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LA COMMUNICATION ET LE SIGNE LINGUISTIQUE – LA COMUNICAZIONE E IL

SEGNO LINGUISTICO

Critica dello schema di Jakobson


Le funzioni di Jakobson sono di ordine più psicologico che linguistico. In più, esse mescolano i fatti
intenzionali (segnali) propriamente linguistici e quelli involontari (indici) di ordine psicologico come
l’emozione. Jakobson implica ugualmente, in maniera eterogena, nella sua funzione emotiva, gli
indici che segnano l’origine dialettale. D’altra parte, è ben evidente che il messaggio porta in sé
stesso tutte le indicazioni delle funzioni di Jakobson e non una funzione speciale che sarà al di fuori
degli altri.

I segni: indici, segnali e codici


Le lingue sono sistemi di segni, basati su segni vocali o gestuali. Sono molte le cose che possono
essere chiamate segni:
 figura, traccia lasciata su qualcosa: con quella sedia stai riempiendo il muro di segni
 fatto o situazione che permette di riconoscere o prevedere una realtà: il cielo è grigio, segno
che pioverà
 manifestazione di uno stato d’animo
 simbolo di un’operazione aritmetica
 traccia del punto a cui si è arrivati: ho fatto un orecchio alla pagina per segno
 gesto per comunicare qualcosa senza parlare
Tutti questi segni sono entità complesse, composte di una parte sensibile, cioè percepibile
materialmente attraverso i sensi (cielo grigio, orecchio alla pagina) e di una parte che è di natura
mentale, concettuale, un rinvio a oggetti e situazioni del mondo reale che cogliamo con la mente
grazie alla mediazione della parte sensibile (la minaccia di pioggia). Si definisce espressione la parte
sensibile del segno e contenuto la sua controparte concettuale. Un segno è dunque un’entità costituita
di un’espressione e di un contenuto. I segni che trasmettono l’informazione non hanno tutti lo stesso
regolamento. Gli indici sono dei segni in cui l’espressione e il contenuto sono legati da un rapporto
di origine naturale e casuale. Gli indici non sono dei segni prodotti volontariamente, le nuvole non si
addensano al fine di segnalare il temporale. Perché gli eventi che costituiscono l’espressione di un
indice acquistino valore segnico è necessario che essi siano interpretati da un ricevente. Le
caratteristiche di un oggetto non sono tutte ugualmente significative per tutti i loro possibili riceventi:
delle nuvole temporalesche il pilota d’aereo ne coglierà la densità mentre un contadino la piovosità.
La base del segno è costituita da quelle caratteristiche considerate pertinenti per un determinato
ricevente. Le icone sono dei segni che rinviano a un oggetto o a un evento per analogia, in virtù di
una somiglianza con esso. Si tratta di segni prodotti volontariamente, con l’intenzione di omunicare
qualcosa.

Paragrafo 7 – L’interpretazione dei segni


Uno stesso segno può appartenere a parecchi codici diversi. Prendiamo, per esempio, il segno X.
Secondo i codici, questo segno può avere ruoli molto diversi:
 Nel codice linguistico, è una lettera dell’alfabeto;
 In alcuni codici visivi, designa il divieto di fare qualcosa, per esempio una sigaretta barrata
indica che è vietato fumare

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 In altri codici visivi indica un errore
 Può ugualmente indicare il luogo dove si trova qualche cosa o qualcuno
 Nel codice matematico, indica l’operazione della moltiplicazione
 Può ugualmente indicare un valore sconosciuto
 Nei numeri romani, rappresenta il numero 10
Un segno deve essere interpretato secondo un codice specifico. Non ha senso intrinseco, universale. I
segni devono situarsi all’interno di un sistema di regole convenzionali che permettono di combinarli
ed interpretarli.

Paragrafo 8 – Gli indici e i segnali della parola


Un segnale sonoro, come “Bonjour!”, prodotto da un parlante è captato da un ricevitore. Nello stesso
tempo in cui decodifica il segnale del messaggio linguistico, il ricevitore può prendere coscienza di
certi fenomeni involontari che caratterizzano il parlante. Questo enunciato può benissimo voler dire
anche: “Je suis en colère! Sono in collera!”. Può ancora indicarci che abbiamo a che fare con un
contadino in collera, un bambino spaventato. I fenomeni che permettono di dedurre tali
caratteristiche sono degli indici che accompagnano il segnale linguistico. Questi indici possono
essere degli accenti regionali o sociali, il modo di parlare, la colorazione della voce, l’età, il sesso,
ecc.
Paragrafo 9 – I costituenti del segno linguistico
È il linguista Ferdinand de Saussure, nel suo “Cours de linguistique générale”, che è stato il primo a
formulare una descrizione esplicita della struttura e delle proprietà del segno linguistico. Secondo De
Saussure, il segno linguistico è composto da due facce distinte ma inseparabili, tutto come un pezzo
di moneta è comporto da due facce distinte ma inseparabili. Definisce il segno linguistico come
un’unità mentale formata, da una parte, da un concetto (e non una cosa reale) e dall’altra parte, di
un’immagine mentale di un suono (e non il suono stesso). Saussure dà al concetto il nome di
significato e all’immagine acustica il nome di significante.
L’insieme di questo schema può descrivere, per esempio, il segno linguistico “chat, gatto”. Le due
parti sono rappresentazioni di una realtà, e non la realtà stessa, poiché noi possiamo parlare del gatto
e della sua essenza. È là, la proprietà essenziale del segno linguistico, utilizzata dagli esseri umani
per comunicare.
Paragrafo 10 – La significazione
Dal punto di vista linguistico, la significazione designa il passaggio da significante a significato o
viceversa. Si dirà allora che la significazione è la base di tutta la comunicazione linguistica. Bisogna
distinguere questa accezione linguistica al termine del suo uso corrente dove designa semplicemente
la definizione di una parola data da un dizionario.
Paragrafo 11 – Il legame arbitrario tra significante e significato
Per la maggior parte dei segni linguistici, il legame tra il significante e il significato è arbitrario.
Questo vuol dire che non ci sono giustificazioni logiche per chiamare un animale domestico a quattro
zampe della famiglia dei canidi un “chien”, “dog”, o “hund”. Si potrà decidere in un altro luogo di
dargli non importa quale altro nome. I bambini francofoni sono tutti i giorni stupiti la prima volta che
si dice loro un “chat” in inglese è “cat”. Se si considerano i diversi segni che si riferiscono al
concetto “chat, gatto”, che si designa come “chat” in francese, “gatto” in italiano, “cat” in inglese,
“gato” in spagnolo e “katze” in tedesco, rappresentano tutti lo stesso significato, benchè i significanti
siano diversi. Esistono, di contro, delle eccezioni a questo principio generale dell’arbitrarietà del

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segno. Certi tipi di segni mostrano legami di similarità tra il significante e quello che rappresenta nel
mondo esterno. Prendiamo, per esempio, le onomatopee come “tic-tac, ding-dong, plouf” o di altri
significanti che appaiono molto suggestivi come “chahuter, siffler, hululer, zigzaguer”. Questi segni
dove il significante sembra calcato sull’immagine acustica o visuale di riferimento sono chiamati
segni motivati. Questi segni sono in numero limitato. La lingua rimane essenzialmente un sistema di
segni arbitrari. Si noterà ugualmente che stesso le onomatopee, malgrado il loro legame con la realtà
esteriore, non sono identificati in tutte le lingue. Così il cantare di un gallo è “cocorico” in francese,
“cockadoodledoo” in inglese, “chichiri” in italiano. Ogni lingua interpreta le onomatopee in funzione
del proprio sistema sonoro. Questo è perché tutto imita la stessa realtà sonora, ciascun linguaggio la
traduce in modo differente. Tutti i segni restano sempre legati a un sistema linguistico particolare.
Paragrafo 12 – Il segno linguistico: convenzionale e necessario
Nella maggior parte dei casi, come il legame tra significante e significato è arbitrario, le comunità
linguistiche impongono una certa stabilità ai segni linguistici. Per funzionare nel sistema della
lingua, il segno linguistico deve risultare da un accordo, da una convenzione, tra tutti i soggetti
parlanti. Si dirà allora che il segno linguistico è convenzionale. Tutti i soggetti gli attribuiscono la
stessa condizione nel sistema. Una volta che questo accordo è realizzato, il legame tra significato e
significante è sentito come necessario. La lingua risulta da un accordo tacito ma molto vincolante tra
i membri di una stessa comunità. Non si scelgono i segni della propria lingua, si accettano, come si
accettano le leggi che governano la società. La maggior parte della gente pensa in effetti che un gatto
è un gatto e che non si potrà decidere di chiamare un gatto con un’altra parola come “tak” o “kta”.
Per cambiare gli elementi del sistema, si ha bisogno dell’accordo della comunità. Così, non si può
decidere all’improvviso che “la tavola” si chiamerà d’ora in poi “l’autobus”. Questo non vuol dire
che le lingue rimangono fisse e che i segni non cambiano. Le lingue si evolvono con i temi, a
condizione che i soggetti parlanti si accordino. Così la parola “métro”, che designa un mezzo di
trasporto, si è evoluta a partire dall’aggettivo “métropolitain” (che significa “della città”)
nell’espressione “chemin de fer métropolitain”.
Paragrafo 13 – Le unità distintive del segno linguistico
Riprendiamo l’esempio dell’immagine acustica del segno linguistico “chat”. Questa immagine /ʃa/ è
costituita da unità sonore che si chiamano fonemi: /ʃ/ e /a/. Queste unità si oppongono le une alle
altre in un sistema, detto fonologico, che le permette di distinguerle. Questo perché si dice che i
fonemi sono delle unità distintive. Si riconosce la differenza tra /ʃa/ “chat” e /ʀa/ “rat”, questo perché
/ʃ/ si oppone a /ʀ/ nel sistema dei fonemi. Nello stesso modo si oppone /ʃa/ (chat) e /ʃu/ (chou) grazie
all’opposizione tra le due vocali /a/ e /u/. Le unità distintive non hanno dei significati esse stesse,
esse prendono il loro valore nel sistema delle opposizioni.
Paragrafo 14 – La discrezione del segno linguistico
Se si può decodificare un messaggio linguistico, è perché si è abituati a decomporre la catena sonora
in fonemi. In francese, la sostanza sonora si divide in 36 forme diverse, 16 vocali e 20 consonanti, tra
le quali si è di continuo obbligati a scegliere. Queste forme possono essere a volte molto vicine, ma
rimangono opposte nel sistema della lingua. Se si ascolta “Voulez-vous une -ière?”, si dovrà decidere
se agisce un “Pierre” o una “bière”. Non si avrà altra scelta. Si dice allora che i segni linguistici sono
discreti. Non c’è continuità tra di loro. La scrittura mostra vene che la nostra mente divide la realtà
sonora in unità discrete, anche se la nostra ortografia attuale non corrisponde più a una divisione
fonologica esatta. Se si legge una parola come “aéré”, non ci si preoccupa di sapere se il passaggio
da “a” a “é” è graduale, continuo, o no. La notazione corrisponde a una percezione discontinua,
discreta.
Paragrafo 15 – La forma e la sostanza

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Se ho davanti a me una pila di tavole di legno, io posso segarle e assemblarle per farne un tavolo.
Passo così dalla sostanza (il legno) a metterle in una forma (la tavola). Nello stesso modo, il sistema
fonologico di una lingua è fatto di una sostanza sonora che è stata ritagliata in unità discrete, vocali e
consonanti, e assemblate in parole. Si è messa in forma la sostanza sonora, è stata strutturata. La
sostanza che uso per fare un tavolo può variare. Può essere in legno, in plastica o metallo; quello che
importa è che avrà per sempre la forma di un tavolo. Nello stesso modo, la facoltà di pronunciare una
parola non influenza la comprensione fintanto che le forme linguistiche sono rispettate. Prendiamo
un esempio linguistico che illustra questa distinzione. Nella parola “Paris”, la /ʀ/ può essere
pronunciata con una R parigina o con una varietà regionale. Qualunque sia la pronuncia, la parola
non cambia senso. Queste diverse realizzazioni della R francese riguarda la sostanza del segno
linguistico, non la forma.

CAPITOLO 3 – LA STRUCTURATION DU SYSTÈME LINGUISTIQUE – LA


STRUTTURAZIONE DEL SISTEMA LINGUISTICO
Paragrafo 4 – I quattro sotto-sistemi linguistici
Dal punto di vista della descrizione linguistica, si distinguono quattro sotto-sistemi:
 La fonologia, che descrive le unità sonore di base e le differenze di livello della
rappresentazione sonora
 La morfologia, che descrive le categorie e le strutture delle parole e le diverse distinzioni e
combinazioni grammaticali
 La sintassi, che descrive la struttura e le combinazioni possibili delle proposizioni e delle
frasi
 La semantica, che descrive le unità di senso e le interpretazioni possibili delle parole e delle
frasi.
Tutti questi sotto-sistemi sono completamente integrati nel funzionamento
reale del sistema totale ed è spesso difficile stabilire delle frontiere precise tra i diversi componenti.
Paragrafo 5 – La stratificazione del sistema linguistico
La nozione di stratificazione designa l’organizzazione dell’enunciato linguistico in un certo numero
di livelli di analisi che sono distinti ma legati. Infatti i livelli linguistici si sovrappongono. Le unità
linguistiche di un livello servono a formare le unità del livello superiore. Al contrario, ogni livello di
analisi può essere scomposto in elementi di livello inferiore. Per esempio, se si inizia dalle unità
maggiori per arrivare alle unità più piccole, si vede che ogni frase comprende un nome dato da
proposizioni. Al suo giro, ogni proposizione è costituita da parole che appartengono a certe categorie
specifiche. Ogni parola è costituita da almeno una o più sillabe. Ogni sillaba è costituita da almeno
un’unità del suono. Ogni unità del suono può essere ugualmente decomposta in unità ancora più
piccole chiamati tratti.
Il francese moderno possiede un repertorio di 36 unità sonore di base (16 vocali e 20 consonanti).
Questi 36 fonemi si combinano per creare le sillabe. Queste sillabe si combinano per produrre
migliaia di parole (un dizionario moderno ne contiene circa 60mila). Le parole si combinano per
produrre un numero infinito di proposizioni e frasi.
Ogni livello di analisi linguistica impone un repertorio di unità e un numero ristretto di regole che
permettono di combinare queste unità. Per il francese, si potrà rappresentare diversi livelli di lingua
con la piramide inversa.
Piramide: frasi/proposizioni -> parole -> sillabe -> fonemi -> tratti

