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©Mila Fois

Le immagini in copertina sono opera di Tithi Luadthong.

Yliaster

Parte prima

I Cercatori
di Stelle
Mila Fois
Dedico questo libro a tutti coloro che ancora
sanno alzare gli occhi verso il cielo,
alla ricerca delle stelle.
CYGNUS
AMETHYSTOS
THEOPHRAST
PER ASPERA AD ASTRA
KA
PHAETON
ERIDANOS
LE PORTE DEGLI INFERI
ARANEL VANHORN
AMDUAT: Ciò che è nell’Aldilà
LE QUATTRO STAGIONI
A:.G:.D:.G:.A:.D:.U:.
V:.I:.T:.R:.I:.O:.L:.
BARBIGLIO
MOEBIUS
OPALLIUS
AL-UQSUR
LA TRIADE TEBANA
QE-RASIJA
BORIKEN
TAINO
ALABASTRA
MAYNARD
GUAZABARA
AMISTAD
SYBARIS
CYGNUS

Il cielo era di una strana tinta violacea, rifletteva il chiarore delle


strade, illuminate da fitti lampioni. Medea era affacciata alla finestra
della sua camera; anche quella sera cercava di aguzzare lo sguardo
e andare oltre quelle rifrangenze luminose per avvistare, finalmente,
qualche piccola stella.
Ci aveva fatto caso solo pochi giorni prima: l’unico corpo celeste che
riusciva ancora a individuare, guardando verso l’alto dopo il calar del
Sole, era la sua argentea sposa, la Luna. Attorno a lei avrebbero
dovuto esserci le sue scintillanti ancelle, invece la ragazza non
riusciva a scorgerne nemmeno una, quasi improvvisamente tutte le
stelle avessero smesso di brillare.
Sapeva che ciò non era possibile, probabilmente non le vedeva
perché abitava in città. Tutte quelle luci artificiali, assai utili perché gli
uomini non si smarrissero nelle tenebre, avevano l’effetto di coprire
completamente le loro guide più antiche, quelle che scintillavano
nella notte dei tempi e che avevano cullato il sonno e i profondi
pensieri dei più saggi tra i maestri.
Medea chiuse la finestra, delusa da quell’ennesimo fallimento. Era
già la terza sera di fila che si appostava sul davanzale, puntando lo
sguardo verso l’alto e trovando solo una distesa oscura e
apparentemente vuota.
Aveva chiesto ai suoi amici se anche loro, guardando il cielo
nottetempo, non riuscissero a scorgere neanche una piccola stella,
ma questi avevano dimostrato di non averci fatto troppo caso.
Probabilmente, se una gigantesca cometa fosse passata sopra le
loro teste o se la Luna stessa fosse esplosa in mille pezzi, non se ne
sarebbero nemmeno accorti, dal momento che non alzavano mai lo
sguardo oltre il loro umano orizzonte. A sentir loro, non c’era bisogno
di nient’altro.
Non che questo atteggiamento la stupisse, dopotutto erano sorte
interminabili polemiche anche quando Galileo Galilei aveva utilizzato
in maniera del tutto nuova il cannocchiale. I suoi contemporanei lo
puntavano sulla terraferma, per guardare lontano, ma Galileo voleva
spingere il suo sguardo ancor più in là, e perciò lo aveva orientato
verso il cielo.
In fondo era del tutto umano restarsene ben aggrappati alla propria
dimensione terrestre. Chi se ne andava a spasso con il naso all’insù
avrebbe fatto la fine di Talete, cadendo nel pozzo che aveva davanti
ai piedi, senza averlo minimamente notato.
La ragazza si sedette sul proprio letto, domandandosi che fine
avessero fatto le stelle. Nemmeno le più grandi e lucenti riuscivano a
vincere il riflesso delle insegne cittadine che, col passare del tempo,
avevano inghiottito tutto quanto, come delle moderne supernove.
“Perché te ne preoccupi tanto? In fondo cosa cambia se, alzando gli
occhi al cielo, vedi o meno dei puntini luminosi?” le avevano
risposto, quando aveva esternato i propri pensieri a qualche amico.
“Questo accade perché abiti in città, - le aveva detto un altro – e
l’atmosfera riflette la luce emanata dal basso. Prova ad andare in
montagna o in un luogo scarsamente illuminato, vedrai che
cambiamento!”
Ricordò queste parole, chiedendosi se davvero, spostandosi in un
bosco o in una zona priva di lampioni, sarebbe finalmente riuscita a
vedere il cielo nella sua forma autentica.
Scese le scale e uscì per strada, infilandosi il casco e montando in
sella alla sua moto, quindi partì, determinata a trovare una risposta.
Non sapeva precisamente dove andare, si lasciò guidare
dall’intuizione, e dopo una buona mezz’ora trascorsa a svoltare ripidi
tornanti, si ritrovò in una radura completamente buia.
Attorno a lei non c’era nessuno. Le case erano lontane, più in basso,
mentre la strada principale, alle sue spalle, emetteva deboli bagliori
in mezzo alle macchie scure, create dagli alberi che ricoprivano i
fianchi della montagna.
La città era distante, avvolta da un alone rossastro, simile a una fitta
nebbia asfissiante che impediva la vista delle piccole luci celesti.
Scese dalla moto, pensando che quello fosse il luogo ideale per
guardare il cielo. Scosse i lunghi capelli castani, schiacciati dal
casco, facendoli ondeggiare nell’aria notturna, decidendosi infine ad
alzare i grandi occhi scuri verso l’alto, scorgendo il vasto cielo di un
blu molto scuro, rischiarato solamente nei pressi della Luna, che
creava attorno a sé un alone diafano.
Non c’erano stelle, da nessuna parte.
Medea non si diede per vinta, cercando in ogni angolo di cielo,
chiedendosi come fosse possibile, in una serata così limpida, senza
nemmeno una nube, non riuscire a vedere altro che quell’oscurità
uniforme.
Che fine avevano fatto le stelle? Era certa che alcune fossero molto
grandi, come ad esempio Sirio, la stella del Cane, che gli antichi
egizi guardavano per predire le piene del Nilo, o le tre stelle che, in
fila, formavano la cintura di Orione, facilmente riconoscibili a causa
della loro vicinanza.
“Finalmente!” esclamò, notando un unico puntolino luminoso, poco
più in alto e a destra rispetto alla Luna.
Un leggero rumore alle sue spalle la fece sussultare: non era sola in
quella radura.
Per un attimo ebbe paura, notando la figura, avvolta nell’ombra, di
un ragazzo alto e dal fisico sottile. Per fortuna non sembrava
interessato a lei, perché si diresse verso il parapetto di quel piccolo
parcheggio montano e deserto, appoggiandovi le mani e fissando
l’orizzonte con fare meditabondo.
Non aveva sentito il rombare di un motore, perciò quel ragazzo
doveva essere arrivato fin lì a piedi, e ciò era molto strano, dal
momento che il centro abitato più vicino si trovava piuttosto distante.
Doveva aver camminato molto, nel cuore della notte e per di più in
salita, ma per quale scopo?
Medea era davvero incuriosita e cercò di sbirciare, con la coda
dell’occhio, i movimenti di quel misterioso sconosciuto.
Aveva lunghi capelli scuri e vestiva in modo inusuale, anche se, in
mancanza di luce, non avrebbe potuto notarne i particolari.
Osservava angosciato il cielo, come se si aspettasse di vedere
qualcosa che invece non compariva, e l’attesa pareva gettarlo nello
sconforto più totale.
Medea associò immediatamente le preoccupazioni del ragazzo alle
proprie e decise di avvicinarsi, indicando l’unico astro che si vedeva
splendere in cielo, poco distante dalla Luna, “Cerchi le stelle?
Eccone una lassù!” disse con un sorriso.
Lo sconosciuto la fissò con espressione perplessa, “Quello è Giove,
un pianeta” rispose secco.
La ragazza ci rimase male, non solo per il tono di quella risposta, ma
anche per il fatto che l’unica luce presente nel cielo non fosse una
stella, ma un altro dei pianeti del sistema solare.
“E che fine hanno fatto le costellazioni?” domandò ancora. Dal
momento che quel tipo faceva tanto il saccente, forse avrebbe
potuto fornirle qualche utile delucidazione.
Lui sbuffò, indicando con gesto plateale l’intera volta oscura, “Non
saprei, tu le vedi da qualche parte?” rimbeccò, facendola pentire di
avergli rivolto la parola.
“Oh poveri noi, - esclamò Medea, sbuffando – senza le loro antiche
guide, gli uomini stanno diventando proprio irritabili e maleducati!”
Il ragazzo si trovò perfettamente d’accordo, “Precisamente, perciò,
se non ti dispiace, ero venuto fin qui per riflettere. Non potresti
andartene e lasciarmi solo con i miei pensieri?”
Medea s’impuntò, piantando bene i piedi per terra, “Non credo
proprio, sono arrivata prima io!” esclamò, senza comprendere
perché tenesse tanto a quella zolla di terra dalla quale non si
potevano nemmeno vedere le stelle.
“Perché mai dovresti restare? – l’apostrofò l’altro, offeso – Come
vedi il cielo è vuoto, quindi faresti meglio a tornartene a casa”.
La ragazza concordava, o perlomeno, così faceva la sua parte
razionale, ma qualcosa nell’animo le suggeriva invece di restare. Era
come se l’eco di qualcosa di assolutamente straordinario stesse
arrivando fino a lei da qualche meandro dell’universo, e sapeva che,
se si fosse allontanata, avrebbe perso l’occasione della sua vita.
D’altra parte, quel ragazzo non voleva averla intorno e non era
carino imporre la propria presenza, perciò Medea finse di andarsene
stizzita, mentre in realtà approfittò delle tenebre per nascondersi
dietro un albero, nell’attesa di qualcosa che nemmeno lei avrebbe
saputo spiegare.
Nella mezz’ora che trascorse, la ragazza decise almeno una decina
di volte di recuperare la moto e tornare verso casa, dal momento che
non stava accadendo proprio nulla di interessante. Lo scortese
sconosciuto se ne stava immobile a fissare il cielo vuoto, e Medea
cominciò a domandarsi perché mai non riuscisse ad allontanarsi da
quella noiosa radura.
Per l’ennesima volta convinse se stessa ad aspettare ancora
qualche minuto, mentre la sua parte razionale derideva quella che
invece le stava facendo perdere tempo prezioso, appostata lì dietro
come una spia.
La lancetta si era spostata di un altro quarto di giro e le speranze di
assistere a qualcosa di particolare stavano cominciando a venir
meno. Medea trattenne uno sbadiglio, mentre il misterioso ragazzo,
ancora immobile nel punto in cui lo aveva lasciato, alzò di colpo lo
sguardo sopra di sé, dove un puntolino lucente sembrava
ammiccare nella sua direzione.
“Le stelle non appaiono e scompaiono all’improvviso, - si disse
Medea, sporgendosi dal proprio nascondiglio per scoprire cosa
potesse essere quel repentino bagliore – che sia un aereo di
passaggio?”
Si concentrò, notando che, in effetti, quel punto di luce non voleva
starsene fermo, ma si faceva sempre più grande e vicino. Rimase
attonita a guardare, mentre la sua mente non si azzardava
nemmeno a formulare una possibile spiegazione, tanto era
incredibile ciò che le si stava presentando davanti agli occhi.
La luce era molto intensa ma non apparteneva a una stella, bensì a
una sorta di grande faro posto sotto quella che era a tutti gli effetti la
chiglia di una nave. Si trattava di un vero e proprio galeone dalle
vele bianche e spiegate: quella centrale esibiva l’immagine di un
cigno dalle ali aperte, pronto a planare dolcemente verso la meta.
Medea si strofinò gli occhi e provò persino a schiaffeggiarsi, forse si
era addormentata durante quella noiosa attesa e ora stava
sognando. L’improbabile nave volante cominciò a scendere
lentamente verso il ragazzo dai lunghi capelli neri. La luce posta in
basso, che inizialmente Medea aveva scambiato per una stella,
rischiarò all’improvviso l’intera radura, rendendole ben visibile
l’aspetto dello sconosciuto che poco prima l’aveva apostrofata con
arroganza.
I suoi abiti sembravano usciti da un film ambientato nell’Ottocento,
solo con qualche modifica stravagante, inoltre aveva le maniche
della camicia alzate oltre il gomito, mettendo bene in vista i tatuaggi
che aveva sugli avambracci. Su quello destro esibiva una stella a
cinque punte, con sotto la scritta “Solve”, mentre sul sinistro aveva
un simbolo che Medea non avrebbe saputo ricondurre a qualcosa di
specifico, sebbene le fosse vagamente noto. Si trattava del simbolo
dell’infinito, ma sormontato da una linea verticale tagliata da due
segmenti orizzontali, dei quali il primo era più corto. Sotto di essi
stava scritto “Coagula”.
Dovette concentrarsi su questi piccoli particolari per mantenere una
parvenza di sanità mentale, dal momento che il galeone volante
sembrava proprio intenzionato ad attraccare in quella radura, e la
ragazza non riusciva in alcun modo a capacitarsene.
“Volevi qualcosa di straordinario, - si disse incredula – ed eccoti
accontentata!” ironizzò, mentre dal parapetto della nave si sporgeva
la figura di un vecchio, il quale sembrava proprio affacciarsi per
entrare in comunicazione con lo strano ragazzo che se n’era rimasto
lì sotto ad aspettare, per nulla turbato dall’eccezionalità della
situazione.
“Alioth! – gridò il vecchio – Hai trovato qualcosa?”
Lui scosse la testa, mentre veniva calata una scaletta a pioli, che il
misterioso giovane, apparentemente denominato Alioth, fece per
afferrare, quando l’uomo a bordo della nave lo interpellò
nuovamente. “Aspetta, che ne facciamo della ragazza?” chiese.
Alioth si voltò turbato. La luce emessa dal faro posto sotto la chiglia
rendeva ben visibile Medea, nascosta dietro un albero lungo il bordo
della radura. Non appena la vide, si passò stizzito una mano sul
volto, apostrofandola con estremo fastidio, “Non ti avevo detto di
andartene?”
La ragazza annuì, sentendosi una stupida, probabilmente il giovane
stava solo cercando di custodire i propri segreti e lei invece lo aveva
spiato di nascosto, con esiti alquanto deludenti.
Il vecchio a bordo del galeone sembrò maggiormente educato e
invitò Medea ad avvicinarsi, presentandosi con tono gentile, “Il mio
nome è Thuban, sono lieto di conoscerti”. Lei annuì, sentendosi
decisamente in imbarazzo e portandosi, con le gambe che le
tremavano, fin sotto la scala a pioli, dove Alioth la fissava con astio.
“Questo è il mio galeone, il Cygnus. Fantastico, non è vero? -
continuò il vecchio, ottenendo la completa approvazione di Medea -
Immagino il tuo stupore, da queste parti non siete abituati a cose di
questo genere. Ti andrebbe di salire a bordo?”
Medea non se lo fece ripetere due volte e, incurante dello sguardo
infastidito di Alioth, il quale di certo avrebbe preferito non averla tra i
piedi, si issò sulla scaletta e salì fino a ritrovarsi sul ponte del
Cygnus.
Sotto le suole delle scarpe aveva un ponte di legno, e tutto intorno a
lei sembrava riprodurre perfettamente la struttura di un galeone
pirata, con tanto di alberi maestri, parapetti e cordame vario. Non le
sembrava possibile di trovarsi realmente sopra un oggetto tanto
controverso, e non voleva nemmeno soffermarsi a pensare di essere
sospesa a mezz’aria, altrimenti avrebbe potuto spezzare quella sorta
di incantesimo e finire con il precipitare a terra.
Da quella distanza ravvicinata, poté notare che quello che dal basso
le era sembrato un vecchio, in realtà non avrà avuto più di
sessant’anni, anche se portati piuttosto male. I capelli grigi e folti gli
stavano ritti sulla testa, come se avesse appena preso la scossa, ed
erano tenuti indietro da un grosso paio di occhialoni, portati come
una fascia, con almeno quattro o cinque paia di lenti per ciascuno,
tutte di colori diversi e con strani disegni e intarsi sul vetro. Gli occhi
erano azzurri e gentili, anche se la pelle del viso era rovinata da
alcune abrasioni; lo stesso valeva per il lungo cappotto blu che
portava addosso, con spalline e simboli che lo rendevano simile a
quello di uno sconosciuto ordine militare, anche se in gran parte era
macchiato o persino bucato.
“Benvenuta sul Cygnus, qual è il tuo nome?” domandò, mentre
Alioth saliva a bordo e issava la scaletta che avevano appena
utilizzato.
“Medea” rispose la ragazza, ancora stranita da tutte quelle incredibili
novità.
Thuban a quel punto sorrise, “Ma davvero? Che splendida
coincidenza, non trovi anche tu, Alioth?” si rivolse quindi al giovane,
il quale, per tutta risposta, borbottò qualcosa con tono stizzito e si
allontanò.
“Perdonalo, - proseguì il vecchio – ha davvero un caratteraccio, però
è un allievo molto promettente. Dimmi, Medea, ti piacerebbe fare un
bel giro per i cieli?”
Lei annuì almeno una decina di volte, mentre l’uomo rispondeva con
un orgoglioso sorriso e batteva forte lo stivale sul legno del ponte.
“Tarazed, avvia i motori!” gridò quindi, e pochi attimi dopo la nave
ebbe un forte scossone che avrebbe sbalzato via Medea, se solo
Thuban non l’avesse tenuta per un braccio.
“Un bravo uomo di cielo deve abituarsi ai sobbalzi della nave,
altrimenti rischia grosso! - le spiegò, mentre il Cygnus cominciava
lentamente a muoversi – Faresti meglio a restare aggrappata alla
balaustra, per il momento” continuò, aiutandola a raggiungere il
parapetto, al quale si tenne ben stretta, guardando in basso e
provando una sensazione meravigliosa.
La radura sotto di lei si stava rimpicciolendo sempre più e le case e
gli alberi sembravano dei minuscoli modellini. Anche le luci erano
ormai solo piccoli puntolini lontani. Non avrebbe mai immaginato
che, quella stessa notte, mentre andava alla ricerca delle stelle,
avrebbe avuto la possibilità di invertire il suo punto di vista,
trovandosi a guardare sì centinaia di lucine, ma sotto di sé, anziché
sopra la propria testa.
Mentre osservava la città da quell’altezza, pensando che tutte le
cose che le erano sempre sembrate troppo grandi o insormontabili
fossero in realtà delle dimensioni di una briciola, non si accorse che
Thuban si era allontanato dal ponte, lasciandola sola nella
contemplazione di quell’inaspettato panorama.
Medea non era ancora del tutto certa di essere desta, forse quel volo
faceva parte di uno splendido sogno dal quale non avrebbe voluto
risvegliarsi mai più. Galeoni di quel genere non esistevano più da
almeno duecento anni, per non parlare della capacità straordinaria
che aveva il Cygnus di riuscire a librarsi sopra le teste degli abitanti
della sua città: quella era senza dubbio una peculiarità che non si
era mai vista prima, né forse mai si sarebbe vista realmente.
“E così sei tu la nuova arrivata…” disse una voce gentile alle sue
spalle, facendola sussultare e voltarsi di scatto.
A parlare era stato un ragazzo all’incirca della sua età, aveva i
capelli di un biondo scuro che toccavano appena le spalle e due
amichevoli occhi blu. Ciò che metteva però a disagio Medea erano i
suoi abiti completamente al di fuori di ogni moda circoscrivibile ai
tempi attuali o passati, sembrava che quel giovane fosse appena
uscito da un’illustrazione ispiratasi a mondi fantastici.
Perplessa da questo inusuale particolare, Medea dimenticò di
rispondere e il giovane ne approfittò per rivolgersi a un punto non
meglio definito, situato alle proprie spalle, dove si ergeva il castello
di prua, con la porta di legno che conduceva al piano inferiore
leggermente socchiusa. “Hai visto, Adhara? C’è un’altra ragazza!”
esclamò, ottenendo in questo modo di far sbucare dallo stipite un
visetto timido e guardingo, dalla carnagione pallidissima, sul quale
spiccavano due occhi rossi e profondi.
Non appena Medea si accorse di lei, subito la proprietaria di quel
viso sussultò e sparì oltre la porta.
“Non farci caso, - suggerì il ragazzo, con tono suadente – è sempre
stata molto introversa, ma sono sicuro che col tempo diverrete
ottime amiche. Io sono Mizar, e tu?” chiese, porgendole la mano.
La ragazza si presentò, afferrando quella mano calda e dalla stretta
salda, a quel punto il giovane annuì compiaciuto, “Non mi aspettavo
che il vecchio Thuban ti avesse già trovato un nome, non ha certo
perso tempo, ma in fondo è meglio così, visto che d’ora in avanti
sarai dei nostri”.
“Dei vostri?” ripeté, senza comprendere a pieno la portata di quelle
parole, mentre un violento scossone indusse entrambi ad
aggrapparsi al parapetto. “Adhara! – tuonò una voce proveniente da
sotto i loro piedi – Si può sapere perché non sei dall’elunium?”
Un rumore di passi leggeri dipartì da dietro di loro, allontanandosi
fino a non essere più udibile.
Medea attese qualche secondo, prima di sentirsi nuovamente al
sicuro e poter lasciare la presa sulla balaustra, mentre il suo
interlocutore si era già messo a proprio agio, riprendendo a
osservare il panorama in tutta tranquillità.
“Questa nave… è sicura?” domandò la ragazza, inquietata da quei
continui sbalzi. Mizar annuì, quasi offeso da una simile mancanza di
fiducia, “Certo che lo è, questo galeone è il Cygnus, il più progredito
al mondo! Venne progettato da menti eccelse e il suo cuore è fatto
dell’elunium più puro…” venne interrotto dall’ennesima richiesta di
informazioni, stavolta riguardante la natura di questo misterioso
oggetto che Medea aveva sentito nominare per due volte nel giro di
pochi minuti.
Mizar emise un triste sospiro, “Dimentico sempre che sulla Terra non
siate al corrente di queste cose. Mio fratello fa l’offeso quando
menziono qualcosa che non conosce, spero che tu invece sarai
meno permalosa. L’elunium è un cristallo molto potente, viene dal
cuore di Theia. È grazie a lui che questa nave può volare e
muoversi, e non solo…” sogghignò con orgoglio, come se fosse sul
punto di esternare uno dei più grandi segreti cosmici.
Medea era in trepidante attesa ma purtroppo quella breve
spiegazione venne interrotta da Alioth, il ragazzo antipatico con
quegli strani tatuaggi sulle braccia, il quale, passando dietro di loro,
suggerì a Mizar di lasciar perdere la nuova arrivata, “Come puoi
pretendere che capisca ciò che le stai dicendo? Da queste parti i
cristalli sono considerati poco più che pietre trasparenti e inerti”, non
si fermò nemmeno per ascoltare eventuali obiezioni e sparì nei
recessi del castello di prua.
La ragazza fu tentata di fargli un gestaccio mentre si allontanava di
spalle, ma si trattenne per non fare una figuraccia davanti a Mizar, il
quale fino a quel momento si era dimostrato gentile e disponibile,
però non riuscì proprio a trattenere qualche commento sulla
maleducazione di quel tipo.
Il nuovo amico ridacchiò, senza smettere di guardare fuori bordo,
“Ormai ci abbiamo fatto tutti l’abitudine, inoltre sembra proprio che gli
alchimisti siano costantemente di pessimo umore”.
“Alioth è un alchimista?” cercò di sbrogliare quella matassa di nuove
e incredibili informazioni, l’altro asserì. “Anche Thuban lo è, ma
perlomeno ha modi più gentili. Non so proprio come faccia a
sopportare il suo discepolo” sussurrò infine, stando ben attento a
non farsi sentire dal diretto interessato.
La ragazza rimuginò in silenzio su quella rivelazione. Credeva che
gli alchimisti non esistessero più da almeno qualche secolo, anche
se erano la novità meno eclatante, tra cristalli magici e navi volanti.
Guardò verso il basso, dove le città scintillavano coperte da una
cortina nebbiosa, domandandosi se, da qualche parte laggiù, non ci
fosse qualche persona curiosa che, affacciata dalla finestra della
propria casa, si stesse strofinando gli occhi incredula, vedendo
passare un galeone nel cielo.
Esternò questo dubbio a Mizar, che aveva già pronta l’ennesima
spiegazione, “In realtà non possono vederci, intorno al Cygnus ci
sono degli schermi che lo rendono difficilmente individuabile. Inoltre
Thuban afferma sempre che la Terra sia, assieme a Gaea, uno dei
luoghi più sicuri per noi che solchiamo i cieli, dal momento che è
molto raro che i loro abitanti alzino il naso oltre l’orizzonte”.
A quel punto le domande esplosero nella mente di Medea, che si
trovò a tempestare Mizar di interrogativi, “Ma voi chi siete e da dove
venite? Cosa sono questi luoghi che nomini assieme alla Terra,
come se si trattasse di altri pianeti?” sbottò, facendosi sempre più
vicina a ogni nuovo quesito, mettendo il povero ragazzo con le spalle
contro la parete legnosa del castello di prua.
Lui si passò le mani tra i capelli, non sapendo da dove cominciare,
“Forse dovresti parlarne con Thuban, io sono ancora un giovane
studioso e rischio solamente di confonderti le idee. In ogni caso
vorrei tranquillizzarti, non siamo delle specie di alieni provenienti da
altri sistemi solari. I luoghi che ho chiamato Gaea o Theia sono
sempre la Terra, anche se un tantino differente da quella che sei
abituata a vedere tu”.
Forse Mizar aveva ragione, Medea non ci stava capendo proprio
nulla.
Le sembrava di essere finita in un sogno con strane leggi
improbabili, dove esistevano terre con altri nomi e dove le navi
volavano grazie a misteriosi cristalli luminosi.
Più cercava di afferrare il concetto e più questo le sfuggiva, e alla
fine si ritrovò solo con un forte mal di testa, tanto da provocarle
persino una sensazione di nausea e vertigine.
“Non mi sento bene, - mormorò, aggrappandosi al parapetto mentre
la realtà intorno a lei ondeggiava pericolosamente – questo volo
sopra la città è stato bellissimo, ma forse mi ha emozionata un po’
troppo. Potreste riportarmi a casa?”
Parve che quella richiesta avesse messo Mizar a disagio ancor più
delle mille domande riguardanti la Terra o i cristalli, tanto che il
ragazzo non le rispose nemmeno. Indietreggiò imbarazzato e poi
sparì, assicurandole in fretta che avrebbe subito mandato una
persona ben più esperta a occuparsi di lei.
Non le restò che stringere i denti, appoggiandosi al parapetto,
sperando che quell’orribile sensazione di malessere cessasse al più
presto. Forse Mizar era andato a chiamare Thuban, il vecchio
signore dall’aria brillante che l’aveva invitata a bordo; aveva sentito
dire che fosse un alchimista, forse con quel termine ormai caduto in
disuso intendevano una sorta di medico, sperava fosse così perché
si sentiva la testa scoppiare.
Una risata di scherno la investì. Alioth era comparso accanto a lei e
la scrutava con quei suoi occhi scuri e indecifrabili. Medea sbuffò,
pensando che quel tipo fosse proprio l’ultima persona che avrebbe
voluto intorno in quel momento di malessere.
“Credi davvero che sia così semplice? – l’apostrofò con tono
derisorio – Hai fatto un bel giretto sul Cygnus e ora, dopo essertene
stancata, puoi tornare tranquillamente a casa, come se niente
fosse? Non funziona così, ci sono cose che devono restare segrete.
Coloro che vengono a conoscenza di questa nave e dei suoi misteri
vi restano legati per l’eternità”.
Medea si massaggiò le tempie, sconvolta da quelle parole, “Mi stai
dicendo che sarò costretta a rimanere qui, come una sorta di
prigioniera?”, non voleva credere alle cattiverie proferite da quel
ragazzo cinico e insopportabile, ma temeva che avessero un loro
senso.
Alioth infatti annuì con serietà, “Non credere che io ne sia contento.
Ho provato a mandarti via, ma tu non hai voluto saperne, ed ecco il
risultato. Sei soddisfatta adesso?” la sbeffeggiò, mentre per Medea il
mondo cominciava a disgregarsi. Il peso di quelle rivelazioni era
troppo grande e la sua mente non riuscì a sorreggerlo, le gambe le
cedettero e tutto divenne buio.
AMETHYSTOS

Si ritrovò distesa su una superficie comoda, probabilmente un letto,


ma non il proprio. Per un attimo aveva sperato che si trattasse
solamente di un contorto sogno, invece le pareti strette e basse
intorno a lei, tutte fatte di legno, le davano l’impressione di trovarsi
ancora all’interno della nave.
Si chiese per quanto tempo fosse stata priva di conoscenza,
accorgendosi che la testa non le faceva più male. Sentiva qualcosa
di fresco e liscio in contatto con la fronte, anche se era troppo duro e
piccolo per trattarsi di un panno umido, sembrava più trattarsi di un
sasso ben levigato.
Decise di guardarsi attorno, cercando di capire qualcosa di quella
nuova situazione, e voltò lentamente la testa, scoprendo di non
essere sola in quella piccola stanza.
Davanti a lei c’era una ragazza molto particolare. Aveva la pelle
pallidissima e lunghi capelli talmente biondi da sembrare bianchi,
inoltre gli occhi erano di un rosso inquietante, sembravano gli stessi
che Medea aveva già visto oltre lo stipite del castello di prua.
La ragazza albina parve più spaventata di lei, perché con un gesto
rapido e nervoso afferrò la pietra di colore violaceo che Medea
aveva sulla fronte, dandosi a una fuga immediata.
Rimasta nuovamente sola, sospirò e pensò di rimettersi a dormire
finché qualche viso amico non sarebbe venuto a chiamarla, ma si
rese conto di sentirsi nel pieno delle forze. La testa non le girava più
e aveva smesso di dolerle, perciò appoggiò i piedi sul pavimento
realizzato con assi di legno e si alzò. Sentiva delle leggere vibrazioni
sotto di sé, probabilmente dovute al fatto di trovarsi su un galeone
volante. Non era ancora abituata a quel pensiero e si trovò a
ridacchiare tra sé, incredula e indecisa se fidarsi o meno della nuova
realtà che le era stata proposta.
“Forse sto ancora sognando…” si disse, uscendo dalla stanzetta e
cominciando a esplorare i meandri di quella strana visione,
certamente frutto di qualche assurda fantasticheria. Forse si era
addormentata nella radura, quando lo scontroso ragazzo intento a
guardare il cielo l’aveva mandata via e lei si era invece nascosta
dietro un tronco, trascorrendo parecchio tempo ad annoiarsi
nell’oscurità.
Fuori dalla piccola camera c’era un lungo corridoio di legno, talmente
stretto che non ci si sarebbe passati in due. Le pareti laterali erano
oblique e leggermente bombate, sulla destra vi erano incastrate,
contro ogni legge fisica, un paio di porticine di legno.
Medea avanzò, appoggiandosi alle pareti quando la nave dava
qualche nuovo scossone. Non sapeva se sarebbe stato il caso di
aprire una di quelle porte, forse conducevano alle camere private
dell’equipaggio, e di certo non avrebbe avuto voglia di sentirsi
nuovamente rimproverare da Alioth.
Una visione amica comparve poco distante, si trattava di Mizar. Il
ragazzo stava attraversando il corridoio nel senso contrario, forse
proprio per andare a incontrarla. Medea gli fece un cenno di saluto,
assai sollevata di vederlo, ma lui non rispose con l’amichevole
sorriso che le aveva riservato l’ultima volta in cui si erano parlati.
Mizar la squadrò con espressione torva e quindi, dopo una smorfia
quasi disgustata, entrò in una delle stanzette alla sua sinistra e si
chiuse la porta alle spalle, cercando di farla sbattere con maggior
forza possibile.
La ragazza ci restò davvero male. Non conosceva nessun altro su
quella nave volante e anche la maggior parte delle cose che aveva
intorno le erano ignote; avrebbe avuto un disperato bisogno di lui e
delle sue spiegazioni.
Mestamente superò la stanzetta nella quale Mizar si era chiuso con
sdegno, scoprendo, poco oltre, una ripida scaletta di legno che
s’inabissava nel ventre del galeone. Incuriosita e smarrita, decise di
percorrerla, invitata specialmente dal tenue chiarore che vedeva
irradiarsi dal piano sotterraneo: sembrava che lì sotto fosse custodita
una grande fonte di luce.
Laggiù non c’erano piccole camere e corridoi, si trattava di un
grande spazio occupato per la maggior parte da congegni incredibili
e inaspettati, i quali destarono molta meraviglia nell’animo
dell’improvvisata esploratrice. Medea osservò con la bocca
spalancata quei complessi ingranaggi che s’incastravano
perfettamente gli uni negli altri, facendo muovere altre ruote dentate
elicoidali o coniche, formando tortuosi cicli che lo sguardo della
visitatrice non riuscì a seguire per intero.
Il macchinario si snodava per quasi tutto l’ambiente, lasciando solo
uno stretto passaggio centrale che permetteva di avvicinarsi a quello
che era senza dubbio il cuore del galeone. Medea si avvicinò stupita
al grande cristallo azzurrognolo che pulsava come una stella.
Senza nemmeno rendersene conto, aveva già allungato le mani
verso la fonte di luce. Percepiva un’energia vibrante fuoriuscire dal
cristallo e inconsciamente avrebbe voluto toccarlo per sentire che
effetto le avrebbe fatto.
Quando le sue dita erano ormai vicinissime e poteva sentirle
formicolare, una voce perentoria le gridò di fermarsi, facendola
trasalire. Si voltò di scatto, trovandosi di fronte Thuban, il vecchio
alchimista.
“Non puoi toccare l’elunium, solo coloro che possiedono il dono,
dopo anni di duro apprendistato, possono entrarci in contatto diretto”
spiegò, avvicinandosi per assicurarsi che i suoi ordini venissero
eseguiti. Medea fece qualche passo indietro, palesando le proprie
buone intenzioni, “Ero solo molto incuriosita, è lui che fa muovere la
nave, vero?” domandò.
L’alchimista asserì, “I cristalli racchiudono grandi poteri,
specialmente quelli di Theia”.
A quel punto la ragazza ricordò la confusa spiegazione che Mizar
aveva cercato di darle, prima che perdesse i sensi. Anche lui aveva
nominato Theia, la quale, a quanto aveva capito, doveva essere una
sorta di Terra, solo un tantino differente.
“Mizar me ne ha parlato, ma non sono certa di aver afferrato il
concetto… Come possono esistere luoghi che sono la Terra, senza
però esserlo davvero? Si tratta di altri pianeti simili?” domandò,
cercando di arrabattarsi come meglio poteva in mezzo a quelle
caotiche informazioni.
Thuban scosse la testa, “No, non sono pianeti diversi ma con
caratteristiche quasi identiche, si tratta proprio della stessa Terra
dove sei nata e cresciuta. Non è l’essenza a cambiare bensì la sua
storia”. Vedendo l’espressione confusa della ragazza, cercò di
semplificare la faccenda, “Ad esempio, se tu ti svegliassi un bel
mattino, battendo forte la testa contro una mensola, la tua giornata
sarebbe molto diversa da quella che avresti avuto se, invece, fossi
riuscita a schivarla. In tal caso, a fine giornata, troveremmo due
Medea che sono simili, ma non identiche; la loro essenza è la
medesima tuttavia le loro esperienze sono diverse”.
La ragazza si grattò la testa, sempre più confusa, “Cosa c’entra
questo con il discorso della Terra e di Theia?” domandò.
A quel punto l’alchimista sorrise suadente “Theia è come la Medea
che ha preso una bella botta in testa di primo mattino, la Terra
invece è la sua controparte che ha avuto la fortuna di schivare
l’impatto. Devi sapere che molto tempo fa, quando il sistema solare
era in via di formazione e gli equilibri erano instabili, un grosso corpo
celeste proveniente da molto lontano si schiantò contro Theia,
lasciando il proprio segno indelebile sulla superficie del pianeta. La
Terra invece è come sarebbe stata Theia se non fosse stata colpita,
o meglio, è una delle possibilità”.
Medea osservò stranita l’elunium, il grosso cristallo proveniente da
quella sorta di Terra gemella, ragionando a piccoli passi, “Ma non
possono coesistere due alternative opposte, il pianeta ha colpito la
Terra oppure no, e a partire da questo si è venuta a creare la sua
storia”.
Thuban asserì, “Certo, ogni mondo è una possibilità a sé stante, ma
nell’infinito universo esistono piani di esistenza che contemplano
tutte quante le potenzialità. Si tratta di un discorso molto complesso,
che implica necessariamente una concezione che superi quella
quadridimensionale…”
“Oh no, ti prego, non cominciare con le tue spiegazioni astruse sulla
quinta dimensione!” esclamò una voce, proveniente da una delle
pareti costellate da ingranaggi intenti a svolgere in modo
impeccabile il proprio lavoro.
Medea si voltò, cercando con lo sguardo colui che aveva parlato,
non riuscendo però a individuare nessuno in mezzo a quel costante
incastrarsi di ruote e rotelle. Thuban invece non ebbe bisogno di
vederlo, alzò le braccia al cielo e sbuffò, allontanandosi dal cristallo
e tornando verso il ponte della nave, senza aggiungere altro.
La ragazza non fece in tempo a trattenerlo e si ritrovò da sola di
fronte allo scintillante elunium, mentre una risatina divertita giungeva
fino a lei, in parte coperta dal frastuono di tutti quegli ingranaggi in
movimento. Un giovane quindi strisciò fuori lentamente, passando
sotto un paio di ruote dentate, le quali avrebbero potuto schiacciarlo
se solo non avesse prestato la dovuta attenzione. Non appena fu al
sicuro, oltre i meccanismi, balzò in piedi e si profuse in un plateale
inchino, gesto che stonava completamente con il suo viso sporco di
fuliggine e la grossa tuta da meccanico piena di macchie di olio
appiccicoso.
Aveva i capelli castani spettinati, tenuti indietro da un paio di occhiali
simili a quelli di Thuban, e due vivaci occhi scuri che la scrutavano
divertiti.
“Immagino che tu debba sentirti smarrita in mezzo a tutte queste
novità, - disse con fare galante – ma non temere, ora c’è Tarazed
con te e la tua vita subirà una scossa elettrizzante!” esclamò, e per
dargli ragione, in quel medesimo istante il galeone ebbe uno dei suoi
sobbalzi.
Medea cercò qualcosa a cui aggrapparsi ma in quella sorta di grosso
motore sotterraneo non era facile capire cosa poter toccare senza
causare danni. Tarazed le fece cenno di stare calma, “Tranquilla,
sono stato io a provocarla, volevo dare un impatto speciale alla mia
frase di apertura e ci sono riuscito alla perfezione” ammise con un
sorrisetto molto sicuro di sé.
La ragazza annuì, sperando che quello strano tipo non facesse
saltare la nave per aggiungere qualche altro effetto speciale alla sua
apparizione, quindi cercò di fare chiarezza nei propri pensieri,
“Quindi sei tu che fai muovere il galeone…”
L’altro si batté sul petto con orgoglio, “Certo, conosco questi
ingranaggi uno per uno, gli ho anche dato un nome, vuoi sentirli?
Allora, - proseguì, prima ancora che Medea potesse rispondere che
non era necessario – quello laggiù è Frankie, invece la rotellina più
piccola è Joe…”
Avrebbe continuato a lungo con quelle bizzarre presentazioni, ma
fortunatamente venne interrotto dall’ingresso della misteriosa
ragazza dai lunghi capelli bianchi e lisci; sembrava intimorita dalla
presenza di quei due accanto al cristallo e infatti si fermò a qualche
metro di distanza, fissandoli in silenzio con i suoi occhi dalle iridi di
un rosso vivo.
Tarazed sbuffò, infastidito da quel contrattempo, “Non mi dire che il
vecchiaccio vuole fare il salto proprio adesso…” brontolò, mentre la
ragazza annuiva timidamente, non osando avvicinarsi oltre.
Il meccanico sospirò, “E immagino anche che, come al solito,
nessuno possa assistere alle tue magie”, Adhara asserì gravemente
per la seconda volta.
“Un giorno farai un’eccezione per il tuo adorato Tarazed, vero?”
chiese, avvicinandosi con espressione implorante. La ragazza si
sentì minacciata e lo schivò con rapidità, andando a posizionarsi
accanto al cristallo, il quale parve percepire la sua vicinanza,
iniziando a brillare di una luce più intensa.
“Oh, va bene! – sbottò infine, - Ce ne andiamo di sopra, così almeno
lasceremo questo mondo noioso. Ma prima dimmi, dov’è che siamo
diretti stavolta? Theia?”
La ragazza albina scosse la testa, provocando lo scontento del
meccanico, “Che noia!” esclamò, prendendo Medea per un braccio e
tirandosela dietro fino a salire le scale e tornare nello stretto
corridoio, dove fornì qualche delucidazione in più, “Adhara non
permette a nessuno di guardarla mentre evoca il potere dell’elunium,
un vero peccato. Mi sono sempre chiesto come facciano gli Asbesti
a controllare le pietre di Theia, forse bisogna essere albini... Anche il
potente alchimista che ha aiutato Thuban a costruire questa nave lo
era”.
“Asbesti?” ripeté quasi meccanicamente Medea, la quale stava
ormai pensando di girare con un blocchetto di appunti per non
perdersi nemmeno una delle nuove e fondamentali informazioni.
Tarazed sembrò sorpreso da quella domanda, “Sono delle specie di
stregoni, riescono a risvegliare le energie sopite nei cristalli o a
incanalarvi le proprie. So che hanno un nome piuttosto strano,
Thuban una volta mi ha detto che è una parola in greco antico, non
ricordo cosa volesse dire… però sono certo che fosse una cosa
epica!”
La ragazza cercò di fare ordine nella propria testa, “Quindi Adhara è
una di questi Asbesti?”
“No, - fu la risposta – sarebbe troppo semplice! Su Theia amano
complicarsi la vita e, per qualche misterioso motivo, gli uomini in
grado di interagire con i cristalli prendono il nome di Asbesti, mentre
le donne si chiamano Samandar, che forse è un’altra parola greca…”
proseguì, grattandosi la testa, confuso dalle proprie delucidazioni.
La porta di fronte alla quale si trovavano si spalancò di scatto,
mostrando un Mizar dall’aria molto seccata, “Tarazed, farai meglio a
tornartene di sotto ad avvitare ingranaggi. Sembra proprio che stare
in mezzo a tutte quelle rotelle te ne abbia fatte perdere parecchie!
Samandar è una parola persiana, significa salamandra. Asbesto
invece è greco e vuol dire inestinto, perché la loro fiamma interiore
non si spegne mai, così come la salamandra è un animale
mitologico che vive nel fuoco. Ora che lo sai, smettila di fornire
spiegazioni fasulle ai poveri ignari!” e non appena ebbe pronunciato
anche l’ultima sillaba, richiuse la porta che li separava, sbattendola
con forza.
Medea rimase immobile e basita dal comportamento di quello che il
giorno prima le era sembrato un ragazzo gentile e amichevole,
Tarazed invece bussava all’uscio insistentemente, “Grazie Merak, ti
voglio tanto bene anch’io!”
Tutto ciò fu interrotto da uno strano ronzio, che fece accapponare la
pelle a Medea e le diede una lieve sensazione di nausea. Il
meccanico allora le spiegò soddisfatto che il salto era stato fatto e
che ora il Cygnus stava solcando i fumosi cieli di Gaea, quindi la
invitò a salire sul ponte per accorgersene con i propri occhi.
Si sporsero assieme oltre il parapetto, notando come il paesaggio
sotto di loro fosse pieno di nubi scure. A malapena si potevano
scorgere i piccoli edifici che formavano quella che a prima vista
sembrava una grande città, anche se completamente ricoperta da
una cupa coltre.
“Quella è Londinium, la città dove sono nato! - spiegò
orgogliosamente Tarazed, deprimendosi non appena Medea gli
chiese come mai fosse nascosta da tutto quel fumo – Si tratta di una
metropoli altamente industrializzata, laggiù ci sono centinaia di
migliaia di macchine al lavoro, ed ecco il risultato: un cielo
completamente nero. Quando ero bambino abitavo in un postaccio,
nel ventre ribollente della capitale, e se puntavo lo sguardo verso
l’alto non vedevo altro che densa nebbia grigia. Proprio un bello
schifo!” ammise tristemente.
Mano a mano che il galeone si abbassava, Medea riusciva a
scorgere ulteriori dettagli di quella città che gli era stata presentata
come Londinium, ovvero l’antico nome latino di Londra.
Sembrava effettivamente che il tempo si fosse riavvolto, perché gli
edifici che vedeva sotto di sé, ammantati dagli sbuffi di fumo che
uscivano dalle fabbriche, avevano tutta l’aria di appartenere a
un’epoca ottocentesca, nel bel mezzo di una rivoluzione industriale
portata fino agli eccessi.
“Siamo tornati indietro nel tempo!” esclamò sconvolta, venendo
subito contraddetta da Thuban, il quale, con aria molto indaffarata,
stava gettando oltre la balaustra la stessa scaletta di fune da cui era
salita a bordo il giorno prima.
“Non dire sciocchezze, nessun cosmo desideroso di mantenere
intatto il proprio ordine permetterebbe un’assurdità come i viaggi nel
tempo. Le dimensioni collasserebbero e le possibilità diverrebbero
infinite e cangianti, gettandoci tutti quanti nel caos!” esclamò,
parlando più a se stesso che con la ragazza, controllando che la
scaletta fosse ben assicurata alla nave.
Medea non riusciva proprio a spiegarsi il panorama che poteva
vedere da lassù e il vecchio alchimista sembrava molto più
interessato alle proprie riflessioni borbottate a mezza voce, piuttosto
che a fornire qualche delucidazione, perciò toccò a Tarazed.
“Non abbiamo viaggiato nel tempo, piuttosto nelle possibilità. Questa
è la tua stessa Terra, nel medesimo anno, mese e giorno, tuttavia da
queste parti la storia si è evoluta diversamente” cercò di spiegare,
mentre Alioth usciva sul ponte, scoccando ai due un’occhiata
sdegnosa e ottenendo subito tutte le attenzioni di Thuban, il quale
cominciò a sussurrargli un’infinità di cose con aria nervosa,
sospingendolo verso la scala.
Infine il ragazzo si ritenne pronto e, seguito dalle costanti
raccomandazioni dell’alchimista, cominciò a scendere con cautela
verso la terraferma, a parecchi metri sotto di loro, oltre la coltre
oscura.
Dopo qualche minuto, le funi che sorreggevano la scaletta vennero
strattonate, segno che Alioth era arrivato a destinazione. Tarazed si
occupò subito di riavvolgerla, non riuscendo a tenere la bocca
chiusa, “Ecco fatto, capo, lo scocciatore è a terra. Ora possiamo
salpare le ancore e andarcene il più lontano possibile, prima che gli
venga in mente di tornare a bordo!”
Medea sogghignò tra sé, immaginando che sarebbe stato fin troppo
bello liberarsi così facilmente di quell’antipatico. Anche Thuban esibì
un sorrisetto, ma era velato di preoccupazione, “Il ragazzo è tornato
nel mio vecchio laboratorio, alla ricerca di una cosa che mi è molto
cara, non lascerò Gaea finché non l’avrò recuperata”.
Il meccanico alzò le braccia al cielo, con un sospiro di
commiserazione, “Nonno, hai sbagliato tutto. Come ti è saltato in
mente di affidare una cosa tanto preziosa nelle mani di
quell’insopportabile essere? Dovevi mandare me, conosco
Londinium come le mie tasche, inoltre non metto piede a terra da
mesi…”
L’alchimista non apprezzò queste critiche al proprio modo di agire,
“Non mi dire che ti manca quel tuo vecchio tugurio, vedi di non
discutere i miei ordini altrimenti ti ci rimando subito!”
Probabilmente il recupero del suo prezioso oggetto lo stava
innervosendo parecchio, Medea non l’aveva mai sentito rispondere
male a qualcuno dell’equipaggio, ad ogni modo Tarazed non si
offese, fece spallucce e rispose a denti stretti, “Bella riconoscenza,
dopo che ti ho tirato fuori da quella cella puzzolente…”, ma lo disse
mentre si allontanava, e Thuban non diede l’impressione di aver
sentito i suoi commenti.
La ragazza rimase quindi sola con il vecchio alchimista, su quel
galeone sospeso sopra un mare di nebbia oscura che cominciava a
farle lacrimare gli occhi e a provocare forti colpi di tosse. Il
proprietario del Cygnus venne destato dalle proprie profonde
riflessioni a causa degli spasmi espettoranti della nuova arrivata,
“Per la sacra tetraktys, ragazza mia, scendi sotto coperta! I fumi
provenienti dai meccanismi di questa città sono pestilenziali e nocivi”
ingiunse, mentre Medea era costretta ad obbedire, con gli occhi che
le bruciavano e il petto sul punto di esploderle a causa della forte
tosse.
Raggiunse il castello di prua, notando di non essere stata seguita.
Thuban restava a rimuginare sporto oltre la balaustra, senza subire
in alcun modo l’effetto di quella nebbia inquinante.
L’alchimista si sentì osservato e quindi si avvicinò a Medea,
spiegando che, dopo tanti anni trascorsi su Gaea, ormai si era
abituato a quell’orribile fumo oscuro.
“Un tempo abitavi a Londinium, come anche Tarazed… - rifletté
Medea, mentre l’altro annuiva – Non ti va di tornare a casa? Perché
hai mandato Alioth nel tuo vecchio laboratorio, anziché andarci tu
stesso?” domandò.
L’alchimista sospirò, quelle richieste dovevano aver toccato un punto
dolente, “Non sono più il benvenuto all’Accademia, e la cosa più
buffa è che non ne conosco nemmeno il motivo. Credo che la causa
sia da collegarsi a qualche mio esperimento che deve aver turbato le
coscienze degli altri Akademikoi, ma non saprei dirti di più. Tutto è
successo due anni fa, stavo lavorando a qualcosa di davvero
grandioso, ma devo aver sbagliato i calcoli, e ritengo che
l’esperimento mi abbia cancellato parte della memoria. Ecco perché
ho mandato Alioth a setacciare il mio vecchio laboratorio. Mi
conosco bene e sono certo di aver lasciato degli indizi per condurmi
sulle mie stesse tracce… Tenevo una sorta di diario dove annotavo i
miei progressi e, se gli Akademikoi non se ne sono liberati, dovrebbe
servirmi a ritrovare i ricordi mancanti”.
Mentre Medea rifletteva su quanto appena scoperto, trovando
davvero strano il dover chiedere a se stessi qualche indizio per
riscoprire parti di memoria andate perdute, sentì un vuoto aprirsi
nello stomaco, provando la sensazione vertiginosa che anticipava di
una frazione di secondo la caduta.
Anche Thuban se ne accorse e non perse tempo, “Adhara! – gridò
allarmato – Fai funzionare quel benedetto cristallo!” batté forte i piedi
sulle assi di legno del ponte.
Questo servì a stabilizzare la situazione, il galeone in caduta libera si
arrestò a mezz’aria, mentre un Mizar dall’espressione preoccupata
usciva dal castello di prua, portando con sé notizie poco rassicuranti,
“Maestro, non so proprio come dirtelo ma sembra che l’elunium
abbia quasi esaurito le sue energie…”
L’alchimista sospirò, cominciando a impartire ordini a destra e a
manca, cercando di risolvere quel nuovo problema. Gridò a Tarazed
di aumentare il ciclo dei motori e a Mizar e Adhara di cercare di
sfruttare fino all’ultima scintilla l’energia immagazzinata nel cristallo.
Chiamò infine Merak, un ragazzo tale e quale a Mizar, solo con abiti
meno eccentrici, al quale chiese di individuare un luogo sicuro dove
far approdare il Cygnus.
L’equipaggio era molto affaccendato, l’unica persona rimasta a
guardarsi intorno inebetita era proprio Medea. Avrebbe voluto dare
una mano ma nessuno aveva chiesto il suo aiuto, e da sola non
avrebbe proprio saputo cosa fare per impedire al galeone volante di
schiantarsi sugli edifici ricoperti di fuliggine di Londinium.
Fortunatamente gli altri si dimostrarono molto efficienti, nel giro di
pochi minuti avevano già fatto scendere la nave di quota, portandola
in una zona deserta e terrosa, piena di alte montagne di sabbia e
sassi di diverse dimensioni, che aveva tutta l’aria di essere una cava
abbandonata. Tutto intorno a loro era ammantato da una nebbia
fastidiosa e grigiastra, ma in quell’occasione fu un vantaggio dal
momento che, nascosto dietro una delle pile di sassi e velato dalla
densa coltre, il Cygnus così era difficilmente visibile.
Quando la chiglia restò a fluttuare a pochi centimetri da terra,
Thuban sospirò, pronto all’ultima fase del piano di emergenza, “Tutti
sul ponte, sbrigatevi! Non ci troviamo più ad alta quota, protetti dal
fumo, perciò dobbiamo agire con molta cautela. Ho bisogno che
qualcuno di voi setacci questa vecchia cava, controllando che
nessuno si avvicini alla nave. Mizar, Merak, andate!” esclamò. Il
primo annuì con determinazione, mettendosi subito in marcia,
mentre l’altro emise uno sbuffo seccato prima di seguire,
strascicando i piedi, il gemello.
“Adhara, tu devi restare a bordo, vicino all’elunium, pronta a
irradiarlo con la tua energia e far ripartire la nave in caso di
necessità” continuò, e uno svolazzare di capelli bianchi oltre lo stipite
della porta che conduceva di sotto palesò che anche la strana
ragazza albina stesse prendendo posizione.
“Infine, - proseguì con un sospiro – devo mandare qualcuno ad
avvisare Alioth del nostro spostamento. Quando avrà recuperato il
libro, tornerà nel punto in cui l’abbiamo lasciato e non troverà
nessuna scaletta pronta a riportarlo a bordo. Tarazed, non volevi fare
un giretto in città?” guardò verso il meccanico, il quale fu ben lieto di
quell’incarico, tanto da insospettire l’alchimista.
“Ripensandoci, non mi sembri la persona più adatta per questa
missione, - si affacciò rapidamente alla balaustra, cercando di
richiamare indietro uno dei fratelli – Merak! Torna indietro, Merak!”
gridò, mentre la sua voce veniva inghiottita e resa ovattata dalla
nebbia.
Dopo qualche minuto fu chiaro che il ragazzo non doveva aver udito
alcunché, perciò Thuban fu costretto ad arrangiarsi con ciò che gli
rimaneva, “D’accordo, andrai tu, razza di furfante, ma vedi di non
combinare uno dei tuoi soliti pasticci. Medea, tu mi sembri una
persona perbene, non te lo chiederei se non mi trovassi in effettiva
necessità, ma dovresti accompagnare questo furbastro fino in città,
controllando che adempia al suo dovere”.
La ragazza fu lieta di essere finalmente presa in considerazione, tutti
avevano ricevuto un compito e non le sarebbe piaciuto restarsene
con le mani in mano. Anche Tarazed sembrava entusiasta di
quell’inatteso cambio di programmi, e senza perdere altro tempo
invitò Medea a scendere la traballante scaletta a pioli, ansioso di
mettere piede a terra.
“Mi raccomando, rivoglio il mio diario!” gli gridò Thuban da oltre il
parapetto, mentre il meccanico gli rispondeva di non preoccuparsi
dal momento che uno come lui aveva sempre tutto sotto controllo.
I vapori mefitici che ammantavano Londinium salivano verso l’alto,
quindi per fortuna l’aria era maggiormente respirabile sulla
terraferma, anche se Medea trovava molto inquietante la copertura
tetra sopra le loro teste, la quale non lasciava vedere nemmeno un
minuscolo angolo di cielo. Ora capiva perché Gaea fosse
considerata un luogo sicuro da sorvolare con il Cygnus, nessuno dei
suoi abitanti si sarebbe potuto accorgere di quel galeone intento a
solcare i cieli.
THEOPHRAST

I due si lasciarono alle spalle la cava, inoltrandosi in un terreno


brullo, dove non cresceva nemmeno una minuscola piantina, oltre il
quale svettava l’enorme città, piena di alte bocche indaffarate nel
vomitare fuori una gran quantità di fumo nero.
“Casa dolce casa!” esclamò Tarazed, e Medea non avrebbe saputo
dire se si trattasse di ironia o di autentica contentezza.
“Per fortuna quel lagnoso di Merak non ha sentito i richiami del
vecchio, altrimenti avrei dovuto viaggiare assieme a lui, ti immagini
che noia? Tu sei senza dubbio una compagnia molto più
interessante…” disse, allungando la mano fino a prendere la sua.
Lei non si aspettava questo improvviso contatto fisico, infatti
istintivamente ritrasse la mano, lasciando Tarazed amareggiato,
“Non ti piaccio? Preferisci i tipi tenebrosi e caustici come quell’idiota
di Alioth?” borbottò.
La ragazza scosse immediatamente la testa, “Certo che no! Se
dipendesse da me, il Cygnus potrebbe anche salpare lasciandolo a
terra” ammise, scoprendo che il compagno non ci era rimasto poi
troppo male e anzi, stava sorridendo con complicità.
“Facciamolo! Diciamo al vecchio che purtroppo non siamo riusciti a
trovare il suo diletto, sarà davvero un peccato dover ripartire senza
di lui. Oh, quanto ci mancherà!” disse con teatralità, stuzzicando la
parte vendicativa di Medea, che però trovò subito una falla in quel
piano.
“Se dipendesse da me, potrei anche essere d’accordo, ma come la
mettiamo con il diario che Alioth deve recuperare per conto del suo
maestro?” fece notare.
Il meccanico fece spallucce, “Non è un problema, Tarazed il
magnifico ha già la soluzione pronta. Basterà arrivare al laboratorio
prima di quello sciocco pieno di sé. Prenderemo noi il diario e lo
riporteremo al vecchio. Una volta a bordo diremo che Alioth non
aveva alcun interesse nel compiere la missione, e che anzi,
l’abbiamo scoperto a complottare di nascosto con alcuni
Akademikoi…”
Medea soppesò con cautela quella possibilità, da un lato
quell’antipatico si sarebbe ben meritato uno scherzetto che gli
facesse abbassare la cresta, dall’altro però, il lasciarlo a Londinium e
ripartire senza di lui sarebbe stato forse un po’ eccessivo, dopotutto,
se Thuban lo aveva scelto come discepolo, qualche utilità avrà pur
dovuto avere per la loro spedizione.
“Credi davvero che Alioth si meriti di essere abbandonato dal suo
equipaggio?” chiese infine, ottenendo un immediato e inaspettato
assenso, “Ma certo, chi si crede di essere? Solo perché ha quei
tatuaggi e sa modellare la materia alchemica, crede di potersi
accaparrare tutte le attenzioni di Thuban!” esclamò offeso, rendendo
palese che la sua antipatia nei confronti di quel ragazzo avesse
ragioni ben più profonde di quelle che voleva manifestare.
Medea se ne accorse e cercò di indagare i sentimenti di quello
strano tipo, capace di far muovere un galeone grazie a
complicatissime serie di ingranaggi, ma terribilmente geloso quando
si trattava di condividere le attenzioni del vecchio alchimista.
“Come hai conosciuto Thuban?” chiese, mentre si addentravano in
quella città ricoperta di fuliggine. Le strade e gli edifici erano tutti di
un anonimo grigio, probabilmente all’inizio erano di vari colori, ma la
cappa oscura che aleggiava sopra di loro aveva lasciato il segno.
Il cielo era cupo e non rifletteva la luce solare, anche se Londinium
risultava comunque ben illuminata da una serie di lampioni e
lanterne schermate appese alle pareti degli edifici: contenevano
delle lampadine dalla forma grossa e antiquata che però svolgevano
bene il loro lavoro.
Le persone che si incrociavano lungo le strade erano grigie proprio
come tutto il resto, indossavano abiti scuri e avevano espressioni
severe, camminando svelte e silenziose lungo i marciapiedi,
lasciando libero il passaggio centrale per le carrozze nere che
talvolta venivano annunciate dal calpestio degli zoccoli dei due
cavalli che le trainavano.
L’architettura che li attorniava, gli abiti delle persone e l’atmosfera in
generale sembravano proprio quelli di un’Inghilterra in piena età
industriale. Medea si chiese come fosse possibile trovarsi in mezzo
a un simile ambiente senza aver viaggiato indietro nel tempo.
Tarazed dapprima si era guardato intorno riflessivo, cercando la
strada più breve per raggiungere il laboratorio, quindi si decise a
rispondere, imboccando un vicolo stretto e puzzolente, dove Medea
non si sarebbe mai infilata spontaneamente, preferendo rimanere
lungo le vie principali.
“Non ricordo di preciso come incontrai Thuban, credo di conoscerlo
da sempre. Se penso ai miei primi anni di vita, nell’orfanatrofio, mi
sovviene un uomo alto e dalla voce imponente, che però era molto
più gentile degli altri, quando si trattava di compiere qualche lavoro
per l’Accademia. Gli Akademikoi solitamente sono molto superbi e
non vogliono avere a che fare con i compiti più umili, ecco perché
sono in grado di progettare macchine complicatissime ma non
sarebbero capaci di avvitarne le prime due rotelle! Noi orfani
venivamo scelti perché avevamo le mani piccole e agili, oltre al fatto
che, se qualcosa fosse andato storto e gli ingranaggi ci avessero
schiacciati, non sarebbe importato a nessuno. Ad ogni modo, mi
piaceva costruire cose per conto degli alchimisti, anche se alcuni
erano davvero insopportabili e non facevano che sgridare e insultare
i loro piccoli lavoratori. L’unico presso il quale mi trovavo bene era un
certo Philip Theophrast, il quale si dimostrava gentile e ammirava la
mia capacità di mettere assieme con naturalezza anche i pezzi più
complicati. L’orfanatrofio ci mandava a svolgere questo genere di
compiti in cambio di qualche soldo per pagare l’affitto e il vitto, ma io
non avevo alcuna intenzione di continuare con quella vita. Non
appena fui abbastanza grande, me ne andai. All’inizio mi sentivo
smarrito, non sapevo nemmeno come procurarmi da mangiare o
dove andare a dormire, per fortuna incontrai per la strada l’alchimista
che era stato gentile con me, Theophrast. Egli mi offrì un paio di
penny e un pasto caldo in cambio del mio aiuto per completare un
suo progetto altamente segreto, del quale non avrei dovuto parlare a
nessuno. Naturalmente accettai e così mi recai ogni giorno al suo
laboratorio, dove lentamente prese forma la più sorprendente
macchina di tutti i tempi, il Cygnus!”
Medea annuì impressionata, scoprendo che Tarazed aveva dato una
mano nel costruire quel galeone capace di sfidare tutte le leggi della
fisica, “Quindi il vero nome di Thuban è Philip, qual è invece il tuo?”
Il ragazzo fece spallucce, “Oliver, - disse seccamente, come se non
avesse alcuna importanza – ma ormai per tutti sono Tarazed, se ti
sembra troppo complicato puoi chiamarmi Red”.
Lo stretto e cupo vicolo che stavano attraversando terminò in un
bivio, al di sopra delle mura piene di fuliggine si poteva notare una
grande ruota, intenta a girare lentamente. Medea si fermò a
osservarla, ricordando che anche nella Londra che aveva visitato lei
c’era una grande ruota panoramica, seppur quella che si trovava
davanti al momento non sembrasse un’attrazione per turisti, quanto
piuttosto un enorme ingranaggio.
Tarazed le fece cenno di sbrigarsi, imboccando un’ulteriore stradina
secondaria, e la ragazza dovette obbedire, anche se si sarebbe
volentieri fermata a osservare quello stranissimo ed enorme
marchingegno.
“Si tratta della Ruota del Millennio, - spiegò lui, con gli occhi che gli
brillavano – è l’unica parte visibile di una serie di ingranaggi che
passa sotto Londinium. Sono loro che fanno muovere la città.
Quando stavo all’orfanatrofio, qualche volta ci hanno portati a dare
una sistemata là sotto, dovresti vedere che spettacolo!”
La ragazza non era certa che avrebbe trovato meravigliosa una cosa
del genere, anche se, senza ombra di dubbio, era molto
interessante. Quella città avvolta dai vapori era un enorme congegno
meccanico e persino le sue viscere nascondevano ruote dentate e
complicati dispositivi; da un lato ne era affascinata ma dall’altro
provava un forte senso di inquietudine.
Sgattaiolarono per un paio di altre stradine, notando in lontananza
un’alta cupola che, a differenza di tutto il resto in città, manteneva un
colore bianco e marmoreo. Medea si fermò a guardare quell’unico
edificio apparentemente non intaccato dalla fuliggine, ma stavolta
Red non si limitò a incitarla a continuare, spiegando poi con
trasporto di cosa si trattasse, ma sputò a terra, “Muoviti, quel
postaccio non merita le nostre attenzioni” decretò, prendendola per
un braccio e strattonandola via.
Mentre veniva tirata con forza, la ragazza si accorse che, seppur
quell’edificio non attirasse l’interesse di Red, certamente faceva
effetto su qualcun altro. Una figura familiare stava entrando proprio
nel grande portone bronzeo dell’enorme palazzo bianco, la vide
svanire all’interno degli androni oscuri e lo fece subito notare
all’amico, il quale si bloccò immediatamente.
“Alioth è entrato nell’Accademia?” chiese conferma, sconvolto, e
Medea dovette annuire, scoprendo che quella grande cupola di
marmo altro non era che la sede dell’ordine degli alchimisti, i quali si
facevano chiamare altezzosamente Akademikoi.
Non trovò niente di strano in ciò, dopotutto Mizar le aveva detto che
l’insopportabile ragazzo dalle braccia tatuate era un alchimista,
perciò era normale che avesse a che fare con quell’edificio, allora
perché Tarazed era rimasto così stupito?
“Seguiamolo!” esclamò il meccanico, continuando a strattonare
Medea per il braccio, imboccando nuove stradine e fermandosi ai
piedi di un alto muro di pietra grigia.
Avevano girato attorno all’edificio e non avevano trovato altri
ingressi, perciò la ragazza cominciò a chiedersi cos’avesse in mente
l’amico, ma quest’ultimo sembrava assai convinto del proprio piano e
subito cominciò a infilare le dita e le punte degli stivali tra le
insenature dei mattoni, riuscendo a scalare quel muro come se
improvvisamente fosse diventato una lucertola.
Medea provò ad andargli dietro, scoprendo che era ben più arduo
del previsto, non c’era abbastanza spazio per far leva con le mani, e
le suole delle scarpe scivolavano sulla parete priva di stabili appigli.
Nonostante ciò, Tarazed era già arrivato fino in cima e si teneva
basso, cercando di spiare oltre quel muro senza essere a sua volta
avvistato.
Non potendo vedere nulla, la ragazza dovette accontentarsi di
ascoltare i commenti che Red mormorava a denti stretti, quasi
ringhiando ferocemente, doveva covare moltissimo risentimento nei
confronti di Alioth.
“Lo sapevo, quel bastardo è andato a parlare con Bombast!”
esclamò, lasciando improvvisamente la presa, atterrando
sull’acciottolato con l’agilità di un gatto.
“Chi?” fu l’unica cosa che Medea riuscì a dire, prima che il ragazzo
la prendesse nuovamente per l’avambraccio, trascinandosela dietro
in una folle corsa.
“Questa piccola deviazione ci darà il tempo di recuperare il diario per
primi” spiegò mentre percorreva a grandi passi le stradine meno
frequentate, raggiungendo in una decina di minuti una zona ancor
più cupa e sporca di quelle visitate finora.
Le case erano ammassate le une contro le altre e non avevano
finestre, le pareti erano talmente annerite da lasciare un segno ben
visibile sulle mani o i vestiti di chi, per sbaglio, vi si appoggiava
contro. La cosa più inquietante però era la totale mancanza di spazio
sul quale camminare. I due ragazzi si trovavano sul ciglio di uno
stretto marciapiede che terminava con tre gradini di pietra, oltre c’era
solo una voragine oscura e dopo qualche metro iniziavano le case
dell’altro lato della via. Medea si sporse per guardare dove finisse
quel fossato, scoprendo che sul fondo si muovevano e squittivano
centinaia di piccoli topi.
Le uniche cose che sporgevano fino in superficie erano due binari di
metallo scuro, i quali facevano sembrare quel luogo una sorta di
metropolitana a cielo aperto.
Red balzò agilmente su uno dei lunghi filamenti, toccandolo con le
mani e restando in concentrato ascolto, “Una volta conoscevo a
memoria gli orari, ma è passato così tanto tempo… Comunque per
ora non sento vibrazioni, il tratto è sicuro, sbrigati!” la invitò a
seguirlo.
Quelle parole non erano state affatto rassicuranti, senza contare il
fatto che il binario fosse largo appena una decina di centimetri, posto
nel bel mezzo di un fossato alto almeno due metri e popolato da ratti
e chissà da cos’altro.
“Vai avanti, ti aspetto qui!” esclamò, convinta di non essere in grado
di passeggiare lungo quella superficie ristretta con la tranquillità che
invece mostrava Red.
Il meccanico scosse la testa con decisione, “Non se ne parla, non ti
rendi conto di dove siamo? Questo è uno dei quartieri più poveri di
Londinium, i suoi abitanti sono disperati e vivono di elemosina e
illegalità, è pericoloso rimanere troppo tempo per la strada”.
Medea voleva ribattere che non le sembrava che invece passeggiare
sui binari fosse molto più sicuro, ma Tarazed sembrava molto agitato
da ciò che aveva visto sbirciando oltre le mura dell’Accademia,
aveva fretta e non voleva essere rallentato.
“Muoviti, più tempo aspetti lì ferma e meno ne avrai quando le rotaie
cominceranno a vibrare e il treno passerà attraverso il quartiere!” la
incitò nuovamente, spaventandola e mettendole una certa ansia.
La ragazza sospirò, desiderando che quella spaventosa avventura
sui binari terminasse al più presto. Raccolse tutte le proprie energie
e si preparò a saltare, finendo accanto a Red e cominciando a
muovere le braccia freneticamente, nel goffo tentativo di mantenersi
in equilibrio.
Il meccanico la sostenne, dandole una certa stabilità, quindi la pregò
di muoversi in modo rapido e silenzioso dietro di lui, cominciando a
camminare lungo la rotaia con l’abilità di un funambolo, sembrava
che non avesse fatto altro che allenarsi in quella specialità per tutta
la vita.
Glielo fece notare e Red rispose con l’ennesima scrollata di spalle,
“Abitavo qui vicino, avevo trovato un piccolo rifugio all’asciutto, vicino
a uno sfiatatoio proveniente dai sotterranei, dal quale uscivano getti
di aria calda, davvero l’ideale per passare la notte. Quando Alioth
l’ha visto per la prima volta ha storto quella sua boccuccia delicata e
l’ha chiamato tugurio, e da quel giorno anche Thuban ha iniziato a
riferirsi scherzosamente a casa mia chiamandola Il tugurio…”
Medea metteva un piede davanti all’altro, cercando di bilanciarsi
tenendo le braccia tese. Le dispiaceva che l’amico, il quale non
sembrava aver avuto un’infanzia facile, avesse dovuto subire gli
insopportabili scherni del ragazzo dai lunghi capelli neri e
specialmente anche da parte del vecchio alchimista.
“Non credo che Thuban volesse offenderti, probabilmente pensava
di fare una battuta…” cercò di consolarlo, ottenendo in risposta un
triste sospiro, “Certo, ma lo stesso non si può dire del suo discepolo.
Perché ha dovuto unirsi al nostro progetto? Quell’idiota ha rovinato
tutto!” ringhiò, carico di risentimento.
L’antipatia che Tarazed provava per il discepolo dell’alchimista era
decisamente più fondata della propria, pensò Medea, e sentirsi
raccontare di simili ingiustizie non faceva che aumentare il suo
desiderio di arrivare al misterioso diario di Thuban per primi, potendo
in quel modo escludere Alioth dalla ciurma del Cygnus.
Dopotutto quel ragazzo sembrava meritarselo, non era mai stato
gentile nei suoi confronti mentre con Red si era dimostrato persino
spregevole, inoltre, anziché dedicarsi alla missione affidatagli,
ovvero la ricerca del diario, quel traditore si era infilato dritto
all’Accademia, dove aveva confabulato con un misterioso alchimista.
“Chi era l’uomo che hai visto nel cortile?” domandò, mentre metteva
attentamente un piede di fronte all’altro, tenendosi in equilibrio con
entrambe le braccia tese.
Red passeggiava tranquillo, come se si trovasse in un largo
stradone, per risponderle si voltò, proseguendo all’indietro e
riuscendo straordinariamente a camminare anche in quel modo sul
sottile binario, “Bombast era un vecchio amico di Thuban, un altro
degli Akademikoi”.
“Capisco” disse Medea, un tantino delusa, sarebbe stato molto più
sospetto se si fosse trattato di un acerrimo nemico del vecchio
alchimista.
Tarazed però non aveva ancora finito di parlare, “Ho parlato al
passato, i due erano grandi amici e soci, ma solo fino a quando un
terzo personaggio non arrivò a turbare il loro rapporto. Da quel
momento Bombast s’ingelosì, anche se la sua giustificazione
ufficiale parla del fatto che disapprovasse i misteriosi esperimenti e
la dottrina segreta di quest’ultimo. Credo con tutto il mio cuore che
Thuban abbia fatto bene ad abbandonare il superbo amico dei
vecchi tempi per seguire piuttosto l’uomo più controverso di tutta
Londinium. Era un albino e vestiva in modo molto strano: il suo
nome era Rasalgethi.
Egli portò straordinarie nuove teorie all’Accademia, ma non tutti i
suoi membri avevano una mentalità abbastanza aperta da accettarle
con entusiasmo. La maggior parte di loro infatti bollò lo straniero
come un impostore, e lo stesso accadde nei confronti di Theophrast,
colui che l’aveva seguito nel suo tanto dibattuto percorso. L’accusa
non significava semplicemente il discredito da parte degli
Akademikoi, ma comportava anche la sospensione dal praticare ogni
genere di esperimento alchemico, e naturalmente Thuban non si
attenne a questa disposizione. Dicono che sia stato proprio il suo
vecchio amico Bombast a denunciarlo e a farlo finire in prigione”.
La ragazza era talmente assorta nelle riflessioni circa queste nuove
scoperte da riuscire a dimenticare per qualche minuto di trovarsi a
fare l’equilibrista su un binario sospeso sopra un abisso gremito di
ratti, fu una vibrazione a livello delle suole delle scarpe a
ricordarglielo.
Vide l’espressione di Red farsi molto apprensiva, “Il treno sta
arrivando, corri!” gridò, cominciando a misurare lo stretto percorso
con larghe e rapide falcate, dal momento che in quel preciso punto
le pareti degli edifici ai lati dei binari non consentivano di saltare a
terra e mettersi in salvo.
Medea fu presa dal panico, non aveva l’agilità del compagno e non
era nemmeno abituata a cavarsela nelle situazioni disperate. La sua
vita, fino alla fatidica sera in cui aveva visto atterrare il Cygnus, era
stata tra le più normali possibili.
La cosa più avventurosa che poteva capitarle, quando si trovava
sulla Terra, era forse l’arrivare in ritardo alla fermata dell’autobus,
dovendolo rincorrere nella speranza che l’autista si fermasse e la
facesse salire. Di certo non avrebbe mai immaginato di dover
attraversare uno stretto binario, minacciata dall’assordante fischio
del treno.
Cercò di star dietro a Tarazed, muovendosi nel modo più veloce che
le sue gambe tremolanti consentissero. Non era neanche
lontanamente sufficiente, infatti il meccanico era sempre più
distante, mentre lo stesso non si poteva dire della vibrazione
prodotta dal passaggio del treno, la quale era sempre più forte e
pericolosamente vicina.
Medea poteva sentire lo sbuffo di quel mostro d’acciaio direttamente
alle proprie spalle, e questo non l’aiutava certo a mantenere
l’equilibrio e la concentrazione.
“Forza, dobbiamo solo raggiungere un punto in cui saltar fuori dalle
rotaie!” l’incoraggiò Red, ormai almeno una decina di metri più
avanti, prima di voltarle nuovamente le spalle per dedicarsi alla
rapida fuga.
La ragazza sentiva la lunga linea metallica sussultare, mentre un
fischio spaventoso e acuto, simile al cigolio delle porte dell’inferno
intente a spalancarsi, risuonò dietro di lei.
Si voltò, sentendosi come un cerbiatto intento ad attraversare
l’autostrada proprio mentre un enorme tir sta passando a tutta
velocità. Spalancò gli occhi disperata, sentendo che le sue membra
divenivano rigide e immobili, mentre un enorme mostro di ferro
sbuffava e sfiatava nuvole di vapore bollente e fumo nero,
producendo un ritmico scalpitare simile a quello di un toro in carica.
Non era possibile sfuggire a quella creatura infernale e Medea ne
era pienamente consapevole. Forse Red sarebbe riuscito a
scamparla, visto che era riuscito ad allungare le distanze, ma per lei
non sarebbe stato possibile correre a perdifiato lungo quella linea
sottile, e di certo non più velocemente di come sapeva fare quella
macchina capace di vomitare fuori ceneri e fumo.
Il treno impiegò pochi secondi a raggiungerla. La ragazza sentì il
calore della combustione espandersi tutto intorno a lei, gli occhi le
bruciarono a causa della fuliggine e le rotaie cominciarono a
sussultare freneticamente sotto il peso del signore indiscusso di quel
sentiero, il quale era pronto a riversare la sua rabbia su coloro che
avevano osato attraversarlo senza il suo permesso.
PER ASPERA AD ASTRA

