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©Mila Fois
Ramayana

Il grande viaggio di Rama

Mila Fois
Il Ramayana, che significa Il viaggio di Rama, è considerato il più
antico poema della tradizione indiana, tanto che viene chiamato Adi-
kavya, che significa proprio Primo Poema. Consta di 24.000 versi,
ammirevoli per la raffinatezza dello stile e delle figure retoriche, che
ci fanno davvero meravigliare del fatto che sia stato composto in una
data compresa tra il VII e il III secolo a.C., ovvero quasi tremila anni
fa. Assieme al Mahabharata è uno dei grandi poemi noti come
Itihasa, ovvero storie che racchiudono molto più che semplici
vicende, divenendo dei veri e propri scrigni di tradizioni e credenze
induiste, capaci di donare grandi insegnamenti anche a livello
religioso e morale.

Nel testo stesso si afferma che l’autore sia Valmiki, un brigante che
fece commuovere il dio Brahma con la sua capacità di comporre
versi e rime, tanto che il Deva gli chiese di dare origine a un poema
che narrasse la storia di Rama. Valmiki significa formicaio, e l’autore
del Ramayana, nato come Agni Sharma, è conosciuto con questo
nome perché, immerso in profonde e lunghe meditazioni al fine di
riflettere sulla struttura del poema, non si accorse che migliaia di
formiche avevano iniziato a costruire un formicaio intorno a lui, e
quando si svegliò ne era circondato.

Valmiki non è solo l’autore, ma diviene anche un personaggio della


storia, infatti sarà proprio lui a insegnare ai figli di Rama il poema
stesso, che poi i due gemelli declameranno alla corte del padre.

Il Ramayana, oltre a raccontare le vicende di Rama, contiene anche


numerose leggende e “storie nella storia” che ci danno una visione
del mondo indiano dell’epoca, mettendoci di fronte a miti, racconti di
Deva, Asura e personaggi famosi, siano essi eroi, re o grandi
sapienti. In questo libro ci soffermeremo in special modo sulla trama
principale, comunque molto elaborata e piena di incredibili
avventure.
Il Ramayana è uno dei testi più amati in tutta l’India e ne esistono
infatti numerose versioni, diffuse anche nel sud est asiatico, come
nell’Indonesia, in Cambogia o nelle Filippine. Anche il Mahabharata
contiene una versione del Ramayana: è chiamata Ramopahkyana e
viene narrata da Yudhishthira, uno dei protagonisti. Il Ramavataram
venne invece composto dal poeta Kambar nel XII secolo, mentre il
Ramcharitmanas venne scritto da Goswami Tulsidas nel XV secolo,
usando un dialetto indiano in modo da rendere questa splendida
storia accessibile anche a coloro che non comprendevano il
sanscrito. L’opera ebbe una tale diffusione da essere considerata
“l’albero più alto nel magico giardino della letteratura indiana
medievale”. Si ritenne persino che Goswami Tulsidas non fosse altro
che una reincarnazione di Valmiki.

L’epica indiana è sorprendente per la sua raffinatezza e per le


tematiche di elevata spiritualità che affronta. Il fatto che questo
poema sia stato composto quasi tremila anni fa lascia meravigliati e
fa riflettere su ciò che viene affermato di alcuni testi indiani, come i
Veda, dei quali si racconta che furono gli stessi Deva a scriverli o a
ispirarli.

Grazie a tutti coloro che leggeranno questi miti!


I protagonisti

Bala Kanda
Il libro dell’infanzia

Ayodhya Kanda
Il libro di Ayodhya

Aranya Kanda
Il libro della foresta

Kishkindha Kanda
Il libro delle scimmie

Sundara Kanda
Il libro delle meraviglie

Yuddha Kanda
Il libro della battaglia

Uttara Kanda
Il libro finale
I protagonisti

Agastya: uno dei più venerati saggi della tradizione vedica.

Agni: Deva del fuoco, raffigurato con tre teste incoronate dalle
fiamme, a cavallo di un ariete.

Angada: erede al trono di Kishkindha, figlio di Vali, il re degli uomini


scimmia.

Asura: anticamente erano una stirpe di dèi ma nella mitologia più


tarda vengono associati piuttosto ai demoni.

Bali: re degli Asura. Per contenere il suo potere, Vishnu si tramutò in


nano e lo ingannò, prendendo possesso dell’universo intero e
ricacciandolo nel sottosuolo.

Bharata: fratello di Rama, avuto però da una madre diversa, la


quale ordì un complotto per farlo salire al trono. Bharata però,
essendo virtuoso e giusto, non volle trarne vantaggio.

Bhumi: dea della terra, consorte del cinghiale Varaha, uno degli
avatara di Vishnu.

Brahma: il Deva creatore dell’universo, raffigurato con quattro volti e


quattro braccia.

Dasharatha: re di Ayodhya e padre di Rama, Bharata, Lakshmana e


Shatrughna.

Deva: gli dèi splendenti. Le loro mogli sono chiamate Devi.

Ganga: dea del fiume Gange.


Hanuman: figlio di Vayu, il dio del vento, e generale delle truppe dei
Vanara, gli uomini scimmia. Il suo nome indica la mandibola che gli
fu rotta dal dio Indra, mentre il nome con cui nacque è Anjaneya.

Indra: Deva del fulmine e della tempesta, armato della Vajra, capace
di produrre un’energia crepitante. Scende in battaglia in groppa
all’elefante bianco Airavata.

Indrajit: figlio di Ravana. Un tempo si chiamava Meghanada ma,


dopo che ebbe catturato Indra, dando prova della propria potenza,
venne chiamato Indrajit.

Jambavan: re degli orsi, estremamente antico e saggio, aiutò Rama


a combattere il signore dei demoni.

Janaka: re di Mithila, trovò una bimba in un solco del terreno e la


chiamò Sita, allevandola come una figlia.

Jatayu: enorme avvoltoio, nipote dell’aquila Garuda, colei che porta


Vishnu sul proprio dorso. Cercò di proteggere Sita ma Ravana riuscì
ugualmente a portarla via.

Kaikeyi: moglie di re Dasharatha e madre di Bharata. Non volendo


che Rama salisse al trono al posto di suo figlio, ordì un tranello per
farlo esiliare nella foresta.

Kala: signore del tempo, un Asura che rubò il divino nettare


dell’immortalità.

Kubera: divinità della ricchezza e signore degli Yaksha, spiriti


naturali talvolta benevoli e altre aggressivi.

Kumbhakarna: fratello minore di Ravana, il più gigantesco e terribile


dei rakshasa.

Kusha e Lava: gemelli, figli di Rama e Sita.


Lakshmana: fratello di Rama, avuto da madre diversa. Nel corso di
tutte le sue avventure, fu un esempio di lealtà e amore fraterno.

Lakshmi: dea del loto, della bellezza e della fortuna, consorte del
dio Vishnu.

Maricha: rakshasa sconfitto da Rama che aiutò Ravana, anche se


contro la propria volontà, a rapire Sita.

Maya: dio dell’illusione, architetto divino.

Rama: o Ramachandra, figlio di re Dasharatha. Avatara di Vishnu,


grande guerriero e uomo saggio e giusto, destinato a essere il
flagello dei rakshasa.

Ravana: colui che incute timore. Re dei demoni rakshasa, dotato di


dieci teste e venti braccia, la sua potenza in battaglia era
leggendaria e non poteva essere ucciso nemmeno dai Deva.

Sampati: enorme avvoltoio fratello di Jatayu, con la sua vista da


rapace aiutò i Vanara a trovare Sita.

Shatrughna: fratello di Rama, avuto da una madre diversa. Gemello


di Lakshmana.

Shiva: Deva della distruzione, raffigurato con più braccia, il corpo


coperto di cenere, adornato da teschi e serpenti. Sulla fronte ha un
terzo occhio verticale e la sua cavalcatura è Nandi, il toro bianco.

Sita: trovata da re Janaka in un solco del terreno, nata da un fior di


loto. Personificazione di Lakshmi, la moglie di Vishnu, e connessa
alla fertilità e alla terra da cui è nata. Andò in sposa a Rama ma
venne poi rapita da Ravana.
Sugriva: re dei Vanara, il popolo delle scimmie. Figlio di Surya, in
perenne lotta con il fratello Vali, figlio di Indra.

Surya: il dio solare che ogni giorno attraversa il cielo sul suo carro
con una sola ruota, simbolo della ruota cosmica, guidato da sette
cavalli dei colori dell’arcobaleno.

Varuna: Potente Deva dei cieli e dei mari.

Vayu: impetuoso dio del vento, raffigurato come un uomo dalla pelle
scura che cavalca un’antilope o un leone. Padre di Hanuman.

Vibhishana: fratello minore di Ravana. Essendo buono e giusto,


preferì voltargli le spalle e allearsi a Rama.

Vishnu: Deva la cui forma universale pervade l’intero universo.


Assieme a Brahma e Shiva, è uno dei Deva che compongono la
trimurti. Spesso assume forma umana, detta avatara, e discende nel
mondo per portare giustizia e luce. I suoi avatara più famosi sono
Rama e Krishna. Viene rappresentato con quattro braccia e la
carnagione scura, come la materia dell’universo. Cavalca Garuda, la
grande aquila.

Vishvamitra: importante sapiente che condusse i giovanissimi


Rama e Lakshmana nel primo viaggio della loro vita, facendo far loro
numerose esperienze formative.

Yama: Deva della morte, figlio del dio sole Surya e della figlia di
Vishwakarma, l’artefice divino.
Bala Kanda
Il libro dell’infanzia