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Questa strutturazione in livelli linguistici distinti (chiamati strati) conferisce al sistema linguistico
una struttura molto produttiva.
Paragrafo 6 – Le tecniche di analisi linguistica
Per scoprire gli elementi appartenenti ai diversi sotto-sistemi e ai diversi livelli di lingue umane, i
linguisti usano due tipi di test: il test di commutazione e il test di permutazione. Questi due test sono
basati sulla nozione che le unità linguistiche hanno due tipi di relazione: una relazione
paradigmatica, cioè le unità linguistiche possono costituire delle classi o categorie di elementi simili;
una relazione sintagmatica, cioè le unità linguistiche possono costituire delle catene o delle
combinazioni di elementi che vengono da categorie diverse.
Paragrafo 7 – Il paradigma e la commutazione
Il paradigma è il termine linguistico che designa una classe di elementi che possono sostituirsi gli uni
con gli altri. In altri termini, rinvia a una classe di unità che condividono un ruolo comune e che può
apparire nello stesso contesto linguistico. Prendiamo delle unità fonologiche. Se, per esempio, si
prende come contesto sonoro la vocale nasale “on”, si può mettere davanti a questa vocale molte
consonanti diverse: pont, ton, bond, son, don, fond, long, rongd, gond, ecc. Si dirà allora che le
consonanti p, t, b, d, s, f, l, r, g formano una classe di elementi apparendo davanti la vocale “on” che
permettono di costituire delle parole francesi. Queste consonanti formano dunque un paradigma. Si
trovano dei paradigmi nelle altre componenti linguistiche. In morfologia, per esempio, si può dire
che le seguenti forme: “ais, -ions; ais, -iez; ait, -aient” costituiscono il paradigma delle finali verbali
dell’imperfetto dell’indicativo poiché si combinano con tutte le radici verbali. In sintassi, si constata,
per esempio, che con il contesto “chien aboie”, più elementi possono precedere la parola “chien”:
“le, un, ce, mon, ton, son, notre, votre, leur, ecc.”. Il paradigma implica quindi che il parlante ha la
scelta in un repertorio di elementi della stessa classe. Si dirà ugualmente che i membri di uno stesso
paradigma sono in opposizione gli uni con gli altri, poiché la scelta di uno degli elementi esclude
l’apparizione di altri e la sostituzione di un altro elemento del paradigma cambia il senso
dell’enunciato. In un enunciato reale, il parlante sceglie un elemento specifico tra i membri di questa
classe, secondo i propri bisogni comunicativi. Dirà “Mon chien aboie” o “Leur chien aboie” secondo
la situazione.
Come già detto, si scoprono i membri di un paradigma per il test di commutazione. Questo test
consiste nel mettere gli elementi suscettibili a formare un paradigma nello stesso contesto per
determinare quelli che possono effettivamente apparire e quelli che saranno esclusi.
Se si riprende il contesto sonoro “on”, per esempio, si proverà a mettere altre consonanti francesi
davanti ad alcune vocali: “zon” e “chon”. Si constaterà che questa sequenza di suoni formano delle
sillabe possibili nelle parole come “Vison”, “cochon”, ma che da soli non formano parole. Nello
stesso modo in morfologia, si constata che esistono dei pronomi relativi formati dalla combinazione
di preposizioni “à” e “de” accompagnate da un pronome, per esempio “duquel, desquels, desquelles,
auquel, auxquelles, auxquels”. Al contrario, tutte le proposizioni non hanno questa proprietà; non ci
sono pronomi relativi come “aprèsquel o parquel”. È dunque attraverso la commutazione che si
determinano i paradigmi del sistema linguistico.
Paragrafo 8 – Il sintagma e la permutazione
La nozione di sintagma designa la combinazione di diverse unità linguistiche in una catena per
produrre una nuova unità di senso. Questa nozione implica che esistono alcune catene che sono
permesse nel sistema e altre che sono vietate. Ci sono dunque delle regole di combinazione che
determinano i sintagmi possibili. Il rapporto sintagmatico significa dunque il concatenamento degli
elementi in una sequenza specifica. Se riprendiamo l’esempio fonologico usato, si vede che le
sequenze “lune et nul” usano i suoni “l, u, n”, e fanno parte della scorta delle parole francesi. Al

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contrario, le sequenze “uln, unl, lnu et nlu” usano gli stessi suoni individuali, ma non costituiscono
parole francesi.
Nello stesso modo, si dirà che le catene “cette table” e “ce fauteuil” formano dei sintagmi possibili,
ma di contro, “table cette” e “fauteuil ce” non rispettano le regole di combinazione.
Si dirà che gli elementi di un sintagma sono in contrasto gli uni con gli altri. Ciò vuol dire che
appaiono nella stessa catena, ma che ogni elemento ha il suo proprio stato e la sua propria posizione
nel sintagma.
Si scoprono le combinazioni possibili attraverso il test di permutazione. Questo test consiste nel
cambiare l’ordine degli elementi per determinare i sintagmi possibili e impossibili. In un grande
numero di casi, il cambio di ordine provocherà un cambio del senso. Confrontiamo, per esempio, “Le
chasseur guette l’ours” e “L’ours guette le chasseur” dove è stato cambiato il soggetto e l’oggetto
diretto.
Tuttavia, è importante notare che un cambiamento dell’ordine non cambia sempre il senso
complessivo. Se si confrontano le due frasi “Je sors ce soir” e “Ce soir, Je sors”, le due formano delle
catene possibili e hanno un’interpretazione quasi identica. Però, la sequenza “Ce je sors soir” non
costituisce una sequenza possibile.
CAPITOLO 4 – L’ARTICULATION DES VOYELLES FRANCAISES –
L’ARTICOLAZIONE DELLE VOCALI FRANCESI
Paragrafo 0 – In due parole
Si possono registrare i suoni della lingua ed esaminarli acusticamente. Nella comunicazione
ordinaria, è l’orecchio che è il nostro strumento di analisi. Ci dice se il nostro interlocutore è giovane,
vecchio, del nord, del sud, un operaio, un contadino o intellettuale. Fa un’analisi fonetica. Ma è il
nostro cervello che ci permette di sapere se è stato detto: “C’est long” o “C’est bon” o “C’est rond”.
Opera dei confronti e fa un’analisi fonologica. In questo capitolo, si inizia con l’analisi fonetica e il
suo modo di classificare i suoni del francese in funzione del modo in cui sono articolati.
Paragrafo 1 – La fonetica e la fonologia
Le comunità linguistiche sfruttano in modo particolare le possibilità di produzione sonora
dell’apparato fonetico umano. Abbiamo già visto che ogni lingua opera una ripartizione specifica
della sostanza sonora e stabilisce così un repertorio limitato di forme linguistiche. Il numero di
queste unità sonore varia in media da una trentina a una cinquantina di vocali e consonanti (un totale
di 36 per il francese). La descrizione del sistema sonoro di una lingua implica anche due discipline
vicine ma indipendenti, la fonetica e la fonologia.
La fonetica studia i suoni della parola. La fonologia invece studia i suoni dal punto di vista
linguistico.
Paragrafo 2 – Le diverse branchie della fonetica
La fonetica è lo studio della produzione, della trasmissione e della percezione dei suoni delle parole.
La fonetica si divide in 3 campi maggiori che corrispondono a ciascuna delle tappe del ciclo della
comunicazione: la fonetica articolatoria descrive l’apparato fonetico umano e analizza la produzione
dei suoni delle parole; la fonetica acustica studia la propagazione e le proprietà fisiche dei suoni delle
parole; la fonetica uditiva descrive l’apparato uditivo e la decodifica percettiva dei suoni delle parole.
La fonetica comprende inoltre la fonostilistica che studia da un punto di vista stilistico gli effetti
prodotti attraverso i diversi tipi di voce, le emozioni, le attitudini, gli accenti individuali, regionali o
sociali, considerati dal punto di vista espressivo.
Paragrafo 3 – L’apparato di produzione sonora

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L’apparato umano di produzione sonora può dividersi in due grandi sotto-sistemi: il sistema
fonatorio permette di vocalizzare e così di produrre un suono di base che si chiama voce; il sistema
articolatorio permette di modificare il suono di base e di produrre così una gamma di suoni diversi.
Il sistema fonatorio comprende: i polmoni, che forniscono il flusso d’aria necessaria alla produzione
delle parole. L’aria espirata dai polmoni sale verso la bocca per un passaggio comune che si chiama
trachea, detta anche trachea arteria; la laringe, una struttura di ossa e cartilagine, che mantiene le due
bande di tessuto elastico che si chiamano corde vocali. La cartilagine e i muscoli della laringe
permettono di contrarre e rilassare, di avvicinare e allontanare le corde vocali. Lo spazio tra le corde
vocali (che forma una sorta di triangolo) che permette il passaggio di aria dai polmoni, è chiamato
glottide. L’epiglottide è una cartilagine situata proprio sopra la glottide, e permette di coprire
interamente il passaggio d’aria polmonare per evitare che il cibo cada nella trachea e nei polmoni.
Normalmente le corde vocali sono allargate e l’aria espirata dai polmoni passa liberamente attraverso
la glottide. In compenso, se si avvicinano le corde vocali, l’espirazione dell’aria polmonare mette in
movimento le corde vocali, e questo produce così il suono di base chiamato anche voce o
vocalizzazione.
Il sistema articolatorio è più complesso e comprende: la mascella inferiore, relativamente mobile,
che può avere diversi gradi di apertura; le labbra, molto mobili, che possono prendere configurazioni
diverse; la lingua, ugualmente molto mobile, che si divide in due parti principali, l’apice sulla punta
della lingua, e il dorso cioè la parte centrale, si distingue inoltre per la descrizione dei suoni del
sistema francese, una parte della lingua che si trova tra l’apice e il dorso chiamato predorsale e una
parte che si trova dopo il dorso chiamato post-dorsale; i denti, che forniscono dei luoghi di contatto
per la lingue e le labbra; gli alveoli, una sorta di rigonfiamento duro proprio dietro i denti superiori
che danno un luogo di contatto per la lingua; il palato duro, sempre luogo di contatto per la lingua, si
divide in due parti, la parte dura dietro gli alveoli o parte pre-palatale e la parte dura ma
relativamente piatta o palatale; il palato molle, che si chiama velo del palato, che è un luogo di
contatto e un organo relativamente mobile che è sia alzato sia abbassato; l’ugola, un prolungamento
fatto della parte elastica del velo palatale.
Paragrafo 4 – Il modo di articolazione delle vocali
Nella fonazione normale, le corde vocali vibrano per le vocali e le consonanti sonore. Esse non
vibrano nella voce sussurrata. Questi sono prodotti attraverso la vibrazione delle corde vocali che
passa attraverso le cavità: faringea, boccale e nasale. La configurazione della cavità della bocca e del
naso modificano il suono di base proveniente dalle corde vocali amplificando alcune frequenze e
diminuendone altre.
Quando il velo del palato è sollevato, l’aria passa interamente per la cavità boccale, le vocali sono
allora dette orali. Se il velo del palato si abbassa, un po’ d’aria passa per le cavità del naso e le vocali
così articolate sono chiamate nasali.
Paragrafo 5 – Il punto o luogo d’articolazione
Si chiama tradizionalmente punto di articolazione il passaggio più stretto, al momento
dell’articolazione del suono, tra la lingua e il palato. Si tratta in realtà non di un punto ma di una zona
di restringimento chiamato anche luogo di articolazione.
Secondo il posto del luogo di articolazione, si distinguono vocali anteriori e vocali posteriori.
Secondo il divaricamento (che si chiama anche apertura) tra la lingua e il palato si distinguono vocali
dette molto chiuse (il passaggio è stretto) o alte, e vocali molto aperte o basse.
Secondo l’avanzamento delle labbra, si distinguono vocali dette arrotondate e vocali non arrotondate.
Paragrafo 6 – La classificazione articolatoria e la rappresentazione fonetica delle vocali

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Sono state rappresentate attraverso simboli fonetici internazionali le vocali. I simboli hanno lo scopo
di evitare del tutto confusione ortografica. Si scrive il simbolo fonetico tra parentesi quadre.
Vocali orali:
[i] ‘si’ [u] ‘loup’
[e] ‘dé’ [ə] ‘le’
[ɛ] ‘être’ [œ] ‘peur’
[a] ‘patte’ [ø] ‘peu’
[ɑ] ‘pâte’ [o] ‘peau’
[y] ‘lu’ [ɔ] ‘porte’
Vocali nasali:
[ɛ] ‘vin’
[œ] ‘un’
[ɑ] ‘en, an’
[ɔ] ‘on, bombe’
Paragrafo 8 – Fonetica e ortografia
L’alfabeto fonetico internazionale ha per principio di non avere che un solo segno per uno stesso
suono, che non è il caso dell’ortografia francese.
Così, lettere diverse possono rappresentare uno stesso suono:
C, S, T, X si pronunciano /s/ in: cire, sire, inertie, dix
Una stessa lettera può rappresentare suoni diversi:
C si pronuncia /k/ in ‘coq’, /s/ in ‘ce’, e /g/ in ‘zinc’
S si pronuncia /z/ in ‘oiseau’, e /s/ in ‘sale’
T si pronuncia /t/ in ‘sortie’, ma /s/ in ‘inertie’
X si pronuncia /ks/ in ‘taxi’ ma /gz/ in ‘examen’
CH si pronuncia / / in ‘chat’ ma /k/ in ‘orchestre’
AI, OI, OU, AN, AM, etc. rappresentano un solo suono.
Alcune lettere non si pronunciano, come la C finale i ‘marc de cafè’, anche se la stessa lettera finale
si pronuncia in ‘Marc’.
H è muta in ‘des hirondelles’ e permette la liaison ma è detta aspirata in ‘héros’ e impedisce la
liaison.
G si pronuncia /g/ in ‘gare’ ma /ʒ/ in ‘girouette’
Lo studio del collegamento tra le grafie dell’ortografia e la loro pronuncia si chiama ortoepia.
Il sistema di trascrizione fonetica permette di rappresentare i suoni come si pronunciano e facilita la
comprensione fonetica tra lingue diverse. È stato creato per facilitare l’insegnamento delle lingue,
dall’Associazione Fonetica Italiana, a Parigi, nel 1886.
Paragrafo 9 – L’utilità linguistica delle vocali
Alcune lingue, come l’ebraico e l’arabo classico, non scrivono le vocali. Questo è grazie al contesto
delle consonanti, che forniscono molte più informazioni delle vocali, e si possono ricostituire le
vocali mancanti. Una frase come “L’électricité est produite par un réacteur”. Se si sopprimono tutte
le vocali, avremo: l-l-ktr-s-t- -pr-d-t p-r -- r—kt-r. Cercando bene, si potrà arrivare a ritrovare il
senso della frase scritta. Ma se non si guardano che le vocali, le possibilità sono quasi nulle. Avrete:
e-ɛ-i-i-e-ɛ-ɔ-i-a-œ-e-a-œ.
A che servono dunque le vocali? Se si canta la frase di prima, si potrà constatare che le vocali
servono a portare la voce, a parlare a voce alta, a cantare. Contribuiscono così a rendere più udibili le
consonanti. Sarà anche più facile ritrovare il senso perduto della frase di prima inserendo una vocale,
non importa quale, tra le consonanti.

