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Riassunto di Sara Lolli

LA TEORIA DELLA SOCIALIZZAZIONE LINGUISTICA – OSCH E SCHIEFFELIN


Il testo documenta come nel corso dell’acquisizione linguistia,, i bambini diventino palanti e membri di una
comunità.

Si tratta di un cambi che esamina il modo in cui gli individui diventano membri competenti di una comunità
di pratiche ed atti attraverso l’uso del linguaggio.

La teoria della socializzazione linguistica nasce da una convinzione antropologica che il linguaggio è un
qualcosa di fondamentale per lo sviluppo della conoscenza e della sensibilità culturale del bambino.
La pragmatica tende ad essere limitata a ciò che Malinowski chiamava “il contesto situazionale” con un
interesse negli atti verbali, attività, turni, sequenze, stili, intenzionalità. Invece gli studi sulla socializzazione
linguistica esaminano come i bambini o altri novizi apprendono e mettono in atto il contesto della
situazione in relazione al contesto culturale. La ricerca sulla socializzazione integra metodi etnografici per
capire le strutture sociali e le interpretazioni culturali di forme semiotiche e ideologie. Le ricerche
sull’acquisizione linguistica privilegiano la conversazione madre-figlio come punto di osservazione invece la
ricerca sulla socializzazione linguistica l’osservazione a una gamma di adulti e bambini con cui altri bambini
o novizi apprendenti si impegnano in qualche modo allo scenario configurato dal punto di vista
socioculturale. L’attenzione viene posta su ruolo del linguaggio come parte integrante di come il cambino
cresce e diventa membro di famiglie e comunità (lacuna dell’antropologia)
Diverse ricerche condotte ad harvard hanno investigato su come le teorie locali e le influenze ambientali e
del lavoro dei genitori siano incisive per lo sviluppo del bambino.

Le ricerche sulla socializzazione linguistica emergono a partire dal 1980 e mettono in risalto aspetti
dell’ambiente socioculturale durante la pratica comunicativa dei bambini , studi che erano rimasti fuori
dall’ambito della linguistica, psicologia e antropologia. Divenne importante conoscere cosa veniva detto ai
bambini e da chi e in quale varietà o registro, al pari di studiare l’ordine in le strutture fonetiche e
sintattiche si evolvevano (studi della linguistica acquisizionale). Adottando delle prospettive etnografiche e
interculturali è stato possibile documentare come i bambini diventavano parlanti e membri di una comunità
(Ochs e Schieffelin 2008). Le ricerche sulla socializzazione, in oltre, hanno permesso di capire come i
bambini o novizi apprendenti creano “reti di significato” e “involontari modelli di comportamento” (Sapir
1929). Le ricerche si sono basate su indagini all’interno della micro-interazione e della macro-società.

Contemporaneamente, studi accademici sostengono che la socializzazione linguistica è un processo che


occupa tutta la vita e che intacca gli ambiti più disparati, come la famiglia, la scuola, la religione, lo sport,
ecc… adulti e bambini si imbattono sempre in nuove situazioni e sfide che evocano lo sviluppo di più
conoscenze.

