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PUBBLICAZIONI DELLA

SCUOLA DI PERFEZIONAMENTO IN FILOSOFIA


DELL'UNIVERSITÀ DI PADOVA
------~--------l----------------

ENRICO BERTI

IL ilDE RE PUBLICA"
DI CICERONE E IL PENSIERO
POLITICO CLASSICO

PADOVA
CEDAM - CASA EDITRICE DOTT. ANTONIO MILANl
1968

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SOMMARIO

Premessa . pago 7

CAPITOLO I.
IL RAPPORTO FRA TEORESI E PRASSI
PROPRIETA LETTERARIA RISERVATA I. ~ La virtù come unità di teoresi e prassi 9
2. - Insufficienza della teoresi senza la prassi )) 15
3. - Insufficienza della prassi senza la teoresi }} 20

© COPYright 1963 by CEDAM _ Padava


CAPITOLO II.
IL PROBLEMA DELLA COSTITUZIONE

I. - Definizione dello Stato ) 27


2. - Le costituzioni semplici ) 35
3. - La costitùzione mista . 45

CAPITOLO III.
IDEA E STORIA

I. - Considerazioni metodologiche
2. - La costituzione romana
3. - La funzione dell'idea nella storia

CAPITOLO IV.
L'ETICITÀ DELLO STATO
_ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _~S~ta=m=pa=t:a~in~'~t"'ali,a - Printed in Ita/u
r., - L'apparente contrasto fra politica e morale . )} 79
TIPOGRAFIA EDITRICE" LA GA.RANGOU" _ PADOVA
2. - La necessità della giustizia nello Stato » 85
3. - L'attuazione concreta della giustizia 93

Conclusione . » 101
PREMESSA

N ella trama del pensiero antico Cicerone rappresenta uno dei pochi
nodi che, pur non coincidendo sempre con le posizioni speculativamente
più elevate J tuttavia costituiscono il punto di partenza necessario del-
l'indagine storiografica. Egli occupa infatti nella storia della filosofia un
posto di. primo piano, non tanto per avere elaborato un sistema filosofico
originale, quanto perché il suo pensiero è stato il punto di incontro e
di scontro di quasi tutte le principali correnti della filosofia precedente
ed il tramite attraverso cui per vari secoli il pensiero greco venne cono-
sciuto e valutato.
Nel complesso della problematica ciceroniana è senza dubbio premi-
nente il tema politico, il più congeniale alle attitudini di un pensatore
romano ed il p'h't interessante fra quelli da lui trattati, a causa del suo
diretto riferimento ad una concreta realtà politica quale Roma.
Per questo si è giudicato utile raffrontare il pensiero politico di Ciet/-
rone, quale risulta essenzialmente dal De re publica, con le espressioni
più significative del pensiero politico greco, ossia le p'osizioni di Platone
e di Aristotele. Il confronto non consisterà nella determinazione delle
fonti letterarie, a cui Cicerone attinse il disegno generale della sua opera
o le particolari affermazioni in essa contenute, poiché in questo settore
l'indagine storiografica si è già ampiamente esercitata e non sembra ripro-
mettersi molti nuovi risultati. Esso sarà invece una valutazione, dal punto
di vista storico-filosofico, di che cosa Cicerone ha effettivamente com-
preso, accolto o trasformato delle dottrine platonico-aristoteliche intorno
allo Stato.
Alla base della ricerca stanno due presupposti, la cui giustificazione
è stata o sarà oggetto di studi più appropriati: l'uno, di natura storica, è
la sos!anz:iale co"ntinuità fra la posizione platonica e quella aristotelica;
raltro, di natura teoretica, è il valore classico di tale posizione. La fun-
zione di questo duplice presupposto è di permettere una più sicura valu-
tazione del livello speculativo a cui giunse Czcerone.
-~------~~

CAPITOLO I.

IL RAPPORTO FRA TEORESI E PRASSI

I. ~ LA VIRTÙ COME UNITÀ DI TEORESI E PRAsSI.

Nell'intraprendere la sua de re publica disputatio Cicerone si preoc-


cupa che essa non si tenga invano, perciò giudica di dovere in primo
luogo toglier via ogni dubitatio ad Tem publicam adeundi ('). A tale
intento è dedicato il proemio al primo libro del!' opera. Fra gli argo-
menti di esso che ci sono stati conservati incontriamo anzitutto un ri-
chiamo alla condotta di alcuni illustri personaggi della storia di Roma,
particolarmente M. Porcio Catone, « dal quale tutti noi, che abbiamo
,i suoi medesimi ideali, ci facciamo guidare, come da un modello, ad
industriam virtutemque». Questi, osserva Cicerone, essendo homo z"gno-
tus et novus avrebbe certamente potuto se in otio delectare ma da pazzo,
J J

ut isti putant, « preferì farsi sballottare fra questi marasi e fortunali fino
alla più avanzata vecchiaia, piuttosto che vivere felice e beato in t'lla
tranquilli/ate atque otio ('»).
Dal primo argomento dunque appare che per Cicerone la virtus, cioè
il valore, l'ideale, la perfezione dell'uomo, di cui Catone rappresenta il
modello, non consiste nell'ott'um, bensì nell'azione - si potrebbe dire
nel negott'um -, intesa come partecipazione alla vita politica. Questa
tesi viene sostenuta in polemica contro alcuni avversari, non designati
altrimenti che con l'appellativo, lievemente spregiativo, di isti, i quali
presumibilmente ~ostenevano che l'ideale si raggiunge nell'otium. Fin
dalle prime battute dell'opera ci troviamo cosl di fronte, più che alla

(1) De re p., I, 7, 12, Per il testo mi riferisco di regola all'edizione critica di


CIC.,

L. CASTIGLION1,II ed., Torino, 1947 (Corpus Scriptorum Latinomm Pamvianum) , mentre


per la traduzione ho seguito, con frequenti modifiche, quella di L. FERRERa, Torino, 1953
(CICERONE, Opere politiche e filosofiche, I).

(2) I, I, r.
r
I

CAPlTOLO PRIMO lL RAPPORTO FllA T.IWllESl "E 1'I\ASSl u

contrapposizione fra l'ideale della vita teoretica e quello della vita pra- zÌone (eerov), la quale consiste nell'azione che esso soltanto o esso me-
tica, che numerosi interpreti, come vedremo, hanno voluto scorgcrvi, glio di qualunque altro ente può compiere: ad esempio gli occhi hanno
alla contrapposizione fra otium e negotium, intesi rispettivamente come come funzione la vista c le orecchie l'udito. Inoltre ciascun ente, al quale
vita privata c vita pubblica. è assegnata una funzione, deve possedere una sua propria v~rtù (àe.E'1:1"j),
Gli avversari, contro cui Cicerone polemizza, possono essere ravvi- che è ciò per cui esso è in grado di compiere bene la propna funzlOne,
sati in. vari gruppi di pensatori, greci o romani, appartenenti al passato mentre il vizio è ciò per cui esso la compie male. Si può parlare per-
o a 1m contemporanei. L'interpretazione più persuasiva è quella che li tanto di una virtù degli occhi, di una virtù delle orecchie e di una virtù
identifica con gli Epicurei, come è suggerito da un accenno di Cicerone dell'anima. Quando l'anima ha la virtù, afferma Platone, essa è in grado
alla voluptas, che essi avrebbero associato all'otium, contrapponendola di compiere bene le sue funzioni, che sono vivere, prendersi cura, co-
alla vita politica C), e da una successiva allusione alla dottrina, sostenuta mandare, volere; quando invece ha il vizio, le compie male. Ma un'anima
da Epicuro, secondo cui il sapiente deve occuparsi della cosa pubblica che compie bene le sue funzioni è buona, una che le compie male è
solo quando vi è costretto dalla necessità e). cattiva. La virtù dell'anima poi è la giustizia, intesa come l'unità di
Oltre che all'esempio dei più illustri romani, Cicerone ricorre, per tutte le virtù, mentre il suo vizio è l'ingiustizia (1).
difendere la sua tesi, all'analisi del concetto di virtù. Egli afferma che Di qui appare chiaro che per Platone la virtù è ciò per cui una cosa
non basta habere virtutem ... quasi artem aliquam, se non se ne fa uso, è buona, cioè è in grado di compiere bene la propria funzione: essa
perché l'arte, anche se non viene usata, può tuttavia essere posseduta dunque ha un significato generale di bontà, perfezio~e o, me.glio, di
come scienza, restando la medesima, mentre la virtù in usu sui tota po~ condizione della bontà c della perfezione, poiché la pIenezza dI queste
sita est; il massimo uso poi che si può fare di essa, è la civitatis guber- SI ha soltanto quando la cosa funziona bene, cioè esercita attualmente
natio e l'attuazione, nella realtà e non a parole, di quegli stessi inse- la propria virtù.
gnamenti che (( costoro» fanno risonare nel chiuso delle loro scuole (5). La stessa dottrina si ritrova in Aristotele, sia l'Aristotele delle opere
Questo passo può essere inteso come un'affermazione del primato della giovanili, il più vicino a Platone, sia quello delle opere matu~e, c~~
prassi (l'usus, la civitatis gubernatio) nei confronti della teoresi (l'arsI la conserva intatto il nucleo teoreticamente più valido delle opere glOvamh
scientia): se ciò fosse vero, Cicerone verrebbe a professare una dottrina c quindi del platonismo. Egli infatti nel Protreptico. afkr~a che o~ni
pragmatistica, del tutto opposta al teoreticismo classico di Platone e di cosa si trova nello stato di bontà in base alla propna vlrtu, pOlche Il
Aristotele. Ma una simile interpretazione è a mio avviso ingiustificata, bene consiste nella realizzazione di questa; e poco dopo soggiunge che,
perché considera i termini in questione in un senso eccessivamente ri- qualora ciascuna cosa compia nel modo migliore quella che per natura
stretto, come si può subito constatare attraverso un confronto fra la posi- è la sua funzione (eeYov), allora si deve dire che essa è buona e si deve
zione ciceroniana e quella assunta allo stesso riguardo da Platone e da
Aristotele. Dialog, Lcipzig, 1895, I, 463-466; L. HINZE, QtlOS auctores Graecos Giaro in libris De r~.
Platone nella Repubblica, che, come è noto, costituisce il modello pttblica componendis adlzibuerit, Diss. Halle, 1900; G. GALBIATI, De jontibus M. TuUI1
letterario a cui si ispira il De re publica di Cicerone e la fonte di molte 'Ciceronis librorum qui mallserunt De re publica et De legibus quaestiones, Milano, 1916 ;
N. WILSING, Aufbau und Quellen von Giceros Schritt De re publica, Leipzig, 1929, e
dottrine in esso contenute ("), afferma che ogni ente ha una sua fun-
numerosi altri autori. Un confronto sistematico col pcnsiero politico greco, ed in partico-
lare platonico, è stato compiuto da V. POSCBL, Romischer Staat und griechisches Staats~
(3) lbid., fine. den!(en bei Ciceto, Berlin, 1936.
(~) I, 6, IO. Cf. El'lCUI\US, ap. SENECA~l, De al., III, 2. (7) PLAT., Resp., I, 352 d-353 e. L'osservazione che la giustizia, di cui qui si parla,
(5) I, 2, 2. non è la particolare virtL! sociale, a cui si pensa comunemente, ma « la virtù socratica
(Ii) Secondo PLIN., Nat. Rist. prad. 22, Cicerone de re pubi/ca P/atollis se conlltem 'che~è-una )), è di C. J. DE VOCEL, Aristotele e l'ideale della vita contemplativa, « Giornale
profitetur. Delle fonti dell'opera si sono occupati R. HlRZEL, Untersuchungen zu Ciceros di metafisica )), 16, 1961, 455, la quale a questo riguardo dissente da S. MANSroN, Con~
philosophischen Schritten, Leipzig, 1882; R. J. SCBUBERT, Quos Cicero in libris l et Il de templation and action in Aristotle's Protrepticus, in Aristotle and Plato in tlze Mid-Fourtlz
re publica auctores sectttus esse videatur, Diss. Wiirzburg, 1883; C. TUIAUCOUI\T, Essai SUl' Century, Goteborg, 1960, 56-75, ehe aveva tratto argomento dal passo in questione per
ies traités philosoplziques de Cicéron et /ettrs sources grecques, Paris, 1885; R. HIRZEL, Der contrapporre la posizione platonica a quella aristotelica.
I2
CAPITOLO PRIM:O
IL RAPPORTO ,PRA TEORESI E PRASSI
'3
considerare suprema quella virt' . base
natura costituita in modo cl li, In alla quale quella cosa è per pratico, è dovuto proprio alla differenza che intercorre fra l'arte e la
"
pIenza (<pIlO"1'la{"') che
a poter operare questo T I
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"" I
. a e vutu e a sa- virtù. Quando infatti non si tratta di determinare il supremo valore umano,
" "' " COlnCl e con quell h PI ossia la perfezione stessa dell'uomo, ma un valore secondario, come l'arte,
chiama giustizia (S) Ritro " "l a c e atone nella Repubblica
. VIamo qUl a stessa COfr l ' f "' ossia la tecnica, tale valore può esaurirsi in uno solo dei due aspetti,
zione stabilita da Pl t I e aZlOne fa vlrtu e fun-
, a one, e a stessa affermazion h '1 b . ad esempio quello teoretico, il quale, se rispetto all'applicazione pratica
cosa consiste nel compiere bene l . . e c e. 1 erre dI una
la propria virtù. a propna funZIone, OSSla nell'esercitare rappresenta il .momento potenziale, in se stesso è pur sempre un'attività,
cioè l'attuazione di una potenzialità.
. Nell'Etica Eudemea la correlazione fra virtù . . . Più adatta: ad un'interpretazione pragmatistica del pensiero cicero-
nta, quale caso particolare nella ., . e :unZlOne VIene lllse p

ed uso (xef!at», che è poi 'queUa f:~u ::~~: c~r,re]azlOne fra abito (f!~t»
niano può sembrare forse l'identificazione dell'usus maximus virtutis con
nel senso che la virtù e' l'ab"t h p ( vpaptç) e atto (lpéersta), la civitatis gubernatia. Anche a questo riguardo però è possibile dimo-
I o c e consente cl . b strare che Cicerone non pensa tanto ad un primato della prassi sulla
è l'uso dell'abito" quindi 1"1 b f " " 1 agIre ene e la funzione
. ' ilon unZlOilamento' . . . teoresi, quanto piuttosto a identificare il supremo valore umano con
d! una cosa, sarà l'uso della . t' (9) L ' In Cll1 consIste Il bene
l'Eìica Nicomachea dav ,VIT U "ho s:esso concetto è ribadito nel- l'unità inscindibile di teoresi e prassi. Prima di tentare questa dimostra-
, e SI a fferma c e 11 bene d II' , zione è però necessario esaminare compiutamente la posizione assunta
( EvéQysla) dell'anima in base ", , e Uomo e attività
, a vlrtu Cloe possiam d' da Cicerone a questo riguardo. L'argomento principale, di cui Cicerone
Virtù (10); e che la felicità' ' l 'b ' , o Ire, uso della
n l ' ' In Cul ta e ene consiste, è nella virtù, ma si vale, è l'osservazione che non c'è nessuna fra le cose giuste ed oneste
on ne suo semplIce possesso, bensÌ nel sua uso Cl) dette dai filosofi, la quale non sia stata attuata e confermata dai legi-
"Se, alla luce di queste indicazioni, rileggiamo I~ d" h" " slatori degli Stati. Le cose giuste ed oneste sono i valori, le diverse virtù,
roniana, secondo cui non basta habe' IC laraZlOne elce·
h ~, , re vzrtutem, se non se ne fa intese questa volta in senso particolare, come la pietà, la giustizia, la con-
P erc e vzrtus zn Usu sui tata posita est vi rit ' ,uso,
tinenza, la fortezza. Questi valori, delineati nelle dottrine, vennero attuati
trina di Platone e di Aristotele La vi t', d' r~vla~o. la medesima dot-
" l . r u, I CUI qUI SI parla ' ad opera dei legislatori nei costumi e nelle leggi. Ora, in base a quanto
paruco are virtù ma la virt' d 11" , non e una
'"d '
l 1 eale di umanità di cui Caton '"IU e uomo In generale cioè l f " 'detto prima, è indubbio che il valore attuato è superiore a quello sem-
d Il ' a per eZlone,
" ' eelmoeoEssa' I plicemente delineato, anzi il vero valore è soltanto' quello attuato, in cui
Cloe costituisce veramente per l'u 'I l . e veramente ta e,
"l' , orno l va ore supremo 1t si realizza l'unità del momento teoretico e di quello pratico. Perciò Ci-
SI Imita ad essere mero p " b' ' so anta se non
" ossesso o alto (habere - "I; ) " cerone può a buon diritto concludere che colui, il quale per mezzo delle
In uso (usus = xeiiatç), cioè nel buon d ' -- é lç , ma s~ t~aduce
prie dell'uomo Com" " a emplmento delle funzlOm pro- leggi riesce ad attuare i valori, è superiore a coloro che si limitano a

;~!t;r:~~o d~i~~:~~~!~:S~~e 'l~~:u~p~r:l"mit~an~a~I"~l~e~~a c~dn::::~!;~i ;!:~~c:,o~


discuterne in via puramente teoretica, e dunque i buoni governanti degli
Stati sono da anteporre, sul piano stesso della sapienza, a coloro che sono
" " a secon a" c e I I d" inesperti di ogni attività pubblica (negotii publici expertes) (")"
sunZlOne fra possesso ed uso cioè ' 'd' . so o a 1-
zialità e momento dell'attualità d', SI, p~o Ire, fra, mom~nto della poten- Tra gli interpreti che scorsero in questa argomentazione il primato
, \ ' lstmzlOne che SI appItc t
VIta teoretica quanto all'att'IVI't'a pratIca.
,
Il'"
a anto a attt- della' prassi nei confronti della teoresi, il più noto è Werner Jaeger.
Questi, nella famosa delineazione della genesi e del ricorso dell'ideale
I! fatto che nel caso dell' t ""
tale d' t ' . , , ar e, Con CUI CIcerone confronta la virtù filosofico della vita, sostenne che il primato della vita teoretica, affermato
lS InZlOne SI traduca In quella fra momento ' da Platone, da Aristotele e da quella corrente del Peripato che faceva capo
____ teoretico e momento
(8) ARISTOT " l'I' 01"
t" f r, 6 W azer-Ross
l a Teofrasto, fu rifiutato dall'altra corrente peripatetica, quella facente
Pcr l "
pubblica e la rpeOYTlOtg del Protl'ept" f' ' a comclde~za fra la giustizia della Re- capo a Dicearco, che vi sostituÌ il primato della vita pratica o politica.
'/ ICO, c, DI! VOGEL art t L 'd '
a sapere è d'altronde il fondamento cl 11 cl .' , ' Cl, a n UZlOne di ogni virtÙ Nel proemio al primo libro del De re publica di Cicerone, e particolar-
9 e a ottrma dI Socrate
() ARTSTQI , Eth Eud II, 1, 1219 a 68. ' mente nel passo che abbiamo or ora considerato, lo Jaeger scorge appunto
(10) ARISTa'/' " Eth , lN'
e"
I 7, 1098 a 12-17
(11) [b/'d" I, c, 8, tutto, '
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:
'4 CAPITOLO PRIMO n. RAPPORTO FRA 1'EORESr TI l'RASS!

l'influenza di Dicearco, la cui polemica con Teofrasto è testimoniata attuarli ed in tal modo hanno contribuito a questa attuazione, realizzando
altrove dallo stesso Cicerone, c dunque attribuisce a Cicerone jl primato la perfetta unità fra teoresi e prassi.
della prassi ('"). .' Ciò che Cicerone combatte non è insomma la teoresi, ma una teo·
Anche prescindendo dagli effettivi rapporti fra Cicerone e Dicearco, resi del tutto separata dalla _prassi, cioè l'otium, il disinteresse per la vita
intorno a cui lo stesso Jaeger dichiara di avanzare soltanto delle suppo- pubblica; e ciò di cui egli sostiene il primato non è la mera prassi, sepa-
sizioni e che comunque sembrano alquanto problematici (14), si deve am- rata dalla teoresi, bensÌ l'unità di entrambe, cioè l'attuazione pratica,
mettere che nel passo in questione Cicerone non antepone in generale mediante l'azione politica (il negotium), dei valori indicati dalla teoresi:
la prassi alla teoresi, ma dichiara di preferire l'unità di teoresi e prassi La sua posizione dunque afferma da un lato l'ins~fficienza della t:oresi
alla teoresi separata dalla prassi. Egli infatti non contrappone in generale senza la prassi, dall'altro l'insufficienza della praSSI senza la teoresl.
i filosofi ai legislatori, ,ma oppone quei filosofi che si limitano a indi~
care i valori con discussioni puramente teoriche (istorum m"atio tam exqui-
2. - INSUFFICIENZA DELLA TEORESI SENZA LA PRASSI.
sita), restando inesperti di ogni pubblico negotium - ossia verosimil-
mente gli Epicurei, come è suggerito dalla ricomparsa dell'appellativo La prima di queste due tesi è quella che risu~t~ più m~nife~ta nel
istz' -, a ·coloro che cercano di attuare i valori, filosoficamente delineati, corso dell'opera e su cui non v'è disaccordo fra gh I~t:rpr.et~. GlI argo~
per mezzo dell'azione politica. menti di cui Cicerone si vale per mostrare la necessIta dI mtegrare la
La conferma di questa interpretazione è data da un passo succes- teoresi con la prassi, e più precisamente con la pra~si politic~, sono, oltre
sivo, in cui Cicerone invoca .a favore della propria tesi l'esempio degli a quello già considerato della virtù e del suo .u,so, I seg~e~t1. . , ,.
stessi filosofi, ma non di tutti, bensÌ di quelli di cui è somma l'autorità Anzitutto Cicerone afferma che la necessIta della vlrtu, ClOe dell 111-
e la fama presso gli uomini più dotti. Questi filosofi, a suo avviso, benché tegrazione fra teoresi e prassi, e l'amore a difendere la salute comune,
non abbiano governato personalmente lo Stato, tuttavia, indagando e scri- cioè l'integrazione con la prassi politica, S0110 fondati s~lla na~ura
7
). e
vendo molte cose intorno ad esso, vi hanno svolto ugualmente una fun- Questo argomento è ripreso più ampiamente nel proemlO al hbro. I~1.
e
zione 5). I filosofi, di cui è somma l'autorità e la fama e che hanno Ivi infatti si delinea lo sviluppo della cultura, presentato. co~e ~n . dispIe~
indagato e scritto molto intorno allo Stato, non possono essere che Pla- gamento delle forze rinchiuse nella natura un:ana, d~l pnm~ ntr~vat1
tone e Aristotele, i quali vengono cosÌ contrapposti a quelli di cui si è della tecnica, attraverso la lingua, la scrittura, I numen, la mlsuraZlOne
parlato prima, cioè gli Epicurei eS). Essi vengono invocati proprio perché del tempo, fino alle più alte attività spirituali, che sono la filo~ofia e le
non si sono limitati a indicare i valori, ma hanno studiato i mezzi per istituzioni politiche eS). Nessuno può essere anteposto .a. ~olU1 . ch~ h~
aggiunto agli instrumenta ani.mi quae natur~ .qu~~que ct.Vtltbus znstztutzs
J

(13) W. JAEGER, Ursprung und Kreislauf des philosophischcn Lebemideals, « S.-B. d. habuit la doctrina e la ubertor rerum cogmtto ( ). In entrambe queste
preuss. Akad. d. Wiss. l), philos.-hist. Kl., I928, 390-421, trad. haI. di G. CAl.OGERO, in cose c:è' infatti della sapienza ed entrambe sono valo:i ~eri~a.nti. dall~
appendice all'Aristotele, Firenze, 1935, 559-617. Cf. particolarmente 614-615, n. 2. Per la natura con la differenza che i filosofi « svilupparono I pnncipi rICevutI
polemica fra Teofrasto e Dicearco cf. Crc., Ep. ad Att., II, 16. L'influenza di Diceareo dalla ~atura con le discussioni ed il sapere, i politici con le istituzioni
su Cicerone era già stata affermata daHo HmzEL, Der Dialog. I, 465.
e le leggi» eO): si comprende allora come il valore supremo e più con-
(14) Essi sono stati negati, in esplicita polemica contro lo ]AEGliR, dal prof. K. BUCHNER
in una conferenza intitolata appunto Cicerone e Dicearco, tenuta a Padova il 27 marzo 19 63 forme alla natura sia l'unità di entrambe ).
1
e
per il Seminario di filologia classica dell'Università.
(15) I, 7, 12. (17) I, I, I, fine.
(16) Il fatto che il passo di Cicerone continui con un'allusione ai sette sapienti, i quali (18) III, I, 1-3, 6. Questa interpretazione del proemio, che mi sembra la pill persuasiya,
« entrarono tutti nel vivo della vita politica )l, non significa che esso si riferisca soltanto è del POSCHL, op. cit .• 150-162.
a questi. Che esso alluda anche a Platone è riconosciuto dallo stesso JAliGER, art. cit., 61 5, (H) IlI, 3, 5.
nota. L'allusione ai sette sapienti è considerata dallo ]aeger una derivazione da Dicearco, (20) IlI, 4, 7.
mentre il BueHNER, nella conferenza sopra citata, ha mostrato che si tratta di un'osserva~ scegliere
(~1) Il fatro che in III, 3J 6 Cicerone, considerando l'eventualità di doveI·
zione personale di Cicerone. l'espres-
fra la sola teoresi e la sola prassi, dichiari di preferire quest'ultima, può essere
~I!I!"""-~~ ~~-~ - - - -------- - - - ---

CAPITOLO PUMa IL RAPPORTO FRA TEORESI E PRASSI

Un altro argomento addotto da Cicerone è il debito che ciascun uomo zione che Platone ci ha lasciato della genesi dello Stato, rispettivamente
ha contratto verso la sua patria. «( Non certo a questa condizione ~ egli nella Repubblica e nelle Leggi ('"). Il concetto del debito contratto fra
afferma - ci ha messo al mondo ed educato la patria, per non aversi l'individuo e lo Stato è ampiamente illustrato nel discorso tenuto dalle
cioè ad attendere da noi alcun sostegno e, soltanto servendo essa al nostro leggi nel Gritone ("); meutre l'inammissibilit~ che i galantuomini obbe-
comodo, fornirci un sicuro rifugio al nostro ozio ed un posto tranquillo discano ai bricconi trova riscontro nell'affermazione, contenuta nella Re-
per riposarci; ma per riservare essa a sè e al proprio vantaggio la più pubblica, che per un bravo cittadino la punizione peggiore è dover subire
gran parte del nostro animo, della nostra intelligenza, della nostra ini- l'arbitrio di una persona inetta \8).
ziativa, e per restituire al nostro uso privato quel tanto che potrebbe a Del resto la necessit~ che i filosofi partecipino alla vita dello Stato
e
lei esser di troppo» 2). Infine un ultimo argomento, a dimostrazione
ed anzi ne assumano la guida è la più nota tesi della Repubblica. Ivi la
della necessità che il sapiente partecipi alla vita pubblica e quindi la
condizione per l'attuazione della città ideale, la quale è il simbolo della
teoresi si integri con la prassi, è l'inammissibilità che i galantuomini
giustizia, cioè il valore supremo, sia per il singolo che per la comunità,
d'animo forte e generoso, dei quali dovrebbe far parte il sapiente, obbe-
viene indicata in una sola fondamentale riforma: che i filosofi diventino
discano a dei bricconi o sopportino che lo Stato ne venga dilaniato (").
re o che i re si dedichino alla filosofia, e sia vietato l'accesso al potere
La necessità di un'integrazione della teoresi con la prassi, così come
i singoli argomenti usati da Cicerone per dimostrarla, trovano un esatto
e
a chi coltiva una sola di queste due attività 9). È stato obbiettato che
la partecipazione al governo dello Stato è voluta da Platone solo nel-
riscontro nel pensiero di Platone e di Aristotele. Per quanto riguarda
l'ambito dello Stato ideale, non nella concreta realtà degli Stati storici,
Platone si potrebbe anzitutto ricordare come la più moderna esegesi sto-
e dunque la posizione platonica è nettamente diversa da quella di Cice-
riografica abbia messo in luce, ormai da più di quarant'anni, che la sua
rone (SO). Effettivamente Platone dichiara che gli Stati esistenti nella realtà
attività intellettuale fu mossa in primo luogo da un interesse e da un
sono talmente corrotti, da rendere inutile la partecipazione dei filosofi
ideale politico, e che anche le parti più schiettamente teoretiche della
alla vita politica e da indudi a disdegnare i pubhlici uffici, standosene
sua ~ttività di scrittore e di maestro scaturiscono dal proposito tenace di
. come coloro che, dietro a un riparo, assistono alla tempesta in cui gli
una partecipazione attiva alla vita pubblica e al governo dello Stato (M).
Quantunque l'occasione a questo fondamentale chiarimento sia stata for-
nita dalla Lettera VII, la cui autenticità è ancora contestata, è possibile (26) PLAT., Resp., II, 369 b 5S.; Leg, , III, 676 a ss.
giungere allo stesso risultato attraverso l'esame dei dialoghi (25). (2'1) PLAT., Crito, 50 cl e. L'origine platonica di questo concetto è esplicitamente ricono-
sciuta dallo stesso Crc., De 00., I, 7, 22: ut praeclare scriptum est a Platone, non nobis
Ma, oltre a questo orientamento di ordine generale, è possibile tro-
solum nati sttmus ortusque nostri pm·tem patria vindicat.
vare in Platone dei riscontri precisi alle affermazioni ed agli argomenti (211) PLAT., Resp., I, 347 c d. Il parallelismo fra questo passo e quello di Cicerone è
di Cicerone. Il carattere naturale della tendenza ad associarsi e a dare stato negato da E. DE SAINT-DENIS, La théorie cicéronienne de la pal'ticipation aux aOaires
origine alle istituzioni politiche risulta manifesto nella duplice descri- publiques, « Revue de philologìe, de littérature et d'histoire anciennes», s. III, 12, 1938,
193-215, secondo cui' Platone non intenderebbe prescrivere ai sapienti la partecipazione
alla vita politica, ma soltanto spiegare come talora avvenga che essi vi partecipino. A suo
sione di una sua persu<isione personale, ma non significa che in linea dI diritto egli identi- avviso Platone sosterrebbe la tesi che il sapiente deve occuparsi di politica solo in caso di
fichi il valore supremo con la prassi. necessità (Lett. IX, 358 a b), cioè proprio la tesi sostenuta da Epicuro (cf. SENECA, De ot.,
(22) I, 4, 8. III, 2), che Cicerone combatte in De re p., I, 6, IO-Il. Tale interpretazione a mio avviso
(") I, 5, 9· non è esatta: se infatti si considera il passo della Repubblica nel suo contesto, cioè la con~
(M) Cf. M. GENTILE, La politica di Platone, Padova, 1940, 8. Tale interpretazione è futazione della tesi di Trasimaco, secondo cui la giustizia è l'utile del più forte, si vedrà
stata resa possibile dal lavoro di U, VON Wll.AMOWITZ-MoELLENDORFF, Platon. Sein Leben und come il fine dell'argomentazione platonica sia di mostrare che il sapiente non si occupa
seine Werke, Berlin, 1918, ed è stata accolta da studiosi come P. FRIEDLANDER, Platon. di politica per interesse, bensì per dovere, dove è evidente che la partecipazione alla vita
Eidos, Paideia, Dialogas, Berlin und Leipzig, 1928; J. STENZEL, Platon del' El'zieher, Leipzig, po'litica viene prescritta appunto come doverosa.
1928; G. C. FIELTI, Plato and his Contemporan'es, London, 1930; A. DIÈS, Platon, Paris, (2S) PLAT., Resp., V, 471 c-474 C. Fra i primi che individuarono i passi, a cui Cicerone
1930; W. JAEGrR, Paideia, II, Oxford, 1944. a questo proposito si ispira, è il GALBIATI, op. cit., 172 5S.
(25) M. GENTILE, op. cit., 9. (30) DE SAINT-DENIS, art. cit., 197.

2 - E. BERTI - U "De l'e pubUca" di Cicel'One e il pensiero politico clas,7ico.


