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Fisiologia Umana

Scienze biologiche (Università degli Studi di Roma Tor Vergata)

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CAPITOLO 8 (pag.229)
Potenziali d’Azione: chiamati “spike” (picchi) sono segnali elettrici di
intensità costante che viaggiano dalla zona trigger di un neurone
all’estremità del suo assone.
Un potenziale d’azione non perde forza con la distanza → canali ionici
voltaggio-dipendenti della membrana dell’assone si aprono in sequenza
al passaggio della corrente elettrica lungo l’assone ( Na aggiuntivi che
entrano nella cellula rafforzano la depolarizzazione). Il suo valore
all’estremità di un assone è uguale al volare della zona di trigger:
depolarizzazione di -100 mV in ampiezza.
Conduzione → spostamento potenziale d’azione lungo l’assone.
Definiti come “fenomenti TUTTO O NULLA” perché si presentano come
depolarizzazione massima (se stimolo raggiunge livello soglia) o non si
presentano (se stimolo è al di sotto del livello soglia). Quindi una
corrente si muove lungo l’assone e con la distanza non si indebolisce ma
si rigenera in modo tale da poter indurre muovi potenziali d’azione
lungo il percorso della fibra,tutti con ampiezza costante. Man mani che
la corrente generata dal potenziale d’azione passa da una zona
dell’assone a quella successiva,la situazione energetica viene riflessa nel
potenziale di membrana di quella regione.

Cosa accade alla membrana del neurone mentre s’innesca POTENZIALE


d’AZIONE? → uno stimolo soprasoglia innesca un potenziale d’azione
La conduzione di un potenziale d’azione lungo l’assone richiede solo
pochi tipi di canali ionici: canali voltaggio dipendenti per il Na,per il K e
alcuni canali sempre aperti che contribuiscono a determinare il
potenziale di membrana a riposo.
I potenziali d’azione hanno luogo quando i canali ionici voltaggio-
dipendenti si aprono,alterando permeabilità di membrana (P) al Na (P
Na) e al K (PK). Prima e dopo il potenziale d’azione il neurone si trova al

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suo potenziale di membrana a riposo di -70 mV. Il potenziale d’azione


stesso può essere suddiviso in tre fasi: fase ascendente, discendente,
iperpolarizzazione postuma.
 FASE ASCENDENTE del potenziale d’azione
È dovuta a un improvviso e transitorio aumento della permeabilità
della cellula a Na. Un potenziale d’azione ha inizio quando un
potenziale graduato, raggiungendo la zona trigger, depolarizza la
membrana fino a livello soglia (-55 mV). Man mano che la cellula si
depolarizza, i canali per i Na voltaggio dipendenti si aprono →
rendendo membrana la membrana più permeabile a Na che fluisce
all’interno della cellula lungo il suo gradiente di concentrazione e
attratto dal potenziale di membrana negativo all’interno della
cellula. L’aggiunta di carica positiva al liquido intracellulare
depolarizza ulteriormente la cellula. Nel terzo superiore della fase
ascendente l’interno della cellula diventa più positivo dell’esterno e
il potenziale di membrana ha INVERTITO la polarità.
(rappresentata nel grafico dall’ overshoot, porzione del potenziale
d’azione al di spora di 0 mV). Anche il potenziale di membrana
diventa positivo→ viene meno il gradiente elettrico che attrae Na
all’interno della cellula. Il gradiente di concentrazione del Na
rimane quindi il Na continua ad entrare nella cellula. Fino a che la
permeabilità al Na rimane alta → il potenziale di membrana si
sposta verso il potenziale di equilibrio del Na (E Na)= +60 mV.
( E Na è il potenziale di membrana per cui il gradiente
elettrochimico bilancia la tendenza del Na a entrare nella cellula
secondo il suo gradiente di concentrazione). Il potenziale d’azione
raggiunge un valore di picco a +30 mV quando i canali Na
nell’assone si chiudono e si aprono quelli del potassio.
 FASE DISCENDENTE
Corrisponde a un aumento della permeabilità al K. I canali per il K
voltaggio-dipendenti (come quelli per il Na) cominciano ad aprirsi
in risposta alla depolarizzazione. I cancelli di apertura dei canali
per il K sono più lenti,il picco della permeabilità al K arriva più
tardi di quello della permeabilità al Na. Quando i canali per il K si

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aprono,il potenziale di membrana della cellula ha raggiunto +30


mV a causa dell’afflusso di Na attraverso i più rapidi canali per il
Na. Quando il potenziale d’azione raggiunge il suo picco e i canali
per il Na si chiudono, i canali per il K hanno appena finito di aprirsi
rendendo la membrana molto permeabile al K.
Quando il potenziale di membrana è positivo,sia gradiente
elettrico sia il gradiente di concentrazione favoriscono la
fuoriuscita di K dalla cellula. Mentre il K esce, il potenziale diventa
PIU’ NEGATIVO creando la fase discendente del potanziel d’azione
→ portando la cellula al suo potenziale di riposo. Quando il
potenziale di membrana discendente raggiunge -70mV, i canali per
il K voltaggio-dipendenti non si sono ancora chiusi. Il K continua a
uscire dalla celulla attraverso i canali voltaggio-dipendenti e quelli
non regolati → la membrana di IPERPOLARIZZA avvicinandosi all’
E K di -90 mV. ( fase di iperpolarizzazione chiamata undershoot).
Infine si chiudono i canali lenti voltaggio-dipendenti per il K e una
parte della fuoriuscita del K cessa. La ritenzione del K e la
penetrazione di Na riportano il potenziale di membrana a -70 Mv
(= valore che corrisponde ai normali valori della permeabilità
della membrana al K, Cl,Na)

Il potenziale d’azione è una variazione nel potenziale di membrana


che si verifica quando i canali ionici voltaggio-dipendenti nella
membrana si aprono,aumentando la permeabilità della cellula
prima al Na (che entra) poi al K (che esce). L’afflusso di Na
depolarizza la cellula, la depolarizzazione è seuita da un efflusso
(fuoriuscita) di K che riporta la cellula al potenziale di membrana
a riposo.
Pochissimi ioni attraversano la membrana durante un solo potenziale
d’azione→ le concentrazioni relative di Na e K all’interno e all’esterno
della cellula rimangono fondamentalmente invariate.

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Esempio: basta che un solo ione K ogni 100000 fuoriesca dalla cellula
per portare il potenziale di membrana da +30 mV a -70 mV (con
variazione che equivale alla fase discendente del potenziale d’azione). Il
bassissimo numero di ioni che attraversano la membrana durante
potenziale d’azione non altera in modo significativo i gradienti di
concentrazione di Na e K.
In c.n gli ioni che entrano o escono dalla cellula durante i potenziali
d’azione vengono riportati alle loro posizioni originarie dalla Na-K-
ATPasi (pompa Na-K), questa usa l’energia proveniente dall’idrolisi
dell’ATP per eliminare dalla cellula il Na che vi è entrato e reimmettervi
il K fuoriuscito.
Non è necessario che questo scambio avvenga prima dell’innesco del
potenziale d’azione successivo perché i gradienti di concentrazione degli
ioni non vengono alterati in modo significativo da un unico potenziale
d’azione.
Come i canali per il Na voltaggio-dipendenti si possono chiudere in
corrispondenza del picco del potenziale d’azione quando la cellula è
depolarizzata? Perché questi canali si dovrebbero chiudere a una
differenza di potenziale che ne stimola l’apertura?

Questi canali hanno DUE CANCELLI che regolano il passaggio degli ioni.
I due cancelli detti di ATTIVAZIONE e INATTIVAZIONE osciallno avanti e
indietro per aprire e chiudere il canale per il Na.

Quando nel neurone il potenziale di membrana è al valore di riposo:


cancello di attivazione del canale per il Na è chiuso, il Na non può
spostarsi nel canale. Il cancello di inattivazione (sequenza di aminoacidi
che si comporta come una palla legata a una catena sul versante
citoplasmatico del canale) è aperto. Quando la membrana vicino al
canale si depolarizza, il cancello di attivazione si apre → ciò fa aprire il

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poro del canale e lascia entrate Na nella cellula secondo il gradiente


elettrochimico.
L’aggiunta di carica positiva depolarizza l’interno della cellula e dà
inizio a un circuito di retroazione positiva: si aprono sempre di più
canali per il Na,entra sempre più Na,la cellula continua a depolarizzarsi
(finchè la cellula rimane depolarizzata i canali di attivazione nei canali
per il Na rimangono aperti)
Ai circuiti di retroazione positiva seguono meccanismi che ne causano il
blocco.
Negli assoni, i cancelli di inattivazione nei canali Na costituiscono il
meccanismo che arresta l’aumentare della depolarizzazione della
cellula.
Il cancello di inattivazione è più lento di quello di attivazione di circa 0.5
ms. Entrambi i cancelli si muovono in risposta alla
depolarizzazione,durante questo intervallo il canale per il Na è
aperto,permettendo l’ingresso di una quantità di Na sufficiente a
generare la FASE ASCENDENTE del potenziale d’azione. Quando il
cancello di inattivazione si chiude il Na smette di entrare e il potenziale
d’azione ha raggiunto il picco. Mentre il neurone si ripolarizza durante
l’uscita di K,i canali dei cancelli per il Na ritornano alla loro posizione
originaria in modo tale da poter rispondere alla depolarizzazione
successiva.
Il meccanismo a doppio cancello dei canali Na svolge ruolo
fondamentale nel fenomeno detto PERIODO REFRATTARIO. La
refrattarietà del neurone si riferisce al fatto che una volta che un
potenziale d’azione si è avviato, un secondo potenziale d’azione non può
essere innescato per circa 1-2 ms indipendentemente dall’intensità dello
stimolo. Questo ritardo detto PERIODO REFRATTARIO ASSOLUTO
rappresenta il tempo necessario ai cancelli dei canali per il Na per
ritornare alla posizione di riposo. Un secondo potenziale d’azione non
può avere luogo prima che il primo sia terminato. I potenziali d’azione
che si muovono dalla zona trigger al terminale assonico non possono

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sovrapporsi né viaggiare all’indietro. Al periodo refrattario assoluto


segue il PERIODO REFRATTARIO RELATIVO durante il quale non tutti i
cancelli dei canali del Na sono ancora tornati alla posizione di partenza,
i canali per il K sono ancora aperti. I canali per il Na possono essere
riaperti da un potenziale graduato più intenso del normale.
Il valore soglia è più vicino allo 0 il che richiede un potenziale graduato
depolarizzante più intenso del normale per raggiungerlo, anche se il Na
può entrare attraverso canali per il Na appena riaperti: la
depolarizzazione dovuta all’ingresso di Na sarà compensata dalla
perdita di K attraverso i canali per il K ancora aperti. Qualsiasi
potenziale d’azione innescato durante il periodo refrattario relativo
avrà un’ampiezza inferiore al normale.
Il periodo refrattario è una caratteristica essenziale nella distinzione tra
POTENZIALI D’AZIONE e POTENZIALI GRADUATI. Se due stimoli
raggiungono i dendriti di un neurone in un breve lasso di tempo i
potenziali graduati che si susseguono possono aggiungersi l’uno
all’altro. Se due potenziali graduati soprasoglia raggiungono la zona
trigger per il potenziale d’azione all’interno del periodo refrattario
assoluto, il secondo potenziale graduato non avrà effetti perché i canali
per il Na sono inattivati e non possono riaprirsi così presto. I periodi
refrattari limitano la frequenza alla quale i segnali possono essere
trasmessi lungo un neurone, assicura anche lo spostamento
unidirezionale di un potenziale d’azione dal corpo cellulare al terminale
assonico impedendone la propagazione in un senso inverso.
Una caratteristica distintiva dei potenziali d’azione: possono percorrere
lunghe distanze (1 mt) senza perdere energia (processo: CONDUZIONE).
Il potenziale d’azione che raggiunge la fine dell’assone è identico al
potenziale d’azione partito dalla zona trigger. La depolarizzazione di
una sezione di assone fa sì che le cariche positive diffondano attraverso
il citoplasma in tutte le direzioni generando correnti locali.
Contemporaneamente all’esterno della membrana dell’assone la
corrente fluisce all’indietro verso la sezione depolarizzata. Il flusso
locale di carica nel citoplasma diminuisce con la distanza al dissiparsi

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dell’energia (il flusso lungo l’assone si esaurirebbe se non ci fossero


canali voltaggio-dipendenti). L’assone è ricco di canali voltaggio-
dipendenti per il Na. Ogni volta che la depolarizzazione arriva a questi
canali questi si aprono lasciando entrare più Na nella cellula e
rinforzando la depolarizzazione: circuito a retroazione positiva.
Quando scatta un potenziale d’azione nella zona trigger di un assone:
prima un potenziale graduato soprasoglia entra nella zona trigger,
1) la depolarizzazione apre i canali voltaggio-dipendenti per il Na che
entra nell’assone e il segmento iniziale dell’assone si depolarizza
2) la carica positiva diffonde dalla zona trigger depolarizzata,tramite
flussi locali di corrente alle sezioni di membrana adiacenti
3) essendo respinta dal Na che è entrato nel citoplasma e attratta dalla
carica negativa del potenziale di membrana a riposo.
Il flusso locale di carica verso il terminale assonico dà inizio alla
conduzione del potenziale d’azione. Quando la membrana distale alla
zona trigger viene depolarizzata dal flusso locale di corrente i canali
voltaggio-dipendenti per il Na si aprono lasciando entrare il Na nella
cellula.
4) questo avvia il circuito di retroazione positiva: la depolarizzazione
apre altri canali per il Na che entra provocando un’ulteriore
depolarizzazione e aprendo altri canali Na nella membrana
adiacente. L’ingresso continuo di Na all’apertura di canali per il Na
lungo l’assone significa che l’intensità del segnale non diminuisce
man mano che il potenziale d’azione si propaga. Via via che ogni
segmento dell’assone raggiunge il picco del potenziale d’azione i suoi
canali per il Na diventano inattivi, durante la fase discendente del
potenziale d’azione i canali per il K sono aperti e lasciano fuoriuscire
il K dal citoplasma, infine i canali del K si chiudono e la membrana di
quel segmento di assone ritorna al potenziale di riposo.
5) La sezione di assone che ha appena portato a termine un potenziale
d’azione si trova nel suo periodo refrattario assoluto e i suoi canali
per il Na sono inattivati: per questo motivo il potenziale d’azione non
si può propagare in direzioni contraria

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Cosa accade alla corrente che fluisce all’indietro dalla zona trigger al
corpo cellulare?
Il corpo cellulare e i dendriti hanno canali ionici voltaggio-
dipendenti e possono rispondere alle correnti provenienti dalla zona
trigger. Questi segnali retrogradi sono in grado di influenzare e
modificare il segnale successivo che raggiunge la cellula (es: la
depolarizzazione che fluisce all’indietro lungo l’assone può aprire i
canali voltaggio-dipendenti nei dendriti rendendo il neurone più
eccitabile.

Parametri che influenzano velocità di conduzione di un potenziale


d’azione nei neuroni dei mammiferi:
 Diametro assone
 Resistenza membrana assonica alla dispersione ionica verso
l’esterno della cellula (con lunghezza costante)
Maggiore è il diametro dell’assone o maggiore è la resistenza della
membrana alla dispersione delle cariche maggiore sarà la velocità a
cui si moverà il potenziale d’azione. Quanto maggiore è il diametro
dell’assone tanto più bassa sarà la sua resistenza al flusso di ioni.
La conduzione di potenziali d’azione lungo un assone è PIU’ RAPIDA
negli assoni con membrane a elevata resistenza nei quali la
dispersione di corrente della cellula è minima. L’assone non
mielinizzato ha bassa resistenza alla dispersione di corrente perché la
membrana assonica è a contatto del liquido extracellulare e ha
canali ionici dai quali la corrente può uscire.
Gli assoni mie linizzati limitano la quantità di membrana a contatto
con il fluido extracellulare,in questi assoni piccoli sezioni di

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membrana scoperta (nodi di Ranvier)si alternano con segmenti più


lunghi avvolti in strati multipli di membrana (guaina mielinica).
La guaina mielinica possiede una resistenza elettrica che impedisce
alle correnti ioniche di fluire all’esterno della cellula (la mielina
aumenta lo spessore reale della membrana assonica fino a 100 volte).
Un potenziale d’azione muovendosi lungo l’assone dalla zona trigger
al terminale assonico attraversa regioni di assone mielinizzato che si
alternano a nodi di Ranvier. Il processo di conduzione è simile a
quello dell’assone non mielinizzato se non per il fatto che si verifica
solo a livello dei nodi. Negli assoni mielinici ogni nodo ha un’alta
concentrazione di canali per il Na voltaggio-dipendenti che si aprono
con la depolarizzazione e lasciano entrare Na nell’assone. Gli ioni Na
entrano nel nodo rinforzano la depolarizzazione e mantengono
costante l’ampiezza del potenziale d’azione mentre questo passa da
un nodo all’altro. L’andamento del potenziale d’azione che sembra
“saltare” da un nodo all’altro viene detta CONDUZIONE SALTUARIA.
Cosa rende più rapida la conduzione negli assoni mielinizzati? *
L’apertura dei canali rallenta leggermente la conduzione,negli assoni
non mielinizzati i canali si devono aprire in sequenza per tutta la
lunghezza della membrana assonica per mantenere l’ampiezza del
potenziale d’azione. Negli assoni mielinizzati solo i nodi hanno
bisogno di canali per il Na a causa delle proprietà isolanti della
membrana mielinica. Il potenziale d’azione si muove lungo i
segmenti mielinizzati la conduzione non è rallentata dall’apertura
dei canali.
La conduzione saltuaria è un’alternativa agli assoni di ampio
diametro e permette una rapida conduzione dei potenziali d’azione
lungo assoni piccoli.
In sintesi: i POTENZIALI D’AZIONE viaggiano attraverso diversi
assoni a velocità differenti a seconda di due parametri: diametro
dell’assone e presenza mielina.

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Nelle malattie demielizzanti: perdita di mielina può avere effetti


devastanti sulla trasmissione dei segnali. Nel SNC e SNP la perdita di
mielina rallenta la conduzione dei potenziali d’azione. Quando gli ioni
fuoriescono dalle regioni di membrana interposte tra i noidi di
Ranvier ora non isolate la depolarizzazione che raggiunge un nodo
può non essere sopra la soglia e la conduzione compromessa. (es:
sclerosi multipla).

Fattori chimici possono alterare la conduzione dei potenziali d’azione


→ legandosi ai canali per il NA,K, Ca della membrana neurale. (alcune
neurotossine si legano ai canali per il Na e li bloccano). Se i canali del
Na non funzionano il Na non può entrare nell’assone. Una
depolarizzazione che comincia nella zona trigger si riduce di
intensità muovendosi lungo l’assone con modalità simili a quelle di un
normale potenziale graduato. Se l’onda di depolarizzazione riesce a
raggiungere il terminale assonico può essere troppo debole per
indurre il rilascio neurotrasmettitore quindi il messaggio del neurone
presinaptico non viene trasmesso alla cellula postsinaptica e la
comunicazione fallisce. Anche alterazioni nelle concentrazioni di K e
Ca nel liquido extracellulare causano anomalie dell’attività elettrica
nel sistema nervoso.
La concentrazione di K nel plasma e nel liquido interstiziale è uno dei
principali fattori che determinano il potenziale di membrana a riposo
di tutte le cellule. ( se concentrazione di K nel plasma esce al di fuori
del normale range di 3,5-5 mmol/L → variazione del potenziale di
membrana a riposo delle cellule). Per la maggior parte delle cellule
questa variazione non è importante ma può avere rilevanti
conseguenze sull’organismo nel suo complesso causa del rapporto
tra potenziale a riposo ed eccitabilità del tessuto nervoso e di quello
muscolare.

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Quando il K è a livelli normali i potenziali graduati sottosoglia non


innescano potenziali d’azione mentre i potenziali graduati
soprasoglia si. Un aumento della concentrazione di K nel plasma→
IPERKALIEMIA sposta il potenziale di membrana a risposto di un
neurone più vicino al livello soglia, le cellule sviluppano potenziali
d’azione in risposta ai potenziali graduati meno intensi.
Nel caso di diminuzione significativa concentrazione di K
(IPOKALIEMIA),il potenziale di membrana a riposo delle cellule si
iperpolarizza allontanandosi dal valore soglia. Uno stimolo
abbastanza intenso da innescare un potenziale di membrana non
riuscirebbe a raggiungere il valore soglia. (questa condizione si
manifesta con astenia muscolare perché i neuroni che controllano i
muscoli dello scheletro non riescono a eccitarsi normalmente).

COMUNICAZIONE INTERCELLULARE nel SN


Ci sono molte patologie che colpiscono il flusso di informazioni nel
sistema nervoso tramite segnali elettrici e chimici. La specificità della
comunicazione nervosa è legata a vari fattori: le molecole che
fungono da segnale prodotte dai neuroni, recettori per tali molecole
che si trovano sulle cellule bersaglio, connessioni anatomiche tra
neuroni e le loro cellule bersaglio → strutture di connessione sono
dette SINAPSI.
Ogni sinapsi:
1. TERMINALE ASSONICO della cellula presinaptica
2. Membrana della CELLULA POSTSINAPTICA
In una rete nervosa l’informazione si muove dalla cellula presinaptica
verso la cellula postsinaptica (le cellule postsinaptiche sono neuroni o
cellule non neuronali).
I terminali assonici presinaptici si trovano vicino ai dendriti o vicino al
corpo cellulare del neurone postsinaptico. In generale i neuroni

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postsinaptici con molti dendriti hanno di conseguenza anche molte


sinapsi. Le sinapsi si possono trovare anche sull’assone o sul terminale
assonico della cellula postsinaptica. Le sinapsi si divisono in
ELETTRICHE e CHIMICHE a seconda del tipo di segnale che passa dalla
cellula presinaptica a quella postsinaptica.
SINAPSI ELETTRICHE → permettono il passaggio diretto di un segnale
elettrico ovvero di una corrente,dal citoplasma di una cellula a quello di
un’altra tramite i pori costituiti dalle proteine delle giunzioni
comunicanti. L’informazione può fluire in entrambe le direzioni
attraverso la maggior parte delle giunzioni comunicanti ma in alcune di
esse può fluire in una sola direzione (sinapsi rettificanti).
Si trovano principalmente nei neuroni del SNC ma sono presenti anche
nelle cellule gliali,muscolo cardiaco e liscio e nelle cellule non eccitabili
che utilizzano segnali elettrici (come le cellule beta del pancreas). Il
vantaggio principale delle sinapsi elettriche è costituito dalla rapida
conduzione di segnali da una cellula all’altra che sincronizza l’attività in
una rete di cellule. Le giunzioni comunicanti permettono anche la
diffusione di molecole che fungono da segnali chimici tra cellule
adiacenti.
SINAPSI CHIMICHE → la maggior parte delle sinapsi del SN, utilizzano
neurotrasmettitori per inviare informazioni da una cellula all’altra,in
questo tipo di sinapsi il segnale elettrico della cellula presinaptica viene
convertito in un segnale neurocrino che attraversa la fessura sinaptica e
si lega a un recettore sulla cellula bersaglio.
NEURONI secernono segnali chimiche: il numero di molecole identificate
come segnali neurocrini è in continua crescita. La natura chimica delle
molecole neurocrine è varia e possono fungere da
neurotrasmettitori,neuromodulatori o neuro ormoni. I
neurotrasmettitori e i neuromodulatori fungono da sostanze paracrine
poiché le cellule bersaglio si trovano vicino al neurone secretore. I
neuroormoni vengono secreti nel sangue e distribuiti in tutto il corpo.

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La distinzione tra neurotrasmettitore e neuromodulatore dipende dal


recettore al quale si lega la sostanza chimica (molte sostanze
neurocrine possono svolgere entrambi i ruoli).
Se una molecola agisce su una sinapsi e provoca una risposta
rapida→neurotrasmettitore (può agire anche da neuromodulatore)
I neuromodulatori agiscono sia in siti sinaptici sia in siti non sinaptici, la
loro azione risulta più lenta. Alcuni neuromodulatori e
neurotrasmettitori agiscono anche sulla cellula che li ha prodotti (li
rende segnali autocrini oltre che paracrini).

RECETTORI NEUROCRINI suddivisi in due categorie:


- Recettori-canale →rappresentati da canali ionici ligando
dipendenti
- Recettori accopiati alla proteina GM (recettori GPCR)
I recettori-canale mediano le risposte rapide attraverso l’incremento
del flusso di ioni attraverso la membrana (chiamati anche recettori
ionotropici: alcuni specifici per un singolo ione come Cl altri meno
specifici come il canale per cationi monovalenti)
Tutti i neurotrasmettitori (tranne monossido di azoto) si legano a
recettori di membrana specifici, ogni recettore può avere svariati
sottotipi ciò permette a un singolo neurotrasmettitore di avere effetti
diversi su tessuti diversi. I vari sottotipi di un singolo recettore sono
contraddistinti da combinazioni di lettere e numeri: la serotonina (5-
HT) sono stati identificati almeno 20 sottotipi di recettori tra cui 5-
HT 1°, 5-HT4.
Le molecole neurocrine sono suddivise in 7 diverse classi:
 ACETILCOLINA
 AMINE
 AMINOACIDI
 PETIDI

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 PURINE
 GAS
 LIPIDI
I neuroni del SNC rilasciano molte sostanze neurocrine inclusi
polipeptidi noti per la loro attività ormonale (ormoni di rilascio
ipotalamici,ossitocina,vasopressina), il SNP secerne solo tre sostanze
neurocrine principali: neurotrasmettitori
acetilcolina,noradrenalina,neuroormone adrenalina. Alcuni neuroni del
SNP co-secernono ulteriori sostanze neurocrine come l’ATP.
ACETILCOLINA (ACh)= viene sintetizzata dalla colina e dall’acetil
coenzima A,l’acetil-CoA è l’intermedio metabolico chelega la glicolisi al
citosol dell’acido citrico, la sintesi di ACh da questi due precursori è una
semplice reazione enzimatica che avviene nel terminale assonico. I
neuroni che secernono ACh e i recettori che legano ACh sono chiamati
colinergici. I recettori colinergici si dividono in due sottotipi principali:
- Recettori nicotinici: chiamati così perché la nicotina è un loro
agonista. Sono recettori-canale che si trovano sui muscoli
scheletrici,nella divisione autonoma del SNP e SNC,sono canali
cationici monovalenti attraverso cui possono passare sia il Na sia
il K. L’entrata di Na delle cellule è superiore alla fuoriuscita di K
perché il gradiente elettrochimico del Na è più forte di quello per il
K, l’ingresso netto di Na depolarizza la cellula postsinaptica e
rende più probabile l’innesco di un potenziale d’azione.
- Recettori muscarinici: la muscarina è un composto presente nei
funghi ed è un agonista. Si suddividono in 5 sottotipi, tutti
accoppiati a proteine G e collegati a sistemi di secondi messaggeri.
La risposta ai tessuti dell’attivazione di un recettore muscarinico
cambia a seconda del sottotipo di recettore. Questi recettori si
trovano nel SNC e nella divisione autonomica parasimpatica del
SNP.

AMINE = neurotrasmettitori aminici sono tutti attivi nel


SNC,derivano dai singoli aminoacidi. La serotonina deriva dall’aa

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triptofano, l’istamina deriva dall’istidina e svolge un ruolo nella


risposta allergica oltre a quello di neurotrasmettitore. L’aa
tirosina viene convertito in
DOPAMINA,NORANDRENALINA,ADRENALINA. La noradrenalina è
il neurotrasmettitore principale della divisione simpatica del
sistema nervoso autonomo , queste tre sostanze neurocrine
derivate dalla tirosina fungono anche da neuroormoni. I neuroni
che secernono noradrenalina vengono detti neuroni adrenergici o
neuroni noradrenergici ( ogni volta che si trova un riferimento al
“controllo adrenergico” si deve pensare a neuroni che secernono
noradrenalina.
I recettori adrenergici si suddividono in due classi:
- Alpha
- Beta
AMINOACIDI= molti aa nel SNC funzionano come
neurotrasmettitori. Il glutamato è il principale
neurotrasmettitore eccitatorio del SNC, l’aspartato è un
neurotrasmettitore eccitatorio solo in certe regioni cerebrali. I
neurotrasmettitori eccitatori depolarizzano le cellule
bersaglio,attraversano l’apertura di canali ionici che
permettono l’ingresso di ioni positivi nella cellula. Il principale
neurotrasmettitore inibitorio cerebrale è l’acido gamma-
aminobutirrico (GABA). Il più importante neurotrasmettitore
inibitorio del midollo spinale è l’aa glicina. Questo
neurotrasmettitore inibitorio iperpolarizza le cellule bersaglio
aprendo i canali del Cl consentendo al Cl di entrare nella cellula.
Anche il glutamato può agire da neuro modulatore, l’azione del
glutamato a livello di un particolare sinapsi dipende da quale
tipo di recettore si trova sulla cellula bersaglio ( i recettori
glutamatergici sono associati ai GPCR). Due recettori ionotropi
del glutamato sono recettori-canale.
 Recettori AMPA sono canali specifici per cationi
monovalenti ligando dipendenti simili ai canali nicotinici

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per l’acetilcolina, il legame con il glutamato apre il canale


e la cellula si depolarizza a causa dell’entrata netta di Na,
devono al loro agonista acido a-amino-3-idrossi-5-
metilsoxazolo-4-propionico.
 Recettori NMDA devono il loro nome all’agonists N-metil-
D-aspartato. Sono canali cationici che permettono il
passaggio di Na,K,Ca, l’apertura del canale richiede sia il
legame con il glutamato sia una variazioe nel potenziale
di membrana. La glicina e l’aa D-serina (prodotta e
rilasciata sia da cellule gliali sia dai neuroni) potenziano
gli effetti eccitatori del glutamato su un tipo di recettore
per il glutamato.
PEPTIDI= il SN secerne una serie di peptidi che fungono da
neurotrasmettitor, da neuromodulatori e neuroormoni.
Comprendono la sostanza P e peptidi oppioidi (encefaline e
endorfine) che mediano l’analgesia. Fungono sia da neuro
ormoni sia neurotrasmettitori includono la colecistochinina
(CKK), la vasopressina (AVP) e il peptide natriuretico atriale
(ANP).
PURINE= l’adenosina,adenosina monofosfato (AMP),
adeonosina trifosfato (ATP) possono agire da
neurotrasmettitori. Queste molecole si legano ai recettori
purienergici del SNC e di altri tessuti eccitabili tra cui quello
miocardico, tutte le purine si legano a recettori accoppiati a
proteine G.
GAS= l’ossido nitrico o monossido di azoto (NO) è un gas
instabile sintetizzato a partire dall’ossigeno e dall’aa
arginina, quando agisce da neurotrasmettitore diffonde
liberamente attraverso la membrana della cellula bersaglio,
una volta entrato nella cellula bersaglio il monossido di
azoto si lega ad alcune proteine citoplasmatiche.

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LIPIDI= includono diversi eicosanoidi che sono ligandi


endogeni per recettori cannabinoidi.
Nel terminale assonico ci sono vescicole sinaitiche piene di
neurotrasmettitore che viene rilasciato in seguito a
stimolazione specifica, alcune vescicole sono ancorate a zone
attive della membrana più vicine alla fessura sinaptica in
attesa di un segnale per rilasciare il loro contenuto. Altre
vescicole fungono da pool di riserva e sono raggruppate in
prossimità dei siti di ancoraggio. Contengono anche
mitocondri per la produzione di ATP per il metabolismo e
trasporto
 SINTESI del NEUROTRASMETTITORE→ può avvenire o
nel corpo cellulare del neurone o nel terminale
assonico. I polipeptidi devono essere sintetizzati nel
soma perché i terminali assonici non hanno gli organi
necessari per la sintesi proteica. Il grande pro peptide
che ne deriva è impaccato in vescicole insieme agli
enzimi necessari per modificarlo, le vescicole si
spostano dal corpo cellulare al terminale assonico per
mezzo del trasporto assonale rapido. All’interno della
vescicola il pro peptide viene idrolizzato producendo
piccoli peptidi attivi in un processo simile a quello
“prepoormone-pro-ormone-ormone attivo” che avviene
nelle cellule endocrine.
I neurotrasmettitori più piccoli
(acetilcolina,amine,purine) sono sintetizzati e
immagazzinati nelle vescicole nel terminale assone. Gli
enzimi necessari per la loro sintesi sono prodotti nel
corpo cllulare e rilasciati nel citosol per poi essere
portati ai terminali degli assoni per mezzo del
trasporto assonico lento.

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 RILASCIO del neurotrasmettitore → il


neurotrasmettitore è immagazzinato nel terminale
assonico all’interno delle vescicole im modo che il suo
rilascio nella fessura sinaptica possa avvenire per
esocitosi. L’esocitosi nei neuroni è simile a quella delle
altre cellule ma più veloce. Le neurotossine che
bloccano il rilascio di neurotrasmettitore incluse quella
tetanica e quella botulinica, svolgono la loro azione
inibendo proteine specifiche dell’apparato di esocitosi
della cellula.
Quando la depolarizzaione di un potenziale d’azione
raggiunge il terminale assonico, la variazione nel
potenziale di membrana scatena una serie di eventi:

1) La membrana del terminale assonico ha canali per il Ca voltaggio-


dipendenti che si aprono in risposta alla depolarizzazione
2) Gli ioni calcio sono più concentrati nel liquido extracellulare che
nel citoplasma, entrano nella cellula. Il Ca che entra nella cellula si
lega a proteine regolatrici e avvia l’esocitosi.
3) La membrana delle vescicole sinaitiche si fonde con quella
cellulare grazie all’aiuto di proteine di membrana. La zona di
contatto si apre e il neurotrasmettitore presente all’interno della
vescicola sinaptica fuoriesce nello spazio sinaptico
4) Le molecole di neurotrasmettitore diffondono e si legano con i
recettori di membrana presenti sulla membrana scatenando così la
risposta della cellula postsinaptica
5) Ogni vesciola sinaptica contiene la stessa quantità di
neurotrasmettitore, la misura dell’ampiezza della risposta della
cellula bersaglio è un indicatore del numero di vescicole che hanno
rilasciato il loro contenuto.

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Nel modello classico dell’esocitosi la membrana della vescicola


diventa parte della membrana del terminale assonico. Il continuo
aumento della superficie della membrana presinaptica dovuto alla
fusione delle vesciole è contrastato dalla rimozione della
membrana mediante endocitosi in regioni lontane dai siti attivi. Le
vescicole riciclate sono riempite di nuovo nelle presina psi con
neurotrasmettitore neo sintetizzato.
I trasportatori che concentrano il neurotrasmettitore nelle
vescicole sono antiporti H-dipendenti, le vescicole utilizzano l’H-
ATPasi per concentrare H all’interno della vescicola poi scambiano
l’H con il neurotrasmettitore.
Un secondo modello di secrezione: mordi e fuggi → le vescicole
sinaitiche si fondono alla membrana presinaptica in un complesso
detto poro di fusione: apre un piccolo canale di grandezza
sufficiente per il passaggio di neurotrasmettitore, la vescicola non
si fonde completamente con la membrana presinaptica ma dopo la
diffusione del neurotrasmettitore si ritrae dal poro di fusione e
ritorna al pool di vescicole nel citoplasma.

TERMINAZIONE dell’attività del neurotrasmettitore→


Una caratteristica essenziale dei segnali nervosi è la loro breve
durata causata dalla ripida rimozione del neurotrasmettitore
della fessura sinaptica. Se i neurotrasmettitore non legato viene
rimosso dalla sinapsi quello legato al recettore si distacca per
effetto di massa ponendo fine alla sua attività. La rimozione di
neurotrasmettitore non legato dalla fessura sinaptica può essere
ottenuta in vari modi (alcune molecole di neurotrasmettitori
diffondono passivamente fuori dallo spazio sinaptico, altri
vengono inattivati da enzimi nella fessura sinaptica, altri sono
rimossi tramite meccanismi di ricaptazione da parte della cellula
presinaptica o di cellule gliali o neuroni adiacenti).
Un singolo potenziale d’azione che arriva al terminale assonico
provoca il rilascio di una quantità costante di neurotrasmettitore:
i neuroni possono utilizzare la frequenza dei potenziali d’azione

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per trasmettere informazioni sulla forza e la durata degli stimoli


che li hanno attivati.
La durata di uno stimolo è codificata dalla durata di una
sequenza di potenziali d’azione ripetuti → uno stimolo più forte fa
si che ogni secondo arrivino più potenziali d’azione al terminale
assonico che a sua volta provoca il rilascio di maggiori quantità di
neurotrasmettitore.
Un potenziale graduato che raggiunge la zona trigger del
neurone sensoriale in genere non innesca un solo potenziale
d’azione. Anche un potenziale graduato solo leggermente
soprasoglia innesca una sequenza di potenziali d’azione.
All’aumentare della forza (ampiezza) del potenziale graduato
aumenta la frequenza dei potenziali d’azione innescati. I processi
di segnalazione elettrica nnel SNC sono più variabili.
I neuroni cerebrali mostrano differenti caratteristiche elettriche
e innescano i potenziali d’azione secondo una varietà di modelli
senza bisogno che uno stimolo esterno li porti al livello soglia.
I neuroni possono essere tonicamente attivi (neuroni peacemaker
continui), ritmicamente attivi cioè scaricare sequenze di
potenziali d’azione che si alternano in modo ritmico a intervalli di
quiete (neuroni peacemaker ritmici).

TRASMISSIONE INFORMAZIONE NERVOSA

Spesso un singolo neurone presinaptico si ramifica e le sue collaterali


fanno sinapsisu diversi neuroni bersaglio (modello: DIVERGENZA).
Quando un gruppo di neuroni presinaptici prende contatto con un
numero inferiore di neuroni postsinaptici ( CONVERGENZA). La
combinazione di convergenza e divergenza nel SNC può risultare in
un neurone postsinaptico con sinapsi derivanti da tantissimi neuroni
presinaptici fino a 10 000. Nel cervello ci sono alcune sinapsi in cui le
cellule su entrambi i lati della fessura sinaptica rilasciano i
neurotrasmettitori che agiscono sulla cellula opposta. Molte cellule
post sinaitiche rispondono ai loro neuroni presinaptici inviando

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neuromodulatori che si legano ai recettori presinaptici. I


cambiamenti nell’attività sinaptica hanno un ruolo fondamentale per
determinare la comunicazione nel SN.
La capacità di una sinapsi di poter modificare la propria attività→
plasticità sinaptica
La plasticità a breve termine può migliorare l’attività a livello delle
sinapsi (facilitazione o potenziamento) o diminuirla (inibizione o
depressione). Le variazioni possono persistere per lunghi periodi di
tempo (depressione a lungo termine o potenziamento a lungo
termine).
Un neurotrasmettitore che si combina con i suoi recettori dà l’avvio a
una serie di risposte nella cellula postsinaptica. I neurotrasmettitori
che si legano a recettori accoppiati a proteine G che interagiscono
con sistemi di secondi messaggeri danno avvio a risposte
postsinaptiche lente.
Le variazioni del potenziale di membrana risultanti da tali
alterazioni nel flusso ionico sono detti potenziali sinaptici lenti
perché la risposta della via del secondo messaggero richiede più
tempo rispetto all’apertura o chiusura diretta di un canale. Le
risposte postsinaptiche lente non si limitano ad alterare lo stato di
apertura dei canali ionici. I neurotrasmettitori che agiscono sui
recettori GPCR possono modificare anche le proteine cellulari
esistenti o regolare la produzione di nuove proteine cellulari.
Le risposte sinaptiche rapide sono associate con l’apertura dei canali
ionici. Il neurotrasmettitore si lega a un canale ionico regolato
chimicamente nella cellula postsinaptica e ne induce l’apertura
permettendo il passaggio di ioni tra la cellula postsinaptica e liquido
extracellulare. Ne risulta una variazione nel potenziale di membrana
detta potenziale sinaptico veloce perché si instaura velocemente e
dura solo pochi ms.
Se il potenziale sinaptico è depolarizzante viene detto potenziale
postsinaptico eccitatorio (EPSP) perché aumenta le probabilità che
la cellula inneschi un potenziale d’azione. Se il potenziale sinaptico è

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iperpolarizzante viene detto potenziale postsinaptico inibitorio


(IPSP) perché l’iperpolarizzazione allontana il potenziale di
membrana dal livello soglia diminuisce la probabilità che la cellulla
inneschi un potenziale d’azione.
Quando due o più neuroni presinaptici convergono sui dendriti o sul
corpo cellulare di un’unica cellula postsinaptica, la risposta della cellula
postsinaptica dipende dalla combinazione dei vari segnali di ingresso
dei neuroni presinaptici. La combinazione di molti potenziali graduati
praticamente simultanei è detta SOMMAZIONE SPAZIALE (“spaziale”=
riferito al fatto che i potenziali graduati hanno origine in ounti diversi
del neurone). La sommazione spaziale non è sempre eccitatoria, se la
sommazione previene il potenziale d’azione nella cellula postsinaptica la
sommazione è detta INIBIZIONE POSTSINAPTICA (si verifica quando un
neurone presinaptico rilascia un neurotrasmettitore inibitore).
I neuroni scaricano creando un IPSP e due EPSP che si sommano quando
raggiungono la zona trigger. L’IPSP neutralizza i due EPSP creando un
segnale integrato sottosoglia, quindi nella zona trigger non viene
generato alcun potenziale d’azione.
La sommazione di potenziali graduati non richiede sempre un imout da
più neuroni presinaptici, due potenziali graduati sottosoglia provenienti
dallo stesso neurone presinaptico possono sommarsi se arrivano alla
zona trigger abbastanza vicini nel tempo. La sommazione che si ha tra
potenziali graduati che si sovrappongono nel tempo è detta
SOMMAZIONE TEMPORALE.
In molte situazioni i potenziali graduati in un neurone si sommano sia
temporaneamente sia spazialmente. La sommazione di potenziali
graduati dimostra una caratteristica dei neuroni: integrazione
postsinaptica. Quando più segnali raggiungono un neurone
l’integrazione postsinaptica genera un segnale basato sull’intensità
relativa e sulla durata dei segnali. Se il segnale integrato è soprasoglia il
neurone innesca un potenziale d’azione. Se il segnale integrato è
sottosoglia non si genererà alcun potenziale d’azione.

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L’ATTIVITA’ SINAPTICA può essere modulata → quando un neurone


modulatorio termina si una cellula presinaptica gli EPSP o IPSP creati
dal neurone modulatorio possono modificare il potenziale d’azione che
raggiunge il terminale assonico e alterare il rilascio di
neurotrasmettitore dalla cellula presinaptica.
Nella facilitazione presinaptica: l’input da un neurone eccitatorio fa
aumentare il rilascio di neurotrasmettitore da parte della cellula
presinaptica.
Se l’attività nel neurone modulatorio riduce il rilascio di
neurotrasmettitore, la modulazione è detta inibizione presinaptica che
può essere globale o selettiva.
In quella globale l’input sui dendriti e sul corpo cellulare di un neurone
diminuisce il rilascio di neurotrasmettitore da tutti i rami collaterali e
tutte le cellule bersaglio del neurone sono ugualmente influenzate.
In quella selettiva un ramo collaterale può essere inibito mentre gli altri
rimangono inalterati.
L’attività sinaptica può essere alterata anche modificando la
responsività al neurotrasmettitore della cellula bersaglio
(postsinaptica). Ciò si ottiene in seguito alla modificazione della
struttura,l’affinità o il numero dei recettori per il neurotrasmettitore. I
modulatori possono alterare tutti questi parametri influenzando la
sintesi di enzimi,trasportatori,recettori. La maggior parte dei
neuromodulatori agisce tramite sistemi di secondi messaggeri che
modificano i canali esistenti i loro effetti durano più a lungo di quello
dei neurotrasmettitori. Una molecola segnale può fungere sia da
neurotrasmettitore che da neuro modulatore a seconda del suo
recettore.
POTEZIAMENTO A LUNGO TERMINE e DEPRESSIONE A LUNGO
TERMINE → sono processi nei quali l’attività in una sinapsi induce
cambiamenti duraturi nella qualità o quantità di connessioni
simpatiche. Cambiamenti nella trasmissione sinaptica (facilitazione e

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inibizione) sono processi a breve termine di durata limitata. Se l’attività


sinaptica dura per un periodo più lungo i neuroni adattano la loro
risposta tramite LTP e LTD.
Un elemento fondamentale nei cambiamenti a lungo termine nel SNC è
rappresentato dalla sinapsi glutamatergica quella in cui il
neurotrasmettitore è l’aminoacido glutamato (principale
neurotrasmettitore eccitatorio del SNC). Il glutamato ha due tipi di
recettori: recettori AMPA e recettori NMDA il quale al potenziale di
riposo della membrana il suo canale viene bloccato sia da un cancello
sia da uno ione Mg. Il legame del glutamato apre il cancello attivato dal
ligando ma gli ioni non possono fluire perché Mg occlude il canale. Se la
cellula viene depolarizzata l’Mg che blocca il canale viene espulso e gli
ioni possono fluire nel canale. Il canale NMDA si apre solo quando il
recettore è legato al glutamato e la cellula è depolarizzata. Nel
potenziamento a lungo termine quando i neuroni presinaptici rilasciano
glutamato,il neurotrasmettitore si lega sia ai recettori AMPA sia a quelli
NMDA sulla cellula post sinaptica. L’attivazione dei recettori AMPA apre
un canale cationico e l’ingresso netto di Na depolarizza la cellula. Il
legame del glutamato al recettore NMDA apre il cancello del canale e la
depolarizzazione della cellula crea una repulsione elettrica che espelle il
Mg del canale NMDA. Una volta che il canale NMDA è aperto,il Ca entra
nel citoplasma. Il Ca è un segnale intracellulare che innesca vie di
secondi messaggeri, la cellula postsinaptica diventa più sensibile al
glutamato a causa dell’inserimento di altri recettori AMPA nella
membrana postsinaptica (up regolation). La cellula postsinaptica
rilascia una sostanza paracrina che agisce sulla cellula presinaptica
aumentando il rilascio di glutamato.

La depressione a lungo termine ha due componenti:


- Variazione numero recettori post sinaptici
- Cambiamento nelle isoforme delle proteine del recettore

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In risposta a un rilascio continuo di neurotrasmettitore da parte dei


neuroni presinaptici,i neuroni postsinaptici sequestrano nel
citoplasma mediante processo di endocitosi i recettori AMPA esposti
sulla membrana plasmatica (processo simile alla down regulation).
Inoltre i recettori di AMPA vanno incontro a modificazioni post-
traduzionali che alterano il flusso di cariche attraverso i canali ionici.

CAPITOLO 9

Nel SN i neuroni sono collegati tra loro a formare circuiti con funzioni
specifiche. I circuiti più complessi sono quelli cerebrali in cui miliardi di
neuroni sono connessi tra loro per formare intricate reti che
convergono e divergono creando un numero infinito di possibili vie. I
segnali all’interno di queste vie sono quelli che creano il
pensiero,linguaggio,sensibilità e la memoria cioè quel comportamento
complesso che caratterizza l’essere umano.

Perché l’insieme di neuroni collegati tra loro in una catena o in una


rete possiede proprietà che non si trovano nei singoli neuroni?
Sono stati scritti programmi per computer che simulano i processi del
pensiero umano ma non possono riprodurre ancora le complesse
funzioni del cervello umano è la mancanza di plasticità cioè della
capacità di modificare i propri circuiti sia aggiungendo o eliminando
determinate connessioni sia modificandone l’efficienza in risposta a
un’informazione sensoriale e a un’esperienza precedente.

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Come si spiega che collegando dei neuroni si originano comportamenti


affettivi che sono correlati con emozioni e sensazioni e comportamenti
cognitivi che sono in relazione con il pensiero?

EVOLUZIONE del SN
Tutti gli animali sono capaci di avvertire e rispondere alle variazioni
del proprio ambiente, capaci di svolgere le funzioni per la loro vita:
trovare cibo,evitare di essere mangiati,accoppiarsi. Usano la variazione
del potenziale di membrana a riposo che esiste in tutte le cellule viventi
e molti degli stessi canali ionici utilizzati dagli animali più complessi
per coordinare le loro attività.
Alcuni dei primi animali multicellulari a sviluppare neuroni sono stati i
membri del phylum Cnidaria come la medusa e gli anemoni di mare, il
loro sistema nervoso è costituito da una rete nervosa formata da
neuroni sensoriali (afferenti) interneuroni di connessione e neuroni
motori (efferenti) che innervano muscoli e ghiandole. Questi animali
rispondono agli stimoli con comportamenti complessi ma senza a
supervisione di un preciso centro di controllo. Tuttavia sia nella
medusa sia nell’uomo sono presenti gli stessi principi di base della
comunicazione nervosa. I segnali elettrici sotto forma di potenziali
d’azione e i segnali chimici che traghettano l’informazione nelle sinapsi
sono gli stessi in tutti gli animali (è solo il numero e l’organizzazione
dei neuroni ciò che differenzia una specie dall’altra).

