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LA DONNA ROMANA - F.

CENERINI 2013
Per tracciare il ritratto della donna ideale in età romana, si possono prendere a riferimento le epigrafi
sepolcrali ad esse dedicate. L’iscrizione che costituisce il cosiddetto “elogio di Claudia” ben rappresenta il
perfetto modello femminile romano, proprio della nobiltà e non solo, che si ripropone costantemente per
tutta la storia romana, a dispetto del cambiamento della realtà politica, sociale e culturale. In questa epigrafe
troviamo una sorta di descrizione della vita della defunta che si snoda nelle tappe fondamentali:

Nascita  con l’imposizione del nome gentilizio (nome di famiglia che non ne caratterizzava però un’identità
personale, ma era comune a tutte le donne della stessa famiglia)1.

Morte donna naturalmente bella che non ha bisogno di un sepolcro particolarmente sontuoso

Comportamento  Ne segue una breve descrizione della persona fisica, ricordandone anche il suo modo di
conversare, piacevole ma breve (la matrona romana, donna legittimamente sposata e madre di un cittadino,
non poteva parlare in pubblico e in ogni modo il suo sermo deve essere molto contenuto) 2.
Le uniche attività a cui la donna per bene poteva dedicarsi erano le faccende domestiche e la filatura della lana
(tradizione della Sabine) per produrre i capi in casa. Sulle iscrizioni funerarie femminili compaiono
rappresentazioni di oggetti riferiti alla filatura.
Un valore emblematico era quello della castità matrimoniale, che esercitava un ruolo anche politico all’interno
della società. Solo il suo rispetto e salvaguardia garantivano la legittimità della discendenza dei cives cui
spettava il compito di gestire la res publica.3
Maternità  una vera piaga sociale era l’alta mortalità infantile (1/5 dei neonati) e tra il 5 e il 10% delle
partorienti moriva di parto o per le sue conseguenze. A causa dell’alta mortalità, molti bambini non avevano
un vero e proprio monumento funebre. Si piangeva la morte di figlio, delicati (giovani schiavi particolarmente
apprezzati dai padroni per la loro bellezza e grazie e quindi godevano di un trattamento specializzato) e degli

1
L’onomastica maschile invece prevedeva tre elementi (prenome, nomen e cognomen), mentre per quella
femminile bastava solo il nome della gens di appartenenza unito al patronimico o nome del padre che ne
attestava la nascita libera e non servile. Questo perché non c’era bisogno di distinguere le donne a livello
pubblico attraverso un elemento onomastico identificativo in quanto erano normalmente escluse dalla vita
pubblica. A livello privato però le donne avevano nomi privati riservati al solo uso domestico che si
riverivano alla successione cronologica delle nascite femminili.

A partire dalla fine dell’età repubblicana, anche per le donne si afferma l’uso pubblico dell’elemento
nominale individuale, il cognomen. L’onomastica è infatti la prima rappresentazione della condizione
sociale. La donna di nobili natali mantiene più facilmente il solo nome gentilizio, mentre tra il ceto medio
femminile si diffonde l’uso libero del cognome e tra le liberte rimane il patronimico o il patronato, che
attestano l’origine servile della donna, che, una volta liberata, mutua il gentilizio del patrono.

2
Emblematico è il culto che le donne tributavano a Tacita Muta, ninfa chiacchierona a cui Giove aveva
strappato la lingua. Le donne erano infatti ritenute geneticamente incapaci di custodire una segreto.
Proverbiale l’episodio secondo cui, alla fine di una seduta in senato riguardante un argomento importante,
il figlio di un senatore che aveva accompagnato il padre in senato e a cui era stato chiesto dalla propria
madre, di cosa si stesse discutendo, ha risposto a questa raccontando un falso paradossale argomento
(possibile poligamia degli uomini). La donna all’indomani si presenta davanti al senato con un seguito di
altre donne protestando.
alumni (bambini allevati in casa che hanno lo stato giuridico simile agli schiavi nati in casa, ma che godevano di
maggiori aspettative sociali).

L’abitudine delle matrone di fare allattare i figli dalle nutrici sarà deprecata ancora in età imperiale in quanto si
riteneva che il latte materno, così come il seme maschile, contribuisse a determinare l’aspetto fisico e il
carattere del neonato e l’allattamento da parte di una schiava avrebbe allentato i legami naturali tra genitori e
figli. Addirittura per evitare “crisi di genere” , si sceglieva una balia che avesse avuto un bambino dello stesso
sesso di quello che era chiamato ad allattare.

ABBIGLIAMENTO DELLA MATRONA

Nella rappresentazione dell’ideale femminile in età romana, il pudore è la parola chiave. Anche il
comportamento doveva essere conveniente e moderato.

Matrona  riconoscibile per gli abiti che indossava: veste fino ai piedi, capo coperto. L’abbigliamento
matronale rappresentava una barriera tra il corpo della matrona e l’occhio estraneo e aveva un forte
significato simbolico, identificativo dello status e del rango di appartenenza della donna, che era intoccabile
sessualmente in quanto matrona e purchè esibiti con moderazione, contro un lusso eccessivo, contro il
desiderio smodato delle donne di possedere beni preziosi a scapito delle finanze familiari e statali. Si distingue
inoltre la mater familias (moglie legittima del pater familias che ha già avuto figli). Il modo di pettinare,
soprattutto, subirà l’influsso della moda vero la fine dell’età repubblicana. Anche la cosmesi subisce evoluzione
con l’avvento della depilazione, creme, trucchi, che diventano il normale corredo di una matrona dal rango
elevato.

Schiave e prostitute  toga scura oppure una corta e stretta sottoveste trasparente (come per le matrone
condannate per adulterio che, in questo modo, rendevano visibile il proprio declassamento sociale e morale).
Capi succinti che escludevano chi li indossava dalla categoria protetta delle matrone e dall’altro inviavano un
messaggio seduttivo e di disponibilità sessuale che serviva ad attirare il cliente. Prostitute equiparate alle
donne che lavoravano a contatto con il pubblico (bariste, ballerine, attrici, locandiere), per lo più chiave o
liberte. Anche la tintura dei capelli aveva un significato (bionda di facili costumi, rossa prostituta).

BELLEZZA MATRONALE  Bellezza incorruttibile, caratterizzata da una carnagione chiara, occhi belli, capelli
biondi e viso senza rughe.

RAPPORTI UOMO E DONNA


Le donne romane non potevano trattare nessun affare, nemmeno privato, senza un tutore che facesse da
garante e rimanevano in potere dei padri, fratelli o mariti. Il benessere dello stato era infatti assicurato dal
corretto funzionamento dei rapporti tra i sessi proprio di una società patriarcale dove la supremazia del pater
familias è indiscussa. La saggia donna sposata deve custodire la casa e sottrarsi dalla pubblica vista in assenza
del marito. L’ambito domestico, anche secondo le ordinanze legislative, era l’unico ruolo deputato alla donna,
e quello maschile era quello esterno, nei campi da coltivare, il foro o la piazza, sede dell’attività politica,
oratoria e commerciale.
La divisione di compiti veniva considerata una questione di natura, corrispondente alla volontà degli dei (che
hanno donato all’uomo la capacità di sopportare il freddo e il caldo) e ogni cambiamento va conto natura. I
liberi comportamenti femminili di quelle donne che si allontanavano dai loro doveri domestici, venivano
considerati la causa del degrado civico e morale della società contemporanea.
La donna veniva considerata come una sorta di uomo incompiuto, debole e vulnerabile, la cui funzione era
principalmente creatrice. L’aborto è tollerato solo se la gravidanza mette in pericolo la salute della madre,
mentre negli altri casi è perseguibile per legge.
Le parole chiave della rappresentazione ideale femminile matronale sono quindi poche e sempre le stesse:
 casta (che ha rapporti sessuali solo all’interno del matrimonio e a fini procreativi)
 pudica (modesta e riservata)
 pia (dedicata alle pratiche del culto e al rispetto della tradizione del mos maiorum, il costume degli antenati
considerato l’unico codice morale di comportamento valido)
 frugi (semplice e onesta)
 domi seda (dedita alla casa)
 lanifica (che sta al telaio)

Adeguarsi a questo modello significa per la donna antica godere del riconoscimento maschile come unica
forma di visibilità pubblica.

Lucrezia, moglie di Collatino, figura mitica della storia di Roma legata alla cacciata dalla città dell'ultimo
re Tarquinio il Superbo, rappresenta il modello della matrona virtuosa che occupa il centro della casa e fila
personalmente la lana e sovraintende al lavoro delle ancelle. La leggenda narra che tra alcuni giovani e i figli
del re Tarquinio il Superbo si era scatenata una discussione su quale avesse la moglie più virtusa. Fecero quindi
un’improvvisata nelle case e trovarono Lucrezia filando la lana mentre le altre facendo banchetti. Il figlio del re
venne preso dal desiderio di violentarla e tenta di imporre un rapporto sessuale, minacciandola di ucciderla e
di mettere vicino al suo corpo quello di uno schiavo nudo, facendo credere che fosse morta uccisa in un
adulterio. Lei manda a chiamare padre e marito e si uccide davanti a loro, i quali decisero ri vendicarla
guidando una sommossa popolare che cacciò il re da Roma. Così nacque la res publica romana, i cui primi due
consoli furono Lucio Tarquinio Collatino (marito di Lucrezia) e Lucio Giunio Bruto (amico), artefici della
sollevazione contro quello che fu l'ultimo re di Roma.