Manu, il progenitore del genere umano, fondò quella che sarebbe


diventata una grande e fiorente capitale, e la chiamò Ayodhya,
ovvero l’Invincibile. Vi regnò suo figlio Ikshvaku, e tutti coloro che
vennero dopo di lui vantarono con orgoglio l’appartenenza alla stirpe
di Ikshvaku, chiamata anche dinastia solare. Al tempo in cui si
svolge questa storia, Ayodhya era governata da Dasharatha, un re
saggio e valoroso, che non era mai stato sconfitto in battaglia.
Nonostante avesse molte virtù, ricchezze a non finire e tre bellissime
mogli, Dasharatha non era felice e credeva che non lo sarebbe mai
stato, dal momento che non aveva un degno erede a cui lasciare il
proprio prospero regno. Con lui l’antica e nobile dinastia dei suoi
padri si sarebbe conclusa, e questo pensiero lo riempiva di
malinconia.
Studiando le scritture sacre e facendosi consigliare dai rishi, anziani
sapienti che conoscevano bene i Veda, i più sacri testi dell’induismo,
concluse che allestendo un grande e fastoso sacrificio avrebbe
chiamato su di sé la benevolenza dei Deva, i quali quindi gli
avrebbero concesso un erede. I preparativi per lo yagna iniziarono
senza badare a spese: la città si riempì di canti e celebrazioni, alte
fiamme arsero per giorni e i tamburi risuonarono senza posa. Per un
intero anno Dasharatha si recò a pregare davanti al fuoco sacrificale
ogni singolo giorno, finché, quando ormai mancava poco allo
scadere dell’anno, uno dei Deva più importanti apparve al cospetto
del re. Si trattava di Brahma, il Creatore, magnifico e splendente con
i suoi quattro volti luminosi, dai quali trassero origine i quattro sacri
libri vedici. Con una delle quattro braccia reggeva una brocca che si
diceva contesse tutte le cose di questo mondo. Brahma comparve,
dicendo a Dasharatha che il suo sacrificio aveva compiaciuto i Deva,
perciò, allo scadere dell’anno, le sue tre mogli gli avrebbero
certamente dato una nobile progenie.
Il re accettò con gratitudine il messaggio del Creatore e rimase in
trepidante attesa, sperando che lo yagna si concludesse senza
intoppi, ma quando ormai mancavano pochi giorni, il cielo venne
sconvolto da lampi e tuoni e la terra parve tremare tutta. I crudeli
demoni rakshasa, guidati dal loro signore Ravana, avevano iniziato a
infestare quelle regioni, portando ovunque scompiglio e
devastazione. Purtroppo la loro venuta turbò il corretto svolgersi del
sacrificio, e Dasharatha, disperato e pieno di rabbia, invocò il dio
Brahma, implorandolo di non permettere che i perfidi rakshasa
l’avessero sempre vinta e potessero disturbare le vite delle povere
persone innocenti, specialmente quando queste compivano sacrifici
per onorare i Deva.
Il suo appello non rimase inascoltato e, sulla cima del monte Kailasa,
i Deva si riunirono per discutere la situazione. Indra, il Deva delle
tempeste, era furioso, “Da quando Ravana guida i rakshasa, sono
diventati molto più agguerriti. Ho cercato di distruggerli io stesso,
tempo fa, ma quelle creature sono così potenti che il figlio di
Ravana, Meghanada, è riuscito persino a farmi prigioniero. Da allora
non fa che vantarsi, facendosi chiamare Indrajit, ovvero il
Conquistatore di Indra. Tutto ciò non è tollerabile, dobbiamo fare
qualcosa!” Vayu, il Deva del vento, era d’accordo, “Ti aiuterei io
stesso a combatterli ma, come ben sai, possiamo fare ben poco, dal
momento che Brahma ha concesso a Ravana il privilegio di non
poter essere ucciso né dagli Asura né dai Deva, e tantomeno da altri
della sua razza”. Il creatore, chiamato in causa, sospirò mestamente,
“A quel tempo non era ancora così crudele, anzi, mi venerava con
devozione e compiva digiuni, preghiere e sacrifici ogni giorno. Sono
rimasto colpito da tanta perseveranza e quindi gli ho concesso quel
dono. Purtroppo la sua nuova invincibilità lo ha reso arrogante: ha
derubato Kubera, il dio della ricchezza, così come ha catturato il
tempestoso Indra. Dicono che abbia anche sollevato il monte
Kailasa con la sola forza delle sue braccia. Si tratta di un nemico
temibile, che per di più ha ordinato ai suoi seguaci di impedire ai
mortali di compiere sacrifici in nostro onore. Ravana e la sua stirpe
di rakshasa devono essere fermati, e credo che questo compito
spetti al più saggio e grande tra noi…” disse, guardando in direzione
di Vishnu, il Conservatore, colui che permea l’intero universo.
Vishnu, la cui pelle è scura come la materia che compone lo spazio
oltre le stelle, fece sentire anche la propria voce, “E sia, mi occuperò
della distruzione di Ravana, e non solo. Brahma, so che hai
promesso a re Dasharatha che avrebbe avuto dei figli ma, dal
momento che il suo sacrificio non è stato completato, non riuscirà ad
averli nel modo prestabilito. Ecco perché mi incarnerò nel grembo
delle sue mogli e rinascerò nella forma di un bambino destinato a
sconfiggere Ravana e a portare scompiglio tra i ranghi dei rakshasa.
Sarà pur vero che né i Deva e tantomeno gli Asura possono fermare
il crudele demone, eppure, nella sua superba richiesta d’invincibilità,
non ha fatto alcun cenno agli umani: forse li considera troppo deboli
per affrontarlo. Gli dimostrerò quanto si sbaglia”.
Sciolto il consiglio tra i Deva, le loro decisioni divennero realtà. Agni,
il dio del fuoco, comparve tra le fiamme sacrificali, consegnando a re
Dasharatha una pappa fatta di riso e latte, dicendo di farla mangiare
alle sue mogli nelle proporzioni che avrebbe ritenuto più adatte. Il
sovrano chiamò dunque Kaushalya, Kaikeyi e Sumitra, e diede a
ciascuna di loro una parte del dono di Agni. Mentre consegnava il
pezzetto che spettava alla terza moglie, un uccello calò in picchiata,
portando via il divino boccone. Sumitra guardò con angoscia la sua
possibilità di dare un figlio al re volarsene via, ma subito le altre due
mogli, che erano per lei come delle sorelle, divisero la loro porzione,
facendo in modo che anche lei potesse mangiarne. Quel cibo
miracoloso fece in modo che le tre donne dessero alla luce gli eredi
al trono di Ayodhya. Da Kaushalya nacque un magnifico bimbo dalla
pelle scura, che per questo venne chiamato Rama, termine che
racchiude sia il significato di scuro che di splendido. Kaikeyi partorì
invece Bharata, mentre Sumitra, che aveva preso una parte di
pappa di riso da entrambe le altre mogli, ebbe due gemelli:
Lakshmana e Shatrughna.
L’uccello che aveva rubato la terza porzione del cibo donato da Agni
volò lontano, raggiungendo una foresta dove i saggi rishi venivano
perseguitati dai rakshasa. Le loro meditazioni erano costantemente
interrotte dai crudeli demoni, che per di più uccidevano o divoravano
i santoni. Lì si era rifugiata Anjana, un’apsara, ovvero una splendida
ninfa, che però aveva deriso un saggio che aveva il volto di scimmia,
e per questo era stata condannata a sua volta ad avere l’aspetto di
un primate. Vinta dalla vergogna, si era ritirata nella foresta, e lì
aveva aiutato i rishi che l’avevano accolta a disfarsi del demone che
li infastidiva. Shiva le aveva suggerito, durante una meditazione, che
il rakshasa poteva essere ucciso solo dal suo stesso sangue, perciò
Anjana aveva aiutato l’eroico Kesari a combatterlo. Il guerriero era
riuscito a ferire il demone, e subito Anjana ne aveva approfittato per
intingere la punta di frecce e lance nel sangue che aveva bagnato il
terreno, consegnandole poi a Kesari, permettendogli di uccidere
l’avversario. Anjana, dopo questa battaglia, comprese che l’aspetto
fisico non era poi così importante, in quanto Kesari era una persona
onorevole, gentile e valorosa, seppur facesse parte della stirpe dei
Vanara, ovvero degli uomini scimmia, e apparisse coperto di pelo,
con una lunga coda prensile. Anjana si innamorò di Kesari e pregò
Shiva di concederle un figlio forte e coraggioso. Come risposta alle
sue preghiere, il Deva del vento Vayu portò con sé la porzione di
pappa di riso che l’uccello aveva lasciato cadere, depositandola con
cura tra le mani di Anjana. La donna la mangiò e, così facendo,
aspettò un bambino che racchiudeva in sé la natura di Shiva, che
aveva garantito il favore, e di Vayu, che aveva portato fin lì il divino
cibo. Anjana diede quindi alla luce un bimbo prodigioso che venne
chiamato Anjaneya, e che assumerà un ruolo molto importante in
questa storia.
Quando Rama era ancora un neonato, sua madre lo lasciò dormire
placido nella culla per recarsi a onorare il dio Vishnu, colui che
mantiene in equilibrio l’universo. Mentre si recava al tempio, notò
che il piccolo Rama si trovava ai piedi della statua del dio e stava
mangiando le offerte a lui dedicate. Stupita, perché era certa di
averlo sistemato nella culla, tornò a controllare, scoprendo che il
bimbo stava dormendo profondamente. Si diresse allora al tempio,
restando davvero senza parole nel vedere che Rama si trovava allo
stesso tempo anche lì. La natura straordinaria di quel bimbo si
manifestò anche di fronte a Kakabhusundi, un corvo che era in realtà
un saggio condannato a vivere nella forma del più denigrato tra gli
uccelli, dal momento che non aveva mostrato rispetto al suo
maestro. Il corvo sentì parlare del bimbo miracoloso e decise di
andare a vedere di persona, svolazzando nei giardini reali di
Ayodhya quando Rama non aveva nemmeno un anno di vita. Il
piccolo era seduto nell’erba e, quando vide l’uccello, allungò le
manine e gli dedicò un luminoso sorriso. Kakabhusundi venne subito
colpito dalla dolcezza di quel bambino e gli saltellò intorno,
facendolo ridere e giocare, restando deliziato dal suono argentino
delle sue risa infantili. Decidendo che, dopotutto, quel Rama non era
poi così diverso dagli altri, volò via, e il piccolo cominciò a piangere.
Nell’udire quei lamenti, il corvo si accorse di sentirsi profondamente
infelice: non voleva essere la causa del pianto di Rama e quindi
tornò indietro. Il bimbo sollevò le manine paffute, cercando di
afferrarlo, e Kakabhusundi svolazzò per sfuggirgli. Dopo qualche
minuto di quel gioco, il corvo si alzò di quota, notando che le dita del
piccolo erano comunque a pochi centimetri dalla sua coda. Andò
ancor più in alto, potendo vedere il palazzo di Ayodhya farsi piccolo
e distante, ma comunque le mani di Rama erano vicinissime e
stavano per prenderlo. Spaventato da questo prodigio, non riuscì più
a volare e venne afferrato dal bimbo, che subito, come è normale a
quell’età, mise in bocca il suo nuovo giocattolo. Il corvo finì con la
testa nella bocca di Rama, e da lì vide qualcosa di straordinario.
All’interno di quel bambino sbocciavano interi universi, ciascuno con
un suo sole, un suo Brahma e miriadi di divinità. In ciascuno di essi
nasceva un Rama o si compivano i più grandi eventi della storia, e
grazie a questa visione Kakabhusundi ottenne il potere di stare al di
fuori del tempo, potendo spostarsi in qualsiasi momento della storia.
Grazie a ciò, assistette alle vicende del Ramayana per undici volte,
cercando sempre di guardarle da un punto di vista diverso, e lo
stesso fece con il Mahabharata, vivendolo per ben sedici volte in
modo da comprendere a fondo le motivazioni e le azioni di ciascuno
dei suoi protagonisti. Nel Ramcharitmanas, un testo prodotto nel
medioevo indiano e raccontato in un linguaggio più vicino alle
persone comuni, per dar modo a tutti di conoscere le straordinarie
avventure di Rama, uno dei narratori è proprio Kakabhusundi, il
quale raccontò le eroiche imprese del principe di Ayodhya a Garuda,
il signore delle aquile.
Rama e i suoi fratelli crebbero grazie all’amore di re Dasharatha e
delle loro madri, diventando dei ragazzi forti, valorosi e saggi. Tra
loro si formarono anche dei legami speciali: Rama, che era una delle
incarnazioni del dio Vishnu, amava in particolar modo il fratello
Lakshmana, in cui invece riposava l’animo di Ananta Shesha, il
serpente che avvolge il cosmo, sostenendolo tra le sue spire, e che
alla fine di ogni universo culla e custodisce Vishnu. Bharata e
Shatrughna invece svilupparono una predilezione l’uno per l’altro, e
così tutti e quattro crebbero felici e in ottima compagnia.
Erano trascorsi quasi sedici anni quando arrivò a palazzo un saggio
rishi di nome Vishvamitra, chiedendo di poter conferire
urgentemente con il re. Un tempo anche Vishvamitra era un potente
sovrano, ma la sua avidità lo aveva messo nei guai. Aveva tentato di
impadronirsi della vacca dell’abbondanza, appartenente al sapiente
Vashista, ma questi era riuscito a distruggere l’intera armata del re,
usando solo il proprio potere spirituale. Vishvamitra, vedendosi
sconfitto, decise di ottenere simili capacità tramite penitenze e
meditazioni. Comprese che le ricchezze e le armate non servivano a
nulla: il vero potere si trovava nella devozione. Abbandonò il trono e
divenne un eremita, cercando di ottenere il favore di Brahma.
Quando ottenne le astra, le armi divine, andò alla ricerca di Vashista,
il suo avversario, e gliele scaraventò contro senza pietà, ma il rishi si
dimostrò ancora una volta superiore, riuscendo ad assorbirle come
se nulla fosse. Adirato e umiliato, Vishvamitra si dedicò a penitenze
ancor più severe per incontrare Brahma, ma il Deva, che conosceva
il cuore rancoroso del saggio, non gli apparve.
Un giorno Vishvamitra seppe che re Trisanku aveva chiesto al suo
rivale di fargli raggiungere i paradisi senza dover abbandonare il
proprio corpo materiale, e che il saggio aveva rifiutato. Il sovrano
domandò aiuto anche a Vishvamitra, il quale accettò solo per
dimostrare di poter riuscire laddove Vashista aveva rinunciato.
Trasferendo su Trisanku i benefici di tutte le sue severe meditazioni,
riuscì a farlo ascendere fino a Indraloka, il reame di Indra, ma il Deva
tempestoso trovò blasfemo che una persona in carne e ossa si
presentasse nel suo regno spirituale e quindi, con un fulmine
scaturito dalla sua Vajra, aprì il terreno sotto i piedi di Trisanku e lo
fece precipitare di nuovo sulla terra. Si sarebbe certamente
polverizzato, toccando il suolo dopo una simile caduta, ma
Vishvamitra riuscì a farlo fluttuare a mezz’aria, posandolo poi con
cura sul terreno. A quel punto, dopo che i Deva avevano ancora una
volta congiurato contro di lui, impedendogli di far raggiungere a
Trisanku i paradisi e facendolo sentire inferiore a Vashista,
Vishvamitra decise di averne abbastanza. “Se questo mondo e
questi dèi non vogliono essermi favorevoli, allora creerò un altro
pianeta, un altro Brahma, un altro Vishnu e un altro Shiva, e allora
finalmente le cose andranno come desidero!” I suoi poteri erano così
estesi che davvero Vishvamitra fu in grado di dare origine a nuovi
soli e stelle, ma i Deva, ammirati ma anche spaventati da simili
abilità, decisero di mostrarsi benevoli, pur di non averlo come
nemico. Brahma finalmente comparve al suo cospetto, accettandolo
come proprio devoto, e anche Vashista infine dovette ammettere i
suoi sconfinati poteri, e finalmente la rivalità tra i due saggi ebbe
fine.
La storia di Vishvamitra era nota a tutti, perciò, quando il saggio si
recò ad Ayodhya per parlare con il re, Dasharatha lo accolse con
ogni onore, proponendosi di soddisfare qualsiasi sua richiesta.
“Maestà, - disse il saggio, senza perdere troppo tempo in
convenevoli - sono venuto fin qui dalla foresta di Dandaka, dove vivo
in povertà e meditazione assieme a molti altri rishi simili a me.
Purtroppo le nostre preghiere vengono troppo spesso disturbate
dalle scorrerie di due terribili rakshasa. Ti prego di intervenire; ho
sentito che tuo figlio Rama ha già dato prova di abilità e coraggio:
lascia che venga con me e si occupi dei demoni!”
Dasharatha trovò eccessiva quella richiesta, Rama non aveva
neppure sedici anni, era troppo giovane per combattere contro
demoni astuti e spietati, perciò chiese piuttosto a Vishvamitra se non
preferisse ricevere un aiuto da parte del suo esercito, o persino del
sovrano stesso, che mai era stato sconfitto in battaglia. Il rishi però
scosse la testa, cominciando a innervosirsi, “Hai detto che avresti
accontentato ogni mia richiesta, vuoi forse rimangiarti la parola data?
Desidero che Rama mi accompagni fino alla foresta. Se lo ritieni
adeguato, anche suo fratello Lakshmana potrà venire con noi e
offrire il suo sostegno. Questo viaggio sarà di grande insegnamento
per i tuoi figli, potranno affinare le loro doti di guerrieri, oltre che fare
esperienze nuove. Nel corso delle mie meditazioni ho visto il loro
destino, ed è quello di mettere fine alla spregevole stirpe dei
rakshasa!”
A questo punto il re dovette accondiscendere, perché far adirare un
rishi poteva scatenare tremende ripercussioni, quindi fece preparare
i due figli alla partenza. I tre lasciarono Ayodhya già il mattino
seguente, a Rama brillavano gli occhi perché non vedeva l’ora di
esplorare il mondo e di imparare molte cose nuove, ed era lieto che
il suo accompagnatore fosse uno dei più saggi e famosi rishi
esistenti.
Il viaggio verso la foresta di Dandaka fu davvero estremamente
istruttivo per i due ragazzi. Il sapiente Vishvamitra insegnò loro i
mantra Bala e Atibala, per renderli immuni alla stanchezza e alla
fatica, inoltre raccontò numerose storie e leggende relative ai luoghi
in cui si fermavano a riposare. La vallata in cui trascorsero la prima
notte era quella di Kamashrama, dove si diceva che Shiva avesse
incenerito il dio dell’amore con il potere del suo terzo occhio. Il Deva
era assorto in profonde meditazioni ma Kama, nel tentativo di
realizzare una profezia che avrebbe fatto nascere un bambino forte
e valoroso, tentò di colpirlo con una delle sue frecce, che avevano il
potere di far innamorare chiunque ne venisse trafitto. Shiva però non
aveva intenzione di essere disturbato e, non appena Kama si fu
avvicinato, aprì il suo terzo occhio, che aveva posto in verticale al
centro della fronte, e la potenza di quello sguardo ridusse Kama a un
mucchietto di ceneri fumanti. L’amore però non poteva essere
distrutto: il mondo intero si reggeva grazie al suo potere. Era lui che
permetteva a uomini e donne di unirsi, così come agli animali e alle
piante, perciò Rati, la moglie di Kama, si recò da Shiva e lo supplicò
di far tornare in vita suo marito per il bene di tutto ciò che popolava il
pianeta. Il dio accolse quelle suppliche, tuttavia non aveva ancora
perdonato del tutto il Deva dell’amore. Lo fece risorgere, ma con un
corpo invisibile, e da quel giorno Kama fu chiamato anche Ananga,
Colui che è senza corpo. Anche se non si poteva vedere, continuava
con perizia a svolgere il suo lavoro, facendo sbocciare l’amore.
Shiva stabilì che Kama avrebbe ripreso una forma materiale solo
dopo essere rinato come Pradyumna, il figlio di Krishna.
Mentre camminavano ascoltando le storie del maestro, i ragazzi
chiesero informazioni riguardo la loro meta. La foresta di Dandaka
era così fitta e rigogliosa per un motivo ben preciso. Un tempo, dopo
che il tempestoso dio Indra ebbe ucciso il colossale serpente Vritra,
dovette compiere un rito di purificazione. Vritra aveva portato
tenebra e siccità in tutto il mondo ma, nonostante ciò, non era altri
che il fratello di Indra, e perciò il dio del fulmine dovette chiedere
perdono. Si fermò a meditare in una pianura e fece scendere dal
cielo un’enorme quantità d’acqua, per lavare via la sua colpa. Il
terreno venne irrigato e, grazie alla costante pioggia, sorse una
maestosa foresta.
Il giorno dopo si misero in viaggio di buona lena, e Vishvamitra notò
con gioia che i ragazzi erano pieni di domande e desideravano
conoscere molte cose, perciò raccontò loro di come le divinità
crearono l’amrita, il nettare dell’immortalità. “I figli di Diti e Aditi,
ovvero i Deva e gli Asura, si riunirono lungo le rive del placido mare
di latte e pensarono di utilizzarlo per creare una sostanza capace di
procurare la vita eterna. Non esisteva un mestolo abbastanza
grande per rimestare una così vasta quantità di liquido, perciò si
recarono da Vasuki, il re dei Naga, ovvero il popolo dei serpenti, e lo
trovarono profondamente addormentato. Gli Asura e i Deva allora lo
afferrarono, attorcigliandolo attorno a un enorme picco roccioso e
afferrandone gli uni la testa e gli altri la coda, usandolo per
zangolare il mare di latte. Dèi e demoni girarono e rigirarono con
tutte le loro forze, notando con entusiasmo che il sacro nettare si
stava formando. Il povero Vasuki, però, a forza di venire strattonato
e rotolato, vomitò fuori tutto il veleno che aveva in corpo, rovinando
l’amrita appena creato. A quel punto intervenne Shiva, che pensò di
risolvere il problema bevendo tutto quanto il veleno e cercando di
contrastarlo grazie ai propri poteri. Sua moglie Parvati, temendo che
quella sostanza potesse ucciderlo, gli piantò le mani nella gola,
impedendo così al liquido di scendere nel suo corpo. Anche così,
Shiva riuscì a neutralizzare la sostanza secreta da Vasuki, ma
questa era talmente letale che rese la gola di Shiva indelebilmente
tinta di blu, e per questo viene chiamato anche Nilakantha, ovvero
Colui che ha la gola blu. Gli intoppi però non erano ancora finiti: un
grosso frammento di montagna si era staccato, a causa del turbinio
del mare di latte, e aveva cominciato a roteare su se stesso con una
forza così grande da rischiare di perforare il fondo del mare, facendo
scivolare via tutto l’amrita. Stavolta fu Vishnu a sistemare le cose,
tramutandosi in una gigantesca tartaruga marina e gettandosi nel
turbine, riemergendo con l’enorme montagna placidamente adagiata
sul proprio carapace. Quando però l’amrita fu pronto per essere
spartito, sorsero grandi contrasti tra Asura e Deva, che sfociarono in
una sanguinosa battaglia, dove Indra si distinse sopra ogni altro,
abbattendo centinaia di demoni grazie al suo inarrestabile fulmine e
facendo piangere a Diti, la madre degli Asura, innumerevoli lacrime.
La dea, disperata, chiese al saggio Kashyapa di darle un figlio
capace di uccidere Indra, vendicando così i suoi discendenti, ma il
Deva delle tempeste scoprì il suo piano e con la Vajra, la sua arma
tonante, tagliò il bambino in ventun parti. Diti, ancor più sconfortata,
pregò Indra di perdonarla e di avere pietà di suo figlio, facendo sì
che da ciascuna delle ventun parti si originasse una creatura lucente
e giusta, che avrebbe servito il dio della tempesta, seguendolo nel
suo peregrinare attraverso i cieli. Il Deva mostrò misericordia e le
accordò questo favore, e così quel giorno nacquero i Marut, i
servitori di Indra, rapidi come il vento e rivestiti di oro scintillante”.
Tra un racconto e l’altro, i tre viaggiatori erano ormai arrivati alla
foresta dove dimoravano i rishi e dove i perfidi rakshasa
disturbavano le loro meditazioni. Era giunto il momento che Rama e
Lakshmana mostrassero il loro valore in battaglia. Il bosco, che un
tempo doveva essere ridente e magnifico, era stato devastato in
lungo e in largo dalla presenza dei demoni mangiatori di carne
umana. I fratelli cominciarono a fare rumore e a spostare rami e
fogliame, attirando così l’attenzione di Tataka, una terrificante
rakshasi che si scagliò contro di loro, decisa a divorarli. Rama e
Lakshmana schivarono prontamente il suo attacco e, sfoderando le
armi in contemporanea, le piantarono nel suo corpo immondo. Non
era stato affatto difficile, e dalla rapidità con cui avevano sconfitto il
loro primo nemico, Vishvamitra comprese che quei due principi
avrebbero avuto un grande destino, perciò insegnò loro a evocare le
astra, le implacabili armi degli dèi, e li invitò nel proprio eremo, dove
avrebbe anche insegnato loro a utilizzarle.
Durante il loro addestramento, Vishvamitra non risparmiò il proprio
sapere, condividendolo con i due principi e narrando numerosi altri
episodi mitologici. “Bali era un potente re degli Asura, e aveva
esteso a tal punto i propri domini da divenire il padrone del mondo
intero. I Deva cercarono un modo per riprendere possesso del
creato, e Vishnu assunse allora l’aspetto di Vamana, un umile nano,
e si presentò alla corte del superbo sovrano, chiedendo che gli
concedesse di possedere la quantità di terra che sarebbe stato in
grado di coprire con tre soli passi. Bali, guardando le corte gambette
del nano, accondiscese, e solo a quel punto Vishnu assunse la sua
forma trascendente, talmente grande che con un solo passo coprì
tutta la terra, con il secondo l’intero universo, e con il terzo, dal
momento che non c’era più spazio disponibile in tutto il creato,
piantò il piede sulla testa di Bali, facendolo sprofondare negli abissi,
dove ancora risiede, dopo essere diventato il signore
dell’oltretomba”.
Vishvamitra viveva di meditazione e preghiera in una radura ricca di
meraviglie: gli animali non avevano paura di avvicinarsi e il vento
frusciava dolcemente tra le foglie, elevando lo spirito e portandolo a
contemplare le più alte verità cosmiche. Lì anche i due ragazzi
pregarono con devozione e compirono sacrifici, ma il settimo giorno
un terribile boato invase il cielo e, da nubi completamente nere,
cominciarono a piovere sangue, carne umana e viscere. I rishi,
sconvolti, interruppero le loro preghiere, ma Rama e Lakshmana
decisero di proteggerli. Cominciarono a scagliare verso l’alto
centinaia di dardi, suggerendo ai saggi di continuare a meditare
senza badare a null’altro. I due avevano così formato una cupola di
frecce che avrebbe impedito a qualsiasi cosa di passare.
I responsabili di quell’immonda pioggia, i rakshasa Maricha e
Subahu, cominciarono allora a scagliare dei grossi massi, rimanendo
sorpresi di vedere che le frecce riuscivano a bloccare anche quelli.
Allora si gettarono in battaglia, non sapendo di andare incontro a
una rapida e palese sconfitta. Subahu venne ucciso mentre Maricha
venne preso per le braccia e fatto girare più volte, dopodiché fu
scagliato lontano, sparendo oltre l’orizzonte. I demoni che
infastidivano i santi rishi erano finalmente stati scacciati e i due
principi avevano adempiuto al loro compito.
Vishvamitra a quel punto avrebbe potuto riportarli ad Ayodhya, ma i
ragazzi erano così desiderosi di imparare altre cose e di vedere
nuove regioni che decise di condurli fino a Mithila, città dove regnava
Janaka. Nel corso di quell’ulteriore pellegrinaggio, i tre si trovarono
sulle rive del Gange, e anche stavolta il maestro diede prova del suo
sapere, narrando ai discepoli in che modo la dea del fiume Ganga
era discesa sulla terra. Un tempo, re Sagara, che non aveva figli, si
recò sull’Himalaya per compiere un sacrifico e pregare i Deva di
dargli una discendenza. Colpiti dalla sua devozione, gli dèi fecero in
modo che una delle sue mogli avesse un solo erede, che però
avrebbe portato avanti la stirpe, mentre l’altra avrebbe partorito ben
seicento bambini, che sarebbero divenuti potenti guerrieri. Tempo
dopo, re Sagara indisse un sacrificio, ma il cavallo che serviva per
compiere il rito venne rubato da Indra, il quale temeva sempre che
gli umani, a forza di preghiere e privazioni, potessero divenire più
forti di lui. I seicento guerrieri andarono alla sua ricerca ma,
nonostante setacciassero ogni angolo del pianeta, non lo trovarono.
Sagara li invitò allora a cercare nel Patala, il reame inferiore, e lì in
effetti trovarono il cavallo intento a brucare tranquillo accanto a un
uomo in preghiera. Ritenendo che fosse il ladro, lo accusarono di
furto e disturbarono malamente le sue meditazioni, ma questi era il
dio Vishnu e, non appena aprì gli occhi seccato, ridusse tutti e
seicento i giovani in cenere. Garuda, il signore dei rapaci, avvisò
l’unico figlio rimasto a Sagara che, per concedere pace allo spirito
dei suoi fratelli, sarebbe stato necessario gettare le loro ceneri nel
Gange. In questo caso, però, visto che i resti non si trovavano nel
mondo dei mortali, per dar loro la salvezza, la dea Ganga sarebbe
dovuta discendere fino al Patala. Garuda ammise che la terra non
avrebbe resistito alla sua potente discesa, perciò consigliò di
pregare il dio Shiva. Il Deva, spinto dalle preghiere dei discendenti di
Sagara, accettò di frenare la caduta di Ganga con la propria testa,
ma la Devi riteneva di essere più forte di Shiva e pensava di riuscire
a travolgerlo con la propria corrente. Scese dunque dal cielo, come
una massa d’acqua roboante, incontrando i capelli annodati di Shiva
e scoprendo che funzionavano come degli argini, intrappolando il
suo flusso e impedendole di proseguire verso la terra. Solo quando
Shiva piegò leggermente la testa, discesero sette rivoli dalla sua
chioma, e Ganga fluì in modo placido e ordinato, creando tre fiumi a
ovest, tre ad est, e infine mandando l’ultimo corso d’acqua sin nel
Patala, dove bagnò le ceneri dei seicento guerrieri, donando loro la
pace eterna.
Quella notte, i due principi e il loro maestro furono ospiti di Gautama,
un rishi la cui moglie era stata condannata all’invisibilità, dal
momento che era stata vanesia in passato e aveva ceduto alle
lusinghe di Indra. La presenza di Rama, che in fondo non era altro
che un avatara di Vishnu, spezzò la maledizione, restituendo ad
Ahalya il suo corpo materiale.
Ben presto i pellegrini raggiunsero la splendida città di Mithila, dove
re Janaka accolse Vishvamitra con estrema reverenza. Il saggio
spiegò al sovrano di essere giunto fino alla sua corte per mostrare ai
suoi giovani discepoli Pinaka, il possente arco di Shiva, che venne
utilizzato dal Deva durante una sfida contro il sommo Vishnu. L’arma
era talmente grande che erano necessari molti uomini per
trasportarla, e nessun mortale era mai riuscito a tenderla e a fissare
la corda. Janaka accordò al rishi di ammirare il leggendario Pinaka e
lo fece portare nella sala, inoltre chiamò anche sua figlia Sita perché
potesse a sua volta assistere.
La fanciulla non era nata da genitori mortali, bensì era uscita da un
fior di loto e l’acqua l’aveva poi trasportata dolcemente fino ad
adagiarla in un campo. Re Janaka l’aveva trovata in un solco e per
questo il suo nome era Sita, che voleva dire, per l’appunto, solco. La
fanciulla era talmente bella che Rama non riusciva a distogliere lo
sguardo, e anche la giovane ricambiò quelle attenzioni, sorridendo
timidamente nella sua direzione. Il sovrano notò l’interessamento di
Rama, perciò spiegò che c’erano delle condizioni per chiedere la
mano della bella Sita, “Ho promesso di concedere mia figlia in sposa
solo a colui che riuscirà a tendere l’arco di Shiva, ma forse sono
stato troppo precipitoso, perché finora nessuno ci è mai riuscito, e
nemmeno cento uomini assieme hanno avuto la forza di piegarlo.
Non vorrei proprio che l’impresa fosse umanamente impossibile e
che la mia bella Sita restasse infine senza un marito”. Rama gli
rispose di non preoccuparsi, perché lui stesso si sarebbe cimentato
nella prova e ne sarebbe uscito vincitore. Detto ciò, prese l’arco e,
nello stupore generale, riuscì a sollevarlo senza alcuna difficoltà,
dopodiché cercò di tenderlo, scoprendo che era davvero resistente.
Mentre s’impegnava, facendo forza con le braccia, si voltò a
guardare la splendida Sita, pensando che, se fosse riuscito a
piegare l’arco abbastanza da fissare la corda in cima, quella
meravigliosa fanciulla sarebbe divenuta la sua sposa. Carico di
buona volontà, decise di usare tutte le proprie energie e quindi tese.
Si udì a quel punto un potente schiocco e ne seguì uno spostamento
d’aria tale che tutte le persone presenti a corte vennero sbalzate
indietro, e molte persero i sensi a causa del boato. Il principe aveva
usato così tanta forza che l’arco di Shiva si era spezzato tra le sue
mani. Il re era sconcertato ma allo stesso tempo entusiasta e corse
incontro al giovane, dicendogli che, viste le sue doti, avrebbe avuto
l’onore di sposare sua figlia.
Rapidi messaggeri furono mandati fino ad Ayodhya per avvisare re
Dasharatha e gli altri due fratelli che a Mithila si sarebbe presto
tenuto il matrimonio di Rama. I suoi familiari giunsero in città per
festeggiare il lieto evento e le nozze furono celebrate con grande
gioia e partecipazione da parte di tutti gli abitanti del regno. Quando
ormai la festa era finita, il cielo cominciò a tremare, come se stesse
arrivando una fortissima tempesta. Gli animali si agitavano e un forte
vento scuoteva alberi e piante: in tutta Mithila aleggiava un’aria di
terrore. Fu allora che apparve a corte Parashurama, il sesto avatara
di Vishnu, terribile e imponente, con la sua enorme ascia appoggiata
a una spalla. I rishi, in preda al panico, ricordarono che quel
guerriero era la manifestazione vendicativa di Vishnu e che tempo
prima aveva quasi sterminato la stirpe degli kshatriya, ovvero la
casta dell’aristocrazia guerriera, che era divenuta avida e superba.
Re Janaka si avvicinò con reverenza al leggendario combattente e
domandò per quale motivo fosse giunto a Mithila. Parashurama
rispose con tono severo, “Sono venuto per Rama. Ho saputo che ha
distrutto Pinaka, il sacro arco che venne usato durante una sfida che
aveva lo scopo di misurare chi fosse il più potente tra Shiva e
Vishnu. Non posso credere che sia stato rotto da un mortale, ma io
sono in possesso di Sharanga, l’altro arco, quello che venne
impugnato da Vishnu. Voglio proprio vedere se Rama sarà in grado
anche solo di sollevare questa seconda arma. Se riuscirà, avrà salva
la vita, altrimenti lo ucciderò”. Dopo aver proferito queste parole, il
guerriero alzò il braccio verso il cielo e fece comparire, in mezzo a
uno sfolgorio abbacinante, il divino arco di Vishnu.
La corte era terrorizzata, solo Rama appariva molto tranquillo. Si
avvicinò a Parashurama e prese Sharanga tra le mani,
soppesandolo, quindi, con estrema serenità, come se si trattasse
dell’arco che utilizzava ogni giorno, lo tese e incoccò una freccia. A
quel punto Parashurama s’inchinò, comprendendo che Rama non
era un giovane qualsiasi: doveva trattarsi per forza del settimo
avatara di Vishnu, dal momento che solo chi aveva in sé l’animo del
dio cosmico era in grado di utilizzare le sue armi. Nonostante Rama
avesse ottenuto il rispetto dell’antico guerriero, questi dovette
ricordargli che, una volta incoccata una freccia nel sacro Sharanga,
non si poteva evitare di scagliarla, ma questa sarebbe stata così
potente che avrebbe annichilito senza pietà qualsiasi cosa avesse
colpito. Parashurama chiese dunque a Rama di perdonarlo per non
aver capito subito chi fosse e lasciò che la freccia ormai incoccata si
dirigesse verso di lui, anziché rischiare di distruggere la città con
quel colpo ormai inevitabile. Il dardo quindi lo trapassò, facendolo
svanire. Parashurama non venne distrutto a causa di quel colpo, ma
perse gran parte dei suoi poteri, ottenuti dopo anni di penitenze e
meditazioni.
Assieme al possente guerriero, anche il gravoso silenzio che
opprimeva l’intera capitale scomparve, le nubi si dissiparono e tornò
la quiete. Rama stava ancora stringendo Sharanga, che da quel
momento in poi rimase sempre al suo fianco. Cessato il pericolo, i
novelli sposi poterono lasciare Mithila, mettendosi in viaggio verso
Ayodhya assieme a Dasharatha e al resto della famiglia reale.
Ayodhya Kanda
Il libro di Ayodhya