Nei vermi piatti primitivi si osserva un SN rudimentale (simile a quello


degli animali più evoluti) anche se nei vermi piatti non esiste
distinzione tra SNC e SNP. Hanno un cervello rudimentale costituito da
corpi cellulari concentrati nella regione della testa o zona cefalica. Due
grandi nervi detti corde neurali si dipartono dall’enecefalo primitivo e
danno origine a una rete nervosa che innerva le regioni distali del
verme. I vermi segmentati o anellidi (lombrichi) hanno SN più
sviluppato: i raggruppamenti di corpi cellulari non si trovano solo nella
zona della testa ma anche lungo la corda neurale raggruupati in
gangli. Ciascun segmento del verme contiene un ganglio quindi sono

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presenti semplici archi riflessi integrati all’inizio del segmento,non


richiedono info discendenti dall’encefalo. Anche negli animali più
evoluti (uomo) si osservano riflessi che non richiedono l’integrazione
dell’encefalo detti riflessi spinali.
Procedendo lungo la scala evolutiva aumenta la tendenza negli animali
ad aumentare il livello di aggregazione dei corpi cellulari dei neuroni
per formare un encefalo sempre più complesso. Uno dei vantaggi della
cefalizzazione del cervello è che nella maggior parte degli animali la
testa è la parte del corpo che per prima interagisce con l’ambiente. Più
il cervello è evoluto più è associato a comportamenti complessi,
nell’evoluzione dell’encefalo dei vertebrati il cambiamento più
importante si ha nella ragione detta telencefalo che insieme al
diencefalo forma il prosencefalo o CERVELLO. Nell’uomo gli emisferi
sono la parte più grande e più distintiva dell’encefalo e sono
contraddistinti da profondi solchi e circonvoluzioni. L’altra parte
dell’encefalo di cui è ovvia l’evoluzione nei vertebrati è il cervelletto
una regione del rombencefalo responsabile della coordinazione del
movimento e dell’equilibrio.

SNC è costituito dall’ ENCEFALO e dal MIDOLLO SPINALE.


In tutti i vertebrati il SNC è costituito da strati di tessuto nervoso che
circondano una cavità centrale riempita di fluido e rivestita da epitelio.
Ai primi stadi embrionali le cellule da cui si originerà il SN si trovano in
una regione appiattita detta PLACCA NEURALE che mostra due pieghe
laterali dette CRESTE NEURALI, andando avanti con lo sviluppo (gg 20
dell’embrione) le cellule della placca neurale dei margini migrano
verso la linea centrale, dal gg 23 i bordi della placca si fondono
creando TUBO NEURALE, le cellule delle creste neurali si trovano
dorsalmente al tubo, il lume del tubo rimarrà vuoto e diventerà la
cavità del SNC. Le cellule che rivestono il tubo neurale si differenziano
nell’ependima o cellule staminali nervose. Le cellule più esterne del
tubo neurale diventeranno NEURONI e la GLIA del SNC. Le cellule delle
creste neurali daranno origine ai neuroni sensoriali e motori del SNP.

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A quattro settimane dall’inizio dello sviluppo la parte anteriore del


tubo neurale inizia a specializzarsi nelle tre regioni da cui originerà
l’encefalo: PROSENCEFALO, MESENCEFALO,ROMBENCEFALO. La parte
del tubo posteriore al rombencefalo darà origine al midollo spinale. La
porzione del prosencefalo che darà origine al telencefalo non è più
grande delle altre regioni dell’encefalo.
Dalla sesta settimana è possibile distinguere le sette divisioni principali
che saranno presenti alla nascita (sei di queste parti formano
l’encefalo):
1. TELENCEFALO
2. DIENCEFALO
3. MESENCEFALO
4. CERVELLETTO
5. PONTE
6. BULBO o MIDOLLO ALLUNGATO
7. MIDOLLO SPINALE
Il telencefalo e il diencefalo si sviluppano dal prosencefalo,il cervelletto il
ponte e il bulbo dal rombencefalo.
Dalla sesta settimana il tubo neurale s’inizia ad allargare formando i
ventricoli cerebrali: ci sono due ventricoli laterali e due ventricoli
discendenti. La cavità centrale del tubo neurale diventerà anche il
canale centrale del midollo spinale.
Dall’undicesima settimana il telencefalo è ingrandito e alla nascita
rappresenta la parte più grande dell’encefalo umano, al termine dello
sviluppo circonda il diencefalo,mesencefalo e ponte lasciando visibili
inferiormente solo il bulbo e il cervelletto.
SNC → come quello periferico è costituito da cellule gliali e neuroni tra
questi gli interneuroni sono all’interno del SNC, i neuroni afferenti
(sensoriali) ed efferenti collegano gli interneuroni ai recettori e agli
effettori periferici.
 MATERIA GRIGIA: non contiene mielina,costituita da corpi cellulari
delle cellule nervose,dendriti e parti terminali degli assoni. I gruppi

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di neuroni presenti sia nell’encefalo che nel midollo spinale sono


detti NUCLEI,identificati con nomi specifici.
 MATERIA BIANCA: costituita da assoni mielinizzati,contiene pochi
corpi cellulari di neuroni, il suo colore chiaro deriva dalle guaine
mieliniche che circondano gli assoni, i fasci di assoni che
connettono regioni diverse del SNC sono chiamati FASCI o TRATTI.
I fasci del SNC equivalgono ai nervi del SNP.
La consistenza dell’encefalo e del midollo spinale è soffice e gelatinosa.
Il tessuto nervoso ha poca matrice extracellulare per cui si avvale di un
sistema di protezione esterna che gli conferisce una mggiore resistenza
ai traumi:
- Rivestimento esterno di tessuto osseo
- Tre membrane di tessuto connettivo membranoso
- Fluido presente tra le membrane
L’encefalo è racchiuso in un TESCHIO o CRANIO osseo e il midollo
spinale decorre in un canale della colonna vertebrale. La
segmentazione dei corpo (caratteristica invertebrati) è visibile nelle
vertebre ossee che sono sovrapposte una all’altra e separate da dischi
di tessuto connettivo. I nervsi del SNP entrano e escono dal midollo
spinale attraverso piccole aperture presenti tra le vertebre.
Tra il tessuto osseo e il SNC ci sono 3 membrane: MENINGI,
stabilizzano il tessuto nervoso,evitano il suo contatto diretto con lo
scheletro osseo. Partendo dall’osso e procedendo verso il tessuto
nervoso le membrane sono
1. DURA MADRE = più spessa delle tre,contiene vasi venosi che
drenano il sangue dell’encefalo attraverso cavità dette seni
2. ARACNOIDE= membrana intermedia, è connessa bassamente
con la membrana più interna,lasciando uno spazio detto sub
aracnoide tra le due membrane

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3. PIA MADRE= la più interna,membrana sottile che aderisce alla


superficie dell’encefalo e del midollo spinale,associati ad essa ci
sono i vasi arteriosi che irrorano l’encefalo.
L’altra componente protettiva: liquido extracellulare che funziona da
ammortizzatore per il tessuto nervoso. Il cranio ha un volume interno
1,4L di cui 1L è occupato da cellule, il volume restante è diviso in due
compartimenti extracellulari: sangue (100-150 Ml) e liquido
extracellulare (250-300 ml) che è formato da liquido cerebrospinale
(LCS) e quello interstiziale. Il liquido interstiziale è situato all’interno
della pia madre mentre il LCS nei ventricoli e nello spazio sub
aracnoideo. I compartimenti dei liquidi cerebrospinale e interstiziale
comunicano tra loro attraverso giunzioni aperte della membrana piale
e dello strato di cellule ependimali che riveste i ventricoli
LCS→ è una soluzione salina continuamente secreta dai plessi corioidei
(strutture specializzate che si trovano sulla parete dei ventricoli)
Il plesso corioideo ha delle caratteristiche simili a quelle dei nefroni del
rene,costituito da capillari e epitelio di trasporto derivato dall’epindima.
Le cellule del plesso corioideo trasportano con un meccanismo attivo il
sodio e altri soluti dal plasma nei ventricoli creando un gradiente
osmotico che in seguito causa il passaggio dell’acqua che trascina con sé
altri soluti.
Dai ventricoli il LCS passa nello spazio sub aracnoideo tra pia madre e
aracnoide circondando encefalo e midollo spinale, scorre intonro al
tessuto nervoso e per essere riassorbito nel plasma attraversa delle
strutture dell’aracnoideo dette villi. La velocità di scorrimento nel SNC è
sufficiente a sostituire l’intero volume del LCS circa tre volte al giorno.
Ha due funzioni: protezione chimica e fisica. L’encefalo e il midollo
spinale galleggiano nello strato di liquido tra le membrane, la spinta
idrostatica del liquido riduce il peso dell’encefalo di 30 volte circa. La
dimensione del peso si trasforma in una riduzione della pressione sui
vasi sanguigni e i nervi attaccati al SNC. Fornisce anche una sorta
di .,imbottitura protettiva.

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Oltre alla protezione di tipo fisico rappresenta anche un ambiente


extracellulare regolato per i neuroni: il plesso corioideo è selettivo con le
sostanze che trasporta nei ventricoli (per questo la composizione del
LCS è diversa da quella del plasma). La concentrazione di K è più bassa
nel LCS mentre la concentrazione di H è più alta che nel plasma. La
concentrazione di Na è simile nel LCS e nel sangue. Contiene poche
proteine e nessuna cellula ematica. Scambia soluti con il liquido
interstiziale del SNC e fornisce una via per lo smaltimento delle sostanze
di scarico.

Il livello finale di protezione per il SNC è una barriera funzionale tra il


liquido interstiziale e il sangue, questa barriera isola il principale centro
di controllo dell’organismo da sostanze dannose e patogeni presenti nel
sangue→ BARRIERA EMATOENCEFALICA.
La permeabilità selettiva della barriera è da attribuire alle sue
proprietà di trasporto: l’endotelio usa specifici canali e carrier di
membrana per muovere i nutrienti e altri materiali utili dal sangue al
liquido interstiziale cerebrale. Altri trasportatori spostano sostanze di
rifiuto dal liquido interstiziale al plasma (qualunque molecola non
trasportata da uno di questi trasportatori non può attraversare
barriera).
Esclude molte sostanze liposolubili ma piccole molecole liposolubili
possono attraversarla per diffusione. In alcune aree del SNC esistono
delle interruzioni della barriera in cui i capillari posseggono un
endotelio fenestrato ( i neuroni sono in contatto diretto con il torrente
circolatorio).
Una proprietà importante del SNC → METABOLISMO
I neuroni richiedono un costante apporto di ossigeno e glucosio per la
formazione dell’ATP necessario ai trasporti attivi e ai
neurotrasmettitori. L’ossigeno attraversa liberamente la barriera

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mentre il glucosio dal plasma al liquido interstiziale è regolato dalla


presenza di trasportatori specifici di membrana.

MIDOLLO SPINALE
È la via principale di comunicazione tra l’encefalo e gli altri tessuti
dell’organismo, è presente la rete nervosa capace di generare i moduli
motori alla base della locomozione. Se il modello spinale viene sezionato
si ha la perdita della sensibilità proveniente da cute e muscoli ma anche
la perdita del controllo del movimento volontario al di sotto della
lesione.
È diviso in 4 regioni (cervicale,toracica,lombare,sacrale) che prendono il
nome dalle corrispondenti regioni vertebrali. Ciascuna regione spinale è
suddivisa in segmenti e ogni segmento dà origine a un paio di nervi
spinali uno per ogni lato. In prossimità del midollo spinale il nervo si
divide in due branche dette radici. La radice dorsale di ciascun nervo
spinale è specializzata nel trasportare informazioni sensoriali in entrata
(afferenti). I gangli delle radici dorsali (rigonfiamenti delle radici posti
al di fuori del midollo spinale) contengono i corpi cellulari dei neuroni
sensoriali. La radice ventrale trasporta informazioni (efferenti) dal SNC
ai muscoli e alle ghiandole. In sezione trasversale: presenta una parte
centrale a forma di farfalla (H) costituita da sostanza grigia circondata
da un bordo di sostanza bianca. Le fibre sensoriali provenienti dalla
radice dorsale formano sinapsi con interneuroni delle corna dorsali
della sostanza grigia. I corpi cellulari sono organizzati in due nuclei
separati: uno per l’informazione somatica l’altro per quello viscerale.
Le corna ventrali della sostanza grigia contengono i corpi cellulari dei
motoneuroni che trasportano segnali efferenti ai muscoli e alle
ghiandole. Le corna ventrali sono organizzate in nuclei motori somatici
e in nuclei autonomini. Le fibre efferenti lasciano il midollo spinale
attraverso le radici ventrali. La materia bianca può essere suddivisa in
colonne costituite da fasci di assoni che trasferiscono l’informazione
verso l’alto o il basso del midollo spinale. I tratti o fasci ascendenti

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portano informazioni sensoriali verso l’encefalo, occupano le porzioni


ventrali e laterali della sostanza bianca. I tratti proprio spinali sono
quelli che originano e terminano all’interno del midollo spinale.
Può anche funzionare come centro di integrazione autonomo per
semplici riflessi spinali in cui segnali provenienti da neuroni sensoriali
attraverso la materia grigia ai neuroni efferenti. Gli interneuroni spinali
possono trasmettere informazioni sensoriali all’encefalo per mezzo di
tratti ascendenti o portare comandi motori dall’encefalo ai
motoneuroni.
ENCEFALO
È l’organo nel quale risiedono quelle caratteristiche della specie umana
che la differenziano dalle altre. Pesa 1440 g e contiene
approssimativamente 85 miliardi di neuroni (considerare che ognuno di
questi miliardi di neuroni può ricevere fino a 200 000 sinapsi il numero
delle possibili connessioni neuronali).
Il TRONCO ENCEFALICO è la parte più antica e primitiva dell’encefalo, è
costituito da strutture che derivano dal mesencefalo e dal rombencefalo
embrionali. È costituito da materia grigia e materia bianca (simile al
midollo spinale dal punto di vista anatomico). Anche tratti discendenti
dai centri superiori dell’encefalo attraversano il tronco encefalico sul
loro percorso verso il midollo spinale. Dal tronco encefalico si dipartono
alcuni nervi periferici: undici delle dodici paia di nervi cranici (II-XII)
originano dal tronco encefalico. (il I nervo cranico o nervo olfattivo
entra invece direttamente nel prosencefalo). I nervi cranici trasportano
info sensoriali e motorie per la testa e il collo. I nervi cranici sono
classificati in base alle fibre che contengono:
SENSORIALI,MOTORI,MISTI.
Si trovano i corpi cellulari di alcuni neuroni che sono localizzati a
formare dei nuclei,molti di questi nuclei fanno parte della sostanza o
formazione reticolare che decorre lungo il tronco. I nuclei del tronco
sono coinvolti nel ciclo sonno-sveglia,stati di coscienza,coordinazione
respirazione,regolazione pressione arteriosa,modulazione del dolore.

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Partendo dal midollo spinale e procedendo verso il cranio,il tronco


encefalico comprende BULBO,PONTE,MESENCEFALO.
BULBO = detto anche midollo allungato è la zona di transizione tra
midollo spinale e encefalo vero e proprio,la sua sostanza bianca
comprende fasci somatosensoriali ascendenti che portano informazioni
sensoriali all’encefalo e fasci discendenti corticospinali che trasportano
informazioni dalla corteccia cerebrale al midollo spinale. In una regione
detta piramidi bulbari circa il 90% delle fibre dei tratti corticospinali
decussa (attraversa la linea mediana e si porta sul lato opposto del
bulbo) facendo si che ogni lato del cervello controlli i muscoli del lato
opposto del corpo.
PONTE = è una protrusione che si trova sul lato ventrale del tronco
encefalico sopra al bulbo e sotto al mesencefalo, la sua funzione è quella
di fare da stazione di smistamento e transito dell’informazione
scambiate tra cervello e cervelletto,coordina anche movimenti
respiratori insieme ai centri localizzati nel bulbo.
MESENCEFALO = area abbastanza picola posta al confine con il
dencefalo,la sua principale funzione è il controllo dei movimenti oculari
e il trasferimento di segnali per i riflessi uditivi e visivi.
CERVELLETTO è la seconda struttura per dimensioni dell’encefalo,è
localizzato all’interno del cranio sopra la nuca, “piccolo cervello” anche
se contiene numericamente la maggioranza dei neuroni presenti nel
SNC, funzione principale è quella di elaborare le info sensoriali e
coordinare l’esecuzione del movimento, le info sensoriali arrivano al
cervelletto dai recettori somatici periferici e dai recettori per l’equilibrio
che si trovano nell’orecchio interno, inoltre riceve info motorie da
neuroni della corteccia cerebrale.
DIENCEFALO = si trova tra il tronco encefalico e il telencefalo, è
costituito da due parti principali: il talamo e l’ipotalamo, in più contiene
due strutture endocrine la ghiandola pituitaria (ipofisi) e ghiandola
pineale (epifisi). La maggior parte del diencefalo è occupata da tanti
piccoli nuclei che formano il TALAMO che riceve fibre sensoriali dal

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tratto ottico dalle vie uditive e dal midollo spinale, riceve info motorie
dal cervelletto e invia fibre al cervello per la successiva elaborazione.
Come il midollo spinale anche il talamo può modificare le info che le
attraversano funzionando come centro di integrazione più che come
semplice stazione di smistamento.
L’IPOTALAMO si trova sotto il talamo,svolge un ruolo fondamentale
nell’omeostasi e contiene diversi centri che controllano comportamenti
istintivi, i segnali provenienti dall’ipotalamo controllano la maggior
parte delle funzioni del SN autonomo e funzioni endocrine. Riceve info
dalla corteccia cerebrale,sostanza reticolare,vari recettori sensoriali. Le
info in uscita attraversano prima il talamo poi entrano vie effettrici. Nel
diencefalo: IPOFISI e EPIFISI.
TELENCEFALO = porzione più voluminosa e caratteristica dell’encefalo
umano,occupa la maggior parte della cavità cronica. È costituito da due
emisferi connessi tra loro dal corpo calloso, una struttura costituita da
assoni che passono da un lato all’altro dell’encefalo permettendo la
comunicazione tra i due emisferi e la coordinazione nelle risposte. Ogni
emisfero cerebrale è diviso in 4 LOBI:
FRONTALE,PARIETALE,TEMPORALE,OCCIPITALE.
La superficie del cervello umano e degli altri primati ha un aspetto
convoluto con solchi che separano le circonvoluzioni o giri. Durante lo
sviluppo il cervello cresce più velocemente rispetto al cranio che lo
contiene determinando il ripiegamento del tessuto su se stesso allo
scopo di adattarsi a un volume che è diventato piccolo, il grado di
ripiegamento del cervello è direttamente collegato al livello di
elaborazione di cui è capace.
La sostanza grigia del telencefalo è suddivisa in tre regioni: corteccia
cerebrale, gangli della base, sistema limbico.
- Corteccia cerebrale: è la parte più esterna del telencefalo,spessa
solo pochi mm, i neuroni della corteccia sono disposti in colonne
verticali e in strati o lamine orizzontali, è da qui che derivano le
nostre funzioni cerebrali più elevate.

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- Gangli della base: strutture coinvolte nel controllo del movimento,


anche conosciuti con il nome di nuclei della base.
- Sistema limbico: circonda il talamo, è la regione più primitiva del
telencefalo, agisce come collegamento tra le funzioni cognitive più
elevate. È costituito dall’ amigalda e dal giro del cingolo che sono
collegati alle emozioni e alla memoria, l’ippocampo che è collegato
all’apprendimento e alla memoria.
La sostanza bianca del telencefalo si trova all’interno: fasci di fibre
permettono alle diverse regioni di comunicare tra loro sia all’interno
di uno stesso emisfero sia attraverso il corpo calloso con l’altro
emisfero. Quasi tutte le info in ingresso e in uscita passano attraverso
il talamo (tranne la via olfattiva che va direttamente dai recettori
olfattivi al telencefalo).
FUNZIONI CEREBRALI
L’encefalo riceve informazioni afferenti (input) dagli ambienti
interno e esterno,integra e elabora informazioni, se appropriato dà
origine a una risposta (output). Ciò che rende il SN più complesso di
un semplice arco riflesso è la sua capacità di produrre informazioni e
segnali in uscita anche in assenza di stimoli esterni.
Ci sono sistemi che influenzano l’output dei sistemi motori
dell’organismo: 1) sistema sensoriale che raccoglie info dall’ambiente
interno e esterno e inizia le risposte riflesse 2) sistema cognitivo che
risiede nella corteccia cerebrale e può iniziare le azioni volontarie 3)
sistema comportamentale localizzato nell’encefalo che governa i cicli
sonno-sveglia.
Informazioni sul risultato della risposta fisiologica o
comportamentale generata dall’output motorio sono raccolte dal
sistema sensoriale e ritrasmesse ai sistemi cognitivo e di stato
comportamentale (feedback).
La corteccia cerebrale è un centro di integrazione per le info
sensoriali e un centro decisionale per risposte motorie. Viene

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suddivisa in tre aree 1) aree sensoriali che ricevono info sensoriali e le


trasformano in percezioni (sensazioni più complesse) 2)aree motorie
che regolano il movimento dei muscoli scheletrici 3) aree di
associazioni che integrano info da regioni sensoriali e motorie diverse
e guidano il comportamento volontario.
La specializzazione funzionale della corteccia cerebrale non è
simmetrica: un lobo può avere particolari funzioni che mancano nel
lobo corrispondente dell’altro emisfero (laterizzazione cerebrale
della funzione o dominanza cerebrale\emisferica). Le facoltà
linguistiche e verbali tendono a essere concentrate nell’emisfero
sinistro del cervello che è dominante nei soggetti destrimani mentre
le capacità spaziali sono concentrate nell’emisfero destro che è
dominante nei mancini.
L’info sensoriale proveniente dal corpo utilizza vie ascendenti fino
all’encefalo, la maggior parte prosegue fino alla corteccia cerebrale
in cui si distinguono cinque aree sensoriali 1) corteccia
somatosensoriale primaria riceve info tattili,termiche e degli altri
sensi somatici 2)cortecce uditive 3) visiva 4)olfattiva 5)gustativa.
Nelle aree associative→ le sensazioni sono trasformate in percezioni
che sono le interpretazioni cerebrali della sensazione .
In ciascuno emisfero si trova una corteccia motoria primaria e aree
associative motorie che servono per il controllo del movimento
volontario.
- Il sistema di stato comportamentale: controlla gli stati di coscienza
e modula i sistemi sensoriali,motorio,cognitivo
- I sistemi modulatori diffusi della formazione reticolare sono
coinvolti nei processi di attenzione,motivazione,stati di
coscienza,memoria,controllo motorio,umore,omeostasi metabolica.
- Il sistema reticolare attivante: permette la vigilanza e la
consapevolezza dell’ambiente (l’attività elettrica dell’encefalo che
può essere registrata per mezzo dell’elettroncefalogramma
caratterizza i diversi livelli di vigilanza)

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Nel NUCLEO SOPRACHIASMATICO si trova l’orologio interno che


regola i ritmi circadiani
Il SONNO è uno stato di inattività facilmente reversibile diviso in stadi
caratteristici, le due fasi più importanti del sonno sono la fase REM e
quella a onde lente (SONNO NON REM)
- Il sistema limbico: è il centro delle emozioni. La motivazione nasce
da segnali interni che causano comportamenti individuali in
relazione alle emozioni
 L’umore è uno stato emotivo di lunga durata
 L’apprendimento è l’acquisizione di conoscenze sul mondo
che ci circonda,quando due stimoli singoli vengono messi in
relazione l’uno con l’altro si ha l’apprendimento associativo.
L’apprendimento non associativo è una variazione di
comportamento che avviene dopo ripetute esposizioni a un
singolo stimolo
La memoria si sviluppa a diversi livelli ed è costantemente rimodellata,
l’informazione è prima immagazzinata nella memoria a breve termine
ma scompare se non è consolidata nella memoria a lungo termine. La
memoria a lungo termine include la memoria riflessiva che non richiede
processi coscienti per la sua creazione né per il richiamo
dell’informazione e la memoria dichiarativa che ha bisogno di livelli
cognitivi superiori e dell’attenzione cosciente per la sua formazione.
Il più elevato processo cognitivo è il linguaggio (aree di Wernick e di
Broca ).

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CAPITOLO 10
Tutte le vie sensoriali hanno alcuni elementi in comune: si attivano in
presenza di uno STIMOLO (determinata forma di energia in grado di
essere percepita da un recettore sensoriale). Il recettore funziona come
un trasduttore che converte lo stimolo in un segnale intracellulare che di
solito è una variazione del potenziale di membrana. Se lo stimolo è
soprasoglia vengono generati potenziali d’azione che si propagano
lungo un neurone afferente fino al sistema nervoso centrale (SNC) dove i
segnali vengono integrati. Alcuni stimoli raggiungono la corteccia
cerebrale dove sono percepiti in modo cosciente mentre altri
determinano una risposta senza che se ne abbia coscienza. A ogni
sinpasi presente lungo la via l’informazione sensoriale può essere
modulata dal SN.
I più semplici apparati sensoriali sono singoli neuroni sensoriali con
terminazioni dendritiche che agiscono essi stessi come recettori mentre
quelli più complessi sono organi sensoriali multicellulari come orecchio
e occhio.
I recettori del sistema sensoriale variano nel grado di complessità. I
recettori più semplici sono costituiti da neuroni con terminazioni
nervose libere, nei recettori somatosensoriali più complessi le
terminazioni nervose sono rivestite da capsule di tessuto connettivale.
Gli assoni dei recettori, semplici o complessi, possono essere mielinici o
amielinici. I sensi speciali (vista,udito,gusto,olfatto e equilibrio)
possiedono recettori più specializzati.
I recettori olfattivi sono neuroni mentre gli altri sensi speciali sono
serviti da recettori non neuronali che fanno sinapsi su neuroni

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sensoriali. Sia i recettori neuronali (nervosi) sia quelli non neuronali


originano dallo stesso tessuto embrionale.
Le strutture accessorie non nervose sono importanti per il
funzionamento di molti apparati recettori (cristallino e cornea
contribuiscono a mettere a fuoco sui fotorecettori la luce che entra
nell’occhio), aumentano la capacità del recettore di raccogliere
informazioni.
I recettori vengono suddivisi in 4 gruppi in base al tipo di stimolo al
quale sono più sensibili.
 Chemiorecettori: rispondono a sostanze chimiche che si legano al
recettore (per il gusto e olfatto)
 Meccanorecettori: rispondono alle diverse forme di energia
meccanica come pressione,vibrazione,gravità,accelerazione e onde
sonore (recettori dell’udito)
 Termo recettori: rispondono alla temperatura
 Fotorecettori: rispondono alla luce

Come fanno i recettori a convertire stimoli diversi in segnali elettrici?


Il primo processo è la TRASDUZIONE → processo che converte l’energia
dello stimolo in modificazioni chimico/fisiche della cellula. In molti
recettori lo stimolo provoca direttamente l’apertura o la chiusura di
canali ionici e il cambiamento del potenziale di membrana, in altri ci
sono più passaggi intermedi e l’uso di secondi messaggeri per indurre la
variazione del potenziale di riposo.
Ogni tipo di recettore ha il suo “stimolo adeguato” cioè una particolare
forma di energia alla quale è più sensibile.
I recettori sensoriali possono essere estremamente sensibili alla loro
stimolazione preferenziale, il minimo stimolo richiesto per attivare un
recettore viene detto STIMOLO SOGLIA proprio come la
depolarizzazione minima richiesta per scatenare un potenziale d’azione.

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Come viene convertito uno stimolo chimico o fisico in una variazione del
potenziale di riposo?
Gli stimoli aprono o chiudono canali ionici si membrana dei recettori
direttamente o indirettamente (attraverso un secondo messaggero).
L’apertura dei canali porta a un ingresso netto di Na o di un altro
catione nel recettore e cioè a una depolarizzazione, in alcuni casi la
risposta allo stimolo è un’iperpolarizzazione data dalla fuoriuscita di K
dalla cellula recettoriale.
Si definisce POTENZIALE DI RECETTORE→ la variazione del potenziale
di riposo del recettore sensoriale, in alcuni recettori questo potenziale
può innescare un potenziale d’azione che viaggia lungo le fibre
sensoriali fino al SNC, in altri recettori può influenzare il rilascio di
neurotrasmettitore che provoca un potenziale postisinaptico nel
neurone sensoriale primario associato.
I neuroni della sensibilità somatica e i recettori visivi sono attivati da
stimoli che cadono in una specifica area detta campo recettivo o
recettoriale del neurone (es: recettore del tatto risponde alla pressione
solo se questa è esercitata su una zona specifica di cute che rappresenta
il suo campo recettivo). Nel caso più semplice un campo recettivo
corrisponde a un neurone sensoriale detto neurone sensoriale primario
che a sua volta fa sinapsi su un neurone del SNC detto neurone
sensoriale secondario. Spesso i campi recettivi sovrappongono a quelli
circostanti. I neuroni sensoriali connessi a campi recettivi limitrofi
possono mostrare una convergenza per cui molti neuroni presinaptici
convergono su un singolo neurone presinaptico. La convergenza dei
neuroni sensoriali permette a molti stimoli sottosoglia che arrivano
simultaneamente di sommarsi a livello del neurone postinaptico
(secondario). Quando molti neuroni primari convergono su un solo
neurone postsinaptico secondario i loro campi recettivi si sommano e
formano un unico campo recettivo secondario di maggiori dimensioni.
La dimensione del campo recettivo secondario determina la risoluzione
spaziale dello stimolo (es: nel tatto la risoluzione è determinata dal “test

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della discriminazione di due punti”→ in alcune regioni della cute tipo


braccia o gambe due spilli situati a 20 mm l’uno dall’altro saranno
interpretati dal cervello come un singolo stimolo)in queste aree molti
neuroni primari convergono su un singolo neurone secondario così che il
campo recettivo secondario è molto grande, invece aree più sensibili
della cute come i polpastrelli hanno campi recettivi più piccoli con
rapporto di innervazione più basso tra neuroni primari e secondari (in
queste aree due spilli separati anche di 2 mm vengono percepiti come
due stimoli diversi).

L’informazione sensoriale proveniente dalla maggior parte del corpo


entra nel midollo spinale e raggiunge l’encefalo attraverso le vie
ascendenti,alcune vie sensoriali raggiungono direttamente al tronco
encefalico attraverso i NERVI CRANICI. L’informazione sensoriale che dà
il via ai riflessi viscerali viene integrata nel tronco encefalico o nel
midollo spinale,in genere non raggiunge il livello di percezione cosciente
(riflesso viscerale inconscio:controllo pressione arteriosa da parte dei
centri tronco encefalici).
Sezioni diverse dell’encefalo elaborano tipi diversi di info sensoriali
(mesencefalo: info visive e uditive, bulbo:suoni e gusto,
cervelletto:equilibrio). Queste vie,come quelle che trasportano le info
somatosensoriali,proiettano al TALAMO che agisce come centro di
smistamento,elaborazione,trasferimento delle info verso emisferi
cerebrali. Solo l’olfatto non passa attraverso il talamo: è un tipo di
chemocezione (è considerato uno dei sensi più antichi). L’info olfattiva
parte dall’epitelio nasale raggiunge il bulbo olfattivo attraverso il primo
paia di nervi cranici,raggiunge la corteccia olfattiva e altri nuclei
cerebrali (l’AMIGDALA e IPPOCAMPO)→ forse a causa di questo
collegamento diretto al cervello gli odori sono strettamente correlati
alla memoria e alle emozioni.
La SOGLIA PERCETTIVA è il livello di intensità dello stimolo necessario
affinchè se ne abbia coscienza. Il SNC può “spegnere” alcuni stimoli per

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evitare di essere sopraffatto dalle informazioni. La riduzione di


percezione di uno stimolo (ASSEFUAZIONE) avviene tramite la
modulazione inibitoria di uno stimolo sopra soglia il quale viene portato
al di sotto del livello di percezione (si verifica a livello di neuroni di
secondo ordine o ordine superiore della via sensoriale). Nel caso in cui lo
stimolo diventi importante si può concentrare consapevolmente
l’attenzione e superare la modulazione inibitoria, il cervello cerca di
recuperare le info dal subconscio per ricordare i suoni recenti.
Se nel NEURONE SENSORIALE primario tutti gli stimoli sono convertiti
in potenziali d’azione tutti identici come riesce l’organismo a capire la
differenza per esempio tra calore e pressione?→ quando lo stimolo entra
nel SN i suoi attributi devono essere conservati, è in grado di distinguere
4 PROPRIETA’ di uno stimolo
 MODALITA’ SENSORIALE o natura = è indicata dalla specifica
popolazione di neuroni sensoriali attivati e dalla zona cerebrale a
cui viene indirizzata l’info sensoriale. Ogni tipo di recettore è
sensibile a un particolare tipo di stimolo,ogni modalità può essere
suddivisa in qualità (es: visione dei colori suddivisa in
rosso,blu,verde a seconda lunghezza d’onda che stimola più
intensamente i diversi tipi di fotorecettori).
Il cervello associa un segnale che proviene da uno specifico gruppo
di recettori a una modalità specifica: questa associazione 1:1 di un
recettore con un tipo di sensibilità è detta CODICE LINEA
MARCATA.
 LOCALIZZAZIONE stimolo = è codificata in base ai campi recettivi
che sono attivati. Le aree sensoriali del cervello sono organizzate
in funzione della provenienza dei segnali afferenti e così
informazioni provenienti da aree sensoriali vicine raggiungono la
corteccia in aree contigue.
L’info uditiva è eccezione alla regola della localizzazione perché i
neuroni dell’orecchio sono sensibili a frequenza del suono diverse
ma non hanno campi recettivi delimitati e la loro attivazione non
fornisce informazioni sulla localizzazione di suoni percepiti: il

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cervello per stabilire l’origine del suono non utilizza


l’organizzazione topografica ma il tempo di attivazione dei
recettori.
L’INIBIZIONE LATERALE: aumenta il contrasto tra i campi
recettivi attivati e quelli vicini, aumenta la definizione spaziale di
uno stimolo.
Il principio della CODIFICA di POPOLAZIONE: più recettori possono
funzionare insieme per far arrivare al SNC più informazioni
rispetto a quelle che verrebbero fornite da un solo
recettore,attraverso il confronto di più info provenienti dai singoli
recettori il SNC può ricavare info più precise sulle caratteristiche
spaziali e temporali dello stimolo.
 INTENSITA’ e DURATA dello stimolo = non si può calcolare
direttamente da un singolo potenziale d’azione di un neurone
sensoriale perché il potenziale d’azione è una risposta “tutto o
nulla”. L’intensità di uno stimolo è quindi codificata in base a due
criteri:
- Numero di recettori attivati (altro es. di codifica di popolazioni)
- Frequenza dei loro potenziali d’azione (codifica in frequenza)
La codifica di popolazione permette di risalire all’intensità perché
non tutti i recettori hanno la stessa soglia per il loro stimolo
adeguato: i recettori a soglia più bassa i più sensibili rispondono a
stimoli di più bassa intensità quando l’intensità dello stimolo
aumenta si attiveranno anche quelli a soglia più alta. Il SNC
interpreta il numero di recettori attivati come una misura
dell’intensità dello stimolo.
Se uno stimolo è sottosoglia nel neurone primario non si genera
nessun potenziale d’azione, se l’intensità dello stimolo supera la
soglia il neurone inizia a generare potenziali d’azione.
All’aumentare dell’intensità dello stimolo aumenta in proporzione
l’ampiezza del potenziale recettoriale e anche la frequenza dei
potenziali d’azione nel neurone sensoriale primario.

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 DURATA dello stimolo = viene codificata in maniera simile per


mezzo della durata della serie di potenziali d’azione nel neurone
sensoriale. Più dura lo stimolo nel tempo più prolungata sarà la
serie dei potenziali d’azione generati nel neurone primario. Se lo
stimolo persiste alcuni recettori vanno incontro a un fenomeno
chiamato ADATTAMENTO cioè smettono di rispondere. In base alla
cinectica:
- Recettori tonici: scaricano ad alta frequenza quando vengono
attivati e anche se con frequenza leggermente più bassa
continuano a scaricare per tutta la durata della stimolazione
(es: barocettori che registrano la pressione
sanguigna,nocirettori,alcuni recettori per il tatto)
- Recettori a rapido adattamento o recettori fasici : si attivano
solo all’inizio della sollecitazione e smettono di rispondere se
l’intensità dello stimolo resta costante, recettori adatti a
rispondere alle variazioni di un parametro infatti se lo
stimolo persiste a intensità costante si adattano a nuova
conduzione e smettono di rispondere così il cervello ignora le
info già percepite e che non rappresentano variazione
omeostatica pericolosa (es. olfatto usa questi recettori). Una
volta avvenuto l’adattamento del recettore fasico il solo
modo per creare un nuovo segnale è o di aumentare intensità
stimolo eccitatore o di rimuovere completamente stimolo e
permettere al recettore di resettarsi.
Il meccanismo molecolare dell’adattamento dei recettori
sensoriali dipende dal tipo di recettore: in alcuni recettori si
aprono i canali ionici per il K nella membrana del recettore
causando la sua ripolarizzazione e bloccando il segnale, in altri
si inattivano i canali per il Na, in altri ancora ci sono vie
metaboliche che alterano la risposta del recettore,a volte sono le
strutture accessorie del recettore che diminuiscono intensità
dello stimolo che raggiunge il recettore.

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SENSI SOMATICI
Ci sono 4 modalità somatosensoriali:
- Tatto-pressione
- Propriocezione
- Temperatura
- Nocicezione (che comprende dolore e prurito)
I recettori per i sensi somatici si trovano nella cute,nell’apparato
osteoarticolare,visceri. L’attivazione dei recettori porta alla generazione
dei potenziali d’azione nei corrispondenti neuroni sensoriali primari. Nel
midollo spinale molti neuroni sensoriali primari fanno sinapsi sugli
interneuroni che agiscono da neuroni sensoriali secondari. La
localizzazione della sinapsi tra neurone primario e secondario dipende
dal tipo di recettore.
I neuroni associati ai recettori per la nocicezione,per la temperatura e
per gli stimoli tattili grossolani fanno sinapsi con il neurone secondario
poco dopo essere entrati nel midollo spinale.
La maggior parte dei neuroni per le sensazioni tattili fini,per la
vibrazione e i neuroni propriocettivi ha assoni molto lunghi che
proiettano lungo il midollo spinale fino al bulbo.
Tutti i neuroni sensoriali secondari attraversano il piano mediano
(decussano) → tutte le sensazioni provenienti dall’emisoma SX sono
elaborate dalla parte DX dell’encefalo e viceversa.

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I neuroni secondari per la nocicezione,per la temperatura e per gli


stimoli tattili grossolani attraversano il piano mediano nel midollo
spinale e poi salgono all’encefalo. Quelli per le sensazioni tattili fini per
la vibrazione e i neuroni propriocettivi attraversano la linea mediana
del bulbo.
Tutti i neuroni sensoriali secondari nel TALAMO fanno sinapsi sul
neurone sensoriale terziario che proietta alla regione somatosensoriale
della corteccia cerebrale.
La maggior parte delle vie sensoriali invia terminazioni al cervelletto
che utilizza le info per la coordinazione del movimento e per l’equilibrio.
La corteccia somatosensoriale è la parte del cervello che è raggiunta
dalle vie sensoriali ascendenti. Ciascuna via sensitiva ha una ragione
nella corteccia che è corrispondente al suo campo sensoriale (es: tutte le
vie provenienti dalla mano SX terminano in una determinata
regione,tutte quelle relative al piede SX in un’altra regione).
Ognuna di queste regioni è costituita da colonne di neuroni specializzati
all’elaborazione delle info provenienti da particolari tipi di recettori.
Questa organizzazione colonnare crea una struttura altamente
organizzata che mantiene l’associazione tra recettori specificie la
modalità sensoriale che essi trasmettono
Si è scoperto che più una regione del corpo è sensibile agli stimoli,sia
tattili che di altro tipo più è grande la regione della corteccia
corrispondente. L’estensione delle regioni non è immutabile: se una
certa parte del corpo viene utilizzata in modo estensivo la sua
rappresentazione topografica nella corteccia si espanderà.
Se una persona perde un dito o un arto la parte della corteccia
somatosensoriale corrispondente viene colonizzata dai campi
recettoriali delle strutture adiacenti, la riorganizzazione della corteccia
somatosensoriale è un es. della plasticità del cervello. (a volte la
riorganizzazione non è perfetta e può provocare sensazioni che il

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cervello interpresa come localizzate nell’arco mancante→ sindrome arto


mancante).
I recettori per il tatto sono tra i recettori più diffusi nell’organismo: si
attivano in seguito ai vari stimoli fisici
(stiramento,pressione,vibrazione,sfregamento), si trovano nella
cute,nelle regioni più profonde dell’organismo come i visceri.
I recettori tattili della cute sono diversi tra loro: alcuni sono costituiti da
terminazioni nervose libere (come quelle che rispondono agli stimoli
nocicettivi), altri struttura più complessa.
I CORPUSCOLI del PACINI = sono sensibili alla vibrazione,sono tra i più
grandi recettori dell’organismo, sono costituiti da terminazioni nervose
incapsulate in strati di tessuto connettivo,si trovano nel tessuto
sottocutaneo,nei muscoli,nelle articolazioni,negli organi interni. Gli
strati concentrici di tessuto connettivo che avvolgono la terminazione
nervosa creano un campo recettivo molto grande. Rispondono alle
vibrazioni ad alta frequenza la cui energia viene trasferita tramite la
capsula di tessuto connettivo alle terminazioni nervose dove induce
l’apertura dei canali ionici meccano-dipendenti. Sono recettori fasici a
rapido adattamento ciò permette loro di rispondere alle variazioni dello
stimolo ma poi di ignorarlo se questo rimane costante.
I recettori per la temperatura sono terminazioni nervose libere
localizzate nello strato sottocutaneo. I recettori per il freddo sono
sensibili principalmente alle temperature inferiori a quella corporea, i
recettori per il caldo sono sensibili a temperature comprese tra quella
corporea (37°C) e i 45°C. per temperature superiori sono attivati i
nociceettori che provocano una sensazione di bruciore.
I termo recettori sono diffusi in tutto il corpo e il diametro del loro
campo recettivo è di circa 1mm. I recettori per il freddo sono più
numerosi di quelli per il caldo, i termo recettori si adattano lentamente
tra i 20°C e i 40°C: la risposta iniziale ci informa della variazione di
temperatura. Al di fuori di questo intervallo la probabilità di un danno

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tissutale è più elevata e i recettori non si adattano; i termoreccetori


utilizzano una famiglia canali cationici chiamati canali TRP.

I nocicettori sono neuroni con terminazioni nervose libere che


rispondono a una varietà di stimoli nocivi (chimici,meccanici,termini)
che causano o potrebbero causare un danno tissutale. Si trovano nella
cute,articolazioni,muscoli,ossa e vari organi interni ma non nel SNC.
L’attivazione delle vie nocicettive innesca risposte adattative,di
protezione.
I segnali afferenti dai nocicettori sono trasportati al SNC da due tipi di
fibre sensoriali primarie: fibre A-delta e fibre C.
Il dolore è una percezione soggettiva: è l’interpretazione che il SN
fornisce dell’informazione trasmessa dalle vie che iniziano i nocicettori,
varia con lo stato emotivo della persona.
Il dolore rapido, acuto e localizzato è trasmesso in modo rapido al SNC
dalle fibre A-delta piccole e mielinizzate.
Il dolore lento,sordo e diffuso viene trasportato dalle fibre C ancora più
piccole e amieliniche. Quando lo stimolo si origina in un punto lontano
dal SNC la diversa velocità di trasmissione dei due canali risulta più
evidente.
Il prurito deriva soltanto dai nocicettori cutanei è caratteristico di
eruzioni e altre patologie cutanee ma anche sintomo di malattie
sistemiche (sclerosi,diabete mellito,iperparatiroidismo). I circuiti
nervosi per il prurito non sono conosciuti così bene come quelli per il
dolore ma c’è un’azione antagonista tra le due sensazioni.
VIE NOCICETTIVE :
I riflessi nocicettori di protezione iniziano con l’attivazione delle
terminazioni nervose libere del neurone. I canali ionici che rispondono a
una varietà di stimoli chimici,meccanici,termici creano potenziali
graduati che,se lo stimolo è abbastanza intenso,innescano potenziali

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d’azione. Molti di questi canali sono canali ionici con una complessa
cinetica di apertura chiamati: canali a variazione transitoria di
potenziale (TRP) della stessa famiglia dei canali dei termo recettori.
Esempio: i recettori vanilloidi (canali TRPV1) rispondono al calore
eccessivo come anche alla capsaicina (molecola che è responsabile della
sensazione di ‘’piccante’’ del peperoncino). All’estremo opposto
dell’intervallo di temperature i ricercatori hanno recentemente
identificato un canale correlato TRPM8 che risponde sia al freddo sia al
mentolo. Sostanze chimiche che mediano le risposte infiammatorie nel
sito di lesione tissutale possono sia attivare direttamente i nocicettori
sia sensibilizzarli abbassando la loro soglia di risposta. Le sostanze
chimiche rilasciate localmente dopo una lesione tissutale comprendono
K,istamina,prostaglandine rilasciati da cellule danneggiate così come la
serotonina rilasciata dalle piastrine che si attivano con la lesione e un
peptide (sostanza P) che è secreto dal neurone sensoriale primario.
L’aumento della sensibilità al dolore nei siti del danno tissutale è detto
dolore infiammatorio.
I neuroni sensoriali primari che mediano la nocicezione che terminano
nel corso dorsale del midollo spinale. I nocicettori possono attivare due
tipi di circuiti diversi:
1. RISPOSTE RIFLESSE di DIFESA che sono integrate a livello del
midollo spinale
2. VIE ASCENDENTI alla corteccia che danno origine a sensazioni
coscienti(dolore o prurito)
I neuroni sensoriali primari fanno sinapsi su interneuroni per dare
origine a risposte spinali riflesse o su neuroni sensoriali secondari che
proiettano all’encefalo.
Le risposte nocicettive integrate al livello spinale danno origine a
riflessi rapidi e non coscienti di difesa che automaticamente
allontanano l’area stimolata dalla fonte degli stimoli.

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Esempio: riflesso di retroazione→ porta ad allontanare la mano


prima ancora che si sia consapevoli del calore
Le vie ascendenti dei nocicettori sono simili ad altre vie
somatosensoriali. I neuroni sensoriali secondari incrociano la linea
mediana del midollo spinale e salgono al talamo e poi alle aree
sensoriali della corteccia. Queste vie mandano collaterali anche a
sistema limbico e all’ipotalamo (dolore può essere accompagnato da
reazioni emotive negative e risposte vegetative come
vomito,sudorazione,nausea).
Dolore somatico profondo→ dolore nei muscolo scheletrici. Il dolore
muscolare durante l’esercizio fisico è associato all’inizio del
metabolismo anaerobico ed è spesso percepito come una sensazione
di bruciore nel muscolo: forse il metabolita responsabile di questo
effetto è il K,conosciuto per la sua capacità di incrementare la
risposta nocicettiva.
Il dolore muscolare da ISCHEMIA (mancanza di adeguato flusso di
sangue e ridotto apporto di ossigeno),si verifica anche durante
l’infarto del miocardio. Il dolore proveniente dal cuore e da altri
organi interni (dolore viscerale) è spesso poco localizzato e può
essere riferito ad aree situate lontano dalla sede dello stimolo.
Quando gli stimoli dolorifici arrivano da recettori viscerali il cervello
non riesce a distinguerli da quelli che arrivano dai recettori somatici
e interpreta il segnale come dolore somatico anziché viscerale. Il
dolore cronico è più intenso di quanto non farebbe pensare l’entità
dell’attivazione dei nocicettori e in parte riflette la presenza di danni
o modificazioni a lungo termine del SN. Il dolore cronico è una forma
di dolore patologico detto anche dolore neuropatico.
Il dolore è soggetto a modulazione a diversi livelli del SN: può essere
aumentato da esperienze passate o soppresso in situazioni di
emergenza in cui ignorare il danno può aumentare le probabilità di
sopravvivenza. Le vie discendenti che passano attraverso il talamo
inibiscono i neuroni nocicettivi nel midollo spinale. Il dolore può

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anche essere soppresso a livello del corno dorsale prima che


raggiunga i tratti spinali ascendenti. Nel midollo spinale ci sono
interneuroni tonicamente attivi che di solito inibiscono le vie
nocicettive ascendenti. Le fibre C dai nocicettori fanno sinapsi su
interneuroni inibitori, quando le fibre C sono attivate da uno stimolo
dolorifico eccitano la via ascendente e bloccano l’inibizione tonica ;
eliminando il blocco da parte dell’interneurone inibitorio permette al
segnale nocicettivo di arrivare all’encefalo.
TEORIA del CANCELLO→ sulla modulazione del dolore, le fibre A-beta,
che portano info sensoriali di tipo meccanico contribuiscono a
bloccare la trasmissione del dolore. Le fibre fanno sinapsi sui neuroni
inibitori potenziandone l’attività. Se al neurone inibitorio arrivano
insieme stimoli dalle fibre A-beta e Cla risposta è una parziale
inibizione della via dolorifica ascendente e una minore percezione del
dolore da parte dell’encefalo.

SENSI CHIMICA: olfatto e gusto


I 5 sensi speciali(olfatto,gusto,udito,equilibrio,vista) sono concentrati
al livello della testa. Come i sensi somatici anche quelli speciali
utilizzano recettori che trasformano l’info proveniente dall’ambiente
in sequenze a differente frequenza di potenziali d’azione che il
sistema nervoso può interpretare.
Olfatto e gusto → forme di CHEMOCEZIONE (i batteri unicellulari
usano la chemocezione per esplorare ambiente, per accoppiarsi,per
cibo).
OLFATTO: il bulbo olfattivo è un’estensione del prosencefalo che
riceve informazioni dai neuroni sensoriali primari, è più sviluppato
nei vertebrati la cui sopravvivenza è più legata al monitoraggio
chimico dell’ambiente.