Cornelia rappresenta un altro modello di questo ideale. Ella visse nel II sec. a.c, era figlia di Cornelio Scipione
Africano, il vincitore di annibale e moglie del console Ti. Sempronio Gracco e alcuni dei suo figli erano Tiberio e
Gaio Cracco, famosi tribuni della plebe. Rimasta vedova, rifiutò altre proposte di matrimonio, una addirittura
regale. Rimane quindi fedele all’ideale di donna che ha avuto un solo marito e la sua figura viene messa in
risalto per il suo ruolo di madre nell’educazione di figlio. Infatti il ruolo di educatore che veniva dato anche alla
matrona, nella sua funzione di trasmissione del mos maiorum. Già a partire dall’età repubblicana e nella prima
età imperiale, si assiste a una più ampia diffusione sociale dell’alfabetismo di cui fanno parte anche le donne,
le quali, sapendo leggere e scrivere, istruivano anche le figlie. Era comunque un fenomeno appannaggio delle
élite cittadine. E’ comunque meglio se la donna non capisce tutto quello che legge. L’educazione femminile
non aveva mai lo scopo di preparare una donna, pur di alto lignaggio, a una carica o a un ruolo pubblico
ufficiale, ma dipendeva più d circostanze favorevoli e dalle attitudini familiari piuttosto che da un progetto
educativo mirato.

IL MATRIMONIO

La formalizzazione del matrimonio doveva rispettare precise condizioni: era monogamico, cioè non era
consentita la poligamia almeno dalla fine dell’età monarchica (713 – 510 ac), anche se di fatto l’uomo poteva
avere numerose concubine; era patrilocale (la coppia diventava parte integrante della famiglia del marito) e la
discendenza che ne derivava era patrilineare, ovvero i figlio portavano il nome del padre o gentilizio. Il
matrimonio prevedeva il trasferimento di beni economici dalla famiglia della donna al marito o padre di questo
(dote) e alcuni atti rituali che lo rendevano pubblico., costituendo così l’inizio della convivenza. Si trattava di un
rito di passaggio che rappresentava il cambiamento di stato fisiologico (non più vergine) e giuridico con
l’assunzione dello status matronale. Ci si poteva sposare a partire dai 12 anni per le femmine e 14 per i maschi.
Il matrimonio era ammesso tra liberi cittadini e, come strumento di romanizzazione, il diritto poteva essere
concesso anche agli stranieri. Agli schiavi era concessa solo la coabitazione quindi il riconoscimento dello stato
di coppia di fatto, privo di validità giuridica e soggetta all’arbitrio del padrone. Quando la donna si sposava
passava dal potere assoluto del padre a quello del marito se questo era sui iuris ovvero indipendente e
autonomo, se no al suocere se era ancora sottoposto alla sua potestà. Si entrava a far parte della famiglia del
marito nella condizione fittizia di figlia legittima, sottoposta alla patria potestà del marito o del suocero,
adottandone i legami familiari e il culto domestico.

Esistevano varie tipologie di matrimonio romano che rappresentavano le differenti realtà politiche e sociali,
non omogenee, che si sono trovate a convivere in un unico stato.

FORME DI MATRIMONIO CUM MANU  prevede il passaggio della donna sotto potestà del marito

1. Conferreatio  cerimonia religiosa che rappresenta il più antico rito nuziale romano. Sottomissione della
donna al marito
2. Coemptio  sorta di compravendita tra il padre della sposa e il marito avente in oggetto la donna stessa,
che formalizzava l’atto con cui il marito accoglieva nella casa la moglie e la sua dot.
3. Usus  deriva dall’usucapione. Dopo un anno di convivenza e la dichiarazione da entrambi i coniugi di
avere intenzione di sposarsi, il marito acquisiva la manus sulla donna.

FORMA DI MATRIMONIO SINE MANU  se una donna sposata senza conferreatio e senza coemptio si
allontanava ogni anno dalla casa del marito per tre notti consecutive, ella rimaneva sotto la patria potestà
paterna, anche se regolarmente sposata.

A partire dal II sec. ac, il matrimonio cum manu cadde in disuso e si affermo quello sine manu in quanto la
donna e i suoi beni restavano all’interno della famiglia di origine.

Spesso il matrimonio era dettato da precisi assetti e strategie politiche stabilendo l’alleanza tra gruppi diversi o
la rottura di tali equilibri, con il divorzio. Il matrimonio diventa mezzo di crescita sociale e finanziaria per le
famiglie coinvolte.

IL DIVORZIO E REPUDIUM
Era ammesso a Roma in età classica (V-IV sec ac), sia nel caso uno dei due coniugi perdesse la liberta personale
e la cittadinanza romana o a causa una condanna penale, sia che finisse la volontà, anche si un solo coniuge, di
continuare il matrimonio.

Divorzio: scioglimento del matrimonio di comune accordo | La donna se ne va di casa | Effettiva fine matri
Repudio: il marito caccia la moglie di casa| Volontà di sciogliere il matrimonio

In età arcaica legge di Romolo che avrebbe proibito alle donne di divorziare, volontà concessa solo ai mariti nel
caso di aborto a loro insaputa, adulterio o se avevano bevuto vino (interdizione sacrale che conduceva a
adulterio e quindi perdita dell’onore).

Primo divorzio di cui si è a conoscenza: 230 ac causato dalla sterilità della coppia, colpa considerata solo
femminile. Primo divorzio in cui non è stata restituita alla moglie la dote.

Alla morte del marito, alla donna era vietato risposarsi prima dei 10 mesi per non incorrere nel pericolo di
attribuzioni erronee di paternità.

STATUS GIURIDICO E PATRIMONIALE DELE DONNE

L’EREDITA’
A differenza delle donne greche, le donne romane erano equiparate ai figli maschi nella successione
testamentaria del patrimonio familiare ed ereditavano i beni paterni come i loro fratelli. Esse avevano la
capacità di ricevere un’eredità in assenza di testamento e quindi è implicito che potessero ricevere l’eredità
per via testamentaria. Successivamente tra la seconda metà del IV sec c.c e la prima del III, anche la capacità
testamentaria si rese accessibile alle donne. Nel I sec ac però ci sono limiti e le donne posso ereditare beni
paterni o del marito ma succedere in via collaterale solo se consanguinee, potevano avere beni propri ma
potevano testare solo per via indiretta. (?)
L’ingresso della donna nel sistema ereditario è da collegare alla patrimonializzazione dell’eredità e del’acquisto
da parte della donna stessa di adeguate capacità patrimoniali e successorie.
La proprietà femminile veniva comunque considerata provvisoria, in attesa di essere trasferita agli uomini della
famiglia.
Le progressive capacità successori e testamentarie acquisite e l’affermarsi del matrimonio sine manu portano a
una maggiore autonomia e al riconoscimento delle capacità di esercizio di alcuni diritti e quindi di gestione nel
proprio matrimonio.
Le donne sprovviste di un parente maschile erano costrette ad avere un tutore che esercitassero un potere su
di loro.
Le donne avevano capacità giuridica, ma non quella di agire, cioè di disporre liberamente dei propri beni. Pur
essendo in possesso di diritti soggettivi, non erano in grado di compiere atti giuridici importanti che
presupponevano la piena capacità di intendere e di volere.
Escluse dalla tutela le Vestali e a partire da età augustea, le donne libere che avevano avuto 3 figli e le liberte
che ne avevano avuti 4. Comunque già verso la fine dell’età repubblicana, la tutela aveva perduto il suo
significato originario perché c’erano vari espedienti per evitarla. Si era data alle donne la possibilità di scegliere
il proprio tutore quindi erano ora i tutori a essere soggetti alla volontà della donna. L’imperatore Claudio poi,
(41-54) abolì la tutela legittima familiare, che si ridusse a formalità.

LEX VACONIA Per contrastare la concentrazione di ricchezze nelle mani delle donne, nel 194 ac Catone ispira
un progetto di legge che proibiva ai cittadini più abbienti di fare testamento a favore di una donna, che venne
penalizzata anche nella successione senza testamento favorendo la trasmissione di beni a parenti di grado più
lontano ma maschi.

LEGGE OPPIA (215 ac)  limitava il possesso dei gioielli e di altri status symbol da parte delle donne, che
scendono in piazza per protestare.  invasione dello spazio esterno e pubblico, che era di esclusivo
appannaggio maschile, da parte delle donne, votate dalla tradizione a una dimensione domestica.
Rovesciamento dei valori del modello femminile ideale: le donne non si limitano più a vivere all’interno del
solo ambito familiare sottoposte alla potesà del padre o alla manus del marito, ma occupano spazi e parlano in
pubblico. Il concetto di pudore e della pubblica apparizione della donna andavano di pari passo.

La legge viene poi abrogata in quanto si stava sviluppando una nuova mentalità a seguito delle conquiste
romane, dei cambiamenti politici ed economici dovuti all’apertura di più ampi mercati, soprattutto orientali e
quindi anche le donne dovevano essere partecipi delle migliorate condizioni dello stato e mostrarlo attraverso
il lusso, senza però mettere in discussione i tradizionali ruoli e sempre con moderazione.
Nel 169 ac Lex Vaconia.

Si arriva ad una crisi sociale del modello ideale dopo la II guerra punica (tra fine III sec e inizio II ac) che come
tutti i periodi bellici aveva incrementato il ruolo pubblico delle donne e questa crisi viene rappresentata
tramite la figura della uxor dotata, donna provvista di cospicua dote con il marittimo vittima infelice di una
moglie brutta ma ricca, spendacciona, tiranna e gelosa). Le commedie di Plauto (225-180 ac) che
rappresentano donne in grado di contrastare la supremazia maschile vogliono quindi riaffermare i tradizionali
rapporti di potere facendo continui riferimenti alla positività del modello ideale.