Il rumore cadenzato del treno riempiva l’aria, Red poteva avvertire il


cambio di temperatura, mentre nelle sue orecchie ancora ronzavano
gli echi di quel terribile fischio.
Un tempo il mezzo non era tanto rapido, ricordava che lui e gli altri
orfani riuscissero talvolta persino a gareggiare contro il treno,
aspettandolo sulle rotaie e correndo a perdifiato proprio davanti al
suo muso metallico, saltando di lato all’ultimo momento, quando
sentivano che ormai si era avvicinato troppo e rischiava di
schiacciarli.
Aveva vinto moltissimi ingranaggi, viti e pezzi di ricambio grazie a
quello sciocco giochetto, ma le cose a Londinium dovevano essere
cambiate, forse qualcuno degli Akademikoi aveva trovato un modo
per raffinare il combustibile e permettere al mezzo di viaggiare a una
velocità più elevata, e ora lui e Medea ne stavano pagando le
conseguenze.
Provò l’impulso di tossire, le volute di fumo pesante e ferroso erano
arrivate fino a lui, segno che il mostro metallico era ormai
vicinissimo. Finalmente il costante muro fatto di case sporche di
fuliggine lasciò intravedere un piccolo varco. Red strinse i denti e
balzò nel vicolo, toccando terra proprio nel momento in cui il treno lo
superava sfrecciando, spostando l’aria e facendo un baccano
infernale.
Nel giro di pochi secondi era già scomparso in lontananza, e il
ragazzo tornò immediatamente sui propri passi, lungo le rotaie
ancora calde, alla disperata ricerca di Medea.
Lo stomaco gli era stretto da una morsa crudele, non riusciva
nemmeno a deglutire e anche il suo respiro si era fatto pesante.
Qualsiasi cosa fosse accaduta alla ragazza terrestre, se ne sentiva il
diretto responsabile.
Dopotutto non era una novità, coloro che nascevano e crescevano
sulla Terra erano meno portati alla sopravvivenza, erano pasciuti nel
loro piccolo mondo proprio come un gregge di pecore, mentre su
Gaea bisognava imparare a cavarsela in mezzo alla coltre nebbiosa,
e su Theia tutto avveniva grazie al potere dei cristalli.
Non avrebbe dovuto far finire quella povera ragazza in una
situazione così pericolosa, chissà come avrebbe reagito Thuban
vedendolo tornare da solo, senza Alioth e senza Medea.
L’equipaggio del Cygnus sarebbe stato decimato in un solo giorno.
Un grido soffocato giunse fino a lui, seguito da forti colpi di tosse.
Tarazed avanzò curioso nella direzione in cui li aveva sentiti, lungo le
rotaie non si vedeva nessuno.
Abbassò lo sguardo, sentendo un frusciare assai sospetto e
trovando Medea intenta a passare saltellando da un piede all’altro,
cercando inutilmente di tenere lontani i topi.
Quella visione lo fece sentire molto sollevato, allungò il braccio e la
mano oltre le rotaie e questo bastò per aiutarla a risalire. La ragazza
aveva il viso e gli abiti completamente anneriti e un’espressione
terrorizzata. Red la prese per mano e l’accompagnò lentamente fino
al vicolo, dove finalmente avrebbe potuto smettere di preoccuparsi di
dove e come metteva i piedi, e lì l’abbracciò, accorgendosi che non
aveva ancora smesso di tremare.
“Tranquilla, - le disse, cercando di sciogliere la situazione – tutti i veri
abitanti di Londinium finiscono, prima o poi, in mezzo ai ratti sotto le
rotaie. Certo, non tutti lo fanno proprio mentre sopra le loro teste
passa il treno, ma in ogni caso si tratta di un rito d’iniziazione non
indifferente. Guardati, sei ricoperta di fuliggine, proprio come le case
e le persone di Gaea, ora puoi camminare per queste strade a testa
alta!” esclamò conciliante, riuscendo a strapparle un sorriso.
La ragazza smise finalmente di respirare affannosamente e, dopo
qualche minuto, anche le mani non le tremarono più, “Sai, -
commentò, cercando inutilmente di togliersi la polvere nera dagli
abiti – questa città esiste anche sulla Terra, solo che porta il nome di
Londra. Ci sono stata qualche anno fa, e anche lì hanno una specie
di treno sotterraneo che collega molte zone trafficate, solo che, ogni
qualvolta la metropolitana è in avvicinamento o apre le sue porte per
far salire o scendere i passeggeri, una voce registrata avvisa del
dislivello, dicendo «Mind the gap», per evitare che qualcuno finisca
sotto le rotaie”.
Red sogghignò, avanzando per stretti vicoli, sapendo esattamente
dove recarsi, “Allora è vero quello che dice sempre Mizar: sulla Terra
siete fin troppo viziati, avete addirittura qualcuno che vi ricorda di
stare attenti a dove mettete i piedi! Non c’è poi da stupirsi se non
sapete cavarvela da soli nella maggior parte delle situazioni”.
Medea si accigliò, portando le mani sui fianchi con aria offesa, “E
come fa Mizar a sapere che non so cavarmela? Aspetta che lo
riveda e gliene dirò quattro…”
Tarazed continuò a punzecchiarla, “Non credo che le tue minacce
riusciranno a spaventarlo, specialmente se qualcuno andrà a
raccontargli delle tue eroiche gesta alle prese con il treno!”
Lo sguardo fiammeggiante della ragazza bastò a fargli cambiare
idea, “Sto scherzando, sai che non farei mai una cosa del genere, di
me ti puoi fidare! - disse, alzando un sopracciglio e facendosi più
vicino – Non so come funzioni sulla Terra, ma da queste parti,
quando qualcuno salva una ragazza, gli spetta di diritto un bel bacio
di ringraziamento! Però aspetta, non fare quella faccia, non lo voglio
certo ora! Con tutta la fuliggine che ti è finita addosso, tossirei fino
all’anno prossimo!” continuò scherzosamente.
I due risero e continuarono a scambiarsi frecciatine per qualche
minuto, fino a che il ragazzo non riconobbe una casa
apparentemente ancor più sporca e fatiscente delle altre, quindi si
zittì, quasi fosse in reverente contemplazione, avvicinandosi
lentamente all’ingresso.
Quel luogo destava in lui molti ricordi, quelli del periodo che avrebbe
potuto essere il più bello della sua vita, se solo Alioth non avesse
rovinato tutto.
Philip Theophrast era stato bandito dall’Accademia degli alchimisti e
non poteva più compiere esperimenti né farsi vedere tra i corridoi e
le sale del grande palazzo bianco, che manteneva quel colore grazie
alle fatiche delle decine di orfani che venivano spediti a pulirlo ogni
giorno. Red odiava quel posto, così come aveva detestato ogni
singolo colpo di spugna con il quale l’aveva fatto risplendere, giorno
dopo giorno.
Era stato davvero sorpreso ed emozionato quando Philip aveva
trasferito il proprio laboratorio tra le macerie e l’oscurità del quartiere
povero, dove sperava di poter condurre segretamente il resto del
suo lavoro. Gli aveva chiesto di divenire il suo aiutante, di costruire
per lui i complessi ingranaggi di quello che al giovanissimo Red era
sembrato il più ambizioso progetto di tutti i tempi, una nave volante,
capace di solcare non solo le vastità del cielo, ma persino quelle
delle possibilità.
Ciò era il frutto delle complesse teorie di Rasalgethi, Tarazed non le
aveva mai realmente comprese, ma non gli importava, era certo che
dal loro lavoro congiunto sarebbe nato il galeone più sorprendente
dell’intera storia di Gaea.
Sarebbero stati giorni magnifici, se solo Theophrast non avesse
deciso di allargare l’invito anche al suo apprendista, un
insopportabile giovane con solo qualche anno più di lui, chiamato
Eliphas.
Non volle far vedere il turbamento che l’entrare nuovamente nel
vecchio laboratorio aveva suscitato in lui, perciò ridacchiò e cercò di
alleggerire l’atmosfera con qualche battutina sul fatto che Medea,
così conciata e polverosa, sarebbe sembrata a buon diritto la
padrona di quella casa completamente annerita dal tempo e
dall’abbandono.
La ragazza aveva storto il naso, non solo a causa di quegli stupidi
scherzi, ma soprattutto grazie al fastidiosissimo odore che sembrava
uscire dagli interstizi dell’edificio. Si trattava di un fetore difficilmente
sostenibile, chiunque avrebbe preferito girare al largo per liberare le
proprie povere narici da quell’aroma di zolfo e chissà cos’altro, e
infatti Medea se ne lamentò.
Red annuì decisamente orgoglioso, come se gli fosse appena stato
fatto un magnifico complimento, “Amo questo tanfo micidiale, io e
Thuban abbiamo impiegato quasi una settimana per trovare la giusta
fragranza che tenesse lontani i curiosi. Non è meraviglioso? – disse,
inspirando a pieni polmoni e trovandosi a tossire spasmodicamente,
con le lacrime agli occhi – Oh sì, dolce odore di casa!” concluse,
mentre la ragazza lo fissava con assoluta perplessità.
Red sogghignò, quindi si decise a fare qualche passo verso la porta
chiusa e sgangherata, “Allora, preferisci restare qui fuori a riempirti
le narici di questa soave fragranza o vogliamo entrare?”
Medea accettò, nella speranza che l’interno dell’edificio puzzasse
anche solo un po’ meno di quanto non facesse l’esterno.
In realtà non fu delusa, i corridoi antichi e polverosi conservavano
solo una vaga traccia dell’odore pestilenziale che si poteva sentire
oltre la soglia. Il pavimento era cosparso di una polvere grigia simile
a cenere e gran parte della mobilia era ormai fatiscente e piena di
tarli, pronta a cadere a pezzi non appena una mosca vi si fosse
posata sopra.
Tarazed avanzava con la sicurezza di chi torna dopo tanti anni a
visitare la casa dei nonni tanto amata da bambino, superando una
scalinata la quale non sembrava assolutamente in grado di reggere il
suo peso, e nemmeno quello di Medea, ma che straordinariamente,
e nonostante i costanti scricchiolii di avvertimento, rimase integra.
Red vide la ragazza intenta a soppesare i propri passi lungo gli ultimi
gradini e sorrise a quella manifestazione di estrema cautela,
pensando che Thuban fosse un genio, quindi decise di metterla al
corrente della situazione. “Come l’odore di zolfo all’esterno, anche
queste scale sgangherate sono un trucchetto per tenere alla larga gli
impiccioni. Il piano terra è praticamente sgombro e ha tutta l’aria di
essere una casa abbandonata da secoli, ma non si trova in questo
stato solo perché Theophrast non vi mette più piede da qualche
anno, era così anche prima. Lo stato di decadenza di queste stanze
non farebbe certo venir voglia di rischiare la vita, addentrandosi
anche al piano superiore, oltre una scalinata tanto marcescente”
spiegò, mentre la ragazza annuiva a ogni sua parola, probabilmente
anche lei si era chiesta perché mai si stessero avventurando in un
luogo tanto pericoloso e vuoto.
Red si esibì in un sorriso orgoglioso, spalancandole davanti la porta
di quello che un tempo era stato il laboratorio segreto di Philip
Theophrast, nel quale aveva lavorato, senza il permesso degli
Akademikoi, al più grandioso progetto della storia di Gaea.
Si aspettava un commento meravigliato o un’espressione sbalordita,
invece Medea entrò nella stanza con aria solo vagamente
incuriosita, senza dar prova di accorgersi dell’importanza di tale
luogo.
Il meccanico di bordo avrebbe costruito un museo solo per riporvi
ognuno di quei reperti. Al centro della sala vi era un tavolo
rettangolare e impolverato, sul quale erano accatastati fogli di
pergamena ingialliti e rovinati dal tempo, circondati da piccoli oggetti
di ogni tipo. Vi erano alambicchi, piccole viti, rotelle e rotelline,
fialette il cui contenuto era evaporato ormai da anni e infine un
grosso libro dalla copertina di cuoio, che si lasciava sfuggire pagine
gialle e dal bordo irregolare.
Medea si precipitò a controllare il tomo, mentre il compagno si
smarriva nei ricordi.
Lo spolverò con la manica, la quale non avrebbe comunque potuto
sporcarsi più di quanto non avesse già fatto sotto ai binari, e lo aprì,
sollevando uno sbuffo di pulviscolo che la indusse a tossire.
Ora aveva sotto il naso due pagine dall’aria vetusta, sulle quali, con
un inchiostro che cominciava a sbiadire, una mano meticolosa aveva
tracciato simboli alchemici, circondati da lunghi e complessi calcoli
che implicavano numeri, misteriose sigle e simbologie sconosciute.
“Se questo è l’unico modo con il quale Thuban spera di risalire ai
propri ricordi, siamo spacciati! Guarda queste pagine, sono
indecifrabili!” esclamò, mostrandole a Red, il quale fece spallucce,
“Tranquilla, - disse con la sua solita aria da eroe – ciò che a me e a
te può sembrare solo un’accozzaglia confusa di disegni, lettere,
numeri e chissà cos’altro, risulta chiaro e leggibile agli occhi di un
alchimista”.
Il fatto che Alioth fosse in grado di comprendere gli appunti di
Theophrast, e lui invece no, mandava Tarazed su tutte le furie,
perciò cercò di dedicarsi a qualche altro pensiero, notando come
Medea si guardasse intorno stranita, alla ricerca della fonte di un
lieve ma sospetto rumore che avvertiva nelle vicinanze.
“Non lo senti? – avvisò l’amico – Sembra che qualcosa di metallico
si stia muovendo…”
Anche Red si mise in ascolto, ed effettivamente c’era un leggero
tintinnio e proveniva da un vecchio cassetto posto sotto il ripiano del
tavolo. Ne afferrò il pomello e tirò con forza, facendo sobbalzare il
contenuto, e per qualche istante il rumore metallico cessò,
ricominciando subito dopo.
Medea si sporse per curiosare a sua volta, notando stranita che una
piccola vite, conservata assieme ad altre cianfrusaglie in quel
cassetto, era intenta a disegnare dei cerchi, come se si trattasse di
una lancetta animata da un motore invisibile e imperituro.
“Si sta muovendo da sola, com’è possibile?” domandò, indicandola
con aria confusa.
Tarazed si accarezzò il mento, mentre rifletteva sulle cause di quello
strano fenomeno.
“Probabilmente da qualche parte ci dev’essere un cristallo ancora
carico, la cui energia reagisce con la vite… - sentenziò, cominciando
a frugare tra gli oggettini accatastati nel medesimo cassetto, - è lo
stesso principio che fa muovere il Cygnus. L’elunium conferisce
potenza agli ingranaggi e li aziona, però non riesco proprio a
spiegarmi come sia possibile che una pietra rimasta nascosta per
tutti questi anni possieda ancora un po’ di carica residua. Eccola!”
esclamò infine, spostando un panno sporco di polvere scura e
mostrando a Medea un frammento fatto di un materiale luccicante e
argenteo, che le ricordava molto l’alluminio con il quale si
confezionavano i cibi sulla Terra.
La ragazza allungò la mano, “Davvero è questa minuscola pietra a
far muovere la vite?” domandò, venendo subito fermata dal
meccanico.
“Non toccarla, potrebbe essere pericoloso!” si raccomandò, mentre
la ragazza lasciava perdere l’idea di afferrare quell’oggetto, ma non i
propri dubbi al riguardo.
“Solo gli Asbesti possono entrare in contatto con i cristalli?
Cos’accadrebbe se, per caso, finissero nelle mani di qualcun altro?”
chiese.
Red comprese subito dove la ragazza volesse andare a parare,
anche lui aveva sempre trovato ingiusto il fatto di non potersi rigirare
tra le dita ed esaminare quei piccoli e luccicanti concentrati di
energia, però ricordava bene quali erano state le parole di
Theophrast al riguardo.
“Se gli Asbesti sono chiamati Inestinti, ci sarà pur una ragione, infatti
sono gli unici a riuscire a entrare in contatto con determinati cristalli
senza subirne gli effetti negativi. Questo qui, ad esempio, veniva
chiamato mesdemet da quel saputello di Alioth, il quale non
smetteva di vantare le sue conoscenze apprese al tempio di Karnak,
dove solamente gli eletti, a suo dire, erano ammessi. Theophrast,
una mente più umile e anche molto più saggia, invece, si è sempre
riferito a questo materiale chiamandolo antimonio. Una volta ho
provato a toccarlo e il vecchio mi ha raccontato da dove proviene il
nome di questa strana pietra argentata. Pare che gli Akademikoi e i
sapienti di Karnak, che si fanno chiamare Isut, i prescelti, non siano
gli unici a studiare i metalli e il complesso sapere alchemico. Oltre la
costa infatti vi è un’altra isola, costellata di monasteri nei quali viene
portata avanti da secoli la ricerca della conoscenza. I monaci
studiarono a lungo questa sostanza, ma tutti coloro che entrarono in
contatto con essa si ammalarono e morirono. Ecco perché si chiama
antimonio, questo nome significa anatema del monaco, perciò è
meglio tenersene alla larga”.
Detto ciò richiuse il cassetto, dal quale riprese a farsi sentire il
rumore della vite intenta a girare su se stessa.
“Continuerà così in eterno?” domandò ancora la ragazza. Red fece
spallucce, “Non penso, stando a ciò che mi ha sempre detto Thuban,
i cristalli hanno bisogno di ricaricarsi, e per farlo è necessaria una
fonte di energia particolare, ovvero la luce delle stelle”.
Medea fece una smorfia incredula, “Ma con tutto il fumo che ricopre
Londinium, dubito che riesca a filtrare…”, il ragazzo la interruppe,
“Infatti, ecco perché abbiamo bisogno degli Asbesti, loro sono gli
unici in grado di trasferire la propria energia nei cristalli,
infondendogli un po’ di carica, in mancanza della luce stellare. Sai, -
disse, facendosi molto serio – quando ero più giovane e non ero
ancora salito a bordo del Cygnus, pensavo che oltre la fastidiosa
coltre nera, le stelle brillassero in tutta la loro bellezza. Non immagini
lo sconforto che attanagliò il mio cuore, e anche quello di
Theophrast, quando, dopo il primo grandioso volo del nostro
galeone, ci accorgemmo che anche là fuori, oltre la fuliggine
prodotta da questa città che non dorme mai, le stelle non
splendevano più. Non sappiamo come ciò sia possibile, insomma,
dovrebbero essere enormi masse di gas bruciante, non possono
essere scomparse da un giorno all’altro… eppure la loro assenza sta
causando molti problemi, specialmente su Theia, dove la vita è
strettamente connessa ai ritmi dei cristalli.
Ecco perché portiamo tutti il nome di una stella: Theophrast ha
scelto di essere Thuban, come l’antica Polare, Eliphas ha deciso
invece di chiamarsi Alioth, il cavallo nero, proprio ciò che mi
aspettavo da un simile vanesio. Suppongo che tu muoia dalla voglia
di scoprire anche il significato del mio nome, non è così? Ebbene, io
sono il falco e l’ago della bilancia, interessante, non trovi?
Ci siamo chiamati come le stelle scomparse, sperando che, in
questo modo, potessimo propiziare la nostra missione di ricerca.
Dobbiamo ritrovarle, altrimenti il Cygnus smetterà di volare!”
Medea rimase atterrita da quelle parole, allora le stelle avevano
davvero smesso di brillare, e non solo sulla Terra, ma anche negli
altri mondi possibili. L’elunium sosteneva l’enorme galeone e faceva
muovere tutta quella complessa rete di ingranaggi, ma il vero cuore
della nave era Adhara, era infatti la sua energia che permetteva a
tutti loro di viaggiare. Ora cominciava a capire perché coloro che
erano in grado di interagire con i cristalli venissero chiamati Inestinti.
Chissà quanto potere era necessario per far alzare dal suolo un
enorme galeone come il Cygnus, con a bordo tonnellate di
ingranaggi metallici e una mezza dozzina di persone. Inoltre, dal
momento che le stelle erano scomparse, la ragazza albina non
avrebbe ricevuto alcun aiuto dall’esterno. Medea era davvero
impressionata.
In quel silenzio carico di riflessioni, Tarazed scattò sull’attenti, aveva
captato un leggero scricchiolio proveniente dal piano inferiore.
Subito si portò davanti al grosso tomo, nell’intento di proteggerlo da
qualsiasi cosa fosse entrata nel laboratorio, e una smorfia disgustata
gli si dipinse sul viso, quando notò che il nuovo arrivato altri non era
che l’odiato Alioth.
Il ragazzo dai lunghi capelli neri e dagli avambracci segnati da strani
tatuaggi sembrava infastidito esattamente quanto lui, scosse la testa
con indignazione e commentò “Eppure ero piuttosto sicuro che
Thuban non avesse accennato a due mocciosi ficcanaso, quando mi
ha parlato della missione…”
“C’è stato un cambio di programma, - esclamò il meccanico,
cercando di restare sempre perfettamente davanti al libro,
proteggendolo con il proprio corpo – ormai tu sei fuori!”
Alioth alzò le sottili sopracciglia scure, scrutando Red con i suoi
occhi neri dalla forma leggermente allungata, “Non hai l’autorità per
prendere una simile decisione, ragazzino. Ora fai un favore a tutti,
cerca di scacciare la gelosia che ti attanaglia l’anima e levati di
mezzo, quel libro è troppo prezioso perché tu possa usarlo come
merce di scambio per i tuoi stupidi sentimenti feriti”.
Tarazed strinse i denti, meravigliandosi di essere riuscito a restare al
proprio posto, senza balzare al collo di quell’arrogante traditore, “Ti
ho visto entrare all’Accademia, perché sei andato a parlare con
Bombast? A causa di quell’uomo il tuo maestro è stato sbattuto in
gattabuia, e tu non hai mosso un dito per aiutarlo. Forse voi due
siete sempre stati in combutta…”
Alioth ignorò quelle frasi cariche di risentimento e girò attorno al
tavolo, cercando di mettere le mani sul libro, facendola finita alla
svelta.
“Smetti di lagnarti, se Thuban si fida di me, non vedo perché non
dovresti farlo tu, che non sei altro che un orfanello abituato a
strofinare le pareti della cupola. Non sai nulla dei misteri alchemici, e
perciò faresti meglio ad affidarti ai consigli degli esperti” sentenziò,
mentre allungava le mani con gesto repentino.
Medea fu più rapida e, dal momento che nessuno aveva fatto caso
alla sua presenza, era riuscita a intrufolarsi e afferrare il volume
prima degli altri due, stringendolo forte al petto e scrutandoli
entrambi con aria risentita.
“Sembrate due bambini che litigano per le attenzioni della maestra! –
li rimproverò, se il contenuto di quel libro era l’unica cosa capace di
riportare gli astri al loro legittimo posto, non era proprio il caso di
perdere tempo con quegli stupidi battibecchi – Perché piuttosto non
aiutate Thuban a recuperare i suoi ricordi? Se ho capito bene,
eravate entrambi con lui, durante i suoi ultimi esperimenti, perciò
potreste anche fornirgli qualche indicazione al riguardo, non
credete?”
Per la prima volta in vita loro, i due ragazzi furono d’accordo e, dopo
essersi scambiati un’occhiata di compatimento nei confronti di
quell’ignara terrestre, liquidarono le sue affermazioni con uno sbuffo
simultaneo.
“Pensi che sia così facile? – ridacchiò Red, anche se la sua
espressione più che divertita era disperata – Thuban mi ha già
sottoposto a un lunghissimo interrogatorio. Ho parlato per ore, alla
fine mi si era seccata la gola e nemmeno un’intera bottiglia d’acqua
riuscì a far cessare il fastidioso raschiare che mi sono portato dietro
per giorni…”
Alioth lo interruppe, “Tempo sprecato! Come poteva sperare di
ricevere informazioni utili da te, che sei soltanto necessario per
mettere insieme due o tre pezzi di metallo?”
Medea si sentì in dovere di difendere il ragazzo che era stato in
grado di costruire i complessi motori del Cygnus, “E tu invece? Non
sei il suo discepolo? Gli sei stato più utile di quello che consideri solo
un qualsiasi manovale?”
Il ragazzo le dedicò uno sguardo carico d’astio, “Thuban non ha mai
voluto rendermi partecipe degli esperimenti che svolgeva assieme a
quell’albino, e questo è stato il suo più grande errore”.
La ragazza cercò di mettere in ordine le informazioni, cercando di
aiutare il vecchio alchimista nella propria nobile missione di riportare
ordine e luce nell’universo, “L’albino era un Asbesto, giusto? Si
chiamava Rasalgethi e ha dato un grande contributo nella
costruzione del Cygnus. Dov’è finito ora?” domandò, pensando che,
trovando lui, sarebbe stato semplice risalire anche al passato di
Theophrast.
Alioth scrollò le spalle, mentre Red forniva spiegazioni più
dettagliate, “Siamo andati fin su Theia a cercarlo, è lì che abbiano
trovato Mizar e Adhara, i quali hanno deciso di aiutarci e sono così
entrati a far parte nell’equipaggio. Non c’è bisogno che ti dica che
Rasalgethi non ha lasciato tracce, altrimenti a quest’ora avremmo
già risolto tutti i nostri problemi, o quasi…” terminò, guardando il
ragazzo che un tempo si chiamava Eliphas come se avesse
intenzione di incenerirlo grazie a qualche mistico potere.
“Capisco, - disse quindi Medea, anche se in realtà non era del tutto
certa di aver chiara la situazione – in ogni caso non possiamo
perdere tempo in questo vecchio laboratorio. Thuban ha bisogno del
libro e l’elunium non aveva più energie per volare, perciò è stato
nascosto in una cava fuori città”.
Alioth scosse la testa preoccupato, “Lo sapevo, quella ragazzina non
è all’altezza di occuparsi del nostro galeone!” disse a denti stretti.
“Perché allora non ci provi tu?” ribatté lapidaria Medea, la quale ne
aveva davvero abbastanza di tutte quelle inutili gelosie e pretese di
superiorità.
Non stette nemmeno ad attendere una risposta, si mise in marcia
verso le scale pericolanti, sperando che davvero fossero solamente
un pretesto per tenere lontani i curiosi. Notò che i due litigiosi
compagni di viaggio, vedendola allontanarsi così risoluta e
specialmente con ancora tra le braccia il prezioso libro appartenuto
al loro maestro, la stavano seguendo senza fiatare, e questo la fece
sentire finalmente utile alla causa.
Sentì alle proprie spalle, mentre camminava a grandi passi lungo i
vicoli tetri, Alioth lamentarsi del fatto che coinvolgere i terrestri nella
missione fosse stata proprio una pessima idea.
Non le importava di cosa quell’odioso giovane alchimista pensasse
di lei, era davvero orgogliosa di far parte dell’equipaggio del Cygnus
e di avere finalmente uno scopo nella vita, e uno dei più nobili in
assoluto, per giunta.
Le stelle avevano guidato i passi degli uomini, e persino i loro
sentimenti e pensieri, per migliaia di anni, la loro misteriosa
scomparsa non poteva che significare che qualcosa di oscuro era
all’opera, e Medea non aveva nessuna intenzione di vivere in un
mondo dai cieli completamente neri.
“Fermati, aspetta!” sentì bisbigliare alle proprie spalle. Era la voce di
Red, ma lei preferì ignorarla e continuare a camminare spedita verso
l’esterno della città. Avrebbe riportato il libro a Thuban, senza
permettere ulteriori litigi ai suoi due rancorosi discepoli.
Svoltò l’angolo, andando a sbattere contro un uomo alto e
massiccio, il quale a malapena si spostò di qualche centimetro dopo
l’impatto che invece aveva fatto finire a terra Medea.
Indossava una lunga tunica scura bordata d’oro, sul petto esibiva
una fascia bianca perfettamente candida, nonostante il luogo in cui
si trovassero fosse completamente annerito dalla fuliggine.
Avanzava impettito, e il viso rotondo, circondato da un vistoso
doppio mento e adornato da un naso adunco che lo faceva
somigliare a un’anatra, era tenuto rivolto verso l’alto con espressione
sdegnosa. I piccoli occhietti scuri scrutavano quella ragazza
ricoperta di abiti polverosi allo stesso modo in cui avrebbero
guardato un topo morto e spiaccicato a lato della strada. La
poderosa parrucca bianca, acconciata con numerosi e vistosi
boccoli, lo faceva sembrare un membro dell’aristocrazia francese di
qualche secolo prima.
Medea chiese scusa e si rimise in piedi, non riuscendo a trattenere
un risolino alla vista di quel signore tanto antiquato e impettito.
L’uomo non parve incline ad accettare quelle scuse, continuò a
fissarla con totale indignazione, quasi fosse sul punto di chiamare le
guardie e gridare con voce nasale qualcosa come “Tagliatele la
testa!”
La ragazza si guardò alle spalle, sperando in un intervento di
Tarazed, il quale si era tanto vantato di avere sempre la situazione
sotto controllo e di essere in grado di fare praticamente ogni cosa.
Il meccanico non si vedeva da nessuna parte ma in compenso Alioth
si stava avvicinando a passo svelto e con un bel sorriso ipocrita
stampato in volto.
“Signor Polonius, che inaspettato piacere vederla!” esclamò,
salutando l’impettito signore, il quale a sua volta mutò espressione,
sorridendo con le sue labbra quasi invisibili e gonfiando le gote
eccessivamente rosee.
“Eliphas, non sapevo fossi tornato a Londinium” rispose al saluto.
“Sono arrivato proprio stamattina e non mi tratterrò a lungo” spiegò,
raggiungendo i due e stringendo la mano all’aristocratico amico.
“Ti invidio molto, chissà come si sta bene laggiù, a Luxor,
crogiolandosi nel tiepido sole della conoscenza… non certo come
quassù, dove le strade si fanno sempre più nere, e così anche le
coscienze delle persone. Guarda un po’ questa lurida ragazzina, mi
è venuta addosso senza alcun ritegno!” commentò irritato, indicando
con un vago cenno la zona che virtualmente era occupata da
Medea, quasi fosse una sorta di germe che appestava l’aria e non
potesse essere indicata con precisione.
“Sono desolato, mio caro e vecchio amico. Questa ragazza viene dal
quartiere povero, l’ho trovata alla stazione intenta a mendicare e
così ho deciso di offrirle qualche soldo in cambio del trasporto del
pesante libro dove raccolgo i miei pensieri, inoltre conosce bene la
città e può indicarmi la strada. Immagino che il mio problema non le
sia ignoto: la mia mente è spesso persa in complicate riflessioni e
non faccio molto caso a dove metto i piedi, infatti non saprei trovare
l’Accademia nemmeno ora, che vedo la sua cupola svettare candida
e magnifica oltre i tetti grigi” ammise con fare conciliante.
Polonius rispose con un mezzo sorriso, “Ti capisco eccome, ragazzo
mio. Pensa che proprio stamattina, mentre ero impegnato a risolvere
un complesso problema di forze e contrappesi per far funzionare la
mia nuova macchina, ho dimenticato da quale parte andassero
girate le viti, e così, anziché stringerle, le ho allargate e tutta la
struttura si è afflosciata a causa del peso! Eppure questa sarà
un’invenzione straordinaria! Non ti capita mai, figliolo, di prepararti
una buona tazza di tè e poi perderti nelle tue elucubrazioni,
ricordandoti di togliere la bustina dopo più di mezz’ora? Grazie alla
mia macchina, questo problema sarà risolto per sempre! Sarà lei
infatti a inserire e togliere le bustine dal bollitore, calcolando il tempo
esatto necessario all’infusione e avvertendoti infine con un fischio,
quando il tuo tè è pronto” spiegò, gonfiandosi d’orgoglio.
“Straordinario, non vedo l’ora di vedere all’opera un simile prodigio
della tecnica!” lo lusingò Alioth, riuscendo in questo modo a sviare
l’attenzione dalla presenza di Medea.
L’alchimista dalla voluminosa parrucca proseguì “Ti inviterò con
piacere a bere un tè a casa mia, sempre che per allora non sarai
tornato a Luxor, anche se ho sentito dire che da poco è stato chiuso
il tempio…”
Eliphas annuì, cercando di nascondere la sorpresa “Gli Isut
permettono solo ai prescelti di entrare nel sacro seminato di Karnak,
evidentemente non hanno trovato nuovi eletti…” tentò di fornire una
spiegazione, anche se non sembrava molto sicuro delle proprie
parole.
L’interlocutore non parve farci caso e parlò ancora “Non è
meraviglioso il modo in cui il segreto venga rivelato solamente ai
migliori tra i migliori? Ho sempre ammirato molto la dottrina portata
avanti a Luxor. Ti auguro un buon viaggio, caro Eliphas, e non mi
riferisco solo al cammino dove muoverai i tuoi passi, ma
specialmente a quello verso cui indirizzerai la tua mente!”
Alioth ringraziò l’alchimista e lo salutò cordialmente, quindi i due
ripresero a camminare in direzioni opposte. Medea venne presa per
un braccio e strattonata fino in un vicolo secondario, dove fu
rimproverata per la propria avventatezza. Le strade di Londinium
erano pericolose e frequentate dai sospettosi Akademikoi, non era
proprio il caso di passeggiare con quel grosso tomo tra le braccia
come se nulla fosse.
Al termine della ramanzina ricomparve anche Red, il quale si era
infilato, rapido come un felino, in un grosso tubo di scarico che
portava nell’oscuro e laborioso sottosuolo cittadino.
Eliphas lo accolse con uno sguardo che palesava un profondo
disprezzo, “Sei tornato nella tua tana, tra i topi di fogna?” sogghignò,
ottenendo per risposta una scusa assai poco credibile, “Avevo visto
il luccichio di un penny, là sotto…”
Tutti e tre sapevano che non c’era alcuna monetina e immaginavano
anche che gli altri ne fossero consci, perciò attorno al meccanico
calò un pesante silenzio avvilito, che Medea volle assolutamente
interrompere, affibbiando una subdola gomitata tra le costole del
cinico Alioth.
“E così sarei la tua schiavetta portalibri? Stai attento a ciò che
racconti in giro, altrimenti mi farò pagare sul serio, una volta tornati
alla nave!” sbottò, mentre l’altro non trovava proprio nulla di strano
nella giustificazione usata di fronte al pomposo alchimista.
“Gli Akademikoi sono pieni di sé, non vedrebbero altra ragione
plausibile per cui una persona del mio calibro dovrebbe
accompagnarsi a gente come voi” ammise senza alcuna traccia di
umiltà.
Red per tutta risposta sputò a terra e cominciò a brontolare tra i denti
cose incomprensibili ma probabilmente molto volgari, Medea invece
decise di non poter tollerare in silenzio quello sfoggio di vanità.
“Dimmi una cosa, mio caro Eliphas, quando andrai a prendere il tè
nella deliziosa magione del signor Polonius, indosserai anche tu una
bella parrucca dai vaporosi boccoli bianchi?” sghignazzò, facendo
tornare il solito sorrisetto beffardo anche sulle labbra di Tarazed.
Alioth non la degnò di una risposta e affrettò il passo, chiedendo
piuttosto di indicargli dove si trovasse il Cygnus. Nonostante la
maschera di imperturbabilità che cercava costantemente di mostrare
agli altri, si poteva intuire che il giovane alchimista era turbato.
KA

Si lasciarono alle spalle la grande e industriosa metropoli grazie alla


scaltrezza di Red, il quale conosceva davvero Londinium come le
proprie tasche, anzi, probabilmente meglio, dal momento che spesso
nemmeno lui sapeva riconoscere con esattezza il ciarpame e i
pezzetti di recupero che raccoglieva in giro, secondo la filosofia che
tutto potesse tornare utile quando meno ce lo si aspettava.
Medea riconobbe la cima del mucchio di sassi oltre il quale era
atterrato il galeone. Si diressero quindi da quella parte, notando un
ragazzo apparentemente intento a farsi i fatti propri, seduto con aria
pensosa sui resti di un vecchio muricciolo.
Thuban aveva mandato alcuni membri dell’equipaggio ad accertarsi
che il Cygnus fosse al sicuro da occhi indiscreti, ed ecco infatti una
delle sentinelle. Medea lo salutò con un cenno della mano, e per
tutta risposta il ragazzo si voltò dalla parte opposta.
“Speravo fosse Mizar - mormorò ai due compagni, era chiaro che tra
i due gemelli, quello maggiormente amichevole ed espansivo fosse
proprio il primo che aveva conosciuto sul ponte della nave, - suo
fratello non deve trovarmi molto simpatica. Se solo ci fosse un modo
per riconoscerli senza rischiare ogni volta di essere trattata in questo
modo sdegnoso! Quei due gemelli sono indistinguibili!” esclamò.
Alioth, come al solito, ebbe qualcosa da ridire, “Mizar e Merak non
sono affatto fratelli” sancì enigmatico, cominciando a confondere le
idee della sua interlocutrice.
“Com’è possibile? Sono praticamente identici!” fu infatti la rapida
obiezione.
Red le si avvicinò, sussurrandole all’orecchio la soluzione del
mistero, con un tono che la fece rabbrividire “Il nostro odioso
compagno di viaggio ha ragione, Merak non è il gemello di Mizar,
piuttosto il suo doppelganger!”
Medea fissò stralunata colui che le aveva appena fornito quella
stravagante spiegazione. Aveva letto da qualche parte che un
doppelganger fosse una specie di doppio che, in situazioni
particolarmente mistiche e imperscrutabili, compariva per annunciare
tragiche notizie o per pronunciare oracoli.
Si trattava di un’apparizione misteriosa e unica nel suo genere, non
pensava fosse possibile che i due doppi, una volta incontratisi,
decidessero persino di andarsene in giro a braccetto, sposando la
medesima causa e arruolandosi nella ciurma del Cygnus.
“Non dare ascolto alle farneticazioni di quel moccioso, - proseguì
Alioth – ciò che vedi non è altro che uno dei ka del ragazzo che hai
conosciuto come Mizar. Si tratta di un doppio esistente su un altro
piano del possibile. Così come la città di Londinium ha il suo
corrispettivo sulla Terra, ovvero quella che tu chiami Londra, allo
stesso modo Mizar, nativo di Theia, ha un proprio doppio negli altri
mondi. Tutti noi lo abbiamo, lui ha solo avuto la sfortuna di
incontrarlo”.
Medea dovette fermarsi, perché il moto dei suoi pensieri rischiava di
interferire con quello delle sue gambe, facendola incespicare sui
propri stessi passi, “Fammi capire bene, mi stai dicendo che esiste
un Mizar su Theia, uno su Gaea, uno sulla Terra e così via per tutti i
mondi possibili? E lo stesso vale per tutti quanti? – l’altro annuì,
seccato dalla sua lentezza di comprendonio – Quindi potrei
aggirarmi per i vicoli di Londinium e imbattermi in un’altra me?”
chiese sbigottita da quell’assurda novità.
“È poco probabile, tuttavia non impossibile. Un importante membro
degli Akademikoi qui su Gaea potrebbe trovare il proprio ka dove
meno se lo aspetta, ad esempio in mezzo ai campi di Theia, intento
a lavorare la terra, cosa che lui stesso non avrebbe mai pensato di
poter fare. La vita del ka non è la medesima che puoi aver avuto tu,
perciò non siete esattamente la stessa persona, anche se in modo
basilare vi somigliate. Potreste andare d’accordo come amici di
vecchia data oppure odiarvi fino a desiderare di uccidervi
vicendevolmente…” proseguì, venendo interrotto da Red, il quale
era a sua volta intento nelle proprie constatazioni, “Pensa un po’ che
noia. Ho impiegato mesi di duro lavoro per costruire una nave che mi
portasse lontano da Londinium e dagli idioti che la popolavano, solo
per scoprire che gli stessi identici beoti avevano delle repliche negli
altri mondi. Immagina infiniti Alioth, tutti altrettanto insopportabili…
ma non ne bastava uno per rendere l’universo un luogo invivibile?”
Medea si voltò incuriosita a osservare Merak, il quale nuovamente si
voltò stizzito dalla parte opposta.
“E tra tutti questi ka, qual è l’originale?” si trovò a chiedersi.
Red aveva già la risposta pronta, “Ma è ovvio, tra i miei, ad esempio,
sono sicuramente io!”
L’alchimista non badò nemmeno a queste parole e continuò a
spiegare, con voce monotona e sprezzante “Se riunissi in una
stanza tutti i ka della medesima persona, ponendogli questo quesito,
riceveresti esclusivamente risposte simili a quella del tuo amico
manovale. Ciascuno si riterrebbe l’autentico, invece nessuno di loro
lo è”.
Tarazed sbuffò “Oh certo, adesso fai tanto il superiore, ma vorrei
proprio vederti alle prese con il tuo doppelganger! Forse ti farebbe
bene incontrare una persona odiosa al tuo stesso livello, magari
potresti imparare qualcosa circa il modo in cui ti vedono gli altri…”
Alioth lo zittì, “Taci, moccioso. Nemmeno se riuscissi a radunare tutti
i tuoi ka e assieme vi metteste a ragionare con calma, sareste in
grado di capire le cose più elementari”.
La ragazza non stava seguendo questi battibecchi, era smarrita nel
contemplare mentalmente ciò che sarebbe accaduto se avesse
incontrato un’altra Medea, uguale a lei ma profondamente diversa.
Le leggi che regolavano l’universo erano ancor più bizzarre di
quanto non avesse immaginato, se c’erano galeoni volanti in grado
di viaggiare tra le sfere del possibile e le persone potevano
incontrare persino il proprio doppio.
Si chiese come avessero reagito Mizar e Merak, la prima volta in cui
si erano accorti di avere di fronte un altro sé. Sarebbe stato
illuminante parlarne con i diretti interessati, anche se sospettava che
solo uno di quei due ragazzi, che in fondo erano la stessa persona,
sarebbe stato lieto di risponderle.
Il Cygnus si trovava a terra, leggermente obliquo e con il fianco
poggiato contro la montagna di sassi. Thuban li stava aspettando e
srotolò la solita scaletta a pioli che veniva utilizzata per salire e
scendere dalla nave.
Tarazed si offrì di portare il libro, dal momento che era molto
voluminoso e Medea avrebbe avuto bisogno di entrambe le mani per
arrampicarsi. Lei lo cedette volentieri, e il meccanico salì agile come
una scimmia, impaziente di restituire al maestro il vecchio diario e
ricevere le sue lodi.
L’alchimista conosciuto su Gaea con il nome di Theophrast non
reagì come previsto e, non appena Red gli offrì il grosso tomo,
subito l’afferrò avidamente, dimenticandosi di tutto il resto e
infilandosi nell’apertura del castello di prua, probabilmente ansioso di
chiudersi nella sua stanza e scoprire i segreti contenuti in quel
vetusto diario.
Il ragazzo rimase immobile sul ponte con aria avvilita, mentre Alioth
gli passava accanto con un sorrisetto divertito.
Di lì a poco anche Mizar e Merak tornarono a bordo e l’equipaggio
del galeone fu nuovamente al completo, seppure Thuban fosse
scomparso nei recessi della nave e nessuno sapesse cosa fare, ora
che il libro era stato recuperato.
Si trovavano tutti sotto l’albero maestro, intenti a guardarsi l’un
l’altro, sperando che qualcuno avesse un piano. Medea non li aveva
mai visti tutti assieme, anche se, in realtà, non davano l’idea di
essere un gruppo molto ben amalgamato. Alioth se ne stava per
conto proprio con espressione preoccupata e riflessiva, dal lato
opposto c’era Red, ancora afflitto dalla mancanza di riconoscenza
del suo adorato maestro. Anche Adhara era un mondo a parte, così
particolare e diversa da tutti loro, con la carnagione quasi
trasparente e i capelli lunghi e di un bianco luminescente, per non
parlare degli inquietanti occhi rossi.
I gemelli, come Medea si riferiva mentalmente a loro, anche se ora
sapeva che non si trattasse di ciò, le sembravano le persone più
vicine a lei; per quanto uno fosse scontroso e l’altro amichevole,
mantenevano comunque dei comportamenti comprensibili.
“Adhara, credi di riuscire a far prendere quota alla nave e a
prepararla al salto?” domandò Merak, stranamente con tono delicato
e gentile, tanto che Medea credeva si trattasse del suo doppio. Fu
l’obiezione di Alioth a farle notare il contrario.
“Dove vorresti andare, Merak, senza il consenso di Thuban?”
commentò impassibile.
Il ragazzo si guardò attorno e quindi fece spallucce, “Ovunque,
purché sia lontano dagli Akademikoi”.
“Mio fratello ha ragione! – si unì anche Mizar, trattando quello che
era il suo ka alla stregua di un familiare – Finché restiamo a
Londinium saremo in pericolo, e probabilmente Thuban avrà bisogno
di parecchio tempo per trovare qualche indizio sul suo vecchio
diario. A Theia saremo al sicuro e potremo continuare le indagini in
parallelo…”
“La tua proposta non ha alcun senso, o forse ti aspetti di trovare
Rasalgethi, passeggiando allegramente per le strade della tua città
natale? - obbiettò ancora Alioth – Resteremo qui finché Thuban non
indicherà altrimenti”.
Red alzò gli occhi al cielo bigio e fumoso “Allora non ci resta che
sperare che io conosca ancora qualche via di fuga dalle segrete di
Londinium!”
Mizar si rassegnò a quell’idea, proponendo di attendere che
l’alchimista esaminasse i suoi scritti, “Nel frattempo occupiamoci
delle faccende più impellenti, come ad esempio la cena!” esclamò,
ottenendo l’approvazione collettiva.
Gli sguardi dei presenti si convogliarono tutti su Alioth, il quale fece
qualche passo indietro, indignato, “Oh no, non aspettatevi che mi
metta a cucinare!”
“Qualcuno deve pur farlo, e tu sei il più bravo… Tutto quel soppesare
ingredienti alchemici e fare miscugli deve pur esserti servito a
qualcosa, no? – lo incoraggiò Mizar, infine, vedendo che le sue
esortazioni non avevano alcun effetto, proseguì – Se non lo farai tu,
sarò costretto a mettermi ai fornelli personalmente!”
Un coro di lamenti seguì quest’affermazione. Merak annunciò che
piuttosto avrebbe mangiato i sassi della cava, probabilmente
sarebbero stati più digeribili delle ultime polpette di suo fratello. Red
aggiunse che arrostendo qualche ratto preso dai sotterranei di
Londinium si sarebbe ottenuto un pasto molto più adeguato, rispetto
alle ricette di Mizar.
“Non vi va mai bene ciò che preparo! – borbottò il ragazzo – Potreste
anche provare a cucinare voi, per una volta…”
“Oh no, tu sei perfetto, - lo rincuorò Alioth, era la prima volta che
Medea lo sentiva dire qualcosa di gentile – anche perché non mi
fiderei a mangiare i piatti di nessun altro, qui sopra. Quel tuo
scontroso ka cercherebbe di avvelenarmi, mentre Tarazed è
talmente abituato a mettere le mani tra viti e ingranaggi sporchi e
unti, che di certo ci ritroveremmo dei pezzi di metallo tra le pietanze.
Una volta, durante il suo turno in cucina, per poco non ho inghiottito
un bullone, e non sono sicuro che sia finito nel mio piatto per
sbaglio…”
“Suvvia, non lamentarti, probabilmente quel pezzo di metallo
sarebbe stato più saporito e friabile rispetto a quella volta in cui mio
fratello ha provato a fare il riso!” ridacchiò Merak.
Medea notò che Adhara non era stata minimamente presa in
considerazione, probabilmente i suoi doveri di Samandar erano
talmente importanti da rendere necessario che si concentrasse solo
su quelli, senza sprecare energie in cose come cucinare o lavare le
stoviglie. La ragazza albina non stava nemmeno brontolando circa le
scarse capacità di cuoco di questo o quell’altro, si limitava a fissarli
con aria assente, forse nemmeno li stava ascoltando.
“Se volete, io so cucinare…” si offrì infine Medea, decisa a mostrarsi
perlomeno utile in qualcosa, dal momento che, volente o nolente,
era ormai parte dell’equipaggio e aveva preso a cuore la loro
missione di ritrovare le stelle perdute.
“C’è da fidarsi? - la fissò sospettoso Alioth, con uno sguardo sottile e
perentorio – E sia, Mizar, accompagnala alle cucine e dalle una
mano, potresti imparare qualcosa di utile”.
Detto ciò si allontanò verso le sue stanze, mentre Tarazed gli faceva
il verso, stizzito dal fatto che quell’antipatico si comportasse come
se, in assenza di Thuban, il comando spettasse a lui solo.
L’amichevole Mizar invitò Medea a seguirlo, mostrandole la stiva e la
rudimentale cucina, la quale era un misto tra i vecchi sistemi
medievali e qualche sconosciuta innovazione di matrice alchemica,
formata da strani tubi collegati a boccette piene di liquidi colorati, che
fecero rimpiangere alla ragazza le comodità della Terra.
“Se giri questa valvola e tieni aperta quest’altra per qualche
secondo, si produrrà il fuoco, non è straordinario? Alioth ha messo a
punto il sistema, - le venne spiegato – dopo che la nostra pietra
ollare smise di funzionare” si spostò verso una pietra dal colore
verdino, sagomata in forma piatta e circolare, ricoperta da un velo di
polvere.
“Un tempo, quando i cristalli riuscivano a funzionare grazie
all’energia delle stelle, questa pietra era sempre tiepida e al
comando di Adhara riusciva a divenire incandescente, capace di
cuocere qualsiasi pietanza in pochi minuti, e non solo, qualche volta
Tarazed l’ha persino usata per fondere qualche metallo leggero. Ora
purtroppo avrebbe bisogno dell’energia di un Asbesto per tornare a
svolgere la sua funzione, ma i poteri di Adhara ci servono soprattutto
per far volare la nave…”
La ragazza asserì, ricordando che quel galeone avesse come scopo
primario quello di ritrovare le stelle che potevano garantirne il
funzionamento.
Assieme si misero al lavoro, pelando qualche patata e tentando di
preparare una zuppa che fosse commestibile. Non era facile, dal
momento che il congegno di Alioth per generare la fiamma non era
molto stabile, oppure loro non erano in grado di farlo funzionare in
modo preciso. Quell’affare sembrava un drago impazzito, sputava
fuoco e fiamme solo quando lo desiderava, alitando una leggera
brezza calda per tutto il resto del tempo.
Medea nel frattempo lasciava correre i propri pensieri, ricordando
che Tarazed e Alioth un tempo si chiamavano Oliver ed Eliphas e
che erano i due apprendisti, anche se con funzioni molto diverse,
dell’alchimista noto come Philip Theophrast. Entrambi provenivano
da Gaea, il primo era un orfano cresciuto nel ventre fuligginoso di
Londinium, mentre il secondo poteva vantare di essere un Isut, uno
degli eletti educati al tempio di Karnak, nella città egizia di Luxor.
Non poté fare a meno di domandarsi in che modo invece Mizar,
Merak e Adhara fossero divenuti parte di quella strana ciurma, e per
fortuna il ragazzo con il quale stava pelando le patate non era restio
alla comunicazione, pertanto ottenne una risposta.
“Abbiamo visto un galeone con le insegne di un cigno sorvolare i
cieli di Theia e subito ci siamo insospettiti. Adhara ha insistito tanto
perché seguissimo quella nave volante e trovassimo il punto in cui
avrebbe infine attraccato, perciò ci siamo messi in viaggio e infine
abbiamo conosciuto Thuban. Era venuto fin su Theia alla ricerca
dell’uomo che anche noi volevamo trovare, Rasalgethi. Non ci è
voluto molto per capire che noi cinque avevamo il medesimo
obbiettivo, perciò ci siamo uniti all’equipaggio, anche perché, senza
Adhara, il Cygnus non sarebbe più riuscito a solcare i cieli”.
Medea continuò a sbucciare tuberi, cercando di trovare collegamenti
tra le vicende narratele. Quel secondo gruppo non proveniva dalle
caliginose terre degli alchimisti, ma piuttosto dal misterioso pianeta
che si era scontrato con un corpo celeste ricoperto di cristalli dagli
strani poteri, Theia. Se si erano riuniti sotto le vele del Cygnus era
stato a causa dell’enigmatica figura che già molte volte aveva sentito
nominare, ma della quale non era ancora riuscita a scoprire nulla, a
eccezione del fatto che fosse un albino e che, come tutto il resto
dell’equipaggio, portasse il nome di una stella, Rasalgethi.
Intuiva che fosse proprio lui il fulcro di tutto quanto, perciò fece per
chiedere notizie più precise al riguardo, ma non fece nemmeno in
tempo ad aprir bocca che una gigantesca fiammata avvampò in
cucina.
Mizar lasciò cadere le patate di cui si stava occupando e si precipitò
verso il bizzarro e incomprensibile congegno di Alioth, ruotando
manopole e tirando piccole leve in maniera del tutto casuale,
sibilando agitato che prima o poi quel marchingegno li avrebbe
abbrustoliti tutti quanti.
Il demone di fuoco si placò, tornando a produrre solamente una
leggera fiammella sotto alla pentola che ormai conteneva solamente
una poltiglia nerastra che emanava un pungente odore di
combustione, “Addio zuppa!” le diede l’estremo saluto con un
sospiro, mentre Medea cercava nella dispensa, sperando di poter
rimediare qualcos’altro con cui preparare la cena.
PHAETON

L’insalata fredda che venne servita non entusiasmò particolarmente


l’equipaggio. Alioth non perse occasione per congratularsi per la loro
inettitudine, dal momento che non erano nemmeno in grado di
utilizzare un semplicissimo meccanismo alchemico che aveva il solo
scopo di essere utile all’uomo, producendo una fiamma facilmente
addomesticabile per cuocere le pietanze.
Adhara e Merak sedevano vicini, in disparte da tutti gli altri, e furono
gli unici a ingurgitare il contenuto dei loro piatti senza proferir parola.
Tarazed non mancò di far notare che i topi che vivevano nel
sottosuolo di Londinium erano molto più saporiti, una volta grigliati,
rispetto a quelle noiose verdure crude, ma non diceva sul serio e la
sua parlantina, unita a quella di Mizar, riuscì a tenere in piedi
l’altrimenti disperata situazione.
Ad eccezione di quei due, infatti, la ciurma era costituita da individui
solitari e imbronciati. Medea si domandava come potessero andare
d’accordo ed essere in grado di lavorare assieme per far muovere il
galeone e compiere la loro ardua missione.
Red fu il primo a vuotare il piatto e subito si alzò in piedi, prendendo
una seconda porzione e cercando di allontanarsi con le stoviglie tra
le mani, senza destare attenzioni sgradite, naturalmente non
riuscendoci.
Lo sguardo seccato di Alioth si piantò su di lui come un proiettile,
“Dove credi di andare?” lo apostrofò, mentre i commensali
all’improvviso trovarono di grande interesse l’indagare sul contenuto
del proprio piatto.
Il meccanico fu l’unico a sfidare il tenebroso Isut, forte del
risentimento che covava per lui da parecchio tempo “Deve pur
mangiare qualcosa…”
“Sta lavorando! – sbottò l’altro – Ha bisogno di silenzio e
concentrazione, è possibile che non ci arrivi? Che cos’hai in quella
testa, fuliggine? Hai strisciato per troppo tempo tra le tubature della
tua città e ora non sei più in grado di capire che un alchimista
dev’essere lasciato in pace, specialmente quando ottiene gli scritti
che da tempo stava cercando?”
“Può sempre leggere e mangiare nello stesso tempo, non credo che
muovere la mandibola per masticare gli sarà di impedimento…”
ribatté Red, facendo alzare in piedi il proprio interlocutore, che si
piazzò proprio davanti a lui, sfidandolo a lasciare la mensa.
“Ho detto che nessuno andrà a disturbarlo. Gli studi che Thuban sta
compiendo in questo momento sono fondamentali per il compimento
della nostra missione. Ha preso sul serio questo incarico e perciò,
quando lascerà le sue stanze, sarà solo perché avrà chiaro nella
mente l’obbiettivo. Vuoi restare arenato in questa fetida cava per
mesi e mesi? Non credo, perciò sarà meglio che te ne stia buono a
giocare con le tue rotelle di ferro, lasciando in pace gli alchimisti”.
Tarazed non aveva alcuna intenzione di cedere. Rinunciare e
rimettersi a sedere sarebbe equivalso a una pubblica resa di fronte
al proprio acerrimo nemico. Cominciò a soppesare le varie opzioni:
forse sarebbe stato abbastanza rapido da schivare il fastidioso
egiziano e sgusciare via, verso le cabine, portando un po’ di cibo
ristoratore al maestro, ma in tal caso l’odioso rivale l’avrebbe
seguito, sbraitando insulti e rimproveri, arrecando a Thuban il
fastidio dal quale voleva proteggerlo.
Forse avrebbe dovuto semplicemente fare ciò che si riprometteva da
sempre, ovvero lasciar perdere la questione della cena e piuttosto
piantare le proprie nocche su quel volto impassibile, fino a far
scomparire a suon di pugni l’espressione di disgustata superiorità
che portava impressa costantemente.
La seconda possibilità sembrava la più adatta. Tarazed il Magnifico
già pregustava il vittorioso bruciore alla mano destra; appoggiò il
piatto sul tavolo, massaggiandosi le nocche preventivamente e
preparandosi al momento di gloria, ma purtroppo venne interrotto.
Mizar aveva intuito ciò che il meccanico aveva intenzione di fare ed
era scattato in piedi, piazzandosi proprio tra i due contendenti,
prendendo le difese di Red, “Alioth, capisco che dire di no a tutto e a
tutti ti faccia provare un senso di onnipotenza al quale difficilmente
sai rinunciare, ma pensaci, Thuban è un essere umano e ha bisogno
di mangiare, altrimenti anche il suo cervello smetterà di funzionare e
nemmeno tra duemila anni avrà risolto l’enigma di quegli scritti…”
Nemmeno in due sarebbero riusciti a far ragionare il ragazzo dai
lunghi capelli neri, Medea lo aveva capito da un pezzo, e infatti non
si sbilanciava a favore di nessuno, addentando le proprie verdure
con malcelato disinteresse, proprio come stavano facendo gli altri
commensali.
“Non mi aspetto che possiate comprendere la complessa mente di
un alchimista, dopotutto siete solo un miserabile manovale e un…
non ne ho la più pallida idea, forse nemmeno tua madre, Mizar,
potrebbe dire che cosa sei di preciso. Un uomo di scienza ha
bisogno di studiare molto più che di mangiare, in lui avvengono
processi diversi dai vostri, l’unica sete che percepisce come
inestinguibile è quella di conoscenza!”
Nessuno stava più ascoltando l’arringa di Alioth, erano tutti
impegnati a osservare l’inaspettato ingresso del protagonista di
quella discussione. Thuban in persona era appena entrato nella
mensa e, tenendo il grosso libro aperto di fronte a sé, sbattendo
contro uno sgabello e rischiando di conficcarsi lo spigolo del tavolo
in un fianco, avanzava con passo incerto e riflessivo verso
l’insalatiera.
Era talmente concentrato nella lettura che non avrebbe distolto lo
sguardo dai complicati simboli alchemici nemmeno se Alioth e Red
stessero facendo a pugni sul pavimento a pochi metri da lui, forse
neanche se ci fosse accidentalmente finito in mezzo.
Il secondo non perse occasione per avvicinarsi a lui con espressione
melliflua, “Maestro, gradisci qualcosa da mangiare?” chiese,
porgendogli il piatto che aveva preparato appositamente per lui, non
dimenticando di fare l’occhiolino a colui che invece sosteneva che gli
alchimisti vivessero solo di aria e sapienza.
Thuban non rispose, ma allungò una mano verso il punto in cui la
sua visione periferica indicava si dovesse trovare il piatto, afferrò con
le dita un paio di verdure e se le infilò in bocca senza nemmeno
guardarle. Se Red gli avesse offerto il suo famoso risotto di bulloni, li
avrebbe ingurgitati senza neanche rendersene conto.
Masticò un paio di volte, con grandissima soddisfazione del
meccanico, ma ben presto si lasciò sfuggire un gemito disgustato,
“Cos’ho appena mangiato? Non mi dite che avete teso una trappola
al vostro vecchio capitano, riservandogli appositamente un piatto di
orrendi broccoli!”
Mizar intervenne, “Abbiamo usato diversi tipi di ortaggi, per la
precisione quelli che abbiamo imbarcato sulla Terra appena l’altro
ieri. La verdura deperisce in fretta, perciò siamo stati costretti a usarli
tutti, anche se è stato un caso se hai pescato al primo colpo proprio
ciò che ti disgusta”.
Thuban ridacchiò, alleggerendo la tensione, “Non direi che sia stato
casuale, scommetto che se ci fosse stato solo un broccolo in mezzo
a tutti gli altri tipi di verdura, sarebbe capitato proprio a me, quegli
orribili affarini verdi mi perseguitano!”
Red gli diede ragione, “Proprio così, maestro, i broccoli sono proprio
come Alioth, ne basta anche solo uno per rovinare tutto!”
Il diretto interessato non raccolse l’offesa, tornò a sedersi in modo
composto e pacato, chiedendo all’alchimista se avesse scoperto
qualcosa di utile, dal momento che aveva deciso di interrompere
momentaneamente le ricerche.
Thuban appoggiò il librone sul tavolo, accanto al proprio piatto, dal
quale tolse con dita abili e precise tutti gli ortaggi incriminati,
ammucchiandoli con cura in quello di Tarazed, “Ah, se solo avessi
trascorso qualche anno su Theia, dove i sapienti imparano a fare a
meno del cibo. Se devo essere sincero, non ho trovato poi molto, ma
il mio stomaco non faceva che brontolare. Questi appunti sono più
complicati del previsto, il vecchio me era proprio in gamba! In ogni
caso, anche se scoprissi dove dobbiamo andare, con il Cygnus in
questo stato, dubito che saremmo in grado di compiere il salto.
Adhara non può farci passare tutti, galeone compreso, attraverso le
pieghe della quarta, servirebbe troppa energia…”
Udendo quelle parole, Mizar assunse un’espressione molto
preoccupata, “Siamo bloccati per sempre su Gaea?” domandò con
ansia.
Il vecchio alchimista diede una pacca sulla spalla del ragazzo, “Stai
calmo, figliolo, il vecchio me non mi avrebbe certo abbandonato in
una situazione come questa! Sapeva che il potere dei cristalli non è
eterno, perlomeno in un mondo privo di stelle, e infatti mi ha fornito
qualche indicazione circa il luogo dove trovare una fonte energetica
abbastanza grande da far ripartire il Cygnus”.
“Fantastico, e dove si trova?” esclamò entusiasta, scoprendo ben
presto di aver esultato per niente.
Thuban sfogliò distrattamente le pagine del grosso tomo, guardando
con poca convinzione gli strani disegni fatti con estrema precisione
sulla ruvida carta di pergamena, “Per scoprirlo devo solo riuscire a
pensare come il vecchio me… potrebbe sembrare una cosa
semplice, ma non lo è affatto. Nonostante siamo sempre la
medesima persona, attraverso il tempo facciamo grandi
cambiamenti, e non è facile, quando si perde la memoria, ricollegarsi
ai ragionamenti di qualche anno prima…”
Red si sedette accanto all’alchimista, guardandolo con occhi
speranzosi e carichi di desiderio di rendersi utile. Sembrava un
cucciolo che finalmente può giocare con il padrone che non vede da
molto tempo, se avesse avuto una coda, sicuramente avrebbe
iniziato a scodinzolare instancabile, “Maestro, tu hai perso i ricordi,
ma io no. Permettimi di aiutarti!”
L’alchimista rispose con un sorriso bonario, “D’accordo, credo che la
chiave delle informazioni circa la fonte energetica che ci farebbe
molto comodo risieda in questa frase: cerca là dove il figlio del sole
incontrò la sua rovina, facendo stormire malinconiche le sette sue
sorelle, dove il canto di colui che muore risuona nella valle
dell’araldo di Ptah”.
L’entusiasmo di Tarazed si spense in pochi secondi, mentre il suo
viso si deformava in una smorfia mista tra delusione e vana
riflessione, “Maestro, non avresti fatto meglio a scrivere direttamente
il nome del luogo? Come possiamo capirlo da questa specie di
indovinello?”
Thuban asserì, “Hai ragione, ragazzo, ma allora non sapevo che i
miei esperimenti mi avrebbero fatto perdere la memoria. Pensavo
che questi indizi mi sarebbero stati chiari come la luce del sole, e ne
ho volutamente reso difficile l’interpretazione, nel caso in cui i miei
appunti fossero finiti nelle mani degli Akademikoi”.
Anche Medea si avvicinò, incuriosita da quell’enigma, certa che, tutti
assieme, sarebbero riusciti ad interpretarlo nel modo corretto,
“Avanti, cerchiamo di fare qualche associazione d’idee, dobbiamo
trovare il luogo in cui il figlio del sole trovò la sua rovina… egli aveva
sette sorelle e, a quanto pare, qualcuno dev’essere morto da quelle
parti, qualcuno che aveva a che fare con il canto… - un silenzio
carico di pensieri avvolse l’intera sala, interrotto solamente dal
rumore delle pagine che venivano sfogliate – Dobbiamo partire
dall’unica certezza che abbiamo, nella frase c’è solo un nome ben
definito, Ptah, il quale, se non sbaglio, è una divinità egizia. Dunque,
Alioth, chi meglio di te potrebbe dirci chi è questo misterioso araldo
del dio Ptah?” concluse, lanciando uno sguardo carico di aspettative
verso il giovane alchimista iniziato alle segrete arti nel tempio di
Karnak.
Quest’ultimo si godette ogni singolo attimo di gloria, divenendo il
fulcro delle attenzioni di tutti i presenti, quindi non riuscì a trattenere
un sorriso beffardo, “Ma guarda un po’, tra tutte queste persone, solo
io sono in grado di fare qualcosa di concreto per risolvere
l’enigma…”
“Fatelo tacere!” sbottò anche Merak, che fino a quel momento si era
tenuto in disparte, interessandosi alla faccenda solo da quando
aveva scoperto che la loro missione era legata in modo indissolubile
al misterioso luogo dove la fonte energetica capace di far volare il
Cygnus veniva custodita. Si alzò in piedi, percorrendo a grandi passi
la mensa, fino a raggiungere il grosso libro, sbirciandone le pagine
con espressione risoluta e concentrata, “Non ho la minima idea di
chi sia l’araldo di Ptah, però posso ragionare sul figlio del sole e le
sue sette sorelle. Conosco una leggenda: parla di Fetonte, figlio
illegittimo del dio Apollo e cresciuto assieme ai mortali. Un giorno,
per dimostrare agli amici, i quali non volevano crederci, la sua natura
semidivina, rubò il carro di suo padre e lo guidò nell’alto dei cieli. La
biga di Apollo, per chi non lo sapesse, era trainata da cavalli di pura
fiamma, e conduceva il sole lungo il suo percorso celeste, da oriente
ad occidente, ogni giorno. Fetonte non era un dio e ben presto si
accorse di aver esagerato, non riuscendo a domare i cavalli di fuoco
e a guidarli nella giusta direzione. Dapprima andò troppo in alto,
bruciando una parte di cielo e lasciandosi dietro una scia, quella che
oggi chiamiamo Via Lattea, infine scese sempre più in basso, dove il
sole caldissimo arse la terra, formando i deserti. Infine, per evitare
che devastasse ulteriormente il mondo, Zeus si vide costretto a
scagliare un fulmine contro il carro solare, che si schiantò in mezzo a
una vallata, e così il figlio del sole trovò la sua rovina”.
Tutti lo avevano ascoltato con interesse, ma nessuno come Adhara,
alla quale brillavano gli occhi e probabilmente si sarebbe messa ad
applaudire concitatamente da un momento all’altro, infatti si sporse
verso il narratore e lo pregò di continuare, “E le sette sorelle?”
domandò curiosa.
Era talmente strano vedere la solitaria e silenziosa ragazza albina in
quello stato di agitazione, che gli occhi di tutti si spostarono su di lei,
la quale cominciò a sentirsi in imbarazzo e cominciò ad avvampare.
Fu salvata dal proseguimento della leggenda, che riuscì a carpire di
nuovo le attenzioni del pubblico, “Fetonte aveva sette sorelle che,
alla sua morte, si disperarono e piansero amaramente finché Zeus,
forse per clemenza, decise di trasformarle in pioppi. Non erano sole,
anche un caro amico del giovane figlio di Apollo era presente
all’impatto, e a sua volta si straziava a causa della perdita: il suo
nome era Cicno e venne mutato in cigno, animale noto per il suo
ultimo e triste canto, quando sente sopraggiungere l’ora di morire”.
Seguì un lungo silenzio carico di pensieri, mentre solo Medea decise
di prendere le redini della situazione, complimentandosi con Merak
per le sue estese conoscenze mitologiche, “Tutto combacia
perfettamente, il figlio del sole, le sorelle che stormiscono e il canto
di colui che muore…”
Thuban frenò il suo entusiasmo, “Ci manca però l’informazione
principale, ovvero quale sia la famosa vallata nella quale il carro
solare si schiantò. Potrebbe trovarsi ovunque…”
L’espressione divertita di Alioth stava diventando insostenibile,
l’alchimista sembrava intenzionato a osservare dall’esterno i loro
faticosi tentativi di sbrogliare quella sorta di indovinello, senza fornire
alcun tipo di aiuto.
Medea arrivò a desiderare che Tarazed lo prendesse realmente a
pugni, come aveva intenzione di fare da tempo, forse gli avrebbe
persino dato una mano.
“Tu sei l’unico qui dentro a provenire dall’Egitto, perciò spetta a te
svelare il mistero, - lo apostrofò perentoria – nessun altro sa chi o
cosa sia questo araldo di Ptah, perciò sbrigati a dirci tutto ciò che sai
al riguardo!”
“Sentito la signorina?” le fece eco anche Thuban, compiaciuto da
quella presa di posizione.
Alioth si scostò un lungo ciuffo di capelli scuri dal viso, mostrando
pienamente la sua espressione di sfida, “Voglio proprio vedere a
cosa ti servirà la mia risposta, sciocca terrestre. Ptah è il più
importante tra gli dèi egizi, considerato il creatore, non a caso la
stessa parola Egitto altro non è che una corruzione greca del suo
nome: Hut-ka-Ptah, la dimora dello spirito di Ptah. Uno dei suoi
epiteti è Energia che germoglia, ovvero Tatenen, e questo solo per
dimostrarvi quanto sia importante e grandioso ciò che viene
custodito a Luxor, e che voi invece ignorate. Egli ha un araldo,
incaricato di riferirgli tutto ciò che accade nel mondo, e il suo nome è
Api”.
Si fermò, osservando con interesse il proprio pubblico,
sogghignando poiché, nonostante avesse fornito esaurienti
spiegazioni, nessuno riuscisse comunque a raccapezzarsi.
Medea lo sorprese, riuscendo a portare il ragionamento più in là,
anche se solo di un piccolo passo, “Api non era la divinità egizia a
forma di bue?” domandò a se stessa e al mondo in generale.
“Toro” la corresse Thuban, soprappensiero, mutando subito
espressione e sgranando gli occhi, cominciando quindi a ridere
come un ossesso.
Batté più volte la mano sul tavolo, quasi stesse deridendo se stesso
e la propria incapacità, ora che finalmente gli era tutto chiaro, “Come
ho fatto a non pensarci prima? Il toro!” si rimproverava, tra una risata
e l’altra.
Quando finalmente si placò, asciugandosi le lacrime con la manica
piena di macchie provocate da chissà quali agenti alchemici, si
rivolse ai due che avevano maggiormente contribuito al
disvelamento del mistero, “Merak, sei un esperto di queste cose, non
posso credere che tu non sappia dov’è caduto il carro di Apollo! In
quanto a te, Alioth, smetti di fare il pretenzioso e aiuta il tuo
compagno. Ha parlato di Fetonte, possibile che non ci arrivi?”
Il primo si spremette le meningi, cercando di ricordare qualcosa in
più circa la leggenda del furto della biga solare, “Dunque, mi
sovvengono vaghi echi che riguardano il cratere che l’impatto
avrebbe lasciato e che avrebbe indotto alcuni antichi sacerdoti celti a
fondare un santuario dedicato al Sole proprio in quel punto… Mi
pare si trattasse del nord Italia, dal momento che vi abitavano
popolazioni celtiche, le quali dovettero nascondere gli oggetti sacri
del tempio, quando arrivarono le legioni romane”.
Thuban fissò lungamente il proprio discepolo, il quale non poté più
far finta di nulla, e con uno sbuffo seccato dovette proseguire, come
un ragazzino durante un’interrogazione, “D’accordo, anche se il
sapere misterico di Karnak non dovrebbe essere smerciato a
persone del genere. Il mito greco di Fetonte, che qui a Londinium
chiamate Phaeton, ricalca in maniera sommaria le verità storiche. Fu
un faraone il primo a conquistare le terre del nord Italia, il suo nome
era Pheaton, e consacrò quelle regioni al dio Api, rappresentato
come un toro nero con una macchia bianca a forma di mezzaluna
sul fianco e una triangolare sulla fronte”.
Il vecchio alchimista gli fece cenno di fermarsi, quindi con un
raggiante sorriso si rivolse anche al resto dell’equipaggio, “Buone
notizie, ciurma, so dove dobbiamo andare! Forse potete capirlo
anche da soli, se pensate al nord Italia e tenete in considerazione la
figura del toro… - attese qualche istante, senza che a nessuno
venissero particolari intuizioni, quindi fornì qualche indizio – Al tempo
dei romani, questa zona prendeva il nome di Taurinia…”
Medea ebbe un sussulto, “Torino, la mia città!”
Thuban asserì, mentre Merak alzava gli occhi al cielo, “Ma ci siamo
stati appena due giorni fa…”
“Certo, - proseguì il maestro – perché sospettavo che da quelle parti
ci fosse qualcosa di molto importante, tuttavia avevo fatto male i miei
calcoli. Non dobbiamo recarci propriamente a Torino, ma piuttosto a
Julia Augusta Taurinorum, il suo corrispettivo che si trova qui, su
Gaea”.
Adhara tirò un sospiro di sollievo, non avrebbe dovuto impiegare
tutte le proprie energie per fare nuovamente il salto dimensionale,
mentre Medea cominciava a sentirsi elettrizzata, avrebbe visitato il
doppio della sua città natale! Avrebbe visto con i propri occhi come
le cose potevano cambiare, quando ci andava di mezzo il complicato
regno delle possibilità.
Già Londinium, con la sua nebbia caliginosa e gli instancabili
macchinari, era stata per lei una scoperta sconvolgente, eppure non
era il luogo in cui era nata a cresciuta, ci era stata solo per una
settimana, in gita scolastica, mentre Torino custodiva le strade che
aveva calcato da bambina per andare al parco, le piazze dove si era
recata, nei giorni di festa, assieme ai suoi genitori, persino la sua
casa.
Venne attraversata da un brivido, chiedendosi se anche in quella
città dal nome pomposamente romano, Julia Augusta Taurinorum, si
ergesse l’edificio che conteneva il suo appartamento e la sua stanza,
dalla quale per molte notti aveva tristemente guardato il cielo, alla
ricerca delle stelle. Forse vi era persino un’altra Medea, un suo
doppio o, come l’avrebbe chiamato Alioth, un ka, e chissà se
sarebbero andate d’accordo.
“Adhara, quando ti senti pronta, fai volare questo cigno morente!”
esclamò Thuban, colto dall’entusiasmo, prima di tornare verso le sue
stanze con il naso nuovamente infilato tra le pagine del voluminoso
librone.
Nel giro di pochi secondi l’intero equipaggio fu al lavoro. La ragazza
albina aveva il compito di trasferire la propria energia all’interno
dell’elunium, Tarazed invece avrebbe dovuto far funzionare i
complessi macchinari che, sfruttando il potere del cristallo,
permettevano al galeone di muoversi. Non si sapeva quale fosse
esattamente il compito di Alioth, fatta eccezione per il costante
criticare tutto e tutti, dandosi delle arie, in ogni caso sparì dalla
circolazione e in mensa rimasero solamente Medea e i due ragazzi
identici.
Merak stava sparecchiando con aria afflitta, quasi fosse stato
appena condannato agli eterni lavori forzati, mentre il suo gemello
fissava con insistenza in direzione della ragazza.
“Stiamo facendo rotta verso quella che, in un altro mondo, è la tua
città natale, immagino che non sia facile. Vedrai molte cose simili e
altre completamente differenti, e ti consiglio, per esperienza
personale, di non pensare nemmeno per un attimo di essere tornata
a casa. Quella non è la tua città ma solo il suo doppio, perciò la
nostalgia non ti porterebbe niente di buono” spiegò dolcemente.
La ragazza sospirò, ringraziando mentalmente il ragazzo per essersi
preoccupato per i suoi sentimenti, tuttavia trovava quel discorso fuori
luogo, o forse sentiva che qualcosa non era al proprio posto, dentro
di sé.
Mizar si aspettava che provasse nostalgia di casa, e in effetti era più
che comprensibile, dal momento che era finita per caso su un
galeone volante e aveva perso per sempre la possibilità di tornare
alla sua vita precedente. Forse avrebbe dovuto dispiacersi per i
familiari e gli amici che non avrebbe più rivisto, invece sentiva il
proprio animo completamente muto.
Le parve di essere un mostro, una persona senza cuore, eppure non
poteva fare nulla per modificare il suo sentire.
“Sai, - mormorò a mezza voce – ad essere sincera non provo affatto
malinconia per ciò che mi sono lasciata alle spalle. In fin dei conti ho
sempre percepito che il mondo in cui vivevo non fosse quello giusto
per me. Alzavo gli occhi al cielo e lo vedevo nero e vuoto,
percependo che là fuori c’era qualcosa di profondamente sbagliato.
La mia vita non è stata infelice e difficile come quella di Red, non
posso proprio lamentarmene né ho da raccontare qualche aneddoto
strappalacrime, eppure, nella monotona tranquillità della mia
esistenza, non posso dire di essere stata felice. In cuor mio ho
sempre sperato che arrivasse qualcuno a strapparmi via da tutta
quella grigia insensatezza”.
Mizar le rispose con un’espressione dolce e comprensiva, “Mi
sembra di ascoltare le confessioni di mio fratello, - sussurrò – forse
sulla Terra è davvero all’opera una forza coercitiva che rende
impossibile l’essere felici”.
“Anche Merak viene dalla Terra, come me?” domandò incuriosita.
L’altro asserì con calma, “Aveva una vita perfettamente normale,
eppure non la sentiva sua. Spesso sognava di trovarsi davanti a uno
specchio, dove il suo riflesso gli sorrideva in modo inquietante e
allungava un braccio, tirandolo con sé oltre il vetro. Potrebbe
sembrare un sogno piuttosto spaventoso, una sorta di incubo, invece
Merak lo considerava un meraviglioso desiderio di evasione.
Quando ci siamo incontrati per la prima volta, io, che conoscevo i
segreti delle dimensioni, sono rimasto sconcertato di fronte al mio
doppio, lui invece era estremamente consapevole e, non appena mi
vide, disse con una calma stupefacente che era ora che mi facessi
vivo per portarlo con me”.
Medea riuscì a comprendere i sentimenti del ragazzo terrestre,
dopotutto per lei era stato quasi lo stesso. Aveva sperato fino
all’ultimo che succedesse qualcosa che stravolgesse la sua inutile e
triste esistenza, quella notte, quando si era allontanata dalle luci
della città, alla ricerca delle stelle.
Improvvisamente ricordò una cosa che aveva ormai rimosso da tanti
anni: era solo una bambina e, come tutti, a quell’età, trascorreva
molto tempo disegnando con pennarelli dalla punta rovinata e
schiacciata le prime cose che le passavano per la testa.
Le maestre invitavano i bambini a ritrarre la mamma, i fratellini, la
propria casa e altri simili luoghi comuni, e un giorno avevano chiesto
loro di rappresentare su un foglio ciò che volevano fare da grandi.
Medea ricordò solo ora quel disegno e lo trovò stupefacente, anche
se le maestre non l’avevano compreso e l’avevano quindi liquidato
come uno dei tanti sfoghi senza senso della fervida fantasia infantile:
si trattava di una nave volante.
Le introspezioni della ragazza si bloccarono quando Merak tornò
nella mensa, pronto a raccogliere i restanti bicchieri e le posate
sporche, “Fratello, se hai tutto questo tempo da perdere, invece di
raccontare in giro gli affari miei, perché non mi aiuti a lavare i piatti?”
brontolò.
Mizar ridacchiò, facendo l’occhiolino a Medea, senza farsi notare dal
gemello, e quindi andò con lui nelle cucine.
ERIDANOS

