parte della raccolta Ossi di seppia. È forse una delle più famose del poeta ed ha come protagonista il paesaggio
della Riviera ligure di levante, che si individua molto bene in questo testo e che Montale conosceva benissimo,
anche perché trascorreva le vacanze nella casa paterna di Monte Rosso, una delle Cinque terre. Da notare
anche la fortissima capacità di oggettivazione poetica che comunica con il lettore attraverso il consueto mezzo
del correlativo oggettivo.

Meriggiare pallido e assorto


presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia


spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora si intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare


lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.
E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

PARAFRASI DISCORSIVA
Stare in ozio nelle ore calde attorno al mezzogiorno sotto un sole chiaro, raccolto in meditazione vicino un
muro d'orto riscaldato dal sole, ed ascoltare tra i cespugli spinosi e gli arbusti secchi, i versi dei merli e il
rumore delle bisce che strisciano.
Nelle crepe del suolo o sullo stelo delle erbe spiare le file di rosse formiche che ora si spezzano e ora si
incrociano sulla sommità di minuscoli mucchietti di terra.
Osservare, fra le fronde degli alberi o dei cespugli, il tremolio lontano delle onde che luccicano come scaglie
di metallo, mentre dalle cime rocciose prive di vegetazione si levano i canti vibranti delle cicale.
E muovendosi nel sole che abbaglia, capire con triste meraviglia il significato della vita e la sua pena, mentre
si cammina lungo un muro insormontabile che ha in cima pezzi aguzzi di bottiglia.

SPIEGAZIONE LESSICALE
1. Meriggiare: riposarsi all’ombra nelle ore più calde del pomeriggio. "Meriggio" deriva da "Meridies" che
significa "mezzogiorno".
2. Pallido: lucente
3. Presso: vicino
4. Rovente: caldo
5. Pruni e sterpi: piante spinose ed erbacce (termine dantesco, canto XIII Inferno).
6. Schiocchi: i suoni secchi, prodotti dal canto dei merli.
7. Crepe: spaccature nella terra secca
8. Vèccia: pianta erbacea dai fiori rossi, usata come foraggio; i suoi semi servivano un tempo per la
panificazione.
9. Spiar: contemplare
10. S'intrecciano: si ammucchiano
11. A sommo di minuscole biche : propriamente i mucchi di covoni del grano o di altri cereali; qui indicano
come formare delle montagnole da cui entrano ed escono le formiche.
12. Scaglie di mare : onde che si accavallano.
13. Calvi picchi: colline brulle, prive di vegetazione.
14. Travaglio: fatica di vivere.
15. Seguitare: camminare lungo...
16. Cocci aguzzi: i cocci di vetro posti sul muro per impedire che possa essere scavalcato.

ANALISI DEL TESTO


METRICA: La poesia si compone di tre quartine e di una strofa di cinque versi di differente lunghezza, con
la prevalenza del novenario. Lo schema delle rime è a piacere; si trovano alcune rime baciate (della prima e
terza strofa), altre rime alternate (seconda strofa), una rima ipermetrica (v. 7).
Nelle prima tre strofe (parte descrittiva) sono fissate le diverse sensazioni che il poeta prova in un caldo
"meriggiare" di luglio, sensazioni che dipendono non solo dal paesaggio riarso e aspro della sua Liguria, ma
soprattutto dalla gran calura che snerva il corpo e dall'ora particolare del mezzogiorno. Nel magico silenzio di
quell'ora meridiana, in cui ogni battito di vita sembra fermarsi, il poeta avverte "schiocchi di merli, frusci di
serpi" mentre con gli occhi segue "le file rosse di formiche" e i palpiti lontano delle onde del mare. Sono
fremiti di vita nella immobile sonnolenza del mezzodì.
Nella quarta strofa (parte riflessiva) sono espresse le considerazioni del poeta sull'esistenza umana: vivere –
per Montale – è come camminare lungo una muraglia invalicabile, irta di cocci aguzzi di bottiglia, che
assurgono a simbolo delle difficoltà insormontabili della vita.
Meriggiare è una poesia in cui si possono riconoscere quasi tutte le caratteristiche della poetica di Montale.
Innanzitutto, rivela la sensibilità musicale del poeta: ogni parola è stata scelta perché entri in un rapporto
sonoro con le altre (rime, consonanze, giochi di suono, ...) o perché evochi un'atmosfera con il suo suono
onomatopeico. Poi questa poesia ci offre molti esempi di concentrazione di significati in poche parole, tipica
dello stile di Montale. Già il primo verso "Meriggiare pallido e assorto" è una metafora che riesce a descrivere
con tre parole sia un momento della giornata sia l'atteggiamento con cui il poeta vive quel momento. Infine,
da questi versi si può dedurre qual è il concetto di poesia secondo Montale. Per cui fare poesia significa cercare
la verità: non il ragionamento, ma le sensazioni e le immagini poetiche possono aiutare gli uomini ad intuire
il significato della vita; la sensibilità poetica dà talvolta delle vere e proprie rivelazioni, momenti in cui la
verità appare come un lampo.
L'uso dei verbi all'infinito, che reggono la struttura del componimento (meriggiare, ascoltare, spiar, osservare,
palpitare, sentire, seguitare) contribuisce a oggettivare le azioni descritte (non si fa riferimento all'autore ma
è un concetto universale) e a dare un senso di continuità.

