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SE VUOI LA PACE ACCOGLI LA VITA

I. Pace e pacifismo

1. La pace di Cristo

Papa Giovanni Paolo II afferma che l’uomo da se stesso non si può dare la vera pace in
quanto: “La pace… si identifica come “novità” immessa nella storia dalla Pasqua di Cristo. Essa
nasce da un profondo rinnovamento del cuore dell’uomo. Non è dunque il risultato di sforzi umani
né può essere raggiunta soltanto grazie ad accordi fra persone e istituzioni” (23 aprile 2003).

Per cui la pace si radica, prima ancora che nelle strutture della società, nel cuore dell’uomo:
se esso cambia, cambia la società anche esteriormente, perché chi corrisponde al dono divino della
pace lo manifesta anche attraverso gesti concreti.
Nello stesso tempo però, chi opera per conferire alla società un ordine capace di attenuare e
annullare le conflittualità, favorisce lo stabilirsi della pace di Cristo nei cuori, così come un
agricoltore che lavora la terra favorisce che il seme possa bene attecchire e portare buon frutto.

Scrive ancora Papa Giovanni Paolo II: “La giustizia cammina con la pace e sta con essa in
relazione costante e dinamica. Giustizia e pace mirano al bene di ciascuno e di tutti, per questo
esigono ordine e verità. Quando una è minacciata, entrambe vacillano; quando si offende la
giustizia, si mette a repentaglio anche la pace” (Messaggio per la celebrazione della Giornata
Mondiale della Pace, 1° Gennaio 1998, n. 1).
La pace e la giustizia, perciò, richiedono ordine e verità: l’ordine che si riflette anche sulle
strutture umane e la verità che, in ultima analisi, è Dio stesso. Perciò la giustizia a cui fa riferimento
il Papa è quella che origina dall’amore, anche per i nemici, e che arriva fino al perdono. Infatti: “
Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono” (Messaggio per la celebrazione
della Giornata Mondiale della Pace, 1° Gennaio 2002, n. 15).
Sebbene “Per il cristiano…proclamare la pace è annunziare Cristo” (Giovanni Paolo II,
Messaggio per la giornata della pace, 1 gennaio 2000), tutti, non solo i cristiani, possono costruire
la pace, perché: “Con l'incarnazione il Figlio Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo” (Gaudium
et spes, 22). Ciò che è umano, infatti, non può più essere separato dal divino.
Di fatto, quando l’uomo opera secondo la legge naturale e con sincerità di cuore, si fa sentire
in qualche modo l’influsso della grazia che, dice ancora il Concilio Vaticano II, travalica i confini
visibili della Chiesa.
Dice in proposito Giovanni Paolo II: “Vincere il male con le armi dell’amore diviene un
modo con cui ciascuno può contribuire alla pace di tutti. E’ questa la via sulla quale sono chiamati
a camminare cristiani e credenti di religioni diverse, insieme con quanti si riconoscono nella legge
morale universale” (Omelia del 1 gennaio 2005).
Di fatto, un’autentica pace umana si apre “spontaneamente” alla pace cristiana, perché solo
in Cristo il cuore umano trova in pienezza e al di là di ogni aspettativa, quella pace a cui anela.
I Pontefici recenti, affermando che le religioni devono perseguire la pace e la fratellanza fra i
popoli e che non si può uccidere in nome di Dio, offrono anche ai non cristiani una chiave di lettura
affinché, ciò che nell’uomo rappresenta una genuina tensione verso il bene e la verità, possa
crescere fino a realizzarsi confluendo nella “verità tutta intera” (Gv 16,13).

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  Essi, di fatto, anche annunciando i valori umani e in modo particolare il valore della vita
umana, sacra fin dal concepimento, in qualche modo evangelizzano perché, come scrive Giovanni
Paolo II nell’enciclica Evangelium vitae, il valore della vita è inscindibile dall’annuncio del
Vangelo.

Infatti, se alla fede si arriva solo attraverso la grazia, a Dio si può arrivare anche solo con la
ragione (retta). E di fatto la ragione, così come tutto il creato, si basa e si spiega con Dio. Così come
quei valori che sono alla sua portata: i valori umani. I quali non sono valori confessionali, ma
“laici”. La fede, solo, li innalza fino alla sfera divina.

Di conseguenza, una pace che fa a meno di Dio, fa anche a meno della ragione e, perciò,
dell’uomo, e non può definirsi pace. Anzi, come spesso accade, tale “pace” produce morte.

2. La giustizia di Cristo

Gesù, riferendosi al Giudizio Universale che avverrà alla fine dei tempi, afferma che in
Paradiso andranno coloro che hanno compiuto delle concrete opere di misericordia, come il dar da
mangiare agli affamati e il dar da bere agli assetati (cfr. Mt 25, 31-46).
Eppure, in un’altra occasione, Gesù ha detto che l’elemosina, se fatta solo per una personale
gratificazione, non è gradita a Dio (cfr. Mt 6,2-4) e San Paolo insegna che, se anche qualcuno
distribuisse tutti i suoi averi ai poveri, ma senza carità, è come non avesse fatto nulla (cfr. 1Cor
13,3). Di conseguenza, come per ottenere la salvezza eterna non basta la sola fede, così non bastano
le sole opere, ma occorrono le opere che sono conseguenza della fede: le opere di carità. Opere non
più solo umane, ma divinizzate.

Non è l’atto esteriore di un’opera, pure necessaria, che dà merito davanti a Dio, ma l’amore:
solo l’amore fa sì che un’opera sia di misericordia (la misericordia, infatti, scaturisce dall’amore).
Tanto che Gesù rimprovera i farisei, che pure facevano abbondanti elemosine, perché, con
l’elemosina, non donavano anche loro stessi: “Voi farisei purificate l'esterno della coppa e del
piatto, ma il vostro interno è pieno di rapina e di iniquità. Stolti! Colui che ha fatto l'esterno non ha
forse fatto anche l'interno? Piuttosto date in elemosina quel che c'è dentro, ed ecco, tutto per voi
sarà mondo” (Lc 11,39-41). Quel che c’è dentro è il cuore, cioè se stessi.

Le opere buone, per poter essere da Dio considerate conformi a quelle elencate da Gesù nel
Giudizio Universale, devono essere espressione della misericordia stessa di Dio, che si manifesta in
pienezza nell’opera della Redenzione.
Esse, perciò, possono essere compiute solo da chi è in stato di grazia, da chi, cioè, è in
comunione con Gesù, l’unico che può trasformare un’opera umana in divina.
La carità, infatti, è l’amore di Dio, quell’amore che “scorre” tra le Persone della SS. Trinità.

Ha detto Gesù: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho
amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13, 34).
La novità di tale comandamento non consiste tanto in una nuova forma di manifestare
l’amore (anche se l’Eucaristia e perciò ogni forma di evangelizzazione, rappresenta come una
novità anche sotto questo aspetto), ma in un nuovo tipo di amore: quello divino.

Gesù, mostrando la pienezza dell’amore, ha portato anche la pienezza della grazia, che dà
all’uomo la capacità di amare come Dio ama, cioè con lo stesso suo amore.

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Anche se la carità, nell’uomo, può esprimersi attraverso i modi abituali in cui si manifesta
l’amore umano, quali i gesti di affetto, di solidarietà, di amicizia, la sua novità consiste soprattutto
nell’essere un amore di “genere” soprannaturale.