Il Cygnus venne smosso da forti scossoni mentre lasciava il proprio


nascondiglio nella cava, pronto a librarsi oltre la nebbiosa coltre
oscura che avvolgeva Londinium, la città degli Akademikoi.
Medea si era recata fin sul ponte per osservare il panorama sotto di
loro, sperando di poter comprendere qualcosa in più circa i misteri di
Gaea, luogo che sembrava ricalcare la Terra su cui era nata e
cresciuta, ma dove le cose avevano preso un corso differente.
La Londra che aveva visitato lei, in gita scolastica, era bigia e
popolosa, ma di certo non somigliava al luogo infestato di fuliggine,
pieno di strani e inspiegabili macchinari a vapore o a carbone che
aveva incontrato nella sua breve ma pericolosa visita in città.
Sembrava che il tempo si fosse fermato alla rivoluzione industriale,
con la sua folle corsa verso le fabbriche e l’uso indiscriminato delle
risorse, e al Rinascimento, dove gli interessi per le antiche dottrine
alchemiche e per la perduta cultura greca si intrecciavano, creando
una strana commistione tra cristianità e paganesimo.
Torino era la città dov’era cresciuta, e proprio non riusciva a
immaginarla fatta in un altro modo.
I fregi sotto le finestre degli edifici più antichi, raffiguranti teste
mostruose e diaboliche, sarebbero apparsi ancor più spaventosi, se
anche da quelle parti tutto fosse stato ricoperto di bruma nera.
La fontana di piazza Statuto, con quel suo angelo oscuro sulla cima
del monumento, avrebbe forse spalancato ancor più le sue ali di
tenebra, ridendo beffardo nel suo nuovo regno di zolfo e polveri.
Si rese conto che una città simile, che già nel suo mondo era
fortemente intrisa di occultismo e oscurità, non avrebbe avuto
bisogno di ulteriori accenni all’antica magia alchemica e all’eterna
lotta tra Paradiso e Inferno.
Quegli inquietanti pensieri la rendevano piuttosto nervosa e la vista
di Alioth, poco distante da lei, intento ad osservare il paesaggio con
un’espressione concentrata ed estremamente soddisfatta, la fece
rabbrividire.
Gli occhi neri e allungati di quel misterioso ragazzo votato
all’alchimia riflettevano lo scorrere delle nubi, sotto la chiglia della
nave. Non si vedeva altro che quella coltre grigia, dal momento che il
Cygnus era una rarità e non sarebbe stato saggio volare a una quota
troppo bassa, permettendo alle persone di scorgere un galeone
intento a solcare le nuvole, come se fossero state onde.
Medea si chiese cosa stesse pensando il controverso Isut, il quale
era anche la prima persona di quel bizzarro equipaggio che aveva
incontrato, quella notte sulla Terra.
Gli si avvicinò, notando compiaciuta di non essere stata notata, e
quando ormai era proprio alle sue spalle, lo sorprese con un quesito,
“Che cosa ci facevi nella mia città?”
Alioth non sussultò a causa di quell’improvvisa apparizione, non si
voltò nemmeno a guardarla, rimase esattamente immobile a fissare
l’orizzonte, mentre il vento giocava con i suoi lunghi capelli neri e
lucidi. Trascorse qualche minuto nel più totale silenzio e ormai la
ragazza immaginava che, come al solito, il giovane alchimista non
l’avrebbe degnata delle proprie attenzioni, invece giunse un’unica
breve risposta.
“Cercavo” disse lapidario, come se con quella sola parola avesse
spiegato tutto.
Medea non si diede per vinta e si sporse a sua volta oltre il
parapetto, affiancandosi al solitario interlocutore, “E hai trovato?” lo
punzecchiò, con tono subdolo.
Il silenzio che seguì fu una chiara risposta. Alioth non avrebbe mai
perso l’occasione per vantarsi delle proprie abilità, perciò era palese
che non fosse riuscito a rinvenire l’oggetto delle sue ricerche.
Non sapeva spiegarselo, ma quel ragazzo esercitava su di lei una
strana influenza: da un lato non lo sopportava, con quelle sue arie di
superiorità, ma dall’altro ci teneva a fare una buona impressione, a
non essere considerata da lui solo come l’ennesima stupida
terrestre, ma a dimostrargli che anche lei poteva essere utile alla
missione.
Se Alioth in persona l’avesse stimata, allora anche il resto
dell’equipaggio, anzi, forse dell’intero mondo, avrebbe dovuto
riconoscere il suo valore.
“Ora sembra proprio che tu abbia una seconda possibilità. Julia
Augusta Taurinorum è il doppio della città dove ho vissuto per quasi
vent’anni, se ti serve qualche informazione, credo proprio che dovrai
rivolgerti alla sottoscritta…” sogghignò, assai lieta di essere di una
qualche utilità, dal momento che, fino ad allora, si era sentita solo un
sacco di patate che periodicamente esternava i propri dubbi circa
tutto ciò che lo circondava.
Il ragazzo che un tempo era chiamato Eliphas non la degnò di un
solo sguardo, “Non darti tante arie, certamente non hai la minima
idea di cosa io stia cercando, e tantomeno sarai in grado di aiutarmi”
disse sprezzante.
“Come puoi esserne così sicuro? Perché invece non scendi dal tuo
piedistallo e provi a dirmi ciò che ti serve? Chissà, magari sarai
fortunato…” incalzò lei, che non aveva nessuna intenzione di subire
quelle critiche senza ribattere.
Alioth rise di lei, continuando a guardare le nuvole che venivano
tagliate dalla prua della nave, “Ragazzina, credi di poter conoscere
qualcosa riguardo il cenacolo degli Isut a Julia Augusta? Certo,
hanno lasciato qualche traccia anche nel tuo mondo, ma ben poca
cosa al confronto…”
Medea non era una sciocca e talvolta aveva delle intuizioni
inspiegabili ma vincenti, “Guarda caso, - obbiettò, parlandogli sopra
– a Torino esiste il Museo Egizio più importante al mondo, e non
sorge poi troppo lontano da quello che potrebbe benissimo essere
un tempio dedicato a Iside…”
Con queste parole ottenne finalmente l’attenzione del suo
interlocutore, il quale si voltò stupefatto verso di lei, ma subito si
ricompose e tornò a essere altero e strafottente come al suo solito,
“Non è una possibilità, lo è decisamente. Esso venne costruito dal
faraone Pheaton quando fondò la città, all’alba dei tempi, e coloro
che vennero dopo di lui, malgrado avessero perduto l’antica
conoscenza, si resero conto dell’importanza e della sacralità di quel
luogo, mantenendolo come centro di culto”.
Medea ammiccò, cercando di dimostrargli di non essere una totale
sprovveduta, “Dunque avevo ragione, è lì che ti sei recato, prima di
tornare a bordo del Cygnus, la notte in cui ci siamo incontrati per la
prima volta”.
Alioth fu davvero contento di poterle ridere in faccia, “Ti sbagli,
ragazzina. Come vedi le tue teorie, che devono sembrarti davvero
consistenti, si traducono in un pugno di mosche quando cerchi di
metterle alla prova. Hai inoltre un fastidioso difetto, sei curiosa e
testarda, e temo proprio che non mi lascerai in pace finché non ti
avrò rivelato ciò che stavo facendo, qualche giorno fa, nella tua
città…”
La ragazza asserì con determinazione, era disposta persino a farsi
insultare purché, alla fine, riuscisse a ricavare qualche utile
informazione.
L’alchimista sospirò seccato, quindi proseguì “Sono stato al Museo,
cercavo un reperto che però non si trovava in esposizione. Il
personale mi ha detto che stavano facendo dei lavori di restauro”.
Medea fece spallucce, “E ti sei dato per vinto così facilmente? Io
avrei aspettato qualche giorno, permettendo agli esperti di fare il loro
lavoro, ma poi sarei tornata alla carica!”
L’altro alzò gli occhi al cielo, esasperato, “Pensi davvero che siano
necessari solo un paio di giorni per riportare all’antico splendore una
pergamena delicata come quella? Potrebbero impiegare mesi, forse
persino anni”.
La ragazza mugolò un vago assenso, effettivamente non sapeva
nulla circa il restauro di vecchissimi reperti, però non le sembrava
una situazione poi così disperata, perlomeno, non alla luce delle sue
recentissime scoperte, “Forse anche nella città dove stiamo
andando, la Torino di Gaea, hanno un Museo Egizio. Magari da
quelle parti hanno ancora esposta la tua amata pergamena”.
“Me lo auguro…” mormorò lui, più a se stesso che alla fastidiosa
fonte di costanti interrogativi.
Trascorsero altri lunghi minuti, durante i quali Medea non abbandonò
la propria postazione, trovando assolutamente divertente lo sbuffare
di Alioth, che doveva essere davvero turbato dalla sua presenza,
eppure non voleva perdere le proprie pretese di superiorità,
andandosene per primo, perciò si vedeva costretto a sopportarla.
Infine, quando riteneva di aver raggiunto il massimo grado di
pazienza, si rivolse a lei, stringendo i denti, “Hai intenzione di restare
qui finché non arriveremo a destinazione?” domandò con aria
davvero satura. Medea sbatté dolcemente le palpebre, annuendo
con un bel sorriso.
Alioth provò l’impulso di gettarla fuori dal parapetto, strinse i pugni e
si dedicò al paesaggio sottostante, sperando di trovarvi del conforto,
e fortunatamente fu così.
“Ah, Eridanos, il faraone aveva ragione e davvero mi ricordi la mia
magnifica terra natia…” mormorò, fissando una striscia argentea che
fluiva lungo la superficie terrestre, intenta a scorrere lentamente
sotto i loro piedi.
Medea volle dare il suo contributo, proprio perché non era stato
richiesto, “Quel fiume è il Po, il più importante di tutta Italia”.
Il ragazzo scosse la testa, “Ti sbagli, il suo nome è Eridanos e gli fu
dato da Pheaton in persona, quando, giunto per la prima volta in
queste regioni, ebbe nostalgia di casa e del suo amato Nilo”.
La ragazza non obbiettò, dopotutto le nomenclature non dovevano
per forza essere identiche su Gaea, perciò si rilassò e si dedicò
piuttosto ad osservare il paesaggio, che si faceva sempre più vicino.
Adhara e Tarazed stavano facendo planare dolcemente il Cygnus
verso le acque del fiume, fino a posarlo delicatamente a pelo
d’acqua, come se si trattasse di un qualsiasi galeone intento nella
propria navigazione.
“Non immaginavo che potesse anche solcare le acque!” esclamò
entusiasta. Alioth la guardò con estrema perplessità, “Che altro ti
aspettavi da una nave?” commentò stizzito.
L’equipaggio cominciò a riversarsi sul ponte, dove dovette mettere a
punto le normali precauzioni per una corretta navigazione,
sistemando le vele e armeggiando con il fitto cordame.
L’unica a non essere presente era Adhara, probabilmente era
rimasta a prendersi cura del cristallo e a recuperare le forze.
Intorno a loro si stendeva una tenue nebbiolina bianca, che faceva
apparire le sponde del fiume sfocate e lontane. Medea si sporse
oltre la balaustra, cercando di notare sin da subito le somiglianze o
le differenze che intercorrevano tra la città dov’era cresciuta e il suo
doppio. Finora era tutto identico, le acque del fiume scorrevano,
trasportando la nave verso un grosso centro abitato. Oltre i giunchi e
le erbe alte, oltre i pioppi intenti a stormire dolcemente sulla riva,
come le sorelle di Fetonte immerse nella malinconia,
s’intravedevano gli edifici grigi di quella che era la vera e propria
città.
Fu stupefacente accorgersi che il Cygnus non fosse il solo galeone
presente, anche se ciò era più che sensato, altrimenti avrebbero
dato nell’occhio. Lungo il corso dell’Eridanos navigavano altre navi
dalle fattezze decisamente fuori dal tempo, proprio come la loro,
richiamando alla mente storie di commerci con l’oriente, misteriose
spedizioni nelle Indie o nelle Americhe e avvincenti leggende
piratesche.
Medea osservò con il fiato in sospeso un galeone più grande del
loro, disposto addirittura su più piani, con decine di finestrelle lungo
la carena, dalle quali spuntavano pericolose bocche di cannone.
Immersa nella nebbia, questa enorme nave scivolava silenziosa
come se si trattasse di un fantasma. Non un filo di voce e nemmeno
un minuscolo rumore proveniva dall’equipaggio, il quale, a giudicare
dalle dimensioni del galeone, doveva essere ben numeroso.
Udibile era solamente lo scricchiolio del cordame e lo sciabordio
delle acque tagliate dal suo incedere. Il tutto durò solo pochi istanti,
e così com’era arrivato, subito il grosso galeone scomparve
nell’umida bruma, lasciando Medea esterrefatta.
Lungo il fiume che aveva sempre visto nella sua Torino navigavano
solo piccole barchette, dal momento che gli imponenti ponti dalle
arcate di pietra che congiungevano le due rive del Po non avrebbero
mai consentito il passaggio a un galeone di quelle dimensioni, e a
dire il vero anche il Cygnus avrebbe avuto grosse difficoltà.
A quanto pareva, a Julia Augusta Taurinorum non c’erano ponti, e
poterono perciò avanzare per via fluviale fino a raggiungere il centro
cittadino, venendo accolti, sulla destra, dal frontone triangolare di
quello che, anche nella sua Torino, manteneva l’aspetto di un tempio
greco, con le sue colonne corinzie svettanti sopra una scalinata che
innalzava la struttura, esibendola con orgoglio, come si fa con un
prezioso trofeo.
Nonostante all’apparenza si trattasse di architettura di stampo
pagano, Medea sapeva bene che la costruzione del monumento era
avvenuta in epoca cristiana, negli anni del Rinascimento, i quali però
erano costellati da un interesse sempre crescente verso le antichità
greche e romane che il Medioevo, con la sua ferrea religiosità
monoteista, aveva oscurato. Sebbene sembrasse in tutto e per tutto
un tempio simile a quelli che si potevano osservare nell’Acropoli
ateniese, quell’edificio era dedicato alla Vergine Maria, e all’interno
conservava infatti affreschi relativi alla sua vita.
Ai due lati della scalinata, come due numi tutelari, le statue della
Fede e della Religione custodivano quel luogo. La seconda
innalzava una croce, mentre l’altra teneva in mano un calice.
Medea non era la sola a essersi smarrita nella contemplazione del
tempio della Gran Madre, anche Alioth si era avvicinato al parapetto,
sussurrando tra sé una sorta di litania, della quale la ragazza poté
captare solo qualche verso, “Iside-Hathor, padrona di Abaton, regina
degli dèi. Tu sei la divina madre di Horus, il possente Toro che
protegge l’Egitto…”[1]
Aveva tutta l’aria di essere una preghiera alla dea Iside, ed
effettivamente l’epiteto di Grande Madre era prima di tutto
appartenuto a lei, e si diceva che quel tempio rinascimentale fosse
stato costruito sopra un luogo sacro preesistente, edificato già dal
primo fondatore di Torino, un faraone.
Medea sapeva che, sparse nel mondo, c’erano una serie di statue e
immagini rappresentanti delle vergini dal colorito scuro, erano
chiamate Madonne Nere e legavano la figura di Maria a quella della
madre divina che veniva invece adorata oltre il Mediterraneo, ovvero
Iside; ciò che non le era noto però, era il fatto che il numero di
queste effigi fosse misteriosamente concentrato proprio nella città
dedicata al toro.
Anche Mizar si unì alla contemplazione del panorama, seppur non
fosse estasiato come i suoi compagni, “Questa città mi inquieta, -
ammise – sento strani vincoli energetici e dovunque volgo lo
sguardo trovo simbologie occulte, alcune delle quali a dir poco
spaventose… Una volta sono sceso a terra con mio fratello, alla
ricerca di qualche informazione, e sono rimasto talmente colpito dai
volti demoniaci scolpiti sotto le finestre o sulle colonne, persino sulle
porte di alcune abitazioni, che sono stato tormentato dagli incubi per
settimane! Chi potrebbe mai volere una scultura che raffigura un
mostruoso demone con artigli e zanne acuminate sotto la finestra
della propria camera, o sulla porta d’ingresso, mi chiedo? Gli abitanti
di Julia Augusta Taurinorum sono pazzi!”
Merak gli batté su una spalla, nell’apparente intento di consolarlo,
“Pensa, fratello, che c’è persino una porta che raffigura il demonio in
persona. Si dice che sia stata fabbricata direttamente negli inferi e
che all’interno del palazzo che custodisce siano avvenute una serie
di morti molto macabre e misteriose…”
Il ragazzo si impressionò solo nel sentirne parlare e si tappò le
orecchie con sgomento, “Taci, o non dormirò più per il prossimo
mese! Proprio non capisco, perché qualcuno dovrebbe farsi
fabbricare una porta del genere?”
Il gemello si avvicinò con gesto teatrale, parlando con voce bassa e
cupa, “Non è stata commissionata da nessuno, infatti. La leggenda
narra che ci fu una notte particolarmente oscura e tempestosa, e al
mattino, la porta era comparsa! Tu avresti avuto il coraggio di
scardinarla e darla alle fiamme?” domandò, con una luce sadica
negli occhi.
Mizar tremolò, “Probabilmente, se fossi stato il padrone di
quell’abitazione, sarei fuggito, cambiando casa e città!”
Il fratello la trovò una risposta risibile e proseguì con l’oscuro
resoconto, “Il vero proprietario non è stato altrettanto pauroso, e nel
giro di poco tempo, da normalissimo borghese quale era, divenne
l’uomo più ricco dell’intera città. Sai cos’è accaduto all’edificio dove
comparve la misteriosa porta? Divenne il fulcro di tutta la ricchezza
della regione, e attualmente racchiude la sede di importanti
banchieri. È lo stesso anche sulla Terra, dove sorge niente di meno
che la banca nazionale…”
“Ma è terribile! – commentò boccheggiante il suo doppio – Si tratta di
denaro proveniente direttamente dagli abissi, le persone non
dovrebbero scambiarlo e utilizzarlo!”
Alioth intervenne, con estrema consapevolezza, “Tutto il denaro ha,
in un modo o nell’altro, a che fare con le forze del male, perciò non
c’è affatto da stupirsi sentendo questa storia”.
Il ragazzo si allontanò di qualche passo da quei due portatori di
inquietudine, come se così facendo potesse tenere a debita distanza
anche le proprie paure, “Spero proprio di non essere costretto a
mettere piede fuori dal Cygnus, anche perché non saprei nemmeno
dove iniziare a cercare!”
Merak fece spallucce, “Temo invece che dovrai darti da fare anche
tu, fratello. Torino è una città straripante di simbologie occulte, si dice
che gli uomini maggiormente implicati in tali oscure ricerche
debbano fare, almeno una volta nella vita, una tappa proprio qui, alla
ricerca del Grande Vecchio, una sorta di mitico alchimista, iniziato ai
più alti misteri. Dal momento che non sappiamo di preciso dove
possa trovarsi ciò che ridarà energia all’elunium, suggerirei di
dividerci nelle zone maggiormente implicate con i misteri occulti”.
Il ragazzo egiziano per una volta non ebbe nulla da ridire “Buona
idea, io e il mio gruppo, composto da me e tutti coloro che sono
dotati di una sufficiente conoscenza alchemica, cioè me soltanto,
andremo a indagare al Museo”.
I passi pesanti di Thuban sul legno del ponte zittirono l’equipaggio.
L’alchimista teneva ancora tra le mani il voluminoso tomo, ma
stavolta non lo stava esaminando, piuttosto fissava concentrato i
membri della sua sgangherata ciurma.
“Molto bene, avete già pensato di dividervi in due gruppi, in modo da
cercare con maggior rapidità ed efficienza. Stavolta verrò anch’io,
grazie agli indizi contenuti tra i miei appunti potrei condurvi a
qualcosa di buono. Porterò con me Merak, che mi pare bene
informato sui misteri di questa città, e Medea, che ci ha persino
vissuto per parecchio tempo, quindi senz’altro conoscerà meglio di
me la topografia dei luoghi. Noi penseremo a rinvenire il fulcro
energetico, gli altri si dedicheranno alle ricerche di contorno: Alioth,
sai cosa fare” spiegò, senza che nessuno fiatasse, mentre il
discepolo annuiva determinato.
“Adhara resterà a bordo, non voglio che si affatichi troppo, inoltre
questa città non le piace” continuò, destando l’interesse di Mizar,
“Non possiamo lasciarla qui da sola, mi offro volontario per tenerle
compagnia”. Sperava che con quella scusa potesse risparmiarsi il
viaggio tra gli spaventosi volti demoniaci che sembravano sbucare
da ogni lato di quella città dedita all’occultismo, inoltre non gli era
troppo congeniale nemmeno il suo compagno di viaggio.
“Non se ne parla, - fu la reazione immediata di Thuban – è
necessario che qualche nativo di Theia faccia quattro passi per le
strade cittadine, voi potete avvertire i nodi energetici e non è certo
cosa da poco!”
Mizar non aveva intenzione di arrendersi tanto facilmente, il racconto
della porta fabbricata direttamente negli inferi cominciava ad
affacciarsi alla sua memoria, poteva quasi vedere il ghigno
demoniaco di quell’essere fatto di zolfo e pura malvagità, “Ma chi
resterà con Adhara? Sono tutti molto più preparati di me sulla storia
di Gaea e i suoi segreti alchemici, perciò se qualcuno deve restare
sul Cygnus…”
“Sarà Tarazed” sancì Thuban, con tono irrevocabile.
Il ragazzo comprese che non ci sarebbe stato nulla da fare, ormai
l’alchimista aveva preso la sua decisione, perciò, con il muso lungo e
il passo strascicato, andò a posizionarsi accanto ad Alioth,
sospirando con aria miserabile.
Raggiunsero una zona adibita a porto, dove molte navi simili alla
loro, che però non custodivano un potente cristallo nella parte
inferiore della chiglia, salpavano o piantavano gli ormeggi. C’erano
molte persone, tutte indaffarate nel carico e scarico di merci, in
compravendite e trattative mercantili, o anche solo nei saluti ai cari
che di lì a poco sarebbero partiti.
Lasciarono che fosse Red a occuparsi del pagamento dei dazi
portuali, dove riuscì a farsi fare uno sconto di ben due monete,
quindi attesero ulteriori disposizioni da parte dell’alchimista, il quale
nel frattempo era andato a cambiarsi e quando tornò sul ponte non
sembrava nemmeno la stessa persona.
Invece degli abiti logori e pieni di macchie e abrasioni, che
emanavano strani odori chimici, Thuban aveva indossato un
elegante vestito da gentiluomo, si era persino pettinato i folti e crespi
capelli grigi, sistemandoli in un codino sulla nuca.
Alioth si passò entrambe le mani sul volto, vedendo come si era
conciato il suo maestro, e anche Red si lasciò sfuggire una risatina
divertita, “A quanto pare non sono stato l’unico a leggere il nome dei
galeoni ancorati nel porto!” sghignazzò, tornando lesto sottocoperta.
“Non dire sciocchezze, ragazzino, - gli gridò dietro l’alchimista – il
fatto che la Brimstone sia ormeggiata qui non significa proprio
niente. In questa città non sono considerato un pericoloso criminale,
come a Londinium, bensì un rispettabile studioso!”
“E da quando i rispettabili studiosi si imbottiscono di profumo? – gli
rispose Alioth, con aria maliziosa – Dico sul serio, si sente fin da
qui!”
Thuban non tollerò oltre quegli scherzi e ordinò all’equipaggio di
prepararsi per le rispettive missioni sulla terraferma.
LE PORTE DEGLI INFERI

Il primo gruppo era pronto. Thuban sfogliava ancora il suo vecchio


libro, decidendo da quale parte sarebbe stato meglio andare, mentre
Merak e Medea lo seguivano per le strade del porto.
Aveva scelto di farsi accompagnare da quei due proprio perché
sperava gli sarebbero stati di maggiore utilità rispetto a uno
spaventato Mizar e un superbo Alioth.
Julia Augusta Taurinorum era una città piena di segreti, alcuni gli
erano noti, mentre altri erano scritti sulle pagine del suo diario,
segno che un tempo li aveva conosciuti.
Non era certo facile, per un uomo di scienza come lui, vedersi
strappar via una grossa fetta di memorie, specialmente quelle
riguardanti il periodo più interessante della sua intera vita. Ricordava
fin troppo bene le noiose lezioni tra gli Akademikoi, quando era uno
di loro, e l’ipocrisia che aleggiava per l’edificio sormontato da una
cupola bianca, unico candido baluardo in una città soffocata dalle
ceneri. Quando però si trattava dei segreti sulla costruzione del
Cygnus o del misterioso individuo albino provenuto da tanto lontano,
i suoi pensieri trovavano un blocco e si arrestavano di fronte a un
abisso di oscurità.
Chissà qual era stato il complesso esperimento che aveva avuto un
simile effetto collaterale, Thuban non ricordava neppure questo. Per
fortuna molti dei risultati dei lunghi e faticosi studi alchemici si erano
conservati, perciò aveva almeno una labile pista da seguire, “Se
dipendesse da me, nasconderei il fulcro energetico in un luogo
inesplorato e ben nascosto, come ad esempio le leggendarie Grotte
Alchemiche…” spiegò ai due accompagnatori, guardando
insistentemente Medea, la quale era originaria proprio di quella
stessa città.
La ragazza si sentì un poco a disagio, “Non sono certa che quelle
caverne esistano davvero, - esternò titubante – probabilmente sono
una vecchia leggenda. Non ho mai sentito di persone che le abbiano
trovate, inoltre immagino che, se fossero reali, dopo più di duemila
anni di scavi, costruzioni e studi, sarebbero saltate fuori, e ora
teoricamente dovrebbero essere una delle mete proposte ai turisti,
proprio come il Museo Egizio o il tempio della Gran Madre”.
Merak la contraddisse subito, senza lasciare nemmeno il tempo a
Thuban di dire la propria, “Coloro che hanno utilizzato quelle grotte
non erano certo degli sprovveduti, bensì i più famosi alchimisti di tutti
i tempi, uomini che avevano indagato la materia corporea e
spirituale, i veri detentori della conoscenza. Non penso proprio che
avrebbero permesso ai profani di scoprire tanto facilmente il loro
rifugio segreto”.
Le persone che affollavano la piazza del porto erano tutte abbigliate
in modo particolare, sembravano comparse di un film ambientato
negli anni in cui imperversava la pirateria e gli ammiragli davano la
caccia per leghe e leghe agli spietati signori dei mari. Medea e
Merak ne erano ammaliati e si guardavano intorno con estrema
curiosità, ma l’alchimista era troppo impegnato nel decifrare i propri
appunti, perciò andò a sbattere contro un uomo che indossava un
tricorno e una lunga giacca blu, con bottoni grossi e dorati.
Aveva tutto l’aspetto di un altezzoso commodoro e infatti, dopo
averlo squadrato dall’alto in basso, si scansò irritato, continuando a
camminare speditamente verso una nave dall’aspetto aerodinamico
e veloce. Nessuno dei presenti era pratico di imbarcazioni e l’unico
che lo poteva essere aveva perso la memoria tempo prima, perciò
non avrebbero saputo indicarla come una corvetta, anche se le
insegne della marina sventolavano in cima ai due alberi, mettendo in
allarme l’alchimista.
“Come si chiama quella nave, ragazzo?” chiese, dando una gomitata
a Merak, il quale dovette allungare il collo, cercando di individuare le
grosse lettere che solitamente si trovavano scritte da qualche parte
sulla superficie di legno, se non era troppo vecchia o rovinata dalle
intemperie.
Le navi della marina militare erano sempre in ordine, perciò riuscì
facilmente a leggere le grosse lettere dorate: dicevano “Ranger”.
Thuban si grattò la testa pensoso, rischiando di spettinarsi appena
pochi passi dopo essere sceso a terra; quel nome non gli diceva
proprio nulla, il problema era riuscire a capire se davvero non
l’avesse mai sentito o se, piuttosto, avrebbe dovuto guardarsene ma
i suoi ricordi gli impedivano di farlo.
“Come mai tutta questa preoccupazione? Non mi dire che sei
ricercato anche dalla marina!” mormorò acido Merak. Thuban scosse
la testa vagamente, ma non sembrava aver prestato ascolto, tutta la
sua concentrazione era ora impiegata nel guardarsi in giro
spasmodicamente, come se dovesse scovare una persona ben
precisa in mezzo a tutta quella folla.
“In ogni caso, - proseguì il ragazzo, un poco offeso per quella
mancanza di interesse improvviso verso la loro missione principale –
moltissime fonti parlano delle Grotte Alchemiche, tanto da renderne
incontestabile l’esistenza. Vi ho già parlato del carro di Fetonte, che
si dice cadde proprio vicino alle sponde del fiume un tempo
chiamato Eridanos, che sulla Terra però è conosciuto come Po. Le
popolazioni celtiche che vissero in queste regioni, infatti, ne
raccolsero i resti e li custodirono in un tempio in onore al dio Sole,
che loro chiamavano Belenos. Quando le legioni romane
sottomisero l’intera penisola, i druidi nascosero i cimeli nel
sottosuolo, e questa è una delle testimonianze che ci rivelano
l’esistenza delle Grotte Alchemiche”.
Merak riuscì davvero a ridestare l’interesse di Thuban. Già da
quando aveva citato i celti, infatti, l’alchimista aveva iniziato a
sfogliare febbrilmente i propri appunti, andando a sbattere incurante
contro una mezza dozzina di passanti e senza degnarsi di chiedere
scusa.
“Belenos, questo nome non mi è affatto nuovo! Dovrebbe esserci
scritto qualcosa al riguardo, l’avevo letto proprio ieri… - mormorava
tra sé, sorridendo infine trionfante a una pagina piena di strani
simboli e scritte incomprensibili, subito dopo però la sua espressione
vittoriosa si incupì – Oh, ero sicuro fosse lo stesso nome, invece i
miei appunti parlano di un certo Balinas, pseudonimo con il quale
scrisse un antico e sommo sapiente, Apollonio di Tyana”.
Medea cercò di consolarlo, “In fondo c’eri vicino, se Belenos è il dio
del sole presso i celti, Apollo lo è per i greci” ammise, inconsapevole
di creare in questo modo un proficuo parallelismo.
“In effetti, nei miei studi condotti a Londinium, ho trovato spesso
scritti attribuiti a questo misterioso e grande maestro. In alcuni era
chiamato Balinas, in altri Apollonio, e forse non si tratta di un caso.
Si dice che, durante uno dei suoi viaggi in Egitto, egli rinvenne un
importantissimo artefatto, la Tavola Smeraldina, scritta da Ermete
Trismegisto in persona, e che, nel corso di un’altra delle sue
peregrinazioni, fosse capitato proprio da queste parti, nascondendo
un potente talismano, la cui natura ci è ignota, nella terza Grotta
Alchemica”.
Merak annuì entusiasta, “Quindi le grotte non sono solo un mito! La
dottrina alchemica e le leggende di greci, celti e romani coincidono.
Chiunque sia stato a utilizzarlo, un druido devoto al dio Belenos o un
maestro che portava il nome del dio solare greco, è chiaro che esiste
un passaggio nel sottosuolo di questa città, che ci condurrà a un
potente talismano o a una reliquia proveniente dai resti del carro di
Fetonte. In ogni caso mi sembrano buone notizie!”
Medea applaudì, ammirata da quella manifestazione di conoscenza,
“Quante cose sai, sei anche tu un alchimista?” domandò, senza
formulare il pensiero con la dovuta attenzione.
Il ragazzo infatti la fulminò con un’occhiata irritata, “Sono nato sulla
Terra, proprio come te” rispose secco, e non servì aggiungere altro
perché lei comprendesse la natura di quella frustrazione. “Mi spiace,
- disse sincera – sulla Terra non c’è posto per quelli come te, non
siete chiamati Maestri, Alchimisti, Asbesti o qualsiasi altra cosa, non
avete nome e nemmeno collocazione. Probabilmente studiavi da
solo, nella tua stanza, e a nessuno interessavano le meravigliose
verità che ti sbocciavano nel cuore…”
Riusciva a capirlo benissimo, dal momento che anche lei si era
sentita sola, quando alzava gli occhi al cielo, cercando le stelle, e
nessuno dei suoi conoscenti dava anche solo la minima importanza
all’assenza di quei piccoli inutili puntolini lontani.
Il ragazzo sospirò, cercando di non sprofondare in pensieri carichi di
malinconia, “Non perdiamo tempo, dobbiamo trovare l’ingresso alle
caverne. Se solo con noi ci fosse mio fratello, potremmo mandarlo
all’inseguimento dei flussi magici, come un segugio che fiuta la
traccia lasciata dalla preda, ma in sua assenza, dovremo arrangiarci
come possiamo. Dunque, ricordo che, l’ultima volta in cui abbiamo
visitato assieme questa zona, Mizar è rimasto colpito da un oggetto
in particolare, un obelisco situato in una piazza, era fatto a forma di
astrolabio…” mormorò.
Per la ragazza fu assai facile riconoscere quel riferimento, “In Piazza
Statuto c’è un monumento che potrebbe corrispondere, andiamo!”
esclamò, seguita da un elettrizzato Merak e un Thuban sempre più
sbadato che si guardava intorno alacremente, come se si fosse
smarrito e cercasse qualcuno in mezzo a una folla di stranieri.
Camminarono all’incirca per dieci minuti, mentre il ragazzo spiegava
ciò che aveva appreso, mettendo assieme i suoi studi sui fenomeni
paranormali e le paure del suo fin troppo recettivo doppio, “Ci stiamo
recando nella zona occidentale della città, ovvero quella opposta al
sorgere del sole. Secondo Mizar, laddove dove sorgono le tenebre,
l’energia oscura si fa più forte. Era proprio al confine ovest del centro
abitato, infatti, che venivano giustiziati i condannati e sepolti i morti”.
Medea rabbrividì, non aveva mai immaginato che quella piazza,
sormontata da un angelo nero ad ali spiegate che l’aveva sempre
inquietata, specialmente da bambina, fosse realmente connessa alle
forze del male. Ricordava ancora la prima volta che era passata da
Piazza Statuto, tenendo per mano la mamma, indaffarata nelle
proprie commissioni, che a malapena la stava a sentire, mentre le
canticchiava senza sosta la filastrocca natalizia imparata da poco
all’asilo.
All’improvviso era rimasta a bocca aperta, mentre le ultime sillabe
gioiose le si spegnevano in gola. Di fronte a lei era apparsa un’alta
montagna, dove delle statue raffiguranti uomini enormi, simili a
bianchissimi titani, cercavano con fatica di salire lungo la parete
rocciosa, mentre sulla sommità, un angelo nero, dai lineamenti
bellissimi, che portava sul capo una stella a cinque punte rovesciata,
spalancando le grandi ali scure, stringeva in una mano una piuma e
con l’altra faceva un cenno imperioso verso coloro che stavano al di
sotto, cercando di schiacciarli con la forza di quell’unico gesto.
Questa visione l’aveva scossa nel profondo, tanto che
improvvisamente si era zittita e stretta contro le rassicuranti gambe
della mamma. Anche con il passare degli anni, Medea aveva
sempre provato una sensazione di inquietudine quando si trovava a
passare di lì, ma aveva sempre pensato che fosse una sua
impressione personale, certamente non immaginava che fosse
provocata dalla presenza di energie oscure.
Arrivarono nella piazza, scorgendo la stessa immagine che aveva
turbato la passeggiata della piccola Medea, molti anni prima. Anche
Merak e Thuban rimasero a fissare sconcertati quell’improbabile
monumento, “Non riesco a credere che abbiano permesso a
qualcuno di erigere un simile concentrato di simbologia occulta! -
sbottò l’alchimista – In mezzo a una piazza, sotto gli occhi di tutti, un
angelo nero con una stella capovolta sulla testa!”
La ragazza asserì, era proprio ciò che aveva sempre pensato a sua
volta, anche se, parlandone con qualche coetaneo, durante le
passeggiate in centro che avevano costellato la sua adolescenza, si
era resa conto che, effettivamente, quella scultura, messa proprio di
fronte al naso di un’intera moltitudine, passasse fin troppo
inosservata. Nessuno dei suoi amici si era mai avvicinato per
guardarla, la consideravano alla stregua di qualsiasi altra statua
cittadina, raffigurante qualche famoso uomo politico o condottiero dei
tempi passati, che per loro non rivestiva alcun interesse concreto.
Merak diede anche il proprio contributo, “Ho visitato Torino durante
la gita di terza media e ho qualche vago ricordo di ciò che ci venne
spiegato dalla guida turistica. A quanto pare, questo monumento
rappresenta la vittoria della ragione sulla forza bruta, anche se, a
essere sincero, non ne sono troppo convinto…”
La ragazza annuì, “Dicono che la figura sulla sommità sia l’angelo
della Scienza”.
L’altro sogghignò, “Come se la Scienza avesse bisogno di angeli…
anzi, a mio avviso essa dovrebbe piuttosto essere appannaggio
delle loro controparti infernali. Faccio fatica a immaginare delle
creature angeliche intente a compiere qualche esperimento fumoso,
cercando spasmodicamente e avidamente di mutare i metalli in oro,
mentre in tale occupazione riesco facilmente a vedere dei demoni,
mentre sghignazzano tra vampate sulfuree, cercando di irretire gli
uomini con la promessa della conoscenza ultima e della ricchezza
materiale…”
Anche l’alchimista si trovò concorde, “Dopotutto la conoscenza
rappresenta il frutto proibito. Fu il serpente a tentare Adamo ed Eva,
ed è sempre questo rettile a costituire il simbolo di quella che è
anche l’odierna medicina. La capacità di mutare la materia o di
intervenire fisicamente sul creato è da sempre associata al regno
infero, ed ecco perché quell’angelo, che vuole rappresentare la
Scienza, non solo è nero, ma porta anche sul capo una stella
capovolta. Egli è il più bello tra gli angeli, colui che si ribellò al
disegno divino, e il cui nome significa Portatore di Luce. Non a caso
si richiama a lui anche la Stella del mattino, la più luminosa nonché
la prima a essere visibile all’orizzonte…”
Medea rabbrividì, quella piazza era ancor più oscura di quanto non
immaginasse, vi sorgeva addirittura una statua in onore dell’angelo
caduto, non era certo un caso se Mizar percepisse proprio lì il fulcro
delle energie oscure.
Dopo tali rivelazioni, fu difficile ignorare quel grande monumento per
dedicarsi all’obelisco bianco, sormontato da un complesso groviglio
di linee metalliche, tali da formare la figura di un astrolabio.
Forse era solo suggestione, ma Merak cominciava a sentire un
cattivo odore, come se le rancide e sulfuree profondità abissali
stessero per strisciare fuori dal loro tetro reame, dopo che un piccolo
spiraglio dei grandi portali infernali si era aperto.
Cercò di ignorare gli impulsi mandatigli dalle sue narici, ma si
accorse di non essere il solo ad essersene accorto, anche Thuban si
stava grattando il naso con una smorfia disgustata. Il tanfo proveniva
da un’aiuola posta al centro della piazza e i tre si ritrovarono a girarci
intorno, incuriositi.
Rapidamente, qualcosa di piccolo, nero e peloso scattò fuori dai
cespugli. Medea si ritrasse pensando che si trattasse di un ratto
intento a uscire dalla sua fetida tana, ma a ben guardarlo era troppo
grosso per essere un topo: aveva le orecchie triangolari e una lunga
coda nera, coperta di pelo. Era un gatto, anche se non un esemplare
particolarmente carino.
Il manto nero dagli sporadici ciuffi rossastri era spelacchiato e gli
mancava un occhio; sembrava proprio che quella creatura avesse
vissuto parecchie avventure.
Merak si avvicinò, annusando l’aria attorno all’animaletto, notando
che vicino a lui il cattivo odore era più forte, “Come può un gatto così
piccolo puzzare tanto?” domandò, mentre l’alchimista era vittima di
un’illuminazione.
“Ma quello è Barbiglio!” esclamò, cercando invano di chiamarlo a sé
con schiocchi della lingua e ripetendo il suo nome. I due compagni lo
guardavano confusi, come poteva Thuban conoscere un gatto che
era appena saltato fuori dai cespugli di una città occulta, della quale
aveva perso ogni ricordo?
Gli venne fatto notare e il vecchio si accovacciò a terra, cercando in
questo modo di risultare più amichevole al felino, il quale continuava
a fissarlo con aria disinteressata.
“Conosco la sua padrona, lo starà cercando dappertutto! – tornò a
rivolgersi a Barbiglio – Avanti, vieni qui, fatti prendere in braccio…”
Allungò la mano per accarezzarlo, ma il gatto sgusciò via, balzando
agilmente oltre l’alchimista e tornando a infilarsi in mezzo ai cespugli
dell’aiuola centrale.
“Prendiamolo!” gridò allora Thuban, facendo un cenno imperioso,
quasi si trattasse di ordinare l’arrembaggio. Merak alzò gli occhi al
cielo, brontolando che, quando si era unito alla ciurma del Cygnus,
non pensava che la sua missione sarebbe stata quella di rincorrere
gattacci puzzolenti, comunque, assieme a Medea, si avventurò in
mezzo al fogliame, scoprendo con estremo disappunto che era
certamente da lì che proveniva il pessimo odore.
Avanzando con le mani premute sulla bocca, cercando di non dare
di stomaco, i due notarono che Barbiglio si era infilato in una grata,
nascosta proprio nel bel mezzo dell’aiuola. Oltre le sbarre, una
scaletta di vecchia pietra consunta scendeva nelle profondità di Julia
Augusta Taurinorum. “Un passaggio segreto verso il sottosuolo!”
annunciò Medea con entusiasmo, subito frenata dal compagno, che
disse invece le cose come stavano, “Un ingresso verso le fogne.”
Thuban si fece largo in mezzo ai cespugli, stropicciandosi gli abiti
eleganti e tendendo lo sguardo oltre l’inferriata, dove l’unico occhio
giallognolo del felino li fissava torvo.
Si grattò la testa pensoso, cercando di richiamare alla mente
qualche nozione fondamentale, “Non ricordo dove l’ho letto o sentito,
ma credo che questa piazza celi uno dei tre soli passaggi che
collegano la città alta a quella sotterranea e occulta. L’apertura
situata sotto l’egida del maestoso angelo nero viene denominata in
un modo alquanto minaccioso, ci troviamo infatti di fronte alle Porte
degli Inferi”.
In quel preciso momento, quasi a voler sottolineare le ultime parole,
Barbiglio emise un miagolio basso e cupo. Merak e Medea si
scambiarono uno sguardo di allarmata intesa, facendo assieme
qualche passo all’indietro.
“Non dovremo mica entrarci, vero?” domandò la ragazza,
sospettando che in un luogo che portava un nome del genere
avrebbe trovato solo pericoli e orrori. Il compagno era pronto a darle
man forte, “Sarebbe una pessima idea. Sarà pieno di oscuri cunicoli
e senza la guida di mio fratello, che è in grado di percepire i flussi
energetici, potremmo anche perderci e rimanere là sotto per
l’eternità…”
Thuban fissava con estrema serietà la scaletta oltre la graticola,
soppesando quelle obiezioni e i propri pensieri, “Solitamente,
quando qualcuno si addentra oltre i cancelli dell’Inferno, non lo fa per
compiere una breve visita di piacere, ma per restarvi per sempre”
mormorò tetro.
“Appunto! – esclamò ancora Merak – Ritengo perciò che sia meglio
cercare un altro dei tre passaggi, non ce n’è per caso uno con un
nome un tantino più rassicurante? La porta dei fiori, per esempio, o il
portale della felicità?”
“Ora che me lo fai notare, - sovvenne alla ragazza – in effetti esiste
un luogo, nella mia Torino, talvolta chiamato La Porta dell’Infinito…”
Merak la interruppe, “Ecco, questo sì che mi ispira. Perfetto,
cambiamo destinazione. Sai guidarci fino al punto esatto in cui si
troverebbe questo leggendario ingresso?”
Thuban era rimasto a osservare i primi gradini di quell’infera
apertura verso il sottosuolo, non facendo il minimo caso ai discorsi
dei suoi due accompagnatori, infine si pronunciò, “Riportiamo
Barbiglio alla sua legittima proprietaria!”
I ragazzi non erano del tutto certi che quella fosse proprio la cosa più
impellente da fare, tuttavia ogni ordine che li avrebbe preservati dal
discendere nel mondo ctonio era bene accetta.
Medea si inginocchiò tra i cespugli, richiamando il felino, scoprendo
di stargli piuttosto simpatica. Barbiglio le si avvicinò senza timori e si
lasciò persino accarezzare e prendere in braccio.
ARANEL VANHORN

Il porto fluviale era molto affollato e Mizar non si sentiva a proprio


agio, anzi, continuava a voltarsi indietro, lanciando malinconici
sguardi al Cygnus, che attendeva agli ormeggi assieme a decine di
altre navi. Aveva messo piede sul suolo di Julia Augusta Taurinorum
da appena pochi minuti e già si sentiva pervaso dall’energia negativa
che quella città emanava da secoli.
Poteva vederli con gli occhi della mente: flussi di potere dai colori
scuri che scorrevano, come fiumi in piena lungo le strade, ignorati
dalle persone che ci passavano persino attraverso. Visti dall’alto,
confluivano tutti in due uniche grandi linee rette, che andavano a
intersecare altre due città, formando una specie di triangolo dai lati
molto allungati. Quello più corto saliva verso nord, congiungendosi
con una città ben nota all’equipaggio del Cygnus, ovvero Londinium,
l’altro invece spariva verso occidente, cercando la propria meta oltre
oceano.
Quelli però non erano gli unici flussi di energia che Mizar notava, di
tanto in tanto ne apparivano anche di chiari e luminosi, portatori di
una magia bianca e benevola, e anche questi, se guardati dall’alto,
avrebbero costituito un triangolo, stavolta più piccolo, tutto racchiuso
nel centro dell’Europa.
Attorno alla piazza gremita di persone, vi erano numerose osterie
che offrivano vitto e alloggio a poco prezzo a coloro che erano
appena sbarcati. Mizar si chiese perché fosse costretto ad aggirarsi
in quelle pericolose e oscure strade, anziché aspettare in tutta
tranquillità il ritorno dei suoi compagni sorseggiando una birra seduto
a uno di quei tavolini.
“Sei proprio sicuro di voler andare al Museo? - domandò al
compagno – Non sarebbe meglio ristorarci un poco a una delle
osterie qui vicino?” Naturalmente immaginava già la risposta
negativa e irritata che avrebbe ricevuto, Alioth infatti si voltò per
fulminarlo con quei suoi occhi così scuri e dalla forma allungata,
“Non dire sciocchezze, siamo qui per un motivo ben preciso, non
certo per perdere il nostro tempo in una di quelle bettole…” indicò
vagamente una locanda disposta ai margini della piazza, e le parole
gli morirono in gola.
Deglutì a fatica, quindi ebbe un mutamento di umore che Mizar trovò
incredibile, “In fondo la tua non è una cattiva idea, un buon boccale
di birra non potrà che farci bene!” esclamò, invitandolo a seguirlo
fino all’osteria che aveva appena criticato.
Il ragazzo non riusciva a crederci, forse le energie di quella città
avevano uno strano influsso su Alioth, portandolo a comportarsi in
maniera contrastante e straordinariamente accomodante.
Decise di approfittare di questo evento unico nella storia dei tempi e
raggiunse svelto l’unico tavolino rimasto libero, cercando di sedersi e
venendo invece trattenuto.
“Non qui!” ringhiò Alioth, a denti stretti.
Mizar si divincolò dalla presa sul braccio, talmente forte da fargli
male, e si guardò intorno stranito. Tutti gli altri tavoli erano occupati,
anche se avevano qualche posto libero, ma proprio non vedeva
perché andare a disturbare gli avventori, quando potevano
tranquillamente starsene per proprio conto. Non aveva mai pensato
che l’Isut potesse desiderare un po’ di compagnia.
“Se questo non ti va bene, trovaci tu un buon posto!” lo sfidò,
indicandogli la folla circostante.
Alioth non si fece pregare, sapeva esattamente dove recarsi. Puntò
subito verso un tavolino in particolare, aveva tre sedie libere e solo
una occupata.
Mizar non credette ai propri occhi, non si sarebbe mai aspettato di
vedere il compagno coinvolto in un abbordaggio, di certo non tra
navi, e tantomeno in uno di quelli che avevano a che fare con le
ragazze.
L’avventrice che sedeva da sola era in effetti piuttosto attraente, e
aveva già in fila di fronte a sé ben tre boccali di birra vuoti. I lunghi
capelli mossi e castani le toccavano le spalle, lasciate scoperte da
una leggera camicetta, sormontata da un corpetto di quelli che
andavano di moda a Londinium, solo che questo, anziché essere di
delicate tinte pastello, accompagnato da cappelli e ombrellini,
secondo la consuetudine delle dame inglesi, era nero e dall’aria
assai poco nobile, lasciando bene ad intendere che un ombrellino,
una donna come questa, avrebbe anche potuto usarlo per
decapitarti.
Gli occhi bordati di nero erano verdi con screziature ambrate, e
fissavano malinconici il corso del fiume e le navi che dondolavano
tra i flutti.
Alioth non fece troppi complimenti e, senza chiedere il permesso,
prese posto accanto alla ragazza solitaria, “Aspetti qualcuno?” le
chiese sorridendo, e facendo venire la pelle d’oca a Mizar, che mai
nella vita si sarebbe aspettato di vedergli esibire una simile
espressione gentile.
Il nativo di Theia contò fino a tre, immaginando che, in quel breve
lasso di tempo, l’amico avrebbe ricevuto uno schiaffo oppure un
seccato invito ad allontanarsi.
Restò a bocca aperta quando la ragazza rispose al sorriso,
appoggiando addirittura la testa sulla sua spalla, ed era ancora
solamente al due!
Si avvicinò, prima che le cose andassero troppo oltre e il compagno
di viaggio decidesse di fare una proposta di matrimonio, e udì le
prime parole che lei gli stava rivolgendo.
“Eli, raccontami qualcosa di bello” mormorò con voce lontana, senza
distogliere lo sguardo dagli alberi delle navi ormeggiate al porto.
L’Isut annuì, approfittando di quella vicinanza per cingere le spalle
nude della ragazza e avvicinarla ancor di più a sé, “Il Cygnus è stato
completato, e funziona davvero! Se vuoi posso portarti a fare un giro
sopra la città”.
Mizar aveva sempre sentito dire da Thuban che le mirabolanti
capacità del loro galeone dovessero restare un segreto, altrimenti
sarebbero stati braccati e riconosciuti ovunque andassero, dal
momento che nessun altro, su Gaea, era in grado di viaggiare in un
modo tanto sorprendente.
Ora Alioth stava spiattellando tutto solo per far colpo su una
ragazza, perciò decise di intervenire, appoggiandosi al tavolo con
quella che sperò fosse un’aria abbastanza minacciosa e scrutando i
due piccioncini.
“Eccoti, finalmente! – esclamò l’apprendista – Non vedi che la mia
ragazza ha sete? Portaci due birre scure”.
Mizar ignorò gli ordini e si sedette proprio di fronte a loro, indicando i
tre boccali vuoti, “Credo che per oggi abbia già bevuto
abbastanza…”
I due si scambiarono un’occhiata complice, quindi scoppiarono a
ridere all’unisono, “Suvvia tesoro, non essere tirchio, - lo pregò lei,
ammiccando nella sua direzione e facendogli immediatamente
seccare la bocca, aveva una voce talmente suadente che era
davvero difficile riuscire a concentrarsi sulle parole che stava
proferendo – il prossimo giro lo offro io, è così che fanno i veri
marinai!”
“A proposito, - ne approfittò l’Isut – come sta andando la tua
ricerca?”
Lei per tutta risposta si afflosciò sul tavolo, nascondendo il viso tra le
braccia e rovesciando tutto intorno una cascata di boccoli castani,
“Non ne parliamo, è un vero disastro!”
Alioth, che non perdeva occasione di instaurare un contatto fisico, le
massaggiò la schiena con fare premuroso, “Non ti credo. Ho parlato
con parecchi uomini di mare, a Londinium, e molti di loro hanno
ammesso di averti incontrata a Hispaniola. Sembra che la tua ciurma
stia facendo fortuna, depredando le ricche flotte…”
Lei gli piantò una mano sulla bocca, “Vedi di stare un po’ zitto, Eli. In
giro c’è la marina, - bisbigliò - non sono ancora così famosa da
essere riconosciuta a prima vista, ma non vorrei correre rischi. In
ogni caso, sai benissimo che non mi interessano i tesori e le merci
della Compagnia delle Indie, si tratta solo di un modo come un altro
per trovare un minimo di sostentamento e finanziare la mia vera
ricerca…”
Alioth sbuffò, “Sei ancora fissata con quell’idiota? Sono passati
almeno cinque anni!”
Per tutta risposta, la ragazza si voltò verso Mizar con espressione
magnetica e pericolosa, “Ragazzo, ho cambiato idea, voglio
qualcosa di più forte di una semplice birra”.
Mizar rimase ben piantato sulla propria sedia, non aveva intenzione
di essere il cameriere di nessuno, tanto più che non aveva capito un
granché circa quell’insolita amicizia.
“D’accordo, andrò io a prendere da bere, ma non per te, Mizar. Se
vuoi qualcosa, vattelo a prendere da solo!” borbottò Alioth, alzandosi
e andando verso l’interno della locanda.
Rimase quindi solo con la misteriosa piratessa, la quale gli porse
subito una mano guantata, “Perdonalo, gli piace fare scena, ma
sotto sotto ha il cuore tenero, - Mizar ne dubitava fortemente, però
decise di non contraddirla – comunque io sono Aranel, piacere di
conoscerti”.
Il ragazzo cercò di stringerla, scoprendo che era girata dal lato
sbagliato, come se si aspettasse un baciamano anziché una comune
stretta, e lui non aveva alcuna familiarità con queste pratiche da
gentiluomo.
Si limitò a scuotere su e giù la mano di Aranel, impacciato,
presentandosi a propria volta.
“Fai parte dell’equipaggio di Eli?” domandò, mentre Mizar metteva le
cose bene in chiaro, “Non so cosa ti abbia raccontato, ma il capitano
del Cygnus è Thuban”.
La piratessa lo fissò dubbiosa, “Mi spiace, non l’ho mai sentito
nominare”.
Un silenzio imbarazzato fece capolino e Mizar decise di stringere i
denti e combatterlo, “Tu e Alioth, cioè… Eli, vi conoscete da molto?”
Aranel sospirò, perdendo il suo sguardo molto lontano, più di quello
che l’orizzonte di quel piccolo ma affollato porto fluviale potesse
permettere, “Oh sì, abbiamo condiviso la stessa nave, anche se
avevamo due ruoli ben diversi, a bordo. Ci trovavamo nel
Mediterraneo e stavamo facendo rotta verso Malta, ma non ci siamo
mai arrivati. Ci fu un ammutinamento…”
“È terribile!” esclamò Mizar, cercando di mostrarsi partecipe.
La piratessa scoppiò a ridere, anche se con espressione distante e
trasognata, forse a causa del troppo alcool oppure perché provata
da tali ricordi, “Non fu poi così orribile, anzi, grazie a quella ribellione,
io e molti fidati uomini del mio attuale equipaggio trovammo
finalmente la libertà”.
Il ragazzo la osservava perplesso, pensava che lei fosse un
capitano, perciò, parlando di ammutinamento, intendesse che la
ciurma aveva fatto una rivolta ai suoi danni, invece ora chiamava in
causa la libertà, chiese delucidazioni.
“Sei mai stato lungo le coste dell’Africa? Laggiù le navi non
utilizzano solo il vento per spostarsi, ma il sudore di centinaia di
poveri rematori, incatenati alla loro panca e costretti a spaccarsi la
schiena giorno dopo giorno. Ne avevo solo vagamente sentito
parlare quando mi imbarcai, ero soltanto una stupida ragazzina con i
capelli corti e il desiderio di scappare di casa, e non immaginavo
che, passando lo Stretto di Gibilterra, la nostra nave sarebbe stata
assaltata dai corsari e che saremmo stati tutti venduti come schiavi
al sud. In ogni caso, la realtà delle cose si dimostrò ben più crudele
di qualsiasi incubo perciò, mentre remavamo verso Malta,
trasportando carichi di preziosi oggetti d’arte provenienti da Luxor,
nonché uno dei rampolli del loro tempio, trovai l’occasione propizia
per avviare una rivolta…” s’interruppe, osservando con desiderio il
boccale che Alioth le aveva appena posato davanti.
“Stai raccontando al mio amico i vecchi tempi? Ah, quanta
nostalgia!” disse, prendendo posto con gesto teatrale.
“Per te, forse, dal momento che te ne stavi sul ponte, ricoperto di
sete e lini preziosi, guardando l’orizzonte e facendo discorsi filosofici
sulle stelle. Qualche metro più sotto i tuoi bei piedini regali, però, noi
sputavamo sangue!” ribatté Aranel, convinta ad affogare i ricordi nel
contenuto del suo boccale.
“Quindi, se non ho capito male, - riprese Mizar, cercando di fare un
sunto – voi due vi siete conosciuti durante il viaggio da Luxor a
Malta, probabilmente durante la traversata che ti avrebbe portato a
Londinium”.
Alioth asserì, sorseggiando lentamente la sua birra, mentre Aranel lo
sgomitava, facendogli notare che nemmeno le donnette bevevano in
quel modo. “Quella nave era la Brimstone, - rispose lui, ignorando
momentaneamente i commenti della ragazza – e dopo la rivolta degli
schiavi passò sotto il comando del più affascinante capitano che i
sette mari vedranno mai: sto parlando ovviamente di Aranel
Vanhorn. Nonostante fossi solo un ricco e indifeso ostaggio, lei fu
molto gentile con me e decise di portarmi fino a destinazione, a
Londinium”.
“A proposito, - s’interessò la piratessa – dov’è Philip?”
“In giro, - rispose vago Eliphas – e ad essere sincero, dovrei fare
una visitina qui attorno anch’io. Ti va di accompagnarmi?” le offrì il
braccio, come se si trattasse di passeggiare lungo i giardini reali e
non di intrufolarsi in un Museo per scoprire chissà quali misteri
occulti.
Mizar si oppose, non perché non gli facesse piacere la compagnia di
Aranel, anzi, senza dubbio era una presenza ben più gradita di
quella del solo compagno, tuttavia non sapeva quanto potesse
essere scaltro coinvolgere altre persone nei loro segreti, “Non credo
che Thuban vorrebbe includere una terza persona nella missione
assegnata solamente a noi due”.
Alioth si scrollò le spalle, spostando la sedia di Aranel, aiutandola
galantemente ad alzarsi, “Non preoccuparti di lui, anzi,
probabilmente mi promuoverà Capo Alchimista, non appena vedrà
chi gli ho portato!”
La ragazza si guardò attorno, come se stesse cercando qualcuno di
bassa statura, dal momento che guardò sotto i tavoli e tra le gambe
degli avventori, quindi tornò a guardare Eli con espressione triste,
“Barbiglio si dev’essere allontanato, ogni volta che trova un porto se
ne va alla ricerca di odori e posti nuovi in cui curiosare. Mi
aggregherò alla vostra passeggiata, ma solo finché non avrò
ritrovato il mio tesorino”.
Alioth si batté il palmo della mano sulla fronte, “Non ci posso
credere! Non solo quel gattaccio è ancora vivo, ma porta ancora lo
stesso orrendo nome!”
“Lascialo in pace, - rispose lei, offesa, piantandogli un gomito nelle
costole – Barbiglio è un nome bellissimo, e comunque sempre
meglio di Miagolino, come lo avevano chiamato i corsari che mi
tenevano in schiavitù! Era un inferno, là sotto, e la mia unica
consolazione era quel gattino nero che veniva a farmi compagnia e a
fare le fusa, strofinandosi contro le mie caviglie in catene…”
“Capisco, ma perché dargli proprio il nome del genere, mi chiedo”
obbiettò ancora l’alchimista.
“Perché lui mi mancava, ecco tutto!” sbottò Aranel, allontanandosi di
qualche passo dal fastidioso detrattore del suo adorato Barbiglio.
I tre si misero in cammino, lasciandosi alle spalle il porticciolo e
incamminandosi lungo le strette vie di Julia Augusta Taurinorum.
Alioth cercava invano di recuperare le simpatie della piratessa, che
erano intrinsecamente legate all’atteggiamento che si aveva nei
confronti del suo adorato gatto, mentre Mizar, lasciato a se stesso, si
guardava intorno angustiato.
Non bastavano quelle correnti di energia oscura che percepiva
intorno a sé, gli sembrava di essere circondato da fantasmi che gli
sussurravano all’orecchio o che gli alitavano sul collo, e non appena
si voltava spaventato, invece di accorgersi con sollievo di non essere
seguito da nessuno, i suoi occhi incontravano un volto spaventoso,
dalla bocca aperta e con occhi crudeli, scavato nella pietra di
qualche edificio.
“Il Museo è ancora lontano?” chiese con un filo di voce, non volendo
che quei mostri sentissero il luogo in cui si stava recando, e per
fortuna il compagno alzò un braccio, indicando un palazzo con un
colonnato e un ingresso ad arco, adornato con varie insegne che lo
identificavano come il Museo Egizio.
Mizar tirò quindi un sospiro di sollievo, ma quella quiete durò solo
pochi minuti.
AMDUAT
Ciò che è nell’Aldilà

Alioth batté amichevolmente sulla spalla della nuova arrivata,


“Scommetto che hai depredato così tanti galeoni da avere decine di
forzieri traboccanti d’oro, così almeno mi hanno detto i marinai di
Hispaniola…”
Aranel lo squadrò con sospetto, “Chi lo sa, spesso i marinai
mentono, dopotutto la terraferma non è il loro vero mondo. In ogni
caso, Eli, questo è un sistema davvero meschino per convincermi a
pagare tutti e tre i biglietti!”
Mizar continuava a guardarsi attorno terrorizzato, come se la strada
fosse piena di nemici che solo lui poteva vedere, stralunato implorò i
due “Vi prego, entriamo!”
L’Isut dovette ammettere che l’equipaggio del Cygnus non era poi
così ricco, anzi, si poteva a buon diritto dire che patisse la fame. Non
avevano impavidi capitani e nemmeno ardimentosi uomini da
lanciare all’arrembaggio, perciò vivevano di ciò che riuscivano a
racimolare senza troppi rischi.
La ragazza capì l’antifona e si recò all’ingresso, dove acquistò tre
biglietti per il Museo Egizio, invitando dunque gli scrocconi a unirsi a
lei nella visita.
L’interno dell’esposizione non sembrò interessare molto Alioth,
dopotutto era cresciuto a Luxor, nel tempio di Karnak, pertanto quei
reperti racchiusi in teche di vetro o esposti alle pareti non evocavano
in lui nemmeno la metà della magnificenza che i medesimi oggetti,
nel loro ambiente naturale, sarebbero stati in grado di trasmettere.
I due profani invece si aggiravano con enorme interesse, fermandosi
a leggere le spiegazioni, scritte talvolta sulle targhette, e
commentavano con stupore gli enormi sarcofagi o le statue dei
faraoni.
Mentre Aranel si meravigliava di come, con un viaggio relativamente
breve, si potesse raggiungere un mondo tanto diverso e dalle
parvenze antichissime e fortemente magiche, Mizar scopriva le
usanze del popolo egizio, il modo in cui i faraoni fossero considerati
divinità solari e, dopo la morte, venissero mummificati e conservati
con estrema cura, portando con sé anche molti degli oggetti della
vita quotidiana.
L’Egitto esisteva anche su Theia, ma lui personalmente non ci aveva
mai avuto a che fare, anche se aveva spesso sentito citare il popolo
oltre il Mediterraneo riferendosi a formule geometriche e regole
matematiche e astronomiche.
Alioth sapeva esattamente cosa cercare, e anziché perdere tempo
osservando la collezione del museo, si era fermato davanti a un
grosso sarcofago, la cui targhetta indicava come la tomba di Kha, un
importante architetto vissuto ai tempi della diciottesima dinastia.
I compagni lo seguirono, restando impressionati dalla quantità di
oggetti comuni che erano stati rinvenuti assieme a lui e alla moglie.
Scoprire che anche loro utilizzavano vasellame, piatti, oggetti per il
trucco e per le misurazioni, li faceva sembrare molto più vicini e
umani di quanto, vedendoli dietro una teca, non si potesse pensare.
Kha e sua moglie Merit erano stati vivi, proprio come loro in quel
momento. Avevano camminato e parlato, avevano mangiato da
quelle ciotole, avevano utilizzato quei trucchi per partecipare a
qualche occasione importante. Avevano vissuto, amato e sofferto,
persino giocato con delle pedine che si spostavano lungo una
scacchiera, conservata assieme agli altri reperti.
Mizar s’interessò particolarmente a quella piccola scatoletta con
incisi geroglifici e sulla quale erano state posizionate, a scopo
indicativo, un paio di pedine.
Mentre mangiare e dormire, vivere e morire, erano cose abbastanza
comuni, poiché tutti, volenti o nolenti, erano costretti a farlo, l’attività
del giocare era qualcosa di assolutamente straordinario, che
avvicinava l’architetto Kha, vissuto migliaia di anni prima, al curioso
nativo di Theia che in quel momento scrutava i suoi resti mortali.
Alioth notò tutto quell’interessamento rivolto alla piccola scacchiera e
decise di fornire qualche ragguaglio, “Quello è il gioco del senet. Si
dice che, dopo la morte, ciascuno di noi debba fare una partita
contro gli dèi, dalla quale dipenderanno le sorti dell’anima. Forse è
meglio che impariate le regole, non si sa mai…”
Mizar sgranò gli occhi, impressionato, “E come si gioca?” domandò
con enfasi.
“Ciascuno dei due giocatori ha sette pedine del proprio colore,
bianco o nero. Lo scopo del gioco è portarle tutte quante fuori dalla
scacchiera, seguendo il percorso e spostandosi di tanti spazi quanti
sono indicati dai bastoncini, bianchi da un lato e neri dall’altro;
vengono lanciati e, in base alla combinazione di colori, indicano un
numero. Non è però così semplice, in quanto le pedine avversarie
possono essere attaccate e fatte retrocedere, e anche le proprie
possono trovarsi in pericolo, finendo ad esempio nella casa della
malasorte, la casella contrassegnata dalla x, e in tal caso dovranno
tornare alla casa della rinascita, che si trova più indietro. Ci sono
anche delle caselle rifugio o la casa dell’abbondanza, la quale
protegge dalla malasorte. Inoltre non tutti possono giocare, in quanto
determinate caselle richiedono la recitazione di testi sacri, che
bisogna conoscere a memoria…”
“Quali testi?” chiese anche Aranel, la quale aveva ascoltato con
coinvolgimento.
L’Isut assunse un tono e un’espressione gravi e solenni, “Si tratta del
Libro dei Morti”.
Mizar rabbrividì, trovando strano che fino a quel momento qualcosa
non fosse riuscito a turbarlo.
“Non credo che possiate davvero comprendere ciò che vi dirò, ma
nella tomba di Kha era custodito anche un rotolo di pergamena. Il
suo nome è Amduat e parla di ciò che si trova nell’Aldilà, svela
importanti segreti cosmici e solitamente è sempre posizionato nel
sarcofago degli uomini importanti, per aiutarli a trovare la strada oltre
la vita” detto ciò si spostò di qualche metro, raggiungendo una teca
dov’era racchiusa una pergamena assai particolare.
Rappresentava un uomo e una donna dai tratti palesemente egizi,
con gli occhi neri e allungati e la pelle scura, intenti a rendere
omaggio, con preghiere e doni, a una sorta di divinità o faraone,
seduta su uno scranno di fronte a loro. Costui portava i paramenti
tipici di colui che governa sulle terre dell’Egitto, ma stranamente
aveva la carnagione blu.
Questo particolare turbò alquanto il nativo di Theia, che infatti
domandò ai compagni il perché di quella strana scelta di colore.
Alioth sospirò, come se quella fosse una richiesta sciocca, alla quale
non c’era neppure da fornire una risposta, mentre ad Aranel
sovvenne un parallelismo interessante, “Sono stata lungo le coste
dell’India, seguendo alcune navi mercantili olandesi piuttosto
allettanti, e lì ho visto alcuni templi dedicati alle misteriose divinità di
quei luoghi, anche loro avevano la pelle blu! Ad ogni modo, fatico a
credere che questi piccoli disegni tutti in fila siano un linguaggio
come il nostro, tale da poter essere letto allo stesso modo in cui noi
leggiamo una lettera o un libro…” continuò, indicando le ordinate
colonne di geroglifici scritti sulla pergamena.
“Già, - concordò anche l’altro – sono davvero curioso di sapere che
cosa dicono”.
L’Isut li zittì con un imperioso cenno, “Questo scritto racchiude i
segreti del viaggio del dio solare Ra e della sua eterna battaglia
contro Apophis, il malefico serpente delle tenebre. Con estrema
precisione racconta quanto accadrà a Ra nelle dodici ore della notte,
prima di risorgere e portare speranza e benessere in tutto l’Egitto”.
Sperava che in questo modo i due si ritenessero soddisfatti, ma la
piratessa piantò l’indice sul vetro, proprio nel punto in cui iniziavano i
geroglifici, “Interessante, mi piacerebbe saperne di più”, lo invitò a
leggere, picchiettando con l’unghia sulla teca.
Con un sospiro, il ragazzo si apprestò ad obbedire, “Lo faccio solo
perché me lo chiedi tu! – mise bene in chiaro – Dunque, non è facile
fornire una traduzione immediata, comunque ci proverò. Nell’ora
prima il Sole abbandona i bei territori luminosi del giorno ed entra nel
regno della notte, quindi attraversa le acque di Osiride, sopra una
barca a forma di serpente, attorno alla quale è arrotolato Mehen, il
dio serpentino con il compito di proteggere Ra nel suo viaggio
attraverso il reame dei morti, il Duat. Nell’ora quarta raggiunge l’isola
deserta di Sokar, il falco degli inferi, e nella quinta scopre la tomba di
Osiride, sopra un lago di fuoco, protetta da Iside e Nefti, sotto forma
di rapaci. Qui il suo ba, ovvero la sua anima, si unisce a quella di
Osiride, grazie all’intercessione del buon serpente Mehen, ed è
proprio a questo punto, nella settima ora, che Apophis si farà avanti,
cercando di sconfiggere Ra. Egli sarà protetto da Iside, Set, e
Serket, la dea scorpione. Nell’ora ottava il dio è ormai pronto a
rivelarsi e spalanca le porte della sua tomba, lasciando l’isola di
Sokar, tornando nella sua imbarcazione serpentiforme. Durante il
viaggio, la rigenerazione continua, finché, nell’ora undicesima, anche
i suoi occhi riprenderanno l’antico splendore, permettendogli così di
essere completo e di poter tornare, nella dodicesima ora, a portare
luce nel mondo, riapparendo a oriente come il sole rinnovato di un
nuovo giorno”.
Aranel fissò stupefatta il faraone dalla pelle bluastra seduto sul suo
scranno, immaginandolo alle prese con il gioco del senet, in una
partita contro gli strani dèi egizi dalla testa di animale, trovando il
tutto estremamente affascinante, anche se un poco bizzarro, “Quindi
ogni volta che cala la notte, succedono tutte queste cose? C’è
davvero da meravigliarsi che il sole riesca a sorgere ogni giorno…”
Eliphas non rispose, estraendo furtivamente dalla tasca una fiala di
vetro, contenente una manciata di polvere color ruggine e
guardandosi intorno per accertarsi che non ci fossero altri visitatori o
guardiani, nella sala.
“Datemi copertura” sussurrò ai compagni, i quali si posizionarono
alle sue spalle, nascondendolo e controllando i due ingressi che
congiungevano quella stanza, in cui erano soli, con il resto del
museo.
Mizar si allarmò, notando che l’Isut stava rovesciando con cautela la
polvere sulle viti che tenevano fissata la teca di vetro, con la
pazienza e la precisione di un vero alchimista. Tornò a fissare
Aranel, sperando che lei perlomeno avesse una spiegazione logica
da fornirgli, e la piratessa gli sorrise di rimando, “Quella stessa
polvere mi ha salvato la vita. Eli me la regalò molto tempo fa,
dicendomi di spargerla sulle giunture delle mie catene, quando
intorno non ci fossero stati i corsari. Subito il pesante ferro si è
usurato a tal punto da cedere, e la rivolta degli schiavi ha avuto
inizio!”
“Perciò ha intenzione di…” esclamò trafelato, non sapeva come
comportarsi durante il furto di un prezioso e antico reperto da un
museo, specialmente ora che aveva scoperto di essere il palo.
Si guardò intorno agitato, ringraziando i corridoi sgombri e le sale
silenziose, mentre sentiva alle proprie spalle il rumore della teca che
veniva delicatamente smossa e aperta, permettendo ad Alioth di
mettere le mani sull’antichissimo Libro dei Morti.
Arrivò a pensare che quella pergamena, una volta a contatto con
l’ambiente esterno, manipolata da persone non autorizzate, si
sarebbe sgretolata, e allora le ire del faraone sarebbero ricadute sui
profanatori, scagliando su di loro un oscuro anatema.
I volti demoniaci scolpiti sotto le finestre tornarono ad infestare la
sua mente, assieme alla visione della mummia di Kha, intenta a
smuovere lentamente il coperchio del suo sarcofago, tornando alla
vita appositamente per perseguitare i ladri di cimeli.
Cominciò a sentire caldo e freddo assieme, respirava
affannosamente mentre rivoli di sudore gelido gli strisciavano lungo
la schiena. Le orbite vuote dei faraoni strappati alle loro tombe per
essere messi in mostra dietro a grandi vetrine lo fissavano cariche di
rancore, mentre un’energia nero violacea cominciava ad espandersi,
riempiendo l’intera sala.
Aranel lo sostenne, accorgendosi che il ragazzo era sul punto di
perdere i sensi mentre, alle loro spalle, l’Isut rimise a posto il
coperchio della teca, allontanandosi poi da quella zona con un’aria
tranquilla che sarebbe parsa insospettabile, se solo il suo amico non
fosse stato in preda ai tremori e agli spasmi.
Li aveva abbandonati a se stessi, se una guardia si fosse avvicinata
per soccorrerli, avrebbe anche notato che la pergamena rinvenuta
nel sarcofago dell’architetto egizio era scomparsa, ma a quel punto
Alioth sarebbe stato già lontano.
“Avanti, non svenire proprio adesso!” gli fece forza la piratessa,
portandosi un braccio di Mizar dietro la spalla, aiutandolo in quel
modo a sorreggersi e a fare qualche passo in direzione dell’uscita.
Il nativo di Theia non riusciva a spiccicare parola, boccheggiava in
preda alle allucinazioni e a malapena era in grado di spostare un
piede davanti all’altro, dietro i suggerimenti di Aranel. Sentiva la pelle
bruciargli, mentre veniva attraversata da goccioline fredde che gli
davano i brividi. Il suono del suo respiro affannoso copriva a
malapena il fischio che permeava la realtà, mentre quella nebbia dal
colore oscuro invadeva il museo. Era simile a quella che
imperversava a Londinium, solo che, anziché essere fatta di polvere
e carbone, questa era composta di magia nera.
Lentamente riuscirono a raggiungere la fine dell’esposizione, dove
un uomo con una casacca rossa pattugliava la porta per evitare che
qualche furbastro passasse dal retro. Prima di avvicinarsi al
guardiano, Aranel consigliò a Mizar di riprendere fiato e attendere
qualche istante, almeno fino a riprendere un colorito da essere
umano.
Osservarono con falso interesse una collezione di fermagli e altri
ornamenti, mentre il respiro di Mizar tornava a farsi regolare e le
guance di un rosso acceso non ripresero la normale tinta rosata. A
quel punto tentarono di lasciare il museo con aria soddisfatta e
tranquilla; Aranel si mise anche a fare qualche commento su quanto
trovasse affascinante la cultura egizia, sperando che il custode
permettesse loro di uscire senza fare storie.
Ormai la porta era appena a pochi passi, il guardiano era in piedi,
immobile, davanti a loro e li guardava con aria indifferente. Dopotutto
avevano l’aria di comuni visitatori, non c’era motivo di fermarli, si
ripeteva la piratessa, mentre cercava di celare il fatto che avesse
appena aiutato un amico a trafugare un importante reperto storico.
Era fatta, stavano per varcare la soglia, pensò, ma tutti i suoi piani
crollarono, quando il guardiano si avvicinò a Mizar, squadrandolo
con eccessiva meticolosità, “Ragazzo, ti senti bene?” gli chiese.
Per tutta risposta, lui avvampò e annuì spasmodicamente, “Non hai
per niente una bella cera…” commentò il custode, mentre il nativo di
Theia passava invece a scuotere il capo, “No, sto… sto bene!” cercò
di affermare, con il poco fiato che aveva, non suonando molto
convincente.
La piratessa pensò che fosse il caso di intervenire, posando
delicatamente una mano sul braccio dell’uomo in casacca e
sorridendogli con l’aria di chi sapeva esattamente quale tipo di
reazioni potesse provocare con il proprio sorriso, “Non si preoccupi,
il mio amico è di fragile costituzione, qualche volta gli capita di avere
piccoli malesseri, ma si riprende nel giro di pochi minuti. Lo guardi,
sta già molto meglio!”
Mizar riprese ad annuire, come una marionetta intenta a fare uno
spettacolino.
L’uomo continuò a esaminare i lineamenti spossati del ragazzo,
quasi fosse un dottore, “Se lo dici tu… L’importante è che non
andiate in giro a raccontare che la colpa di questo malessere è
dovuta al nostro museo! Un’altra di queste sciocchezze e saremo
costretti a prendere in seria considerazione l’idea di chiudere i
battenti…”
I due a questo punto continuarono la bizzarra scenetta, facendo
cenno di no con la testa, in perfetta sincronia, “Perché mai
dovremmo accusarvi di una cosa del genere?” si stupì Aranel,
provocando qualche borbottio seccato da parte del custode,
“Ultimamente ci sono stati visitatori che, usciti da qui, hanno
alimentato le storielle di qualche giornalista a caccia di notizie
insolite. Dicono di aver percepito cose strane, di aver visto nubi di
fumo nero che si aggiravano per le stanze del museo, di faraoni che
bisbigliavano maledizioni a coloro che si avvicinavano troppo ai loro
sarcofagi… Queste dicerie possono impressionare le menti più
sensibili, infatti, solo nell’ultimo mese, tre persone sono svenute, e
tutte mentre visitavano la sezione dedicata alla tomba di Kha, dov’è
esposto il Libro dei Morti, ma si tratta solo di suggestione!”
Mizar dovette concentrarsi per non riprendere a tremare, scoprendo
di non essere l’unico ad aver avuto tali sensazioni passando vicino
alle spoglie mortali dell’antico architetto e di sua moglie. L’amica
cercò di salvare la situazione, “Certa gente s’inventerebbe di tutto
pur di avere un minimo di visibilità! A noi il museo è piaciuto molto, lo
raccomanderemo ai nostri conoscenti. Arrivederci!” esclamò,
prendendo il compagno sottobraccio e trascinandolo con sé,
finalmente fuori da quella stanza e lontano dagli occhi indiscreti del
guardiano.
Camminarono a passo svelto, imboccando un paio di vicoli e
cercando di ricongiungersi ad Alioth, trovandolo dopo pochi minuti,
appoggiato con aria assorta contro una parete.
Mizar aveva dato segni di miglioramento, una volta fuori dal museo,
ma non appena si ritrovò vicino all’Isut, che mostrava con un
sorrisetto compiaciuto il rotolo di pergamena che custodiva nella
tasca interna della giacca, riprese a tremare e venne sopraffatto
dalla nausea.
Aranel fissò implorante Eli, chiedendogli in quel modo di fare
qualcosa per aiutare il suo amico ma, per tutta risposta, l’aspirante
alchimista scrollò le spalle, “La gente di Theia non è abituata ad
avere a che fare con la necromanzia…”
“Come?” domandò lei, sempre più confusa. Non aveva capito
praticamente nulla di quella frase, innanzitutto non aveva mai sentito
parlare di un posto di nome Theia, e anche la necromanzia, per
quanto avesse un suono particolarmente inquietante, non le diceva
poi molto.
La curiosità verso le parole di Alioth svanì all’istante, quando un
gatto nero e spelacchiato, con un unico occhio giallognolo, sbucò da
uno dei vicoli e andò a strofinarsi contro i suoi stivali.
“Barbiglio!” esclamò la ragazza, prendendo subito in braccio il
proprio animaletto e accarezzandolo con trasporto, mentre alle sue
spalle Alioth faceva una smorfia infastidita e, dietro ancora, il povero
Mizar dava di stomaco, dimenticato da tutti.
LE QUATTRO STAGIONI

Sulle tracce di Barbiglio, arrivarono anche Thuban, Medea e Merak.