Quando fu nuovamente nel suo palazzo, re Dasharatha si sentì


davvero orgoglioso dei successi del figlio: non solo Rama aveva
dato prova di grande coraggio, sconfiggendo i rakshasa assieme al
fratello, ma si era anche sposato con una fanciulla splendida e di
nobili origini. “Ormai, - pensò – sono vecchio ed è tempo che mi ritiri.
Lascerò il trono a Rama, che è nel fiore degli anni, sono certo che si
dimostrerà un re saggio e onorevole”. Confidò queste sue volontà
anche ai consiglieri e ai rishi, che si trovarono più che d’accordo:
Rama sarebbe stato un degno sovrano per Ayodhya.
“Molto bene, - esclamò il re – iniziate dunque a preparare la
cerimonia per l’incoronazione!” Non appena la notizia si diffuse,
l’intera città fu in fermento. Rama era riconosciuto per il suo valore e
la sua onestà ed era estremamente amato dal popolo, tuttavia a
corte vi era un’ancella che non partecipava dell’enorme gioia che
invece animava il resto della servitù. Si trattava della damigella
personale di Kaikeyi, la seconda moglie del re e madre di Bharata.
L’ancella si precipitò nelle stanze della sua signora, avvertendola di
un grave pericolo in agguato, “Re Dasharatha vuole insediare sul
trono Rama!” esclamò concitata, notando che la regina non
mostrava alcun segno di preoccupazione ma anzi, le rispose che
Dasharatha aveva avuto un’ottima idea e che di certo Rama sarebbe
stato un buon regnante.
“Mia signora, non capisci? – insistette la serva – Se Rama diventerà
re, cosa resterà per tuo figlio Bharata? La gelosia e l’ossessione si
annideranno nei cuori dei quattro fratelli, tanto che finiranno con
l’uccidersi l’un l’altro per la corona! Non appena Rama sarà re, farà
assassinare i suoi fratelli, per paura che possano ordire qualche
inganno al fine di liberarsi di lui, e anche tu a quel punto sarai esiliata
e disonorata!” Kaikeyi cominciò a spaventarsi, non aveva mai
guardato le cose sotto questa luce. In ogni caso, non sapeva come
fare per impedirlo, “Mio marito ha già fatto la sua scelta, non
possiamo fare nulla ormai per favorire Bharata”.
La serva però era assai scaltra e aveva già in mente un piano. “Mia
regina, non ricordi forse la storia che mi raccontasti proprio l’altro
giorno? Tuo marito, re Dasharatha, era sceso in battaglia ed era
rimasto gravemente ferito, tanto che tutti pensavano che sarebbe di
certo morto, eppure, grazie alle tue attenzioni e alle tue cure, riuscì
ben presto a tornare in salute. Te ne fu talmente grato che ti promise
di realizzare i due tuoi più grandi desideri, ma se non sbaglio, mia
signora, non hai ancora espresso al re le tue volontà… Potresti farlo
ora. Piangi e mostrati disperata, cosicché lui ti chieda cosa può fare
per farti tornare felice, e a quel punto ricordargli della sua promessa.
Chiedi come prima cosa che Rama sia mandato in esilio nella
foresta, e come seconda che Bharata divenga re!”
Kaikeyi, stupita dall’astuzia della sua ancella, decise di seguire le
sue istruzioni e, con il volto rigato di lacrime, si presentò al re suo
marito. Dasharatha teneva molto alle sue mogli, perciò si accorse
subito che qualcosa non andava e le chiese di rivelargli il motivo del
suo sconforto, affinché potesse aiutarla a star meglio. A quel punto
Kaikeyi ricordò al sovrano la promessa di realizzare due suoi
desideri, e chiese che Rama venisse mandato in esilio per
quattordici anni, mentre suo figlio Bharata, al quale altrimenti non
sarebbe rimasto nulla, avrebbe regnato al suo posto.
Il re era un nobile kshatriya e perciò non poteva venir meno alla
propria parola, eppure in questo caso avrebbe tanto voluto impedire
all’invidiosa moglie di mettere in atto il suo piano. Furibondo,
l’accusò di essere diventata una donna meschina, che avrebbe
privato Ayodhya di un re giusto, tuttavia fu costretto a esaudire le
sue volontà. Atterrito e con le lacrime agli occhi, fece convocare
Rama nella sala del trono, ma quando lo ebbe di fronte, venne
sopraffatto dal dolore e dal peso di quell’ingiustizia, e non fu in grado
di proferir parola, restando a guardarlo in un silenzio carico di
tristezza.
Vedendo suo padre in quelle condizioni, Rama chiese cosa fosse
accaduto e, visto che Dasharatha non parlava, toccò a Kaikeyi
spiegare la decisione del re di mandarlo in esilio. “Lo faccio per mio
figlio Bharata, - ammise – al quale non resterebbe nulla, se tu salissi
al potere. Il re aveva promesso di concedermi due desideri e sono
questi: voglio che tu te ne stia nella foresta per quattordici anni,
mentre sul trono di Ayodhya assurgerà mio figlio. Il popolo ti ama e
ormai sperava di vederti incoronato, ma se starai via per così tanto
tempo, Bharata avrà modo di farsi perdonare e apprezzare dalla sua
gente”. L’espressione di Rama non ebbe il minimo mutamento, si
mantenne serena e imperturbabile, come al solito, “Quando sono
entrato nel salone e ho visto il viso sconvolto di mio padre, ho
temuto che fosse accaduto qualcosa di terribile, sono felice di
sapere che invece si tratta solo di questo. Per me non c’è alcun
problema, non sono interessato alla corona, al potere e alle
ricchezze, li avrei accettati solo per dovere nei confronti di mio
padre. Se ora lui mi ordina invece di andare in esilio, seguirò queste
sue volontà. Mi recherò nella foresta con la stessa tranquillità con cui
sarei salito al trono, compiacendo il desiderio del mio re, così come
quello dei Deva, coloro che governano il destino. Non angustiatevi,
vi prego, questo evento non turba minimamente la mia quiete
interiore, inoltre sono sicuro che mio fratello Bharata sarà un ottimo
sovrano” concluse.
Detto ciò, Rama andò a prepararsi per la partenza, dovendo
rinunciare ai suoi ricchi paramenti per indossare abiti di corteccia,
ma lungo la strada incontrò Lakshmana, che aveva saputo la novità
ed era furibondo. Il fratello afferrò Rama per un braccio e lo
rimproverò, “Sei forse impazzito? Per quale motivo hai accettato le
orribili macchinazioni di Kaikeyi? Nostro padre è stato costretto a
seguire le sue volontà, ma è palese che questa decisione lo faccia
soffrire. Quella perfida donna ti ha privato del trono che ti spetta di
diritto e perciò diviene nostra nemica! Affrontiamola insieme e
facciamo aprire gli occhi a nostro padre!” disse, stringendo i pugni
per la rabbia. Rama invece restava placido e sereno, anche se si
addolorò nel sentire che suo fratello provava un simile astio nei
confronti di Kaikeyi, che in fondo faceva parte della loro famiglia.
“Lakshmana, stai calmo, nulla avviene al di fuori del volere dei Deva,
perciò, se questo è ciò che è stato preparato per me, sono pronto ad
accettarlo. Oggi stesso andrò nella foresta e resterò lì, a meditare e
ad ascoltare la saggezza dei rishi per quattordici anni, come mi è
stato chiesto”. Lakshmana allora abbassò i pugni, sospirando e
placandosi, “Come al solito ti dimostri più saggio di tutti noi, come se
Vishnu in persona parlasse attraverso la tua bocca. Perdona il mio
scoppio d’ira e permettimi di accompagnarti nella foresta. Mi sei
molto caro e non potrei sopportare di starti lontano per un così lungo
lasso di tempo!” Rama gli sorrise, ammettendo che l’unica cosa che
lo spaventava dell’esilio era il doversi separare dal caro fratello e
dalla bellissima moglie, perciò lasciò che Lakshmana si preparasse
per andare con lui.
Arrivò dunque il momento di spiegare anche a Sita l’accaduto,
dicendo a colei che fino al giorno prima era pronta a diventare
regina, che invece avrebbe dovuto aspettare per quattordici anni il
ritorno di suo marito. La fanciulla cominciò a piangere, ma non per
l’occasione perduta, in verità non voleva che Rama partisse senza di
lei. “Non lasciarmi sola, sono pronta a seguirti nella foresta, l’unica
cosa che voglio è restare al tuo fianco!” implorò. Rama però non era
convinto che fosse una buona idea, Sita era splendida e delicata
come un fiore, l’aspra vita da esule non faceva per lei e la foresta
era piena di pericoli, puntualizzò. “Non importa! Tu e Lakshmana non
siete forse abbastanza forti da proteggermi? Anche l’eremo più
solitario e selvaggio del mondo mi sembrerà meglio di una reggia, se
potrò stare con l’uomo che amo!” A quel punto Rama si intenerì e
accettò la presenza della moglie, preparandosi a partire assieme alle
due persone che gli erano più care in assoluto. Anche Urmila, la
moglie di Lakshmana, avrebbe voluto seguirli, ma era necessario
che qualcuno restasse a corte per prendersi cura del re e delle sue
mogli, che iniziavano a essere avanti con l’età. Urmila accettò di
sacrificarsi per il bene della sua famiglia, e questa non fu l’unica
privazione che la sposa di Lakshmana compì per il bene di Rama e
di suo marito.
Nel frattempo, tutta Ayodhya era in fermento. Il popolo, saputo
dell’improvviso esilio dell’erede al trono, si era riversato per le
strade, arrabbiato e deciso a schierarsi dalla parte di Rama.
“Sarebbe stato il migliore dei re e perciò siamo disposti a seguirlo
ovunque andrà!” esclamava la folla contrariata, ammassandosi
davanti alle porte della città, pronta a mettersi in processione al
seguito dell’amato principe. Kaikeyi era furibonda: se tutto il popolo
avesse lasciato Ayodhya, a Bharata sarebbe rimasto il dominio su
una città fantasma. Ordinò alla gente di tornare nelle proprie case e
proibì di unirsi al pellegrinaggio di Rama. In molti però ignorarono
questi comandi e si misero al seguito dei due principi e della
principessa esiliati, anche se questi li pregavano di tornare indietro.
“Sto andando nella foresta, non è posto per voi, che avete una casa
e una famiglia ad Ayodhya. Sono davvero commosso dalla
devozione che mi state dimostrando, e proprio per questo vi chiedo
di darmi ascolto e di tornare in città, accettando la saggia guida di
mio fratello Bharata e mostrando anche a lui questa vostra grande
lealtà!” predicava Rama, ma nessuno sembrava dargli ascolto.
Infine, quella sera, la numerosa comitiva si accampò al limitare di un
bosco, ma i tre esuli non andarono a dormire, bensì approfittarono di
quel momento per abbandonare di nascosto il vasto seguito e
fuggire nel folto della foresta, ben sapendo che all’alba, non
riuscendo più a trovarli, il popolo si sarebbe rassegnato a far ritorno
nelle proprie case.
Rimasti soli, i tre camminarono a lungo, perché Rama non voleva
fermarsi nei pressi di Ayodhya, per paura che qualcuno lo
riconoscesse. Chiese a un rishi indicazioni circa un luogo tranquillo
dove andare a risiedere con la moglie e il fratello, e gli fu consigliato
di recarsi alla collina di Chitrakuta, un posto rigoglioso e immerso
nella quiete naturale. I tre raggiunsero allora il luogo stabilito e
notarono subito che si trattava di un autentico angolo di paradiso,
con fresche sorgenti, animali timidi e pacifici, fiori e frutti in gran
quantità, e persino la gradita compagnia di qualche rishi che si era
fermato lì per meditare. Vi era inoltre un enorme avvoltoio di nome
Jatayu, che divenne loro alleato e si propose come guardiano.
Jatayu era figlio del fratello di Garuda, la grande aquila che
trasportava Vishnu sul proprio dorso, nonché re di tutti gli avvoltoi.
Aveva fatto il nido sull’albero più alto di quella radura e fu assai lieto
di poter dimorare accanto a Rama. I tre esuli si stabilirono su quella
collina e cominciarono a vivere in gioiosa semplicità. Nonostante si
trovassero in un luogo non civilizzato, ebbero tutto ciò che era
necessario per condurre un’esistenza priva di preoccupazioni.
Vishwakarma, Colui che tutto crea, era l’architetto degli dèi, ma si
presentò da Rama nella forma di un umile costruttore, e si offrì di
aiutarlo a mettere in piedi una casupola. In questo modo, Rama, Sita
e Lakshmana ebbero una splendida casetta nel bosco, dove non
mancava proprio nulla.
Intanto, ad Ayodhya, re Dasharatha era rimasto talmente intristito
dagli ultimi avvenimenti che si era gravemente ammalato. Nel delirio,
ricordava quando, in gioventù, aveva scagliato una freccia oltre i
cespugli, dopo aver udito il rumore di un elefante intento ad
abbeverarsi al fiume. Giunto a controllare la preda, aveva scoperto
con orrore di non aver colpito un elefante, ma un uomo che stava
raccogliendo acqua per mezzo di una rudimentale pompa. Costui
pregò Dasharatha di recarsi alla capanna che sorgeva lì vicino, per
portare un po’ d’acqua ai genitori anziani e ciechi che lo stavano
aspettando e per avvertirli della morte del loro unico figlio, perché
non si mettessero in pericolo uscendo a cercarlo in mezzo alla
foresta. Dasharatha, colmo di tristezza, decise di fare almeno
quell’ultimo favore all’uomo che aveva ucciso per errore, ma quando
i genitori ciechi scoprirono di avere a che fare con l’assassino del
loro unico figlio, lo maledissero: “Anche tu, come noi, verrai separato
da tuo figlio e morirai da solo, in preda alla tristezza e alla
sofferenza!” Queste parole, che nel corso degli anni, tra i successi in
battaglia e lo sfarzo del palazzo, erano parse lontane e irrealizzabili,
ora tormentavano il re in tutta la loro fatalità. Nel giro di poche
settimane trascorse in preda alle febbri e al delirio, Dasharatha morì.
I suoi figli Bharata e Shatrughna in quel periodo non si trovavano in
città e perciò non sapevano nulla dei tranelli di Kaikeyi, ma alla
morte del sovrano fu necessario richiamarli alla capitale. I due
principi erano lieti di essere stati convocati dal caro padre, che non
vedevano ormai da mesi, ed erano ansiosi di riabbracciare anche le
loro madri e i fratelli. Quando però entrarono ad Ayodhya, notarono
subito che qualcosa non andava. Le strade erano vuote e silenziose,
le persone avevano volti tristi e delusi, la soave musica che
solitamente risuonava per le strade taceva mesta, insomma, tutto
faceva presagire che una tragedia si fosse abbattuta sul regno.
Quando entrarono a palazzo e chiesero di vedere il re, scoprirono
con immenso dolore che era morto, e quando domandarono di
conferire con Rama e Lakshmana furono messi al corrente del loro
esilio. Kaikeyi cercò di consolare suo figlio, “Tutto questo è accaduto
perché tu potessi essere re, perciò sali sul trono che ormai ti
appartiene!”
Bharata si scostò, guardando la madre con rabbioso sgomento, “Hai
pianificato tutto questo, mandando in rovina una intera città, solo
perché volevi che io fossi re? Da quando, madre, sei diventata una
creatura ingannevole e crudele? Rama sarebbe stato il miglior re
che Ayodhya avesse mai visto, e ora è in esilio a causa della tua
gelosia. Non accetterò la corona che mi offri in modo disonesto,
andrò a cercare mio fratello e lo farò tornare qui, sul trono che gli
spetta, e per rimediare alla vergogna che hai arrecato a tutti noi,
prenderò io il suo posto in esilio per quattordici lunghi anni”. Kaikeyi
cercò di dissuaderlo, ma Bharata non la stette nemmeno a sentire.
Indignato lasciò il palazzo, facendo preparare i suoi migliori uomini
per partire subito alla ricerca di Rama e porre un rimedio alle azioni
sconsiderate e vili della propria madre.
Rama e Lakshmana si trovavano nella loro modesta ma piacevole
casetta presso la collina di Chitrakuta, quando videro un gran
polverone nell’aria, provocato da un gran corteo di carri, fanti e
cavalieri. Lakshmana andò a controllare, notando i vessilli di
Ayodhya e scorgendo alla guida della processione il proprio fratello
Bharata. Corse subito ad avvisare Rama, agitato e furioso, “Cos’è
venuto a fare qui? Non gli basta il trono che gli hai generosamente
ceduto? Forse teme che il popolo continuerà comunque a preferire
te, e ha deciso di toglierti di mezzo per poter regnare in modo
sicuro?” L’altro lo rimproverò, “Bharata è sempre stato un uomo
onesto, perciò non credo proprio che sia venuto per uccidermi.
Lascerò che si avvicini e sentirò cos’ha da dirmi” rispose.
Bharata venne dunque ricevuto con cortesia, gli furono offerti pura
acqua di fonte e qualche dolce frutto, quindi Rama volle sapere il
motivo della sua visita. “Fratello mio, - disse quindi Bharata – ho
saputo del torto che ti è stato fatto dalla mia invidiosa madre e me ne
rammarico molto. Voglio porre rimedio, prendendo il tuo posto in
esilio e lasciando che tu, che sei stato scelto dal nostro defunto
padre, occupi il posto che ti spetta”. Rama, che aveva vissuto in
totale isolamento, non sapeva della morte del sovrano, e a quelle
parole pianse amaramente, tuttavia non volle accettare l’offerta di
Bharata, “Questo tuo atto non fa che dimostrare la tua onestà e
comprovare il fatto che sarai un buon regnante. Ho promesso a
nostro padre che sarei rimasto in esilio per quattordici anni, perciò
non intendo venir meno alla parola data”. L’altro comprese che non
ci sarebbe stato modo di fargli cambiare idea, anche se era ingiusto
che, a causa dell’invidia di una donna, il più saggio e onorevole dei
suoi fratelli dovesse starsene nella foresta come un selvaggio,
anziché governare con giustizia il popolo che tanto lo amava. Rama
però non avrebbe mai infranto i propri voti, perciò Bharata dovette
trovare un compromesso che sistemasse le cose, “E sia, tornerò ad
Ayodhya, ma vi regnerò in tua vece fino a che non farai ritorno
dall’esilio. Dammi i sandali che porti ai piedi, li porrò sul trono, in
modo che sia chiaro a tutti che non sono io il legittimo sovrano, ma
che agisco nel tuo nome”.
Rama abbracciò il leale fratello e gli concesse i propri calzari, quindi
lo salutò con affetto e gli raccomandò di perdonare Kaikeyi, che in
fondo aveva agito spinta dal disegno deciso dai Deva. I fratelli si
diedero appuntamento al palazzo di Ayodhya quattordici anni dopo e
Bharata tornò in città, dove si dimostrò davvero un sovrintendente
giusto ed equilibrato, mentre i suoi fratelli continuavano la loro vita
incontaminata sulla collina.
Aranya Kanda
Il libro della foresta

Trascorsero vari mesi, durante i quali Rama, Sita e Lakshmana


avevano pregato, meditato e vissuto con semplicità e serenità sulla
collina di Chitrakuta, ma ben presto la quiete venne meno, perché i
rakshasa cominciarono a infestare anche quelle zone, tanto che i
rishi, sentendosi minacciati, decisero di andarsene. Rama però non
aveva paura e pensò di rimanere, anche se gli attacchi dei demoni
erano sempre più frequenti. Il primo a scontrarsi con i due fu
Viradha, un rakshasa che usava impalare le sue vittime. Rama e
Lakshmana seguirono le tracce lasciate dal sangue di tre leoni e un
elefante infilzati in modo barbaro nei tronchi spezzati, un tempo
alberi rigogliosi. Viradha non poteva essere ucciso dalle normali armi
e perciò i due fratelli dovettero stritolarlo a mani nude. Quando
Rama posò il piede sulla sua testa, sancendo la vittoria, il rakshasa
ottenne il ricordo delle sue vite precedenti. Un tempo era stato un
gandharva, uno spirito danzante della foresta, ma era stato
condannato a rinascere in forma di demone a causa dei peccati
commessi. Pregò Rama di ucciderlo, in modo da liberarlo dalla
maledizione, quindi morì, pregando i Deva di perdonarlo.
In questo periodo i tre esuli fecero la conoscenza del sapiente
Agastya, un uomo talmente saggio che, quando tutti i rishi si erano
recati al matrimonio di Shiva e Parvati, era rimasto da solo a vegliare
sul mondo. Un giorno era salito su una montagna che, superba,
voleva sfidare gli dèi crescendo a dismisura, ma quando Agastya vi
pose sopra il piede, il monte si piegò umilmente. Il rishi non temeva i
demoni, ed era riuscito a disfarsi di Vatapi e Ilvala, due fratelli in
grado di ricomporre il loro corpo, anche quando questo veniva
spezzato in mille frammenti. Ilvala assumeva aspetto umano e
fingeva di portare ai saggi qualcosa da mangiare, quindi, non
appena i rishi avevano finito il loro pasto, subito chiamava a gran
voce il fratello. La carne data ai sapienti apparteneva proprio a
Vatapi, e nel sentire i richiami di Ilvala, questi si ricomponeva,
uscendo dal ventre dei poveretti che lo avevano mangiato,
squarciandoli per poi tornare integro in mezzo a loro. Un giorno
Ilvala fece questo scherzo anche ad Agastya, il quale però, grazie
alla sua devozione per Ganesha, il più goloso tra i Deva, fu in grado
di digerire la carne del rakshasa, così, quando Ilvala chiamò il
fratello, questo non riuscì a ricomporsi. A quel punto, svelato il
trucco, Ilvala era stato incenerito dal solo sguardo severo di Agastya.
Fu durante questo periodo turbolento che Lakshmana, desideroso di
proteggere Rama e Sita, si accorse di non potervi riuscire del tutto.
Quando i due sposi dormivano, avrebbe voluto stare di guardia per
l’intera notte, invece il sonno lo coglieva, impedendogli di compiere il
suo dovere. Affranto, pregò i Deva affinché gli permettessero di
vincere la stanchezza, e in quel momento Nindra, la Devi del sonno,
comparve al suo cospetto. “Lakshmana, il tuo affetto per Rama e
Sita è davvero encomiabile. So che vuoi difenderli da ogni pericolo e
che ti struggi perché senti le palpebre farsi sempre più pesanti.
Nessuno può sfuggire al mio dolce abbraccio e, anche se sei forte e
valoroso, prima o poi anche tu sarai sconfitto dal sonno. Posso però
aiutarti, facendo in modo che tu non abbia mai bisogno di dormire
finché tuo fratello sarà in esilio. In cambio però qualcuno dovrà
riposare al tuo posto, cadendo in un sonno profondo che durerà per
quattordici lunghi anni. Conosci qualcuno disposto a tanto pur di
proteggere Rama e Sita?” Lakshmana annuì con convinzione, senza
pensarci nemmeno per un istante. Sapeva chi sarebbe stato pronto
a fare qualsiasi cosa pur di aiutarli, “Urmila! – esclamò – Mia moglie!
Vai da lei, ad Ayodhya, e proponile di dormire al mio posto, cosicché
io possa tenere al sicuro mio fratello e la sua sposa!” La dea Nindra
fece come le venne detto, e Urmila infatti accettò di buon grado di
sprofondare in un lungo sonno, pur di contribuire a sua volta alla
salvezza di Rama e Lakshmana.
Un giorno, mentre Rama meditava all’ombra di un albero, sentì dei
rumori e si destò, trovandosi di fronte una gigantesca e terrificante
rakshasi. Nonostante l’aspetto orribile, il suo atteggiamento non
sembrava aggressivo, anzi, pareva proprio che la demonessa si
fosse fermata per ammirare Rama, colpita dalla sua bellezza. Il
principe, che non era mai sgarbato, le chiese gentilmente se avesse
bisogno di qualcosa, e la rakshasi, che non era abituata a essere
interpellata con tono così dolce, non riuscì a tenere a freno i propri
sentimenti, “Da quando ti ho visto, sono subito rimasta incantata
dalla tua bellezza. Il tuo viso è perfetto e il tuo corpo dalla pelle scura
è in splendida forma, inoltre sei anche dolce e gentile, perciò mi
sono innamorata perdutamente di te e non avrò pace finché non
sarò la tua sposa!” esclamò con gli occhi lucidi. Rama, stranito da
quell’inaspettata dichiarazione d’amore, specialmente da parte di
una rakshasi, non trovava però giusto deriderla o scacciarla
malamente, dal momento che, in fondo, era stata sincera e cortese.
“Le tue parole mi lusingano e sarei molto lieto di avere una moglie
bella e saggia come te, - le disse, cercando di non farla soffrire –
però ho già una consorte e le ho promesso di non prenderne altre,
quindi non posso accettare la tua offerta”. La rakshasi se ne andò in
lacrime, anche se in cuor suo non aveva smesso di amare l’unico
uomo che, in tutta la sua vita, le avesse mai detto che era bella.
Durante la fuga, s’imbatté in un altro giovane molto simile a Rama.
Era uguale in tutto e per tutto, solo che aveva la pelle chiara. Si
trattava inequivocabilmente di suo fratello e, dal momento che c’era
solo una donna nei paraggi, costui non doveva essere a sua volta
sposato.
La rakshasi si avvicinò a Lakshmana, pensando che, non potendo
avere l’adorato Rama, avrebbe potuto accontentarsi di suo fratello e,
visto che le erano stati appena fatti dei complimenti, non ebbe alcun
timore e si dichiarò. “Poco fa ho parlato con Rama, chiedendogli di
divenire sua moglie, ma mi ha rifiutata, dal momento che è già
sposato. Tu però sei qui da solo, perciò perché non diventi mio
marito?” chiese, lasciando il principe esterrefatto. Non comprese
quella situazione inverosimile e pensò che si trattasse di uno
scherzo di Rama, quindi decise di stare al gioco, “Capisco, ma non
credo che dovresti accontentarti di una seconda scelta, una donna
della tua bellezza non deve temere rivali. La moglie di Rama non
può competere con te in grazia e leggiadria, perciò torna da lui e
insisti, vedrai che riuscirai a sedurlo!”
La rakshasi credette a quelle parole e si convinse che Rama
l’avrebbe davvero sposata volentieri, se solo non ci fosse stata di
mezzo la sua prima moglie. La sua natura demoniaca non le
permetteva di riconoscere il giusto dallo sbagliato, perciò ritenne che
togliere di mezzo Sita fosse la cosa migliore da fare. Andò subito
dalla fanciulla e cercò di attaccarla, ma Lakshmana, che l’aveva
seguita per godersi lo scherzo, sentì Sita gridare e accorse in suo
aiuto, scagliandosi con le armi in pugno contro la rakshasi e
ferendola al viso, umiliandola e cacciandola via. Solo allora la
demonessa realizzò di essere stata presa in giro, sia da Lakshmana
che da Rama e, sconvolta e disperata, fuggì lontano, raggiungendo il
regno di suo fratello Ravana, il signore dei rakshasa, chiedendogli di
vendicare quell’affronto.
Il re dei demoni inviò alcuni dei suoi servitori alla collina di
Chitrakuta, e quei pochi che fecero ritorno riportarono notizie
dell’incredibile potenza di Rama e Lakshmana, oltre che
dell’incomparabile bellezza della donna che era con loro. A quel
punto Ravana pensò di agire personalmente, portando via la moglie
a colui che aveva osato offendere sua sorella. Sentendo i racconti
dei suoi uomini, però, comprendeva che non sarebbe stato così
facile avvicinarsi incolumi all’abitazione di due simili guerrieri, perciò
chiamò uno dei suoi più cari amici, un rakshasa di nome Maricha,
che più volte lo aveva consigliato in modo saggio.
Ravana era dotato di dieci teste e di ben venti braccia, inoltre era
formidabile in battaglia, tanto che aveva messo in fuga persino gli
stessi Deva. Assieme al figlio, aveva catturato il dio Indra, e a mani
nude era riuscito a sollevare il Kailasa, la montagna dove dimorava
Shiva. Aveva inoltre compiuto digiuni, preghiere e meditazioni che lo
avevano reso accorto e sapiente, perciò non si trattava di un
demone che agiva in modo sciocco e avventato come molti suoi
simili. Il signore dei rakshasa era insomma un avversario temibile e
scaltro, che sarebbe stato meglio non avere come nemico. Quando
Maricha giunse al suo cospetto, Ravana gli chiese di aiutarlo a
ideare un piano che potesse permettergli di avvicinarsi impunemente
alla collina di Chitrakuta, dove dimoravano Rama e sua moglie, per
poi fuggire via assieme alla fanciulla. Non appena Maricha sentì
pronunciare il nome di Rama, cominciò a tremare, ricordando il
grande volo che gli aveva fatto compiere, scaraventandolo fin negli
abissi del mare. “Lascia perdere quel guerriero, se scenderai in
battaglia contro di lui, certamente morirai. Il miglior consiglio che io
possa darti è questo: dimentica sua moglie e goditi in pace i lunghi e
prosperi anni che hai ancora di fronte!” disse tra un tremito e l’altro.
Ravana non si era mai tirato indietro di fronte a un’impresa e i timori
di Maricha suonarono vili e offensivi alle sue orecchie. “Devo
vendicare un’offesa arrecata a mia sorella e non sarà certo un
misero umano a farmi rinunciare al mio proposito. Maricha, sono il
tuo re e perciò mi devi obbedienza. Ti ordino di aiutarmi a catturare
la moglie di Rama; se rifiuterai, ti ucciderò con le mie stesse mani!”
decretò, ottenendo a quel punto il pieno appoggio da parte di
Maricha, il quale sapeva che Rama sarebbe stato pericoloso, ma
morire per mano di un nemico era sempre meglio che perire perché
accusati di tradimento dal proprio sovrano.
Nel frattempo, a Chitrakuta la vita proseguiva tranquilla, in mezzo
alle meraviglie della natura. Un giorno Sita vide tra la boscaglia un
magnifico cervo dal pelo dorato, con qualche chiazza argentea sulla
schiena. Non aveva mai posato gli occhi su un esemplare tanto
maestoso perciò domandò al valoroso marito di catturarlo, di modo
che potesse tenerlo con sé nella radura, prendendosene cura con
dedizione. Rama andò allora a prendere l’arco e le frecce, mentre
Lakshmana cercava di fermare il cervo, insospettito dall’insolita
bellezza dell’animale. “Non si è mai visto un esemplare simile,
potrebbe trattarsi di un tranello dei rakshasa!” mise in guardia il
fratello, che però non si dimostrò affatto preoccupato “Se è così, lo
ucciderò, se invece si tratta di un semplice cervo, lo donerò a Sita,
cosicché possa farle compagnia in questo bosco lontano da casa.
Non temere per me, so badare a me stesso. Tu, piuttosto, resta
accanto a mia moglie fino al mio ritorno e veglia su di lei!” rispose,
prima di gettarsi all’inseguimento del maestoso cervo.
Rama era un abile cacciatore e sapeva bene come tendere una
trappola alla preda, facendola correre in un vicolo cieco o prendendo
una scorciatoia per poterla raggiungere e catturare con facilità.
Stavolta la sua esperienza non gli era di alcun aiuto, questo cervo
aveva davvero qualcosa di speciale perché riusciva a fuggire con
una rapidità sorprendente e sembrava avere anche una spiccata
intelligenza, perché evitava appositamente le vie più pericolose o
cieche. A volte, quando Rama era troppo vicino, sembrava
addirittura sparire nel nulla, come se stesse usando qualche
incantesimo capace di renderlo invisibile, per poi ricomparire in
lontananza. Rama cominciò a pensare che Lakshmana avesse
ragione: quel cervo aveva certamente qualcosa di strano e poteva
trattarsi di un demone, perciò incoccò una freccia e la scagliò dritta
contro la preda, che finì a terra in un lago di sangue.
Finalmente poté avvicinarsi e con stupore notò che quello accasciato
al suolo con una freccia piantata nel collo non era un cervo, ma un
rakshasa! Questi, prima di morire, lanciò un ultimo grido, che risuonò
forte e chiaro nella foresta. “Lakshmana, Sita, aiuto!” esclamò
Maricha, imitando alla perfezione la voce di Rama, dopodiché spirò,
mentre il cacciatore lo fissava ancora incredulo.
Il fratello e la moglie di Rama udirono quel richiamo e cominciarono
a preoccuparsi. “Corri, mio marito ha bisogno di aiuto!” esclamò la
donna, cercando di spingere Lakshmana verso la boscaglia, ma il
guerriero era ancora sospettoso, “Rama è forte e coraggioso, non
credo che sia davvero in difficoltà, si tratta certamente di un trucco”.
Sita però sentiva il cuore battere forte, era certa che stesse per
succedere qualcosa di terribile, perciò insistette, “Come puoi
restartene qui, con le mani in mano, mentre tuo fratello invoca aiuto?
Forse speri che venga ucciso, così al termine dell’esilio potrai
regnare al suo posto?” insinuò.
Lakshmana s’indignò di fronte a quelle accuse, “Non puoi pensare
davvero una cosa del genere. Capisco che tu sia preoccupata per
Rama, ma abbi fiducia nel suo valore. Mi ha chiesto di restare al tuo
fianco e di proteggerti, perciò non ti lascerò sola per gettarmi a
capofitto nel bosco!” Sita non voleva sentir ragioni e continuò ad
accusare Lakshmana di voler prendere il regno di suo fratello,
approfittando della sua morte, e infine quest’ultimo dovette cedere,
“Va bene, andrò a cercarlo, però traccerò intorno a te un cerchio
magico che ti terrà al sicuro dai nemici. Non uscirne per nessun
motivo!” sbottò, disegnando il cerchio nel terreno attorno alla
fanciulla prima di lanciarsi nella boscaglia, alla ricerca di Rama.
Sita rimase sola, all’interno della protezione magica. Tendeva
l’orecchio, sperando di sentire la voce del marito, pregando che
stesse bene. Poco dopo sentì un rumore di passi, ma non si trattava
di Rama o di Lakshmana, bensì di un vecchio rishi che cantava le
lodi di Shiva e chiedeva la carità. Non appena vide la fanciulla,
l’eremita le si avvicinò, “Sono vecchio e stanco, mi concederete un
sorso d’acqua e un posto dove riposare?” domandò. Sita si era
sempre mostrata gentile con i rishi che andavano a meditare in quel
bosco, perciò, pensando di essere al sicuro, uscì dal cerchio di
protezione, portando al vecchio una ciotola di fresca acqua di fonte.
“Ti ringrazio, sei molto gentile, oltre che di una bellezza incredibile!”
rispose l’eremita, dopo aver bevuto. Sita cominciò a pentirsi di aver
lasciato il suo rifugio sicuro, all’interno del cerchio protettivo, perché
nessun rishi, prima di allora, si era soffermato a complimentarsi per il
suo aspetto fisico. “Cosa ci fa una fanciulla così soave e delicata
tutta sola in un bosco pericoloso come questo?” chiese ancora il
vecchio, cominciando a ghignare in modo inquietante. Sita cercò di
fuggire, ma ormai l’eremita l’aveva agguantata per il polso e non
l’avrebbe fatta andar via tanto facilmente. All’improvviso l’esile e
povero vecchio mutò sembianze, trasformandosi in un enorme
demone con dieci teste e venti braccia. Sita gridò e si dimenò ma
non servì a nulla, Ravana la tenne stretta con i suoi numerosi arti e
raggiunse in fretta il suo carro, chiamato Pushpaka Vimana, che un
tempo era appartenuto ai Deva e che era in grado di volare alto nei
cieli. Il signore dei demoni non fece in tempo ad alzarsi oltre le
chiome degli alberi, che Jatayu, il signore degli avvoltoi, si scagliò
contro il carro, impedendogli di prendere quota. Ravana aveva fretta
di lasciare la foresta, perciò con rabbia colpì più volte il rapace.
Jatayu era un valoroso combattente e riuscì a ferire il volto del
nemico con i possenti artigli, facendogli volare via la corona, ma la
vendetta di Ravana si abbatté su di lui come un uragano,
strappandogli via le ali e facendolo precipitare al suolo in una pioggia
di piume insanguinate. Il Pushpaka Vimana si allontanò oltre le nubi
assieme ai suoi due passeggeri, mentre Sita non faceva che
piangere e chiamare aiuto.
Rama stava tornando indietro quando s’imbatté nel fratello e gli
chiese preoccupato che cosa ci facesse nel bel mezzo della foresta,
quando invece gli era stato chiesto di restare a vegliare su sua
moglie. “Ho sentito la tua voce chiamare aiuto e sono corso a
controllare, comunque non devi preoccuparti per Sita, l’ho lasciata
all’interno di un cerchio di protezione” rispose Lakshmana. Rama
spiegò che quel grido era stato in realtà prodotto da un subdolo
rakshasa e si affrettò a tornare alla casupola; temeva che il demone
trasformato in cervo non fosse solo e che facesse parte di un piano
più complesso. Non sbagliava, infatti il cerchio di protezione era
tristemente vuoto e Sita non si trovava da nessuna parte. La
chiamarono e cercarono in lungo e in largo, fino a che non
s’imbatterono in Jatayu, il grande avvoltoio, accasciato in una
radura, in mezzo ad un nugolo di penne macchiate di sangue.
“Jatayu, amico mio, chi ti ha ridotto così?” domandò Rama,
inginocchiandosi accanto al rapace. “Un terribile rakshasa è riuscito
ad avvicinarsi a Sita e a prenderla con sé. Ho sentito le grida e sono
corso in suo aiuto, ma purtroppo non sono riuscito a fare nulla. Non
si trattava infatti di un demone comune, ma del signore dei rakshasa,
Ravana in persona!” disse con le ultime forze che gli rimanevano,
morendo infine tra le braccia di Rama. Non era stato in grado di
fermare il demone, però lo aveva riconosciuto e ora, grazie al suo
sacrificio, Rama sapeva chi doveva cercare, e giurò che avrebbe
trovato questo Ravana a ogni costo, riprendendosi la sua adorata
Sita.
Kishkindha Kanda
Il libro delle scimmie