E’ attraverso la carità che l’opera umana diventa di Cristo ed è così in grado di manifestare
la Salvezza, come è attraverso la carità che l’operare a favore dei poveri può diventare espressione
di un vero e proprio atto di culto, cioè dell’offerta, in Cristo, di se stessi a Dio.

Come l’opera umana, in se stessa, non produce salvezza, ma deve essere “riempita” di carità,
così la carità non sussiste se non si manifesta anche attraverso le opere buone.
L’opera buona è come un recipiente vuoto e la carità è come il vino: come un recipiente
vuoto non serve a nulla, così non si può dire di possedere del vino se questo non può essere
contenuto in un recipiente.

3. Ama il possono tuo

Come la Salvezza va annunciata a cominciare da Gerusalemme (cfr Lc 24,48) fino ad


arrivare “agli estremi confini della terra” (At 1,8), così occorre concretizzare l’amore a cominciare
dal proprio prossimo, cioè da chi è vicino e comunque “a portata di mano”.

La proprietà dell’amore a realizzarsi attraverso gesti concreti particolari rivolti ai vicini,


infatti, non contraddice la sua tensione universale ma l’afferma, soprattutto perché la carità ha la
mistica capacità di estendersi spiritualmente là fino dove si estende lo Spirito di Dio.

Le opere, per essere davvero classificate come opere di misericordia, devono essere animate
dall’amore e, perciò, essere frutto del dono di se stessi.
Infatti, sebbene le leggi divine orientano il cuore verso il bene, è la partecipazione del cuore
alla volontà di Dio che rende un’azione meritoria. Di conseguenza, il brano del Giudizio Universale
va letto alla luce di tutto il messaggio evangelico: il dar da mangiare agli affamati, perciò, non va
separato dagli altri comandamenti.

Come è vero che per amare Dio occorre amare il prossimo anche attraverso dei gesti
concreti, è anche vero che per amare veramente il prossimo, occorre amare Dio; e come è vero che
chi non fa nulla per il proprio prossimo, anche se recita molte preghiere, non ama veramente Dio, è
anche vero che chi rifiuta Dio e i suoi comandamenti, anche fosse attivo nel volontariato, non ama
veramente gli altri.
Di fatto non si può sfamare un povero con una mano e uccidere con l’altra mano un bambino
che deve ancora nascere cooperando con un aborto, senza cadere in una grave forma di
contraddizione. Infatti: “il rifiuto della vita dell’uomo, nelle sue diverse forme, è realmente rifiuto
di Cristo” (Giovanni Paolo II, Evangelium vitae, 104).
Per cui, secondo lo spirito del Giudizio universale, chi uccide un bambino ancora allo stato
fetale, uccide Cristo stesso.

Occorre amare “coi fatti”, ma anche “nella verità” (1Gv 3,18), tenendo presente che, come è
vero che: “Tutto è puro per i puri” (Tt 1,15), è anche vero che chi trasgredisce la legge di Dio
“anche in un punto solo, diventa colpevole di tutto” (Gc 2,10).
Scrive l’evangelista Matteo: “…se… il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella
luce;  ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso” (Mt 6,22-23). Sostituendo la
parola cuore ad occhio, il brano potrebbe essere così riletto: “…se il tuo cuore è buono, tutto il tuo

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corpo (tutta la tua persona) sarà nel bene; ma se il tuo cuore è malato, tutto il tuo corpo (tutta la tua
persona) sarà nel male (anche se fai cose delle cose in per se stesse buone”.

4. I “piccoli” del Vangelo

Il fatto che i piccoli a cui Gesù fa riferimento nel brano evangelico del Giudizio Universale
siano coloro che si trovano in stato di necessità fisica, non esclude tutti quelli che si trovano in stato
di necessità morale, così come le opere di misericordia corporale non escludono quelle che la
Chiesa chiama opere di misericordia spirituali ma, anzi, le presuppongono. La più grande opera
della misericordia divina, infatti, è la Salvezza, per la quale il Figlio si è fatto uomo, è morto ed è
risorto. Tutto è compreso in essa.

Tra i piccoli da beneficare attraverso le opere di misericordia Gesù inserisce anche i


carcerati, senza specificare se siano innocenti o colpevoli, buoni o cattivi. Essi vanno amati come
tutti gli uomini e perciò vanno aiutati sia materialmente, nella loro sofferenza, sia spiritualmente:
l’aiuto materiale non solo non esclude quello spirituale, ma lo rafforza.

Santa Faustina Kowalska scrive di 3 gradi di misericordia: “Primo: l’opera di misericordia


di qualunque genere essa sia. Secondo: la parola di misericordia; se non potrò con l’azione, lo
farò con la parola. Il terzo grado è la preghiera. Se non potrò dimostrare la mia misericordia né
con l’azione, né con la parola, posso sempre farlo con la preghiera. La preghiera l’estenderò
anche là, dove non posso giungere fisicamente” (Diario, Libreria Editrice Vaticana, 1992, pag. 89).

L’amore di Gesù nei confronti di chi si trova in stato di necessità spirituale e morale è
evidenziato, nei Vangeli, dalla sollecitudine che egli dimostra verso i pubblicani.
Questi non erano poveri e, anzi, spesso si erano arricchiti sfruttando e taglieggiando proprio
i poveri. Ma la loro situazione commuove Gesù.
Non che egli approvi la loro condotta solo che, invece di condannarli al modo che usano
fare gli uomini, desidera salvarli, sia nella loro dimensione umana e sociale che, soprattutto, nella
loro dimensione spirituale.

Tutti gli uomini sono bisognosi dell’amore di Dio e della sua salvezza, purché non la
rifiutino: diceva don Milani che basta essere uomo per essere un pover’uomo. E tutte le azioni che
vengono incontro alle necessità umane possono costituire delle vere opere di misericordia: le opere
elencate da Gesù nel brano del Giudizio Universale è come ricapitolassero tutti i gesti di amore.

Forse uno dei motivi per cui Gesù, nel descrivere il Giudizio Universale, si sofferma proprio
sulle 7 specifiche opere di misericordia corporale, può essere dovuto al fatto che certe sofferenze e
certe povertà sono tanto evidenti da interpellare, quando ci si imbatte in esse, tutti immediatamente
ed urgentemente. Inoltre, poiché l’impegno non reclamizzato a favore dei poveri (come dice Gesù,
senza “suonare la tromba” per farsi ammirare) non dà retribuzioni materiali, chi aiuta coloro da cui
non può ricevere nulla, lo fa per compassione.

5. Beati voi poveri (Lc 6,20)

“Beati i poveri in spirito” (Mt 5,3) scrive l’evangelista Matteo mentre, nel brano parallelo
del Vangelo di Luca, è riportato: “Beati voi, poveri” (Lc 6,20). La povertà secondo Matteo, perciò,
va integrata con quella secondo Luca.