FIGURE RETORICHE
Allitterazioni: della "r": (vv. 2-4; 6-7).
Allitterazioni: del gruppo "tr". (v. 11).
Onomatopee: "schiocchi" (v. 4); "fruscii" (v. 4); "scricchi" (v. 11).
Iperbato: "com’è tutta la vita e il suo travaglio / in questo seguitare una muraglia" (vv. 15-16).
Sinestesie: "palpitare / lontano di scaglie di mare" (vv. 9-10).
Analogia: "calvi picchi" (vv. 12: picchi paragonati a teste calve);
Enjambements: vv. 7-8; 9-10; 11-12.
Climax ascendente: "muraglia" (v. 14).
Climax discendente: "minuscole biche" (v. 8 ).
Ossimoro: "triste meraviglia" (v. 14)
Metafora: "muraglia che ha in cima cocci di bottiglia" (v. 16-17).

COMMENTO. In un'assolata giornata estiva il poeta cammina lungo il muro di un orto in un paesaggio aspro
e scabro della Liguria. In ogni particolare di questo paesaggio egli vede concretizzarsi il suo modo di sentire
l'esistenza come una realtà dolorosa, il male di vivere, condizione di disagio tipica dell'uomo contemporaneo
e di tutto l'uomo del ‘900. Questa sofferenza viene messa in evidenza attraverso l'oggettivazione del paesaggio
e quindi l'uso del correlativo oggettivo.

 Notiamo il "muro d'orto rovente" che rappresenta la chiusura rispetto a ciò che è conoscibile, dunque
un muro completamente opposto alla siepe di Leopardi che invece permetteva al poeta di Recanati di
costruire, di fingere al di là di essa la sua idea d’infinito.
 Anche gli elementi della vegetazione sono secchi "pruni, sterpi" e questo per indicare come la vita sia
irta di sofferenze, di spine, di impedimenti. Cioè simboleggiano un'esistenza priva di scopo.
 Il "mare", che normalmente ispira il sentimento dei poeti, viene rappresentato con delle scaglie proprio
per rendere, anche in questo caso, l'idea della sofferenza, della chiusura, della negatività dell'esistere.
 Il "sole non illumina ma abbaglia", quasi acceca, impedendo all'uomo di vedere, di scoprire e quindi
contribuisce a dare all'uomo una sensazione di disarmonia e di ansia e d'angoscia.
 L'immagine più importante è, come si è detto, nel verso finale in cui compaiono "i cocci aguzzi di
bottiglia sul muro" e cioè l'uomo, nella sua esistenza, non è in grado di andare oltre a ciò che vede, non
è capace di fare un'esperienza che lo possa sublimare, almeno in questa prima fase. Anche a provare a
superare l'angoscia del presente troviamo i cocci di bottiglia cioè le difficoltà che ci impediscono di
sognare, di andare oltre.
 Nel verso 6 le "formiche rosse che si rompono e si intrecciano" rappresentano, forse, uno spaccato di
un'umanità piccola, debole, soggetta ai colpi del destino; un certo richiamo potrebbe essere al popolo di
formiche descritto nelle canto leopardiano della "Ginestra".