CAPITOLO PRIMO IL RAPPORTO FRA TEORESI E PRASSI

altri sono travolti ("). Ma subito dopo egli soggmnge che costoro, al Per quanto riguarda poi Aristotele, è noto come la necessità dello
termine della loro vita, non avranno realizzato certo il valore minimo, Stato sia una delle tesi fondamentali della sua Politica, tesi che ha tro-
ma nemmeno il massimo, non essendosi attuata la costituzione politica vato la sua classica formulazione nella definizione dell'uomo come ani-
conveniente. Se questa si fosse attuata, essi avrebbero certamente ,rea~ male per natura politico ("'). Essa comporta che il supremo bene del-
Jizzato una meta più grande ed insie.qte alle cose proprie avrebbero sal~ l'uomo, cioè l'oggetto dell'etica, non sia quello dell'individuo, ma quello
vato anche quelle comuni \2). Ciò sta chiaramente a significare che il della comunità politica, cioè dello Stato, sicché l'etica viene a identificarsi
valore supremo, indipendentemente dalla sua realizzabilità nella storia, con la politica ("'). Trattando appunto di questo bene supremo, Aristotele
è costituito sempre dall'unità di teoresi e prassi, esattamente come per lo identifica successivamente con la felicità e con la virtù, ma non col
Cicerone. semplice possesso della virtù, bensì con l'uso di essa, secondo la dottrina
che abbiamo già considerato e"). Dopo avere stabilito questo, egli con-
Se poi Platone di fatto non pretende la partecipazione dei filosofi
clude: ({ Questi caratteri possono essere concordati con quel che fu detto
alla vita pubblica - fatto del resto smentito dai numerosi tentativi com-
al principio: infatti noi riconoscemmo il fine. della scie~za politic~ c~me
piuti dallo stesso Platone a Siracusa e dalla funzione politica che egli
il più elevato; essa infatti ha come sua maSSIma cura Il rendere 1 citta-
assegnò alla scuola da lui fondata \3) - , ciò è dovuto non ad una diversa
posizione di principio, ma ad una contingenza storica, ossia la situazione
dini dotati di qualità, buoni e praticanti il bene» 7). ~a ciò :ppa~ee
chiaro che il valore supremo dell'uomo, ossia l'usus maxzmus vzrtutzs,
in cui egli venne a trovarsi nell'Atene a lui contemporanea, situazione
di cui parla Cicerone, è la bontà e la felicità dei cittadini. Poiché quest?c
del tutto opposta a quella di Cicerone in Roma. Come vedremo infatti
si attua mediante l'azione politica, ossia la civitatis gubernatio, si può
in seguito, nel Il libro del De re publica Cicerone identifica la costitu-
dire che la posizione di Cicerone coincide in pieno, come con quella di
zione romana del periodo repubblicano con la costituzione ideale, anche
Platone così con quella di Aristotele.
se ritiene che la Roma a lui contemporanea abbia in parte tradito la
La' stessa coincidenza risulta da un famoso passo della Politica, in
propria costituzione. Egli dunque viene ad essere esattamente nella stessa
cui Aristotele prende esplicitamente in considerazione il dualismo. fra
situazione, in cui si trovano i filosofi nello Stato ideale platonico. La
. l'ideale di vita pratico-politica e l'ideale di vita teoretica (38). In un prImo
sapienza, cui egli è stato educato, è costituita in primo luogo dai costumi
momento egli sembra ammettere la possibilità di una tale contrapposl~
e dalle istituzioni patrie; dunque egli ha contrattI? l'obbligo di restituire
zione, quando dice che entrambe le posizioni hanno un po' di vero e
alla patria il beneficio ricevuto, mediante un attivo contributo alla restau-
un po' di falso' ma essa si rivela subito più apparente che reale. In che
senso infatti e~trambe le posizioni hanno un po' di vero e un po' di
razione del suo primitivo splendore. Inoltre la sopravvivenza, pur nel
decadimento avanzato, della costituzione perfetta, crea le condizioni affin~
falso? Quella di coloro che esaltano la vita teoretica è vera, se per vita
ché la sua partecipazione alla vita politica sia efficace, e gli consente in
pratico-politica si jntende l'esercizio del predominio sugli altri: è ver~
tal modo la realizzazione del bene supremo, Si può dire pertanto, senza
infatti che la vita dell'uomo libero è migliore di quella del padrone di
timore di cadere nel paradosso, non solo che Cicerone è autenticamente
molti schiavi. Ma non c'è nessuna ragione per identificare l'esercizio
platonico, ma che egli si trova nella condizione di realizzare l'ideale pla-
della magistratura, in cui la vita pratico-politica si attua, con il dominio
tonico più pienamente dello stesso Platone.
del padrone sugli schiavi; semmai è più giusto esaltare l'azione al di
sopra dell'astensione dall'azione, ({ perché la felicità è attività e l'attività
(31) PLAT., Resp., VI, 496 b-e, citato dal DE SAINT-DENIS. La ragione per cui nello
Stato ideale i filosofi hanno il dovcre di partecipare al governo, è esposta da Platone in (34) ARISTOT., PoI., I, 2, 1253 a 2~3. Cf, anche Eth. Nic., IX, 9, II69 b 15, e PoI., 1.11,
Resp., VII, 520 a b, ed è il debito che essi hanno contratto con Io Stato per la formazione 6, 1278 b I, 19. Anche su questi passi ha richiamato l'attenzione il GJ\.LBIA'l'I, op. Clt.,
filosofica che hanno ricevuto. Tale dovere ovviamente non sussiste negli Stati diversi da 161 55.
quello ideale, dove il filosofo non riceve alcuna educazione pubblica. e~) Cf. ARISTOT., Eth. Nic, , I, I, 1094 a 27-b IO.
(32) Ibid., 497 a. (30) lbid., cc. 4-8.
(33) Cf. P.-M. SCHUHL, Platon et l'activité politique de l'Académie, « Revue des études (31) lbid., 9, 1099 b 28~32 (trad. di A. PLEBE, Bari, 1957, 22).
grecques)), 59-60, 1946-1947, 46~53. (3B) PoI., VII, 3, 1325 a 16-b 21 (trad. di C. A. VIANO, Torino, 1955, 293~294).
20 CAPITOLO PRIMO ]L RAPPORTO FRA TEORESI E PRASSI

di uomini giusti e saggi lo quella che dà il compimento a molte e belle efficace e deve avere già appreso la scientia rerum civilium (U). Egli
iniziative». In questo senso dunque la posizione di chi preferisce Ja stesso poi, nell'intraprendere la sua de re publica disputatio, ritiene di
vita teoretica è falsa, mentre quella di chi preferisce la vita pratica è essere nelle condizioni ideali per poterlo fare, in virtù della sua espe.
vera. « Ma la vita pratica - soggiunge poco dopo Aristotele - non si rienza di' governo della cosa pubblica ed insieme per avere acquistato
risolve necessariamente nelle relazioni con gli altri, come alcuni credono, qualche capacità in explicandis rationibus rerum civilium ~ non solo con
né pratici sono soltanto quei pensieri che si pongono per fine qualcosa l'esercizio, ma anche col desiderio di apprendere, a differenza dai pre·
che ha il compimento nell'azione, ma piuttosto i pensieri compiuti in decessori, alcuni dei quali curarono soltanto la teoria, altri soltanto" la
se stessi e la contemplazione avente per fine se stessa», e
pratica 2). Da ciò appare che la scienza, lo studio, la teoria sono con·
Qui, come si vede, il concetto di vita pratica viene ad includere la dizioni necessarie al retto svolgimento dell'azione pratica.
stessa vita teoretica, ossia si identifica con quello di attività, uso della 1vIa l'esempio più persuasivo della necessità di unire la prassi con la
virtù, in cui, come sappiamo, consiste il bene supremo. L'antitesi fra teoresi è rappresentato dal protagonista del dialogo, Scipione Emiliano,
ideale di vita teoretica e ideale di vita pratico-politica cosÌ si dissolve l'uomo d'azione che espugnò Numanzia e distrusse Cartagine, ed insieme
e Aristotele non prende posizione per nessuno dei due 9). La sua posi- e l'uomo di pensiero che animò quel circolo, frequentato da Panezio e
zione definitiva è espressa nel passo della Politica immediatamente se- Polibio, attraverso il quale si introdusse in Roma la filosofia greca. La
guente, dove egli afferma: « Il fìQ.e che ci si deve proporre è un':zione posizione di Scipione è chiaramente illustrata nelle battute introduttive
buona, cioè ancor sempre un' azione: orbene noi diciamo che agiscono del dialogo narrato, sia con i discorsi che gli vengono attribuiti, sia me-
in senso pieno e pregnante anche quelli che con i pensieri dirigon~ le diante il confronto con gli altri personaggi, in particolare Tuberone e
azioni esterne)) eO). Qui appare evidente come Aristotele condanm la Lelio. La conversazione è iniziata appunto da Tuberone, nipote dell'Emi-
astensione dall'azione, cioè l'otium, ed esalti l'azione, il negodum, che liano, il quale pone in discussione un problema squisitamente teorico,
però non è l'azione in senso materiale, del t1,ltto separata dalla co~te~­ il fenomeno di rifrazione solare (il « doppio sole))) verificatosi a Roma
plazione, ma l'unità di teoresi e prassi, quale si attua ad esempIO m in quei giorni; con ciò Tuberone si rivela subito interessato più ai valori
coloro che con i pensieri dirigono le azioni esterne. Questa è anche, a , teoretici che a quelli pratici. La risposta di Scipione è significativa: egli
mio avviso, la posizione di Cicerone. non disdegna l'argomento, anzi esprime il desiderio di poter consultare
in proposito Panezio, ··particolarmente versato nello studio dell'astroJ}.omia;
però soggiunge subito di preferire alla sapienza di Panezio quella di
3. - INSUFFICIENZA DELLA PRASS! SENZA LA TEORESI.
Socrate, il quale trascurò i problemi fisici, per dedicarsi a quelli che inte-
Accanto alla necessità di integrare la teoresi con la prassi, Cicerone ressano direttamente la vita degli uomini eS). La preferenza verso Socrate,
afferma non meno risolutamente, la necessità che la prassi, soprattutto noto per avere sostituito all'interesse fisico quello morale, ma anche per
quella ~olitica, si fondi sempre sulla teoresi. Già nel rispondere all'obie- avere risolto le questioni morali in una problematica essenzialmente teo-
zione degli Epicurei, secondo cui il sapiente deve parteclpare alla ~l:a retica, esprime perfettamente l'atteggiamento di Scipione, interessato più
politica solo quando vi è costretto dalle .circosta~ze ,e da~la n~c~sslta, di Tuberone alla vita pratica, ma insieme desideroso di affrontarne le
Cicerone aveva dichiarato che, per poter llltervemre ln tah caSl, ti sa- aporie da un punto di vista teoretico. La terza posizione è quella di
C'
li piente deve essersi messo già prima nella condizione di svolgere ~)n'azione Lelio, sopraggiunto in seguito, il quale manifesta subito il suo totale disin-
i!
ii
teresse per i problemi astronomici e propone di discutere ciò che riguarda
« la nostra casa e il nostro Stato ), schierandosi in tal modo agli anti-
(39) Questo eontro quanto ritengono vari studiosi, a partire dal GALBI~'tI" op. ~it.,
I 156 ss., per i quali Aristotele al riguardo prenderebbe posizione per, ~'ideale dl vlta pratica.
podi di Tuberone ('I).
Se ciò fosse vero, la posizione sostenuta da Aristotele nella Pollt/ca sarebbe nettamente
(41) I, 6, IO-II.
in contrasto con quella da lui sostenuta nell'Etica Nicomachea, dove, in base allo stesso
(42) I, 8, 13.
c~1terio, pare che si esalti soprattutto la vita teoretica (cf. X, cc. 7,8).
(") I, w, '5·
(40) ARISTOT., Poi., VII, 3, 1325 b 21·23·
(H) I, 13, 19.
~---~-~'!111!11!------ -----~--

22 CAPITOLO PRIMO IL RAPPORTO FRA TEORESI E PRASSI 23

. Nella breve polemica che segue, circa l'opportunità di affrontare sione sopra riferita si faccia rappresentare piuttosto da Lelio, in antitesi
runo o l'altro argomento, si colloca un famoso elogio del sapiente, pro- a Scipione (").
nunciato da Scipione, che in tal modo manifesta tutto il suo apprezza- In realtà l'atteggiamento di Scipione conferma, nell'ambito dell'unità
mento per la teoresi. Egli osserva che colui il quale ha affisso lo sguardo fra teoresi e prassi esaltata da Cicerone, l'apprezzamento di questi per
nei cieli (( regni di dèi») ed ha conosciuto l'eterno, nulla può ritenere la teoresi, presupposto imprescindibile della prassi. Tale atteggiamento
importante o duraturo nelle cose umane; e colui che ha visto quanto trova riscontro del resto in alcuni passi del famoso Somnium Scipionis,
piccola sia la terra, e ancor più la parte di essa abitata dagli uomini, e che conclude il dialogo. Quivi Scipione narra di avere veduto in sogno
ancor più la parte di questa in cui uno può venir conosciuto, nessun il suo avo, l'Africano maggiore, il quale gli avrebbe assicurato che per
valore può dare alla gloria ("). Perciò egli reputa fortunato il sapiente, gli uomini politici che giovano alla patria esiste un premio, consistente
che non considera beni le ricchezze, che possiede veramente tutte le cose, nel fruire, una volta sciolti dal carcere corporeo, di una vita eterna in
in quanto è l'unico che sappia usarle, che considera « i nostri comandi cielo, una vita rispetto alla quale quella terrena è come morte eD). Indi
e i nostri consolati tra i doveri d'obbligo e non tra i beni desiderabili l), lo avrebbe esortato alla contemplazione delle cose celesti ed al disprezzo
c~e può dire, come Scipione l'Africano, di non essere mai più occupato delle cose umane (haec celestia semper spectato, il/a humana contemnito),
di quando non ha nulla da fare, e mai meno solo di quando lo solo (46). mostrandogli la vanità della gloria, limitata nello spazio ad un ambito
« Per questo, Tuberone, conclude l'Emiliano, sempre mi sono piaciuti minimo, cioè la zona della terra occupata dai Romani, e nel tempo ad
e la .scienza e gli uomini di cultura e codesti tuoi studi» 7).e un periodo brevissimo, cioè la piccola parte di un anno cosmico (51). A
conferma di ciò l'Africano avrebbe dimostrato al nipote che l'anima, con
Nonostante questa presa di posizione, Lelio insiste perché si lascino
da parte gli studi teorici, « che servono semmai ad aguzzare la mente cui l'uomo più propriamente si identifica, è immortale e _divina, per il
dei fanciulli, onde possano più agevolmente apprendere più gravi disci- fatto di essere sempre in movimento; ed infine gli avrebbe raccoman-
pline», e propone di dedicare la discussione ad argomenti più utili alla dato di esercitarla in cose ottime, cioè nella cura del bene dello Stato e
pratica della vita quotidiana e dello Stato. Perciò egli invita Scipione nell' astrazione dal corpo, mediante la contemplazione di «( ciò che sta
ad esporre quale ritenga essere l' optimus status civitatis, affermando che , fuori (fa, quae extra erunt, contemplans») (").
l'Emiliano è il più adatto a trattare di tale argomento, essendo egli stesso L'esaltazione della teoresi contenuta in questi passi è innegabile ed
un princeps rei publicae ed avendone spesso discusso con Panezio e Po- è stata riconosciuta anche da coloro che attribuiscono al De re publt'ca
,tibia, i quali, benché greci, erano peritissimi rerum civilium eS). il primato della prassi, con la conseguenza di dover ammettere un insu-
perabile contrasto fra il Somnium e il resto del dialogo, oppure una
Si noti come da questa discussione introduttiva risulti una certa dif-
doppia natura nel personaggio di Scipione ("). In realtà il rapporto fra
ferenza di atteggiamento fra Scipione e Lelio: entrambi riconoscono la
teoresi e prassi, che sta alla base di questa parte, come dell'intero dia-
necessità di un'integrazione fra teoresi e prassi - come appare, nel caso
logo ("), non è spiegabile altrimenti che assegnando alla teores; una fun-
di Scipione, dal fatto che egli accetta di discutere un argomento pratico-
,politico e, nel caso di Lelio, dalle ragioni per cui affida la trattazione a (49) Cf. DE SAINT-D.ENIS, art. cit., 212, n. I; M. KRETSCHMAR, Otium, studia littemrum,
Scipione ~; l'uno però è più sensibile ai valori teoretici, l'altro ai valori Philosophie und fJlot; {J.SW(}'fj'ttuot; in Leben tmd Denken Ciceros, Diss. Wurzburg, 193 8 , 49-61.
pratici. Gli interpreti, che attribuiscono al De re publica di Cicerone una (50) VI, 9, 9-14, 1+
posizione favorevole al primato della prassi sulla teoresi, sono costretti (51) VI, 19, 20-23, 25.
a supporre, contrariamente a quanto risulta da tutto il dialogo, dove Sci- (52) VI, 24, 26-26, 28.
(53) Cf. D. MACK, recensione a POSCHL, op. cit., « Gnomon l), 14, 1938, 148-154, e
piane è evidentemente il portavoce di Cicerone, che questi nella discus-
M. KRETSCHMAR, loe. cito
(5~) Si noti lo stretto collegamento fra la svalutazione della gloria contenuta nell'elogio
(45) I, 17, 26. del sapiente (I, 17, 26) e quella contenuta nel Somnium (VI, 19, 20-23, 25), rilevato per
(46) I, 17, 27. la prima volta da R. HARDER) Ober Cieeros Sc1mft Somnium Scipionis, Halle, 1929, 13 2 ,
(47) I, 17, 29. n. 3. Più recentemente M. RUCll, La eomposition du De re publica, « Revue des études
('") I, ,8, JO-2', 34. latines )), 26-, 1948, 157-171, ha riaffermato che il Somnium Scipionis è il coronamento del
proemlO c contiene la risoluzione del contrasto fra teoresi c prassi colà presentato.
CAPITOLO PRIMO IL RAl'l'ORTO FRA TEORESI E l'RASSI

zione di fondazione, di orientamento e dunque di guida nei confronti ripreso da Cicerone anche nell'Hortensius (62); l'affermazione dell'iden-
della prassi., ed insieme di elevazione liberatrice nei confronti delle ine- tità dell'uomo con la sua anima e la divinità di questa (63); l'esortazione
vitabili delusioni provenienti dalla stessa. La filosofia ha il compito di a contemplare il cielo ("') e forse anche altri spunti dottrinali ("'). Ora
indicare ai governanti le direttrici eterne della loro azione politica, ed proprio nel Protreplico Aristotele espose per la prima volta il suo pen-
insieme di fornir loro il distacco necessario a superare le amarezze e' le siero circa i rapporti tra filosofia e politica, assumendo una posizione in
difficoltà che tale azione comporta (5;). Fra teoresi e prassi, filosofia e perfetta armonia con quella platonica, quale si ritrova poi nel De re
politica, viene a stabilirsi in tal modo uno stretto collegamento, nel- publica di Cicerone. Ivi infatti egli afferma che la filosofia è necessaria
l'ambito del quale, accanto alla necessità di integrare la teoresi con la alla politica, poiché i buoni legislatori, come i buoni medici e maestri
prassi, viene assicurata anche la necessità di fondare la prassi sulla teoresi. di ginnastica, devono desumere le norme del proprio agire dalla natura
Non è difficile mostrare come nella delineazione di tale rapporto e dunque conoscere la natura, il che non può fare chi non è filosofo. La
Cicerone si ispiri ad un pensiero genuinamente platonico ed aristotelico. filosofia dunque è una scienza teoretica, ma offre la possibilità di fare
Oltre alle evidenti affinità formali tra il Somnium, posto alla fine del in base ad essa tutte le cose, di scegliere alcune cose e di evitarne altre,
De re publica, ed il mito di Er, che conclude la Repubblica platonica, e di acquistare insomma ogni bene (6~.
del quale il Somnium vuole esplicitamente essere una ripresa ed una Il fatto che nello stesso Protreptico Aristotele affermi la superiorità
e
difesa più moderna e critica 6), fra le due narrazioni c'è anche un'im- della filosofia su ogni altra attività, come già aveva fatto Platone nel
portante affinità di contenuto e di iptento. Platone infatti si propone di Teeteto e come rifarà egli stesso al termine dell'Etica Nicomachea, non
mostrare che l'immortalità è il premio riservato ai filosofi, Cicerone che significa che egli ripudii l'unità di teoresi e prassi. Lo stesso Cicerone,
essa è il premio riservato ai politici; ma per entrambi il vero filosofo nei passi del Somnium che abbiamo considerato, mostra di ritenere la
deve essere anche politico ed il vero politico è anche filosofo (57). Secondo contemplazione superiore all'azione: egli non allude però ad una con-
Platone infatti il governo degli Stati conviene solo ai filosofi (58), gli unici templazione che escluda l'azione, bensì ad una contemplazione che ispiri
in possesso della visione del bene, e soltanto se si saprà trovare, per chi l'azione, aiuti a superarne le delusioni e costituisca il premio finale che
deve governare, una forma di vita superiore alla vita politica, in modo 'ne scaturisce. Lo scopo, infatti, per cui l'Africano illustra al nipote il
che i governanti governino non per interesse, ma per dovere, si avrà premio riservato ai politici, è di renderlo alacrior ad tutandam rem. pu~
uno Stato ben governato (59). Non occorre poi ricordare le numerose altre blicam, poiché nulla è più gradito a Dio dei concilia coetusque hommum
dottrine platoniche contenute nel Somnium, dal dualismo di anima e iure sociati, quae civitates aPf'ellantur eS), ed il mezzo per salire più
corpo derivante dal Pedone, alla dimostrazione dell'immortalità dell'anima, velocemente al cielo è da lui esplicitamente indicato nella cura de salute
ricavata letteralmente dal Pedro (6"). patriae ("").
Per quanto riguarda Aristotele, è stato recentemente dimostrato come
una delle fonti cui si ispira il Somnium Scipionis, sia proprio il suo (62) Cf. ARISTOT., Protr., fr. IO a Walzer-Ross, e Crc., Hort., fr. 95 MlilleI. Il primo
Protreptico ("). A questo risalgono infatti il passo sulla vanità della gloria, ad usare il Protreptico di Aristotele per illustrare il passo del Somnium sulla vanità della
gloria fu H. USENER, Vergessenes, II, ( Rheinisches Museum l), 28, 1873, 382-403.
(55) Accolgo in tal modo l'interpretazione del PèiSCBL, op. cit., 166-:qo, che mi sembra (63) Ibid., frr. 6 e lO c Walzer-Ross. Cf. già HARDER, op. dt., 127.
fra tutte la più persuasiva. (B~) lbid., fr. Il Walzer-Ross.
(56) Cf. MACROBIUS, Gomm. in Somn. Scip., I, I, 8-2, 5, il quale riferisce che Cicerone (05) Cf. l'art. dt. del LEEMAN, del quale non posso peraltro condividere tuttc le affer-
sostituì il sogno al mito, per evitare l'accusa di inverosimiglianza, ma al tempo stesso mazioni.
rimproverò aspramente coloro che criticavano il mito platonico. (65) ARISTOT., Protr., fr. 13 Walzer-Ross.
(57) Cf. POSCBL, loc. cito (67) lbid., frI. 6, 7, Il, 12, 14, 15 Walzer-Ross. A questa tesi è dedicato tutto il
(58) PLAT., Resp., V, 474 C. Protreptico, che è appunto un'esortazione alla filosofia. Cf. PLAT., Theaet., 172C-I77c, e
(59) Ibid., VII, 520 d-521 a. AruSTOT., Eth. Nic., X, cc. 7-8.
(60) Un'ampia trattazione delle fonti del Somnitim si può trovare in P. BOYANCÉ, Éttides (68) VI, 13, 13.
SUI' le Songe de Scipion, Paris, 1936. (69) VI; 26, 28. Non condivido il giudizio dello HARDER, op. cit., 123, n. 5, e del
(61) Cf. D. A. LEEMAN, De Al'istotelis Protl'eptico Somnii Scipionis exemplo, « Mnemo- LEEMAN, art. cit., secondo cui questi passi sarebbero in contrasto con la parte centrale del
syne l), s. IV, 9, 1958, 139-151.
CAPf'l'OLO PRIMO

Lo stesso rapporto fra teoresi e prassi è rintracciabile, come abbiamo


visto, in Aristotele. Poiché infatti il supremo valore umano non consiste
nel bene del singolo, ma in quello della comunità, cioè dello Stato, il
raggiungimento della perfetta virtù e felicità nella teoresi non esonera
il filosofo dall' obbligo di far si che tutti i cittadini giungano alla stessa
virtù e felicità, obbligo a cui si adempie mediante la prassi politica. Si
può dire dunque che la teoresi costituisce insieme la condizione e il fine CAPITOLO II.
della prassi: essa è superiore alla prassi, come la condizione lo è rispetto
al condizionato e il fine rispetto al mezzo; ma al tempo stesso essa non IL PROBLEMA DELLA COSTITUZIONE
realizza tutto il suo valore, se non dà origine alla prassi. I due termini
restano pertant~ inscindibilmente congiunti e la loro unità costituisce
il supremo valore uma.n0.
L - DEFINIZIONE DELLO STATO.
Un'ultima testimonianza dell'affermazione di tale inscindibile unità
da parte di Cicerone è la sua descrizione del perfetto uomo di Stato, Il primo problema, che Cicerone affronta nella trattazione vera e
contenuta nel V libro del De re publica. « Come il contadino - egli propria, è quello de optimo statu civitatis: questo è infatti il tema su
dichiara - conosce la natura del terreno ed il fattore l'uso della scrit- cui Lelio invita Scipione ad esprimere il proprio parere. A tale argo·
tura, ma ambedue si riportano dal piacere della scienza al vantaggio mento è dedicato il grande discorso di Scipione, che occupa il primo
dell'azione, così questo nostro reggitore si occuperà certo del diritto e libro del De re publica.
delle leggi, ed in ogni caso ne indagherà a fondo le fonti, ma col dar L' optt'mus status civitatis, come è stato rilevato, non è in generale
consulti, col leggere, con lo scrivere non si lascierà impedire dal con- lo Stato migliore, quello che platonicamente si potrebbe chiam~re lo
durre lo Stato come un economo ed in un certo senso come un gastaldo, Stato ideale) comprendente un complesso di istituzioni e carattenzzato
conoscitore approfondito del diritto supremo, senza del quale nessuno , da un determinato modo di vivere, bensì la miglior forma di Stato (1),
può essere giusto, non ignorante del diritto civile, ma in quella maniera cioè la migliore fra le strutture, in cui lo Stato nella sua pienezza si
in cui il pilota è conoscitore delle stelle e il medico della fisica; ché articola. Si può dire che l'espressione status civitatis equivale a quella
ambedue se ne giovano ciascuno per la propria arte, ma senza disto- greca di politeia, cioè appunto la forma interna dello Stato (')', quella
gliersi per questo dal loro ufficio specifico)) CO). Se si tiene presente che che noi chiamiamo costituzione e che Anstotele defimva come l ordma-
la giurisprudenza in un certo senso rappresentava in Roma quel che era mento dei vari poteri, in particolare di quello supremo CS)· S~ipi~ne i~izia
in Grecia la filosofia, poiché il diritto era considerato derivante in ultima la sua esposizione richiamandosi alla legge che regola ogm dlscusslOne,
analisi dalla natura, cioè dall'ordine stesso della realtà, l'affermazione quella cioè secondo cui si deve anzitutto stabilire .l'esatto significato d~i
che il reggitore deve da un lato conoscere il diritto e dall'altro non abban- termini intorno a cui si discute ('). Pertanto egh procede alla defìm-
donarsi al piacere della scienza, ma usare le sue' conoscenze a vantaggio zione di Stato (res publica), la quale si articola in tre mome~ti, .int~­
dell'azione, si converte subito nell'esigenza dell'unità fra teoresi e prassi, mamente connessi fra loro. Il primo consiste nel determinare tI slgm-
tra filosofia e politica. È l'ideale platonico del politico filosofo, così come ncato di res publica come res populi; il secondo è l'illustrazione del con-
è platonica l'ispirazione del confronto fra il reggitore ed il pilota ed il cetto di populus come non omnis coetus quoquo modo congrega~us, se~
medico ("). coetus multitudinis iuris consensu et utilitatis communione soclatus; Il

Soml1iuJII. Essi, al contrario, chiariscono il rapporto che devc essere instaurato fra tcoresi (1) cf. POSCHL, op. cit., IO-II, n. 1.
e prassi. (2) Cf. H. RYFFEL, MewfJoJ"h nOAtUtW~', Bcrn, 1949, 4·
('~ V, 3, 5· (3) AIUSTOT., Poi., m, 6, I~78 b 9-10.
(71) Cf. PLAT., Resp., VI, 488 b-489 c. (') I, 24, 38.
!

