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Filosofia della natura

Introduzione ( = Introduzione del manuale)


Che cos’è la filosofia della biologia (?)
Una prima risposta è quella di ricorrere alla distinzione tra la filosofia generale della scienza, che si occupa
di questioni che riguardano tutte le scienze, quindi si occuperà di metodo, di distinzione tra scienza e
pseudoscienza, di questioni come la causalità, il riduzionismo e così via e filosofia delle scienze speciali o
particolari, che può essere intesa in due modi andando a discutere gli oggetti, i processi, le assunzioni che
sono proprie di una scienza specifica o trattarla secondo la filosofia generale della scienza.
In relazione alla filosofia della biologia c’è qualcosa di più!
Nel momento in cui affermiamo che “gli animali derivino da quattro o cinque progenitori al massimo” da
un lato stiamo formulando un’ipotesi scientifica, dall’altro questa ipotesi a delle conseguenze sul modo di
percepire noi stessi. Una frase di questo tipo significa che gli uomini derivano dagli stessi progenitori di tutti
gli altri organismi viventi e quindi non sono creazioni divine. Questo ha avuto ed ha delle conseguenze
molto importanti ed è stata una delle ragioni per cui “L’origine delle specie” ha fatto fatica ad affermarsi. “A
giudicare dal passato, possiamo con certezza dedurre che nessuna delle specie viventi trasmetterà la sua
immutata somiglianza a un lontano futuro” Significa che le specie evolvono e che le specie si estinguono e
Darwin non aveva particolare sensibilità ecologista, nel senso che aveva fiducia nel progresso e nell’idea
dell’equilibrio, ossia nel fatto che la natura sia in equilibrio e che quindi l’estinzione della specie per la
natura sia irrilevante. Ad oggi sappiamo che non è così! Pensare che le specie si estinguono ha delle
ripercussioni importanti sul modo di concepire noi stessi.
La filosofia della biologia tramite le sue affermazioni ha delle implicazioni riguardo a questioni che ci
toccano direttamente: Chi siamo? Qual è il nostro posto della natura? Che ne è delle religioni, delle società,
della filosofia?
Quindi la biologia può avere un impatto sulla filosofia in generale e viceversa e questa è una caratteristica
che contraddistingue almeno in parte la biologia rispetto alle altre scienze! Nel caso della matematica e la
fisica le conseguenze per quanto riguarda il nostro posto nella natura sono meno evidenti, cioè ci toccano
meno direttamente.
Filosofia – Biologia : La filosofia può avere un impatto sulla biologia, in che modo?
I. Tramite chiarificazione intellettuale e integrazione interteorica. Normalmente i biologi non si
occupano di mettere insieme da un punto di vista interteorico i loro risultati perché si concentrano
a conseguire i loro risultati nel loro ambito. Ecco che la filosofia può fornire degli strumenti
concettuali per una integrazione interteorica tra i vari rami della biologia e tra la biologia e altre
scienze.
II. Inoltre, la filosofia della biologia intesa come indagine metafisica e ontologica ha il compito di
mettere in chiaro quali sono gli impegni ontologici della biologia, un esempio emblematico è quello
degli organismi che sono considerati la moneta corrente della biologia, possiamo chiederci se ci
siano nel mondo cose come gli organismi. Si noterà come tracciare i confini degli organismi è
tutt’altro che semplice e se qualcosa non ha confini definiti, possiamo dubitare della sua esistenza.
Poi potremmo chiederci che cosa sono questi organismi e questa è l’indagine metafisica.
III. Il terzo modo è la riflessione critica sul metodo e sulle applicazioni della biologia. Ad esempio, in
ecologia uno strumento metodologico sono i modelli, che sono delle semplificazioni delle variabili
della realtà per prevedere degli scenari futuri; ci possiamo chiedere dal punto di vista della filosofia
della biologia quale sia la validità di tali modelli, la relazione tra questi modelli e la realtà.
IV. Un quarto modo è la riflessione su bias e le “ teorie filosofiche invisibili”, che sono dei pregiudizi in
favore di qualche cosa. Un esempio è il vertebrate bias, quella tendenza che i biologi hanno ad
attribuire a tutti gli organismi proprietà che sono proprie solo dei vertebrati, questo bias secondo
alcuni autori avrebbe condizionato la nostra stessa concezione degli organismi e quindi sarebbe
limitante rispetto alle teorie che possiamo elaborare (Jack Wilson). Un altro esempio è quello
dell’ipotesi azoica (Forbes) secondo la quale non ci sarebbe vita sotto i seicento metri, nella
profondità degli oceani; Forbes era uno scienziato molto rispettato e quindi la sua ipotesi era stata
presa per buona e di conseguenza la ricerca fu condizionata, in quanto i ricercatori tendevano a
non ricercare la vita sotto i seicento metri; poi si è scoperto che la vita sotto i seicento metri
eccome se c’è. L’ipotesi azoica era stata formulata in relazione a limitazioni pratiche, perché Forbes
aveva provato a raccogliere esemplari di organismi più o meno nella stessa zona e in più usava un
“retino” che non riusciva a trattenere i corpi molli, quindi non li raccoglieva ma c’erano, eppure
l’accettazione di quest’ipotesi ha condizionato la ricerca di altri scienziati.
Un esempio di teoria filosofica invisibile (Lakoff) è quella dell’essenzialismo. Secondo Lakoff
l’essenzialismo, cioè l’idea che le specie possiedano un’essenza, non è un’assunzione scientifica ma
filosofica e che in parte ha a che fare col nostro modo di relazionarci al mondo, probabilmente per
ragioni evolutive, eppure nelle classificazioni biologiche questa teoria è stata seguita e tutt’ora è un
limite per la classificazione.
Enunciati fattuali e propriocentrici
Enunciati fattuali: Trasmettono informazioni relative alla ricerca empirica o razionale, la quale è
disinteressata rispetto alle conseguenze che tali risultati possono avere per i nostri valori e la maniera in cui
concepiamo noi stessi. Generalmente in terza persona. La loro verità o falsità è indipendente da chi li ha
formulati. “Gli organismi evolvono per selezione naturale”.
Enunciati propriocentrici: Trasmettono informazioni che riguardano noi stessi, ottenute o tramite
introspezione o assumendo la prospettiva di un’altra persona o gruppo. Generalmente in prima persona. La
loro verità o falsità dipende da chi li ha formulati, in quanto sono legati ad una particolare prospettiva.
“Sono stanca”. NB propriocentrico non vuol dire solo soggettivo in senso stretto, ma anche in senso lato (io
e l’umanità).
Una volta calato in uno specifico contesto sociale, buona parte degli enunciati fattuali implicano degli
enunciati propriocentrici (Es. c’è un mazzo di chiavi sul tavolo – Ho dimenticato le chiavi).
Gli enunciati propriocentrici hanno tipicamente un valore assiologico, cioè hanno a che fare con la sfera dei
valori, quindi hanno un valore più elevato di enunciati fattuali. (Es. (2) ha un valore assiologico > (1)).
La biologia studia fatti che implicano informazioni propriocentriche a cui molti di noi assegnano un valore
assiologico, ossia etico, identitario, politico, emotivo e religioso. La biologia si colloca all’intersezione tra
questi enunciati, cioè la filosofia della biologia si pone all’intersezione tra quei fatti di cui i biologi ci
rendono consapevoli e il modo in cui tali fatti influenzano la concezione che abbiamo di noi stessi e il nostro
posto nella natura. (Es. Teoria dell’evoluzione delle specie, scoperta della struttura del DNA, studi della
razze umane di Cavalli-Sforza).
Impostazione metodologica
Qual è l’approccio che seguiremo? Filosofia della biologia come indagine metafisica e ontologica.
Seguiremo la posizione di Achille Varzi per il quale l’ontologia è la disciplina filosofica che intende
rispondere alla domanda “che cosa c’è?”, definizione mutuata da Quine. In questo senso l’ontologia
sembra avere tra i suoi compiti quello di fare un catalogo dell’esistente. Il nostro catalogo avrà a che fare
con l’ambito dell’essere studiato dalla biologia, per capirlo occorre guardare su quali entità vertono le
teorie biologiche. Quello che faremo si configura come una sorta di ontologia regionale, ossia un’ontologia
della biologia. Guardando alle teorie biologiche incontriamo organismi, specie, geni. L’indagine ontologica
riferita alla biologia è una specifica ontologia regionale che mira a portare alla luce gli impegni ontologici
della biologica, che sono l’ammissione di una certa entità o un certo processo all’interno del proprio
universo di discorso. La metafisica è la disciplina filosofica che intende rispondere alla domanda “che cos’è
quel che c’è?”. Qual è la natura degli articoli che ho inserito all’interno del catalogo. Che cosa sono le
specie, gli organismi, i geni?
Dizionario
Entità concreta: Occupa una regione di spazio-tempo. Es. Esseri umani, computer, galassie.
Entità astratte: Non occupano una ragione di spazio-tempo e quindi sono immutabili. Es. Numeri, teoremi
Individuo: Particolare concreto, ossia ogni entità concreta, vivente o non vivente, che sia unica.
Proprietà: Modo di essere di uno o più individui. Es. H20 è una proprietà di ogni molecola di acqua.
Essenziale vs. accidentale : Distinzione in termini cartesiani.
Processo: Successione di fenomeni che presenta una certa unità. Es. il processo di sviluppo degli organismi,
generalmente è una serie di eventi che comincia con una cellula, passa attraverso vari processi tra cui per
esempio la riproduzione, la vecchiaia e la morte.
La nascita della biologia
Minelli – “Biologia. La scienza di tutti i viventi”
Descrizione del percorso che ha condotto all’istituzionalizzazione della disciplina intesa come scienza di tutti
i viventi. La biologia è una disciplina abbastanza recente, il termine a indicare la scienza dei viventi compare
nel 1802 per la prima volta. La domanda che guida il libro è “Come si è arrivati a sentire l’esigenza di una
disciplina che si interessi solo dei viventi e, al tempo stesso, di tutti i viventi?”
I tre passaggi teorico/concettuali necessari senza i quali la biologia non si sarebbe potuta costituire per
come la intendiamo oggi sono:
I. Superare la tradizione che attribuiva lo studio delle piante e lo studio degli animali a due discipline
distinte. Grazie al principio di continuità della natura e alla teoria cellulare.
II. Riconoscere, all’interno degli oggetti naturali, una distinzione primaria tra i corpi inanimati e gli
esseri viventi. Grazie a Pallas, Hanovius, Treviranus e Lamarck.
III. Accettare che la stessa disciplina che abbracciava lo studio delle piante e degli animali includesse
anche l’essere umano. Grazie a Darwin.
(I)
Principio di continuità della natura
Possiamo oggi considerare la biologia come la scienza che si occupa di tutti i viventi, mentre la tradizione
attribuiva lo studio delle piante e degli animali a due discipline distinte.
Tradizionalmente non c’è dialogo tra la biologia e la botanica.
 Per quanto riguarda la filosofia, Aristotele e Reimarus, che sostiene che le piante appartengano agli
oggetti inanimati, ne sono un esempio.
 Per quanto riguarda la storia naturale, Linneo divide la natura in tre regni: minerali, vegetali e
animali. Questa sua teoria ebbe una forte influenza nella tradizione, che, per l’appunto, non
riconosce il vivente come categoria in sé ma riconosce esclusivamente le tre categorie. La presenza
di questo tipo di ripartizione impedisce alla biologia di essere la scienza di tutti i viventi.
Tuttavia, alcune entità sembravano sfidare questi confini e di questo era consapevole già Aristotele
quando parlava delle ascidie dicendo che non è chiaro in che gruppo debbano essere collocate. “Le ascidie
poco differiscono dalla natura delle piante, tuttavia sono più vicine agli animali delle spugne: queste
presentano senz’altro i caratteri di una pianta. [le ascidie] vengono avvicinate alle piante perché vivono
soltanto attaccate a qualcosa; tuttavia, giacché hanno una parte carnosa, sembrerebbero possedere una
certa facoltà percettiva; non è chiaro in quale dei due gruppi vadano poste.”. Oltre alle ascidie fino al ‘700
spugne, coralli, alghe coralline venivano classificate tra i minerali.