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Paragrafo 10 – La ridondanza
Ci si rende conto giocando a sopprimere le vocali (così come le consonanti) che si potrà
comprendere la scritta con molte meno lettere. La trascrizione fonetica ne approfitta perché permette
di scrivere, per esempio, ‘la philosophie’ come ‘lafilozofi’. Si dice che la lingua scritta del francese è
molto ridondante in confronto all’orale. Dà troppe informazioni. La lingua orale può anche dare
ancora molte informazioni. Lo fa per bisogno di economia. Così la E cade nella conversazione. Non
si fa lo sforzo di pronunciare questa vocale in sequenze come ‘Je n’sais pas c’qui s’pass’. Si dice
familiarmente ‘v’là pour voila’, ‘pis pour puis’.
CAPITOLO 5 – L’ARTICULATION DES CONSONNES FRANCAISES –
L’ARTICOLAZIONE DELLE CONSONANTI FRANCESI
Paragrafo 0 – In due parole
Le consonanti sono dei suoni che vanno insieme alle vocali. Le consonanti rendono il flusso sonoro
delle vocali più facile da decifrare e riconoscere. Nell’articolazione, questo flusso sonoro è interrotto
totalmente, come per la [t] nella parola ‘été’, o viene rallentato, compresso, come la [s] in ‘assez’.
Una musica prodotta dalle vibrazioni dell’aria, al livello della laringe, rende questo flusso
consonantico sonoro, come la [z] di ‘azur’. Ma senza vibrazione, le consonanti sono dei rumori,
come la [s] di ‘assez’. Si classificano le consonanti in base al posto dove sono articolate.
Paragrafo 1 – L’articolazione delle consonanti
Per le consonanti, come per le vocali, l’aria espirata dai polmoni passa per la glottide (spazio
compreso tra le corde vocali) ed è modulata dagli stessi organi articolatori che vanno a dare il loro
nome ai diversi tipi di consonanti.
Le consonanti sono dei suoni molto più complessi delle vocali. Loro comportano dei rumori mentre
le vocali comportano dei suoni più armoniosi. In generale, sono articolarmente più ferme, il
passaggio di aria è sempre più stretto. Può essere completamente fermato per dei suoni come [p], [t],
[k]. L’aria espirata può far vibrare le corde vocali o no, passare per le cavità nasali o no. Gli organi
articolatori che entrano in gioco sono molto diversi. Bisogna tener conto di tutti i fattori quando si
stabilisce la classificazione delle consonanti.
Paragrafo 2 – La classificazione delle consonanti secondo il modo articolatorio:
occlusive/ostruttive
Esistono due tipi principali di movimenti dell’apparato articolatorio per le consonanti di francese
standard:
 L’occlusione, cioè la chiusura completa, ma momentanea, dell’apparato articolatorio, che
caratterizza le consonanti occlusive, come [p] di ‘pas’, [t] di ‘tes’, [k] di ‘cas’, [b] di ‘bas’, [d]
di ‘dé’, [g] di ‘gai’, [m] di ‘mes’, [n] di ‘nez’, [ɲ] di ‘agneau’, [ŋ] di ‘parking’. Si chiamano
anche consonanti momentanee.
 La frizione, cioè, il serramento continuo dell’apparato articolatorio produce così un rumore di
frizione, che caratterizza le consonanti fricative, come: [f] di ‘feu’, [s] di ‘ceux’, [ʃ] di ‘chez’,
[v] di ‘vous’, [z] di ‘zap’, [Ʒ] di ‘joue’, [ʀ] di ‘ri’, [l] di lie. Si chiamano anche consonanti di
continuazione perchè si possono prolungare.
Paragrafo 3 – La classificazione delle consonanti secondo il modo articolatorio: orali/nasali
Tutte le consonanti possono ugualmente essere classificate secondo il modo di espulsione dell’aria,
mediante la bocca, mediante bocca e naso.
 Consonanti orali: l’aria passa unicamente per la bocca, come in: [p], [t], [k], [b], [d], [g], [f],
[s], [ʃ], [v], [z], [Ʒ]

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 Consonanti nasali: l’aria passa per la cavità nasale, come per: [m], [n], [ɲ], [ŋ]. Queste
consonanti non sono interamente nasali visto che durante l’emissione l’aria scappa anche per
la bocca.
Paragrafo 4 – La classificazione delle consonanti secondo il modo articolatorio: sonore/non
sonore
Si classificano ancora le consonanti secondo la presenza o l’assenza di vibrazione delle corde vocali:
 Le corde vocali non vibrano, si tratta quindi di una consonante non sonora, chiamata anche
consonante sorda: [p], [t], [k], [f], [s], [ʃ]
 Le corde vocali vibrano, si tratta quindi di una consonante sonora: [b], [d], [g], [v], [z], [Ʒ],
[m], [n],
[ɲ], [ŋ].
Paragrafo 5 – La classificazione delle consonanti secondo il luogo d’articolazione
Si classifica l’articolazione delle consonanti secondo il luogo di contatto tra gli organi articolatori. Il
francese moderno ha:
 Tre consonanti bi-labiali che risultano dal contatto tra le labbra superiori e inferiori, come [p]
di ‘peau’, [b] di ‘beau’, [m] di ‘mot’
 Due consonanti labio-dentali che risultano dal contatto tra il labbro inferiore e i denti
superiori: come [f] in ‘faux’ e [v] in veau
 Tre consonanti apico-dentale, che risultano dal contatto tra la punta della lingua e i denti
superiori: come [t] in ‘taux’, [d] in ‘dos’, [n] in ‘nos’
 Una consonante apico-alveolare, che risulta dal contatto tra la punta della lingua e la parte
dura del palato dietro i denti superiori, come [l] in ‘lit’. In questo caso unico tra le consonanti,
l’aria espirata passa da ogni lato della lingua. Si dice allora che [l] è una consonante laterale.
 Due consonanti pre-dorso-alveolari che risultano dal contatto tra la parte anteriore della
lingua e la parte dura del palato dietro i denti superiori come: [s] di ‘seau’ e [z] di ‘zone’
 Due consonanti pre-dorso-palatali, che risultano da un restringimento tra la parte anteriore
della lingua e la parte anteriore del palato: [ʃ] di ‘chat’ e [Ʒ] di ‘joue’
 Una consonante medio-dorso-palatale, che risulta dal contatto tra il mezzo della lingua e la
parte dura del mezzo del palato, [ɲ] di ‘agneau’
 Due consonanti che cambiano luogo di articolazione secondo la natura della vocale che
segue, [k] e [g]. Davanti le vocali anteriori, queste due consonanti hanno un luogo di
articolazione dorso-palatale che risulta dal contatto tra la parte posteriore della lingua e la
parte posteriore del palato duro, [k] di ‘qui’ e [g] di ‘gui’. Al contrario, davanti le vocali
posteriori, queste consonanti hanno un luogo di articolazione dorso-velari che risultano dal
contatto tra la parte posteriore della lingua il velo del palato (palato molle), [k] di ‘cou’ e [g]
di ‘gout’.
 Una consonante dorso-velare nasale, che risulta dal contatto tra la parte posteriore del dorso
della lingua e il velo del palato (palato molle), [ŋ] di ‘parking’. Questa consonante è un
prestito recente dell’inglese nelle terminazioni in -ing.
 Una consonante post-dorso-uvulare, che risulta dal contatto tra la parte molto posteriore della
lingua e l’ugola, [R] di ‘roue’.
Paragrafo 6 – I tratti articolatori delle consonanti del francese
Riassumendo, ogni consonante del francese può essere definita da quattro tratti articolatori.
I primi tre tratti definiscono il modo articolatorio della consonante e formano delle opposizioni di
natura binaria: occlusive/fricative, orali/nasali, non sonore/sonore. Il quarto tratto è un tratto

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complesso del luogo di articolazione (bi-labiale, apico-dentale, labio-dentale, apico-alveolare, pre-
dorso-alveolare, pre-dorso-pre-palatale, medio-palatale, dorso-palatale, dorso-velare, post-dorso-
uvulare). Si può, per esempio, definire in questo modo le seguenti consonanti: [p] occlusiva, orale,
non sonora, bi-labiale; [v] fricativa, orale, nasale, labio-dentale. La differenza tra [p] e [v] sta in tre
tratti, occlusiva/fricativa, non sonora/sonora, bi-labiale/labio-dentale. La differenza tra [t] e [z] sta in
tre tratti, occlusiva/fricativa, non sonora/sonora, apico-dentale/pre-dorso-alveolare.
Paragrafo 7 – Le semi-consonanti
Ci sono in francese tre foni che si chiamano semi-vocali o semi-consonanti perché sono
articolarmente più ferme delle vocali quindi sono più aperte delle consonanti. In più, sono instabili
come le consonanti perché comportano un movimento di costrizione dell’apparato articolatorio.
Queste tre semi-consonanti sono la yod come in ‘hier’, la ué come ‘lui’, e la oué di ‘oui’. Le tre
semi-consonanti [j], [ɥ], [w] corrispondono rispettivamente a tre vocali [i], [y], [u] con i tratti di
articolazione seguenti: [j] orale, anteriore, scartata; [ɥ] orale, anteriore, arrotondata; [w] orale,
posteriore, arrotondata.
Paragrafo 8 – La classificazione uditiva delle consonanti
Le occlusive non sonore [p], [t], [k], sono percepite come rumori di esplosione che appaiono difficili
e non armoniose. Le occlusive sonore [b], [d], [g], che hanno la stessa articolazione delle non sonore
precedenti, aggiungono all’esplosione una sonorità che le rende meno dure all’orecchio. Le fricative
non sonore [f], [s], [ʃ], a causa della loro debole apertura e la mancanza di sonorità, sono dei rumori
di forte frizione e poca risonanza. Le fricative sonore [v], [z], [ʒ], che hanno la stessa articolazione
delle non sonore precedenti, hanno un po’ meno frizione e più risonanza. Le fricative sonore [l] e [R]
hanno molta poca frizione e una grande risonanza. Si considerano come le più armoniose delle
consonanti perché sono acusticamente molto vicine alle vocali. In certe lingue come il ceco possono
rimpiazzare delle vocali come nucleo sillabico.
CAPITOLO 6 – LA PHONOLOGIE DES VOYELLES FRANCAISES – LA FONOLOGIA
DELLE VOCALI FRANCESI
Paragrafo 0 – In due parole
Nei capitoli precedenti, preso in considerazione le consonanti e le vocali del francese dal punto di
vista descrittivo della loro articolazione. Questo studio è detto fonetico.
La fonologia, al contrario, studia il ruolo dei suoni nel sistema linguistico, cioè quelle che provano a
trovare l’utilità dei suoni che abbiamo descritto per il funzionamento della lingua. Questo capitolo
descrive quindi i suoni funzionali del sistema vocalico del francese moderno.
Paragrafo 1 – Descrizione fonetica / descrizione fonologica
Se un francofono pronuncia la parola ‘maison’ con la prima vocale come quella di ‘sel’ piuttosto che
come quella si ‘ses’, questo non ha importanza sul piano fonologico – quello dell’utilità linguistica.
Di contro, se pronuncio la vocale della parola ‘si’ come quella della parola ‘su’, non si capirà quello
che si vuole dire. Il mio errore non sarà una variazione fonetica, come nel caso precedente;
riguarderà il sistema fonologico.
La fonologia va dunque a stabilire innanzitutto il repertorio dei fonemi, suoni funzionali
indispensabili per la comprensione linguistica – vocali e consonanti. In più, definisce le regole di
combinazione, il loro funzionamento nella lingua. Esaminerà ugualmente i loro rapporti tra le
strutture sonore.
Il fono, considerato foneticamente, si scrive tra parentesi quadre, mentre si mette tra barre oblique / /
se si tratta di un fonema, considerato da un punto di vista linguistico nella disciplina chiamata
fonologia.
Paragrafo 2 – I fonemi e le varianti

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L’apparato fonatorio umano è capace di produrre un gran numero di suoni. Ogni lingua utilizza un
numero limitati di suoni nel sistema linguistico. Il francese, da parte sua, utilizza 36 fonemi (sedici
vocali e venti consonanti). In generale, i fonemi isolati non hanno senso, per esempio, /i/, /z/, /n/. Al
contrario, si combinano i fonemi per costituire delle unità sonore che rinviano a unità linguistiche.
Si constatano spesso delle grandi variazioni fonetiche nella pronuncia delle vocali. La lingua
ammette molte fluttuazioni che rimangono all’interno di forme linguistiche permesse che sono i
fonemi.
Se un canadese francofono pronuncia la /o/ di ‘saute’ come [o u] mettendo il dittongo sulla ultima
parte della vocale, mentre un altro pronuncia [o] senza cambiamenti di timbro, non ci sono problemi
di comprensione. In effetti, il francese non oppone /o/ e /o u/ per distinguere delle parole di senso
diverso. Si dirà allora che [ou] è una variante del fonema /o/. Le varianti sono chiamate allofoni nella
terminologia nord-americana.
Ci sono relativamente poche variazioni per le consonanti; ce n’è, al contrario, un grande numero per
le vocali.
Paragrafo 3 – Il sistema di opposizioni fonologiche delle vocali francese
Nella tabella seguente è rappresentato il largo sistema di dodici fonemi orali, vocalici, del francese
standard. Le vocali messe nelle caselle, sul fondo della tabella, indicano che certi tipi di francese
riducono a una sola vocale le due o tre vocali indicate.
Alcuni fonetisti moderni inseriscono nella descrizione fonologica i termini di vocali alte (luogo
chiuso) e vocali basse (luogo aperto).
Paragrafo 4 – I tratti distintivi (articolatori) dei fonemi per la descrizione fonologica
Con la descrizione fonologica dei fonemi vocalici francesi si avranno quattro tratti distintivi:
labialità, anteriorità, apertura, nasalità.
Paragrafo 5 – Le coppie minimali
Due unità significative (lessemi o morfemi) costituiscono una coppia minimale quando si oppongono
per un solo fonema. Ecco qualche coppia minimale: ‘si’ si oppone a ‘su’; ‘j’ai dit’ si oppone a ‘je
dis’; ‘patte’ si oppone a ‘pâte’; ‘le pain’ si oppone a ‘lapin’.
Paragrafo 6 – La sillaba e la divisione sillabica del francese
Una sillaba risulta in generale dalla combinazione di un nucleo vocalico (V) e di un contorno
consonantico (C). In francese tutta la sillaba comporta necessariamente un nucleo vocalico ma uno
solo. Una sillaba può oltretutto contenere la sola vocale che forma il suo nucleo, per esempio ‘Oh!’,
oppure ‘Où?’. Nella maggior parte dei casi, la sillaba contiene ugualmente una o più consonanti che
precedono, seguono o contornano il nucleo vocalico, per esempio ‘tôt’, ‘trop’, ‘or’, ‘arme’, ‘strict’.
La scelta del numero e del tipo di consonanti che possono raggrupparsi intorno a un solo nucleo
vocalico è particolare per ogni lingua.
Paragrafo 7 – La legge di distribuzione complementare
Il termine ‘distribuzione’ designa qui l’aspetto delle unità in un contesto linguistico specifico. Le
vocali /a/ e /y/ possono, ad esempio, apparire tra le consonanti /p/ e /R/ per formare /pyR/ e /paR/. Il
termine complementare significa che alcune unità non appaiono nello stesso contesto, è il contesto
linguistico che determina la distribuzione di queste unità. La maggior parte dei fonemi vocalici del
francese possono apparire nello stesso contesto sonoro. Ma per le sillabe accentuate (cioè quelle che
si trovano in posizione finale della parola isolata o del gruppo), i fonemi vocalici aperti appaiono di
solito nelle sillabe chiuse, mentre i fonemi vocalici chiusi appaiono di solito nelle sillabe aperte. In
questi casi, è l’accentuazione e la struttura sillabica che determinano l’apparizione del fonema
vocalico. Questo fenomeno si chiama ‘regola della distribuzione complementare’.
Sillabe aperte: 1‘ces’, 3‘ceux’, 5‘seau’