IL TEMA CENTRALE. L’ora che incombe e quella muraglia gli suscitano pensieri d’angoscia riguardanti
la triste condizione dell’uomo irrimediabilmente chiuso nel cerchio della sua solitudine e della sua
incomunicabilità. È una concezione pessimistica della vita. Questa la nota emblematica del pessimismo
montaliano e questo "il tema centrale" della lirica.
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SPESSO IL MAL DI VIVERE HO INCONTRATO
La poesia "Spesso il male di vivere ho incontrato" è stata scritta da Eugenio Montale nel 1924 e fa parte della
raccolta Ossi di seppia.
Spesso il male di vivere ho incontrato
era il rivo strozzato che gorgoglia
era l'incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio


che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

PARAFRASI AFFIANCATA
Ho spesso incontrato il malessere:
era torrente che incontra un ostacolo nel fluire,
l'accartocciarsi di una foglia,
rinsecchita dal calore, un cavallo caduto per la fatica.
Non ho conosciuto altro bene all'infuori della condizione miracolosa
che dà origine allo stato di superiore indifferenza:
era una statua nella sonnolenza
del mezzogiorno, una nuvola e un falco che vola alto.

PARAFRASI DISCORSIVA. Durante la mia vita ho avuto molte volte l'occasione di conoscere il male: si
è manifestato nel ruscello che gorgoglia come un lamento, nella foglia secca, nel cavallo caduto a terra. Non
ho conosciuto altro bene al di fuori di quello della realtà negata: e questa indifferenza l'ho conosciuta nella
statua di pietra, nella nuvola e nel falco che vola verso l'alto.

SPIEGAZIONE LESSICALE
1. Il male di vivere : il dolore, la sofferenza del vivere, che tendono a coincidere con la vita stessa.
2. Rivo: ruscello, rigagnolo. Il poeta lo osserva come un elemento vivo: con il suo gorgoglio pare
lamentarsi per la strozzatura che ne impedisce il libero flusso.
3. Strozzato: in quanto l'acqua passa attraverso una strettoia.
4. Incattorciarsi: è più comune la forma accattocciarsi, ma in questo modo il verbo dà l'idea del lento
inaridirsi e morire della foglia.
5. Riarsa: prosciugata nella linfa, a causa del sole troppo forte. L'enjambement, separando l'aggettivo dal
sostantivo foglia cui si riferisce, conferisce risalto all'immagine.
6. Bene...indifferenza: non ho conosciuto (non seppi) alcun bene, a eccezione di (fuori) quello concesso
(e che per la sua rarità e la sua forza appare un prodigio) dall'estraneità, dal distacco dai problemi e
dalle passioni altrui. Si tratta di un privilegio di cui godono solo gli dei; perciò l'indifferenza è segnata
dalla maiuscola ed è definita come divina.

ANALISI DEL TESTO


METRICA: sono due quartine di endecasillabi tranne l'ultimo (un settenario doppio), a rime incrociate
(ABBA), ma l'ultimo verso rima con il primo della I quartina ed è ipermetro.
TEMI: l'universalità del dolore, connaturato alla vita stessa - l'indifferenza come antidoto al male di vivere.
La lirica famosissima, è tra quelle che più esplicitamente esprimono il doloroso senso dell'esistere che
caratterizza un po' l'opera di Montale.
La prima quartina dichiara inizialmente il tema fondamentale: il male di vivere (v.1). Esso viene espresso
con tre immagini:
1. il ruscello impedito nel suo libero scorrere;
2. la foglia che inaridisce per la calura e si accartoccia su di sé;
3. il cavallo caduto (stramazzato dice il poeta).
Anche la seconda quartina comincia (vv. 5-6) con un'affermazione: quel poco di bene (precario bene) che è
concesso agli uomini coincide con la divina Indifferenza. Altre tre immagini vengono a illustrare tale
affermazione:
1. la statua;
2. la nuvola;
3. il falco che volteggia in cielo.