Rama e Lakshmana vagarono per boschi, paludi, pianure e


montagne, alla ricerca di colui che aveva osato rapire la bella Sita,
ma non ne trovarono traccia. Vennero però aggrediti da un
insaziabile rakshasa che aveva una seconda bocca piena di zanne
acuminate al centro della pancia. Per i due fratelli non fu difficile
sconfiggerlo ma, una volta ferito a morte, il demone si tramutò in un
uomo e disse che una maledizione di Indra lo aveva reso un mostro
e ringraziò i due per averlo liberato da quell’orribile condizione.
Prima di lasciare questo mondo, il demone volle ringraziare i suoi
salvatori e domandò loro se potesse fare qualcosa per aiutarli. Rama
spiegò brevemente la situazione e il rakshasa annuì pensoso, “Ho
visto un carro volare qualche giorno fa: sembrava una cometa e
tagliava il cielo lasciando una scia infuocata. Non so dove sia
andato, ma sono certo che, chiedendo l’aiuto di Sugriva, riuscirete a
ritrovare la fanciulla rapita dal demone”. Ascoltando questo
suggerimento, i principi si misero in viaggio verso una città chiamata
Kishkindha, i cui abitanti non erano semplici uomini, ma avevano i
piedi prensili, una folta pelliccia bruna e una lunga coda, insomma,
erano delle scimmie che si muovevano e comportavano come degli
esseri umani, e avevano case, abiti e armi, nonché una spiccata
intelligenza.
I due non riuscirono a entrare in città, perché, quando ancora si
trovavano nelle foreste limitrofe, s’imbatterono in un gruppo di questi
strani uomini scimmia, che dissero di essere il popolo dei Vanara.
Rama e suo fratello chiesero se non avessero per caso notizie di
Ravana e della fanciulla che aveva rapito, ma le scimmie non
diedero loro alcuna risposta, limitandosi a squadrarli con sospetto. Il
loro comandante, Hanuman, che aveva uno sguardo fiero e una
cicatrice sul mento che gli conferiva l’aspetto di un eroico veterano,
fu l’unico a mostrarsi gentile, “Perdonate la diffidenza del mio
popolo, ma viviamo nel costante timore che il nemico del nostro re
mandi degli assassini ad attaccarci. Voi però mi sembrate sinceri,
perciò vi condurrò al cospetto di Sugriva, il mio signore, se
promettete di aiutarlo a liberarsi del suo rivale”.
Rama si illuminò sentendo nominare Sugriva, però era in viaggio per
uno scopo ben preciso, e pose una condizione, “Quando avrò
prestato soccorso al vostro popolo, mi aiuterete a ritrovare mia
moglie?” Hanuman acconsentì, assicurando che Sugriva era un
sovrano onorevole e di sicuro lo avrebbe ricompensato con tutto
l’aiuto possibile, una volta sbarazzatosi dell’odiato avversario. I
fratelli vennero quindi condotti al cospetto del re scimmia, che spiegò
ai due la propria triste situazione.
“Vali, il mio crudele fratello maggiore, era il sovrano di Kishkindha,
nonché figlio del dio Indra in persona. Un giorno un terribile demone
in forma di bufalo lo sfidò a battersi, e mio fratello non solo vinse la
lotta, ma prese il bestione per le corna e lo fece roteare più volte,
finché non lo scaraventò lontano, sancendo così la propria
indiscussa superiorità. Il demone però finì nella radura dove un rishi
stava meditando. Le tracce di sangue e l’enorme carcassa lo
disgustarono e turbarono al punto da lanciare una maledizione:
chiunque fosse il responsabile di quello scempio si sarebbe mutato
in pietra se solo avesse messo piede nella foresta che aveva osato
profanare. Mio fratello però non temeva questo anatema, visto che
gli sarebbe bastato starsene ben lontano dal bosco dove era finita la
carcassa del bufalo. Tempo dopo, un altro demone cercò di sfidarlo,
si chiamava Mayavi, e stavolta la lotta tra i due divenne sempre più
feroce, fino a che Mayavi non fuggì nella foresta, deciso a tendere a
Vali un tranello, nascondendosi in una profonda caverna. Vali non ci
pensò due volte e si gettò a capofitto nella grotta. Anche io volevo
seguirlo per dargli man forte, ma mi disse che avrei dovuto
aspettarlo fuori perché, qualora l’Asura fosse riuscito a prevalere, i
Vanara avrebbero avuto bisogno di un nuovo re. Essendo il fratello
minore, non mi restò che obbedire agli ordini di Vali, restando fuori
dalla caverna, in angosciosa attesa. Trascorse molto tempo e terribili
rumori di battaglia echeggiavano, arrivando fino alla superficie e
facendomi stare in pena finché, dopo un anno intero, non venni
sconvolto da un ruggito potente e demoniaco, che fece tremare
l’intera caverna. In quel momento ebbi la certezza che l’Asura aveva
vinto e, per impedirgli di tornare nelle nostre terre, portando
devastazione al mio popol o, spostai con enorme fatica un grosso
masso, bloccando l’uscita della grotta e sperando di aver così
intrappolato Mayavi per sempre. Tristemente tornai in città, dove
annunciai che il coraggioso Vali era morto e venni incoronato re dei
Vanara. Amavo mio fratello e mi presi cura di sua moglie Tara e di
suo figlio Angada, sposando la prima e facendo da padre al
secondo. Avevo agito in buona fede, non potevo certo immaginare
che quell’enorme ruggito fosse in realtà l’ultimo grido disperato
dell’Asura morente e che fosse stato mio fratello a vincere lo
scontro. Quando Vali cercò di uscire dalla caverna, la trovò sigillata
dall’esterno, e impiegò parecchio tempo per riuscire a tornare in
superficie. Giunto in città, scoprì che ero diventato re e mi accusò di
averlo chiuso dentro di proposito, per impadronirmi del trono. Non mi
lasciò nemmeno spiegare le mie ragioni e cercò di uccidermi. Non
avevo speranze di batterlo, anche perché Indra gli ha donato un
amuleto capace di dimezzare la forza di qualsiasi sfidante. Vali riuscì
a bandirmi da Kishkindha, prendendosi mia moglie e tenendola in
ostaggio nel suo palazzo, per vendicare il fatto che io avessi sposato
la sua Tara. Da quel giorno sono costretto a fuggire, vivendo nel
costante terrore che Vali mi trovi e mi faccia a pezzi. Questa foresta
è l’unico luogo in cui posso sentirmi al sicuro, dal momento che è la
stessa in cui cadde il corpo del bufalo, perciò qui mio fratello non
può entrare, a meno che non voglia trasformarsi in pietra. Ora
sapete perché me ne sto rintanato qui, anche se sono un re, ma se
mi darete una mano a sconfiggere il mio pericoloso e rancoroso
rivale, vi prometto che vi offrirò tutto l’aiuto di cui avrete bisogno per
ritrovare la fanciulla che vi hanno portato via” assicurò infine Sugriva.
Rama accettò di schierarsi al fianco del sovrano dei Vanara,
studiando un modo con cui avvicinare Vali per ucciderlo. Sugriva
lasciò la foresta da cui non si allontanava ormai da troppo tempo e
condusse i nuovi alleati fino alla capitale, dove il fratello maggiore si
era ripreso il trono. Non appena i due Vanara si rividero,
cominciarono a squadrarsi con odio e sospetto. Vali riprese ad
accusare Sugriva di aver cercato di rinchiuderlo all’interno della
grotta per impadronirsi del regno, condannandolo a pagare con la
vita. Solitamente, a questo punto Sugriva, rendendosi conto della
superiorità fisica del fratello, tornava a nascondersi dove l’altro non
poteva raggiungerlo, ma stavolta, con estrema sorpresa di Vali e di
sua moglie Tara, accettò la sfida. Tara, che era una donna avveduta,
intuì che qualcosa non andava, e pregò Vali di non battersi contro il
fratello. “Di solito fugge alla tua sola vista, perché stavolta dimostra
tanto coraggio? Sono certa che ha in mente qualcosa…” obbiettò,
ma il re di Kishkindha non vedeva l’ora di vendicare l’affronto subito
e perciò non diede retta alle sagge parole di Tara.
Venne dunque il momento del duello tanto atteso: tutti i Vanara si
radunarono per assistere al combattimento, mentre Rama, dopo
aver concordato una linea d’azione con Sugriva, si appostò dietro un
grosso albero, con il compito di scagliare contro Vali una delle sue
infallibili frecce, mentre era impegnato a combattere e non poteva
difendersi. I due uomini scimmia però erano davvero simili, si
muovevano allo stesso modo e sembravano proprio l’uno la copia
dell’altro. Rama, nel tumulto di quella lotta, non riusciva a capire
quale fosse Sugriva e quale il suo nemico, perciò non si decideva a
tirare la freccia, temendo di colpire la persona sbagliata. Intanto,
però, la battaglia andava avanti, e decisamente in favore di Vali, che
era ben più abile nell’arte della lotta.
Sugriva, sanguinante e malconcio, riuscì con uno scatto a sottrarsi
alla presa del fratello, fuggendo dal campo di battaglia e cercando
Rama, accusandolo di non essere stato ai patti. “Volevi forse che
Vali mi uccidesse? Non posso tenergli testa tanto a lungo, si può
sapere cosa stavi aspettando?” lo rimproverò. Rama ammise che i
due Vanara erano identici, perciò da quella distanza non riusciva a
riconoscerli. La questione venne risolta facendo indossare a Sugriva
una ghirlanda di fiori, quindi il principe dei Vanara tornò a sfidare il
fratello, che rimase molto sorpreso di vederlo tornare alla carica.
Solitamente, dopo l’ennesima sonora sconfitta, se ne tornava nella
sua radura e non si faceva vedere per anni interi. Ancora una volta,
Tara pregò il marito di non battersi, dal momento che il
comportamento di Sugriva era sempre più sospetto. Vali però era
certo di riuscire in ogni caso a battere il fratellino, quindi non la
ascoltò.
I due principi scimmia ripresero l’aspra lotta, e stavolta Sugriva era
ferito e sapeva di non avere molto tempo. Gli assalti del fratello
maggiore erano rapidi e ben assestati e la sua stretta micidiale,
perciò cercava di schivare, nella speranza che la freccia di Rama
arrivasse presto per mettere fine a quella sbilanciata contesa. Vali
cercò di afferrarlo per l’ennesima volta, ma Sugriva balzò indietro. Il
primo era riuscito però ad agguantare la ghirlanda di fiori e la
strattonò, facendola a pezzi. Sugriva perse così l’unica cosa in grado
di renderlo riconoscibile dal fratello e stava già per arrendersi, dal
momento che, senza l’intervento di Rama, certamente sarebbe stato
umiliato e sconfitto. Proprio quando stava per gettarsi ai piedi di Vali,
chiedendo di risparmiarlo, notò che il fratello non si muoveva più:
aveva una freccia piantata dritta nel cuore.
Lieto che Rama avesse fatto in tempo a salvarlo, Sugriva annunciò
di essere tornato a Kishkindha in qualità di sovrano e che,
nonostante avesse preso il trono con un metodo poco onorevole, si
sarebbe comportato in modo corretto in futuro, prendendosi cura
inoltre della moglie e del figlio di suo fratello. Vali rimase agonizzante
per qualche minuto, chiamando a sé Tara e Angada, pregandoli di
non serbare rancore verso Sugriva, quindi chiese al fratello di
rispettare la sua discendenza e di rendere Angada erede al trono. Il
nuovo re accondiscese, dispiaciuto di aver dovuto uccidere il fratello,
ma non aveva altra scelta, se non quella di restare per sempre
confinato nella foresta. Infine Vali fece cenno a Rama di avvicinarsi,
“Avresti dovuto venire subito da me, - rantolò – ti avrei aiutato a
ritrovare tua moglie, invece sei stato costretto a uccidermi in modo
disonorevole pur di ottenere l’alleanza di Sugriva”. Rama scosse la
testa, con una convinzione che andava oltre questo mondo, “No, non
ho agito in modo sbagliato. Sugriva era il legittimo re di Kishkindha,
in quanto, nel momento stesso in cui hai abbandonato il trono per
accettare la sfida di un demone, lo hai implicitamente ceduto a tuo
fratello. Per quanto riguarda invece il modo in cui ti ho ucciso, hai
ragione, non si tratta di uno dei più onorevoli, ma l’universo tornerà
in equilibrio e ogni azione verrà giustamente ripagata”. Sarà Krishna,
la reincarnazione successiva di Vishnu, a scontare l’errore
commesso da Rama, venendo ucciso con una freccia scagliata dalla
reincarnazione di Vali.
Venne quindi il momento dell’incoronazione e, dopo i funerali di Vali,
ci furono molti giorni di festa in onore del nuovo sovrano.
Naturalmente Rama e Lakshmana furono invitati a prendervi parte
ma, avendo giurato di trascorrere quattordici anni in esilio nella
foresta, non potevano recarsi in città per festeggiare, perciò dissero
che avrebbero aspettato nel bosco ai confini del regno.
Dalla loro caverna ai margini della boscaglia, i due fratelli udivano
ogni giorno musiche e risate, domandandosi quando il re avrebbe
tenuto fede alla sua promessa, aiutandoli a ritrovare Sita. Arrivò la
stagione delle piogge e per quattro interminabili mesi il cielo fu
coperto di nubi temporalesche. Rama non riusciva a darsi pace, ogni
singolo giorno si struggeva, sentendo la mancanza della sua adorata
moglie, presa prigioniera dal terribile re dei rakshasa. Temeva che
stesse subendo orribili maltrattamenti e proprio non riusciva a
starsene fermo ad aspettare. Avrebbe voluto correre fuori, sotto la
pioggia torrenziale, e cercarla in ogni angolo della terra, ma si
rendeva conto che da solo sarebbe riuscito a fare ben poco: aveva
bisogno degli uomini di Sugriva.
Non appena le piogge diminuirono, Lakshmana si recò al palazzo
del re per ricordargli i patti. Quando lo vide intento a godersi la vita,
tra banchetti, giochi e danze, sedendo su un trono che gli era stato
procurato da Rama, ribollì di rabbia. Lakshmana accusò il re di aver
ingannato suo fratello, promettendo un aiuto che non aveva
intenzione di concedere, ed era già pronto ad abbattere la sua furia
su tutta Kishkindha, mettendola a ferro e fuoco, quando la gentile
Tara, che gli ricordava tanto sua madre, lo placò, spiegandogli con
tono dimesso che Sugriva non si era scordato di loro ma che stava
aspettando la fine delle piogge. Lo stesso sovrano dei Vanara gli
andò incontro a braccia aperte, assicurando che, nel frattempo,
aveva radunato uomini a lui fedeli, arrivando a mettere insieme ben
quattro eserciti, che avrebbe mandato ai quattro angoli del mondo
alla ricerca della bella moglie di Rama. A quel punto Lakshmana si
rasserenò e andò a chiamare il fratello, perché potesse parlare
personalmente con i generali dei Vanara.
Il cortile del palazzo era gremito di uomini scimmia in posizione
marziale, e per un attimo parve davvero possibile recuperare Sita e
muovere guerra al signore dei demoni in persona. I più valorosi tra
loro erano Hanuman, il fiero Vanara con la cicatrice sul mento,
Angada, principe di Kishkindha ed erede al trono, e Jambavan, un
antico e sapiente sovrano dei Riksha, gli uomini orso. Rama incontrò
i generali e descrisse loro la bellezza di Sita e la ferocia di Ravana,
pregando i comandanti di fare il possibile per trovarla. Si trattenne
più a lungo assieme ad Hanuman, con il quale aveva stretto amicizia
ancor prima che Sugriva divenisse re di Kishkindha. Il coraggioso
Vanara assicurò che gli avrebbe ben presto riportato sua moglie, e
ne era talmente certo che chiese a Rama di dargli un oggetto che gli
apparteneva, di modo che potesse mostrarlo a Sita per ottenere la
sua fiducia. Il principe di Ayodhya si tolse allora un anello dal dito,
consegnandolo ad Hanuman.
I quattro eserciti partirono, ciascuno in una direzione diversa, e re
Sugriva diede loro un mese di tempo per cercare in lungo e in largo,
dopodiché avrebbero dovuto far ritorno in città con tutte le notizie
raccolte nel frattempo. Li invitò a darsi da fare per recuperare Sita al
più presto, ricordando che i ritardatari sarebbero stati severamente
puniti. Rama e Lakshmana tornarono nella loro caverna ai margini
della città, e ogni giorno guardavano l’orizzonte, nella speranza di
veder tornare i soldati vittoriosi. Quando però il mese fu trascorso,
tre delle divisioni avevano fatto ritorno a mani vuote; solo i Vanara
che si erano recati a sud, sotto il comando di Hanuman, mancavano
ancora all’appello.
Sugriva conosceva bene il generale e sapeva che era una persona
onorevole, perciò il suo ritardo poteva voler dire solo due cose: o gli
era successo qualcosa di terribile, o aveva preso altro tempo perché
aveva trovato una pista da seguire.
Hanuman e i suoi erano andati verso sud, e lì si erano imbattuti in un
rakshasa talmente potente e spaventoso che credettero di aver già
trovato il nascondiglio di Ravana. Hanuman era estremamente forte,
tanto che riusciva senza problemi a battersi al fianco di Angada, che
era il figlio di Vali, quindi il nipote di Indra, il Deva della tempesta, e a
Jambavan, l’antico orso creato da Brahma che aveva assistito al
momento in cui Asura e Deva crearono l’amrita dal mare di latte. Il
demone venne facilmente sconfitto e la sua grotta setacciata in
lungo e in largo, ma non c’era traccia di Sita, perciò i Vanara
compresero che non si trattava di Ravana. In seguito, si
addentrarono in una caverna che celava un palazzo meraviglioso, e
anche in questo caso pensarono di aver trovato il nascondiglio del
signore dei demoni. Anche stavolta però erano in errore. Lì Maya,
l’Asura dell’illusione, si stava nascondendo, vivendo in un reame che
lui stesso aveva costruito, usando le sue arti. Nessuno doveva
conoscere la sua ubicazione, perciò l’Asura non permetteva a coloro
che entravano nel suo regno di andarsene, e li teneva per sempre
nelle sue sale piene di caleidoscopiche illusioni. Sarebbero rimasti lì
in eterno anche i Vanara, se solo una fanciulla di nome
Swayamprabha, scoperto che avevano una nobile impresa da
compiere, non li avesse lasciati fuggire a insaputa di Maya.
Una volta fuori dall’ingannevole reame dell’illusione, i Vanara si
resero conto con sgomento che era arrivata l’estate. Avevano
trascorso nella caverna più tempo del previsto e il mese che
avevano a disposizione per trovare Sita era già passato. “Abbiamo
fallito!” esclamò Angada, accorgendosi che era ormai troppo tardi
per tornare indietro, e che, anche facendolo, non avevano buone
notizie da recare a Rama. Si erano allontanati di molto, eppure non
avevano trovato tracce di Sita e tantomeno di Ravana. Hanuman
cercò di rassicurarlo, dicendo che avrebbe preferito morire nella
foresta piuttosto che tornare dal sovrano senza avere le informazioni
richieste. “Anche se il mese è trascorso, continuiamo la nostra
ricerca!” ordinò ai Vanara, che allora ripresero la marcia.
Gli uomini scimmia avevano camminato a lungo e ora si trovavano
sotto il sole cocente, su una spiaggia desolata, dove certamente
sarebbero morti di stenti. “Meglio morire qui che tornare a
Kishkindha come dei falliti!” strinse i denti Angada, osservando di
soppiatto l’enorme avvoltoio che da un po’ li stava seguendo,
credendo di non essere stato notato. Probabilmente il predatore già
pregustava il lauto banchetto che ben presto avrebbe consumato,
tuttavia non mostrava il comportamento tipico degli avvoltoi, ovvero
non volteggiava in cerchio sopra le loro teste, ma li seguiva
saltellando goffamente sul terreno, preoccupando i poveri Vanara.
“Hanuman, ti prego, torniamo indietro, altrimenti moriremo e quel
rapace si mangerà i nostri resti!” chiesero a gran voce al generale,
che però li incoraggiò a tenere duro. “Con che coraggio vorreste
presentarvi a palazzo, senza nemmeno una singola notizia su dove
sia stata portata la povera Sita? Vi preoccupate tanto per
quell’avvoltoio, ma non ricordate ciò che Rama ci ha raccontato?
Quando il perfido Ravana rapì sua moglie, un enorme avvoltoio di
nome Jatayu si scagliò contro di lui, inseguendolo e colpendolo con
il becco e con gli artigli. Il poveretto venne ucciso dal perfido
rakshasa, ma è solo grazie a lui se ora sappiamo chi dobbiamo
cercare. Non lamentatevi dunque e continuate a marciare: in questa
vicenda, per ora, gli avvoltoi sono stati ben più utili e coraggiosi di
noi scimmie!”
A quel punto il grosso rapace cominciò a correre loro incontro e i
Vanara cercarono riparo. Solo Hanuman mantenne la posizione:
aveva notato che l’avvoltoio non aveva intenzioni bellicose, voleva
solamente avvicinarsi. “Non abbiate paura! – esclamò infatti il
volatile – La vostra comparsa in questa regione deserta mi ha
incuriosito, inoltre ho sentito le vostre parole. Avete parlato bene di
Jatayu e per questo ho deciso di venirvi incontro. Sono Sampati, il
fratello di Jatayu. Mi è stato riferito della sua morte, ma non so nulla
di più, potete spiegarmi cosa gli è successo?” Il generale dei Vanara
raccontò a Sampati tutto ciò che sapeva riguardo Jatayu,
dipingendolo come un eroe. Solo grazie al suo coraggioso
intervento, Rama era riuscito a scoprire l’identità del rapitore di sua
moglie.
L’avvoltoio mostrò quindi ad Hanuman il motivo per cui non si era
avvicinato in volo, aprendo le grandi ali e rendendo palese il fatto
che non fossero certo adatte per librarsi nell’aria: erano piene di
lacerazioni e bruciature. “Tempo fa, - spiegò - io e Jatayu
sfrecciavamo rapidi e superbi nel cielo, finché un giorno non
decidemmo di fare una gara, seguendo il sole lungo tutto il suo
percorso. Eravamo giovani e avventati, perciò salimmo sempre più
in alto, decisi a superare i pianeti celesti, ma il calore stava
diventando troppo forte, e mi accorsi che i raggi del sole stavano
bruciando le ali di mio fratello. Volai subito sopra di lui, coprendolo
con la mia ombra, ma in questo modo fui io ad essere arso
dall’enorme calore. Le mie ali non ressero e precipitai su una
montagna poco distante da qui. Da quel giorno non ho più rivisto
Jatayu, ma di tanto in tanto ricevevo sue notizie, fino a che, qualche
tempo fa, non ho saputo della sua morte. Ebbene, so chi è questo
crudele Ravana e mi piacerebbe vendicare il mio coraggioso fratello.
Tempo fa l’ho visto sfrecciare a bordo del suo carro, rapido e
scintillante come una meteora. Portava con sé una fanciulla che
piangeva e gridava: doveva trattarsi senz’altro della moglie di Rama.
Il re dei rakshasa andava in quella direzione, - indicò - oltre un tratto
di mare sorge un’isola, il suo regno. Vi prego, uccidete il malvagio
demone e rendete onore a Jatayu!”
Hanuman chiamò a raccolta i Vanara e, ringraziato l’avvoltoio per le
utili informazioni, si mise in viaggio, stavolta deciso a tornare da
Rama assieme alla bella Sita. Sampati li salutò, agitando le ali ormai
distrutte, ma ben presto si accorse che stava accadendo un prodigio:
nuove e magnifiche piume stavano spuntando laddove il sole aveva
bruciato quelle precedenti. Sampati aveva nuovamente le ali, e
colmo di gioia iniziò a volteggiare nel cielo. Si fermò su una
montagna per ringraziare i Deva, e lì un rishi gli spiegò che,
vedendolo fornire il suo aiuto a Rama, i Deva avevano deciso di
rendergli ciò che il sole gli aveva tolto.
Sundara Kanda
Il libro delle meraviglie