Socializzazione linguistica e operato

Negli anni il termine “socializzazione” (Persons e Bales 1956) è stato visto come eccessivamente
deterministico, unidirezionale, orientato verso l’età adulta da diversi psicologi culturali, antropologi e
sociologi. Le stesse critiche vennero fatte al termine di “inculturazione” che vede il bambino come un
recipiente passivo di un cultura localizzata. Boas pose le basi per questa prospettiva nell’insistere a dire che
la conformità dei bambini a delle abitudini nella conversazione, nell’agire e nel pensare è un processo
istintivo e automatico. Nell’infanzia si acquisiscono quindi, secondo lui, modi di muovere il corpo che
diventano automatici e quasi difficili da cambiare per seguirne degli altri. In questo quadro teorico, la
conoscenza culturale è riprodotta durante l’infanzia tramite imitazione e internalizzazione e non vi è
nessuna modifica. Più recentemente, Bourdieu e Passeron (1990) affermarono che gli educatori “inculcano”
mentre gli apprendenti “internalizzano” principi impliciti ed espliciti di pratiche, abitudini. Questi due
studiosi vedono la pedagogia come una sorta di violenza simbolica e “l’imposizione di un’arbitrarietà
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culturale attraverso un potere arbitrario”, al contrario di Boas il quale vede tutto ciò come fruttuoso e
necessario.
In questo articolo il termine ‘socializzazione’ all’interno di ‘socializzazione linguistica’ diverge da quei usi e
prende ispirazione da Sapir, nel suo articolo del 1993 intitolato ‘Linguaggio’ in cui dice che ‘il linguaggio è un
buon punto di forza per la socializzazione e probabilmente il migliore che esista’. Sapir propone una visione
di “cultura genuine” nutrita dalla società ma che finisce poi per sorgere internamente nell’individuo.
Un punto centrale della ricerca sulla socializzazione linguistica è che la partecipazione dei novisi alle
pratiche comunicative è promossa ma non determinata dall’eredità delle persone informate socialmente e
culturalmente o da altri strumenti e caratteristiche di un ambiente ormai ben strutturato. Alcune situazioni
di socializzazione implicano che le persone più grandi siano considerate più esperte mentre i più giovani
come novizi; ma studi recenti hanno ammesso che il ‘luogo comune’ subisce trasformazioni rapide
apportate dalla tecnologia e da fresche prospettive rendendo il vecchio modus operandi e modi di pensare
inadeguati. Il consiglio che Mead dà agli insegnanti è di crescere e imparare con e dai bambini.
Come rivelato da Schegloff (1986), anche le più piccole routine internazionali (come l’inizio di una
telefonata), è lontana dall’essere automatica ma rappresenta un raggiungimento di competenze
internazionali. La creatività è possibile grazie alla routinizzazione anche se il livello di libertà di esecuzione
varia tra situazioni e generi di discorso.
Ciò che non si nota molto è che i bambini e i giovani assumono competenze comunicative pratiche
informali, adeguate all'età, situate e soggettive che poi si perdono e che possono atrofizzarsi per il disuso in
un momento successivo. Questo utilizzo del linguaggio fa parte di uno stage della vita. Il corso della vita è
marcato da cambiamenti segnati dalle esperienze nel campo della socializzazione linguistica che porta alla
perdita di certe forme linguistiche a favore di altre, avendo un impatto sulle abitudini storiche della società.
Da questo manuale potremmo vedere come le abitudini linguistiche sono cambiate, si sono trasformate e
ristrutturate negli anni.

La socializzazione linguistica è meglio vista come qualcosa di interazionale piuttosto che un processo
unidirezionale e tutte le parti delle pratiche di socializzazione sono agenti che contribuiscono alla
formazione di competenze. Le conoscenze, il talento, la virtù, l’azione e l’emozione sono bloccate e
naturalizzate attraverso scambi socialmente organizzati, collaborativi. Rogoff è dell’idea che imparare
richiede collaborazione e lo sviluppo è il risultato dinamico della partecipazione del bambino in attività con
altri che guidano la loro partecipazione.

Comune è in tutte le interazioni sociali è un’asimmetria di conoscenze e potere e questa asimmetria può
durare qualche turno oppure per sempre. Gli esperti e i novizi vengono distinti proprio attraverso questa
asimmetrica di conoscenze ratificate, che è legato all’esercizio del potere sopra le persone. Questa
simmetria di posizioni all’interno di interazioni è regolata da conoscenze ratificate sul campo religioso, o
altri campi che contengano lessico specializzato, leggi, regole, formule, scoperte scientifiche, testimonianze.
Al contrario, le conoscenze non ratificate non danno alcun vantaggio. L’esercizio del potere sui parlanti
novizi è onnipresente. Le asimmetrie, tuttavia, non sono limitate solo all’interazione adulto-bambino, ma
compaiono anche fra pari, e sembra che il giudizio e la correzione di uno di essi può avere l’effetto di
degradare certi bambini.