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Sillabe chiuse: 2’sel’, 4’seul’, 6’sol’.
Per il francese standard, questa regola si applica in modo assoluto nei casi 2, 3 e 5. Questa regola si
applica solo in modo generale ad altri casi. La regola generale, dei sei casi, è valida per il francese
meridionale. Per il francese standard, ha delle eccezioni, alcune dovute a fattori etimologici, altre al
sistema fonologico della lingua.
Paragrafo 8 – Le eccezioni dei casi 1, 4, 6
Sotto l’influenza di fattori etimologici e ortografici, si constatano delle eccezioni alla legge di
distribuzione complementare.
E nella sillaba accentata aperta può corrispondere alla vocale aperta nelle parole che contengono
queste lettere: ‘aît’, ‘ais’, ‘ait’, ‘aient’, ‘aix’. Le parole ‘lait, paix, raie, frais, mais’ si pronunciano
quindi con la vocale /Ɛ/. Ci sono delle eccezioni di tipo grafico alla regola di distribuzione
complementare.
EU in sillaba accentata chiusa corrisponde alla vocale chiusa nella parola ‘jeûne’ e nelle parole con i
grafemi ‘euse’, ‘eusent’, come in ‘chanteuse’, ‘danseuse’, ‘creusent’. Nel primo caso, si tratta di
un’eccezione di tipo grafico dovuta alla presenza dell’accento circonflesso sulla ‘u’. Nel secondo
caso, si tratta di un’eccezione di tipo fonetico causata dalla presenza della consonante /z/ in posizione
finale di sillaba. Questa consonante chiude la vocale che la precede nella sillaba.
O in sillaba accentuata chiusa corrisponde alla vocale chiusa nelle parole con la terminazione ‘ose’,
‘osent’, come in ‘ose’, ‘posent’, ‘rose’. Si tratta, di nuovo, di un’eccezione di tipo fonetico, a causa
della presenza della /z/ in posizione finale di sillaba.
O in sillaba accentuata chiusa corrisponde alla vocale chiusa nelle parole con la grafia ‘au’ e ‘ô’, per
esempio nelle parole ‘épaule’, ‘faute’, ‘rôle’, ‘pôle’. Si tratta qui di un’eccezione di tipo grafico.
Paragrafo 9 – Le opposizioni fonologiche nei casi 1, 4, 6
Alcune di queste eccezioni alla legge di distribuzione complementare entrano nella formazione di
opposizioni fonologiche. Per quel che riguarda il caso 1, E in sillaba accentata e aperta, esiste
un’opposizione di timbro vocalico nella morfologia dei verbi. Per esempio: “j’irai, j’aimai, j’ai”;
“j’irais, j’aimais, que j’aie”. Queste opposizioni sono molto instabili nel francese moderno. Tendono
a svanire a vantaggio di uno dei due timbri.
Per quanto riguarda il caso 4, EU in sillaba accentata chiusa, l’opposizione esiste teoricamente nella
sola coppia minimale: ‘jeûne-jeune’. Questa opposizione praticamente scompare a vantaggio del
timbro [oe]. Si ritrova così la legge di distribuzione complementare.
Per quanto riguarda il caso 6, O in sillaba accentata e chiusa, l’opposizione funziona in un certo
numero di coppie minimali del lessico, per esempio ‘saule-sol’, ‘aude-ode’, ‘côte-cote’. Questa
opposizione è stabile in francese moderno.
Malgrado l’ortografo ‘au’, il nome proprio ‘Paul’ segue la legge generale di distribuzione
complementare.
Paragrafo 10 – I fattori interni dell’evoluzione del sistema di opposizione vocalica
I fonologi propongono due tipi di cause interne per spiegare la conservazione o la sparizione di certe
opposizioni del sistema fonologico delle vocali francesi. Fattori fonologici: per esempio, se
un’opposizione fonologica è produttiva, si dice che ha un buon rendimento funzionale. Si ha allora la
tendenza a mantenerla, per esempio, nella serie di vocali a doppio timbro. Fattori fonetici: cioè la
facilità di articolazione, e la facilità di percezione come la manutenzione di antiche opposizioni.
Paragrafo 11 – L’esempio della scomparsa della pronuncia di UN e di A posteriore
L’opposizione /Ɛ/ e /œ/ nelle coppie minimali come ‘brin-brun’, è sulla strada della scomparsa a
vantaggio di /Ɛ/. Si potranno proporre queste cause per spiegarlo. Fattori fonologici: Il secondo

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suono ha una frequenza di occorrenza molto bassa nel lessico francese. La prima invece, ha una
frequenza più alta.
Lo stesso problema si pone per l’antica opposizione /a/ - /ɑ/ nelle parole come ‘patte-pâte’.
L’opposizione tende a sparire a causa del suo fallibile rendimento. Scomparirà a vantaggio della A
anteriore la cui frequenza è di più dell’8% della lingua orale.
Paragrafo 12 – I fattori esterni dell’evoluzione del sistema di opposizione vocalica
I due principali fattori esterni dell’evoluzione sono i punti di forza del prestigio sociale e i punti di
forza dell’espressività. Molti gruppi sociali minori cambiano la loro pronuncia per essere tono, come
i giovani, i cittadini della capitale. Si possono allora avere delle mode passeggere o definitive.
Paragrafo 13 – Le varianti libere: discorsive, dialettali, sociali, fonostilistiche
“Variante: in senso generale, realizzazione di un fonema”. Così, ognuna delle nostre parole comporta
delle varianti individuali che ci caratterizzano. Ma si possono anche trovare caratteri generali delle
varianti.
In un discorso familiare, rapido, le vocali non accentate dette a doppio timbro, E, O, EU, diventano
medie. Non si sa, per esempio, se la persona che parla ha detto la prima E di ‘question’ aperta o
chiusa, o se le O di ‘philosophie’ sono state pronunciate aperte o chiuse. Alcune vocali non accentate
spariscono stesso nella conversazione. Si rileva anche nelle interviste familiari di una star della
televisione francese, Bernard Pivot, delle sequenze come: ‘Bon, ben, m’alors… faut pas…
m’enfin…’, per ‘Bon, eh bien, mais alors il ne faut pas, mais enfin’ e si dice che la E caduta, vocale
non accentata per eccellenza, cade subito, come in ‘J’sais pas c’qui s’pass’. Al contrario, nei discorsi
ufficiali di politici o in un sermone, le vocali non accentate saranno più spesso chiare e distinte.
Secondo l’origine dialettale o sociale, le vocali accentate non seguono sempre le regole della
pronuncia del francese standard che abbiamo visto. Un meridionale potrà pronunciare, per esempio:
‘J’avais des roses /ʒavƐ de ʀoz/ come [ʒave derɔzə]. Tutto il mondo capirà, ma dal punto di vista del
francese standard, si dirà che l’enunciato contiene delle varianti regionali.
Sul piano sociale, un operaio non parla sempre come il suo datore, direttore di fabbrica. Esistono
ugualmente delle varianti dette fonostilistiche, perché costituiscono uno stile particolare della parola
espressiva, come quella degli snob o degli oratori, che, per esempio, allungano a dismisura le vocali
o le aprono molto. In tutti i casi precedenti, si dirà che ci sono delle varianti libere perché la persona
che parla mantiene più o meno il controllo. Si potrà discutere nel caso delle varianti dialettali perché
il sistema linguistico resta d’origine restrittivo. Non è sempre facile, per esempio, passare da vocali
del parlare popolare di Montréal a parlate intellettuali e viceversa.
Paragrafo 14 – Varianti condizionate
Si chiamano così le varianti che dipendono dal sistema linguistico. È quello che introduce la
variazione nella parola attraverso il rapporto ai fonemi. Queste varianti sono involontaria e spesso
inconsce, comandato attraverso la lingua. Questa variazione è poco importante nel caso detto di
armonizzazione vocalica, come la chiusura della E aperta di ‘aime’ che diventa chiusa sotto
l’influenza della vocale chiusa e accentata [e] in un caso come: ‘aimé’ [eme], rispetto a ‘aime’ [Ɛm].
Il caso della variazione obbligatoria più frequente è quella degli allungamenti. Normalmente, tutte le
vocali accentate (finali) sono due volte più lunghe delle vocali non accentate. È il modo ordinario del
francese di marcare l’accento, che delimita così i gruppi di senso nel discorso. Ma un allungamento
ancora più importante, segnato con [ : ] si produce sulle vocali accentuate nei seguenti casi: seguite
da consonanti [ʀ, z, v, Ʒ], tutte le vocali accentate sono allungate, come in ‘or’, ‘bise’, ‘réve’, ‘neige’;
le vocali A posteriore, O chiusa, EU e le 4 vocali nasali sono allungate quando sono seguite da una
consonante pronunciata, come ‘pâte’, ‘pôle’, ‘simple’, ‘humble’, ‘blanche’, ‘ronde’.

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CAPITOLO 7 – LA PHONOLOGIE DES CONSONNES FRANCAISES – LA FONOLOGIA
DELLE CONSONANTI FRANCESI
Paragrafo 0 – In due parole
Come le vocali, le consonanti funzionano nella lingua opponendosi attraverso un sistema di tratti
distintivi. Si esaminano qui la loro distribuzione in termini di articolazione.
Paragrafo 1 – Le opposizioni consonantiche
Tutte le consonanti possono opporsi le une alle altre. Non ce ne sono alcune che non possano essere
soppresse totalmente nel sistema linguistico. Su questo soggetto l’accordo dei francofoni è più
grande che per il sistema vocalico. Ci sono dei francofoni che non fanno differenza tra tra ‘les’ /le/ e
‘laid’ /lƐ/, confondendo le due vocali. Al contrario, ma un francofono rimpiazzerà una consonante
per un’altra, dicendo, per esempio, ‘pont’ al posto di ‘bon’. Pertanto, in questi due casi, un solo tratto
articolatorio separa le vocali e le due consonanti.
Le consonanti che hanno lo stesso luogo di articolazione, malgrado le differenze di modo
articolatorio, costituiscono un ordine. Così l’ordine delle consonanti bilabiali /p/, /b/, /m/, o l’ordine
delle consonanti apico-dentali /t/, /d/, /n/.
Le consonanti che dividono gli stessi tratti del modo articolatorio (il tipo di movimento, il passaggio
principale di aria e la vibrazione delle corde vocali), nonostante le differenze del luogo di
articolazione, costituiscono una serie. Così la serie di occlusive non vocali /p/, /t/, /k/, quelle delle
occlusive vocali /b/, /d/, /g/, e quelle delle nasali /m/, /n/, /ŋ/, /ɲ/.
Paragrafo 2 – Le opposizioni delle occlusive
Schema delle opposizioni delle consonanti occlusive pg. 72
Paragrafo 3 – La correlazione delle occlusive
L’opposizione tra due serie di consonanti forma una correlazione. Si ha così la correlazione di
voisement (rapporto sonoro/non sonoro), per esempio la serie di occlusive non sonore /p/, /t/, /k/
opposte alla serie di occlusive sonore /b/, /d/, /g/ e quelle della nasalità (rapporto orale/nasale), per
esempio l’opposizione tra la serie di occlusive orali /p/, /t/, /k/, /b/, /d/, /g/ e quelle occlusive
nasali /m/, /n/, /ŋ/, /ɲ/.
La /ɲ/ è un fonema isolato, detto fuori correlazione. C’è dunque una scatola vuota nel sistema perché
questo fonema non ha corrispondenti orali e sonore. In più, la sua occorrenza è debole. Non è quindi
stupefacente che abbia delle fluttuazioni fonetiche e che dei soggetti parlanti le realizzino come una
sequenza di altri fonemi, quindi l’articolazione è vicina e più solida nel sistema /n/ + /j/. Nel caso di
‘agneau’ [aɲo], alcuni francofoni pronunciano [anjo].
Per quanto riguarda il fonema /ŋ/, è improntato all’inglese nel morfema ‘-ing’, come in ‘parking,
camping’. È infatti un morfo-fonema, cioè un fonema che appare in casi particolari di prestiti
morfologico. È mal integrata al sistema morfologico del francese e questa terminazione -ing è spesso
pronunciata [in] sul modello delle terminazioni conosciute nella lingua, come in parole tipo ‘routine,
cantine’.
Paragrafo 4 – Le opposizioni delle fricative
Schema delle opposizioni delle consonanti fricative pg. 73
Paragrafo 5 – La correlazione delle fricative
Si constata che la correlazione di nasalità è assente nel sistema fonologico delle fricative. Non ci
sono per esempio /s/ nasali che si oppongono a /s/ orale.
In più, si considera che /l/ e /ʀ/ non entrano nella correlazione. Queste due sono normalmente sonore.
Possono dividersi foneticamente ma non ci sarà mai una /ʀ/ sonora che si oppone a una non sonora.
Paragrafo 6 – I tratti distintivi e il rendimento fonologico

