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K. J.

PARKER
TUTTI I COLORI DELL'ACCIAIO
(Colours In The Steel, 1998)

INTRODUZIONE

I popoli indoeuropei - germani, celti, latini, baiti, indiani e iranici - erano


tutti accomunati da una medesima weltanschaung, una stessa "visione del
mondo", in virtù della quale diritto e religione erano in fondo una stessa
cosa, due aspetti inestricabili della loro vita quotidiana.
Grandi organizzatori, amministratori abili e dotati, gli indoeuropei erano
dei veri e propri uomini d'ordine, "ispirati cioè al principio che ciascuno
deve assumere in pieno la propria condizione... uomini che detestavano il
disordine, il caos, l'anarchia, insomma tutto ciò che compromette
l'equilibrio sempre fragile di forze antagoniste" (1).
In conseguenza di ciò e proprio per salvaguardare questo equilibrio
dando pieno fondamento al "diritto" e assicurarne il funzionamento, gli
indoeuropei mettevano al primo posto delle loro azioni più significative,
alla base stessa della loro concezione dell'ordine sociale, la nozione di
patto, di contratto sancito fra poteri contrari e quindi - come corollario - la
nozione di giuramento che suggella tale contratto. (2)
Questa visione delle cose veniva a collocare automaticamente il Diritto
sullo stesso piano e nella stessa sfera del Sacro, tanto è vero che nella
religione degli indoeuropei l'idea stessa di contratto trovava impersonifica-
zione in divinità di particolare rilevanza quali Mitra o Tyr. Ciò faceva
dello spergiuro un sacrilegio assai prima che un reato e della violazione di
un contratto un ubris, un'offesa agli dei, prima che una colpa criminale.
In questa particolare visione del diritto trova il suo fondamento un tipo
di "processo" che ha in effetti assai più le caratteristiche di un rito religioso
che di un procedimento giudiziario: l'ordalia.
In pratica era diffuso, specie fra i Celti e i Germani, il costume di
consentire che in caso di contrasto circa il rispetto di un contratto o di un
giuramento, in caso di contestazione sulla sincerità di qualcuno, questi
potesse chiamare gli dei stessi a testimoni della propria correttezza,
sfidando colui che metteva in dubbio la sua parola - o un suo "campione" -
a un duello sacro. Proprio grazie all'intervento divino garantito dalla
perfetta identità fra Sacro e Diritto, colui che era dalla parte del giusto e
del vero avrebbe immancabilmente vinto il duello.
Si tratta, come è noto, di un concetto che è penetrato anche nella cultura
medievale nell'ambito della quale spesso vediamo cavalieri battersi "in
torneo" per sostenere le contrastanti ragioni di sovrani avversari o di re e
grandi feudatari in conflitto.
Ora - sembra chiedersi K.J. Parker in questo suggestivo e intrigante Tutti
i colori dell'acciaio - che cosa sarebbe successo se il rito dell'ordalia
avesse continuato a sussistere dal punto di vista della forma e fosse anzi
diventato il modo normale di risolvere qualunque controversia legale,
anche in materia di commercio o di altre materie triviali, ma in un mondo
secolarizzatosi e laicizzatosi? Se fosse stato cioè chiaro a tutti che l'esito
del duello non dipendeva affatto dall'intervento divino, ma solo dalla
maggiore o minore abilità dei contendenti?
Sarebbe successo - suggerisce Parker - che si sarebbe creata una vera e
propria casta di "avvocati" pronti a vendere la propria lama e la propria
abilità di schermidori al migliore offerente, senza curarsi minimamente di
dove stesse la ragione e dove il torto. Una specie nuova e nobilitata di
mercenari: di spade in affitto.
Ed è proprio su questa premessa di ordine socio-culturale che Parker
basa la sua accattivante avventura, raccontandoci miserie e glorie di
Bardas Loredan, un "avvocato" ormai stanco, sempre meno all'altezza
della sua comunque rischiosa professione, deciso a ritirarsi e a passare gli
ultimi anni della propria vita insegnando la scherma a giovinotti pedicello-
si e a campagnoli pieni d'illusioni perché, come si dice, bisogna pure
campare.
Ma bisogna anche imparare a non fermarsi alle apparenze. Infatti sotto le
spoglie dello spadaccino cinico e stanco si cela un eroe di altri tempi:
l'unico sopravvissuto dell'esercito di Maxen Pitchfork, il leggendario
generale che per decenni ha tenuto i barbari delle pianure alla larga, lontani
dalle mura di Perimadeia, ciclopica e pittoresca capitale di un impero
ormai in declino.
Parker riesuma dunque, in versione cappa e spada, il certo non nuovo ma
sempre intrigante meccanismo narrativo del combattente formidabile
nascosto nei panni di un uomo mediocre, che alla fine si lascia indurre a
intervenire e si schiera dalla parte della ragione assolvendo il ruolo di deus
ex machina. Un meccanismo narrativo particolarmente caro al genere
western (ricordate "La Pistola sepolta"?), ma comunque sempre efficace.
Solo che nel mondo di Bardas Loredan - per quanto secolarizzato e
laicizzato sia - anche se non funziona la magia in senso stretto, ha
purtuttavia effetto una forza suprema chiamata il Principio, che ricorda
assai il Karma degli indù e per effetto della quale Bardas è perseguitato
dagli effetti collaterali di una maledizione lanciatagli contro per vendetta
da una ragazza assai decisa ad avere la sua pelle. Sicché il nostro eroe,
prima e oltre a fare appunto la sua parte, deve pensare soprattutto a restare
in vita!
Su queste premesse Parker ha costruito una godibilissima saga avventu-
rosa e senza tempo, che coniuga con sapienza emozioni, colpi di scena e
una opportuna percentuale d'ironia.
Del romanzo colpisce soprattutto l'attendibilità dell'universo immagina-
rio in cui Bardas si muove, che probabilmente deriva dal fatto che dietro di
esso c'è qualche buona lettura dell'autore. Non pago di evocare l'ordalia,
Parker richiama infatti esplicitamente nella sua descrizione della città di
Perimadeia, teatro di gran parte del romanzo e che non a caso chiama "la
Città Tripla", la concezione tripartita dell'ordine terreno come riflesso della
tripartizione di quello cosmico che è alla base di tutta la concezione del
mondo dei popoli indoeuropei. È infatti assodato - soprattutto per merito
degli studi del grande storico delle religioni Georges Dumézil - che gli
indoeuropei distinguevano tre funzioni dell'attività umana: quella
giuridico-magica o suprema, che era appannaggio del capo e della casta
sacerdotale; quella marziale, incaricata della difesa e della espansione della
comunità; quella produttiva, creatrice dei beni indispensabili alla vita e che
include quindi agricoltori e pastori, artigiani e mercanti. I richiami del
mondo inventato da Parker a quello reale degli antichi indoeuropei sono
troppi e troppo precisi per essere frutto di coincidenze, per cui mi sento
autorizzato a ritenere che siano piuttosto il frutto di una scelta deliberata,
che spiega l'attendibilità e sarei quasi tentato di dire la familiarità
dell'universo che ci racconta. Tanto di guadagnato, anche se questo nulla
aggiunge e nulla toglie a un'avventura straordinariamente godibile, che vi
terrà incollati alla poltrona.

Alex Voglino

1) Régis Boyer, Il mondo indoeuropeo, in "L'Uomo indoeuropeo e il


Sacro", a cura di Julien Ries, Jaca Book-Massimo, Milano, 1991.
2) Ibid.

CAPITOLO PRIMO
Non era altro che una disputa da quattro soldi a proposito di un trasporto
di merci: c'era disaccordo in merito alla interpretazione di un contratto
scritto malamente, a causa di alcune discrepanze di scarsa rilevanza in
certe polizze di carico, che riguardavano una materia di diritto mercantile
notoriamente ambigua. Se affrontata nel modo giusto avrebbe potuto
essere risolta senza ricorrere al tribunale e senza che nessuno si sentisse
danneggiato. Non era certo il tipo di causa per cui uno si sentiva disposto a
morire, se solo poteva farne a meno.
Tutti si alzarono in piedi non appena videro il giudice avanzare attraver-
so l'ampio spazio della corte. Era un uomo basso, risplendente ma anche
un po' ridicolo nell'abito nero e dorato che era proprio della sua carica. Si
fermò un paio di volte, sfiorando il pavimento con la punta delle sue
scarpette nere per verificare che la superficie fosse liscia e livellata e
Loredan notò con approvazione che indossava appropriate calzature da
spadaccino e non quelle a punta tanto di moda, predilette da funzionari e
uomini d'affari. Non tutti i giudici della Sezione Commerciale e Marittima
erano ex spadaccini - molto semplicemente non ce n'erano abbastanza a
disposizione - e Loredan non si sentiva a suo agio quando il giudice era
uno che non aveva mai fatto la professione. Era dura fidarsi di un uomo la
cui esperienza della legge arrivava solo ai confini dell'arena del tribunale.
Il cancelliere, il vecchio, miope Teofano che era stato in servizio assai
prima che tutti gli avvocati attualmente esistenti venissero al mondo,
dichiarò che la corte era in sessione e dette lettura dei nomi delle parti. Il
giudice rivolse un cenno ai contendenti i quali a loro volta lo ricambiarono
con un moto del capo, dopo di che ognuno si rimise a sedere. Dai banchi
del pubblico provennero i soliti sommessi rumori della gente che si
accomodava: lo strofinio delle natiche sui sedili di pietra, il fruscio dei
cestini a mano a mano che venivano aperte bottiglie e spuntini venivano
messi a portata di mano, dove fosse possibile agguantarli senza bisogno di
distogliere lo sguardo dal processo anche per un solo secondo. Il giudice
scrutò i documenti che aveva innanzi a sé e domandò chi difendeva i
fratelli Mocenigo.
Loredan alzò lo sguardo. Dal lato opposto del tribunale un ragazzo
biondo e imponente si stava alzando in piedi abbassando d'istinto la testa,
abituato com'era - evidentemente - a picchiarla contro i soffitti troppo
bassi. Disse di chiamarsi Teofil Hedin, dichiarò la propria qualifica e
s'inchinò alla corte. Un mormorio di approvazione si levò dal pubblico e i
soldi cominciarono a cambiare di mano via via che si accendevano le
scommesse.
«Molto bene» disse il giudice. «Chi è l'avvocato dei convenuti...» esitò e
gettò un'occhiata alle carte «... la famiglia Dromosil?»
Come d'abitudine, Loredan sentì una morsa allo stomaco mentre si
alzava in piedi; non si trattava di paura quanto piuttosto di un'acuta
autoconsapevolezza e dell'intenso desiderio di essere da qualunque altra
parte. «Sono io, vostro onore» disse, un po' troppo sommessamente. Alzò
il tono della voce nel pronunciare il suo nome: Bardas Loredan, avvocato-
spadaccino, del Collegio di Bowyers & Fletcher, da dieci anni nella
professione. Il giudice gli chiese di parlare più forte. Ripeté tutto quanto e
non poté fare a meno di notare che aveva la voce un po' rauca. Sapeva che
si trattava solo dello strascico di un leggero raffreddore, ma il pubblico ne
trasse le proprie conseguenze e si sentì il lontano tintinnio di monete
contate sulla pietra dei sedili.
Il giudice cominciò a leggere le deposizioni. Era una fase della procedu-
ra che Loredan detestava in maniera particolare; non aveva alcuna utilità
pratica e lo lasciava sempre teso e nervoso. L'altro avvocato, come-
diavolo-si-chiamava Hedin, se ne stava in piedi con aria distesa, con le
mani dietro la schiena; chiunque avrebbe giurato che stesse prestando
attenzione a quanto il giudice andava leggendo. Alcuni avvocati, special-
mente i più anziani, usavano qualche piccolo rituale per ammazzare il
tempo in questa fase: recitavano una preghiera esattamente della necessaria
lunghezza, facevano mentalmente delle liste, cantavano fra se una canzone
o recitavano una filastrocca. Loredan, come al solito, se ne stette lì a
disagio, fregando i piedi e aspettando che la voce monotona terminasse la
lettura.
Il che, alla fine, accadde; era il segnale perché le mani di Loredan
cominciassero a sudare. Accanto a lui, Athli era alle prese con nodi e
fibbie; se si è dimenticata la cenere per le mie mani, promise Loredan a se
stesso, è la volta che le torco il collo.
Senza neanche alzare lo sguardo il giudice domandò se qualcuno volesse
sottoporre altri documenti, dette per scontato (giustamente) che non fosse
così e fece un segnale agli avvocati. Loredan fece un lungo respiro e si girò
verso la sua assistente.
«La Guelan» mormorò.
Athli inarcò le sopracciglia. «Sei sicuro?»
«Certo che sono sicuro. L'hai portata con te, non è vero?»
Athli non si dette neppure la briga di rispondere; qualunque fossero i
suoi difetti, era una collaboratrice affidabile quando si trattava dell'equi-
paggiamento. Sapeva anche che qualunque lama avesse scelto - magari la
Boscemar, oppure la Spe Bref - lei comunque avrebbe detto Sei sicuro?,
esattamente con lo stesso tono di voce, che immancabilmente lo faceva
andare su tutte le furie. Athli infilò un braccio nella sacca delle armi e ne
trasse un involto di soffice velluto grigio, stretto in cima da un cordoncino
blu. Loredan glielo tolse di mano e sciolse il nodo. Forse sarebbe stato
meglio scegliere la Boscemar, dopo tutto? No. Era una sua aurea regola
quella di non cambiare mai idea una volta fatta la scelta.
La Guelan. Lasciò cadere la custodia per terra - non si sarebbe mai
sognato di dirlo a qualcuno, ma quel gesto gli faceva sempre pensare a una
ragazza che lasciava cadere al suolo il proprio vestito - e strinse la mano
intorno alla semplice impugnatura, cercando al tatto le minime scanalature
che indicavano il punto esatto in cui posizionare il pollice e il mignolo.
Delle sue tre spade era la più lunga e la più leggera, oltre che la più
costosa, vecchia ormai di oltre un secolo. Un tempo la lama era stata
decorata da una incisione raffigurante foglie di vite, ma adesso per poterla
intravedere bisognava esporre la spada alla luce in una precisa posizione.
Gli aveva fatto superare brillantemente trentasette controversie giudiziarie,
nove delle quali davanti alla Corte Suprema e una addirittura alla presenza
del Cancelliere in persona. Cinque tacche segnavano il filo (ce n'erano
state altre, ma abbastanza piccole da poter essere eliminate con la pietra
per l'affilatura) e la lama era lievemente piegata a circa un palmo dalla
punta, per colpa di qualche antecedente proprietario. La Boscemar era una
lama più affilata e la Spe Bref in teoria era più bilanciata, ma in un
processo quello che conta di più è l'affidabilità. Dopo un secolo di duro
lavoro in tribunali come quello, ormai doveva sapere come svolgere al
meglio il proprio lavoro. Nella misura in cui qualcuno di noi lo sa.
L'usciere diede l'ordine di sgomberare il pavimento della corte. Athli gli
passò il pugnale - per lo meno di quelli ne aveva uno solo, il che voleva
dire almeno una cosa su cui non occorreva stare a struggersi - e Loredan lo
infilò nella guaina che aveva dietro la schiena, promettendo a se stesso
nell'atto di farlo che la prima cosa che avrebbe fatto l'indomani sarebbe
stato di cambiarle la cinta con una nuova.
Sì. Bene.
Il giudice alzò una mano, assaporando la drammaticità del momento e
invitò gli avvocati ad avvicinarsi al banco. Nel prendere il suo posto ai
piedi della piattaforma su cui si ergeva, Loredan sentì una delle sue gambe
sfiorare senza volerlo un ginocchio dell'altro. Sussultò. Sarebbe stata una
bella sfortuna morire per una disputa su un carico e per di più per mano di
un bastardo alto e biondo. Ragione di più, quindi, per fare in modo che non
accadesse.
Quando il suo avversario allungò la propria spada al giudice perché la
ispezionasse, Loredan non poté fare a meno di notare il lampo di luce
riflesso dal marchio inciso sulla lama appena al di sopra dell'elsa. Una
Tarmont, vecchia di un anno o poco più, che aveva tutta l'aria di essere
stata poco usata. C'era solo qualche vaga traccia lasciata dalla pietra per
affilare che rovinasse la perfetta lucidità della lama: da quando era stata
forgiata era stata affilata sì e no quattro o cinque volte. Abbastanza
stranamente, quella vista gli risollevò un poco lo spirito. Era una spada
costosa, una creazione di uno dei cinque migliori armaioli viventi, ma era
nuova ed era stata a malapena utilizzata. Suggeriva un eccesso di fiducia in
se stessi, una tendenza a dare per scontato che tutto sarebbe andato nel
modo migliore. Dieci anni di professione gli avevano insegnato che quel
genere di atteggiamento poteva essere letale, se l'avversario ne approfittava
nel modo giusto.
Quando ebbe consegnato a sua volta la propria spada e la ebbe riavuta
indietro dopo che il giudice l'aveva degnata a malapena di un'occhiata che
gli parve lievemente offensiva, Loredan fece il suo abituale inchino che
consisteva in una lieve inclinazione del collo e andò a prendere il proprio
posto al centro del tribunale. L'impiantito sembrava solido sotto i suoi
piedi, coperto dell'adeguato strato di sabbia e segatura, che consentiva una
perfetta presa dei piedi. Indossava il suo più vecchio paio di scarpe, che
ormai da parecchio avevano assunto esattamente la forma dei suoi piedi, e
aveva reso più aderenti le suole quasi nuove facendo uso di una raspa.
Athli gli tolse il mantello dalle spalle e il freddo del tribunale lo fece
rabbrividire. Parecchio tempo prima, dopo avere visto la morte in faccia,
aveva imparato a non battersi indossando altro se non una leggera camicia
di lino molto larga sulle spalle e intorno alle braccia, strettamente legata
invece ai polsi, e un confortevole paio di brache senza fibbie nelle quali ci
si potesse impigliare proprio nel momento sbagliato. Più di una volta
aveva visto uomini morire alla distanza di una lama dalla sua faccia, per
avere scelto di indossare una camicia di lana pesante che li proteggesse dal
freddo autunnale. Dieci anni di professione e capisci che tutto conta.
Quando arrivò l'ordine era pronto e per fortuna. L'altro avvocato era
rapido e palesemente forte; il difficile sarebbe stato rimanere vivo per il
primo mezzo minuto e poi ancora per i tre minuti successivi. La prima
stoccata arrivò piuttosto alta e non fu affatto il tipo di colpo che si sarebbe
aspettato. Fu costretto a fare alta anche la sua parata e il peso che l'altro
aveva caricato sulla lama fu tale che con la forza del proprio braccio e del
polso quasi non riuscì a defletterla. Gli riuscì in qualche modo, ma fu
costretto a fare un passo indietro e due a destra, scoprendosi il petto; non
c'era nessuna speranza di un colpo di risposta. Prevedibilmente l'attacco
successivo fu basso, ma il fatto che stavolta se lo aspettasse non rese meno
complicato il pararlo. Due rapidi passi verso destra lo misero fuori portata,
ma la sua guardia era tuttora troppo alta e una ferita al ginocchio destro
che era rimasto scoperto, sarebbe stata la fine.
Fortunatamente il suo avversario optò invece per un'altra stoccata alta.
Due passi indietro dettero a Loredan abbastanza spazio per parare di
prima, caricando la lama di tutto il peso del proprio corpo e deviando così
nettamente la spada dell'altro verso destra. A quel punto inclinò il polso
per una botta corta, più che altro un fendente con il polso girato, diretto
allo stomaco. Il suo avversario arretrò, ma non abbastanza in fretta; la
punta della sua spada penetrò di qualche centimetro prima che Loredan la
ritirasse e, esponendosi al rischio di essere ferito alla spalla destra, si
protendesse in basso e in avanti, per una stoccata diritta. Il suo ginocchio e
la sua mano sinistra toccarono il suolo all'unisono e avvertì una fitta di
dolore quando un legamento protestò. L'altro avvocato parò alla disperata,
deviando la sua lama ma senza riuscire a scostarla abbastanza, sicché quasi
cinque centimetri della spada di Loredan gli penetrarono nel fianco destro.
Aveva fatto un buon lavoro fino a quel momento; ma probabilmente non
abbastanza buono. Non ancora, perlomeno.
Loredan, tuttora con un ginocchio sul pavimento, fece forza sulla mano e
sulla gamba sinistra per rimettersi in piedi, ma il ginocchio sinistro sembrò
non avere alcuna intenzione di collaborare... Crampi! Che razza di modo
idiota di morire. L'altro uomo però era troppo preoccupato dalla vista del
proprio sangue per accorgersi delle difficoltà di Loredan il quale, in
qualche modo, riuscì a rimettersi diritto poggiando sulla gamba destra e ad
arretrare di un passo, rimettendosi più o meno in guardia. Non era il
momento più adatto per cercare di muovere i piedi; sarebbe cascato per
terra, sicuro come la morte. Tutto dipendeva dall'altro, da come sarebbe
stato in grado di affrontare il fatto di essere stato ferito. Aspettando che si
muovesse, Loredan maledì tutte le dispute commerciali, tutti i processi
basati sul diritto contrattuale e tutti gli spadaccini alti e biondi che avevano
dieci anni meno di lui. Un mucchio di maledizioni da lanciare nel tempo di
un battito di cuore, ma la velocità è una cosa che si accompagna inevita-
bilmente a una lunga pratica.
Fortunatamente al suo avversario sembravano essere saltati i nervi.
Invece di lanciarsi avanti, come avrebbe fatto Loredan se si fosse trovato al
suo posto, arretrò rapidamente e poi tentò un fendente laterale all'altezza
del gomito: un modo per uccidersi altrettanto sicuro che il gettarsi a
capofitto da un'alta torre, rifletté Loredan mentre deviava nettamente il
colpo e si proiettava nell'inevitabile affondo.
Sentì la punta della lama incontrare un osso, la vide piegarsi... E spez-
zarsi di netto, come il gambo di un calice per il vino, a cinque o sei
centimetri dalla punta. Disgustato trasformò la stoccata in una botta
ravvicinata facendo affidamento sulla sola fermezza del polso e squarciò la
gola del suo avversario con la stessa semplicità che se si fosse trattato di
un foglio di carta. Ci fu un clangore quando quest'ultimo lasciò cadere la
sua spada, la stravagante, malaugurata Tarmont - non aveva mai capito che
senso avesse comperare armi nuove - e un ansito sommesso quando il suo
avversario cercò di respirare attraverso una gola che non esisteva più.
Naturalmente ci fu anche un mucchio di sangue, seguito dal solito tonfo
sordo quando il corpo cadde per terra.
Maledizione a tutte le dispute commerciali.
Il giudice picchiò il suo martelletto e pronunciò la sentenza - abbastanza
superflua - a favore dei convenuti. Ci fu un applauso da parte degli
spettatori - non proprio trionfale, era stato un combattimento molto veloce
senza nessun vero e proprio colpo da maestro - seguito da rumore di piedi,
dalla ripresa delle conversazioni che sì erano interrotte, da qualche risata,
da uno starnuto sul fondo dell'aula.
L'assistente dell'altro avvocato raccolse le sue carte, se le mise sotto-
braccio. Non aveva nessuna fretta di raggiungere i propri clienti in fondo
alla zona riservata al pubblico. Athli aveva raccolto la Tarmont: adesso era
di proprietà di Loredan, secondo un antico costume; valeva dieci volte il
suo onorario ma tutto il suo valore non sarebbe bastato a comperare
un'altra Guelan, anche ammesso di riuscire a trovarne una. Era stata una
giornata insoddisfacente se si eccettuava il fatto che era ancora vivo.
«Che cosa ti è successo?» chiese Athli. «Per un attimo ho pensato che
fosse arrivata la tua ora.»
«Crampi» ribatté Loredan. Aveva voglia di recuperare la punta della sua
spada, ma non se la sentiva per nulla di andare così vicino al corpo. Non
appena avesse sfilato il troncone sarebbe spruzzato sangue dappertutto e
lui non era dell'umore giusto. «Guarda qua» borbottò, fissando la spada
spezzata che stringeva ancora in pugno. «A quanto pare sono appena
diventato proprietario di un costosissimo coltello da carne.»
«Te lo avevo detto che quell'aggeggio ormai aveva fatto il suo tempo»
osservò Athli. «Se tu l'avessi venduta, come ti avevo suggerito...»
Gli porse la custodia di velluto e Loredan ci lasciò cadere il troncone
rimasto attaccato all'elsa. Athli annodò il cordoncino e la mise nella sacca
delle armi. «Come va il ginocchio?»
«Meglio, ma avrò bisogno di riposo più o meno per una settimana.
Quand'è la prossima causa?»
«Fra quattro settimane» rispose Athli «ed è un divorzio, per cui non
dovrebbero esserci problemi. Informerò il cliente, comunque, giusto in
caso che preferisca incaricare un altro avvocato.»
Loredan annuì. I divorzi, appartenendo al diritto ecclesiastico, si suppo-
neva che non fossero all'ultimo sangue, anche se nel caso di morte di uno
degli avvocati il giudizio restava valido. A ogni modo era sempre corretto
avvisare il cliente se si era infortunati, specialmente in un caso in cui
importanti clausole matrimoniali erano la materia del contendere.
«Potrei sempre farla tagliare, suppongo» argomentò Loredan. Era
consapevole di stare zoppicando e la distanza che lo separava dalla porta
del tribunale gli sembrò molto maggiore del solito. «Le spade corte sono
molto di moda in alcuni tribunali al giorno d'oggi.»
«Non così corte» ribatté Athli. «Piuttosto falla ridurre a un secondo
pugnale. Ti farebbe comodo averne uno di ricambio.»
«Sacrilegio.» Un paio di portantini stavano trascinando via il suo
avversario dopo avergli gettato addosso un sacco in modo da nasconderlo
agli occhi del pubblico. «A proposito, da quando in qua mi occupo di
cause di divorzio?»
«Da quando hai cominciato ad avere problemi con il tuo ginocchio.»
Athli alzò lo sguardo su di lui, aggrottando un po' le sopracciglia. «Senza
offesa» disse «ma hai mai pensato che prima o poi verrà l'ora di ritirarti?»
«Lo farò non appena me lo potrò permettere» rispose Loredan, sentendo
però un po' di amaro in bocca. «O non appena mi nomineranno giudice.»
«Sapevo che lo avresti detto» ribatté Athli.

Puntuali come il postino i brividi cominciarono dopo la seconda botti-


glia, proprio quando stava per aprire la terza. Senza dire una parola
l'allungò alla sua assistente.
«Faresti meglio ad andarci piano con questa roba» osservò lei riempien-
dogli il bicchiere. «Tanto per cominciare, è troppo costosa.»
Loredan fissò contrariato l'immagine distorta del suo viso che si riflette-
va sulla superficie scintillante del calice. «Lo vuole la tradizione» ribatté.
«È un segno di rispetto.» Si ricordò di un particolare. «Abbiamo offerto da
bere al suo assistente?» domandò. Athli annuì.
Nell'osteria c'erano parecchi degli spettatori che avevano assistito al
processo, e alcuni di loro stavano attirando l'attenzione l'uno dell'altro e
indicandolo. La cosa non piacque molto a Loredan; d'altro canto la taverna
dopo una causa era un luogo dove poteva esserci sempre l'occasione di
trovare altro lavoro. I fratelli Khevren lo avevano ingaggiato in quel modo,
e anche i mercanti del cartello della cannella. Parecchie delle famiglie più
influenti mandavano degli inviati a tutti i processi per cercare di individua-
re i migliori avvocati, specialmente giovanotti abbastanza dotati di talento
da essere in grado di sopravvivere, ma anche abbastanza giovani da avere
tariffe poco esose. Tutti i potenziali clienti conoscevano già perfettamente
quelli che erano nella professione da dieci anni, il cui unico rischio era
quello di finire fuori mercato chiedendo compensi troppo alti... D'altro
canto abbassarli equivaleva ad ammettere che la propria carriera era finita.
Lo stesso valeva per il fatto di accettare di apparire in una causa di
divorzio; per un avvocato della sua esperienza era come confessare di
sentirsi decrepito o di non avere più il controllo dei propri nervi, o
entrambe le cose. Tutto sarebbe diverso se nel diventare più vecchio
diventassi anche più bravo rifletté Loredan, ma non è così.
«Bene» stava dicendo Athli «tu hai svolto la parte facile del lavoro.»
Adesso tocca a me farmi pagare dai Dromosil.
Loredan emise un grugnito. «Digli che se no gli faremo causa» affermò.
Athli fece una smorfia: i debiti professionali, come per esempio le parcelle
degli avvocati, erano oggetto di processi personali, che implicavano un
duello fra le parti senza che a nessuna delle due fosse consentito il ricorso
a un avvocato. In pratica, tuttavia, gli avvocati che risaputamente facevano
causa per le proprie parcelle, tendevano ad avere molte difficoltà nel
trovare lavoro. «Te la caverai, comunque» continuò Loredan. «Non è stata
una cattiva giornata per te, calcolando anche il valore della spada che
abbiamo vinto.»
Athli fece spallucce. Il suo dieci per cento sarebbe stato una decente
sommetta, ma non avrebbe mai ammesso di esserne compiaciuta. «Mi
sono guadagnata duramente ogni singolo centesimo» ribatté. «Finisci di
bere. Entro un'ora dobbiamo incontrarci con il cartello del carbone.»
Loredan emise un gemito. «Devo proprio vederli?» domandò. «Non
puoi dirgli che sto ancora riprendendomi o qualcosa del genere?»
«Farebbe una pessima impressione. Ho dovuto sudare sangue per
persuaderli che non sei un'antica rovina tremolante che ha bisogno di aiuto
perfino per andare in bagno. E per carità non zoppicare. Hai l'aria di un
vecchio di centosei anni.»
Con un'espressione di sfida, Loredan si riempì di nuovo il bicchiere.
«Dove mai potrò comperarmi un'altra Guelan?» chiese in tono tetro. «Di
tutte le cose bastarde, proprio questa doveva capitarmi.»
Athli lo squadrò inarcando le sopracciglia. «Se vai avanti su questa
strada finirai per diventare superstizioso» disse. «Che è un vezzo straordi-
nariamente pericoloso per uno che fa il tuo mestiere.»
Loredan, borbottò qualcosa. «Per fare un lavoro ben fatto ci vogliono i
giusti attrezzi» ribatté poi. «Non c'è niente di superstizioso in tutto questo.
E penso anche che sia venuto il momento di cominciare a scalare il costo
di armi ed equipaggiamento dal lordo dei guadagni. Altri assistenti
accettano questa condizione» aggiunse in tono difensivo, prima che Athli
riuscisse a spiccicare parola. «Concordano sul fatto che si tratta di una
spesa essenziale per potere svolgere un buon lavoro.»
«Non se ne parla neanche.»
«Athli, stiamo parlando della mia vita...» S'interruppe, dolorosamente
conscio di avere violato le regole. Fra avvocato e assistente la possibilità
che il primo morisse non doveva mai essere neppure menzionata. Si chinò
un po' in avanti con un movimento impacciato, vergognandosi di se stesso.
«Quando hai detto che dobbiamo incontrare quelli del cartello del
carbone?»
Athli lo stava fissando. Le era successo di farlo spesso, ultimamente.
Un'altra regola inviolabile era che gli assistenti non si preoccupavano per
gli avvocati. Gli procuravano solo del lavoro; della migliore qualità
possibile: il fatto che un processo troppo impegnativo potesse fare uccidere
un uomo con la velocità di un fulmine, doveva rimanere assolutamente al
di fuori della relazione fra i due. «Va bene» disse alla fine. «Dirò che hai
dovuto partecipare a una festa per la tua vittoria.»
«Con i fratelli Dromosil? Ma fammi il favore.» Finì il vino e rivoltò il
calice sottosopra. «Sarà meglio che venga con te» disse con un sospiro.
«Non posso correre il rischio di lasciarti trattare da sola con clienti così
difficili. Vuole dire che dopo andremo in una taverna e ci ubriacheremo.
D'accordo?» concluse in tono feroce.
«Dopo che avremo passato almeno un'ora con il cartello del carbone»
replicò Athli in tono serio. «D'accordo.»

«Questo Principio» disse il Patriarca con aria grave «al quale ovviamen-
te non attribuiamo alcun nome, fornisce l'energia che rende possibili tutte
queste cose. Non dimenticate mai quanto è limitata o quanto poco può in
effetti fare.»
S'interruppe e volse intorno lo sguardo nella sala, fissando i banchi
strapieni. Cinquecento giovani studenti assettati di sapere, ognuno dei
quali senza dubbio da bambino aveva giurato a se stesso che da grande
sarebbe diventato un mago. Alexius era un uomo naturalmente cinico e
l'avere raggiunto il soglio del patriarcato aveva spazzato via anche il suo
già limitato idealismo, ma perfino lui ammetteva di avere una seria, sacra
responsabilità, nei confronti delle quote di novizi che si avvicinavano ogni
anno agli studi. Aveva il dovere di fare loro capire il prima possibile che lì
non gli sarebbe stato insegnato come diventare dei maghi.
«Fondamentalmente» continuò «il Principio può essere usato come uno
scudo o, ma in misura assi più limitata, come una spada. È tutto qui: difesa
e offesa. La sua energia non può curare i malati o resuscitare i morti,
cambiare il piombo in oro, rendere un uomo invisibile o irresistibile con le
donne. Non può creare nulla e modificare nulla che già esista. Può deviare
maledizioni e può condurre a segno delle maledizioni; e anche questi
effetti sono largamente casuali rispetto agli autentici scopi per cui il
Principio esiste. Il potere è un prodotto secondario, come il cuoio e la colla
sono solo dei prodotti secondari rispetto all'allevamento dei maiali.»
Come si era augurato l'immagine molto terra terra provocò un lieve
brivido di disgusto fra i membri del suo pubblico di adolescenti dalle alte
aspirazioni. Non era così che si erano aspettati di sentire parlare il
Patriarca. Erano venuti lì per essere messi a parte di un magnifico segreto,
il più splendido e utile segreto fra tutti quelli custoditi dalle varie corpora-
zioni. Con un po' di fortuna, il giorno dopo alla stessa ora ci sarebbero stati
almeno una ventina di volti che lo avrebbero fissato con un'espressione
assai meno ardente via via che i figli cadetti che erano andati lì solo per
imparare come trasformare in rospi i propri fratelli maggiori e i figli dei
mercanti inviati per apprendere come evocare venti favorevoli e geni che
trasportassero gratis i loro carichi di qui e di là dai mari, si sarebbero
preparati a rifare i bagagli e a tornare alle proprie case. Se avesse fatto
bene il proprio lavoro prima della fine del corso sarebbe riuscito a liberarsi
di almeno metà di quei giovani sciocchi.
«Domani» disse «vi spiegherò i quattro grandi postulati su cui si fonda il
Principio. Una volta che li avrete compresi, sempre che vi riesca di farlo il
che non è affatto detto, sarete in condizione di decidere quale dei sei
aspetti del Principio studiare e noi potremo assegnarvi alla giusta classe e
ai giusti insegnanti. Vorrei anche ricordare a quelli fra voi che non hanno
ancora saldato la retta che non potranno essere assegnati a nessuna classe
fino a quando non avranno depositato l'intera somma. Potete andare.»
E con ciò per oggi l'educazione dei giovani era conclusa. Fece ritorno
alla propria cella, una scatola quadrata di pietra con un letto di assi, una
massiccia libreria di quercia e il più stupefacente soffitto a mosaici
dell'intera città e scivolò fuori dai paramenti propri del suo ufficio, in
particolare i ridicoli stivali color porpora. Sedette sull'orlo del letto e
pazientemente si mise a combattere con l'esca e l'acciarino fino a quando la
lampada non si decise con riluttanza a gettare un po' di luce.
Proprio al di sotto della sua cella stavano preparando il refettorio per il
pasto serale. Fra breve il dispensiere avrebbe bussato alla sua porta e
chiesto il permesso di sciogliere il grosso nodo che teneva sospeso
l'enorme candeliere appeso direttamente sopra la grande tavola, in modo
che potesse essere abbassato e dotato delle candele necessarie per la serata.
Il Patriarca non poteva fare a meno di sentirsi seccato per quell'intrusione,
anche se faceva parte del rituale di ogni giorno; i rumori della cena
disturbavano le sue letture e non c'era giorno che non si ammaccasse un
alluce nella penombra della cella contro il dannato anello nel pavimento
che faceva da ancoraggio per il candeliere.
Aveva insistito per potere disporre di una stanza senza finestre; la luce di
una lampada, riflessa dalle migliaia di tessere dorate che formavano i
leggendari mosaici, era più che sufficiente per leggere, a patto che ci si
chinasse verso la fiamma e si tenessero le pagine a pochi centimetri dal
proprio naso. Alexius sapeva di essere fatalmente predisposto alla
distrazione. Se avesse avuto una finestra avrebbe passato il tempo a
guardare fuori invece che a leggere il suo libro. Se l'intonaco fosse stato
nascosto da degli arazzi se ne sarebbe stato seduto a contemplarli invece di
concentrare la mente sugli ardui temi trattati dai Padri. E se fosse sceso a
cenare nel refettorio, invece di accontentarsi di un filone di pane integrale,
di una brocca d'acqua e di una mela, quel giorno non sarebbe più riuscito a
lavorare e neanche la mattina di quello successivo.
Il risultato era che godeva fama di essere un grande asceta e veniva
onorato di conseguenza. Era, il che lo faceva davvero sorridere, probabil-
mente il Patriarca più rispettato che la città avesse avuto nell'ultimo
centinaio di anni. Non male per un uomo che doveva compitare quando
leggeva e che non faceva neanche alcuno sforzo per nascondere la cosa.
D'altronde, anche se ci metteva il doppio del tempo rispetto ai suoi
colleghi per afferrare ogni nuovo sviluppo e ogni nuova ipotesi nel campo
dell'ortodossia, per lo meno li afferrava davvero. Lazier, uomo molto più
dotato, che non si prendeva neppure la briga di leggere i testi e che si
basava piuttosto sul riassunto che gliene facevano gli altri, commetteva
errori e poteva essere messo in difficoltà con una qualunque citazione sia
pure appresa a fatica.
Qualcuno di loro lo aveva perfino in simpatia. Non riusciva proprio a
spiegarsi il perché.
La fonte delle sue tribolazioni, che quella sera aveva deciso di mettersi a
leggere, era un nuovo discorso sulla natura della fede; una breve monogra-
fia messa insieme a quanto pareva in un momento di tranquillità dal
giovane Archimandrita di uno dei collegi della città, un uomo con più
istintiva comprensione del Principio nella punta delle unghie di quanta non
ce ne fosse nell'intero corpo del Patriarca, ma che dedicava la gran parte
delle proprie ore di veglia e una considerevole porzione degli incassi della
sua istituzione alle gare di trotto. Nel suo trattato il giovane scommettitore
aveva teorizzato che la fede agisse sul Principio come un catalizzatore,
nello stesso modo in cui un prisma di vetro o di cristallo è in grado di
concentrare la luce del sole. Il Principio, aveva argomentato, era altrettanto
universale e diffuso quanto la luce. Solo quando veniva filtrato consape-
volmente dalla mente umana poteva diventare abbastanza forte da
illuminare le tenebre sotterranee o da aprirvi un pertugio.
Il Patriarca aggrottò le sopracciglia. Era un modo succinto e accurato di
esprimere ciò che lui stesso aveva sempre intuito a proposito del Principio
ma che non era mai stato capace di chiarificare in modo esplicito nella
propria mente; evidentemente il ragazzo aveva un dono eccezionale ed era
solo al primo capitolo del testo, la parte che abitualmente si utilizzava per
riassumere ciò che rappresentava le premesse ovvie e scontate del
ragionamento che seguiva. La straordinaria nuova ipotesi che era stata
portata alla sua attenzione era espressa nei settantotto capitoli che
seguivano. Sarebbe stata una lunga notte.
Stava appunto cominciando ad avvertire le prime avvisaglie di un mal di
testa (non era certo di aiuto il fatto che la sua copia fosse scritta malamente
e su una pergamena che era già stata cancellata e usata tre volte) quando
sentì qualcuno bussare alla porta come si stava aspettando che accadesse
già da una mezz'ora. Borbottò di entrare e una lama di luce apparve nel
vano della porta.
«Spiacente di disturbarvi, Padre.»
Borbottò qualcos'altro, cercando di non alzare lo sguardo dal libro. Per
qualche ragione, stanotte non si trattava del dispensiere; non aveva
riconosciuto la voce, ma era giovane e femminile: probabilmente una delle
domestiche. Se voleva avere almeno una speranza di riuscire a fare entrare
nel proprio cervello non brillantissimo quella complicata ipotesi...
«Mi dispiace di disturbarvi» ripeté la voce. «Ma se poteste dedicarmi
qualche minuto...»
Dannazione, si trattava di una studentessa. «Sto leggendo» borbottò,
sollevando le pagine ancor più verso il proprio naso. «Vattene.»
«Non vi farò perdere molto tempo, lo prometto. Per favore.» Alexius
sospirò. «Il Patriarca Nicephorus Quinto» disse con severità «interrotto
mentre era intento alla lettura del saggio Tutte le Cose Avranno Fine lanciò
una tale maledizione che lo sfortunato incauto che lo aveva disturbato fu
immediatamente colpito da un fulmine. Solo con molta fatica la vittima fu
più tardi identificata come la stessa figlia di Nicephorus, che si era
precipitata ad avvisare suo padre che la casa era in fiamme. Ti suggerisco
vivamente di venire a parlarmi domani dopo la lezione.»
È un'ottima cosa evitare le distrazioni, ma se le distrazioni rifiutano di
farsi evitare, la cosa migliore da fare è affrontarle immediatamente. Prese
un pezzo di giunco dal pavimento e lo mise nel volume a mo' di segnali-
bro, poi alzò lo sguardo.
Forse non si sarebbe rivelata una distrazione particolarmente seria, dopo
tutto. Era alta e ossuta, con pallidi occhi azzurri e un viso affilato; poteva
avere quindici o sedici anni e il suo corpo era atteggiato come se si fosse
trattato dell'abito di una sorella maggiore che un giorno o l'altro avrebbe
smesso di essere troppo grande per lei. Sono sempre quelli magri che
vengono spinti fuori di casa perché si facciano una professione. Alla stessa
età anche lui aveva avuto quell'aria allampanata. Sentì allentarsi un po' il
malumore.
«Sbrigati, allora» disse. «Che cosa posso fare per te?»
La ragazza si inginocchiò sul pavimento; non per un atto di ossequio, ma
solo per antica abitudine, come una cresciuta in una casa nella quale non
c'erano sedie. «Vorrei imparare a lanciare una maledizione, per favore.»
Alexius chiuse gli occhi. Quest'anno si cominciava presto. Stava per dire
qualcosa di violento e che la facesse filare via di corsa, ma per qualche
ragione non lo fece. C'era qualcosa di intrigante in quella ragazzina, come
dire, pareva stesse parlando d'affari. Si sentì tentato di esaudire la sua
richiesta.
«A che scopo?» le domandò.
La cosa parve suonarle come una domanda sciocca. «Voglio maledire
qualcuno» rispose. «Potreste insegnarmi le parole necessarie, per favore?»
Potrei spiegarle come stanno le cose, pensò Alexius. Potrei cominciare
con i quattro postulati, farle vedere il percorso logico che conduce alle basi
teoretiche del Principio, spiegarle in breve che ruolo svolge la fede (di cui
si può dire che è come un cristallo, usato per concentrare i raggi del
sole...), spiegare i reciproci effetti di azione e reazione e la futilità di
qualunque uso non motivato del potere e in questo modo farle comprende-
re esattamente quanto sia stata sciocca la sua richiesta. Oppure potrei
semplicemente rispondere di no.
«Dipende da chi vuoi maledire e perché» rispose invece. «Se una
maledizione deve avere effetto positivo... Cioè, scusa, non volevo usare
queste parole... Insomma se deve avere effetto, deve essere fortemente
motivata da qualcosa che la vittima designata ha fatto. Il vecchio detto
Nessuno può maledire un uomo innocente, anche se strettamente parlando
non è esatto, tuttavia esprime una sostanziale verità...»
«Oh, state tranquillo che non è innocente» lo interruppe la ragazza con
tono sicuro. «Ha ucciso mio zio.»
Alexius annuì. «Questo è un buon punto di partenza» disse. «Se non
altro esiste un'azione in cui una maledizione può trovare il suo fondamen-
to. È meglio se un omicidio è anche ingiustificato, tuttavia si può riuscire a
maledire efficacemente anche un uomo che era nel suo diritto, se si è
comunque comportato in modo violento o tale da causare danno ad altri.
Ecco perché prima ho precisato che la massima da me citata a proposito
della possibilità di maledire un uomo innocente, non è del tutto veritiera.»
La ragazza rifletté per qualche attimo. «È stato legale» disse. «Ma non
giustificato. Come può mai essere giustificato il fatto di uccidere qualcu-
no? Non può, e questo è tutto.»
Il Patriarca decise di lasciare cadere questo specifico punto. «Quando
dici legale...» iniziò.
«Mio zio è un avvocato. O almeno lo era.» La ragazza sorrise. «Non uno
molto bravo. Non ha mai ucciso nessuno nella sua vita. Si è sempre
occupato solo di testamenti e divorzi, capite.»
Alexius soppresse un sorriso, pensando a una famosa statua della
periferia in cui era nato:

DEDICATO ALLA MEMORIA DI NICETAS


IL PUGILE DI CUI SI PUÒ DIRE
SENZA TEMA DI SMENTITA
CHE NON FECE MAI DEL MALE A NESSUNO.

«Forse non era il lavoro più adatto per lui» disse. «Immagino che sia
stato un altro avvocato...»
«Il suo nome è Bardas Loredan» dichiarò prontamente la ragazza.
«Credo che sia piuttosto famoso. Adesso potete dirmi le parole giuste, per
favore?»
Alexius sospirò. «Non è davvero così semplice come credi» dichiarò.
«Tanto per cominciare, non esiste nessuna particolare parola; in effetti si
può maledire qualcuno con perfetta efficacia senza dire nulla. Ciò che
davvero serve è un'immagine...»
«Ne ho una» lo interruppe la ragazza, infilando una mano in una manica.
«Mentale» continuò Alexius imperterrito. «Una chiara immagine
mentale dell'atto che ha fatto scaturire la tua volontà di lanciare la
maledizione.» Strinse i denti; alla fine dei conti era meglio spiegare tutto
subito: probabilmente avrebbe risparmiato del tempo dopo. «Il modo in cui
funziona è che un atto giustificante, qualcosa di violento o che ha fatto del
male, provoca un disturbo nelle forze alle quali noi ci riferiamo come a Il
Principio.» Capiva che era un modo assai grossolano di mettere le cose,
ma non avrebbe saputo fare di meglio. La ragazza sembrava capire. «È
come quando lanci un sasso in acqua. Per una frazione di secondo l'acqua
viene spostata e si crea una specie di vuoto nel punto in cui è abitualmente.
Poi l'acqua torna a occupare quel punto, ma le increspature della superficie
continuano a propagarsi. Ciò che possiamo fare, talora, è prendere il
controllo di quel vuoto, riempiendolo con qualcosa di nostra scelta. È
questo ciò che noi chiamiamo una maledizione.»
«Credo di capire» disse la ragazza. «Ma allora che cosa ne è dell'acqua?
Quella che avrebbe dovuto tornare a occupare il vuoto, intendo?»
Alexius sorrise, impressionato. «Questa è un'ottima domanda» rispose.
«Vedi, interferendo là dove c'è già stata un'interferenza non facciamo altro
che peggiorare le cose... No, questo è un modo sbagliato di porre la
questione. Aumentiamo il livello di disturbo e inevitabilmente suscitiamo
una reazione. Per essere più precisi, la reazione tende a essere assai più
intensa della maledizione stessa.»
«Ti colpisce con più violenza di quella con cui la maledizione colpisce
la vittima?»
Alexius annuì soddisfatto. «Hai centrato il punto» disse. «Ecco la
ragione per cui prima di imparare a lanciare maledizioni bisogna imparare
a deviarle. Altrimenti c'è il rischio di riuscire a far sì che il nostro nemico
si fratturi una gamba, ma al prezzo del nostro stesso collo.»
La ragazza si strinse nelle spalle. «La cosa non mi preoccupa» disse.
«Volete per favore dirmi come devo procedere?»
Alexius tamburellò con le dita sul ginocchio. Una cosa che gli adepti del
Principio non facevano era di lasciarsi assoldare come assassini metafisici,
maledicendo gente perfettamente sconosciuta all'ordine.
A parte le implicazioni sociali della cosa, bisognava anche tenere conto
del pericolo. La reazione a una maledizione quando si era nella propria
mente era già un'esperienza sgradevole; sventare la medesima reazione
quando ci si trovava all'interno della testa di qualcun altro era pressoché
impossibile, a meno di non sapere esattamente quello che si stava facendo.
E il Patriarca non aveva nessuna difficoltà ad ammettere di non essere
affatto sicuro di saperlo in quel momento.
«No» disse. «È fuori questione. La sola cosa che posso fare è tentare di
lanciare la maledizione per tuo conto, ma...»
«Lo fareste?»
La spiegazione accuratamente formulata che si era preparato sembrò
svanirgli dalla mente. «È una cosa molto difficile» rispose. «E probabil-
mente non funzionerebbe. Vedi, dovrei provare a vedere che cosa c'è nella
tua mente.»
«Siete in grado di farlo?»
Il Patriarca si tirò la barba. Sarebbe stato facile rispondere che era
impossibile; perché in effetti lo era o comunque poco ci sarebbe voluto a
dimostrarle che non era una cosa possibile. A tre settimane da lì, sarebbe
stato intento a spiegare proprio questo nel corso delle lezioni. Una nozione
che era necessario imparare, tuttavia - il famoso quarto postulato - era che
il fatto che una cosa fosse impossibile non voleva dire che uno non potesse
riuscire a farla se veramente ci provava. Ma per provare, doveva volerla
fortemente.
«Più o meno» rispose.
«Come funziona?»
Alexius lasciò che un flebile sorriso gli si disegnasse sulle labbra. «Non
sono affatto sicuro che funzioni» ribatté. «Qualche volta capita, ma non è
esatto dire che si tratta di un processo che funziona o no. Un orologio
funziona se lo carichi. Qualche volta però può capitare che un orologio
fermo indichi l'ora esatta.»
La ragazza lo fissò. «Che cos'è un orologio?» domandò.
Alexius accantonò l'argomento con un gesto. «Se ti fa piacere ci prove-
rò» disse. «Ma non ti prometto niente.»
«Grazie.»
«Di niente. Ora, devo cercare di visualizzare esattamente ciò che è
accaduto; devo vedere quel sasso colpire la superficie dell'acqua. Non un
sasso qualsiasi; proprio il sasso giusto e nessun altro. Mi capisci?»
«Credo di sì.» La ragazza appoggiò il mento sulle mani e corrugò le
sopracciglia. «Volete che vi racconti quello che è successo.»
Il Patriarca scosse la testa. «No» rispose. «Voglio che mi racconti quello
che ricordi, il che è diverso. Quando ci pensi o quando qualcosa ti fa
tornare in mente quell'episodio non c'è un'immagine a cui il tuo cervello
corra immediatamente?»
«Sì. È come una frazione di secondo, scolpita nella memoria.»
«Molto bene.» Alexius fece un profondo respiro. «Dimmi che cosa
vedi.»
La ragazza alzò lo sguardo su di lui. «Lo zio stava tentando di colpirlo...
Una specie di fendente laterale più che non una stoccata vera e propria. Lui
riuscì a deviare lateralmente la spada dello zio e lo trafisse, poi la sua
spada si spezzò. Vedo come se fosse ora il tratto spezzato della sua lama
che sporge dal petto dello zio. È una cosa così strana vedere un pezzo di
metallo tanto lungo infilzato nel corpo di una persona. Mi fa venire in
mente un ago puntato su un cuscino o un coltello piantato nel burro.»
Alexius annuì. «E che cosa mi dici a proposito dell'espressione sul suo
viso? Su quello di tuo zio, intendo. Riesci a vederla?»
«Oh, sì.» La ragazza abbassò lo sguardo sulle sue mani intrecciate. «Era
contrariato.»
«Contrariato?» ripeté Alexius.
«Esatto. Come quando si fa un gesto goffo, come lasciare cadere una
tazza o strapparsi una manica su un chiodo. Era contrariato perché aveva
fatto un errore di scherma. Era molto orgoglioso di come tirava di spada.
Sapeva di non essere poi così bravo, ma si esercitava per ore. Aveva
l'abitudine di appendere un sacco pieno di paglia al melo sull'aia e di
colpirlo con un pezzo di legno. Inoltre sapeva i nomi di tutti i vari colpi e li
pronunciava ad alta voce a mano a mano che li provava contro il sacco.
Tutte le volte che faceva un errore era sempre contrariato. Credo che fosse
la sola cosa che gli stava a cuore.»
«Capisco» disse Alexius. «Dovevi volergli molto bene» aggiunse poi,
anche se era una osservazione superflua.
La ragazza annuì. «Aveva otto anni più di me. Dicono che ventitré anni
sia già una bella età da raggiungere per uno spadaccino mediocre.»
Bene, torniamo a noi, rifletté il Patriarca. Ventitré. Nelle periferie
occidentali era abbastanza consueto per gli zii sposare le proprie nipoti.
Ecco una cosa utile; non c'era niente di meglio dell'amore per aiutare ad
afferrare un'immagine fluttuante. Chiuse gli occhi...
«La state lanciando adesso?»
«Sì. Non interrompermi.»
«Ma non vi ho ancora detto che tipo di maledizione voglio che lanciate.»
Alexius esalò un sospiro esasperato. Non solo ci si aspettava da lui che
riuscisse a lanciare una maledizione su uno sconosciuto: doveva anche
essere una specifica maledizione. La cosa stava cominciando a rivelarsi
un'autentica impresa.
«Allora?»
«Riesco a vederlo» disse la ragazza. «È in tribunale e io sono di fronte a
lui. Tutti e due impugniamo una spada e lui cerca di colpirmi. E poi...»
Alexius sollevò una mano allarmato. «Alt» disse «o finirai per lanciarla
tu stessa e allora la reazione farà crollare il tetto sulla testa a tutti e due.
Abbi fiducia in me; credo di sapere quello che hai in mente.»
Chiuse nuovamente gli occhi; e là, come se fosse stata dipinta all'interno
delle sue palpebre c'era la corte, con l'alto soffitto a cupola, le file di
banchi di pietra che circondavano il pavimento coperto di sabbia, la
piattaforma del giudice, le postazioni marmoree entro le quali gli avvocati
attendevano di essere convocati. Riusciva a vedere la schiena di Loredan e
la ragazza da sopra la sua spalla; era più grande, cresciuta, straordinaria-
mente bella in un modo che lo faceva sentire a disagio. Vedeva chiaramen-
te la luce rossa e blu che proveniva dalla grande finestra a rosone strappare
riflessi alla lama che lei impugnava: una lunga e sottile striscia di acciaio
temperato che per effetto della prospettiva sembrava essere un prolunga-
mento della sua mano, un singolo dito puntato. Vide Loredan avanzare, ne
apprezzò la grazia e la misura nei movimenti; poi vide la ragazza reagire
con una parata molto alta. Ora stava proiettandosi in avanti anche se
sembrava quasi che non avesse mosso il braccio, salvo che per la rotazione
del polso che aveva prontamente rimesso la spada in linea. La spalla di
Loredan si abbassò nel tentativo di frapporre la sua spada a quella di lei,
ma stavolta risultò essere troppo tardi: il solito errore degli uomini che
hanno troppa fiducia in se stessi. Dato che Loredan gli volgeva la schiena
Alexius non poté vedere l'impatto né il punto in cui la lama si era infilzata;
vide però la sua mano lasciare cadere la spada e poi lo vide indietreggiare
barcollando e cadere, piegato in due, morto prima che la sua testa sbattesse
rumorosamente contro le pietre dell'impiantito. La fanciulla non fece alcun
movimento e continuò a tenere la spada puntata contro di lui. Si rese conto
di non avere mai visto l'uomo in faccia e di non avere mai chiesto quale
fosse il nome della ragazza...
Aspetta. Ecco che arriva.
Immagina la mosca che ronza intorno alla tua testa, o la falena che sbatte
qua e là fastidiosamente nel tuo studio di notte mentre sei chino sulla
fiamma della lampada. Allunghi una mano e il tuo grosso pugno fa
sembrare ancora più piccolo l'insetto mentre le dita si serrano nel tentativo
di schiacciarlo. O riesce a schivarle in tempo o non ci riesce. Se ci riesce,
lo spostamento d'aria provocato dal gesto della tua enorme mano sposta
lateralmente l'insetto che per un momento perde il controllo e si agita
disperatamente. Alexius poté avvertire l'enorme mano che si stava
avventando su di lui da tergo, pur senza riuscire a vederla; riuscì a sentire
lo spostamento d'aria che lo fece barcollare come se una grossa onda lo
avesse sorpreso in mare aperto. Non c'era nulla che potesse fare; la mano
sarebbe riuscita ad afferrarlo, oppure no.
Non ci riuscì; ma gli passò così vicina da sbatterlo per terra, come se una
porta gli si fosse chiusa improvvisamente in faccia. Cercò di emettere un
suono, ma non gli era rimasto neanche un po' di fiato nei polmoni.
Spalancò la bocca e cadde dal letto.
«Vi sentite bene?»
«No» rispose Alexius. «Aiutami ad alzarmi.»
La ragazza lo afferrò per le maniche; era molto forte. «Che cosa è
successo?» domandò. «Ha funzionato?»
«Non ne ho la più pallida idea» borbottò il Patriarca, massaggiandosi la
nuca con molto più vigore di quanto non giustificasse il piccolo bernocco-
lo che si era procurato. «Nella mia mente, o meglio nelle nostre menti, l'ho
ucciso. Per essere precisi, tu lo hai fatto. Se poi davvero, nella realtà...»
La ragazza lo lasciò andare di colpo. «Ma così non va» esclamò. «Non è
questa la maledizione che volevo.»
Alexius le rivolse uno sguardo assassino; l'intera faccenda aveva smesso
di essere allarmante e stava cominciando a farsi ridicola. «Che cos'altro
avresti dovuto volere?» ribatté. «Sei in cerca di vendetta, non è così?»
«Vi ho già detto che non ammetto l'omicidio» ribatté con freddo furore.
«Che cosa potrà mai venire di buono dalla sua morte? Se solo mi aveste
lasciato spiegare...»
Alexius lasciò ricadere la testa su uno dei magri cuscini. «Allora che
cosa volevi, se non cercavi la sua morte?» domandò stancamente. «Sii
onesta. Voi due, davanti a un tribunale...»
«Volevo mozzargli la mano destra» disse, come se fosse la cosa più
ovvia del mondo. «Ero sul punto di mozzargli la mano e poi di andarmene,
mollandolo lì di fronte a tutti.» Girò di scatto la testa e i capelli le
nascosero il volto. «Restare ucciso non è un castigo, per lui; fa parte del
suo lavoro. Volevo che soffrisse.»
«Be', ormai è fatta» sbottò Alexius. «Dovrai accontentarti e questo è
quanto. Sempre ammesso che generi qualche effetto, naturalmente. Come
ti ho già detto, ci sono delle ottime probabilità che non sia così.»
La ragazza si alzò in piedi. «Non penso che sia quello che accadrà»
disse. Si mosse verso la porta.
Chissà per quale ragione, si domandò Alexius, i giovani sono costituzio-
nalmente incapaci di dire grazie. La ragazza stava per svanire oltre
l'accecante lama di luce che aveva anche preannunziato la sua entrata,
quando se ne ricordò.
«Come ti chiami?» le gridò.
«Iseutz.» Sentì la sua voce provenire dall'oscurità. «Iseutz Hedin.»
«Ci vediamo domani a lezione» le gridò in risposta mentre la porta si
richiudeva. Sapeva che non sarebbe stato così. Una era eliminata, ne
restavano ancora altri quattrocento novantanove.
Quando il dispensiere salì per abbassare il candeliere, Alexius gli scagliò
contro un libro.

CAPITOLO SECONDO
Tradizionalmente il modo migliore per raggiungere l'isola su cui è stata
eretta Perimadeia, la più antica e la più bella di tutte le città del mondo, è
dal versante del mare. Dapprima solo il faro si staglia al di sopra della
linea che separa il cielo dall'acqua. A mano a mano che la nave si avvicina,
le torri del Phylax e le guglie del Phrontisterion si affacciano sopra
l'orizzonte, come verdi germogli di grano. Subito dopo la montagna stessa
sembra sorgere improvvisa dalle acque e ogni straniero scorge per la prima
volta in distanza la sagoma lontana della Tripla Città. La sommità della
montagna è come un bagliore ultraterreno di marmo bianco e tetti dorati e i
forestieri ignoranti che non sanno fare altro che credere nell'esistenza degli
dei danno immediatamente per scontato che quella sia la loro residenza.
Quando gli viene spiegato che la città superiore è la dimora della famiglia
imperiale, gli viene quasi naturale fare un'associazione mentale fra dei e
imperatori, una reazione abbastanza naturale che generazioni di diplomati-
ci di Perimadeia hanno sfruttato fino in fondo. Dato che nessuno mai entra
o esce dalla città superiore, nulla può contraddire ciò di cui si convincono i
visitatori più barbari; non che lo stato di Perimadeia abbia mai fatto
qualche sforzo per convincerli del contrario.
Al di sotto di quella sorta di corona bianca e dorata si estende la seconda
città, un intrico di palazzi, templi, banche, mercati, arene ed edifici
pubblici di ogni genere, tali da togliere il respiro, mescolati e spesso
indistinguibili rispetto alle residenze private dei ricchi e potenti. Tutti i
grandi di Perimadeia vogliono che la loro casa appaia come un glorioso e
impressionante edificio ufficiale e più di un inviato o di un mercante
confuso ha vagato per ore fra i chiostri e i corridoi di qualche edificio della
seconda città solo per scoprire alla fine di trovarsi nella residenza di un
privato cittadino.
La città inferiore diventa visibile solo quando la nave si avvicina alla
costa, essendo in larga misura oscurata dalle colossali mura che guardano
verso il mare, guardiane invulnerabili della città da sette secoli. Una volta
diventata visibile, la sezione più grande e più caotica della città assomiglia
molto a qualsiasi altra metropoli in tutto il resto del mondo, salvo per il
fatto che è molto più ampia e più fittamente costruita; è come se i grandi
imperatori conquistatori del passato avessero raccolto le città conquistate
durante le proprie campagne, selezionato il bottino e tutte le altre cose di
valore che valeva la pena di trattenere e poi gettato gli edifici vuoti ai piedi
della montagna, lasciando che si accatastassero come una grossa pila di
gusci di ostriche.
Se ci si avvicina alla città da uno dei due bracci del fiume alla cui
biforcazione sorge l'isola, la vista è un po' meno spettacolare. Il viaggiatore
vede immediatamente l'intera montagna non appena varca uno degli stretti
passi che valicano le colline circostanti e le mura rivolte verso terra non
nascondono la città inferiore nella stessa misura in cui lo fanno le difese
marittime. Se la si avvicina dal fiume, Perimadeia appare come una città
molto grande divisa in tre livelli, lambita su due lati dagli estuari di corsi
di acqua dolce e sul terzo dal mare; imprendibile, arrogante, infinitamente
ricca, ma non necessariamente la dimora degli dei. Certamente anche gli
dei avrebbero dei quartieri riservati ai propri servitori, ma apparirebbero
più puliti e non così bui e sovraffollati.
Un altro vantaggio dell'avvicinarsi dal mare, per effetto dei venti preva-
lenti, è che l'odore si comincia a notare solo quando la nave ha attraccato
nel porto della Mezzaluna d'Oro. I viaggiatori che arrivano dal fiume sono
investiti dall'odore assai prima; il vantaggio peraltro è che così hanno
modo di abituarvisi gradualmente, prima di arrivare ai ponti levatoi,
mentre al contrario quelli che arrivano dal mare ne sono travolti sgrade-
volmente e a sorpresa non appena mettono piede giù dalla nave.
Solo uno ogni cento dei cittadini nati a Perimadeia è anche solo vaga-
mente consapevole dell'odore; anzi chi è nato e cresciuto nella città tende a
non notarlo e si lamenta dell'aria blanda e rarefatta in cui si imbatte quando
viaggia all'estero. Non è un odore fatto di un unico aroma; si tratta
piuttosto di un ricco e complicato miscuglio di fumo di legna e carbone, di
concerie, raffinerie, distillerie, vetrerie, panetterie, taverne, profumerie,
fornaci, mattonaie, botteghe artigiane, pesce, escrementi di bestiame,
sudore umano e alghe marcescenti, in un insieme di cui è impossibile
trovare al mondo anche solo un parallelo.
La carovana di Temrai aveva seguito il braccio occidentale del fiume
scendendo dagli altipiani e di conseguenza entrò in città attraverso il Ponte
di Drover, varcando la Porta Nera. Una volta oltrepassata la porta la strada
diventa la principale via del quartiere dei carpentieri e dei costruttori di
macchine e la prima cosa che Temrai vide nella Città della Spada fu il
famoso mulino che triturava le ossa e che sorgeva accanto alla porta, sul
lato sinistro.
Si trattava di una visione straordinaria per un giovanotto appena arrivato
dalle pianure. Ciò che Temrai vide fu un pozzo profondo dal quale si
ergeva un gigantesco cerchio di legno con delle pale che si irradiavano da
esso come i raggi da una ruota. Qualcuno aveva aperto un buco nelle mura
della città a un'altezza più o meno di due metri e mezzo dal fondo del
pozzo; poiché si trovava al di sotto del livello dell'estuario dall'altra parte
delle mura, attraverso il buco scorreva dell'acqua che cadeva sulle pale e
faceva ruotare il cerchio di legno prima di venire raccolta e deviata
nuovamente di là dalle mura attraverso un foro più piccolo, controllato da
qualche sorta di meccanismo che faceva sì che il flusso d'acqua si
scaricasse senza lasciare entrare acqua dal fiume. Il cerchio ruotava intorno
a un asse formato dal tronco di un pino gigantesco. All'altra estremità
dell'asse c'era una ruota più piccola nella quale erano stati piantati dei
pioli, che si incastravano perfettamente in altrettanti pioli piantati a loro
volta in una seconda ruota posizionata ad angolo retto rispetto alla prima.
In realtà c'era un'intera serie di ruote, tutte che si incastravano l'una
nell'altra come le fauci di un branco di cani selvatici, e che alla fine si
collegavano alla macina. Il miracolo consisteva nel fatto che benché l'asse
ruotasse lentamente, la ruota del mulino girava in maniera molto più
veloce, garantendo così che le ossa che venivano gettate nel raccoglitore
fossero triturate fino a ridursi a una polvere finissima.
Temrai non aveva mai visto così tante ossa in un unico luogo; erano
perfino più di quelle che ricoprivano la piana di Skovund, teatro della
grande battaglia fra i clan orientali e occidentali che si era svolta tre
generazioni prima. Due uomini stavano in piedi sul raccoglitore e ve le
gettavano a palate, raccogliendole da un recipiente fatto di assi. La gran
parte delle ossa era di bue, di cavallo o di capra, ma mescolate insieme a
esse ne apparivano qua e là di inequivocabilmente umane: costole, tibie,
braccia, teschi. Lo scricchiolante suono della triturazione a mano a mano
che la mola ci passava sopra ricordava quello di uomini a cavallo che in
una foresta avanzassero su un letto di felci e rami secchi, solo molto più
forte.
«A che cosa servono?» chiese agli uomini con i badili.
Non potevano sentirlo; o se per caso potevano, comunque non riusciva-
no a comprendere il suo accento. Ma l'uomo che possedeva il banco di
oggetti di rame proprio accanto al mulino lo tirò per una manica e gli
spiegò; il fertilizzante d'ossa, disse, era molto apprezzato dai contadini e
dai giardinieri del mercato. Faceva crescere i vegetali.
«Oh» disse Temrai «capisco. Grazie.»
«Sei uno delle pianure, non è vero?»
Temrai annuì. Riusciva a comprendere l'artigiano perfettamente, anche
se trovava il suo accento cantilenante abbastanza antipatico. Prima della
partenza gli era stato spiegato che la gente della città cantava più che
parlare; fino a quel momento non aveva capito come fosse possibile.
«In tal caso» disse l'artigiano «vorrai certamente comperare un'autentica
pentola di rame di Perimadeia. E capita per puro caso...»
Dopo avergli spiegato che non aveva denaro con sé (fortunatamente
l'artigiano gli credette) Temrai si allontanò velocemente e spinse il suo
cavallo su per la collina verso il punto in cui gli era stato detto che avrebbe
trovato l'arsenale della città. Lungo la via passò davanti a un numero
crescente di banchi e di botteghe sempre più notevoli e affascinanti: un
uomo stava usando un ramo di salice piegato per fare girare un fuso su cui
era fissata la gamba di una sedia che lui stava lavorando con un cesello a
mano a mano che ruotava; un fabbricante di balestre stava ricavando in
una barra di ferro la cavità cui fissare la molla; due uomini stavano
lavorando con il più grosso trapano che Temrai avesse mai visto, con cui
stavano facendo un buco in una ruota di ferro; dei carpentieri stavano
saldando la struttura di una magnifica pressa a mano, che probabilmente
serviva per schiacciare grappoli o olive. Temrai era sbalordito da quello
che vedeva, al punto tale che solo per un pelo non provocò svariati disastri
per il fatto di non guardare dove stava andando ed evitò miracolosamente
di passare direttamente in mezzo ai banchi ben ordinati dei vari mercanti.
Era incredibile, disse a se stesso, che mani umane avessero potuto
costruire tutte quelle cose meravigliose. Evidentemente essere un uomo
implicava più cose di quanto non avesse realizzato fino a quel momento.
E quella era la città in cui si sarebbe guadagnato da vivere decentemente
lavorando come fabbro. In qualche modo, non gli sembrava giusto; con
tutto quello straordinario bagaglio di conoscenze e tutte quelle incredibili
macchine e attrezzature, come era possibile che lui sapesse qualcosa che
nella città era ignorato?
Se fosse dipeso da lui, non si sarebbe mai permesso di pensarlo. Ma
naturalmente non era così; quindi legò il cavallo fuori dagli imponenti
portali di bronzo dell'arsenale, trovò una porta laterale dall'aria assai meno
intimidente ed entrò.
A differenza della maggior parte di quelli della sua razza, Temrai era già
stato all'interno di altri edifici. Sapeva che cosa si provava al trovarsi in
mezzo a delle pareti e sotto un tetto e anche se si trattava di un'esperienza
non proprio di suo gradimento, la cosa non gli risultava comunque troppo
gravosa. Stavolta, però, si trattava di una situazione del tutto differente.
Era buio, come all'interno della tenda di suo padre e la poca luce che c'era
consisteva in un tremolante bagliore rossastro. Quest'ultimo, come il caldo
opprimente, proveniva da delle enormi fornaci dalle quali uomini sudati e
a torso nudo spillavano getti di acciaio fuso bianco e brillante, riversandolo
in lunghe file di identici stampi che stavano tutto intorno alla base delle
fornaci come altrettanti maialini raccolti intorno a una scrofa.
Il rumore era ancora peggio; in patria non c'era nulla che desse più
piacere a Temrai del rumore del martello del fabbro, ma quelli che sentiva
dovevano sicuramente essere i martelli dei geni del tuono. Quando i suoi
occhi si furono abituati un po' di più alla scarsa luce, fu in grado di
individuare la fonte del frastuono: una batteria di quelli che potevano solo
essere giganteschi martelli meccanici; degli enormi pali di legno ricoperti
di ferro o di rame che venivano sollevati da robuste ruote fino a quando un
meccanismo non li liberava e li lasciava in caduta libera. Dietro la
macchina che muoveva i martelli vide un'altra ruota gigante, simile a
quella che faceva funzionare il mulino delle ossa ma di proporzioni ancora
maggiori.
Notevole: questi uomini facevano sì che il fiume lavorasse per loro.
L'idea stessa disturbò Temrai; era come schiavizzare gli dei. Salvo il fatto
che tutto pareva dimostrare che non ci fosse alcun dio in città. Forse,
rifletté Temrai, con tutte quelle macchine la città non ne aveva bisogno.
«Tu.»
Si girò e si trovò di fronte a un uomo basso e grasso, con due rade
ciocche di capelli bianchi ai lati del cranio perfettamente calvo, che lo
stava fissando. Temrai sorrise.
«Tu» ripeté l'uomo calvo. «Che cosa vuoi?»
Come tutti gli altri uomini nell'edificio anche questo era nudo, eccezione
fatta per un gonnellino di tessuto bianco, sporco. Era perfettamente
comprensibile, pensò Temrai, se uno era costretto a lavorare tutto il giorno
immerso in quel calore, anche se con le miriadi di scintille che sprizzavano
continuamente dalle fornaci ardenti pensava che avrebbe preferito tenersi
addosso la camicia e sudare di più. E quello era il posto nel quale si era
recato nella speranza di trovare lavoro.
Sentì un forte impulso a battersela, ma riuscì a trattenersi.
«Per favore» disse «voglio un lavoro.»
L'uomo lo guardò come se gli avesse appena chiesto una fetta di luna fra
due fette di pane. «Un lavoro» ripeté.
«Sì, per favore» insistette Temrai. «Vengo dalle pianure. Sono un
fabbricante di lame.»
L'uomo calvo inarcò entrambe le sopracciglia e annuì. «Ma davvero?»
osservò; o meglio, cantilenò. Anche se fosse vissuto lì per il resto della sua
vita (gli dei non volessero!), rifletté Temrai, non si sarebbe mai abituato a
quel modo sbalorditivo di parlare. Dovette fare uno sforzo per non mettersi
a ridere.
«Sì» disse ancora Temrai, chiedendosi che cos'altro avrebbe dovuto dire.
«Ho anche portato con me un po' di lega per la saldatura. Vi interesserebbe
vederla?»
L'uomo annuì; a questo punto Temrai infilò una mano nella bisaccia e ne
tirò fuori cinque barrette di quel sottile filo argentato che si diceva fosse
tanto ambito da quella gente così straordinaria. L'uomo gliele tolse di
mano con reverenza, come se si fosse appena visto porgere l'anima di sua
nonna.
«Sai come usarla?» chiese.
Temrai annuì. «So utilizzare anche la normale lega di bronzo e piombo»
affermò. «E so fare fili e strati sottili di ferro, saldarli per farne il nucleo di
una lama e poi forgiare e temprare il taglio.»
«Un autentico giovane maestro» rispose l'uomo. «Non sembri abbastan-
za vecchio da avere già concluso il tuo tirocinio.»
«Scusate?»
L'uomo scrollò la testa. «Il tirocinio» ripeté. «Hai l'aria di uno che è
ancora apprendista. Lascia perdere. Vieni qui.»
La parte del vasto locale verso cui l'uomo lo condusse, grazie al cielo era
piuttosto vicina a una delle alte finestre e per la prima volta da quando
aveva varcato la soglia Temrai ebbe la sensazione di vederci di nuovo
veramente.
C'erano delle incudini, opportunamente fissate su delle basi di olmo;
rastrelliere piene di martelli, molle, pinze, ferri, preselle, mandrini; tutti
strumenti rassicurantemente familiari in mezzo alle cose strane e meravi-
gliose che riempivano il resto della stanza. C'era anche un piccolo,
semplice crogiolo in mattoni con un mantice in pelle di capra, in cui la
lama di una spada emanava un bagliore rosso scuro; e accanto a esso barre
di lega di zinco e piombo e un recipiente di coccio pieno di liquido.
Quando vide tutto ciò Temrai comprese che cosa gli sarebbe stato chiesto e
si sentì immediatamente rassicurato.
In ogni parte del mondo le spade sono fabbricate più o meno nello stesso
modo; c'è un nucleo di metallo morbido intorno al quale vengono avvolti
centinaia di strati di fili o di fogli di ferro, prima di venire resi incande-
scenti e trasformati a colpi di martello in un unico blocco di metallo fuso;
poi a parte c'è il filo, il bordo tagliente, ricavato da vecchi chiodi o da ferri
di cavallo, anch'essi fatti fondere, martellati, temperati, di nuovo martellati
e resi incandescenti in un forno a carbone, con sangue essiccato e cuoio, in
modo da trasformare il ferro in acciaio. Attraverso questo metodo si può
ottenere una lama con un adeguato taglio, in grado di tranciare i materiali
più morbidi di cui sono fatti gli elmi e le armature, ma non così fragile da
spezzarsi nel caso di un colpo violento, come un calice lasciato cadere su
un pavimento di pietra. Ammesso che un fabbro abbia le competenze di
base, molto tempo e molta pazienza, le varie parti separate non sono
difficili da fabbricare; la parte difficile consiste nel saldare il taglio al
nucleo, usando liquidi animali e lega.
Temrai scelse un paio di molle, tolse la lama incandescente dal fuoco e
la esaminò. Il taglio era già stato saldato al nucleo e lungo l'intera giuntura
si notavano delle infinitesimali gocce di liquido che brillavano di un
bagliore aranciato.
Si guardò intorno, vide dov'era il mastello pieno d'acqua e vi immerse la
lama.
«Spiacente» spiegò. «La saldatura era sbagliata.»
L'uomo calvo aggrottò le sopracciglia, ma Temrai sembrò non prenderne
nota. Quando la lama fu raffreddata ne tagliò via con delle pinze le parti
fragili e con pochi misurati colpi di un martelletto fece in modo che il
taglio si staccasse dal nucleo. Tolse dalla bisaccia il proprio personale
contenitore di additivo: un corno di montone svuotato e pieno di quella
sottile polvere bianca che costituiva la componente essenziale del più
grande miracolo di cui era capace la sua nazione.
Fece scivolare una piccola porzione di polvere su una pietra piatta, la
raccolse in un mucchietto e ci sputò sopra diverse volte; poi mescolò il
tutto con la punta di un mignolo fino a quando non ebbe ottenuto una pasta
uniforme e cremosa.
Stando bene attento a non fare uno strato troppo spesso, la spalmò sul
nucleo e sul taglio nei punti in cui dovevano saldarsi, non senza avere
prima raschiato via con il suo coltello i resti bruciacchiati del vecchio
additivo. L'uomo calvo gli allungò un pezzo di filo di ferro e Temrai ci
avvolse strettamente la lama dopo essersi assicurato che le giunture
combaciassero perfettamente. Poi rimise il tutto nella piccola fornace e
fece andare il mantice con grande energia fino a quando non sentì il calore
scottargli le gambe.
«Dobbiamo renderla davvero incandescente» spiegò «o l'argento non
fonderà.»
La differenza, praticamente l'unica differenza, era che lì si usava lo
stagno (ricavato da rame e zinco) o (il che era ancora peggio) una lega
perfino più morbida, fatta di stagno e piombo. Nelle pianure, non
commettevamo quell'errore. Univamo tre parti di rame, una di zinco e sei
parti d'argento, ottenendo una lega che scorreva come acqua a una
temperatura assai inferiore e univa il ferro all'acciaio in un modo che
risultava del tutto impossibile a una lega di piombo e stagno.
Quando la lama fu di un brillante colore arancione, Temrai prese una
barretta di lega dalla bisaccia, la passò in quello che era rimasto della pasta
cremosa e poi ci sputò sopra, per invocare la buona sorte. Poi tolse la lama
dal crogiolo e fece aderire la barretta alle giunture. Non appena la barretta
sfiorò la spada la lega fondette e si spandette nella sottile fessura,
lasciando solo l'ombra di una sottile linea bianca sotto una crosta di colore
più grigio. Quando si fu presa cura di entrambi i lati della lama, davanti e
dietro, la rimise nel fuoco, recitò sottovoce la preghiera in onore del dio
dei fabbri (non perché si aspettasse che il dio lo potesse sentire da quel
luogo remoto, ma perché quello era esattamente il tempo che ci voleva
perché la lega si spandesse perfettamente in tutte le giunture), la ritirò e si
guardò intorno alla ricerca del vaso dell'olio. Non ce n'era nessuno.
«No» rispose l'uomo calvo quando gli domandò se ce ne fosse uno. «C'è
il secchio dell'acqua. A che cosa ti serve l'olio?»
«Mi serve dell'olio» ripeté Temrai. «Sempre che ne abbiate. Se no vanno
bene anche del lardo o del burro.»
L'uomo si strinse nelle spalle e si allontanò, tornando dopo pochi secon-
di con un'alta giara piena di burro rancido. «Naturalmente lo usiamo per
temperare l'acciaio, ma per raffreddare utilizziamo l'acqua» disse.
«No» insistette Temrai, sia pure con il tono più gentile possibile. «L'olio
è la cosa migliore, ma andrà bene anche il burro. In caso contrario la lama
si raffredderebbe troppo in fretta e le saldature risulterebbero deboli.»
La lama scivolò nel burro con un sibilo, sollevando una zaffata di fumo
puzzolente. Ce la lasciò per il tempo necessario a rivolgere tre invocazioni
ai geni del fuoco, la tirò fuori e stavolta la immerse nel mastello dell'acqua.
«Fatto» disse.
«Tutto qui?»
«Sì.»
«Oh.» L'uomo calvo fece spallucce. «Pensavo fosse una procedura più
elaborata. Mi immaginavo che voi, gente, usaste la magia o roba del
genere.»
Temrai scrollò il capo. «Niente magia» ribatté. «Argento. E l'additivo. E
poi olio o lardo, che vanno meglio del burro, sempre che riusciate a
procurarvene un po'.»
Poggiò la lama sull'incudine, pregando di avere fatto tutto nel modo
giusto e che quando avrebbe fatto saltare la crosta a martellate di fronte a
lui apparisse una bella, diritta linea dorata senza buchi o cavità. Non
rimase deluso; aveva fatto un buon lavoro. Tagliò via il filo di ferro, prese
una piccola lima dalla rastrelliera e grattò via i pochi, piccoli grumi di
stagno che rimanevano, orgoglioso della lama.
Ora tutto ciò che restava da fare era riscaldare gentilmente la spada fino
a farle assumere un colore vagamente di paglia scura e poi tuffarla in
acqua (non in olio, lardo o burro come aveva detto l'uomo; come era
possibile che non sapessero queste semplici cose?), indi lucidarla e affilare
il taglio; un lavoro semplice che chiunque era in grado di fare, un compito
che il maestro poteva tranquillamente affidare all'apprendista. Strano,
tuttavia, che lì, nella Città della Spada, dove tutto veniva deciso dalle
spade e le buone lame venivano stimate più di qualunque altra cosa, non
conoscessero il modo appropriato di forgiarle. Eppure nelle pianure, dove
invece possedevano l'abilità e le necessarie conoscenze, si pensava assai
poco alle spade, che erano tenute in scarsa considerazione da una nazione
di arcieri. Se finivi per trovarti abbastanza vicino al nemico da essere in
condizione di usare la spada, molto probabilmente qualcuno aveva
commesso un clamoroso errore.
L'uomo fissò la lama, massaggiandosi il mento. Ne ispezionò entrambi i
lati; passò il polpastrello su e giù lungo le giunture svariate volte, poi
abbastanza all'improvviso sollevò il braccio e picchiò con tutta la sua forza
la lama contro l'estremità di un'incudine. Ci fu un orrendo clangore; la
spada scavò una tacca spessa come la corda di un arco nel metallo
dell'incudine, rimbalzò, sfuggì di mano all'uomo calvo e cadde al suolo
con grande fragore.
«Sei assunto» disse l'uomo. «Cinque quarti d'oro al mese. Domani
mattina presentati un'ora prima dell'alba.» Si massaggiò il palmo della
mano destra con il pollice della sinistra. «Ti procurerò dell'olio» aggiunse.
«D'oliva andrà bene?»
Temrai si strinse nelle spalle. «Non lo so» disse. «Da dove vengo io
disponiamo solo di grasso purificato. Immagino che il vostro olio andrà
altrettanto bene.»
Cinque centesimi d'argento gli procurarono un angolo della camera di
una locanda appena dietro l'angolo; la donna vecchia e magra che gestiva il
luogo aveva borbottato qualcosa a proposito del fatto di accogliere
sconosciuti nella sua casa linda e pulita (salvo che non lo era affatto, che
un uomo e una donna stavano facendo rumorosamente l'amore nell'altro
angolo e che un vecchio era apparentemente sul punto di morire sul
pagliericcio accanto al suo senza che nessuno, a parte Temrai, ne
prendesse neanche nota) e si era data molto da fare per accertare che
avesse capito di non portare animali in camera e che i pasti erano da
considerarsi extra. Se le porcherie mezze crude abbandonate in vari piatti
sparsi sui tavoli della sala comune avevano qualcosa a fare con essi,
Temrai disse a se stesso che sarebbe stato assai meglio provvedere
direttamente a procurarsi il cibo. Quanto agli animali, più tardi quella sera
vendette il suo cavallo ricavandone due quarti d'oro. A casa si sarebbe
potuto comperare un'intera scuderia di ottimi cavalli con due quarti d'oro
coniati dall'Impero e in aggiunta anche un posto in cui ricoverarli.
E così eccomi qui, rifletté, mentre cercava di scavarsi una nicchia
confortevole nel pagliericcio e infilandosi il mantello arrotolato sotto la
testa per usarlo come cuscino. Fino a quel momento aveva fatto tutto nel
migliore dei modi, il che lo meravigliava molto. Sarebbe stato in grado di
apprendere tutto ciò che a suo padre serviva di sapere; dove le mura erano
deboli e come erano organizzati i turni delle sentinelle, quanta gente
viveva lì e chi custodiva le chiavi delle varie porte; quante frecce e quante
punte di lancia l'arsenale era in grado di produrre in un giorno; in quali ore
della giornata c'era bassa marea nell'estuario e se era possibile tagliare i
ponti abbastanza in fretta da impedire a un gruppo di assalitori di
assumerne il controllo.
Se avesse svolto bene il proprio lavoro, forse avrebbe messo suo padre
in condizione di mantenere il suo maggiore giuramento e di trovare la pace
quando fosse venuto il suo tempo di cavalcare in cielo; e sarebbe stata una
cosa giusta e buona. Ciò nonostante non poté fare a meno di domandarsi
per quale precisa ragione suo padre volesse tanto quel luogo. Raderlo al
suolo sarebbe stato uno spreco, odioso agli occhi degli dei. Saccheggiar-
lo... Tutti i carri del suo clan non sarebbero stati in grado di contenere la
ricchezza di quella città e comunque essa era costituita da cose di cui
nessuna aveva veramente bisogno. D'altronde cacciarne la popolazione per
trasferirsi lì a vivere era qualcosa di assolutamente inimmaginabile, una
vera abominazione. Doveva esserci qualche altra ragione per cui suo padre
era disposto a versare il sangue di tanti propri arcieri solo per impadronirsi
di quel luogo bizzarro; ma non sarebbe stato in grado di immaginare quale
fosse neanche se ne fosse andato della sua stessa vita.
Il che (rifletté, mentre si abbandonava a uno stato di sopore) è esatta-
mente la ragione per cui non sono ancora pronto a diventare il capo del
mio clan. Per cui, va bene così.

All'ultimo momento Loredan penetrò all'interno della guardia del suo


avversario, girando lateralmente il proprio corpo e spinse in avanti il
braccio destro fin dove riuscì ad arrivare. La lama dell'altro tracciò un
segno sanguinante sul suo petto, pochi centimetri al di sopra dei capezzoli;
la sua spada invece si conficcò nettamente in un occhio del suo antagoni-
sta, uccidendolo prima che avesse anche solo il tempo di togliersi dalla
faccia il ghigno presuntuoso che vi aveva aleggiato per l'intero duello. Ci
fu l'abituale flump! causato dalla caduta della carcassa quando il corpo
colpì il pavimento; la causa era risolta a favore del querelante.
L'usciere rivolse un gesto languido al chirurgo del tribunale, ma Loredan
scosse il capo; contrariamente a quanto pensava la gente, i medici delle
corti non uccidevano tanta gente quanta ne ammazzavano gli avvocati,
anche se non per merito proprio. La sua ferita comunque non gli faceva
ancora male, anche se il sangue scorreva copioso. Stando attento, Loredan
scostò il tessuto inzuppato della camicia dal taglio e fu scosso da un
brivido.
«Andiamo» disse Athli a un passo da lui. «Quella ha bisogno di essere
disinfettata. Per un attimo ho pensato che tu fossi davvero spacciato, lo
sai?»
«Anch'io» replicò Loredan in tono sommesso. «Odio le cause di divor-
zio.»
«Avresti dovuto ritirarti» disse Athli, tirandolo con sé per una manica.
Loredan aveva ancora la spada in pugno e non era per niente facile aprirsi
la strada in mezzo alla folla confusa degli spettatori senza cavare per
sbaglio un occhio a qualcuno. «È stato sempre sul punto di batterti fino
dall'inizio.»
Loredan scosse la testa. «Ritirarsi è roba da perdenti.»
«Già, l'idea è proprio questa. Ma nelle cause di divorzio è consentito
perdere, qui sta il punto. Scommettere tutta la tua vita su un riflesso di una
frazione di secondo e vincere per un milionesimo di millimetro... be', in
questo contesto è una cosa veramente stupida.»
«Grazie mille.» Una volta che furono all'esterno, Loredan passò la spada
ad Athli, che pulì la lama e poi la mise via, nella sacca delle armi. Si
sentiva debole e non stava bene; era un po' come se fosse stato lui a essere
ucciso solo che nessuno se n'era accorto. «Andiamo a bere?»
«Scordatelo. A casa.»
Loredan decise di non protestare. «A casa tua o mia?»
«Sapevo che me lo avresti proposto uno di questi giorni. Penso che la
tua sia più vicina.»
Naturalmente Athli non era mai stata a casa di Loredan; non ce ne
sarebbe stata ragione, dopo tutto. Sapeva più o meno dove si trovava e
dall'indirizzo aveva dedotto che vivesse in una delle "isole", gli alti blocchi
di appartamenti costruiti con materiale scadente che erano spuntati come
funghi nel distretto del circo dopo il grande incendio di un secolo prima o
giù di lì. Sapeva che alcuni erano migliori di altri; ce n'erano con acqua
potabile nel cortile, ipocausti che assicuravano il riscaldamento d'inverno,
muri che stavano in piedi perché progettati come si deve invece che per
semplice abitudine.
Il blocco in cui viveva Loredan non era di questi.
«Settimo piano» disse lo spadaccino, appoggiandosi allo stipite per
riprendere fiato.
«Va bene» rispose Athli ansimando attraverso i denti. Il peso del suo
braccio le stava stritolando una spalla senza contare che Loredan continua-
va a inciampare nei suoi piedi.
La scala era buia: alcune "isole" avevano delle lampade che illuminava-
no le scale a qualunque ora del giorno e della notte; non questa... E le scale
erano strette e scivolose. Fu una lunga arrampicata.
«Hai la chiave?»
«Non c'è» rispose lui. «Dai un calcio alla porta, tende a incastrarsi.»
La casa di Loredan risultò essere nuda, fredda e immacolatamente pulita.
C'erano un letto, un tavolo, una poltrona finemente scolpita con teste di
drago per braccioli e un arazzo consunto che un tempo doveva essere stato
di valore appeso alla parete di fronte; una coppa, un piatto di peltro, un
cucchiaio, un grosso baule per i libri con un pesante chiavistello, un
armadio a muro per gli abiti, un ceppo di legno con un coltello appoggiato
sopra, la cui lama era ormai diventata sottile come un foglio di carta a furia
di venire accuratamente affilata; un paio di scarpe di ricambio e un
cappello di cuoio che pendeva da un chiodo piantato nel muro; una
lampada di ceramica; una brocca con il monogramma di un negozio di vini
sbalzato su un lato; una coperta di riserva.
«Va bene» chiese Athli. «Che uso fai del tuo denaro?»
Loredan emise un gemito e si lasciò cadere sul letto. «Dovrebbe esserci
un po' di vino nella brocca» disse. «E anche delle bende nell'armadio a
muro.»
Athli stette a osservarlo mentre puliva la ferita, faceva delle spugnature
con il vino della brocca e poi la bendava con un'abilità che chiaramente
derivava dalla pratica.
«Che cosa ne diresti di mettere qualcosa sotto i denti?» gli chiese.
Loredan girò la testa verso il ceppo di legno. «Apparentemente non ho
niente in casa» rispose. «Scenderò in panetteria un po' più tardi. Grazie per
l'aiuto.»
Athli fece spallucce e non disse nulla. Tutto il suo abito da assistente era
sporco di sangue. Loredan le stava facendo capire chiaramente che adesso
si aspettava che se ne andasse. «Ti serve qualcosa?» chiese, un po'
imbarazzata. Loredan fece cenno di no con la testa.
«Quando è la prossima causa?» chiese.
«Fra tre settimane.»
«Il cartello del carbone?»
Athli annuì. «Temo di sì.»
«Non importa. Non hai nessuna idea di chi abbiano ingaggiato?»
«Non ho sentito ancora nulla di definitivo» mentì Athli.
«Dimmi ciò che non è ancora definitivo, allora.»
Lei fece una smorfia. «Alvise» disse. «Forse. Come ho già detto, non è
confermato.»
«Alvise. Capisco» sospirò Loredan; sembrava molto, molto stanco. «A
quanto pare i nostri clienti hanno offeso la controparte proprio per bene, se
è preparata a tirare fuori una simile somma di denaro.»
Che fosco epitaffio, rifletté Athli. Ciò che disse però fu: «Probabilmente
si tratta solo di una chiacchiera, per indurre i nostri clienti a rinunciare a
presentarsi in giudizio. Gli costerebbe il doppio della somma contestata.»
Loredan si strinse nelle spalle e provò una fitta di dolore. «Probabilmen-
te ne vogliono fare una questione di principio. Oh, be', staremo a vedere.»
Athli socchiuse la porta. «Se ti fa piacere posso passare di nuovo più
tardi, per assicurarmi che tu stia bene.»
«Starò benissimo. Grazie di nuovo.»
Athli avvertiva sulla pelle il sangue che era filtrato attraverso il tessuto
del vestito; era freddo e appiccicoso, simile a sudore. «Ci vediamo, allora»
disse e chiuse la porta dietro di sé.
Loredan stette ad ascoltare lo scalpiccio dei suoi passi sulle scale; poi
cercò inutilmente di trovare una posizione comoda rovesciandosi sulla
schiena e rimase lì a fissare una lunga crepa del soffitto. Nel giro di tre
settimane, quando quel maledetto taglio avrebbe appena cominciato a
rimarginare come si deve (sempre se avesse avuto fortuna e la ferita non si
fosse infettata) avrebbe dovuto misurarsi in tribunale con Ziani Alvise,
Avvocato Generale e Campione Imperiale. C'erano spadaccini anche
migliori di lui; quattro o cinque, nessuno dei quali era Bardas Loredan. È
strano, rifletté, con quanta calma ho appena accolto l'annuncio della mia
morte. Un cenno del capo, un'espressione contrariata come per dire be', è
così che va a finire, quindi; due righe di testo incise su una lastra tombale:

BARDAS LOREDAN
Diede la Sua Vita per il Cartello del Carbone

Non esistevano dei; questo Loredan lo sapeva benissimo. E anche se


esistevano vivevano lontano, in terre ove ci fosse meno luce, lontano dalla
voce dei mortali. Nonostante questo, pregò; se me la cavo in questa
occasione è la volta che mi ritiro, raccolgo le mie cose, vado in pensione,
apro una scuola o qualcosa del genere. Anche se fossero esistiti degli dei
sapeva che non gli avrebbero creduto, perché quella preghiera l'avevano
già sentita altre volte. E invece lui era ancora lì: un avvocato che esercitava
la professione da dieci anni, un uomo che da giovane era sembrato una
promessa ma che poi non aveva saputo mostrarsi all'altezza delle aspettati-
ve e che alla fine, molto semplicemente, non era stato capace di vivere.
Forse il cartello del carbone si sarebbe accordato in tribunale, dopo tutto.
Gli uomini come Alvise finivano per combattere davvero una sola volta su
dieci, perché a nessuno piace andare in tribunale quando c'è in ballo del
denaro, sapendo a priori che perderà. Ma quelli del cartello del carbone
non erano i tipi che facevano transazioni; li aveva incontrati e aveva capito
subito di che pasta erano fatti. Erano il tipo di gente che ha la capacità di
invischiarsi nelle situazioni più ingarbugliate per colpa della propria ottusa
e suina avidità e che poi reagisce con furia e sbalordimento quando ne
consegue l'inevitabile disastro. Gli sembrava di vederli, uscire a grandi
passi dal tribunale con i pesanti abiti svolazzanti intorno alle caviglie,
borbottando con astio contro l'incompetenza del loro ultimo avvocato e la
parzialità del sistema giudiziario, intenti a giurare solennemente di essere
pronti a farsi spellare vivi piuttosto che pagare anche solo un singolo
centesimo di parcella per una causa che era stata così malcondotta.
Potrei sempre ritirarmi io, pensò. Esiste in ogni caso questa possibilità.
Sarebbe l'unica scelta di buon senso; la mia carriera sarebbe finita, ma che
importanza avrebbe? Sarei ancora vivo. Potrei dedicarmi a qualcosa
d'altro.
Sogghignò e si girò su un fianco. Naturalmente non sarebbe mai stato
capace di abbandonare un caso solo perché aveva paura, e perfino perché
sapeva che ci avrebbe rimesso la pelle. Era una di quelle cose che
semplicemente non accadevano; se fossero accadute, l'intero sistema
sarebbe collassato e a quel punto che cosa sarebbe successo? Dopo tutto
era la solidità del suo diritto commerciale che aveva fatto di Perimadeia il
più grande centro di scambio del mondo. E poi se uno diventa avvocato
vuole dire che non si aspetta certo di vivere in eterno.
Lo aveva già deciso parecchi anni prima che l'ultima cosa al mondo che
voleva era di vivere per sempre. Dodici anni dopo, eccolo lì; e anche se
non aveva combinato molto, per lui era abbastanza. Tradizionalmente la
bara di un avvocato era portata da sei suoi colleghi, con l'uniforme del
proprio collegio e fodere vuote alla cintura mentre sul coperchio della
cassa era stata appoggiata la seconda migliore spada del defunto (dato che
la migliore era andata ovviamente come bottino al vincitore) insieme a una
singola rosa bianca, simbolo di giustizia. Nella realtà le cose erano
abbastanza differenti, ovviamente; la bara veniva portata a spalla da sei
persone che avevano avuto il buon senso di abbandonare la professione da
tempo e di dedicarsi ad altro, la spada veniva affittata dall'impresario
funebre e, per qualche motivo, quasi sempre pioveva. Quando era più
giovane gli era capitato di stare in piedi davanti a parecchie fosse fangose.
Ormai non si prendeva neanche più la briga di andare ai funerali.
È tipico della mia fortuna che la Guelan si sia spezzata proprio quando
mi sarebbe stata più necessaria.
Gli sovvenne una cosa e con un gemito si chinò oltre il bordo del letto
frugandoci sotto fino a quando le sue dita non incontrarono un involto di
lana grezza. Lo tirò fuori. Era coperto di ragnatele e di una sottile polvere
grigia, ma il nodo si sciolse senza difficoltà e Loredan si ritrovò in mano
un vecchio e malconcio fodero nero da cui spuntava un'elsa di acciaio
bronzeo senza fronzoli. Ecco una cosa curiosa, disse a se stesso; non ci ho
pensato neanche per un attimo nell'arco degli ultimi dieci anni. Ma perché
no? Non può fare alcuna differenza dopo tutto.
Dodici anni prima un giovane che si sentiva già vecchio dopo tre anni
spesi nelle guerre di frontiera si era iscritto alla scuola di scherma che
sorge vicino alla Porta del Protettore, pagando la retta in contanti con
monete prese da una borsa ben fornita e portando con sé una spada assai
semplice e di poco conto, senza il nome del fabbro sul ricasso. Una volta
concluso il corso gli erano rimaste ancora abbastanza monete nella borsa
da permettergli di comperarsi un'autentica Guelan e la semplice spada da
pochi soldi era stata via via retrocessa a spada di scorta, terza scelta, lama
solo per le emergenze fino a quando non era stata relegata sotto il letto
avvolta in una coperta al settimo piano dell'Isola Trentanove. Volendo
essere pignoli, non era affatto una spada da avvocato; solo una lama
militare prodotta dall'arsenale, limata per ridurne il peso, artigianalmente
ritemprata e fissata su una semplice impugnatura con l'elsa. Aveva ucciso
molti uomini prima di venire alleggerita, ma in seguito era stata usata solo
per esercitarsi e per le lezioni e non le era stato mai più chiesto di portare il
peso di una vita umana. Valeva un quarto imperiale e mezzo, a volere
esagerare. Non l'aveva mai amata molto. Non gli doveva nulla. Sarebbe
andata benissimo.
Chiuse gli occhi e si abbandonò al sonno. Fece dei sogni tutt'altro che
piacevoli.