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Il sistema olfattivo umano è formato da un epitelio olfattivo situato


nella cavità nasale,incorpora neuroni sensoriali primari chiamati
cellule olfattive (o neuroni sensoriali olfattivi). Gli assoni delle cellule
olfattive formano il nervo olfattivo (o I nervo cranico) che fa sinapsi
con neuroni secondari del bulbo olfattivo,localizzati nella parte
inferiore del lobo frontale. I neuroni secondari e quelli di ordine
superiore proiettano dal bulbo olfattivo attraverso il tratto olfattivo
alla corteccia olfattiva. Il tratto olfattivo NON passa attraverso il
talamo.
Alcune vie discendenti modulatorie provenienti dalla corteccia
terminano nel bulbo olfattivo ed esistono connessioni reciproche
modulatorie all’interno e tra le due branche del bulbo olfattivo stesso.
Alcune vie olfattive dal bulbo olfattivo raggiungono l’amigdala e
l’ippocampo componenti del sistema limbico coinvolte nella memoria
e emozioni (legame odori-memoria).
Epitelio olfattivo→ i neuroni sensoriali olfattivi sono concentrati in 3
cm2 di epitelio olfattivo sulla volta della cavità nasale. I neuroni
hanno un singolo dendrite che si estende verso il basso dal soma alla
superficie dell’epitelio olfattivo e un singolo assone che si estende fino
al bulbo olfattivo, hanno vita breve con un tempo di ricambio di 2
mesi. Le cellule staminali nello strato basale dell’epitelio si dividono
continuamente in nuovi neuroni,l’assone di ciascuno di essi è in grado
di crescere verso il bulbo olfattivo e fare le proprie connessioni
sinaptiche.
TRASDUZIONE dei SEGNALI OLFATTIVI→ la superficie dell’epitelio
olfattivo è composta dai terminali a forma di bulbo dei dendriti dei
neuroni sensoriali olfattivi in cui ogni bulbo sviluppa molte ciglie fisse
che sono immersi in uno strato di muco prodotto dalle ghiandole
olfattive (di Bowman) nell’epitelio e nella lamina basale; le molecole
odorose prima di legarsi al recettore olfattivo devono disperdersi nel
muco, ogni recettore olfattivo è sensibile a una gamma limitata di
molecole odorose. I recettori per gli odori sono recettori di membrana
legati a proteine G. i geni per i recettori olfattivi sono la famiglia di

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geni più numerosa nei vertebrati (1000 geni, 3-5% del genoma),
nell’uomo sono espresse solo 400 proteine recettoriali olfattive. La
combinazione della maggior parte delle molecole odorose con i
proprio recettori olfattivi attiva una specifica proteina G detta Golf,
che aumenta la concentrazione intracellulare di cAMP che fa aprire i
canali cationici cAMP-dipendenti così si ha la depolarizzazione della
cellula. Se il potenziale graduato del recettore che ne risulta è
abbastanza elevato esso innesca un potenziale d’azione che
attraverso l’assone del neurone sensoriale arriva al bulbo olfattivo.
Ogni singola cellula olfattoria contiene un solo tipo di recettori per gli
odori che risponde a una limitata gamma di molecole odorose: gli
assoni delle cellule che contengono lo stesso recettore convergono nel
bulbo olfattivo su pochi neuroni secondari che poi possono modificare
l’info prima di inviarla alla corteccia. L’encefalo utilizza le info
provenienti da centinaia di cellule olfattorie differenti in
combinazioni diverse per poter percepire odori diversi (elaborazione
degli odori al livello dell’encefalo viene consideratoo es. di
codificazione di popolazione del SN).
GUSTO: il senso del gusto è collegato all’olfatto,è la combinazione di 5
tipi di recettori = dolce,acido,salato,amaro,umami (sapore associato
all’aminoacido glutamato e ad alcuni nucleotidi). Ciascuna delle cinque
sensazioni gustative è associata a una funzione corporea essenziale (es.
acido: è dato dalla presenza di ioni H, salato: presenza ioni Na) le altre
tre sensazioni sono determinate da altre molecole organiche. I sapori
dolce e umami sono associati a nutrienti alimentari, l’amaro spesso è
associato dall’organismo come segnale di presenza di componenti
potenzialmente tossici.
VIE GUSTATIVE→ i recettori gustativi sono localizzati nelle gemme
gustative raggruppate sulla superficie della linga, una gemma contiene
da 50-150 cellule gustative oltre cellule di sostegno e basali
rigenerative, i recettori gustativi sono sparsi anche in altre parti della
cavità orale come sul palato.

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Per poter sentire il sapore di una sostanza queste deve essere sciolta
nella saliva e nel muco presenti nella bocca, il ligando disciolto
interagisce con una proteina di membrana apicale (recettore o
canale)su una cellula gustativa, interazione di un ligando del gusto con
le proteine di membrana avvia la cascata di trasduzione del segnale che
termina con il rilascio delle molecole di messaggero chimico dalla
cellula gustativa. I segnali chimici attivano i neuroni sensoriali primari
(neuroni gustativi) i cui assoni decorrono attraverso i nervi cranici VII.
IX,X fino al bulbo dove stabiliscono sinapsi, da qui l’info sensoriale
prosegue attraverso il talamo verso la corteccia gustativa.
L’elaborazione centrale delle info sensoriali confronta le info in arrivo
da molte cellule gustative e le interpreta in base alle popolazioni
neuronali che stanno rispondendo con più intensità.
I gusti dolce,amaro e umami sono associati all’attivazione dei recettori
accoppiati alla proteina G, invece i meccanismo di trasduzione dei gusti
salato e acido sembrano essere mediati dai canali ionici.
Le gemme gustative contengono 4 tipi di cellule I,II,III oltre a cellule
basali. Le cellule di tipo I sono cellule di sostegno (tipo cellule gliali), II o
cellule recettoriali, III o cellule presinaptiche sono cellule recettoriali del
gusto. Ciascuna cellula recettoriale è una cellula epiteliale non nervosa
polarizzata inserita nella gemma gustativa in modo che soltanto
un’estremità protruda nel cavo orale attraverso il poro gustativo. In
ogni cellula ci sono giunzioni serrate in modo da limitare il passaggio
delle molecole nello spazio tra cellule, la membrana apicale ha microvilli
per aumentare la superficie di contatto con l’ambiente.
Gusto dolce,amaro,umami → le cellule gustative di tipo II rispondono al
dolce,amaro,umami, esprimono sulla loro superficie apicale diversi
recettori accoppiati a proteine G (GPCR). I gusti dolce e umami sono
associati ai recettori T1R con diverse combinazioni di subunità, il gusto
amaro usa 30 varianti dei recettori T2R.
Le cellule recettoriali di tipo II attivano una speciale proteina G detta
gustoducina che attiva molte vie di trasduzione del segnale alcune di

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queste porta il rilascio del Ca,inducono le aperture di canali di


membrana per il Ca permettendo il flusso nell’interno della cellula. Il
calcio intracellulare costituisce poi il segnale per avviare il rilascio
dell’ATP dalle cellule di tipo II, in queste l’ATP agisce come segnale
paracrino sia sui neuroni sensoriali sia sulle cellule presinaptiche vicine
Gusto acido→ le cellule postsinaptiche di tipo III rispondono al gusto
acido, i meccanismi per la trasduzione sono complicati dal fatto che
la’umento degli H, segnale per il sapore dell’acido,modifica anche il pH.
La depolarizzazione mediata dagli H dalle cellule presinaptiche porta a
un rilascio di serotonina per esocitosi che a sua volta eccita il neurone
sensoriale primario.
Gusto salato→ le cellule del gusto salato non sono state identificate con
certezza, probabilmente i recettori del sale possono risiedere nelle
cellule di sostegno di tipo I. Nel modello oggi accettato: ioni Na entrano
nelle cellule presinaptiche attraverso un canale ionico apicale come il
canale epiteliale Na (EnaC), l’entrata del sodio all’interno del neurone
sensoriale induce un potenziale di recettore e l’insorgenza di uno o più
potenziali d’azione.

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ORECCHIO: è un organo di senso per due funzioni specifiche = UDITO e


EQUILIBRIO. Viene suddiviso in una sezione esterna,media,interna.
L’orecchio interna ospita e protegge le strutture nervose, il complesso
vestibolare dell’orecchio interno è la struttura più importante per il
controllo dell’equilibrio, le altre parti servono per l’udito. L’orecchio
esterno è costituito dal padiglione auricolare o pinna e dal condotto
uditivo esterno. (la pinna è un es. di struttura accessoria che ha un ruolo
importante per un sistema sensoriale,varia da specie a specie). Alla sua
estremità interna il condotto uditivo è chiuso da un sottile foglietto di
tessuto detto membrana timpanica o timpano o tamburo uditivo che
serapare l’orecchio esterno dall’orecchio medio cavità contenente aria
che si connette per mezzo della tuba o tromba di Eustachio con il
nasofaringe. La tuba è collassata e sigilla l’orecchio medio ma per
permettere che la pressione nell’orecchio medio si equilibri con la
pressione atmosferica si apre temporaneamente durante la
masticazione,la deglutizione,lo sbadiglio.
I tre ossicini dell’orecchio medio che trasmettono le onde sonore
dall’ambiente esterno all’orecchio interno sono: martello,incudine,staffa.
Sono connessi l’uno all’altro da strutture simili a cardini. Un’estremità
del martello è attaccata alla membrana timpanica mentre la base della
staffa aderisce alla membrana della finestra ovale piccola apertura che
separa l’orecchio medio dall’orecchio interno. L’orecchio interno è
costituito da due strutture principali: l’apparato vestibolare che
rappresenta il trasduttore sensoriale per il senso dell’equilibrio e la
coclea che contiene i recettori per l’udito. Dall’esterno la coclea appare
come un tubo membranoso avvolto a spirale circondato da un canale
osseo che rappresenta il labirinto osseo. Due dischi membranosi: la
finestra ovale a cui si attacca la staffa e la finestra rotonda separano la
coclea che contiene i liquido dall’orecchio medio in cui è contenuta aria.
Rami dell’ VIII nervo cranico ( il nervo vestibolo-cocleare) portano le
info dall’orecchio interno al cervello.

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UDITO → rappresenta la percezione dell’energia delle onde sonore


ovvero di onde pressorie che alternano zone di aria compressa e
rarefatta. Il suono è l’interpretazione di frequenza,ampiezza e durata
delle onde sonore che arrivano al nostro orecchio. Il cervello trasduce la
frequenza delle onde sonore (numero di cicli al secondo) nell’altezza del
suono (onde a bassa frequenza: suoni bassi, onde a altra frequenza:
suoni alti). La frequenza delle onde si misura in Hz = l’orecchio umani
percepisce i suoni compresi nell’intervallo tra 20 e 20000Hz con
maggiore sensibilità tra i 1000 e i 3000 Hz.
La potenza o intensità di un suono è funzione dell’ampiezza dell’onda,
viene misurata in unità chiamate decibel (dB) su scala logaritmica: ogni
aumento di 10 dB corrisponde a un aumento di 10 volte dell’intensità del
suono.
Per il volume s’intende la nostra interpretazione dell’intensità del suono
e dipende dal sistema uditivo del singolo individuo.
TRASDUZIONE del SEGNALE→ l’udito è una sensazione complessa che
coinvolge più eventi di trasduzione. L’energia delle onde sonore nell’aria
diventa vibrazione meccanica poi onda fluida nella coclea. Le onde
fluide aprono i canali ionici nelle cellule cigliate (recettori sensoriali
dell’udito). Il flusso degli ioni nelle cellule cigliate crea segnali elettrici
che rilasciano neurotrasmettitore (segnale chimico) che avvia una serie
di potenziali d’azione nel primo neurone sensoriale.
5 fasi:
- PRIMA TRASDUZIONE: le onde sonore che arrivano nell’orecchio
esterno procedono lungo il condotto uditivo esterno e vanno a
colpire la membrana timpanica facendola vibrare.
- SECONDA TRASDUZIONE: le vibrazioni vengono trasferite al
martello,incudine e alla staffa in sequenza, la collocazione
ordinata dei tre ossicini è tale che le vibrazioni vengono
amplificate in modo adeguato mentre solo una piccola parte di
energia viene persa per attrito. Quando il livello del rumore è tanto
alto da rischiare il danneggiamento dell’orecchio interno due

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piccoli muscoli nell’orecchio interno (muscolo tensore del timpano


e stapedio) fanno trazione sugli ossicini per diminuire i loro
movimenti e smorzare la trasmissione. Quando vibra la staffa la
vibrazione viene trasmessa alla finestra ovale una sottile
membrana a cui la staffa è attaccata,le vibrazioni della finestra
ovale sono convertite in onde fluide nei canali della coclea.
- TERZA TRASDUZIONE: muovendosi lungo la coclea le onde
spingono sulle membrane flessibili del dotto cocleare e piegano le
cellule cigliate all’interno del dotto,l’energia delle onde si disperde
all’indietro nell’aria dell’orecchio medio per mezzo della finestra
rotonda. I movimenti del dotto cocleare aprono o chiudono i canali
ionici sulle membrane delle cellule cigliate creando segnali
elettrici.
- QUARTA TRASDUZIONE: questi segnali modificano il rilascio del
neurotrasmettitore
- QUINTA TRASDUZIONE: il legame dl neurotrasmettitore ai neuroni
uditivi primari avvia la generazione di potenziali d’azione che
inviano info sul suono attraverso il ramo cocleare del nervo
vestibolo-cocleare (VIII nervo cranico) all’encefalo.

COCLEA = è dove hanno luogo la trasduzione delle onde sonore in


potenziali d’azione. Se venisse srotolata risulta formata da tre canali
paralleli che contengono liquido: 1) dotto vestibolare o scala vestibolare
2) dotto cocleare o scala media 3) dotto timpanico o scala timpanica. Il
dotto vestibolare e quello timpanico sono in continuità l’uno con l’altro
grazie a un’apertura detta elicotrema che li connette a livello dell’apice
della coclea. Il dotto cocleare è un tubo a fondo cieco ma si connette
all’apparato vestibolare per mezzo di una piccola apertura. Il liquido
all’interno dei dotti timpanico e vestibolare ha la composizione ionica
simile al plasma è detto perilinfa. Il dotto cocleare contiene endolinfa
secreta dalle cellule epiteliali del dotto, è composto da una
concentrazione di K superiore a quella di Na (condizione più simile al
liquido intra che extra cellulare).

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Il dotto cocleare è la sede dell’ORGANO DEL CORTI costituito da cellule


recettoriali cigliate e da cellule di sostegno, si trova lungo la membrana
basilare ed è in parte coperto da una sottile membrana: la membrana
tettoria. Tutte e due le membrane sono flessibili e si muovono in seguito
al propagarsi delle onde nel dotto vestibolare,sono deformate dalle onde
sonore che viaggiano lungo la coclea creando oscillazioni verticali che
piegano le ciglia delle cellule cigliate. Queste cellule (come le cellule
recettoriali gustative) non sono nervose, alla superficie apicale delle
cellule cigliate ci sono 50-100 ciglia rigide dette stereociglia disposte in
ordine di altezza crescente le quali sono immerse nella membrana
tettoria sovrastante, se essa si muove anche le ciglia sottostanti si
muovono.
Quando le cellule cigliate si muovono in risposta a un’onda sonora le
stereo ciglia si flettono una dopo l’altra, essere sono unite da ponti
molecolare di natura proteica (ponti a molla) che aprono o chiudono i
canali ionici nella membrana delle ciglia. Quando le onde fanno flettere
la membrana tettoria piegano le ciglia in direzione del chino ciglio e i
ponti a molla provocano l’apertura di altri canali cationici inducendo
l’entrata di K e di Ca che causano la depolarizzazione della cellula. Si
aprono canali voltaggio-dipendenti per il calcio,aumenta il rilascio del
neurotrasmettitore e il neurone sensoriale aumenta la frequenza di
scarica dei potenziali d’azione. Quando la membrana tettoria spinge le
ciglia in direzione opposta rispetto al chino ciglio i ponti a molla si
rilasciano i canali ionici si chiudono rallenta l’ingresso di cationi e la
membrana si iperpolarizza, diminuisce il flusso del calcio,viene
rilasciato meno neurotrasmettitore e il neurone sensoriale primario
riduce la frequenza di scarica.
Questo è il modo in cui la vibrazione che arriva all’orecchio interno
viene trasformata in potenziali d’azione che procedono verso il SNC.
Il sistema uditivo elabora il segnale sonoro in modo da poter
discriminare provenienza,intensità e frequenza. La localizzazione del
suono è un processo complesso che ha bisogno di info sensoriali
provenienti da tutti e due gli orecchi e da una complessa elaborazione a

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livello di SNC: l’iniziale elaborazione di ALTEZZA e INTENSITA’ si


verifica nella coclea di ciascun orecchio.
La codificazione dell’ALTEZZ del suono è una funzione primaria della
membrana basilare→ questa membrana è stretta e rigida nel tratto
iniziale in prossimità delle finestre rotonda e ovale ma si allarga e
diventa più flessibile verso l’estremità distale. Le onde ad alta frequenza
entrando nel dotto vestibolare determinano il max spostamento della
membrana basilare all’estremità vicina alla finestra ovale e non sono
trasmesse lontano lungo la coclea.
Le onde a bassa frequenza viaggiano lungo tutta l’estensione della
membrana basilare e producono il max spostamento all’estremità
distale (che è la più flessibile).
Attraverso questa risposta differenziata l’aspetto temporale della
frequenza (numero di onde sonore al secondo) è trasformato in un
codice spaziale essendo frequenze diverse rilevate da porzioni diverse
della membrana basilare.
Il codice spaziale viene conservato anche nella corteccia uditiva perché i
neuroni proiettano dalla membrana basilare verso zone corrispondenti
dell’encefalo. L’intensità del suono viene codificata dall’orecchio nello
stesso modo in cui lì intensità dello stimolo è codificata dai recettori
domatici. ( più è intenso il suono maggiore è la frequenza di potenziali
d’azione generata dai neuroni sensoriali)
Le VIE UDITIVE proiettano alla CORTECCIA UDITIVA: dopo che le onde
sonore sono state trasdotte in segnali elettrici della coclea, i neuroni
sensoriali trasportano l’indo all’encefalo. Il nervo cocleare (uditivo) è un
ramo dell’VIII nervo cranico (il nervo vestibolo-cocleare).
I neuroni uditivi primari dalla coclea proiettano al nucleo cocleare del
bulbo.
I neuroni secondari proiettano dal bulbo a due nuclei localizzati nel
ponte uno IPSILATERALI (dalla stessa parte del corpo) e l’altro
CONTROLATERALE (dalla porta opposta). In questo modo ciascuna

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parte del cervello riceverà info sulla natura del suono provenienti da
entrambe le orecchie. Questi tratti ascendenti fanno sinapsi nei nuclei
del mesencefalo e del talamo prima di proiettare alla corteccia uditiva ,
fasci collaterali portano info anche alla formazione reticolare e al
cervelletto. La localizzazione di una sorgente del suono è un compito
integrativo del SNC e necessita che l’info arrivi contemporaneamente da
tutte e due le orecchie. A meno che il suono non arrivi da una sorgente
posta direttamente di fronte al soggetto NON ARRIVERA’ A ENTRAMBE
le orecchie nello stesso istante: il cervello è capace di registrare la
differenza di tempo con cui il suono raggiunge le orecchie e di elaborare
una rappresentazione tridimensionale che permette la localizzazione
della sorgente sonora.
Ci sono 3 forme di perdita dell’udito: di conduzione,centrale e
neurosensoriale.
Nella sordità di conduzione→il suono non può essere trasmesso
attraverso l’orecchio esterno o quello medio.
Sordità centrale→ deriva da lesioni alle vie nervose che vanno
dall’orecchio alla corteccia uditiva o ai danni della corteccia stessa
Sordità neurosensoriale→ deriva da un danno alle strutture
dell’orecchio interno
EQULIBRIO: è uno stato di bilanciamento, ha due componenti una
dinamica che ci informa sui nostri movimenti nello spazio e una statica
che ci fa sapere se la nostra testa non è nella normale posizione eretta.
L’info sensoriale proveniente dall’orecchio interno dalle articolazioni e
dai proprio recettori muscolari informa il nostro cervello della posizione
delle diverse parti del corpo l’una rispetto all’altra e rispetto
all’ambiente. Il senso dell’equilibrio dipende dalle cellule cigliate che si
trovano nell’apparato vestibolare dell’orecchio interno,questi recettori
non neuronali rispondono all’accelerazione
rotazionale,verticale,orizzontale e ai cambiamenti di posizione. Le
cellule cigliate trasducono il movimento delle loro ciglia con lo stesso

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principio di quelle della coclea con la differenza che sono le


accelerazioni e non le onde sonore a farle muovere.
Le cellule cigliate vestibolari hanno un unico lungo ciglio: il chino ciglio
disposto da una parte del gruppo di stereo ciglia, è il punto di
riferimento della direzione del piegamento delle ciglia. Quando le ciglia
si piegano i ponti a molla aprono o chiudono i canali ionici, il movimento
in una direzione causa depolarizzazione delle cellule cigliate e il
movimento in senso opposto le iperpolarizza.
APPARATO VESTIBOLARE: o labirinto membranoso è un intricato
insieme di camere collegate e riempite di liquido. Negli uomini è
costituito da due strutture simili a sacchi:
- Organi otolitici ( il sacculo e l’utricolo), sono sensibili
all’accelerazione lineare e alla posizione della testa
- Tre canali semicircolari che alla base si uniscono all’utricolo,
sensibili all’accelerazione rotazionale nelle diverse direzioni
L’apparato vestibolare è riempito come il dotto cocleare di endolinfa
ricca di K e povera di Na prodotta da cellule epiteliali. L’endolinfa viene
continuamente secreta e defluisce dall’orecchio interno verso i seni
venosi della dura madre cerebrale. Se la produzione supera la velocità di
drenaggio l’accumulo di liquido nell’orecchio interno può aumentare la
pressione nell’apparato vestibolare.
I canali semicircolari: si connettono alla base con l’utricolo, sono
disposti ad angolo retto tra loro. Il canale orizzontale monitorizza le
rotazioni che si associano al girare su stessi, il canale posteriore segue le
rotazioni da sx a dx, è sensibile alla rotazione avanti-indietro. In ogni
canale semicircolare c’è un’estremità dilatata detta l’ampolla che
contiene un apparato recettoriale detto cresta ampollare che è
sovrastata da una massa gelatinosa la cupola che sii estende dal
pavimento al soffitto dell’ampolla, le ciglia delle cellule cigliate sono
immerse nella cupola.

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Come viene sentito il movimento rotazionale?


Quando la testa ruota la struttura ossea del cranio e il labirinto
membranoso si muovono ,a l’endolinfa contenuta nei canali a causa
dell’inerzia (tendenza di un corpo a permanere nello stato di riposo) non
si muove alla stessa velocità e resta indietro, lo spostamento del liquido
piega la cupola e le cellule cigliate in verso opposto rispetto a quello in
cui la testa sta ruotando.
Se la rotazione continua l’endolinfa raggiunge la stessa velocità del
labirinto e le ciglia non saranno più piegate,quando la rotazione della
testa si ferma all’improvviso il liquido sempre per inerzia non si può
fermare immediatamente: l’endolinfa continua a ruotare nella direzione
in cui ruotava prima la testa generando una sensazione di rotazione in
verso opposto al precedente.
I due organi otolitici: sono orientanti in modo da rispondere alle forze
lineari, le loro strutture sensoriali sono le macule dove sono localizzate
le cellule cigliate, ogni macula è sovrastata da una massa gelatinosa la
membrana otolitica e gli otolitici si legano alla matrice proteica della
superficie della membrana. Se la gravità o l’accelerazione fanno
muovere gli otoliti avanti o indietro la membrana gelatinosa scivola con
loro facendo piegare le ciglia delle cellule recettoriali e dando l’avvio al
segnale, a seconda del movimento della testa le macule permettono la
percezione di un’accelerazione o di una decelerazione. Se la testa si
piega all’indietro la forza di gravità fa scivolare all’indietro gli otoliti e
le cellule cigliate si attivano.
Le macule del sacculo sono orientate in senso verticale quando la testa è
eretta ciò le rende sensibili alle forze verticali. La direzione del
movimento è determinata poi dal SN,dalle elaborazioni dei dati sulla
depolarizzazione e iperpolarizzazione dei vari sensori.

Le cellule cigliate del vestibolo (come quelle cocleari) sono tonicamente


attive e rilasciano neurotrasmettitore sul primo nurone sensoriale del

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nervo vestibolare (un ramo dell’ VIII nervo cranico,nervo vestibolo-


cocleare), questi neuroni fanno sinapsi sui nuclei vestibolari del bulbo o
senza fare sinapsi si portano direttamente al cervelletto (una delle
strutture deputate alla percezione e al mantenimento dell’equilibrio),
vie collaterali vanno dal bulbo al cervelletto o salgono verso l’alto
passando per la sostanza reticolare e il talamo. Le vie discendenti dai
nuclei vestibolari si dirigono verso alcuni neuroni motori che regolano i
movimenti del tronco e degli occhi (mentre la testa ruota sono queste
che permettono di mantenere sia l’equilibrio sia la direzione dello
sguardo su un oggetto).

OCCHIO
L’occhio è un recettore sensoriale che funziona in modo simile a una
macchina fotografica, fa arrivare la luce su una superficie sensibile ai
raggi luminosi (RETINA) per mezzo di una lente (PUPILLA) il cui
diametro può essere modificato al fine di controllare l’intensità della
luce che entra.
La visione:processo attraverso il quale la luce riflessa dagli oggetti
presenti nell’ambiente viene trasformata in immagine mentale è
suddivisa in 3 fasi:
1) La luce entra nell’occhio e viene messa a fuoco sulla retina dal
cristallino
2) I fotorecettori della retina trasducono il segnale luminoso in
segnale elettrico
3) I segnali elettrici vengono elaborati attraverso le vie nervose che
collegano la retina del cervello
Come le strutture sensoriali dell’orecchio anche l’occhio è protetto in
una cavità ossea detta l’orbita che è formata dalle ossa facciali del
cranio, le strutture esterne accessorie dell’occhio comprendono sei
muscoli oculari estrinsechi o muscoli extraoculari che si ancorano
alla superficie esterna del bulbo oculare e controllano i movimenti

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dell’occhio ( i nervi III,IV,V innervano questi muscoli). Le palpebre


superiore e inferiore si chiudono sulla superficie anteriore dell’occhio.
L’apparato lacrimale è un sistema di ghiandole e dotti genera un
flusso continuo di una soluzione acquosa cioè le lacrime che ha la
funzione di mantenere umido l’occhio e di liberarlo da polvere e
detriti, la secrezione delle lacrime è controllata da neuroni
parasimpatici che fanno parte del VII paio di nervi cranici. La pupilla
è un’apertura attraverso la quale può passare la luce verso l’interno
dell’occhio, la dimensione varia con la concentrazione e il
rilasciamento di un anello di muscolatura pupillare liscia, la pupilla
appare come una macchia nera dentro l’anello di pigmento colorato
noto come iride. (i pigmenti e altri componenti dell’iride determinano
il colore degli occhi).
L’occhio è una sfera cava divisa in due camere separate da una lente:
il cristallino o lente sospeso da legamenti che costituiscono la zonula
è un disco trasparente che serve a mettere a fuoco la luce sulla retina.
La camera anteriore davanti al cristallino contiene umore
acqueo,liquido simile al plasma, povero di proteine e secreto
dall’epitelio ciliare che sostiene il cristallino, la camera dietro al
cristallino è molto più grande e occupata dal corpo vitreo o umor
vitreo, matrice gelatinosa e trasparente che contribuisce a mantenere
la forma dell’occhio. La parete esterna dell’occhio è la sclera
costituita da tessuto connettivo.
La luce entra nell’occhio attraverso la cornea,disco di tessuto
trasparente posto sulla superficie anteriore che si continua con la
sclera, la luce dopo aver attraversato l’umor acqueo passa attraverso
la pupilla e colpisce il cristallino che presenta due superfici convesse.
Cornea e cristallino insieme fanno deviare i raggi luminosi e li
concentrano sulla retina cioè membrana sensibile alla luce che
contiene i fotorecettori. La retina è attraversata da piccole arterie e
vene che escono come raggi da una zona chiara: disco ottico che
corrisponde al punto in cui gli assoni che originano dalle cellule
gangliari della retina si riuniscono per formare il nervo ottico ( II

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nervo cranico) e lasciano l’occhio. Lateralmente al disco ottico c’è un


piccolo disco scuro chiamato la fovea che insieme alla macula che è
un sottile anello di tessuto che la circonda è la regione con maggior
acuità visiva della retina.
Le vie ottiche→ il nervo ottico di ciascun occhio si dirige verso il
chiasma ottico in una parte delle fibre s’incrociano passando al lato
opposto, dopo aver fatto sinapsi nel corpo genicolato laterale o
nucleo genicolato laterale del talamo, la via visiva termina nel lobo
occipitale a livello della corteccia visiva. Dalla retina vie collaterali
arrivano al mesencefalo dove fanno sinapsi con neuroni efferenti del
III nervo cranico che controllano il diametro pupillare.
Nella PRIMA FASE dell’elaborazione visiva: la luce proveniente
dall’ambiente entra nell’occhio,la luce prima di arrivare alla retina è
modificata in diversi modi, la quantità di luce che raggiunge i
fotorecettori viene modulata da cambiamenti nelle dimensioni della
pupilla, poi la luce viene messa a fuoco da modificazioni della forma
del cristallino.
L’occhio umano funziona in un intervallo di livelli di intensità
luminosa che può variare di 100000 volte, la sensibilità alle
variazioni dell’intensità luminosa dipende non solo dalla capacità
della pupilla di regolare l’intensità della luce che raggiunge la retina
ma anche dalle caratteristiche dei fotorecettori.
In piena luce la pupilla si restringe fino a un diametro di 1,5 mm in
seguito alla attivazione del SISTEMA PARASIMPATICO che fa
contrarre il muscolo costrittore o sfintere dell’iride,muscolo circolare
che circonda la pupilla.
Al buio la pupilla dilatandosi fino a 8 mm aumenta di 28 volte la
propria area, la dilatazione si ha quando per mezzo del SISTEMA
SIMPATICO si contraggono i muscoli radiali che sono disposti
perpendicolarmente ai muscoli circolari.

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L’esame del riflesso foto motore o riflesso pupillare: il riflesso è


attivato dalla luce che colpisce la retina di uno dei due occhi, il
segnale attraverso il nervo ottico arriva al talamo (via visiva
primaria) ma in parte raggiunge il mesencefalo (vie visive
secondarie) dive si trovano i neuroni che regolano la contrazione
della pupilla di entrambi gli occhi. La risposta dell’occhio non colpito
direttamente dalla luce è detta risposta consensuale ed è mediato da
fibre parasimpatiche che decorrono nel III nervo cranico. Oltre a
regolare la quantità di luce che colpisce la retina le pupille
determinano quella che viene definita profondità di campo.
Il campo della fisica che descrive il comportamento e le proprietà
della luce: ottica. Quando la luce entra nell’occhio prima attraverso la
cornea e il cristallino e poi colpisce la retina, quando i raggi passano
dall’aria a un mezzo di differente densità vengono deviati cioè si ha la
RIFRAZIONE→ la luce che penetra nell’occhio viene rifratta due volte:
2/3 circa della rifrazione si hanno quando attraversa la cornea, 1/3
quando attraversa il cristallino.
L’angolo di rifrazione cioè l’angolo del quale vengono deviati i raggi
luminosi passando da un mezzo all’altro dipende da due fattori:
- La differenza di densità tra i due mezzi
- L’angolo con cui i raggi luminosi colpiscono la superficie del mezzo
in cui stanno entrando
L’angolo con cui la luce raggiunge la superficie del cristallino dipende
sia dalla curvatura del cristallino stesso sia dalla direzione dei raggi
luminosi. Se i raggi sono perpendicolari alla superficie della lente la
attraverseranno senza deviazioni, se non sono perpendicolari
saranno deviati. I raggi luminosi paralleli che colpiscono una lente
concava saranno rifratti in un fascio più ampio mentre i raggi
luminosi paralleli che colpiscono una lente convessa saranno deviati
verso l’interno e messi a fuoco in un punto. Quando una lente
convessa attraversata da onde luminose parallele si definisce
PUNTOO FOCALE il punto in cui convergono i raggi,la distanza tra il

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centro della lente e il punto focale è la distanza focale. Quando la luce


passa da un oggetto al cristallino per poter vedere a fuoco l’oggetto il
punto focale deve cadere precisamente sulla retina. Per l’uomo
qualsiasi oggetto si trovi ad almeno 6 metri dall’occhio darà origine a
raggi paralleli e sarà messo a fuoco quando il cristallino sarà
appiattito. Ma se un oggetto si trova a meno di 6 mt dalla lente che
cosa succede? I raggi riflessi dall’oggetto in questo caso sono paralleli
e colpiscono la lente con un angolo obliquo, il punto focale ora cade
dietro la retina e l’immagine dell’oggetto apparirà fuori fuoco. Per
mantenere a fuoco un oggetto vicino la lente dovrà diventare più
convessa cioè più arrotondata per aumentare l’angolo di rifrazione,
questo aggiustamento accorcia la distanza focale della lente e
permettere ai raggi di convergere sulla retina mettendo l’oggetto a
fuoco.
Accomodazione: processo con cui l’occhio modifica la forma del
cristallino per mettere a fuoco gli oggetti, la minima distanza a cui si
può trovare un oggetto perché possa essere messo a fuoco è detta
punto vicino dell’accomodazione.
Come può il cristallino che è una lente trasparente e non contiene
fibre muscolari variare la propria forma? Questo è possibile grazie al
muscolo ciliare un anello di muscolatura liscia che circonda il
cristallino a cui questo è ancorato da legamenti non elastici che
costituiscono la zonula. La lente a causa dell’elasticità della sua
capsula assume la forma naturale quasi sferica se la zonula non fa
trazione su di essa. Se la zonula fa trazione sulla lente questa si
appiattisce e prende la forma necessaria per la visione a distanza. Il
muscolo ciliare controlla la tensione della zonula, quando i muscoli
ciliari sono rilasciati,l’anello si allarga e il cristallino assume una
forma più appiattita. Quando i muscoli ciliari che sono circolari si
contraggono l’anello muscolare si restringe diminuisce la tensione
della zonula e il cristallino diventa più sferico.
PRESBIOPIA: diminuzione dell’accomodamento

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MIOPIA:vedere male da lontano, il punto focale cade davanti alla


retina.
IPERMETROPIA: vedere male da vicino, punto focale cade dietro alla
retina.
Questi difetti sono causati da anormali curvature o appiattimenti
della cornea o da bulbi oculari troppo lunghi o troppo corti
ASTIGMATISMO: cornea con curvatura non del tutto regolare e che
quindi distorce le immagini.

Nella SECONDA FASE dell’elaborazione dell’info visiva→ i


fotorecettori della retina convertono l’energia luminosa in segnali
elettrici. L’energia luminosa è una parte dello spettro
elettromagnetico che va da onde ad alta energia e piccola lunghezza
d’onda come i raggi X e i raggi gamma a onde a bassa energia e bassa
frequenza come le onde radio. Il nostro cervello può percepire solo
una piccola parte di questo spettro. Per l’uomo la luce visibile è
limitata all’energia elettromagnetica le cui onde hanno una
frequenza compresa tra 4 e 7,5 x 10 alla 14 cicli/secondo (Hz) e una
lunghezza d’onda tra 400 e 750 nm. L’energia elettromagnetica è
misurata in unità detta fotoni.
Senza ausili i nostri occhi vedono la luce visibile ma non riescono a
vedere la luce nell’infrarosso e nell’ultravioletto le cui lunghezze
d’onda sono appena fuori dallo spettro luminoso della luce visibile.
La fototrasduzione → è il processo attraverso cui gli animali
convertono l’energia luminosa in segnali elettrici, nell’occhio umano
avviene quando la luce colpisce la retina (organo sensoriale
dell’occhio). La retina si sviluppa dallo stesso tessuto embrionale da
cui origina il SNC e come succede per la corteccia cerebrale anche i
neuroni retinici sono organizzati in strati. Ci sono 5 tipi di neuroni
negli strati della retina: FOTORECETTORI,CELLULE

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BIPOLARI,CELLULE GANGLIARI,CELLULE AMACRINE,CELLULE


ORIZZONTALI.
La porzione fotosensibile della retina è rivestita da uno strato
epiteliale di colore nero detto epitelio pigmentato, la sua funzione è
quella di assorbire tutti i raggi luminosi non catturati dai
fotorecettori impedendo alla luce di venire riflessa all’interno
dell’occhio ed evitando distorsioni dell’immagine visiva. (colorazione
nera delle cellule epiteliali deriva da granuli che contengono
melanina).
I fotorecettori: sono neuroni che convertono l’energia luminosa in
segnali elettrici, ci sono due tipi principali i BASTONCELLI e i CONI.
Gli strati retinici sono disposti in ordine inverso, i fotorecettori sono
nello strato più profondo con le loro estremità fotosensibili a contatto
con l’epitelio pigmentato. L’unica eccezione è in una piccola zona
della retina detta fovea (fossetta), questa zona è priva di corpi
cellulari di neuroni e vasi sanguigni quindi i fotorecettori ricevono i
raggi luminosi con una minima dispersione. La fovea e la macula che
circonda sono le zone a maggior acuità visiva e costituiscono il centro
del campo visivo. Quando fissiamo direttamente un oggetto la fovea è
la zona in cui viene concentrata la luce.
L’immagine sulla retina è capovolta, la successiva elaborazione
dell’immagine compiuta dall’encefalo capovolge di nuovo l’immagine
così che si vede orientata correttamente.
L’info sensoriale sullo stimolo luminoso viene passata dai recettori
alle cellule bipolari e poi alle cellule o neuroni gangliari. Il nervo
ottico è formato dagli assoni delle cellule gangliari e lascia l’occhio a
livello del disco ottico, che è privo di recettori e quindi le immagini
che vengono proiettate su di esso non vengono viste dando origine
alla cosiddetta macchia cieca.
BASTONCELLI: sono efficienti in condizioni di luce scarsa e
permettono la visione monocromatica notturna cioè la visione degli

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oggetti in bianco e nero, sono più numerosi dei coni con un rapporto
20:1 tranne a livello della fovea che è costituita in gran parte dei coni.
CONI: sono responsabili della maggior acuità visiva e della visione dei
colori durante il giorno (acuità: capacità di distinguere i dettagli). La
fovea è la zona con la massima acuità perché è costituita solo da coni.
Sia i coni sia i bastoncelli hanno la stessa struttura di base
1) Un segmento esterno in contatto con l’epitelio pigmentato dlla
retina
2) Un segmento interno che contiene il nucleo cellulare e gli organi
deputati alla sintesi dell’ATP e delle proteine
3) Un segmento basale che fa sinapsi con le cellule bipolari sulle
quali rilascia glutamato
Nel segmento esterno: la membrana cellulare si ripiega profondamente
a formare degli strati simili a dischi impilati l’uno sull’altro. Nei
bastoncelli verso l’estremità del segmento esterno questi strati sono
fisicamente separati dalla membrana cellulare e formano dischi che si
muovono liberamente mentre nei coni restano attaccati alla cellula.
I pigmenti visivi sono sensibili alla luce e sono legate ai dischi
membranosi nei segmenti esterni dei fotorecettori, danno il via alla
trasduzione che converte l’energia luminosa in variazioni del potenziale
di membrana. I bastoncelli contengono un solo tipo di pigmento visivo la
RODOPSINA mentre i coni hanno 3 pigmenti diversi correlati
strettamente alla rodopsina.
I coni sono responsabili della visione dei colori e contengono pigmenti
che vengono eccitati da luce di differenti lunghezze d’onda (la luce
bianca è una combinazione di colori). Nell’occhio ci sono 3 tipi di coni:
per il ROSSO,VERDE,BLU. Ogni tipo di cono viene stimolato
rispettivamente da un determinato intervallo di lunghezze d’onda ma è
sensibile in particolare una specifica lunghezza d’onda. Il nostro SN
riconosce i colori degli oggetti interpretando la combinazione dei
segnali provenienti dai tre diversi tipi di coni.

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FOTOTRASDUZIONE = il processo è simile per la rodopsina nei


bastoncelli e per i tre pigmenti per i colori nei coni, la rodopsina è
costituita da due molecole: opsina è una proteina intrinseca della
membrana dei dischi, retinale un derivato della vitamina A che è la
porzione del pigmento che assorbe effettivamente la luce. In assenza di
luce il retinale si lega al sito di legame dell’opsina, quando viene attivato
anche da un solo fotone il retinale modifica la sua conformazione e viene
rilasciato dall’opsina in un processo detto SBIANCAMENTO.
Dopo lo sbiancamento come i bastoncelli modificano il loro stato
elettrico? I segnali elettrici cellulari sono generati da passaggi di ioni tra
i compartimenti intra ed extracellualari. I bastoncelli hanno 3 tipi
principali di canali ionici per i cationi:
- Canali regolati da nucleotidi ciclici (canali CNG) che permettono
l’ingresso di Na e Ca dentro ai bastoncelli
- Canali per il K che permettono allo ione di fluire all’esterno della
cellula
- Canali voltaggio-dipendenti per il Ca a livello della terminazione
sinaptica che regolano l’esocitosi del neurotrasmettitore
Al buio nella condizione nella quale i bastoncelli e la rodopsina non
sono attivi: i livelli di GMP ciclico (Cgmp) citoplasmatico sono alti e i
canal CNG e quelli per il K sono aperti.
L’ingresso di ioni sodio e calcio è maggiore dell’uscita di potassio così
il potenziale di membrana dei bastoncelli è di -40 mV leggermente
superiore rispetto al potenziale di riposo di -70 mV. A questo
potenziale i canali voltaggio dipendenti per il calcio sono aperti e c’è
un rilascio continuo o tonico del neurotrasmettitore glutamato del
bastoncello verso la cellula bipolare adiacente.
Quando la luce attiva la rodopsina viene attivata la TRASDUCINA una
proteina G molto simile alla gustoducina dei recettori gustativi per
l’amaro, la trasducina attivata a sua volta attiva una fosfodiesterasi
cioè un enzima che converte il GcMP in GMP in mdoo da ridurre la
concentrazione intracellulare di Cgmp che a sua volta causa la

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chiusura dei canali CNG. Come risultato il flusso del Ca e del Na


diminuisce mentre il K continua a fluire dalla cellula secondo il suo
gradiente elettrochimico inducendo l’iperpolarizzazione del
bastoncello. Questa riduzione dell’ingresso dei cationi associata alla
continua uscita di K causa iperpolarizzazione del bastoncello. Tutto
ciò porta alla diminuzione del rilascio di glutamato sulle cellule
bipolari, una luce intensa chiuderà tutti i canali CNG e bloccherà del
tutto il rilascio di neurotrasmettitore, una luce più moderata porterà
a una risposta proporzionale all’intensità della luce stessa.
Dopo essere stato attivato il retinale diffonde all’esterno del
bastoncello verso l’epitelio pigmentato dove viene ridotto in forma
inattiva prima di tornare nel bastoncello ed essere legato di nuovo
all’opsina ( il processo di recupero della rodopsina dallo stato di
sbiancamento è lento, causa principale del lento adattamento dei
nostri occhi al nuovo livello di luminosità).
TERZA FASE dell’elaborazione dell’info visiva → ha luogo a livello dei
neuroni nella retina e nell’encefalo, è caratterizzata dalla
convergenza in cui più neuroni fanno più sinapsi su una singola
cellula postsinaptica. (una cellula bipolare può ricevere info da un
gruppo di 15-45 fotorecettori). A loro volta molte cellule bipolari
innervano una sola cellula gangliare così che l’info proveniente da un
centinaio di milioni di fotorecettori si condensa in un milione di
assoni che lasciano l’occhio con il nervo ottico. La convergenza è
minima al livello della fovea dove alcuni coni sono in rapporto 1:1 con
il loro neurone bipolare, la convergenza è massima ai bordi esterni
della retina. Due tipi cellulari importanti:
- Cellule orizzontali che formano sinapsi sui fotorecettori e sulle
cellule bipolari
- Cellule amacrine che mettono in comunicazione le cellule bipolari
con le cellule gangliari
CELLULE BIPOLARI = il glutamato rilasciato dai fotorecettori sulle
cellule bipolari ha ruolo chiave nell’elaborazione del segnale. Ci sono

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due tipi di cellule bipolari: luce-on (cellule bipolari ON) e luce-off (cellule
bipolari OFF). Le cellule ON sono attivate alla luce quando la secrezione
di glutamato dai fotorecettori diminuisce, al buio le cellule ON sono
inibite dal rilascio di glutamato. Le cellule OFF sono ecciate dal rilascio
di glutamato al buio, alla luce con meno glutamato sono inibite. Grazie
alla presenza di diversi tipi di recettori del glutamato sulle cellule ON e
OFF uno stimolo (la luce) crea due diverse risposte con un singolo
neurotrasmettitore.
Il fatto che il glutamato sia eccitatore o inibitore dipende dal tipo di
recettore per questo neurotrasmettitore presente sulla cellula bipolare.
Le cellule bipolari ON hanno un recettore metabotropico per il
glutamato chiamato mGluR6 che iperpolarizza la cellula quando il
recettore lega glutamato.
Quando mGluR6 non è attivato la cellula ON si depolarizza, le cellule
OFF hanno un recettore ionotropico per il glutamato che apre i canali
ionici e depolarizza la cellula OFF al buio.
CELLULE GANGLIARI = le cellule bipolari fanno sinapsi con le cellule
gangliari i neuroni successivi della via. Ciascuna cellula gangliare riceve
info da una zona particolare della retina, aree dette campi recettivi
visivi (analoghe ai campi recettivi del sistema somatosensoriale), nella
fovea il campo recettivo di una cellula gangliare è piccolo, ogni cellula
gangliare riceve info da pochissimi recettori (per questo l’acuità visiva
di queste aree è elevata). La visione non è invece così nitida ai bordi del
campo visivo perché su una singola cellula gangliare convergono molti
recettori.
I campi recettivi di queste cellule sono di forma circolare (a differenza
dei campi recettivi somatosensoriali che hanno forma irregolare) sono
suddivise in sezioni: un centro circolare e una periferia a forma di anello
che lo circonda; questa organizzazione permette a ogni cellula di
utilizzare il contrasto tra il centro e la periferia per interpretare l’info
visiva. Un forte contrasto tra centro e periferia fa partire dalla cellula
gangliare una forte risposta eccitatoria generando un numero elevato di

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potenziali d’azione o una forte risposta inibitoria nella quale non c’è
generazione di nessun potenziale d’azione, un debole contrasto produce
risposta intermedia.
Ci sono due tipi di campi recettivi delle cellule gangliari:
- in un campo centro on/periferia off la cellula gangliare associata
risponderà energicamente quando la luce è forte al centro del
campo, se la luce è maggiore nella regione periferica del campo la
cellula è inibita e cessa la generazione dei potenziali
- l’inverso accade nei campi centro-off/periferia on
Cosa succede se la luce colpisce in maniera uniforme tutto il campo
recettivo? La risposta della cellula gangliare sarà debole, così la retina
usa il contrasto più dell’intensità assoluta della luce per riconoscere gli
oggetti che ci circondano, il vantaggio di avere una migliore sensibilità
al contrasto rispetto che all’intensità è che la retina può riconoscere
meglio gli stimoli deboli.
I due tipi principali di cellule gangliari:
- cellule M grandi cellule o magno cellule sono le più sensibili al
movimento
- cellule P le più piccole o parvocellule, sono più sensibili alle info che
permettono di definire la forma e la struttura degli oggetti
un sottotipo di cellula gangliare retinica che contiene il foto pigmento
melanopsina.
ELABORAZIONE del segnale prosegue nel SNC→ una volta che i
potenziali d’azione lasciano le cellule gangliari decorrono lungo il nervo
ottico ed entrano nel SNC per ulteriore elaborazione. I nervi ottivi
entrano nel cervello a livello del chiasma ottico, alcune fibre nervose
provenienti da ciascun occhio passano dall’altra parte del cervello.
(l’info proveniente dalla parte dx del campo visivo è elaborata dalla
parte sx del cevrello e viceversa)

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La parte centrale del campo visivo dove info provenienti dalla parte dx e
dalla parte sx è detta ZONA BINOCULARE (il senso della profondità cioè
la percezione che un oggetto è più vicino o lontano di un altro è dovuta
alla visione binoculare). Gli oggetti che cadono nel campo visivo di un
unico occhio cadono nella zona monoculare e sono visualizzati a due
dimensioni. Quando gli assoni lasciano il chiasma ottico alcuni
proiettano al mesencefalo dove sono implicati nel controllo del
movimento oculare o insieme alle info somatosnesoriali e labirintiche
permettono il mantenimento dell’equilibrio e il movimento corporei. La
maggior parte degli assoni proietta al corpo genicolato laterale del
talamo dove le fibre ottiche fanno sinapsi sui neuroni che portano alla
corteccia visiva nel lobo occipitale.
Organizzazione topografica: il corpo genicolato laterale è organizzato
in strati,ogni strato ha varie regioni che corrispondono alle diversi parti
del campo visivo,l’info provenienti da oggetti vicini viene elaborata
insieme.

CAPITOLO 11
VIE EFFERENTI: SNA (sistema nervoso autonomo) e SMS (sistema
motorio somatico)
Il meno di un secondo il corpo può passare da uno stato di riposo e
digestione a uno di panico e attività frenetica, come si può verificare?