La dote diventa allora un mezzo di transazione economica e il matrimonio uno strumento per stipulare
alleanze politiche e vere e proprie società commerciali. La dote veniva ancora amministrata dal marito, che
però doveva assicurare alla moglie un tenore di vita consono alla sua posizione economica e sociale e doveva
restituirgliela in caso di divorzio.
Ricchezza e superiorità sociale sono comunque legittimate dall’adesione a un codice di corretto
comportamento morale.

ADULTERIO E PROCESSI PUBBLICI ALLE DONNE


Solo le donne potevano essere colpevoli di adulterio e potevano essere condannate a morte in quanto il padre
e il marito potevano esercitare su di lei il diritto di vendetta privata. L’adulterio pregiudicava la conservazione
dell’identità ideologica e giuridica della famiglia e quindi punito all’interno della stessa. In età repubblicana
non era però considerato come vero crimine perseguito dallo stato.
Nel corso del III secolo i comportamenti femminili diventano di interesse pubblico. Due primi processi pubblici
di adulterio: 295 ac e 213 ac, anni che si riferiscono anche a precisi contesti bellici (guerra contro i sanniti e
quella annibalica). A dimostrazione del fatto che comportamenti privati erano giudicati pubblicamente perché
si riteneva che coinvolgessero la sicurezza dello stato. Connessione tra gestione del pudore e salvezza di Roma.
In un periodo in cui lo stato romano si trova costretto ad arruolare anche schiavi per mancanza concreta di
cittadini soldati, la discendenza legittima dei cives va preservata.
Passato alla storia il processo per avvelenamento compiute dalle matrone nel 331 ac, dove vengono
condannate 170 matrone. Ipotesi femminista è che venivano rivendicati i diritti delle donne attraverso
l’eliminazione fisica degli uomini. Secondo la mentalità romana la causa era un comportamento umano
anomalo che aveva alterato l’equilibrato rapporto uomini-dei. Donne da sempre considerate come generatrici
di vita e con conoscenze magiche per dare la morte.
In origine quindi il tribunale domestico è la sede naturale della repressione femminile, ma durante la seconda
guerra punica, nel III sec ac, emerge la paura delle donne come possibile gruppo organizzato. La donna diventa
quindi perseguibile penalmente come gli uomini, giudicate davanti al popolo o negli appositi tribunali.
Vengono anche evidenziate caratteristiche proprie della delinquenza femminile, imputabili a una natura della
donna all’inganno e alla manipolazione, per questo i reati femminili più documentati sono illeciti di natura
sessuale e avvelenamento.
Nel II sec ac giunge quindi a complimento un lungo processo di evoluzione della condizione femminile a causa
della diffusione del matrimonio sine manu, progressivo e altalenante riconoscimento giuridico delle capacità
patrimoniali della donna, l’indebolimento della tutela da parte del marito, continue guerre che decima la
popolazione maschile e quindi alterato il rapporto tra sessi. Da qui nasce la volontà (poi messa in atto
concretamente da Augusto) di una politica di incremento demografico, con l’accusa da una sessualità
femminile ce non era votata alla legittima procreazione di cives.

MODELLI FEMMINILI DI ROVESCIAMENTO DEI RUOLI

SEMPRONIA
Supposta figlia del tribuno Gaio Sempronio Grazzo oppure sorella della madre di Fulvia. Mogie di Decimo
Giunio Bruto e madre di Decimo Giunio Bruto Albino che partecipò alla congiura cesariana. Viene dipinta come
nobile di nascita, dotata di bellezza, sposata e con figli, con cultura e buona educazione, tutto però vanificato
da una smodata lussuria e dal desiderio di denaro, tutto a scapito della dignità e della pudicità tradizionale.
L’elemento stigmatizzato come causa primaria del degrado del costume matrimoniale era infatti la brama di
denaro, che sfociava nel lusso, stravolgendo gli antichi equilibri e decadenza del mos maiorum.

CLODIA
Descritta e attaccata duramente da Cicerone come prostituta e incestuosa. Rappresenta la trasgressione a
livello sessuale.

CLELIA
Porsenna, lucumone etrusco di Chiusi, passato alla storia per il suo intervento militare contro Roma, secondo
la tradizione, in supporto del re Tarquinio il Superbo che era stato estromesso dal potere dalla proclamazione
della repubblica. La catturò nel 507 a.C. al termine dell'assedio di Roma, ma la ragazza fuggì dal campo
etrusco, attraversò il Tevere a nuoto e raggiunse Roma. Significato simbolico che aveva il valore di integrare
correttamente e anche eroicamente la componente femminile all’interno della comunità civica attraverso un
bagno collettivo simile ai lavaggi rituali delle matrone in età cittadina. Clelia dimostra qui un animus virilis,cioè
il coraggio di un uomo.

FULVIA
Sorella di Sempronia. 47 ac sposa Antonio. Descritta da Cicerone: “Non aveva nulla di femminile se non
l’aspetto fisico”, tradizione dovuta alla sue frequentazione di ambienti militari contraria alla tradizione. Notizie
circa la sua buona posizione economica servita per finanziare i suoi progetti politici anche illecitamente.
Momento di grave crisi politica dopo la morte di Cesare, quando la gestione della res publica passa in mano a
più accordi personali e privati. Ricordata per aver negato l’aiuto alle matrone relativamente all’episodio
relativo alla contribuzione fiscale straordinaria imposta a 1500 matrone dai triumviri, in contrapposizione al
tradizionale dovere romano all’ospitalità. Ferocia di Fulvia al capo mozzato di Cicerone.

L’episodio culminante della vicenda di Fulvia è la guerra di Perugia (41 ac), scoppiata perché Ottaviano
(divorziato da Clodia, figlia di Fulvia) non aveva voluto avere rapporti con lei. Lucio Antonio (fratello del
triunviro, che era in ostilità con Ottaviano) + Fulvia VS Ottaviano. Fulvia arruola personalmente militari da
inviare come rinforzo a Lucio assediato a Perugia forse per gelosia per Cleopatra perche Antonio, il marito era
in oriente nei suoi territori (a seguito della guerra dei filippi Antonio, Ottaviano e Lepido si erano sparititi dei
territori e a Ottaviano era toccata l’Italia) e aveva detto che se fosse scoppiata una guerra sarebbe tornato. Si
sono scaricate su Fulvia le responsabilità del conflitto. La sua morte nel 40 ac viene rappresentata come
l’evento che consente un riavvicinamento delle parti in causa con il matrimonio di Antonio con la sorella di
Ottaviano, Ottavia.

La figura di Fulvia racchiude in sé gli stereotipi tradizionali e la loro negazione contestualizzati in quel periodo:
moglie e vedova devota però esperta nella gestione del suo patrimonio e desiderosa di arricchirlo, femmina
gelosa, donna con connotati virili che occupa un ruolo determinante nella politica del tempo fino ad essere
vero comandante armato. Plutarco: “non era una donna che pensava a filare la lana o badare alla casa, non gli
bastava dominare un uomo qualunque ma voleva governare un governante e comandare un comandante”.
Unica che ha attraversato il confine di genere ed è passata nel campo esclusivamente maschile dell’azione
militare.

Un ritratto femminile negativo poteva può servire a mettere in cattiva luce un comportamento politico
maschile: il suo comportamento può essere una riflessione sulla ammissione delle donne nella sfera pubblica e
politica.

OTTAVIA
Sorella di Ottaviano e moglie di Antonio dopo la morte del primo marito. Incarna il nuovo modello tradizionale
femminile in quanto sorella del vincitore della guerra civile e nuovo signore dell’impero romano (Ottaviano).
Bella dentro e fuori e fungeva da intermediario tra il fratello e il marito in occasione della pace di Taranto (pace
tra i due dopo che Ottaviano accusava Antonio per la responsabilità dello scontro finale). Ottavia moglie
devota nonostante Antonio fosse innamorato di Cleopatra e si rifiuta di abbandonare la casa del marito e
volontà di impersonare il ruolo di matrona considerandosi l’unica moglie legittima e educando la figlia avuta
con Fulvia. Ottaviano concesse a Ottavia e a Livia (moglie di Ottaviano) onori particolari tra cui l’esenzione alla
tutela e diritto alla pubblica immagine perché potevano essere onorate con delle statue. Questo consente alle
donne della dinastia giulio-claudia di godere di una sempre maggiore visibilità pubblica con spazi a loro
dedicati.

Modello di Ottavia in contrasto con quello di CLEOPATRA, che rappresenta il modello della regina dissoluta che
trascina Antonio nel vortice della passione, distogliendolo dai suoi doveri politici e coinvolgendolo
nell’aspirazione di una monarchia ellenistica (esempio di femminilità ribaltata), mente Ottavia è il modello di
moglie madre virtuosa, devota alla famiglia anche a scapito della propria soddisfazione personale.

32 ac Antonio invia lettera di ripudio a Ottavia e Ottavia lascia la casa di Antonio e questo rappresenta il
manifesto ed emblematico scivolamento del privato nel pubblico che caratterizzerà la domus e la famiglia
imperiale. Si incominciano quindi a delineare in questo contesto alcuni aspetti politici e a definir alcuni simboli
di potere che caratterizzeranno il nuovo regime augusteo. Se il governo dell’antica repubblica (passaggio da
repubblica a età imperiale) è tenuto da un solo uomo, la sua dimensione privata acquisisce una forte valenza
pubblica e le istituzioni e la politica vengono a identificarsi nella persona e nell’abitazione dell’imperatore.