CAPITOLO SECONDO IL PROBLEMA DELLA COSTITUZIONE

terzo indica la prima causa di tale coetus con l'espressione non tam imbe- che lo Stato non può reggersi senza giustizia; da cui deriva che dove
cillitas quam naturalis quaedam hominum quasi congregatio (5). non c'è vera giustiZIa, non ci può essere nemmeno ius: quod enim iure
Consideriamo anzitutto la definizione di res publica come res populi. fit, profecto iuste fit; quod autem fit iniuste, nec iure fieri potest (5).
Il termine res h~ qui evidentemente lo stesso significato che in res pri- Un popolo è dunque tenuto insieme dal comune consenso dei suoi mem-
vata~ res domestzca, res familiaris, ed indica un bene, un patrimonio (6). bri nei confronti di una legge morale, denominata giustizia.
Attraverso l'esplicazione, perfettamente conforme all'etimologia di res La necessità di questa legge viene ulteriormente illustrata dalla ne-
publica come res populi, questo patrimonio viene ad essere in:eso non cessità di un fine comune, la quale costituisce il secondo vincolo che tiene
c~me proprietà di un singolo individuo o di una singola famiglia, bensl insieme il populus, cioè la communio utilitatis. Un insieme di molti
dI quello che viene chiamato populus. Prima di esaminare che cosa si forma un populus, quando essi si associano allo scopo di perseguire
d~~ba . inten.dere per ?opulu:~ quali siano i suoi membri e a quali con- un'utilitas comune, dove utilitas può significare tanto un vantaggio ma-
dIZlOlll lo SIano, pOSSIamo gia osservare che per Cicerone lo Stato è pro- teriale, quanto un vantaggio spirituale. Il perseguimento dell'utilità co-
prietà del ~opolo, ossia è qualcosa di cui nessuno ha il diritto di impos- mune determina dunque il contenuto della legge, dello ius, su cui si
sessarsi a titolo personale, ma che appartiene a tutti coloro che costÌtui- esercita il consensus della moltitudine; pertanto i due concetti si inte-
~cono. il popolo. Ognuno dunque, in quanto faccia parte del popolo, ha grano reciprocamente. Dove non ci sono il consensus iuris e la com-
Il dIrItto dI parteCIpare all'amministrazione di questo bene, cioè al go- munio utilitatis, non c'è populus e), quindi chi non agisce in conformità
verno dello Stato, e di trarne vantaggio; ma questa partecipazione dovrà con la iustitia e in vista dell 'utilità comune, non agisce come popolo, né
essere regolata in modo tale - ecco il compito della costituzione _, in nome del popolo. Ecco dunque che il diritto di tutti a partecipare
che il vantaggio sia veramente di tutto il popolo, cioè sia il bene comune. al governo dello Stato, espresso nella definizione di res publica come
Appare così manifesta la necessità di definire che cosa sia il populus: res populi, viene cosÌ connesso, mediante la definizione di populus J col
esso è anzitutto un coetus hominum, o un coetus multitudinis, cioè un dovere di far sÌ che questa partecipazione si eserciti nei limiti di una
~dare insieme (co~eo! di molti uomini, i quali però non si raggruppano norma, che è essenzialmente morale, e con un fine, che è il bene comune.
lfl un modo qualSIaSI, bensÌ sono associati da due vincoli, il consensus Il fondamento del diritto, espresso nella definizione di Stato, e del
iuris e la communio utilitatis. Con ciò resta subito escluso che il diritto dovere, espresso nella definizione di popolo, è costituito dall'indicazione
di chiamarsi popolo sia dato semplicemente dal numero, indipendente.. della prima causa, per cui si forma quello speciale raggruppamento, che
mente da qualsiasi requisito più determinato. Affinché si possa parlare dà origine al popolo e quindi allo Stato. Secondo Cicerone essa non è
veramente di popolo, è necessario che vi sia, da parte dei molti raggrup- tanto la debolezza, cioè l'incapacità di ciascun individuo a provvedere
pati insieme, un consensus~ cioè una comune accettazione di qualche a tutte le proprie necessità, sia materiali che spirituali, quanto una natu-
cosa. L'oggetto di questo consenso è uno ius~ cioè un comando (iubeo), ralis hominum congregatio, cioè una naturale tendenza degli uomini ad
una legge. La derivazione dello ius dalla lex e la definizione di questa, associarsi. Con ciò Cicerone afferma contemporaneamente due concetti:
0. dello stesso ius, come civilis sodetatis vinculum è in Cicerone espli- la naturalità dello Stato, cioè il suo fondarsi sulla natura dell'uomo, la
CIta (1). Ma altrettanto esplicita è b. natura morale di questo ius: essa quale di conseguenza si manifesta come sociale, ed il carattere non solo
risulta da una testimonianza di Sant'Agostino sul De re publica, dove negativo, ma anche positivo, di tale socialità.
SI dice che Cicerone spiega il significato dello iuris consensus mostrando
(8) AVG., De ,iv. Dei, XIX, 21 = ClC., De re p., III, fr. inc. s. 7.
(5) I, 25, 39. (9) Non mi sembra esatta l'osservazione dello HARICH, art. cit., secondo cui la defini-
(6) Cf. M. HARICH, Zu den BegriOen volk und Staat in Ciceros De re publica l, 39-4 1 , zione ciceroniana di populus sarebbe giusta solo in parte, perché trascurerebbe alcuni ele-
« Neue Jahrbiicher fLir antike und deutsche Bildung l), 5, 1942, 158-160. menti essenziali al costituirsi di un popolo, quali la lingua, l'origine e lc tradizioni cul-
(1) I, 32, 49: cum lex sit civilis societatis vinculum, ius autem legis aequale, quo iure turali comuni. Tali elementi possono essere essenziali a definire il popolo, se si identifica
societas civium teneri potest, cum par non sit condicio civium? ... Quid est enim civitas questo con la nazione; ma Cicerone qui considera il popolo come titolare dello Stato, della
nis; iuris societas? Cf. anche III, 31, 43: unum vinculum iuris ... conse11SUS ac societat l'es populi, c, da vero romano, non accetterebbe mai l'identificazionc dello Stato, che può
coetus, quod tst populus. essere universale, con il patrimonio di una determinata nazione, che è sempre particolare.
~--~------ --.- ...
._~-_.~-, "'"----~-

CAPlTOLO SECONDO IL PROBLE}lA DELLA COSTITUZIONE

Consideriamo prima questo secondo concetto, illustrato da una testi- de qua exposui è quella che nel paragrafo precedente egli ha chiamato
monianza di Lattanzio, che sì connette alla perfezione col testo interrotto prima causa coeundi, la naturalis hominum congregatio} cioè in ultima
di Cicerone e deriva sicuramente dal De re publica. Cicerone afferma analisi la natura. Affermare che i popoli sono instituti, cioè educati, ma
infatti che il genere umano non è costituito da individui isolati e ,va- anche formati, istituiti, posti in essere, dalla natura, significa dunque
ganti in solitudine, mentre Lattanzio aggiunge che non gli sbranamenti che, se si deve cercare una institutio rei publt"cae, l'artefice di questa non
delle Eere furono causa dell'assodarsi umano, bensÌ ipsa humanitas, e gli può essere un uomo, ma solo la natura, e dunque non si può nemmeno
uomini si raggrupparono fra loro, perché la natura dell'uomo rifugge parlare propriamente di institutio.
dalla solitudine e tende all'unione comune ed alla società (W). Causa del- La naturalità dello Stato costituisce, come abbiamo detto sopra, il
1'associarsi, più che il timore dei pericoli, ossia il bisogno della difesa, fondamento del diritto che ha ciascuno di partecipare al governo, e in-
fu dunque 1'avversione alla solitudine, che equivale alla tendenza verso sieme del dovere che questa partecipazione si eserciti nell'ambito della
la sodetà come tale, anche indipendentemente dalla soddisfazione dei legge morale. Infatti, se lo Stato è richiesto dalla stessa natura dell'uomo
bisogni, che la società offre. In questo senso si può affermare che la e se quindi fuori dallo Stato l'uomo non può nemmeno realizzare com-
sociqlità dell'uomo ha per Cicerone ·un significato anche positivo: essa piutamente la propria natura, poiché ogni uomo ha diritto di essere uomo
non è semplicemente un mezzo per soddisfare dei bisogni, nel qual caso nel senso più completo, ogni uomo ha diritto di partecipare attivamente
esprimerebbe semplicemente un'insufficienza, una mancanza, ed avrebbe alla vita dello Stato, e dunque in una certa misura al governo. Inoltre,
un significato puramente negativo, ma è perseguita per se stessa, cioè se lo Stato è ordinato alla realizzazione integrale della natura dell'uomo,
costituisce già di per sè un valore. Si può dire che l'uomo cerca i suoi poiché questa realizzazione non si limita alla soddisfazione dei bisogni
simili non solo per ricevere da essi ciò di cui ha bisogno, ma anche per materiali, ma include anche l'attuazione delle virtualità spirituaE, ossia
dare loro ciò che egli possiede, e dunque tende per natura ad amare, di quella che complessivamente si può denominare la virtù, la parteci-
a benvolere. Per questo il termine humanitas, che nel passo di Lattanzio pazione alla vita dello Stato deve essere per l'uomo esercizio della virtù
è indicato come causa dell'associarsi, non ha solo il significato di natura e adempimento di finalità eminentemente morali.
umana, ma anche quello di umanità, intesa come benevolenza, amabi- A commento di tale dottrina si può infine osservare che l' afferma-
lità, affabilità, corrispondente al greco cpt).ap{}(jwnla. zione della necessità dello Stato per l'attuazione integrale della natura
Il carattere naturale della società trova un'efficace 'illustrazione subito umana, se certamente esclude ogni forma di individualismo, rintraccia-
dopo, nello stesso testo del De re publica, dove Cicerone afferma che bile ad esempio, per restare nell'antichità, nell'epicureismo ed in gene-
della res publica, come della virtù, non è possibile ritrovare alcuna insti- rale derivante da una concezione contrattualistica dell'origine dello Stato (12),
tutio (li). Qui institutio significa anche educazione, insegnamento, ma tuttavia non implica necessariamente il riconoscimento della sufficienza
questo significato deriva da quello più originario di istituzione, cioè co- dello Stato nei confronti di tale integrale attuazione, e dunque non si-
struzione, erezione, dove il prefisso in sta a indicare che l'atto in que- gnifica affatto adesione ad una qualche forma di statalismo o totalita-
stione ha il carattere di inizio, intrapresa, introduzione. Affermare che rismo. Questa importante distinzione, a cui ha contribuito in misura de-
non si può trovare alcuna institutio rei publicae significa dunque che cisiva il cristianesimo, mediante l'attribuzione all'uomo di finalità che
lo Stato non ha avuto inizio, non è stato introdotto mediante un atto trascendono l'ambito pur sempre « fisico» e naturale dello Stato, per
istitutivo compiuto dagli uomini, quale potrebbe essere ad esempio il trovare la loro attuazione su di un piano « metafisica» e sovrannaturale,
cosiddetto contratto sociale. A conferma di ciò Cicerone aggiunge che in Cicerone, come in tutto il pensiero politico classico, non' è ancora del
i raggruppamenti di cui egli ha parlato, ossia i popoli, hac, de qua expo- tutto esplicita, tuttavia è senza dubbio implicata nel riconoscimento della
sui, causa instituti, anzitutto stabilirono in un luogo determinato la pro- fondamentale superiorità della teoresi sulla prassi, come dr1 fine sui mezzi,
pria sede, con lo scopo dell'abitazione, e la chiamarono città. La ~ausa e' della vita ultraterrena rispetto a quella terrena, superiorità che abbiamo
visto affermata nel Somnium Scipionis.
(l0) LAc'I'., 1mt. div., VI, IO, 13-18 = Cle., De re p., I, 25, 40.
(11) I, 26, 41. (12) Cf. EpleuRus, ap. LUCR., De rer. nat., V, IOJ9 S5.
CAPITOLO SECONDO
3' IL PROIlLEMA DELLA COSTITUZIONE
33

Non è difficile mostrare come la dottrina ciceroniana sull'essenza e la funzione dello Stato non è quella di assicurare all'uomo la semplice
la causa dello Stato è perfettamente conforme a quella di Platone e di sussistenza, ma di far sÌ che egli diventi il migliore possibile, cioè attinga
Aristotele. Per quanto riguarda anzitutto la definizione di res publica la virtù (").
come res populi, bisogna riconoscere che essa, nella sua forma così effi- Per quanto concerne 1'origine naturale dello Stato, si è soliti contrap-
cace, di una lapidarietà tipicamente romana, sembra essere un contributo porre la posizione ciceroniana a quella platonica, constatando che Platone
e
originale di Cicerone 3). Ciò tuttavia non significa che essa non sia nella Repubblica farebbe sorgere lo Stato dall'incapacità dei singoli di
inserita nella più classica delle tradizioni politiche. Potrebbe sembrare provvedere a se stessi, ossia dal bisogno (17), mentre Cicerone afferma
un'impresa alquanto ardua ritrovare un precedente in questa direzione che la prima causa coeundi è non tam imbecillitas, quam naturalis quae-
già nel pensiero di Platone, data la presa di posizione della Repubblica dam hominum congregatio. In realtà né Cicerone esclude dalle finalità
in favore di una rigida ripartizione dei compiti, la quale esclude l'intera dello Stato la soddisfazione dei bisogni, ma semplicemente la pospone
classe dei produttori, ossia praticamente la maggior parte della popola- alla tendenza sociale come tale, né tanto meno Platone pretende che la
zione, dal governo dello Stato. A ciò però si deve osservare, conside- soddisfazione dei bisogni sia l'unica causa della formazione degli Stati.
rando la Repubblica platonica nel suo complesso, che i produttori svol- La prova di ciò sta nel fatto che, rifacendo l'esposizione dell'origine dello
gono nell'ambito della comunità una funzione essenziale, e dunque par- Stato nelle Leggi, Platone trascura completamente di accennare, fra le
tecipano attivamente alla vita dello Stato, anche se tale partecipazione cause dell'associarsi umano, ai vari bisogni, mentre afferma che fin dal-
non si esercita nella forma di un'attività di governo. Inoltre la classe dei l'inizio gli uomini si amavano ed erano ben dispostj gli uni verso gli
custodi, intesa in generale come comprendente sia i filosofi che i guer- al tri ('").
rieri, a cui è affidato il compito di governare, non adempie a tale com- Ancor più determinate sono le coincidenze fra la posizione cicero-
pito con finalità particolari o di classe, bensì nell'interesse generale, che niana e quella aristotelica. Anche Aristotele infatti, dovendo intrapren-
è anche quello dei produttori, come è provato dalla nota disposizione, dere una ricerca sulla costituzione (noÀl1:cta = status rei publicae), dichiara
certo esorbitante rispetto alla sua stessa giustificazione, in virtù della ,anzitutto, come Cicerone, la necessid di definire che cosa sia lo Stato
quale i custodi debbono rinunciare ad avere una famiglia e dei beni (,,6)« = res publica) e risolve subito questo problema in quello di defi-
propri. Il principio che il governo deve essere esercitato a favore della nire che cosa siano i cittadini, ossia quello che Cicerone chiama populus.
totalità dei cittadini, cioè di quello che Cicerone chiamerebbe il popolo, Indi egli definisce il cittadino come colui che partecipa al giudizio e al
è chiaramente ribadito nelle Leggi, dove Platone afferma che le costitu- potere, cioè ha diritto di adire i tribunali e le magistrature \9), oppure
zioni e le leggi, le quali non abbiano di mira il vantaggio comune del- come colui che partecipa del comandare e dell'esser comandato eO). Da
l'intera città, non sono costituzioni vere e leggi giuste, e coloro che per- entrambe queste definizioni appare manifesto il diritto di tutti coloro
seguono il proprio interesse particolare, non sono dei cittadini, ma dei che formano il populus di partecipare in qualche modo al governo dello
sediziosi (H). Stato, cioè il diritto espresso nell'identificazione ciceroniana della res
La necessità di un vincolo giuridico e morale, il consensus iuris, publica con la res populi.
affinché si abbia vero Stato, è poi affermata da Platone in generale nella La necessità, affinché si possa parlare di cpopulus e quindi di Stato,
Repubblica, dove la giustizia rappresenta in senso eminente la virtù che di un consensus iuris e di una communio utilitatis, è chiaramente espressa
è propria dello Stato, cioè il suo buon funzionamento; nel Politico, dove da Aristotele nell'atto di determinare il fine, in vista di cui lo Stato ha
la condizione della retta azione politica è ravvisata neUa conformità alla
scienza ed alla giustizia ("); ed infine nelle Leggi, dove si dichiara che (16) PLAT:, Leg., IV, 707 cl, 708 d.
(17) PLAT., Resp., II, 369 b C.
(18) PLAT., Leg., III, 678 e. L'erroneità di un'interpretazione esclusivamente economi-
(13) Cf. POSCHL, op. cit., II3, n. I, diversamente da M. POHLENZ, Cicel'os Schrift De re cistica dell'origine dello Stato descritta nella Repubblica è stata rilevata da M. GENTILE,
publica ais Kunstwerk, in Festschrift R. Reitzenstein, Leipzig, 1931, 82. op. cit., 47-51.
(14) PLAT., Leg., IV, 715 b. (19) ARISTOT., PoI., III, I, 1275 a 22-23.
(15) PLAT., PoI., 293 d. (20) lbid., III, 13, 1283 b 42-1284 a L

3 - E. BERTI - Il "De re publicu" di Cicerone e il pensiero politico classico.


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('APlTOLO SECONDO IL PRODI,EMA DELLA COSTITUZIONE


34 35

avuto ongme. Gli uomml, egli afferma, sono indotti a V1vere insieme
2. - LE COSTITUZIONI SEMPLICI.
dal vantaggio comune (-,;ò xowfi aVf-tq;é(!ov), nella misura in cui questo
contribuisce per ciascuno al vivere bene etÒ I;fj'J' ualwç): questo è in- La definizione dello Stato come res pop'uli, implicante il diritto di
fatti il fine principale ("). Altrove poi egli dichiara che il fine della poli- tutti di partecipare al governo, ma insieme il dovere che tale partecipa-
tica è la giustizia etÒ ('lxawv), la quale consiste nel vaI,1taggio comune zione sia regolata da criteri morali, costituisce la base dottrinale per la
e
('t" UGl'Pii OVf.1lpér}OV) 2). Viene cosÌ chiaramente affermato il dovere mo- risoluzione del problema dell'optimus status civitatis. A questa Cicerone
rale di orientare la partecipazione alla vita politica verso il bene comune. perviene attraverso l'analisi del concetto di costituzione (status civitatis)
Quanto infine al carattere naturale della comunità statale, abbiamo e delle varie forme di questa. Omnis populus J egli afferma, ovvero omnis
già visto come all'inizio della Politica, delineando lo sviluppo dello Stato civitas, o omnis res publica - questi termini qui sono tutti usati come
dalle forme più immediate di comunità, quali la famiglia e il villaggio, sinonimi - consilio quodam regenda est, ut diuturna sit eS). In queste
le quali hanno tutte il carattere di realtà naturali, Aristotele abbia affer- parole sono espressi due concetti: la necessità, per lo Stato, di un'auto-
mato la naturalità dello Stato, che le comprende tutte e ne costituisce .il rità suprema (l'es publica... regenda est), e la necessità, se si vuole che
fine, ed anzi la sua superiorità dal punto di vista della natura, per l~ lo Stato sia durevole, che questa autorità suprema sia razionale (consi-
ragione che il fine è sempre superiore a ciò di cui esso è fine eS). La .tesi lium). Lasciando per ora da parte la questione della durevolezza dello
qui sostenuta e il modo in cui essa viene presentata non fanno che npe~ Stato, su cui ritorneremo in seguito} osserviamo che l'introduzione del
tere, sia pure in forma più sistematica, quanto già Platone aveva esposto concetto di autorità ci ha già inseriti nel problema della costituzione,
nelle Leggi, dove lo Stato veniva ugualmente concepito come il punto la quale è appunto l'ordine dei vari poteri, in particolare di quello su-
terminale di uno sviluppo svolgentesi attraverso la famiglia e l'unione premo.
di più famiglie, cioè il villaggio ("). A questi autori sembra riferirsi Id autem consilium, prosegue Cice'rone, f'1'imum semper ad eam cau-
Cicerone, quando accenna al metodo seguito da alcuni dacti, i quali, per ,sam referendum est, quae causa genuit civitatem ( 9). Questa causa è,
come abbiamo visto, la natura, perciò il brano significa che il primo
definire lo Stato, si sono rifatti agli elementa, ad esempio l'unione del
requisito dell'autorità suprema è che essa si eserciti sempre in confor~
maschio e della femmina, cioè la famiglia (es).
mità con la natura dell'uomo. Ora, poiché la natura, in quanto bisognosa
Il concetto ciceroniano del valore positivo della socialità umana, per
dello Stato per la sua integrale attuazione, conferisce all'uomo il diritto
cui gli uomini tenderebbero ad associarsi non tanto allo scopo di soddi-
di partecipare ai benefici derivanti dallo Stato ed alla sua stessa vita,
sfare i bisogni, quanto soprattutto in vista della stessa società, trova ~ non sembra illegittimo concludere che già fin d'ora Cicerone esige dal-
precedente quasi letterale nell'affermazione ~i Ari~totele. s~condo Cul l'autorità suprema, e dunque dalla costituzione, in cui essa viene ordi~
l'uomo, essendo animale politico per natura, desIdera VIvere lllsieme anch~ nata, il rispetto e l'attuazione di tale diritto.
quando non ha bisogno dell'aiuto degli altri (26), o in qu~;la secondo CUi In secondo luogo Cicerone osserva che l'autorità suprema può essere
lo Stato serve non solo per vivere, ma per VIvere bene ( ). assegnata aut uni, aut delectis quibusdam, aut multitudini atque omnibus.
In corrispondenza a queste tre possibilità si avranno tre diverse costi~
tuzioni (rei publicae status): il regnum, l'optimatium arbitrium e la civi-
tas popularis. Ciascuno di questi tre tipi di costituzione, si teneat illum
(21) Ibid.} III, 6, 1278 b 2I~23·
vinclum, quod primum homines inter se rei publt"cae societate devinxit,
(22) lbid.} III, 12, 1282 b 16-18. cioè se si fonda sul consensus iuris e sulla communio utilitatis, benché
0'3) Ibid.} I, 2, 1252 b 9-1253 a 31. non sia perfetto né ottimo, è tuttavia tollerabile, perché può mantenersi,
(24) PLAT., Leg., 1lI, 677 a~682 a.
(25) I, 24, 38.
(26) ARISTQT., Poi., III, 6, 1278 b 19- 21. (28) I, 26, 4I.
(2't) lbid., III, 9, 1280 a 3I~'3-2. (29) lbid.
-~-- -~~ ~ ~ --~--~

IL PROBLEMA DELLA COSTITUZIONE


37
CAPITOLO SECONDO

A conclusione di questa rapida esposizione, Cicerone dichiara che


qualora non vi si frammischino iniquità e cupidigie, in una condizione il tipo di costituzione degno della massima approvazione, cioè l' optimus
di relativa stabilità eO). status civitatis, è un quarto genus rei p'ublicae, che egli indica come ex
Subito dopo l'esposizione dei tre tipi di costituzione, fondata sul his, quae prima dixi, moderatum et permixtum tribus C4), trascurando
criterio del numero, cioè sull'attribuzione dell'autorità suprema a uno, però di dire per quali ragioni esso sia il migliore, e di illustrare con
a pochi o a molti, Cicerone passa ad esporre i difetti propri a ciascu~ chiarezza in che cosa esso consista. In realtà la discussione sulle tre costi-
tipo. Nei regni, egli osserva, i restanti cittadini sono troppo estranei tuzioni sopra elencate, che possiamo chiamare semplici, per distinguerle
al commune ius et consilium; nel governo degli attimati la moltitudine dal quarto tipo, che chiameremo misto, non è ancora terminata. Allo
a stento può godere della libertà, essendo priva amni consilio communi scopo appunto di riprenderla e soprattutto, come vedremo, di illustrare
ac potestaie; infine nel governo del popolo la stessa aequabilitas è iniqua, i pregi di una fra esse, Cicerone fa chiedere da Lelio a Scipione quale
non comportando alcuna gradazione di dignità. Ad ulteriore illustrazione sia la migliore tra le costituzioni semplici (35). Scipione risponde con tre
del suo assunto Cicerone si vale di tre esempi, il regno di Ciro, l'aristo· successivi discorsi, ciascuno dei quali elogia un tipo di costituzione e
crazia marsigliese e la democrazia ateniese, tre costituzioni che egli con- critica gli altri due: mentre però l'elogio del governo popolare e quello
sidera conformi a giustizia e dunque tollerabili, ma tuttavia non esenti del governo degli ottimati viene messo in bocca ai sostenitori di queste
dai suddetti difetti C). Si noti come il difetto di ciascun tipo consista due costituzioni, quello del regno è da lui pronunciato a nome proprio,
in un'insufficiente attuazione del fondamentale diritto-dovere, che sta alla per indicare la sua personale preferenza.
base di ocrni vero Stato e deriva dalla stessa natura umana: il governo I fautori del governo popolare richiamano naturalmente l'attenzione
di uno e "quello di pochi non attuano a sufficienza il diritto di tutti di sulla forma non degenerata di tale costituzione (si vero ius suum populi
partecipare al governo (consilium commune), mentre il, governo di molti teneant), mentre tendono a identificare gli altri due tipi con le loro cor-
non attua a sufficienza il dovere di esercitare il governo in conformità rispondenti forme degenerate, cioè il regno con la tirannide e il governo
a una legge morale di giustizia. degli ottimati con la factio. Essi fanno notare come solo nel governo
Questi sono i difetti, aggiunge Cicerone, di quei tre tipi di costi- 'popolare trovi perfetta attuazione il concetto di res publica come res
tuzione, quando si mantengono nella condizione che è loro propria, cioè populi; interpretano lo ius, cioè la legge che costituisce il vincolo della
sono conformi alla natura; ma a questi si aggiunge un altro difetto, società, come uguaglianza di diritti, ed affermano che il tipo di costi-
cioè il pericolo, cui ciascun tipo è esposto, di scivolare precipitosamente tuzione da essi difeso assicura una maggiore concordia e perciò una mag-
in una corrispondente forma degenerata: ad esempio un regno come giore stabilità allo Stato (").
quello di Ciro in 'una tirannide come quella di Falaride,. un'arist~crazi~ Analogamente i fautori del governo degli ottimati esaltano la forma
come quella dei Marsigliesi in una factio come quell~ del trenta ~Ira~n~, non degenerata di tale costituzione, quella cioè in cui gli ottimati non
una democrazia come quella ateniese in un turor e lfl una multttudznzs sono i ricchi o i nobili, ma gli ottimi, cioè coloro che eccellono per
licentia come quelli verificatisi nella stessa Atene ("). Il secondo difetto, virtù. Essi sostengono che la virtù, la quale consiste essenzialmente nel
comune a tutti e tre i tipi di costituzione, è dunque la mancanza di sta- saper deliberare con saggezza (consilium), è difficilmente attingibile a
bilità: ciò significa, come già abbiamo visto, che Cicerone annovera tr: uno solo o ai molti, e che l'uguaglianza, pretesa dai sostenitori del go-
i requisiti della buona costituzione la durevolezza. Dalla ~an~anza. dI verno popolare, se consiste nell'attribuire uguali onori ai sommi e agli
stabilità derivano quelli che Cicerone chiama orbes et quasI ctrcumttus infimi, ai più virtuosi e ai meno virtuosi, si risolve nella più grande
in rebus publicis commutationum et vicissitudinum, cioè l'andamento ci-
clico dei mutamenti degli Stati (33). (34) Ibid.
(35) l,30, 46. Per i problemi concernenti la duplice esposizione dei caratteri delle varie
costituzioni e la presa di posizione di Cicerone a favore del regno, si vedano le ottime
osservazioni di F. SOLMSEN, Die 1'heOl"ie der Staatsformen bei Cicero de re pubI. l, (( Philo-
(30) I, 26, 42.
logus)), 88" I933, 326-34I, c POSCHL, op. cit., 10-39.
(") I. 27, 43·
(32) I, 28, 44· (36) I, 32, 48-33, 50.
(33) I, 29, 45.
_F"--------~----- -~--,- -.~.

~I

CAPITOLO SECONDO IL PROBLEMA DELLA COSTITUZIONE


39

iniquità, poiché la natura vuole non solo che i migliori comandino, ma viene esercitato, quando è affidato appunto ad un uomo solo: esemplare
anche che i peggiori obbediscano ("). a questo riguardo è l'istituto del dictator a cui i Romani ricorrevano
J

Dopo avere esposto questi due punti di vista, Scipione dichiara da non tanto per attuare nello Stato la caritas, quanto per assicurare l'ef:6:-
parte sua di preferire, nell'ambito delle tre costituzioni semplici e con- cienza dell'imperium (").
siderando sempre superiore in assoluto quella mista, il regno. Sùbito L'accenno alla cacciata di Tarquinia fornisce lo spunto per ritornare
dopo la proclamazione di tale preferenza il testo si presenta alquanto sull'argomento, già annunciato in precedenza, delle mutationes rerum
corrotto, per cui non si comprende se un argomento a favore di essa, publicarum, di cui ora si vogliono conoscere i cursus, cioè quell'anda-
consistente nell'osservare che il re provvede ai suoi sudditi come un padre mento, che prima era stato detto ciclico (orbes et quasi circumitus). Il
ai figli, sia fatto valere da Scipione come proprio o come desunto dalla primo e più sicuro mutamento della costituzione regia, afferma Scipione,
tradizione eS). Esso comunque sembra avere il significato di un com- si produce quando il re diviene ingiusto: allora il regno, che pure è la
pendio, o di un anticipo, di tutte le ragioni in favore del regno, poiché costituzione migliore, si tramuta nella sua corrispondente degenerazione,
fornisce l'occasione di riassumere ancora una volta la tesi favorevole al che è la costituzione peggiore di tutte, cioè la tirannide. Dalla tirannide
governo degli ottimati e quella favorevole al governo popolare. Si ha sÌ può passare poi al governo degli ottimati, inteso nel senso mi-
così in poco più di una riga una comparazione sintetica fra le tre forme gliore e più vicino al regno, se il tiranno viene eliminato appunto dagli
semplici di costituzione, che mette in rilievo il valore specifico di cia- ottimati; oppure al governo del popolo, inteso ugualmente nel senso
scuna di esse: ita caritate nos capiunt reges, consilio optimates, liber- migliore, se il tiranno è ucciso o cacciato dal popolo. Ma sono possibili
tate populi (39). La caritas, cioè il vincolo di affetto e fiducia reciproca anche tipi diversi di rivoluzione, ad esempio dal regno o dal governo
fra governanti" e governati, il consilium, cioè il saper deliberare con sag- degli ottimati a quello del popolo, inteso questa volta nel senso deteriore,
gezza, e la libertas, cioè il diritto di tutti di partecipare al governo dello se un popolo insorge contro un re giusto o contro gli ottimati. In tal
Stato, vengono cosÌ ad essere tre requisiti indispensabili alla bontà di caso, afferma Scipione, si verifica ciò che è stato descritto in modo lumi-
una costituzione, realizzati rispettivamente nei tre tipi di costituzione noso da Platone, cioè subentra lo stato democratico nel senso deteriore,
semplice. criticato nel libro VIII della Repubblica (").
Scipione quindi inizia l'esposizione degli argomenti' che giustificano Da un simile stato di cose, ossia dal governo popolare nel senso
la sua preferenza per jl regno; anzitutto il fatto che l'universo è retto deteriore, si passa, quando il popolo si sceglie un duce, cui vengono
da un solo Dio, indi l'esempio di popoli antichi e recenti, barbari e civili, conferiti e prorogati gli imperia alla tirannide, come rileva ugualmente
J

poi l'imperium esercitato dalla ragione sulle varie parti dell'anima, le Platone nella Repubblica. Dalla tirannide poi lo possibile passare, oltre
similitudini ricavate dal governo della famiglia, della casa e dall'ammi- che al governo degli ottimati nel senso migliore, al governo degli otti-
nistrazione degli affari, e soprattutto la storia del popolo romano, che mati nel senso peggiore, cioè la factio, che è un'altra specie di tirannide,
serbò a lungo nel cuore la nostalgia di un re come Romolo e, pur avendo se il tiranno è eliminato dagli avventurieri. Questo stesso tipo di costi-
rifiutato la monarchia con la cacciata di Tarquinio, nei momenti di tuzione però può derivare anche dal governo degli ottimati nel senso
pericolo ricorse sempre all'istituto del dittatore ('~. A questo proposito migliore, se essi si lasciano sviare da qualche malvagità. (( Così si scam-
è stato notato, a mio avviso con ragione, che nell'elogio del regno il biano tra loro come una palla il governo dello Stato i tiranni dai re, da
valore specifico di questo tipo di costituzione non è più ritrovato neUa quelli poi gli ottimati o i popoli, e da questi le fazioni o i tiranni, né
caritas, bensì nell'imperium, per la maggiore efficacia con cui questo mai più a lungo si conserva la medesima forma di governo» (':J). Pra-

(3~ I, 5'-53.
J4, (n) Cf. POSCHL, op. cit., 23-39. D'accordo col Poschi è E. LEPORE, Il princeps cicero-
(33) I, 35, 54. .niano e gli ideali politici della tarda Repubblica, Napoli, I954, 76-IOO.
(39) I. 36, 55 (") I, 42, 65-43, 67.
(40) I, 36, 56-41, 64. Per la differenza tra l'elogio deI regno e quelli delle altre due (43) I, 44, 68. Sui caratteri di questa descrizione delle rivoluzioni, cf. E. CIACERI, Il
costituzioni, cf. SOLMSEN, art. cit., 328-333. trattato di Cicerone De re publica e la teoria di Polibio sulla costituzione romana, « Ren-
-,----o- ------~~~~-~~-_~-~~~~--~--~~~-------~- I

4° CAPITOLO SECONDO IL PROBLEMA DELLA COSTlTUZIONll 4'

ticamente dunque le rivoluzioni possono avvenire in tutte le direzioni, democrazia è la migliore: in entrambi i casi il governo dei pochi occup'!
da qualunque tipo di costituzione a qualunque altro, con qualsiasi suc- unà posizione intermedia. Ora, osserva realisticamente Platone, poiché
cessione; non è facile allora comprendere in che consista il carattere ciclico tutti gli Stati vivono in condizione di illegalità, conviene passare la vita
del loro andamento. in una democrazia 5). e
Prima di considerare la più ampia giustificazione e illustrazione della La coincidenza fra questa dottrina e quella di Cicerone è pressoché
costituzione mista, che Cicerone fa seguire, anche logicamente, alla trat- totale e riguarda sia il contenuto della classificazione, sia i criteri in base
tazione delle costituzioni semplici e dei loro mutamenti, cerchiamo di a cui essa è costruita, sia la graduatoria dei valori. L'unica differenza è
determinare il rapporto in cui questa si trova con le trattazioni analoghe l'assenza, in Cicerone, di qualsiasi accenno ad una costituzione perfetta,
di Platone e di Aristotele. non fondata sulle leggi, m:;. unicamente sulla scienza del vero politico.
La classificazione delle costituzioni semplici, basata sul numero di Una tale costituzione, se intesa come del tutto estranea alla realtà sto-
coloro che esercitano l'autorità, si trova esposta sistematicamente da Pla- rica, sarebbe stata giudicata da Cicerone, come vedremo in seguito, priva
tone nel Politico, dove i tre tipi fondamentali di costituzione sono indi- di qualsiasi valore sia pratico che teoretico, tanta era l'importanza c~e
cati rispettivamente coi nomi di monarchia, governo dei pochi e demo- egli, come romano, assegnava alla funzione della legge nello Stato (tUS
crazia. A questa prima classificazione è subito fatta seguire un'ulteriore come vinculum societatis). Ciò però non significa che egli rinunciasse
divisione di ciascuna forma ln due, a seconda che essa sia o meno ri- all'idea di una costituzione perfetta: essa ritornerà a proposito della costi-
spettosa delle leggi: si ha cosÌ per la monarchia la divisione in regno tuzione mista, ma già esercita una sua influenza nella preferenza mani-
e tirannide, per il governo dei pochi la divisione in aristocrazia e oli- festata da Scipione verso il regno, analoga a quella che Platone mani-
garchia e per la democrazia la divisione in due tipi di costituzione di- festa per questo tipo di costituzione, ma soprattutto a quella che Platone
stinti, ma contrassegnati da un unico nome, quello appunto di demo- manifesta per la costituzione, chiamata ugualmente regno, in cui lo Stato
crazia CM). Nessuna di queste forme rappresenta per Platone la costitu- è retto dal vero politico.
zione perfetta, che è solo quella in cui lo Stato è retto dal vero politico, La critica alle singole costituzioni semplici, in particolare alla de-
colui che governa secondo scienza e giustizia, senza bisogno di leggi. mocrazia ed alla tirannide, che Scipione svolge durante la descrizione
Poiché la scienza del vero politico può essere posseduta soltanto da uno, delle rivoluzioni, è ugualmente presente in Platone, anzi a proposito di
o da due, o da pochissimi, la costituzione perfetta somiglierà più al tipo essa, come abbiamo visto, Scipione si richiama ai corrispondenti passi
regale o aristocratico che a quello democratico, tant'è vero che l'auten- della Repubblica ("). Il fatto che Cicerone abbia fuso insieme la dottri.na
tico politico è detto anche uomo regio. Comunque il regno propriamente del Politico con quella della Repubblica non deve destar meravlgha; m-
detto, l'aristocrazia propriamente detta e la democrazia nel senso mi- fatti, al di là delle apparenti dissomiglianze, le due esposizioni presen-
gliore, qualora siano conformi alle leggi, cioè siano buone, sono soltanto tano una fondamentale continuità. Nel libro VIII della Repubblica, come
immagini della costituzione perfetta, mentre la tirannide, l'oligarchia e è noto, Platone distingue una costituzione perfetta, che è quella da lui
la democrazia nel senso peggiore, in quan'to non conformi alle leggi, descritta nei libri precedenti, in cui i filosofi reggono lo Stato, e quattro
sono cattive e dunque non hanno assolutamente nulla in comune con la costituzioni degeneri. Di queste quattro però la prima, cioè la timocrazia,
costituzione perfetta. che è poi la costituzione spartana, ha un carattere intermedio fra .la costi-
La migliore poi fra le costituzioni legali è il regno, che ha in co- tuzione perfetta e le altre, perciò le costituzioni veramente negatIve ~ono
mune con quella perfetta il nome, mentre la peggiore è la democrazia; le ultime tre, ossia l' oligarchia, la democrazia e la tirannide (41). RItro-
invece fra le costituzioni illegali la tirannide è la peggiore, mentre la viamo cosÌ la classificazione del Politico: la costituzione in cui lo Stato
è retto dai filosofi, che nella Repubblica è chiamata aristocrazia, corri-
diconti deUa R. Accademia dei Lincci )), Cl. di sco maL, storo e filo1., s. V, 27, I9I8,
266-2 78. (45) Ibid., 293 C-C; 297 d-303 b.
(44) PLAT., Poi., 291 d-292 a; 302 c-c. La maggior parte delle concordanze fra Cicerone (~6) FLAT., Resp., VIII, 562 d-564 a.
e Platone sono state indicate dal GALBIATI, op. cit., 263 ss. (47) Ibid., 543 d-544 d. Per il carattere intermedio della timocrazia, cf. 547 b c.
-~~--------- --- - ---~