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La risposta è nell’attivazione della reazione “attacco o fuga” (fight or


flight) integrate e coordinata attraverso il SNC,poi realizzata dalla
divisione efferente del SNP. I neuroni efferenti trasmettono rapidamente
gli ordini dal SNC ai muscoli e alle ghiandole dell’organismo attraverso i
nervi che sono formati da fasci di assoni. Alcuni nervi detti NERVI MISTI:
trasportano info sensoriali attraverso le fibre afferenti.
La divisione efferente del SNP può essere suddivisa in NEURONI MOTORI
SOMATICI che controllano i muscoli scheletrici e in NEURONI
AUTONOMICI che controllano la muscolatura liscia, muscolo
cardiaco,ghiandole e alcuni tessuti adiposi.
La divisione somatica viene chiamata divisione volontaria, la divisione
autonomica viene chiamata divisione involontaria del SN. Questa
distinzione però non è sempre valida: anche se la maggior parte dei
movimenti controllati dalle vie somatiche è sotto il controllo della
nostra volontà, i riflessi attuati dai muscoli scheletrici (deglutizione o
riflesso patellare) sono involontari, i riflessi autonomini sono
maggiormente involontari).
DIVISIONE AUTONOMICA→ o sistema nervoso autonomo, del SN
efferente veniva chiamato “sistema nervoso vegetativo” perché le
funzioni che controlla non sono sotto controllo volontario, chiamato
anche “sistema nervoso viscerale” perché controlla gli organi interni.
Si divide in SIMPATICO e PARASIMPATICA. Il termine simpatico fu usato
dal medico Galeno secondo il quale gli “spiriti animali” fluissero dal
cervello ai tessuti attraverso i nervi che egli riteneva cavi creando una
“simpatia” tra le diverse parti del corpo, il prefisso “para” signigic
“accanto a”.
La branca simpatica e parasimpatica si possono distinguere dal punto di
vista anatomico ma non esiste un modo semplice per descrivere l’azione
delle due branche sui vari bersagli. Simpatico e parasimpatico sono
attivati differentemente a seconda della situazione in cui l’organismo si
trova: se si sta riposando dopo un pasto la branca parasimpatica

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predomina→ poiché controlla le attività quotidiane e la digestione


(parasimpatico: “rest and digest” “riposo e digestione”).
La branca simpatica è dominante in situazioni di stress come una
potenziale minaccia: un esempio è la risposta “fight o flight” “attacco o
fuga” nella quale il cervello scatena un’attivazione simpatica massiccia
e simultanea in tutto il corpo =
Mentre l’organismo si prepara a combattere o a fuggire il cuore
accelera i vasi sanguigni nei muscoli di gambe,braccia e cuore si
dilatano, il fegato comincia a produrre e liberare nel torrente
circolatorio glucosio per fornire l’energia necessaria alla contrazione
muscolare. L’attivazione massiccia del sistema simpatico nella risposta
di “attacco o fuga” è mediata dall’ipotalamo e coinvolge tutto
l’organismo nella risposta a una situazione di emergenza.
Una funzione essenziale della branca simpatica è il controllo del flusso
sanguigno nei diversi tessuti. Per la maggior parte del tempo il controllo
autonomino delle funzioni corporee è regolato dal controllo
contemporaneo e antagonista simpatico e parasimpatico (solo in certi
casi come nell’es. della risposta “attacco o fuga” l’equilibrio si sposta da
una parte o dall’altra.
Il SNautonomo lavora in sinergia con il sistema endocrino e con le aree
cerebrali che controllano il comportamento per mantenere l’omeostasi
nell’organismo. Le info sensoriali provenienti dai recettori
somatosensoriali e viscerali vanno ai centri di controllo omeostatico
nell’ipotalamo nel ponte e nel bulbo, questi centri monitorano e
regolano funzioni importanti come la pressione
sanguigna,temperatura,bilancio idrico. Nell’ipotalamo sono presenti
alcuni recettori sensoriali centrali:
- osmorecettori che rilevano l’osmolarità
- termo recettori che rilevano la temperatura corporea
Vie efferenti dall’ipotalamo e dal tronco encefalico provocano risposte
autonomiche,endocrine,comportamentali (bere,mangiare,vestirsi\

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svestirsi), queste risposte comportamentali vengono integrate nei centri


cerebrali che sovraintendono all’elaborazione dei movimenti volontari.
L’attività autonomica può essere influenzata da emozioni provocate da
info sensoriali integrate nella corteccia cerebrale e nel sistema limbico.
Alcuni riflessi autonomini possono avere luogo senza il coinvolgimento
dell’encefalo, tra questi riflessi spinali: minzione,defecazione,erezione;
tutte risposte che possono coinvolgere l’attivazione dei centri superiori
oppure totalmente controllati dai riflessi locali.
La branca simpatica e parasimpatica del SNautonomo presentano tutte
caratteristiche descritte da CANNON riferendosi ai sistemi omeostatici:
1) mantenimento della costanza dell’ambiente interno
2) regolazione attraverso controllo tonico
3) controllo antagonista
4) segnalazione chimica con effetto diverso su tessuti diversi
La maggior parte degli organi interni è sottoposta al controllo
antagonista in cui una branca autonomica è eccitatoria e l’altra è
inibitoria, es: l’innervazione simpatica fa accelerare la frequenza
cardiaca mentre la stimolazione parasimpatica la fa rallentare, si può
regolare la frequenza cardiaca modificando le proporzioni relative del
controllo simpatica e parasimpatico. Eccezioni alla REGOLA del DOPPIO
CONTROLLO ANTAGONISTA: regolazione ghiandole sudoripare e della
muscolatura liscia della maggior parte dei vasi sanguigni,questi tessuti
sono innervati solo dalla branca simpatica e regolati dall’aumento e
dalla diminuzione del controllo tonico.
Anche se le due branche sono generalmente antagoniste nel controllare
un certo tessuto in alcuni casi cooperano in tessuti diversi per
permettere una determinata risposta fisiologica.
Nelle vie autonomiche il recettore del neurotrasmettitore determina la
risposta del tessuto bersaglio: la maggior parte dei vasi sanguigni
contiene un tipo di recettore adrenergico che provoca la contrazione
della muscolatura liscia (vasocostrizione). Alcuni vasi contengono un

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secondo tipo di recettore adrenergico che provoca il rilassamento del


muscolo liscio (vasodilatazione). Entrambi i recettori vengono attivati
dalle catecolamine NORAADRENALINA e ADRENALINA. In questi vasi
sanguigni la risposta è determinata dal tipo di recettore adrenergico e
non dal segnale chimico.
Tutte le vie del SNautonomo (simpatiche e parasimpatiche) sono
costituite da due neuroni disposti in serie. Il primo neurone detto
neurone pregangliare ha origine nel SNC e proietta a un ganglio
autonomo situato al di fuori del SNC, il neurone pregangliare fa sinapsi
con il secondo neurone della via il neurone posta gangliare che ha il
corpo cellulare nel ganglio e proietta il proprio assone verso il tessuto
bersaglio ( un GANGLIO: raggruppamento di corpi cellulari nervosi
localizzati al di fuori del SNC, il suo equivalente all’interno del SNC è il
NUCLEO).
La divergenza: caratteristica importante delle vie autonomiche, un
neurone pregangliare fa sinapsi con 8 o 9 neuroni postgangliari ma il
rapporto di innervazione può arrivare a 1:32. Ogni neurone
postgangliare può poi innervare un bersaglio diverso facendo si che un
unico segnale proveniente dal SNC possa influenzare
contemporaneamente un gran numero di cellule.
I gangli autonomini sono stati considerati stazioni di trasferimento del
segnale dai neuroni preganglairi a quelli postaganglairi, ora si sa che i
gangli non sono solo un insieme di terminali assonici e di corpi cellulari
nervosi ma contengono anche neuroni che si trovano completamente al
loro interno. La presenza di questi neuroni fa ipotizzare che i gangli
abbiano una funzione di integrazione dei segnali sensoriali che arrivano
dalla periferia modulando così le uscite autonomiche verso i tessuti
bersaglio, questa organizzazione permetterebbe a un riflesso
autonomico di essere integrato completamente all’interno di un ganglio
senza coinvolgimento del SNC. Questo sistema di controllo esiste anche
ne sistema nervoso enterico.

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Dal punto di vista chimico la branca simpatica e quella parasimpatica si


possono distinguere in base ai loro neurotrasmettitori e ai loro recettori
utilizzando queste regole:
1. i neuroni pregangliari simptici e parasimpatici rilasciano
acetilcolina (ACh) a livello dei recettori colinergici nicotinici che si
trovano sulla cellula postgangliare
2. La maggior parte dei neuroni postgangliari simpatici secerne
noradrenalina (NA) diretta a recettori adrenergici localizzati sulla
cellula bersaglio
3. La maggior parte dei neuroni parasimpatici secerne acetilcolina
diretta a recettori colinergici muscarinici (mAChR) presenti sulla
cellula bersaglio
Eccezioni a queste regole: alcuni neuroni postganglairi simpatici
come quelli che innervano le ghiandole sudoripare secernono ACh
invece dnoradnrealina, sono definiti neuroni non colinergici-non
adrenergici (tra le sostanze chimiche usate come neurotrasmettitori
da questi neuroni c’è la sostanza P,somatostatina,peptide intestinale
vasoattivo,adenosina,monossido di azoto,ATP.
L’attribuzione dei neuroni non colinergici-non adrenergici alla
branca simpatica o parasimpatica è data dalla localizzazione
cerebro-spinale del luogo di origine della fibra pregangliare.

I bersagli dei neuroni autonomini sono il MUSCOLO


LISCIO,CARDIACO,molte GHIANDOLE ESOCRINE,alcune
ENDOCRINE,tessuti linfatici e alcuni tessuti adiposi.
La sinapsi tra il neurone autonomino postgangliare e la sua cellula
bersaglio è detta giunzione neuro effettrice ( i bersagli sono detti
anche effettori). La struttura di una sinapsi autonomica è diversa dal
modello di sinapsi: gli assoni autonomici postgangliari terminano
distalmente con una serie di aree rigonfie, ogni rigonfiamento detto
VARICOSITA’ contiene vescicole piene di neurotrasmettitori.

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Le estremità ramificate dell’assone si trovano sulla superficie del


tessuto bersaglio ma la membrana sottostante non ha siti specifici ad
alta densità di recettori, il neurotrasmettitore viene rilasciato nel
liquido interstiziale e diffonde raggiungendo i recettori di cellule
localizzate nello spazio circostante ( forma di comunicazione meno
diretta di quella tra motoneurone somatico e muscolo scheletrico, il
rilascio diffuso di neurotrasmettitore autonomino comporta che un
singolo neurone postgangliare influenzi una vasta area del tessuto
bersaglio). Il rilascio di neurotrasmettitori autonomini è soggetto a
modulazioni di varia natura (le varicosità simpatiche contengono
recettori per ormoni e per sostanze paracrine come istamina, questi
modulatori possono facilitare o inibire il rilascio di
neurotrasmettitore).
La sintesi dei neurotrasmettitori autonomini primari→ acetilcolina e
noradrenalina può avvenire nelle varicosità degli assoni grazie agli
enzimi citoplasmatici. Il neurotrasmettitore poi è immagazzinato in
vescicole sinaptiche. Il processo del rilascio di neurotrasmettitore
segue lo stesso schema osservato nelle latre cellule secretrici:
depolarizzazione,aumento concentrazione calcio,esocitosi.
Quando un potenziale d’azione raggiunge la varicosità i canali
voltaggio dipendenti per il Ca si aprono, il Ca entra e il contenuto
della vescicola sinaptica viene rilasciato per esocitosi, una volta che il
neurotrasmettitore è stato rilasciato dalla sinapsi nel liquido
interstiziale si può legare al suo recettore sulla cellula bersaglio o
diffondere lontano dalla sinapsi e essere rimosso dal torrente
circolatorio. La concentrazione di neurotrasmettitore nello spazio
sinaptico è un fattore fondamentale nel controllo autonomino di un
bersaglio: una maggiore quantità di neurotrasmettitore implica una
risposta di maggiore durata o più intensa. La concentrazione di
neurotrasmettitore dipende dalla velocità della sua degradazione e
della sua captazione per mezzo di trasportatori specifici.
L’attivazione dei recettori da parte del neurotrasmettitore termina
quando questo

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1. Si allontana per diffusione


2. Viene metabolizzato dagli enzimi nel liquido extracellulare
3. Viene riassorbito attivamente dalle sinapsi in prossimità del sito
di secrezione (la ri-captazione del neurotrasmettitore da parte
delle varicosità permette ai neuroni di riutilizzarne le
componenti chimiche)
La noradrenalina viene sintetizzata nella varicosità a partire
dall’aa tirosina, una volta rilasciata nella sinapsi si può legare con
recettore adrenergico sulla cellula bersaglio può diffondere o
essere riassorbita nella varicosità. All’interno del neurone la
noradrenalina recuperata può essere di nuovo impacchettata in
vescicole o metabolizzata dalla monoamino-ossidasi (MAO) il
principale enzima responsabile della degradazione delle
catecolamine.
Il SNautonomo utilizza solo pochi neurotrasmettitori ma
diversifica le proprie azioni grazie alla presenza di sottotipi di
recettori con diverse vie del secondo messaggero.
La divisione simpatica ha due tipi di recettori adrenergici con vari
sottotipi. La divisione parasimpatica utilizza cinque isoforme di
recettori colinergici muscarinici.
Recettori simpatici→ le vie simpatiche rilasciano catecolamine che
si legano ai recettori adrenergici che si trovano sulle loro cellule
bersaglio. Esistono due famiglie di recettori adrenergici: alfa e
beta, in ognuna di queste famiglie esistono una serie di sottotipi.
I recettori alpha (ovvero appartenenti alla tipologia più comune di
recettori) hanno una maggiore affinità per la noradrenalina
rispetto all’adrenalina.
L’affinità dei recettori beta per le catecolamine varia invece nei tre
principali sottotipi : recettori b1 rispondono con la stessa intensità
alla noradrenalina e all’adrenalina, recettori b2 sono più sensibili
all’adrenalina che alla noradrenalina, ( hanno una localizzazione

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extra-giunzionale cioè lontana dalle terminazioni nervose


simpatiche, questo limita la loro esposizione alla noradrenalina). I
recettori b3 si trovano nel tessuto adiposo sono più sensibili alla
noradrenalina che all’adrenalina.
Vie di recettori adrenergici = i neuroni parasimpatici rilasciano
ACh sulle loro cellule bersaglio, le cellule target delle branche
parasimpatiche hanno recettori colinergici muscarinici. I recettori
muscarinici sono tutti accoppiati a proteine G. L’attivazione di
questi recettori attiva le vie mediate da secondi messaggeri e
alcune di queste vie aprono canali per il K o per il Ca. la risposta
dei tessuti all’attivazione di un recettore muscarinico varia a
seconda del sottotipo di recettore dei quali ne esistono almeno
cinque sottotipi diversi.
La MIDOLLARE del SURRENE→ è un tessuto neuroendocrino
specializzato associato al SNS. Dal punto di vista dello sviluppo
embrionale la midollare del surrene ha la stessa origine del sistema
simpatico tanto che essa può essere considerata come un ganglio
simpatico modificato. La differenza tra le due entità risiede nel fatto che
la branca simpatica secerne noradrenalina mentre la midollare del
surrene adrenalina.
La midollare del surrene costituisce la parte più interna delle ghiandole
surrenali che si trovano sopra ai reni, come l’ipofisi ogni ghiandola
surrenale è formata da due ghiandole di diversa origine embriologica
che si uniscono durante lo sviluppo, la parte esterna ovvero la corteccia
surrenale è una ghiandola endocrina di origine epidermica che secerne
ormoni steroidei. La midollare del surrene che costituisce la piccola
parte centrale della ghiandola si sviluppa dallo stesso tessuto
embrionale che forma i neuroni simpatici ed è una struttura
neuroendocrina.
I neuroni pregangliari simpatici proiettano dal midollo spinale fino al
midollare del surrene dove fanno sinapsi. I neuroni postgangliari sono
privi degli assoni che normalmente dovrebbero raggiungere le cellule

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bersaglio. I corpi di queste cellule dette cellule cromaffini secernono il


neurormone adrenalina direttamente nel sangue.
In risposta a segnali di allarme da parte del SNC la midollare del surrene
rilascia grandi quantità di adrenalina la quale raggiungerà tutti i
comparti dell’organismo come parte della risposta “attacco o fuga”.
SISTEMA SOMATOMOTORE
Le vie motorie somatiche che controllano i muscoli scheletrici si
distinguono dalle vie autonomiche sia per le caratteristiche anatomiche
sia per le funzionali. Hanno un unico neurone localizzato nel SNC che
proiettano il suo assone al tessuto bersaglio che è sempre un muscolo
scheletrico. Le vie somatiche sono sempre eccittatorie a differenza delle
vie autonomiche che possono essere sia eccitatorie sia inibitorie.
I corpi cellulari dei neuroni motori somatici si trovano o nel corno
anteriore del midollo spinale o nell’encefalo, proiettano con un unico
lungo assone al muscolo scheletrico bersaglio, questi assoni mielinizzati
possono avere una lunghezza di un metro e oltre come i motoneuroni
somatici che innervano i muscoli del piede e della mano. I motoneuroni
somatici si ramificano in prossimità dei loro bersagli cellulari, ogni
ramificazione si divide in due gruppi di terminali assonici che
raggiungono la membrana di varie fibre muscolari dello stesso muscolo
scheletrico; questa struttura permette a un singolo motoneurone di
controllare contemporaneamente molte fibre muscolari.
La sinapsi di un motoneurone somatico su una fibra muscolare viene
detta GIUNZIONE NEUROMUSCOLARE, come tutte le altre sinapsi questa
giunzione ha tre componenti:
1) Il terminale assonico del neurone presinaptico motorio dove
sono presenti le vescicole sinaptiche e i mitocondri
2) La fessura sinaptica o vallo sinaptico
3) La membrana postsinaptica della fibra muscolare scheletrica
La giunzione neuromuscolare comprende estensioni delle cellule di
Schwann che formano uno strato sottile di rivestimento delle estremità

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dei terminali assonici. Le cellule di Schwann presenti al livello della


placca rilasciano segnali chimici che giocano un ruolo importante nella
formazione e nel mantenimento delle giunzioni neuromuscolari.
Nella parte corrispondente alla postsinapsi della giunzione
neuromuscolare la zona di membrana della cellula muscolare
localizzata di fronte al terminale assonico viene modificata va a formare
una struttura detta placca motrice. Qua la membrana forma una serie
di invaginazioni poste in corrispondenza della zona di rilascio della
acetilcolina lungo il cui margine sono localizzati i recettori nicotinici per
l’ACh (nAChR) che si raggruppano insieme a formare una zona attiva.
Tra l’assone e la fibra muscolare la fessura sinaptica è occupata da una
matrice fibrosa formata da fibre collagene la cui funzione è quella di
mantenere il terminale assonico e la placca matrice correttamente
allineati. La matrice contiene anche acetilcolinestarasi (AChE), l’enzima
che inattiva velocemente l’ACh scindendola in acetato e colina.
La giunzione neuromuscolare→ come in tutti i neuroni i potenziali
d’azione che arrivano al terminale assonico aprono i canali voltaggio
dipendenti per il Ca nella membrana. Il calcio diffonde nel terminale
assonico secondo il proprio gradiente elettrochimico, innescando la
fusione delle vescicole e il rilascio di ACh. L’acetilcolina diffonde
attraverso la fessura sinaptica e si lega ai recettori nicotinici (nAChR)
sulla membrana del muscolo scheletrico.
I recettori nicotinici del muscolo scheletrico sono simili ma non identici
ai recettori nicotinici per l’ACh che si trovano sui neuroni. Questa
differenza è stata dimostrata dal fatto che l’ a-bungarotossina una
tossina purificata dal veleno di un serpente asiatico si lega ai recettori
nicotinici del muscolo scheletrico ma non a quelli dei gangli del
SNautonomo.
I recettori della acetilcolina nicotinici sia muscoalri che neuronali sono
costituite da 5 subunità che circondando un poro centrale, le sub unità
presenti nei nAChR del muscolo scheletrico sono formate da isoforma
a,b,c,d,e, mentre i nAChR presenti nei neuroni hanno solo isoforme b. le

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isoforme a, b dei nAChR possono inattivarsi e chiudere i propri canali in


caso di esposizione prolungata all’ACh o ad altri agonisti.
I recettori colinergici nicotinici sono dei canali ionici regolati
chimicamente con due siti di legame per l’ACh, quando l’ACh si lega al
recettore il canale si apre e permette il passaggio di cationi
monovalenti.
Nel muscolo scheletro il Na entra nella fibra muscolare
depolarizzandola fino alla soglia per il potenziale d’azione che innesca
poi la contrazione della cellula muscolare. L’acetilcolina che agisce sulla
placca motrice è sempre eccitatoria e causa la contrazione muscolare.
Non esiste innervazione antagonista che fa possa far rilasciare i muscoli
scheletrici, al contrario il rilassamento si verifica quando i motoneuroni
somatici vengono inibiti nel SNC impedendo il rilascio di ACh.
I motoneuroni somatici non hanno solo la funzione di provocare la
contrazione muscolare ma giocano anche un ruolo nel mantenimento
del muscolo stesso.
Il modo di dire “o lo usi o lo perdi” è appropriato per le dinamiche della
massa muscolare perché l’interruzione muscolare della trasmissione
sinaptica a livello della giunzione neuromuscolare ha effetti devastanti
sull’organismo, se manca la comunicazione tra il motoneurone e il
muscolo, i muscoli scheletrici vanno incontro a un progressivo
indebolimento con conseguenze gravi sulle capacità motorie,postura e
respirazione

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CAPITOLO 12
MUSCOLI
I nostri muscoli possono svolgere due funzioni: generare movimento e
produrre forza, inoltre i muscoli scheletrici producono calore e
contribuiscono in maniera significativa alla termoregolazione.
Nel corpo umano ci sono tre tipi di tessuto muscolare:
scheletrico,cardiaco,liscio. Quasi tutti i muscoli scheletrici sono attaccati
alle ossa dello scheletro e controllano il movimento.
Il MUSCOLO CARDIACO: si trova soltanto nel cuore e genera il
movimento del sangue nel sistema circolatorio.
Il muscolo scheletrico e quello cardiaco→ muscoli striati a causa del loro
caratteristico aspetto a bande chiare e scure alternate visibile al
microscopio ottico.
Il muscolo liscio→ circonda gli organi interni e cavi come lo stomaco,la
vescica,vasi sanguigni. La sua funzione principale è quella di influenzare
lo spostamento di sostanze in ingresso in uscita e all’interno del corpo.

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Al microscopio il muscolo liscio non mostra bande perché la sua


struttura non è così ben organizzata come nel muscolo striato.
I muscoli scheletrici sono definiti VOLONTARI, quelli lisci e cardiaci
INVOLONTARI (classificazione non del tutto precisa), i muscoli
scheletrici possono contrarsi anche senza controllo cosciente e c’è un
certo grado di controllo sul muscolo liscio e cardiaco. I muscoli
scheletrici si contraggono solo in risposta a stimoli provenienti dai
motoneuroni, non possono iniziare autonomamente una contrazione e
non rispondono direttamente a ormoni.
I muscoli liscio e cardiaco hanno diversi livelli di controllo, il loro
principale controllo estrinseco dipende dal SN autonomo ma possono
avere anche contrazioni spontanee cioè in assenza di segnali nervosi del
SNC. La loro attività è modulata anche dal sistema endocrino, molte
però sono le proprietà condivise da tutti e tre i tipi di muscoli (segnale
per iniziare la contrazione muscolare è mediato dal calcio
intracellulare, il movimento è generato dal cambio di conformazione,
ATP dipendente, miosina che viene per questo denominata proteina
motrice).
MUSCOLO SCHELETRICO
I muscoli scheletrici costituiscono la maggior parte della nostra massa
muscolare (circa il 40% del peso corporeo), sono responsabili della
postura e del movimento dei vari segmenti ossei dello scheletro. Sono
attaccati alle ossa per mezzo dei TENDINI costituiti da collagene.
ORIGINE: l’estremità di attacco del muscolo più vicina al tronco o
all’osso più stabile.
INSERZIONE: il punto di attacco più distale o più mobile.
Quando due ossa attaccate a un muscolo sono connesse da
un’articolazione mobile, la concentrazione del muscolo provoca un
movimento dello scheletro.

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Il muscolo è detto FLESSORE se i centri di queste ossa si avvicinano


durante la contrazione e il movimento è detto flessione, il muscolo è
ESTENSORE se si contrae e le ossa si allontano,il movimento è chiamato
estensione. La maggior parte delle articolazioni ha muscoli sia
estensioni sia flessori infatti la contrazione di un muscolo può spostare
un osso in una direzione ma non può riportarlo indietro.
Le coppie di estensori-flessori sono dette gruppi muscolari antagonisti
perché esercitano effetti opposti sulla stessa articolazione (una coppia
di muscoli antagonisti nel braccio: il bicipite è flessore e il tricipite è
estensore→ quando si alza un peso il bicipite si contrae, la mano e
l’avambraccio si muovono verso la spalla, quando il pugno va verso il
basso la contrazione del tricipite allontana dalla spalla l’avanbraccio
flesso). Quando un muscolo antagonista deve rilasciarsi e allungarsi.

I muscoli funzionano come singole unità: il muscolo scheletrico è


l’insieme di cellule muscolari o FIBRE MUSCOLARI (nel caso di tanti
assoni)ciascuna delle quali è una lunga cellula cilindrica con molte
centinaia di nuclei disposti vicino alla sua superficie. Le fibre muscolari
sono le cellule più grandi del nostro organismo e derivano dalla fusione
di molte cellule muscolari embrionali. Cellule staminali programmate
dette cellule satelliti si trovano appena all’esterno della membrana della
fibra muscolare, si attivano e si differenziano nel muscolo quando c’è
necessità per la crescita e per la riparazione del muscolo.
Nel muscolo le fibre sono disposte con gli assi longitudinali in parallelo,
ciascuna fibra muscolare è avvolta da tessuto connettivo che raggruppa
fibre muscolari adiacenti formando dei fascicoli, tra i quali si trova
collagene,fibre elastiche,vasi sanguigni e nervi. Tutto il muscolo è
avvolto da tessuto connettivo che è in continuità con il connettivo
intorno alle fibre e ai fascicoli e con i tendini che attaccano il muscolo
alle ossa.
ANATOMIA delle fibre muscolari:

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SARCOLEMMA: membrana della cellula muscolare


SARCOPLASMA: citoplasma
La principale struttura intracellulare è rappresentata dalle
MIOFIBRILLE fasci di proteine contrattili ed elastiche altamente
organizzate responsabili della contrazione.
RETICOLO SARCOPLASMATICO (RS): una forma modificata del reticolo
endoplasmatico che avvolge ciascuna miofibrilla, è costituito da tubuli
longitudinali con regioni allargate dette cisterne terminali, concentra e
sequestra Ca con l’ausilio di una Ca-ATPasi nella membrana del RS, il
calcio rilasciato dal RS genera segnali al calcio che svolgono un ruolo
fondamentale nella concentrazione di tutti i muscoli.
TUBULI T: rete ramificata di tubuli trasversi , l’insieme di un tubulo T e
delle due cisterne terminali che lo affiancano è detto triade, le
membrane dei tubuli T sono formati da invaginazioni del sarcolemma
così il lume dei tubuli T è in comunicazione con liquido extracellulare.
Permettono ai potenziali d’azione di propagarsi rapidamente dalla
superficie cellulare verso l’interno della fibra in modo che possano
raggiungere le cisterne terminali nello stesso momento.
Il citoplasma tra le fibre muscolari contiene granuli di glicogeno e
mitocondri, il glicogeno è la forma di immagazzinamento del glucosio
nelle cellule animali ed è quindi una riserve di energia. I mitocondri
contengono enzimi per la fosforilazione ossidativa del glucosio e di altre
molecole biologiche quindi producono la maggior parte dell’ATP per la
contrazione muscolare.
FIBRA MUSCOLARE: ciascuna è costituita da migliaia di miofibrille che
occupano la maggior parte del volume intracellulare lasciando poco
spazio al citoplasma e agli organelli, è costituita da diversi tipi di
proteine organizzate in strutture contrattili ripetute dette SARCOMERI.
Le proteine della miofibrilla includono la proteine motrice miosina (che
forma i filamenti spessi), microfilamento actina (principale componente

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dei filamenti sottili), proteine regolatrici tropo miosina e troponina e


due proteine accessorie giganti titina e nebulina.
- MIOSINA: è il motore del muscolo avendo la capacità di generare
movimento, le diverse isoforme della miosina differenziano i diversi
tipi di muscolo e caratterizzano la velocità di contrazione. Ogni
molecola di miosina è costituita da due catene proteiche che
s’intrecciano a formare una lunga coda e due teste globulari, la
coda a forma di bastoncino è rigida invece la le teste che
protrudono hanno una regione mobile che fa da cardine nel punto
di unione con la coda (è questa regione cardine che permette la
rotazione delle teste intorno al loro punto di attacco). Ogni testa
ha due catene proteiche: una catena pesante e una leggera più
piccola.
Catena pesante: è il dominio motore che lega l’ATP e usa l’energia del
legame fosfato ad alta energia dell’ATP per generare il movimento. La
testa della miosina si comporta come un enzima per cui è definita
miosina ATPasi, contiene anche un sito di legame per l’actina.
Nel muscolo scheletrico circa 250 molecole di miosina si uniscono per
creare un filamento spesso, ciascuno è organizzato in maniera tale che
le teste sono raggruppate alle estremità mentre il centro del filamento è
un fascio di code.
- ACTINA:è la proteina che costituisce il filamento sottile della fibra
muscolare, è una proteina globulare (G-actina), molte molecole di
actina globulare polimerizzano per formare lunghe catene o
filamenti detti F-actina. Nel muscolo scheletrico due polimeri di F-
actina si avvolgono assieme come due collane di perle a formare il
filamento sottile della miofibrilla.
I filamenti sottili e spessi sono connessi tra loro per mezzo di ponti
trasversali o legami actomiosinici costituiti dalle teste di miosina che si
legano ai siti sul filamento di actina. Ciascuna G-actina ha un sito di
legame per la miosina e ciascuna testa di miosina ha un sito di legame
per l’actina e uno per l’ATP, il ponte si forma quando la testa miosinica

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si lega al sito dell’actina, i ponti possono avere due energie di legame


differenti: più bassa nel muscolo rilasciato e più alta durante la
contrazione.
Al m.o la disposizione dei filamenti spessi e sottili dà origine
all’alternarsi di bande chiare e scure che si ripetono lungo tutta la
lunghezza della miofibrilla in maniera ordinata.
Ogni singola ripetizione delle bande costituisce il SARCOMERO che a sua
volta è costituito da differenti elementi

1) LINEA o DISCO Z: un sarcomero è costituito da filamenti che


si trovano nella zona delimitata da 2 linee successive, i dischi
Z sono costituiti da proteine che formano una tipiza struttura
zig-zag la cui funzione è quella di servire da zona di attacco
per i filamenti sottili (letteza Z da zwischen “tra”).

2) BANDE I: sono le bande più chiare all’estremità del


sarcomero composte da filamenti sottili, la lettera I deriva da
isotropo (termine che si riferisce alla proprietà di questa
zona del sarcomero di riflettere uniformemente la luce al
microscopio a luce polarizzata. Un disco Z attraversa metà
ogni banda I per questo le due metà della banda
appartengono a due sarcomeri diversi.

3) BANDE A: sono le bande più scure del sarcomero e coprono


tutta la lunghezza del filamento spesso, all’estremità della
banda A i filamenti spessi e sottili si sovrappongono mentre al
centro della banda A si trovano solo filamenti spessi, la
lettera A deriva da anitrosopo (riflette la luce in maniera non
uniforme).

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4) ZONA H: regione centrale della banda A, occupata solo da


filamenti di miosina e per questo più chiara delle estremità,
la H deriva da helles “chiaro”.

5) LINEA M: è costituita dalle proteine a cui si attaccano


filamenti spessi, è equivalente alla linea Z,ogni linea M divide
a metà una banda A, M deriva da mittel termine tedesco che
vuol dire “metà”.

L’actina e la miosina formano un reticolo di filamenti spessi e sottili


paralleli e in parte sovrapposti la cui struttura tridimensionale è
mantenuta grazie agli ancoraggi sulle proteine della linea M e del disco
Z rispettivamente. Visto in sezione trasversale ciascun filamento sottile è
circondato da 3 filamenti spessi e 6 filamenti sottili circondano ciascun
filamento spesso. Il corretto allineamento dei filamenti contrattili
all’interno del sarcomero è assicurato dalla presenza delle proteine
giganti titina e nebulina.
La titina: enorme proteina elastica (la più grande che si conosce
costituita da più di 25000 aa), una singola molecola di titina si estende
dal disco Z alla linea M vicina. Le sue funzioni sono due
1) Stabilizzare la posizione dei filamenti contrattili
2) Consentire con la sua elasticità il ritorno del sarcomero alla
lunghezza iniziale dopo la contrazione
La nebulina: altra proteina gigante ma anelastica che si estende
lungo i filamenti sottili e si attacca al disco Z, favorisce l’allineamento
dei filamenti di actina nel sarcomero.

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CONTRAZIONE MUSCOLARE→ permette di generare forza e di vincere


o resistere un carico. Nella fisiologia muscolare la forza generata da
un muscolo si chiama tensione muscolare, il carico è il peso o la forza
che si oppone alla contrazione, la contrazione cioè la produzione di
tensione nel muscolo è un processo attivo che richiede energia
prodotta dall’idrolisi dell’ATP, il rilasciamento è la diminuzione della
tensione generata fino al livello di riposo.
1. Al livello della GIUNZIONI NEUROMUSCOLARE la liberazione
dell’acetilcolina da parte del motoneurone somatico viene
convertita in un segnale elettrico nella membrana della cellula
muscolare
2. L’ACCOPPIAMENTO ECCITAZIONE-CONTRAZIONE è il processo
con cui i potenziali d’azione muscolari provocano l’aumento
della concentrazione del calcio intracellulare che a sua volta
avvia il ciclo di contrazione-rilasciamento
3. Al livello molecolare un CICLO DI CONTRAZIONE-
RILASCIAMENTO può essere spiegato con la teoria dello
scorrimento dei filamenti, nel muscolo un singolo ciclo
contrazione rilasciamento viene chiamato scossa semplice
(twitch).
Quando i muscoli spostano un carico si accorciano→ questa
osservazione portò alle prime teorie della contrazione secondo le
quali i muscoli sarebbero stati costituiti da molecole che si
arricciano e si accorciano durante l’attivazione e che si rilasciano
a riposo. Teoria trovò conferma quando si osservò che la miosina è
una molecola a elica che si accorcia ad alte T.
Huxley e Niedeigerk scoprirono la lunghezza della banda A di una
miofibrilla rimane costante durante la contrazione poiché la
banda A rappresenta il filamento di miosina capirono che
l’accorciamento del filamento spesso non poteva essere
responsabile della contrazione: proposero un modello→

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TEORIA dello SCORRIMENTO dei filamenti: in questo modo i


filamenti di miosina e di actina sovrapposti e di lunghezza fissa
scorrono gli uni sugli altri in un processo che richiede energia e che
produce una contrazione muscolare.
Se viene esaminata una miofibrilla a riposo: all’interno di ciascun
sarcomero le estremità dei filamenti spessi e sottili si
sovrappongono un po’, in fase di rilasciamento il sarcomero ha una
grande banda I (filamenti sottili da soli) e una banda A di
lunghezza uguale a quella del filamento spesso.
Quando il muscolo si contrae i filamenti spessi e sottili scorrono gli
uni sugli altri e i dischi Z del sarcomero si avvicinano tra loro, la
banda I e la zona H (regioni in cui a riposo non c’è sovrapposizione
di filamenti) quasi scompaiono.

Nonostante l’accorciamento del sarcomero la lunghezza della banda A


rimane costante: queste variazioni sono compatibili con la teoria che
prevede lo scorrimento dei filamenti sottili su quelli spessi, nel loro
avvicinamento alla linea M al centro del sarcomero.
Questa teoria spiega anche come un muscolo si possa contrarre e
generare forza senza creare movimento (es. spingere contro un muro).
LA TENSIONE GENERATA DA UNA FIBRA MUSCOLARE E’
DIRETTAMENTE PROPORZIONALE AL NUMERO DI LEGAMI CHE SI
FORMANO TRA actina e miosina.
La flessione delle teste di miosina legate all’actina produce la forza che
fa scorrere i filamenti di actina durante la contrazione.
Nel muscolo le teste di miosina si legano alle molecole di actina(che
rappresentano la corda).

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Un segnale mediato del calcio avvia il “POWER STROKE” o colpo di forza


durante il quale il ponte di miosina trascina il filamento di actina verso
il centro del sarcomero. Alla fine di un colpo di forza ognuna testa di
miosina si stacca dall’actina si ridistende e si riattacca a una nuova
molecola per iniziare un altro ciclo di contrazione, durante la
contrazione le teste non si rilasciano tutte allo stesso tempo altrimenti
la fibra tornerebbe alla sua lunghezza iniziale. Il processo “POWER
STROKE” si ripete molte volte durante la contrazione della fibra
muscolare, le teste di miosina si legano,tirano e si slegano dalle molecole
di actina ripetutamente trascinando i filamenti sottili verso il centro del
sarcomero.
Da dove proviene l’energia per questo processo? Dall’ATP. La miosina
ricava l’energia necessaria all’azione meccanica dalla conversione
dell’energia chimica presente nei legami fosforici dell’ATP. La miosina è
un ATPasi in grado di idrolizzare ATP ad ADP e fosfato inorganico.
L’energia rilasciata dall’idrolisi dell’ATP è accumulata come energia
meccanica potenziale sotto forma di variazione dell’angolo tra la testa
di miosina e l’asse longitudinale del filamento spesso (estensione della
testa di miosina). Le teste di miosina in questa posizione sono diritte e
pronte alla rotazione, l’energia potenziale delle teste si trasforma in
energia cinetica durante il colpo di forza e lo scorrimento dei filamenti.

CALCIO: innesca la contrazione muscolare


La TROPONINA è una proteina legante il calcio formata da tre sub
unità, essa controlla la posizione della TROPOMIOSINA un polimero
proteico allungato.
Nel muscolo a riposo la tropo miosina è posizionata lungo il solco del
filamento sottile in modo da coprire parzialmente i siti di legame per la
miosina: questa è la posizione della tropo miosina detta “off” o di blocco,
in questo caso si possono avere legami tra actina e miosina ma deboli
perché la miosina non può effettuare il suo colpo di forza. Prima che si
possa avere la contrazione la tropo miosina deve passare alla sua

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posizione “on” in cui libera completamente il sito di legame per la


miosina. Il posizionamento on/off della tropo miosina è regolato dalla
troponina.
1. Quando in risposta al segnale del calcio inizia la contrazione una
proteina del complesso troponinico (la troponina C) si lega
reversibilmente al calcio
2. Il legame calcio-troponina sposta la molecola di tropo miosina
liberando il sito per l’actina
3. Questa posizione “on” permette alle teste di miosina di formare
legami forti e di avviare il “power stroke” facendo scorrere il
filamento di actina
4. Il ciclo di contrazione si ripete fino a che i siti restano disponibili
La contrazione termina nel momento in cui diminuisce la
concentrazione del Ca sarcoplasmatico.
Per la legge di azione di massa: a basse concentrazioni il Ca si slega
dalla troponina, in assenza di Ca la troponina permette alla tropo
miosina di ritornare alla posizione off coprendo di nuovo i siti
dell’actina per la miosina. In condizioni di riposo quando actina e
miosina non sono legate tra loro i filamenti del sarcomero scorrono
all’indietro fino alla posizione iniziale per azione della titina e del
tessuto connettivale elastico del muscolo.
La scoperta che il Ca e non il potenziale d’azione è il segnale per la
contrazione muscolare è stata la prima evidenza a suggerire che il Ca
possa agire da messaggero intracellulare.

CICLO dello STATO RIGOR: in cui le teste di miosina sono strettamente


legate alle molecole di G-actina. Alla miosina non sono legati
nucleotidi (ATP o ADP). In un organismo vivente lo stato di rigor
muscolare è presente solo per brevi periodi, poi:
 L’ATP si lega e la miosina si distacca: una molecola di ATP si lega
al sito di legame presente nella testa della miosina, il legame ATP-

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miosina diminuisce l’affinità di legame dell’actina per la miosina


che quindi si stacca.
 L’idrolisi dell’ATP fornisce l’energia per l’estensione della testa
della miosina e il suo riattacco al sito dell’actina. Il sito ATP-asico
della miosina lega e idrolizza l’ATP in ADP e Pi. Entrambe i
prodotti restano legati alla miosina e l’energia liberata permette la
rotazione della testa di miosina fino a formare un angolo di 90°
con l’asse longitudinale del filamento così la miosina si lega a un
nuovo sito di actina distante 1,3 molecole rispetto al sito
precedente. Il nuovo ponte è debole e genera poca forza perché la
tropo miosina sta parzialmente bloccando il sito dell’actina, in
questa posizione la miosina ha accumulato energia potenziale
come una molla quando viene stirata ed è pronta a generare il
colpo di forza.
 Il colpo di forza: inizia dopo che il calcio si è legato alla troponina
per liberare i siti di legame, lo smascheramento di questi induce un
aumento nella forza di legame tra actina e miosina e il
contemporaneo rilascio del fosfato inorganico, il suo rilascio
permette alla testa di ruotare verso la linea M e far scorrere il
filamento di actina o generare più forza. È chiamato anche
“inclinazione del ponte” perché l’angolo tra la testa di miosina e il
filamento si riduce da 90° a 45°.
 La miosina rilascia ADP: alla fine del colpo di forza la miosina
rilascia l’ADP , la miosina è di nuovo legata all’actina nello stato di
rigor. Quando una nuova molecola di ATP si lega alla miosina tutto
è pronto per ricominciare un nuovo ciclo di contrazione.
Lo STATO DI RIGOR: il ciclo di contrazione inizia con lo stato di rigor in
cui né ATP né ADP sono legati alla miosina, questo stato nel muscolo in
vivo è molto breve, le fibre muscolari in vivo hanno un apporto
sufficiente di ATP che rapidamente si lega alla miosina una volta che
l’ADP viene rilasciato (stadio1), le fibre muscolari a riposo rimangono
per la maggiore parte del tempo allo stadio 2.

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Dopo la morte quando il metabolismo si arresta e le scorte di ATP si


esauriscono la miosina non è più in grado di legare ATP e i muscoli
rimangono rigidi (“rigor mortis”), i ponti sono bloccati e il muscolo è
come congelato,rigido. Lo stretto legame tra actina e miosina permane
per circa un giorno dopo la morte fino a quando la necrosi della fibra
induce il rilascio di enzimi che proteolizzano le proteiche sarcomeriche.

Le combinazioni di eventi elettrici e meccanici in una fibra muscolare:


accoppiamento eccitazione-contrazione.
Le fasi sono 4:
1. ACh è rilasciata dal motoneurone somatico
2. ACh provoca l’insorgenza di un potenziale d’azione nella fibra
muscolare
3. Il potenziale d’azione induce il rilascio di calcio dal reticolo
sarcoplasmatico
4. Il calcio si lega alla troponina e avvia la contrazione
L’ACh rilasciata nella sinapsi alla giunzione neuromuscolare si lega ai
canali recettori dell’ACh sulla fibra muscolare al livello della placca
motrice. Quando i canali ACh-dipendenti si aprono consentono sia al Na
sia al K di attraversare il sarcolemma, l’ingresso di Na è superiore
all’uscita di K perché il gradiente elettrochimico del Na è maggiore di
quello del K. L’aggiunta di cariche positive nette alla fibra muscolare
depolarizza la membrana dando origine al POTENZIALE DI PLACCA

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(PP), i quali sono sempre sopra-soglia e danno sempre origine a un


potenziale d’azione muscolare. Il potenziale d’azione si propaga sulla
superficie della cellula e nei tubuli T all’apertura dei canali Na
voltaggio-dipendenti (processo simile alla conduzione del potenziale
d’azione nelle fibre nervose ma qui avviene più lentamente rispetto agli
assoni mielinizzati).
Il potenziale d’azione che si propaga lungo la membrana e lungo i tubuli
T è responsabile del rilascio del Ca dal reticolo sarcoplasmatico, quando
i livelli di Ca intracellulari sono alti il Ca si lega alla troponina,smuove la
tropo miosina e libera i siti dell’actina per il legame con la miosina
dando inizio alla contrazione.
La trasduzione del segnale elettrico in segnale chimico (calcio) ha
bisogno di due proteine di membrana, la membrana dei tubuli T
contiene una proteina omologa ai canali voltaggio dipendenti per il
calcio di tipo detti recettori per le diidropiridine (DHP). Questi si
trovano solo nei muscoli scheletrici sono collegati meccanicamente ai
canali per il rilascio del Ca presenti sulla membrana del reticolo
sarcoplasmatico chiamati anche recettori per la rianodina (RyR).
Quando la depolarizzazione dovuta al potenziale d’azione arriva al
livello del recettore DHP il recettore cambia conformazione, la nuova fa
aprire i canali RyR per il rilascio di calcio nel reticolo sarcoplasmatico, il
calcio accumulato nel reticolo e nelle cisterne terminali diffonde
secondo il proprio gradiente nel citoplasma dove inizia la contrazione.
RILASCIAMENTO: implica la diminuzione della concentrazione del
calcio nel citosol. Il reticolo sarcoplamatico ripompa il calcio nel suo
lume per mezzo di una Ca-ATPasi. Quando il calcio nel citosol scende
sotto una certa concentrazione l’equilibrio tra calcio legato e libero si
modifica e il calcio si distacca dalla troponina. La rimozione di Ca
permette alla tropo miosina di tornare nella propria posizione di blocco
del sito di legame della miosina sull’actina. I ponti si staccano e la ibra si
rilascia con l’ausilio delle fibre elastiche presenti nel sarcomero e nel
tessuto connettivo del muscolo.

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TEMPISTICA nell’accoppiamento ECCITAZIONE-CONTRAZIONE (E-C): il


potenziale d’azione nel motoneurone somatico è seguito dal potenziale
d’azione nella fibra muscolare e poi dalla contrazione. un singolo ciclo
contrazione-rilasciamento nel muscolo è detto SEMPLICE.
Esiste un breve periodo di latenza tra il potenziale d’azione muscolare e
lo sviluppo della tensione muscolare, questo intervallo rappresenta il
tempo necessario per il rilascio di calcio e il legame alla troponina.
Quando inizia la contrazione: tensione muscolare cresce rapidamente
via via che l’interazione tra i ponti trasversali aumenta fino a un valore
max per poi diminuire nella fase di rilasciamento dove gli elementi
elastici del muscolo riportano la sua lunghezza a quelli di riposo.
Un singolo potenziale d’azione in un muscolo evoca una singola
contrazione (scossa semplice), i contributi di forza da parte delle singole
fibre possono essere diversi riguardo la velocità di generazione della
tensione (pendenza della fase ascendente della scossa), massima
tensione che sviluppano (altezza della curva),durata della scossa
(ampiezza della curva nel tempo).

Il muscolo necessita sempre di energia. Da dove arriva l’ATP?


La quantità di ATP basale presente in una singola fibra muscolare è
sufficiente a generare circa 8 scosse semplici. Quando l’ATP viene
convertito in ADP e Pi durante la contrazione, la riserva di ATP è
reintegrata attraverso il trasferimento di energia da altri legami fosfato
ad alta energia o attraverso vie metaboliche (glicolisi,fosforilazione
ossidativa).
La prima fonte di energia di riserva nel muscolo è la FOSFOCREATINA
(PCr): moelcola i cui legami fosfato ad alta energia sono generati a
partire da creatina e ATP quando i muscoli sono a riposo.

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(quando i muscoli si attivano come durante esercizio fisico il gruppo


fosfato ad alta energia della PCr viene trasferito all’ADP formando
nuove molecole di ATP necessarie per la contrazione del muscolo).
L’enzima responsabile del trasferimento è la CREATINA CHINASI (CK)
chiamata anche creatinfosfochinasi (CPK), le cellule muscolari ne
contengono tanta di conseguenza gli elevati livelli plasmatici di creatina
chinasi indicano un danno al muscolo scheletrico o cardiaco (i due tipi di
muscolo hanno isoenzimi diversi, per questo è possibile distinguere i
danni tissutali durate un infarto del miocardio da un danno al muscolo
scheletrico.
Attraverso la GLICOLISI: glucosio viene metabolizzato fino a piruvato, in
presenza di ossigeno il piruvato entra nel ciclo dell’acido citrico e dà
origine a 30 molecole di ATP per ogni molecola di glucosio. Quando le
concentrazioni di ossigeno sono basse per sostenere il metabolismo
aerobico nelle fibre muscolari il glucosio viene metabolizzato per mezzo
della glicolisi anaerobica dove è metabolizzato ad acido lattico con la
produzione di 2 ATP per ogni molecola di glucosio. (produce meno ATP
ma più velocemente).

