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©Mila Fois
La leggenda di Gilgamesh

Mila Fois
In questo libro cercherò di farvi conoscere la saga babilonese del
grandioso re di Uruk e del suo viaggio verso l’immortalità.

L’epopea di Gilgamesh potrebbe sembrare molto distante dal nostro


sentire, dopotutto è stata prodotta in un luogo e in un tempo molto
lontani da noi, eppure i sentimenti degli eroi, le loro scelte e persino
le loro vicende riescono ancora a parlarci con estrema chiarezza.

Gilgamesh è il protagonista di uno dei primi poemi della storia


dell’umanità giunto fino a noi. Si tratta di un semidio e del re di una
fiorente città, che nonostante le sue ricchezze e i titoli onorifici, si
sente solo nella propria straordinarietà, e desidera congiungersi agli
dèi. Per questo si metterà in viaggio alla ricerca dell’immortalità, e le
sue avventure portano con sé numerosi e interessanti livelli di
significato.

La saga di Gilgamesh è molto antica, risale infatti a tavolette


sumeriche ritrovate nelle biblioteche di Nippur, mentre una versione
più recente venne trascritta dallo scriba Sinieqiunnini, rinvenuta su
dodici tavole nella famosa biblioteca di Ninive. Esistono molte altre
versioni di questa epopea, quella ittita, quella hurrita o quella
paleobabilonese, in molte parti sono oscure o incomplete, e troviamo
grandi similitudini ma anche numerose differenze, poiché gli scribi
usavano copiare testi più antichi, modificandone però alcune parti
secondo il sentire della loro epoca.
Dal momento che in questa sede ci interessa piuttosto il racconto
della gesta del sovrano di Uruk, lasceremo da parte le
considerazioni di tipo filologico o archeologico e ci dedicheremo
subito a trattare le grandi imprese, cercando di riempire i vuoti
lasciati dal tempo, traendo spunto dalle numerose versioni esistenti,
privilegiando quella classica babilonese e quella del popolo da cui le
genti di Hammurabi hanno tratto gran parte della propria cultura,
religiosità e civiltà, ovvero i sumeri.

Grazie a tutti coloro che leggeranno questi miti!


Indice

I protagonisti

I figli del dio Sole

Il re di Uruk e il figlio della steppa

L’attacco del re di Kish

Hubaba e la foresta dei cedri

Inanna e il Toro Celeste

I giardini del Sole

L’eroe del Diluvio

La pianta della giovinezza

Gilgamesh, Enkidu e gli Inferi

La morte di Gilgamesh
Un viaggio attraverso lo zodiaco
I protagonisti

Anu: supremo dio celeste, diviene il re dei cieli dopo aver


detronizzato Alalu. Sua moglie è Antu; i suoi figli sono Enlil, Enki e
Ninhursag, tra cui il primo è il legittimo erede. Ha una particolare
predilezione verso la dea Ishtar o Inanna, infatti le concede il suo
grande tempio di Uruk.
Agga: re di Kish, contro cui Gilgamesh si troverà a combattere.
Dumuzi: (o Tammuz) il re pastore, legato alla natura e ai raccolti.
Figlio più giovane di Enki, sposa Inanna e desta le ire del fratello
Marduk. Viene destinato a trascorrere metà dell’anno nell’oltretomba
e l’altra metà sulla superficie.
Enki: (o Ea) dio legato all’acqua, famoso per la saggezza e l’astuzia.
Spesso dà buoni consigli agli altri dèi ed è uno dei pochi ad avere a
cuore il destino degli uomini, avendo partecipato alla loro creazione,
e spesso li aiuta a sfuggire da un tremendo destino, come nel caso
del diluvio universale. La sua sposa è Ninki; i suoi figli sono Marduk,
Nergal, Ningishzidda e Dumuzi. La sua città è Eridu.
Enkidu: il cui nome significa Creatura di Enki, è chiamato anche il
figlio della steppa, perché nasce e cresce da solo nel deserto, con la
sola compagnia degli animali selvatici, di cui prende le abitudini.
Rappresenta le forze naturali e selvagge ed è la controparte del
civilizzato e colto Gilgamesh, che diverrà suo inseparabile amico.
Enlil: il signore dei venti, secondo solo ad Anu, è il capo degli dèi e
spesso si dimostra inflessibile e severo. Il suo tempio è a Nippur.
Sua moglie è Ninlil e i suoi figli sono Ninurta, Sin e Adad.
Enmerkar: padre di Lugalbanda e perciò nonno di Gilgamesh. Fu il
secondo re leggendario di Uruk nonché fondatore della città.
Ereshkigal: tenebrosa regina dell’Irkalla, l’oltretomba. Figlia di Sin e
sorella maggiore di Inanna e Shamash, moglie di Nergal.
Gilgamesh: leggendario re di Uruk, figlio della dea Ninsun e di
Lugalbanda, un re in seguito assurto al grado di divinità, perciò dio
per due terzi. A causa delle sue qualità eccezionali, troverà
solamente un uomo capace di essergli alla pari, e i due diventeranno
inseparabili. Rimane aperto il quesito circa la sua effettiva storicità:
anche se il suo nome compare negli elenchi dei sovrani babilonesi,
non è ancora stato definito se Gilgamesh sia un re esistito realmente
e poi divinizzato, o l’inverso, ovvero un dio inserito nelle liste regali.
Ishtar\Inanna: dea della guerra e dell’amore, figlia di Sin e Ningal;
grazie alla sua intraprendenza diverrà una dea molto importante,
regina di un vasto impero. Farà sorgere e cadere re e città secondo
il suo capriccio. Sposa di Dumuzi, la sua città è Aratta ma, essendo
la favorita di Anu, riceverà l’offerta di rendere proprio anche il tempio
di Uruk, dove cercherà di sedurre il giovane re Gilgamesh.
Lugalbanda: padre di Gilgamesh e terzo grande re di Uruk, il suo
nome in accadico significa Giovane e coraggioso sovrano. Sua
moglie è la dea Ninsun.
Marduk: erede di Enki, superbo dio della guerra. Cercherà più volte
di estendere i propri domini e di divenire il dio più importante,
scontrandosi con l’acerrimo rivale Ninurta. La sua zona d’influenza è
Babilonia; sua moglie Sarpanit e suo figlio Nabu lo appoggeranno
nelle sue battaglie.
Meshkianggasher: antenato di Gilgamesh, colui che costruì il
tempio dell’Eanna.
Nergal: (o Erra) dio dell’oltretomba, figlio di Enki e marito di
Ereshkigal. Nonostante il legame di sangue, infine si alleerà a
Ninurta, covando rancore nei confronti del fratello maggiore Marduk.
Ningishzidda: uno dei figli più giovani di Enki, amante della
conoscenza e patrono delle arti mediche e sapienziali.
Ninhursag: dea della montagna, figlia di Anu, sorella di Enki ed
Enlil. Ha cercato di dare ad entrambi un erede che potesse
succedere ad Anu, ma con Enki concepì solo figlie femmine, mentre
all’altro fratello riuscì a dare Ninurta.
Ningal: moglie di Sin e madre dei gemelli Inanna e Shamash.
Ninki: moglie di Enki, dea della terra.
Ninlil: consorte di Enlil, dea dell’aria.
Ninurta: (o Ishum) erede legittimo di Enlil e destinato ad avere un
ruolo importante tra gli dèi. Il suo acerrimo rivale è Marduk, l’erede di
Enki. La sua città è Lagash.
Sarpanit: moglie di Marduk.
Shamash: (Utu) dio solare, figlio di Sin e Ningal, fratello di Inanna.
Nonostante sua sorella si ritenesse offesa dalla superbia di
Gilgamesh ed Enkidu, Shamash si dimostrò sempre favorevole al
loro viaggio e li aiutò in molte occasioni.
Shamhat: sacerdotessa che riesce, grazie alle sue doti di
seduzione, a convincere il selvaggio Enkidu a comportarsi come un
uomo civilizzato, a vestirsi e nutrirsi come un cittadino di Uruk, ed
infine a recarsi oltre le mura del grande centro urbano.
Siduri: la taverniera, associata a una divinità del raccolto e della
fermentazione della birra e del vino. Guiderà Gilgamesh,
indicandogli la via da percorrere per trovare il saggio Utanapishtim.
Sin: (o Nannar) dio lunare, figlio di Enlil, spodestato da Ninurta, che
aveva natali più nobili. Padre di Inanna e Shamash e marito di
Ningal. La sua città è Ur.
Urshanabi: il traghettatore, l’unico uomo in grado di condurre una
barca attraverso il mare che circonda l’isola dove dimora l’immortale
Utanapishtim. Visto il suo ruolo di traghettatore, è simile a un
Caronte mesopotamico, e conduce le anime dei morti attraverso il
fiume Hubur, connesso con l’oltretomba.
Utanapishtim: un uomo saggio che godeva dei favori del dio delle
acque Enki, che decise di salvarlo dal Diluvio, insegnandogli a
costruire un’arca, proprio come avviene nella storia biblica di Noè. Al
termine del Diluvio, gli dèi lo ringrazieranno per aver portato in salvo
uomini, animali e piante, e decideranno di concedergli l’immortalità.
Gilgamesh conosce questa storia e perciò va alla ricerca di
Utanapishtim, cercando il segreto della vita eterna.
I figli del dio Sole