Ottavia anche ruolo attivo di conigliera come stretta consanguinea di sposi o figli adottivi. Ottaviano aveva
adottato il figlio di lei avuto da precedente matrimonio per assicurare una successione al trono tramite rete di
matrimoni e adozioni.

Dopo la morte di Antonio, Ottavia accoglie tutti i figli di Antonio, anche avuti con Cleopatra. Il fratello
Ottaviano durante l’orazione funebre a Ottavia esalta e propone come pubblico esempio la sua virtù e nobiltà
d’animo, lealtà e umanità. Non si può però sapere se l’aderenza da parte di Ottavia a questo modello ideale
femminile fosse in sintonia con la sua reale personalità o suggerita da circostanze politiche ed enfatizzata dalla
propaganda. La concessione dell’esenzione alla tutela però ha un’importanza storica in quanto viene
riconosciuto a livello pubblico l’evoluzione della condizione femminile e delle relative conquiste, nel corso
dell’età repubblicana, in materia giuridica e patrimoniale. Questo riconoscimento pubblico però non si traduce
mai in un’effettiva partecipazione femminile alle pubbliche cariche in ambito cittadino tranne nel caso dei
sacerdozi e dei flaminati delle donne legate all’imperatore.

ORTENSIA
Celebre il suo discorso pubblico pronunciato nel 42 ac, a seguito di un provvedimento fiscale straordinario,
emanato dai triumviri, che obbligava 1400 donne a fare una stima delle loro proprietà e sulla base di queste
fornire un contributo per le spese militari. Le matrone interessate tentano prima la via della mediazione
familiare chiedendo aiuto alle donne vicino ai triumviri. Fulvia non glielo da, mentre vengono accolte da
Ottavia e Giulia, la madre di Antonio. Mediazione non va bene e matrone si presentano davanti al tribunale dei
trumviri al foro. Ortensia si appella a una rottura delle tradizioni familiari (le donne non parlano in casa ognuna
con i loro mariti, come voleva Catone in occasione della legge Oppia, ma si rivolgono in pubblico), e afferma
che le guerre civili avevano privato le donne dei padri, mariti, figli, fratelli e quindi le aveva rese sui iuris, senza
qualcuno che le rappresentasse legalmente e se vengono spogliate dei loro patrimoni non possono neanche
più vivere conformemente al loro stile di vita di nobile profilo cui gli stessi padri le avevano destinate. Viene
così affermata la precisa autocoscienza dell’indipendenza economica femminile.
Terrore di perdere il denaro specchio di una nuova realtà ma sempre inserita nel tradizionale rispetto dei ruoli.
Le parole di Ortensia infatti rappresentano la piena adesione alla tradizionale ideologia maschile e delle
gerarchie tradizionali. L’orazione di Ortensia riflette l’archetipo della protesta contro i pesi tributari imposti a
soggetti esclusi dalle magistrature e dai pubblici uffici.

Sono le guerre civili in generale e le proscrizioni (confische dei beni) a sconvolgere il mos maiorum: con
l’intrusione del pubblico nel privato, viene scardinata la domus ( tradizionale spazio in cui il pater esercitava i
suoi diritti) e vengono alterati gli equilibri familiari erodendo le fondamenta del sistema patriarcale romano. Il
diritto e il mos maiorum avevano accordato nel corso dei secoli, alle matrone alcuni diritti in campo giuridico e
patrimoniale senza che questo avesse mai aperto spazi a una partecipazione attiva delle donne agli organi di
governo. In questo caso però, per manifestare il loro dissenso, le donne sono costrette a fare appello all’unico
elemento stridente con la tradizione e parlare in pubblico, mentre gli uomini tacciono. Vero rovesciamento
dei ruoli.
Ortensia, includendo il padre nel suo discorso, compie una sorta di identificazione della figlia con il padre e
opera un ridimensionamento della parola femminile che ebbe in questo caso un riscontro positivo. Da allora
non ci sono notizie di altre arringhe femminili.

Anche l’avvocatura era ovviamente preclusa alle donne perche si voleva evitare che le donne si immischiassero
in affari altrui contro la pudicizia che si addice al loro sesso e per evitare che compissero quindi compiti
maschili.

PATRONE MOLTO ABBIENTI  a seguito di quel provvedimento fiscale rivolto alle matrone era chiaro che
1400 matrone erano allora abbastanza abbienti per poter essere sottoposte a una tassazione straordinaria e
che quindi possedevano un patrimonio che le collocava ai vertici dell’ordinamento censita rio romano anche se
era già in vigore da più di un secolo la legge Vaconia che vietava alle donne di essere eredi dei cittadini di
prima classe. Evidentemente disposizioni giuridiche particolari e circostanze politiche eccezionali avevano
consentito di aggirare la legge. Ricorso quindi da parte dei triumviri, della delazione come strumento per
ottenere informazioni patrimoniali laddove non si poteva accedere alle apposite liste censorie per i patrimoni
femminili, prime palesi attestazioni di cospicui redditi femminili.
Molte donne ricche gestiscono le loro proprietà in modo autonomo e ne determinano la successione ma
convivono con il solido modello di moglie e madre fedele e donna di casa, sotto tutela giuridica.
FORTUNATA, moglie del ricco liberto Trimalcione, finanzia le attività commerciali del marito e gareggia con lui
nell’ostentazione delle ricchezze.

EVERGETISMO
Questi cospicui patrimoni saranno documentati dalle iscrizioni in età imperiale e costituiranno la base di un
partecipazione attiva delle donne alla vita sociale ed economica delle città dell’impero grazie a una collaudata
prassi dell’evergetismo (impiego di capitali privati a scopi pubblici), campo in cui è evidente una diversità tra la
parte occidentale e orientale, più aperta della romana alla partecipazione femminile alle pubbliche istituzioni.

TURIA
Salvato il marito proscritto 2 volte e a arriva a umiliarsi davanti al triumviro per ottenerla grazia, ricevendo
ingiurie e percosse. Turia difende il suo patrimonio lasciatole in eredità dal padre e persegue con successo in
tribunale gli assassini dei genitori secondo il modello patriarcale della pietas filiale (enfaticamente riproposto
in età imperiale), ma anche per assicurare il suo diritto all’ereditarietà paterna opponendosi all’impugnazione
del testamento del padre da sedicenti familiari.
Comportamento che esemplifica le raggiunte capacitò giuridiche e patrimoniali femminile alla fine dell’età
repubblicana, anche se Turia è sotto la tutela del marito anche se durante l’esilio del marito amministra le sue
proprietà con saggezza e parsimonia facendo buoni investimenti e inviando denaro al marito.
Come si legge dalla sua iscrizione funeraria, viene fatta di lei una rappresentazione della matrona ideale
(pudica, affidabile, condiscendente, assidua al telaio, religiosa senza superstizione, con stile di vita basso,
modesta, non appariscente) e si parla della sterilità della coppia. Lei propone il divorzio affinchè il marito
potesse avere figli da un'altra donna ma lui rifiuta in nome della condivisione delle avversità che non gli
permette di ripudiare la moglie. Emerge qui una nuova morale della coppia nella società imperiale perseguita
da Augusto: l’insistenza sulla condivisione di comuni responsabilità all’interno del matrimonio che entrambi
devono affrontare. Rovesciamento della tradizionale discriminazione sessuale a discapito della donna.
= PORZIA
Moglie del cesaricida Giunio Bruto, rivendica il diritto di essere parte dei progetti politici del marito in quanto
moglie legittima e non concubina con cui condividere solo il letto e la tavola. Nella sua visione la moglie deve
sostenere il marito nel bene e nel male, dandogli consigli utili e appoggiandolo, pur ammettendo che l’indole
femminile è troppo debole per conservare un segreto, ma ci sono donne che sanno come rapportarsi con gli
altri. Inoltre quando apprende della morte del marito, lei si suicida  eroica morte di una moglie votata alla
distruzione personale in nome di un’ideologia maschile e decisa a imitare la morte virile del padre. Incarna
ideale di fedeltà che può portare alla morte.

Tuttavia c’è un sostanziale permanere dell’ideologia patriarcale tradizionale anche se la donna ha conquistato
nuovi spazzi e può comportarsi con firmitas animi, non è comunque ammessa una specificità del genere
femminile, ma solo l’adeguamento a quello primario maschile.

MURDIA
Elogiata dal figlio per aver rispettato le disposizioni testamentarie del primo marito ripartendo equamente i
beni tra i figli. Si riconosce quindi una certa autonomia patrimoniale alla donna, pur sempre nel rispetto della
tradizione: la madre agisce come tramite tra marito e figli ricevendo il giusto apprezzamento se riconosce e si
adatta a questa sua identità “di riflesso”.

TERENZIA E VANTAGGI PATRIMONIALI DEL MATRIMONIO SINE MANU


Moglie di Cicerone possedeva un notevole patrimonio personale. Matrona preoccupata di sopperire in assenza
del marito, alle necessità dei figli (dote della figlia e debiti del figlio) anche con il suo patrimonio personale, che
amministra secondo una rigida separazione dei beni (grazie al matrimonio sine manu).
Tuttavia Terenzia viene dipinta come donna energica e coraggiosa, ma ambiziosa tanto da interessarsi più ai
problemi politici del marito che renderlo partecipe della gestione della casa poi accusata da Cicerone di averlo
messo in difficoltà finanziarie. Tessendo però le lodi funerarie della donna però, tutto viene edulcorato e
epurato da ogni risvolto di vita negativo.