Due entità hanno giocato storicamente un ruolo importante la messa in discussione dei tre regni delineati
da Linneo.
I. La prima è il corallo. Nel 1707 la rivista “Journal des Sçavants” (la prima rivista scientifica pubblicata
in Europa) pubblica un estratto di una lettera inviata dal geografo, geologo e botanico bolognese
Marsilli all’abate Bignon a proposito della comparsa di “fiori” su alcuni rami di corallo. La presenza
di fiori sui coralli fu una prova della natura intermedia tra minerali e vegetali, vennero per questo
nominati litofiti. Nel 1727 il fisico e naturalista René Reaumur, all’Accademia delle scienze di Parigi,
scrive: “il corallo viene annoverato tra le pietre preziose dai gioiellieri, tra le piante dai botanici.”.
Nello stesso periodo, il medico e naturalista Jean-André Peysonnel scrive: “il corallo e entità simili
(spugne…) sono zoofiti, dunque organismi (non minerali!) nei quali coesistono caratteristiche
proprie delle piante e degli animali”. Il corallo è fissato al substrato, ha rami e “fiori” –come le
piante– ma i “fiori” sono molli e contrattili – come è tipico dei tessuti animali.
II. La seconda entità importante in questo contesto è l’idra verde, che è un polipo di acqua dolce.
Scoperta essere sensibile agli stimoli meccanici e capace di qualche movimento (animali) e avente
una capacità rigenerativa (piante): Abraham Tremblay, naturalista ginevrino (1710- 1784) scopre
che l’idra (polipo d’acqua dolce) è sensibile agli stimoli meccanici e capace di qualche movimento
(animali) ma presenta una fortissima capacità rigenerativa (piante): da un frammento dell’individuo
d’origine può formarsi un individuo completo. Inoltre, come le piante, molte idre sono verdi.
Charles Bonnet scrive: “le mirabili proprietà che [questi polipi] hanno in comune con le piante,
intendo dire la moltiplicazione per gemme o da frammenti, indicano a sufficienza che essi
rappresentano il legame che unisce il regno vegetale a quello animale. Questa riflessione fa nascere
in me il pensiero, forse temerario, di disegnare una Scala degli esseri naturali”.
Alla luce di queste entità Dauberton (1716-1800) scrive: “Le linee di separazione [tra i tre regni] non
esistono affatto in natura: ci sono degli esseri che non sono né animali, né vegetali, né minerali e che non ci
sforzeremmo invano di attribuire all’uno o all’altro regno”
Il principio di continuità della natura (Bonnet) vuole che non ci siano categorie separate tra loro per
quanto riguarda gli oggetti naturali, ma vuole che ci sia un continuo che parte dalle sostanze inorganiche
fino ad arrivare all’essere umano. Se avessimo una conoscenza compiuta di tutti gli esseri naturali la
comprenderemmo a pieno. Questo principio viene abbracciato anche da un importante naturalista francese
che è Buffon secondo il quale fare una classificazione degli enti naturali è complicato, quindi vanno meglio
intesi come disposti in una scala continua al cui culmine c’è l’essere umano. “Osservando [i diversi oggetti]
che compongono l’universo e ponendosi alla testa di tutti gli esseri creati, [l’essere umano] si accorgerà,
stupito, che si può discendere per gradi quasi insensibili dalla creatura più perfetta alla materia più informe,
dall’animale meglio organizzato al minerale più bruto; egli riconoscerà che queste impercettibili sfumature
sono la grande opera della natura. La natura procede per gradi sconosciuti e, di conseguenza, non può
prestarsi completamente a queste divisioni, poiché passa da una specie all’altra, spesso da un genere
all’altro, attraverso sfumature impercettibili, così che si trovano specie intermedie e oggetti divisi a metà
che non si sa dove sistemare, per cui ne rimane necessariamente sconvolto il progetto del sistema
generale.”
Il principio di continuità della natura ha in realtà origini antiche. Lo troviamo già in Aristotele, sebbene per
lui ciò che distingue gli esseri viventi dagli esseri non viventi, è l’anima e quindi c’è una continuità per
quanto riguarda la materia ma non per quanto riguarda l’anima. “La natura passa così gradualmente
dall’inanimato all’animato che la loro continuità rende indistinguibile il confine e ci sono oggetti intermedi
che appartengono a entrambi gli ordini”. Lo troviamo anche in Locke che sostiene che “In tutto il mondo
visibile corporeo non troviamo fratture e lacune. A partire da noi stessi la discesa è tutta per tratti graduali,
serie continua in cui ogni stadio ben poco differisce dall’altro. Ci sono pesci che hanno ali e non sono
estranei alla regione aerea; e ci sono uccelli abitatori delle acque, il cui sangue è freddo come quello dei
pesci e il regno animale e vegetale sono così stranamente congiunti, che a voler prendere i gradi inferiori
dell’uno e quelli superiori dell’altro, difficilmente si troverebbe fra di essi una grande differenza; e così via,
finché si giunge alle più infime e inorganiche parti della materia, dovunque troveremo che le diverse specie
sono connesse fra loro e differiscono solo per gradi quasi impercettibili”.
Con l’affermarsi del pensiero evoluzionistico l’albero sostituirà la scala e questo è stato uno dei grandi
impatti della rivoluzione darwiniana. L’essere umano non è più il grado più alto della scala ma un ramo tra
gli altri di un albero che unisce tutti gli esseri viventi. Tuttavia, l’idea della scala rimane come bias o come
teoria filosofica invisibile anche oggi, per esempio quando si parla di animali superiori/inferiori.
Teoria cellulare
Il passo decisivo nel superare la separazione tra piante e animali e dunque nel procedere verso la
fondazione della biologia come scienza di tutti i viventi è la formulazione della teoria cellulare, grazie anche
ai progressi nello studio della struttura microscopica di piante e animali.
1837-39, Teoria cellulare: Matthias Jacob Schleiden (botanico) e Theodor Schwann (medico). 4 principi:
I. Tutti gli animali e tutte le piante sono fatti di cellule
II. Le cellule possiedono gli attributi della vita (assimilazione, accrescimento, riproduzione)
III. Tutte le cellule derivano da cellule preesistenti
IV. La cellula è l’unità riproduttiva dei viventi, ossia tutti o quasi gli organismi, nel corso del loro ciclo
biologico, passano per uno stadio unicellulare.
Grazie all’uso del microscopio Schwann raffigurò le cellule di una cipolla e le cellule di un pesce mostrando
che non c’è una differenza importante tra le due cellule. Questo sancisce una connessione tra i due regni
della natura organica nella misura in cui le cellule di cui sono composti i loro elementi hanno una simile
struttura e simili leggi di sviluppo.

(II)
Mentre il primo passo consiste nell’unificare i due regni, il secondo è quello di riconoscere che la distinzione
primaria non è tra piante, animali e minerali, ma tra minerali da un lato e vegetali e animali dall’altro.
È a Treviranus e Lamarck che dobbiamo il primo uso del termine “biologia” così come lo utilizziamo oggi,
ossia scienza unificata di tutti i viventi, tuttavia è importante sottolineare che ancor prima dell’introduzione
del termine ‘biologia’, alcuni studiosi hanno cominciato a respingere lo schema linneano dei tre regni e a
riconoscere che animali e piante formano, nel loro complesso, l’oggetto di studio di una disciplina
autonoma, diversa da quella che si occupa degli oggetti inanimati:
I. Peter Simon Pallas, naturalista tedesco, (1741-1811) scrive “Elencus zoophytorum” (1766): L’opera
si apre con una confutazione della divisione tradizionale in tre regni, proponendo invece una netta
contrapposizione tra esseri viventi e corpi inanimati.
“Questa distinzione … è arbitraria e immaginaria; ben diversamente è organizzata la Natura,
all’interno della quale … dobbiamo invece riconoscere la distinzione primaria fra i corpi inerti e
bruti da quelli vivi e organici”.
II. Hanovius (1695-1773), matematico, storico, meteorologo. Sostiene che la biologia più che scienza
dei viventi, sia scienza della vita nelle sue caratteristiche generali. La parola compare nel titolo
dell’opera, ma l’oggetto della disciplina non è ancora chiaro.
Treviranus e Lamarck furono i primi a usare la parola ‘biologia’ per come la intendiamo oggi, ossia scienza di
tutti i viventi, indipendentemente l’uno dall’altro, nel 1802.
Gottfried Treviranus, medico e naturalista tedesco (1776-1837). Nell’opera Biologia o filosofia della natura
vivente (1802) scrive: “Troviamo la natura divisibile in due grandi regni, quello inanimato e quello vivente.
Solo nei tempi più recenti si è cominciato a sospettare che lo studio della natura vivente meriti di essere
elevato al rango di scienza. Gli oggetti della nostra indagine saranno le varie forme e manifestazioni della
vita, le condizioni e le leggi in base alle quali tale condizione si verifica e le cause che la determinano. La
scienza che si occupa di questi oggetti la chiameremo con il nome di biologia o dottrina della vita”.
In quello che scrive Treviranus possiamo vedere la partecipazione delle discipline che hanno contribuito alla
nascita della biologia, da un lato la storia naturale, costituita dalla botanica e dalla zoologia, che ci fornisce
dei dati riguardo le varie forme e manifestazioni della vita; dall’altro la medicina che studia le condizioni, le
leggi e le cause della vita. Da un lato abbiamo la storia naturale che deve diventare comparata, cioè animali
e piante devono essere studiati insieme e ha un approccio descrittivo, dall’altro la medicina, che ha un
approccio casuale. C’è la consapevolezza della necessità di una nuova scienza di tutti i viventi che trova le
sue procedure nella storia da un lato e nella medicina dall’altro.
Il termine è utilizzato in quel periodo, grossomodo seguendo la stessa linea di pensiero, da Lamarck (1744-
1829). Il termine compare all’interno dell’opera Hydrogéologie (1802): “la fisica terrestre si lascia dividere
in modo naturale in tre parti fondamentali: la teoria dell’atmosfera, o Meteorologia, quella della crosta
esterna del globo, o Idrogeologia, ed infine quella dei corpi viventi, o Biologia”. Inoltre nella Histoire
naturelle des animaux sans vertèbres (1815) scriverà: “[I corpi viventi» offrono i materiali per una specifica
scienza che non è ancora stata fondata, che non ha nemmeno un nome e alla quale darò il nome di
biologia”.
(III)
Con la teoria dell’evoluzione per selezione naturale, che affermava l’origine comune e unica di tutti i viventi,
la biologia (parola che, tuttavia, Darwin non usò, nell’ODS), la scienza della vita riceve la sua definitiva
consacrazione: tutti – e solo – gli oggetti del suo studio (i viventi) costituiscono un’unica, gigantesca
famiglia. Il terzo passaggio è l’inserimento dell’essere umano all’interno di questa disciplina. Ciò avviene
con la teoria di Darwin che afferma l’origine comune e unica di tutti i viventi. I viventi costituiscono un’unica
e gigantesca famiglia. Secondo Darwin la selezione naturale doveva spiegare l’evoluzione di tutte le specie
inclusa la nostra, mentre per Wallace la nostra specie, per la sua complessità, non è spiegabile tramite
selezione naturale.
Il punto è che affermando l’origine comune e unica dei viventi, gli esseri umani dal punto di vista biologico
non godono di alcuna priorità, sono una specie tra le altre.
La posizione degli esseri umani nella classificazione di Linneo non è inserita lontana dalle scimmie. Sono
entrambi nella classe dei quadrupedi, tuttavia la posizione dell’essere umano rimane in cima a tutto il resto,
quindi assomiglia ai bradipi e alle scimmie, ma intanto occupa una posizione di rilievo e di prevalenza.
Lo stesso avviene nella scala della natura proposta da Bonnet, è vero che c’è una continuità nella natura ma
all’interno di essa gli esseri umani stanno al vertice. Con Darwin questa idea cade, perché gli esseri umani
non sono che un ramo dell’albero, non occupano una posizione privilegiata.