Temrai abbassò lo sguardo sulla sua coppa e vide che era ancora quasi
mezza piena del liquido. Avrebbe preferito che fosse vuota. Era tentato di
svuotarla di nascosto mentre nessuno badava a lui; ma i suoi nuovi amici
l'avevano ordinata per lui e gettare via un dono sarebbe stato un insulto
oltre che uno spreco. Tuttavia aveva un sapore orribile e stava comincian-
do a farlo sentire male.
«Ed è vero» stava chiedendogli uno dei suoi compagni «che quando uno
diventa vecchio lo portano nel deserto e lo abbandonano là a morire? Ho
sentito raccontare da qualche parte...»
Si erano fermati al suo banco da lavoro qualche tempo prima quella sera;
quattro uomini di mezza età e dalle spalle larghe che lavoravano alle
fornaci, allegri, amichevoli, abituati a parlare a voce alta. Quando li aveva
visti dirigersi verso di lui Temrai per un attimo si era preoccupato. Sarebbe
stata la cosa più naturale del mondo se fossero stati risentiti per il fatto che
uno straniero (e uno delle pianure, per di più) fosse entrato bello bello
nell'arsenale e avesse ottenuto un lavoro che, normalmente, avrebbe
dovuto essere assegnato a qualche loro connazionale. Da quello che aveva
colto qua e là molti degli artigiani più abili dell'arsenale erano affiliati a
una specie di clan segreto, riservato ai maestri dell'arte metallurgica;
magari quegli uomini ne facevano parte e avevano intenzione di cacciarlo
via. Fu con un certo sollievo che scoprì che tutto ciò che volevano era
invitarlo a bere con loro.
«No» ribatté, scuotendo la testa (e per qualche ragione quel movimento
fu sufficiente per fargliela girare). «Non è affatto vero. Abbiamo grande
rispetto per gli anziani, che sono saggi e sanno tante cose. Sono loro a
prendere tutte le nostre decisioni e dirci come ci dobbiamo comportare.
Mio padre...»
S'interruppe appena in tempo e rimediò all'errore facendo finta che un
po' di liquore gli fosse andato per traverso. Gli altri parvero trovare la cosa
molto divertente e cominciarono a dargli pacche sulla schiena con le loro
enormi mani. Che strano, aveva la vaga impressione che stessero condivi-
dendo uno scherzo che lui invece non capiva, come se qualcuno avesse
attaccato un ratto alla treccia di un altro senza che questi se ne accorgesse.
«Probabilmente quello a cui ti vuoi riferire» riprese «è ciò che accade
quando qualcuno è molto malato e sente di stare per morire. Quando ciò
accade, molto spesso i nostri vecchi scelgono di inoltrarsi da soli nelle
pianure per risparmiare al proprio clan il dolore di vederli morire.
Naturalmente, questo fa anche risparmiare razioni di cibo. Fra la mia
gente, lo spreco è un sacrilegio intollerabile.»
Si rese conto che le parole gli uscivano un po' strascicate, come se
avesse avuto un brutto mal di denti e la mascella gli si fosse infiammata.
Questo, unito ai capogiri, gli faceva desiderare con tutto il cuore di tornare
alla locanda e sdraiarsi. Avrebbe dato per scontato che il malessere avesse
qualcosa a che fare con il liquore se non fosse che gli altri avevano bevuto
molto più di lui e, se mai, erano più in forma del solito.
«Bevi» disse uno di loro che si chiamava Milas. «Non avete il vino nel
paese da cui vieni?»
Temrai rispose che dalle sue parti si beveva latte. L'uomo annuì con aria
saggia e gli scintillarono gli occhi. «Il vino è molto meglio del latte»
intervenne un altro, un certo Divren. «Ti farà bene. È pieno di zuccheri e
rende più forti.»
Milas sollevò la brocca e Temrai realizzò che la sua coppa era nuova-
mente piena. Fece un lungo sorso, perché non vedeva l'ora di vuotarla.
Erano persone veramente gentili e ospitali, ma quel liquido era disgustoso.
«Abbiamo sentito dire che nel tuo paese tutti gli uomini hanno centinaia
di mogli a testa» disse il più vecchio dei quattro, che si chiamava Zulas. «È
vero?»
«Oh, no» gli assicurò Temrai. «Mai più di sei, e anche questo vale solo
per i grandi signori, come mio... La maggior parte della gente ne ha solo
una o due. Dipende dal fatto che ci sono più donne che uomini.»
«Davvero? E come mai?»
«Perché moltissimi uomini rimangono uccisi» rispose Temrai. Ruttò, ma
nessuno sembrò esserne offeso. «In combattimento, o sperduti nelle
pianure; oppure capita che qualcuno se ne vada semplicemente via per
interi anni. Allora le loro mogli sposano qualcun altro. Anche se»
aggiunse, corrugando la fronte «non credo che la parola matrimonio
significhi la stessa cosa qui e a casa mia.»
Zulas fece l'occhiolino agli altri. «Ah, no?» chiese. «E quale è la diffe-
renza, allora?»
Temrai cercò di concentrarsi. «Be'» disse alla fine «là da dove vengo io
gli uomini passano la maggior parte del loro tempo fuori nelle pianure, a
badare ai cavalli e alle greggi, mentre le donne rimangono con la carovana,
sicché maschi e femmine non tendono a passare molto tempo insieme. Qui
da voi invece vivono a contatto tutto il tempo. Per me è stupefacente.
Uomini e donne non sono fatti per passare insieme tutto questo tempo.
Sono diversi. Si danno reciprocamente sui nervi.»
«Sacrosanto» affermò Milas, annuendo con aria grave. «Ecco, bevi un
altro goccio.»
«Ti fa crescere i peli sul petto» lo incoraggiò Divren.
«D'altro canto» proseguì Temrai imperterrito «ci sono così tante cose qui
che sono differenti. Prendete le compravendite, per esempio. In questa città
tutto può essere comprato e venduto; quello che mangi, quello che bevi, gli
abiti che indossi, il posto in cui vivi. Così da voi c'è un sacco di gente che
non fa altro che fabbricare camice e un altro mucchio di persone la cui sola
occupazione è quella di comperare cibo da una parte e rivenderlo
dall'altra.» Indicò il locale che gli stava intorno. «C'è perfino chi si
guadagna da vivere possedendo una casa in cui altri abitano. Questo è
proprio bizzarro. Oppure prendi voi, anzi, volevo dire noi: a casa mia è
tutto diverso. Tutto ciò che voi fate o meglio che noi facciamo è di
fabbricare spade dalla mattina alla sera. Nel mio paese i fabbri fanno i
fabbri un giorno ogni dieci, e per tutto il resto del tempo si occupano del
loro bestiame, riparano i carri, conciano le pelli, insomma si comportano
esattamente come tutti gli altri. Perfino mio... Perfino i grandi capi escono
a cavallo per andare a curare gli armenti quando non devono occuparsi di
qualche questione che riguarda il clan. Per cui è molto raro che qualcuno
abbia necessità di comperare o vendere qualcosa. La cosa stupefacente»
continuò Temrai «è che il nostro modo di vivere sembra funzionare
benissimo, ma lo stesso vale per il vostro. Sono altrettanto efficaci, solo
differenti.»
«Sante parole» disse il quarto uomo, Skudas. «Nel vino si trova la
saggezza, non è così che dicono? Bevine un altro.»
«Grazie» disse Temrai porgendogli la propria coppa. Più ne bevevi e
meglio andava giù. «E un'altra cosa» riprese. «Qui avete gente il cui solo
mestiere è combattere e che quando non sta combattendo si allena a farlo.
Tutta la mia gente combatte quando è necessario, ma per tutto il resto del
tempo non ci battiamo mai. be', quasi mai. Badate bene, passiamo un bel
po' di tempo a combattere, clan contro clan e nazione contro nazione. Ma
sono sempre dispute che si risolvono in un giorno, mentre voi siete capaci
di continuare a combattere la stessa guerra anche per dieci anni o più. Che
senso ha? È evidente che l'unico scopo di un combattimento è quello di
stabilire chi è più forte, non chi ha i generali più furbi, capaci di fare
trascinare una guerra anche se il nemico ha migliaia di uomini in più. È
una cosa che non ha alcun senso per me.»
Zulas chiese un'altra brocca con un cenno della mano, poi disse: «Sicché
non ti piace stare qui, dico bene?»
«Mai detto questo» ribatté Temrai, scuotendo la testa con decisione.
«Mai sognato di dirlo. Penso che questo sia un posto assolutamente
meraviglioso, con tutte le cose incredibili che ci sono e il modo in cui
riuscite a vivere uno in cima all'altro senza perdere quasi mai la pazienza.
Se la mia gente dovesse vivere qui, stretta come cavalli in un recinto, nel
giro di un giorno si sbranerebbe. Invece è difficile avere faide o litigi
quando si fanno tutti cose insieme, come guadare un fiume con i carri e
riunire i cavalli per domarli.» S'interruppe per bere un'altra sorsata di vino
e poi continuò. «Penso che un clan assomigli assai più a una famiglia che
non la vostra città. Qui ognuno è un individuo a sé e vivete tutti nelle
vostre case chiudendo la porta di notte; molti di voi non conoscono
neppure la gente che vive a mezz'ora di distanza da casa vostra. È una cosa
strana.»
Un'altra cosa strana, notò Temrai, era che la stanza aveva cominciato a
girare in tondo. Prima di allora si era sentito in quel modo solo un'altra
volta, quando avevano eretto i falò per una danza agli dei e le donne
anziane avevano bruciato erbe e foglie sacre. In quell'occasione il fatto che
gli girasse la testa non lo aveva fatto sentire a disagio, perché gli dei erano
scesi sulla terra e si erano uniti alle danze e la presenza delle divinità ha
sempre un effetto peculiare sugli esseri umani. Possibile che ci fossero
degli dei nella taverna, quella notte? Aveva sentito raccontare storie di dei
che andavano in giro sotto mentite spoglie per tenere d'occhio i mortali e
se le divinità viaggiavano non ci sarebbe stato nulla di strano nel fatto che
si fermassero in una locanda per la notte invece di dormire all'aperto.
Senza dare nell'occhio si guardò intorno, cercando di individuare chiunque
potesse essere un dio. Non notò alcun evidente candidato, ma questo non
significava nulla. Tuttavia, in base a quanto tutti dicevano, non avrebbe
dovuto essere scontato che non ci fosse alcun dio nella Città della Spada?
Be', magari c'erano e proprio per questo motivo erano in incognito. Nel
qual caso, meglio fare finta di non essersi accorto di niente.
«E c'è anche un'altra cosa» disse.
Continuò a chiacchierare ancora per un po'; ora però non riusciva più a
mettere a fuoco ciò che stava dicendo. Era come cercare di ascoltare una
conversazione nella tenda vicina. Riusciva a udire una voce, ma le parole
erano tutte distorte e incomprensibili, come le incisioni su una moneta
pescata dalle acque di un fiume. Se aveva ragione lui a proposito degli dei,
allora molto probabilmente ce n'era più d'uno quella notte nella locanda.
Inoltre, cominciava a non sentirsi troppo bene.
La successiva cosa di cui ebbe percezione fu che l'oste lo stava scuoten-
do per un braccio, parlandogli con un tono di voce stanco e assai poco
cordiale. Temrai cercò di spiegargli la questione degli dei, ma questo
sembrò infastidirlo perché subito dopo si ritrovò per strada, riverso in una
pozza di qualcosa che non aveva affatto l'aria di essere acqua. Vomitò. Si
guardò intorno cercando Zulas e Milas e gli altri, ma se n'erano andati. Era
terribilmente timoroso di averli offesi comportandosi in modo strano; dopo
tutto era uno straniero, uno delle pianure come se non bastasse. Era stato
molto gentile da parte loro comperargli tutto quel vino. Doveva assoluta-
mente ricordarsi di ringraziarli la mattina successiva e di scusarsi.
Alla fine un soldato con una lanterna capitò da quelle parti e lo prese a
calci fino a quando non si fu alzato in piedi. A quel punto vagò qua e là per
un po' cercando il posto in cui viveva, ci rinunciò e si sdraiò a dormire
sotto un carro. Il suo ultimo pensiero, prima che la mente si abbandonasse
al sonno, fu che la città era un posto veramente strano, ma che alcune delle
persone che ci vivevano erano davvero gentili e dal cuore d'oro; come il
buon vecchio Zulas e Minas e Scudas e anche Divren. Doveva assoluta-
mente ricordarsi di chiedere a suo padre di risparmiare le loro vite una
volta che la città fosse stata conquistata.

Dodici anni prima un gruppo di uomini a cavallo era entrato in città


attraverso la Porta dell'Alba. Avevano l'aria stanca e i volti irsuti; i loro
abiti erano consunti e pieni di toppe e le loro cotte di maglia erano tenute
insieme con il filo di ferro. Molti di loro avevano un aspetto inquietante,
quasi fossero altrettanti orchi delle fiabe per bambini; avevano arti storti a
causa di fratture mal curate, e grosse cicatrici indicavano il punto dove
avevano subito ferite non adeguatamente disinfettate e che avevano
suppurato. Sia gli uomini che i cavalli erano magri in modo quasi comico,
tanto che mani e piedi apparivano sproporzionati rispetto al corpo.
Ovviamente erano degli eroi, anche se nessuno uscì di casa per andargli
incontro e qualcuno anzi li bersagliò con sassi e ortaggi, perché avevano
perso. Erano tutto ciò che rimaneva dell'esercito.
Per quanto indietro uno potesse andare con la memoria, i Lancieri di
Maxen avevano sempre costituito l'unica e sola difesa contro la vaga ma
costante minaccia rappresentata dai clan delle tribù nomadi delle pianure
occidentali. Lui e i suoi svolgevano il proprio lavoro tanto bene che i
cittadini ormai li davano per scontati, onorandoli, rispettandoli, e pagando-
li venticinque quarti al mese tutto compreso; di conseguenza a nessuno
venne mai in mente di chiedersi come ci si potesse aspettare che mille
cavalieri pesanti potessero respingere all'infinito le orde dei clan, che
potevano contare su un numero praticamente illimitato di guerrieri. Dopo
tutto era sempre andata cosi e Maxen aveva dimostrato di riuscirci; ogni
volta che un cittadino si svegliava nel cuore della notte perché aveva avuto
un incubo pieno di selvaggi urlanti e nugoli di frecce, il suo pensiero
correva subito al generale Maxen, Conte delle Marche Esterne e allora si
girava sull'altro fianco e si rimetteva a dormire.
Ma Maxen, che aveva passato trentotto dei suoi sessanta anni sul campo,
combattendo i clan, improvvisamente fece quello che per tutti era
inconcepibile e morì: di cancrena, in seguito a una caduta da cavallo
durante una delle abituali spedizioni punitive. Non appena la notizia della
sua morte si sparse fra i clan, ci fu l'inevitabile esplosione. Per le tribù
Maxen aveva rappresentato, molto semplicemente, la creatura più
terrificante del mondo, una forza demonica che appariva nel cuore della
notte, circondata di torce in fiamme e spade affilate, uccidendo ogni essere
vivente di un'intera carovana e poi scomparendo in qualche voragine del
suolo, invisibile nell'immenso vuoto delle pianure. La morte di Maxen fu
come la morte della paura stessa; così, quando il suo secondo in comando,
Alsen, affrontò i clan riuniti al Fiume del Corvo essi si lanciarono contro i
Lancieri come se si fosse trattato di fantocci di paglia durante una
esercitazione. Alsen, che era in servizio da venticinque anni dopo essersi
unito al reggimento come semplice guerriero, era un soldato brillante, uno
le cui campagne, in circostanze diverse, avrebbero potuto diventare
oggetto di studio nelle accademie militari. Stando le cose come stavano, si
trovò ad affrontare un nemico che lo sovrastava numericamente venticin-
que a uno; nonostante questo gli inflisse perdite talmente devastanti da
rendere impossibile per molti anni un assalto alla città, ma morì e
ottocento ottanta dei suoi uomini perirono con lui. Ciò che restava del suo
esercito si affrettò a fare ritorno a Perimadeia agli ordini del nipote di
Maxen, un ragazzo di ventitré anni che aveva partecipato alla guerra nelle
pianure solo per sette anni: Bardas Loredan.

CAPITOLO TERZO

«Affermare che il Principio consente a qualcuno di anticipare il futuro»


disse il Patriarca pensando a tutt'altro «equivarrebbe a dire che la
principale funzione del mare è quella di spingere pezzi di legna sulla
spiaggia. Sarebbe molto più accurato, anche se ancora sostanzialmente
errato, affermare che uno che osserva attentamente il Principio può
assumere alcune cose a proposito degli effetti che probabilmente la sua
azione avrà sul mondo materiale. Qualunque altra cosa sarebbe quanto
meno fuorviante.»
La giovane donna di cui non riusciva assolutamente a ricordare il nome
non faceva più parte della classe.
Aveva ottenuto quello per cui era andata lì o qualcosa di molto simile e
ora se n'era andata. Alexius aveva la sgradevole sensazione di essere nella
stessa posizione della figlia di un locandiere che avesse passato una notte
allegra con un affascinante straniero e che la mattina dopo cominciasse a
sentirsi male. Avvertiva chiaramente gli effetti collaterali della maledizio-
ne; se voleva avere una qualche speranza di rimettere le cose a posto era
necessario che rivedesse la ragazza.
«Pensate a una strada» continuò, mentre gli studenti con le teste chine
sulle proprie tavolette da scrittura, trasformavano diligentemente la sua
sapienza in segni incisi nella cera. «Un uomo avanza a cavallo lungo una
valle dai fianchi scoscesi, in una regione notoriamente infestata da
briganti. Dal punto in cui si trova non è in grado di scorgerli, appostati
appena oltre la successiva curva della via, pur sospettando che possano
essere lì in agguato. Un osservatore che si trovasse più in alto sul fianco
della montagna riuscirebbe invece a vedere lui e i briganti nel medesimo
tempo. Non c'è alcuna magia in tutto ciò; gode solo di un punto di vista più
elevato. Ne consegue anche che non puoi vedere chi ti tende un'imboscata
se stai percorrendo la strada; solo un osservatore imparziale che contempli
cose che riguardano altri può percepire il pericolo imminente.»
Era, e Alexius ne era consapevole, un esempio sconfortantemente
inadeguato; ma per dei principianti sarebbe andato benissimo. Più avanti,
quando ne avrebbero saputo di più, avrebbero potuto crogiolarsi nella
constatazione della sua evidente fragilità, il che avrebbe giovato alla loro
confidenza in se stessi.
«Oppure pensate» riprese «a una coppa piena d'acqua appoggiata su un
tavolo. La coppa non può rovesciare e neanche smuovere l'acqua di propria
volontà; ma se per caso dovesse verificarsi un terremoto o se una carovana
di carri particolarmente pesanti passasse nella strada sottostante, la coppa
sembrerebbe tremare per una autonoma decisione. L'uomo che coglie i
segni di un imminente terremoto prima che siano percepiti da occhi non
esperti, oppure che vede i carri imboccare la strada, sa in anticipo che la
coppa vibrerà. È in grado di predirlo; può anche interferire, sollevando la
coppa dal tavolo e impedendo in questo modo che le vibrazioni la facciano
cadere e rompere. Se è un tipo di pochi scrupoli può dichiarare che grazie
ai suoi tremendi poteri è in grado di fare vibrare la coppa fino al punto di
fare rovesciare dell'acqua e poi può fare sembrare di avere tenuto fede alla
propria spacconata.»
Stava facendogli venire delle idee? Nessuna che non covassero già
un'ora dopo essere venuti al mondo. Alexius detestava i chiromanti ancora
di più di quelli che, per denaro, affermavano di curare i malati o di lanciare
il malocchio. La cosa triste era che molte delle loro profezie avevano la
tendenza a rivelarsi esatte, naturalmente soprattutto perché i clienti si
aspettavano che fosse così e si comportavano di conseguenza.
«Noi che studiamo il Principio» proseguì «siamo nella condizione di
stare un passo indietro e di vedere i briganti in agguato o i carri che si
avvicinano. Qualche volta le nostre osservazioni ci rendono possibile
intervenire; nel qual caso esponiamo noi stessi a tutti i pericoli contro i
quali mettiamo in guardia gli altri; ci precipitiamo nel passo per mettere in
guardia il viandante oppure accorriamo là dove si abbatterà il terremoto
nella speranza di salvare qualcuno. L'affermazione che siamo in grado di
tenere lontani i banditi o di rovesciare acqua da una coppa senza neppure
sfiorarla, sarebbe tuttavia non solo disonesta, ma anche terribilmente
pericolosa. I banditi lascerebbero perdere il viandante e attaccherebbero
noi. Noi, al posto della persona che ci siamo precipitati ad avvisare,
finiremmo per rovesciare l'acqua. Alcuni sostengono che quando ci
rendiamo conto di un pericolo che si avvicina e tuttavia non facciamo
nulla, ci comportiamo in modo disdicevole; pensate invece piuttosto alla
cosa come al preferire che i banditi facciano una sola vittima invece di
due. Questo conclude la lezione; per domani leggete i primi venti capitoli
dei Sillogismi di Mycondas e siate pronti a rispondere a delle domande.»
Smise di parlare e, per quanto riguardava gli studenti, cessò anche di
esistere. Alcuni di loro, ne era perfettamente consapevole, molto sempli-
cemente non gli avevano creduto. Preferivano di gran lunga dare per
scontato che lui e gli altri maestri del suo ordine cercassero di tenere per sé
i trucchi migliori. Facessero pure; per il momento erano ancora troppo
ignoranti per fare del male a qualcuno a parte se stessi.
Alla fine alcuni di loro cominciarono a uscire in gruppo, chiacchierando
fra di loro di tutto a parte ciò che gli era stato appena insegnato. Alexius
lasciò che la sua mente tornasse alla questione della ragazza e della
maledizione, che continuava a risultargli sgradevole come un granello di
sabbia che gli si fosse infilato sotto una palpebra. Che fine aveva fatto?
Forse qualcuno degli altri studenti lo sapeva; salvo che era stata lì così
poco tempo che era altamente improbabile che avesse stabilito un rapporto
con chicchessia. Oltre a tutto, paragonati a lei, tutti gli altri sembravano
terribilmente giovani e immaturi. Chi mai avrebbe condiviso i suoi segreti
con un bambinetto? Se aveva dato una spiegazione del perché se ne stava
andando e aveva raccontato della maledizione, senza dubbio qualche
sciocco avrebbe a sua volta cercato di lanciare il malocchio su qualcuno.
Be', se fossero stati fortunati forse se la sarebbero cavata senza altro danno
che non il fallimento dell'impresa.
Il Patriarca di Perimadeia che cercava da tutte le parti una studentessa
che aveva abbandonato il corso il secondo giorno; una ragazza che aveva
passato una considerevole parte della sera del primo nella cella del
Patriarca. Poteva già immaginare cosa ne avrebbero detto i suoi colleghi
più giovani se solo gliene avesse offerto l'opportunità. Il che, decise, si
sarebbe ben guardato dal fare. Avrebbe dovuto trovare qualche altro modo
per curarsi dal suo disagio.
Percepì qualcuno alle sue spalle e lo sentì accelerare il passo per rag-
giungerlo. Senza voltarsi, rallentò il suo.
«Affascinante.» Riconobbe la voce; Gannadius, l'Archimandrita dell'Ac-
cademia Cittadina. Ormai purtroppo era troppo tardi per riaccelerare il
passo. «Ogni anno cinquecento nuove facce, eppure nel giro di una
settimana o due parlano e si muovono esattamente come tutti i loro
predecessori. Mi domando se sia opera nostra o se tutti i ragazzi siano
fondamentalmente intercambiabili.»
«Penso che siano vere entrambe le cose» rispose Alexius. «Quel poco di
individualità che possono avere quando arrivano qui viene presto spazzata
via dalla necessità di rendersi indistinguibili dai loro pari per aspetto, gusti
e opinioni. La cosa migliore che si possa dire della gioventù è che prima o
poi tutti quanti ne veniamo fuori.»
Una volta concluso l'abituale scambio di frasi fatte, Alexius si augurò
che il suo collega fosse in procinto di andarsene. Non ebbe questa fortuna;
quel giorno Gannadius aveva qualcosa da dire. Quando si sarebbe
finalmente deciso a farlo, questa era tutta un'altra faccenda.
«Mi mette a disagio pensare che anch'io un tempo sono stato così
giovane» sospirò Gannadius. «Perlomeno mi pare ovvio che devo esserlo
stato, anche se giuro che non me ne ricordo affatto. Per quanto ne so io, mi
pare di avere avuto sempre la stessa età. D'altro canto è indubbio che i miei
amici mi sono invecchiati intorno.»
Prova un po' a indovinare come mai? disse Alexius fra sé e sé. «Una
volta ho letto» disse invece ad alta voce «che per ogni uomo c'è un'età che
gli risulta particolarmente appropriata; una volta che la raggiunge, smette
di crescere anche se il suo corpo invece continua a invecchiare.»
«Nel mio caso, dovevano essere i quarantatré anni.»
Suo malgrado, Alexius dovette ammettere di essere interessato. «Davve-
ro? E perché quarantatré?»
«Avevo quell'età quando lessi per la prima volta l'Anacletus» disse
semplicemente Gannadius. «Quale pensi che sia la tua età ideale?»
«Credo di non averla ancora raggiunta» confessò Alexius. «Riesco a
ricordare distintamente di avere avuto tre anni e di essermi interrogato su
cosa significasse avere quell'età. E ho avuto diciassette anni per un lungo
periodo di tempo, ma adesso non più. Penso di avere smesso di avere
diciassette anni quando ho realizzato di non avere più paura dei miei
immediati superiori.»
«E questo quando è avvenuto?»
«Quando sono diventato Patriarca» rispose Alexius. «Adesso ho paura
dei miei immediati sottoposti, ma naturalmente non è la stessa cosa.»
Gannadius annuì con aria saggia. «Giusto per cambiare completamente
argomento» disse «sei sicuro di sentirti bene?»
Alexius smise di camminare e si massaggiò il mento per nascondere la
propria sorpresa. «È così ovvio il contrario?» domandò.
«Mio caro amico, non fai altro che andare in giro con l'aria di un uomo
che ha un piede chiuso in una tagliola. Sarebbe impertinente da parte mia
azzardare che forse hai, per così dire, imboccato un sentiero nascosto,
diverso dalla vie maestre del Principio e che in conseguenza di ciò sei
andato a sbattere il naso?»
Alexius sorrise. «No» rispose. «Solo che sapevo perfettamente a che
cosa andavo incontro. Ho lanciato una maledizione e temo di starne
pagando le conseguenze.»
«Oh. Qualcuno che conosco?»
Alexius esitò. Gannadius era spesso inopportuno, frequentemente noioso
e sempre pomposo; ma per quanto ne sapeva Alexius non aveva motiva-
zioni oscure e nascoste e neanche selvagge ambizioni, inoltre i suoi scritti
rivelavano una mente sorprendentemente pratica e recettiva e un acuto
intelletto. In aggiunta Alexius aveva bisogno di aiuto se voleva liberarsi da
quei maledetti sintomi.
«Uno spadaccino» disse «di nome Bardas Loredan. Con il quale, debbo
aggiungere, non ho alcun conto personale in sospeso. Ho lanciato la
maledizione per conto di qualcun altro, il che probabilmente spiega perché
adesso pago un prezzo così alto.»
Gannadius si morse il labbro inferiore, cercando di nascondere una
risatina. «Nel qual caso» disse «devo davvero congratularmi con te per la
qualità del tuo lavoro. Farò bene a ricordarmi di essere estremamente
gentile con te in qualunque occasione.»
Alexius inarcò un sopracciglio. «Che cosa è successo?»
«Ah, sicché pretenderesti di non saperlo? Si dà il caso che io abbia una
piccola somma di denaro investita in un cartello che estrae e vende
carbone. Adesso ha una controversia con un gruppo concorrente e fra
breve la questione finirà davanti a un tribunale. I nostri avversari hanno
dato l'incarico di rappresentarli a un certo Bardas Loredan.»
«Capisco. E allora?»
«Noi abbiamo incaricato Ziani Alvise» ribatté Gannadius. «Hai sentito
parlare di lui, senza dubbio?»
Alexius corrugò la fronte. «Mi pare di sì. Non seguo affatto i processi,
ma quel nome fa suonare un campanello nella mia mente. È bravo?»
«Puoi giurarci. A quanto ne so la confraternita degli allibratori paga
Loredan vincente a cento venti a uno eppure non trova nessuno che voglia
scommettere su di lui.»
«Capisco.» Alexius annuì lentamente. «Nel qual caso» proseguì «ti
raccomando con forza di puntare fino al tuo ultimo quarto su Loredan.
Anzi, già che ci sei, potresti gentilmente puntare su di lui anche cinquanta
quarti per mio conto.»
Gannadius aveva un'aria perplessa. «Mio caro amico» disse «la modestia
è una qualità ammirevole, ma non ti sembra di stare un po' esagerando? Mi
permetto di farti notare che il semplice fatto in sé che ci sarà questo duello
fa intuire come la tua maledizione stia egregiamente funzionando.»
«Non capisci. In base alla mia maledizione è predestinato a morire per
mano di qualcun altro. Una persona ben specifica. E non si tratta di Ziani
Alvise.»
«Ah.» Gannadius assunse un atteggiamento pensoso. «Questo è davvero
seccante, perché ho già scommesso pesantemente su Alvise. Comunque,
immagino di potere riuscire a trovare ancora qualche quarto per scommet-
tere su Loredan. Grazie; in questo momento potresti avere salvato un
poveruomo dalla più abietta povertà. In cambio...»
Alexius accettò l'offerta con un breve cenno del capo. «Devo ammette-
re» disse «di avere bisogno di un po' di aiuto. Questa maledizione si sta
rivelando una dannata complicazione. Mi sa tanto che ho fatto un lavoro
migliore di quanto non pensassi.»
«Maledire è come cucinare con l'aglio: conviene resistere alla tentazione
di aggiungere ancora un pizzico per sopramisura. Verrai tu all'Accademia
o preferisci che venga io da te stasera?»
Alexius ponderò la cosa. Tutto considerato, sarebbe stato meglio se la
cosa non fosse avvenuta proprio sotto il naso dei suoi confratelli del
Principio. «Dopo cena» disse «all'Accademia. Ora di allora tutti i tuoi
dovrebbero essere impegnati nel Capitolo.»
«E io insieme a loro» gli fece notare Gannadius. «Comunque, davanti a
una richiesta diretta del Patriarca...»
«Preferirei di gran lunga che tu dicessi che si tratta di affari urgenti
dell'Ordine» rispose Alexius. «Il che non è poi così lontano dalla verità. Da
quando ho lanciato la maledizione ho avuto enormi difficoltà a concen-
trarmi su qualsiasi cosa. I documenti stanno cominciando ad accumularsi,
per non parlare dello stato delle mie letture.»
«Stasera allora, dopo cena. Se suonerai alla porta secondaria, farò in
modo da venire ad aprirti personalmente.»
«Grazie.»
Gannadius si allontanò a piccoli passi, accompagnato dal lieve ticchettio
sul lastrico delle suole delle sue scarpe alla moda. Un uomo curioso,
rifletté Alexius. Era Archimandrita dell'Accademia Cittadina da sette anni,
un tempo particolarmente lungo per un incarico che di norma veniva
considerato una noiosa formalità preliminare sulla attentamente strutturata
strada che conduceva al Patriarcato; eppure in tutto questo tempo non
aveva mai mostrato la minima inclinazione ad accettare una promozione e
tanto meno a tramare e trattare per assicurarsene una. Tre anni prima, se
solo lo avesse chiesto, avrebbe potuto ottenere il Patriarcato della Canea,
invece aveva preferito consentire che il suo arcidiacono, che egli odiava e
disprezzava in modo particolare, si avventasse sul posto vacante come un
esercito invasore e lo conquistasse, per modo di dire, all'arma bianca.
Eppure all'apparenza costituiva un vero e proprio modello dell'archetipico
uomo in carriera; figlio cadetto di una potente famiglia cittadina, possede-
va grosse proprietà e ricche sostanze, ereditate dalla famiglia della madre,
il che faceva sì che venisse assiduamente corteggiato dagli omuncoli simili
a curculionidi che passavano la loro vita annidati sotto il selciato dei
palazzi della politica. Alexius scrollò la testa; forse i venti gelidi e le
correnti marine della Canea non lo attiravano. O forse si trattava di un
uomo onesto per davvero. Abbastanza curiosamente, Alexius era orientato
a pensare che fosse quest'ultima la spiegazione.
Secondo i piani, Alexius scivolò fuori mentre la cena era ancora in corso
sotto la sua cella e avanzò con cautela attraverso le strade della città di
mezzo fino a raggiungere la scala nord. Le porte erano state chiuse per la
notte ma i guardiani lo conoscevano piuttosto bene; dato che gli abitanti
della città superiore non si facevano mai vedere, il Patriarca costituiva per
la città la cosa più simile a un simbolo di vertice civico. Per uno che stava
facendo del suo meglio per attraversare la città di mezzo in incognito, era
un serio inconveniente; nonostante ciò alla fine Alexius riuscì a raggiunge-
re l'Accademia Cittadina senza essere né riconosciuto né derubato e bussò
alla porta dell'ingresso di servizio con il pomo del suo bastone animato.
«Ah, eccoti» disse Gannadius attraverso la finestrella che si era improv-
visamente spalancata alla sommità della porta. «Stavo cominciando a
chiedermi se saresti davvero venuto.»
L'appartamento dell'Archimandrita era circa cinque volte più grande
della cella di Alexius. Sui muri erano appesi arazzi preziosi e c'erano
cinque sedie dorate e scolpite con gusto raffinato; un letto a baldacchino
era sollevato dal pavimento da una bassa pedana; svariati cofani e
cassapanche di noce decorato facevano bella mostra di sé; completavano
l'arredamento un'alta scrivania con intarsi di madreperla che raffiguravano
scene di caccia, uno sgabellino in osso di balena accuratamente levigato e
un bel servizio da vino con decorazioni d'argento; tutto aveva l'aria
piuttosto nuova e odorava in modo pungente di canfora e. cera d'ape.
Alexius non dubitava che il suo collega sarebbe stato in grado di fornire
un'accurata e aggiornata valutazione del prezzo di vendita di ciascun
oggetto presente o del costo per rimpiazzarlo, così come di quotare il tutto
come un lotto unico.
«Disapprovi» disse Gannadius senza scomporsi.
Alexius scosse la testa. «Niente affatto» ribatté. «Vivi in un modo che si
addice a un grande signore con poteri temporali, il che è esattamente ciò
che sei. Io, nella mia posizione, troverei in tutto ciò una eccessiva fonte di
distrazione, ma solo un selvaggio potrebbe disapprovare la bellezza di per
sé. E sono sicuro che apprezzi tutto ciò assai più di quanto non facciano i
mercanti di frutta secca e i baroni delle acciughe che hanno bisogno di
riempire le loro case di oggetti come questi solo per dimostrare a se stessi
che sono uomini di una qualche statura.»
«Nonostante questo, disapprovi. Personalmente scambierei volentieri
tutte queste cianfrusaglie con i mosaici del tuo soffitto. Ma dubito
fortemente che siano in vendita.»
Alexius sorrise. «È un dato di fatto che un giorno o l'altro potrebbe
capitarti di dormirci sotto» ribatté. «O vorresti continuare a sostenere di
non avere alcuna ambizione in questo senso?»
Gannadius fece spallucce. «La questione è piuttosto se sono tagliato per
quel genere di ruolo» replicò. «E di fatto non lo sono. Non ancora,
perlomeno.»
«Ecco una risposta molto onesta a una osservazione piuttosto imperti-
nente. Bada bene, questo non significa che io ti creda anche solo per un
secondo.»
«Il solo fatto che una risposta sia onesta non significa anche che sia
necessariamente sincera» ribatté Gannadius con una risatina. «Vogliamo
smetterla di punzecchiarci l'un l'altro e occuparci di cose serie?»
«È certo la cosa migliore» rispose Alexius, dopo di che raccontò a
Gannadius tutto ciò che era successo senza nulla omettere. Quando ebbe
finito l'Archimandrita rimase per un po' seduto nella sua splendida sedia,
massaggiandosi la radice del naso, piccolo e schiacciato, con l'indice della
mano sinistra.
«Credo di capire cosa è successo» disse. «Ciò che è successo è che la
maledizione che hai lanciato non era quella giusta.»
«Non era quella che la ragazza intendeva. Dato che era la sua maledizio-
ne e io solo lo strumento mediante il quale l'ha lanciata, potrebbe avere
avuto effetti significativi il fatto che io abbia commesso questo errore. Il
risultato in questo caso sarebbe stato un evento errato rispetto al Princi-
pio.»
«Più o meno.» Gannadius annuì. «In soldoni, hai scelto un buco nel
mondo naturale e hai tentato di infilarci qualcosa che non ci si incastra. E
adesso devi fare i conti con gli effetti di questa contraddizione.»
Alexius annuì lentamente. «La spiegazione ha senso, sono d'accordo.
Quello di cui non sono sicuro è come fare a rimettere le cose a posto.»
«Oh, ma questo è semplice» lo interruppe il suo collega. «Devi ritornare
al momento della maledizione e raddrizzare la situazione. Se elimini la
maledizione sbagliata e la sostituisci con quella giusta...»
Alexius sollevò una mano. «Naturalmente ci ho già provato» disse. «Il
solo problema è che non sono in grado. Dopo tutto non è la mia maledi-
zione e quindi non posso annullarla. Tutto ciò che posso fare è creare uno
scudo protettivo intorno all'uomo colpito dal malocchio in modo da
impedire che generi i suoi concreti effetti; e anche questo comincia a
risultarmi difficoltoso. Tutte le volte che ci ho provato, il giorno dopo ho
dovuto constatare che lo scudo era svanito. Non mi sorride davvero la
prospettiva di dover erigere nuovi scudi intorno a questo tizio ogni giorno,
per tutto il resto della mia vita.»
«È un problema complesso» disse Gannadius. «La sola cosa che posso
suggerire è che ci proviamo di nuovo, tutti e due insieme. E prima che tu
dica qualunque cosa, sono d'accordo con te sul fatto che non c'è alcun
motivo per pensare che i nostri sforzi congiunti abbiano in qualche misura
più successo dei tuoi tentativi solitari. Quello che ci servirebbe veramente,
come è ovvio, è la ragazza.»
Alexius sospirò. «Sono portato a convenire con te su questo punto»
disse. «Comunque, se sei disponibile a unirti a me, penso che valga la pena
di fare un tentativo... Ammesso che tu sia disposto a correre il rischio. Non
voglio pensare allo stato in cui finiresti per trovarti se il tentativo ci si
ritorcesse contro.»
«Oh, be'.» Gannadius fece spallucce. «Chi non risica non rosica. Dimen-
tichi che non ti ho ancora detto qual è il mio prezzo.»
«Una visione permanente dei miei mosaici, suppongo» ribatté Alexius.
«Non sono sicuro di poterti fare questa promessa; e poi tieni conto che più
o meno abbiamo la stessa età. Non c'è nessuna garanzia che vivrai
abbastanza a lungo da incassare il tuo premio.» Sorrise. «Voglio sperare
che tu non stia facendo piani per ottenerlo prima della scadenza naturale.»
Gannadius appariva genuinamente offeso. «Per essere precisi, no.»
affermò. «Se avessi voluto il patriarcato, stai pure sicuro che a questo
punto me lo sarei preso; o perlomeno starei tossendo e colando dal naso
nel gelo della Canea. Il mio prezzo è assai più esoterico di questo. Voglio
che tu mi sveli il settimo aspetto del Principio.»
A dispetto di se stesso, Alexius rimase scioccato. La conoscenza del
settimo aspetto era un segreto condiviso solo dal Patriarca di Perimadeia,
dal Primate dei Sacri Pirati e dall'Abate dell'Accademia del Giavellotto
d'Argento; in effetti era ciò che contraddistingueva le massime cariche
dell'Ordine. Era anche il solo segreto che era sempre stato mantenuto, a
prescindere dalla gravità delle circostanze o dalla venalità di chi si trovava
nella posizione di condividerlo. «Perché?» chiese, quasi sottovoce.
Gannadius corrugò la fronte. «Perché voglio conoscerlo» ribatté. «È una
cosa tanto strana? Che tu lo creda o no, sono entrato nell'Ordine per
imparare come comprendere il Principio, o almeno quella minima parte di
esso che è possibile comprendere. Logicamente, ho bisogno di conoscere
tutti e sette gli aspetti per potere anche solo cominciare i miei studi.»
«Ho idea che tu sia completamente sincero» disse Alexius. «Il che non
rende la tua richiesta in qualche modo meno offensiva.»
«Ho detto qual è il mio prezzo. Non occorre neanche dire che il segreto
sarebbe perfettamente al sicuro con me. Dopo tutto uno non ruba una
fortuna in oro solo per gettarla dalla finestra a manciate, alla gente
assiepata sotto.»
Alexius rifletté per un momento; «Tutto ciò che posso suggerire» disse
«è che a tempo debito... non manca molto tempo comunque, ormai, visto
che il poveruomo ha più di ottant'anni... ti succeda a Teofrasto come
Primate. In questo modo perlomeno sarai autorizzato a condividere questa
conoscenza e l'effetto pratico sarà esattamente lo stesso.»
«È proprio necessario? Non ho davvero alcun desiderio di lasciare
questo luogo confortevole per andare a vivere su un'isola rocciosa in
mezzo al mare con niente altro che ladri e assassini come compagnia.»
«È un incarico per cui altri hanno ucciso e rubato» ribatté Alexius un po'
seccato. «Mi aspettavo che la cosa ti avrebbe fatto piacere.»
«Certamente no. È vero che hanno una buona biblioteca laggiù, ma
niente a che vedere con ciò che posso avere a disposizione qui in città.
Comunque» proseguì «una volta che conoscerò il settimo aspetto, non
resterà poi molto che i libri mi possano ancora insegnare. Oh, benissimo,
allora. Hai la mia parola, se è abbastanza per te.»
Alexius si concesse il lusso di un tetro sorriso. «Suppongo che questo mi
insegnerà a non fare più favori alle ragazzine» disse. «Il pagamento dopo,
naturalmente; e solo se otteniamo qualche risultato concreto.»
«Naturalmente. Vogliamo cominciare?»

Una sottile, crudele lama di luce si fece strada attraverso le persiane.


«Svegliati, è una deliziosa mattinata.»
Con la mano già stretta intorno all'elsa della sua Boscemar, Loredan
dominò quella che sarebbe stata la sua reazione istintiva e aprì gli occhi.
«Che diavolo» disse con voce rauca «pensi di stare facendo?»
«Ti sto facendo alzare» ribatté Athli, spalancando del tutto le persiane.
«Avanti, alzati e sorridi.»
Loredan si tirò la coperta fino sotto il mento. «Quale possibile ragione
potrei mai avere per alzarmi dal letto a questa antelucana ora del mattino?
Vattene.»
Athli riempì a metà una coppa versando dalla brocca del vino e poi lo
allungò con altrettanta acqua. «Avresti dovuto essere già in piedi due ore
fa» disse in tono brusco «invece di startene accovacciato lì come un
maiale.»
«E perché?»
«Allenamento. Bevi questo e mettiti qualcosa addosso. Penso che
cominceremo con dieci giri del convento, prima di dirigerci alla volta delle
Scuole. Oh, avanti, in nome del cielo. Ho visto espressioni più vive in
animali cucinati e con una mela in bocca.»
«Oh, per...»
Loredan chiuse gli occhi, ma tutto il sonno se n'era andato. «Vattene
intanto che mi vesto» le ordinò.
«Va bene. Non startene lì a oziare.»
Era passato un bel po' di tempo dall'ultima volta che aveva deliberata-
mente corso per una certa distanza, e dieci giri del convento lo lasciarono
con le ginocchia molli e con una fitta di dolore al costato il che, fece
notare, costituiva un motivo più che sufficiente per tornarsene a casa. Athli
non si lasciò impressionare.
«Mi fai venire in mente mio nonno quando sonnecchiava davanti al
fuoco» disse. «Una mattina alle Scuole ti farà un mondo di bene.»
Ora che furono arrivati in cima alla lunga scala che conduceva alla città
di mezzo, Loredan cominciò a sentirsi piuttosto male. Diagnosticò di
essere vittima di un attacco di cuore o comunque di un piccolo infarto.
«Non essere sciocco. E piantala di bighellonare.»
Le Scuole erano ospitate in un edificio lungo e stretto di un solo piano,
che si trovava fra l'antico circo e le cisterne per l'acqua piovana.
All'interno il salone principale era affollato dall'abituale insieme di
giovanotti e ragazze alla moda avvolti in costosi e assolutamente poco
pratici costumi da spadaccino, appoggiati alle custodie delle proprie spade
e intenti a osservare i pochi professionisti che si dedicavano alla loro
abituale routine di allenamento. Aiutanti correvano avanti e indietro con
bersagli di paglia e mastelli pieni di creta umida, gli insegnanti urlavano,
gli inevitabili venditori ambulanti giravano ai margini della folla con i loro
vassoi di vino e salsicce, i mercanti di spade facevano affari sottovoce fra i
pilastri del colonnato che occupava l'altra estremità dell'edificio. «Dove-
vamo venire proprio qui?» chiese Loredan in tono miserabile. «Non
sopporto questo posto.»
«Devi allenarti» ribatté Athli.
Prima di tutto Loredan sistemò un bersaglio. Decise di essere realistico;
gli esibizionisti e quelli veramente bravi amavano utilizzare un mezzo
penny d'argento, ma lui non era mai stato così bravo neanche all'apice
della gioventù. Disegno invece sul bersaglio un tondo grosso più o meno
come un pugno, che sarebbe risultato ai fini pratici assai più funzionale.
«Sette su dieci?» suggerì.
«Facciamo nove.»
«Non sono tenuto a fare come dici tu» ribatté «perché io sono un avvo-
cato e tu solo una dannata assistente.» Fece tre passi tutti di eguale misura
all'indietro e tolse la Boscemar dalla sua custodia.
«Nove su dieci» ribadì Athli. «Sei pronto?»
Loredan annuì. Lo scopo dell'esercizio era di fare un allungo a due passi
dal bersaglio, trafiggendo ogni volta il tondo che aveva disegnato. Il trucco
consisteva nel raddrizzare il colpo all'ultimo momento possibile, con una
rotazione del polso. Centrò il bersaglio sette volte su dieci.
«Ora rifallo» disse Athli. «Però meglio.»
Con i successivi dieci colpi riuscì a fare centro sei volte; e altre sei con i
successivi dieci. Al quarto tentativo, fece centro tutte e dieci le volte.
«Vedi?» disse Athli con aria di sufficienza. «Allenarsi rende perfetti.»
«Oh, stai zitta» replicò, appoggiandosi alla struttura del bersaglio nel
tentativo di recuperare il fiato. «Adesso suppongo tu pretenda che io faccia
i numeri.»
Il bersaglio consisteva in un cilindro di paglia intrecciata largo più o
meno un braccio e di eguale spessore. Su di esso erano disegnati a caso dei
numeri, da uno a dodici, in cifre scritte più meno dell'altezza di un pollice
umano. L'esercizio comportava che l'allenatore gridasse un numero e lo
spadaccino lo infilzasse con la punta della spada da un passo di distanza.
Quindici colpi giusti su venti era considerato un ottimo risultato.
«Pronto?»
«Sedici, va bene?»
«Diciotto.»
Stavolta mise a segno diciotto centri al primo tentativo. La seconda fase
dell'esercizio era uguale, ma veniva svolta al doppio della velocità. A quel
ritmo, dieci centri su venti era sufficiente per brillare. Loredan fece centro
tutte e venti le volte.
«Bene, davvero ben fatto» disse Athli. «Ora passiamo alla linea di
piombo.»
La linea di piombo consisteva in un peso di piombo, appunto, appeso a
una cordicella e sistemato in modo da penzolare nel punto in cui si
presumeva che si sarebbe trovata idealmente la punta della spada di un
avversario che avesse dato la schiena alla struttura del bersaglio.
Lo spadaccino doveva spostare il peso, fare un affondo, ritirarsi e nel
farlo parare il peso che si rimetteva in verticale. Mancare la parata,
significava colpo nullo. Quattordici colpi riusciti su venti a velocità
normale, oppure sette a velocità doppia, era considerato un risultato ottimo
per chiunque. Tagliare la cordicella, invece, non valeva.
«Non male» osservò Athli quando Loredan ebbe messo a segno dician-
nove colpi validi su venti a velocità normale. «Adesso proviamo a farlo nel
modo più difficile.»
Un pieno di venti colpi validi a doppia velocità; Athli insistette perché lo
rifacesse e poi perché tentasse un'altra volta a tripla velocità. Erano arrivati
a quattordici colpi validi su quattordici tentativi quando Loredan tagliò il
peso di piombo a metà con una improvvisa rotazione del polso e si rifiutò
di mettere ulteriormente alla prova la propria fortuna.
«Bene, abbiamo appurato che sei bravo negli affondi» disse Athli.
«Adesso dedichiamoci a qualcosa in cui non sei altrettanto bravo.»
La quintana era concepita per allenarsi alla ritirata successiva a una
parata. Consisteva in quattro protuberanze di legno che sporgevano ad
angolo retto l'una rispetto all'altra da un mozzo, che ruotava intorno a un
asse verticale più o meno all'altezza del mento di un uomo. Lo spadaccino
doveva colpire una protuberanza e poi parare la successiva mentre il
mozzo ruotava. Più rapidamente e con più forza colpiva, con maggiore
rapidità era costretto a parare la protuberanza successiva. La versione più
sofisticata dell'allenamento normale consisteva nell'utilizzare solo la
seconda e la quarta protuberanza, il che implicava la necessità di togliere
di mezzo, sollevandola la lama della spada fra un colpo e l'altro, invece
che limitarsi a spostarla con rapide torsioni del polso.
«Mi fanno male le braccia» si lamentò Loredan dopo quattro cicli
completi di esercizi sia nel modo standard che in quello più complicato.
«Non servirà certo a migliorare la situazione se sarò costretto a presentar-
mi in tribunale ridotto solo a un coacervo di muscoli doloranti.»
«Sei solo pigro» ribatté Athli. «Va bene, passiamo al gioco di piedi.»
Stavolta le proteste di Loredan furono assai eloquenti e insistenti, anche
se infruttuose alla fine dei conti. L'allenamento per il gioco di piedi
consisteva in una serie di impronte disegnate per terra, ognuna contrasse-
gnata da un numero. Nella versione base, lo spadaccino doveva muovere i
piedi in modo da coprire le orme corrispondenti ai numeri che venivano
chiamati dall'allenatore, prima lentamente e poi via via a velocità sempre
più frenetica. La versione avanzata dell'allenamento funzionava nel
medesimo modo, ma lo spadaccino era bendato.
«Adesso posso riposarmi?» chiese Loredan ansimando. «Continuo a
dirti che odio gli allenamenti, ma tu non mi dai retta.»
«Rifai una volta l'ultimo esercizio. Hai mancato il numero ventisei.»
Dovette rifare tre volte l'esercizio bendato prima di riuscire a eseguirlo
in maniera perfetta. Trentuno movimenti giusti su quaranta erano già
considerati una prova eccellente.
«Soddisfatta?»
«Non era poi così male» accondiscese Athli. «Adesso sarà meglio che tu
faccia un po' di esercizio con l'anello.»
«Athli...»
«L'anello.»
Da un trave del tetto pendeva un anello di ferro largo circa come una
mela. Proprio sotto di esso era tracciato sul pavimento un cerchio di cinque
passi di diametro. Per questo esercizio lo spadaccino doveva avanzare e
poi arretrare stando entro il cerchio, facendo dei mezzi affondi con lo
scopo di fare passare ogni volta la lama attraverso l'anello. La versione più
complicata implicava di parare nel contempo una funicella di piombo
sospesa a un cappio, che ruotava ogni volta che veniva colpita in modo da
seguire lo spadaccino tutto intorno al cerchio. Di tutti gli esercizi che
venivano praticati nelle Scuole, era probabilmente quello che Loredan
odiava di più.
«Sono piuttosto soddisfatto di me stesso» disse, alzando la voce quel
tanto che serviva per farsi sentire dal gruppo di spettatori che si era
raccolto intorno a lui mentre metteva a segno il secondo circuito perfetto
all'anello, parando la fune di piombo. Non capitava tutti i giorni che
qualcuno riuscisse a fare risultato pieno nel cerchio dell'anello. Riuscirci
due volte di seguito era un'impresa quasi eccezionale.
«Forza» disse Athli «muoviti prima di scoppiare per la soddisfazione.»
«Significa che adesso posso tornarmene a casa?»
«Dopo che avrai fatto gli esercizi al sacco e ai covoni.»
Il sacco era un recipiente di cuoio pieno di creta umida, che più o meno
simulava la consistenza di un corpo umano e serviva per esercitarsi a
passarlo da parte a patte. Il sacco aveva una comprensibile, ma nondimeno
seccante tendenza a squarciarsi dopo un po' e d'inverno le Scuole usavano
piuttosto le carcasse di alcuni maiali provenienti dal mercato dei macellai.
Nel caldo estivo, tuttavia, gli spadaccini dovevano accontentarsi della creta
umida. I covoni erano funi di paglia intrecciata, annodate fra loro
strettamente fino a formare un blocco più o meno dello spessore del collo
di un uomo. Un bravo spadaccino con una spada affilata normalmente
riusciva a tranciarne uno con due colpi.
«Finirò per infangarmi tutto» protestò Loredan mentre un assistente
riempiva un sacco e lo appendeva a una struttura di legno.
«E allora?»
«Voglio solo sottolinearlo, tutto qui. Mi coprirò completamente di
fango, dalla testa ai piedi. Quante camice pensi che io possieda?»
Aveva messo a segno una dozzina di buoni colpi al sacco quando la
lama della Boscemar colpì qualcosa di duro, un sasso rimasto in mezzo
alla creta o un nodo particolarmente resistente della cucitura del sacco, e si
piegò come un arco teso, spezzandosi poi a qualche centimetro dalla punta.
Loredan fissò con espressione tetra l'elsa che stringeva in mano e si
abbandonò a una serie di colorite imprecazioni. Da parte sua, Athli ebbe il
buon senso di non dire nulla.
«Ecco fatto» disse Loredan, scagliando la spada per terra. «Mancano
dieci giorni al duello e io rompo la mia lama migliore. Se uno deve credere
ai segni, questo non mi sembra troppo arduo da comprendere.»
Lasciò la spada dov'era e si diresse verso la porta frontale. C'era una
densa folla riunita intorno alla gabbia dei pappagalli. Riconobbe l'uomo
nella gabbia e si fermò a guardare.
All'interno di una alta e stretta voliera c'era il celebre avvocato Ziani
Alvise, il suo avversario nell'imminente processo. Tutto intorno a lui sul
pavimento della gabbia c'erano corpi di colibrì morti e l'assistente si stava
accingendo a liberarne un altro gruppo nella voliera. Normalmente i
bersagli utilizzati nella gabbia dei pappagalli erano normalissimi passeri; i
colibrì erano molto più difficili da colpire dei passeri.
Mentre l'assistente richiudeva la voliera, una mosca ci si infilò attraverso
le sbarre, subito al di sopra della spalla destra di Alvise. Senza neppure
girare la testa, lo spadaccino sollevò di scatto la lama, tagliò la mosca
esattamente in due e rimise la spada in posizione di guardia in tempo per
decapitare il primo colibrì del nuovo gruppo.
Loredan passò il pomeriggio ad ubriacarsi completamente.

Perimadeia, la Città Tripla, promessa sposa del mare e signora del


mondo civilizzato era in declino. Era vero che già in passato aveva avuto
delle difficoltà, ma mai paragonabili a quelle di adesso. Appena settanta-
cinque anni prima il suo impero terrestre si era esteso da Zimisca, negli
altipiani, a Tendria, le cui montagne gemelle facevano da portale all'im-
boccatura del mare centrale. Ora il luogo in cui era sorta Zimisca era
distinguibile solo grazie al tracciato delle fondamenta seminascosto dalle
alte erbe di gramigna, da cui sporgeva solo qua e là un cumulo di rovine e i
due grandi castelli di Tendria erano presidiati dalle truppe di altrettanti
Signori della Guerra rivali, ciascuno dei quali si atteggiava a solo
Autentico Imperatore, ma in realtà governava solo su qualche isola
rocciosa e su una flotta raccogliticcia di vascelli pirata. Canea, l'ultimo
possedimento insulare dell'Impero era di fatto uno stato autonomo e le navi
che ogni anno portavano l'ormai solo nominale tributo, saccheggiavano poi
tesori cento volte maggiori dalle navi mercantili di Perimadeia, in quelle
che un tempo erano state sacrosante acque territoriali dell'Impero.
Nonostante tutto il suo splendore, la fidanzata del mare non possedeva
altro che la terra su cui sorgeva e il dominio dell'Imperatore aveva i suoi
confini nel mare e negli estuari dei fiumi che lambivano le mura dalla parte
di terra e da quella marittima.
Non che la cosa importasse a qualcuno. Ogni cittadino sapeva che le
mura erano totalmente imprendibili. Cinquecento uomini erano in grado di
difendere la città contro tutte le nazioni del mondo, come aveva fatto
l'Imperatore Teogeno due secoli e mezzo prima. Le cose erano sempre
state così. Il potere esterno di Perimadeia andava e veniva come le maree;
un secolo vedeva i confini dell'Impero includere praticamente tutto il
mondo conosciuto e quello successivo vedeva invece la città chiusa entro
le proprie mura come un uccello in gabbia, salvo che tre generazioni dopo
ci sarebbero nuovamente stati governatori di Perimadeia in tutte le isole e
le grandi città della terraferma. Non era mai sembrato essere una cosa
molto importante. I commerci, non la terra o i castelli, era tutto ciò che
contava a Perimadeia e la città non era mai stata più impegnata, più
affollata e più prospera. Sembrava essere una storia che si ripeteva
all'infinito e che aveva una propria logica. Conquiste e occupazioni
costavano denaro e uomini. Senza nessun impero da proteggere non
c'erano tasse di guerra da pagare né ordini governativi a credito da
esaudire, interrompendo gli affari dei mercanti e delle imprese. In più,
nessun miraggio di bottino e di avventura attraeva gli uomini lontano, via
dalle vetrerie, dalle fonderie, dalle fabbriche di vasi, dalle concerie, dai
cantieri navali, dai mulini, dalle fornaci, dalle botteghe artigiane e dagli
studi professionali che producevano un inesauribilmente ricco fiume di
beni di ogni genere e qualità. Per oltre un millennio la città si era vantata
del fatto che uno ogni tre manufatti circolanti nel mondo era stato prodotto
nel rumore e nell'aria viziata della città bassa. Ora, per la prima volta, si
trattava probabilmente della verità.
Privi di dei che distorcessero i loro valori e distraessero la loro attenzio-
ne, i cittadini di Perimadeia comprendevano e apprezzavano i beni
materiali come nessun'altra nazione al mondo. I cittadini della Città Tripla
vedevano la propria vita come una breve, ma eccitante opportunità di
produrre e di fare il maggior numero di cose possibili nel breve intervallo
che correva fra la nascita e la morte. E se, di tanto in tanto, sentivano il
bisogno di conquistare delle terre e di costruire dei castelli, come peraltro
era sempre accaduto ai ricchi mercanti, probabilmente dipendeva dal fatto
che c'erano pochi altri modi di spendere il proprio denaro, dato che
possedevano già tutto quello che un uomo poteva ragionevolmente
desiderare.
A patto, naturalmente, che le mura reggessero; ma questa era una cosa
che si poteva tranquillamente dare per scontata. Quanto ai pirati, be', certo,
costituivano un fastidio, ma niente più di questo. La sola conseguenza era
che invece di trasportare i propri beni fino ai clienti a bordo di navi di
Perimadeia, i mercanti se ne stavano a casa e lasciavano che fossero i
clienti a correre il rischio di andare da loro. Prima o poi qualche potente
principe straniero si sarebbe stancato di perdere denaro perseguendo i
propri interessi mercantili e avrebbe spazzato quei vermi via dal mare. Non
c'era alcuna necessità che la città sprecasse un solo quarto d'oro o la vita di
un singolo cittadino di Perimadeia per fare quello che qualcun altro
sarebbe stato presto ben felice di fare per suo conto. Senza dubbio lo stesso
sarebbe valso per qualunque ipotetico nemico fosse arrivato via terra,
ammesso che qualcuno fosse riuscito ad avvicinarsi abbastanza da trovarsi
di fronte alla frustrante barriera costituita dalla cinta di mura terrestri.
Sarebbe stato sufficiente spedire alcune veloci galee nelle isole e nelle città
costiere e subito il mare avrebbe pullulato di truppe inviate a proteggere la
sola e unica autentica fonte della prosperità universale. Qualcuno aveva
addirittura cominciato a vagheggiare l'ipotesi di smantellare la flotta e di
congedare il poco che restava della guardia cittadina; perché sprecare
denaro per qualcosa che non sarebbe mai servito, anche nella peggiore e
più inconcepibile emergenza?
Di conseguenza non vi fu alcuna manifestazione isterica di panico o
alcun disordine nelle strade quando la città fu raggiunta dalla notizia che la
valle di Anax, l'ampia e fertile regione che separava la città dalle pianure e
che forniva alla città due terzi delle sue riserve di cibo, era stata occupata
grazie a un'alleanza fra i clan dell'Orso Bianco e del Drago di Fuoco,
unitisi sotto la guida di un capo il cui impronunciabile nome suonava più o
meno Sasurai. Ebbene? dissero i cittadini; stavano comunque cominciando
a praticare prezzi troppo alti. E se la gente delle pianure che viveva in città
aveva paventato folle dedite al linciaggio e barili di pece bollente, aveva
grossolanamente sbagliato nel giudicare i propri ospiti e il loro carattere
cosmopolita, entrambi al di sopra di quel genere di cose, come del resto
sempre era stato. Tanto per fare un esempio, il giorno dopo che era arrivata
la notizia il giovane Temrai fu accolto con gli stessi amichevoli cenni del
capo quando si presentò al lavoro e sedette al suo banchetto e nessuno tirò
in ballo con lui quella questione. Naturalmente non siamo in grado di
giudicare se le cose sarebbero andate nello stesso modo se i suoi colleghi
avessero saputo che egli era figlio di Sasurai.

Alexius il Patriarca e Gannadius l'Archimandrita della città erano in


piedi ai bordi dell'arena del tribunale e osservavano un uomo e una ragazza
che stavano mettendosi in guardia.
Avevano impiegato un giorno e due notti per arrivare lì ed erano esausti.
Ironicamente, era stata proprio la loro estrema stanchezza che alla fine lo
aveva reso possibile, perché entrambi giacevano profondamente addor-
mentati nelle proprie sedie nell'appartamento dell'Archimandrita e il
tribunale non era altro che lo sfondo di un sogno condiviso.
«Puoi sentirmi?» sussurrò Alexius.
«Sì, ma pare che invece loro non possano» ribatté Gannadius. «Sono
arrivato un paio di minuti prima di te e ho fatto qualche esperimento
preliminare. Per quanto posso capire, non siamo veramente qui.»
Alexius represse un brivido. «Bene» rispose. «La sola idea di starmene
di fronte all'intera città vestito solo della camicia, mi sconvolge.»
«A quanto pare si tratta di un edificio particolarmente bello» disse
Gannadius, guardandosi intorno e scrutando i palchi affollati dal pubblico.
«Mi piacerebbe tanto che ci fosse un modo per dire quanto avanti nel
futuro siamo.»
«La ragazza è più vecchia dell'ultima volta che l'ho vista» disse Alexius.
«Sfortunatamente, data la nostra scarsa esperienza di donne, dubito che
siamo in grado di giudicare in modo accurato quanto più vecchia. È
indiscutibilmente cresciuta, ma questo è tutto ciò che posso dire con
cognizione di causa sull'argomento.»
«Che cosa succede adesso?»
Prima che Alexius avesse modo di rispondere, il giudice diede il segna-
le, la corte divenne improvvisamente silenziosa e i due avvocati diedero il
via alla loro performance. Anche questa volta Loredan dava la schiena al
Patriarca; stavolta tuttavia Alexius notò che impugnava una spada
spezzata. Lo fece notare al proprio collega, che annuì.
«Senza dubbio si tratta di un elemento significativo» disse Gannadius.
«Vorrei solo sapere che cosa significa.»
«Stai bene attento; succede quasi subito, all'inizio del duello.»
Stavolta, tuttavia, non accadde. Benché tenesse fin dall'inizio un atteg-
giamento difensivo, Loredan combatté con la disperata energia di un uomo
che capisce fino in fondo in che razza di guaio si trova. Affondi e fendenti
che avrebbero dovuto troncare la sua vita in qualche modo venivano
deviati proprio all'ultimo istante e benché i suoi contrattacchi si scontrasse-
ro con una difesa invalicabile quanto le mura di Perimadeia, parevano
garantirgli il tempo e lo spazio di cui aveva bisogno per continuare a
difendersi efficacemente. A conti fatti, entrambi i contendenti diedero una
dimostrazione di abilità da togliere il fiato. Quasi quasi valeva la pena di
avere vegliato quarantotto ore, solo per assistervi.
«Tutto ciò è gravemente sbagliato» borbottò Alexius. «Mi si gela il
sangue nelle vene a pensare che ormai da settimane costituisco il terminale
su cui scarica questa cosmica confusione.»
«Ti sta proprio bene» ribatté Gannadius, senza distogliere lo sguardo dal
combattimento. A modo suo era un esperto di arte giudiziaria e quello a
cui stava assistendo era un pezzo da collezionisti.
La ragazza tentò un affondo da sinistra e Loredan riuscì a scivolare
lontano dalla sua lama; ma il colpo era stato in realtà una finta e la spada si
posizionò perfettamente in linea con la sua gola. Solo un ultimo, frenetico
riflesso gli consentì di frapporre una mano. Deviò il colpo, ma la lama
della ragazza lo colpì al centro del palmo. Dal punto in cui si trovava,
Alexius riuscì a scorgere svariati centimetri della punta che spuntavano dal
dorso della mano di Loredan.
Questa è la tua occasione, disse a se stesso e mentre Loredan si proiet-
tava in avanti mirando al corpo senza protezione della ragazza, Alexius
finì in mezzo a loro e cercò di approfittare della situazione.
Non sentì nulla quando la spada di Loredan lo trafisse da parte a parte:
come avrebbe potuto? Non era davvero lì... Ma quando abbassò lo sguardo
e vide la lama svanire nel proprio petto, comprese immediatamente di
avere appena commesso il peggiore errore della sua vita.
Un attimo dopo la ragazza gli girò intorno e trafisse Loredan là dove si
trovava; lo spadaccino cadde in avanti, a faccia in giù, mentre la sua spada
restava conficcata nel corpo del patriarca. Alexius stava chiedendosi come
tutto ciò fosse possibile, visto che Loredan stava usando una spada
spezzata e senza punta, quando all'improvviso si risvegliò.
Era stato l'acuto dolore al petto e alle braccia che lo aveva svegliato; un
attacco di cuore, su questo non c'era il minimo dubbio. Gannadius era
ancora profondamente addormentato, e Alexius non era in grado né di
muoversi né di parlare per cercare di svegliarlo. Si rese conto che era
molto probabile che stesse per morire. La cosa gli sembrò, più che altro,
soprattutto ingiusta.
Gannadius sollevò la testa. «Va tutto bene» disse «non preoccuparti.
Vivrai.»
Il dolore s'interruppe.
«Stai fermo» proseguì Gannadius. «E rilassati. Cerca di respirare
normalmente.» Si alzò in piedi, rigido e impacciato dopo avere dormito in
quella posizione rannicchiata, e si versò mezza coppa di un forte vino
scuro. «Questo ti aiuterà» disse. «Forza, bevi. Se tu fossi dovuto morire,
saresti già bello che stecchito a quest'ora.»
Alexius fece una smorfia quando il vino gli bruciò le budella. «Che cosa
è successo?» domandò. «Ho avuto un infarto o qualcuno mi ha pugnala-
to?»
«Tutti e due. Colpa mia, temo. Dammi la coppa, te la riempio di nuovo.»
«Colpa tua?»
Gannadius annuì. «Dovevo fare qualcosa per impedirgli di uccidere la
ragazza. Buttare te in mezzo a loro è tutto quello che mi è venuto in mente
sul momento. È un bene che tu non fossi lì per davvero, perché avrebbe
potuto essere molto pericoloso.»
«Di tutte...»
Alexius fece un vago gesto per rifiutare la coppa che gli veniva porta di
nuovo. «Ti rendi conto di quello che hai fatto?» chiese. «Adesso sono
vittima di una maledizione che ho lanciato io stesso. E la ragazza lo ha
comunque ucciso, sicché tutto quello che abbiamo fatto non è servito a
nulla.»
Gannadius scosse la testa. «Rifletti» disse con severità. «Eri già vittima
della maledizione; è questo ciò che non andava in te nelle scorse settimane.
Quello che ho fatto io è stato di ricondurre tutto a un punto fermo, per così
dire. No» continuò «se non fosse stato per me le cose sarebbero andate
molto peggio. Loredan avrebbe ucciso la ragazza e allora dove ci
troveremmo tutti quanti, adesso?»
«Non sei tu quello che ha la prospettiva di essere passato da parte a
parte» sottolineò Alexius. «Nella migliore delle ipotesi, siamo esattamente
al punto di partenza.»
«Oh, no» obiettò Gannadius «niente affatto. Tanto per cominciare,
abbiamo svolto delle ricerche pratiche di enorme valore in un'area del
Principio a proposito della quale fino a oggi si sapeva deplorevolmente
poco. Scriverò un trattato in materia.»
Il Patriarca chiuse gli occhi e fece un lungo sospiro. «A parte questo?»
disse.
«A parte questo, ritengo che abbiamo fatto qualche indiscutibile pro-
gresso. Invece di avere solo una vaga idea del fatto che stai soffrendo di
una qualche reazione negativa senza sapere che forma abbia assunto, ora
sappiamo esattamente ciò che puoi aspettarti. Come se non bastasse, siamo
arrivati in tempo per impedire le conseguenze potenzialmente disastrose di
questo secondo intervento, il che di per sé non è un risultato da poco.
Aggiungi il fatto che in nessun modo la reazione negativa sembra avere
coinvolto anche la mia persona, e credo che possiamo congratularci l'un
l'altro per un lavoro ben fatto.» Gannadius sorrise. «Adesso ti suggerisco
di cercare di dormire per un po'. Ho fatto preparare per te una delle stanze
degli ospiti. I problemi di cuore non sono qualcosa che si possa prendere
alla leggera, sai.»
Alexius gemette. «Ciò che davvero mi deprime» disse «è che io e te
siamo i principali esperti al mondo in questo tipo di pratiche. Se questo è il
meglio che riusciamo a fare, forse sarebbe il caso di lasciare perdere. In
nome del cielo, si suppone che noi si sia capaci di fare proprio questo
genere di cose per vivere!»
Gannadius lo fissò a lungo.
«Per vivere» disse. «Forse preferiresti ripetere lo stesso concetto con
altre parole.»

Il capo istruttore era contrariato.


«È vero» acconsentì. «Ci sono già stati degli avvocati femmina. Qualcu-
no di loro è perfino riuscito a vivere fino a venticinque anni. Ma questo
soprattutto perché nessuno voleva mai ingaggiarle, ragione per cui era un
caso se gli capitava ogni tanto un lavoro. Non vuoi fare davvero questa
professione. Vattene via.»
La ragazza non replicò; gli porse invece una grossa borsa di cuoio, che
reggeva sul palmo della mano. L'istruttore non poté fare a meno di notare
che aveva l'aria di essere bella piena.
«Non siamo attrezzati per occuparci di studenti di sesso femminile»
disse. «Avremmo bisogno di spogliatoi separati e, molto semplicemente, ci
manca lo spazio. Per non parlare di dove metteremmo gli chaperon.»
aggiunse, colto da un'improvvisa ispirazione. «E prima di dire che tu non
hai bisogno di nessuno chaperon, prova ad andare a dichiararlo davanti
all'Ufficio della Pubblica Morale. È proprio il tipo di cosa che potrebbe
farmi chiudere dalla mattina alla sera. E poi come la mettiamo con
l'abbigliamento?» proseguì, domandandosi come mai nessuno dei suoi
argomenti sembrasse generare il minimo effetto. «Non ti aspetterai di poter
combattere in pantaloni e d'altro canto i tribunali non hanno mai approvato
nessun tipo di abito da procedura solenne per le donne. Provocheresti solo
un mucchio di risate.»
La ragazza restò muta. La borsa era lì, sulla sua mano tesa. Un senso di
smarrimento e di frustrazione cominciò a invadere l'istruttore; perché non
riusciva a fare entrare niente in testa a quella ragazza che sembrava averla
dura come un macigno? Nel corso degli anni aveva convinto vere e proprie
centinaia di ragazzini stupidi a non tentare di intraprendere una professione
nella quale non avevano alcuna speranza di sopravvivere. Era un uomo
coscienzioso e poi doveva anche pensare alla sua licenza di istruttore. Non
poteva neanche pensare a se stesso intento a spiegare a una madre e a un
padre isterici e a un ufficiale dell'Ufficio della Pubblica Sicurezza
dall'espressione impenetrabile, perché aveva permesso a una ragazzetta di
iscriversi e di farsi uccidere nel primo combattimento. La borsa era bella
grossa, ma non abbastanza da ripagarlo della eventuale perdita di una
professione lucrosa che aveva coltivato per nove duri anni.
«Per favore» disse. «Se non vuoi dare retta al buon senso, almeno
vattene e vai a rovinare la vita a qualcuno dei miei concorrenti. Posso darti
un'intera lista di posti in cui puoi provare.»
«Voi siete il migliore» disse la ragazza. «Voglio imparare qui.»
Alle loro spalle, la lunga sala destinata agli esercizi echeggiava del
clangore della spade e delle grida di istruttori poco pazienti. Il pavimento
tremò sotto il peso di trenta piedi che lo colpirono con forza e all'unisono
eseguendo il primo, il secondo e il terzo passo della guardia ortodossa, la
risposta arretrata, la fleche, l'affondo difensivo, la parata meridionale, la
giravolta dello spadaccino, la mandritta.
Ogni giorno vedeva arrivare lì un nuovo gruppo di brillanti, astute,
sciocche facce di giovinotti e di padri angosciati il cui unico figlio era
scappato da casa lontano dagli affari di famiglia per inseguire il sogno
romantico di diventare un avvocato.
Ogni settimana c'erano funerali a cui bisognava partecipare, nuovi nomi
da iscrivere nei ruoli degli ex allievi che avevano dato la loro vita per la
professione. In un modo o nell'altro, il capo degli istruttori non faceva altro
che vedere un inquietantemente ampio numero di giovani con una gran
fretta di morire, ma mai nessuno insistente come quella ragazza.
La cosa che più lo colpiva, probabilmente, era il fatto che non stesse
affatto pregandolo o facendogli moine o implorandolo. Era piuttosto come
se stesse esigendo un diritto inoppugnabile che lui invece cercava di
negarle slealmente, attaccandosi ai pretesti più ridicoli. Le sarebbe stato
proprio bene, disse a se stesso, se le avesse permesso di iscriversi.
«Va bene» disse alla fine «facciamo un patto. Tu mi dici perché è cosi
dannatamente indispensabile per te diventare un avvocato e dopo può darsi
che io mi lasci persuadere.»
Silenzio. Per la prima volta l'istruttore colse una vaga traccia di riluttan-
za; forse il motivo non era dei più nobili, uno che gli avrebbe consentito di
rifiutare senza troppa fatica. Decise di approfittare del momentaneo
vantaggio.
«Il fatto è» disse «che esiste una sola valida ragione per volere esercitare
questa professione. Tutte le altre fanno automaticamente di te una
candidata non adatta. E ho il presentimento che non si tratti della stessa
ragione che sta dietro alla tua richiesta.»
La ragazza non disse nulla, ma le sue guance stavano cominciando a
imporporarsi. Da buon professionista, l'istruttore poté avvertire un difetto
nella sua guardia che lo spinse a insistere. Passò decisamente all'offensiva.
«La sola ragione valida che può spingere qualcuno a combattere per
mantenersi» disse «è il desiderio di denaro. Non l'amore per la giustizia, o
l'onore, o lo spirito d'avventura, né il coraggio o il desiderio di eccellere.
Certamente non il piacere di uccidere; soprattutto la ragione non può
essere il desiderio di trovare un modo per morire anzitempo senza però che
si tratti di un suicidio. Dev'essere voglia di denaro, o niente altro. E se stai
per dirmi che non c'è problema perché in realtà non hai nessuna intenzione
di esercitare la professione una volta finito il corso e che sei qui solo per
imparare la scherma, allora suggerisco che tu te ne vada dalla mia scuola
prima che ti faccia scaraventare in strada. Di tutte le sporche, disgustose
parole che conosco, la peggiore di tutti è amateur. Ed è esattamente questo
ciò che sei, non è vero?»
Stava vincendo; infatti quando gli rispose, la voce della ragazza era
scossa e preoccupata. «Come potreste saperlo?» disse in tono remissivo.
«Perché» ribatté «ti sei presentata qui con tutta la retta in anticipo, già
pronta, senza neanche fare finta di contrattare sul prezzo, di offrirti di
pagarmi lavorando o almeno di chiedermi di aspettare fino a quando avrai
cominciato a guadagnare. Il che è esattamente ciò che fanno i professioni-
sti. Di conseguenza è evidente che tu non sei una professionista.»
Vittoria. La mano della ragazza si chiuse intorno alla borsa e poi lei la
lasciò ricadere lungo il fianco. «Andate al diavolo, allora» disse. «Mi
toccherà andare da qualche altra parte.»
«Buona fortuna» rispose l'istruttore, sollevato dal fatto che il confronto
si fosse concluso. Eppure, adesso che l'aveva avuta vinta, non poteva fare a
meno di provare una bruciante curiosità. Dopo tutto, non aveva risposto
alla sua domanda. Gliela pose di nuovo.
«Non sono affari vostri.»
«Se tu mi rispondessi» insistette «forse potrei indicarti la persona giusta
a cui rivolgersi.»
La ragazza fece spallucce; la cosa non sembrava più importante. Quel
semplice gesto parve ridimensionare la sua vittoria. «Vendetta» disse
infine. «Tutto qui.»
«Ah» rispose l'istruttore; «Avrei dovuto immaginarlo. Se c'è una cosa
che odio quasi quanto gli amateur è il melodramma.»
La ragazza lo guardò storto. «Mio zio è stato ucciso da un avvocato di
nome Bardas Loredan. Il solo modo che ho per punirlo legalmente è di
diventare io stessa avvocato. Ed è esattamente ciò che ho intenzione di
fare.»
A dispetto di se stesso, l'istruttore non poté fare a meno di sentirsi
intrigato. «Perché ci tieni tanto che si tratti di una cosa legale?» domandò.
«Se per te è una cosa così terribilmente importante, perché non ingaggi
una coppia di ragazzi svegli che gli taglino la gola in qualche stradina
buia? Posso certamente darti un paio di dritte in questo senso; più di uno
dei nostri ex studenti sposta la propria area di attività in questo campo,
dopo un paio di anni.»
La ragazza scosse la testa. «Sarebbe un omicidio» disse. «Non credo
nell'assassinio, è una cosa sbagliata. Voglio che si tratti di una giusta
rivincita.»
All'istruttore vennero in mente svariate risposte, ma non diede voce a
nessuna. «Va bene» disse. «Fai causa a uno dei suoi regolari clienti e poi
ingaggia uno spadaccino più bravo di lui. Verrà ucciso e si tratterà di una
faccenda del tutto legale.»
«Sarebbe comunque un omicidio» ribatté la ragazza. «Dopo tutto, non è
che Loredan abbia fatto qualcosa di scorretto. Stava solo facendo il suo
lavoro, ragione per cui non ha commesso alcun crimine che lo ponga fuori
dalla legge. Però ha ucciso mio zio e per questa ragione deve essere
punito.»
Prima che l'istruttore potesse replicare qualcosa, si era già voltata e si era
allontanata; fuori dalla scuola e fuori dalla sua vita. In linea di massima era
più che felice di essersi liberato di lei; ma una piccolissima e tuttavia
pericolosissima parte di lui rimpiangeva il fatto di avere perduto un
soggetto così interessante da osservare. L'istruttore aveva visto ogni genere
di gente strana: triste, perversa, disturbata, pazza o molto semplicemente e
classicamente stupida.
Però non aveva mai incontrato un tipo così. Probabilmente, ricordò a se
stesso, c'era solo da esserne contenti. È sempre meglio stare alla larga dai
guai che camminano su due gambe.

Era già pomeriggio avanzato quando Loredan si svegliò. Aveva mal di


testa, era depresso e arrabbiato con se stesso per il fatto di sentirsi così da
schifo. Decise di uscire a farsi una bevuta.
Se un uomo vuole veramente ubriacarsi nella città bassa di Perimadeia,
c'è un'infinità di posti in cui può andare, che nel loro insieme corrispondo-
no a tutte le sfumature di umore, dall'allegria più rumorosa al profondo
auto disprezzo, incluse naturalmente le infinite sfumature che stanno fra
l'uno e l'altro estremo. Si va dalle taverne alla moda in cui gente rispettabi-
le parla di affari davanti a un bicchiere di eccellente vino, fino ai tuguri
senza licenza nascosti solo da una tenda e ospitati nelle stanze del retro di
qualche casa privata. L'abbondanza dell'offerta è tale da risultare talora
imbarazzante. C'erano taverne che si facevano pubblicità con enormi
insegne fatte a mosaico e altre che facevano del loro meglio per risultare
invisibili. C'erano osterie che erano veri e propri uffici governativi, altre
che erano teatri, altre ancora che erano accademie di musica o di matema-
tica pura; c'erano templi dedicati a dei il cui culto era proibito, mercati di
scambio del grano e dei cereali, sale di danza e istituti di meccanica, luoghi
in cui erano ammesse le donne e altri che invece le fornivano, posti in cui
andare se si voleva assistere a una rissa e altri perfetti per iniziarne una.
C'erano perfino taverne in cui si andava per discutere su quale fosse la
taverna migliore in cui trascorrere la serata! Infine c'erano posti in cui si
poteva andare e starsene seduti per conto proprio fino a quando si era
troppo ubriachi per muoversi. Di fatto, di questi ultimi ce n'erano
tantissimi.
Quello scelto da Loredan non aveva un nome e neanche molti avventori;
si trattava del retro del negozio di un costruttore di ruote, con quattro
tavolacci, otto lampade a olio e un bancone su cui si picchiava con il
pugno quando si voleva ancora da bere.
Nessuno chiacchierava molto, anche se occasionalmente qualcuno
canticchiava per mezzo minuto o giù di lì. Ai piedi del muro di fondo c'era
un canaletto in cui si poteva orinare se se ne sentiva il bisogno. Se a
qualcuno capitava di morire nel posto in cui era seduto, nessuno se la
prendeva. Il vino non faceva più male di un attacco di malaria.
Loredan ne aveva vuotato per metà una piccola caraffa quando qualcuno
si diresse verso di lui e gli si sedette di fronte.
«Bardas» disse.
Loredan sollevò il capo: «Teoclito» rispose. «Non eri morto?»
«Non ancora.» Teoclito poggiò sul tavolo un'altra caraffa e riempì il suo
bicchiere e quello di Loredan. «Bada bene, non mi sforzo quanto di te di
morire. Come vanno le cose nella professione legale?»
«In modo deprimente.»
«Fai un sacco di soldi, o così ho sentito dire.»
Loredan fece spallucce. «Più che nell'esercito e poi puoi indossare i tuoi
vestiti. Cosa mi dici di te?»
Teoclito sembrava avere settant'anni; in effetti aveva soltanto cinque o
sei anni più di Loredan. L'ultima volta che si erano trovati seduti uno di
fronte all'altro davanti a una caraffa di vino era stato in una tenda eretta fra
le rovine di una città che avevano raggiunto tre giorni troppo tardi. Il
giorno successivo c'erano state un po' di scaramucce con i clan; Teoclito
era risultato uno dei feriti che sembravano al di là di ogni speranza di
aiuto. Erano tornati indietro per mettere fine alle sue sofferenze, ma lui
non era più dove lo avevano lasciato. Ne conseguiva che evidentemente
era stato catturato dai clan. Era un genere di cose alle quali bisognava
abituarsi a non pensare.
«Ormai sono tre anni che è successo» disse Teoclito. «Lavoro alla
scuola di danza; pulisco dopo che le ragazze si sono esercitate. È un modo
come un altro per sbarcare il lunario.»
Loredan gli riempì di nuovo il bicchiere. «E prima?» domandò.
«Niente di spassoso. È meglio che continui a non sapere nulla.» Teoclito
sorrise; aveva cinque denti in tutto. «Hanno dei dottori sorprendentemente
bravi, ma un perverso senso dell'umorismo. Alla fine mi hanno lasciato
andare.»
«Così, semplicemente?»
«Non c'era posto per nessun passeggero nella carovana e d'altro canto
sono gente molto superstiziosa. Uccidere uno zoppo porta terribilmente
sfortuna.»
«Poi cosa è successo?»
Teoclito emise un sospiro carico di stanchezza. «Oh, ho camminato
verso la costa, ci sono arrivato, ho scoperto di avere puntato nella
direzione sbagliata. A quel punto non me la sono sentita più di camminare
e sono rimasto dov'ero.»
«Vale a dire?»
«Solamen.» Loredan aggrottò un sopracciglio; Solamen era in alto sulla
costa nord, a due mesi di cammino dal luogo in cui lo aveva visto per
l'ultima volta. Fra le altre cose era un fiorente mercato degli schiavi. «Ho
trovato un lavoro, in un certo senso. Non pagato. Una specie di lavoro
volontario.»
«Ah.»
«Alla fine mi sono ritrovato a fare il rematore a bordo di una grossa
nave» continuò Teoclito. «E quando questa grossa barca naufragò al largo
della Canea, nuotai fino a riva ed eccomi qui. Vorrei tanto dirti che è bello
essere di nuovo a casa, ma il mio sostanziale rispetto per la verità mi
impedisce di farlo.»
«Hai avuto il tuo bel da fare, allora.»
Teoclito si strinse goffamente nelle spalle. «Come hai detto tu, sempre
meglio che essere nell'esercito. Comunque, bando a queste ciance. Vedi
ancora qualcuno del vecchio gruppo?»
Loredan fece cenno di no con il capo. «Non molti di noi sono riusciti a
tornare indietro» disse «e non facciamo rimpatriate. Alla fine dei conti,
nessuno di noi rimpiange granché.» Sbadigliò. «Detto questo, mi sono
effettivamente imbattuto in Cherson l'altro giorno, giù ai moli. Adesso
dirige una fonderia di ottone e se la passa bene. Dà lavoro a un mucchio di
gente.»
«Personalmente non ho mai potuto sopportarlo.»
«Neanche io. È buffo, vero? come sembrano essere sempre i bastardi a
cavarsela meglio.»
Prima della sua morte presunta, Teoclito era stato il Comandante di
Compagnia di Loredan. Eroe dalla testa ai piedi in una società che
scoraggiava quel tipo di visione del mondo; primo a ingaggiare combatti-
mento, ultimo a ritirarsi. Adesso sembrava molto più basso di come lo
ricordasse Loredan. Era quasi completamente calvo, e la coroncina dei
capelli lasciava intravedere molte cicatrici. Loredan aveva preso il suo
posto come comandante; per quanto ne sapeva, erano i soli due uomini
ancora vivi della loro compagnia.
Teoclito lo stava fissando con uno sguardo intenso. In realtà, dovette
ammettere Loredan, soprattutto di disprezzo.
«Già» si sentì rispondere. «Sembra proprio che sia così, non è vero?»
Riempirono di nuovo i bicchieri e per un po' rimasero silenziosi. A
Loredan non veniva in mente niente da dire.
«Comunque» disse alla fine Teoclito, finendo il suo vino e alzandosi in
piedi, «non posso fare troppo tardi, domattina devo andare a lavorare. Ci
vediamo.»
«Clito.» Loredan avrebbe voluto mangiarsi la lingua; aveva il timore che
ciò che stava per dire sarebbe stata la cosa sbagliata.
«Sì?»
«Hai... Hai abbastanza soldi? Voglio dire...»
Di nuovo quello sguardo. «Ti ho già detto» rispose «che ho un lavoro. In
gamba, Bardas.»
«Anche tu.»
«Oh, ancora una cosa.» Teoclito si appoggiò al tavolo, spostando il peso
dalla gamba destra alla sinistra.
«Sì?»
«Sono sicuro che tu avessi una buona ragione per abbandonarmi e non
tornare indietro» disse. «Solo non azzardarti mai a cercare di spiegarmi
quale fosse.»
«Abbi cura di te, Clito.»
«Lo faccio sempre.» Si allontanò, trascinandosi dietro il piede destro.
Tutto il suo corpo sembrava avvitato su se stesso, come un tratto di fune.
Doveva essere stata davvero una lunga strada dagli altipiani a Solamen,
camminando in quel modo.
È incredibile cosa è disposta a sopportare certa gente pur di rimanere
viva.
Loredan lasciò lì il resto del suo vino e fece ritorno alla propria "isola".
Era praticamente sobrio, ma andava bene lo stesso. Niente più vino, disse a
se stesso, mentre si sdraiava per cercare di dormire. Pasti regolari,
esercizio, allenamenti alle Scuole, forse perfino una nuova spada e chissà
che non riuscisse a mettersi abbastanza in forma da potere affrontare Ziani
Alvise. Dopo tutto, era solo un nuovo duello, una cosa nella quale si
supponeva che fosse bravo. Non è che gli si chiedesse di fare qualcosa di
impegnativo, come camminare fino a casa.
CAPITOLO QUARTO

«Che cosa stai guardando?» domandò l'ingegnere.


