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PREFAZIONE

La stesura di questo libretto è la diretta conseguenza di alcuni incontri che ho avuto con dei
giovani, aventi come tema il valore della vita, attraverso i quali ho potuto constatare come molti di
essi, oggi, sono allo sbando: sebbene i loro cuori cercano l’Amore, spesso si imbattono solo in una
caricatura di esso.

Ho così pensato ad una guida che, sebbene breve e un po’ schematica, possa proporre e
motivare le grandi verità che riguardano la vita e la sessualità umana in modo semplice e sintetico e
in grado di stimolare una riflessione sempre più ampia e approfondita.

In ogni cosa mi sono proposto di seguire l’insegnamento della Chiesa, a cui credo di essere
sempre rimasto fedele.
In ogni caso dichiaro che a tale insegnamento, fin da ora e volentieri, in tutto mi conformo.

L’autore

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I. IO SONO LA VIA, LA VERITA’ E LA VITA (Gv 14,6)

1. “La verità vi farà liberi” (Gv 8,32)

Gesù ha detto: “La verità vi farà liberi… Chiunque commette il peccato è schiavo del
peccato” (Gv 8,32.34).
Che significato hanno queste parole? Se scegliamo il bene, non ci pieghiamo forse alle sue
esigenze facendocene così, in qualche modo, “schiavi”? Perché, allora, chi sceglie il bene è libero
mentre chi sceglie il male è schiavo del peccato?
Perché il bene è conforme alla verità sull’uomo e scegliere il bene è affermare la propria
personalità, è essere se stessi, così come Dio ci ha creato, mentre scegliere il male significa negare
ciò che si è, e, perciò, rimanere irrealizzati.
La verità ci fa essere liberi semplicemente perché ci realizza.

Un pesce è libero solo nel mare aperto, in quanto la sua natura di essere acquatico non gli
richiede di scorazzare attraverso le praterie come i cavalli o di librarsi nell’aria come le rondini, ma
solo di nuotare nell’acqua. Esso perciò è libero e non vincolato nei suoi naturali movimenti, solo se
si comporta da pesce, solo, cioè, se segue le leggi della propria natura di pesce.
Allo stesso modo l’uomo è veramente libero solo se agisce secondo la sua natura umana, una
natura materiale ma, anche, spirituale: come non c’è l’uomo se manca il corpo, non c’è l’uomo
neanche se manca l’anima.

Se per un pesce l’elemento vitale è l’acqua, per l’anima dell’uomo è l’amore: solo
nell’amore egli può vivere in pienezza.
Ma poiché, a causa del peccato, l’uomo non è sempre capace di riconoscere dove si trova
l’amore, Dio gli ha rivelato i 10 Comandamenti, cioè la legge naturale che Adamo ed Eva avevano
scritta chiaramente nel cuore prima del peccato originale.

I Comandamenti forniscono le coordinate di quell’elemento vitale per l’anima che è l’amore.

Se, per assurdo, un pesce, potendo essere libero di scegliere l’elemento in cui vivere,
invidioso del galoppo sfrenato dei cavalli, si trasferisse in una verde prateria, morirebbe. Proprio
come l’uomo se scegliesse di vivere contravvenendo ai comandamenti divini: morirebbe alla vita
divina, fonte della vera felicità.

Come non si cura l’insonnia col caffè, perché non è vero che il caffè aiuta a dormire, ma,
anzi, dà ancora più insonnia, così, a livello spirituale, il peccato, opponendosi alla vita dell’anima,
non è vero che fa bene, ma fa male.

La verità non dipende dalla volontà umana, perciò non è democratica né soggetta al parere
degli “esperti”, ma è quella che è.
Ad esempio, se al tempo degli antichi romani fosse stato indetto un referendum per decretare
quella che sarebbe dovuto essere la forma della Terra, sebbene la quasi totalità dei votanti l’avrebbe
proclamata piatta, questa, imperturbabile, avrebbe continuato ad essere sferica.
Allo stesso modo, se qualcuno, insofferente alla legge di gravità, volesse comportarsi come
questa non esistesse, rischierebbe grosso.

Alle leggi fondamentali della natura, sia fisica che spirituale, non ci si può ribellare senza
pagarne le conseguenze, perché vengono da Dio e perciò sono vere.

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Ma, nella verità, l’uomo non viene mortificato, ma realizzato, tanto che i suoi stessi limiti,
che solo in Dio possono davvero essere superati, rappresentano un grande incentivo per il suo
cammino spirituale.

2. La “verità tutta intera” (Gv 16,13)

Se, come afferma il Concilio Vaticano II, dei semi di verità sono sparsi un po’ ovunque, la
verità, nella sua pienezza, è unica e trascendente.
Questa verità piena è quella che Gesù chiama la verità “tutta intera” (Gv 16,13), verità che è
sopra ed è oltre alla realtà creata.

La domanda che a questo punto ci si può porre è la seguente: è possibile conoscere la verità
tutta intera?