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Come i poveri materiali sono chiamati ad essere anche poveri in spirito, così la povertà spirituale
richiede una vita sobria e di spoliazione attuata anche attraverso scelte di vita concrete.
Solo attraverso scelte coraggiose e opportune i ricchi di beni possono usufruire delle
benedizioni e dei privilegi che la povertà comporta. Lo dimostra la storia della Chiesa che abbonda
di ricchi i quali, attraverso la rinuncia e l’amore, sono divenuti fulgidi esempi di povertà evangelica:
tutto appartiene a Dio e chi possiede dei beni, in realtà, ne è solo l’amministratore.
Tutti i beni vanno condivisi, sia la povertà che l’abbondanza: del resto, se ciò che davvero
conta è il distacco del cuore dalle ricchezze, allora i ricchi che sono spiritualmente distaccati dai
loro averi non avranno difficoltà a distaccarsene, in qualche modo, anche materialmente.

Gesù, pur proclamando le Beatitudini per tutti gli uomini, si rivolge in modo diretto a
persone concrete: a chi lo aveva seguito. Queste erano per lo più persone modeste, ma non solo.
Tutte, comunque, erano bisognose di verità e di assoluto, altrimenti non si sarebbero trovati
lì, con lui: i poveri delle Beatitudini cercano, prima di tutto, non beni materiali, ma giustizia, verità,
salvezza.
Gesù, inoltre, ai poveri di spirito accomuna gli afflitti, i miti, gli affamati di giustizia, i
misericordiosi, i puri, i pacifici, i perseguitati a causa della giustizia e, soprattutto, i perseguitati a
causa sua (cfr Mt 5,1-12): così come la pace di Cristo supera, senza contraddirla, la sola pace delle
armi, la povertà evangelica supera, senza contraddirla, la sola penuria di beni materiali.
Tra la povertà materiale e la fame di giustizia (che è una categoria spirituale), esiste un forte
legame: la mancanza di cibo, infatti, richiede di avere un senso e coinvolge l’anima affamata di
verità.
Anima e corpo sono inscindibilmente uniti: “Chi ha sofferto nel suo corpo”, scrive
l’Apostolo Pietro, “ha rotto definitivamente col peccato” (1Pt 4,1).
Gesù, guarendo i malati, intendeva donare anche la salute dell’anima; operando miracoli,
intendeva anche suscitare la fede; rispondendo a bisogni e richieste materiali, intendeva rispondere
anche a bisogni e richieste spirituali, anche se inespresse. Beneficando l’uomo in alcuni suoi
bisogni, egli intendeva beneficarlo in tutta la sua persona.
L’affamato di assoluto cerca la verità più delle comodità, il pane del Cielo più di quello della
terra, il nutrimento della Parola divina più del cibo, tanto che non teme l’eventualità di subire i
morsi della fame pur di seguire Gesù, come dimostrano i racconti evangelici della moltiplicazione
dei pani e dei pesci (cfr. Mc 8,1-10). Nel bisogno fisico si cerca e si spera, e chi davvero cerca e
spera un senso assoluto, cerca Dio e spera in Dio.
Se i problemi materiali, rispetto a quelli spirituali, sono secondari, sono comunque
intimamente uniti ad essi, così come il corpo è unito all’anima. Perciò sono importanti.
Di fatto, sebbene la perdita della vita materiale sia irrilevante di fronte ai destini eterni
dell’anima (e di tutto l’uomo), l’omicidio, che riguarda il corpo dell’uomo, è un peccato gravissimo.

Nell’uomo corpo e anima, materia e spirito, sono un tutt’uno. Per questo Papa Benedetto
XVI, il 4 giugno 2011, in visita in Croazia, ha detto che lo Stato deve aiutare le famiglie affinché la
crisi economica non diventi anche spirituale: l’uomo, essere limitato in se stesso e, ancora di più, a
causa del peccato, può essere in certo modo spiritualmente condizionato dai suoi bisogni materiali.
I poveri di cui parla Gesù, cioè quelli che sono beati, coincidono con i misericordiosi del
Giudizio Universale.

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6. Gesù povero fra i poveri

Gesù è il povero per eccellenza, così come è l’afflitto per eccellenza, il mite per
eccellenza… I poveri di spirito rappresentano Cristo nella sua povertà, così come gli afflitti lo
rappresentano nella sua afflizione, i miti nella sua mitezza… Gesù, nelle Beatitudini, ha descritto se
stesso.
La Chiesa manifesta per i poveri un amore preferenziale non perché faccia preferenze di
persone, in quanto Gesù ha insegnato ad amare tutti, buoni e cattivi, amici e nemici, e non solo
perché i poveri hanno effettivamente un urgente bisogno di aiuto e di calore umano ma, più ancora,
perché Cristo si è identificato con essi: “Pur essendo ricco di tutte le cose, volle, egli e la sua
beatissima madre, eleggere la povertà”, scrive San Francesco di Assisi nella Lettera a tutti i fedeli
(n. 2; Edizioni Porziuncola, 1975, pag. 125).

Tutti siamo bisognosi della misericordia di Dio, giusti e peccatori, buoni e cattivi, ma è la
povertà in spirito che ce la fa accettare.

La povertà di cui Gesù ha fatto esperienza dall’Incarnazione fino alla morte, che consiste
soprattutto in una totale rinuncia a sé per amore del Padre e degli uomini, si è concretamente
esplicata attraverso una vita di sacrificio, di preghiera, di lavoro prima e predicazione poi. Una vita
modesta, semplice, anche se non miseranda: con questo Dio ci insegna che la miseria che avvilisce
la dignità umana va combattuta, anche se Cristo la assume e vi supplisce, specialmente attraverso la
sua passione e morte.

7. Lazzaro e il ricco epulone

Occorre prestare attenzione non ai poveri ideali, ma a quelli reali, con tutte le loro difficoltà
e anche le loro asperità e i loro difetti, spesso dovuti proprio alla loro situazione di vita. Se è vero,
infatti, che vi sono poveri che fanno della loro vita e delle loro sofferenze una specialissima offerta
a Dio, è anche vero che molti non sempre manifestano visibilmente una speciale santità o
devozione, ma non per questo decade il loro status di povero.

Nella parabola evangelica del povero Lazzaro e del ricco epulone, in Lazzaro non viene
evidenziato nessun atteggiamento particolarmente ieratico: Gesù non fa nessun riferimento al suo
fervore religioso, ma lo colloca in compagnia dei cani del ricco, animali immondi per il pio ebreo, e
lo descrive come “bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco” (Lc 16,21). E la
ricompensa che egli riceve alla sua morte viene in qualche modo messa in relazione non tanto alle
opere di pietà e alle pie pratiche compiute, ma alle sofferenze da lui subite durante la vita (cfr. Lc
16, 25) che, evidentemente, ha sopportato con pazienza, anche se, forse, con qualche lamento.

Non che i poveri debbano per forza essere buoni: la scelta per la giustizia è libera, ma è
come se nei poveri materiali e nei piccoli Dio trovasse un “terreno” già lavorato su cui poter
facilmente seminare la grazia della povertà evangelica. Essi (così come gli altri piccoli, come i
malati), rispetto ai ricchi, sono avvantaggiati nel cammino verso la povertà di spirito sia, e

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soprattutto, per uno speciale dono di Dio, sia perché, vivendo la povertà materiale, a livello ascetico
e concreto hanno bisogno di “fare” meno dei ricchi.