Immagine (scimmia-uomo): L’idea che noi discendiamo dalle scimmie è fuorviante perchè noi tuttavia non
discendiamo dalle scimmie, ma è che abbiamo un progenitore unico. Dà l’idea che una scimmia si sia
gradualmente trasformata nel corso del tempo in un uomo. In realtà l’evoluzione, per quanto ne sappiamo
oggi, non funziona esattamente così nel senso che per quanto riguarda la nostra specie ad un certo punto ci
sono stati degli organismi molto simili alle grandi scimmie, parte di questi è rimasta isolata per qualche
ragione normalmente geografica dall’altra e quindi non si accoppiano più e di conseguenza la popolazione
originaria continua a riprodursi, mentre quella separata si riproduce solo al suo interno, quindi è possibile
che insorgano delle mutazioni. Se insorgono delle mutazioni che si sviluppano separatamente e per caso tra
queste mutazioni alcune riguardano l’aspetto riproduttivo, ad un certo punto si stabilisce un isolamento
riproduttivo tra le due popolazioni, cioè anche se si incontrassero non potrebbero più accoppiarsi e nel
momento in cui questo avviene si dichiara che le due specie sono differenti. Quindi quello che è descritto in
quell’immagine è un processo diverso che è l’anagenesi, ossia una specie originaria accumula mutazioni nel
tempo e arriva ad un certo punto in cui ha dei caratteri talmente diversi da quella di partenza che si
considera una nuova specie. Questo era il modello darwiniano ma oggi il modello oggi adottato è quello
della cladogenesi, che è il processo spiegato prima. Cladogenesi e anagenesi sono due modelli teorici di
speciazione. Il processo descritto da Darwin è stato chiamato anagenesi, quindi corrisponde all’immagine
della scimmia che diventa uomo. Questo modello oggi viene considerato come modello per l’evoluzione di
una specie nel tempo ma non come modello per la speciazione, per la quale viene oggi accettato il modello
della cladogenesi. Anagenesi e cladogenesi sono quindi due modelli teorici dei quali si ricercano delle
esemplificazioni concrete.
Immagine (albero filogenetico oggi) mostra come la teoria darwiniana ha rivoluzionato la maniera in cui noi
guardiamo a noi stessi, al nostro posto nella natura e alla nostra relazione con altre specie. (?)
Lez. 2
La vita
Che cos’è la vita?
Una prima distinzione che è importante tracciare è la differenza tra vivere ed esistere, che sono due parole
che si riferiscono a due cose molto diverse. Tutto ciò che vive esiste, ma non viceversa (Es. pietra). Secondo
questa tradizione filosofica l’esistenza non è un predicato (Kant, CRP). Esempio Il tavolo è marrone, posso
constatare se un tavolo marrone esiste solo dopo aver predicato “marrone” di “tavolo”. Ma aggiungere
“esistente” a “tavolo marrone” non sembra aggiungere nulla: se cerco un tavolo marrone, cercherò un
tavolo marrone esistente. In altre parole: i predicati esprimono proprietà, azioni, eventi, ma “esistere” non
è un’attività o una qualità, non significa fare qualcosa o essere in un certo modo. Quando affermiamo che
qualcosa esiste, stiamo semplicemente affermando che quella cosa rientra nel nostro dominio di discorso.
In termini logici un po’ più precisi, “Esistere” significa far parte del dominio su cui i quantificatori del
linguaggio variano, ossia essere uno dei possibili valori assegnati a una variabile vincolata da un
quantificatore. Esempio Micia esisterà se può essere assegnata come valore della variabile x in una
proposizione generale quale “C’è un x tale che x è una gatta ”.
E’ importante però sottolineare che tuttavia nella tradizione troviamo l’idea che vi siano gradi di esistenza:
o Tradizione platonica, l’esistenza può essere più o meno pienamente realizzata: Dio esiste più
pienamente di un angelo, il quale esiste più pienamente di un essere umano.
o Per altri ci sono vari modi di esistenza a seconda del tipo di oggetto: un concerto (evento), il
Cervino (oggetto naturale), un passaporto (oggetto sociale), un numero (oggetto ideale).
Insomma, per il nostro corso, quando diciamo che qualcosa esiste ci stiamo impegnando ontologicamente
su quella cosa. Questa è la posizione che assumeremo: L’esistenza non è un predicato, mentre vivere è un
predicato che esprime il possesso di una o più proprietà. La nostra domanda è quali sono queste
proprietà? La risposta potrebbe consentirci di tracciare un confine tra viventi e non viventi.
o Per il vitalismo l'organismo è la somma delle parti, più un principio di attività (forza vitale) che non
è, generalmente, riconducibile alla materia. C’è la materia e un principio animatore, come per
Aristotele. Per Aristotele è l’anima che fa la differenza e che sancisce la differenza tra i viventi e i
non viventi. “Chiamiamo vita la capacità di nutrirsi da sé, di crescere e di deperire”, definizione di
Aristotele, valida ancora oggi con l’aggiunta della riproduzione. “Ora sostanze sembrano essere
soprattutto i corpi e tra essi specialmente quelli naturali. Tra i corpi naturali, poi, alcuni possiedono
la vita ed altri no; chiamiamo vita la capacità di nutrirsi da sé, di crescere e di deperire. Di
conseguenza ogni corpo naturale dotato di vita sarà sostanza, e lo sarà precisamente nel senso di
sostanza composta. Ma poiché si tratta proprio di un corpo di una determinata specie, e cioè che
ha la vita, l’anima non è il corpo, giacché il corpo non è una delle determinazioni di un soggetto, ma
piuttosto è esso stesso soggetto e materia. Necessariamente dunque l’anima è forma di un corpo
naturale che ha la vita in potenza, [mentre] l’anima è atto del corpo che s’è detto. Atto, poi, si dice
in due sensi, o come la conoscenza o come l’esercizio di essa, ed è chiaro che l’anima è atto nel
senso in cui lo è la conoscenza. Difatti l’esistenza sia del sonno che della veglia implica quella
dell’anima. Ora la veglia è analoga all’uso della conoscenza, mentre il sonno al suo possesso e non
all’uso, e primo nell’ordine del divenire rispetto al medesimo individuo è il possesso della
conoscenza. Perciò l’anima è l’atto primo di un corpo naturale che ha la vita in potenza. Ma tale
corpo è quello che è dotato di organi. (Organi sono anche le parti delle piante, ma estremamente
semplici. Ad esempio la foglia è la protezione del pericarpo e il pericarpo del frutto, mentre le radici
corrispondono alla bocca, in quanto l’una e le altre prendono il nutrimento). Se dunque si deve
indicare una caratteristica comune ad ogni specie di anima, si dirà che essa è l’atto primo di un
corpo naturale dotato di organi. Pertanto non c’è bisogno di cercare se l’anima e il corpo formano
un’unità, allo stesso modo che non v’è da chiedersi se formano un’unità la cera e la figura né, in
generale, la materia di una data cosa e ciò che ha per sostrato tale materia.”
De Anima 412a 2- 412b
o Per il meccanicismo l'organismo, come una macchina, non è nulla più che la somma delle sue parti ,
come per Cartesio. Per Cartesio i viventi sono delle macchine esattamente come gli artefatti e ciò
che distingue gli esseri umani dal resto è il cogito. Non c’è un confine tra vivente e non vivente, ma
c’è un confine tra gli esseri umani e il resto della natura. Gli esseri viventi per Cartesio sono delle
macchine; esattamente come l’individuo macchina risulta dall’organizzazione delle parti, così
l’essere vivente. Essere una macchina è la proprietà dei vivente e il Cogito è ciò che distingue gli
esseri umani dalle altre macchine. “Desidero che consideriate che tutte le funzioni che ho attribuito
a questa macchina, come la digestione dei cibi, il battito del cuore e delle arterie, il nutrimento e la
crescita delle membra, la respirazione, la veglia e il sonno, seguono tutte in modo naturale dalla
sola disposizione dei suoi organi, né più né meno di quanto fanno i movimenti di un orologio o altro
automa in seguito a quella dei suoi contrappesi e delle sue ruote; per modo che non bisogna
concepire in essa alcun'altra anima vegetativa, né sensitiva, né alcun altro principio di movimento e
di vita che non sia il suo sangue e i suoi spiriti, agitati dal calore del fuoco che brucia continuamente
nel suo cuore e che non è di natura altra da quella di tutti fuochi che sono nei corpi inanimati”.
Traité de l’homme, 1664
Vitalismo e meccanicismo attraversano la storia della filosofia almeno fino alla fine del Settecento.
Un tentativo di conciliazione di queste due tradizione è il vitalismo materialista.
Al tempo si contrapponevano due teorie principali riguardo lo sviluppo degli organismi, il preformismo,
secondo cui gli individui erano già preformati nella cellula sessuale come se ci fosse un organismo in
miniatura che nel corso del suo sviluppo doveva semplicemente crescere (Omino in miniatura,
Homunculus), al tempo era la posizione più scientifica perché era la posizione meccanicistica, ossia non c’è
bisogno di nessuna forza aggiuntiva per spiegare come mai da una materia senza forma si arriva
all’individuo adulto; dall’altro lato trova l’epigenesi, secondo cui l’individuo adulto non è preformato nella
materia informe, quindi essa deve assumere la forma di un organismo, ossia il processo di sviluppo di un
organismo comporta l’emergere di strutture autenticamente nuove, il problema è : Cosa guida quel
processo(?) perché, a partire dalla materia informe, da tutti gli embrioni di cavallo si genera un cavallo?
Perché nella metamorfosi di un certo tipo di organismi si passa sempre attraverso gli stessi stadi? Gli
epigenesisti si impegnano ontologicamente nei confronti di una forza vitale che guida questo processo di
sviluppo di un organismo e non solo, questa forza vitale viene anche utilizzata per spiegare per esempio :
Cosa fa si che un’idra dal momento che ne viene tagliata una parte, si rigenera? Perché si ferma a quella
lunghezza? Il principio vitale serve per dare una risposta a queste domande. Un tentativo di rendere il
vitalismo una teoria scientifica e non “mistica” è il vitalismo materialista!
Blumenbach considerava la forza vitale come la versione organica della forza newtoniana. Data la materia
organizzata in un certo modo si genera una forza che guida il processo di sviluppo degli organismi. Non
parla di una forza separata dalla materia che in qualche modo la pervade, ma del risultato di una precisa
organizzazione della materia.
La Bildungstrieb di Blumenbach venne “adottata” sia da Kant nella Critica del Giudizio (1790), sia da
Schelling, per esempio nel Primo abbozzo di un sistema della Filosofia della Natura (1798).
Schelling: “I vari organi, le parti, ecc., non significano altro che differenti direzioni della forza formativa
[Bildungstrieb]; queste direzioni sono predeterminate, ma le parti individuali non lo sono.”
La definizione data da Kant nella Critica del Giudizio di “organismo” è quella adottata oggi. I viventi si
danno da sé medesimi e ciò costituisce la differenza tra essi e i non viventi. Gli esseri viventi
I. Sono caratterizzati da una struttura peculiare, e cioè l’organizzazione (una specifica relazione tra
l’intero e le parti) che non può essere trovata, come tale, in altre entità.
II. Hanno in sé la propria forza formatrice, si auto-organizzano (non è organizzato dall’esterno).
III. Non (sembrano) realizzare un fine esterno: il loro fine è la loro propria realizzazione. Un organismo
è così, al tempo stesso «causa ed effetto di se stesso», ossia un «fine della natura».
Kant era un meccanicista, ma aveva l’idea che noi non potessimo comprendere gli organismi se non tramite
la categoria di fine, si tratta di un limite epistemico dovuto alla nostra struttura cognitiva. In Kant c’è anche
l’intuizione del metabolismo “un organo che produce le altre parti ed è reciprocamente prodotto da esse”!
Siccome il vivente si organizza da sé, il fine è interno all’organismo e non esterno come nel caso degli
artefatti o degli strumenti musicali. L’idea di Kant è molto moderna e che per molti dei suoi aspetti è valida
tutt’oggi.