Poiché questa verità è, essenzialmente, una Persona, cioè Gesù Cristo, la si può conoscere
come si conosce una persona: attraverso una relazione personale ed intima.
Gesù è la Verità delle verità, la Verità che rivela tutte le singole verità per quello che sono,
illuminandole, integrandole, elevandole e, perciò, compiendole.

3. Gesù rivela l’uomo all’uomo

La Chiesa afferma che Gesù, rivelando la verità tutta intera, ha anche rivelato l’uomo a se
stesso. Egli, che: “è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato” (Eb 4,15),
dimostra che più l’uomo si radica nella verità, cioè più si allontana dal peccato per avvicinarsi alla
Misericordia divina, più realizza se stesso.
Proprio perché senza peccato, Gesù è la realizzazione più piena dell’essere uomo.

Il peccato, perciò, non è naturale, ma perverso. Non rende più uomini o più donne, ma
meno. Non emancipa e non libera, ma mortifica.

Prima che il peccato originale corrompesse la natura umana, le leggi naturali erano iscritte
nel cuore (e perciò nella ragione) dei nostri progenitori come le leggi fondamentali della fisica sono
iscritte nell’universo. Per Adamo ed Eva, quindi, era facile non peccare: bastava che seguissero la
loro natura che si manifestava chiaramente e in modo “istintivo”.

Ma l’irruzione del peccato nel mondo, causata da un atto libero e perverso dei nostri
progenitori, corrompendo la natura umana, ha sbiadito e, a volte, in parte cancellato, dal cuore
dell’uomo, queste leggi.
Perché l’uomo tornasse a leggere nel suo cuore la legge naturale con sicurezza, chiarezza e
immediatezza si è perciò resa necessaria la rivelazione dei 10 Comandamenti fatta a Mosè sul
monte Sinai.
Di conseguenza, i 10 Comandamenti non sono stati dati da Dio per alienare l’umanità, ma
per aiutarla, in quanto rivelano la vera natura dell’uomo.

4. “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (Mt 5,8)

In Dio verità e amore sono inseparabili: come non c’è vero amore senza verità, così non c’è
“vera” verità senza amore, perché l’anima della verità è costituita dall’amore. Per questo Gesù
afferma: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama” (Gv 14,21).

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Il primo e più importante dei Dieci Comandamenti, che non può essere separato dagli altri
nove, è: “Io sono il Signore, tuo Dio… non avrai altri dei di fronte a me” (Es 20,2).
Esso comanda di credere e affidarsi solo a Dio: non solo, perciò, condanna le pratiche
idolatriche per eccellenza, quali magia, divinazione, spiritismo, occultismo, astrologia,
superstizione, ecc., ma vieta anche di considerare come valori assoluti tutto ciò che non è Dio,
compresi gli stessi doni divini (cfr. Lc 14,26).
Solo Dio deve regnare nel cuore dell’uomo: tutto ciò che si oppone a questa signoria inquina
il rapporto tra il Creatore e la creatura e, perciò, inquina l’uomo nella sua stessa umanità.

Spesso l’uomo, così attento a non ingerire bevande e cibi inquinati, cioè impuri, non
dimostra altrettanta cura nel salvaguardare la salute della propria anima, fuggendo il peccato.
Come, infatti, le sostanze inquinanti rendono l’acqua impura, facendola in qualche modo
meno acqua, il peccato fa impuro l’uomo, rendendolo meno umano, non permettendogli di
esprimersi per come effettivamente è, cioè per come è stato creato ed è chiamato a divenire.

Dice Gesù: “Dal cuore… provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le
prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie. Queste sono le cose che rendono
immondo l'uomo” (Mt 15,19-20).
Nel cuore non c’è neutralità: o si ama la verità o la menzogna, o si è con Cristo o contro
Cristo, o si adora Dio o ci si prostra a un idolo.
Se l’uomo non adora il vero Dio, allora renderà culto a idoli, che spesso hanno la forma di
orribili bestie: droga, alcolismo, lussuria, potere, ideologie… fino ad arrivare al satanismo.

Se il cuore è puro, tutto nell’uomo è puro (cfr Mt 6,22), poiché il cuore è tutto per Dio. La
vera purezza, infatti, è quella del cuore: la purezza esteriore deve essere una conseguenza e un
segno di quella interiore.
Per i puri di cuore non vi sono altri fini che la volontà di Dio: essi possono fare politica,
parlare di sessualità, lavorare nel mondo della finanza, senza contaminarsi, perché “Tutto è puro
per i puri” (Tt 1,15).

Il modello e la madre di questa purezza è la Vergine Maria, perché tutto ciò che ha
desiderato è stato fare la volontà di Dio: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello
che hai detto” (Lc 1,38).
Questa è la purezza cristiana. Altri tipi di purezza, che non sono riferiti a Dio, come la
purezza della razza o dell’ideologia, hanno prodotto tragedie.