IL CONCETTO DI CORPO
La donna fertile romana viene intesa come un contenitore privo di identità specifica (porta infatti il solo nome
gentilizio) ma strumento funzionale all’autoconservazione dell’aristocrazia che è in grado di fornire cittadini
alla società, che ne ha bisogno per non estinguersi (soprattutto in periodo di guerra civile). Questo è il suo
dovere politico e civico, frutto di una mentalità patriarcale propria alle gentes aristocratiche della fine dell’età
repubblicana. Cedere la propria moglie a scopi procreativi rientrava quindi in un’ottica civica e tra i doveri del
cittadino stava prima di tutto quello di garantire la riproduzione del corpo cittadino e ciò era ideologia anche
del ceto medio.
I mariti romani incentivavano nei loro testamenti le vedove a risposarsi e avere figli, in osservanza della
legislazione voluta da Augusto in materia di diritto di famiglia. Era quindi di pubblico interesse che le donne
restassero fornite di dote per potersi risposare e continuare a svolgere il loro dovere civico di procreare.

DONNE DI POTERE
IL MATRIMONIO

Già in età repubblicana problemi di denatalità. In età augustea gli uomini tra 25 e 60 anni e le donne tra 20 e
50 anni obbligati a sposarsi (Tiberio vieta a uomini di 60 di sposarsi con donne di <50 e donne di 50 con uomini
<60). Le leggi augustee riconoscevano la validità dei matrimoni tra uomini liberi, purchè non appartenessero
all’ordine senatorio, e le liberte, purchè non considerate prostitute o adultere condannate. Le leggi si Augusto,
restauratore degli antichi valori del mos maiorum, stabilivano:
- Incentivi ai matrimoni prolifici, per esempio vantaggi nelle carriere pubbliche per i padri e l’esenzione dalla
tutela per le madri di 3 figli se libere e di 4 figli se liberte (Presto questa concessione imperiale diventa di
carattere onorifico)
- Sanzioni ereditarie e patrimoniali per i celibi e le nubili, per i vedovi e i divorziati di ambo i sessi che non si
riposavano e per le coppie senza figli, condanne penali per adulteri con lo scopo di moralizzare il costume
sociale. Obiettivo: ricostruzione della società romana a partire dal nucleo primario, la famiglia, in seguito alla
sua disgregazione causata dalle guerre sociali e civili.

LEX PAPIA POPPEA consentiva alle donne sposate e prolifiche di ereditare al di là dei limiti patrimoniali
imposti dalla Lex Vaconia dell’età repubblicana, sdoganando i grandi patrimoni femminili.

Augusto istituisce anche la nuova corta giudicante a cui affida la pubblica sanzione criminale dell’adulterio
inteso come il rapporto sessuale con donne sposate o non sposate di alta condizione, cioè ingenuae (libere) e
oneste. Considerava la trasgressione sessuale e il mancato rispetto dei ruoli di genere e di condizione giuridica
e sociale come causa primaria della corruzione dei comportamenti umani.

EROS
Allo stesso tempo vi era una rivendicazione da parte dei poeti erotici latini di una scelta individuale, una poesia
erotica ispirata non da matrone o prostitute, ma da cortigiane di buon livello. Ovidio esalta l’amore libero,
ovvero il piacere sessuale fine a se stesso e nona scopi procreativi, ciò fa scandalo e viene condannato all’esilio
(anche se le ragioni furono altre). L’eros extraconiugale però non viene tollerato da Augusto, che punta a
rivalorizzare il matrimonio a scopo procreativo.
In generale bandito ogni accenno esplicito al piacere.
Anche Orazio, estimatore dell’amore per le liberte, definite merce di seconda scelta, facile e non impegnativo,
finisce per assoggettarsi alla morale augustea.

VISIONE DUALITICA DEL GENERE FEMMINILE


Ancora alla metà del I sec dc, coesistono due categorie di donne nell’immaginario comune:
- quelle che sono deputate al piacere degli uomini riconosciute da un abbigliamento ricercato, dal trucco
pesante e da profumi
- quelle che assicurano la discendenza legittima della famiglia, caratterizzate dall’onestà, dal pudore e dalla
semplicità esteriore e interiore

Anche alcune nobildonne e non appartenenti alla dinastia giulio-claudia, vengono criticate per la loro condotta
sessuale disinibita e per il loro attaccamento al potere, comportamenti innaturali e immorali.

CONTRACCEZIONE
Tuttavia, se a livello ideale la rappresentazione della matrona è sempre finalizzata al matrimonio procreatore,
anche in campo sessuale la donna romana conquista maggiore libertà e quindi si rende necessaria l’adozione
di pratiche per regolamentare le nascite, spesso in rapporto a relazioni adulterine attraverso forme grossolane
di contraccezione utilizzate soprattutto dalle prostitute e dalle cortigiane.

COSA CAMBIA PER LE DONNE L’AVVENTO DEL PRINCIPATO


Nonostante l’insistenza sulla maternità e sul ritorno al casalingo modello ideale femminile di età repubblicana,
con l’avvento del principato cambia anche il ruolo femminile perché cambia il centro del potere. Governando
un solo uomo, il principe o imperatore, questo ha bisogno di una moglie legittima che gli assicuri un erede al
trono. Si crea quindi un’ambiguità tra pubblico e privato dove la dimensione femminile, esclusivamente
privata nel passato, assume ora connotazioni pubbliche.
Questo ruolo conosce una rapida evoluzione dal 35 ac alla prima età tiberiana.
Augusto quindi deve mediare tra una tradizione repubblicana dove i nobili godevano delle stesse aspettative
politiche e una tradizione ellenistica relativa al potere assolto del re considerato simile alla divinità.
Ricordare che le donne non hanno mai ricoperto in epoca romana, cariche politiche o militari anche se i grandi
patrimoni femminili possono avere una notevole influenza politica. Già a partire dal II sec ac, la possibilità di
interagire con uomini politici influenti permette alle donne facoltose di esercitare una sorta di patronato nei
confronti di singole persone o di intere comunità dello stato e questo varrà soprattutto, in età imperiale, per le
donne che facevano parte della domus augustea, e quindi in stretto contatto con il centro del potere. Alcune
imperatrici avranno posizione privilegiata che consentirà loro di poter diventare fattori stabilizzanti o
destabilizzanti per i vertici del potere.

Alcune matrone si opponevano alla legislazione augustea e si fecero iscrivere nelle liste delle prostitute per
sottrarsi ai vincoli. L’adeguamento ai propositi della legislazione era uno dei modi per manifestare il proprio
consenso al potere imperiale.

LA DOMUS AUGUSTA
E’ una sorta di circolo chiuso entro il quale, in carenza di eredi maschi, si poteva entrare con il matrimonio con
una principessa di sangue imperiale che legittimasse la trasmissione e la discendenza del potere.

LIVIA
Moglie di Agusto, diviene il modello di questa nuova tradizione. All’interno della domus si prendevano
decisioni politiche alle quali Livia poteva partecipare oltrepassando il confine privato-pubblico. Il nuovo regime
si identificava nella persona del principe e nella sua domus, centro del potere e apriva nuovi spazi anche per le
donne della famiglia imperiale per il fatto che la dimensione domestica e privata ormai tendeva a identificarsi
con quella pubblica. Il ruolo di Livia era paragonabile a quello consiglieri personaggi influenti a corte che però
non era ancora definito istituzionalmente. La figura di Livia ha la funzione di rappresentare nella nuova società
la tradizione femminile, ribadita dal potere imperiale. Funzione mediatrice e benefattrice di Livia, di singoli
individui o comunità, dovuta alla sua vicinanza con il nuovo centro di potere.
Il matrimonio tra Augusto e Livia siglava un accordo fra Ottaviano e l’aristocrazia romana tradizionalista e
l’immagine di Livia come moglie ideale era funzionale alla propaganda augustea che rappresentava la coppia
Augusto-Livia come l’esempio di matrimonio perfetto. Livia rappresenta il modello della condivisione, nella
coppia, di un rapporto amoroso e di un comune progetto di vita comune fatto anche di ideali e non solo di
divisione di ruoli e compiti. (Per Seneca uomini e donne sono in una condizione paritetica dal punto di vista
morale, purchè non sovvertano le naturali caratteristiche e inclinazioni proprie del genere di appartenenza).

Il ruolo politico delle principesse imperiali si caratterizza durante l’impero di Augusto, nel loro ruolo volto ad
assicurare una maggiore percentuale di sangue augusteo nelle vene del pretendente al potere in quanto la
discendenza diretta di Augusto, ovvero del suo sangue, veniva controllata e avveniva quasi esclusivamente in
linea femminile, come trasmissione dell’familiare dell’autorità augustea.

AGRIPPINA MINORE
Prototipo di donna virile con sete di potere, inquadrato in un comportamento austero e morigerato, tipico
delle virtù domestiche matronali. Svolge un ruolo importante nella successione al trono, presentando Nerone
come erede diretto di Augusto attraverso il sangue materno secondo una discendenza esclusivamente
femminile. Considerava l’impero una sorta di proprietà personale in quanto fondato dal suo bisnonno materno
Augusto. Figlia di un generale (Germanico), sorella di chi si era impadronita dello stato (Caligola), moglie e
madre di imperatori (Claudio e Nerone), era un caso unico.

LA COPPIA IMPERIALE
Deve funzionare come prima immagine della famiglia romana come immagine propagandistica. La figura
dell’”imperatrice” diventa funzionale alla definizione degli assetti e delle simbologie del potere imperiale
impersonificando un ruolo preciso nelle aspettative dei sudditi (per esempio le pratiche del culto, da sempre
aperto alle donne).