Prima di entrare nel vivo della nostra storia, può essere interessante
conoscere le vicende dei primi re di Uruk, figli del dio solare
Shamash e favoriti dalla dea Inanna. Questi sono i nobili antenati di
Gilgamesh, e assieme a lui vengono citati nelle Liste dei Re che
governarono Uruk, e compaiono come i protagonisti di alcuni testi di
letteratura sumera.
Il fondatore della dinastia di Uruk, che giungerà al proprio apice nella
persona di Gilgamesh, fu un uomo di lignaggio divino, figlio del dio
solare Shamash, il cui nome, nella lingua dei sumeri, era
Meshkianggasher, che significa Colui che ha potere sul luogo
dell’incontro tra il cielo e la terra. Questo fantomatico luogo era un
tempio, e per la precisione uno ziggurat, ovvero una delle grandi
piramidi a gradoni che i sumeri innalzavano in onore agli dèi, e per
questo era chiamato Ekur, cioè Casa che è come una montagna,
oppure Duranki, Il luogo d’incontro tra terra e cielo.
Meshkianggasher infatti fondò un grande tempio chiamato Eanna,
dedicandolo al potente dio Anu, signore tra gli dèi, e attorno a questo
nucleo si formerà in seguito la città di Uruk. Non molto tempo dopo,
Anu donerà il tempio alla sua prediletta tra le dee, l’agguerrita e
bellissima Ishtar, chiamata dai sumeri Inanna, che subito andrà a
risiedervi, diventando la divinità tutelare di Uruk.
Nella lista dei re, si dice che Meshkianggasher regnò per 324 anni,
dopodiché gli dèi lo vollero al loro fianco, e così il primo sovrano di
Uruk s’inabissò tra i flutti, come un grande pesce, lasciando per
sempre questo mondo, dopo aver insediato sul trono il figlio
Enmerkar.
Fu proprio Enmerkar (il cui nome significa Re cacciatore) a far
erigere una grande capitale attorno al tempio della dea Inanna, che
aveva lasciato il suo luogo di culto precedente, nella città di Aratta,
per trasferirsi nel più sontuoso Eanna situato a Uruk. Le due città
però non riuscivano proprio ad andare d’accordo, perciò tra Aratta e
Uruk vi furono sin dal principio screzi e rivalità.
Enmerkar infatti riteneva giusto che anche gli abitanti di Aratta, fedeli
alla dea Inanna, versassero un tributo per abbellire il suo tempio,
perciò mandò un messaggero a richiedere il pagamento. Il re di
Aratta, che in quel momento stava affrontando una carestia, non se
la sentì di accettare, perciò finse di non riuscire a comprendere il
linguaggio dell’araldo, dicendo che, da quando la Torre di Babele era
caduta e gli dèi avevano mescolato i linguaggi degli uomini, era
impossibile riuscire a comunicare con i popoli stranieri.
Il messaggero tornò e riferì a Enmerkar che il sovrano di Aratta non
aveva compreso le sue richieste, perciò il re di Uruk dovette pensare
a una soluzione. Decise d’innalzare un secondo tempio, ancor più
grande e maestoso, nella città di Eridu, stavolta in onore al dio Enki,
patrono delle scienze e amico degli uomini, sperando in questo
modo di attirare il favore del dio, riuscendo a convincerlo a riunificare
le lingue.
Enki non lo accontentò, ma comunque fornì il proprio aiuto,
insegnando a Enmerkar come dar forma a tavolette di argilla sulle
quali si potevano facilmente imprimere i simboli cuneiformi: così
nacque la scrittura. Il re di Uruk fu davvero entusiasta della nuova
invenzione e mandò subito un secondo messaggero alla città di
Aratta, recando una tavoletta dove chiedeva di arrendersi alla
superiorità di Uruk, visto che la dea Inanna li aveva abbandonati per
andare a risiedere nell’Eanna, dove aveva già portato i simboli della
regalità.
Quando il re di Aratta ebbe tra le mani la tavola di argilla, chiamò i
più saggi tra i suoi scribi, che riuscirono a tradurne il significato,
lasciando il sovrano atterrito alla notizia che Inanna li aveva
abbandonati e comprendendo il motivo della siccità e della carestia
che stavano decimando il suo popolo. Se gli dèi desideravano che
Aratta si sottomettesse a Uruk, allora si sarebbe piegato al loro
volere, ma non era sicuro che le cose stessero davvero così, quindi
attese qualche giorno prima di dare a Enmerkar una risposta.
Quella stessa notte, tra rombi di tuono e saette sfolgoranti, una
pioggia salvifica cadde sui campi inariditi di Aratta, ridando vita al
raccolto e mettendo fine alla carestia. Inanna non li aveva davvero
abbandonati, e perciò il sovrano, che si chiamava Ensuhgirana,
ritrovò tutto il proprio coraggio e rispose che non si sarebbero mai
arresi a Uruk, anzi, che avrebbe dovuto avvenire il contrario, visto
che la predilezione di Inanna era ancora al loro fianco.
Enmerkar, sentendo le parole del suo messo, scoppiò a ridere. Il
povero Ensuhgirana credeva che la dea lo favorisse, mentre questa
aveva dato più volte la prova di amare particolarmente non solo il
nuovo e sfarzoso tempio a Uruk, ma anche il suo regnante.
Enmerkar infatti era divenuto l’amante di Inanna, e con gran
soddisfazione se ne vantò, scrivendolo sull’ennesima tavoletta
destinata ad Aratta.
Ensuhgirana rimase davvero avvilito nello scoprire che la bella dea
aveva infine concesso il proprio amore al re nemico, e comprese
che, se le cose stavano davvero così, non avrebbe avuto alcuna
possibilità di sottomettere Uruk. A quel punto, però, comparve nella
sala del trono un misterioso stregone, che disse di chiamarsi
Urgirinuna “Mio sovrano, - bisbigliò con tono mellifluo – non lasciare
che questa notizia ti deprima. Anche se Enmerkar è favorito da
Inanna, possiamo sempre danneggiarlo usando la magia!”
Ormai il re di Aratta era invidioso delle attenzioni che la sua amata
dea aveva concesso solo ad Enmerkar, perciò accettò subito la
proposta dello stregone, mandandolo di nascosto nel territorio
nemico, con il compito di mettere in ginocchio la gloriosa Uruk.
Urgirinuna non si fece pregare e raggiunse i campi e i pascoli intorno
alla città di Enmerkar, dove con potenti incantesimi fece ammalare il
bestiame. Il giorno seguente, i contadini trovarono i campi inariditi,
mentre i pastori persero gran parte dei vitelli, e munsero dalle capre
e dalle mucche solamente latte inacidito.
Quando re Enmerkar venne messo a conoscenza della scarsità di
latte, formaggio, uova e vegetali, immaginò che qualcosa di malefico
fosse all’opera, perciò pregò Inanna e suo fratello Shamash, che era
il dio sole padre di suo padre, di fare qualcosa per salvare il popolo.
Shamash allora mandò a palazzo una donna di nome Sagburu, che
possedeva grandi poteri magici, e che disse di poter riportare il
benessere in quelle terre lanciando un incantesimo sul fiume e
facendo in modo che chiunque ne bevesse le acque, fosse uomo,
animale o pianta, venisse immediatamente risanato.
Sagburu ricevette il consenso del re e quindi si apprestò a
raggiungere le sponde del fiume, dove gettò una manciata di uova di
pesce, salmodiando antiche parole. In quel momento però, una
grossa carpa comparve dal nulla e inghiottì tutte quante le uova,
interrompendo l’incantesimo. La saggia Sagburu si guardò attorno
insospettita, scoprendo che sull’altra riva del fiume si era appostato
lo stregone Urgirinuna: era stato lui a evocare la carpa. A quel punto
l’incantatrice fece apparire una fiera aquila che calò in picchiata e
affondò gli artigli nel grosso pesce e, sempre tenendolo stretto tra le
zampe, se ne volò lontano, oltre le montagne. Fatto ciò, gettò
nell’acqua una seconda manciata di uova di pesce, sperando che
stavolta nessuno interrompesse lo svolgimento del rituale.
Lo stregone fece allora comparire una pecora che, abbeverandosi,
ingurgitò in un solo sorso tutte le uova. Sagburu allora le aizzò
contro un feroce lupo, che la trascinò lontano, nel deserto. Ancora
una volta, la maga lanciò i suoi componenti tra i flutti, e di nuovo
Urgirinuna evocò una mucca, che allo stesso modo della pecora, si
abbeverò e mangiò le piccole uova di pesce. L’incantatrice rispose
facendo sorgere dalle acque un leone, che azzannò la mucca e la
portò via, tra i canneti. Di nuovo procedette al rituale, ma uno
stambecco saltellò fino al fiume, leccando via le uova dalle rocce
della riva. Sagburu lo fece inseguire da un veloce leopardo di
montagna, non contenta finché non li vide sparire entrambi oltre le
vette. Dopo aver lanciato un’occhiataccia all’avversario, sperando
che tutte queste sconfitte lo avessero convinto a desistere, prese
una nuova manciata di uova di pesce e la gettò nell’acqua. Tanto per
cambiare, arrivò una gazzella assetata, ma Sagburu evocò una
feroce tigre che la sbranò in pochi istanti.
“Dovremo continuare ancora per molto? – domandò spazientita allo
stregone – Mi sembra di averti dimostrato la mia superiorità, ma se
proprio insisti, distruggerò uno a uno anche i tuoi prossimi
incantesimi”. Urgirinuna alzò le braccia in segno di resa, “Mi dichiaro
sconfitto, i tuoi poteri sono troppo grandi, probabilmente perché
detieni il favore degli dèi. Non posso vincere contro di te, perciò
lascia che torni dal re di Aratta e gli racconti l’accaduto”. Sagburu
però lo fissò con una strana luce nello sguardo “No, sarebbe troppo
comodo. Hai osato avvelenare le acque del fiume e provocare la
morte e la malattia dei campi e del bestiame di Uruk, una città che
Shamash e Inanna proteggono. Non esiste il perdono per chi sfida
gli dèi!” detto questo, scagliò il suo ultimo incantesimo, incenerendo
all’istante lo stregone nemico.
Quando re Ensuhgirana seppe della triste fine del suo servo,
comprese che Inanna e Shamash avevano offerto la loro protezione
a Enmerkar e che perciò non avrebbe potuto in alcun modo
sconfiggerlo. Mettersi contro gli dèi non avrebbe portato altro che
rovina, perciò Aratta si sottomise infine a Uruk, accrescendone il
prestigio e facendola divenire una capitale ancor più ricca e
importante.
Enmerkar mandò dunque una parte dei suoi uomini per raccogliere
dalla città appena conquistata offerte e tributi. I soldati si misero in
marcia, e assieme a loro vi era il principe Lugalbanda, figlio del re.
Quando si trovarono circa a metà del percorso, che passava
attraverso un inospitale deserto roccioso, costellato di aspre cime
montuose, Lugalbanda si ammalò al punto da non riuscire più a
reggersi in piedi. I compagni cercarono di fargli forza, facendolo
appoggiare alle loro spalle, ma il principe era troppo debole e non
faceva che tremare e battere i denti, finché non perse i sensi e
stramazzò al suolo.
I soldati non sapevano come curarlo, inoltre erano ormai troppo
lontani sia da Uruk che da Aratta, e immaginavano che non sarebbe
sopravvissuto lungo il cammino per una delle due città. Decisero
infine di lasciarlo in una grotta, dove accesero un fuoco per tenerlo al
caldo, coprendolo con coperte e fogliame, mettendo a sua
disposizione frutti prelibati, focacce, acqua e birra, nella speranza
che presto si sentisse meglio e, mangiando, si rimettesse in forze.
“Forse il dio Shamash avrà pietà di lui e lo guarirà, in fondo è un suo
discendente!” conclusero i soldati, augurandogli buona fortuna e
continuando il loro cammino verso Aratta.
Lugalbanda rimase in preda alle febbri per due giorni e due notti,
dopodiché si svegliò madido di sudore, e guardandosi attorno notò le
provviste che i compagni gli avevano lasciato, e mangiò e bevve
avidamente. Nonostante si fosse nutrito, la malattia continuava a
renderlo debole, perciò il principe pregò gli dèi che gli erano
maggiormente cari: lo splendente Shamash, padre di suo nonno, la
bellissima Inanna, amante di suo padre, e l’argenteo Sin, dio della
luna, genitore degli dèi gemelli appena invocati.
Quando venne il mattino e Shamash condusse il suo carro
attraverso i cieli mesopotamici, notò il principe nella caverna e ne
ascoltò le accorate preghiere. Chiese allora a sua sorella Inanna di
aver cura di Lugalbanda, mentre lui era impegnato nel suo
quotidiano viaggio nei cieli.
Il principe aprì gli occhi stanchi e pensò di avere una visione, quando
la donna più bella che avesse mai visto comparve nella sua grotta
sulla montagna, splendendo come una stella. Inanna lo consolò con
dolci parole, e lo coprì con una calda coperta di lana bianca. Grazie
alla sua intercessione, Lugalbanda si sentì subito meglio, e dormì un
lungo sonno ristoratore.
All’alba del giorno seguente, ormai il principe era guarito e poté
rimettersi in piedi, scoprendo che gli altri soldati erano ormai così
lontani che non riusciva a vederli nemmeno scrutando l’orizzonte
dalla cima della montagna. Affamato, aveva ormai finito tutte le
provviste lasciate dai compagni, perciò si mise a esplorare i dintorni,
raggiungendo una sorgente alla quale si dissetò. Mentre beveva,
notò che un toro bruno e due capre si stavano avvicinando al
ruscello, perciò utilizzò le sue ultime forze per catturarli e portarli
nella sua caverna. Avrebbe voluto arrostirli e mangiarli, ma era
troppo stanco, perciò prima si mise a dormire.
In sogno gli comparve il dio lunare Sin, dicendo che gli dèi erano
molto affamati e che desideravano un’offerta. Lugalbanda si svegliò
e si trovò di fronte a un dilemma: doveva mangiare la carne degli
animali catturati il giorno prima oppure offrirla agli dèi?
Visto che i figli di Sin lo avevano aiutato a guarire, il principe decise
di allestire un sacrificio in loro onore. Le divinità ne furono assai
compiaciute e concessero al devoto Lugalbanda il proprio favore.
Pieno di nuove energie, come se avesse riposato per giorni e si
fosse rifocillato a un grande banchetto, il principe si mise quindi in
viaggio per tornare dai suoi compagni, ma il deserto era vasto e
pieno di pericoli, e di tanto in tanto si scorgeva un’ombra immensa
passare tra le montagne: si trattava di Zu, il grande rapace che un
tempo aveva sfidato gli dèi.
Lugalbanda cercò di tenersi nascosto dal colossale uccello, temendo
che volesse divorarlo, ma lungo il suo cammino sentì strani rumori,
scoprendo il luogo in cui Zu aveva fatto il nido. Il pulcino, che aveva
l’aspetto di un’aquila dalla testa leonina, piangeva affamato, ma il
rapace in quel momento non poteva sentirlo, perché era troppo
occupato a calare in picchiata su tori e cervi, che solo alla sua vista
fuggivano in preda al terrore, sperando di non essere ghermiti.
Il principe allora preparò per il piccolo una porzione di carne, che
addolcì con miele e erbe aromatiche, ottenendo la sua amicizia.
Quando Zu tornò al suo nido, vi trovò uno straniero al quale il pulcino
stava facendo le feste. Saputo che Lugalbanda aveva dato da
mangiare al piccolo, lo ringraziò, offrendogli vari preziosi doni, ma il
principe li rifiutò tutti quanti, avendo in mente un piano. “Ciò che mi
offri è davvero prezioso, - disse allora – ma non posso accettare,
perché al momento niente è per me più importante che
ricongiungermi ai miei compagni. Stanno viaggiando da diversi giorni
e perciò, per raggiungerli, dovrei essere veloce come un uccello…”
Zu comprese l’antifona e accettò di condurlo fino alle porte di Aratta,
dove i soldati di Enmerkar erano arrivati dopo un lungo e faticoso
viaggio. Prima di salutarlo, il grande rapace dalla fiera testa di leone
raccomandò a Lugalbanda di non rivelare a nessuno della loro
alleanza, quindi tornò al suo nido, lasciando che il principe si
ricongiungesse ai suoi uomini. I soldati furono sorpresi e lieti di
rivederlo e gli si strinsero attorno, facendo molte domande su come
fosse riuscito a guarire dalla sua malattia e a sopravvivere da solo
nell’aspro deserto che nessuno, fino ad allora, era mai riuscito ad
attraversare da solo. Lugalbanda riabbracciò i compagni ma non
rivelò i propri segreti, chiedendo piuttosto come mai non fossero
ancora entrati in città.
I soldati spiegarono allora che re Ensuhgirana non aveva intenzione
di pagare il tributo, perciò aveva sprangato le porte e ordinato che,
non appena qualcuno si avvicinasse alle mura, venisse accolto da
una pioggia di giavellotti. La situazione era in stallo e, nonostante
l’arrivo del principe, Aratta riuscì a resistere all’assedio per molti
mesi. Giunse in rinforzo anche re Enmerkar con altre truppe, ma non
servì a nulla, tanto che l’esercito trascorse un intero anno sotto le
mura di Aratta. Infine Enmerkar cominciò a temere che la
capricciosa Inanna lo avesse abbandonato “Se solo potessi
raggiungere in fretta l’Eanna, il grandioso tempio di Uruk, e pregare
la dea di concedermi il suo aiuto, come fece un tempo!” si lamentò,
ben sapendo che, ritirando le truppe per far ritorno in città, avrebbe
dichiarato la propria sconfitta. A quel punto suo figlio Lugalbanda si
fece avanti, “Andrò io al tempio, e non porterò via dal campo di
battaglia nemmeno uno dei nostri valorosi soldati. Partirò da solo!”
esclamò.
“Non andare! – lo pregarono sia il re che i suoi uomini – La strada
del ritorno è lunga e piena di pericoli. Come farai, senza l’aiuto dei
tuoi compagni, a sopravvivere all’estenuante marcia tra le
montagne?”, ma il principe non volle sentir ragioni, ormai aveva
deciso e perciò si allontanò con passo sicuro.
Non appena fu abbastanza lontano da non essere visto, chiamò Zu,
il grande rapace suo alleato, e con il suo aiuto riuscì in un solo
giorno a oltrepassare ben sette alte montagne, superando il deserto
e raggiungendo infine il tempio di Uruk, dove la dea Inanna dimorava
assieme ai preziosi simboli della regalità. Il principe si presentò
umilmente di fronte alla divinità, spiegando che il suo diletto
Enmerkar si trovava in difficoltà e aveva bisogno del suo aiuto per
conquistare Aratta una volta per tutte.
La dea spiegò allora a Lugalbanda che la città di Aratta traeva tutta
la sua forza da un fiume sotterraneo, rifornito di acqua da una
sorgente nascosta tra i canneti. Lì nuotava un pesce sacro, e un alto
tamarindo cresceva indisturbato. Se Enmerkar voleva abbattere le
mura di Aratta, prima avrebbe dovuto far cadere quel tamarindo, e
con il suo legname fabbricare un secchio con cui catturare il pesce
sacro, per poi cuocerlo e mangiarlo. Fatto ciò, avrebbe preso su di
sé l’incantesimo che rendeva imbattibili, perciò avrebbe rovesciato
facilmente il suo antico avversario.
Lugalbanda tornò il giorno seguente dagli assedianti, lasciandoli
stupefatti perché in due soli giorni non avrebbe potuto compiere
neppure un decimo del percorso, eppure il principe riportò al re le
parole di Inanna, che vennero seguite alla lettera, dando modo al
sovrano di Uruk di conquistare finalmente Aratta e di regnare su un
territorio sempre più vasto e fiorente.
Secondo le Liste dei Re, Enmerkar regnò per 420 anni, dopodiché
cedette il trono al figlio Lugalbanda, il cui nome significa Giovane e
coraggioso sovrano. Quest’ultimo, che era un discendente del dio
solare Shamash, ebbe un figlio dalla dea Ninsun, che venne
chiamato Gilgamesh. Conoscendo le eroiche gesta dei suoi antenati
e il nobile lignaggio dei suoi genitori, possiamo intuire facilmente che
si tratterà di un personaggio straordinario, nelle cui vene scorre
sangue divino.
Il re di Uruk e il figlio della steppa