Scrive l’Apostolo Paolo: “non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo… e
che non appartenete più a voi stessi?” (1Cor 6,19).
Se gli oggetti consacrati a Dio, quali libri o paramenti sacri, sono riservati esclusivamente ad
un uso sacro, quanto più l’uomo, e a maggior ragione il cristiano, consacrato a Dio mediante il
Battesimo? Per questo San Paolo scrive: “Non regni più dunque il peccato nel vostro corpo
mortale” (Rm 6,12).

Il cristiano, dunque, non appartiene più a se stesso, ma appartiene a Dio e a Dio deve
donarsi: anima e corpo. Del resto l’amore si realizza nel donare se stessi.

Chi dona il suo cuore, rende sante le sue membra, mentre chi è immondo nel cuore, lo è
anche nelle membra. E, allo stesso modo, chi dona con amore e secondo le finalità autentiche
dell’amore, il proprio corpo, è puro anche nel cuore, mentre chi getta via la dignità del proprio
corpo, danneggia anche la sua anima.

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Certamente non si può giudicare nessuno, in quanto Dio guarda al cuore, ma poiché
l’ignoranza e la menzogna non possono che porre ostacoli alla salvezza, occorre annunciare la
Verità.

II. I DUE SARANNO UNA SOLA CARNE (Mt 19,5)

1. La sessualità come dono di Dio

La sessualità caratterizza ogni persona non solo fisicamente, ma anche psicologicamente e


spiritualmente: contribuisce a farci essere come siamo, per sempre. Perciò non è, come afferma una
certa mentalità moderna, quasi un accessorio di poca importanza ma, essendo inscindibilmente
legata all’amore, coinvolge l’uomo totalmente e fino nel profondo dell’anima.
Per questo la Vergine Maria, assunta in Cielo anima e corpo, è vera donna anche là, tanto
che continua ad essere madre.

Se la sessualità è un modo di essere persona, la genitalità è una particolare espressione della


sessualità che non va separata dal suo il fine, cioè Dio.

Se per Freud tutto deriva dal sesso e, in un certo senso, tutto diventa sesso, per Cristo tutto
deriva dall’amore e, se vissuto con amore e per amore, tutto diventa amore. Anche la sessualità. Ciò
che nasce dallo Spirito è Spirito (cfr Gv 3,6).

Banalizzare la sessualità o usare male della genitalità equivale a prendersi gioco dell’amore
e perciò dell’uomo stesso e i danni che ne derivano possono essere devastanti: scherzare con
l’amore è come scherzare con il fuoco.

La mentalità mondana tende a separare corpo e anima, amore e piacere, procreazione e


unione sessuale, cosicché tutto perde valore: si scambia l’amore da donare con il piacere da
prendere, la vita appena concepita con un ammasso di cellule, la libertà con la licenza da ogni
regola morale.
Ma corpo e anima, e perciò sessualità e amore, non si possono separare: in Cristo, la grazia
divinizza la sessualità rendendola capace di esprimere Dio e il suo amore.

2. Anima e sessualità

E’ soprattutto per l’unicità dell’anima che l’uomo non potrà mai essere clonato: nessuno
scienziato, infatti, può clonare l’anima, che è la parte più intima di noi e il luogo dove risiedono le
facoltà umane più elevate e dove si realizza la comunione con Dio, a cui partecipa anche il corpo.
Se nell’uomo non si considera l’anima, il senso della dignità umana e il concetto stesso di
identità personale tendono ad offuscarsi.

Oggi sempre più spesso emerge la tendenza a paragonare, quasi mettendoli sullo stesso
piano, l’uomo e gli animali.
Ma se lo studio del comportamento di certi animali può, a volte, anche avere una qualche
utilità nel capire certi meccanismi istintivi che possono, in parte e per analogia, essere validi anche
per l’uomo, occorre tener presente che uomo e animali sono diversi a livello essenziale.

Papa Giovanni Paolo II diceva che la sessualità umana va riferita alla SS. Trinità e non agli
animali.

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L’uomo, in un certo senso, è l’essere più istintivo del creato: egli “sente” il piacere e il
dolore, le passioni e gli istinti basilari, più intensamente degli animali (la sua stessa struttura
biologica ha raggiunto i vertici della complessità, soprattutto in campo cerebrale e nervoso). Però,
come essere dotato anche di un’anima razionale, egli non è soggetto solo agli istinti ma, più ancora,
è soggetto alla ragione, e, soprattutto, è chiamato a lasciarsi guidare dalla grazia, che non mortifica
né la ragione e né l’istinto, ma li purifica dalle cattive inclinazioni dovute al peccato e li eleva
dall’ordine naturale a quello soprannaturale, cioè divino.

Di conseguenza, la sessualità umana non si può ridurre a solo piacere carnale: se così fosse,
servirebbe solo a sviluppare l’egoismo, degradandosi al di sotto della sessualità degli animali, che
almeno uno scopo voluto da Dio, che supera il solo piacere sensoriale, lo ha: quello della
riproduzione della specie.