IL MATRIMONIO
Nella società imperiale si afferma un’ideologia che invita alla continenza e alla moderazione, per influsso del
pensiero stoico e poi della predicazione cristiana. La moglie va amata senza passione sessuale e lei deve essere
solidale con il marito e condividerne gli interessi e i valore. Deve essere consorte nel senso più pregnante della
parola fino a condividerne anche la morte.
La moglie partecipa ai successi del marito, intellettuali, politici e militari e li fa propri, in quanto non ha
l’opportunità di agire in prima persona in questi settori della vita pubblica.
Plutarco: “L’obiettivo del matrimonio è la fusione completa tra i due esseri in un’ideale condivisione di corpi,
beni, amici e relazioni. Non ci deve essere solo coabitazione ma vita vissuta insieme in comunione fisica e
spirituale”. Si tratta però di fusione a senso unico perché è la moglie che deve in pratica rinunciare alla sua
personalità in nome della devozione al marito.
Fra il III e il IV sec dc si afferma l’ideale della castità come pratica di vita e ciò deriva dall’influenza cristiana e
dalla riflessione pagana che vede nella continenza un dominio di se e l’affermazione della ragione, parte più
nobile dell’uomo rispetto all’istinto animale.
Il premio supremo del trionfo femminile sono i figli, esigenza primaria. Matrimonio strumento privilegiato di
promozione sociale femminile.
Plutarco, nei suoi Precetti coniugali, (I sec dcc) delinea un vero e proprio manuale per il buon comportamento
nel matrimonio dei ceti colti ed elevati della società romana.
Nostalgico del tempo andato è Giovenale,che tra il I e II sec dc, è autore di una satira manifesto della misoginia
antica, una critica feroce alla visione del rapporto di coppia inteso come rapporto paritario che si stava
sviluppando (per influsso del pensiero stoico) e che rivendicava un’appropriata educazione per la donna
affinchè fosse compagna paritaria per il marito. Giovenale afferma che non ci sono più donne sposabili e che le
donne oneste appartengono a un passato irrecuperabile della Roma prima della II guerra punica, momento
cruciale per l’evoluzione della condizione giuridica e patrimoniale della donna.
Colpevoli del tradizionale equilibrio sono per lui l’eccessiva erotizzazione del rapporto e la non più controllabile
libido della donna (sulle orme di Messalina) e l’eccessiva ricchezza femminile che hanno capovolto gli equilibri
gerarchici mescolando gli spazi e le competenze di genere. Idee già sviluppate in epoca repubblicana.

Un certo sentimentalismo sembra estendersi in questo periodo, anche all’amicizia tra uomini e donne anche se
l’amicizia presuppone implicanze di carattere politico e clientelare e se ci sono amiche donne è perché sono
parenti o mogli degli amici. La donna è considerata per avere un legame di parentela con un uomo.

IL LUSSO
Si sviluppano anche modelli di auto rappresentazione che legittimano eticamente il lusso privato in contrasto
con l’ideale matronale classico e la frugalità perseguita dalla legislazione dell’età repubblicana, celebrando
quindi una vita mondana. Il lusso diviene manifestazione esterna e improduttiva di ricchezza, prova del
prestigio sociale e garanzia di successo pubblico. Nell’ambito della nobiltà, coerentemente con il nuovo spazio
che la donna sta acquistando nella società imperiale, il lusso femminile è funzionale alla manifestazione di
prestigio e, a imitazione dei modelli di comportamento maschile, al consolidamento della sua pubblica
immagine di patrona benefattrice. Per quanto riguarda i liberti invece, si elogia la pudicizia senza fronzoli nel
rispetto della tradizione repubblicana, fatta propria dai liberti che fanno carriera non per nobiltà di nascita ma
per meriti personali quindi si gloriano per la loro nobiltà d’animo e della lealtà verso l’imperatore e della loro
efficienza amministrativa. Le loro ricchezze materiali non vengono sbandierate in vita ma si rendono note in
morte dal funerale e dalle manifestazioni di cordoglio.

Le sacerdotesse e soprattutto quelle addette al culto delle donne della famiglia reale, costituiscono una
categoria privilegiata all’interno della borghesia.
Per quanto riguarda le donne imperiali del II sec dc, non è attestato un loro reale potere politico o una loro
ricchezza, quanto pongono in evidenza il loro status di Auguste come legittimazione della dinastia in potere, in
rispetto delle tradizioni matronali (saggezza, morigeratezza dei costumi). Rappresentano un modello per la
promozione e l’affermazione sociale di numerose donne della media borghesia. A partire dal II sec dc vediamo
che ampi e generalizzati spazi si aprono anche all’attività femminile, non solo finanziaria, ma anche di
intervento concreto alla vita delle città, come nell’edilizia pubblica e nei programmi di assistenza economica
alla comunità cittadina. Lo sviluppo dell’evergetismo (donazioni private a scopi pubblici), consente alle donne
di mettere a frutto le loro capacità economiche promuovendo la famiglia di origine o quella del marito e
vengono erette anche statue in loro onore, entrando quindi in un campo di dominio maschile. Adriano
pronuncia orazioni funebri a favore della suocera Matidia in occasione della statua eretta in suo onore e risulta
essere la matrona perfetta con la novità che, accanto ai tradizionali valori, ci troviamo di fronte a una persona
vicino all’imperatore. Viene elogiata per non aver mai approfittato della posizione del genero, nuovo titolo di
merito: la vicinanza al centro di potere non deve suscitare appetiti smodati, occorre temperanza. Il modello
femminile aggressivo delle donne della dinastia giulio-claudia è abbandonato in favore di una moderazione.

Nel II secolo alle donne dell’imperatore è ribadito e riconosciuto in nuove forme un ruolo di legittimazione che
però non si produce in un potere politico effettivo o comunque ostentato. Questa legittimazione non è più in
funzione principalmente ereditaria, ma più legata a un principio dinastico dell’adozione del migliore.

Le numerose statue e iscrizioni di carattere onorario attestano la pubblica manifestazione di ossequio nei
confronti dell’imperatore, più o meno forzato da parte dei sudditi. Queste dediche vengono fatte nella
consapevolezza che solo la lealtà nei confronti del potere imperiale poteva consentire ai singoli o alle comunità
civiche un riconoscimento ed eventualmente un eventuale avanzamento della propria posizione istituzionale,
giuridica o finanziaria. Anche le numerose monete coniate in onore delle donne della domus imperiale
esaltano le tradizionali virtù femminili trasferendole su un piano pubblico.

Matidia Maggiore e Plotina sono le prime dive ad avere un proprio tempio a Roma, vicino al Pantheon e i
nome di alcune altre dive (Marciana), verranno utilizzati per denominare i nuovi insediamenti coloniali romani
o nuovi edifici. Tutto ciò contribuisce all’immagine propagandistica del potere imperiale, il più possibile
allargata a tutte le componenti sociali dell’impero. Nel culto delle Auguste divinizzate, anche le donne
potevano identificarsi come parte integrante della società imperiale e vedersi riconosciuta una sorta di
legittimazione.
Il consolidamento della posizione giuridica e sociale della moglie dell’imperatore, a partire dall’inizio del II sec
d.c, del titolo di Augusta, si riflette sulla composizione degli ordini cittadini. Il culto imperiale femminile diventa
appannaggio di donne ricche che, attraverso questo ruolo pubblico, godono di un preciso riconoscimento nella
classificazione sociale delle comunità di appartenenza.
Occidente ≠Oriente. In Occidente l’intervento femminile nella vita pubblica è confinato alla sfera della gestione
del sacro, in Oriente sono aperte alle donne anche cariche civiche più istituzionali.

Nell’ambito dell’evergetismo, il benefattore, di qualsiasi sesso, attraverso l’impiego di denaro privato per scopi
pubblici, acquisisce un’immagine pubblica e queste attività erano quindi ricercate da quelle persone che, pur
economicamente più abbienti, non potevano aspirare a un ruolo politico istituzionale, come nel caso dei ricchi
liberti.