CAPITOLO SECONDO IL PROBLEMA DELT_A -COSTITUZIONE 43

sponde a quella in cui lo Stato è retto dal vero politico, che nel Politico complessiva delle rivoluzioni, così come ciascuna di esse, S1 npetesse peno-
è chiamata regno, ma ha anche i caratteri delraristocrazia; la ti 1l1ocrazia dicamente con un andamento ciclico, in modo che, una volta giunti alla
corrisponde, per la posizione occupata, al complesso delle tre costituzioni tirannide, si dovesse risalire alla costituzione perfetta, per poi ricomin-
legali; infine le tre costituzioni degeneri corrispondono alle tre illegali, ciare a discendere. Questa è la conseguenza che dalla dottrina platonica
con la differenza che nella Repubblica la democrazia è considerata peg- trassero Aristotele, a scopo polemico, e Polibio, il quale però trasformò
giore dell'oligarchia, mentre nel Politico, che è posteriore, essa è consi~ la serie platonica nella seguente: regno-tirannide-aristocrazia-oligarchia-
derata migliore, · 1ocrazIa
democraz1a-oc '(").
Anche l'indicazione dei valori che sono propri di ciascuna costitu- In Cicerone permane ressenziale della dottrina platonica, ossia l'an-
zione semplice, ossia ]a caritas per il regno, il consilium per il governo damento ciclico delle rivoluzioni (orbes et quasi circumitus commutatio-
degli ottimati e la libertas per il governo popolare, ha un precedente in num) e la loro successione, sia pure secondo un ordine molto più libero
Platone. Questi infatti nelle Leggi afferma perentoriamente che il legi- di quello indicato da Platone, come anche di quello indicato da Po-
slatore deve preoccuparsi soprattutto c~e lo Stato sia libero, saggio e con- tibia (55).
corde, cioè deve avere sempre in mente cpt2la, cpe6Y1Ja~ c è28Vi}eela, A risultati simili si perviene confrontando la posizione ciceroniana
termini esattamente corrispondenti a quelli ciceroniani di caritas, consi- con quella di Aristotele. Il procedimento adottato da Cicerone per clas-
lium e libertas (48). Non è difficile mostrare come, anche per Platone, sificare i tipi di costituzione, consistente nel caratterizzare la costituzione
tali valori siano attuati rispettivamente dal regno, dall'aristocrazia e dalla in base al modo in cui è esercitata l'autorità suprema, e quindi nel di-
democrazia ("). Nelle Leggi si trova ugualmente il ricorso all'esempio di stinguere, secondo il criterio numerico, i possibili modi in cui questa
Ciro per illustrare il regno e dello Stato ateniese per illustrare la demo- viene esercitata, trova un corrispettivo esatto, più ancora che in Platone,
crazia (50), come pure il rifiuto di un'uguaglianza consistente in un livel- nel III libro della Politica di Aristotele, al c. 7. Quivi Aristotele, propo·
lamento uniforme, che non tenga conto delle naturali disuguaglianze di nendosi appunto di stabilire quali e quante siano le costituzioni, osserva
meriti ("). che costituzione e governo significano la stessa cosa e il governo è il
Infine sembra risalire a Platone anche la dottrina delle rivoluzioni. potere supremo nello Stato. Poiché dunque il potere supre~o. ~uò. esser:
Nella Repubblica infatti Platone spiega i mutamenti di costituzione, affer- esercitato da uno solo, da pochi o dai più, avremo altrettanti tipI d1 costI-
mando che anche nella vita degli Stati, come in quella di ogni orga- tuzione, ciascuno a sua volta suddivisibile in una forma retta ed in una
nismo, si avvicendano momenti, di fecon'dità, materiale e spirituale, e degenere, a seconda che il potere sia esercitato nell'interesse di tutti o
momenti di sterilità, secondo un andamento ciclico. L'ignoranza di tali soltanto nell'interesse dei governanti. Avremo cosÌ nell'ordine regno e
periodi da parte dei governanti ha come conseguenza il passaggio dalla
6
tirannide, aristocrazia e oligarchia, politeia e democrazia ). L'unica e
costituzione perfetta alla timocrazia, cioè la prima delle rivoluzioni 2). e novità rispetto allo schema platonico è l'introduzione di un nome distint~
È presumibile che per Platone anche tutte le altre rivoluzioni abbiano per indicare la forma retta della democrazia, identico a quello dell.a costi-
un andamento ciclico, cioè si verifichino periodicamente. Queste altre tuzione in generale. Ciascuna di queste costituzioni, se~ondo Ans~otele~
rivoluzioni, come è noto, sono descritte nella Repubblica con la seguente ha dei pregi e dei difetti, a seconda del modo e delle ClTcostanze 1ll CUi
succeSSIOne: dalla costituzione perfetta alla tirnocrazia, a:ll'oligarchia, alla viene attuata, tuttavia, volendo indicare una graduatoria di valori almeno
e
democrazia, alla tirannide 3). Non è chiaro se per Platone anche la serie in astratto, è possibile affermare quanto segue. .
Anzitutto Aristotele premette che non bisogna solo cercare la costi-
(48) PLAT., Leg., III, 693 b-d; 70I d. tuzione migliore in senso assoluto, ma anche la migliore fra quelle che
(49) La dimostrazione di questo, come in generale l'aver richiamato l'attenzione su
questa singolare coincidenza, è merito soprattutto del PèiSCHL, op. cit., I9 ss. (5') Cf. ARISTOT., Pol., V,n, 1316 a 1-39; POLYB., Ritt., VI, 5-9· Su questo tema si
(50) PLAT., Leg., III, 694 a-695 b; 698 b-70I C. veda l'opera fondamentale del RYFFEL, 187-189.
(51) lbid., IV, 757 b-7S8 a. (55) Cf. CIACERI, art. cit., 266-278; SOLMSEN, art. cit., 340.
(58) PLAT., Resp., VIII, 546 a-547 d. (56) ARISTaT., Pol., III, 7, 1279 a 22-b IO. La maggior parte delle concordanze fra
(53) lbid., 550 c-569 c. Cicerone e- Aristotele sono state indicate dal GALBIATI, op. cit., 233- 252.
-~ ... "----""

44 CAPITOtO SECONDO
IL PJtOBLE:>lA DELLA COSTITUZIONE 45

posso~o essere realizzate (51): in ciò egli fa da tramite fra la posizione


glianza, la quale è giusta solo se è fra uguali (62). Sono tutti concetti che
p~atonIca, che nella Repubblica si preoccupa solo di indicare la costitn-
ritroviamo in Cicerone.
ZlOne perfetta, indipendentemente dalla sua realizzabilità, e quella di
Infine si può affermare che Cicerone ripete la pOSIZIOne aristotelica
CIcerone, che nega ogni valore ad una costituzione del tutto estranea alla
nel modo più libero di concepire l'ordine delle rivoluzioni: è noto infatti
storia. La costituzione assolutamente migliore, afferma Aristotele ossia
come Aristotele a questo riguardo criticasse la ciclicità e l'univocità di
la ~igliore di quelle rette, sarebbe il regno, ma essa non è faciìmente
direzione con cui Platone sembrava concepire l'andamento delle rivolu-
re~hzz~bile, perché esige un uomo che sia assolutamente superiore a tutti
zioni (63), Almeno la seconda di queste due critiche doveva certamente
gh ~ltr1. Altrettant? si può ,dire dell'aristocrazia, intesa però come aristo-
essere condivisa da Cicerone, il quale, come abbiamo visto, ammette che
c~az~a perfett~, os~la autentlco governo della virtù (58). Fra le degenera-
le rivoluzioni possano avvenire praticamente in tutte le direzioni.
ZIOnI la peggIOre e certamente la tirannide, mentre la migliore è la de-
mocrazia .(69). ~e si. eccettua .du,nque la costituzione perfetta, che è prati-
ca~ente lf,realIzzabIle, le mIglIori restano l'aristocrazia, cosi come si è 3. - LA COSTITUZIONE MISTA,
reahzz,at~ m determinati Stati, ad esempio Sparta, Creta e Cartagine, e
L'analisi critica delle costituzioni semplid ha lo scopo di preparare
l~ poltteza: queste sono quasi identiche, perché sono entrambe il frutto
la risposta alla questione de optimo statu civitatis, cui l'intero discorso
dI una mes~olan~a di elementi aristocratici e democratici, con leggera
di Scipione è dedicato. Tale risposta viene anticipata, come già abbiamo
prevalenza nspettIvamente degli uni o degli altri (60). Come si vede dun-
visto, subito dopo il primo accenno alla critica delle costituzioni sem-
que, la, g~:arch~a de~ valori è molto simile a quella platonica; unica diffe-
plici, in modo da apparire com'e la conseguenza diretta di tale critica:
renz,a e lidentIfìcazl~ne della costituzione ideale con il regno o l' aristo-
« Pertanto - afferma Cicerone - sono del parere che sia degno di appro-
cra~Ia ,nel senso emme,nte" e la conseguente scomparsa di queste costi-
vazione più di ogni altro un quarto genus rei publicae, il quale è ex his,
tUZlOnI dalla graduatona d! quelle realizzabili.
quae prima dixi, moderatum et permixtum)) (64). Il quarto genus rei
Della posizione platonica resta in Aristotele anche la persuasione che
publicae viene qui caratterizzato con due diversi requisiti, permixtum e
nessuna delle costituzioni cosi elencate sia veramente immune da difetti
moderatum, cioè misto e misurato. Non è ancora ben chiaro per quale
nemmeno il regno o l'aristocrazia, una volta che si debbano adattare all~
ragione esso sia il più degno di approvazione.
concreta realtà storica. È la stessa persuasione manifestata da Cicerone
Segue quindi la più ampia discussione sulle tre costituzioni semplici,
~ome premessa alI' esaltazione della costituzione mista, Al regno, intes~ che già abbiamo considerato, dove si indicano i valori specifici di ciascuna
In generale come governo di uno solo, Aristotele muove la critica che
di esse rispettivamente nella caritas, nel consilium e nella libertas, ed il
s?esso più individui, se sono buoni, giudicano meglio di uno solo - cri-
lungo elogio del regno, il cui valore però viene indicato soprattutto nel-
tIca che si può considerare mossa da un punto di vista aristocratico -
l'imperium. Al termine di tale discussione Scipione dichiara di preferire
e che comunque non e, . gIUsto che uno solo goda di tutti i diritti e tutti'
il regno, ma più ancora il genus aequatum et temperatum ex tribus opti-
gli altri ne restino esclusi - critica mossa da un punto di vista dem
mis rerum publicarum modis. « È bene infatti che nello Stato vi sia al-
cratico - ll
e
). All' oligarchia e alla democrazia, intese in generale co:O cunché di eminente e regale, che altro sia deferito e attribuito all'autorità
governo di pochi o di molti, Aristotele rimprovera di avere ciascuna una
degli ottimati e che certe questioni siano riservate al giudizio e alla vo-
visione parziale della giustizia, poiché l'una la fa coincidere con la disu-
lontà della moltitudine. Questa costituzione anzitutto ha una certa aequa-
guaglianza, la quale è giusta solo se è fra disuguali, e l'altra con l'ugua.
bi/itas, della quale i liberi possono a stento fare a meno per lungo tempo,
e in secondo luogo ha stabilità, per il fatto che mentre quelle prime
(57) Ibid., VI, I, 1288 b 21-39.
(53) Ibid., III, cc. I7-18. (62) lbid., III, c. 9.
(59) lbid., IV, 2, 1289 a 39-b 5. (G3) lbid., V, 12, 1316 a 1-39. L'accordo fra Cicerone ed Aristotele a questo riguardo
(60) lbid., IV, cc. 7-9 c II. è stato rilevato dal POSCBL, op. cit., 82-95,
(61) lbid., III, cc. 15-16. (64.) I, 29, 45. Circa la consequenzialità fra la critica delle costituzioni semplici e l'esal-
tazione della costituzione mista, cf. SOLMSEN, art. cit., 335-336; POSCHL~ op. cit., 13- 14.
CAPITOLO SECONDO IL PROBLEMA DELLA COSTITUZIONE
47

tre forme facilmente SI volgono nei vizi ad esse contrari, sicché dal re tuzione mista dunque assomma in sè i valori specifici di tutte e tre le
nasce un padrone, dagli ottimati una fazione e dal popolo perturbamento costituzÌoni semplici, perciò è immune dal difetto proprio a ciascuna di
e confusione, e mentre queste stesse forme spesso si trasformano in forme esse, quello cioè di trascurare i valori specifici delle altre due. Questa è
nuove, ciò invece generalmente non accade in questa costituzione dello la ragione per cui la costituzione mista è superiore a tutte le altre e si
Stato congiunta e misuratamente mista (iuncta moderateque permixta), identifica con l' optimus status civitatis.
a meno che non vi siano grandi vizi nei prìncipi. Non v'è infatti motivo Per la stessa ragione essa è anche la più stabile, cioè la meno esposta
di rivolgimento, dove ciascuno è collocato saldamente nel proprio grado al pericolo delle degenerazioni e delle conseguenti rivoluzioni. In ciascun
e non v'è luogo dove precipitare e cadere» (65). tipo di costituzione semplice infatti la forma degenerata (vitium) rappre-
Anche in questo brano si attribuiscono al quarto tipo di costituzione senta la distruzione totale dei valori specifici degli altri due tipi, valori
due caratteri, quello di essere misto e quello di essere misurato, ma di che già la forma retta in parte trascurava, e dunque l'accentuazione
essi si illustra soltanto il primo. Esso viene fatto consistere nella com- estrema del difetto presente già nella forma retta. Nella costituzione
presenza, all'interno della costituzione, di un elemento regale, un ele- mista la degenerazione non è possibile (( non v'è luogo dove precipitare
mento aristocratico e un elemento democratico, senza che venga stabilito e cadere ))), perché il difetto proprio delle costituzioni semplici non l'af-
in quale modo debbano comporsi. Si rileva inoltre il carattere di aequa- fligge nemmeno in forma temperata: di conseguenza non sono possibili
bilitas, intesa come partecipazione di tutti a qualche attività di govern~, nemmeno le rivoluzioni. L'unica riserva che Cicerone avanza su questa
ossia libertà, che è proprio della costituzione mista, e si contrappone la soluzione è il caso in cui si verificasse un grave vizio dei prìncipi, cioè
sua stabilità all'instabilità delle costituzioni semplici. L'ultima osserVa- dei governanti. Tale vizio mi sembra si possa interpretare solo nel senso
zione fornisce già un motivo per considerare la costituzione mista supe- di una prepotenza, cioè di una sopraffazione compiuta da uno dei tre
riore a tutte le aÌtre, dato che, come già abbiamo visto, la stabilità secondo elementi, regio, aristocratico o democratico, sugli altri due. In tal caso
Cicerone è un requisito indispensabile alla bontà di una costituzione. però verrebbe praticamente alterato il carattere stesso che fa essere mista
Un'ulteriore illustrazione del carattere misto del quarto tipo di costitu- la costituzione.
zione è contenuta nel libro II, dove si allude, con evidente riferimento Da un punto di vista più generale si può osservare come la mesco-
a questo argomento, all'aequabilis compensatio et iuris et officii et mu- lanza fra elemento regio, elemento aristocratico ed elemento democratico
neris, senza di cui non si può conservare immutabile la costituzione di rappresenti la migliore attuazione del diritto di tutti a partecipare al
Roma. Questa aequabilis compensatio è tale, ut et potestatis satis in ma- governo dello Stato, espresso nella definizione di res publica come res
gistratibus et auctoritatis in principum consilio et libertatis in populo populi. Perciò si può dire che già in questa definizione è implicitamente
sit ("), contenuta tutta la teoria dell'aptimus status civitatis.
La mescolanza fra i tre elementi, regio, aristocratico e democratico, Nei passi considerati si è visto che, accanto al carattere della mesco-
consiste dunque nell'assegnare una funzione complementare a ciascuno lanza, Cicerone rileva, a proposito del quarto genere di costituzione, un
dei soggetti che nelle rispettive costituzioni semplici detengono il potere secondo carattere, indicato dall'aggettivo maderatum, o temperatum, o,
in maniera esclusiva, sicché il governo dello Stato venga in un certo senso altrove, dall'espressione modice temperatum (;7), L'illustrazione di tale
distribuito fra tutti. Si osservi che attribuire ai magistrati la potestas carattere è contenuta ugualmente nel libro II, dove si considerano miste
significa garantire quell'efficacia dell'imperium, che costituisce il valore la costituzione spartana, quella cartaginese e quella della Roma repub-
specifico del regno. Ugualmente attribuire l' auctoritas al consilium prin- blicana, ma si osserva che le prime due, a differenza dalla terza, non
cipum significa attuare quella garanzia di saggezza nel deliberare, che erano in alcun modo « temperate )). La ragione di ciò è che, quando la
costituisce il valore specifico dell'aristocrazia; mentre attribuire la libertas patestas, specialmente regia, è attribuita a qualcuno a tempo indetermi-
al popolo significa attuare il valore specifico della democrazia. La costi- hato (perpetua), come accadeva nella Roma monarchica o a Sparta, benché
vi sia un senato ed il popolo abbia dei diritti, tuttavia prevale l'elemento
(fi5) I, 45, 69,
('") II, 33, 57,
CAPITOLO SECONDO IL PROBLEMA DELLA COSTITUZIONE 49

regio e un tale Stato non può non essere e non esser chiamato regno (68). Dicearco o in un altro peripatetico CO); secondo altri in Panezio o in
Una costituzione dunque è « temperata l), o « moderata », quando i poteri altri pensatori stoici ("). Tale problema però non interessa la nostra inda-
sono non solo distribuiti in modo da attuare una mescolanza di elementi gine, che si propone di confrontare la posizione di Cicerone con quella
regio, aristocratico e democratico, ma anche conferiti in una determinata di Platone e di Aristotele. Ai nostri fini pertanto sarà sufficiente esami-
misura. Tale misura deve essere sufficiente ~ satis si diceva nel passo nare se la dottrina della costituzione mista si ritrovi nei due esponenti
considerato precedentemente -, ma non eccessiva (ad esempio una po- del pensiero politico classico, senza preoccuparci della via per cui essa
testas perpetua): una « giusta misura» dunque. È appunto tale « giusta storicamente si trasmise al De re p-ublica di Cicerone.
Per quanto concerne Platone, il testo fondamentale a cui ci si deve
misura» che realizza l'accordo tra i vari poteri ed assicura la stabilità
rifare sono i libri III e IV delle Leggi ('"). Prima di affrontarne la lettura,
della costituzione.
si deve tener presente che in questo dialogo dell'estrema maturità Platone
Questo concetto è chiaramente espresso in un altro passo del libro II,
non intende più illustrare la costituzione perfetta, cioè lo Stato retto dai
mediante il ricorso al caratteristico esempio della musica. {( Come infatti
filosofi o dal vero politico) a cui si riferivano rispettivamente la Repub-
nella musica della lira e dei Bauti e nello stesso canto corale occorre blica ed il Politico, bensÌ la migliore delle costituzioni realizzabili. Ciò
mantenere un'armonia tra i suoni distinti, la cui monotonia o dissonanza risulta soprattutto dal fatto che tale costituzione dovrà fondarsi su un
non può essere sopportata da orecchie esperte, e questa armonia è resa complesso di leggi, alla cui elaborazione l'intera opera è dedicata. Ora,
appunto concorde e regolare per l'accordo (moderatione) di suoni estre- nel Politico lo stesso Platone aveva affermato che lo Stato retto dal vero
mamente differenti, cosÌ con l'intreccio delle classi superiori e medie ed politico non ha bisogno di leggi, ma ne hanno bisogno solo gli Stati
infime secondo un criterio di contemperamento (moderata l'atione) la città imperfetti, i quali sono soltanto immagini dello Stato perfetto. Non Cl
armoniosamente risuona dell'accordo di differenti suoni; e quella che dai si dovrà pertanto meravigliare se la costituzione, che nelle Leggi è c~n­
musici è chiamata armonia nel canto, quella è, nella città, la concordia, siderata la migliore, non coincide con quella perfetta della Repubbltca
garanzia solidissima ed ottima di integrità in ogni Stato, la quale non e del -Politico. D'altra parte è giusto operare il confronto tra Cicerone
può sussistere a nessun patto senza la giustizia» (69). Si noti come qui e Platone avendo riguardo soprattutto alle Leggi, poiché solo in questo
la distribuzione dei poteri nella « giusta misura» è concepita come in- dialogo Platone affronta il problema della costituzione migliore da un
treccio delle classi secondo un criterio di contemperamento: l'idea della punto di vista che sarà poi quello di Cicerone, e prima ancora quello
costituzione mista acquista cosÌ, accanto al suo valore politico, anche un di Aristotele.
valore sociale. All'inizio del libro III Platone si propone di delineare l'origine e
Se nel concetto di mescolanza trovava la sua attuazione il diritto lo sviluppo della costituzione e ne indica quattro tipi fondamentali, suc-
di tutti di partecipare al governo dello Stato, nel concetto di « giusta mi- cedutisi nel tempo. Il primo è quello che sorse immediatamente all'inizio
sura» si attua invece il dovere, ad esso complementare, che tale parte-
cipazione si eserciti in conformità con una legge, che è poi la giustizia (70) In tal senso si espresse per primo l'OSANN, Beitriige zur romischen und griechischen
o l'interesse comune. La « giusta misura» agisce infatti come limite, che Literaturgeschichte, II, Darmstadt, 1839, 9 88., seguito da numerosi studiosi, fra cui ricor-
regola i diversi modi in cui tutti hanno diritto di partecipare al governo. diamo SCHUBERT, op. cit.; HIRZEL, Der Dialog, I, 465; CIACERI, art. cit., 237-249: WrLA-
Solo una costituzione che possegga entrambi questi requisiti, cioè sia Mowl1'z-MoELLENDOR;F, Plato, I, 576, I; WILSING, op. cit., 93; F. EGERMANN, Die Proomien
zu den Werken des Sallusf, (( S. B. d. Wiener Akad. d. Wiss.», 214, 3, 1932, 52 SS.,
« mista e moderata », realizza compiutamente la definizione di res pu-
61 SS.; SOLMSEN, art. cit., 338-339.
blica data all'inizio e dunque rappresenta l'optimus status civitatis. (71) La derivazione da Panezio è stata sostenuta per la prima volta dallo .SCflMECKEL,
La fonte della dottrina ciceroniana della costituzione mista è alquanto Die Philosophie der mittleren Stoa, Berlin, 1892, 67 ss.; poi dal GALBIATI, op: qt., 196. ss.;
problematica: secondo alcuni interpreti essa dovrebbe essere ravvisata in e recentemente dal POHLENZ, reco a J. HEINEMANN, Poseidonios' MetaphyslSche Schnften
(Breslau, 1928), (( Gottingische Gelehrte Anzeigen», 1930, 137-156. .
(72) La loro importanza per la storia del concetto di costituzione mista è stat~ rilevata
(G8) II, 23, 42-43. già dal CIACERI, art. cit., 237-249, dal GALBIATI, op. cit., 265 SS., ma soprattutto dal
((j~)II, 42, 69.
POSCHL, op. cit., 10-23.

4 _ E. BERTI _ Il "De re publica" di Cicerone e U pensiero politico classico.


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5' CAPITOLO SECONDO IL PROBLEMA DELLA COSTITUZIONE


5'

della civiltà, quando gli uomini non avevano ancora bisogno di leggi, civitatis, sia appunto platonico e consista proprio in una certa distribu-
vivevano raggruppati in singole famiglie ed erano soggetti all'autorità del zione e limitazione dei poteri. La « giusta misura» fu teorizzata ampia-
padre. Questo tipo di costituzione si può chiamare patriarcato (dv:vaauia), mente da Platone nel Politièo, come presente in ogni cosa e consistente
ma rappresenta ancora una fase prestatale, prepolitica, perciò non -inte- nell'evitare sia l'eccesso che il difetto C'"), e rappresenta uno dei fonda-
ressa la nostra indagine cn). Il secondo tipo si ebbe successivamente con menti dell'etica e della metafisica platonica e aristotelica (19).
la riunione di molte famiglie e la formazione di comunità più grandi, Solo Sparta, prosegue Platone, seppe conservare la « giusta misura l),
i villaggi: in esso si determinò per la prima volta la necessità di leggi, perciò la sua costituzione si può considerare opera di un dio. In essa
perciò si elessero dei legislatori e si creò una vera e propria costituzione infatti l'istituto del regno fu sdoppiato e così ricondotto alla « giusta
politica, che Platone identifica con l'aristocrazia o col regno C). È pos- misura )}. Accanto al regno fu istituito, con pari potenza, il consesso degli
sibile identificare questo tipo di costituzione, ancora appartenente alla anziani, mescolanza di saggezza e nobiltà, ed infine, con la funzione
preistoria, con quella che nel libro successivo Platone attribuisce all'età di freno e controllo sugli altri poteri, l'eforato. In tal modo il regno
di Crono ço). In tal caso essa rappresenterebbe il tentativo di insenre divenne misto (avfkfkBtnroç) delle cose di cui c'era bisogno, e moderato
nella storia la costituzione perfetta, che nella Repubblica e nel Politico (pir(}ov Exovaa), e si realizzò un potere politico durevole al massimo
era concepita appunto come un'aristocrazia o un regno. (uBYOVOa fkaÀtara) (SO). Ritroviamo qui, esposta con gli stessi termini, l'idea
Il terzo tipo, afferma Platone, è quello che comprende tutte le varie ciceroniana della costituzione mista, moderata e perciò duratura. Che
possibili costituzioni, ad esempio quella di Troia. Esso è caratterizzato tale costituzione sia considerata da Platone la migliore fra quelle esistenti,
dalla presenza di continue rivoluzioni C). Questo tipo corrisponde, a se non quella perfetta - questa è infatti fuori questione, per le ragioni
mio avviso, al complesso delle costituzioni semplici, considerate sia nella che abbiamo già considerato -, è provato dal fatto che egli ne fa l'esem-
forma buona che in quella degenerata, le quali sono tutte instabili e pio, il paradigma per l'azione del buon legislatore-, il quale dovrà prov-
quindi esposte al pericolo delle rivoluzioni. vedere appunto a conservare la « giusta misura}) e ad evitare poteri troppo
Infine Platone considera un quarto tipo di costituzione, quella spar- grandi e non mescolati (rlf'Bi>n>i)'
tana, la quale presenta il carattere della durevolezza, infatti « dura ancora È significativo poi che proprio a questo proposito Platone racco-
ai nostri giorni )}. In un primo periodo questo tipo fu esteso anche ad mandi l'attuazione, nello Stato, della libertà, della saggezza e della con-
Argo e Messene e 'consistette in un reciproco accordo fra re e popoli, cordia (8Àcvi}c.(}{a, CP(}OY'YjOtç, cptlla), ossia dei valori che Cicerone consi-
tale che nessuna delle due parti tendeva a sopraffare l'altra. Esso però dera specifici alle tre costituzioni semplici esl). Per avere libertà, concordia
si mantenne in vita solo a Sparta, perché le altre due città, afferma Pla- e saggezza, uno Stato deve partecipare di eJ;ltrambe quelle che si possono
tone, non seppero conseryare la « giusta misura (rò f-d:r(}tOv)), la quale considerare le madri di tutte le costituzioni, cioè la monarchica e la demo-
consiste nel non dare cosa troppo grande a chi è troppo piccolo. Ora, cratica, rappresentate rispettivamente dalla Persia e da At~ne; cioè deve
poiché non c'è nessun uomo che per natura possa sopportare un potere avere una costituzione mista, come quella spartana e cretese (B2).
immenso e un'immensa autorità, un buon legislatore deve evitare questo La conferma definitiva dell'identificazione, operata da Platone, fra
inconveniente e conservare la « giusta misura», senza di cui tutto va la migliore delle costituzioni realizzabili e la costituzione mista, è data
in rovina ("). dal giudizio che egli pronuncia sulle varie costituzioni, al momento di
oDa queste prime osservazioni appare come l'ideale della « giusta mi- sceglierne una per il nuovo Stato, a cui il dialogo si propone di fornire
sura», che ha tanta parte nel concetto ciceroniano del1'optimus status le leggi. Dopo avere infatti elencato tutte le costituzioni semplici, demo-

(73) PLAT., Leg., III, 676 a~6Bo e. (?B) PLAT., Pol.} -'.83 b-2R7 b.
(74) lbid.) 1II, 681 d. (19) Cf. H.]. K-".AMER, Arete bei Platon unti Aristoteles, Heidelberg, 1959·
(15) lbid., IV, 713 boe. (80) PLAT., Leg., III, 691 d~692 b.
(76) lbid., III, 681 d-682 e. (S1) lbid.} III, 692 b~693 d.
(77) lbid., 683 a-691 d. (") lbid., III, 693 c.
IL PROBLEMA DELLA COSTITUZIONE
CAPITOLO SECONDO 53
5'

Leggi si propone di costruire la costituzione più comune fra quelle appli-


crazia, oligarchia, aristocrazia, monarchia e tirannide, Platone osserva
cate nelle altre città, allora forse ha ragione; ma se si propone di fornire
che nessuna di queste è una vera costituzione, ma solo un aggregato di
la costituzione migliore dopo quella perfetta (àQia,~ !,-"cl ,~v "'Qw,~p),
due parti, di cui l'una comanda e l'altra serve, aggregato che prende il
a~lora non raggiunge il suo scopo; perché qualcuno sarebbe forse più
nome dalla parte che comanda. Le sole vere e proprie costituzioni sono
disposto a concedere le sue lodi alla costituzione degli Spartani C").
quelle di Sparta e Creta, perché sono diverse da tutte le costituzioni
La costituzione spartana è lodata, secondo Aristotele, da coloro che
semplici (83), cioè sono miste. Si noti come il rifiuto delle costituzioni
identificano la costituzione migliore con quella mista di tutte le costi-
semplici sia dovuto alla radicale divisione, presente in esse, fra la parte
tuzioni (p.ep,lì'pÉl''I'} È~ a:naowy !wY nOÀtt8lcOY): tale è infatti la costitu-
che comanda e quella che serve; ciò significa che nella costituzione mista
zione spartana, per la mescolanza che essa attua fra elemento monar-
Platone ravvisa, come Cicerone, la possibilità che tutti partecipino, sia
chico, aristocratico e democratico, rispettivamente con i re, gli anziani
pure in diversa misura, al comandare, cioè al governo.
e l'eforato (89). La posizione di costoro, secondo Aristotele, è migliore
Un esame dettagliato del tipo di costituzione che Platone propone
di quella di Platone: « infatti la costituzione composta di molte è mi-
per il nuovo Stato esula dalla presente ricerca: è sufficiente osservare
gliore» eO). Aristotele dà atto a Platone di aver voluto costruire nelle
come l'elezione dei membri del Consiglio notturno, che rappresenta in
Leggi una costituzione mista, ma lo rimprovera di non esserci riuscito
esso la più alta autorità, sia considerata dallo stesso Platone alcunché di
abbastanza, cioè di avere costruito una costituzione troppo oligarchica,
intermedio (t-tÙJOY) fra la costituzione monarchica e quella democratica,
la quale può essere considerata la più comune, non la migliore fra le
cosÌ come deve essete intermedia (p,8oev8t'P) la costituzione e~). Il con-
costituzioni esistenti. Migliore, secondo Aristotele, è la costituzione spar-
cetto di medietà equivale qui a quello di mescolanza e i termini tra cui
tana, in quanto realizza una mescolanza più autentica. Personalmente
esso si pone, monarchia e democrazia, sono gli stessi estremi a cui si
Aristotele è dunque favorevole a considerare la costituzione mista come
alludeva nei passi precedenti.
la migliore fra le costituzioni realizzabili. Il fatto poi che egli trovi dei
Nel complesso dunque si può affermare che la dottrina ciceroniana
difetti anche nella costituzione spartana, come in quella cretese e carta-
della costituzione mista come optimus statu_s civitatis è perfettamente rin-
ginese, le quali appartengono ugualmente al tipo misto, non significa
tracciabile in Platone e deriva dal concetto di « giusta misura)), caratte-
che egli rifiuti la costituzione mista, ma semplicemente che egli rifiuta,
ristico della sua metafisica (85).
per certi aspetti particolari, il modo in cui tali costituzioni hanno attuato
Il rapporto di Cicerone alla posizione classica viene ulteriormente
la mescolanza ("I).
chiarito attraverso la considerazione di Aristotele. Questi, nel secondo
Nel libro IV, proponendosi di indicare la costituzione migliore in
libro della Politica, commenta la costitl,lzione delineata da Platone nelle
assoluto, la migliore fra quelle realizzabili e la più comune, dopo avere
Leggi nel modo seguente. Egli osserva che l'ordinamento politico ivi sta-
affermato che la migliore in senso assoluto, indipendentemente dalla sua
bilito non vorrebbe essere né una democrazia né un'oligarchia, ma qual-
realizzabilità, è il regno - posizione platonica -, Aristotele afferma che
cosa di mezzo (pio'Y)) fra queste, ossia la cosiddetta politeia (88). Più oltre
la migliore fra ]e costituzioni realizzabili è quella « da cui derivano le
riporta l'affermazione platonica, secondo cui la forma migliore di costi·
oligarchie, quando il regime si fa più severo e dispotico, e le democrazie,
tuzione deve essere una mescolanza di democrazia e tirannide, ma osserva
che di monarchico essa non ha nulla, e tende ad essere soprattutto una
e
quando si fa più molle e rilasciato» 2), ossia una mescolanza fra oli-
garchia e democrazia, prese nel senso migliore. In tale mescolanza può
oligarchia, come appare dal sistema di elezione dei magistrati, basato
prevalere l'elemento oligarchico, ed allora si ha la costituzione aristo-
soprattutto sul censo ("). Il giudizio di Aristotele è che, se Platone nelle

(83) lbid., IV, 712 C-713 a. (88) lbid., 6, 126s b 28-32.