Temrai fece un passo indietro. «Mi dispiace» disse. «Stavo solo dando
un'occhiata.»
L'ingegnere fece una smorfia e sputò nella sabbia. «Non hai nessun
lavoro da fare?»
«Ho finito. Sono in attesa del prossimo carico di metallo grezzo. Così mi
è venuta l'idea di dare un'occhiata intorno.»
L'ingegnere borbottò qualcosa e tornò a concentrarsi sul proprio lavoro.
Stava lavorando alla base di una piccola catapulta, il tipo che scagliava una
pietra da cinquanta chili. Usando una grossa asse lunga più di quattro
metri; prima lui un aiutante l'avevano segata da un massiccio tronco
stagionato, usando una sega di due metri.
«Serve per la struttura di base?» chiese Temrai. L'ingegnere sollevò lo
sguardo, stupito.
«È la metà sinistra della struttura ad A» rispose. «Quella destra l'abbia-
mo già fabbricata. Com'è che sai tante cose a proposito di macchine da
guerra?»
«È un argomento che mi interessa» disse Temrai. «Sono stato spesso a
guardare.»
L'ingegnere, un uomo di circa sessantacinque anni con una folta peluria
bianca sul petto e sugli avambracci che lo faceva somigliare a un orso,
annuì. «Ti conosco» affermò. «Sei il ragazzo straniero, quello che viene
dalle pianure.» Sulle sue labbra si disegnò un sorrisetto. «Scommetto che
non hai mai visto niente del genere nelle pianure.»
«Oh, no» rispose Temrai. «Trovo affascinante vedere tutti questi diversi
marchingegni.»
Stavolta l'ingegnere scoppiò proprio a ridere. «Bah, questi aggeggi non
sono un granché» disse. «Le catapulte sono basate su un progetto molto
semplice. Basta piazzare un peso dannatamente grosso e greve a una
estremità e all'altra uno per alloggiare la pietra, che ruoti intorno a un
perno supportato da due strutture ad A. Tutto quello che si deve fare è
issare il peso con una carrucola, poi si carica la pietra e si molla il peso. Il
peso ricade a corpo morto e la pietra viene scaraventata lontano. Una
banalità. A paragone di alcune delle macchine che fabbrichiamo qui, si
tratta di un gioco da ragazzi.»
«Oh» disse Temrai. «Pensavo fossero armi piuttosto efficaci.»
L'ingegnere fece spallucce. «Oh, se è per questo funzionano benissimo.
Abbiamo costruito delle catapulte in grado di scagliare una pietra di
duecento chili a cinquecento metri dritta come un fuso. Questa è solo un
giocattolo; raggiunge la medesima distanza ma riesce a lanciare solo pietre
di un quarto del peso.»
Temrai annuì con l'aria di apprezzare e senza darlo a vedere l'ingegnere
si sentì compiaciuto nel notare la luce di entusiasmo che si era accesa nei
suoi occhi. Tutti i veri ingegneri sono degli entusiasti; apprezzano
l'ammirazione e il rispetto tanto quanto gli scultori o i pittori e sanno di
meritarseli assai più di questi ultimi. Tutto ciò che è necessario per fare
una scultura è farle assumere un determinato aspetto. Una macchina invece
deve anche funzionare.
«Come fate a sapere quanto grande la dovete costruire?» chiese Temrai.
L'ingegnere rise di nuovo, ma con simpatia. «Questa, ragazzo mio, è una
domanda dannatamente sensata. In parte si può stabilirlo facendo dei
calcoli, applicando quelle che noi chiamiamo formule. Per il resto ci si
arriva provando e sbagliando. Se ne costruisce una e si vede se funziona;
se non va la si ricostruisce in un altro modo, e si continua così esperimento
dopo esperimento fino a quando non se ne ottiene una che funzioni. È ciò
che chiamiamo predisporre dei prototipi.»
«Ah» disse Temrai.
«Per esempio» proseguì l'ingegnere, segnando con grande attenzione il
rettangolo che si preparava a tagliare, tramite leggeri tocchi del suo cesello
«il Segretario delle Ordinanze viene da me e mi dice che vuole dieci
catapulte leggere per coprire un angolo delle mura verso il mare, proprio
dirimpetto alla Catena, dove hanno appena finito di erigere cinque nuovi
bastioni. Così mi spiega cosa vuole che facciano, e io mi metto a riflettere.
Ora, so che una volta ne abbiamo costruita una che aveva un braccio lungo
dieci metri, con un contrappeso di una cinquantina di chili e che avevamo
scoperto di poterci lanciare una pietra di circa venticinque chili a tre o
quattro centinaia di metri. Non è un granché, pare più adeguato a un
giocattolo per ragazzini, ma rappresenta pur sempre un punto di partenza.
Così mi dico, se posso lanciare venticinque chili a trecento metri con un
contrappeso di cinquanta chili e un braccio di dieci metri, forse se voglio
lanciare ottanta chili ad almeno cinquecento metri devo cominciare con un
braccio di tredici, quattordici metri e centotrenta chili di contrappeso. Poi
però mi dico, aspetta, un braccio di diciotto metri con centotrenta chili di
contrappeso scaraventa una pietra da ottanta chili a quattrocentocinquanta
metri, allora tento con venticinque chili e un braccio di quindici metri e
siccome in questo modo il braccio si spezza, so che quindici metri sono
troppi per un contrappeso e la volta dopo provo con quattordici metri.
Stavolta però ho fatto il braccio troppo corto, ragione per cui sono
costretto ad aumentare il contrappeso all'altra estremità; decido di
aumentarlo. A quel punto so che se il braccio si spezza di nuovo, dovrò
cercare di costruirlo più robusto gettando alle ortiche tutti gli altri calcoli.»
Si interruppe per prendere fiato. «Non è un lavoro veloce» disse «costruire
macchinari.»
«Ha l'aria di essere una cosa davvero complicata» osservò Temrai.
Sembrava così sbalordito che l'ingegnere gli rivolse un sorriso.
«È complicato» disse poi «fabbricare cose che funzionino. Qualunque
dannato sciocco può fabbricare una macchina che non funziona. Senza
offesa, ragazzo, questo è esattamente ciò che fate voi stranieri. Vedete una
macchina e dite, questa sì che è una grande idea, fabbrichiamone una
anche noi; ma non vi fermate mai a pensare quanto dovrà essere lunga o di
che materiale dovrà essere costruita, sicché poi non funziona e voi dite, al
diavolo, vorrà dire che gli dei sono irritati e lasciate perdere il tutto. È tutta
qui la differenza, capisci?» aggiunse, picchiettandosi la fronte con un dito.
«Qui nel cervello.»
«Lo capisco benissimo» rispose Temrai. «È per questa ragione che voi
siete tutti così saggi.» Osservò attentamente le varie parti già finite del
macchinario e quelle a metà della lavorazione, poggiate al muro in ordine
o fissate a sostegni appositamente costruiti e le sue labbra continuarono a
muoversi come se stesse contando sottovoce. «E suppongo che il risultato
non dipenda solo dal braccio e dal peso» riprese poi. «Immagino che sia
anche importante riuscire a costruire la struttura di base della giusta
misura.»
«Cominci ad afferrare il concetto. Potremmo essere ancora in tempo a
fare un ingegnere di te.» Batté una mano affettuosamente sul legno di
fronte a sé, fissato da grosse ganasce di ferro. «Ci ho riflettuto a lungo e
penso che se costruisco la struttura dodici per otto per dodici dovrei quasi
azzeccarci; non è come se stessi cercando di montare un braccio di venti
metri con la necessità di essere bilanciato da conto ottanta chili di
contrappeso. Perché vedi, quanto più peso ci vuole tanta maggiore forza è
necessaria e quindi tanto più alta deve essere la struttura a forma di A. Ma
quanto più acuto fai l'angolo tanto è più facile che la macchina si spezzi
sotto sforzo ragione per cui è necessario, dopo di che arriva un bel tomo
delle Ordinanze e ti dice di togliere assolutamente dieci chili o la catapulta
sarà troppo pesante per la torre su cui vogliono posizionarla.» L'ingegnere
alzò gli occhi al cielo con aria drammatica. «Capisci cosa voglio dire?»
domandò.
«Penso di sì. Che cos'altro fabbricate oltre alle catapulte?»
«Qualunque cosa tu possa nominare» rispose l'ingegnere orgogliosamen-
te. «Fino a oggi, quest'anno ho costruito catapulte, balestre, mangani, tutta
dannata roba di questo genere. Fare un bel, semplice trabucco sarebbe un
gradito cambiamento, te lo dico io.»
Seduto al proprio banco di lavoro, intento a saldare scrupolosamente il
filo indurito a un cuore di metallo ancora morbido, Temrai non potette fare
a meno di pensare a suo zio Tesarai; a come una volta, molti anni prima,
fosse riuscito a catturare un artigliere di Perimadeia e si fosse messo a
torturarlo con tremenda ingenuità ed entusiasmo nel tentativo di strappar-
gli i segreti della costruzione delle macchine da guerra. Con più determi-
nazione Tesarai tentava di ottenere il suo scopo, tanto meno ricavava fino a
che giunse il momento in cui il prigioniero morì portando con sé intatti i
suoi segreti e lasciando la gente dei clan piena di un profondo e meravi-
gliato rispetto. A questo punto Tesarai dichiarò che era chiaro che la città
non avrebbe mai potuto essere conquistata, dato che i suoi abitanti erano
pronti a fronteggiare anche la più orribile delle morti piuttosto che tradirla.
In quell'occasione Temrai, che al tempo aveva dodici anni e aveva a
malapena l'età che gli consentiva di prendere parte ai Consigli, tentò di
suggerire che forse avevano affrontato la questione nel modo sbagliato.
Tentare di estorcere informazioni a quella gente era evidentemente futile;
non sarebbe stata una idea molto migliore cercare semplicemente di
chiedergli le cose con le buone maniere? Cosa alla quale aveva aggiunto
prontamente (per paura di essere spedito dritto a dormire) che gente
talmente gonfia di orgoglio per la propria città da preferire di morire
piuttosto che tradirla, molto probabilmente avrebbe detto a un curioso che
ponesse domande tutto quello che voleva sapere, a condizione che avesse
posto queste domande in modo tale da consentire a quelli di Perimadeia di
sfoggiare la propria grandezza davanti a un selvaggio ignorante.
E adesso, cinque anni dopo, eccolo lì; e la cosa si stava dimostrando
ancora più facile di quanto avesse pensato. Ora conosceva le dimensioni e i
dettagli costruttivi della torre da assedio, della scala lunga, dello scorpione,
dell'ariete azionato dalla forza di gravità e della catapulta. Aveva appreso
l'arte di... e di scavare sotto le mura semplicemente recandosi in biblioteca
e leggendo un libro. Un membro della guardia che aveva incontrato in una
taverna gli aveva fatto una visita guidata delle mura e delle torri di guardia
e poi erano rimasti insieme a bere mentre quest'ultimo gli illustrava gli
esatti orari del cambio delle ronde e gli elencava il numero degli uomini in
servizio a ogni turno. Il lavoro che aveva ottenuto all'arsenale significava
che ora ne sapeva più dei comandanti della guardia circa le scorte e la
capacità di produzione di frecce della città. C'era perfino un libro che il
bibliotecario aveva promesso di trovargli, che descriveva dieci perfetta-
mente funzionanti modi di spezzare le difese e invadere la città; vent'anni
prima era stato un testo obbligatorio all'accademia militare, ma in seguito
nessuno si era più ricordato della sua esistenza. Era meraviglioso; come
tutto ciò che riguardava la città era meraviglioso, sconvolgente e profon-
damente triste.
Finì la saldatura e mise la lama nel fuoco preparandosi a portarlo al
massimo calore; avrebbe fatto un buon lavoro, non c'era da preoccuparsi; il
meno che potesse fare, date le circostanze, era assicurarsi che possedessero
almeno qualche spada decente con cui difendersi quando sarebbe arrivato
il momento.

Mescolati alla folla numerosa che pagò il proprio quarto di rame e si


mise in fila per potere assistere alla causa Alvise-Loredan, c'erano una
ragazza alta e magra e un giovanotto altrettanto alto, ma piuttosto
rotondetto. Indossavano due mantelli uguali, di taglio e colore del tutto
fuori moda...
«Come facevo a saperlo? L'ultima volta che sono stato qui è stato più di
cinque anni fa.»
«E non ti è neanche passato per il cervello che la moda poteva essere
cambiata?»
«A essere onesti, no.»
«Uomini!»
... e quando bisbigliavano fra di loro, il dialetto, benché più bizzarro che
propriamente barbaro, era abbastanza strano per fare sì che la gente in coda
dietro di loro li additasse con un cenno del capo e si facesse l'occhiolino.
Isolani, si dicevano l'un l'altro, controllando in maniera ostentata di avere
ancora alla cintura la scarsella.
«Non sono sicura di avere voglia di assistere a questo spettacolo» disse
la ragazza sottovoce mentre consegnava al bigliettaio il piccolo contrasse-
gno d'osso che le era stato dato all'ingresso. «Che cosa potrà mai esserci di
divertente nel vedere due uomini adulti che cercano di ammazzarsi a
vicenda?»
Il suo gemello scrollò il capo. «Probabilmente non ci riusciranno» disse.
«È a dir poco oltremodo difficile. Molto più probabilmente uno ucciderà
l'altro e questo sarà tutto.»
«Non essere ottuso» ribatté sua sorella. «Sai perfettamente cosa volevo
dire. E sono convinto che sia un costume da barbari.»
Suo fratello fece spallucce. «Non sto dicendo il contrario» affermò «ma
è una cosa che devi vedere almeno una volta se vuoi avere qualche
speranza di comprendere questi pazzi.»
«Zitto! Ti sentiranno.»
«Ah, tanto non sanno che cosa significhi la parola pazzi. Senti, se vuoi
diventare parte della compagnia e combinare qualcosa da queste parti, la
prima cosa su cui devi concentrarti è il loro folle sistema legale. Che
peraltro, se qualcuno dovesse chiedertelo, per te è il migliore del mondo,
capito?»
La ragazza annuì. «Va bene» disse «ma continuo a non capire...»
«Silenzio. Ecco il giudice. Alzati in piedi quando lo faccio io.»
«Barbari» sbuffò la fanciulla.
Tre giorni trascorsi nella Tripla Città erano stati sufficienti per aprire una
vasta breccia nella nebbia di affascinanti immagini romantiche di cui
aveva avuto piena la testa quando la bianca corona delle mura di Perima-
deia si era affacciata all'orizzonte. L'odore continuava a infastidirla e nulla
poteva riconciliarla con lo stato in cui erano le strade. Era una delle tanti
folli contraddizioni che caratterizzavano quel luogo; la bancarella di
ciascun mercato sembrava offrire a ogni passo tessuti e abiti sempre più
sontuosi e stupefacenti, con colori e orditi che sfidavano qualunque sogno
possibile sull'Isola, ma se li indossavi per andare per strada, li rovinavi
irrimediabilmente nel giro di cinque minuti. Gli edifici, anche quelli della
città bassa, erano alti e maestosi quanto lo era la residenza del Principe
nella sua patria d'origine, ma le strade all'esterno erano viscide di melma e
fango, le vie principali piene di buche e intasate da carri e carretti che
schizzavano i passanti di acqua putrida e parevano cercare in ogni modo di
travolgerli anche se li tenevano all'interno della linea degli scoli a cielo
aperto. Tutti quelli che vedeva nella strade avevano l'aria prospera ed
erano ben vestiti, ma aveva notato che suo fratello portava ostentatamente
la spada alla cintura ogni volta che uscivano e si teneva alla larga dagli
androni e dai vicoli bui. Decise che era un luogo interessante da visitare,
ma nel quale non si sarebbe mai sognata di vivere.
«Guarda, ecco gli avvocati» sussurrò suo fratello, punzecchiandola con
un dito per attirare la sua attenzione.
(Quella era un'altra cosa che la metteva a disagio; in patria era maledu-
cato indicare, qui invece lo facevano tutti. Aveva passato il primo giorno e
mezzo con il viso costantemente paonazzo per l'imbarazzo.)
«Quello è il legale del querelante e l'altro è il difensore» continuò suo
fratello. «Credo che quello famoso sia l'avvocato del querelante.»
«Non ho intenzione di guardare. Dovrai dirmi tu quando sarà tutto
finito.»
«Fai come ti pare.» Si appoggiò allo schienale, cercando di sistemarsi
comodamente sulla panca di pietra, e si guardò intorno alla ricerca di
qualche volto conosciuto.
Non era stata una sua idea quella di condurre Vetriz in viaggio con lui;
ma ormai era lì e in fondo non si era dimostrata un peso eccessivo, sicché
non gli sembrava più una così cattiva idea. Certo, lo obbligava a trascorre-
re serate piuttosto noiose, ma il lato buono della medaglia era che stava
risparmiando parecchio denaro pur dovendo accollarsi le spese di Vetriz, il
che non era male davvero. Era anche innegabile che si fosse rivelata
positiva per l'andamento degni affari. A casa un faccino grazioso non era
di alcuna utilità, ma nonostante tutto il loro vantato cinismo i cittadini di
Perimadeia si lasciavano affascinare da un bel sorriso o da una caviglia
tornita fatta intravedere, come altrettanti piccioni affamati davanti a un po'
di grano in pieno inverno. Era una tattica che in patria non si sarebbe mai
sognato di adottare; c'era una parola nella sua lingua per indicare gli
uomini che non tagliavano immediatamente la gola a qualunque straniero
insidiasse le loro sorelle e non era una bella parola. Qui le cose erano
diverse, naturalmente; e non c'era nulla di male, a patto che Vetriz non
finisse per farci l'abitudine...
Di questo passo avrebbe concluso tutti i suoi affari a tempo di record.
Aveva già venduto quattro quinti del vino e dell'olio e anche per un buon
prezzo. La cera, la legna e le spezie avevano spuntato anch'esse una
somma almeno del cinquanta per cento superiore a quanto si sarebbe
aspettato (il che lo compensava largamente per l'imbarazzante errore
commesso portandosi dietro duemila lampade a olio a forma di porcospi-
no; quelle poteva anche gettarle nella baia e fare spazio per più merci da
riportare in patria). Quanto agli acquisti, aveva praticamente già tutto
quello che voleva e i prezzi non erano molto aumentati dall'ultima volta.
Le sole cose che ancora gli servivano erano lucchetti e chiavistelli filettati;
era tipico della sua sfortuna avere fatto il viaggio quando c'era una
anomala scarsità di entrambi...
«Che cosa sta succedendo?»
«Eh? Oh, scusa, ero soprappensiero. Questa parte del processo si chiama
comparsa ed è quella in cui...»
«Silenzio!»
Si girò e domandò scusa. «Questa parte» riprese, abbassando la voce a
un semplice sussurro «è quella in cui passano in rassegna i fatti del caso.
Di solito è un po' tecnica...»
«Perché?»
«Come?»
«Perché si prendono questa briga? Voglio dire, se tanto tutto verrà
deciso sulla base di chi riuscirà a spaccare il cuore dell'altro per primo, in
che modo può essere utile riesaminare i fatti?»
Venart si strinse nelle spalle. «Non ne ho idea, non è il mio sistema
giudiziario. Ascolta, non ti chiedo di approvarlo, solo di capire come
funziona. Se vuoi occuparti di affari in futuro, devi conoscere almeno le
basi del loro diritto commerciale.»
Vetriz sbuffò. «Be'» disse «a me pare tutto molto sciocco.»
«Zitta!»
Finalmente la comparsa si concluse e Vetriz, che se la panca fosse stata
anche solo un po' meno scomoda probabilmente si sarebbe addormentata,
sbadigliò e fissò i due uomini in camicia bianca che stavano girandosi
intorno con aria guardinga al centro dell'aula del tribunale. Quello alto e
biondo era, apparentemente, il favorito; di conseguenza decise di augurarsi
che fosse l'altro a vincere.
Si disse che, se fosse stato un isolano, sarebbe risultato basso; per la
gente di Perimadeia era di media statura. Per quanto riusciva a vedere fino
a ora, dato che le dava la schiena, era più anziano del suo avversario, più
basso e più snello; tuttavia continuava a non capire perché tutti quanti
dessero per scontato che avrebbe perso. Per quanto poteva giudicare, le
pareva più probabile il contrario. Non, ammise, che sapesse alcunché a
proposito di tecniche di scherma: Venart aveva cercato di spiegarle
qualcosa, ma Vetriz aveva resistito solo a qualche minuto di fleches,
mandritta e Zweyhender prima di dichiarare che il tutto la faceva pensare a
una forma di sport, solo più stupido e più pericoloso. No, se avesse dovuto
fare una scommessa avrebbe puntato sull'uomo più basso. Si domandò
perché e arrivò alla conclusione che dipendeva dal fatto che l'altro aveva
l'aria vanesia e arrogante, il che significava che era quello che aveva più
probabilità di dimostrarsi imprudente.
Spero che quello più basso vinca, disse a se stessa.
La cosa poi cominciò a farsi piuttosto violenta; smisero di danzarsi
attorno e cominciarono a menarsi fendenti; nell'eccitazione del momento
Vetriz si dimenticò per un attimo quanto sciocco fosse il tutto e si sporse in
avanti sul piccolo sedile. Avrebbe voluto gridare qualche incoraggiamento,
come se si trattasse di una corsa di cavalli, ma tutti gli altri se ne stavano
seduti assolutamente zitti e quieti. Erano un ben strano gruppo di persone;
che divertimento c'era ad andare a uno spettacolo se poi era vietato
gridare?
«Non ci vorrà molto, ora» le sussurrò Venart con la calma fiducia di un
vecchio esperto. (Era stato in tutto a vedere tre processi, come lei sapeva
perfettamente, ma quell'atteggiamento era tipico di Venart; probabilmente
era ciò che faceva di lui un così abile mercante.)
«Comincia a essere stanco, vedi?»
Vetriz guardò e per un attimo si domandò se stessero assistendo allo
stesso duello. Non che ne capisse o si curasse di capirne qualcosa, ma ebbe
la sensazione che quello che suo fratello aveva scambiato per stanchezza,
fosse in realtà una sagace manovra dell'uomo più basso, che si stava
spostando verso il centro dell'arena, lasciando che fosse l'altro sciocco a
fare quasi tutto il movimento. Quella, si disse, era chiaramente la risposta
dell'esperienza all'arroganza. L'uomo più alto stava anche cominciando a
vibrare colpi di taglio piuttosto che non tentare stoccate di punta, ciò che
lei interpretò come un segno di disperazione. Sì, convenne; probabilmente
a questo punto non ci sarebbe voluto molto.
L'uomo alto vibrò una botta terribile in direzione della testa del suo
avversario, che peraltro la parò senza difficoltà e con una aggraziata
economia di movimenti. Vetriz decise che quell'uomo incontrava la sua
approvazione; in una situazione sciocca stava cercando di dimostrarsi una
persona di buon senso.
Ora non sarebbe stato proprio bene a quell'altro idiota se la prossima
volta che avesse tentato uno di quei colpi melodrammatici, la spada gli si
fosse spezzata in due?

Loredan si sentiva il petto serrato in una morsa e capì che ormai era solo
una questione di tempo. Avvertì che Alvise aveva già vinto il duello nella
propria mente; il suo intelletto aveva perso interesse nella faccenda e non
si prendeva neanche più la briga di tirare di scherma, affidandosi alla
propria superiore velocità, lunghezza del braccio e forza, tanto è vero che
usava il taglio piuttosto che la punta. Non correva grandi rischi; sapeva
esattamente come Loredan che il suo avversario era troppo stanco per
potere mettere insieme qualcosa di simile a un convincente contrattacco.
Tutto in realtà era già finito dal momento in cui Loredan si era lasciato
spingere al centro dell'arena.
Non stava neanche più tentando di dedurre i colpi dell'avversario; invece
di anticiparli e tentare di capire dove ognuno fosse diretto, l'unica cosa che
riusciva ancora a fare era parare per istinto; dopo così tanti anni di
professione era un riflesso che non poteva tradirlo completamente, ma che
serviva solo a prolungare un combattimento che poteva comunque avere
un solo esito. Prima o poi Alvise sarebbe riuscito a ingannarlo con una
stoccata e la cosa sarebbe finita lì.
Alvise menò un colpo in alto a sinistra, costringendo Loredan a una
parata laterale che lo sbilanciò sul piede più arretrato. Nel momento stesso
in cui assunse quella posizione seppe di avere fatto la cosa sbagliata; la
vera stoccata sarebbe stata diretta al ginocchio e nel tempo che gli restava
non poteva farci proprio niente. Dannazione, pensò con calma glaciale,
osservando il movimento della spada di Alvise come se fosse stato uno
spettatore della galleria e non lì al centro dell'arena. Un riflesso disperato
lo indusse a ruotare di scatto, spingendo in avanti la spalla sinistra e
tendendo all'indietro la gamba destra. La lama mancò il suo ginocchio per
un soffio e dieci anni di esperienza professionale gli fecero capire subito
che ora Alvise era in una posizione sbagliata e quindi vulnerabile. Non
poteva permettersi di sprecare il tempo necessario a mirare il colpo; vibrò
la botta verso il punto in cui si ricordava che si era trovato il collo di
Alvise sperando di non stare commettendo a sua volta un errore ancora più
grossolano.
Colpì qualcosa.
La prima cosa da fare era mettersi fuori pericolo: gioco di piedi, muove-
re il corpo, mantenere la distanza fra lui e l'altro uomo, rimettersi in
guardia. Solo allora era il caso di concedersi il lusso di verificare se
l'avversario aveva ancora la testa sul collo.
Sì, ma c'era una grossa bolla di sangue che si stava formando su un lato
della sua mascella e stava arretrando, prendendo tempo e mettendo
distanza fra di loro. Di scatto, Loredan si lanciò in un affondo; in realtà fu
una mossa difensiva, più una punzecchiatura che altro, al solo scopo di
farlo arretrare un altro po'. Alvise deviò il colpo, ma in modo goffo. Non
gli piace il dolore, realizzò Loredan. Chi lo avrebbe immaginato. Affondò
di nuovo, stavolta con un po' più di convinzione. La risposta fu in una certa
misura più professionale, ma sempre in atteggiamento difensivo. Adesso
Alvise era al centro dell'arena.
Quasi all'improvviso, Loredan vide come avrebbe potuto batterlo. Fece
un terzo affondo, lasciando deliberatamente scoperto il suo lato sinistro
con un appropriato spostamento della spalla. Vibrò il colpo verso il basso,
in modo che Alvise fosse costretto a una risposta diretta verso l'alto e
quando il colpo dell'altro arrivò, Loredan passò rapidamente il piede che
teneva più arretrato dietro a quello più avanzato e scartò verso destra,
lasciando che la sua lama passasse sotto quella di Alvise, augurandosi di
essere riuscito a porsi fuori dalla traiettoria di quest'ultima. Avvertì
qualcosa che gli toccava un fianco, lo ignorò e mosse il braccio per vibrare
una stoccata corta.
Capì di essere caduto in un tranello.
Anche Alvise si era mosso circolarmente e ora la sua lama stava calando
dritta verso il cranio di Loredan, senza niente in mezzo che potesse
fermarla, eccetto la possibilità di intercettarla con la protezione dell'elsa; il
che sarebbe stato comunque inutile perché il colpo successivo...
Non arrivò mai.
Ci fu uno schianto, non rumoroso, e venti centimetri della punta della
spada di Alvise volarono per aria sfiorando una guancia di Loredan.
Mentre completava la stoccata, probabilmente solo per metà consapevole
che la sua spada si era spezzata, Loredan ruotò il polso e azzardò una
botta, corta e debole verso il volto di Alvise. Sarebbe stato un colpo
sciocco e pressoché innocuo se Alvise avesse avuto ancora una spada con
cui pararlo. Ma dato che non era così, la punta della spada di Loredan gli si
infilzò in un occhio, uccidendolo all'istante.

«Applaudiamo, o qualcosa di simile?» sibilò Vetriz.


«No.»
«Oh.»
Non era andata nel modo che lei si aspettava; il fatto che la spada
dell'altro si fosse spezzata in quel modo faceva sembrare tutto un puro
colpo di fortuna, ciò che era sicura non fosse la verità. Senza dubbio
significava invece che il vincitore lo aveva costretto a fare qualche mossa
che portasse inevitabilmente alla rottura della spada, oppure che lo avrebbe
ucciso comunque con uno dei prossimi colpi. Si rilassò e infilò una mano
nella bisaccia alla ricerca di una mela.
Avere visto uccidere un uomo davanti ai suoi occhi non l'aveva turbata
particolarmente, realizzò; probabilmente perché era troppo lontana per
avere avuto l'opportunità di osservare l'espressione dei visi o per vedere il
sangue. Visto da lassù era tutto un gioco e il morto avrebbe potuto
benissimo non essere affatto morto e stare solo scherzando o recitando. Era
stato eccitante, doveva ammettere e le faceva piacere di avere individuato
fin dall'inizio quello che sarebbe risultato vincitore.
Comunque adesso aveva assistito a un processo a Perimadeia, il che
significava che con un minimo di fortuna non avrebbe mai più dovuto
assistere a un altro. Come modo per regolare una disputa sulla ritardata
consegna di quattro tonnellate di carbone, sembrava eccessivo e di
pessimo gusto.
«Possiamo andare adesso?»
«Dovremmo attendere il verdetto.»
«Verdetto? Ma se lo ha...»

«Allora?»
Il volto di Athli lo stava fissando, emergendo da un confuso incubo fatto
di orrore e dettagli incongrui. Sembrava bianca come neve.
Non rispose. Mentre le allungava la spada si rese conto che non l'aveva
ripulita dal sangue. E con ciò?
«Allora?» ripeté.
«Allora cosa?»
Athli deglutì con fatica. «Che cosa è successo?» domandò. «Ho temu-
to...»
«Anch'io» ribatté Loredan, lasciandosi cadere sulla sua sedia. «Ti
dispiace se non ne parliamo per niente? E per pietà, tienimi lontani quei
bastardi. Se dovessero venire qui, giuro che li ucciderei.»
Athli lo fissò inorridita e poi si allontanò di corsa, per andare a tenere
lontani quelli del cartello del carbone. Probabilmente volevano lamentarsi
per l'angoscia di averlo dovuto vedere farsi quasi uccidere; una buona
ragione, secondo loro, per ottenere uno sconto del venti per cento sulla
parcella.
Pensò alla spada di Alvise che si spezzava. Pura fortuna, rifletté; due
terzi delle lame al giorno d'oggi non erano altro che ferraccio, proprio
come i loro proprietari non erano altro che carne da macello. Ma chi
avrebbe mai potuto immaginare che l'elsa di una vecchia spada militare
potesse spezzare la lama di una spada da avvocato di qualità superiore? Il
tutto serviva solo a dimostrare qualcosa che però per il momento non
aveva voglia di stare a pensare che cosa fosse.
Era interessante, tuttavia; una minima falla nell'acciaio, una bolla d'aria
o una briciola di sabbia, che in qualche modo era sfuggita al martello del
fabbro, era stata sufficiente a sovvertire l'esito di un duello e a capovolgere
la giustizia. Avvertiva però che in quella circostanza era successo qualcosa
che non avrebbe dovuto accadere; qualcosa di piccolo e di cui non era stato
tenuto conto, qualcosa che in un certo senso non era sportivo.
Probabilmente, decise, in qualche modo ho barato.
«Me ne sono liberata» disse Athli, lasciandosi cadere a sedere accanto a
lui. «Hanno detto...»
«Non voglio saperlo.»
Athli annuì. «Mi sembra giusto. Una bella bevuta?»
Loredan fece cenno di no con il capo. «Penso di avere voglia di andare
da qualche parte a sdraiarmi» rispose. «Dopo di che, intendo abbandonare
la professione.»

«Sai» disse Athli, versando il vino dalla brocca di coccio «per un attimo
in tribunale ho creduto davvero che tu stessi parlando seriamente.»
«È così» ribatté Loredan. «E lo sto facendo anche adesso.» Mosse la
mano sul panno di lana che si stava tenendo premuto contro il fianco.
Aveva smesso di sanguinare già da un po', grazie a un'abluzione di brandy
e ad alcuni strati di ragnatele prese dai travi del tetto della taverna, ma per
qualche ragione non riusciva a smettere di tenere premuta la ferita, quasi
come se nel profondo sentisse che avrebbe dovuto essere molto più grave
di quanto non fosse. «Sono troppo vecchio e troppo carente di talento
naturale. Penso sia venuto da molto il tempo che mi dedichi a qualcosa
d'altro.»
Athli lo fissò da sopra il bordo della sua coppa. «Cosa, per esempio?»
«Non ne sono sicuro.» Loredan pescò con circospezione un moschino
che gli era caduto nel vino. «La cosa ovvia da fare sarebbe quella di aprire
una scuola.»
«Potresti farlo, certamente» rispose Athli. «Bada bene però che c'è una
bella differenza fra conoscere i movimenti ed essere capaci di insegnarli a
qualcun altro.»
«Be', l'alternativa è fra quello o mettermi a fare l'assistente. Pensi che
sarei un bravo assistente?»
Athli scosse il capo. «Saresti un vero disastro» disse. «Tanto per comin-
ciare, insulteresti tutti i clienti. Inoltre, tu non hai idea di quanto duro
lavori comporti come professione. Prendi me, per esempio. Ero in piedi
un'ora prima dell'alba, ho dettato dodici lettere prima di colazione, poi
sono uscita per degli appuntamenti fino a quando è arrivata l'ora di venire
a prendere te. E oggi pomeriggio ho delle altre lettere da scrivere, conti da
fare, comparse da abbozzare...»
«Va bene, mi hai convinto. Tutto quel leggere e scrivere mi tirerebbe
scemo, per non parlare dell'idea di alzarsi presto al mattino. Se avessi
avuto voglia di alzarmi con le galline, non avrei mai lasciato...»
Si interruppe di colpo, chiaramente imbarazzato. Athli era intrigata.
«Continua» disse. «Se avessi voluto svegliarti con le galline non avresti
mai lasciato la fattoria. È questo che volevi dire?»
Loredan sogghignò e annuì. «Già» disse. «Una vita orribile, della quale
sono stato ben felice di liberarmi. Quindi...»
«Va bene, va bene» accondiscese Athli divertita. «Sicché sei un ragazzo
di campagna per davvero, è questo che vorresti sostenere? Sinceramente
non lo avrei mai detto. Sarei stata pronta a scommettere del denaro sul
fatto che tu non fossi mai uscito dalle mura in vita tua.»
Loredan mantenne un viso assolutamente inespressivo. «Una o due
volte» disse. «Mio padre aveva un piccolo castello nel Mesoge. Natural-
mente era solo un vassallo. Ti dispiace se cambiamo argomento?»
Athli fece spallucce, lievemente offesa. «Se ti fa piacere» rispose. «Ero
solo curiosa, ecco tutto.»
Deliberatamente Loredan si riempì la coppa e la vuotò d'un fiato,
lasciando che alcune goccioline rosse gli scivolassero lungo il mento.
«Comunque» disse «piantiamola lì. Allora, dato che sei sicura che non
potrei mai guadagnarmi da vivere come assistente, sembra che sarò
costretto a insegnare.» Sospirò. «Sarebbe stato bello avere almeno un paio
di opzioni che non avessero niente a che spartire con questa spregevole
professione» disse. «Il problema è che non so fare assolutamente niente
altro.»
«Perché non apri una taverna?»
«C'è troppo da lavorare.» Sorrise. «Inoltre, non ho la più pallida idea di
come si faccia a fare l'oste. Non è la professione a cui si suppone che si
dedichino i vecchi veterani quando si ritirano dall'esercito?»
«In teoria sì, anche se di solito sono le loro mogli e le loro figlie che
fanno tutto il lavoro.» Athli ridacchiò. «Mio zio ebbe una taverna per un
po' dopo che aveva smesso di navigare. Gli affari gli andarono benone, si
stufò, vendette il locale con un buon profitto e si comprò un'altra nave.»
«È un suggerimento? Devo informarti che non so nuotare.»
«Neanche mio zio. In linea di massima l'idea è quella di evitare di
mettersi in situazioni che lo renderebbero necessario.»
Loredan scrollò il capo. «Troppo pericoloso» disse. «Bisogna essere
fuori di testa per passare la vita interamente circondati dall'acqua.»
Athli non lo stava ascoltando, perché era troppo impegnata a cercare di
origliare la conversazione che stava avvenendo al tavolo dietro di loro.
Loredan aggrottò le sopracciglia, poi cercò di sentire qualcosa anche lui.
«Non essere così sfacciato» gli sibilò Athli. «È imbarazzante.»
«Senti chi parla. Avanti, allora, che cosa stanno dicendo di così interes-
sante?»
«In effetti, parlano di te. Sono appena arrivati dal tribunale.»
«Oh.»
«Sono stranieri.»
«Ah. Questo spiega tutto.»
Loredan girò parzialmente il collo e li fissò più attentamente. Vide un
uomo alto e rotondetto con un viso affilato dagli zigomi alti e una ragazza
che quasi certamente era sua sorella gemella. Su di lei i lineamenti
condivisi facevano un effetto assai migliore.
«Non essere sciocca» stava dicendo l'uomo. «Se non gli si fosse spezzata
la lama in quel modo, avrebbe infilzato il tuo uomo come una lepre allo
spiedo. Non ho mai visto un simile imbranato in tutta la mia vita.»
«Venart...»
«Per non parlare del danno che ciò ha arrecato alla giustizia» continuò
l'uomo. «Era chiaramente surclassato sotto ogni punto di vista. L'altro
stava solo giocando con lui, se avesse voluto avrebbe potuto farla finita
molto prima. Gli sta bene, per avere avuto pietà di quel vecchio pagliaccio,
immagino.»
«Venart...»
«È davvero strabiliante che sostenga ancora duelli alla sua età. Voglio
dire, si suppone che sia una professione altamente competitiva, in cui solo
i migliori sopravvivono e tutto il resto. Dannazione, avrei potuto combatte-
re meglio io con una mano legata dietro la schiena, di quanto non abbia
fatto lui...»
«Venart, è seduto proprio dietro di te.»
L'uomo si immobilizzò, come se avesse appena infilato un piede in una
trappola. Loredan si rese conto di stare fissando la ragazza dritto negli
occhi. Volse altrove lo sguardo.
«Merda, Vetriz, perché diavolo non me lo hai detto...»
«Ho tentato, idiota. Farai meglio a scusarti in tutta fretta.»
«Non può avermi sentito.»
«Ovviamente, sì. Stavi ragliando come un somaro.»
«Io non raglio come...»
«Va bene, se tu non hai intenzione di scusarti, suppongo che dovrò farlo
io.»
«Vetriz! In nome del cielo che cosa credi di stare...»
La ragazza si alzò e si diresse verso il tavolo di Loredan. Athli si nascose
il volto fra le mani, cercando disperatamente di non scoppiare a ridere,
mentre Loredan trovava improvvisamente affascinanti le punte dei suoi
stivali.
«Scusatemi.»
Loredan alzò lo sguardo. «Sì?» disse.
La ragazza sorrise dolcemente e Loredan, che fino a quel momento
aveva trovato la cosa vagamente divertente, cominciò a sentirsi irritato,
come regolarmente gli accadeva quando era in presenza di un deliberato
tentativo di affascinarlo. «Desideravo solo scusarmi per mio fratello» disse
la ragazza. «Vedete, siamo stranieri qui, e...»
«Lasciate perdere» rispose Loredan. «Fra l'altro, ha quasi ragione.» Si
voltò ostentatamente e fece il gesto di versarsi dell'altro vino, ma l'effetto
fu rovinato dal fatto che la brocca era vuota. La ragazza tuttavia non
sembrò essersi accorta del suo atteggiamento. Stranieri, pensò e lanciò uno
sguardo della serie vienimi-in-aiuto ad Athli, che lo ignorò completamente.
«Non si rendeva conto di stare comportandosi in modo davvero maledu-
cato» continuò la ragazza. «Onestamente, ogni tanto mi vergogno di lui.
Continua a fare sciocchezze di questo genere.»
Loredan le indirizzò un sorrise glaciale. Il suo accento stava comincian-
do a dargli sui nervi. «Davvero» disse «non fa niente. Athli, a che ora hai
detto che avevamo quell'appuntamento?»
«Quale appuntamento?»
«Ma sì, quell'appuntamento dall'altra parte della città.»
Athli represse a stento una risata e scosse la testa. «La cosa mi giunge
del tutto nuova» riuscì a dire alla fine.
«Il meno che possa fare è offrirvi da bere» insistette la ragazza e fece un
cenno in direzione di suo fratello, che stava facendo del proprio meglio per
riuscire a scomparire del tutto dietro una brocca vuota di sidro. «Venart»
gridò «ordina da bere per questi signori.»
Venart si alzò lentamente in piedi, giurando e spergiurando fra se che
quella era l'ultima volta che portava sua sorella da qualche parte. A casa
non si sarebbe mai sognata di comportarsi in quel modo; quanto prima
fossero tornati sull'Isola tanto meglio sarebbe stato.
Si mosse strascicando i piedi, ordinò una grossa brocca di vino e, con
riluttanza, raggiunse sua sorella.
«È stato molto gentile da parte vostra» stava dicendo Athli. «Unitevi a
noi, prego.»
Loredan le fece gli occhiacci e cercò di darle un calcio sotto il tavolo,
ma lei riuscì a spostare la gamba dalla sua traiettoria. «Ma certo, sedetevi,
prego» sibilò nel tono più ostile che gli riuscì di improvvisare con così
poco preavviso. «Il mio nome è Loredan e questa è la mia assistente,
Athli.»
La ragazza sembrò lievemente sorpresa. «La vostra assistente?» ripeté.
«Esatto. Sono un avvocato e lei è la mia assistente.» Si rese conto che la
ragazza aveva dato per scontato che Athli fosse sua moglie. Desiderò
intensamente che scomparissero entrambe.
«Capisco» disse la ragazza, sedendoglisi di fronte. «Io mi chiamo Vetriz
e questo è mio fratello Venart. Veniamo dall'Isola.»
«Siete qui per affari?»
Vetriz annuì. «Venart mi sta mostrando i segreti del mestiere» disse. «È
la prima volta che vado all'estero. Nostro padre ha lasciato la nave e le
merci in eredità a tutti e due in parti eguali e perciò ho detto che mi
sembrava ora che cominciassi anch'io a tirare il carretto.»
«Davvero.» Loredan fece del suo meglio per sembrare annoiato. Gli
riuscì benissimo. «Immagino che abbiate fatto il giro di tutte le cose che ci
sono da vedere, intanto che eravate qua.»
«Oh, sì» rispose la ragazza allegramente. «È per questo che eravamo in
tribunale oggi. Venart ha detto che non era pensabile venire fino a
Perimadeia e non assistere a un processo.»
«Spero che vi siate goduta lo spettacolo» disse Loredan in tono tetro.
L'abilità della ragazza nel non cogliere i diversi toni della voce era
straordinaria, dato che annuì entusiasticamente.
«Davvero tantissimo» rispose. «È stato oltremodo eccitante. In effetti, è
proprio di questo che stavamo discutendo poco fa. Vedete, Venart pensa di
sapere tutto di tutto e io stavo dicendogli che invece avevo capito fino dal
primo momento che sareste stato voi a vincere.»
«E vi sbagliavate» disse Loredan. «Come ha detto lui, è stato solo un
colpo di fortuna.»
«Veramente?» La ragazza sembrava sorpresa. «Sono sicura che state
solo facendo il modesto.»
«Ho molti motivi per mostrarmi modesto.»
Vetriz soppesò le sue parole per un po', poi scoppiò a ridere. «Siete
riuscito a sorprendermi» disse. «Pensavo che avreste fatto apparire il tutto
come ordinaria amministrazione, anche se immagino che invece non sia
mai una cosa facile.» Esitò per un attimo, poi proseguì. «Quindi il fatto che
la spada dell'altro si sia spezzata in quel modo è stato un puro caso?»
Loredan incrociò lo sguardo di Athli; non aveva più nessuna voglia di
ridere. Decise di farla soffrire ancora un po', insistendo nella conversazio-
ne.
«Un puro caso» confermò. «Anche se è una cosa che capita, di tanto in
tanto con le spade che si usano per i processi. Le lame sono molto più
sottili di quelle delle spade normali... Chiedo scusa, sto diventando
tecnico, ma tutto dipende dalla temperatura del cuore della lama e dal
modo in cui è saldato ai due tagli. Se il cuore viene riscaldato troppo nella
fornace, è possibile che vi restino delle impurità. Basta colpire una di
quelle e la lama si spezza in due.»
«Capisco» rispose Vetriz. «Ve l'ho chiesto solo perché giusto un secon-
do o due prima che si spezzasse ho avuto la stranissima sensazione che
stesse per succedere proprio qualcosa del genere. Strano, non trovate?»
Loredan scrollò il capo. «Come ho già detto, è successo più di una volta.
È una cosa che uno deve sempre aspettarsi. Come la morte» aggiunse in
tono melodrammatico. Athli gli lanciò uno sguardo della serie piantala,
del quale fece mostra di non avere preso nota.
Vetriz spalancò gli occhi. «Volete dire che tutti questi duelli sono
all'ultimo sangue?» chiese.
«Tutti a eccezione di quelli per testamenti e divorzi. Formalmente
cadono sotto una diversa giurisdizione, anche se in pratica i processi si
svolgono negli stessi tribunali e davanti agli stessi giudici. La distinzione
risale nel tempo a quando i preti avevano le loro corti, davanti alle quali si
svolgevano i giudizi relativi al diritto familiare e testamentario.»
«Pensavo che non aveste nessun dio» obiettò Vetriz.
«Adesso no. Ma un tempo ne avevamo.»
«Capisco. Ve ne siete liberati, o più semplicemente la gente ha smesso
di crederci?»
Loredan fece spallucce. «Un po' tutte e due le cose, credo» rispose. «La
religione cominciò a essere via via meno popolare e questo mise gli
imperatori in condizione di agire e confiscare beni ecclesiastici tutte le
volte che avevano bisogno di soldi. E anche quando non ne avevano
bisogno, per come la vedo io. Comunque, una volta che il clero ebbe perso
tutto l'oro, l'argento e le terre nessuno ebbe più interesse a farsi prete e
l'intera faccenda finì nel nulla.»
Venart, che fino a quel momento se ne era stato seduto calmo e tranquil-
lo, cercò un modo per mettere fine a quella conversazione. «Scusatemi»
disse «ma non siete stato ferito durante il combattimento?»
Loredan annuì. «Niente di grave» rispose. «Come avete sottolineato voi
stesso, sono stato molto fortunato.»
«Non dovreste andare a farvi vedere da qualcuno?» chiese Venart
fingendosi preoccupato.
Proprio mentre lo diceva, Loredan si rese conto che la ferita aveva
ricominciato a sanguinare. Alzò la testa di scatto e annuì. «Mi sa che avete
ragione» disse. «Se volete scusarmi...»
La ragazza sembrò delusa. «Be'» disse «è stato un vero piacere cono-
scervi. Quando tornerò a casa potrò dire a tutti di avere bevuto un
bicchiere con un autentico spadaccino di Perimadeia.»
Loredan fece un sorriso fra l'ironico e l'amaro. «Ottima idea» disse.
«Buon viaggio di ritorno.»
Una volta che Loredan e Athli si furono allontanati, Venart fece un
sospiro profondo. Vetriz lo batté sul tempo.
«È stata tutta colpa tua» affermò. «Ho cercato di metterti in guardia, ma
non mi hai voluto ascoltare.»
«Avrei dovuto saperlo che era tutta colpa mia» disse suo fratello rasse-
gnato. «Cerchiamo di tornare alla locanda senza altri guai, prima che ti
venga qualche altra idea. E non sognarti mai più...»
«È strano» lo interruppe Vetriz. «Sapevo per davvero che alla fine
sarebbe stato lui a vincere. Una volta conosciuto è un tipo assolutamente
normale, non trovi?»
«Non saprei» rispose Venart. «L'ho sentito mettere almeno tre parole in
fila e questo per quanto mi riguarda fa già di lui un eroe nella sua
categoria.»
Vetriz ignorò la battuta. «Va bene» disse. «Andiamo al mercato delle
posate, così potrai insegnarmi a comperare il rame. Mi sembra avessi detto
che avevamo un mucchio di cose da fare oggi.»

Alexius alzò lo sguardo dal libro che stava leggendo. «Allora?» doman-
dò.
«Ha vinto.»
Il patriarca fece un piccolo cenno di assenso, chiuse il volume e lo
appoggiò con la copertina in giù su uno scaffale della libreria. «Tutto bene,
dunque» osservò. «Entra e bevi una coppa di sidro.»
Alla parola sidro il labbro superiore di Gannadius si arricciò lievemente.
«Non è roba per me» rispose. «È stata una strana faccenda» proseguì,
sedendosi sull'unica, spartana sedia della cella. «Alla fine non si è trattato
altro che di pura fortuna. Alvise lo aveva in sua balia, quando gli si è
spezzata improvvisamente la spada.»
«Abbiamo messo in piedi una efficace difesa» ribatté il patriarca. «Spero
solo che la cosa non abbia finito per risultare troppo ovvia.»
Gannadius scosse la testa. «È proprio questo il punto» rispose. «Non
penso sia dipeso da noi. O perlomeno» aggiunse, tormentandosi la corta
barba «non solo da noi. Giuro che ho avvertito l'influenza di qualcun
altro...»
«Oh, andiamo» lo interruppe Alexius. «Sai che cosa penso a proposito di
questo genere di cose.»
Il suo collega aggrottò le sopracciglia. «È tutta questione di opinioni»
ammise. «Per quanto mi riguarda, so di essere assolutamente sincero se
dico di avere avvertito l'intervento di qualcun altro, a parte le nostre difese.
E prima che tu mi dia lezioni sul misticismo immotivato e sulla dottrina
degli effetti, sappi che mi baso solo sulla pura osservazione. Sono convinto
che le nostre difese abbiano avuto effetto solo su di lui, con il risultato di
metterlo in grado di continuare a saltare di qua e di là, parando ottime
stoccate con pessime risposte. Ma il fatto che la spada di Alvise si sia
spezzata è tutta un'altra questione.»
Alexius annuì. «Be', non c'è dubbio. Deve avere danneggiato Alvise in
modo piuttosto drastico.» Rifletté sulla cosa per un po'.
«Che si sia trattato di una maledizione, lanciata da qualcun altro contro
Alvise?» suggerì.
«È possibile. Ma forse parlare di una maledizione è esagerato. Perso-
nalmente ho percepito solo un lieve tocco; non perché fosse modesto il
potere che c'era dietro, quanto perché aveva l'aria di essere usato in modo
minimo e quasi casuale. Una lieve spinta più che non un colpo violento, se
capisci quello che voglio dire.»
Alexius si appoggiò al muro dietro di sé e fissò i mosaici sul soffitto.
Senza neanche rendersene conto, cominciò a contare le stelle. «Si
tratterebbe di un fenomeno davvero inusuale» osservò. «Se si trattava di un
potere notevole, come tu suggerisci, la reazione avrebbe potuto essere
terribile. Chi si sarebbe esposto a un rischio simile per il piacere di una
spintarella, per dirla a modo tuo? Se fossi disposto a espormi al rischio di
una reazione di notevole livello, penso che perlomeno vorrei colpire la
vittima designata con la forza di un maglio.»
«A questo ho pensato anch'io. Ma se si trattasse di un potere naturale?»
Alexius affilò lo sguardo. «Un'azione inconsapevole» disse in tono
pensoso. «È possibile, immagino, anche se grazie al cielo si tratta di un
fenomeno assai raro. Che si tratti della mia ex studentessa?»
Gannadius scosse la testa. «Avresti percepito il potere in lei, senza
dubbio. Non ti saresti mai lasciato sfuggire una cosa come questa.»
«Potrebbe annidarsi molto nel profondo» azzardò Alexius, massaggian-
dosi i reni doloranti. Il letto della sua cella era già abbastanza scomodo
quando veniva usato per il proprio scopo. Servirsene come sedia era un
gesto temerario. «Ma hai ragione, penso che lo avrei notato. E inoltre»
aggiunse, colpito da un'improvvisa riflessione «se avesse avuto un
qualunque potere proprio, mi avrebbe interrotto prima che io lanciassi una
maledizione errata. Senza contare il fatto che avrei dovuto essere in grado
di cogliere qualche traccia della sua malia prima ancora di lanciarla. No,
penso che possiamo scartarla. Ma l'idea che oggi in tribunale ci fosse
qualcuno con un talento naturale, mi pare sensata. Riesco quasi a
immaginarmi qualcuno in mezzo al pubblico che tifa per lo spadaccino più
debole e visualizza nella sua mente la spada che si spezza, il suo beniami-
no salvo e felice: si tratterebbe di una reazione puramente istintiva...»
«Già.» Gannadius si alzò, fece qualche passo in cerchio e tornò a
sedersi. «Nel qual caso» proseguì «non pensi che questo complichi ancora
di più le cose? Se dovremo tornare un'altra volta all'interno della tua
visualizzazione, chi può dire esattamente che cosa ci troveremo stavolta?»
Alexius si lasciò andare all'indietro sul letto e chiuse gli occhi, cercando
di schiarirsi la mente. Soprattutto, non perdere il senso delle proporzioni.
«Le conseguenze» disse. «Ponderiamo bene la cosa, prima di perdere il
senso delle proporzioni. Il peggio che possa succedere...»
«È che la maledizione si ripercuota direttamente su di te» lo interruppe
Gannadius in tono petulante «con gravi conseguenze per la tua persona e,
di conseguenza, per i tuoi colleghi. Il Patriarca di Perimadeia ucciso da una
delle sue stesse maledizioni...»
«E come potrebbe mai saperlo qualcuno?» obiettò Alexius.
«Mio caro amico, gli uomini in perfetta salute e ben nutriti non si
sdraiano e muoiono senza ragione alcuna.»
«Racconta a tutti che era già malato da tempo. Che si è trattato di cause
naturali. Anzi, di una vera e propria misericordiosa liberazione.» Riaprì gli
occhi. «Pensi davvero che la cosa potrebbe arrivare a questo?»
«Caro amico mio...»
Alexius si rialzò a sedere e posò i piedi sul pavimento. «Penso sia
venuto il momento per me di essere del tutto franco con te, Gannadius.
Non capisco ciò che sta succedendo.»
«Alexius, tu sei il Patriarca di...»
«Sì, lo sono. Per definizione so più cose di qualunque altro uomo
vivente a proposito del Principio. Eppure non capisco come diavolo operi.
Il che vale anche per te» aggiunse, prima che Gannadius potesse aprire
bocca. «La somma dei nostri saperi, dei nostri saperi uniti bada bene, ci
dice solo che in qualche modo agisce. C'è voluta l'intera vita di entrambi,
dedicata allo studio dell'opera di migliaia di filosofi e ricercatori nell'arco
di parecchi secoli, ma almeno sappiamo che agisce. Il che però è tutto,
esaurisce il nostro sapere. Controllarlo è tutta un'altra faccenda.»
«Sì, ma...»
«E ora» continuò Alexius imperterrito «sembra esistere la prova che in
città si trovi qualcuno con il naturale potere di controllarlo. Probabilmen-
te» aggiunse in tono amaro «in modo istintivo e magari senza neanche
rendersi conto di ciò che sta facendo. Come se non bastasse, giusto per
aggiungere un piccolo tocco umano, c'è una maledizione che io stesso ho
lanciato e che vaga senza controllo alcuno in giro per la città, a quanto pare
con ottime probabilità di finire per scaricarsi su di me.» Si morse selvag-
giamente le nocche. «Sai, se solo avessimo limitato i nostri studi alla
matematica e alle speculazioni sull'etica, che in fondo è ciò di cui si
suppone che noi ci si debba interessare...»
«Sì, ma non lo abbiamo fatto. O perlomeno, tu non lo hai fatto.»
«Sei stato felice di lasciarti coinvolgere.»
«Sta bene.» Gannadius si strinse il volto fra le mani. «Tutto questo non è
di aiuto. Se non possiamo controllare questo problema, conosciamo
qualcuno che invece ne sia capace?»
Alexius sospirò. «Come tu stesso hai appena puntualizzato, sono il
Patriarca di Perimadeia. E tu sei l'Archimandrita dell'Accademia cittadina.
Chiedere aiuto a qualcuno è un lusso a cui abbiamo rinunciato quando
accettammo queste promozioni.»
«Quello con il talento naturale» disse Gannadius improvvisamente.
«Forse, lui saprebbe come mettere le cose a posto.»
«Ma non abbiamo appena convenuto che molto probabilmente non è
neppure consapevole del suo potere? Anche se riuscissimo a convincerlo
del fatto di averlo, non c'è motivo di pensare che sia in grado di servirsene
a comando.»
«A quanto pare non abbiamo nessun'altra opzione.»
«Vero.» Alexius lasciò ricadere il mento sul petto. «Ma come possiamo
rintracciare questo tuo misterioso personaggio dai poteri naturali? Non
possiamo certo andare in giro per la città sperando in un miracolo.»
Gannadius rifletté per un bel po'. «A essere sinceri» disse alla fine «non
so che cos'altro potremmo fare.»
«Ma ci vorrebbero anni. E io non ho...»
«Lo so» ripose Gannadius. «E non è tutto, se solo ci pensi. Stai dando
per scontato che il nostro personaggio sia uno della città; e se non fosse
così? Se si trattasse di uno straniero, venuto qui per affari e che ripartirà
nel giro di un giorno o due? O, peggio, se se ne fosse già andato?»
«Non c'è ragione di pensarlo.»
«Ah, sì? Fatti questa domanda: se si tratta di un cittadino, uno che vive
qui abitualmente, come mai non ne abbiamo mai avvertito traccia? Quante
probabilità ci sono che questa sia la prima manifestazione dei suoi poteri?»
«Però è possibile.»
«Certo, ma anche improbabile. Un potere così forte da riuscire a tradurre
in realtà un desiderio appena accennato...»
«Questa è solo una teoria.»
«E anche ciò che ho visto con i miei occhi, non dimenticare. Io ero là, in
tribunale.»
«Anche tu hai ragione.» Alexius fece un borbottio d'insofferenza.
«Forza, allora. Suggerisci qualcosa.»
Gannadius si strinse nelle spalle. «A parte battere le strade, non riesco a
pensare a niente altro. E naturalmente non c'è la minima garanzia...»
«Una trappola» disse Alexius all'improvviso. «No, non esattamente una
trappola. Un'esca. Qualcosa che abbia molte probabilità di spingerlo a
usare il suo potere, o di fare sì che esso si manifesti senza che lui debba
fare consciamente qualcosa. Qualcosa che lo faccia venire allo scoperto.»
«Splendida idea. E come proponi di metterla in pratica?»
Alexius starnutì e poi si soffiò il naso. «Non ne ho idea» confessò.
Gannadius si chinò in avanti, massaggiandosi il mento con una mano.
«Dev'esserci qualcuno a cui chiedere consiglio» disse.
«Quante volte devo dirti...?»
«È una questione di specializzazione» insistette Gannadius. «Abbiamo
bisogno di uno specialista. Quanti studiosi del Principio risiedono in
questa città? Migliaia. Dev'essercene per forza uno che abbia concentrato i
suoi studi proprio su questa particolare nicchia della materia. Ognuno di
loro deve studiare qualcosa di particolare.»
«Quindi proponi di indire un conclave, dire a tutto il nostro ordine che
siamo in un terribile guaio e domandare se nessuno per caso conosce la
soluzione. Ti prego, Gannadius.»
«Ovviamente dovremo essere estremamente circospetti. Potremmo
diffondere un documento pieno di errori e stare a vedere chi si fa avanti
per discuterlo.»
«Fantastico. Hai una vaga idea di quanto tempo ci vorrebbe? Supponi
che il nostro misterioso personaggio sia uno straniero come hai suggerito
tu, in procinto di lasciare la città. Molto semplicemente, ci manca il
tempo.»
«Vuoi dire che dovremmo improvvisare?»
«Immaginare. Come predisporre una trappola per smascherare qualcuno
con un talento naturale?» Alexius fissò al di sopra delle sue mani
intrecciate il candeliere che stava al centro della stanza. «Qualunque cosa è
meglio che stare qui seduti a battibeccare fra di noi.» Fece un sorriso
tirato. «Notevole, vero? In fondo si suppone che noi si sia bravi in questo
genere di cose.»
«Lo siamo» ribatté tetramente Gannadius. «È proprio questo che mi
preoccupa.»

CAPITOLO QUINTO

Loredan si svegliò con la camicia sporca di sangue. Esaminò la ferita, la


fasciò con delle bende nuove e del muschio umido e si cambiò la camicia.
Non c'era pane nell'appartamento; si infilò pertanto la giacca non senza
dolore (il fianco era indolenzito e infilare il braccio nella manica fu
tutt'altro che piacevole), scese faticosamente le scale e si avviò attraverso il
labirinto di vicoli che occupava la parte meridionale dell'"isola", alla volta
di una panetteria che conosceva bene. Erano abituati a lui, lì, e nessuno si
risentiva più quando lo vedeva entrare a chiedere del pane ammuffito.
«Ne abbiamo tenuto da parte un po' per voi» disse il figlio del prestinaio.
«È il tipo blu quello che piace a voi, non è vero?»
Aveva smesso di tentare di spiegare a cosa gli servisse da molto tempo e
si limitò quindi a sorridere mentre gli allungava un quarto di rame. Il
ragazzo rifiutò il denaro con un gesto della mano. «Offre la casa» disse
con l'aria di un munifico signore. «Non abbiamo molta gente famosa fra i
nostri clienti.»
«In questo caso, mi farebbe comodo anche un filone di pane fresco. Che
cosa intendete dire con famoso?»
Il ragazzo ridacchiò. «Vi chiamano il grande Bardas Loredan. Vi siete
fatto un mucchio di amici da queste parti, ieri.»
«Davvero? E come ci sono riuscito?»
«Abbiamo scommesso tutti su di voi. Capito?»
Loredan inarcò un sopracciglio. «Lealtà fra vicini?»
«Dite piuttosto percentuali maledettamente favorevoli. Diavolo, se
avessi saputo che avreste vinto per davvero, avrei scommesso più di un
mezzo di rame. Comunque, a duecento a uno...»
Loredan raccolse il suo pane. «A quanto pare, avete ricavato più voi di
me da questa causa» disse in tono irritato. «Perché nessuno mi ha detto che
gli allibratori mi davano duecento a uno? Avrei potuto scommettere
anch'io qualche soldo.»
Fece ritorno a casa, su per le scale interminabili. Altri spadaccini si
tenevano in forma correndo o facendo esercizio nella palestra delle Scuole;
tutto quello che aveva bisogno di fare lui era raggiungere la porta di casa
sua dalla strada. La forma di pane che il panettiere aveva da parte di lui era
perfettamente adeguata allo scopo; su tutto un fianco era coperta di orribili
macchie blu e biancastre. Con grande attenzione grattò con la punta del
pugnale le scaglie di muffa bluastra facendosele cadere sul palmo della
mano sinistra, poi le poggiò sopra un foglio di carta bianca. A questo
punto tolse le bende alla ferita e sparse la muffa direttamente sul taglio
vivo, dopodiché rifece la fasciatura. Non aveva idea se quel particolare
rituale avesse qualche effetto benefico o no; non era mai più successo che
una ferita gli si infettasse da quando aveva cominciato a osservarlo, ma le
spade da processo di solito venivano tenute pulite e prive di ruggine, per
cui forse si trattava solo di una coincidenza. Tagliò una fetta di pane fresco
e si versò l'ultimo residuo mezzo bicchiere del vino del giorno prima.
Quella faccenda della muffa del pane era qualcosa che aveva appreso
molto tempo prima, nelle pianure. La prima volta che ne aveva sentito
parlare aveva immaginato che fosse solo l'ennesima beffa giocata a danno
di una fresca recluta, una storiella dello stesso tipo delle uova di mulo e
delle leggendarie frecce da tirare con la sinistra che ciascun fantaccino
viene spedito almeno una volta a prendere dal proprio sergente. Con il
tempo tuttavia capì che non si trattava di uno scherzo, pur astenendosi dal
fare direttamente ricorso a quel trattamento. La leggenda voleva che un
gruppo di feriti che non avevano nulla con cui fermare il sangue delle
proprie ferite a parte del pane raffermo conservato nella sacca di una sella,
fossero tutti guariti a tempo di record. Loredan aveva la sensazione che in
quella storia ci fosse del vero. La sua teoria era che la cosa avesse qualcosa
a che fare con la muffa assai simile che la gente delle pianure metteva
deliberatamente nel proprio puzzolente formaggio di latte di capra. Dopo
tutto era un fatto che sapessero come cavarsela con cure e medicine
improbabili. C'era per esempio una ricetta altamente sospetta che
richiedeva corteccia di salice bollita nell'acqua, la quale peraltro funziona-
va davvero contro il mal di testa come lui sapeva bene.
La gente delle pianure; era la seconda volta che gli capitava di pensarci
dopo il duello. Era stato il fatto che una seconda buona spada si fosse
spezzata che gliel'aveva fatta tornare in mente, e la spiegazione che aveva
fornita a quella ragazza noiosa che aveva incontrato nella taverna. Perché
loro erano in grado di saldare il nucleo di uno spada ai tagli utilizzando
una lega che fondeva a una temperatura molto più bassa, per cui avevano
molte meno probabilità di realizzare in modo improprio la tempra delle
proprie spade le quali, di conseguenza, avevano la tendenza a non
spezzarsi. Era vero che la spada delle pianure aveva una lama curva e con
un solo taglio, totalmente inadatta alla professione legale; tuttavia la
tecnica era probabilmente adattabile a qualunque modello. Se domandò se
qualcuno nella città sapesse utilizzare il metodo delle pianure e se sì, come
avrebbe potuto scoprire chi fosse senza fare capire a nessun altro ciò che
aveva in mente.
Poi ricordò. Aveva finito con quel genere di cose, ormai; stava per
lasciare la professione e dedicarsi ad altro. Scosse la testa e si tagliò
un'altra fetta di pane.
Ci aveva pensato molte altre volte, in precedenza; praticamente dopo
ogni duello nell'arco degli ultimi sei anni. Però pensare una cosa e farla per
davvero erano due faccende del tutto diverse. La sua scusa era stata sempre
che non c'era nessun'altra cosa che fosse in grado di fare, nessun altro
modo di guadagnarsi da vivere, troppo tardi per imparare un altro mestiere
e così via. Fino al giorno prima era riuscito a convincere se stesso
abbastanza da crederci, anche se ormai da molto tempo sapeva che non era
vero.
La verità era che negli ultimi dieci anni più o meno, se n'era andato in
giro schiacciato dalla sensazione orrenda di essere stato risparmiato dalla
guerra, in attesa di venire utilizzato come uno scarto di carne o un ritaglio
di cuoio. Era un atteggiamento stupido e soprattutto pericoloso e si
disprezzava per questo. Ma non era praticamente mai riuscito a farci i
conti, con il risultato che si era limitato a tirare avanti, un duello alla volta,
collezionando cicatrici sul suo corpo e scavandosi una strada cruenta
attraverso una intera generazione di avvocati.
Era ora di ammettere che la cosa non funzionava. In caso contrario, lo
avrebbe fatto soprattutto il giorno prima.
Dunque era deciso. Avrebbe aperto una scuola o gestito una taverna.
Aveva tutte le meraviglie del mondo a portata di mano. La sola cosa che
doveva fare era restare vivo abbastanza a lungo.
Si rimise la giacca (stavolta fu ancora più doloroso) e si arrampicò
faticosamente su per la collina, fino alle Scuole. Era l'ultimo posto al
mondo in cui aveva voglia di andare il giorno dopo un grosso processo. Ci
sarebbero stati altri avvocati, assistenti, odiosi bighelloni, la professione in
tutta la sua gloria e lui avrebbe preferito di gran lunga non dovere fare
conversazione, evitando una lunga serie di insincere congratulazioni. Si
alzò il bavero intorno al collo e scivolò all'interno da una porta laterale.
Il numero di istruttori che lavoravano nelle Scuole tendeva a variare, in
relazione a un ampio numero di fattori, che andavano dalla salute
dell'economia al periodo dell'anno.
C'erano sei scuole fondate da molto tempo e mostruosamente costose
che occupavano delle precise sezioni dell'edificio e che avevano propri
locali sistemati e arredati a proprio piacimento; poi c'era un flusso in
costante mutazione di uomini anziani e di psicotici che bighellonava lungo
i colonnati offrendosi di renderti invincibile in un giorno, garantendo la
restituzione del denaro se restavi ucciso nell'arco del primo anno; infine
c'erano dieci o dodici istituzioni che si collocavano fra questi due estremi e
che garantivano una qualche istruzione nell'uso delle armi per un prezzo
più o meno realistico.
Tutte le scuole di quest'ultimo gruppo, che di solito erano formate dal
proprietario, magari da un aiutante e da un impiegato che fungeva insieme
da assistente, da amministratore e da segretario, utilizzavano la sala
principale e le strutture comuni e pagavano un modesto affitto al governa-
tore per questo privilegio.
Per aprire una nuova scuola bisognava pagare un mese di pigione in
anticipo e piazzare un'insegna di legno sul muro con su il proprio nome,
sotto la quale gli studenti potessero riunirsi all'inizio di ogni giorno.
Mentre era diretto verso gli uffici del governatore, Loredan vide qualcu-
no che conosceva. Non ebbe il tempo di voltarsi o di nascondersi dietro
una colonna.
«Congratulazioni.»
«Grazie» rispose.
L'uomo si chiamava Garidas. Aveva fatto l'avvocato per sei anni prima
di perdere un occhio in una causa di diritto bancario; ora lavorava come
istruttore nella seconda migliore grande scuola di Perimadeia e contempo-
raneamente aiutava a tenere i registri. Suo padre aveva fatto parte della
cavalleria e Loredan lo aveva visto morire per una ferita da freccia in una
fredda mattina, mentre pattugliavano un avamposto in rovina in mezzo alle
pianure. Le sue ultime parole erano state una disperata richiesta di badare
al suo ragazzo e a Loredan era capitato di essere la persona più vicina. Era
quasi sicuro che l'uomo morente fosse stato convinto di stare parlando con
qualcun altro.
«Non sono sicuro di dove questo ti collochi nella classifica» disse
Garidas. «Alvise occupava più o meno il sesto posto, quindi adesso devi
essere uno dei primi dodici.»
«Non più. Mi sono ritirato.»
«Oh.» Garidas sembrò colto di sorpresa. «Da ieri?»
«Da e a motivo di ieri. Potrò essere uno stupido, ma so riconoscere un
avvertimento.»
Garidas annuì. «Da quello che ho sentito, lo è stato certamente. È
curioso: ci eravamo organizzati per portare un gruppo di allievi ad assistere
al processo, ma per qualche ragione non lo abbiamo fatto.»
«Non sarebbe stato un gran bell'esempio per degli studenti» ribatté
Loredan. «È stato uno di quei classici casi in cui il migliore non ha vinto;
molto depistante.»
«Al contrario. Una salutare messa in guardia dai pericoli dell'impruden-
za e del sottostimare il proprio avversario. Dunque, ora che cosa hai
intenzione di fare? Una vita di ozio e di lusso?»
«Come se potessi permettermela» rispose Loredan, corrugando le
sopracciglia. «No, dovrò mettermi in concorrenza con voi. In effetti, sto
andando proprio adesso nell'ufficio del governatore.»
«Davvero?» ridacchiò Garidas. «Se tu volessi potrei spendere una parola
buona per te nella mia scuola.»
«No grazie. Non mi è mai andata a genio l'idea di lavorare per qualcuno.
Dovere avere dei clienti è già stato abbastanza sgradevole, ma perlomeno
ero padrone di me stesso, almeno in teoria. Appenderò un'insegna come
tutti gli altri e starò a vedere che succede.»
«Buona fortuna.» Garidas sorrise. «Ho sempre detto che ti facevi vedere
troppo poco da queste parti. Ti terrò a mente per tutti gli aspiranti allievi
che saremo costretti a mandare via.»
Loredan annuì. Probabilmente Garidas lo avrebbe fatto davvero; era
sempre stato molto cordiale anche se non poteva essere venuto in nessun
modo a sapere che la retta della costosa scuola che aveva frequentato
(quella in cui ora insegnava) e il suo mantenimento mentre faceva lo
studente, erano stati interamente pagati da Loredan con il suo stipendio di
soldato e con il premio in denaro della sua liquidazione. Senza contare
alcuni redditizi clienti che Loredan era stato costretto a rifiutare, per
evitare di doversi battere con lui in tribunale. In un modo e nell'altro,
Garidas gli era costato un mucchio di denaro nel corso degli anni. Sarebbe
stata una gran bella cosa se, dopo tutto questo tempo, avesse cominciato a
restituirgliene un po' raccomandandolo a qualche studente.
Più tardi quella stessa mattina si diresse al quartiere dei fabbricanti di
insegne, per farsene dipingere una. Tradizionalmente recava un ritratto
dell'insegnante seduto, abbigliato con i suoi vestiti da processo e armato
con il tipo di armi in cui esercitava la professione di maestro. Inoltre nella
parte in basso vi comparivano il nome e la tabella delle tariffe; negli ultimi
tempi, tuttavia, aveva preso piede la moda di raffigurare gli ex spadaccini
nell'atto di vincere il proprio caso più famoso e i pittori dipingevano il
maestro di dimensioni assai maggiori del suo avversario, rimpicciolito e
mortalmente ferito. Alcuni istruttori commissionavano addirittura dei versi
laudativi da fare inscrivere a lettere d'oro lungo il bordo. Loredan decise
che avrebbe dovuto mostrarsi intransigente su questo genere di cose.
«Bardas Loredan» disse di conseguenza «trentotto al giorno, spada e
pugnale standard e a due mani, niente abiti fantasiosi.»
«Solo il ritratto e la scena del duello?»
«Niente scena del duello.»
«Sicuro?» Il pittore non nascose il suo disappunto. «Non vi chiederò
nessun extra per la scena del combattimento.»
«Niente duello.»
«Dipingo delle bellissime scene di duello. Costituiscono un'ottima
pubblicità.»
«No.»
Il pittore rifletté per un attimo. «Posso dipingervi con una corona di luce
che rappresenta l'influenza protettiva del Principio» disse.
«Non se intendete essere pagato.»
«Sedete su quella sedia» rispose il pittore contrariato. «Sarò da voi fra
un minuto.»
Si girò e cominciò a trafficare con bottigliette e vasetti sul retro del
negozio. Loredan si appoggiò allo schienale e cercò di rilassarsi. Era un
giorno stranamente caldo per quella stagione e l'ombra proiettata dalla
tenda della bottega era piacevole. Dal punto in cui era seduto godeva di
una chiara vista della piazza che costituiva la principale area di scambio
del distretto dei fabbricanti d'insegne. Come molti altri luoghi di Perima-
deia in cui si concentravano piccoli artigiani specializzati, si trattava di una
piazza con una fontana al centro, sulla quale incombeva una statua vecchia
e trascurata. Intorno alla fontana c'era una concentrazione di tende e
chioschi che nascondevano in parte le imponenti insegne dei negozi del
piano terra. A intervalli regolari si dipartivano rampe di scale che
conducevano alle gallerie sulle quali si affacciavano le botteghe del primo
piano e che poi proseguivano fino alle residenze e ai laboratori del secondo
piano. Ai quattro angoli della piazza delle porte a forma di arco immette-
vano nei distretti confinanti; neanche a dirlo, c'erano dei negozi costruiti
perfino sopra le arcate, sicché i lati della piazza apparivano come
altrettanti solidi muri fatti di esercizi commerciali. In ciascuna bottega dal
lato illuminato dal sole, un fabbricante d'insegne sedeva sulla soglia
sfruttando al meglio la luce del giorno; dato che gli edifici erano così alti,
gli occupanti di ciascun lato potevano lavorare sfruttando la luce del sole
unicamente per un quarto della giornata.
Una costante processione di carri, carretti e altri mezzi di trasporto si
muoveva rumorosamente nel poco spazio libero che restava fra le botteghe
e la fontana al centro della piazza; salvo quando il traffico si ingorgava e
tutti erano costretti ad arretrare, avendo per accompagnamento un coro di
grida irose e di classiche imprecazioni da carrettiere. A differenza di
quanto accadeva in quasi tutta la città, il distretto dei fabbricanti d'insegne
non aveva alcun odore particolare, peculiare di quel genere di attività.
C'era solo l'abituale odore di fondo che ormai nessuno notava più. Così
tanta gente, si disse Loredan, così tanti commerci, così tanti modi diversi
di guadagnarsi da vivere bene o di garantirsi a malapena la sopravvivenza
e per ciascuna attività utile e che recasse un profitto un distretto separato e
adatto, dove fosse facile ottenere tutto ciò che era necessario per produrre
uno specifico tipo di beni. Così tanto ordine e un'esistenza così prestabilita,
con ogni uomo al suo posto e che faceva la sua parte a beneficio del tutto.
Nella piazza vicina c'erano i negozi e le bancarelle dei tintori, che
sbriciolavano conchiglie e noci di cocco, polverizzavano ruggine, pietra e
piombo per ottenere i colori che, mescolati con albume o acqua si
trasformavano nelle vernici che poi venivano utilizzate nella piazza
accanto. I più abili e importanti tintori producevano l'universalmente nota
pittura dorata di Perimadeia, mescolando ossido, mercurio e stagno su una
lastra di marmo, aggiungendo aceto a tripla forza e polvere di piombo,
mescolando tutto insieme e raccogliendo ciò che ne derivava in bottigliette
di pietra.
In un angolo della piazza dei tintori c'erano i fabbricanti di pennelli, una
specialità all'interno di un'altra specialità, che passavano le loro giornate a
tagliare setole nella giusta misura e a fissarle ai manici, a bollire pentole di
colla e a martellare i ferretti che fissavano le setole. Dovevano attraversare
dodici piazze per raggiungere il distretto dei produttori di colla, situati in
una parte della città che la gente attraversava alla massima velocità
possibile e avvolgendosi il bavero intorno al naso per combattere l'orrendo
puzzo del cuoio crudo che macerava nell'acqua di calce. I produttori di
colla, da parte loro, non dovevano fare altro che girare l'angolo e superare
un ponte per raggiungere i forni da calce in una direzione e il quartiere dei
conciatori e dei macellatori equini nell'altra. La loro strada passava
attraverso il quartiere dei falegnami, dove probabilmente sarebbero
transitati davanti a dei fabbricanti d'insegne in attesa di ritirare pannelli di
legno appena tagliati e levigati, dalle segherie che si stringevano intorno a
quella che un tempo era stata una cascata, prima che la gente della città la
modificasse in modo che facesse funzionare centinaia di ruote di altrettanti
arguti ingranaggi.
Tutta quella gente, tutte quelle attività; e ognuna parte di un tutto, inutile
e incapace di funzionare senza una serie di altre attività e di altri commer-
ci, egualmente dipendenti dalla unione e dalla fusione di molteplici parti.
Mentre se ne stava seduto a guardare, Loredan ebbe la sgradevole
sensazione di essere la sola cosa in quella città che non ne fosse anche una
componente, una parte indispensabile di qualcosa di più grande. Fino al
giorno prima, naturalmente, le cose erano state molto diverse; allora egli
faceva ancora assolutamente parte della vita commerciale di Perimadeia:
era uno dei più specializzati fra gli specialisti, collocato a una estremità
dell'intero processo, là dove a volte gli ingranaggi degli accordi non
funzionavano a dovere e il perfetto funzionamento della macchina
imponeva di lubrificarli con un po' di sangue. Erano pensieri sciocchi, lo
sapeva; perché non appena avesse avuto la sua insegna e il suo bravo
pezzo di carta firmato dal governatore che gli assegnava uno spazio,
avrebbe avuto di nuovo un ruolo, una parte da recitare, una funzione da
svolgere al servizio del processo. Sarebbe stato molto più saggio godersi
quell'intermezzo invece che farsene angosciare; ben poche persone a
Perimadeia avevano, anche solo per un attimo, l'opportunità di farsi da
parte e di passare un'ora o giù di lì senza partecipare alla vita della città.
«Tutto fatto» disse il pittore. «Volete dargli un'occhiata prima che stenda
la vernice trasparente?»
Loredan annuì e si alzò in piedi. Si rivelò un pezzo di arte commerciale
assolutamente adeguato, senza scene di duello e senza traccia di corone di
luce. Ne fu sollevato.
«Ho davvero le orecchie così a sventola?»
«Sì.» Il pittore immerse il pennello in un solvente e poi lo asciugò con
uno straccio. «State a sentire che cosa vi propongo» disse. «Per puro caso
mi trovo ad avere qui questa serie veramente bella di versi laudativi:
cinque stanze di elegie. Si tratta di un ordine poi cancellato, che vendo per
quattro soldi. Starebbero benissimo lungo il bordo, guardate. Due quarti.»
«No.»
«Il problema con alcune persone è che non riescono ad afferrare l'impor-
tanza vitale di una propaganda positiva.»
«Una cosa veramente tragica.»
Il pittore sospirò e tolse il sigillo di cera dal collo di un vaso di vernice
trasparente. «Che cosa ne direste di una serie di cinque miniature
perfettamente identiche, da appendere in luoghi in cui amano ritrovarsi
quelli ricchi e alla moda? Come gesto di buona volontà, potrei chiedervi
solo tre quarti.»
«Potete chiedermi tutto quello che volete, fino a quando non vi aspettate
che io vi dia del denaro.»
«Le miniature e i versi laudativi per sette ottavi e ci aggiungo anche un
metro di corda da quadri.»
(Proveniente dal quartiere dei cordai, tre piazze più a ovest, dove
tendono le funi proprio attraverso la piazza, fissandole a pioli di legno
mobili; un altro commercio, un altro centinaio di uomini più o meno le cui
vite arrivavano fino a lì e non andavano oltre.)
«Grazie, ma no. Non avete ancora finito?»
«Volete darmi il tempo?» borbottò il pittore. «Se non state bene attento,
rischiate di rovinare la pittura ancora per un po'.»
E naturalmente, rifletté Loredan mentre il pittore finiva di stendere la
vernice trasparente, le cose sono ancora più complesse. Da ciascuno di
questi commercianti indaffarati dipende un altro sistema complesso; mogli
e intere famiglie da nutrire e da vestire, bambini che devono ricevere
l'appropriata istruzione, ai quali bisogna trovare un marito o un artigiano
che li prenda come apprendisti; affitti da pagare, quote per le corporazioni,
soldi per la licenza e le tasse, genitori e suoceri da mantenere una volta
diventati vecchi, pompe funebri a cui pagare la parcella. Attraverso questo
sottosistema ogni componente è indissolubilmente legata all'insieme, al
punto tale da non osare sconfinare dal proprio ruolo, dato che ogni ruota
dell'ingranaggio sente di dovere assolutamente girare senza problemi, per
timore di distruggere ogni cosa. Era bizzarro pensare che in altre parti del
mondo c'era gente che in qualche modo riusciva a vivere senza tutto
questo. Naturalmente si trattava di selvaggi, di poco superiori alle bestie,
creature che in tutta la loro vita non si sarebbero mai sognate di farsi
dipingere un ritratto o di portare un caso in tribunale; il che costituiva la
ragione per cui era necessario che stessero là da dove venivano, lontano
dalle mura e dalle porte della Tripla Città: per evitare che un uomo
indaffarato e diretto al lavoro di buon mattino potesse vederli e cominciare
a domandarsi che cosa diavolo lo spingesse a darsi tanto da fare.
«Finito» annunciò il pittore. «Badate che sarà ancora umida per un'ora
più o meno. Se volete potete portarvela via, ma vi si attaccherà della
polvere alla vernice, sicuro come l'oro.»
«Capisco» rispose Loredan, annuendo. «Che cosa ne direste se ve la
lasciassi qui per un paio d'ore e poi tornassi a prenderla?»
«Per me va bene» disse il pittore, asciugandosi le mani. «Mi dovete
cinque quarti, grazie.»
Due ore senza niente da fare. Normalmente si sarebbe trovato una
taverna (quando uno deve ammazzare il tempo, è sensato farlo in un
macello apposito), ma si ricordò che ormai non faceva più quel genere di
cose. Non aveva denaro da buttare via in vino e non se ne parlava più di
bere durante la giornata per poi smaltire l'alcool dormendo il pomeriggio.
Be', allora poteva tornare fino alle Scuole e chiedere se erano pronti i suoi
documenti, per sentirsi dire di tornare dopo circa un'ora; gli sarebbe
rimasto ancora il tempo di fare ritorno al distretto dei fabbricanti d'insegne
prima che la vernice fosse stata del tutto asciutta. Preferì invece allontanar-
si verso il Ponte dei Mandriani, una zona che gli capitava raramente di
visitare. Gli istruttori di successo non hanno tempo di andare in giro a
guardarsi intorno durante le ore di lavoro, quindi gli conveniva approfittare
della situazione fin tanto che poteva.
«Scusatemi.»
Si guardò intorno e poi abbassò lo sguardo. Una bambinetta piuttosto
arruffata gli stava tirando una gamba dei pantaloni. Sopirò e cercò una
moneta nella scarsella che portava alla cintola.
«Scusatemi» ripeté la bambina «ma voi siete Bardas Loredan.»
Non sentirti in torto, ragazzina, non è colpa tua. «Esatto» disse. «Come
fai a sapere chi sono?»
«Siete un avvocato, non è vero?» La bambina pronunciò quella lunga
frase con la stessa fatica con cui una gallina avrebbe deposto un uovo
esagonale; lentamente, badando a non balbettare e con un sorriso di trionfo
alla fine. «Siete il migliore del mondo, a quanto dice mio padre.»
«Lo ero» rispose Loredan corrugando le sopracciglia. «Che mestiere fa
tuo padre? È anche lui un avvocato?»
La bambina fece cenno di no con la testa.
«Fabbrica botti» disse. «Ma gli piace assistere ai processi. Qualche volta
porta anche me a vederli.»
«Davvero? Come... è gentile.»
La bambina annuì. «Mi ha portato a vedere voi ieri, quando avete ucciso
quell'uomo.» Ebbe un'espressione raggiante. «Mi piace andare ai processi,
perché papà mi compra sempre un dolce, da mangiare mentre guardiamo il
duello.»
«Ti piacciono i dolci, dunque?»
«I dolci sono la cosa che preferisco.»
Pescò dalla borsa un mezzo di rame. «Allora perché non vai a comperar-
ti un bel dolce proprio adesso? Sono sicuro che ti piacerebbe.»
La bambina scosse vigorosamente la testa. «Mio papà dice che non devo
mai accettare dolci dagli sconosciuti.»
Loredan sospirò. «Tuo padre ha ragione» disse. «Ma non credo che
questo valga nel caso in cui qualcuno ti dia del denaro e lasci che sia tu
stessa a comperarti i dolci. Forza, vai.»
La bambina rifletté per un po'. «Potrei andare alla bottega di mio padre e
chiedergli il permesso» disse. «Voi aspettatemi qui.»
«Ti dico io che cosa facciamo» suggerì Loredan. «Vai a cercare il tuo
papà e prendi la moneta con te così puoi mostrargliela. Che te ne pare?»
La bambina esitò, poi annuì. «Va bene» disse.
Non appena fu sparita alla vista, Loredan si affrettò ad attraversare la
strada e si precipitò all'interno del più vicino edificio, che si rivelò essere
l'arsenale della città. Con un minimo di fortuna, non lo avrebbe seguito lì
dentro.
Erano passati più di dieci anni dall'ultima volta che era stato nell'arsena-
le. Scosse la testa: prima l'incontro con Garidas e ora questo; il dannato
esercito lo stava tallonando quel giorno, come un cane affamato. Il posto
non sembrava essere cambiato molto da quando ci era venuto con suo zio
per ritirare venti barili di frecce che gli erano stati ripetutamente promessi
ma mai consegnati e che alla fine erano dovuti andarsi a prendere
personalmente. (Chissà perché avevano sempre dovuto combattere con il
Dipartimento Approvvigionamenti per ogni singolo chiodo, custodia d'arco
o biscotto?) Era tuttora un luogo afoso, buio e rumoroso al cui interno si
scorgevano schiene sudate che rilucevano alla fiamma delle fornaci e in
cui nembi di scintille volavano di qua e di là in modo imprevedibile
bruciando la pelle nuda. Bisognava farsi da parte per non inciampare nelle
grosse barre di metallo che venivano spostate, mentre uomini arrampicati
sulle ciminiere lanciavano grida incomprensibili. L'aria era piena del
clangore degli attrezzi lasciati cadere per terra e del tonfo dei magli
meccanici che si riverberava lungo la pavimentazione del suolo. C'era
della colla che bolliva, del grasso che bruciava, fumo, limatura di ferro e
l'inconfondibile odore del metallo appena tagliato. I trapani e gli attrezzi da
tornio mal lubrificati provocavano un cigolio, che si alternava al ritmo
veloce delle pedaliere, al suono energico delle pietre per affilare maneggia-
te con energia, al clangore dei martelli a punta rotonda che plasmavano
lastre di metallo su altrettante forme di legno e al sibilo dell'acciaio che
veniva temperato. Se fosse stato di un altro umore lo avrebbe trovato un
luogo eccitante; in mezzo a tutta quella attività creativa, non mancava
certo la vitalità.
«Tu.»
«Io?» Si guardò intorno, ma non riuscì a capire da dove arrivasse la
voce.
«Sì, tu. Che cosa vuoi?»
Loredan sorrise con aria imbarazzata. «Scusate» disse «stavo solo dando
un'occhiata in giro. Non avevo intenzione...»
«Allora fammi il dannato favore di andartene a dare un'occhiata da
qualche altra parte. Questo non è un parco.»
Continuava a non capire chi gli stesse parlando; non che avesse partico-
lare interesse a continuare la conversazione. «Scusate» ripeté dirigendosi
verso la porta. Si trovò la strada bloccata da un carretto carico di carbone.
Gli girò intorno e si trovò faccia a faccia con un giovane snello e non
molto alto che stava reggendo con un paio di molle una barra di ferro
incandescente; se la trovò a meno di trenta centimetri dal viso.
«Ah» disse. «Sono spiacente.»
Il giovanotto scostò immediatamente il pezzo di ferro. «Colpa mia»
disse in un accento familiare. «Non vi avevo visto con quel carretto in
mezzo.»
Era uno delle pianure; proprio quello che ci mancava. Era molto tempo
che non incontrava un abitante delle pianure. E non aveva mai avuto un
particolare desiderio di rivederne uno. La lama incandescente che oscillava
a poche decine di centimetri dal suo naso non migliorava certo la
situazione. Fece un sorriso tirato e oltrepassò il giovane, senza fermarsi
fino a quando non fu tornato nuovamente all'aria aperta.
Vagabondò per un po' fino a quando non ebbe raggiunto una porta della
città; se era destino che passasse l'intera giornata sbattendo il naso nel suo
inglorioso passato, tanto valeva che completasse l'opera di sua volontà.
Salì in cima alle mura e vi rimase in piedi per un bel po', pensando in
termini generali a un gran numero di cose, tutte ormai implacabilmente
senza rimedio. Alla fine si trovò una taverna.