Il sacerdozio
Le sacerdotesse addette al culto imperiale, possono costituire il punto di arrivo di quel processo di
“emancipazione” femminile che inizia in età repubblicana con una progressiva acquisizione da parte delle
donne di buone posizioni economiche e capacità di gestirle in modo autonomo. Il sacerdozio era l’unica forma
di carica pubblica aperta alle donne romane in Occidente e la sua forma di espressione epigrafica costituisce la
prima forma di auto rappresentazione.
Gli onori femminili accrescono la dignitas della famiglia contribuendo alla creazione di una memoria civica
familiare, funzionale all’esercizio, da parte degli uomini, delle cariche municipali e alla promozione agli ordini
superiori.
Le sacerdotesse e le donne abbienti in generale vengono spesso onorate, dalle istituzioni o da associazioni
diverse in ambito municipale, allo scopo di indurle a un atto evergetico a favore della comunità. La generosità
di queste sacerdotesse riguarda soprattutto la realizzazione o il restauro di opere edilizie, il dono di statue o di
cibo o di materie prime di prima necessità, la distribuzione di denaro e la costruzione di fondazioni con
opportuni lasciti testamentari. L’evergetismo risponde a finalità politiche e quando si indirizza ai cittadini, ne
rispetta sempre comunque la gerarchica divisione sociale e giuridica, concedendo somme si denaro e privilegi
vari in misura proporzionalmente maggiore ai notabili rispetto alla plebe. Non si tratta quindi di carità ai
poveri, nell’accezione cristiana del termine, ma di riconoscimento di ruoli giuridici e sociali.
Tuttavia, la valenza autonoma pubblica di queste donne, dovuta alla ricchezza personalmente gestita, passa
sempre attraverso il filtro dell’immagine tradizionale. Il matrimonio rimane la chiave dell’affermazione
personale femminile, principale chance per una promozione sociale.
In questi atti di energetismo, che possono per esempio trovare origine nella dedica a una certa matrona di un
edificio o una statua o atro, il benefattore-onorato, rifondava totalmente o in parte le spese sostenute dai
beneficiari di turno per l’erezione del monumento.
Il linguaggio epigrafico aggiunge allora nuovi formulari, realtà sociali prima assenti, riconoscendo la
partecipazione femminile e attestando la sua presenza nella vita pubblica cittadina. In questo linguaggio la
uxor diviene femina, che nel linguaggio celebrativo del tempo assume una precisa connotazione ideologica,
corrispondente a un’adeguata valutazione sociale e economica, titolo che poteva essere attribuito solo alle
donne appartenenti agli ordini superiori e che veniva affiancato da aggettivi quali honesta/onestissima o
carissima. Questi titoli non avevano valore istituzionale ma la loro ampia utilizzazione dell’epigrafia del III sec
mostra il loro significato propagandistico di affermazione personale e familiare agli occhi dei concittadini. Per
le donne questo avviene soprattutto attraverso il matrimonio con gli appartenenti agli ordini superiori
(senatorio e equestre), è il matrimonio che estende lo status sociale del marito alla moglie.
Infatti, i sacerdozi femminili nelle provincie dell’impero rivestite da mogli di cavalieri (donne appartenenti
aristocratica. Fino alla metà del III sec, l’evergetismo in apparenza femminile è condizionato dalla funzione
maschile. Infatti nei ricordi dell’evergetismo di queste donne incise su marmo per es, veniva fornita un’auto
rappresentazione della condizione di moglie o figlia di uomini di una certa posizione all’interno della società,
rapporti di parentela che costituivano il presupposto necessario per giustificare e valorizzare l’utilizzo della
ricchezza femminile in ambito pubblico. (statua con tutta la famiglia) Già in età augustea, la benefattrice può
comparire da sola e non affiancata e legittimata da un congiunto nobile, autonoma esponente di un
energetismo al femminile. I monumenti privilegiati dell’evergetismo femminile erano i chalcidica e i porticus,
un energetismo quindi proiettato su investimenti di lunga durata più che sull’allestimento di spettacoli o sulla
piccola distribuzione di denaro o viveri. Secondo Cicerone infatti i banchetti e gli spettacoli forniscono al
donatore un consenso effimero e immediatamente cancellato, che impiega la ricchezza per soddisfare appetiti
viscerali senza mai appagarli davvero (vedi 130)
Il buon uso della ricchezza per l’impegno in attività di lunga durata ad uso pubblico in favore dello stato
fornisce ai cittadini luoghi di utilità comune (edilizia). Distribuzioni di denaro e alimenti si affermano
successivamente nel corso del II sec con il comparire di primi segni di crisi economica e sociale che coinvolgerà
gran parte delle città dell’impero.

E’ nell’ambito del sacerdozio e quindi della gestione del sacro, che l’evergetismo femminile ha modi di
affermarsi e consolidarsi come pratica di rilevante utilità per le comunità municipali.
EUMACHIA
Figlia di Lucio, nel suo ruolo di sacerdotessa costruire a sue spese un edificio particolare dedicandolo alla
Concordia Augusta e alla Pietas a nome suo e di suo figlio, sponsorizzandone quindi la carriera politica. Nel
costruire questo edificio, un portico esterno affacciato sul foro destinato a ospitare una galleria di statue, lo
scopo non era quello di imitare l’architettura celebrativa romana, ma quello di allinearsi al comportamento di
moglie dell’imperatore, nell’ambito di un’autopromozione familiare e personale che mirava ad assicurare al
figlio la carica di duo viro e l’accesso al senato.
Le sacerdotesse del culto imperiale sono quelle che più godono di una particolare posizione di preminenza e
relativa rappresentazione nelle città di origine o residenza, proprio per il legame con il principe e la domus.
Spesso però le donne appartenenti agli ordini superiori anche di origine provinciale non andavano più a
risiedere a Roma, ma preferivano rimanere nella città di origine per curare gli interessi dei parenti maschi allo
scopo di promuoverne la carriera).

Le donne sono onorate per azioni da loro promosse per il bene della comunità o perché sono parenti di un
uomo importante e spesso i due aspetti coincidono. La scelta di queste donne come patronae dea parte della
comunità sempre dovuta alla ricchezza e all’influenza della loro famiglia, per nascita o matrimonio.

Segno significativo della raggiunta importanza dell’ascendenza matrilineare era l’uso di dare al figlio un
secondo cognome che richiamava quello della madre, uso tra i nobili a partire dalla piena età imperiale,
quando il successore al potere imperiale veniva legittimato dalla linea femminile. Il modello imperiale aveva
quindi un riflesso nel comportamento dei notabili.
Il caso di Lepidia Settimima, nipote per parte di madre di Settimio Liberale, cu spetta il compito di tutelare la
fondazione del nonno avendone evidentemente la capacità giuridica per farlo, evidenzia la possibilità da parte
di una donna di curare gli aspetti di famiglia. La legislazione vigente nella prima metà del II sec, ovvero quella
traiana e adrianea, trendevano a un ulteriore allargamento delle capacitò successorie femminili, in particolare
di quelle donne dotate di ius liberorum, o delle donne che godevano di una posizione di rilievo all’interno del
loro municipio (la sorella di Lepidia è sacerdotessa). Nel 178 veniva riconosciuto il diritto sull’eredità dei figli
premorti alle donne libere e alle liberte dotate di ios liberorum, per la prima volta anteposte ai parenti in linea
maschile e viene instaurata simmetricamente una successione legittima dei figli alle madri.

Madre e padre patrie (p 150)


Durante l’età di traiano e adriano, ulteriore apertura delle capacità patrimoniali femminili con la concessione
del ius communium liberorum,particolari privilegi di carattere giuridico e sociale anche svincolati dal numero
dei figli. A questo gruppo di donne “emancipate” dotate di una “visibilità” e dignità pubblica, veniva concesso il
titolo di mater coloniae o municipii, ovvero “madre della città” in grado di provvedere al fabbisogno alimentare
dei figli cittadini. Anche Livia era stata insignita del titolo di mater patriae secondo il modello di trasferimento
a un piano pubblico di termini indicanti a parentela familiare privata. Anche la coppia imperiale si legittima in
quella di parentes patriae, con Traiano come pater patriae e Plotinia come Augusta e mater patriae. La scelta
di un titolo pubblico che richiama il ruolo materno tradizionale costituisce il tramite per l’inserimento e
l’accettazione della presenza femminile in ambito pubblico. Giulia Domna, moglie di Settimio Severo è la prima
a ricevere il titolo di mater patriae. Familiarizzazione della politica. Il legame familiare madre-figlio viene
riflesso nel legame della moglie dell’imperatore alle diverse parti della società: senato e patria, tutti i cittadini
dell’impero. I sudditi si aspettano quindi un certo comportamento dalla madre e sono tenuti al rispetto e un
comportamento imperiale non conforme alle aspettative dei sudditi genera scandalo che si ripercuote nella
rappresentazione dei membri stessi della dinastia.

LA DONNA E IL CULTO
La matrona romana si trova in una condizione paradossale in quanto, se non esclusa dal culto, veniva almeno
relegata in una posizione marginale ma al tempo stesso indispensabile.
Esistono due livelli nella pratica culturale romana: pubblico e privato. Il primo è quello ufficiale che riguarda la
città e le componenti sociali a essa riferite e prevede una serie di divinità, femminili, maschili e di genere
indefinito, cui vengono tributati atti di culto pubblico secondo il rituale la cui conoscenza è in mani maschili.
Nel corso del tempo alle matrone si riconosce un ruolo sempre più attivo nelle suppliche, cioè preghiere
pubbliche di ringraziamento o di intervento di vino, aventi per oggetto soprattutto la salvezza dello stato. Sono
i colleghi sacerdotali machi che hanno la conoscenza delle corrette procedure del sacro e conoscono i
meccanismi per interpretare la volontà degli dei mentre le donne non sarebbero capaci, per esempio di
praticare la macellazione rituale.