Poiché la verità esige che la genitalità venga espressa solo all’interno dell’unione
matrimoniale, l’atto genitale è, in se stesso, un atto coniugale, che, come tale, ha due significati
inseparabili fra loro, quello unitivo e quello procreativo, che richiedono apertura alla comunione e
alla vita.
Ciò non contrasta affatto con la natura psicologica dell’uomo: il totale dono di sé che gli
sposi sono chiamati ad offrire attraverso il rapporto coniugale è, infatti, favorito dalla coscienza di
sapersi legati al proprio coniuge da un vincolo indissolubile, riconosciuto, oltre che dalla società,
anche da Dio.

3. “Chi può capire, capisca” (Mt 19,12)

Gesù ha detto: “Vi sono… eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono
alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno
dei cieli. Chi può capire, capisca” (Mt 19,12).
Quel “chi può capire, capisca” significa anche che la chiamata a rinunciare a una famiglia
per meglio servire Dio, non è data a tutti, e che è necessario pregare per le vocazioni cosicché, chi è
chiamato al matrimonio, possa formarsi una famiglia secondo la volontà di Dio, mentre chi è
chiamato ad una speciale consacrazione, possa “capire”.

Dice il Concilio Vaticano II: “Lo stato religioso… rende visibile per tutti i credenti la
presenza, già in questo mondo, dei beni celesti; meglio testimonia la vita nuova ed eterna
acquistata dalla Redenzione di Cristo, e meglio preannunzia la futura risurrezione a la gloria del
Regno celeste” (LG, 31) in cui: “non si prende né moglie né marito, ma si è come angeli nel cielo”
(Mt 22,30).

Ma se in Paradiso “non si prende né moglie né marito”, e perciò in questo i beati saranno


“come angeli nel cielo”, l’uomo vedrà realizzata totalmente la sua umanità, che per ognuno è
maschile o femminile.
“Il maschile e il femminile” infatti “sono…destinati a perdurare oltre il tempo presente,
evidentemente in una forma trasfigurata”.1

In Paradiso la comunione tra Cristo e la Chiesa, di cui la comunione tra gli sposi è figura
efficace, sarà compiuta in modo pieno e perfetto, la fecondità umana non avrà bisogno di
procreazione come sulla terra, e il maschile e il femminile, pienamente realizzati, si esprimeranno in
modo nuovo.

1
Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla collaborazione
dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo, 12.
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In Paradiso, perciò, si è maschi e femmine in eterno, nell’anima come nel corpo, anche se
non ci sarà bisogno di sposarsi come sulla Terra, dove tutto passa nell’attesa che venga ciò che è
perfetto (cfr 1Cor 13,10).

Così, come il corpo dei risorti sarà provvisto di stomaco, sebbene in Paradiso non si
mangerà come sulla Terra, a maggior ragione i beati del Cielo manterranno il loro carattere sessuale
anche se non si sposeranno.

Chi sceglie lo stato religioso in qualche modo testimonia già sulla terra certi aspetti della
vita del Cielo.
Costoro, perciò, non sprecano la propria vita, e nemmeno sprecano la propria sessualità, ma
sono chiamati a realizzarsi pienamente anche come maschi o femmine. Chi, infatti, offre a Dio la
propria genitalità, la valorizza, sia che sia chiamato al celibato, sia che si sposi.
Offrire se stessi a Dio, e perciò offrire a lui la propria sessualità, per il cristiano rappresenta
un vero atto di culto, sia che ciò avvenga attraverso il celibato, sia che avvenga attraverso la
donazione tra coniugi, ognuno a suo modo.

Per il cristiano ad ogni “no” a qualcosa corrisponde un “sì” a qualcos’altro e la rinuncia al


matrimonio per seguire i disegni di Dio (come le rinunce che il matrimonio comporta), apre a nuovi
orizzonti spirituali.

Che i consacrati possano, già in questa vita, pienamente realizzarsi anche attraverso il loro
carattere sessuale, lo dimostra il fatto che possono vivere una speciale forma di paternità o maternità
spirituale.
Di fatto, se generare significa dare la vita, per noi il Genitore per eccellenza è Dio: egli non
solo ci ha creato, ma ci dona la sua stessa vita, la vita eterna. Tutte le altre forme di paternità e
maternità discendono da Lui e sono figura della sua genitorialità (cfr Ef 3,15). Se perciò Dio,
purissimo spirito, è genitore per eccellenza, l’essenza della paternità e della maternità è spirituale.

Questo però non sminuisce la grande chiamata a generare fisicamente: nella Chiesa tutto ciò
che è concreto, che è “carne”, è in relazione con ciò che è spirito.
Paternità e maternità fisica, perciò, sono segno e strumento di quelle spirituali: chi genera
fisicamente è da Dio chiamato a generare anche spiritualmente.
Se il peccato originale, da Adamo ed Eva, si è trasmesso ai loro discendenti, è
essenzialmente per l’aspetto spirituale del loro essere genitori.

Insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica: “il sacramento del Matrimonio e la verginità
per il Regno di Dio, provengono dal Signore stesso… La stima della verginità per il Regno e il
senso cristiano del Matrimonio sono inseparabili e si favoriscono reciprocamente: Chi denigra il
matrimonio, sminuisce anche la gloria della verginità; chi lo loda, aumenta l’ammirazione che è
dovuta alla verginità” (CCC, 1620).

4. Da Dio Padre deriva ogni paternità (cfr Ef 3,15)

Dio rende partecipe l’uomo della sua essenza di Padre: paternità e maternità umani
discendono dalla genitorialità divina e ne sono un riflesso.
Se Gesù ci rivela Dio come Padre e con tale titolo vuole che lo si preghi, occorre
considerare che la paternità divina trascende, senza però contraddirla, la nostra idea di padre.

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Gesù ci ha rivelato Dio come un Padre dal cuore più tenero di quello di qualsiasi madre
terrena, come sta a dimostrare la parabola evangelica del Padre misericordioso (cfr Lc 15,11-32) in
cui, forse non a caso, manca la presenza materna, supplita dal padre, che simboleggia Dio.

Ma come è possibile che il Figlio, che ha assunto carne maschile, possa rendere presente
nella sua umanità tutto l’amore genitoriale di Dio?

Se è vero che la natura umana di Gesù Cristo è simile alla nostra, è anche vero che egli è
Persona divina, e non persona umana, e che, perciò, possiede la natura divina.
Di conseguenza, sebbene la sua natura umana sia maschile, per cui egli è sprovvisto della
natura femminile perché come uomo è limitato, come Dio è illimitato, perché la Natura divina è
illimitata. La sua azione redentiva, perciò, resa efficace dalla sua divinità, è universale.
Nella carne della sua natura umana e nella concretezza della sua azione, si manifesta
misticamente l’azione di Dio: il limite visibile della natura umana in Gesù viene superato
dall’azione invisibile della sua natura divina.
Egli, perciò, si comporta da vero uomo, ma salva anche la natura femminile; si comporta da
vero ebreo, ma salva anche gli altri popoli.

Ma, sebbene la divinità di Cristo supplisca tutti i limiti umani, Dio, per manifestare il suo
amore, ha voluto aver bisogno di simboli femminili da associare a Gesù nella sua opera di salvezza,
anche se in modo subordinato e dipendente.
Anche per l’umanità di Cristo, infatti, vale quanto affermato da Papa Giovanni Paolo II, e
cioè che sono l’uomo e la donna insieme ad essere immagine di Dio (24 novembre 1999).

Di fatto Gesù, nel rivelare sulla Croce tutto l’amore di Dio, rivela anche la maternità
spirituale della Chiesa, suo Corpo e sua sposa, e della Vergine Maria, sua Madre e specchio della
Chiesa.

5. Il maschile e il femminile

Se nell’umanità di Gesù si manifesta la sua natura divina, anche in noi, uniti a lui, si deve
manifestare, sebbene come creature, la divinità di Cristo.
Perciò anche in noi, in virtù di Gesù, tutto si deve misticamente ricapitolare e universalizzare,
manifestandosi nella nostra natura: al maschile, se si è uomini e al femminile, se si è donne.

Il maschile ed il femminile sono due modi di essere dell’uomo, due caratteri che influenzano
tutta la persona e, perciò, anche i suoi atti. Caratterizzano l’umanità così come i colori il mondo.
Ogni caratteristica divina che si manifesta nell’uomo, si colora al maschile o al femminile.

La differenza tra il maschile ed il femminile non è solo fisica e psicologica, ma è anche


spirituale, e si manifesta in tutti gli aspetti della persona. E’ una differenza che manifesta una
chiamata.
Ciò che contrasta con la propria chiamata, anche si fosse “bravi” a compierlo, non realizza,
ma aliena. Voler essere ciò che non si è (come oggi accade spesso), porta verso il non-essere.

Se è vero che la comunione dei beni spirituali nella Chiesa ci rende partecipi a tutto il
mistero della Chiesa, ciò avviene senza confusione: ognuno è partecipe a modo proprio: comunione,
infatti, non significa spersonalizzazione.
Per cui, sebbene tutti siamo chiamati a partecipare della genitorialità di Dio, solo la donna
può vivere in modo “diretto” il mistero da cui scaturisce la maternità, e solo l’uomo può partecipare

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“direttamente” al mistero divino da cui nasce la paternità umana. Dio ci universalizza rispettando,
però, la nostra identità.

Perciò, se di alcuni santi si dice che avevano un cuore materno, è semplicemente perché
avevano un cuore paterno improntato all’amore e alla tenerezza, caratteristiche divine ed umane
che, in genere, si attribuiscono più alle donne, perché si ritiene che vengano meglio espresse dalle
madri.
L’importante è intendersi e non fare confusione.