Che strano tipo, pensò Temrai. Era un dato di fatto che se ne incontrava-
no parecchi in quella città; certo più che a casa. Probabilmente dipendeva
dal fatto che qui avevano più probabilità di sopravvivenza. Nella sua patria
non sapevano che farsene della gente strana, degli sciocchi e di quelli che
non erano all'altezza, sicché tutti tendevano a non vivere a lungo.
Era in piedi accanto alla forgia, intento a osservare il cangiare dei colori
in una lama che fino ad allora era stata resa incandescente solo un'altra
volta, a mano a mano che il calore si diffondeva: da grigio a giallo, da
giallo a rosso scuro, a porpora e finalmente a blu, il colore giusto per una
seconda tempratura. Dopo avere controllato che il bagno di acqua
salmastra fosse tiepido al punto giusto (una tempratura a temperatura
troppo bassa avrebbe solo spezzato l'acciaio), tolse la lama dal fuoco e la
tuffò sotto la superficie dell'acqua. Una bolla rotonda di vapore si sollevò
dal liquido, un sibilo raggiunse il suo acme e poi svanì, simile all'uggiolio
di un cucciolo che venisse annegato. Era sorprendente il modo in cui una
fiamma ardente e un po' di acqua tiepida potevano trasformare un morbido
e malleabile pezzo di ferro in una lama tagliente e robusta. Non per la
prima volta, si domandò come mai funzionasse.
A casa sua in realtà conoscevano la risposta. L'acciaio è come il cuore
umano, dicevano. Per rendere un uomo abbastanza duro da essere utile
bisogna prima scaldarlo al fuoco dell'ira e immediatamente dopo raggelar-
lo nel bagno temprante della paura e della consapevolezza della propria
debolezza; perché il metallo si tempra con l'acqua e l'uomo con le lacrime.
E questo è solo il primo stadio; rende un uomo duro, ma anche fragile e in
quanto tale di nessuna utilità come strumento, o come arma. Ora deve
essere scaldato nuovamente, al fuoco lento, cauto e deliberato dell'odio e
temprato una seconda volta in acqua salata; è questo secondo processo che
lo rende utile, capace di tagliare e infliggere ferite, ma senza che questo
rischi di spezzarlo. Solo uomini ben temperati sono utili agli dei e al
proprio clan.
Dopo avere eliminato i residui di colore con una lima, batté con forza la
lama un paio di volte contro una delle estremità dell'incudine, giusto per
assicurarsi che la tempera non avesse compromesso la perfetta saldatura
fra i tagli e il nucleo, poi prese un vaso di pasta di pomice e si diresse
verso una vicina ruota per dare inizio al lungo, noioso compito di lucidarla.
Di norma quello era un tipico compito da fabbro, il tipo di attività con cui
un maestro fabbricante di spade non avrebbe mai perso tempo; ma
l'aiutante che gli era stato assegnato era a casa perché aveva la moglie
ammalata e Temrai si era offerto volentieri di fare anche il suo lavoro.
Quella era un'altra delle cose bizzarre della città. Nella sua patria se a uno
si ammalavano la moglie o un figlio, era scontato che gli altri facessero il
suo lavoro e anzi gli portassero la sua parte di latte e formaggio. Qui, un
uomo era già fortunato se, essendo obbligato a restare a casa per badare ai
suoi, perdeva solo la paga della giornata. Probabilmente doveva esserci
una ragione per cui le cose andavano in quel modo, anche se nessuno
sembrava sapere quale fosse.
Il giorno prima era stato a guardare mentre erigevano la grande macchi-
na torcitrice che aveva richiesto un mese per la sua fabbricazione; una gran
bella macchina, che ci si aspettava fosse in grado di scaraventare una pietra
da cento chili a trecento metri di distanza. Quasi tutti i lavoratori presenti
nell'edificio erano stati chiamati per aiutare, tirando funi o facendo forza su
leve mentre le strutture in legno venivano posizionate e fissate al loro
posto con chiodi, cunei di legno e bande metalliche. Dopo che la struttura
fu assemblata e dichiarata solida, erano state avvoltolate le corde che, una
volta rilasciate, davano alla macchina il suo potere di gittata. Un'altra
parabola? Era un gioco facile da fare; le corde tenevano il posto degli
uomini del suo clan, che dopo essere stati pigri e pacifici per un lungo
tempo, ora erano tesi e pronti a scattare...
Profezie e segni erano un'ottima cosa, ma si trattava di un giochetto
troppo facile per avere qualche autentico valore. Osservare un'aquila che
vola sopra l'armata del proprio nemico stringendo un capretto fra gli artigli
era di fatto solo un modo per osservare la natura; certo, se uno avesse visto
un capretto con un'aquila stretta fra i suoi zoccoli rossi di sangue volare e
ruotare al di sopra dei propri stendardi al primo lumeggiare dell'alba... be',
quello sì che sarebbe stato un portento.
Comunque; la grande macchina, ufficialmente denominata dal Diparti-
mento degli Approvvigionamenti catapulta, grande, a base fissa, numero
trentasei e nota invece ai suoi creatori come l'Ubriacone Intemerato (ci
vuole molto tempo per ubriacarlo, ma quando lo fa si ubriaca davvero...),
era ora posizionata sulla torre del terzo miglio lungo le mura rivolte verso
terra, inumidita di pece per fare fronte al vento umido che spirava da est, e
copriva l'ultimo angolo che era rimasto cieco e indifeso; o perlomeno
l'ultimo angolo che risultava indifeso agli ottusi ufficiali del Dipartimento.
La città, per quanto la riguardava, era ora pronta ad affrontare qualunque
minaccia. La quale minaccia avrebbe dovuto essere piuttosto ottusa per
non capire che si trattava di una vera e propria illusione.
Due ore davanti alla ruota e la lama fu lucidata; non proprio come la
superficie di uno specchio, come gli sarebbe piaciuto, ma comunque in
maniera sufficiente per il proprio compito al servizio del governo, come
avrebbero detto i suoi colleghi. Andò ad aggiungersi al resto della
produzione di quella settimana su una rastrelliera fissata al muro, pronta
per essere fissata a un'elsa, verificata e immagazzinata; il che significava
essere coperta di grasso e avvolta in carta oleata prima di essere sistemata
in un barile insieme ad altre venti spade identiche e poi essere impilata
nelle cantine di una torre di guardia e abbandonata lì. Temrai si lavò le
mani, tornò al suo posto e ricominciò dall'inizio.
Fece tre lame complete quel giorno e diede inizio a una quarta. «Che
fretta c'è?» gli chiesero i suoi colleghi, seccati che facesse quasi il
cinquanta per cento di lavoro più di loro. «Sai qualcosa che noi non
sappiamo?» Non diede nessuna risposta.
Finito il lavoro rimise le cose in ordine, unse i suoi attrezzi con olio di
camelia e li ripose; poi si infilò la giacca e fece ritorno alla locanda. Era il
momento più fresco della serata, quel breve momento di sollievo che
divideva il calore diretto del sole da quello accumulato, che soffocava la
notte irradiandosi dalla pietra come dai mattoni di un camino. Era un
momento particolarmente attraente per trovarsi in città; luci amichevoli
filtravano dalle porte delle botteghe e delle taverne; voci allegre echeggia-
vano, accompagnate dall'eco della musica suonata ora bene ora malamen-
te. Ovunque uno andasse vedeva uomini e donne che passeggiavano
insieme senza seguire una particolare direzione e senza alcuna fretta
apparente: erano mariti affettuosi con le loro mogli, ragazzi che facevano
la corte alle innamorate, ubriachi che si accompagnavano a ragazze di
taverna. Nella sua patria, in linea di massima, la gente andava a cavallo o
se ne stava seduta: era una cosa più di buon senso, ma non altrettanto
pittoresca.
Davanti alla porta della locanda vide un uomo che indossava un lungo
cappotto di pelle e che pareva cercare di confondersi con l'ombra proiettata
dall'ingresso. Era così, dunque. Anche questo era un segno, dopo tutto.
«Jurai» disse sottovoce. «È...»
L'uomo annuì. «Serenamente» rispose. Era così strano sentire di nuovo
la propria lingua. Sentì nostalgia, rimpianto e un vago disgusto, tutto nello
stesso tempo. «È stata la febbre, una settimana fa.» All'uomo sembrò
sovvenire di essersi dimenticato qualcosa. «Mi dispiace» disse. «Era un
grande capo.»
Temrai fece spallucce, sapendo che la lode era fasulla. Non un grande
capo; forse, un bravo capo, così come era stato abbastanza un buon padre e
un insegnante sufficiente. Non era stato quel genere di uomo di cui gli dei
si possono servire; era stato messo nel fuoco troppo tardi, cotto a una
temperatura troppo alta e probabilmente si sarebbe dimostrato troppo
fragile. Suo figlio: quello sì che era tutta un'altra cosa.
«Immagino che farei meglio a tornare a casa» disse. «Dove li hai
lasciati?»
«Al guado di Korcul» rispose Jurai. «La piena è stata notevole quest'an-
no... Pensano che non sarà possibile passare almeno per una settimana
ancora. Se ci sbrighiamo, possiamo raggiungerli là.»
«Non sarà difficile trovarli anche se non dovessimo riuscirci» rispose
Temrai in tono assente. Non riusciva a fare a meno di pensare che aveva
ancora del lavoro da fare lì; ma non era vero. Aveva appreso tutto quello
che era venuto ad apprendere, di più in effetti. E aveva lavorato duro,
guadagnato la paga, fatto perfino qualcosa di buono mentre era ospite della
città. Un uomo dovrebbe cercare sempre di fare qualcosa di buono
ovunque vada: di lasciare un posto migliore di come era quando ci è
arrivato.
«Probabilmente ci aspetteranno» disse Jurai. «C'è molta legna laggiù e
tu hai detto che avresti avuto bisogno...»
«È così.» Corrugò la fronte. «Immagino che farò meglio a prepararmi.
Hai portato un cavallo per me? Ho venduto il mio.»
«Uno per ciascuno e un ricambio» rispose Jurai. «Non è il caso di
perdere tempo.»
«Va bene. D'accordo. Non ci vorrà molto.»
Lasciò lì Jurai ed entrò nella locanda. Strano; quel grosso carro di pietra
senza ruote, che non andava mai da nessuna parte e dove bisognava pagare
per il semplice privilegio di risiedere all'interno, cominciava a sentirlo
come casa sua. Riusciva ad annusare il pane della sera che cuoceva nel
forno e le donne stavano preparando la tavola. Un gruppo di uomini, tutti
suoi amici, alzarono lo sguardo dai dadi con cui stavano giocando e gli
fecero un cenno di saluto. Date le circostanze, sperava tanto di non
rivederli mai più.
La padrona della locanda stava rigirando un pentolone di zuppa, assag-
giandola di tanto in tanto con un lungo cucchiaio di legno e aggiungendo
ora un pizzico di un'erba, ora di un'altra, con un'aria di concentrazione che
risultava vagamente comica. Gli sorrise quando lo vide e promise che
sarebbe stato pronto in tavola di lì a breve.
«Per la verità» disse «non mi fermo. Vorrei fare i miei bagagli, se non vi
dispiace.»
«Ve ne andate?» Sembrava dispiaciuta. «Oh. C'è per caso qualcosa che
non va?»
«Mio padre è morto.»
«Mi dispiace. Era ammalato?»
Temrai annuì. «Sarà meglio che vada il prima possibile.»
La proprietaria della locanda posò il cucchiaio. «Immagino che vostra
madre sarà felice di rivedervi» disse.
«È morta» rispose Temrai. «Quando ero ancora un bambino.»
«Questo è triste. Così sarai tu il capofamiglia ora, immagino.»
«Proprio così.»
«Avete una famiglia numerosa?»
«Piuttosto numerosa. Spiacente, ma devo veramente andarmene. Quanto
vi devo?»
La donna scosse la testa. «Va bene così» disse. «Sono passati solo due
giorni dall'ultima volta che mi avete pagato. Siete mio ospite. Volete che vi
prepari qualcosa da mangiare durante il viaggio?»
Temrai rifiutò educatamente; lei insistette; alla fine, solo per riuscire
finalmente a mettersi in movimento, Temrai accettò mezza forma di pane,
una salsiccia e due mele. «È stato bello avervi qui» disse la donna,
porgendogli un cestino coperto da un pezzo di tela pulita. «Non mancate di
venirmi a trovare se doveste fare ritorno in città.»
«È possibile che ritorni» disse Temrai. «E anche abbastanza presto.»
«Non vedo l'ora. Fate buon viaggio.»
«Senza dubbio. Grazie di tutto.»
«Siete sempre il benvenuto.»
Sentendosi un assassino, Temrai raccolse le sue poche cose riunendole
in un fardello e riuscì a uscire dalla locanda senza rivolgere la parola a
nessun altro. Vi prego, pregò silenziosamente, siate fra i primi ad
andarvene quando a oriente appariranno le nubi di polvere e tutti
cominceranno a farsi prendere dal panico. Non voglio che vi accada
nulla, davvero. È solo che...
«Pronto?» chiese Jurai, allungandogli le redini di un cavallo alto e
scattante.
«Pronto» rispose.
«Quasi mi dimenticavo. Hai ottenuto ciò per cui sei venuto?»
«Sì.»
Jurai ridacchiò. «Molto bene» disse. «La prossima volta che vedrai
questa gente, sarà in tutt'altro contesto.»
Temrai strinse i denti. «Speriamo che sia così» disse poi.
Montarono (era strana la sensazione di stare di nuovo in groppa a un
cavallo dopo tutto quel tempo) e avanzarono lentamente lungo le strade,
preoccupati che gli animali potessero spezzarsi una gamba fra i ciottoli o
in un canale di scolo. Era raro vedere uomini a cavallo in giro per la città e
i pedoni che erano in giro per la passeggiata serale non sembravano avere
particolare fretta di scostarsi e di farli passare. Temrai si sentiva sciocco e
gli pareva di avere gli occhi di tutti puntati addosso mentre torreggiava sul
resto dei cittadini (ma lui non era già più uno di loro) come un grande
nobile che prendesse parte a una processione e il suo stallone delle pianure,
alto e che pareva quasi emettere fuoco dalle froge, raschiava il lastrico con
gli zoccoli e scrollava la testa per l'impazienza, costretto a indugiare dietro
a un panettiere basso, calvo e grasso e alla sua consorte quasi sferica, che
erano usciti solo per fare due passi. Avrebbe potuto volerci tutta la notte
solo per arrivare alla porta, ma il panettiere e sua moglie si fermarono a
comperare dei dolci e così poterono passare.
Erano arrivati in vista della porta quando un uomo sbucò da una taverna
senza guardare dove stesse andando e finì proprio davanti al cavallo di
Temrai. Quest'ultimo tirò con forza le redini verso di sé e a destra,
obbligando lo stallone a fare una mezza giravolta; fu sufficiente a impedire
che quello sciocco ubriacone si facesse male seriamente, ma il puntale
dello stivale di Temrai (che era rinforzato in ferro, precauzione indispen-
sabile per chi lavorava in un luogo in cui c'era ogni tipo di oggetto pesante
che non aspettava altro che cadere, schiacciando alluci non adeguatamente
protetti) centrò un lato della testa dell'uomo, che cadde a terra pesantemen-
te. Temrai lanciò un grido di allarme e scivolò giù dalla sella, gettando a
Jurai le sue redini.
«Vi sentite bene?»
L'uomo si massaggiò il cranio. «No, grazie a voi» borbottò. «Perché
diavolo non state più attento a dove andate?»
Parlò in modo strascicato, arrotondando le parole, evidentemente per
effetto di qualche bicchiere di troppo; proprio lo stato che provocava la
maggior parte delle risse in città, come Temrai ben sapeva. Di conseguen-
za si scusò e aiutò l'uomo ad alzarsi in piedi, cercando di rimuovere lo
sporco della strada e le macchie di fango che gli lordavano la giacca e
raccogliendo il fardello, ora appiattito, che l'uomo teneva prima in mano.
Sfortunatamente il cavallo ci era proprio passato sopra.
«Ehi, pagliaccio» esclamò l'uomo «guarda che cosa hai fatto alla mia
insegna! Avanti, prova a dare un'occhiata!»
La luce che filtrava dall'ingresso della taverna rivelò un ritratto ben fatto
e certamente nuovo, inequivocabilmente suggestivo, salvo che un buco
esattamente della misura dello zoccolo di un cavallo si trovava nel punto in
cui avrebbe dovuto esserci la faccia. Temrai vide la mano dell'uomo
correre alla cintura, verso il punto da cui avrebbe dovuto pendere una
spada. Fortunatamente, non ce n'era traccia.
«È terribile» mormorò Temrai. «Sono così dispiaciuto. Vi prego, lasciate
che vi risarcisca per il danno.»
«Potete giurarci che vi lascio» ringhiò l'uomo di rimando. «Per non
parlare del mancato guadagno, del dolore, della sofferenza e del fatto che
stavate cavalcando sulla pubblica via come un vero incosciente.»
Questo, si disse Temrai, era un po' esagerato detto da un ubriaco che
aveva cercato di gettarsi sotto gli zoccoli del suo cavallo; ma il significato
dell'insegna, la terminologia legale, la mano corsa istintivamente alla
cintura non gli erano sfuggite. Ubriaco o sobrio, che avesse torto o
ragione, non aveva particolarmente voglia di fare a coltellate con un
avvocato professionista.
«Naturale» disse in tutta fretta. «Quanto vi devo?»
L'ubriaco lo stava fissando con aria incuriosita e il suo cervello ottene-
brato stava facendo del proprio meglio per afferrare le fila di un ricordo
appena abbozzato.
«Tu» disse. «Sei il ragazzo delle pianure che stava nell'arsenale.»
«Esatto» rispose Temrai; poi anche lui si ricordò di chi si trattava. «Vi
ho visto oggi pomeriggio. Siete entrato e poi ve ne siete andato poco
dopo.»
L'uomo annuì e con grande sollievo Temrai avvertì che il momento
pericoloso era passato. Un ubriaco, in preda alla nebbia alcolica, poteva
pugnalare uno sconosciuto da cui pensava di essere stato offeso, ma non
qualcuno che conosceva. L'espressione dell'uomo infatti si rilassò in una
sorta di risolino.
«Hai rovinato la mia insegna» disse. «Mi ci è voluto tutto il giorno per
farmi fare questo dannato oggetto. Se tu solo immaginassi quanto può
essere noioso farsi ritrarre...»
«Posso immaginarlo.»
L'uomo fece spallucce. «Pazienza» disse. «Senti, ti dico io cosa faremo.
Mi dimenticherò dell'insegna rovinata e di tutto il resto, se mi farai un
favore. Accetti?»
Temrai esitò. Non era in condizione di promettere favori, proprio ora che
stava per lasciare la città; d'altro canto rifiutare avrebbe certamente fatto
infuriare l'ubriaco, mettendo Temrai in un guaio ancora più grosso.
«Ehm...» disse.
«Sei un fabbricante di spade, giusto?»
«È così.»
«L'avevo immaginato.» L'uomo annuì lentamente. «Un fabbro delle
pianure. Quindi saprai tutto sul modo di saldare il nucleo di una lama ai
tagli in modo che non si spezzi.»
«Sì» rispose Temrai. «In che modo...»
«Amico» disse l'ubriaco «potresti essere l'uomo che mi salverà la vita.
Vedi, io sono un avvocato. Uno spadaccino legale. O meglio lo ero, fino a
oggi; ho mollato tutto e ho deciso di diventare un istruttore. Bella vita,
quella dell'insegnante, salvo per il fatto che bisogna svegliarsi presto di
mattina. Comunque, avrò in ogni caso bisogno di una buona spada che non
mi si spezzi in mano nel bel mezzo di un combattimento. Ultimamente ho
visto spezzarsi sotto i miei occhi due eccellenti lame che possedevo»
aggiunse con amarezza «e un'altra ha fatto la stessa fine a tanta distanza
dalla mia faccia quanto quella che c'è fra te e me.» Era un dato di fatto che
si stesse chinando sempre più verso di lui; anche con la sua limitata
esperienza, Temrai riusciva a distinguere nel suo alito due dei vini più
popolari fra quelli di poco prezzo. «È allora che mi è venuto in mente: quei
cafoni delle pianure, loro sì che sanno fabbricare spade che non si
spezzano, o almeno lo sapevano fare una dozzina di anni fa. Quindi è
questo che voglio che tu faccia per me e non parleremo mai più dell'inse-
gna rovinata. Affare fatto?»
Il volto di Temrai era privo di qualsiasi espressione quando rispose, così
come la sua voce. «Affare fatto.» L'ubriaco non sembrava avere notato
niente di strano.
«Bravo ragazzo» disse l'ubriaco sorridendo, poi diede a Temrai una
grande pacca sulle spalle. «Il mio nome è Loredan, Bardas Loredan. Mi
puoi trovare alle Scuole in qualunque momento. Se dovesse mai venirti
voglia di imparare la scherma, ti farò un prezzo speciale.»
«Grazie» rispose Temrai sottovoce. «Incrociare la spada con voi sarà un
vero piacere.»
Adesso l'ubriaco era pieno di buonumore; resse la staffa per aiutare
Temrai a salire a cavallo e lo salutò con un cenno cordiale mentre si
allontanava, prima di gettare l'insegna rovinata in un canale, girare su se
stesso un paio di volte come se fosse incerto su dove andare e finalmente
puntare di nuovo verso la taverna. Temrai cavalcò in un silenzio di tomba
fino a quando non ebbero superato la guardia alla porta e non furono sul
ponte.
«Si può sapere di cosa avete discusso?» chiese Jurai.
«Quell'uomo» rispose Temrai «voleva che gli fabbricassi una spada.»
Jurai fece spallucce. «Che stupido.»
Temrai si voltò sulla sella e alla luce delle torce che si rifletteva sull'ac-
qua Jurai vide che aveva il volto rigato di lacrime. «Jurai, ti rendi conto di
chi era?»
«Un ubriaco. O, già, un avvocato, qualunque cosa significhi. Mi è
sembrato di capire che si tratti di una specie di mercenario.»
«Questo è quello che è ora. Pensa, Jurai; un uomo che sa dell'uso
dell'argento nella saldatura delle lame e che dice di averlo appreso più o
meno dodici anni fa. Riflettici, Jurai.»
Jurai rifletté per qualche momento; poi imprecò sottovoce. «I razziatori
di Maxen» mormorò. «Pensi che fosse uno di loro?»
«Dodici anni, Jurai. Qualcuno che ha appreso della saldatura con l'argen-
to nelle pianure. E non era un mercante, credimi.»
«Dei potentissimi. Se fossi stato nei tuoi panni lo avrei ucciso su due
piedi.»
Temrai scosse la testa e sorrise.
«Ci sarà un'altra occasione. A essere sinceri mi ha fatto un favore. Sai,
sono stato qui così tanto tempo che mi ero quasi scordato la vera ragione
per cui ero venuto.»
Jurai fece schioccare la lingua. «Dubito che questo sia possibile» disse.
«Ho detto quasi» ripose Temrai. (Dimenticare Maxen? No, era una
macchia che non si poteva cancellare per quanto spesso uno la lavasse o
per quanta energia ci mettesse a sfregarla con la pomice. Dodici anni ed
era ancora là, radicata nelle fibre, insieme al puzzo di capelli e ossa
bruciate, onnipresente come l'aroma del cedro che si mette negli armadi.)
«Nell'arsenale, tutti gli altri si levavano la camicia per lavorare, a causa del
caldo. Non io.» Scivolò a metà fuori dalla giacca e si abbassò la camicia su
una spalla, rivelando l'estremità di una cicatrice lucida e bianca. «Non mi
andava di spiegare come me la fossi fatta; non quando andavamo tutti così
d'accordo.» Rimise a posto la camicia e la giacca. Jurai notò una certa
difficoltà nei movimenti: era stato troppo tempo senza montare in sella.
Infine Temrai si alzò il bavero intorno al collo prima di girarsi a guardare
le lampade che bruciavano a entrambi i lati della porta. «Quando darò
fuoco alla città sbarrerò quella porta dall'esterno, Jurai, è il minimo che io
possa fare. È un peccato» aggiunse, con il tono di uno costretto a buttare
via un paio di brache non ancora del tutto lise «in fondo mi sono simpatici,
davvero. Ma è una cosa che va fatta e stando così le cose, preferisco essere
io a farla, che non un qualunque sconosciuto.»
Jurai lo guardò, non senza un po' di preoccupazione. «È esattamente
quello che tuo padre avrebbe voluto fare» disse, in tono vagamente
imbarazzato.
«Dubito che ne sarebbe stato capace» rispose Temrai in tono stanco.
«Da giovane era assetato di sangue, quando è diventato capo era diventato
un debole e poi ha passato il resto della sua vita gonfio di odio e frustra-
zione. Lui, non sarebbe mai stato in grado di radere al suolo Perimadeia.
Ma io lo farò.»
Il suo compagno lo guardò fisso. «Ne sei certo?»
«Oh, sì. Adesso che sono stati così gentili da mostrarmi come fare.»

CAPITOLO SESTO

Battere le strade della città, aveva detto Gannadius. Percorrere ogni


vicolo e attraversare ogni piazza fino a quando non avesse sentito quel
tocco di redini che significava che aveva trovato lo sconosciuto con poteri
naturali. Secondo lui, era l'unica strada.
Probabilmente era così, borbottò Alexius fra sé, mentre se ne stava
seduto sui gradini di una fontana stringendosi fra le mani lo stivale
sinistro, ma i piedi gli facevano male. E poi cosa direbbero i confratelli se
dovessero mai scoprire che ho passato gli ultimi tre giorni camminando su
e giù per le strade...
Era possibile, si domandò, che avesse completamente perso il senso
delle proporzioni? Era vero che continuava a essere vittima di quegli
attacchi improvvisi (mal di testa accecanti, febbri che lo facevano sudare,
fitte dolorose al petto e alle gambe, vomito e diarrea), ma stavano
diventando meno violenti e meno frequenti e se non altro aveva ricomin-
ciato a dormire ora che i sogni si erano fatti più indistinti. Incantesimi di
tripla forza e campi protettivi probabilmente erano d'aiuto, anche se lo
sforzo di mantenerli attivi alla fine era più dannoso degli attacchi in sé, e
comunque aveva la sensazione che non sarebbero stati di nessun aiuto se
non ci avesse lavorato quasi a tempo pieno anche Gannadius. Era molto
più probabile, secondo lui, che la maledizione in se stessa stesse lentamen-
te incominciando a perdere potenza, senza dubbio anche grazie alla
miracolosa sopravvivenza di Loredan nel duello con Alvise e al fatto che,
apparentemente, aveva deciso di lasciare la professione. A mano a mano
che diventava meno vulnerabile alla maledizione, quest'ultima declinava
avendo sempre meno di cui alimentarsi. A essere sinceri, Alexius si stava
baloccando da qualche giorno con l'idea di provare proprio a spezzarla; era
fattibile, ne era certo, anche se naturalmente nessuno ci aveva provato fino
ad allora.
No, rifletté, infilandosi nuovamente, con grande cautela, lo stivale sul
piede gonfio, non era quella la strada. La sola speranza stava nel rintraccia-
re questo benedetto tizio con poteri naturali, il che si stava rivelando più
difficile di quanto non si fosse aspettato. Forse aveva lasciato la città, cosa
di cui era convinto Gannadius. Alexius sperava con tutto il cuore che non
fosse così; doversi sentire in quel modo per tutto il resto della sua vita non
era un'idea propriamente allegra.
Non sarebbe una gran bella cosa, disse a se stesso, se fossi davvero in
grado di usare la magia? Potrei usare un incantesimo di movimento per
spostarmi tanto per cominciare e potrei farla finita con tutto questo
camminare. O, meglio ancora, potrei scovare questo dannato standomene
comodamente nella mia cella, e scaraventargli in testa un tuono. Natural-
mente, se fossi in grado di usare la magia, non avrei bisogno di fare
nessuna di queste cose; farei semplicemente a pezzi la maledizione e me
ne libererei, e così tutti sarebbero contenti. A parte quella maledetta,
ambigua ragazza che mi ha trascinato in questa situazione; della cui
felicità, sinceramente, non mi interessa proprio un bel nulla. Avrei dovuto
dare retta a quello che mi diceva mia madre a proposito del fatto di parlare
con donne sconosciute.
Nel laboratorio dall'altra parte della strada, due uomini stavano co-
struendo una sega meccanica, da installare nelle segherie giù vicino al
fiume. La lama stava in posizione verticale, fissata con un albero a gomiti
a una ruota mossa dall'acqua, che stava nella parte bassa, mentre nella
parte superiore era sospesa a uno spesso trave di tasso, tagliato ad arco in
modo da avere alburno sulla parte superiore e duramen in quella inferiore;
quest'ultimo fungeva da molla, sollevando la lama in modo da consentirle
di tagliare qualunque tronco fosse stato fatto rotolare orizzontalmente
contro di essa, scivolando su una piattaforma di rulli. A ogni rotazione
della ruota mossa dall'acqua la lama della sega calava per venire subito
dopo fatta risalire con un colpo di manovella, il che garantiva un taglio
continuativo e che aveva la stessa forza di una sega a mano manovrata da
due uomini che la impugnassero alle due estremità. I due carpentieri
stavano ultimando il montaggio, incastrando fra loro una coppia di
contropali obliqui che sostenessero l'asta su cui andava montata la molla di
legno di tasso.
Alexius non era un ingegnere, ma riuscì lo stesso ad apprezzare il
progetto, che era di un tipo che non gli era mai capitato di vedere prima.
Un'altra nuova macchina, quindi, che segnava un ulteriore progresso e che
avrebbe probabilmente finito per consentire una maggiore produttività e
assi tagliate meglio a un prezzo più basso. Per un attimo si sentì incredi-
bilmente geloso; perché non poteva passare anche lui la vita a fare un
mestiere nel cui ambito era possibile migliorare le cose, farle meglio grazie
a un po' di riflessione intelligente e a molta applicazione pratica? In ogni
parte della città c'erano uomini che lavoravano a progetti come quello; li si
poteva vedere in ogni piazza tracciare disegni per terra con un bastoncino
o inciderli su un pezzo di legno con un chiodo, sempre alla ricerca di una
soluzione migliore, più economica, più razionale, più bella a vedersi. Ma il
Patriarca di Perimadeia doveva passare la sua vita a spiegare che la magia
non funzionava, che il Principio era in gran parte incomprensibile e che
anche gli effetti che si poteva ragionevolmente confidare di riuscire a
generare, non avevano alcuna vera applicazione pratica. Eppure eccolo lì,
vestito di lino e di seta, mentre gli indaffarati carpentieri indossavano lana
grezza e andavano a piedi nudi.
C'era chi diceva di essere un mago? Imbroglione. Via! Avrebbe dovuto
caricarli tutti su un carro e cacciarli dalla città.
I due artigiani finirono di fissare al loro posto le ultime viti e il più
vecchio spedì il suo assistente ad avvolgere a mano la ruota per fare una
prova. A quanto sembrava, girare la manovella era una vera faticaccia;
infinitamente più sensato lasciare che fosse l'acqua cadendo a fare il
lavoro. Ecco, volendo quello era un perfetto esempio di come il Principio
potesse essere utilizzato in modo buono e produttivo. Il giovane grugnì per
la fatica e il legno sotto sforzo gemette mentre la ruota girava.
Con un allarmante schianto la molla di tasso si spezzò in due di netto. La
lama della sega, non più sostenuta in alto si piegò lentamente e cadde di
lato strappando l'albero a gomiti dalla ruota e costringendo il giovane
artigiano a mettersi fuori portata a grande velocità. Ce la fece per un pelo;
un centimetro più in là e la lama gli sarebbe caduta sulla schiena.
L'artigiano anziano cominciò immediatamente a imprecare e il giovane
rispose con altrettante imprecazioni agitando il pugno verso il maestro e
vibrando alla macchina un violento calcio che fece molto più male al suo
piede che non alla sega meccanica. Stavano ancora urlando e imprecando
quando Alexius, sentendosi molto più in pace con se stesso di quanto non
si fosse sentito qualche minuto prima, si rimise in piedi e ricominciò la
propria ricerca.
Stava passando davanti al negozio di un fabbricante di serrature nella
piazza successiva quando sentì il segnale. Non aveva niente a che fare con
quello che si era aspettato, ma fu comunque inequivoco; un'improvvisa
pressione mentale, simile alla sensazione che si diffonde nell'aria quando
sta per scatenarsi un temporale, solo in questo caso enormemente
concentrata: un po' come il sidro rispetto al succo di mela. Cominciò ad
avvertire una violenta emicrania.
Si bloccò immediatamente, certo che la fonte di quella sensazione si
trovasse all'interno del negozio. Uno sguardo attraverso l'entrata gli mostrò
il fabbricante, un uomo anziano da cui una volta Alexius aveva acquistato
un chiavistello (quindi non era lui la fonte) e un uomo e una donna,
chiaramente stranieri. Interessante; così la teoria di Gannadius sembrava
essere giusta, dopo tutto.
L'uomo era alto e magro con zigomi alti e un viso amichevole, vagamen-
te comico. La donna era chiaramente sua sorella gemella. Gli venne in
mente qualcosa che aveva letto parecchio tempo prima a proposito di
gemelli e poteri naturali: un'attraente teoria sul fatto che due menti con una
spontanea, insita empatia attraessero in qualche modo il Principio, come il
rame attira il fulmine. La ragazza era straordinariamente simile al fratello,
eppure nello stesso tempo bella, mentre lui non lo era e al massimo poteva
avere un'aria strana. Quando Alexius la guardò si sentì serrare il cranio in
una morsa di mal di testa. Era così dunque.
Si rese conto che sarebbe stato di grande aiuto se si fosse preparato per
quel momento e se avesse deciso prima quello che avrebbe detto. C'era
tuttavia una ragionevole probabilità che il fabbricante lo riconoscesse e lo
accogliesse in modo tale da rendere palese a qualunque visitatore straniero
che si trovava in presenza di una delle autorità locali. Si infilò una mano in
tasca, verificò di avere un po' di denaro con sé ed entrò nel negozio.
La cosa si mise bene. Il fabbricante e lo straniero erano impegnati in
qualche complicata trattativa e a quanto pareva un elemento di distrazione
era tatticamente vantaggioso per il commerciante, il quale si interruppe
immediatamente e accolse con grande reverenza l'illustre cliente,
chiedendo in maniera esplicita ad Alexius se fosse soddisfatto del
chiavistello che aveva comperato da lui. Le parole Per graziosa conces-
sione del Patriarca di Perimadeia sembravano sospese nell'aria come la
nebbia sul mare di primo mattino.
I due stranieri si scambiarono uno sguardo. Stava funzionando.
«Non volevo interrompervi» disse Alexius. «Non ho particolarmente
fretta.»
Dopo un attimo di esitazione gli stranieri e il fabbricante ripresero le
loro schermaglie commerciali che sembravano ruotare intorno a un prezzo
speciale per quattro dozzine di chiavistelli con le relative chiavi e viti per
fissarli. Alexius stava domandandosi come avviare una conversazione con
la ragazza quando si rese conto che non sarebbe stato necessario.
«Scusate» disse lei «ma mi domandavo una cosa. Ho sentito parlare così
tanto di voi e del vostro ruolo. È vero che siete capace di fare incantesi-
mi?»
Sarebbe stato molto meglio se la testa non gli avesse fatto così male, ma
riuscì a ignorare il relativo senso di disagio. Sorrise.
«Non è così» rispose. «È vero che gli studi scientifici e filosofici a cui ci
dedichiamo ci consentono di capire alcuni astrusi principi di natura che, in
generale, nessun uomo comune è in grado di cogliere; in conseguenza e in
maniera del tutto incidentale rispetto a quello che ci proponiamo effetti-
vamente di fare, riusciamo a generare certi, chiamiamoli effetti che un
osservatore superficiale potrebbe scambiare per magia. Ma non possiamo
trasformare il piombo in oro o gli uomini in rane, né volare o scagliare
fulmini.»
Le ci volle un po' di tempo per tradurre nella propria testa l'intero
discorso e a quel punto non riuscì a nascondere un certo disappunto. «Oh»
disse. «Ho sempre sognato di incontrare un vero mago. Uh, mi dispiace.
Mi sono espressa in modo terribilmente ineducato.»
Alexius le rivolse un sorriso da vecchio zio. «Niente affatto» disse.
«Anch'io ho sempre sperato di imbattermi in uno. Ma la cosa più simile a
un vero mago che posso mai sperare di incontrare è qualcuno con un
talento naturale.»
«Oh? Che cosa intendete dire?»
Con la coda dell'occhio Alexius sorvegliò a che punto fosse la trattativa;
sembrava stare complicandosi se possibile ancora di più. La testa
sembrava sul punto di scoppiargli...
È lei la causa. Vuole parlare con me senza essere interrotta e allora fa
in modo che la trattativa diventi più ostica. Come...?
«Ah» disse Alexius alla fine «vorrei potere essere più chiaro. Vedete, le
gente con poteri naturali è molto rara e le probabilità di incontrare davvero
qualcuno sono molto piccole, per lo meno qui nella città. A quanto pare, da
queste parti non riusciamo a produrne.»
«Capisco. E allora da dove vengono?»
Alexius inarcò un sopracciglio «Abbastanza curiosamente» improvvisò
«un numero sorprendente dei casi documentati sembra essere stato
proveniente dall'Isola. Ho ragione se penso che anche voi...?»
La ragazza sembrava raggiante.
«È esatto» rispose. «È proprio da lì che veniamo. Oh, suppongo che la
cosa sia ovvia» aggiunse «per via del nostro accento e dei vestiti. La cosa
bizzarra, comunque, è che non ho mai sentito dire che qualcuno dei miei
connazionali sapesse usare la magia.»
«Di nuovo quella parola» disse Alexius. «Il punto è che sarebbe possibi-
le vivere nella stessa città con qualcuno dotato del talento naturale per
cinquant'anni, senza mai accorgersene. Il potere di chi si trova in questa
condizione consiste nel fare accadere cose: cose perfettamente ordinarie, di
tutti i giorni, che non attirano l'attenzione di nessuno; fanno cadere una
tegola da un tetto, litigare due uomini sul prezzo del latte; il punto è che è
lui a fare sì che queste cose accadano. Molto probabilmente» aggiunse,
massaggiandosi le tempie inconsapevolmente «senza neanche rendersene
conto.»
«Bizzarro» disse la ragazza. «Quindi anch'io potrei avere dei poteri
naturali e non esserne neanche consapevole?»
Il dolore non era più una semplice fonte di irritazione; ora ormai prati-
camente intollerabile e Alexius riusciva a malapena a mascherare il suo
disagio. Nonostante questo, ebbe la sensazione che la cosa si stesse
rivelando un po' troppo facile.
«È possibile» disse. «Straordinariamente improbabile, naturalmente,
dato che ci sono così poche persone del genere...»
«Che siano a vostra conoscenza» lo interruppe la ragazza. «Quello che
voglio dire è che si limitano a causare cose del tutto normali senza
scatenare uragani o trasformare la gente in rospi, come potreste individuar-
li? O se ne incontraste uno voi sareste in grado di riconoscere le sue
facoltà?»
Forse, pensò Alexius fra sé, il dolore è una sorta di tattica diversiva, in
modo da fare sì che io sia così preoccupato da non realizzare che sta
menandomi per il naso. Ma per quale ragione dovrebbe farlo?
«Non avendone mai incontrato uno non saprei che cosa dirvi. È proprio
questo il punto, vedete; il fenomeno è così raro che non se ne sa pratica-
mente nulla. Per quanto ne so io» aggiunse, consapevole di stare forse per
infilarsi in una vera e propria imboscata, ma desideroso ormai solo di
mettere fine a quella conversazione, in modo da potersi allontanare e fare
diminuire l'emicrania «un abitante dell'Isola ogni sei, oppure ogni dodici o
in qualunque proporzione preferiate, anche tutti, potrebbe possedere in una
certa misura quel genere di talento naturale. È possibile, ma naturalmente
nessuno fino a ora ha fatto ricerche in questo senso. Sarebbe uno studio
interessante» aggiunse con tutta la convinzione che riuscì a fingere.
«Davvero?» La ragazza sembrava interessata e compiaciuta. «Allora che
cosa ne direste... No, vi prego, dimenticate le mie parole. Sono sicura che
avete moltissimo da fare.»
Mentre rispondeva che se per caso stava proponendo se stessa e suo
fratello come soggetti di studio, lui e i suoi colleghi ne sarebbero stati
veramente felici, Alexius poté quasi sentire l'amo infilzarglisi nel labbro.
Naturalmente a quel punto era troppo tardi e poi quella dannata emicra-
nia...
«Ammesso» aggiunse «che vostro fratello abbia tempo...»
«Oh, non avevamo fatto nessun programma per oggi pomeriggio.
Venart» aggiunse, dandogli una gomitata nelle costole «non abbiamo
nessun impegno questo pomeriggio, vero?»
«Cosa? Oh, no. O meglio, non volevamo andare a dare un'occhiata alla
seconda città? Mi pareva che tu volessi vedere l'Accademia e...»
«In questo caso» disse Alexius (e poté quasi sentire i fili che lo facevano
muovere come una marionetta di legno in un teatrino per bambini)
«consentitemi di farvi da guida. Ci sono svariate cose di un certo interesse
a cui normalmente il pubblico non può accedere...»
«Oh, che cosa meravigliosa!» Alla ragazza scintillavano gli occhi e la
sua emicrania...
«Oh, Venart, facciamolo! Sarà divertentissimo.»
Non molto tempo dopo Alexius scortava i suoi due nuovi compagni
attraverso la porta che immetteva al secondo livello. Ogni volta che faceva
un passo, era come se facesse forza su un osso fratturato. C'era solo una
piccola consolazione; che di lì a poco anche Gannadius avrebbe avuto un
bel mal di testa. Tutto considerato, si disse che gli stava bene.

Dopo un giorno di cavalcata Temrai era irrigidito e dolorante, anche se


non lo avrebbe mai ammesso. Dopo tutto era il capo di una nazione di
cavallerizzi.
«Ci fermiamo qui» annunciò quando il dolore alla base della spina
dorsale divenne maggiore di quanto potesse sopportare. «C'è acqua e
possiamo accamparci sotto gli alberi.»
Jurai si strinse nelle spalle. «C'è ancora un'ora di luce» obiettò. «Stavo
proprio pensando che se insistessimo ancora per un po' potremmo
raggiungere il guado di Okba prima che faccia buio.»
«Ci fermiamo qui.»
«Come vuoi.» Jurai tirò verso di sé le redini e poi scivolò dal dorso del
cavallo atterrando agilmente sulle punte dei piedi. Una volta ne ero capace
anch'io, rifletté cupamente Temrai. Solo pochi mesi fa lo sapevo fare
perfettamente. Si limitò invece ad aspettare che il suo compagno avesse
girato la schiena e poi scese faticosamente dal cavallo, atterrando in modo
goffo su un lato del piede sinistro.
Interessante, si disse; conosco Jurai fin da quando ero bambino ed era il
Primo Cavaliere di mio padre. Dei, come mi sembrava importante allora; e
adesso eccolo qui, che fa quello che gli dico io.
Decise di fare un esperimento.
«Jurai» disse nel tono più casuale possibile «fai una corsa a riempirmi di
acqua la borraccia, grazie.» Tese il recipiente, aspettandosi da un momento
all'altro uno scappellotto dietro l'orecchio. Al contrario Jurai lo prese senza
fare obiezioni e corse... Sì, corse dopo una dura giornata a cavallo... verso
il fiume. Stupefacente, pensò Temrai; posso dargli ordini, quasi come se
fossi mio padre...
Già. Be', solo per il fatto che posso non significa che devo farlo. «Va
bene» gridò a Jurai che aveva cominciato a raccogliere legna per accendere
un fuoco «ci penso io. Tu bada ai cavalli.»
Mentre stringeva le pastoie e levava agli animali le briglie, Jurai aveva
un risolino stampato in faccia; è naturale, si disse, mi conosce come mi
conosco io, non potrebbe essere diversamente dopo tutti questi anni. Solo
che non sa che cosa è successo mentre risiedevo nella città. Non sa che ci
sono così tante cose da apprendere.
«Bene, dunque» disse una volta che il fuoco fu acceso (se non altro sono
ancora in grado di avviare un fuoco; ringrazio gli dei per questo) ed ebbero
eretto la siepe di rami secchi e spinosi che nessun viaggiatore delle pianure
si sarebbe mai sognato di tralasciare quando gli capitava di dormire fuori
da un carro «sarà meglio che tu mi faccia un quadro di quello che è
successo.»
«A parte l'evento fondamentale, non molto» rispose Jurai, imbarcandosi
subito dopo in un succinto eppure interminabile racconto che includeva lo
stato del bestiame (comprese le perdite subite a causa dei lupi, delle
malattie, delle bestie che si erano semplicemente smarrite e di quelle che
erano state spazzate via dalla corrente traversando un fiume), la morte di
alcuni vecchi cavalli, la doma di nuovi puledri, la mungitura del latte, la
produzione di formaggio, il numero di pelli conciate e immagazzinate,
svariate liti, risse, cospirazioni, adulteri, fidanzamenti, i risultati delle corse
dei cavalli, delle partite di polo, di quelle di scacchi, dei tornei di tiro con
l'arco e delle competizioni musicali; il tutto senza trascurare un breve
rapporto sullo stato delle strade più importanti, dei guadi e dei passi
montani, la morte di alcune persone anziane, la nascita di svariati bambini,
alcuni incidenti fatali, una serie di ferite trascurabili e altre più gravi e una
malattia in corso che avrebbe potuto causare la morte dei pazienti.
Concluse informandolo che un uomo era stato accecato per avere tagliato i
tendini del cavallo di un suo nemico, che due tende erano state sradicate da
un vento anomalo e che tutte le perdite e i danni erano stati rimborsati per
speciale disposizione del capo attingendo alle riserve del clan. C'era stata
anche una scorreria fallita da parte di alcuni banditi grazie a un pastorello
(opportunamente lodato per la sua azione e premiato con un cavallo
prelevato dal branco del capo) che li aveva visti avvicinarsi. Il tutto si era
concluso con la perdita di alcune frecce, senza che fosse stata rubata
alcuna bestia e senza feriti da entrambe le parti.
«E questo è più o meno tutto» concluse, bevendo una sorsata d'acqua
dalla borraccia. «Che cosa mi racconti di te? Ho l'impressione che tu abbia
ottenuto tutto quello per cui ti eri recato in città.»
Temrai annuì. «Se dicessi che sarà una cosa facile» disse «gli dei mi
sentirebbero e non lo sarebbe più. Diciamo che mi sono fatto una
ragionevole idea di quello che dovremo fare.»
«E la città?» continuò Jurai, evitando il suo sguardo. «Che cosa ne dici?
Com'è veramente?»
«Ah.» Temrai scosse la testa. «Jurai, non potresti credere com'è vera-
mente. È...» Esitò. «È diversa» disse alla fine.
«Solo diversa?»
«Veramente diversa.» Temrai fece un gesto di disperazione. «Soprattutto
nelle piccole cose, a parte le vere grandi differenze, è ovvio.»
«Mio Signore Temrai» lo interruppe Jurai a voce bassa e in tono vaga-
mente sarcastico «trovo veramente difficile credere che tre soli mesi
passati in mezzo al nemico possano averti fatto completamente dimentica-
re come si fa un rapporto coerente.»
Temrai sollevò lo sguardo; irato dapprima, poi vergognandosi per essersi
arrabbiato. La voce gli aveva fatto venire in mente quella di suo padre,
morbida, sardonica, capace di essere più tagliente di una verga di nocciolo.
Annuì seccamente.
«Hai ragione» disse. «Molto bene, allora. Sarà un buon esercizio per
quando sarò tornato indietro.» Si interruppe e si concentrò per un
momento. «Le mura della Città della Spada, dal lato che fronteggia la
confluenza dei due fiumi sono alte circa quindici metri, larghe sei alla base
e cinque alla sommità, sicché due carri possono incrociare sul cammina-
toio andando in direzione opposta. Ci sono delle torri di guardia ogni
centoquaranta metri e ognuna si staglia altri otto metri al di sopra della
linea dei bastioni; è in grado di fornire una perfetta copertura a una dozzina
di arcieri, a una macchina balistica e a una squadra di addetti. In ogni torre
c'è una scorta di millecinquecento frecce e di cinquanta proiettili per la
catapulta. Le torri vigilano anche sulle rampe di scale che collegano i
bastioni al suolo. Le quattro porte dal lato di terra sono tutte affiancate da
bastioni in grado di ospitare duecento arcieri, cinque normali macchine
balistiche e una di quelle di tipo più pesante, da utilizzare contro le torri
d'assedio e gli arieti. I ponti che attraversano i fiumi finiscono con ponti
levatoi e l'acqua del fossato è più o meno profonda sette metri, anche se il
fondo è piuttosto solido. Mura e torri sono in buono stato di manutenzione,
i meccanismi dei ponti levatoi sono perfettamente funzionanti e adeguata-
mente protetti e le catapulte vengono esaminate spesso e usate a scopo di
addestramento dalle squadre cui sono affidate permanentemente...»
Jurai annuì. «Continua» disse.
«Una volta superate le mura» proseguì Temrai «una forza d'invasione
avrebbe grandi difficoltà ad avanzare in maniera ordinata nel caso che la
città bassa venisse difesa con convinzione. Le strade sono abbastanza
strette da poter essere bloccate in fretta e la disposizione delle vie laterali e
dei vicoli rende abbastanza probabile che la forza d'invasione venga
aggirata sui fianchi e circondata con ben poco preavviso. Dare fuoco alla
città bassa probabilmente finirebbe per intrappolare gli invasori e rendere
loro impossibile la ritirata. Le difese sono state progettate in modo da poter
essere tenute da un numero relativamente piccolo di uomini e qualunque
rinforzo decisamente al di sopra dell'optimum molto probabilmente
finirebbe per rivelarsi un ostacolo più che un aiuto. Personalmente ritengo
che il numero ottimale sia a spanne di cinquemila arcieri e tremila uomini
d'arme, il che più o meno corrisponde al numero di uomini addestrati che
in ogni momento sono pronti a intervenire. Si tratta di una forza che può
essere mobilitata e in posizione entro venti minuti dal suono dell'allarme;
c'è anche una riserva di circa diecimila uomini abili, con un rispettabile
addestramento e un buon equipaggiamento. Quanto alle scorte militari dei
più vari generi, non sono riuscito ad avere nessuna informazione davvero
esauriente, probabilmente perché non è disponibile; hanno immagazzinato
di tutto per molti anni e dal punto di vista pratico probabilmente le scorte
vanno considerate infinite, senza contare la capacità di produzione
giornaliera dell'arsenale della città.»
«Va bene» mugugnò Jurai. «Ma si batteranno?»
Temrai annuì. «Oh, sì» disse. «Su questo non c'è dubbio. Non sono un
popolo bellicoso, ma la loro storia è piena di assedi e di tentati assalti sia
da terra che dal mare. Sono allevati fin da bambini nell'attesa di un
aggressione: l'ultimo attacco avvenne trenta anni fa, quando un'armata di
rispettabili dimensioni e qualità fu inviata da una coalizione di stati facenti
capo alle città d'occidente; fu praticamente distrutta dalle catapulte a lunga
gittata installate sulle mura dal lato del mare prima che le navi avessero la
possibilità di arrivare a tiro. Sostengono di avere affondato più di duecento
vascelli nel corso di una sola giornata e se tu avessi visto le catapulte
capiresti che non si tratta di una sbruffonata.»
«Va bene» disse Jurai «supponiamo di essere riusciti a impadronirci
della città bassa. Che cosa succede poi?»
Temrai annuì. «Il muro che separa la città bassa dalla seconda città non è
né alto né spesso come le mura di terra, ma il gradiente su cui sorge e il
modo in cui gli edifici ai suoi piedi sono attaccati gli uni agli altri lo
rendono, se possibile, un ostacolo ancora più arduo. Le torri di guardia
seguono più o meno il solito schema e sono piazzate a intervalli di un
centinaio di metri; ospitano solo una guarnigione ridotta, ma sono fornite
ampiamente di frecce e altre riserve. I maggiori granai sono tutti nella
seconda città, così come le principali cisterne, da cui anche la città bassa
preleva l'acqua che le serve. In caso di emergenza, c'è abbastanza spazio da
consentire all'intera popolazione di quest'ultima di ritirarsi nella seconda
città, se si rendesse necessario evacuarla e peraltro da molti anni esistono
piani per affrontare questa contingenza, che sono ben conosciuti dai
cittadini anche se è diverso tempo che non viene fatta una esercitazione di
evacuazione totale. Sulla città alta non ho informazioni, perché solo ad
alcuni alti ufficiali viene consentito di recarvicisi; si mormora che lassù vi
siano grandi cisterne per la raccolta dell'acqua piovana e altri granai, oltre
a una guarnigione permanente di truppe d'élite, che costituiscono la
guardia personale dell'Imperatore.»
«Capisco» disse Jurai, smuovendo il fuoco con un lungo bastone. «E tu
pensi di essere riuscito a individuare un modo per aprire questa specie di
cassaforte?»
«Non io» rispose Temrai con un risolino. «Sono stati loro stessi, anni fa.
Poi si dimenticarono di averlo fatto.» Sospirò e si lasciò andare all'indietro,
appoggiando la schiena alla sella. «Ecco cosa sono quelli di Perimadeia.
Gente troppo acuta perché la cosa non si ritorca contro di loro.»
«Ebbene? Hai intenzione di mettermi a parte del segreto, o dovrò
aspettare fino alla convocazione del consiglio?»
«Dovrai aspettare anche un po' più a lungo» rispose Temrai con uno
sbadiglio. «Comunque verrai a saperlo anche troppo presto, credi a me. In
realtà, si tratta di una cosa piuttosto semplice.»
Jurai borbottò e staccò un pezzo di pane. «Non riesco proprio a capire
come possano vivere mangiando questa roba» disse. «Ti gonfia da morire,
ma poi senti di nuovo fame poco tempo dopo.»
«Ci si fa l'abitudine» rispose Temrai in tono assonnato. «Solo i ricchi
possono permettersi di mangiare carne più di una o due volte al mese e
comunque si tratta di roba salata e speziata da fare vomitare. Per due
monete di rame puoi avere tutto il formaggio che sei in grado di mangiare,
peccato che non sappia di niente. Oh, mangiano anche pesce.»
«L'ho sentito dire» rispose Jurai corrugando la fronte. «Anch'io ho
mangiato del pesce una volta. Non me ne sono dimenticato tanto presto.
Per quel che mi riguarda, possono anche strozzarcisi.»
«Il loro è pesce di mare» mormorò Temrai, mentre gli si chiudevano gli
occhi. «Nella maggior parte dei casi è essiccato e salato, oppure lo
affumicano. Faresti l'abitudine anche a quello. È a buon mercato.»
«Che cosa mi dici del bere? Vino e sidro, non è vero?»
«È bene andare molto prudenti con quella roba. È diabolica.»
«E le donne?»
Temrai stava già russando.

«Va bene» disse Bardas Loredan, nascondendo i suoi veri sentimenti


«fatevi dare un'occhiata.»
Non era una vista che ispirasse granché. C'era un ragazzotto lungo e
dinoccolato di circa diciotto anni, con un accenno di barba gelosamente
curata su quel poco di mento che aveva; un altro gli somigliava molto, ma
non aveva accenno di barba; c'era poi un ragazzone imbronciato che
poteva avere sedici anni, in una versione nuova e appena un pelo troppo
stretta di quella che i ricchi agricoltori di Lussa supponevano fosse la
moda del momento in città; il successivo era un ragazzino minuto e
filiforme con la faccia da bambino che forse avrebbe potuto essere adatto,
se solo fosse stato una ventina di centimetri più alto e una ventina di chili
più pesante; al suo fianco una ragazza che lo fissò negli occhi; infine un
giovanotto grassoccio e di buona famiglia, che a ventiquattro anni era già
troppo anziano e poi palesemente disinteressato. Grandioso.
Fece un respiro profondo. «Cominciamo dall'inizio» disse. «I vostri
nomi.»
In realtà sapeva già come si chiamava la gran parte, senza bisogno di
chiederglielo. Il massiccio contadino si chiamava Ducas Valier; se uno
avesse lanciato per aria una manciata di sassolini in una fiera del bestiame,
in una qualunque delle città di Lussa in cui si teneva mercato, si poteva
stare sicuri che avrebbe colpito almeno tre Valiers, uno dei quali si sarebbe
immancabilmente chiamato Ducas. Il ragazzo con la barba era Menas
Crestom: un nome da cittadino, probabilmente del distretto dei vasai o di
quello dei mattonai; probabilmente era il figlio più giovane di una famiglia
arricchitasi grazie alla generazione precedente e con idee deprimentemente
fuorviate su cosa significasse aiutare un ragazzo a partire nella vita con il
piede giusto. La sua quasi copia senza barba apparteneva allo stesso tipo di
gente; nelle fonderie si potevano contare più Corrers che non pile di scorie
di metallo fuso o macchie di ferro traboccato e almeno un quarto dei
ragazzini della sua età in città si chiamavano Folas, in onore di Folas
Manhurin, campione di pugilato per cinque anni consecutivi un quarto di
secolo prima. Il ragazzo filiforme aveva un nome tipico dei suburbi
orientali, Stas Teudel, e quello ricco inevitabilmente era un Teo-qualcosa,
anche se si trattava di una variazione che risultava nuova a Loredan:
Teoblept Iuven. Quando sentì il nome di famiglia del ragazzo, Loredan
chinò inconsapevolmente il capo. Un secolo prima gli Iuven erano stati
proprietari di cinquanta delle migliori navi mercantili della baia; al giorno
d'oggi vivevano tuttora in uno dei più prestigiosi palazzi della seconda
città, ma i loro sarti insistevano nel pretendere un acconto prima di
mettersi a lavorare agli abiti. Quanto alla ragazza era un tipo anonimo, che
si tendeva a dimenticare un attimo dopo avere distolto lo sguardo; con un
po' di fortuna, probabilmente avrebbe risposto a un semplice «Tu» e a un
cenno del capo nella sua direzione.
«Passiamo al secondo punto» disse. «I soldi.»
Tutti tirarono fuori la borsa da sotto la giubba, o la staccarono dalla
cintura o la sfilarono da dove la tenevano, cioè appesa al collo sudaticcio.
Mastro Iuven gli porse un pezzo d'oro da cinque, scusandosi con aria di
sufficienza per il fatto di non avere niente di più piccolo. Loredan lo scusò
e tenne la differenza a titolo di acconto per il prosieguo.
«Bene» disse Loredan. «Adesso possiamo dedicarci alla vostra istruzio-
ne. Chi ha portato una propria spada? Nessuno?»
Sfortunatamente ce l'avevano tutti, eccettuata la ragazza; si trattava di
una così eccentrica collezione di mercanzie metalliche, che uno si sarebbe
aspettato di trovarla solo in una discarica. Il contadinotto sollevò una spada
larga vecchia di due secoli che sarebbe stata una vera manna al tempo in
cui gli uomini andavano in battaglia coperti da trenta chili di piastre
d'acciaio e cuoio indurito. Probabilmente un collezionista gliela avrebbe
pagata bene, nonostante le mancasse la punta e fosse pesantemente
intaccata. I tre ragazzi di città offrirono orgogliosamente alla sua ispezione
l'ultimo grido in materia di spade vistose e di poco prezzo: il giovane
Mastro Teudel sembrò profondamente offeso quando Loredan ne distrusse
l'orgoglio e la gioia piegando quasi in due la sua spada su un ginocchio
senza alcuno sforzo apparente. Il virgulto della nobiltà aveva una autentica
Frascanum, che Loredan gli disse immediatamente di mettere via e di non
guardare neanche più per almeno sei mesi, ricordando che un po' di tempo
prima si era mantenuto per quasi otto mesi grazie ai proventi della vendita
di una di quelle spade. Poteva immaginare la faccia di paparino se l'erede
di famiglia fosse tornato a casa dopo il primo giorno passato a fare pratica
di parate, con cinque tacche su ciascun taglio della lama e senza il leone
finemente cesellato che al momento ornava una delle due estremità
dell'impugnatura.
«Fortunatamente» disse «ho avuto la preveggenza di portare un po' di
spade da pratica, che vi affiderò quando vi sarete meritati abbastanza
fiducia. Per il momento useremo spade di legno, con le quali» aggiunse in
tono lugubre «è perfettamente possibile per non dire fatalmente facile,
cavare un occhio a qualcuno se si sta meno che attenti.» Allungò loro le
lame di legno; ottanta centimetri di asta da freccia infilata su una sempli-
cissima elsa di pino e con una grossa imbottitura in punta, giusto nel caso
che qualcuno fosse riuscito a mettere a segno un colpo contro il compagno
con cui si allenava. Fortunatamente era riuscito a procurarsi un'intera cassa
di aste a poco prezzo; c'era da scommettere che almeno uno di quegli idioti
sarebbe riuscito a spezzare la sua lama già durante la prima giornata. Nelle
mattine particolarmente rigide riusciva ancora a sentire gli effetti dello
schiaffo su un orecchio che aveva ricevuto dal Mastro Gramin proprio per
avere commesso una simile sciocchezza.
Finì per dimostrarsi una lunga giornata; ma ora dell'orario di chiusura
delle Scuole Loredan aveva insegnato ai suoi improbabili allievi i principi
elementari di entrambi i tipi di guardia, il passo avanzato e quello
all'indietro, l'affondo rannicchiato e l'arretramento nella stessa posizione
lungo una linea retta tipico della scuola di scherma della Città e il
movimento circolare a schiena eretta che apparteneva invece alla vecchia
scuola, fino a quando nonostante la propria naturale inettitudine e dei
difetti individuali cominciarono a somigliare almeno un po' a degli
spadaccini. Le scuole di alta classe, come sapeva perfettamente, non si
avvicinavano neppure alle mosse della vecchia scuola fino alla fine della
prima settimana e anche allora gran parte degli allievi tendevano a
muoversi come delle vecchiette colte di sorpresa nel cuore della notte.
Dei suoi sei, rifletté mentre si abbandonava su una sedia nella più vicina
taverna decente (la nuova regola era «niente osterie», ma per una volta non
sarebbe stato grave), i due ragazzi alti e pelle e ossa facevano più o meno
quello che gli veniva detto e sembravano disperatamente desiderosi di
imparare. Conosceva il tipo; ne aveva ammazzati parecchi come loro
nell'arco degli ultimi dieci anni. Il contadino non era né goffo né stupido
come sembrava e con la sua ovvia forza avrebbe potuto diventare un bravo
combattente nello stile Zweyhender, ma Loredan era quasi certo che
avrebbe mollato tutto nel giro di una settimana o due. Il ragazzino
filiforme che veniva dai suburbi si era rivelato una causa persa in partenza;
avrebbe finito per imparare i diversi colpi a furia di ripeterli, ma non dava
il minimo segno di essere in grado di usare il cervello. Consentirgli di fare
l'avvocato a Perimadeia sarebbe stato un autentico omicidio a sangue
freddo. Mastro Iuven si era dimostrato irritantemente abile una volta che si
era degnato di prestare attenzione, ma Loredan sapeva già che non sarebbe
mai diventato uno spadaccino, che si volesse dire per codardia o perché
aveva abbastanza buonsenso da evitare i combattimenti. Il che lasciava
solo comediavolosichiamava. La ragazza.
Quasi tutti gli abominevolmente numerosi romanzetti di ambiente
giudiziario sfornati in grande profusione dagli scribacchini di professione e
da uno sterminato numero di amatori senza talento avevano per eroina
un'adorabile spadaccina, sottile come un giunco, ma veloce e mortale,
capace di infilzare il grande avvocato o di aprirsi un varco attraverso
qualunque numero di banditi, pirati e guerrieri barbari. Di tanto in tanto
Loredan si era preso la briga di spiegare ad alcune delle sue conoscenze
esattamente perché quella poetica invenzione fosse impossibile; che senza
peso e allungo e senza un polso abbastanza vigoroso da deviare la spada
dell'avversario, tutta la velocità e l'agilità di questo mondo non sarebbero
state sufficienti per sfuggire a una rapida morte. Aveva spiegato loro con
quanta rapidità le braccia e le ginocchia si stancassero, come un fendente
vibrato a piena forza da un uomo di novanta chili avrebbe fatto volare
letteralmente per aria una fanciulla giovane e carina anche se la sua parata
fosse stata da manuale; come, in breve, l'aula di un tribunale non fosse
adatta a una donna e neanche ad alcuna persona per bene, se era solo per
questo. Continuava a pensarla nello stesso modo; tuttavia la ragazza aveva
talento.
Naturalmente non era affatto sottile come un giunco. Non c'era grasso
superfluo su di lei, ma era forte e sicura sui piedi; era chiaramente abituata
a lavorare, anche se non in una fattoria a giudicare dalle mani. Loredan
supponeva che si trattasse della figlia unica di qualche artigiano; una figlia
che faceva un lavoro da figlio maschio perché qualcuno doveva farlo e non
c'era nessun altro che lo potesse fare. (Nel qual caso, che cosa diavolo ci
faceva lì?)
La cosa più importante, però, era la sua determinazione. Non era la foga
infantile dei due pseudo gemelli alti e magri; non dava la sensazione di
qualcuno che finalmente realizzasse il suo sogno di bambino, non si
divertiva. Era quasi come se si trattasse di qualcosa che doveva fare bene,
che le piacesse o no, come se la sua vita dipendesse da questo. Sempre
pensando a lei, Loredan scrollò la testa e bevve una lunga sorsata di sidro.
La sensazione sgradevole che gli comunicava andava al di là del suo poco
amore per le spadaccine. Era...
...qualcosa di personale.
Sbadigliò, improvvisamente consapevole di quanto fosse stanco. Il
giorno dopo avrebbe dovuto insegnare a quei defatiganti ragazzini come
impugnare, un altro po' dei passi di base e gli elementi essenziali della
difesa. Avrebbe dovuto farli impratichire nell'affondo e poi fargli riprovare
tutto quello che aveva spiegato fino a quel momento, facendo in modo che
se lo ficcassero bene in testa. Questo a patto che gli reggesse la voce e che
non venisse accidentalmente infilzato oppure che non perdesse la pazienza
e non finisse per ammazzarne uno. Se fosse stato veramente fortunato
sarebbe riuscito a istruire questo gruppetto, a liberarsene e a ricominciare
tutto da capo con un altro branco di incapaci.
Stavolta mi sono veramente incastrato da solo.
Sì. be', almeno nessuno stava cercando deliberatamente di assassinarlo.
Aveva veramente voglia di un'altra brocca di sidro. Invece si alzò, raccolse
le sue borse e le altre sue proprietà e si incamminò verso casa, attraverso la
città e poi su per la scalinata. C'era qualcuno che lo aspettava sulla soglia.
Lo vide, di chiunque si trattasse, prima che lui o lei riuscissero a scor-
gerlo e si appiattì contro il muro appena al di fuori del fioco cerchio di luce
proiettato dalla torcia. Una volta che si fu calmato realizzò che se la figura
ammantellata e imbacuccata era quella di un assassino, doveva trattarsi di
uno proprio incompetente; inoltre, chi mai poteva volersi prendere la briga
di farlo ammazzare? Un ladro d'altronde non avrebbe sprecato le ore di
oscurità standosene nascosto fuori dalla porta in un'area piuttosto povera
solo per scommettere sulla improbabile eventualità che il padrone di casa
facesse ritorno e che valesse la pena di derubarlo; nel remoto caso che ci
potesse essere qualcosa degno di essere rubato, avrebbe spalancato la porta
che non era neanche chiusa a chiave, avrebbe preso quello che voleva e se
ne sarebbe andato.
Comunque. Con cautela e usando solo il tatto, Loredan sciolse il nodo
che chiudeva l'imboccatura della sua sacca delle spade e lasciò che essa
scivolasse per terra. Poi, nel massimo silenzio che gli riuscì di mantenere
dopo avere salito tutte quelle scale, montò gli ultimi gradini e afferrò la
torcia.
«Athli!» gemette. «Mi hai fatto letteralmente morire di paura.»
«Mi dispiace» rispose Athli. Dannazione! Non ci aveva neanche pensa-
to. «Stavo solo passando di qui e...»
«Davvero?» Sapeva che non era vero. «Be', farai meglio a entrare. La
porta non è chiusa.»
Lei stava fissando la spada che stringeva in pugno. Si sentì sciocco. «Mi
hai messo paura» disse, rimettendo la torcia nel suo supporto. «È molto
che sei qui?»
«No» rispose lei.
Chiuse la porta dietro di sé e cominciò a trafficare con l'acciarino per
accendere la lampada. La pietra era umida; come tutto il resto in quella
trappola per topi.
«Perché vivi in un posto del genere?» disse Athli, sedendosi sull'orlo del
letto. «Guadagni bene.»
«Un tempo» ribatté Loredan, sollevando la brocca del vino e trovandola
vuota come al solito. «Mi sono ritirato, ricordi? Ora non sono altro che un
anonimo istruttore, con appena sei allievi.»
«A un quarto d'argento al giorno fa sei quarti» ribatté lei. «La maggior
parte della gente che vive qui è fortunata se vede altrettanto denaro in un
mese. Quale è il tuo problema? Non puoi esserti bevuto tutti quei soldi...
Saresti morto.»
Loredan sogghignò. Non le avrebbe detto niente del pezzo d'oro da
cinque che aveva in tasca, per il quale, incidentalmente, avrebbe avuto il
resto se avesse voluto. «Affari miei» rispose. «Può darsi che mi piaccia
stare qui. Voglio dire, è un distretto così pittoresco che la gente devia dalla
sua strada solo per il piacere di sostare sulla soglia delle case.»
«Io...» Si fissò le punte degli stivali. «Stavo chiedendomi come te la
passassi, tutto qua. Sei allievi; è tanto o poco?»
«Sono più o meno nella media, in effetti» rispose. «E, come mi hai fatto
notare, se posso continuare così non è un brutto vivere. È un duro lavoro,
però.»
«Sei bravo a farlo?»
Si strinse nelle spalle. «Dammi tempo» disse «è stato solo il mio primo
giorno.»
Si tolse gli stivali allontanandoli con un calcio e fletté le dita doloranti.
«Sono stato afflitto da cinque idioti e una valchiria e ho insegnato loro
ad avanzare in linea retta senza inciampare nei propri piedi. Penso che
abbiano ottenuto ciò per cui avevano pagato.» Si rilassò contro lo
schienale della sedia e chiuse gli occhi. «Dunque, che sei venuta a fare,
veramente?»
Era decisamente una buona domanda. Naturalmente c'era una ragione
per cui una ragazza avrebbe potuto inventarsi una scusa per andare a
trovare un uomo che non vedeva da tre interi giorni... Athli era una
ragazza, dopo tutto, anche se era una cosa di cui si era sempre vietato di
prendere nota se non raramente nei tre anni passati da quando si erano
conosciuti. Anzi, era l'unica ragione che gli venisse in mente. Il che
avrebbe potuto essere... Imbarazzante.
«Non ti fermi mai a pensare, vero?» rispose lei in tono petulante. «Bar-
das, per quanti avvocati pensi che facessi l'assistente? Ti sei mai fermato a
chiedertelo?»
Loredan aggrottò la fronte. «Hai ragione. Non l'ho mai fatto. Sei brava
nel tuo lavoro, non c'era motivo di pensare che tu non avessi già fatto una
bella pratica con altri.»
«Uno» ribatté Athli. «Fino a poco tempo fa. E poi quel maiale egoista si
è ritirato alla faccia mia, lasciandomi senza lavoro.»
«Oh!» Spalancò gli occhi. «Perché non mi hai mai detto niente?»
«Be', certo, avrei dovuto parlarti. Avrei dovuto dirti: Oh, non puoi
ritirarti ho bisogno che continui a mettere a repentaglio la tua vita a
intervalli regolari in modo che io possa continuare a guadagnare il mio
dieci per cento. Non essere così...»
«Va bene, capisco il tuo punto di vista. Nel qual caso, scusandomi per il
fatto di essere così brutalmente logico, vuoi spiegarmi perché me ne stai
parlando adesso?»
Athli gli lanciò un'occhiataccia. «Perché ho bisogno di guadagnarmi di
che vivere» disse. Lo sguardo duro si sciolse, sostituito da uno imbarazza-
to. «Mi stavo facendo una domanda. Gli istruttori hanno anche loro
assistenti, non è così? Ne hai già ingaggiato uno?»
Loredan fece cenno di no. «Pensavo di potermela cavare da solo. Ma
perché vorresti abbandonare un lavoro che conosci? Solo perché mi sono
ritirato? Hai i tuoi regolari clienti, che ci hanno sempre consentito buoni
affari. Ci sono moltissimi avvocati che farebbero qualsiasi cosa per un
portafoglio clienti come il tuo.»
«Oh, certo» rispose lei, fissandolo con fermezza stavolta. «Comprese le
loro vite. Usa un po' d'immaginazione Bardas. Perché credi che abbia fatto
da assistente solo a te?»
Loredan aggrottò la fronte. «Non ne ho idea» ammise.
«Perché hai sempre avuto l'aria di uno che non si sarebbe fatto uccidere»
disse con grande calma. «Bardas, non voglio spedire nessun giovane verso
la sua morte. Non credo che sarebbe un bel modo di guadagnarsi da vivere.
Ho continuato a lavorare con te perché...»
«Perché?»
«Perché mi fidavo di te» rispose in tono tagliente. «Oh, sapevo bene che
la legge delle probabilità diceva che un giorno tu... Avresti perso. Ma non
senza che fosse necessario. Non...»
«Non a meno che non potessi farne assolutamente a meno?» Le sorrise.
«Sono lusingato.»
«A ogni modo» disse lei bruscamente «ti ho fatto una domanda. Hai
bisogno di un'assistente?»
Loredan rifletté per un attimo o perlomeno finse di farlo. Apparentemen-
te si era sbagliato sul motivo che l'aveva portata lì, ma la cosa aveva
comunque senso. Non aveva davvero bisogno di un assistente e non
avrebbe potuto pagarla meno del venticinque per cento. Il che avrebbe
inciso notevolmente sui suoi guadagni e nonostante ciò sarebbe stato un
ben magro profitto rispetto a quello a cui era abituata, anche se lui era stato
il solo avvocato per cui lavorasse. (Cosa significava veramente? Ci
avrebbe pensato più tardi...) D'altro canto...
«Sì» rispose alla fine «a patto che tu sia in grado di procurarmi degli
ulteriori allievi e ti guadagni lo stipendio in questo modo. Basandomi sulla
mia vasta esperienza di istruttore professionista, di ben ventiquattro ore,
suppongo che potrei addestrarne dodici altrettanto bene che sei. Che ne
dici?»
«Che cosa ne dici di un mese di prova?» suggerì Athli. «Ho un intero
giorno di esperienza meno di te in questo campo, ricorda. Potrebbe non
piacermi.»
Loredan ridacchiò. «Oh, penso che ti ci troverai benissimo» disse.
«Perché, a conti fatti, si tratta sostanzialmente di spedire alla morte dei
giovanotti. Sarà come ai vecchi tempi.»

«Adesso» disse Alexius «chiudete gli occhi e voglio che mi diciate che
cosa vedete.»
I gemelli abbassarono obbedienti le palpebre; il maschio, Venali, con il
volto imbronciato e quella inevitabile espressione imbronciata-ma-
determinata che è tipica di ogni uomo quando sospetta che qualcuno voglia
prenderlo in giro, ma non osa rifiutarsi per timore di commettere un'offesa
mortale; la ragazza, Vetriz, con un'espressione rapita di pura beatitudine
come c'era da aspettarsi da una bella ragazza che stesse vivendo una
meravigliosa avventura. Alexius lanciò un'occhiata al proprio collega;
sembrava spaventato a morte e grigio per il dolore. Il Patriarca gli indirizzò
un mezzo sorriso: sapeva esattamente come si sentiva.
«Vedete niente?» chiese.
«Uhm» disse Venart, chiaramente ignaro di che cosa ci si aspettasse da
lui. La ragazza scrollò la testa.
«Molto bene.» Quella, naturalmente, era stata tutta una sceneggiata per
verificare che non fingessero. Stabilito che non era così, Alexius fece un
respiro profondo, cercò inutilmente di allentare gli artigli d'acciaio che gli
stavano lentamente stritolando il cervello facendoglielo quasi schizzare
dagli orecchi e...
Il tribunale. Stavolta, per qualche ragione, i banchi del pubblico erano
vuoti; non c'era traccia di giudice, usciere, cancellieri. Non c'era nessun
altro a parte l'uomo che adesso sapeva chiamarsi Loredan, con la schiena
girata verso Alexius, i piedi ravvicinati e il braccio destro steso dritto
davanti a sé, con la spada stretta in pugno nella posizione di guardia tipica
della vecchia scuola; c'era anche la ragazza per conto della quale aveva
lanciato la maledizione in un tempo che gli sembrava remoto e...
«Salve» disse Vetriz. Si era materializzata all'improvviso nella piccola
porzione di arena che separava i due spadaccini immobili. Girò loro
intorno come se fossero statue in una piazza, ammirandoli.
«Lo riconosco» disse alla fine. «È l'avvocato che abbiamo visto l'altro
giorno. Anche l'altra è un avvocato? Non pensavo che le donne potessero
svolgere questa professione altrettanto bene che gli uomini.»
Alexius annuì. Non c'era traccia di Gannadius da nessuna parte; ma lì,
finalmente, la testa non gli doleva. «Non vedo tuo fratello» disse.
Vetriz si guardò intorno. «Potrebbe non essere riuscito a passare, allora.
Che ne è del vostro assistente?»
Oh, che peccato che non sia qui a sentirla! Non gli avrei mai permesso
di dimenticarsene. «Apparentemente non ce l'ha fatta neanche lui» rispose
Alexius, cercando di nascondere la propria apprensione. «Sai, è una cosa
davvero interessante. Hai idea di come sei arrivata qui?»
Vetriz fece spallucce. «Neanche per sogno. Se è per questo non so
neppure come faccio a fare funzionare le braccia e le gambe. Succede, e
basta.» Si guardò nuovamente intorno. «Siamo veramente qui, oppure si
tratta solo di un sogno o di qualcosa del genere?»
«Non lo so» confessò Alexius. «Di solito non è affatto così e proprio
questa è la cosa più strana. Di solito... Certo, dire di solito dà l'idea che io
faccia questo genere di cose tutti i giorni il che ovviamente non è vero... Di
solito comunque si arriva appena un attimo prima di un momento cruciale,
nel futuro o nel passato a seconda della ragione per cui si è venuti. Per
quanto posso capire, qui non siamo né nell'uno né nell'altro. Non sono
neppure sicuro che alla fine dei conti non siamo davvero in un sogno.
Oppure, se hai davvero dei poteri naturali, forse fai questo genere di cose
in modo totalmente diverso da quello a cui sono abituato.»
Loredan, osservò, stava decisamente respirando; e lo stesso valeva per la
ragazza. Ma le loro braccia non vacillavano benché mantenessero la
guardia e nessuno, per quante migliaia di ore avesse passato ad allenarsi a
mantenere la posizione poteva stare con il braccio teso per più di un
minuto o due senza fare il minimo movimento...
Ecco la risposta. Ecco cosa stavano facendo; non combattendo, ma
allenandosi... E quello non era l'interno di un tribunale, ma la grande arena
delle esibizioni nelle Scuole, deliberatamente ricopiata sul modello di una
corte di giustizia in modo che quando gli studenti vi facevano l'esame
finale, fossero nell'ambiente più realistico possibile.
La punta della spada della ragazza vibrò, anche se solo impercettibil-
mente.
Straordinario, mormorò Alexius a se stesso; ha pescato l'immagine dalla
mia mente e l'ha spostata indietro... O avanti? Non ne aveva idea... Tutto di
sua iniziativa. Non ho assolutamente la più pallida idea di come abbia
potuto riuscirci.
La ragazza emise un piccolo gemito, che Alexius riconobbe come di
pura agonia, e la punta della sua spada vibrò di nuovo. Naturalmente
mantenere una certa posizione per un tempo determinato era uno degli
esercizi di addestramento più fondamentali (e più ardui) per uno spadacci-
no. Da quel che ne sapeva, insegnava tutta una serie di utili abilità e
tonificava i muscoli come nessuna altra cosa. Alexius, che sapeva
perfettamente bene che non avrebbe potuto mai fare niente del genere per
più di qualche secondo, sussultò al pensiero.
Stavolta il movimento fu più netto e meno controllato; poi Loredan
scattò in un affondo, muovendosi troppo velocemente perché l'occhio di
Alexius riuscisse a seguirlo. La ragazza parò con quasi altrettanta rapidità
dopodiché si scambiarono due o tre colpi fino a quando Bardas non le fece
saltare la spada di mano apparentemente senza sforzo, con una rapida
torsione del polso. Subito dopo si piegò quasi in due, stringendosi
l'avambraccio e imprecando a mezza voce.
La ragazza sembrava furiosa con se stessa e non aprì bocca.
«Se la cosa può consolarti in qualche modo» ansimò Loredan «è stata
una prova decisamente notevole. Stai cominciando a capire come funziona
la cosa davvero bene.»
«Ho fallito» borbottò la ragazza di rimando. «Ho lasciato che mi batte-
ste.»
Loredan le rivolse uno sguardo perplesso. «Andiamo» disse «si suppone
che io sia il tuo istruttore.»
«Essere bravi non è abbastanza» disse la ragazza. «Si può essere bravis-
simi e morire lo stesso se si incontra un avversario più bravo.» C'era una
nota nella sua voce che ad Alexius decisamente non piacque; e neanche a
Loredan, apparentemente.
«Sai» disse «sono veramente contento di essermi ritirato nel momento in
cui l'ho fatto. Se c'è una cosa che non ho mai potuto sopportare, sono i
perfezionisti.»
La ragazza si limitò a fissarlo con uno sguardo carico di rimprovero. È
proprio un tipo pericoloso. Tanto per cominciare, che cosa mi è saltato in
mente di lasciarmi coinvolgere da un tipo cosi mortifero?
«È una cosa davvero divertente» intervenne Vetriz all'improvviso «ma
non dovremmo fare qualcosa?»
Alexius si girò a guardarla, sbalordito. «Che cosa?» disse.
Vetriz corrugò le sopracciglia. «Quando mi avete spiegato tutto questo
ambaradan» disse «mi avete anche detto che quando vi capita di andare a
tentoni alla ricerca di qualcuno come in questo caso...»
Alexius era sul punto di dire qualcosa ma si trattenne. Tutto considerato
andare a tentoni era un modo veramente appropriato di descrivere la
situazione.
«... L'idea non è quella di fare qualcosa? Mi capite? Di interferire, voglio
dire. Di raddrizzare i torti, di rimettere le cose a posto. Oppure ho
frainteso?»
«Be', normalmente...» Per qualche motivo Alexius non riusciva a trovare
le parole per spiegarsi. «Vedi, non siamo qui per niente del genere.
Ricorda che si tratta solo di un esperimento.»
«Oh. Va bene. Pensavo solo che dato che ho visto quest'uomo combatte-
re per davvero e che adesso ha evidentemente un problema con quella
creatura decisamente feroce...»
Ancora una volta Alexius ebbe la strana sensazione di venire sollevato e
mosso lateralmente lungo una fila di caselle, su una scacchiera. «Interferire
solo per il gusto di interferire sarebbe terribilmente pericoloso» disse con
gravità. «Per non dire, be', molto semplicemente sbagliato. Non abbiamo
nessuna idea di cosa ci sia veramente dietro questa situazione.»
Bugiardo, disse a se stesso. E la situazione sembrava stare finendo
decisamente fuori controllo. A quanto pareva, la dannata ragazza adesso si
era iscritta alla sua scuola di scherma; probabilmente stava cercando di
farsi insegnare da lui il modo di ucciderlo. Se dovesse saltare fuori che è
tutta colpa mia...
«Capisco» disse Vetriz. «E allora che cosa volete fare adesso?»
«Suppongo» disse Alexius lentamente «che sia venuta l'ora di tornare
indietro.»
«D'accordo.»
... Aprì gli occhi e si trovò a fissare direttamente quelli di Gannadius,
che era così terrorizzato da avere un'aria quasi comica. Lanciò un'occhia-
taccia al suo collega per fargli capire che era il caso che si ricomponesse e
poi guardò verso Vetriz.
Aveva ancora gli occhi chiusi.
«Scusatemi» disse Venart diffidente, con gli occhi sempre serrati e con
un'espressione che continuava a essere buffa «ma per quanto tempo ancora
dobbiamo restare così?»
Lei aveva ancora gli occhi chiusi. Se era rimasta indietro e aveva fatto
qualcosa dopo che lui se n'era andato... Oh, in nome del cielo che cosa
stava succedendo?
«Cavolo!» esclamò Vetriz aprendo gli occhi e sorridendo. «Questo sì
che è stato stupefacente.» Fissò Alexius con un'espressione raggiante.
Aveva le guance in fiamme. «Siete davvero bravo» aggiunse. «Ci avrei
giurato che sapevate come usare la magia.»
Alexius aveva un'emicrania peggiore del solito.

CAPITOLO SETTIMO

Gli esploratori dovevano averli avvistati prima che entrassero nel passo
di Drescein, perché dall'altra parte trovarono una vera e propria scorta ad
attenderli.
«Stai bene attento a come ti comporti in questa occasione» gli sussurrò
Jurai mentre sbucavano nuovamente alla luce del sole. «Ricorda che è la
prima volta che ti rivedono da quando sei diventato il loro capo. La prima
impressione è quella che conta.»
«Stai tranquillo» rispose Temrai sottovoce. «So che cosa fare.»
Non poté comunque fare a meno di avere la sensazione che fosse tutto
piuttosto sciocco; in fin dei conti i cinque cavalieri che li stavano
aspettando e che erano l'avanguardia del gruppo, li conosceva da sempre.
C'era Basbai, che reggeva la bandiera con l'aquila con la solita aria
disperatamente solenne; Temrai si ricordava quando Basbai Mar lo aveva
inseguito per tutto il campo con un bastone (raggiungendolo alla fine, per
sua somma sfortuna) nella sciagurata circostanza in cui lui e la figlia più
giovane di Basbai erano stati sul punto d'imbarcarsi in una cauta ricerca
nel grande mistero dell'adolescenza. Poi c'era Ceuscai: alto, magnifico
Ceuscai, cinque anni più vecchio di lui, nonché suo campione e difensore
dalla involontaria brutalità che si manifestava nei giochi; non era passato
poi così tanto tempo da quando aveva trovato finalmente il coraggio di
parlare a Ceuscai da pari a pari. E suo zio An che cosa diavolo pensava di
fare infagottato in quell'assurdo costume di pelli e piume... Salvo che
Anakai Mar era stato alto sacerdote del clan per cinquantadue anni e si
mormorava che una volta all'anno giocasse a scacchi con gli dei.
Spinse gli speroni contro il fianco del cavallo e lasciò che Jurai facesse
del suo meglio per non restare indietro; l'occasione esigeva un po' di
spettacolo; era una cosa alla quale avrebbe dovuto comunque abituarsi.
Quando fu a pochi metri dai cinque esploratori fece piegare lateralmente
il cavallo e, a un galoppo appena rallentato, sfilò orizzontalmente davanti a
loro. Una volta all'altezza di Basbai allungò una mano, afferrò la bandiera
strappandogliela di mano e la sollevò in alto, riuscendo in qualche modo a
non rallentare e a non farsela sfuggire. Il centinaio e più di cavalieri che
seguiva l'avanguardia esplose in un urlo di entusiasmo... Il che gli sembrò
giusto, perché era stata una bella esibizione di equitazione specialmente
considerando che era del tutto fuori allenamento.
Fece una giravolta, sollevò di nuovo lo stendardo, lo restituì a Basbai nel
passargli davanti, girò nuovamente su se stesso e andò a fermarsi davanti
allo zio An, che gli fece l'occhiolino senza peraltro abbandonare la sua
espressione monolitica.
«Salute a te, Temrai-me-Mar» tuonò lo zio An, usando il suo tono
professionale. «Possa nostro Padre Temrai vivere in eterno.» Poi, usando
la sua voce normale, a voce abbastanza bassa da non potere essere udito da
quelli che lo seguivano, aggiunse: «Sei ingrassato, caro il nostro Temrai.
Se non altro ti hanno dato da mangiare come si deve.»
«Non farmi ridere, zio An, o finirò per cadere da cavallo.» Temrai
sollevò la mano destra in un saluto solenne e la tenne alta mentre i cinque
uomini più importanti e prestigiosi del clan scendevano di sella e si
inginocchiavano davanti a lui sul duro suolo. Lo stanno facendo con
autentico trasporto, realizzò Temrai, e per un attimo si sentì a disagio. Ma
fu solo questione di un secondo. Ciò che significava, era che volevano che
assolvesse bene al suo ruolo e che avrebbero fatto di tutto per aiutarlo. Il
minimo che poteva fare era cercare almeno di provarci. Fece un respiro
profondo e si augurò che non gli tremasse la voce.
«Sono Temrai ker-Sasurai Tai-me-Mar» si sentì dire. «Alzatevi in piedi,
figli miei.»
Dei, che rappresentazione! Cercò di richiamare alla mente il modo in cui
suo padre affrontava abitualmente quel genere di situazioni; ma non fu di
grande aiuto, in tutta sincerità. Dopo tutto, suo padre era stato il capo e uno
tendeva a dare per scontato che il capo sapesse cosa stava facendo...
Poi gli sovvenne che suo padre era morto. E che adesso il capo era lui.
E, ciò che era peggio, suo padre era morto ma Temrai non poteva
piangerlo o anche solo parlare mai più di lui, neanche con la famiglia o con
i suoi più intimi amici, perché naturalmente il capo viveva in eterno...
Voglio tornare a casa, pensò.
Sono a casa.
Cominciò di nuovo a sentirsi meglio una volta che il campo fu in vista;
poi di colpo si sentì drasticamente peggio. Quello che aveva veramente
voglia di fare era balzare da cavallo, correre alle tende, fare due carezze ai
cani, dare a tutti quelli che incontrava il loro regalo, precipitarsi a cercare
Pegtai e Soritai e Felten e Codruen giusto per dire loro ciao prima che suo
padre tornasse... Rallentò e si incamminò per la strada principale in mezzo
a due file di tende, con la testa alta e la schiena dritta, come gli avevano
insegnato. La gente stava uscendo per venirlo a vedere, ma nessuno
agitava una mano o gridava; perfino i cani stavano un passo indietro
agitando la coda in modo incerto, come se temessero che fosse arrabbiato.
Non aveva mai visto il campo così tranquillo fino ad allora.
È sciocco. Anzi, non lo è. È il modo in cui il clan si deve comportare in
presenza del capo.
Anche suo padre... Anche Sasurai Tai-me-Mar si era sentito in quel
modo, si chiese, la prima volta che aveva fatto ingresso in quel campo
come Padre del Clan, protettore del suo popolo e nipote degli dei? No,
probabilmente no; ricorda la storia della tua famiglia, Temrai, non puoi più
permetterti di essere distratto rispetto a questa materia. Sasurai Tai-me-
Mar era già di mezza età e riconosciutamente associato alla guida del clan
quando Jaldai Tai-me-Mar fu ucciso da Maxen Pitchfork nelle pianure di
Sela. Sasurai aveva fatto ritorno alla testa di un esercito sconfitto e la gente
che sbirciava dall'ingresso delle tende non aveva guardato lui, aveva
cercato con lo sguardo la sagoma familiare di un padre, di un marito, di un
figlio, di un fratello in mezzo ai cavalieri che lo seguivano, sforzandosi di
non gridare e di non piangere quando si rendeva conto che non c'era...
Probabilmente si poteva dire con certezza che Sasurai si era goduto quel
momento ancora meno di lui e anche che nonostante ciò probabilmente se
l'era cavata meglio.
Devo comportarmi come si deve. Da adesso in avanti devo fare tutto
come si deve.

«Il prossimo esercizio» disse Loredan «è uno che odierete per il resto
della vostra vita. È doloroso, noioso e se non lo farete bene vi costringerò a
ricominciare dall'inizio. Pronti?»
Mentre il suo gruppetto di discepoli lo fissava con sguardi che andavano
dalla paura all'odio, Loredan unì i calcagni ad angolo retto, drizzò la
schiena e tese il braccio davanti a sé nella posizione di guardia della
vecchia scuola. Un minuto dopo (che nella fattispecie era molto tempo)
disse: «Dovreste avere tutti capito il concetto, a questo punto. Adesso,
fatelo voi.»
Il risultato fu quello prevedibile, così li costrinse a ripetere l'esercizio; e
poi di nuovo e di nuovo e ancora una volta... Uno di questi giorni,
mormorò a se stesso mentre sorvegliava la fila di punte di spada pronto a
sorprendere la prima che avesse vibrato o si fosse mossa, riuscirò a capire
a cosa esattamente dovrebbe servire questa tortura. Deve avere uno scopo,
se no perché venti generazioni di spadaccini sono state costrette a
sottoporvisi tre volte al giorno, tutti i giorni?
Stavolta Iuven, il ragazzo ricco, fu il primo a cedere. Loredan colpì la
punta della sua lama con il dorso della mano, spostandola lateralmente e
poi facendogliela abbassare, disse: «Un'altra volta» e continuò a cammina-
re lungo la fila. Non appena uno di loro cedeva, gli altri inevitabilmente
facevano subito lo stesso. Solo la paura di essere il primo spingeva ognuno
di loro a tenere duro fino a quel momento.
Quando non ne poté più di stare a guardarli, sibilò un «Va bene, basta
così» e spostò verso il basso tutte e sei le punte con un'unica manata.
«Voglio solo ricordarvi» aggiunse «che questi fioretti da allenamento che
state usando sono molto più corti e più leggeri di una vera spada. E in
futuro l'esercizio durerà quattro minuti e non due. Bene, adesso imparerete
la parata di rovescio con passo indietro, della scuola della Città. Comincia-
te piazzando il piede avanzato sulla linea, piegate bene tutte e due le
ginocchia, come se foste seduti su una sedia che in realtà non esiste.
Mastro Teudel, avete l'aria di un ragno costipato.»
La ragazza, ora; non era meno impacciata e pasticciona degli altri
cinque, ma c'era qualcosa di quasi terrorizzante nella sua determinazione.
Era come se... Insomma, i futuri avvocati imparavano la scherma con
l'obbiettivo di guadagnarsi da vivere senza farsi ammazzare. Lei invece
voleva imparare a uccidere. Era da dieci anni in quella professione e non
aveva mai incontrato un tipo del genere. Non era affatto sicuro che la cosa
gli andasse a genio.
«Quella» confidò ad Athli, mentre la classe si lanciava pesantemente e
in un sibilare di lame nella prova della manovra appena appresa «diventerà
una minaccia.»
«Bene» rispose Athli. «Un allievo di successo è la migliore forma di
pubblicità.» Era seduta su una sedia pieghevole con la testa immersa in
una pila di tavolette di cera; liste di nomi per quanto era in grado di
giudicare cercando di leggerle alla rovescia. «Sai che cosa sono questi?»
chiese lei.
«Non ne ho idea.»
«Sono i nomi di tutti gli studenti che hanno cercato di iscriversi alle
scuole di scherma per questo ciclo di lezioni, con l'indicazione di quella
che li ha presi, se conosciuta. Ce n'è più di trenta che, a quanto sembra,
non hanno ancora trovato un posto. Una volta finito questo lavoro, sarò in
grado di uscire e cominciare ad arruolare nuovi allievi.»
«Sei furba, eh? Io però ho già una classe.»
«Ah.» Athli sorrise. «E che cosa ne diresti dell'idea di addestrare due
classi contemporaneamente? Svariati istruttori lo fanno» proseguì, mentre
il volto di Loredan si corrugava in un'espressione dubbiosa. «Non è poi
così difficile. Prendi adesso, per esempio. Mentre loro mettono in pratica
quello che gli hai appena mostrato, potresti istruire un'altra classe.
Potremmo raddoppiare la mole di lavoro.»
Loredan scosse la testa. «Mi sta già facendo a pezzi solo lo stare dietro a
questi qua» disse. «Due classi nello stesso tempo mi ucciderebbero.»
«Ah, ma solo perché non hai ancora preso il giusto ritmo. Una volta che
sarai riuscito a individuare il più efficace sistema d'insegnamento...»
«Bella idea, ma no grazie. Potrei forse farcela con una classe di dodici
allievi, ma due gruppi di sei sarebbero troppo. Inoltre, puntiamo a farci una
reputazione di qualità attraverso la cura individuale di ogni discepolo. Il
che significa che devo tenere costantemente d'occhio ognuno di loro se
voglio notarne gli errori e non potrei mai farlo se stessi prestando la mia
piena attenzione a un'altra classe per metà del tempo.» Abbassò lo sguardo
sulle tavolette diligentemente compilate e pensò all'inutile sforzo che le
erano costate. «Avresti dovuto consultarti con me prima di cominciare a
fare tutto questo.»
Athli inarcò le sopracciglia. «Ben, allora che cosa dovrei fare?» disse.
«Ho finito da ore di fare le cose che mi avevi affidato.»
«Non lo so, come posso saperlo?» ribatté Loredan. «Oh, no, guarda cosa
sta facendo quel pagliaccio di Valier. Se solo ogni tanto desse retta a
quello che gli si dice...»
Tornò concentrarsi sul suo lavoro, mentre Athli lasciava cadere lo stilo
che aveva usato per scrivere nella borsa che aveva ai piedi, con un sospiro.
Si era fatta un punto d'onore di andare a osservare quasi tutti gli altri
istruttori delle Scuole e, obiettivamente, Loredan era più o meno nella
media. Era vero che urlava meno e che insegnava di più di alcuni di loro,
ma fra i suoi sei allievi e tutti gli altri che stavano facendo praticamente la
stessa cosa in altre parti di quel medesimo edificio, non c'erano differenze
apprezzabili.
Lasciò che la sua attenzione si spostasse altrove. Una delle grandi scuole
aveva la sua sede lì vicino e l'istruttore stava facendo esercitare una classe
avanzata nell'uso della Zweyhender. Un'abilità piuttosto esoterica; la
pesante spada a due mani era praticamente obsoleta e veniva usata solo per
alcuni bizzarri giudizi, come in materia di calunnia o stregoneria... La sua
sopravvivenza era dovuta al fatto che si trattava di casi così infrequenti che
nessuno ancora si era preso la briga di modificare le leggi. In tutto il tempo
che aveva passato in giro per tribunali, Athli non l'aveva mai vista usare.
Sapeva che Loredan aveva una Zweyhender infilata da qualche parte,
anche se non l'aveva mai vista nel suo appartamento (e sì che una cosa così
voluminosa era difficile che sfuggisse), ma non aveva idea di come la si
usasse in pratica. Si mise a osservare.
L'istruttore cominciò mostrando alla sua classe come andasse impugnata
la spada. Ne tirò fuori una; dalla punta al pomo dell'elsa era lunga quasi
due metri e circa un quarto della lunghezza era rappresentato dall'impugna-
tura. I bracci del paramano a croce erano lunghi ciascuno quasi trenta
centimetri e al di sopra di loro, più o meno venti centimetri lungo la lama,
c'era una seconda guardia più piccola, formata da due ricurvature della
spada stessa, simili a due ali. Athli stette a guardare mentre l'istruttore
prendeva un fazzoletto di seta e lo avvolgeva intorno alla lama fra le due
guardie; poi strinse la lama a quell'altezza con la destra e piazzò la sinistra
a metà dell'impugnatura vera e propria. A quel punto fece vedere quali
erano i movimenti di base.
Athli, che si era immaginata grandi fendenti e grandi tagli, come colpi di
falce, scoprì con disappunto che in pratica la Zweyhender era usata più
come un'alabarda a lama lunga o una lancia, che non come una spada.
Servendosene in quel modo, grazie al peso e all'equilibrio accuratamente
calcolati, era possibile fare veloci e accurati affondi, piccoli e pericolosi
mezzi colpi e intricate parate, tutte eseguite con un minimo di movimento.
Lungi dall'essere un'arma eroica, realizzò, come quella che avrebbero
potuto impugnare un cacciatore di draghi o un guerriero di grande valore,
era la tipica arma dell'uomo che gioca sulle probabilità, perché forniva
anzitutto una solida difesa a prova di temerarietà, consentendo nello stesso
tempo a chi la usava di attaccare rapidamente quando il farlo era ragione-
volmente prudente e con un accettabile margine di rischio. Se non altro
con la sottile e tagliente spada da processo c'era un certo grado di grazia e
di stile, una residua traccia di splendore nelle varie fasi del duello. Chi
usava la Zweyhender, invece, avanzava pesantemente, cercando di esporsi
il meno possibile e studiava l'avversario più che combattere, facendo
ricorso a tutta una serie di mosse formali che rendevano difficile perdere
tanto quanto vincere. Era una cosa di buon senso; una questione d'affari ed
estremamente pragmatica. Non c'era spazio per il divertimento. Si
domandò perché non fosse usata più massicciamente.
Quattro o cinque studenti si allenarono con l'istruttore per frazioni
diverse di tempo... Uno riuscì a resistere per ben due minuti, mentre altri
vennero battuti nel giro di pochi movimenti. Era un genere di scherma
piuttosto facile da seguire; un susseguirsi di piccole, nette punzecchiature e
finti affondi che servivano a chiarire chi fosse in vantaggio, costringendo il
perdente a nascondersi dietro la propria impenetrabile guardia, tacitamente
ammettendo la sconfitta. La facilità con cui un perfetto novizio poteva
riuscire a tenere a bada l'istruttore spiegava perché la spada non fosse più
in uso; quando il duello doveva essere all'ultimo sangue, ogni caso avrebbe
potuto durare una giornata senza esito alcuno e il contendente senza
speranza avrebbe potuto tenere il vincitore morale a oltre un metro di
distanza da sé, pur non avendo la minima possibilità di vincere. Ciò non
avrebbe servito l'interesse della giustizia che imponeva invece un
confronto breve e un vincitore inequivoco, che si poteva identificare senza
ambiguità quando solo uno restava in piedi.
Il sesto studente stava resistendo un po' più a lungo. Era un giovanotto
basso e robusto, non particolarmente ben vestito e chiaramente a corto di
fiato dopo i primi trenta secondi. Athli non conosceva la tecnica e quindi
non poteva dirlo con certezza, ma le pareva evidente che riusciva a
rimanere in gioco grazie a una fantasiosa e temeraria improvvisazione, che
stava cominciando a dare sui nervi all'istruttore. La classe sembrava
considerarlo estremamente abile; naturalmente non stavano facendo il tifo
per lui. Tifare durante un vero processo era considerato vilipendio della
corte e costava a chi se ne macchiava una settimana in cella nei sotterranei
del tribunale. Era tuttavia ovvio a chi andasse la loro simpatia e a mano a
mano che i movimenti dell'istruttore si facevano più rigidi e i suoi colpi
cadevano con più forza, Athli si rese conto che aveva paura di perdere la
faccia e il loro rispetto se quella farsa fosse continuata a lungo.
L'istruttore affinò la sua scherma, muovendosi più velocemente e
tentando qualche trucco che non aveva inserito nella precedente dimostra-
zione. La risposta dello studente fu una spettacolo affascinante; il ragazzo
aveva un talento naturale, non c'era alcun dubbio su questo; ma stava solo
complicandosi la vita da solo: l'intera cosa non aveva scopo e anzi era
controproducente, dato che il motivo per cui era lì non era sconfiggere il
suo istruttore in duello, ma imparare a usare la spada secondo le regole.
Athli cominciò a sentirsi seccata; aveva dimostrato quello che sapeva fare,
era ora di cedere graziosamente e accettare l'applauso dei compagni.
Ma il ragazzo non lo fece. Continuò a duellare e Athli vide un fendente
portato con grazia andare a segno, tracciando una sottile linea scarlatta
sulla parte più grossa dell'avambraccio del ragazzo. Il resto della classe
sussultò e mormorò e l'istruttore fece un passo indietro, dando per scontato
che la cosa finisse lì. Non era così; il ragazzo spostò la mano destra
sull'impugnatura principale e ruotò la pesante spada intorno alla testa,
vibrando verso l'istruttore un colpo che gli avrebbe spaccato la testa in due
come un ciocco di pino se lo avesse colpito. Invece il maestro schivò e
parò, riuscendo a ricevere il fendente alla ben e meglio appena sopra il
paramano. La forza del colpo lo fece arretrare e il piede destro scivolò
indietro di trenta centimetri o giù di lì prima che riuscisse a rimettersi in
posizione; nel frattempo il ragazzo aveva vibrato un altro fendente: un
colpo devastante, menato a ginocchia piegate e schiena curva, con
un'inclinazione laterale più che non dall'alto verso il basso, sicché la lama
puntò verso l'avversario all'altezza del collo. L'istruttore fece un balzo
all'indietro in punta di piedi, riuscendo a malapena a sollevarsi quel tanto
da potere frapporre la parte più solida della sua spada fra sé e il colpo,
prima di venire tranciato in due. Perse tuttavia completamente l'equilibrio
e vacillò; in quel momento di autentico pericolo l'istinto dovette prendere
controllo della sua mente, perché contrattaccò con un colpo vibrato basso e
a piena forza, mirato proprio nel varco fra le braccia del ragazzo e la lama,
ove si apriva uno spazio senza ostacoli in fondo al quale c'era il cuore...
Qualcuno gridò. La spada scivolò fra le dita del ragazzo e cadde a terra
rumorosamente; un momento dopo il peso morto del suo corpo cadde sulla
lama dell'istruttore, strappandogli di mano l'impugnatura. L'elsa, sporgen-
do dalla sua cassa toracica strappò un clangore alle pietre del lastrico. Era
morto molto prima di toccare il suolo.
Il maestro restò immobile come una statua (che cosa succede, non hai
mai ucciso nessuno prima? E pretendi di essere un professionista!),
mentre la classe arretrava lentamente e molta gente nel resto dell'arena si
girava a guardare. Loredan, giratosi di scatto in quella direzione, fu colpito
a una guancia dalla punta di un fioretto di legno, ma non sembrò neanche
accorgersene. Qualcuno urlò; la gente cominciò a correre. Uno degli allievi
dell'istruttore lo afferrò per un braccio, ma quello non accennò a muoversi.
Adesso c'erano parecchie voci che chiedevano aiuto, o un dottore o
qualche altro altrettanto inutile intervento esterno. Erano tutti raggruppati
intorno al cadavere del ragazzo e lo sfioravano con cautela, sperando di
cogliere un segno di vita là dove evidentemente non ce n'era traccia. Athli
sentì che le si piegavano le ginocchia e una morsa le serrò lo stomaco.
Sentì che stava per vomitare.
«Signori.» Era la voce di Loredan che parlava, con tono vagamente
annoiato, come se stesse rimproverando un bambino per avere parlato in
classe. «Se questo genere di cose vi turba, posso suggerire che forse state
addestrandovi per la professione sbagliata? Non è cosa che ci riguardi.
Dunque, dove eravamo?»