Uruk era una città molto antica, un tempo appartenuta ai sumeri, che
la chiamavano con il nome di Unug, e che col tempo divenne sede
del popolo babilonese. Si trovava nella Mesopotamia meridionale,
poco distante dal fiume Eufrate, ed era una delle meraviglie del suo
tempo: aveva altissime mura che torreggiavano come un paradiso di
civiltà in mezzo alla steppa e si diceva che fossero stati gli dèi stessi
a porre le sue fondamenta nella terra.
Anche il suo re, Gilgamesh non era certo un uomo comune, poteva
vantare una madre divina, la dea Ninsun, e un padre che era un dio
per metà, il nobile Lugalbanda, perciò il giovane sovrano era un dio
per due terzi. Questa sua natura particolare si notava subito, infatti
era sempre pieno di energie e desiderava mettersi costantemente
alla prova, sfidando in gare atletiche gli altri ragazzi di Uruk ed
ingaggiandoli in lotte e combattimenti, che finiva sempre col vincere.
Possedeva inoltre due oggetti speciali, chiamati pukku e mekku: si
trattava di un tamburo e della bacchetta per suonarlo, grazie ad essi
Gilgamesh chiamava a raccolta tutti i giovani cittadini, invitandoli a
raggiungerlo per una nuova sfida. Questi ultimi accorrevano, anche
se non molto volentieri, dal momento che erano semplici umani e
non avevano le sconfinate energie del semidio; avrebbero preferito
starsene nelle loro case, con la famiglia o con le giovani fidanzate,
anziché misurarsi costantemente in simili prove fisiche, tuttavia non
potevano sottrarsi, perché era il loro re a convocarli.
Il pukku e il mekku non erano oggetti qualsiasi, erano nati da una
vicenda particolare che trovava la sua origine molti anni prima,
quando gli dèi decisero di spartirsi il mondo tra loro.
Il dio Anu scelse di dimorare nell’alto dei cieli, Enlil decise invece di
divenire il signore della terra, Ereshkigal scese negli Inferi come
regina ed infine Enki ottenne come proprio dominio il mare. Mentre
quest’ultimo salpava con la sua grande nave per raggiungere il
cuore del suo nuovo territorio, sollevò delle forti onde, che
sradicarono una pianta dal terreno. La dea Inanna la raccolse,
portandola con sé nel suo tempio, a Uruk, piantandola e facendola
diventare una grande quercia.
L’albero si chiamava Huluppu e crebbe a dismisura; il suo legno era
incantato, perciò la dea aveva intenzione di costruirvisi un trono ed
un letto, ma ben presto alcuni demoni vennero ad insediarsi tra le
fronde: un serpente che non temeva la magia si nascose tra le
radici, rosicchiandole senza posa; Zu, la grande aquila, nidificò
invece sulla cima; mentre una vergine fantasma, chiamata Lilith,
colei che ulula nella notte, prese dimora nel tronco e tra i rami.
Inanna non riusciva a scacciarli dal suo albero prediletto e chiese
aiuto agli altri dèi, che però non le prestarono ascolto, quindi si
rivolse al giovane Gilgamesh, che subito impiegò le sue straordinarie
energie nell’impresa, scacciando in breve tempo i demoni
dall’Huluppu.
Finalmente Inanna poté utilizzare il prezioso legname per farne un
trono e un letto, ma lasciò qualche ramo anche a Gilgamesh, che
con essi fabbricò il pukku e il mekku, oggetti a cui era molto
affezionato.
Anche se il semidio adorava il suo tamburo, il resto della
cittadinanza non la pensava allo stesso modo ed anzi, era davvero
stufa di sentirlo costantemente suonare, specialmente lo erano
coloro che dovevano accorrere al richiamo. Si lamentarono con gli
dèi, chiedendo loro di fare in modo che il sovrano trovasse qualcuno
alla sua altezza, combattendo ed allenandosi con un suo pari, invece
di opprimere la popolazione.
Anu, il dio del cielo e capo degli dèi, convocò quindi la dea Aruru,
suggerendole di creare un avversario degno di Gilgamesh. La dea
prese dell’argilla e si recò nel deserto, dove la sotterrò, e ben presto
da lì nacque Enkidu, il figlio della steppa.
Enkidu crebbe e visse da solo, con la sola compagnia degli elementi
naturali e degli animali, e non ci stupiamo di apprendere che si
comportava come una creatura non civilizzata. Non sentiva il
bisogno di vestirsi e non si era costruito un rifugio, brucava l’erba
assieme alle gazzelle e così si saziava, mentre si fermava presso le
pozze d’acqua e i ruscelli per dissetarsi. In questo modo si sentiva
completo, non aveva mai visto altro al mondo e perciò non avvertiva
la mancanza di altri uomini o di un luogo civilizzato dove abitare.
Un giorno un cacciatore, che spesso scavava trappole per la
selvaggina al limitare della steppa, decise di addentrarsi un poco nel
deserto, e fu allora che incontrò Enkidu. Subito si spaventò,
trovandosi di fronte un uomo dall’aspetto rozzo e primordiale,
ricoperto di peli e da un’ispida barba, dotato inoltre di braccia e
gambe muscolose e possenti. Fuggì prima che quella creatura
primitiva potesse fargli del male e, tornato a casa, raccontò a suo
padre lo strano incontro avuto nella steppa.
L’anziano padre consigliò al cacciatore di andare dal re Gilgamesh,
perché decidesse cosa fosse meglio fare di quell’uomo non
civilizzato, ed il figlio obbedì, recandosi a Uruk, nel palazzo del
sovrano, e spiegandogli l’accaduto.
Gilgamesh ritenne che quel pover’uomo nato nella steppa dovesse
in qualche modo essere ricondotto in mezzo ai propri simili, e pensò
che, tramite l’amore di una donna, sarebbe stato più facile per lui
abbandonare il suo mondo per conoscerne uno nuovo, perciò disse
al cacciatore di tornare nel deserto assieme a Shamhat, una delle
sacerdotesse del tempio Inanna, facendole incontrare il misterioso
uomo selvaggio.
Il cacciatore conosceva bene il comportamento degli animali di quel
territorio, perciò condusse Shamhat presso una fonte, aspettando
che Enkidu arrivasse ad abbeverarsi assieme alle gazzelle, e infatti
non tardò. La donna, non appena lo vide, gli andò incontro con un
bel sorriso, e il selvaggio, che non aveva mai visto niente di così
avvenente, subito se ne invaghì ed accettò di buon grado la sua
compagnia.
I due rimasero assieme per sette giorni, durante i quali Shamhat gli
insegnò molte cose, facendogli perdere i suoi modi selvaggi e
trasformandolo in un uomo perbene. Enkidu si era reso conto di
questo cambiamento, infatti gli animali, un tempo suoi fratelli, ora lo
rifuggivano e lo percepivano come un estraneo, e quella steppa
desolata non gli bastava più: voleva recarsi tra i suoi simili.
Shamhat gli raccontò della magnifica città di Uruk e del suo
possente re, chiedendo a Enkidu se fosse interessato a visitare la
città assieme a lei. Enkidu però aveva una mentalità ancora
primordiale, perciò pensò di raggiungere il grande insediamento per
sfidare il sovrano in combattimento; sicuramente grazie alla sua
forza animalesca l’avrebbe sconfitto e così sarebbe divenuto re al
suo posto.
La donna scosse la testa e rise di quel proponimento, “Gilgamesh
non è solo molto forte e abile in battaglia, ma può contare anche
sulla sua saggezza e nell’aiuto da parte degli dèi. Sarà meglio che
dimentichi queste tue intenzioni bellicose perché non riuscirai a
prevalere, probabilmente lui ti ha già visto in sogno e sa chi sei e
cos’hai intenzione di fare”.
Shamhat non sbagliava, infatti Gilgamesh aveva avuto due sogni
premonitori. Non riuscendo ad interpretarli li raccontò a sua madre,
la dea Ninsun. “Ho sognato un meteorite che si lasciava dietro una
scia lucente. Mi è precipitato addosso e, nonostante fosse troppo
pesante perché riuscissi a liberarmene, la sua vicinanza mi era
gradita. La stessa cosa mi è ricapitata in un secondo sogno, ma
stavolta era una grossa ascia a capitarmi contro e, malgrado non
fossi capace di levarmela di dosso, mi piaceva averla tanto vicina.
Cosa potrebbe significare?”
Ninsun riuscì ben presto a risolvere l’enigma, “Figlio mio, i tuoi sogni
profetizzano l’arrivo di un uomo forte e valoroso, che sarà per te un
inseparabile amico”.
Gilgamesh fu lieto di quel verdetto, dopotutto si sentiva diverso dagli
altri giovani cittadini e non era mai riuscito a stringere un saldo
legame di amicizia con qualcuno di loro, perciò avrebbe aspettato
con ansia l’arrivo di questo nuovo compagno.
Intanto, nella steppa, Shamhat decretò che fosse tempo di
raggiungere la città, perciò lavò Enkidu e si strappò una parte delle
vesti, ricoprendolo nel modo migliore possibile, ma ancora non si
poteva dire che somigliasse a un uomo perbene, almeno
nell’aspetto, e perciò pensò che sarebbe stato meglio fermarsi nella
casa di alcuni pastori, al limitare delle porte di Uruk, chiedendo
ospitalità e magari anche qualche indumento più adeguato.
I pastori li accolsero con gentilezza, offrendogli pane e liquore.
Enkidu non aveva mai assaggiato il cibo e le bevande degli uomini e
ne rimase assai deliziato, tanto che decise di restare assieme a loro,
aiutandoli nei loro lavori pesanti. Quando lo disse a Shamhat, la
trovò d’accordo: un po’ di contatto umano non gli avrebbe fatto certo
male.
Enkidu imparò molte cose dai pastori: come allevare e curare il
bestiame, come cacciare e costruire trappole, come coltivare la
terra, oltre alle normali e più quotidiane usanze, finché non si sentì
pronto per la grande capitale.
Scelse proprio un giorno di festa per entrare ad Uruk; tutto il popolo
era radunato lungo le strade per assistere alla processione del re
Gilgamesh, che si sarebbe recato al tempio della dea Ishtar (il nome
babilonese con cui era chiamata Inanna) per compiere il cerimoniale
delle nozze sacre.
Enkidu chiese alla gente radunata notizie sui festeggiamenti e sul
sovrano, e quando lo ebbe riconosciuto tra la folla, gli si piazzò
davanti, bloccandogli la strada e sfidandolo a combattere.
Gilgamesh accettò subito, estraendo la sua grande ascia di bronzo e
cercando di colpire lo sfidante, che però era rapido e possente come
un leone del deserto. Scoprendo di trovarsi di fronte un avversario
alla propria altezza, il re si sentì spronato a dare il massimo, ed i
colpi che i due si inflissero fecero tremare la terra. Nel tumulto della
folla, le mura di tutta Uruk rimbombavano come se ci fosse stata una
violenta tempesta.
Enkidu, il figlio della steppa, cresciuto tra lupi, leoni e gazzelle, finì
con il prevalere, ma durante la lotta si era reso conto del valore di
Gilgamesh perciò, quando il sovrano si arrese, Enkidu s’inginocchiò
e lo riconobbe come proprio re.
Gilgamesh rimase colpito da quel gesto e gli chiese di alzarsi e di
restare al suo fianco, non in qualità di servo, ma come fedele amico.
L’attacco del re di Kish

Un giorno, un messaggero giunse di corsa alle porte di Uruk;


proveniva da Kish, una città vicina, e portava una missiva del suo re
Agga.
Gilgamesh lo fece entrare e prese in consegna il messaggio, che
ingiungeva al popolo di Uruk di sobbarcarsi il difficile e oneroso
compito di irrigare la terra di Sumer, prosciugando i pozzi sparsi per
il vasto territorio. Il re, presso i babilonesi, prima di prendere una
decisione doveva consultarsi sia con un’assemblea costituita dagli
anziani cittadini che con una dove si sarebbero riuniti i giovani,
perciò convocò entrambi i consigli e ascoltò con attenzione i loro
suggerimenti.
Gli anziani invitavano il sovrano ad arrendersi a Kish e ad accettare
di prosciugare i pozzi di Sumer, pur di non andare incontro a guerre
e guai per il popolo. I giovani invece erano assai più arditi e non
volevano saperne di sottomettersi ad Agga, piuttosto avrebbero
combattuto.
Gilgamesh si trovava pienamente d’accordo con questi ultimi, perciò
chiese al fidato amico Enkidu di far preparare le armi e l’esercito.
Agga non accettò di buon grado quel rifiuto ed infatti, dopo
nemmeno dieci giorni, giunse con le sue truppe per stringere
d’assedio Uruk. Gilgamesh notò che la popolazione era assai
spaventata e decise di mandare un uomo a parlamentare con il
nemico; chiese un volontario e si fece avanti il giovane Birhrture, che
subito uscì dalle porte cittadine, andando incontro alle schiere
avversarie.
I soldati di Kish non ebbero alcun rispetto per quel messaggero, lo
schernirono e malmenarono, conducendolo in catene fino alla tenda
di Agga, il quale non volle nemmeno stare a sentire ciò che il messo
aveva da dire e piuttosto indicò la cima degli alti bastioni di Uruk,
dove Zabardab, il capitano delle guardie, si era appena affacciato
per controllare la situazione.
“Dimmi, schiavo, è quello il tuo re?” gli chiese, ma Birhrture venne
colto dal patriottismo e dalla lealtà verso la propria città e rispose
fiero “Se ci fosse il mio re, affacciato alle mura, il tuo esercito si
disperderebbe come la sabbia durante una tempesta! Atterriti
cadreste al suolo, mentre i soldati di Uruk trarrebbero forza dalla
visione del loro sovrano e si leverebbero vittoriosi sulle vostre
ceneri!”
Agga non apprezzò queste parole e fece bastonare nuovamente il
povero messaggero, dopodiché guardò una seconda volta verso le
mura, dove un altro uomo si stava affacciando. “Dimmi, schiavo, è
quello il tuo re?” domandò ancora, e Birhrture si voltò per guardare a
sua volta, illuminandosi di gioia quando si accorse che stavolta era
davvero Gilgamesh l’uomo sull’alto delle mura.
“Sì, - esclamò con le lacrime agli occhi – quell’uomo è veramente il
mio re!” e mentre proferiva tali parole, l’intero esercito di Uruk si
stava sollevando pieno di vigore e coraggio, uscendo dal portale
della città, guidato da Enkidu, che faceva strage di nemici. I soldati di
Kish tremarono al cospetto di Gilgamesh e vennero ben presto
travolti dalla furia del suo esercito, finché anche il loro re, Agga, fu
preso e fatto prigioniero.
Condotto di fronte a Gilgamesh, Agga domandò pietà anche se,
dopo l’arroganza che aveva dimostrato, nessuno si sarebbe
aspettato che la ottenesse. Il semidio però era magnanimo e lo
dimostrò, lasciando libero il suo nemico e permettendogli di tornare
sano e salvo a Kish. Ad Agga non restò che ringraziare Gilgamesh
per la sua generosità e lodarlo come il più grande sovrano mai
esistito, prima di far ritorno alla sua città e non pensare mai più,
nemmeno per un momento, di muovere guerra alle genti di Uruk.
Hubaba e la foresta dei cedri