Che la donna sia umanamente dotata di una particolare sensibilità e, più dell’uomo, sia
predisposta alle relazioni umane, appare una cosa consolidata, ma è la grazia, e non la carne, a
cambiare il cuore umano in profondità, rendendolo simile a quello di Cristo.
La grazia dona anche quelle caratteristiche di Dio che umanamente si manifestano attraverso
i sentimenti, quali compassione, tenerezza, fortezza, ecc. perfezionandoli.
Cose che l’uomo è chiamato a vivere e a esprimerle secondo la propria peculiarità, e la
donna è chiamata a farlo secondo la propria peculiarità.

Di fatto tutti possono manifestare la tenerezza, qualità considerata più femminile, come tutti
possono manifestare la risolutezza, qualità abbinata principalmente al carattere maschile, solo che
gli uomini lo faranno al maschile e le donne al femminile.

6. Emancipazione femminile

Solo donandosi, e donandosi l’uno all’altra, non solo nel rapporto coniugale, ma anche in
senso generale, l’uomo e la donna si realizzano e si aiutano a realizzarsi.
Uomini e donne, dunque, hanno pari dignità ma sono complementari, cioè sono diversi e
ontologicamente bisognosi l’uno dell’altra.

Questa realtà viene più volte evidenziata nella Bibbia.


Come quando, dopo il peccato originale, Dio disse alla donna: “i tuoi desideri si volgeranno
verso tuo marito ed egli dominerà su di te” (Gen 3,16), e disse all’uomo: “il suolo sarà maledetto
per causa tua; ne mangerai il frutto con affanno, tutti i giorni della tua vita” (Gen 3,17).
Che, forse, solo la donna avrà desideri verso il marito? E solo l’uomo mangerà il frutto del
suolo con affanno? No, ma se l’autore sacro scrive così, c’è un motivo che non è unicamente legato
alla cultura del tempo: uomo e donna sono diversi, e queste parole della Genesi non si riferiscono
tanto a casi particolari, quanto ad atteggiamenti e tendenze interiori generali.

In questo caso la Sacra Scrittura ci dice che la tendenza della donna verso il marito, che
dovrebbe essere una manifestazione dell’amore, col peccato manifesta una certa possessività, così
come nell’uomo il dominio ha sostituito la dedizione: le tendenze egoistiche si manifestano,
nell’uomo e nella donna, in modo diverso.

Tali tendenze egoistiche, in se stesse innaturali, ma “naturali” conseguenze del peccato,


possono arrivare anche a forme che, andando oltre a una semplice “distorsione” della natura,
arrivano fino ad una vera e propria negazione di essa.
Così la possessività della donna può diventare una forma e uno strumento di dominio e il
dominio dell’uomo una forma di possessività.

Di fatto, certi atti appaiono maggiormente negativi quando a compierli è chi è naturalmente
meno portato a farli. Ad esempio il bere senza ritegno, se a farlo è una donna, o a essere
esageratamente ricercati nell’acconciarsi, se a farlo è un uomo.

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E a volte proprio chi è naturalmente meno predisposto a compiere certi peccati diviene più
sfrenato nel farle, in quanto, per giungere a certi livelli, deve essere maggiormente determinato
nelle scelte (o maggiormente ferito).

Tutto ciò che nell’uomo e nella donna non corrisponde al piano divino, non evidenzia ciò
che essi sono, ma ciò che non sono. Di conseguenza non rappresenta una caratteristica del maschile
o del femminile, ma, al massimo, può esserne una caricatura.

Scrive la Congregazione della Dottrina della Fede: “Tra i valori fondamentali collegati alla
vita concreta della donna, vi è ciò che è stato chiamato la sua –capacità dell’altro-… collegata alla
sua capacità fisica di dare la vita. Vissuta o potenziale, tale capacità è una realtà che struttura la
personalità femminile in profondità”, di conseguenza: “l’intreccio delle due attività –la famiglia e il
lavoro- assume, nel caso della donna, caratteristiche diverse da quelle dell’uomo…” (Lettera ai
Vescovi della Chiesa Cattolica, n. 13).

Così se pure, oggi, molte donne rivendicano, spesso giustamente, funzioni e “abilità”, che
fino a poco tempo fa erano riservate agli uomini, come avere una spiccata personalità o guidare
aerei, ciò non deve sminuire le differenze del carattere sessuale, ma, piuttosto, affermarle.
Infatti, al di là delle predisposizioni legate al maschile e al femminile, ciò che rende
profondamente differente un atto dell’uomo, rispetto a quello della donna, è, in un certo senso, la
valenza spirituale che assume dalla persona, che è legata anche al carattere sessuale.

Le scelte di vita, perciò, non possono essere in contrasto con il proprio essere e la propria
vocazione.

Una donna soldato, ad esempio, potrebbe essere incinta senza ancora saperlo. Se, nel
frattempo, dovesse partecipare a un’azione pericolosa, metterebbe a repentaglio, con la sua, anche
la vita del figlio. E questo non è giusto.
E quanto è giusto addestrare dei soldati donne, ad esempio dei piloti di aerei militari, con
rilevante costo da parte della collettività, sapendo che, ogni volta che rimanessero incinte, lo Stato
non potrebbe contare su di loro?
Che la donna soldato debba essere obbligata al voto di castità?