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Le opposizioni fondate sul voisement, hanno un rendimento molto alto e sono molto stabili. Questo
significa che le opposizioni sono molto numerose e permettono di distinguere un grande numero di
coppie minimali.
Paragrafo 7 – Le varianti libere e le varianti condizionate
Abbiamo visto, a proposito delle vocali, che la lingua tollera di frequente delle varianti fonetiche
senza che questo nuoccia al buon funzionamento fonologico. Ed è lo stesso, anche se in una ben
minore misura, per le consonanti, di cui la pronuncia può variare tanto che questa rimane nei limiti
imposti dal sistema linguistico. Certe varianti sono determinate attraverso il contesto sonoro, cioè il
contatto tra i suoni della catena scommessa. Si chiamano varianti condizionate o varianti
combinatorie. Le altre sono delle varianti libere.
Ricordiamo che le varianti condizionate ci mostrano bene la differenza tra fonetica e fonologia. Dal
punto di vista della linguistica (fonologia), quello che importa è la percezione. Così nella pronuncia
delle parole ’Paul’ e ‘bol’, c’è differenza fonologica tra /p/ e /b/ anche se sono più o meno sonore.
Abbiamo detto a questo proposito che i fonemi sono unità discrete. Tutte le modifiche fonetiche che
possono subire le parole riguardano poco il buon uso della lingua fintanto che il modo di
comunicazione purchè restano nei limiti permessi dal sistema fonologico.
D’altro canto, le varianti libere sono più o meno coscienti e possono essere usati volontariamente dai
soggetti parlanti.
Paragrafo 8 – Le varianti consonantiche condizionate
Il contatto tra due suoni all’interno di una sillaba modifica a volte i tratti che sono normalmente
associati a certi foni. Un suono a contatto con un altro può perdere o acquisire un tratto. Così, nelle
parole ‘près’, ‘trois’, ‘clé’, ‘pleut’, la [ʀ] e la [l] sono desonorizzate dalle occlusive sorde che le
precedono nella stessa sillaba. Chiamiamo questo fenomeno assimilazione. Abbiamo due tipi di
assimilazione, di modo o luogo di articolazione.
Assimilazione del modo articolatorio: una consonante sonora diventa non sonora; una consonante
sonora si desonorizza; una consonante nasale si denasalizza; una consonante orale di nasalizza.
Assimilazione del luogo d’articolazione: la consonante [k] può essere articolata molto in avanti,
seguita da una vocale anteriore, come in ‘qui’, o seguita da una vocale posteriore come [u]. Nel
primo caso, si dice che la consonante è palatizzata e noi sentiamo a volte nell’esempio di ‘qui’ una
[k] seguita da uno yod [kji].
Paragrafo 9 – Il meccanismo dell’assimilazione delle varianti condizionate
L’assimilazione fa sì che un fono forte assimili uno debole a contatto con questo. Un fono è forte per
natura o per posizione. Natura: le occlusive [p t k b d g] sono più forti delle fricative [f s ʃ v z ʒ l ʀ] e
delle nasali [m n ŋ ɲ].
Esempi -> In ‘près, trois, croix, pli, atteler, clé’ le occlusive non sonore [p t k] dividono la [ʀ] e la [l].
(si usa un piccolo ^ messo sotto queste ultime due per indicare che questi foni hanno perso il tratto di
voisement in questo contesto). Il francese standard realizza, nella parola ‘cheval’, l’assimilazione
secondo la regola generale in [ʃfal], [ʃ] iniziale e non sonora assimila la [v] non iniziale sonora. Ma
in alcuni parlanti dell’ovest francesi, così come i francesi canadesi popolari, l’assimilazione è fatta
eccezionalmente nell’altro senso, come la pronuncia ‘joual’, che ha dato oltretutto il suo nome ai
parlanti rurali o popolari del Canada francofono.
Nella parola ‘anecdote’ [anƐk-dɔt], la [k] (occlusiva, orale, non sonora) si trova in posizione finale di
sillaba, dunque in posizione debole. Il primo elemento della sillaba seguente è una [d] (occlusiva,
orale, sonora) che è dunque in posizione forte. Poiché le due sillabe si trovano l’una accanto all’altra
in questa parola, la [k] (in posizione debole] è assimilata e diventa sonora a contatto con [d] in
posizione forte. Si pronuncia quindi come una [g]. Vale a dire che la [k] è sonora. (si indica questo

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voisement con una piccola V messa sotto la consonante in questione). Nello stesso modo, in
‘absurde’, la [b] si trova in posizione finale (debole) della sillaba. La [s] si trova in posizione iniziale
(forte) della sillaba seguente. La [b] si desonorizza dunque a contatto con [s]e si pronuncia come una
[p]. Oltretutto, nel dizionario Petit Robert, viene data [apsyrd] come pronuncia abituale di questa
parola.
Paragrafo 10 – Le varianti consonantiche dialettali o sociologiche
Le varianti dette libere, di cui abbiamo già parlato a proposito delle vocali nel capitolo precedente,
sono, per le consonanti ugualmente, tributarie del substrato dialettale o di fattori sociologici. In
Alsazia, per esempio, il dialetto parlato dalla generazione precedente può dare un accento germanico
al francese della generazione attuale. Così le consonanti sonore si desonorizzano all’iniziale e le non
sonore tendono a sonorizzarsi alle intervocaliche, come ‘ponchour’ per ‘bonjour’.
La principale variazione consonantica notevole è stata a lungo quella della /ʀ/, pronunciata con un
luogo di articolazione apico-alveolare [r], che si chiama correntemente la R lanciata, detta con un
luogo di articolazione dorso-uvualare [ʀ] con numerose varietà. La [r] era rurale e arcaica. La [ʀ] è
sempre più sentita come marca urbana, prestigiosa, in Francia, come anche in altri paesi francofoni.
Lo stesso movimento di opera attualmente nel Canada francofono.
La palatizzazione di [k] e [t] è una centralizzazione dell’articolazione (che aggiunge una colorazione
secondaria che somiglia a [j]). È stata soprattutto un fatto rurale ma è diffusa ugualmente in Francia a
Parigi tra migliaia di popolari, per esempio ‘casquette’ è pronunciata come [k jaskjɛt]. Diventa così un
marchio sociologico.
CAPITOLO 8 – L’ACCENTUATION – L’ACCENTAZIONE
Paragrafo 0 – In due parole
‘Avere un accento’ non è parlare con l’accento degli altri. Ma si tratta qui dell’accento fonetico che è
accentazione – un modo di decorare la catena parlata per meglio comprendere il discorso. Accentare
è anche a volte mettere in rilievo dei modi espressivi.
Paragrafo 1 – L’accentazione: definizione generale
L’accentazione è una prominenza attribuita a una sillaba. L’accentazione mette in rilievo una sillaba
in rapporto a tutte le altre sillabe del gruppo. Si tratta di un contrasto relativo, per esempio:
geography (inglese), géographie (francese), camera (italiano), caméra (francese). Si noterà che il
termine accentazione è preferibile al termine ambiguo di accento che rinvia ugualmente alla nozione
di devianza di una pronuncia in rapporto a un’altra considerata come la norma.
Paragrafo 2 – La natura fonetica dell’accentazione
Dal punto di vista della fisiologia, l’accentazione corrisponde a un aumento della tensione
dell’apparato articolatorio, risultato di un più grande sforzo muscolare. Sul piano acustico,
l’accentazione comporta tre indici acustici, che variano secondo le lingue, i parlanti e il luogo dove
questa accentazione si trova nell’enunciato linguistico. I tre indici acustici sono: la durezza,
l’intensità, la variazione melodica.
In francese, l’accentazione comporta sempre un prolungamento della durata della sillaba accentata.
Questa durezza è dell’ordine del doppio delle celle delle sillabe non accentate. L’intensità può
variare – decresce molto alla fine della frase. La melodia dipende dal sistema intonativo. In modo
generale, discende per indicare la finalità e sale per la continuità o la domanda. Si potrà rappresentare
così:
J’ai décidé de partir. Vous aussi?
------------/ --------------\ --------------/
Paragrafo 3 – L’accentazione demarcativa francese

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L’accentazione ha essenzialmente un ruolo linguistico, demarcativo. Serve a dividere l’enunciato in
gruppi di senso. Senza l’accentazione, non si potrà riconoscere nel discorso. Si dirà: ‘Demain matin,
je partirai vers huit heures’. E non un solo blocco: ‘Demainmatinjepartiraivershuitheures’.
Nemmeno: ‘Demain matinje partiraivershuit heures’. In francese, questa accentazione demarcativa si
mette sempre sulla sillaba finale del gruppo di senso. Il suo posto è determinato dal sistema della
lingua, per esempio: ‘la table’, ‘la petite table’, ‘la petite table rouge’, ‘la jolie petite table rouge’.
Si vede che questa accentazione dipende dal gruppo di senso e non dalla parola. Si vede che ogni
volta che il gruppo si allunga, l’accento si sposta verso la fine. Ne resulta che tutte le unità di uno
stesso gruppo sono incatenate fino all’accento finale. Questo gruppo di senso si chiama anche gruppo
ritmico perché l’accentazione ne marca il ritmo. Se il gruppo termina con una pausa si chiama
gruppo di respiro.
Paragrafo 4 – Incatenamento, ambiguità e divisione delle unità di senso
Come tutti gli elementi fonici si incatenano all’interno di uno stesso gruppo di senso, ne risulta a
volta un’ambiguità. Può essere difficile sapere se è stato detto: ‘des petites roues’ oppure ‘des petits
trous’. Se vogliamo riconoscerli, bisogna usare un’accentazione supplementare o della pausa. Gli
esempi seguenti mostrano altri casi nei quali l’accentazione demarcativa è necessaria. Si aggiungerà
eventualmente una pausa, creando quello che si chiama anche una giunzione demarcativa, o pausa
virtuale (segnalata da #).
 ‘Le juge a dit, <<L’avocat est incompétent>>. [ləʒyʒadi#lavɔkaɛtɛkɔpetɑ] (Le juge déclare
que l’avocat est incompétent)
 ‘<<Le juge>> a dit l’avocat, <<est incompétent>>. [ləʒyʒ#adilavɔka#ɛtɛkɔpetɑ] (L’avocat
déclare que le juge est incompétent)
 ‘C’est bien, ce qu’il dit’. [sɛbjɛ#skildi] (Je considère que ce qu’il dit est sensé)
 ‘C’est bien ce qu’il dit’. [sɛbjɛskildi] (C’est effectivement le sens de ce qu’il est en train de
dire)
Paragrafo 5 – L’accentazione d’insistenza
Esiste un secondo tipo di accento, che si trova in tutte le lingue, di cui la funzione non è più
demarcativa ma espressiva. In francese, si chiama accento di insistenza. Permette di insistere su una
parola per metterla in rilievo, come in ‘Formidable! Magnifique! ImBécile!’. Il posto
dell’accentazione d’insistenza è molto variabile. Può cadere su non importa quale sillaba
dell’enunciato secondo il bisogno espressivo del locutore. Si può dire ‘Vous allez dans la cuisine’
accentuando non importa quale unità di questa frase. L’accentazione d’insistenza permette di
sottolineare il punto essenziale del messaggio: ‘Mettez vos livres sous votre chaise’; ‘Je t’assure que
ça, c’est mon stylo’; ‘Soyez prêts à cinq heures’.
Strategie espressive: esistono molte strategie per mettere in rilievo una sillaba, ma in generale
l’accentazione d’insistenza colpisce la prima sillaba. Sul piano fonetico, la prima consonante diventa
più lunga e più forte. Se la parola non ha delle consonanti all’inizio, si può rinforzare la consonante
della liaison. Si può ugualmente rinforzare la seconda sillaba. Si può anche introdurre un colpo di
glottide davanti la vocale iniziale. (il colpo di glottide è una contrazione brusca delle corde vocali,
come quando si tossisce.
L’accentazione d’insistenza non è imposta dalla lingua. Varia nei discorsi, secondo il locutore e il
suo modo di reagire (emozioni e attitudini).
Paragrafo 6 – La funzione distintiva del luogo di accentazione

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In francese, il luogo di accentazione gioca un ruolo demarcativo a livello dei gruppi di senso. In
alcune lingue come l’inglese, il luogo di accentazione può avere una funzione distintiva a livello
della parola. Confrontiamo, per esempio, queste parole:
‘permit’ (nome) opposto a ‘permit’ (verbo)
‘Import’ (nome) opposto a ‘import’ (verbo)
‘record’ (nome) opposto a ‘record’ (verbo)
‘greenhouse’ (serra) opposto a ‘green house’ (casa verde)
‘blackbird’ (merlo) opposto a ‘black bird’ (uccello nero)
In spagnolo, e in modo generale nelle lingue romanze, il luogo di accentazione può ugualmente avere
una funzione distintiva.
CAPITOLO 9 – L’INTONATION – L’INTONAZIONE
Paragrafo 0 – In due parole
L’intonazione, o modulazione della voce, ha due grandi funzioni. Sul piano linguistico, permette di
differenziare i diversi tipi di frasi e distinguerne l’importanza. Sul piano dell’espressività, riflette le
emozioni e le attitudini: paura, gioia, civetteria, e tante altre!
Paragrafo 1 – L’intonazione: definizione generale
L’intonazione è la strutturazione melodica dell’enunciato. Le modulazioni della voce permettono di
cambiare il senso di un enunciato.
Paragrafo 2 – La natura fonetica dell’intonazione
Dal punto di vista della fisiologia, il segnale sonoro della voce è prodotto attraverso il movimento
delle corde vocali. La frequenza di questo movimento dipende dalla velocità dell’espulsione dell’aria
dei polmoni e dalla tensione più o meno grande delle corde vocali. L’aumentare della voce varia in
funzione di questi due fattori.
Sul piano acustico, la melodia risulta dalla variazione del fondamentale, che è normalmente
l’armonia più grave e più intensa. Questo fondamentale (Fo) varia in frequenze, misurato in Hertz
(Hz), cioè in numero di cicli al secondo che, in questo caso, corrispondono al numero di cicli
completi di apertura e di chiusura della glottide attraverso le corde vocali. Le varianti del
fondamentale sono responsabili della nostra percezione della linea melodica. I cambiamenti di
frequenza sono percepiti come delle variazioni di velocità. Una frequenza elevata corrisponde a un
livello melodico acuto e una frequenza bassa corrisponde a un livello melodico grave. Ognuno ha un
proprio livello abituale della voce; di solito quello della donna è superiore di un’ottava rispetto a
quello degli uomini.
Paragrafo 3 – La descrizione linguistica dell’intonazione
L’intonazione può essere descritta sotto forma di lineamenti (forma della curva) melodici con o
senza rappresentazione di livelli di altezza specifici. Alcuni autori parlano del livello di continuità,
finalità, domanda: 1)finalità, 2)livello di fondamentale solito, 3)continuità, 4)domanda.
Si possono identificare diversi tipi di frasi grazie a degli schemi melodici specifici, come la frase
dichiarativa (una melodia neutra, non marcata fonologicamente), frase dichiarativa con inciso
(l’inciso è una parte di enunciato inserita all’interno di una frase, è generalmente marcata con una
caduta melodica all’inizio, si parla quindi di intonazione parentetica), frase imperativa (generalmente
marcata da una discesa melodica rapida), frase interrogativa (linea melodica in aumento in finale che
diventa il marchio fonologico della domanda). La melodia intonativa è fonologicamente pertinente
(indispensabile) nel caso dell’interrogazione non marcata grammaticalmente. Nelle frasi
interrogative marcare grammaticalmente, una melodia in aumento sarà segnale d’insistenza. Si dirà
in questo caso che il marchio fonologico interrogativo è ridondante, cioè la stessa informazione è
data due volte.