Gilgamesh ed Enkidu, nel frattempo, erano divenuti inseparabili;


riuscivano facilmente a comprendersi l’un l’altro ed entrambi
avevano un temperamento coraggioso e pieno di energie. Si
sentivano legati come due fratelli e proprio per questo Gilgamesh
decise di chiedere a sua madre, la dea Ninsun, di accettare Enkidu
come se fosse stato uno dei suoi figli, dal momento che quest’ultimo
era nato nel deserto e non aveva una famiglia.
La dea però non era d’accordo: per quanto fosse molto amico di
Gilgamesh, Enkidu restava il figlio della steppa. Ricevuto questo
rifiuto, il giovane sovrano pianse amaramente, ma per consolare sia
l’amico che se stesso, decise di lasciare Uruk per compiere
grandiose imprese ed essere ricordati per sempre come eroi.
Il giovane sovrano era rattristato perché vedeva spesso i suoi cari
concittadini morire. Non comprendeva perché la morte dovesse
essere tanto ineluttabile e non aveva intenzione di sottostare al suo
dominio; si sarebbe recato al Kur, alla Montagna che dà la vita, e lì
avrebbe domandato agli dèi di concedergli la vita eterna.
Non si trattava certo di un viaggio semplice perché il signore della
terra, Enlil, aveva messo a guardia del Kur un temibile mostro, il cui
nome era Hubaba, il cui grido era il diluvio, il soffio era fuoco ed il
respiro era morte. Egli aveva creato intorno alla montagna una
magnifica foresta di cedri e lì dimorava, custodendo l’entrata al Kur
con l’aiuto dei sette terrori, ovvero dei venti implacabili che gli erano
stati donati da Enlil stesso.
Sentendo i piani dell’amico, Enkidu ebbe qualche riserva: gli
sembrava un’impresa fin troppo pericolosa, dal momento che non si
trattava di sconfiggere avversari umani, ma di mettersi contro una
creatura posta lì dagli dèi, perciò, quando Gilgamesh convocò le due
assemblee per farsi consigliare sulla partenza, Enkidu chiese agli
anziani di parlare contro quella difficile impresa, convincendo il
sovrano a rinunciare.
Gilgamesh si consultò prima con i giovani, che si dimostrarono
entusiasti e infiammarono l’animo, già di suo ardimentoso, del
semidio, perciò quando il consiglio degli anziani gli chiese di restare
a Uruk, Gilgamesh declamò con tanta determinazione il proposito di
cancellare per sempre la morte, che riuscì a convincere i vecchi
cittadini, speranzosi di trovare la vita eterna, ad approvare unanimi la
sua eroica impresa.
Fece dunque preparare le armi, specialmente la sua inseparabile
ascia bipenne, e chiese alla madre di benedirlo. Ninsun pregò il dio
sole Shamash di donare il suo favore al figlio e di farlo tornare sano
e salvo, prima che fosse trascorso un anno.
I due amici dunque partirono e, quando giunse la sera, scavarono un
pozzo per berne l’acqua e lavarsi, quindi si misero a dormire. Al
mattino Gilgamesh raccontò di aver fatto un sogno spaventoso, che
forse poteva essere un presagio nefasto, infatti aveva visto una
gigantesca montagna crollare su di loro per poi schiacciarli. Enkidu
però sembrava ottimista e spiegò che quello era un sogno propizio:
annunciava che avrebbero catturato il mastodontico Hubaba,
portando il suo corpo gigantesco fino ad Uruk.
Il giorno seguente Gilgamesh offrì della farina agli dèi, sulla cima di
una montagna, pregandoli perché lo aiutassero nella sua impresa,
dopodiché andarono a dormire. Anche stavolta, giunta l’alba, il
giovane re confessò all’amico di aver fatto un altro terribile incubo,
pensando che forse gli dèi stavano consigliando loro di lasciar
perdere quell’impresa. Enkidu volle conoscere il sogno e perciò
Gilgamesh gli raccontò di aver visto il momento in cui raggiungevano
la foresta dei cedri, ma mentre s’inoltravano tra gli alberi, questi
prendevano fuoco ed infine un tremendo incendio divorava tutto
quanto.
L’amico vedeva anche qui un presagio positivo, infatti se la foresta
aveva preso fuoco, secondo lui era segno che il terribile Hubaba era
stato sconfitto e le sue terre devastate.
Gilgamesh appariva invece sempre meno convinto, temeva che il
mostro fosse troppo potente, dopotutto era stato messo a guardia
del Kur dal dio Enlil stesso. Quella sera, prima di coricarsi, Enkidu
tracciò un cerchio magico tutto intorno al giaciglio del compagno, allo
scopo di proteggerlo da ogni male, e quando, nella notte, un
serpente cercò di introdurvisi, subito prese fuoco e cominciò a
sputare sangue. Il sonno di Gilgamesh non venne turbato da questo
evento, ed infatti, al mattino, raccontò all’amico di aver fatto
l’ennesimo sogno. Questa volta era stato il dio solare Shamash in
persona a comparirgli di fronte, spiegandogli che il punto di forza del
potente Hubaba era proprio la sua foresta, perciò avrebbero dovuto
combatterlo al di fuori di essa, se volevano avere qualche speranza
di vittoria.
Non c’era dubbio, il terzo sogno era propizio, e perciò i due eroi
s’inoltrarono nella foresta dei cedri, che era un luogo davvero
magnifico e pieno d’incanto, ma non poterono bearsi troppo di quella
visione, perché Hubaba si trovava nei paraggi.
“Dobbiamo portarlo fuori dalla foresta!” ricordò Gilgamesh, ma
Enkidu gli fece notare che non sarebbe stata cosa semplice; quel
bosco era vastissimo e non si vedeva via d’uscita.
Spaventati dall’impossibilità di mettere in atto l’espediente suggerito
dal dio sole, i due ebbero un’idea e iniziarono ad abbattere gli alti
cedri della foresta, sperando che in tal modo avrebbero diminuito il
potere di Hubaba.
Il mostro, sentendo le grida di dolore dei suoi amati alberi, subito
comparve, preannunciato da un fragore di tempesta. I sette terrori
erano al suo fianco e turbinavano minacciosi, facendo tremare di
paura i due eroi, che cominciarono a pentirsi di essere giunti fin lì.
Gilgamesh intuiva che, armato dei sette terrori, quell’avversario li
avrebbe ben presto sconfitti, e cominciò ad architettare un piano,
mentre il temibile guardiano li apostrofava con voce tonante,
“Gilgamesh ed Enkidu, perché siete stati così sciocchi da giungere al
mio cospetto ed uccidere i miei alberi? In pochi istanti mi disferò di
voi, avreste dovuto essere più cauti!”
Il sovrano però rispose svelto, “Se siamo arrivati fin qui, Hubaba, è
stato per stringere con te un patto. Se conosci il mio nome, sai che
sono il nobile re di Uruk, perciò non disdegnerai la mia offerta. Ho
saputo che vivi tutto solo in questa foresta, ma non sarà così ancora
per molto, ho infatti intenzione di concederti una nobile e avvenente
moglie. La principessa Enmebaragesi, mia sorella maggiore, sarà la
tua sposa, se in cambio mi donerai uno dei tuoi sette terrori”.
Hubaba ci pensò su e trovò la proposta conveniente, perciò accettò
lo scambio ed il primo dei terribili venti passò dalla parte di
Gilgamesh, il quale però non si riteneva ancora soddisfatto.
“Hai scelto bene, ma oltre a una nobile moglie, ti servirà anche
un’ancella che le faccia compagnia. Ti offro dunque la mia giovane e
dolce sorella minore, Peshtur, in cambio di un altro dei tuoi terrori”.
Il mostro accondiscese nuovamente, e fece lo stesso per altre
cinque volte, cedendo uno ad uno i suoi sette terrori, in cambio di
vesti pregiate, cibarie sopraffine e pietre preziose.
A quel punto Hubaba aveva rinunciato al dominio sui venti e perciò
era privo di gran parte del suo potere; Gilgamesh ed Enkidu lo
attaccarono ed il fragore prodotto dai loro colpi fece tremare la
montagna, ma non solo, anche il nemico si accorse di non essere in
grado di arrestare l’assalto dei due eroi e quindi si arrese.
Chiese a Gilgamesh di risparmiargli la vita e, in cambio, di prendere i
più bei cedri della sua foresta, utilizzando il loro legname per
adornare il proprio palazzo. Il sovrano era incline ad accettare e a
dimostrarsi ancora una volta misericordioso, ma Enkidu lo mise in
guardia.
“Se lo lasci vivere, ricorderà per sempre la vergogna di questo
giorno e si consumerà di odio nei tuoi confronti, tramando vendetta!
Uccidilo, così sarai sicuro di essertene liberato una volta per tutte!”
suggerì.
Hubaba non gradì le parole di Enkidu, aveva visto che Gilgamesh
stava per accordargli il suo perdono e ora le parole del suo
compagno gli stavano facendo cambiare idea. Pregò il sovrano di
non dare ascolto al figlio della steppa, la sua lingua era avvelenata e
proferiva oscure menzogne. Enkidu non accettò di essere insultato
in quel modo dal prigioniero e, con un sol colpo, gli tagliò la testa di
netto, mettendo fine a quella discussione.
Gli eroi a quel punto continuarono a tagliare i cedri, rivelando ciò che
si trovava sulla montagna, nascosto dalla fitta vegetazione, ovvero la
dimora delle divinità.
Non erano sicuri che gli dèi li avrebbero accettati benevolmente, dal
momento che avevano ucciso il loro guardiano e abbattuto la loro
foresta sacra, perciò decisero di riservare il cedro più alto e
maestoso al dio Enlil, erigendolo come colonna nel tempio di Uruk.
Quando giunsero nel Kur, al cospetto di Enlil, il signore della
battaglia, si sentirono smarriti come due bimbi, poiché il viso del dio
era severo e contrariato per ciò che avevano fatto. Per questa volta
però, il signore della terra si dimostrò magnanimo e li lasciò tornare
alla loro città, ma si fece restituire i sette terrori sottratti a Hubaba e li
sparpagliò per il mondo.
Inanna e il Toro Celeste