7. Mogli e mariti

Scrive San Paolo: “Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore; il marito infatti è
capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, lui che è il salvatore del suo corpo... E
voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei” (Ef
5,22-25).

Che, forse, solo i mariti hanno il dovere di amare le mogli? O che sono solo le mogli a dover
tenere conto delle esigenze del marito? No di certo.
San Paolo, con queste affermazioni lapidarie, vuol dire che tra uomo e donna vi sono
differenze che si manifestano, nella loro specificità, anche attraverso una differenza di vocazione
che, all’interno della famiglia, comporta una diversità di ruoli capace di manifestare l’ordine e la
pace di Dio. Infatti, nel versetto precedente della stessa Epistola, egli afferma: “Siate sottomessi gli
uni agli altri nel timore di Cristo” (Ef 5,21).

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A volte, per poter esprimere un concetto con più chiarezza, si usa un linguaggio schematico:
in questo caso san Paolo associa, ai caratteri maschile e femminile, degli specifici attributi, quasi
fossero le loro uniche caratteristiche.
Egli, con un linguaggio simile, ha parlato nella Prima Lettera ai Corinzi sulla diversità e
sull’unità della tre Persone divine: “Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi
sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è
Dio” (1Cor 12,4-6).
Che, forse, i carismi sono solo opera dello Spirito Santo, tanto che le altre due Persone
divine sarebbero estranee ad essi? O Che nella creazione solo il Padre ha operato? O che solo il
Figlio è l’artefice della Redenzione?
Naturalmente no, in quanto tutte le tre Persone divine partecipano ad ogni atto divino, anche
se ad ognuna di esse, secondo la propria specificità, viene attribuita una caratteristica e un’azione
particolare, per appropriazione, come dice la Chiesa.

Così, per analogia, si potrebbe forse dire che, come il Padre è il Creatore, il Figlio è il
Redentore e lo Spirito Santo è Colui che dà la vita, il marito, quasi per appropriazione, è il capo
della moglie e la moglie è sottomessa la marito.
Ma il marito è capo allo stesso modo di Cristo nei riguardi della Chiesa, e perciò deve amare
la moglie come Cristo ama la Chiesa. E la moglie è sottomessa al marito come la Chiesa è
sottomessa a Cristo, che è “colui che serve” (Lc 22,27), e, in certo modo, come Cristo è sottomesso
a Dio. Una sottomissione d’amore e volontaria.

I coniugi, donandosi tra loro attraverso il sacramento del Matrimonio, si pongono ognuno al
servizio dell’altro, solo con caratteristiche diverse, cioè ognuno secondo la specificità del proprio
essere e della propria chiamata.

8. “Ciò che Dio ha unito, l’uomo non separi” (Mc 10,9)

La sessualità umana, sebbene sia certamente condizionata anche dall’istinto, deve essere
guidata anche dalla ragione e, più ancora, dalla grazia.

Attraverso la grazia, anche l’attrazione tra l’uomo e la donna si divinizza, soddisfacendo


pienamente l’istinto, la ragione e, perciò, i sentimenti.

Per cui, è cosa naturale non perdere la testa per una persona dell’altro sesso che è sposata,
anche se fisicamente nulla si opporrebbe all’attrazione.
L’attrazione dovrebbe sorgere da una serie di fattori in grado di soddisfare la ragione, la
verità e di configurarsi alla grazia.
Nella scelta del coniuge, infatti, l’aiuto della grazia si incarna nell’umano e, perciò, non solo
si incarna nell’istinto umano, ma non può prescindere dal buon senso.

Ma perché, oggi, nonostante la grazia, molti coniugi cristiani, a volte anche tra quelli che
hanno iniziato con i migliori propositi, si separano e divorziano?

Non è questo il contesto per analizzare la situazione della famiglia nella società attuale né,
tanto meno, per giudicare persone che non hanno voluto o potuto essere fedeli alle promesse di
indissolubilità relative al loro matrimonio.
Ciò che qui si vuol evidenziare, invece, è il concetto che il matrimonio cristiano riesce e si
realizza meravigliosamente quando Cristo ne è il centro. Quando, cioè, i coniugi si prefissano di
raggiungere, con la forza della grazia ma, anche, con ferma decisione, quei fini che Dio ha stabilito
per la famiglia, chiamata dal Concilio Vaticano II: chiesa domestica.

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Spesso si parla di famiglia portando solo esempi negativi, quasi che il peccato e
l’inadeguatezza umana, che sono la causa di tanti fallimenti, possano dimostrare che il piano divino
sia fallimentare. Ma a certe obiezioni va risposto portando esempi di matrimoni riusciti, vere e
proprie testimonianze di amore vissuto.