L’alchimista sembrò assai sorpreso di vedere la padrona del gattino,
e non perse occasione per sistemarsi i capelli e lisciarsi la giacca,
andandole incontro a braccia aperte.
“Philip, quanto tempo!” lo abbracciò a sua volta, separandosi però
ben prima di quanto non avrebbe voluto lui, per tornare a occuparsi
del suo piccolo tesoro, il quale si stava aggrappando con le unghie ai
suoi vestiti, deciso a dimostrare in modo incisivo il proprio affetto.
L’altra ragazza rimase indietro, osservando con sospetto quella
strana donna vestita come una damigella vittoriana, dopo essersi
ribellata alla sua nobile famiglia e aver vissuto rocambolesche
avventure, sulle quali Defoe avrebbe potuto benissimo scrivere
qualche racconto.
Aveva chiamato Thuban con il suo vero nome, e questo significava
che doveva conoscerlo da prima che solcasse i cieli a bordo del
Cygnus, scegliendo per sé e il proprio equipaggio nomi di stelle.
Merak invece fu l’unico a prestare soccorso al proprio fratello,
scorgendolo in un angolo, sorreggendosi con una mano tremolante
alla parete e stringendosi con l’altra lo stomaco, con aria afflitta.
“Che ti è successo?” domandò apprensivo, e il suo ka alzò quindi un
dito accusatore contro Alioth, “Ha rubato… un’antica pergamena… il
Libro dei Morti!” balbettò, riuscendo a far suonare il tutto
decisamente minaccioso.
Nessuno aveva fatto caso a questa spaventosa rivelazione,
l’alchimista chiacchierava amabilmente con la ragazza intenta a
coccolare il gatto nero, sotto lo sguardo arcigno dell’Isut e quello
interessato di Medea. Merak avanzò, piazzandosi nel bel mezzo del
vicolo e ripetendo a voce alta le accuse mosse dal fratello, “Avete
sentito? Alioth ha rubato il Libro dei Morti!”
Il diretto interessato fece cenno a Merak di tacere, o perlomeno di
abbassare il tono, mentre Thuban si avvicinava inquisitorio al proprio
discepolo, “È vero? – chiese, con voce cupa – Hai trafugato un
antico reperto?”
L’Isut annuì, battendo soddisfatto contro la propria giacca, indicando
il luogo in cui custodiva la refurtiva.
L’alchimista sospirò, e tutti ormai si aspettavano di udire parole di
rimprovero, e furono assai sorpresi quando invece Thuban si
complimentò con il ladruncolo, “Perfetto! Allora non ci resta che
trovare la fonte energetica!”
“Come al solito, voi due siete indaffarati in strane ricerche… -
commentò Aranel con un sogghigno – è stato un vero piacere
ritrovarvi, dopo tutto questo tempo. Sono contenta che stiate bene,
ma ora che ho recuperato Barbiglio, credo proprio che tornerò alla
mia nave. Signori!” fece una sorta di riverenza, quindi, senza
attendere altro, si voltò e cominciò a incamminarsi in direzione del
porto.
Thuban e Alioth si comportarono come dei bambini ai quali era stato
tolto il giocattolo preferito, afflitti alzarono un braccio e mormorarono
appena qualche parola che, se proferita a voce più alta, sarebbe
servita a farla tornare indietro. Sembrava uno di quegli addii
strappalacrime che si potevano vedere al porto, quando le navi
salpavano e i marinai venivano salutati dai familiari in lacrime,
sventolando fazzoletti bianchi.
“E la lasci andar via così? Fermala!” sbottò l’alchimista, spintonando
il proprio discepolo.
“Perché devo farlo proprio io? Ci farei una pessima figura” ribatté
Alioth, e i due tornarono quindi a guardarsi confusi, prima di notare,
a malincuore, che il tempo per agire era finito e Aranel era già
svanita oltre gli stretti vicoli della città.
Il silenzio calò con imbarazzo sul gruppo, rotto dal commento cinico
di Merak, “Che scena patetica!”
L’Isut non si lasciò insultare in quel modo, “Immagino che tu, invece,
messo di fronte alla ragazza che ti piace, saresti un autentico
rubacuori!” sbottò con sarcasmo. L’altro si sistemò i vestiti, come se
si trovasse davanti ad uno specchio invisibile, “Certo!”
Alioth ridacchiò, pronto a portare quella sfida alle più estreme
conseguenze, “D’accordo, sommo seduttore, facciamo una
scommessa. Se vinci tu, avrai il diritto di chiedermi qualsiasi cosa tu
voglia, anche di gettarmi dal parapetto del Cygnus mentre è in volo,
ma se vinco io, le cose si faranno altrettanto divertenti e sarò io a
poterti domandare qualcosa, senza che tu possa rifiutarti. Che ne
dici, ti piace quello che ho messo sul piatto?”
Merak si passò le mani tra i capelli, atteggiandosi come se fosse
estremamente sicuro di sé, “Mi sembra parecchio allettante, ma
dimmi, cosa devo fare per vincere e avere il piacere di vederti in
caduta libera, bucando le vaporose nuvole?”
“Si tratta di una sfida piuttosto semplice, in realtà, e partirai anche
molto avvantaggiato. Se riuscirai a baciare Adhara prima che io baci
Aranel, allora sarai il vincitore” disse, guardandolo fisso negli occhi e
porgendogli la mano, per suggellare il patto.
“Cosa? Che cosa c’entra Adhara con tutto questo?” strillò Mizar,
improvvisamente colto da una nuova ondata di panico.
L’Isut stava per rispondere ma Merak lo anticipò, “Fratello, non
preoccuparti, un’occasione come questa capita solo una volta nella
vita, e non intendo farmela scappare. Accetto la scommessa. Alioth,
comincia a redigere il testamento” e detto ciò afferrò la mano e la
strinse con caparbietà.
“Molto bene, - proseguì l’apprendista – ora sarà il caso di nominare
un giudice imparziale, dal momento che i baci, si sa, sono spesso
fugaci e non fanno troppo rumore…”
“Scelgo Tarazed” comunicò subito Merak, venendo altrettanto in
fretta contraddetto, “Quel miserabile moccioso? Tutti sanno che mi
detesta, farebbe carte false pur di farmi perdere, scommetto che si
metterebbe persino una parrucca bianca e ti bacerebbe al posto di
Adhara, e pure con indicibile trasporto, se questo gli servisse a
liberarsi di me”.
“D’accordo, allora nominiamo Medea, è l’ultima arrivata, più
imparziale di così!” suggerì ancora il ragazzo nato e cresciuto sulla
Terra.
Alioth le si avvicinò, scrutandola con occhi fiammeggianti “Allora, ci
stai? Sappi che ti sarà richiesta la massima obbiettività. Se ti
scopriremo a barare, ti unirai al perdente nel suo castigo”.
La ragazza asserì, assolutamente divertita da quell’inattesa
situazione; era onorata di essere stata scelta come giudice.
Mizar era al limite della disperazione, si teneva il petto come per
impedire al proprio cuore di andare in frantumi e spargersi
sull’acciottolato, Medea pensò di fare qualcosa per aiutarlo,
mettendo in luce, in qualità di giudice, il carattere poco equo di
quella scommessa, “Avete entrambi accettato, ma in tutto ciò
persiste un problema di fondo: Aranel se n’è appena andata e chissà
quando la rivedremo… Adhara invece fa parte del nostro
equipaggio, mi sembra decisamente una sfida impari”.
L’Isut scacciò quelle preoccupazioni con le mani, come se dovesse
diradare del fumo, “Avevo detto che Merak sarebbe partito
avvantaggiato e, nonostante ciò, sarò io a vincere!”
Thuban intervenne, un tantino infastidito dal fatto che nessuno
avesse pensato di includerlo nella scommessa, “Basta con queste
sciocchezze, non dovevamo cercare la Porta dell’Infinito? Avanti,
figliola, fai strada!” invitò Medea a proseguire lungo gli stretti vicoli di
Julia Augusta Taurinorum, città che, per il momento, differiva ben
poco dalla sua Torino.
Le disuguaglianze più evidenti avevano a che fare con il fiume
navigabile e il porto pieno di imbarcazioni e persone che
sembravano uscite da un romanzo piratesco, per il resto, però, la
planimetria della città sembrava la stessa e Medea era in grado di
orientarsi senza troppi problemi. Anche i monumenti principali erano
pressoché identici perciò non sarebbe stato difficile raggiungere
Piazza Solferino, dove si diceva sorgesse la Porta dell’Infinito.
L’alchimista mise a tacere le varie recriminazioni del proprio
equipaggio, ordinando di tacere e mettersi in marcia, seguendo le
indicazioni della ragazza. Tutti quanti obbedirono, anche se era
chiaro che i loro pensieri erano tuttora rivolti all’inaspettata sfida.
Alioth e Merak camminavano riflessivi, probabilmente cercando di
stilare un piano d’azione che li avrebbe visti vincitori, Mizar invece
sembrava la più miserabile tra le creature, e si muoveva come se
ormai il suo corpo e la sua anima fossero solo una poltiglia incapace
di stare assieme e di comportarsi secondo le leggi dei solidi.
Fortunatamente la piazza era molto vicina, bastò percorrere un paio
di stradine per trovarsi di fronte alla grande fontana angelica,
ammirando le quattro figure che svettavano in mezzo a scrosci
d’acqua e zampilli.
Aveva una larga vasca circolare, riempita di acqua limpida, sul cui
bordo sembravano crogiolarsi due marmoree fanciulle
accompagnate da bimbi paffutelli, mentre, sullo sfondo, due uomini
possenti sedevano solennemente su dei rialzi di pietra ben
squadrata, sorreggendo un’anfora ciascuno, dalla quale sgorgavano
interminabili rivoli d’acqua.
Thuban applaudì a tale monumento, avvicinandosi per esaminarlo
meglio, seguito dai suoi compagni di viaggio, decisamente meno
entusiasti e con la testa da tutt’altra parte.
“Dovete concentrarvi sulla missione! – li rimproverò – Vediamo di
cosa siete capaci, che ve ne pare di questa fontana? Notate nulla di
strano?”
Merak asserì, “C’è una certa simmetria, due uomini e due donne,
inoltre, se non sbaglio, i bambini che accompagnano le figure
tengono tra le mani frutti e simboli tipici di determinate stagioni…
Guarda quello laggiù, accanto alla donna: porta mele, pere, spighe e
altre delizie dell’estate, mentre la sua controparte, dall’altro lato,
gioca con fiori e rondini e sembrerebbe simboleggiare la primavera”.
Thuban sorrise compiaciuto da quella prima descrizione dei segreti
di quel monumento, e invitò qualcun altro a proseguire. Mizar si fece
avanti, un tantino inquieto, “Se le fanciulle rappresentano estate e
primavera, i due uomini sono allora le personificazioni di autunno e
inverno. Uno di essi infatti è giovane e l’altro vecchio, il primo tiene
tra le mani una rosa, mentre il secondo… - si avvicinò per osservare
meglio le sculture – è circondato da bimbi che recano simbologie
invernali, le pigne, il pesce, il sole…”
Medea intervenne, chiedendo perché mai le ultime due fossero
considerate cose tipiche dell’inverno, il sole a suo avviso era più
adatto a rappresentare l’estate, mentre il pesce, stando sott’acqua,
non le sembrava connesso a una particolare stagione.
Mizar si sfregò gli occhi, cercando di aguzzare la vista e scovare
ogni minimo particolare di quelle figure, “In inverno avviene la
rinascita del sole, quando si celebrano i misteri e Apollo uccide
Pitone, il serpente marino, il mostro degli abissi… Proprio come Ra e
Apophis!” esclamò, notando solo in quel momento i parallelismi con
quanto Alioth gli aveva spiegato al museo.
Quest’ultimo si sentì chiamato in causa e non perse occasione per
obbiettare, “Non esagerare, le nostre culture hanno una radice
comune, ma restano molto diverse. Inoltre, se proprio vogliamo dirla
tutta, anche i nostri amici cresciuti sulla Terra potrebbero parlarci di
bambini luminosi e di simbologie legate al pesce nel bel mezzo
dell’inverno, non è forse vero?”
Merak fu il primo a cogliere il nesso, “Noi celebriamo il Natale nei
giorni in cui su Theia invece sono alle prese con i misteri. Gesù, il
bambino divino, annunciato da angeli e stelle comete, nasce e
qualche anno più tardi porrà le basi per il cristianesimo, il cui simbolo
delle origini era proprio un pesce”.
La ragazza annuì, quelle erano nozioni che bene o male conosceva
a propria volta, anche se non si era mai soffermata a rifletterci più di
tanto, dando la propria cultura per scontata e sentendosi ora una
povera sciocca. In fondo non aveva la minima idea del perché, tra
tutte le simbologie possibili, i primi cristiani avessero scelto proprio
un pesce. Ricordava le civiltà minoiche, con i loro possenti tori, c’era
poi chi aveva leoni, serpenti, aquile… il pesce le sembrava davvero
un’opzione strana.
“Ha a che vedere con le stelle, - rispose Thuban, apprezzando i
dubbi e le domande dei propri allievi – le ere astrologiche vanno
all’indietro, rispetto al percorso zodiacale. Infatti il sole, dopo essere
entrato nella costellazione dei pesci, passa in quella dell’ariete, poi
nel toro e così via; il grande anno cosmico invece gira al contrario.
Prima abbiamo l’età del toro, poi dell’ariete e infine quella dei pesci.
Il cristianesimo era una religione nuova, legata all’ultima delle ere,
ed ecco spiegato l’animale acquatico tra le mani di quel bambino…”
“E anche l’anfora a forma di ariete che l’uomo barbuto tiene tra le
mani, - volle proseguire Mizar, sperando che questi nuovi misteri
allontanassero le menti di suo fratello e dell’Isut dalle loro folli
macchinazioni – inoltre quello è senza dubbio l’inverno, non solo è il
più vecchio, infatti rappresenta l’ultima stagione, prima del
rinnovamento dell’anno, ma ha anche la testa rivolta a est, dove il
sole ogni giorno rinasce”.
L’alchimista annuì ma aveva qualcosa da ridire, “Credo che ci siano
ancora alcuni significati che ci sfuggono, guardate meglio! Secondo
me, l’ariete potrebbe essere legato al vello d’oro, oggetto tanto
desiderato e cercato, perché si diceva avesse il potere di guarire
ogni ferita e rendere invulnerabili. L’oro e la vita eterna non sono
forse la grande meta di tutti gli alchimisti? Inoltre guardate
quell’anfora, è in grado di versare acqua ininterrottamente, proprio
come i leggendari calderoni o calici dell’abbondanza. Fidatevi delle
mie parole, questa fontana nasconde un importante segreto
alchemico!”
Mentre tutti restavano meravigliati da quella spiegazione,
osservando i fiotti d’acqua che inesauribili sgorgavano dall’anfora a
forma di ariete, Alioth fece spallucce, “Qualunque sia tale segreto, è
ben custodito e non sarà facile svelarlo. Non avete visto cosa c’è lì in
mezzo, tra le bocche di pietra che sputano fuori zampilli? Quella
centrale è Medusa, colei che sta a guardia dei misteri che non
devono essere rivelati…”
A quel punto l’equipaggio si sporse nella medesima direzione,
stupendosi del fatto di non avere notato prima quella faccia
mostruosa e perentoria, che invece c’era sempre stata, ammonendo
coloro che si avvicinavano al suo segreto.
“E dunque?” lo incitò a proseguire l’alchimista, interessato a ciò che
l’Isut avrebbe dedotto, ma il ragazzo egiziano non aveva altro da
aggiungere, “E dunque è meglio se lasciamo perdere”.
Il vecchio sbottò seccato, “Non è una delle nostre possibilità, non
dimenticare che abbiamo un importante compito, non possiamo
darci per vinti. Inoltre, se non troveremo le Grotte Alchemiche, non
saremo nemmeno in grado di salpare!”
Mizar tremò al sol pensiero di restarsene per sempre confinato in
quella città piena di energie negative e facce spaventose che
ringhiavano da ogni angolo della strada, perciò decise di mettere in
moto il cervello, trovando una soluzione, “Siamo pur sempre su
Gaea, no? Anche se non siamo propriamente nella terra degli
Akademikoi, ogni statua che abbiamo incontrato parla di alchimia.
Credo che da queste parti ci siano dei gruppi o delle logge che se ne
occupano, forse potrebbero darci qualche indicazione…”
Thuban e Alioth scoppiarono a ridere all’unisono, “Se credi che un
alchimista ti sveli qualcosa, sei sulla strada sbagliata! Il loro compito
è quello di nascondere, si aprono solamente con coloro che
ritengono assolutamente meritevoli” spiegò allora il maestro.
“Ma tu non sei così!” ribatté ingenuamente Mizar, trovando subito
una risposta da parte del suo apprendista, “Appunto, ed è uno dei
motivi per cui gli Akademikoi lo vorrebbero in gabbia”.
Il rumore degli zampilli d’acqua fu l’unico a riempire l’atmosfera per
qualche minuto, mentre la ciurma si dedicava a complesse
riflessioni, posando lo sguardo sulle allegoriche figure che
componevano la Fontana delle quattro stagioni.
Mizar sospirò, come un’anima in pena, “Quindi siamo condannati a
restare qui per sempre? Guarderemo questa fontana per secoli, fino
a quando, stanco di trovarsi di fronte le nostre facce, uno di quei due
giganti non ci rivelerà il segreto alchemico?”
“Potrebbe essere un’idea, ragazzo mio, - commentò Thuban – ma
anche quella che hai avuto prima non era male. Un tempo
conoscevo alcuni rispettabili studiosi da queste parti, magari
potrebbero fare un’eccezione alla loro reticenza per aiutare un
vecchio amico. C’è solo un problema, non ho la minima idea di chi
siano né di dove si trovino!”
Merak alzò le braccia al cielo, “Perché proprio a noi doveva capitare
un alchimista che ha perso la memoria?” chiese all’universo.
“So che potrebbe sembrare stupido, - contribuì anche Medea – ma
mi sembra l’unica cosa plausibile. Thuban potrebbe gironzolare
intorno ai luoghi che ci sembrano maggiormente connessi ai segreti
occulti, se è davvero così, qualcun altro andrà a visitarli,
probabilmente un alchimista. Magari verrà riconosciuto o gli tornerà
alla mente qualcosa…”
“Ottima idea, - esclamò Alioth, in modo assolutamente sospetto e
inatteso – qualcuno lo accompagni! Io vi aspetterò al porto…”
Merak intervenne all’istante, “Medea, devi restare con Thuban e
fargli da guida”.
La ragazza asserì mentre l’Isut s’interponeva, “Cosa? Non se ne
parla! Il giudice mi serve!”
“Serve più al maestro, dopotutto non ricorda bene le strade di questa
città” ribatté lesto l’avversario, e quel battibecco continuò finché
Thuban non vi mise fine, parlando con voce cupa e autoritaria.
“Ascoltatemi bene, giovani apprendisti, vi permetto di badare a simili
sciocchezze solo perché, di tanto in tanto, vi meritate una
distrazione, ma nel momento in cui tali interessi secondari entrano in
contrasto con quelli della missione, sono da considerarsi soppressi.
Mi sono spiegato?” tuonò, rivolgendosi specialmente ad Alioth e
Merak.
Il secondo deglutì a fatica, guardandosi le scarpe con aria pentita,
mentre il primo riuscì a sostenere il suo sguardo con estrema
serietà, “D’accordo, perdona la nostra condotta. Il giudice verrà con
te alla ricerca di qualche alchimista, io andrò a indagare nella zona
portuale assieme a Merak, in questo modo saremo sicuri di non
distrarci con altre faccende” concesse.
“E Mizar invece potrà tornare alla nave e riposarsi!” esclamò l’unico
a non essere chiamato in causa, tuttavia senza troppe speranze di
venire esaudito.
“Mi spiace, figliolo, ma ci serve la tua capacità di percepire i flussi
energetici, forse seguendoli troveremo qualcosa di interessante”
concluse infatti Thuban, formando in tal modo due nuovi gruppi.
Alioth fece un cenno di saluto con la mano, rivolgendosi
specialmente a Mizar, sogghignando contento di potersene tornare
verso il porto, quindi fece strada, seguito dal rivale, lasciando gli altri
tre soli di fronte alla grande fontana di piazza Solferino. L’acqua che
inesauribile sgorgava dalle anfore dei due giganti riempiva
l’atmosfera con il proprio placido scrosciare, il ragazzo nativo di
Theia si sedette sul bordo, intingendo malinconico la punta delle dita
nella vasca, sospirando e straziandosi l’anima.
Medea si avvicinò, indecisa se associare quel comportamento al suo
desiderio di tornare alla nave o a motivazioni più serie, accorgendosi
che gli occhi di Mizar erano effettivamente due pozzi di tristezza.
Guardavano lucidi e languidi l’anfora a forma di ariete, quasi
volessero carpirne il segreto a forza di fissarla. Dopo l’ennesimo
pesante sospiro, il ragazzo parlò, “Voi non capite, è orribilmente
blasfemo quello che state facendo. Adhara è una Samandar,
conosce il potere dei cristalli, dovrebbe starsene al sicuro in uno dei
palazzi di Theia, non certo finire vittima di stupide scommesse! Gli
Asbesti sono proprio come quei giganti, non per niente si chiamano
Inestinti, l’energia che sono in grado di far uscire dai cristalli è come
l’acqua che sgorga da quegli orci, inesauribile. Se vi rendeste conto
del tesoro che avete tra le mani, non sareste così stupidi e offensivi
al riguardo…”
In effetti Medea non capiva, Theia e le sue peculiarità erano ancora
un totale mistero ai suoi occhi, e il fatto che una persona in carne e
ossa, proprio come lei, fosse capace di destare poteri sopiti nelle
pietre, al punto da far muovere nei cieli un enorme galeone, era
semplicemente fuori dalla sua portata mentale. La considerava una
specie di portentosa magia e non aveva mai cercato di spingersi
oltre sulla via della comprensione. Probabilmente su Theia le leggi
cosmiche funzionavano in modo diverso e non stava certo a lei
metterlo in dubbio.
Avrebbe voluto consolare Mizar in qualche modo, eppure aveva
accettato senza riserve di farsi giudice di quella scommessa che lo
aveva ferito tanto in profondità. Si accorse di essere stata insensibile
e superficiale, perciò preferì tenere la bocca chiusa, lasciando
all’alchimista il ruolo di mediatore.
“Vedi di rimetterti in sesto, ragazzo mio, non hai proprio nulla da
temere. Credi che due fiori come Adhara e Aranel degnerebbero
anche solo di uno sguardo quei due affabulatori? Ti dico io ciò che
accadrà: non appena le due ragazze scopriranno della scommessa,
si sentiranno trattate alla stregua di trofei, denigreranno la stupidità
tipicamente maschile e si dedicheranno piuttosto a coloro che
realmente sanno riconoscere il loro valore”.
Mizar diede credito al maestro e cominciò a sentirsi molto meglio,
lasciò la propria lacrimosa postazione e si disse pronto a guidare i
compagni lungo i flussi energetici che attraversavano la città. In
fondo Thuban era un uomo di grande saggezza, c’erano molte
probabilità che i suoi pronostici si avversassero e, in tal caso,
avrebbe avuto la possibilità di dimostrare ad Adhara quanto teneva a
lei.
Di fronte a una simile prospettiva, nemmeno i volti diabolici ai
margini delle strade facevano più tutta quella paura, e il ragazzo fece
strada, infilandosi in qualche vicolo che percepiva come
particolarmente carico di misteriose energie.
A:.G:.D:.G:.A:.D:.U:.

Non conosceva le strade di Julia Augusta Taurinorum, le stava


seguendo con una specie di seconda vista, grazie alla quale
percepiva scie più dense e cupe nell’aria, come se si trattasse di
fiumi fatti di una materia impalpabile. Suo fratello era sempre rimasto
colpito dalle peculiarità di Mizar, in grado di vedere l’invisibile, e gli
aveva posto molte domande al riguardo, tuttavia non esistevano
parole per spiegare un senso che andava oltre la vista, l’udito o
l’olfatto. Si trattava di una chiara percezione ma avveniva in modo
assai misterioso, nemmeno lui avrebbe saputo descriverlo: era come
un segugio capace di fiutare una pista ma, invece di farlo grazie al
naso, Mizar ci riusciva con l’anima.
Imboccò l’ennesimo vicoletto, seguito da Thuban, alla ricerca di
qualche sua vecchia conoscenza della quale, però, aveva smarrito
ogni memoria, e da Medea, che gli faceva notare il fatto di averli
guidati per le stradine attorno a piazza Solferino, tornando poi nella
direzione da cui erano provenuti, nei dintorni del Museo Egizio.
A quel punto il ragazzo si fermò, non era sicuro di voler tornare nei
pressi di quell’edificio, forse avevano già notato la mancanza della
pergamena e avrebbero potuto riconoscerlo e ritenerlo responsabile.
Inoltre, il ricordo di quella nebbia nera che si aggirava per le sale
dell’esposizione, portando echi dell’antico rancore di una mummia
imprigionata dietro a una teca di vetro, gli faceva mancare il respiro.
Sarebbe stato meglio per tutti allontanarsi dal museo, perciò la guida
si guardò intorno, per individuare un nuovo flusso da seguire, e fu
allora che percepì nettamente uno sguardo fisso e indagatore. Due
occhi dalla forma allungata, proprio come quelli di un faraone, lo
stavano osservando, carichi di ombra e con un solo maligno scintillio
centrale, da un angolo della strada.
Spaventato cercò di balzare via, riuscendo solamente a finire contro
una delle strette pareti del vicolo. Il riflesso in quel momento si
spense e Mizar notò solo due fessure scure, scavate nel pavimento
fatto di lastroni di pietra.
“Andiamocene” sussurrò ai compagni, non gli piaceva per niente che
le strade fossero dotate di occhi, specialmente così lunghi e sottili,
simili a quelli di Alioth e della sua antica gente.
Fece notare, con un cenno spaventato, i due spiragli al maestro, e
Thuban, da bravo uomo di scienza qual era, invece di allontanarsi
come suggerito, andò a ficcare il naso più da vicino.
Osservò le insenature, ci infilò dentro un dito, provò a guardarci
attraverso e infine a battere forte i piedi sulla lastra marmorea in cui
erano scavate, il tutto mentre Mizar lo scrutava pallido e terrorizzato,
chiedendosi se l’entità che li stava spiando potesse disapprovare
quella curiosità e decidere di punirla.
“Questo pavimento è cavo! – l’alchimista esternò con orgoglio la
propria scoperta – Probabilmente qui sotto c’è una cantina o una
stanza sotterranea, e hanno fatto questi buchi per far filtrare un po’
di luce” tentò di dare una spiegazione plausibile, mentre il ragazzo
gli faceva notare che, in tal caso, una finestra o una grata sarebbe
stata molto più utile allo scopo, e anche assai meno sospetta.
Medea era d’accordo, quei piccoli occhi incisi nella pietra le
mettevano i brividi e, per qualche strano motivo, le portavano alla
mente delle litanie di tipo misterico, pronunciate tra fumi di candele e
strani esotici incensi da uomini mascherati. Rabbrividì, certa che tali
fessure fossero collegate a qualcosa di oscuro, e invece di dar retta
a Mizar, il quale non vedeva l’ora di andarsene di lì, propose di
cercare un ingresso e indagare a fondo.
Thuban accolse subito quella richiesta, girando attorno all’edificio,
cercando un portone al quale bussare con insistenza e notando con
entusiasmo che molti altri occhi si aprivano nel terreno, come se le
profondità della città si fossero ridestate da un millenario sonno, e
ora stessero osservando.
L’intero palazzo riempiva Mizar d’inquietudine: volti grotteschi erano
scolpiti ovunque e l’energia occulta crepitava come se quello ne
fosse uno dei fulcri. Lo sussurrò a Medea, pregandola di convincere
il maestro a lasciar perdere quel luogo terrificante e proseguire il loro
cammino, ma la ragazza agì nella maniera opposta, invitando
piuttosto Thuban a cercare l’entrata e intrufolarvisi.
Non fu affatto difficile. Svoltato l’angolo, infatti, scoprirono che
l’edificio aveva un ingresso ampio e pomposo, circondato da colonne
e sovrastato da un balconcino in pietra. Volti grotteschi scolpiti nella
pietra bianca li osservavano da ogni parte della facciata, come muti
ma feroci guardiani dei segreti che ormai chiaramente si celavano in
tale luogo.
Thuban si portò coraggiosamente d’innanzi al grosso portone di
legno e afferrò uno dei battenti, stretti tra le fauci di mostri dalla testa
d’ottone, facendo risuonare due potenti colpi.
Mizar avrebbe voluto correre a nascondersi, ma Medea lo teneva
per un braccio, costringendolo a restare nei pressi dell’alchimista. Lo
sentì tremare mentre il massiccio portale cominciava ad aprirsi,
mostrando uno scorcio del cortile interno, fatto di ordinate arcate
disposte l’una di fianco all’altra, su di un lastricato dai colori disposti
a raggiera, con una piccola fontana nel centro.
Era senza dubbio un palazzo di una certa importanza e loro erano
appena andati a disturbare i suoi illustri abitanti. Ad aprire era stato
un uomo piuttosto anziano, vestito interamente di nero, fatta
eccezione per uno strano grembiule bianco e rettangolare, con una
cucitura superiore che lo faceva somigliare a una busta chiusa. Il
suo viso torvo, coperto da una folta barba grigia, e gli occhi severi
fecero indietreggiare Mizar di qualche passo, certo che di lì a poco
sarebbero stati rimproverati e scacciati con sdegno. L’uomo si prese
tutto il tempo necessario per scrutarli da capo a piedi, senza mutare
di una virgola la propria espressione concentrata e arcigna, durante
un lungo silenzio carico di attesa, finché, inaspettatamente, si rivolse
a Thuban con un amichevole sorriso, “Bentornato, fratello!” esclamò,
facendogli cenno di avvicinarsi per ricevere un caloroso abbraccio.
L’alchimista lanciò un rapido sguardo stupefatto ai giovani compagni,
dopodiché si recò a salutare quell’uomo che sembrava ricordarsi
molto bene di lui, e del quale però Philip non serbava la minima
memoria.
Sapeva che a Julia Augusta Taurinorum aveva degli amici ed era
persino rispettato come grande sapiente e maestro alchemico,
tuttavia quel palazzo costellato di occhi e quella persona con
indosso un grembiule simile a una busta chiusa non gli dicevano
proprio nulla.
Con un abbraccio e qualche pacca sulla spalla gli venne dato il
benvenuto, “Non ci sono pervenute tue notizie da anni, c’era chi
diceva che gli Akademikoi ti avessero imprigionato e che fossi tuttora
chiuso nelle loro caliginose segrete. Non ci ho mai creduto, sapevo
che un uomo del tuo calibro certamente non avrebbe sopportato a
lungo il peso delle catene. Sospettavo che, ottenuta la libertà, ti
saresti messo in viaggio”.
Thuban annuì, meravigliandosi del fatto che quell’uomo misterioso lo
conoscesse così bene, sapeva del suo dissidio con gli alchimisti di
Londinium e dell’incarcerazione, ed era anche riuscito a pronosticare
correttamente quali sarebbero state le sue prossime azioni.
“Sono tornato, e ho bisogno del vostro aiuto” azzardò, all’orecchio di
quello sconosciuto vecchio amico, osservando con attenzione le sue
reazioni a tal richiesta.
Con espressione benevola e serena, coperta in parte dalla folta
barba, questi lo invitò ad entrare, “Siamo qui per questo, ogni fratello
riceverà l’aiuto di cui ha bisogno!” disse solennemente, spingendolo
verso il cortile interno.
A quel punto l’alchimista pensò che fosse il caso di introdurre anche
i suoi due accompagnatori, dal momento che, apparentemente, era
assai stimato da quelle parti. Indicò alle proprie spalle, dove Medea
e Mizar aspettavano, piuttosto imbarazzati, e chiese che i propri
apprendisti potessero seguirlo.
Si aspettava un ulteriore assenso, invece stavolta l’uomo dallo
strano grembiule si fece serio e scrutò con estrema attenzione
entrambi i giovani, come se i suoi occhietti scuri volessero penetrare
oltre la loro carne, scrutandone l’anima e leggendone i segreti, infine
parlò, “Sai bene, fratello, che non posso ammettere una donna alla
Loggia”.
Mizar fece un mezzo inchino, quasi stessero parlando di lui, “Oh,
non importa, aspetteremo fuori!” esclamò imbarazzato, facendo
qualche altro passo indietro.
Thuban gli fece cenno di starsene zitto e buono, quindi tentò di
convincere il barbuto custode, “I miei apprendisti devono venire con
me, si tratta di una questione molto importante, di cui ti parlerò
volentieri all’interno della Loggia, non certo qui sulla porta. Quella
ragazza è fondamentale per i miei studi, non mi dire che non la
riconosci!”
Medea si sentì accuratamente passata ad un nuovo vaglio visivo,
domandandosi come potesse, quell’uomo che non aveva mai visto
prima, ricordarsi di lei. Thuban stava bluffando oppure le stava
tenendo nascosto qualcosa di fondamentale?
In fondo le era sempre sembrato piuttosto strano il modo repentino
con il quale era entrata a far parte dell’equipaggio del Cygnus.
L’alchimista l’aveva fatta salire a bordo e non le aveva più permesso
di scendere, e non aveva incontrato da parte sua alcuna resistenza.
Aveva sempre aspettato qualcosa di simile, e quando infine era
venuto il momento di salire a bordo di quel galeone volante, una
parte di lei vacillava sotto al peso di quella straordinaria novità,
mentre l’altra annuiva soddisfatta, quasi si trattasse di un evento
programmato nel calendario del suo inconscio.
L’uomo barbuto infine scosse la testa, “Mi spiace, non riesco a
riconoscerla, ma sono certo che le parole di un uomo levigato da
anni di costante ricerca del più elevato sapere siano veritiere. Vi farò
entrare, anche se la ragazza non potrà assistere al rito, come vuole
la tradizione. Prego, seguitemi” si decise infine, facendo strada nel
curato cortile interno, dove una pavimentazione a raggiera circolare
era racchiusa tra le volte di un chiostro.
Varcarono una delle arcate, mentre Medea si rendeva conto che
quell’edificio, visto dall’interno, somigliava molto a un palazzo
spesso inquadrato durante i servizi delle televisioni locali, in quanto
sede del Consiglio di Regione.
Avanzando con passo misurato lungo i ricchi corridoi, non poté fare
a meno di domandarsi quale tipo di Loggia occupasse, su Gaea, lo
stesso luogo che, nella sua Torino, era una delle sedi del governo.
Vennero condotti in un piccolo atrio, dove lo spiraglio di una porta
aperta gettava un filo di luce e lasciava intendere che, oltre i battenti
socchiusi, fossero radunate almeno una dozzina di persone, anche
se tutte piuttosto silenziose e composte.
Medea cercò di sbirciare, notando solamente che nella stanza vi era
una sezione di pavimento a quadrati bianchi e neri, come se
avessero allestito una grande scacchiera per giocare con pezzi di
dimensioni umane.
Il loro accompagnatore notò quel gesto e si apprestò a chiudere del
tutto la porta, invitando gli ospiti a sedere su comodi divanetti di
pregiato e soffice tessuto rosso, “Attendete qui, se non vi dispiace.
Maestro Fulcanelli, chiamerò un altro dei maestri perché possa
conferire con te” spiegò, prima di varcare la soglia e richiudersela
repentinamente alle spalle.
A quel punto Medea e Mizar guardarono perplessi l’alchimista, il
quale era stato chiamato con un nome che non era quello con il
quale era nato e cresciuto nella sua Londinium, ovvero Philip
Theophrast, né tantomeno il soprannome che si era affibbiato come
cercatore di stelle, Thuban, l’antica Polare.
“Fulcanelli?” ripeté Medea, notando che il maestro era confuso
almeno quanto lei. “Diceva a me?” si domandava, guardandosi
attorno, come se alle proprie spalle avesse potuto trovare un certo
signor Fulcanelli che potesse spiegare l’equivoco. Non c’era nessun
altro al di fuori di loro tre, pertanto Thuban dovette rassegnarsi e
cominciare a vedere se stesso come il portatore di quell’ennesimo
nome, e la notizia parve sconvolgerlo.
“Per la sacra tetraktys, non posso crederci, Fulcanelli sarei io? –
balzò in piedi, come se fosse appena stato colpito da un fulmine –
Ho letto tutti i suoi testi alchemici, quell’uomo è un genio! Cioè, io
sono un genio!” cominciò a ridere, preso da momentanea follia.
I ragazzi si scambiavano occhiate sempre più a disagio, mentre
l’alchimista cercava, ancora incredulo, di spiegar loro la situazione,
“Ma sì, ha senso, non potevo certo diffondere le mie scoperte
utilizzando il nome conosciuto dagli Akademikoi, altrimenti sarei
stato allontanato e perseguitato, cosa che in seguito è accaduta lo
stesso, ma come potevo prevederlo? Fulcanelli è lo pseudonimo di
un misterioso alchimista che scrive trattati, nessuno conosce la sua
identità, nemmeno io stesso! – scoppiò a ridere di nuovo, fino ad
avere le lacrime agli occhi – Ho sempre pensato che avesse proprio
un bel nome, mi ricorda Vulcano, la divinità che forgia
instancabilmente i metalli, e Helios, il dio solare, devo ammettere
che un po’ glielo invidiavo. Sono proprio un vecchio babbeo, senza
saperlo, provavo invidia verso me stesso!”
Medea annuì, decisa a mettere fine alle fragorose risate che
avrebbero potuto sembrare fuori luogo in un edificio austero e
cerimonioso come quello in cui si trovavano, “Sono contenta che tu
abbia ritrovato parte dei tuoi ricordi, perciò sai anche che genere di
affari vengono condotti qui dentro? Mizar afferma di percepire una
forte energia, e poco fa, spiando oltre la porta, ho visto una grande
scacchiera vuota, incastonata nel pavimento. Queste cose non ti
dicono nulla?”
Thuban si passò le mani tra i capelli, che ormai avevano perso ogni
parvenza di ordine, sprofondando all’interno delle proprie memorie,
“La scacchiera bianca e nera rappresenta il principio chiaro e quello
scuro, l’energia attiva e quella passiva, la creazione e la
potenzialità…” mormorò, destando qualche antica nozione anche
nella mente di Mizar, “Come la khora, materia inerte che viene
plasmata dall’idea…” azzardò, ottenendo dall’alchimista un vago
assenso.
“Le dottrine di Theia non sono poi così dissimili da quelle a cui
approdano i più grandi sapienti di Gaea, forse i vostri Asbesti devono
squarciare qualche velo in meno, nella strada verso la verità. Non
ricordo precisamente le fittissime conversazioni che avevo con
Rasalgethi, tuttavia non posso dimenticare la straordinaria intesa
che c’era tra noi, non riuscivo a credere che tra il sapere di due
mondi così dissimili ci potessero essere tante corrispondenze! Se
solo Adhara avesse completato il suo apprendistato alla Torre
eburnea…”
Come al solito, quando c’era di mezzo la ragazza albina, Mizar
aveva reazioni esagerate, e infatti si levò subito in sua difesa, “Non
poteva farlo, non senza Rasalgethi. Gli Asbesti non sono tutti nobili
come lui, Adhara aveva paura di alcuni di loro, e non senza ottime
ragioni!”
Parlò a voce troppo alta e trasalì quando, alle sue spalle, entrambi i
battenti della porta si spalancarono, facendo uscire un’ordinata fila di
uomini, tutti con indosso un grembiule simile a una busta, ma su
alcuni figuravano dei simboli diversi, che probabilmente indicavano
differenti gradi di affiliazione alla Loggia.
Mizar si portò le mani sulla bocca, sedendosi composto, quasi fosse
stato lui la causa di quell’improvvisa sospensione della riunione, e
guardò sfilare uno dopo l’altro quegli uomini misteriosi, alcuni dei
quali facevano un vago cenno di saluto in direzione di Thuban,
mentre altri fissavano con severità l’unica ragazza presente.
Medea si sentì un tantino in imbarazzo sotto tutte quelle occhiate
perentorie, ma questo non le impedì di spingere lo sguardo oltre
l’uscio, notando le strane simbologie di cui quella Loggia si avvaleva.
Oltre il pavimento a scacchiera si ergeva uno scranno,
probabilmente occupato dal maestro più alto in carica, sormontato
da un simbolo piramidale, sulla cui punta splendeva un sole
stilizzato, e sopra questo, a lettere cubitali, figurava una misteriosa
scritta dove sette lettere si susseguivano, separate da tre puntini
“A:.G:.D:.G:.A:.D:.U:.”.
A prima vista, questa sorta di formula le richiamava alla mente
qualche parola legata a culti di tempi immemorabili, tuttavia non
avrebbe proprio saputo darle un significato ben definito. Attese
composta che la processione di confratelli terminasse, scoprendo
che non tutti i partecipanti al rituale avevano intenzione di lasciare
quel corridoio.
Un uomo coperto da una lunga tunica nera, adornata con simbologie
dorate di tipo geometrico, e con il cappuccio calcato sul viso in modo
da lasciar visibile solo la mascella, piena di escoriazioni e ustioni,
stava fermo d’innanzi a loro e, nonostante i suoi occhi non fossero
scoperti, il suo sguardo fisso era percettibile in modo chiaro e
inequivocabile.
Mizar si scoprì a tremare e cercò con tutte le proprie forze di
controllarsi e non darlo a vedere anche agli altri. Thuban si alzò in
piedi, in segno di rispetto, mentre Medea fu, come al solito, vinta
dalla propria curiosità, e nonostante comprendesse che ciò che
faceva non fosse consono all’etichetta, restò a fissare con insistenza
quello strano individuo.
“Venerabile Maestro!” esclamò l’alchimista, riconoscendone i
paramenti e venendo a propria volta salutato con una voce che
sembrava provenire dagli abissi della terra, rauca e faticosamente
sibilata, quasi il proferire ogni singola sillaba gli costasse un’indicibile
fatica.
“Bentornato, Fulcanelli, è un grande onore averti di nuovo alla
Loggia” parlò, sembrando infinitamente vecchio e stanco. Se gli
Asbesti erano chiamati Inestinti poiché, nonostante il potere che
trasferivano nei cristalli, non si esaurivano mai, risultava chiaro che il
Venerabile Maestro avesse invece condotto esperimenti capaci di
consumarlo fin nel profondo.
“Dimmi, che cosa vai cercando?” domandò dunque, con un sibilo
che sembrò pervadere l’intera stanza, come uno spiffero d’aria
gelida che mise i brividi ai presenti.
Mizar poteva vedere gli spaventosi rivoli di magia nera che
fuoriuscivano dall’intera sagoma di quell’uomo; come piccoli serpenti
strisciavano nell’aria e lentamente si attorcigliavano attorno a tutti
loro. Avrebbe voluto mettersi a gridare e dimenarsi per terra, fino a
liberarsi da quegli invisibili lacci, eppure rimase immobile e
composto, come il suo capitano si aspettava da lui.
L’alchimista non si fece pregare, era giunto fin lì con uno scopo ben
preciso e non avrebbe fatto troppi preamboli, “Mi serve una pietra
scintillante, so che venne nascosta nei sotterranei di questa città in
tempi molto antichi. Se la otterrò, potrò portare nuovamente la luce
nelle tenebre” ammise con grande determinazione, riuscendo a far
breccia nelle grazie del Venerabile.
“Il tuo è un nobile scopo, Fulcanelli, ma il suo esito non dipende da
me. Solo i due giganti potranno decidere se lasciarti passare
attraverso le porte che da secoli custodiscono. Non penserai di
essere il primo a cercare le reliquie del dio Sole, eppure qualcosa mi
induce a lasciarti tentare. I tuoi trattati mi hanno condotto a scoprire
nuove vette del sapere alchemico, anche se alcune di esse hanno
lasciato segni di fuoco sulla mia pelle, ma non sei tu forse Vulcano, il
dominatore della forgia ribollente, e Helios, il Sole? Nessuno più di te
ha il diritto di trovare il tesoro degli antichi. Seguimi…” mormorò
infine, facendo un vago cenno con le lunghe dita affusolate.
I tre si sentirono sospinti da invisibili fili, scoprendosi ad alzarsi
all’unisono, mettendo lo stesso piede di fronte all’altro, e
incamminandosi ordinatamente dietro al Venerabile Maestro, il quale
cominciò a percorrere il lungo corridoio con passo lento e
strascicato, quasi volesse lasciare un profondo solco nel pavimento.
Si fermò di fronte a una nicchia, dove a prima vista avrebbe potuto
esserci una statua, e che invece era vuota, avvolta dalle ombre. Il
Maestro vi s’infilò, come se si trattasse di una porta, svelando lo
strano effetto ottico che faceva apparire quel passaggio come una
parete chiusa.
Subito dopo iniziava una lunga serie di gradini di pietra, faticosi da
scendere poiché di altezza e larghezza irregolari, con un solco al
centro, testimone degli innumerevoli piedi che li avevano calcati nel
corso dei secoli. La scalinata si inabissava nelle profondità del
palazzo, in un corridoio stretto e oscuro dove ci si sentiva soffocare.
Oltre i gradini si apriva un dedalo di cunicoli sotterranei, simili a
catacombe, dove aleggiava il tipico odore umido dell’oscurità.
Thuban, Mizar e Medea seguivano silenziosi l’incedere solenne del
Venerabile Maestro, domandandosi fino a che punto avrebbero
dovuto stargli dietro. Da quando li aveva invitati a seguirlo, almeno
una decina di minuti prima, non aveva più proferito parola, e il suono
cadenzato dei loro passi, che echeggiava all’interno di quei lunghi
corridoi tetri, stava diventando più intollerabile di qualsiasi silenzio.
Ai loro piedi, a intervalli regolari, notavano dei bagliori luminosi,
erano a forma di occhio allungato ed erano provocati dalla luce che
filtrava attraverso i minuscoli spiragli che circondavano l’edificio, gli
stessi che avevano tanto turbato Mizar.
Il ricordo di quegli occhi nascosti dietro ad altri occhi di pietra, intenti
a fissarlo dalle profondità della città, lo mise in agitazione; si stavano
recando proprio nel territorio del misterioso scrutatore, forse non ne
sarebbe stato troppo contento, “Qui sotto c’era qualcuno, e ci stava
osservando” bisbigliò a Medea, cercando di fare il minor rumore
possibile ma riuscendo comunque a far voltare di scatto il Venerabile
Maestro.
Il ragazzo si zittì subito, sentendo su di sé, anche se non poteva
vederlo a causa del cappuccio, lo sguardo indagatore del capo della
Loggia.
Si fermarono di fronte a una stretta porticina, fatta di un legno
finemente intagliato, dov’erano in rilievo alcuni simboli geometrici
che i visitatori non riuscirono a riconoscere in quella poca luce. Il
Maestro la fece silenziosamente scivolare lungo i cardini, mostrando
una stanza piccola e senza altre aperture, invitandoli ad entrare.
Mizar non era certo di volersi infilare in un buco nascosto in un
sotterraneo, privo di altre porte o finestre: quel luogo somigliava
troppo a una prigione. Medea e Thuban, invece, sembravano
incuriositi e attratti dall’alone di mistero che aleggiava ovunque, in
quel palazzo, e non si fecero pregare, entrando nella saletta che
profumava di esotici incensi.
Sembrava una specie di riproduzione in piccolo del salone dove si
era tenuta la riunione della Loggia, anche qui vi erano simboli occulti
praticamente ovunque, piramidi sormontate da soli, squadre e
compassi. Un grande candelabro dorato a sette braccia illuminava le
pareti, facendole tremolare alla luce dei lumi, mostrando una scritta
di grandi dimensioni, anch’essa con ogni lettera intervallata da tre
puntini. Medea la lesse, diceva V:.I:.T:.R:.I:.O:.L:..
Mizar rimase invece maggiormente colpito dalla strana spada corta
dalla lama ondulata appesa alla parete centrale, gli ricordava un
pericoloso serpente del deserto e, grazie alle fiammelle danzanti
della Menorah, sembrava prendere vita e strisciare lentamente verso
di lui.
Troppi significati misterici aleggiavano in quell’unica piccola stanza,
Mizar cominciava a sentirsi soffocare, mentre i suoi compagni non
smettevano di guardarsi attorno con avidità di conoscere. Il
Venerabile Maestro si posizionò proprio dietro al candelabro, come
se dovesse condurre un cerimoniale, e infatti cominciò a parlare con
voce grave e solenne.
“Sette sono le braccia della Menorah, sette i suoi lumi, essa è la
rappresentazione terrena di ciò che sta in alto, le sfere celesti. Si
trovava nel Tempio di Salomone, all’inizio dei tempi, e ancora
splende, custode dell’eterno segreto. Il numero sette è infatti la
chiave dell’universo, sette furono i giorni della Creazione, sette le
Virtù, così come i colori e le Meraviglie del mondo, ma non solo.
Sette sono i Saggi e le Pietre Nere, sette i Metalli e i libri di Ermete
Trismegisto”.
I ragazzi ascoltavano con assoluto e devoto interesse, anche a
Mizar brillavano gli occhi, specialmente da quando era stato
pronunciato il nome del leggendario maestro della dottrina ermetica.
“Anche le parole che avete scritte in alto sono composte di sette
lettere! – fece notare Medea, con entusiasmo, dimenticando che non
fosse il caso di interrompere il discorso del Venerabile Maestro - Che
cosa significano?” proseguì, accorgendosi che ormai il danno era
fatto, perciò tanto valeva trarne il massimo vantaggio.
Il Maestro sospirò, “Quella che hai letto nel salone al piano superiore
è una parola di celebrazione, ed è letteralmente l’acronimo di: Alla
Gloria Del Grande Architetto Dell’Universo”.
La ragazza asserì, non si aspettava di ricevere davvero una risposta,
tuttavia non era ancora soddisfatta. Ciò che leggeva sopra la propria
testa, Vitriol, le ricordava qualcosa di chimico, più che un qualche
segreto legato all’occultismo, perciò pose anche quell’ennesima
domanda.
Le labbra scarne e corrose del Venerabile si contrassero in uno
sghembo sorriso, mentre la luce della Menorah faceva giocare le
ombre sul suo volto martoriato dal fuoco, “Nobile sentimento è la
curiosità, figlia del Sole, ma fai attenzione, proprio da queste parti il
figlio di Apollo precipitò, accorgendosi, suo malgrado, di non essere
in grado di gestire il carro lucente del padre. Ad ogni modo, la mia
stima per Fulcanelli è profondamente radicata, e ritengo che abbia
fatto una scelta assai particolare, prendendo voi come propri
discepoli, chissà che in questo modo Jachin e Boaz non siano
persuasi a lasciarvi passare… Anche questa parola è un acronimo:
Visita Inferiora Terrae Rectificandoque Invenies Occultum Lapidem”.
Thuban sussurrò una traduzione “Scendi nelle viscere della terra e,
correggendo il tuo cammino, troverai la pietra occulta”. I suoi occhi
ardevano di passione, quella sigla raccontava precisamente quella
che si era prefissata come missione: trovare le Grotte Alchemiche e
riportare alla luce la misteriosa pietra venuta dal Sole.
“Molte leggende raccontano di questa pietra, le prime popolazioni
celtiche la nascosero sottoterra, per sottrarla ai saccheggi dei soldati
romani. Apollonio di Tyana s’introdusse negli oscuri cunicoli per
celare un talismano. Venerabile Maestro, ho viaggiato molto e ora
sono qui per questo, voglio tener fede alle sette sacre lettere che mi
invitano a scendere nelle profondità della terra e cercare. Permettimi
di varcare la soglia!” esternò l’Alchimista, con trasporto ed enfasi,
facendo risultare assai chiaro che la ricerca della verità era lo scopo
primo e ultimo della sua esistenza.
Il capo della Loggia parve impressionato da queste parole, “Il dio del
Sole ti ha già fatto un dono, perciò mi auspico che tu possegga il suo
favore. Entra nella Porta dell’Infinito, custodita da due guardiani di
pietra, essi sono Jachin e Boaz, i giganti, le colonne portanti del
Tempio di Salomone, i cui nomi significano Stabilità e Forza. Non
sarà semplice, come ogni segreto che si rispetti, esso è custodito
dalla pericolosa Medusa e dalla sua spaventosa maschera infestata
di serpenti. Non aver paura, Fulcanelli, poiché sei stato favorito da
Apollo. Il serpente non è solo un velenoso mostro, ma anche un
astuto dispensatore di conoscenza. La sacerdotessa pitica, alla
quale Apollo concede di vaticinare il futuro, è strettamente legata alla
figura del serpente. Il dio solare, infatti, vinse il suo avversario
Pitone, e quest’ultimo divenne il fedele guardiano dell’oracolo. Anche
il re Saul domandò una profezia a una donna che veniva chiamata
pitonessa, perciò possiamo supporre che avrai fortuna, mio caro
Fulcanelli. Scenderai nelle viscere della terra, nel regno di Vulcano,
alla ricerca del tesoro di Helios, il Sole: mi sembrano tutti segni assai
propizi” detto ciò si voltò, andando verso la parete e staccando la
spada corta dalla lama ondulata che vi era appesa, avvicinandosi a
Medea con passo lento e cerimonioso, porgendogliela.
“Questa spada ha la stessa forma di quelle in possesso dei
Cherubini posti a guardia dell’albero della conoscenza, nel Giardino
dell’Eden. Essa è fiamma, ma è stata forgiata per domare il
serpente, e tu sei partecipe di entrambe le nature; Apollo e Pitone
saranno al tuo fianco. Con quest’arma potrai vincere Medusa” disse
a una ragazza piuttosto confusa, che però cercò di assecondare
quella strana situazione e prese l’impugnatura di quel pugnale
flambergato, sentendo che, in un certo senso, era nata per
possederlo.
Si trattava di una sensazione inspiegabile, proprio come i disegni di
navi volanti che faceva da bambina, da un lato sicura che quella
fosse la verità delle cose, e dall’altro impossibilitata a crederci,
perché razionalmente tutto ciò non aveva alcun senso.
Pervasa da un improvviso ardore, strinse l’elsa ed esclamò “Dunque
dobbiamo tornare in piazza Solferino, dove si trova la Porta
dell’Infinito, custodita dai due giganti!”
Il Venerabile sorrise, con quelle sue inquietanti labbra divorate dalle
fiamme, “Non avere fretta, dovresti sapere che tutti coloro che
vogliono avvicinarsi al Sole, toccando le vette dei cieli, per prima
cosa devono avventurarsi negli Inferi”.
Fulcanelli annuì con estrema serietà, “Passeremo da piazza Statuto,
dove si trovano i cancelli dell’Inferno, da lì diparte una strada che
conduce fino alla Porta dell’Infinito” dedusse, con gran
compiacimento del sapiente incappucciato.
“Precisamente, ma devo avvertirti, finora nessuno è riuscito a
oltrepassare le due colonne del più sacro dei templi. In molti si sono
persi nei dedali oscuri sotto la città, altri sono tornati privi di senno.
Eppure qualcosa mi dice che tu, Fulcanelli, potresti essere la
persona giusta. Ti prego di condividere con la Loggia tutto ciò che
riuscirai ad apprendere, una volta là sotto. La conoscenza è quanto
di più prezioso possediamo e, quando la spartiamo con altri, avviene
davvero una grande magia alchemica, poiché il sapere, al contrario
di tutte le altre cose, quando viene diviso, anziché diminuire, si
accresce.”
Con queste sagge parole, il Venerabile Maestro congedò i tre
viaggiatori, augurandogli di trovare il giusto sentiero verso la verità.
Percorsero a ritroso gli stretti camminamenti sotterranei e poi
nuovamente le piccole scale irregolari, tornando nei grandi androni
frequentati dai membri della Loggia. Medea stringeva ancora
l’impugnatura della spada flambergata, provocando la sorpresa degli
uomini rivestiti di grembiule che incontrava lungo i corridoi, e
sospettando che, fuori di lì, avrebbe creato ancor più scompiglio.
Non era pratica di Julia Augusta Taurinorum ma intuiva che non ci
fossero molti passanti con un pugnale di quelle fattezze bene in
vista, nelle vie e nelle piazze.
Decisero, di comune accordo, di avvolgerlo nella giacca di Thuban,
la cui eleganza era già scomparsa da un po’, lasciando anche il bel
cortile della Loggia e dirigendosi verso il primo luogo che avevano
visitato, ovvero piazza Statuto, verso i cancelli degli Inferi.
V:.I:.T:.R:.I:.O:.L:.

La statua dell’angelo nero spalancava le sue ali sotto un cielo


uggioso. La stella rovesciata spiccava, contornata dai riflessi delle
nuvole grigiastre, mentre i giganti bianchi cercavano disperatamente
di raggiungere la cima della piramide di pietre, dove il più bello dei
serafini cercava di spingerli verso il basso, confinandoli nel doloroso
mondo materiale.
Thuban aveva ripreso a sfogliare i propri diari, domandandosi come
avesse potuto nascondere a se stesso un fatto eclatante come
quello di essere uno dei più geniali alchimisti del suo tempo, colui
che firmava innovativi trattati con il nome di Fulcanelli. Poco tempo
prima aveva letto avidamente, nella sua cabina, sul Cygnus, gli scritti
dell’uomo che incarnava la forza ctonia di Vulcano e quella solare di
Helios, li aveva studiati con sommo interesse ed era arrivato a
chiamare maestro colui che aveva avuto idee tanto brillanti. Senza
neppure saperlo, era stato il maestro di se stesso.
Questo da un lato gonfiava il suo ego, ma dall’altro lo faceva sentire
piccolo e miserabile; chissà cos’altro conosceva, un tempo, chissà
chi altri era, e ora, a causa di un esperimento fallimentare, aveva
perso i propri ricordi.
Sospirò, chiedendosi se fosse andata meglio o peggio al Venerabile
Maestro, il quale era stato divorato dalle fiamme nel corpo,
mantenendo però intatti i tesori della propria mente.
Medea gli andava dietro, persa a sua volta in confuse riflessioni.
Quando il capo della Loggia le aveva consegnato la spada corta, le
aveva rivolto parole incoraggianti ma assai misteriose. Aveva parlato
di Apollo e Pitone e l’aveva persino messa in guardia, chiamandola
figlia del Sole. Tutto ciò le era completamente nuovo e non aveva la
minima idea di cosa potesse significare.
Stava per fare qualche domanda inerente ai propri compagni di
viaggio, quando Mizar si lamentò del cattivo odore. Si erano
avvicinati ai cespugli dai quali Barbiglio, il gatto di Aranel Vanhorn,
era sbucato fuori, e ora si trovavano di fronte alla grata sul
pavimento, oltre la quale scendevano dei vecchi gradini consunti, e
un odore di putredine aleggiava tutto intorno.
“Davvero hai intenzione di esplorare le fogne cittadine?” mugolò
verso l’Alchimista, il quale asserì con estrema serietà, avvicinandosi
per studiare un modo per aprire quella fastidiosa inferriata.
Anche suo fratello era stato piuttosto restio a infilarsi lì sotto,
dopotutto Mizar e Merak erano la stessa persona, solo vissuta in
circostanze diverse, una su Theia e l’altra sulla Terra. Medea si
domandava spesso come sarebbe stato incontrare il suo doppio e
quando vedeva per le strade di Gaea qualche coetanea con i capelli
della sua stessa sfumatura di castano, la scrutava intensamente, per
scoprire se potesse trattarsi del suo ka.
Sarebbe stato bello, pensava, avere una persona che la pensava
esattamente come te su tutto quanto, qualcuno che ti avrebbe
sempre sostenuto e aiutato.
Thuban fece tremare la grata, tirandola e spingendola con forza,
ottenendo solo un rumore metallico, dal momento che uno spesso
lucchetto la teneva chiusa. Medea stava già per suggerire di
chiamare Tarazed, sicuramente lui avrebbe avuto qualche attrezzo
capace di rompere o scassinare la serratura, ma non ce ne fu
bisogno. L’alchimista si frugò nelle tasche, estraendo una boccetta
lunga e stretta, contenente una strana polvere simile a ruggine.
Mizar la riconobbe all’istante, l’aveva già vista poche ore prima.
“Quella sostanza è in grado di corrodere il metallo, - spiegò all’amica
– Alioth l’ha usata per aprire la teca del Museo Egizio, e non solo.
Molto tempo fa, sempre grazie a quella, ruppe le catene che
tenevano Aranel schiava dei corsari”.
L’alchimista fece appena in tempo a mormorare tra sé qualche
apprezzamento nei confronti della baldanzosa piratessa, quando il
lucchetto cedette e finì lungo le scale sottostanti, permettendogli di
aprire l’inferriata e far cenno ai due giovani di approfittarne e
scendere in quei sotterranei pervasi dal tanfo della rete fognaria.
Si richiuse la grata alle spalle, scendendo a propria volta e
raggiungendo lo stretto e soffocante corridoio avvolto nelle tenebre,
dove l’unica fonte di luce erano i tombini, disposti a intervalli regolari
sopra le loro teste.
“Allora, ragazza mia, da che parte si trova piazza Solferino?”
domandò.
Medea si concentrò per ricacciare indietro il senso di nausea che
quell’odore le provocava, immaginando la sua Torino dall’alto, come
se stesse guardando le indicazioni stradali dal satellite, e cercando
in questo modo di orientarsi anche in quel regno oscuro e fetido.
“Credo sia di qua” esternò dopo qualche minuto di riflessione, e le
sue parole vennero coperte da un brontolio incerto, proveniente da
sopra le loro teste, aveva cominciato a tuonare.
Thuban si incamminò svelto nella direzione scelta dalla ragazza,
avanzando lungo gli oscuri cunicoli poco prima che, sopra di loro,
cominciasse a sentirsi il leggero ticchettio della pioggia.
“Perlomeno siamo al coperto…” si azzardò a dire Mizar,
accorgendosi ben presto della sciocchezza appena proferita.
Nel giro di una decina di minuti, le poche gocce si trasformarono in
un temporale vero e proprio, fatto di rombi capaci di far tremare le
viscere della terra, oltre a quelle delle persone, e di una cascata
incessante d’acqua, come se le nuvole si fossero improvvisamente
trasformate nelle anfore inesauribili della Fontana delle quattro
stagioni.
Rivoli d’acqua cadevano sopra le loro teste e fluivano poi ai loro
piedi; ogni tombino era una cascatella gorgogliante che i tre
cercavano di evitare passandoci sotto, stringendosi il più possibile
contro le pareti maleodoranti.
Medea dovette ammettere di aver perso la bussola, non era facile
andare da un punto all’altro tramite strade sotterranee e assai
diverse da quelle che univano le due piazze in superficie,
specialmente quando non era possibile affacciarsi ai tombini per
guardare fuori e capire a che punto della marcia fossero arrivati.
Il Venerabile Maestro aveva riposto le sue speranze in loro, e
continuando così sarebbe stato deluso.
La ragazza si fermò, spiegando anche ai compagni la propria
situazione: non aveva idea di dove si trovassero, li aveva condotti in
mezzo a quel labirinto umido e puzzolente e li aveva fatti smarrire.
Si aspettava che Mizar venisse preso dal panico mentre l’alchimista
la rimproverava per la propria inettitudine, invece i due compagni di
viaggio si scambiarono uno sguardo concentrato, “L’acqua è un
conduttore di energia, e infatti i flussi seguono il suo tracciato”
spiegò il nativo di Theia, facendo asserire con determinazione il
Maestro.
“Ci basterà seguire l’acqua dunque, e io che pensavo che questo
temporale fosse un impiccio!” esclamò, battendo con forza sulle
schiene dei giovani discepoli, convincendoli a proseguire.
I rivoli d’acqua, incessantemente rimpinguati dalle cascatelle situate
sopra le loro teste, andavano tutti nella medesima direzione,
serpeggiando verso il nucleo di quel dedalo tenebroso.
A Medea sembrava di essere un’eroina greca, intenta a
destreggiarsi in mezzo alle insidie del labirinto, meravigliandosi
quando, anziché incontrare il leggendario Minotauro, si trovò di
fronte a un grosso lastrone di pietra circolare, dov’era scolpita
un’enorme e spaventosa faccia.
Gli occhi grandi e terrificanti li scrutavano, mentre la bocca,
spalancata e oscura, sembrava sul punto di avventarsi su di loro e
divorarli. Le sue fattezze erano senza dubbio quelle di una Gorgone,
attorno al volto mostruoso serpeggiavano infatti sette serpenti,
anch’essi in posa minacciosa.
Thuban, anziché restare atterrito da quel faccione spaventoso, le
riservò un sorriso, “Se d’innanzi a noi compare la custode dei più
elevati segreti, allora siamo sulla strada giusta. La maschera di
Medusa veniva indossata dalle sacerdotesse oracolari per
simboleggiare che solamente coloro che sono degni potranno
progredire e conoscere la verità”.
Mizar era molto impressionato, quella maschera di pietra assolveva
alla perfezione il proprio dovere di tenere alla larga gli intrusi, inoltre
bloccava il passaggio in maniera invalicabile, poiché nessuno
sarebbe stato tanto forte da riuscire a spostare quella grossa lastra,
per quanto fosse circolare.
“Forse solamente i due giganti guardiani della Porta dell’Infinito ne
sarebbero capaci…” mormorò intristito, ricordando che una delle
bocche che facevano zampillare fuori l’acqua della fontana era
proprio una raffigurazione, anche se più piccola, di Medusa.
Thuban annusava l’aria guardingo, in effetti da quelle parti non si
sentiva l’odore fetido che aveva invece caratterizzato l’intera
avanzata nella rete fognaria, “Fate attenzione, Medusa è una
guardiana assai scaltra, e naturalmente velenosa! Non percepite il
leggero sentore dolciastro che aleggia intorno a noi e l’impercettibile
sibilare? Si tratta di un gas venefico…”
Medea si tirò immediatamente la maglia fin sul naso, sperando in
quel modo di creare una specie di filtro, domandandosi perché mai
l’alchimista parlasse con tanta serenità di un gas velenoso che
stavano inalando, senza cercare di allontanarsi.
Persino Mizar, che aveva sempre paura di tutto, se ne stava
tranquillo a osservare la maschera, quasi questa gli stesse parlando,
rivelando segreti cosmici.
Medea la trovò una cosa ridicola, e rimase molto impressionata
quando si accorse che, effettivamente, i lineamenti scolpiti nella
pietra di Medusa si stavano muovendo. La bocca scavata si stava
aprendo, diventando sempre più grande, mostrando un abisso nel
quale sarebbero stati tutti e tre fagocitati di lì a poco.
Un rumore lieve ma spaventoso, simile al sibilo di centinaia di
serpenti, cominciò a circondarla, divenendo sempre più forte, fino a
fondersi con il roborare dei tuoni. I capelli ofiomorfi di Medusa si
contorcevano, allungando le teste verso di lei, soffiando e mettendo
in mostra le zanne grondanti dense gocce di veleno. La bocca della
Gorgone era sempre più grande, come l’ingresso di un’oscura
caverna, e i suoi compagni, anziché fuggire dall’imminente pericolo,
se ne stavano immobili, nell’attesa di venire inghiottiti.
Sentiva il dovere di proteggerli, dopotutto il Venerabile Maestro
aveva dato a lei la daga. La estrasse, scoprendo con sgomento che
anche la sua lama era diventata un serpente intento a torcersi su se
stesso, sibilando incessante.
Non poteva lasciarsi fermare da questo, le fauci di Medusa erano
ormai sul punto di divorare i suoi amici, perciò strinse forte
l’impugnatura e si fece coraggio, correndo verso la grande maschera
di pietra, decisa a conficcarle la lama dritta in bocca con tutte le
proprie forze.
Spinse con entrambe le mani, facendo penetrare le spire
flambergate dritte in mezzo all’oscura cavità mugghiante della
Gorgone. Il sibilo di mille serpenti continuava ad aleggiare attorno a
lei, mentre Medusa sembrava soddisfatta di ciò che stringeva tra le
fauci; la sacra lama di Apollo e Pitone l’aveva infine placata.
Morse il metallo e si fece da parte, rivelando l’ingresso delle
leggendarie Grotte Alchemiche.
Un lungo cunicolo oscuro, come la tana di un serpente, si diramava
oltre la soglia. Thuban allungò il collo, osservando estasiato lo
stesso cammino che Apollonio di Tyana, il leggendario maestro,
aveva percorso secoli prima, portando con sé il lucente talismano.
Non solo colui che, in Egitto, aveva rinvenuto la Tavola Smeraldina,
scritta da Eremete Trismegisto in persona, si era inoltrato per quei
tunnel, anche i druidi devoti al dio Belenos si erano inabissati in quei
luoghi assieme ai tesori del tempio, quando le legioni romane
avevano cominciato a marciare sulle loro terre.
Le sacre reliquie del carro del sole, precipitato a causa
dell’arroganza di Fetonte, dimoravano ancora nelle profondità delle
Grotte Alchemiche, dove solo i più illuminati maestri erano riusciti a
penetrare.
Il sibilare di centinaia di serpenti echeggiava, coprendo il suono dei
loro passi.
Thuban non lasciò trascorrere altro tempo e, impavido come solo un
cercatore della verità sapeva essere, si gettò nell’oscurità di quel
tempio sotterraneo, seguito dagli entusiasti e un poco timorosi
discepoli.
Medusa si era fatta da parte, ma i suoi servi sibilanti sembravano
circondarli ancora su ogni lato. L’aria stantia aveva un odore strano e
dolciastro, si insinuava nelle narici per poi salire dritta alla testa,
provocando un senso di vertigine ed euforia.
Medea seguiva la sagoma di Thuban, un’ombra scura a pochi metri
da lei, eppure, a ben guardare, non erano soli. Una lunga
processione stava percorrendo con solennità quello stesso corridoio:
erano uomini avvolti da ampie vesti, portavano i capelli lunghi e
sciolti e una barba che sottolineava un volto ponderato ed
estremamente assorto. Alcuni di loro impugnavano una torcia sulla
quale danzava una fiamma, gettando lunghe ombre sulle pareti,
simili a serpenti fatti di oscurità che avanzavano e venivano ricacciati
subito indietro, mano a mano che si avventuravano nelle profondità
della terra.
La ragazza non si stupì di trovarsi improvvisamente in mezzo alla
processione di questi individui, le sembrava anzi la più naturale delle
cose. Con leggerezza e vago disinteresse notò che anche l’uomo
davanti a lei, che aveva iniziato a seguire certa che si trattasse di
Philip Theophrast, in realtà non era che un altro di questi misteriosi
sacerdoti dai lunghi mantelli.
Camminarono in silenzio, celebrando in quel modo il dio solare che
andavano a rinvigorire, raccogliendo il più sacro dei fuochi dagli
abissi della terra, finché non raggiunsero una grande pietra, simile a
quella che custodiva quel passaggio: era a sua volta circolare e
rappresentava un enorme volto.
Questa volta non si trattava della spaventosa maschera di Medusa,
circondata dai suoi fedeli rettili, ma dei lineamenti di un uomo irsuto,
con barba e capelli talmente folti da espandersi tutto intorno, come
se si trattasse di raggi solari. Alcuni di questi, tuttavia, si
intrecciavano e terminavano con delle piccole teste allungate,
mostrando la loro recondita natura serpentina.
Costui era Belenos, il dio luminoso dei celti, l’ultimo custode del
fuoco divino, caduto dal cielo millenni prima e conservato
segretamente dall’antico ordine dei druidi.
Colui che apriva la fila si avvicinò al grande pietrone, facendo
danzare luci e ombre sui lineamenti di pietra della divinità, che
sembrava a tratti un saggio e gentile uomo barbuto e a tratti una
maschera crudele e minacciosa. Il druido non temeva la doppia
natura solare e infera del dio e con gesto fermo infilò la mano dritta
nella sua bocca spalancata, estraendone una pietra luminosa.

Mizar avanzava con passo tremolante, seguendo incerto la sagoma


che aveva davanti e che, a rigor di logica, avrebbe dovuto essere
quella del suo maestro, ma che differiva da lui nell’aspetto e nei
movimenti. A giudicare dalle stoffe vaporose con le quali era
rivestito, portate alla maniera degli antichi, quell’uomo non doveva
essere un nativo di Gaea, o perlomeno, non della Gaea attuale. Su
Theia gli uomini usavano ancora indossare tuniche e toghe,
specialmente coloro che volevano vantare il proprio status di grandi
sapienti, come facevano quasi tutti gli Asbesti, perciò Mizar trovò
strana la collocazione, non tanto la persona di per sé.
Costui avanzava, tenendo qualcosa sottobraccio, una sorta di tavola
di pietra perfettamente levigata, dalle screziature verdi che, di tanto
in tanto, quando venivano toccate dalla luce, emettevano riflessi di
un colore chiaro e smeraldino.
Sembrava di fretta, cercava qualcosa in mezzo a quei cunicoli,
qualcosa di cui conosceva bene l’ubicazione e si meravigliava infatti
di non trovarla al proprio legittimo posto.
Si voltò stranito, notando di non essere solo. Mizar deglutì a fatica,
mentre gli occhi profondi di quel misterioso sapiente incontravano i
suoi, e rimase paralizzato da un senso di venerazione e stupore,
mentre la tavola di smeraldo, scritta in caratteri a lui sconosciuti, gli
veniva mostrata con gesto ampio e misurato, quasi si trattasse di un
invito a leggerla personalmente.
“Quod est inferius, est sicut quod est superius, et quod est superius,
est sicut quod est inferius” disse il maestro, con voce tonante,
talmente chiara da farla sembrare una delle più certe verità
cosmiche, dalla quale avrebbe potuto sbocciare il fiore dell’intero
creato.
Mizar annuì, ripetendosi mentalmente il significato di quelle parole,
che custodivano un nucleo di pura e splendente sapienza,
ammettendo che ciò che si trova in alto è come ciò che si trova in
basso, e viceversa.
Se quella era la leggendaria Tavola di Smeraldo, allora colui che
aveva appena parlato non era altri che Apollonio di Tyana, il grande
maestro iniziato ai misteri orfici e pitagorici.
Per poco non perse i sensi, rendendosi conto dell’importanza
dell’uomo che gli stava di fronte. Cercò con lo sguardo Thuban e
Medea, per renderli partecipi di quell’emozionante scoperta, e si
accorse che i compagni non erano con lui, eppure non li aveva
sentiti né visti andarsene.

L’uomo che a Londinium era conosciuto come Philip Theophrast, nel


frattempo, avanzava a grandi passi, noncurante di tutto ciò che stava
o non stava avvenendo alle proprie spalle.
Sopra di lui splendeva una cometa e sentiva l’irrefrenabile impulso di
seguirne il corso, come già i tre sapienti d’oriente, i magi, assorti
conoscitori della dottrina zoroastriana, avevano fatto molti anni
prima, andando incontro al bimbo di luce che avrebbe rinnovato il
mondo.
Quando il carro solare, guidato dall’inesperto Fetonte, era caduto dal
cielo e si era schiantato sulla terra, le genti dovevano aver visto
qualcosa di molto simile: una scia di luce che rapida attraversava la
volta celeste, andando a impattare in un punto imprecisato oltre
l’orizzonte, provocando un boato seguito da un’esplosione
fiammeggiante.
Certamente non erano rimasti a guardare a bocca aperta e con gli
occhi luccicanti, ma erano accorsi per comprendere meglio
l’accaduto. Quando le fiamme si furono infine placate e i resti di
quella cometa vennero rinvenuti ed esaminati dai sapienti del tempo,
chissà quale misterioso tesoro era stato portato alla luce.
Curioso proprio come uno di quei maestri dell’antica dottrina,
Thuban correva incontro alla stella, la cui traiettoria si faceva sempre
più curva, incendiando l’atmosfera al proprio passaggio.
Fu come se un nuovo sole nascesse di fronte ai suoi occhi attoniti. Il
saggio Fulcanelli ne aveva viste di cose, nel corso di una vita votata
al raggiungimento della conoscenza, tramite studi ed esperimenti
alchemici, ma mai una visione era stata tanto limpida e portatrice di
verità.
Il suo cuore venne inondato da quella luce chiarissima e Thuban
pianse lacrime di gioia, mentre scavava in mezzo al terreno fumante
e liquefatto dal troppo calore, rinvenendo una stella che ancora non
si era spenta.
BARBIGLIO

Quando i tre fuoriuscirono dalla grata che proteggeva la rete


fognaria dagli intrusi, erano stanchi, sporchi e assorti ciascuno dalle
proprie intime riflessioni. Erano riusciti a trovare la pietra, e questo
dipingeva sui loro volti affaticati un sorrisetto assai soddisfatto,
tuttavia non erano del tutto sicuri di cosa realmente fosse o non
fosse avvenuto là sotto, e al momento non avevano nemmeno voglia
di parlarne. L’odore dolciastro dell’aria sotterranea e il costante
sibilare che sentivano ancora echeggiare nella testa li avevano
debilitati più del previsto e ora desideravano solo un bel letto dove
andare a distendersi per concedersi un po’ di meritato riposo.
Quanto avevano vissuto nel cuore della terra era reale o si trattava
solo di un’allucinazione? Non avrebbero saputo rispondere, e
dopotutto non gl’importava nemmeno. Ciò che contava era la pietra,
stretta tra le grosse mani di Thuban, coperte di ustioni e cicatrici. In
un modo o nell’altro, erano riusciti a recuperarla.
Medea si sentiva lo stomaco e la testa sottosopra. A essere sincera,
non aveva la minima voglia di tornare al Cygnus, sapendo che il
galeone era attraccato al porto, dondolante assieme alle altre navi.
Aveva bisogno di sentire il terreno stabile sotto ai piedi, perché tutte
le altre sue certezze stavano vacillando.
Il Maestro sembrava del medesimo avviso e infatti non si recò verso
la banchina, preferendo addentrarsi nella piazza, alla ricerca di una
buona locanda.
La tranquillità sperata non sembrava in procinto di arrivare, l’area
portuale era in tumulto. Un’alta colonna di fumo nero saliva in alto,
dipartendo dalla zona fluviale, mettendo in allarme gran parte dei
presenti, i quali gridavano che c’era stato un incendio e invocavano i
soccorsi, limitandosi a correre e gridare, nella speranza che
qualcuno prendesse in mano la situazione e facesse qualcosa.
L’alchimista controllò per prima cosa che il suo Cygnus fosse al
sicuro, e non appena vide i suoi pennoni dondolare tranquilli, in una
direzione ben diversa da quella da cui proveniva il fumo, scrollò le
spalle e proseguì verso la locanda, abbandonando il resto del
mondo al proprio destino.
Alioth e Merak attendevano seduti a un tavolo, guardando con
interesse la nave avvolta dalle fiamme, da quella postazione
privilegiata, quasi si trattasse di uno spettacolo allestito per il loro
intrattenimento. Con aria trionfante, Thuban e gli altri due si
lasciarono cadere stancamente sulle sedie libere, ordinando da bere
e unendosi come spettatori, mentre le fiamme divoravano
avidamente il legno dell’imbarcazione ormeggiata poco distante.
“Brucia molto velocemente…” fu l’unico commento di Thuban,
mentre sorseggiava la sua birra fredda, Alioth annuì compiaciuto,
prendendolo come un complimento.
Un gruppo di volenterosi aveva formato una catena umana nella
quale si raccoglieva l’acqua del fiume in grossi secchi e si
passavano ai vicini, fino a svuotarli contro la chiglia intenta ad ardere
fin troppo in fretta. Quell’incendio era particolarmente vorace e
consumava la nave come se fosse stata fatta di carta.
Medea seguiva i soccorsi con una certa impazienza, sperando che,
con tutta l’acqua che avevano a disposizione, sarebbero riusciti in
poco tempo a domare il fuoco. Tirò un sospiro di sollievo quando i
primi secchi cominciarono a venir svuotati contro il relitto
fiammeggiante.
“Non dare da bere al fuoco…” sussurrò Alioth, mentre una vampata
di calore arrivava fino a loro, disperdendo i volenterosi dalle
sopracciglia bruciate ed elevando un’altissima colonna di fuoco,
come se avessero appena cercato di spegnerlo usando la benzina.
Thuban a quel punto si allarmò, fissando direttamente l’allievo con
aria corrucciata, “Quelle non sono normali fiamme, c’è sicuramente
di mezzo un alchimista. Si può sapere, ragazzo, perché hai
appiccato quell’incendio?” borbottò a bassa voce, piuttosto atterrito
dai propri sospetti.
Alioth non parve turbato dalle accuse, anzi, ammise serenamente la
propria colpevolezza con una scrollata di spalle, “Egli farà scendere
dal cielo una pioggia di carboni ardenti; zolfo e vento infuocato sarà
la parte del loro amaro calice…” sentenziò, citando quello che
pareva un passo biblico.[2]
“La Brimstone!” esclamò ancor più sconcertato Thuban, alzandosi in
piedi e cominciando a guardarsi attorno, preso dal panico, scostando
sedie e persone, con un solo pensiero nella testa. “Aranel?”
chiamava a gran voce, sgomitando e spintonando tutti coloro che
non corrispondevano alla descrizione della giovane piratessa.
Alioth si mise comodo, godendosi lo spettacolo, in mezzo alla
disapprovazione generale.
“Tu sei il giudice, - brontolò Merak, stringendo l’avambraccio di
Medea – non puoi accettare simili atti distruttivi! Se vincerà grazie ai
suoi sporchi trucchetti, non lo considererò valido!”
“Quali trucchetti? – obbiettò il diretto interessato, senza che gli
sparisse dal volto quel sorrisetto tranquillo e beffardo – Te l’ho detto
sin da subito che saresti partito avvantaggiato, e che questo non mi
avrebbe certo fermato”.
Uno schianto secco, seguito dal famelico crepitare delle fiamme,
annunciò che il ponte della Brimstone aveva cominciato a cedere e
che il bel galeone ottenuto grazie alla rivolta degli schiavi, durante la
tratta verso Malta, era ineluttabilmente destinato a inabissarsi sul
fondo del fiume.
Una donna pareva particolarmente atterrita dall’evolversi della
situazione, gridava e cercava di divincolarsi, strattonando verso la
nave coloro che cercavano con fatica di trattenerla. Era Aranel
Vanhorn, nei cui occhi lucidi si riflettevano le fiamme che si stavano
mangiando l’unica cosa che le rimaneva su questo mondo, fatta
eccezione per Barbiglio.
Quando le fu chiaro, anche nell’angoscia del momento, che non
sarebbe stata in grado di salvare la Brimstone, si lasciò cadere a
terra come un peso morto, singhiozzando disperata e inconsolabile.
Mizar guardò arrabbiato Alioth, si voltò molto lentamente, intorno a
lui sembrava essersi formata una barriera di energia che lo rendeva
vagamente luminescente, “Come hai potuto fare una cosa del
genere alla donna che ami?” mormorò a denti stretti, non riuscendo
proprio a capacitarsene.
L’Isut non sembrava per nulla pentito, anzi, picchiettava con le dita
un allegro motivetto sulla superficie del tavolo, “Credimi, ho pensato
a tutto. In fondo, dove c’è lo zolfo, necessariamente dovrà esserci
anche il fuoco, inoltre è assai sciocco disperarsi quando la fenice
viene consumata dalle fiamme. Lo sanno tutti che è solo una fase,
essa preannuncia risvolti ben più interessanti!”
Merak scattò in piedi, profondamente turbato dalla tranquillità con la
quale quell’alchimista aveva appena dato in pasto alle fiamme il
galeone di una persona a cui, presumibilmente, teneva molto; non
avrebbe sopportato di stare in sua compagnia solo un secondo di
più, perciò si congedò con tono secco e gelido, dirigendosi verso il
Cygnus, seguito a ruota dal fratello.
Al tavolo assieme all’Isut rimase solo Medea, la quale, nonostante
l’azione crudele che Alioth aveva compiuto, senza apparentemente
provare anche solo il minimo rimorso, riusciva a intuire il disegno che
c’era dietro. Non lo approvava, ma non riusciva nemmeno a provare
rabbia o orrore.
Quando però Thuban tornò verso di loro, tirandosi dietro un’Aranel in
lacrime, rabbrividì alla vista del subdolo sorriso che Alioth riservò al
proprio maestro, prima di cingere la piratessa con un braccio e
sussurrarle ipocrite parole di conforto.
La ragazza non reagì in alcun modo, limitandosi a chiedere che le
fosse portata la bevanda più forte dell’intera cantina, fissando
atterrita gli ultimi lembi di fiamme che si portavano via il suo mondo.
La Brimstone era tutto per lei, lo era stata quando si trovava
incatenata assieme agli altri rematori, costretta a vogare senza
sosta, incitata dalla frusta degli schiavisti, con l’unica consolazione
delle gentili fusa di Barbiglio. Si era battuta per guidare la rivolta dei
rematori e per uccidere o gettare in mare tutti i corsari che li avevano
tenuti prigionieri, era divenuta il capitano della nave e aveva subito
fatto rotta verso le leggendarie isole dove si radunavano i pirati, e
tutto ciò nella speranza di ritrovare lui.
Le si stringeva il cuore quando ricordava i pomeriggi trascorsi lungo
il corso del fiume, il costante e assordante frinire delle cicale unito a
quella sensazione di tempo statico che faceva illudere, pensando
che le cose non sarebbero cambiate mai. Edward teneva sempre
una spiga in bocca e il sole baciava i suoi capelli neri come la notte;
le raccontava di come sarebbe stato da grande, capitano di una
grande nave pirata, estraeva la sua spada di legno e combatteva
nemici invisibili, mentre lei lo guardava con occhi scintillanti.
Suo padre non voleva che frequentasse Ed, era un ragazzaccio, di
quelli che lanciavano sassi con l’inseparabile fionda e che cercavano
di dar fuoco alle piccole cose, osservando con interesse scientifico le
varie fasi della combustione, ma ad Aranel non era mai importato
troppo dei divieti che le venivano imposti.
Aveva imparato a scendere dalla finestra di camera propria,
utilizzando i rami del grande albero che vi cresceva vicino, arrivando
nel cortile sul retro, dove si toglieva le scarpe e i bei vestitini tutti
pizzi e merletti che una ragazzina del suo status sociale doveva
assolutamente mettere in mostra, e correva a piedi nudi nel fango e
sull’erba, giocando ai pirati e ai cavalieri assieme al suo Ed,
costruendo fortini e rifugi sulle rive del fiume, combattendo con
fionde e spade di legno fino a che, stanchi, si lasciavano cadere
nell’erba alta, ascoltando le cicale e guardando il cielo, indovinando
le forme delle nuvole.
Anche una volta cresciuti, avevano continuato a incontrarsi lungo le
rive del fiume, allora i giochi che facevano erano diversi, e lui le
aveva promesso che sarebbe tornato, carico dei tesori che avrebbe
accumulato una volta divenuto capitano, e allora l’avrebbe sposata e
poi portata con sé a visitare il mondo a bordo della loro nave.
E ora, pensò, guardando la colonna di fumo che s’innalzava verso il
cielo cupo, non aveva più la Brimstone. Come avrebbe potuto
ritrovarlo?
Ingollò in un sol sorso l’intero boccale che aveva di fronte,
un’impresa che nessun membro dell’equipaggio del Cygnus sarebbe
mai riuscito a compiere, quindi si asciugò le lacrime con la manica
della camicetta, cercando di razionalizzare la situazione.
“Ora che la Brimstone è perduta, che ne sarà del mio equipaggio?
Dovranno arruolarsi su altre navi, alcuni di loro cambieranno vita e
diventeranno rispettabili marinai e mercanti, a terra avranno mogli e
figli ad attendere il loro ritorno, ed è giusto che sia così, non li ho
liberati dalle catene perché vivessero legati per sempre alla mia
nave, come la ciurma fantasma di un relitto ormai scomparso da
secoli. Ma di me, che ne sarà?” mormorò a se stessa.
Alioth le prese affettuosamente la mano, “Siamo stati dei poveri
illusi, pensando di poter viaggiare su un galeone come il Cygnus
senza un vero capitano. Certo, Philip sa un sacco di cose, ma gran
parte le ha dimenticate, e inoltre è più interessato a starsene nel suo
studio, chino su vecchie pergamene, piuttosto che a impartire ordini
sul ponte…”
La piratessa comprese immediatamente dove l’Isut volesse andare a
parare e scosse piano la testa, “Eli, non posso accettare. Voi avete
la vostra strampalata missione, e io la mia”.
“Lascia perdere quel tipaccio, ti ho detto! Ti porterà solamente guai,
inoltre non hai sentito quello che dicono i marinai? Pare che il tuo
adorato corsaro si sia sposato per ben quattordici volte…” disse,
facendole molto più male di quanto lei non lasciasse trapelare.
“Che ne sai tu di pirati? Per loro la vita è diversa, il mio Ed potrebbe
sposarsi anche cinquecento volte, eppure non si dimenticherebbe di
me” rispose secca, divincolandosi dalla stretta ed evitando il contatto
fisico con Alioth.
“Oh, avanti! – brontolò ancora l’apprendista – Non posso credere
che tu voglia veramente ritrovare quell’individuo! Non è più il dolce
ragazzino che ti portava mazzolini di fiori di campo, possiede una
nave con più di trenta cannoni, è il terrore dei sette mari. Si dice che
il suo galeone sia stato sputato fuori dall’inferno e che sia sempre
avvolto da una coltre di fumo nero e lambito da fiamme che odorano
di zolfo; sulla sua bandiera c’è uno scheletro incoronato che alza un
calice, brindando al demonio, e pianta un arpione, facendo
sanguinare un cuore umano. Davvero è questo l’uomo che ami?”
Aranel sospirò, come se avesse appena sentito elencare le più soavi
qualità di un principe azzurro, “Oh sì, questo è il mio Ed!” mormorò,
mentre le gote le si arrossavano leggermente.
Alioth guardò Thuban, sconcertato, “Mi pare evidente che la nostra
amica abbia la mente annebbiata dal rum, forse anche lei, come il
suo adorato, lo beve mescolato a polvere da sparo…”
L’alchimista fu più pragmatico, fissò Aranel dritta negli occhi arrossati
dal pianto e parlò in maniera chiara e decisa, “Noi abbiamo una
nave, e ti assicuro che è la più veloce non solo di questo mondo, ma
anche di parecchi altri. Saremmo onorati di averti al nostro fianco,
con noi visiteresti posti lontani e chissà, potresti anche trovare quello
che cerchi. Restando a piangere qui, di certo non risolverai nulla”.
La piratessa deglutì, guardando il fondo del proprio boccale, dove
spesso trovava le risposte che le servivano, quindi rialzò la testa,
“Può venire anche Barbiglio?” chiese.