Gli eroi fecero ritorno ad Uruk, portando con sé il grande cedro per il
tempio e la testa del mostro Hubaba, venendo acclamati dal popolo
in festa. Gilgamesh si recò nel suo palazzo, salutando la madre e
facendo un bel bagno ristoratore, assai gradito dopo quel lungo e
pericoloso viaggio.
In seguito, con indosso le vesti raffinate che si convengono a un re,
passeggiò per le strade, godendosi il momento di fama e recandosi
fin nell’Eanna, il tempio dedicato alla dea Inanna, dando disposizioni
su come migliorarlo grazie alle nuove colonne di prezioso cedro.
La dea non accettava che Gilgamesh prendesse decisioni su ciò che
riguardava l’aspetto del suo tempio, e gli raccomandò di starsene al
proprio posto perché, per quanto fino a quel momento lo avesse
favorito, non era saggio mettersi contro di lei.
Il giovane re, ancora baldanzoso a causa della recente vittoria contro
Hubaba ed acclamato dal popolo come il più grande eroe mai
esistito, ignorò l’ammonimento della dea e decise di agire a proprio
piacimento, ordinando ai suoi uomini di procedere con i lavori di
restauro. Quando Inanna si affacciò indignata dalle finestre del
tempio, Gilgamesh le rinfacciò alcuni tristi episodi della sua vita
come divinità.
Inanna, molto tempo prima, si era innamorata di un dio, il suo nome
era Dumuzi ed era un re pastore. I due avevano celebrato le nozze
sacre, propiziando in questo modo i raccolti e facendo rifiorire la
natura nelle loro terre. Essere il prediletto della dea però aveva
anche i suoi lati negativi, infatti Marduk, il dio della guerra, nonché il
fratello maggiore di Dumuzi, era contrario a questa unione perché
temeva che il fratello più giovane, grazie al favore di Inanna, potesse
divenire più potente di lui. Decise dunque di dargli un avvertimento,
prendendolo prigioniero e nascondendolo per qualche giorno, con
l’intenzione di lasciargli il tempo di riflettere sulla propria condotta,
ma durante l’operazione di cattura ci fu un terribile incidente e
Dumuzi venne ucciso.
Inanna divenne furibonda e scatenò un’intera guerra contro Marduk,
l’assassino del suo amato marito. Infine, quando si ritenne
vendicata, dopo l’assedio delle sue alte piramidi, la dea si recò nel
mondo infero, per dire addio al suo amato sposo.
Gl’Inferi erano il regno di Ereshkigal, sorella maggiore di Inanna, che
aveva sposato Nergal, un altro dei fratelli di Dumuzi, e perciò anche
di Marduk, il dio che Inanna aveva perseguitato, chiedendo a gran
voce che vendetta fosse fatta. Quando Ereshkigal seppe che Inanna
si stava recando nel suo regno, si preparò ad accoglierla:
immaginava che l’agguerrita sorella minore avrebbe potuto
presentarsi in modo ostile e perciò sprangò le sette porte che
conducevano al suo palazzo, chiedendo un pegno per poter passare
attraverso ciascuna di esse.
In questo modo Inanna dovette umiliarsi, privandosi di volta in volta
di uno dei segni del proprio potere, fino a che non rimase
completamente nuda, ma non per questo meno superba. Raggiunse
l’interno del palazzo dell’oltretomba e con gesto arrogante si sedette
sul trono della sorella.
Ereshkigal e gli altri dèi condannarono la sua condotta e decisero
d’impiccarla, ma il saggio dio delle acque Enki, che era il padre di
Dumuzi, Nergal e Marduk, intervenne giusto in tempo, portando in
salvo Inanna, la quale però non riuscì a dire addio al suo sposo.
Anche la sorella di Dumuzi, Geshtinanna, era molto addolorata per
la sua perdita, e le sue lacrime, al contrario delle pretese di Inanna,
riuscirono a commuovere Nergal e sua moglie Ereshkigal, i quali
acconsentirono a fare uno scambio. Per sei mesi Dumuzi sarebbe
tornato nel mondo dei vivi, rallegrando la natura con la sua presenza
e facendo sbocciare i fiori e crescere i raccolti, mentre nel frattempo
sua sorella Gesthinanna avrebbe preso il suo posto, nel reame
infero. Trascorsi i sei mesi però, i due fratelli avrebbero dovuto
scambiarsi i ruoli, e Dumuzi sarebbe tornato nell’oltretomba.
Gilgamesh conosceva bene questi avvenimenti e perciò, per mettere
a tacere Inanna e dimostrarle che già in altre occasioni la sua
superbia aveva portato solamente dolore, le ricordò che il suo amato
Dumuzi era perduto per sempre, e che sarebbe sì tornato per sei
mesi sulla terra, ma poi gli sarebbe toccato di morire nuovamente
ogni volta; quale destino terribile per il povero re pastore!
La dea rimase profondamente toccata da queste parole; la perdita di
Dumuzi le bruciava ancora e perciò s’infuriò con il mortale che aveva
osato parlarne in quel modo sfrontato. Non ebbe la forza di reagire
subito, tanto era grande il suo dolore, ma si recò dal suo bisnonno,
Anu, il capo degli dèi, chiedendo che le permettesse di vendicare
l’oltraggio subito.
Inizialmente Anu, conoscendo il temperamento bellicoso della
nipote, cercò di placarla, ma Inanna minacciò di gridare così forte da
far avvicinare cielo e terra. Voleva il Toro Celeste, una creatura
possente e spaventosa che avrebbe distrutto tutti i raccolti e reso
l’acqua impura, e proprio per questo Anu non aveva intenzione di
concedergliela: la popolazione di Uruk non era colpevole
dell’arroganza del suo re.
Inanna dimostrò al saggio antenato di aver già provveduto alla
salvezza popolo: aveva infatti riempito i granai e le cisterne a
sufficienza perché i cittadini potessero resistere alla venuta del Toro,
perciò sarebbe stato solo Gilgamesh a pagare le conseguenze della
propria indicibile sfrontatezza. A questo punto Anu concesse alla
nipote le redini del Toro Celeste, e lei lo scatenò soddisfatta contro il
giovane re.
Questa mastodontica creatura calpestò senza pietà i campi,
distruggendo tutti i raccolti; s’immerse nelle sorgenti, rendendo le
loro acque scure e putride; inoltre sbuffava vapori bollenti che
aprivano enormi spaccature nel terreno.
Gilgamesh ed Enkidu allora scesero in campo, brandendo le loro
armi, e combattendo assieme contro il gigantesco nemico. Enkidu gli
si portò alle spalle, tenendolo fermo per la coda, mentre il semidio lo
attese dall’altro lato, piantandogli l’ascia bipenne tra le corna,
perforandogli la testa ed uccidendolo.
Inanna, che assisteva al combattimento dall’alto delle mura di Uruk,
gridò disperata alla morte del Toro Celeste, mentre Enkidu,
sentendosi invincibile alla vista del sangue del nemico abbattuto,
tagliò una spalla del grosso toro e la lanciò, in gesto di scherno,
contro la dea. Furibonda per l’ennesimo affronto subito e con le vesti
insanguinate, Inanna tornò in cielo, dal suo antenato Anu, chiedendo
che quegli sciocchi mortali fossero puniti una volta per tutte.
Gli eroi nel frattempo presero il cuore dell’enorme nemico e lo
offrirono in sacrificio al dio del sole Shamash, che finora si era
sempre mostrato favorevole alle loro imprese, quindi festeggiarono
assieme ai cittadini l’uccisione del toro e, dopo un lauto banchetto,
andarono finalmente a dormire.
Quella notte Enkidu non fece sogni tranquilli, tutt’altro. Sognò che gli
dèi si erano radunati in seguito all’offesa arrecata ad Inanna,
discutendo tra loro una giusta punizione per coloro che avevano
osato tanto. Enlil, il signore della battaglia, stabilì che uno dei due
mortali dovesse morire e, dal momento che Gilgamesh era un
semidio, e che era stato Enkidu a lanciare la scapola del toro contro
Inanna, sarebbe stato quest’ultimo ad ammalarsi e a finire tra atroci
tormenti nel tetro regno di Ereshkigal.
Quando si svegliò, Enkidu si accorse di sentirsi già molto male.
Chiamò l’amico, in preda al panico, e lo accusò di essere la causa di
tutti i suoi mali. Se solo lo avesse lasciato in pace, nella sua cara
steppa, ora sarebbe stato ancora sano e felice, in mezzo agli animali
e alla natura. Gilgamesh, preoccupato per la salute dell’amico,
pensò che parlasse in preda al delirio e cercò di distrarlo, dicendogli
che era stato davvero eroico nella battaglia contro il toro, e che
perciò avrebbe fatto scolpire per lui una bellissima statua d’oro.
Queste promesse non servirono a nulla perché Enkidu era
terrorizzato dall’idea di morire e cominciò a maledire anche
Shamhat, la donna che lo aveva convinto ad abbandonare il deserto,
aggiungendo, pieno di rancore, che gli dèi avrebbero fatto meglio a
risparmiarlo e a punire piuttosto Gilgamesh, lasciandogli il suo posto
di sovrano di Uruk.
A quel punto, in un baluginio accecante, comparve il dio Shamash,
arrabbiato a causa delle incaute parole di Enkidu. La divinità gli
ricordò che era stato proprio grazie a Shamhat e Gilgamesh se, dal
selvaggio che era, si era trasformato in un uomo, e non solo un
comune cittadino, ma un grande eroe che sarebbe stato per sempre
ricordato.
Il figlio della steppa quindi si pentì di quanto aveva detto e chiese
perdono a Gilgamesh, ringraziandolo per aver mandato la
sacerdotessa a liberarlo dalla sua condizione, portandolo nel grembo
della civiltà.
Detto questo si addormentò, facendo un altro terribile sogno, che
raccontò subito all’amico, non appena si svegliò, confuso e madido
di sudore. Aveva sognato di dormire nel suo letto, quando un
enorme uccello dalle zampe leonine era calato su di lui, prendendolo
con sé e portandolo fin negli oscuri Inferi. Lì era stato trasformato in
colomba e mandato al cospetto di Ereshkigal, dopodiché era finito
assieme agli altri defunti, riconoscendo il leggendario Etana, il primo
re di Kish dopo il Diluvio, famoso per essere stato un grande e
saggio sovrano.
Nonostante la sua fama, Etana non sembrava il mitico eroe dei
racconti, ma un comune spirito errante, ed attorno a lui erano
ammucchiate centinaia e centinaia di corone ricoperte di polvere,
che Etana gli aveva rivelato fossero gli ornamenti di tutti i re del
passato, che infine erano divenuti cenere.
Anche se il suo nome avrebbe riecheggiato in eterno, il suo spirito
non sarebbe stato trattato diversamente da quello degli altri comuni
defunti, perciò a nulla sarebbe servita la statua d’oro promessagli da
Gilgamesh. Queste parole colpirono molto il semidio, che già di suo
era sempre stato ossessionato dalla morte, e quando il caro amico
spirò, rispettò comunque la promessa e lo onorò con la statua aurea,
dopodiché, straziato dal dolore, si spogliò dei propri ricchi abiti e
indossò solo una pelle di leone, vagando per il deserto in preda alla
disperazione, pensando che prima o poi il destino di Enkidu sarebbe
toccato anche a lui. Il suo corpo sarebbe diventato freddo come
quello dell’amico e anche lui sarebbe finito, assieme a tutti i grandi re
del passato, nell’oscuro e freddo regno di Ereshkigal.
Mentre percorreva il deserto senza darsi pace, incapace di
rassegnarsi al fatto che, prima o poi, la morte avrebbe raggiunto
anche lui, come tutti gli altri, così come il passare del tempo avrebbe
fatto divenire cenere persino la sua meravigliosa città, ebbe
un’intuizione.
All’improvviso si ricordò di un’antica leggenda: narrava del saggio
Utanapishtim, che i sumeri chiamavano Ziusudra, il quale era riuscito
a vincere la morte perché gli dèi stessi gli avevano fatto dono
dell’immortalità.
Rinvigorito da questa illuminazione, Gilgamesh decise di mettersi in
viaggio e di trovare la dimora di Utanapishtim, il quale, essendo
immortale, doveva pur essere ancora vivo e abitare da qualche
parte. Non sapendo però dove recarsi, pregò il dio lunare Sin, colui
che rivela le cose nascoste, di dargli qualche utile consiglio, e quindi,
seguendo il proprio intuito dopo aver meditato sotto la luna piena, si
diresse verso il monte Mashu.
I giardini del Sole

Il monte Mashu non era una comune montagna, custodiva infatti la


porta attraverso cui il sole passava ogni mattino, all’alba, e tornava
al tramonto. Davanti ai cancelli varcati dal divino astro, vi erano di
guardia due uomini scorpione, incaricati di non far passare nessuno.
Gilgamesh si avvicinò e i custodi riconobbero che non si trattava di
un uomo comune, ma di un semidio e di un importante sovrano,
perciò, invece di scacciarlo, gli chiesero cosa volesse.
“Sto cercando il mio antenato Utanapishtim, al quale gli dèi
concessero l’immortalità” spiegò, e uno dei due uomini scorpione gli
spiegò che la montagna era un luogo pericoloso, dove regnava la
più assoluta oscurità, e da cui nessun mortale era riuscito ad uscire,
ma Gilgamesh sentiva di doversi recare proprio al suo interno, anche
se al sol pensiero tremava dalla paura. La sua determinazione però
era più forte del timore e rispose ai guardiani che invece lui sarebbe
riuscito laddove altri avevano fallito, perciò i due uomini scorpione si
fecero da parte, aprendo d’innanzi al sovrano le porte del monte
Mashu.
I cunicoli che il re di Uruk dovette oltrepassare erano tenebrosi e
interminabili; camminò senza avere alcun punto di riferimento per più
di un giorno, ben comprendendo perché nessuno fosse mai riuscito
a uscire da quella montagna. Non si diede per vinto e continuò ad
avanzare, finché le sue fatiche furono premiate e, seguendo una
luce sempre più forte, si ritrovò in una radura luminosa ed
incantevole. Senza saperlo, aveva raggiunto il cuore della
montagna, e più precisamente i Giardini del Sole, dove l’astro si
riposava tra una traversata e l’altra.
Quel luogo sembrava un paradiso: alberi alti e splendenti
torreggiavano in tutte le direzioni, ed al posto dei frutti portavano sui
rami pietre preziose. Gilgamesh prese a vagare estasiato tra le
meravigliose piante; era ancora vestito come un eremita della steppa
ed il lungo viaggio nell’oscurità lo aveva reso ancor più sporco e
trasandato, perciò quando una fanciulla lo vide, nel bel mezzo della
radura, si spaventò e fuggì.
Il sovrano di Uruk la inseguì, dal momento che era l’unico essere
umano lì attorno e aveva bisogno di indicazioni per trovare la strada
verso Utanapishtim, ma la ragazza era impaurita e temeva di trovarsi
di fronte a un selvaggio.
Gilgamesh riuscì a fermarla e a spiegarle il motivo del suo aspetto
così malconcio: si era disperato a causa della morte improvvisa del
suo caro amico Enkidu ed aveva vagato nel deserto, finché il dio Sin
non gli aveva suggerito di entrare nella montagna del Sole, alla
ricerca dell’unico uomo che era riuscito a vincere la morte. La
fanciulla, che si chiamava Siduri la taverniera, dea della
fermentazione della birra, riconobbe dai suoi modi gentili che
Gilgamesh doveva essere molto più di un mendicante o un bandito,
perciò decise di aiutarlo, dandogli qualche buon consiglio.
“Lascia perdere l’immortalità; gli dèi hanno deciso che dopo il Diluvio
tutti gli uomini dovranno necessariamente morire, perciò faresti
meglio a goderti il tempo che ti rimane” suggerì, ma non bastarono
certo queste parole perché il re di Uruk desistesse dalla sua
impresa.
“Ti prego, aiutami a trovare Utanapishtim. Gli dèi gli hanno concesso
di vivere per sempre e perciò, se sapessi dove dimora, potrei
chiedergli di condividere con me il suo segreto!” insistette, tanto che
Siduri infine gli disse tutto ciò che sapeva al riguardo.
“Purtroppo il venerabile Utanapishtim vive molto lontano da qui, oltre
un vasto mare di morte che solo il dio Shamash può attraversare sul
suo carro infuocato. L’unico uomo in grado di solcare quelle
pericolose acque è Urshanabi, il traghettatore di Utanapishtim, forse
con il suo aiuto riuscirai a raggiungerlo. Cerca le sponde delle vaste
acque di morte, lì troverai delle alte colonne e saprai che il
traghettatore è vicino”.
Gilgamesh ringraziò Siduri per avergli fornito le indicazioni e lasciò il
monte Mashu, diretto verso la costa, certo che questa volta avrebbe
raggiunto il leggendario eroe reso immortale dal dio Enlil in persona.
Nonostante le speranze del sovrano, il viaggio si dimostrò più lungo
del previsto, e quando finalmente arrivò lungo la costa, oltre la quale
un mare venefico e spumeggiante turbinava insidioso, trovò le alte
steli di pietra e chiamò Urshanabi, il traghettatore, ma non vide
nessuno e tantomeno udì voce umana in risposta. Estrasse allora la
sua fedele ascia bipenne e colpì le colonne con tanta forza da farle
tremare, continuando con foga finché non riuscì ad abbatterle come
se fossero state tronchi d’albero, spingendole poi fino alla sponda
del mare e gettandole tra le onde.
Era talmente arrabbiato per il suo destino mortale, e per quello del
suo unico grande amico Enkidu, che non poteva sopportare di
essere arrivato fin lì per nulla, perciò si era sfogato distruggendo gli
alti pilastri in preda a una follia furibonda.
All’improvviso un uomo comparve in riva alle acque di morte, era
sconvolto dallo scempio che vedeva intorno a sé e, brandendo
un’ascia, caricò furente il sovrano di Uruk, deciso a punire l’autore di
quell’azione avventata e sciocca.
I due allora si affrontarono, mentre le onde mugghiavano intorno a
loro, bagnandoli con i loro sbuffi più alti, finché non si accorsero di
essere in una situazione di parità. L’avversario di Gilgamesh
abbassò quindi l’arma e gli chiese chi fosse e perché avesse un
aspetto tanto malridotto, ma soprattutto per quale motivo avesse
osato distruggere le alte steli magiche.
Il re scoprì di trovarsi di fronte ad Urshanabi, il traghettatore, e quindi
si presentò, dicendo di essere il re di Uruk e di avere quell’aspetto a
causa di numerose peripezie compiute pur di sfuggire alla terrificante
ombra della morte, che aveva già travolto il suo più caro amico.
Disse quindi di essersi messo in viaggio alla ricerca del leggendario
Utanapishtim, nella speranza che Urshanabi potesse trasportarlo
sulla sua barca fino all’isola circondata dalle acque di morte, dove si
diceva dimorasse l’immortale eroe.
Urshanabi scosse la testa con espressione corrucciata, “Non mi è
possibile fare ciò che mi chiedi, e ne sei stato proprio tu la causa.
Hai abbattuto le mie alte steli, che fungevano da talismano per
rendere il mio viaggio sicuro dalle insidie del mare. Ora non potrò più
solcare le onde finché non saranno ripristinate”.
Gilgamesh si pentì immediatamente del gesto avventato di poco
prima e, pur di riprendere al più presto il viaggio verso l’immortalità,
si offrì di risistemare le colonne secondo le disposizioni di Urshanabi.
Il traghettatore gli spiegò come agire e lo mandò a tagliare degli
alberi dal tronco altissimo e possente, che gli fece poi trasportare
fino alla sponda e piantare in profondità nel terreno, fino a ricreare la
situazione iniziale, mettendoli al posto dei pilastri di pietra.
Quando questo lungo e faticoso lavoro giunse al termine, Urshanabi
accolse Gilgamesh sulla sua barca, cominciando a navigare
attraverso le pericolose acque di morte, verso la lontana l’isola di
Utanapishtim.
L’eroe del Diluvio