(8~)lbid., VI, 757 a. (89) Ibid., 6, I265 b 32-1266 a I.
(85) Il merito di questa interpretazione spetta al PÙSCHL, che per la prima volta la
(90) lbid., 6, 1266 a 4-5.
formulò con chiarezza, di fronte alle esitazioni di altri autori, come GALBIATI e CIACERI. (91) Cf. ibid., cc. 9, IO, II.
(86) ARISTaT., Pol., II, 6, 1265 b 26-28. (92) lbid., IV, 3, 1290 a 26-29.
(87) lbid., 6, 1266 a I-30.
- - -------------
-'-------------~-------~~,~-=.~"

54 CAPITOLO SECONDO IL PROBLEMA DELLA COSTITUZIONE 55

cratica, come a Cartagine o a Sparta, oppure l'elemento democratico, e Si può pertanto affermare che l'idea ciceroniana della costituzione
allora si ha la cosiddetta politeia C3). Queste sono le migliori costituzioni mista si ritrova, oltre che in Platone, anche in Aristotele, dove anzi essa
esistenti, mentre il regno è quella migliore in senso assoluto: la mesco~ viene illustrata nel suo aspetto sociale. A questo del resto accenna, come
lanza, da cuj esse sono costituite, potrebbe però essere realizzata meglio, abbiamo visto, lo stesso Cicerone, là dove pone come condizione della
se la risultante potesse essere detta tanto una democrazia quanto una concordia, e quindi della durevolezza, dello Stato l'intreccio delle classi,
oligarchia, cioè rappresentasse un perfetto equilibrio fra i due elementi cioè praticamente la loro perequazione ad un livello medio eS). Egli stesso
opposti. Questa, afferma Aristotele, sarebbe anche la costituzione più du- d'altronde aveva affermato che il carattere fondamentale della costitu-
revole (94). Qui è ribadito il giudizio sulla costituzione spartana, che è zione mista, accanto alla durevolezza, è quello dell'aequabilitas, della
positivo nella misura in cui essa attua veramente la costituzione mista: quale i liberi non possono fare a meno per lungo tempo 9), un'aequa· e
è dunque chiaro che la migliore delle costituzioni attuabili è quella mista. bilitas ovviamente non iniqua, cioè consistente in una certa proporzione.
Tale posizione è ulteriormente illustrata in Aristotele da un nuovo In conclusione quindi mi sembra di poter affermare che la dottrina
punto di vista. Egli, per rispondere alla questione guale sia la migliore ciceroniana della costituzione mista come optimus status civitatis si ri-
delle costituzioni realizzabili, si richiama all'Etica, dove la virtù, ossia trova, se non nella forma di uno schema rigido, certamente nel suo
il meglio, è stata identificàta con la medietà (pea6n}» ("'). Cio vale sia nucleo più essenziale, anche in Platone e in Aristotele, e che questo
per l'individuo che per lo Stato; perciò, conclude Aristotele, se si ammette nucleo non è che l'attuazione della stessa definizione di res publica come
che la « giusta misura (7:(; fl87:{!toV») e la medietà (t(; f'8GO'P) sono sem- res populi, ossia l'esigenza di una partecipazione di tutti i cittadini, sia
pre la cosa migliore, un possesso medio di ricchezza è la condizione pure in modi e misure diverse, al governo dello Stato.
migliore di ogni altra e la miglior comunità politica è quella che si fonda
sulla classe media, cioè quella formata il più possibile da cittadini uguali costituzione mista di Ciccrone, poiché non riguarda tanto la giusta mescolanza degli ele·
e simili tra loro. Essa rappresenta la via di mezzo fra oligarchia e demo- menti chc formano la costituzione, quanto una giusta divisione dei poteri. Secondo me è
crazia, il punto in cui coincidono l'aristocrazia e la politeia. La sua bontà proprio questa la ragione per cui si tratta di una stessa costituzione: che significato ha
è confermata inoltre dal fatto che essa è la meno esposta al pericolo delle infatti la mescolanza, se non quello di una giusta divisione dei poteri? L'interpretazione
esatta è stata data, mi sembra, dal op. cit., 264~274.
rivoluzioni e dunque la più duratura CB). LEPORE,

(98) I, 46, 70,


Qui Aristotele, partendo dal principio, formulato da Platone e de-
(99) I, 22, 36.
stinato ad essere poi ripreso da Cicerone, della « giusta misura», che è
la via di mezzo fra i due estremi dell'eccesso e del difetto, enuclea un
altro aspetto della costituzione mista, cioè la sua composizione sociale.
Indubbiamente si tratta di una cosa diversa dalla giusta divisione dei
poteri, che rappresenta l'asp~tto politico della costituzione mista; ma non
di una diversa costituzione, bensÌ di due aspetti complementari e inscin·
dibili della stessa. I poteri possono venire infatti giustamente divisi fra·
tutti gli elementi che costituiscono lo Stato, e dunque fra tutti i citta-
dini, solo quando la condizione sociale di questi sia molto simile. cioè
essi appartengano tutti al ceto medio (0').

(93) Ibid., IV, ~c. 7-8.


(94) lbid., IV, c. 9.
(95) Cf. ARISTOT., Eth. Nic., II, 8, Ilo8 b II~I3.

(9B) Ibid., IV, C. II.


(97) A questo proposito non posso condividere l'opinione del POSCHL, op. cit., 18, il
quale ritiene che la costituzione media di Aristotele non abbia nulla a chc fare con la
CAPITOLO III.
IDEA E STORIA

1. - CONSIDERAZIONI METODOLOGICHE.

Al termine della trattazione sui vari tipi di costituzione, culminante


nell'esaltazione della costituzione mista, Scipione esprime il timore che
il suo discorso appaia quello di uno che voglia insegnare ed ammaestrare
gli altri, mentre egli intende svolgere la sua analisj insieme con i suoi
interlocutori. Di conseguenza decide di affrontare quegli argomenti che
sono già noti a tutti e che già da tempo hanno destato l'interesse co-
mune ('). La preoccupazione di Scipione rivela la consapevolezza, da
parte di Cicerone, di avere finora trattato de optimo statu civitatis se-
condo -un metodo esclusivamente speculativo, sistematico, simile a quello
adottato dal trattatisti greci e alquanto inconsueto per dei Romani. Il
desiderio di compiere un'indagine insieme con i suoi interlocutori, cioè
di considerare temi noti a tutti, non ricavati quindi dallo studio delle
dottrine politiche, esprime l'esigenza di integrare il metodo finora seguito
con argomenti desunti dalla tradizione e dal patrimonio culturale romano.
Tale impressione è del resto confermata dalle dichiarazioni metodologiche
che Scipione aveva premesso alla sua trattazione, secondo le quali egli
si sarebbe valso delle sue conoscenze delle opere scritte dai Greci, ma
soprattutto delle tradizioni e degli insegnamenti patrii (2).
L'allusione agli argomenti che già da tempo hanno destato l'inte-
resse comune, non può essere riferita che ad una affermazione enunciata
da Scipione ugualmente all'inizio della sua esposizione e quindi non più
ripresa: quella che l'optimus status civitatis si identifica con la costi-
tuzione elaborata dai maiores nostri e). Essa viene infatti ripetuta ora

(') I, 46, 70.


(2) I, 22, 36.
0) I, 21-, 34-
CAPITOLO TERZO
IDEA E STORIA
59

in forma solenne: «( Sic enim decerno, sic sentio, sic affirmo, nullam attenuto alla realtà storica, descrivendo appunto i vari tipi di costitu-
omnium rerum publicarum aut constitutione aut discriptione aut disci- zione effettivamente esistenti, ma ha anche l'opposto difetto, di non avere
plina conferendam 'esse cum ea, quam patres nostri nobis acceptam iam indicato, mediante un esemplare, la forma rei publicae cioè l'ideale, 1<J
I

inde a maioribus reliquerunt» e). A proposito di tale costituzione Sci-


perfezione dello Stato, in base a cui valutare i vari Stati storici. Nell'uh
pione esporrà qualis sit et optimam esse, due cose già note appunto a
caso ci si sarebbe preoccupati esclusivamente dell'idea, nel senso plato-
tutti j suoi interlocutori, ma di cui è ugualmente necessario trattare, allo
nico, trascurando la storia, e nel secondo della storia, trascurando l'idea.
scopo di integrare l'esposizione precedente.
Il nuovo metodo, adottato da Cicerone, vorrebbe assommare in sè i
La necessicl di una simile integrazione era stata preannunciata da
Scipione sempre all'inizio del suo discorso, là dove egli si era dichiarato pregi di entrambi quelli greci, restando immune dai rispettivi difetti.
insoddisfatto delle cose scritte in proposito dai Greci, che pure ricono- Scipione non ha voluto immaginare lui stesso, come Platone, i caratteri
sceva sapientissimi CS). La natura di essa è chiaramente indicata in un della costituzione perfetta, ma ha preferito attribuirne la scoperta ad altri,
intervento di Lelio a commento della nuova esposizione intrapresa da ossia agh artefici della costituzione romana, ai maiores nostri, evitando
Scipione nel libro II, intervento di carattere esplicitamente metodolog1co. in tal modo il pericolo dell'astrattezza ed attenendosi alla concretezza
«( Noi vediamo - afferma Lelio - che tu sei entrato nella discussione storica. D'altra parte egli ha anche dato una spiegazione razionale dei
con un metodo nuovo (ratione nova), che non si trova affatto nei libri fatti storici - di ciò che Romolo ha fatto per caso o per necessità -,
dei Greci. Infatti quel sommo (princeps ilIe, cioè Platone), al quale mai connettendoli a quella che è l'essenza, ossia la perfezione, dello Stato.
nessuno fu nello scrivere superiore, si scelse un luogo in cui costruire In tal modo egli ha evitato una mera descrizione dei vari tipi di costi-
una città a suo piacimento (arbitratu suo), che può essere certamente am- tuzione e si è attenuto ad un modello determinato e quindi ad un preciso
mirevole, ma è terribilmente lontana dalla vita e dai costumi degli uomini criterio di giudizio ('l.
(a vita hominum abhorrentem et a moribus). Gli altri poi dissertarono Ciò che permette a Cicerone di trasformare cosÌ vantaggiosamente
sui vari tipi e forme di Stati (de generibus et de rationibus civitatum), il metodo tradizionale della trattazione politica è l'identificazione del-
ma senza alcun esemplare determinato e senza un ideale di Stato (torma .l'optimus status civitatis con la costituzione di Roma. Tale identifica-
rei publicae). Tu mi sembri fare entrambe le cose; hai infatti esordito zione è giustificata mediante il ricorso ad un argomento di Catone i~
preferendo attribuire ad altri le tue scoperte, anziché immaginarle tu Vecchio, dal quale risulterebbe che la costituzione romana era superiore
stesso come fa Socrate in Platone, e, per quel che riguarda la posizione alle costituzioni degli altri Stati, perché queste erano opera di singoli
della città, riconducendo a spiegazioni razionali (revoces ad rationem) legislatori, ad esempio quella cretese di Minasse, quella spartana di Li-
ciò che Romolo fece per caso e per necessità, e discutendo in modo che curgo, quella ateniese prima di Teseo, poi di Dracone, Salone, Clistene
il tuo discorso non vagasse qua e là, ma si riferisse ad un determinato e molti altri fino a Demetrio Falereo, mentre la costituzione romana era
Stato (non vaganti ratione, sed defixa in una re publica)" (e). stata creata non da un singolo ingegno, bensì da molti, e non nello spazio
Come qui risulta, Cicerone distingue fra i Greci due modi di trat- di' una sola vita, bensÌ attraverso molti secoli. Ora, avrebbe inoltre detto
tare degli Stati: quello adottato da Platone nella Repubblica, il cui pregio Catone, non è mai esistito un solo genio tanto grande da non lasciarsi
consiste nell 'indicare con chiarezza, valendosi di un determinato esem- sfuggire nulla, né tutti i genii riuniti insieme potranno in un solo pe-
plare, quale sia la costituzione perfetta, ma che ha il difetto di ricorrere riodo di tempo abbracciare tutto, senza pratica delle cose e soccorso del
ad un esemplare del tutto immaginario e del tutto lontano dalla realtà tempo e). Pertanto, dovendo trattare de optimo statu civitatis, nulla di
storica; e quello adotta~o invece da altri, presumibilmente dai compila- meglio, afferma Scipione, che esporre la nascita, la crescita e la matu-
tori di Costituzioni, come Aristotele, che ha il pregio opposto, di essersi rità dello Stato romano, piuttosto che immaginarne uno, come Socrate

(~) I, 46, 70. (1) Su tali caratteri del metodo ciccronìano ha glustamerrte insistito il POSCHL, op
(0) I, 22, 36.
ci!., 40-45.
(6) II, II, 21-22.
(8) II, I, 1-2,
-- - ;·.~· I;
;

.,

iii

il
60 CAPITOLO TERZO
[DEA E STORIA ,!I
in Platone (S). La costituzione romana viene cosÌ a fornire l'esemplare Infatti Scipione, al termine della sua descrizione della co~titu~ione ro-
determinato, nel quale acquistano figura definita i vari requisiti della mana, nel rispondere all'obiezione di Tuberone, secondo CUl egli avrebbe
costituzione perfetta, delineati nella trattazione teorica del libro primo; trattato de nostra re publica, mentre Lelio aveva chiesto che parlasse de
essa medesima inoltre conferisce alla trattazione teorica la concretezza amni re publica, dichiara di avere trattato de aptimo statu civitatis col
della realtà storica. discorso sulle tre costituzioni semplici e la costituzione mista, e di avere
La funzione di esemplare svolta dalla costituzione romana è chiara- usato l'esempio di Roma non ad definiendum ap~imum statum~ ~erché
mente indicata già al termine del libro primo, subito dopo la proclama- questo si sarebbe potuto fare anche senza ese,mpI, ma a,f,finche In ~
zione della sua perfezione: « Dopo avere descritto a guisa di esempio grandissimo Stato si potesse scorgere nella realta (reapse) clO che b ratzo
(ad exemplum) la nostra forma di governo - afferma Scipione -, ade- e l' oratia descrivevano (12). La ratio, qui intesa come Il contenuto dI pen-
guerò ad essa, se mi sarà possibile, tutto quel discorso che dovrei fare siero espresso dall'aratia, è quella stessa ratio messa in luce. da Platone
intorno alla migliore costituzione dello Stato (de optimo statu civita- nella sua umbra et imago civitatis. L'averla fatta scorgere 1fl un gran-
tis») eO). Tale adeguazione è necessaria, egli prosegue, per adempiere dissimo Stato, come Roma, ha fatto sì, 'secondo Cicerone, che essa acqui-
completamente al compito affidatomi da Lelio, ossia quello di definire stasse il valore di concreta realtà storica (res).
la costituzione migliore. In ciò consiste, si può dire, l'aspetto platonico . e res, 1'1 metodo cice-
In virtù di questa unità fra idea e storia, ratto
del metodo ciceroniano. roniano vuoI essere un'esposizione filosofica e storica insieme, una filo-
Un'ulteriore chiarificazione del rapporto in cui Cicerone si pone con sofia intimamente sostanziata da analisi storiche ed una storia raziona-
Platone a proposito del metodo, risulta dall'affermazione che Platone
costruì una città optanda magis quam speranda, quanto più piccola egli
e
lizzata e ricondotta a un sistema di idee 3). Tale integrazione però non
è compiuta da Cicerone per ragioni di carattere generale, bensì per 1~
poté, non quanto essa potesse essere, ma nella quale si potesse scorgere profonda persuasione della .su~eriorità dell~ co~tituzione ro~~na. su ognl
la ratia rerum civilium. Scipione invece cercherà di muoversi, seguendo 14
altra, e quindi della sua COlllC1denza con l opttmus status cWltatls ( ) ..
le stesse ratianes che vide Platone, non in umbra et imagine civitatis, In effetti ciò che Cicerone realizza col suo metodo, filosofico e ln-
sed in amplissima re publica, sì da poter indicare come con una bac- 'si eme storico non è altro che un' esigenza implicita sia nella posizione
chetta la causa di ogni pubblico bene o male (H). Qui è evidente che platonica ch~ in quella aristotelica, m.a non pie~~mente att~ata né da
Cicerone non giudica errata, ma semplicemente utopistica, la costruzione Platone né da Aristotele. Anche se dI Platone SI vuoI conSIderare sol-
di Platone, al punto da definire umbra et imago civitatis quella che nel- tanto la Repubblica, che a questo proposito sembra rappresentare la posi-
l'intenzione del suo autore è invece l'unica città Vera e propria, l'idea zione più lontana da quella di Cicerone, si deve ammett~e ~he, accant~
stessa o, con termine ciceroniano, la forma dello Stato. Al procedimento all'uso di un esemplare perfetto, il quale per Cicerone costItUlsce uno del
platonico però Cicerone riconosce un requisito indispensabile, quello di due requisiti indispensabiii al metodo della trattazione politica, è pre-
avere indicato la ratia rerum civilium} quella stessa ratia a cui egli stesso, sente in una certa misura anche la preoccupazione per la concretezza
nella sua pur diversa trattazione, si è attenuto. Qui ratia significa insieme
storica.
spiegazione razionale, essenza e norma della realtà politica, cioè spie- Il fine dell'opera, come è noto, è diverso da quello del De re publica
gazione consistente nel comprendere l'essenza, che è poi la norma, il ciceroniano e consiste nella definizione della giustizia. Lo Stato è preso
modello, l'ideale: tutto ciò che significa l'idea platonica. in esame soltanto allo scopo di scorgere scritta in esso con più grandi
Ma anche il carattere di aderenza alla realtà storica, che il richiamo lettere quella stessa giustizia che può essere ricercata nell'individuo. Di
alla costituzione romana conferisce alla trattazione de optimo statu civi-
tatis, è messo in evidenza da Cicerone in maniera del tutto esplicita. (12) II, 38, 64'39, 66.
(13) La presenza di questa concezione della storia nel De re publica è stata illustrata
da M, RAMBAUD, Cicéroll et l'histoire romaille, Paris, 1953, spec. 52-54· l
'(9) II, 1, 3. (H) Come osserva D, A. PADOVANI, Storia della filosofia, I, Milano, 1950, 319, ( ne
(W) I, 46, 70, De republica Cicerone si propone non solo di dare una teoria filosofi~a dcl:o stato - come
(11) II, 30, 52. Platone _ ma pure di trovarnc un'applicazione concreta nella realta stonca: Roma»,
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CAPITOLO 'fERZO lDEA E S'faRlA

conseguenza Platone si propone di indicare come deve essere uno Stato, slazione ad uno Stato che, in quanto retto da leggi, non è, come insegna
per poter essere detto giusto ("). A questo fine è del tutto indifferente, il Politico, quello ideale, bensì uno Stato reale, immagine il più possi-
almeno in linea di principio, il problema dell'esistenza o della realizza- bile somigliante di quello perfetto ("). Nelle Leggi Platone dichiara espli-
bilità di tale Stato nella storia. Ciò è detto chiaramente da Platone, là citamente che egli non intende più descrivere lo Stato migliore in senso
dove Socrate afferma che il suo intento era di presentare un esemplare assoluto, la neWt1] n62tç, o }' àf)i07;1] noÀI'teia, bensì quello che ad esso
(nae6.betYl"a) della giustizia e dell'ingiustizia, dell'uomo giusto e di quello è secondo, ossia quello più simile, più vicino possibile al primo (20). Egli
ingiusto, non di mostrare in che modo queste cose fossero realizzabili non ripudia lo Stato descritto nella Repubblica; ad esso anzi direttamente
(ovva'ta). Non si può considerare meno bravo un pittore che, pur avendo allude, indicandolo come quello in cui tutto è comune, e di esso afferma
dipinto il tipo esemplare della perfetta bellezza umana, non dimostrasse l'assoluta superiorità el). Pertanto, se ritiene necessario esporre anche lo
poi che un simile uomo può anche vivere. Di conseguenza, afferma Stato secondo, ciò non può essere dovuto che a preoccupazioni di rea-
Socrate, dato che noi pure stiamo dipingendo a parole il tipo esemplare lizzabilità pratica. Del resto nelle stesse Leggi Platone aveva già cercato
dello Stato perfetto, le nostre conclusioni non sono meno esatte, per il di stabilire quali fossero le condizioni più adatte, affinché l'opera del
fatto che non dimostriamo in che modo sia possibile fondare una città legislatore, ossia la fondazione dello Stato secondo, avesse successo, ed in
come quella che abbiamo descritto (H). La bontà dello Stato immaginato primo luogo aveva posto l'appoggio di un tiranno, teorizzando in tal
da Platone è del resto, come abbiamo visto, riconosciuta più volte dallo modo, nella forma più esplicita, l'azione da lui stesso tentata per ben
stesso Cicerone indipendentem~nte dalla sua realizzabilità pratica. e
tre volte a Siracusa 2). Né in questo dialogo mancava, come già abbiamo
Tuttavia, nonostante l'indifferenza, di diritto, del problema della rea- visto, l'uso di esempi storici, diretti a illustrare la costituzione migliore;
lizzabilità, Platone se ne preoccupa, come appare esplicitamente dalle anzi quella che si può considerare, anche dal punto di vista platonico,
dichiarazioni di Socrate. Questi, per mostrare, dietro insistenza dei suoi la migliore delle costituzioni realizzabili, ossia la costituzione seconda,
interlocutori, in che modo sia realizzabile lo Stato da lui descritto, fa veniva addirittura identificata, sia pure non totalmente, con una costitu-
un'importante precisazione. Quando si è trovata la giustizia, egli osserva, zione .storicamente esistita, quella di Sparta C.3).
per stabilire quale sia l'uomo giusto non è necessario esigere che questi Ancor più facile è mostrare la presenza della preoccupazione storica
non presenti alcuna differenza da quella e ne sia la copia esatta, ma è in Aristotele. I tre libri centrali della sua Politica sono interamente dedi-
sufficiente che vi si avvicini il più possibile e che in confronto agli altri cati a studiare le condizioni di attuabilità storica delle costituzioni, al
vi partecipi in misura meno difettiva. Non è possibile infatti che l'azione punto che qualche interprete potrebbe avere la tendenza a collocare Ari-
(neiit1ç) attinga la verità nella stessa misura della parola (Ut,ç). Non stotele fra quegli autori, che seguirono il metodo opposto a quello plato-
si deve dunque pretendere che le conclusioni a cui siamo giunti per nico e trascurarono di offrire un esemplare di costituzione perfetta. In
mezzo del discorso (.l6Y'P) siano attuabili del tutto ("apui"aot) anche realtà Aristotele, fin dal secondo libro, afferma chiaramente che il suo
per mezzo dell'opera (eeycp), ma avremo trovato che esse sono realiz- scopo è di indicare quale sia la costituzione migliore e), e tale intento
zabili, se riusciremo a fondare una città jl più vicina possibile a quella viene da lui perseguito soprattutto nei due libri finali. Non v'è dubbio
da noi descritta (17). In questo senso si può dire che quelle che abbiamo dunque circa il suo riconoscimento della necessità di un esemplare. Solo
esposto non sono cose impossibili o castelli in aria (ovx à~v"aTa re ovoÈ che, come egli afferma all'inizio del libro IV, il primo dei tre centrali,
evxa'[ç; 0l"ota) ('8). la costituzione migliore in senso assoluto è realizzabile solo in certe con-
Ma la preoccupazione della concretezza storica è ancor più evidente, dizioni) che sono particolarmente rare; pertanto è necessario indicare
come è ovvio, nelle Leggi, il dialogo appunto dedicato a fornire la legi-
(1S) Cf. PLAT., PoI., 297 d-300 e.
(15) Cf. PLAT., Resp.} 11, 368 e-369 b; IV, 434 e. Sulla differenza di intento fra la Re-' (20) PLAT., Leg.} V, 739 a-c.
pubblica di Platone e il De re publica di Cicerone, si veda il POSCBL, op. cit., nO-II5. (21) lbid.
(16) lbid.} V, 472 c~e. (22) lbid.} IV, 709 c-712 a.
(17) lbid.} V, 472 beò; 473 a b. (23) lbid.} III, 691 e-692 c.
(18) lbid., V, 456 b c. Cf. anche VII, 540 d. (24.) ARISTOT., Poi., Il, l, 1260 b 27-29.
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CA.PITOLO TERZO
IDEA E STORIA

anche la costituzione migliore fra quelle realizzabili nelle condizioni


L'esposizione ha inizio naturalmente da Romolo, per opera del quale
più comuni (25). In tal modo Aristotele congiunge l'uso dell'esemplare lo Stato non solo nacque, ma, come afferma Scipione, continuando nel-
con la concretezza storica. Anch'egli, come già Platone, ritrova alcuni l'immagine biologica, crebbe e divenne quasi virile (adultum et iam paene
caratteri di quella che dal suo punto di vista si può considerare la mi- puberem) (27). Ciò avvenne unius viri consilio, dunque la prima forma
gliore delle costituzioni realizzabili, cioè la costituzione mista, in alcune di costituzione posseduta da Roma fu quella monarchica eS). Tuttavia,
costituzioni storicamente esistenti, quali la spartana, la cretese e la car~ secondo Scipione, Romolo, con la stessa felice intuizione avuta da Li-
taginese; tuttavia non manca di fare ampie riserve circa il modo in cui curgo a Sparta, comprese che lo Stato sarebbe stato governato meglio,
queste l'avrebbero attuata. se all'imperium singulare e alla potestas regia si fosse aggiunta l'aueto-
L'unica vera differenza fra la posizione ciceroniana e quella plato~ ritas optimi euiusque, perciò istituì il senato e regnò patrum auetoritate
nico-aristotelica è che in Platone e in Aristotele continua sempre a sussi- consilioque (29). All'elemento monarchico, costituito dall'imperium, venne
stere la- distinzione fra la costituzione migliore in senso assoluto, cioè cosÌ ad aggiungersi un elemento aristocratico, l'auctoritas e il consilium,
la perfetta monarchia, e la migliore delle costituzioni realizzabili, cioè e la costituzione, pur restando monarchica, assunse quel carattere tem-
la costituzione mista; nlentre per Cicerone la nozione di una costituzione perato, che la fece essere il miglior tipo di costituzione monarchica, cioè
ottima, ma praticamente irrealizzabile, è scomparsa, e di conseguenza un regno, e le fece compiere già un primo passo verso la forma mista.
la costituzione mista, storicamente realizzabile e realizzatasi soprattutto In tal modo Cicerone mette in opera il suo metodo, consistente nel dare
in Roma, viene a coincidere senz'altro con la costituzione migliore in concretezza storica alle nozioni formulate teoricamente e insieme nel dare
senso assoluto, cioè con l'esemplare. In Platone e Aristotele non si ha alla storia un'interpretazione razionale e filosofica. Qui si colloca infatti
mai una coincidenza totale fra l'esemplare e una costituzione storica, l'osservazione di Lelio sul metodo adottato da Scipione (SO).
mentre in Cicerone tale coincidenza, nel caso di Roma, sembra essere Alla morte di Romolo entr6 nella costituzione anche un elemento
totale. Vedremo come ciò sia fonte di non poche difficoltà, destinate a democratico. Il popolo infatti, opponendosi al tentativo del senato di go-
produrre qualche incoerenza sul piano filosofico e qualche forzatura sul ·vernare- senza re, volle che l'istituto regio fosse mantenuto ed anzi si
piano storico. Ma vedremo anche come tale identificazione totale sia, arrogò il diritto di eleggerne il titolare, scorgendo cosÌ ciò che era sfug-
anche per Cicerone, più apparente che reale. gito allo stesso Licurgo, ossia che il regno doveva essere fondato non
sull'ereditarietà, ma sull'elezione popolare. Numa infatti fu eletto dal
popolo, con il consiglio del senato (patribus auctoribus), ed egli stesso
2. - LA COSTITUZIONE ROMANA.
volle l'investitura popolare, facendo approvare dai comizi curiati una
L'esposizione storica della costituzione romana, quale esemplare ideale legge de suo imperio CS1). In tal modo la costituzione romana acquistò
e storico insieme dell'optimus status civitatis, viene indicata da Scipione, un carattere ancor più temperato e compì un ulteriore passo verso la
nel proemio al libro II, come un'esposizione della nascita, della crescita costituzione mista. Questo sviluppo, afferma subito dopo Scipione, era
e della maturità dello Stato (nostram rem publicam et nascentem et cre- un progredire verso l'optimus status mediante un naturale iter et cursus;
scentem et adultam et iam firmam atque robustam ostendero) ("). Tali dal che si deve arguire che il processo naturale, di tipo biologico, cui
espressioni rivelano già fin dall'inizio che Cicerone conc~pisce la storia si è accennato fin dall 'inizio, aveva come sua meta e termine finale
come un processo di tipo biologico, e perciò naturale, che però non ha (optimus status) appunto la costituzione mista ("').
il suo termine nella morte, bensÌ nella fase di maggior vigore. Vedremo
in seguito quale funzione eserciti questo concetto nel confermare il valore (27) II, II, 21.
ideale della costituzione romana. , (~) lbid.
(29) II, 8, 14-9, 15.
(30) II, II, 21-22..
(25) Ibid.} IV, l, 1288 b 37-39.
(31) II, 12, 23-24.
(26) II, I, l .
(32) II, 16, 30.

5 - E. BERn - TI "De re publica" di Cicel"Otle e il pensiero politico classico.