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FATICA→ condizione in cui un muscolo non è più in grado di generare o


mantenere una determinata tensione, è un fenomeno complesso.
Influenzata dalla durata e dall’intensità della contrazione,dal
metabolismo aerobico o anaerobico, dal tipo di fibre che compongono il
muscolo e dal grado di allenamento del soggetto ma il fattore causale è
ancora incerto. I fattori sono classificati in fattori di AFFATICAMENTO
CENTRALE che originano dal SNC e in fattori di AFFATICAMENTO
PERIFERICO che hanno origine a livelli diversi tra la giunzione
neuromuscolare e l’apparato contrattile.
La fatica centrale include la sensazione soggettiva della stanchezza e il
desiderio di terminare l’esercizio (la fatica psicologica precede quella
fisiologica nel muscolo: meccanismo di protezione).
- Diminuzione del pH dovuta alla produzione di acidi durante
l’idrolisi dell’ATP viene spesso considerata una possibile causa di
fatica muscolare e ci sono prove che l’acidosi moduli la sensazione
di fatica a livello cerebrale
- Poiché i meccanismi omeostatici che controllano l’equilibrio acido-
base mantengono il pH ematico entro i livelli fisiologici fin quasi ai

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livelli massimali di sforzo, il pH sembra essere implicato nella


fatica centrale solo nei casi di una prolungata attività fisica
Le cause legate al SN possono essere dovute alla mancanza di
comunicazione a livello della giunzione neuromuscolare o a
compromissione dell’attività del SNC (se l’ACh non è sintetizzata nel
terminale assonico a una velocità compatibile con la frequenza di
scarica dei potenziali d’azione da parte del motoneurone il rilascio
del neurotrasmettitore nel vallo sinaptico diminuisce, di conseguenza
il potenziale di placca può non arrivare al valore soglia necessario a
innescare potenziale d’azione nella fibra muscolare e avviare la
contrazione.
All’interno della fibra la fatica (affaticamento periferico) può
originare a diversi livelli: durante l’esercizio subamssimale protratto
la fatica è associata all’esaurimento dei depositi di glicogeno nel
muscolo, nell’esercizio massimale di breve durata la fatica sembra
dovuta all’aumento della concentrazione del Pi derivato dall’idrolisi
dell’ATP e della fosfocreatina utilizzati per fornire energia alla fibra
(l’aumento di Pi citoplasmatico può rallentare il rilascio di Pi dalla
miosina e alterare il colpo di forza).
- L’elevato livello di fosfato diminuisce il rilascio del calcio perché si
legherebbe a questo per formare fosfato di calcio perché si
legherebbe a questo per formare fosfato di calcio
- Sbilanciamento ionico: durante l’esercizio massimale ioni K
lasciano la fibra muscolare a ogni potenziale d’azione e il risultato
è che cresce la concentrazione extracellulare di K. La variazione
della concentrazione di potassio modifica il potenziale di
membrana a riposo della fibra muscolare.
La fatica è un fenomeno complesso con tanti fattori causali che
interagiscono tra loro.
Il muscolo scheletrico è classificato in base a:
 Velocità di contrazione

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 Resistenza alla fatica in seguito a stimolazioni ripetute


L’attuale classificazione dei tipi di fibre muscolari dipende dall’isoforma
di miosina espressa nella fibra (tipo 1 o tipo 2). I tipi di fibre non sono
invariabili per tutta la vita infatti i muscolo sono dotati di plasticità e
cambiano tipologia a seconda della loro attività.
- FIBRE LENTE (ST,tipo 1)
- FIBRE RAPIDE OSSIDATIO-GLICOLITICHE (FOG, tipo 2A)
- FIBRE GLICOLITICHE A CONCENTRAZIONE RAPIDA (FG, tipo 2X)
le fibre muscolari di tipo 2 sviluppano tensione più velocemente delle
fibre a contrazione lenta (tipo 1). La velocità con cui una fibra
muscolare si contrae è determinata dall’isoforma della miosina ATPasi
del filamento spesso, le fibre veloci scindono l’ATP più velocemente e
completano il ciclo di contrazione più rapidamente delle fibre lenti→
questa velocità si traduce in uno sviluppo di tensione più rapido nelle
fibre veloci.
Anche la durata della contrazione varia con il tipo di fibra, la durata
della scossa dipende dalla velocità con cui il reticolo sarcoplasmatico
rimuove il Ca dal citoplasma. Quando la concentrazione del calcio
diminuisce gli ioni Ca si staccano dalla troponina e permettono il ritorno
della tropo miosina nella posizione di parziale blocco dei siti di legame
per la miosina, il colpo di forza viene bloccato e il muscolo si rilascia.
Le fibre rapide pompano il Ca nel reticolo sarcoplasmatico più
velocemente di quelle lente e quindi hanno scosse più veloci (la
contrazione delle fibre rapide dura 7,5 ms). La contrazione nelle fibre
lente può durare fino a 10 volte più a lungo, le fibre lente sono usate
costantemente per mantenere la postura e la stazione eretta o per la
locomozione.
Un’altra grande differenza tra le fibre è la resistenza alla fatica: le fibre
veloci (glicolitiche) utilizzano la glicolisi anaerobica per rifornirsi di
ATP ma l’accumulo di H prodotto dall’idrolisi di ATP contribuisce
all’acidosi (condizione coinvolta nello sviluppo della fatica) quindi

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queste fibre si affaticano più facilmente di quelle ossidative che non


dipendono dal metabolismo anaerobico.
Le fibre ossidative usano soprattutto la fosforilazione ossidativa per
produrre ATP, queste fibre includono sia le fibre lente sia le fibre rapide
ossidativo-glicolitiche, hanno più mitocondri (sede degli enzimi del ciclo
dell’acido citrico e della fosforilazione ossidativa) delle fibre rapide, nel
tessuto connettivo che le circonda hanno vasi sanguigni che le
riforniscono di ossigeno.
L’efficienza con cui le fibre riescono a ottenere ossigeno contribuisce a
determinare il loro ciclo metabolico preferenziale per il glucosio,
l’ossigeno del sangue deve diffondere all’interno di ciascuna fibra per
rggiungere i micotocondri→processo facilitato dalla presenza della
MIOGLOBINA: proteina simile all’emoglobina che possiede un gruppo
eme che le conferisce colorazione rossa, lega l’ossigeno e ne permette
una più rapida diffusione all’interno della fibra. Poiché le fibre
ossidative hanno un maggior contenuto in mioglobina, la diffusione
dell’ossigeno in queste fibre è più veloce che in quelle gli colitiche.
Le fibre ossidative vengono chiamate anche fibre rosse perché
contengono grandi quantità di emoglobina (che le rende rosse), hanno
diametri piccoli così la distanza attraverso la quale deve diffondere
l’ossigeno per raggiungere i mitocondri è più breve. Proprio perché
hanno più mioglobina, più capillari che portano sangue e i diametri
sono più piccoli esse mantengono un miglior rifornimento di ossigeno e
usano la fosforilazione ossidativa per la produzione di ATP.
Le fibre glicolitiche 2X sono dette fibre bianche perché hanno un basso
contenuto di mioglobina, hanno il diametro più grande delle fibre lente.
La combinazione di questi due fattori insieme al numero ridotto di
capillari presenti in questo muscolo implica che vadano più facilmente
incontro a scarsa disponibilità di ossigeno durante contrazioni ripeture,
usano la glicolisi anaerobica per la sintesi dell’ATP e si affaticano più
rapidamente.

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Le fibre rapide ossidativo-glicolitiche 2° hanno proprietà sia ossidative


sia gli colitiche, sono più piccole delle gli colitiche, usano una
combinazione di metabolismo ossidativo e gli colitico per produrre ATP,
sono più resistenti alla fatica delle fibre glicolitiche rapide 2X. Le fibre 2
A come le fibre lente di tipo 1 sono considerate fibre rosse a causa del
loro alto contenuto di mioglobina.

La tensione sviluppata da una fibra muscolare durante una contrazione


dipende dalla lunghezza di partenza dei sarcomeri all’inizio della
contrazione, durante la quale un sarcomero sviluppa la sua forza
massima se si trova a una lunghezza di lavoro ottimale (non deve essere
né troppo lungo né troppo accorciato), alla normale lunghezza a riposo
dei muscoli i sarcomeri si trovano vicino alla loro lunghezza ottimale. La
lunghezza del sarcomero è in stretta relazione con il grado di
sovrapposizione tra i filamenti spessi e sottili.
La teoria dello scorrimento dei filamenti predice che la tensione
generata da una fibra muscolare è direttamente proporzionale al
numero dei legami che si formano tra i filamenti spessi e i filamenti
sottili.
Se le fibre iniziano la contrazione a lunghezze di sarcomero troppo
grandi, i filamenti spessi e sottili sono sovrapposti solo in piccola parte e
formano pochi ponti trasversali: nella parte iniziale della contrazione i
filamenti possono interagire solo in misura minore e generano poca
forza.

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Alla lunghezza ottimale si può formare il max numero di ponti


trasversali tra filamenti spessi e sottili e la fibra riesce a generale
massima forza, se il sarcomero all’inizio della contrazione è più corto
della lunghezza ottimale i filamenti sono troppo sovrapposti, i filamenti
spessi possono far scorrere i filamenti sottili solo per un breve tratto
prima che i filamenti sottili di actina arrivino a sovrapporsi tra loro
questa sovrapposizione impedisce la formazione di ponti trasversali. Se
il sarcomero è così corto che i filamenti di miosina arrivano a livello dei
dischi Z, le teste di miosina non trovano nuovi siti di legame e la tensione
si riduce rapidamente. Lo sviluppo della tensione durante la scossa
semplice in una fibra muscolare è una proprietà passiva che dipende
dalla sovrapposizione tra i filamenti e dalla lunghezza del sarcomero.

La tensione generata da una scossa semplice dipende dalla lunghezza


del sarcomero ma non rappresenta la massima tensione che una fibra
può generare,la forza generata da una singola fibra può essere
aumentata incrementando la frequenza dei potenziali d’azione che la
stimolano. Il potenziale d’azione tipico di una fibra muscolare dura 1-3
ms, la scossa invece dura anche 100 ms. Se i potenziali d’azione ripetuti
sono separati da intervalli di tempo lunghi, la fibra muscolare ha il
tempo di rilasciarsi completamente tra uno stimolo e l’altro. Se gli
stimoli sono ravvicinati la fibra muscolare non si rilascia del tutto e
sviluppa una tensione maggiore per effetto della sommazione delle
risposte. Questo processo è detto SOMMAZIONE.
Se i potenziali d’azione che stimolano la fibra muscolare sono molto
ravvicinati tra loro,alta frequenza di stimolazione,l’entità del
rilasciamento tra le contrazioni si riduce fino a scomparire e la fibra
muscolare arriva a uno stato di contrazione detto TETANO. I tipi di
tetano sono due:

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- Incompleto o non fuso: la frequenza di stimolazione non è


massimale e la fibra si rilascia leggermente tra uno stimolo e
l’altro
- Completo o fuso: in cui la frequenza è abbastanza alta da non dare
tempo alla fibra di rilasciarsi, in questa condizione si sviluppa la
massima tensione possibile per quella fibra
È possibile aumentare la tensione sviluppata da una singola fibra
variando la frequenza dei potenziali d’azione con cui viene stimolata, i
potenziali d’azione muscolari sono innescati dal motoneurone somatico
che innerva la fibra muscolare.

L’unità fondamentale per la contrazione del muscolo scheletrico è detta


UNITA’ MOTORIA→ motoneurone somatico e fibre muscolari che esso
innerva.
Quando il motoneurone genera un potenziale d’azione tutte le fibre
dell’unità motoria si contraggono insieme ( un motoneurone innerva
molte fibre, ciascuna fibra è innervata solo da un motoneurone). Il
numero di fibre che costituisce un’unità motoria è variabile: nei muscoli
deputati ai movimenti fini (es. muscoli extraoculari per il movimento
degli occhi o i muscoli delle dita della mano) un’unità motoria può
essere costituita anche solo da 3-5 fibre. Quando un’unità motoria di
questo tipo viene attivata le fibre che si contraggono sono poche e la
risposta muscolare è debole. Se vengono attivate altre unità motoria
dello stesso tipo la risposta cresce di poco perché le fibre aggiunte sono
poche (quest’organizzazione permette una graduazione fine della forza
e dei movimenti).
Quando un’unità motoria viene attivata in aggiunta a quelle già in
contrazione, si contraggono molte fibre muscolari in più e la forza
muscolare aumenta in proporzione. L’unità motoria è costituita da fibre
tutte dello stesso tipo per questo si parla di un’unità motorie lente o
rapide. La determinazione di quale tipo odi fibra si associa a un
particolare neurone dipende dal neurone stesso. Durante lo sviluppo

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embrionale ogni motoneurone somatico secerne un fattore di crescita


che orienta la differenziazione di tutte le fibre muscolari della propria
unità motoria così che esse diventano tutte dello stesso tipo.
Nel muscolo scheletrico ogni unità motoria si contrae in modo tutto o
nulla, come può il muscolo generare contrazioni di forza e durata
diverse? La risposta è che il muscolo è costituito da molte unità motorie
di diverso tipo e questo gli permette di modificare la durata e la forza
della contrazione 1) reclutando tipi diversi di unità motorie e
2)cambiando il numero di unità motorie che sono attivate in un
determinato momento.

La forza di contrazione in un muscolo scheletrico può essere aumentata


reclutando nuove unità motorie. Il RECLUTAMENTO: è sotto il controllo
del SN. Uno stimolo non troppo intenso che raggiunge un pool di
motoneuroni nel SNC attiva soltanto i motoneuroni che hanno la soglia
di eccitazione bassa (quelli a più bassa soglia sono i neuroni che
controllano le fibre lente resistenti alla fatica e che sviluppano poca
forza).
All’aumentare dell’intensità del segnale eccitatorio vengono attivati
altri motoneuroni a soglia più alta che fanno capo a unità motorie
costituite da fibre veloci ossidative-glicolitiche resistenti alla fatica.
Poiché più unità motorie e quindi più fibre partecipano alla contrazione:
il muscolo genera una tensione maggiore. Quando lo stimolo aumenta
ancora iniziano a scaricare anche i motoneuroni a soglia più alta che
stimolano unità motorie costituite da fibre rapide e gli colitiche, la forza
sviluppata dal muscolo è vicina alla massima sviluppabile. Le fibre
rapide e glicolitiche hanno miosina e ponti trasversali con
caratteristiche diverse da quelle delle fibre lente e sono capaci di
produrre più forza, le fibre veloci però si affaticano più rapidamente ed
è impossibile mantenere una contrazione massimale per tempi lunghi.
Quanto tempo passa prima di sentire che la forza diminuisce cioè prima
che alcune fibre si affatichino e riducano la loro forza contrattile? La

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forza di contrazione di un muscolo aumenta con il variare della


frequenza dei potenziali d’azione che si generano nei motoneuroni.
Aumentando la frequenza di stimolazione di una fibra si ha la
sommazione delle contrazioni ma se la fibra si affatica con facilità
questa stimolazione ne accelera l’affaticamento e la riduzione di forza.
RECLUTAMENTO ASINCRONO = è un modo per evitare la fatica in una
contrazione sostenuta, il SN modula il reclutamento dei motoneuroni
così che diverse unità motorie a turno mantengono a tensione
muscolare, l’alternanza nel reclutamento delle unità motorie previene
l’affaticamento. Comporta che i tempi in cui si genera la tensione nelle
diverse unità motorie non siano correlati. Nelle contrazioni mantenute
le singole unità motorie sviluppano singolarmente un tetano incompleto
con la caratteristica oscillazione del livello di forza tra l’istante di
massima concentrazione e quelli di parziale rilasciamento. Le
contrazioni e rilasciamenti delle diverse unità motorie si sommano
algebricamente elidendosi reciprocamente e generando nel complesso
una contrazione continua senza oscillazioni di forza. Se diverse unità
motorie si affaticano non si mantiene più la stessa tensione l’intensità
della contrazione decresce con gradualità.

MECCANICA del movimento corporeo


Per meccanica: come i muscoli spostano un carico e come i rapporti
anatomici tra i muscoli e le ossa permettono di ottimizzare il lavoro che
il muscolo compie.
I muscoli generano la FORZA che si traduce in MOVIMENTO ma possono
anche generare forza senza produrre movimento.
CONTRAZIONE ISOTONICA: c’è generazione di forza (costante) e il
movimento di un carico (es. se si afferra un peso con la mano e lo si
solleva piegando i gomiti fino a che il peso tocca spalla).
( Durante la flessione dei gomiti e lo spostamento del peso verso la
spalla il muscolo bicipite si accorcia, se si dovesse estendere

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l’avambraccio resistendo alla forza di gravità il muscolo bicipite è


ancora attivo ma si sta eseguendo un altro tipo di contrazione isotonica
detta CONTRAZIONE in ALLUNGAMENTO o ECCENTRICA che è ritenuta
una delle principali cause di danno cellulare e di ritardo nel recupero
dopo esercizio fisico).
CONTRAZIONE ISOMETRICA o contrazione statica: genera forza ma non
spostamento (si afferra il peso lo si tiene fermo davanti, i muscoli delle
braccia generano tensione per controbilanciare il carico del peso ma
non si genera movimento). I muscoli generano forza senza accorciarsi in
maniera significativa (es. stringere i glutei).
Come può una contrazione isometrica generare forza se la lunghezza
del muscolo non cambia? La risposta è la presenza di elementi elastici
nel muscolo: tutti i muscoli sono fissati alle ossa attraverso tendini o
altri tessuti connettivi ricchi di fibre elastiche, nelle fibre ci sono
proteine elastiche tra le miofibrille e all’interno del sarcomero. Tutti
questi elementi insieme si comportano come se fossero disposti in serie
uno dopo l’altro agli elementi contrattili, sono detti elementi elastici in
serie.
Quando i sarcomeri si accorciano nelle prime fasi di una contrazione: gli
elementi elastici si allungano, questo stiramento permette alla fibra di
mantenere una lunghezza costante anche quando i sarcomeri si
accorciano e generano tensione. Se il muscolo non è in grado di creare
una forza addizionale per spostare il carico la contrazione è isometrica,
quando gli elementi elastici sono stirai e la forza generata dai sarcomeri
è uguale al peso, il muscolo si accorcia in una contrazione isotonica e
solleva il carico.
La disposizione anatomica di muscoli e ossa è correlata al modo in cui i
muscoli lavorano: il nostro corpo usa le ossa e le articolazioni come leve
e fulcri su cui i muscoli esercitano una forza per muovere un carico o per
resistere ad esso.

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Una leva: barra rigida incernierata in un punto detto fulcro. Le ossa


formano le leve,le articolazioni mobili sono il fulcro e i muscoli inseriti
nelle ossa generano una forza con la loro contrazione.
Il fulcro si trova all’estremità della leva,il carico è vicino all’altra
estremità e il muscolo è inserito tra il fulcro e il carico (questa
disposizione permette di aumentare la distanza e la velocità con cui la
leva può spostare il carico ma richiede anche più forza rispetto ad altri
sistemi di leve).
Nel sistema di leve costituito dall’avambraccio l’articolazione del gomito
è il fulcro intorno al quale avviene il movimento rotazionale
dell’avambraccio (la leva). Il muscolo bicipite ha un’inserzione a livello
della spalla e l’altra sul radio nell’avambraccio a pochi cm dal
gomito,quando il bicipite si contrae genera una forza F1 che tira
l’avambraccio. La forza rotazionale totale generata dal bicipite dipende
da due cose:
- Forza di contrazione muscolare
- Distanza tra il fulcro e il punto di inserzione del muscolo sul radio
Se varia la distanza tra il fulcro e il punto di inserzione muscolare che
forza dovrà sviluppare il bicipite per sostenere lo stesso peso? Sulla forza
necessaria per muovere un carico o resistere a una forza può avere
molta importanza la variabilità genetica relativa al punto di inserzione
muscolare.
Se si dovesse flettere il braccio e sollevare il carico? (fino ad adesso:
contrazione isometrica con carico stazionario). Per sollevare il carico il
bicipite deve esercitare una forza che supera la forza generata dal
carico.
Se in una leva il fulcro è posto più vicino all’inserzione del muscolo che al
carico la leva si dice SVANTAGGIOSA: il muscolo deve generare una
grande forza per spostare un carico o per resistere alla sua forza anche
se piccola. Questa leva ha anche un vantaggio: consente di aumentare
velocità e mobilità. Un piccolo accorciamento del muscolo diventa un

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movimento più ampio a livello della mano, i due movimenti avvengono


contemporaneamente quindi anche la velocità di contrazione a livello
del punto di inserzione è amplificata al livello della mano, la leva
dell’arto superiore amplifica sia l’ampiezza sia la velocità del
movimento del carico.
La VELOCITA’ di contrazione di un muscolo è determinata dal tipo di
fibra (lenta o veloce) e dal carico che deve essere spostato.
Quando il carico del muscolo è zero: la velocità di contrazione è
massima, quando il carico è uguale alla massima forza che il muscolo
può generare il muscolo non riesce a spostare il carico e la velocità
scende a zero (il muscolo si contrae,la contrazione è isometrica).
Se la velocità dipende dal carico e dal tipo di fibra l’unica regolazione
che l’organismo può fare è attraverso il reclutamento di fibre più veloci.
La disposizione anatomica dei muscoli,ossa,articolazioni consente di
amplificare la velocità in modo che la regolazione a livello cellulare sia
meno importante.
Malattie muscolari: possono originare da disturbi a livello del
SN,problema a livello della giunzione neuromuscolare o da difetti nel
muscolo. Per la maggior parte si possono curare i sintomi ma non se ne
capisce la causa.
CRAMPO: contrazione prolungata e dolorosa dei muscoli scheletrici,
causato dall’ipereccitabilità dei motoneuroni somatici che controllano il
muscolo, se il motoneurone scarica ripetutamente le fibre dell’unità
motoria vanno incontro a una contrazione prolungata che genera
dolore, a volte stirando il muscolo il crampo cessa perché sembra che lo
stiramento invii al SNC segnali che portano all’inibizione del
motoneurone.
I disturbi più semplici hanno origine dall’uso eccessivo (dopo esercizio
fisico troppo lungo o intenso).
Mancata utilizzazione di un dato muscolo: atrofia cioè l’apporto
ematico al muscolo diminuisce e le fibre diventano più piccole.

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Le patologie acquisite che colpiscono il sistema muscolare scheletrico


comprendono malattie infettive (influenza che causa astenia e
indolenzimento) e l’avvelenamento da tossine (botulismo e nel tetano).
I disturbi muscolari ereditari:
- Distrofia muscolare di Duchenne: è assente la proteina strutturale
distrofina che lega l’actina a proteine del sarcolemma, in assenza
di essa il Ca extracell. Entra nella fibra attraverso piccole lesioni
alla membrana o attraverso canali attivati dalla tensione,
l’ingresso di calcio attiva gli enzimi intracellulari che degradano le
componenti della fibra.
- Malattia di McArdle o deficienza di mio fosforilasi: nei muscoli
manca l’enzima che converte il glicogeno a glucosio 6 fosfato, per
questo i muscoli non riescono a usare il glicogeno come fonte di
energia e la resistenza all’esercizio fisico è molto ridotta.

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MUSCOLO LISCIO
La maggior parte della muscolatura del nostro organismo è costituita
dal muscolo scheletrico ma quello cardiaco e liscio sono fondamentali
per il mantenimento dell’omeostasi. Il muscolo liscio è difficile da
descrivere perché presenta molte variabili, si può classificare:
- In base alla localizzazione: nell’uomo è suddiviso in 6 tipi
fondamentali:
 Vascolare (nella parete dei vasi)
 Gastrointestinale ( nella parete del tratto gastrointestinale e
degli organi a esso associati come cistifellea)
 Urinario (parete della vescica e degli ureteri)
 Respiratorio (vie aeree)
 Riproduttivo (nell’utero e in altre strutture dell’apparato
genitale maschile e femminile)
 Oculare (nell’occhio)
- In base alla modalità di contrazione: classificato in funzione del
fatto che alterni stati di rilasciamento e di contrazione o se
presenta una continua contrazione. i muscoli sottoposti a cicli di
contrazione e di rilasciamento periodici si dicono MUSCOLI LISCI

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FASICI (es. parete del basso esofago che si contrae solo quando il
cibo lo attraversa).
I muscoli che sono continuamente contratti sono chiamati
MUSCOLI LISCI TONICI perché devono sempre mantenere un certo
livello di tono muscolare. Gli sfinteri dell’esofago e della vescica
sono es. di muscoli tonicamente attivi la cui funzione è quella di
chiudere l’apertura di un organo cavo, si rilasciano quando è
necessario far entrare o uscir materiale dall’organo. Sotto il
CONTROLLO TONICO da parte del SN questi muscoli lisci si
contraggono o si rilasciano in funzione di ciò che la situazione
richiede.
- In base al tipo di accoppiamento tra cellule: in alcuni muscoli lisci
le cellule sono elettricamente accoppiate attraverso giunzioni
comunicanti e si contraggono come unità coordinate, detti
MUSCOLO LISCIO UNITARIO o a singola unità , nel MUSCOLO
LISCIO MULTI-UNITARIO le cellule che non sono accoppiate
elettricamente e ciascuna cellula muscolare può contrarsi in modo
autonomo.
La maggior parte dei muscoli lisci sono del tipo unitario. Il muscolo
liscio unitario è anche chiamato MUSCOLO LISCIO VISCERALE perché
entra nella costituzioni della pareti dei visceri (organi interni). Tutte
le cellule sono accoppiate tra loro elettricamente attraverso giunzioni
comunicanti.
Un potenziale d’azione in una cellula può propagarsi rapidamente a
tutte le altre cellule della lamina di tessuto per generare una
contrazione coordinata, poiché in seguito a una stimolazione tutte le
cellule si contraggono al contrario del muscolo scheletrico l’aumento
della forza di contrazione non è legato all’aumento del reclutamento
delle fibre. È la quantità di Ca che entra nella cellula a determinare la
forza di contrazione.
Il muscolo liscio multi-unitario è formato da cellule che NON sono
accoppiate elettricamente, ogni fibra è strettamente associata a un

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terminale o a una varicosità assonica e può essere stimolata


indipendentemente.
Per aumentare la forza muscolare si reclutano altre fibre così come
avviene nello scheletrico.
Si trova:
- Nell’iride e nel corpo ciliare dell’occhio
- In parte del tratto genitale maschile
- Nell’utero a eccezione del periodo del travaglio e del parto: le fibre
multi-unitarie della muscolatura uterina cambiano e diventano
unitarie durante la fase finale della gravidanza, i geni che
codificano per la sintesi della connessione delle giunzioni si
attivano per effetto degli ormoni della gravidanza. La presenza di
giunzioni comunicanti nelle membrane delle cellule muscolari
dell’utero sincronizza i segnali elettrici e consente alla
muscolatura di contrarsi in maniera più efficace durante
l’espulsione del nascituro

Due dei principi validi per il muscolo scheletrico si applicano a tutti i


muscoli lisci: la forza è generata dall’interazione dei ponti trasversali di
actina-miosina tra filamenti scorrevoli, la contrazione è innescata da un
aumento delle concentrazioni citosoliche Ca libero. Il funzionamento del
muscolo liscio è più complesso e presenta differenze:
1) I muscoli lisci sviluppano tensione paragonabile qualsiasi sia il loro
grado di allungamento iniziale: il muscolo liscio si trova nelle
pareti di organi cavi e di condotti (i quali si contraggono durante
riempimento e lo svuotamento). Esempio di organo distendibile è
la vescica. In organi come questo i muscoli lisci devono funzionare
entro una gamma di allungamento delle fibre molto variabile al
contrario di quelli scheletrici che hanno stretta correlazione tra
lunghezza del sarcomero e sviluppo di forze.

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2) All’interno di un organo gli strati di muscolo liscio possono avere


orientamenti diversi: es. l’intestino ha strato muscolare che
circonda il lume,strato perpendicolare, terzo strato obliquo, la
contrazione nei diversi strati modifica forma dell’organo .

3) Il muscolo liscio si contrae e si rilascia più lentamente dei muscoli


scheletrico o cardiaco

4) I muscoli lisci utilizzano meno energia per generare e mantenere


una determinata quantità di forza: sviluppano forza rapidamente
ma hanno la capacità di rallentare la cinetica di idrolisi
dell’ATPasi della miosina e diminuire la velocità del ciclo di ponti
trasversali mantenendo la forza di contrazione della fibrocellula.
Come risultato il consumo dell’ATP è inferiore a quello che si ha nei
muscoli striati, ha meno mitocondri e usa la glicolisi.

5) Il muscolo liscio è in grado di mantenere la contrazione per periodi


prolungati senza fatica: questa proprietà permette agli organi cavi
come la vescica di mantenere la tensione contro un carico
persistente, consente ad alcuni muscoli lisci di rimanere
tonicamente attivi mantenendo la tensione per la maggior parte
del tempo.

6) I muscoli lisci hanno cellule piccole, fusiformi,mononucleate a


differenza delle grandi fibre multinucleate dei muscoli scheletrici.

7) Nel muscolo liscio le fibre contrattili non sono disposte in


sarcomeri, non presenta al m.o bande dei muscoli scheletrici.

8) Nel muscolo liscio la contrazione può essere innescata da segnali


elettrici,chimici, entrambi: la contrazione del muscolo scheletrico
inizia sempre con potenziale d’azione nella fibra muscolare.

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9) Il muscolo liscio è controllato dal SN autonomo, il muscolo


scheletrico dal sistema motorio somatico del SN.

10) Il muscolo liscio è privo di regioni nelle quali sono aggregati


in modo ordinato i recettori dei neurotrasmettitori come avviene
nelle placche motrici del muscolo scheletrico. I recettori si trovano
in tutta la superficie cellulare, il neurotrasmettitore viene
rilasciato dalle varicosità del neurone autonomo in prossimità
della superficie delle fibre muscolari e diffonde lungo la membrana
della cellula muscolare liscia fino a trovare un recettore.

11) Nel muscolo liscio il Ca per la contrazione proviene dal


liquido extracellulare e dal reticolo sarcoplasmatico, nello
scheletrico il Ca proviene dal reticolo sarcoplasmatico.

12) Nel muscolo liscio il segnale del Ca dà l’avvio a una cascata di


eventi che termina con la fosforilazione delle catene leggere della
miosina e con l’attivazione della miosina ATPasi. Nel muscolo
scheletrico il segnali del Ca è mediato dal complesso tropo
miosina-troponina (nel liscio la troponina è assente).

Il muscolo liscio ha gli stessi elementi contrattili di quello scheletrico


(ACTINA e MIOSINA che interagisco attraverso ponti trasversali) e il
reticolo sarcoplasmatico e rilascia Ca.
ACTINA e MIOSINA→ l’actina è più abbondante nel muscolo liscio
rispetto al muscolo striato con rapporto actina:miosina di 10,15 : 1
(rispetto al rapprto 2,4: 1 nello striato). Nel liscio l’actina è associata
anche alla tropo miosina come nello scheletrico, però il liscio è privo di
troponina. Ha meno miosina rispetto allo scheletrico, i filamenti di
miosina sono circondati da filamenti di actina e sono disposti in modo
che ciascuna molecola di miosina si trovi al centro di un fascio di 12-15
molecole di actina, queste unità contrattili sono disposte in modo da
correre parallelamente all’asse maggiore della cellula. I filamenti di

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miosina del muscolo liscio sono più lunghi di quelli dello scheletrico e
l’intera superficie del filamento è rivestita dalle teste della miosina
(questa organizzazione consente al muscolo liscio di mantenere una
sovrapposizione di filamenti ottimale anche in seguito al suo elevato
stiramento: caratteristica importante presenti in organi interni come la
vescica il cui volume cambia al variare del grado di riempimento).
La struttura delle cellule muscolari lisce è mantenuta da una estesa rete
citoscheletrica composta da filamenti intermedi e proteine dei CORPI
DENSI: che sono collegati dal citoscheletro alla membrana plasmatica,
rappresentano la struttura alla quale si legano i filamenti di actina e
hanno la funzione di mantenere il corretto posizionamento. Le fibre
proteiche della matrice extracellulare legano tra loro le cellule del
muscolo liscio e trasferiscono la forza da una cellula in contrazione alle
cellule vicine.
RETICOLO SARCOPLASMATICO: la quantità di reticolo sarcoplasmatico
nel licio varia da un tipo di muscolo liscio all’altro, è meno organizzato
rispetto allo scheletrico consiste di una rete di tubuli che si estendono da
sotto la membrana cellulare verso l’interno della cellula, è privo di
tubuli T ma il reticolo è strettamente associato a invaginazioni della
membrana chiamate CAVEOLE: piattoforme funzionali alla
segnalazione cellulare.

Conoscenze attuali sugli aspetti chiave della contrazione nel muscolo


liscio:
1) Un aumento della concentrazione del Ca citoplasmatico è il
segnale di inizio della contrazione, questo Ca è rilasciato non solo
dal reticolo sarcoplasmatico ma in molti casi previene anche da
liquido extracellulare.
2) Il Ca si lega alla CALMODULINA una proteina che lega il calcio
presente nel citoplasma.

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3) Il legame del Ca con la calmodulina è il primo passo della cascata


di eventi che termina con la fosforilazione della catena leggera
della miosina.
4) La fosforilazione della catena leggera della miosina aumenta
l’attività ATPasica e porta alla contrazione. Quindi la contrazione
del liscio è controllata attraverso processi di regolazione legati
alla miosina piuttosto che alla tropo miosina.
I punti 2) e 4) sono in comune a tutti i tipi di muscolo liscio.
La CONTRAZIONE inizia quando la concentrazione di Ca citoplasmatica
aumenta in seguito all’ingresso dello ione dal LEC e al suo rilascio dal
reticolo sarcoplasmatico. Gli ioni calcio si legano alla calmodulina
(CaM) secondo la legge di azione di massa. Il complesso Ca-calmodulina
attiva l’enzima CHINASI DELLA CATENA LEGGERA DELLA MIOSINA
(MLCK). Alla base della testa di miosina si trova una piccola proteina di
regolazione detta CATENA LEGGERA DELLA MIOSINA che ha un ruolo
importante nella regolazione della contrazione e nel rilasciamento. La
fosforilazione e la de fosforilazione della catena leggera della miosina
controllano la contrazione e il rilasciamento del muscolo liscio. Quando
il complesso Ca-calmodulina attiva la MLCK, l’enzima fosforila le catene
leggere della miosina.
La fosforilazione della miosina aumenta l’attovota ATP-asica. Quando
l’attività ATP-asica della miosina è elevata i legami acomiosiminici e il
ciclo dei ponti trasversali aumentano la tensione generata dal muscolo.
L’isoforma della miosina ATP asica nel muscolo liscio è più lenta di
quella del muscolo scheletrico e lo è anche la velocità dei cicli dei ponti
trasversali.
La de fosforilazione della catena leggera della miosina da parte
dell’enzima FOSFATASI DELLA CATENA LEGGERA DELLA MIOSINA
(MLCP) riduce l’attività ATPasica della miosina.
La miosina defosforilata può restare attaccata all’actina per un certo
tempo: STATO BLOCCATO della miosina, questa condizione mantiene la
tensione della cellula muscolare con uno scarso consumo di ATP

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(aspetto importante in relazione alla capacità del muscolo liscio di


restare contratto senza mostrare fatica).
RILASCIAMENTO: poiché la de fosforilazione della miosina non causa
automaticamente il rilasciamento, è il rapporto tra le attività di MLCK e
di MLCP che determina lo stato di contrazione del muscolo liscio. Il
MLCP ha sempre un certo grado di attività quindi il fattore critico è
spesso l’attività di MLCK, l’attività di questa dipende dal complesso Ca-
calmodulina.
Il rilasciamento nella cellula muscolare liscia è un processo a più fasi: il
Ca libero è rimosso dal citoplasma per mezzo di una Ca-ATPasi che lo
sequestra nuovamente dentro il reticolo sarcoplasmatico, inoltre una
parte del calcio è riportata nel mezzo extracellulare per mezzo di una
Ca- ATPasi e di uno scambiatore Na-Ca.
Per la legge di azione di massa, una riduzione del Ca libero nel
citoplasma causa il distacco del Ca dalla calmodulina, in assenza di Ca –
calmodulina la chinasi della catena leggera della miosina è inattivata.
Quando si riduce l’attività di MLCK, la fosfatasi della catena leggera
della miosina de fosforila la miosina. L’attività ATPasica della miosina
diminuisce e il muscolo si rilascia.

Il calcio e la sua regolazione dell’attività di MLCK è il fattore principale


responsabile del controllo della contrazione del muscolo liscio. Segnali
chimici come neurotrasmettitori, ormoni e molecole paracrine alterano
la sensibilità al Ca del liscio attraverso la modulazione dell’attività della
MLCP. Se MLCK e Ca-calmodulina sono costanti ma l’attività di MLCP
aumenta, il rapporto MLCK/MLCP si sposta rendendo dominante MLCP.
La miosina ATPasi si de fosforila e la forza di contrazione diminuisce
anche se la concentrazione di Ca nel citosol non è variata. Il processo di
contrazione è detto desensibilizzato rispetto al calcio: il segnale del
calcio è meno efficace nel causare la contrazione. all’opposto le molecole
di segnalazione che diminuiscono l’attività fosfatasica della catena

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leggera della miosina rendono la cellula più sensibile alla Ca e la forza


di contrazione aumenta anche se la concentrazione di Ca non è
cambiata.
I processi che avviano la contrazione del muscolo liscio: la contrazione
può iniziare con segnali elettrici (variazioni del potenziale di
membrana) o segnali chimici. La contrazione causata dal segnale
elettrico è detta accoppiamento elettromeccanico. Le contrazioni
innescate da segnali chimici senza un cambiamento significativo nel
potenziale di membrana sono dette accoppiamento farmaco meccanico.
I segnali chimici possono anche rilasciare la tensione muscolare senza
che si abbiano variazioni nel potenziale di membrana.
Il Ca che avvia la contrazione proviene da due fonti: il reticolo
sarcoplasmatico e il liquido extracellulare. Quantità variabili di Ca
possono entrare nel citosol da queste fonti dando origine a contrazioni
graduali la cui forza varia in funzione dell’intensità del segnale al Ca.

RILASCIO DI Ca SARCOPLASMATICO: il Ca è depositato nel reticolo


sarcoplasmatico (RS) del muscolo liscio. Il rilascio di Ca dal RS è mediato
sia da un canale del calcio associato al recettore per la rianodina (RyR)
sia da un canale associato al RECETTORE PER L’INITOLO TRIFOSFATO
(IP3), il canale RyR si apre in risposta all’ingresso di Ca nella cellula,
processo conosciuto come RILASCIO DI CALCIO INDOTTO AL CALCIO
(CICR).
Il canale IP3 si apre quando i recettori accoppiati a proteine G attivano
le vie di trasduzione del segnale della fosfolipasi C. L’ IP3 è un secondo
messaggero prodotto in questa via. Quando IP3 si lega al canale
recettore per IP3 del RS,il canale si apre e Ca fluisce dal RS al citosol.
Il maggior contributo ai processi che portano alla contrazione deriva
dal Ca liberato dal RS ma essendo parte di questo espulso nel LEC dalle
pompe presenti sulla membrana plasmatica è presente un sistema
omeostatico per il mantenimento dei depositi di Ca nel RS. Quando il Ca

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immagazzinato nel RS si riduce un sensore proteico (STIM1) sulla


membrana del RS interagisce con i canali controllati dai depositi di Ca
sulla membrana cellulare. Questi canali del Ca costituiti dalla proteina
Orai-1 si aprono per permettere che più Ca entri nella cellula. Un Ca-
ATPasi presente sulla membrana del RS sequestra quindi il Ca citosolico
nel RS per rifornire il deposito.
INGRESSO DI Ca NELLA CELLULA: l’ingresso di Ca dal liquido
extracellulare avviene con l’ausilio di canali di membrana che sono
voltaggio-dipendenti, ligando-dipendenti o attivati meccanicamente.
1. I canali del Ca voltaggio-dipendenti si aprono in risposta a uno
stimolo depolarizzante. I potenziali d’azione possono essere
generati nella cellula muscolare o possono diffondere dalle cellule
vicine attraverso le giunzioni comunicanti. Potenziali graduati
sottosoglia possono aprire pochi canali del Ca permettendo a
piccole quantità di Ca di entrare nella cellula. Questo ingresso di
cationi depolarizza la cellula e apre ulteriori canali Ca voltaggio-
dipendenti, a volte molecole di segnalazione chimica aprono
canali cationici di altra natura e la conseguente depolarizzazione
apre i canali del Ca.
2. I canali del Ca ligando-dipendenti sono conosciuti anche come
canali del calcio operati da recettore (ROOC). Questi canali si
aprono in risposta al legame di un ligando e permettono l’ingresso
nella cellula di quna quantità di calcio sufficiente a indurre il
rilascio di calcio dal RS.
3. Canali attivati dallo stiramento: alcune cellule muscolari lisce
hanno canali attivati dallo stiramento che si aprono quando la
pressione o altre forze deformano la membrana. La cellula si
depolarizza aprendo i contigui canali del Ca voltaggio dipendenti
poiché in questo caso la contrazione si origina da una proprietà
della stessa fibra muscolare si parla di CONTRAZIONE MIOGENA
(comune nei vasi sanguigni che mantengono un certo tono
muscolare).

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Anche se lo stiramento in molti casi provoca la contrazione alcuni


tipi di muscolo liscio si adattano se le fibre vengono stirate per tempi
lunghi. Al perdurare dello stiramento i canali per il Ca iniziano a
chiudersi con un meccanismo tempo-dipendente, via via che il calcio
viene pompato fuori dalla cellula il muscolo si rilascia.
L’adattamento spiega perché la vescica genera tensione a ogni nuovo
aumento di volume ma poi si rilascia adattandosi all’aumento (c’è un
limite al massimo stiramento del muscolo liscio e quando si
raggiunge un volume critico il riflesso della minzione aziona lo
svuotamento della vescica).
Il ruolo dei potenziali di membrana nella contrazione del liscio è più
complesso rispetto al muscolo scheletrico in cui la contrazione è
sempre la risposta al potenziale d’azione. Il muscolo liscio mostra
una varietà di comportamenti elettrici: può sia iperpolarizzarsi sia
depolarizzarsi. L’iperpolarizzazione diminuisce la probabilità che la
cellula si contragga, il muscolo liscio può depolarizzarsi senza che si
generi un potenziale d’azione. La contrazione può avvenire dopo un
potenziale d’azione, dopo un potenziale graduato sottosoglia o senza
alcuna variazione del potenziale di membrana.
Molti tipi di muscolo liscio hanno potenziali di membrana instabili
(tra -40 e -80 mV). Le cellule muscolari presentano cicli di
depolarizzazione/iperpolarizzazione del loro potenziale di
membrana a riposo che vengono definiti POTENZIALI A ONDE
LENTE.
Se la depolarizzazione raggiunge il valore soglia si genera un
potenziale d’azione a cui segue una contrazione del muscolo. Altri
tipi di muscolo liscio con potenziali di membrana oscillanti hanno
depolarizzazioni regolari che raggiungono sempre la soglia e
generano scariche di potenziali d’azione, queste depolarizzazioni
sono dette POTENZIALI PACEMAKER o segnapassi perché generano
ritmi regolari di contrazione, si trovano nel liscio e in alcune cellule
del miocardio.

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Entrambi i tipi di potenziale sono dovuti a canali ionici di mebrana


che si aprono o si chiudono spontaneamente.
L’attività del muscolo liscio è regolata da SEGNALI CHIMICI: che
possono essere sia eccitatori sia inibitori e modulano la contrazione
per mezzo dell’azione di secondi messaggeri che influenzano lo stato
di fosforilazione della miosina o i meccanismi che coinvolgono i livelli
del calcio citoplasmatico. Una delle proprietà particolari del liscio:
attivazione di alcune vie trasduttive può causare sia il rilasciamento
sia la contrazione muscolare.
Molti muscoli lisci sono sotto il controllo antagonista della divisione
simpatica e quella parasimpatica del SN autonomo. Altri come quelli
dei vasi sono sotto il controllo tonico di una sola delle due divisioni
del SN autonomo. Nel controllo tonico la risposta è graduata
dall’aumento o dalla diminuzione della quantità di
neurotrasmettitore rilasciato sul muscolo.
Un segnale chimico può avere diversi effetti in diversi tessuti, in
funzione del tipo di recettore a cui si lega.
Molti neurotrasmettitori e ormoni del muscolo liscio si legano a
recettori accoppiati alla proteina G. le vie del secondo messaggero
determinano la risposta muscolare: IP3 promuove la contrazione,
AMPc il rilasciamento. Le vie che aumentano IP3 provocano la
contrazione in diversi modi:
 IP3 apre i canali IP3 sul RS per rilasciare Ca
 Il diacilglicerolo (DAG) un altro profotto della segnalazione
della fosfolipasi C inibisce indirettamente l’attività della
miosina fosfatasi. L’aumento del rapporto MLCK/MLCP
promuove sia l’attività dei ponti trasversali sia la tensione
muscolare.
I segnali che aumentano la produzione di AMPc causano il rilasciamento
muscolare attraverso i seguenti meccanismi:

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 Concentrazione di Ca citosolico libero diminuisce quando i canali


IP3 sono inibiti e la Ca-ATPasi del RS è attivata
 L’uscita di K dalla cellula provoca iperpolarizzazione e la riduzione
dell’ingresso di Ca attraverso i canali attivati dal voltaggio
 L’aumentata attività della miosina fosfatasi causa la riduzione
della tensione muscolare
SEGNALI PARACRINI: rilasciati localmente possono anche loro
provocare la contrazione del muscolo liscio.
Poiché molti segnali diversi possono raggiungere una fibra muscolare
nello stesso momento la fibra si comporta come un centro di
integrazione.

MUSCOLO CARDIACO
La muscolatura specializzata del cuore è il MIOCARDIO che condivide
caratteristiche comuni sia con il muscolo scheletrico sia con quello liscio.
Le fibre sono organizzate in sarcomeri e appaiono striate, sono più corte
di quelle scheletriche, hanno un solo nucleo e possono essere ramificate.
Come le cellule muscolari lisce unitarie le fibre miocardiche sono
accoppiate elettricamente. Le loro giunzioni comunicanti costituiscono
strutture specializzare dette dischi intercalari. Alcune cellule
miocardiche generano potenziali pacemaker, anche il muscolo cardiaco
è sotto controllo simpatico,parasimpatico e ormonale.

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CAPITOLO 14
SITEMA CARDIOVASCOLARE
I capillari, vasi microscopici in cui il sangue scambia sostanze con i
liquidi interstiziali, furono scoperti da Marcello Malpigli.
Harvey: cercò una via anatomica che permettesse al sangue di
ricircolare piuttosto che essere consumato nei tessuti, dimostrò che le
valvole presenti nel cuore e nelle vene permettono un flusso
unidirezionale e che le vene riportano il sangue al cuore, dimostrò che il
sangue che raggiunge il cuore destro attraversa i polmoni prima di
poter giungere al lato sinistro del cuore.
Un sistema cardiovascolare è costituito da una serie di tubi (vasi
sanguigni) riempiti con un liquido (sangue) e connessi a una pompa
(cuore). La pressione generata nel cuore spinge il sangue attraverso il
sistema. Il sangue raccoglie l’ossigeno dai polmoni e i nutrienti
dall’intestino e poi rilascia queste sostanze alle cellule dell’organismo
rimuovendo rifiuti cellulari e calore che saranno poi eliminati
dall’organismo. Il sistema cardiovascolare svolge un ruolo importante
nella comunicazione cellula-cellula e nella difesa dell’organismo contro
agenti estranei.
La funzione primaria è il trasporto di sostanze verso e da tutti i distretti
corporei. Le sostanze trasportate dal sistema cardiovascolare possono
essere suddivise in

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1) Nutrienti,acqua,gas che entrano nell’organismo dall’ambiente


esterno
2) Sostanze che si spostano da una cellula all’altra all’interno
dell’organismo
3) Cataboliti che le cellule eliminano
L’ossigeno entra nell’organismo attraverso la superficie di scambio
polmonare. I nutrienti e l’acqua sono assorbiti attraverso l’epitelio
intestinale, una volta che questi materiali si trovano nel sangue il
sistema cardiovascolare li ridistribuisce. Un apporto costante di
ossigeno è importante perché molte cellule quando vengono private di
esso si danneggiano in modo irreparabile in poco tempo.
I neuroni cerebrali hanno un alto consumo di ossigeno e non possono
sopperire al loro fabbisogno metabolico di ATP utilizzando percorsi
anaerobici che hanno un basso rendimento di ATP/glucosio. A causa
della sensibilità del cervello all’ipossia (basso ossigeno) i controlli
omeostatici tendono a mantenere il flusso ematico cerebrale anche se
ciò significa privare altre cellule di ossigeno.
La comunicazione intracellulare è una funzione chiave del sistema
cardiovascolare: ormoni secreti dalle ghiandole endocrine sono
trasportati dal sangue verso i loro bersagli, trasporta anche nutrienti
come glucosio che deriva dal fegato e acidi grassi dall’adiposo, cellule
metabolicamente attive, globuli e anticorpi viaggia nella circolazione
per captare agenti estranei.
Attraverso il sistema cardiovascolare l’anidride carbonica e i cataboliti
rilasciati dalle cellule sono trasportate ai polmoni e ai reni dove saranno
escreti, alcuni cataboliti sono trasportati al fegato dove subiscono
un’ulteriore elaborazione prima di venire escreti attraverso urina o feci.
Anche il calore circola attraverso il sangue spostandosi dall’interno
dell’organismo verso la superficie dove viene dissipato.
Il sistema è formato da:
- Cuore

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- Vasi sanguigni
- Plasma e elementi corpusculati del sangue
I vasi sanguigni che PRELEVANO il sangue dal cuore → arterie
Quelli che RIPORTANO il sangue al cuore→ vene
Il sangue scorre nel sistema in una sola direzione ciò è garantito da
un sistema di valvole localizzato sia nel cuore sia nelle vene.
Il cuore è diviso da un parte centrale o setto nelle metà sinistra e
destra. Ogni metà funziona come una pompa indipendente,consiste di
un ATRIO ( riceve il sangue che ritorna al cuore attraverso le vene e
VENTRICOLO lo pompa ai vari distretti attraverso le arterie). Il lato
destro del cuore riceve sangue dai tessuti e lo invia ai polmoni per
l’ossigenazione. Il cuore sx riceve il sangue nuovamente ossigenato
dai polmoni e lo pompa ai tessuti in tutto l’organismo.
Il sangue nel cuore dx è colorato di blu, questa convenzione è
utilizzata per indicare il sangue dal quale i tessuti hanno estratto
l’ossigeno, questo sangue viene detto deossigenato in realtà non è
completamente privo di ossigeno, ha minor quantità di ossigeno
rispetto a quello che va dai polmoni ai tessuti. In un individuo vivo il
sangue ben ossigenato è rosso,brillante e quello meno ossigenato è
rosso scuro (in alcune condizioni il sangue meno ossigenato può
conferire a certe parti del corpo colore bluastro = condizione di
“cianosi”).
Partendo dal’atrio dx: il sangue fluisce nel ventricolo dx del cuore, da
lì è pompato attraverso le ARTERIE POLMONARI ai polmoni dove
viene ossigenato (il colore cambia da blu a rosso per indicare
contenuto di ossigeno più alto quando il sangue lascia i polmoni), dai
polmoni il sangue scorre verso il cuore sx attraverso le VENE
POLMONARI.
L’insieme dei vasi sanguigni diretti dal ventricolo destro ai polmoni di
quelli che ritornano all’atrio sx viene detta CIRCOLAZIONE
POLMONARE.

