Sei sulla pagina 1di 2

CAPITOLO III. La veste del monaco.

Per quanto riguarda la veste del monaco, è sufficiente che copra il corpo, rimuova
la vergogna della nudità e prevenga la sofferenza del freddo, ma non deve nutrire i
semi della vanità e dell'orgoglio, come insegna lo stesso Apostolo Paolo: " Quando
dunque abbiamo di che mangiare e di che coprirci, accontentiamoci" (1Tm 6,8).
Dice "operimenta", "coperture" e non "vestimenta", "vestiti", - come alcuni
manoscritti latini espongono erroneamente - per significare un indumento che copre
solo il corpo senza lusingarlo con la vanità della foggia; che è così grossolano che
nessuna stravaganza nel colore o nella forma lo distingue da quello di altri che hanno
abbracciato la stessa professione di vita; così svincolati da ogni eccessiva ricercatezza
da non essere coperti di macchie o scoloriti a causa di una ricercata noncuranza. Ed
infine questo indumento è così privato dell'eleganza di questo mondo da poter
rappresentare in ogni circostanza la veste comune dei servi di Dio. Infatti, qualunque
cosa sia detenuta da uno solo o da una minoranza dei servi di Dio, ma non sia
posseduta universalmente da tutto il corpo della fraternità, tutto ciò è superfluo o
pretenzioso. Per questa ragione deve essere giudicata nociva e come manifestazione
di vanità piuttosto che di virtù [2]. Perciò sarà necessario che noi eliminiamo come
superfluo ed inutile tutto ciò di cui non vediamo esempi né tra i santi dell'antichità
che hanno posto le basi di questo stato di vita, né tra i Padri del nostro tempo che,
fino ad oggi, conservano le istituzioni che hanno ricevuto.
Questo è il motivo per cui essi hanno rifiutato categoricamente un indumento
fatto di pelo di capra (cilicinam vestem), perché tutti lo vedono e lo notano e, come
tale, lungi dal procurare alcun guadagno spirituale, può solo dare origine a vanità;
inoltre, è scomodo e inadatto per il lavoro da svolgere e per il quale il monaco deve
essere sempre perfettamente disponibile. Senza dubbio abbiamo sentito parlare di
alcuni che, vestiti in tal modo, conducevano una vita encomiabile [3]. Ma per questo
motivo non dobbiamo prescriverlo come regola dei monasteri, né sopprimere gli
antichi decreti dei santi Padri, solo perché pochi, per il privilegio delle loro altre virtù,
non sono apparsi biasimevoli anche quando si sono comportati in modo contrario alla
regola comune. Perché ad una disposizione valida per tutti non deve essere preferita
né portare pregiudizio l'opinione di alcuni.
Infatti, le istituzioni alle quali noi dobbiamo attribuire una fiducia incrollabile ed
un'obbedienza incondizionata non sono quelle introdotte dalla volontà di una
minoranza, ma quelle che ci sono state trasmesse di generazione in generazione dai
tempi antichi e dall'accordo della moltitudine dei santi Padri. E non dobbiamo
prendere troppo rapidamente come esempio del nostro comportamento quotidiano né
il fatto che Ioram, il re sacrilego di Israele, circondato da truppe nemiche abbia
mostrato, strappandosi la veste, di indossare un cilicio (2Re 6,30), né che i Niniviti,
per attenuare la condanna che Dio aveva portato contro di loro per mezzo del profeta,
si vestirono dell'austerità del cilicio (Gn 3,5). Perché risulta che il primo abbia
indossato il cilicio come indumento così nascosto che, se non si fosse strappato la
veste, nessuno avrebbe potuto notarlo. Quanto ai Niniviti, si inflissero una veste di
cilicio nel momento in cui tutti piangevano per l'imminente rovina della città e poiché
erano tutti vestiti con la stessa veste, nessuno poteva accusare gli altri di ostentazione.
Poiché se la diversità non urta contro il costume comune (ma coinvolge tutti), la
disuguaglianza non stupisce.