Diventare parlanti delle culture

Un altro principio della ricerca sulla socializzazione linguistica è che, oltre a diventare fluenti comunicatori, i
bambini e gli apprendenti diventano anche membri della comunità. Il fatto che essi diventano degli efficaci
comunicatori dipende dall’aver preso possesso dei vari domini di conoscenza. Il processo per diventare un
membro riconosciuto implica una serie di ideologie relative alle risorse comunicative e su come mantenere
le relazioni interpersonali. Ciò avviene applicando dei parametri situazionali che attorniano chi comunica
(cosa, con chi, in che modo, genere e codice). I novizi arrivano a capire le fondamenta sociali e culturali di
questi parametri attraverso le loro e di altri strutture sociali di impegno in queste situazioni.
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Agli esseri umani viene insegnato in modi diversi attraverso codici linguistici e altri sistemi semiotici che
analizzano ambienti, istanziano azioni sociali, organizzano relazioni ed evocano stati psicologici. Alcuni dei
modi in cui le forme semiotiche compiono questi fini sono universali nei modi di pensare, sentimenti,
interazioni con il mondo sociale e fisico. È difficile immaginare una comunità in cui la socializzazione
linguistica non coltiva competenze sociali attuando e attraverso richieste, domande, asserzioni,
pianificazioni, racconti, correzioni, valutazioni, conferme e discussioni. La socializzazione in queste comuni
attività comunicative facilita l’impegno sociale nono solo nella comunicazione linguistica ma anche
attraverso essa.
Dall’altra parte della medaglia possiamo vedere possiamo vedere come la socializzazione linguistica sia
locale e situata. Il bambino non diventa solo un parlante di una lingua bensì ‘parlante di una cultura’.
Mentre gli antropologi non vedono più la cultura come omogenea, confinata e statica, gli adulti e i bambini
cercano sempre di dare un senso alle loro vite fabbricando significati in questo senso. I ricercatori invece
hanno modo di testare la continua centralità dell’apprendimento per interpretare significati sociali situati
all’interno di collettive rappresentazioni e per agire come ci si aspetta in determinate circostanze. I
principianti riconoscono come e quando fare certe richieste, domande, asserzioni, piani, storie, correzioni,
valutazioni, conferme, discussioni. Imparano come esprimere le loro emozioni e costruire loro stessi come
persone morali in spazi pubblici. Dunque, universalmente, la socializzazione linguistica orienta i parlanti
novizi ad interagire col mondo che li circonda usando la lingua e altre risorse semiotiche. In questo articolo
non si abbraccia il determinismo linguistico.

Trascendendo la divisione Natura-Natura

La socializzazione linguistica media il dualismo natura-natura: sviluppo e apprendimento, individuo e


società, la mente e la cultura. La relazione tra neurobiologia e cultura è stata un punto di partenza per il
dialogo interdisciplinare con un interesse particolare nello sviluppo della capacità di cooperare con gli altri.
La teoria della socializzazione linguistica ha formulato un paradigma che sostiene che sia natura e
apprendimento ne siano implicati.
La ricerca sulla socializzazione linguistica condivide con la psicologia culturale l’idea che la nascita del
bambino e la sua crescita è informata (determinata/influenzata?) da storie culturali e sociali delle comunità
a cui i genitori appartengono. Anche prima che i bambini nascano, questi entrano in un mondo sociale che
è culturalmente organizzato e formato da idee sulla persona, sulla socialità e la complessa relazione tra
natura e apprendimento. Le persone e le cose attorno al bambino, esplicitamente o implicitamente
contribuiscono all’emergere di competenze sociali e comunicative del bambino, così come i comportamenti
di chi se ne prende cura. Secondo degli studi di De Leòn, bisognerebbe includere i bambini in conversazioni
in scambi triadici. La prevalenza di conversazioni multi party contro quelle diadiche può contribuire affinché
il bambino si orienti e inizi a prestare attenzione al mondo sociale che li circonda. Esempi di conversazione
multi party è la visita dal dottore, un’interazione triadica.
Le ricerche sulla socializzazione linguistica considera il ruolo della natura nella comunicazione emergente
dei bambini attraverso analisi sistematiche attraverso forme di partecipazione localmente preferite e
socialmente situate, credenze e conoscenze. È bene affermare dunque che la socializzazione pone al centro
l’idea che la modalità di crescere dei bambini è motivato dal repertorio di una comunità che ha preso forma
attraverso le emozioni, la conoscenza, il proprio credo ecc… esternalizzate attraverso il linguaggio e altre
forme prosodiche. L’ideologia, ad esempio, si radica profondamente e guida l’input verbale verso il
bambino.