Possiamo definire queste posizioni come “materialismo vitalista”, anche se attribuire questa etichetta a
Kant è molto controverso. Tentano di dar conto di due intuizioni diverse, ossia che ci sia una differenza
sostanziale tra i viventi e i non viventi e che è difficile che questa differenza risieda solamente
nell’organizzazione delle parti e nella materia di cui le parti sono composte.
Panorama attuale
A queste concezioni, per comprendere il panorama attuale dobbiamo aggiungere Il concetto darwiniano di
variazione ed evoluzione per selezione naturale e l’idea di vita come proprietà emergente di un particolare
tipo di sistemi complessi. Ad oggi possiamo dire che gli esseri viventi condividono una serie di proprietà e
fenomeni che non sono presenti congiuntamente negli esseri non-viventi:
I. Sono autoreplicanti: Crescono e si riproducono, trasmettendo l’informazione di cui sono portatori
alla loro discendenza.
II. Maggior complessità dei non-viventi: Hanno strutture funzionali organizzate complesse.
III. Metabolismo: Queste due proprietà sono legate ad una terza, ossia il fatto che i viventi possiedono
un metabolismo. Rende possibile le altre due, perché è in virtù di un metabolismo che gli esseri
viventi possano autoreplicarsi e autocostruire le loro parti in un’organizzazione complessa.
Che cos’è il metabolismo precisamente(?) Insieme di processi biochimici che avvengono all’interno della
cellula, un insieme di processi regolatori alimentati da energia libera. Parte di questa energia consente alla
cellula di crescere, sopravvivere, riprodursi. Parte dell’energia viene invece rilasciata, come una sorta di
scarto (entropia), nell’ambiente.
Come funziona una cellula (?) La cellula importa energia libera, ossia amminoacidi, glucosio (per i
produttori primari, che sono le piante) in forma di nutrienti, la importa dall’ambiente e usa questa energia
per crescere e per riprodursi rilasciando nell’ambiente l’entropia, ossia dell’energia meno utile,
normalmente calore e rifiuti. Quindi la cellula costituisce una sorta di sistema dotato di un ordine interno.
Ogni cellula mantiene un preciso e costante stato (fisiochimico) del sistema, distinto dallo stato di ciò che la
circonda ed è in grado di fare questo grazie al metabolismo.
Queste proprietà sono presenti congiuntamente negli esseri viventi nel senso che, almeno le prime due
proprietà, sembra che siano possedute non congiuntamente anche tra i non viventi. Ad esempio,
potrebbero esserci macchine autoerplicantesi, vero, ma in che modo (?) hanno al loro interno un
programma in grado di assemblare delle parti e costruire dei robot uguali a loro, ma il materiale glielo
diamo noi; una cellula è programmata ma il materiale se lo prende, costruisce e organizza da sé sola
tramite il metabolismo, che le permette di prendere dell’energia da fuori e usarla.
Per complessità si intende una organizzazione più articolata. La molecola d’acqua è meno complessa di una
cellula. Nemmeno la complessità è una proprietà sufficiente per definire la vita.
Il metabolismo è la proprietà più tipica degli esseri viventi, anche in questo caso sembrano esserci delle
eccezioni ma non così radicali, una di queste è la criptobiosi, un peculiare stato di organizzazione biologica
che indica lo stato di un organismo quando non mostra segni di vita e quando la sua attività metabolica
diventa difficile da misurare, o si ferma reversibilmente. Ci sono organismi che abbassano il loro
metabolismo a tal punto che sembra che non ci sia più, sono in grado di fermare il loro metabolismo ma
comunque in maniera reversibile (Es. animali in letargo, semi, rosa di Jericho).
I virus sono al confine tra vivente e non vivente nel senso che molto probabilmente si tratta di una
questione di scelta perché se guardiamo alle loro proprietà, essi sono autoreplicanti, sono complessi,
tuttavia non possiedono un metabolismo proprio, utilizzano quello della cellula ospite, sono dei parassiti
Sono entità che hanno avuto un ruolo nell’origine della vita, la quale può essere considerata come processo
che è evoluto nella storia del pianeta.
Proviamo ad introdurre quello che sappiamo oggi sulla vita usando una metafora. La metafora non è quella
dell’orologio; la metafora più indicata è quella del vortice d’acqua e in questo senso Schelling ha avuto una
grande intuizione. “Un ruscello scorre in linea retta in avanti finché non incontra resistenza. Dove c'è
resistenza, si forma un vortice. Ogni prodotto originale della natura è un tale vortice, ogni organismo. Il
vortice non è qualcosa di immobilizzato, è piuttosto qualcosa che si trasforma costantemente, ma si
riproduce da capo in ogni momento.” Schelling, First Outlines
Una doppia intuizione importante, ossia l’idea della vita e degli organismi come sistemi dinamici ed è un
sistema le cui parti cambiano costantemente nel tempo. Schelling in qualche modo adottava da
Blumenbach l’idea di una forza vitale seppur in una visione abbastanza materialistica, oggi di forza vitale
non si parla, ma questa metafora viene usata per descrivere le entità viventi in generale. L’immagine è di
quando abbiamo una vasca da bagno piena e togliamo il tappo. E’ un sistema dinamico e aperto
esattamente come gli esseri viventi. Importante, tenere a mente che tra un mulinello d’acqua e un
organismo ci sono delle differenze, cioè l’organismo si autoreplica, è più complesso nella sua organizzazione
interna, nell’insieme di processi che ospita e ha un metabolismo.
Immagine Togliamo il tappo a una vasca piena d’acqua: si formerà un vortice d’acqua. A modo suo, il
vortice è stabile: se le condizioni non cambiano (se non si tappa la vasca e l’acqua continua a scorrere), il
vortice sopravvivrà per tutto il tempo che vogliamo. La sua stabilità dipende da due fattori:
I. Il tipo di materiale dal quale è costituito, si tratta sempre di molecole d’acqua, anche se le
molecole d’acqua individuali vengono sostituite incessantemente.
II. Una certa struttura spaziale, generata dal moto dell’acqua che scorre, e caratterizzata dal continuo
scambio di energia e materia tra l’interno e l’esterno del mulinello.
Analogamente, la stabilità di un organismo è data da:
I. Il tipo di materiale dal quale è costituito, le molecole che lo compongono sono sempre nuove, pur
essendo dello stesso tipo (le cellule si replicano, dunque le cellule figlie saranno nuove).
II. Una certa struttura, caratterizzata dal continuo scambio di energia e materia tra l’interno e
l’esterno del sistema;
Definizione di organismo : Ad oggi non ce n’è una definitiva. Secondo alcuni autori il concetto è talmente
complesso che potremmo fare a meno della definizione; secondo altri l’organismalità non sarebbe una
proprietà che le cose hanno oppure non hanno, ma che le cose hanno in maggiore o minore grado. La
definizione che consideriamo contiene però elementi rispetto ai quali c’è un certo accordo, ossia
1.Gli organismi sono sistemi dinamici che si automantengono importando forme utili di energia ed
esportando forme meno utili.
2.Nel tempo multigenerazionale, sono capaci di evoluzione.
La prima parte della definizione la dobbiamo alla nascita della biochimica e della biologia molecolare nel
Novecento, mentre la seconda parte la dobbiamo alla teoria dell’evoluzione naturale.
Prima parte : Ricostruzione dei passaggi che hanno portato alla definizione.
Siamo nella prima metà del ‘900, nel dipartimento di biochimica dell’università di Cambridge. Frederick
Hopkins propone l’idea che la cellula sia una macchina chimica, che obbedisce alle leggi della
termodinamica, ma dotata di strutture molecolari organizzate: “un sistema altamente differenziato” e la
vita è una “proprietà della cellula come intero, perché dipende dall’organizzazione di processi”. Si sta
procedendo verso la teoria dei sistemi!
A partire dagli anni Quaranta del ‘900, la domanda “Che cos’è la vita?” viene affrontata in termini di fisica e
biochimica.
Dobbiamo un passo fondamentale nella compressione della differenza tra viventi e non-viventi al fisico
austriaco Erwin Schrödinger (1887-1961), che scrisse l’opera “What is life (?)”. Si chiede “Come possono, la
fisica e la chimica, rendere ragione degli eventi spazio-temporali che si verificano entro i limiti spaziali di un
organismo vivente(?)”.
La sua posizione consiste in un riduzionismo ontologico del mondo vivente al mondo non-vivente secondo
cui ogni sistema biologico è (identico a) un complesso aggregato chimico. Tuttavia, i sistemi biologici sono
sistemi peculiari.
Il libro contiene due tesi importanti
o La “fibra dei cromosomi” è un cristallo aperiodico : anticipa la struttura del DNA.
Non si conosceva la struttura del DNA, ma si conoscevano i cromosomi e si pensava che potessero avere a
che fare con l’ereditarietà. I cromosomi sono la forma che la molecola di DNA prende attorcigliandosi su se
stessa. Parlando di fibra dei cromosomi in qualche modo ha anticipato la visione di una molecola lunga
tutta attorcigliata su stessa.
Che cos’è un cristallo aperiodico? Il sale è un cristallo periodico. Il sale è un cristallo, che ha una struttura
periodica, ossia presenta una simmetria traslazionale nelle tre dimensioni. Se ripeto la cella unitaria lungo
le tre dimensioni dello spazio, ottengo la struttura cristallina. Un cristallo periodico cresce in maniera
periodica; un cristallo è solido e stabile.
Schrödinger ipotizzò che la fibra dei cromosomi fosse un cristallo (una struttura solida costituita da atomi o
molecole con una disposizione regolare) per spiegarne la stabilità. Ma, a differenza dei composti inorganici
(sale), il cristallo che compone i cromosomi è e dev’essere un cristallo aperiodico che incorpora nella sua
struttura un codice che contiene l’informazione ereditaria.
Si tratta di una struttura stabile e replicabile, fatta di elementi ripetuti, ma aperiodica, cioè non totalmente
ordinata e prevedibile, bensì basata su un sequenza variabile, tale da poter codificare le informazioni
ereditarie per i diversi organismi.
In un cristallo periodico ho un modulo di base che viene traslato, quindi ogni parte è semplicemente la
replica del modulo di base, questo vuol dire che la struttura del cristallo è estremamente simmetrica, non
prevede novità, non ci sono novità, ogni parte è semplicemente una replica del modulo di base.
Invece la fibra del DNA è sì una struttura stabile e replicabile come un cristallo, quindi è un cristallo ed è
fatta di elementi ripetuti, ma è una struttura aperiodica, ossia non totalmente ordinata e prevedibile ma è
basata su una sequenza variabile. Arriva a questa intuizione perché quella molecola deve poter codificare le
informazioni ereditarie per i diversi organismi e i diversi organismi all’interno di una stessa specie sono
tutti diversi, mentre i cristalli sono tutti uguali all’interno dello stesso tipo, quindi ci deve essere qualcosa di
diverso nella loro struttura di base e soprattutto dato che l’informazione viene trasmessa, cioè le variazioni
sono ereditarie, in questa struttura di base ci deve essere un codice che contenga l’informazione. Diciamo
che almeno intuitivamente possiamo guardare ad un cristallo aperiodico come qualcosa di più simile ad un
arazzo che ad una tappezzeria.
Dieci anni dopo, nel 1953 James Watson e Francis Crick, sulla base dei dati di Rosalind Franklin, fornivano,
sulla rivista “Nature” il loro modello di DNA, la molecola che caratterizza i viventi. La scoperta di Watson,
Crick e Franklin deve molto all’intuizione di Schrodinger sulla struttura del cristallo aperiodico.
C’è però una differenza fondamentale tra il DNA e un cristallo, cioè la replicazione del DNA (o dell'RNA) non
ha niente della spontaneità della crescita dei cristalli, in quanto richiede una complicata assistenza
enzimatica e un consumo di energia. Ossia, richiede il metabolismo. Il più importante aspetto del
metabolismo, per Schrödinger, è di essere il modo in cui la cellula gestisce l’entropia che produce per
mantenere il suo ordine interno.
o I sistemi viventi mantengono l’ordine (interno) producendo disordine (nell’ambiente) : anticipa
l’idea che i viventi siano strutture dissipative.