Grazie al potere delle steli, il viaggio per mare fu rapido e sicuro, ed


infine Gilgamesh raggiunse la sua ambita meta, trovandosi di fronte
all’uomo di cui narravano le leggende: un personaggio nato persino
prima del grande Diluvio, salvatosi grazie al favore del dio Enki e poi
reso immortale per intercessione di Enlil.
Quando giunse da lui, il saggio Utanapishtim gli chiese la stessa
cosa che ormai non facevano che domandargli tutti, quando lo
incontravano per la prima volta, ovvero perché avesse un aspetto
tanto prostrato ed avvilito, con solo pochi cenci indosso, rovinati
dalle intemperie, e un viso segnato dal freddo e dal caldo, dove
risaltava uno sguardo confuso e spento. Gilgamesh si presentò,
spiegando all’immortale di trovarsi in quello stato a causa delle sue
lunghe e vane peregrinazioni per sfuggire alla morte, che già gli
aveva portato via l’uomo che amava come un fratello. Avrebbe fatto
qualsiasi cosa pur di sottrarsi al medesimo destino, e per questo era
giunto fin lì, dove nessun altro era mai arrivato, per riuscire a vincere
il fato.
Il vecchio Utanapishtim a quel punto lo accolse bonariamente,
sorridendogli come un saggio nonno di fronte ai capricci del nipotino,
“Così facendo hai solamente avvicinato il tuo destino. Arrancando
vestito con sole pelli usurate, incurante del caldo e del freddo o
vagando disperato nel deserto, non allontanerai certo la morte,
piuttosto il contrario. Gli dèi hanno stabilito che tutti gli uomini
debbano morire, e tu non sei diverso da loro, perciò sii contento di
ciò che è stato preparato per te. Non sei un semplice vagabondo,
bensì il grande re di Uruk, un uomo valoroso e splendente, per il
quale gli dèi hanno preparato un trono. Continuando così resterai
invece nella polvere e nella follia, e alla fine, come tutti, la morte
verrà a prenderti”.
Gilgamesh ascoltò questo discorso ma non si rassegnò, non poteva
credere di aver percorso tutta quella strada per sentirsi consigliare di
lasciar perdere, specialmente da parte di una persona che se ne
poteva stare tranquilla, al riparo dall’ombra della morte.
“Dici che il destino degli uomini è ineluttabile, eppure anche tu sei un
uomo, proprio come me, ma ti è stata donata la vita eterna. Come
sei riuscito a ottenere il favore degli dèi?” domandò dunque al saggio
Utanapishtim.
L’eroe decise di rispondere al quesito, dal momento che il re di Uruk
aveva fatto tanta strada pur di fargli visita. “Ebbene, si tratta di una
storia molto antica, che trova le sue origini prima ancora del grande
Diluvio che spazzò via ogni cosa coprisse la terra. Un tempo vi
erano, come nel nostro presente, grandi città, ed in particolare ve
n’era una chiamata Shuruppak, dove gli uomini erano giunti ad un
tale splendore da equipararsi agli dèi, offendendoli con il loro
comportamento indegno. Il dio Enlil era assai contrariato e ne parlò
durante un’assemblea con gli altri dèi, pensando di mandare una
calamità che avrebbe distrutto il superbo genere umano. Gran parte
delle divinità votò a favore, e solamente uno era fortemente
contrario: si trattava del dio delle acque Enki, al quale l’umanità era
molto cara, perciò la difese strenuamente di fronte all’alto consiglio.
La maggioranza però aveva già deciso, quindi Anu, il capo degli dèi,
fece giurare a tutti di non rivelare agli uomini nulla di quanto era
stato stabilito, di modo che non potessero lasciare Shuruppak e
sfuggire al giudizio divino.
Enki però non riusciva ad accettare la decisione di Enlil e degli altri
dèi: gli esseri umani erano creature così industriose e, dopotutto,
erano stati proprio loro a dargli la vita, non sarebbe stato giusto
distruggerli. Inoltre il dio delle acque aveva tra gli uomini un favorito
e gli piangeva il cuore all’idea di lasciarlo perire nella furia delle
acque, d’altro canto aveva giurato ad Anu di non riferire a nessun
essere umano del Diluvio e perciò, anche volendo, non avrebbe
potuto trarlo in salvo.
Il dio Enki, come saprai, è famoso per la sua astuzia ed intelligenza,
infatti architettò un piano per avvertire il suo favorito dell’imminente
cataclisma. Mi trovavo nella mia abitazione, a Shuruppak, quando
all’improvviso sentii un concitato bisbigliare. Si trattava del mio
signore Enki, misteriosamente intento a parlare con una parete della
mia casa. La metteva in guardia e le dava le istruzioni per costruire
un’arca che potesse trarre in salvo il creato, racchiudendo al suo
interno uomini, animali e semi.
Compresi subito che quel messaggio in realtà era destinato a me,
ma Enki mi chiese, sempre tramite il suo astuto stratagemma, di non
riferire a nessuno del Diluvio, e di darmi da fare al più presto per
ultimare l’arca. Confuso da queste notizie sconvolgenti, gli chiesi
come fare per non far sospettare nulla ai miei concittadini, i quali mi
avrebbero certamente visto mentre costruivo una simile grande
imbarcazione. Il dio mi rispose di spiegare alla popolazione che Enlil
era molto adirato con me e che mi aveva ingiunto di lasciare
Shuruppak al più presto, di modo che, alla mia partenza, potesse
concedere le sue benedizioni alla città.
In questo modo riuscii ad ottenere l’aiuto di numerosi abitanti, i quali
non volevano sfidare le ire di Enlil, inoltre lavorarono di buona lena
perché li pagai con tutti i miei terreni e ricchezze, essendo l’unico a
sapere che di lì a poco non sarebbe rimasto altro che argilla.
Quando l’arca fu pronta, apparve il segno che Enki mi aveva indicato
come preludio alla catastrofe. Il cielo si fece tumultuoso e scuro,
perciò feci come mi era stato suggerito, portai nell’arca animali e
sementi, la sigillai ed infine attesi, spaventato, che la furia della
tempesta avesse inizio.
Adad, il dio del tuono, rombava nel cielo, facendo risuonare l’intera
volta; Ninurta, il figlio di Enlil, allagò la terra con un’immensa valanga
d’acqua e gli dèi al gran completo mostrarono il loro volto più
spaventoso, distruggendo tutto quanto, lasciando solamente
macerie, anche dove prima sorgevano grandiose città.
La devastazione però dev’essere sfuggita loro di mano, poiché la
potenza del Diluvio cominciò a spaventare anche gli stessi dèi.
Iniziarono a nascondersi per sfuggire dal cataclisma: potevo sentire
Inanna e il suo pianto disperato, mentre le altre divinità si pentivano
della loro scelta di scatenare sulla terra tutta quella violenza.
Per sette giorni e sette notti la bufera imperversò senza sosta, e gli
dèi attesero colmi di spavento, senza mangiare o bere.
Improvvisamente si fece il silenzio, e mi arrischiai a guardare fuori,
dove il cielo era stranamente sereno, scoprendo che la grande
tempesta si era finalmente placata. La mia arca si era incastrata
sulla vetta del monte Nimush e lì attesi per altri sette giorni,
guardando le acque che lentamente defluivano e si ritiravano lungo i
fianchi della montagna.
Al settimo giorno lasciai uscire una colomba, la quale subito tornò
indietro, perché non aveva trovato alcun luogo dove posarsi. Mandai
dunque una rondine, ed anche questa si posò sulla cima dell’arca.
Infine lasciai volare un corvo, il quale trovò un lembo di terra e non
tornò indietro, perciò compresi che le acque si erano finalmente
ritirate e che era tempo di scendere dall’imbarcazione.
Giunsi a terra assieme a mia moglie e ai pochi degni di fiducia che si
erano rifugiati con me sull’arca, e assieme allestimmo un banchetto
per gli dèi, arrostendo buona carne e preparando focacce e ottima
birra. Le divinità non avevano mangiato e bevuto per sette giorni,
perciò accorsero tutte quante al nostro banchetto, per celebrare la
fine del Diluvio.
La dea Beletili però consigliò ad Enlil di non partecipare, dal
momento che l’idea di riversare le acque sulla terra e sull’umanità,
allo scopo di distruggerle, era partita da lui, ma il signore della
battaglia apparve lo stesso sulla cima della montagna e si avvicinò a
me e a mia moglie, ringraziandoci per aver messo in salvo uomini,
fauna e flora, e stabilendo che da quel momento in avanti avremmo
goduto dell’immortalità propria degli dèi, quindi ci pose qui, a
dimorare oltre le acque.
Ci riservò questo trattamento perché si era pentito della
devastazione portata sulla terra ed era lieto che, grazie al nostro
intervento, le specie che l’abitavano si fossero salvate. Fu davanti a
tutti gli dèi radunati che ci donò la vita eterna, ma come sarà
possibile far riunire nuovamente tutte le divinità, per concedere
questa grazia a un altro essere umano? Non accadrà di nuovo,
perciò sarà meglio che torni a indossare i tuoi panni di re,
Gilgamesh, e smetti di angustiarti per il tuo inevitabile destino”.
La pianta della giovinezza

Il sovrano ascoltò con interesse il racconto del Diluvio ma tuttora non


aveva intenzione di cedere. Disse di essere disposto a fare
qualunque cosa pur di vincere la morte e chiese al saggio
Utanapishtim di sottoporlo a qualsiasi prova perché gli dimostrasse
la sua incrollabile determinazione.
“D’accordo, - disse allora l’immortale – dal momento che, durante la
tempesta, rimasi a vegliare su coloro che avevo tratto in salvo per
sette giorni e sette notti senza mai chiudere occhio, ti sfido a restare
a tua volta sveglio per altrettanto tempo. In questo modo dimostrerai
di possedere le mie stesse qualità e di meritare perciò la vita eterna”.
Gilgamesh accettò subito, deciso a non demordere neanche
stavolta, ma il viaggio che aveva intrapreso era stato lungo e
faticoso e la stanchezza cominciò a pesare su di lui come un
macigno. Infine il re cadde addormentato e Utanapishtim chiese a
sua moglie di non svegliarlo ma di cucinare una pagnotta per ogni
giorno in cui sarebbe rimasto addormentato, e di posargliela poi
accanto.
La donna fece come le fu chiesto e preparò in tutto sette forme di
pane, perché Gilgamesh rimase sprofondato nel sonno per sette
giorni. Infine si svegliò e si rese conto di aver ceduto alla
stanchezza, ma finse di essersi appisolato solo per un attimo.
Utanapishtim allora gli mostrò le sette pagnotte: la settima era
ancora morbida e profumata, mentre le prime erano dure, secche e
ammuffite; esse erano la prova tangibile del tempo trascorso, perciò
Gilgamesh dovette accettare l’idea di aver dormito per un’intera
settimana.
Umiliato a causa di quel fallimento, chiese all’immortale cosa mai
avrebbe potuto fare ora. Si sentiva perduto, non voleva tornare tra i
suoi simili, dove albergava anche la morte.
Utanapishtim chiamò il suo fido traghettatore, Urshanabi,
chiedendogli di condurre Gilgamesh fino al lavabo, togliendogli di
dosso quelle orribili pelli di leone rovinate dalle intemperie e di
restituirgli il suo antico aspetto regale. Il traghettatore obbedì e così il
sovrano di Uruk tornò splendido com’era stato in origine, anche se il
suo cuore restava tremendamente abbattuto.
Ormai era pronto a salire sul battello e salutava tristemente
Utanapishtim e sua moglie, avvilito perché il suo viaggio non aveva
dato i frutti sperati. La donna ebbe pietà di lui e chiese al marito di
fare un dono al coraggioso eroe che era riuscito a giungere fin nella
loro isola sperduta ed Utanapishtim accondiscese.
“Ti rivelerò un segreto noto solo agli dèi. Nelle profondità dell’Abzu,
sul fondo del mare, cresce una pianta circondata da pericolose spine
che ha il potere di ridare la giovinezza a coloro che ne mangiano le
foglie” disse l’immortale.
Gilgamesh tornò a sorridere, ringraziando il saggio per quel
meraviglioso dono, quindi si legò dei pesanti massi ai piedi, in modo
da poter sprofondare più rapidamente, e corse alla ricerca della
pianta della giovinezza.
Poco dopo lo videro tornare in superficie; tra le mani stringeva una
pianta le cui spine lo stavano facendo sanguinare, ma ciò non gli
importava, era felice di aver ottenuto un rimedio contro la morte.
Salutò con gioia Utanapishtim e la moglie, quindi riprese il viaggio
assieme al traghettatore, spiegando, preda di un subitaneo
buonumore, i progetti che aveva in mente per la miracolosa pianta,
quando sarebbe tornato ad Uruk.
“La mia sarà una città d’immortali! Per prima cosa radunerò tutti gli
anziani e gli darò qualche foglia, per vedere se davvero torneranno
giovani, e se funzionerà ne mangerò anche io e diventerò un re
eterno, assieme ad un’intera città che non morirà mai!” spiegava
entusiasta.
Raggiunsero quindi la terraferma e Gilgamesh non vedeva l’ora di
rivedere la sua amata Uruk, specialmente ora che poteva conferirle
vita eterna. La strada però era ancora lunga e i due dovettero
accamparsi per la notte. Trovarono un pozzo presso il quale si
rinfrescarono ed il re, al quale le parole del saggio Utanapishtim
erano rimaste impresse nel cuore, decise di immergersi per lavarsi,
in modo da mantenere sempre l’aspetto splendido e valoroso che un
nobile sovrano doveva mostrare, anziché lasciare che le lunghe
peregrinazioni lo trasformassero in una specie di mendicante.
Si tuffò in acqua e, mentre era impegnato a lavarsi, non si accorse di
un serpente che, attratto dal profumo della pianta della giovinezza,
era sbucato dai cespugli e si avvicinava incuriosito alle sue foglie.
Gilgamesh non fece in tempo ad avvertire Urshanabi di scacciare il
rettile, che questo aveva già spalancato le fauci e si era mangiato la
pianta.
Improvvisamente la vecchia pelle del serpente gli scivolò di dosso,
mostrando al di sotto scaglie nuove e scintillanti, come se la creatura
avesse appena ottenuto nuova vita. Serpeggiando rapido e pieno di
energie, l’animaletto tornò in mezzo alla boscaglia, lasciando
Gilgamesh atterrito e privo della sua preziosa pianta della
giovinezza. Da quel giorno, i serpenti riuscirono a prolungare la
propria vita cambiando pelle, ma questo non fu di alcuna
consolazione al re di Uruk.
Disperato si rese conto che non poteva in alcun modo rimediare,
ormai la pianta era perduta e con essa anche il suo sogno
d’immortalità. Per un intero giorno ed un’intera notte Gilgamesh
pianse e si angosciò, ma infine non gli restò altro da fare che
riprendere il viaggio verso Uruk.
Quando la raggiunse, nonostante avesse il cuore pesante a causa
del fallimento della missione, si inorgoglì nell’ammirare le alte mura
della sua città, splendida come nessun’altra, le cui fondamenta
erano state erette dagli stessi dèi. Invitò Urshanabi a visitare le
meraviglie della sua capitale ed in questo modo trovò un po’ di
conforto, pensando a come fosse fortunato ad essere il sovrano di
una simile capitale, anziché prefigurarsi gli orrori della morte, proprio
come Siduri, la taverniera dei Giardini del Sole, ed il saggio
Utanapishtim gli avevano consigliato.
Prima di allora, quelle parole gli erano sembrate solo vuote
consolazioni, solo adesso riusciva a comprenderne il profondo
senso, ed invece che temere un futuro inevitabile, s’impegnò per
migliorare il presente, regnando con giustizia e valore.
Gilgamesh, Enkidu e gli Inferi

Questo testo, contenuto nella dodicesima tavoletta della versione


accadica classica, ovvero quella rinvenuta nella biblioteca di
Assurbanipal a Ninive nel 1853, è considerata da alcuni studiosi
un’aggiunta postuma, in quanto presenta dei particolari che non si
integrano perfettamente con il resto dell’opera. Precedentemente,
Enkidu era morto a causa delle sue azioni sconsiderate, che
avevano arrecato offesa agli dèi, ma qui lo troviamo ancora vivo e
pronto ad aiutare il suo signore Gilgamesh. Secondo altri studiosi,
invece, questa tavoletta cerca di unificare i due aspetti di Gilgamesh,
ovvero quello di re di Uruk, eroe dell’epica, e quello di sovrano degli
inferi. Altri ancora hanno avanzato l’ipotesi che questa leggenda non
avesse alcun bisogno di essere coerente con il resto delle vicende,
in quanto il suo intento era puramente quello di illustrare ai lettori
quale sarebbe stata la sorte delle anime finite nell’aldilà, perciò
l’utilizzo di un Enkidu ancora vivo sarebbe solo una sorta di pretesto
narrativo. In ogni caso, fatte le dovute premesse, eccovi il contenuto
della dodicesima tavoletta.