L’incendio al porto si era infine placato, gli ultimi pezzi di legno


annerito e consunto della Brimstone galleggiavano, andando a
sbattere contro le chiglie delle navi che erano state più fortunate,
anche la folla si era tranquillizzata, riprendendo i propri serrati ritmi di
lavoro portuale. Medea osservava gli scambi e le compravendite tra
mercanti, le casse e i barili che venivano caricati e scaricati, i marinai
che si arruolavano e che salivano a bordo; c’era un frenetico
andirivieni di merci e persone. Un unico uomo con indosso un
tricorno e una giacca blu, che svolazzava nella brezza portuale, se
ne stava immobile, quasi fosse divenuto il perno di tutto quanto, e
scrutava pensoso i resti della corvetta ormai perduta.
Un paio di scossoni ricordarono a Medea che sotto i suoi piedi, nella
sala motori, Thuban e il suo apprendista, aiutati da Tarazed e
Adhara, stavano cercando di ridare energia al cristallo, utilizzando la
pietra luminosa che avevano rinvenuto nei sotterranei custoditi da
Medusa.
In ricordo di quello straordinario viaggio nel sottosuolo della sua città
natale, o meglio, del suo doppio, Medea aveva portato con sé la
spada corta flambergata donatale dal Venerabile Maestro. L’aveva
estratta dalle fauci dell’enorme maschera di pietra, scoprendo che
quest’ultima, una volta rimasta a bocca asciutta, si era richiusa,
sigillando il passaggio verso le Grotte Alchemiche. Attualmente la
teneva avvolta da un panno in un baule situato nella sua cabina,
sperando che, prima o poi, quella stessa lama sarebbe stata di
nuovo la chiave per aprire qualche segreta cavità nel cuore della
terra.
Venne invitata a spostarsi di qualche metro, Mizar e Merak stavano
sistemando e pulendo il ponte; l’alchimista era stato molto chiaro al
riguardo, il Cygnus doveva risplendere di luce propria, di modo che
Aranel lo desiderasse come nuova casa. Il suo conterraneo stava
strofinando uno straccio sulle assi di legno, sbuffando e scostandosi
i ciuffi di capelli biondi che gli finivano sulla fronte.
Mizar, intento a sbrogliare alcune funi, venne richiamato ai piani
inferiori, e questo bastò per convincere anche il suo doppio a lasciar
perdere le pulizie e appoggiarsi stancamente al parapetto.
“Se lui si ferma, non vedo perché dovrei continuare da solo” si
giustificò con Medea, affacciata alla medesima balaustra.
“Vi aiuterei volentieri…” si offrì cortesemente la ragazza, ottenendo
un cenno di diniego, “Sei stata messa di vedetta e così dev’essere.
Thuban tiene davvero molto a quella donna, vuole essere avvisato in
anticipo del suo arrivo a bordo del Cygnus. Non so proprio spiegarmi
il suo comportamento, il suo apprendista ha incendiato una nave
attraccata al porto con il fuoco alchemico e lui, anziché
rimproverarlo, ha colto al balzo l’occasione di arruolare anche
Aranel. Pensavo che gli alchimisti perseguissero ideali di giustizia e
verità, e che fossero anche un tantino più scaltri.
Lo vedi quell’uomo laggiù, con quell’elegante giacca blu? Dal suo
abbigliamento direi che si tratta di un ufficiale della marina. Chissà
se è rimasto colpito dal fatto eccezionale di questo pomeriggio…
Non capita tutti i giorni di vedere le fiamme che lambiscono una nave
inferocirsi e aumentare di potenza, quando gli viene gettata sopra
dell’acqua. Magari è già sulle tracce di qualche alchimista, o forse
sta solo aspettando che qualcuno vada a fargli una soffiata…”
Medea lo fissò sorpresa, “Non vorrai andare a denunciare Alioth!”
esclamò, trovandola un’idea del tutto sleale. Per quanto l’Isut non
brillasse per qualità come la solidarietà e l’onore, era comunque un
loro compagno, e anche uno di quelli che sapevano esattamente ciò
che facevano, quando si trattava di oscure conoscenze misteriche.
Merak sputò oltre il parapetto, “Non sono un vile, lascio che sia lui ad
usare patetici trucchetti pur di vincere la nostra sfida. Inoltre, se
venisse incarcerato, non potrei godermi il mio ambito premio…”
Un gatto nero li fece trasalire, balzando tra le loro gambe per poi
strusciarsi affettuosamente contro gli stinchi. Si trattava
inequivocabilmente di Barbiglio, perciò Medea si guardò intorno,
notando la piratessa, accompagnata da due energumeni dalle
braccia forti e possenti come tronchi, i quali portavano senza alcuna
fatica dei bauli dall’aria piuttosto pesante, a giudicare dal tonfo che
fecero, una volta posati sul ponte.
Aranel indossava una lunga giacca scura e, quando si voltò per
ringraziare i due facchini, Medea notò che quel soprabito
nascondeva una fila di pistole dall’aria settecentesca, ben lucidate e
tenute assieme da una fascia trasversale, ma la scoperta non la
preoccupò più di tanto, dopotutto solcare i sette mari senza un
adeguato armamentario non sarebbe stato affatto saggio.
“Grazie ragazzi, non vi dimenticherò!” sorrise ai due macisti, i quali
l’abbracciarono con il labbro tremulo e gli occhi lucidi. Entrambi
esibivano i tipici tatuaggi da marinai sulle braccia muscolose, ma tra
le diffusissime ancore e teschi, spiccava anche una scritta. Medea
quasi s’intenerì notando che quei due omaccioni si erano tatuati il
nome del loro capitano.
Aranel schioccò un bacio sulla guancia a ciascuno, facendoli andar
via storditi e trasognati, quindi si voltò verso il nuovo equipaggio,
indicando i bauli, “Portateli nella camera del capitano!” esclamò,
ricevendo in risposta uno sguardo inebetito da parte di Merak.
Medea aveva già fallito nel proprio compito di avvisare Thuban in
anticipo circa l’arrivo della piratessa, perciò ne approfittò per correre
a infilarsi nel castello di prua, scendendo le scalette di legno e
andando a chiamarlo trafelata.
Si aspettava di dover arrivare fino alla sala motori, invece notò che
Tarazed, Alioth e l’alchimista si trovavano nello stretto corridoio,
guardando con apprensione la porta chiusa di fronte a loro.
Quando annunciò che Aranel era già salita a bordo, i tre
sussultarono e cercarono contemporaneamente di superare tutti gli
altri e di fiondarsi sul ponte, finendo solamente con l’incastrarsi tra le
pareti strette di quel passaggio, spintonando e sgomitando pur di
sgusciare fuori per primi.
Tarazed era il più agile della ciurma, e infatti riuscì a uscire da quella
scomoda situazione e a sgambettare oltre le scale, seguito dai
compagni, che per poco non investirono la povera Medea, presi
dalla foga di recarsi in superficie.
“Benvenuta a bordo del Cygnus” stava dicendo Red, esibendosi in
uno stiloso baciamano, venendo subito afferrato per le spalle da
Alioth e spintonato indietro.
“Sono davvero contento che tu abbia accettato la mia offerta” disse,
abbracciandola e, mentre lei non poteva vederlo, scoccando
occhiatacce a tutti coloro che stavano assistendo a quella scena,
come una belva feroce che sancisce la propria supremazia su una
preda.
Quando la stretta terminò, l’Isut volle presentarla in maniera ufficiale
all’intero equipaggio, “Ho già avuto l’immenso onore di trovarmi
sopra una nave che vantava questa donna stupefacente come
proprio capitano, sono sicuro che con Aranel Vanhorn al comando, il
Cygnus riuscirà a toccare le stelle”.
Thuban le si affiancò, “A dire il vero, quando ho preso il comando di
questo galeone non sapevo neppure io ciò che stavo facendo, e
sono proprio contento di poter affidare il mio adorato gioiello a una
persona che saprà come valorizzarlo, concedendomi il tempo di
pensare ai miei studi”.
“Non esagerare come al tuo solito, Phil, – rispose lei, dandogli
un’amichevole pacca sulla schiena – dovrai spiegarmi parecchie
cose, e non vedo l’ora di scoprire se questo cigno è davvero in grado
di sollevarsi dall’acqua e prendere il volo, come hai sempre
sostenuto con vanto”.
“Vedi, mia cara, la missione che ci siamo prefissati è quella di
trovare le stelle, ecco perché ci siamo dati dei nomi propiziatori:
quando mi trovo a bordo del Cygnus, io sono Thuban, Eliphas ha
invece preso il nome di Alioth, e questi sono Tarazed, Merak e
Medea, la quale aveva già la fortuna di chiamarsi con il nome di un
corpo celeste. Più tardi ti presenterò anche Mizar e Adhara. Siamo
un equipaggio un po’ bizzarro, ma dopotutto non è mai esistito,
prima d’ora, un galeone come il nostro amato Cygnus!”
La piratessa annuì, sorridendo a tutti coloro che le vennero
presentati, “Mi conoscete già, sono Aranel Vanhorn e ho cambiato
nome già una volta. Sono nata in Inghilterra come Mary, una delle
tante ragazzine di buona famiglia con questo nome, ma quando mi
toglievo le deliziose scarpette lucide e correvo scalza sulle rive del
fiume, mi chiamavo Aranel ed ero la regina dei pirati. Ho deciso di
mantenere questo appellativo, non solo rispecchia meglio ciò che
sono, ma spero che mi permetterà, un giorno, di essere riconosciuta
da un vecchio amico…”
Alioth alzò le braccia al cielo, sbuffando sonoramente, “Ragazza
mia, sei proprio ossessionata! Credi davvero che si ricordi di te?
Chissà quante Mary ha conosciuto in ogni porto, e anche se c’è
stata solo un’Aranel nella sua vita, pensi che si ricordi del nomignolo
che vi eravate dati, per gioco, quando tu eri appena una bambina e
lui nemmeno aveva i primi accenni di barba?”
La piratessa divenne molto seria, si piazzò dritta di fronte all’Isut e lo
squadrò minacciosa, quasi volesse spingerlo fuori bordo con un
repentino gesto, “Ti devo molto, Eli, e lo sai bene, vedi però di non
approfittare troppo di questo mio debito. Non sono più una ragazzina
in catene, chiedilo ai tuoi amici di Hispaniola, che a quanto pare ti
hanno raccontato tante storie sul mio conto. In ogni caso hai
ragione, quando io ed Edward giocavamo a fare i pirati, tanto tempo
fa, lui ancora non aveva la barba, ma adesso ce l’ha eccome. Nelle
nostre avventure vissute in riva al fiume io ero Aranel, la regina dei
sette mari, ma sai come si faceva chiamare lui, dal nostro invisibile
equipaggio? Proprio allo stesso modo con il quale ora tutto il mondo
lo conosce: Barbanera”.
Persino Medea, che non si era mai interessata particolarmente di
pirateria, aveva sentito nominare il leggendario capitano dalla lunga
barba scura, anche se di certo non lo aveva mai immaginato ancora
bambino, con un bastone stretto tra le dita, che roteava come una
sciabola, e un vecchio straccio in testa sistemato come la bandana
dei marinai.
Un silenzio inquieto aleggiò per qualche istante, finché Thuban non
diede ordine a Red e Merak di portare i bagagli di Aranel nella
stanza a lei designata. Il primo fu lieto di essere di aiuto, mentre
l’altro si avvicinò al baule, strascicando vistosamente i piedi, quindi
lo sollevarono a fatica, facendo una ben magra figura rispetto ai due
uomini che lo avevano portato fin lì senza alcun segno di cedimento.
Il nuovo capitano si guardò attorno, “Phil, molliamo gli ormeggi, al
porto comincia ad esserci troppo viavai, e in mezzo alla folla ho
scorto gli uomini della marina” mormorò preoccupata, ottenendo
subito il pieno assenso dell’alchimista.
Quando i bagagli furono sistemati e ci si fu accertati che Barbiglio
fosse a bordo, comodamente appollaiato dentro una fune arrotolata
su se stessa, quasi fosse per lui una culla, le ancore vennero salpate
e il Cygnus cominciò lentamente ad allontanarsi dal porto.
MOEBIUS

Il tempio della Gran Madre si ergeva alle loro spalle, le statue di


Fede e Religione sembravano salutarli, la prima sollevando il calice
in un brindisi beneaugurate, la seconda tenendo alta la croce, come
un vessillo.
Sulle sponde dell’Eridanos i pioppi facevano ondeggiare le fronde,
scosse dal medesimo vento che gonfiava le vele bianche del
galeone, sulle quali era raffigurato un cigno in volo.
Medea era impegnata a dire addio al doppio della propria città,
talmente piena di misteri, fondata da un antico Faraone e custode
dei tesori del Sole.
Si domandava dove sarebbero andati, ora che il Cygnus poteva
nuovamente spalancare le ali.
Il canto delle sorelle di Fetonte risuonava nella pianura e la ragazza
si accorse di essere rimasta sola sul ponte. L’unica eccezione era
Barbiglio, che si stava facendo le unghie, stiracchiandosi senza
alcun pudore contro uno dei parapetti di legno.
Non fece in tempo a domandarsi che fine avessero fatto tutti gli altri,
perché Alioth venne a chiamarla, esortandola a fare presto,
altrimenti si sarebbe persa la spiegazione.
Non aveva idea di cosa l’Isut stesse intendendo però, spinta dalla
curiosità, fece come le veniva detto e si recò alla sala motori,
trovandovi Thuban e Aranel Vanhorn.
L’alchimista sembrava piuttosto seccato da quella visita, infatti le
chiese di tornare più tardi, visto che ora era impegnato in questioni
delicate e molto complesse, ma Alioth s’intromise, ribattendo che
Medea non aveva ancora avuto il piacere di ascoltare come
funzionasse il Cygnus, e che era ora che qualcuno glielo spiegasse.
Philip sospirò, facendo cenno alla ragazza di avvicinarsi, anche se
molto probabilmente avrebbe preferito trascorrere del tempo a tu per
tu con l’avvenente piratessa. In ogni caso accettò anche quella
seconda allieva, raccomandandole di prestare attenzione poiché la
faccenda era molto complicata.
Alioth si richiuse soddisfatto la porta alle spalle, era riuscito nel suo
intento di introdurre un terzo incomodo tra Aranel e Thuban, quindi
tornò fischiettando nella propria cabina.
I motori del Cygnus, fatti di tante ruote dentate e bizzarri ingranaggi
di diverse dimensioni, continuavano imperterriti le proprie mansioni,
mentre Aranel li fissava meravigliata, “Sembra di stare nel ventre di
Londinium!” commentò, venendo subito zittita dal maestro.
“State bene attente, ragazze, perché cercherò, in una sola volta, di
spiegarvi teorie che io stesso sono riuscito a comprendere nel corso
di parecchi anni di studio!” annunciò, seguito da una risatina nervosa
della piratessa, “Allora è meglio se lasci perdere, Phil, tu sei un
genio, finirò per fare solo una gran confusione”.
Thuban scosse veemente la testa, “Devi sapere come funziona il
Cygnus, specialmente se ne sarai il capitano. Dunque, non
interrompetemi con simili stupidaggini e ascoltate. Entrambe
conoscete il potere dei cristalli di Theia, ricchi di energie che solo gli
Asbesti sono in grado di ridestare. L’elunium è uno di questi e
permette ai nostri motori di girare, evitandoci la sgradevole necessità
di metterci ai remi e dandoci la grandiosa possibilità di compiere il
salto. Veniamo alla parte difficile: voi sapete, mie care, che il mondo
in cui viviamo consta di tre dimensioni in cui possiamo muoverci
piuttosto liberamente, e di una quarta, lungo la quale siamo
solamente un punto, impossibilitato a dirigersi secondo le proprie
volontà, attraverso la linea del tempo. Non fate quelle facce stranite,
devo ancora arrivare alla questione fondamentale! Per aiutarvi a
comprendere meglio, vi farò un esempio. Quali sono le tre
dimensioni?”
Medea rispose senza troppo riflettere, “L’altezza, la lunghezza e la
profondità” recitò, ricordando le lezioni sul piano cartesiano.
“Precisamente, - la lodò il maestro – voi due, come tutto ciò che ci
circonda, possedete queste tre dimensioni. Siete, per così dire, delle
linee lungo gli assi rispettivamente di altezza, lunghezza e
profondità. Partite dalla punta dei vostri piedi e occupate tutto lo
spazio che va da lì fino a dove finisce la vostra testa, siete
contemporaneamente in ognuno di quei punti. Se fate un salto o
iniziate a camminare, vi spostate, e avete la possibilità di farlo
solamente lungo tre assi, verso l’alto o il basso, verso destra o
sinistra, e dentro o fuori. Se voi foste dei disegni sopra un foglio di
pergamena, avreste solamente due dimensioni. Vi mancherebbe la
profondità e infatti potreste muovervi solo secondo l’altezza e la
lunghezza. Fin qui è tutto chiaro?”
Le due asserirono, non era difficile capire che un disegno
bidimensionale non potesse spostarsi nell’ordine della profondità,
mentre loro, creature di carne e ossa, sì.
Thuban prese allora il sopraccitato foglio di pergamena e intinse la
penna nel calamaio, segno che le cose cominciavano a farsi
complicate, “Prendiamo la più piccola forma esistente, la più
basilare, ovvero il punto. Esso non ha dimensioni, è semplicemente
un punto” disse, facendo cadere una minuscola goccia scura sul
foglio, formando l’oggetto delle proprie elucubrazioni.
“Ma se volessimo portare il nostro punto ad avere una dimensione,
cosa dovremmo fare? Basterà moltiplicarlo, fare tanti altri piccoli
punti accanto a lui, ottenendo così una linea! Ora abbiamo un
oggetto geometrico dotato della sola lunghezza” spiegò, tracciando
un segmento.
“Non ci basta. Il nostro punto, che prima occupava solo una
minuscola porzione di spazio, ora è contemporaneamente all’inizio e
alla fine di questa linea, così come Aranel si trova sia all’altezza del
proprio ginocchio che a quella dei suoi splendidi occhi, - non perse
occasione, lanciandole uno sguardo languido, prima di riprendere la
lezione – ma se volessimo dargli una dimensione in più, l’altezza,
cosa dovremmo fare? A partire dalla nostra linea, tracciamone una
uguale, ma ad essa perpendicolare, e poi chiudiamola su tutti i lati.
Ecco un quadrato, una forma geometrica bidimensionale”.
Entrambe annuirono, senza però comprendere dove tutto quel
discorso su figure e linee volesse andare a parare nella loro realtà
quotidiana. A Medea sembrava di trovarsi sui banchi di scuola,
costretta ad ascoltare teorie che, apparentemente, non avevano
nulla a che vedere con la vita reale.
“Non ci accontentiamo certo di due dimensioni, ne vogliamo tre. In
questo caso, sdoppiando il quadrato e unendolo al precedente
tramite delle linee, avremo un cubo, che detiene sì le dimensioni
precedenti, e anche una nuova, ma che costituisce solamente un
punto in quella che verrà dopo. Pensateci, la linea era solo un punto
nell’altezza, così come il quadrato lo era nella profondità; il cubo
occupa spazio in tutte e tre, ma è solo un punto nella quarta
dimensione, cioè nel tempo. Anche noi siamo, per così dire, dei cubi,
perché non possiamo occupare più di un minuscolo attimo, nel
tempo della nostra esistenza. Se avessimo quattro dimensioni, però,
saremmo una linea in quella che è l’asse del tempo, potremmo
contemporaneamente essere qui e cinque minuti fa!”
Aranel fissò stralunata la compagna, asserendo che avrebbe avuto
bisogno di almeno un boccale di rum per mandar giù una simile
spiegazione. Medea annuì lentamente, “Anche due!”
Il maestro riportò il silenzio in aula con un cenno, riservando
un’occhiataccia a colei che aveva parlato per ultima, “Suvvia, non è
poi così complicato. Rifletti, nel momento in cui tu sei una linea nel
tempo, sarai contemporaneamente te stessa durante la tua intera
esistenza: una Medea di tre mesi appena che dorme nella sua culla,
una di dieci anni che va a scuola, una di ottanta che racconta favole
ai nipotini. Un essere concluso, che tuttavia non rappresenta che un
solo puntolino nell’asse della quinta”.
Medea storse il naso, rendendosi conto che la sua mente faticava a
concepire qualcosa che andasse oltre le tre linee spaziali e quella
temporale.
Thuban le sorrise benevolo, “Per aggiungere una dimensione, finora
ci è bastato replicare la nostra linea lungo l’asse dove prima era
solamente un punto”.
La ragazza sgranò gli occhi, rendendosi conto che da quel caos di
nozioni non c’era scampo, esse potevano continuare all’infinito,
“D’accordo, ho capito che la quarta è il tempo, ma cosa dovrebbe
rappresentare invece la quinta dimensione?”
L’alchimista batté la mano sul tavolo posto in mezzo a loro, “Prestate
attenzione, perché stiamo arrivando al nocciolo della questione.
Ormai, aggiungendo dimensioni e sdoppiando le linee del tempo,
andremo a occupare il campo delle possibilità. Dapprima tocchiamo
solo quelle che ci appartengono più prettamente, ad esempio Aranel
potrebbe vivere in contemporanea la scelta di mangiare una mela e
quella di saltare il pasto e farsi una bella dormita, il tutto nel
medesimo lasso di tempo, ma più si va avanti e più l’ambito del
possibile si allarga, cominciando a farsi davvero interessante. Alla
fine saremmo in grado di vivere le nostre vite in universi, spazi e
tempi alternativi. Sarebbe magnifico, non trovate? Eppure non
dimenticate che siamo solamente minuscole e limitate creature
tridimensionali, però abbiamo la fortuna di vivere in un universo
pandimensionale, il che significa che ne ha infinite!”
Medea si grattò la testa, cercando di riordinare le idee. C’erano tre
dimensioni in cui poteva muoversi liberamente, e una quarta, che
riusciva a percepire, ma sulla quale non aveva alcun potere. Se
avesse avuto quattro dimensioni, sarebbe stata in grado di spostarsi
nel tempo allo stesso modo in cui camminava nello spazio, e la sola
idea la riempiva di emozione, eppure non era quella la vetta più alta
da raggiungere. La quinta dimensione aveva a che vedere con
molteplici linee temporali, ovvero quelle delle varie possibilità. Una
creatura pentadimensionale sarebbe riuscita a compiere due scelte
diverse nello stesso istante, davvero una bella comodità. In fondo
Theia e Gaea non erano altro che la Terra in due diversi ambiti delle
possibilità, perciò il Cygnus doveva essere in grado, in qualche
modo, di oltrepassare i cancelli dimensionali per catapultare il suo
equipaggio in un mondo alternativo seppur contemporaneo.
E la quinta non era nemmeno l’ultima delle dimensioni possibili.
Forse c’erano una sesta e una settima, che chissà quali ambiti a lei
sconosciuti andavano a comprendere. Così come una semplice linea
su un foglio di carta non poteva neppure immaginare lo sconfinato
mondo che si estendeva al di fuori della sua piccola cornice, allo
stesso modo anche lei, misera creatura tridimensionale, non aveva
la minima idea di cosa potesse vedere o provare un essere dotato di
sette, otto o dieci dimensioni. Si sarebbe trattato di una specie di
divinità che poteva vedere contemporaneamente il passato, il
presente e il futuro di tutti i mondi possibili. Questo pensiero la
riempì di meraviglia e sgomento, riportandola a questioni più vicine a
lei, anche se non meno straordinarie, come il viaggio compiuto a
bordo di un galeone volante.
Assorta in questi pensieri, alzò la mano, come una scolaretta con
qualche dubbio sulla lezione, “Quindi, passando dalla Terra a Gaea,
siamo entrati nella quinta dimensione o qualcosa del genere?”
“Non proprio, - rispose il maestro – noi non possiamo avere
direttamente a che fare con cose grandi e complesse come le
dimensioni a noi superiori, però conosciamo un modo per sfruttare le
poche che possediamo per arrivarci. Vi farò un pratico esempio,
utilizzando quello che si chiama il nastro di Moebius”.
Detto ciò, strappò accuratamente il foglio di pergamena,
ottenendone una striscia lunga e rettangolare, che torse
leggermente, prima di unirne le estremità, formando i bordi di una
specie di ellissoide.
Mentre era impegnato in queste operazioni, le due allieve si
scambiarono un’occhiata preoccupata e confusa, tornando a
prestare attenzione al maestro, quando questi ebbe terminato di
armeggiare con la striscia di carta.
“Ora vi interrogo: quante dimensioni ha una linea che si trova
disegnata su un foglio?” chiese con fare divertito alle due allieve.
Aranel, che fino a quel momento aveva ascoltato Philip, fissandolo
come se parlasse in una lingua aliena, azzardò a dare la risposta,
“Una, la lunghezza”.
Thuban le fece una carezza sulla guancia, “Bravissima, tesoro. Un
foglio però è un oggetto tridimensionale, ha ben due dimensioni in
più, come potrebbe perciò la nostra linea percorrerlo tutto quanto,
compresa la faccia sul retro?”
“Non potrebbe, - sentenziò Medea – perché per finire dall’altro lato
dovrebbe bucare il foglio, oppure scavalcarne il bordo ma, in
entrambi i casi, sarebbero operazioni che chiamano in causa
l’altezza e la profondità”.
“Ben detto, mia cara, allora facciamo una prova. Prendete la penna
e tracciate una linea lungo il nastro, vediamo a che punto essa si
fermerà!” esclamò, consegnando la propria creazione di carta alla
ragazza, che lo tenne fermo, mentre la sua compagna di
esperimento, armata di penna, disegnava una linea su una faccia del
foglio.
Quand’ebbero finito, notarono che entrambe le facce erano state
riempite, eppure l’inchiostro si era limitato a toccare un solo lato del
nastro.
“Sono state le pieghe!” esclamò Aranel, che finalmente riteneva di
averci capito qualcosa.
Thuban annuì con soddisfazione, “Esattamente, utilizzando il potere
dei cristalli, che va oltre la nostra immaginazione, siamo in grado di
piegare una dimensione attraverso quella successiva, permettendoci
di passare anche per spazi troppo grandi e quasi inconcepibili per
noi. Siamo come una linea di una sola dimensione che però, grazie
alle pieghe sul nastro di Moebius, riesce a visitare anche una zona
che, altrimenti, le sarebbe stata preclusa”.
Medea fissò meravigliata l’elunium, che pulsava ed emetteva una
debole luminescenza nel proprio angolo della sala motori, “Davvero
quella pietra è in grado di fare tutto questo? E Adhara riesce a
controllare un simile potere?”
Per tutta risposta l’alchimista sospirò malinconico, guardando i
bagliori del cristallo come se vi cercasse le proprie memorie perdute,
“Ah, gli Asbesti sono creature davvero sorprendenti! Ricordo che
ogni parola di Rasalgethi destava in me la più elevata delle
meraviglie… Se solo avessi conservato in questa vecchia testa
sconclusionata anche qualche nozione, oltre a questo senso di
emozionata reverenza verso le sue dottrine!”
Medea si ritrovò a grattarsi la testa inconsapevolmente, smarrita in
complicate elucubrazioni. Secondo le astruse teorie di Thuban, la
Terra e Gaea erano lo stesso pianeta, seppur in due linee diverse
nell’ambito delle possibilità, e grazie al potere dei cristalli era
possibile piegare le dimensioni in modo da farle combaciare e
permettere di passare da una all’altra. Era davvero un’ipotesi
interessante e si ritrovò ad applicarla anche ad ambiti più semplici,
invece che alla lontana e misteriosa quinta dimensione.
“Quindi, se il tempo rappresenta la quarta dimensione, noi potremmo
piegarla in modo da tornare a quando eravamo bambini, oppure per
cambiare le cose che non sono andate secondo le nostre
previsioni?” domandò, rendendosi conto dell’enormità del potere in
mano agli Asbesti.
Una luce si accese negli occhi della piratessa, sentendo parlare di
viaggi nel tempo: aveva cercato Edward in tutti i sette mari, ma forse
sarebbe stato più facile tornare al vecchio fiume, quando erano
ancora solamente due ragazzini che si tenevano per mano,
guardando le nuvole.
Thuban ridacchiò, un tantino in imbarazzo, “Ragazza mia, sei
curiosa e arguta come una vera Samandar, tuttavia non sono la
persona giusta per risolvere i tuoi importanti dubbi. Innanzitutto, non
ho la minima idea di come si faccia, nella pratica, a piegare le
dimensioni le une sulle altre, solamente un uomo su questo mondo,
anzi, su ben tre mondi, è stato in grado di comprendere questo
meccanismo e di metterlo in atto con successo. Fu Rasalgethi a
teorizzare l’ipotesi del salto e a sistemare l’elunium sulla nostra
nave. Non so se il cristallo sia in grado di balzare anche avanti e
indietro nel tempo, oltre che nel campo del possibile, forse ne è
capace, ma in tal caso avrebbe bisogno di qualcuno ad indirizzarlo”.
“Mi stai dicendo, - obbiettò la ragazza, un pochino seccata da quella
mancanza di competenza – che il Cygnus potrebbe fare un milione
di cose interessanti, al confine con l’inimmaginabile, ma che gli hai
sempre e solo fatto fare l’unica cosa preimpostata? Come se avessi
una connessione internet che può visitare tutti i siti possibili ma, dal
momento che non sai come si usi, resti sempre e solo nella pagina
principale?”
Thuban la guardò confuso, “Connessione internet?” ripeté senza
alcuna intonazione. La ragazza decise quindi di lasciar perdere
quella similitudine ignota agli abitanti di Gaea, alzando gli occhi al
cielo, “Si può sapere che fine ha fatto questo fantomatico
Rasalgethi? Non ha lasciato un diario con descritte le proprie
scoperte? Non abbiamo qualche indizio per ritrovarlo?”
A quel punto l’alchimista divenne molto triste e Medea si sentì in
colpa per averlo apostrofato in modo troppo duro. Dopotutto Philip
aveva fatto ben più di quanto non ci si potesse aspettare da uno
studioso, tuttavia la ragazza si sentiva piuttosto irritata, sapendo che
quel galeone potenzialmente era in grado di fare qualsiasi cosa e
che invece si limitava a svolgere un’unica funzione.
“Non è facile comprendere l’animo di un uomo come Rasalgethi, egli
ci ha in effetti lasciato qualche ricordo, ma appare confuso e non è
sufficiente ad immaginare dove possa essersi rifugiato, dopo essere
stato accusato e braccato dagli Akademikoi” mormorò, mentre
Aranel e Medea si avvicinavano curiose, intenzionate a sfruttare al
massimo le grandi potenzialità dei cristalli, o perlomeno a capirci
qualcosa di più.
“E dove sono queste sue memorie? Hai per caso un diario?”
domandò avidamente Medea, mentre Thuban scuoteva la testa
sconsolato, come se anche il solo ripensare a quei giorni passati, in
parte avvolti dalla nebbia, da cui ogni tanto affiorava qualche
prezioso frammento di informazione, gli procurasse un’indicibile
sofferenza “Mandate a chiamare Adhara, ditele di portare le pietre”
mormorò.
OPALLIUS

La ragazza albina non si fece pregare e nel giro di pochi minuti si


presentò nella sala macchine, accompagnata da Merak, il quale
trasportava una cassa di legno intarsiato, simile per dimensioni a
quelle che Medea aveva sempre visto contenere bottiglie pregiate.
Aranel non aveva mai incontrato, prima di allora, la Samandar
dell’equipaggio, e infatti ci si sarebbe aspettati di vederla sgranare gli
occhi e fissarla con insistenza, invece la piratessa diede solo
un’occhiata fugace alla sua pelle quasi trasparente, ai lunghi capelli
lisci e bianchi, agli occhi di un rosso enigmatico e alle vesti
impossibili da collocare geograficamente. Sembravano una tunica di
stampo ellenico, ma dai colori decisamente più vivaci, come se, da
qualche parte nelle sfere del possibile, la sapienza indiana e quella
greca avessero deciso di andare a braccetto.
Thuban batté le mani concitato, chiedendo ai due di non perdere
tempo e di mostrare alle ragazze il contenuto della scatola.
Merak obbedì, sfilando il coperchio e inclinando leggermente il
contenitore verso il suo pubblico, sogghignando nel sentire i loro
sospiri emozionati e meravigliati.
Adagiate su morbida stoffa, vi erano tre pietre dalla forma
ellissoidale, levigate al punto da sembrare gocce di vetro solidificato,
ma dai colori indescrivibili.
Medea si smarrì nella contemplazione di quei minerali,
domandandosi come fosse possibile che in una singola pietra
fossero mescolati il rosso, il giallo, il blu e il verde, e molte altre
sfumature della scala cromatica. Sembrava che una nebulosa fosse
stata intrappolata in quei cristalli; non aveva mai visto niente di simile
e ora non riusciva a distogliere lo sguardo. Lo stesso avveniva per
Aranel, che inoltre domandò come fosse possibile che all’interno di
una roccia si celassero le profondità di un cielo stellato.
Philip fu ben lieto di fornire qualche spiegazione alla propria diletta,
sperando di riscattarsi dalla pessima figura che aveva fatto poco
prima, dovendo ammettere di non conoscere tutte le potenzialità
dell’elunium, “Questi, mia cara, sono opali, pietre molto rare e
oltremodo preziose. Non solo presentano rifrangenze insolite e
meravigliose, che personalmente mi fanno pensare a mondi lontani
e a conoscenze fuori dall’ordinario, ma vennero anche utilizzate da
Rasalgethi come scrigni per le proprie memorie”.
Aranel a quel punto si avvicinò scettica alla scatola, scrutando i
cristalli che però, per quanto meravigliosi fossero, non sembravano
custodire alcun messaggio segreto, “Come ha fatto a serbare i propri
ricordi dentro a questi sassi?” chiese ancora, mentre Medea non
riusciva proprio a trattenersi dall’emettere commenti estasiati.
Gli abitanti di Gaea non avevano avuto la fortuna dei terrestri in
merito alla tecnologia. Non avevano mai guardato dentro a un
telescopio e sicuramente non avevano mai osservato le
fantasmagoriche fotografie scattate dallo spazio profondo, perciò
non immaginavano quanto effettivamente le rifrangenze dei tre opali
somigliassero ai colori e alle forme di qualche galassia lontana.
Come se ciò non bastasse, Thuban aveva appena asserito che
quelle pietre dalla parvenza aliena erano persino in grado di
contenere i pensieri e le memorie di una persona, e questo le
rendeva simili non solo nell’aspetto, ma anche nelle funzioni, a
cristalli di origine extraterrestre, reperti di civiltà avanzate e
strettamente legate alle stelle.
Dopotutto Theia si era formata in seguito all’impatto del pianeta
Terra con un corpo celeste proveniente da chissà dove, per i suoi
abitanti cose del genere dovevano essere comuni.
Adhara parlò con tono asettico, quasi si trattasse di un computer di
bordo al quale era stato richiesto di elargire informazioni in merito a
un determinato argomento, “Queste pietre non sono troppo diverse
dalle nostre menti, in esse infatti viaggia la luce e viene rifranta dal
corpo cristallino, allo stesso modo in cui i ricordi e le informazioni si
trovano dentro di noi. Un Asbesto è in grado di ordinare la struttura
interna dei cristalli e di renderla simile a quella della propria anima.
Ecco perché in questi opali sono presenti le memorie di Rasalgethi”.
Medea non riuscì a trattenere un nuovo gemito di meraviglia, “Tutto
ciò è sorprendente, le persone su Theia possono trasferire i propri
ricordi nei cristalli… Non so se questo mi ricordi di più qualche libro
di estrema fantascienza o qualche racconto dove invece è imperante
l’uso della magia. Le due cose, apparentemente opposte, sono
invece diventate così vicine da toccarsi!”
Merak non era d’accordo, e infatti dissipò l’entusiasmo della propria
conterranea con un cenno disinteressato, “Non esagerare,
scommetto che quando ti trovavi sulla Terra, nella tua camera, e
ascoltavi della musica mettendo un cd dentro allo stereo, non facevi
tutte queste moine, saltellando di gioia e adulando i progressi della
tecnologia. Il meccanismo di base è il medesimo, così come quello
dei computer, cristalli che immagazzinano dati, ne hai fatto uso per
tutta la tua vita senza considerarla un’impareggiabile magia”.
La ragazza si fermò a riflettere, rendendosi conto di non conoscere
praticamente nulla circa il funzionamento di gran parte degli oggetti
che popolavano la sua quotidianità. Eppure, qualcosa dentro di lei le
faceva presente che c’era molta differenza in una tecnologia
complicatissima e accessibile a tutti, anche se comprensibile solo a
pochi, e una capacità quasi magica, come quella riservata agli
Asbesti, anche se in fondo il risultato ottenuto era simile.
Sembrava che, laddove la Terra si era incamminata lungo il percorso
ascendente della tecnologia, Theia avesse preso la scorciatoia
magica, approdando comunque alla medesima meta.
“Non capisco di cosa stiate parlando, - borbottò Aranel, che non ne
sapeva nulla di stereo e computer, e nemmeno di misteriosi cristalli –
però sono curiosa di scoprire qualcosa sul conto di questo
leggendario Rasalgethi. Mi ricordo di lui, una persona del genere
difficilmente si dimentica, era un collaboratore di Philip, ai tempi in
cui mi trovavo a Londinium. Ho sempre pensato che sarebbe stato
interessante conoscerlo meglio, ma non mi sono mai azzardata ad
avvicinarmi troppo, eppure era talmente intrigante, con quei suoi
capelli lunghi e bianchi e gli occhi rosa!”
Alioth entrò nella sala macchine, anche se nessuno lo aveva invitato,
sbuffando e preparandosi, come al suo solito, a criticare qualcuno,
“Lo trovi affascinante? Dimmi, sai per caso perché gli occhi degli
albini sono di quel colore rosso o rosato? Semplicemente perché
sarebbero incolori, ma nella loro trasparenza, lasciano intravedere
ciò che c’è dietro… sangue!”
Medea cercò di deglutire ma si accorse di non riuscirci, gli occhi di
Adhara, che fino ad allora le erano sembrati un’esotica e
interessante particolarità, ora le facevano paura, rivelandosi due
pozzi di sangue ancora vivo.
Merak si piazzò davanti ad Adhara, quasi volesse proteggerla da
un’imminente aggressione fisica da parte dell’Isut, “E allora? Non hai
forse anche tu il sangue che ti scorre nelle vene? Sei una specie di
fantasma?”
Alioth fece spallucce, ignorando il tono ostile del rivale, “Certo che lo
ho, ma perlomeno non è visibile a tutti coloro che mi guardano negli
occhi”.
Il ragazzo terrestre strinse i pugni, come se li stesse preparando per
scagliarli con forza contro il viso perfetto e dai lineamenti sottili e
allungati dell’Isut, lasciando un bel livido su quella pelle ambrata e
facendogli gonfiare uno di quegli ineccepibili occhi affusolati, tuttavia
non si mosse, preferendo consegnare il proprio astio alle parole, “E
cosa vede nei tuoi occhi, colui che ha il coraggio di guardarci
dentro? Solo un abisso nero, proprio come il tuo cuore!”
Alioth inarcò un sopracciglio, pronto a ribattere, ma venne preceduto
da Aranel, che si piazzò in mezzo ai contendenti, “Se c’è una cosa
che non intendo tollerare a bordo della nave di cui sono al comando
è la rivalità tra i membri dell’equipaggio. Il Cygnus è la nostra casa e
finché ci troviamo a bordo, dobbiamo comportarci come una
famiglia. Eli, chiedi subito scusa ad Adhara, non è per niente carino
fare commenti negativi sull’aspetto delle persone, come se
potessero decidere autonomamente di che colore avere gli occhi, i
capelli o la pelle!”
Il ragazzo egiziano ridacchiò tra i denti, senza proferir parola o fare
qualsiasi gesto, considerandosi superiore a simili dimostrazioni di
sciocca solidarietà.
Adhara e Merak abbassarono lo sguardo, non si erano certo
aspettati qualcosa di diverso.
Aranel si piantò di fronte a lui, “Eli, non te lo ripeterò nuovamente,
sono il tuo capitano e ti ordino di chiedere scusa. La pena per
l’insubordinazione, sulle normali navi pirata, consiste in un bel tuffo
dalla passerella, finendo dritti in mare ma, dal momento che il
Cygnus è in grado di volare, prevedo proprio un doloroso impatto…”
Alioth sibilò a labbra serrate, “Aranel, ti ho salvata, ho rotto io le
catene che ti tenevano imprigionata sul fondo di quella nave
corsara…”
La ragazza annuì con orgoglio, “Esatto Eli, e mi piace pensare di
essere stata liberata per ragioni ben precise, e tra loro non figura
anche il permettere che l’equipaggio nella mia nave si insulti a
vicenda, per inezie del genere specialmente. Date le circostanze
però, potrei dimostrarmi magnanima. Sai, solitamente quando si
spedisce qualche disertore tra le onde del mare, gli si legano mani e
piedi per impedirgli di restare a galla. Come non hai mancato di
ricordarmi, sei stato tu a spezzare le mie catene, perciò, se
continuerai con questo atteggiamento ostile, farai un bel salto dalla
passerella, ma avrai mani e piedi liberi. Chissà se, scuotendoli alla
massima velocità, imparerai a volare…”
Alioth dovette sottostare agli ordini del nuovo capitano,
comprendendo, suo malgrado, che con Aranel Vanhorn a bordo
molte cose sarebbero cambiate, e forse non necessariamente in
meglio come invece aveva sperato. Dopotutto era stato lui l’artefice
dell’incendio che aveva fatto inabissare la Brimstone, perciò era
l’ultimo a potersi lamentare dell’operato di Aranel.
“Perdonami, Adhara, non volevo essere offensivo nei tuoi riguardi!”
disse, fermandosi però a guardare con cipiglio seccato Merak.
Il capitano gli batté una mano sulla spalla, “Hai visto? Non è stato
poi così difficile!”
L’Isut alzò gli occhi al cielo, lasciando quella stanza prima che
potessero costringerlo a fare qualche altra cosa umiliante, come
stringere la mano a Merak o addirittura cingerlo in un abbraccio
fraterno. Quando la porta della sala macchine si richiuse alle sue
spalle, tutti i presenti esibivano un sorrisetto decisamente
compiaciuto.
Medea aveva assistito divertita a quel teatrino, provando
improvvisamente un picco di stima verso la piratessa che era riuscita
finalmente a mettere a tacere il borioso Alioth, ma ora che se n’era
andato, il suo interesse tornò a fiondarsi sulle misteriose pietre dai
luccichii multicolore, le quali sembravano in grado di imbrigliare interi
universi, oltre ai ricordi delle persone.
“Come faremo a leggere le memorie di Rasalgethi da lì? C’è una
specie di meccanismo capace di tramutare i dati contenuti nel
cristallo in immagini o suoni?” chiese, avendo in mente l’analogia
fatta da Merak tra quegli opali e i cd o dvd che aveva sempre usato
sulla Terra.
“Oh sì, c’è eccome! – rispose Thuban, avvicinandosi alla scatola che
conteneva i tre tesori – Il nostro congegno speciale si chiama
Adhara!”
Tutti vennero invitati a sedersi in cerchio, mentre la Samandar si
posizionava a gambe incrociate sul pavimento, stringendo tra le
mani a coppa uno degli opali e cercando la dovuta concentrazione.
“Il nome di queste pietre in greco è opallius e significa pietra
preziosa, ma non solo, la radice sanscrita è upala, e vuol dire
qualcosa come: vedere il cambiamento. Una nomenclatura perfetta,
direi, per qualcosa che è in grado di serbare antiche memorie!”
spiegò Philip, mentre prendeva posto tra Aranel e Merak.
La ragazza albina chiuse gli occhi, gettando improvvisamente la
testa all’indietro.
Tra le sue mani, i colori dell’opale cominciarono a danzare, come se
si trattassero di fiamme verdi, gialle, rosse e blu, intente ad ardere
all’interno del loro involucro di pietra.
Thuban intimò con un cenno di fare silenzio, mentre Adhara tremava
per lo sforzo.
Strinse il cristallo tra le dita e cominciò a parlare, con voce sottile e
sussurrata. Nessuno dei presenti riuscì a comprendere cosa
dicesse, e non solo a causa del volume decisamente basso con il
quale le sue parole erano proferite, ma specialmente perché erano
in una lingua sconosciuta.
Dopo un cenno da parte dell’alchimista, Merak le diede una leggera
pacchetta sulla spalla, riscuotendola dalla trance, “Stai parlando in
greco” le fece notare, e Adhara, per tutta risposta, chiese scusa e
tornò a concentrarsi sulla pietra che aveva tra le mani.
Riprese quindi a dire qualcosa, traendolo dalle profondità del
cristallo, secondo qualche incredibile metodo che solamente gli
Asbesti e le loro ancelle erano in grado di utilizzare. Questa volta
tutti furono in grado di comprenderla, anche se le sue parole
suonavano davvero insolite.
“Sono stato nell’adyton, non filtrava la luce del sole e l’aria era
pregna di un odore dolciastro. Lei era lì, seduta sul suo tripode e
stringeva foglie di alloro. Il pneuma danzava intorno a noi,
l’Omphalos sussurrava misteri inconoscibili. Mi disse che le stelle
non erano scomparse, qualcuno sarebbe riuscito a ritrovarle, ma
prima di ciò, il sogno doveva essere sognato.
La luce è la più sacra delle cose, essa infatti riesce a viaggiare più
veloce del vento, ed è talmente sottile che riesce a insinuarsi nei
pertugi più piccoli, persino in quelli che collegano tra loro i mondi. Le
stelle non hanno occhi né bocca, possono parlare al nostro cuore
solo tramite il proprio splendore, ecco perché il sogno non sarà
sognato solamente nel mio mondo. Se voglio trovare la risposta,
prima che la Torre eburnea si sgretoli e le montagne cadano sulle
nostre teste, anch’io dovrò divenire luce.”
Adhara emise un singhiozzo e una lacrima le scese lungo la
guancia, prima che anche il resto del suo corpo venisse pervaso dai
sussulti.
Merak le tolse l’opale dalle mani e lo sistemò con cura assieme alle
altre due pietre, nella scatola, scuotendo la testa in direzione di
Thuban, indicandogli che, a parer suo, la ragazza albina aveva già
faticato abbastanza.
L’alchimista annuì e il coperchio venne infilato sul contenitore,
mentre Medea e Aranel, le uniche presenti ad aver udito quel
resoconto per la prima volta, si scambiavano occhiate sorprese e
riflessive.
“Se è diventato luce per davvero, sarà un problema ritrovarlo!”
esclamò la piratessa, mentre Philip cercava di spiegarle meglio
quelle parole, “Ritengo che Rasalgethi si riferisse alla capacità di
viaggiare attraverso i mondi, infatti da Theia è riuscito ad arrivare fin
su Gaea”.
Medea si rendeva conto che le memorie del leggendario Asbesto
non le sembravano incomprensibili come aveva immaginato, le
bastava pensarci un attimo per trovare interessanti collegamenti,
quindi si rivolse ad Adhara, che era intenta ad asciugarsi
mestamente le lacrime.
“Su Theia esiste una città chiamata Delphi?” domandò, attirando su
di sé l’attenzione di Philip e trovandosi, con molto imbarazzo, gli
occhi rossi della ragazza puntati dritti nei propri. Cercò di non
pensare a ciò che Alioth aveva detto poco prima, ovvero che quel
colore era proprio quello del suo sangue, e tentò di giustificare i
propri dubbi.
“Beh, ho sentito nominare foglie di alloro, l’Omphalos e l’adyton:
sono tutti chiari riferimenti al santuario delfico, non trovate? – Aranel
le rispose con un’espressione smarrita, come se avesse appena
parlato in un’altra lingua, decise perciò di spiegarsi meglio, dopotutto
molti dei presenti non provenivano nemmeno dal suo medesimo
mondo e non condividevano la sua cultura – Dunque, nell’antica
Grecia, e precisamente nella città di Delphi, c’era un importante
centro di culto dedicato ad Apollo. Lì risiedeva una sacerdotessa
oracolare in grado di fare portentose profezie. Da sempre questo
argomento mi ha affascinata, ho letto libri sull’argomento e visto
molti documentari, perciò so con certezza che l’adyton era la stanza
dove la Pizia si ritirava per fare i suoi oracoli, e l’Omphalos era una
pietra assai misteriosa, che si diceva potesse mettere in
comunicazione tra loro uomini e dèi. Ecco perché ritengo che
Rasalgethi si sia recato a consultare la sacerdotessa delfica…”
La piratessa non sembrava ancora del tutto convinta, “E cosa
significa che il sogno dev’essere sognato?” la interrogò.
Thuban fissava intensamente Medea, quasi si aspettasse di sentirle
rivelare qualche grandiosa verità, invece la ragazza non ne aveva la
minima idea, “Non saprei, spesso le profezie della sacerdotessa
erano di assai difficile interpretazione. Ad ogni modo, credo che sia
stato questo messaggio a convincerlo a partire verso altri mondi,
dopotutto era un Asbesto ed era in grado di fare cose impensabili
grazie al potere dei cristalli”.
“E aggiungerei che dovesse avere anche una certa fretta, dal
momento che doveva agire prima che la Torre eburnea si
sgretolasse e le montagne cadessero… - proseguì Aranel, un tantino
inquietata da quella strana profezia – Secondo voi è riuscito a fare in
tempo?”
A quel punto Philip assunse un’espressione molto triste, “Mia cara,
la sua missione è anche la nostra e, come vedi, stiamo ancora
cercando”.
“Allora dobbiamo sbrigarci! – esclamò il capitano, indicando la
scatola contenente le pietre – Adhara, per favore, potresti dirci
cos’altro racchiudono gli opali?”
La ragazza però scosse la testa, stremata, “Vi prego, non
costringetemi a provare tanto dolore. Era da tanto tempo che non
sentivo la sua voce nella mia anima, avevo dimenticato quella
sensazione… Lui era il mio maestro” mormorò.
Thuban si alzò in piedi, invitando tutti a fare altrettanto, “Lasciamo
che Adhara si riposi, altrimenti non potremo far prendere quota al
Cygnus. Per oggi ha già fatto anche troppo”.
Merak l’accompagnò fuori dalla sala macchine, e anche l’alchimista
uscì, desideroso di posare gli occhi sui propri vecchi appunti,
sperando di trovare qualcosa di utile alla sua ricerca.
Medea e Aranel rimasero sole con l’elunium che pulsava appena
percettibilmente, entrambe lo fissavano in silenzio, con la testa piena
di pensieri.
La prima rifletteva su Theia e sui suoi bizzarri abitanti, aveva sentito
parlare di torri d’avorio, di cristalli dai poteri inimmaginabili, e ora
persino di sacerdotesse oracolari. Quel posto doveva essere
davvero meraviglioso, non certo come la sua noiosa Terra, dove
nessuno si era accorto della sparizione delle stelle.
AL-UQSUR

Il Cygnus avanzava a vele spiegate, lasciandosi dietro una lunga


scia nell’acqua fluviale. Aranel lo stava dirigendo verso il mare, dal
momento che nessuno le aveva ancora comunicato una meta
predefinita, e che, se a un tratto avesse dovuto librarsi in volo,
sarebbe stato meglio trovarsi in mare aperto, lontani da occhi
indiscreti.
Thuban e Alioth si trovavano a prua e discutevano sottovoce di
chissà quali argomenti. Tornarono in mezzo agli altri solo dopo
qualche ora di concitato parlottare e comunicarono al restante
equipaggio che la loro nuova meta sarebbe stata a sud, oltre il
Mediterraneo, nelle terre dov’era cresciuto l’Isut.
Merak non era affatto d’accordo, infatti fece udire le proprie riserve,
“Se il nostro obbiettivo è Rasalgethi, perché non andiamo a cercarlo
su Theia, in fondo è quella la sua terra, non è così?”, a dire il vero
quell’obiezione partiva anche dal desiderio di vedere con i propri
occhi il misterioso mondo dei cristalli dal quale provenivano Adhara
e il suo doppio. Il ragazzo terrestre ne aveva solamente sentito
parlare e ogni particolare gli era sembrato magnifico; non poteva
sopportare di essere l’unico su quella nave, fatta eccezione per le
due nuove arrivate, a non aver solcato i cieli di quel pianeta fusosi
con un altro corpo celeste proveniente da chissà dove.
L’alchimista scosse immediatamente la testa, “Questa fu la nostra
primissima idea, in effetti cercare Rasalgethi alla Torre eburnea è il
ragionamento più logico. Tuttavia, quando fummo su Theia, non solo
non lo trovammo da nessuna parte, ma incontrammo persino due
suoi discepoli che, disperati, vagavano in lungo e in largo perché
non avevano più sue notizie da molto tempo. Certo, non possiamo
escludere che l’Asbesto si trovi comunque su Theia, nascosto da
qualche parte, ma per il momento abbiamo altre priorità, e non
dimentichiamo che il salto richiede uno spropositato quantitativo di
energia, perciò non possiamo assolutamente abusarne. Alioth è
riuscito a ottenere dal museo di Julia Augusta Taurinorum un oggetto
molto particolare…”
“Più che ottenuto, io direi che l’ha rubato!” ribatté Merak, ricordando
le reazioni angosciate del proprio doppio, quando si erano incontrati
nelle strade attigue al Museo Egizio.
Il diretto interessato lo fissò intensamente e con sdegno, “Non sono
d’accordo. I veri ladri sono coloro che hanno depredato i sepolcri
della mia terra per poi esporre agli occhi dei profani tesori di
inimmaginabile rarità e bellezza. Mi ritengo piuttosto un portatore di
giustizia, in quanto ho recuperato il maltolto e lo riconsegnerò ai suoi
legittimi proprietari”.
Tarazed roteò gli occhi, incredulo, “Certo, ora vorresti sembrare una
specie di buon Robin Hood!”
Thuban mise fine a quel battibecco con un gesto imperioso e deciso,
“Non appena saremo nella posizione adeguata, il Cygnus prenderà
quota, perciò, Adhara e Tarazed, tenetevi pronti. La nostra
destinazione sarà Luxor, e non voglio più sentire lamentele al
riguardo”.
La ciurma obbedì, disperdendosi; ciascuno tornava alle proprie
incombenze, solo Medea non aveva ancora un ruolo ben definito e
perciò rimase sul ponte, osservando le sponde di quello che aveva
sempre chiamato il fiume Po, e che invece su Gaea portava il nome
di Eridanos, domandandosi cos’avrebbero trovato nella terra natale
di Alioth, luogo che, per quel poco che aveva sentito dire dai propri
compagni di viaggio, era rimasto molto simile all’antico Egitto.
Aranel si affacciò al parapetto, accanto a lei, con lo sguardo perso
nelle increspature dell’acqua a contatto con la chiglia del galeone,
“Non vedo l’ora di vedere il cigno aprire le sue grandi ali bianche e
prendere il volo… Philip ed Eli mi avevano parlato del loro grande
progetto, anni fa, e devo ammettere che non li avevo presi
totalmente sul serio. Certo, l’alchimia è in grado di compiere prodigi,
ha spezzato le mie catene e fa sputare fuoco e fiamme ai cannoni
delle navi, ma ritenevo un tantino eccessivo che facesse persino
staccare da terra imbarcazioni così pesanti, invece, a quanto pare,
quei due ci sono riusciti davvero…”
Medea annuì, “Sì, e anche se sono l’ultima arrivata su questa nave,
ho già compiuto il volo da Londinium fino al corrispettivo della mia
Torino. All’inizio pensavo che fosse una cosa inspiegabile e
straordinaria, e mi girava la testa anche solo nel realizzare che sotto
ai miei piedi non ci fosse altro che l’infinito, poi però mi sono
tranquillizzata. Dopotutto anche sulla Terra esistono mezzi in grado
di volare, e ci sono salita qualche anno fa proprio per compiere la
medesima traversata, ma al contrario, in gita verso Londra. Si
chiamano aerei e non so bene come funzionino, hanno dei motori
molto complicati e consumano moltissimo carburante, - notando
l’interesse di Aranel, proseguì – e non solo, pensa che gli scienziati
terrestri sono persino riusciti a mandare gli uomini sulla Luna e a
curiosare cosa ci fosse sul terreno di Marte!”
Questa rivelazione ebbe l’effetto sperato, la piratessa rimase a
bocca aperta, trovando assolutamente incredibili quelle notizie, “Dici
sul serio? Persino sulla Luna e su Marte? Dev’essere grandioso, e
cos’hanno trovato lassù? Ti prego, dimmelo!” esclamò,
completamente investita da un’ondata di entusiasmo.
Medea si accorse solo in quel momento di aver aperto uno spiraglio
su un argomento piuttosto complicato, che cos’avevano trovato gli
astronauti sul satellite terrestre? Rocce, una gravità più debole,
crateri e montagne, non erano poi scoperte tanto sensazionali e non
voleva deludere le aspettative di Aranel. Mentre rifletteva su come
indorare la pillola, si rese conto di una cosa alla quale non aveva mai
pensato, prima di allora, anche se in effetti si trattava proprio di
un’ovvietà.
Se c’erano uomini impegnati in missioni spaziali, che progettavano
viaggi sulla Luna o costruivano satelliti in grado di fotografare lo
spazio, che puntavano grossi telescopi verso il cielo, non si erano
accorti della sparizione delle stelle?
I notiziari non avevano detto nulla al riguardo e nemmeno cercando
su internet era riuscita a trovare informazioni sulla presunta
scomparsa dei corpi celesti. Sembrava tutto perfettamente nella
norma, eppure, alzando gli occhi oltre l’orizzonte, si vedeva solo una
coltre scura e uniforme.
Gli astronomi non potevano non essersene accorti, stavano perciò
tenendo nascosta la notizia a tutta l’ignara popolazione.
Provò l’impulso di correre da Thuban e chiedergli di invertire la rotta
e fare vela verso la Terra, invece che sulle calde sponde africane,
ma ricordò le sue parole di poco prima: il salto consumava risorse
preziose e perciò non andava sprecato, inoltre aveva ormai deciso di
recarsi a Luxor e difficilmente gli avrebbe fatto cambiare idea,
consigliandogli piuttosto di raggiungere un osservatorio e porre
domande a qualche esperto scienziato.
Sospirò, stabilendo di tenere a mente quell’opzione e proporla in un
momento maggiormente adatto; attualmente la loro meta era il
misterioso Egitto di Gaea, e doveva ammettere di esserne molto
affascinata.
Dopo quella lunga riflessione, si accorse che i curiosi occhi di Aranel
erano ancora puntati su di lei e attendevano una risposta. Medea
cercò di sdrammatizzare “Mah, nello spazio non hanno trovato poi
niente di sconvolgente, solo rocce e crateri. Probabilmente
avrebbero fatto meglio a visitare i tanti luoghi interessanti sparsi su
tutta la superficie del loro pianeta. A proposito di questo, sei mai
stata a Luxor?” chiese, cercando di cambiare argomento.
La piratessa annuì ma con una smorfia di sofferenza, “Non ho potuto
vedere granché, però posso dire di esserci stata. Avevamo aperto
una fessura tra le assi della nostra nave e da lì guardavamo il
mondo, quando gli schiavisti non erano nei paraggi. La luce era
accecante e le catene sembravano stringersi ulteriormente e fare
molto più male, alla vista di tutti quei colori e di tutti quei luoghi che
non potevamo visitare di persona. Abbiamo remato lungo buona
parte del limaccioso Nilo e abbiamo scorto le alte piramidi.
Svettavano oltre le tende dei bazar e sopra le case basse e
argillose. Quando ci siamo fermati al porto di Luxor, ho visto la
facciata del tempio di Karnak…”
L’altra la interruppe, “Non ti metterà una gran malinconia visitare di
nuovo gli stessi luoghi dove sei stata in schiavitù?”
Aranel scosse la testa, mostrando tutta la propria forza d’animo, “Al
contrario, mi darà grande gioia, perché posso tornare su quelle
medesime acque, e non più incatenata sottocoperta, ma come un
vero capitano!”
Le loro confidenze vennero interrotte dal passaggio di Thuban;
guardingo scrutava le sponde verdeggianti e solitarie attorno a loro,
borbottando tra sé che non ci sarebbe stato bisogno di attendere
ancora a lungo. Batté forte con il piede sulle assi del ponte,
spaventando Medea e facendola voltare, “Adhara, Tarazed, fate
volare la mia creatura!” gridò, gonfiandosi d’orgoglio, come le vele su
cui era raffigurato un cigno dalle ali spiegate.
Aranel lo raggiunse emozionata, finalmente avrebbe assistito al più
straordinario degli eventi visibili su Gaea, un galeone avrebbe
lasciato le acque per avventurarsi verso i cieli sconfinati.
Un leggero brusio infastidì gli orecchi dei presenti, quindi si udì lo
sbuffo dei macchinari e una vibrazione lieve ma costante sul
pavimento sotto alle loro suole. Barbiglio, che dormiva beatamente,
alzò appena le orecchie prima di tornare a sonnecchiare.
L’alchimista prese la mano della piratessa con gesto elegante, quasi
la stesse conducendo al gran ballo, e la guidò fino al parapetto, dove
la invitò a guardare in basso.
Un’ombra scura e oblunga, come se si trattasse di una balena non
ancora affiorata in superficie, sfrecciava sulle acque dell’Eridanos,
tuttavia nessun cetaceo poteva vivere in quell’ambiente fluviale, si
trattava della sagoma del Cygnus intento a prendere quota.
Le sponde e il corso d’acqua divennero sempre più piccoli sotto gli
occhi attoniti della piratessa, che ne aveva passate davvero tante a
bordo dei velieri, ma mai avrebbe immaginato di partecipare a un
simile evento fantastico. La terraferma sembrava sempre più un
disegno, anche gli alberi più alti perdevano la loro imponenza e
tridimensionalità, risultando solo dei piatti puntolini verdi, visti da
quella nuova prospettiva. C’erano anche piccoli paesi, e in
lontananza grandi città: sembravano mucchietti di briciole
sparpagliate dal vento.
Aranel non credeva ai propri occhi, Philip era davvero un genio. Era
riuscito a creare qualcosa di straordinario, che avrebbe potuto
cambiare il destino di parecchie persone. Lo spostamento d’aria le
fece lacrimare gli occhi e la ragazza li asciugò cautamente con le
dita, stando attenta a non rovinarsi il trucco, “Questa nave ti
piacerebbe, Ed, a bordo di un galeone volante potresti essere
davvero il re incontrastato dei pirati…” rimuginò tra sé, senza badare
alle vanterie di Thuban, che sembrava sul punto di esplodere da
tanto gonfiava il petto e si inorgogliva, spiegando alla piratessa le
innumerevoli fatiche che ci erano volute per costruire i motori e
soprattutto perché lavorassero armoniosamente con l’elunium, il
cristallo che Rasalgethi gli aveva procurato direttamente da Theia.
Per non destare troppi sospetti, l’alchimista aveva tracciato una rotta
che attraversasse il mare, correndo parallela alla penisola italiana
ma senza sorvolarla, fino a raggiungere le sponde africane.
Ci volle almeno una giornata di traversata, dal momento che non
aveva senso sprecare le preziose energie di Adhara, passando per
le pieghe dimensionali solamente per accorciare un tragitto da
compiersi interamente su Gaea.
Anche Aranel, dopo un primo momento di assoluto entusiasmo,
cominciò ad abituarsi all’idea di trovarsi a centinaia di metri da terra,
e riprese a svolgere le proprie mansioni di capitano, organizzando
l’arrivo nei caldi lidi egiziani.
Guardare il panorama risultò ben presto un’occupazione noiosa, il
mare era sempre identico, anche se di tanto in tanto si potevano
scorgere branchi di delfini, seppur così piccoli da non trovarli poi così
interessanti, o navi intente a solcare le acque con il vento che
soffiava forte nelle grandi vele, spingendole verso la meta.
Verso la fine del viaggio, quando ormai la costa africana si stagliava
all’orizzonte con il suo colore sabbioso e arido, creando un netto
distacco con il limpido blu marino, cominciarono a comparire anche
imbarcazioni dalla forma diversa. Queste avevano vele meno
imponenti e, dai lati dello scafo, lasciavano uscire centinaia di piccoli
remi impegnati a muoversi all’unisono, probabilmente a suon di
sferzate e sferragliare di catene.
Aranel mostrò i denti, come una leonessa che riconosce colui che le
ha portato via i cuccioli, quindi si voltò verso l’equipaggio, “Questa
nave ha dei cannoni?” domandò candidamente, ottenendo solo uno
scuotere di testa generale. Il Cygnus non era stato ultimato
pensando a scontri tra galeoni, quanto piuttosto per compiere grandi
viaggi.
“Lo sospettavo, - mugolò lei, piuttosto delusa – questa è una delle
prime cose a cui dovremo rimediare. Eli, puoi venire un attimo?”
chiamò quindi, cercando qualche valida alternativa.
Alioth non le rivolgeva la parola da quando era stato umiliato nella
sala macchine, ma si dimostrò piuttosto incline a cercare un
riavvicinamento, “Ascolta, - gli disse, facendosi piuttosto amichevole
e affettuosa, prendendogli una mano tra le proprie - tu sei un grande
alchimista e scommetto che da qualche parte hai tante belle
polverine che, se combinate nel modo sbagliato, o meglio, in quello
giusto, potrebbero far saltare in aria un’intera nave. Che ne diresti di
prestarmene una manciata?”
Eliphas si lasciò adulare con piacere, “Posso far esplodere qualsiasi
cosa tu voglia, dipende tutto da come mi convincerai…”
Si guardò intorno, per accertarsi che il giudice di gara stesse
guardando, e infatti Medea non era lontana. Assieme a Mizar stava
fingendo di sistemare il cordame, ma era palese il fatto che entrambi
si trovassero lì solamente per origliare la conversazione.
“Devo ammettere di essere un tantino spiazzata, - sussurrò Aranel,
con un’ingenuità che non si capiva bene se fosse autentica o
attentamente calcolata – tu sei un Isut, uno dei prescelti del
prestigioso tempio di Karnak, che cosa potrebbe mai destare
l’interesse di uno come te?”
Il ragazzo egiziano arricciò le labbra in un sorrisetto malizioso,
avvicinandosi pericolosamente al viso di lei.
Medea ormai non faceva più finta di essere occupata in altre
faccende, si era messa a fissare con interesse quell’inatteso risvolto,
“Pare proprio che tuo fratello perderà la sfida…” disse a bassa voce
a Mizar, aspettandosi che quest’ultimo escogitasse qualcosa pur di
evitare al proprio doppio di pagare un pericoloso pegno.
Il ragazzo la sorprese, perché continuò ad arrotolare la fune che
aveva tra le mani, senza curarsi minimamente degli altri avvenimenti
sul ponte.
La ragazza gli diede un pungente gomitata, “Sta per baciarla, non
hai intenzione di fare nulla per impedirlo?” suggerì, trovando davvero
assurda quella mancanza di interesse e rendendosi conto che,
personalmente, non aveva proprio nessuna voglia di vedere Alioth
trionfare; era già talmente borioso anche senza quell’ulteriore
conferma delle proprie potenzialità.
Si sarebbe volentieri intromessa al posto di Mizar, il quale aveva
risposto alla provocazione con un gesto di totale indifferenza,
tuttavia il giudice non poteva certo barare e l’Isut non era il tipo da
farsi mettere i bastoni tra le ruote senza vendicarsi.
Ormai i visi di Aranel e Alioth erano vicinissimi, probabilmente la
piratessa aveva capito dove quel gesto volesse andare a parare, e
non stava facendo nulla per discostarsi.
L’espressione concentrata e soddisfatta del giovane alchimista mutò
in una smorfia di dolore, lasciandosi sfuggire un gemito. Barbiglio
aveva appena deciso di usare il suo polpaccio come ceppo per
affilare le unghie, e ce le aveva piantate senza alcun riguardo.
La sua padrona sospirò, senza nascondere una punta di
divertimento, “Barbiglio, quante volte ti devo dire che non si graffiano
le persone con cui sto parlando?”, quindi lo prese in braccio,
staccandogli le zampine dai vestiti bucherellati di Alioth e
accarezzandolo con enfasi.
Il momento aveva ormai perso tutta la sua magia, l’Isut sbuffò e si
allontanò zoppicante, brontolando contro coloro che decidevano,
contro ogni buonsenso, di tenere un gatto a bordo di
un’imbarcazione.
Aranel cercò di giustificare il gesto del suo animaletto, “Suvvia Eli,
credevo che dalle tue parti i felini godessero di una certa
venerazione, e poi Barbiglio non è solo tanto carino, è utile per dare
la caccia ai topi!” gli gridò dietro, non riuscendo comunque a
rasserenarlo.
Medea si ritrovò a sorridere con estremo compiacimento, come se
fosse stata lei a vincere la sfida, e si accorse di non essere l’unica a
godersi il momento. Anche Tarazed stava sghignazzando con aria
davvero soddisfatta, era accovacciato proprio nel punto in cui, fino a
pochi attimi prima, il gatto della piratessa stava sonnecchiando
indisturbato.
Il nuovo capitano non immaginava tutto ciò che stava dietro a quel
piccolo episodio, e infatti non prestò attenzione alle espressioni
trionfanti dell’equipaggio, dedicandosi piuttosto al panorama,
“Guardate, - esclamò entusiasta – ormai si vede l’Egitto!”
Medea e Mizar andarono ad affacciarsi al parapetto, mentre Red
tornò alla sala motori a compiere il proprio dovere.
L’Africa si stendeva sotto di loro, un’enorme distesa secca e
sabbiosa; solamente una minuscola puntina aveva un aspetto
verdeggiante, ed era proprio lì che Aranel stava puntando il dito.
“Non è difficile riconoscere il delta del Nilo, e dall’alto è ancor più
semplice da individuare. Ci troviamo in regioni calde e molto aride,
non si vedono alberi e piante praticamente da nessuna parte, l’unico
luogo dove crescono rigogliose è lungo le sponde del grande fiume.
Oltre il delta, che è il triangolo di vegetazione che stiamo sorvolando,
vedete una striscia verdeggiante in mezzo al deserto: quello è il
corso del Nilo”.
Medea annuì con estremo interesse, “Perciò siamo già sopra le terre
egizie, tra poco atterreremo!” si entusiasmò, venendo però
contraddetta dal capitano.
“La città più importante, Al-Qahira, si trova proprio nel punto in cui la
zona lussureggiante comincia ad estendersi, ma noi siamo diretti a
Luxor, che si trova più a sud” spiegò Aranel.
Alioth si era fermato a rimuginare sull’accaduto poco distante, captò i
discorsi proferiti ad alta voce dal resto dell’ingenuo equipaggio e non
perse occasione per avere una, seppur piccola, rivincita.
“Non chiamarla in quel modo, solo gli stranieri che non conoscono lo
splendore e la storia di queste terre si riferiscono alla grande capitale
con il nome di Soggiogatrice, - puntualizzò, andando a piazzarsi
proprio in mezzo ai tre – eppure quella città non è solamente una
crudele dominatrice, ma piuttosto una madre premurosa. Essa è
Umm al-Dunya, la madre del mondo, un appellativo che le
conferisce tutto il rispetto che merita”.
Aranel lo assecondò, “Certo, dimenticavo che voi egizi avete nomi
diversi per tutto quanto. Scommetto che non ti va bene neppure il
modo in cui ci riferiamo a Luxor…”
Aveva ragione, e infatti l’Isut espresse nuovamente le proprie
preferenze, “Precisamente, il nome originario è Al-Uqsur, significa i
grandi palazzi. La mia città infatti è sede di ben sei grandiosi templi. I
più famosi sono l’Ipet-resyt, che voi profani conoscete come il tempio
di Amon, e il cui nome significa Il luogo a meridione, e l’Ipet-isut,
ovvero Il luogo prescelto, il santuario dove sono stato iniziato ai
misteri”.
Medea e Mizar si sporsero per guardare il paesaggio che lentamente
mutava sotto di loro. Il Nilo si allungava a perdita d’occhio come un
grosso e pigro serpente, e solamente lungo le sue sponde
crescevano palme e vegetazione verdeggiante, oltre c’era il deserto
con le sue dune sabbiose.
Superata la grande Al-Qahira, che per sonorità e posizione doveva
corrispondere alla capitale che Medea conosceva con il nome di Il
Cairo, le costruzioni cominciarono a farsi più rade; più scendevano
lungo il corso del Nilo e più sembravano lasciarsi alle spalle la civiltà
simil ottocentesca che contrassegnava Gaea per tornare indietro nel
tempo, a un Egitto governato dalle dinastie faraoniche.
In mezzo al deserto giallo e illuminato dal sole, che faceva venire
male agli occhi se fissato costantemente da quell’altezza,
l’equipaggio del Cygnus notò tre strutture che s’innalzavano,
maestose e antichissime, oltre le sponde del fiume, alla loro destra.
Erano piramidi e vegliavano su quelle medesime terre da millenni,
pilastri guardiani e custodi di indicibili segreti. A Medea vennero le
vertigini solo nel pensare che, così tanto tempo prima da non riuscire
nemmeno a immaginarlo, uomini in carne e ossa, proprio come lei e
gli altri membri dell’equipaggio, avevano deciso di innalzare
nell’arido deserto simili monumenti, con una forma talmente perfetta
da sopravvivere al passare dei secoli e, nonostante l’arretratezza
tecnologica e le strumentazioni assai più rudimentali, ci fossero
anche riusciti, e magistralmente.
Imperi erano sorti e svaniti come polvere, ma le piramidi
dell’altopiano di Giza erano ancora al proprio posto, mute
osservatrici degli effimeri sforzi degli esseri umani, che tanto si
davano da fare per dominare il mondo, e che poi si disperdevano
come un mucchietto di sabbia nel vento.
Simili pensieri sulla caducità dell’esistenza umana e sull’immortalità
di quei due monumenti eterni dovevano ronzare nelle menti di tutti i
presenti, perché Alioth, quasi le avesse letto nel pensiero, indicò un
punto arido e roccioso dove, a ben guardare, si potevano notare
alcune rovine che mantenevano vagamente la forma di edifici e
grandi palazzi.
I resti di alti pilastri cercavano invano di innalzarsi verso il cielo,
come dovevano aver fatto superbi nei tempi passati.
“Quella era Memphis, la grande capitale, la città dai molti nomi. Essa
fu Inbu-Hedj, dalle bianche mura, Djed-Sut, il luogo eterno, Ankh-
Tawy, la vita delle due terre, e infine Men-Nefer, la bellissima e
immortale. Qui sorgeva il grande tempio dedicato alla divinità
fondatrice dell’Egitto, il cui nome originale è Hut-ka-Ptah, lo scrigno
del ka del dio Ptah, e nella sua necropoli possiamo trovare i primi
esempi, quelli più antichi in assoluto, di creazione delle piramidi. Le
costruzioni di Saqqara infatti sono molto diverse da quelle
mastodontiche e geometricamente perfette che troviamo a Giza, e
anziché avere i lati lisci e ben squadrati, queste sono piuttosto le loro
antenate, si tratta infatti di piramidi a gradoni. Da qui il regno di Ptah
cominciò a sorgere, certo che avrebbe avuto gloria e immortalità, e
ora guardate cosa resta della grandiosa Memphis, solo rovine e
polvere…” mormorò intristito, mentre il Cygnus sorvolava i grandi
pilastri ridotti ormai a basamenti senza più nulla da sorreggere. Il
peso del grande regno egizio era un tempo affidato ad essi, ma
adesso potevano solo contemplare il cielo vuoto, struggendosi e
venendo lentamente ricoperti dalle sabbie del deserto, destinati sì
all’eternità, ma all’eterno oblio.
Pensieri pesanti gravavano sull’equipaggio, che cominciava a
sentirsi piccolo e insignificante in confronto alle meraviglie dell’antico
regno, le quali, nonostante tutto, erano andate perdute.
Che ne sarebbe stato di ciascuno di loro? Non avevano profondi
basamenti a tenerli ancorati alla terra e nemmeno alte punte
piramidali che sfidavano i cieli, erano più effimeri di un granello di
sabbia, chissà dove li avrebbe portati un nuovo soffio di vento.
LA TRIADE TEBANA

Il Nilo proseguiva a perdita d’occhio, Medea sapeva che era il fiume


più lungo al mondo, ma non immaginava che si srotolasse come un
filo di seta lungo gran parte dell’Africa, che a sua volta era un
continente vastissimo. Non voleva nemmeno fermarsi a pensare a
come doveva essere stata quella medesima traversata dal
Mediterraneo fino a Luxor, fatta però da un’Aranel che non si trovava
ancora sul ponte del primo prototipo di galeone volante, ma piuttosto
incatenata sottocoperta in una nave corsara, costretta a remare a
tempo con tutti gli altri schiavi come lei. Doveva essere stata
un’esperienza orribile e proprio non riusciva a spiegarsi come la
piratessa potesse ancora sorridere e guardare all’orizzonte con aria
speranzosa.
Dopo una traversata che parve infinita, il Nilo finalmente decise di
compiere un’ampia curva, piegandosi come un ferro di cavallo lungo
il proprio corso per poi tornare diritto, proprio dove sorgeva la loro
meta, Al-Uqsur, la città dai grandi palazzi.
Thuban e Alioth erano impegnatissimi nel trovare una zona fluviale
poco trafficata dove far ammarare il Cygnus senza destare sospetti;
Adhara nel frattempo doveva essere molto indaffarata nel tenere
innalzati gli scudi; una leggera foschia luminescente avvolgeva infatti
il galeone, impedendo a coloro che avessero guardato verso l’alto di
identificarlo con precisione.
Con qualche scossone e con estremo disappunto di Barbiglio, che
dovette aggrapparsi con gli artigli all’albero maestro, miagolando
cupamente per manifestare il proprio fastidio, la nave tornò a
occupare le vie fluviali, sollevando spruzzi tutto attorno a sé,
bagnando con acqua limacciosa una buona parte del ponte.
Il porto di Luxor era frequentato da imbarcazioni di diverso tipo,
c’erano galeoni simili al loro, i quali tuttavia non nascondevano
preziosi cristalli nella stiva ed esibivano stemmi sulle vele assai facili
da riconoscere per chi fosse minimamente pratico di viaggi per
mare.
Aranel indicò ai compagni le navi inglesi e quelle olandesi, che
gestivano il commercio praticamente con il mondo intero, e perciò
erano le prede più succulente per i corsari; c’erano inoltre navi più
basse e larghe, che a Medea ricordavano vagamente dei millepiedi,
dal momento che avevano un grosso occhio dipinto sullo scafo e
centinaia di zampette che uscivano dai lati del corpo di legno: erano
galee prive di vele, che si muovevano interamente grazie alle fatiche
degli schiavi posti ai remi.
“Spero proprio che il piromane che ha bruciato la mia Brimstone
passi anche di qui, a dare a quegli schiavisti bastardi ciò che si
meritano!” ringhiò, fissando quelle galee con intensità, quasi stesse
tentando di arderle con la sola forza del pensiero.
La zona era piuttosto affollata e Thuban avrebbe rischiato di andare
a sbattere contro le altre navi, come aveva fatto in alcuni dei porti
maggiormente frequentati dov’erano stati in passato, ma per fortuna,
con Aranel al timone, il Cygnus riuscì a trovare un sicuro ancoraggio
sulle banchine di Luxor.
Con un bel sorriso, il capitano andò anche a trattare con l’incaricato
di raccogliere i dazi portuali, riuscendo ad attraccare senza spendere
nemmeno una moneta delle misere casse dell’equipaggio.
“Credevo che gli alchimisti sapessero trasformare in oro tutti i metalli
meno preziosi, - sussurrò a Philip, mentre veniva ringraziata per
quella spesa evitata – se è così, dovreste essere ricchissimi!”
Thuban sogghignò sotto i folti baffi, “Non è così semplice, mia cara.
Raffinare la materia e condurla al proprio stato di perfezione non è
mai un procedimento immediato, e lo stesso avviene per l’animo
umano. Occorrono molto lavoro e grandissima sapienza per poter
anche solo sperare di riuscirci, un giorno. In ogni caso, spero che i
sapienti di Karnak saranno munifici verso il loro allievo che riporterà
alla propria legittima dimora un prezioso reperto trafugato…”
“Quindi è per questo che siamo qui? – sbottò Merak, che aveva
sentito tutto – Per raccogliere finanziamenti? Credevo che avessi un
piano assai più articolato e degno di rispetto!” lo criticò, senza
tuttavia scalfire anche solo minimamente l’orgoglio dell’alchimista.
“Una delle prime lezioni che si apprendono a Londinium, nella
grande cupola bianca degli Akademikoi, è proprio come ottenere
favori dalle persone giuste. Senza le risorse adeguate, nessuno può
sperare di dar vita ad alcunché. Credi che sarebbe sorta qualche
piramide, se un ricco faraone non avesse avuto tale capriccio, o se
qualche arguto architetto non gli avesse instillato una simile idea?”
Oltre l’affollato porto e le basse casette argillose si apriva una vasta
strada pavimentata, custodita su entrambi i lati da sculture a forma di
sfinge. Dalla banchina non si poteva osservare con troppa
accuratezza, ma già da tale distanza il complesso di Karnak
appariva maestoso e imponente.
Una brezza calda spirava dal porto, facendo ondeggiare le navi e
scompigliando i capelli dei membri dell’equipaggio; un odore esotico,
foriero di aromi di spezie sconosciute, aleggiava assieme alle grida
dei marinai, proferite in un linguaggio ricco di accenti.
Alioth si era preparato sul ponte, ansioso di rimettere piede al suo
amato tempio. Aveva indossato abiti cerimoniali adatti all’occasione
e persino i suoi compagni di viaggio ora lo scrutavano con un senso
di curiosità misto a reverenza. Vestiva con una stoffa bianca e
leggera, probabilmente lino, la tunica arrivava fin quasi alle caviglie e
compiva pieghe e leggiadre volute, tenuta chiusa in vita da una
cintura. Il particolare più evidente era il pettorale in oro smaltato,
impreziosito da gemme rosse, che gli conferiva un aspetto simile a
quello dei pittogrammi disegnati sulle antiche pergamene. Ai piedi
calzava sandali di papiro e si era persino truccato gli occhi,
diventando ora indistinguibile da un giovane appartenente all’alta
casta faraonica.
Tarazed fece una smorfia di compatimento alle sue spalle, cercando
la complicità dei compagni nel deridere il nuovo pomposo aspetto di
Alioth. Medea finse di non aver notato quel gesto perché, anche se
non voleva ammetterlo neppure a se stessa, era molto affascinata
dall’aspetto regale dell’Isut.
Anche Aranel era piuttosto compiaciuta, “Eli, sei tale e quale a un
nobile rampollo del tempio che è salito sulla mia nave molti anni fa,
diretto verso Londinium… - gli sorrise, scostandogli un ciuffo di
capelli neri dagli occhi allungati e simili a quelli di un faraone – Ah,
non voglio ricordare quei giorni lontani, piuttosto, ho sempre invidiato
l’eleganza con cui riesci a demarcarti il contorno degli occhi…
Magari un giorno mi darai qualche lezione di trucco!”
Eliphas non seppe se prendere quella frase come un vero
complimento o piuttosto come una velata presa in giro, perciò si
mantenne serio, “La malachite verde del Sinai e la galena nera non
sono stati creati per compiacere la vanità delle signore, ma per
adornare i volti di coloro che sono degni”.
Anche Thuban era pronto, non si era agghindato come il discepolo
ma aveva comunque un’aria più presentabile di poco prima; batté
una mano sulla spalla di Alioth, “Sei pronto per tornare al tempio?”
domandò, ottenendo un concentrato assenso.
“Possiamo venire anche noi, vero?” domandò Medea, accorgendosi
che i due non avevano accennato alla partenza di nessun altro. Era
davvero curiosa di visitare il misterioso edificio sacro preceduto da
una strada custodita da decine e decine di sfingi; le antichità egizie
esercitavano su di lei un fascino recondito e magnetico, non avrebbe
permesso ai due alchimisti di andarsene da soli.
Evidentemente Thuban non aveva preso in considerazione
quell’eventualità, e infatti rimase un poco a pensarci, grattandosi la
barba e parlottando tra sé in modo incomprensibile, infine giunse a
una conclusione, “Sarà meglio che qualcuno resti di guardia al
Cygnus, ma gli altri potranno accompagnarci”.
Red si propose subito di rimanere a bordo, non aveva proprio alcuna
intenzione di tuffarsi in una visita alla pomposa e viziata infanzia
dell’odiato Alioth. Mizar lo seguì a ruota, incaricandosi di fare
compagnia ad Adhara.
La ragazza albina stupì tutti quanti, uscendo sul ponte e guardandosi
intorno con interesse, nonostante tutta quella luce le provocasse un
certo fastidio agli occhi, “Se mi è possibile, vorrei visitare il tempio”
disse con una flebile e appena percettibile vocina.
Nonostante sarebbe bastato un alito di vento per sovrastarla, tutti
prestarono attenzione, e Thuban le accordò il permesso, a patto che
non si affaticasse troppo.
Subito Mizar cambiò idea, annunciando che avrebbe preferito
scendere a terra e sgranchirsi un po’ le gambe, perciò fu stabilito
che al suo posto sarebbe rimasto a bordo Merak, ma ad una
condizione, “Accetto di rimanere, ma le cose devono essere pari. Se
Adhara vi seguirà al tempio, Aranel starà a bordo” sentenziò,
ottenendo il benestare dell’Isut e destando la perplessità della
piratessa.
“Oh, si tratta solo di una vecchia tradizione, - cercò di giustificarsi il
ragazzo terrestre – mentre molti marinai temono che imbarcare una
donna porti solo sciagure, noi del Cygnus siamo di tutt’altro avviso.
Anzi, abbiamo stabilito che a bordo debba sempre esserci una
presenza femminile!”
Thuban sghignazzò, applaudendo a tanta saggezza, “Sono
d’accordo, la vera sciagura sarebbe il ritrovarsi in mezzo al mare tra
soli maschi!”
Aranel fece una smorfia, “D’accordo, non verrò al tempio, anche
perché, devo ammetterlo, non mi dà l’idea di essere un luogo
divertente. Quando ero bambina, i miei genitori insistevano sempre
per portarmi in chiesa, dovevo indossare i vestitini più imbarazzanti,
con pizzi e merletti che mi davano l’orticaria e sandalini lucidi che mi
facevano sanguinare le dita dei piedi. Odiavo quei momenti e perciò,
finché avrò voce in proposito, non tornerò ad assistere a lunghi
cerimoniali sacri…”
Alioth s’indignò nel sentire che qualcuno desiderasse restarsene
lontano dal suo amato tempio, che per lui rappresentava il centro del
mondo e il luogo dove la meraviglia trovava la propria legittima
incarnazione, “La Festa di Opet non è affatto un noioso cerimoniale,
si festeggia per onorare gli dèi della sacra triade, composta dal
grande dio Amon, la sua sposa Mut, e il loro figlioletto Khonsu. In
quest’occasione la maestosa Userhat, la barca cerimoniale di Amon,
viene seguita da un corteo di danzatori nubiani e tutti cantano e
gioiscono al suono dei tamburi e dei sistri”.
La piratessa scosse la testa, “Allora mandatemi a chiamare quando
ci sarà da divertirsi, per il momento preferisco restare al porto, vorrei
scambiare quattro chiacchiere con qualche marinaio”.
Thuban interruppe i discorsi, incitando Adhara, Medea, Alioth e
Mizar a prepararsi per sbarcare nella magnifica Luxor. Salutarono i
compagni che sarebbero rimasti a custodire il Cygnus e quindi
imboccarono la dondolante passerella di legno, mettendo finalmente
i piedi sulla stabile terraferma.
Alioth sapeva perfettamente dove andare e con sdegno superò tutti
coloro che lavoravano al porto, commerciando o preparandosi per
salpare, o ancora trattando la compravendita di schiavi.
Medea teneva il passo, restando però stordita da quella miriade di
nuovi colori, suoni e odori.
L’aroma imperante delle spezie permeava l’intero porto, mentre il
terreno sotto ai loro piedi era ricoperto di polvere portata dal deserto.
Le tinte sgargianti dei tessuti pregiati e le urla di coloro che le
mettevano in vendita riuscivano da sole a riempire quasi tutto il
campo percettivo della ragazza, che tuttavia incrociò lo sguardo di
alcuni ragazzetti abbronzati, vestiti solo con un misero gonnello.
Erano in catene, attorno a un grosso palo conficcato nel terreno, e
guardavano con occhi scuri e rassegnati il viavai di persone
affaccendate. Non ci volle molto perché Medea capisse che quei
ragazzi sarebbero presto finiti nel ventre buio e maleodorante di
qualche galea. Legati a una panca e con un grosso remo tra le mani
avrebbero consumato i loro giorni migliori, potendo vedere il mondo
solo tramite un foro praticato di nascosto nelle assi dello scafo.
Avrebbe voluto poter fare qualcosa: se avesse avuto del denaro li
avrebbe comprati per dar loro la libertà, o se fosse stata un
omaccione alto e forte, avrebbe piantato nel terreno il negoziante
con un bel pugno e quindi avrebbe spezzato le catene dei suoi
prigionieri.
Si vergognò di se stessa, dovendo invece abbassare lo sguardo e
passare oltre, mentre la dignità e la libertà venivano calpestate, e la
vita umana veniva soppesata e venduta, come se fosse stata una
merce qualsiasi.
Si rese conto di essere l’unica colpita nel profondo da quella visione,
i due alchimisti avanzavano come se nulla fosse, con in mente
soltanto la propria meta. Mizar e Adhara, però, le avevano sempre
dato l’impressione di essere persone sensibili e gentili, come
potevano allora superare quei piccoli schiavi senza nemmeno
degnarli di uno sguardo, quasi fossero dei polli in una gabbia?
Lo chiese al ragazzo, con il quale aveva più confidenza, e questo
fece spallucce, “Anche su Theia ci sono gli schiavi, è una pratica
molto comune” spiegò con naturalezza.
Medea s’indignò “Ma è sbagliata! E il fatto che sia diffusa, la rende
ancor più abominevole!”
Evidentemente Mizar non era del medesimo avviso, anzi, sembrava
stranito dalla reazione eccessiva dell’amica, “Qualcuno deve pur
occuparsi dei lavori più umili, e quando una popolazione viene vinta
in battaglia, trovo giusto che i prigionieri vengano posti al servizio dei
vincitori. Inoltre non capisco perché ti scaldi tanto, sembra che tu
non abbia mai visto uno schiavo in vita tua, eppure mio fratello mi ha
detto che anche sulla Terra ce ne sono, e parecchi per giunta!”
“Cosa? – non riuscì a capacitarsene – Forse un tempo, ma in tutti i
paesi civilizzati la schiavitù è stata abolita da almeno un secolo!”
Mizar scrollò le spalle, “Merak mi ha detto che dalle vostre parti gli
schiavisti sono molto astuti e fanno credere alle persone di essere
libere, mentre invece lavorano senza sosta e gettano le loro vite al
servizio di qualcuno che odiano. Non possono vivere come
vorrebbero e sono costrette a ripetere i medesimi ripetitivi gesti,
giorno dopo giorno, nella speranza di accumulare abbastanza
denaro per essere libere. Non mi sembra una situazione molto
diversa da quella di Gaea, o di Theia, dove gli schiavi possono
venire liberati dai padroni o comprarsi la propria autonomia, com’è
successo a molti, che riuscirono persino a riscattare il terreno su cui
sorgeva la loro casa. Perlomeno uno schiavo in catene può
spezzarle e correre via, ma uno che invece si crede libero, resterà
soggiogato per sempre”.
La ragazza si guardò le punte delle scarpe per i successivi minuti,
persa nel soppesare le parole del ragazzo nativo di Theia. Non
aveva tutti i torti e la sua indignazione verso quei piccoli schiavi era
legittima, ma nella stessa misura avrebbe allora dovuto preoccuparsi
dei bambini dei paesi sottosviluppati, ai quali il mondo civilizzato
preferiva voltare le spalle e fingere che andasse tutto bene e che i
diritti umani fossero appannaggio di tutti. Non c’era nemmeno
bisogno di allontanarsi tanto dalla casa dov’era cresciuta, nella sua
Torino, per trovare situazioni di servilismo e sopruso. Ovunque
c’erano persone stanche e deluse, costrette a vivere la propria vita
come uno degli ingranaggi di Tarazed, incessantemente schiacciati e
in moto, finché non si sarebbero rotti, e allora sarebbero stati
rimpiazzati senza troppi rimpianti.
La confusione del porto ormai era alle sue spalle quando Medea
tornò a prestare attenzione all’ambiente circostante. Ora si
trovavano lungo una strada ampia e pavimentata con grossi lastroni
di pietra bruna e cotta dal sole, scrutati dal severo e perpetuo
sguardo di una moltitudine di sfingi.
Erano creature insolite, come la loro grande madre, la Sfinge di
Giza, dal corpo leonino e dalla testa di donna. Anche costoro se ne
stavano accovacciate con i loro agili corpi felini, ma la testa in questo
caso rappresentava un ariete dalle grandi corna a spirale.
Oltre quel lungo percorso, sotto lo sguardo inquisitore di quei
misteriosi custodi polimorfi, si passava attraverso una spessa cinta
muraria, in fondo alla quale si apriva un vasto cortile, dove stava il
portale che conduceva all’interno del tempio.
Anch’esso era affidato a due guardiani: enormi statue di faraoni,
rivestite dei loro più sacri paramenti, attendevano ai lati dell’ingresso,
e davanti a loro sorgevano altrettanti obelischi, ricoperti di antiche
scritture geroglifiche.
Uno di loro svettava verso il cielo limpido, fino a superare in altezza
la cinta muraria e persino la facciata del tempio, del suo gemello
sopravviveva però solamente il basamento. Come molte altre cose,
lì a Karnak, anche quel pilastro era caduto in rovina.
Mentre si incamminavano in mezzo al giardino delle sfingi, Medea
rimase molto colpita dalla visione di mezzi di trasporto simili ai primi
modelli di automobile. Non osavano percorrere quel sacro tracciato,
ma erano state parcheggiate poco distante dal complesso e alcuni
uomini vestiti di completi color cachi, con le maniche della camicia
che arrivavano al gomito e le braghette che finivano poco sotto il
ginocchio, erano indaffarati nello scaricare strane strumentazioni dal
bagagliaio, posizionandole con cura sul caldo selciato.
Uno di essi era particolarmente goffo e aveva già fatto cadere una
specie di rudimentale macchina fotografica, grande all’incirca quanto
lui, e ora si sistemava gli spessi occhiali sul naso rosso e
lentigginoso. Medea lo trovò piuttosto buffo, con la capigliatura folta
e rossiccia e gli occhietti nascosti dalle voluminose lenti; sembrava
proprio il classico esempio di ricercatore proveniente da qualche
luogo oltre la Manica che si trova piuttosto a disagio quando giunge
il momento di accantonare i grossi libri di storia e di fare un po’ di
indagine sul campo.
Mentre lo guardava divertita, pensando che gli ricordasse qualcuno,
anche se al momento non riusciva ad associarlo di preciso a qualche
sua conoscenza, anche Adhara volle dire la propria circa il grande
complesso di Karnak.
“Hanno tolto tutto il rivestimento bianco, che peccato… Anche le
piramidi che abbiamo visto dal Cygnus sembravano nude senza la
loro patina splendente” mormorò con aria malinconica, facendo
tornare alla mente di Medea le lezioni di storia impartitele dal
bizzarro ma geniale professor Russell.
Anticamente le piramidi, che attualmente avevano quel colorito
argilloso e brunastro, erano invece ricoperte da uno strato candido e
marmoreo, che le faceva risultare ancor più maestose e imponenti. Il
professor Russell aveva mostrato alla classe alcune foto ritoccate al
computer, che si proponevano di mostrare come quegli antichi
monumenti apparissero agli occhi dei loro contemporanei, e anche
gli studenti più svogliati e distratti a quel punto avevano spalancato
occhi e bocca, di fronte alla meraviglia di tali opere.
Su Gaea l’archeologia doveva essere ancora alle prime armi, a
giudicare dalle strumentazioni che venivano estratte dai bagagliai
delle antiquate automobili di un nero un tempo lucido, reso opaco
dalla sabbia del deserto, perciò era difficile spiegarsi come Adhara
potesse sapere del rivestimento marmoreo che un tempo copriva le
piramidi di Giza e presumibilmente anche il tempio di Karnak.
“Anche su Theia esiste la civiltà egizia, - spiegò allora Mizar – e
Adhara ha avuto la fortuna di visitarla, assieme ad altri adepti della
Torre eburnea”.
A quel punto l’interesse di Alioth verso i compagni si ridestò, “E le
piramidi, su Theia, sono ancora adornate dal marmo bianco? –
chiese infervorato, ricevendo l’assenso della ragazza albina –
Dobbiamo assolutamente andare a vederle!” esclamò, rivolgendosi
stavolta a Thuban, il quale gli fece cenno di calmarsi e di pensare a
una cosa per volta.
QE-RASIJA