Data l'assenza di Temrai, il clan aveva posposto i giochi connessi al


funerale di Sasurai. I vincitori si sarebbero sentiti truffati se non avessero
ricevuto il premio dalle mani del loro nuovo capo e peraltro la consegna
dei trofei era tradizionalmente per il nuovo capo l'occasione per un
discorso formale, in cui illustrare i suoi disegni e obbiettivi per i primi anni
di regno.
Avevano approfittato del tempo per fare delle preparazioni ancora più
elaborate del solito. Avevano marcato il percorso delle gare di cavalli con
dei cumuli di pietre, eretto reti di legno per le partite di polo, scavato
appropriati poligoni per le competizioni degli arcieri e così via e i
principali contendenti si erano potuti concedere il lusso di svariati giorni di
bel tempo in cui allenarsi. I bersagli di feltro pressato per le frecce erano
già pieni di buchi, ma pochi nel centro e avevano i contorni scheggiati, a
dimostrazione di quanto bisogno ci fosse di un appropriato allenamento.
C'era stato perfino il tempo di catturare un'aquila viva per il tiro al
pappagallo, al posto del pupazzo impagliato di cui si accontentavano di
solito. La cosa migliore era che i suoi luogotenenti avevano convinto il
clan a scavare un lungo e basso terrapieno che fungesse da tribuna d'onore,
il che significava che una volta tanto la gente che non si trovava in prima
fila avrebbe potuto comunque vedere qualcosa di più divertente che non la
nuca di chi aveva davanti.
Per Temrai era stato costruito un apposito trono di legno, con un tappeto
su cui camminare e un tavolo a fianco su cui sciorinare i premi. Natural-
mente, come voleva la tradizione, i premi consistevano in cose preziose
scelte fra i beni del capo morto e Temrai dovette fare uno sforzo per non
gettare sguardi di rimpianto a svariati oggetti selezionati che aveva
fortemente sperato di ereditare, esposti nel loro splendore a testimoniare la
sua semi divina munificenza. C'erano, per esempio, gli speroni d'oro di
Sasurai, il suo corno da vino personale, un paio delle sue pantofole più
belle e più riccamente ricamate e una faretra piena di frecce di prima
qualità con penne scarlatte, che servivano a identificarle come quelle del
capo.
Dannazione, disse a se stesso Temrai. Oh, be', non importa.
Era praticamente obbligatorio che partecipasse almeno a una gara e
sarebbe stato inaccettabilmente maleducato se avesse vinto... Un onesto
quarto posto sarebbe stato l'ideale, abbastanza per dimostrare bravura, ma
ben lontano dall'assegnazione dei premi. Aveva pertanto annunciato che
avrebbe preso parte alla gara di tiro con l'arco da distanza ravvicinata e al
tiro al pappagallo; era un arciere abbastanza abile da potere perdere la gara
sulla distanza ravvicinata senza risultare troppo palese, se si fosse reso
necessario e se si fosse iscritto alla gara del pappagallo con un numero
abbastanza alto nell'ordine di tiro, qualcun altro molto probabilmente
avrebbe colpito l'aquila prima del suo turno, sollevandolo dall'obbligo di
partecipare. Coerentemente al prestigio della disciplina, il tiro con l'arco
veniva alla fine, il che consentì a Temrai di rilassarsi e di guardare in santa
pace le gare dei cavalli.
Le corse ippiche (cinque, dieci e quindici giri del percorso, con e senza
ostacoli) filarono lisce e solo con un minimo tollerabile d'imbrogli. I
risultati non portarono alcuna sorpresa. Tobolai e i suoi sei figli si divisero
tutti i premi in quattro delle sei gare e furono ben rappresentati nelle altre,
mentre Remtai e Piridai vinsero rispettivamente la gara con gli ostacoli
piccoli e con quelli medi per un'incollatura.
Le partite di polo furono la solita allegra confusione. Bestren imbrogliò
sfacciatamente durante la partita delle donne, ma ci sarebbe stata una
insurrezione se l'avesse espulsa prima che i giovanotti le avessero potuto
dare una bella e lunga occhiata nel suo costume sportivo e dato che evitò
comunque di ammazzare qualcuno la cosa non fece particolarmente danno.
Alla fine la sua squadra perse sette a dieci e tutti furono contenti, special-
mente Temrai che così si risparmiò l'imbarazzo di doverle consegnare il
premio. Lei gli aveva fatto la corte in maniera fin troppo scoperta sino da
quando era stata abbastanza grande da potersi scegliere un marito, ma
nonostante fosse indiscutibilmente graziosa tutto ciò che provava per lei
era al massimo una specie di affascinata ripugnanza. Fu molto più contento
di potere consegnare la fibbia d'oro e la spilla a Sargen-pel-Tazrai, una
ragazza intelligente con un piacevole senso dell'umorismo, il cui fidanza-
mento con il figlio maggiore di Limdai sembrava essere andato in fumo
mentre Temrai era stato via. Riuscì a fare in modo che il suo sorriso di
congratulazioni non prendesse una piega maliziosa, ma trattenne la fibbia
un secondo più del necessario quando gliela consegnò. L'insieme contribuì
a migliorare ancora la sua opinione sulle partite di polo.
Dopo le gare ippiche venne il momento di quelle di corsa. Non erano
mai piaciute particolarmente al pubblico e in realtà il loro scopo era solo
quello di garantire un intervallo fra le competizioni a cavallo e quelle con
l'arco. Fu durante il brusio di rinnovato interesse che fece seguito all'ultima
gara di corsa che Temrai si alzò in piedi e fece il suo annuncio a sorpresa.
Si rivelò una perfetta scelta di tempo.
Ci sarebbe stata, annunciò, una gara in più; non una nuova competizio-
ne, perché c'erano dei riferimenti a essa in alcune delle più antiche ballate
del clan, ma una che a memoria d'uomo non si era mai più svolta. Un
gioco di squadra, proseguì, perché i giochi di squadra servivano a coltivare
lo spirito di cooperazione e di mutuo supporto... Continuò così fino a
quando fu stufo di ascoltarsi. Poi annunciò la gara dei tronchi.
Non fu una completa sorpresa, naturalmente; aveva scelto i capitani
delle squadre il giorno prima e i gruppi che avevano scelto e tagliato i
tronchi erano anch'essi a parte del segreto. Nonostante ciò si creò una
gratificante atmosfera di eccitazione mentre i due tronchi d'albero
venivano scaricati da un lungo carro e trascinati da due pariglie di cavalli
entro i limiti del campo. Naturalmente non mancavano i giovani desiderosi
di prendere parte alla gara; per fortuna se lo era aspettato e i due capitani
erano stati appropriatamente istruiti su chi scegliere nella folla di ansiosi
volontari.
Lo scopo della gara, spiegò, era di portare il tronco dalla partenza
all'arrivo senza mai lasciarlo cadere e senza farsi superare dalla squadra
avversaria. Il premio sarebbe stato un pezzo d'oro di Perimadeia per
ciascun uomo e un cappello rosso e porpora per il capitano. Non appena le
squadre furono in posizione si alzò in piedi, sollevò in aria il suo copricapo
e poi lo lasciò cadere per terra.
Fu subito evidente che l'abilità dei concorrenti era assai inferiore al loro
entusiasmo. Barcollavano avanti e indietro come ubriachi, inciampavano
nei piedi uno dell'altro e finirono per correre più di lato che dritti; alla fine
più che varcare la corda dell'arrivo, ci andarono a sbattere contro. Per
quanto riguardava Temrai, non fu una cosa negativa. Dimostrava il
bisogno di allenamento per quanto riguardava quella specifica capacità:
una cosa sulla quale avrebbe potuto insistere durante il discorso di
chiusura. Nella fattispecie le due squadre arrivarono talmente a ridosso
l'una dell'altra che la decisione su chi avesse vinto fu presa dagli arbitri che
saggiamente aveva piazzato ai due capi della corda dell'arrivo. Alla fine
abbastanza giustamente vinse la squadra di Ceuscai, il che fu un bene
anche perché Temrai aveva dato le sue misure ai cappellai che avevano
fabbricato il copricapo della vittoria.
Come la gran parte del clan, lasciò che la sua attenzione si allentasse un
po' durante le prove di atletica; si permise piuttosto il lusso di stare a
guardare la sua gente. Era una cosa che non aveva mai fatto prima,
abbastanza comprensibilmente. Dopo tutto era uno di loro e lo era stato
tutta la sua vita. Ora, tuttavia, avvertiva un'indefinibile, ma indiscutibil-
mente percepibile barriera fra loro e se stesso; in parte perché adesso era il
capo, ma soprattutto perché era stato in città e aveva visto qualcosa di
diverso... Qualcosa, doveva ammettere, che sotto molti punti di vista era
migliore o perlomeno più avanzato. Dopo le case di pietra e mattoni, le
strade lastricate, l'acqua abbondante immediatamente disponibile in ogni
piazza, le tende del clan sembravano primitive e lui non riusciva più a
sentirsi a suo agio in un ambiente primitivo. Non poteva fare una colpa al
clan per il fatto di non avere inventato a proprio beneficio le cose
meravigliose che in città venivano date per scontate; non c'era niente di
sbagliato o di insano nel non essere altrettanto intelligenti di qualcuno più
dotato: c'erano popoli più intelligenti di altri, così come ce n'erano di più
alti. Ma sapere che era possibile avere condizioni migliori e non desiderar-
le, quello sicuramente era stupido e probabilmente anche insano...
(Zandai Mar che superava l'asta del salto in alto per un capello; era
troppo vecchio per partecipare, ma vi era costretto per una questione di
prestigio. Ostren che inciampava in una zolla di terra sollevatasi e che
cadeva a faccia in giù durante il salto sull'acqua. Solo quattro uomini che
gareggiavano nel lancio del giavellotto, senza che nessuno di loro riuscisse
a farlo passare attraverso il cerchio...)
... A meno, naturalmente, che il prezzo per avere quelle cose meraviglio-
se non fosse superiore al loro valore; quella, sospettava, era la risposta che
stava cercando. Non era un'idea nuova. Al contrario... Era stata la abituale
lamentela auto assolutoria di intere generazioni di viaggiatori che avevano
fatto ritorno dalla città. La ripassò mentalmente.
Quelli di Perimadeia si erano assicurati ogni genere di meraviglie, ma
avevano smarrito la parte migliore di se stessi; così dicevano i viaggiatori
sorseggiando con aria di sufficienza latte e idromele accanto al fuoco, sotto
le stelle fredde e scintillanti. Sono diventati insensibili ed egoisti,
disprezzano le razze meno evolute e si sentono in diritto di derubarle al
solo scopo di alimentare il proprio emendabile gusto per una innaturale
ricchezza.
Già, pensò Temrai, be', i viaggiatori raccontavano anche molte altre
storie, compresi i loro incontri con enormi lucertole volanti o creature con
il corpo d'uomo e la testa da animale; storie alle quali alcuni di noi credono
e altri no. Io ho visto la gente della città e non è particolarmente diversa da
noi, una volta che si guardi al nocciolo, scavata la corteccia.
Certo, c'erano delle differenze; accoglievano gli stranieri, anche quelli
provenienti da nazioni che erano tradizionalmente le loro peggiori
nemiche, senza sospetti e senza ostilità. Se mai dicevano qualcosa, si
trattava piuttosto di una domanda incuriosita circa la veridicità di qualche
diceria particolarmente strana che avevano udito (è vero che tutti voi avete
sette mogli? È vero che dalle tue parti gli uomini e le donne fanno... be',
sai cosa... stando in sella e al galoppo? Trasformate davvero i teschi dei
vostri nemici in calici e strappate lo scalpo ai nemici che uccidete in
battaglia? E come stanno veramente le cose...?).
C'era un'altra differenza: in città c'era un intero quartiere occupato da
dottori, il cui lavoro consisteva nel cercare di tenere in vita gente di cui il
clan non si sarebbe minimamente curato, perché anche se fosse guarita
sarebbe stata comunque troppo vecchia o cagionevole per essere di
qualche utilità. Naturalmente il clan badava alla sua gente, ma solo fino al
momento in cui il farlo era nell'interesse del clan stesso. In città, tenere la
gente in vita era un obbiettivo in se stesso. E la cosa, anzi, andava oltre.
Nelle pianure, a parte una o due persone con particolari abilità gli altri non
ne avevano, ognuno faceva lo stesso lavoro e possedeva più o meno la
stessa quantità di beni e nessuno se ne curava più di tanto. In città era
diverso. Più di questo, onestamente non poteva dire, perché la questione
era complicata; ma dato che la gente più povera della città sembrava
comunque possedere più che non la maggior parte di loro nelle pianure,
che cosa poteva esserci di male? Nella infinitamente complessa gerarchia
della città un uomo poteva rimanere dove si trovava, oppure poteva
lavorare duramente e forse riuscire a innalzarsi di tre o quattro gradini in
seno a quell'ordine immutabile.
Temrai non riusciva a farsi un'opinione precisa su tutto questo, ma
perlomeno riusciva a riconoscere che c'era un'evidente differenza.
E ora eccolo lì, di ritorno, intento a osservare il suo popolo. La prima
cosa che lo colpì fu quanto fosse numeroso. Non era compito di nessuno
calcolare esattamente quanti fossero nel clan e certamente lui non ne aveva
idea. All'inizio di una grossa guerra era costume che gli uomini in grado di
combattere passassero in fila davanti alla tenda del capo e che ogni uomo
lasciasse cadere una freccia in un cesto mentre passava. I cesti venivano
poi caricati sui dorsi dei cavalli da trasporto e usati come scorta di riserva
per il gruppo principale di combattenti. L'ultima volta che era stato fatto,
circa dodici o tredici anni prima, erano serviti più di cento cavalli solo per
la scorta di frecce, ma era passato troppo tempo perché riuscisse a
ricordarsi quanti cesti portasse ciascun cavallo, o il numero di frecce che
era mediamente contenuto in ogni cesto.
C'erano altri modi in cui avrebbe potuto dedurre il numero dei membri
del clan, sia pure approssimativamente: per esempio dal tempo che il clan
impiegava a guadare un particolare fiume, o dalla lunghezza della fila in
marcia su un tratto noto di una strada rettilinea, o ancora dal numero di
pelli che ogni mese venivano affidate ai conciatori (il che gli avrebbe detto
quanti manzi venivano uccisi e di conseguenza quante erano le bocche da
sfamare), ma dovette ammettere di non essere abbastanza interessato da
darsene la pena, senza contare che non era una cosa di cui potesse curarsi
legittimamente. Contare la sua gente sarebbe stato un po' troppo come
contare le sue bestie. Avrebbe implicato che la possedeva, ciò che
ovviamente non era. Aveva sentito raccontare che c'era stato un tempo in
cui, in Città, uomini avevano posseduto altri uomini nello stesso modo in
cui possedevano bestiame e attrezzi, ma non ci aveva creduto, così come
non credeva ai leoni a due teste o agli alberi parlanti che, nello stesso
modo, si supponeva fossero esistiti molto tempo prima, quando il mondo
era giovane.
A questo punto si rese conto di stare davvero osservando la sua gente,
come se fosse stato una della Città, andato lì per spiare i clan. Vide uomini
alti fra il metro e sessantacinque e il metro e ottanta, donne più basse di
una testa o di mezza, vestiti di lana, feltro e cuoio, che mangiavano carne
secca, latte, miglio quando ce n'era, mele e olive durante la stagione giusta,
a patto che avessero studiato bene i tempi del loro itinerario; un popolo che
viveva in tende di feltro e pelli, che si spalmava lardo sulla pelle in pieno
inverno per proteggersi dal vento e dall'umidità, che non sprecava niente e
che non possedeva più di quanto si potesse trasportare dentro un carro e
sul dorso di due cavalli.
Era un popolo che era riuscito a trovare un utilizzo per qualunque parte
di un cavallo o di un manzo: latte, carne e sangue come cibo; il grasso per
fare candele, per cucinare e per rendere le cose impermeabili; la pelle per
fare vestiti, tende, finimenti, cappelli e armature; il pelo per il feltro, le funi
e le corde degli archi; le ossa e i denti per ricavarne bottoni, aghi, archi e
cocche di freccia, fibbie, manici di attrezzi, pezzi degli scacchi, gioielli,
flauti e colla; i tendini per fissarsi gli archi sulla schiena; e gli escrementi
per alimentare il fuoco. Era gente che non oziava, ma che non si affrettava
neanche mai, che aveva poco e non voleva nulla di più, che non scriveva
libri, ma conosceva i nomi dei propri antenati delle cento generazioni
precedenti, che non aveva macchine, ma conosceva il segreto della
saldatura con l'argento e che sapeva interpretare tutti i colori dell'acciaio.
Guardandoli per davvero per la prima volta, si rese conto di quanto fossero
strani, quanto fossero diversi.
Questo è ciò che siamo. Il popolo che vive nelle pianure. E che sa fare
cento e una cosa con il cadavere di una mucca.
Qualcuno gli batté su un braccio; era ora di consegnare il premio per le
gare di corsa e per quelle di salto oltre i vari ostacoli. Una volta finito (e
domandatosi, nel farlo, come gli fosse venuto in mente di consentire che la
seconda migliore sella e un paio di guanti da falconeria perfettamente
nuovi di Sasurai venissero dati a delle persone il cui unico talento era
quello di lanciarsi oltre un bastone poggiato sopra altri due) raccolse il suo
arco e la faretra e scese nell'arena per le gare di tiro con l'arco.
Se non altro pensò, ringraziando gli dei, nessuno aveva cercato di
convincerlo a dare via l'arco di Sasurai. Secondo la tradizione avrebbe
dovuto accompagnare suo padre nell'eternità e Temrai rese un silenzioso,
ma grato omaggio al buon amico che aveva trovato il modo di dimenticar-
sene al momento giusto. Aveva archi di sua proprietà, abilmente fabbricati
da lui stesso o da altri, ma quello era l'arco con cui aveva imparato a tirare.
Conosceva quell'arco ed esso conosceva lui. Se al mondo esisteva un arco
migliore, non gli interessava saperlo.
Quando ci si mise di fronte per fissare la corda, fu come un ritorno a
casa. Era una corda nuova rispetto all'ultima volta che l'aveva visto, ma
comunque una buona corda: il lungo tendine della zampa di un cavallo,
avvoltolato in seta da cima a fondo e appropriatamente cosparso di cera,
con perfette asole d'osso nel punto in cui la freccia andava incoccata e una
presa d'avorio per tenderla. Una volta teso l'arco sistemò il guanto intorno
alle dita della destra e si fissò il parabraccio sull'avambraccio sinistro,
regolò l'altezza della faretra, controllo l'impiumaggio delle frecce, si agitò
con irrequietezza e cercò di pensare a qualcosa d'altro. Adesso che era lì in
piedi, con il piede sinistro sulla linea e davanti un invisibile tunnel che lo
collegava al bersaglio, si rese conto che sarebbe stato davvero duro cercare
di non vincere. L'unica cosa che giocava a suo vantaggio era che pratica-
mente tutto il clan lo stava guardando, il che avrebbe dovuto essere
abbastanza per agitare e fare sbagliare chiunque.
Quando venne il suo turno di tirare aveva già fatto un ottimo lavoro nel
convincere se stesso di avere perso anche la poca abilità che gli era
propria. Il giudice di linea diede il comando di incoccare e la mano gli
tremò un po' mentre posizionava la cocca di corno della freccia sulla
corda, in modo che la penna di gallo risultasse in alto. Al comando
Tendere! sollevò l'arco, grugnì mentre spingeva lontano da sé il braccio
sinistro, tese la corda con la destra fino a quando non sentì l'arco incurvarsi
e il peso spostarsi dalle spalle alla schiena. Mentre la parte posteriore della
punta della freccia scivolava nell'incavo fra il pollice e l'indice della
sinistra, il pollice destro gli sfiorò la guancia e la presa sulla corda toccò il
labbro inferiore, il che garantiva l'allineamento di freccia, mano e arco.
Fissò gli occhi sul bersaglio, escludendo qualunque altra cosa al mondo
e per un secondo e mezzo cancellò dalla mente la morte di suo padre, la
città di Perimadeia e le sue difese, i doveri e le responsabilità del capo di
un clan e la sua inattesa sensazione di estraneità in mezzo al proprio stesso
popolo. C'erano troppe altre cose a cui pensare; il braccio sinistro
lievemente piegato, con il gomito che sporgeva, il secondo dito della mano
destra più inclinato del terzo per assicurarsi che la corda fosse perfettamen-
te verticale nell'incavo fra la prima e la seconda falange di tutte e tre le dita
che la reggevano, l'impossibilità di non pensare all'atto di raddrizzare
quelle dita nel rilasciare la corda (perché il perfetto lancio era semplice-
mente la transizione fra il momento in cui si tendeva la corda e quello in
cui non la si tendeva più; così semplice, così apparentemente impossibi-
le)...
Poi lasciò partire la freccia e ci fu un plump in distanza quando colpì il
bersaglio, in basso e a destra, sintomo di un rilascio non perfetto della
corda. Oh, be', se fosse facile non ci sarebbe motivo di fare delle gare.
Incoccò una seconda freccia e tese l'arco. Per tutto il tempo che gli ci volle
per scoccare una dozzina di frecce si godette il lusso di essere semplice-
mente Temrai, il competente ma mediocre arciere, niente altro che la
somma della sua forza e della sua abilità. In fondo alla sua mente, sapeva
che era un momento da godere fino a quando fosse durato, perché non
c'era modo di sapere quando gli sarebbe stato consentito essere di nuovo
quel Temrai.
Alla fine risultò quinto e fu il meglio che riuscì a fare. In un certo senso
gli diede più piacere che vincere. Aveva offerto un passabile spettacolo e
aveva il conforto di sapere che nel suo esercito c'erano almeno quattro
arcieri che sapevano tirare meglio di lui. Date le circostanze, sarebbe stato
davvero deprimente se avesse vinto.
Rimase a pochi passi dalla linea mentre si svolgevano le gare sulle
distanze maggiori, non volendo fare ritorno al suo posto d'onore fino a
quando non ci fosse stato costretto. Se la sua presenza fra gli arcieri
metteva un po' a disagio gli altri concorrenti, non era una cattiva cosa.
Senza dubbio le pesanti pietre lanciate dalle catapulte che stavano sulle
torri delle mura verso terra li avrebbero messi molto più a disagio e ci
avrebbero dovuto avere a che fare abbastanza presto. La media della mira
era davvero piuttosto buona. Si fece una nota mentale di chiedere i risultati
complessivi una volta che le gare fossero finite, e si chiese se ci fosse
qualcuno in grado di ricordare dei risultati paragonabili, che gli consentis-
sero di calcolare se la capacità del clan con l'arco era aumentata o
diminuita nel corso degli anni. Un capo coscienzioso, ragionò, doveva
sapere queste cose.
Era il momento della gara del pappagallo, il gran finale. Esattamente per
quale ragione la gente del clan trovasse così affascinante guardare degli
uomini che scagliavano frecce contro un uccello legato per una zampa alla
sommità di un palo lungo quaranta metri, era una cosa che Temrai non
aveva mai capito. Probabilmente dipendeva dal fatto che si svolgeva in
modo molto più dinamico delle convenzionali serie di tiri contro i bersagli;
ogni concorrente lanciava una freccia e non appena uno colpiva il
bersaglio la gara era finita.
Forse il brivido stava nel fatto che qualcosa di tangibile veniva colpito e
cadeva a terra... Non c'era granché di cui entusiasmarsi nel sentire il lieve
tock di frecce che in distanza si infilzavano nel feltro, calcolando che solo
le persone molto vicine al bersaglio erano in grado di capire dove la freccia
avesse colpito. Non poteva trattarsi di una sana e tradizionale sete di
sangue perché normalmente il pappagallo non era altro che una sacca di
cuoio piena di paglia, immersa nella colla e poi coperta di piume. La sua
personale teoria era che l'eccitazione nascesse dal pericolo implicito in
tutte le frecce che non colpivano il bersaglio e che ricadevano erraticamen-
te verso terra, assai spesso finendo proprio in mezzo agli spettatori.
Stavolta c'era un uccello vero; una grande aquila bronzea legata per una
zampa alla sommità del palo e che protestava selvaggiamente per quel
trattamento indegno. Questo sarebbe stato certamente fonte di una
eccitazione molto maggiore del solito, perché tutti quelli che avevano
perso un figlio o un agnello per colpa delle aquile di montagna, potevano
sentirsi partecipi di quella simbolica vendetta. Per parte sua, Temrai
avrebbe tirato altrettanto volentieri alla solita sacca piena di paglia. Aveva
passato troppe ore con la mandria quando era un ragazzino, cercando
vanamente di tenere lontane quelle dannate creature con grida e pietre per
provare pietà per quel maledetto uccello, ma quello non aveva tanto l'aria
di un atto di difesa da una persecuzione, quanto piuttosto di una esecuzio-
ne pubblica. Fra l'altro la versione di paglia non strideva così tanto.
Un colpo. Frugò con lo sguardo in mezzo alla faretra fino a quando non
vide la particolare freccia che stava cercando. Era stata la sua favorita fin
da quando era giovane, anche se era svariati centimetri troppo lunga per
lui. Non aveva idea da dove venisse; aveva le piumette scarlatte del capo,
ma non era stata fabbricata nelle pianure. Il clan ricavava le sue frecce da
un unico pezzo di legno, sicché l'asta aveva lo stesso diametro per tutta la
sua lunghezza. Questa freccia aveva una parte centrale dell'asta in cedro,
infilata in una posteriore di corniolo e si assottigliava molto gradualmente
da un punto che si trovava venti e più centimetri sotto la punta, fino alla
cocca. La punta, stretta e inusualmente pesante, aveva una sezione quasi
quadrata a differenza dell'abituale profilo triangolare prediletto dai fabbri
del clan. Aveva la sensazione che fosse molto vecchia e in origine era
arrivata, passando per la città, da Scona dove i fabbricanti di archi e gli
impiumatori più bravi del mondo creavano equipaggiamenti per gli arcieri
più bravi. Le piumette erano di anitra e non di aquila o di corvo e assai
presto avrebbero dovuto essere sostituite. Se l'avvicinò agli occhi, per
essere sicuro che non si fosse piegata o spezzata, poi fu costretto a fare
rapidamente un balzo di lato per evitare una freccia in caduta che alla
sommità del palo era stata investita da un colpo di vento ed era piombata
quasi in testa a lui.
Per estrazione gli era toccato di tirare per settimo, sicché non dovette
aspettare a lungo. Non che ci fosse un particolare rischio che vincesse
quella gara; la specifica abilità di scagliare frecce verticalmente in aria non
era una di quelle che gli era sembrato valesse la pena di coltivare, dato che
non serviva in guerra salvo quando si era proprio sotto le mura di una città
e lui non aveva mai sentito il fascino particolare di tirare frecce agli uccelli
in volo.
Lo stesso però non valeva per un sacco di gente e cinque fra i migliori
cacciatori di uccelli del clan avevano estratto turni prima del suo.
In qualche modo, tuttavia, riuscirono tutti a sbagliare con il risultato che
Temrai si trovò con il piede sulla linea, con il collo piegato a fissare il sole
quasi direttamente nel tentativo di individuare la sagoma dell'uccello sullo
sfondo del cielo accecantemente luminoso. Tese l'arco e mirò più o meno
nella giusta direzione, rilassò le dita della destra e si preparò a scagliare la
freccia.
Era proprio sul punto di lasciarla partire quando il sole si nascose dietro
quella che era praticamente la sola nuvola nel cielo, il che gli consentì di
vedere con chiarezza il bersaglio. Sentì la corda che gli mordeva la carne
delle dita attraverso il guanto e le spalle gli dolevano. Era ora di liberarsi
di quella dannata freccia. Si concentrò sull'uccello e smise di trattenere la
corda.
Dannazione, pensò.
Quante occasioni c'erano state in cui avrebbe dato qualsiasi cosa pur di
colpire il bersaglio in una gara del pappagallo, davanti all'intero clan? Più
di quelle che riusciva a ricordarsi, al tempo in cui passava giornate intere a
scagliare frecce contro un rotolo di feltro appeso a un lato del suo carro,
cercando di afferrare quel particolare, elusivo tocco di abilità che gli
avrebbe consentito di mandare la freccia esattamente dove voleva invece
che più o meno nella giusta direzione. Mentre osservava la freccia colpire
il bersaglio, l'uccello piegarsi su se stesso, cadere in avanti e restare a
penzolare dalla corda che lo legava come un sacco vuoto, imprecò
chiedendosi come fosse potuta succedere una cosa del genere. Tutto quello
a cui poteva pensare era che gli dei avevano accumulato dieci anni delle
sue preghiere per un colpo come quello e poi avevano maliziosamente
deciso di accontentarlo proprio in quel momento, per fargli dispetto.
Ci fu un imbarazzato silenzio mentre l'intero clan cercava di capire se
fosse il caso di applaudire o se invece fosse libero di esprimere la propria
disapprovazione per una così palese violazione dell'etichetta. Gli altri
concorrenti raccolsero le proprie frecce e rimisero gli archi nelle custodie
senza una parola e senza uno sguardo nella sua direzione. Doveva
succedere proprio nella gara del pappagallo, la sola nella quale non
avrebbe potuto comunque squalificarsi magnanimamente lasciando che se
la disputassero gli altri concorrenti? E, in nome degli dei, come si
supponeva che facesse a premiare se stesso?
La sola cosa che gli venne in mente di dire fu: «Mi dispiace.»
Comunque, ormai non ci poteva fare niente. Rimise l'arco nella custodia
e fece ritorno al suo trono. Adesso, naturalmente, doveva fare il suo
discorso.
Lo aveva preparato accuratamente e sapeva che era brillante. Prima un
succinto, ma forbito elogio del suo predecessore. Poi una dichiarazione
formale della sua intenzione di guidare il clan contro il nemico, dichiaran-
do le proprie ragioni e motivando il popolo rispetto alla battaglia che lo
attendeva. Qualche parola sull'evidente destino del clan, un po' di
misticismo per quelli che se lo aspettavano e, per concludere, una
ricapitolazione ben articolata e una frase memorabile, che la gente potesse
tramandare ai propri nipoti. Aveva tutto sulla punta della lingua.
Invece si schiarì la voce e disse: «Non avete nessuna voglia di sentire un
mucchio di chiacchiere, quindi ecco quello che faremo. Una volta
oltrepassato il passo di Nasdin, andremo a sud lontano dal nostro solito
percorso, per tagliare legna. Poi la faremo scendere lungo il fiume... Non
lo abbiamo mai tentato prima, ma so che è già stato fatto e quindi anche
noi possiamo riuscirci... E alla fine del viaggio costruiremo delle macchine
da assedio. Non c'è problema, ho imparato come si fa e non si tratta di
niente di speciale. Nel tiro con l'arco siete bravi, anche troppo in qualche
caso, ma dovremo allenarci con i tronchi se vogliamo avere almeno una
speranza di riuscire a sfondare le porte della Città, quindi voglio dei
volontari per formare una squadra addetta all'ariete; date i vostri nomi ai
capi delle ali entro i prossimi tre giorni. Ci sono un mucchio di dettagli a
cui non ho ancora pensato, ma abbiamo tempo e vi terrò al corrente
durante il viaggio. Questo è tutto, davvero, per cui me ne starò zitto e vi
lascerò proseguire i festeggiamenti. Divertitevi. Oh, e se non volevate che
la vostra aquila venisse colpita, non avreste dovuta lasciarla lì.»
Non era un granché come battuta; ma nell'atto stesso di sedersi capì di
avere appena arricchito la loro tradizione di un nuovo proverbio. Cento
anni dopo gente che aveva lasciato che il proprio bestiame non ancora
marcato si mescolasse con la mandria di qualcun altro, o le cui mogli
trascurate cominciavano a guardarsi intorno, avrebbero sentito rispondere
alle proprie proteste, con una risatina e con la battuta: «Sì, be', se volevi
che nessuno colpisse la tua aquila...»
Nel frattempo, aveva appena parlato al suo popolo come un capo, non
come un ragazzo che indossava il cappello di suo padre che gli stava
troppo grande. Avrebbe avuto i suoi volontari per la squadra addetta
all'ariete e avrebbe fatto scorrere i tronchi giù per il fiume; e nessuno
avrebbe mormorato alle sue spalle che pensava che il Capo non avesse
affatto un piano, perché lo aveva ammesso lui per primo e questo era stato
piuttosto leale. Probabilmente la cosa avrebbe funzionato e questo perché
aveva imparato che se c'era un bersaglio da colpire, gli si tirava una freccia
e al diavolo le regole.
Sasurai non lo aveva mai capito; Sasurai non aveva dato l'assalto a
Perimadeia. Io l'ho capito e la attaccherò.
Era ancora seduto, preso in quelle riflessioni quando vennero a rimuove-
re il trono e il tappeto. Non lo buttarono sull'erba, ma gli fecero capire
chiaramente che avevano un lavoro da fare e che li stava intralciando. Si
scusò e lasciò che procedessero.

CAPITOLO OTTAVO

L'intramontabile popolarità di cui i Patriarchi di Perimadeia godevano


presso i propri concittadini era un aspetto del loro alto ufficio che
trovavano sconcertante, gradevole o seccante a seconda di quanto
approfonditamente gli capitava di pensarci. Dato che il Patriarca non era
altro che il capo di un ordine di filosofi e scienziati impegnati a studiare un
soggetto astruso senza il minimo valore pratico per la gente comune, non
c'era motivo che fosse amato e ammirato, il che rendeva la cosa sconcer-
tante. Il fatto che i suoi concittadini continuassero ad amarlo e ammirarlo a
prescindere da ciò che faceva o non faceva era certamente toccante. Il fatto
che la sua popolarità fosse dovuta all'universalmente diffuso equivoco che
lo voleva una sorta di mago ufficiale, il cui compito era quello di battersi
con le forze dell'oscurità per il bene della città, tenendone lontane torme di
perfidi demoni, pestilenze e violenti uragani che potessero intralciarne i
ricchi commerci marittimi era, invariabilmente, fonte di irritazione. Dopo
essere passato attraverso tutti e tre questi stati d'animo, il Patriarca tendeva
a non considerare la questione e a non pensarci affatto.
Ciò nonostante, quando si sparse la notizia di una grave malattia che
aveva colpito il Patriarca Alexius ci furono moltissime spontanee
dimostrazioni di affetto popolare, senza dubbio da parte di cittadini
preoccupati che lo volevano vedere di nuovo in piedi, sano e impegnato a
combattere i demoni, prima che qualcosa di orribile potesse accadere.
Fiori, frutta e un'ampia scelta di amuleti portafortuna apparvero fuori dalle
porte della sua residenza tutte le mattine, vecchiette piene di buone
intenzioni lasciarono ai guardiani alla porta litri di brodo caldo e nutriente
e importanti esponenti dell'Ordine, che avrebbero avuto un modo migliore
di impiegare il proprio tempo, dovettero passare ore a ricevere delegazioni
di bambini sorridenti e rumorosi, che portavano ghirlande di erbe odorose,
intrecciate con le loro mani inesperte, ma innocenti. Fu tale il disturbo
arrecato da quella solidarietà non sollecitata che non appena si sentì
abbastanza bene da reggersi in piedi, Alexius fu costretto ad apparire a un
balcone e a mostrarsi alla folla plaudente nella speranza che quella
persecuzione pur animata da buoni propositi e che durava da un paio di
mesi, cessasse finalmente.
«Trovo il tutto piuttosto commovente» commentò Gannadius, mentre
Alexius tornava a piccoli passi verso il letto, con le braccia che gli
facevano male per avere salutato la folla per oltre mezz'ora.
«Tutta questa gente che non ti ha mai neanche incontrato, in piedi fuori
dalla porta in qualunque clima, che sommerge il posto sotto masse di
fiori...»
«Se qualcuno fosse in grado di spiegarmi come anche un intero carro di
erbe profumate abbia la benché minima possibilità di curare il mal di
cuore, potrei ufficializzare la cura e guadagnare una fortuna» borbottò
Alexius, infilandosi nuovamente sotto le coperte alla ricerca di una sia pur
minima residua traccia di calore. «Stando le cose come stanno, penso che
correrò il rischio di espormi al ludibrio universale, facendomi qualche ora
di sonno.»
«Be', non puoi» rispose Gannadius. «Hai un dovere verso i tuoi concit-
tadini, che hanno bisogno di amare qualcosa, non possono amare il
governo perché nessuno ama mai il governo, e quindi hanno scelto te.
Potresti essere almeno abbastanza cortese da mostrarti contento.»
Alexius borbottò contro il cuscino.
«Sai che cosa stanno dicendo?» ribatté. «Dicono che sono stato impe-
gnato in un duello magico con creature malefiche di un altro universo,
evocate dai nostri nemici, e che anche se alla fine sono riuscito a trionfare
la lotta mi ha ridotto a un rottame balbettante. Dopo tutti gli sforzi che ho
fatto per spiegare che non siamo dei maghi...»
Gannadius sorrise divertito. «Il che ovviamente è servito solo a convin-
cerli ancora più fermamente che è esattamente ciò che siamo» disse.
«Mentre se tu te ne andassi in giro indossando un lungo manto blu coperto
di simboli mistici, direbbero che non sei altro che un volgare ciarlatano e ti
tirerebbero addosso delle uova.» Si alzò in piedi. «Farai meglio a riposare
un po'. Tutta questa eccitazione sta peggiorando il tuo già brutto carattere.»
«Lo so» rispose Alexius. «Penso che dipenda soprattutto dalla frustra-
zione per essere bloccato qui, quando ci sono così tante cose che dovrei
stare facendo...»
Gannadius corrugò la fronte. «Niente d'importante» disse con fermezza.
«I tuoi brillanti segretari stanno occupandosi di tutte le questioni di routine
(piuttosto meglio di quanto non facessi tu, debbo aggiungere) e stanno
leggendo tutti gli ultimi sviluppi in materia teoretica, così che io possa
spiegarli a te in un modo che sarebbe comprensibile anche a un bambino.
Quanto all'altra questione...»
Fissò Alexius dritto negli occhi. «Sembra proprio che si sia risolta da sé,
adesso che quei due sono tornati là da dove erano venuti. Penso che
dovremmo limitarci a gioire per essercene liberati e dimenticarci di quello
che è successo.»
Alexius annuì lentamente. La devastante reazione che aveva subito
mezz'ora dopo che i due isolani se n'erano andati era qualcosa che non
sarebbe mai riuscito a dimenticare, ma i due mesi passati sdraiato a letto a
fissare i mosaici piuttosto sopravvalutati che aveva sul soffitto lo avevano
aiutato a mettere l'intera questione nella giusta prospettiva. Riconsiderando
la cosa, era piuttosto chiaro quello che era accaduto; una sfortunata
coincidenza fra il suo sciocco esperimento di maledizione per procura e la
presenza in città di una persona con poteri naturali, che aveva smosso forze
straordinarie in seno al Principio senza avere la più pallida idea di cosa
stesse facendo e quindi, di conseguenza, nella assoluta impossibilità di
controllare gli effetti della propria interferenza. Una volta che essa se n'era
andata, le reazioni erano svanite (appena in tempo, o senza dubbio a quel
punto lui sarebbe già morto) e il buon senso suggeriva che, se non c'erano
più reazioni, voleva dire che in qualche modo ogni cosa era tornata al suo
posto. Le discrete indagini svolte da Gannadius avevano rivelato che
Loredan, l'avvocato, conduceva una vita serena e prospera come istruttore,
che la misteriosa ragazza sembrava essere completamente svanita e che,
almeno per ora, non si erano manifestate né pestilenze né terremoti
anomali. Quindi tutto andava bene...
(Ma non era così, naturalmente; per quanto tentasse di rassicurare se
stesso che tutto era finito, non poteva togliersi dalla testa quella terribile
sensazione di essere stato manipolato, così facilmente manipolato da
qualcuno che maneggiava ogni aspetto del Principio con la stessa abilità e
confidenza con cui Bardas Loredan usava la sua spada preferita. E non si
trattava della ragazza, di questo era sicuro, né poteva trattarsi del suo
piuttosto ordinario fratello, o di qualcuno che viveva in città se era per
questo... Quindi di chi poteva essersi trattato? E, ciò che lo turbava ancora
di più, a che scopo?)
«A questo punto me ne vado» disse Gannadius. «Ci vediamo... Ah, ecco
Dalmatius con le tue lettere. Nessun riposo per i dannati, dopo tutto.»
Alexius cercò di nascondere un gemito mentre il più laborioso e agitato
dei suoi giovani segretari entrava nella stanza. Gannadius trovò che non
c'era momento migliore per filarsela e lo abbandonò, a cavarsela come
meglio poteva.
«Non ci sono molte cose con cui sono costretto a importunarvi oggi»
cinguettò il giovane, lasciando cadere in grembo ad Alexius un grosso
mucchio di incartamenti e posizionandogli accanto una candela in precario
equilibrio. «Lettere Encicliche agli archimandriti sui nuovi protocolli
dottrinari...»
«Quali nuovi protocolli dottrinari? E da quando abbiamo una dottrina?
Siamo scienziati, non sacerdoti...»
Dalmatius gli rivolse un'occhiata paziente, rendendo palese che soppor-
tare Alexius non gli costava più di tanto. «Vi ho già spiegato tutto la scorsa
settimana» disse. «Sul fatto che il conclave generale ha risolto il dibattito
sintesi/diatesi molto semplicemente, riducendo il numero di principi
elementari riconosciuti da sette a sei. È tutto piuttosto...»
«Meraviglioso» borbottò Alexius. «È una idea davvero brillante quella
di modificare le leggi di natura purché sia fatto con un voto democratico!
Penso sia venuto il momento che esca da questo letto e metta la parola fine
a tutte queste sciocchezze.»
«Non pensateci neppure» rispose Dalmatius con feroce allegria. «Se solo
vi azzarderete a mettere piede a terra, i dottori vi spelleranno vivo.
Comunque, questi sono i protocolli» continuò, separando uno spesso
mucchio di documenti dagli altri, che gli agitò sotto il naso. «Questi
incartamenti sono solo decreti, più la vostra corrispondenza privata.»
Mentre Alexius sigillava le lettere e cercava di concentrarsi sul non dare
fuoco alle coperte con la candela, Dalmatius gli diede le ultime notizie.
«Si dice in giro» cinguettò «che i clan stiano nuovamente preparando
qualcosa di brutto. Per quanto mi riguarda, sarebbe ora di fare qualcosa in
proposito.»
Alexius, che si era appena versato della ceralacca bollente sul dorso di
una mano, alzò lo sguardo. «Davvero? Di che genere?»
«Dovremmo mandargli contro un esercito» rispose Dalmatius. «Spazzar-
li via una volta per tutte. Quello che voglio dire è che non ha proprio senso
lasciare che orde di selvaggi vivano sui gradini di casa nostra.»
Sei anni prima, ricordò Alexius, Dalmatius si era trovato su una barca
che stava attraversando il Mare di Mezzo, provenendo dalla brutta città-
stato di Blemmya, insieme a circa duecento altri rifugiati che erano stati
cacciati a causa del naso grosso e del colore dei capelli. Era tutt'oggi
perfettamente in grado di smarrirsi fra il ponte Carters e l'Accademia
Cittadina. Era interessante notare come in soli sei anni si fosse ripreso a tal
punto dalla dose di intolleranza umana provata sulla sua pelle, da potere
adesso consigliare con perfetta serenità la persecuzione di qualcun altro.
«Non sapevo che avessimo ancora un esercito» disse Alexius dolcemente.
«Sono sicuro che lo avrei notato, se fosse così.»
«Si può sempre arruolarlo» spiegò Dalmatius «e poi naturalmente c'è la
guardia cittadina. Più di quanto serve per dare una bella lezione a una
pletora di selvaggi. A quanto pare stanno macchinando qualche cosa a
monte del fiume. Fanno scendere lungo la corrente grosse zattere di
tronchi, che ci crediate o no. È tutta una cosa senza senso, questo è ovvio.
Voglio dire» aggiunse con una risatina «che cosa se ne può fare un
mucchio di selvaggi di un fiume pieno di tronchi?»

Loredan, a cui era stata fatta la stessa domanda, evitò di rispondere.


Stava aggiustando uno dei fioretti da esercitazione con dello spago da
marinaio e della colla, il che gli diede la scusa per fingere di non avere
sentito.
«A quanto sembra» insistette Athli «si parla di inviare una spedizione
agli ordini di quell'uomo... Oh, come si chiama? Ce l'ho sulla punta della
lingua.»
«Fammi un favore e metti un dito proprio qui... No, lì, ecco così...
Mentre ci spalmo su un po' di colla. Attenta a non incollarti il dito.»
«Maxen, ecco qual è. Generale Maxen. Dicono che il suo nome sia una
leggenda nelle pianure.»
Loredan aggrottò la fronte e intinse il pennello nella pentola della colla.
«È morto» rispose. «Ormai sono dodici anni che è morto.»
«Oh.» Athli si strinse nelle spalle. «Chi è che comanda l'esercito,
allora?»
«Nessuno.» La colla era troppo liquida. Loredan fece schioccare la
lingua, aggiunse un altro pizzico di polvere e mescolò la pentola. «E non
c'è neppure un esercito, a meno che tu non voglia prendere in considera-
zione quelle decorazioni per le mura che chiamano guardie cittadine. Sono
dodici anni che non abbiamo un esercito. Ed è una gran bella cosa, se vuoi
il mio parere. Dovremmo considerarci fortunati di non avere bisogno di
averne uno e accontentarci.»
«Posso muovere il dito, adesso?»
«Resisti ancora un secondo, fino a quando la colla sarà calda. Dunque,
che cosa si pensa che stiano tramando i clan, secondo le tue così affidabili
fonti?»
«Non lo so, come potrei saperlo? Qualcuno parlava di un gran numero di
tronchi che starebbero facendo scendere lungo la corrente del fiume in
questa direzione, ma mi sembra che non sia il genere di cosa a cui si
dedicano i clan; voglio dire, quando mai si sono occupati di barche,
navigazione, fiumi e roba del genere?»
«Mai, o perlomeno» ammise «mai in passato. Forse adesso lo fanno.
Dato il ritmo con cui ci serviamo di legname in questa città, forse lo stanno
portando qui per vendercelo. Il guadagno varrebbe lo sforzo, se fosse
così.»
«Probabilmente è questa la spiegazione, allora. Solo che mi è sembrato
di sentire dire che ci hanno dichiarato guerra, o qualcosa del genere. A
quanto pare il vecchio capo è morto e suo figlio è una specie di tizzone
d'inferno.»
«Oh, probabilmente sono solo sbruffonate» disse Loredan, con gli occhi
fissi sulla giuntura che stava cercando di fissare con la colla. «Quando un
nuovo capo sale in carica, è normale che faccia rullare un po' di tamburi di
guerra e lanci qualche roboante proclama. Fa sentire tutti felici di essere
dei grandi guerrieri. In realtà non succede poi nulla.»
«Ah.» Athli starnutì, per effetto dei fumi della colla che stava bollendo.
«A quanto pare sai un sacco di cose sui clan» disse. «Come mai?»
«Cose che ho sentito. Storie raccontate dai soldati, quel genere di cose.
Nelle taverne fumose si tende a incontrare un mucchio di vecchi veterani.
Sì, adesso puoi togliere il dito, grazie. Passami quello spago e avrò finito.»
«È un pensiero preoccupante, comunque» riprese Athli dopo un breve
attimo di silenzio. «Che cosa succederebbe se si mettessero in testa di
attaccarci? Se non abbiamo un esercito...»
Loredan fece un'espressione esasperata. «Se avessimo un esercito»
ribatté «avrebbero qualcuno con cui combattere. Ed è quello l'unico modo
in cui potremmo subire una sconfitta, considerando che quelle sono brutte
bestie da incontrare in campo aperto, o così ho sentito dire» aggiunse.
«Stando le cose come stanno, la sola cosa che potrebbero fare se ci
assalissero, sarebbe di starsene seduti sull'altra sponda del fiume a
guardare le navi cariche di grano che entrano in porto. Forse hai notato
quelle grosse costruzioni di pietra... Noi le chiamiamo mura...»
«Va bene, non c'è motivo di essere tanto ironico. Continuo a pensare...
Be', siamo tutti cresciuti nella convinzione che le mura siano del tutto
imprendibili, ma personalmente non so un bel niente di assedi e roba del
genere. Come facciamo a essere sicuri che siano davvero insuperabili?»
«Be', il fatto che la città non sia mai caduta per un attacco da terra è già
un bell'indizio» rispose, mentre avvolgeva pazientemente lo spago intorno
alla lama del fioretto. «E non perché non ci abbiano provato, bada. Se tu
volessi conquistare la città, dovresti essere dotato di tutto il necessario
equipaggiamento: macchine, torri da assedio, arieti, scale per varcare il
fossato. Tutto ciò è assai al di là delle capacità dei clan. No, il solo modo
in cui potrebbero entrare sarebbe se qualcuno gli aprisse la porta dall'inter-
no, il che mi sembra francamente improbabile.»
«Non c'è problema, allora.» Athli si alzò in piedi, pulendosi le mani su
un pezzo di straccio che Loredan aveva appoggiato per traverso sullo
schienale della sedia. «D'altronde immaginavo che fosse solo una
chiacchiera, perché se no l'Imperatore starebbe già facendo qualcosa in
proposito.»
«Be', è naturale. È per questo che ne abbiamo uno.» Fece un semplice,
ordinato nodo e tagliò lo spago con i denti. «Se proprio vuoi terrorizzarti e
andare a dormire con l'ossessione di una invasione straniera, è molto
meglio che ti dedichi al panico per un attacco di quelli dell'Isola.»
«Pensavo che fossero nostri alleati» obiettò Athli.
«Lo sono, fino a un certo punto. Fanno un mucchio di affari con noi, ma
questo non significa che non preferirebbero comunque prendere le merci
senza pagare. Più precisamente, sono gli unici ad avere una flotta, che sia
pure al limite, potrebbe essere abbastanza forte. Certo, non gli sarebbe
facile superare le catapulte e le barriere galleggianti che bloccano gli
stretti. Onestamente, non vedo nessuno con un minimo di cervello cercare
di attaccare la Città. Ci sono un mucchio di bersagli più facili a cui
dedicarsi prima. Ecco, questo è a posto. È solo il secondo che ho dovuto
riparare fino ad adesso. Se vuoi il mio parere, niente male.»
Accese una candela e spense la lampada con un soffio. Non c'era più
nessuno nelle Scuole a quell'ora di notte; fortunatamente era riuscito a
convincere il governatore a dargli una chiave dell'ingresso laterale.
«Andiamo a mangiare un boccone» disse. «È stata una giornataccia.»
Aveva già infilato la chiave nella serratura quando qualcuno lo chiamò
per nome. Si voltò e con sua grande sorpresa vide come-diavolo-si-chiama,
la strana ragazza che faceva parte della sua classe. «Salve» disse. «Che
cosa fai qui a quest'ora di notte?»
«Mi avete detto che devo allenarmi nella presa a braccio teso» rispose,
con un tono come se la sua domanda l'avesse offesa. Aveva l'aria stanca; la
fronte era imperlata di sudore e i capelli della frangia erano irti. «Se potete
dedicarmi un minuto, vi sarei molto grata se poteste osservarmi mentre
faccio l'esercizio. Vi va?»
Loredan inarcò entrambe le sopracciglia. «Perché no?» disse in tono
dubbioso.
La ragazza fissò prima lui e poi Athli. «Se c'è un extra da pagare sarò
ben felice...»
«Il prezzo normale più un quarto a ora: è il costo per le lezioni indivi-
duali» disse Athli con fermezza. «Lo metterò nel tuo conto.» Lanciò
un'occhiata a Loredan che voleva dire: Attenzione, questa ragazzina ha
delle fantasie su di te. Loredan la interpretò correttamente e scosse
lievemente la testa.
Personalmente, non pensava affatto che fosse così. Però la ragazza era
strana, su questo non c'erano dubbi. Non che non avesse una sua personali-
tà; anzi, se mai il contrario, questo era sicuro. Ma era come se tenesse uno
schermo innalzato intorno a sé, come il sipario di seta dipinta che si
supponeva celasse l'Imperatore quando dava udienza, in modo che la sua
persona non fosse neanche sfiorata dagli sguardi della gente comune. O
qualcosa del genere. Comunque, era strana.
«Resti qui intorno?» chiese ad Athli con una nota di nervosismo nella
voce. Lei fece cenno di no con la testa.
«Me ne vado a casa» rispose. «Nessuno paga il mio tempo.»
Loredan la fece uscire e poi richiuse la porta.
«Bene» disse. «Visto che abbiamo tutto il posto per noi direi di usare
l'arena delle esibizioni, dove possiamo fare un po' di luce.» Fece un vago
gesto in direzione dell'alto arco dall'altra parte rispetto a dove si trovavano
loro. «Porta una torcia che accendiamo i candelabri.»
Non avrebbe saputo dire perché, ma provò una sensazione di disagio
mentre attraversavano la grande arena vuota. Era stata costruita come una
copia fedele di quella del tribunale, perché l'idea era quella di abituare gli
studenti all'atmosfera delle grandi occasioni, ai banchi degli spettatori e
all'acustica peculiare, che potevano essere una grave forma di distrazione
se uno non c'era abituato. Non erano proprio riusciti nell'impresa (in
nessun altro luogo fuori dalla corte il rumore di due spade che si incrocia-
vano era così sonoro e acuto), ma le somiglianze erano sufficienti da
mettere Loredan a disagio.
«Illuminiamo prima il posto come si deve» gridò, felice di sentire che la
sua voce suonava piena e fiduciosa nella vuota oscurità. «Approfittiamone,
visto che non paghiamo le candele.»
Lei non rispose e Loredan si sentì piuttosto sciocco; perché tutte quelle
chiacchiere, come se si fosse trattato di un'occasione mondana? Perché ho
accettato di restare? mormorò a se stesso. Magari Athli ha ragione e la
ragazzina mi ha attirato qui per attentare al mio onore. Pensò al viso della
fanciulla. Non gli era mai venuto in mente di fare caso se fosse carina o no.
Pensandoci obiettivamente, lo era, anche se di una bellezza un po'
angolosa, ma... No, stava facendosi trascinare dalla fantasia. Non era il
tipo.
«Va bene» disse, piazzando l'ultima candela nel candeliere «diamoci da
fare. Usa la spada nella sacca rossa. Sii prudente, bada. Quella è la mia Spe
Bref.»
La ragazza annuì e sciolse il nodo. Si mangia le unghie, non lo avevo
notato. In mano sua la spada sembrava stranamente estranea, come se la
sua lealtà potesse essere posta in dubbio. Lasciò cadere la sacca e tese la
lama stendendo il braccio davanti a sé, posizionando piedi e spalle e
irrigidendo la schiena.
«Così va quasi bene» disse Loredan, cercando di avere un tono incorag-
giante. «La spalla sinistra portala un po' più indietro e allinea il piede
destro con la lama. Meglio, ora sei perfetta. Mantieni la posizione.»
Cominciò a contare sotto voce, mentre scioglieva l'imboccatura della
seconda sacca. Per qualche ragione le sue dita si muovevano goffamente e
si spezzò un'unghia sulla corda robusta. «Ti stai rendendo le cose più
complicate» disse, tirando fuori la spada da cavaliere e impugnandola.
«Stai stringendo l'elsa invece di lasciare che ti stia appoggiata in mano.
Qui, guarda me.» Si mise in posizione di fronte a lei, alzando lentamente il
braccio destro e la spada, fino a quando le due lame formarono un'unica
linea retta. «Vedi, lascio che le punte delle dita e la base del pollice
facciano tutto il lavoro. Lo scopo dell'esercizio sta tutto qua; una presa
morbida è molto più sicura di una da fare sbiancare le nocche e ti consente
di muoverti più liberamente. Ecco, ora stai andando molto meglio.
Continua così, te la stai cavando brillantemente.»
Non sembrava che gli stesse dando retta; o meglio, sembrava fregarsene
dei suoi consigli e dei suoi incoraggiamenti. Era una sensazione che aveva
già provato: che lei non volesse imparare, ma che dovesse imparare, come
se si trattasse di un orribile, ma inevitabile compito. Oh, be', mi capita
gente di tutti i tipi. E sono felice di dire che le sue motivazioni non sono
affari miei.
«Va bene, riposati» disse quando fu trascorso un intero minuto.
La ragazza lo guardò corrugando la fonte, come se fosse sul punto di
obiettare, poi abbassò la spada. «Fra un attimo lo faremo di nuovo e
cercheremo di resistere per due minuti, ma stavolta comincia con la presa
che ti ho spiegato e li conteremo da quel momento. Va bene?»
Lei annuì. Il breve movimento della sua testa fu molto preciso, una
efficiente comunicazione, designata allo scopo di minimizzare al massimo
il contatto fra di loro. Fu un po' come lo scambio di cenni che precede un
duello, dopo che il giudice ha dato il via; il modo in cui comunicano due
nemici quando non resta niente altro da dire se non Adesso cerchiamo di
ucciderci l'un l'altro. Quella riflessione scosse un po' Loredan.
«Bene. Adesso.» Sollevarono le braccia esattamente nello stesso mo-
mento e Loredan si ritrovò a fissarla negli occhi al di sopra di una striscia
d'acciaio. Fu un momento sgradevole, un po' come essere di nuovo in
tribunale, però peggio. A corte, quando fissava il suo avversario negli
occhi, poteva sempre scorgere un residuo bagliore di paura e ovviamente
l'altro poteva fare lo stesso con lui. Era l'ultimo scambio di umanità
condivisa, la sola cosa che avevano in comune giunti al momento finale.
Negli occhi della ragazza non c'era paura, solo una piuttosto sgradevole
assenza di qualunque emozione.
Mai più, promise a se stesso. E al diavolo il denaro.
Stava contando; un minuto e quarantacinque, un minuto e cinquanta e lei
non si era mossa di un millimetro. Un'impresa notevole per una che
durante le ore di lezione era stata palesemente carente in quell'esercizio. In
qualche modo la cosa lo preoccupava... Forse lo aveva fatto deliberatamen-
te male proprio per convincerlo a concederle quella sessione, anche se era
al di là della sua comprensione perché diavolo avrebbe dovuto farlo. Ciò
nondimeno c'era, inconfondibile, la sensazione di venire manipolato, unita
alla precisa e inquietante percezione che qualcuno li stesse osservando.
Avanti, Bardas, la prossima volta comincerai a vedere rane rosa. Falla
finita con questa storia e vattene a casa.
Un minuto e cinquantotto; la punta della spada della ragazza vibrò,
anche se solo impercettibilmente e lei emise un piccolo grugnito, che
Loredan riconobbe come un segno di pura agonia. Su questo solidarizzava
con lei; la sua spalla e il suo bicipite erano in preda a dei veri e propri
crampi, anche se lui aveva l'esperienza dalla sua parte. La punta della
spada sobbalzò di nuovo e poi un'altra volta; stavolta si era trattato di un
movimento più evidente e incontrollato. Basta così, decise Loredan; poi,
d'impulso, si disse: Mettiamola alla prova sul passo successivo, recupero
dopo essere stata in guardia. Se lo merita, dopo avere fatto così bene
l'esercizio. Controllò rapidamente di essere in linea e poi fece un affondo
verso di lei. La ragazza capì al volo e parò, dopo di che si scambiarono due
o tre colpi (questa è abilità naturale, non ci sono dubbi; sono geloso), fino
a quando Loredan non le fece saltare la spada di mano con una breve e
secca torsione del polso che gli fece dolere i muscoli fino al gomito. Il
dolore fu tale che rimase per un attimo senza fiato; si piegò quasi in due,
stringendosi l'avambraccio e imprecando a mezza voce.
La ragazza sembrava furente con se stessa e non disse una parola.
«Se la cosa può consolarti» disse Loredan senza fiato «è stata una prova
davvero notevole. Stai veramente cominciando a capire come si fa.» Si
massaggiò il muscolo alla sommità dell'avambraccio, rimpiangendo
amaramente l'impulso di dare un po' di spettacolo che lo aveva portato a
farsi male e gli aveva causato imbarazzo davanti a uno studente. Lei non
sembrava avere preso nota della cosa, però.
«Ho fallito» borbottò la ragazza di rimando. «Ho lasciato che mi batte-
ste.»
Per qualche ragione quella osservazione fece sentire Loredan decisa-
mente a disagio. «Andiamo» disse, cercando di avere un tono gioviale. «Si
suppone che io sia il tuo istruttore.»
«Essere bravi non è sufficiente» ribatté lei e Loredan ebbe la netta
impressione che non stesse parlando con lui. «Si può essere bravissimi e
morire lo stesso, se l'avversario è più bravo.»
Loredan fece spallucce, cercando senza grande esito di rasserenare
l'atmosfera. «Sai» disse «sono proprio felice di essermi ritirato quando l'ho
fatto. Se c'è una cosa che non ho mai sopportato, sono i perfezionisti.»
La ragazza lo guardò con risentimento, con le braccia conserte, stringen-
dosi le spalle fra le dita. Loredan aveva già visto donne in quell'atteggia-
mento e aveva una vaga idea di cosa significasse. Non capiva cosa stesse
succedendo e in fondo si augurò di non doverlo mai scoprire; nonostante
ciò, sentì di dovere dire qualcosa.
«Scusa se mi faccio gli affari tuoi» disse «ma perché questa cosa è così
importante per te? Stai facendo ottimi progressi, sai, molto più di tutti gli
altri...»
Lei girò la testa lievemente dall'altra parte, come se volesse sottrarsi alle
sue parole. «Voglio fare bene» disse.
«Be', lo stai facendo. Hai un talento naturale per la scherma, cosa che
non si può dire di molta gente.» Gli venne improvvisamente un'idea. «È
una cosa ereditaria, forse?»
«Mio zio era un avvocato.» Adesso lo stava fissando negli occhi, come
poco prima, solo che ora non c'erano due metri d'acciaio a dividerli. «Forse
avete sentito parlare di lui: Teofil Hedin.»
Loredan corrugò la fronte; faceva suonare un campanello nella sua testa,
ma niente di più. «Sono negato per i nomi» rispose. «Non dimentico mai
una faccia, ma i nomi mi entrano da un orecchio e mi escono dall'altro.»
Fece un risolino piuttosto acido. «Fra l'altro» aggiunse «in questa
professione molto spesso capita di incontrare la gente un'unica volta, per
cui non ha molto senso tenere i nomi a mente.»
«Sì, capisco.» Raccolse la spada e la resse per la lama, appena al di sotto
dell'elsa. «Possiamo rifare l'esercizio ancora una volta?»
Oh no, non vorrai rifarlo veramente? «Sì, perché no?» rispose nel tono
più allegro che gli riuscì. «Stavolta però lascerò che tu faccia da sola. Se
finisco per slogarmi un polso, ci rimetto un mucchio di denaro.»
Lei annuì, afferrò la spada dalla parte dell'impugnatura e stese innanzi a
sé il braccio, abbassando poi la punta della lama fino a toccare il pavimen-
to. «Stavolta vorrei provare per quattro minuti.»
Loredan fece spallucce. «Se vuoi» disse. «Va bene. Adesso.»
La ragazza sollevò la spada; la punta era direttamente in linea con
l'incavo alla base della gola di Loredan, nella perfetta guardia della vecchia
scuola. Bardas si voltò, contando sottovoce e rimise la propria spada nella
custodia. Quando tornò a girarsi, lei non si era mossa di un millimetro.
Davvero impressionante, anche se era una specie di maniaca.
«Quando ti eserciti per conto tuo» disse «comincia sempre con un
minuto e poi aumenta via via; non cercare di fare tre o quattro minuti fino
dall'inizio. È meglio per te ed è anche più utile.»
Gli occhi della fanciulla non lo mollarono mai; o, più precisamente, non
si staccarono mai dai pochi centimetri quadrati della sua gola che
costituivano il bersaglio. Era come se avesse fatto quello tutta la vita,
rifletté e gli passò per la testa che se si fosse mosso in quel momento (se
avesse accennato a piegare il ginocchio destro, o avesse spostato il peso
mutando l'equilibrio), lei lo avrebbe trafitto prima che avesse la minima
speranza di spostarsi dalla traiettoria. Si accorse che gli sudavano le mani e
sentì il bisogno irrefrenabile di fare due passi indietro. Ma questo sarebbe
stato...
«Tre minuti» disse. «Tenta di arrivare a quattro.»
Poi l'avvertì di nuovo: una opprimente sensazione di essere osservato,
come un pezzo in mostra o un esperimento scientifico. Qualcosa stava per
succedere, ne era sicuro. Ma la ragazza era immobile come una statua,
come se un dio l'avesse paralizzata nell'atto di prepararsi per un affondo.
L'impulso ad allontanarsi dalla spada stava diventando quasi incontrollabi-
le... Istinto. Dopo dieci anni passati a fare l'avvocato, non c'è da stupirsi
se mi viene voglia di saltare indietro tutte le volte che qualcuno mi punta
addosso una spada, disse Loredan a se stesso. La cosa cominciava a dargli
sui nervi più di quanto fosse normale; a parte le mani sudate, realizzò che
stava cominciando a essere attanagliato da quello che si preannunziava
come un tremendo mal di testa. Tre minuti e venticinque e ancora non il
minimo movimento della punta della spada.
Il che dimostra solo quale straordinario insegnante io sia.
Tre minuti e cinquantacinque e gli occhi cominciavano a giocargli degli
scherzi. Sapeva che la ragazza non aveva fatto il minimo movimento, ma
era come se potesse vedere il presente e il futuro nello stesso momento: la
punta della lama immobile nell'aria e, contemporaneamente, che puntava
contro di lui, perfettamente in linea. Se affonda per davvero il colpo, pensò
nervosamente, potrò prendermela solo con me stesso.
Tre minuti e cinquantanove...
Alle sue spalle, sentì il suono di qualcuno che si schiariva la gola.
Loredan si girò di scatto, nel preciso istante in cui la ragazza piegava il
ginocchio destro e abbassava la punta della spada. Sotto l'arcata c'era un
uomo che li osservava.
«Mastro Loredan?» Dannazione, era Lethas Modin, uno degli uomini
del governatore e non aveva un'aria lieta. «Ho visto la luce.»
Loredan abbassò lievemente lo sguardo. «Stavo dando a questa studen-
tessa un po' di lezioni extra» disse, cercando di mantenere un tono piatto.
«È una ragazza davvero promettente. Mastro Modin, la mia allieva...»
Maledizione. Non ricordo il suo nome. Sono negato per i nomi.
La ragazza disse con aria burbera come si chiamava. Mastro Modin non
sembrò particolarmente interessato.
«Vi sarei grato se mi faceste sapere in anticipo quando intendete servirvi
di queste strutture per lezioni extra curricolari» disse in tono irritato. «Per
parlare chiaramente, ci sono costi addizionali; candele, noleggio dello
spazio e cose del genere. Per questa volta farò finta di niente, ma se
intendete fare regolarmente cose del genere...»
Loredan aggrottò le sopracciglia. L'emicrania gli era scoppiata del tutto,
adesso e l'ultima cosa che desiderava era starsene lì a farsi rimproverare da
un membro del governatorato, davanti a una studentessa. E in ogni caso,
che cosa diavolo ci faceva lì quel vecchio sciocco a quell'ora di notte?
Quella gente non aveva una casa a cui fare ritorno?
«Grazie, Mastro Modin. Terrò certamente la cosa a mente e la prossima
volta vi avvertirò. E se sarete così gentile da fare sapere alla mia assistente
quanto vi devo per le candele...»
Modin respinse l'offerta con un gesto petulante. «Avete intenzione di
restare qui ancora a lungo?» chiese. «Sempre per parlare chiaro, dovrebbe
esserci un rappresentante del governatore presente nell'edificio ogniqual-
volta ne vengono usati gli spazi, per l'eventualità che si verifichino
incidenti; formalità inevitabili, sapete.» Guardò la ragazza, come se lo
sguardo gli fosse caduto su qualcosa di strano che però non sapeva cosa
fosse. «Pensate al disdicevole incidente dell'altra settimana, per esempio.
Nel caso che... ehm... sia versato del sangue entro queste mura, siamo
direttamente responsabili davanti alle autorità.»
Per qualche ragione, Loredan sentì un brivido gelido corrergli giù per il
collo. «Vi chiedo scusa, Mastro Modin» rispose un po' rigido. «E per
questa notte abbiamo finito, grazie. Sono spiacente per qualunque...
inconveniente.»
Il funzionario soffiò attraverso il naso, manifestando così tutta la sua
disapprovazione. «Molto bene, Mastro Loredan. Signorina» aggiunse,
facendo con aria riluttante un cenno del capo in direzione della ragazza.
«Buona notte.»
Una volta che si fu chiuso alle spalle la porta secondaria delle Scuole,
Loredan si sentì molto meglio. La testa gli pulsava ancora come fosse
martellata da un maglio, ma gli faceva meno male che poco prima. Allora?
Che cosa significa tutto ciò? Be', perlomeno possiamo accantonare la
teoria di Athli. Tolse la chiave dalla serratura, la lasciò cadere nella
scarsella e si gettò in spalla le sacche delle spade. Era una notte fredda e
annusò aria di pioggia.

Dal rosso al blu; dal blu al verde; osserva tutti i colori dell'acciaio a
mano a mano che assorbe il calore della fornace. Attendi l'ultimo
cambiamento, quando il verde si scurisce fino a diventare quasi nero, ma
approfitta di quell'attimo, prima che passi...
«Così va bene» disse Temrai, asciugandosi il sudore dalla fronte con una
manica. «Adesso temperalo, sbrigati.»
Il lungo e piatto nastro d'acciaio sibilò nell'acqua e divenne invisibile
sotto una coltre di vapore. Quando il sibilo fu cessato lo tirarono fuori e
Temrai lo esaminò con cura.
«Va bene» disse, cercando di nascondere la propria apprensione _
Adesso piegatelo in due.
Ci vollero due uomini robusti e quasi non ce la fecero; ma finì per
piegarsi come le due estremità di un arco, senza spezzarsi. «Ci siamo»
disse Temrai sollevato. «Va bene. Adesso sappiamo come fare a temperare
le lame per ricavare delle lunghe seghe.»
Li lasciò intenti ad affilare i denti della sega, usando schegge di arenaria
spezzate a forma di cuneo e tornò indietro lungo la riva fino al campo in
cui c'era il principale deposito di tronchi. Usando seghe di due e tre metri
invece delle asce, dei coltelli e delle azze potevano abbattere alberi e
trasformarli in pali e assi al doppio e forse anche al triplo della velocità. Il
che era il minimo se tutti i tronchi di cui aveva bisogno dovevano essere
riuniti alla stazione alla foce del fiume prima che arrivasse l'inverno e
congelasse ogni cosa. Trasportare tutto quel materiale con i carri, specie
attraverso passi pieni di neve, era una complicazione di cui preferiva fare a
meno.
Tutta la vallata era piena di rumore e di movimento. Sulle colline, al di
sopra della striscia che avevano già disboscato e trasformato in una distesa
di rami tagliati e mozziconi di tronchi, la foresta echeggiava del rumore di
centinaia di asce e delle grida dei boscaioli, e di quelli che guidavano le
bestie da soma, mentre pariglie di cavalli e di buoi venivano aggiogate a
mucchi di tronchi abbattuti. In basso, sui moli dove venivano formate le
zattere, i tronchi venivano staccati e fatti rotolare in acqua, per venire
fissati e legati insieme, dando vita appunto a delle zattere. Quelli che ci
lavoravano saltavano di tronco in tronco, imprecando, gridando, ma
riuscendo in qualche modo a svolgere il proprio compito. Impariamo
nell'atto stesso in cui lo facciamo, rifletté Temrai con un misto di stupore e
di panico. Be', adesso abbiamo seghe da usare. Sarebbe stato interessante
provare a costruire seghe mosse dall'acqua come quelle che ho visto in
città, ma credo che ci manchi il tempo. E inoltre, una cosa è essere astuti e
una cosa è agire da astuti solo per il piacere di farlo.
La cosa che lo preoccupava di più erano i calcoli ipotetici che avevano
fatto. La prima settimana che avevano passato lì, tutto ciò che lui e la sua
gente avevano fatto era stato contare alberi, intagliare segni in quelli
abbastanza alti e diritti da meritare di essere tagliati, cercare di stimare
quante assi utilizzabili e quanti pali avrebbe prodotto ogni albero, e poi,
come se non bastasse, di intuire di quanti pali e di quante assi avrebbero
avuto bisogno per costruire un non ben specificato numero di catapulte e
altre macchine. Alla fine della settimana si era arreso e aveva dato ordine
di abbattere tutto quello che sembrava anche in parte utilizzabile. Alla fine
il legname sarebbe stato o troppo poco o decisamente eccessivo.
C'era anche il problema di mantenere il clan sedentario in un luogo che
in generale era tutt'altro che adatto, per un periodo di tempo così lungo da
essere senza precedenti. Avevano già dovuto inviare il bestiame lontano,
risalendo il fiume per trovare nuovi pascoli e questo li aveva privati di un
certo numero di uomini che invece gli avrebbero fatto maledettamente
comodo. Questo aveva voluto dire destinare ancora più uomini a procurare
provviste servendosi dei carri, e a cacciare selvaggina nel profondo della
foresta dove non arrivava il rumore e la confusione non aveva fatto fuggire
gli animali. Se a questo si aggiungevano i gruppi che aveva dovuto inviare
a procurare minerale ferroso e calce, quelli necessari per bruciare il
carbone e il contingente che faceva la guardia alle donne impegnate a
raccogliere e intrecciare giunchi per fare fronte alla quasi strabiliante
quantità di funi di cui sembravano avere bisogno... Bah, in qualche modo
sembrava che restasse sempre abbastanza gente da fare procedere il lavoro.
Questo clan è davvero numeroso, siamo più di quanti non pensassi.
«Immagino che la sega funzionasse.» Jurai si era materializzato alle sue
spalle, sporco di fango e spettinato dopo essere stato a supervisionare la
partenza delle ultime zattere di tronchi. «Molto bene. Devo dire ai fabbri di
smetterla con i chiodi e di cominciare a produrre seghe?»
Temrai fece cenno di no con la testa.
«Ci ho già pensato io» disse. «Quelli che fabbricavano chiodi adesso
stanno facendo punte di freccia e quelli che preparavano frecce hanno
cominciato a realizzare seghe. Le squadre di affilatoli stanno insegnando ai
pochi ragazzini dai cinque ai sette anni che non sono già impegnati come
molare le punte di freccia, in modo da potersi dedicare all'affilatura delle
seghe. E ho messo i tagliatori di pietre al lavoro, a preparare pietre da
affilatura, il che significa... Comunque» aggiunse con un sorrisetto stanco
«è tutto sotto controllo.» Si interruppe e lasciò vagare lo sguardo sulle
migliaia di puntini indaffarati che si muovevano avanti e indietro nel
paesaggio disalberato e irreale. «Dobbiamo essere pazzi» disse «anche
solo a provare a fare tutto questo. La gente della Città ha impiegato
centinaia di anni a imparare le cose che sa...»
Jurai fece spallucce. «Sono stati gentili a fare la parte noiosa per noi»
disse. «E alla fin fine, gli sta bene.» Passò anche lui un momento a
guardarsi intorno; forse ciò che vide non gli piacque particolarmente.
«Solo gli dei sanno che effetto avrà su di noi tutto questo» disse in tono
sommesso. «La gente ha già cominciato a mormorare. C'è chi dice che non
è una cosa giusta.»
«Ci avrei scommesso» borbottò Temrai. «Di che si tratta, stavolta?
Stiamo offendendo gli dei del fiume, o quelli della foresta, oppure quelli
del fuoco...»
«Tutti quanti» rispose Jurai divertito. «Ma la cosa che dicono di più è: se
la gente della Città è cattiva e merita di essere spazzata via, per quale
esatta ragione ci stiamo spezzando la schiena nel tentativo di diventare
come loro?»
«Ah» sorrise Temrai, con aria abbastanza triste. «Non so la risposta a
questa domanda. Forse l'imitazione è la più sincera forma di adulazione.
Loro hanno tentato di spazzare via noi; abbiamo imparato dal loro
esempio.» Si strinse il volto fra le mani. «Anch'io non ne sono entusiasta.
E tuttavia è una cosa che deve essere fatta. Credo che alla fine dei conti, su
questo punto siamo tutti d'accordo. E tutti quelli che pensano che possiamo
superare le mura di Perimadeia con una carica di cavalleria sono invitati
caldamente a venire da me a spiegarmi come pensano che sia possibile
farlo. Sono ansioso di scoprirlo.» Sbadigliò, si stirò e si alzò in piedi.
«Bene» disse sbrigativamente «adesso pensiamo alle aste delle frecce. Sarà
bene che vada a vedere come se la stanno cavando.»
La sezione in cui venivano fabbricate le aste era un'area piena di gente
all'interno di una valletta dalle sponde alte, proprio al di sopra del ciglio
della collina più vicina, che era già stata completamente privata degli
alberi. Mentre scavalcava la cresta Temrai vide quella che sembrava una
piantagione di alberelli; solo che questi erano stati abbattuti, privati dei
rami e piantati in terra, in attesa di agire come molle per le cento e più
macchine per fabbricare aste di freccia, che Temrai si augurava di vedere
all'opera dall'indomani. Dal punto di vista cittadino si trattava di oggetti
molto primitivi; ogni alberello veniva piegato e una corda fissata alla sua
sommità, poi avvolta intorno a un perno montato su due cavalletti e infine
collegata a un pedale con dei cardini. Il carpentiere premeva il pedale con
il piede, facendo tendere la corda e facendo così girare il perno in una
direzione. Poi l'alberello raddrizzandosi traeva la corda a sé e faceva girare
il perno nella direzione opposta. L'estremità del perno era dotata di due
rebbi che si conficcavano a un capo del pezzo di legno destinato a
trasformarsi in un'asta di freccia; l'altro capo era supportato da una trave
che lo teneva orizzontale. Quando il perno girava lo stesso accadeva al
pezzo di legno e il carpentiere vi premeva contro un'affilata lama d'acciaio,
strappandogli trucioli e alla fine ottenendo una sottile asta perfettamente
diritta...
(Ma stiamo usando soprattutto legna verde, che nella migliore delle
ipotesi significa frecce schifose, che voleranno lente e storte anche nel
caso che non si spezzino contro la corda dell'arco. Forse stiamo sprecan-
do tempo ed energie facendo tutto questo. Se solo potessimo usare un po'
più di tempo, essere sicuri di fare tutto nel migliore dei modi. Solo che
faremmo in tempo a essere tutti morti prima che ogni cosa fosse veramente
a posto. Tutto ciò che posso fare è cercare di agire nel modo meno
sbagliato possibile.)
«Quanto al numero di frecce che ci servirà» commentò Temrai mentre
camminavano in mezzo alle file di macchine completate per tre quarti
«non voglio neppure saperlo. Prova a pensarci. Un uomo può mirare e
scagliare dodici frecce al minuto; una di queste macchine può fabbricarne,
diciamo, venti al giorno, a patto che i carpentieri siano disposti a lavorare
fino a che cadono esausti. Non ne avremo mai abbastanza, anche se ci
sarebbe abbastanza legno per costruire tutte le maledette frecce necessarie.
E comunque è il tipo di legno sbagliato» aggiunse. «È verde. Senza
contare che non so davvero dove andremo a trovare le piumette...»
«Stavo proprio arrivando a questo» disse Jurai. «Uno dei miei dice che
c'è un lago letteralmente pieno di anitre lassù, in mezzo alla successiva
catena di colline.»
«Anitre» ripeté Temrai. «Perfetto.»
«Il che non è una cattiva cosa anche a prescindere dalle piumette»
proseguì Temrai. «Credo che gli ultimi cervi se la siano battuta in colline
lontane, e se non vogliamo cominciare a fare ricorso alle mucche da
latte...»
«Non ci pensare neanche. Va bene, di quanti uomini hai bisogno per
andare a caccia di anatre? Non che abbia mai sentito parlare di qualcuno
che usasse per le frecce piume di anatra, ma non abbiamo alternative.»
Già, rifletté, nell'atto stesso di pronunciare quelle parole. Legna verde e
piume d'anatra, e dovremmo essere una nazione di grandi arcieri. A quanto
pare stiamo facendo del nostro meglio per fare abbandonare il nemico a un
vero e proprio senso di tranquillità.
A mezzogiorno il rumore e il movimento si interruppero, o per lo meno
divennero meno invasivi, mentre il cibo veniva distribuito e la gente del
clan si riuniva in gruppetti per mangiare. Temrai ebbe a malapena il tempo
di dare un morso a un pezzo di formaggio duro prima di trovarsi letteral-
mente circondato; c'erano quelli perplessi, gli esasperati, i queruli, gli
offesi... Come possiamo fare questo? Che cosa avremmo dovuto fare? Con
che diavolo dovremmo fare questa cosa? Come ci si può aspettare che
facciamo questo e quello senza gli attrezzi adatti? Ti aspetti davvero che
facciamo quella cosa con questo? Rispose alle domande e alle lamentele
come meglio poté, sorridendo, scuotendo la testa, simpatizzando,
promettendo di pensare a qualche soluzione o di averlo già fatto, fino che
alla fine si allontanarono tutti, ma era già ora di rimettersi a lavorare. Gettò
il resto del formaggio a un cane di passaggio e si allontanò speditamente,
per andare a vedere cosa non andasse nelle funi per le zattere, che
continuavano a spezzarsi.
Ah, be', si consolò, gli dei devono sentirsi continuamente in questo
modo. E pensare che un tempo li invidiavo.
A metà del pomeriggio era finalmente riuscito a convincere le squadre
che facevano le zattere che le funi si spezzavano perché le fissavano
troppo strette. Improvvisamente notò qualcosa sull'altra sponda del fiume.
Un gruppo di uomini a cavallo si stagliava sullo sfondo del cielo: stavano
osservando ciò che accadeva lì da loro. Per un attimo ebbe di nuovo sette
anni e si sentì in preda al terrore; voleva correre per il campo mettendo
tutti in guardia. Scappate, se volete salvarvi la vita! È arrivata la cavalleria!
Poi però li contò, ci rifletté, e chiamò i suoi cugini Mesbai e Pepotai, che
stavano avanzando in mezzo al campo, arruolando i cacciatori di anatre.
«Più in fretta possibile» disse «radunate venti uomini e salite su quell'al-
tura girando da dietro.» Gli indicò il punto in cui si trovavano i cavalieri.
«Non fate niente, arrivate solo dall'altra parte rispetto a loro e assicuratevi
che non si accorgano di voi finché non sarete in posizione, poi salite sulla
cresta e fatevi vedere. Se si allontanano, seguiteli ma senza entrare mai in
contatto. Capito?»
Pepotai, un giovanotto basso e robusto, con una lunga barbetta ispida,
annuì. «Possiamo portarteli qui, se vuoi» disse. «O se preferisci, possiamo
metterli in fuga.»
«No.» Temrai scosse la testa in modo enfatico. «Non voglio. Per quanto
dovranno saperne li amiamo teneramente e non ci sogneremmo mai di
fargli del male. Per adesso voglio che continuino a cullarsi in questa
illusione. Avranno tempo a disposizione più avanti per ricredersi.»
Quando si furono allontanati, si concesse un'altra occhiata dall'altra parte
del fiume. Erano dieci cavalieri della Città, mandati a tenerlo d'occhio, a
cercare di capire cosa stesse macchinando lì giù, in mezzo a tutti quegli
alberi abbattuti. Se Maxen fosse stato ancora vivo, non si sarebbero certo
limitati a osservarli da rispettosa distanza. Al contrario la prima avvisaglia
che avrebbero avuto sarebbe stata una carica di cavalleria pesante da tutti i
lati, mentre altri allagavano il campo, gli arcieri li coprivano di frecce e
lance e ogni cosa veniva data alle fiamme, prima che loro avessero una
sola possibilità di arrivare a un arco o a un cavallo. C'è un'altra cosa che
devo fare, decise. Mettere sentinelle su tutte le vie di approccio e anche
sulla riva del fiume. A quest'ora Maxen avrebbe già bloccato il fiume, e
ucciso tutti gli uomini che avessero cercato di scenderlo... Un pensiero
sgradevole. Doveva tenere un gruppo di uomini sempre armati e pronti,
giusto nel caso avessero tentato qualcosa? O sarebbe stato controproducen-
te, l'esibizione di uomini in armi li avrebbe messi assai più in allarme dello
spettacolo di tanti pacifici, laboriosi boscaioli?
Dei del cielo, sarò felice quando tutto ciò sarà finito e noi potremo
tornare a occuparci delle cose di cui ci siamo sempre occupati. Girò la
schiena alla importuna presenza della Città e si allontanò.

CAPITOLO NONO

L'uomo bussò, entrò, prese il candelabro e se ne andò di nuovo. Alexius,


che stava dormendo, sbadigliò e si alzò a sedere nel letto. Non poteva
essere già ora, o sì? Be', presumibilmente lo era. Accese la candela di una
piccola lampada, trovò il punto a cui lo aveva lasciato del libro che stava
leggendo e cercò di concentrarsi.
Quando consideriamo l'essenziale universalità del Principio, osservan-
dolo come un tutto e non semplicemente come la somma dei suoi moltepli-
ci effetti percepibili (che per definizione non possono essere considerati
validi paradigmi dell'insieme, diluiti come sono in mezzo a circostanze
materiali e puramente fortuite), possiamo finalmente cominciare ad
avvicinarci, sia pur tentativamente, a uno stato di consapevolezza in cui
l'infinito e l'individuale cessano gradualmente di essere distinguibili...
Non andò meglio quando lo rilesse una seconda volta; era ancora come
tentare di acchiappare un'oca che scappava in mezzo a degli arbusti fitti.
Non mise giù il libro, ma lasciò lentamente che la sua vista smettesse di
mettere a fuoco la pagina. Non molto dopo era di nuovo addormentato...
...E in piedi sulle mura della città, sulla piattaforma più alta di una delle
torri che si affacciavano sulla Porta dei Mandriani, intento a osservare in
distanza il punto in cui il fiume si biforcava, in direzione delle pianure. Più
lontano le nuvole sembravano appoggiate sull'orizzonte; un vento teso le
stava spingendo verso il mare, come un giovane cane da pastore che
radunasse il gregge, ma si trattava di nuvole di polvere.
In piedi accanto a lui, per qualche ragione, c'erano Bardas Loredan,
l'avvocato, Vetriz e suo fratello e un uomo che non conosceva; un altro
abitante dell'Isola, a giudicare dal suo assai discutibile gusto nel vestire,
ma che aveva ciò nonostante intorno a sé un'aura da cittadino. Stavano tutti
fissando le nubi di polvere come spettatori a una gara di cavalli o a un
processo. Dopo un po', Vetriz diede un colpetto nelle costole a suo fratello.
«Due quarti d'oro su questa corsa» disse.
Suo fratello fece una smorfia. «Non se ne parla» disse.
«Te le do dieci a uno.»
L'altro fece cenno di no. «Non accetto scommesse stupide» insistette.
«Ma in altre occasioni...» cominciò Vetriz. Venart scrollò il capo e
sogghignò. «Oh, be'» disse Vetriz sorridendo con fare angelico «valeva la
pena di provarci.»
La cosa curiosa, non poté fare a meno di notare Alexius, era che le
nuvole di polvere adesso sorgevano direttamente dal mare...
(Gannadius? Sei tu? Nel tuo sogno, certamente. Sarei venuto in un
sogno di mia fabbricazione, ma stasera sono costretto a rimanere sveglio.
Sai, devo accogliere ufficialmente l'archimandrita di Turm. Prometto che
cercherò di darti il minore fastidio possibile.)
... E ora non si trattava più tanto di nuvole di polvere, quanto di vele;
migliaia di vele bianco-grigie, gonfiate dal vento potente che adesso
soffiava direttamente in faccia ad Alexius, tanto che le vele avanzavano
verso di loro tutte insieme e a incredibile velocità; e la ragazza, Vetriz,
stava dicendo: «Tre pezzi d'oro da cinque a venticinque a uno» senza
trovare nessuno che accettasse la scommessa.
«Tutto ciò è molto bizzarro.» Bardas Loredan stava rivolgendosi a lui,
anche se aveva lo sguardo fisso sul mare. «Naturalmente vi conosco, per
avervi già visto. Suppongo che quasi ciascuno in città vi conosca. Ma
perché vi sto sognando? Immagino che siate una specie di simbolo della
magia o qualcosa del genere.»
«Con tutto il rispetto» rispose Alexius «sono io che sto sognando voi. E
non sono un simbolo di magia, se mai di filosofia.»
«Oh.» Loredan si strinse nelle spalle. «Scusate, ma sono tutte cose fuori
dalla mia portata. Nella nostra famiglia il mistico è Gorgas. Non è vero?»
L'uomo che Alexius non conosceva continuò a fissare dritto davanti a sé
e annuì. «E per vostra informazione» disse «questo è il mio sogno e voi
siete solo orpelli del mio...»

Vetriz si svegliò con un sussulto.


La luce stava cominciando a filtrare attraverso le persiane e il volto
accanto al suo sul cuscino era immerso in un alone di pallida luce dorata,
abbastanza intensa da evidenziare i segni e le rughe della pelle. Con gli
occhi chiusi e l'aria imbronciata che la gente tende ad avere quando è
profondamente addormentata, sembrava più vecchio e in qualche modo
aveva un'espressione crudele. Vetriz sbadigliò e si scostò i capelli dagli
occhi.
«Gorgas» disse.
«Vattene.»
«Gorgas. È ora di alzarsi.»
«Mbz.»
Vetriz scivolò fuori dal letto e spalancò le persiane. Sotto la finestra il
mare era blu scuro, quasi nero, con una macchia di porpora e oro nel punto
in cui le nuvole s'incontravano con l'acqua. Dalla sua finestra Vetriz poteva
guardare direttamente verso le tre navi sue e di suo fratello, attraccate nel
porto di Haya Morene a qualche distanza dalle altre imbarcazioni. Era il
migliore ancoraggio di tutta l'Isola. Si infilò nel vestito, strinse la cintura e
si passò un pettine fra i capelli.
«Gorgas» disse «adesso devi veramente alzarti. La nave di Venart è in
porto. Potrebbe arrivare da un minuto all'altro.»
Il grosso uomo irsuto che stava nel letto spalancò un occhio. «Tu,
stupida vacca, perché non me lo hai detto prima?» sbottò, gettando le
gambe giù dal letto e cercando alla rinfusa i propri vestiti. «Non ti avevo
raccomandato...?»
«Sbrigati.» Vetriz gli girò la schiena, domandandosi cosa diavolo ci
avesse visto in quell'uomo la notte prima. Dopo tutto, non è che fosse
abituata a comportarsi così. «E non c'è nessun bisogno di essere maleduca-
ti. Dovrà pur sempre passare la dogana e supervisionare lo scarico delle
merci. Non c'è motivo che tu ti faccia prendere dal panico» aggiunse
ironica.
Gorgas Loredan non rispose nulla; era troppo preso a infilare gli stivali
sui suoi enormi piedi. Vetriz non aveva nessuna voglia di guardarlo,
adesso. La brocca di vino usata la notte prima era sul davanzale; la inclinò,
ma era vuota.
Le faceva male la testa. Le stava bene per essersi comportata come una
sgualdrina.
Non che temesse davvero che Venart potesse passare a vie di fatto se
fosse tornato prima. Nell'improbabile caso che la porta si fosse spalancata
e lui fosse entrato nella stanza con la spada in pugno e un'espressione
tempestosa, tutto ciò che lei avrebbe avuto bisogno di fare sarebbe stato
ridacchiare e dire: «Ven, che cosa pensi di stare facendo con quell'aggeg-
gio in mano?» e lui sarebbe subito tornato sui suoi passi enormemente
imbarazzato, borbottando, come un cane in fuga da un nido di formiche
rosse. E comunque anche se fosse entrato e avesse ucciso Gorgas Loredan
sotto i suoi occhi, non si sarebbe certamente avvelenata la vita per questo.
Ciò a cui non poteva neanche pensare era la prospettiva di Ven che
rimuginava, la rimbrottava, aspirava l'aria attraverso i denti serrati con
un'espressione dolente per i successivi sei mesi, e insisteva per portarla con
sé o affidarla alla loro stramaledetta zia.
«Ancora non sei vestito?» disse. «Pensavo che fossero le donne quelle
lente a prepararsi al mattino.»
«Stai tranquilla. Sto andandomene» rispose la voce dietro di lei. «Questo
posto ha una porta secondaria?»
«Vieni, te la mostro» rispose Vetriz.
Eppure in qualche modo la notte prima era sembrato tutto così naturale;
durante la festa serale nella quale si era vantata di come aveva incontrato il
Patriarca della Città... Che strano uomo, eppure davvero estremamente
dolce... E di avere assistito a un vero duello in tribunale...
Improvvisamente la sua vicina di tavolo le aveva dato un colpetto nelle
costole e le aveva indicato una estremità del tavolo degli uomini, dicendo:
«Non fare vedere che guardi, ma vedi quel tipo grosso e tarchiato in fondo
al tavolo? Suo fratello è un avvocato di Perimadeia.» Poi aveva detto come
si chiamava, ed era lo stesso uomo che lei aveva visto combattere e anche
lo stesso uomo che era apparso in quel buffo sogno che aveva fatto al
palazzo del Patriarca, o come diavolo si chiamava quel posto... Poi
avevano fatto girare il vino tre o quattro volte di troppo e l'uomo che
l'aveva accompagnata alla festa moriva dalla voglia di lasciarla lì e di
filarsela con quella puttana di Morozin (buon divertimento a tutti e due) e
alla fine...
Be'. Non era stato poi così male in quel momento, ma adesso voleva
lasciarselo alle spalle: cosa fatta capo ha. Richiuse la porta dopo che il
capitano Gorgas Loredan per poco non fu rimasto impigliato con il bordo
del mantello, il che avrebbe certamente conferito un confortante tocco di
comicità a un episodio altrimenti solo squallido, e attraversò il cortile per
andare a farsi un bagno.
Era quasi mezzogiorno quando Venart finalmente arrivò a casa con l'aria
stanca e piuttosto contrariata.
«So che siamo discendenti di pirati» borbottò mentre scalciava via gli
stivali «e sono sempre favorevole a tenere in vita le antiche tradizioni, ma
penso che gli uffici doganali non dovrebbero sentirsi in dovere di
derubarmi sfacciatamente solo per salvaguardare la loro identità culturale,
questo è tutto. C'è qualcosa da mangiare?»
«Naturalmente sì» rispose Vetriz. «Che cosa pensi che abbia fatto
mentre eri via, organizzato orge selvagge?»
«Forse sarebbe stato meglio» ribatté Venart massaggiandosi i piedi.
«Meglio dissipare il patrimonio in vizi e frivolezze che vederlo scomparire
nelle gole di quegli squali giù al porto. Con le tariffe doganali che mi
hanno imposto, sarò fortunato se riuscirò ad andare in pari su quel malto.»
«Pane, formaggio e una mela, va bene? O preferisci della zuppa calda?»
«Qualunque cosa purché non sia pesce» disse Venart con disgusto. «Se
vedo comparire pesce in questa casa nelle prossime sei settimane, parto.
Non c'è niente e ribadisco niente da mangiare a Psattyra a parte pesce
crudo e sanguinante, a meno di non volere calcolare come cibo quella
specie di funghi gialli e crudi, cosa che mi rifiuto di fare.»
«Povero agnellino» disse Vetriz in tono assente. «Mettiti a riposare
un'oretta, mentre ti preparo qualcosa.»
Il mal di testa svanì abbastanza rapidamente, con l'aiuto di una dose di
corteccia di salice bollita in acqua di rose e di un'arancia, e il bagno riuscì
più o meno a rimuovere dal suo corpo il ricordo delle mani di Capitan
Gorgas. Nonostante ciò continuò a sentirsi stanca e assente: non hai
dormito abbastanza e puoi prendertela solo con te stessa. Non c'è da
meravigliarsi che tu abbia avuto degli incubi mescolando idromele, sidro
e vino forte.
Non erano stati dei veri incubi. In un certo senso, un autentico incubo
sarebbe stato più eccitante.