Il primo punto importante da considerare è che I viventi sono sistemi aperti, ossia scambiano materia ed
energia con l’esterno. Grazie al metabolismo sono in grado di mantenere, al loro interno, un ordine
maggiore di quello che c’è al loro esterno, sono, seppur precari, stabili: le loro molecole stanno insieme!
Per mantenere il proprio ordine interno : esportano o dissipano disordine, ossia rilasciano energia
degradata nell’ambiente, chiamata entropia: sono “Isole di ordine circondate da un oceano di caos” (Lynn
Margulis e Dorian Sagan). L’organismo di base in grado di fare tutto questo è la cellula.
Ciò che mostra la lungimiranza di Schelling è il fatto che ad oggi c’è un certo accordo sul fatto che i sistemi
viventi possono così essere visti come un esempio di una classe più ampia di sistemi termodinamici, le
strutture dissipative. Cosa sono (?) Sistemi dinamici che si automantengono importando forme utili di
energia (energia libera) ed esportano o dissipando forme meno utili (rifiuti, calore). Esempi di strutture
dissipative sono i cicloni, i vortici, le fiamme e i buchi neri. Solo i viventi lo fanno tramite il metabolismo, il
quale si riconferma come una proprietà che consente abbastanza nonostante le difficoltà riguardanti la
criptobiosi e i virus di distinguere i viventi dai non viventi.

Abbiamo visto che cosa la scienza può dirci in merito alla vita e alla distinzione tra viventi e non-viventi. Che
cosa ci può dire l’analisi metafisica (?) – che, ricordiamolo, si occupa di rispondere alla domanda che cos’è
quel che c’è? Abbiamo già detto che, a differenza di esistere, essere vivo è una proprietà. Ma che tipo di
proprietà?
o Riduzionismo: i sistemi non sono altro che la somma dei loro componenti e le loro proprietà non
sono altro che la somma delle proprietà dei singoli componenti
o Emergentismo: la vita è una proprietà del sistema che emerge dalle loro componenti e dalle loro
struttura.
Soffermiamoci sull’emergentismo. Una proprietà, per essere detta emergente deve essere
1. Nuova: non posseduta dalle parti del sistema.
2. Qualitativamente nuova: Non si tratta di una questione di grado, per esempio se una parte del
sistema pesa 2 e il sistema pesa 3 quella non è una proprietà nuova. Se una parte del sistema è
gialla e il sistema è verde, quella è una proprietà qualitativamente nuova
3. Imprevedibile: anche possedendo una conoscenza completa dell’Universo, la previsione di quella
proprietà risulterebbe impossibile.
In base a queste proprietà si possono distinguere tre tipi di emergenza:
1. Emergenza di valore specifico: Un esempio di emergenza di valore specifico è la liquidità delle
molecole d’acqua proposto da Huxley, che è il caso più debole di emergenza. La liquidità emerge
dalla “gassosità” dei reagenti idrogeno e ossigeno in collezioni strutturate di molecole d’acqua,
ossia l’idrogeno e l’ossigeno non sono liquidi. Non è chiaro se si tratti di un caso autentico di
emergenza, che si tratti di novità qualitativa è infatti discutibile nella misura in cui idrogeno e
ossigeno non sono assolutamente privi di liquidità: ne sono privi alla normale temperatura
ambientale, ma se si abbassa la temperatura, la liquidità compare.
2. Emergenza moderata: Un esempio di emergenza moderata è la durezza dei cristalli che emerge
dalla loro struttura. Non ha senso attribuire la durezza alle componenti del sistema (ioni, atomi,
molecole), in questo consiste la novità qualitativa. Ma, conoscendo la struttura del reticolo
cristallino, è possibile prevedere e, a oggi, anche programmare, la durezza del cristallo, questo vuol
dire che la durezza è prevedibile.
3. Emergenza radicale: L’esser viva di una cellula emerge dal sistema complesso nella sua interezza
(componenti, struttura, relazioni, processi, funzionamento). Non ha senso attribuire la vita alle
componenti di una cellula, Solo quando tutte le componenti sono, tutte insieme, parte di preciso
reticolo di rapporti, emerge la proprietà esser vivo, per questo la vita è una novità qualitativa.
Inoltre, anche conoscendo perfettamente i singoli costituenti molecolari di una cellula e le loro
interazioni, non è possibile prevedere le proprietà vitali del sistema, per questo la vita è
imprevedibile.
Differenza tra la liquidità dell’acqua e la durezza dei cristalli : Nel caso della liquidità dell’acqua non c’è la
novità qualitativa o meglio è discutibile se la liquidità sia un caso di novità qualitativa e non quantitativa
perché quella proprietà c’è già nell’idrogeno e nell’ossigeno ma non c’è alla temperatura ambiente, quindi
cambiando un parametro la proprietà viene fuori. Nel caso della durezza dei cristalli che ci sia novità
qualitativa è abbastanza indiscutibile perché non ha senso dire di un atomo che è duro.
Il fatto è che nel caso dell’emergenza di stato specifico ci basta guardare al primo requisito dell’emergenza
e già non è presente, quindi non dobbiamo andare a guardare il secondo; nel caso del cristallo il primo
requisito è presente, allora andiamo a vedere se soddisfa anche il secondo criterio, quello
dell’imprevedibilità, che non soddisfa; stesso procedimento nel caso della vita, in cui tutte le proprietà sono
soddisfatte ed è in quel senso che si parla di emergenza radicale.
Casetta : Non emergentista. Non pone limiti a quello che possiamo conoscere, capire. Potremmo arrivare
un giorno a capire ciò che ora riteniamo imprevedibile.
Lez.3
Evoluzione
“Gli organismi sono sistemi dinamici che si automantengono importando forme utili – energia libera – di
energia ed esportando (dissipando) forme meno utili – rifiuti, calore. Nel tempo multigenerazionale, sono
capaci di evoluzione.”. Questa è la definizione di organismo su cui c’è un generale accordo seppur non
assoluto. In questa sezione prenderemo in esame la seconda parte di questa definizione, ossia
“Gli organismi nel tempo multigenerazionale sono capaci di evoluzione”
Che cosa significa (?)
Teoria della selezione naturale
Per Darwin, l’evoluzione è un processo che riguarda le specie. Il meccanismo principale alla base del
processo è la selezione naturale, la quale “opera” su organismi. Nella teoria darwiniana gli organismi sono
le unità della selezione, mentre l’evoluzione è un processo che avviene al livello delle specie. Vedremo
come gli impegni ontologici della teoria dell’evoluzione possono essere diversi, a seconda delle sue versioni
e interpretazioni.
Prima dell’affermarsi del paradigma evoluzionista le visioni dominanti erano il creazionismo, secondo cui le
specie sono create da Dio e il fissismo, secondo cui le specie non evolvono. Quello che evolve (= cambia del
tempo) sono gli organismi. Fino alla fine del ‘700, naturalisti, medici, filosofi sono interessati soprattutto alla
ontogenesi = i processi di accrescimento e differenziamento che subisce l'organismo per raggiungere, da
una cellula iniziale, la forma dell'adulto. La parola “evoluzione” veniva già utilizzata ma in riferimento allo
sviluppo degli organismi, ossia la loro ontogenesi. La biologia pre-evoluzionistica era quella che oggi
chiamiamo biologia dello sviluppo. Sull’ontogenesi due erano le posizioni:
 Preformismo: La formazione di nuove caratteristiche nel corso dello sviluppo di un organismo non
è altro che il dispiegarsi di caratteristiche già contenute, preformate, appunto, nello sperma,
nell’uovo, o nello zigote. Generalmente connesso al meccanicismo. Esempio dell’homunculus. La
tesi è che lo sperma contiene un uomo in miniatura e che lo sviluppo della cellula sia
semplicemente una crescita di questo homunculus.
 Epigenesi: Non ci sono forme preesistenti. Lo sviluppo degli organismi avviene per mezzo
dell’azione continua di forze che, passo dopo passo, costruiscono l’organismo. In questo processo,
molte strutture presenti ad uno stadio scompaiono e nello stadio successivo nuove strutture
emergono. Generalmente connesso al vitalismo. Nella visione epigenesista lo sviluppo porta con sé
delle novità qualitative anche se probabilmente non imprevedibili perché conoscendo lo sviluppo di
un organismo possiamo prevedere lo sviluppo di altri organismi della stessa specie.
In questo senso nella visione standard pre-evoluzionistica le specie non evolvono, costituiscono quel punto
fisso che gli organismi, che evolvono, devono raggiungere.
L’appartenere ad una specie guida il processo ontogenetico di un organismo.
All’interno della visione dominante prima di Darwin le specie sono considerate fisse e create ed è
emblematico di questa visione la prima classificazione scientifica e sistematica del mondo del vivente e del
non vivente operata da Linneo. Possiamo leggere due annotazioni che illustrano fissismo e creazionismo.
 Fissismo: “Se guardiamo all’opera di Dio, diviene evidente a tutti che ogni essere vivente si propaga
da un uovo e che ogni uovo produce una progenie che è strettamente simile al genitore. Dunque,
oggi, non vengono prodotte nuove specie.”
 Creazionismo: “Dato che non ci sono nuove specie (I); dato che il simile sempre genera il simile (2);
dato che l’unità porta ordine in ogni specie (3); è necessario attribuire questa unità di generazione
ad un qualche essere onnisciente e onnipotente, cioè Dio, la cui opera è chiamata Creazione.“
Tuttavia, anche Linneo, considerato un rappresentante della concezione fissista e creazionista delle specie,
abbandonerà il fissismo per un limitato mutabilismo, secondo cui non tutte le specie sono state create agli
inizi del tempo; nuove specie si possono formare per ibridazione da specie esistenti. In altre parole, Dio
crea l’inventario originario, ma nuove forme si possono originare dalla mescolanza delle specie originarie,
specialmente tra le piante.
Perché arriva a questo (?) Linneo era un naturalista scrupoloso, un attento osservatore.
In particolare ricevette questa pianta molto simile ad una che conosceva, chiamata “linnaeus folgaria” che
le assomigliava molto, però nel momento in cui fioriva aveva una struttura sessuale differente e quindi sulla
base del sistema di classificazione di Linneo avrebbe dovuto essere inserita in una specie differente, tuttavia
era chiaro a lui che quella specie, trovata peraltro molto vicina geograficamente all’altra, avesse avuto
origine da essa. Linneo la chiamo Peloria, ossia linnaues mostruosa, mostruosa perché metteva in crisi
fissismo e creazionismo.
La teoria dell’evoluzione era nell’aria perché molti naturalisti avevano sostenuto l’idea che le specie non
fossero fisse, per citarne alcuni: Buffon, Erasmus Darwin, Lamarck.

Teoria di Lamarck
Tra i punti di partenza di Darwin c’era sicuramente Lamarck!
Lamarck sostiene nel “Philosophie Zoologique” (1809) che le specie sono linee di discendenza che si
trasformano nel tempo, in questo senso ha una visione trasformista delle specie.
Confronto con Darwin :
o In comune: l’affermazione del fatto dell’evoluzione, contrario alla concezione dominante in merito
alle specie (fissismo e creazionismo).
o Differenze: la configurazione (pattern) dell’evoluzione e i meccanismi che ne sono alla base.
Pattern dell’evoluzione
 Lamarck: Fautore di un’ipotesi ortogenetica, secondo cui organismi primitivi, più semplici, vengono
prodotti per generazione spontanea dalla materia inerte, e gradualmente diventano – generazione
dopo generazione – più complessi circa l’organizzazione delle loro parti e per Lamarck maggior
complessità significa anche maggior perfezione. Quindi le specie si trasformano passando da
organismi più semplici ad organismi più complessi e quindi perfetti e l’ipotesi lamarckiana ammette
quindi un principio teleologico, ossia ammette che ci sia una direzione nell’evoluzione dalla
semplicità e quindi imperfezione alla complessità e quindi perfezione.