Il complesso di Karnak riusciva a conservare la propria atmosfera di


magnificenza e sacralità, nonostante gran parte dei pilastri e delle
alte mura fossero cadute in rovina ormai da secoli. Anche se le
pietre argillose mostravano il loro volto più umile, un tempo erano
ricoperte di smalti candidi e marmorei che riflettevano la luce del
caldo sole egiziano, irradiando una leggera luminescenza, come se il
tempio stesso vibrasse di luminosità e l’eco di quest’aura mistica
continuasse a perdersi tra gli obelischi e le statue dei faraoni.
Entrarono in quella che doveva essere stata una delle costruzioni più
ampie e maestose dell’intera valle del Nilo, dal momento che le sue
numerose colonne erano talmente alte e massicce da non sembrare
nemmeno opera di architetti e operai umani. Un tempo quella era
stata una sala ipostila, ovvero con il tetto sostenuto da un colonnato.
Anche se del soffitto ormai non rimaneva più nulla, bastava anche
solo uno di quei pilastri, delle dimensioni di una stanza e
completamente adornato da pittogrammi e geroglifici, per provare un
senso di assoluta impotenza e piccolezza, e sentirsi come una
formica capitata per puro caso sul pavimento di una cattedrale.
Alioth passeggiava in mezzo a tali meraviglie con aria superba,
quasi fosse stato lui il costruttore. Sarebbe stato impossibile leggere
nel suo animo un senso di delicata e struggente nostalgia per quei
medesimi luoghi dove aveva trascorso la sua infanzia.
Se quei piloni potevano togliere il fiato a un uomo adulto e di grossa
stazza, qual era l’effetto che potevano avere su un bambino? Il
giovane Eliphas aveva corso a piedi nudi in mezzo a quel colonnato,
giocando a nascondino e imparando a riconoscere i vari geroglifici
sulla loro struttura ricurva. Poggiò il palmo della mano sulla
superficie di un pilastro, apprezzandone con il tatto i bassorilievi che
la riempivano completamente; in quel momento il suo era un sorriso
strano, indecifrabile, come i volti delle sfingi, custodi di indicibili
segreti.
“Muoviamoci, mi stanno aspettando!” incitò i compagni, accelerando
il passo e dirigendosi verso una delle strutture ancora in piedi, con il
tetto ancora appoggiato sopra le alte colonne.
Adhara non si diede troppa pena di seguirlo, sospirò e lentamente si
voltò verso Mizar, sussurrando le proprie impressioni circa quel
luogo, “E così gli Isut, i prescelti, vengono addestrati in un palazzo in
rovina”.
Mizar asserì un poco amareggiato, “A quanto pare, su Gaea molte
cose belle sono state divorate dal tempo o dall’incuria”. Medea si
trovò d’accordo, anche se doveva ammettere a malincuore che sulla
Terra le cose andavano ancora peggio. Le meraviglie storiche e
architettoniche del suo paese venivano valorizzate solamente nel
caso in cui potessero portare turismo e denaro nelle casse dello
stato, ma anche quando i lavori di restauro facevano del proprio
meglio, gli sciacalli dei tempi passati avevano già pensato a portar
via blocchi di pietra o a rubare dipinti, impoverendo e abbruttendo
ciò che secoli addietro era stato il fulcro della città.
“Anche se il tempio non ha lo stesso aspetto di quando venne eretto,
penso che riesca comunque a trasmettere un forte senso di
sacralità” volle contribuire alla conversazione, ricevendo un inatteso
assenso da parte della ragazza albina, “Le energie più forti e antiche
non cessano di pulsare solo perché qualche obelisco crolla o perché
gli uomini, animati da una nuova fede, strappano via i bianchi marmi
per costruire nuovi centri di culto. Questo luogo continuerà a essere
un importante fulcro magico, anche quando le sabbie del deserto
l’avranno completamente ricoperto. Di fondamentale importanza, se
si vuole preparare il cammino dei più giovani al viaggio verso i grandi
misteri, è il circondarli di sacra bellezza, in modo da scavare profondi
solchi nelle loro anime. Ciò avviene anche a Theia, nella Torre
d’Avorio”.
Adhara parlava con triste saggezza, probabilmente anche lei,
quando era solo una bambina, aveva dovuto abbandonare la sua
famiglia per iniziare l’apprendistato di Samandar.
Avrebbe voluto porle qualche domanda e scoprire qualcos’altro sul
misterioso mondo degli Asbesti, ma Alioth già non si vedeva più, era
andato avanti senza preoccuparsi dei compagni, tanta era
l’emozione di rivedere i luoghi della sua infanzia.
Thuban avanzava in silenzio, guardandosi attorno estasiato e non
partecipando alle conversazioni, riempiendo Medea di curiosità.
Dopotutto l’uomo che portava il nome di Philip Theophrast e che
viveva assai lontano da quei luoghi, a Londinium, non aveva alcuna
ragione evidente per scegliere come proprio apprendista un Isut,
figlio di una cultura tanto lontana e diversa.
Più ci pensava e meno quel nesso aveva un senso, decise perciò di
domandare all’alchimista perché mai avesse deciso di cercare in un
paese così esotico e lontano per prendere un adepto.
Thuban sorrise sotto i baffi, guardando la ragazza con la stessa
espressione che avrebbe potuto avere un nonno di fronte ai curiosi
quesiti della nipotina preferita, “Non sono stato io a decidere di
chiamare proprio Alioth al mio fianco, fu un carissimo amico a
consigliarmelo. Fu sempre lui a organizzare tutto quanto, in accordo
con il maestro che, qui a Karnak, si occupava dell’apprendistato del
ragazzo. Lo mandarono subito da me, a Londinium, senza che ci
fossimo mai incontrati prima, né tenuti in contatto tramite qualche
carteggio” spiegò, trovandola una cosa piuttosto divertente.
Medea roteò gli occhi, pensando che questo amico aveva giocato a
Philip proprio un bello scherzo, “Forse il maestro, qui a Luxor, non
vedeva l’ora di liberarsi di un allievo tanto insopportabile, e ha ordito
questo piano pur di spedirlo all’altro capo del mondo!” sogghignò,
immaginando che Tarazed sarebbe stato assolutamente d’accordo
con questa teoria.
Con sua sorpresa, anche Thuban non si mostrò contrariato, “Può
darsi…” ammise con una risatina appena accennata.
Raggiunsero il tempio ancora intatto verso il quale si era diretto
Alioth, scorgendolo ancora nei paraggi, ma non da solo.
Oltre il colonnato vi era una specie di laghetto perfettamente
incastonato in una cornice rettangolare; si poteva accedere alle
acque scendendo una piccola scalinata argillosa, e proprio seduti su
quegli stretti gradini, Alioth e un vecchio sacerdote stavano
discorrendo con fare amichevole.
Si trattava chiaramente di un uomo consacrato al tempio, si poteva
intuire dalla sua tunica candida e dalla pelle di leopardo che portava
adagiata solo su una spalla. Aveva la testa e il volto completamente
rasati, e ciò faceva risaltare i suoi lineamenti adunchi e assai
invecchiati. Non si sarebbe potuto dire quanti anni avesse
quell’uomo, avrebbe potuto averne settanta come anche
cinquecento. La particolarità che i visitatori notarono solo quando il
sacerdote si voltò verso di loro, dandogli il benvenuto, erano i suoi
occhi.
Portavano il trucco tipico dei devoti alle divinità egizie, ma erano di
un colore indefinibile e sbiadito, guardavano verso il gruppetto ma
non erano in grado di vederlo, sembravano piuttosto smarriti nella
contemplazione di qualcos’altro, molto lontano nello spazio e nel
tempo.
Alioth si alzò in piedi, aiutando l’anziano maestro a risalire la
scalinata, fino a condurlo di fronte al resto dell’equipaggio, “Avete
l’onore di conoscere il saggio Qe-rasija, colui che venne
doppiamente premiato dal dio Amon. Egli infatti lo privò della vista,
impedendogli in questo modo di essere turbato dalle infime cose di
questo mondo, e gli fece il grande dono della profezia”.
Il maestro chinò lievemente la testa, in segno di saluto, mentre
anche Thuban e gli altri ricambiavano a voce il piacere di fare la sua
conoscenza.
Adhara fu l’unica a non rispondere al saluto, anzi, sussultò e fece
inconsciamente un passo indietro, attirando su di sé in tal modo lo
sguardo cieco del vecchio indovino.
I due si guardarono intensamente per qualche secondo, dopodiché
Qe-rasija si rivolse a Thuban, voltandosi verso di lui con una
naturalezza impensabile per un uomo cieco, “Sono lieto di incontrarti
finalmente, Philip. Ho sentito molto parlare di te, spero che il mio
Eliphas si sia dimostrato un allievo promettente” disse con voce
tremula e gentile.
L’alchimista asserì, “Il ragazzo ha grandi potenzialità, anche se non
sempre mi sta a sentire…” ridacchiò, mentre Alioth sbuffava come
un bambino costretto ad assistere al colloquio scolastico tra il padre
e un professore.
Il sacerdote non parve stupirsi di tale notizia, “È sempre stato un
ribelle, anche da bambino” rispose divertito, suscitando l’ilarità
generale, mentre Mizar ammetteva di non riuscire proprio a
immaginarsi un piccolo Alioth che sgambettava qua e là,
disobbedendo alle regole del tempio e venendo rimproverato dai
sommi sacerdoti.
Il diretto interessato non apprezzò queste supposizioni sul suo conto
e cercò di frenare il discorso, “Qe-rasija è un profeta di Amon, infatti
sapeva che oggi sarei tornato a fargli visita. Vorrei restare un po’ da
solo con lui, ci sono molte cose di cui desidero parlargli, - disse,
sperando che i compagni comprendessero l’antifona e se ne
andassero, ma per sicurezza proseguì – i cortili del tempio sono
magnifici, perché non andate a visitarli? Laggiù c’è la statua di
Khepri, lo scarabeo solare: si dice che girargli attorno porti fortuna”.
Thuban capì di essere di troppo, perciò ammise che, in una missione
come la loro, un po’ di fortuna sarebbe stata di grande aiuto, perciò
condusse i tre ragazzi verso l’altro lato del lago artificiale, lasciando
l’Isut solo con il suo adorato maestro.
Mentre si allontanavano, Adhara non faceva che voltarsi indietro,
scrutando i due egiziani con aria confusa. Mizar si era accorto sin da
subito che la ragazza si trovasse a disagio alla presenza del vecchio
sacerdote, perciò le domandò se ci fosse qualcosa che la turbava.
La Samandar asserì con espressione molto seria, “Quell’uomo, quel
Qe-rasija… Credo di averlo già incontrato… in questo stesso luogo”
ammise.
Medea si guardò attorno senza riuscire a comprendere la portata di
quelle parole, “Credevo non fossi mai stata a Luxor prima d’ora”.
L’albina sospirò, senza smettere di volgere i suoi strani occhi rossi
verso il sapiente che, nel frattempo, le aveva voltato le spalle, troppo
indaffarato nel discutere di cose importanti assieme al proprio
discepolo, “Infatti non fu qui a Luxor che lo vidi, ma a Tebe, nome
con cui questo medesimo posto viene chiamato su Theia”.
Mizar fece spallucce, gli sembrava un caso di assai semplice
risoluzione, “Allora la questione è risolta, si trattava del suo doppio.
Anche noi ne abbiamo uno, qui su Gaea, e anche se non è così
semplice incontrarlo, non è del tutto impossibile”.
Adhara non sembrava affatto rassicurata da questa spiegazione,
“Non ti pare strano? Lo stesso uomo, con lo stesso aspetto, nel
medesimo luogo?”
L’alchimista intervenne nella disputa, apportando anche il proprio
contributo, “A dire il vero, a me sembra solamente una semplice
coincidenza. Gli Isut portano avanti una tradizione millenaria, perciò
la tunica bianca e la testa rasata sono un appannaggio di tutti i
sacerdoti di Karnak, siano essi su Theia o su Gaea. Inoltre non è poi
così raro che il doppio di una persona si trovi in una circostanza
pressoché identica, dopotutto le inclinazioni dell’animo sono le
stesse. Su Theia ho conosciuto un rapsodo noto in tutte le corti del
suo regno, che ho poi rivisto in un grande cartellone esposto sulla
Terra, dove venivano pubblicizzate le date dei suoi concerti. Certo,
non è immediato che il destino di una persona sia il medesimo nei
vari mondi, tuttavia ci sono buone possibilità che gli interessi e le
passioni siano comuni”.
La ragazza albina sospirò, smettendo di fissare intensamente Qe-
rasija, cercando di accettare in cuor proprio le ragioni esposte da
Thuban, che dopotutto ne sapeva ben più di tutti loro messi assieme,
quando si trattava dei diversi mondi possibili.
Mizar si allarmò, scoprendo che la statua dello scarabeo verso cui si
stavano recando fosse già assediata da un’altra persona. Uno strano
uomo, vestito con comodi abiti color cachi pieni di tasche rigonfie,
armeggiava con un complesso macchinario posto sopra un
cavalletto che però non era stato montato in modo appropriato: una
delle gambe era più corta delle altre e faceva dondolare l’intero
congegno.
Il buffo archeologo brontolava, cercando invano di trovare una
posizione stabile con cui fotografare, con quel suo aggeggio
antidiluviano, lo scarabeo di pietra, offrendo un siparietto comico che
indispettì i nativi di Theia, i quali avrebbero preferito osservare
Khepri in tutta tranquillità.
“Torniamo più tardi” suggerì il ragazzo, trovando la piena
approvazione dell’albina. Thuban andò con loro, ammettendo che,
se fosse rimasto ancora qualche secondo a guardare
quell’omiciattolo imbranato, non avrebbe resistito e sarebbe andato
a smontare quello strano macchinario per scoprire come farlo
funzionare correttamente.
Medea rimase sola nei pressi della statua del grande coleottero,
mentre le parole dell’alchimista le risuonavano nella mente. Anche
se il mondo era diverso, le inclinazioni dell’animo rimanevano
identiche, perciò quel bizzarro archeologo dalle guance scottate dal
clima di un paese così distante dal proprio, poteva avere davvero
molto in comune con il simpatico professor Russell, l’uomo che
aveva costituito una delle poche ragioni per cui la giovane Medea
fosse riuscita ad alzarsi volentieri dal letto per recarsi a scuola.
Russell era uno di quei rari insegnanti capaci di entrare nel cuore
degli studenti. Non ci riusciva certo grazie al suo aspetto, anzi, il
primo giorno di scuola, quando quell’ometto basso e lentigginoso era
entrato in classe, Medea e la sua compagna di banco l’avevano
subito deriso, disegnandolo intento a correre sopra un arcobaleno,
alla ricerca dell’agognata pentola d’oro.
In effetti c’era un’ottima ragione per cui il professore sembrasse un
leprecauno: era di origini anglosassoni e si era trasferito in Italia a
causa del suo sconfinato amore per le antichità, e in effetti la patria
natia di Medea aveva conservato così tante tracce storiche da
risultare la prima al mondo nella classifica del patrimonio artistico e
culturale.
Nonostante sembrasse spuntato fuori da una fiaba con gnomi e
folletti, il professor Russell riusciva a trasmettere il proprio amore per
la storia quasi si trattasse di una contagiosa malattia.
Medea si era accorta di esserne affetta, mentre sfogliava l’unico libro
pieno di appunti e sottolineature, e quando anche a casa, dopo
cena, aveva voglia di prendere in mano il quaderno e rileggere
quanto aveva scritto durante le ore scolastiche.
Il professor Russell non faceva propriamente lezione, raccontava
storie, ed era meraviglioso starlo ad ascoltare. Gli antichi non erano
solo ometti disegnati male su qualche affresco o bassorilievo, ma
persone in carne e ossa, che avevano amato e odiato, che avevano
avuto sogni e aspirazioni, insomma, la storia era come un buon
romanzo o un bel film, con il pregio aggiuntivo che tutto quanto era
accaduto davvero, e aveva influenzato in qualche modo il mondo
attuale.
Era stata davvero delusa quando era entrata al liceo e aveva dovuto
lasciarsi alle spalle il buon professor Russell. Sperava che avrebbe
incontrato un insegnante capace di ridestare in lei la medesima
meraviglia, specialmente avendo un programma ben più dettagliato
e complesso, e purtroppo non era stato così. La storia era diventata
una noiosa tiritera da imparare a memoria dal libro, e Medea non
poteva proprio biasimare i compagni che detestavano quella
materia, ritenendola un’inutile perdita di tempo.
Mentre imparava a memoria tutte le date delle guerre puniche, con
la stessa cadenza con cui avrebbe studiato le formule per calcolare
l’area del cerchio o le declinazioni latine, rimpiangeva il professore
delle medie che aveva fatto sembrare vive e degne di tutte le loro
attenzioni quelle personcine raffigurate nelle immagini del libro.
Presa dalla dolce nostalgia che i ricordi legati all’insegnante delle
medie avevano destato in lei, Medea decise di avvicinarsi allo strano
archeologo che senza dubbio doveva essere il ka del professor
Russell. Aveva i medesimi modi e le stesse buffe espressioni e,
come notò quando gli rivolse la parola, anche la voce appassionata,
anche se leggermente acuta, che tante volte aveva ascoltato
volentieri.
L’archeologo stava armeggiando con il piedistallo di quella che
aveva tutto l’aspetto di essere una delle prime macchine fotografiche
mai prodotte, infatti, accorgendosi di avere del pubblico, il doppio del
professore di storia immaginò che tutto quell’interesse fosse da
imputarsi allo strano congegno, “Si avvicini senza timore, signorina!
– esclamò, quasi si trovasse a dover presentare un’esposizione di
bizzarre rarità – Sa cos’è questa? Una macchina prodigiosa! Essa è
in grado di catturare le immagini e di riprodurle, proprio come un
ritratto, solo molto più verosimile”.
Medea annuì, glissando sul fatto che, da dove veniva lei, le
fotocamere erano ormai talmente sottili ed evolute da aver
rivoluzionato l’intera esperienza sociale della fotografia. Ormai
chiunque aveva a disposizione un numero pressoché illimitato di
scatti e di spazio sulla rete dove poterli condividere con il mondo
intero, e questo aveva fatto perdere importanza al concetto stesso di
fotografia.
Quando era più piccola esistevano ancora le vecchie fotocamere
dove bisognava inserire il rullino per poi recarsi dal fotografo per
farlo sviluppare, e ciascuno di quei piccoli rotoli di materiale
fotosensibile aveva un costo e conteneva poco più di una ventina di
scatti, perciò ciascuno dei momenti immortalati aveva un proprio
peso e andava accuratamente selezionato.
E prima ancora, quando per avere un’effigie della propria famiglia o
dei propri amici era necessario recarsi da un fotografo e posare a
lungo davanti a un ingombrante trabiccolo posto su un cavalletto, il
risultato doveva avere ancora maggior valore.
Il professore notò la scarsità di interesse, perciò ritenne che la
ragazza non avesse afferrato bene il concetto, “Vede, signorina,
forse non le è chiara la portata innovativa di questo oggetto! La luce
viene catturata su una lastra di rame, preparata tramite un delicato
procedimento che include stratificazioni d’argento e vapori di iodio.
L’immagine verrà riprodotta, tale e quale a come la vede nella realtà.
Non sono geniali questi francesi? Lo strumento è stato recentemente
inventato a Lutetia, e subito gli alchimisti di Londinium hanno
drizzato le loro antenne. Si tratta infatti di un procedimento misterico
piuttosto interessante, chi mai fu in grado, prima d’ora, di imbrigliare
il potere della più sottile tra le materie, la luce? Sono stato assai
fortunato a procurarmene uno per svolgere le mie ricerche con
maggior accuratezza. Questo macchinario si chiama dagherrotipo, lo
tenga bene a mente, signorina, perché cambierà il modo di percepire
il mondo!”
Medea non riuscì a trattenersi dal sorridere con tenerezza alla
spiegazione di quell’uomo che vedeva per la prima volta, ma che
aveva ascoltato per ore, in quei suoi monologhi appassionati, in un
altro mondo. La copia di Russell aveva ragione, l’avvento della
macchina fotografica avrebbe davvero influito sulla rappresentazione
delle cose, nonché delle persone, ed effettivamente il suo
funzionamento aveva un che di mistico, specialmente nei modelli più
arretrati, dov’era necessario utilizzare componenti chimici e
applicare strani procedimenti alchemici pur di dominare la luce.
Due cose non le erano chiare tuttavia, prima di tutto il nome di quello
strumento, dagherrotipo: era proprio strano e non lo aveva mai
sentito in vita sua. Le era stato detto che fosse stato prodotto in
Francia, ma la città chiamata in causa, una certa Lutetia, non le
diceva assolutamente nulla.
Chiese delucidazioni in merito, decisa ad approfittare del sapere che
il professor Russell, in un mondo o nell’altro, riusciva sempre a
condividere con lei, “Santi Numi, signorina, davvero non conosce
Lutetia? In questi ultimi anni sta facendo parlare molto di sé. Le più
brillanti menti europee si stanno raccogliendo lì, tanto che essa
ormai viene chiamata anche La Ville Lumiére, la città illuminata… Si
dice che persino di notte le strade siano chiare come durante il
giorno, e non a causa della latitudine, come avviene in certi paesi
dell’estremo nord, ma grazie all’ingegno dell’uomo!”
Medea ci rifletté un poco, accorgendosi di conoscere ben poco della
storia della vicina Francia, l’unica città a lei nota era la capitale, e
mestamente ammise la propria ignoranza.
Sentendo nominare Parigi, l’archeologo parve stupirsi, “Allora lei non
è del tutto digiuna di storia! A Lutetia, molto tempo fa, viveva una
popolazione celtica nota come quella dei Parisii, ma ormai quello
che era un insediamento gallico si è trasformato in una grande
metropoli”.
Sentendolo profondersi in tutte quelle spiegazioni, la ragazza iniziò a
provare nostalgia per gli anni in cui frequentava le medie e assisteva
alle lezioni del suo insegnante prediletto, e nonostante fosse la
prima volta che parlava con quell’uomo, le sembrava di conoscerlo
da una vita.
“Lei è molto preparato, dev’essere un grande archeologo!” si
complimentò, lieta che il professor Russell fosse riuscito anche su
Gaea a dedicarsi alla propria grande passione.
Quel complimento fece avvampare le guance pallide e lentigginose
dello studioso, il quale cercò di dissimulare l’imbarazzo,
sistemandosi gli occhiali dalle spesse lenti rettangolari, “Beh, la
ringrazio, tuttavia non sono ancora una personalità di spicco, ma
grazie alle immagini che raccoglierò dai più importanti siti
archeologici del mondo con il mio fido dagherrotipo, penso che mi
farò un buon nome. Al momento sto conducendo un’indagine
approfondita su questo tempio, tuttavia trovo alcune difficoltà. I
sacerdoti non intendono farsi ritrarre dal mio strumento; inizialmente
non erano poi così restii, ma da quando Qe-rasija, del quale hanno
tutti grande reverenza, ha affermato che questa macchina non rubi
solamente l’effigie, ma anche l’anima di coloro che posano davanti al
suo obbiettivo, nessuno ha più voluto prestarsi. Tali superstizioni
sono naturalmente infondate e ho cercato più volte di spiegare al
sapiente che il funzionamento del dagherrotipo si basa su
procedimenti chimici e fisici, ma non ha mai voluto prestarmi ascolto,
ed è davvero un peccato, sarebbe stato una figura talmente
interessante da intervistare e ritrarre!”
Come aveva immaginato, il discorso cominciava a farsi molto
interessante, se quello studioso stava facendo ricerche sugli Isut e
sul complesso di Karnak, certamente avrebbe avuto parecchie cose
da raccontarle.
Fece qualche domanda sull’indovino cieco; se tutti davano credito
alle sue parole, doveva trattarsi di un personaggio importante.
L’archeologo infatti cominciò a spiegare, “In realtà la sua storia è
avvolta nel mistero. Solitamente gli Isut vengono selezionati tra i
giovinetti delle regioni limitrofe: i genitori li portano al tempio nella
speranza che siano giudicati degni, e solo pochi di loro entrano
infine a far parte della casta sacerdotale di Karnak. Pensi che
quest’anno, tra le centinaia di fanciulli sottoposti a giudizio, non è
stato trovato nemmeno un candidato idoneo. I sacerdoti di Amon
sono molto selettivi ed educano assai scrupolosamente i nuovi
adepti. Qe-rasija non è stato addestrato qui a Luxor, né si sa dove
altro. Giunse al tempio già vecchio e cieco, e la storia che
raccontano gli inservienti più anziani è ricca di interessanti spunti,
sembra quasi una leggenda”.
Medea si fece più vicina, assai incuriosita, facendo cenno al
ricercatore di proseguire “Accadde circa vent’anni fa, durante una
notte burrascosa. Il cielo era livido e di un colore innaturale, forti
venti sconquassavano la terra, le palme si piegavano fino a toccare il
suolo e il Nilo era molto agitato e minacciava di straripare, anche se
non era la stagione giusta. Fu proprio durante questa particolare
notte che un vecchio ricoperto di stracci si presentò alle porte del
tempio. I suoi occhi erano ciechi, eppure vedevano lontano, e tra le
braccia portava un neonato. Secondo le testimonianze raccolte, Qe-
rasija era un vecchio eremita, dedito da lunghi anni alla povertà e
alla meditazione, ma arrivato a un’età avanzata, sorpreso da una
simile bufera, aveva deciso di chiedere ospitalità al tempio. Mentre si
stringeva nel mantello per ripararsi dal forte vento, udì il pianto di un
bambino. Trovò il piccolo abbandonato sulle sponde del Nilo e lo
prese con sé, sperando di portare entrambi in salvo”.
“Cos’accadde poi al bimbo?” domandò Medea, sempre più avvinta
dal racconto.
“Entrambi furono accolti a Karnak, il profeta divenne uno stimato
sacerdote di Amon, mentre il piccolo fu giudicato degno di accedere
ai segreti del tempio e diventò uno degli apprendisti. In verità, credo
che alcuni elementi di questa storia siano stati ingigantiti, il neonato
che viene trovato sulle rive del Nilo ha echi biblici un tantino evidenti,
perciò non so fino a che punto verità e mito si confondano. Per
questo mi sarebbe piaciuto parlare con Qe-rasija e conoscere la sua
versione dei fatti, chiedergli di come avesse condotto la sua vita
eremitica prima di giungere a Luxor e del misterioso bambino.
Purtroppo il saggio Isut non intende concedermi un po’ del suo
tempo” si avvilì infine, guardando amaramente verso il lago sacro,
dove le sagome del sacerdote e del suo discepolo si vedevano
ancora in lontananza.
“Perché no? – s’interessò Medea, la quale avrebbe trovato
assolutamente interessante uno studio approfondito sulla figura
dell’eremita che infine era divenuto sommo profeta di Amon –
Dopotutto dovrebbe essere favorevole alla diffusione della sua
dottrina attraverso le tue ricerche!”
L’archeologo sorrise con aria malinconica, “Le cose non stanno così.
Ho provato a spiegargli che le immagini raccolte con il mio
innovativo strumento e i miei studi avrebbero destato l’interesse di
tutta Londinium, sarebbero stati pubblicati e diffusi persino in tutta
Europa, e a questo punto il saggio Qe-rasija è stato molto chiaro
nell’enunciare la propria opinione in merito al mio lavoro.
Ricordo ancora le sue parole, per quanto fossero intrise di profonda
saggezza, mi hanno segnato l’anima: O ingegnosissimo straniero, tu
procuri ai tuoi discepoli l’apparenza e non la verità, essi
diventeranno portatori di opinioni anziché di conoscenza”.[3]
Medea avrebbe voluto consolare il gentile studioso ma sentiva che a
una simile affermazione nessun mortale avrebbe potuto
controbattere; quelle erano infatti le parole del re egizio Thamus,
proferite in risposta al dio Thoth, inventore della scrittura, nel mito
platonico espresso nel Fedro.
Sopraffatta da una sensazione di piccolezza di fronte alle grandi
verità tramandate oralmente di sapiente in sapiente, da Zoroastro,
nel lontano oriente, fin nella Grecia dei pitagorici, passando
attraverso l’Egitto e chissà quali altri luoghi sacri, Medea si rese
conto che avrebbe fatto meglio a tacere, cercando dentro di sé
qualche frammento di verità, piuttosto che riempire il mondo di altre
parole già dette innumerevoli volte.
Khepri, il grande dio scarabeo che ogni giorno spingeva il sole
attraverso il suo sacro percorso, conducendo Ra fuori dall’oscuro
Duat, l’oltretomba egizio, era anche il simbolo della morte e della
successiva rinascita, come una fenice racchiusa in una scorza
opalescente. Se ne stava assiso sul proprio pilastro, silenzioso ed
eterno, custode delle verità cosmiche, e anche del segreto di Qe-
rasija, che non era ancora stato rivelato ad alcuno.
La leggenda sulla venuta al tempio dell’anziano indovino era
affascinante, e se davvero aveva trovato un bambino sulle rive del
Nilo, allora Alioth era una specie di novello Mosè.
Non sapeva fino a che punto ritenere vere queste storie, anche
perché non c’era proprio bisogno di ulteriori racconti che
avvalorassero le pretese del giovane alchimista di ritenersi una
spanna al di sopra di qualsiasi altro.
Si chiese fino a che punto Alioth stesso fosse al corrente delle
modalità del proprio ritrovamento, forse Qe-rasija non ne aveva fatto
parola neppure con lui.
Non sapeva spiegarsi perché avesse associato subito Alioth alla
storia del misterioso bambino, ma in cuor suo sentiva che non
poteva essere diversamente.
I suoi tre compagni, nel frattempo, avevano visitato il resto del
cortile, tornando al punto di partenza e scoprendo con disappunto
che la statua di Khepri era ancora occupata dalla scomoda presenza
dell’archeologo e del suo strambo macchinario su quattro gambette
sbilenche.
Medea si accorse del loro tenersi timidamente a distanza e li invitò a
raggiungerli, dopotutto Thuban e quel Russell alternativo avrebbero
avuto moltissime cose interessanti di cui discutere assieme,
bisognava solo trovare il modo di avvicinarli.
“Vorremmo vedere lo scarabeo, se non vi dispiace” si giustificò
Mizar, passando vicino al dagherrotipo e facendolo dondolare sulla
gamba instabile.
“Fate pure! – esclamò quindi l’archeologo, riprendendo ad
armeggiare con il suo strano congegno – Anzi, posso chiedervi un
favore? Vi piacerebbe essere immortalati mentre ammirate il
maestoso Khepri? In questo modo potreste anche diventare famosi,
e inoltre dimostreremo al mondo che il tempio di Karnak ha molti
appassionati visitatori”.
I due nativi di Theia non seppero cosa rispondere, ma dalle loro
espressioni era chiaro che non avessero capito a cosa quello strano
individuo si stesse riferendo. Thuban invece si avvicinò riflessivo al
dagherrotipo, esaminandolo con attenzione, “Ora capisco di cosa si
tratta, questa è una di quelle macchine che fanno ritratti identici
all’originale!”
Il ka di Russell annuì entusiasta, “Esatto, vedo che conosce già la
straordinarietà di tale oggetto!”
“Sì, ho già avuto modo di appurarne il funzionamento” sogghignò tra
sé, ricordando i giorni tra gli Akademikoi, quando lavorava gomito a
gomito con Bombast, e avevano ricevuto l’incarico di decidere per
quale invenzione stanziare i fondi della grande cupola bianca.
Philip aveva insistito perché scegliessero quella complicata ma
ingegnosa macchina capace di riprodurre fedelmente la realtà, ma il
collega non era d’accordo, secondo lui la realtà era già tutta intorno,
non c’era bisogno di spendere del denaro per averne addirittura una
copia. Si era strenuamente battuto invece per il sistema a molla che
permetteva ai gentiluomini di estrarre dalla borsa un braccio di
legno, che si contraeva e allungava come una fisarmonica,
terminante con una pinza, sulla quale era applicato un fazzoletto di
stoffa. Grazie a tale sagace invenzione, secondo Bombast, nessuno
avrebbe più dovuto compiere l’assai svilente gesto di soffiarsi il naso
da sé.
Tale bizzarria era andata di moda per un certo periodo tra gli
Akademikoi, e forse c’era ancora qualcuno che la utilizzava per darsi
arie di raffinatezza, a Philip però tale sistema aveva sempre
suscitato irrefrenabili risatine che doveva soffocare tra i denti, per
non offendere qualche insigne collega.
“Vi ringrazio per la gentile offerta ma siamo persone molto riservate
e non ci piace l’idea che la nostra effigie faccia il giro del mondo”
rispose cortesemente.
In effetti non era proprio il caso di lasciarsi ritrarre dal dagherrotipo di
quel ricercatore. Medea, Mizar e Adhara non erano nativi di Gaea,
perciò da qualche parte dovevano esserci i loro doppi, e forse si
sarebbero stupiti di trovare impressi su una lastra personaggi tali e
quali a loro. Inoltre, a Londinium, Philip Theophrast era ancora
ricercato, e non sarebbe stato saggio salutare gli Akademikoi con un
bel sorriso dalla lastra esposta a una delle mostre dedicate ai misteri
egizi.
BORIKEN

Erano trascorse un paio d’ore da quando l’alchimista e il resto della


ciurma si erano avventurati verso il tempio, Aranel aveva gironzolato
per la nave, osservando come l’elunium, da quando Adhara non era
più a bordo, si fosse spento e avesse preso le sembianze di un
grosso cristallo inerte. Tarazed aveva cercato di spiegarle il
funzionamento dei motori, facendole solo venire un gran mal di
testa, e Merak se n’era stato per conto proprio, perso in complicati
pensieri.
Annoiata, la piratessa si stava quindi dedicando a coccolare il suo
adorato Barbiglio, il quale era saltato sul parapetto e faceva le fusa,
allungandosi per essere grattato alla base della coda. Il porto sotto di
loro era affollato e pieno di strani odori e colori, numerose navi erano
ancorate alle banchine e i loro equipaggi festeggiavano il ritorno
sulla terraferma bevendo i piccoli ma efficaci bicchierini di liquore
locale.
Ebbe un’idea: certamente restarsene a guardare dal ponte non le
avrebbe portato alcun giovamento, era necessario fare un’indagine
sul campo.
Fece gli ultimi grattini a Barbiglio, raccomandandogli di non cacciarsi
nei guai, e quindi si avviò verso la passerella, scoprendo che era
stata tirata a bordo perché nessun intruso mettesse piede sul
Cygnus. Borbottando, Aranel cercò di rimetterla al proprio posto,
destando in questo modo le attenzioni dei compagni.
“Dove stai andando? Dobbiamo controllare la nave!” la bloccò
Merak, facendo capolino dal castello di prua.
Barbiglio ignorò completamente il nuovo arrivato e con grazia prese
le misure, balzando giù dal galeone e zampettando curioso
attraverso un mondo pieno di nuovi gusti e odori. Aranel avrebbe
voluto fare altrettanto, ma per gli umani la vita è spesso molto più
complicata.
“In due bastate e avanzate, è giusto perlustrare anche l’ambiente
circostante. Un vero pirata deve conoscere ogni porto” spiegò
seccata, ricevendo solo un altro parere negativo, “Thuban ha detto di
aspettarlo a bordo. Abbiamo già abbastanza problemi senza che
andiamo a cercarcene degli altri in mezzo a quella marmaglia”.
La ragazza prese un profondo respiro, con una certa esasperazione,
“Ascolta, Mirak, Mezar o come altro ti chiami, non sono uscita dal
ventre di quella fetida nave corsara, spezzando le mie catene e
combattendo armata di remi contro schiavisti che impugnavano
sciabole e pistole, solo per sentirmi dire che, ancora una volta, non
sono libera di fare ciò che voglio. Ho guardato questi stessi porti
attraverso un foro nelle assi dello scafo, e non intendo fare la stessa
cosa adesso che sono un capitano. Togliti di mezzo, ho questioni
importanti da sbrigare a terra”.
Merak non era affatto d’accordo, “Se volevi visitare il mondo e
provare tutte le specialità locali, non dovevi unirti a questa ciurma.
Noi abbiamo una missione da compiere e non possiamo rallentare
solo perché…”
Si fermò, sarebbe stato inutile continuare, Aranel non lo stava più a
sentire e, anzi, aveva seguito l’esempio del suo gatto. Si era seduta
sul parapetto e con uno slancio era balzata sulle banchine, e ora lo
guardava dal porto, sorridendogli e facendogli ciao con la mano.
Al ragazzo non restò altro da fare che sbuffare e tornare a
controllare il cristallo, pensando che dopotutto Alioth e Aranel si
meritassero l’un l’altra.
La zona brulicava di attrattive, c’erano bancarelle che vendevano
frutti e spezie dalla forma e dai colori insoliti, mercanti di stoffe, di
oggetti improbabili dei quali venivano vantate le altrettanto poco
probabili proprietà magiche, e il tutto era condito da un’afosa
atmosfera, resa più sopportabile da folate di vento che portavano
con sé la sabbia del deserto.
La piratessa si guardò intorno alla ricerca di qualche marinaio
appena sbarcato, e ne trovò uno assai familiare, “Allora, che si fa
adesso?” le chiese Tarazed.
Lo sguardo interrogativo di lei bastò come generica domanda su
cosa ci facesse lì. Il ragazzo abbracciò con un cenno tutta l’area
circostante, “Voglio vedere il mondo! Dunque, cosa abbiamo
intenzione di fare?”
La piratessa accolse senza troppi problemi quell’inatteso compagno
e indicò una bancarella ricoperta di fitti tendaggi, che le creavano
attorno una zona d’ombra. Lì, accaldati e seduti su casse di legno e
altri sgabelli di fortuna, i lupi di mare ingurgitavano in un sol sorso il
contenuto dei piccoli bicchieri che gli venivano posati davanti agli
occhi e intingevano pezzi di pane scuro e piatto in ciotole che
racchiudevano salse sospette.
Invitò Tarazed a unirsi a lei, raggiungendo una cassa e prendendo
posto, chiedendo a gran voce che le portassero da bere. Ben presto
arrivò un vassoio con sopra due minuscoli bicchieri di terracotta.
Aranel li osservò con perplessità, dentro c’era una quantità di liquore
appena sufficiente per un sorso.
Red non si fece troppi problemi e cominciò a bere, ma gli bastò
appoggiare le labbra per essere costretto a fermarsi e soffiare per
allontanare quel gusto forte e stordente. La piratessa lo derise,
domandandogli se non avesse mai bevuto alcolici prima. Tarazed
con una mano si faceva aria sulla lingua, “Certo che ho già bevuto,
per chi mi hai preso? – si offese – Di tanto in tanto qualcuno degli
orfani riusciva a sgraffignare qualche fiaschetta mezza vuota di
whiskey, allora ce la spartivamo. Riscaldava, quella roba,
specialmente nelle notti piovose, ma non credevo che anche
quaggiù, dove il sole basta e avanza per cuocere pietanze e uomini
a puntino, avessero bisogno di simili potenti intrugli, sembra di bere
polvere da sparo!”
A quelle parole anche Aranel, con una punta di malinconia, provò ad
assaggiare il contenuto del proprio bicchiere e lo vuotò in un sol
sorso, appoggiandolo poi con gesto teatrale sul bancone fatto di assi
sghembe. Le vennero le lacrime agli occhi ma non mostrò nessun
altro segno di debolezza, “Sei peggio di una donnetta! Ho bevuto la
polvere da sparo mescolata al rum, e ti posso assicurare che è tutta
un’altra cosa. – si voltò quindi verso il proprietario della bancarella -
In ogni caso, non è affatto male questo liquore. Oste, portamene altri
due, e qualcosa da mangiarci dietro!”
Parlando con gli altri avventori, uomini dai volti segnati dal sole e
dalla bocca impastata dal troppo bere, scoprirono che quella
bevanda si chiamava arak, detta anche latte di leone. Tarazed,
quando non era troppo occupato a sputare fuoco e fiamme a causa
del pane speziato che gli avevano portato, o a cercare invano un po’
di refrigerio all’interno del bicchiere, si stupiva del modo amichevole
con cui la piratessa fosse in grado di conversare con tutta quella
marmaglia, dalla quale una qualsiasi altra ragazza avrebbe cercato,
e con tutte le ragioni del mondo, di stare alla larga.
Dopo che ebbe chiesto a tutti i presenti se avessero sentito notizie
recenti sul conto di Barbanera, senza ottenere nessuna
informazione, decise di lasciare il banchetto assieme a un Red che
si sarebbe volentieri gettato nel Nilo per berne le acque sabbiose,
pur di portare un minimo refrigerio alla propria lingua in fiamme.
“Se non ti piacciono le spezie, non passare mai per le Indie! -
sogghignò Aranel – Un giorno io e il mio vecchio equipaggio
assaltammo una delle pompose navi mercantili inglesi, aveva la stiva
piena di spezie e, per festeggiare l’arrembaggio andato a buon fine,
decidemmo di indire una cena a base di specialità locali. Il cuoco di
quella nave era indiano e perciò sapeva quel che faceva, eppure…”
non riuscì però a terminare l’aneddoto, le parole le morirono in gola
quando si accorse di quello che stava accadendo a pochi metri da
loro.
Legato a un palo di legno conficcato nell’arido terreno, c’era un
ragazzetto dall’aria magra e patita. Aveva la pelle scura e due grandi
occhi neri, che tuttavia non avevano il taglio tipico degli egiziani.
Doveva provenire da qualche luogo esotico e, con ogni probabilità, vi
era stato strappato via con la forza per essere venduto come
schiavo.
A giudicare dalla presenza di altre catene legate al palo, quel
ragazzino non era stato solo, anche se ormai era l’ultimo rimasto. Lo
schiavista doveva aver fatto buoni affari quel giorno, e aveva tutta
l’intenzione di continuare così, infatti, non appena notò l’interesse di
Aranel, si avvicinò con un sorriso mellifluo, “Il ragazzo sembra
mingherlino ma la sua gente è molto forte, è originario di Borinquen,
un’isola lontana, che nella lingua dei locali significa La terra degli
uomini valorosi. Gli spagnoli invece la chiamano l’Isola dell’Incanto,
sono sicuro che il mio giovanotto non vi deluderà. Gli altri sono stati
venduti in pochissimo tempo, tutti ne volevano uno, se non anche di
più, e siccome mi è rimasto solo questo, sono disposto a farvi un
buon prezzo…”
Aranel si avvicinò con autentico interesse, “Davvero? E a quanto lo
cederesti?”
Il mercante fece un cenno vago, voleva aspettare un’offerta per
guadagnarci il più possibile, e perciò chiese all’acquirente quanto
sarebbe stata disposta a spendere per il giovinetto.
La piratessa gli sorrise, facendosi molto vicina, “Avrei voluto tenere il
prezzo alto, ma temo che sarò costretta ad accontentarmi di quello
che ho al momento: un lurido schiavista che, anche con tutto quello
che ha addosso, vale meno del mio sputo. Questa è la mia offerta,
vile bastardo, la tua vita in cambio della sua!”
Non attese certo di sentire la controproposta, Aranel infilò la mano
nella giacca, aprendola e mostrando una cinghia che le teneva
ordinatamente sul busto una fila di tre pistole. Ne impugnò una e
subito la piantò sulla fronte dello schiavista, ridendo in preda
all’euforia.
Tarazed non fece in tempo a fermarla, o forse non volle farlo, e uno
schianto secco rimbombò tra i vicoli polverosi del porto di Luxor,
mentre il sangue schizzava da tutte le parti e Aranel ancora non
aveva smesso di ridere.
Ci fu silenzio, ma solo per qualche istante. Tutti coloro che si
trovavano attorno osservarono disgustati il corpo del mercante di
schiavi che, con un’estremità informe e grondante sangue dove
invece avrebbe dovuto avere la testa, si accasciava a terra, ai piedi
della piratessa che, senza alcun ritegno, ci sputò sopra, mentre la
canna della sua pistola ancora fumava.
Non doveva aver calcolato bene tutte le opzioni, o forse
semplicemente aveva agito senza pensare a cosa sarebbe accaduto
dopo, perché guardò Tarazed con aria preoccupata, accorgendosi
del sopraggiungere delle guardie.
Il ragazzo era stato ben più scaltro e previdente, e anziché guardare
allibito e raccapricciato la testa dello schiavista esplodere, si era
dedicato alle catene del giovane legato al palo. Non sarebbe stato
affatto giusto finire in galera per aver solamente cercato di liberare
quel poveretto, perlomeno dovevano completare l’opera.
Non fu così immediato far cedere il meccanismo che chiudeva quel
vecchio lucchetto arrugginito, Aranel dovette sparare un paio di colpi
contro i soldati, per guadagnare un po’ di tempo.
Le sue pistole tuttavia andavano ricaricate con un procedimento
piuttosto lungo e complicato, perciò servirono a ben poco, e i tre
dovettero mettersi a correre come dei disperati, con le guardie ad
appena pochi metri di distanza, per riuscire a farla franca.
Tarazed e il piccolo schiavo aprivano la pista, erano agili come felini,
mentre la piratessa restava indietro, assai meno abituata a
rocambolesche fughe in mezzo ai bazar.
I soldati erano rivestiti da un’uniforme verdastra, tipica di un corpo
militare di difesa, ma sulla testa portavano un turbante bianco e a
tracolla avevano un fucile, anche se per il momento non si erano
azzardati a usarlo per paura di colpire qualche innocente in mezzo
alla gran folla.
Red sembrava averne tenuto conto, infatti sgattaiolava tra le
persone proprio come avrebbe fatto Barbiglio, mescolandosi tra i
comuni passanti e facendo perdere le proprie tracce agli inseguitori.
Il piccolo schiavo gli era alle calcagna e riusciva a tenere il passo,
l’unico problema era Aranel.
La ragazza tentava di imitare gli svelti e imprevedibili movimenti di
Tarazed, ma la sua fuga risultava molto più goffa e lenta; anziché
trovare un varco in mezzo alla calca, era più probabile che ci
sbattesse contro, spintonando e cercando con fatica di aprirsi un
sentiero.
Le guardie le erano ormai vicinissime, poteva sentire il loro caldo
fiato sul collo. Scartò di lato, per cambiare direzione in modo
repentino, come aveva visto fare con successo al compagno che la
precedeva, ma anziché imboccare il vicoletto che aveva avvistato
alla propria sinistra, la piratessa finì contro il carretto carico di lini
pregiati che si era improvvisamente interposto.
Le stoffe caddero per terra e lo stesso accadde alla fuggitiva, che
venne non solo insultata dal mercante, ma anche afferrata dalle
grosse e forti mani dei soldati, che la rimisero in piedi con pochi
strattoni decisi.
“Ti abbiamo presa, vile ladruncola!” gridò uno di loro, in un inglese
fortemente contaminato da un accento orientale. Aranel cercò
inutilmente di divincolarsi, mentre faceva gentilmente notare a
quell’uomo di non aver rubato proprio nulla.
“Hai rubato uno schiavo, ti abbiamo vista tutti” replicò un secondo
soldato, con il viso madido di sudore a causa dell’inseguimento.
La piratessa sospirò, “Signori, mi meraviglio di voi! Vi facevo più
intelligenti, almeno abbastanza da saper riconoscere un essere
vivente da un oggetto inanimato. Le persone non si possono rubare!”
Questo tentativo di chiarimento venne subito estinto con un ceffone
da parte del soldato sudaticcio, anche la sua mano era umida ma
lasciò comunque un bel segno rosso sul viso di Aranel, “Taci, non sei
solo una ladra, ma anche un’assassina, e sai cosa facciamo qui a
quelli come te?”
La ragazza cercò di divincolarsi dalla presa dei guardiani per potersi
almeno massaggiare la guancia indolenzita, ma non le venne
consentito, perciò si limitò a rispondere, “Ho sentito parlare in effetti
del vostro interessante sistema giudiziario. Mi hanno detto che, qui a
Luxor, quelli come me vengono puniti con tre boccali di birra e tanti
auguri per il futuro, ditemi che non mi sto sbagliando!”
L’uomo sudaticcio si sistemò i capelli neri e umidi sotto al turbante,
dando ordine agli altri di portarla via, “Ti piace fare la spiritosa,
vedremo come ci farai ridere quando sarà il tuo turno, al muro della
fucilazione!”
La spintonarono via, lungo le strade del porto, mentre Aranel si
guardava intorno nella speranza di avvistare Red con un bel sorriso
rassicurante, e magari con un’arma da fuoco. Nessuno dei volti
carichi di disprezzo che incontrò lungo il percorso somigliava a
quello del meccanico di bordo, e in effetti, cosa mai avrebbe potuto
fare quel ragazzo mingherlino per strapparla alle grinfie di quei tre
energumeni?
Faceva bene a starsene rintanato nel proprio nascondiglio, altrimenti
sarebbe stato catturato a sua volta. L’unico pensiero che le
attraversò la mente, prima di essere caricata con la forza in una
specie di carro coperto, simile a una carovana, fu di gridare,
sperando di essere udita, “Prenditi cura di Barbiglio!”
Con assai poca gentilezza venne fatta sedere su una panca
scomoda e piena di omaccioni dall’aria poco raccomandabile. Alcuni
avevano ancora le mani o gli abiti imbrattati di sangue, altri la
squadrarono con uno scintillio omicida negli occhi, “Ehm, salve!”
esclamò, sperando che la gentilezza fosse davvero la chiave per un
mondo migliore, ma a giudicare dai commenti volgari che le vennero
detti in risposta, probabilmente non era ancora giunto il momento.
Per fortuna i soldati non incoraggiavano la comunicazione tra
prigionieri, pertanto ordinarono con voce perentoria di fare silenzio,
quindi organizzarono la partenza del carro, legandolo a una coppia
di cammelli che non sembravano affatto lieti di collaborare.
Aranel guardava attraverso la grata che la separava dal resto del
mondo libero, augurandosi di venire salvata da qualche compagno,
dopotutto assaltare una carovana ferma, con le guardie intente a
domare dei cammelli recalcitranti, non doveva essere poi così
complicato.
Trascorsero interminabili minuti, il caldo in quel minuscolo abitacolo
si faceva sempre più soffocante, e coloro che la circondavano non
profumavano certo di rose. Le grezze funi con cui le avevano legato i
polsi cominciavano a fare male e l’omaccione sedutole di fronte
stava cercando insistentemente di farle il piedino.
Se solo Edward fosse stato nei paraggi, avrebbe fatto saltare in aria
quegli uomini uno dopo l’altro e l’avrebbe portata a bordo del suo
galeone, facendo di lei la regina dei pirati.
Sospirò, il nuovo equipaggio non aveva motivo per rischiare la
propria vita per salvarla, si conoscevano da appena un paio di giorni
e inoltre, quella bizzarra accozzaglia di ragazzi troppo giovani per
conoscere le insidie del mondo, aveva una missione ben definita da
portare a termine, e non coincideva con la sua.
L’occasione di assalire la carovana venne sprecata, i cammelli
decisero infine di collaborare a suon di sferzate, e il carretto
cominciò a muoversi a sobbalzi irregolari e assai bruschi. La povera
Aranel finiva schiacciata in mezzo ai criminali che condividevano la
sua stessa panca, alcuni dei quali le sfoderarono anche dei sorrisi
giallognoli a cui mancavano parecchi denti.
I rumori del porto erano sempre più lontani e, sporgendosi per
guardare oltre la grata, si ottenevano ulteriori conferme del fatto che
si stessero allontanando dal centro abitato; una distesa di sabbia si
stendeva intorno a loro, intervallata solo dal cielo di un azzurro vivo.
Era un paesaggio mozzafiato, le dune salivano e scendevano,
carezzate dal vento, e attorno a loro regnava il magico silenzio del
deserto. Sarebbe stato molto romantico, con la compagnia adatta,
pensò Aranel, che decise di trascorrere il tempo affibbiando
mentalmente soprannomi ai suoi nuovi compagni di avventura: essi
erano Sdentato, Alito Fetente, il Gran Seduttore, Crosta e
l’Ubriacone.
Erano davvero una bella compagnia, pensò amaramente mentre
guardava l’unico angolo di cielo che le era concesso, proprio come
anni prima, quando poteva osservare l’orizzonte solo attraverso un
piccolo foro nella chiglia. Se non altro si consolava, pensando di
aver messo fine all’esistenza di un vile mercante di schiavi e di aver
donato la libertà a un giovinetto che probabilmente si sarebbe
goduto la vita più di quanto non avrebbe potuto fare lei,
incrollabilmente legata a un lontano passato che forse non sarebbe
mai tornato.
Le si chiuse lo stomaco al solo pensiero, ma cercò di essere forte,
come si era ripetuta per tutte quelle notti insonni, con le mani
scheggiate dal legno dei remi e la schiena indolenzita; Edward le
aveva promesso che sarebbe tornato da lei.
Sospirò, cercando di ignorare gli scossoni, il tanfo di quell’ambiente
ristretto e i sorrisi ammiccanti dei suoi vicini, immaginando invece la
brezza estiva sulle rive del fiume, le erbe alte che ondeggiavano
dolcemente, e gli occhi neri e il viso di Edward, sempre con una
spiga tra i denti, e la testa piena di bei sogni.
“Forse partire non è stata una buona idea, se l’avessi aspettato in
riva al nostro fiume, magari sarebbe tornato… No, non cadere in
questi sciocchi sentimentalismi. Non era possibile restare lì, non
senza scendere a patti con le stupide usanze delle rispettabili
famiglie inglesi”, cercava di mettere a tacere la voce della sua
coscienza che le rinfacciava le scelte che l’avevano condotta
nuovamente in catene, ma non era affatto facile, “D’accordo, avrei
dovuto sposare quel noioso lord, ma almeno avrei rivisto Ed. In
fondo anche lui si è sposato… quante volte erano? Le ultime notizie
dicono quattordici…” dovette impegnarsi molto per non scoppiare in
lacrime, mentre rifletteva su quanto quel numero fosse
insostenibilmente grande.
“Che ne sai? Potrebbero essere solo voci, dopotutto se c’è un uomo
che sa come far colpo, quello è proprio Ed. I marinai credono
praticamente a tutto, e ho sentito alcuni di loro spergiurare che il mio
Ed strappasse a mani nude i cuori delle sue vittime per poi
mangiarseli, e che stringesse accordi con gli abitanti degli inferi per
ottenere magici poteri che permetterebbero alla sua nave di apparire
e sparire nella nebbia nera. Scommetto che, se glielo chiedessero di
persona, risponderebbe che è tutto vero, non beve polvere da sparo
per niente, e quando vuoi diventare il re dei sette mari, devi essere il
protagonista di centinaia di incredibili storie. Un capitano che non
piace alle donne non ha futuro, quindi le quattordici mogli sono solo
un’invenzione. Non è vero, Ed?” sospirò, cercando di convincersi
che quel ragionamento avesse un senso, mentre la carovana
avanzava tra le dune.
TAINO

La sabbia scottava sotto i loro piedi e il sole ancor più sopra le loro
teste.
Il deserto sembrava infinito, neanche sulla cima della duna più alta
se ne poteva scorgere la fine, forse nemmeno il cielo azzurro
riusciva a toccare la fine di quel mare di sabbia.
La scia prodotta dalle ruote della carovana e le impronte lasciate dai
cammelli erano ancora visibili, per fortuna, altrimenti si sarebbero
persi in mezzo a quel nulla ribollente.
Tarazed aveva sgraffignato un paio di stoffe bianche e ora le
portavano avvolte attorno alla testa in rudimentali turbanti che però
non stavano avvolti in modo fisso come quelli di chi in tali condizioni
ci passava un’intera vita, e continuavano a ricadergli sulla fronte
madida.
Il giovane schiavo non smetteva di seguirlo, anche se gli aveva detto
almeno cento volte di andarsene per la propria strada, ora che era
libero, anziché sprecare il dono ricevuto con tanti sacrifici da parte di
Aranel, decidendo di morire abbrustolito nel deserto.
“Wu’a! – aveva sempre risposto, con gesti volti a enfatizzare il
proprio dissenso – Anacaona ha salvato me, ora io salvo lei”, e su
questo era stato irremovibile.
A quanto pareva, Anacaona, nella lingua natia di quel giovane
significava Fiore dorato, e la piratessa, mettendosi in pericolo pur di
liberarlo dalla schiavitù, si era meritata quel titolo onorifico, e anche
dopo che Red gli ebbe spiegato che la ragazza si chiamava Aranel,
l’altro non volle saperne di riferirsi a lei in nessun altro modo.
All’inizio non faceva che ripetere “Daca Hura” indicando se stesso, e
solo dopo una buona mezz’ora i due avevano trovato un modo di
comunicare che fosse efficace.
Red finalmente comprese che il nome di quel ragazzino era Hura e
significava Vento. Era stato il Bohiti, lo sciamano del suo villaggio, a
dargli quell’appellativo, come faceva con tutti i nuovi nati, dopo aver
consultato gli spiriti del cielo, della terra e dell’acqua, per sapere
quale sarebbe stato il loro destino.
Il saggio aveva infine predetto che Hura sarebbe andato lontano,
come il vento, e non si era sbagliato.
Chiamava Boriken il suo luogo di provenienza, e dalla descrizione
Tarazed comprese che si trattava di un’isola molto lontana, dalle
acque cristalline e tanti dolci frutti, la sua tribù invece era quella dei
Taino, la buona gente.
Doveva trattarsi di un appellativo veritiero, dal momento che il
giovane Hura avrebbe anche potuto ringraziare in cuor proprio
Aranel per averlo liberato, dopodiché voltarle le spalle e
preoccuparsi di godersi la vita appena ritrovata, anziché rischiare di
finire nuovamente in catene.
I suoi piedi nudi affondavano nella sabbia bollente eppure non
emetteva nemmeno un piccolo lamento, seguiva la pista lasciata
dalla carovana come un infaticabile segugio. Fu Tarazed a dovergli
chiedere di fermarsi, il sole stava calando ed era ora di riposare,
anche perché non ce la faceva proprio più.
Il sole era un immenso disco rosseggiante, i suoi confini sembravano
di fuoco mentre, dal lato opposto dell’orizzonte, il cielo cominciava
ad imbrunire. La sabbia era ancora calda, ma la temperatura del
deserto stava rapidamente diminuendo, tanto che Red cominciò
persino ad avere freddo.
“Guatu!” continuava a ripetere il ragazzo Taino, scavando attorno ad
alcune rocce solitarie, tornando trionfante con un paio di rami secchi.
L’altro sospirò, pensando che quel ragazzino non conoscesse poi
molto del mondo, aveva vissuto la propria infanzia su di un’isola
lontana, in un villaggio tribale, e poi era caduto nelle mani degli
schiavisti. Era del tutto normale che si aggirasse curioso ed
entusiasta anche delle più piccole cose. Red lo assecondò,
fingendosi a sua volta emozionato alla vista di quel vecchio
cespuglio rinsecchito che, a quanto pareva, nella lingua degli abitanti
di Boriken si chiamava Guatu.
Hura si accovacciò accanto a lui, scavando una buca nella sabbia e
armeggiando concentrato con i ramoscelli finché, a forza si sfregarli
tra loro, non riuscì a produrre una fiammella.
“Guatu!” indicò il piccolo falò, facendo vergognare Tarazed, il quale
si accorse di essere meno adatto alla sopravvivenza di quel piccolo
schiavo.
Ormai la sabbia era fresca e il tepore del fuoco risultava assai
piacevole, intorno a loro regnava un silenzio sovrannaturale e sopra
le loro teste si stendeva un vastissimo cielo vuoto.
Solo la Luna si mostrava come un disco argentato, illuminando le
profondità celesti attorno a lei, forse cercando spasmodicamente la
compagnia delle sue antiche ancelle.
“Sarebbe uno spettacolo indimenticabile, se solo ci fossero ancora le
stelle…” mormorò Red con una certa malinconia. Ne aveva sempre
e solo sentito parlare, e sapeva grazie a Thuban che esse erano
indispensabili per sprigionare il potere dei cristalli, tuttavia non ne
aveva mai vista nemmeno una. A Londinium la coltre di fuliggine era
troppo fitta e non si vedeva altro che fumo nero, guardando verso
l’alto, e quando finalmente era riuscito a riscattarsi dalla sua
condizione di orfano, divenendo a pieno titolo un membro
dell’equipaggio del Cygnus, esse se n’erano già andate.
“Dove siete finite?” chiese loro, sondando l’infinità del cielo scuro.
Anche Hura guardava la volta celeste, anche perché lì attorno c’era
poco altro a offrire spettacolo, e dopo aver cercato le giuste parole,
tentò di dar voce ai propri pensieri, “Karaya brilla, ma le sue sorelle
sono sparite. Quando ero a Guacara, la mia origine, guardavo
sempre il grande Apita, il cielo infinito, ma adesso mi sento vuoto. Il
Bohiti, grande saggio, diceva che lassù non esiste inizio o fine, allora
perché le stelle se ne sono andate?”
Tarazed sospirò, nonostante tutte le differenze culturali tra se stesso,
un ragazzo nato e cresciuto nella più grande metropoli del suo
tempo, in mezzo a ingranaggi e macchinari, in un luogo
costantemente ricoperto di caligine, e quel ragazzino che aveva
conosciuto solo la sua isola sperduta e le stive dei mercanti di
schiavi, i loro stati d’animo riuscivano comunque a sentirsi in pieno
accordo.
“Sai, - gli disse, cominciando a provare simpatia nei suoi confronti –
anche noi abbiamo un Bohiti, un uomo saggio che ci indica la strada.
Egli vuole ritrovare le stelle e per questo ha fatto una specie di
rituale dei nomi, come accade tra la tua gente… Da quel momento io
sono divenuto Tarazed, il falco, ma se lo trovi troppo complicato,
puoi chiamarmi Red”.
Hura ascoltò con molta concentrazione, guardandolo dritto negli
occhi, al ragazzo non era mai capitato di avere un interlocutore che
prendesse tanto seriamente le sue parole, “Tu falco rosso, nome
molto importante, come Guaraguao, il falco dalla coda rossa, spirito
di Boriken”.
“La tua gente ha una cultura strana, ma affascinante. Ora che sei
libero, non ti piacerebbe tornare alla tua isola?” chiese
innocentemente.
Il ragazzino scattò in piedi, estremamente determinato, “Prima
salvare Anacaona, fiore dorato!” mise bene in chiaro, quindi tornò a
sedere sulla sabbia fresca e chiara, diventando malinconico,
“Boriken non è più bella come un tempo. Arijua sono arrivati,
invasori, stranieri. Loro dicono che noi siamo schiavi e ci portano via
con le navi, ma quando Hura tornerà a Guacara, l’origine, fermerà
tutte le grandi navi che arrivano al porto, come Guazabara, il
guerriero nero, grande pirata, e Boriken sarà allora libera”.
Tarazed trovò molto interessante questo paragone, “Hai conosciuto
un pirata alto e possente, con una lunga barba nera? – l’altro asserì
– Aranel sarà molto contenta di sentirlo, dobbiamo tirarla fuori dai
guai e poi farla ricongiungere al pirata nero!” quindi aggiunse, a denti
stretti “Così quell’idiota di Alioth resterà a bocca asciutta!”
“Lei è sua Liani? Di Guazabara?” chiese ancora Hura, con quel suo
linguaggio esotico e poco comprensibile, e dovette fare qualche giro
di parole per far capire a Red la natura della sua domanda.
Tarazed sospirò, “Probabile, da quel poco che ho capito, Aranel e
Barbanera si conoscono da quando erano bambini, poi lui è partito
per diventare un pirata, ma le ha promesso di tornare. Non mi
ritengo una persona particolarmente romantica, ma ho molto a cuore
il coronamento della storia di quei due. Non preoccuparti, Hura, tu
segui me, il grande falco rosso, e vedrai che tutto andrà bene!”
esclamò quindi, ritrovando tutta la sua baldanza.
Il giovane lo prese sul serio, alzandosi per tributargli tutta la propria
obbedienza, Red non si era mai sentito così importante e dovette
ammettere che quella sensazione gli piaceva.
“Adesso dormiamo, - suggerì, dandosi arie da saggio capo –
domattina, quando farà ancora fresco, ripartiremo e raggiungeremo
la carovana. Nel deserto non potranno difendersi altrettanto bene
che in città, sono soli, e scommetto che i prigionieri li battono
numericamente, ci basterà liberarli e faranno tutto da sé”.
Hura annuì a ogni parola, come avrebbe fatto ai discorsi del suo
Bohiti, quindi, quando Tarazed si distese accanto al fuoco, fece
altrettanto, augurandogli la buonanotte, “Taicaraya, buona luna!”,
Red sorrise, trovando molto evocativo quel linguaggio proveniente
da isole incredibilmente lontane, “Buona luna anche a te” rispose,
prima di chiudere gli occhi.

Il sole era appena oltre l’orizzonte ma già faceva un caldo


insostenibile. Tarazed aveva appena bevuto l’ultimo sorso dalla
propria borraccia e si augurava di raggiungere presto la carovana,
potendo contare anche sulle loro scorte, altrimenti sarebbe diventato
cibo per avvoltoi.
Hura aveva bevuto molto meno di lui, eppure sgambettava
agilmente, aprendo la pista, probabilmente gli schiavisti lo avevano
abituato a sopravvivere con ben poche risorse.
Le impronte lasciate dal carro erano profonde e il vento non le aveva
ancora ricoperte, questo significava che Aranel era vicina.
Il giovane meccanico non credeva che sarebbe mai arrivato al punto
di rimpiangere le sue terre coperte costantemente dalla fuliggine,
eppure quel cielo immenso e afoso, dal colore sempre uguale, che
gli faceva scottare la fronte e le guance e che scaldava la sabbia
sotto i suoi piedi, facendola diventare un oceano ribollente, lo stava
rapidamente conducendo alla follia.
Dopo solo un paio d’ore di cammino, gli sembrava già di essere
partito da sei mesi. Le dune tremolavano sotto il caldo cocente,
miraggi di specchi d’acqua comparivano in lontananza,
scomparendo non appena Tarazed giungesse abbastanza vicino da
potersene servire, la testa gli scottava terribilmente e cominciava a
credere che sarebbe rimasto per sempre in quella prigione di sabbia.
Il suo piccolo compagno probabilmente non se la passava tanto
meglio, ma riusciva a non darlo a vedere. Il suo animo di cacciatore
non gli dava tregua e lo spingeva a seguire i solchi lasciati dalle
ruote della carovana: aveva giurato di liberare Anacaona, che si era
sacrificata per lui, e non sarebbe venuto meno al proprio voto.
Tarazed arrancò a fatica fin sulla cima dell’ennesima duna, sperando
che da lassù avrebbe perlomeno avvistato il carro sul quale Aranel
era tenuta prigioniera, e trovando invece un’immensa distesa di
sabbia scintillante che pareva sul punto di sciogliersi sotto quel cielo
bollente.
Pensò che Guaraguao, il grande falco dalla coda rossa, non ci
stesse facendo proprio una bella figura. Si era sentito lusingato
quando Hura gli aveva assegnato quel nome, paragonandolo a uno
degli spiriti guerrieri che aiutavano il suo popolo nella lontana Isola
dell’Incanto, ma ora si sentiva più simile a un verme intento a
cuocersi sotto il sole. Era invece il ragazzino, il cui nome significava
vento, ad apportare un fresco contributo a quella missione,
nonostante le avversità aveva ancora le energie per pianificare la
liberazione della bella e coraggiosa Anacaona.
“Guarico!” gridava, facendo cenno al compagno di seguirlo.
Red si lasciò scivolare stancamente sul fianco della collina sabbiosa,
dando bene a intendere che di lì a poco sarebbe stramazzato al
suolo in preda alle febbri.
“Maguey, grande sole, in queste terre è troppo forte, dobbiamo fare
come Guaba, il ragno che si nasconde, uscendo allo scoperto
quando scende la sera. Allora come Mucaro, l’uccello della notte,
saremo desti e compiremo la nostra missione!” spiegò con forte
convinzione, mentre Red lo fissava poco convinto.
Come avrebbero potuto agire, rapidi e precisi come uccelli notturni,
se la loro preda era così lontana? Gli uomini della carovana avevano
l’equipaggiamento adatto a sopravvivere nel deserto, mentre loro
erano stati troppo incauti, avventurandosi nelle terre dei signori delle
piramidi senza nemmeno premunirsi di abbondanti scorte d’acqua.
Sotto il costante incoraggiamento di Hura, Red riuscì a mettere un
piede davanti all’altro finché lo scintillio nella sabbia che vedeva in
lontananza, l’ennesimo miraggio che lo induceva a immaginare una
pozza d’acqua, non cominciò ad apparire fin troppo reale.
C’era un piccolo laghetto in mezzo al deserto e lì, accanto a qualche
rara palma da dattero, approfittando dell’unica zona ombrosa nel
raggio di miglia e miglia, la carovana si era fermata.
I due stanchi viaggiatori cercarono di agire come Guaba, il ragno,
muovendosi silenziosamente tra la bassa vegetazione che cresceva
solo attorno alla pozza, riuscendo a trovare un po’ di refrigerio grazie
all’acqua e ai dolci frutti delle palme, ma dovettero restare sempre
ben nascosti, perché gli uomini a guardia della carovana, così come
i loro cammelli, si avvicinavano spesso al laghetto per bere o
rinfrescarsi.