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Paragrafo 4 – I ruoli linguistici dell’intonazione
Funzione di demarcazione -> L’intonazione fa parte della prosodia (accentazione e intonazione)
rispetto alla fonematica (studio dei fonemi, delle vocali e delle consonanti). Come l’accentazione,
l’intonazione gioca generalmente un ruolo demarcativo, cioè contribuisce alla divisione
dell’enunciato in gruppi di senso. In alcuni casi l’intonazione, come l’accentazione, può aiutare a
distinguere due enunciati simili avendo delle interpretazioni diverse.
Funzione di modalizzazione -> L’intonazione può servire a opporre due tipi di frasi. Può avere allora
un ruolo distintivo quando la melodica è la sola marca che permette di interpretare lo stato
grammaticale dell’enunciato. Il fatto si produce unicamente in assenza di altre marche grammaticali.
Funzione di gerarchizzazione -> In maniera generale, l’intonazione ha un valore significativo, cioè
permette di sfumare il senso dell’enunciato.
Paragrafo 5 – Il ruolo fonostilistico dell’intonazione
Come l’accentazione, l’intonazione può aggiungere al messaggio linguistico un’espressività
fonostilistica. L’intonazione esprime allora delle emozioni – che sono delle manifestazioni
spontanee, involontarie, dell’ordine dell’indice o delle attitudini che sono espresse volontariamente.
Queste ultime sono a volte inconsce ma sempre controllate, pertanto dell’ordine dei segnali.
Un’emozione come la collera si manifesta con una linea melodica rotta e con una grande intensità su
tutte le sillabe dell’enunciato. Al contrario, la tristezza si esprime con una melodia piatta, un
enunciato rallentato. Le attitudini sono meglio codificate delle emozioni, attraverso tratti intonativi
meno numerosi, più stilistici, dunque più semplici da decodificare. In questo modo la civetteria si
manifesta spesso nelle parole con un segnale di melodia che aumenta bruscamente alla fine
dell’enunciato. Tutti i tipi di frasi possono diventare esclamative. La melodia passa per un nuovo
livello acuto, chiamato livello 5, come nell’enunciato di uno snob registrato da un analizzatore di
melodia.
Abbiamo rappresentato qui i cinque livelli di descrizione linguistica dell’intonazione. Il livello 2 è
quello di uso solito di questo snob. In un enunciato dichiarativo ordinario, la voce sarà salita al
livello 3 e scenderà alla fine al livello 1.
Ci sono delle intonazioni caratteristiche dei dialetti ma anche dei gruppi sociali. Gli snob, come
nell’esempio di prima, tendono a utilizzare dei contrasti prosodici di accentazione, di debito e
melodie molto importanti.
CAPITOLO 10 – E CADUC – E CADUCA
Paragrafo 0 – In due parole
La E caduca è chiamata anche muta, perché si sopprime spesso. Dire ‘Je n’sais pas’ è più economico
di ‘Je ne sais pas’. I francesi lasciano cadere questa vocale secondo delle regole generali.
Paragrafo 1 – Definizione di E caduca
Sul piano articolatorio, la E caduca è una vocale di cui si ha l’abitudine si mettere il luogo
d’articolazione tra [ø] e [œ]. È la sola vocale ad apertura media del francese. La sua articolazione
sembra corrispondere alla posizione di riposo della lingua. Sul piano uditivo, la E caduca è percepita
come una vocale neutra, di cui il timbro indeciso e fluttuante somiglia tanto a [ø] quanto a [œ]. La
realizzazione del timbro della E caduca sembra dipendere dal suo posto nell’enunciato. La E caduca
ha un timbro prossimo ad un ‘euh’ di esitazione. La E caduca prende il nome dal fatto che può
cadere. Si chiama anche, per le stesse ragioni, E instabile o E muta. Nel XVII secolo, si chiamava E
femminile, perché marcava il femminile.
Paragrafo 2 – La E caduca e l’ortografia
Dal punto di vista dell’ortografia, la E caduca corrisponde alla lettera E senza accento ortografico,
per esempio ‘demain, petit’. D’altro canto, davanti a una consonante doppia, o davanti le lettere ‘sc’,

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la lettera E senza accento ortografico non è E caduca. Però, a volte davanti a una consonante doppia,
si può avere una E caduca: è il caso dei prefissi (in re-) dei verbi di cui la radice comincia con s,
come ‘ressaisir, ressembler, ressentir’.
Paragrafo 3 – La E caduca e la struttura sillabica
La E caduca appare unicamente in sillabe aperte. Non si trova mai in sillabe chiuse.
Paragrafo 4 – Caso di manutenzione obbligatoria di E caduca
La E caduca è mantenuta nei seguenti casi:
 All’interno di una parola o gruppo di parole, preceduta da una sola consonante pronunciata e
se la sillaba seguente comincia con una consonante (‘vendredi, appartement, strictement, la
table ronde’)
 Davanti ad H aspirata. L’H aspirata si trova di solito all’inizio delle parole di impronta
relativamente recente di origine germanica, anglo-sassone, nordica, araba, messicana, come
‘homard, hall’
 Davanti le cifre ‘un, huit, onze’
 In una sillaba finale accentata da una parola monosillabica (‘prend-le, parce que’)
 In alcuni gruppi fissi, si mantiene sempre la prima E caduca; in altri gruppi fissi, al contrario,
la prima E caduca cade e la seconda E caduca è pronunciata (‘j(e) te, c(e) que’)
 In alcune parole isolate, come ‘dehors, querelle’
Paragrafo 5 – Soppressione obbligatoria della E caduca
La E caduca non si pronuncia in:
 All’interno di un gruppo di parole, se è preceduta da una sola consonante pronunciata: ‘la
s(e)maine, tu r(e)viens’
 Alla fine di un gruppo di parole: ‘il est parti sans sa valis(e), Elle lit mon livr(e)’
 Preceduta da una vocale: ‘mon ami(e) part’
 Seguita da una vocale: ‘un exempl(e) intéressant, une fuil(e) immoble’
Paragrafo 6 – Pronuncia facoltativa della E caduca
All’inizio di un gruppo di parole, la pronuncia della E caduca è facoltativa. Si tende però a
mantenerla quando è preceduta da una consonante occlusiva.
Paragrafo 7 – La E caduca e le opposizioni fonologiche
La E caduca è spesso realizzata come zero fonico /θ/. Vuol dire che non si pronuncia. La E caduca
pronunciata può essere considerata come una variante dello zero fonico.
Paragrafo 8 – La E caduca nella versificazione classica
La E caduca si pronuncia obbligatoriamente davanti consonanti nella dizione classica. Cade davanti a
vocali e alla fine dei versi. ‘Comm(e) on voit sur la branch(e), au mois de mai la ros(e)’ (Ronsard);
‘Je ne parlerai pa je ne penserai rien’ (Rimbaud)
CAPITOLO 11 – L’INCATENAMENTO E LA LIAISON
Paragrafo 0 – In due parole
Come la E caduca, alcune consonanti finali sono a volte silenziose, a volte pronunciate. La pronuncia
di queste consonanti – dette di liaison o d’incatenamento – dipendono dalla loro posizione all’interno
di uno stesso gruppo ritmico o all’unione di due gruppi. L’incatenamento e la liaison permettono
ugualmente di rinforzare la preferenza del francese per le sillabe aperte.
Paragrafo 1 – L’incatenamento
La consonante di incatenamento è una consonante che si pronuncia sempre in posizione finale di
parola isolata come nella catena parlata. La parola ‘grande’, per esempio, si pronuncia sempre
[gʀɑd]. Se questa parola è seguita da una parola che inizia per una vocale o H muta, la consonante

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finale della parola si pronuncia come la consonante iniziale della parola seguente. Le consonanti di
incatenamento mantengono la loro natura consonantica, per esempio: ‘la grande’ [la-gʀɑd] / ‘la
grand amie’ [la-gʀɑ-da-mi].
Paragrafo 2 – Le latenze consonantiche: le liaison
Nell’XI secolo, le consonanti finali hanno cominciato a non essere più pronunciate nella maggior
parte delle parole francesi. Però negli enunciati dove una parola si trova presa nella catena parlata, la
consonante finale si continua a pronunciare. Si è dunque avuta un’alternanza di pronuncia della
consonante finale. È così che si è venuto a dire: ‘le petit’ [ləpti], ma ‘le petit enfant’ [ləptitɑfɑ].
Questa consonante latente è stata chiamata consonante di liaison.
Paragrafo 3 – La liaison
La consonante di liaison è una consonante che non si pronuncia più a finale di parola. Per esempio, la
[d] della parola ‘grand’, non si pronuncia alla fine. D’altra parte, se questa parola appare in un
gruppo accentuale davanti a una parola che inizia per vocale o per H muta, la consonante finale si
pronuncia come se fosse in posizione iniziale della parola seguente.
Paragrafo 4 – Le consonanti di liaison
Le consonanti di liaison sono le seguenti: s, x, z, t, d, n, r, p. Nell’incatenamento, la consonante non
cambia mai natura (a eccezione della f di ‘neuf’ pronunciata [v]), mentre nella liaison, ‘s’ diventa
sonora e ‘d’ diventa sorda.
Paragrafo 5 – Le liaisons obbligatorie
Nella regola generale, la liaison è obbligatoria da una parola non accentata (all’interno di un gruppo
di senso) a una parola accentata. La liaison ha un ruolo di coesione, connette le parole che si trovano
all’interno di uno stesso gruppo di senso. La liaison è dunque obbligatoria nei seguenti casi: tra un
articolo determinativo e il sostantivo seguente; tra un articolo determinativo e l’aggettivo seguente;
tra un aggettivo e il sostantivo seguente; tra un pronome personale e la forma verbale seguente; tra la
forma verbale con inversione di verbo e pronome personale; dopo le preposizioni monosillabiche;
dopo gli avverbi monosillabici. La liaison è ugualmente obbligatoria in certi gruppi fissi.
Paragrafo 6 – Le liaison proibite
L’assenza di liaison davanti un fonema vocalico marca il confine di un gruppo di senso. La liaison è
dunque interdetta nei seguenti casi: dopo una parola accentata; dopo un sostantivo singolare; davanti
le cifre; davanti l’H aspirata.
Paragrafo 7 – Le liaison facoltative
La liaison è facoltativa nei seguenti casi: dopo tutte le forme verbali; dopo i sostantivi al plurale;
dopo gli avverbi di modo.
Paragrafo 8 – La liaison e la denasalizzazione
Alcuni aggettivi che finiscono con una vocale nasale in posizione finale di parola, possono avere due
forme diverse. Gli aggettivi seguenti seguiti da una vocale o una H muta si denasalizza nella liaison.
Paragrafo 9 – Il ruolo fonologico della liaison
La liaison può giocare un ruolo fonologico distintivo in alcune coppie minimali del lessico. Esiste
ugualmente un certo numero di opposizioni di tipo morfologico dove la liaison è il solo marchio del
plurale nel codice orale. Più spesso la liaison marca il plurale in maniera ridondante, quando è già
indicato da un determinante. Nel caso di liaison con gli aggettivi contenenti una vocale nasale in
posizione finale di parola, l’opposizione tra maschile singolare e femminile singolare è neutralizzata
a causa della denasalizzazione della vocale al maschile.
Paragrafo 10 – Ruolo fonostilistico della E caduca e della liaison
Abbiamo visto che nello stile della conversazione, si pronunciano poche E caduche. È lo stesso per la
liaison. Nella conversazione ordinaria, la frase ‘Je vais aller à l’exposition des artistes

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impressionistes’ sarà [ʒvɛalealɛkspozisjɔdezaʀtistɛpʀesjɔnist]. In uno stile diverso, può diventare
[ʒəɛzaleʀalɛkspozisjɔdezaʀtistəzɛpʀɛsjɔnist]. Si pronunceranno dunque più E caduche e liaison negli
stili come quelli della lettura, dei sermoni, conferenze e dizione poetica. Si prende in giro volentieri
persone che fanno troppe liaisons. L’assenza di liaison facoltativa fa “giovane” o “democratico”
mentre le liaisons proibite, se sono fatte, sono giudicate “popolari, volgari”.
CAPITOLO 12 – LES CATEGORIES MOPHOLOGIQUES – LE CATEGORIE
MORFOLOGICHE
Paragrafo 0 – In due parole
La grammatica tradizionale ha fatto una classificazione tenendo conto del senso globale delle parole:
nomi, aggettivi, avverbi. Sul modello dell’analisi fonologica, la linguistica moderna ha provato a
trovare delle unità minimali di significazione, i loro ruoli e le loro possibilità di combinarsi con altri
elementi della lingua.
Paragrafo 1 – L’analisi delle unità significative
Nei capitoli precedenti, abbiamo soprattutto studiato le strutture sonore del francese. Come abbiamo
già detto, queste forme non hanno senso esse stesse e la maggior parte delle volte, non ci si presta
attenzione. L’obiettivo della comunicazione non è scambiare dei suoni, ma scambiare dei messaggi. I
suoni permettono di rinviare a strutture significative che costituiscono l’essenziale del messaggio. Lo
studio delle unità significative si può dividere in tre grandi parti: la morfologia, la sintassi e la
semantica.
La morfologia è lo studio della strutturazione grammaticale delle parole così come l’analisi deli
elementi del sistema che trasmettono soprattutto un’informazione di tipo grammaticale. La
descrizione morfologica si basa su quattro obiettivi principali: analizzare le diverse distinzioni
grammaticali stabilite dalla lingua; descrivere le diverse categorie grammaticali della lingua; definire
i legami tra le categorie grammaticali; studiare la realizzazione concreta di queste distinzioni e
categorie sul piano orale o scritto nel sistema linguistico. La sintassi determina le possibilità delle
combinazioni delle classi di parole per formare dei gruppi e le combinazioni dei gruppi per formare
delle frasi. Analizza ugualmente le relazioni tra diversi tipi di frasi. La semantica è lo studio del
senso proprio delle parole, dei gruppi e delle frasi e anche delle implicazioni secondario che risultano
dalla combinazione particolare di alcune parole, gruppi e frasi.
Paragrafo 2 – Le parti tradizionali del discorso
La classificazione tradizionale in parti del discorso è fondata sull’analisi del ruolo delle differenti
categorie delle parole nella descrizione del mondo. Si tratta infatti di un’analisi di natura
grammaticale ereditata dalla filosofia greca. Si distinguono nove grandi categorie e più sotto-
categorie:
 I nomi, chiamati anche sostantivi, servono a designare gli esseri, le cose e i concetti astratti,
per esempio ‘arbre, fleur, mur, biologie’ ecc. Si distinguono due principali sottocategorie di
nomi: i nomi comuni come quelli menzionati e i nomi propri come i nomi di persona
(‘Guillaume, Francine’) e i nomi di luogo (‘Bruxelles, le Mexique’).
 Gli aggettivi permettono di modificare e di specificare le qualità attribuite ai nomi.
L’aggettivo serve a precisare la natura dell’essere, della cosa o della situazione. Si
riconoscono sette sottocategorie di aggettivi: qualificativi (bon, grand, content, monstreux);
dimostrativi (ce, cet, cette, ces); possessivi (mon, ton, sa, leur); cardinali (deux, cinquante,
mille) o ordinali (premier, quatrième) chiamati ugualmente aggettivi numerali; interrogativi
(quel, quelles); esclamativi (quel, quelles); indefiniti (plusiers, certain, tout)