La generazione spontanea occorre frequentemente, e ogni volta il processo di complessificazione si
ripete, quindi le specie più complesse sono le più vecchie. Questo processo produce serie di linee
di discendenza che evolvono in parallelo, ciò vuol dire che c’è un rapporto di discendenza
internamente alle linee, ma non c’è relazione genealogica tra loro.
 Darwin: Tutti gli organismi che esistono oggi e tutte le loro specie hanno un unico antenato
comune, uno o pochi organismi, che si sono originati per generazione spontanea. La generazione
spontanea è occorsa un’unica volta. A partire dall’origine comune, le specie si sono diversificate,
adattandosi alle circostanze esterne. Non si tratta quindi di perfezionamento, ma di adattamento.
Questo processo ha prodotto linee di discendenza che evolvono ad albero, ossia c’è un rapporto di
discendenza internamente alle linee e c’è relazione genealogica tra loro.
I pattern sono diversi perché si basano su meccanismi diversi. Possiamo dire che sono i meccanismi
dell’evoluzione che poi determinano le successive ipotesi.
Meccanismi di evoluzione
Lamarck ammette tre meccanismi esplicativi per l’evoluzione (trasmutazione, trasformazione) delle specie:
I. L’effetto causale delle circostanze esterne (= fattori abiotici: clima, acqua, composizione del suolo)
“A seguito dell’influenza delle circostanze sulle abitudini, e poi dell’influenza delle abitudini sulle
condizioni delle parti dell’animale e della loro organizzazione, ogni animale può subire modificazioni
nelle sue parti e nella loro organizzazione che possono diventare estremamente significative.”.
E’ un effetto diretto. Per Lamarck, le modificazioni fenotipiche (variazioni) sono la risposta a richieste
ambientali, quindi le variazioni sono dirette dall’ambiente. L’ambiente chiede qualcosa e l’organismo
risponde. Questo rapporto non ci sarà in Darwin, o meglio sarà invertito nella misura in cui per lui le
variazioni sorgono e poi l’ambiente decide quali conservare e quali no.
Come funziona questo meccanismo: Un cambiamento nelle circostanze esterne determina l’affermarsi di
nuovi tipi di comportamento, che diventano abitudini e che comportano un maggiore o minore uso delle
parti dell’animale che porta a modificazioni fenotipiche di quelle stesse parti. Ossia, un maggior uso di una
parte porta al rafforzamento o ingrandimento di essa; un minor uso di una parte porta all’indebolimento
fino alla scomparsa di quella parte.
(In realtà la teoria lamarckiana è molto più intuitiva di quella darwiniana! E sembra che a volte noi
l’evoluzione la intendiamo più in senso lamarckiano che in senso darwiniano. Per esempio pensare che il
nostro mignolo del piede sparirà perché non lo usiamo più è lamarckiano.)
Tale modificazione fenotipica è un carattere acquisito: una caratteristica che si è sviluppata nel corso della
vita di un organismo, nelle cellule somatiche, quale risposta diretta a qualche cambiamento nelle
circostanze esterne, attraverso l’uso e il disuso delle parti.
Esempi
 Il collo della giraffa: le giraffe vivono in un ambiente tendenzialmente arido con pochi alberi, per
cui la giraffa tenderà ad usare molto di più il collo per raggiungere le fronde più alte e a causa di ciò
il collo tenderà ad estendersi nel corso di generazioni.
 Il canguro: trasporta il piccolo nella tasca quindi nel momento in cui sta fermo si appoggia alle
zampe posteriori e alla coda, questo ha determinato la robustezza di zampe posteriori e coda, ma
anche la debolezza delle zampe anteriori. Coerentemente con la sua teoria possiamo immaginare
che cambino le circostanze esterne, che il terreno non permetta più al canguro di poggiarsi sulle
zampe posteriori, di conseguenza il canguro dovrà utilizzare di più le zampe anteriori che si
rafforzeranno e si arriverà nel corso di generazioni ad un nuovo carattere acquisito, le zampe
anteriori robuste.
II. Un “Potere della natura”: La teoria darwiniana e la teoria lamarckiana fanno a meno del Dio
creatore di specie fisse. Quello che Lamarck cerca di spiegare è che ammettere l’esistenza di un
potere della natura, ossia che la natura possa fare tutte queste cose da sola, non toglie nulla alla
potenza della prima causa di tutto. “Ammirerei forse meno la potenza della prima causa di tutto [se
ammettessi che la natura] si sia occupata, e continuasse continuamente a occuparsi, dei dettagli di
tutte le creazioni particolari, di tutte le variazioni, di tutti gli sviluppi e miglioramenti, di tutte le
distruzioni e di tutti i rinnovamenti; in una parola, di tutte le modificazioni che occorrono
generalmente nelle cose che esistono? Ora, io spero di dimostrare che la natura ha i mezzi e le
facoltà necessarie per produrre da sé ciò che ammiriamo in essa.”
C’è una potenza nella natura che dirige questo processo e fa sì che la discendenza presenti dei caratteri
leggermente diversi rispetto agli antenati e che questi procedano tutti verso una stessa direzione, ossia
maggior complessità.
III. Ereditarietà dei caratteri acquisiti: Perché ci sia evoluzione, che è un processo che avviene a livello
della specie, le variazioni, che sono a livello degli organismi, devono essere ereditate. Per Lamarck, i
caratteri acquisiti sono ereditabili e Darwin non lo esclude pur non essendone soddisfatto, tant’è
che proporrà una sua propria ipotesi per l’ereditarietà.
Ci sono dei caratteri fenotipici che un organismo può acquisire nel corso della sua vita, cioè cambiamenti
che riguardano le cellule somatiche. Secondo Lamarck questi caratteri si trasmettono ereditariamente. Oggi
sappiamo che i caratteri acquisiti, le cellule somatiche non possono essere trasmessi ereditariamente,
possono essere trasmesse le cellule riproduttive ma non quelle somatiche. E’ solo alla fine del 1800 che
viene fatto un esperimento che riesce a smentirla, grazie ad un biologo sovietico, Lysenko. Lysenko aveva
allevato topi per 30 anni (circa 150 generazioni di topi, perché ci impiegano solo 2 o 3 mesi a riprodursi) e
ad ogni generazione tagliava la coda ai neonati, che quindi si riproducevano senza coda, per vedere se
prima o poi, dopo molte generazioni, la coda avrebbe iniziato ad accorciarsi. Dopo 30 anni però, la coda era
ancora esattamente uguale a quella iniziale e questo dimostrava che effettivamente non c’era
un’ereditarietà dei caratteri acquisiti. Oggi possiamo dare una risposta più precisa.
Confronto
 Lamarck: Le modificazioni sono dirette dall’ambiente e c’è un “potere della natura”. Questo implica
che la casualità nella trasformazione delle specie è estremamente limitata e che la trasformazione
procede verso una maggior complessità/perfezione degli organismi.
 Darwin: Le modificazioni sono spontanee e accidentali, quindi non dirette dall’ambiente e non c’è
nessun “potere della natura”. Questo implica che l’evoluzione può realizzare organismi più
complessi, talvolta più semplici. Non implica alcuna finalità e presenta un alto tasso di casualità: se
l’evoluzione ricominciasse da capo, non abbiamo ragioni di credere che andrebbe nello stesso
modo.
La teoria darwiniana è geniale ma è in un certo senso meno intuitiva di quella di Lamarck perché ci chiede
di accettare che la complessità e quella correlazione che noi vediamo costantemente tra gli organismi e il
loro ambiente sia il risultato di un processo casuale. Questo è particolarmente difficile da accettare se
pensiamo che è raro che si verifichi una variazione. Ci potremmo chiedere come facciamo in questo modo,
cioè con questo processo, con variazioni che non hanno una direzione, ossia che non sono necessariamente
positive per l’organismo, a pensare che si siano realizzati organi così complessi come l’occhio umano. Per
Darwin è una difficoltà apparente! Questo è uno degli argomenti portati a favore della teoria del disegno
intelligente, che è stata proposta negli Stati Uniti negli anni Ottanta e dal punto di vista della filosofia della
scienza generale pone il problema della demarcazione, ossia il problema di distinguere le teorie
scientifiche dalle pseudoscientifiche. La teoria del disegno parte da evidenze scientifiche ma facendosi forza
dell’argomento della complessità irriducibile sostiene la necessità di un disegno intelligente dietro
l’evoluzione e quindi di un disegnatore intelligente.
Nella teoria darwiniana le variazioni sono una sorta di BlackBox così come l’ereditarietà. Quindi quello che
fa è prenderne atto senza conoscerne il funzionamento. Sostiene che le variazioni non siano generate
dall’ambiente ma siano casuali, tuttavia non aveva un meccanismo per spiegare la generazione delle
variazioni, la sua era un’ipotesi.
La teoria lamarckiana è scientifica, ma viene confutata in alcuni punti. La tendenza a pensare in maniera
lamarckiana potrebbe essere un bias, perché è più facile spiegarsi determinati fatti, come per esempio
l’esistenza dell’occhio umano è molto più facile spiegarla in termini lamarckiani piuttosto che darwiniani.
Noi non abbiamo perso la coda! Bisogna riuscire a vederla in un altro modo. Che nella nostra vita sorgano
delle variazioni fenotipiche è possibilissimo (Es. vado in palestra), ma le variazioni fenotipiche che
occorrono nel corso della vita non possono essere ereditate, perché l’unica cosa che può essere ereditata è
una mutazione che abbia una base genetica, proprio perché l’ereditarietà avviene tramite trasmissione
sessuale. La nostra rimanenza di coda è chiamato organo vestigiale. Il processo che ha portato alla sua
scomparsa è lo stesso che ha portato alla sua comparsa, ossia in un individuo all’interno di una popolazione
è sorta una mutazione casuale a livello genetico che comportava a livello fenotipico una coda un po’ più
corta. Quell’individuo si è incrociato con uno con la coda normale, ma il risultato è stato coda più corta,
eccetera. Anziché vederla come la perdita di un organo, occorre vederla come l’acquisizione di una
variazione. Posso ipotizzare che dal punto di vista riproduttivo l’avere la coda più corta fosse un carattere
sessuale secondario apprezzato dall’altro sesso. Ecco che la fitness del portatore aumenta e quindi quel
carattere ha più possibilità di espandersi nella popolazione.
Sul potere della natura cosa dice Lamarck (?) Lamarck è meccanicista quanto Darwin ma il passo di
abbandonare qualunque forma di direzione non l’ha fatto. Sul potere della natura non dice molto altro.
Nel corso delle sue opere passa da una visione teologica ad una sempre meno teologica. Non è un
creazionista, il processo non è diretto da Dio, ma dalla natura.
Darwin - Teoria dell’evoluzione per selezione naturale
Come funziona (?) Per comprenderlo, osserviamo la selezione naturale in azione.
Siamo in piena rivoluzione industriale e la protagonista di questo esempio è una falena, la biston betularia.
La betularia presenta due diversi fenotipi, uno chiaro ed uno scuro. Quello più comune è il fenotipo chiaro.
Nel 1848 all’interno di una popolazione solamente il 2 % era costituito da fenotipo scuro. Il fenotipo chiaro
si mimetizza bene sui tronchi chiari delle betulle. Quindi l’ipotesi è che il fenotipo nero sia minoritario
perché non si mimetizza bene, quindi gli uccelli predatori vedono il fenotipo scuro e non quello chiaro.
Intorno alla metà dell’Ottocento in piena rivoluzione industriale c’è una massiccia emissione di particolato
di carbone che copre i tronchi degli alberi inscurendoli. A questo punto la fitness cambia, se prima il
fenotipo chiaro aveva un’alta fitness, ora rispetto alla betulla scura è il fenotipo scuro ad avere più
probabilità di mimetizzarsi e quindi di sopravvivere. Ecco che nel 1985 il 98 % delle biston betularia era di
fenotipo nero. Questo è ciò che si chiama melanismo industriale.
L’evoluzione è la variazione dei fenotipi nel tempo, è tutto qui.