Bardas Loredan si svegliò sudato e imprecando, vide la luce attraverso le


persiane e cominciò a tastare in giro, cercando i suoi vestiti. Sembrava che
la testa volesse spaccarglisi; l'effetto del vino rosso sudicio, marcio, da due
soldi, prodotto industrialmente, su uno stomaco vuoto. Coraggio, se si
fosse veramente sbrigato avrebbe potuto arrivare alle Scuole in tempo per
essere in ritardo solo di un quarto d'ora. Fosse dannata quella maledetta,
eccentrica, folle ragazza, per avergli fatto sentire il bisogno di bere un
goccetto.
Alla fine, arrivò in ritardo di soli dieci minuti; tutto considerato, una
bella impresa, che si sarebbe meritata l'ammirazione e le congratulazioni di
tutta la sua classe, non quegli sguardi gelidi.
«Va bene» disse «prendete posizione. Mi dispiace di essere in ritardo.
Ora, il gioco di piedi della vecchia scuola. A posto, per favore; non in quel
modo, Mastro Iuven, a meno che non intendiate confondere il vostro
avversario cadendo per terra. Il piede avanzato in linea con la lama, il
piede arretrato ad angolo retto, forza, lo abbiamo già fatto centinaia di
volte...»
Per quale misterioso motivo me lo sarò sognato, dopo tutti questi anni?
E quella ragazza straniera e suo fratello, che avevo conosciuto in una
taverna? E il Patriarca, di tutta la gente possibile? Questa è davvero
l'ultima volta che cerco di risparmiare su una grossa bevuta.
La ragazza, l'imbronciata, insopportabile spina nel fianco che era la
causa di tutto, oggi tirava di scherma magnificamente. I suoi movimenti
stavano cominciando ad assumere quel ritmo aggraziato e letale che era
tipico di tutti i migliori avvocati, qualcosa che aveva visto in altri, ma mai
in se stesso. Aveva sempre avuto la tendenza ad associarlo con un piacere
perverso per l'atto di uccidere e non gli piaceva, ma certamente era un
ottimo presagio per il futuro della ragazza nella professione. Da parte sua,
aveva sempre tirato di scherma in modo coerente al suo modo di essere: da
codardo intelligente e molto bravo, che sapeva che uccidere qualcun altro
era il solo modo per restare vivi.
«Salve.» Athli si era materializzata alle sue spalle mentre lui stava
osservando la classe, impegnata in una serie di semicerchi. «Come è
andato ieri notte il tuo tête-à-tête con la piccola Miss Faccia Affilata? Vi
rispettate ancora l'un l'altro, stamattina?»
«Per favore non essere maliziosa, Athli; ho un po' di mal di testa. E per
tua informazione, anche volendo non avresti potuto essere più fuori strada.
Non so che cosa voglia quella maledetta donna, ma sono felice di
informarti che non si tratta di me.»
«Ne sei sicuro?»
«Convinto. Per quanto la riguarda, sono solo uno che le sta insegnando
come fare a infilzare la gente. A questo proposito, prova a darle un'occhia-
ta stamattina. Odio doverlo dire, ma sarà una brava spadaccina.»
«La cocca dell'insegnante, eh?»
«Oh, vattene e vedi di trovarti qualcosa da fare, da brava.» Gli venne
un'idea. «C'è una cosa utile che potresti fare» aggiunse. «Vai a fare uno dei
tuoi sorrisi incantatori a Mastro Modin. Non mi ama più e non mi manca
altro che di avere sul collo gente come lui. Potresti fare la parte della
ragazzina che sta su un piede solo e giocherella con una ciocca di capelli,
che ti viene così bene e che hai usato su quel vecchio sporcaccione che
lavorava per il cartello dell'olio di cocco.»
«Io non ho mai...» Athli sembrò offesa, poi si rilassò. «Va bene» disse.
«Pace?»
«Pace. Ma se riuscissi ad ammansire Modin nei miei confronti sarebbe
di grande aiuto. A quanto pare ho abusato della fiducia del governatore
tenendo lezioni individuali senza permesso.»
Athli annuì. «Va bene» disse. «Gli racconterò di avere la nonna che sta
morendo e poi gli offrirò del denaro.»
«A patto che tu non gli dia denaro.»
Athli sogghignò. «Fidati» disse. «Sono un avvocato.»
Quando ebbe risolto la questione con Mastro Modin, dovette ammettere
con se stessa che la battuta di Loredan sulla ragazzina su un piede solo che
giocherellava con una ciocca di capelli, era abbastanza giustificata (la cosa
sbalorditiva era che l'avesse notato!). Non dovrei comportarmi in questo
modo, ma qualche volta rende tutto più facile, specie quando non c'è il
tempo di spuntarla con un ragionamento o di dirimere una questione in
base ai fatti. Immagino che in amore e in diritto tutto sia lecito...
«Scusatemi.»
Si voltò e in qualche modo riuscì a non gridare per la sorpresa. Avrebbe
voluto dire «È giusto che siate già in piedi?» oppure «Non dovreste essere
a letto?» ma naturalmente non lo fece. Quello che in effetti disse fu:
«Patriarca, che cosa posso fare per voi?»
«Mi dispiace di importunarvi» disse il Patriarca «ma siete voi l'assistente
di Mastro Loredan? L'uomo alla porta mi ha indicato voi.»
«È così, infatti» rispose Athli. Sicché le voci erano state corrette, disse a
se stessa; doveva essere stato malato, perché aveva un'aria orribile,
pover'uomo. «Desiderate vederlo? Sta facendo lezione a una classe proprio
in questo momento, ma sono sicuro che non ci sarebbe problema a...»
Il Patriarca sorrise. Aveva un bel sorriso. La colse di sorpresa; di solito
aveva un'aria così grandiosa e austera quando prendeva parte a qualche
cerimonia o funzione civica.
«Non preoccupatevi» disse. «Non è urgente. Avreste niente in contrario
se lo aspettassi fino alla pausa di mezzogiorno?»
«Se siete sicuro che non vi incomodi...» Athli si sentì piuttosto agitata.
Adesso aveva la responsabilità di fare stare comodo e di intrattenere per la
prossima ora un fragile dignitario. Avrebbe dovuto stare lì in piedi a
chiacchierare con lui? O il Patriarca avrebbe preferito starsene seduto in un
angolino tranquillo, a leggere un libro? Sempre ammesso che riuscisse a
trovargli una sedia; e dando per scontato che avesse voglia di sedersi.
Dannazione, pensò Athli. Mia madre non mi ha educata perché diventassi
una diplomatica.
«No, assolutamente no.» Il Patriarca le fece cenno di precederlo. (Se mi
apre anche una sola porta, finirò per morire dall'imbarazzo.) «Spero
davvero di non essere un fastidio. Temo di sapere assai poco su come
funzionano le cose dentro questo palazzo.»
Dopo che gli ebbe offerto tutto quello che le veniva in mente, alla fine
accettò di sedere su una sedia vicino a una colonna e di stare a guardare la
classe. «E se potessi disturbarvi, ancora, gradirei un bicchiere d'acqua»
aggiunse. «Ve ne sarei davvero grato. Purtroppo stamattina mi sono
svegliato con uno spiacevole mal di testa.»
Oh, dei, dove posso trovare qualcosa da bere in questo posto? «Non c'è
problema» disse con decisione. «Se siete sicuro di stare bene qui, ve la
porterò in un momento.»
«Perfettamente bene, grazie» rispose Alexius. «Siete davvero molto
gentile.»
Una volta che si fu liberato dell'assistente... Una ragazza deliziosa, ma
con una certa predisposizione ad agitarsi per nulla, o forse terrorizzata
all'idea che lui potesse trasformarla in una rana... Alexius si lasciò cadere
sulla sedia e prese fiato. Si sentiva schifosamente, anche a prescindere
dall'emicrania, e sapeva che non avrebbe dovuto andare lì, ma gli sarebbe
stato assolutamente impossibile evitarlo, dopo il sogno fatto la notte prima.
Il fratello di Loredan. Fu colto da un'irrazionale ondata di risentimento
verso Gannadius per il fatto che non fosse lì, pur sapendo perfettamente
bene che il suo collega aveva un impegno a cui non poteva sottrarsi, che si
sarebbe protratto fino a metà pomeriggio. Tuttavia voleva disperatamente
sapere cosa ne pensasse Gannadius del sogno e se aveva visto le stesse
cose. Comunque, non c'era niente da fare. Era più importante che parlasse
proprio con Loredan, una cosa che in realtà avrebbe già dovuto fare da
parecchio tempo, solo che gli era mancato sempre il coraggio di confessare
all'avvocato ciò che aveva fatto. Ma adesso non c'erano veramente più
alternative. Solo il cielo sapeva che cosa gli avrebbe detto.
Aprì gli occhi e si trovò a fissare la schiena di Loredan, che gli nascon-
deva la vista di giovani dall'aria energica che stavano saltellando e
girandosi intorno a semicerchio, seguendo i suoi secchi comandi. Aveva
appena deciso di averne avuto abbastanza quando il semicerchio girò ed
egli fu in grado di vedere i volti degli studenti...
Inferno e dannazione! Lei!
Con uno sforzo Alexius si impose di restare calmo e continuare a
respirare, anche se l'improvviso dolore al braccio e al petto era abbastanza
intenso da fargli venire voglia di urlare. Uno degli allievi di Loredan era
quella ragazza, la causa di tutti i suoi problemi...
Quella che voleva Loredan mutilato; che nella famosa visione che gli era
stata ispirata dalla ragazza dell'Isola stava facendo esercizi di scherma con
lui... Naturale, quanto sono stato stupido a non pensarci.
Quella che proprio in quell'istante stava puntando una spada alla gola di
Loredan.
Be', ovvio; stava imparando a duellare. Doveva per forza farlo se voleva
diventare abbastanza abile da riuscire a mutilare uno spadaccino ricco di
esperienza e di talento. La logica dell'intera situazione gli fece correre un
brivido fino alle piante dei piedi.
Fu questo a farlo decidere; doveva dire a Loredan ogni cosa, avvisarlo
del pericolo. Una volta fatto ciò, forse con l'aiuto di Gannadius sarebbe
riuscito ad annullare la maledizione e a mettere ordine in quel maledetto
casino una volta per tutte. Se solo avessi avuto il buon senso e il coraggio
di fare questo fin dall'inizio, invece di correre in giro alla ricerca di gente
con poteri naturali... Era meglio non stare a pensarci. E ora ci mancava
solo quell'orribile enigma a proposito di Gorgas, l'intellettuale che si
vestiva come uno dell'Isola e saltava fuori nei suoi sogni insieme agli unici
altri due isolani con cui aveva avuto a che fare recentemente. Se fosse mai
riuscito a chiarire quella faccenda, sarebbe stato un bel caso da studiare;
qualcosa da includere nei corsi propedeutici come un'inquietante messa in
guardia sui pericoli di un uso scorretto del Principio.
«Eccovi qua.» Era di nuovo la ragazza sempre agitata, che gli stava
tendendo una coppa d'argento incredibilmente ornata. «Mi dispiace di
averci messo così tanto.»
Le sorrise, prese la coppa... Cielo, era qualche tipo di trofeo per una gara
di scherma... e bevette una lunga sorsata. «Posso chiedervi» disse poi «chi
è quella fanciulla? Quella nella classe di Mastro Loredan.»
«Oh, quella è...» Athli si bloccò. Ce l'aveva sulla punta della lingua, ma
per quanto si sforzasse, non riusciva proprio a ricordare il nome di quella
orribile ragazzina. «È la nostra allieva più brava» disse alla fine. «Bardas...
Mastro Loredan ha un'alta opinione di lei. Secondo lui, ha un talento
naturale.»
«Capisco» rispose Alexius, cercando di non reagire alla sua infelice
scelta delle parole. «Ed è un membro abituale della classe?»
«Altroché» ripose Athli, annuendo con decisione. «Speriamo che negli
anni a venire diventi la nostra migliore pubblicità.»
Un violento clangore di metallo che si scontrava indusse entrambi a
volgere lo sguardo. Loredan stava insegnando una parata con passo
all'indietro della vecchia scuola. Per dare una dimostrazione aveva detto
alla ragazza di fare un affondo nella sua direzione, mentre lui avrebbe
deviato la sua lama, fatto un netto passo all'indietro e verso destra e
contrattaccato con il medesimo movimento. Ma le cose non erano andate
esattamente così; l'affondo della ragazza era quasi penetrato nella sua
difesa e adesso lui era sbilanciato e stava riuscendo a tenere lontana la
spada della ragazza solo facendo ricorso alla pura forza.
«Spiacente» disse «ho sbagliato io. Sarà meglio che lo rifacciamo.»
La ragazza disimpegnò la sua lama; Loredan riprese la sua posizione.
Alexius capì dal dolore di essersi piantato le unghie nel palmo delle mani.
«Adesso» disse Loredan. Stavolta bloccò la lama perfettamente, la
deviò, fece il suo passo laterale e portò la punta della propria spada
esattamente a un palmo dal mento della ragazza, il tutto in una frazione di
secondo. Fu quasi un bello spettacolo da vedere. Abbassò la spada e si girò
verso la classe per spiegare la mossa.
La ragazza fece un altro affondo.
La velocità della reazione di Loredan fu stupefacente. Non ci fu molto
da vedere; un lampo di luce riflessa, un clangore, un colpo secco e poi un
tonfo mentre la spada della ragazza le veniva fatta saltare letteralmente di
mano e andava a cadere sul pavimento. La punta della lama di Loredan...
Era la Spe Bref; Athli sapeva che la teneva sempre così affilata che poteva
passare la pelle e penetrare nella carne senza che uno se ne accorgesse...
Stava sfiorando la pelle del collo, liscia e morbida, appena sotto il mento
della fanciulla, esercitando quel tanto di pressione necessaria per pungerla,
senza farla sanguinare. Le diede una lunga occhiata perplessa lungo il filo
della lama, poi si ritrasse con un movimento secco ed essenziale e tornò
girarsi verso la classe.
«Come stavo dicendo» cominciò «è di vitale importanza mantenere il
polso e il gomito allineati durante tutta la manovra...»
La ragazza era bianca come un cencio e tremava, con entrambe le mani
strette intorno al collo. Il resto della classe li fissava tutti e due con
un'espressione inorridita e affascinata insieme, senza quasi osare respirare.
Athli, che se ne avesse avuto il tempo avrebbe gridato, aveva lasciato
cadere la borsa e il coperchietto del suo calamaio portatile si era aperto,
lasciando colare attraverso il tessuto e sul pavimento dell'inchiostro
marrone scuro. Quanto ad Alexius, fu solo svariati secondi dopo che era
tutto finito che si rese conto di quanto fosse diventato forte il dolore al
petto e al braccio. Cercò di alzarsi dalla sedia, ma non gli riuscì. Stava per
farsi prendere dal panico quando sentì il dolore svanire rapidamente, come
acqua che ruscellasse da un otre bucato. Come se servisse a mantenere un
equilibrio, il suo mal di testa si fece ancora più intenso.
In modo vagamente simile, anche se molto più lentamente, pure la
tensione si allentò via via che le menti dei presenti si concentravano nel
ripensare all'accaduto per renderlo più accettabile, per rendere possibile
archiviarlo nella memoria. Perfino Alexius si chiese per un attimo se non
avesse immaginato tutto, se non avesse visto ciò che la sua melodrammati-
ca immaginazione segretamente si aspettava o sperava di vedere, piuttosto
che non ciò che era effettivamente accaduto. Poteva anche essersi trattato
di una momentanea ricaduta nel sogno, di un frammento di visione, come
la nota di uno studioso scritta a mano in grafia minuscola fra le righe di un
libro. Aveva sentito parlare di fenomeni del genere, specie fra quelli che
erano mentalmente disturbati e quelli che cercavano di rendere più
profonde le proprie meditazioni masticando certe erbe; mentre gli stavi
parlando, la testa di un uomo poteva improvvisamente trasformarsi in
quella di una lucertola o di un uccello, e poi tornare umana in una frazione
di secondo. C'erano aruspici che sostenevano di riuscire a vedere nel futuro
in quel modo e altri mistici e ciarlatani che affermavano di potere stabilire
se un uomo era un assassino, perché c'era un attimo berciassimo in cui
riuscivano a scorgere il sangue dell'uomo ucciso che bagnava le mani
dell'omicida. Forse si trattava di una cosa del genere, si disse Alexius
cercando di confortarsi. E forse, dovette ammettere, non era così.
A mezzogiorno la classe si riposò come al solito. La ragazza si allontanò
rapidamente in direzione della fontana dell'acqua potabile; il resto degli
allievi formarono immediatamente un gruppetto fitto, che sussurrava.
Loredan, che sembrava davvero sfinito, sedette su una cassa fissando il
pavimento e si massaggiò la fronte con le dita.
«Bardas...» cominciò Athli.
«Non dirmi che me lo sono immaginato» la interruppe seccamente,
senza alzare lo sguardo. «Ha cercato di uccidermi. Non riesco a capirlo.
Perché mai...?»
«Bardas» ripeté Athli. «Il Patriarca è qui per vederti.»
Loredan alzò lo sguardo e inarcò le sopracciglia. «Non essere sciocca,
Athli» disse. «Per quale ragione al mondo il Patriarca dovrebbe volere
vedere me?»
«Vieni a chiederglielo tu stesso.»
Prima che Loredan avesse il tempo di fare qualche altra obiezione, lo
sguardo gli cadde sull'uomo seduto su una sedia all'ombra del colonnato.
«È quello?» chiese. «Sta rivelandosi una giornata davvero speciale.»
Athli annuì. «Devo dire a quella ragazza di andare al diavolo?» disse.
«Le preparo il conto e...»
Si interruppe. Loredan stava ridacchiando. «Hai intenzione di proteg-
germi da una folle assassina con una ricevuta, non è vero? Non sognarti di
farlo. Molto presto quella strana creatura sarà una pubblicità di prima
classe per la nostra scuola. Sarebbe una vera pazzia se la cacciassi proprio
adesso.»
«Ma ha cercato...»
«Senza riuscirci. E allora, vogliamo andare a vedere che cosa vuole il
mago?»
Si avvicinò alla sedia del Patriarca e poggiò un ginocchio a terra, mentre
Athli (con una certa riluttanza) si allontanava. Loredan era sul punto di
lanciarsi in quelle ciance del genere a-che-cosa-dobbiamo-l'onore, quando
Alexius si chinò in avanti per sussurrargli all'orecchio.
«Scusate la domanda, ma per caso avete mal di testa?»
Loredan fece un'espressione stupefatta. «Perché, si vede?» disse. «A
essere sinceri adesso va meglio. Poco fa mi sembrava che una squadra di
operai stesse spaccando pietre proprio appena dietro i miei occhi.»
Alexius fece un respiro profondo. «Inoltre» continuò «posso chiedervi se
avete un fratello che si chiama Gorgas?»
Stavolta Loredan scattò all'indietro, come un uomo che avesse messo un
piede su un serpente. «A essere sinceri, sì» rispose. «O meglio, lo avevo;
per quanto ne so, o per quanto mi interessa per dirla tutta, a quest'ora
potrebbe anche essere morto.» Spostò il peso per fare in modo che non gli
si addormentasse una gamba. «In cambio» disse «fareste qualcosa per
me?»
«Se posso.»
«Va bene. Potete dirmi tutto quello che sapete a proposito del sogno che
avete fatto ieri notte? Ho la sensazione che siate qui proprio per quello.»
«Lo farò volentieri» rispose Alexius. «Prima però, ditemi se uccidereste
un vecchio che si regge a malapena in piedi, ma che è terribilmente
spiacente e sta facendo del suo meglio per rimettere a posto le cose?»
«Immagino di no. Perché me lo chiedete?»
Alexius gli spiegò tutto. Quando ebbe finito Loredan, che aveva conti-
nuato a corrugare la fronte come se stesse cercando di seguire una
conversazione in una lingua straniera che parlava a malapena, annuì e
disse: «Capisco.»
«Ho pensato che fosse meglio informarvi» continuò Alexius. «Avrei
dovuto farlo parecchio tempo fa, naturalmente, ma...»
Loredan si strinse nelle spalle. «Be', me lo avete detto ora.» Si massag-
giò il mento. «Mi dispiace» aggiunse «ma sono davvero fuori dal mio
territorio. Non ho mai avuto granché a che fare con la magia e con quel
genere di cose, capite?»
Per una volta Alexius non cercò neanche di spiegargli che in effetti non
si trattava di magia. «Sembrava... be', una cosa quasi innocente in quel
momento» proseguì, sapendo di stare peggiorando la situazione a ogni
parola che diceva, ma incapace di interrompersi. La cosa veramente
irritante era che aveva la sensazione che Loredan, molto semplicemente,
non credesse a una parola; al Principio, alle maledizioni, ai poteri naturali.
Un attimo dopo, Loredan, cercando di scusarsi, confermò tuttavia la sua
impressione.
«Mi dispiace se la cosa può sembrare villana o poco rispettosa» disse, in
tono diffidente. «Solo che ho sempre pensato che ci fossero già abbastanza
problemi nel mondo reale senza bisogno di andare a evocare un mucchio
di storie spaventose sul sovrannaturale. E per quanto mi concerne, non c'è
proprio nulla di cui dobbiate scusarvi.» Sorrise. «Mi dispiace se vi ho
offeso» aggiunse. «Se i miei vicini mi sentissero parlare al Patriarca in
questo modo mi chiuderebbero in un barile di pece bollente per blasfemia.
Ma grazie di avermi parlato di lei. Sapevo che c'era qualcosa di seriamente
fuori posto, ma non mi era venuto in mente che potesse trattarsi di
qualcosa di personale. È strano» continuò «ma con tutti gli anni che ho
passato nella professione, non mi è mai capitata una cosa del genere;
voglio dire, la famiglia di qualunque avvocato conosce i rischi, nessuna si
sognerebbe di dare inizio a una faida o altre sciocchezze del genere. Se
accadesse, l'intero sistema giudiziario diventerebbe ingestibile.» Sospirò.
«Immagino sia la mia solita sfortuna. L'unica allieva un po' decente che
ho, e in realtà sta imparando a tirare di scherma solo perché vuole uccidere
me. Be', ha sprecato il suo denaro, perché io mi sono ritirato. Se volesse
uccidermi dovrebbe trattarsi di un bell'onesto omicidio e voi avete detto di
ritenere che i suoi principi non glielo consentano.»
Alexius annuì. «Così mi disse. Ma quando ha cercato di uccidervi poco
fa...»
Loredan fece spallucce. «In realtà non credo che fosse una cosa preme-
ditata, solo un allievo cui sono saltati i nervi. Capita. Solo la scorsa
settimana uno studente ha perso la testa durante una lezione e si è fatto
ammazzare. È una dannata scocciatura quando succede, costituisce un
terribile problema per le Scuole per un mese o giù di lì, poi tutto viene
dimenticato. Ho incaricato la mia assistente di preparare una liberatoria da
fare firmare a tutti gli studenti prima dell'inizio del corso, a titolo di
precauzione.» Si alzò in piedi. Comunque, grazie per tutto quello che mi
avete raccontato e, come ho detto, scusatemi se vi ho insultato. Non c'è
niente di personale; ammiro davvero quello che voi fate, solo che io non ci
credo.
«Io...» Alexius si interruppe e annuì. «Vi prego» disse «non preoccupa-
tevi. Io ci credo e sono ancora estremamente preoccupato, ma» aggiunse,
vedendo un'espressione allarmata affacciarsi sul viso di Loredan «non ho
certo intenzione di farvi prediche o di cercare di convertirvi alla vera
fede.» Sorrise e si strinse nelle spalle. «Mi sovviene che se avete davvero
abbandonato la professione legale, la maledizione è probabilmente
sconfitta, dato che il duello che ho visto non potrà mai svolgersi per
davvero. Quindi la faccenda deve essersi risolta» proseguì «in un modo o
nell'altro. Certo senza aiuto da parte mia, il che mi rimette al mio posto.
Che cosa avete intenzione di fare con lei, se posso chiedervelo?»
«Mmm...» Loredan si massaggiò il naso con il palmo di una mano. «È
una ragazza imprevedibile. La cosa migliore sarebbe di prenderla per un
orecchio e buttarla fuori, ma non sono sicuro di poterlo fare. Voglio dire,
ha pagato le sue lezioni.» Improvvisamente gli venne un'idea che lo fece
sorridere. «Se le dovessi dire di mollare le lezioni adesso» disse «sarebbe
una rottura di contratto, in presenza della quale avrebbe pieno diritto di
trascinarmi in giudizio. Se lo facesse dovrei difendermi da solo...
Immaginatevi che disastro sarebbe professionalmente se io, un istruttore,
assoldassi un avvocato... E così facendo sarei io stesso a darle un'opportu-
nità di uccidermi in tribunale; controproducente, no? Al momento,
naturalmente, potrei batterla con una mano legata dietro la schiena, ma al
ritmo a cui sta migliorando, se si iscrivesse a un'altra classe diventerebbe
un'autentica minaccia nel giro di un anno, cioè molto prima che la causa
finisse prescritta.»
Fece un lungo respiro e sospirò. «Come se non bastasse» continuò
«cacciare ottimi studenti apparentemente senza un motivo, non è esatta-
mente il modo migliore di farsi una buona reputazione in questo campo, e
io faccio questo lavoro per vivere. Se vogliamo dire le cose come stanno,
sarebbe meno dannoso se dovessi uccidere accidentalmente quella dannata
ragazza. Non che abbia intenzione di farlo» aggiunse, nel vedere il
Patriarca spalancare gli occhi. «Sono stato un avvocato, ma non sono una
persona così perfida. No, penso che la cosa più sicura sia di lasciarle finire
il corso e di tenerla d'occhio in modo speciale in ogni momento. Quando
ero sotto l'esercito avevamo un detto: il nemico che puoi vedere è l'ultimo
dei tuoi problemi.»
«Va bene.» Alexius fece forza sui braccioli della sedia. Loredan lo aiutò
ad alzarsi e gli allungò il bastone da passeggio. «Sapete il fatto vostro ed è
meglio che vi lasci decidere liberamente. Fino a questo momento i miei
tentativi d'interferire nei vostri affari non sono stati propriamente utili per
nessuno. Secondo me, il meglio che posso fare è di andare a casa a
leggermi un libro.» Sorrise. «Non vi chiedete mai quale demone vi abbia
posseduto nel momento in cui avete deciso di abbracciare questa carriera?
Io me lo sono chiesto speso.»
«Continuamente» rispose Loredan. «Be', in realtà solo qualche volta. Ma
d'altra parte, che altro diavolo avrei potuto fare in vita mia? Non è che
abbia poi avuto tutta questa possibilità di scegliere.»
Alexius si chiese se dovesse porgergli la mano o dargli una pacca sulla
spalla, come una specie di benedizione informale. Decise di lasciare
perdere. «Un'ultima cosa» disse. «Vostro fratello... Vive sull'Isola?»
«Non credo. È passato molto tempo dall'ultima volta che ho avuto
qualcosa a che fare con lui.»
«In qualche modo... Fa un mestiere assimilabile al mio?»
«Non ne ho idea. Per essere onesto con voi, non ci vado d'accordo e non
ci sono mai andato. Se ne andò da casa un po' prima di me e credo che a
nessuno di noi si sia spezzato il cuore nel vederlo andare via.» Loredan
fece un sorriso tetro. «Non è esattamente un uomo simpatico, mio
fratello.»
«Ah.»
«Quindi, temo di non potervi essere di grande aiuto in questo campo. Mi
dispiace. E adesso sarà meglio che torni a occuparmi della mia classe,
prima che comincino a borbottare che rivogliono i soldi indietro. Stamatti-
na sono arrivato in ritardo, il che peggiora la situazione.»
Alexius cambiò idea e gli porse la mano. «Grazie, Bardas Loredan. Per
quello che vale, sono davvero molto spiacente.»
Loredan scoppiò in una risata e prese la mano. «Sentite» disse «ho
cominciato a perdonare gente che aveva cercato di uccidermi prima ancora
di cominciare a radermi. È bello avere l'opportunità di farlo con uno che è
ancora vivo.»

«Ora» disse Temrai, facendo un respiro profondo e obbligandosi a


sorridere. «Credo che si faccia in questo modo.»
Consapevole non senza ansia del fatto che svariate migliaia di persone lo
stavano guardando, raccolse un pezzo di legno e cominciò a tracciare
disegni nel fango.
«Prima» disse «costruiamo la struttura, che in realtà non consiste di altro
che di quattro grossi pezzi di legno uniti a formare un quadrato. Questi
pezzi» disse schizzandoli accuratamente sul fango in modo che se ne
vedesse bene la forma «costituiscono i lati e questi altri pezzi servono a
unire i lati insieme. Poi ci sono i pali perpendicolari, con un architrave in
cima; oh, sì, e due montanti fatti così che servono a impedire che la
struttura si deformi quando il braccio la colpisce con violenza.» S'interrup-
pe per un attimo, cercando di rivedere la macchina distintamente nella sua
testa. «Qui dietro c'è un rullo, degli assi per le ruote e naturalmente il
braccio in se stesso. Ora, mi sono dimenticato qualcosa? Non riesco a
ricordarmi. Oh, certo, il meccanismo avvolgente e quello bloccante, ma
questo è affare dei fabbri, per cui per ora li lasceremo perdere. Credo che
sia tutto. D'accordo, mettetevi intorno a me e vi spiegherò come funziona.»
La gente del clan si spinse avanti e, quasi con riluttanza, formò un
cerchio intorno al grezzo schema di una macchina a torsione di medio
peso. Temrai si era basato su quella di fronte alla quale era passato tutti i
giorni recandosi al lavoro: catapulta, fissa, di media taratura, classe quattro
se la si voleva chiamare con il suo nome esatto. Era sembrata elegantemen-
te semplice là in città, dove macchine assai più complesse e sofisticate
erano una vista normale. Ma lì, sulla rive del fiume, ai piedi di una
montagna di tronchi non stagionati appena tagliati, tutto sembrava
piuttosto diverso. Il suo popolo, il clan, gli uomini e le donne con cui era
cresciuto lo stavano guardando come se stesse proponendo loro di
costruire un ponte fino alla luna o di imprigionare il vento in una bisaccia.
Pensandoci bene, riusciva a capire il loro punto di vista.
«L'idea» continuò «è che avvolgendo un tratto di fune... Si suppone che
il crine di cavallo sia il materiale migliore, ma noi useremo corde normali
tanto per cominciare e vedremo se funzionano altrettanto bene... Si crei
una specie di molla...»
«Temrai, che cos'è una molla?»
Oh, dei, non funzionerà mai. «Una molla è... Be', sai come funzionano i
torni? Facendo piegare un alberello e poi lasciando che torni a ridistender-
si? O un arco, se è per questo? Quella è una molla. Una cosa che si piega e
poi torna spontaneamente nella posizione in cui era prima.» S'interruppe.
«Sto riuscendo a spiegarmi o è meglio che ricominci dall'inizio?»
«No, va bene così» disse qualcuno. «Continua per piacere.»
«D'accordo. Fidatevi di me: se avvolgete su se stesso un bel tratto di
fune e poi gli piazzate un'asta nel mezzo in questo modo e poi lo tirate
verso il basso in questa maniera...» fece del suo meglio per spiegare
l'intera operazione a gesti. «... e poi la lasciate andare all'improvviso,
scatterà in avanti; e se piazzate una pietra alla sommità dell'asta...»
«Non cadrà semplicemente per terra?»
«Non se avrete scavato una cavità in fondo all'asta, facendone una specie
di cucchiaio. Va bene» disse, colto da un'ispirazione improvvisa «provia-
mo a metterla in questi termini. Avete presente quando immergete un
cucchiaio nello yogurt o in qualunque altra cosa e poi lo tirate fuori? Se lo
fate di scatto lo yogurt schizza via, giusto? Lo abbiamo fatto tutti per gioco
quando eravamo bambini, non è vero? Il principio è esattamente lo stesso,
solo che qui quello che fa scattare il cucchiaio è la fune.»
Silenzio. Devono pensare che sono impazzito, rifletté Temrai preoccupa-
to. Devono stare pensando che gli ho fatto abbattere tutti quegli alberi e
costruire tutte quelle zattere solo perché noi si possa stare seduti sotto le
mura a schizzare yogurt.
«Credetemi» disse, con tutta l'autorità che riuscì a mettere nella propria
voce «funziona. Vedete quella roccia laggiù? Una di queste cose può
lanciare una pietra di quelle dimensioni... Oh, facilmente fino a quell'albe-
ro, probabilmente anche più lontano. L'ho visto con i miei occhi.»
Nessuno aprì bocca; probabilmente fu meglio così, perché se lo avessero
fatto avrebbero detto Se lo dite voi, Lord Temrai, in quello speciale tono di
voce riservato a fare sorridere gli idioti. Il solo modo in cui riuscirò a
convincerli, realizzò, è costruendo questa dannata macchina e dandogli
una dimostrazione pratica. Quindi è proprio questo quello che dovrò fare.
«Va bene» disse «adesso conoscete tutti i principi di base. Datevi da
fare. Cominceremo dai lati. Voglio due pali di cuore di legno, tre metri per
sessanta centimetri, per trenta. Voi al lavoro, con seghe e azze.»
Il gruppetto che aveva indicato si alzò in piedi e avanzò titubante verso
la pila di tronchi, con l'aria di gente spedita a raccogliere raggi di luna in
una damigiana. Temrai tornò a osservare il diagramma.
«Voi voglio invece che vi dedichiate a sbozzare i montanti. Di nuovo in
cuore di legno, due metri per trenta centimetri per trenta. Alle estremità
voglio che mi ricaviate dei tenoni... Vi spiegherò dopo che cos'è un
tenone» aggiunse rapidamente prima che qualcuno glielo chiedesse
«quando avrete tagliato i pali. Voialtri invece potete tagliare il palo che
servirà da architrave, ma cominceremo con un palo di due metri e mezzo,
per trenta centimetri per quindici; lasciateci l'alburno perché dovrà avere
una certa elasticità. Ora, devo riflettere un po' sui travi verticali perché
hanno una forma bizzarra.»
Per il momento, si rassicurò, è ancora solo un grosso gioco; stanno
cominciando a entrare nello spirito della cosa e si stanno anche divertendo.
Con un po' di fortuna avrò una catapulta finita e funzionante prima che si
stufino; e una volta che ne avranno vista una scagliare per davvero una
grossa roccia, questo dovrebbe fare il resto.
Almeno lo spero, perché se no sarò in un bel guaio.

Le cose non andarono bene come Temrai sperava. All'atto pratico


svariate parti si rivelarono sbagliate e dovettero essere rifatte e per
fabbricare tutti i componenti del prototipo ci volle una settimana invece di
una giornata. Di positivo ci fu che il morale della squadra addetta al
montaggio rimase alto e che la cosa si rivelò contagiosa; si radunò una
grossa folla eccitata, piena di buon umore e ansiosa di rendersi utile, che
continuò a fare commenti e a mettersi spesso fra i piedi dei montatori per
vedere le varie parti che venivano assemblate in attesa che la macchina,
completata, venisse messa alla prova.
Sono venuti per assistere al fallimento, disse Temrai a se stesso tetra-
mente mentre ascoltava il brusio delle conversazioni e osservava le donne
che sistemavano per terra stuoie cuscini e sciorinavano cibo, come se si
fossero trovate ai giochi per il funerale di Temrai. O forse no, rifletté.
Penso che si divertiranno comunque vada. Si concesse un paio di minuti
per osservare la scena; c'era colore, rumore e movimento; intere famiglie e
gruppi di amici sedevano insieme, bambini correvano qua e là gridando
mentre balzavano dentro e fuori dall'acqua del fiume, inseguiti dalle madri
con teli per asciugarli, che quando li acchiappavano li costringevano a
liberarsi dei vestiti bagnati. Era uno strano modo di celebrare la nascita di
una nuova, terribile arma.
Camminò fino in cima all'altura e vi si erse, ritto in piedi; fu abbastanza
per attirare l'attenzione della folla. I bambini vennero zittiti, i piatti fatti
girare, l'idromele e il latte vennero versati. Si domandò se fosse il caso di
fare un discorsetto e optò per il no. Era ora di cominciare. Si schiarì la gola
e cominciò a dare ordini.
I componenti più grossi e pesanti erano i due lati della struttura, impo-
nenti tavole di legno lunghe tre metri in cui avrebbero dovuto andare a
incastrarsi quasi tutti gli altri componenti. Il fratello di sua madre,
Kossanai, che nell'ambito del progetto aveva nominato capo della squadra
di montaggio, organizzò un gruppo che sollevasse i lati verticalmente e li
tenesse fermi mentre le traverse venivano incastrate al loro posto. Primo
ostacolo; il tenone della traversa frontale era troppo grande per la mortasa
che si trovava nel pannello di sinistra della struttura. Fra la squadra che
aveva fabbricato le traverse e quella che invece aveva fatto i lati scoppiò
immediatamente una lite accalorata, perché un gruppo insisteva che il
tenone era della misura esatta e che era la mortasa a essere troppo piccola,
l'altro controbatteva che la mortasa era perfetta al millimetro, ma che il
tenone era stato fatto con i piedi e che l'intera traversa andava bene giusto
per accenderci un fuoco. Dopo un breve attimo di disperazione, Temrai si
alzò con fare tranquillo, trovò un coltello, un cesello e una tazza piena di
fuliggine per tracciare segni, fece cenno a una coppia di spettatori che
appartenevano a un'altra squadra e si mise al lavoro per ridurre il tenone
alle giuste dimensioni. Quando la gente capì quello che stava succedendo
cominciò a ridere e ad applaudire e la lite si calmò ben presto.
«Va bene» disse Temrai con voce calma, raddrizzando la schiena e
spolverandosi le mani. «Adesso ascoltatemi, perché non mi ripeterò due
volte. Un altra scenata come questa e vi farò buttare tutti quanti nel fiume.
Capito? D'accordo, allora proviamo a incastrare l'altra traversa.»
Grazie al cielo la traversa posteriore si incastrava perfettamente e i
montatori cominciarono a sorridere e a scambiarsi pacche sulle spalle,
come se il lavoro fosse già completato. Temrai diede ordine che la
smontassero.
«Capo? Ma s'incastra benissimo, potete vederlo voi stesso...»
azientemente Temrai spiegò che avevano ancora tutti gli altri componen-
ti da incastrare e che questo sarebbe stato impossibile senza smontarla.
«Prima controlleremo tutti gli incastri, pezzo per pezzo» disse. «Poi
metteremo insieme il tutto e lo fisseremo con i cunei. Tutto chiaro?»
Subito dopo fu il turno del rullo a verricello. Era risultato troppo grande
per poter essere fabbricato su un normale tornio e Temrai aveva dovuto
disegnare un tipo di tornio completamente nuovo per lavorarlo. Ne era
piuttosto orgoglioso perché era la prima parte di quel progetto che aveva
ideato tutto da solo invece di limitarsi a copiare qualcosa che aveva già
visto nella Città. Il rullo si incastrò perfettamente al proprio posto, ma era
sette o otto centimetri troppo lungo; prima di essere della esatta misura
dovette essere rimesso per due volte sul tornio e fresato. Poi fu la volta del
sostegno a croce per i pali verticali; si incastrò in maniera accettabile ed
ebbe bisogno solo di un minimo, abile ritocco. Con un sospiro di sollievo,
Temrai ordinò che venissero martellati al loro posto i cunei di legno che
bloccavano i tenoni nelle mortase. I montatori eseguirono e fecero un
passo indietro. Quando la mollarono, la struttura non cadde a pezzi.
Be', questo è a posto, mormorò Temrai a se stesso. Adesso pensiamo ai
montanti.
Solo quando fu messa mano ai due massicci blocchi di legno accurata-
mente sagomato e gli uomini di Kossanai li misero diritti, realizzò di
essersi dimenticato qualcosa. Imprecò sottovoce.
I montanti, che sostenevano il palo contro cui andava a sbattere il
braccio della catapulta, secondo il progetto dovevano incastrarsi nelle
mortase intagliate sulla faccia superiore dei due pezzi laterali, entro le
quali sarebbero stati trattenuti da spranghe di ferro di due centimetri di
spessore. Le mortase sembravano essere state tagliate in modo piuttosto
preciso; e lo stesso valeva per i tenoni ricavati nella parte inferiore di ogni
montante. Il problema che aveva trascurato fino a quel momento era come
fare a sollevare i due massicci e pesanti montanti al di sopra dei pezzi
laterali, in modo da poterli poi abbassare entro la loro sede (ammesso che
si incastrino perfettamente; per adesso diamolo per scontato, va bene?) e
fissarli con le spranghe. Si prese la faccia fra le mani e si massaggiò
entrambi i lati del naso con i polpastrelli. Avrebbe dovuto fare ricorso a un
qualche tipo di gru; oppure usare un'impalcatura e sollevare i due pali fino
alla giusta posizione servendosi della forza bruta. Se la manovra non fosse
stata perfetta e avessero fatto cadere uno di quei cosi in testa a qualcuno,
sarebbe scoppiato un vero e proprio caos. Cercò di escludere dalla propria
percezione il ronzio di impaziente eccitazione che proveniva dai gitanti
felici e si sforzò di visualizzare il modo migliore di eseguire la manovra.
Gru... Sì, quelle sarebbero andate bene.
«Kossanai, voglio che facciate a pezzi il nuovo tornio e che portiate
quassù le strutture ad A» disse. «Laskai, Morotai, procuratemi un paio di
pali lunghi tre metri e di trentacinque centimetri di spessore, o comunque il
più possibile vicino a queste misure; qualcosa di una certa flessibilità, ma
non troppo elastico. Panzen, mi serviranno dodici metri di corda, non del
tipo eccellente che stiamo tenendo da parte per le macchine.»
Appoggiando una contro l'altra le due strutture ad A e legandole stretta-
mente in cima e in basso, costruirono una solida base per la gru. Uno dei
pali fu poi sollevato e collegato in modo da funzionare da leva e quando
Temrai chiese volontari per fare funzionare l'aggeggio un sacco di gente si
offrì di aiutare. Lui personalmente si piazzò sulla struttura della gru e
guidò con cautela l'inserimento del tenone nella mortasa; era dentro già per
metà quando si bloccò.
«Dannazione» disse. «Va bene, sollevatelo di nuovo. Così. Tenetelo
fermo, per carità.» S'inginocchiò, infilando la testa direttamente sotto il
montante sospeso e spruzzò un po' di fuliggine all'interno della mortasa in
modo che quando avessero tentato di nuovo di inserire il tenone la
fuliggine avrebbe marcato i punti in cui esso trovava resistenza. «Va bene,
adesso riproviamoci. Giù... Tenetelo così. Bene, adesso di nuovo fuori e
reggetelo bene.» Si girò verso il capo della squadra che lavorava alla gru.
«Tenetelo fermo in questa posizione mentre limiamo un po' questo tenone.
Saremo il più rapidi possibile.»
Al quarto tentativo il tenone si incastrò del tutto. Kossanai scattò con un
augure e un trapano per fare i buchi necessari alle spranghe, mentre la
squadra addetta alla gru continuava a sostenere il peso del montante con le
proprie funi. Temrai aveva scelto l'uomo giusto; Kossanai lavorava in
fretta, ma con attenzione, apparentemente senza curarsi troppo di tutta la
confusione e l'eccitamento. Gli ci volle mezz'ora per trapanare i due buchi
e nel frattempo l'entusiasmo gioioso della squadra alla gru evaporò
parecchio.
«Inserite le spranghe» disse Temrai, afferrando un martello e incastran-
dole lui stesso al loro posto. «Ringraziando gli dei, le dannate sbarre
s'inseriscono benone. Pasadai, infila le coppiglie in quelle sbarre, così
possiamo fare a meno della gru.»
Andò avanti così; dopo i montanti incastrarono i contropali di sostegno
che li reggevano e poi in cima le traverse pesantemente imbottite che li
univano e che sostenevano l'impatto del braccio della catapulta. A questo
punto l'atmosfera vacanziera era sparita, lasciando il posto a una eccitazio-
ne tesa e impaziente mentre lentamente e incredibilmente la macchina
cominciava a somigliare al disegno che Temrai aveva tracciato nel fango la
settimana prima. Adesso finalmente la gente del clan stava cominciando a
comprendere; lì di fronte a loro c'era una cosa che aveva l'aria di essere
reale: una cosa che avevano per davvero costruito loro e che avrebbe
funzionato. Temrai si immaginò di riuscire ad avvertire il cambiamento di
umore del clan; era come un bambino che stesse crescendo a incredibile
velocità. Non era del tutto sicuro che la cosa gli piacesse.
«Buon lavoro» disse quando i montatori fecero un passo indietro dalla
struttura completata. «Adesso pensiamo ai vari fissaggi con il metallo e
alle funi.»
Supervisionò personalmente quella fase, perché era tuttora l'unico uomo
del clan che comprendesse come il tutto potesse funzionare. Aveva
assemblato con le sue mani i due meccanismi di arresto; uno per tenere la
corda in tensione, l'altro per bloccare il verricello, in modo che potesse
venire avvolto in più fasi. Non ebbero problemi con gli incastri; fece in
modo che tutte le varie parti si combinassero più facendo ricorso alla forza
di volontà che altro, ma comunque si combinarono. Mentre era impegnato
con il bloccaggio della tensione, gli uomini di Kossanai portarono su il
braccio della catapulta... Continua a sembrare solo un cucchiaio maledet-
tamente grosso, ammise Temrai con se stesso... E lo tennero in posizione
fino a quando Temrai non ebbe posizionato le funi. Non appena diede
l'ordine un'altra squadra inserì leve negli appositi buchi del meccanismo
per tenderle e diede inizio al lento lavoro di avvolgerle.
Quelle corde finiranno per rompersi, lo so. Ma non fu così; né cedettero
il meccanismo di bloccaggio, gli assi di quello che metteva le corde in
tensione, o qualunque altra delle parti che avevano fatto scuotere dubbio-
samente la testa a Temrai mentre le tuffava in acqua per temperarle. Alla
fine la squadra addetta all'avvolgimento rinunciò al tentativo di costringere
la ruota a fare un altro click; le leve vennero tolte e qualcuno legò il
braccio al verricello.
Era finita. Tutto ciò che restava da fare era di piazzare una pietra nella
cavità del cucchiaio e lasciare scattare il meccanismo.
Temrai si drizzò. Era esausto, sporco di fango e segatura, sanguinava da
parecchi taglietti e si era sbucciato due nocche. Soprattutto, avrebbe tanto
voluto non dovere dare l'ordine di lasciare scattare la catapulta. Tutti
stavano fissando lui.
Non può funzionare la prima volta. Niente funziona mai al primo
tentativo. Dei, non possiamo sprecare tutta la nostra fortuna così
all'inizio, ci serve per dopo. Che succede se il braccio si spezza o se i
montanti sono troppo fragili e l'intero aggeggio riesce solo a ridursi in
pezzi? Dovrei fare arretrare tutti quanti; se quella dannata cosa si spacca,
la gente potrebbe essere ferita dalle schegge di legno volanti.
Se lo faccio, niente sarà mai più come prima.
«Va bene» gridò. «Fate scattare il meccanismo.»
L'uomo addetto a questo, un tizio che Temrai conosceva di vista ma non
di nome, tirò con un colpo secco la corda che aveva in mano, che era
collegata a una delle estremità del gancio accuratamente sagomato che
connetteva il verricello al braccio. L'enorme cucchiaio di legno scattò in
avanti, sbattendo contro le imbottiture di feltro che avvolgevano la traversa
più alta, con lo stesso rumore dello schiaffo che la madre di un gigante
avrebbe potuto dare a suo figlio. L'intera macchina fece un balzo di una
ventina di centimetri in aria e poi atterrò nuovamente, come un gatto.
E la pietra volò via.
Temrai la osservò sollevarsi, rallentare, interrompere la corsa e cadere,
guadagnando velocità a mano a mano che precipitava. Non cadde dove si
sarebbe aspettato; finì un bel po' più a destra e quasi dieci metri più
lontano e quando atterrò ne avvertì l'impatto attraverso le piante dei piedi.
Cadde su un piccolo rialzo roccioso con un rumore secco e fragoroso che
echeggiò fra le colline, rimbalzò e alla fine precipitò nel fiume con uno
spruzzo, sollevando una cortina d'acqua molto scenografica.
Seguì un silenzio di tomba. Dopo qualche minuto Kossanai e i suoi
cominciarono a girare freneticamente intorno alla catapulta, osservando e
controllando, dicendosi l'un l'altro con gioioso sbalordimento che questo e
quell'altro erano ancora interi, che la tal sbarra non si era piegata e che
quel tal ingranaggio non aveva ceduto; che funzionava. In nome degli dei,
il dannato aggeggio funzionava davvero!
Erano i soli che si muovessero o parlassero; il resto della folla guardava
in silenzio, soppesando mentalmente il peso della pietra e la distanza che
aveva coperto, immaginando la forza dell'impatto e cosa potesse provoca-
re. Temrai riusciva quasi a sentire i loro pensieri: è una cosa con la quale
bisogna andare cauti, perché c'è il rischio di fare male a qualcuno.
Be', sì. Era proprio quello il punto, non era vero? O non ci avevano
ancora pensato?
Con uno sforzo Temrai si strappò al comune stato di trance e si diresse
verso la catapulta. Il clan seguì ogni suo passo; era come se lo stare
accanto a essa fosse un gesto politico, la dichiarazione di una nuova, letale
politica. Temrai avrebbe voluto, nello stesso tempo, dirgli che era
spiacente e rimproverarli per essere così molli e di corte vedute; avrebbe
voluto ordinare loro di fare a pezzi la macchina e contemporaneamente si
sarebbe lanciato contro chiunque l'avesse anche solo sfiorata con intenti
ostili. Non sapeva che cosa pensare. Soprattutto era spaventato.
Di che cosa, Temrai? Non puoi certo pensare di mettere a sacco Peri-
madeia attaccandola con mazzi di fiori. Vuoi davvero saccheggiare
Perimadeia? Uccidere tutta quella gente?
Noi non facciamo questo genere di cose. Loro le fanno.
Che male ti hanno mai fatto?
Lentamente si guardò intorno, fino a che vide Kossanai che stava
ribattendo con cautela un cuneo al suo posto con un martello di legno.
«Qualche danno?» chiese.
«No» rispose l'uomo più anziano. «A parte qualche cuneo e qualche
chiodo che si è un po' smosso è solida come una campana. Ce l'abbiamo
fatta, Temrai. Non è straordinario?»
Temrai sorrise, allungò una mano e diede un colpetto al braccio della
catapulta, come se fosse il suo cavallo favorito. «Tutto bene, allora» disse.
«Adesso tutto quello che ci resta da fare è costruire altre trecento di queste
bellezze, dopo di che potremo metterci in affari. Forza» aggiunse, alzando
la voce in modo che tutti potessero sentirlo «non state lì in piedi imbambo-
lati, abbiamo del lavoro da fare.»

CAPITOLO DECIMO

Una mattina presto un uomo attraversò a piedi il Ponte dei Mandriani ed


entrò in città, tirandosi dietro una fila di somari pesantemente carichi di
fichi secchi. Era stanco e non ne poteva più dopo avere perso una scarpa
prendendo una scorciatoia attraverso un pantano per evitare un ponte su
cui si pagava la gabella. I piedi gli facevano male, la svolta aveva
allungato il viaggio invece di accorciarlo e anche se in effetti aveva evitato
il pedaggio era stato costretto a passare la notte in una locanda squallida e
cara da sfiorare l'estorsione, con il risultato che aveva speso il doppio di
quello che sperava di risparmiare. Desiderava una bibita fresca e un bel
bagno caldo più di qualunque altra cosa al mondo.
Per quanto riguardava il bagno, era arrivato nel posto giusto. In città
c'erano non meno di sette bagni pubblici fra cui scegliere, tutti quanti a una
ragionevole distanza a piedi dal ponte. Dopo avere lasciato i somari a un
amico, si diresse quindi direttamente verso il più vicino, pagò un mezzo di
rame più un altro mezzo per una brocca di vino a buon mercato e passò il
resto della mattinata godendosi quel lusso magnifico.
Il bagno lo rilassò e lo fece sentire ringiovanito, ma lo fece anche
vergognare per lo stato incolto in cui erano i suoi capelli e la sua barba.
Prima di andare al mercato a recuperare i somari e a montare la bancarella,
si fermò quindi in una piccola bottega di barbiere, dove per caso c'era una
sedia vuota proprio nel momento in cui lui passava davanti all'ingresso. Si
accomodò sulla sedia, mise i piedi sul poggiapiedi e raccomandò al
barbiere di fare del suo meglio.
Un po' per effetto del vino e un po' per quello del bagno caldo, si sentiva
a suo agio e di buon umore e il caso volle che si trattasse di quel genere di
uomini che chiacchierano, quando sono felici. Era un'altra ottima ragione
per farsi radere e tagliare i capelli, perché è universalmente noto che i
barbieri, in base un sacro codice della loro antica e venerabile professione,
sono costretti a stare ad ascoltare.
Cominciò con un «Buon giorno» lo ampliò a un breve racconto del suo
viaggio, lo allargò trasformandolo in un racconto dettagliato del suo
viaggio, con particolari riferimenti ai pericoli degli acquitrini e ai costi
iniqui dei ponti a pedaggio e delle locande, fece una digressione parlando
della propria vita e della propria filosofia in materia di affari, parlò per
quattro minuti, fermandosi solo il tempo necessario per respirare del nipote
di sua moglie (che lei lo aveva obbligato a prendere come assistente e che
non era più utile di un mastello per fare il burro) e stava per esprimere la
propria solidarietà alla gente della città per i recenti problemi che aveva
avuto con i clan delle pianure, quando il barbiere lo bloccò.
«Problemi?» disse il barbiere. «Non ho sentito parlare di nessun proble-
ma.»
Il mercante di fichi inarcò un sopracciglio. «Sapete, quegli aggeggi con
cui si danno tanto da fare a monte del fiume. Tutte quelle cose che stanno
costruendo.»
«Quali cose?»
«Volete dire che non ne avete sentito parlare?» Il mercante di fichi
s'imbarcò immediatamente in una colorita descrizione di ciò che aveva
visto mentre passava lungo la sponda opposta del fiume; alte piramidi di
tronchi, il fiume pieno zeppo di zattere, gigantesche seghe, ogni genere di
macchine dall'aria bizzarra, con gente che ci correva intorno gridando e
scambiandosi ordini. E, aggiunse, tutte quelle catapulte.
«Quali catapulte?»
Le catapulte, naturalmente; quelle che i clan delle pianure stavano
fabbricando lungo il guado vicino a cui lui era passato. Be', quando diceva
fabbricare voleva dire che quello che sembrava che stessero facendo fosse
assemblarle, testarle... Sparavano qua e là dei pezzi di roccia maledetta-
mente grossi, come una banda di ragazzini che si scambiasse palle di
neve... Poi smontarle di nuovo e caricare i vari pezzi su tutta una serie di
carri. Sicuramente, insistette, il barbiere doveva avere sentito parlare delle
catapulte.
Il barbiere gli chiese se fosse sicuro. Il mercante di fichi rispose che
sicuro che era sicuro. Lo aveva visto con i suoi occhi, chiaro? Il barbiere
gli chiese di ripetere tutto. Il mercante di fichi ripeté il suo racconto.
«Oh, merda» disse il barbiere e immediatamente schizzò via con il
rasoio ancora in mano, lasciando il mercante di fichi seduto nella sua sedia
con mezza barba fatta e un asciugamano intorno al collo.
La ragione per cui il barbiere prese tanto a cuore quella notizia era che
da giovane, prima di diventare abbastanza grande da decidere di fare
dell'altro, aveva passato diciotto mesi nelle pianure come un membro
dell'esercito di Maxen, fino a quando non si era trovato sulla traiettoria
delle freccia lanciata da un arciere dei clan ed era stato abbandonato per
morto. Ci aveva impiegato due anni a tornare a casa e anche dopo tutti
quegli anni gli capitava di rado di riuscire a dormire senza sognarsi quello
che gli era accaduto.
Quando sbucò all'improvviso in mezzo al mercato, agitando il rasoio e
gridando: «I selvaggi stanno arrivando! I selvaggi stanno arrivando!» la
gente della città arrivò a una ovvia conclusione, gli diede una botta in
testa, gli tolse il rasoio e lo gettò in un deposito di carbone a smaltire la
sbornia; un'anima gentile ebbe perfino la presenza di spirito di togliergli la
borsa per evitare che si tagliasse con i bordi affilati delle monete mentre si
agitava nella propria nebbia alcolica.
Fu solo due o tre ore dopo, quando il proprietario del magazzino di
carbone aprì il deposito per prelevarne un po' che il barbiere riuscì a
scappare e a raggiungere, stavolta senza dare in escandescenze, il più
vicino posto di guardia.
Fortunatamente il sergente di guardia lo conosceva ed era disposto ad
ascoltare ciò che aveva da dire; fu così che le prime indiscrezioni sui
preparativi di Temrai raggiunsero la città di Perimadeia quattordici
settimane dopo che l'aveva lasciata e aveva dato inizio all'impresa della
sua vita.
Il sergente, come molte delle guardie, faceva quel mestiere a part-time;
cioè serviva da soldato un giorno ogni dieci e per il resto del tempo faceva
il locandiere.
Quando ebbe finito di fare il suo rapporto (una cosa lunga; dovette
continuare a ripetere le stesse cose a una serie apparentemente interminabi-
le di ufficiali di un tipo o dell'altro, ognuno dei quali insistette per risentire
poi la medesima storia dalla voce del povero barbiere terrorizzato), il suo
turno era già finito da un bel po' ed era ora che facesse ritorno alla propria
taverna, dove sua moglie e sua figlia sarebbero state certamente alle prese
con la folla serale. Dopo una breve pausa solo per lasciare le armi al posto
di guardia, si precipitò a casa, si legò rapidamente un grembiule intorno ai
fianchi e cominciò ad asciugare brocche per il sidro.
Tuttavia quando l'assalto al banco fu un po' diminuito ed egli ebbe avuto
il tempo di tirare il fiato e di versarsi un paio di meritati bicchieri, non
perse altro tempo nel rendere di dominio pubblico la ricca messe di notizie
di cui aveva avuto la fortuna di essere messo a parte. Stavolta, visto che
provenivano da un membro altamente rispettato della comunità e non da
un barbiere ubriaco, la gente stette ad ascoltare. Poi, avendo ascoltato, fu
presa dal panico.
Sembra esistere una perversa legge di natura per cui quanto più grande è
una città, tanto più velocemente si sparge una voce fra la popolazione. I
clienti del taverniere, dopo essere corsi alle loro case per accertarsi che
fossero ancora lì e che non fossero state saccheggiate da selvaggi vestiti di
pelliccia, andarono a spargere la notizia fra tutti i conoscenti in cui si
imbatterono. Dato che era più o meno l'ora della giornata in cui i cittadini
avevano l'abitudine di farsi una passeggiata dopo cena insieme alla moglie
e alla famiglia, intorno alla rispettiva piazza, non ci volle molto prima che
le strade e le corti fossero piene di gente che correva disperatamente di qua
e di là gridando a sua volta la notizia a tutti quelli che potevano non averla
ancora appresa. Frattanto gli originali diffusori della notizia, rassicuratisi
che le loro case non erano state date alle fiamme e che i loro beni e i loro
cari erano ancora più o meno come li avevano lasciati, cominciarono a
tornare sui propri passi e a dirigersi verso la parte alta della città alla
ricerca di un edificio governativo davanti al quale manifestare, chiedendo
che fosse fatto qualcosa.
Ben presto le strade diventarono un luogo eccitante in cui stare, a mano
a mano che la folla aumentava, le persone correvano da tutte le parti
sbattendo le une nelle altre, le voci cambiavano ed evocavano dal nulla
immaginari gruppi di selvaggi fuori dalle porte o magari già entro le mura,
che stavano risalendo la cloaca massima o radendo al suolo il quartiere dei
conciatori, con il ferro e con il fuoco. Come al solito dispute e risse
cominciarono a spuntare qua e là come funghi, qualcuno riuscì a fare
scoppiare un incendio nel distretto dei tessitori di tappeti e un certo
numero dei soliti opportunisti si avvantaggiò dello stato di caos generale
per fare un po' di acquisti gratis.
Il prefetto della Città ordinò di fare uscire la guardia per ripristinare
l'ordine; ma siccome si era verso la fine del turno di giorno, le guardie se
n'erano già andate tutte a casa e quelle del turno di notte o stavano
cercando di avanzare lungo le strade piene di gente oppure si erano unite
ad amici e vicini nel tumulto. Il prefetto della Città si rivolse allora al
Luogotenente Generale, affinché inviasse della truppa regolare. Il
Luogotenente Generale ricordò al prefetto della Città che a parte le sue
poche guardie a tempo pieno, non esisteva un esercito regolare. Dopo
averci pensato per un po', il prefetto, il Luogotenente e i rispettivi alti
ufficiali raggiunsero senza dare nell'occhio il loro ingresso privato alla
seconda città e si richiusero la porta alle spalle.
La mattina successiva la città bassa offriva un ben triste spettacolo e i
cittadini che durante il tumulto erano caduti ai lati della strada e avevano
dormito lì, meritano di essere scusati se pensarono che in effetti la città
fosse stata saccheggiata dal nemico mentre loro dormivano. Il fuoco si era
sparso, partendo dal distretto dei tessitori di tappeti, e aveva messo a
soqquadro quattro quartieri confinanti prima di raggiungere il fiume ed
estinguersi da solo. Un notevole numero di negozi e di bancarelle aveva
ricevuto la visita di allegre bande di gente che aveva approfittato della
situazione e taverne e vinai erano stati i più bersagliati. Da tutte le parti
c'era gente che gemeva e molti non si lamentavano né si muovevano più.
Ora che la guardia cittadina fu riuscita a radunarsi in numero sufficiente e
a trovare il coraggio di avventurarsi all'esterno, non era rimasto nessuno da
arrestare a parte qualche ubriaco addormentato, così fu mandato un
messaggio alle autorità che si erano rifugiate nella seconda città per
informarle che ormai la situazione era sicura. Dopo di che si cominciò a
cercare di mettere ordine in quel pandemonio.
Uno dei pochi che era rimasto a casa tutta la notte e che non si era
accorto di nulla che fosse fuori dal normale, era Bardas Loredan. Il giorno
prima la sua classe aveva fatto l'esame finale per il diploma e tutti i suoi
allievi l'avevano passato. Quel piccolo miracolo esigeva un minimo di
celebrazione, che era cominciata intorno a mezzogiorno e durata fino a
quando lo stesso Loredan, ultimo superstite dei gozzovigliatoli, non si era
svegliato in una taverna nel distretto dei fabbricanti di sapone più o meno
nello stesso momento in cui il barbiere era riuscito a fuggire dal deposito
di carbone. Loredan si era faticosamente trascinato fino a casa ed era
crollato nel letto. La prima occasione in cui venne a sapere dei tumulti
notturni fu quando si trascinò giù per le scale fino al panettiere sull'angolo,
solo per scoprire che il negozio non esisteva più.
Restò lì per un attimo a massaggiarsi gli occhi; poi per caso passò di lì
un tizio che Loredan conosceva di vista e questi lo afferrò per un braccio.
«Il panettiere» borbottò. «Che diavolo di fine ha fatto?»
Il racconto che gli fu fatto era la quinta o la sesta variazione della
versione originale e sosteneva che alcuni pazzoidi avessero sparso la voce
completamente falsa che i selvaggi fossero alle porte e che questo aveva
provocato una generalizzata anche se breve crisi di follia collettiva. Fu più
che abbastanza per un uomo con un classico mal di testa da risveglio, ma
una volta che ebbe accertato che i cosiddetti selvaggi erano i clan delle
pianure, Loredan decise di andare in cerca di informazioni più precise. La
cosa non si rivelò affatto facile, e aveva già ascoltato quattro o cinque
versioni differenti, tutte in assoluta contraddizione fra loro e nessuna delle
quali comunque gli sembrava convincente quando, svoltando un angolo, si
trovò faccia a faccia con una squadra di quattro guardie in piena armatura e
che reggevano archi con le frecce incoccate.
«Bardas Loredan?»
«Sì, sono io» ammise Loredan sbalordito. «Che cosa...?»
«Stavamo cercando proprio voi» disse il caporale in tono truce. «Dovete
venire con noi.»
«Ma io non ho... Ho dormito tutto il tempo.» Fece un passo indietro.
«Sentite, di che si tratta?»
«Ordini» rispose il caporale. «Su, cercate di avere un'aria più vivace.»
Pur essendo assolutamente certo che avere l'aria vivace, quella mattina
fosse al di là delle sue limitate capacità, Loredan si sforzò di ubbidire e
poco dopo si ritrovò in attesa davanti alla porta degli appartamenti del
Patriarca. Stava per protestare quando la porta si aprì e un ufficiale che gli
arrivava quasi alla spalla, splendidamente vestito, con un'armatura
scintillante, gli ordinò bruscamente di andare con lui. Lo seguì su per
svariate rampe di scale e lungo quasi un chilometro di corridoi fino a che
non si fermarono davanti a una porticina, in un chiostro coperto che
circondava un bel giardinetto verde con una fontana in mezzo. Lo
splendido ufficiale bussò alla porta e poi spinse Loredan nella stanza.
All'interno era piacevolmente fresco e buio. Non era mai stato in quell'e-
dificio prima, ma da quello che aveva sentito, dedusse che si trattasse di
una delle case capitolari. Una volta che i suoi occhi si furono abituati a
quella tenue luce, si accorse che all'interno c'erano più o meno quindici
persone, alcune sedute sulle panchine di pietra che sporgevano dal muro,
tutto intorno lungo la parete circolare, altre in piedi in mezzo al locale
intente a parlare sottovoce. Riconobbe il prefetto della Città, un uomo
basso e anzianotto con i capelli bianchi e ispidi, e un paio di ufficiali dello
stato maggiore del Luogotenente Generale. Poi, in fondo, su un trono di
marmo bianco, c'era il Patriarca Alexius, che parlava con un uomo alto e
magro seduto alla sua destra.
Alexius alzò lo sguardo, lo notò e gli fece cenno di unirsi a loro. Tutta-
via, prima che Loredan potesse farlo, un altro ufficiale ancora più
splendido lo prese per un braccio e lo condusse senza esitare alla presenza
del prefetto.
«Voi siete Loredan?» domandò il prefetto.
Bardas annuì.
«Grazie al cielo» rispose il prefetto. «Bene, andrò dritto al punto. Le
voci a proposito di un attacco dalle pianure sono vere.»
«Ah» si limitò a dire Loredan.
«Per essere più precisi» continuò il prefetto, corrugando lievemente la
fronte, come per fare capire che in qualche modo Loredan non corrispon-
deva alle necessarie caratteristiche «sembra che siano riusciti a procurarsi
da qualche parte un grosso equipaggiamento pesante. Macchine da
assedio, catapulte, non sappiamo esattamente cosa o chi è stato a procurar-
gliele. Il punto è che stiamo prendendo questa minaccia molto seriamente e
che quindi abbiamo deciso di lanciare un attacco preventivo.»
«Scusatemi» lo interruppe Loredan. «Abbiamo chi, esattamente?»
Il prefetto s'interruppe, come se gli fosse stata appena posta una doman-
da alla quale non sapeva rispondere.
«Le autorità civili» disse infine. «Io, il Luogotenente Generale, i respon-
sabili dei vari uffici, e naturalmente il Patriarca.» Aggrottò le sopracciglia
e poi continuò. «Il nostro problema è che, come ben sapete, non abbiamo
una forza di cavalleria pesante immediatamente disponibile da utilizzare
per l'attacco. Ora, voi siete stato l'ultimo uomo a comandare la cavalleria
pesante, così ci è sembrato logico coinvolgervi nell'operazione. Vi ho già
assegnato un primo stato maggiore...»
«Scusatemi...»
«E potete lavorare stando in una delle stanze che abbiamo occupato qui,
fino a quando non vi sarà assegnato un ufficio permanente. La mia gente si
occuperà del grosso del lavoro di reclutamento, ma voi avrete modo di dire
la vostra al momento della selezione e naturalmente contiamo di coinvol-
gervi pesantemente nell'addestramento e nell'approvvigionamento di
materiale, anche se ovviamente il controllo della spesa per gli acquisti
dovrà restare affidato all'appropriato ufficio civile...»
Loredan sollevò una mano. «Aspettate un minuto» disse. «Vi prego di
rallentare. State seriamente suggerendo che io abbia qualcosa a che fare
con la vostra spedizione?»
«Amico, non siate stupido. Siete un ufficiale dell'esercito di Perimadeia.
È vostro dovere...»
Per Loredan non fu una grande idea lo scuotere vigorosamente la testa,
dato lo stato in cui era. «No. Spiacente, ma la risposta è no. Non potete
costringermi. Ho dato le dimissioni, ricordate?»
Il prefetto sembrò sul punto di esplodere. «Colonnello Loredan» disse, e
avrebbe avuto un'aria tremendamente marziale e autoritaria se la sua voce
non fosse suonata così stridula «mi sembra che non stiate capendo. Vi
ordino...»
«Andate all'inferno» sbottò Loredan. Sbalordito, il prefetto fece un passo
indietro, calpestando le dita di qualcuno che stava immediatamente alle sue
spalle. «E non chiamatemi colonnello. Sarà meglio che vada a casa, prima
che io perda la pazienza.»
«Adesso state a sentirmi» squittì il prefetto. La gente stava cominciando
a girarsi e a guardarli. Loredan si incamminò verso la porta, ma sulla sua
strada c'era uno di quegli splendidi ufficiali. Loredan decise che non se la
sentiva proprio di fare a pugni e si fermò.
«Credetemi» disse «non sapreste che farvene di me. Sono passati dodici
anni e poi guardatemi, sono uno straccio. Devono esserci centinaia dei
vostri uomini...»
E mentre parlava incrociò lo sguardo dello splendido ufficiale e vide la
verità: non ce n'è neanche uno; solo questi pavoni e quelli che fanno le
guardie ogni tanto. Oh, diavolo...
«Fermi tutti, però» disse. «Che mi dite della guardia dell'Imperatore?
Anzi, a questo punto che cosa mi dite dell'Imperatore? Non dovrebbe stare
facendo qualcosa in proposito?»
Ciascuno intorno a lui si fece improvvisamente silenzioso, come se
avesse appena detto qualcosa di terribilmente sciocco. Stanno facendo del
loro meglio per non mettersi a ridere, realizzò. Che cosa ho detto?
«Colonnello Loredan» disse il prefetto con un sospiro «non c'è nessun
Imperatore. Non lo sapevate?»

Era una cosa che lo faceva andare in bestia...


Ma andava fatta e non c'era nessun altro di cui ci si potesse fidare per un
lavoro ben fatto. Con un profondo sospiro Gannadius scalciò via le
pantofole troppo strette, regolò lo stoppino della lampada e si sedette a fare
i conti.
Contabili: piccoli funzionari presuntuosi e confusionari...
Per un attimo provò la tentazione di lanciare a sua volta una piccola
maledizione. Una gamba fratturata o un periodo di cecità temporanea,
giusto quello che bastava per tenerli alla larga senza che nessuno morisse e
senza fare ricorso a mutilazioni permanenti... No, forse no. Se c'era una
cosa che aveva imparato dall'ultima sciagurata vicenda, era che il Principio
era un'arma dal costo eccessivo.
Aprì il bauletto di legno di cedro in cui conservava i gettoni per contare,
tirò fuori la borsa di velluto e ne fece scivolare i gettoni lucenti, che si
impilarono. Era una serie vecchia e di valore che era appartenuta a suo
nonno, un facoltoso mercante di lane; i gettoni erano di argento pregiato,
piuttosto usati, ma ancora leggibili: delle piccole pozze di bianca luce
lunare sullo sfondo di legno scuro del tavolo. Sulla faccia posteriore di
ogni gettone c'era una figura allegorica femminile che rappresentava il
Commercio, seduta su un trono con un paio di bilance in una mano e un
corno dell'abbondanza nell'altra; una donna robusta avvolta in un abito
trasparente, con il volto ormai abraso dopo che tre diverse generazioni si
erano servite dei gettoni per le loro operazioni aritmetiche. Sull'altra faccia
c'era il tradizionale stemma della città (la nave e il castello), con la scritta I
PATTI PRUDENTI AIUTANO LA PROSPERITÀ in caratteri ornati che
correvano lungo il bordo. Gannadius raccolse uno dei gettoni e lo studiò
per un po'; c'era qualcosa di rassicurantemente solido e rispettabile nei
gettoni del nonno, che in qualche modo riusciva a rendergli meno
sgradevole un compito altrimenti abominevole.
Con un mozzicone di gesso tracciò le linee sulla parte superiore del
tavolo; cinque linee orizzontali, come i gradini di una scala a pioli, proprio
sul piano dello scrittoio. Anche se non gli avrebbe fatto piacere che la cosa
fosse risaputa, Gannadius si sentiva veramente a suo agio solo con il
metodo di calcolo basato su linee-e-spazi: quello che veniva usato dai
mercanti, dai tavernieri, dai fattori e dalla gente di quel tipo. Gli scribi, gli
studiosi e gli impiegati usavano un sistema molto più elegante e comples-
so, che implicava non soltanto linee e spazi, ma anche quadretti di
differente colore su una lavagna permanente (di solito una vera opera
d'arte), dei gettoni fissi con astrusi nomi tecnici e un concetto veramente
complicato, chiamato l'Albero della Numerazione, di cui non era mai
riuscito a capire un bel nulla. Per quanto lo riguardava, l'aritmetica era già
una cosa abbastanza sgradevole senza bisogno di condirla di misticismo
gratuito.
Al confronto, il comune sistema di calcolo era un gioco da ragazzi. Ogni
piolo della scala rappresentava un multiplo di dieci; la linea più in basso
rappresentava le unità, la seconda le decine, la terza le centinaia e così via.
Gli spazi fra le linee erano multipli di cinque; cinque, cinquanta, cinque-
cento, cinquemila. Si tracciava il primo numero che doveva venire
addizionato lungo le righe e poi si tirava con il gesso una linea verticale
giù lungo il lato destro e si tracciava il numero successivo; a questo punto
si faceva il calcolo, si tracciava un'altra linea e si tracciava il terzo numero.
Ci voleva molto più tempo che con il metodo professionale, ma il risultato
era abbastanza a prova d'errore e quanto più ci si dedicava, tanto più il
sistema sembrava diventare semplice.
Avendo preparato il suo schema, aprì il libro contabile alla pagina
intitolata Ricevute e cominciò a sistemare i gettoni...

Registrazione: ricevute come acconto sugli affitti


le seguenti somme:
Ducas Falerin; - 2,659
Leras Beron; - 8,342

Duemila seicento e cinquantanove. Gannadius prese un certo numero di


dischi e li dispose davanti a sé; quattro sulla linea più bassa, uno nel primo
spazio, niente sulla seconda linea, uno nel secondo spazio, uno ciascuno
sulla terza linea e nel terzo spazio, e finalmente due sulla linea delle
migliaia; poi ricontrollò, tirò la linea e mise il successivo numero da
addizionare nella colonna successiva. Una volta posizionato il secondo
numero si concentrò sull'attività abbastanza semplice di fare la somma...
Cantilenò i propri calcoli sottovoce, come un maniscalco superstizioso
che recitasse incantesimi portafortuna mentre picchiava con il martello su
un ferro di cavallo; via via smise di avere bisogno di riflettere e poté
lasciare che fossero gli occhi e le dita a fare il lavoro, i gettoni a tenere il
conto. Senza quasi accorgersene finì la pagina degli affitti e si spostò a
quella delle tariffe e delle decime, mentre la sua mente si staccava
progressivamente dai conti, abbandonandosi a una piacevole trance
soporifera.
Resta comunque un incarico schifoso, non ci sono dubbi. Si era fatto
trascinare in quell'impegno dalla prospettiva di una promozione; non aveva
mai consentito a se stesso di diventare terribilmente ambizioso, soprattutto
perché l'ambizione sfrenata alla lunga tendeva a diventare controproducen-
te. Un uomo che si arrampica fino in cima alla scala prima di avere
quarant'anni, non ha altra prospettiva davanti a sé se non quella di
trent'anni da passare a impedire che un altro giovanotto altrettanto
ambizioso gli succeda e Gannadius non aveva mai capito che gusto ci
fosse. Era molto meglio avanzare lentamente e con sicurezza, coltivando
durevoli alleanze e facendosi meno nemici possibile, facendo un buon
lavoro che sarebbe stato ricordato invece che dedicarsi a giochetti politici,
che erano altrettanti inviti a nozze per i cospiratori da chiostro e gli
appassionati dei colpi di mano. Aiutando il Patriarca a raddrizzare una
situazione assai compromessa aveva posto solide basi per la sua gratitudi-
ne e si era guadagnato un credito su cui avrebbe potuto costruire la mossa
successiva della sua carriera con un grado ragionevole di tranquillità. Una
mossa veramente strategica, degna di un esperto navigatore come lui.
Be', quello per lo meno era il motivo per cui si era lasciato coinvolgere
all'inizio. Senza dubbio aveva raggiunto il suo obbiettivo, ma adesso non
sembrava più così importante come in partenza. Non c'era alcun dubbio
che su un certo piano in tutta quella faccenda ci fosse un fascino intellettu-
ale che lo intrigava enormemente; via via aveva riscoperto quella vibrante
eccitazione che aveva provato quando era solo un giovane studente
entusiasta, che si crogiolava in mezzo ai concetti più ostici e misteriosi. E
nessuna falsa modestia, per favore; lui e Alexius si erano imbattuti in un
aspetto del Principio totalmente nuovo, un'area che non era stata addome-
sticata e resa familiare da generazioni di studiosi meticolosi, intenti a
scavarne fuori anche la minima scheggia di significato. Al contrario erano
come due naufraghi, in un continente completamente sconosciuto; tutto
quello che incontravano era nuovo e ignoto e avrebbe meritato di essere
studiato una vita intera, se non fossero stati così occupati a salvare la pelle
e a trovare il modo di tornare nuovamente a casa.
Quello era il punto, ammise Gannadius con se stesso; sopra ogni altra
cosa, voleva che tutto fosse finito e risolto perché nel suo intimo era
spaventato. Era più fortunato del suo collega, perché non era quello
minacciato direttamente. Era stato Alexius a cadere malato e tuttora
riusciva a malapena a camminare; Gannadius voleva disperatamente
salvarlo, se solo gli era possibile. Poteva razionalizzare quel sentimento
dicendosi che se Alexius fosse morto troppo presto lui non avrebbe mai
avuto l'opportunità di incassare tutto il suo capitale di credito e ricono-
scenza, ragione per cui non sarebbe stato sicuro di essere il suo successore
e si disse che anche quelle considerazioni avevano il loro peso, perché
continuava a desiderare di diventare Patriarca un giorno, nel pieno della
sua maturità.
Forse invece dipende solo dal fatto che quell'uomo mi piace. Be', è così.
Eppure anche questo non spiega del tutto la situazione. In tutto ciò c'è
qualcosa di importante e devo scoprire che cos'è.
Il che rendeva ancora più insopportabile del solito l'essere bloccato
dietro un tavolo a spingere avanti e indietro una pila di gettoni, quando
invece avrebbe voluto essere nella casa capitolare a sentire le ultime
notizie e a cercare di capire quale potesse essere la connessione fra la
faccenda che legava Alexius a Loredan e quella nuova minaccia alla Città.
Sicuramente ce n'era una; doveva esserci, anche se per quanto si sforzasse
non riusciva a immaginare quale fosse. C'era qualcosa, una chiave
malevolmente obliqua in quello strano sogno di Alexius nel quale si era
insinuato inavvertitamente; le nuvole di polvere che diventavano vele,
quella ragazza dell'Isola, che era una vera persecuzione e lo confondeva e
poi il fatto che Loredan avesse un fratello. Alexius non era riuscito a
dedurne nulla di utile (avrei dovuto andare con lui e interrogare io stesso
quell'avvocato; Alexius è troppo coinvolto emotivamente con tutta questa
cosa per consentire che faccia le sue indagini da solo), ma la sua
descrizione delle reazioni dello spadaccino quando l'argomento era stato
sollevato lo avevano convinto ancora di più che il famoso fratello avesse
un ruolo importante in tutta quella faccenda. Attribuire tutto a una serie di
coincidenze sarebbe stato veramente miope.
Tornò a concentrarsi sui conti... Fece la prova, intinse la penna nell'in-
chiostro e scrisse il totale delle ricevute; ventinovemila e novantasette
pezzi d'oro, una somma fin troppo grossa per doverne rispondere. (E quale
poteva essere la giustificazione per il fatto che un ordine contemplativo
rastrellasse trentamila svanziche, per non dire del fatto che le spendes-
se…?)
Si fece forza e si dedicò ai costi di spedizione, che erano confusi,
registrati in modo bizzarro e molto probabilmente sbagliati, per non
parlare del fatto che erano vergati nella illeggibile grafia di Fratello
Pelagius. La confusione era sufficiente da fare sì che il responsabile
venisse tenuto lontano da qualsiasi posizione di responsabilità per il resto
della sua vita.

Registrazione; birra - 2/3


Registrazione; sidro - 1/2
Registrazione; pesce affumicato - 12/3
Registrazione; tre anelli d'argento portatovagliolo, finemente - 7/3
cesellati con il disegno di un cerbiatto
Registrazione; pulitura delle latrine - 1/3
Registrazione; doghe per botti - 2/1
Registrazione; (illeggibile) - 9/2

Dodici e tre quarti di pesce affumicato per una settimana; avrebbero


voluto chiarimenti su quello, sicuro come l'oro, e pensare che a lui il pesce
affumicato non piaceva neanche. E se i controllori non fossero insorti
davanti alla spesa di sette e tre quarti per tre anelli da tovagliolo, lo
avrebbe fatto lui.
Era ora che venisse fatto capire ai suoi fratelli in scienza che l'apparte-
nenza all'Ordine non doveva venire considerata come un'autorizzazione a
scimmiottare le follie della nobiltà. Sarebbe stato diverso se si fosse
trattato dei suoi anelli da tovagliolo, ma non era così. Fece un puntino a
margine e si segnò un appunto di gridare con qualcuno non appena ne
avesse trovato il tempo.

Registrazione; libri - 5/3

Questo sembrava abbastanza più sensato, sempre che non si trattasse di


un errore di Pelagius che soprapensiero aveva scritto "libri" invece di
"stivali". Cercò di ricordarsi che cosa portasse ai piedi il fratello approvvi-
gionatore; aveva notato che più di uno dei fratelli se ne andava in giro per
l'edificio con ai piedi le scarpe a punta e a colori vivaci che erano
l'ultimissima moda. Se avessero avuto un minimo di buon senso avrebbero
indossato sandali fino a che la verifica dei conti di quell'anno non fosse
stata del tutto completata.
Continuò a scorrere la pagina seguendo con la mano destra la colonna
dei numeri e sistemando i gettoni con la sinistra. Molti di quei calcoli
elementari avrebbe potuto farli anche a mente, limitandosi a segnare i
subtotali di ciascuna settimana sull'immaginario pallottoliere che gli
serviva per il calcolo principale. Riusciva a ricordare a cosa corrispondes-
sero alcune delle uscite, per esempio:

Registrazione; lassativi - 12/1

che commemorava il terribile avvelenamento del cibo verificatosi


quando il cuoco aveva voluto fare un esperimento con quei diabolici e
costosissimi funghi importati; le voci successive erano:

Registrazione; lavaggio delle latrine - 1/3


Registrazione; sostituzione (nuovo cuoco) - 1/

L'ultima poteva essere presa come la dimostrazione del fatto che Pela-
gius aveva senso dell'umorismo. Gannadius emise un piccolo gemito
ripensando ai funghi e continuò a scorrere la pagina.

Registrazione; punte di freccia - 5/1

Punte di freccia? In nome del cielo, che cosa avrebbero dovuto farsene
di punte di freccia per il valore di cinque pezzi d'oro? Corrugando la fronte
gettò un'occhiata alla data della registrazione. La scorsa settimana. Già,
certo. La cosa aveva senso. L'Accademia, come gran parte delle istituzioni
della città, era responsabile del mantenimento e dell'equipaggiamento di
una compagnia di guardie. Ecco quindi il perché delle punte di freccia.
Non c'era problema, purché nessuno si aspettasse mai che lui si vestisse di
maglia di ferro e si mettesse a passeggiare su e giù sulle mura, magari
sotto la pioggia.
Gannadius ebbe un brivido e si chiese cosa stesse succedendo nella casa
capitolare, dove avrebbe dovuto trovarsi invece di essere lì a fare
addizioni. Il giorno prima il prefetto aveva annunciato che il corpo di
spedizione di Bardas Loredan sarebbe stato pronto in tre giorni e si era
detto sicuro che un deciso attacco preventivo avrebbe messo fine alla
faccenda. Il prefetto era sembrato fiducioso; ma d'altronde lo sembrava
sempre. Loredan da parte sua era invece sembrato depresso, contrariato,
imbarazzato e impaurito. Essendo completamente ignorante in materia
militare, Gannadius non sapeva come interpretare quella situazione; per
quanto ne sapeva lui quello era esattamente l'atteggiamento che avrebbe
dovuto avere un comandante responsabile nell'imminenza di una importan-
te spedizione. Il buon senso diceva, argomentò Gannadius fra sé e sé, che
se uno ardeva dal desiderio di guidare un esercito, probabilmente quello
era il motivo per non affidargliene nessuno.
Quello e altri pensieri simili occuparono la sua mente in maniera così
efficace che arrivò in fondo al calcolo delle spese senza quasi accorgerse-
ne. Adesso tutto ciò che gli restava da fare era sottrarre il totale delle spese
da quello delle entrate e ricavarne la cifra della disponibilità di cassa, dopo
di che avrebbe potuto considerare il lavoro fatto e andarsene a letto.
Raccolse i gettoni, ridisegnò le linee e segnò i nuovi numeri. Sarebbe stato
immensamente gratificante se, per una volta nella sua vita, il maledetto
calcolo fosse tornato fin dalla prima volta.
Inutile dire che non fu così; per le successive due ore e mezzo Ganna-
dius si dimenticò tutto a proposito del Patriarca, di Bardas Loredan e
dell'esercito, delle orde di barbari e degli antisociali prodotti collaterali
della filosofia, mentre cercava di mettere ordine nei due gruppi di cifre e di
costringerli a dare un risultato sensato, come una madre che cercasse di
obbligare due figli a riconciliarsi dopo un litigio. Mentre spegneva
finalmente la lampada e si buttava sul letto, dedicò un ultimo pensiero al
suo collega e compagno di scoperte, tristemente afflitto da malattia; poi
un'ondata di stanchezza lo travolse, per cui sbadigliò e si abbandonò al
sonno.

Gli esploratori trovarono Temrai che stava supervisionando il carico per


la prima consegna di parti di trabucchi. I trabucchi si erano rivelati molto
più facili da costruire delle catapulte a torsione, ma le loro dimensioni e il
peso stavano creando tutta una serie di problemi inediti a cui Temrai era
troppo stanco e sfinito per riuscire a trovare un'immediata soluzione.
«Adesso che succede?» disse, non appena un uomo si materializzò alle
sue spalle proprio mentre stava per mettere qualcosa sotto i denti per la
prima volta in ventiquattro ore. «Sentite, se per caso è una cosa nella quale
potete arrangiarvi...»
«Messaggio dalle squadre di esplorazione.» L'uomo si rivelò essere
Hedasai, fino a poco prima comandante ex officio dei cacciatori di anatre.
Adesso che nel raggio di una settimana a cavallo non era rimasta una sola
anatra acchiappabile, era stato riassegnato con compiti di sentinella. A
Temrai venne in mente che Hedasai non avrebbe dovuto trovarsi lì.
«Beh?»
Hedasai fece un attimo di pausa prima di rispondere. «Pensiamo che
dovreste venire a dare un'occhiata voi stesso. Potremmo avere un
problema.»
Temrai alzò lo sguardo, dimenticandosi del pezzo di anatra salata che
stringeva fra le dita. «Che genere di problema?» domandò. «Altri curiosi
che vengono dalla foce del fiume?»
«Crediamo che sia qualcosa di più. Da quello che si vede potrebbe
essere un esercito.»
Che cosa ridicola da dire, pensò Temrai. O è un esercito o non lo è; non
è il genere di cosa che si può confondere con un'altra. Poi pensò, Oh, dei.
«Be', suppongo che farò meglio a venire a vedere io stesso» disse.
«Jurai, Modenai, ho bisogno di voi. Potete andare a prendere il mio cavallo
e il mio arco? Ci vediamo accanto alle seghe.»
Nessuno aprì bocca mentre guadavano il fiume e s'inerpicavano lungo la
strada tortuosa che saliva fra le colline. Dal punto più alto, dove avevano
eretto una torre di segnalazione, era possibile convincersi di riuscire a
scorgere la guglia più alta della terza città; era uno splendido punto di
osservazione ed era esattamente questo che Temrai aveva avuto in mente
quando lo aveva scelto per installarvi l'area di costruzione.
«Be'?» disse, prendendo fiato. Avevano dovuto smontare e condurre i
cavalli a mano per l'ultimo chilometro e mezzo e negli ultimi mesi aveva
passato troppo tempo seduto o comunque fermo. Dov'è questo vostro
esercito?
Hedasai puntò un dito. A una considerevole distanza, certamente più di
venti chilometri, qualcosa scintillò al sole. Temrai aguzzò la vista; quella
era frutto della sua immaginazione o era una nube di polvere? «Jurai»
disse «tu sei quello con lo sguardo più acuto. Che cosa ne dici?»
«Niente di buono.» Jurai si schermò gli occhi mettendo le mani a coppa
e si concentrò. «Direi che si tratta di un grosso gruppo di uomini;
cavalleria, dalla polvere che sollevano e dalla loro velocità. Ammesso che
sappiano dove siamo, potrebbe essere qui in tre ore o giù di lì.»
«Dannazione.» Temrai aggrottò le sopracciglia. Con sua grande sorpresa
non provava molta paura, anzi molto poca paragonata alla rabbia. Di tutte
le cose di cui non aveva bisogno, una era di certo una battaglia in campo
aperto contro un esercito di cavalleria pesante proprio di fronte all'area di
costruzione, dove aveva duecento catapulte smontate e cinquanta trabucchi
che dovevano essere montati per la verifica prima di essere smantellati di
nuovo... Come se non avesse avuto già abbastanza cose di cui preoccupar-
si. «Oh, va bene, faremo meglio a prepararci ad accoglierli. Modenai, torna
al campo e di' agli uomini di sellare i cavalli e tenersi pronti. Hedasai,
prendi i tuoi esploratori e vai con lui; non voglio nessuno in giro che possa
essere avvistato da loro; voglio che si convincano che siamo incoscienti e
stupidi. Jurai, tu vieni con me.» Improvvisamente sogghignò. «Sai come si
faccia a preparare una battaglia? Io no.»
«Non sapevi neanche come si costruisse una catapulta, prima.»
Scesero lungo la strada fino a portarsi al di sotto della linea dell'orizzon-
te e se ne stettero seduti in silenzio per un buon quarto d'ora, cercando di
memorizzare istintivamente il paesaggio e considerando le implicazioni di
ciò che vedevano. Poi il volto di Temrai si distese in un sorriso.
«È perfetto» disse. «Jurai, possiamo farcela se stiamo calmi e non ci
sforziamo di mostrarci troppo furbi.»
Jurai annuì. «So quello che farei se fossi il loro capo. Tu che cos'hai in
mente?»
«Be'.» Temrai cercò di raccogliere i suoi pensieri; se si fosse spiegato
con qualcun altro, sarebbe servito a chiarire le cose nella sua mente e c'era
sempre la possibilità che gli fosse sfuggito qualcosa di ovvio, che Jurai
invece aveva notato. «È laggiù, con poco più che aperta campagna fra noi
e lui, a parte queste colline. Ora, il nostro campo è sull'altra sponda del
fiume, nella parte pianeggiante fra il fiume stesso e quella zona di
altopiano; il che significa che per arrivare a noi deve attraversare il fiume e
ci sono solo tre punti in cui può farlo.» S'interruppe e si massaggiò il
mento. «C'è il guado principale, direttamente sotto di noi, dalla parte
opposta rispetto alle propaggini orientali delle alture, con il molo e tutte le
nostre seghe proprio accanto a esso. Poi c'è il punto in cui il fiume crea
un'ansa, con quei due piccoli boschetti e infine quell'ultimo punto dove si
può un po' avventurosamente guadare il fiume, che però è a quasi tre
chilometri dal campo. Quello che penso che farà sarà di risalire senza dare
nell'occhio il versante opposto di quest'altura, sperando di non venire
avvistato prima di avere raggiunto il guado vero e proprio. Sei d'accordo?»
Jurai annuì. «Bada bene» disse «se fossi lui e volessi fare le cose per
bene, tenterei di usare in qualche modo il guado più a monte. Sarebbe un
autentico crimine non cercare di giovarsi di tutta quella copertura
naturale.»
Temrai rifletté sulla cosa per un minuto, cercando di mettersi nei panni
dell'altro, chiunque esso fosse. «Penso che tu abbia ragione» disse «il che
rende le cose ancora più facili per noi. Se decidesse di dividere in due il
suo esercito nel momento in cui raggiungerà la punta orientale di
quell'altura? Potrebbe mandare la parte migliore delle sue forze verso il
guado più a monte affinché avanzi tenendosi al coperto dei due boschetti e
della punta dell'altura, verso il lato del campo che si affaccia sul fiume...
Vorrebbe dire che è convinto che ci sia più di una probabilità di riuscire a
mettersi in posizione laggiù senza essere visto, dato che non ci aspette-
remmo mai un attacco dal nostro lato del fiume. Poi, manderebbe avanti il
resto dell'esercito attraverso il guado principale; noi secondo lui dovrem-
mo caricare per bloccarlo lì e a quel punto la sua forza principale potrebbe
saltare fuori da dietro l'altura sul nostro versante del fiume e prenderci alle
spalle. Prima ancora di rendercene conto saremmo circondati e potremmo
scappare solo tornando sui nostri passi e seguendo il fiume verso valle,
mentre lui potrebbe prendere il controllo del campo e distruggere le
macchine a suo piacere. Un buon piano.»
Jurai annuì. «A patto che conti sul fatto che non lo abbiamo visto
avvicinarsi» disse. «Comunque lo sapremo ben presto dalla direzione che
prenderà. Non può guadare il fiume a valle del campo per quasi venti
chilometri a quanto ne so.»
«Questo mi giunge nuovo» annuì Temrai. «Ma nel caso in cui decidesse
di fare così, questo gli forzerebbe la mano ancora di più. Dunque, ecco
quello che faremo. Tu prendi, diciamo, due terzi degli uomini e li dividi in
due gruppi, schierandone uno dietro ciascuno dei due boschetti. Gli tendi
un'imboscata, attaccandolo davanti e dietro in modo che non gli resti altro
da fare se non ritirarsi verso est, il che impedirà praticamente alla parte
scelta delle sue forze di prendere parte al combattimento.» Temrai si alzò
sulle staffe, fissando il terreno al di là dell'ansa del fiume e cercando di
immaginarselo brulicante di uomini urlanti e di cavalli in preda al panico.
«Vedrà questo e si farà convincere che tutti i nostri uomini siano da quella
parte del pianoro e che il campo sia sguarnito. Si lancerà allora all'attacco
del nostro campo il che, dal suo punto di vista, sarà un grosso sbaglio,
perché invece io sarò alla testa di un terzo gruppo, dall'altra parte del fiume
e proprio in mezzo al campo, pronto ad affrontarlo e la mia forza principa-
le sarà su questo versante, appena un po' più a valle di dove ci troviamo
adesso, pronta a balzare fuori e a tagliarlo fuori sorprendendolo alle spalle.
Se fossimo veramente fortunati potremmo perfino riuscire a sorprenderlo
mentre sta attraversando il guado e schiacciarlo nel fiume attaccandolo da
due lati.» Temrai si interruppe e fissò Jurai con gli occhi spalancati. «Dei,
Jurai, che cosa succederà se le cose non dovessero andare così? Avremmo
la nostra gente divisa in quattro diversi gruppi. La cosa non mi piace.»
Jurai scrollò la testa. «Meglio che essere tutti ammassati nel campo»
ripose. «E il tuo contingente ha a disposizione una porta secondaria se le
cose dovessero andare storte; potresti semplicemente scappare lungo il
fiume verso valle e sperare di essere più veloce di lui. Se mi trovassi nella
sua posizione non credo che correrei il rischio di inseguire qualcuno a
lungo. Lo stesso vale per il mio gruppo» aggiunse. «Possiamo sempre
dividerci e correre verso est, poi tornare sui nostri passi dall'altra parte
dell'altura e unirci a te più a valle.» Si morse il labbro inferiore e disse:
«Sembra tutto un po' troppo perfetto, vero? O forse siamo solo dei tattici
brillanti senza averlo mai saputo.»
Temrai tornò a sedersi sulla sella, con gli occhi fissi su quella che ormai
era decisamente una nuvola di polvere, lontano nella pianura. «Tu hai
preso parte a delle battaglie» disse. «Com'è?»
«Una gran confusione» rispose Jurai. «Per la maggior parte del tempo si
ha paura, soprattutto perché non si capisce che cosa stia succedendo. Di
solito, questo almeno vale per tutte le battaglie a cui ho partecipato, si
comincia con una lunga e noiosa attesa, che è la fase in cui si diventa
nervosi e si finisce per convincersi che qualcuno ci ucciderà e che ci farà
male, e a dirsi che sarà impossibile mantenere i nervi saldi, a convincersi
che ci si darà alla fuga non appena apparirà il nemico, facendosi disprezza-
re da tutti per questo. Be', insomma, sei praticamente in grado di ucciderti,
risparmiando la fatica agli avversari, quando comincia l'azione. E per
quella che è la mia esperienza, da quel momento in avanti non hai più né il
tempo né la forza di avere paura; o sei in prima linea e cerchi disperata-
mente di sentire gli ordini in mezzo alle urla e di non perdere contatto con
gli altri facendo nello stesso tempo quello che si suppone che tu debba
fare, oppure sei tu che comandi e sei così impegnato a cercare di farti
sentire, di tenere uniti i tuoi uomini facendogli fare nel contempo le
manovre necessarie, che probabilmente non ti accorgeresti neanche se
fossi colpito da abbastanza frecce da sembrare un porcospino. Poi c'è il
combattimento vero e proprio; be', quello è un caos ancora peggiore. Puoi
scordarti tutto il tuo addestramento con la spada e l'allenamento con l'arco
e le frecce; scocchi dardi alla stessa velocità alla quale riesci a tendere la
corda senza curarti di stare a mirare o, se lo fai, quello è proprio il
momento in cui la freccia ti scappa di mano o la corda si spezza, o il
nemico cambia improvvisamente direzione e finisce in un attimo fuori
portata. Quanto al corpo a corpo, sei lì che corri in avanti, di solito troppo
velocemente per avere il minimo controllo di ciò che accade e, improvvi-
samente, c'è gente tutto intorno a te, dei tuoi e dei loro; se proprio vuoi, di
solito puoi letteralmente attraversare un nugolo di gente che duella senza
che nessuno cerchi di fermarti, perché anche gli altri sono spaventati e
confusi quanto te e nessuno ha veramente voglia di battersi, se può
evitarlo. Se decidi di combattere, non si tratterà di un duello regolare di
cinque minuti. Dai dei colpi e ne ricevi e può darsi che uno dei due riesca
ad andare a segno, nel qual caso o resti lì cadavere o passi a un altro
avversario. D'altro canto se sei solo ferito puoi anche non accorgertene. Se
ti fanno fuori, quasi certamente avviene per mano di qualcuno che non hai
mai visto in vita tua. È uno sport maledettamente pericoloso, senza dubbio,
ma non pensare che nulla in esso sia deliberato. Per il novantacinque per
cento dipende dalla fortuna e per il restante cinque per cento dalla
situazione generale. Ecco com'è una battaglia. Ti sono stato di qualche
aiuto?»
«No, sinceramente» rispose Temrai. «Mi ricorda molto di ciò che
rammento di quando il campo fu attaccato al tempo in cui ero bambino,
solo che allora non tentammo neanche di reagire. La cosa folle» disse in
tono desolato «è che sono stato io a dare inizio a tutto ciò. Devo essere
impazzito.»
«Come piace a Vostra Maestà» rispose Jurai compito. «Torniamo al
campo.»