I Vanara, pieni di entusiasmo, dal momento che finalmente


sapevano dove andare, seguirono la direzione indicata da Sampati,
ma ben presto si arrestarono delusi di fronte alla grande distesa
delle acque del mare. In lontananza potevano scorgere il profilo di
un’isola, ma era talmente distante che proprio non sapevano in che
modo raggiungerla. Trattandosi di uomini scimmia, erano molto abili
quando c’era bisogno di arrampicarsi o di fare agili salti e acrobazie,
ma di certo non sapevano nulla di come costruire anche una
semplice zattera e nessuno di loro aveva mai provato a nuotare.
Alcuni cominciarono a riflettere: la cosa più sensata, secondo loro,
era cercare di saltare dalla riva fino all’isola, ma sembrava una
distanza decisamente ampia. “Chi tra noi riesce a balzare più
lontano? – chiesero - Costui dovrebbe provare ad arrivare fino al
regno di Ravana!”
I Vanara iniziarono a calcolare le distanze che ciascuno di loro
riusciva a coprire saltando, rendendosi conto che non bastavano
neanche lontanamente. Il saggio Jambavan però era convinto che
Hanuman potesse farcela, “Ah, se solo fossi più giovane tenterei io
stesso l’impresa, ma questa volta dovrà provarci Hanuman. Quando
ero ancora un giovane orso, aiutai i Deva a cercare le erbe da
mescere assieme al mare di latte per creare il nettare
dell’immortalità. In quell’occasione balzai ai quattro angoli del mondo
per raccogliere gli ingredienti richiesti dagli dèi! In seguito, quando
Vishnu divenne Vamana per dare una lezione al superbo Bali, e
compiendo tre soli passi attraversò l’intero universo, per sbaglio mi
finì addosso, e da quel momento non possiedo più l’agilità di un
tempo. Ho però un’ottima memoria, e ricordo bene che il nostro
generale, quando era solo un bambino, spiccò un salto così
straordinario che per poco non raggiunse il sole e i pianeti celesti. Fu
proprio cadendo da una simile altezza che si procurò la cicatrice che
ha sul mento!” esclamò. A quel punto tutti si strinsero intorno ad
Hanuman, chiedendo se quella leggenda fosse vera, ma il generale
non ne aveva idea, “Non lo so, non ricordo” rispose vago,
grattandosi la cicatrice.
Jambavan ridacchiò, “Povero Anjaneya, davvero non ricordi chi sei?
Sei il figlio dell’apsara Anjana, che grazie alla tua nascita ha vinto la
maledizione che l’aveva mutata in scimmia. Solo quando avrebbe
dato vita a una delle reincarnazioni di Shiva, infatti, sarebbe tornata
a essere una fanciulla divina. Vayu, il Deva del vento, è tuo padre, e
fu proprio lui che ti salvò quando, in preda alla fame, cercasti di
afferrare il sole, compiendo un balzo così alto da arrivare
vicinissimo. Ti pareva un bel frutto maturo, ma qualcun altro lo stava
insidiando: si trattava di Rahu, la testa di un Asura che i Deva
scaraventarono nell’alto dei cieli, dopo che questi provò a rubare
l’amrita, e che da allora, qualche volta, oscura il sole o la luna,
provocando le eclissi. Hanuman, di certo non volevi che quella testa
volante ti rubasse il pasto, quindi le assestasti un bel calcio,
spedendola lontano. Rahu corse allora da Indra, avvisandolo che un
bambino stava per divorare il sole e che perciò andava fermato.
Indra allora caricò la Vajra, la sua arma sfolgorante, e scagliò un
fulmine contro di te, facendoti precipitare fin sulla terra. Una simile
caduta ti avrebbe ucciso, ma Vayu, il Deva del vento, ti prese
dolcemente, pregando Brahma di farti guarire, altrimenti non
avrebbe più soffiato e il mondo intero avrebbe vissuto in un’eterna
calma piatta. A quel punto il Creatore ti fece tornare in vita, ma ti
rimase la cicatrice nel punto in cui l’arma di Indra ti colpì. Ora che
conosci la tua storia, sai anche perché ritengo che tu possa
tranquillamente balzare al di là di questo oceano!”
Hanuman si grattò il mento, massaggiandosi la cicatrice e
chiedendosi quanto di quella storia fosse vero. Stimava molto
Jambavan, ma gli sembrava così strano l’essere il figlio di un dio e
non averne memoria. Il saggio orso proseguì, “Quando eri solo un
bambino, tornato in vita per concessione dei Deva, non eri in grado
di controllare a pieno le tue esuberanti energie e spesso disturbavi le
preghiere dei rishi con scherzi e dispetti, tanto che questi, ormai
esasperati, ti colpirono con una maledizione che ti avrebbe impedito
di renderti conto delle tue straordinarie capacità, facendoti credere di
essere un bambino come tutti gli altri. Da allora infatti sei divenuto
mansueto e gentile, perdendo tutta l’arroganza dei primi anni di vita.
Ora capisci perché sei l’unico tra noi ad avere anche solo la minima
possibilità di arrivare fino all’isola? A questo punto, dovresti tentare!”
lo spronò, mentre Hanuman osservava perplesso quel lontano
lembo di terra circondato dalle onde.
Le parole di Jambavan destarono in lui i ricordi lontani di quando
poteva mutare le proprie dimensioni, aumentando a dismisura,
sfidando le montagne, o rimpicciolirsi per gareggiare con gli insetti
sulle rive dei laghetti. Una brezza leggera gli scompigliò la pelliccia,
ricordandogli che Vayu, il dio del vento, era suo padre. Il cuore iniziò
a battere frenetico, come il tamburo di Shiva, colui di cui era una
incarnazione. A quel punto sentì l’energia fluire in lui come una
cascata e, sotto gli sguardi attoniti dei Vanara, divenne gigantesco,
raccogliendo le zampe e preparandosi a compiere un salto che
sarebbe divenuto leggenda.
Hanuman si diede una spinta talmente possente che ben presto si
ritrovò a sfrecciare nell’aria, rapido e implacabile come una delle
frecce scagliate dall’arco di Rama. Quando balzò, gli alberi della
zona si scossero al punto da perdere in un istante tutte le foglie; le
rocce si spaccarono, facendo emergere vene di minerali preziosi e
gli animali fuggirono in preda al panico, mentre il mare si riempiva di
fiori, sbalzati via dal forte spostamento d’aria.
Varuna, il Deva dei mari, sonnecchiava placidamente tra le onde,
quando si accorse dell’intrepido uomo scimmia che stava cercando
di attraversare il suo oceano con un unico salto. Ammirato da tanta
determinazione, pensò di aiutare quel mortale e s’inabissò,
raggiungendo Mainaka, una montagna che giaceva sul fondale
marino. Un tempo tutti i monti erano dotati di grandi ali vaporose, ma
le loro corse e i giochi nei cieli li portavano spesso a scontrarsi,
causando enormi boati e una costante pioggia di detriti. I Deva,
preoccupati per l’incolumità delle creature terrestri, avevano
mandato Indra a cacciarli, armato di fulmini e saette. Il tempestoso
dio li mise tutti al loro posto, costringendoli a starsene fermi,
tagliando loro le ali. Uno di loro, Mainaka, riuscì a fuggire grazie
all’aiuto di Vayu, e si rifugiò proprio sul fondo del mare.
La montagna inabissata decise quindi di sorgere, su invito di Varuna,
per concedere al figlio del vento un luogo su cui riposarsi e prendere
nuovamente la rincorsa, per raggiungere nel pieno delle forze il
reame di Ravana. Hanuman vide l’enorme picco innalzarsi tra sbuffi
e cascate, ma non volle perdere tempo a riposare: aveva una
missione da compiere! Con una brusca manata spinse via la
montagna, proseguendo nel suo intrepido volo.
Quando ormai mancava poco al suo atterraggio, Hanuman cominciò
a sentirsi più pesante, come se qualcosa lo stesse trattenendo.
Stava perdendo quota, e le coste dell’isola erano ancora lontane.
Cercò di comprendere la causa di quel rallentamento e notò che un
enorme mostro marino era emerso dalle acque e stava afferrando la
sua mastodontica ombra. Si trattava di Surasa, la madre di tutti i
Naga, ma Hanuman non la temeva. Il mostro spalancò le fauci per
inghiottirlo, ma il Vanara ingrandì ancora il suo corpo, sperando in
questo modo di non entrare più nella bocca del gigantesco serpente,
ma anche Surasa era in grado di aumentare le proprie dimensioni, e
i due crebbero a dismisura, cercando di superare l’altro. Hanuman
allora si rimpicciolì in un solo istante, proprio mentre la bocca della
madre dei serpenti si richiudeva intorno a lui. Era divenuto talmente
piccolo che passò attraverso le enormi zanne, mettendosi in salvo e
proseguendo verso la sua meta.
Quando arrivò a destinazione, notò che c’erano delle rakshasi di
guardia, perciò si rimpicciolì, diventando una piccola scimmia per
poter passare indisturbato. La custode del passaggio però non volle
farlo entrare nemmeno in quella forma innocua, “Vattene, questa è
Lanka, la superba e ricca isola di Ravana, il signore dei demoni! Non
vogliamo umili scimmiette!” disse, spingendolo via. A quel punto
Hanuman sfruttò il contatto fisico per afferrare il braccio della
rakshasi e scaraventarla a terra. A quel punto lei si portò le mani al
viso, in un’espressione sgomenta, “Un tempo mi venne profetizzato
che una minuscola scimmia sarebbe stata in grado di atterrarmi, e
quello sarebbe stato il segnale dell’imminente caduta di Lanka!”
esclamò. Era talmente sconvolta dagli eventi che lasciò passare
impunemente Hanuman, il quale poté così mettere piede all’interno
di Lanka, un’isola identificata con l’odierno Sri-Lanka. Il palazzo era
stato costruito da Vishwakarma, l’architetto divino, ma tre demoni ne
avevano preso possesso. Dopo essere stati sconfitti da Vishnu,
preferirono rifugiarsi lontano, e il sontuoso edificio passò quindi nelle
mani di Kubera, il dio della ricchezza. Ravana lo attaccò,
sottraendogli il regno e il carro divino in grado di attraversare i cieli, e
da quel momento in poi divenne il covo dei rakshasa.
Hanuman non si aspettava di trovare tanta ricchezza e magnificenza
intorno a sé ma, dopotutto, Vishwakarma e Kubera avevano
trasformato quel luogo secondo il proprio gusto, facendo sorgere un
vero e proprio palazzo delle meraviglie. I sensi erano appagati in
ogni modo tra i vasti saloni e i colorati giardini: c’erano esotici
profumi, cibi di tutti i tipi, bevande e dolci liquori, stoffe, oggetti e
pietre preziose in ogni dove, oltre a musicisti e danzatrici che si
esibivano a tutte le ore. Nonostante tutto quello sfarzo, era palese
che ci fosse ben poco di spirituale da quelle parti, infatti Hanuman si
aggirava per il palazzo, senza sapere dove cercare la virtuosa Sita,
che certamente non si sarebbe lasciata irretire da simili tentazioni.
Uscì nei giardini, anche stavolta rimanendo abbagliato da tanta
opulenza, ma notò un piccolo santuario coperto da verdi fronde che
creavano una specie di zona protetta e appartata. Hanuman non
ebbe più alcun dubbio: una donna umile e devota come Sita si
sarebbe certamente rifugiata lì.
Si avvicinò con cautela, arrampicandosi sulle alte piante rigogliose,
nascondendosi tra il fogliame. Scorse allora una soave fanciulla,
all’interno di quell’angolo di giardino, intenta a pregare. I suoi
lineamenti corrispondevano alla descrizione di Rama, perciò
Hanuman fu tentato di andarle incontro per salvarla, ma udì dei
rumori e quindi rimase ben nascosto. Un gigantesco rakshasa,
dotato di molte teste e di ancor più numerose braccia, era entrato nel
piccolo tempietto naturale e cercava di ottenere i favori della povera
Sita. “Non vorrai startene ancora qui a piangere e pregare, ormai è
passato un intero anno e il tuo adorato Rama non è ancora venuto a
prenderti. Non fai che ripetermi che non ti ha dimenticata e che ben
presto sarà qui, ma ti stai soltanto illudendo. Se è forte e coraggioso
come dici, avrebbe già dovuto essere qui, perciò è chiaro che
preferisca continuare a vivere senza di te. A questo punto ti
conviene accettare la mia proposta e divenire mia moglie, potresti
essere la regina di tutto ciò che hai intorno, ti sembra forse poco?
Nessuna donna può aspirare a tanta ricchezza e a tanto splendore!”
cercò di convincerla, ma la ragazza, anziché venire allettata da quei
discorsi, cominciò a singhiozzare.
“Sono certa che Rama presto giungerà in mio soccorso! Non mi
importano le ricchezze, voglio soltanto tornare nella foresta con
l’uomo che amo!” rispose tra le lacrime. Ravana si spazientì, “Allora
resta qui a meditare ancora un po’, chissà che prima o poi tu non
capisca che le tue sono solo sciocche illusioni!” detto questo se ne
andò sbuffando, lasciando sola la povera fanciulla. Anche quando il
suo rapitore fu lontano, Sita continuò a piangere, invocando Rama e
pregandolo di giungere presto a salvarla, perché non poteva più
tollerare quel luogo orribile e colmo di vizi, dove i rakshasa non
facevano che tormentarla, cercando di convincerla a divenire la
sposa di Ravana. “Se non verrai al più presto, credo proprio che mi
lascerò morire!” mormorò infine.
Hanuman si trovava proprio tra le fronde della pianta sotto cui Sita si
era ritirata in lacrime, e la vista delle sofferenze di quella virtuosa
fanciulla lo commosse al punto che le sussurrò dolcemente: “Non
temere, presto Rama sarà qui”. Sita a quel punto si guardò intorno
inquieta, non scorgendo nessun altro nel giardino, “Chi ha parlato?
Sei un altro dei seguaci di Ravana mandato a confondermi le idee?
Sono stanca dei vostri raggiri!” Il Vanara immaginò che i rakshasa
avessero cercato in ogni modo di convincerla a sposare il loro re,
forse ricorrendo anche all’inganno, perciò cercò di rassicurarla, “Di
me ti puoi fidare, non sono un demone ma un Vanara, un uomo
scimmia. Sono stato mandato a cercarti da Rama in persona.
Guarda, questo è il suo anello!” disse, lasciando cadere l’oggetto nel
giardino.
Sita lo raccolse, accorgendosi che era proprio quello di suo marito,
ma ancora guardava con sospetto alla creatura nascosta tra il
fogliame. “Non ci tratterremo qui un minuto di più, avanti, afferra la
mia mano: ti riporterò subito da tuo marito!” disse Hanuman, notando
che lei, anziché avvicinarsi, si stava ritraendo dubbiosa. “Anche se
l’anello è il suo, come posso essere certa che mi porterai proprio da
Rama? Preferisco aspettare che venga a salvarmi lui stesso, è
talmente valoroso che sono certa che vorrebbe portarmi via
personalmente, e non per opera di qualcun altro. Se davvero vieni
per suo conto, torna da lui e digli che mi trovo a Lanka e lo sto
aspettando!”
Hanuman dovette accondiscendere ai desideri di Sita, lasciando che
fosse Rama a portarla via con sé, “Gli rivelerò il luogo in cui ti trovi,
ma come posso essere sicuro che mi crederà? Dammi anche tu un
oggetto che ti appartiene, affinché io possa mostrarglielo”. La
fanciulla allora gli affidò il gioiello che sua madre, prima del
matrimonio con Rama, le aveva donato, “Mentre Ravana mi portava
via sul suo carro, ho lasciato cadere bracciali e anelli, sperando che
potessero indicare la via a Rama e Lakshmana. Chiunque potrebbe
averli trovati, perciò, nel mostrare a mio marito il gioiello, raccontagli
anche questa vicenda: un giorno eravamo da soli in una radura e
stavamo riposando sotto un albero, ma quel momento idilliaco venne
interrotto da un fastidioso corvo che iniziò a infastidirmi, arrivando
persino a graffiarmi il petto con i suoi artigli. Rama, vedendo la mia
ferita, si adirò con l’animale e volle punirlo. Strappò un filo d’erba e
recitò il mantra della Brahmastra, la divina arma del dio Brahma,
scagliandolo poi con la stessa potenza con cui avrebbe usato in
battaglia la sua lancia. Il corvo fuggì, ma l’implacabile filo d’erba non
gli lasciava tregua e lo seguiva ovunque andasse. Quell’animale non
era un uccello qualsiasi, ma Jayanta, il figlio di Indra, perciò corse a
chiedere aiuto a suo padre. Il Deva gli consigliò di tornare da Rama,
scusarsi e chiedere di essere risparmiato. Jayanta fece come gli
venne suggerito e Rama volle salvargli la vita, ma quando la
Brahmastra viene scatenata, non può fermarsi fino a che non avrà
distrutto qualcosa. Rama chiese a Jayanta a quale parte del corpo
fosse disposto a rinunciare, e così il filo d’erba gli ferì l’occhio destro.
Solo io e Rama conosciamo questa storia, perciò raccontagliela per
dargli prova di avermi incontrata”.
Hanuman assicurò alla bella Sita che presto Rama sarebbe accorso
in suo aiuto, quindi la salutò, deciso a tornare dall’esercito di Vanara
che lo attendeva sulla costa. Mentre lasciava di soppiatto Lanka,
passando attraverso le sue molteplici raffinatezze, capaci di
annebbiare i sensi e far cadere chiunque in un vortice di voluttà dal
quale difficilmente sarebbe riuscito a uscire, il generale provò una
forte rabbia. Il perfido Ravana aveva condotto in quel luogo di
perdizione una fanciulla onesta e virtuosa come Sita, sottraendola al
suo legittimo marito.
In preda a questi pensieri carichi di rancore, Hanuman decise di
smettere di nascondersi e, a viso aperto, raggiunse il grande salone
del palazzo di Ravana, attaccando tutti i rakshasa che incontrò lungo
il cammino e seminando devastazione per tutta Lanka. Quando fu
nella grande sala, si ritrovò accerchiato dai nemici, ma questa
superiorità numerica non lo spaventava minimamente. Hanuman
sradicò una delle grosse colonne del palazzo, utilizzandola come
arma per tenere a distanza gli avversari, schiantandola contro i
demoni con forza sovrumana. Riuscì senza fatica a tenere a bada i
rakshasa, ma non erano loro il suo vero obbiettivo. Il coraggioso
Vanara sperava che il sovrano in persona venisse a sfidarlo ma,
nonostante i demoni non smettessero di accorrere nel palazzo, con
l’intento di fermarlo, di Ravana non c’era traccia. Arrivò suo figlio
Aksha, su un carro guidato da otto maestosi destrieri, ma Hanuman
lo uccise senza grandi difficoltà. Giunse allora Indrajit, l’erede di
Ravana, colui che era riuscito a sottomettere il Deva delle tempeste,
e stavolta Hanuman trovò un degno avversario. Indrajit conosceva le
armi divine e non esitò ad usarle per vendicare suo fratello. La
Brahmastra dipartì sfolgorante, colpendo in pieno il petto del Vanara
e facendolo cadere a terra, incapace di muoversi. A quel punto
venne incatenato e condotto al cospetto del signore dei demoni.
Il re di Lanka era imponente e spaventoso, con le sue venti braccia
possenti e le dieci teste, ed era accompagnato dal fratello e
consigliere Vibhishana. I due osservarono attentamente il guerriero
simile a una scimmia che aveva messo in difficoltà il loro esercito,
mentre Hanuman li scrutava con aria di superiorità, “Ti conviene
liberare subito Sita e renderla a suo marito, altrimenti la tua città
verrà rasa al suolo. Se da solo sono riuscito a provocare tanti danni,
immagina cos’accadrà quando Rama arriverà alla guida di un intero
esercito!” esclamò.
Ravana, infuriato a causa di quelle parole irrispettose, ordinò che
quella scimmia impudente venisse uccisa all’istante, ma Vibhishana
intervenne, “Fratello, sei sempre stato un grande re, non lasciare
che questa creatura ti faccia commettere gesti avventati. Nonostante
i suoi toni arroganti, rimane sempre un ambasciatore venuto per
conto di Rama, perciò non puoi metterlo a morte a causa del
messaggio che porta”. Il sovrano indugiò, osservando Hanuman con
i suoi venti occhi iniettati di sangue, faticando a reprimere la propria
furia, “E va bene! Lascerò in vita questa ignobile scimmia, ma punirò
la sua insolenza! Qual è la cosa a cui un simile animale tiene di più?
La sua lunga coda! Date fuoco alla coda di questa creatura e poi
portatela in processione per tutta la città, di modo che tutti vedano la
sua umiliazione!”
I rakshasa obbedirono agli ordini del re, appiccando fuoco alla lunga
coda scimmiesca di Hanuman e conducendolo in catene lungo le vie
principali di Lanka, in mezzo allo scherno della popolazione, che lo
additava e rideva di lui. Agni, il Deva del fuoco, non aveva intenzione
di fare del male ad Hanuman, perciò, anche se le fiamme ardevano,
l’eroe non sentiva alcun dolore. In ogni caso, il Vanara non era
disposto a tollerare ancora a lungo questa situazione: con un rapido
gesto riuscì a disfarsi delle catene per poi mettersi a correre e
balzare qua e là, sventolando la coda fiammeggiante e provocando
incendi in ogni angolo di Lanka. Hanuman era il figlio di Vayu, il dio
del vento, e non c’è dunque da stupirsi se una forte corrente iniziò a
spirare all’improvviso, aiutando le fiamme a diffondersi. Mentre i
rakshasa erano impegnati a evitare che la loro isola venisse divorata
da Agni, il coraggioso Vanara ne approfittò per raggiungere la costa,
infilare la coda nell’acqua per spegnerla, e infine spiccare un balzo e
andarsene.
Quando si trovò a metà strada, ebbe un sussulto. Si era lasciato alle
spalle una città in fiamme, ma nella smania di punire Ravana e i
demoni suoi seguaci, non aveva forse messo in pericolo la dolce
Sita? Ebbe paura che anche il suo placido giardino venisse invaso
dall’incendio e volle tornare indietro, per assicurarsi che stesse
bene. A quel punto la montagna che era affiorata per aiutarlo tornò
utile, e Hanuman la utilizzò come punto d’appoggio per tornare a
Lanka e controllare le condizioni della moglie di Rama.
Sita stava bene, l’incendio non era penetrato fin lì e i demoni
stavano spegnendo gli ultimi fuochi. Rassicurato, poté compiere un
altro dei suoi leggendari salti per dirigersi verso la costa, dove i
Vanara lo stavano aspettando. Questa volta portava ottime notizie:
aveva finalmente trovato Sita!
Yuddha Kanda
Il libro della battaglia