Nel caso del branco di gazzelle : Supponiamo che una abbia delle zampe più lunghe e quindi possa correre
più veloce rispetto agli altri membri del suo stesso branco. Dato che il leone è un agente selettivo
(componente biotica della selezione naturale), la gazzella più veloce avrà maggior possibilità di
sopravvivere rispetto alle altre e quindi avrà anche maggior probabilità di riprodursi. Abbiamo una
variazione fenotipica, che è il materiale sul quale la selezione naturale può “operare”, seppur non
attivamente ma indirettamente come un setaccio. Questa variazione fenotipica deve essere ereditabile e
legata alla fitness. Se questa variazione fenotipica aumenta la fitness del suo portatore, si diffonderà
generazione dopo generazione all’interno della popolazione. Quindi una popolazione di gazzelle con le
zampe corte sarà in futuro costituita prevalentemente, dopo migliaia di generazioni, da gazzelle con le
zampe lunghe.

Come è arrivato Darwin alla sua teoria (?) Raccogliendo un’enorme mole di dati e mettendo insieme
intuizioni di diversi autori oltre alle sue. Il viaggio sul Beagle porta Darwin intorno al mondo per 5 anni.
Darwin soffriva il mal di mare! Voleva fare una grande esplorazione come il suo mito. Quando ci riesce
scopre di soffrire il mal di mare, quindi gli inizi sono stato meno gloriosi di quanto pensasse.
Nel corso di questo viaggio oltre a raccogliere campioni di animali e piante conduce moltissime
osservazioni che annota sui suoi taccuini. Un’osservazione particolarmente importante per lo sviluppo della
sua teoria e quella sui fringuelli delle Galapagos o i fringuelli di Darwin. Notò che su diverse isole degli
uccelli erano molto diversi nonostante appartenessero allo stesso gruppo. Presentavano delle variazioni
fenotipiche che facevano sì che potessero accedere a risorse diverse. Sulla base di ciò ci sono almeno due
elementi importanti, ossia l’idea che le specie si differenzino a partire da un antenato comune e che
differenzino principalmente per accedere alle risorse.
Al ritorno, altri 5 anni di viaggio intellettuale in cui scrive il taccuino rosso e i taccuini della trasmutazione.
Nel 1842 Darwin arriva ad una prima formulazione della sua teoria, quella che viene conosciuta come
“Sketch”. Nel 1856 inizia a scrivere l’Origine Delle Specie. Ci sta mettendo molto, forse troppo. Il suo amico
Charles Lyell lo avverte che Wallace, esploratore e naturalista autodidatta sta pensando alle stesse cose.
Cosa fare (?) Wallace nel 1859 spedisce il suo manoscritto a Darwin in cui sostanzialmente è contenuto ciò
che Darwin pensava. Noi conosciamo la teoria come la teoria darwiniana dell’evoluzione della specie, non
come la teoria wallaciana, tuttavia sarebbe più corretto parlare di teoria wallaciana-darwiniana. Per
risolvere l’impicco Lyell propose che entrambe le posizioni venissero presentate insieme alla Linnean
Society il 1° luglio del 1958. Né Darwin né Wallace saranno presenti. Nel 1859 fu pubblicato il libro “On the
origin of species. Or the preservation of favoured races in the struggle of life”, firmato Darwin e Wallace.
La teoria è di Darwin e Wallace! Ma allora perché la paternità della teoria dell’evoluzione per selezione
naturale è attribuita a Darwin (?) Ci sono delle spiegazioni relative al contesto storico, ma la teoria nei suoi
tratti fondamentali era la stessa!
In sostanza, Darwin e Wallace giunsero, in contemporanea, alla stessa teoria: la teoria dell’evoluzione per
selezione naturale. La maggior differenza tra le due teorie riguarda l’evoluzione della nostra specie:
 Darwin: l’evoluzione umana può essere spiegata tramite la selezione naturale e la selezione
sessuale.
 Wallace: gli attributi mentali dei moderni umani necessitano, quanto alla loro spiegazione
evolutiva, di qualche cosa di più, di qualche cosa di ulteriore rispetto alla mera materia. Per
spiegare la taglia e la complessità del cervello umano, un qualche agente ulteriore dev’essere
postulato. “Whether we call it God, or spirit, it surely played an important role in human evolution”

Tornando alla teoria darwiniana…


Il lavoro di Darwin può essere compreso solo alla luce del contesto familiare e socioculturale nel quale si è
sviluppato. Se noi guardiamo alla famiglia di Darwin, innanzitutto il nonno, Erasmus Darwin, aveva già
sviluppato un pensiero evoluzionistico, la teoria secondo la quale la vita si sarebbe sviluppata a partire da
un unico filamento primordiale, poi Il nonno della moglie era il fondatore di una delle più prestigiose
industrie di porcellana (la Wedgwood) e protagonista di spicco della rivoluzione industriale. Siamo in
Inghilterra, in piena rivoluzione industriale, grande crescita demografica, ottimismo proprio dell’epoca
vittoriana. E’ importante guardare al contesto perché la chiave interpretativa dei dati che aveva raccolto
Darwin è legata al contesto familiare e sociale in cui viveva, ossia l’idea della lotta per l’esistenza e l’idea
della vittoria del più adatto rispetto alle circostanze non è così lontana dal pensiero della classe industriale e
commerciale durante la rivoluzione industriale.
Il lavoro di Darwin può essere compreso solo alla luce di certi risultati teorici del secolo precedente, in
particolare:
I. Linneo : Origine Comune: Nomenclatura binomia per gli animali; classificazione di circa 4400 specie
animali e oltre 7500 piante. Nonostante il suo fissismo e creazionismo, raccoglie un’enorme mole di
dati e fa una tassonomia basata su un’osservazione attenta delle similarità morfologiche tra le varie
specie. Solleva una domanda implicita: data l’omologia di tratti tra organismi che appartengono a
specie differenti, non è plausibile pensare che queste abbiano un antenato comune?
Omologie: caratteri che, in organismi diversi, sono simili perché sono stati ereditati da un antenato comune
che possedeva quel carattere.
Analogie: Le analogie sono caratteri simili in organismi diversi, che non sono simili perché sono stati
ereditati da un antenato comune. Non sono un indicatore di una comune storia evolutiva. Esempio le ali
degli uccelli e le ali dei pipistrelli sono simili e hanno la stessa funzione, ma sono evolute
indipendentemente nei due gruppi di animali.
II. Malthus : Lotta per l’esistenza: Ispirato dalle colonie che l’Inghilterra aveva recentemente acquisito
e dal loro spazio virtualmente illimitato elabora la sua teoria. La popolazione ha il potenziale di
crescere geometricamente. Esempio 2 genitori - 4 discendenti - 16 discendenti etc. In 15
generazioni i due genitori iniziali avranno circa 32768 discendenti. Ora, nelle colonie si registra una
crescita geometrica della popolazione, mentre in Inghilterra la crescita è lineare, perché (?)
Semplicemente la natura dei mezzi di sussistenza e la produzione di cibo aumenta aritmeticamente.
Malthus teorizzò che ciò che rallenta la crescita della popolazione è la lotta per le risorse necessarie alla
sopravvivenza. In tale lotta, aggiungerà Darwin estendendola a tutti gli organismi, qualsiasi variazione
fenotipica, per quanto minima, può fare la differenza.
Una componente chiave è il modo in cui questa ipotesi può essere scoperta e testata. I processi dei quali
parla non possono essere osservati nella loro interezza. Noi possiamo solo osservare parti dei processi in
questione, proprio come in geologia noi possiamo osservare il processo di formazione di una duna o la
deriva di un continente un pezzo alla volta.
Adam Smith : La mano invisibile: Darwin la conosce tramite Malthus, che adotta la teoria di Adam Smith.
Secondo Darwin la selezione naturale agisce in modo simile alla mano invisibile che agisce nei mercati
liberi. Darwin scrive: “Silenziosa e impercettibile essa lavora ovunque e quando se ne offra l’opportunità
per perfezionare ogni essere vivente in relazione alle sue condizioni organiche e inorganiche di vita”.
Darwin adotta la mano invisibile ma senza un fine. L’analogia sta nel fatto che l’individuo è incline a
comportarsi in un certo modo e tutti gli individui agiscono per il proprio fine individuale, il risultato del
processo non si vede al livello dell’individuo ma ad un livello più alto, nel caso di Darwin a livello delle
specie. Ossia l’evoluzione è il risultato di un meccanismo che è la selezione naturale che avviene sugli
individui.
NB Darwin relativizza il termine perfezione, non è in senso assoluto ma relativo, nel senso di
corrispondenza e adattamento alle condizioni esterne.
Per Darwin il processo non era visibile. Tuttavia, al giorno d’oggi possiamo in una certa misura, se
prendiamo organismi dei quali possiamo vedere svariate generazioni in tempi molto brevi. Un classico
esempio è la resistenza dei batteri all’antibiotico che è il motivo per cui non bisogna interrompere la cura.
L’OS è un libro particolare perché Darwin presenta la sua teoria come un lungo argomento, ossia mescola
nella sua trattazione dati e osservazioni con considerazioni teoriche. Per questa ragione della sua teoria
sono state offerte diverse ricostruzioni.
Philipp Kitcher ricostruisce la teoria darwiniana individuandone 4 principi fondamentali, scrive:
I. Principio di variazione: “Lungo la storia evolutiva di una specie c’è sempre una variazione (di
proprietà) tra i membri della specie.” Generazione dopo generazione, le differenze intraspecifiche
diventano così cospicue da sancire la nascita di una nuova specie. Esempio variazione riscontrata da
Darwin tra le specie domestiche (cani, gatti, capre, polli, fagioli, peperoni, ecc.).
II. Principio della lotta per l’esistenza: “Lungo la storia evolutiva di una specie, ci sono quasi sempre
più organismi che nascono di quelli che possono sopravvivere.” Questo principio altro non è che una
generalizzazione degli studi di Malthus sulla variabilità numerica delle popolazioni umane.
III. Principio di variazione in base all’adattamento: “Per ogni fase della storia evolutiva di una specie,
alcune delle variazioni tra i membri della specie riguardano proprietà che sono in relazione diretta
con capacità di sopravvivere e riprodursi.” Questo principio mette insieme i due precedenti e il
modo in cui influiscono sulla determinazione delle generazioni future. Le variazioni all’interno di
una specie hanno un effetto sulla lotta per la sopravvivenza all’interno di quella specie, un effetto il
cui peso varia in base ai parametri della lotta.
IV. Principio forte di ereditarietà: “L’ereditarietà di una proprietà è la norma: la maggior parte delle
proprietà di un organismo è ereditata dai suoi discendenti.”. Darwin aveva una concezione
dell’ereditarietà che ai nostri occhi appare rozza e probabilmente anche ingenua, poiché non
riusciva a fare una distinzione chiara tra i caratteri acquisiti durante lo sviluppo che non sono
tramandabili e quelli che invece lo sono.
Riassunto dei quattro punti nelle parole di Darwin: “In seguito a questa continua lotta per l'esistenza, ogni
variazione, per piccola che sia e da qualsiasi cagione provenga, purché sia in qualche parte vantaggiosa
all'individuo di una specie, contribuirà nelle sue relazioni infinitamente complesse con gli altri esseri
organizzati e con le fisiche condizioni della vita alla conservazione di quest'individuo, e in generale si
trasmetterà alla sua discendenza. Inoltre questa avrà maggiori probabilità di sopravvivere; perché, fra i
molti individui d'ogni specie che nascono periodicamente, pochi soltanto rimangono in vita. Io chiamo
[s]elezione naturale il principio, per il quale così conservasi ogni leggera variazione, quando sia utile, per
stabilire la sua analogia con la facoltà [s]elettiva dell'uomo. Ma l'espressione usata da Herbert Spencer
«sopravvivenza del meglio adatto» è più precisa e alcune volte ugualmente conveniente”
Richard Lewontin ricostruisce lo “scheletro logico” della teoria darwiniana attraverso 3 principi: se i tre
principi sono soddisfatti, una popolazione evolve.
I. Variazione fenotipica: Diversi individui in una popolazione hanno diverse morfologie, fisiologie e
comportamenti.