Quando il nemico apparve improvvisamente dal nulla e investì violen-


temente il retro della colonna, intrappolandoli metà dentro e metà fuori dal
fiume e gettando l'intero esercito in un totale stato di confusione, tutto ciò
che Loredan provò fu un vago senso di sollievo; il peggio era già successo,
era improbabile che ci fossero altre sorprese sgradevoli; tutto quello che
voleva fare adesso era combattere per trarsi d'impaccio e per quel giorno la
cosa sarebbe finita lì. Già mentre gli uomini alla sue spalle balzavano di
sella in mezzo all'acqua, morendo prima ancora di avere messo piede a
terra, capì che non sarebbe stato ucciso; non lì, non in quel modo. Era stata
quella calma, quella sensazione di non essere coinvolto, se non come
spettatore; probabilmente dipendeva dal fatto che si era aspettato qualcosa
del genere sin da quando avevano lasciato la città. Ora le cose stavano
andando nel modo previsto da lui e se non altro era perfettamente
consapevole della sua situazione. Tutto cominciava ad avere un minimo di
senso. Proprio come gli aveva sempre detto il vecchio: il nemico che puoi
vedere è l'ultimo dei tuoi problemi.
Il più grande e insolubile dei suoi problemi, vale a dire i suoi cinque
cosiddetti co-comandanti, era stato risolto per lui. Due di loro sapeva per
certo che erano già morti. Quanto agli altri tre, be', anche se erano ancora
vivi non avrebbero potuto fare molto danno. Tirò con forza le redini verso
sinistra, sollevò la spada e scelse uno dei nemici su cui sfogare la propria
rabbia.
Ovviamente, era stata tutta colpa sua. Se non si fosse piegato e non
avesse accettato di farsi mettere alla testa di quella sciagurata avventura,
nella speranza di venire sostituito al più presto da qualcun altro, non si
sarebbe visto imporre cinque teste di cavolo il giorno prima di quello
previsto per la spedizione, ognuna di loro convinta a quanto pareva di
essere il vero comandante in capo, mentre gli altri cinque colleghi erano
elementi puramente decorativi.
Sei generali, che gridavano a pieni polmoni. In qualunque circostanza
sarebbe stata una pura follia. Sei generali per comandare cinquemila
volontari non addestrati, equivaleva a non avere la minima possibilità.
L'uomo delle pianure cavalcò dritto contro di lui, abbassando la lancia.
Loredan fermò il cavallo, stette a guardarlo mentre si avvicinava, fece fare
uno scarto all'ultimo minuto alla propria cavalcatura e recise la spina
dorsale del suo avversario appena sopra le spalle con un colpo secco del
braccio, mentre quello gli passava accanto al galoppo. Qualcosa lo colpì
una quindicina di centimetri sopra il ginocchio sinistro; sembrava una
spada o un'ascia e la sua forza si esaurì contro la pesante maglia di ferro e
la spessa imbottitura sottostante. Dannato, sciocco dilettante; non vibrare
mai un colpo se non sei sicuro del risultato; la regola è: o uccidi o lasci
perdere. Aveva già calcolato l'esatta posizione dell'assalitore prima che
quello avesse il tempo di girarsi; il cavaliere nemico lo aveva quasi
oltrepassato e gli volgeva la schiena, ma non era abbastanza lontano da
potersi salvare da un affondo a braccio teso che gli centrò l'ascella proprio
nel punto in cui c'era un varco nell'armatura di cuoio indurito, perfetta
perché la lama potesse penetrare fino a raggiungere il cuore. Fu lo stesso
slancio dell'uomo, che nel frattempo era già morto, a staccarlo dalla spada;
Loredan lo tenne d'occhio il tempo necessario per vederlo cadere in avanti,
poi spronò il cavallo e si lanciò verso un varco nella mischia. Non avrebbe
concluso nulla standosene lì seduto ad ammazzare gente e aveva bisogno
di riflettere.
Non poteva vederci molto bene, a causa di tutta la gente che aveva
davanti, ma sembrava abbastanza evidente che erano stati presi in mezzo,
attaccati davanti e di dietro e che il fiume scorreva profondo su entrambi i
lati. Questo significava che non restava altro da fare che aprirsi una strada
o di fronte o all'indietro. Molto probabilmente il grosso della forza del
nemico era alle loro spalle, visto che quella sarebbe stata la loro logica via
di ritirata. Nel qual caso, ciò che doveva fare era andare avanti, cercare di
sfondare in direzione del campo e forse sbilanciarli andando a mettersi fra
il campo e l'altura. Se solo fosse riuscito a tenere i suoi in movimento ci
sarebbe perfino stata una speranza di essere più veloci della forza che
avevano alle spalle e di arrivare addosso al gruppo nemico che aveva teso
l'imboscata alle truppe schierate sulle ali, gettandolo nel panico; questo gli
avrebbe permesso di radunare a monte del fiume ciò che restava della sua
gente, e di uscire di lì con una parvenza di ordine.
Una cosa per volta. Fece girare il cavallo e si aprì la strada in mezzo alla
massa di uomini terrorizzati che costituivano il centro della sua colonna.
Sarebbe stato difficile trovare una concentrazione di uomini più inutili, ma
un numero sufficiente lo seguì e gli diede un minimo di impeto, quel tanto
che occorreva perché ci fosse almeno una speranza di invertire il flusso
della mischia, dirigendolo verso la sponda orientale del guado. Fortunata-
mente lo slancio del nemico stava diminuendo; cominciava a pensare di
avere fatto abbastanza e che si trattasse solo di completare il lavoro. Uccise
sette uomini e ne mutilò altri quattro prima di riuscire effettivamente a
raggiungere la sponda davanti a sé. Il braccio destro gli faceva così male
che faticava a respirare e gli sembrava che la testa gli si aprisse in due
dopo avere ricevuto un colpo con qualcosa che non aveva identificato, su
un lato dell'elmo.
Il gruppo di uomini che lo stava seguendo si aprì un varco fra le linee
nemiche... Più che di linee si trattava di una massa disordinata, fitta solo
per effetto del numero, e che certamente non aveva più tanta voglia di
combattere dopo essersi convinta di avere già vinto. Una volta vinto,
perché correre il rischio di farsi uccidere? Pensavano anch'essi come dei
dilettanti. Alla fine qualcosa di simile all'istinto di sopravvivenza spinse la
sua colonna a superare il varco. Il nemico li lasciò passare, troppo preso
dal proprio improvviso e inatteso panico per dare il via a ulteriori ostilità.
Adesso voleva essere lasciato in pace e Loredan fu ben felice di acconten-
tarlo. Quando si guardò alle spalle e vide il fiume di cavalieri provati che
stava emergendo dallo scontro al guado, notò con piacevole sorpresa che
era riuscito a portare fuori dalla trappola quattro quinti dei suoi uomini. Gli
altri poteva darli per morti; andassero al diavolo.
Siamo ancora in affari, si congratulò con se stesso. Ora, diamoci da
fare.
Le sue supposizioni si rivelarono corrette. L'ultima cosa che il nemico si
aspettava che facesse era attaccare, e quindi quando egli caricò fra
l'estremità dell'altura e il più a sud dei due boschetti, si trovò davanti la
strada spianata, dritto fino alla retroguardia dell'allegra congrega di
tagliagole che stava circondando ciò che restava delle sue truppe. Una
volta realizzato ciò che stava accadendo, i barbari se la filarono senza
neanche fingere di tentare una resistenza, puntando verso monte per
cercare di tagliarlo fuori dal guado più in alto, verso il quale erano convinti
che volesse dirigersi per attraversarlo. Era una supposizione ragionevole
per un pugno di dilettanti, ma sbagliata. Ciò di cui aveva più bisogno a
quel punto dello scontro era tempo, spazio, pace e tranquillità; così
facendo gliene avrebbero garantito un po', e in cambio avrebbe salvato la
pelle. Non appena fu sicuro di avere radunato intorno a se tutti i suoi
cavalieri ancora vivi, fece cenno di svoltare verso destra e guidò la colonna
verso est alla massima velocità possibile.

CAPITOLO UNDICESIMO

Una volta realizzato di essere ancora vivo, Temrai aprì gli occhi e gridò.
Dopo un minuto circa gli tolsero di dosso il corpo del cavallo morto e lo
sollevarono dall'acqua. Si rese conto di essere scosso dai brividi come un
uomo in preda alla febbre, ma non poteva farci niente.
«Che cosa è successo?» ansimò. «Pensavo che avessimo vinto.»
«È così» rispose l'uomo che lo stava sostenendo per il braccio destro.
«Si sono allontanati dal campo e se la stanno dando a gambe. State bene?»
Temrai annuì. «Che cosa è successo?» ripeté. «Ogni cosa è andata come
volevamo e poi l'attimo dopo ci venivano addosso da tutte le parti.» Ebbe
un fremito ricordando l'improvviso terrore che lo aveva paralizzato quando
l'altro uomo, quello che aveva dato inizio a tutto, era sbucato attraverso un
solido muro di guerrieri della sua guardia e aveva puntato dritto su di lui
con un'espressione così calma, così serena che per un attimo lo aveva
scambiato per la Morte stessa.
Ricordava come fosse mancato completamente il tempo di reagire...
L'uomo era già addosso a lui e il suo braccio aveva già vibrato il colpo
prima che Temrai avesse avuto il tempo di decidere cosa fare, eppure tutto
era successo così lentamente che aveva avuto il tempo di pensare a un
mucchio di cose prima che la punta della spada dell'altro passasse da parte
a parte il collo del suo cavallo e lui si sentisse cadere un po' alla volta
verso l'acqua trascinato dal peso della bestia. Ricordava la straordinaria
sensazione di calma e rassegnazione (oh, be', è così che va il mondo)
subito dopo, mentre aspettava di andare a sbattere contro il greto sassoso
del guado, già pronto a sentire gli zoccolo del nemico all'assalto che gli
sfondavano il petto e il viso... E invece eccolo lì, vivo e senza ferite a
quanto pareva, senza ossa rotte né sangue addosso che potesse dire suo.
Proprio come aveva detto Jurai: un grande caos...
«Dov'è Jurai?» chiese, sapendo già la risposta.
«Non ce l'ha fatta» rispose l'uomo. «Lo stesso nemico che ha travolto
voi lo ha ucciso. Credo che stesse cercando di salvare voi...»
Un bel concetto, disse Temrai a se stesso, ma io ero lì, ricordi? Molto
semplicemente, non è neanche riuscito a capire cosa l'abbia colpito,
proprio come me. Sicché Jurai è morto. Be', dovrò pensare a questo
problema più tardi. Dannazione, la battaglia non è neanche ancora finita,
dovrei stare facendo qualcosa...
«Sono ben lontani dal campo?» chiese.
L'uomo annuì. «Per quanto riesco a vedere. Si sono precipitati verso il
guado più a monte; forse riusciremo a raggiungerli là, non so. Volete stare
qui a chiacchierare in mezzo al fiume o preferite che ci muoviamo?»
Temrai acconsentì a lasciarsi trascinare fino alla sponda. Dovettero
scavalcare corpi... Alcuni morti, molti di più ancora vivi, ma probabilmen-
te che non era più possibile salvare. Quella era una cosa pessima; tutti
quegli uomini, nel momento più disperato della loro vita che tendevano le
mani verso di loro implorando aiuto perché erano troppo deboli per gridare
e non riuscivano più a tirare fuori la voce, e loro che li scavalcavano come
se si fosse trattato di cacca di cavallo in mezzo alla strada. «Mandate un
messaggio, dite di interrompere l'inseguimento.» La voce di Temrai era
aspra, come se stesse accusando qualcuno. «Voglio che tutti facciano
ritorno al campo e poi ci daremo da fare per mettere un po' di ordine in
questo scempio.»
L'uomo che lo aveva disarcionato... Non aveva già visto prima la sua
faccia? Possibile; dopotutto solo sei mesi prima stava lavorando nell'arse-
nale della Città; forse alcune delle lame che adesso giacevano abbandonate
sull'erba le aveva fabbricate lui stesso, magari proprio quella che aveva
ucciso Jurai e per poco non aveva chiuso il conto anche a lui. Sarebbe stata
una buffa coincidenza; ma quel periodo gli sembrava così lontano nel
tempo e nello spazio da avere assunto fattezze oniriche e lui era diverso da
allora quanto la crisalide lo è dalla farfalla. Al diavolo tutte quelle
considerazioni. In quel momento c'era del lavoro da fare.
Qualcuno gli portò un nuovo cavallo... Oh, all'inferno, Tuono è morto,
mio povero e vecchio amico e io non ci ho neanche pensato fino a questo
momento; quando ero un bambino passavo la notte a piangere per la
perdita di un cavallo... E lui si issò in sella, improvvisamente consapevole
di lividi, muscoli doloranti, abrasioni, tagli, tutto nel punto in cui aveva
picchiato sul greto sassoso del guado. Mentre si guardava intorno registrò
inconsciamente i volti: ogni faccia riconosciuta era un altro pezzo che si
era salvato dal caos, una lama in meno sulla sua coscienza nel momento in
cui sarebbe stato costretto a fare un bilancio di quello che aveva delibera-
tamente messo in moto. Ma non c'era tempo per quel genere di cose in
quel momento; c'era troppo da organizzare e un mucchio di questioni da
risolvere prima che potesse dire che la giornata era conclusa.
«Kossanai.» Il capo ingegnere era un triste spettacolo; inzuppato fino
alle ossa, aveva una delle bretelle di sostegno del pettorale della sua
corazza di cuoio indurito che penzolava strappata e, sotto, una ferita
sanguinante. Ma era un uomo affidabile e si reggeva tuttora sui suoi piedi;
poteva fare un po' del suo lavoro, tanto per cambiare. «Vai fino al guado
più a monte, assicurati che stiamo ripiegando e che nessuno si sia messo
all'inseguimento. Di' a chiunque sia al comando lassù che ho bisogno di
quegli uomini qui subito.» Kossanai annuì e montò faticosamente in sella.
«Stilchai, incaricati di raccogliere i feriti. Trova Nimren, dille di organiz-
zare un ospedale. E incarica qualcuno di occuparsi dei prigionieri. Prima li
raduniamo e meglio è, giusto in caso che ce ne sia qualcuno che non ha
ancora capito che la battaglia è finita. Maltai, manda fuori qualche
esploratore e cerchiamo di stabilire con certezza dove si trova ognuno,
invece di tirare a indovinare.»
Ci volle un po' di tempo perché gli esploratori ritornassero. Il nemico se
n'era andato da un pezzo; aveva svoltato oltre l'estremità dell'altura ed era
sparito verso valle, probabilmente diretto al guado che si trovava più giù.
Nessuno aveva mostrato la minima inclinazione a inseguirlo.
Pian piano cominciò ad affluire il conto delle perdite; per il nemico
novecento morti e altri trecentocinquanta uomini catturati, di cui circa la
metà con ferite di varia gravità. Il clan aveva perduto solo centosette
uomini e subito una settantina di feriti, di cui venti erano gravi. Comunque
la si guardasse, era stata una gloriosa vittoria; e anche se avrebbe potuto
essere ancora più gloriosa dal punto di vista delle reciproche perdite,
nessuno sembrava avere troppa voglia di stare a rimuginarci. Al contrario;
per la prima volta a memoria d'uomo il clan aveva battuto i dannati
cavalieri della Città e li aveva volti in fuga in maniera inequivoca. Uomini
e donne che erano stati cresciuti dalle loro madri con la minaccia di Maxen
e dei suoi scorridori se non avessero ubbidito, avevano visto gli uomini
neri della loro infanzia inchiodati e circondati, presi in trappola e pronti per
essere macellati. Il fatto che in qualche modo il grosso fosse riuscito a
filarsela prima che gli venisse effettivamente tagliata la gola, era qualcosa
che il clan poteva permettersi di tralasciare; e inoltre quanti più sopravvis-
suti tornavano a casa a raccontare quella sconfitta, tanto maggiori
sarebbero stati il panico e la confusione dei loro nemici. Un totale
massacro sarebbe servito solo a rinforzare la loro determinazione e a
rendere più arduo il lavoro che restava da fare. Quanto a Temrai, beh,
avevano sempre saputo che aveva la stoffa del capo, no? Era bello sapere
che avevano sempre avuto ragione, anche se la cosa non li sorprendeva.
(Naturalmente c'era anche la nota discordante rappresentata dalle
famiglie e dagli amici dei centosette morti e l'atteggiamento piuttosto
ingrato dei feriti gravi, che avrebbero preferito riavere indietro le loro
braccia e gambe piuttosto che essere avvolti dalla gratitudine riconoscente
di un'intera nazione; Temrai si domandò se avesse già il tempo di
occuparsi di questo aspetto della faccenda, ma decise che avrebbe dovuto
aspettare fino al completamento delle sepolture e dopo che ci si fosse preso
cura dei cavalli.)
L'ultimo compito della giornata fu il completamento dello smontaggio
degli ultimi sette trabucchi, in modo da non trovarsi troppo in ritardo
rispetto al ruolino di marcia. Si presentò un mucchio di volontari ansiosi,
che principalmente si misero fra i piedi degli ingegneri e resero il lavoro
lungo il doppio di quanto sarebbe stato necessario. Una volta liberatisi di
quel problema, tutti furono liberi di fare ritorno alle proprie tende e ai
propri fuochi; a eccezione di Temrai e dei suoi luogotenenti, che dovettero
dedicarsi al lungo e noioso compito di fare il bilancio della giornata e,
soprattutto, di decidere come comportarsi in futuro.
«Potrebbero ritentare» disse suo zio Anakai «ma ne dubito. Non imme-
diatamente, comunque. Saranno troppo presi a decidere di chi è la colpa, se
conosco la gente della Città.»
Parlava lentamente a causa della compressa di cotone pressato che si
teneva contro una guancia; una freccia gli aveva aperto la gota per sette
centimetri proprio all'altezza della bocca. Quasi certamente si era trattato
di una freccia amica, dato che il nemico aveva scoccato ben pochi dardi.
«Diamo pure per scontato che non tornino» confermò Ceuscai. «Dopo
tutto ho avuto modo di osservarli bene. Non si sono neanche resi conto di
quello che è successo.» Scrollò la testa, come se non riuscisse a credere a
ciò che aveva visto. «Questo non poteva essere il loro vero esercito»
continuò. «Per quanto ne sappiamo, potrebbe essersi trattato di una
iniziativa privata; sapete quelle cose del tipo, Se l'Imperatore non muove
un dito, ci penseremo noi. Non posso credere che il vero esercito della
Città possa essere battuto con la stessa facilità con cui abbiamo sbaragliato
questo.»
Ceuscai non aveva subito particolari danni; aveva un ginocchio che gli
faceva un po' male a causa di una brutta caduta da cavallo (era alla testa
del gruppo che aveva teso l'imboscata al guado più a monte; l'incidente si
era verificato quando si era trovato in mezzo alla massa dei suoi stessi
uomini che si spingevano in avanti per massacrare il nemico circondato).
Temrai fece un grugnito per dire che era d'accordo e annuì appena.
«Penso che tu possa avere ragione sul primo punto» disse «non sono
altrettanto sicuro per quello che riguarda il secondo. Che questo fosse o no
il loro vero esercito, penso che dobbiamo aspettarci qualche tipo di
tentativo di distruggere le macchine quando sbarcheremo i pezzi al campo
finale, giù a valle. Almeno, è quello che farei io; colpirei duro e vicino a
casa. Tuttavia, non possiamo darlo per certo. Da adesso in avanti dovremo
basarci sul principio che possano piombarci addosso in qualunque
momento, il che significa che dovremo sottrarre uomini alla fabbricazione
e alla movimentazione delle macchine, per affidargli compiti di guardia.
Questo ci farà rallentare... Non ci renderà anche ancora più vulnerabili?»
«Non ti aspetti una spedizione punitiva?» lo interruppe Shandren.
«Pensaci. Sono appena stati sonoramente battuti sul campo, quasi per la
prima volta in vita loro. Non è probabile che vogliano pareggiare la partita,
se non altro per la propria autostima? Dovranno pur fare qualcosa per
risollevare il morale.»
Anakai scosse la testa. «Molto più probabile che si sfoghino sulla loro
stessa gente» disse. «Punire il Generale funzionerebbe, così loro potrebbe-
ro sentirsi di nuovo a posto e nello stesso tempo non dovrebbero correre il
rischio di subire una seconda sconfitta. No, penso che se intendono
intercettare le macchine è molto più probabile che tentino di farlo mentre
viaggiano sull'acqua. Ci sono svariati punti in cui il fiume è piuttosto largo
fra qui e il campo finale e sanno benissimo che abbiamo poca dimestichez-
za con le barche. Se inviano un po' di chiatte piene di soldati possono
affondare le zattere o rimorchiarle con sé senza neanche arrivare a tiro di
freccia. Se li inseguissimo lungo la riva, finiremmo o per cadere in
un'imboscata o per lasciare l'area di costruzione sguarnita e vulnerabile a
un attacco mordi-e-fuggi. A pensarci bene, sarebbe stata questa la cosa
logica da fare invece dell'attacco che hanno lanciato; una ulteriore prova
della tua teoria, Ceuscai, sul fatto che non si trattasse dell'esercito
regolare.»
«Io non credo che esista un esercito regolare» buttò là Temrai. «Ve l'ho
già detto e nessuno mi ha dato retta.» Spostò il peso dal lato del corpo che
gli faceva male prima di proseguire. «C'è un piccolo numero di guardie
permanenti che vigila sulle mura e un altro gruppo di uomini a tempo
parziale che in teoria dovrebbero essere addestrati e che invece non lo sono
affatto. Quasi tutti considerano l'indennizzo che dovrebbe compensare il
loro addestramento come una elemosina di stato per i bisognosi e i poveri,
e gli altri come una specie di iscrizione a un club di bevitori. Oh, non
voglio dire che non faranno del loro meglio quando le mura saranno
effettivamente sotto attacco, solo che non li vedo proprio impiegati come
un esercito da campo al di fuori della città. Sarebbe una pazzia e lo sanno
benissimo.»
«Può essere» ammise Ceuscai. «Ma anche questo attacco lo è stato.»
Il bagliore del fuoco illuminava il cerchio di facce; dodici persone che si
conoscevano bene e che stavano parlando con calma e razionalità di
qualcosa che avrebbe potuto rivelarsi benissimo la fine del loro mondo.
C'erano anche posti in cui avrebbe dovuto esserci qualcuno seduto, e che
invece erano vuoti; quello di Jurai quale capo degli arcieri a cavallo e
quelli di Pegtai e Sorutai come membri della casata del capo... Ho rotto il
flauto di Sorutai quando eravamo bambini, e adesso non sarò mai in grado
di farmi perdonare; andava matto per quel flauto e io glielo ruppi perché
ero geloso. Come mi è venuto in mente di fare una cosa del genere?... Ma i
vuoti potevano essere riempiti con persone altrettanto in gamba, faceva
anzi parte dell'elenco delle cose che dovevano affrontare nella riunione di
quella sera, insieme ai ringraziamenti formali agli dei per avere fatto in
modo che le loro perdite fossero così lievi. Sasurai aveva mai dovuto
comportarsi in quel modo, si domandò Temrai. Aveva dovuto tirare avanti
come se niente fosse successo, accettando una perdita perché tanto non
c'era niente da fare e le cose comunque avrebbero potuto andare molto
peggio? E che cosa stavano facendo i suoi amici in città, a mano a mano
che arrivavano le prime notizie? Ci sarebbero stati novecento letti vuoti
quella notte; sarebbero riusciti a rimpiazzarli senza il rassicurante conforto
della vittoria a fare dire a tutti gli altri che comunque ne era valsa la pena?
Morire per la propria gente è già comunque una cosa abbastanza brutta;
morire per la propria gente e in più perdere, doveva essere orribile.
«Vogliamo riassumere le cose?» disse Temrai, mascherando uno sbadi-
glio. «Non pensiamo che ci attacchino di nuovo, almeno per un po', ma è
comunque prudente tenere a disposizione una forza mobile, giusto in caso.
Non sono sicuro che sia la risposta giusta; una forza troppo piccola per
fare una qualsiasi differenza è peggio di nessuna forza perché serve solo a
sottrarre uomini al lavoro che stanno facendo. Il mio punto di vista è che
non rischieranno un'altra umiliazione attaccandoci qui, ma che potrebbero
tentare qualcosa contro il campo a valle, per il semplice fatto che è più
vicino, molto probabilmente difeso da un gruppo più ristretto e, inutile
negarcelo, è il luogo in cui si trovano o si troveranno presto tutte le
macchine completate. Quindi ho deciso che terremo una forza piuttosto
consistente giù al campo base, che ci servirà sia di guardia che come
avamposto capace di dare un allarme tempestivo nel caso in cui un esercito
di qualche consistenza si diriga da questa parte. Ceuscai, vorrei che tu
considerassi la questione stanotte e domani mattina mi facessi sapere
quanti uomini e quante provviste vuoi; quando saprò quello che intendi
portare a valle con te, sarò in grado di riassegnare gli uomini che restano
per coprire i posti mancanti.» Sbadigliò di nuovo e si stirò, lasciandosi
sfuggire un gemito quando i suoi muscoli doloranti protestarono. «Penso
che questo sistemi la faccenda, siete d'accordo? Bene, adesso dobbiamo
colmare i posti vacanti di questo consiglio. Chi sono i vostri candidati?»
In qualsiasi altra circostanza ci sarebbe stato un certo dibattito, un po' di
politica, sarebbero stati scambiati favori e pagati debiti di riconoscenza;
ma era troppo tardi in una giornata troppo sfinente perché qualcuno avesse
la pazienza e la voglia di fare giochetti. Di conseguenza i candidati
risultarono sensati e il dibattito, grazie agli dei, fu breve; nonostante ciò
quando Temrai comunicò le sue decisioni, allo zio Anakai cominciava già
a ciondolare la testa sul petto: la compressa di cotone intrisa di sangue gli
cadde di mano e finì sulla stuoia, rivelando la ferita in tutta la sua gravità e
mostrando la primitiva sutura dei muscoli recisi, che era stata fatta in gran
fretta usando del vecchio tendine masticato. Anche questo è colpa mia,
rifletté Temrai; tutti i tendini che normalmente sarebbero stati usati dai
chirurghi, erano stati requisiti dagli addetti alla fabbricazione degli archi
per ricavarne corde e impugnature, sicché gli uomini di medicina erano
stati costretti a srotolare vecchio tendine da mobili e attrezzi e a masticarlo
per renderlo un po' più morbido, abbastanza da poterci cucire le ferite.
Ecco una ulteriore cosa con cui dovremo fare i conti; non possiamo
affrontare un'altra battaglia senza niente con cui affrontare i danni. Rifletté
per un attimo sulla parola danni: un bel termine tecnico, adatto all'uso
militare. Così non era necessario parlare di gente con il ventre squarciato e
che ruscellava sangue, di persone senza braccia e senza gambe, con buchi
sul corpo o a cui restavano cicatrici che spaventavano perfino i loro figli;
dicevi danni e, dopo un po', cominciavi a parlare di perdite accettabili e di
forze spendibili, e assai presto diventava tutto un gioco di scacchi,
osservato dalla sommità di una collina; un gioco che faceva parte di tutta
una serie di partite, di un vero e proprio torneo. Dopo di che cominciavi a
chiederti perché i tuoi amici non usassero più con te il tono di sempre e
iniziavi a preoccuparti di cospirazioni e tradimenti; e alla fine c'erano delle
buone probabilità che tu dovessi preoccuparti davvero di cospirazioni e
tradimenti. E pensare che c'era gente che voleva fare lavori del genere.
Peggio ancora: c'erano posti dove la gente che desiderava dedicarsi a quel
tipo di mestiere ne aveva la possibilità.
Il che spiega perché comincino le guerre o, perlomeno, che cosa le
scateni.
«Il successivo argomento all'ordine del giorno» sentì se stesso dire «è un
formale atto di ringraziamento agli dei per avere mantenute le nostre
perdite a un livello accettabile. Zio, se tu volessi farci l'onore.»

Loredan non era arrabbiato. Anzi, era grato per la pace e la quiete, felice
di essere per conto suo. Si stirò, mise le mani dietro la nuca, tese le gambe
e accavallò le caviglie. Il giaciglio di pietra era freddo, ma non in maniera
insopportabile. Potrebbe finire per piacermi questo posto, disse a se
stesso.
Se avesse pensato che quella situazione era ingiusta, che non si meritava
di essere lì, sarebbe stata tutta un'altra faccenda. Ma stando le cose come
stavano... Come l'aveva chiamata il prefetto?... Colpevole negligenza,
mancata osservanza del dovere, grossolano errore di giudizio... Non si
sentiva di obiettare proprio niente. Un migliaio di uomini morti o in mano
al nemico solo perché lui era stato troppo impegnato a rimuginare il suo
malumore per accorgersi che si stavano infilando in una trappola.
Colpevole negligenza era un vero e proprio eufemismo; la situazione non
avrebbe potuto essere più ovvia neanche se avessero inciso per terra a
caratteri cubitali la parola TRAPPOLA. Se Maxen fosse vivo mi avrebbe
strappato le budella con le sue mani, per quello che ho fatto.
Già, ma Maxen era morto. Il che spiegava tutto.
Sarebbe stata disposta un'inchiesta immediata, aveva detto il prefetto.
Loredan sperava che non fosse troppo immediata. Un paio di settimane lì,
immerso nella calma e nella penombra gli avrebbero fatto un mondo di
bene; era meglio che si lasciasse alle spalle tutti gli orrori prima del
momento in cui avrebbe dovuto venire allo scoperto e spiegarsi al popolo.
Per il momento un giaciglio di pietra in una cella sotto la sala del consiglio
era infinitamente preferibile al trovarsi nella casa capitolare con tutti che
gli gridavano contro; poteva facilmente immaginare il panico che vi
regnava, l'isteria che attanagliava la città, la plebaglia che invocava la testa
di qualcuno, e i tumulti giù al porto mentre la gente si picchiava per un
passaggio su una delle navi in partenza: uno splendido pretesto per un'altra
notte di saccheggi e vandalismi e per buttare giù la porta del vicino
antipatico.
Quanto a ciò che sarebbe accaduto in seguito, non riusciva a raccogliere
abbastanza energia da preoccuparsene. Forse sarebbe stato fatto uccidere,
lì nella sua cella, o in un posto di guardia lontano da sguardi indiscreti,
sulle mura. Era un tipo di morte che poteva accettare; per qualche motivo
non era così deprimente come lo era stata l'idea di morire in un tribunale
quando aveva dovuto considerare la prospettiva di affrontare Alvise per la
maggior gloria del cartello del carbone.
Quello sì che avrebbe avuto veramente poco senso: il suo ultimo pensie-
ro sarebbe stato Dei, che cosa stupida. Ma in quel modo? Be', in quel
contesto era una cosa abbastanza giusta. Era in debito di una morte con il
popolo delle pianure. In questo modo era riuscito a riportare a casa quattro
quinti dell'esercito e nonostante ciò avrebbe pagato il suo debito con il
nemico.
Qualcuno passò davanti alla sua porta nel corridoio esterno; rumore di
stivali pesanti e un tintinnio metallico; chiavi probabilmente. C'erano altri
prigionieri lì sotto oppure lui era l'unico? Altri nemici dello stato, lontani
dalla vista e dalla mente? Si chiese che cosa potessero avere commesso.
Per finire in quelle celle era necessario essere dei delinquenti piuttosto al
di sopra della media; la semplice pirateria, lo stupro o l'omicidio non erano
abbastanza per garantirti alloggio e cibo gratis in quella città.
Era bizzarro che non ci fosse alcun Imperatore, disse a se stesso, tuttora
incapace di credere a ciò che aveva sentito. Il prefetto aveva trattato la
cosa come un dato di fatto, come se stesse parlando dello gnomo dei denti
o degli elfi del mal di testa, cose in cui si smetteva di credere dopo i sette
anni. Secondo lui non c'era stato un Imperatore per l'intera durata della vita
di Loredan... Ma quando eravamo bambini non raccoglievamo sempre i
fiori per fare una ghirlanda da regalargli il giorno del suo compleanno?
Che cosa se ne facevano di tutte quelle centinaia di ghirlande fiorite che
venivano portate ogni anno, con una vera e propria cerimonia, al cancello
della città alta? In qualche modo lo disturbava pensare che tutto
quell'affetto era andato sprecato, come acqua rovesciata sulla sabbia.
Quando Callelogus IV era morto senza eredi e la successione rischiava
di diventare motivo di disputa fra tre distanti cugini, principi stranieri che
non erano neanche in grado di parlare la lingua e i cui modi a tavola
sarebbero già stati sufficienti a renderli totalmente inaccettabili per la città,
il prefetto e gli altri anziani si resero conto che se il popolo non fosse stato
informato del fatto che l'Imperatore era morto, nessuno lo sarebbe venuto a
sapere e ciò che non sapevano non poteva fare loro alcun danno. Da allora
la città alta era stata vuota, eccezion fatta per alcune persone che ne
avevano cura e alcuni funzionari che avevano là i loro uffici; Callelogus
aveva vissuto fino a novantasei anni e alla sua morte il diadema era
passato a un nipote totalmente inventato, figlio di una sorella immaginaria
che, teoricamente, si era sposata con uno sconosciuto principe in una terra
lontana abbastanza tempo addietro da giustificare il fatto che nessuno se ne
ricordasse. Nel frattempo il governo della città era rimasto saldamente
nelle mani della gente la cui attività governa per davvero su tutte le città, in
modo quieto e discreto: segretari di stato, funzionari, uomini della seconda
città che sapevano come si riparavano le strade e che erano in grado di
concludere accordi commerciali. Più Loredan ci pensava, più gli sembrava
un ottimo sistema di governo. Dopotutto, avevano fatto un buon lavoro.
Fino a quel momento, perlomeno.
Dei, pensò Loredan, cosa succederebbe se la città dovesse cadere?
Era impensabile; dopotutto le mura erano ancora in piedi e nessuno
sarebbe mai riuscito a superarle. Ma aveva visto macchine da assedio nel
campo del clan, catapulte, trabucchi, sezioni di opere da assedio, coperture
mobili per chi doveva manovrare arieti, pezzi di torri da assedio e non
poteva fare a meno di pensare che se dei selvaggi nomadi che vivevano
sotto delle tende erano riusciti a costruire cose del genere, dietro dovevano
esserci una volontà e una determinazione che non si sarebbero lasciate
scoraggiare dalla reputazione di inespugnabilità della Città. Quel pensiero
disturbava Loredan assai più della prospettiva di morire.
E tuttavia, si sarebbe trattato di un evento piuttosto equo, tutto conside-
rato. Non era una questione di giusto o sbagliato; ammesso che quelle
parole significassero qualcosa, non avevano niente a che spartire con il
ciclo vitale di città e nazioni. La Città si era comportata nei confronti del
popolo delle pianure in maniera simile a un leone verso un branco di
gazzelle, ma era un gioco che funzionava nei due sensi. Se adesso era
arrivato il turno dei clan di fare la parte del leone, voleva dire che era così
che dovevano andare le cose. Non si poteva essere in disaccordo con una
cosa del genere. L'unica cosa di buon senso da fare era andarsene e trovare
un altro posto in cui vivere.
Sentì altri passi fuori dalla porta, che venivano nella sua direzione e che
si fermarono proprio sulla soglia. Una sottile lama di luce forò l'oscurità,
poi si trasformò in un torrente abbagliante. Vide le sagome di due uomini
disegnarsi nel vano della porta.
«Quando avrete finito basta che mi lanciate un grido, Padre» disse una
voce che Loredan riconobbe come quella del secondino. «Sarò proprio qui
fuori.»
La porta si richiuse, ma la luce non venne meno; era gialla e calda e
proveniva da una piccola lampada. Svelò che l'altra sagoma apparteneva al
Patriarca Alexius. Colto di sorpresa, Loredan mise le gambe giù dal
pancaccio e si alzò in piedi.
«Prego» disse «sedetevi.»
«Grazie. Volentieri» rispose Alexius. Nella melodrammatica luce della
lampada a olio sembrava un cadavere e gli ci volle un po' anche solo per
trascinarsi all'altro capo della cella. «Così va meglio» disse. «Lasciate solo
che recuperi il fiato, se non vi dispiace. Le scale» aggiunse.
Loredan sedette sul pavimento e appoggiò la schiena al muro, in attesa
che il Patriarca dicesse qualcosa. Non voleva essere maleducato, ma non
era dell'umore giusto per mettersi a fare conversazione.
«Sarete fuori di qui molto presto» affermò Alexius dopo un paio di
minuti. «Abbiamo appena avuto una riunione piuttosto noiosa, con un
sacco di gente sciocca che diceva stupidaggini; la sostanza è che toccherà a
me rivolgermi alla popolazione e dirgli di darsi una calmata e tornare a
casa, e loro in cambio vi rilasceranno. Avete il tempo di farvi un bagno e
di radervi prima della prossima riunione.»
Loredan rimase a bocca aperta. «La prossima riunione?» ripeté. «Come,
volete dire che sono ancora...»
Alexius annuì. «Immaginavo che non sareste stato entusiasta della cosa,
ma dobbiamo muoverci in una rete di compromessi. Vedete, abbiamo
bisogno di un capro espiatorio per la sconfitta, ma abbiamo bisogno anche
di un eroe in cui la gente creda.» Sospirò; i segni della fatica sul suo volto
erano netti come il profilo del viso su una moneta appena coniata. «Quello
sarete voi» continuò. «Dirò ai miei concittadini che i cinque generali
responsabili del disastro sono quelli morti in battaglia; Bardas Loredan,
d'altro canto, ha impedito che si trasformasse in una catastrofe, ha
strappato quattro quinti dell'esercito alle fauci della morte e trasformato
una umiliante sconfitta in una vittoria morale...»
«Oh, per carità!»
«Non siate ingrato» ribatté Alexius. «E poi è abbastanza vicino alla
verità. E se proprio siete determinato a diventare un martire, vedrete che
non vi mancheranno le occasioni. Non avete ancora sentito la parte
divertente.»
«Ditemi la parte divertente» rispose Loredan.
Alexius ebbe un sussulto, assalito da un crampo che poi svanì. «Questa è
l'idea di un compromesso che ha il nostro illustre prefetto» disse. «A una
imprecisata data nel futuro, dovrete affrontare un processo in una corte di
giustizia.» S'interruppe, poi riprese. «Fino ad allora, siete nominato Vice
Luogotenente Generale, con la responsabilità di organizzare la difesa delle
mura e della città bassa. Non ditelo» aggiunse immediatamente. «Credo
che lo pensino anche tutti gli altri. Mostra semplicemente la fondatezza del
detto: a che ci serve un Imperatore, quando siamo bravissimi a mostrarci
imbecilli da soli?»
«Sono convinto che si tratti della più colossale idiozia che abbia mai
sentito in tutta la mia vita» disse Loredan chiudendo gli occhi. «Che cosa
succede se rifiuto?»
Alexius scosse la testa. «Non credo che vi sia consentito» disse. «Per
metterla in altri termini, se non lo farete voi, non lo farà nessuno. Non gli è
piaciuta la mia idea» aggiunse. «Un peccato. Era eccellente.»
«Davvero? E quale era?»
«Volevo che vi nominassero Comandante in Capo» rispose Alexius.
«Posso non capire niente di tattica e di battaglie, ma riesco a riconoscere
un leader naturale quando ne vedo uno.»
Loredan non rispose nulla. «E allora quando mi tirano fuori di qui?»
chiese invece. «Non che io abbia fretta.»
«Non appena avrò detto alla gente che siete un eroe. Fino ad allora, siete
più al sicuro qui. C'è una folla di svariate migliaia di persone alla porta
della seconda città, che chiede di vedere la vostra testa infilata su una
picca. Se dovessero riuscire a sfondare...»
«Capisco.» Loredan annuì. «Anche questa è una vostra idea?»
Alexius fece cenno di no con la testa. «Uno di quei tipi con la faccia da
topo dell'Ufficio Approvvigionamenti» rispose. «Sono una massa di
sciocchi, ma alcuni di loro sono sorprendentemente furbi.» Si lasciò andare
all'indietro e riposò il capo contro la parete. «Se non vi dispiace» disse
«resterei qui fino al momento di andare a fare il mio discorso. È un posto
piacevolmente tranquillo. Quanto siete aggiornato sulle ultime notizie?»
«Non molto. Com'è la situazione là fuori?»
«Tranquilla» disse Alexius. «Non c'è stata nessuna attività a monte del
fiume; per quanto ne sappiamo stanno continuando a costruire macchine e
a trasportarle giù per il fiume su delle zattere. Tutto quello che hanno fatto
è stato di organizzare una scorta di cavalleria, tre o quattromila uomini,
non di più, che vigila sul campo più a valle, dove sbarcano le macchine.»
«Vuole dire che sono a non più di otto o nove chilometri dalla città»
disse Loredan meditabondo. «Dei, vorrei che non avessimo organizzato
quella stupida spedizione. È adesso che dovremmo fare sortite e natural-
mente non lo faremo, per paura di cadere in un'altra imboscata.» Alzò lo
sguardo. «Deduco che il Luogotenente Generale sia a capo delle operazio-
ni all'esterno.» Alexius annuì. «Che fine ha fatto ciò che restava della
cavalleria? Con quattromila uomini, a patto di riflettere su quello che
facciamo stavolta, potremmo ancora fare a pezzi quelle macchine nel
punto di sbarco senza troppi problemi...»
«Non vorrà neanche sentirne parlare» rispose Alexius. «E ha qualche
ragione dalla sua parte. Se dovessimo subire un'altra sconfitta, specialmen-
te così vicino a casa, la città diventerebbe ingovernabile. Non potete
immaginare quale sia la situazione nella città bassa.»
«Quindi ce ne stiamo seduti e aspettiamo che ci assedino. Come ci
regoleremo per le provviste e altre cose del genere? Non ci vorrà molto
perché la notizia varchi il mare e allora avremo il porto pieno di gente che
vorrà venderci grano a prezzi folli.»
«Folli o no, abbiamo autorizzato il prefetto a comprare tutto quello su
cui riuscirà a mettere le mani. Non che cibo e altre riserve siano un
problema; non c'è nulla che i clan possano fare per contrastare i riforni-
menti via mare, quindi non c'è ragione perché i nostri commerci non
debbano proseguire come prima. Ma rassicurerà la popolazione vedere che
facciamo scorte e forse la gente la pianterà di saccheggiare i panifici.»
Loredan scrollò la testa. «Gli piace saccheggiare i panifici» disse «è solo
dopo che cominciano a lamentarsi, quando non possono più ordinare la
loro abituale razione di pane per l'ottimo motivo che il negozio è stato dato
alle fiamme.» Sorrise. «Sono situazioni come queste che tirano fuori il
meglio delle persone. Che cosa stanno facendo a proposito del reclutamen-
to? È stato già organizzato qualcosa?»
«Non esattamente» rispose il Patriarca. «Per il momento abbiamo
migliaia di anziani e di ragazzini che chiedono di arruolarsi come
volontari, mentre la gran parte degli uomini abili è impegnata a sfasciare la
città e a picchiare le guardie. E naturalmente tutti vogliono sapere perché il
Patriarca non usa i suoi arcani poteri per allontanare il pericolo. Mi aspetto
un mucchio di invettive in questo senso quando uscirò a tenere il mio
discorso.»
«Be', è probabile» ridacchiò Loredan. «A che cosa serve avere tutti
questi maghi se non sono neanche capaci di lanciare qualche palla di fuoco
e di trasformare i nemici in rospi? Uno si chiede da che parte stiano...»
«Credo che il prefetto e il Luogotenente Generale me lo chiederanno
molto presto» disse Alexius rassegnato. «Ho cominciato a pensare io
stesso in questi termini, gli dei mi perdonino. Grazie alle mie recenti
ricerche so parecchie cose in più sulle maledizioni e sul modo in cui
funzionano. Mi è venuto in mente che se avessimo qui quella ragazza
dell'Isola, quella che crediamo possa avere poteri naturali...»
Loredan alzò entrambe le mani. «Lasciate perdere» disse. «Almeno se
volete che lasci davvero questa bella e sicura cella.»
«Pensavo che non credeste a questo genere di cose.»
«Infatti» ripose Loredan. «Ma una cosa è un sano agnosticismo e un'altra
è starsene lì a crearsi dei problemi. Non per la città, intendo. Per voi,
personalmente. Avete un'aria che sembra siate morto la settimana scorsa e
vi abbiano affidato all'apprendista dell'imbalsamatore perché facesse
pratica.»
Alexius scoppiò a ridere; più fragorosamente di quanto la battuta meri-
tasse. «Questa è la cosa più carina che qualcuno ha detto di me da molto
tempo a questa parte» rispose. «Devo confessare che mi sono sentito molto
meglio. Ma va bene comunque» aggiunse, abbozzando un sorriso «si tratta
solo di una onesta, normalissima malattia e non di uno di quei misteriosi
effetti collaterali da... Diciamo, causati dalla nostra piccola avventura
nell'ignoto. Una malattia qualunque non mi preoccupa particolarmente.»
Loredan annuì. «Il nemico che puoi vedere è l'ultimo dei tuoi problemi.
Era uno dei modi di dire preferiti del mio vecchio comandante, possa
riposare in pace la sua anima crudele. È un po' come la barzelletta dei due
uomini che si trovano in mezzo al campo di battaglia; uno viene colpito da
una freccia e cade per terra gemendo. L'altro dà un'occhiata all'impiumag-
gio della freccia e dice Va tutto bene, amico, è una delle nostre. Com'è
quell'espressione che usano adesso per questi casi? Fuoco amico?»
Alexius annuì. «È più o meno così che mi sento» disse. «Una indisposi-
zione fisica può non essere piacevole, ma almeno senti che non sta
deliberatamente cercando di danneggiarti, a differenza di quell'altra
situazione.» Sospirò. «Immagino mi direte che si è trattato solo di una
forma di autolesionismo e che dovrei smetterla di immaginare cose.»
«No» rispose Loredan «perché dovremo lavorare insieme e ho ancora un
minimo di tatto.» Si massaggiò il mento con aria pensosa prima di
continuare. «A essere sinceri» disse «la prima volta che me l'avete
raccontata, ho riflettuto un po' su questa storia. Continuo a non credere in
questo Principio naturale e onnipervasivo di cui voi parlate... O, per essere
più precisi, non sono neanche convinto che non ci sia... Solo che mi
sembra qualcosa di troppo sfuggente per avere una qualche importanza...»
«Normalmente è così» lo interruppe Alexius con un sorriso triste.
«Quasi sempre, in effetti. Tutta questa storia delle maledizioni e delle
benedizioni è solo un aspetto collaterale, irrilevante e di minima importan-
za, come una ghianda su una quercia.»
Loredan annuì. «Dovrò prendere per buona la vostra parola su questo»
disse. «Un'altra cosa alla quale non credo, però, sono le coincidenze; non
nella percentuale nella quale dovremmo pensare che si sono verificate.
Sono pronto ad ammettere che qualcosa stava succedendo; solo che sono
anche convinto che nessuno di noi avesse la più pallida idea di che cosa
fosse.»
Alexius fece cenno di sì con il capo. «Su questo, mio scettico amico,
sono perfettamente d'accordo con voi» disse.
«Ma perché non posso vederlo?» domandò Athli per la sesta volta.
«Sono la sua assistente e lui ha una scuola da mandare avanti. Ho degli
studenti che vogliono indietro il loro denaro. Se almeno voleste spiegargli
perché non possono ricevere le lezioni per le quali hanno pagato...»
L'impiegato aggrottò le sopracciglia. «Mi dispiace» disse «ma ci sono di
mezzo importanti questioni di stato; assai più importanti» aggiunse in tono
antipatico «dell'attività d'insegnamento del vostro collega. In effetti, vi
consiglio di rifondere tutto il denaro che avete ricevuto come acconto
senza aspettare ancora. Credo sia molto improbabile che il Colonnello
Loredan abbia il tempo di riprendere la sua attività privata nel prossimo
futuro.» Si alzò in piedi, per farle capire che l'udienza era conclusa. «E
ora» disse «se volete scusarmi.»
«Va bene» rispose Athli, senza muoversi dalla sedia. «Potete fargli avere
una mia lettera e poi farmi avere la risposta? So che è in città» aggiunse.
«L'ho visto tornare con i miei occhi. E non se ne sarebbe andato di nuovo
senza farmelo sapere.»
L'impiegato la studiò e soppesò con occhi da pesce lesso e notò che era
giovane e attraente e che mostrava più interesse per il proprio principale di
quanto fosse giustificato da un normale rapporto d'affari. Athli lesse sul
suo volto ciò che stava pensando, si fece un appunto mentale di farlo
assassinare in modo orribile non appena le fosse tornato comodo in futuro
e decise di stare al gioco. Gli fece un sorrisetto malizioso. «Per favore»
aggiunse. «Significherebbe molto per me, se lo faceste.»
«Potrei essere in grado di fargli avere un messaggio» disse, con una nota
di disprezzo nella voce, mescolata a una di vaga compassione. «Non sono
sicuro per quello che riguarda una lettera, però; dovrebbe venire vagliata
dal Comitato per la Sicurezza Nazionale, il che comporterebbe un
inevitabile ritardo. Qualunque risposta da parte del Colonnello Loredan
sarebbe egualmente soggetta...»
S'interruppe e le rivolse un sorriso tetro. «Per concludere» disse «se per
voi non va bene così...»
«Andrà benone» rispose Athli con fermezza «Posso prendere in prestito
la vostra penna?»
L'impiegato sospirò e si sedette di nuovo. «Prego» disse. «Ma vi sarei
grato se poteste sbrigarvi. Devo essere presente a una riunione che
comincerà fra poco.»
«Non vi farò perdere più di un minuto» disse Athli.
È solo per sapere se stai bene e se c'è qualcosa che vuoi che io faccia.
Abbiamo abbastanza candidati da fare due classi adesso, probabilmente
grazie alla pubblicità derivante dalle tue ultime imprese, sicché ho
aumentato la retta di un terzo. Sono stata al tuo appartamento per
accertarmi che fosse tutto a posto; e ho fatto montare da un fabbro un
chiavistello sulla porta, per cui non meravigliarti se non riesci a entrare.
Se me lo consentiranno ti farò avere la chiave. Stai allegro. Dev'essere
divertente essere famosi.

Esitò. Doveva aggiungere qualcos'altro? Voleva dirgli qualcosa che gli


facesse intendere che capiva come si dovesse sentire. (Non che fossero
vero e lo sapevano entrambi.) No, sarebbe solo riuscita a imbarazzarlo.
Scrisse invece il suo nome, piegò il foglio di carta e lo porse all'impiegato.
«Siete sicuro di esservi segnato il mio indirizzo?» chiese.
«Sappiamo dove trovarvi» rispose l'impiegato con una certa enfasi che
avrebbe dovuto infastidirla nella sua intenzione. «E adesso devo veramen-
te...»
Si lasciò sospingere fuori dall'ufficio e stette a guardare l'uomo che si
allontanava a una specie di piccolo trotto pieno di sussiego, in direzione
del chiostro principale. Poi rifece lentamente la strada fino alla porta
d'ingresso. Non aveva niente da fare e tutta la giornata per farlo. Un'altra
volta.
Piuttosto che andare a casa ad annoiarsi decise di scendere al distretto
dei cartolai a comperare qualcosa. Era tradizione che gli assistenti avessero
una specie di culto per gli articoli di cartoleria; faceva bene anche agli
affari, perché gli strumenti del lavoro di un assistente tendevano a renderlo
più splendido ed elegante e i clienti davano per scontato che quanto più
costosi fossero la penna e il calamaio di uno di loro, tanto maggiore fosse
la qualità delle parole che ne sgorgavano. Athli adorava uniformarsi a
quello stereotipo. Quando si fermava a pensarci non poteva non meravi-
gliarsi per la quantità di denaro che aveva sperperato in cose del genere
(anche se, usava rassicurarsi, dato che aveva sempre comperato solo cose
di qualità, probabilmente avrebbe potuto recuperare senza problemi il
denaro vendendoli, se fosse stato necessario). Il che le fece venire in mente
un'altra cosa.
È bizzarro, rimuginò mentre si dirigeva verso il quartiere dei droghieri
passando per quello dei fabbricanti di sedie, il fatto che sembri non avere
mai denaro. In base ai calcoli era una cosa priva di senso. Guadagno il
venticinque per cento di quanto guadagna lui e posso vivere in un bel
quartiere della città e permettermi di spendere denaro per scrittoi
intarsiati e numeratori d'argento massiccio. Lui vive nei bassifondi e non
possiede nulla. So che va in giro a bere parecchio e questo gli costerà un
po', salvo che sembra frequentare solo posti dove ci si può ubriacare fino
alla morte al costo di un bicchiere di vino buono in una taverna decente;
che cosa ne fa di tutto il suo denaro?
Era strano lavorare con qualcuno per così tanto tempo e così a stretto
contatto e in realtà non sapere niente di lui. Andiamo d'accordo; di fatto
anzi ce la siamo sempre spassata un mucchio. Non ho mai conosciuto un
uomo con cui mi riesca altrettanto facile parlare, uno che non crea mai
problemi... Ma che cosa so veramente di lui? Era nell'esercito... Be', a
questo punto naturalmente è una cosa che sanno tutti; in effetti, quasi tutti
sanno più di quanto sapessi io prima che tutto questo cominciasse... Ed è
cresciuto in una fattoria; ha un numero non specificato di fratelli e almeno
una sorella. Non parla dei suoi genitori, quindi forse sono morti o forse
semplicemente non gli piace parlarne. E naturalmente conosceva un sacco
di gente fra quelli che svolgevano la sua stessa professione, ma non ho
idea se avesse un amico. Naturalmente lui sa tutto di me... Non che ci sia
molto da sapere. Sembra sempre piuttosto interessato quando gli racconto
qualcosa e a quanto pare non riesce a capire perché non mi sia sposata e
non esca con nessuno. In realtà, non credo che la cosa gli interessi
davvero. Perché dovrebbe, dopotutto?
Aggrottò la fronte, ricordando il sorrisetto pieno di sottintesi dell'impie-
gato. Naturalmente aveva torto, anche se sarebbe stata una bugiarda a
negare che l'idea le era passata per la mente in un paio di occasioni. Ma
mai seriamente; una relazione con un uomo che faceva quel mestiere non
aveva un grande futuro. Peggio che innamorarsi di un marinaio; quelli
almeno ogni tanto tornavano a casa. Non che facesse ancora quella
professione; solo che adesso era il Colonnello Loredan e questo difficil-
mente poteva essere considerato un miglioramento.
Si fermò di fronte a una bancarella che vendeva scodelle di legno dipinto
piuttosto appariscenti. Se è destinato a essere il Colonnello Loredan per un
certo tempo, rifletté, non insegnerà la scherma; e allora io cosa farò per
mantenermi? Anche quello era bizzarro; quando Loredan lavorava nei
tribunali, lei aveva sempre pronto un piano di emergenza, giusto in caso
che fosse successo qualcosa. Ora invece non aveva idea di cosa fare. Non
poteva mandare avanti lei la scuola e non sopportava l'idea di tornare a
fare l'assistente di qualche altro avvocato. Oh, dannazione, che cosa c'è che
non va in me?
Lentamente e deliberatamente Athli si rilassò; e nel farlo una voce
piccola ma insistente, nel retro della sua mente, cominciò a cantilenare
Quando tutto sembra perduto, compra articoli di cartoleria! Sembrava il
migliore consiglio che avrebbe potuto ricevere. Decise di seguirlo.
L'atmosfera nel distretto dei cartolai variava da una pittoresca confusio-
ne a un vero inferno in terra a seconda del momento della giornata e del
periodo dell'anno, della disponibilità di articoli e della loro domanda, della
prosperità dell'economia e dell'umore complessivo della città. La febbrile
intensità dell'attività in corso sotto le tende fastose, rifletteva l'influenza
dell'ultimo di questi fattori; impiegati, scribi, e assistenti di Perimadeia
avevano deciso che probabilmente la fine era vicina, nel qual caso
potevano anche indulgere ai propri desideri fintanto che avevano ancora
del denaro ed esso valeva ancora qualcosa; e se non si fosse rivelata la fine
del mondo, sarebbe stato un ottimo motivo per festeggiare, cosa resa
ancora più perfetta dall'acquisto di qualcosa. I mercanti del distretto si
erano mostrati all'altezza della situazione: Athli non aveva mai visto cose
così belle e prezzi così alti.
C'erano scrittoi e tavolette da calcolo in legno di rosa e lignum vitae,
lussuosamente intagliate e con decorazioni di madreperla, avorio e
lapislazzuli.
C'erano calamai; dei, i calamai... Calamai d'argento, d'oro, con coper-
chietti tempestati di gioielli e altri con piedini di pietre preziose, calamai
ingegnosi con piccole barrette per scuotere via l'inchiostro in eccesso una
volta intinta la penna, calamai ricavati da zanne d'elefante o di tricheco,
calamai a forma di rosa, di maialino, di figuretta umana inginocchiata, di
teschio, di cavallo, di sedere di donna o di fanciullo e perfino che
replicavano la corona cerimoniale del Patriarca.
C'erano tavolette da scrittura in legno di cedro, istoriate e munite di
cerniere, con la cera gialla e cremosa invitante come la sabbia della
spiaggia quando la marea si è appena ritirata, che parevano gridare
Comprami! Comprami!
C'erano stili così belli da togliere il fiato e altri di una nauseante volgari-
tà, penne ricavate da piume d'aquila e di pavone, così lunghe che sarebbe
stato impossibile servirsene senza infilarsele in un occhio a ogni movimen-
to. C'erano gettoni per la contabilità (in numero incalcolabile: grande
battuta!) d'argento e d'oro, gettoni minuscoli per quelli che non volevano
farsi vedere e gettoni così grossi che probabilmente ci sarebbero voluti due
uomini per sollevarli, fantasiosi gettoni con ogni immaginabile tipo di
decorazione, compresi alcuni che furono rapidamente spazzati via prima
che Athli potesse dargli un'occhiata (che rabbia!), gettoni lisci su cui
abilissimi artigiani erano pronti a incidere il vostro nome, titolo e motto
preferito mentre voi aspettavate, gettoni che costavano somme maggiori di
quelle per calcolare le quali sarebbero stati usati. C'erano mezze-maniche,
visiere, lenti d'ingrandimento per quelli che non ci vedevano bene,
lampade e portacandele, pallottolieri e serie di bilancine portatili che
venivano vendute nelle più deliziose scatolette d'avorio. Pergamena... Tutti
i tipi di pergamena! Come potevano esserci al mondo abbastanza pecore da
permettere di fabbricare tutta quella pergamena... E ogni millimetro
quadrato era stato grattato accuratamente e reso liscio con la pomice, fino a
diventare sottile e vagamente traslucido sicché ora la pergamena aveva
l'aspetto di un cumulo di nuvole al tramonto.
C'erano piccoli vasi d'inchiostro in polvere di tutti i colori immaginabili:
turchese e cobalto, cremisi e porpora, verde giudiziario e nero governativo,
azzurro da ciambellano, arancio da lavoro, blu militare, marrone marinaro,
perfino l'incredibilmente costoso e altamente illegale oro imperiale... in
teoria un impiegato avrebbe potuto subire il taglio della mano per
essersene servito senza espressa autorizzazione; il trucco per aggirare il
divieto consisteva nel diluirlo con una minima quantità di argento e
vetriolo, che costava tanto quanto l'inchiostro d'oro e in più ti bruciava fino
all'osso se te lo spruzzavi sulle dita. C'erano coltellini per fare la punta alla
penna, con lame sottili come foglie e dieci volte più affilate di un comune
rasoio di Perimadeia; ne esistevano anche versioni più grosse, che i
giovani funzionari adoravano ostentare alla cintura e che rappresentavano
il modo per aggirare la proibizione di portare armi nell'edificio del
Consiglio.
Dopo un po' Athli dovette smettere di guardare e mettersi a sedere,
abbagliata da tutto quello scintillare e quel baluginare. Una delle cose di
cui la gente della Città amava vantarsi davanti agli stranieri era che a
Perimadeia quasi chiunque sapeva leggere e scrivere. Ciò che aveva visto
oggi spinse Athli a chiedersi se le lettere non fossero in realtà una specie di
vizio.
Una volta ripreso fiato si diresse alle bancarelle di libri, dove era possi-
bile comperare ogni genere di manuale sui moduli e raccolte di lettere per
ogni occasione e adatte a qualunque vicissitudine della vita umana. Prese
un volumetto quadrato e aguzzò lo sguardo per leggere i minuscoli
caratteri sulla copertina:

Lettere da creditori a debitori


Lettere da debitori a creditori
Lettere dai più vecchi ai più giovani
Lettere dai più giovani ai più vecchi
Lettere di studenti poveri a zii ricchi, implorando assistenza
Lettere da zii ricchi a studenti poveri, rifiutando assistenza
Lettere da amanti (maschi) a donne sposate, scongiurandole
Come sopra, ma in tono disperato
Lettere da donne sposate agli amanti (maschi), di tono ambiguo
Come sopra, ma incoraggianti
Lettere da commercianti che richiedono cortesemente un pagamento
Lettere da gentiluomini a commercianti, che chiedono con tatto di
posporre un pagamento
Lettere da amministratori di fattorie di stato ai commissari distrettuali,
per chiedere il permesso di trasferire i maiali sui pascoli invernali di
proprietà comune
Lettere dai commissari distrettuali agli amministratori di fattorie di
stato che negano l'autorizzazione a trasferire i maiali sui pascoli invernali
di proprietà comune e rammentano a detti amministratori il loro impegno
di procurare durante l'inverno adeguato cibo per i suddetti maiali
Lettere di proposta di matrimonio
Lettere di rifiuto di matrimonio
Lettere all'amata minacciando il suicidio
Lettere a un corteggiatore sgradito, incoraggiandolo a suicidarsi
Lettere da ufficiali dell'esercito per informare i genitori della morte di
un figlio
Altre lettere meno impegnative

Ogni voce aveva la prima parola del titolo evidenziata in inchiostro


rosso, il numero di pagina, gli appropriati rimandi e in qualche caso delle
aggiunte fatte a mano, che indicavano i punti in cui il precedente proprieta-
rio aveva aggiunto di sua spontanea volontà un po' dei suoi precedenti
preferiti; il tutto per solo un quarto e mezzo d'oro, con la garanzia di non
dovere mai più concentrarsi per pensare a cosa scrivere, per quanto
bizzarre potessero essere le circostanze. Athli non riuscì a resistere e
quindi lo comprò dopo avere ottenuto uno sconto sul prezzo di mezzo
quarto e praticamente costretto il proprietario della bancarella a regalarle
una borsa per portarlo.
Sedette su una panchina di pietra all'ombra di una tenda e stava per
guardare cosa contenesse la sua guida come Lettera a una nipote nubile,
declinando educatamente la richiesta di contribuire alla sua dote, quando
un'ombra cadde attraverso la pagina e lei alzò lo sguardo.
«Salve» disse una voce proveniente da quella che sullo sfondo della luce
solare era solo una sagoma nera. «Scusatemi, ma voi non siete l'assistente
di Mastro Loredan?»
La voce era femminile, straniera e piuttosto piacevole; Athli sbatté le
palpebre e cercò di aguzzare lo sguardo. «Vi conosco, credo» rispose.
«Siete quella con i po... .» Si riprese appena in tempo e inghiottì il resto
della parola "poteri naturali". «Siete la sorella del mercante, quella
dell'Isola. Ci siamo incontrati in una taverna il giorno in cui Loredan si
batté con Alvise. Vi chiamate Vetriz?»
«Esatto» annuì Vetriz, sedendosi sulla panchina accanto a lei. «Curioso
che ve lo ricordiate.»
«È un'abilità necessaria nella mia professione» ribatté Athli dandosi un
minimo di arie. Di norma, naturalmente, si sarebbe già completamente
dimenticata di quella ragazza qualsiasi; ma il racconto che Loredan le
aveva fatto della sua bizzarra conversazione con il Patriarca Alexius alle
Scuole, non molto prima della spedizione di cavalleria, le aveva assai
rinfrescato la memoria. Ora, ovviamente, era piena di uno strano miscuglio
di repulsione istintiva e di insaziabile curiosità; a differenza di Bardas non
nutriva il minimo dubbio sull'esistenza e il potere della magia e teorica-
mente quella ragazza non era, in qualche modo, la strega più potente del
mondo? O qualcosa del genere, comunque.
«Sono venuta a comperare un calamaio» disse Vetriz, con una traccia di
sbalordimento nella voce. «Ma c'è una tale possibilità di scelta che non so
da dove cominciare. A casa mia si trovano calamai semplicissimi e altri di
forma un po' fantasiosa e questo è tutto.»
Athli sorrise educatamente. «Basta che vi ricordiate di non pagare mai il
primo prezzo che vi chiedono, e non correrete il rischio di fare grandi
sbagli» disse; poi si ricordò che quella ragazza era la sorella di un
mercante, probabilmente lei stessa abituata a trattare da parecchio;
certamente non il tipo di persona che aveva bisogno di farsi insegnare
tecniche di mercanteggiamento dall'assistente di uno spadaccino. «Per
quanto tempo vi fermate?» domandò.
«Non ne sono sicura» rispose Vetriz. «Abbiamo portato un carico di
conserva di frutta e i prezzi sono straordinari; per via dell'invasione,
naturalmente. Se solo lo avessimo saputo avremmo caricato due navi.
Comunque, abbiamo venduto la conserva immediatamente e mio fratello
sta andando in giro cercando di decidere cosa portare indietro. Abbiamo
passato tutto ieri e quasi tutto oggi a cercare della corda...»
«Corda?»
Vetriz annuì. «Corda» ripeté. «E arriva il momento in cui un magazzino
pieno di corde arrotolate finisce per sembrare esattamente uguale a tutti gli
altri, così Ven ha detto che avermi intorno, a sbadigliare con aria annoiata,
non gli sarebbe stato di grande aiuto quando sarebbe venuto il momento di
spuntare il migliore prezzo possibile, e che forse era meglio se fossi
tornata alla locanda e lo avessi aspettato lì. Allora ho deciso di venire qui a
comperare un calamaio.»
«Capisco» disse Athli. «Be', non voglio trattenervi.» Sarà anche la più
potente strega del mondo conosciuto, ma sta cominciando a darmi sui
nervi. Vattene strega. «I meno costosi li vendono a quella bancarella là,
vicino alla fontana, oppure ce ne sono di davvero carini, intagliati
nell'avorio, nel negozio con la tenda bianca e rossa.»
Vetriz si girò verso di lei e le sorrise. «È chiaro che siete esperta in
questo genere di cose... Be', suppongo sia necessario, data la vostra
professione. Vi darebbe molto fastidio consigliarmi? Altrimenti non sarò
in grado di capire se sto facendo un buon affare o comperando della
robaccia.»
Se solo non fosse stata così smaccatamente consapevole di non avere
assolutamente niente da fare, Athli si sarebbe inventata una scusa e se ne
sarebbe andata. Stando le cose come stavano, avrebbe potuto accusare un
po' di mal di testa senza neanche bisogno di mentire. Invece mormorò che,
naturalmente, ne sarebbe stata felice e la precedette in direzione della
bancarella meno costosa. Tuttavia, una volta che ebbe cominciato a
consigliarla, si lasciò pian piano trascinare dall'eccitazione dell'acquisto.
Domandato a Vetriz quanto avesse in mente di spendere più o meno, si era
sentita indicare una somma che l'aveva indotta a dirottare immediatamente
le loro ricerche all'interno del negozio con la tenda a strisce bianche e
rosse; il delizioso brivido di fare un acquisto importante con il denaro di
qualcun altro, ben presto cancellò del tutto la sua vaga antipatia per la
ragazza. In effetti l'ascoltava con tanta attenzione e sembrava così
genuinamente interessata alle preziose informazioni che stava ricevendo,
che Athli modificò via via la sua opinione. Un processo mentale che subì
una notevole accelerazione quando Vetriz, dopo essersi assicurata un
calamaio d'oro e madreperla estremamente desiderabile e di enorme valore
pagandolo una somma solo moderatamente oscena, insistette nel volere
comprare ad Athli un regalino a titolo di ringraziamento per il suo aiuto.
Per il metro di Vetriz, un regalino consisteva in uno stilo cesellato e in una
penna di zanna di tricheco il cui valore sarebbe bastato a nutrire un'intera
famiglia per un mese.
«Grazie» disse. «Sono molto belli.»
«Prego» rispose Vetriz che sembrava genuinamente felice del fatto che
la sua nuova amica avesse apprezzato il regalo. «Oh, non c'è un mucchio
di cose bellissime? Credo che dovremmo portare Venart quaggiù e voi
potreste consigliargli cosa comperare. A casa per cose come queste si può
spuntare qualunque prezzo; sono sicura che ci garantirebbero un profitto
molto maggiore che della vecchia corda ammuffita.»
«Be'...» cominciò a dire Athli, visualizzando una nuova carriera come
assistente all'acquisto di articoli di cartoleria. «Io però non avrei la più
pallida idea di ciò che sarebbe più richiesto sull'Isola; non so quali cose gli
piacciano.» Si massaggiò un lato della testa con i polpastrelli; quel mal di
testa stava cominciando a infastidirla. «Credo che sia un genere di cose che
è meglio lasciare a chi sa cosa sta facendo» disse, rendendosi conto
nell'atto stesso in cui lo faceva, di essere probabilmente insultante.
Vetriz scosse la testa. «Se devo imparare a fare affari, devo anche fare
pratica» disse. «Propriamente parlando ho una quota del cinquanta per
cento su tutto e Ven si occupa solo di amministrare anche la mia parte. So
che non diventerò mai brava a trattare sacchi di farina e giare di olio o roba
del genere, ma non c'è ragione per cui non dovrei specializzarmi in beni
voluttuari; dopo tutto si tratta di un commercio tanto quanto lo è quello
delle materie prime e probabilmente con maggiori margini di profitto.
Adesso che ci penso, l'unica cosa che mi tratteneva era il non conoscere i
mercati di qui.» S'interruppe, si girò verso Athli e le fece un gran sorriso.
«Sapete, penso che sia stato il destino o qualcosa del genere a farci
incontrare in questo modo. Che cosa ne dite? Voi mi darete consigli, io
compererò le cose e divideremo il profitto in tre.»
«Non sono sicura» disse Athli. A causa dell'emicrania, faceva sempre
più fatica a concentrarsi; inoltre aveva la strana sensazione di essere
forzata, o meglio di essere trascinata da una corrente che voleva portarla
con sé a valle, mentre lei invece voleva risalirla. D'altro canto sembrava
una valida proposta commerciale (anche se non era sicura del valore del
contributo che avrebbe dovuto dare lei). «Immagino si possa fare, se state
davvero parlando seriamente. Ma non dovreste farvi dare un po' di denaro
da vostro fratello, prima?»
«A essere sincera» rispose Vetriz abbassando la voce e con un sorrisetto
divertito «no. In nome del cielo non ditelo a Ven, ma in questo viaggio ho
portato con me un po' del mio denaro, giusto in caso avessi trovato il modo
di investirlo in qualcosa. È un po' che ci stavo pensando, almeno in termini
generali. No, quello che penso che farò sarà di raccontare a Ven che tutte
le cose comperate oggi sono per mio uso e piacere personale. Così se
quando le rivenderò una volta a casa ci rimetterò dal punto di vista
economico, non ci sarà mai bisogno che lo venga a sapere. E se invece ci
guadagnerò, potrò reinvestire il denaro, meno la vostra percentuale
ovviamente, e comperare altre cose la prossima volta che verremo qui; il
che dovrebbe essere piuttosto presto visto il livello dei prezzi. Avanti,
stringiamoci la mano come dei veri soci in commercio e stringiamo un
patto.»
«Va bene» disse Athli e mentre si stringevano la mano non poté fare a
meno di chiedersi che cosa diamine stesse facendo. E da cosa dipende lo
strano fascino che lega me e Loredan a questa gente? Ho incontrato questa
ragazza solo una volta in precedenza, e ha già liberato lui da una maledi-
zione e preso me come socio in affari. E Bardas non aveva detto qualcosa a
proposito delle emicranie? Probabilmente riuscirei a ricordarmene se la
testa non mi facesse così male.

CAPITOLO DODICESIMO

Loredan ricevette il messaggio proprio mentre lo stavano facendo uscire


dalla cella perché potesse partecipare alla sua prima riunione del Consiglio
in veste di Vice Luogotenente Generale. Lo lesse, sentendosi vagamente in
colpa, lo ripiegò e se l'infilò nella cintura.
Stavolta la casa capitolare era piena e c'erano ben poche facce a lui note.
Si augurò che fosse un buon segno; anche se gli sconosciuti si fossero
rivelati alla fine niente altro che dei semplici passanti che erano stati
letteralmente raccattati per strada, non avrebbero potuto che rappresentare
un miglioramento rispetto al Comitato per la Sicurezza Nazionale.
Con suo enorme imbarazzo fu condotto immediatamente su per i gradi-
ni, al gruppo di sedie con braccioli e schienale, invece che verso i semplici
sedili in pietra. Era il luogo in cui prendevano posto le autorità; ogni sedia
recava incisa la carica del suo abituale occupante: Patriarca, Precettore
Urbano, Capo degli Uffici, Archimandrita della Città, Archimandrita di
Elissa e così via. C'era un posto vuoto, su cui era inciso Arcidiacono del
Capitolo e, chiaramente, era lì che doveva sedersi. Si accomodò, doman-
dandosi di sfuggita chi fosse l'Arcidiacono del Capitolo e cosa facesse per
vivere, dopo di che si mise in attesa che qualcuno dicesse qualcosa.
Il prefetto della città si alzò in piedi, si guardò intorno e fece un cenno ai
due sergenti, che chiusero le porte e le sprangarono. «Penso che finalmente
ci siamo tutti» disse. «Sono felice di potervi informare che il Colonnello
Loredan ha accondisceso ad accettare il posto di Vice Luogotenente
Generale, per cui possiamo cominciare ad affrontare l'argomento principa-
le di oggi, che è abbastanza preciso: che passi dobbiamo fare per garantire
la sicurezza della Città?» Si volse verso Loredan e annuì. «Colonnello»
disse «a voi la parola.»
Loredan attese un attimo, giusto in caso che il prefetto si fosse rivolto a
un altro colonnello e poi si alzò in piedi. Gli tremavano un po' le ginoc-
chia, ma poi si ricordò che fino a poco tempo prima quando gli era capitato
di alzarsi in piedi in posti altrettanto affollati era perché un uomo con una
spada potesse cercare di ucciderlo. Il peggio che poteva fare quella gente
era lanciargli delle mele. Quel pensiero lo rilassò.
«Signori» cominciò. Oh, dei, che cosa posso dire? «Immagino di
dovervi ringraziare per avere avuto fiducia in me; non sono sicuro di
condividerla, ma non stiamo a pensarci adesso. Il punto è, credo, che state
chiedendomi, data la mia conoscenza delle abitudini dei clan, di suggerirvi
modi per migliorare le difese della città. Be', ho un'opinione su questa
materia se avete voglia di ascoltarla.»
S'interruppe per un attimo, fece un respiro profondo e continuò. «Tutti in
questa città» disse «siamo cresciuti nella convinzione che grazie alle mura
e al porto non ci sia nessun vero motivo di temere attacchi da terra. Il
popolo delle pianure non ci ama molto, forse a ragione, ma si tratta solo di
un'orda di selvaggi che non ha una sola speranza al mondo di sfondare le
mura o di scalarle e un assedio non funzionerebbe perché tanto continue-
remmo a ricevere tutti i nostri rifornimenti via mare e, dato che quelli dei
clan non sanno un accidente di navi, tutto quello che dobbiamo fare è
starcene tranquilli e aspettare che se ne vadano. Questo pensiamo tutti.»
Si guardò intorno e annuì. «Non c'è granché di sbagliato nel pensarla
così» continuò. «E questa è la ragione per cui non ci siamo mai curati
molto di avere un esercito da usare sul campo, perlomeno da quando
abbiamo rinunciato all'idea di crearci un impero terrestre fra qui e le
montagne di Salimb. C'era Maxen, naturalmente; fino a che è rimasto vivo
ha tenuto i clan in un continuo stato di terrore, sicché non hanno mai osato
avvicinarsi a meno di cento chilometri dalla città per paura di essere fatti a
pezzi. Mi sembra di ricordare che ai tempi eravamo piuttosto soddisfatti
della situazione. Be', è facile ragionare con il senno di poi, ma se non fosse
stato per Maxen e i suoi scorridori adesso non saremmo alle prese con
questo problema. I fatti sono, a quanto pare, che abbiamo a che fare con un
giovane capo tutto fuoco e fiamme che vuole assicurarsi che nulla tipo
Maxen possa mai più accadere, e intende farlo spazzandoci via dalla faccia
della terra. Questo di per sé non sarebbe grave, solo che a quanto pare ha
con sé gente della città che sta insegnando al suo popolo come costruire
pesanti macchine da assedio e altro equipaggiamento. E questo sì che deve
preoccuparci.»
Nessuno muoveva un muscolo, sussurrava alla persona che aveva vicino
o anche solo guardava fuori dalla finestra. Loredan era sorpreso e
impressionato; forse avrebbero preso la cosa seriamente, dopo tutto.
«Ora» continuò «io non sono certo uno studioso di storia, ma non riesco
a ricordare neppure un'occasione in cui queste nostre magnifiche mura
siano state messe alla prova da una forza d'attacco adeguatamente
equipaggiata. Forse sono inespugnabili, forse no; molto semplicemente,
non lo sappiamo. Propongo di provare a pensare che non lo siano e di
tentare di pensare con la testa del nemico. Come ci regoleremmo se
volessimo attaccare le mura di Perimadeia? Qualche suggerimento?»
Si mise a braccia conserte e attese. Seguì un lungo silenzio mentre il suo
pubblico cercava di determinare se si fosse trattato di una domanda
retorica o no. Poi un uomo basso e massiccio, con la barba, si alzò da uno
dei sedili sul fondo, più o meno dirimpetto a Loredan. Aveva un volto
vagamente familiare; doveva essere una specie di ingegnere, a vederlo.
«La risposta è abbastanza semplice» disse. «Ci sono tre possibilità. La
prima, abbattere le mura. La seconda, scalarle. La terza, scavarci sotto un
tunnel. Semplice a dirsi» aggiunse «ma non altrettanto a farsi, se capite
cosa voglio dire.»
Loredan annuì. «Va bene» disse. «Passiamole in rassegna una alla volta.
Abbatterle: immagino stiate pensando a macchine a torsione come
mangani, trabucchi e roba del genere, giusto?»
L'ingegnere annuì. «E arieti» disse. «Ma per potere usare degli arieti
devono attraversare il fiume, il che vuole dire costruire una strada oppure
fare navigare gli arieti giù per il fiume su dei pontoni. Nessuna delle due
soluzioni è semplice, ma sono entrambe possibili.»
«Giusto» disse Loredan. «E voi siete...?»
«Leucas Garantzes, Vice Ingegnere Municipale» rispose l'uomo con la
barba. «Responsabile della manutenzione delle mura, delle torri di guardia
e delle macchine fisse, della cinta che guarda verso terra.»
«Lieto di conoscervi» disse Loredan. «Ecco cosa voglio che facciate.
Non so quanto siano effettivamente efficaci contro solide mura le
macchine che scagliano rocce, quindi voglio un po' di dati e un po' di
numeri: portata, capacità, ritmo di tiro, qualche indicazione di ciò che ogni
classe di macchine può fare. Ora, non sappiamo nulla su ciò di cui
dispongono effettivamente, ma possiamo basarci sul postulato che si tratti
di copie di quelle adottate anche dal nostro governo. Quando sapremo cosa
possono fare, sapremo di cosa abbiamo bisogno per contrastarne l'azione.
Siamo d'accordo?»
Garantzes annuì. «Vedrò che cosa posso fare» disse prima di rimettersi a
sedere.
Loredan fece un respiro profondo. «Stiamo cominciando ad andare a
parare da qualche parte» disse. «Non c'è nessuno qui che possa procurarmi
dei piani in scala delle difese?»
Per un po' nessuno si mosse; poi un ragazzo molto giovane vicino alle
prime file si alzò e disse: «Penso di potervi aiutare, su questo.»
«E voi siete?»
«Timoleon Molin» rispose il giovanotto. «Ufficio di Sorveglianza. In
realtà mi occupo di drenaggi e precauzioni contro le piene, ma abbiamo un
mucchio di mappe dettagliate in ufficio, che dovrebbero fare al caso
nostro.»
«Molto bene» disse Loredan e Molin si mise nuovamente a sedere con
evidente sollievo. «Non c'è nessuno dell'arsenale?»
L'uomo che si alzò era basso, calvo e zoppicava un po'. «Teodrico
Tiron» disse. «Io fabbrico catapulte.»
«Non potreste essere più adatto» disse Loredan con un cenno di appro-
vazione. «Voglio che vi uniate a Timoleon, laggiù, e all'ingegner Garan-
tzes e mi disegnate una carta delle mura che mostri l'area di tiro di tutte le
macchine fisse che abbiamo già in posizione, indicando gli angoli ciechi e
i posti in cui comunque potremmo fare qualcosa per migliorare la
copertura della nostra artiglieria. Se, come sembra, le loro macchine
rappresentano una minaccia, la nostra migliore soluzione sarebbe di
riuscire a distruggerle prima che riescano a farle funzionare.» Si girò verso
sinistra. «Prefetto» disse «già che stiamo affrontando questo argomento,
vorrei parlare con tutti i comandanti a tempo pieno delle squadre di lancio,
per capire cosa sono in grado di fare al momento e studiare un qualche tipo
di addestramento intensivo. Voglio che diventiamo capaci di colpire ciò a
cui miriamo, altrimenti sprecheremo solo del tempo.» Fece una pausa per
prendere fiato e ripassò mentalmente ciò che era stato detto fino a quel
momento. «Adesso, a meno che qualcuno mi segnali qualcosa che mi sono
scordato, possiamo dire di avere coperto la loro prima opzione. Passiamo a
considerare la seconda: scalare le mura.»
Mentre proseguiva riuscì ad avvertire il mutamento d'umore del Consi-
glio; dalla curiosità a una sorta di strabiliata accettazione di tutto il lavoro
che veniva via via assegnato in modo così determinato; non poté fare a
meno di chiedersi: Perché accettano tutto ciò come se si trattasse di perle
di saggezza provenienti da un grande generale?
Non si accorgono che sto improvvisando a mano a mano che procedo?
O non gli era neanche passato per la mente di fare queste poche,
elementari cose? In nome degli dei, perché all'improvviso dipende tutto da
me?
«Adesso passiamo alla distribuzione del cibo» si sentì dire. «So che
abbiamo un bel po' di provviste da parte, e l'Ufficio del Prefetto le sta
aumentando su vasta scala comperando sul mercato libero, quindi stiamo
tranquilli; tuttavia penso che sarebbe di grande aiuto se sapessimo
esattamente quanto gente dobbiamo nutrire e come abbiamo intenzione di
organizzarci per quanto riguarda la distribuzione delle derrate. Non c'è
nessuno qui dell'Ufficio del Cancelliere? Bene; ora, so che è passato un bel
po' di tempo dall'ultima volta che c'è stato un vero censimento...»
Prova ad ascoltarti, vuoi? Da quando in qua sei un capo nato? Se
vogliamo dire la verità, non sai proprio un bel niente a proposito delle
scorte di grano. Il che, probabilmente, è il motivo per cui ha senso cercare
di valutarle.
E che fine hanno fatto tutti i politici? Perché nessuno discute quello che
dico, in nome del cielo?
La situazione deve essere veramente seria.
Improvvisamente si rese conto di non avere più niente da dire. Si sentì in
imbarazzo; non sapeva come concludere un discorso in maniera appropria-
ta, prima di rimettersi a sedere... Be', naturale che non lo so, sono uno
spadaccino in nome degli dei... E non aveva idea di come rispettare la
forma. Annuì per l'ennesima volta e si girò verso il prefetto.
«Penso di avere detto tutto ciò che volevo» affermò. «Prefetto, a voi la
parola.»
Il prefetto si alzò in piedi, con l'aria di essere stato colto un po' di
sorpresa.
«Grazie, Colonnello Loredan» disse. «Be', a quanto pare abbiamo tutti
un mucchio di lavoro da fare, perciò propongo di aggiornare la riunione a
domani. Signori.» Abbassò la testa in un breve saluto e tutti quanti si
alzarono e cominciarono a parlare tutti insieme; l'improvvisa esplosione di
rumore e di movimento fecero pensare Loredan a uno stormo di cornacchie
improvvisamente fatte scappare da un campo di frumento. Rimase dove
era, sperando di essere lasciato in pace mentre cercava di dare un senso
all'insieme.
«Le mie congratulazioni, Colonnello.» Era quel dannato idiota del
prefetto, che gli rivolgeva uno sguardo infuocato da sotto le sue spettacola-
ri sopracciglia. «Siete riuscito a fare di voi stesso l'uomo più importante
della città.» Fece una pausa, per massimizzare l'effetto delle sue parole.
«Dopo di me, naturalmente. Spero che lo terrete sempre a mente.»
Oh, bene, minacce. Ora riconosco questa città. «Se volete dare questo
incarico a qualcun altro, caro prefetto» disse stancamente «accomodatevi
pure. Io sto ancora cercando di capire dove sono andato a pescare tutte
queste nozioni.»
Il prefetto inarcò un sopracciglio. «Suppongo derivino dal tempo che
avete trascorso nello stato maggiore del Generale Maxen» disse. «Dove,
immagino, avete imparato a servirvi del buon senso nelle questioni
amministrative.»
«Ah.» Loredan non poté trattenersi dal sogghignare. «Quindi è questo
che facevamo, secondo voi. Bizzarro; tutto quello che riesco a ricordare è
di avere dormito molto per terra e combattuto gente. Comunque, immagino
abbiate ragione; si tratta di semplice buon senso: riconoscere il fatto che
non sappiamo come affrontare questa situazione e che quindi ci conviene
provare a trovare la risposta prima che comincino i guai. È per questa
ragione quindi che mi avete scaricato tutto ciò sulle spalle?»
Il prefetto gli sedette accanto e gli parlò all'orecchio. «In parte» disse.
«Si tratta soprattutto di una questione politica. Temo di essermi lasciato
guidare dal cinismo; pensavo che lo aveste capito. La questione è piuttosto
semplice; un tempo eravate un ufficiale dell'esercito e adesso non siete
nessuno. Se è proprio necessario dare a qualcuno un potere straordinario
perché coordini le difese della città, una nullità politica ovviamente è la
scelta meno azzardata.» Gli rivolse un sorriso sgradevole. «Non c'è
nessuna probabilità che vi schieriate con una fazione o l'altra e che vi
insediate come dittatore militare. Noi politici dobbiamo considerare queste
cose, capite? E» aggiunse con tono improvvisamente cortese «avete l'aria
di essere abbastanza competente. Come ho detto un momento fa, in fondo
si tratta di usare soprattutto il buon senso.»
Il prefetto si allontanò per parlare con qualcun altro, probabilmente
inconsapevole del cumulo di sanguinose maledizioni che aveva accumula-
to in pochi minuti. Loredan lo aveva cancellato fermamente dalla mente e
aveva deciso di tentare di scivolare fuori e scendere in città e magari anche
di passare da casa per un paio d'ore, quando si accorse che Alexius stava
facendogli dei cenni. Con un piccolo sospiro attraversò la stanza.
«Il prefetto stava spiegandomi perché sono stato scelto per l'incarico»
disse Loredan. «A quanto pare dipende dal fatto che sono un signor
nessuno. Con uomini come lui al comando, mi chiedo con stupore perché
non abbiamo cercato di risolvere il problema facendo ricorso alla
diplomazia. Sarebbe un meraviglioso ambasciatore.»
«In effetti non smetto mai di stupirmi di quanto siano furbi gli idioti in
questa città» rispose Alexius. «Più o meno conosco Bolerun da quindici
anni. Ha passato tutta la vita per arrivare a salire su un palcoscenico che gli
consentisse di dimostrarsi un completo fallimento nel modo più pubblico
possibile.»
Loredan sembrava perplesso. «Bolerun?» chiese.
«Meinas Bolerun. Il prefetto della Città.»
«Oh.» Loredan fece spallucce. «Vedete? Non so neanche come si
chiama questa gente. In effetti, non so neppure se è prefetto da anni e anni
o se è stato nominato il mese scorso. Non credo che ci sia molta gente che
lo sa, se è per questo.»
Alexius si mise una mano davanti alla bocca per nascondere uno sbadi-
glio. «Se può consolarvi» rispose «ora del tramonto, stasera, tutti in città
sapranno chi siete voi.»
«No» rispose Loredan in tono tetro. «Non mi consola affatto.»