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Il sangue dai polmoni entra nel cuore attraverso l’atrio sx e passa al


ventricolo sx, una volta uscito dal ventricolo sx entra in una grande
arteria l’AORTA che si ramifica in una serie di arterie sempre più
piccole che alla fine formano una rete di capillari (il colore cambia da
rosso a blu mentre il sangue passa attraverso i capillari, a indicare
che l’ossigeno ha lasciato il sangue e si è diffuso nei tessuti).
Una volta lasciati i capillari il sangue scorre nel settore venoso della
circolazione spostandosi dalle piccole vene a quelle di diametro
maggiore.
Le vene nella parte superiore dell’organismo confluiscono a formare
la VENA CAVA SUPERIORE, quelle nella parte inferiore la VENA CAVA
INFERIORE. Le due vene cave confluiscono nell’atrio dx.
L’insieme dei vasi sanguigni che portano il sangue dal lato sx del
cuore ai tessuti e di quelli che ritornano al cuore dx viene definito
CIRCOLAZIONE SISTEMATICA.
Suddivisioni dell’AORTA dopo che questa lascia il ventricolo sx: la
prima branca rappresenta le arterie coronarie che irrorano la
muscolatura del cuore stesso, i sangue da qui fluisce nei capillari poi
nelle vene coronarie che si svuotano direttamente nell’atrio dx
attraverso il seno coronario. Le parti ascnedneti dell’aorta vanno alle
braccia, testa,cervello. L’aorta addominale fornisce sangue al
tronco,gambe,organi interni come fegato (ARTERIA EPATICA),tratto
dirigente e reni (ARTERIE RENALI).
I diversi settori della circolazione: uno è quello che fornisce sangue al
tratto digerente e al fegato, entrambe le regioni ricevono sangue ben
ossigenato dalle proprie arterie, il sangue refluo dal tratto digerente
raggiunge il fegato attraverso la VENA PORTARE EPATICA (il fegato:
sede importante del metabolismo dei nutrienti e della
detossificazione di sostanze estranee). I nutrienti assorbiti
nell’intestino vengono inviati direttamente al fegato prima che
vengano rilasciate nella circolazione sistematica.

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I due letti capillari del tratto digerente e del fegato uniti dalla vena
portale epatica→ es. di SITEMA PORTALE.
(un altro sistema portale nel quale due letti capillari sono connessi in
serie si trova nei reni, un terzo è il sistema portale ipotalamo-
ipofisario che connette l’ipotalamo all’ipofisi anteriore.
Una risposta meccanicistica alla domanda “perché il sangue scorre?”:
liquidi e gas fluiscono lungo GRADIENTI DI PRESSIONE (⍍P) da
regioni a pressione più elevata verso regioni a pressione più bassa.
Per questa ragione nel sistema cardiocircolatorio il sangue può fluire
solo se in una regione sviluppa una pressione maggiore rispetto alle
altre regioni.
Negli esseri umani il cuore genera una pressione elevata quando si
contrae. Il sangue esce dal cuore (regione ad alta pressione) nei
circuiti chiusi dei vasi sanguigni (regione a pressione minore). Man
mano che il sangue si sposta lungo il sistema, si verifica una perdita di
pressione a causa della frizione tra il liquido e le pareti dei vasi
sanguigni. Di conseguenza la pressione scende progressivamente man
mano che il sangue si allontana dal cuore. La pressione più elevata
nei vasi del sistema cardiovascolare si ha nell’aorta e nelle arterie
sistematiche nel momento in cui esse ricevono sangue nel ventricolo
sx. La pressione più bassa si ha nelle vene cave appena prima che si
svuotino nell’atrio dx.
LEGGI della FISICA:
La PRESSIONE→ è la forza esercitata dal liquido contro le pareti del
suo contenitore, nel cuore e nei vasi la pressione viene misurata in
millimetri di mercurio (mmHg) dove 1 mm di mercurio è equivalente
alla pressione idrostatica esercitata da una colonna di mercurio alta
1 mm su un’area di 1 cm2 (in fisiologia si parla ala pressione in torr, 1
torr= 1 mmHg o in centimetri di acqua, 1 cmH2O = 0,74 mmHg).

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Se il liquido non è in movimento la pressione che esercita è detta


pressione idrostatica e la forza è esercitata uniformemente in tutte le
direzioni.
In un sistema in qui il liquido è in movimento, la pressione diminuisce
con la distanza percorsa poiché l’energia viene dispersa a causa
dell’attrito. La pressione esercitata dal movimento del liquido
consiste di due componenti: una dinamica che rappresenta l’energia
cinetica del sistema e una componente laterale che rappresenta la
pressione idrostatica (energia potenziale) esercitata sulle pareti del
sistema. La pressione all’interno del nostro sistema cardiovascolare è
detta pressione idrostatica anche se si tratta di un sistema nel quale il
liquido è in movimento.
La pressione nei liquidi può cambiare senza che si verifichi un
cambiamento nel volume:
nel cuore umano la contrazione dei ventricoli pieni di sangue può
essere paragonata allo schiacciamento di un palloncino d’acqua→ la
pressione generata dalla contrazione muscolare viene trasferita al
sangue, il sangue che viene espulso con una elevata pressione dal
ventricolo fluisce nei vasi sanguigni rimpiazzando il sangue a bassa
pressione già presenti in essi. La pressione generata nei ventricoli è
detta PRESSIONE DI SPINTA perché è la forza che spinge il sangue
lungo i vasi sanguigni.
Quando le pareti di un contenitore pieno di liquido si espandono, la
pressione esercitata sul liquido diminuisce, per questa ragione
quando il cuore si rilascia e si espande la pressione esistente nelle
camere piene di sangue arriva a essere inferiore a quella presente nel
sistema vasale. Variazioni di pressione possono aver luogo nei vasi
sanguigni. Se i vasi sanguigni si dilatano, la pressione del sangue
all’interno del sistema circolatorio diminuisce. Se i vasi sanguigni si
contraggono la pressione aumenta. Le variazioni di volume dei vasi
sanguigni e del cuore sono i principali fattori che influenzano la
pressione sanguigna nel sistema cardiovascolare.

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Il flusso ematico attraverso il sistema cardiovascolare richiede la


presenza di un gradiente di pressione, questo gradiente è analogo
alla differenza di pressione tra le due estremità di un tubo attraverso
il quale scorre un liquido. Il flusso (F) attraverso il tubo è
direttamente proporzionale (∞) al gradiente di pressione (⍍P):
FLUSSO ∝ ⍍P dove ⍍P = P1-P2
Questa relazione afferma che quanto più elevato è il gradiente di
pressione tanto è maggiore il flusso di liquido. Un gradiente di
pressione indica un concetto differente rispetto a quello che è il valore
assoluto della pressione in un dato sistema.
In un sistema ideale un corpo in movimento rimarrebbe nel suo stato
di moto ma non esistono sistemi ideali in un organismo vivente dal
momento che tutti i movimenti generano attrito. Il sangue che scorre
lungo i vasi sanguigni incontra attrito dovuto alle pareti dei vasi e
alle cellule presenti nel sangue stesso che sfregano l’una contro l’altra
durante il movimento. La tendenza del sistema cardiovascolare a
opporsi al flusso ematico è detta RESISTENZA (R), il sangue tende a
fluire preferenzialmente attraverso le vie a resistenza minore. Un
aumento della resistenza di un vaso sanguigno risulta in una
diminuzione del flusso in quel vaso:
FLUSSO η 1/R
Questa espressione afferma che il flusso è inversamente
proporzionale alla resistenza: se la resistenza aumenta il flusso
diminuisce e se la resistenza diminuisce il flusso aumenta.
Quali sono i parametri che determinano la resistenza? Per un liquido
che scorre in un tubo la resistenza è influenzata da tre componenti:
- Il raggio del tubo (r)
- La lunghezza del tubo (L)
- La viscosità del liquido (η)
Legge di Poiseuille mostra la relazione tra questi fattori:

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R = 8Lη/π r^4 8/π è una costante, può essere omesso


R ∝ L η/r^4
Questa espressione afferma che 1) la resistenza offerta da un tubo
allo scorrimento di un fluido aumenta con l’aumentare della
lunghezza del tubo 2) la resistenza aumenta quando la viscosità del
liquido aumenta 3) la resistenza diminuisce quando il raggio del tubo
aumenta

Un piccolo cambiamento nel raggio di un tubo ha un grande effetto sul


flusso di un liquido lungo questo tubo. Un piccolo cambiamento nel
raggio di un vaso sanguigno ha un grande effetto sulla resistenza al
flusso ematico offerto da quel vaso. Una diminuzione nel diametro di un
vaso sanguigno è detta VASOCOSTRIZIONE, un aumento del diametro
del vaso è detto VASODILATAZIONE. La vasocostrizione riduce il flusso
ematico attraverso un vaso e la vasodilatazione lo aumenta.
FLUSSO ∝ ⍍P/R
Sta a significare: il flusso di sangue nel sistema cardiovascolare è
direttamente proporzionale al gradiente di pressione nel sistema e
inversamente proporzionale alla resistenza del sistema al flusso. Se il
gradiente di pressione resta costante allora il flusso varia in modo
inverso rispetto alla resistenza.
Per flusso normalmente si intende PORTATA: il volume di sangue che
passa per un dato punto del sistema nell’unità di tempo. Nella
circolazione il flusso viene espresso in litri al minuto (L/min) o
(mL/min), per esempio il sangue che fluisce attraverso l’aorta di un
uomo a 70 kg a riposo è circa di 5 L/min.
La VELOCITA’ DI FLUSSO ( velocità): la distanza che un dato volume di
sangue percorre nell’unità di tempo, si misura in base a quanto
rapidamente il sangue scorre attraverso un punto (la portata misura

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quanto, cioè volume, sangue fluisce attraverso un unto in un dato


periodo di tempo.
La resistenza che esiste tra velocità di flusso (v),portata (Q) e area della
sezione trasversa di un tubo (A) è espressa dall’equazione:
v= Q/A
afferma: la velocità di flusso attraverso un tubo è uguale alla portata
diviso l’area della sezione trasversa del tubo. In un tubo di diametro
costante (con area della sezione trasversa fissa), la velocità è
direttamente correlata alla portata. In un tubo di diametro variabile se
la portata è costante la velocità varia in modo inverso rispetto al
diametro (la velocità è maggiore in sezioni strette e minore in sezioni
più ampie).
Ma quanto velocemente è necessario che il liquido scorra per mantenere
quella portata? Il liquido scorre più rapidamente attraverso le sezioni
strette del tubo che attraverso le sezioni di maggiore diametro.

Il cuore genera pressione quando si contrae e pompa sangue nel


distretto arterioso del sistema circolatorio. Le arterie agiscono come
riserve di pressione durante la fase di rilasciamento del
cuore,mantenendo la pressione arteriosa media (PAM) che è la forza di
spinta principale del flusso ematico. La pressione arteriosa media è
influenzata da due parametri:
- GITTATA CARDIACA (volume di sangue che il cuore pompa in un
minuto)
- Resistenza periferica (resistenza offerta dai vasi sanguigni al flusso
di sangue)
Pressione arteriosa media ∝ gittata cardiaca X resistenza periferica

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MIOCARDIO e CUORE
Il cuore è un organo muscolare grande quanto un pugno,collocato al
centro della cavità toracica. L’apice appuntito del cuore è in basso
piegato verso la parte sx del corpo mentre la base è in alto,dietro lo
sterno. (base di un cono: parte terminale, apice: estremità appuntita).
All’interno della cavità toracica il cuore si trova su lato ventrale, tra i
due polmoni con l’apice a contatto con il diaframma. È avvolto da una
sacca membranosa resistente: PERICARDIO. Uno strato sottile di liquido
pericardico trasparente all’interno del pericardio lubrifica la superficie
esterna del cuore mentre questo batte all’interno della sacca.
L’infiammazione del pericardio (pericardite) può ridurre questa
lubrificazione al punto che il cuore sfrega contro il pericardio
generando un rumore detto sfregamento pericardico.
È composto principalmente da muscolo cardiaco (MIOCARDIO)
ricoperto da strati esterni e interni di epitelio e tessuto connettivo. Visto
dall’esterno la maggior parte del cuore è costituita dalle spesse pareti
muscolari dei ventricoli,le due camere inferiori. Gli atri con pareti più
sottili si trovano sopra i ventricoli.
Tutti i vasi sanguigni principali originano dalla base del cuore. L’aorta e
il TRONCO POLMONARE (arteria) portano il sangue dal cuore
rispettivamente ai tessuti e ai polmoni. La vena cava e le vene polmonari
riportano il sangue al cuore.
Osservando il cuore frontalmente: le vene polmonari sono nascoste
dietro grandi vasi. Sulla superficie dei ventricoli ci sono solchi profondi
che contengono le ARTERIE CORONARIE e le VENE CORONARIE che
forniscono sangue al miocardio.
Le parti dx e sx del cuore sono separate da un setto (SETTO
INTERATRIALE e SETO INTERVENTRICOLARE). Il sangue presente da
un lato del cuore non si mescola con quello dell’altro lato. Anche se il
flusso ematico nel cuore sx sia separato dal flusso nel cuore dx, le due

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parti si contraggono in modo coordinato (PRIMA GLI ATRI INSIEME,poi


i VENTRICOLI).
Il sangue fluisce dalle vene negli atri e da lì attraverso le valvole
unidirezionali nei ventricoli che costituiscono le camere di pompaggio. Il
sangue lascia il cuore attraverso il tronco polmonare.
Una seconda serie di valvole è situata alle uscite dei ventricoli in modo
che il sangue non possa fluire nel cuore una volta che è stato eiettato. Il
sangue entra in ogni ventricolo dall’alto della camera ma allo stesso
modo ne esce. Questo avviene perché durante lo sviluppo il cuore
tubulare embrionale si ripiega su se stesso facendo si che le arterie
(attraverso le quali il sangue esce dal cuore) siano localizzate vicine alla
parte alta dei ventricoli. Ciò significa che i ventricoli si contrarranno a
partire dall’apice verso la base in modo che il sangue venga pompato
verso la parte superiore del cuore.
Quattro anelli di tessuto connettivo fibroso circondando quattro valvole
del cuore, costituiscono sia l’origine sia l’inserzione del muscolo
cardiaco, una sistemazione che quando i ventricoli si contraggono tira
insieme facendoli avvicinare l’apice e la base del cuore.
Il T.C fibroso agisce come isolante elettrico bloccando la trasmissione
dei segnali elettrici tra gli atri e i ventricoli. La presenza di questo
tessuto fibroso permette ai segnali elettrici di scorrere non
disperdendosi verso l’apice facendo si che la contrazione nel cuore
avvenga dal basso verso l’alto.
IL SANGUE FLUISCE IN UNA SOLA DIREZIONE: due serie di valvole lo
assicurano.
Una serie (le VALVOLE ATRIOVENTRICOLARI) si trova tra gli atri e i
ventricoli, la seconda (VALVOLE SEMILUNARI) tra i ventricoli e le
arterie. Hanno la stessa funzione: impedire il flusso retrogrado del
sangue.
L’apertura tra ogni atrio e il suo ventricolo è regolato da una valvola
atrioventricolare (AV), formata da lembi sottili di tessuto unito alla base

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a un anello di T.C. I lembi sono ispessiti ai margini e sono connessi al lato


ventricolare attraverso tendini ricchi di collagene ( CORDE TENDINEE).
Queste si saldano ai margini dei lembi delle valvole. Le estremità
opposte delle corde sono inserite su estensioni di muscolo ventricolare
simili a montagnole (MUSCOLI PAPILLARI), danno stabilità alle corde
ma non sono in grado di aprire e chiudere le valvole AV. Le valvole si
aprono o chiudono passivamente quando vengono spinte dal sangue che
scorre.
Quando un ventricolo si contrae il sangue spinge contro la faccia
inferiore della valvola AV e la forza verso l’alto in posizione di chiusura.
Le corde impediscono che la valvola venga spinta all’indietro nell’atrio
(condizione “prolasso”: le corde non funzionano e la valvola è spinta
indietro nell’atrio durante la contrazione ventricolare).
Le due valvole AV non sono identiche: la valvola che separata l’atrio dx
e ventricolo dx è dotata di tre lembi (VALVOLA TRICUSPIDE), la valvola
tra atrio sx e ventricolo sx ha solo due lembi (VALVOLA BICUSPIDE o
MITRALE).
Le valvole semilunari separano i ventricoli dalle arterie principali. La
VALVOLA AORTICA si trova tra il ventricolo sx e l’aorta, la valvola
polmonare tra ventricolo dx e tronco polmonare. Ogni valvola
semilunare ha tre lembi a forma di coppa in grado di chiudersi a scatto
quando il sangue nel tentativo di fluire nel ventricolo le riempe. Le
valvole semilunari non hanno la necessità di avere tendini di T.C a
differenza delle valvole AV.
La maggior parte del cuore è composto dalle cellule muscolari cardiache
o miocardio: la maggior parte del muscolo cardiaco è contrattile ma
circa l’1% delle cellule miocardiche è specializzato nel generare
spontaneamente potenziale d’azione. Queste cellule conferiscono al
cuore la capacità di contrarsi senza alcun stimolo .
Il cuore può contrarsi senza una connessione con altre parti del corpo
perché il segnale per la contrazione è MIOGENO (si origina all’interno
del muscolo cardiaco stesso). Il segnale per la contrazione miocardica

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non viene dal SN ma dalle cellule miocardiche specializzate dette


CELLULE AUTORITMISCHE o chiamate anche pacemaker (segnapassi)
perché regolano la frequenza del battito cardiaco.
Cellule auto ritmiche: più piccole,contengono poche fibre contrattili,
poiché non presentano sarcomeri organizzati non contribuiscono alla
forza prodotta dalla contrazione del cuore.
Cellule contrattili: composte da muscolatura striata con le fibre
contrattili organizzate in sarcomeri.
Il miocardio differisce in maniera significativa dal muscolo scheletrico e
condivide alcune proprietà con la muscolatura liscia:
1. Le fibre muscolari cardiache sono più piccole rispetto alle fibre
muscolari scheletriche e presentano un singolo nucleo.
2. Le singole cellule muscolari cardiache si diramano e si connettono
alle cellule adiacenti tramite le loro estremità per formare una
complessa rete. Le giunzioni cellulari note come dischi intercalari
consistono di membrane interdigitate, hanno due componenti
(desmosomi -che sono robuste connessioni cheh legano insieme
cellule adiacenti permettendo alla forza generata in una cellula di
essere trasfrita a quella accanto-, giunzioni comunicanti o gap
junctions).
3. Le giunzioni comunicanti nei dischi connettono elettricamente le
cellule del miocardio adiacenti. Permettono alle onde di
depolarizzazione di diffondere rapidamente da cellula a cellula in
modo che tutte le cellule del muscolo cardiaco si contraggono
quasi simultaneamente (il miocardio assomiglia al muscolo liscio
unitario).
4. I tubuli T delle cellule miocardiche sono più grandi di quelle delle
cellule muscolari e si ramificano all’interno delle cellule
miocardiche
5. Il reticolo sarcoplasmatico delle cellule miocardiche è più piccolo
rispetto a quello del muscolo scheletrico rispecchiando il fatto che

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la contazione dei cardiomiotici dipende in parte dal Ca


extracellulare (il miocardio assomiglia al muscolo liscio).
6. I mitocondri occupano un terzo del V cellulare di una fibra
contrattile cardiaca (riflette l’elevatata richiesta energetica di
queste cellule: il muscolo cardiaco consuma il 70-80% dell’ossigeno
portato dal sangue).
Il solo modo per aumentare l’apporto di ossigeno per la prestazione del
muscolo cardiaco è quello di incrementare il flusso di sangue.

CONTRAZIONE
L’acetilcolina proveniente da un motoneurone somatico genera un
potenziale d’azione nel muscolo scheletrico che a sua volta dà inizio al
processo noto come accoppiamento eccitazione-contrazione (E-C).
Anche nel muscolo cardiaco il potenziale dà inizio all’accoppiamento E-
C ma il potenziale d’azione si origina spontaneamente nelle cellule
pacemaker cardiache e si propaga alle cellule contrattili attraverso le
giunzioni comunicanti.
Un potenziale d’azione che raggiunge una cellula contrattile diffonde
lungo il sarcolemma e nei tubuli T dove induce l’apertura dei canali per
il Ca voltaggio-dipendenti di tipo L sulla membrana cellulare. Il Ca entra
nella cellula attraverso questi canali muovendosi secondo il gradiente di
concentrazione. L’ingresso del calcio promuove l’apertura dei canali di
rilascio del Ca – recettori per la rianodina (RyR) nel reticolo
sarcoplasmatico. Questo processo di accoppiamentoE-C nel muscolo
cardiaco è anche detto RILASCIO DEL CA – INDOTTO (CICIR). Quando i
canali RyR si aprono, il Ca presente nel reticolo sarcoplasmatico viene
rilasciato nel citosol, generando una “scarica” di Ca che può essere
evidenziata utilizzando speciali metodi biochimici. Scariche multipli
provenienti da diversi canali RyR si sommano per creare il segnale di Ca.

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Il Ca rilasciato dal reticolo sarcoplasmatico fornisce circa il 90% del Ca


necessario alla contrazione muscolare, mentre il rimanente 10% entra
nella cellula dal liquido extracellulare. Il Ca diffonde nel citosol verso gli
elementi contrattili dove si lega alla troponina dando inizio al ciclo di
formazione di ponti trasversali e quindi alla contrazione.
La contrazione del miocardio avviene con lo stesso meccanismo di
scorrimento dei filamenti che ha luogo nel muscolo scheletrico.
Il RILASCIAMENTO del muscolo cardiaco è simile a quello che si verifica
nel muscolo scheletrico: nel momento in cui la concentrazione di Ca
citoplasmatico diminuisce il Ca si stacca dalla troponina, la miosina
rilascia l’actina e i filamenti contrattili scorrono indietro alla loro
posizione di rilasciamento. Il Ca è ritrasportato nel reticolo
sarcoplasmatico grazie a una Ca –ATPasi. Nel miocardio il Ca viene
anche rimosso dalla cellula tramite lo scambiatore Na-Ca (NCX). Per
ogni ione Ca che esce dalla cellula contro il proprio gradiente
elettrochimico tre ioni Na entrano nella cellula secondo il loro gradiente
elettrochimico. Il Na che entra nella cellula durante questo
trasferimento è rimosso grazie alla Na-K-ATPasi.

Una proprietà fondamentale delle cellule del muscolo cardiaco è la


capacità di una singola cellula muscolare di eseguire CONTRAZIONI
GRADUATE nelle quali la cellula varia l’entità della forza che può
generare. (nella muscolatura scheletrica la contrazione in una singola
cellula è di tipo tutto-o-nulla per una determinata lunghezza iniziale
della fibra). La forza generata da un muscolo cardiaco è proporzionale
al numero di ponti trasversali attivi. Il numero di ponti trasversali attivi
è determinato dalla quantità di Ca legata alla troponina.
Se le concentrazioni di Ca citosolico sono basse alcuni ponti trasversali
non vengono attivati e la forza di contrazione è piccola. Se nella cellula
entra Ca addizionale dal liquido extracellulare una maggior quantità di

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Ca viene rilasciata dal reticolo sarcoplasmatico. Questa quota


aggiuntiva di Ca si lega alla troponina promuovendo la capacità della
miosina di formare altri ponti trasversali con l’actina e generare
ulteriore forza. Un altro fattore che influenza la forza di contrazione nel
miocardio è la lunghezza del sarcomero all’inizio della contrazione. Nel
cuore l’allungamento delle singole fibre è una funzione della quantità di
sangue presente nelle camere cardiache. La relazione tra forza
sviluppata e volume ventricolare è una proprietà importante della
funzionalità cardiaca.
Il muscolo cardiaco come il muscolo scheletrico e i neuroni è un tessuto
eccitabile con la capacità di generare potenziali d’azione. Ciascuno dei
due tipi di cellule muscolari cardiache ha un potenziale d’azione distinto
la cui forma varierà in funzione della posizione sul cuore in cui viene
registrato. In entrambi i tipi di cellule (CARDIACHE e CONTRATTILI) il
Ca svolge un ruolo importante nel potenziale d’azione a differenza di
quanto si verifica nel muscolo scheletrico e nei neuroni.
CELLULE CONTRATTILI MIOCARDICHE: i loro potenziali d’azione sono
simili per vari aspetti a quelli dei neuroni e del muscolo scheletrico. La
fase di depolarizzazione rapida del potenziale d’azione è il risultato
dell’ingresso del Na e la successiva fase di ripolarizzazione è dovuta al K
che esce dalla cellula. La differenza princiapale tra il potenziale della
cellula miocardica e quello della fibra muscolare scheletrica o di un
neurone è che nella cellula miocardica il potenziale d’azione è
prolungato dall’ingresso di Ca.
Potenziali d’azione prolungati:
- FASE 4: POTENZIALE DI MEMBRANA A RIPOSO. Le cellule
contrattili miocardiche hanno un potenziale di riposo stabile circa
-90 mV.
- FASE 0: DEPOLARIZZAZIONE. Quando un’onda di depolarizzazione
diffonde in una cellula contrattile attraverso le giunzioni
comunicanti il potenziale di membrana diventa più positivo. I
canali del Na voltaggio-dipendenti si aprono permettondo al Na di

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entrare nella cellula di depolarizzazione rapidamente. Il


potenziale di membrana raggiunge circa +20 mV prima che i
canali si chiudano. Questi canali del Na sono a doppia porta simili
ai canali del Na voltaggio-dipendenti presenti negli assoni.
- FASE 1: RIPOLARIZZAZIONE INIZIALE. Quando i canali del Na si
chiudono la cellula comincia a ripolarizzarsi mentre il K esce
attraverso i canali del K aperti.
- FASE 2: IL PLATEAU. La ripolarizzazione iniziale è breve, il
potenziale d’azione raggiunge un plateau come risulato di due
eventi: diminuzione della permeabilità al K e l’aumento della
permeabilità del Ca. I canali del Ca voltaggio-dipendenti attivati
dalla depolarizzazione si sono aperti lontanamente durante la
FASI 0 e 1. Quando alla fine si aprono completamente il Ca entra
nella cellula, nello stesso tempo alcuni canali “rapidi” del K si
chiudono. La combinazione dell’ingresso di Ca e della ridotta uscita
di K fanno sì che il potenziale d’azione raggiunga un plateau.
- FASE 3: RIPOLARIZZAZIONE RAPIDA. Il plateau termina quando i
canali del Ca si chiudono e la permeabilità al K aumenta ancora
una volta. I canali “lenti” del K responsabili di questa fase sono
simili a quelli dei neuroni: sono attivati da una depolarizzazione
ma hanno una cinetica di apertura lenta. Quando questi canali
lenti si aprono il K esce velocemente riportando la cellula al suo
potenziale di riposo (fase 4).
L’ingresso di Ca durante la fase 2 prolunga la durata del potenziale
d’azione miocardico. Un potenziale d’azione tipico in un neurone o in
una cellula muscolo-scheletrica dura da 1 a 5 ms. In una cellula
miocardica contrattile il potenziale d’azione dura 200ms o più.
La presenza di un potenziale d’azione prolungato aiuta a evitare
l’insorgenza di una contrazione mantenuta nel tempo (tetano),
evitarla è importante perché i muscoli cardiaci devono rilasciarsi tra
una contrazione e la successiva in modo che i ventricoli possan
riempirsi di sangue.

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Il PERIODO REFRATTARIO: periodo di tempo che segue un potenziale


d’azione durante il quale uno stimolo normale non può generare un
secondo potenziale d’azione.
Nel miocardio il potenziale d’azione di lunga durata implica che il
periodo refrattario e la contrazione terminino quasi insieme. Nel
momento in cui si può verificare un secondo potenziale d’azione la
cellula miocardica è quasi completamente rilasciata, non si verifica
nessuna sommazione.
Nel muscolo scheletrico il potenziale d’azione e il periodo refrattario
terminano proprio quando inizia la contrazione, un secondo
potenziale d’azione innescato immediatamente dopo il periodo
refrattario provoca la sommazione delle contrazioni. Se una serie di
potenziali d’azione si verifica in successione rapida il risultato sarà
una contrazione prolungata detta tetano.
CELLULE AUTORITMICHE MIOCARDICHE: cosa conferisce a queste la
capacità unica di generare spontaneamente potenziali d’azione in
assenza di stimoli provenienti dal SN? Questa capacità deriva dal loro
potenziale di membrana instabile che parte da -60 mV e sale
lentamente verso valore soglia.
Questo potenziale di membrana instabile è detto POTENZIALE
PACEMAER perché non si trova mai a un valore costante.
Che cosa rende instabile il potenziale di membrana di queste cellule?
Si pensa che queste cellule contengano canali diversi da quelli degli
altri tessuti eccitabili. Quando il potenziale di membrana cellulare è -
60mV si aprono i canali If che sono permeabili sia al K sia al Na.
Questi canali sono chiamati canali If perché permettono alla corrente
(I) di fluire con una cinetica particolare, appartengono alla famiglia
dei canali HCN o canali attivati da iperpolarizzazione e regolati da
nucleotidi ciclici. Quando i canali If si aprono a potenziali di
membrana negativi il Na che entra supera il K che esce. L’ingresso
netto di cariche + depolarizza lentamente la cellula auto ritmica. Nel
momento in cui il potenziale di membrana divent più positivo i canali

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If si chiudono gradualmente e alcuni canali del Ca si aprono, l’igresso


di Ca continua la depolarizzazione e il potenziale di membrana si
sposta verso il valore soglia. Quando il potenziale raggiunge la soglia
si aprono altri canali del Ca, il Ca entra velocemente nella cellula
generando la fase di depolarizzazione rapida del potenziale d’azione.
Quando i canali del Ca si chiudono al picco del potenziale d’azione i
canali lenti del K si aprono, ne consegue l’efflusso di K che risulta
responsabile della fase di ripolarizzazione del potenziale d’azione
auto ritmico. Questa fase è simile alla ripolarizzazione negli altri tipi
di cellule eccitabili.
La velocità alla quale le cellule pacemaker si depolarizzano
determina la frequenza alla quale il cuore si contrae (frequenza
cardiaca), l’intervallo di tempo tra i potenziali d’azione può essere
modificato alterando la permeabilità delle cellule auto ritmiche ai
differenti ioni il che a sua volta induce una variazione nella durata
del potenziale pacemaker.

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CUORE come un pompa


Come può una minuscola cellula auto ritmica non contrattile far si che
l’intero cuore batta?
Le cellule miocardiche devono depolarizzarsi e contrarsi in modo
coordinato perché il cuore generi una forza sufficiente a far circolare
il sangue. La comunicazione elettrica nel cuore inizia con un potenziale
d’azione che si genera in una cellula auto ritmica. La depolarizzazione si
diffonde rapidamente alle cellule adiacenti attraverso le gap junctions
nei dischi intercalari. L’onda di depolarizzazione è seguita da un’onda di
contrazione che interessa prima gli atri per poi propagarsi verso i
ventricoli.
La depolarizzazione comincia nel NODO SENOATRIALE (noso SA),
nell’atrio dx dove sono localizzate le cellule auto ritmiche che
rappresentano il pacemaker principale del cuore, l’onda di
depolarizzazione si propaga velocemente lungo un sistema di
conduzione specifico di fibre auto ritmiche non contrattili. Una via
internodale ramificata connette il nodo SA al NODO
ATRIOVENTRICOLARE (nodo AV), un gruppo di cellule auto ritmiche
localizzate vicino al pavimento dell’atrio dx.
Dal novo AV la depolarizzazione si sposta ai ventricoli.
Le FIBRE DI PURKINJE, cellule di conduzione specializzate dei ventricoli
trasmettono segnali elettrici rapidamente lungo il FASCIO
ATRIOVENTRICOLARE (fascio AV o FASCIO DI HIS) nel setto
atrioventricolare. Le fibre di questi si dividono in branche sinistra e
destra. Le fibre delle branche continuano verso il basso all’apice del
cuore dove si dividono in fibre di Purkinje sempre più piccole che si
diramano tra le cellule contrattili.
Il segnale elettrico passa dal nodo AV attraverso il fascio AV e le branche
fino all’apice del cuore. Le fibre di Purkinje trasmettono gli impulsi
rapidamente a una velocità di 4 ms così che tutte le cellule contrattili
nell’apice si contraggono quasi simultaneamente.

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Quale ragione fisiologica è alla base del fatto che i segnali elettrici sono
convogliati tutti al nodo AV? Perché non permettergli di diffondere verso
il basso dagli atri?
Il sangue è pompato fuori dai ventricoli attraverso gli sbocchi arteriosi
posti nella parte superiore delle camere. Se i segnali elettrici dagli atri
fossero direttamente condotti nei ventricoli questi inizierebbero la
contrazione dall’alto. Il sangue sarebbe spinto verso il basso e verrebbe
intrappolato in fondo ai ventricoli, la contrazione dall’apice alla base
spinge il sangue verso gli arteriosi ostii (orfizio con cui un condotto
termina) posti alla base del cuore. L’eiezione del sangue ai ventricoli è
facilitata dall’organizzazione a spirale dei muscoli nelle pareti, nel
momento in cui questi muscoli si contraggono spingono l’apice e la base
del cuore più vicini tra loro sospingendo il sangue fuori dalle aperture
situate nella parte superiore dei ventricoli.
Una seconda funzione del nodo AV è quella di ritardare leggermente la
trasmissione dei potenziali d’azione permettendo agli atri di completare
la loro contrazione prima dell’inizio della contrazione ventricolare. Il
RITARDO DEL NODO AV è determinato da un rallentamento della
conduzione attraverso le cellule nodali. I potenziali d’azione si
propagano a una velocità che è circa 1/20 di quella alla quale si
propagano i potenziali d’azione attraverso la via internodale atriale.

Le cellule del nodo SA regolano il battito cardiaco. Perché è il pacemaker


più veloce quello che determina la frequenza del battito cardiaco? Nel
cuore il segnale per seguire il “capofila” è il segnale elettrico inviato dal
nodo SA alle altre cellule perché quello più veloce e quindi determina la
frequenza cardiaca. Se questo nodo viene danneggiato e non riesce a
funzionare uno dei pacemaker più lenti nel cuore perde il controllo. La
frequenza cardiaca allora adegua il ritmo al nuovo pacemaker, è
possibile per differenti parti del cuore seguire differenti pacemaker. In
una condizione nota come BLOCCO CARDIACO COMPLETO la
conduzione di segnali elettrici dagli atri ai ventricoli attraverso il nodo

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AV è interrotta. Il nodo SA si attiva a una frequenza di 70 battiti al min,


ma quei segnali non raggiungeranno mai i ventricoli, allora i ventricoli
si coordinano con il loro pacemaker più veloce.
Le cellule auto ritmiche ventricolari generano potenziali d’azione solo
circa 35 volte al minuto la frequenza alla quale i ventricoli si
contraggono è più lenta rispetto alla frequenza alla quale si
contraggono gli atri. Se la contrazione ventricolare è troppo lenta per
mantenere un adeguato flusso di sangue potrebbe essere necessario
regolare artificialmente il battito per mezzo di un pacemaker inserito
chirurgicamente. (dispositivi che stimolano artificialmente il cuore a
una frequenza predeterminata).
ELETTROCARDIAGRAMMA
È possibile utilizzare elettrodi di superficie per registrare l’ttività
elettrica interna perché le soluzioni saline (come liquido extracellulare
che contiene alta concentrazione di NaCl) sono dei buoni conduttori di
elettricità, queste registrazioni sono dette elettrocardiogrammi (ECG o
EKG), mostrano la somma delle attività elettriche generate dalle cellula
cardiache.
Il padre del moderno ECG è Einthoven, chiamò le onde dell’ECG nel modo
in cui le conosciamo, definì “il triangolo di Einthoven” →un triangolo
ipotetico disegnato intorno al cuore formato dagli elettrodi sistemati su
entrambe le braccia e sulla gamba sx, i lati del triangolo sono numerati
per corrispondere alle tre DERIVAZIONI o coppie di elettrodi usate per
la registrazione.
Un ECG viene registrato usando una derivazione per volta.
Un elettrodo agisce come elettrodo + e un secondo elettrodo come –
della derivazione (il terzo elettrodo è inattivo). Es: nella derivazione I
l’elettrodo sul braccio sx è designato come positivo e quello sul braccio
destro come negativo.
Quando un’onda elettrica che si sposta attraverso il cuore si dirige verso
l’elettrodo positivo l’onda ECG si sposta verso l’alto rispetto alla linea di

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base. Se il movimento netto delle cariche elettriche attraverso il cuore si


dirige verso l’elettrodo negativo il tracciato si sposta verso il basso.
Un ECG è diverso da un singolo potenziale d’azione, un potenziale
d’azione è un evento elettrico che si verifica in una singola cellula
registrato usando un elettrodo intracellulare, un ECG è una
registrazione extracellulare che rappresenta la somma dei numerosi
potenziali d’azione che hanno luogo nel miocardio.
L’ampiezza di un potenziale d’azione e quella di una registrazione
dell’ECG sono diverse. Un potenziale d’azione ventricolare corrisponde a
una variazione di voltaggio di 110 mV, il segnale dell’ECG ha
un’ampiezza di un solo 1 mV quando raggiunge la superficie del corpo
dove sono posizionati gli elettrodi.
Onde dell’ECG: i componenti principali nell’ECG sono due (ONDE =
appaiono come deflessioni sopra o sotto la linea base, SEGMENTI = tratti
della linea base compresi fra due onde, intervalli = combinazioni di onde
e segmenti; le diverse onde dell’ECG riflettono la depolarizzazione o la
ripolarizzazione degli atri e ventricoli).
In un normale ECG registrato con la derivazione I si osservano tre onde
principali:
- Onda P: corrisponde alla depolarizzazione degli atri
- Complesso QRS: trio di onde, rappresenta l’onda progressiva della
depolarizzazione ventricolare, a volte negli ECG normali l’onda P è
assente
- Onda T: rappresenta la ripolarizazione dei ventricoli
La ripolarizzazione atriale non è rappresentata da onde particolari ma
incorporata nel complesso QRS.
Nell’ECG non è possibile affermare se una deflessione in rapporto alla
linea rappresenti la depolarizzazione o la ripolarizzazione. Per es:
l’onda P rappresenta la depolarizzazione atriale e l’onda T rappresenta
la ripolarizzazione ventricolare ma entrambe le onde sono deflessioni al
di sopra della linea base. (Questo è diverso da quanto osservato nelle

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registrazioni del potenziale d’azione di neuroni e fibre muscolari in cui


una deflessione verso l’alto rappresenta sempre una depolarizzazione).
La direzione del tracciato ECG riflette solo l’orientamento del flusso di
corrente rispetto all’asse della derivazione, in differenti derivazioni
alcune onde possono cambiare direzione.
CICLO CARDIACO (ciclo completo di contrazione-rilasciamento)
Dal momento che la depolarizzazione dà inizio alla contrazione
muscolare questi eventi elettrici (onde) di un ECG possono essere
associati con la contrazione o con il rilasciamento (riferiti globalmente
come eventi meccanici nel cuore), gli eventi meccanici del ciclo cardiaco
sono di poco in ritardo rispetto ai segnali elettrici proprio come la
concentrazione di una singola cellula muscolare cardiaca segue nel
tempo il potenziale d’azione che la origina.
Il ciclo cardiaco comincia con ATRI e VENTRICOLI a riposo. L’ECG inizia
con una depolarizzazione atriale, la contrazione atriale inizia durante
la seconda parte dell’onda P e continua durante il segmento P-R,
durante questo segmento i segnali elettrici sono rallentati dal passaggio
attraverso il nodo AV e il fascio AV (ritardo del nodo AV).
La contrazione ventricolare comincia subito dopo l’onda Q e continua
durante l’onda T. I ventricoli sono ripolarizzati durante l’onda T cui fa
seguito il rilasciamento ventricolare. Durante il segmento T-P il cuore è
elettricamente in quiete. ( un ECG è una “vista” elettrica di un oggetto
tridimensionale, le diverse derivazioni forniscono “visuali” elettriche
diverse e danno info circa le differenti regioni del cuore).
L’ECG a 12 derivazioni costituisce oggi lo standard usato in clinica. È
registrato usando varie combinazioni dei tre elettrodi delle derivazioni
più altri sei elettrodi posti sul torace e sul tronco, glie elettrodi
addizionali forniscono info dettagliate circa la conduzione elettrica
cardiaca.
INTERPRETAZIONE degli ECG

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Un ECG fornisce info sulla frequenza cardiaca e sul ritmo cardiaco sulle
velocità di conduzione e sulle condizioni dei tessuti nel cuore. Anche se
ottenere un ECG è semplice, interpretare alcuni dettagli può essere
abbastanza complicato. L’interpretazione di un ECG comincia con le
seguenti domande:
1) Qual è la frequenza cardiaca?
Viene misurata a partire dall’inizio di un’onda P fino all’inizio della
successiva onda P o a partire dal picco di un’onda R al picco della
successiva onda R. Una frequenza cardiaca normale di un soggetto
a riposo è di 60-100 battiti al min. (frequenza più alta del previsto:
tachicardia, frequenza più bassa del previsto: brachicardia).
2) Il ritmo del battito cardiaco è regolare (cioè i battiti si verificano a
intervalli regolari) o irregolare?
Un ritmo irregolare o ARITMIA può risultare da un battito
soprannumerario (extrasistole) benigno o da condizioni più serie
come fibrillazione atriale in cui il nodo SA ha perso la sua funzione
di pacemaker.
3) Sono presenti tutte le onde normali in forma riconoscibile?
4) Esiste un complesso QRS per ciascuna onda P e se sì la lunghezza
del segmento P-R è costante?
Se questo non si verifica potrebbe esistere un problema di
conduzione dei segnali attraverso il nodo AV, nel blocco cardiaco i
potenziali d’azione dal nodo SA a volte non riescono ad essere
trasmessi attraverso il nodo AV ai ventricoli, in queste condizioni
potrebbero comparire una o più onde P che non danno origine a un
complesso QRS. Nelle forme più gravi di blocco cardiaco (III grado)
gli atri si depolarizzano regolarmente a una certa frequenza
mentre i ventricoli si contraggono a una frequenza più bassa.
PATOLOGIE e ECG: gli aspetti più difficili nell’interpretazione
includono la ricerca di cambiamenti minimi, con alterazioni nella
forma e durata delle varie onde o segmenti.
Le ARITMIE cardiache sono una famiglia di patologie che spaziano
da quelle benigne a quelle con conseguenze fatali, sono problemi di
natura elettrica che si verificano durante la generazione o la

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conduzione di potenziali d’azione attraverso il cuore e possono


essere evidenziate tramite ECG, alcune aritmie causate dalla
“perdita di battiti” si verniciano quando il ventricolo non riceve
segnale corretto per contrarsi. Altre come le contrazioni
ventricolari premature (CVP) sono battiti aggiuntivi che
avvengono quando una cellula auto ritmica non appartenente al
nodo SA genera potenziale d’azione fuori sequenza del nodo SA.
Una patologia cardiaca osservata con ECG è la sindrome del Q-T
lungo (LQTS) detta per il prolungamento dell’intervallo Q-T,alcune
sono canalopatie ereditarie nelle quali sono presenti mutazioni nei
canali del Na o del K nelle cellule del miocardio, in altre forme di
LQTS i canali ionici sono normali ma la proteina anchirina-B
responsabile dell’ancoraggio dei canali alla membrana cellulare è
difettosa.

Ogni ciclo cardiaco ha due fasi:


- DIASTOLE: periodo di tempo durante il quale il muscolo si rilascia
- SISTOLE: periodo di tempo durante il quale il muscolo si contrae

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Il sangue scorre da aree a pressione più elevata ad aree a pressione più


bassa, la concentrazione aumenta la pressione nell’interno delle camere
cardiache mentre il rilasciamento la diminuisce.
1) IL CUORE A RIPOSO: DIASTOLE atriale e VENTRICOLARE:
gli atri si stanno riempendo di sangue provenienti dalle vene, i
ventricoli hanno appena completato la contrazione. Nel momento
in cui i ventricoli si rilasciano, le valvole AV tra gli atri e ventricoli
si aprono. Il sangue fluisce per gradiente di pressione dagli atri ai
ventricoli (quando il soggetto è in posizione eretta il contributo
della gravità diventa rilevante). I ventricoli rilasciati si espandono
per facilitare l’ingresso del sangue.
2) Completamento del riempimento ventricolare: SISTOLE ATRIALE
La maggior parte del sangue entri nei ventricoli mentre gli atri
sono rilasciati ma almeno il 20% del riempimento è completato
quando gli atri si contraggono e spingono il sangue nei ventricoli
( questo vale per un apersona a riposo, quando la frequenza
cardiaca aumenta come durante esercizio fisico la contrazione
atriale assume un ruolo rilevante nel riempimento ventricolare).
La sistole atriale o contrazione inizia in seguito all’onda di
depolarizzazione che invade gli atri. L’aumento di pressione che
accompagna una contrazione spinge il sangue nei ventricoli.
Una piccola quantità di sangue viene spinta indietro nelle vene
perché non esistono valvole unidirezionali per bloccare il riflusso
sebbene le aperture delle vene si stringano durante la contrazione
(movimento retrogrado di sangue nelle vene).

3) Fase iniziale della contrazione ventricolare e PRIMO TONO


CARDIACO:
mentre gli atri si contraggono l’onda di depolarizzazione si muove
lentamente attraverso le cellule di conduzione del nodo AV poi
rapidamente lungo le fibre di Purkinje fino all’apice del cuore. La
sistole ventricolare inizia a questo punto con i fasci muscolari
disposti a spirale che spingono il sangue in alto verso la base. Il

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sangue spinge contro la faccia inferiore delle valvoleAV e la forza a


chiudersi. Le vibrazioni che seguono la chiusura delle valvole AV
generano il PRIMO TONO CARDIACO (S1).
Con entrambe le serie di valvole AV e semilunari chiuse il sangue
rimane nell’interno dei ventricoli, i ventricoli continuano a
contrarsi premendo sul sangue (simile a contrazione isometrica in
cui le fibre muscolari creano forza senza generare movimento).
Questa fase è detta CONTRAZIONE VENTRICOLARE
ISOVOLUMETRICA o ISOVOLUMICA per sottolineare il fatto che il
volume di sangue nel ventricolo non cambia.
Mentre i ventricoli iniziano a contrarsi le fibre muscolari atriali si
ripolarizzano e si rilasciano. Quando la pressione atriale scende al
di sotto di quella nelle vene il flusso di sangue riprende dalle vene
agli atri. La chiusura delle valvole AV isola le camere cardiache
superiore e inferiore e ciò significa che il riempimento atriale è
indipendente dagli eventi che hanno luogo nei ventricoli.
4) Il cuore come pompa: EIEZIONE VENTRICOLARE.
Quando i ventricoli si contraggono generano una pressione
sufficiente ad aprire le valvole semilunari e spingere il sangue nelle
arterie. La pressione generata dalla contrazione ventricolare
diventa la forza motrice del flusso ematico. Il sangue raggiunge
una pressione superiore a quella presente nelle arterie e fluisce nel
loro interno spostando in avanti la colonna del sangue arterioso.
Durante questa fase le valvole AV restano chiuse e gli atri
continuano a riempirsi.

5) Rilasciamento ventricolare e SECONDO TONO CARDIACO


Alla fine dell’eiezione ventricolare i ventricoli iniziano a
ripolarizzarsi e si rilasciano,di conseguenza la pressione
ventricolare diminuisce, una volta che la pressione ventricolare
scende al di sotto di quella nelle arterie il sangue inizia a refluire
verso il cuore. Il reflusso del sangue gonfia le cuspidi simili a coppe
delle valvole semilunari spingendole in una posizione di chiusura.

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Le vibrazioni generate dalle valvole semilunari che si costituiscono


il SECONDO TONO CARDIACO S2.
Quando si chiudono le valvole semilunari i ventricoli sono
nuovamente isolati. Le valvole AV restano chiuse a causa della
pressione ventricolare che sebbene diminuita è ancora più elevata
di quella atriale, questo periodo è detto RILASCIAMENTO
VENTRICOLARE ISOVOLUMETRICO perché il volume di sangue nei
ventricoli non cambia.