Il fatto è che la gioia del matrimonio cristiano non è data tanto dall’assenza del dolore, ma è
una gioia soprannaturale, che si situa al di là del dolore naturale.
Tale gioia, anzi, è inscindibile dalla Croce, sia perché la grazia non esclude la natura, e
perciò non annulla la sofferenza naturale, sia, e soprattutto, perché Gesù ci ha salvato attraverso la
Croce.
Del resto, chi ambisce a un matrimonio senza Croce, non ambisce a un matrimonio cristiano,
che si basa sul dono di sé, così come chi pretende di relazionarsi a Dio cercando sempre facili
consolazioni non può pensare di conoscerne in profondità l’amore, che si è manifestato in Cristo,
crocifisso e risorto, che vuole la nostra partecipazione alla sua missione.

9. La famiglia nella società e nella Chiesa

Nel Messaggio per la Giornata Mondiale per la Pace, del 1° Gennaio 2008, Papa Benedetto
XVI scrive: “Chi anche inconsapevolmente osteggia l’istituto familiare rende fragile la pace
nell’intera comunità, nazionale e internazionale, perché indebolisce quella che, di fatto, è la
principale agenzia di pace”.

Per Papa Giovanni Paolo II la famiglia deve essere al centro delle politiche sociali e il diritto
alla vita, dal concepimento fino al termine naturale, è il diritto fondamentale, su cui si basano tutti
gli altri diritti umani, che con esso vanno di pari passo.

Forse per questo a Medjugorje la Madonna, che si presenta come Regina della Pace, è così
sollecita e premurosa riguardo la famiglia, a cui raccomanda la preghiera e, in modo particolare, la
recita del Rosario, in comune.

10. “Siate fecondi e moltiplicatevi” (Gen 1,28)

Soprattutto nei paesi ricchi e industrializzati si sta assistendo a un notevole calo di natalità
dovuto spesso a scelte influenzate dall’edonismo e dall’egoismo. In molti casi, infatti, i figli non
vengono visti come un dono, ma come un ostacolo alla propria realizzazione e serpeggia la fobia
della “bomba demografica”: “Siamo troppi”, si dice, “le risorse del pianeta non bastano per tutti:
se la popolazione dovesse raddoppiare a ogni generazione, considerando quattro generazioni ogni
secolo, gli attuali sei miliardi di abitanti che si stima abbia oggi la Terra, nel 2100 sarebbero 96
miliardi e nel 2500 oltre 6 milioni di miliardi”.
Che rispondere a queste obiezioni?

Innanzi tutto che non arriveremo mai a tanto, semplicemente perché la natura non lo
sopporterebbe e si innescherebbero dei meccanismi capaci di calmierare il fenomeno. Inoltre, a
breve termine questo è un problema che non sussiste.
Dice, in proposito, Papa Giovanni Paolo II: “una popolazione numerosa può rivelarsi fonte
di sviluppo perché implica dei cambiamenti e delle domande di beni. Questo non vuol
evidentemente dire che la crescita demografica debba essere illimitata” (13 Novembre 1996).

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Se davvero un giorno vi sarà un qualche problema demografico, la provvidenza ne
permetterà in qualche modo la soluzione: non è forse Dio che, in ultima analisi, sorregge e guida la
storia?
Nessun problema può essere risolto andando contro l’ordine stabilito da Dio perché
immorale, senza considerare che comporterebbe problemi ancora più gravi.

La Chiesa, che considera la chiusura alla vita come un male e i figli come un bene, non
nasconde che la crescita demografica potrebbe, in alcuni casi, creare dei problemi.
Dice, però, che ai problemi vanno trovate soluzioni non in contrasto con la dignità e la
natura della persona umana (cfr Evangelium vitae, 16. 91.92; Pontificio Consiglio per la Famiglia,
Etica e demografia, 17).

Così, sebbene il modo di vivere della famiglia cambia, e le donne possono ritenere
necessario dover lavorare e, di conseguenza, distanziare le nascite (cfr Giovanni Paolo II, 11
Dicembre 1992), ciò deve essere attuato secondo le leggi divine.

Dice la Chiesa: “Gli sposi hanno l’inalienabile diritto di costruire una famiglia e di
decidere circa l’intervallo fra le nascite e il numero dei figli da procreare, tenendo pienamente in
considerazione i loro doveri verso se stessi, verso i figli già nati, la famiglia e la società, in una
giusta gerarchia di valori e in conformità all’ordine morale oggettivo che esclude il ricorso alla
contraccezione, alla sterilizzazione e all’aborto” (Pontificio Consiglio per la Famiglia, Carta dei
diritti della famiglia, art. 3, 22 Ottobre 1983).

La paternità e maternità responsabile a cui la Chiesa fa riferimento, che è un atto frutto di


una libera decisione passata al vaglio dalle coscienze dei coniugi, non è data soltanto dalla
valutazione umana dei pro e dei contro che si possono avere col concepimento di un figlio, ma
anche dalla generosità e dalla fiducia in Dio.
La vera prudenza non esclude né la valutazione razionale, né la scelta di fede, ma le integra:
la ragione ammette la grazia che, però, la supera, la perfeziona ma, anche, la rispetta, altrimenti non
sarebbe fede, ma fideismo.

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