Mentre l’esercito di uomini scimmia tornava verso Kishkindha, pronto


a riferire a Rama tutto ciò che il coraggioso generale aveva scoperto
infiltrandosi nella città dei rakshasa, i demoni erano in fermento.
Ravana era furibondo e non riusciva a darsi pace: una miserabile
scimmia aveva messo a ferro e fuoco la sua grande capitale, e
aveva anche osato ingiungergli di lasciare libera Sita, minacciando
che ben presto Rama in persona sarebbe arrivato in suo soccorso.
Suo fratello Vibhishana, inoltre, lo rendeva ancor più nervoso,
continuando a ripetergli che l’uomo scimmia aveva ragione e che
sarebbe stato saggio seguire il suo consiglio. “Guarda le strade della
tua città, sono state distrutte e date in pasto alle fiamme, e tutto per
opera di un solo Vanara. Ne giungeranno altre centinaia come lui, e
l’inarrestabile Rama, che possiede le armi dei Deva, sarà al loro
comando. Salva te stesso e il tuo popolo, libera Sita, altrimenti
moriremo tutti!” Ravana si tormentava ma non aveva intenzione di
cedere, ne andava del suo onore. Un tempo era riuscito a
sconfiggere persino le divinità, perciò non aveva paura di Rama e
della sua fama di grande guerriero. Quando Vibhishana, che era
molto saggio e accorto, comprese che il suo sovrano non si sarebbe
mai arreso a Rama, ritenne che rimanere a Lanka fosse troppo
pericoloso. Non approvava il gesto crudele del fratello, che aveva
sottratto una giovane sposa al legittimo marito, e anzi, più ci
pensava e più si rendeva conto di parteggiare per la fazione
opposta. Infine lasciò la città, cercando l’esercito di Rama,
intenzionato a unirsi a chi si batteva per una giusta causa.
Lungo la strada per Kishkindha, il rakshasa trovò i soldati Vanara già
pronti ad entrare in azione. Rama non voleva attendere un solo
minuto di più, ogni istante perso era un attimo in meno trascorso con
la sua amata Sita, nel quale sarebbe stata in balia del crudele
nemico. Non appena Hanuman gli aveva riferito l’ubicazione di sua
moglie, aveva pregato Sugriva di far marciare il suo esercito fino
all’isola di Lanka, per mettere fine al dominio del perfido demone a
dieci teste.
Erano quasi arrivati sulla costa, quando Vibhishana si avvicinò con
fare pacifico. Angada e Sugriva lo squadrarono con sospetto,
pensando che potesse trattarsi di una spia dei rakshasa, ma
Hanuman ricordava come Vibhishana si fosse dimostrato
ragionevole, quando aveva ricordato a Ravana che i messaggeri non
dovevano essere uccisi, inoltre, essendosi presentato in modo
diretto, non poteva essere una spia. Il generale dei Vanara convinse
Rama ad accettare Vibhishana tra le sue truppe, ottenendo così la
guida di una persona che conosceva bene Lanka e i suoi abitanti e
che avrebbe potuto rivelarsi essenziale con i suoi buoni consigli.
Quando arrivarono alla spiaggia dove Hanuman aveva compiuto il
balzo, si fermarono con espressione dubbiosa. Il generale dei
Vanara aveva raggiunto Lanka con un incredibile salto, ma come
avrebbero fatto le centinaia di soldati che costituivano l’esercito di
Rama a compiere a loro volta una simile impresa? Era necessario
trovare un altro sistema per attraversare le vaste acque che li
separavano da Sita. Rama si fermò a meditare lungo le sponde,
guardando come le onde andavano e venivano, giungendo alla
conclusione che l’unico modo per passare tutti quanti in poco tempo
era ottenere l’aiuto dei Deva. Cominciò a chiamare a gran voce
Varuna, la divinità che abitava negli abissi marini, chiedendogli di
trasportare il suo esercito fino a Lanka, ma dalle profondità delle
acque non giunse alcuna risposta.
Rama continuò imperterrito a chiamare, sempre più in collera, finché
suo fratello Lakshmana non cercò di placarlo, “Forse Varuna in
questo momento non può mostrarsi, o forse non vuole concederci il
suo aiuto…” ammise tristemente, riuscendo solo a far avvampare
ancor di più Rama. Estrasse l’arco e cominciò a scagliare implacabili
frecce tra i flutti, che si inabissavano per far salire subito a galla i
corpi di pesci e di altre creature marine infilzate a morte. “Vedremo
se anche in questo modo Varuna non ci degnerà della sua
presenza!” esclamò in preda alla rabbia, non riuscendo a sopportare
di fermarsi a così poca distanza dalla sua amata moglie.
Tanta era la furia di Rama che ben presto il mare si riempì di pesci
boccheggianti, e le acque stesse iniziarono a sfrigolare, emettendo
vapori agonizzanti. Infine, per proteggere il suo regno da una tale
devastazione, Varuna si decise a comparire, ben consapevole di
quale sarebbe stata la richiesta di Rama. “Placa la tua ira, non sono
venuto subito ad aiutarti perché, in quanto signore di una vasta
massa d’acqua, devo rispettarne la natura. Così come il fuoco deve
bruciare e il vento soffiare, il compito del mare è quello di tenere
separate le sponde opposte. Se però è davvero così importante per
te attraversare l’oceano, chiama Nala e Nila, che dovrebbero averti
seguito assieme all’esercito di Vanara, e chiedi loro di raccogliere
quanti più tronchi e rocce riescano a trovare e di gettarli in acqua: ti
assicuro che resteranno a galla. Scrivi il tuo nome su ciascuno dei
materiali, cosicché il mare possa riconoscerli. Chiederò alle onde di
tenerli uniti assieme, di modo che possiate attraversare le acque e
giungere fino a Lanka”. Rama a quel punto ringraziò Varuna e
mandò subito a chiamare Nala e Nila, affinché iniziassero la
costruzione del ponte galleggiante.
I due Vanara erano stati scelti da Varuna in quanto il Deva
conosceva il loro passato. Da giovani, le due scimmie si divertivano
a infastidire i rishi, prendendo le statue degli dèi da loro venerati e
gettandole in acqua, ridendo mentre le vedevano sprofondare. I
saggi, stanchi di veder sparire le loro immagini sacre sui fondali
marini, avevano maledetto Nala e Nila, facendo in modo che
qualsiasi materiale scagliassero in acqua rimanesse a galla.
Aggiungendo su ciascuna roccia e su ciascun grosso tronco il sacro
nome di Rama, venne formato un lungo ponte che unì le coste
dell’India a quelle dello Sri-Lanka. Venne chiamato Rama Setu, il
Ponte di Rama, e si può tuttora vedere dalle immagini satellitari: si
tratta di un banco di sabbia calcarea lungo 30 km, ormai coperto dal
mare, che funge da collegamento tra le due terre.
I soldati seguirono il consiglio di Varuna, utilizzando quel passaggio
sicuro fino all’isola di Lanka. Rama invece venne trasportato sulle
spalle di Hanuman, che con un solo agile balzo superò l’intero
oceano, mentre Lakshmana viaggiò sulla groppa di Angada.
Intanto, sull’altra sponda, i rakshasa avevano notato l’esercito in
avvicinamento, e in molti si erano già recati al cospetto del sovrano,
pregandolo di restituire Sita a suo marito per evitare uno scontro, ma
ottennero solamente di far arrabbiare Ravana ancor di più. Il re dalle
dieci teste non riusciva proprio a capire perché, all’improvviso, il suo
popolo si fosse trasformato in una massa di codardi. “Le scimmie e
gli orsi stanno arrivando, e allora? Il cibo sta venendo dritto nelle
nostre bocche, non è forse una cosa positiva? Se proprio avete così
tanta paura, lasciate che vi mostri un trucchetto!” Indignato, il
sovrano proferì un incantesimo e si fece comparire tra le mani una
testa mozzata, i cui lineamenti erano identici a quelli di Rama, e con
quella si recò a far visita alla povera Sita, dicendole che il suo
coraggioso marito non sarebbe mai venuto a liberarla, in quanto lo
aveva appena ucciso.
La principessa inorridì e pianse disperatamente, mentre Ravana
sogghignava e, grazie a questo crudele espediente, risollevava il
morale delle proprie truppe, preparandole a combattere contro i
nemici in avvicinamento. Lasciò la povera Sita sola con il proprio
dolore, ma per fortuna la moglie di Vibhishana, che era rimasta a
Lanka, riuscì a consolarla, dicendole che quella testa decapitata era
stata creata con la magia nera e che il vero Rama si trovava alle
porte della città, pronto a battersi per trarla in salvo. Sita allora si
asciugò le lacrime e cominciò a pregare i Deva di concedere a suo
marito una grande vittoria su quei meschini demoni.
Intanto l’esercito di Rama si era accampato all’esterno della città dei
demoni, mentre un’argentea luna piena illuminava la notte e in
lontananza si udivano le musiche e le grida dei festeggiamenti che,
nel palazzo delle delizie, non si fermavano mai. Rama pensò
all’adorata Sita, promettendole che presto l’avrebbe liberata, e
sospirò, guardando la luna, il cui volto luminoso era adombrato da
una macchia scura. Domandò ai Vanara cosa fosse, secondo loro,
quella chiazza sulla superficie lunare, e Sugriva rispose che,
secondo lui, si trattava solo dell’ombra della terra. Jambavan disse
invece che quando la testa di Rahu era stata scaraventata nel cielo
dai Deva, era andata a colpire la luna, lasciandovi quella cicatrice.
Angada diede anche la sua versione, ovvero che nel momento in cui
Brahma creò Rati, la moglie del Deva dell’amore Kama, prese il
materiale dalla luna e quindi restò il segno della parte mancante.
Infine parlò anche Hanuman, “Rama, a me sembra invece che la
luna ti sia devota, e che quella macchia non sia altro che il tuo volto
rappresentato nel cielo”.
Sarebbe stato bello continuare con quelle speculazioni, ma a Lanka
stavano preparandosi alla guerra con celebrazioni che si udivano sin
dall’accampamento dei Vanara. I tamburi rombavano al punto che
pareva essere in corso una tempesta, e solo il volto pieno e sereno
della luna faceva capire che non si trattava del maltempo, ma di un
rito compiuto dai demoni. Rama salì in cima alla collina e osservò
con attenzione, notando Ravana intento a ghignare tronfio con le
sue dieci teste, la cui principale era incoronata. L’eroe scoccò allora
un dardo che andò dritto fino al cuore di Lanka, colpendo la corona
di Ravana e facendola finire a terra con un sinistro tintinnio. Il
sovrano si rabbuiò a causa di quella minaccia, mentre sua moglie
Mandodari lo pregò di entrare a palazzo, al sicuro, e di riflettere
seriamente sulla situazione. “Se Rama è riuscito a colpire la tua
corona, avrebbe anche potuto mirare alla testa! Si tratta di un
avversario temibile che ti condurrà alla rovina! Restituiscigli Sita e
salva te stesso e il tuo popolo!” implorò la rakshasi, ma il demone
non volle sentir ragioni e anzi, dopo quell’affronto divenne ancor più
certo di voler distruggere Rama.
Il giorno dopo Ravana si presentò nella sala del trono con ben dieci
corone nuove e scintillanti, una per ogni testa. Angada venne
mandato a parlamentare, perché in fondo Rama sperava ancora di
poter evitare la morte di tante persone. Il principe dei Vanara non si
comportò in modo dimesso e implorante come il rakshasa avrebbe
voluto, e anzi, gli suggerì di rendere subito Sita al legittimo marito
per evitare una tragica fine. Il sovrano scoppiò a ridere con superbia,
“Povera piccola scimmia, non sai con chi hai a che fare. Ho offerto ai
Deva tutte e dieci le mie teste, recidendole una dopo l’altra come
fiori e offerte sacrificali, e loro infine mi hanno ricompensato. Le mie
teste sono ricresciute e inoltre ho ottenuto l’immortalità!” Angada non
si lasciò impressionare, anzi, ribatté con audacia, “Vedo che hai dieci
teste, così come anche venti orecchie, eppure non ti servono a nulla,
visto che, a quanto pare, non hai capito le mie parole”. Ravana si
infuriò, ricordando il modo in cui aveva sollevato con le sue sole
mani l’intero monte Kailasa, dimora degli dèi, aggiungendo che un
avversario infimo come Rama non gli faceva paura. Angada,
sentendo criticare il suo signore nonché amico, ribollì di rabbia.
Afferrò tutte e dieci le corone di Ravana e le scagliò lontano,
facendole apparire come stelle comete. Mentre lasciava Lanka,
profondamente offeso, fece roteare nell’aria anche alcuni demoni
che gli sbarrarono il passo, e li mandò a impattare contro le alte torri
del palazzo, facendole crollare miseramente.
A quel punto la guerra era inevitabile e, già dal mattino seguente,
l’eco dei corni e dei tamburi arrivava fin nei giardini di Lanka, dove la
povera Sita attendeva angosciata, certa che la battaglia fosse
iniziata. I due eserciti si erano già scagliati l’uno contro l’altro: da una
parte i terribili rakshasa, guidati da Ravana, che poteva vedere tutto
quello che gli accadeva intorno con gran precisione, grazie alle sue
dieci teste, e che soprattutto poteva difendersi e attaccare in ogni
direzione, per merito delle venti braccia. Come se ciò non bastasse,
era sceso in campo anche suo figlio Indrajit, ovvero Colui che catturò
Indra, il quale portava questo soprannome perché era riuscito sul
serio a sconfiggere il grande Deva delle tempeste. Era armato di
tridente e si diceva che fosse un esperto di magia nera. Dall’altro
lato c’erano Rama e Lakshmana, che scagliavano le loro frecce con
straordinaria precisione, aiutati dal valoroso Hanuman, dal giovane
ma ardito Angada e dai Vanara capitanati da Sugriva. Jambavan
aveva spinto a combattere anche i suoi feroci orsi, che al fianco delle
scimmie apparivano come un esercito temibile, anche se fuori dal
comune.
Akampana, uno dei rakshasa, oscurò il cielo con un’illusione, in
modo da dare vantaggio ai suoi alleati che, essendo demoni,
riuscivano a vedere anche al buio. Indrajit invece era implacabile,
era in grado di scomparire e riapparire all’improvviso, oltre a far
piovere cenere e sangue. Vibhishana aveva consigliato a Rama di
guardarsi dal combattere contro Indrajit, dal momento che il giovane
era un guerriero formidabile, che ogni notte compiva lunghi e
complessi sacrifici per ottenere grandi successi in battaglia. Rama
però non lo temeva e cercò di bersagliarlo con le sue frecce, ma il
figlio di Ravana le schivò tutte, dopodiché lanciò con forza la
Nagastra, un’arma divina capace di far piovere dal cielo centinaia di
velenosi serpenti.
Rama e Lakshmana cercarono di ripararsi, ma i rettili si
avvinghiavano alle loro membra, mordendo e iniettando icore letale,
mentre altri si attorcigliavano intorno alle loro caviglie, impedendo
loro di correre via e mettersi in salvo. I due fratelli giacevano sotto
una montagna di serpenti e nessuno dei loro alleati osava avvicinarsi
a quel cumulo venefico. Ravana assisteva alla scena con grande
compiacimento e pensò di rendere il proprio successo ancor più
completo, prendendo Sita e trascinandola con la forza a bordo del
suo Pushpaka Vimana, il carro volante, per mostrarle il modo in cui
suo marito giacesse senza vita sotto l’ammasso di serpenti. Sita
iniziò a piangere, temendo che tutto ormai fosse perduto, mentre
Ravana annuiva soddisfatto. Il ghigno sui dieci volti del demone si
tramutò però in un’espressione preoccupata, quando in lontananza
udì il chiaro verso di un’aquila.
Un’ombra invase il campo di battaglia e il rapace più grande che si
fosse mai visto calò in picchiata sul mucchio di serpenti,
disperdendoli e afferrandoli con il becco e gli artigli. Si trattava di
Garuda, l’aquila che porta Vishnu sul proprio dorso, venuta in
soccorso del suo avatara. Rama e il fratello si rialzarono,
scatenando il terrore tra le file dei rakshasa, che già stavano
esultando credendoli morti. Ravana stesso si ritirò all’interno delle
mura, riflettendo su ciò che aveva appena visto. “Se Garuda stesso
è venuto ad aiutare Rama, significa che i Deva lo favoriscono:
sconfiggerlo sarà ancor più difficile del previsto. Anch’io ho bisogno
di un formidabile alleato, – realizzò, gridando dunque ai suoi uomini
– svegliate Kumbhakarna!”
Solo sentendo pronunciare il suo nome, i rakshasa cominciarono a
tremare. Kumbhakarna era il fratello di Ravana, un demone
gigantesco e sempre affamato, capace di divorare interi eserciti e
città, e che, fortunatamente, dopo aver banchettato, portando grande
devastazione, era solito cadere in un lungo e profondo sonno, dal
quale era assai difficile ridestarlo. Erano stati gli stessi Deva a fare in
modo che Kumbhakarna dormisse anche per sei mesi ininterrotti,
altrimenti il mondo intero non sarebbe bastato per saziare la sua
fame.
Al momento l’enorme demone era caduto in un denso torpore e
quando i servi di Ravana lo svegliarono, scuotendolo e chiamandolo
a gran voce, non diede il minimo segno di essersene accorto.
Cominciarono allora a suonare grossi tamburi, facendo vibrare e
risuonare tutto il palazzo di Lanka e fuggire spaventati tutti gli uccelli
dell’isola, ma comunque Kumbhakarna restava addormentato. Infine
radunarono mille elefanti e li fecero passare sopra il suo corpo
dormiente, e solo allora il rakshasa aprì appena una palpebra,
chiedendosi cosa stesse succedendo.
A quel punto gli venne spiegato che Ravana, suo fratello nonché il
suo re, aveva bisogno di aiuto contro Rama e Lakshmana, i quali
stavano attaccando Lanka per riprendersi la fanciulla che il sovrano
aveva rapito. Kumbhakarna sbadigliò, facendo soffiare un vento
fortissimo per tutto il palazzo, e si stiracchiò, facendolo vibrare come
durante un terremoto, quindi disse “Mio fratello è in torto e dovrebbe
restituire la donna al legittimo marito, anziché chiamare alla guerra il
suo popolo, tuttavia è il mio fratello maggiore nonché il mio signore,
quindi farò come vuole e combatterò per la sua causa”. A ogni
parola del gigante, l’intera volta del palazzo tremava e gli echi
scendevano sin nelle viscere della terra.
Il colossale demone uscì quindi allo scoperto, seminando il panico
tra le file nemiche. Era talmente grande che oscurava il cielo e solo
con i suoi passi generava profonde spaccature nella roccia e
scaraventava lontano chiunque fosse tanto fortunato da non
rimanere schiacciato tra le macerie. Come se la furia di
Kumbhakarna non fosse sufficiente, anche suo nipote Indrajit non
faceva che scagliare frecce e avventarsi sui poveri Vanara. Sugriva
venne catturato dal gigantesco nemico e, tramortito, fu condotto a
Lanka, accolto con grandi feste dai rakshasa, che ritenevano ormai
di avere la vittoria in pugno. Durante la celebrazione, Sugriva venne
ridestato dal forte profumo degli incensi e, sfruttando la distrazione di
Kumbhakarna, sgusciò fuori dalla sua manona e gli graffiò e morse il
volto, balzando poi lontano con agilità, prima di essere riacciuffato. Il
re di Kishkindha tornò quindi all’accampamento ma, nonostante
questa piccola rivincita, le sorti della guerra sembravano volgere al
peggio, tanto che, quella sera, i generali dei Vanara si radunarono
per discutere la drammatica situazione. “Quel rakshasa è grande
come una montagna e pericoloso come cento valanghe!” si
lamentava Lakshmana, sperando che Vibhishana, essendo il suo
fratello minore, avesse in mente un qualche punto debole per
abbatterlo facilmente, ma il buon rakshasa scosse la testa. Rama
invece non perdeva la sua solita imperturbabilità, “Non temo
Kumbhakarna e sono certo che riuscirei a sconfiggerlo, il problema è
suo nipote Indrajit. Quei due assieme sono imbattibili, dovrebbero
essere affrontati separatamente per avere una qualche speranza”.
Lakshmana allora cercò di stabilire una linea d’azione, “Se credi di
poterlo vincere, non esitare! Domani affrontalo senza timore, io nel
frattempo distrarrò Indrajit, anche se la sua abilità in battaglia lo
rende un avversario assai temibile”.
Come era stato deciso, il giorno seguente Lakshmana cercò di
attirare l’attenzione di Indrajit, anche se era tutt’altro che semplice
schivare gli attacchi di colui che era riuscito a catturare persino il
Deva delle tempeste. Il portentoso figlio di Ravana possedeva una
quantità impressionante di armi divine: oltre alla Nagastra, che
aveva messo fuori combattimento Rama e Lakshmana il giorno
prima, poteva contare anche sulla Brahmastra, con cui aveva
catturato Hanuman quando lo aveva condotto al cospetto di Ravana.
Indrajit poteva richiamare la Yamastra, l’arma del dio della morte
Yama, la Pashupatastra, appartenente a Shiva, il Distruttore, e
impugnava la Chandrahas, letteralmente Il Ghigno della Luna, una
scimitarra appartenente a Shiva che portava questo nome perché
appariva come una falce di luna crescente, o come un sorrisetto
battagliero. Nell’altra mano portava un’altra arma di Shiva, il Trishula,
un infallibile tridente. In questa occasione però recitò il mantra del
Deva che aveva sottomesso, facendo comparire la sfolgorante
Vasavi Shakti, che derivava la propria energia dai Vasu, entità
elementali patrone del fuoco, del vento e della terra. Contro una
simile potenza, chiunque sarebbe stato sconfitto, e Lakshmana non
fece eccezione, venendo trapassato da parte a parte dalla lancia
carica di energia sfrigolante. Il principe sputò un fiotto di sangue,
guardandosi attorno smarrito, alla ricerca del fratello, quindi
stramazzò al suolo.
Vibhishana e Jambavan, i più saggi tra i guerrieri di Rama,
accorsero in suo aiuto, scuotendo tristemente la testa, “La lancia di
Indrajit non perdona, tra poco per lui non ci sarà più niente da fare”.
Hanuman, il generale degli uomini scimmia, non riusciva a credere
che l’eroico principe di Ayodhya potesse perire in quel modo, “Ci
sarà pur qualcosa che possiamo fare per salvarlo!” Jambavan
sospirò cupo, “Quando ho aiutato Asura e Deva a creare l’amrita, ho
raccolto numerose erbe dai poteri curativi eccezionali. Esiste una
pianta chiamata Sanjivani, l’unica che potrebbe guarirlo, ma
purtroppo cresce molto lontano da qui, sulla cima dell’Himalaya”. Il
generale a quel punto scattò in piedi, “Molto bene, allora la
recupererò!” esclamò con decisione, balzando via con la rapidità di
una cometa, sfrecciando in direzione dell’alta catena montuosa. Il
signore degli orsi lo guardò ammirato, sperando che riuscisse a
tornare in tempo.
Alcuni rakshasa avevano assistito a questo dialogo e non trovavano
giusto che i poteri del grande Indrajit venissero contrastati. Kalaremi
decise di ingannare il colossale Vanara e, grazie ai suoi poteri, arrivò
per primo sulla vetta dell’Himalaya e creò un tempietto illusorio.
Quando Hanuman arrivò in salto, notò il luogo sacro, sorto proprio
accanto a un placido lago, e decise di fermarsi a bere, chiedendo poi
a qualche sant’uomo di indicargli la forma dell’erba Sanjivani, dal
momento che non l’aveva mai vista. Per fortuna scelse prima di
dissetarsi e poi di parlare con il rishi che abitava in quel luogo,
perché un coccodrillo sorse dalle acque, ma anziché attaccarlo, lo
mise in guardia, “Questo tempio non è reale: lo ha creato un demone
usando la magia e ora finge di essere un santone per ingannarti!”
Hanuman ringraziò il rettile per quell’avvertimento, ma si recò
ugualmente al tempio, chiedendo indicazioni al rishi. Kalaremi gli
diede informazioni sbagliate, ma a quel punto Hanuman attorcigliò la