Un altro modo per descrivere il ciclo cardiaco è quello di


rappresentarloo con un grafico pressione-volume (asse x: variazione di
volume, asse y: variazione di pressione).
Il flusso di sangue nel cuore è regolato dallo stesso principio che regola il
flusso di tutti i liquidi e dei gas: il flusso si sposta da zone a pressione più
elevata a zone a pressione più bassa. Quando il cuore si contrae la
pressione aumenta e il sangue viene spinto dal cuore verso zone a
pressione minore. Il cuore sx genera pressioni più elevate rispetto al dx
che spinge il sangue nel circuito polmonare più breve rispetto a quello
sistemico.
Il ventricolo ha completato la contrazione e contiene la minima quantità
di sangue dell’intero ciclo. Essendo il ventricolo completamente
rilasciato la pressione è al valore minimo, il sangue sta fluendo nell’atrio
dalle vene polmonari. Quando la pressione nell’atrio supera quella
esistente nel ventricolo la valvola mitrale tra l’atrio e il venticolo sx si
apre. Il sangue atriale ora fluisce nel ventricolo aumentando il volume.
Quando il sangue vi fluisce all’interno il ventricolo rilasciato si espande
facilmente facilitandone l’ingresso. Il volume del ventricolo aumenta ma
la sua pressione resta quasi costante.
La parte finale del riempimento ventricolare è completata dalla
contrazione atriale. Il ventricolo ora contiene il massimo volume
sanguigno che avrà durante il ciclo. Il riempimento massimo avviene

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alla fine del rilasciamento ventricolare (DIASTOLE) questo volume è


detto VOLUME TELEDIASTOLICO (EDV).
Quando la contrazione ventricolare inizia la valvola mitrale si chiude.
Con entrambe le valvole AV e semilunari chiuse il sangue nel ventricolo
non ha vie di uscita, il ventricolo però continua a contrarsi aumentando
la pressione in questa camera durante la contrazione isovolumetrica.
Quando la pressione ventricolare supera quella esistente nell’aorta la
valvola aortica si apre. La pressione continua ad aumentare man mano
che il ventricolo si contrae ancora di più mentre il volume ventricolare
diminuisce poiché il sangue è spinto nell’aorta.
Il cuore non si svuota completamente ogni volta che il ventricolo si
contrae: la quantità di sangue residua nel ventricolo alla fine della
contrazione è detta VOLUME TELESISTOLICO (ESV), è la quantità
minima di sangue che il ventricolo contiene durante un ciclo cardiaco.
Alla fine di ogni contrazione ventricolare il ventricolo inizia a rilasciarsi,
così la pressione ventricolare diminuisce. Quando la pressione nel
ventricolo scende al di sotto della pressione aortica le valvole semilunari
si chiudono e il ventricolo torna a essere una camera chiusa. Il resto del
rilasciamento avviene senza cambiamenti nel volume sanguigno, questa
fase è detta rilasciamento isovolumetrico o isovolumico. Quando la
pressione ventricolare scende al di sotto di quella atriale la valvola
mitrale si apre e il ciclo ricomincia. Gli eventi elettrici e meccanici del
ciclo cardiaco → diagramma di Wiggers.

Quale funzione ha il sangue che rimane nei ventricoli alla fine di ogni
contrazione?
Il cuore non lavora al massimo delle sue potenzialità. In caso di una
contrazione energica il cuore può diminuire il suo volume tele sistolico
inviando un’ulteriore quantità di sangue ai tessuti.

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La GITTATA SISTOLICA è la quantità di sangue pompata da un


ventricolo durante una contrazione, è misurata in mL per battito, è
calcolata:
VOLUME DI SANGUE prima della contrazione – VOLUME DI SANGUE
dopo la contrazione = GITTATA SISTOLICA
EDV – ESV = GITTATA SISTOLICA
Per la contrazione medi in un soggetto a riposo:
135 mL – 65 mL = 70 mL
La gittata sistolica non è costante e può aumentare fino a 100 mL
durante esercizio fisico.

Come si può valutare l’efficacia del cuore come pompa?


Un metodo è misurare la GITTATA CARDIACA (GC): il volume di sangue
pompato da un ventricolo in un dato periodo di tempo ( 1 minuto).
Poiché tutto il sangue che lascia il cuore arriva ai tessuti la gittata
cardiaca è un indicatore del flusso ematico tot in tutto l’organismo.
La gittata cardiaca non indica come il sangue viene distribuito ai vari
tessuti, questo aspetto del flusso viene regolato al livello tissutale.
Si calcola:
la FREQUENZA CARDIACA X GITTATA SISTOLICA= GC
per una frequenza cardiaca media a riposo di 72 battiti al minuto e una
gittata sistolica di 70 mL per battito:
GC = 72 battiti al min X 70 mL/battito = 5040 mL/min ( circa 5 L/min)
Il volume sanguigno tot è di 5 litri (in condizioni di riposo un lato del
cuore pompa tutto il sangue presente nell’organismo in un solo minuto).

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La gittata cardiaca è la stessa per entrambi i ventricoli ma se un lato del


cuore comincia a non funzionare correttamente e non è in grado di
pompare sangue in modo efficace (ventricolo diventa “insufficiente”) la
gittata cardiaca dei due ventricoli diventa diseguale: il sangue si
accumula nel distretto circolatorio che arriva al ventricolo più debole.

La FREQUENZA CARDIACA media del cuore in un adulto a riposo è di 70


battiti per minuto (bpm), presenta una variabilità. È generata
autonomamente dalle cellule auto ritmiche nel nodo SA è modulata da
segnali nervosi e ormonali.
Le branche ortosimpatica e parasimpatica del SN autonomo influenzano
la frequenza cardiaca attraverso controllo antagonista. L’attività
parasimpatica rallenta la frequenza mentre quella simpatica l’aumenta.
CONTROLLO PARASIMPATICO: il neurotrasmettitore acetilcolina (ACh)
rallenta la frequenza cardiaca,attiva i recettori colinergici muscarinici
che influenzano i canali K e Ca nella cellula pacemaker. La permeabilità
al K aumenta, iperpolarizzando la cellula in modo che il potenziale
pacemaker inizi un valore più negativo. Nello stesso tempo la
permeabilità al Ca della cellula pacemaker diminuisce.
La riduzione della permeabilità agli ioni Ca diminuisce la velocità di
depolarizzazione del potenziale pacemaker.
La combinazione dei due effetti fa sì che la cellula impieghi più tempo a
raggiungere la soglia ritardando l’inizio del potenziale d’azione nella
cellula pacemaker e rallentando la frequenza cardiaca.
CONTROLLO SIMPATICO: la stimolazione a opera del simpatico delle
cellule pacemaker accelera la frequenza cardiaca. Le catecolamine
NORADRENALINA (rilasciata dai neuroni simpatici) e l’ADRENALINA
(rilasciata dalla midollare del surrene) aumentanto il flusso ionico sia
attraverso i canali If sia quelli del Ca.

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L’ingresso più rapido di cationi accelera la frequenza di


depolarizzaizone delle cellule pacemaker facendo si che la cellula
raggiunga la soglia più velocemente e aumentando la frequenza di
innesco del potenziale d’azione.
Quando la cellula pacemaker innesca i potenziali di azione più
rapidamente la frequenza cardiaca aumenta.
Le catecolamine esercitano la loro azione legandosi e attivando i
recettori adrenergici beta 1 localizzati sulle cellule auto ritmiche, questi
recettori utilizzano il sistema del secondo messaggero AMPc per
alterare le proprietà di trasporto dei canali ionici. Nel caso dei canali If
che sono canali nucleotidi ciclici-dipendenti l’AMPc stesso è il
messaggero. Quando l’AMPc si lega per aprire i canali If essi rimangno
aperti più a lungo. L’aumento di permeabilità agli ioni Na e Ca durante
la fase di potenziale pacemaker accelera la depolarizzaizone e la
frequenza cardiaca.
CONTROLLO TONICO: è dominato dal parasimpatico. Può essere
dimostrato sperimentalmente bloccando l’influenza del sistema
autonomo sul cuore. Quando tutti i segnali provenienti dal simpatico e
dal parasimpatico vengono bloccati la frequenza di depolarizzazione
spontanea del nodo SA è di 90-100/min.
Per ottenere frequenza cardiaca a riposo di 70 battiti al minuto
l’attività parasimpatica dovrà esercitare la sua azione riducendo il
valore di frequenza intrinseca del nodo sa di 90 battiti al min..
Un aumento della frequenza cardiaca può essere ottenuto in due modi:
- Diminuire l’attività parasimpatica: dal momento che l’influenza
parasimpatica agisce sulle cellule auto ritmiche la frequenza
cardiaca aumenta fino a raggiungere i 90-100 battiti al minuto
(valore che corrisponde alla loro frequenza intrinseca di
depolarizzazione).
- Attivazione del sistema simpatico: noradrenalina e adrenalina
agendo sui recettori beta1 aumentano la velocità di

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depolarizzazione delle cellule auto ritmiche e anche la frequenza


cardiaca.
Entrambe le branche del SN autonomo sono in grado di modulare anche
la velocità di conduzione attraverso il nodo AV. L’acetilcolina secreta dai
neuroni parasimpatici rallenta la conduzione di potenziali d’azione
attraverso il nodo AV aumentando così il ritardo della trasmissione a
livello del nodo AV. Al contrario l’adrenalina e la noradrenalina
accelerano la conduzione dei potenziali d’azione attraverso il nodo AV e
il sistema di conduzione.

La gittata sistolica (volume di sangue pompato da ciascun ventricolo a


ogni contrazione) è direttamente correlata alla forza generata dal
muscolo cardiaco durante la contrazione.
Quando la forza di contrazione aumenta, la gittata sistolica aumenta.
Nel cuore isolato la forza di contrazione ventricolare è influenzata da
due parametri:
- Lunghezza fibre muscolari all’inizio della contrazione

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- Contrattilità cardiaca
Il volume di sangue nel ventricolo all’inizio della contrazione (volume
tele diastolico) determina il livello massimo di stiramento dei
cardiomiotici ventricolari.
La contrattilità: capacità intrinseca delle fibra del muscolo cardiaco di
contrarsi, è una funzione dell’interazione del Ca con i filamenti
contrattili.
La relazione lunghezza-tensione osservata in un muscolo striato può
essere anche vista nel cuore intatto:
all’aumentare dello stiramento della parete ventricolare aumenta anche
il volume della gittata sistolica. Se una quantità di sangue aggiuntiva
entra nei ventricoli le fibre muscolari si allungano ulteriormente e si
contraggono con maggiore forza eiettando più sangue. Il grado di
stiramento miocardico prima dell’inizio della contrazione è detto
PRECARICO sul cuore (questo allungamento presenta il carico imposto
alla muscolatura cardiaca prima che essa si contragga).
Questa relazione fu descritta da Frank, ripresa da Starling il quale
collegò un preparato cuore-polmone prelevato da un cane a un
serbatoio di sangue in modo da poter regolare il volume di sangue che
tornava nel cuore, scoprì che in assenza di qualsiasi controllo nervoso o
ormonale il cuore pompava tutto il sangue proveniente dal serbatoio.
La relazione è rappresentata dalla CURVA di STERLING: l’asse x
rappresenta il volume tele diastolico, è indice dello stiramento dei
ventricoli e della lunghezza del sarcomero. L’asse y rappresenta la
gittata sistolica ed è un indicatore della forza di contrazione.
Il grafico mostra che la gittata sistolica è proporzionata all’EDV, quando
una quantità ulteriore di sangue entra nel cuore il cuore si contrae con
maggiore forza ed espelle più sangue (relazione nota come LEGGE DEL
CUORE DI STERLING-FRANK) → ENTRO I LIMITI FISIOLOGICI IL CUORE
POMPA TUTTO IL SANGUE CHE RICEVE.

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GITTATA SISTOLICA e RITORNO VENOSO:


secondo la legge di Sterling-Frank la gittata sistolica aumenta in
relazione all’aumento del volume tele diastolico, che è determinato dal
ritorno venoso = quantità di sangue che ritorna al cuore dalla
circolazione venosa, è influenzato da tre fattori
1. Contrazione o compressione delle vene che riportano il sangue al
cuore (pompa muscolare scheletrica)
2. Variazioni di pressione nell’addome e nel torace durante la
respirazione (pompa respiratoria)
3. Innervazione simpatica delle vene
POMPA MUSCOLARE SCHELETRICA: è il nome dato all’effetto che la
contrazione dei muscoli scheletrici esercita sulle vene (in particolare
quelle degli arti inferiori) le quali ogni volta che sono compresse
spingono il sangue verso il cuore.

POMPA RESPIRATORIA: è generata dal movimento del torace durante


l’inspirazione. Quando la gabbia toracica si espande e il diaframma si
abbassa verso l’addome la cavità toracica si allarga e sviluppa una
pressione sub-atmosferica. Questa bassa pressione diminuisce la
pressione nella vena cava inferiore nel suo passaggio attraverso il
torace facendo sì che una maggiore quantità di sangue sia richiamata
dalle vene addominali. La pompa respiratoria è agevolata dalla
pressione più elevata esercitata sull’esterno delle vene addominali
quando i visceri addominali sono compressi durante l’inspirazione. La
combinazione di aumento della pressione nelle vene addominali e
diminuzione di pressione nelle vene toraciche aumenta il ritorno venoso
durante l’inspirazione.
La costrizione delle vene a opera dell’attività simpatica è il TERZO
FATTORE influenza il ritorno venoso. Quando le vene si contraggono il
loro volume diminuisce facendo sì che una maggiore quantità di sangue

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torni verso il cuore, con un volume ventricolare maggiore all’inizio della


successiva contrazione il ventricolo si contrae più energicamente
pompando il sangue nel distretto arterioso della circolazione. In questo
modo l’attivazione dell’attività simpatica a livello di vene incrementa la
ridistribuzione del sangue nel distretto arterioso.

Qualsiasi sostanza chimica che influenzi la contrattilità: AGENETE


INOTROPO, il suo effetto è detto EFFETTO INOTROPO. Se una sostanza
aumenta la forza di contrazione si dice che questa ha un effetto inotropo
positivo (adrenalina,noradrenalina,digitale).
Un muscolo può rimanere a una determinata lunghezza ma mostrare
aumento di contrattilità: questa aumenta quando la quantità di calcio
disponibile per la contrazione è maggiore. Si ritiene che l’aumento della
lunghezza del sarcomero renda la muscolatura cardiaca più sensibile al
Ca, se così fosse esisterebbe nesso causale tra lunghezza muscolare e
contrattilità.
Il meccanismo mediante il quale le catecolamine aumentano l’ingresso e
l’accumulo del Ca, esercitando il loro effetto inotropo positivo:
le molecole segnale si legano e attivano recettori adrenergici beta1
presenti sulle membrane delle cellule miocardiche contrattili
aumentando i livelli di AMPc il quale a sua volta attiva una cascata
fosforilativa che ha vari bersagli proteici. La fosforilazione di canali del
Ca voltaggio-dipendenti aumenta la probabilità che questi si aprano e
restino aperti più a lungo permettendo l’ingresso di una maggiore
quantità di Ca nella cellula.
Le catecolamine promuovono l’immagazzinamento del Ca tramite
proteina regolatrice detta FOSFOLOMBANO. La fosforilazione del
fosfolambano aumenta al’attività della Ca- ATPasi nel reticolo
sarcoplasmatico, essa concentra il Ca nel RS, aumentandone la quantità
disponibile per il rilascio di Ca-indotto. Poiché più Ca citosolico
comporta la formazione di un maggior numero di ponti trasversali attivi

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e poiché la forza di contrazione è proporzionale al numero di ponti


trasversali attivi il risultato della stimolazione operata dalle
catecolamine è una contrazione più intensa.
Oltre ad aumentare la forza di contrazione cardiaca le catecolamine
attraverso la fosforilazione del fosfolambano riducono anche la durata
della contrazione. l’aumento dell’attività Ca- ATPasica accelerando la
rimozione di Ca del citosol riduce la durata del legame tra Ca e
troponina e il periodo di formazione dei ponti di miosina. La contrazione
muscolare viene abbreviata.
Un altro meccanismo che potenzia la contrattilità può essere innescato
dalla somministrazione di glicosidi cardiaci (classe di molecole scoperte
nella pianta Digitalis Purpurea). Essi includono la digitossina e il
composto correlato OUABINA una molecola usata nella ricerca per
inibire il sodio.
I glicosidi aumentano la contrattilità rallentando la rimozione di Ca dal
citosol (al contrario delle catecolamine). Questi medicinali altamente
tossici inibiscono l’attività della Na-K-ATPasi in tute le cellule: la
diminuzione dell’attività della pompa del sodio induce la diminuzione
del gradiente di concentrazione di questo ione tra il LEC e il LIC, ciò
comporta la diminuzione dell’energia potenziale disponibile per il
trasporto attivo secondario.
Nella cellula miocardica i glicosidi cardiaci riducono la capacità della
cellula di rimuovere Ca per mezzo dello scambiatore Na-Ca: l’aumento
di Ca citosolico provoca contrazioni miocardiche più potenti.
POSTCARICO = è il carico imposto al ventricolo durante la contrazione.
Riflette sia il precarico sia il lavoro richiesto per spingere il sangue nel
sistema arterioso. La pressione arteriosa media è un indicatore clinico
del postcarico.
La FRAZIONE DI EIEZIONE: è il valore % del volume tele diastolico
eiettato in una contrazione (gittata sistolica/volume telediastolico) è un
parametro che si usa per la valutare la funzione ventricolare. *

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CAPITOLO 15
FLUSSO SANGUIGNO e controllo della pressione arteriosa
Il cuore come costituito da due pompe separate con la parte dx che
pompa il sangue ai polmoni per poi farla tornare al cuore alla parte sx.
La parte sx pompa il sangue attraverso il resto del corpo per farla poi
tornare al cuore dx.
Il sangue che lascia la parte sx del cuore entra nel circolo sistemico. La
pressione prodotta dalla contrazione del ventricolo sx è immagazzinata
nelle pareti elastiche delle arterie e rilasciata lentamente attraverso il

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loro ritorno elastico, questo meccanismo mantiene una pressione


propulsiva per il flusso sanguigno durante il rilasciamento ventricolare
per questa ragione le arterie sono i vasi che agiscono come riserva di
pressione.
A valle delle arterie ci sono piccoli vasi detti ARTERIOLE costituiscono la
regione del sistema arterioso dove il flusso ematico incontra la massima
resistenza. Le arteriole controllano la distribuzione del flusso sanguigno
ai singoli tessuti costringendosi e dilatandosi selettivamente (vasi a
restrizione variabile). Il diametro delle arteriore è regolato sia da fattori
locali come le concentrazioni tissutali di ossigeno sia dal SN autonomo e
ormonale.
Quando il sangue fluisce nei capillari il loro epitelio permeabile
permette lo scambio di sostanze tra il plasma,liquidi interstiziali e le
cellule del corpo. Alla fine dei capillari il sangue fluisce nella parte
venosa della circolazione. Le vene agiscono come riserva di volume
dalla quale se la pressione sanguigna scende troppo il sangue può essere
inviato alla parte arteriosa della circolazione. Dalle vene il sangue
ritorna alla parte destra del cuore.
Il flusso sanguigno totale in una sezione trasversale completa della
circolazione è uguale alla gittata cardiaca. Es: se il cuore pompa 5
L/min il flusso totale attraverso i capillari sistemici sarà di 5 L/min, allo
stesso modo il flusso sanguigno attraverso la sezione polmonare della
circolazione è uguale al flusso sanguigno attraverso la circolazione
sistemica.
VASI SANGUIGNI
Le pareti dei vai sono composte da strati di muscolatura liscia, T.C
elastico e T.C fibroso. Il rivestimento interno di tutti i vasi sanguigni è
costituito da un sottile strato di ENDOTELIO. Le cellule endoteliali
secernono agenti paracrini e svolgono un ruolo importante nella
regolazione della pressione del sangue,della crescita dei vasi e nei
processi di trasporto di molte sostanze tra i vasi e i tessuti. Nella
maggior parte dei vasi strati di tessuto connettivo e di muscolo liscio

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circondano l’endotelio, l’insieme di endotelio e tessuto connettivo


elastico formano la TONACA INTIMA.
Il muscolo liscio dei vasi è noto come MUSCOLATURA LISCIA VASALE. La
maggior parte dei vasi contiene muscolatura liscia organizzata in strati
circolari o a spirale.
La VASOCOSTRIZIONE determina una riduzione del diametro del lume
dei vasi, la VASODILATAZIONE un aumento.
Nella maggior parte dei vasi le cellule muscolari lisce mantengono
costantemente uno stato di parziale contrazione(TONO MUSCOLARE).
La contrazione della muscolatura liscia come quella del muscolo
cardiaco dipende in molti casi dall’ingresso di Ca dal liquido
extracellulare attraverso i canali del Ca. Neurotrasmettitori,ormoni e
sostanze paracrine influenzano il tono della muscolatura liscia
vasale,molti agenti paracrini vasoattivi sono secreti da cellule
endoteliali che rivestono i vasi sanguigni o dai tessuti che circondano i
vasi.
La AORTA e le ARTERIE principali sono caratterizzate da pareti sia
rigide sia elastiche poiché sono dotate di uno spesso strato di
muscolatura liscia e di una grande quantità di tessuto connettivo fibroso
e elastico. A causa della rigidità del tessuto fibroso che compone
l’arteria è necessaria una grande quantità di energia per distenderne la
parete ma questa energia è accumulata durante la distensione delle
fibre elastiche e liberata durante il loro ritorno elastico.
Le arterie e le arteriole sono caratterizzate da percorsi divergenti del
flusso sanguigno: man mano che le arterie si dividono in arterie sempre
più piccole le caratteristiche delle pareti cambiano, esse diventano meno
elastiche e più ricche di muscolatura, la parete delle arteriole contiene
strati di muscolatura liscia che si contrae e si rilascia sotto l’influenza di
numerosi segnali chimici.

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Le arteriole insieme ai capillari e ai piccoli vasi postcapillari (VENULE)


costituiscono la MICROCIRCOLAZIONE. Alcune arteriole si dividono in
vasi detti METARTERIOLE.
La parete delle arteriole vere e proprie presenta uno strato continuo di
muscolatura liscia mentre quella delle metarteriole è solo parzialmente
circondata da muscolo liscio. Il sangue che fluisce attraverso le
metarteriole può prendere due diversi percorsi: se gli anelli muscolari
detti SFINTERI PRECAPILLARI sono rilasciati, il sangue che fluisce in
una metarteriola viene diretto verso i letti capillari adiacenti, se gli
sfinteri sono contratti il sangue proveniente dalle metarteriole evita i
capillari e passa direttamente alla circolazione venosa.
I capillari sono i più piccoli vasi del sistema cardiovascolare,
rappresentano la principale sede di scambio tra il sangue e il liquido
interstiziale. Nelle venule postcapillari all’estremità distale dei capillari
avviene una ridotta % dello scambio. Per facilitare lo scambio di
sostanze i capillari non presentano muscolatura liscia né tessuto
elastico o fibroso, le loro pareti sono costituite da strato monocellulare
di endotelio piatto sostenuto da una matrice extracellulare detta lamina
basale.
Molti capillari sono strettamente associati a cellule dette PERICITI:
queste cellule contrattili altamente ramificate circondano i capillari
formando uno strato esterno simile a una rete tra l’endotelio del
capillare e il liquido interstiziale. Contribuiscono a rendere selettiva la
permeabilità capillare: maggiore è il numero dei periciti minore è la
permeabilità dell’endotelio capillare.
I capillari cerebrali sono circondati da periciti e cellule gliali e il loro
endotelio possiede giunzioni strette, queste caratteristiche sono
responsabili della barriera emato-ecenfalica. Secernono fattori che
influenzano la crescita capillare e possono differenziarsi per diventare
nuove cellule endoteliali o nuove cellule della muscolatura liscia.
La perdita di periciti intorno ai capillari della retina è un sintomo della
retinopatia diabetica, una delle cause della cecità.

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Il sangue fluisce dai capillari in piccoli vasi chiamati VENULE, le più


piccole sono simili ai capillari con un sottile epitelio di scambio e poco
tessuto connettivo. Si distinguono dai capillari solamente per la
direzionalità del flusso. La muscolatura liscia comincia a comparire
nelle pareti delle venule più grandi, dalle venule il sangue fluisce nelle
vene che aumentano di diametro man mano che si avvicinano al cuore.
Le vene più grandi cioè le vene cave si svuotano nell’atrio dx. alcune
vene hanno valvole interne unidirezionali che facilitano il flusso venoso,
queste valvole come quelle cardiache impediscono il flusso retrogrado
del sangue, nelle vene cave non sono presenti valvole.
Le vene sono più numerose delle arterie e hanno un diametro maggiore,
le vene contengono più della metà di tutto il sangue del sistema
circolatorio rappresentando la riserva di volume del sistema
circolatorio. Le vene sono localizzate in una zona più superficiale del
corpo rispetto alle arterie: sono i vasi bluastri che è possibile vedere
sotto pelle. Le vene hanno pareti più sottili delle arterie conmeno tessuto
elastico e di conseguenza si dilatano più facilmente quando si riempono
di sangue.
Durante una venopuntura (prelievo di sangue)viene usato un laccio
emostatico per esercitare una pressione sui vasi, il flusso sanguigno nelle
arterie del braccio a causa della sua elevata pressione non è influenzato
mentre la pressione esercitata dal laccio emostatico interrompe il flusso
nelle vene che hanno una pressione minore, il sangue si accumula nelle
vene superficiali rendendole visibili contro il sottostante tessuto
muscolare.
ANGIOGENESI: processo attraverso il quale si sviluppano nuovi vasi
sanguigni dopo la nascita. Nei bambini la crescita dei vasi è necessaria
per il normale sviluppo, negli adulti ha luogo nel corso della guarigione
delle ferite e nella crescita della mucosa uterina dopo la mestruazione.
È presente anche durante l’allenamento a esercizi di resistenza
incrementando il flusso al muscolo cardiaco e alla muscolatura
scheletrica.

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La crescita di tumori maligni è condizionata dall’angiogenesi: quando


le cellule cancerose invadono i tessuti e si moltiplicano esse stimolano il
tessuto ospite a sviluppare nuovi vasi sanguigni necessari alla crescita
tumorale, senza questi nuovi vasi le cellule localizzate all’interno di una
massa cancerosa non sarebbero in grado di ottenere l’ossigeno e i
nutrienti adeguati e morirebbero.
È controllata da un equilibrio tra citochine angiogeniche e
antiaangiogeniche. Alcuni fattori di crescita tra i quali il fattore di
crescita dell’endotelio vascolare (VEGF) e il fattore di crescita dei
fibroblasti (FGF) promuove l’angiogenesi. Questi fattori di crescita sono
mitogeni (promuovono la mitosi e sono prodotti dalle cellule della
muscolatura liscia e dai periciti). Le citochine inibiscono l’angiogenesi
comprendono l’angiostatina che è un prodotto della proteolisi di una
proteina plasmatica detta plasminogeno e l’endostatina.
La malattia coronarica o coronaropatia: è una condizione nelle quale il
flusso sanguigno è diminuito da depositi di grasso che restringono il
lume delle arterie coronarie. In alcuni individui si sviluppano nuovi vasi
sanguigni che formano una circolaione collaterale che va a integrare il
flusso delle arterie parzialmente ostruite.
PRESSIONE ARTERIOSA
La forza propulsiva che spinge il sangue attraverso il sistema
cardiovascolare è la contrazione ventricolare. Quando il sangue viene
eiettato dal ventricolo sx, l’aorta e le altre grandi arterie si espandono
per accoglierlo. Quando il ventricolo si rilascia e le valvole semiluminari
si chiudono, le pareti delle arterie presentano un ritorno elastico che
spinge i sangue nelle arterie più piccole e nelle arteriole. Sostenendo la
pressione propulsiva del flusso sanguigno durante il rilasciamento
ventricolare le arterie sono responsabili di matenere un flusso continuo
nei vasi sanguigni.
Il sangue obbedisce alle leggi della dinamica dei fluidi, il flusso è
direttamente proporzionale al gradiente di pressione tra due punti
qualsiasi e inversamente proporzionale alla resistenza dei vasi al flusso.

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La pressione sanguigna più elevata è quella esistente nell’aorta,


decresce progressivamente man mano che il sangue fluisce attraverso il
sistema circolatorio. Il decremento della pressione è dovuto alla perdita
di energia conseguente alla resistenza al flusso esercitata dai vasi. La
resistenza al flusso è causata anche dall’attrito tra gli elementi
corpuscolari presenti nel sangue.
Nella circolazione sistemica l’elevata pressione dell’aorta è dovuta alla
presseione generata da ventricolo sx.
La pressione aortica raggiunge in media un valore max di 120 mmHg
durante la sistole ventricolare (PRESSIONE SISTOLICA) poi scende a un
minimo di 80 mmHg durante la diastole ventricolare (PRESSIONE
DIASTOLICA).
La pressione dei ventricoli durante la fase di diastole isovolumica scende
a pochi mmHg mentre la pressione diastolica nelle grandi arterie
rimane relativamente alta. Questo riflette la capacità delle grandi
arterie di immagazzinare energia tramite distensione delle loro pareti
elastiche.
Il rapido aumento di pressione che si verifica quando il ventricolo sx
spinge il sangue nell’aorta può essere percepito come un POLSO o onda
di pressione che si propaga attraverso le arterie piene di liquido. L’onda
di pressione si propaga circa 10 volte più velocemente rispetto al sangue
stesso. La pulsazione percepita nel braccio ha luogo appena più tardi
della contrazione ventricolare che l’ha generata.
L’ampiezza dell’onda pressoria diminuisce con la distanza a causa
dell’attrito e poi scompare all’altezza dei capillari.
La PRESSIONE DIFFERENZIALE misura l’ampiezza dell’onda pressoria è
definita:
PRESSIONE SISTOLICA – PRESSIONE DIASTOLICA = PRESSIONE
DIFFERENZIALE

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Quando il sangue raggiunge i capillari la pressione è diminuita a causa


dell’attrito e non si ha più un’onda pressoria. Il flusso del sangue venoso
è continuo non più pulsatile sospinto dal flusso continuo del sangue dai
capillari. Il sangue a bassa pressione presente nelle vene sotto il livello
del cuore fluisce contro la forza di gravità per tornare al cuore.
Il ritorno del sangue venoso al cuore (RITORNO VENOSO) è coadiuvato
dalle valvole, dalla POMPA MUSCOLARE SCHELETRICA da quella
RESPIRATORIA.
La pressione sanguigna arteriosa riflette l’andamento della pressione
generata dalla pompa cardiaca, poiché la pressione ventricolare è
difficile da misurare di solito assume che la pressione arteriosa riflette
quella ventricolare. Dal momento che la pressione arteriosa è pulsatile si
usa un singolo valore: la PRESSIORE ARTERIOSA MEDIA (PAM) per
rappresentare l’andamento della pressione è uguale
PAM = P diastolica + 1/3 (P sistolica – P diastolica)
La pressione arteriosa media è più vicina alla pressione diastolica che
alla sistolica perché la diastole dura un tempo circa doppio della sistole.
Una pressione arteriosa alta o bassa può essere indice di un problema
nel sistema cardiovascolare. Se la pressione arteriosa scende
troppo(IPOTENSIONE) la forza propulsiva del flusso sanguigno nonè in
grado di contrastare l’azione della forza di gravità, il flusso sanguigno e
l’apporto di ossigeno al cervello non sono adeguati e il soggetto può
provare vertigini o svenire.
Se la pressione sanguigna è elevata (ipertensione) l’alta pressione sulle
pareti dei vasi potrebbe causare la rottura dalle aree più deboli e il
conseguente sanguinamento dei tessuti. Se la rottura di verifica nel
cervello (emorragia cerebrale) può causare la perdita di funzioni
cerebrali una condizione nota come ictus. Se la rottura di un’area più
fragile avviene in una delle arterie principali (es. nell’aorta discendente)
la conseguente rapida perdita di sangue nella cavità addominale

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comporta la caduta della pressione sanguigna al di sotto del livello


minimo critico.
La pressione arteriosa si misura nell’arteria branchiale usando lo
sfingomomanometro: strumento che consiste di un manicotto gonfiabile
e di un misuratore di pressione, il manicotto circonda la parte superiore
del braccio e viene gonfiato finchè non esercita una pressione più alta di
quella sistolica che sospinge il sangue arterioso. Quando la pressione del
manicotto supera quella arteriosa il flusso sanguigno nella parte
inferiore del braccio si blocca. La pressione nel manicotto viene
gradualmente ridotta, quando la pressione nel manicotto scende al di
sotto della pressione arteriosa sistolica, il sangue comincia di nuovo a
fluire, nel momento in cui il sangue inizia a fluire attraverso l’arteria
ancora compressa si cre un flusso turbolento e a ogni onda pressoria è
possibile udire un rumore chiamato TONO DI KOROTKOFF. I toni sono
causati dal flusso turbolento del sangue attraverso l’arteria compressa.
Quando la pressione del manicotto non comprime più l’arteria il flusso
ritorna laminare e il rumore scompare. La pressione alla quale il tono è
udibile per la prima volta rappresenta la pressione più alta dell’arteria e
corrisponde alla pressione sistolica. Il punto in cui il suono scompare è la
pressione più bassa dell’arteria e corrisponde alla pressione diastolica.
La pressione sanguigna arteriosa viene indicata come PRESSIONE
SISTOLICA/ DIASTOLICA.
Per anni il valore medio della pressione sanguigna è stato stimato come
120/80 (oggi al di stto di 120/90).
La pressione arteriosa media è la forza propulsiva del flusso sanguigno,
cosa determina la pressione arteriosa media? È un equilibrio tra il flusso
sanguigno che entra nelle arterie e aumenta la pressione arteriosa
media. Se il flusso in entrata supera quello in uscita aumenta il volume
di sangue nelle arterie e aumenta la pressione arteriosa media.
Se il flusso in uscita supera il flusso in entrata il volume diminuisce e la
pressione arteriosa media si riduce.

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Il sangue che fluisce nell’aorta corrisponde alla gittata cardiaca del


ventricolo sx, il flusso sanguigno che esce dalle arterie è influenzato
dalla RESISTENZA PERIFERICA: resistenza al flusso offerta dalle
arteriole. La pressione arteriosa media (PAM) è proporzionale alla
gittata cardiaca moltiplicata per la resistenza (R ) delle arteriole.
PAM∝ GC X R arteriole

Meccanismo d’azione:
se la gittata cardiaca aumenta il cuore pompa più sangue nelle arterie
nell’unità di tempo. Se la resistenza al flusso sanguigno in uscita dalle
arterie non cambia il flusso all’entrata delle arterie è maggiore di quello
che esce quindi il volume del sangue nelle arterie aumenta e aumenta
anche la pressione arteriosa.
Se la gittata cardiaca resta immutata mentre la resistenza periferica
aumenta, il flusso che entra nelle arterie è immutato ma quello che esce
si riduce. Il sangue continua ad accumularsi nelle arterie e la pressione
arteriosa aumenta ancora.
Nei casi di ipertensione si ritiene che la causa principale è l’aumento
della resistenza periferica senza modifiche della gittata cardiaca.
Altri due fattori possono influenzare la pressione sanguigna arteriosa:
- Distribuzione del sangue nella circolazione sistemica
- Volume tot di sangue

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Le arterie sono vasi a basso volume che in genere contengono solo l’11%
del volume totale del sangue, le vene sono vasi ad alto volume che
contengono a riposo circa il 60% del volume di sangue in circolo.
Le vene agiscono come riserva di volume del sistema circolatorio
contenendo il sangue che può essere ridistribuito alle arterie. Quando la
pressione arteriosa scende l’aumento dell’attività simpatica costringe le
vene diminuendo la loro capacità di riserva. In accordo con la legge di
Frank-Starling il cuore reimmette in circolo tutto il sangue che ritorna
al cuore attraverso le vene. La costrizione delle vene ridistribuisce il
sangue al compartimento arterioso della circolazione e aumenta la
pressione arteriosa media.
VOLEMIA: modifiche del volume del sangue influenzano la pressione
arteriosa
Anche se il volume del sangue all’interno del sistema cardiocircolatorio è
di solito costante le sue modifiche possono influenzare la pressione
arteriosa → Se il volume sanguigno aumenta la pressione arteriosa
diminuisce.
Nell’arco della giornata si verificano piccoli incrementi nel volume
sanguigno (ingestione cibo e liquidi) ma questi incrementi non danno
luogo a modifiche di pressione di lunga durata grazie all’intervento di
meccanismi omeostatici di compensazione. La regolazione è a carico dei
reni: se il volume sanguigno aumenta i reni ristabiliscono il volume
normale aumentando l’escrezione urinaria dell’acqua in eccesso. La
compensazione in caso di diminuzione del volume sanguigno è più
difficile, richiede una risposta integrata da parte dei reni e del sistema
cardiovascolare. Se il volume sanguigno diminuisce i reni non possono
reintegrare il liquido perso, i reni possono solo conservare il volume
sanguigno ed evitare un’ulteriore diminuzione della pressione
sanguigna. Il solo modo per ripristinare il volume perso è l’ingestione di
liquidi o l’infusioe venosa. ( es. di prinicio della conservazione della
massa = volume perso nell’ambiente esterno deve essere ripristinato da
liquido proveniente dall’ambiente esterno). Ci sono dei limiti per la

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compensazione cardiovascolare e se la perdita di liquido è troppo


elevata il corpo non è in grado di mantenere un’adeguata pressione
arteriosa. Tipici eventi che potrebbero causare variazioni volume
sanguigno: disidratazione, emorragia, ingestione grande quantità di
liquidi.

RESISTENZA nelle arteriole


La resistenza periferica è uno dei due principali fattori che influenzano
la pressione arteriosa. Secondo la legge di Poiseuille: la resistenza al
flusso sanguigno (R ) è direttamente proporzionale alla lunghezza del
condotto attraverso il quale il liquido fluisce (L) e alla viscosità (η) del
liquido, inversamente proporzionale alla quarta potenza del raggio
condotto (r ):
R ∝ L η / r^4
Normalmente la lunghezza della circolazione sistemica e la viscosità del
sangue sono fattori che si mantengono relativamente costanti. La
variazione del raggio dei vasi sanguigni è il principale fattore
responsabile della modificazioni della resistenza al flusso sanguigno:
R ∝ 1/ r^4
Le arteriole sono le sedi principali di resistenza variabile nella
circolazione sistemica e contribuiscono per più del 60% alla resistenza
totale al flusso nel sistema. La resistenza nelle arteriole è variabile a
seconda dello stato di contrazione della muscolatura liscia presente
nelle pareti arteriolari. Quando la muscolatura liscia si contrae o si
rilascia si modifica il raggio delle arteriole. La resistenza arteriolare è
influenzata da meccanismi di controllo sia sistemici sia locali.
1. Il controllo locale della resistenza arteriolare fa in modo che
il flusso sanguigno in un determinato tessuto corrisponda alle
necessità metaboliche del tessuto. Nel cuore e nel muscolo

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scheletrico questi controlli locali hanno la priorità sui


controlli riflessi mediati dal SNC.
2. I riflessi simpatici mediati dal SNC mantengono la pressione
arteriosa media e regolano la distribuzione sanguigna in
risposta a certe necessità di tipo omeostatico (come la
regolazione della temperatura).
3. Gli ormoni in particolare quelli che regolano l’escrezione di
Sali e acqua da parte dei reni influenzano la pressione
arteriosa agendo direttamente sule arteriole e alterando il
controllo riflesso operato dal SN autonomo.
La muscolatura liscia vascolare ha la capacità di regolare il proprio
stato di contrazione → AUTOREGOLAZIONE MIOGENA
In assenza di autoregolazione l’incremento della pressione arteriosa
induce un aumento del flusso attraverso un’arteriola. Quando le fibre
muscolari lisce della parete arteriolare sono soggette ad allungamento
a causa dell’aumento della pressione l’arteriola si costringe. Questa
vasocostrizione aumenta la resistenza offerta dalle arteriole
diminuendo automaticamente il flusso sanguigno attraverso i vasi. Le
arteriole così possono regolare il loro flusso sanguigno.
Come può l’autoregolazione miogena agire a livello cellulare? Quando le
cellule della muscolatura liscia vascolare nelle arteriole vengono
allungate si aprono i canali meccano-dipendenti nella membrana
cellulare. I cationi in ingresso depolarizzano la cellula, la
depolarizzazione apre i canali voltaggio-dipendenti al Ca e Ca fluisce
nella cellula secondo il gradiente elettrochimico. Il calcio che entra nella
cellula si lega alla calmodulina e promuove l’attività chinasica della
catena leggera della miosina che a sua volta aumenta l’attività
ATPasica e l’attività dei ponti trasversali determinando una
contrazione.
Il controllo locale della resistenza arteriolare è un meccanismo tramite
il quale i singoli tessuti regolano l’apporto sanguigno. In ciascun tessuto
il flusso nei singoli capillari può essere regolato dagli sfinteri

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precapillari, quando questi piccoli anelli di muscoli liscio posti alle


giunzioni tra capillari e metarteriole si contraggono si riduce il flusso
ematico nei capillari. Quando gli sfinteri si dilatano il flusso ematico nei
capillari aumenta, questo meccanismo fornisce un ulteriore controllo del
flusso diretto verso singoli distretti.
La regolazione locale può verificarsi anche tramite il cambiamento della
resistenza arteriolare nel tessuto, questo avviene per mezzo di agenti
paracrini (gas come O2,CO2, NO) secreti dall’endotelio vasale o dalle
cellule alle quali le arteriole forniscono sangue. Le concentrazioni di
molti agenti paracrini si modificano in dipendenza dello stato
metabolico delle cellule.
Se il metabolismo aerobico aumenta il livello di O2 tissutale diminuisce
mentre la produzione di CO2 aumenta. Sia il livello di O2 basso sia quello
di CO2 elevato dilatano le arteriole con conseguente aumento del flusso
sanguigno tissutale mggiore apporto di O2 in risposta all’aumento della
richiesta metabolica e rimozione della CO2 di rigiuto.
IPEREMIA ATTIVA: processo in cui un aumento del flusso sanguigno è
conseguenza di un’insufficiente perfusione dovuta all’aumento
nell’attività metabolica.
Se il flusso sanguigno diretto a un tessuto è interrotto per un periodo
compreso tra pochi secondi epochi minuti, i livelli di O2 crollano e le
sostanze paracrine prodotte dal metabolismo come CO2 e H si
accumulano nel liquido interstiziale.
L’IPOSSIA (basso ossigeno) locale stimola le cellule endoteliali a
sintetizzare NO un agente vasodilatatore. Quando il flusso sanguigno al
tessuto riprende, le aumentate concentrazioni di NO,CO2 e di altre
sostanze paracrine inducono immediatamente una considerevole
vasodilatazione. Quando gli agenti vaso dilatori vengono metabolizzati
o dilavati dal flusso sanguigno che si è ristabilito, il raggio delle arteriole
gradualmente torna alla normalità. Un aumento del flusso sanguigno
tissutale conseguente a un periodo di bassa perfusione è detto
IPEREMIA REATTIVA.

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L’NO è conosciuto per il suo ruolo nel riflesso di erezione maschile e i


farmaci usati per curare la disfunzione erettile prolungano l’attività
dell’NO, un’altra sostanza vasodilatatrice è il nucleotide ADENOSINA. Se
il consumo di ossigeno da parte del muscolo cardiaco supera la quantità
di ossigeno forito dal sangue si verifica ipossia miocardica, in risposta al
basso contenuto di ossigeno nei tessuti, le cellule miocardiche rilasciano
adenosina che induce la dilatazione delle arteriole coronarie con il fine
di aumentare il flusso sanguigno al muscolo.
Non tutte le sostanze paracrine vasoattive vengono rodotte a seguito di
variazioni nel metabolismo, per es. chinine e istamina sono
vasodilatatori potenti che hanno un ruolo nell’infiammazione. La
serotonina (5-HT) è un neurotrasmettitore che agisce su aree del SNC
ma è anche un agente paracrino vasocostrittore rilasciato dalle
piastrine attivate.
Quando i vasi sanguigni danneggiati attivano le piastrine la
conseguente vasocostrizione mediata dalla serotonina aiuta a rallentare
la perdita di sangue. Gli agonisti della serotonina chiamati triptani sono
farmaci che si legano ai recettori 5-HT causando vasocostrizione.
La contrazione della muscolatura liscia delle arteriole è regolata da
segnali ormonali e nervosi oltre che da agenti paracrini prodotti
localmente. Tra gli ormoni dotati di significative proprietà vasoattive ci
sono il peptide natriuretico atriale e l’angiotensina II (ANG II), questi
ormoni hanno effetti rilevanti sull’escrezione renale di ioni e acqua.
La maggior parte delle arteriole sistemiche è innervata da neuroni
simpatici, un’importante eccezione è rappresentata dalle arteriole
coinvolte nell’erezione riflessa del pene e del clitoride. L’acetilcolina dai
neuroni parasimpatici provocano il rilascio con meccanismo paracrino
dell’agente vasodilatatore ossido nitrico.
Il rilascio tonico (continuo) di noradrenalina da parte dei neuroni
simpatici permette alle arteriole di mantenere il tono miogeno. La
noradrenalina dopo il legame con i recettore adrenergici alpha sul
muscolo liscio vascolare induce vasocostrizione. Se l’attivazione del

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simpatico diminuisce con conseguente riduzione del rilascio di


noradrenalina le arteriole si dilatano se l’attivazione simpatica
aumenta le arteriole si costringono.
L’adrenalina prodotta dalla midollare del surrene viene trasportata dal
sangue e si lega ai recettori alpha rinforzando la vasocostrizione
(recettori aplha presentano affinità minore per adrenalina che per la
noradrenalina la loro risposta è inferiore a quella che ha luogo per la
noradrenalina). L’adrenalina si leha anche ai recettori beta2 che si
trovano sul muscolo liscio vascolare di cuore,fegato e arteriole del
muscolo scheletrico,questi recettori non sono innervati dal simpatico e
rispondono all’adrenalina circolante, l’attivazione dei recettori beta2
vascolari da parte dell’adrenalina determina vasodilatazione.
Un modo per ricordare quali arteriole abbiano i recettori beta2 è
pensare alla risposta di attacca-o-fuga che si verifica a seguito di un
evento stressante: questa risposta include un aumento generalizzato
nell’attività simpatica durante il quale viene rilasciata all’adrenalina. I
vasi sanguigni dotati di recettori beta2 rispondono all’adrenalina con
una vasodilatazione la quale beta2 mediata potenzia il flusso sanguigno
a cuore,muscoli scheletrici e fegato cioè ai tessuti che vengono attivati
durante la risposta di attacco-o-fuga (il fegato produce glucosio per la
conttazione muscolare). Durante la risposta l’aumento dell’attività
simpatica a livello dei recettori arteriolari alfa causa vasocostrizione.
L’aumento della resistenza dirotta il flusso sanguigno dagli organi non
essenziali per questa risposta (per es. il tratto gastrointestinale verso
muscolatura scheletrica,fegato e cuore).
La pressione per muovere il flusso ematico è generata dalla pompa
cardiaca e conservata dal serbatoio di pressione arterioso come
pressione arteriosa media. Il flusso complessivo attraverso il corpo è
uguale alla gittata cardiaca ma il flusso ai singoli tessuti può essere
variato selettivamente dalle resistenze nelle arteriole del tessuto.

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DIDTRIBUZIONE del sangue ai tessuti


La capacità del SN di modificare selettivamente il flusso sanguigno agli
organi è un aspetto importante della regolazione cardiovascolare. La
distribuzione del sangue arterioso agli organi (perfusione) varia in
dipendenza del fabbisogno metabolico dei singoli organi, è regolata
dalla combinazione di meccanismi locali di controllo e da riflessi
omeostatici ( i muscoli scheletrici a riposo ricevono circa il 20% della
gittata cardiaca, durante l’attività fisica quando i muscoli usano più
ossigeno e nutrienti ne ricevono fino all’85%).
Il flusso sanguigno ai singoli organi è regolato in una certa misura dal
numero e dalle dimensioni delle arteriole che li irrorano. Più di 2/3 della
gittata cardiaca sono indirizzati all’apparato
digerente,fegato,muscoli,reni. Le variazioni del flusso sanguigno ai
singoli tessuti sono possibili perché le arteriole nel corpo sono disposte
in parallelo cioè tutte ricevono contemporaneamente sangue dall’aorta.
Il flusso sanguigno totale attraverso tutte le arteriole del corpo uguaglia
sempre la gittata cardiaca. In ogni caso il flusso attraverso le singole
arteriole nel sistema di ramificazione arteriolare dipende dalla loro
resistenza (R ): maggiore è la resistenza nelle arteriole minore è il flusso
sanguigno che le attraversa, quando un’arteriola si contrae la sua
resistenza aumenta e il suo flusso diminuisce:

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FLUSSO arteriole ∝ 1/R arteriole


Il sangue viene dirottato dalle arteriole ad alta resistenza verso le
arteriole a bassa resistenza vale a dire che il sangue che passa
attraverso le arteriole percorre le vie a più bassa resistenza.

REGOLAZIONE della FUNZIONA CARDIOVASCOLARE


Il SNC coordina i meccanismi riflessi alla base del controllo della
pressione arteriosa e la distribuzione del sangue ai tessuti. Il principale
centro di integrazione si trova nel bulbo (o midollo allungato). A causa
della complessità delle reti neurali coinvolte nel controllo
cardiovascolare (CENTRO DI CONTROLLO CARDIOVASCOLARE, CCCV).
La funzione principale del centro di controllo cardiovascolare è di
garantire un adeguato flusso sanguigno a cervello e cuore attraverso il
mantenimento di un’adeguata pressione arteriosa media. Il CCCV riceve
input anche da altre parti del cervello e ha la capacità di modificare la
funzione in alcuni organi e tessuti lasciano immodificata la funzione
degli altri. Per es. i centri termoregolatori dell’ipotalamo informano il
CCCV di modificare il flusso ematico diretto alla cute. La comunicazione
cervello-intestino a seguito di un pasto aumenta il flusso ematico diretto
ai tessuti varia la pressione arteriosa media pertanto il CCCV monitora e
regola continuamente le sue info in uscita per mantenere l’omeostasi.
Il riflesso più importante responsabile del controllo omeostatico della
pressione arteriosa è il RIFLESSO BAROCETTIVO. I meccanorecettori
sensibili allo stiramento noti come BARORECETTORI solo localizzati
nelle pareti delle arterie carotidi e dell’aorta dove possno monitorare la
pressione del sangue che fluisce al cervello (baro recettori carotidei) e al
corpo (baro recettori aortici).