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 I verbi servono a designare un’azione, uno stato o un processo. I verbi possono apparire in
forma semplice o composta, permettono di esprimere più punti di vista temporali (presente,
futuro o passato), diversi gradi di affermazione e due voci (attivo e passivo), per esempio: ‘je
mange, tu reviendras, elle serait partie, ils ont été félicités.
 Gli avverbi servono a qualificare l’azione espressa dal verbo, di specificare la qualità espressa
da un aggettivo, di modificare un altro avverbio o di introdurre una proposizione. Si
distinguono sette categorie di avverbi: gli avverbi di tempo (maintenant, demain, bientôt); di
luogo (devant, ici); di modo (vite, bien); di quantità (beaucoup, trop, très); di interrogazione
(quand, combien); di negazione (non, ne…pas, ne…plus); di affermazione (oui, volontiers).
 Gli articoli che permettono di specificare il nome. Si distinguono tre sotto-categorie di
articoli: definiti (la, le, les); indefiniti (un, une, des); partitivi (de, du, de la)
 I pronomi servono a rimpiazzare i nomi. Si distinguono otto sotto-categorie di pronomi:
pronomi personali soggetto (je, nous, elles); pronomi personali oggetto (me, lui); pronomi
personali disgiunti (moi, toi); pronomi relativi semplici e complessi (qui, que, auquel,
desquelles); pronomi possessivi (le mien, la sienne); pronomi dimostrativi (celui, celle, celui-
ci); pronomi interrogativi (qui, laquelle, lesquels); pronomi indefiniti (quelqu’un, m’import
qui)
 Le congiunzioni servono a collegare due proposizioni. Ci sono due sotto-categorie di
congiunzioni: le congiunzioni di coordinazione (mais, ou, et, donc, or, ni, car); le
congiunzioni di subordinazione di tipo temporale e causale (pendant que, avant que, puisque,
bien que, parce que)
 Le preposizioni esprimono delle relazioni di tipo spaziale, temprale e causale tra nomi, verbi
e aggettivi, per esempio: ‘vous verrez la suite après la pause. Le livre est sous la table. Nous
dinons chez notre voisin. Elle était rouge de colère’.
 Le interiezioni hanno un valore semantico senza funzione grammaticale, per esempio ‘Ah,
oh, hmm, aie’
Paragrafo 3 – Una nuova classificazione
L’analisi morfo-sintassica moderna raggruppa le categorie tradizionali secondo il loro ruolo
linguistico e la loro distribuzione nella frase. Li uniremo così secondo le loro funzioni:
 I nomi e i loro sostituti, compresi nomi comuni, propri e diversi tipi di pronomi come i
pronomi personali soggetto, complemento, disgiunti, relativi semplici e complessi, possessivi,
dimostrativi, interrogativi
 I verbi, compresa la forma verbale e i suoi ausiliari temporali e modali
 Gli aggettivi qualificativi
 I determinanti formano una categoria importante che comprende gli articoli determinativi,
indeterminativi, partitivi, aggettivi dimostrativi, possessivi, cardinali e ordinali, aggettivi
interrogativi, indefiniti ed esclamativi
 Gli avverbi
 Le preposizioni
 Le congiunzioni
Si vede che, per esempio, la categoria dei nomi include i sostantivi e i pronomi che sono dei sostituti
del nome. Nello stesso modo, la categoria dei determinanti comprende tutti i morfemi indipendenti
che qualificano o specificano il nome.
Paragrafo 4 – Le categorie morfologiche: parola, monema, morfema, lessema

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La morfologia moderna opera un altro taglio delle unità significative, basato non soltanto sul loro
ruolo grammaticale ma anche sulle loro possibilità di combinazione con altre unità linguistiche. Dal
punto di vista dell’analisi linguistica, la parola non è l’unità morfologica di base. Questo termine
designa innanzitutto una unità grafica compresa generalmente tra due ‘blancs’ che è stato impostato
per la scrittura e per l’uso. La morfologia non tiene conto del concetto della parola ma postula delle
unità di senso chiamate monemi. Questo termine designa un’unità minimale di senso. I monemi
risultano da un taglio particolare dell’esperienza vissuta e delle informazioni grammaticali operate
dal sistema linguistico. I monemi si dividono in due sotto-categorie: i lessemi, che servono a
esprimere delle informazioni di tipo concettuale (azione, idea, oggetto in causa); i morfemi, che
servono a esprimere delle distinzioni grammaticali (genere, numero, tempi, modi, ecc.).
Certe parole non sono analizzabili in lessemi e morfemi, per esempio ‘maison, fleur, mur, lampe,
table, girafe, grenouille’. In questi casi, il lessema sembra apparire solo senza morfema. Non è
possibile analizzare certi termini in unità significative più piccole. Non si può, per esempio, dividere
il termine ‘table’ in ‘ta’ e ‘ble’ perché queste unità individuali non contribuiscono al senso. Questo si
chiama monema radicale. Al plurale, al contrario, queste unità si compongono di due monemi, il
lessema e il morfema del plurale (‘maisons, tables’). La sola parola ‘immangeable’ è composta da tre
monemi: ‘im, mange, able’; ‘im, able’ sono dei morfemi, ‘mange’ è un lessema. La corrispondenza
tra le parole e i monemi è lontano dall’essere semplice. Dal punto di vista linguistico, le parole sono
delle unità genericamente complesse che risultano dalla combinazione di elementi morfologici
diversi.
Paragrafo 5 – Lista aperta e lista chiusa
I lessemi formano una lista aperta. In effetti, è sempre possibile aggiungere o creare un termine
lessicale che manca. Sono stati introdotti recentemente: ‘le zapping, un four à micro-ondes, un
baladeur, le micro-processeur’. D’altro canto, i morfemi costituiscono una lista chiusa, di cui il
numero di unità è limitato in sincronia. Costituiscono un repertorio grammaticale al quale è
impossibile aggiungere nuovi elementi. Non si può, per esempio, decidere di creare un nuovo
pronome personale soggetto, o suggerire una nuova categoria di numero.
Paragrafo 6 – La classificazione dei lessemi
Come il fonema è analizzabile in tratti articolatori distintivi, i lessemi sono analizzabili in tratti
semantici che si chiamano ‘sèmes lexicaux’. Si distinguono tre classi lessicali, i lessemi nominali,
verbali e aggettivali. Non si può identificare un lessema né per la sua forma fonologica, né per la
forma ortografica. La sua identità dipende dai semes lessicali che lo contengono. Così lo stesso seme
(unità concettuale) si trova in ‘chanter, chanterai, chantons, chanteur, chanteuse’. Si includerà in
questa lista la parola ‘chanson’, che ha una forma sonora ed ortografica diversa. Nello stesso modo,
si riconoscerà un lessema comune nei termini ‘lire, lecture, lecteur, lisible’ malgrado le differenze di
scrittura e pronuncia. Infine, per prendere un caso estremo, si dirà che le forme ‘vais, irai, allais,
aille’ appartengono tutte allo stesso lessema verbale ‘aller’. In questo caso, la forma del lessema
varia molto ed è difficile riconoscere una sola forma comune nel codice orale o nel codice scritto.
Queste diverse realizzazioni di un termine comune si chiamano forme suppletive.
Paragrafo 7 – I semi grammaticali e l’appartenenza categoriale dei morfemi
I morfemi formano delle unità di senso che esprimono delle distinzioni grammaticali. I morfemi,
come i lessemi, si compongono di elementi di senso più piccoli ancora che si chiamano semi
grammaticali. I semi grammaticali sono le distinzioni grammaticali stabiliti dalla lingua. Si opera
pertanto una prima classificazione dei morfemi secondo il tipo di semi grammaticali che possiedono.
Prendiamo, per esempio, l’enunciato ‘Pauline et Francois travaillent’. Il solo morfema ‘aient’
esprime più distinzioni morfologiche per i semi grammaticali seguenti: la persona (prima, seconda,

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terza), il numero (singolare/plurale), il tempo (passato, presente, futuro), il modo (indicativo,
condizionale, congiuntivo), l’aspetto (finito, infinito) e la voce (attivo, passivo). Questo morfema
indica in particolare la terza persona plurale dell’imperfetto dell’indicativo, l’aspetto finito e la voce
attiva. Questo tipo di morfema si chiama flessione verbale o desinenza verbale.
Paragrafo 8 – L’autonomia dei morfemi
Si può ugualmente classificare i morfemi in funzione della loro autonomia, cioè secondo il loro stato
e la loro posizione vicino altri nomi. Esistono due tipi maggiori di morfemi dal punto di vista
dell’autonomia: i morfemi indipendenti e i morfemi dipendenti. I morfemi indipendenti, chiamati
anche morfemi liberi, costituiscono delle parole staccate. Queste sotto-categorie comprendono un
grande numero di elementi che vengono da più categorie morfologiche: diversi tipi di articoli,
diverse categorie di aggettivi, tranne i qualificativi, tutte le categorie di pronomi, le differenti
categorie di avverbi, le preposizioni, le congiunzioni. D’altro canto, i morfemi dipendenti si
attaccano sempre ad altre parole. Queste sotto-categorie comprendono gli elementi seguenti: le
flessioni verbali, nominali, aggettivali, i prefissi, i suffissi.
Paragrafo 9 – Le fusioni morfologiche
È impossibile identificare i morfemi per la loro forma morfologica o ortografica. Questo principio è
ben illustrato per la categoria delle fusioni morfologiche. Il termine fusione (amalgame) designa la
combinazione di due morfemi indipendenti in una sola unità, morfologica e fonologica. Prendiamo,
per esempio, i due morfemi indipendenti ‘à’ e ‘le’. Ciascuno dei due possiede la propria
rappresentazione fonologica, /a/ e /lə/, e le proprie informazioni grammaticali: ‘à’ è una preposizione
e ‘le’ un articolo determinativo, maschile singolare. Se questi due morfemi appaiono insieme davanti
a un sostantivo che inizia per vocale o per h muta, i due morfemi mantengono la loro autonomia
fonologica e morfologica. Se, al contrario, i due morfemi appaiono insieme davanti a una parola che
inizia per consonante, si fonde in una sola unità morfologica e fonologica.
Paragrafo 10 – Il morfema zero
Oltre i morfemi indipendenti, dipendenti e le fusioni, esiste un’altra categoria, il morfema zero. Si
parla di morfema zero quando le distinzioni grammaticali non sono rappresentate da un indice
morfologico particolare. Confrontiamo, per esempio, i sostantivi ‘table’ e ‘danseuse’. Si vede che il
primo sostantivo ‘table’ non possiede alcuna indicazione del genere femminile. Qualcuno che
apprende il francese deve apprendere a memoria il genere di questo sostantivo. D’altro canto, per il
secondo sostantivo, il finale ‘-se’ in ‘danseuse’ indica chiaramente il femminile. Nel primo caso,
‘table’ comporta un morfema zero, mentre ‘tables’ al plurale è fornito di un morfema del plurale.
Esaminiamo la forma dell’aggettivo maschile, singolare ‘rural’ e la forma del maschile plurale
‘ruraux’, si vede che il plurale è indicato dall’alternanza dei morfemi. Esiste allora un morfema che
indica il singolare e un altro che indica il plurale. In tutti i casi dove la distinzione morfologica non
corrisponde alla presenza di un morfema specifico, si dirà che c’è il morfema zero. Si dirà che
l’informazione morfologica è sempre presente ma che non ci sono morfemi particolari per indicarlo.
Paragrafo 11 – I marchi morfologici
I morfemi sono delle unità che esprimono delle informazioni grammaticali. I morfemi sono delle
unità morfologiche astratte. Si può, di nuovo, fare un’analogia con la fonologia. Abbiamo definito i
fonemi come unità fonologiche astratte. Il fonema non è il suono reale prodotto nella catena parlata,
ma l’immagine mentale di questo suono. Nello stesso modo, il morfema non è l’unità concreta
prodotta dalla parola, ma l’immagine mentale della distinzione grammaticale.
D’altro canto, la nozione di marchio fonologico rinvia alla realizzazione concreta di un morfema nel
codice scritto o orale. Si tratta allora di differenze reali prodotte nella scrittura o nella catena parlata
che serve a indicare una distinzione o una serie di distinzioni morfologiche. Prendiamo, per esempio,