sua enorme coda intorno al saggio, stringendo fino a stritolarlo,
lasciando cadere a terra il corpo ormai esanime di un rakshasa. A
quel punto anche il tempio illusorio scomparve, e Hanuman si
diresse a grandi balzi verso la cima della montagna.
Una volta lì si accorse di essere stato troppo precipitoso. Tra le
rocce crescevano numerose erbe e piante, ed era partito in modo
tanto repentino da non attendere nemmeno che Jambavan gli
descrivesse l’aspetto dell’erba medica che avrebbe potuto salvare il
principe, mentre il rishi da cui sperava di ricevere delucidazioni era in
realtà un demone. “E ora che cosa devo fare? – si domandò,
sentendosi smarrito – Se torno indietro per ottenere una descrizione
precisa, poi dovrò balzare nuovamente fin qui… perderei troppo
tempo prezioso, e la vita di Lakshmana sta per estinguersi…”
Improvvisamente ebbe un’idea: avrebbe portato con sé tutte quante
le erbe, cosicché il saggio orso avrebbe riconosciuto da solo quella
chiamata Sanjivani.
Convinto di questa nuova linea d’azione, Hanuman raccolse tutte le
proprie forze e sollevò la cima dell’Himalaya tra le possenti braccia,
quindi balzò via, tenendola in equilibrio e cercando di raggiungere
Lanka. La strada era molta, e il coraggioso Vanara passò anche
sopra alla città di Ayodhya, dove Bharata regnava in vece di Rama.
Il sovrintendente vide un’ombra colossale oscurare il cielo e temette
che si trattasse di un demone sul punto di attaccare il suo popolo.
Prese l’arco e scagliò una freccia contro la colossale entità che
ottenebrava il sole, colpendola in pieno. Hanuman precipitò con un
boato, riuscendo però a tenere la montagna sollevata da terra,
evitando che distruggesse ogni cosa. “Rama, Lakshmana! –
gemette, rimettendosi in piedi – Sto arrivando!” Bharata udì queste
parole e comprese che Hanuman era un alleato dei suoi fratelli. Si
pentì di averlo colpito e decise di aiutarlo: scagliò una seconda
freccia con il suo arco, dicendo ad Hanuman di salirvi sopra e di
lasciarsi trasportare fino a destinazione. L’enorme Vanara non
credeva possibile una cosa del genere, eppure dall’arco del principe
dipartì un dardo luminoso e potente, che riuscì a portare Hanuman e
la vetta piena di erbe curative fino ai cieli di Lanka.
Quando tornò nel luogo dove Lakshmana riposava in preda alla
febbre, atterrò e si rivolse a Jambavan, che lo squadrò con occhi
spalancati e confusi, quando Hanuman gli porse la cima
dell’Himalaya, come se si trattasse di un vassoio, “Non sapevo quale
erba ti servisse, perciò cogli tu quella giusta!” L’orso ridacchiò
ammirato, ma non stette troppo a questionare: non c’era il tempo di
fare domande. Raccolse l’erba medica e si apprestò a curare il ferito,
ringraziando Hanuman per la sua sollecitudine ma suggerendo che
ora poteva anche rimettere l’Himalaya al suo posto, prima che i
Deva potessero preoccuparsi e intervenire per ristabilire l’ordine
delle cose.
Hanuman compì nuovamente l’epica traversata, sorvolando con un
unico salto l’intera India, e quando tornò indietro, scoprì con sollievo
che Lakshmana era già fuori pericolo e, assieme al fratello,
discuteva concitato. “Indrajit è troppo potente, ha rischiato di
uccidermi e possiede armi straordinarie contro cui è impossibile
difendersi!” esternò, tastandosi il petto, dove la Vasavi Shakti lo
aveva colpito. Rama annuì con serietà, “Non possiamo tener testa
sia al figlio di Ravana che a Kumbhakarna, dobbiamo trovare il modo
di disfarci almeno di uno di loro per concentrare le forze sull’altro”.
Vibhishana confermò quelle parole, “Indrajit è praticamente
imbattibile grazie alle concessioni di Brahma. Quando il demone
ebbe catturato Indra, volle ucciderlo, ma i Deva intervennero,
offrendosi di esaudire i suoi desideri in cambio della liberazione del
dio del fulmine. Indrajit chiese l’immortalità, ma questa non può
essere concessa neppure agli dèi, perciò Brahma gli assicurò che,
se ogni notte avesse compiuto un sacrificio, il giorno seguente
sarebbe stato invincibile…” A quel punto Rama sussultò,
“Basterebbe quindi impedirgli di celebrare il rito per renderlo
mortale…” Vibhishana sospirò mesto, “Magari fosse così semplice.
Indrajit voleva essere certo che nessuno potesse interrompere il suo
sacrificio, perciò chiese a Brahma di poter essere ucciso solo da un
uomo che non avesse chiuso occhio per ben quattordici anni!” A
quel punto i due principi di Ayodhya si scambiarono un’occhiata
eloquente. Lakshmana balzò in piedi, premendosi la mano sul petto,
dove l’arma di Indrajit lo aveva trapassato, “Sembra proprio che i
Deva abbiano stabilito che sarà mio il piacere di annientare Indrajit!
Grazie al sacrificio di mia moglie, non ho infatti dormito per tutta la
durata del nostro esilio!” Con espressione determinata e battagliera
si rivolse allora a Vibhishana, “Conducimi stanotte stessa nel luogo
in cui Indrajit compie i suoi sacrifici!”
La luna era alta nel cielo quando il principe di Ayodhya, al seguito
del buon Vibhishana, lasciò l’accampamento per introdursi di
nascosto all’interno delle mura nemiche. Il rakshasa conosceva un
passaggio sicuro verso il santuario: le torce erano ancora accese e
si poteva udire la profonda voce di Indrajit intenta a salmodiare le
parole del rituale che lo avrebbe reso invincibile. Lakshmana non
attese che potesse terminare di recitare i suoi oscuri mantra e lo
sfidò a combattere. Indrajit era agile e sempre pronto a dar battaglia
perciò, nonostante fosse stato colto di sorpresa, interruppe subito ciò
che stava facendo e riuscì a correre fuori e lanciarsi contro il nemico.
Quando però notò lo zio, che si teneva in disparte, nella penombra,
lo apostrofò con parole cariche di rancore: “Vibhishana, hai tradito
quello che è sia tuo fratello che il tuo re! Ti sei schierato con i nostri
nemici e li hai condotti fino al cuore di Lanka perché desideri
impadronirti del trono, non è così? – i suoi occhi ardevano come
incendi ed era determinato a punire quell’affronto – Grazie ai mantra
che recito ogni notte, sono imbattibile, quindi prima ucciderò
Lakshmana ma poi verrò da te, zio, quindi aspettami e preparati a
lasciare questo mondo!”
Detto ciò, evocò la terribile Yamastra, appartenente a Yama, il dio
della morte, e si avventò sul principe, dando il via a una lotta
furibonda, che però non impressionò Vibhishana, il quale non si
trattenne dal commentare, “Hai ragione, i tuoi oscuri sacrifici ti
conferiscono una forza straordinaria… ma questa volta non sei
riuscito a completarli!” ammise con un ghigno. Indrajit ebbe un
sussulto, e bastò quel solo attimo di distrazione per dar modo a
Lakshmana di colpirlo. Il figlio di Ravana balzò indietro e comprese
di aver bisogno dell’aiuto di tutte le sue armi celestiali. Con voce
profonda, che risuonava all’interno della cripta, evocò una dopo
l’altra le armi della Trimurti: la Brahmastra del Creatore, la
Pashupatastra di Shiva, il Distruttore, e infine la Vaishnavastra che
apparteneva a Vishnu, il Conservatore. Nessuno era in grado di
resistere anche a solo una di queste portentose armi, perciò,
usandole tutte e tre, Indrajit era certo che avrebbe annichilito
Lakshmana, non lasciando altro che polvere. L’arma di Brahma e
quella di Shiva però non risposero al suo richiamo e, una volta
scagliate, si rifiutarono di fare del male al principe e mancarono il
bersaglio di propria volontà. La Vaishnavastra invece si avvolse
dolcemente attorno a Lakshmana, così come il serpente cosmico
Ananta Shesha stringe le sue spire intorno a Vishnu. Indrajit allora
indietreggiò, comprendendo di non avere a che fare con un semplice
mortale, ma con l’incarnazione del serpente che culla e tiene
insieme l’intero universo.
Dopo questa scoperta non aveva senso restare nel tempio e
rischiare la vita, perciò Indrajit corse alla ricerca di suo padre, per
rivelargli la vera identità dei loro nemici. “Non si tratta di uomini a cui
i Deva hanno fornito il loro appoggio, ma dei Deva stessi incarnati
nel mondo materiale per distruggerci! Questa volta dobbiamo
scendere a patti, altrimenti moriremo uno dopo l’altro!” esclamò,
destando le ire di tutte e dieci le teste di Ravana. “Sei un codardo!
Non mi aspettavo simili parole da colui che è riuscito a sottomettere
Indra! Torna da Lakshmana e affrontalo!” lo rimproverò il padre.
Indrajit dovette obbedire a questo comando, ma sapeva bene di
andare incontro alla morte. Le sue armi divine si rifiutavano di fare
del male al principe e perciò colui che aveva sconfitto Indra si ritrovò
inerme di fronte all’avatara di Ananta Shesha. Per vendicare
l’umiliazione subita dal Deva della tempesta, Lakshmana chiamò la
Indrastra, la lancia brillante come un fulmine, e la scaraventò contro
il figlio di Ravana, decapitandolo sul colpo. L’imbattibile guerriero che
aveva ridotto persino il dio Indra in catene era stato infine sconfitto
dall’arma del Deva che aveva sottomesso.
Intanto l’alba aveva portato con sé anche nuove grida di battaglia.
Gli uomini scimmia, guidati dal prode Hanuman, sfidavano con
coraggio e agilità i possenti rakshasa, ma nei loro occhi si dipinse il
puro terrore quando il suolo cominciò a tremare e il gigantesco
Kumbhakarna giunse nella mischia, schiacciando tutti coloro che si
trovavano sotto di lui e divorando avidamente tutti gli altri,
scompaginando in poco tempo l’esercito dei Vanara e costringendolo
a ripiegare.
Rama era pronto alla battaglia e cominciò a bersagliare di frecce il
mastodontico corpo roccioso del demone, non riuscendo tuttavia
neppure a scalfirlo. Nel frattempo Lakshmana e Vibhishana erano
tornati tra i loro ranghi e avevano un’aria trionfante, mentre Indrajit
non si vedeva da nessuna parte. Ravana, che assisteva ai
combattimenti dall’alto, si accorse dell’assenza del più caro tra i suoi
figli e lo chiamò a gran voce, senza ottenere risposta. Comprese ciò
che doveva essere accaduto e tutte e dieci le sue teste assunsero
un’espressione minacciosa e carica di odio, “Kumbhakarna, fratello
mio! – gridò dunque – Vibhishana e Lakshmana hanno ucciso il
valoroso Indrajit! Si sono presi la vita del mio erede! Annientali senza
alcuna pietà!”
Lakshmana estrasse l’arco, pronto a combattere contro il colosso,
ma stranamente Kumbhakarna non eseguì gli ordini di Ravana e lo
superò, dirigendosi piuttosto verso Rama. Passò anche nei pressi di
Vibhishana, il quale a sua volta si aspettava di essere preso di mira,
ma il gigantesco rakshasa lo ignorò, tanto che il fratello minore
gliene chiese la ragione. Kumbhakarna sospirò, sollevando una
nuvola di polvere, “Non posso e non voglio ucciderti. L’avidità di
Ravana ci condurrà tutti alla rovina, ma è il mio re e perciò non
posso che combattere al suo fianco, tuttavia, quando saremo tutti
periti, Lanka avrà bisogno di un nuovo re, e questo dovrà essere il
tuo compito, dopotutto sei sempre stato il più saggio tra noi”.
Vibhishana rimase profondamente scosso dalle parole del colossale
fratello, che stava dando prova di una straordinaria correttezza,
perciò lo lasciò proseguire verso il suo obbiettivo: Rama. La battaglia
tra i due fu talmente violenta che l’intero cielo vibrò, quasi stesse
imperversando una tempesta. I dardi di Rama, potenziati grazie al
mantra di Indra, partivano rapidi come saette e si conficcavano in
profondità nel corpo roccioso di Kumbhakarna. La corda dell’arco
Sharanga veniva tesa e rilasciata con forza sovrumana, e ogni volta
un fragoroso boato, seguito da uno spostamento d’aria capace di
scaraventare a terra i nemici e di lasciarli tramortiti e assordati, si
espandeva per tutto il campo di battaglia. Con un colpo riuscì a
staccargli un braccio, ma il gigante continuò a lottare come se nulla
fosse, cercando di divorare Rama e di stritolarlo con le sue fauci
piene di zanne acuminate.
Ravana, Vibhishana, Lakshmana, tutti i rakshasa e gli uomini
scimmia assistevano attoniti alla grande battaglia, finché Rama non
vi pose fine, scagliando un dardo che pareva fatto di pura luce, che
staccò di netto la testa di Kumbhakarna dal mastodontico collo,
facendola rimbalzare più volte al suolo, dove lasciò degli enormi
crateri.
Gli eserciti non fecero in tempo a gioire o a gemere per l’esito di quel
duello, che Ravana, con i dieci volti distorti in un’espressione di
rabbia viscerale, si stava già scagliando verso Rama e, vedendo le
sue venti braccia vorticare minacciose, persino il grande principe
ebbe un po’ di timore.
Il signore dei demoni era terrificante, con le sue dieci teste
incoronate e una cicatrice a forma di luna crescente che gli
scintillava sul petto, un ricordo lasciato dalle zanne dell’elefante
Airavata, la cavalcatura di Indra. Sorvolava il campo di battaglia a
bordo del Pushpaka Vimana, il carro sottratto a Kubera, e al suo
passaggio gli animali di tutta l’isola gridavano in preda allo spavento,
e persino il sole nascose il suo volto, provocando un’eclissi. Il dio
delle tempeste detestava coloro che lo avevano umiliato e perciò
decise di aiutare Rama, che fino a quel momento aveva combattuto
sulle spalle di Hanuman, visto che non aveva un carro da battaglia.
Matali, l’auriga di Indra, comparve di fronte al principe, offrendo i
propri servigi e il carro su cui il Deva delle tempeste attraversava i
cieli.
A quel punto la sfida poté avere inizio, e la tartaruga che sorreggeva
i quattro elefanti che, a loro volta, portavano il mondo sul loro dorso,
cominciò a tremare a causa del potere sprigionato dai due nemici.
Rama stava combattendo contro il signore dei demoni e l’aria
vibrava di colpi possenti come nubi che si scontravano furibonde,
mentre le frecce scagliate dall’arco del principe sibilavano come
saette.
Nonostante la sua forza e prontezza, Rama si rendeva conto che il
suo avversario non era certo da sottovalutare. Ravana era agile e
lesto, nulla sfuggiva ai suoi venti occhi ed era assai difficile
penetrare la barriera formata da venti braccia, allo stesso modo in
cui si doveva faticare molto per schivarne i colpi. Rama ansimava,
stanco e abbattuto, mentre il suo nemico sogghignava ancora fresco
e pieno di energie. Persino i Deva cominciarono a preoccuparsi,
vedendo il loro favorito in seria difficoltà, e gli suggerirono di
utilizzare il mantra di Surya, il dio solare, per riguadagnare forze e
ardore.
Grazie alla preghiera rivolta al Deva che splende nei cieli, Rama si
sentì nuovamente in grado di combattere e riuscì a staccare, una ad
una, tutte le dieci teste di Ravana. Ansante credeva di aver vinto, ma
il corpo del suo nemico non stramazzava a terra, anzi, restava in
piedi ed era scosso dai tremiti. Le dieci teste si riformarono
all’istante, lasciando che Rama piombasse nello sconforto; quel
rakshasa si stava dimostrando troppo potente persino per lui, che
era nato appositamente per sconfiggerlo.
La pioggia di colpi inflitti da Rama non aveva alcun effetto e, anche
se il cielo era ormai pieno di teste mozzate, quasi si fossero
all’improvviso formati mille Rahu, Ravana era ancora in grado di
combattere, più forte e riposato di prima. A quel punto, il rakshasa
decise di sfoggiare il proprio potere, accanendosi su colui che lo
aveva tradito. Vibhishana, il suo stesso fratello, si trovava dal lato
opposto dello schieramento, al fianco dei suoi nemici. Ruggì con
tutte e dieci le bocche e mirò al petto del traditore, ma Rama,
temendo per la vita del caro amico, si mise davanti all’ultimo istante,
venendo colpito in pieno. Vibhishana sussultò nel vedere che il buon
principe stava incassando il colpo destinato a lui, e con rabbia
impugnò la sua mazza da guerra e la diresse verso Ravana,
colpendolo proprio nel punto in cui la cicatrice lasciata da Airavata
scintillava come una falce di luna in un cielo privo di stelle.
Ravana gridò di dolore, palesando il proprio punto debole. A quel
punto i Vanara riacquistarono coraggio, andando alla carica e
cercando di colpire la cicatrice del signore dei demoni. Hanuman
riuscì ad assestargli un calcio, mentre Rama pregò il Deva della
creazione e scagliò con tutte le sue forze la Brahmastra, che si
suddivise in trentun fasci di luce incandescente. Nonostante avesse
venti braccia, Ravana non riuscì a proteggersi da tutti questi
attacchi: i primi dieci raggi letali gli fecero volar via le teste, mentre
gli altri venti gli strapparono tutti e venti gli arti. Rimase l’ultimo fascio
energetico, che gli si piantò dritto nel petto, attraversando la cicatrice
e spaccando in due il cuore del re dei demoni.
Ravana finalmente cadde a terra senza vita, tra le acclamazioni
festanti dei Vanara. I rakshasa, vedendo il loro signore abbattuto,
persero ogni traccia di coraggio e si ritirarono oltre le mura della
città, mentre Rama proclamava che da quel momento in poi il trono
sarebbe spettato al saggio Vibhishana. Udendo quelle parole, i
demoni si sentirono rassicurati, certi che il nuovo re li avrebbe
governati con giustizia e prudenza, e in fondo furono lieti che quella
guerra priva di speranze fosse finalmente giunta al termine. Nel
palazzo di Lanka vennero dunque preparati grandi festeggiamenti
per l’insediamento di Vibhishana, i Vanara e gli orsi ridevano e
saltavano dappertutto, pieni di gioia, e anche Lakshmana, Angada,
Sugriva, Jambavan e Hanuman sorridevano, esaltati dalla vittoria.
L’unico che rimaneva impassibile e non sembrava toccato da alcuna
contentezza era proprio Rama, e Hanuman se ne meravigliò. “Sei
stato molto valoroso e finalmente potrai rivedere la tua amata Sita!
Perché non corri da lei? Si trova nei giardini di Lanka” gli ricordò, ma
il principe lo allontanò con un cenno, ordinando piuttosto ad alcuni
Vanara di recarsi da Sita e di spiegarle che, da quel momento in poi,
il sovrano di Lanka sarebbe stato Vibhishana. Tali parole erano così
fredde che Hanuman non riuscì a credere che fossero proferite dallo
stesso uomo che lo aveva pregato di aiutarlo a recuperare l’amata
moglie.
Quando venne liberata, Sita chiese subito di essere condotta da
Rama, ma il loro tanto agognato incontro non andò come lo aveva
sognato durante le innumerevoli notti trascorse in lacrime. Suo
marito non corse verso di lei, stringendola tra le braccia, sollevato di
rivederla sana e salva, ma rimase distante, come se fosse ormai un
estraneo, e la trattò con rispetto e cortesia, ma non con affetto.
Quando gli chiese il motivo di tanta freddezza, sul volto di Rama
passò un’ombra cupa, “Ora ti ho liberata e perciò potrai fare ciò che
preferisci della tua vita. Purtroppo non posso portarti ad Ayodhya in
qualità di mia moglie, perché sei stata per molto tempo nelle mani
del nemico e perciò qualcuno potrebbe mettere in dubbio la tua
purezza…”
Sita non riuscì a tollerare altro, “Non ho forse sofferto abbastanza? –
esclamò, mentre un’amara lacrima le rigava il bel volto – Ti ho atteso
giorno e notte, pregando e meditando, e mai la mia fedeltà nei tuoi
confronti è stata anche solo minimamente incrinata!” Rama annuì
mesto, “Lo so, ma anche se hai la mia fiducia, sono certo che il
popolo comincerebbe a calunniarti e a non avere per te il rispetto
che dovrebbe invece portare alla propria regina. Questo porterebbe
malcontento nel regno e io, in qualità di sovrano, non posso
permetterlo. Prima di tutto devo pensare al bene della mia gente”
ammise con triste determinazione.
Sita allora avvampò d’indignazione, “E sia! – gridò – Se il popolo ha
bisogno di un segno che dimostri la mia fedeltà, glielo darò con
piacere! Fai preparare una pira, vi salirò senza indugio e, se davvero
non conservo più la mia purezza, che Agni mi divori!” Rama non
disse nulla, nemmeno quando la pira fu davvero preparata e accesa.
I Vanara e persino i rakshasa guardavano colmi di timore e spavento
l’esile e nobile figura che lentamente si dirigeva verso le fiamme,
pregando e fissandole intensamente. Rama aveva lo sguardo cupo e
non rispondeva in alcun modo alle preghiere di Hanuman, che gli
consigliava di lasciar perdere quella cruenta e pericolosa
dimostrazione. Dopo tutta la fatica che avevano fatto per salvarla,
era davvero necessario rischiare di perdere Sita così? Come poteva
Rama, se davvero l’amava, farle questo? I sentimenti dell’eroe non
si erano affievoliti, eppure la osservava andare incontro alle fiamme
con volto imperturbabile. Chissà quali pensieri passavano nella
mente di colui che partecipa della natura di Vishnu, il Deva cosmico.
La dolce Sita si gettò nelle fiamme senza timore, e queste
l’avvolsero senza però lambirla. Agni, il dio del fuoco, l’abbracciò
teneramente, rifiutandosi di fare del male a una creatura tanto nobile
e pura. Sita, da oltre la barriera infuocata, fissava il marito con
espressione di sfida.
In quel momento un boato scosse la terra e Brahma in persona
discese per rimproverare il principe. “Perché, Rama, ti comporti
come se tu e tua moglie foste dei comuni mortali? Non fare questo
torto a Sita, che ti è sempre stata fedele!” Le parole del Deva dai
quattro volti suonavano misteriose agli orecchi di Rama, il quale
subito chiese delucidazioni. “Tu sei l’incarnazione del supremo
Vishnu, il cui spirito permea l’intero universo, allo stesso modo in cui
la tua sposa è la reincarnazione della sua consorte Lakshmi. Voi
siete destinati a stare insieme in questo e in tutti gli altri mondi che
verranno!” gli spiegò, rendendo quindi chiaro di fronte a tutti i
presenti che Sita fosse non solo pura e degna di divenire regina, ma
anche la manifestazione terrena di una dea.
Rama e Sita si guardarono negli occhi, riconoscendosi come Vishnu
e Lakshmi, il cui destino era quello di amarsi in quella e in tutte le
vite a venire. A quel punto la maschera di freddezza venne meno, e
il principe strinse la sua sposa tra le braccia, in mezzo al clamore di
tutti coloro che avevano fatto tanto pur di vederli nuovamente
assieme.
La venuta di Brahma e le sue grandi rivelazioni vennero celebrate
con estrema letizia, anche se al termine dei festeggiamenti Rama
non tornò subito ad Ayodhya, ma preferì aspettare che i quattordici
anni di esilio che gli erano stati imposti da suo padre fossero
terminati. Non mancava molto e, quando i patti vennero rispettati per
intero, Rama, Sita e Lakshmana fecero il loro ritorno trionfale nella
capitale del loro regno, dove Bharata li aspettava con trepidazione.
Come promesso, il fratello aveva governato con giustizia, lasciando
però sul trono i sandali di Rama, perché fosse ben chiaro che si
trovava lì in sua vece. Con gioia e umiltà gli consegnò il diritto di
regnare che spettava a lui solo, e il nuovo sovrano e la sua sposa
presero dunque il loro legittimo posto ad Ayodhya, in mezzo a grandi
celebrazioni che coinvolsero tutto il regno.
Uttara Kanda
Il libro finale