Le vestali
Le uniche che hanno uno status particolare sono e Vestali, collegio composto da 6 donne, scelte dal Pontefice
Massimo quando avevano dai 6 ai 10 anni che avevano il compito di sorvegliare il fuoco sacro pubblico simbolo
dello stato romano che in quanto tale non si doveva spegnere. A loro era imposta la verginità, ed era in gioco
la sicurezza dello stato (generalmente il crimen incesti delle Vestali era scoperto in seguito al verificarsi di
avvenimenti negativi per la città. Si fosse scoperto che avevano perso la verginità, la colpevole sarebbe stata
sepolta viva simbolo della già morte in vita, morto socialmente. La Vestale era sottratta alla tutela maschile e
poteva fare testamento e testimoniare in tribunale. Le veniva quindi riconosciuto un ruolo pubblico e aveva
diritto a un littore che la precedesse per strada, come i magistrati cittadini. Le Vestali praticavano un culto che
rappresentava lo stile di vita della matrona romana. Ma c’è una differenza: alla matrona si richiede una castità,
ovvero pratica sessuale solo all’interno del matrimonio e per fini procreativi, mentre la Vestale se vuole
mantenere il benessere dello stato deve esser vergine.
Come la pratica sessuale della Vestale ne altera l’integrità, anche l’adulterio della matrona compromette la
certezza della discendenza familiare e la purezza della stirpe. Il sacerdozio delle Vestali può rappresentare
allora il controllo rituale della sessualità delle matrone da parte dei padri. Solo la donna ritualmente privata del
potere di procreare può essere “equiparata” all’uomo con una forma di riconoscimento pubblico (il servizio
delle Vestali durava 30 anni, come il periodo fertile di una donna). Lo stato deve preservare l’integrità delle
donne che devono generare cives e quindi la loro maiestas è legata alla loro sanctitas e pudicizia,
rappresentata visivamente da un abbigliamento e un comportamento adeguati.
Durante i culti matronali, come per esempio quello della Bona Dea gli uomini non erano ammessi ai sacrifici
notturni, con allusione a un momentaneo rovesciamento dei ruoli, solo apparente però, in quanto ha lo scopo
di ribadire le corrette gerarchie tra i sessi nella vita reale.
Il corretto adempimento delle pratiche rituali erano fondamentali per la sopravvivenza dello stato e se ciò non
avveniva venivano messi al bando, come nel caso dei Baccanali (feste orgiastiche del culto orfico-dionisiaco
alle quali partecipavano le matrone. Culto riservato agli iniziati con finalità mistiche). La sessualità matronale
irregolare era motivo di repressione per salvaguardare la cellula primaria dello stato: la famiglia tradizionale,
che era espressione di una società patriarcale, messa in discussione da un’evoluzione dei costumi femminili,
sociale e economica, evoluzione appoggiata e contrastata da una politica poco coerente. Questi Baccanali
avevano l’obiettivo di iniziazione civica per giovani uomini che dovevano prepararsi ad assumersi le loro
responsabilità. Questi uomini vedevano in questi culti, la possibilità di riscatto della propria condizione e
occasione di forme di aggregazione, considerati pericolose per l’ordine pubblico. Il senato consulto metterà
allora un numero massimo di persone (5) e si vietava una cassa comune e una gerarchia sacerdotale.

Culto privato
Nel culto privato si realizza più completamente la religiosità femminile, non tanto quello domestico incentrato
sul culto del genius del pater familia e quindi della capacità procreativa maschile, praticato presso l’altare
domestico come perno della famiglia, ma le donne compaiono come dedicanti senza nessuna intermediazione,
per esempio a un certo santuario di Minerva. Si tratta della romanizzazione di una divinità indigena cui si dà
l’aspetto della Minerva romana valorizzandone le capacità terapeutiche e oracolare. Era probabilmente un
santuario con farmacia dove le sacerdotesse potevano preparare e somministrare medicine, quindi fornivano
assistenza medica base a chi non se la poteva permettere. Le divinità in questione sono quelle più vicine alla
sensibilità popolare, disposte ad ascoltare. Una è Iside, divinità di origine egiziana, divinità femminile vicino
alle donne disposta a ascoltare e con capacità mediche. Non si può però parlare di culto delle donne perché i
principali uffici religiosi sono tenuti da uomini.

Donne e soprannaturale – ruolo ambiguo


Alle donne veniva anche attribuita una capacità divinatoria e alcune venivano considerate maghe e
fattucchiere e poste ai margini della società considerate abbindolatrici di ignoranti (soprattutto donne, credute
superstiziose). Queste predicevano il futuro o si mettevano a contatto con i morti.
Rappresentazione della femminilità a metà strada tra un ordinato mondo delle regole e altri mondi,
soprannaturali o inferi, in balia di forze incontrollabili e sconosciute. Le Sibille sono un esempio di questo
tramite tra i due mondi. Le loro profezie pronunciate in stato di trance necessitavano però sempre di codici
interpretativi dei colleghi sacerdotali maschili.
Se quindi la donna possiede maggiori poteri degli uomini nel campo della possibilità di stabilire un contatto
con le divinità, le manca la capacità di interpretare correttamente i segnali degli dei, riservate agli uomini.
La donna però è lo strumento privilegiato di cui si servono le divinità per inviare segnali negativi, possono
generare esseri con malformazioni (mostri) e queste nascite dovevano essere espiate con qualcosa che
ristabilisse il rapporto con le divinità. Il sangue mestruale veniva considerato prodigioso in quanto provocava
avvertimenti che sovvertivano in negativo il naturale andamento delle cose. La donna mestruata provoca
danni. L’intervento femminile in favore del popolo allora non dipendeva dalle donne in quanto tali ma si lega
all’intervento del soprannaturale.

DONNE RICCHE, LAVORATRICI E SCHIAVE


Il mondo ideale, anche secondo Giovenale, risaliva a un’epoca anteriore alle guerre puniche, quando le
conquiste oltremare, il commercio che ne era derivato e il lusso non avevano ancora stravolto i valori del mos
maiorium. Nell’ambito servile, la suddivisione di genere è secondario alla suddivisione primaria che è quella tra
schiavi e liberi. Il ruolo della donna non schiave è confinato nell’ambito domestico e dell’allevamento dei
bambini e il lavoro agricolo femminile è visto come estrema povertà o praticato da popolazioni non civilizzate.
Sono però le matrone che, lasciando il loro ruolo tradizionale relativo alla gestione domestica, rendono
indispensabile il lavoro di amministratori qualcun altro.
La partecipazione delle élite aristocratiche ad attività economiche erano ritenute disonorevoli (anche
commercio e manifattura che ora si era professionalizzata per far fronte a un mercato più ampio con operaie
specializzate) ed erano quindi soggette all’utilizzo di un prestanome e agenti di condizione servile o libertina.
Le schiave svolgevano professioni come tessitrice, nutrice, prostitute o anche agricoltura e pastorizia,
fabbriche, laboratori. La valutazione del loro lavoro è comunque considerata inferiore a quello degli uomini.
Altre attività lavorative femminili: segretarie, parrucchiere, massaggiatrici, cameriere personali, fornaie…
Le donne sono raramente rappresentate nella loro veste di imprenditrici, la loro immagine sulle pubbliche
iscrizioni tende a essere mediata dai tradizionali ruoli familiari. Prove delle donne nel mondo del lavoro: sono
stati ritrovati contratti di apprendistato, frequenti richieste da parte di donne alla cancelleria imperiali su temi
di materia di gestione patrimoniale, segno della loro attività economica e commerciale. Tra la fine del I sec ac e
il III dc le donne appaiono come proprietarie di cave di argilla, di officine, commercianti, artigiane, operaie. Ne
è un esempio di questa presenza del tegolone di Pietrabondante: due donne che lavoravano nell’officina
impressero sull’argilla fresca le impronte dei loro sandali con una iscrizione che ricorda il loro nome. Iscrizione
bilingue (osco e latino), che attesta un’acculturazione anche tra persone modeste.
Le loro iscrizioni funerarie, si limitano alla citazione del nome del mestiere, alla sua raffigurazione con gli
attrezzi da lavoro. Le donne lavoratrici compaiono spesso da sole nelle sepolture e a volte il monumento
veniva commissionato da loro stesse in vita. Venivano raffigurate come soggetti indipendenti nell’esercizio
della loro professione. Nella maggior parte delle iscrizioni si tratta di donne con condizione sociale medio-
bassa, liberte o schiave. Esempio: Trosia Hilara, liberta che gestisce una piccola produzione di induenti di lana
che confezionava direttamente a casa dei clienti e grazie al suo lavoro è in grado di faresi edificare da viva.
Predispone anche un’area sepolcrale comune per gli altri liberti e liberte in segno di un raggiunto stato
economico e di una mentalità patronale. Esempio: Licina Primnmigenia: il figlio le pone il monumento funebre
e dato lui porta il nome gentilizio della madre (Licino Amomus) si pensa che la donna fosse libera in grado di
riconoscere e mantenere il figlio con il suo lavoro di profumiera.

Spesso erano i proprietari di schiavi e liberti che finanziano le imprese produttive e commerciali dei subalterni
in quanto i nobili non potevano lavorare in queste attività.
Le attività commerciali e del terziario esercitate dalle donne sono appannaggio soprattutto delle liberte. Le
donne che lavoravano nei locali pubblici (attrici, cantanti, ballerine) erano considerate delle meretrici. Il
mercato delle prostitute era alimentato soprattutto dalle schiave, anche importate dall’estero, e da ragazze
abbandonate dalla nascita e appositamente allevate da personaggi che le immettevano in questo mondo.
Avvenivano anche rapimenti di ragazze di buona famiglia da parte di banditi da strada e anche la povertà
poteva indurre le donne a prostituirsi anche su istigazione del padre o del marito. La lena era colei che
induceva le ragazze a prostituirsi ed era considerata ancora più in basso nel valori.
Vi era anche la prostituzione sacra in cui alcune donne libere potevano prostituirsi all’interno di determinati
santuari una sola volta prima del matrimonio e con stranieri. Si trattava di espiazione rituale in favore della
comunità o per procacciarsi la dote. Le prostitute da strada vivevano ai margini della società dove regnava
miseria e violenza e malattie.
Al padrone spettavano i guadagni dello schiavo ma gli poteva anche lasciare una parte al fine di incrementare
la produttività. Lo schiavo poteva riscattare la sua condizione servile con il pagamento al padrone di una
somma di denaro.

Le lavoratrici erano in genere, anche quelle di più basso livello, ben integrate nella società municipale (come a
Pompei) nella prima età imperiale e esse sono in grado di fare propaganda elettorale, scrivere o far scrivere sui
muri della città il nome del loro candidato favorito a una certa carica municipale.
Anche le professioni liberali erano esercitate principalmente da liberte o donne di ceti umili e per certe
professioni era richiesta una preparazione e venivano quindi tutelate dalla legislazione in quanto il loro lavoro
era utile per la comunità (nei cantieri navali per es).