Aranel guardava oltre le sbarre, immaginando di poter lasciare il


proprio corpo anchilosato e accaldato, trasformandosi in una fresca
brezza capace di sorvolare delicatamente il deserto, sparendo verso
occidente alla ricerca del suo amato Ed.
Ormai le sembrava di essere diventata un’unica massa
appiccicaticcia con i suoi compagni di cella. Inizialmente cercava di
tenersi scostata dall’umido braccione tatuato di Sdentato e si voltava
dall’altro lato ogni qualvolta Alito Fetente o Ubriacone sospirassero,
rendendo l’aria irrespirabile, ma dopo tutte quelle ore di viaggio,
aveva tristemente iniziato ad accettare la situazione. Persino il piede
del Gran Seduttore, che non faceva che strusciare ammiccante
contro la sua gamba, cominciò a diventare parte della quotidianità.
Dopotutto non poteva lamentarsi; se era finita lì in mezzo non
doveva che dare la colpa a se stessa e alle proprie scelte. Mirak, o
Mezar, o comunque altro quel ragazzo identico all’altro si chiamasse,
l’aveva avvertita di non abbandonare il galeone, eppure non gli
aveva dato ascolto, presa dalla curiosità di mettere piede, per una
volta da persona libera, nel caleidoscopico porto di Luxor.
E prima ancora, a Hispaniola, le avevano tanto raccomandato di non
far ritorno in Europa, dove la marina inglese sembrava estendere le
proprie reti tra gli oceani come una divinità implacabile, ma anche in
quel caso, Aranel aveva fatto di testa propria, sperando di ritrovare il
suo Ed e magari di poter sedere ancora una volta sulle rive del loro
fiume.
Sospirò, cercando di evitare lo sguardo di colui che aveva seduto di
fronte, che alzava un sopracciglio e arricciava le labbra secche e
screpolate nella sua direzione. Se non altro c’era da ammirare la sua
determinazione, Aranel non aveva mai avuto un corteggiatore tanto
dedito, di solito sputavano per terra e si esibivano in un mare di
colorite espressioni marinaresche già dopo il primo diniego.
Il tramonto nel deserto era uno spettacolo magnifico, riusciva a
smuovere l’animo persino se guardato da dietro le sbarre. Il disco
solare sembrava talmente grande da poter inghiottire l’intero
deserto; rosso e tremolante toccava le dune, donandogli nuovi colori,
mentre il mare di sabbia ondeggiava, sfoggiando le proprie nuove
sfumature, imitato dagli angoli di cielo più lontani che si oscuravano,
mostrando una luna dal volto malinconico e fin troppo solitario.
Avrebbe voluto ammirare quello spettacolo tra le braccia del suo
Edward e non tra le esalazioni di Alito Fetido e il costante grattarsi di
Crosta, ma dopotutto le veniva solo da ridere, perché avrebbe
benissimo potuto ascoltare suo padre e sposare quel noioso
nobiluomo inglese, e invece la sua indole ribelle l’aveva costretta a
fuggire, conducendola lì.
“Se Ed sapesse in che condizioni disperate mi trovo, certamente
correrebbe a salvarmi… non è vero?”, una punta d’incertezza bastò
a farle divenire gli occhi lucidi. Edward sapeva che non era venuta
meno alla loro promessa e che disperatamente lo stava cercando?
Ricordava anche lui tanto vividamente quelle giornate sulla riva del
fiume?
La piratessa cominciò a tremare, non solo perché la temperatura
stava calando rapidamente, ma perché le sue certezze si stavano
smarrendo in mezzo a quelle dune tutte uguali.
Si riebbe solamente quando una piccola sagoma scura si avvicinò
alle sbarre della carovana, sussurrando parole in una lingua
sconosciuta, la più frequente delle quali era Anacaona.
“Fai silenzio o ci scopriranno!” bisbigliò una voce familiare. Aranel
riconobbe Tarazed e avrebbe voluto abbracciarlo con tutte le proprie
forze, ma c’erano ancora le grate metalliche a dividerli. Non avrebbe
scommesso nemmeno mezzo penny sulla possibilità che qualcuno
attraversasse il deserto per salvarla.
Il meccanico era intento ad armeggiare con la serratura, con grande
stupore e gioia anche degli altri prigionieri. Ubriacone cominciò a
ridere, in preda a una folle euforia, mentre Crosta iniziò a spintonare
tutti gli altri, cercando di raggiungere le sbarre, in modo da essere
liberato per primo.
“State calmi! – sussurrò Aranel, mentre veniva schiacciata contro il
Gran Seduttore, che approfittò di quella vicinanza e confusione per
dare qualche palpeggiamento casuale, finendo per tastare con gusto
il sedere di Sdentato – Così attirerete solo l’attenzione delle
guardie!” tentò inutilmente di avvertirli.
Sdentato non gradì le attenzioni riservategli dal Gran Seduttore e gli
assestò un bel pugno sul naso, sbalzandolo indietro e facendolo
finire contro Crosta, il quale, nel suo intento di tentare la fuga per
primo, diede una sonora testata contro le sbarre di ferro della
gabbia, facendole risuonare come campane.
In tutto ciò, Ubriacone non aveva ancora smesso di ridere e, in
effetti, la disperazione dilagante dopo quel fallimentare tentativo di
fuga convinse anche Aranel ad abbandonarsi a una risata incredula
e priva di speranza.
“Andiamocene di qui, presto!” sussurrò Tarazed, sconvolto dalla
stupidità e dalla mancanza di collaborazione di quei prigionieri. Non
aveva fatto in tempo a far scattare la serratura ma non poteva
restare un solo attimo di più, altrimenti sarebbe finito oltre le sbarre
assieme a coloro che voleva liberare.
Balzò tra le ombre, sfruttando la poca vegetazione presente per
nascondersi, ma non impiegò molto a realizzare che di lì a poco le
guardie si sarebbero messe a cercare la fonte di tutta quella
confusione, e che nel bel mezzo del deserto non sarebbe stato
difficile trovarla, perciò decise di darsela a gambe, mettendo quanto
più spazio fosse possibile tra sé e gli inseguitori, dal momento che
questi ultimi erano armati di fucile.
“Hura, scappiamo!” gridò, sentendo che alle proprie spalle, ormai
troppo distante, il ragazzino stava rispondendo “Non possiamo
abbandonare Anacaona!”
ALABASTRA

La celebrazione di Opet in onore della triade tebana, composta dal


dio Amon, dalla sua sposa Mut e dal loro figlioletto, si era appena
conclusa. Medea aveva partecipato con entusiasmo, provando un
senso di meraviglia crescente mentre la grande barca cerimoniale
navigava verso il tempio di Luxor, accompagnata da un corteo di
danzatori nubiani e da sacerdotesse intente a scuotere i sistri,
chiamati anche seshesh a causa del suono da loro prodotto.
Una moltitudine di persone era accorsa per assistere alla traversata
di Userhat, la grande barca di Amon, e nel tempio di Karnak i
festeggiamenti si erano protratti per molti giorni e molte notti.
Medea era rimasta incantata da quelle celebrazioni e aveva finito per
perdere di vista parte dei compagni. Sarebbe stato impossibile tener
traccia dei loro spostamenti in mezzo a quel tumulto, e una delle
notti si era persino smarrita, provando angoscia in mezzo a quel
caos multicolore di maschere, suoni e persone, finché la visione di
Alioth, splendido nelle sue vesti da Isut, non le aveva portato
conforto, e da quel momento era sempre rimasta nei suoi pressi,
godendosi probabilmente la parte migliore dei festeggiamenti, quelli
destinati alla casta sacerdotale di Amon.
Ora che la sacra ricorrenza era passata, il tempio sembrava spoglio
e silente, ma non aveva affatto perso la sua magnificenza. Medea
osservava il lago quadrangolare, dove fino a poche ore prima
galleggiavano le barche cerimoniali dalla testa di ariete, animale che
aveva accompagnato il loro percorso, custodendo i propri segreti
solari. Lì attorno i servitori continuavano le loro occupazioni,
sistemando il tempio che aveva ospitato più persone di quante non
si credesse possibile, ma né la ragazza né Alioth, che scrutava con
occhi meditativi l’acqua calma e immobile, facevano caso a loro.
Medea stava cominciando a chiedersi che fine avessero fatto i suoi
compagni. Ora che i grandi cortili di Karnak erano nuovamente quieti
e deserti, avrebbe dovuto scorgere Thuban, Mizar e Adhara, gli
archeologi tra cui aveva riconosciuto il ka del suo caro professore
delle medie, e forse anche il resto dell’equipaggio del Cygnus, che
certamente non se n’era rimasto al porto senza partecipare ai
meravigliosi festeggiamenti che avevano occupato la città per giorni.
Decise di fare un giro di perlustrazione alla ricerca di volti familiari, e
si ritrovò a passeggiare lungo la strada circondata dalle due ordinate
file di sfingi guardiane, che con la loro testa d’ariete suggellavano
uno dei patti più antichi di tutti i tempi, quello del leone con l’ariete.
Erodoto le aveva chiamate criosfingi dopo aver visitato quei
medesimi luoghi, centinaia di anni prima, e la ragazza provava un
senso di vertigine al solo pensiero di tutti i sommi sapienti che
dovevano aver percorso quella medesima via prima di lei. Chissà se
anche il leggendario Apollonio di Tyana, che certamente aveva
compiuto almeno un viaggio in Egitto, ricevendo da Ermete
Trismegisto in persona il grande dono delle Tavole Smeraldine,
aveva calcato a sua volta quello stesso selciato.
Mentre osservava i volti impassibili delle sfingi, mute custodi di
imperscrutabili segreti cosmici, udì un rantolo che le fece
accapponare la pelle.
Sdraiata a terra, in una posizione che lasciava trasparire atroci
sofferenze, si trovava la fonte di quel rauco lamento. Era un uomo, a
giudicare da quel poco che si poteva intuire, aveva la pelle
raggrinzita e arrossata, ricoperta di orribili piaghe, e certamente
aveva bisogno di aiuto.
Medea non sapeva cosa fare per quel poveretto, perciò non le restò
altra scelta che tornare indietro, verso il laghetto sacro, pregando
Alioth di andare con lei e aiutare una persona apparentemente in fin
di vita.
Rapidamente i due tornarono nel punto in cui il povero pellegrino
attendeva, non potendo far altro, dal momento che anche il minimo
movimento sembrava essergli causa di indicibile dolore.
L’Isut si era separato controvoglia dalle proprie meditazioni solitarie,
eppure ora scrutava con interesse il nuovo arrivato, riconoscendone
gli abiti laceri, ormai scoloriti, e i lineamenti distorti dalle piaghe e
bruciature.
Medea non aveva la minima idea di cosa stesse accadendo, Alioth si
era portato le mani sui fianchi, insuperbendosi con aria divertita,
prima di scoppiare in una risata impettita, che risuonò tra le file di
sfingi.
“Ecco che fine aveva fatto questo piccolo topo di fogna!” esclamò,
chinandosi sul ferito e togliendogli dal capo i resti di un turbante
madido di sudore e pieno di sabbia. Quest’ultimo lo guardava con
occhi castani e imploranti, e solo allora anche la ragazza fu in grado
di riconoscerlo.
“Red! – gridò in preda all’angoscia – Chi ti ha ridotto in questo
stato?”, naturalmente il meccanico non era nelle condizioni di fornire
una risposta, era già un miracolo che fosse in grado di tenere gli
occhi aperti. Confusa e preoccupata, cominciò a strattonare l’Isut per
la sua bella tunica di seta pregiata, “Devi fare qualcosa, curalo!”
Alioth alzò appena un sottile sopracciglio scuro con una smorfia
poco convinta, “Che cosa potrei mai fare per aiutarlo? Non sono un
magico guaritore, di quelli che impongono le mani e risanano con il
solo tocco. Inoltre il tuo amichetto si è messo nei guai da solo; a
giudicare dal suo aspetto e dalla sabbia che porta con sé, si
dev’essere inoltrato nel deserto, che sa essere davvero crudele
verso coloro che non rispettano le sue leggi, ed è giusto che sia
così”.
Medea non voleva starlo a sentire, nonostante la rivalità che
esisteva tra Tarazed e Alioth, non osava credere che quest’ultimo
fosse capace di lasciarlo lì per terra a morire.
“Dobbiamo trovare Thuban o qualcun altro che sia in grado di
aiutarlo!” esclamò, pensando di sollevarlo da terra e portarlo
all’interno del complesso di Karnak, dove qualche sacerdote dalla
moralità più sviluppata di quella dell’apprendista si sarebbe preso
cura di lui.
Si accorse tristemente di non avere la minima idea di come
trasportarlo, le sue membra erano ricoperte di eruzioni cutanee, non
voleva toccarle sia per un proprio senso di ripugnanza che per paura
di fargli del male. Guardò angustiata verso il compagno egizio, che
inaspettatamente lo prese di peso, sollevandolo da terra e
cominciando a incamminarsi verso il tempio, borbottando e
maledicendolo tra sé, “Razza di idiota! A giudicare dal tuo aspetto
devi esserti inoltrato fin nel cuore del deserto, perché mai sei
strisciato fin lì? Pensavo che i topi preferissero restarsene nei
dintorni del porto…”
Nonostante le sue parole di biasimo, il suo sguardo manifestava una
grande preoccupazione, e infatti l’Isut si precipitò subito alla ricerca
di Qe-rasija, il sommo maestro.
Durante la rapida traversata, il povero Tarazed, sballottato e
sofferente, emetteva dei sottili rantoli che facevano gelare il sangue
nelle vene. Medea gli trotterellava intorno come un’ape in agitazione,
sperando che il saggio vegliardo cieco fosse in grado di fare
qualcosa.
I lamenti del giovane meccanico attirarono l’attenzione degli altri
ospiti del tempio, e così anche Thuban, Mizar e Adhara si unirono al
corteo che, disperato, cercava il sommo sacerdote di Amon.
“Non doveva restare alla nave? Che cosa gli è successo?”
mormorava l’alchimista, senza che nessuno dei presenti potesse
dare una risposta plausibile. Mizar invece si domandava dove fosse
il proprio fratello e se non si trovasse per caso nelle stesse
condizioni, dal momento che era rimasto assieme a lui di guardia al
Cygnus, “E che ne è stato di Merak e Aranel?” chiese, facendo
arrestare improvvisamente la corsa di Alioth.
I suoi occhi scuri, rifiniti di malachite verde del Sinai, si posarono sul
corpo tremolante che portava tra le braccia. Quello sguardo aveva
un peso insostenibile ma Tarazed era già preda di dolori al di là
dell’umana sopportazione, perciò non si spaventò come avrebbe
dovuto, per quanto riuscì comunque a comprendere, anche in mezzo
alla sensazione di essere costantemente divorato dalle fiamme, ciò
che l’Isut aveva intenzione di comunicargli.
Aveva richiesto imperiosamente notizie riguardo Aranel, e Red cercò
di riferire il messaggio che aveva portato nel cuore per tutta la
tremenda e ribollente traversata nel deserto, ovvero che la piratessa
era stata fatta prigioniera e che dovevano accorrere per salvarla,
prima che la carovana raggiungesse il carcere celato tra le dune,
dove le guardie avrebbero anche potuto ucciderla, sempre che non
ci avessero pensato prima i suoi rudi compagni di cella.
Il suo discorso disperato si trasmise solo come un insieme di rantoli
indecifrabili, “Lasciamolo in pace, non può parlare ora, dobbiamo
prima pensare a guarirlo!” fece notare Thuban, sospingendo
dolcemente il proprio apprendista verso l’androne costellato da
possenti colonne in rovina, dove Qe-rasija li attendeva immobile, con
gli occhi vuoti e bianchi diretti proprio su di loro, quasi li stesse
aspettando, conoscendo già l’urgenza della situazione.
“Presto Eliphas, portalo nel mio laboratorio!” esclamò perentorio, non
appena l’Isut fu abbastanza vicino da poterlo udire.
Il sacerdote di Amon e il suo discepolo scomparvero oltre un portale
che agli altri fu richiesto di non varcare, lasciando il gruppetto nella
più totale preoccupazione.
Thuban si sedette su un gradino di pietra, sospirando e passandosi
nervosamente le mani nei capelli grigi e ispidi, “Siamo stati degli
sciocchi, ce ne stavamo qui a festeggiare la triade tebana senza
pensare ai nostri compagni che ci aspettavano al Cygnus. A dire il
vero pensavo che i ragazzi si sarebbero uniti alle celebrazioni, non
sono certo i tipi da restarsene in disparte quando tutta la città danza
in preda all’ebbrezza, eppure in tutta quella confusione non li ho mai
visti…”
Medea sospirò, “Non credo proprio che se ne siano rimasti sulla
nave, altrimenti adesso Red non sarebbe in quelle condizioni. I suoi
vestiti sono pieni di sabbia, secondo Alioth si è inoltrato nel deserto”.
“E perché mai avrebbe dovuto arrischiarsi in una cosa simile? Era da
solo o Merak e Aranel sono andati con lui? E in tal caso, dove sono
adesso gli altri due?” Mizar diede voce a tutte le domande che gli
ronzavano in testa, zittendosi subito, non appena notò che Adhara
aveva un’espressione stranamente concentrata, come se stesse
cercando di percepire qualcosa di flebile e lontano.
“Adesso non ha senso porsi questi quesiti, - mormorò ancora
l’alchimista – non appena Tarazed si sentirà in forze, risponderà a
tali domande meglio di chiunque altro”.
Mizar e Medea dovettero rassegnarsi a quell’attesa straziante. Si
misero comodi sui gradini del tempio, accanto all’alchimista,
giocherellando ansiosamente con le dita o lisciandosi ciuffi di capelli
con aria inquieta, solo Adhara restava in piedi e, con espressione
trasognata, fece qualche passo in direzione del portale.
Thuban le ricordò le disposizioni del sacerdote di Amon: in quanto
non iniziati al culto di Karnak, avrebbero dovuto aspettare
all’esterno, nonostante la loro grande preoccupazione per le sorti
dell’amico.
La Samandar non sembrò neppure udire le parole di Thuban e
avanzò di qualche altro passo, sorridendo in maniera inquietante,
“Maestro!” sussurrava a mezza voce.
A quel punto Mizar balzò in piedi, ben sapendo che quel titolo
onorifico, nel caso di Adhara, si riferisse direttamente a colui che
l’aveva presa come discepola sulle sommità della Torre eburnea: il
leggendario Rasalgethi.
“Lui è qui?” trasalì anche Thuban. L’aveva cercato per così tanto
tempo senza mai scovare nemmeno la minima traccia, e ora lo
avrebbe ritrovato proprio nel tempio di Karnak? Forse anche lui
aveva deciso di assistere ai festeggiamenti di Opet?
A quel punto le raccomandazioni del vecchio Qe-rasija non ebbero
per lui più alcuna importanza, l’alchimista scattò verso il portale,
invitando Adhara a condurlo dal suo maestro, subito
incamminandosi al suo seguito, emozionato e con le gambe che gli
tremavano.
Andò quasi a sbattere contro Alioth, di ritorno senza il suo ustionato
fardello.
Gli occhi scuri e perentori dell’Isut scrutarono stizziti i due
trasgressori, “Mi sembrava vi fosse stato detto di aspettare fuori”
sentenziò. Thuban annuì un paio di volte, cercando di spiegargli
l’eccezionalità della situazione, che poteva quindi trascendere quelle
infime regole, “Adhara ha percepito qualcosa… forse Rasalgethi si
trova nel tempio!”
L’apprendista assunse un’espressione dubbiosa, “Mi sembra del
tutto improbabile, perciò tornate nel salone” disse, sospingendo il
proprio maestro nella direzione da cui era provenuto.
L’alchimista cercò di divincolarsi, era evidente che il ragazzo non
riusciva a comprendere la portata degli eventi, “Non posso farlo! Se
questa è la mia occasione di rivederlo…”
Alioth lo interruppe bruscamente, “Smettila, non è affatto come credi.
Adhara, vorresti farci il favore di spiegarci esattamente ciò che hai
sentito? Prima di trasgredire alle sacre leggi di Amon, magari sarà il
caso di esaminare con attenzione i dati in nostro possesso”.
A quel punto la ragazza abbassò lo sguardo, invitata a tornare oltre il
portale, dove Mizar e Medea aspettavano incuriositi, quindi parlò con
voce flebile ma decisa “Poco fa qualcuno ha invocato il potere dei
cristalli, mi è stato chiaro come il sole e, dal momento che ci
troviamo su Gaea, non dovrebbe esserci nessun altro in grado di
farlo. Solo il mio maestro è riuscito a valicare i confini tra i mondi,
perciò, se c’è un Asbesto da queste parti, non può che trattarsi di
lui…”
Thuban applaudì entusiasta a quella spiegazione, “Precisamente! Gli
unici a poter usare i cristalli qui su Gaea sono Adhara e il suo
maestro!”
L’Isut fece una smorfia, “Mi sembra una spiegazione piuttosto
insuperbita. Le pietre sono fonte di potere per tutti i popoli, persino i
più ottusi tra gli Akademikoi sarebbero costretti ad ammetterlo,
pertanto ciò che Adhara ha percepito potrebbe essere qualsiasi
cosa. Certo, gli Asbesti sanno interagire con i cristalli meglio di
chiunque altro, ma non sono stati gli unici, nel corso della storia, a
saperne risvegliare, volontariamente o meno, le energie”.
Tutta l’emozione di Thuban si spense in un solo istante, “Il ragazzo
ha ragione, ci sono metodi alchemici per far reagire le pietre e i
metalli, così come alcuni potrebbero parlare di una sorta di magia…
Adhara, sei proprio sicura di aver sentito inequivocabilmente il
potere di un Asbesto?”
La Samandar non disse nulla, ma tornò a sedere mestamente
accanto a Mizar, dando chiaramente a intendere che la sua fiducia
nelle proprie percezioni di poco prima era venuta meno, assieme
all’entusiasmo dell’alchimista.
Non gli restò altro da fare che attendere il naturale corso degli
eventi, e per qualche ora il gruppo fu costretto a restarsene seduto
su quei gradini, sgranchendosi le gambe circondando il perimetro
delle enormi colonne, sempre gettando sguardi carichi di
apprensione verso il portale dove avevano visto scomparire Tarazed.
Era ormai sera inoltrata quando Qe-rasija fece la sua comparsa,
aveva un aspetto molto stanco, come se tutto il peso dei suoi
innumerevoli anni gli fosse all’improvviso gravato addosso in un solo
istante; il viso lungo e glabro era smunto e spossato, gli occhi vuoti
persi in chissà quali dimensioni lontane. Alioth fu subito da lui, senza
attendere che il sacerdote raggiungesse una zona accessibile anche
ai compagni, e il vecchio sapiente gli mise entrambe le mani sulle
spalle, parlando con tono flebile e grave, mentre l’Isut annuiva con
espressione seria.
“Allora? Che gli sta dicendo?” domandò Thuban, infilandosi il
mignolo in un orecchio, sperando di riuscire a sentire un po’ meglio
dopo quella rapida e manuale pulizia. Il resto dell’equipaggio
tendeva il collo verso i due, non riuscendo comunque a capire nulla
di quel discorso bisbigliato.
Maestro e discepolo continuarono la loro fitta conversazione,
spostandosi con passi lenti e gravi, sembravano coinvolti in qualcosa
di estremamente serio, tanto che tutti iniziarono a preoccuparsi.
Avevano sperato che il sacerdote di Amon sarebbe tornato con
un’espressione rassicurante, spiegando loro che Tarazed era stato
curato con successo, ma quel comportamento cupo e furtivo non
faceva presagire nulla di buono.
Il gruppo non osò interrompere i discorsi del sapiente Qe-rasija,
erano in attesa di un suo cenno riguardo le condizioni del loro amico
e rimasero un tantino spiazzati quando, senza curarsi di loro, il
vecchio indovino si allontanò assieme a Eliphas, sempre
continuando a sussurrare concitatamente.
Mizar iniziava a spazientirsi, quella mancanza di rispetto verso le
loro afflizioni non gli piaceva per niente. Medea era del tutto
concorde, voleva sapere qualcosa circa le condizioni di Tarazed e
non sarebbe riuscita ad attendere oltre.
“Se hanno lasciato il loro laboratorio segreto, - decretò la ragazza –
significa che, qualsiasi cosa abbiano fatto per curare Red, hanno
terminato, perciò non dovrebbe più essere proibito entrare e dare
una sbirciatina. Avanti, andiamo a vedere come sta!”
Thuban stava per ribattere che già una volta erano stati rimproverati
per aver tentato di oltrepassare il portale, ma la curiosità era più forte
del rispetto per le regole di un ordine al quale non apparteneva,
inoltre le reazioni di Adhara avevano destato in lui un interesse che
difficilmente si sarebbe sopito, “Giusto, se Qe-rasija e Alioth se ne
sono andati, significa che hanno altro a cui pensare, e noi non
possiamo certo lasciare da solo un compagno ferito!”
Si incamminò verso il portale seguito dall’equipaggio e, dopo aver
controllato che non ci fossero sacerdoti nei paraggi, si inoltrò
nell’edificio, scoprendo che, dopo un lungo corridoio con numerose
svolte secche, vi erano delle scale che portavano verso misteriosi
sotterranei.
L’alchimista non sapeva fino a che punto inoltrarsi in luoghi
sconosciuti, avrebbero anche potuto perdersi e, anziché essere
d’aiuto a Tarazed, mettersi nei guai con la casta dei cultori di Amon,
andando a ficcare il naso nei loro oscuri segreti, ma in questo gli
venne in aiuto Adhara. La Samandar percepiva qualche eco lontano
dell’energia che era stata usata poco prima, e grazie a lei riuscirono
a destreggiarsi in mezzo a cunicoli stretti e bui, dove aleggiavano
strani profumi talvolta gradevoli e altre nauseabondi, finché non si
trovarono in una stanza piccola e quadrata, illuminata da lampade a
olio e piena di oggetti dall’aria antica e misterica.
Sicuramente in quel luogo erano stati compiuti strani rituali, si
respirava un odore di aria stantia misto a dolci balsami refrigeranti.
Al centro vi era una sorta di altarino di pietra, sul quale era adagiato
un corpo mummificato, proprio come quelli che Mizar aveva già
avuto modo di vedere al Museo Egizio di Julia Augusta Taurinorum,
anche se questo era scevro di tutti i paramenti regali che invece
avevano le mummie degli antichi faraoni.
Un orribile dubbio cominciò a farsi strada nei loro pensieri,
serpeggiando e facendogli venire la pelle d’oca. Medea guardò
sconcertata i vasi canopi che si trovavano ordinatamente sistemati
accanto alla mummia, rabbrividendo al ricordo di ciò che quei
recipienti dalla testa animale dovevano contenere. Anche Adhara
era inquieta e specialmente osservava le due pietre levigate e nere
che giacevano sugli occhi della mummia, sembravano due solchi
oscuri, capaci di racchiudere il cielo stellato, proprio come i grandi
occhi di Ptah, colui che secondo gli egizi era stato il creatore del
mondo.
“Alabastron, - mormorò a mezza voce – le pietre di Tebe. Le piramidi
su Theia sono ricoperte da una patina bianca e splendente fatta di
questo materiale, capace di riflettere la luce lunare. Queste però
sono nere come la notte più oscura, il loro nome in greco è onyks e
significa artiglio”.
Medea le guardò, non senza un certo timore; erano lisce e
tenebrose, con qualche misterioso riflesso più chiaro, ma per nulla
rassicurante, come l’improvviso movimento che si avverte nel cuore
della notte, la terribile certezza di non essere soli nell’oscurità.
Non c’era da stupirsi se l’onice era stato associato alla magia nera,
quella che aveva a che fare con il risveglio dei morti… Solo a
pensarci veniva invasa da un’ondata di angoscia; le piccole teste
animali sui vasi canopi la osservavano mute, la mummia distesa sul
piccolo altare sembrava respirare lentamente, come se le pietre nere
che portavano il nome di artigli fossero servite a ghermire la sua
anima e riportarla indietro dal mondo dei morti.
La mummia alzò le braccia ricoperte di bende e, lentamente ma
inesorabilmente, si mise a sedere.
Mizar lanciò un grido che echeggiò per gli anfratti sotterranei, mentre
Medea balzò indietro, andando a sbattere contro Thuban, solo la
Samandar restava impassibile a osservare la scena da una distanza
ravvicinata.
Le pietre che coprivano gli occhi della mummia scivolarono giù
quando questa tentò di alzarsi, e Adhara fu lesta nel raccoglierle,
evitando che finissero sul pavimento.
Con voce possente e imperiosa, la creatura ricoperta di bende si
rivolse ai presenti “È questo dunque l’aldilà? Mi avevano parlato di
grandi navi stellari e di serpenti cosmici…”
La ragazza albina fu l’unica ad avere la freddezza necessaria per
rispondere, “Non vorrei deluderti, ma credo che tu sia ancora nel
regno dei vivi…”
La mummia sembrò tirare un sospiro di sollievo, quindi cominciò a
guardarsi attorno con curiosità, “Perché allora ho queste bende?
Sembro un faraone defunto da secoli!” si domandò, mentre nella
stanza calava un silenzio imbarazzato.
“Forse eri morto, ma gli oscuri riti egizi ti hanno riportato in vita…”
mormorò Medea, in un misto di incredulità e malizia.
“Davvero? Ma questo è assolutamente epico!” esclamò,
dimenticando di usare il solito tono profondo e tornando a suonare
come il ragazzo curioso ed entusiasta che era sempre stato. L’unica
parte rimasta visibile erano gli occhi color nocciola che vispi si
guardavano intorno, facendo scoppiare in una risata sollevata sia
Thuban che Medea.
“Red, stai bene?” gli chiese la ragazza, mentre era occupato a
provare qualche movimento nel suo nuovo stato mummificato, “Beh,
se sono morto, non me ne sono accorto. Però devo ammettere che
mi sento molto strano… - un lampo guizzò nei suoi occhi scuri e
vivaci – Come se… per rimettermi in forze… avessi bisogno di…
carne umana!” esclamò, balzando repentino verso Mizar, il quale
non riuscì a trattenere un gridolino acuto e terrorizzato mentre si
appiattiva contro una delle pareti.
Le mani ricoperte di fasciature si fermarono a pochi centimetri dal
collo della sua vittima, scosse da una fragorosa risata, mentre Mizar
si lisciava le pieghe della tunica, fingendo di non essersi spaventato
poi così tanto.
“A parte gli scherzi, - tornò improvvisamente serio – che cosa mi è
successo? Ricordo solo il deserto bruciante e quelle dune che
sembravano non finire mai, come sono arrivato qui? Sono stato
davvero riportato in vita da qualche misterioso rituale tebano?”
A quel punto tutti fissarono Adhara, l’unica che aveva sentito
l’energia dei cristalli, “Non saprei, bisognerebbe chiedere all’Asbesto
che ha compiuto il rito. Queste pietre – spiegò, mostrando il liscio
onice nero che ancora teneva tra le dita – sono state utilizzate
secondo un metodo che credevo sconosciuto qui su Gaea, forse i
sacerdoti di Amon custodiscono davvero segreti che trascendono
questo mondo”.
“Vuoi dire che Qe-rasija potrebbe conoscere il potere dei cristalli? –
s’informò subito Thuban, prendendo la ragazza albina per le spalle e
scuotendola, come se così facendo la verità potesse caderle fuori
dalle pieghe dei vestiti – Dopotutto non è poi così improbabile… Fu
Rasalgethi a chiedermi di prendere Alioth come apprendista,
conosceva Qe-rasija e probabilmente aveva un misterioso disegno
in mente… Se solo riuscissi a ricordare qualcosa di più!”
Adhara ascoltava avidamente quelle confessioni, Medea non l’aveva
mai vista così interessata alle parole del vecchio alchimista,
stringeva le pietre d’onice tra le mani e rifletteva con aria
concentrata, “Devo parlare con quell’uomo” ammise infine, con un
sospiro.
Mizar s’intromise, piantandosi dritto davanti al nuovo Tarazed
mummificato e ponendogli una questione a suo avviso
fondamentale, molto più imminente di quelle elucubrazioni sugli
Asbesti e sui segreti di Karnak “Dov’è mio fratello?”
Solo allora il peso degli eventi tornò a gravare sul giovane manovale;
ricordò la folle impresa di Aranel nel liberare il piccolo schiavo al
porto di Luxor e ciò che ne era conseguito, l’inseguimento delle
guardie e la sua cattura, il piano per liberarla e il suo clamoroso
fallimento.
A quel punto non gli era rimasto altro da fare che tornare indietro in
cerca di aiuto, perché da solo, accaldato e febbricitante, non
sarebbe mai stato in grado di attaccare un’intera carovana e
liberarne i prigionieri.
“Aranel! – gridò in preda a un’ondata di panico – Aranel e Hura sono
stati catturati!”
A Thuban questo bastò per tempestare il ragazzo-mummia con una
pioggia di domande: voleva sapere dove si trovasse la povera
piratessa, chi l’avesse presa e perché. Red cercò di rispondere
anche se non fu facile, l’agitazione dell’alchimista a malapena gli
permetteva di parlare.
“Li stanno trasportando attraverso il deserto, al porto ho sentito dire
che da qualche parte, in mezzo all’oceano sabbioso, si trova una
prigione dalla quale nessuno è mai riuscito a far ritorno, - spiegò tra
uno scossone e l’altro – non sono stato in grado di impedirlo, Aranel
ha deciso di liberare un piccolo schiavo e le guardie non hanno
gradito il bel gesto…”
L’alchimista sospirò, “L’ho sempre detto a quella benedetta ragazza,
i suoi nobili sentimenti la porteranno a patire le pene dell’inferno!”
Mizar aveva cercato più volte di farsi sentire, intromettendosi nel
discorso per ripetere la propria domanda, che ancora non aveva
ricevuto alcuna risposta. Si era tanto parlato della piratessa e di un
misterioso Hura, al quale però nessuno aveva fatto troppo caso, ma
in tutto quel racconto non si accennava minimamente alla presenza
di Merak.
“Dov’è mio fratello?” gridò con rabbia, facendosi finalmente udire
sopra al vocio concitato degli altri. Seguì un attimo di silenzio
pensoso, dopodiché Tarazed la mummia si scrollò le spalle, “Non ne
ho idea, ma non è questo il punto!” dichiarò.
“Dobbiamo liberare la povera Aranel prima che sia troppo tardi, -
esclamò Thuban, alzando il braccio come se stesse per ordinare alla
ciurma di abbordare una nave nemica – forza, raggiungiamo il
Cygnus!”
L’equipaggio si mise in moto, seguendo il capitano fuori da quegli
intricati cunicoli, attraversando di corsa la via costellata di sfingi dalla
testa di ariete e dirigendosi senza indugio verso il porto di Luxor,
dove ormai da giorni avevano ancorato il loro galeone.
MAYNARD

Le acque dal colore limaccioso dondolavano quiete sotto la chiglia, il


cielo era sempre del medesimo colore e sembrava emanare
uniformemente una gran cappa di calore. Il ponte era deserto,
solamente Barbiglio si era occupato di percorrerlo zampettando,
arrampicandosi sugli alberi e sul cordame e facendosi le unghie,
rovinando il legno delle paratie; qualche volta scendeva a terra e
faceva un giro di ricognizione, però aveva sempre fatto ritorno dopo
qualche ora, al contrario della sua padrona.
Merak cominciava seriamente a preoccuparsi, anzi, non sapeva se
sentirsi allarmato o solo offeso.
Dopotutto quei due lo avevano lasciato solo a bordo del Cygnus,
costringendolo a fare la guardia alla nave con la sola compagnia del
gatto nero e spelacchiato che portava quel buffo nome. Più volte
aveva pensato di ignorare il proprio dovere e di scendere nel
colorato e vociante mercato portuale, o di visitare il magnifico tempio
di Karnak, che ultimamente era stato il fulcro di festività che il povero
Merak aveva solo potuto osservare dal ponte, ma ogni volta, prima
di mettere anche solo un piede a terra, pensava all’importanza di ciò
che era custodito nel cuore del Cygnus, ovvero l’elunium, il cristallo
che rendeva possibile il viaggio tra i mondi, e che aveva
rappresentato per lui l’unica fonte di salvezza da una vita che, giorno
dopo giorno, gli stava soffocando l’anima.
Non avrebbe mai potuto abbandonare l’elunium, anche se provava
non poco risentimento nei confronti dei compagni che lo avevano
lasciato solo per godersi le meraviglie di Luxor, senza nemmeno
degnarsi di tornare a trovarlo. Talvolta questi sentimenti si
addolcivano, pensando che forse Aranel e Tarazed non erano tornati
al galeone per motivazioni ben più serie, forse era successo loro
qualcosa, e allora per Merak risultava ancor più difficile aspettare
solitario sul ponte, immaginando i suoi amici in preda a terribili
pericoli.
La sua attesa non sarebbe stata così insostenibile se, alle
preoccupazioni che già aveva per la testa, non si fosse aggiunto
anche il capitano.
Si era presentato durante un assolato pomeriggio, accaldato nel suo
lungo cappotto blu oltremare, indossava un tricorno che si tolse con
gesto elegante, mentre si presentava con il nome di capitano
Maynard e indicava una nave ancorata poco distante, con le insegne
della marina bene in vista.
Merak sapeva bene che il Cygnus non era un’imbarcazione come
tutte le altre, così come il suo equipaggio poteva vantare almeno un
paio di persone con una taglia sulla propria testa, perciò tentò di
comportarsi in modo gentile e insospettabile, chiacchierando
amabilmente con il capitano Maynard.
L’interesse del capitano verso quel galeone in particolare si era
destato già a Julia Augusta Taurinorum, quando aveva visto salpare
il Cygnus e, dopo pochi giorni, lo aveva ritrovato saldamente
ancorato al porto di Luxor. Si era sempre vantato che la sua nave, la
Ranger, fosse una delle più veloci in circolazione, con essa infatti
aveva dato la caccia a numerosi pirati e si era sempre dimostrato
vincitore, perciò immaginava che avrebbe ben presto incontrato il
Cygnus lungo il fiume, o intento a navigare nel Tirreno o nel
Mediterraneo, superandolo a bordo della sua imbarcazione
appositamente creata perché vincesse in rapidità tutte le altre, ed
era invece rimasto assai stupito di scoprire che la Ranger era stata
lasciata indietro.
Si era subito recato a presentarsi, sperando di poter fare la
conoscenza del capitano di un galeone tanto sorprendente, invece
era rimasto deluso, scoprendo che questo fantomatico condottiero
era sceso a terra da giorni, lasciando a guardia della propria nave un
solo uomo, e così giovane per giunta.
Aveva fatto moltissime domande, alle quali Merak aveva cercato di
rispondere senza destare troppi sospetti, anche se non era certo di
esserci riuscito, dal momento che non aveva una precisa
conoscenza dei termini marinareschi che il suo curioso interlocutore
non smetteva di citare, e dopo qualche ora di interminabili quesiti era
finalmente riuscito ad allontanarlo.
Al momento il ragazzo si trovava sottocoperta, nella propria cabina,
riconoscibile da quelle degli altri a causa dell’ammontare di libri
accatastati ovunque. All’inizio li teneva ordinati meticolosamente, ma
in seguito ai numerosi scossoni via aria o via mare del galeone,
aveva capito che avrebbe risparmiato tempo e fatica lasciandoli
prendere la posizione che preferissero.
Suo fratello, o meglio, il suo doppio, aveva una strana teoria
secondo la quale sistemare un oggetto in una posizione specifica
sarebbe stato come fargli una violenza, “Come se io ti costringessi a
stare su una gamba sola, o a testa in giù!” aveva detto, anche se
Merak non era del tutto sicuro che questa bizzarra idea fosse
autentica e non piuttosto un’ottima scusa pensata da Mizar per
evitare di aiutarlo nel riordinare la cabina.
A essere sincero, Merak non soffriva poi tanto la solitudine, per
questo era riuscito a rimanere abbastanza serenamente su quella
nave, da solo, per oltre una settimana. Gli bastava avere qualche
libro a portata di mano e si sentiva in compagnia dei più illustri e
interessanti pensatori e poeti mai esistiti, decisamente una
prospettiva più interessante che sedere a tavola accanto a qualche
superbo incompetente, come Alioth, tanto per dirne uno.
Anche quando si trovava sulla Terra, nella sua città natale, Venezia, i
libri erano stati i suoi amici più fidati. La storia e la letteratura lo
appassionavano, conoscere ciò che era stato nel passato era
divenuto una sorta di ossessione, e più si addentrava nei misteri
degli antichi culti creduti scomparsi o nelle segrete dottrine ancora
vive nel suo tempo, ma che ormai sembravano aver perso la forza
che le aveva animate, più comprendeva che la realtà era
meravigliosa e piena di verità, seppur la sua vita quotidiana
sembrasse negarlo in ogni suo aspetto.
Se il mondo era così vasto e ricolmo di profonde meraviglie, perché
le persone facevano di tutto per rinchiudersi entro quattro mura,
ripetendo sempre le stesse parole e gli stessi gesti, circondandosi
delle medesime persone e di poche identiche idee?
Certamente la vita doveva essere molto più di questo, e lui non
aveva intenzione di assecondare coloro che vivevano nelle ombre,
sul fondo della caverna. Eppure, come Platone aveva realizzato, e
già in tempi talmente antichi da far rabbrividire per l’eterna attualità
di quelle parole, proferite in una Grecia precedente persino al Cristo,
liberarsi dalle catene della rappresentazione per uscire dalla
caverna, inondati dalla luce della più autentica bellezza sotto un
cielo splendente di verità, era certo fonte di grande gioia, ma anche
di estrema solitudine. Cos’accadde a colui che, colmo di speranza e
con gli occhi ormai ciechi, perché abituati alla luce dell’autentico
Sole, tornò presso i suoi simili, sul fondo della grotta?
Venne deriso, esiliato, ucciso.
E non fu ciò che avvenne anche a Socrate? Condannato a morte
dalla stessa Atene che aveva cercato di far germogliare sotto il sole
della conoscenza.
Merak infatti non si aspettava nulla dai suoi coetanei, nemmeno
dagli amici o dai familiari. Sentiva che quel mondo fatto di ombre non
era quello autentico, e che doveva certamente esserci qualcos’altro,
oltre il velo.
Talvolta si guardava allo specchio, cercando di comprendere se il
modo in cui gli altri lo vedevano, un solitario e patologico omiciattolo
pallido, non fosse in realtà un’oggettività che cercava di nascondere
a se stesso. Si chiedeva se le moltitudini non potessero in fondo
aver ragione.
Perché proprio lui, che la pensava sempre in modo diverso, doveva
essere il sacro latore della verità? Non poteva invece essere solo un
folle, accecato da allucinazioni che, per quanto conferissero un
senso alla sua vita, non potessero trovare un legittimo posto nel
mondo?
Proprio in quei momenti di estrema desolazione giungeva un
richiamo da chissà dove. Il suo riflesso gli sorrideva, promettendogli
di portarlo con sé dove non si sarebbe più sentito solo.
Aveva aspettato fino a farsi sanguinare l’anima che quel sé così
simile a lui, ma profondamente diverso, valicasse il confine tra i
mondi per prenderlo finalmente per mano e condurlo lungo un
sentiero dove finalmente avrebbe potuto camminare a testa alta,
guardandosi attorno con un senso di meraviglia e non di ripugnanza.
Ora sorrideva, accarezzando le pagine di un libro proveniente dalla
biblioteca degli Akademikoi. Aveva finalmente trovato le risposte che
cercava, e tutta la bellezza del cosmo ignoto e governato da leggi
magiche e imperscrutabili poteva condensarsi negli occhi di Adhara,
che avevano lo stesso colore del sangue.
La biblioteca di Philip era sempre fornita di ogni genere di avvincente
sapere, e per di più si trattava spesso di cose che esistevano anche
sulla Terra, nel suo mondo, anche se nessuno sembrava farci troppo
caso. Mentre su Theia esisteva persino un’imponente torre d’avorio
per coloro che si votavano alla conoscenza, e su Gaea essa veniva
perseguita all’interno di una grande cupola marmorea, unico candido
baluardo in una città ricoperta di fuliggine, nel suo mondo non
esistevano ordini speciali di uomini saggi ed eruditi, stimati e
rispettati dall’intera comunità, anzi, sembrava che simili valori
fossero andati perduti, e che coloro che dedicavano le proprie vite
alla conoscenza fossero dei falliti che non avevano compreso il
senso delle cose.
Si domandò se anche Adhara e Philip avessero un loro doppio sulla
Terra, e se questi fossero riusciti a trovare la propria strada e a
essere felici, nonostante tutte le cose belle sembrassero evitare quei
luoghi: persino le stelle avevano smesso di brillare.
Le profonde e complesse riflessioni riguardanti le varie personalità
che esistevano sugli altri piani del possibile vennero interrotte dal
rumore di passi sul ponte. Le assi sopra la testa di Merak
scricchiolavano, finalmente qualcuno aveva fatto ritorno al galeone.
Il ragazzo lasciò il libro aperto sul suo stretto scrittoio e corse ad
accogliere Aranel e Tarazed, o forse Thuban e gli altri che si erano
recati al tempio, e gli morirono le parole in gola quando si accorse
che non si trattava di uno dei suoi compagni, bensì di un’altra figura
familiare, elegante nel suo completo da capitano della marina.
“Capitano Maynard! – esclamò, fingendosi piacevolmente sorpreso e
andandogli incontro, nell’intento di non fargli fare un solo passo di
più sul ponte del Cygnus, - Non mi aspettavo una visita a quest’ora
così tarda…”
Il comandante annuì, sistemandosi il bavero della lunga giacca di un
blu raffinato, “Ho sempre ritenuto che lasciare un marinaio in
completa solitudine fosse una gran scortesia. La gente di mare deve
farsi compagnia, altrimenti l’oceano gli ruberà il cuore, facendola
impazzire, come accade ai naufraghi o ai sopravvissuti sulle
scialuppe, e a tutti coloro che restano per troppo tempo soli tra le
onde. Il mare ha una forza sconosciuta e lega per sempre a sé le
anime degli sprovveduti che gli si avvicinano troppo, senza la
protezione dei compagni. Ecco perché ho pensato che potesse farle
piacere una mia visita” spiegò con tono educato.
Merak non sapeva come rispondere, non poteva trattare in modo
inadeguato il gentile capitano, eppure avrebbe tanto voluto poterlo
scacciare dal ponte del galeone, aveva paura che potesse in
qualche modo intuirne i segreti. “La ringrazio per il pensiero gentile, -
cercò di arrabattarsi come poté – ma non mi sento affatto solo;
quando sono in compagnia dei miei libri, potrei lasciar trascorrere
interi secoli senza rendermene conto”.
“Dunque ho di fronte un marinaio istruito, ne sono davvero
compiaciuto. Si diletta forse anche nel gioco degli scacchi? È
decisamente trascorso troppo tempo dall’ultima buona partita che ho
fatto, sarei lieto di trovare un valido avversario…” ammise, facendo
crescere le angosce di Merak.
La gentilezza di quel capitano era inaspettata e assai sospetta, forse
voleva avvicinarsi per scoprire i segreti di quella nave
misteriosamente più veloce della sua Ranger, o forse era sulle
tracce di Philip, assoldato dagli Akademikoi per acciuffarlo, o ancora
voleva incassare la taglia che pendeva sulla testa di Aranel.
In ogni caso, la sua compagnia non era gradita, forse in un altro
mondo o in un’altra situazione il capitano Maynard, con quelle sue
buone maniere e le sue esperienze a bordo di grandi navi della
marina, sarebbe stato un interlocutore assai interessante per Merak,
ma in un momento simile il ragazzo desiderava solo attendere il
ritorno del resto dell’equipaggio, senza doversi occupare di scomodi
impiccioni.
Il vociare di numerose persone attirò l’attenzione di entrambi, ma
fortunatamente il capitano dava le spalle alla banchina, perciò non si
accorse dell’eterogeneo e strampalato gruppetto che si stava
avvicinando con passo rapido al galeone. Merak finse di
stiracchiarsi, cercando in tal modo di fare un segnale agli altri,
facendogli notare lo strano ospite che in quel momento si trovava sul
Cygnus, “Gli scacchi sono indubbiamente un gioco per gentiluomini,
- cercò di temporeggiare, sperando di mantenere vivo l’interesse di
Maynard per il tempo necessario ai compagni per nascondersi
nell’oscurità del porto – e devo ammettere di cavarmela piuttosto
bene…”
Mentre il suo cervello mandava dritte alla bocca frasi condite da
terminologie da giocatori professionisti, il cuore del ragazzo non
smetteva di battere all’impazzata. Se Maynard si fosse girato in quel
momento, avrebbe visto un vecchio dall’aria decisamente pazza,
una ragazza di un pallore spettrale, con la pelle e i capelli
completamente bianchi e due profondi occhi rossi, una specie di
mummia semovente e due giovani, un maschio e una femmina, con
abiti poco consoni al tempo e al luogo in cui si trovavano.
Certamente il capitano si sarebbe insospettito da questo gruppetto
che sembrava uscito da una festa in maschera, e non era proprio il
caso di attirare sul Cygnus le attenzioni della marina.
“Sarebbe per me un immenso piacere potermi confrontare con un
capitano del suo calibro, scommetto che sarebbe una partita
memorabile! – lo lusingò, notando il sorriso compiaciuto che si
dipingeva sul volto dai lineamenti sottili del proprio interlocutore –
Purtroppo su questo galeone non c’è nessuno che ami quanto me le
articolate battaglie di regine, alfieri e pedoni, e perciò devo
tristemente ammettere di non aver imbarcato una scacchiera…”
Maynard reagì come se Merak avesse appena proferito una
blasfemia, “Inaudito! Viaggiate per mare e non potete nemmeno
dilettarvi con una sana partita a scacchi, vi si rammollirà il cervello.
Per fortuna ne porto sempre più d’una a bordo della mia Ranger. Un
ricco mercante olandese mi donò una scacchiera intagliata con i
legni più pregiati provenienti da isole lontane, potremmo utilizzarla
come campo per la nostra sfida”.
“Oh, sarebbe meraviglioso! Come sa, capitano, non posso
allontanarmi dalla nave, ma se potesse essere così gentile da
portare qui la scacchiera…” esclamò, colto da autentico entusiasmo,
aveva trovato una scusa per congedare quel cortese, anche se
inopportuno, gentiluomo.
“Lo consideri fatto” disse con un impercettibile inchino, quindi girò i
tacchi e con passo sicuro ed elegante scese dalla passerella del
Cygnus, incamminandosi lungo la banchina.
Merak attese che la sua sagoma venisse inghiottita dalle ombre
notturne, quindi bisbigliò i nomi dei compagni, invitandoli a salire a
bordo rapidamente, finché la via era libera.
Mizar fu il primo a mettere piede sul ponte, era davvero lieto di
trovare il fratello sano e salvo, avrebbe voluto abbracciarlo ma si
trattenne, mentre anche Thuban e Adhara gli sorridevano sollevati. Il
ragazzo terrestre contò mentalmente i presenti, erano solo in cinque,
mancavano all’appello due persone, anche se l’assenza di Alioth
poteva considerarsi una piacevole sorpresa.
Thuban non perse tempo e cominciò subito a impartire ordini,
“Adhara, Tarazed, filate sottocoperta, voglio il Cygnus pronto a
partire tra pochi minuti! Mizar, Merak, pensate alle vele, poi aiutate
me e Medea a salpare le ancore e mollare gli ormeggi!”
Il ragazzo non se lo fece ripetere due volte, aveva l’occasione di
lasciarsi finalmente alle spalle l’odioso Isut, anche se gli dispiaceva
che Aranel non continuasse il suo viaggio con loro, perlomeno la
piratessa si era dimostrata una donna interessante e piena di
risorse. Avrebbe voluto fare domande al riguardo, ma temeva che,
ricordando gli assenti, a qualcuno potesse venire in mente di
recuperare l’odioso Alioth, perciò tenne la bocca cucita e cominciò a
innalzare le bianche vele con raffigurato un bel cigno in volo.
I preparativi per la partenza erano ultimati, gli ingranaggi nella sala
motori giravano a pieno ritmo e le vele erano spiegate. Una voce si
levò nel porto altrimenti avvolto dal silenzio, “Cosa sta succedendo?
E la nostra partita?”
Merak si passò le mani tra i capelli, “Andiamo, forza!” esclamò
sottovoce, inducendo Thuban a battere lo stivale sulle assi del
ponte, “Partenza!” ordinò, e il Cygnus ebbe una serie di leggeri
sobbalzi, mentre con un po’ di fatica lasciava le banchine di Luxor.
“Questo non è un comportamento da gentiluomini!” si lamentò
Maynard, rincorrendo per un breve tratto il galeone ma rendendosi
conto subito dell’inutilità di quell’azione, anche perché appariva
piuttosto palese il fatto che quella nave si stesse muovendo in modo
strano, non certo grazie al vento o alla fatica dei rematori.
Con ancora la scacchiera sottobraccio e l’onta appena subita che
bruciava nel petto, invertì la propria corsa, dirigendosi piuttosto verso
la corvetta ancorata poco distante, le lampade erano accese e
l’equipaggio era già imbarcato. “Preparate la Ranger, salpiamo!”
esclamò il capitano Maynard, non appena fu abbastanza vicino da
essere avvistato dai gabbieri della propria nave.

“Chi era quel tipo strambo?” domandò Mizar, accarezzando il pelo


irsuto di Barbiglio, che non sembrava volersi piegare nemmeno alle
più determinate carezze, quando il Cygnus fu avviato lungo il fiume e
la situazione fu più tranquilla.
“Solo un capitano della marina, - rispose il suo doppio, mettendo in
allarme tutti coloro che udirono – era fin troppo interessato al
Cygnus, spero che non sospettasse di noi…”
Red fece capolino da sottocoperta, facendo ondeggiare le proprie
bende come tanti festoni, “Beh, se anche non sospettava nulla fino a
poco fa, certamente ora qualche dubbio gli sarà venuto!” ammise,
attirando su di sé la curiosità di Merak, che era ancora all’oscuro di
tutto ciò che era accaduto da quando Aranel e il giovane meccanico
avevano deciso di esplorare il mercato.
La mummia raccontò dunque dettagliatamente la reazione indignata
della piratessa alla vista di un piccolo schiavo in vendita al porto di
Luxor, e quella ancor più arrabbiata delle guardie, che infine
l’avevano catturata e portata con sé, in una carovana diretta nel
deserto.
Il ragazzino che grazie a lei aveva ritrovato la libertà aveva preso a
cuore l’idea di ricambiare il favore, pertanto avevano seguito
assieme le tracce dei cammelli, inoltrandosi in regioni fin troppo
inospitali, finendo con il far fallire miseramente il loro piano di
salvataggio.
“Quindi stiamo andando a recuperare Aranel, - comprese Merak,
annotando mentalmente che fino a quel momento nessuno aveva
fatto il nome di Alioth, e non sarebbe certo stato lui il primo – ma
sussiste un problema di fondo… Il Nilo non si inoltra nel deserto e il
Cygnus non è certo un cammello…”
Thuban fece sentire anche la propria opinione con un moto di
orgoglio, “Che le onde siano d’acqua o di sabbia non fa alcuna
differenza, quando puoi volare!”
Merak non era altrettanto convinto, “Dunque hai intenzione di usare
il cristallo… Pensavo dovessimo nascondere i suoi poteri, qui su
Gaea”, l’alchimista era d’accordo, ma non poteva certo lasciare che
Aranel venisse incarcerata nel cuore del deserto. “A volte bisogna
saper correre qualche rischio! - sentenziò, voltando le spalle al
ragazzo, dando a intendere che quel genere di puntualizzazioni non
avrebbero fatto altro che irritarlo ulteriormente – Non appena saremo
lontani da Luxor, Adhara farà volare il nostro cigno e quindi…”
“Un momento! – lo interruppe Mizar, indicando qualcosa oltre la
poppa del galeone – Come la mettiamo con i nostri inseguitori?”
L’intero equipaggio, fatta eccezione per la Samandar che si trovava
sottocoperta, si ammassò contro il parapetto, osservando con
stupore la corvetta che solcava le acque limacciose, tagliandole a
metà con il proprio scafo affusolato. Era effettivamente rapida e
aerodinamica e, pur essendo partita dopo, stava facilmente
guadagnando terreno. Anche se la scritta a lettere dorate era sul
fianco e nessuno di loro era in condizioni di vederla, sapevano che
quella era la Ranger, sotto il comando del capitano Maynard, che
proprio in quel momento stava innalzando sul pennone una bandiera
a righe rosse e bianche, sulla quale campeggiava un disegno che
però non era visibile in quell’oscurità.
Thuban sogghignò, battendo sulla spalla di Merak, “Il tuo amico deve
aver preso proprio male il tuo rifiuto a giocare a scacchi con lui! Ora
t’inseguirà fino in capo al mondo! – ridacchiò, indicando l’insegna
appena issata – Quella è la bandiera della marina americana, da
questa distanza e in assenza di luce non riesci a individuarlo, ma
sopra vi è raffigurato un serpente a sonagli, sotto al quale sta scritto
un ammonimento: non calpestarmi. Potrebbe sembrare un’insegna
bizzarra, eppure ha un suo significato, la marina ci tiene a far sapere
che non attacca mai per prima, ma persegue coloro che l’hanno
offesa in prima battuta. Sono dei tipi permalosi, non credi?”
Il ragazzo cominciò ad agitarsi, non pensava che Maynard si
sarebbe arrabbiato a tal punto in seguito a quel piccolo sgarbo,
“Come faremo a innalzarci con quella nave alle calcagna?” si
preoccupò, rendendosi conto che la rapidità della Ranger avrebbe
reso impossibile il seminarla lungo la via fluviale, perciò non
avrebbero mai raggiunto una zona sufficientemente isolata per
prendere il volo, lontano da occhi indiscreti.
“Questo è proprio un bel problema, - mormorò il vecchio,
sistemandosi gli occhialoni sul naso adunco – aveva ragione Aranel,
a questa nave mancano i cannoni!”
Mizar si strinse al petto il recalcitrante Barbiglio, ci mancava solo che
Thuban si fosse messo a sparare cannonate contro le forze della
marina.
“Nonostante tale grave dimenticanza, sono un alchimista e posso
fare un tentativo. Adhara! – tuonò quindi, accompagnandosi con una
scarpata sul pavimento di legno – Preparati a spiegare le ali del
Cygnus non appena darò il segnale!” sogghignò con aria sicura di sé
ai ragazzi che lo osservavano angosciati, forse ancor più dopo che
ebbero sentito il resto della frase “Non sarà solo il galeone di
Barbanera a essere sputato fuori dalle bocche degli inferi!”
GUAZABARA

Dopo qualche giorno di prigionia, ad Aranel appariva chiaro che il


deserto non fosse adatto alle forme di vita. Di giorno il sole diveniva
talmente grande e caldo che avrebbe potuto abbrustolire una
bistecca cruda nel giro di pochi istanti, ma quando scendeva la notte
tutto cambiava improvvisamente, come se si fosse entrati in un altro
mondo.
La sabbia non aveva memoria, e così come poteva scottare come il
morso di uno scorpione quando si trovava sotto lo sguardo attento
del sole, allo stesso modo diveniva fresca come l’acqua delle baie
caraibiche non appena la luna faceva comparire il suo volto solitario.
L’aria bruciante si faceva allora tanto fredda che Aranel ringraziava
la vicinanza di Alito Fetido e Sdentato, e si sarebbe volentieri gettata
tra le braccia di Gran Seduttore, persino tra quelle di Crosta, pur di
ottenere un minimo di calore.
Di tanto in tanto guardava oltre le sbarre, sul cammello dov’era stato
sistemato il nuovo prigioniero, il piccolo schiavo che era tornato per
salvarla, vanificando così il suo avergli conferito la libertà al mercato
di Luxor. Era solo un ragazzino finalmente sciolto dalle catene,
poteva decidere di fare qualsiasi cosa, dallo sgraffignare alle
bancarelle del bazar e sopravvivere grazie a furti e imbrogli, fino ad
alternative più moralmente accettabili, come l’imbarcarsi in qualità di
mozzo, cercando una vita migliore oltre il mare, e invece cos’aveva
fatto? Si era messo ad attraversare il deserto a piedi nudi e senza
scorte di acqua pur di ricambiare il favore.
Da un lato Aranel era commossa da questo nobile gesto, dall’altro
però avrebbe preferito che il suo sacrificio fosse valso qualcosa,
invece di ritrovarsi entrambi in catene.
Il ragazzino non era stato messo nella gabbia perché fisicamente
non ci sarebbe stato nessun altro, ed era molto più semplice per i
soldati caricare e scaricare dalle gobbe del cammello il leggero
corpicino dello schiavo, piuttosto che ritrovarsi a dover affondare le
mani nei purulenti rotoli di ciccia di Crosta.
Spesso la piratessa si era chiesta a cosa servisse tutto quel viaggio
estenuante in mezzo al deserto, quelle guardie non avrebbero fatto
prima a metterli tutti in fila e fucilarli una volta per tutte? Invece
affrontavano una simile traversata pur di consegnarli alle braccia
della giustizia, in una prigione situata nel cuore del nulla.
Non doveva essere facile nemmeno per loro, e infatti lesse il sollievo
nei loro occhi quando raggiunsero un’oasi più grande delle solite
pozze alle quali abbeveravano i cammelli. C’erano addirittura delle
tende variopinte, abitate da numerose persone, e l’acqua, circondata
da palme verdeggianti, non era del colore della sabbia, ma di un
limpido e magnifico azzurrino.
La carovana si fermò poco distante dal laghetto cristallino, che in
mezzo a tutta quella sabbia sembrava apparire come un miraggio.
Erano tutti accaldati e stanchi, sia prigionieri che carcerieri si
sentivano le guance e la fronte in fiamme, la gola talmente secca da
rendere fastidioso il parlare e la testa intorpidita a causa del gran
calore.
I soldati non lasciarono che il refrigerio attendesse troppo e corsero
a rinfrescarsi, lasciando che i prigionieri rimanessero confinati in
quella piccola gabbia maleodorante, covando rancore nei loro
riguardi e cominciando a dare segni di squilibrio. Vedersi lo specchio
d’acqua tanto vicino e non poterne usufruire poteva portare alla follia
anche coloro che, nel bel mezzo del deserto, avevano resistito
stoicamente alla sete.
Crosta e Ubriacone cominciavano ad agitarsi, imprecando contro le
guardie e assumendo un comportamento molto nervoso. Aranel
guardò oltre le sbarre, c’erano numerose tende e in lontananza
notava anche un paio di cavalli, forse una fuga non era del tutto
impensabile.
Approfittò del nervosismo crescente, fomentando nei compagni il
risentimento verso quelle guardie che non solo li tenevano prigionieri
in mezzo a quel caldo insostenibile, ma che avevano anche la faccia
tosta di sguazzare nelle limpide acque proprio di fronte a loro.
“Se volevano ucciderci, potevano farlo subito, invece a quanto pare
questi sadici signori vogliono vederci agonizzare lentamente.
L’acqua è a pochi metri da noi, eppure non possiamo raggiungerla.
Stanno abbeverando persino i cammelli mentre noi, che siamo
esseri umani proprio come loro, non ne meritiamo nemmeno una
goccia” argomentava, notando come alle sue parole i compagni di
cella si facessero sempre più arrabbiati.
Infine Ubriacone non riuscì più a trattenersi e si scagliò contro le
sbarre, afferrandole ringhiando e sbavando, cercando di spezzarle
con la sola forza delle proprie mani nude. Naturalmente era una
causa persa, ma gli altri prigionieri erano talmente assetati e
accaldati da perdere la testa e seguirlo in questo tentativo insensato.
“Aspettate, non così!” non fece in tempo a gridare Aranel, investita
da un ammasso di persone furiose. L’intera carovana cominciò a
traballare sotto al loro impeto, tanto che riuscirono persino, dopo un
paio di violenti spintoni, a rovesciarla su di un lato. Dopo l’impatto si
trovarono capovolti e iniziarono a gridare vittoriosi, anche se
purtroppo quella mossa non era stata sufficiente a rompere le
inferriate metalliche.
Si trovarono così prigionieri di una carovana sdraiata su un fianco,
con ancora meno spazio disponibile e costretti a stare appiccicati gli
uni agli altri come tante avvilite sardine. Le guardie avevano udito il
tonfo ed erano accorse con i fucili alla mano a controllare l’accaduto,
ma trovarono solamente una ruota della carovana incrinata e la
gabbia riversa sulla sabbia.
Risero dei prigionieri, il loro tentativo di fuga si era rivelato
decisamente grottesco, anche se ora sarebbe stato necessario
rimettere in piedi la carovana e aggiustare la ruota ceduta.
Forse non era tutto perduto, pensò Aranel. La cosa più logica
sarebbe stata quella di farli uscire dalla gabbia per poterla sollevare
più agevolmente, e in quel momento sarebbe corsa fino al cammello
che si abbeverava placido al laghetto, precisamente quello che
portava il piccolo schiavo sulla groppa ondulata, ci sarebbe montata
sopra, sempre che in qualche modo l’animale avesse collaborato, e
sarebbe fuggita verso la libertà.
Non era un piano molto brillante, i cavalli avrebbero raggiunto in
poco tempo un cammello che portava sul dorso due persone, inoltre
qualche colpo di fucile avrebbe potuto abbatterli anche da grande
distanza, eppure era l’unica strategia che le veniva in mente sul
momento, perciò si tenne pronta a balzar via, non appena la gabbia
sarebbe stata aperta.
Le guardie parlottarono tra loro in disparte, probabilmente per
decidere il da farsi, una si avvicinò dunque alle inferriate,
armeggiando con l’enorme lucchetto, mentre l’altra si avviò verso le
tende.
Aranel non riuscì a trattenere un sorrisetto vittorioso, le stavano
rendendo le cose fin troppo facili. Quel povero soldato si sarebbe
presto ritrovato da solo contro sei prigionieri arrabbiati e resi folli
dalla calura, probabilmente gli sarebbero passati sopra come un
fiume in piena, fuggendo senza guardarsi indietro.
Il lucchetto impiegava più del previsto per aprirsi, nel frattempo la
gabbia capovolta cominciava a diventare rovente. Le loro aspettative
di libertà li rendevano agitati e trovarsi addosso tutte quelle persone
sudate e accaldate non aiutava certo a sentirsi a proprio agio.
Le voci di numerose altre persone si fecero udire, mandando in fumo
tutte le idee della piratessa.
L’altra guardia non era andata a farsi un sonnellino, bensì a
chiamare i rinforzi. Ora la carovana capovolta era circondata da una
decina di uomini armati, con i fucili puntati proprio verso di loro, e
non restò altro da fare che uscire docilmente, in fila indiana, dalla
prigione, seguendo le indicazioni dei nuovi carcerieri.
Li guidarono in una tenda dall’interno completamente spoglio.
Vedendo le altre ricolme di vasellame traboccante di datteri e altre
leccornie, con il pavimento ricoperto di bei tappeti colorati, Aranel
aveva sperato di trovare una sistemazione migliore. Gli unici
elementi di arredo a loro concessi erano tre grossi pali di legno
scheggiato, ben conficcati nel terreno, ai quali erano collegati dei
massicci anelli metallici, dove vennero assicurate le catene che poi
terminarono ai loro polsi.
I prigionieri vennero messi in ceppi a due a due, e la ragazza finì con
il condividere il proprio palo con Crosta. Sospirò, sedendosi sulla
sabbia tiepida e guardando la stoffa colorata sopra la propria testa,
“Davvero un posto carino, - disse ai soldati – ma il servizio è un
tantino scadente. Io e i miei amici avremmo giusto un po’ di sete…”
Una guardia dal lungo naso aquilino decise di accontentarla,
tirandole addosso una secchiata d’acqua, con un ghigno
compiaciuto dipinto sul viso adunco. Aranel non voleva dargliela
vinta e ringraziò con un bel sorriso, “Va decisamente meglio, ci
voleva proprio un bel bagno. Ora potresti essere tanto gentile da fare
la stessa cosa anche al mio amico, qui vicino? Siamo stati sotto il
sole cocente per giorni e una rinfrescata è quello che ci vuole, non è
vero, Crosta?” si rivolse infine al compagno di ceppi.
Quest’ultimo annuì, ma subito dopo si accorse del nomignolo con il
quale era stato appellato “Perché mi chiamate tutti in quel modo?”
brontolò, facendo scoppiare a ridere gli altri prigionieri. Alito Fetido
ebbe la faccia tosta di spiegargli che era un soprannome piuttosto
ovvio e che non c’era affatto da stupirsene.
Sdentato si fece aria con le mani, “E tu invece, com’eri chiamato?
Bocca di Ratto?” domandò, facendo piombare nuovamente gli
occupanti della tenda in preda all’ilarità, sebbene Alito Fetido si
mostrasse indignato.
“Fate silenzio!” tuonarono i carcerieri, distribuendo secchiate di
acqua fredda un po’ a tutti, facendogli in realtà un grosso favore.
“Dov’è finito il piccoletto?” domandò Ubriacone, accorgendosi che
solamente loro sei erano stati sistemati nella tenda. Anche le guardie
si resero conto solo allora della mancanza di un prigioniero, quindi
corsero fuori, scoprendo che il piccolo Hura, legato mani e piedi
come un salame, era riuscito in qualche modo a gettarsi giù dal
cammello e ora stava saltellando verso la libertà, anche se in modo
piuttosto goffo e lento.
Non ci volle molto per afferrarlo e rinchiuderlo assieme agli altri, se
non altro lì era al riparo dai raggi del sole. Venne messo a sua volta
in catene assieme ad Aranel e Crosta, mentre la ragazza lo
guardava con estremo sconforto: i suoi sacrifici per salvarlo da una
vita di schiavitù erano stati vani.
Quando i carcerieri se ne furono andati, la piratessa sospirò,
osservando il visetto rosso e scottato del ragazzino, “Perché mi hai
seguita? Non ti ho dato la libertà perché la gettassi via in questo
modo!” lo rimproverò, provando però una grande compassione.
Il piccolo assunse un’espressione molto seria, “Anacaona ha salvato
me, Hura, e ora Hura deve salvare Anacaona” spiegò con assoluta
determinazione, come se stesse enunciando una legge cosmica.
“Mi chiamo Aranel” sussurrò lei stancamente, non sapeva come altro
ribattere a una simile argomentazione, specie se proferita con una
tale luce negli occhi.
“Ormai tu sei per me Anacaona, il fiore dorato. Bohiti, lo sciamano
del mio villaggio, diceva sempre che il nome viene da quello che tu
sei, e tu, come un fiore che sboccia nel deserto, hai dato a me la
libertà. Io sono Hura, come il vento, perché il mio destino era di
andare lontano…” continuò a spiegare con una straordinaria
convinzione, ogni parola che utilizzava veniva scandita, come se
avesse qualche potere magico.
“Come Huracan!” esclamò Sdentato, trovando una connessione tra
quello che il bambino diceva e la propria esperienza di marinaio.
Il piccolo rimase sorpreso nel sentir pronunciare una parola nella
propria lingua e annuì partecipe, “Huracan è il centro del vento,
quando il grande occhio del cielo si apre e spazza via tutto quanto.”
Sdentato continuò “Esatto, è quello che noi chiamiamo uragano.
Piccoletto, tu vieni da molto lontano sul serio, la lingua che parli è
quella di Borinquen, lo so perché sono stato tre settimane
ormeggiato in una baia di quella che noi chiamavamo l’Isola
dell’Incanto”.
Alito Fetido era in vena di racconti marinareschi, dopotutto in quella
tenda nel bel mezzo del deserto non c’era molto altro da fare, perciò
chiese a Sdentato di parlargli un po’ di quella straordinaria isola.
L’omaccione con parecchie finestrelle scure in bocca sembrò
smarrirsi in ricordi lontani, “Era bellissima, con spiagge dorate e baie
cristalline, io e il resto dell’equipaggio non vedevamo l’ora di
sbarcare e scoprire le meraviglie di quell’isolotto, eppure non
abbiamo mai messo piede a terra. La nostra nave è stata bloccata al
porto, era in atto una specie di rivolta…”
“Guazabara!” esclamò Hura con sguardo sognante, quasi stesse
evocando il suo eroe.
“Sì, - mormorò Sdentato – lo chiamavano così. Quell’uomo è un vero
demonio sputato fuori da qualche abisso, ho visto la sua nave
scomparire in mezzo al fumo nero, ho udito la sua risata folle e
omicida mentre vedevo sventolare il vessillo con lo scheletro
incoronato intento a levare il suo calice, brindando alla morte!”
Aranel si fece improvvisamente molto più attenta, mentre Hura
annuiva estasiato, “Questo è proprio Guazabara! Lui protegge
Boriken da malvagi Arijua, gli stranieri che ci portano via come
schiavi! Ha fermato tutte le navi e non ha fatto passare nessuno per
molti giorni…”
Sdentato non riuscì a trattenere un’amara risata, “Moccioso, credi
davvero che Barbanera sia una specie di salvatore? Se ha bloccato
il porto della tua isola, non è stato per difendere i diritti della tua
gente, ma piuttosto per il proprio interesse. Quel demonio dagli occhi
di fiamma si era scontrato con la marina, tutto il suo equipaggio era
ridotto male, avevano urgente bisogno di cure mediche, ma quale
pazzo avrebbe prestato soccorso alla sua ciurma di spiriti usciti fuori
dalle tenebre? Ecco perché ha bloccato tutte le navi del porto, stava
ricattando gli altri marinai. Non ha fatto passare nessuno finché i
suoi uomini non si furono ristabiliti, dopodiché ha saccheggiato tutte
le imbarcazioni rimaste bloccate. Il nostro capitano era stato preso
come ostaggio ed è tornato in camicia e mutandoni perché a
Barbanera piacevano i suoi vestiti finemente confezionati!”
La piratessa emise un sospiro trasognato, “Oh sì, questo è proprio il
mio Ed. Ma dimmi, quanto tempo fa è successo tutto questo?
Barbanera si trova ancora su quell’isola?”
Sdentato fece spallucce, “Non saprei, dolcezza. Questi fatti sono
accaduti qualche anno fa, probabilmente quel demone avrà fatto
vela verso qualche altro luogo da depredare”.
Aranel si rabbuiò, “E non hai idea di dove potrebbe essere andato?”
“Per mille spingarde, ragazza, non vorrai correre dietro a quel
diavolaccio! I denti che mi mancano se li è presi lui, lo sapevi?
Quell’uomo è un vero e proprio colosso, deve aver stretto un patto
con qualche creatura degli abissi, perché non ho mai visto una
persona così grossa e spaventosa, è bastato un suo pugno e mi
sono ritrovato la bocca più vuota di una stiva saccheggiata!” brontolò
sconcertato.
La ragazza mantenne la propria espressione delusa, “L’isola di
Borinquen è molto lontana, vero?”, chiese con un sospiro, ricevendo
assensi da quasi tutti i presenti. “C’è di mezzo l’oceano Atlantico, è
una lunga traversata, ma con la persona giusta potrebbe rivelarsi un
bel viaggio romantico” le rispose Gran Seduttore, facendole
l’occhiolino.
La piratessa ignorò quel gesto e continuò a rivolgersi a Sdentato, le
sembrava quello maggiormente affidabile, il che era tutto dire,
“Perché mai Edward è andato fino in capo al mondo? Ha dimenticato
la sua promessa?”, naturalmente l’energumeno non poteva dare
alcuna risposta a questi quesiti, era un marinaio, non un consulente
amoroso, però qualcun altro si sentì di dire la propria.
“Non devi prendertela, un uomo talvolta deve compiere scelte difficili
per non deludere le aspettative della propria amata, - era stato Gran
Seduttore a parlare, per la prima volta non sembrava solo
interessato ad ammiccare e fare il piedino, Aranel avrebbe perso
una fortuna scommettendo che quel tipaccio non fosse in grado di
formulare una frase completa, e ora lo fissava stranita, mentre dava
sfoggio della sua parlantina – dopotutto che cosa mai potrebbe
cercare un pirata sulle coste europee? Non ci sono fantomatici tesori
da cercare, né baie nascoste con l’acqua del colore del cielo
d’estate, dove nascondere il proprio bottino o cercarsi un punto
d’approdo segreto. Se non sbaglio, l’isola di Borinquen venne
denominata diversamente dai primi spagnoli che vi misero piede, la
chiamavano la isla del encanto, o anche Puerto Rico, e ancora ti
chiedi perché l’uomo che si vanta di essere il pirata più terribile dei
sette mari preferisca cercar fortuna in un simile paradiso, anziché
rimanere in Europa, dove ogni singolo approdo è straripante di navi
della marina britannica, francese o olandese?”
Aranel non seppe cosa dire, rimase a guardarlo stralunata, mentre
tutte le sue certezze vacillavano, non tanto quelle riguardanti il suo
Edward, le quali erano ben radicate nel profondo del suo cuore, ma
certamente tutte le congetture che aveva fatto tra sé, mentre dava
nomignoli ai propri compagni di cella e immaginava quali orribili
delitti dovessero aver commesso, stavano crollando come un
castello di sabbia.
“Se devo essere sincera, - ammise con un certo imbarazzo –
pensavo di essere capitata in mezzo a bifolchi, assassini e gentaglia
della peggior specie, invece…”
“Non ti conviene finire la frase, - la bloccò Ubriacone – perché non
c’è nessun invece. Le tue prime impressioni avevano ragione,
ragazza, siamo avanzi di galera e miserabili ratti di sentina!”
“Ha ragione, - gli fece eco Gran Seduttore – una creatura delicata
come te non dovrebbe finire in mezzo a una simile feccia”.
Alito Fetido non era d’accordo, “Parla per te, razza di bellimbusto, io
sono di ottima compagnia e le dame di ogni porto facevano la fila
per…”
“Per svenire non appena rivolgevi loro la parola!” sghignazzò
Sdentato, dando origine a un coro di risate, frenate dalle grida
perentorie dei soldati, appostati di guardia fuori dalla loro tenda, che
intimarono ai prigionieri di tacere.
Seguirono un paio di minuti di religioso silenzio, ognuno era smarrito
nei propri pensieri, finché Aranel non riprese la conversazione,
bisbigliando con voce molto bassa, ma comunque udibile da tutti,
“Però non siete comuni fuorilegge, siete dei pirati” esclamò.
“Dolcezza, ci dev’essere qualcosa che non va in quella tua bella
testolina, - rimbeccò Ubriacone – i pirati non sono gente perbene,
anzi, dovresti evitarli come la peste, specialmente quel capitano che
tanto ti affascina. Quell’uomo ha stretto un patto con il demonio,
dovresti esserne spaventata, come tutte le persone con un minimo di
buon senso, non attratta!”
“Parli così perché non lo conosci, - rispose con il cuore che le
batteva forte – Edward non è il mostro che tutti dipingete, e lo stesso
vale per gran parte dei marinai che ho conosciuto. Sulla mia nave, la
Brimstone, sono saliti uomini che erano stati in catene, ricercati o
condannati a morte nelle loro città di provenienza, eppure avevano
un animo eroico e sono orgogliosa di ciascuno di loro!”
Gran Seduttore tirò su con il naso, ricordando i vecchi tempi, “Mi
sembra di sentir parlare il mio adorato capitano, anche lui diceva
sempre che i pirati hanno una nobile missione. Anziché rubare ai
poveri con la copertura della legge, depredano i ricchi, protetti solo
dal proprio coraggio”[4], Alito Fetido asserì con espressione intristita,
“È stato un grand’uomo, pace all’anima sua”.
Aranel si fece più vicina, finché le catene che aveva ai polsi non
cominciarono a tendersi e a farle male, era interessata alla
conversazione e non voleva lasciarsi sfuggire nemmeno il più
piccolo dettaglio. Finché erano nella gabbia, impossibilitati a
discutere civilmente, sbattuti gli uni contro gli altri, accaldati e in
preda alla sete, quegli uomini le erano apparsi completamente
diversi, mentre nella tranquilla ombra di quella tenda si stavano
rivelando fonte di preziose informazioni.
Gran Seduttore si stiracchiò, scavandosi con le gambe una sorta di
giaciglio nella sabbia fresca, “Hai mai sentito parlare di Samuel
Bellamy, chiamato anche Black Sam? – bisbigliò – Ho avuto l’onore
di imbarcarmi con lui sulla Sultana - Alito Fetido ci tenne a far
sapere di essere stato a sua volta parte della ciurma di Black Sam,
quindi il racconto proseguì – Era un capitano molto giovane, istruito
e gentile. Iniziò la sua carriera pirata a bordo di una nave sotto il
comando di un caro amico del tuo adorato Barbanera, Benjamin
Hornigold, il quale attaccava solo navi spagnole o francesi, poiché,
essendo inglese, rispettava il proprio popolo. A quanto so, Ben si
ritirò ben presto dalla vita piratesca, preferendo godersi il proprio
bottino sulla terraferma, e il giovane Samuel voleva seguire il suo
esempio, e quindi passò al comando della sua nave. Noi
dell’equipaggio lo chiamavamo Capitan Robin Hood, perché
depredava solo le navi mercantili, rubando ai ricchi e liberando gli
schiavi e, non appena raggiungeva un porto, faceva ingenti
donazioni ai poveri e alla popolazione locale. Era un uomo leale e
molto intelligente, non rischiava inutilmente la vita dei suoi uomini e
non era avido e affamato di ricchezze. Sarebbe di certo diventato il
migliore, eppure aveva fatto una promessa e intendeva mantenerla”.
Aranel era sempre più interessata e si sporgeva verso Gran
Seduttore, fino a farsi male ai polsi a causa dei ceppi che la
tenevano legata al pilastro di legno, “Quale promessa?” domandò.
Gran Seduttore aveva interrotto il racconto nel punto che ben
sapeva avrebbe destato maggior curiosità della piratessa, lasciò una
breve pausa di tensione e quindi riprese, “Black Sam amava una
fanciulla e le aveva promesso che sarebbe tornato da lei, a bordo
della nave più bella del mondo. Quando fece tale giuramento,
entrambi avevano appena quindici anni. È incredibile che Bellamy
volesse davvero tener fede alla parola data a una ragazzina
conosciuta quando era così giovane…”
La ragazza s’incupì, “Che c’è di tanto strano? Se Bellamy era un
uomo d’onore come dici, mi sembra invece la cosa più ovvia.
Comunque cosa aspetti, vai avanti! Black Sam riuscì a tornare della
sua amata?” lo incitò a proseguire. Quella vicenda era fin troppo
simile alla sua, e se Samuel e la sua adorata fanciulla si fossero
ricongiunti in un lieto fine, allora ci sarebbe stata speranza anche per
Edward e lei.
Il narratore non si fece pregare e continuò il proprio racconto,
sempre a bassa voce, mentre gli altri prigionieri non osavano fiatare
e ascoltavano interessati, tutti eccetto Alito Fetido che, essendo
stato parte della ciurma, conosceva già quella storia, e infatti
scuoteva la testa in segno di disapprovazione. “Black Sam
abbordava solo le navi particolarmente degne di nota, non si dava
nemmeno il fastidio di prendere quelle troppo piccole o lente,
dopotutto doveva tornare dalla sua Maria con nientedimeno che la
nave più bella del mondo. Probabilmente Bellamy fu il primo pirata a
riuscire a impossessarsi di una nave grande come la Whydah Gally,
era davvero enorme e per di più portava un carico d’oro e pietre
preziose. In meno di un anno di attività piratesca come capitano,
Black Sam aveva già realizzato i suoi sogni, perciò era pronto a
tornare con ogni gloria e ricchezza dall’amata Maria”.
“E ci riuscì?” volle subito sapere Aranel, che si stava
immedesimando fin troppo in quel racconto, dove una ragazza che si
chiamava quasi come lei poteva coronare i suoi medesimi sogni.
Gran Seduttore e Alito Fetido si scambiarono un’occhiata molto
seria, “Ormai Bellamy aveva tutto ciò per cui era divenuto capitano,
ed era disposto a lasciare il titolo di Principe dei Pirati per vivere una
vita serena assieme alla sua amata Maria. Decise di far rotta verso il
paese in cui era convinto che la ragazza lo stesse aspettando,
anche se erano passati quattordici anni…”
Aranel non riuscì a trattenersi ed esclamò sgomenta, “Non dirmi che
lei nel frattempo ha sposato un altro!”
Tirò un sospiro di sollievo quando il narratore scosse la testa, ma
quella sensazione di conforto durò ben poco, “La Whydah Gally, la
nave più bella del mondo, fu sorpresa da una tremenda tempesta,
gran parte dell’equipaggio finì in mare, Bellamy compreso. Su oltre
un centinaio di uomini, se ne salvarono solamente tre, e Black Sam
non era tra questi”.
Entrambi tenevano gli occhi bassi, era chiaro che due di quei tre
scampati al ciclone erano proprio loro. Avevano perso tutto
l’equipaggio e il loro capitano aveva trovato una fine tanto ingiusta e
crudele, il loro sguardo mesto era più che comprensibile.
La piratessa non riuscì a trattenersi e cadde in preda ai singhiozzi.
Bellamy aveva fatto tanto pur di mantenere la sua promessa, era
riuscito finalmente a divenire il Principe dei Pirati e a solcare le
acque sulla nave più bella del mondo, ed era finito sul fondo del
mare. Quella storia non doveva finire così, si sentiva partecipe del
dolore della povera Maria, che probabilmente aveva guardato
speranzosa oltre la costa ogni singolo giorno, aspettando il ritorno
del suo Samuel.
Lei però non se n’era rimasta a casa ad attendere: si era tagliata i
capelli e aveva cambiato nome, imbarcandosi come mozzo,
sperando di raggiungere un porto dove fosse ancorata la nave di
Edward, per poter prendere parte alla sua ciurma e condividere le
sue avventure nei sette mari. Non aveva messo in conto la crudeltà
di alcuni corsari; Ubriacone aveva ragione e non tutti i pirati erano
dei gentiluomini, anzi, questi ultimi rappresentavano piuttosto
un’eccezione, e infatti era finita incatenata sul fondo di una nave a
remi, costretta a spaccarsi la schiena ogni singolo giorno, ma non
aveva mai smesso di guardare oltre il minuscolo foro nello scafo,
pensando al momento in cui avrebbe combattuto per la propria
libertà. Erano stati i suoi sogni a darle la forza di andare avanti,
vogata dopo vogata, tra le lacrime e i rivoli di sudore, e la sua
incrollabile speranza l’aveva portata a meritarsi la stima di tutti coloro
che condividevano le sue medesime catene. Si erano ribellati
assieme a lei e avevano preso il comando della nave, anche se
infine avevano scelto all’unanimità di considerare proprio lei come
loro capitano.
Pianse perché le mancavano i suoi fedeli uomini della Brimstone,
perché le mancava Edward e non sapeva se l’avrebbe più rivisto. Si
trovava confinata in un’oasi nel deserto, incatenata in una tenda,
lontana dal suo nuovo equipaggio, eppure qualcosa nel fondo
dell’animo continuava a sussurrarle parole di conforto, dicendole di
non arrendersi, perché la sua storia non era ancora finita ed Edward
non aveva certamente dimenticato la sua promessa.
Un silenzio pesante calò sui prigionieri, le lacrime di Aranel avevano
destato in tutti loro grande insicurezza, tanto che Sdentato arrivò a
preferire la fine di Black Sam a quella che sarebbe toccata loro,
sputò a terra e commentò “Finire in fondo al mare non è poi così
male, quando hai passato tutta la vita in mezzo alle onde, mentre
una fine come la nostra, nell’afoso deserto, è proprio una vergogna
per dei lupi di mare. Quando mai abbiamo deciso di attraccare in
questo posto, approfittando dei festeggiamenti per saccheggiare le
ricche galee dei mercanti? Ora i nostri corpi non saranno
riconsegnati alle onde, come vuole la tradizione, ma sepolti sotto la
sabbia”.
Tutti abbassarono lo sguardo costernati, immaginando i loro spettri
incapaci di trovare la via verso il Mediterraneo, intrappolati nel
deserto, a gemere nelle notti di luna piena. Ancora una volta il pirata
non si sarebbe mai ricongiunto alla sua amata, in quel genere di
vicende doveva aleggiare una sorta di implacabile maledizione.
Il piccolo Hura se n’era stato in silenzio, ascoltando i racconti
marinareschi di quegli uomini dall’aspetto rude ma che finora si
erano comportati in modo gentile, ma le lacrime della sua Anacaona
lo avevano scosso nel profondo, “Non piangere. Grande falco rosso,
Guaraguao, viene a salvarci!” cercò di rassicurarla. Nei suoi occhi
neri ardeva un’inesauribile convinzione, tanto che Aranel cominciò a
prestargli ascolto seriamente.
Crosta sospirò sprezzante, “Magari, piccoletto! Sarebbe bello poter
credere che un enorme falco piomberà su questa tenda, strappando
via le nostre catene e beccando i nostri carcerieri, invece gli unici
uccelli che planeranno verso di noi, ve lo dico io, saranno gli avvoltoi
che si spartiranno le nostre povere carcasse!”
“Guaraguao verrà!” insistette con estrema serietà, trovando quasi
offensiva l’incredulità dei marinai.
“Certo, certo… - lo assecondò Ubriacone, con un sorrisetto falso –
Allora non ci resta che sperare che questo rapace sia abbastanza
grande da portarci tutti sul suo dorso, lontano da questo deserto
schifoso”.
Un vociare allarmato mise fine alla conversazione dei prigionieri,
nell’oasi stava chiaramente succedendo qualcosa di strano. I soldati
si gridavano qualcosa nella loro lingua incomprensibile e le ombre di
parecchie persone si vedevano passare di corsa sul perimetro di
stoffa della tenda.
I marinai si zittirono, cominciando a sperare sul serio in qualcosa che
ribaltasse la situazione, mentre Hura sorrideva trionfante, certo delle
proprie previsioni.
La tenda cominciò a ondeggiare pericolosamente, si era alzato un
forte vento e le speranze dei prigionieri iniziarono a mutare in
preoccupazioni, “Una tempesta di sabbia, moriremo tutti!” gemette
Alito Fetido, riparandosi il viso con le mani, mentre la tenda rischiava
di rompere i propri tiranti e di volare via da un momento all’altro.
Hura balzò in piedi, “Guaraguao, siamo qui!” gridò con tutta la voce
che aveva, ma le sue urla furono coperte da un fragoroso colpo di
vento, che strappò via letteralmente la tenda, mostrando ai sette
prigionieri ciò che stava accadendo nell’oasi.
Il cielo notturno e oscuro era rischiarato da una sorta di grande
occhio luminescente, le palme venivano piegate fin quasi a toccare
terra, le dune si muovevano come onde furiose, granelli di sabbia
venivano trasportati dal vento, finendo negli occhi increduli di coloro
che osavano alzare lo sguardo per comprendere cosa precisamente
stesse piombando su di loro.
In mezzo a quella confusione di sabbia turbinante, sarebbe stato
impossibile spingere lo sguardo fino a ciò che a prima vista appariva
come un’enorme nuvolone tenebroso, dotato di un unico occhio
scintillante.
I soldati si resero ben presto conto di non poter combattere una cosa
del genere, perciò si misero al riparo nell’unica casupola di pietra
chiara presente nell’oasi, abbandonando i prigionieri al loro destino.
Anche Aranel si alzò in piedi, cominciando a intuire la natura di
quell’insolita tempesta, “Forse non sarà un falco a salvarci, -
esclamò – ma un cigno!”
I marinai non erano altrettanto entusiasti e si tenevano stretti ai pali,
ai quali comunque erano incatenati, temendo di essere portati via
dalla forza della bufera. Crosta emise un gemito spaventato e
Ubriacone gli fece eco, stavano guardando in un punto ben preciso
in mezzo alla tormenta sabbiosa che li circondava.
“Ecco, ci mancava solo questa! Gli abitanti di quest’oasi devono aver
destato le ire di qualche antico faraone e ora i morti stanno
risorgendo per portarci con loro nell’oltretomba!” spiegò ai compagni,
facendoli tremare dal terrore. Effettivamente una sagoma talmente
magra da sembrare scheletrica, ricoperta di bende proprio come una
mummia, stava avanzando verso di loro, con le braccia tese in
avanti, esattamente il comportamento che ci si sarebbe aspettati da
un cadavere appena destatosi dal proprio sarcofago immerso nelle
sabbie.
Si avvicinò barcollante fino ad Aranel, la tempesta non rendeva
molto chiara la visuale e perciò la ragazza cominciò ad avere paura;
si sarebbe aspettata di vedere Eliphas o Philip, non certo quella
strana creatura che sembrava appena risvegliatasi dal suo perenne
sonno nel cuore di una piramide.
Con voce profonda e baritonale la creatura parlò, “Ti dono la libertà,
Aranel Vanhorn, ma il tuo cuore sarà mio!”, i marinai tremavano,
immaginando già la scena in cui la povera ragazza veniva aggredita
da quell’essere desideroso di divorare il suo cuore. La piratessa però
non parve particolarmente spaventata, ora che lo aveva sentito
parlare.
“Tesoro, sai già che il mio cuore è di qualcun altro, adesso fai il
bravo e dammi la polvere alchemica” sussurrò dolcemente, mentre
la mummia faceva spallucce, come per dire che almeno ci aveva
provato, e avvicinava una misteriosa ampolla ai ceppi della ragazza.
“Attento, quella cosa può sciogliere i metalli!” si ritrasse, preferendo
utilizzarla direttamente sul catenaccio, lontano dalla sua candida
pelle, che desiderava conservare intatta.
Il misterioso liberatore ricoperto di bende passò quindi a sciogliere
anche le catene di Hura. La portentosa polvere rendeva il ferro di un
colore aranciato e ribollente, come l’acqua sul fuoco, quindi il
processo si esauriva rapidamente, ma ormai gli anelli della catena
erano friabili come gesso.
“Guaraguao, sapevo che saresti venuto!” saltellò il ragazzino mentre
Tarazed annuiva, incitando i due a correre verso la nube oscura,
“Una volta in mezzo alla nebbia, troverete una scala a pioli, salitela
in fretta, vi stanno aspettando a bordo!”
Hura annuì, ringraziando il ragazzo e guardandolo con espressione
trasognata, come se si trattasse del suo più grande eroe, quindi si
mise a correre nella direzione consigliata. Anche Aranel fece
qualche passo verso la nube ma subito si arrestò, guardandosi
indietro.
Red immaginò ciò che la piratessa stesse valutando, perciò
s’intromise nelle sue riflessioni, “Non possiamo liberare anche loro.
Conosci le regole del Cygnus, inoltre tra poco tutto questo vento si
placherà e l’oasi tornerà alla sua vita di sempre, questi uomini
seguiranno il proprio destino e tutto scorrerà secondo le leggi
naturali della vita!”
La ragazza sospirò, dando uno spintone al suo salvatore e
afferrando rapida e prepotente l’ampolla che aveva in mano, “La
regina dei pirati se ne infischia delle leggi!” esclamò, mentre i
marinai le riservavano un’ovazione colma di gratitudine.
Si fiondò sulle catene del più vicino, Crosta, che la guardava con gli
occhi lucidi, come se si trattasse di un’apparizione mistica, Red però
le fu alle spalle, cercando di bloccarla con entrambe le braccia
ricoperte di bende.
Aranel si divincolò, dimostrandosi più abile del previsto a far leva sul
punto giusto, costringendo Tarazed a lasciare la presa, se non
voleva ritrovarsi con un braccio rotto, “Sono il tuo capitano, - gli
intimò – un altro gesto come questo e partirò assieme a questi
cinque bifolchi, ma senza di te!”
Crosta si massaggiò le nocche con aria minacciosa, seppur il vero
pericolo in tal caso fosse anche solo il trovarsi stretti nella morsa di
quell’uomo purulento: nessuno avrebbe cercato un simile destino.
Red si arrese, alzando le braccia al cielo con stizza, “Come vuoi,
anche se Philip non sarà certo d’accordo!” borbottò, mentre Aranel
utilizzava la sostanza alchemica per sciogliere anche gli altri marinai
dai ceppi che li imprigionavano. “Lascia che a Philip ci pensi io…”
rispose, ancora infastidita da quell’insubordinazione, quindi, dopo
aver raccolto il fagotto con i suoi averi, lasciato accanto alla
carovana capovolta, guidò il gruppo fin dentro la coltre oscura.
Sdentato aveva gli occhi sgranati, e probabilmente anche una certa
inquietudine nell’entrare in una simile nebbia tenebrosa, “Per tutti i
diavoli, questa è davvero la donna di Barbanera, ha gli stessi poteri
infernali!” esclamò colmo di ammirazione. Senza proferire un’altra
parola ma con occhi e bocca spalancati e increduli, i cinque uomini
si issarono lungo la scaletta, mettendo piede con estremo sconcerto
sul ponte di un galeone volante.
Ubriacone si teneva la testa con entrambe le mani, quasi temesse di
poterla perdere da un momento all’altro, “Ho capito, siamo morti e
questa è l’Olandese Volante che viene a prenderci!” mormorò a
mezza voce. Aranel rideva trionfante, allacciandosi nuovamente la
fascia con le tre pistole attorno al petto, “Sciocchezze, siamo più vivi
che mai, ora non ci resta che far rotta verso l’Isola dell’Incanto!”
AMISTAD