Per i ricchi, spesso, è più facile fare i cristiani ma è più difficile esserlo, è più facile, cioè,
essere praticanti, ma è più difficile praticare la religione del cuore, la vera devozione, cioè l’offerta
di se stessi a Dio e ai fratelli. Il povero, infatti, è già stato umiliato davanti agli uomini e perciò è
innalzato davanti a Dio mentre il ricco, che molto spesso è innalzato dagli uomini, deve umiliarsi.
Coloro che si salvano, cioè i poveri in spirito delle Beatitudini e i misericordiosi del Giudizio
Universale, devono in qualche modo credere (cfr Mc 16,16), non giudicare (cfr Mt 7,1), amare
anche i nemici (cfr Mt 5,44) non essere idolatri, adulteri, effeminati, sodomiti, ladri, avari,
ubriaconi, maldicenti, rapaci (cfr 1Cor 6,9-10), fattucchieri, immorali, omicidi, idolatri, menzogneri
(cfr Ap 22,15): la giustizia che occorre per entrare nella vita eterna non è solo quella delle opere ma
è, innanzi tutto, conseguenza dell’amore.

8. Madre Teresa

Tutto questo lo aveva capito molto bene madre Teresa di Calcutta che, pur agendo
semplicemente e in modo umanissimo, manifestava a tutti l’amore di Dio e, perciò, la grazia.

Ella cercava di rendere più umano il mondo e, rendendolo più umano, lo rendeva anche più
cristiano, perché il principio della sua azione procedeva dalla umanità di Cristo, che è
indissolubilmente unita alla sua divinità.

Madre Teresa affermava che in ogni uomo, e specialmente in ogni povero, vedeva Cristo: la
sua azione, perciò, non originava dalla filantropia, cioè da un vago, se pur lodevole, senso di umana
pietà, ma dalla grazia.
Ciò, però, non le impediva di ammirare nella autentica bontà umana e in qualsiasi
umanissimo atto di solidarietà, compiuto anche da non credenti, l’influsso dell’azione divina, che
prepara il terreno alla pienezza del Vangelo e perciò alla pienezza dell’amore.

Nell’omelia della Celebrazione Liturgica in cui Madre Teresa di Calcutta veniva dalla
Chiesa proclamata beata, Papa Giovanni Paolo II, ricordando come Gesù si sia fatto servo di tutti
fino ad offrire la propria vita sulla Croce per il bene dell’uomo, ha affermato: “Da questa logica
(della Croce) si è lasciata guidare Madre Teresa di Calcutta…Soleva dire: -Se sentite che qualche
donna non vuole tenere il suo bambino e desidera abortire, cercate di convincerla a portarmi quel
bimbo. Io lo amerò, vedendo in lui il segno dell’amore di Dio-…Contemplazione e azione,
evangelizzazione e promozione umana: Madre Teresa proclama il Vangelo con la sua vita tutta
donata ai poveri, ma, al tempo stesso, avvolta dalla preghiera” (19 ottobre 2003).

La carità cristiana, perciò, va ben oltre il buonismo, il moralismo o il solidarismo, spesso


caricature della bontà, del senso morale e della solidarietà.
La Chiesa, pur apprezzando grandemente l’autentica bontà d’animo, la sincera
immedesimazione negli altri e il vero senso morale, proclama la solidarietà stessa che Dio ha
manifestato con la Redenzione e che si realizza attraverso la Croce di Cristo.

Scrive il beato Giovanni Paolo II: “Osserva sant’Agostino che solamente Dio, il Sommo
Bene, è in grado di vincere le miserie del mondo. La misericordia e l’amore verso il prossimo
devono pertanto sgorgare da un rapporto vivo con Dio e a lui fare costante riferimento…Non si

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illuda il cristiano di poter ricercare il vero bene dei fratelli, se non vive la carità di Cristo. Anche
laddove riuscisse a modificare importanti fattori sociali e politici negativi, ogni risultato resterebbe
effimero senza la carità. La stessa possibilità di dare se stessi agli altri è un dono e scaturisce dalla
grazia di Dio” (Messaggio per la Quaresima 2003, n. 3-4).

9. Pace e vita

Gesù ha detto: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a
voi” (Gv 14,27): la pace vera, cioè la pace di Gesù, non è da confondere con la pace che dà il
mondo.

Ma cosa si intende per “pace che dà il mondo”? E cosa per “pace di Cristo”?
Il mondo può dare molte esperienze di pace, ma sempre a modo umano, mentre Gesù è
venuto a portare la pace divina, cioè la pace soprannaturale.

La pace autenticamente umana, sebbene in se stessa non abbia la capacità di realizzare in


pienezza le aspettative dell’uomo, tuttavia prepara alla pace di Cristo: essa perciò non si oppone alla
pace portata da Gesù ma, anzi, le è ordinata.

L’uomo aspira alla pace ma spesso, non cercandola nella verità e non chiedendola a Dio, si
riduce ad inseguirne una caricatura, cioè una falsa pace, ottenendo risultati opposti alle aspettative.
Di fatto il concetto di pace che molti uomini hanno è pieno di errori, mentre la vera pace si fonda
sulla verità e la pace di Cristo, sulla verità da lui rivelata.

La pace, perciò, presuppone l’amore verso tutti, il perdono, il rispetto della vita umana dal
concepimento fino al suo termine naturale, il rispetto del matrimonio cristiano e della famiglia.
Scrive Papa Benedetto XVI: “…chi anche inconsapevolmente osteggia l'istituto familiare
rende fragile la pace nell'intera comunità, nazionale e internazionale, perché indebolisce quella
che, di fatto, è la principale “agenzia” di pace. È questo un punto meritevole di speciale
riflessione: tutto ciò che contribuisce a indebolire la famiglia fondata sul matrimonio di un uomo e
una donna, ciò che direttamente o indirettamente ne frena la disponibilità all'accoglienza
responsabile di una nuova vita, ciò che ne ostacola il diritto ad essere la prima responsabile
dell'educazione dei figli, costituisce un oggettivo impedimento sulla via della pace”.

Di fatto, poiché la pace di Gesù è un dono divino frutto della grazia, il vero operatore di pace
è, innanzi tutto, colui che si converte, colui cioè che, con l’aiuto della grazia, fugge il peccato e,
riconciliato con Dio e i fratelli, si dona a Cristo, l’unico in grado di cambiare in profondità il cuore
umano. Infatti, come è dal cuore che nasce il peccato e perciò la guerra (cfr. Mc 7,14-15), è nel
cuore che l’uomo può scegliere e vivere la pace.

Oggi più che mai l’uomo anela alla pace, ma oggi come mai il mondo attraversa un periodo
di confusione e di contraddizione. Perciò mai come oggi il Papa, come maestro e profeta, e la
Madre di Dio a Medjugorje, come Regina della pace, indicano la strada dell’unica pace degna dei
figli di Dio: la pace di Cristo.

10. Pace e bene

Il Signore affidò a san Francesco di Assisi la missione di “riparare” la sua casa, cioè la
Chiesa. Francesco non comprese subito la portata di quell’invito, così iniziò a riparare una chiesa,
allora diroccata, che si trova nei pressi di Assisi, dedicata ai santi Cosma e Damiano. Solo più tardi

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capì che Dio l’aveva destinato ad essere testimone e annunciatore nel mondo del Vangelo della
pace. Così egli, ovunque andasse, salutava con le parole che il Signore stesso gli rivelò: “Pace e
bene”.

In qualche modo precursore dell’ecumenismo e del dialogo tra religioni, fu missionario di


pace anche nelle terre dell’Islam, annunciando il Vangelo ai crociati e al sultano d’Egitto. I frutti di
tale missione si vedono ancora oggi: i francescani sono presenti in Terra Santa dove custodiscono i
luoghi della Redenzione.