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66 IDEA E STORIA
CAPITOLO TERZO

La consuetudine di chiedere l'investitura popolare mediante una lex anche se si concede al popolo qualche libertà, sempre in misura da non
curiata fu seguita da tutti i successivi re, miranti a rendere la costituzione saziarlo, ma solo da fargliene sentire il desiderio, come fecero Licurgo
sempre più temperata, per mezzo di un'equa suddivisione dei poteri. e Romolo, resta sempre il pericolo che il re divenga ingiusto (36).
Questo fatto fornisce a Cicerone l'occasione di ribadire il valore della La prova dell'instabilità della costituzione monarchica è offerta pro-
tesi catoniana, secondo cui la bontà di una costituzione si sostanzia prio dalla storia di Roma" in cui appunto il vizio di un re, Tarquinio
del contributo ad essa portato da diverse persone in un lungo periodo il Superbo, determinò il passaggio alla tirannide e quindi la fine della
di tempo ("~. stessa forma monarchica di governo. Con Tarquinio il Superbo, il quale
Il maggior contributo del periodo monarchico all'instaurazione di exultabat insolentia neque suos mores regere poterat neque suorum libi-
una costituzione il più possibile vicina a quella mista fu l'ordinamento dines, si assiste al passaggio, determinato unius vitio, dal bonum genus
centuriato promosso da Servio. Esso consistette nel dividere tutti i citta- rei publicae al deterrimum, cioè dal regno alla tirannide ("). A propo-
dini in cinque classi, a seconda del censo, e nel dividere ciascuna classe sito di questo passaggio Cicerone coglie l'occasione per rilevare la diffe-
in un diverso numero di centurie, cioè di raggruppamenti aventi diritto renza tra il suo metodo e quello platonico: la vera origine della tiran-
ad un voto nei comizi centuriati, in modo che tutti fossero ammessi a nide si coglie attraverso l'esame del modo in cui essa storicamente si
votare, ma il volere della moltitudine non fosse determinante (34). L'ordi~ verificò nello Stato romano, non attraverso una ricostruzione puramente
namento centuriato, secondo C'cerone, rappresentò il massimo avvicina~ teorica (in sermone) come quella di Platone. Si comprende allora che
mento della costituzione monarchica alla costituzione mista, in quanto essa nasce, non perché qualcuno si impadronisca di una potestà nuova,
realizzò la più larga partecipazione possibile ai poteri pubblici, compa- nel qual caso la costituzione precedente sarebbe la democrazia, come vuole
tibilmente con la struttura gerarchica dello Stato. Platone, ma perché uno usa ingiustamente la potestà che già possedeva,
Per questa costituzione si può forse usare l'appellativo di mista, cosÌ nel qual caso la costituzione precedente è il regno eS);
come lo si è usato per quelle di Cartagine e di Sparta, ma allora si deve Accingendosi a descrivere il passaggio dal regno alla tirannide, Scl-
precisare che essa, pur essendo mista, non era ancora sufficientemente piane esclama: c( A questo punto si evolverà quel ciclo (orbis), il cui
temperata, cosi come lo sarebbe stata la costituzione di Roma in un naturale andamento circolare (naturalis motus atque circuitus) fin dal
periodo successivo. La ragione di tale insufficienza è che, dove c'è un primo momento imparate a riconoscere» eS). Il ciclo, al quale si allude,
singolo individuo dotato di una potestas perpetua, come è il caso del re, è evidentemente quel periodico mutare, cui andrebbero soggette le costi-
benché vi ,ia il senato ed il popolo abbia qualche diritto, la costituzione tuzioni semplici, già ricordato da Cicerone nel primo libro, una volta
è sempre quella monarchica. Essa infatti manca della libertà, la quale anche in relazione a Tarquinio il Superbo ('"). Da esso non sarebbe stata
non consiste nell'avere un padrone giusto, ma nel non averne nessuno. quindi esente nemmeno la costituzione romana, limitatamente al periodo
Tale costituzione, benché sia la migliore di quelle semplici, è dunque però in cui essa non aveva ancora raggiunto la forma mista e temperata.
imperfetta, come appare dalla sua stessa mutevolezza: per il vizio di Pertanto il mutamento periodico delle costituzioni si inserisce nel pro-
uno solo (unius vitio), cioè del re, essa può infatti andare in rovina 5). e cesso naturale di crescita e sviluppo, ma non si identifica con esso, bensì
ne rappresenta, si potrebbe dire, l'aspetto critico, quell'aspetto per cui
Lo stesso concetto è ribadito da Cicerone p~ù oltre, dove si afferma che,
anche se il senato detiene la summa consilii, qualora resti al re la summa il progressivo avvicinamento alla costituzione perfetta si attua attraverso
imperii, la vis, la potestas e il nome del re sono sempre eminenti; ed periodiche crisi di crescenza.
Al passaggio dal regno alla tirannide segue, in base alla legge del
(33) II, 21, 37. mutamento periodico, il passaggio dalla tirannide a una nuova forma di
(34) II, 22, 39-40. Per la controversa questione circa il numero delle centurie, così com 'è
riferito da Cicerone, si veda il recente articolo di G. V. SUMNER, Cicero on the « Comitia' (35) II, 28, 50.
Centuriata»! De re publica lI, 22, 39"40, {( Amerlcan Journal of Philology)), 81, 1960, (") II, 25, 45'26, 47.
136-156. In generale circa il modo in cui Cicerone ricostruisce la storia di Roma, pro~ (38) II, 29, 51.
blema che necessariamente esula dalla presente ricerca, si veda l'op. cito del RAMBAUD. (") II, 25, 45.
(35) II, 23, 42-43. (40) I, 29, 45; 42, 65.
68 CAPITOLO TERZO IDEA E STORIA

costituzione. Tarquinia infatti fu scacciato da una sollevazione guidata zione democratica: a questa però sembra di poter dire, stando al teste
da Bruto, il quale cosÌ insegnò che, quando si tratta di salvare la libertà di Cicerone, che non si giunse mai. Ciò fu dovuto al fatto che, pur
dei cittadini, nessuno deve considerarsi un semplice privato (41). La nuova essendovi stato ad un certo momento un rivolgimento in direzione net-
costituzione, che subentrò alla tirannide, accolse nuovi elementi di demo- tamente democraticaJ gli elementi di questa nuova costituzione in tal
crazia, il più importante dei quali fu la legge sulla provocatio, in base modo acquisiti, anziché prevalere in maniera esclusiva, dando origine
alla quale nessun magistrato poteva far uccidere o bastonare un citta- ad una nuova costituzione semplice, si combinarono con gli elementi mo-
dino, senza avergli concesso il diritto di appellarsi al popolo ("). Ma, narchici ed aristocratici, sopravvissuti alle precedenti esperienze di costi-
nel complesso, essa deve essere considerata aristocratica. Infatti, osserva tuzioni semplici, e diedero origine cosÌ alla costituzione mista.
Cicerone, in quel tempo il senato mantenne lo Stato in condizione tale In tal senso mi sembra si debba interpretare l'affermazione secondo
che, pur essendo libero il popolo, poche cose fossero regolate per mezzo cui, durante il predominio del senato, ben presto accadde ciò che la stessa
del popolo e la maggior parte secondo l'autorità del senato, e che i con- natura rerum rp.ublicarum esigeva, ossia che il popolo, liberato dai re, si
soli avessero una potestà di tipo regio) ma limitata ad un solo anno. arrogasse maggiori diritti. Infatti, aggiunge Cicerone, se nello Stato non
Soprattutto si conservava ciò che era essenziale a mantenere la potenza si ha quella compensatio et iuris et officii et muneris, in base alla quale
dei nobili, ossia che le deliberazioni dei comizi non fossero valide senza vi sia abbastanza potestas nei magistrati, auctoritas nel consilium degli
e
l'approvazione del senato 3). Si trattava dunque di un'aristocrazia tem- ottimati e libertas nel popolo, non è possibile che si conservi questa con-
perata e' vicina alla costituzione mista, cosÌ come lo era stata la prece- e
dizione immutabile 6). Qui appare chiaro che, con la nuova trasforma-
dente costituzione rnonarchica. zione in direzione della monarchia, si stabilì la costituzione mista, con-
Non mancarono tuttavia momenti in cui l'aristocrazia si affermò sistente in una giusta ripartizione dei poteri, la quale attua tutti i valori
nella misura più piena e poi si trasformò addirittura in oligarchia. Fu specifici delle costituzioni semplici e di conseguenza si presenta come
proprio in quel periodo infatti, come osserva Cicerone più oltre, che tutte immutabile. Tale trasformazione è richiesta dalla stessa natura rerum
le magistrature vennero sospese e si creò un decemvirato dotato della publicarum dunque fa parte di quel processo naturale, attraverso cui si
l

massima potestà, non vincolato all'istituto della rprrovocatio, con il com- 'sviluppò la costituzione romana, ed anzi ne costituisce il compimento.
pito di scrivere le leggi e~). In un primo tempo i decemviri si manten- Poiché la costituzione cui essa approda è immutabile, con essa cessa anche
nero leali e giusti, rinunciando a valersi di tutto il loro immenso potere, il periodico mutare delle costituzioni.
e si ebbe un'aristocrazia. Ma una tale costituzione, non fondandosi su ,L'evento che produsse quest'ultima trasformazione fu l'istituzione
un giusto temperamento dei poteri, era destinata a durare poco. Non del tribunato della plebe, conseguenza delle secessioni sul Monte Sacro
appena infatti tra i decemviri si insinuò l'ingiustizia e la prepotenza, e sull'Aventino, il quale venne a limitare l'imperium consulare da un
si ebbe una vera e propria oligarchia, vennero calpestati i diritti del lato e la potentia senatus atque auctoritas dall'altro. Questi tuttavia re-
popolo, si compirono molti soprusi e si scatenarono le passioni. La logica starono ugualmente notevoli, pertanto il risultato fu, come già si è notato,
conclusione di un tale stato di cose non poteva essere che il crollo del- non la democrazia, bensÌ la costituzione mista e temperata, cioè l'opti-
l'oligarchia ad opera di un'insurrezione della plebe (45). mus- status civitatis (47). In tal modo Cicerone ha adempiuto al compito
Dal regno all'oligarchia lo Stato romano aveva cosÌ sperimentato tutte di esemplificare, mediante uno Stato determinato e storicamente esistito,
le forme di costituzione semplice, evolvendosi secondo quella legge dei la sua definizione della costituzione perfetta.
mutamenti periodici, che è propria di questo tipo di costituzione. L'unic:1 Questa è, ovviamente, la parte del De re publica in cui Cicerone
trasformazione che ancora mancava era l'instaurazione di una costi tu- manifesta la maggiore indipendenza e originalità nei confronti di Pla-
tone e di Aristotele. Ad un primo sguardo la sua trattazione sembra
(41) II, 25, 46.
ispirarsi invece ad un diverso autore, Polibio, il quale aveva ugualmente
('~ II, 3', 53·
('8) II. 32 , 56.
(44) II, 36• 6" ('~ II, 33, 57·
(45) II, 37. 62-63. ('~ II, 33. 58'34, 59·
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IDEA E sroRIA 7'


CAl'ITOI,O TERZO

raggiungimento della massima perfezione. Il concetto di natura, in base


identificato la costituzione romana con la forma mista, ne aveva esposto al quale egli interpreta la naturalità del processo, non è la semplice legge
la storia come uno sviluppo naturale e l'aveva inquadrata nella dottrina biologica del nascere e del morire, bensÌ il concetto platonico-aristote-
dei mutamenti periodici (". Fra la trattazione di Poli bio e quella di lico di 'T'val< come 8100ç e Ti!.oç. Risultato dello sviluppo naturale dello
Cicerone sussistono però 'profonde differenze, che rivelano da un lato Stato romano, ossia opera della natura rerum publicarum, è infatti per
l'originalità di Cicerone e dall'altro la sua più profonda ispirazione pla- Cicerone la costituzione mista, che è dunque la costituzione più con-
tonico-aristotelica. forme alla natura, dove la natura è insieme il tipo ideale (dooç) della
Per quanto riguarda anzitutto 1'applicazione a Roma della teoria costituzione e il fine (réÀoç) del suo sviluppo, cioè la sua perfetta attua-
della costituzione mista, si deve rilevare una differenza di intento fra zione (èVTeÀ8XBW). Ora il concetto di natura come ordine razionale,
Polibio e Cicerone. Lo storico greco compie tale applicazione unicamente teleologicamente orientato e perfetto, ha la sua origine proprio in Pla-
allo scopo di comprendere le ragioni della supremazia di Roma su tutti tone e Aristotele, che rispettivamente nelle Leggi e nel Protreptico lo
gli altri popoli: la ragione fondamentale egli la ravvisa appunto nel connettono con la stessa trattazione politica (51). A questo proposito per-
possesso di una costituzione mista, ,che è la miglior forma di costitu~ tanto si può dire che Cicerone è più vicino a Platone e ad Aristotele
zione eS). Lo scopo di Cicerone è invece di esemplificare, mediante una che a Polibio.
costituzione storicamente esistita, l'optimus status civitatis. L'uno cerca Un ultimo punto infine, a proposito del quale è interessante stu-
dunque di interpretare razionalmente la storia, secondo il compito che diare il rapporto fra Cicerone e Polibio, è la teoria dei mutamenti pe.ri~­
è proprio dello storico; l'altro di fondare storicamente la teoria, con un dici delle costituzioni. Questa è chiaramente accolta anche da PohblO
metodo che è più da filosofo e trae le sue origini dalla posizione plato- come teoria dell' ayuxvxÀWOtç, ossia in una forma, come abbiamo visto,
nico-aristotelica. La posizione di Cicerone è caratterizzata dalla persua- più schematica e rigida di quella ciceroniana. Anche per Polibio essa
sione, del tutto estranea allo storico greco, che Roma non sia soltanto vale a proposito delle costituzioni semplici e sembra identificarsi senz'altro
il più, forte e il più grande di tutti gli Stati, ma sia soprattutto l'incar- col processo di sviluppo biologico degli Stati ("'). Tale identificazione
nazione storica dello stesso ideale di Stato, inteso in senso platonico. ha posto n problema del rapporto fra l' àyaxvxÀwO(ç e la costituzione
Per quanto riguarda il processo naturale di sviluppo degli Stati, Po- mista di Roma. Alcuni interpreti hanno voluto applicare l'àYQxvxÀWatç'
libio si attiene fedelmente allo schema desunto dalla biologia, in base anche alla costituzione mista, cosÌ come essa si applica alle costituzioni
al quale alla fase della crescita e a quella della maturità deve necessa- semplici eS); altri invece hanno rilevato l'incompatibilità fra l'àvaxv-
riamente seguire una fase di decadenza, che conduce alla morte. Ciò xÀwmç e la costituzione mista, applicando a quest'ultima soltanto il pro-
vale, a suo avviso, anche per lo Stato romano: esso ha raggiunto il ver- cesso di sviluppo biologico (51).
tice del suo naturale sviluppo al tempo della guerra annibalica ed in Non è Dostro compito analizzare la posizione di Polibio, però pos-
seguito ha iniziato quel processo di decadenza, che un giorno lo por- siamo affermare che essa dà l'impressione di non essere molto chiara
terà, come è accaduto per tutti gli altri Stati, a scomparire (50). Cicerone circa il rapporto fra l'a'VQxvxÀwotç e la teoria della costituzione mista.
invece, come abbiamo visto, è persuaso che la costituzione mista, rag- In Cicerone tale rapporto è chiaro, nel senso che Roma prima passò
o-iunta da Roma dopo la vicenda delle costituzioni semplici, sia immu-
b . attraverso una serie di costituzioni semplici, secondo la legge dei muta-
tabile, e dunque intende lo sviluppo naturale non come una curva pnrna menti periodici, finché giunse ad avere una costituzione mista ed in tal
ascendente e poi discendente, bensÌ come un processo che termina col
(51) Questo punto è stato trattato dal PoseHL, op. cit., 95-1°7, in maniera definitiva,
(48) POLYB., Hist., VI, 1-18; 57. perciò ritengo superfluo dilungarmi eccessivamente con ~ma1isi di testi. Anche per il PA-
(49) Ibid.) VI, 1-3. DOVANI, op. cit., 'I, 319, « Cicerone considera lo stato come uo prodotto storico, ehe deve
(50) lbid., VI, 4; 9; Il; 57. Questa è la vera persuasione di Polibio, l'unica da lu~ , procedere verso l'ideale l).
realmente professata al riguardo, come ha dimostrato il POSCHL, op. cit., 57-60, contro (52) POLYB., Hist., VI, 5-9.
quanti propendevano a rilevare un contrasto fra questa persuasione ed una presunta fede (53) Cf. F. TAEGl'.R, Archiiologie de5 Polybios, Stuttgart, 1922.
nell'immortalità di Roma, e lo risolvevano distinguendo due strati diversi nella composi- (54) Cf. POSCHL, op. cit., 47-72; seguito da RYFFEL, op. cit., 181-223.
zione delle Storie (cf. ad esempio il CIAeERI, art. cit., 237<249, 266-278).
CAPITOLO TERZO IDEA E STORIA 73

modo si sottrasse a quella legge. I! passaggio dalla costituzione semplice temporanea. Egli citava, con pieno consenso, un verso di Ennio, secondo
a quella mista fu poi un processo naturale, non nel senso biologico di cui lo Stato romano si reggeva sui costumi e sugli uomini antichi. Senza
Polibio, ma in quello teleologico di Platone e di Aristotele. La differenza di questi non si sarebbe potuto fondare o conservare uno Stato cosÌ grande
fondamentale fra Cicerone e Polibio pertanto resta sempre l'identifica- ed esteso come Roma. Nel tempo antico il costume patrio chiamava al
zione, compiuta dal primo ed estranea al secondo, fra la costituzione governo gli uomini più insigni, i quali a loro volta mantenevano in vita
romana, come esempio della costituzione mista, e la costituzione ideale di e
il costume patrio e le istituzioni degli antenati 6). c( Il nostro tempo
Platone. Tale ident~JÌcazione infatti fa sÌ che la costituzione romana sid. invece - prosegue Cicerone - avendo ricevuto lo Stato come, un dipinto
eterna, come lo deve essere l'idea in senso platonico, sia il risultato di bellissimo, ma già scolorito per la vecchiaia, non solo trascurò di rinno-
un processo naturale, inteso come processo tdeologico, e sia sottratta al vario con gli stessi colori che aveva avuto un tempo, ma non si curò
ciclo delle mutazioni periodiche. neppure di conservarne almeno il disegno e, per cosÌ dire, i lineamenti
Anche l'esposizione della storia di Roma, compiuta da Cicerone, ri- esteriori. Che rimane infatti degli antichi costumi, su cui Ennio disse
vela pertanto, la sua fondamentale ispirazione platonico-aristotelica e rap- che si reggeva lo Stato romano? Li vediamo cosÌ caduti in dimenticanza,
presenta il tentativo di inserire l'idea nella storia mediante il concetto da essere non solo non coltivati, ma addirittura ignorati. E che dire degli
di natura come tO.oç. Questo tentativo, come vedremo fra poco, porrà uomini? Gli stessi costumi infatti perirono per mancanza di uomini, e
a Cicerone alcuni problemi, che in Polibio sono assenti, ma d'altra parte per questa cosÌ grande sciagura non soltanto dobbiamo rendere conto,
gli permetterà di trasformare la dottrina dell' optimus status civitatis in ma anche dobbiamo in un certo senso difenderci come rei di morte.
un programma di azione politica, quale la posizione polibiana non avrebbe Per i nostri vizi infatti, e non per qualche caso, conserviamo lo Stato
mai reso' possibile. a parole, ma l'abbiamo già da tempo perduto nella realt~)) ~7).
Anche per Cicerone dunque, come già per Polibio, al periodo del
massimo splendore è subentrato in Roma il periodo della decadenza.
3. - LA FUNZIONE DELL'IDEA NELLA STORIA.
Ma come si concilia questo riconoscimento con l'affermazione della du-
Dopo avere descritto il raggiungimento, da parte dello Stato romano, ,rata eterna della costituzione romana, identificata con la stessa immu-
del culmine del suo naturale sviluppo, rappresentato dalla costituzione tabile costituzione mista? In Poli bio il problema non si poneva, dato
mista, Scipione indugia alquanto ad elogiare gli uomini sap:ientissimi et che egli concepiva lo sviluppo naturale di Roma secondo lo schema pura-
fortissimi et armis et consilio' che reggevano la cosa pubblica, rilevando mente biologico, in base al quale al periodo di massimo vigore segue
che la loro autorità fioriva moltissimo perché, oltre ad essere superiori necessariamente la decadenza e la morte. Cicerone invece, come abbiamo
a tutti gli altri nella stima, essi erano dominati da minori passioni e visto, concepisce lo sviluppo naturale come un processo teleologico, il cui
generalmente non erano superiori per ricchezza. Egli inoltre rileva che termine coincide con l'attingimento della perfezione: questo è infatti
la loro capacità era tanto più gradita nella vita pub.blica, in quanto essi l'unico schema compatibile con il carattere ideale, in senso platonico,
si prodigavano a favore dei singoli cittadini anche nella vita privata. e quindi eterno, che egli attribuisce alla costituzione romana.
A prova di ciò egli cita vari esempi di virtù dati dai diversi ordini in I! problema di conciliare la constatazione della decadenza di Roma
quel periodo ("). con la fede nella sua immortalità sembra essere stato chiaramente avver-
Il tono nostalgico di questo elogio dà l'impressione che esso non tito da Cicerone, là dove egli mette in bocca a Scipione, come conse-
possa più valere per il tempo presente. L'impressione è confermata da guenza delI' operato di Tiberio Gracco, l'espressione del timore per la
un passo, conservatoci da Sant'Agostino, che doveva appartenere al proe- immortalità di Roma, cc che sarebbe potuta essere perpetua, se si fosse
mio del V libro del De re publica} in cui lo stesso Cicerone, a nome vissuti secondo le istituzioni e i costumi patrii» (58). La stessa preoccu-
proprio e non per bocca di Scipione, elogiava gli uomini ed i costumi
della passata storia di Roma, deplorando la decadenza dell'età a lui con- (56) Aue., De civ. Dei, H, 21 = V, I, I.
(57) V, I, 2.
(55) II, 34, 59'35, 60 (58) III, 29, 41.
74 CAPITOLO lERZQ
IDEA E STORIA 75
pazione nutrita da Cicerone per le sorti presenti dello Stato traspare
inoltre dalle accorate parole di Lelio, il quale all'inizio del dialogo si incipiente decadenza del suo tempo, auspica l'intervento di un prudens,
meraviglia che si voglia disputare intorno ai due soli, quando in Roma, che assuma la guida dello Stato, cosÌ come la mente guida le passioni
che dovrebbe essere uno Stato unico, vi sono due senati e quasi due dell'anima ("~. La sua funzione (officium et munus) sarà quella di armo-
popoli (59). Lelio allude alle divisioni prodotte nel senato e nel popolo nizzare le varie forze e le varie classi che compongono lo Stato, in modo
dal tribunato di Tiberio Gracco, mentre Cicerone pensa al conflitto che da ottenere un concentus concors et congruens, come quello che si attua
divide Roma fra Pompeo e Cesare. nella musica ex dissimillimarum vocum moderatione (61). La sua dunque
Ma la soluzione del problema esiste e consiste nel distinguere la sarà essenzialmente un'opera di moderatio, cioè consisterà nell'equilibrare,
costituzione dalla vita dello Stato nel suo complesso. La costituzione è nel temperare, ovvero nel far sÌ che la vita dello Stato sia il più pos-
la struttura, l'ordinamento che informa di sè un contenuto estremamente sibile improntata al carattere moderatum et permixtum della costituzione
perfetta. .
ricco e variato, che è appunto la vita CODcreta dello Stato, cioè i costumi,
il comportamento dei governanti e di tutti i cittadini. La prima, secondo Sui compiti del politico, del rector rerum publicarum, Cicerone ri-
Cicerone, può essere stabile o instabile a seconda del tipo in cui rientra: torna anche nel libro V, dove anzi viene esplicitamente usato in riferi-
le costituzioni semplici sono instabili, quella mista è stabile e, nel caso mento ad esso il titolo di moderato,. rei publicae, a conferma della per-
della costituzione romana, si identifica con lo stesso ideale di costitu- fetta coincidenza tra la sua opera e l'integrale attuazione del genus mo-
zione, quindi è eterna. La seconda invece è per sua natura sempre mu- e
deratum di costituzione 2). Tali compiti consistono essenzialmente in
tevole e, qualora sia informata da una costituzione stabile e perfetta, un'opera moralizzatrice del costume pubblico e privato, in modo da assi-
come quella mista, può adeguarvisi più o meno, determinando in tal curare la virtù e la felicità di tutti i cittadini (63). Il discorso sui compiti
modo lo splendore o la decadenza dell'intero Stato. Nel tempo antico, del politico segue immediatamente all'elogio dei mores e dei viri antichi
secondo Cicerone, quando fu raggiunta la forma mista e dunque immor- e alla deplorazione per la decadenza presente. Ciò significa che la sua
tale di costituzione, la vita dello Stato, cioè i mores e i viri, erano per- opera, già definita come attuazione integrale della costituzione perfetta,
fettamente all'altezza di essa; nel tempo recente invece si è prodotto è anche una restaurazione di quell'antica vita dello Stato, che a tale costi-
un dislivello fra le due e, pur restando la costituzione romana un esem- tuzione perfettamente si adeguava.
plare perfetto ed immutabile, lo Stato è decaduto. Ma c'è anche un altro aspetto nell'opera del politico, cioè nel pro-
In tal modo risulta anche più chiaro il rapporto instaurato da Cice- gramma di azione prospettato da Cicerone, su cui si insiste nel libro VI,
rone fra idea e storia: la costituzione è l'idea, intesa però non come ma che già era stato anticipato per accenni nei libri I e II. Requisito
una costruzione immaginaria, del tutto estranea alla storia! bensì come essenziale del rector~ afferma Cicerone, è la prudentia, la quale deriva
un principio che agisce all'interno della storia, informando di sè uno ex providendo, ossia consiste nel prevedere e nell 'essere sempre prepa-
Stato concreto. Essa non si identifica mai con le proprie particolari attua- rato cbntro haec, quae statum civitatis permovent ("). Nel libro I, dopo
zioni, ma continua a rappresentare nei confronti di esse la perfezione avere alluso ai mutamenti che si producono negli Stati, Scipione afferma
dell' esempIare.
Una soluzione di questo genere permette inoltre a Cicerone di tra- (60) II, 40. 67.
sformare la sua dottrina della costituzione mista in un preciso programma (61) II, 42, 69.
di azione politica: la restaurazione dello Stato, cioè l'azione mirante a (fi2) Sull'ideale ciceroniano dell'ottimo governante è fiorita tutta una serie di studi,
ricondurre la vita dello Stato, i mores ed i viri, all'altezza della loro fra cui i più significativi sono: R. REll'ZENSTEIN, Die Idee des Prinzipats bei Cicero und
Augustus, « Nachrichten der Gottingischen Gesellschaft der Wissenschaftcn)), 1917, 399-436,
costituzione. Infatti, subito dopo avere terminato l'esposizione dello svi-
481-498; R. HEINZE, cicems Staat als politische Tendenzschrift, « Hermes l), 59, 1924, 73-95;
luppo di Roma dalle origini al massimo splendore, rappresentato dalla ~. REI'f:ZENS'fElN, Zu Ciceros « De re publica ", ivi, 356-362; R. MEIs'fhlt, Der Staatslenker
costituzione mista, Scipione, quasi raffrontando a quello splendore la già in Ciceros De re publica, « Wiener Studien ", 57, 1939, 57-II2; E. LEPORE, Il princeps cice-
roniano e gli ideali politici della tarda Repubblica, Napoli, 1954,
(53) V, 4, 6-6. B.
(64) VI, I, l.
CAPITOLO TERZO IDEA E STORIA 77

che è proprio del governante prevederli, quando incombono, moderan- per una compiuta attuazione della costituzione mista; prima che esso
dane il corso e mantenendoli in proprio potere ("'); e nel II che il caput si verificasse infatti, come Cicerone stesso riconosce, la costituzione aveva
civilis prudentiae consiste nel videre itinera flexusque rerum publicarum, un'impronta, sia pure moderatamente, aristocratica. Del resto egli afferma
per poterli arrestare o prevenire (66). Non basta dunque far si che la che l'istituzione del tribunato fu esigita dalla stessa natura rerum publi-
costituzione perfetta sia attuata nel modo più integrale possibile e cer- carum, quella natura teleologicamente intesa, che rappresenta la legge
care di restaurare nello Stato il modo di vita ad essa più conforme, ma dello sviluppo costituzionale. Egli inoltre, proprio a questo proposito,
occorre anche conservare ciò che di essa è già stato attuato e impedire osserva che hic immutabilis rei publicae status non può conservarsi, se
un'ulteriore decadenza. Il politico, oltre che moderatore e restauratore, non si è attuata quella aequabilis compensatio et iuris et officii et mu-
deve essere anche conservatore, cioè, come dice poco più avanti lo stesso neris, a cui è essenziale il tribunato.
Scipione, 'riecheggiando un'espressione platonica, tutor et procurator rei Ebbene, nonostante questa chiara presa di posizione, del tutto con-
publicae ~'). forme alla dottrina della costituzione mista come optimus status civitatis,
Il programma politico formulato da Cicerone si fonda dunque sulla Cicerone afferma che in ciò, ossia nell'istituzione del tribunato, defuit
funzione di esemplare che l'idea esercita nei confronti della storia. La fortasse ratio, ma tuttavia, aggiunge subito dopo, vincit ipsa rerum publi-
costituzione perfetta rappresenta il modello a cui il politico conforma carum natura saepe rationem eS). Quale ratio poteva mai essere mancata
la sua azione: attraverso quest'azione essa è presente nella storia, deter- nel compimento di un processo conforme a natura, necessario e insieme
minandola dal di dentro. Essa non si identifica immediatamente con la giusto? E come può sorgere un contrasto fra la natura e la ratio, sl da
storia, ma ne costituisce il lievito, lo stimolo interno, l' sll50ç ed insieme poter anermare che spesso l'una vince l'altra? Di che ratio si tratti ap-
il .é2oç. pare chiaro poco dopo, quando, dopo aver ricordato che l'istituzione del
Un programma e una dottrina di questo genere dovevano necessa- tribunato fu conseguenza dell'insurrezione della plebe per causa dell'ac-
riamente essere del rutto estranei a Polibio, disinteressato, come greco cumularsi del debiti, culminata nelle secessioni del Monte Sacro e del-
e come storico, alla restaurazione dello Stato romano, e. impedito, per . l'Aventino, Cicerone afferma che « per i nostri antenati ci sarebbe stata
la sua dottrina dello sviluppo biologico, a concepirne la possibilità. L'ispi- ali qua ratio medendi (cioè qualche maniera per rimediare ai debiti), cosi
razione di Cicerone è piuttosto platonico-aristoteHca, sia per l'intento come c'era stata molto tempo prima per Solone ad Atene e ci fu dopo
di riforma politica, a proposito del quale è singolare la coincidenza fra qualche tempo per il nostro senato, quando si sciolsero t~tti g~i. impegn~
la situazione storica e lo stato cl' animo in cui si trovò Cicerone e quelli dei cittadini dovuti all'avidità di uno solo e si cessò dI stablhrne altrI
in cui si era trovato Platone, sia per la base d,ottrinale che lo sorregge. per il seguito ... Allora invece, lasciato da parte questo consilium, si offri
La filosofia ciceroniana dello Stato e la sua dottrina sui rapporti fra al popolo l'occasione, con i due tribuni della plebe creati attraverso una
l'idea e la storia sono tuttavia esposte ad un pericolo, che esula dall'ispi- insurrezione, di sminuire la potentia senatus atque auctoritas» (69).
razione platonico-aristotelica ed è probabilmente dovuto alla particolare Qui vediamo che la ratio, cui Cicerone allude, è soltanto il mezzo
ideologia politica professata da Cicerone: quello di scambiare la conser- per impedire l'istituzione del tribunato, ossia l'attuazione della costitu-
vazione e la restaurazione dell'ideale con un ideale di conservatorismo zione mista, e quindi per conservare un regime costituzionale fondame~­
e di reazione politica. Tale pericolo è manifesto nella descrizione, fatta talmente aristocratico. Qui Cicerone non parla più di conservare la costI-
da Scipione, dell'ultimo passo compiuto dallo sviluppo della costituzione tuzione mista, secondo il compito del tutor rei publicae, ma si rive~a
verso il raggiungimento della sua forma perfetta, ossia l'istituzione del conservatore nel senso deteriore del termine, cioè fautore di un'ideologIa
tribunato della plebe. Non v'è dubbio che questo evento fosse necessario particolare, tendente a mantenere in vita privilegi di ~e:ermi.nate cate-
gorie. Di fronte a questa presa di posizione affiora legIttImo ~l sospe~o
(65) I, 29, 45.
che il programma di restaurazione dello Stato, esposto da Cicerone ID
(66) II, 25, 45.
(61) II, 29, SI (6B) II, 33, 57.
POSCHL, op. cit., 1I7.
(69) II, 34. 59.
CAPITOLO TERZO

armonia con l'ispirazione classica del suo pensiero politico, non consista
nell'attuazione integrale della costituzione mista, bensi in un'opera di
reazione contro quell'ultima rivoluzione, che ha instaurato la costituzione
perfetta e definitiva.
Qualunque sia il giudizio che si deve dare dell'ideologia politica di
Cicerone, è certo che, se si ammette la derivazione platonico-aristotelica
della dottrina della costituzione mista, si deve escludere un'uguale deri-
CAPITOLO IV.
vazione per l'atteggiamento accennato sopra. Quanto poi alla misura in
cui egli aderì a tale atteggiamento, se prescindiamo dal considerare la L'ETICITÀ DELLO STATO
sua biografia e la sua produzione letteraria nel loro complesso, per limi-
tarci al De re publica, è possibile affermare che si tratta soltanto di una
parentesi, probabilmente dovuta alle tristi esperienze che Cicerone e il
lo - L'APPARENTE CONTRASTO FRA POLITICA E MORALE.
suo portavoce, Scipione Emiliano, fecero del tribunato, nelle persone
rispettivamente di Clodio e Tiberio Gracco ('0). Dopo aver ribadito per l'ultima volta, a conclusione dell'esposizione
storica della costituzione romana e del conseguente programma di azione
(10) A proposito del problema nel suo complesso, si veda il POSCfIL, op. cit., 96-98,
politica, l'ideale della costituzione mista e temperata, paragonando la
n. 96, con il quale concordo. concordia che essa produce nello Stato con l'armonia che si produce nella
musica, Scipione dichiara che tale concordia « garanzia solidissima e
ottima di integrità in ogni Stato, non può sussistere a nessuna condi-
zione senza la giustizia» e). Il concetto di giustizia, al quale Cicerone
si riferisce, emerge chiaramente dalle seguenti affermazioni, con tutta
probabilità risalenti al medesimo contesto: « La giustizia guarda all'esterno
e tutta si slancia ed emerge»; oppure « questa virtù più di tutte le altre
si offre al vantaggio altrui e si dispiega» (2). Ulteriori chiarimenti sono
apportati da una testimonianza di Lattanzio, che dichiara di riferire il
pensiero di Platone e Aristotele, ma presenta coincidenze letterali con
le affermazioni riportate sopra, secondo la quale, « mentre le altre virtù
sono quasi tacite e rinchiuse nell'interiorità, la giustizia è la sola che
non soltanto non se ne sta isolata di per sè e nascosta, ma che tutta
emerge all'esterno ed è naturalmente portata al beneficare per giovare
al maggior numero possibile di persone» ("). La giustizia dunque è per
Cicerone anzitutto una virtù, ossia un valore morale, ancor prima che
giuridico, ed è quella virtù che più di tutte le altre si applica ai rapporti
esterni, cioè alla vita della società. Si può dire che la giustizia rappre-
senta la moralità della vita politica, l'eticità dello Stato.