Thuban aveva un’espressione enigmatica, da un lato era lieto di


vedere Aranel sana e salva, dall’altro però era preoccupato dai sei
sconosciuti che la piratessa aveva condotto a bordo senza il suo
permesso. Lanciò un’occhiata severa a Tarazed, il quale alzò le
braccia al cielo, “Il capitano è lei!” disse in propria difesa, mentre
l’alchimista passeggiava nervosamente sul ponte, chiedendo infine
alla piratessa di conferire in privato nella sua cabina, mentre ordinò a
Mizar e Merak di condurre i nuovi ospiti nella mensa, dove
avrebbero potuto rifocillarsi dopo i numerosi giorni di stenti e
prigionia.
Non fu difficile convincere gli energumeni a seguire quei due ragazzi
dall’aspetto identico, erano talmente straniti da tutte quelle novità
che pensavano di essere sotto l’effetto di qualche incantesimo.
Forse si sarebbero svegliati di lì a poco, scoprendo di essere per
metà sepolti dalle sabbie del deserto, rendendosi conto che quella
traversata sulla nave volante era stata solamente un’allucinazione.
Thuban fece entrare Aranel nella cabina, quindi si chiuse la porta
alle spalle. La sua espressione era seria e concentrata, non si fece
commuovere dal sorriso colmo di gratitudine che la ragazza gli stava
rivolgendo, piuttosto l’apostrofò con tono arrabbiato, “Conosci le
regole del Cygnus, perché hai portato a bordo quegli uomini?”
La piratessa sostenne il suo sguardo senza alcun timore, “Non
potevo lasciarli a morire nel deserto!”
“In questo modo li hai incatenati per sempre a questa nave, come
possiamo permettergli di tornare a terra, dopo ciò che hanno
scoperto? Siamo su un galeone volante!” le ricordò, battendo il
pugno contro il legno delle pareti, dando maggior enfasi alle proprie
parole ma non riuscendo a scalfire l’animo indomito di Aranel.
“Oh, Philip, non mi dire che non conosci il cuore dei marinai… Puoi
presentarti come il capitano Vanderdecken, colui che strinse un patto
con le forze delle tenebre pur di oltrepassare il Capo di Buona
Speranza, e che a causa di questa maledizione è destinato a
navigare in eterno con la sua nave spettrale, che talvolta viene
avvistata in volo dai marinai. Non ti piace questa versione?
Possiamo ricordar loro tutte le cose eccezionali che si dicono di
Edward, io sono la sua regina, non è poi così improbabile che la mia
nave possegga qualche strano potere. In ogni caso non devi
preoccuparti, se temi che qualcuno possa credere alle loro
farneticazioni, basterà far rotta verso Hispaniola e fargli bere
talmente tanto grog da fargli dimenticare gli ultimi sei mesi delle loro
vite! In fondo Borinquen non è tanto lontana, possiamo fare una
breve sosta e…”
L’alchimista la interruppe con un gesto secco, il suo viso era teso e
severo, “Non visiteremo alcuna baia caraibica, dimentichi dove ti
trovi? Sei sul Cygnus, un galeone costruito appositamente per una
nobile missione: dobbiamo riportare le stelle nel firmamento, non
possiamo perderci dietro a memorabili bevute e improbabili sogni
d’amore…”
Quest’ultima frase incrinò qualcosa nell’animo della ragazza, che
guardò allibita il vecchio sapiente, “Philip, non accetterò simili
insinuazioni, anzi, sai che ti dico? Adesso tornerò sul ponte e
dirigerò questo galeone verso l’Atlantico”.
“Non credo proprio, - fu la brusca risposta dell’alchimista – la nostra
strada non passa attraverso l’oceano, anzi, non appena tornati a
Karnak, dopo aver recuperato Alioth, ci sposteremo su Theia.
Dobbiamo trovare Rasalgethi prima che sia troppo tardi, lo capisci?”
Gli occhi della piratessa divennero lucidi, “Finalmente ho ricevuto
notizie di Ed, si è fermato sull’isola di Borinquen, non posso
aspettare oltre, potrebbe essere già troppo tardi. Voi avrete la vostra
ricerca, ma io ho la mia, e se devo essere sincera fino a sfiorare la
crudeltà, Philip, per quanto mi riguarda, tutte le montagne di Theia
potrebbero crollare anche adesso, e tutte le stelle del cielo venire
inghiottite in un mare di tenebre, non m’importerebbe, se potessi
essere tra le braccia del re dei pirati”.
L’alchimista prese un lento, misurato e profondo respiro, dopodiché
parlò con la voce che gli tremava, “Se la pensi così, non hai più
niente da fare sul Cygnus. Ti porteremo a Luxor e lì ti imbarcherai su
una nuova nave” disse, anche se quella decisione gli stava facendo
più male del previsto.
Aranel sorrise, mostrando una parte di sé che fino ad allora era
rimasta nascosta, “Sono il capitano del Cygnus, sei stato tu stesso a
nominarmi tale, perciò decido io la rotta da seguire, e per prima cosa
ci recheremo oltre l’oceano, o mi stai dicendo che questo è un
ammutinamento?”
Philip sospirò, cominciando ad alterarsi, “Aranel, non farmi questo,
non me lo merito”, ma la piratessa lo guardò con un’espressione
impenetrabile, “Davvero, Philip? Credi che sia così ingenua da non
riconoscere il fuoco alchemico, quando nemmeno l’acqua è in grado
di spegnere un incendio? Ho visto la mia Brimstone ridursi in cenere,
e subito dopo siete comparsi tu ed Eliphas, guarda caso due
alchimisti. Vi avrei uccisi tutti nel sonno, se solo non mi aveste
placata con la promessa di questo magnifico galeone volante, con
questo sì che avrei avuto buone possibilità di ricongiungermi al mio
Edward. Sai che, nonostante tutto, sono un capitano ragionevole,
perciò ho accettato di buon grado lo scambio: la Brimstone per il
Cygnus, era molto vantaggioso. Adesso però non venirmi a dire che
il mio titolo di capitano ha valore solamente quando sottostà alle tue
regole, Philip, perché non ci metterei molto a prendere questa nave
con la forza; l’ho già fatto in passato, disarmata contro dei corsari
agguerriti e crudeli, e vogliamo vedere se i miei marinai, ai quali ho
salvato la vita poco fa, abituati ad arrembaggi e spietati saccheggi,
riusciranno a tener testa alla tua ciurma di saccenti ragazzini?”
Thuban si passò disperato le mani tra gli ispidi capelli, Aranel non
aveva poi tutti i torti, la faccenda dell’incendio della sua nave li
metteva chiaramente dalla parte del torto, se solo Alioth non fosse
stato così implacabile e arrogante nel perseguire i propri desideri…
“Ho sbagliato a pensare che sulla stessa nave potessero convivere
due capitani con dei sogni tanto diversi, tu non intendi rinunciare alla
tua missione, ma lo stesso vale per noi. Non voglio che questa
faccenda finisca nel sangue e sono certo che in questo ti troverò
d’accordo, perciò pensiamo assieme a una soluzione accomodante
per tutti quanti. Hai ragione nel dire che ti dobbiamo una nave, ciò
che è successo alla Brimstone non sarebbe dovuto accadere, perciò
mi piacerebbe farti dono di una nuova imbarcazione sulla quale
perseguire il tuo sogno, mentre noi continueremo la nostra cerca a
bordo del Cygnus, dopotutto, senza Adhara, questo è un galeone
piuttosto lento e ingombrante”.
La piratessa scosse la testa con espressione addolcita, quindi si
avvicinò a Thuban e lo cinse in un abbraccio pacificatore, “Phil, hai il
cuore troppo tenero per fare il pirata! Io, al tuo posto, avrei gettato
dalla balaustra chiunque avesse cercato di utilizzare la mia nave per
i propri scopi. In ogni caso, accetto la tua offerta, trovami una nuova
corvetta e io farò rotta verso Borinquen assieme a coloro che
vorranno seguirmi”.

Nessuno immaginava la natura complessa della discussione


avvenuta tra i due capitani; quando lasciarono la cabina di Thuban
per raggiungere il resto della ciurma nella mensa, entrambi
sorridevano come due vecchi amici finalmente ricongiuntisi dopo
lunghe peripezie.
I cinque lupi di mare stavano dando fondo alle poche riserve
alcoliche del Cygnus, e nell’aria aleggiava un delizioso profumino
come mai se n’erano sentiti a bordo di quel galeone. Anche i membri
dell’equipaggio accorsero con l’acquolina in bocca, scoprendo che
Crosta, nonostante l’aspetto repellente, era un ottimo cuoco.
Gli unici a non partecipare a quella gustosa cenetta furono Tarazed e
Adhara, impegnati a mandare avanti il galeone secondo gli ordini di
Thuban, che desiderava far ritorno a Karnak, dove avevano lasciato
un membro della ciurma.
I pirati facevano una gran confusione, biascicando storie inverosimili
e levando di tanto in tanto i boccali, inneggiando alla regina dei pirati
che aveva deciso di liberarli dalla prigionia, conducendoli sulla sua
nave fantasma, che solcava i cieli avvolta in oscure nubi
tempestose.
Aranel coccolava il suo adorato Barbiglio, tenendolo affettuosamente
sulle proprie ginocchia, accettando di buon grado quei brindisi, ben
sapendo che, senza la stima incondizionata dell’equipaggio, un
capitano non valeva nulla. Era una delle prime cose che Edward le
aveva insegnato, quando saliva a bordo di una vecchia barchetta
riparata alla meno peggio, guidando all’arrembaggio la sua ciurma
invisibile.
Mizar era un tantino impaurito dalla rozzezza dei nuovi ospiti e se ne
stava in disparte, gustando le pietanze cucinate da Crosta, mentre il
suo doppio si augurava che quel cibo non fosse contagioso, non
avrebbe voluto somigliare a quel pirata rivoltante. Thuban sedeva
assieme a loro ma il suo sguardo era distante, si vedeva
chiaramente che qualcosa lo affliggeva ma il suo equipaggio non
avrebbe saputo indovinare.
Medea ascoltava con interesse i racconti marinareschi, al momento
Gran Seduttore, che aveva riservato anche a lei qualche occhiata
ammiccante, stava narrando della terribile maledizione del capitano
Vanderdecken, che pur di sopravvivere alla tempesta che lo aveva
sorpreso al Capo di Buona Speranza, aveva stretto un patto con le
potenze oscure, venendo condannato a vagare per sempre tra le
onde, senza poter mai trovare ristoro in un porto.
“L’olandese volante, la sua nave, era la più veloce al mondo. Prima
di essere maledetta, riusciva a compiere la traversata dall’Olanda
all’Isola di Giava in soli tre mesi!” ribadì anche Sdentato,
sputacchiando verso i commensali qualche brandello di cibo. Medea
non aveva la minima idea di quanto fosse il tempo necessario per
fare quel percorso in condizioni normali, però annuì, fingendosi
ammirata.
Il giovane Hura mangiava qualche boccone, prestando la massima
attenzione a tutto ciò che veniva detto attorno a lui e rimanendo
sempre al fianco della sua salvatrice, quasi avesse deciso di
diventare la sua ombra. “Anacaona riporterà me a Guacara, la mia
origine?” domandò con entusiasmo, la piratessa annuì ma con aria
assente, stava riflettendo sul modo più semplice per raggiungere
l’Isola dell’Incanto, ora che non poteva più fare affidamento sul
Cygnus.
Si alzò in piedi, facendo cenno a Philip di andare con lei sul ponte, e
dovette insistere perché Hura rimanesse assieme agli altri. Entrambi
si sporsero a guardare il paesaggio sotto di loro, le nubi che
avvolgevano il galeone si stavano rapidamente dissipando e il Nilo si
stendeva come un sentiero verdeggiante in mezzo al deserto.
Avevano ripreso a seguirne il corso e ben presto sarebbero giunti a
Luxor, seppur l’alchimista avesse qualche riserva in proposito,
“Quando siamo venuti a salvarti avevamo la marina alle costole. La
Ranger era molto veloce e non siamo riusciti a seminarla, perciò
abbiamo dovuto ricorrere al trucco della nebbia oscura, in modo da
poterci alzare in volo senza destare sospetti. Sicuramente però
qualche perplessità sarà pur venuta al capitano Maynard, vedendo
scomparire un galeone in mezzo alla coltre, perciò temo che possa
darci la caccia con maggior impeto, desideroso di scoprire il nostro
segreto”.
La piratessa ascoltò meditabonda, “Se le cose stanno così non
sarebbe saggio attraccare a Luxor, forse vi sta aspettando per
tendervi un agguato. Dobbiamo essere pronti a tutto e recuperare
una nave prima di giungere al porto. Phil, fai preparare qualche fiala
di fuoco alchemico, quindi tieniti pronto a far planare il Cygnus verso
il fiume, caleremo dall’alto sulla nostra preda come delle aquile!”
Thuban guardò verso il cielo, senza nascondere le proprie
preoccupazioni, “Ti ricordo che noi non siamo pirati. Non siamo
addestrati a compiere pericolosi arrembaggi e a prendere le navi con
la forza”. Aranel non lo stava nemmeno a sentire, era già impegnata
a calcolare attentamente le variabili del proprio piano d’azione,
“Philip, tu preoccupati solo di procurarmi il fuoco alchemico, al resto
ci penserà la regina dei pirati!”
La notte trascorse serena e, seppur i nuovi arrivati dovessero
accontentarsi di dormire per terra nella mensa, dal momento che
nelle cabine non c’era abbastanza spazio per tutti, si sentirono
comodi come principi, essendo abituati a starsene rattrappiti dentro
una gabbia.
Aranel e Thuban dormirono appena qualche ora, avevano troppe
cose importanti a cui pensare per poterle accantonare
momentaneamente e riuscire a prendere sonno.
L’alchimista misurava il ponte a grandi passi, si sarebbe detto che
avesse intenzione di scavare un solco lungo le assi di legno, mentre
la piratessa guardava l’orizzonte con un cannocchiale.
Il sole stava sorgendo a oriente e il Nilo risplendeva come un nastro
d’oro; Thuban si avvicinò alla ragazza, condividendo con lei quel
momento magico e dando fiato ai propri pensieri, “Non andare oltre
l’oceano, potrebbe essere pericoloso o, ancor peggio, inconcludente.
Vieni con noi su Theia, è un luogo meraviglioso, ci sono alte
montagne sospese nel vuoto e galeoni volanti che si muovono oltre
le nuvole, non avrai altre occasioni di vedere simili prodigi!”
La ragazza sospirò, facendo una pausa dall’attività di vedetta, “Lo so
bene, Phil, e per quanto la tua offerta sia allettante, non posso
accettarla. Devo trovare Ed prima di tutto il resto, prima che una
tempesta me lo porti via, com’è accaduto al valoroso Black Sam…”
“Capisco, - mormorò Thuban, senza preoccuparsi di mascherare la
propria delusione – dopotutto dovevo immaginarlo, non hai mai
saputo pensare ad altro. Ti auguro di ritrovare il tuo Barbiglio, quello
autentico, ma vorrei che ricordassi, qualunque cosa accada, che
puoi considerare il Cygnus come casa tua, e noi come il tuo
equipaggio”.
Aranel sorrise, prendendogli la mano, “Me ne ricorderò, e ho anche
trovato un sistema per tenerlo sempre in mente. Guarda laggiù, Phil,
c’è una goletta a due alberi, non è grande come un galeone ma
proprio per questo si muove più rapidamente. Riesci a leggere il
nome dipinto sulla fiancata?”
Passò il cannocchiale all’alchimista, il quale avvistò l’imbarcazione in
questione: aveva grandi vele spiegate e numerose persone a bordo,
quasi tutte dalla pelle scura. Il suo nome era Amistad, parola
spagnola che significava amicizia.
“Quella sarà la mia nave!” stabilì la piratessa, incontrando subito le
obiezioni di Thuban, “Ne sei sicura? Mi sembra solo un comune
mercantile, inoltre è pieno zeppo di persone, sarà difficile abbordarlo
con successo…”
La ragazza scosse la testa, osservando con gli occhi scintillanti la
propria preda, non avrebbe cambiato idea per nulla al mondo, “Hai
ragione, dall’aspetto dovrebbe trattarsi di una nave adibita al
trasporto di merci, eppure la vedo straripare di uomini. Sai come la
penso su coloro che comprano e vendono le persone come se
fossero oggetti, perciò puoi capire che non rinuncerò a quella nave.
Prenderò l’Amistad e libererò fino all’ultimo schiavo che porta con
sé, non sarà difficile, quegli stupidi schiavisti sono davvero pochi in
confronto agli uomini che vorrebbero tenere in catene, basterà far
risplendere la scintilla della rivolta per far divampare un incendio!”

La ciurma aveva appena terminato la colazione, qualcosa di diverso


era nell’aria, Aranel e Thuban non avevano mangiato assieme agli
altri, ma si erano limitati a osservarli con una certa fretta. Tutti quanti
erano stati buttati giù dalle brande e richiamati nella mensa,
solamente Adhara non era presente, come al solito le sue
incombenze legate al cristallo erano più urgenti.
Medea e Mizar mormoravano, domandandosi le possibili ragioni di
quell’atmosfera nervosa, i cinque marinai invece si ingozzavano
senza alcuna preoccupazione con alimenti che solitamente non
facevano parte di una colazione, e qualcuno avrebbe anche potuto
considerarli inadatti per un qualsiasi altro pasto.
Barbiglio osservava i commensali con il suo unico occhio giallastro,
mentre la sua padrona lo accarezzava come se si trattasse di un
dolce persiano dal pelo vaporoso, infine fu costretto ad
acciambellarsi in un angolo della sala, dal momento che Aranel si
era alzata in piedi, pronta a fare all’equipaggio un discorso serio.
“Come tutti voi certamente saprete, le navi volanti non sono fatte per
i vivi. Esse fluttuano al di sopra delle onde, legate da qualche antico
patto, e lo stesso vale per quella su cui ci troviamo ora”. Un
mormorio incredulo pervase le tavolate, i marinai si stavano
preoccupando, mentre il vecchio equipaggio lanciava a Thuban
occhiate perplesse, cercando di capire dove tali parole volessero
arrivare.
“Come il capitano Vanderdecken giurò di non attraccare mai in alcun
porto e di proseguire la sua navigazione in eterno, purché nessuna
tempesta potesse fermarlo, allo stesso modo anche il capitano di
questa nave e la sua ciurma hanno fatto una promessa. Non
possiamo distoglierli dal loro impegno, ma non siamo nemmeno
costretti a prendervi parte. Tra poche ore prenderemo una nuova
nave, una goletta a due alberi, e ci dirigeremo con essa verso l’Isola
dell’Incanto: chiunque vorrà seguirmi è il benvenuto, mentre coloro
che preferiranno rimanere su questo galeone volante, legati al suo
destino, sono liberi di farlo”.
Il silenzio inquieto che seguì fu rotto dall’entusiasmo del piccolo
Hura, che si levò in piedi sbracciando concitato “Hura andrà con
Anacaona, tornerà alla sua isola di Boriken!”
I marinai parlottarono brevemente tra loro, dunque Gran Seduttore si
alzò in piedi in qualità di portavoce, “Capitano, ti dobbiamo la vita e
verremo con te fino in capo al mondo, se ce lo chiederai. Eravamo
solo dei miserabili sopravvissuti, con ancora nel cuore la sconfitta
bruciante o la drammatica perdita del nostro equipaggio, e come dei
poveri sbandati ci aggiravamo di porto in porto senza più una vera
ragione di vita. Cominciavamo persino a rassegnarci all’idea di
morire in una prigione in mezzo al deserto, ma poi sei arrivata tu e
hai chiamato a raccolta i demoni tuoi alleati, portandoci a bordo di
una nave volante. Se possiamo sfuggire alla maledizione di
Vanderdecken e riprendere a solcare le acque al tuo seguito, lo
faremo con immensa gioia, perché è il nostro desiderio più grande!”
Aranel sorrise, la fedeltà dei marinai al capitano che salvava loro la
vita e li guidava con benevolenza era un vincolo saldo e
indistruttibile, “Era proprio ciò che volevo sentire. Finite di
trangugiare le vostre pietanze, tra poco si va all’arrembaggio. Mi
raccomando, voglio vedervi grintosi e fieri, perché quella che
prenderemo sarà la nostra nave!”
“Ahrrr, ahoy ahrrr!” gridarono quasi all’unisono i cinque marinai,
alzando i boccali e spandendone gran parte del contenuto sulle
tavole di legno, pronti a combattere per il loro nuovo comandante.
Tutti gli altri invece erano rimasti immobili e silenziosi, cercando di
elaborare le informazioni appena ricevute: Aranel non sarebbe
rimasta sul Cygnus ma sarebbe ripartita verso le isole caraibiche
assieme a quei pirati e al piccolo schiavo liberato. Tarazed ne era
dispiaciuto, dopotutto quella ragazza aveva dimostrato più volte di
avere carattere, e lo stesso provavano anche Medea e Mizar. Solo
Merak sembrava aver realizzato fino in fondo la portata di quel
discorso, “Non si aspetterà mica che abbordiamo una nave come nei
romanzi pirateschi, lanciandoci su delle funi, con la sciabola stretta
tra i denti, verso il nemico, vero?”
I tre compagni risposero con espressioni incredule e dubbiose, fu
Aranel a dare una spiegazione esauriente, avendo sentito quel
commento in mezzo alla sala, che si era fatta silenziosa dopo
l’iniziale schiamazzare dei cinque energumeni.
“In realtà sì, mi aspetto proprio questo, ma non necessariamente da
voi. So bene che non siete veri e propri corsari, anche se siete a
bordo di un galeone. Se però qualcuno vorrà aiutarci, male non ci
farà!” ammise, mentre Red annuiva spasmodicamente,
“Combatteremo come il capitano Drake e la sua ciurma! –
esclamava esaltato – Quando ero bambino ci leggevano sempre le
sue grandi imprese: si dice che quando Londinium sarà in pericolo,
basterà battere forte sul tamburo di Francis Drake per far comparire
la sua nave dalle nebbie, e il suo equipaggio fantasma abbatterà tutti
i nemici!”
Merak e il suo ka erano decisamente meno propensi a rischiare la
vita per una causa che non era nemmeno la loro, “Mi spiace, - disse
il primo – ma non saprei nemmeno da che parte tenere una
scimitarra, non ti sarei di alcun aiuto”, Mizar asserì, “Mio fratello ha
ragione, non siamo addestrati a combattere”.
Medea fino a quel momento era rimasta in silenzio, sapeva che i
gemelli avevano ragione, sarebbe stato insensato mettere a
repentaglio la propria vita in quel modo, ma quando le sarebbe
ricapitato di potersi unire a un arrembaggio? Quando aveva
immaginato la sua vita a bordo di un galeone volante, si era figurata
protagonista di saccheggi, battaglie combattute tra il cordame e su
strette assi barcollanti, e doveva ammettere che fino ad allora il
Cygnus si era dimostrato piuttosto il portatore di un’equipe di studiosi
che una vera nave pirata.
“Sono con voi!” decise infine, alzandosi e raggiungendo il tavolo di
coloro che sarebbero entrati in azione, in attesa che il capitano
spiegasse le fasi del piano.
L’Amistad veleggiava sicura lungo il Nilo, probabilmente decisa a
raggiungere il Mediterraneo per poi far rotta verso qualche porto
lontano, dove vendere indisturbata gli schiavi catturati lungo le coste
dell’Africa centrale. Aranel la indicò ai suoi uomini, ormai si poteva
vedere senza l’ausilio del cannocchiale, seppur di lì a poco
l’operazione ebbe inizio e guardare in basso divenne impossibile, dal
momento che il Cygnus venne circondato da una cortina di fumo
simile a nebbia scura, opera di qualche composto alchemico fornito
da Thuban.
Una nube temporalesca comparve inaspettatamente sopra le teste
dei marinai dell’Amistad, i quali si accorsero con una certa
inquietudine che, anziché restare ferma all’orizzonte, sembrava
intenzionata a seguirli, quasi ce l’avesse proprio con loro.
Un paio di schiavi non riuscirono a nascondere un sorrisetto, il cielo
stava dando a quei crudeli carcerieri ciò che gli spettava, e proprio
mentre immaginavano con estrema goduria di vedere qualche
fulmine colpirli in pieno, vennero sorpresi da un evento ancor più
straordinario: dalla nuvola scura stavano scendendo uomini armati
con coltellacci da cucina, che immediatamente si erano gettati contro
gli schiavisti, tagliandogli la gola prima ancora che potessero
emettere un gemito di sorpresa.
Non appena si liberavano di un avversario, gli inaspettati salvatori gli
rubavano le armi così, quando anche il resto della ciurma fu
richiamata sul ponte a combattere, la battaglia si poté svolgere alla
pari.
L’effetto sorpresa era stato davvero efficace e già una decina di
schiavisti erano caduti vittima degli uomini piovuti dal cielo, eppure i
misteriosi benefattori non sembravano poi così numerosi come
inizialmente si era sperato, mentre sul ponte non facevano che
aumentare gli avversari pronti a difendere l’Amistad.
Ubriacone aveva raccolto una sciabola e nella sinistra roteava
un’accetta, sembrava in preda a una frenesia di sangue e nemmeno
i suoi alleati avrebbero osato avvicinarsi, gli altri però cominciavano
a essere pressati su più punti dai numerosi corsari, cominciando a
rendersi conto che tentare un abbordaggio in cinque non era stata
una buona idea.
Gli schiavi cominciarono ad agitarsi, tra loro correvano due strani
individui, una ragazza che non sembrava aver nulla a che fare con
l’ambiente che la circondava e una sorta di mummia ricoperta di
bende. Queste due bizzarre creature si tenevano basse,
nascondendosi tra i prigionieri, e svelte raggiungevano le loro
catene, cospargendole con una magica polverina che in poco tempo
le disintegrava.
Uno schiavista si accorse della presenza dei due scaltri liberatori, lo
gridò ai compagni e in tre si scagliarono verso Medea, la quale era
del tutto disarmata e non poteva nemmeno mettersi a correre,
essendo intralciata dalle lunghe catene e da coloro che vi erano
imprigionati.
“Cosa credevi di fare?” sghignazzò uno di loro, un uomo
mastodontico e con un dente d’oro che faceva sembrare il suo
ghigno ancor più crudele; sollevò il braccio in cui teneva la sciabola
ma non riuscì mai ad abbassarlo. Uno schiavo gli fu addosso, era
ancora in ceppi ma questo non gli fu affatto d’impedimento, anzi,
utilizzò la catena che gli univa i polsi per avvolgerla intorno al grosso
collo del pirata, stringendo con tutta la rabbia e il rancore accumulati
in quei giorni di prigionia, facendolo stramazzare al suolo privo di
vita.
Gli altri schiavi acclamarono quel gesto, cominciando a far risuonare
le proprie catene metalliche, divenendo minacciosi come una
tempesta, tanto che i marinai dell’Amistad si tennero a debita
distanza, preferendo concentrarsi sui cinque assalitori.
Quando buona parte degli uomini legati sul ponte fu libera, una
seconda ragazza comparve tra gli sbuffi di fumo, “Il capitano Aranel
Vanhorn reclama questa nave, - gridò, cercando di farsi udire da tutti
– ma le vostre vite vi appartengono. Gettate fuori bordo coloro che
hanno cercato di rendervi merce da scambio. Dimostriamo cosa può
fare un uomo quando riesce a spezzare le proprie catene!”
L’ondata di ribellione fu potente come una mugghiante tempesta, in
pochi minuti non rimase sul ponte nemmeno uno degli schiavisti
dell’Amistad. Centinaia di mani afferravano i carcerieri, strattonandoli
e tirandoli in ogni direzione, riuscendo infine ad accordarsi sulla
direzione da cui scaraventarli fuori bordo.
Quando si accorsero di essere rimasti soli, si voltarono tutti
spontaneamente a guardare il punto da cui Aranel aveva parlato
poco prima. La piratessa sorrideva vittoriosa, “Ora l’Amistad potrà
davvero tener fede al proprio nome. Non vi chiedo di seguirmi in
capo al mondo come mio equipaggio, per quanto arruolerò con
piacere i volontari ma, almeno fino a quando non raggiungeremo il
porto di Luxor, dovrete riconoscermi come vostro capitano. Una volta
attraccati sarete liberi di scendere a terra e vivere le vostre vite come
più vi piacerà…”
“Sempre se ci arriveremo!” esclamò Sdentato, indicando
preoccupato verso tribordo.
Una bandiera a strisce bianche e rosse sventolava sul pennone di
una nave in avvicinamento, su di essa campeggiava un serpente a
sonagli che sembrava dimenare pericolosamente la coda,
ammonendo tutti con il proprio motto, “Non calpestarmi”.
“La marina!” si agitarono i cinque lupi di mare, mentre Medea e
Tarazed riconoscevano le fattezze della Ranger, la corvetta del
capitano Maynard, che già una volta li aveva inseguiti e che in tale
occasione aveva avuto modo di vedere il trucchetto dei fumogeni.
Nonostante fossero numerosi, non erano certo sufficientemente
armati o addestrati per respingere un attacco da parte della marina,
la Ranger era una nave costruita appositamente per inseguire coloro
che si erano resi colpevoli di atti di pirateria e per resistere ai loro
attacchi.
“Capitano, cosa facciamo? – gracchiò spaventato Alito Fetido –
Quelli stanno virando in un modo che non mi piace per niente…”
effettivamente la Ranger si stava disponendo su di un fianco,
mettendo bene in vista le bocche dei propri cannoni e seminando il
panico sul ponte dell’Amistad.
“Siamo spacciati! – cominciò a strillare Crosta – Gettiamoci in mare,
è l’unico modo per sopravvivere alla bordata!” Un brusio terrorizzato
cominciò a diffondersi, tutti guardavano il capitano, sperando in
qualche altro suo incredibile potere; forse anche lei, come
Barbanera, poteva evocare i demoni dagli abissi e convincerli a
combattere al proprio fianco.
“State calmi, la regina dei pirati ha tutto sotto controllo!” ammise con
freddezza, estraendo una delle pistole dalla cintola e puntandola
verso l’alto, facendo risuonare un colpo.
La misteriosa nube che li aveva sputati fuori poco prima si era
spostata, anche se nessuno dei presenti ci aveva fatto troppo caso,
impegnati nel tenere sott’occhio i pericolosi cannoni della Ranger,
eppure adesso la vedevano eccome, mentre vomitava una pioggia di
fuoco sul ponte della corvetta nemica.
Le fiamme avviluppavano l’imbarcazione e, quando toccavano
l’acqua, avvampavano con ancora maggior impeto. L’equipaggio
della marina cercava inutilmente di spegnere l’incendio ma ben
presto si rese conto di averlo soltanto alimentato.
Il capitano Maynard comprese che la situazione non era arginabile,
perciò ordinò ai suoi uomini di mettersi in salvo sulle scialuppe e
abbandonare la Ranger al suo cinereo destino, ma non senza fare i
dovuti collegamenti logici.
“Allora siete stati voi anche a Julia Augusta Taurinorum! – gridò
colmo di rabbia – Vi troverò, ve lo assicuro, e vi consegnerò alla
giustizia!”
La ragazza s’inorgoglì, pensando che finalmente le cose
cominciavano a girare per il verso giusto. Fissò il capitano Maynard
con aria di sfida e quindi decise di palesarsi, “Sono Aranel Vanhorn e
non ti temo, se mai tu dovessi incontrare Barbanera, digli che la sua
regina lo sta aspettando!” esclamò, mentre la Ranger crepitava,
avvolta dalle fiamme che la divoravano con una velocità
impressionante e le scialuppe del suo equipaggio si allontanavano
rapidamente verso la riva, cercando di non restare vittime
dell’incendio né dei nemici, i quali comunque non sembravano aver
intenzione di inseguirli e catturarli.
Ben presto la nave infuocata cominciò a inabissarsi lentamente,
anche la bandiera della marina era lambita dalle fiamme, il serpente
a sonagli pareva contorcersi sibilando sotto i morsi dell’incendio e
gridare la propria vendetta a coloro che avevano osato contravvenire
al suo ammonimento.
Il capitano Maynard e i suoi uomini avevano raggiunto la costa,
riorganizzandosi e allontanandosi dalla pericolosa nube capace di
produrre una pioggia fiammeggiante; nemmeno dalla gabbia
dell’Amistad si potevano più vedere, la vegetazione che cresceva
solo lungo le rive del Nilo stava fungendo da copertura.
Gli schiavisti che un tempo dominavano l’Amistad, invece, erano un
tantino più in difficoltà. Non potevano tornare a bordo della nave da
cui erano stati gettati fuori ma le coste erano altrettanto pericolose,
in quanto brulicavano di uomini della marina. Cercarono in qualche
modo di nuotare fino alla riva opposta a quella dove si dirigevano le
scialuppe di Maynard, non tutti vi arrivarono, e spaventati e confusi
si dispersero oltre la linea di vista degli schiavi, che trovavano
davvero buffi quegli omiciattoli intenti a sgambettare via in preda al
panico, così piccoli e inoffensivi, mentre fino a qualche ora prima
erano sembrati colossali e implacabili tiranni.
Aranel tirò un sospiro di sollievo, la battaglia era vinta, perciò scese
tra i propri uomini, elargendo pacche sulle spalle e bei sorrisi,
complimentandosi con l’ardire di ognuno di loro, mentre gli schiavi
che fino a poco tempo prima erano in catene iniziarono a stringerlesi
attorno, allungando le mani verso la seducente liberatrice, cercando
di toccare anche solo un lembo delle sue vesti, come se si trattasse
di una sorta di messia.
La piratessa cercò un punto sopraelevato per ringraziare l’intera
ciurma, e non appena aprì bocca, subito sul ponte regnò un silenzio
quasi innaturale; decine di persone se ne stavano con il naso
all’insù, guardando Aranel e aspettando di sentire le sue parole.
“Amistad in spagnolo significa amicizia, e ciò che accadeva su
questo ponte non era degno di questo nome. Ora però siete liberi,
non per merito mio, ma grazie a voi stessi. Non ho gettato io gli
schiavisti fuori bordo, ho solo allentato le vostre catene, per questo
non rivendico alcun diritto sulle vostre vite, siete liberi di andare
ovunque vogliate. Non appena raggiungeremo il prossimo porto
potrete scendere a terra e abbandonare per sempre questa
imbarcazione dove avete subito sin troppe ingiustizie”.
Uno schiavo avanzò verso il nuovo capitano, si trattava di un uomo
alto e dalla muscolatura ben sviluppata, la sua carnagione scura
rendeva nota la sua provenienza sudafricana e gli occhi neri e
scintillanti mostravano l’ardore con il quale aveva lottato per la
libertà, non solo propria, ma anche dei compagni. Durante la
battaglia infatti costui si era distinto per la ferocia con cui attaccava
gli schiavisti, Aranel lo aveva visto sollevarne uno sopra la testa,
mentre questi scalciava e cercava inutilmente di dimenarsi come uno
scarafaggio finito sul dorso, e quindi lo aveva scagliato in acqua con
tutta la rabbia che aveva in corpo.
Anche Medea si ricordava di lui, aveva strangolato con le proprie
catene il corsaro dal dente d’oro che la minacciava. Anche il resto
degli schiavi sembrava nutrire profondo rispetto per questo
personaggio, e rimasero a guardarlo in silenzio, aspettando che si
rivolgesse ad Aranel.
“Capitano, chiedo il permesso di parlare – disse umilmente,
ricevendo subito il consenso della piratessa - Il mio nome è Sengbe,
sono nato sulla costa occidentale dell’Africa, in un luogo che gli
spagnoli chiamano Serra de Leoa, cioè Montagne della leonessa. Lì
avevo moglie e figli, ma gli schiavisti sono arrivati e li hanno portati
lontano, e questo non è solo il mio dramma, tutti gli uomini e donne
che sono su questa nave hanno una storia simile alla mia, sono i
mariti, le mogli o i figli di qualcuno che è stato portato via. Non ti
chiedo però di tornare alle mie montagne, ma di portarmi con te al di
là dell’oceano, dove la mia famiglia è stata condotta in catene. Ho
sentito parlare gli schiavisti, dicevano che eravamo l’ennesimo
carico diretto verso Puerto Principe, non so dove sia questo posto,
ma resterò sull’Amistad e ti sarò fedele finché non deciderai di farvi
rotta, quindi tornerò a terra e cercherò i miei cari”.
Un vociare cominciò a diffondersi tra gli schiavi, quasi tutti
commentavano positivamente il discorso di Sengbe, ricordando i
parenti o gli amici che avevano visto salire sulle navi dirette a Puerto
Principe e considerando l’idea di seguire il nobile ideale del
compagno, anziché tornare in un paese dove avrebbero potuto
essere catturati di nuovo.
Sdentato sbracciò verso il capitano, palesando di aver qualcosa da
dire, “Ho viaggiato a lungo nelle isole caraibiche e sono stato anche
a Puerto Principe, e non è distante dalla nostra meta!”
Aranel annuì, ricordando le mappe del territorio costellato di tante
isolette dal clima e dall’aspetto paradisiaci, che venivano però
tramutate in un inferno per colpa degli uomini e la loro smania di
sottomettere e dominare tutti coloro che incontravano lungo il loro
cammino.
Aveva attraccato spesso a Hispaniola, un’isola che, secondo lei,
sulla cartina aveva la forma di una testa di drago, e sapeva che
l’Isola dell’Incanto era la piccola terra emersa che sorgeva alla sua
destra. Puerto Principe doveva trovarsi nell’arcipelago più grande del
complesso, quello più occidentale, a cui Aranel aveva istintivamente
attribuito l’aspetto di un mostro marino dalla lunga coda e con una
grande testa squadrata, intento a inabissarsi nei fondali oceanici.
“Siamo stati fortunati, - ammise quindi il capitano, dopo aver fatto i
dovuti calcoli geografici – perché le nostre mete sono vicine. Porterò
l’Amistad verso i Caraibi e chiunque di voi vorrà seguirmi, sarà il
benvenuto”.
Un coro entusiasta gridò la propria adesione, solamente gli uomini
più anziani preferirono invece scendere al prossimo attracco,
volendo tornare al proprio caro luogo natio.
I cinque marinai si diedero un gran da fare per far ripartire la goletta
al più presto, dovevano raggiungere il porto prima che Maynard e i
suoi riuscissero a farvi ritorno. Sorpassarono i resti ancora crepitanti
della Ranger, che lentamente si stava inabissando, e videro
scomparire all’orizzonte la provvidenziale nuvola di fumo, il Cygnus li
avrebbe attesi a Luxor.
Gli schiavi liberati, nel frattempo, si dimostravano pieni di energie e
buona volontà, osservavano e facevano un milione di domande ai
marinai, desiderosi di imparare come si governasse una nave,
oppure pulivano con impegno e olio di gomito il ponte dai residui
della battaglia, facendo splendere l’Amistad come era stata forse
solamente appena varata. Quella era la loro nave e il sentimento di
appartenenza alla ciurma della regina dei pirati ardeva nei loro cuori
come una fiaccola di speranza; ora che non erano più in catene,
avrebbero seguito la loro liberatrice fino a Puerto Principe, dove
avrebbero spezzato i ceppi di tutti quelli come loro.
SYBARIS

Il porto di Luxor era un caleidoscopio formato dai rumori, colori e


profumi più disparati, nessuna bandiera della marina era
all’orizzonte, per questo Thuban fece attraccare il Cygnus alle
banchine popolate di mercanti e marinai nell’attesa della goletta, che
non potendo volare sarebbe arrivata per seconda.
Avevano spinto il Cygnus a gran velocità, in modo da sparire dalla
visuale dell’Amistad, potendo tornare a solcare le acque del Nilo solo
non appena trovarono una zona deserta, dove non avrebbero
turbato i sonni di nessuno.
Erano un tantino inquieti perché Maynard era certamente molto
arrabbiato e non avrebbe avuto pietà. Aveva giurato vendetta sia a
loro che ai compagni sull’Amistad e perciò, se il capitano avesse
deciso di tender loro un agguato, non avrebbero avuto scampo.
Fortunatamente la goletta a due alberi si dimostrò più rapida del
previsto e, una volta al porto, fece scendere coloro che lo
desideravano, anche se erano assai pochi, dopodiché furono Aranel,
Tarazed e Medea, gli unici a far parte dell’equipaggio del Cygnus, a
mettere piede a terra, ma solo per pochi minuti, dal momento che
s’imbarcarono subito dopo sul galeone ancorato poco distante.
Thuban aveva fatto riunire tutti nella mensa: erano in otto, dal
momento che Alioth si trovava ancora al tempio di Karnak, intento a
discutere chissà quali segreti cosmici assieme al suo misterioso
maestro Qe-rasija, il sacerdote di Amon.
Anzi, in verità non erano proprio otto, perché era presente anche
Barbiglio, che si guardava intorno con aria curiosa, quasi avesse
compreso che di lì a poco avrebbe dovuto cambiare casa.
Aranel era andata nella propria cabina, mettendo assieme il proprio
voluminoso bagaglio e ora guardava Thuban con gli occhi lucidi, “E
così dobbiamo salutarci, Philip” disse solenne, mentre all’alchimista
tremavano le mani, anche se, per non darlo a vedere, le teneva
dietro la schiena, torcendosele in preda al nervosismo.
“I cinque pirati che hai sottratto alla morsa del deserto verranno con
te, e ho visto che anche gran parte degli schiavi dell’Amistad ha
deciso di restare al tuo fianco. In poco tempo hai messo su un
equipaggio di oltre cinquanta uomini, è notevole, ma in fondo sei
sempre stata brava a conquistare i cuori delle persone…” ammise,
con la voce rotta dall’emozione.
Aranel gli sorrise, “Phil, la vostra è una missione segreta, mentre la
mia, al contrario, deve fare quanto più rumore possibile. Voglio che
Edward sappia che lo sto cercando, ovunque egli sia”.
Thuban annuì, grattandosi pensosamente il mento ispido e
passando in rassegna il proprio sparuto equipaggio, composto da
due ragazzi praticamente identici, un’albina, una specie di mummia
semovente e una ragazza da poco trovata sulla Terra; infine c’era lui,
un vecchio che aveva perso la memoria. Non avrebbe scommesso
nemmeno un penny su una simile accozzaglia di stramboidi.
“Sono stato ingiusto nei confronti di Medea, - parlò infine – le ho
impedito di lasciare il Cygnus una volta scoperto il suo segreto, ma
ora mi sto comportando in modo contraddittorio, permettendo ad
Aranel e ai suoi marinai di imbarcarsi sull’Amistad. Non credo che
quei cinque abbiano realmente compreso le potenzialità di questo
galeone, ma voglio comportarmi secondo giustizia ed equità, perciò
Medea, sei libera di lasciare questa nave, se lo desideri”.
La ragazza si ritrovò a essere fissata da tutti i presenti. Non si
aspettava di divenire il fulcro della conversazione, stavano salutando
Aranel, perciò arrossì e fece qualche passo indietro, ripetendosi
mentalmente il discorso dell’alchimista.
Voleva lasciare il Cygnus e la sua ciurma per seguire la regina dei
pirati nelle sue avventure caraibiche? Da un lato era attratta dalle
traversate oltre oceano, dalle baie con la sabbia bianca e l’acqua
cristallina, dagli abbordaggi alle navi mercantili e la liberazione di
coloro che erano tenuti in catene, ma in cuor suo sentiva che la
missione di Aranel, per quanto romantica e romanzesca, non avesse
nulla a che vedere con lei.
Se aveva incontrato Alioth, quella notte sulla collina, era stato
perché il suo animo non poteva sopportare il cielo vuoto sopra di sé.
Le stelle dovevano tornare a splendere sul mondo, a conferire poteri
ai cristalli di Theia, a ispirare i poeti e a guidare i viaggiatori di tutti gli
altri mondi possibili.
Non aveva alcun dubbio al riguardo e si espresse subito, “Anche se
non mi aspettavo che avrei dovuto lasciare la mia città e il mio
mondo per seguirvi in questa strana avventura, ho sempre sentito
che la vostra ricerca era anche la mia, perciò mi piacerebbe restare
sul Cygnus”.
Thuban asserì con serietà, guardando infine verso un angolo della
mensa, dove un ragazzino dalla pelle scura stava cercando
inutilmente di prendere in braccio Barbiglio e di fargli qualche
carezza. Non aveva mai considerato Hura parte della ciurma, il suo
destino era legato a quello di Aranel, perciò conosceva già la
risposta, quando gli chiese se volesse andare a bordo dell’Amistad.
Hura balzò giù dal suo sgabello e accorse verso la sua Anacaona,
finalmente poteva esprimere il proprio parere, “Boriken grandi
guerrieri, perché non avete mandato anche Hura a combattere?”
Thuban stava per replicare che non era il caso di mandare un
bambino a rischiare la vita contro i corsari, ma Aranel lo precedette,
facendogli una carezza sul visetto e parlandogli in tono rassicurante,
“Mi hanno detto che hai aiutato a lanciare le fiale di fuoco alchemico
sulla nave della marina, avevo bisogno di un valoroso guerriero con
una mira come la tua, non potevo certo sprecare questo talento sul
ponte!”
Il ragazzino quindi si calmò, inorgogliendosi, “Ora posso partire con
te verso Guacara, vero?” chiese un pochino inquieto, temendo un
rifiuto, ma si mise a saltare di gioia non appena la piratessa ebbe
annuito.
Si voltò quindi verso coloro che si sarebbe lasciato alle spalle,
“Grazie Thuban, tu sei saggio come Bohiti e i tuoi uomini sono molto
fortunati. Ringrazio anche Guaraguao, sapevo che saresti tornato a
salvarci!” si rivolse anche a Tarazed. Salutò genericamente anche gli
altri, sebbene li avesse conosciuti molto poco, quindi tornò a parlare
ad Anacaona, “Porteremo con noi anche Yamui?” chiese
ingenuamente, indicando il felino che si leccava una zampa con
indifferenza.
“Certo, - rispose la piratessa – Barbiglio è il mio inseparabile
compagno di viaggio!”
Fu quindi il suo turno di salutare i presenti, anche se colui che
avrebbe sofferto di più per quel distacco non era presente sul
Cygnus.
“Proporrei di andare assieme a Karnak, dobbiamo recuperare Alioth
prima di ripartire, – spiegò Thuban, con uno sbuffo seccato da parte
di Red e Merak, che avrebbero preferito andarsene senza di lui –
puoi venire con noi, Aranel, in questo modo potrai salutarlo prima di
salpare per il tuo lungo viaggio”.
La piratessa si scostò i capelli castani dal viso, “Non ci penso
proprio! Se Eliphas sapesse che sto per partire su una nave che non
è la sua, potrebbe darle fuoco per l’ennesima volta. Non l’ho ancora
perdonato del tutto, mi ero affezionata alla Brimstone, quindi per
questa volta dovrà continuare a vivere anche senza avermi detto
addio”.
Merak bisbigliò qualcosa ai compagni, “E con la sua partenza se ne
va anche la nostra scommessa, che peccato, mi sarebbe piaciuto
vincerla e vedere l’odioso Isut saltar giù dalla balaustra…”, il suo ka
annuì, anche se i suoi occhi non riuscivano a celare un certo
sollievo, mentre Red borbottava di rimando, “Tranquillo, troveremo
un altro modo per dargli ciò che si merita”.
Aranel li abbracciò tutti con trasporto, quindi i due gemelli portarono
faticosamente il suo bagaglio sulla goletta, mentre Hura si era
incaricato di provvedere al trasloco di Barbiglio, tenendo stretto tra le
braccia il gattaccio che si divincolava e lo graffiava, preferendo
muoversi con le proprie zampe.
Ci fu un attimo di silenzio, durante il quale Thuban si avvicinò alla
piratessa con gli occhi lucidi, “Ti auguro di trovare ciò che cerchi e,
se devo essere sincero, questo mio augurio va più che altro a
vantaggio di Barbanera. Non preoccuparti, non appena saprà che lo
stai cercando, invertirà la rotta per correre da te, solo uno sciocco
agirebbe diversamente!”
Aranel gli schioccò un bacio sulla guancia, lasciandolo un tantino
tramortito, “Grazie Phil, spero che anche voi riuscirete a trovare
quello che cercate, qui o su Theia. Mi spiace di non potervi seguire,
da ciò che mi hai descritto, questa famigerata Theia dev’essere un
luogo meraviglioso. Hai detto che là ci sono moltissimi galeoni
volanti, perciò se per caso dovesse avanzartene uno, fammi un
fischio!” esclamò con un sorriso luminoso.
L’Alchimista l’abbracciò per quello che al resto della ciurma parve fin
troppo tempo, mentre per lui non fu nemmeno un millesimo di ciò
che avrebbe considerato abbastanza.
Aranel aveva fretta di ripartire, temeva il ritorno di Maynard e la sua
ben motivata ira, perciò le vele dell’Amistad vennero spiegate,
mentre la regina dei pirati li salutava agitando il braccio, lasciando le
sponde limacciose di Luxor, diretta verso l’oceano aperto.
Ci fu un denso e pensoso silenzio, i membri dell’equipaggio
guardavano la goletta a due alberi e le sue grandi vele squadrate
allontanarsi fino a confondersi con le nuvole all’orizzonte, ciascuno
riflettendo sui cambiamenti che la partenza della piratessa avrebbe
comportato. Per quanto Aranel fosse di buona compagnia e sapesse
senza dubbio come accaparrarsi l’affetto delle persone, con gran
parte di loro non era entrata in strette confidenze. Gli unici che
avrebbero patito particolarmente il distacco erano Thuban e Alioth, il
primo infatti non riusciva a staccarsi dal parapetto che stringeva con
le unghie, quasi volesse strapparlo via, guardando l’orizzonte dove
ormai l’Amistad non si vedeva più; il secondo invece non sapeva
ancora nulla, e visto il suo caratteraccio, chissà come avrebbe
reagito.
Merak fece questo ragionamento, e in perfetto accordo con Tarazed
iniziò i preparativi per salpare, dopotutto Thuban non si trovava in
condizioni di impartire ordini, perso com’era a fissare le acque
distanti.
“Sbrighiamoci! – esclamavano i due – Il capitano Maynard tornerà
certamente al porto per procurarsi una nuova nave e, non appena ci
vedrà, saranno guai!”
L’Alchimista fu più rapido del previsto a riprendersi dalla delusione,
con gesto fermo bloccò tutti coloro che si stavano dando da fare con
ancore e cordame sul ponte, “Fermi, il Cygnus non andrà da
nessuna parte. Abbiamo già perso un prezioso membro
dell’equipaggio, volete lasciarne qui un secondo?” chiese, ignorando
volutamente il palese annuire di Red e gli sbuffi seccati di Merak.
“Beh, io non tornerò certo fino a Karnak per avvisare il povero
piccolo Alioth della nostra partenza!” borbottò Tarazed, sopportando
in silenzio un pizzicotto da parte di Merak, “Ma sì invece, noi due
siamo le persone più indicate a dare ad Alioth la triste notizia…”
Nei suoi occhi scintillava un piano maligno e il meccanico mutò
subito non solo l’espressione, che divenne un ghigno scaltro, ma
anche idea, designandosi come volontario per far ritorno al grande
tempio di Amon.
Thuban non gli diede poi troppo peso, aveva già fatto i propri calcoli
“Mi seguiranno Medea, Tarazed, che dopotutto deve molto ai
sacerdoti di Amon, e Adhara, perché ci sono ancora dei misteri che
solo lei è in grado di svelare. Gli altri ci attenderanno al porto”.
Il ragazzo mummificato annuì, dandosi arie da prescelto,
assicurando all’amico che ci avrebbe pensato lui a spiegare
all’insopportabile Isut di come la bella Aranel avesse deciso di
andarsene, fin troppo stanca di condividere la propria nave con una
persona tanto arrogante e odiosa.
Merak si piantò davanti all’alchimista, come un bambino deciso a
fare i capricci, “Non è giusto. Tutti voi avete avuto il piacere di vedere
il grande tempio di Karnak e di divertirvi alle celebrazioni della triade
tebana, mentre io vi aspettavo da solo, qui alla nave. E adesso
vorreste lasciarmi indietro ancora una volta? Non lo accetterò,
piuttosto mi getterò in mare e raggiungerò l’Amistad a nuoto, e se
non dovessi trovarla, mi arruolerei assieme a Maynard!”
Il maestro ci pensò per qualche istante, dopodiché si scusò, “Hai
ragione, perdona la mia dimenticanza. Mi sembra giusto che anche
tu visiti il luogo sacro di Amon, perciò ti unirai a noi, e questo è tutto”.
Mizar tentò di lamentarsi e opporsi al destino di restare da solo a
fare la guardia al Cygnus, ma il suo doppio non fece proprio nulla
per aiutarlo, anzi, la considerava una sorta di giusta vendetta, perciò
salutò il fratello e si diresse assieme agli altri verso l’edificio sacro.
“Di nuovo arieti… - mormorò il ragazzo terrestre, mentre camminava
con aria assorta e meravigliata lungo la strada circondata dalle due
file ordinate e imperiose di criosfingi, - sembra proprio che gli antichi
fossero ossessionati dallo zodiaco”.
“Non avevano tutti i torti, considerando il potere racchiuso nelle
stelle” rispose a mezza voce anche Adhara, guardando fisso davanti
a sé, come se stesse seguendo una via visibile solamente a lei.
Merak annuì, non perdendo occasione di conversare assieme alla
ragazza albina, “Si dice che lo zodiaco abbia le sue origini presso i
babilonesi, i quali lo costituirono seguendo le vicende di un semidio
di nome Gilgamesh, ma probabilmente esso è ancor più antico, e
segue le gesta del dio Tammuz. Il popolo egizio lo riprese,
adattandolo alle proprie circostanze, sostituendo il Cancro, animale
assente lungo le rive del Nilo, con il ben più noto Scarabeo, o
mettendo il Serpente al posto dello Scorpione. Ciò che però ha
sempre reso mutevole il succedersi dei segni zodiacali è dovuto
all’inclinazione dell’asse terrestre, che col passare del tempo fa in
modo che i solstizi e gli equinozi cadano nel periodo di un diverso
segno astrologico. Ad esempio, sappiamo che la Vergine è legata
alla fertilità e al raccolto, non a caso la sua stella principale si chiama
Spica, ovvero il nome latino della spiga di grano, e l’antico solstizio
d’estate cadeva proprio nel mese della Vergine. Lentamente però le
cose cambiarono, e il Leone cominciò a farsi largo nell’orizzonte
estivo, inizialmente solo con la coda, ed ecco perché troviamo
divinità femminili con la coda leonina, e successivamente anche con
il resto del corpo: ecco spiegate sculture come le sfingi con solo la
testa di donna e il corpo di leonessa”.
La Samandar ascoltava rapita tutte quelle conoscenze celesti,
mentre Medea proseguiva la sua passeggiata con una certa
amarezza, ben conscia che il sapere di Merak era un tesoro che non
veniva minimamente considerato nel mondo in cui era nato. Le stelle
se n’erano andate senza che nessuno se ne rendesse conto, e c’era
qualcosa di più triste di un popolo incapace di alzare gli occhi al
cielo, riconoscendo il proprio cammino nei secoli?
Tarazed provò un brivido passando davanti al punto in cui aveva
perso i sensi. Si era trascinato fino al tempio in preda alla febbre e
alla disidratazione, con la notizia della prigionia di Aranel che gli
roborava nella mente, e tutte quelle creature di pietra, poste dagli
antichi sacerdoti a guardia del complesso di Karnak, lo avevano
squadrato con le loro teste di ariete, interrogandolo e spaventandolo,
costringendolo a strisciare sul pavimento e a invocare aiuto.
Non ricordava null’altro al di fuori di quell’odore stantio e dolciastro,
un uomo dalla testa calva e le sue mani raggrinzite ma affusolate
che accarezzavano lisce pietre nere. Poi si era svegliato, sentendosi
imprigionato nel corpo di un faraone mummificato, e doveva
ammettere che quel nuovo aspetto gli piaceva; non aveva ancora
provato a togliersi le bende, perché in qualche modo sentiva che gli
stessero facendo del bene, inoltre si era divertito un mondo a
spaventare Mizar e gli altri.
Persi nei propri pensieri o nelle spiegazioni di carattere zodiacale, i
viaggiatori raggiunsero il cortile del tempio, dove un Alioth vestito
alla maniera egizia li stava aspettando. Ormai sembrava
completamente reimmerso nella propria cultura d’origine, Medea non
lo aveva mai visto così sereno, come se avesse ritrovato il proprio
legittimo posto nel mondo, e doveva ammettere che emanava un
fascino non indifferente, con gli occhi bordati di malachite del Sinai e
le leggere vesti di seta ornate da bracciali finemente lavorati, e i
lunghi capelli neri bagnati da oli profumati.
L’Isut gli si fece incontro con espressione severa, “Non ho più visto il
Cygnus al porto, pensavo ve ne foste andati senza di me” ammise,
anche se non c’era astio nelle sue parole, piuttosto una calma grave
e austera.
Tarazed non riuscì a trattenersi, “Magari!” bisbigliò, dando una
gomitata solidale a Merak, il quale si sentì in dovere di parlare a
propria volta, ma con voce più squillante, “Hai visto bene, abbiamo
lasciato il porto per qualche tempo, la tua adorata Aranel era in
pericolo…” si fermò, gustando il lampo di preoccupazione che aveva
subito attraversato gli occhi scuri e allungati dell’Isut.
Fu solo un bagliore istantaneo, subito Alioth si ricompose, “Se siete
tornati, significa che la situazione si è risolta”. Tarazed annuì
concitatamente, “Esatto, ci siamo precipitati in suo soccorso e
l’abbiamo tratta in salvo. Sono stato io a calarmi verso l’oasi dov’era
tenuta prigioniera e a ridarle la libertà, e lei per ringraziarmi mi ha
dato un bel bacio!”
Thuban sussultò, scrutando con disappunto il proprio manovale,
mentre Alioth fu molto più pragmatico, scuotendo la testa con aria
derisoria “Figuriamoci, un fiore come lei non si abbasserebbe mai a
dare un bacio a un simile straccione…”
A questo punto l’alchimista prese la parola con tono malinconico,
“Nonostante stiate dicendo un sacco di sciocchezze, non avete tutti i
torti. Aranel punta in alto, così in alto che se ne è volata via”.
L’Isut strinse gli occhi con perplessità, facendoli diventare solo due
fessure scure, chiedendo delucidazioni al maestro, “Anche tu sapevi
che prima o poi se ne sarebbe andata, la nostra missione non era la
sua. Speravo, proprio come te, che si dimenticasse di quel feroce
corsaro, ma a quanto pare crede fermamente nei propri ideali, e
forse è proprio questo che la rende tanto irresistibile…”
Alioth annuì, riflettendo con calma sulla notizia, mentre Medea si
sentiva in dovere di fornire qualche spiegazione in più, “Era
prigioniera nel deserto con un gruppo di pirati, li ha liberati e assieme
a loro ha assaltato una nave. Con quella ha lasciato Luxor per
dirigersi nelle lontane isole caraibiche” esclamò, rendendosi conto di
voler calcare la mano sul fatto che ormai Aranel fosse
irraggiungibile.
Il ragazzo egizio prese un profondo respiro, quindi continuò
“Capisco. Allora l’unico motivo che ancora avevo per seguirvi è
appena venuto meno”.
Tutti quanti si sporsero verso di lui, chiedendo spiegazioni a voce o
con espressioni colme di dubbio e sorpresa, “Il sommo Qe-rasija mi
ha chiesto di restare al tempio per dargli una mano, da molti anni
ormai non è più giovane e avermi al suo fianco gli sarebbe di grande
aiuto. Ero indeciso ma questa vostra notizia ha fatto muovere la
bilancia in favore di Karnak, dopotutto è il luogo in cui sono
cresciuto”.
Tarazed e Merak si scambiarono un’occhiata incredula ma non
aprirono bocca, quasi temessero che una sola parola di troppo
potesse spezzare l’idillio.
Thuban invece non la prese altrettanto bene, avvicinandosi a grandi
passi verso il proprio apprendista e puntandogli l’indice a pochi
centimetri dal viso, “Non puoi farlo, dimentichi la nostra missione?
Non t’importa più niente delle stelle? E se anche fosse, hai un
obbligo verso il tuo maestro!”
Il ragazzo si discostò da quel dito accusatore, “Mi hai insegnato
alcune cose, è vero, ma nel mio cuore ho sempre considerato come
il mio maestro solamente un uomo, Qe-rasija. Mi rendo conto
dell’importanza della missione, ma sono certo che saprete portarla a
termine anche senza di me, invece il gran sacerdote di Amon non ha
nessun altro su cui contare. Devo rimanere”.
L’alchimista non accettò alcuna scusante, “Dunque è una questione
tra il tuo vecchio maestro e me, d’accordo, lascia che parli con lui e
troveremo una soluzione”. Adhara annuì e fece qualche passo verso
Thuban, non aveva mai preso posizione in questo modo e perciò
Merak le offrì tutto il proprio appoggio, imitandola e dando man forte,
anche se solo come presenza, all’alchimista.
Medea non ci pensò due volte e fece altrettanto, si accorgeva che
una parte di lei era molto arrabbiata, aveva reagito inaspettatamente
male alla notizia che Alioth non volesse continuare a viaggiare sul
Cygnus, e non sapeva spiegarselo.
L’unico a rimanere in disparte fu Tarazed, che fece spallucce e
rimase esattamente dove si trovava, appoggiando in pieno la
decisione dell’Isut di restarsene al suo tempio egizio.
Fu come se il desiderio di tutte quelle persone, schierate per
richiedere un colloquio con lui, avesse richiamato l’attenzione del
vecchio sacerdote perché, con passo lento ma sicuro, il saggio Qe-
rasija fece la sua comparsa da uno dei portali dell’edificio sacro,
dirigendosi verso il gruppetto senza che la cecità gli fosse di alcun
impedimento.
Stringeva nella mano destra un bastone al quale si appoggiava di
tanto in tanto, usandolo più come gruccia che come utensile per
trovare la strada sgombra di fronte a sé.
“So bene che il giovane Eliphas aveva preso un impegno con voi,
ma vedendovi così numerosi e arditi mi sono reso conto che forse
avete meno bisogno di lui di quanto non ne abbia io. Sono un povero
vecchio, stanco e afflitto, non ho nessuno in cui poter riporre la mia
fiducia al di fuori di questo ragazzo che ho cresciuto sin da quando
era solo un neonato. Anche io ho gravosi compiti da portare a
termine, dopotutto sono un sacerdote del dio Amon” disse con voce
tremante, cercando di apparire molto più fragile e vetusto di quanto
non fosse.
“In cambio della vostra gentilezza, se permetterete al mio caro
discepolo di restare a Karnak, il tempio sarà lieto di ricompensarvi
con qualunque cosa desideriate” si spinse oltre, percependo la
perplessità che cresceva tra i membri dell’equipaggio.
Thuban era indeciso sul da farsi, in fondo aveva fatto rotta verso
Luxor proprio per ottenere qualche finanziamento con il quale
avvantaggiare la propria missione, ma non voleva riceverlo al costo
di un prezioso collaboratore, tuttavia, se Alioth desiderava restare
con il suo primo maestro, non sarebbe stato giusto, e nemmeno
facile, farlo tornare sul Cygnus.
Qualcun altro fu più rapido nel prendere una decisione. Adhara fece
qualche passo verso Qe-rasija, scrutandolo con espressione
concentrata, come se volesse assolutamente ricordare qualcosa di
molto lontano, dopodiché parlò, “Mi piacerebbe molto avere un paio
di quelle pietre lisce e nere che avete utilizzato per curare il nostro
amico. Non sapevo che anche voi sapeste evocare il potere dei
cristalli” ammise con voce flebile ma salda.
Thuban sussultò, non aveva mai visto la ragazza albina tanto sicura
di sé, decise comunque di lasciarla parlare, forse ne avrebbe
ricavato qualcosa di utile: gli Asbesti non usano mai sprecare il
proprio fiato.
Il sacerdote respirò lentamente, quindi assunse un’espressione
bonaria, “Ti sbagli, non ho evocato proprio nulla. Mi sono
semplicemente attenuto a usanze e rituali molto antichi, che
appartengono al mio popolo da millenni e mi furono insegnate
ancora agli albori del mio apprendistato” spiegò lentamente, come
se i suoi interlocutori potessero fraintendere.
A questo punto Medea cominciò a sentirsi presa in giro. Non riusciva
a razionalizzare questa sensazione, ma le parole di Qe-rasija le
suonavano fuorvianti e decise di intromettersi nel discorso, “Il tuo
apprendistato dev’essere avvenuto molti anni fa, e probabilmente
anche molto lontano da qui. Sarebbe davvero interessante se
potessi parlarci della tua giovinezza…” lo stuzzicò con un mezzo
sorriso.
Il vecchio indurì i propri lineamenti, “Sono sempre stato consacrato
al dio Amon e, fatta eccezione per qualche breve viaggio, la mia
dimora è sempre stata Karnak”.
C’era qualcosa di strano in quelle affermazioni, non sembrava che
Qe-rasija stesse mentendo, ma Medea sapeva, grazie agli studi del
doppio del suo adorato professor Russell, che il veggente era giunto
a Luxor già molto avanti con l’età, portando con sé un neonato.
Queste due versioni non riuscivano a conciliarsi, non potevano
essere entrambe vere.
Non sapeva fino a che punto spingersi nel mancare di rispetto al
sommo sacerdote, obbiettando alle sue risposte, ma voleva
conoscere la verità sul suo conto, “Non è vero, ho saputo che eri già
vecchio e cieco quando giungesti al tempio, e non eri solo…”
Forse aveva osato troppo, dal momento che Qe-rasija si rabbuiò e
parve emanare un’aura tenebrosa, tanto che gli altri cominciarono a
indietreggiare impauriti. Si erano accorti che il suo atteggiamento era
mutato e guardarono Medea con aria di rimprovero.
“Come osi rivolgerti in questo modo al gran sacerdote di Amon?”
s’intromise Alioth, proteggendo i segreti del proprio maestro.
Medea però non si sentiva affatto spaventata da quel contegno
minaccioso, anzi, se tutti si stavano dando tanto da fare per
nascondere quelle informazioni, significava che erano di notevole
importanza. Una forza dentro di lei la spronava a perseguire la sua
ricerca e pertanto esternò, rispondendo a tutti genericamente,
“Voglio solo conoscere la verità!”
Qe-rasija divenne furioso, strinse forte le mani attorno al corpo del
suo bastone e quindi lo scagliò con rabbia verso la ragazza
impertinente, “Sybaris! – le gridò contro – Vuoi la verità? Perché non
la chiedi ai tuoi serpenti?”
Mentre si trovava per aria, il bastone compì una spaventosa
metamorfosi, tramutandosi in serpente e facendo ondeggiare le sue
spire, una volta finito a terra, ai piedi di Medea.
Tutti i presenti fecero un balzo indietro, allarmati dalla presenza del
velenoso rettile, ma la ragazza rimase immobile, osservando rapita i
movimenti ondulatori compiuti dal sinuoso animale che le stava di
fronte.
Le erano sempre piaciuti i serpenti, ricordava come, in gita
scolastica al rettilario, molte sue compagne di classe avessero
chiesto espressamente di attendere fuori, o avessero attraversato il
cunicolo sotterraneo, illuminato dai neon delle teche che custodivano
lunghi serpenti colorati, emettendo gridolini inorriditi o disgustati.
Solo lei si era avvicinata al vetro fino a sbatterci contro il naso per
osservare il lento dispiegarsi delle spire di quelle misteriose e
affascinanti creature.
Il momento di tensione venne interrotto dalla Samandar, che con aria
innocente si avvicinò a Qe-rasija, ignorando l’animale che strisciava
a pochi passi di distanza, “Non c’è bisogno di simili dimostrazioni di
forza, non servirono nemmeno ad Aronne quando tramutò il proprio
bastone in serpente di fronte al faraone, e comunque non ottenne
ciò che desiderava. Dammi piuttosto le pietre e noi ce ne andremo
senza più fare scomode domande”.
Il vecchio sacerdote fece un cenno con la mano grinzosa e il rettile
improvvisamente s’irrigidì, tornando ad essere un semplice bastone.
Alioth si avvicinò alla ragazza albina, consegnandole due pietre
d’onice oscure come la notte dei tempi, quando le stelle non erano
ancora nate.
“I patti sono stati rispettati, - decretò l’Isut – le pietre in cambio della
mia permanenza a Karnak. Mi spiace che il mio maestro si sia
innervosito, come vedete la faccenda poteva risolversi in modo
molto più tranquillo. Vi auguro di fare un buon viaggio, forse un
giorno ci rivedremo, e chissà se il cielo sopra di noi, allora, sarà
luminoso”.
Alioth raccolse il bastone di Qe-rasija e glielo riconsegnò subito,
quindi, dopo un cenno di saluto, entrambi voltarono le spalle
all’equipaggio del Cygnus e si allontanarono verso il complesso di
grandi colonne in rovina, lasciandoli soli con i propri dubbi.
Thuban si teneva la testa con entrambe le mani, dovendo ammettere
di non capirci più nulla. Avrebbe dovuto essere il fulcro della
spedizione, il sapiente alchimista in grado di guidare il galeone nella
giusta direzione, invece si accorgeva di essere in totale balia degli
eventi; persino le giovinette che aveva accolto sulla sua nave a
ricerca iniziata sembravano agire in modo più consapevole rispetto a
lui.
“Adhara, - domandò, c’erano tracce di smarrimento nella sua voce –
sei sicura di ciò che hai fatto?”, gli occhi rossi e sanguigni dell’albina
trasmettevano grande convinzione, “Sì, quel Qe-rasija è un Asbesto,
oppure ha avuto stretti contatti con uno di loro”.
L’alchimista annuì, “So che conosceva Rasalgethi, è stato lui a
metterci in contatto”. La Samandar sospirò, osservando le pietre che
ancora teneva tra le mani, “Ci dev’essere molto più di questo,
altrimenti non saprei spiegarmi come potesse sapere di Sybaris”.
Thuban si fece più vicino, sussurrandole una domanda che non tutti i
presenti riuscirono a sentire, “Tu l’hai vista?” C’era una luce tremula
nel suo sguardo, attendeva una conferma, ma Adhara fu costretta a
scuotere la testa, “Il maestro è scomparso poco prima del giorno
previsto per il nostro viaggio, mi stavo recando proprio lì quando ti
ho incontrato per la prima volta. Adesso però ritengo che sarebbe
saggio visitare Tebe, vorrei capire fino a che punto Qe-rasija sia
implicato nelle faccende di Rasalgethi”.
L’alchimista finalmente riprese coscienza di sé e della propria
missione. Guardò uno per uno i propri compagni e rapidamente
assunse anche un atteggiamento più autoritario e deciso, “Torniamo
al Cygnus, lasciamo il porto e raggiungiamo una zona isolata, lì
faremo il salto!”
Merak accolse la notizia con entusiasmo, “Finalmente vedrò Theia!”
esternò, rivolto specialmente verso Adhara, la quale annuì seria.
Tarazed si unì all’impeto, sospingendo i due verso l’uscita del
tempio, “Perfetto, e ora che abbiamo una meta, andiamocene di qui
il più rapidamente possibile, non vorrei che quell’antipatico
cambiasse idea e ci corresse appresso!”
Solo Medea e Thuban si guardarono indietro con malinconia,
sapendo che lo strano ragazzo egizio sarebbe rimasto a servire nella
casta sacerdotale del dio Amon, preferendo votarsi al sole, anziché
cercare le stelle.
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si rinnova, è quello che accade in ARDA 2300, dove, in un futuro
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Nella casa dei bisnonni, Alex trova la vecchia divisa di un ufficiale


delle SS, assieme a documenti e oggetti appartenuti ad un
misterioso antenato. C’è anche un pendente a forma di Mjollnir, il
leggendario martello di Thor, ed Alex lo indossa, ignaro di come
questo gesto cambierà la sua vita. La psicometria, ovvero la
capacità di percepire il passato attraverso gli oggetti, forse non era
solo una fantasia di qualche secolo fa, perché Alex, tramite il
medaglione, diviene partecipe della vita di un pilota vissuto negli
anni della seconda guerra mondiale, misteriosamente connesso con
le SS di Himmler e con l’Ahnenerbe, fulcro dell’occultismo nazista,
con sede nel mistico castello di Wewelsburg: la Camelot nera di
Himmler. Tra antiche reliquie e all’ombra del Terzo Reich,
incontrando alcuni tra i più controversi personaggi della storia e
muovendosi in uno scenario di eventi realmente accaduti, dalla
Germania nazista al lontano Tibet, passando per la resistenza
italiana, Hans ed Alex dovranno impiegare tutte le proprie forze per
far tramontare il Sole Nero ed impedire all’oscuro dragone di
avvolgere le sue spire intorno al mondo.
Una storia ambientata nelle lontane terre dei Tungusi, dove si è
mantenuta la tradizione di affidarsi agli sciamani per comprendere i
segreti sussurri degli spiriti.

Un sentiero lungo il corso del Sole

La notte è calma ma gli spiriti non smettono di chiamare. Battono gli


zoccoli, ululano, strofinano becchi e corna contro gli alberi...
è tempo che lo sciamano inizi il suo viaggio.
Gli spiriti lo sanno, per questo non gli danno tregua: conoscono il
suo animo e lo accompagnano nella veglia e nel sogno, sin nelle
profondità dei mondi inferi o lungo il sentiero che conduce al Sole.
Inan è un giovane destinato a diventare uno sciamano, ma il suo
cammino verso la luce dovrà passare anche attraverso le ombre.
Grazie per aver letto questo libro!

[1] Frammento dell’Inno a Iside rinvenuto all’interno del Tempio di Iside


sull’Isola di Philae.
[2] Salmi, 11:6.
[3] Dal Mito di Theuth e Thamus, Fedro, Platone.
[4] Dal discorso del Capitano Bellamy, citato dal Capitano Charles Johnson, A
General History of the Robberies and Murders of the Most Notorious Pyrates,
1724.