Giunto di fronte al suo grande palazzo dopo il lungo viaggio,


Gilgamesh decise di radunare i cittadini di Uruk ed annunciare il
ritorno del loro sovrano. Cercò nella propria sporta i suoi inseparabili
e cari oggetti, il pukku e il mekku, ovvero il tamburo e la bacchetta
con cui suonarlo, con i quali richiamare l’attenzione della
popolazione, ma si accorse di non averli più con sé.
Tentò di ricordare dove potesse averli lasciati e solo in quel
momento ricordò quanto accaduto durante la sua discesa nelle
acque profonde dell’Abzu. Durante la lunga nuotata, si era accorto
che qualcosa gli era caduto di dosso, ma era tanto desideroso di
tornare in superficie assieme alla miracolosa pianta della giovinezza,
che non ci aveva fatto troppo caso. Adesso però rimpiangeva i suoi
pukku e mekku; non solo l’ambita pianta gli era stata sottratta, ma
aveva persino perduto gli oggetti creati con il grande albero di
Inanna.
Addolorato chiese ai suoi servitori e a tutti i concittadini se qualcuno
potesse riportargli i suoi amati artefatti, ma la popolazione non era
poi tanto rattristata dalla perdita dei rumorosi oggetti con i quali
veniva costantemente radunata intorno al palazzo reale; inoltre il
pukku e il mekku non si trovavano solamente sul fondo del mare, ma
da lì avevano continuato la loro discesa senza fine, raggiungendo il
mondo infero di Ereshkigal, perciò per recuperarli si sarebbero
dovuti varcare i cancelli del regno dei morti.
I suoi lamenti giunsero fino a Enkidu, che si propose di scendere fin
nel cuore degli Inferi, pur di riportare all’amico i due oggetti tanto
cari. Gilgamesh temeva però che, inoltrandosi così in profondità
negli abissi mortiferi, Enkidu non sarebbe più stato in grado di
tornare, perciò gli fece una serie di raccomandazioni da seguire per
non rimanere per sempre intrappolato nel regno oscuro di
Ereshkigal.
“Mi raccomando, devi confonderti bene tra i morti, quindi non
indossare vesti sgargianti e non apparire pulito e profumato,
altrimenti ti circonderanno e non ti lasceranno più andar via. Non
parlare a voce alta e non indossare sandali, piuttosto procedi a piedi
nudi, per non far rumore, altrimenti gli oscuri abitanti degli Inferi ti
saranno tutti addosso!”
Enkidu cominciò dunque la sua discesa nel regno dei morti, anche
se le preoccupazioni di Gilgamesh gli parevano eccessive. Quando
avrebbe recuperato il pukku e il mekku dagli abissi, sarebbe stato
ricordato e celebrato come un eroe, pertanto non gli andava di
presentarsi vestito di stracci e con addosso lo stesso odore dei
morti. Ignorò quindi le raccomandazioni del sovrano ma ben presto
se ne pentì.
Il rumore dei suoi passi echeggiava tra gli oscuri anfratti
dell’oltretomba, indicando alle ombre fameliche la sua presenza.
Spaventato gridò, quando vide un esercito di ombre corrergli
addosso, non facendo che aggravare la propria posizione. Cercò
infine di nascondersi nelle tenebre ma non vi riuscì, i suoi vestiti
erano l’unica cosa colorata e splendente e perciò si poteva
facilmente individuarlo; inoltre il suo buon profumo si riusciva a
seguire persino ad occhi chiusi.
Gilgamesh attese invano il ritorno del fidato Enkidu con i suoi
preziosi oggetti, ma ben presto si rese conto che non sarebbe più
tornato, i morti lo avevano circondato e tenuto con sé.
In preda all’angoscia, si recò fino alla città di Nippur, dove il grande e
potente dio Enlil aveva un tempio, chiamato Ekur, e lì chiese
udienza, pregando il signore della battaglia di far tornare il suo caro
amico Enkidu dal regno dei morti. Il dio però restò assolutamente
impassibile di fronte a quelle richieste, perciò Gilgamesh se ne andò
intristito.
Pensò quindi di raggiungere l’antica città di Ur, dove sorgeva il
tempio del dio lunare Sin, ed anche a lui chiese il favore di far
tornare Enkidu tra i vivi, dal momento che era rimasto intrappolato
nel cuore degli Inferi per recuperare i suoi artefatti. Il dio non si
dimostrò più compassionevole di Enlil ed anche stavolta il sovrano di
Uruk dovette tornare a testa bassa.
Infine, disperato, andò a bussare al tempio del dio Enki, il saggio
signore delle acque, colui che aveva a cuore il destino dell’umanità,
e gli raccontò di come il fidato amico Enkidu si fosse sacrificato pur
di riprendere il pukku e il mekku, caduti nell’Abzu, pregando il dio di
permettergli di tornare tra i vivi.
Enki era astuto e benevolo, e perciò cercò di aiutare Gilgamesh,
anche se non era possibile far tornare in vita coloro che erano morti,
poiché essi appartenevano ormai alla dea Ereshkigal. Avrebbe però
potuto fare in modo che i due amici potessero rivedersi un’ultima
volta.
Chiamò suo figlio Nergal, il re degli Inferi e marito di Ereshkigal, e gli
chiese di aprire una fessura nei portali del reame dei morti,
permettendo allo spirito di Enkidu di passarvi attraverso per conferire
con Gilgamesh.
Nergal fece come suo padre gli aveva chiesto e così il fantasma di
Enkidu comparve di fronte al sovrano di Uruk. Era da molto tempo
che i due non si vedevano ed il primo impulso fu quello di
abbracciarsi, ma si accorsero ben presto di non poterlo fare, dal
momento che il figlio della steppa non aveva più un corpo in carne
ed ossa.
Gilgamesh domandò quindi all’amico come fosse il regno dei morti,
ma l’altro non volle parlargliene per non angosciare inutilmente il suo
cuore. Il re però insistette: ormai si era rassegnato all’idea della
morte; l’avrebbe attesa comportandosi da grande e saggio sovrano e
le sarebbe andato incontro da pari, senza paura, perciò non temeva
di sapere cosa sarebbe accaduto al suo spirito.
Enkidu quindi rispose a tutte le domande dell’amico, spiegando che,
nel regno di Ereshkigal, ciascuno ha ciò che si è meritato in vita.
Coloro che sono stati malvagi soffrono, mentre chi è stato amato e
ha lasciato sulla terra una grande famiglia, può godere di una certa
serenità.
Al termine del colloquio i cari amici si salutarono e Gilgamesh rimase
solo, senza aver conseguito l’immortalità che tanto bramava e senza
aver riottenuto il pukku e il mekku, e avendo perduto per sempre
anche l’amato Enkidu; insomma, tutto ciò che si era prefissato di
ottenere, gli era sfuggito. Nonostante ciò si sentiva molto tranquillo,
rendendosi conto che i suoi desideri di vita eterna erano inadeguati
ed avrebbero solo sovvertito l’ordine delle cose e il volere degli dèi.
Siduri e Utanapishtim avevano ragione ed era inutile affannarsi per
la vita eterna, quando bastava vivere con dignità e onore la propria,
beneficiando di ciò che gli dèi avevano concesso e cercando di
meritarsi un luogo adatto nell’aldilà. Da quel momento in poi,
Gilgamesh esercitò la sua funzione di sovrano con equità e
saggezza.
La morte di Gilgamesh

Come si era ripromesso, Gilgamesh comprese l’avventatezza dei


propri desideri, dettati dalle prorompenti energie della gioventù, e
s’impegnò piuttosto a governare in modo onesto, promulgando
giuste leggi e proteggendo il suo popolo, facendo fiorire Uruk.
Venne quindi anche per lui il giorno in cui Namtar, la messaggera di
Ereshkigal, colei che non ha occhi, non ha mani né piedi e rapisce
gli uomini nella notte, giunse proprio per lui.
Gilgamesh giaceva malato nel suo letto e fece un sogno: tutti gli dèi
erano riuniti in assemblea per parlare con lui. Enlil, il signore degli
dèi, lo salutò e gli disse “Gilgamesh, non ti abbattere per la tua sorte,
dopo il Diluvio a nessun uomo sarà più concessa la vita eterna,
tuttavia sarai un re anche nel mondo infero. Ti sarà dato il potere di
giudicare gli uomini e di controllare che le tue leggi vengano
rispettate; i tuoi cari, il tuo popolo e il tuo caro amico Enkidu
potranno venire a te. Sarai l’avanguardia degli spiriti e la tua parola
sarà ascoltata come quella di Nergal o Dumuzi. Non sei stato
destinato alla vita eterna, bensì all’eterna regalità”.
Compresa la portata del suo sogno, Gilgamesh poté andare con
coraggio incontro a Namtar, la messaggera della morte, perché
sapeva che gli dèi non lo avrebbero abbandonato, ma che anzi,
avevano preparato per lui un posto dove sarebbe stato annoverato
tra gli Anunna, ovvero gli dèi, e nel quale sarebbe stato secondo
solamente alle divinità.
Quando giunse la sua ora, il popolo si rattristò e pianse; una nube
coprì il cielo per molti giorni e le acque dell’Eufrate si ritirarono, tanto
che il dio Shamash poteva vederne il fondale. Gli architetti di Uruk
fecero allora costruire una grande tomba monumentale per il loro re,
nel letto del fiume, di modo che non si vedesse dov’era l’entrata ed
avesse l’aspetto di una fortezza inespugnabile. Lì deposero i suoi
oggetti più cari e preziosi, assieme ad inestimabili tesori, e la sua
corte si coricò assieme a lui nella tomba, decisa a restargli accanto
anche nell’aldilà.
Infine, quando il sepolcro fu ultimato, l’Eufrate lo inondò,
ricoprendolo con i suoi flutti e custodendolo come un prezioso
scrigno.
Gilgamesh, divenuto uno spirito, raggiunse la dimora di Ereshkigal,
dove le offrì i doni del suo popolo e fu accolto con ogni onore.
Proprio come gli era stato preannunciato in sogno, gli dèi avevano
riservato per lui un trono anche negli Inferi, dove avrebbe controllato
che gli uomini agissero nel modo giusto, divenendo il condottiero
degli spiriti ed esercitando tutta la sua saggezza.
Il popolo di Uruk lo ricordò come uno dei più grandi sovrani che mai
regnarono nella terra dei fiumi, ed il suo ricordo continuò a vivere in
eterno, assieme alle leggende che narravano le sue eroiche gesta.
Un viaggio attraverso lo zodiaco