(1) Il passo è ricavato da AUG., De citi. Dei, II, 21, e corrisponde a II, 42 , 69·
(2) NONIus, 373, 30; 299, 30. Per l'attribuzione di questi pàssi al libro Il, anziché
al III, come vogliono gli editori, cf. FERRERa, op. cit., 165, n. 1, che segue PLASBERG
e REIT'"l:ENSl'EIN.
(S) LACT., Epit., L (LV), 5, che corrisponde a III, 7, IO.
L'ETICITÀ DELLO STATO
80 CAPITOLO QUARTO

Non c'è nemmeno bisogno di rilevare il carattere platonico-aristo- capovolgimento di intenti la distrusse (8). Ora è noto, ed era con tutta
telico di tale concezione, esplicitamente indicato da Lattanzio, probabil- probabilità ricordato esplicitamente dallo stesso Cicerone, che il metodo
mente perché riconosciuto, in una parte perduta del testo, dallo stesso di Carneade consisteva essenzialmente nella confutazione C), perciò attra-
Cicerone. L'opera di Platone, in cui essa viene formulata con la mag- verso gli argomenti da lui usati si può ricostruire la tesi favorevole alla
giustizia.
giore ampiezza, è proprio la Repubblica, che costituisce il modello costante
La prima affermazione che Cicerone mette in bocca a Filo è la ridu-
del De re publica ciceroniano: tema dell'intero dialogo è infatti la proie-
zione di tutto il diritto a quello civile, cioè positivo, e la conseguente
zione della giustizia dall'individuo nel quadro più grande dello Stato,
esclusione dell'esistenza del diritto naturale (ius enim, de qua quaerimus,
proiezione che testimonia il valore etico ed insieme politico di tale vi.rtù e),
civil, est aliquod, naturale nullum) C'O). Evidentemente i fautori della
Per quanto concerne Aristotele, è pressoché certo che l'opera de~lca~a. a
giustizia tendevano a mostrare che essa si fonda sulla natura e dunque
questo tema era il dialogo perduto intitolato a~punto Sulla gzusttzta,
la presentavano come una legge, uno ius, naturale. Filo ribatte che l'unica
cui si richiama lo stesso Cicerone nel De re publtca e che aveva ugual-
legge esistente è quella posta dallo Stato. A sostegno di questa tesi egli
mente come suo modello la Repubblica di Platone ('). .,
porta diversi argomenti, il primo dei quali è la mancanza di un accordo
Orbene, della giustizia intesa in questo senso Scipione discute ali~
quanto latiuJ et uberius, sostenendo che essa giova allo Stato e che l~
universale circa la determinazione di ciò che è giusto e di ciò che è in- I
giusto (H). Per essere valido, tale argomento deve presupporre che il
sua mancanza gli nuoce. Ma a tale presa di posizione Filo, uno degli
fondamento nella natura implichi sempre un riconoscimento universale. I
:1
interlocutori del dialogo, contrappone la tesi di coloro i quali sostengono ì
Se le leggi, afferma infatti Filo, ci fossero state date dalla natura, sareb-
rem publicam regi sine iniuria non posse ("), dove l'iniuria è il contrario "
bero le medesime, sia per tutti gli uomini, sia per i medesimi in momenti
della iustitia. Si delinea cosl il problema del rapporto fra politica e mo-
diversi: la virtù infatti non sopporta l'incostanza, né la natura ammette
rale, che occuperà l'intero libro III, problema fondamentale, dalla cui
la varietà (nec varietatem natura patitur) C2). Invece ci sono differenze
'I
soluzione dipende la validità di tutta l'esposizione precedente e succes~
. di costumi, di istituti e di leggi,. non solo tra i diversi popoli, ma anche Il
siva. Al termine del secondo libro Scipione infatti riconosce che non ha
alcun valore ciò che egli ha detto finora intorno allo Stato, o ciò per cui
all'interno dei medesimi, secondo le diverse epoche storiche ('"). E le
stesse leggi che un singolo popolo possiede in una singola epoca traggono
'I
:1,
è possibile procedere oltre, se non si sarà dimostrato non solo che è falso [I
il loro valore non tanto da una presunta giustizia esistente dentro di noi,
sine iniuria non posse, ma anzi che è vera la tesi opposta, ossia sine
quanto dall'esistenza delle pene, cioè sono puramente positive (14).
summa iustitia rem publicam geri nullo modo posse C). La tesi di Cice-
Alla possibile obiezione che la legge naturale può sussistere indipen-
rone~Scipione è pertanto quella dell'in dissolubilità fra la vera politica e
dentemente dal riconoscimento universale e consiste nel dare a ciascuno
la giustizia, ossia la tesi dell'eticità dello Stato.. . .
ciò che gli spetta, Filo risponde rilevando l'assurda conseguenza derivante
Il significato e la portata di essa, come pure gh argomentI con CUI
da tale posizione, ossia l'obbligo di dare qualcosa anche alle bestie (").
essa viene difesa, si chiariscono attraverso l'analisi degli argomenti a
Un altro argomento contro l'esistenza del diritto naturale, inteso
favore della tesi opposta, quella del contrasto fra politica e morale. A
come legge di giustizia, è l'affermazione che la natura non prescrive la
questo proposito infatti Cicerone non fa che riferire, per bocca di ~ilo,
giustizia, ma l'utilità. In questo caso non si nega l'esistenza di una legge
il discorso tenuto da Carneade in occasione della sua famosa ambasCIata
a Roma, quando, dopo aver tessuto l'elogio della giustizia, con un abile
(") III. 5. 8·6, 9·
(9) Cf. LACT., Epit., L (LV), 5-8 = Hl, 7, II.
(<I) Cf. PLAT., Resp., II, 368 d-369 a; IV, 435 c-e. rO) III, 8, 13.
(5) Cf. III, 8, 12, e ARISTOT., De iat!., fr .. 3 Ross. La più ampia e recente ricostru- (11) lbid.
zione di quest'opera aristotelica è quella di P. MORAUX, À la recherche de l'Aristate perdu (12) III, II, 18.
Le dialague « SU1- la Justice lJ, Louvain, 1957. (13) III, .9, 14-10, I7.
(6) Cf. AUG., De civ. Dei, II, 21 = Il, 43, 69. (14) III, II, 18.
(15) III, II, 18-19.
(~ II. 44, 70.

6 - E. BERTI _ Il "De l'e pllblicfl" di Cicerone e il pensiero politico c1as~·ioo.


L'ETiCITÀ DELLO STATO
82 CAFITOLO QUARTO

UnIca ed universale, fondata sulla natura, ma si nega soltanto che essa l'una dell'altra: infatti chi non può ottendere senza essere offeso, piut-
possa venire identificata con la giustizia, intesa come perseguimento del tosto che attendere ed essere offeso, preferisce rinunciare ad offendere,
vantaggio altrui. La natura insegna invece l'utilità, cioè il perseguimento pur di non essere atteso. Anche questa costituzione dunque non si fonda
del vantaggio proprio, la quale è precisamente il contrario della giustizia; sulla giustizia, ma sull'utilità eD).
sicché si può dire che è legge naturale non la giustizia, ma l'ingiustizia, Per quanto concerne poi i rapporti esterni, è chiaro che bisogna
e che la giustizia non esiste 0, se esiste, è somma stoltezza (16). La sag- perseguire sempre il vantaggio della patria, il quale comporta il danno
gezza (sapientia, qui usato nel senso di prudentia, o saggezza pratica) degli altri Stati e dunque l'ingiustizia ("). Fra Alessandro Magno e un
comanda infatti di aumentare le proprie ricchezze, di estendere il proprio pirata non c'è nessuna differenza: l'uno faceva su tutta la terra ciò che
territorio, di sottomettere gli altri al proprio volere, di godere dei pia- l'altro fa per mare (22). Nessuno Stato è tanto stolto da non preferire di
ceri; mentre la giustizia comanda di risparmiare tutti, di provvedere agli dominare, anche essendo ingiusto) piuttosto che servire, pur di essere
altri, di dare a ciascuno il suo, di non toccare le cose altrui (17). In tal giusto ("). L'esempio più persuasivo a questo riguardo è quello di Roma,
modo, mediante l'identificazione della giustizia con la stoltezza e del- che deve il suo impero universale non alla giustizia, ma alla saggezza (M),
l'ingiustizia con la saggezza, si pone un radicale contrasto fra giustizia come appare da atti quali il divieto ai transalpini di coltivare la vite
e saggezza. e l'ulivo (25), o il rinnegamento ad opera di Q. Pompeo del patto coi
Ciò vale sia per gli individui che per gli Stati: che gli individui Numantini C6): misure entrambe lodate come espressioni di saggezza
per natura tendano all'utilità, e dunque all'ingiustizia, non vi può essere (prudentia), ma certamente ingiuste.
dubbio. Quegli stessi che preferiscono essere giusti, non lo fanno per L'intero discorso di Carneade viene infine riassunto nei seguenti ter-
amore della giustizia in se stessa, ma perché la vita dei giusti è più mini: « CosÌ adunque avendo diviso la giustizia in due parti e chiamando
tranquilla, mentre quella dei malvagi è sempre inquieta; se invece i giusti l'una civile e l'altra naturale, le capovolge ambedue, dal momento che
venissero sempre perseguitati e gli ingiusti sempre stimati ed onorati, quella civile è saggezza (sapientia~ come sopra), ma non giustizia, e quella
chi non preferirebbe senz'altro essere ingiusto? eS). Del resto, se un ven- naturale è giustizia, ma non saggezza» (27). La posizione qui è chiara:
ditore svelasse il difetto della propria merce, sarebbe giusto, ma stolto; lo Stato non si regge sulla giustizia, cioè non fonda le proprie leggi,
e se non lo svelasse, sarebbe saggio, ma ingiusto. Inoltre si può dire che la propria costituzione e la propria politica estera sul diritto naturale,
non è possibile essere giusti senza pericolo per la propria vita: colui inteso come legge che prescrive di rispettare gli interessi degli altri, ma
infatti che in un naufragio non togliesse ad un altro il relitto a cui sul criterio dell'utilità, consistente nel badare all'interesse proprio, anche
aggrapparsi, o in una battaglia perduta il cavallo con cui fuggire, sarebbe a scapito di quello altrui. Questo è il vero criterio della saggezza poli-
giusto, ma stolto, perché perderebbe la vita ("). tica, quello per cui gli Stati si formano, crescono e si conservano. Esso
Altrettanto si può dire per gli Stati, sia considerati nei loro rapporti può anche essere chiamato giustizia, in quanto si esprime in una legge,
interni che in quelli esterni. Si può dire infatti che, in tutte le forme in uno ius: si tratta però di una legge meramente positiva, di uno ius
di costituzione, chi governa persegue sempre il vantaggio proprio a danno civile, il quale, rispetto alla giustizia vera e propria, il presunto ius natu-
degli altri: nei governi di uno solo il re, che in realtà è sempre un rale, viene ad essere piuttosto un'ingiustizia. Perciò si può affermare
tiranno; nei governi di pochi gli ottimati, che in realtà sono sempre che senza l'ingiustizia nessuno Stato si può reggere, cioè che lo Stato
fazione; nei governi di molti il popolo stesso, che in realtà non vuole
la libertà, ma la licenza. La stessa costituzione mista, che Scipione lodava, eO
) III, '3. 23·
nasce da una specie di patto che le varie parti contraggono per paura (") III, D, n.
(23) III, '4· 24·
(23) III. 18, 28.
(16) III, 12, :20-2I.
(M) III. 15, 24-
(25) III, 9, 16.
(17) III, 15, 24·
(18) III, 16, 26-17, 27. eG) III, 18, 28.
eS) III, 19, 29-20, 30.
(2'l) III, 20, 31 = LACT., lnst., V, 16, 5~I2.
-"~---. ~_ .. ---------~--~~--~

L'ETICITÀ DELLO STATO


CAPtrOLO QUARTO

nuncia a commetterne, per evitare di subirne e). Nel discorso di Glau-


è necessariamente immorale, che la politica contrasta necessariamente
eone infine si ritrova la tesi che l'uomo tende naturalmente al proprio
con l'etica.
interesse, e quindi all'ingiustizia, sicché non esiste una giustizia natu-
A proposito di questa parte del De re publica non si pone il pro-
blema del confronto con la dottrina platonico-aristotelica, perché Cke- rale Cl). Sono state rilevate coincidenze perfino verbali fra le espressioni
rane non vi espone il proprio pensiero, ma solo l'antitesi di esso, allo usate da Glauçone e quelle usate da Filo nel descrivere la _condizione
scopo di trarne una conferma per via dialettica. Ci si potrebbe porre del giusto perseguitato, allo scopo di mostrare che nessun uomo la pre-
invece il problema delle fonti letterarie del discorso di Filo, ma esso non ferirebbe a quella dell'ingiusto stimato ed onorato (").
interessa la presente ricerca. Può essere tuttavia ugualmente interessante Un simile confronto non si può fare con Aristotele, poiché l'opera
accennare alla derivazione storica delle idee qui riferite da Cicerone, in cui questi trattava della giustizia in forma dialettica, cioè esponendo
per confermare una volta di più la continuità fra la produzione CIcero- per esteso anche le vedute opposte alle proprie, doveva essere il dialogo
niana e la tradizione del pensiero politico classico. perduto Sulla giustizia. Non è però fuor di luogo supporre che in esso
La posizione 'esposta da Filo risàle anzitutto ai sofisti, che per la si trovassero espressioni molto simili a quelle della Repubblica platonica
prima volta posero il problema dei rapporti tra la natura (gYlJ(Jtç) e la e del De re publica ciceroniano.
legge (v6p.oç). Tuttavia solo con Platone la tesi sonstica assunse la forma Del tutto originale, nei confronti della tradizione platonico-at'isto-
definita con cui la si ritroverà nei discorsi di Carneade e poi di Filo. telica, sembra essere soltanto l'applicazione, compiuta da Filo, dell'iden-
Col medesimo intento dialettico, che si ritrova poi in Cicerone, Platone tità fra ingiustizia e saggezza politica al caso di Roma. Essa doveva essere
fa esporre infatti dai personaggi dei suoi dialoghi, Callide nel Gorgia già contenuta nell'originario discorso di Carneade, tenuto appunto a Roma
e Trasimaco nella Repubblica, la tesi secondo cui la saggezza non con- ed esprimente in fondo l'atteggiamento critico dei Greci nei confronti
siste nella giustizia, ma nell'ingiustizia, e ciò da cui derivano le leggi delle straordinarie fortune di un popolo, che per essi restava sempre di
non è la giustizia, ma l'utilità. barbari. Del tutto particolare è però l'importanza che tale applicazione
Limitando la nostra considerazione alla Repubblica, che costituisce doveva avere per Cicerone, il teorizzatore dell'idealità e della perfezione
il modello diretto dell'opera ciceroniana, si può rilevare la perfetta coin- dello Stato romano. L'eticità dello Stato infatti per lui doveva attuarsi
cidenza fra la tesi di Trasimaco e quella di Filo-Carneade. L'afferma- concretamente nell'eticità dello Stato romano, come pure la coincidenza
zione che la giustizia è l'utile del più forte, ossia di chi governa, implica fra politica e morale doveva riguardare soprattutto la politica condotta
infatti due concetti, esplicitamente formulati da Trasimaco: la riduzione da Roma. La fondazione dialettica di questa tesi pertanto esigeva il ri-
della giustizia in generale a quella che Cicerone chiamerebbe la giustizia chiamo dell'opposta tesi carneadea.
civile, cioè 1'obbedienza alle leggi positive, e la derivazione delle leggi
dal criterio dell'utilità ( 8). Entrambi questi concetti sono chiaramente
2. - LA NECESSITÀ DELLA GIUSTIZIA NELLO STATO.
presenti, come abbiamo visto, nel discorso di Filo. Anche Trasimaco
scorge il criterio dell'utilità alla base di tutti i tipi di costituzione, osser- L'incarico di rispondere all'attacco condotto da Filo, sulle orme di
vando che, a seconda di chi detiene il governo, le leggi fanno l'inte- Carneade, contro la giustizia, viene dato a Lelio, il quale in tal modo
resse ora del tiranno, ora dei nobili, ora del popolo, ma non mai l'inte- assume la difesa della tesi esposta da Scipione, cioè nihil tam inimicum
resse generale (29). La stessa teoria per mezzo di cui Filo ritrova il cri quam 2'niustitiam civitati, nec omnino nisi magna iustitia geri aut stare
terio dell'utilità anche alla base della costituzione mista, è presente nel
discorso di Glaucone, che riprende la tesi di Trasimaco. Quegli ravvisa (80) lb;d., II, 358 "359 b.
infatti l'origine delle leggi nella constatazione dell'impossibilità di com- ("') lb;d., II, 359 b C.
mettere sempre ingiustizie, senza subirne mai, e nella conseguente ri-' (32) Ibid" II, 361 e-362 a. Questo accostamento, come alcuni tra i precedenti, è richia~
mato dal GALBIATI, op, cito, 412-')-25, L'affinità tra il discorso di Filo e quelli di Trasi-
maco, Glaueonc e Adimanto nella Repubblica, è sottolineata, fra gli altri, anche dal
(28) PLAT" Resp" I, 338 C-340 b, POSCHL, 0p, cit., 127-132.
(29) lbid" I, 338 cl e.
L'ETIClTÀ DELLO STATO
86 CAPITOLO QUARTO

suo interprete e commentatore un Sesto Elio: operazioni ugualmente


posse rem publicam ea). L'unico argomento conservatoci del discorso di
Lelio è di importanza fondamentale, perché investe il nucleo stesso della possibili soltanto per le leggi positive.
Ma l'asserzione dottrinalmente più rilevante a questo proposito è
posizione di Filo-Carneade, cioè la negazione del diritto naturale. Esso
quella immediatamente successiva, con cui Cicerone, per bocca di Lelio,
consiste appunto nell'affermazione solenne di una legge naturale, razio-
desume dall'universalità e dall'eternità della legge naturale l'universalità
nale e divina, unico criterio valido per distinguere la giustizia dall'ingiu-
e l'eternità del suo autore: {( Una legge sola, eterna ed immutabile go-
stizia, formulata in questi termini: «Esiste certamente una vera legge, vernerà tutte le genti e in ogni tempo, ed un Dio solo sarà comune guida
la retta ragione conforme alla natura, diffusa tra tutti, costante, eterna, e capo di tutti: egli infatti è colui che ha ideato, elaborato e sancito
capace di chiamare al dovere comandando e di distogliere dalla frode questa legge. Chi non gli obbedirà rinnegherà se stesso e, avendo di-
vietando; essa tuttavia né comanda invano ai buoni, né muove i malvagi sprezzato la propria natura di uomo, con ciò stesso sconterà le pene più
col comandare o col vietare» ~4). grandi, anche se sarà riuscito a sfuggire a quegli altri che solitamente
Lelio afferma dunque anzitutto l'esistenza di una legge, cioè di una sono considerati supplizi» eS). Qui appare chiaro come un ordinamento
norma, un ordinamento; indi identifica tale legge con il dettame della di carattere universale esiga necessariamente, quale suo fondamento, un
ragione, la retta ragione, cioè la ragione che nel suo esercizio non è principio assoluto, il quale non può essere che Dio. In tal modo la morale
turbata dalle passioni. Ma il dettame della ragione è conforme alla m- viene fondata, come è indispensabile, su una concezione generale della
tura, ossia rappresenta l'attuazione della natura umana, l'attingimento realtà, cioè su una metafisica.
del fine naturale dell'uomo, poiché la natura dell'uomo, ossia ciò che Al discorso di Lelio si possono riferire altri frammenti e testimo-
lo distingue' dagli altri animali, è appunto la razionalità. La legge ra- nianze, il cui contenuto è ugualmente connesso con l'affermazione di
zionale e naturale è universale ed eterna, cioè vale per tutti, in tutti una legge naturale. Lo stesso Cicerone si richiama altrove al discorso
i luoghi e in tutti i momenti, perché la natura umana è identica in tutti tenuto da Lelio nel De re publica, come al luogo in cui è stato chiarito
gli uomini. Infine la kgge razionale e naturale, pur esprimendosi in che, se l'equità, la lealtà e la giustizia non derivano dalla natura e se
comandi o divieti, requisito questo essenziale per poter essere considerata vengono tutte riferite all'utilità, non si può più reperire l'uomo buono eS).
una norma, non esercita alcuna costrizione materiale, cioè non viene Ciò significa che una virtù mirante all'utilità e non fondata sulla natura,
garantita da una sanzione. Il suo obbligo è di natura puramente morale, non è nemmeno una vera virtù.
cioè si esercita nell'interiorità della coscienza, dove la forza della san- Al De re publica può forse essere riferita un'altra testimonianza di
zione non è necessaria per chi vuole obbedire e non è sufficiente per Cicerone, confermata da un frammento diretto dell'opera, secondo cui
chi non vuole. coloro i quali, come Carneade, ritengono che si debba essere buoni sol-
Il diritto naturale pertanto non deve essere inteso come un ordin'l- tanto per evitare disgrazie e non perché ciò sia per natura giusto, n~n
mento giuridico, a cui debbano ispirarsi o di fatto si ispirino i vari ordi- si accorgono di parlare dell 'uomo astuto, non dell'uomo buono: una gIU-
namenti positivi, quanto piuttosto come una legge morale, anzi la morale stizia che comporta affanni e pericoli non è propria infatti dell'uomo
stessa. Questo stesso concetto è ribadito nel seguito dell'argomentazione astuto (sapiens, nel senso usato da Filo-Carneade) (37). Qui evidentemente
di Lelio, in cui si rileva che non è lecito abrogare, cioè apportare delle Cicerone distingueva, per confutare il contrasto stabilito da Carneade frd
modifiche, a questa legge, né derogare, cioè togliere alcunché, da essa, saggezza e giustizia, la vera saggezza, che coincide con la virtù, dal-
né abrogarc, cioè annullarla in blocco: tutte operazioni lecite nei con- l'astuzia, che consiste nel saper fare il proprio interesse.
fronti delle leggi positive. Da essa non possiamo essere esonerati, né ad Deriva infine sicuramente dal discorso di Lclio l'affermazione che la
opera del senato, né ad opera del popolo, né dobbiamo cercare come virtù quasi esige l'onore, né vi è per essa alcun'alt~a ricompensa; ma se

(33) AUG., De civ. Dei, II, 21. CL, per la tesi di Scipione, anche 1[, 44, 70 e, pcr (35) lbid. = LACT., Inst., VI, 8, 6-9.

l'incarico dato a Lelio, III, 21, 32. (30) Crc., De fin., Il, S9 = III, 26, 38.
(37) CIC., Ep. ad Att., VII, 2, 4, e PRISC., VIII, 6, 32 = ITI, 27, 39·
(34) III, 22, 33.
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88 CAPITOLO QUARTO '-'ETICITÀ DELLO STATO

anche gli ingrati, gli invidiosi o potenti nemici la spogliassero della sua da Lelio in risposta a quell'attacco, consiste, come abbiamo visto, in una
ricompensa, essa si sosterrebbe ugualmente con la propria bellezza eS). pura e semplice ripresa della dottrina del diritto naturale. La giustifica-
In tal modo è bandita dalla virtù ogni finalità utilitaristica ed è stabilita zione metafisica che ne dà Lelio, ossia la necessità che 1'ordine naturale
la coincidenza tra virtù e premio, cosÌ come in precedenza veniva sta. e razionale si fondi su di un principio divino, può derivare immediata-
bilita. fra vizio e pena. mente dallo stoicismo, ma rappresenta nel patrimonio dottrinale stoico
Circa la derivazione ultima della dottrina del diritto naturale da l'eredità di Platone e di Aristotele. Fu soltanto ad opera di questi pen-
Platone e da Aristotele non vi sono dubbi, qualunque possa essere la satori infatti che la morale venne espressamente e sistematicamente fon-
mediazione esercitata dallo stoicismo. A prova di ciò disponiamo anzi- data su una concezione n1etafisica e TeOlOgica - nel senso della teologia
tutto della testimonianza dello stesso Cicerone, il quale per bocca di Filo razionale - della realtà.
ricon~sce che i due maggiori difensori della giustizia, quelli contro cv: Basterà ricordare che nella Repubblica Platone definisce la giustizia
dovrà essere rivolta la polemica, sono appunto Platone e Aristotele, l'uno come adempimento, da parte di ciascuna facoltà dell'anima o categoria
presumibilmente con la Repubblica. l'altro col grande dialogo dedicato di cittadini, del proprio compito specifico (1:(1 faV1:ov nea't'tup), il quale
a tale argomento (B9). Particolarmente significativo è l'accenno, fatto pro- si risolve in ultima analisi nell'obbedienza alla ragione, che trae le sue
prio a questo riguardo, allo stoicismo: « Da Crisippo - afferma Cice- norme dalla contemplazione del principio trascendente (42). L'aspetto teo-
rone - non mi attendevo nulla di grande e di magnifico, poiché egli logico è poi predominante nelle Leggi eS). Per quanto concerne invece
pàrla in una sua certa qual maniera, da considerare tutto secondo l'im- Aristotele, la perdita del dialogo Sulla giustizia ci costringe a limitarci
portanza delle parole e non secondo il peso delle cose» ('"). Da ciò appare a mere congetture. Fra queste tuttavia meritano particolare attenzione
chiaro che la dottrina, contro cui polemizza Filo-Carneade, la quale rap- quelle del Moraux, il quale ha sostenuto la derivazione di alcuni passi
presenta poi la tesi di Scipione-Cicerone, non è quella stoica, fatta più del V libro dell'Etica Nicomachea, dedicato appunto al problema della
di parole che di cose, bensì quella di Platone e di Aristotele. « Fu opera giustizia, dal dialogo ad essa intitolato. Tra i risultati a cui egli è giunto,
di questi eroi - afferma Filo - risollevare, da prostrata che era, e rista- è particolarmente interessante ai nostri fini quello secondo cui nel dia-
bilire su quel trono divino, non lungi dalla sapienza, questa virtù, la logo Sulla giustizia Aristotele avrebbe indicato il fondamento delle leggi
quale, se pure esiste, è la più generosa e liberale e, nata più per gli altri positive (yo/uuòv otuawv) in ciò che è giusto per natura (cpvatuòv
che per sè, ama tutti più di se stessa» (n). oiulawv), ossia l'uguale rispetto dei diritti e dei meriti di tutti i membri
Di fronte ad una testimonianza così esplicita potrebbe restare un della comunità (").
dubbio: che Cicerone si ispiri a Platone e ad Aristotele per la difesa Oltre all'argomento addotto in difesa della giustizia da Lelio, argo-
della giustizia in generale, ma attinga dallo stoicismo la specifica dot- mento che, come abbiamo visto, ripete la dottrina di Platone e di Ari-
trina di cui si serve per fondare la giustizia, ossia quella del diritto stotele, cosi come quelli addotti da Filo ripetevano il discorso di Car-
naturale. Anche tale dubbio viene però fugato dal testo. Subito dopo neade, Cicerone ritiene di poter introdurre nella discussione intorno al
avere infatti riconosciuto, nella. premessa al suo discorso polemico, che a rapporto fra lo Stato e la giustizia anche una sua propria argomenta-
Platone e ad Aristotele non mancò, nella difesa della giustizia, né la zione, la quale, pur non discostandosi, come vedremo, dalla fondamentale
volontà né l'impegno, ma soltanto la bontà della causa" Filo introduce, ispirazione platonico-aristotelica, viene tuttavia elaborata in forma più
con un significativo enim, la negazione del diritto naturale. originale. Per distinguerla dalle precedenti, egli la mette in bocca non
Né si può obbiettare che Cicerone riteneva tale dottrina sconfitta a Lelio, ma a Scipione. Questi infatti, dopo avere espresso la propria
dall'attacco di Filo-Carneade, poiché la difesa della giustizia, intrapresa approvazione per la difesa della giustizia compiuta dall'amico ("), entra