Strettamente connessa al carisma di pace francescano è l’indulgenza plenaria del Perdono,


che Francesco ottenne come promessa dal Signore, poi ratificata dal Papa, per chi si fosse recato,
contrito dei propri peccati, presso la chiesetta della Porziuncola, nei pressi di Assisi, e che
successivamente il Papa concesse.

A tale proposito ha scritto Papa Giovanni Paolo II: “A quanti, in autentico atteggiamento di
penitenza e di riconciliazione, seguono le orme del Poverello di Assisi e accolgono l’indulgenza
della Porziuncola con le interiori disposizioni richieste, auguro di sperimentare la gioia
dell’incontro con Dio e la tenerezza del suo amore misericordioso. E’ questo lo “spirito di Assisi”,
spirito di riconciliazione, di preghiera, di rispetto reciproco.” (Messaggio in occasione della
riapertura della Porziuncola, 1 agosto 1999).

Come il perdono di Dio non è solo un dimenticare, ma anche un atto di amore


misericordioso, così deve essere il perdono dell’uomo e, soprattutto del cristiano, che deve
testimoniare la stessa misericordia divina.
Il perdono, perciò, non nasconde i peccati e i delitti ma, piuttosto, li scopre, ne fa memoria, e
li pacifica. Per sempre. Il perdono dà la possibilità di un nuovo e rinnovato inizio.

Mentre nei riguardi di Dio l’uomo può solo da ricevere il perdono, tra gli uomini, non di
rado, il perdono si dà e si riceve perché, anche quando il torto e la ragione sono chiari, a volte chi ha
ragione commette delle gratuite cattiverie ai danni del rivale.

Il perdono richiede la riconciliazione. E la riconciliazione richiede disponibilità a perdonare


e richiedere perdono.
Spesso non sempre si è d’accordo sugli eventi che hanno determinato il male e spesso tali
eventi sono complessi, specie quelli riguardanti vicende storiche come le guerre, dove non di rado,
anche chi è stato dalla parte giusta, o meno ingiusta, ha commesso atti odiosi.
La riconciliazione, in questi casi, deve basarsi sulla fiducia della buona fede degli “altri”,
che si deve presupporre. Essa, perciò, richiede di considerare gli ex avversari, anche qualora hanno
idee riguardanti i fatti contingenti un po’ diverse, come dei “propri”, in quanto il fine, che è il bene,
cioè cosa che conta, accomuna.

Il perdono, perciò, nulla ha a che fare col perdonismo, che spesso comporta indifferenza,
faciloneria, semplicismo, comodità, deresponsabilizzazione.

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II. La politica come forma di carità

1. Chiesa e politica

La Chiesa invita e incoraggia i cristiani laici ad interessarsi attivamente della vita politica e
sociale. Compito del laico credente, infatti, è portare Cristo dentro le strutture sociali e là dove
l’uomo si trova.

La laicità l’ha “inventata” Gesù stesso: con le parole “date a Cesare quello che è di Cesare
e a Dio quello che è di Dio” (Mc 12,13-17) egli ha dichiarato separati per sempre il potere religioso
e quello politico e comunque umano, ponendo, di fatto, le basi della democrazia.

Gesù, separando il sacro dal profano, il creato dal Creatore, non solo restituisce purezza alla
religione, rendendola più capace di glorificare ed esaltare Dio, che è al di sopra del creato, ma ha
purificato anche l’intelligenza dell’uomo, togliendo il mondo all’irrazionalità che favorisce un
approccio magico alla natura. Cosa che ha dato impulso alla nascita della scienza moderna, con
risultati straordinari.
Se Dio, nel suo intimo mistero, si può conoscere attraverso la Rivelazione, il mondo può
essere conosciuto attraverso leggi e modelli comprensibili alla ragione.

Come tutte le cose umane, anche il potere politico deve essere orientato a Dio, per cui è
innanzi tutto la Chiesa a dire quali sono i limiti del potere politico.
Se, infatti, il dare a Cesare quello che è di Cesare, legittima il potere dello Stato (quando
esso rispetta i diritti umani), il dare a Dio quello che è di Dio significa che tutti gli uomini, anche
chi ha potere politico, sono tenuti ad osservare i Comandamenti divini. Significa, perciò, che il
potere assoluto appartiene solo a Dio e che nessun potere politico può essere assoluto.

La Chiesa perciò, in se stessa non è da confondersi con nessun potere umano, tanto meno
con uno schieramento politico. Ma poiché i suoi aderenti, pur non essendo del mondo, sono nel
mondo, li esorta ad adoperarsi per il bene della società, soprattutto portando in essa Gesù Cristo.

2. Cristiani e politica

La politica deve unire e non dividere. Soprattutto i cristiani in politica devono dare
testimonianza di questo, sia facendo unità sui valori umani e cristiani, sia nell’amore.

I cristiani in politica non devono guardare tanto alle etichette: destra, sinistra, centro, ma
alla verità e alla non verità, al male e al bene, che, naturalmente, possiedono delle “gradazioni”.

Le categorie destra e sinistra (e, di conseguenza, centro), infatti, sono ideologiche e


risalgono alla Rivoluzione Francese, quando i rivoluzionari consideravano la tradizione (e perciò
anche la Chiesa) di destra e la rivoluzione di sinistra.

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Tale modo di schematizzare gli uomini e la società fu ripreso dai movimenti marxisti, per
cui tutto ciò che rappresenta il “vecchio” sistema, e la Chiesa su tutto, è di destra, mentre i
rivoluzionari (il Comunismo e il Socialismo marxista) rappresentano la sinistra.

Usando, invece, le categorie del Nazionalismo, la Chiesa, essendo universale, non è


considerata propria della nazione e, spesso, è addirittura considerata contro la nazione.

Ma le categorie della Chiesa, che comprendono anche quelle della ragione, contemplano
solo la verità: il resto è menzogna. Per i cristiani, infatti, tutto ciò che non è di Cristo, è contro
Cristo e tutto ciò che non è bene, è male. In tale ottica Nazismo e Comunismo stanno dalla stessa
parte. Come tutti i totalitarismi e i relativismi.

Purtroppo, nonostante il passare del tempo, ancora oggi lo schema destra, sinistra e centro
influenza ideologicamente molte persone, che più che alla verità badano alla fazione, al “colore”.

Una riprova sta nel fatto che la sinistra progressista italiana di oggi, molto più vicina al
“Berlusconismo” di quanto lo fossero stati in passato i democristiani e, forse, anche gli stessi
liberali degli anni ’60-’70, sebbene abbia rinunciato al marxismo, si sente “affettivamente” più
vicina ad un Gramsci o da un Togliatti, che non a un Berlusconi, anche se di fatto abbia concordato
con lui su molte sue scelte politiche che Gramsci e Togliatti avrebbero drasticamente avversato
(basti solo pensare ai rapporti con la NATO, organizzazione che la sinistra italiana di ieri
considerava come la massima espressione del “nemico”).