Risorse semiotiche per la socializzazione

Vi sono due importanti caratteristiche alla base della socializzazione linguistica:

(1) Un focus analitico sul parlato, lo scritto, i gesti, le immagini, la musica, e altri segni come mezzo
d’inizio e di fine del processo di socializzazione
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(2) una sensibilità etnografica che spiega il potere delle risorse semiotiche in termini di durature e
mutevoli pratiche, eventi, situazioni, istituzioni, relazioni, emozioni, estetica, moralità, conoscenza
e ideologie socioculturalmente significative.

Una definizione di Ochs e Schieffelin dice ‘la socializzazione avviene attraverso l’uso del linguaggio e per
usare il linguaggio’. Uno degli obiettivi centrali è stato di discernere il ruolo del linguaggio e altri sistemi
semiotici nella riproduzione quotidiana. La socializzazione linguistica per aver luogo prende in
considerazione la grammatica, il lessico, la fonologia, gli atti linguistici, le sequenze conversazionali, il
genere, il canale e i codici. Prende in considerazione anche altre forme espressive (gesti, rappresentazioni)
in modo tale che il processo per diventare membro sociale di un gruppo avvenga.

Bisogna ricordare che la socializzazione linguistica adotta una prospettiva antropologica, poiché i segni
utilizzati sono costantemente soggetti a cambiamenti legati ai contesti sociali.

Le risorse di analisi del linguaggio per la socializzazione fanno affidamento su:

- Documentazione audio e visiva (registrazione, fotografie) all’interno di un contesto di vita sociale di


una comunità;
- Collezione di testi rilevanti e altri artefatti;
- Osservazioni e interviste in campo etnografico.

Gli studi di socializzazione linguistica tendono a porsi su livelli di analisi, guardando l’inclusione nella vita
sociale, dei bambini e di principianti in una prospettiva top-down, quindi partendo dall’analisi
dell’organizzazione delle forme semiotiche e comunicative per arrivare a guardare ai movimenti del corpo,
gesti.

Pratiche di socializzazione linguistica

A rischio di equivocare l'ovvio, la socializzazione della lingua non si riduce a un insieme di comportamenti
esplicitamente e intenzionalmente orientati a migliorare le conoscenze o le abilità di un novizio. in questo
volume vengono sottolineati i modi in cui le convinzioni durature ed emergenti appaiano in atti come:

- il parlare, agire, pensare e sentire, sull'organizzazione dell'ambiente comunicativo;

- il posizionamento dei novizi nel ruolo di partecipanti interattivi;

- l'accedere a repertori semiotici che potenziano o ostacolano specifiche abilità comunicative e sociali
ed evocano significati legati al contesto della situazione e al contesto della cultura.

La socializzazione linguistica si basa sulla disponibilità di queste condizioni e altro ancora.

La socializzazione linguistica può trasparire da pratiche esplicite o implicite. Secondo Bordieu e Passeron, la
pratica pedagogica dell’inculcare, insieme all’istituzionalizzazione, è una delle maggiore occasioni per
formulare e convertire schemi pratici in norme esplicite.