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Questi barorecettori sono recettori di stiramento tonicamente attivi che


producono continuamente potenziali d’azione anche in condizioni di
pressione arteriosa normale. Quando l’aumento della pressione
sanguigna nelle arterie provoca lo stiramento della membrana delle
terminazioni nervose dei barocettori, la frequenza di scarica dei
recettori aumenta. Se la pressione scende la frequenza di scarica dei
potenziali d’azione diminuisce.
Se varia la pressione sanguigna varia anche la frequenza dei potenziali
d’azione che viaggiano dai baro recettori al centro di controllo
cardiovascolare bulbare. Il CCCV integra l’info sensoriale e innesca una
risposta appropriata. La risposta riflessiva barocettiva è abbastanza
rapida: essa modifica la gittata cardiaca ela resistenza periferica entro
due battiti cardiaci dello stimolo.
I segnali in uscita (efferenti) dal centro di controllo cardiovascolare
sono condotti da neuroni sia simpatici sia parasimpatici del sistema
autonomo. La resistenza periferica è sotto controllo tonico simpatico:
l’aumento della scarica dei neuroni simpatici determina vasocostrizione.
La funzionalità cardiaca è regolata da un sistema di controllo
antagonista. L’aumento dell’attività simpatica aumenta la frequenza
cardiaca diminuisce il tempo di conduzione atrio-ventricolare e
aumenta la forza di contrazione del miocardio. L’aumento dell’attività
parasimpatica riduce la frequenza cardiaca ma non influenza la
contrazione ventricolare.
Quando la pressione arteriosa aumenta,aumenta la frequenza di scarica
di baro recettori diretta al centro di controllo cardiovascolare bulbare
che innesca una risposta che consiste nell’aumento dell’attività
parasimpatica e nella diminuzione dell’attività simpatica per ridurre la
frequenza cardiaca e dilatare le arteriole.
Quando la frequenza cardiaca si riduce anche l’attività simpatica si
riduce e di conseguenza si ha la dilatazione delle arteriole e un aumento
nel flusso ematico arterioso. Poiché la pressione arteriosa media è
direttamente proporzionale alla gittata cardiaca (PAM ∝ GC X R) la

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combinazione di gittata cardiaca ridotta e resistenza periferica


diminuita determina la riduzione della pressione arteriosa media.
Il riflesso baro recettivo è sempre in funzione non insorge solo in caso di
gravi disturbi della pressione arteriosa e che la sua risposta non è del
tipo tutto-o-nulla. Una variazione della pressione arteriosa può tradursi
in un cambiamento sia della gittata cardiaca sia della resistenza
periferica o nella variazione di una sola delle due variabili.
Il riflesso baro recettivo funziona ogni mattina quando ci si alza dal
letto, quando si è stesi le forze gravitazionali sono distribuite
uniformemente nel sistema circolatorio, quando ci si alza la forza di
gravità spinge il sangue ad accumularsi negli arti inferiori.
Questo accumulo crea una riduzione del ritorno venoso così che
all’inizio della successiva contrazione il volume di sangue disponibile nei
ventricoli è ridotto. La gittata cardiaca scende da 5 L/min a 3 L/min con
conseguente riduzione della pressione arteriosa. La diminuzione di
questa che si verifica quando ci si alza in piedi è detta IPOTENSIONE
ORTOSTATICA: attiva il riflesso baro recettivo. Il risultato è l’aumento
sia della gittata cardiaca sia della resistenza periferica che portano
all’aumento della pressione arteriosa media fino a riportarla al valore
normale entro due battiti cardiaci. Anche la pompa muscolare
scheletrica contribuisce al ristabilirsi dei valori pressori poiché la
contrazione attuata dai muscoli addominali e da quelli delle gambe per
mantenere la posizione eretta produce un incremento del ritorno
venoso. Il riflesso baro recettivo non è sempre efficace: durante un
prolungato periodo di permanenza a letto o in codnizioni di assenza di
gravità il sangue dagli arti inferiori è distribuito uniformemente nel
corpo invece che accumularsi negli arti inferiori. Questa distribuzione
uniforme aumenta la pressione arteriosa attivando i reni a espellere ciò
che è percepito come liquido in eccesso (nel giro di 3 gg l’espulsione
dell’acqua porta a un decremento del 12% nel volume sanguigno).
Quando il soggetto si alza dal letto o torna sulla terra la forza di gravità
provoca di nuovo l’accumulo di sangue negli arti inferiori ne consegue

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ipotensione ortostatica e la conseguente attivazione del riflesso


ortostatico. Il sistema cardiovascolare non è in grado di rustabilire la
pressione normale a causa della precedente perdita di volume ematico.
La funziona cardiovascolare può essere modulata dalle info provenienti
da recettori periferici diversi dai baro recettori (es. i chemiorecettori
arteriosi attivati da bassi livelli ematici di ossigeno inducono aumento
della gittata cardiaca). Il centro di controllo cardiovascolare è anche in
comunicazione reciproca con i centri bulbari che controllano la
respirazione.
L’integrazione della funzione tra i sistemi respiratorio e circolatorio ha
un ruolo adattivo: se i tessuti richiedono una maggiore quantità di
ossigeno questo vienen fornito dal sistema cardiovascolare che lavora in
tandem con il sistema respiratorio, l’aumento della frequenza
respiratoria è associata a un aumento della gittata cardiaca.
La pressione arteriosa che è anche soggetta a regolazione da parte dei
centri cerebrali superiori come ipotalamo e corteccia cerebrale.
L’ipotalamo media le risposte vascolari responsabili della regolazione e
della temperatura corporea e della risposta di attacco-o-fuga. Le
risposte apprese ed emotive possono originare nella corteccia cerebrale
ed essere espresse attraverso risposte cardiovascolari (arrossire o
svenire). Uno di questi è la sincope vasovagale innescata in alcune
persone alla vista del sangue o di un ago ipodermico, attraverso questo
riflesso che consiste nell’aumento dell’attività parasimpatica e nella
diminuzione dell’attività simpatica si verificano sia diminuzione della
frequenza cardiaca sia vasodilatazione diffusa. La gittata cardiaca e la
resistenza periferica diminuiscono entrambe provocando un crollo
improvviso della pressione arteriosa ( si sviene perché non arriva
sangue al cervello).
La regolazione della pressione arteriosa è strettamente correlata alla
regolazione del bilancio idrico esercitato dai reni, infatti alcuni ormoni
secreti dai reni agiscono sul cuore e sui vasi sanguigni. Cuore e reni

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svolgono un ruolo primario nel mantenimento dell’omeostasi dei liquidi


corporei.

SCAMBI CAPILLARI
Il trasporto di ioni e molecole nell’organismo è solo una delle funzioni
del sistema cardiovascolare.
Quando il sangue raggiunge i capillari, il plasma e le cellule scambiano
sostanze attraverso le sottili pareti dei capillari. La maggior parte delle
cellule è localizzata entro 0,1 mm dal capillare più vicino e la diffusone
attraverso questa breve distanza è rapida. La densità dei capillari in un
determinato tessuto è direttamente proporzionale all’attività
metabolica delle cellule del tessuto stesso. I tessuti con un metabolismo
più elevato richiedono più ossigeno e nutrienti e posseggono più
capillari per unità di area. I tessuti sottocutanei e la cartilagine hanno
la densità capillare più bassa, mentre i muscoli e le ghiandole hanno
quella più alta. ( il corpo umano adulto ha circa 80000 km di capillari
con una superficie di scambio tot di oltre 6300 m2).
I capillari hanno pareti più sottili composta da un singolo strato di
cellule endoteliali piatte appoggiate su lamina basale. Il diametro di un
capillare è poco più grande di quello di un globulo rosso così da
consentire il passaggio dei globuli rossi solo quando sono disposti in una
singola fila. Le giunzioni tra le cellule endoteliali variano da tessuto a
tessuto e contribuiscono a determinare il grado di “permeabilità” del
capillare. I capillari più comuni sono i CAPILLARI CONTINUI le cui
cellule endoteliali sono unite una all’altra con giunzioni che hanno una
moderata permeabilità, questi capillari si trovano nel muscolo, nel T.C e
nel T.N. I capillari continui del cervello si sono evoluti per formare la
barriera emato encefalica che presenta giunzioni strette che aiutano a

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proteggere il tessuto nervoso delle tossine che potrebbero essere


presenti nel flusso sanguigno.
I CAPILLARI FENESTRATI presentano ampi pori che permettono a
elevati volumi di liquido di passare rapidamente tra il plasma e il liquido
interstiziale, questi capillari si trovano soprattutto nei reni e
nell’intestino e sono associati a epiteli responsabili di trasporto e
assorbimento.
Tre tessuti (il midollo osseo, il fegato e la milza) non presentano i
capillari fenestrati la vasi chiamati SINUSOIDI che hanno un diametro
cinque volte maggiore di quello dei capillari tipici. L’endotelio dei
sinusoidi presenta delle fenestrature e possono anche esserci spazi tra
cellule contigue. I sinusoidi si trovano in quei distretti dell’organismo nei
quali gli elementi corpuscolati del sangue neoformati e le proteine
devono attraversare l’endotelio per entrare in circolo.
Nel fegato,l’endotelio sinusoidale manca di lamina basale il che
permette uno scambio ancora più libero tra plasma e liquido
interstiziale.
La velocità di flusso di sangue nei capillari influenza l’efficacia degli
scambi tra sangue e liquido interstiziale, a flusso costante la velocità del
sangue è più alta nei vasi più piccoli rispetto a quelli più grandi.
Il sangue si muove molto rapidamente attraverso i capillari dal
momento che essi sono i più piccoli vasi sanguigni.
Il principale fattore che determina la velocità del flusso non è il
diametro del singolo capillare ma l’area della sezione trasversa totale di
tutti i capillari. Che cos’è l’aerea della sezione trasversa totale?
Anche se il singolo capillare ha un diametro sottile quando tutti i
capillari vengono raggruppati insieme la somma dei loro diametri
compre un’area molto più grande dell’area della sezione trasversa
totale di tutte le arterie e le vene sommate isnieme, poiché l’area della
sezione trasversa dei capillari è così grande la loro velocità di flusso è
molto bassa.

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Il flusso più veloce si ha nel sistema arterioso che ha una sezione totale
trasversa piccola, il flusso più lento si ha nei capillari e nelle venule che
insieme hanno l’area di sezione più grande. La bassa velocità del flusso
attraverso i capillari è una caratteristica utile in quanto permette ai
processi di diffusione un tempo sufficiente a raggiungere l’equilibrio.
Lo scambio di materiali tra il plasma e liquido interstiziale avviene
mediante il passaggio tra gli spazi esistenti tra le cellule endoteliali (via
paracellulare) o attraverso le cellule endoteliali stesse (vie trans
endoteliale). I soluti più piccoli disciolti e i gas si muovo per diffusione
tra le cellule o attraverso esse a seconda del loro di liposolubilità , i
soluti più grandi e le proteine si muovono principalmente mediante
trasporto vescicolare.
La velocità di diffusione per i soluti disciolti è determinare
principalmente dal loro gradiente di concentrazione tra il plasma e il
liquido interstiziale. L’ossigeno e l’anidride carbonica diffondono
liberamente attraverso il sottile endotelio. Le loro concentrazioni
plasmatiche raggiungono l’equilibrio con il liquido interstiziale e le
cellule nell’intervallo di tempo impiegato dal sangue a raggiungere
l’estremità venosa del capillare. Nei capillari dotati di giunzioni cellulari
permeabili la maggior parte dei piccoli soluti disciolti può diffondere
liberamente tra le cellule o attraverso le fenestrature dei capillari stessi.
Nei capillari continui gli elementi corpuscolati e la maggior parte delle
proteine del plasma non sono in grado di attraversare le giunzioni tra le
cellule endoteliali, le proteine possono spostarsi dal plasma al liquido
interstiziale e viceversa. Nella maggior parte dei capillari le molecole
più grandi (incluse alcune proteine) sono trasportate attraverso
l’endotelio per transcitosi. La superficie della cellula endoteliale sembra
punteggiata per la presenza di numerose caveolae e depressioni della
membrana senza rivestimento che si trasformano successivamente in
vescicole per la transcitosi. In alcuni capillari una serie di vescicole si
fondono per generare canali aperti che si estendono nello spessore delle
cellule endoteliale.

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Una terza forma di scambio capillare è il FLUSSO DI MASSA in entrata e


in uscita attraverso la parete dei capillari.
Flusso di massa: si riferisce al movimento massivo del liquido come
risultato di un gradiente di pressione idraulico e osmotico. Se la
direzione del flusso è verso l’esterno dei capillari, il movimento del
liquido è detto FILTRAZIONE. La filtrazione capillare è provocata da
una pressione idraulica che forza il liquido al di fuori del capillare
attraverso le giunzioni cellulari permeabili.
La maggior parte dei capillari mostra una transizione che va dalla
filtrazione netta all’estremità arteriosa al riassorbimento netto
all’estremità venosa. Eccezioni: i capillari in una parte del rene filtrano
il liquido per tutta la loro lunghezza e alcuni capillari dell’intestino
hanno soltanto capacità di assorbimento, raccolgono nutrienti digeriti
che dal lume dell’intestino sono stati trasportati al liquido interstiziale.
Il flusso di massa nei capillari è regolato da due forze:
- Pressione idraulica, componente di pressione laterale del flusso
sanguigno che spinge il liquido fuori attraverso i pori capillari
- Pressione osmotica
Queste forze sono chiamate FORZE DI STARLING. La pressione osmotica
è determinata dalla concentrazione dei soluti di un compartimento. La
differenza principale fra i soluti presenti nel plasma e nel liquido
interstiziale è dovuta alle proteine che sono presenti nel plasma ma
praticamente assenti nel liquido interstiziale.
La pressione osmotica generata dalla presenza di queste proteine è nota
come PRESSIONE COLLOIDO-OSMOTICA (π) chiamata anche pressione
oncotica. La pressione colloido-osmotica non è equivalente alla
pressione osmotica totale in un capillare essa è una misura della sola
pressione osmotica generata dalle proteine. Poiché l’endotelio capillare

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è liberamente permeabile agli ioni e ad altri soluti nel plasma e nel


liquido interstiziale questi altri soluti non contribuiscono al gradiente
osmotico.
La pressione colloido-osmotica è più elevata nel plasma (π = 25 mmHg)
che nel liquido interstiziale (π LI = 0 mmHg) quindi il gradiente
osmotico favorisce il movimento dell’acqua per osmosi dal liquido
interstiziale al plasma.
Si considera quindi la pressione colloido-osmotica costante per tutta la
lunghezza dei capillari con un valore pari a π cap = 25 mmHg.
La pressione idraulica capillare (Pc) decresce lungo tutta la lunghezza
dei capillari a causa della dispersione di energia che si determina
nell’attrito. Il movimento dell’acqua determinato dalla pressione
idraluica è diretto al di fuori dei capillari con il gradiente di pressione
che diminuisce dall’estremità arteriosa a quella venosa.
Se sia la pressione idraulica interstiziale sia quella colloido-osmotica del
liquido sia pari a zero il movimento netto del liquido attraverso i
capillari è determinato dalla differenza tra la pressione idraulica (P) e
la pressione colloido-osmotica (π)
Pressione netta = P – π
Un valore positivo della pressione netta indica filtrazione netta e un
valore negativo indica assorbimento netto.

Se il punto in cui la filtrazione uguaglia il riassorbimento si trovasse a


metà capillare non ci sarebbe alcun movimento netto di liquido perché
tutto il volume filtrato all’estremità arteriosa sarebbe riassorbito
all’estremità venosa. La filtrazione è maggiore dell’assorbimento il che
comporta un maggior flusso di massa del capillare verso lo spazione
interstiziale. Il flusso di massa ammonta a circa 3L al giorno che è
equivalente dell’intero volume plasmatico. Se questo liquido filtrato non

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potesse tornare al plasma il sangue diventerebbe un concentrato di


elementi corpuscolati e proteine. Riportare il liquido perso dai capillari
all’interno del sistema circolatorio è una delle funzioni del sistema
linfatico.

SISTEMA LINFATICO
I vasi del sistema linfatico interagiscono con altre tre sistemi fisiologici:
cardiovascolare, digerente e sistema immunitario. Le funzioni
comprendono:
1. Ritorno dei liquidi e delle proteine filtrate dai capillari
all’apparato circolatorio
2. Il trasporto dei grassi assorbiti dll’intestino tenueu nel sistema
circolatorio
3. La funzione del filtro che contribuisce alla difesa contro gli agenti
patogeni esterni
Il sistema linfatico permette il movimento unidirezionale del liquido
interstiziale dai tessuti alla circolazione. Il fondo cieco dei vasi linfatici
(capillari linfatici) si trova molto vicino a tutti i capillari sanguigni fatta
eccezione per i reni e il SNC. I vasi linfatici più piccoli sono composti da
un singolo strato di endotelio piatto che è ancora più sottile
dell’endotelio capillare.
Le pareti dei vasi linfatici sono ancorate al tessuto connettivo
circostante da fibre che ne evitano il collasso, le aperture tra le cellule
permettono ai liquidi, alle proteine interstiziali e al materiale
particolato come i batteri di essere trasportati all’interno dei vasi
linfatici attraverso il flusso di massa. Quando si trova all’interno dei vasi
linfatici, questo liquido: LINFA. I vasi linfatici nei tessuti confluiscono
con altri a formare vasi linfatici che aumentano di dimensione, questi
vasi sono dotati di un sistema di valvole semilunari (simili a quelli nella
circolazione venosa). I vasi linfatici di maggiori dimensioni si svuotano
nella circolazione venosa proprio sotto le clavicole dove le vene succlavie

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sx e dx raggiungono le vene giugulari interne. A intervalli lungo il


percorso i vasi transitano nei LINFONODI, noduli di tessuto a forma di
fagiolo delimitati da una capsula esterna e un insieme interno di cellule
immunologica temente attive che comprendono linfociti e macrofagi.
Il sistema linfatico non possiede una singola pompa come il cuore, il
flusso linfatico dipende dalle onde di contrazione prodotte dal muscolo
liscio localizzato nelle pareti dei vasi linfatici più grandi. Il flusso è
favorito dalle fibre contrattili presenti nelle cellule endoteliali da valvole
unidirezionali e da compressioni esterne esercitate dalla contrazione
della muscolatura scheletrica.
La pompa muscolare scheletrica svolge un ruolo significativo nel flusso
linfatico: un arto immobilizzato si gonfia per l’accumulo di liquido nello
spazio interstiziale (EDEMA), si deve mantenere l’arto infortunato al di
sopra del livello del cuore in modo che la gravità agevoli il drenaggio
linfatico verso le vene succlavie. Un importante ruolo del drenaggio
liquido interstiziale da parte dei vasi linfatici è quello di recuperare
tutte quelle proteine plasmatiche che vengono filtrate, il corpo mantiene
in questo modo una bassa concentrazione di proteine nel liquido
interstiziale mantenendo alta la pressione colloido-osmotica (l’unica
forza in grado di contrastare la pressione idraulica capillare). Se le
proteine si spostano dal plasma al liquido interstiziale il gradiente
osmotico che si oppone alla filtrazione diminuisce e con una minor
opposizione alla pressione idraulica capillare ulteriore liquido esce nello
spazio interstiziale.
L’infiammazione è un es, di situazione nella quale l’equilibrio delle
pressioni colloido-osmotica e idraulica è alterato:

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EDEMA
È un segno che il normale scambio tra sistema circolatorio e linfatico è
alterato. Deriva da due cause:
- Drenaggio inadeguato della linfa
- Filtrazione capillare che supera il riassorbimento
Un drenaggio linfatico inadeguato si verifica per l’ostruzione del sistema
linfatico (a livello dei linfonodi). Parassiti,cancro o crescita di tessuto
fibroso causata da radioterapia possono rallentare il movimento della
linfa.
I fattori che alterano il normale equilibrio tra filtrazione e
riassorbimento capillare comprendono:
1. AUMENTO DELLA PRESSIONE IDRAULICA CAPILLARE
2. DIMINUZIONE NELLA CONCENTRAZIONE DELLE PROTEINE
PLASMATICHE
3. AUMENTO DELL PROTEINE INTERSTIZIALI

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Patologie cardiovascolari

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CAPITOLO 16
SANGUE: è un tessuto connettivo composto da elementi cellulari
sospesi i un’estesa matrice fluida detta PLASMA, che costituisce ¼ del
liquido extracellulare, l’ambiente itero che bagna le cellule e che
agisce da tampone tra cellule e ambiente esterno. Il sangue è la
componente circolante del liquido extracellulare responsabile del
trasporto delle sostanze tra i vari distretti corporei. Il volume tot di
sangue di un soggetto è di 70 kg corrisponde a circa il 7% del suo
peso (0.07 x 70 kg= 4.9 kg, s si suppone che 1 kg di sangue occupi il
volume di 1 litro, un soggetto di 70 kg ha 5 litri di sangue
corpuscolare mentre i restanti 3 sono composti dal plasma (porzione
liquida del sangue).
Il PLASMA: è la porzione liquida del sangue in cui sono sospesi gli
elementi corpuscolati. L’acqua è la componente principale del plasma
e corrisponde a circa il 92% del suo peso, le proteine rappresentano
un altro 7%, il restante 1% è formato da altre molecole organiche
disciolte (aa, glucosio, lipidi, prodotti di scarto azotali), ioni (Na, K, Cl,
Ca, HCO3 ),oligoelementi e vitamine, ossigeno e anidride carbonica.
La composizione del plasma è identica a quella del liquido
interstiziale fatta eccezione per la presenza delle proteine
plasmatiche.
Le albumine: maggior parte delle proteine plasmatiche e
costituiscono il 60% del totale, queste insieme ad altre 9 proteine
comprendenti le globuline, la proteina della coagulazione il
fibrinogeno, la proteina transferrina che trasporta il ferro, formano
più del 90% di tutte le proteine plasmatiche.
Il fegato sintetizza la maggior parte di queste proteine e le rilascia
nel sangue, alcune particolari globuline note come
IMMUNOGLOBULINE o ANTICORPI sono sintetizzate e secrete da un
particolare tipo di globuli bianchi.

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La maggiore concentrazione proteica del plasma rispetto al liquido


interstiziale induce un gradiente osmotico tra i due compartimenti,
questo gradiente osmotico tende a richiamare acqua dal liquido
interstiziale verso i capillari e a compensare la filtrazione dei
capillari verso l’esterno generata dalla pressione sanguigna.
Le proteine plasmatiche partecipano a molte funzioni tra cui la
coagulazione e la difesa contro gli agenti patogeni esterni. Fungono
da trasportatori per ormoni steroidei, colesterolo, farmaci e certi ioni
(come il ferro), alcune proteine plasmatiche funzionano da ormoni o
enzimi extracellulari.
Nel sangue sono presenti tre principali corpuscolari:
- GLOBULI ROSSI o eritrociti
- GLOBULI BIANCHI o leucociti
- PIASTRINE o trombociti
Solo i globuli bianchi sono cellule complete perché i rossi perdono il
nucleo nel momento in cui entrano nel circolo sanguigno mentre le
piastrine sono frammenti di una cellula parentale gigante
MEGACARIOCITA).
I globuli rossi svolgono un ruolo chiave nel trasporto dell’ossigeno dai
polmoni ai tessuti e nel trasporto dell’anidride carbonica dai tessuti
ai polmoni.
Le piastrine sono essenziali per la coagulazione il processo grazie al
quale il sangue si solidifica bloccando l’emorragia dai vasi
danneggiati. I globuli bianchi hanno un ruolo fondamentale nella
risposta immunitaria dell’organismo poiché lo difendono da agenti
esogeni come parassiti,batteri e virus.
Nonostante la maggior parte dei globuli bianchi circoli nel sangue la
loro attività si esplica a livello tissutale invece che all’interno del
sistema circolatorio.
Il sangue contiene 5 tipi di GLOBULI BIANCHI:

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- Linfociti
- Monociti
- Neutrofili
- Eosinofili
- Basofili
i monociti che lasciano la circolazione ed entrano nei tessuti si
convertono in MACROFAGI.
I basofili tissutali sono chiamati MASTOCITI.
I differenti tipi di globuli bianchi possono essere raggruppati in base a
caratteristiche funzionali e morfologiche comuni.
I neutrofili,monociti,macrofagi: FAGOCITI per la loro capacità di
inglobare e digerire particelle estranee (fagocitosi).
I linfociti sono chiamati a volte IMMUNOCITI perché responsabili delle
risposte immunitarie specifiche contro agenti esogeni.
Basofili,eosinofili, neutrofili: GRANULOCITIA perché contengono
inclusioni citoplasmatiche che conferiscono loro un aspetto granulare.
Da dove derivano elementi corpuscolati del sangue?
Tutti discendono da un unico tipo di cellula precursore detta cellula
staminale emopoietica pluripotente, questa cellula è presente nel
MIDOLLO OSSEO (tessuto molle che riempe gli spazi all’interno delle
ossa). Le cellule staminali pluripotenti hanno la capacità di
differenziarsi in diversi tipi cellulari. Man mano che maturano queste
cellule riducono la loro possibilità di differenziativa e si trasformano
prima in cellule staminali multi potenti (uncommitted) e poi in cellule
progenitrici (progenitori) che possono svilupparsi solo in uno o forse due
tipi cellulari, queste si differenziano in globuli rossi,linfociti, altri tipi di
globuli bianchi e megacariociti, i precursori delle piastrine. È stato
stimato che solo una cellula su 100000 presenti nel midollo osseo sia
una cellula staminale pluripotente.

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L’EMOPOIESI: è la produzione degli elementi corpuscolati del sangue


inizia precocemente durante lo sviluppo embrionale e continua per il
tuto il corso della vita. Alla terza settimana dello sviluppo embrionale
specifiche cellule del sacco vitellino dell’embrione tendono a formare
degli ammassi, alcuni di questi ammassi cellulari sono destinati a
diventare l’endotelio che riveste i vasi sanguigni mentre altri
diventeranno elementi corpuscolati del sangue (la comune origine
embriologica delle cellule endoteliali ed ematiche probabilmente spiega
il motivo per cui molte citochine che controllano l’emopoiesi siano
rilasciate dall’endotelio vascolare).
Nel corso dello sviluppo embrionale la produzione degli elementi
corpuscolati si estende dal sacco vitellino al fegato alla milza e al
midollo osseo. Alla nascita il fegato e la milza cessano di produrre gli
elementi corpuscolati e l’emopoiesi continua invece all’interno di tutte le
ossa dello scheletro fino all’età di 5 anni. Le regioni attive del midollo
diminuiscono di conseguenza negli adulti solo la pelvi,colonna
vertebrale, costole, cranio e le estremità prossimali delle ossa lunghe
producono elementi corpuscolari.
Il midollo osseo attivo è di colore rosso per la presenza di EMOGLOBINA:
proteina legante l’ossigeno presente nei globuli rossi; il midollo inattivo
è giallo per l’abbondanza di adipociti.
Nonostante la produzione del sangue negli adulti sia limitata a piccole
aree,il fegato,milza e regioni inattive (gialle) del midollo osseo possono
riprendere in caso di necessità la loro funzioni emopoietica. Nelle
regioni emopoietiche del midollo osseo il 25% delle cellule in
maturazione dà origine ai globuli rossi mentre il 75% è destinato alla
formazione di globuli bianchi. La durata della vita dei bianchi è più
corta rispetto a quella dei rossi e quindi devono essere sostituiti più
spesso (es. i neutrofili hanno un’emivita di 6 ore e l’organismo deve
produrre oltre 100 milioni di nuovi neutrofili al giorno per sostituire
quelli morti, i rossi vivono per 4 mesi nel sistema circolatorio).

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La produzione e la maturazione degli elementi corpuscolari del sangue


sono sotto il controllo di molecole dette CITOCHINE: peptidi o proteine
rilasciati da una cellula per influenzare la crescita o l’attività di un’altra
cellula. Molte citochine vengono chiamati fattori con una specificazione
che descrive le loro azioni: fattore di crescita,fattore di differenziazione,
fattore attivante. Alcune delle più note dell’emopoiesi sono i fattori
stimolanti le colonie: molecole sintetizzate dalle cellule endoteliali e dai
globuli bianchi. Altre sono rappresentate dalle INTERLEUCHINE (es. IL-
3).
Il nome interleuchina viene dato inizialmente alle citochine rilasciate da
un globulo bianco e che agiscono su un altro bianco. Una volta
determinata la sequenza aa, all’interleuchina viene assegnato un
numero. Esse svolgono un ruolo importante anche nel sistema
immunitario.
Un’altra citochina emopoietica è rappresentata dall’eritropoietina che
controlla la produzione di globuli rossi. Viene considerata in genere un
ormone ma è meglio definirla come citochina: prodotta solo in caso di
necessità e non è pre-immagazzinata in vescicole come gli ormoni.
I fattori stimolanti le colonie (CSF) furono identificati e denominati così
per la loro capacità di stimolare la crescita di colonie di globuli bianchi
in coltura queste citochine prodotte dalle cellule endoteliali,dai
fibroblasti e dai globuli bianchi regolano la produzione e lo sviluppo dei
leucociti (LEUCOPOIESI), stimolano sia la divisione cellulare (mitosi) sia
la maturazione delle cellule staminali, una volta che il leucocita si è
differenziato perde la capacità mitotica.
La produzione dei globuli bianchi nuovi viene in parte regolata dai
globuli bianchi esistenti. Questa forma di controllo fa si che lo sviluppo
dei globuli bianchi sia molto specifico e si adatti alla necessità
dell’organismo. Quando il sistema immunitario deve rispondere ad
agenti esogeni cambiano sia il numero asoluto dei bianchi sia la % delle
diverse classi di leucociti presenti in circolo.
(FORMULA LEUCOCITARIA)

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La trombopoietina (TPO): glicoproteina che regola la crescita e la


maturazione dei megacariociti, cellule progenitrici delle piastrine. È
sintetizzata principalmente nel fegato.
ERITROPOIESI: produzione dei globuli rossi è regolata dalla
glicoproteina eritropoietina (EPO) coadiuvata d diverse citochine, è
sintetizzata principalmente dal rene nei soggetti adulti, lo stimolo per la
sintesi e il rilascio dell’EPO è l’ipossia cioè la presenza di bassi livelli di
ossigeno nei tessuti, l’ipossia stimola la produzione di un fattore di
trascrizione detto fattore inducibile dall’ipossia 1 (HIF-1) che attiva il
gene specifico determinando un aumento della sintesi di EPO.
Questa regolazione (come altre regolazioni endocrine)ha lo scopo di
mantenere l’omeostasi: l’EPO stimolando la sintesi dei rossi determina
l’immissione di una maggiore quantità di emoglobina in circolo per il
trasporto di ossigeno. Viene prodotta al moment del bisogno e non viene
accumulata nelle cellule come avviene per gli ormoni.

GLOBULI ROSSI: sono gli elementi corpuscolari più abbondanti del


sangue. Un microlitro di sangue circa 5 milioni di globuli rossi mentre
contine solo 4000-11000 globuli bianchi e 150000-450000 piastrine. La
funzione principale dei rossi è trasportare ossigeno dai polmoni alle
cellule e anidride carbonica dalle cellula ai polmoni.
Il rapporto tra globuli rossi e plasma è indicato clinicamente
dall’EMATOCRITO: % del volume occupato dagli eritrociti sul volume
totale di sangue. L’ematocrito si misura prelevando un campione in un
sangue in un tubo capillare e sottoponendolo a centrifugazione in modo
che i globuli rossi più pesanti precipitino sul fondo del capillare
lasciando i più leggeri globuli bianchi e le piastrine al centro e il plasma
in superficie.
La colonna di globuli rossi strettamente ammassati viene misurata e
confrontata in % con il volume totale del campione per stabilire il valore

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dell’ematocrito. I valori normali sono 40-45% nell’uomo, 37-47% nella


donna.
I globuli rossi non hanno il nucleo: nel midollo osseo le cellule staminali
determinate si differenziano attraverso diversi stadi in eritroblasti
nucleati di grandi dimensioni, man mano che gli eritroblasti maturano il
nucleo si condensa e il diametro della cellula scende da 20 µm a circa 7
µm. Nell’ultima tappa prima della maturazione definitiva il nucleo viene
espulso dalla cellula e fagocitato dai macrofagi del midollo osseo. In
altri organuli dotati di membrana come i mitocondri vanno incontro a
lisi e scompaiono, l’ultima forma di cellula immatura (il reticolocita)
lascia il midollo osseo ed entra nella circolazione sistemica dove si
trasforma in eritrocita maturo n circa 24 h.
I globuli rossi maturi dei mammiferi in una soluzione isotonica hanno la
forma di dischi biconcavi con il centro schiacciato, sono “contenitori”
membranosi ripieni di enzimi ed emoglobina, poiché i globuli rossi non
contengono mitocondri, non possono attuare il metabolismo aerobico: la
glicolisi è la loro fonte principale di ATP. A causa della mancanza del
nucleo e del reticolo endoplasmatico necessari per la sintesi proteica gli
eritrociti non sono in grado di sintetizzare nuovi enzimi o di rinnovare i
compartimenti della membrana, questa incapacità di determinare una
progressiva perdita della flessibilità di membrana rendendo le cellule
più vecchie piuttosto fragili e facili alla rottura.
La forma biconcava del globulo rosso è una delle sue caratteristiche
tipiche: è mantenuta grazie a una complessa struttura citoscheletrica
ancorata a proteine trans membrana, nonostante il citoscheltro i rossi
sono molto flessibili, grazie a questa flessibilità l’eritrocita modifica la
propria forma per passare attraverso i sottili capillari dell’apparato
circolatorio.
La struttura a disco permette ai globuli rossi di modificare la propria
forma in risposta ai cambiamenti osmotici del sangue, in un mezzo
ipertonico il globulo rosso si raggrinza e la sua superficie assume una
forma spinosa simile a quella di un riccio a causa del legame esistente

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tra la membrana e il citoscheletro immodificato sottostante. Un


eritrocita in un mezzo lievemente ipotonico si gonfia e assume la forma
di una sfera senza che venga alterata l’integrità della membrana.
La morfologia dà utili info sulla presenza di certe patologie: a volte le
cellule perdono il loro aspetto di disco biconcavo e assumono una forma
più semplice a quella della cellula in un mezzo ipotonico. Nell’anemia
falciforme gli eritrociti presentano una forma a falce o a luna crescente.
In alcuni stati morbosi la dimensione dei globuli rossi cioè il volume
corpuscolario medio (VCM) può essere troppa elevato o troppo piccola.
(microcitici nell’anemia sideropenica , ipocromici se sono pallidi a causa
della mancanza dell’emoglobina).
L’EMOGLOBINA è il principale componente dei globuli rossi, nota per il
suo trasporto dell’ossigeno, è una proteina complessa con 4 catene
proteiche globulari ognuna delle quali circonda un gruppo eme
contenente ferro, contiene molte isoforme della proteina GLOBINA, le
isoforme più comuni sono alfa,beta,gamma, delta in funzione della
struttura della catena. La maggior parte dell’emoglobina adulta (HbA)
ha deu catene alfa e due beta, una piccola % dell’HbA ha due catene alfa
e due delta (HbA2). I quattro GRUPPI EME in una molecola di
emoglobina sono identici, ciascuno consiste di un anello porfinirico
carbionio-idrogeno-azoto con un atomo di ferro al centro, (circa il 70%
di ferro nel corpo si trova qui).
La sintesi di emoglobina richiede un adeguato apporto di ferro con la
dieta (carne rossa,fagioli,spinaci).
Il ferro viene assorbito mediante trasporto attivo a livello dell’intestino
tenue, una proteina carrier (la TRANSFERRINA) lega il ferro e lo
trasporta nel sangue, il midollo osseo capta il ferro e lo usa per la sintesi
del gruppo eme dell’emoglobina che consente lo sviluppo dei globuli
rossi. Quella parte del ferro assorbito non utilizzato immediatamente
per la sintesi dell’eme viene immagazzinato principalmente a livello
epatico all’interno di una proteina sferica chiamata FERRITINA. Il ferro

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complessato con la proteina può essere convertito in ferro solubile e


rilasciato quando necessario per la sintesi di emoglobina.
Il ferro in eccesso nel corpo è tossico: i sintomi iniziali
dell’avvelenamento da ferro comprendono dolori gastronintestinali,
crampi e sanguinamento gastrico quando il ferro corrode l’epitelio della
mucosa gastrointestinale segue poi insufficienza epatica.
I globuli rossi vivono circa 120 +/- 20 giorni. L’aumento della fragilità
dei globuli rossi più vecchi può determinare la rottura mentre tentano di
passare negli stretti capillari o vengono catturati dai macrofagi
residenti nella milza. Molti componenti delle cellule distruttive vengono
riciclati, gli aa delle catene globiniche dell’emgolobina sono utilizzati
nella neosintesi proteica mentre alcuni gruppi eme possono essere
riutilizzati per nuovi gruppi eme. La parte restante dei vecchi gruppi
eme viene convertita dalla milza in un pigmento colorato (la
BIRIBULINA) che viene trasportata dall’albumina plasmatica al fegato
metabolizzata e incorporata nella bile. La bile viene secreta nel tratto
digerente e i metaboliti della biribulina lasciano l’organismo con le feci.
Una piccola quota di altri metaboliti della biribulina è filtrata
dall’apparato renale e contribuisce al colore giallo delle urine.
I livelli plasmatici di biribulina a volte sono elevati (iperbiliribulina)→
condizione di ITTERO provoca una colorazione gialla della cute e delle
sclere oculari. Varie cause: i neonati in cui l’emoglobina fetale viene
distrutta e sostituita da quella adulta sono suscettibili alla tossicità della
bilirubina; presenza di patologie epatiche in cui il fegato non è in grado
di metabolizzare o di effettuare l’escrezione della biribulina.

Poiché l’emoglobina svolge un ruolo fondamentale nel trasporto di


ossigeno, il numero di globuli rossi e il contenuto di emoglobina
nell’organismo sono tanti, se il contenuto è troppo basso→ ANEMIA (il

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sangue non riesce a trasportare ossigeno in quantità adeguata ai


tessuti).
Anemie emolitiche: la velocità di distruzione dei globuli rossi supera la
velocità di produzione, sono difetti ereditari in cui l’organismo produce
globuli rossi più fragili (es. sferocitosi ereditaria).

Anemia falciforme: difetto gentico in cui il glutammato (aa in posizione


6 nella catena beta costituita da 146 aa dell’emoglobina) è sostituito
dalla valina. Il risultato è la formazione di un’emoglobina anomala
(HbS) che cristallizza quando rilascia l’ossigeno e fa assumere ai globuli
rossi una forma a falce. I globuli rossi falciformi si aggregano tra loro
mentre passano nei vasi più piccoli causandone il blocco e impedendo il
flusso sanguigno ai tessuti. Questo blocco provoca danno tissutale e
dolore ipossia-dipendente.
Una terapia: somministrazione di IDROSSIUREA, composto che inibisce
la sintesi di DNA, nel midollo osseo l’idrossiurea stimola i globuli rossi
immaturi a produrre emoglobina fetale (HbF) invece di quella adulta.
L’HbF interferisce con la cristallizzazione dell’emoglobina e i globuli
rossi non assumono più la forma a falce.
Viene metabolizzata a ossido nitrico (NO) che provoca vasodilatazione.
Altre forme di anemia derivano dall’incapacità del midollo osseo di
sintetizzare quantità adeguata di emoglobina:
Anemia sideropenica: se viene escreto più ferro di quanto ne venga
introdotto con la dieta, il midollo osseo non disponde della quantità
adeguata di ferro per sintetizzare i gruppi eme e la sintesi di
emoglobina rallenta. Presenta numero basso di globuli rossi (che si
riflette in un valore basso di ematocrito) o un basso contenuto di
emoglobina nel sangue. I globuli rossi sono più piccoli del normale
(microcitici) e il basso contenuto di emoglobina conferisce loro colore
chiaro (ipocromiche).

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Policitemia vera: numero di globuli rossi superiori alla norma,


disfunzione di cellule staminali che producono troppo globuli bianchi e
rossi. Ematocrito superiore al 60-70% (valore normale è 37-45%),
l’aumento del numero di cellule rende il sangue più viscoso,con
incremento della resistenza al flusso nel sistema circolatorio.
Policitemia relativa (falsa): il numero dei globulri rossi è normale ma
l’ematocrito è alto a causa di una perdita di volume plasmatico, si
verifica in seguito a disidratazione.

PIASTRINE: sono frammenti cellulari prodotti nel midollo osseo a


partire da grandi cellule (megacariociti), questi sviluppano dimensioni
così grandi perché vanno incontro alla replicazione del DNA anche fino
a sette volte senza subire divisione nucleare e citpolasmatica. Il risultato
è una cellula poliploide contenente più copie del proprio DNA nei nuclei
lobati, i bordi esterni dei megacariociti midollari si estendono attraverso
l’endotelio verso il lume dei seni ematici del midollo osseo, dove le
estensioni citoplasmatiche si frammentano in piastrine discoidali.
Sono più piccole dei globuli rossi,prive di colore e di nucleo, il loro
citoplasma contiene mitocondri, reticolo endoplasmatico liscio e
numerose vescicole ancorate alla membrana chiamate GRANULI ripiene
di una varietà di citochine e fattori di crescita. Esistono 3 tipi di granuli:
in un tipo di granulo sono presenti oltre 280 diverse proteine come il
fattore di crescita dell’endotelio vascolare (VEGF) che promuove
l’angiogenesi e le metallo proteinasi della matrice (MMP). Le piastrine
sono sempre presenti nel sangue e la loro vita media è di 10 gg, sono
conosciute per il ruolo che svolgono nell’aiutare ad arrestare la perdita
di snague ma agiscono anche come cellule immunitarie e mediatori
della risposta infiammatoria.
Per la sua natura liquida il sangue scorre liberamente nel sistema
circolatorio, una delle sfide del nostro organismo è quella qualora ci
dovesse essere una “crepa” di riuscire a richiudere queste vie di perdita
pur mantenendo il flusso di sangue nei vasi. Questa sfida è complicata

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dal fatto che il sangue circolante è sotto pressione per cui se il “tappo” di
riparazione è troppo debole potrà essere facilmente spinto via dalla
pressione del sangue, di conseguenza l’arresto della perdita di sangue
comprende diverse tappe.
Innanzitutto la pressione dei vasi deve essere diminuita per un tempo
sufficiente da permettere di creare un sicuro meccanismo di chiusura in
forma di coagulo, una volta che il coagulo è a posto e la perdita di
sangue bloccata, subentrano meccanismo di riparazione, quando la
ferita è rimarginata alcuni enzimi dissolvono gradualmente il coagulo
mentre i globuli bianchi fagocitano e distruggono i detriti.
EMOSTASI: processo che permette di mantenere il sangue all’interno dei
vasi danneggiati (processo opposto: emorragia). Si articola in tre stadi
principali:
1) VASOCOSTRIZIONE
2) BLOCCO TEMPORANEO della LESIONE per mezzo di tappo
piastrinico
3) COAGULAZIONE del sangue cioè formazione di un coagulo
che sigilla la lesione finchè i tessuti non sono riparati
Il 1) stadio è l’immediata costrizione dei vasi danneggiati per ridurre
temporaneamente il flusso e la pressione del sangue all’interno del vaso,
la vasocostrizione è dovuta a molecole paracrine rilasciate
dall’endotelio.
Il 2) stadio è rappresentato dal blocco meccanico della lesione per
mezzo di un tapo piastrinico, la formazione di questo tappo inizia con
l’adesione piastrinica quando le piastrine aderiscono al collagene
esposto a causa della lesione della parete del vaso, le piastrine adese si
attivano rilasciando citochine che diffondono nell’area circostante la
lesione. I fattori piastrinici rinforzano la vasocostrizione locale e
promuovono l’attivazione di altre piastrine che si attaccano l’una con
l’altra formando un aggregato non compatto, il tappo piastrinico (le
piastrine che attivano altre piastrine: circuito a retroazione positivia –
FEEDBACK POSITIVO-).

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Contemporaneamente il collagene esposto e un fattore tissutale (miscela


proteico-fosfolipidica) innescano il 3) stadio: la formazione di una rete
di fibre proteiche di fibrina che stabilizza il tappo piastrinico formando
un coagulo. La fibrina è il prodotto finale di una serie di reazioni
enzimatiche nota come cascata della coagulazione, quando il vaso
danneggiato si è riparato il coagulo si ritrae e si dissolve per l’azione
dell’enzima plasmina.
L’organismo deve mantenere un equilibrio emostatico: una diminuzione
dell’emostasi determina eccessivi sanguinamenti, un suo aumento può
provocare la formazione di un trombo cioè un coagulo di sangue che
aderisce alle pareti non lesionate dei vasi, un grande trombo può
ostruire il lume dei vasi e bloccarne il flusso.
L’ATTIVAZIONE delle piastrine innesca il PROCESSO COAGULATIVO:
quando un vaso sanguigno viene danneggiato l’esposizione del collagene
della parete vasale e il rilascio di sostanze chimiche da parte delle
cellule endoteliali determinano l’attivazione delle piastrine. Il
rivestimento endoteliali dei vasi separa le fibre di collagene dalla
matrice del sangue circolante ma quando il vaso viene danneggiato il
collagene viene esposto e le piastrine iniziano ad aderirvi. L’adesione
delle piastrine al collagene è favorita dalle integrine proteine trans
membrana che sono connesse al citoscheletro. Il legame con il collagene
attiva le piastrine che rilasciano il ontenuto dei loro gramuli
citoplasmatici tra cui un ruolo chiave è giocato dalla serotonina (5-
idrossitriptanina), l’ADP e dal fattore attivante le piastrine (PAF) che
avvia una retroazione positiva che porta all’ulteriore attivazione di
piastrine. Innesca in modo autocrino una via di segnalazione che
converte i fosfolipidi della membrana piastrina in TROMBOASSANO A2,
la serotonina e questo ultimo sono dei vasocostrittori, promuovono
l’aggregazione piastrinica insieme all’ADP e al PAF,il risultato è un
tappo piastrinico in crescita che sigilla la parete vasale danneggiata.
Se l’aggregazione piastrinica è un veneto regolato con meccanismo a
retoroazione positiva cosa impedisce che il tappo continui a formarsi e

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quindi si espanda dal sito danneggiato ad altre aree della parete del
vaso sanguigno? La risposta sta nel fatto che le piastrine non aderiscono
all’endotelio normale. Le cellule endoteliali intatte producono e
rilasciano PROSTACICLINA ovvero un ecosanoide derivante da alcuni
lipidi della loro membrana plamatica. L’ossido nitrico rilasciato
dall’endotelio intatto contribuisce a inibire l’adesione delle piastrine, la
combinazione di attrazione piastrinica al sito danneggiato e repulsione
dalla parete vasale normale produce una risposta localizzata che limita
il tappo piastrinico all’area danneggiata.
La 3) tappa dell’emostasi, la coagulazione rappresenta un processo
complesso in cui il sangue che è liquido forma un coagulo gelatinoso. La
coagulazione è suddivisa in due vie che alla fine convergono in una sola.
La VIA INTRINSECA inizia quando il tessuto danneggiato espone il
collagene, per questa ragione la via intrinseca è anche conoscita come
via di attivazione per contatto, utilizza proteine già presenti nel plasma.
Il collagene attiva il primo enzima il fattore XII che dà inizio alla
crescita.
La VIA ESTRINSECA inizia quando i tessuti danneggiati espongono un
fattore tissutale detto anche tromboplastina tissutale o fattore III.
Questa via è anche chiamata via della lesione cellulare o via del fattore
tissutale, questo fattore attiva il fattore VII dando inizio alla via
estrinseca.
Le due vie si uniscono in un’unica via comune che porta alla formazione
di trombina l’enzima che converte il fibrinogeno in un polimero di
fibrina insolubile, le fibre di fibrina vanno a far parte del coagulo.
Il processo della coagulazione è qualcosa di più di una cascata: i fattori
delle vie intrinseca e estrinseca interagiscono tra loro rendendo il
processo della coagulazione più simile a una rete piuttosto che a una
semplice cascata, ci sono numerose regolazioni a retroazione positiva
che sostengono la cascata fino a che una o più delle proteine
plasmatiche non sia stata completamente utilizzata.

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Il risultato della coagulazione consiste nella conversione del fibrinogeno


in fibrina, una reazione catalizzata dall’enzima trombina. Le fibre di
fibrina s’intrecciano con il tappo piastrinico e intrappolano i globuli
rossi all’interno della loro rete, il fattore XIII attivo stabilizza il coagulo
catalizzando la formazione di legami crociati covalenti tra monomeri di
fibrina.
Il coagulo è una soluzione tampone, mentre la parete del vaso
danneggiato si autoripara lentamente il coagulo si disgrega quando la
fibrina si riduce in frammenti per l’intervento dell’enzima plasmina. Una
forma inattiva della plasmina è il plasminogeno che è parte del coagulo.
Dopo la coagulazione la trombina un fattore della cascata della
coagulazione opera insieme a un secondo fattore detto attivatore
tissutale del plasminogeno (t PA) per convertire il plasminogeno inattivo
in plasmina, la plasmina idrolizza le fibre formate dalla fibrina in un
processo detto FIBRINOLISI.
ANTICOAGULANTI: impediscono la coagulazione
Una volta che la coagulazione è iniziata che cosa impedisce che continui
fino a quando tutto il sangue circolante non sia coagulato?
Due diversi meccanismi limitano l’estensione della coagulazione
all’interno di un vaso:
1) Inibizione dell’adesione piastrinica
2) Inibizione della cascata della coagulazione e della produzione di
fibrina
Le cellule endoteliali rilasciano sostanze chimiche gli anticoagulanti che
impediscono il verificarsi della coagulazione, la maggior parte di essi
agisce bloccando una o più delle reazioni coinvolte nella cascata della
coagulazione.
L’organismo produce due anticoagulanti: EPARINA e ANTITROMBINA II
che collaborano per bloccare i fattori IX, X, XI, XIII attivati, la proteina C
è un coagulato endogeno che inibisce i fattori V,VIII.

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