Lo schematismo ideologico, più che credere in idee considerate intramontabili, comporta


scegliere una fazione e cambiare idea a seconda della direzione che essa prende. L’ideologia, infatti,
non si basa tanto su degli ideali ma, piuttosto, si fonda sul relativismo.
Non a caso i laicisti progressisti europei di oggi, abbandonata la lotta armata che fino a
pochi anni fa professavano, sono diventati, quasi seguendo una tendenza della moda, dei pacifisti
(in molti di essi c’è sicuramente una sincera tensione verso la pace dovuta, però, soprattutto alla
testimonianza della Chiesa, anche se non sempre ciò viene riconosciuto).

Di conseguenza essi, non potendo certo attaccare la Chiesa riguardo alla pace, la attaccano
sui valori umani fondamentali, che vedono come un ostacolo al progresso: sacralità della vita
umana fin dal concepimento, sacralità della famiglia, sacralità della sessualità, ecc. In un certo
senso questa è la loro nuova, e non meno pericolosa, rivoluzione.
 
Riguardo ai valori fondamentali, la Chiesa è l’organismo più attaccato alla propria tradizione
che esiste al mondo, perché per essa la Tradizione coincide con la Rivelazione. Ma la Chiesa non è
tradizionalista perché la Rivelazione riguarda le verità eterne e non la cultura umana in cui si deve
“incarnare”, che è sempre in cammino.
Anzi, è tradizione della Chiesa che la Tradizione vada sempre più approfondita e trovi
sempre nuovi e più efficaci modi per rendersi presente all’uomo contemporaneo.

In Italia i valori della “tradizione” sono soprattutto quelle verità, anche umane, che al
cristianesimo devono molto, quali, come visto, la difesa della vita e della dignità dell’uomo dal
concepimento al suo termine naturale, la famiglia, ecc.
Solo nel rispetto di questi valori tradizionali (che nulla ha a che fare con il tradizionalismo),
può basarsi il vero progresso, che nulla ha a che fare col progressismo. Un progresso che coinvolge
l’uomo integralmente, anima e corpo.

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3. La Dottrina sociale della Chiesa

Uno dei cardini della dottrina sociale della Chiesa è il Principio di sussidiarietà, che
afferma: “Né lo Stato né alcuna società più grande devono sostituirsi all’iniziativa e alla
responsabilità delle persone e dei corpi intermedi. Una società di ordine superiore non deve
interferire nella vita interna di una società di ordine inferiore, privandola delle sue competenze, ma
deve piuttosto sostenerla in caso di necessità, aiutarla a coordinare la sua azione con quella delle
altre componenti sociali, in vista del bene comune” (Catechismo della Chiesa Cattolica n° 1883-
1885).

La Chiesa, perciò, si è sempre espressa favorevolmente riguardo ai sistemi economici che si


basano su una giusta, e perciò solidale, libertà di iniziativa e di mercato, mentre ha sempre
condannato come ingiusti i sistemi collettivisti che, al pari di quelli liberisti, si fondano sul
materialismo e sul relativismo, considerando l’economia, il lavoro e il mercato, beni primari in se
stessi.

Dice la Chiesa: “Occorre rilevare che nel mondo d’oggi, tra gli altri diritti, viene spesso
soffocato il diritto di iniziativa economica. Eppure si tratta di un diritto importante non solo per il
singolo individuo, ma anche per il bene comune. L'esperienza ci dimostra che la negazione di un
tale diritto, o la sua limitazione in nome di una pretesa “eguaglianza” di tutti nella società riduce,
o addirittura distrugge di fatto lo spirito d'iniziativa, cioè la soggettività creativa del cittadino. Di
conseguenza sorge, in questo modo, non tanto una vera eguaglianza, quanto un “livellamento in
basso”. Al posto dell'iniziativa creativa nasce la passività, la dipendenza e la sottomissione
all'apparato burocratico che, come unico organo “disponente” e “decisionale”-se non addirittura
“possessore”- della totalità dei beni e mezzi di produzione, mette tutti in una posizione di
dipendenza quasi assoluta, che è simile alla tradizionale dipendenza dell'operaio-proletario dal
capitalismo” (Papa Giovanni Paolo II, Sollecitudo rei socialis, n. 15).

Ma cosa significa “libertà” nel fare impresa e nel fare mercato?


Si è liberi solo se si vedono riconosciuti i propri diritti. Per cui una società libera, composta
da uomini liberi, deve garantire i diritti di tutti, soprattutto di quelli meno agiati e più deboli.
Di conseguenza, se un sistema di mercato che si auto definisce libero non è solidale, entra in
contraddizione con se stesso, in quanto non è veramente libero.
 
La libertà a cui si fa riferimento quando si parla di libero mercato, infatti, non è quella del
“sistema”, ma quella dell’uomo; non è quella di poter fare tutto quello che si vuole e si può, ma
quella di essere. E l’uomo è in relazione con gli altri, per cui la sua libertà si realizza solo in
relazione con quella degli altri: l’uomo è libero quando fa le cose che gli permettono di essere
libero, e perciò uomo.
 
Come in campo morale l’eterosessualità, che per la Chiesa rappresenta il “sistema” giusto di
vivere la sessualità, può essere vissuta con comportamenti errati (e l’esperienza ci dimostra quanto
disordine morale ci sia in campo affettivo anche tra gli eterosessuali), così l’attuazione pratica di un
sistema di libero mercato può essere segnata da comportamenti disordinati e da elementi non
rispettosi della vera libertà umana, e perciò non propri del sistema stesso.
Proprio come la sessualità, l’economia si può realizzare solo attraverso il dono e, perciò,
anche l’economia deve, in qualche modo, essere espressione di una qualche forma di gratuità.

Chi tiene conto solo di una parte della realtà (se stesso), non è nella verità in quanto non è
vero che esiste solo una parte, ma esiste il tutto. Chi tiene conto solo di se stesso, perciò, non

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realizza la propria libertà così come non la realizzerebbe chi scambiasse la propria casa per l’intero
mondo, in quanto rimarrebbe prigioniero in essa.

La Chiesa afferma che i beni della Terra hanno una destinazione universale. Se ne deduce
che per essere veramente libera, l’iniziativa dell’uomo deve avere, in qualche modo, una tensione
universale.  
Poiché nella Chiesa vige la comunione dei beni spirituali, il significato spirituale dei beni
terreni, in quanto orientati a Dio, è in un certo senso universale.
Di conseguenza, anche a livello concreto tali beni devono visibilmente favorire la
comunione e perciò, per quanto possibile, anche essere condivisi, direttamente o indirettamente.

La Chiesa ammette la proprietà privata proprio perché si possa concretamente usufruire dei
beni terreni. Perciò, se il modo in cui essa si realizza dovesse opporsi alla destinazione universale
dei beni, andrebbe realizzata in modo diverso.
La proprietà privata, perciò, è sottoposta a delle regole. Così come la libera iniziativa.

Afferma Papa Giovanni Paolo II: “Se con «capitalismo» si indica un sistema economico che
riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell'impresa, del mercato, della proprietà privata e della
conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore
dell'economia, la risposta è certamente positiva, anche se forse sarebbe più appropriato parlare di
«economia d'impresa», o di «economia di mercato», o semplicemente di «economia libera». Ma se
con «capitalismo» si intende un sistema in cui la libertà nel settore dell'economia non è inquadrata
in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale e la consideri
come una particolare dimensione di questa libertà, il cui centro è etico e religioso, allora la
risposta è decisamente negativa… Il crollo del sistema comunista in tanti Paesi elimina certo un
ostacolo nell'affrontare in modo adeguato e realistico questi problemi, ma non basta a risolverli.
C'è anzi il rischio che si diffonda un'ideologia radicale di tipo capitalistico” (Papa Giovanni Paolo
II, Centesimus annus, n. 42).
 