(38) LACT., lnst., V, r8, 4-8 = III, 28, 40. (4.2) FLAT., Resp., libro IV e liLro VI.
(39) III, 8, 12. (43) PLAT., Leg., libro X.
(40) lhid. (4~) MORAUX, op. cit., 1°9-14°.
eU) lbid. (45) III, -30, 4:2.
CAPITOLO QUARTU L'ETICITÀ DELLO STATO 9'

a sua volta nella discussione, rifacendosi alla propria definizione di res i vari tipi di costituzione, ma non sono nemmeno veri Stati, bensì.. fa.ls~
publica come res populi e di populus come coetus iuris consensu .et utili- parvenze di S,ato ("). Come si potrebbe infatti chiamare res popu/t, ClOe
tatis communione sociatus eS). res publica, quella in cui tutti fossero oppressi dalla crudeltà di uno solo
Dopo essersi soffermato un momento a rilevare quanto grande sia e non vi fosse quel consensus iuris che costituisce il popolo?
nelle discussioni l'utilità delle definizioni, partendo dalla propria Scipione Ad esempio la città di Siracusa al tempo in cui era retta dal tiranno
dimostra che uno Stato è veramente tale solo quando è governato bene Dionisio, per quanto bella fosse nei suoi edifici, non era uno Stato: non
ac iuste, cioè secondo giustizia, il che conferma a fortiori la tesi da lui v'era nulla infatti in essa che fosse del popolo ed il popolo stesso era
formulata all'inizio della discussione e difesa poi da Lelio, cioè nihil proprietà di uno solo eO). CosÌ l'Atene dominata dai trenta tiranni, per
tam inimicum quam iniustitiam civitati, nec omnino nisi magna iustitia quanto splendente di monumenti ed opere d'arte, non era uno Stato,
geri aut stare posse rem publicam (47). poiché non era res populi; e altrettanto si può dire della Rom~ del t~rzo
La dimostrazione si fonda sul concetto di ius, che costituisce l'og- anno del decemvirato e di qualunque altra città quae tota s~t m facttonts
getto di quel consensus senza di cui non v'è populus né, quindi, res pu- potestate ("). Ma nemmeno i regimi in cui tutto è fatto dal popolo "e
blica. Tale ius, secondo Scipione, deve essere inteso come iustitia, poiché tutto è in potere del popolo, al punto che nulb può frenarne glt ar~ltrl1,
quod iure fit, profecto iuste fit; quod autem fit iniuste, nec iure fieri quantunque all'apparenza possano essere scambla:1 per ven St~t1, elCe vere
potest ('"). Quando dunque si afferma che un popolo è il" coetus multi- res populi, in realtà non lo sono, poiché in eSSI, mancando .il co~sens~s
tudinis tenuto insieme dalla comune accettazione di una legge (ius), la iuris, manca un vero porpulus, e quell'aggregato che in eSSI pOSSIede Il
legge di cui si parla non deve essere intesa tanto in senso giuridico, cioè nome e l'aspetto di un popolo, è in realtà altrettanto tiranno quan:o un
come legge positivamente sancita, quanto in senso etico, cioè come norma. solo individuo, e forse anche di più ("). Veri Stati sono solo quellt fon-
fondamentalmente morale: la giustizia. Se manca tale fondamento mo- dati sulla giustizia, cioè il regno, il governo degli ottimati e uno Stato
rale, manca il consensus iuris, quindi il populus e quindi, in definitiva, popolare propriamente detto, come quello dei Rodii (53).
la stessa l'es publica. Perciò si può affermare che lo Stato è un'istituzione È degno di nota il carattere estremamente rivoluzionario di questa
essenzialmente etica. dottrina, implicante il disconoscimento di ogni autorità che ~on sia con~
Tale conclusione del resto discende dalla stessa necessità naturale forme alla legge morale. Di contro ai conformismi di ogni upo, sempr.e
dello Stato: abbiamo visto infatti che lo Stato è necessario per l'inte-
pronti all'ossequio verso l'autorità costituita, semplicemente per~hé costi-
grale attuazione della natura umana, non solo come soddisfazione dei tuita, Cicerone afferma che un'autorità illegittima o una legge Immorale
bisogni materiali, ma anche e soprattq.tto come espressione di una ten- non rappresentano lo Stato, e dunque non virucolano in alcun modo. l:
denza prettamente spirituale, e dunque etica, quale l'amore per i propri coscienze. Di conseguenza in regimi tirannici, oligarchici o demagog1eI~
simili. Il collegamento fra questa considerazione e l'argomento tratto dalla qualunque rivoluzione, tendente ad instaurare una forma di governo con-
definizione di Stato è costituito dalla dottrina della legge naturale, secondo
forme a giustizia, sarebbe giustificata ed anzi de?na d~ lo.d~. In u~ con~
cui, come abbiamo visto, la giustizia, in senso etico, rappresenta un det- servatore come Cicerone, portato a vedere nelle nvoluzlOlll il pegglOre di
tame della stessa natura. tutti i mali, una dottrina di questo genere non è cosa di poco conto. Essa
A confutazione della tesi di Filo-Carneade, secondo cui tutti gli rientra nella più ampia ,concezione dell'eticità dello Stato, che rapp:esenta
Stati si reggono di fatto sull'ingiustizia ed i cosiddetti regni altro non uno dei nuclei teoreticamente più interessanti e validi di tutto Il pen-
sono che tirannidi, i governi degli ottimati fazioni e la libertà dei regimi
siero politico ciceroniano.
popolari licenza, Scipione ribatte che tali regimi sono non già Stati vi-
ziosi, ossia degenerazioni degli Stati giusti, come si era detto classificando
(49) Cf. AUG., De civ. Dei, II, 21.
(50) III, 31, 43.
(46) Cf. AUG" De civ. Dei, II, 21.
(51) III, 32, 44
('~ lbid.
(53) III, 33, 45.
(~8) cf. Auc., De civ. Dei, XIX, 21.
(53) III, 34, 46'35, 47.
CAPITOLO QUARTO

L'ETICITÀ PELLa STATO 93


Per eticità dello Stato, come a bbiamo già accen t C'
la conformità dello Stato alI l na o, Icerone intende
· a mora e naturale la co .dd t . "
E glI dunque assegna allo St t f' ' SI e ta gIUstIzIa. 3. - L'ATTUAZIONE CONCRETA DELLA GIUSTIZIA.
a o una unZlOne anche '
morale dei singoli cittadini l h III rapporto alla vita Nel discorso di Filo, tendente a stabilire un contrasto fra la saggezza
, ne senso c e lo St t ' cl"
'saria all'attuazione integrale delle fi r' . ha o e con IZlOne neces- politica e la giustizia, si era accennato, sulle tracce di Carneade, al caso
significa però che lo St t ' h na Ha etlc e dell 'uomo. Ciò non di Roma, insinuando che l'impero universale da essa realizzato sarebbe
a o SIa anc e cond' . fE .
zione, cioè che esso rappresent-~ l IZlOne su CIente a tale attua- stato dovuto non alla giustizia, ma alla saggezza della sua politica. Una
. u un va ore capace di dd' f
eSIgenze dell'uomo' abb' ", so Is are tutte le simile affermazione minacciava di far crollare tutto l'edificio dottrinale
. d ,lama VIsto mfattI che anche per C,'ce '1 fi
u tI Il' , rane I ne innalzato da Cicerone: non era ammissibile infatti che potesse essere
, l ma e uomo e di natura teoretica e
dello Stato La cl ttr' " ' come tale, trascende l'ambito accusata di ingiustizia la città che possedeva la costituzione perfetta e
. o ma ClcerOllIana esclude d . '.
le posizioni di tipo individualistico che quelleu~;~~p~n e~u::. lm:ura SIa
dunque attuava in sè l'idea stessa dello Stato, quell'idea che platonica,
mente si identificava con la stessa giustizia. Si imponeva pertanto la
L'affermazione dell'eticità dello Stato anch co, e l~IStlCO.
, , , e se compIUta 11 • necessità di mostrare che Roma, sia nei rapporti esterni con gli altri
ongmale, soprattutto grazie all) d' l rnaillera
forme l ' l' ' argomento I Scipione, è del tutto con- Stati, sia nel suo ordinamento interno, si era sempre ispirata ad una
" a , penSIero po IUCO platonico-aristotelico, In Platone Stat . fondamentale norma di giustizia. In tal modo si sarebbe raggiunto il du-
stlzIa sono congiunti con vincoli ancor i ' , ' , . o e gIu~
e
Cicerone 4); infatti Platone ri
uello in cui
p li strettI, se ,poss~blle, che in
' , . , conosce come vero un umco tIpO di Stato
plice scopo di difendere la dottrina dello Stato formulata precedentemente
e di indicare anche per la giustizia, come già era stato fatto per lo Stato,
dottrina delle i~:eglpUeSl1rZla etattuata perfettamente. Ciò si deduce dall~ una concreta attuazione dell'idea nella storia (61).
, quan o concerne la Rep bbl" ' La difesa di Roma dall'accusa di ingiustizia è contenuta in alcuni
ci~ame1)te nel Politico, dove tutti gli Stati divers7 d ~~~) ~a e detto espli- frammenti del libro III, di cui è incerta la successione originaria, ma che
SCIenza e giustizia SODO 'd' , . , . a UillcO retto secondo possono essere collocati in un determinato ordine logico. In quello più
, , conSI eratI semplIcI ImItazioni b .
dell UlllCO vero Stato (55) N . d' ' uone o cattIve, direttamente riguardante il caso di Roma 'si trova la seguente afferma-
. on VI sono ubbI poi circa l f ' .
assegnata allo Stato da Platone ('C) A' l a unzlOne etIca zione: « Il nostro popolo) per difendere i socii) si è ormai impadronito
l' . nstote e a questo proposit ' .,
rea ISt~, in quanto considera la giustizia condizi ' o e pm di tutta la terra)) (62). Data la corrispondenza quasi letterale, si può con-
se~plIce ~sistenza, bensì all'esistenza buona del~oneS:~~ess;na non, all~ siderare pressoché certo che questa dovesse essere la risposta alla do-
pero raVVIsa nella giustizia il fine della politica ('") . d' (). Allnch egh manda, evidentemente retorica, di Filo: « Questo nostro popolo) che
genze circa il d d" e In lca ne e dIver~ tiene ormai sotto il suo dominio tutta la terra, deve la sua grandezza
zione 59 ma o , I .co~ceplre la giustizia le cause di ogni rivolu-
alla giustizia o alla saggezza? » (03). Nella risposta di Cicerone è impli,
. ( ). Inoltre egh dIchiara esplicitamente che il fine d Il S '
la mIglior .t 'b'l d' . e o tato e cito che la difesa dei socii rappresenti un fine tale, da rendere conforme
" VI a paSSI l e el CIttadini, cioè quella felicit' h "d
la VIrtù eO). a c e comcl e con . a giustizia il dominio di Roma sul mondo,
L'esplicazione di questo concetto può essere ritrovata in un altro
frammento, da cui risulta che Cicerone avrebbe distinto le guerre giuste
da quelle ingiuste ("'), ed in un terzo, dove egli av~ebbe dichiarato che
(") p er quanto concerne .il rapporto fra la ., , un'optima civ:ùas non intraprende alcuna guerra, se non aut pro fide, aut
, cl pOSIzIOne platolllca e quella ciceroniana
19uar ° a questo argomento, si veda il P"
"') FuI' Poi cl
,
OSCHL, op. ett., 132 - 133. pro salute ("'). Da ciò infatti è legittimo concludere che le guerre giuste
( ., ., 293 e.
sono quelle intraprese da un'optima civitas, cioè quelle aut pro fide aut
(fi6) Cf. M, GENTILE, op, cit" 47-51.
(57) ArusTO'r., Pol, , III, 12, 1283 a 19-23
(58) Ibid" III, 12, 1282 b 14- 1 7. . (61) Cf. P6SCHL, op, cit., 127-132.
(59) Ibid., V, I, 1301 a 35-39. (62) NONIUS, 498, 18 = IlI, 23, 35,
(!iO) Ibid., VII, 8, 1328 a 35-3 8, (63) IlI, 15, 24.
(M) ISIPORUS, Etym., XVIII, I, 2 S, = III, 23, 35,
(65) AUG., De civ. Dei, XXII, 6.
94 CAPITOLO QUARTO L'ETICITÀ DELLO STATO 95

pro salute, e che le guerre intraprese per la difesa dei socii rientrano rare, una volta cessato il pericolo e dunque venuta meno la necessit~ della
in uno di questi due generi. È verosimile che esse rientrino nei genere difesa. Perciò egli aggiunge che vi sono dei casi in cui il tenere m ser-
delle guerre .pro fide, poiché nello stesso De re publica Cicerone definisce vitù gli altri può essere giusto, perché può tornare a vantaggio di coloro
la fides come il fare ciò che si dice (""), ed è presumibile che, nell'atto stessi che sono asserviti. Ciò accade quando, per mezzo dell'asservimento,
di stringere amicizia con i socii, Roma avesse promesso loro di difen- è tolta ai malvagi la possibilità di commettere ingiustizie e coloro che
derli. Ecco allora che una guerra condotta con questo fine sarebbe giusta sono stati asserviti vengono a trovarsi meglio di quando erano indi-
e il dominio di Roma, realizzatosi in seguito a guerre giuste, sarebbe pendenti (69).
esso stesso conforme a giustizia. A conferma della legittimità di un simile tipo di servitù, Cicerone
È interessante vedere per quali ragioni Cicerone considera giuste le si richiama ad alcuni esempi, da cui appare che la stessa natura ha attri-
guerre condotte pro fide o pro salute. Purtroppo ci è stata conservat':!. buito il dominio ai migliori con grande vantaggio dei più deboli: ciò
soltanto la sua argomentazione. relativa alle guerre pro salute, consistente accade nel dominio di Dio sull'uomo, dell'anima sul corpo, della ragione
nell'osservare che, mentre per i singoli individui la morte spesso rap- sulle passioni. Non ogni tipo di dominio è però giustificato: per esserlo,
presenta la liberazione da altre pene, per gli Stati è essa stessa una pena, esso deve adeguarsi alla condizione di chi è dominato. C'è differenza
poiché gli Stati sono fatti per essere eterni. Per gli Stati, osserva Cice- ad esempio tra il dominio dell'anima sul corpo e quello della ragion~
rone, la morte non è mai un fatto naturale, come lo è per gli individui, sulle passioni: il primo tipo di dominio somiglia a q,uello dI un re su~
per i quali essa è non solo necessaria, ma spesso anche desiderabile. Lo cittadini o di un padre sui figli, il secondo a quello d! un padrone sugl!
Stato, quando viene meno, è distrutto, si estingue per sempre, ed è -come schiavi. I popoli ~. afferma Cicerone ~ devono esercitare sui sodi un
se tutto il mondo crollasse (67). Si comprende allora come sia giusto fare dominio simile a quello dei magistrati sui cittadini, dei padri sui figli,
qualsiasi cosa possa evitare la morte dello Stato e come anche una guerra dell'anima sul corpo, non simile a quello dei padroni sugli schiavi o
còndotta con questo scopo sia sicuramente giusta. della ragione sulle passioni ('0). .
Anche nel frammento in cui si distinguono le guerre giuste da quelle In conclusione quindi la servitù è giusta per coloro che sono Inca-
ingiuste, si identificano le prime sostanzialmente soltanto con quelle p~o paci di governarsi da soli, mentre è ingiusta per coloro che ne sono
salute: tali si possono infatti considerare le guerre intraprese causa ulci- capaci (71). Il dominio esercitato da Roma sui suoi sodi~ no~o~tante qual-
scendi, vale a dire per farsi restituire ciò che ci è stato tolto (de repetitis che episodio negativo, rimasto per fortuna senza segu~to, e m gen:~ale
rebus), e causa prOiPulsandorum hostium (66). Del resto le guerre pro fide conforme a giustizia, cioè si fonda non sulla forza (V1S), ma sul dlntto
sembra possano essere considerate giuste soltanto qualora si riducano a (ius), poiché i sodi obbediscono a Roma di propria volontà e non sono
quelle pro salute. Non è verosimile infatti che sia giusto difendere i tenuti sottomessi col terrore (72).
sodi in ogni caso, bensÌ solo nei casi in cui essi combattono per la loro Come si vede, l'argomentazione di Cicerone, per quanto discutibile
propria salvezza. In conclusione quindi le guerre giuste sembrano essere possa essere in sede storica: non è p:i.va di un~ sua. coerenza ~n. sede
quelle difensive, sia che abbiano di mira la difesa propria che quella dei logica. Nella sua formu~azlOne defìfl1tlv~ essa ~,ovvlamente ~n~n~le,
sodi: per mezzo di questo tipo di guerre, secondo Cicerone, Roma si dato anche l'oggetto stancamente determmato, eloe Roma, a CUI SI nfe-
sarebbe impadronita del mondo intero e pertanto il suo dominio sarebbe risce. Ciò non impedisce tuttavia che nei suoi presupposti dottrin~li e~sa
conforme a giustizia. si ispiri al pensiero politico classico. Per giustificare le guerr~, dlfe?SIVe
A questo punto Cicerone sembra essersi reso conto che, per mostrare infatti Cicerone ricorre ad un concetto di natura che, come gla abbiamo
la legittimità del dominio di Roma, non bastava giustificare il modo in visto, è tipicamente platonico-aristotelico; quel concetto cioè per cui il
cui esso si era imposto, ma occorreva giustificare anche il suo perdu-

(fi9) AUG., De civ. Dei, XIX, 21 = III, 24, 3 6 .


(66) NONIUS, 24, II= IV, 7, 7. (70) AUG., Contra luI. PeZ., IV, 12, 61 = III, 25, 37·
(67) AUG., De civ. Dei, XXII, 6 = III, 23. 34. (71) NONlus, 109, I = III, 25, 37·
("8) hm., Etym., XVIII, I, 2 S. (12) III, 29, 31.
L'ETICITÀ DELLO STATO 97
CAPrTOr.O QUARTO

sole categorie che debbano essere educate, come il compito fondamentale


termine del processo naturale di uno Stato non è la morte, bensÌ l'attin-
dello Stato e desiderava che essa fosse pubblica, unica e determinata da
gimento di una forma eterna (B'Joç-d.lo,;) Anche la giustificazione della
norme esattamente come quella criticata da Cicerone C9). In generale poi
egli diffidava dell'istituto familiare, in cui s~orgeva un peric~lo per l'unità
servitù si ispira alla dottrina esposta da Aristotele nella Politica. Quivi
infatti Aristotele non solo distingueva i vari tipi di dominio, in maniera
dello Stato, giungendo al punto da prescrivere la soppressIOne delle fa-
del tutto analoga a quella seguita poi da Cicerone, ma anche affermava
miglie private, per sostituirle con grandi famiglie pubbliche (80).
che in tal uni casi il dominio di certi uomini su altri è conforme alla
Una posizione opposta a quella piatolllca e. conforme ,lllvece .alle tra~
natura e quindi vantaggioso anche per coloro che sono dominati (13)"
dizioni di Roma, Cicerone assume, oltre che nguardo alI educazlOne del
La distinzione fra i vari tipi di dominio sembra poi essere stata presente
fanciulli, anche riguardo alla condizione sociale delle do~ne ed alla pro:
già nel dialogo perduto Sulla giustizia (14), che insieme con la Repubblica
prieti delle -ricchezze. Da una testimonianza di LattanzlO, In cm ~~asl
di Platone faceva da modello a questa parte del De re publica. È proba-
sicuramente viene riferito il De re pubblica, si apprendono le cntiche
bile quindi che tutto questo complesso di dottrine, strettamente con-
che Cicerone rivolgeva al comunismo platonico di mogli e figli. Esse
giunte, sia stato attinto da Cicerone al dialogo aristotelico.
consistono nel rilevare la mancanza di vincoli affettivi e morali conse-
Oltre che nei rapporti esterni con gli altri Stati, Roma rappresenta
guente a quella condizione. Una particolare disapprov.azion~ i.ncontra la
l'attuazione della giustizia anche nella sua vita interna, cioè nei suoi
equiparazione dei compiti delle donne con quelli degh uomlfil, che rap-
istituti e nelle sue leggi. A questo tema è dedicato il IV libro dell'opera,
presenta uno degli aspetti più noti della teoria platonica. (Bl). La ~onna,
in cui appunto si fa rilevare come tutto in Roma sia stato sapientemente
secondo Cicerone, deve essere guidata soprattutto dal manto~ sotto il con-
previsto in ordine a quella societas beate et honeste vivendi, che costi-
trollo del censore, e la sua virtù più propria deve essere la verecondia (BZ):
tuisce il fine dello Stato ('"). Il primo aspetto di questa vita interna è
precetti miranti tutti a esaltare la funzione della famiglia e perfettamente
l'educazione dei fanciulli (disciplina puerilis), che in Roma non è « fissa
conformi alle consuetudini romane.
o regolata da leggi o attuata pubblicamente o unica per tutti» C), come
Per quanto riguarda poi la proprietà delle ricc~ezze, Cic:ro~e doveva
era invece negli Stati greci. A proposito dell'educazione Cicerone assume
ugualmente disapprovare la posizione platonica, nte~endo .lfl~~usta ~n~
dunque una posizione manifestamente polemica nei confronti del modo
uguaglianza che nuoccia a c~i per proprio merito pOSSIede dI plU, o gl~Vl
in cui essa veniva attuata in Grecia. Dal testo, pur frammentario, del
a chi per propria colpa possiede di meno (83). Anche ~ q~esto P;OPOSltO
IV libro risultano in bocca a Scipione parecchi rilievi fortemente critici
_&i può osservare come il mantemmento della propr:et~ pnvata SIa stret-
nei confronti degli esercizi a corpo nudo praticati nei ginnasi, dell'efebia
tamente congiunto con la valorizzazione della famIglIa. . .
e della pederastia, con riferimenti espliciti a popoli come Elei, Tebani
Il contrasto ;verificantesi a proposito di questi tem~ fra l.a poS~ZlO~~
e Spartani C). Nel complesso si può ritenere che Cicerone disapprovasse
ciceroniana e quella platonica non comporta una soluzlOne dI contlflUltà
l'educazione affidata allo Stato, quale si praticava appunto in Grecia, e
fra Cicerone e il pensiero politico classico. Esso si manife~t~ infatti ..ne~
giudicasse migliore il costume romano, secondo cui la responsabilità del-
confronti degli aspetti, o delle interpretazioni, meno claSSICI, se COSI SI
l'educazione spettava quasi esclusivamente alle famiglie.
può dire, del pensiero platonico, aspetti e interpretazion~ che lo. s~esso
In tal modo però egli veniva a opporsi non solo alle istituzioni delle
Platone, posteriormente alla Repubblica, e soprattutto. Anstotele SI lflca-
città greche, ma anche alla stessa pedagogia teorizzata da Platone nella
ricarono di correg~ere. È noto infatti che nelle Leggz, pur senza rinne-
Repubblica, come Lelio fa osservare a Scipione ('S). Nella Repubblica
infatti Platone considerava l'educazione dei guerrieri e dei filosofi, le
(19) PLAT" Resp.} libro III.
(SO) lbid., V, 457 C.
(73) ARISTOT., PoI., I, cc. 1-7.
(81) LACT., Epit.} XXXIII (XXXVIII), 1-5 = IV, 5, 5. Per la dottrina platonica del-
(7') Cf. MORAUX, op. cit.} 24-63.
'l'equiparazione dei sessi, cf. Resp., IV, 451 cl-452 a; V, 455 cl e.
('") IV, 3, 3·
(SZ) NONlus, 499, 13; 5, lO; 306, 3; 23, Il = IV, 6, 6. . .'
(76) lbid.
(83) LACT., loc. cito = IV, S, 5. La menzione diretta del comumsmo platoTIlco S1 ha nel
('~ IV, 4, 4·
frammento riportato da NONlUS, 362, II = IV, S, 5·
('8) lb;d.
7 - E. BERTI _ Il "De re publica" di Cicerone e il pensiero politico classico,
L'ETICITÀ DELLO STATO
98 CAPITOLO QUARTO 99

gare la dottrina della Repubblica, riferita allo Stato perfetto, per lo Stato ciò Roma si differenziò dagli Stati greci, dove al contrario la commedia
« secondo», cioè realizzabile storicamente, si rivaluta la funzion'e della ebbe sempre successo, perseguitando a ragione o a torto uomini politici
famiglia privata, garantendone la base economica, la continuità morale di tutti i generi. Roma con le dodici tavole sancì addirittura la pena
e l'unità (8~). Nello stesso dialogo inoltre si ripristina una differenza di morte per chi componeva poesie che recassero ad altri infamia e ver-
gerarchica fra l'uomo e la donna, limitando le capacità giuridiche di gogna: ciò è giusto, perché il giudizio sulla moralità dei cittadini deve
quest'ultima (85), e si ha maggior cura del pudore femminile (""). Infine essere demandato ai magistrati, non al capncclO dei poeti, e deve espri-
nelle Leggi viene riammessa la proprietà privata, pur sotto il continuo mersi in legittime discussioni, non in invettive che non consentono la
controllo dello Stato ("'). Nel complesso si può quindi osservare, come possibilità di difendersi C').
già è stato fatto ("B), che la larghezza con cui Platone ha riammesso la Del tutto identica è la famosa condanna pronunciata da Platone con-
famiglia privata nelle Leggi dimostra che la stessa disciplina collettivi- tro la poesia mimetica, colpevole soprattutto di rivolgersi alle facoltà infe-
stica, auspicata nella Repubblica, non mirava, nelle intenzioni di Platone, riori dell'animo, cioè, come afferma Cicerone, di destare le passioni, oppo-
al dissolvimento, ma piuttosto ad un utopistico allargamento della com- nendosi alla ragione (").
pagine familiare. Nei diversi aspetti interni del vivere civile, cosÌ come nei rapporti
Ancor più simile a quella di Cicerone è la posizione assunta a questo esterni con gli altri Stati, Roma rappresenta dunque 1'attuazione con-
proposito da Aristotele, il quale ha considerato la famiglia, con la pro- creta della giustizia, la realizzazione dell'idea nella storia CG). Sotto questa
prietà ad essa spettante, come istituto naturale intermedio fra l'individuo prospettiva il complesso di dottrine esposto nel De re publica presenta
e lo Stato ("') ed ha criticato il comunismo della Re'rubblica di Platone, una perfetta coerenza) sicché appare ingiusto il giudizio di Lattanzio,
osservando che l'unità dello Stato non deve essere intesa in senso esclu- secondo cui Cicerone nella sua difesa della giustizia, anziché difendere
sivo CO) e comunque non viene favorita, ma semmai danneggiata, dal- la giustizia naturale, si sarebbe limitato a difendere quella civile C7).
l'abolizione della famiglia e della proprietà privata (91). La giustizia civjle è quella di Roma, cioè il diritto romano: è vero che
Più manifesto è l'accordo con Platone circa l'ultimo aspetto del vivere Cicerone difende proprio questo, ma è anche vero che lo fa nella per-
civile che viene esaminato nel libro IV, ossia la consuetudine degli spet- , suasiorie che il diritto romano coincida con lo stesso diritto naturale, cosi
tacoli drammatici. Dej poeti, alludendo a quelli drammatici, Cicerone come Roma coincide con lo Stato ideale della giustizia. Cicerone non
afferma che, non appena li circonda il clamore e l'approvazione del po- perviene, è vero, al sublime paradosso dell'etica cristiana, del resto già
polo, stendono tenebre, introducono timori, infiammano passioni (9\). An- anticipato dal Socrate platonico, secondo cui è meglio patire che fare
che a questo proposito egli fa coincidere il proprio giudizio di valore ingiustizia, e forse questo è il motivo della delusione di Lattanzio. Tut-
con la tradizione del popolo romano e rileva che i Romani, ritenendo tavia con la sua concezione dei rapporti fra idea e storia, ispirata a Pla-
una vergogna 1'arte drammatica e tutto il teatro, vollero che i poeti di tone e ad Aristotele, egli riesce '3 dare alla dottrina del diritto naturale,
questo genere fossero privati della dignità e dei diritti politici ('"). In ampiamente teorizzato dagli Stoici, una concretezza ed un valore che
presso lo stoicismo essa era ben lungi dal possedere.

(M) PLAT., Leg., V,740 b; 741 a b; VII, 790 b; IX, 868 c-869 b, 873 a b. Cf. M. GEN-
(94) AUG., De civ. Dei, II, 9 = IV, II, 11-12.
TILE, op. cit., 182-184.
(95) PLAT., Resp., X, 602 b-606 d.
(85) lbid., VI, 785 b; XI, 917 a, 937 a.
(Su) lbid., VI, 771 e; XI, 925 a.
(96) Si veda, per questa parte, anche l'esauriente trattazione del POSCHL, op. cit.,
133- 1 5°.
(8'l) lbid., VIII, 842 e-844 c.
(97) LACT., Inst., V, 16, 5-13.
(88) Cf. M. GENTILE, op. cit., 189-19°'
(89) ARISTOT., Poi., I, cc. 2-4.
(90) lbid., II, c. 2.
(91) lbid., II, cc. 3-5.
(92) AUG., De civ. Dei, II, 14 = IV, 9, 9.
(93) AUG., De civ. Dei, Il, 13 = IV, IO, IO.
CONCLUSIONE

I risultati del confronto fra la dottrina esposta da Cicerone nel De


re publica e il pensiero politico di Platone e di Aristotele possono essere
riassunti nel modo seguente.
I. - Un fondamentale accordo tra le due posizioni si deve registrare
a proposito del problema della virtù, ossia della perfezione umana, inteS'l
come unità inscindibile del supremo valore teoretico col supremo valore
pratico. La contrapposizione tra un presunto primato della prassi, pro-
fessato da Cicerone, e un primato della teoresi, professato da Platone
e da Aristotele, non sussiste, perché per nessuno di questi pensatori si
pone tale alternativa. L'unica alternativa, dinnanzi a cui essi si trovano,
è quella tra vita privata e vita pubblica 0, in termini ciceroniani, tra
otium e negotium: sia Platone e Aristotele che Cicerone la risolvono
assegnando il primato, nell'ordine dei valori, alla vita pubblica, cioè po-
litica, in cui si realizza l'unità di teoresi e prassi. Tale unità, pur impli-
cando allo stesso titolo la necessità di entrambi i momenti, non esclude,
sia presso Platone e Aristotele che presso Cicerone, una subordinazione
del secondo al primo, poiché la teoresi è condizione e fine della prassi.
Il motivo « classico», che così si trasmette da Platone ed Aristotele a
Cicerone, è da un lato la funzione pratico-politica della filosofia, dal-
l'altro la fondazione dell'azione pratico-politica nell'etica e dell'etica nella
metafisica.

2. - L'accordo fra Cicerone e i due pensatori classici si riscontra anche


a proposito della concezione dello Stato, inteso come realtà naturale ed
etica, implicante la partecipazione attiva di tutti i cittadini alla vita di
esso, con il fine del comune perfezionamento morale. Il diritto e il dovere
i~pliciti nella definizione di Stato si fondono insieme nel concetto di
mescolanza secondo la « giusta misura », sul quale si regge la costitu-
zione mista e temperata. Anche nella persuasione che la forma mista
e temperata sia il miglior tipo di costituzione si verifica, un sostanziale
----""\

CO':'.CLUSIQNE CONCLUSIONE
102

accordo fra Platone, Aristotele e Cicerone. L'unica differenza è che, men~ aristotelica, mentre è del tutto originale il concreto valore giuridico che
tre per Platone e Aristotele la costituzione mista è solo la migliore fra essa assume per l'identificazione del diritto naturale col diritto romano.
le costituzioni realizzabili nella storia ed è inferiore alla costituzione I dissensi che si verificano tra Cicerone e Platone su alcune particolari
ideale, per Cicerone essa è la migliore in senso assoluto, cioè è la stessa attuazioni del diritto naturale, quali la legislazione familiare e patrimo-
costituzione ideale attuata nella storia. niale, sono del tutto esteriori, non investono il genuino orientamento del
pensiero platonico e si armonizzano in pieno con la posizione aristotelica.
3. - Quanto al metodo della trattazione politica, Cicerone polemizza Nel complesso quindi il De re publica può essere considerato una
da un lato con Platone, accusandolo di essersi limitato a indicare l'idea , espressione sistematica e coerente del- pensiero politico classico, dove alla
l'essenza dello Stato, trascurando la sua attuazione storjca, e dall'altro elaborazione teoretica dei concetti si congiunge il riferimento ad una
probabilmente con Aristotele, per la ragione contraria. Tuttavia il me- realtà politica come Roma, immune dai limiti che avevano determinato
todo adottato da Cicerone, consistente nell'accogliere entrambi gli aspetti la decadenza della palis greca.
messi in luce dai suoi predecessori, per fonderli insieme, in realtà non
è che lo svolgimento di un'esigenza in parte implicita ed in parte già
esplicata nel pensiero di Platone e di Aristotele. Il modo in cui Cice-
rone concepisce l'attuazione dell'idea nella storia, ossia lo sviluppo della
costituzione romana, presenta delle affinità puramente esteriori c~n l'espo-
sizione di Polibio, ma si ispira più profondamente alla concezione pla-
tonico-aristotelica, facendo di Roma l' 8100ç e il -réloç dello sviluppo natu-
rale dello Stato. Una differenza fra la posizione di Cicerone e quella di
Platone e di Aristotele consiste nella maggior risolutezza con cui Cice-
rone identifica l'idea della costituzione perfetta con la realtà storica, la
quale, nel suo caso, è lo Stato romano. Si tratta però di una differenza
più apparente che reale, poiché Cicerone, nell'ammettere la decadenza
della Roma contemporanea, lascia supporre l'esistenza di una differenza
fra la costituzione come tale e la vita concreta dello Stato, che da essa
è informata. Questo margine di inadeguatezza fra la storia e l'idea rende
possibile un programma di azione politica, di ispirazione platonico-ari-
stotelica, che ha appunto il fine di adeguare la vita dello Stato alla costi-
tuzione perfetta. Del tutto estranea all'ispirazione classica è invece la
tendenza conservatrice propria dell'ideologia politica di Cicerone.

4. - Completo è infine l'accordo fra la posizione ciceroniana e quella


platonico-aristotelica per quanto concerne la dottrina dell'eticità dello
Stato, intesa non solo come riconoscimento della necessità dello Stato
per 1'attuazione integrale della natura dell'uomo, incluse le sue virtua-
lità spirituali, ma anche come esigenza di una piena conformità tra la
vita dello Stato e la giustizia, che è una legge morale ancor prima che
giuridica. La formulazione ciceroniana di tale dottrina, culminante nel-
l'idea del diritto naturale, è indubbiamente di derivazione stoica, ma la
sua fondazione metafisica, come Cicerone stesso riconosce, è platonico-