Molti studiosi, nel corso dei secoli, hanno cercato di dare


un’interpretazione al lungo viaggio di Gilgamesh: c’è chi lo ha
definito un’iniziazione spirituale, come quella dello sciamano che si
dirige verso il reame del sole, preparandosi poi a scendere nelle
tenebre dell’oltretomba; chi invece vede nelle vicende del re di Uruk
una contrapposizione tra la civiltà, rappresentata dal re babilonese, e
la natura selvaggia, identificata in Enkidu; e chi invece considera
questo poema come un tentativo di affrontare la problematica della
mortalità dell’uomo.
Un ulteriore interessante punto di vista analizza il percorso compiuto
da Gilgamesh in termini astronomici, rendendolo un viaggio lungo
l’eclittica, ovvero il percorso del sole, attraverso le principali
costellazioni note ai tempi dei babilonesi, ma conosciute anche ai
nostri giorni. Gilgamesh e l’inseparabile amico Enkidu sono
equiparati in alcuni scritti tardivi a Meslamta’ea e Lugal-irra, due
gemelli dalla forza straordinaria, armati di possenti asce bronzee,
connessi non solo alla costellazione dei Gemelli, come i Dioscuri
greci, ma anche rappresentati come guardiani delle porte,
similmente al Giano bifronte romano, che non per niente ha due
facce uguali ed opposte.
Gilgamesh trova in effetti in Enkidu la sua controparte, l’unico in
grado non solo di essergli fedele amico, ma anche di tenergli testa in
combattimento, e forse non è un caso se i due si incontrano per la
prima volta proprio alle porte della città di Uruk.
La costellazione dei Gemelli però non è l’unica ad essere chiamata
in causa in questo poema: la fanciulla formata dalle stelle della
Vergine, che tiene in mano una spiga (non per niente la stella più
brillante di questa costellazione si chiama proprio Spica), per i
babilonesi non era altri che la grande dea Inanna o Ishtar, colei che
venne rifiutata da Gilgamesh e che per questo gli scatenò contro un
terribile avversario, connesso a un altro dei segni dello zodiaco,
ovvero il Toro celeste. La costellazione della Vergine presso i sumeri
aveva nome Ab.Sin, che significa Suo padre era Sin, e la figlia del
dio lunare Sin era proprio Ishtar o Inanna.
Anche in questo caso, è possibile che il toro che attacca Uruk per
placare le ire della dea offesa, rappresenti simbolicamente quello
formato dalle stelle. Gilgamesh ed Enkidu però si dimostrano più
forti, ed il primo taglia in due parti nette l’avversario. Forse non è
fortuito il fatto che il toro venga proprio diviso a metà; quello
rappresentato dal nostro zodiaco, seguendo la figura indicataci dagli
astri, è infatti formato solamente dalla parte superiore dell’animale,
come se avesse appena affrontato i due eroi, venendo colpito e
dimezzato.
Il pericoloso guardiano della foresta dei Cedri, Hubaba, è conosciuto
anche come Humbaba o Hmba, e compare in un elenco di stelle
compilato dai sumeri con il nome di mul Hmba, indicando l’astro che
noi adesso denominiamo Procione. Al tempo però, questa stella non
era annoverata nella costellazione del Cane Minore, come ai nostri
giorni, bensì in quella del Cancro (che per i sumeri raffigurava invece
un falegname). Non è un caso dunque, se prima di venire sconfitto,
Hubaba cercò di ottenere la benevolenza dei suoi nemici offrendogli
in dono una gran quantità di legname pregiato, ed infine, dopo
avergli tagliato la testa, Gilgamesh ed Enkidu utilizzarono il prezioso
legno dei cedri per costruire un’offerta agli dèi.
Dopo la morte del fedele Enkidu, Gilgamesh si ritirò nel deserto,
dove uccise un leone e ne indossò la pelle, proprio come farà un
altro eroe greco, Ercole. Abbandonando gli sfarzosi abiti regali e
rivestito solo da una pelle di leone, il sovrano babilonese si avviò
dunque verso il monte Mashu, dove incontrò i due uomini scorpione
intenti a fare la guardia. L’interno della montagna era oscuro e
Gilgamesh vagò nelle tenebre per dodici lunghe ore, prima di
ritrovarsi in una magnifica radura.
Anche nell’astrologia moderna, il pianeta patrono del segno
zodiacale dello Scorpione è Plutone, che porta il nome di una divinità
strettamente connessa al mondo dell’oltretomba, ed è proprio qui,
dopo aver attraversato un luogo sotterraneo e tenebroso protetto dai
due guardiani per metà uomini e per metà scorpioni, che Gilgamesh
incontra Siduri, la taverniera, che ricorda molto personalità femminili
come l’ostessa germanica Gertrude, che ha il compito di offrire
ospitalità alle anime appena defunte. Le corrispondenze però non si
fermano qui, perché, secondo le credenze mesopotamiche, la
costellazione dello Scorpione si identificava con Ishkara, la dea
scorpione, che nutriva le anime dei morti con il latte prodotto dalle
sue numerose mammelle.
Non dobbiamo quindi stupirci più di tanto se nei pressi della
costellazione dello Scorpione passa proprio la Via Lattea. Quando
Siduri, la taverniera, vide per la prima volta Gilgamesh, sporco e
malnutrito, ricoperto di pelli animali, lo scambiò per una creatura
dedita ad usanze primitive, e tra sé pensò che si trattasse di un
cacciatore. Nel raccontare la propria storia, il re si trovò ad
ammettere che, dopo aver abbandonato la civiltà, era stato costretto
a ricorrere alla caccia per sfamarsi e per vestirsi. La figura del
cacciatore è presente nello zodiaco sumero con il nome di Pabilsag,
mentre secondo l’astrologia moderna si tratta del Sagittario, il segno
che, accanto allo Scorpione, custodisce l’accesso alla Via Lattea,
che per gli antichi si trattava di un enorme fiume percorso dalle
anime defunte, dirette verso i reami celesti.
Proprio in questo contesto Siduri indica a Gilgamesh la strada per il
Dilmun, la dimora dell’immortale Utanapishtim che, come ogni aldilà
che si rispetti, può essere raggiunto solo tramite l’aiuto di un abile
traghettatore. La leggendaria isola chiamata Dilmun era famosa per
la gran quantità di sorgenti di acqua limpida, certamente non così
comuni nell’arido deserto dove questa storia è ambientata, ed è per
questo che alcuni studiosi collegano la figura del Noè babilonese,
favorito dal dio delle acque Enki, con quella dell’Acquario.
Un altro segno acquatico, il Capricorno, può essere rintracciato in
questo racconto. La creatura zodiacale composta da una testa
caprina e un corpo di pesce potrebbe essere collegata al dio Enki,
che si diceva comparisse ai suoi fedeli seguaci affiorando dalle onde
sottoforma di uomo-pesce, ed il cui animale sacro era la capra. In
alcuni bassorilievi questi due simboli si fondono in un unico animale
mitico, appunto il Capricorno.
Quando Utanapishtim raccontò a Gilgamesh le vicende del Diluvio,
si soffermò su un particolare dettaglio, affermando che il dio Enki gli
suggerì di creare un’arca che fosse esattamente alta e larga un iku.
Un iku, per i sumeri, era un’unità di misura ampia 3600 metri
quadrati, e prendeva o dava il nome a un altro quadrato, situato però
nell’alto dei cieli, ed esattamente nella costellazione dei Pesci, nello
spazio che li separa l’uno dall’altro, a noi noto come Quadrato di
Pegaso.
A questo punto abbiamo trovato traccia di quasi tutti i segni zodiacali
all’interno del poema babilonese: Gilgamesh combatte un toro,
incontra dei guardiani scorpione, parla con un saggio immortale che
custodisce una fonte di acqua pura, uccide due leoni e si riveste
della loro pelle, tuttavia nella sua epopea non ci sono tracce di arieti.
Che gli antichi scribi abbiano dimenticato questa costellazione?
Probabilmente l’ariete non ci viene presentato direttamente perché lo
abbiamo sotto gli occhi per tutto quanto il tempo. Secondo questa
interpretazione, il viaggio di Gilgamesh non sarebbe solo la ricerca,
da un luogo geografico all’altro, dell’immortalità, partendo dalla città
di Uruk fino alla leggendaria isola di Dilmun, ma anche un percorso
simile a quello del sole, che viaggia lungo l’eclittica, incontrando uno
ad uno i dodici segni zodiacali. Non dobbiamo dimenticare che il dio
che più di ogni altro si fece patrono di Gilgamesh, aiutandolo in
molte occasioni, è proprio Shamash, il dio solare. Il re babilonese
attraversa dunque le varie tappe dell’anno, di fondamentale
importanza per gli antichi, che proprio per questo non potevano
ignorare il fatto che da un’età astrologica si passasse a quella
successiva.
L’ariete, simbolo solare in molte culture, sarebbe quindi Gilgamesh
stesso, che ci accompagna lungo il suo viaggio zodiacale,
presentandoci di volta in volta gli altri undici segni.
Prendendo come riferimento l’equinozio di primavera e guardando in
quale segno cade di volta in volta, possiamo notare che non si tratta
sempre dello stesso periodo, ma che varia con il lento passare degli
anni. Il fenomeno chiamato precessione degli equinozi, dovuto a uno
spostamento dell’asse terrestre, fa avvenire l’equinozio sotto una
costellazione differente ogni duemila anni circa, ed ogni volta in cui
cambia il segno zodiacale, significa che si è avvicendata una nuova
era astrologica.
Attualmente ci troviamo nell’era dell’Acquario, ma quando l’epopea
di Gilgamesh venne ideata, probabilmente si trattava del momento di
passaggio tra l’età del Toro e quella dell’Ariete. Notiamo infatti come
il toro celeste sia destinato a venire sconfitto proprio dal sovrano di
Uruk, che incarna gli attributi del nuovo segno destinato a dominare
la scena per altri duemila anni, ovvero l’Ariete.
Simbolicamente, come abbiamo visto, l’ariete era associato al sole in
numerose culture, basti pensare all’Amon Ra egizio, e quella
sumero-babilonese non fa eccezione. Il dio ariete, in eterna lotta
contro la sua nemesi taurina, era Marduk, o talvolta il suo fratello
minore Nergal, noto anche per il suo compito di guardiano
dell’oltretomba. Anche Gilgamesh vince sul toro e, al termine della
sua vita, diverrà una divinità tutelare dei morti, tanto che gli viene
persino anticipato che la sua parola sarà ascoltata proprio come
quella di Nergal.
Nel corso del suo viaggio sotto la protezione di Shamash, il dio
solare, Gilgamesh attraverserà le stesse tappe dell’astro lucente
lungo l’eclittica, annunciando l’avvento di una nuova età, dominata
non più dal Toro, ma dall’Ariete. Tale identificazione potrebbe essere
avvalorata dal fatto che Nergal fosse conosciuto anche con i nomi di
Erra o Errakal, il cui suono ricorda il nome di un altro eroe rivestito
da una pelle di leone, che compì un lungo viaggio di espiazione,
fatto di dodici prove, connesse a loro volta con i dodici segni dello
zodiaco: sto parlando di Ercole o Eracle.
Una delle famose fatiche di Eracle prevedeva la sua discesa
nell’Ade, dove avrebbe dovuto catturare Cerbero, il leggendario cane
a tre teste, mentre un’altra richiedeva di recarsi nel giardino delle
Esperidi e sottrarre le famose mele d’oro, delle quali si cibavano
solamente gli dèi, in quanto si diceva fossero portatrici d’immortalità.
I pomi dorati erano gelosamente custoditi da un drago serpentiforme
di nome Ladone, che si rispecchia non solo in cielo, nella
costellazione del Dragone, ma anche nella geografia greca, in
quanto dà il nome a un fiume dell’Arcadia.
Anche il nostro Gilgamesh compie un viaggio nel mondo infero,
passando attraverso i pericolosi flutti, grazie all’aiuto di Urshanabi, il
traghettatore. Proprio come il suo corrispettivo greco Caronte, anche
Urshanabi, secondo la mitologia mesopotamica, era incaricato di
trasportare le anime dei morti attraverso il fiume Hubur. Il viaggio del
re di Uruk può quindi essere interpretato anche come una morte
simbolica, un passaggio nel reame infero, per poi rinascere dotato di
maggior saggezza, proprio come dopo un rito iniziatico.
Per un breve periodo di tempo sarà in possesso di una pianta in
grado di conferire l’immortalità, ma la perderà a causa di un
serpente, animale simbolicamente connesso sia al sole (è infatti uno
degli animali sacri del dio solare Apollo, e si attorciglia anche intorno
alla corona del dio egizio Aton, personificazione del disco dorato),
che al ciclo di morte e rinascita. Non appena infatti divorerà la pianta
lasciata incustodita da Gilgamesh, il serpente cambierà la propria
pelle, rinnovandosi.
S’intravede una corrispondenza anche con il dio sole Ra, il quale,
nella cultura egizia, per sorgere durante una nuova alba, doveva
prima percorrere un lungo e tenebroso viaggio a bordo di una nave,
avversato dalla presenza di Apophis, il serpente del caos. Il percorso
sarebbe durato dodici ore, numero che non ci è affatto nuovo, ed è
interessante notare che gli egizi considerassero la Via Lattea come
una controparte celeste del fiume Nilo.
Secondo alcune interpretazioni, il viaggio di Gilgamesh, iniziato
come un’egoistica ricerca, dettata dalla paura della morte e dal
desiderio di rendere sempre più grande e potente la propria città, si
tramutò poi in un percorso d’iniziazione, che condusse il giovane
sovrano attraverso i segreti del cielo, attraverso lo zodiaco e le
creature ad esso connesse, e persino tra i misteri dell’oltretomba, al
seguito di Urshanabi, il traghettatore.
Anziché vedere una sconfitta, nel momento in cui il serpente divora
la pianta dell’immortalità, lasciando l’eroe di questa saga a mani
vuote, la storia prosegue, raccontandoci di come Gilgamesh sia
stato un sovrano saggio e benevolo, e di come, alla sua morte, gli
stessi dèi che gli furono propizi in vita, avessero stabilito per lui un
posto tra i giudici dell’aldilà. Grazie dunque al percorso sapienziale,
fatto di alti e bassi, di regioni celesti ed infere, il re di Uruk non sarà
più il giovane sovrano che costringe i giovani del popolo a scontrarsi
con lui, alla ricerca di continuo intrattenimento, ma un sapiente
conoscitore delle leggi umane e divine, il quale, una volta
sopraggiunta la morte – destino ineluttabile che dal Diluvio in poi
toccherà a tutti gli uomini – sarà pronto a ricoprire il suo posto come
giudice del reame infero, divenendo pari a Nergal e ad altre divinità
ctonie.
In alcuni testi sumerici, come nel lamento per la morte di Ur-Nammu,
nel quale l’importante sovrano della città di Ur si ritroverà nell’aldilà,
Gilgamesh verrà presentato come uno dei giudici del reame infero,
saggio, giusto e pronto a prendersi cura delle anime giunte nel
reame ctonio.
Queste sono solo alcune delle interpretazioni legate all’interessante
avventura di Gilgamesh, che non è solo la storia di un re valoroso,
ma anche quella di un sovrano iniziato, di un portatore di civiltà e di
un semidio che infine, proprio come Ercole dopo le sue dodici
fatiche, prenderà il suo legittimo posto tra gli dèi suoi antenati.
Testi utili per approfondire:

Facoltà di Studi Orientali di Oxford, Lugalbanda nella Montagna. Lugalbanda e


l’uccello Anzu. Enmerkar e il signore di Aratta. Enmerkar ed Ensuhgirana.
Monia Marchetto, Miti stellari e cosmogonici: dall’India al Nuovo Mondo.
Giovanni Pettinato, Mitologia sumerica.
Giovanni Pettinato, La saga di Gilgamesh.
N. K. Sandars, L’epopea di Gilgamesh.
Diane Wolkstein e Samuel Noah Kramer, Il mito sumero della vita e
dell’immortalità: i poemi della dea Inanna trascritti e commentati.
puoi trovare anche

I Miti di Sumer
la misteriosa mitologia del primo tra i popoli, tratta dalle antiche tavole in
cuneiforme

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le antiche leggende di Odino, Thor e Loki, raccolte nell’Edda poetica

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Spade, Valchirie e grandi eroi: alla scoperta di alcune tra le più avvincenti
saghe del Nord

Il canto dei Nibelunghi


le vicende del prode Sigfrido, della valchiria Brunilde e l’ambito tesoro dei
Nibelunghi

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le misteriose leggende del popolo oltre la nebbia, cantate da druidi e bardi

I Miti Indiani
la ricca e raffinata mitologia dell’India, raccontata da saggi maestri sulle rive
del Gange

Mahabharata
il più grande poema indiano che narra le gesta di Krishna ed Arjuna in
un’epica battaglia

Il Ramayana
il grande viaggio di Rama, uno dei più importanti eroi dell’epica indiana

Il viaggio degli Argonauti


l’epico viaggio di Giasone ed i suoi cinquanta compagni alla ricerca del mitico
Vello d’Oro

Miti Maya e Aztechi


la sorprendente storia dei popoli mesoamericani, all’ombra delle grandi
piramidi a gradoni

Leggende dal Kalevala


il poema epico finlandese, che narra le vicende del fiero popolo di Kaleva
La mitologia si unisce alla fantascienza in un romanzo
originale ed avvincente…

Secondo la più antica saggezza, il tempo è ciclico e costantemente si rinnova,


è quello che accade in ARDA 2300, dove, in un futuro vessato dal conflitto tra
uomini e macchine, gli dèi fanno inaspettatamente ritorno.
Com'era stato predetto da popoli ormai dimenticati, il Ragnarok ha distrutto il
vecchio mondo e gli Aesiri, misteriose entità che si fanno chiamare dèi, hanno
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assieme a documenti e oggetti appartenuti ad un misterioso antenato. C’è
anche un pendente a forma di Mjollnir, il leggendario martello di Thor, ed Alex
lo indossa, ignaro di come questo gesto cambierà la sua vita. La psicometria,
ovvero la capacità di percepire il passato attraverso gli oggetti, forse non era
solo una fantasia di qualche secolo fa, perché Alex, tramite il medaglione,
diviene partecipe della vita di un pilota vissuto negli anni della seconda guerra
mondiale, misteriosamente connesso con le SS di Himmler e con l’Ahnenerbe,
fulcro dell’occultismo nazista, con sede nel mistico castello di Wewelsburg: la
Camelot nera di Himmler. Tra antiche reliquie e all’ombra del Terzo Reich,
incontrando alcuni tra i più controversi personaggi della storia e muovendosi in
uno scenario di eventi realmente accaduti, dalla Germania nazista al lontano
Tibet, passando per la resistenza italiana, Hans ed Alex dovranno impiegare
tutte le proprie forze per far tramontare il Sole Nero ed impedire all’oscuro
dragone di avvolgere le sue spire intorno al mondo.
Una storia ambientata nelle lontane terre dei Tungusi, dove si è mantenuta la
tradizione di affidarsi agli sciamani per comprendere i segreti sussurri degli
spiriti.

Un sentiero lungo il corso del Sole

La notte è calma ma gli spiriti non smettono di chiamare. Battono gli zoccoli,
ululano, strofinano becchi e corna contro gli alberi...
è tempo che lo sciamano inizi il suo viaggio.
Gli spiriti lo sanno, per questo non gli danno tregua: conoscono il suo animo e
lo accompagnano nella veglia e nel sogno, sin nelle profondità dei mondi inferi
o lungo il sentiero che conduce al Sole.
Inan è un giovane destinato a diventare uno sciamano, ma il suo cammino
verso la luce dovrà passare anche attraverso le ombre.
Grazie per aver letto questo libro!