L’istituzione educativa presenta delle regole e spiegazioni per codificare la conoscenza mentre tutt'intorno i
novizi acquisiscono padronanza pratica senza un sussurro di discorso oggettivante

Bourdieu sottolinea l’importanza del coinvolgimento corporale come mezzo per ottenere conoscenze
pratiche. Heath sostiene che il corpo, in particolare la vista, è stata per secoli il punto di apprendimento
creativo, nelle arti e nelle scienze, e solo di recente ciò è stato utilizzato in classe per dare istruzioni sia
scritte che verbali. Anche ottenendo conoscenze pratiche attraverso l’immersione corporale, ciò non è un
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qualcosa di diffuso. La padronanza pratica dei bambini e dei novizi è assistita da atti linguistici e attività che
li orienta ad affrontare situazioni e la vita in linea generale. Gli insegnati (o chiunque li assista) credono che
ai bambini debba essere insegnato a parlare correttamente per un immediato inserimento sociale. I novizi,
in qualsiasi situazione formale o informale, sono dei recipienti di errori-correzioni, giudizi, ricordi, comandi,
consigli, richieste, allarmi, insulti, vergogna, gossip, frasi, proverbi ecc.. questi atti linguistici possono
occorrere prima, durante, dopo il comportamento e garantiscono l’attenzione degli altri.

Esempi: in Giappone, i caregivers controllano sempre il bambino durante le sue pratiche sociali,
dimostrando ai bambini come usare appropriatamente il proprio corpo per ringraziare o mostrare
apprezzamenti nel momento giusto. In Tailandia, i parenti e gli insegnanti insegnano il rispetto riferendosi a
loro stessi con livelli di rispetto che i bambini dovrebbero usare correttamente .

La socializzazione linguistica e le comunità di parlanti

Le competenze linguistiche e sociali dei bambini sono state viste come un sistema di sviluppo, ma, alla luce
dell’eterogeneità sociale che prevale tra il mondo delle comunità, le ricerche sulla socializzazione linguistica
dicono che:

- Le lingue e le comunità stanno subendo una trasformazione;


- Le produzioni culturali e linguistiche dei bambini sono influenzate da questa trasformazione;
- I bambini stessi contribuiscono a questa trasformazione.

dato che molte comunità sono caratterizzate dalla eterogeneità di ideologie e pratiche linguistiche e
culturali, la vita di molti bambini e adulti si trovano in ‘zone di contatto’ con gruppi sociali e linguistici che
ne determinano la trasformazione.

La formazione sociale e culturale in questi casi spesso ha a che fare con continue negoziazioni all’interno di
gruppi radicalmente eterogenei le cui traiettorie storiche separate sono arrivate ad incontrarsi; negoziazioni
tra sistemi di significato radicalmente eterogenei che sono entrati in contatto dall’incontro e all’interno di
relazioni di radicale disuguaglianza rafforzata dalla violenza.

Ne sono un esempio le missioni (religiose) che hanno imposto diverse maniere di pensare e comunicare agli
indigeni.

In Dominica, in una società Afro-Francese Creola, i caregivers privilegiano l’inglese come lingua di rispetto e
scoraggiano i bambini dall’usare il creolo, descritto come volgare. Questi micro-processuali cambiamenti
evidenti nelle pratiche linguistiche si socializzazione, possono essere in alcuni casi uno dei più importanti
meccanismi di cambiamento di linguaggio (language shift). Nell’isola caraibica di S. Lucia, dopo aver parlato
in lingua nativa ai bambini quando ancora questi non parlavano, viene chiesto ai genitori di passare
all’inglese una volta che iniziano a parlare.

Anche il campo dell’immigrazione fa presagire zone di contatto in cui bambini e giovani diventano allo
stesso tempo agenti e target di socializzazione linguistica. Gli studi sulla socializzazione linguistica di giovani
immigrati vedono processi e pratiche di continuità, identificazione, discontinuità e disidentificazione come
parte dell’esperienza dell’immigrazione. La violenza assume diversi aspetti per quei bambini e ragazzi,
soprattutto per quanto riguarda le pratiche linguistiche dei nativi che stabiliscono barriere sociali tra “loro”
e “noi”.

La socializzazione linguistica sostiene anche l’idea che una persona può essere esperta in una situazione ma
novizia in un'altra.