Schematicamente si potrebbe dire: per il collettivismo niente è di nessuno: tutto infatti è
dello Stato o del Partito e niente, perciò, può essere personale. Oppure, addolcendo il concetto: tutto
è di tutti, per cui nulla è veramente personale.
Il collettivismo, alienando le cose dalla persona, tende ad alienare la persona stessa,
negandogli anche i più semplici punti di riferimento che la contraddistinguono come persona, e
perciò come essere libero.
 
Per la Chiesa, invece, tutto è di Dio, che offre tutto a tutti ed ad ognuno. Ed ogni persona è
chiamata a collaborare con Dio che dona.
Per Dio, infatti, tutto è di ogni persona, cioè personale, perché è da lui donato: è, infatti, la
dignità personale, categoria spirituale e non materiale, che rende l’uomo capace di ricevere il dono
(che è Cristo stesso e, conseguentemente, ogni cosa insieme con lui) e, perciò, lo rende capace di
possedere, anche se subordinatamente a Dio e anche se, nella sua limitatezza, egli può
concretamente usufruire solo di qualcosa.
 
La grande differenza tra il collettivismo e alcune forme di vita comunitaria nella Chiesa, è
data dalla libertà. Chi, infatti, sceglie di mettere in comune con altri dei beni materiali, lo fa
liberamente, limitatamente a chi vuole.
Per il cristiano, infatti, un’insieme di individui non sono una massa, ma persone in relazione
tra loro. Così nella Chiesa i fedeli formano la comunità, una società essenzialmente soprannaturale
in cui essi sono in comunione attraverso la carità.

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Da ciò si deduce che nella Chiesa, anche nelle forme di comunità in cui vige la comunione
dei beni, lo spirito di iniziativa non deve essere mai represso. Può essere regolato ed educato, ma
mai mortificato. Nella Chiesa, infatti, la libera iniziativa deve poi manifestarsi in qualche forma di
servizio.
 
San Francesco di Assisi rinunciò a tutto non perché nulla era suo (usava infatti le cose che
gli servivano come fossero sue), ma per avere il Tutto, cioè Dio.
Siamo all’opposto del collettivismo, che è molto più vicino al liberalismo che ad una
concezione cristiana dell’economia.
 
4. Ordine sociale

La libertà di ognuno finisce dove inizia quella dell’altro. Anzi, in un certo senso si più dire,
più precisamente, che la libertà di ognuno comincia dove inizia quella dell’altro: l’uomo, infatti, si
realizza in relazione con gli altri e, perciò, la nostra libertà si realizza pienamente relazionandosi
con la libertà degli altri.
Col peccato originale questo equilibrio si è rotto, e il compito della società, anche attraverso
leggi ispirate alla legge naturale, consiste nell’orientare l’uomo verso l’armonia perduta.

Come la carità non può essere separata dalla verità, così la solidarietà non può essere
disgiunta dall’ordine sociale. Le conseguenze sociali del disordine, infatti, sono enormi, mentre se
c’è ordine c’è vera libertà, vera accoglienza, ecc.
Di fatto non c’è contraddizione tra ordine e libertà, tra accoglienza e regole, tra prevenzione
e controllo ma, piuttosto, c’è convergenza.

Uno Stato forte e giusto rappresenta una garanzia per tutti, a cominciare dai più deboli. In
tale stato i diritti delle persone si armonizzano e ordinano secondo il bene maggiore.
Ad esempio, il diritto di una persona di muoversi liberamente ovunque, va armonizzato col
diritto degli altri alla privacy, cosicché nessuno può introdursi senza permesso in una camera da
letto altrui per farsi un riposino, solo perché ne ha voglia.
I diritti primari vanno garantiti sempre, quelli secondari vanno “armonizzati”.

Molti, sentenziando sui disagi dei giovani, a volte a ragione, altre volte a torto, accusano le
famiglie di permissivismo. Ma se la famiglia non deve essere permissiva, perché, come certuni
vorrebbero, dovrebbe esserlo lo Stato nei riguardi di chi commette dei crimini?
Misericordia, mitezza e, anche, clemenza, infatti, nulla hanno a che fare con l’impunità e
l’espiazione.

Il buonismo danneggia tutta la società, anche coloro che pretende di beneficare, perché non
crede nel valore dell’espiazione o non ne ritiene capaci gli uomini, quasi condannandoli a non poter
cambiare. Di fatto, se il buon ladrone del Vangelo non fosse stato condannato, non avrebbe
conosciuto Gesù.
Scrive Benedetto XVI nel libro: Gesù di Nazaret : “Il mistero dell’espiazione non deve
essere sacrificato a nessun razionalismo saccente”.

Giustizia umana e divina, perdono ed espiazione, libertà e sicurezza, ecc., devono coesistere
nella società. Mettere in contrasto tali cose è schizofrenico, così come sarebbe schizofrenico mettere
in libertà un serial killer per pietismo, fidandosi, ma solo umanamente, in un suo spontaneo
cambiamento.

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5. Democrazia

Una democrazia perfettamente compiuta ancora non esiste. Come può, del resto, dirsi
pienamente democratico un Paese in cui è permesso l’aborto, in cui i bambini non nati non solo non
hanno il diritto di essere “rappresentati”, ma corrono anche il rischio di essere “legalmente” uccisi?
La democrazia non può che fondarsi sulla giustizia e la vera giustizia ha parametri universali.

La democrazia deve tutelare e promuovere le libertà naturali della persona. Essa, perciò,
viene messa in pericolo e viene attenuata, fino ad essere annullata, non solo laddove c’è un dittatore
o un tiranno, ma anche quando le leggi sono un’infinità per cui è difficile “muoversi”, la burocrazia
è oppressiva, la povertà viene accettata, non c’è garanzia di ordine sociale, la criminalità non viene
combattuta, sono in vigore leggi ingiuste e criminali come quella che permette l’aborto…
 
La democrazia, essendo a servizio dell’uomo e di ogni uomo, deve tenere presente tutte le
esigenze umane, anche, e soprattutto, quelle spirituali. Deve perciò tenere conto, in ultima analisi, di
Dio, valore religioso naturale dell’uomo e, perciò, valore laico. Anzi, essendo Dio il valore umano
più grande, potremmo dire che è il valore più laico (mentre la fede in Gesù Cristo, che di Dio è la
manifestazione, è un valore confessionale).
 
Fino ad oggi il cammino della democrazia, che è tutt’ora in corso, è stato faticoso.
Di fatto, nelle democrazie parlamentari, il concetto: un uomo un voto, è recente. In
Inghilterra si affermava solo nel 1928, mentre solo nel 1946 veniva concesso in Italia il voto alle
donne (per cui non si può dire che il Fascismo, pur restando una deleteria forma di totalitarismo,
abolì la democrazia parlamentare, visto che ancora, almeno nella forma moderna, essa non esisteva,
in quanto il parlamento era unicamente espressione del voto maschile).
Nella laicissima Francia, paladina delle idee più “moderne” e figlia della Rivoluzione,
invece, le donne poterono votare fin dal… 1944! E solo nel 1966 la Corte Suprema degli Stati Uniti
ha riconosciuto come incostituzionali le norme per cui, per esercitare i diritti politici, occorreva un
certo grado di alfabetizzazione e per votare occorreva pagare una specifica tassa.
Inoltre, fino a pochi decenni fa, molti stati a democrazia parlamentare praticavano il
colonialismo, che, certo, non si può dire democratico.
 