FIGURE RETORICHE
Allitterazione, suoni aspri e duri = "era il rivo strozzato che gorgòglia" (v. 2), "era l'incartocciarsi della
foglia/riarsa" (vv. 3-4), "era il cavallo stramazzato" (v. 4), "e il falco alto levato" (v. 8).
Enjambement: vv. 3-4; 5-6; 7-8.
Anafora: "era" (vv. 2-3-4-6-7)
Climax ascendente = "stramazzato" (v. 4).
Antitesi = "stramazzato" (v. 4) che indica un movimento dall'alto verso il basso e "levato" (v. 8) che indica
un momento dal basso verso l'alto.
"era il rivo strozzato che gorgoglia" = correlativo oggettivo e simboleggia il suo stato d'animo..
"era l'incartocciarsi della foglia riarsa, era il cavallo stramazzato"= correlativo oggettivo come una
metafora del male.
"era la statua nella sonnolenza del meriggio, e la nuvola , e il falco alto levato " = correlativo oggettivo
come metafora del bene.

COMMENTO
Montale ha visione profondamente negativa dell'esistenza. Il male di vivere interessa ogni essere vivente, non
solo l'uomo. Nella lirica ne sono testimonianza il ruscello strozzato, la foglia accartocciata, il cavallo
stramazzato, tre immagini che rappresentano una vita che si spegne bruscamente soffocata. L'unico rimedio
possibile all'uomo è quello dell'indifferenza.
Montale e il male di vivere . Eugenio Montale interpreta le inquietudini, il malessere e l'impotenza dell'uomo
di cultura che vede sgretolarsi i propri punti di riferimento e avverte l'impotenza della cultura e della ragione
di fronte alle devastazioni di due guerre mondiali e alla nascita di regimi illiberali e totalitari in Europa.
Registra con un linguaggio arido, scabro ed essenziale, l'impossibilità dell'uomo di comunicare e la sua
disarmonia col mondo. Il poeta non ha verità o certezze da rivelare; di fronte all'impossibilità di ogni
consolazione non resta che l'accettazione dignitosa della propria condizione di angoscia e di sconfitta.
Nella vita, dice il poeta, domina il dolore. Intorno all'uomo è sofferenza: sofferenza nelle cose, negli animali,
nelle persone. È il male di vivere, una concezione pessimistica dell'esistenza che avvicina Montale a
Leopardi. L'unico rimedio al male di vivere è l'indifferenza, che è divina perché ci consente di restare
sereni e impassibili come gli dei del mondo antico (imperturbabilità, atarassia).
Al male di vivere, a questa ferrea necessità dell'esistenza, il poeta contrappone la sua scelta morale,
l'impassibilità, l'isolamento (lathe biosas). Sono questi il suo bene di vivere, la sua filosofia della vita.
Nella formula montaliana del male del vivere si è riconosciuta l'intera cultura tra le due Guerre.
Questo male di vivere è:
 il disagio contemporaneo di fronte a un mondo di odio e d'incomprensione;
 l'angoscia per la caduta dei valori e degli ideali che avevano reso più accettabile l'esistenza alle
generazioni precedenti;
 il sentimento doloroso di chi non sa più conferire significato e scopo ai propri giorni
Il poeta rappresenta tutto ciò con la forza di alcuni eloquenti oggetti poetici. Si tratta di oggetti emblematici,
che si caricano di un valore generale di simbolo: spesso, in montale, cose concrete diventano segno di concetti
astratti. Si comincia individuando gli emblemi del male: il ruscello strozzato, la foglia incartocciata sul terreno,
il cavallo caduto. Il bene per contro, non c'è, o meglio, consiste nell'assenza del male.
Da qui l'invito del poeta a fuggire: bisogna fuggire in ciò che egli chiama indifferenza. Essa è l'unica realtà
divina, perché ci porta fuori dall'esistente, fuori come sono già altri oggetti emblematici:
 la statua: inattaccabile dai sentimenti e dalla sofferenza
 la nuvola e il falco staccati dal mondo e preservati così da ogni bruttura
In ciò risiede il precario messaggio che il poeta può offrirci in positivo: bisogna contemplare ogni cosa
dall'alto, secondo il tipico volo del falco, e da fermi, come una statua. Questo è l'unico bene concesso agli
uomini.