Pur sentendosi un po' intontito, Venart riuscì a ritrovare la strada della


locanda (segui il tuo naso fino a quando arrivi al fiume, seconda a destra e
poi immediatamente a sinistra) e chiese una piccola brocca di sidro.
Aveva scoperto che la corda era molto più interessante di quanto non
sembrasse. In effetti la corda si era rivelata un soggetto di così multiforme
complessità che un centinaio di studiosi che avessero dedicato la vita ad
approfondirlo non sarebbero mai riusciti a ottenere altro che una vaga e
fuorviante ombra di comprensione di quel grande miracolo che era la
corda. Quella di Perimadeia, perlomeno; a casa sua la corda era spessa,
media o sottile, liscia o pelosa, da quattro soldi e di cattiva qualità, o buona
ma costosa, e questo era tutto ciò che ti occorreva sapere, a parte la
quantità di corda che volevi. Due interi giorni passati su e giù per le vie dei
cordai, però, gli avevano aperto gli occhi con il risultato che adesso sapeva
un po' meno di quando aveva cominciato, ma almeno era perfettamente
cosciente della misura della propria ignoranza.
Inoltre, non aveva comperato un solo metro di corda. La prima cosa che
avrebbe fatto il giorno dopo, promise a se stesso, sarebbe stato di uscire a
comperare della corda. Qualunque tipo di corda, purché a buon mercato.
Dopo tutto, se lui non capiva niente di corda lo stesso valeva per la gente a
cui intendeva venderla.
D'altro canto, rifletté mentre appoggiava la brocca vicino al parafuoco
perché si scaldasse, grazie alle sue visite guidate adesso sapeva qualcosa
che prima non sapeva e la conoscenza non è mai sprecata. Adesso sapeva
che c'erano corde di lino, corde di giunchi, corde fatte con un misto di lino
e giunchi, corde ricavate dal pelo dei più diversi animali (solo che non si
chiamavano corde, e in quel momento non riusciva a ricordare il temine
giusto), corde di seta, che costavano sorprendentemente poco, e corde da
pochi soldi che alla fine si erano rivelate più costose di quanto fosse
disposto a spendere; soprattutto c'era corda da carico, che era quella che lui
voleva comperare e che tutti cercavano di vendergli. Era solo un dettaglio
incidentale, il prezzo, che aveva impedito fino a quel momento la
conclusione dell'affare.
Si versò metà della brocca di sidro e bevve un paio di sorsi, godendosi
l'insolito sapore della noce moscata; una tipica raffinatezza cittadina che
gli piaceva molto. C'era qualcos'altro, realizzò; qualcosa mancava.
Per essere precisi, sua sorella.
Mise giù la brocca e si alzò in piedi, incerto sul da farsi. Il suo primo
pensiero fu che le fosse successo qualcosa; una ragazza innocente, tutta
sola in una città decadente e sofisticata. Che cosa gli era venuto in mente
di lasciarla andare in giro da sola? Proprio mentre stava per abbandonarsi
all'iniziale attacco di panico, una voce razionale dentro di lui gli fece
presente che Vetriz non era esattamente innocente e che era un dato di
fatto che Perimadeia fosse un posto molto più sicuro per andarci a spasso,
specie di notte, dell'Isola. C'era anche il problema di dove cominciare a
cercarla in un luogo di quelle dimensioni. Sedette di nuovo e bevve un
altro sorso di sidro per schiarirsi la mente.
Eravamo d'accordo che sarebbe venuta direttamente qui, e questo
avveniva quattro ore fa. A questo punto o è morta o è a fare compere.
In entrambi i casi, continuò la irritantemente razionale voce interiore, le
probabilità di trovarla andandosene semplicemente in giro su e giù per la
città erano deprimentemente esili. Era molto più sensato starsene a sedere,
e restare calmi e tranquilli fino a quando fosse tornata indietro. Venart non
trovò obiezioni fondate da fare; quindi rimosse dalla mente l'immagine di
sua sorella che moriva dissanguata riversa in un vicolo (chiamando
flebilmente il suo nome con il proprio ultimo respiro, manco a dirsi) e
dette fondo al sidro, che sarebbe stato uno spreco lasciare lì dopo averlo
pagato. Era un sidro particolarmente buono, robusto ma che non dava alla
testa ed era sul punto di ordinarne un'altra brocca quando udì una voce
alta, musicale e familiare provenire dall'altra stanza. Balzò in piedi,
inciampò in un cane che dormiva, imprecò e aprì la porta.
Si trovò davanti sua sorella; e insieme a lei c'era un'altra ragazza, carina
e dall'aria vagamente familiare. Il senso di sollievo, la necessità di
comportarsi in modo urbano davanti a una sconosciuta e una piccola
brocca di ottimo sidro fecero svanire la sua ira fraterna; si unì a loro con
aria allegra.
«Ciao, Ven» disse Vetriz. «Scusa, ma ho perso completamente la
nozione del tempo. Sono andata a fare compere.»
«Lo avevo immaginato» rispose Venart in tono casuale. «E...»
«Questa è Athli» continuò Vetriz. La ragazza carina gli rivolse un
sorriso educato. «Ricordi, l'abbiamo incontrata in quella taverna... Il giorno
che mi portasti in tribunale.»
Ah, certo, ecco chi era. L'assistente dell'avvocato. «Salve» disse Venart.
«Lieto di rivedervi.» Era proprio graziosa, disse poi a se stesso mentre
Vetriz spiegava che si erano casualmente imbattute una nell'altra al
mercato dei cartolai e che Athli era stata così gentile da aiutarla nei suoi
acquisti, ragione per cui l'aveva invitata a cena. Venart convenne che era il
minimo che potevano fare per sdebitarsi e fece qualche debole battuta sul
fatto di salvaguardare la reputazione di ospitalità dell'Isola. Un'altra parte
di se stesso stava domandandosi se in quella città fosse normale che
ragazze nubili andassero a cenare di notte nelle taverne con conoscenti
occasionali; una riflessione futile, decise, dato che ne aveva davanti una
che si accingeva a fare proprio questo.
Fu una buona cena, come peraltro era giusto aspettarsi in uno dei
migliori alberghi della città; un piatto di quaglie arrosto con rotolini di
burro bianco e soffice, seguito da una triglia rossa di considerevoli
dimensioni cotta nei capperi e con una salsa di vino e infine l'inevitabile
portata principale di Perimadeia, la tavola: un foglio rotondo, piatto e
sottile di pane non lievitato, esattamente del medesimo diametro del tavolo
intorno a cui erano seduti, sul quale i ragazzi che servivano scodellarono
mestolate di una mistura strana e colorata, pescandola da grandi pentoloni
fumanti. Venart e Vetriz riuscirono a fatica a consumare un terzo del piatto
fra tutti e due, mentre la loro ospite spazzolò senza sforzo tutto il resto.
Anzi, finì molto prima di loro e cominciò a raccomandargli per dopo le
palline di pasta dolce in salsa di mirtilli, mentre loro stavano facendo
appello alle ultime forze per finire il pezzo di pane che stringevano fra le
dita. Per quanto spesso possa venire in questa città, si disse Venart, non
riuscirò mai ad abituarmi alla quantità di cibo che mangiano; il che
avrebbe reso un assedio interessante oltre a farne la più allettante
opportunità commerciale di tutta una vita.
La prima cosa da fare era distrarre Athli prima che potesse tornare
sull'argomento delle palline di pasta dolce. Di conseguenza Venart lanciò
un attacco preventivo e le chiese come andassero le cose nella professione
legale.
«Oh, più o meno come sempre» rispose Athli. «A essere sinceri, non ci
occupiamo più di legge, adesso. Quello che voglio dire è che Loredan si è
ritirato e ha aperto una scuola di scherma, per insegnare ai giovani
avvocati come tirare di spada, e che io gli faccio da assistente.» Aggrottò
la fronte. «Be', anche questo è un po' superato al momento. Adesso sta
lavorando per il Consiglio di Sicurezza» aggiunse, in tono un po' dubbioso.
«Vedete, abbiamo organizzato un attacco contro il campo, dove stanno
costruendo le macchine da assedio. Sfortunatamente è andato tutto storto e
un sacco dei nostri sono stati uccisi. È stato soprattutto per merito di
Loredan se le perdite non sono state ancora più gravi.»
Vetriz alzò lo sguardo di scatto. «Che meraviglia» disse. «Oh, dei, che
cosa ho detto. Scusatemi. Quello che volevo dire era che è meraviglioso
che sia l'eroe del momento e cose del genere. Quando saremo tornati a casa
potremo dire a tutti che...»
«Vi prego, scusate mia sorella» la interruppe Venart. «La porto con me
durante questi viaggi solo nella speranza che scateni una guerra.» Gettò
un'occhiataccia a Vetriz attraverso la tavola e continuò. «Quanto è seria la
situazione, secondo voi? Dovunque io sia stato la gente ne parla come
della fine del mondo, eppure si comporta come se non stesse succedendo
niente. A parte i prezzi, naturalmente; e anche in questo caso, comunque,
le persone si comportano come se tutta la faccenda fosso solo un modo per
stimolare il commercio.»
Athli si strinse nelle spalle. «Molto sinceramente, non saprei che dirvi»
affermò. «Non siamo mai stati in una situazione del genere fino a oggi. È
difficile immaginare che qualcuno sia in grado di superare le mura, tanto
meno una massa di gente che, diciamocelo, è poco più di un branco di
selvaggi.»
«Detto questo, saremmo dei pazzi a prendere la cosa seriamente.» Girò
la faccia e guardò da un'altra parte. «Dopo tutto, sono riusciti a far fare la
figura degli scemi a quelli della nostra forza di spedizione. Adesso dicono
tutti che è successo perché i nostri generali erano riusciti a fare una grande
confusione e a farsi trascinare in un'imboscata, per cui l'accaduto non può
essere considerato una prova della loro capacità di renderci le cose difficili
nel caso noi si riesca a evitare di fare stupidi errori, se capite cosa voglio
dire.»
Venart annuì. «Be'» disse «suppongo che solo il tempo ci darà la rispo-
sta. Sapete molto di questo popolo delle pianure? Immagino di sì, visto che
avete già avuto problemi con loro in passato.»
«No, non un granché» ammise Athli. «La verità e che non siamo mai più
che blandamente curiosi a proposito di nessuno, a parte noi stessi. Fino a
poco tempo fa, non ci saremmo mai sognati che potesse succedere una
cosa del genere. In effetti, ci siamo mostrati piuttosto amichevoli nei loro
confronti. C'erano perfino alcuni di loro che vivevano e lavoravano qui...
Dopo tutto qui arriva gente da ogni parte del mondo e noi non ce ne
curiamo.»
Venart annuì. «La leggendaria tolleranza di Perimadeia» disse in tono
sentenzioso. «A quanto sembra non si è rivelata una buona politica, in
questo caso. Dopo tutto se di base sono dei selvaggi e adesso stanno
costruendo macchine da assedio, deve essere stato qualcuno di qui a
insegnargli come fare.»
In risposta a quella osservazione ebbe un'occhiata gelida. «Che cosa
dovremmo fare?» ribatté Athli. «Tenere tutte le nostre conoscenze e abilità
strettamente segrete per evitare che possano essere usate contro di noi?
Siamo una nazione di commercianti e fabbricanti; se ci comportassimo
così, moriremmo di fame. Lo stesso varrebbe se ci comportassimo da
xenofobi. Voi dovreste apprezzare la cosa più di chiunque altro.»
Un punto a suo favore, ammise Venart con se stesso; se non altro era
stata abbastanza educata da non fare notare che quelli dell'Isola erano
discendenti, al massimo di terza generazione, di una genia di pirati che
aveva tentato svariate volte di attaccare la Città. Decise di cambiare
argomento.
«Parlando di commercio» disse «non è che per caso siete un po' esperta
di corde?»
Athli lo fissò e fece un risolino. «Abbastanza stranamente, sì» rispose.
«Avevo un cliente regolare che commerciava in corde. Che cosa volete
sapere?»
Vetriz aveva lasciato che la sua attenzione si allentasse fin tanto che la
conversazione aveva riguardato la politica; non appena cominciarono a
parlare di corda (pelo di cavallo per la elasticità; il puro lino era meno
costoso e quasi altrettanto valido, ma non bisognava lasciarsi convincere a
comprare nulla fatto di quello che chiamavano filo da vela, perché in realtà
non era puro lino) cominciò proprio a divagare. Ben presto, un po' per
effetto del calore della stanza e un po' per il piacevole peso del cibo nello
stomaco, cominciò a sonnecchiare...
E improvvisamente si trovò da un'altra parte; una cosa abbastanza
sconcertante, fino a che inconsciamente non registrò che si trattava di un
sogno. Ciò che la confondeva di più era che continuava a trovarsi nella
sala da pranzo dell'albergo, seduta a una tavola piena di briciole e pezzetti
di cibo, e che c'erano Ven e la sua nuova amica, Athli, tuttora impegnati a
parlare di corde e dimentichi di tutto il resto. Ma sedute intorno alla tavola
c'erano anche altre persone, che riconobbe con facilità come se si trattasse
di gente che conosceva bene. L'uomo alto con l'aria preoccupata era
Bardas Loredan; be', lui effettivamente lo conosceva e anche, purtroppo,
suo fratello Gorgas. Adesso che poteva vederli insieme l'aria di famiglia
era evidente; non l'aveva notata in Gorgas prima, ma avevano lo stesso
profilo e la stessa muscolatura possente nella mascella e, più palese di
tutto, gli stessi occhi osservatori e sempre all'erta. Non c'era niente di
romantico o anche solo di particolarmente attraente negli occhi di Loredan.
Erano duri, ma non freddi, di un marrone piuttosto scuro (Athli aveva gli
occhi verdi, dannazione; certe ragazze avevano tutte le fortune) e nessuno
dei due fratelli sembrava sbattere le palpebre con la stessa frequenza del
resto della gente. Un'altra cosa curiosa; Gorgas le aveva detto che non
rivolgeva più la parola a suo fratello più giovane e invece eccoli lì che
chiacchieravano tranquillamente, esattamente nel modo in cui ci si aspetta
che chiacchierino due fratelli. Era un peccato che non riuscisse a capire
cosa stessero dicendo. Di qualunque argomento si trattasse, facilmente era
più interessante della corda.
E c'era una donna seduta a sinistra di Gorgas, fra lui e Ven; era anche lei
una Loredan, con lo stesso naso e la stessa mascella (che su di lei non
stava bene) e, inconfondibilmente, gli stessi occhi. Era più anziana di
entrambi, ma troppo giovane per essere la loro madre, sicché Vetriz
dedusse che era o una sorella maggiore, o una giovane zia. Probabilmente
una sorella; la rassomiglianza era troppo marcata per dipendere da
qualcosa di meno di una diretta linea di sangue. Non stava dicendo nulla e
quando Vetriz decise di rivolgerle la parola, improvvisamente non c'era
più. Vide al suo posto un giovanotto che non riconobbe affatto. Non aveva
più di diciotto anni, ed era più basso, più biondo e più snello di tutti gli
altri, con lineamenti piccoli e un po' tozzi che lo facevano sembrare ancora
più giovane. Per qualche ragione sapeva che si trattava di un appartenente
al popolo delle pianure e decise che si trovava lì nel sogno perché avevano
parlato di loro e lei era caduta addormentata dopo una cena pesante.
Lo studiò con interesse, non avendo mai incontrato prima un vero
barbaro. A vederlo non era un granché e certo non aveva un'aria molto
barbara; aveva i capelli un po' unti, ma ben pettinati... Magari il grasso era
in realtà una specie di brillantina: non essendo in grado di sentire odori in
quel sogno, non era in grado di dire se si trattasse di qualche tipo di olio
profumato o pomata... E indossava una camicia dall'aria piuttosto ordinaria
a maniche lunghe che, guardandola più da vicino, si rivelò essere di fine
pelle di daino. Non riuscì a vedere cosa indossasse sulle gambe perché le
teneva sotto il tavolo. A ogni modo, i suoi modi sembravano abbastanza
civili; sedeva piuttosto composto, non aveva neanche messo i gomiti sul
tavolo e sembrava prestare attenzione al grande dibattito sulla corda
manifestando esplicitamente un educato interesse. Ha l'aria di un apprendi-
sta, decise Vetriz, che come segno di speciale benevolenza è stato
autorizzato a cenare al tavolo del padrone.
Non avendo nessun altro con cui parlare, decise di avviare una conver-
sazione con il giovane barbaro. Sorrise e attirò la sua attenzione. Lui le
restituì il sorriso, con una certa galanteria.
«Non ditemi che siete anche voi un appassionato di corda» si sentì dire.
«Molte delle cose che dicono mi sfuggono» ammise. «Ma vale sempre la
pena di ascoltare gente che parla di cose che conosce. Si può imparare
parecchio in questo modo e la conoscenza non va mai sprecata.»
Vetriz ridacchiò. «Parlate proprio come mio fratello» disse. «È uno dei
suoi detti preferiti. In effetti, probabilmente è proprio per questo che ho
sognato che lo citaste.»
«Potreste benissimo avere ragione» replicò il barbaro. «Comunque, la
corda è un argomento sul quale ho bisogno di imparare parecchio. Vedete,
stiamo costruendo un mucchio di macchine a torsione, catapulte e quel
genere di cose, ed è la corda che permette di piegare i bracci e di farle
funzionare. Nessuno di noi ha la più pallida idea di quale sia il tipo di
corda più adatto a questo scopo. Immagino che ci serva qualcosa di
robusto e insieme di elastico.»
«Ah.» Vetriz annuì. «Potrei esservi di aiuto in questo campo, perché
proprio poco prima che perdessi interesse per i loro discorsi, quella
ragazza stava dicendo a mio fratello che per la elasticità le corde migliori
sono quelle di crine di cavallo... Ci capite qualcosa?»
«Parecchio.»
«Oh, bene, perché io invece non ci capisco nulla. Comunque, il crine di
cavallo è il materiale migliore e, se non doveste trovarlo, il puro lino
dovrebbe essere quasi altrettanto valido, mentre invece apparentemente
bisogna evitare come la peste il filo da vela.»
«Oh.» Il barbaro inarcò un po' le sopracciglia. «Questo è bizzarro,
perché un uomo con cui mi è capitato di parlare all'arsenale mi ha detto
che lui personalmente si serve proprio di spago da velai. Non che la cosa
mi dica granché, perché non sarei in grado di riconoscere dello spago da
velai neanche se ci faceste un cappio e mi ci appendeste per il collo.»
Vetriz ridacchiò. «Che brutto pensiero» disse. «E adesso, se non vi
dispiace, accantoniamo definitivamente l'argomento corda e parliamo di
qualcosa d'altro, va bene? In effetti, vorrei farvi una domanda se la cosa
non vi offende.»
Il barbaro fece spallucce. «Prego» disse.
«Va bene. Stavo proprio chiedendomi: che cos'è che non vi piace in
questa città? Voglio dire, dovete proprio odiarla profondamente se vi
prendete tutta questa briga solo per distruggerla. O il vostro popolo
fondamentalmente si dedica proprio a questo genere di attività? È una
specie di componente fondamentale della vostra identità culturale?»
«Niente affatto» ribatté il barbaro. «Voglio dire, ogni tanto combattiamo
fra di noi, ma in linea di massima siamo gente piuttosto pacifica. Certa-
mente non abbiamo una predilezione per il saccheggio e il massacro, a
differenza dei vostri antenati; tutto quell'oro, argento, mobili e roba del
genere sarebbero solo altrettanto peso morto da trasportare in giro, per noi.
No, la questione con la Città è personale. È una cosa che deve essere fatta,
tutto qui.»
«Davvero?» Vetriz inarcò un sopracciglio. «E perché?»
Il barbaro fece una smorfia. «Preferirei non parlarne» rispose. «Se
proprio volete saperlo, perché non lo chiedete a quei due?»
E prima che Vetriz avesse il tempo di chiedergli a quali due si riferisse
anche lui era sparito e Venart stava scuotendola per una spalla (esattamen-
te come aveva l'abitudine di fare quando erano bambini; una cosa che
aveva sempre odiato) e dicendole di svegliarsi perché era tardi.
«Non voglio svegliarmi» borbottò con voce assonnata, conscia che
anche i fratelli Loredan erano spariti. «Quando è tardi si dorme. Ci si
sveglia quando è presto.»
Venart sospirò. «Come vi ho già detto» disse ad Athli, che stava sorri-
dendo «dovete veramente scusare mia sorella. Dovrei smettere di portarla
dappertutto.»

Temrai, che stava sonnecchiando vicino al fuoco, si svegliò di colpo.


«Crine di cavallo» disse.
Zio Anakai gli lanciò un'occhiata da sopra il bordo della sua tazza. «Che
cosa hai detto?» chiese.
«Per le catapulte» spiegò Temrai. Scrollò la testa, sentendosi stordito;
aveva bevuto troppo, decise. «Credo di essermene appena ricordato.
Comunque è quello che dovremo utilizzare.»
Anakai si strinse nelle spalle. «Sei tu il capo» disse. «Ed è un materiale
di cui disponiamo in abbondanza, anche se ci vorrà un po' prima di
persuadere la gente a lasciare che qualcuno si avvicini con un paio di
forbici ai suoi preziosi purosangue.» Si massaggiò il mento. «Dovremo
lanciare la moda delle criniere e delle code tagliate. Saranno d'accordo su
qualunque cosa se sarà di moda.»
«Buona idea» disse Temrai. Era vagamente consapevole di avere
sognato; ma non ricordava mai niente dei sogni già un secondo dopo
essersi svegliato. «Ci dedicheremo a questo come prima cosa domani
mattina» disse sbadigliando. «Per ora, penso che andrò a dormire. A
quanto pare mi sono svegliato con una emicrania.»
Zio Anakai sorrise. «Dormici sopra, allora» rispose. «Ti sei meritato una
buona notte di riposo. Oh, a proposito, chi è Loriden?»
«Non so» rispose Temrai aggrottando la fronte. «Dovrei saperlo?»
«Continuavi a mormorare quel nome mentre dormivi. Ovviamente, deve
trattarsi di qualche ragazza» aggiunse Zio Anakai con un sogghigno.
«Dopo tutto è un nome da donna.»
Temrai rifletté per un attimo, poi scrollò il capo.
«Mai sentita» disse.

CAPITOLO TREDICESIMO

La mattina successiva, con la testa che gli ronzava e un mucchio di


denaro alla cintura, Venart si diresse verso il distretto dei cordai.
Era una delle cose che meritavano di essere viste a Perimadeia; un
quartiere ampio, con vie spaziose; uno dei pochi posti della città dove era
possibile vedere gli edifici senza avere in mezzo una interminabile
processione di carri e carretti. Dato che c'era così poco traffico, vi regnava
un'atmosfera pacifica, quasi da giardino pubblico, rovinata solo dal
disgustoso odore della pece. Anche se le strade erano larghe, non era
possibile camminare nel mezzo; bisognava avanzare rasente i muri
cercando di non finire fra i piedi dei cordai mentre intrecciavano le loro
matasse di corda, fissate a dei corti pilastri di legno da un lato all'altro
della strada, unendo fra loro dieci, dodici e spesso addirittura trenta fili di
cordicella sottile, per ottenere un'unica solida, affidabile fune. A prima
vista il distretto aveva l'aspetto della ragnatela di un grosso e sudicio
ragno.
Alla luce delle nozioni recentemente acquisite, Venart aveva deciso di
fare il suo ordine a un certo Vital Ortenan che ricordava essersi vantato
della sua abilità nel fabbricare lunghe corde di crine di cavallo. Trovò
Ortenan seduto fuori dalla sua bottega con i piedi appoggiati a una delle
colonnine di legno e una tazza di sidro in mano.
«Buon mattino» disse Venart in tono vivace. «Immagino vi ricordiate di
me. Vorrei comperare della corda.»
Ortenan lo fissò. «Sareste davvero fortunato» disse.
«Scusate?»
«Ho detto che sareste veramente fortunato se ci riusciste» rispose
Ortenan, grattandosi un orecchio. «Niente corda oggi, mi spiace.»
Venart aggrottò la fronte. Conosceva quasi tutti i tradizionali trucchi per
trattare sul prezzo, ma questo gli risultava nuovo. «Che cosa significa
niente corda?» chiese. «Ieri ne avevate in negozio delle tonnellate.»
«È vero» disse Ortenan. «Ieri. Poi, circa un'ora prima dell'orario di
chiusura, si è presentato un gruppo di funzionari governativi e ha
comperato tutto. Fino all'ultimo dannato millimetro.» Aggrottò le
sopracciglia al pensiero. «Mi hanno dato un pezzo di carta su cui c'è scritto
che sarò pagato in base alle tariffe ufficiali a tempo debito. In altre parole,
mi hanno requisito la merce. Meraviglioso, vero?»
«Ma...»
Venart lasciò ricadere le braccia lungo i fianchi. «E gli altri?» disse.
«Certamente deve esserci qualcuno...»
Ortenan scosse il capo. «Sono passati attraverso questo distretto come
un branco di locuste» disse in tono tetro. «Ci hanno letteralmente ripuliti.
Hanno detto che gli servivano corde per le catapulte» aggiunse, come se
fosse la cosa più idiota che avesse mai sentito in vita sua. «Quindi, amico,
temo sia il vostro giorno sfortunato. Avreste dovuto fare un contratto ieri,
come vi avevo detto. Così voi avreste la vostra corda e io il mio denaro.»
Venart rifletté per un attimo. «Va bene» disse. «Perché non fabbricate un
altro po' di corda invece di starvene seduto lì? Vi hanno preso anche tutta
la materia prima?»
«No» rispose Ortenan. «Ma perché dovrei prendermi questa briga?
Qualunque cosa fabbrichi deve automaticamente essere venduta al
governo, altrimenti mi getterebbero in galera con un'accusa di sodomia...
Sapete, per via del cosiddetto stato di emergenza.» Arricciò le labbra e
sputò. «Be', sanno quello che devono fare. Quando vedrò un po' di soldi...
Veri soldi, non questo pezzo di carta... Allora, forse, prenderò in conside-
razione l'idea di fare un altro po' di corda. Fino ad allora, possono andare a
masturbarsi. La materia prima non marcirà solo per il fatto di starsene
chiusa in magazzino una settimana.»
Un breve giro del quartiere confermò ciò che Ortenan aveva detto. Non
c'era niente da comperare, a parte qualche centinaio di metri di robaccia
ammuffita e marcia che anche i funzionari governativi avevano rifiutato e
Venart decise che non avrebbe saputo che farsene. Scornato, fece ritorno
alla locanda.
«Questa è una vera seccatura» disse Vetriz quando glielo raccontò.
«Specie dopo che hai speso tanto tempo ed energie per informarti in
materia, quando invece se fossi solo entrato in un posto a caso e avessi
comperato la prima cosa che ti capitava sotto gli occhi, adesso avresti
qualcosa di molto simile a un monopolio della corda e potresti chiedere
qualunque prezzo.»
Venart inarcò le sopracciglia guardandola male, il che la fece ridacchia-
re. «Sono felice che trovi il tutto così divertente» scattò lui. «Spero solo
che troverai motivo di continuare a ridere fino a farti scoppiare quella
sciocca testolina anche quando torneremo a casa con le stive vuote.»
«Ma non lo faremo, vero?» rispose Vetriz. «Tutto quello che dobbiamo
fare è comperare qualcosa d'altro. O non ci avevi pensato?»
Venart si sedette e sfilò lo stivale sinistro; ci si era infilato qualcosa che
gli faceva male mentre ritornava dal distretto dei cordai.
«Oh, sì, e cosa avresti in mente, per la precisione? O per caso hai fatto
segretamente un'approfondita analisi del mercato mentre io ero in giro a
spaccarmi la schiena per divertimento, solo per permetterti...»
«C'è un mucchio di cose che possiamo comperare» disse Vetriz, con
un'aria di sufficienza veramente irritante. «A patto di spuntare il giusto
prezzo.»
«Molto bene. Suggerisci qualcosa.»
Vetriz annuì. «Arazzi» disse prontamente.»
«Arazzi?»
«Arazzi.» Si studiò le unghie per un po' prima di continuare. «Da dove
arrivano tutti gli arazzi che ci sono sull'Isola?»
Venart ci pensò per un attimo. «Blemmyra» disse. «Direttamente»
aggiunse.
«Molto bene. Ma quello che non hai notato, perché sei stato troppo
impegnato a rimuginare su questo, quello e quell'altro a dodici trefoli di
puro lino, è che gli arazzi di Blemmyra che vendono qui sono migliori di
quelli che troviamo a casa nostra e costano un terzo.»
«Oh.» Venart si grattò la testa. «Sei sicura?» chiese.
«Sicuro che sono sicura. Ne stavo cercando uno ieri, per sostituire quel
pezzo di straccio ammuffito che sta appeso al muro della mia stanza da
letto. Per caso ho notato il prezzo e ho chiesto spiegazioni ad Athli, che mi
ha spiegato come stanno le cose. Vedi, quelli di Blemmyra comperano
tutto il loro vino nel Mesoge, ma spediscono loro stessi i barili, per
risparmiare denaro e le doghe dei barili sono così meno costose qui che a
casa loro perché gli Hesichiani le usano come zavorra sulle loro enormi
navi da carico. Quindi le doghe per i barili costano quasi nulla a quelli di
Perimadeia, il che significa che possono permettersi di vendere gli arazzi
che ricevono in cambio dalla gente di Blemmyra a un prezzo molto più
basso di quello che paghiamo noi sull'Isola; e dato che sono molto più
sofisticati di noi, insistono per avere i pezzi migliori e a noi restano gli
arazzi scartati da quelli di Perimadeia.» Sbadigliò. «Si chiama commercio
internazionale» disse con intollerabile supponenza. «Quando avrai finito di
studiare i vari tipi di corda, faresti bene a informarti.»
«Arazzi» disse Venart. «Fantastico. E hai provato a calcolare più o meno
di quanti potremmo poi liberarci, una volta tornati nella nostra piccola,
strana, stagnante patria? Non si tratta esattamente di un grande volume di
vendite, non è vero?»
«Potrebbe esserlo» ribatté Vetriz «se si trattasse di bel materiale e il
prezzo fosse onesto. Non mi meraviglio che la nostra gente non voglia
pagare un occhio per robaccia di seconda mano. D'altro canto, se si
trattasse di arazzi come si deve...»
Venart scosse la testa. «Non ho intenzione di scommettere il capitale che
ci serve per lavorare su una teoria che tu e la tuo nuova amichetta avete
elaborato mentre eravate in giro a fare compere» borbottò. «Quello che ho
intenzione di fare è di andare a trovare quell'uomo, Bardas Loredan, se ci
riesco.»
«Loredan?» Vetriz alzò lo sguardo di scatto. «Perché?»
«Perché è la sola persona che conosciamo nel governo» rispose. «Prova
a pensarci, vuoi? Stanno comperando tutta la corda che esiste in città; ma
molta di essa non è adatta per le catapulte, quindi presumibilmente
rivenderanno sul mercato tutta quella di cui non sapranno che farsene. A
meno che» proseguì con un sorrisetto furbesco «qualcuno non gli faccia
prima un'offerta per tutto il lotto. Surplus di corda di proprietà governativa
a pochi soldi, della migliore qualità, alla portata di un acquirente previden-
te... Il segreto del commercio internazionale sta nel essere capaci di vedere
l'opportunità che si nasconde in seno a ciascun disastro. Più» aggiunse «un
po' di conoscenza dei beni che si commerciano. Nel mio caso, la corda. Ci
vediamo dopo, non andartene a zonzo.»

Quando lo aveva spiegato a Vetriz era sembrato un argomento inoppu-


gnabile. Era ancora un buon punto di vista ora che ebbe raggiunto gli
edifici del Consiglio. Dopo che ebbe attesa un'ora fuori dall'ufficio di un
funzionario solo per ricevere un cartellino che gli avrebbe permesso di
vederne un altro che si trovava al capo opposto dello stesso edificio, non
era altro che un opinabile progetto e arrivò al punto in cui avrebbe
scambiato volentieri tutti i suoi teorici guadagni futuri derivanti dall'affare
della corda, per una mappa dell'edificio che indicasse chiaramente le
uscite. Proprio in quel momento per poco non andò a sbattere contro
qualcuno che gli sembrò di riconoscere.
«Scusate» disse quello. «Non stavo guardando dove mettevo i piedi.»
«Voi siete Bardas Loredan» rispose Venart. «Ero proprio venuto per
incontrare voi.»
«Be', eccomi qui» disse Loredan. «Credo di avervi già visto da qualche
parte, ma non riesco a ricordare esattamente...»
«Ci siamo conosciuti in una taverna» rispose Venart. «Ero con mia
sorella. Avevate appena combattuto in giudizio contro un uomo di nome
Alvise.»
Loredan sorrise. «Ah, ecco» disse. «Mi sembrava che aveste qualcosa a
che fare con una taverna, ma in genere cerco deliberatamente di dimentica-
re quasi tutti quelli che conosco nelle taverne. Che cosa posso fare per
voi?»
Improvvisamente lo slancio commerciale che aveva infuocato Venart, si
spense. Quello che stava per suggerire era probabilmente illegale;
certamente era un'idea di cattivo gusto e moralmente ripugnante. Era anche
una mossa enormemente miope; aveva un contatto al massimo livello nel
governo cittadino e adesso rischiava di alienarselo per scommettere sulla
opportunità di spuntare un piccolo guadagno rapido su un carico di corda.
Tuttavia, ormai era troppo tardi per tirarsi indietro. Fece un respiro
profondo e si lanciò nelle sue considerazioni commerciali, facendo del
proprio meglio per riempire il discorso di frasi tipo se pensate che sia una
cosa possibile e a patto che sia tutto regolare. Alla fine si fermò e rimase
ad aspettare che Loredan chiamasse le guardie, spostandosi nervosamente
da un piede all'altro.
«Be'» disse Loredan dopo un attimo «certamente mi aiuterebbe a tirarmi
fuori da una posizione imbarazzante. Quei pagliacci dell'Ufficio del
Quartiermastro dovevano soltanto fare un inventario, non portare qui
carrettate di corda; sicché stavamo per l'appunto chiedendoci se restituire
quella che non ci serve, il che non sarebbe affatto facile visto che non si
sono presi la briga di segnare su ogni barile da dove proveniva ciascun
lotto, o se pagare tutte le ricevute quando i cordai si fossero presentati a
esigere il loro denaro. Tutte e due le ipotesi sono comunque problemati-
che, quindi vendere tutto il materiale in eccesso mi sembra una buona
idea.» S'interruppe. «Avete detto che volete comprare tutto il lotto o solo
una parte? Per essere franco sarei molto più incline ad accettare la vostra
proposta se in questo modo potessi liberarmi in una sola volta di tutta la
corda in eccesso.»
Venart si leccò le labbra, che nel frattempo erano diventate secche.
«Sarei certamente interessato a comperare l'intero lotto» disse, ignorando
deliberatamente le proteste che sentiva echeggiare nel retro della sua
mente. «Naturalmente dipenderebbe molto dal... Be', dal prezzo.»
Loredan annuì. «Dovremmo attenerci strettamente alle valutazioni dei
funzionari» disse. «I requisitori del Quartiermastro danno un prezzo a tutto
quello che poi dovremo pagare. Voi ci date quello e noi possiamo
pareggiare i nostri libri contabili e dimenticarci che la cosa sia mai
accaduta. A quanto ho capito la pratica abituale per gli acquisti governativi
è quella di dividere in due la differenza fra il costo di produzione e il
prezzo che il venditore avrebbe effettivamente spuntato vendendo il
materiale sul mercato. Spero che vi vada bene, perché non oserei comun-
que scendere di più.»
Tutta la corda inedia e grossa di Perimadeia, a meno del prezzo di
mercato...
«Va bene» mormorò Venart. «Sì, la proposta mi soddisfa.»
Loredan sembrò veramente sollevato. «Una cosa in meno di cui debbo
preoccuparmi, allora» disse, massaggiandosi le tempie come se avesse mal
di testa. «Una vera fortuna che vi sia andato a sbattere contro. Oh, un'altra
cosa. Se poteste farci avere un venticinque per cento diciamo all'acquisto e
il saldo nell'arco di un mese, questo aiuterebbe a concludere l'affare.
Sapete, nella mia mente comincio a confondere gli amministratori e i
nemici. Mi terrorizzano entrambi, ma gli amministratori sanno dove
abito.»
Venart, che aveva già cominciato a valutare quanto rapidamente sarebbe
riuscito a farsi dare il cento per cento della somma ipotecando la sua nave,
deglutì a fatica e disse: «Questo non è un problema.»
«Sicuro?»
«Probabilmente potrei darvi un venticinque per cento anche subito, se la
cosa può servire. Subordinato all'effettiva verifica del prezzo» aggiunse
immediatamente.
«Splendido» rispose Loredan. Chiuse gli occhi e li riaprì un attimo dopo,
come se la luce lo infastidisse. «Ho un po' di emicrania mattutina» spiegò.
«Sentite, se avete tempo possiamo andare immediatamente all'Ufficio del
Quartiermastro e fare preparare subito le carte. Vi va bene, o avete fretta di
andare da qualche altra parte?»
Gli dei benedicano i servizi governativi, disse Venart a se stesso mentre
seguiva Loredan attraverso il labirinto da topi di corridoi e chiostri che era
l'interno dell'edificio.
Gli inefficienti, pasticcioni, inesauribilmente ricchi servizi governativi.
Posso riuscire a vendere l'intero lotto prima ancora di dovere pagare il
saldo. Mi domando se ci sia nessun altro bene di cui hanno del surplus?

«Faranno la valutazione oggi» disse a Vetriz quando fu ritornato in


albergo «e ci consegneranno il materiale domani. Ce lo porteranno
addirittura giù ai moli con i carri e ce lo caricheranno a bordo. Incredibile,
vero? E hanno accettato come acconto il contante che avevo con me, per
cui non appena la corda sarà a bordo potremo tornare a casa e cominciare a
venderla. Ha dell'irreale» aggiunse «il modo in cui è andata tutta la
faccenda, è abbastanza da farmi venire voglia di credere ai miracoli.»
«Oh, bene» rispose Vetriz. «Allora hai speso tutto il denaro?»
«Naturale che ho speso tutto il denaro. Pensi che mi sarei lasciato
sfuggire dalle mani un'occasione come questa solo per tenere un po' di
soldi da parte?»
Vetriz annuì. «Capisco» disse. «Il risultato è che ti sei accordato per
comprare tutta la corda della città, salvo quella di buona qualità che si
tengono perché serve per le catapulte e che non sai neppure quale sarà il
prezzo. E adesso non ci è rimasto il becco di un quattrino per provare la
mia idea a proposito degli arazzi. Fantastico. Sei tu l'uomo d'affari.»
Per amore del quieto vivere Venart decise di fare finta di non avere
sentito. «E se funzionerà» continuò «chissà, potremmo riuscire a ripetere
l'operazione con qualcosa d'altro. Apparentemente l'Ufficio del Quartier-
mastro è praticamente fuori controllo; stanno accumulando materiale a
destra, a sinistra e al centro e rifilando ricevute a tutti i mercanti. Prova
solo a pensare a che cosa potrebbero requisire la prossima volta: legno,
chiodi, ghisa...»
«Hai detto che Loredan aveva l'emicrania?» lo interruppe Vetriz.
«Cosa? Oh, sì, credo di sì. Probabilmente spiega perché voleva conclu-
dere tutto in fretta: in modo da potere andare a stendersi. Che cosa diavolo
c'entra questo?»
Vetriz fece spallucce. «Ero solo interessata, tutto qua. Mi pare di ricor-
dare di avere avuto un brutto mal di testa il giorno che andammo dal
Patriarca.»
«Uh? Be', sfortuna. Come mi dispiace. Probabilmente deve avere
qualcosa a che fare con il tempo; ci sarà un temporale in arrivo o qualcosa
del genere. Dannazione, Vetriz, pensavo che saresti stata contenta del
contratto che ho concluso.»
«Oh, ma lo sono, davvero» rispose lei in tono assente. «Molto ben fatto,
e speriamo che non vada storto visto che ci è costato tutto il nostro denaro.
È buffo che prima tu abbia parlato di miracoli. A quanto pare, stiamo
attraversando un periodo fortunato.» Fece un sorrisetto. «Forse quel caro
Patriarca ci ha fatto un incantesimo. Non sarebbe divertente?»

Dalla sommità dell'altura che si affacciava sul nuovo campo, Temrai


riusciva a vedere la Città. In uno strano modo era un po' come tornare a
casa.
Con una mano stava giocherellando con un paio di gettoni da contabili-
tà; bottino strappato a una carovana di mercanti che avevano commesso
l'errore di pensare che le voci sulla avanzata dei clan fossero le solite
chiacchiere irresponsabili. Era stato un colpo di fortuna; una serie di
gettoni e una tavola per fare i conti probabilmente una volta che la loro
avventura fosse cominciata si sarebbero dimostrati altrettanto utili di
cinquecento arcieri. Aveva imparato la base della contabilità mentre era in
città; l'impiegato amministrativo dell'arsenale era stato più che contento di
mostrare le sue conoscenze a qualcuno interessato. Una simpatica e assai
utile caratteristica tipica di Perimadeia, era questa urgenza di divulgare
utili conoscenze.
Fra l'altro erano anche degli oggettini graziosi. Su una faccia c'era lo
stemma della città; sull'altra, più o meno precisamente riprodotta, la vista
che aveva davanti in quel momento: la Città in tutta la sua forza pittoresca,
orgogliosa come un castellano dietro le sue mura impenetrabili, con il
mare alle spalle e il fiume che fungeva da fossato e manteneva a distanza
gli incontrollabili abitanti dell'interno. Be', disse a se stesso, terrò questi
gettoni da parte, per il caso che qualcuno negli anni a venire desideri
sapere che aspetto aveva la città prima che Temrai la radesse al suolo.
Temrai; Temrai il cosa? Temrai il Grande, Temrai il Magnifico, Temrai
il Terribile, Temrai il Crudele... Sarebbe stato contento di Temrai Primo o
anche solo di Temrai e basta. Ma un Temrai e basta non avrebbe distrutto
la più grande città del mondo.
Ammesso che la cosa risultasse possibile, naturalmente. Non c'era
nessuna garanzia; il pensiero di potere fallire era quasi rassicurante, perché
se avesse fallito non avrebbe dovuto diventare Temrai il Saccheggiatore di
Città, Temrai il Macellaio.
Perché non Temrai l'Ingegnere? Il suono di quell'appellativo gli piaceva
assai più che non Temrai il Grande e certamente più di Temrai il Massa-
cratore. Quanto a Temrai Che-cercò-di-ingoiare-un-boccone-troppo-
grosso-per-lui, non era certo quello il genere di immortalità che si
augurava.
Sotto di lui, davanti alla sua tenda, un gruppo di bambini stava intreccia-
no un tappeto (i tappeti, inzuppati d'acqua e gettati sopra le strutture delle
torri da assedio, avrebbero contrastato i tentativi del nemico di darle alle
fiamme con frecce incendiarie o, perlomeno, quello era il piano). Stavano
lavorando su un grosso telaio verticale, seduti su un'asse appoggiata ai
pioli di due scale in modo da potere venire alzata a mano a mano che il
lavoro progrediva. I bambini passavano il filo della trama in mezzo alle
file di nodi muovendo con precisione le piccole mani, assai più rapidamen-
te di quanto avrebbe potuto fare un adulto. Davanti a loro l'anziana donna
che sovrintendeva il lavoro cantava i vari punti che venivano dati e i
bambini li ripetevano dopo di lei, come se stessero imparando una lezione.
Anche se si trattava di un oggetto con compiti esclusivamente militari,
destinato a essere trapassato e bruciato, la vecchia non poteva fare a meno
di tracciarvi un disegno; probabilmente non conosceva nessun altro modo
di fare il lavoro: ci sarebbe voluto più tempo a capire come farlo senza
decorazioni che a tracciare il disegno. Temrai non poté fare a meno di
convenire che si trattava di una situazione ben strana quando anche le
vecchie, i bambini, e i tappeti andavano in guerra.
Temrai il Tessitore di Tappeti... Si voltò e fissò di nuovo la Città, come
se potesse liquefare quelle mura con la forza dello sguardo. Magari un
giorno avrebbero sostenuto che fosse proprio questo ciò che era successo.
Più o meno; e se i desideri avessero potuto trasformarsi in macchine da
assedio, lui sarebbe stato un tronco grande e grosso. Per una sola mattina,
aveva già sognato abbastanza a occhi aperti; c'era del lavoro da fare.
Raccontacelo ancora, nonna; raccontaci come, quando eri una bambi-
na, hai aiutato a tessere tappeti in modo che Temrai potesse saccheggiare
la città...
Sul lato del campo che dava sul fiume c'era qualcosa di cui sentiva di
poter essere davvero orgoglioso; una fila di trabucchi ancora scintillanti
per la pece che sarebbe servito a renderli impermeabili, impedendo così
che le giunture si gonfiassero e saltassero; Erano come un branco di cavalli
selvaggi in un recinto, in attesa di essere domati, con i bracci dritti nell'aria
e le cinghie che servivano a trattenere le pietre avvolte intorno, come
bandiere ripiegate in attesa che venisse suonata la carica. Ciascuno di loro
poteva lanciare una pietra di duecentocinquanta chili a quasi trecento metri
di distanza, anche se il ritmo di tiro era lento in confronto a una macchina
a torsione e ci voleva un numero decisamente elevato di uomini per tirare
le corde che consentivano di sollevare la pietra da duecento chili che
faceva da contrappeso. Le macchine a torsione sarebbero state pronte ben
presto (non appena fossero riusciti a fabbricare le funi; oh, diavolo, come
faremo a fare quelle dannate funi? Così tanto crine di cavallo e così poco
tempo) e le varie parti che formavano arieti e torri erano ordinatamente
impilate, pronte per il montaggio. Il resto dell'equipaggiamento, le cose
che il nemico per il momento non doveva vedere, stavano scendendo lungo
il fiume, tutte fatte su in teli in modo da nasconderne la forma. Ben presto
avrebbero avuto quasi abbastanza frecce (di legno verde e con piumette
d'anatra; saremo un esercito veramente comico), abbastanza archi,
armature, cavalli, cibo, camice, stivali, cinture, elmi, spade, lacci per
fissare gli elmi, terrecotte... Abbastanza di tutte le dannate cose che erano
necessarie per fare una guerra. Ora aveva perfino qualcuno con l'incarico
di contarli tutti quanti; ci sarebbe stato un vero e proprio censimento del
clan, per la prima volta. Ben presto avrebbe fatto scattare la grande
macchina che aveva costruito e caricato e niente sarebbe più stato come
prima.
Avrebbe potuto andare peggio, rifletté sobriamente. Avrei potuto abitare
ancora nella Città al momento dell'attacco.
Qualcuno alle sue spalle tossì educatamente; era il giovane... Non
riusciva a ricordarsi il nome... Che stava disegnando le mappe. Sembrava
molto orgoglioso del suo lavoro e a ragione: le informazioni erano
disegnate con cura, in modo chiaro e netto, sulla pergamena; con un'oc-
chiata si poteva valutare tutto quello che era necessario sulle caratteristiche
del suolo. Gli rivolse un sorriso di incoraggiamento; il ragazzo lo ringraziò
e si portò le mappe giù per la collina, verso la tenda del comando, dove il
consiglio di guerra era in attesa. Era ora che li raggiungesse anche lui;
un'altra riunione, la terza quel giorno...
Ragazzo? Dei del cielo, quel giovanotto è più vecchio di me; eppure
aveva un atteggiamento così deferente, così pieno di rispetto. In cosa mi
sto trasformando esattamente, preso come sono da tutta questa storica
attività?
Zio Anakai si alzò in piedi quando Temrai entrò, scostando il bordo
della tenda. Quello sì che sembrava molto strano e neanche molto
appropriato, ma Zio An lo aveva fatto istintivamente. Forse sa qualcosa
che io non so, rifletté Temrai, decidendo di non lasciare che la cosa lo
preoccupasse. Sedette sul pavimento, sbadigliò e chiese se ci fosse
qualcosa da mangiare.
«Qualunque cosa che non sia anatra salata» aggiunse, mentre Mivren si
chinava per sollevare il coperchio del proprio cestino. «Mangiare troppo di
una cosa buona, è cosa pessima; troppa anatra salata è una cosa... Forza,
dev'esserci un po' di formaggio o qualcosa d'altro.»
Qualcuno gli allungò un pezzo di formaggio e una mela. Assaltò il cibo
mentre i responsabili dei vari dipartimenti riferivano i loro progressi. In
linea di massima le notizie erano buone; problemi che solo ieri erano
sembrati insormontabili, oggi parevano molto più risolvibili, le varie
squadre di lavoro stavano riuscendo a cooperare e nessuno aveva ancora
chiesto Perché stiamo facendo tutto ciò? I fabbricanti di frecce erano
riusciti in qualche modo a trasformare il legno verde in aste accettabili, che
avrebbero volato diritto. Proprio quando sembrava che stessero per
rimanere senza pelli con cui costruire i tetti degli arieti e delle torri da
assedio, una squadra di cacciatori di cui tutti si erano dimenticati da
settimane era sbucata all'improvviso nel campo a valle con quaranta muli
carichi di pelli non conciate di renna... Per pur caso si erano imbattuti in un
branco di una specie di grosse renne che si facevano vive da questa parte
delle pianure solo una volta ogni quaranta anni o giù di lì; le renne erano
completamente disabituate a vedere uomini e stavano ferme a farsi
riempire di frecce, fissando con vitrea perplessità le proprie simili che
cadevano tutto intorno.
Un altro gruppo aveva trovato una grande quantità di cespugli di vimini
in un boschetto davanti al quale il clan era passato per anni senza mai
realizzare che ci fossero; quella materia prima, perfetta per intrecciare
scudi e cesti era in quantità maggiore di quella che avrebbero potuto usare
in un'intera generazione. Una piena improvvisa da qualche parte a monte
aveva provocato una deviazione del fiume; dove il letto era rimasto
esposto all'aria per la prima volta da secoli, una squadra in esplorazione
aveva trovato un deposito di argilla di prima qualità, perfetta per fabbricare
i recipienti zigrinati e con le pareti sottili che Temrai aveva chiesto per
questa sua arma segreta di cui nessuno poteva sapere ancora nulla. Proprio
quando stavano per rinunciare a immaginare come procurarsi un grosso
carico di nafta, un loro gruppo di scorridori aveva teso un'imboscata a una
carovana di mercanti che trasportava dieci carri pieni di quel materiale.
Quando i mercanti non solo avevano realizzato che non sarebbero stati
orribilmente uccisi, ma si erano anzi sentiti chiedere di fare al clan una
stabile fornitura di nafta per un giusto prezzo, si erano mostrati entusiasti
di cooperare; il risultato era stato un accordo decisamente soddisfacente:
ambra grezza in cambio del combustibile e i mercanti avevano fatto la loro
prima consegna al campo più a valle due giorni prima. Era abbastanza,
rilevò qualcuno, da indurre a credere ai miracoli.
Temrai stette a sentire tutte quelle buone notizie, ci pensò su per un po' e
poi annunciò che a quel ritmo sarebbero stati in grado di trasferirsi tutti al
campo da cui sarebbe stato lanciato l'assalto nel giro di un paio di
settimane.
Qualcuno sostenne che due settimane voleva dire precipitare le cose:
non si poteva fare venti giorni? Qualcun altro disse che invece avrebbero
probabilmente potuto rispettare la scadenza di due settimane se tutti si
fossero dati veramente da fare. Ci fu una breve discussione; il compromes-
so raggiunto fu sedici giorni a partire da oggi, che avrebbe voluto anche
dire luna piena, ideale per la marcia notturna che avrebbero dovuto
affrontare se volevano garantirsi un'ulteriore possibilità di sorpresa. Con la
luna piena, allora: d'accordo?
E questo fu tutto; Temrai il Grande aveva parlato.
E questo, disse Temrai a se stesso mentre la riunione si scioglieva, è il
modo in cui succedono le cose. Bizzarro; suppongo di avere preso io la
decisione, anche se ricordo che me ne stavo seduto con la bocca piena di
formaggio quando qualcun altro ha detto «Con la luna piena, allora». E
ora è deciso e in un modo o nell'altro quello che deve succedere, succede-
rà. E sarà pur sempre tutta mia la responsabilità. Il merito o la colpa.
Comunque vada.
Scostò il bordo della tenda e sbatté le palpebre, abbagliato dalla luce del
giorno; un attimo dopo un uomo corse da lui per dirgli che era urgente-
mente richiesta la sua presenza per risolvere un problema tecnico con le
manovelle di riavvolgimento dei mangani. Ah. Qualcosa d'altro da
risolvere alla meglio. Questo era più da lui. Annuì, buttò via il torsolo
della mela e chiese al messaggero di fargli strada.

«E quello che cosa sarebbe?» chiese Loredan.


L'ingegnere gli rivolse uno sguardo ferito. «È il verricello dell'argano del
ponte levatoio» rispose. «Funziona perfettamente. L'ho controllato
personalmente appena l'altro ieri.»
«Capisco» disse Loredan, colpendolo con un calcetto. La struttura di
legno vibrò e se ne staccò qualche pezzo. «Fatelo riparare» disse stanca-
mente. «Come si deve, questa volta. E non state a spiegarmi perché sarà
difficile, perché tanto non lo voglio sapere.»
Da lassù, in cima alla torre che proteggeva la porta del versante occiden-
tale, riuscì a vedere un lampo di luce che proveniva da un'altura, sette o
otto chilometri in lontananza lungo il fiume; la punta di una lancia o un
elmo, o forse solo una pentola tirata a lucido, che aveva riflesso la luce del
sole proprio mentre lui stava guardando in quella direzione. Fece una
smorfia e con la mano mimò il gesto di togliersi il cappello per un saluto
cortese.
A parte alcuni residui lavoretti, come aggiustare l'attrezzatura che aveva
appena notato e qualche altro rattoppo qua e là, erano pronti quanto
avrebbero mai potuto esserlo. Da dove si trovava poteva vedere i muratori
che stavano smantellando le impalcature intorno ai nuovi bastioni,
audacemente scavati nella viva roccia di quella parte del letto del fiume;
era stato un progetto coraggioso e ambizioso e a quanto pareva aveva
funzionato (se non altro le mura non erano ancora crollate). Due catapulte
su ciascun lato di quella nuova, semplice barriera di pietra avevano a
disposizione un spazio di tiro molto più ampio e coprivano due notori
punti ciechi, spostando in avanti con efficacia di un'altra settantina di metri
la zona di sicurezza. Questo significava che qualunque cosa nel raggio di
quattrocento metri dalle mura era a portata di tiro e non c'erano molti
arcieri che in un torneo potessero scagliare frecce a più di trecento metri,
tanto meno nel bel mezzo di una battaglia, con pietre da centinaia di chili
che piovevano tutt'intorno.
Si concesse un attimo per ammirare la nuova opera muraria; senza segni
del tempo, con tutti i profili ancora affilati e non erosi, la malta fra i
blocchi ancora un po' scura nei punti in cui non si era asciugata del tutto.
Quei suoi bastioni erano la prima aggiunta importante alle mura da...
Quanto? Un secolo? Un secolo e mezzo? Era bello pensare che nel giro di
un altro secolo la gente li avrebbe indicati chiamandoli "le difese di
Loredan" e magari qualcuno avrebbe raccontato ai visitatori stupiti e
affascinati un po' della guerra combattuta da Loredan e come il nemico
non avesse avuto nessuna possibilità fin dall'inizio...
Prova un po' ad ascoltarti! Stai perfino cominciando a pensare come uno
del governo. S'inchinò e afferrò un battente di legno, che faceva parte dei
pezzi necessari a montare una nuova macchina che doveva essere installata
quel pomeriggio. Non riuscì a piegarlo; sarebbe andato bene. Si rialzò,
guardò lontano, visualizzò l'arco di tiro da quel punto, cercò di immaginare
come si sarebbe presentato il muro quando la macchina e la gru per tirare
su le munizioni fossero state al loro posto, chiedendosi se sarebbe rimasto
abbastanza spazio per accedere confortevolmente al camminatoio dei
bastioni. Gli intasi da traffico sulle mura nel bel mezzo di un assalto, erano
una complicazione con la quale non aveva intenzione di misurarsi in
seguito. Come usava dire Maxen, la peggiore cosa che un generale possa
dire è: non ci avevo pensato.
Improvvisamente gli tornò in mente Maxen; così chiaramente che poteva
quasi vederlo, come se fosse stato lì in piedi sulle mura accanto a lui.
Ricordò il suo volto largo e un po' rotondo e la sua barba, che non cresceva
mai più di un paio di centimetri, con una macchia quasi senza peli proprio
in mezzo al mento, dove in pratica non crescevano affatto. Ricordò il suo
modo di starsene in silenzio per un secondo, un secondo e mezzo dopo che
gli avevi detto qualcosa; poi l'invariabile cenno del capo: un po' in avanti e
un po' di lato, sempre il medesimo sia che tu gli avessi detto che il campo
era appena stato attaccato sia che la zuppa era pronta. Si domandò che cosa
avrebbe fatto Maxen se si fosse trovato al comando di quelle fortificazioni
e si augurò che sarebbe stato in larga parte quello che aveva fatto lui, pur
dubitandone.
E poi pensò: tutto questo è colpa di Maxen, a volere dire le cose come
stanno. Colpa di Maxen per avere fatto il suo lavoro nel modo migliore in
cui poteva essere fatto stante le risorse che aveva a disposizione: per averlo
fatto eroicamente bene; ma se quel lavoro non fosse stato necessario, se
non avesse dovuto essere svolto affatto? Se adesso era sicuro nascondersi
dietro le mura, allora doveva esserlo stato anche in passato: non c'era stato
alcun bisogno di portare la guerra nelle pianure, non c'era stata ragione di
fare quello che avevano fatto. Avevano smesso di farlo all'improvviso e
non era successo niente; non si erano trovati tutto d'un colpo in ginocchio a
strisciare davanti a selvaggi urlanti che, dopo avere abbattuto le porte,
volevano portarsi vie le donne e le tovaglie di lino.
Ma Maxen aveva fatto il suo lavoro, senza fare mai notare a nessuno che
forse era superfluo; perché era questo che era Maxen, il solo e unico
generale della Città. Era rimasto anni e anni nelle pianure, a gettare via la
sua vita e quelle di tanti altri solo perché non c'era niente altro che fosse
capace di fare? Perché non riusciva ad accettare l'idea di dovere lasciare
l'esercito a cinquanta anni suonati e di doversi trovare un vero lavoro? Che
genere di uomo fa una cosa simile? Dedica la sua vita a distruggere quelle
di altri solo perché è l'unico modo che conosce per guadagnarsi da vivere?
Loredan considerò le implicazioni di tutto ciò. Sì, ma io mi sono ritirato.
O almeno ci ho provato. Mi sono sforzato di piantarla con quel tipo di
lavoro e adesso eccomi qui con le vite di tutta la città e di tutti i clan sul
palmo della mano. Dei, se avessi ancora un po' di senso dell'umorismo
troverei la cosa divertente.
Sentì che c'era qualcuno dietro di lui; il tramestio di pesanti stivali.
Riconobbe il rumore.
«Quasi fatto» disse l'ingegnere, Garantzes, sbuffando per la fatica di
avere salito le scale dal piano terra. Troppo sidro e troppo tempo passato
davanti a un tavolo da disegno. Loredan realizzò con soddisfazione di
avere salito i gradini due alla volta e di non essere neanche sudato.
«Bene» rispose. «Appena in tempo, comunque.» Puntò un dito verso
l'orizzonte dove si vedeva il baluginio di una luce. «Quanto ci vorrà perché
tutte le nuove macchine siano in posizione?»
Garantzes si strinse nelle spalle. «Dopodomani al più tardi. Sono tutte
insieme e pronte a essere posizionate: nell'arsenale le stiamo producendo al
ritmo di due al giorno; il vero problema sarà di trovare abbastanza mura da
riuscire a piazzarle tutte. L'altro problema è che abbiamo solo due gru
abbastanza grandi per sollevarle nelle rispettive posizioni.» Fece una
risatina sommessa. «Dimenticate quello che ho detto, colpa di tutta questa
confusione. Stiamo costruendo altre due gru, con un po' di fortuna saranno
pronte domani.»
Loredan annuì. «Dopodomani andrà bene» rispose. «Lo stesso vale per
le palizzate.»
Le palizzate erano state una sua idea, o meglio una cosa di cui aveva
letto in un libro parecchi anni prima. Secondo il volume durante una
battaglia navale, un secolo e mezzo prima, i pirati dell'Isola avevano fatto
in modo che i marinai di Perimadeia non potessero abbordare le loro navi
piazzando una serie di pali che in qualche modo sporgevano dalle fiancate
di ciascuna vascello, lungo i quali avevano tirato dei pesanti cavi da
lavoro, come fossero le assi orizzontali di una palizzata rispetto ai
montanti. Il risultato era stato che le scale da arrembaggio dei marinai si
erano inevitabilmente appoggiate ai cavi e non alle murate delle navi e che
tutti i tentativi di salire a bordo erano falliti. Loredan aveva immaginato
che la medesima tecnica potesse servire a proteggere le mura dalle scale
degli assedianti. Adesso c'era una fila di pali di quindici centimetri di
diametro, lunghi ciascuno due metri, che si proiettavano in fuori rispetto al
muro lungo la zona vulnerabile nella quale il nemico avrebbe potuto
tentare di servirsi delle scale. Nei giorni successivi una catena di ferro
sarebbe stata tesa lungo tutta la fila e gli operai dell'Ufficio del Lavoro
stavano dibattendo ferocemente fra di loro per stabilire chi dovesse e chi
non dovesse avere il dubbio privilegio di arrampicarsi come una scimmia
lungo un palo di due metri, a decine di metri di altezza sopra il fiume, per
fissare la catena ai supporti.
«Faremo del nostro meglio» sospirò Garantzes. «Oh, già che ci penso,
ho ricevuto un messaggio per voi da Filepas Nilot, dell'Ufficio del
Quartiermastro.» Aggrottò la fronte. «Non so se ho capito bene, ma quello
che credo che abbia detto è che è riuscito a procurarsi i due milioni di api
che volevate e che sta accordandosi con i falegnami per fare preparare le
tramogge domani.»
Loredan sorrise. «Splendido» disse. «Be', allora credo che più o meno ci
siamo. Ora tutto quello che ci serve è un nemico.» Tornò a girarsi verso il
punto in cui aveva visto baluginare un lampo di luce. «E forse esattamente
dove potrei mettere le mani su uno di loro.»
Dopo che il capo ingegnere si fu allontanato, Loredan fece un giro della
sommità della torre, cercando ancora una volta di visualizzare la città
come l'avrebbe vista il nemico. Era un esercizio a cui si era dedicato tutti i
giorni da quando era cominciata quella dannata faccenda; lo trovava
producente, ma non riusciva a liberarsi dalla sensazione di essersi fatto
sfuggire qualcosa. Per quello che ne sapeva lui, non c'erano punti deboli;
tutto ciò che aveva fatto era stato rinforzare punti già forti. Eppure doveva
esserci qualcosa che era sfuggito a lui, ma non all'altro o se no perché
quello gli stava andando incontro con tanta esuberante confidenza? Dentro
di sé voleva che l'attacco cominciasse, per avere il nemico sotto gli occhi
(perché il nemico che puoi vedere è l'ultimo dei tuoi problemi); ma fino a
che ciò non fosse successo sapeva di dovere continuare a soppesare, a
cercare, a riflettere, fino a quando non avesse capito qual era il fattore
mancante che lo avrebbe indotto a mandare se stesso a quel paese e a dire
Ovviamente! Come posso essere stato così stupido! Avrebbe tanto voluto
poterlo dire prima che il nemico fosse sotto le mura...
Ma non ci riusciva. Ciò che riusciva a vedere, dal punto più alto delle
difese, era la forma delle mura verso terra, che formavano le due braccia di
una V la cui punta era la torre di guardia della porta, in cima alla quale
c'era lui e che si trovava dirimpetto alla foce del fiume, al punto in cui si
biforcava per scorrere tutto intorno all'isola su cui sorgeva la città.
Direttamente sotto la torre c'era il ponte levatoio del Ponte dei Mandriani,
che scavalcava il braccio orientale del fiume a centocinquanta metri o giù
di lì dal punto in cui il corso d'acqua si divideva e in cui era più stretto e
profondo. Il ponte su questa sponda del fiume entrava nell'acqua negli
ultimi venti metri di distanza dalla torre (esattamente la lunghezza del
ponte levatoio), ma assai prima che il nemico vi potesse prendere
posizione, quel ponte sarebbe stato ridotto a un ammasso di assi spezzate;
il grande trabucco alla cui struttura stava appoggiato era posizionato per
questo scopo ed era considerato la macchina più precisa presente sulle
mura. Considerata la robustezza della torre di guardia e la profondità del
fiume in quel punto, poteva cancellarlo come probabile zona focale
dell'attacco.
Una volta biforcatosi, il fiume su entrambi i lati diventava più largo;
centocinquanta metri alla biforcazione, almeno duecento agli apici dei due
bastioni, oltre duecentocinquanta metri nel punto in cui i due bracci
confluivano nel mare. I bastioni erano piazzati in modo tale che il loro arco
di tiro di quasi quattrocento metri coprisse tutta l'area in cui il fiume era
largo meno di duecento e prima che qualsiasi attacco potesse cominciare,
contava di riempire gli spalti dei bastioni con il maggior numero di
macchine possibile, specie trabucchi a lunga gittata se fosse riuscito a
procurarseli. Grazie alla sua principale innovazione, il segreto che non
aveva condiviso con il Consiglio e nemmeno con la maggior parte degli
ingegneri (e gli ingegneri erano gente di cui si fidava), sentiva di avere il
controllo di un semicerchio di quasi cinquecento metri su entrambi i lati e
quello era l'unico posto logico da cui lanciare un attacco. Quanto al resto
delle mura, aveva torri ogni duecento metri e ben presto ciascuna sarebbe
stata dotata di due macchine a torsione e di un trabucco, per non contare
una guarnigione di cinquanta uomini, a parte gli addetti ai pezzi; e sotto le
torri una macchina più piccola ogni trenta metri, montata su un carrello
inclinabile che avrebbe reso possibile usarle per lanciare una pietra a
duecentocinquanta metri, come a cinquanta. Non riusciva a vedere alcun
punto debole lungo l'intera estensione delle mura di terra; o il fiume era
troppo largo, oppure lui era in grado di creare un fuoco di sbarramento che
copriva anche quasi cento metri dell'altra sponda, a cui nessuno sarebbe
stato in grado di sopravvivere.
Aveva considerato anche le opzioni più improbabili. Aveva immaginato
che il nemico fosse in grado di scavare un tunnel sotto il letto del fiume, di
riuscire ad arrivare proprio sotto a una torre e di minare il muro; era
impossibile, ma aveva provveduto anche a questa ipotesi; Aveva immagi-
nato che fossero in grado di concentrare una percentuale di tiro a lunga
gittata sulle mura sufficiente a distruggere tutte le macchine di uno
specifico settore; con l'arsenale che fabbricava macchine al ritmo di due al
giorno e lunghe gru quasi allo stesso ritmo, era in grado di rimpiazzare una
macchina distrutta entro un'ora, giusto il tempo necessario agli ingegneri
per issarne una nuova usando gli opportuni componenti, già pronti ai piedi
di ciascuna torre e che potevano essere assemblati sul posto. Se fossero
riusciti a lanciare palle di fuoco fin lassù, avrebbe avuto i suoi pompieri a
portata di mano. Si era perfino baloccato con l'idea di soldati nemici
catapultati sugli spalti con i trabucchi o che calavano sulla città usando ali
artificiali fissate sulla schiena, e fatto piani di conseguenza. Certo, quello
sì che sarebbe stato uno spettacolo...
Aveva anche fatto l'ipotesi che puntassero semplicemente a logorarlo;
masse di macchine che martellavano le mura giorno e notte, fino a che non
fosse rimasto un solo bastione in piedi su cui piazzare catapulte, nulla su
cui prendere posizione. Be', avrebbero potuto provarci, ma sarebbero
rimasti delusi. Prima che polvere si fosse depositata, i suoi muratori
avrebbero già eretto all'interno della breccia delle mura di contenimento
con pietre a secco, rinforzate da strutture in legno su cui sarebbe stato
possibile schierare macchine; e quanto ai materiali, dall'altra parte del
mare c'era il mondo intero, che aspettava solo di sommergerli di legno e
malta e di blocchi già pronti di concio, in cambio di denaro contante di
Perimadeia che godeva di un universale rispetto.
Un bambino di dieci anni sarebbe in grado di comandare la difesa di
questa città; e donne e bambini potrebbero tenere queste mura per
sempre, purché fossero abbastanza numerosi da fare funzionare gli argani
delle catapulte. È tutto così impenetrabile, che non potrebbe passare
neanche un filo di fumo.
Il che, probabilmente, spiega perché sono così preoccupato; non c'è
nulla di ovvio di cui preoccuparsi. Qualcosa di ovvio, sarebbe l'ultimo dei
miei problemi.
Sì. Già. Molto bene.
Allora perché quel bastardo continuava ad avanzare?
Ironicamente, fu proprio mentre Loredan stava facendo la sua ispezione
che un uomo si presentò alle sentinelle del campo di Temrai, portando con
sé la conferma finale di cui Temrai aveva bisogno; non che fosse stato
preoccupato, ma era bello potersi sentire perfettamente sicuri.
Lo avrebbe trovato là, gli assicurò l'uomo. In tempo. Come specificato.
Proprio come lo avevano discusso quel giorno che si erano incontrati in
città per la prima volta. Temrai rispose di non averne dubitato neanche per
un minuto, ed era vero. Al resto avrebbero pensato loro.
L'uomo aveva un'aria dubbiosa. Temrai non si prese la briga di dargli
spiegazioni. Non gli piaceva molto quella gente, anche se la riuscita
dell'impresa dipendeva completamente da loro. Però se ne fidava.
Si poteva dubitare degli dei, o dell'amore di una moglie, di una madre, di
una figlia, della lealtà degli amici; ma quando c'era di mezzo il profitto ci
si poteva sempre fidare. Una leva, basata su quell'unico, solido principio,
stava per smuovere il mondo.

«Ammettilo» disse Gannadius, la cui voce si udiva a malapena al di


sopra del brusio delle varie conversazioni nella sala principale della
taverna «stai regredendo. Questo è il genere di bizzarrie che mi aspetterei
da uno studente del secondo anno, piuttosto che dal Patriarca dell'Ordine.»
Il Patriarca dell'Ordine che è anche seriamente malato e terribilmente
pieno di lavoro, avrebbe potuto aggiungere, ma non lo fece. Inutile dire
quello che sapevano già entrambi.
«È proprio per questo» disse Alexius rispondendo alla parte non espres-
sa del rimprovero «che ho bisogno di un cambiamento. Questo lo è.»
Ridacchiò da sotto la tesa molle e penzolante del suo ampio cappello. «Mi
sto divertendo. È una distrazione.»
«Mi sembra che tu abbia sempre detto che ti distrai anche troppo facil-
mente» replicò Gannadius, bevendo un sorso del vino forte e troppo acido.
«Perché prendersi tutta questa briga per ottenere lo stesso risultato?»
Alexius fece spallucce. «Porta pazienza» disse. «Sono venti anni che
non venivo in un posto come questo. Inoltre» aggiunse, con un tono di
voce che voleva essere autorevole «mi permette di verificare di prima
mano l'umore della Città.»
Gannadius non degnò quell'evidente insensatezza di una risposta. «Se
qualcuno dovesse riconoscerti...»
«Mi indicherebbe e direbbe: "C'è un vagabondo in quell'angolo che
assomiglia proprio al Patriarca". E i suoi amici risponderebbero: "Non
essere ridicolo, il Patriarca non ha le orecchie così a sventola". La gente
vede solo le cose che può affrontare.» Finì il vino e mise giù il bicchiere.
«Un altro» disse «e poi basta. Temo che i tempi in cui potevo scolarmi
cinque di questi e poi recitare a memoria le trentadue supposizioni
cardinali, siano passati.»
«Resta lì» sospirò Gannadius, alzandosi dal tavolo. «Se qualcuno cerca
di parlare con te, dì che sei un lebbroso.»
Forse Gannadius ha ragione, disse Alexius a se stesso; forse questa è una
specie di seconda infanzia, provocata dalla tensione e dall'eccesso di
responsabilità.
Per il Patriarca abbandonarsi improvvisamente all'impulso di indossare
degli abiti dozzinali e di andare a bere nella città basa, sia pure in una
taverna ragionevolmente salubre come quella, era più o meno impensabile.
Dovrei essere nella mia cella, sdraiato sulla schiena, a soppesare
estrapolazioni di pura teoria e a fissare quei benedetti mosaici. Ma questo
è un posto migliore in cui venire a schiarirsi le idee.
Aveva bisogno di farlo. Il vino, il rumore o qualcosa di quel genere gli
faceva pulsare la testa, ma ultimamente si era abituato alle emicranie, da
quando era stato cooptato nel Consiglio di Sicurezza e doveva passare le
sue giornate a fare sì che il prefetto e il Vice Luogotenente Generale non si
accapigliassero. Correzione: a tenere il prefetto occupato mentre il Vice
Luogotenente Generale faceva il suo lavoro. Era la cosa migliore che
potesse fare per la sua città, lo sapeva e ci si era dedicato con più diligenza
che a qualsiasi altra cosa in vita sua. Per fortuna nel frattempo c'era
Gannadius a mandare avanti l'Ordine al posto suo. Grazie al fatto che era
anche suo interesse. Adesso che era stato ufficialmente dichiarato Vice
Patriarca la sua successione era sicura. E tuttavia dubitava che Gannadius
desse tutta questa importanza alla cosa. Era una cosa curiosa, ma era
sinceramente convinto che Gannadius, la cui compagnia aveva accurata-
mente evitato fino a poco tempo prima, fosse ora la cosa più vicina a un
amico che aveva da quando era stato nominato Patriarca.
Altra correzione: Bardas Loredan, l'uomo cui aveva lanciato una maledi-
zione, era anch'egli un amico, con cui poteva parlare liberamente,
ammettendo le proprie paure e preoccupazioni. Rimarchevole che così
vicino alla fine della sua vita avesse scoperto, improvvisamente e
abbastanza inaspettatamente, l'amicizia. Era come vederci per la prima
volta a un'età alla quale tutti gli altri cominciavano a perdere la vista.
«Ecco e spero che ti ci strozzi» borbottò Gannadius, mettendogli rumo-
rosamente davanti un bicchiere e poi sistemandosi goffamente al suo posto
sulla panca. «Posso farti notare che se proprio ci tieni a bere quantità
eccessive di vino da quattro soldi, è sufficiente aprire la dispensa dell'Ac-
cademia e servirsi. Gratis.»
«Già e dove sarebbe il divertimento?» obiettò Alexius con dolcezza. «E,
come ti ho appena detto, siamo qui con uno scopo. Nota l'aria di apparente
normalità, l'assenza di agitazione e di panico. Chiaramente, il morale della
Città è ancora incoraggiantemente alto.»
Gannadius annusò l'aria. «Questi sciocchi non hanno ancora capito in
quale sciagurato guaio ci troviamo. O se ne sono dimenticati, o hanno dato
per scontato che le cose si siano risolte. Non è passato molto tempo da
quando erano per la strada a tumultuare.»
«Avemmo un tumulto quando ero al terzo anno» disse Alexius in tono
sognante. «Un gruppo di matricole aveva rubato un maiale al mercato del
bestiame, lo aveva dipinto di blu con dell'ocra presa negli uffici dei
banditori e lo aveva vestito con gli abiti del Commissario per il Controllo
del Commercio. Poi avevano inseguito la povera creatura per le strade
della città fino a quando non erano andate a sbattere contro un drappello di
ronda. Questo avrebbe dovuto porre fine alla cosa, quando noi... voglio
dire, un gruppo di studenti reprobi che avevano bevuto troppo per
celebrare la fine degli esami del terzo anno... passarono per caso da quelle
parti, videro i loro compagni nelle mani di gente ostile e si lanciarono
immediatamente al soccorso. Nessuno si fece male seriamente» aggiunse
in tono difensivo «e l'ordine pagò i danni. Inoltre la cosa insegnò alle
guardie una lezione sull'opportunità di usare con tatto la propria autorità
quando avevano a che fare con giovani privilegiati, per di più ubriachi.»
«Capisco» disse Gannadius freddamente. «E tu cosa faresti se una banda
dei nostri allievi del primo anno combinasse una cosa del genere? Gli
daresti un giorno di vacanza e li inviteresti a cena nel salone?»
«Certamente no» ribatté Alexius. «Li caccerei dall'Ordine e li consegne-
rei alle autorità civili. Non possiamo sopportare comportamenti incoscienti
di questo tipo.»
«Sono felice di sentirlo.» Gannadius bevette un sorso di vino e fece una
smorfia. «Se vuoi, puoi berti anche il mio. Ho già abbastanza mal di testa,
senza bisogno di berne un altro.»
Alexius lo fissò. «Anche tu?»
«Perché? Hai...»
«Fin da quando siamo entrati. L'ho attribuito al vino dozzinale e all'am-
biente, ma se anche tu ce l'hai...»
«I nostri amici dell'Isola? Oh, non di nuovo, per favore. Non abbiamo
già abbastanza cose con cui misurarci?»
«Apparentemente no.»
Senza dare nell'occhio, Gannadius diede un'occhiata circolare alla
stanza. «Non li vedo» disse. «Deve essere colpa del vino. I mal di testa
possono venire anche per cause naturali, sai» aggiunse «e sto facendo un
complimento esagerato a questa robaccia definendola naturale. Penso che
in questo liquido ci siano ben poche tracce di onesta uva fermentata.»
Vide Alexius rilassarsi. «Sono sicuro che hai ragione» disse. «Troppo
cattivo vino e una immaginazione iperattiva. Forse a questo punto
dovremmo tornare a casa.»
Si alzarono, cercando di farsi notare il meno possibile; nella loro ansia di
travestirsi avevano finito per assumere l'aspetto di un genere di persone
che di solito non erano benvenute in locali di quella classe e farsi gettare
per la strada non era esattamente il modo migliore per non dare nell'oc-
chio.
Probabilmente sarebbe andato tutto bene se Alexius non fosse inciampa-
to su una piccola sacca di pelle che qualcuno aveva appoggiato per terra
fra due tavoli, andando a cadere contro la schiena di un avventore che
proprio in quel momento stava tornando al suo posto con una brocca piena
di sidro bollente. Quando il contenuto della brocca gli si riversò su una
gamba l'avventore lanciò un urlo di dolore e si girò di scatto.
«Razza di idiota» sbottò. «Guarda cosa hai fatto.»
Alexius balbettò qualche parola di scusa, ma non a voce abbastanza alta
da risultare udibili.
L'avventore lo afferrò per il collo. «Ti rendi conto che mi hai rovinato i
pantaloni» continuò. «E qualcuno dovrà pagarmeli.»
«Naturalmente» disse Gannadius nel suo tono più conciliante, messo alla
prova in centinaia di confronti all'Università. Sfortunatamente si era
dimenticato che la sua più affettata voce diplomatica, andava poco
d'accordo con il suo travestimento. L'avventore difficilmente avrebbe
potuto non notare la discrepanza, anche perché Gannadius peggiorò la
situazione abbandonandosi a una profusione di rassicurazioni forbite
mentre allungava una mano verso la borsa che teneva dentro una manica.
Prima che il gesto fosse completato l'avventore lo aveva afferrato per un
polso e gli aveva storto dolorosamente il braccio.
«Chi diavolo siete?» domandò. Svariate teste cominciarono a girarsi.
«È importante?»
Alexius si guardò intorno per vedere chi avesse pronunciato quelle
ultime parole e vide una figura massiccia che stava proprio alle spalle
dell'avventore; un tipo grosso, alto e calvo, con un accento straniero, ma
familiare. Molto familiare, in effetti.
«Il signore ha detto che ti paga» continuò lo straniero. «Adesso compor-
tati civilmente.»
L'avventore lasciò andare il braccio di Gannadius e si strinse la testa fra
le mani, come se gli facesse male. «Va bene» disse «non è necessario che
nessun altro ficchi il naso nella faccenda. Basta che mi diano i miei
soldi...»
Gannadius gli diede una somma che sarebbe bastata per vestirlo di
ermellino da capo a piedi, afferrò Alexius per un gomito e lo spinse fuori,
nell'aria fresca della notte.
«Dannazione, Alexius, sapevo che questa sciocchezza ci avrebbe messo
in guai seri. Sarebbe stato così facile che ci riconoscessero...»
«È quello che è successo» rispose Alexius stancamente. «Oh, non ti
preoccupare, non saremo lo zimbello della città ora di domani, se è a
questo che stai pensando. Ma siamo stati decisamente riconosciuti, puoi
esserne sicuro.» Si rese conto di stare in piedi in mezzo a una pozzanghera
di qualcosa che non era solo acqua e fece un passo per uscirne. «Avanti,
andiamo a casa prima che ci venga in mente qualcosa di ancora più stupido
da fare.»
Si avviò lungo la strada con un passo molto più veloce e sicuro di quanto
Gannadius avrebbe creduto possibile, come se fosse troppo preoccupato
per ricordarsi della sua infermità. Gannadius si affrettò a seguirlo.
«È troppo semplice limitarsi a dire che siamo stati riconosciuti» sibilò
«ma non puoi cavartela così. Da chi, in nome del demonio?»
«Dal nostro salvatore» rispose Alexius. «Quell'uomo grosso e calvo.»
Sospirò. «Pensaci» aggiunse. «Credevo veramente che le cose si stessero
risolvendo per conto loro. Invece abbiamo assistito a malapena alle prime
battute.»
«Alexius, se hai intenzione di cominciare a comunicare con me come un
oracolo, ti abbandonerò come una causa persa. In nome del cielo,
spiegati.»
Il Patriarca gli rivolse un sorriso lugubre. «Gannadius, mi sorprendi, ti
ho sempre considerato un osservatore. Ero sicuro che tu lo avessi
riconosciuto.»
«Riconosciuto chi? Quello calvo, intendi? Mi sembrava avessi detto che
era stato lui a riconoscere noi.»
«È così.» Alexius s'interruppe un attimo per riprendere fiato. «Lui ha
riconosciuto noi e io ho riconosciuto lui. E, siccome non credo alle
coincidenze fino al punto di idolatrarle, posso solo concludere che in un
modo o nell'altro ha fatto in modo che andassimo in quella taverna.»
Scosse la testa tristemente. «Immagino questo spieghi la mia improvvisa
urgenza di andare a bere in una taverna dopo venti anni. Mi domando
come abbia fatto.»
«Alexius...»
«Era in quel sogno che abbiamo condiviso. Davvero non ti ricordi?»
Alexius fece un respiro profondo ed esalò lentamente attraverso il naso.
«Quello era Gorgas Loredan.»

CAPITOLO QUATTORDICESIMO

Preparare una guerra voleva dire più commerciò. Più commercio signifi-
cava più cause. Più cause volevano dire più avvocati. E, dato che il
ricambio nella professione era necessariamente frequente, i nuovi avvocati
appena diplomati avevano la loro opportunità di sostenere una causa in
tribunale per la prima volta più precocemente del solito.
Siccome la giustizia deve essere vista per poter essere fatta, l'elenco dei
processi veniva affisso alla porta del palazzo di giustizia tutte le mattine,
quattro ore prima del primo giudizio, per dare al pubblico con un certo
anticipo notizia dei casi che sarebbero stati decisi e offrirgli così la
possibilità di esercitare il diritto civico di assistere ai vari procedimenti e
fare le proprie scommesse.
Dato che Venart e Vetriz erano tornati in patria portando con sé abba-
stanza corda da legare l'Isola alla Città svariate volte, Athli non aveva
niente di particolare da fare. Quando le capitò di passare davanti al palazzo
di giustizia e di gettare un'occhiata all'elenco e ai nomi degli avvocati,
modificò immediatamente i suoi programmi per la giornata e si unì alla
coda. C'era una certa avvocatessa che avrebbe fatto quel giorno la sua
prima apparizione, alla cui carriera Athli era personalmente interessata.
Il caso riguardava una questione piuttosto complicata a proposito di un
carico di fagioli. Il querelante sosteneva che il convenuto (un capitano che
aveva stipulato un contratto per trasportare i suddetti fagioli da Perimadeia
a Nissa per la somma più precisamente specificata nei documenti allegati),
aveva omesso di comportarsi con la dovuta cura e attenzione nello stivare i
suddetti fagioli per il viaggio, tanto che i suddetti fagioli si erano inumiditi
con il risultato di germogliare, il che li aveva resi privi di valore e aveva
impedito al querelante di rispettare l'impegno di fornire i suddetti fagioli a
un acquirente di Nissa, con la conseguenza che il querelante aveva perduto
il guadagno derivante da quel contratto e il valore dei suddetti fagioli e,
come se non bastasse, poteva essere citato dal suddetto acquirente per
danni.
Il convenuto da parte sua affermava che i suddetti fagioli erano germo-
gliati a causa della negligenza del querelante, che li aveva chiusi dentro dei
barili pieni di fessure e chiusi malamente. Questo senza contare che un
paragrafo del contratto del querelante con la succitata terza parte diceva
che il rischio del trasporto dei fagioli passava alla succitata terza parte al
momento della partenza della nave da Perimadeia e che, di conseguenza, il
suddetto querelante non era venuto meno al rispetto di alcun contratto e
non aveva subito danno alcuno per mano del convenuto anche nel caso in
cui (il che peraltro non veniva ammesso) il convenuto fosse stato
negligente nello stivare i suddetti fagioli.
Mentre questa tiritera veniva letta ad alta voce dai cancellieri, il pubblico
sedeva in educato silenzio, rotto solo da qualche sommesso colpo di tosse
o dal furtivo rumore di qualcuno che masticava una mela. C'era una gran
folla; donne avvocato non erano una vera e propria novità in tribunale, ma
non erano neanche uno spettacolo di tutti i giorni e in città era girata la
voce che questa avvocatessa fosse anche giovane e carina. Sulla base di
questa voce, parecchi grossi mazzi di fiori e cestini di frutta erano già stati
consegnati all'ingresso secondario del tribunale.
Non semplicemente carina, disse Athli a se stessa; di una bellezza
abbagliante. La ragazza... Anche in quel momento Athli non riuscì a
ricordarsi il nome, pur avendolo riconosciuto immediatamente non appena
lo aveva visto scritto sull'elenco... Per l'occasione si era vestita con il
tradizionale costume di corte degli avvocati maschi, non come si abbiglia-
vano abitualmente le spadaccine, e l'assistente dell'avvocato del convenuto
aveva tentato di sollevare sulla cosa un'obiezione al giudice, prima che i
fischi e i boati di disapprovazione degli spettatori avessero sommerso le
sue parole. Il giudice, un ex avvocato che Athli conosceva, aveva
minacciato di fare sgomberare la corte se fosse continuata quella confusio-
ne, ma aveva respinto l'obiezione. Il processo quindi stava per cominciare.
L'avvocato della difesa fu il primo a mettersi in guardia, adottando la
posizione rannicchiata e con le ginocchia piegate, tipica della scuola
cittadina. Athli lo conosceva; non era un novizio e godeva la reputazione
di avere un energico stile di scherma, che si affilava tanto al filo della lama
quanto alla punta. Era di media altezza, ma le spalle larghe e gli avambrac-
ci robusti lasciavano capire che doveva essere capace di usare il polso in
modo veloce e con forza. La ragazza si mise in guardia secondo la vecchia
scuola, dritta in piedi, con le caviglie quasi unite e il braccio che reggeva la
spada dritto davanti a se; la punta rimase ferma e non vibrò di un millime-
tro. Athli si mise in tasca il torsolo della mela che stava mangiando e
sedette con la schiena più dritta. La cosa si annunciava interessante.
La donna seduta accanto a lei, un tipo di mezza età, grasso e con un
vestito vistoso, le diede di gomito. «Un quarto d'argento su quello
zoticone» sussurrò. «L'ho visto all'opera la scorsa settimana ed è un
fenomeno.»
«Affare fatto» rispose Athli mentre l'avvocato della difesa faceva un
mezzo salto e un mezzo passo in avanti, sollevando la spada e cercando di
spostare lateralmente quella dell'avversaria, in una parata preventiva che le
avrebbe lasciato un fianco scoperto. La ragazza lo osservò avanzare;
all'ultimo momento fece una rapida rotazione del polso insinuando la
propria lama all'interno della parata e facendo nello stesso tempo un passo
verso sinistra. Fu una mossa intelligente; adesso lui era completamente
fuori linea rispetto a lei e se la ragazza avesse avuto la forza fisica per
deviare completamente il suo colpo, avrebbe potuto contrattaccare e
mettere fine alla cosa lì e subito. Stando le cose come stavano fu lui a
contrattaccare; lei evitò il colpo con facilità ricorrendo al solo gioco di
piedi, ma non aveva abbastanza allungo per restituirlo. Si rimise in
guardia; l'avversario fece lo stesso. Naturalmente aveva ottenuto una
specie di vittoria morale, ma come a Loredan piaceva tanto dire le vittorie
morali non nutrono le cornacchie. La partita era ancora aperta.
Nel successivo scambio l'avvocato della difesa dimostrò un po' più di
intelligenza. Dato che stava utilizzando la scherma della vecchia scuola,
era ovvio che la ragazza sarebbe stata ad aspettare che fosse lui ad
avanzare; una scelta logica, dato che lui era più grosso e più forte. L'uomo
però non lo fece, immaginando che la sua inesperienza l'avrebbe indotta ad
attaccare semplicemente per allentare la tensione. La ragazza tuttavia
rimase immobile, la punta della sua spada fissa come una stella in un
limpido cielo notturno e alla fine fu lui a perdere la pazienza per primo.
Decidendo di scommettere sulla sua inesperienza abbassò deliberatamente
un po' la guardia, mostrandole un'apertura. Certamente la ragazza ne
avrebbe approfittato, lui sarebbe stato pronto e questo avrebbe posto fine
alla faccenda.
La fanciulla però non ci cadde. Anche dal punto in cui era seduta Athli
riusciva a vedere il sudore che cominciava a imperlare la fronte dell'uomo;
il viso della ragazza, invece, era pallido ma asciutto come un foglio di
carta e i suoi occhi erano fissi sulla spada dell'avversario, proprio come
dovevano essere. Era quasi come vedere Loredan tirare di scherma,
realizzò Athli; quella concentrazione totale sulla striscia d'acciaio stretta
nel pugno dell'avversario, quella immobilità all'erta che implicava
l'ostinato rifiuto di basarsi su intuizioni prima che la spada dell'altro si
fosse mossa. Se mi desse la schiena, pensò Athli, potrei perfino scambiar-
la per lui.
Il confronto di caratteri era ormai al limite. L'avvocato della difesa
abbassò un po' di più la guardia, provocatoriamente, come una donna che
sollevasse maliziosamente la gonna oltre il ginocchio. La ragazza lo
ignorò, e continuò a fissare la sua lama lungo il filo della propria. Il
pubblico stava cominciando a mormorare (non aveva speso soldi per
venire a vedere due tizi che restavano immobili) quando l'uomo richiuse la
guardia e fece un bell'affondo ortodosso, in linea retta, angolando la lama
verso il basso per renderle il più difficile possibile la parata.
Il successivo sviluppo fu molto rapido. La ragazza fece due passi verso
destra, ruotando su se stessa e spostandosi dalla sua linea: lo schema
fondamentale della vecchia scuola. Quel movimento la portò troppo fuori
portata perché potesse tentare un contrattacco, ma le consentì di ruotare il
braccio e di deviare la spada dell'avversario scoprendone in questo modo il
lato destro in modo che non potesse rimettersi facilmente in posizione in
tempo per parare. L'uomo arretrò, cercando di entrare con la spada nella
sua guardia, così da potersi servire della superiore forza fisica del proprio
polso per equilibrare lo svantaggio derivante dalla sua posizione. Ma
prima che potesse anche solo sfiorare la spada della ragazza con la sua, se
la ritrovò dentro la propria guardia; il contrattacco che si aspettava non si
era verificato e si trovò a cercare di parare una lama che non c'era. Prima
che avesse il tempo di portarsi fuori pericolo facendo un passo indietro, la
lama della ragazza lo centrò al petto, appena sotto l'ascella destra. L'uomo
arretrò, staccandosi dalla spada che l'aveva trafitto, cadde per terra e morì.
«Oh» disse la donna grassa. «Dannazione.» Si strinse nelle grosse spalle
rotonde, infilò una mano in una manica e ne tirò fuori un quarto d'argento
piuttosto usurato. «Lascia o raddoppia sul prossimo caso?» chiese
speranzosa, sempre stringendo la moneta. Athli scosse la testa e allungò
una mano per ricevere il denaro. Poi si alzò e uscì dal tribunale.
Quando raggiunse la strada stava tremando lievemente.
Fantastica pubblicità per la scuola, disse a se stessa. Mi domando se sia
alla ricerca di un assistente...
Fu solo la forza dell'abitudine che la condusse alla solita taverna, proprio
dietro l'angolo. Aveva appena assistito a un processo e quindi aveva sete e
aveva bisogno di bere qualcosa di forte. Era la prima volta che entrava in
quella osteria da sola e anche se non si trattava del tipo di posto in cui una
donna non accompagnata si aspettava di avere dei problemi, si sentì un po'
in apprensione fino a quando non vide una figura femminile seduta per
conto suo a un tavolo vicino alla finestra. Un attimo dopo realizzò di chi
doveva trattarsi.
Per puro caso, ero lo stesso tavolo a cui aveva l'abitudine di sedere con
Loredan; lontano dall'affollamento della zona che stava fra il locale sul
retro e quella stanza, e comodo nel caso di tagli e ferite da medicare grazie
alle antiche stratificazioni di ragnatele sul muro. Era una consapevole
imitazione, o solo l'inconscio istinto della spadaccina aveva spinto la
ragazza ad accomodarsi proprio lì?
La prossima volta che lo vedrò glielo racconterò. Si divertirà.
Naturalmente non c'era alcuna necessità che la raggiungesse a andasse a
fare conversazione: non ne aveva neanche voglia. Ma restò lì in piedi a
guardare in direzione della ragazza un minuto di troppo. Lei alzò lo
sguardo, la notò e la riconobbe. Le buone maniere impedivano ad Athli di
cavarsela andandosene silenziosamente. Avanzò verso di lei.
«Salve» disse sorridendo. «Ti ho appena visto all'opera in tribunale. Ben
fatto.»
La ragazza fece meccanicamente un cenno di ringraziamento. Aveva
davanti a sé un minuscolo bicchiere di vino, la misura più piccola
disponibile nella taverna. Athli le chiese se ne avrebbe gradito un altro.
Fece cenno di no con la testa: il minimo movimento necessario per farsi
intendere. Era abbastanza stupefacente pensare che, sia pure soprattutto
scherzosamente, Athli aveva preso in considerazione la possibilità di farle
da assistente. Decise di perseverare ancora per un attimo.
«Il tuo primo caso, immagino» disse. «Un cliente piuttosto importante
per una fanciulla alle prime armi.»
«È un mio parente» rispose la ragazza, girando la testa dall'altra parte e
guardando fuori dalla finestra. «Da parte di mio padre. E non è che si
aspettasse che dovessi fare davvero qualcosa; era sicuro di riuscire a
raggiungere un accordo prima che il caso arrivasse in tribunale.» Tornò a
voltare la testa e stavolta fissò Athli dritto negli occhi. «Nessuna delle due
parti voleva che finisse in un processo» proseguì. «Volevano continuare a
fare affari insieme e questo contrasto era solo un dannato impedimento.»
Nonostante tutto, Athli era intrigata. «Che cosa non ha funzionato,
allora?» domandò.
«Sapevo che il caso sarebbe stato cancellato dall'elenco, allora sono
andata dai funzionari del tribunale e ho ottenuto che la causa venisse
anticipata. Il preavviso è stato così breve che non hanno avuto il tempo di
trovare una conciliazione. Così ho potuto duellare.»
«Capisco» rispose Athli lentamente.
La ragazza le indirizzò un risolino. «Uno dei vantaggi di non avere un
assistente» disse «è che posso fare cose del genere.»
«Be', farà certamente bene alla tua carriera» rispose Athli. «Adesso non
dovresti avere problemi a trovare lavoro.»
La ragazza fece spallucce. «Ho bisogno di fare pratica» disse. «Gli
esercizi a scuola sono una bella cosa, ma ho bisogno di apprendere lo
spirito del vero duello. Sono convinta che uccidere gente in un tribunale
per un po' di volte non possa che migliorare il mio temperamento.»
Era un atteggiamento ragionevole per una professionista e non era la
prima volta che Athli sentiva quel genere di considerazioni, ma mai poste
in modo tanto crudo. Comunque trovò il suo modo di porsi abbastanza
rivoltante e decise di non dire nulla.
«Voi eravate un'assistente, vero?» continuò la ragazza, distogliendo
ancora una volta lo sguardo. «Quindi dovreste intendetene. Se volessi del
lavoro da parte dell'ufficio del Procuratore di Stato, dovrei cercare prima di
procurarmi un caso che mi vedesse opposta a qualche avvocato in
particolare? Per come la vedo io, se mi concentro su certi avvocati il
Procuratore mi noterà molto più in fretta che se mi limito in generale a
cercare di fare pratica.»
Athli ci pensò per un momento e suggerì un paio di nomi; avvocati
rinomati che selezionavano il lavoro e chiedevano parcelle salate. «Se
dovessi battere uno di loro» proseguì «certamente diventeresti famosa. E
ovviamente il Procuratore è sempre alla ricerca di nuovi avvocati.»
S'interruppe, non volendo conoscere veramente la risposta alla domanda
che era sul punto di farle. «Perché vuoi lavorare proprio per il Procuratore?
La paga è buona, ma niente di speciale, guadagneresti di più con il diritto
commerciale. Anzi, essendo una donna probabilmente troveresti quello dei
divorzi un campo ottimale in cui praticare.»
La ragazza scosse la testa, facendo volare uno dei pettini che le trattene-
vano i capelli. Cadde sul tavolo con un colpo secco. «I divorzi sono una
perdita di tempo» disse. «Grazie per quei nomi; li terrò a mente.»
Athli sentì un grande bisogno di andarsene e decise di assecondarlo.
«Beh» si costrinse a dire «ancora una volta: ben fatto. E buona fortuna.» Si
alzò. «Ovviamente tutte quelle lezioni extra non sono andate sprecate.»
Sentendo quelle parole la ragazza alzò lo sguardo di scatto. «No» disse
«e intendo assicurarmi che continuino a non esserlo. Arrivederci.»
Pronunciò l'ultima parola con il tono di un ufficiale dell'esercito che
avesse detto Rompete le righe! e Athli si allontanò senza voltarsi indietro.
Aveva deciso di non dire niente a Loredan; dopotutto quelle cose non lo
riguardavano più e aveva una città da difendere. Inoltre si rese conto di
non ricordare anche in quel momento il nome di quella dannata ragazza.

Il campo nemico spuntò sotto le mura della Città una mattina come un
fungo o un gonfiore sospetto sottopelle, non notato fino a quel momento.
Più tardi il Consiglio di Sicurezza decise che dovevano avere fatto
furtivamente navigare le proprie zattere lungo la corrente fino alla gola
attraverso la quale il fiume tagliava le basse colline, a un paio di chilometri
dalla biforcazione. Poi, durante la notte, in qualche modo erano riusciti a
superare l'ultimo tratto con il buio pesto, a sbarcare l'equipaggiamento e a
montare il campo a poche centinaia di metri dal Ponte dei Mandriani; tutto
nel più profondo silenzio, montando le tende al tatto senza un rumore o
una scintilla di luce. Pratica, supponeva il Consiglio, che rendeva perfetti,
senza contare che per dei nomadi montare e smontare un campo doveva
essere una specie di seconda natura. Comunque fosse, era stata un'impresa
notevole.
Questo è ciò che venne detto retrospettivamente. Quando la prima luce
di una giornata grigia e piuttosto fredda illuminò una vasta distesa di
sagome spettrali grigie e marroni che parevano essere scaturite dalle
colline sulla sponda sinistra del fiume, la reazione della città fu assai meno
sobria.
Questa volta, tuttavia, non ci furono folle urlanti né tumulti; neppure la
corsa disperata verso il porto che tutti si aspettavano e che Loredan si era
attentamente preparato a fronteggiare quando aveva fatto i suoi piani. Fu
tanto meglio; perfino i suoi piani non avevano contemplato la possibilità
che il nemico molto semplicemente una bella mattina fosse già lì.
Comunque la città si dimostrò tranquilla in misura quasi inquietante, con
gruppetti di gente in giro per la strade quasi in attesa che succedesse
qualcosa, senza però sapere esattamente di che genere.
Loredan apprese la cosa per la prima volta quando qualcuno che non
conosceva irruppe nella piccola e fredda stanza del corpo di guardia della
seconda città di cui si era servito come camera da letto fin da quando era
tornato dalla spedizione di cavalleria. Si svegliò di colpo e stava cercando
a tentoni di afferrare l'elsa della sua spada, quando l'intruso parlò.
«Abbiamo compagnia» disse l'uomo.
Loredan si dimenticò della spada e si concentrò sullo sforzo di aprire gli
occhi. La notte precedente era andato a letto tardi per cercare di chiarire
alcune discrepanze nella contabilità del Quartiermastro.
«Che cosa?» biascicò. «Cosa sta succedendo?»
«Sono qui. Il nemico. Sono accampati davanti alle porte. Signore»
aggiunse l'uomo, come se gli fosse venuto in mente solo in quel momento.
«C'è immediato bisogno di voi.»
Loredan mise giù le gambe dalla panca di pietra che usava come letto.
«Chi diavolo sei tu?» chiese.
«Sono il Capitano Doria della compagnia di guardia. Con rispetto,
signore, venite o no?»
Loredan lo studiò con espressione tetra, attraverso gli occhi che funzio-
navano ancora malamente. «Va bene, Capitano» disse. «Portate pazienza
solo un minuto, il tempo di vestirmi. Qualunque cosa ci abbia fatto il
nemico, non merita di essere accolto con lo spettacolo del sottoscritto
senza pantaloni.»
Mentre cavalcava attraverso la città bassa, superando una serie ininter-
rotta di facce sollevate a fissarlo, ebbe la sensazion