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i due sostantivi ‘chanteurs’ e ‘chanteuses’. Si tratta qui della distinzione di genere tra maschile e
femminile. Dal punto di vista della scrittura, il sostantivo maschile termina in ‘eurs’ e il sostantivo
femminile termina in ‘euses’. La differenza di genere corrisponde alla presenza della lettera ‘r’ nella
forma del maschile opposta alle lettere ‘se’ della forma femminile. Si dirà allora che, nel codice
scritto, la ‘r’ è il marchio scritto del maschile e che la sequenza di lettere ‘se’ è il marchio scritto del
femminile. Nello stesso modo, si può dire che la presenza della lettera ‘s’ alla fine dei due sostantivi
è il marchio scritto del plurale. Dal punto di vista del codice orale, il sostantivo maschile termina con
/œʀ/, mentre il sostantivo femminile termina con /øz/. In questo caso, esistono due marchi orali della
distinzione di genere: la modifica dell’apertura della vocale e il cambio della consonante finale. Non
c’è, al contrario, un marchio orale del numero. La parola maschile singolare ‘danseur’ /dɑsœʀ/ ha la
stessa forma sonora del plurale ‘danseurs’ /dɑsœʀ/ e la parola femminile singolare ‘danseuse’ /dɑsøz/
si pronuncia nello stesso modo del plurale ‘danseuses’ /dɑsøz/. La differenza tra il singolare e il
plurale è marcata nel codice scritto ma non è marcata nel codice orale.
Paragrafo 12 – I marchi morfologici e i codici
Il confronto di marchi scritti e orali delle distinzioni morfologiche mostra che in generale i marchi
del codice scritto sono più numerosi del codice orale. Il codice scritto è molto ridondante, mentre il
codice orale è molto economico dal punto di vista dei marchi morfologici. Inoltre, i due codici non
marcano gli stessi elementi. Il codice scritto indica spesso il plurale mentre il codice orale possiede
pochi marchi del plurale. Prendiamo, per esempio, l’enunciato: ‘Elles louent de belles robes pour les
fêtes’ /ɛlludbɛlʀɔbpuʀlefɛt/. il codice scritto fornisce sette marchi del plurale, mentre il codice orale
non ne fornisce che due. In modo generale, la distinzione di genere è ben marcata dai due codici.
CAPITOLO 17 – LA DERIVATION ET LA COMPOSITION – LA DERIVAZIONE E LA
COMPOSIZIONE
Paragrafo 0 – In due parole
Esaminiamo qui due processi di creazione per le parole nuove. Il loro funzionamento differisce
secondo l’aggiunta di un prefisso o di un suffisso o quando risultano dalla combinazione di due
termini indipendenti. La lingua estende a volte le parole, ma ha soprattutto la tendenza ad accorciarle
per bisogno di economia o espressività.
Paragrafo 1 – Parole semplici, derivate e composte
La nozione di parola semplice designa tutte le unità grafiche comprese tra due spazi. Può trattarsi di
più tipi di forme: un monema radicale (prince, roi, bon, nous); una parola contenente un lessema e
uno o più morfemi (fleurs, métropolitain, mangeons, inimaginable); un’abbreviazione (photo, ciné,
prof, auto, fac). In questo ultimo caso, si noterà che è possibile togliere una parte di un termine senza
cambiare la categoria morfologica alla quale appartiene. Le parole derivate sono formate
dall’aggiunta di un prefisso o un suffisso alla parola originale, sia restando nella stessa categoria, sia
cambiandola. Le parole composte sono dei monemi che risultano dalla combinazione di due o più
parole e una nuova unità. Così le parole composte ‘chef de gare, laisser-passer, commissaire de
police, tire-bouchon, roman-fleuve’ sono dette con una sola emissione di voce e presentano un solo
concetto. Si noterà che il senso delle parole composte è, in certi casi, molto differente da quello delle
parole d’origine. Le nozioni di parole composte e derivate implica che certe parole sono primarie e
altre secondarie. Dal punto di vista storico, è spesso impossibile determinare se un termine ha
preceduto un altro nel sistema linguistico. Sul piano del funzionamento attuale del sistema, questo
tipo di giudizio non è pertinente. Queste operazioni morfologiche servono soprattutto a illustrare la
produttività del sistema linguistico.
Paragrafo 2 – Il termine di base

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Prima di descrivere il processo di derivazione, conviene definire la nozione del termine di base.
Questo termina designa tutte le unità alle quali si può aggiungere un affisso (il termine generale che
designa flessioni, prefissi e suffissi). La combinazione del termine di base e l’affisso forma una
nuova unità morfologica chiamata termine derivato. Il termine di base può dunque essere un monema
radicale, una parola risultante dalla combinazione di un lessema e di un morfema o ancora un
termine che ha già degli affissi. Si distinguono dunque il termine di base della radice che designa
tradizionalmente il livello lessicale comune a una serie di termini.
Paragrafo 3 – L’affixation: affissi, flessioni, suffissi e prefissi
L’affixation è un’operazione generale che consiste in aggiungere un elemento a un termine di base. Il
termine affisso designa l’elemento aggiunto al termine di base. L’affixation implica l’esistenza di un
livello lessicale e morfologico al quale vengono aggiunti degli elementi satelliti che dipendono da
questo livello. Si distinguono due grandi sotto-categorie di affissi. Da una parte, gli affissi flessivi: le
flessioni nominali, come la ‘s’ del plurale, quelle verbali come ‘aient’ e quelli aggettivali come la ‘e’
del femminile. Poi ci sono gli affissi derivazionali: i prefissi come anti, super e i suffissi come ‘ment,
ette’. Si determinano i prefissi e i suffissi secondo dei criteri sincronici e non secondo dei criteri
diacronici. Dal punto di vista linguistico, questi sono la produttività e l’autonomia degli affissi nello
stato attuale del sistema. Si definisce lo stato degli affissi utilizzando il test di commutazione. Si può
anche vedere che le parole ‘psychomotricité, psychothèrapeute’ hanno il prefisso comune ‘psycho’
che si combina con i termini ‘motricité’ e ‘thérapeute’. Nel caso delle parole ‘dépêcher’ e ‘démarrer’,
al contrario, non si può dire che il prefisso ‘de’ è stato aggiunto ai termini di base ‘pêcher’ e
‘marrer’. Questo non significa che ‘de’ non sarà analizzabile come un prefisso in altre forme come
‘défaire’ e ‘désagréable’, dove significano il contrario di ‘faire’ e ‘agréable’. Nessun locutore
francofono dirà che la parola ‘démarrer’ è il contrario della parola ‘marrer’, mentre accetta senza
difficoltà che ‘désagréable’ è il contrario di ‘agréable’.
Paragrafo 4 – La prefissazione
Si definiscono affissi derivazionali secondo i cinque criteri seguenti dove si tratta di un rapporto con
il termine di base: l’autonomia: la loro dipendenza o indipendenza in rapporto ai termini di base; la
posizione: il loro posto in rapporto al termine di base; ruolo semantico: il loro apporto semantico al
termine di base; il ruolo morfologico: le modifiche grammaticali apportate dall’affisso al termine di
base; distribuzione categoriale: le possibilità di combinazione con dei termini di base di diverse
categorie morfologiche. Dopo questi criteri, si possono definire i prefissi: sono legati al termine di
base, piazzati davanti al termine di base, modificano il senso del termine di base e aggiungono un
complemento d’informazione, non modificano la categoria grammaticale o il termine di base, sono
polivalenti cioè possono combinarsi con dei termini di base delle varie categorie morfologiche.
Paragrafo 5 – I prefissi separabili e inseparabili
I prefissi costituiscono una classe eterogenea, nello stesso tempo dal punto di vista storico e dal
punto di vista sincronico. Si distinguono due categorie di prefissi secondo il criterio di autonomia:
prefissi separabili, che sono improntati a delle categorie grammaticali diverse e che possono apparire
solo in altri contesti linguistici, e i prefissi inseparabili, che derivano dal greco e dal latino e non
appaiono mai da soli. Recentemente, certi prefissi inseparabili hanno avuto la tendenza a diventare
indipendenti e si sono anche lessicalizzati come aggettivi o sostantivi, come per esempio ‘super,
extra’.
Paragrafo 6 – La classificazione semantica dei prefissi
L’apporto dei prefissi può modificare profondamente il senso di un termine di base. Quando il
prefisso accompagna un verbo, influenza così l’azione: privativo (‘de’), reiterativo (‘re’). Quando il
prefisso accompagna un aggettivo o un nome, ne modifica il senso in più modi: privativo (‘il, in,

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im’), intensificativo (‘archi, super, extra, hyper, sur, ultra’), temporali (après, post, pré), spaziali
(entre, inter, trans), quantitativi (bi, semi, tri), oppositivi (anti), approvativi (pro).
Paragrafo 7 – La suffissazione
Si possono definire i suffissi secondo i cinque criteri seguenti: sono legati al termine di base; sono
messi dopo il termine di base; modificano leggermente il senso del termine di base; cambiano la
categoria grammaticale del termine di base; sono univalenti e si combinano con delle categorie
morfologiche particolari.
Paragrafo 8 – I diversi tipi di suffissi
Il Petit Robert dà una lista di circa 200 suffissi impiegati nel francese. I suffissi seguenti si
aggiungono a nomi, aggettivi e verbi e cambiano la categoria morfologica:
 Dalla forma verbale alla forma nominale (verbo + suffisso): age, issement, issage, ment, ition,
ation, ure, ade
 Dalla forma aggettivale alla forma nominale (aggettivo + suffisso): eur, té, ie, esse, isme,
ence, ance, itude, ise.
Esiste un gran numero di suffissi nominali che si aggiungono a delle forme nominali, verbali e
aggettivali, come ‘cantatrice, servitude, entetement’.
 Suffissi aggettivali: dalla forma nominale alla forma aggettivale (nome + suffisso): aire, ien,
eux, al, aire, el
 Forma verbale + suffisso: able, ible, if, eux
 Suffissi verbali: dalla forma nominale alla verbale (nome + suf.): er, iser
 Forma aggettivale -> forma verbale (aggettivo + suf.): ir, er, iser, iter
 Suffissi avverbiali: dalla forma aggettivale a quella avverbiale (aggettivo + suf.): ment,
amment, emment
 Suffissi diminutivi e peggiorativi, dalla forma nominale alla forma nominale (nome + suf.):
iste, erie, ée, ment, ette, ard
 Dalla forma aggettivale alla forma aggettivale (aggettivo + suf.): ichon, et, ard, otre, asse,
aud, elet
 Dalla forma verbale alla forma verbale (verbo + suf.): iller, asser, eter, ailler

Paragrafo 9 – La composizione
La composizione designa la combinazione di due livelli lessicali e morfologici indipendenti in una
unità nuova. Al contrario della derivazione, si considera che i due termini di base hanno a poco preso
un peso uguale. Il risultato di questa operazione è un’unità nuova chiamata parola composta che
possiede a volte un senso molto diverso da quello delle unità individuali. È in effetti spesso
impossibile considerare che il senso della parola composta risulta da una semplice combinazione di
unità indipendenti. La parola composta ‘croque-monsier’, per esempio, che designa un tipo di
sandwich, non risulta da una semplice addizione di senso della parola ‘croque’ e della parola
‘monsieur’. In un certo numero di casi, si può trovare un legame tra il senso dei termini di base scelti
e il senso della parola composta. Così una ‘machine à laver’ designa effettivamente una macchina
che serve a lavare. Si dirà allora che le parole composte mostrano spesso una certa motivazione dal
punto di vista lessicale. Le parole composte rispondono in generale a un bisogno di designare delle
invenzioni tecnologiche e culturali nuove, per esempio ‘navette spatiale, disque compact, palche à
voile, porte-avions.
Paragrafo 10 – Le parole composte nominali

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Le parole composte possono risultare dalla combinazione di più categorie morfologiche diverse e le
possibilità di combinazione sono molto numerose. Nella maggior parte dei casi, la parola composta
appartiene alla categoria nominale, e si forma con verbo e preposizioni. I nomi composti sono
caratterizzati dall’assenza dell’articolo o della preposizione tra i due termini di base e anche, in
alcuni casi, dalla presenza di un trattino di unione tra i termini: nome+nome; aggettivo+nome;
nome+aggettivo; aggettivo+aggettivo; nome+preposizione+nome; verbo+nome;
verbo+preposizione+nome; verbo+verbo.

Paragrafo 11 – Le parole composte da altre categorie grammaticali


Le parole composte sono meno frequenti nelle altre categorie grammaticali. Sono spesso
lessicalizzate al punto che si analizzano più gli elementi componenti, come preposizioni, avverbi,
verbi, pronomi, aggettivi.
Paragrafo 12 – La composizione delle sigle
Una sigla è un gruppo di lettere iniziali delle parole, costituenti una nuova parola, che diventano
l’abbreviazione di questo gruppo di parole. C’è una nuova pronuncia. Questa pronuncia è a volte
sintetica, si pronuncia come se fosse un solo blocco sonoro. Queste sigle vengono chiamate
acronimi. Le sigle abituali possono avere delle derivate.
Paragrafo 13 – Il troncamento
Il troncamento delle parole è un processo di economia linguistica che fa sì che una parola si accorci.
(cinématographe, cinéma, ciné). Si possono accorciare le parole in due modi: abbreviazione per la
caduta dell’inizio della frase (aferesi) e abbreviazione per la caduta della fine della parola (apocope).

Paragrafo 14 – La coesione delle parole composte


Come le parole composte costituiscono una nuova unità lessicale, costituiscono una nuova unità
morfologica. L’unità creata per la composizione forma un gruppo fisso alla volta a un nuovo livello
lessicale e morfologico. I termini di base che erano prima indipendenti perdono questa autonomia. La
parola composta ‘grand-mère’ non è una semplice qualificazione della parola ‘mère’ con l’aggettivo
‘grand’. Non si può rimpiazzare l’aggettivo per fare un’altra parola composta ‘énome-mère’.
L’aggettivo perde il suo senso fisico abituale per designare un legame di parentela specifico. Perde
ugualmente il suo comportamento morfologico abituale perché non c’è accordo di genere e di
numero. Si noterà, inoltre, che nella maggior parte dei casi, non ci sono articoli all’interno delle
parole composte.
La parola composta si comporta come un’entità unica dal punto di vista morfologico. Prende un solo
articolo e le regole dell’accordo sul numero sono spesso difficili da definirsi. Le parole composte
formano dei blocchi che non permettono, in generale, di aggiungere o togliere un elemento. Si può
stabilire il grado di coesione per il processo di commutazione, coordinazione, inserzione e ripresa
parziale. Le parole composta non accettano la commutazione del termine in blocco. Le parole
composte non accettano le espansioni abituali. Nella maggior parte dei contesti morfologici, si
possono coordinare due nomi e collegarli con la congiunzione ‘et’. Al contrario, è impossibile
aggiungere un secondo termine alle parole composte. Non si può aggiungere a un termine all’interno
dell’unità che forma una parola composta. Le parole composte costituiscono una forma nuova dove
lo stato dei componenti è a volte difficile da determinare. Insieme, le parole composte e le derivate
servono ad aumentare in modo considerabile il repertorio lessicale del sistema. Si può, a partire da un
numero relativamente limitato di unità di base, creare un gran numero di termini nuovi secondo i
bisogni comunicativi.

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