Il regno di Rama fu caratterizzato da un lungo periodo di pace e


prosperità, tanto che un grande saggio, considerato alla stregua di
un santo, che aveva nome Agastya, decise di andare a rendergli
omaggio. Aveva già incontrato Rama e sua moglie nella foresta, e
ora era lieto di poterli vedere sul trono che spettava loro di diritto.
Venne accolto con ogni onore e ringraziò Rama per aver compiuto il
suo destino, liberando il mondo dal crudele Ravana. “Persino i Deva
non erano sicuri che saresti riuscito a sconfiggerlo, quel rakshasa
aveva una forza inaudita, per non parlare delle straordinarie abilità
nel combattimento di suo figlio Indrajit!” spiegò Agastya, dando a
intendere di conoscere molte cose sul loro conto. Rama gli chiese di
raccontare tutto ciò che sapesse sulla stirpe dei demoni e
specialmente sui due che aveva battuto con tanto dispendio di
energie, e il saggio lo accontentò.
Un tempo Lanka era la dimora di una potente stirpe di rakshasa, i
quali erano persino più forti di Ravana. Spinti dall’arroganza e dal
desiderio di potere, mossero guerra ai Deva, agli Asura, ai Naga e a
tutte le altre stirpi, finché gli dèi, preoccupati dalla schiacciante
vittoria dei crudeli demoni, chiesero aiuto a Vishnu. Egli dunque
partì, sul dorso della sua grande aquila di nome Garuda, e lottò
strenuamente contro i rakshasa, scacciandoli da Lanka e affidando
la città a Kubera, il dio della ricchezza. I pochi demoni superstiti si
rifugiarono altrove, ma non facevano che struggersi per ciò che
avevano perduto, desiderando la vendetta.
Sumali, uno dei potenti rakshasa sconfitti, pensò di offrire la sua
avvenente figlia in sposa al padre di Kubera, sperando di dare così
origine a una dinastia di potenti guerrieri simili a Kubera, e perciò in
grado di combatterlo per riprendersi Lanka. Il sant’uomo stava
meditando quando l’avvenente fanciulla gli si presentò di fronte,
chiedendo di essere sua sposa. Nonostante fosse ben lieto di
ricevere le attenzioni di una donna così avvenente, era stato
interrotto in un momento sacro, perciò la ammonì, “Sarai mia sposa
ma, dal momento che hai disturbato le mie preghiere rivolte ai Deva,
i tuoi figli saranno creature empie e crudeli”. A quel punto la ragazza
scoppiò in lacrime, chiedendo al saggio di mutare la sentenza, ma
questi, nonostante fosse mosso a compassione, non poteva
cambiare ciò che ormai era stato detto, e poté solamente
aggiungere: “Il tuo ultimo figlio però sarà molto diverso dai suoi
fratelli e si distinguerà per saggezza e giustizia”.
Secondo la profezia, nacquero tre creature forti e terribili: Ravana,
Kumbhakarna e la loro sorella, ma l’ultimo figlio, Vibhishana, si
dimostrò sempre buono e giusto. I quattro fratelli vennero cresciuti
con l’obbiettivo di sottrarre la città di Lanka al loro fratellastro
Kubera, e sin dalla più tenera età vennero sottoposti a grandi
austerità e addestramenti durissimi, uniti a preghiere e meditazioni
estenuanti. Infine i Deva non poterono fare a meno di notare la
grande forza d’animo di questi quattro rakshasa. Ravana digiunò per
moltissimi anni e rimase assorto in lunghe invocazioni rivolte a
Brahma e, al termine di ogni anno trascorso in preghiera, gli offriva
in sacrificio una delle sue teste.
Al decimo anno, quando Ravana si tagliò anche l’ultima testa, il
Deva della creazione gli apparve, sorpreso dalla sua devozione, e gli
fece ricrescere tutte e dieci le teste, accordandogli persino di
realizzare un desiderio. Ravana chiese dunque di essere imbattibile
e che né i Deva, né gli Asura, né i Naga e tantomeno gli altri demoni
rakshasa potessero sconfiggerlo. Grazie a questa nuova
invulnerabilità, riuscì a scacciare Kubera da Lanka e a rubargli il
carro Pushpaka Vimana, che poteva volare alto nei cieli e portare il
suo padrone ovunque desiderasse.
Nonostante avesse riconquistato la città dei suoi antenati, Ravana
non era ancora soddisfatto e, a bordo del suo nuovo carro, girava
per il mondo, compiendo malefatte. Un giorno però, mentre
sorvolava il monte Kailasa, il carro Pushpaka Vimana si fermò di
colpo e non volle più saperne di proseguire. Ravana scese per
scoprire la causa di quel repentino arresto e si trovò di fronte a una
scimmia, che in realtà era Nandi, il toro di Shiva, sotto altre
sembianze. “Il tuo carro si è fermato in segno di rispetto per il mio
signore Shiva e sua moglie Parvati che dimorano su questa
montagna. Si tratta infatti di un luogo sacro e nessuno può passare
di qui, perciò temo proprio che dovrai cambiare strada”. Non appena
Nandi terminò di parlare, Ravana scoppiò in una volgare risata,
affermando che mai e poi mai avrebbe accettato ordini da una
scimmia. Nandi allora rispose pacatamente “Dal momento che hai
deriso le mie sembianze, sappi che il tuo regno cadrà proprio a
causa di un esercito di scimmie”. Ravana non si spaventò
minimamente, anzi, divenne ancor più sprezzante e afferrò la roccia
che costituiva la montagna, sollevandola all’improvviso e facendo
sobbalzare tutti coloro che si trovavano all’interno del palazzo di
Shiva. Parvati, spaventata, dovette aggrapparsi al marito pur di non
cadere, e adirata maledisse colui che aveva osato tanto: “Costui
perirà a causa di una donna!”
Shiva invece non si scompose, ma si limitò ad appoggiare il proprio
alluce sul pavimento del palazzo, e bastò questo gesto per rendere
la montagna infinitamente più pesante, tanto che Ravana non fu più
in grado di sostenerla e ne venne schiacciato. Solo dopo lunghi anni
di preghiere e suppliche riuscì a ottenere il perdono di Shiva e ad
essere liberato.
Questa lezione però non gli servì a nulla perché, tempo dopo,
mentre sorvolava una radura sul suo carro, notò una bellissima
fanciulla assorta in preghiera e, senza portare alcun rispetto verso la
sua nobile occupazione, la interruppe con arroganza, chiedendole di
divenire sua moglie. La ragazza rifiutò quell’essere volgare e
borioso, ma Ravana non accettò il rifiuto e prese la fanciulla per i
capelli, trascinandola con sé. La poveretta allora estrasse un
pugnale e si tagliò di netto la chioma, pur di sfuggire a quella stretta,
ma ormai si sentiva disonorata e non sarebbe più riuscita a ricevere
il favore di Vishnu. Disperata e furibonda, si gettò tra le fiamme di
una pira, giurando che sarebbe rinata con un altro corpo e che, nella
sua prossima vita, avrebbe certamente trovato il modo di distruggere
Ravana. Anni dopo infatti nacque nuovamente, ma non da una
donna mortale, bensì da un fiore di loto che venne trovato da re
Janaka in un solco del terreno, e per questo motivo venne chiamata
Sita.
Ravana fece dunque ritorno a Lanka, dove trovò suo figlio
Meghanada assorto in preghiere e sacrifici rivolti ai Deva, e si adirò,
“Non posso tollerare che mio figlio si sottometta ai Deva, che sono
assai più deboli della nostra stirpe. Vieni con me, ti dimostrerò la
nostra superiorità!” Detto ciò scatenò una guerra contro i Deva,
attaccando il palazzo di Indra, e fu in quest’occasione che Airavata,
l’elefante bianco del Deva tempestoso, lo colpì al petto, lasciando
una cicatrice a forma di luna crescente. La potenza dei rakshasa era
tale che i Deva si preoccuparono e chiesero aiuto a Vishnu, mentre
Indra venne fatto prigioniero da Meghanada, che da quel giorno si
fece chiamare Indrajit, Colui che catturò Indra. Fu necessario
l’intervento di Brahma perché il Deva delle tempeste venisse
rilasciato, ma Vishnu rassicurò gli altri dèi, dicendo che presto
sarebbe venuto il giorno in cui avrebbe sterminato tutti i rakshasa.
Rama ascoltò con grande interesse il racconto del saggio Agastya,
ma la sua curiosità non si era ancora esaurita. Lo ringraziò per
avergli narrato le origini di guerrieri potenti come Ravana e Indrajit, e
chiese di poter ascoltare qualcosa che riguardasse un altro
formidabile combattente: Hanuman, il generale dei Vanara. Egli
infatti aveva dimostrato una forza e un coraggio straordinari, tanto
che Rama non riusciva proprio a credere che si trattasse di un
comune uomo scimmia. Agastya non si tirò indietro e continuò a
spiegare. “Come ormai avrai capito, Hanuman non è certo un
personaggio da poco, si tratta infatti del figlio di Vayu, il dio del
vento, e perciò possiede doti eccezionali. Si tratta inoltre della
reincarnazione di Shiva, ed è nato dalla medesima sostanza che
diede origine a te e ai tuoi fratelli: eravate destinati a incontrarvi e a
battervi per la medesima causa”.
Rama ringraziò nuovamente Agastya per i suoi interessanti racconti,
quindi lo salutò, dandogli modo di preparare il Rajasuya, una grande
cerimonia in onore del sovrano, alla quale avrebbe partecipato
assieme alla sua regina. Andò quindi a trovare la splendida Sita,
accorgendosi dalle sue forme più tondeggianti che un erede era in
arrivo. Pieno di gioia, le chiese di esprimere qualsiasi desiderio, e la
gentile fanciulla rispose: “I giorni più belli della mia vita sono stati
quelli trascorsi assieme a te nella foresta e, anche se Ayodhya è una
città magnifica, sento la mancanza della quiete che potevo
assaporare in mezzo alla natura. Ti chiedo di portarmi per qualche
tempo a godere nuovamente di quella pace”. Rama accondiscese e
le promise che, una volta terminato il Rajasuya, l’avrebbe
nuovamente condotta nella radura dove avevano trascorso i loro
primi anni felici.
Giunse quindi il momento di compiere il grande sacrificio e la
comparsa in pubblico della regina destò molto scalpore, perché
ormai tutti potevano notare il suo stato interessante. Anziché
compiacersi della prossima nascita di un principe, la popolazione di
Ayodhya cominciò a inquietarsi e a far circolare voci e calunnie sul
conto del nascituro. Si diceva che il bambino potesse essere figlio
del perfido Ravana, dal momento che Sita aveva trascorso lungo
tempo nel suo palazzo, lontana da Rama, e si temeva che il trono
passasse nelle mani di un crudele rakshasa.
Queste voci arrivarono fino a Rama che, sebbene fosse certo della
fedeltà della moglie, doveva considerare anche le opinioni del suo
popolo. Con le lacrime agli occhi fu costretto a prendere una
decisione che lo avrebbe fatto soffrire enormemente, “Prima di tutto
il mio compito è quello di guidare Ayodhya e di renderla prospera e
felice, perciò non posso tollerare che la mia gente diffidi della sua
regina: ciò potrebbe causare lotte interne e un clima di sfiducia. Che
accoglienza riceverà il mio erede, se lo riterranno il figlio di un
demone? Il suo regno non sarà mai prospero e sicuro. Sono perciò
costretto a mandare la mia amata Sita in esilio, ma farò in modo che
sia felice anche se lontana da me. Lakshmana, mio fidato fratello,
domani stesso l’accompagnerai fino alla radura dove abbiamo
vissuto assieme. Sita ama molto quei luoghi e perlomeno laggiù
potrà vivere in pace e serenità, lontana dalle calunnie del popolo”.
Il principe sgranò gli occhi, sconvolto dalla decisione del fratello, che
aveva fatto di tutto pur di ritrovare l’amata e che ora si rassegnava a
perderla a causa delle malelingue. Tristemente dovette accettare la
scelta del suo sovrano ma, quando fu solo nelle sue stanze, scoppiò
in lacrime, affliggendosi per la sorte infelice di quella coppia che gli
stava tanto a cuore. “Rama e Sita sono persone buone, devote e
virtuose, non meritano di soffrire in questo modo! Perché mai, dopo
tante peripezie per tornare assieme, devono separarsi di nuovo?”
A quel punto un fedele servitore che viveva a palazzo da lungo
tempo, già al servizio del vecchio re Dasharatha, si fece avanti,
cercando di consolare il suo principe. “Devi sapere, mio signore, che
molti anni fa, prima ancora della tua nascita o di quella di Rama, mi
recai assieme a vostro padre a far visita a un saggio rishi di nome
Vashistha. Dasharatha chiese al sapiente se avrebbe mai avuto
degli eredi e se questi avrebbero avuto una vita felice, e a quel punto
Vashistha gli raccontò una storia. Un tempo i Deva e gli Asura
combatterono una strenua battaglia, e alla fine gli Asura, sconfitti,
cercarono rifugio presso la moglie del saggio Brighu. Vishnu se ne
accorse e, per punire la donna che aveva offerto aiuto ai suoi nemici,
la decapitò all’istante. Brighu, sconvolto a causa della perdita della
moglie, disse che sarebbe arrivato il giorno in cui anche Vishnu
sarebbe stato separato dalla sua amata. Rama in fondo è la
reincarnazione di Vishnu, e attraverso di lui si sta compiendo la
maledizione di Brighu, ma non devi preoccuparti, perché Vishnu e la
sua consorte Lakshmi sono destinati a stare insieme per sempre,
nello splendore dei pianeti celesti”.
Un poco rinfrancato da queste parole, Lakshmana condusse Sita
nella radura, dove nel frattempo si era stabilito un uomo che un
tempo era stato un brigante, ma che poi si era ravveduto grazie
all’intervento di Brahma, e che da quel momento in poi visse sempre
di giustizia e meditazione: il suo nome era Valmiki. Quando fu il
momento di spiegare a Sita la decisione di Rama che prevedeva il
suo esilio, Lakshmana rimase stupito dalla compostezza con cui la
regina accettò la decisione. Anche se con gli occhi lucidi, Sita annuì,
“Capisco e ammiro mio marito. Prima di tutto deve essere un buon
re e preoccuparsi del benessere del suo popolo”.
Tristemente Lakshmana si congedò da Sita per tornare a confortare
il proprio fratello, che continuava a regnare su Ayodhya con
rettitudine, ma con il cuore pesante. Trascorsero dodici lunghi anni, e
Rama si dimostrò un perfetto sovrano, amato dal popolo e dai
fratelli, che nel frattempo avevano fondato altre ricche e fiorenti città.
Shatrughna, il fratello gemello di Lakshmana, viveva nella florida
Mathura, ma decise di andare a far visita al caro Rama e così si
mise in viaggio. Attraversò campi, pianure e foreste, e infine decise
di chiedere ospitalità a un vecchio eremita, che viveva assieme ai
suoi due giovani assistenti nel bel mezzo di una radura. Questi si
dimostrarono cortesi e ospitali verso il principe, e Shatrughna rimase
ammaliato dal portamento nobile e fiero dei due bambini, ma ancor
più si stupì nell’ascoltare i loro canti.
Entrambi avevano voci melodiose e conoscevano a memoria un
lungo e affascinante poema, opera del loro vecchio maestro, che
raccontava per filo e per segno tutte le gesta del grande Rama.
Shatrughna ne fu colpito e, anche dopo aver lasciato la casa
dell’eremita, non faceva che pensare a quel meraviglioso canto,
tanto che ne parlò anche a Rama, suggerendo di invitare a corte lo
straordinario sapiente e i suoi due apprendisti. Il sovrano, incuriosito,
indisse sacrifici e festeggiamenti in onore ai Deva e, come previsto,
si presentarono ad Ayodhya anche i tre personaggi descritti da suo
fratello. I due giovinetti si chiamavano Kusha e Lava e furono invitati
a ripetere anche di fronte al re il grandioso canto con cui avevano
allietato le serate di Shatrughna.
Il racconto durò giorni e giorni e Rama non si sarebbe mai stancato
di starlo ad ascoltare, non solo perché narrava in modo veritiero ogni
sua avventura, ma anche perché si sentiva molto legato a quei due
portentosi gemelli. Infine il loro saggio maestro si fece avanti,
ammettendo di essere Valmiki e presentando a Rama i suoi due figli,
nati da Sita durante l’esilio. Come i due bimbi avevano cantato, la
fanciulla gli era sempre rimasta fedele, e le nobili fattezze di Kusha e
Lava ne erano ulteriore prova. A quel punto Rama chiese al saggio
di chiamare la bella Sita e di invitarla a far subito ritorno a palazzo,
dove sarebbe rimasta al suo fianco, assieme ai loro figli.
Sita non tardò e il giorno seguente si trovava già ad Ayodhya, dove il
marito l’aspettava pieno di gioia. Il popolo però non era del
medesimo avviso e, riconoscendo la regina esiliata, riprese a
calunniarla, chiedendole di tornare da dove era venuta. A nulla
valsero le parole di Valmiki, che proclamò a gran voce che Sita non
aveva mai nemmeno pensato a un altro uomo in tutta la sua vita: i
cittadini volevano una prova.
Sita, con il volto rigato dalle lacrime a causa di quell’ennesima
manifestazione di sfiducia, non si scoraggiò nemmeno questa volta,
“Se davvero sono stata fedele a Rama durante tutti questi anni, che
la Devi della terra sorga in questo momento dal sottosuolo e mi porti
con sé!” esclamò. In quell’esatto istante, il terreno di Ayodhya
cominciò a tremare e un’enorme fenditura si aprì proprio sotto i
delicati piedi di Sita. Il popolo assistette esterrefatto alla comparsa di
Bhumi, la dea della terra che, con gesto regale, invitò Sita a sedere
assieme a lei sul suo trono. Bhumi era un’altra delle manifestazioni
di Lakshmi, ed era la consorte di Varaha, l’avatara di Vishnu che
aveva salvato il mondo in forma di cinghiale.
Dopo quella visione, tutti compresero di aver sbagliato a dubitare
della loro regina e se ne pentirono amaramente, ma ormai era
troppo tardi e, con un ulteriore tremolio, Bhumi e Sita scomparvero
nel terreno, che subito si richiuse al loro passaggio. Rama piangeva
lacrime rabbiose, perché ancora una volta Sita era stata costretta a
provare la propria innocenza e, nonostante il popolo si fosse
finalmente convinto, la Devi della terra se l’era portata via.
“Bhumi! – chiamò a gran voce – Rendimi subito mia moglie,
altrimenti verrò a prenderla personalmente! Userò tutta la mia
potenza, anche a costo di spaccare l’intera crosta terrestre e di
distruggere il pianeta!” gridava in preda all’ira, estraendo l’arco
Sharanga e puntandolo verso il terreno. La rabbia lo aveva reso
terribile anche agli occhi del suo popolo, che spaventato corse a
rifugiarsi nelle proprie case, anche se sapeva che non ci sarebbe
stata una via di scampo, se Rama avesse annientato l’intero pianeta.
A quel punto però una pioggia di petali celestiali cadde dolcemente
dal cielo, e Brahma comparve in tutto il suo splendore, ricordando al
sovrano il destino di Vishnu e della sua amata Lakshmi, che
sarebbero rimasti per sempre assieme nei mondi superni.
Solo allora Rama tornò calmo e pacato com’era sempre stato, e
accettò di buon grado ciò che i Deva avevano deciso, regnando su
Ayodhya con giustizia per ancora lunghi anni di prosperità e
benessere. Un giorno però ricevette la visita di un misterioso
sant’uomo, che nessuno aveva mai visto prima di allora. Questi
chiese di poter conferire privatamente con Rama, avvertendo però
che la sua missiva era di grandissima importanza, destinata
solamente alle orecchie del sovrano, e che, perciò, chiunque altro
l’avesse ascoltata sarebbe morto all’istante. Rama accettò di
incontrarlo e assieme si chiusero in una stanza per discutere in
privato. A quel punto il misterioso straniero si palesò: si trattava di
Kala, il signore del tempo, giunto fin lì per annunciare a Rama che la
sua ultima ora era infine scoccata. I Deva lo avrebbero finalmente
accolto tra i pianeti celesti, dove avrebbe anche rincontrato l’adorata
Sita.
Mentre discutevano e Rama accettava di buon grado il proprio
destino, un importante saggio giunse a palazzo, chiedendo di
conferire immediatamente con il sovrano. Era Durvasa, famoso per il
suo pessimo carattere e per le terribili maledizioni che gettava su
tutti coloro che non si comportavano secondo i suoi desideri.
Lakshmana cercò di fare le veci del fratello, ma il sapiente voleva
parlare direttamente con il re in persona, e a nulla valsero le gentili
parole del principe, che gli chiese di attendere qualche istante. “Ho
molta fretta! – esclamò furente – Non mi sembra però che vi importi
poi molto di ciò che ho da dirvi, mi state trattando con ben poco
rispetto, vietandomi di vedere il vostro re. Se non mi condurrete
subito da Rama, scaglierò una potente maledizione che sterminerà
la vostra intera dinastia!” Lakshmana cercò di placare l’impaziente
Durvasa, che era una personalità di grande potenza, in grado di
realizzare le proprie minacce, ma questi non cambiò idea, perciò il
principe fu costretto a interrompere il colloquio di Rama con il dio del
tempo e, nel momento esatto in cui entrò nella stanza, il pesante
sguardo di Kala si posò su di lui. Lakshmana comprese che di lì a
poco sarebbe morto, ma non ne fu affatto dispiaciuto, perché
sarebbe salito ai pianeti superiori assieme al suo amato fratello.
Accettò la morte con serenità, recandosi sulle rive del fiume Sarayu
e meditando fino al momento in cui la sua anima non lasciò il mondo
materiale.
Nel frattempo, la voce della prossima dipartita dell’amatissimo
sovrano si era sparsa in tutto il regno, e ad Ayodhya cominciarono
ad affluire moltitudini di persone desiderose di dire addio a colui che
aveva compiuto imprese tanto grandiose. Rama salutò con affetto i
figli Kusha e Lava, i saggi consiglieri e i cari fratelli Bharata e
Shatrughna, e si congedò con stima e rispetto anche dal fidato
generale Hanuman, profetizzando che quest’ultimo sarebbe vissuto
fintanto che il Ramayana, il poema che cantava le loro gesta, fosse
esistito.
Infine Brahma e il resto dei Deva chiamarono a sé l’eroico re
guerriero che aveva liberato il mondo dal signore dei demoni.
Finalmente Rama poté raggiungere i pianeti celesti, dove si
ricongiunse all’amata Sita, concludendo il proprio destino di avatara
di Vishnu. Il racconto delle sue imprese però continuò a passare di
bocca in bocca, divenendo uno dei testi più importanti della
tradizione indiana e raccogliendo gran parte dei miti e delle tradizioni
induiste. Si dice inoltre che chiunque ne legga anche solamente un
verso avrà una vita colma di fortuna e felicità.
Testi utili per approfondire:

Anna Dalla Piccola, Induismo: dizionario di storia, cultura, religione.

Goswami Tulsidas, Ramcharitmanas.

Romesh Dutt, Ramayana.

Ramesh Menon, The Ramayana: a modern retelling of the great


indian epic.

Klaus Klostermaier, Induismo: una introduzione.

Sanjay Patel, Ramayana: il divino inganno.

Rajagopalachari, Ramayana retold.

Valmiki, traduzione di Gaspare Gorresio, Il Ramayana di Valmiki.


puoi trovare:
I Miti Indiani
la ricca e raffinata mitologia dell’India, raccontata da saggi maestri sulle rive
del Gange

Ramayana
il grande viaggio di Rama, uno dei più importanti eroi dell’epica indiana

Mahabharata
il più grande poema indiano che narra le gesta di Krishna ed Arjuna in
un’epica battaglia

Miti Egizi
tra piramidi e faraoni, la misteriosa mitologia sorta sulle sponde del Nilo

Edda: il Canto di Odino


le grandi fonti della tradizione norrena: l’Edda Poetica, in Prosa e Minore,
raccontate in modo semplice e appassionante

I Miti Norreni
le antiche leggende di Odino, Thor e Loki, raccolte nell’Edda poetica

Saghe Vichinghe
Spade, Valchirie e grandi eroi: alla scoperta di alcune tra le più avvincenti
saghe del Nord

Il Canto dei Nibelunghi


le vicende del prode Sigfrido, della valchiria Brunilde e l’ambito tesoro dei
Nibelunghi

Saghe Islandesi
le gesta degli orgogliosi vichinghi che per primi colonizzarono la terra del
ghiaccio e del fuoco

La stirpe di Frey – Heimskringla


le Cronache dei Re del Nord, un viaggio tra i popoli vichinghi di Norvegia,
Svezia e Danimarca
Racconti dei Fianna
le avventure di Fionn mac Cumhaill e dei suoi eroi dei colli nebbiosi, sul
confine tra questo mondo e quello incantato

Leggende dal Kalevala


il poema epico finlandese, che narra le vicende del fiero popolo di Kaleva

Miti Romani
dalla fondazione di Roma alle Guerre Puniche: la storia di uno dei più grandi
imperi mai esistiti

Miti e Costellazioni
le più grandi leggende incastonate nel nostro cielo, tra eroi greci, romani,
indiani e babilonesi

Il viaggio degli Argonauti


l’epico viaggio di Giasone ed i suoi cinquanta compagni alla ricerca del mitico
Vello d’Oro

Eroi della Tragedia Greca


il destino degli eroi che per secoli hanno rappresentato le molte sfumature
dell’animo umano

Cantami o Diva…
dalla fondazione al tramonto di Troia, le epiche gesta di Achille, Ettore, Ulisse
e degli altri grandi eroi del mondo antico

I Miti di Sumer
la misteriosa mitologia del primo tra i popoli, tratta dalle antiche tavole in
cuneiforme

La Leggenda di Gilgamesh
l’epopea babilonese dedicata al re di Uruk e alla sua ricerca dell’immortalità

Miti Persiani
l’eterna lotta tra angeli e demoni secondo il profeta Zoroastro e le grandi gesta
dei re di Persia

I Cavalieri della Tavola Rotonda


le grandi gesta di Artù, Merlino e i valorosi cavalieri di Camelot

Miti Maya e Aztechi


la sorprendente storia dei popoli mesoamericani, all’ombra delle grandi
piramidi a gradoni
Dopo il Ragnarok, gli dèi sono tornati…

Secondo la più antica saggezza, il tempo è ciclico e costantemente


si rinnova, è quello che accade in ARDA 2300, dove, in un futuro
vessato dal conflitto tra uomini e macchine, gli dèi fanno
inaspettatamente ritorno.
Com'era stato predetto da popoli ormai dimenticati, il Ragnarok ha
distrutto il vecchio mondo e gli Aesiri, misteriose entità che si fanno
chiamare dèi, hanno riportato ordine e prosperità, facendo sorgere
Yggdrasil, l'albero del mondo, al centro di quella che un tempo era
l'Europa.
Sotto la splendente facciata di questa nuova età dell'oro si celano
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sottile ed indistinguibile.
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primi hanno dimenticato di avere un'anima ed i secondi lottano per
veder riconosciuta la propria?
Scopri un appassionante romanzo storico sospeso tra
oriente e occidente, tra i segreti del nazismo e le sacre
vette himalayane…

Nella casa dei bisnonni, Alex trova la vecchia divisa di un ufficiale delle SS,
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lo indossa, ignaro di come questo gesto cambierà la sua vita. La psicometria,
ovvero la capacità di percepire il passato attraverso gli oggetti, forse non era
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diviene partecipe della vita di un pilota vissuto negli anni della seconda guerra
mondiale, misteriosamente connesso con le SS di Himmler e con l’Ahnenerbe,
fulcro dell’occultismo nazista, con sede nel mistico castello di Wewelsburg: la
Camelot nera di Himmler. Tra antiche reliquie e all’ombra del Terzo Reich,
incontrando alcuni tra i più controversi personaggi della storia e muovendosi in
uno scenario di eventi realmente accaduti, dalla Germania nazista al lontano
Tibet, passando per la resistenza italiana, Hans ed Alex dovranno impiegare
tutte le proprie forze per far tramontare il Sole Nero ed impedire all’oscuro
dragone di avvolgere le sue spire intorno al mondo.
Una storia ambientata nelle lontane terre dei Tungusi, dove si è
mantenuta la tradizione di affidarsi agli sciamani per comprendere i
segreti sussurri degli spiriti.

Un sentiero lungo il corso del Sole

La notte è calma ma gli spiriti non smettono di chiamare. Battono gli


zoccoli, ululano, strofinano becchi e corna contro gli alberi...
è tempo che lo sciamano inizi il suo viaggio.
Gli spiriti lo sanno, per questo non gli danno tregua: conoscono il
suo animo e lo accompagnano nella veglia e nel sogno, sin nelle
profondità dei mondi inferi o lungo il sentiero che conduce al Sole.
Inan è un giovane destinato a diventare uno sciamano, ma il suo
cammino verso la luce dovrà passare anche attraverso le ombre.
Le stelle sono state ancestrali guide per tutti i popoli
che si avvicendarono sul nostro pianeta. Ora hanno
smesso di brillare, ma l’equipaggio del Cygnus, un
misterioso galeone volante con a capo un bizzarro
alchimista, solcherà i cieli di questo mondo, e non solo,
pur di ritrovarle.
Tra conoscenze perdute, avventure piratesche, magici
cristalli e polveri alchemiche, il Cygnus ci porterà in
viaggio attraverso il sapere degli antichi, nella
speranza di vederlo splendere di nuovo, proprio come
le stelle nella volta celeste.
Grazie per aver letto questo libro!

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