Se, di fatto, è molto difficile paragonare le democrazie di oggi con quelle di ieri, così come i
totalitarismi, a maggior ragione non si possono paragonare gli Stati, specie se con aspirazioni
democratiche, con le organizzazioni terroristiche, così come fanno certi pacifisti europei che
accomunano gli Stati Uniti ai terroristi.
Infatti, se è vero che a volte gli USA hanno combattuto guerre inutili e si sono comportati, in
certi episodi, in modo terroristico (come nei bombardamenti atomici sul Giappone), la differenza tra
gli USA e le organizzazioni terroristiche è a livello essenziale: gli USA come Stato, e come Stato
democratico, nonostante gli errori e i crimini commessi, rappresentano un’entità conforme alla
natura dell’uomo, che tende ad organizzarsi in società, mentre il terrorismo è contro natura.

Se uno stato asseconda il male, infatti, entra in contraddizione con la sua stessa essenza e,
spesso, anche con la sua Costituzione, ma in se stesso, come entità a servizio dell’uomo, ha il diritto
ad esistere. Le organizzazioni terroristiche, invece, tale diritto non lo hanno.
 
A tal proposito ai pacifisti europei, spesso visceralmente anti USA, non sarebbe male
ricordare che, se in posizione egemone nel mondo, al posto degli Stati Uniti, vi fossero nazioni non
occidentali quali la Corea del Nord e il Sudan, probabilmente la situazione mondiale sarebbe ancora
più critica dell’attuale.

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6. Politiche sociali

Giovanni Paolo II affermava che al centro delle politiche sociali di uno Stato ci deve essere
la famiglia, che i diritti umani fondamentali non possono essere separati l’uno dall’altro, che la base
di tali diritti è il diritto alla vita dal concepimento al suo termine naturale e che il loro cuore è il
diritto alla libertà religiosa.
Questi sono i cardini stessi della libertà e perciò lo devono essere di ogni legge e politica
degli stati, che hanno il loro motivo di esistere non per se stessi, che sarebbe mostruoso, ma a
servizio dell’uomo. Specialmente del più debole.
Di conseguenza, uno Stato a servizio dei cittadini deve attuare delle forti politiche sociali.

Oggi si parla molto di poveri, di democrazia, di solidarietà ma, spesso, si agisce in senso
diametralmente opposto, quasi contassero più le parole che i fatti, l’apparire che l’essere.
Spesso si ha la sensazione che i poveri e gli immigrati facciano comodo e siano sfruttati per
interessi vari, anche politici, e che perfino certe ong vivano, quasi a modo di parassita, sulla loro
pelle, come Giuda Iscariota.

Riporta il Vangelo di Giovanni: “Gesù… andò a Betania… Qui gli offrirono una cena…
Allora Maria, presa una libbra d'olio profumato, di nardo puro, di gran valore, unse i piedi di
Gesù e glieli asciugò con i suoi capelli; e la casa fu piena del profumo dell'olio. Ma Giuda
Iscariota… disse: -Perché non si è venduto quest'olio per trecento denari e non si sono dati ai
poveri?- Diceva così, non perché si curasse dei poveri, ma perché era ladro, e, tenendo la borsa,
ne portava via quello che vi si metteva dentro. Gesù dunque disse: -Lasciala stare; ella lo ha
conservato per il giorno della mia sepoltura. Poiché i poveri li avete sempre con voi; ma me, non
mi avete sempre-” (Gv 12,3-8).
Giuda parla a favore dei poveri, ma tradisce Dio. Al contrario di madre Tersa di Calcutta
che, partendo da Dio, ama i poveri e li serve, vedendovi in ognuno Gesù. Il servizio di Madre
Teresa dà ai poveri dignità, Giuda invece li sfrutta per il proprio tornaconto, che nel suo caso é
innanzi tutto economico.

Giovanni Battista, a chi andava a lui per farsi battezzare e gli chiedeva cosa dovesse fare,
rispondeva: “Chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha” (Lc 3,11).
Non diceva di dare tutte e due le tuniche, e neanche di dividere le tuniche in 10 pezzi ognuna
(non avrebbero potuto riparare nessuno), ma parlava con realismo e concretezza, doti che davvero
servono per applicare la giustizia sociale.
Egli diceva, in pratica, che, oltre allo stretto necessario, ciò che si ha in più è per gli altri.
Questo è il principio che deve animare le politiche sociali degli stati. Non è questione di
egualitarismo ma, come dice san Paolo, di fare uguaglianza, di dare, cioè, a tutti la possibilità di una
vita dignitosa.

Il giubileo ebraico, senza penalizzare la libera iniziativa e perciò le giuste ambizioni e le


giuste differenze, anche economiche, tra le persone, tendeva a questo. Esso, infatti, metteva delle
regole affinché non ci si potesse arricchire all’infinito ai danni degli altri e perché ai meno abbienti
non mancasse il necessario.
Dice la Bibbia: “Il cinquantesimo anno sarà per voi un giubileo; non seminerete e non
raccoglierete quello che i campi produrranno da sé, e non vendemmierete le vigne incolte. Poiché è
il giubileo; esso vi sarà sacro; mangerete quel che i campi hanno prodotto in precedenza. In questo
anno del giubileo ciascuno tornerà in possesso del suo. Se vendete qualcosa al vostro prossimo o
se comprate qualcosa da lui, nessuno inganni il suo prossimo. Quando comprerai del terreno dal

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tuo prossimo, stabilirai il prezzo in base agli anni passati dall'ultimo giubileo, ed egli venderà a te
in ragione degli anni in cui si potrà avere raccolto. Quanti più anni resteranno, tanto più
aumenterai il prezzo; e quanto minore sarà il tempo, tanto calerai il prezzo, poiché egli ti vende il
numero delle raccolte. Nessuno di voi danneggi il suo prossimo, ma temerai il tuo Dio; poiché io
sono il SIGNORE vostro Dio.
Voi metterete in pratica le mie leggi e osserverete le mie prescrizioni e le adempirete e starete al
sicuro nel paese. La terra produrrà i suoi frutti, ne mangerete a sazietà e in essa abiterete sicuri”
(Lv 25,11-19).

In una società, il benessere di una parte deve ricadere su tutti, anche perché senza società
non c’è benessere per nessuno. Alla ricchezza di uno, infatti, contribuiscono in tanti, almeno in
qualità di consumatori, quando non di sfruttati.

INDICE

I. Pace e pacifismo

1. La pace di Cristo
2. La giustizia di Cristo
3. Ama il prossimo tuo
4. I “piccoli” del Vangelo
5. Beati i poveri (Lc 6,20)
6. Gesù povero fra i poveri
7. Lazzaro e il ricco epulone
8. Madre Tersa
9. Pace e vita
10. Pace e bene

II. La politica come forma di carità

1. Chiesa e politica
2. Cristiani e politica
3. La Dottrina sociale della Chiesa
4. Ordine sociale
5. Democrazia
6. Politiche sociali

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