II. Fitness differenziale: Diversi fenotipi hanno diverse possibilità di sopravvivere e di riprodursi in
base all’ambiente in cui si trovano. Le variazioni sono legate alla capacità degli organismi di
sopravvivere e di riprodursi (fitness); in questo secondo principio è contenuta l’idea della lotta per
l’esistenza, ossia non stiamo parlando di organismi in isolamento ma di organismi che competono
gli uni con gli altri. Se le risorse sono limitate, allora il fatto che un organismo abbia più possibilità di
riprodursi e di sopravvivere rispetto ad un altro fa la differenza.
III. Fitness ereditabile: C’è una correlazione tra i genitori e la discendenza nella contribuzione di
ognuno alle generazioni future, che è una maniera complicata per dire che quelle proprietà che
conferiscono una maggiore fitness sono ereditabili, perché se non lo fossero non potrebbero
portare al processo di evoluzione. Queste caratteristiche sono ereditabili, quindi contribuiscono alla
fitness delle generazioni successive se l’ambiente non cambia.

La selezione
Cosa si intende per Selezione (?) Cap. I – Selezione artificiale e Cap. IV – Selezione naturale e sessuale.
Darwin parla di selezione lungo tutto il libro ma nel primo e nel quarto capitolo va più nel dettaglio.
Comincia il libro parlando della selezione artificiale, ossia quella condotta da allevatori e coltivatori da
lungo tempo e lo fa come mossa retorica, per mostrare che all’interno dell’evoluzione non è necessario
postulare né un fine né un disegnatore. Se un tale processo lo facciamo noi, può avvenire anche in natura.
Ci sono delle differenze, la selezione artificiale è operata da noi, per questo è più veloce, perché
selezioniamo gli individui che posseggono le caratteristiche che desideriamo e li facciamo accoppiare tra di
loro, tuttavia non è detto che questi tratti aumentino la fitness, anzi spesso non l’aumentano. (Es. Romeo)
La selezione naturale è operata dall’ambiente, cioè dalle circostanze esterne. Sono le circostanze esterne
che determinano se una certa variazione casuale è benefica o deleteria rispetto alla fitness. La selezione
naturale è normalmente lenta proprio perché le variazioni sono casuali, quindi che sorgano variazioni
benefiche è un effetto piuttosto raro e quindi la selezione naturale agisce su un materiale che sorge
lentamente. La selezione naturale favorisce gli individui che hanno una fitness più alta rispetto agli altri,
quindi la fitness degli organismi aumenta nel corso del tempo, se l’ambiente non cambia.
“Se si riflette su come nascano variazioni utili all'uomo, sarà forse improbabile che, nel corso di parecchie
migliaia di generazioni successive, avvengano alle volte altre variazioni utili agli esseri stessi nella grande e
complicata lotta della vita? Ove queste variazioni si manifestano (posta la verità del fatto che nascono
sempre individui in maggior numero di quanti possano vivere), non potrebbe aversi dubbio alcuno che gli
individui dotati di qualche naturale vantaggio, comeché leggero, non abbiano maggiore probabilità di
sopravvivere e di propagare la loro razza. D'altra parte non è meno certo che qualunque deviazione, per
poco sia nociva agli individui nei quali si produce, sarà cagione inevitabile della loro distruzione. Ora questa
legge di conservazione delle variazioni favorevoli e d'eliminazione delle deviazioni nocive, io la chiamo
[s]elezione Naturale o sopravvivenza del più adatto. Quelle variazioni, che non sono utili nè dannose non
possono essere affette da questa legge dell'elezione naturale” OS, cap. 4
C’è un problema in questa idea della selezione che trattiene le variazioni che aumentano la fitness, il
mistero del sesso. Spesso i caratteri sessuali sembrano diminuire la fitness, nel caso del pavone il fatto di
avere una coda così lo rende una facile preda. Ma allora perché questi caratteri vengono conservati dalla
selezione (?) Ricordiamoci che la fitness darwiniana ha due componenti, ossia la capacità di sopravvivere e
la capacità di riprodursi. Alcuni caratteri aumentano la capacità di riprodursi, ma diminuisco la capacità di
sopravvivere. Per questo introduce un’altra modalità della selezione natruale, ossia la selezione sessuale.
“Essa dipende non già dalla lotta per l'esistenza, ma da una lotta che ha luogo fra gl'individui del medesimo
sesso, e generalmente fra i maschi per il possesso delle femmine. Il risultato di questa lotta non consiste nel
soccombere uno dei competitori, ma nella poca o niuna discendenza che egli produce. L'elezione sessuale è
quindi meno rigorosa dell'elezione naturale.” OS, cap. 4
Si tratta di morfismo sessuale, ossia caratteri apparentemente dannosi per la sopravvivenza, ma selezionati
per selezione sessuale. Tramite questo Darwin ipotizzò un senso estetico delle femmine delle specie.
Nel caso della selezione sessuale la selezione viene operata dalla scelta del compagno, quindi sarà in
questo caso la femmina a determinare quale organismo avrà una fitness più alta, scegliendo il compagno
che ritiene più adatto. E’ lenta. Non è chiaro se aumenti o diminuisca la fitness, non la diminuisce se la
consideriamo come fitness riproduttiva e di sopravvivenza.

Cap. VI – Obiezioni
Nel sesto capitolo Darwin affronta le difficoltà della sua teoria per validarla. Se la sua teoria è in grado di
superarle, allora non crolla. Sono punti importanti che attraversano anche il dibattito post darwiniano.
(1) Assenza di forme intermedie o transizionali nei resti fossili : Come si spiega (?) Non ci sono conchiglie
intermedie, è come se da quelle col fenotipo corto ad un certo punto siano apparse quelle col fenotipo
lungo. E’ un problema perché la teoria darwiniana è gradualistica, ossia l’evoluzione procede per variazioni
piccolissime; uno scenario di questo genere lascia spazio al creazionismo. Il divario nei resti fossili
confuterebbe l’evoluzione darwiniana.
 Soluzione lamarckiana: Ci sono frequenti episodi di generazione spontanea, quindi all’interno
della teoria di Lamarck questo divario non è un problema perché non c’è transizione da un
antenato ad un discendente, ci sono due specie diverse (?). Ogni episodio di generazione spontanea
segna una nuova forma e quindi non c’è transizione da un antenato ad un discendente. Peccato che
la teoria di Lamarck fosse scorretta…
 Soluzione darwiniana: La spiegazione darwiniana è che i resti fossili siano incompleti, o perchè
non abbiamo ancora trovato le cosiddette forme transizionali o perché in alcuni casi non si sono
conservati, dato che la fossilizzazione avviene ogni migliaia di anni e che alcuni organismi non si
fossilizzano bene. La spiegazione di Darwin era corretta, ossia si tratta di un limite materiale nella
misura in cui molto spesso i resti fossili di cui disponiamo sono incompleti.
 Soluzione naturalisti: I naturalisti daranno una spiegazione ancora diversa, ossia per loro varrà
l’incompletezza dei resti fossili ma in realtà un certo modello di speciazione fa sì che non possiamo
trovare queste forme transizionali.
La prima risposta è falsa, perché sappiamo che la generazione spontanea non esiste; la seconda è una
buona risposta, nel senso che effettivamente talvolta le forme transizionali sono state trovate.
Le forme transizionali sono importanti perché aiutano a mostrare i passaggi evolutivi che da una linea di
discendenza hanno portato a una più recente, presentando caratteristiche sia della linea ancestrale sia della
nuova. Esempio Il tiktaalik, ossia la forma transizionale tra i pesci e i quadrupedi. A conferma della risposta
darwiniana, ossia che queste forme ci sono ma talvolta non le troviamo, effettivamente queste forme
transizionali non sempre si trovano. Oggi estinto, era un parente stretto del primo vertebrato che evolvette
quattro arti e cominciò a strisciare sulla terraferma. È un pesce, ha squame e branchie, ma ha la testa
appiattita di un coccodrillo e pinne insolite, con ossa sottili a raggera come la maggior parte dei pesci, ma
anche robuste ossa interne che gli avrebbero permesso di appoggiarsi in acque poco profonde e di usare i
suoi arti per il sostegno. Una combinazione di caratteristiche che mostrano la transizione evolutiva da un
pesce che nuota ai suoi discendenti, i vertebrati a quattro zampe (tra cui gli umani…).
(2) Organi di estrema perfezione, come l’occhio umano : Come si spiega (?) Il punto è che è contro
intuitivo pensare che la selezione naturale che procede su variazioni che sorgono casualmente e che non è
finalizzata a qualcosa possa aver da sola selezionato organi così complessi e così adattati al loro ambiente
come per esempio l’occhio umano. Il problema è che la teoria darwiniana toglie ogni finalismo, toglie la
necessità di un disegnatore intelligente e fa tutto questo sostituendo questi due elementi con un unico
meccanismo cieco, che è la selezione naturale.
L’argomento al quale Darwin deve rispondere è quello di William Paley, che scrisse nel 1802 “Natural
Theology” in cui ricorre all’esempio dell’orologio, ossia chiede al suo lettore di fare una sorta di
esperimento mentale e dice immaginare di camminare e di urtare col piede un sasso, ma come c’è finito lì?
È sempre stato lì; urtate poi un orologio, come c’è finito lì? Qualcuno ce lo ha messo, perché è un oggetto
talmente articolato e complesso che è impossibile pensare che non sia stato creato da qualcuno per un
qualche scopo. Ci deve essere un artefice. Questo stesso discorso vale per gli organsimi complessi.
“Quando esaminiamo l'orologio, ci rendiamo conto che – diversamente che nel sasso – le sue diverse parti
sono arrangiate e assemblate per uno scopo, ad esempio, che sono formate e arrangiate così da produrre
movimento, e che quel movimento è così regolato in modo da indicare l'ora del giorno; che se le diverse
parti avessero avuto una forma diversa da quella che hanno, o fossero state posizionate in qualsiasi altro
modo o in qualsiasi altro ordine, o nessun movimento affatto si sarebbe realizzato nella macchina, o
comunque nessun movimento adatto allo scopo.“
Darwin mostra che l’occhio è il risultato del meccanismo della selezione naturale senza piano prestabilito e
senza scopo. La difficoltà è apparente. Nel caso degli organi di estrema complessità facciamo fatica a
pensare che un meccanismo cieco come la selezione naturale abbia potuto realizzarli, ma è un problema
nostro. Per dimostrare il fatto che la selezione naturale possa aver realizzato questi organi di estrema
complessità, occorre mostrare che ci sono degli stati intermedi, ossia mostrare che l’occhio umano non è
comparso dal nulla ma è il risultato di un processo evolutivo lungo milioni di anni.
“La ragione mi indica che, se può dimostrarsi che esistano numerose gradazioni dall'occhio perfetto e
complesso all'occhio più semplice ed imperfetto, e che ogni grado di tale perfezionamento sia utile
all'individuo; se di più l'occhio deve variare, sia pure insensibilmente, e le variazioni sono trasmesse per
eredità, come appunto si verifica; e se infine ogni variazione o modificazione di un organo, sotto condizioni
mutabili di vita, è sempre utile all'animale; allora la difficoltà di ammettere che un occhio perfetto e
complesso possa formarsi per [s]elezione naturale, quantunque insuperabile alla nostra immaginazione,
può vincersi e questa ipotesi può ritenersi vera.” Quindi ha bisogno di mostrare che ci sono in altri organismi
forme più rudimentali di visione e chiaramente ci riesce perchè gli esempi ci sono. Darwin mostra che in
natura troviamo una grande abbondanza di esempi di stati intermedi tra sistemi visivi più complessi e quelli
più rudimentali, come i tessuti sensibili alla luce in molti molluschi. Ma se ogni organismo fosse stato
disegnato da un disegnatore onnipotente e onnisciente, allora non ci sarebbe ragione per tali stati
intermedi!
“Nei corpi viventi la variazione sarà causa di piccole alterazioni, che la generazione moltiplicherà quasi
all'infinito e l'elezione naturale coglierà qualunque perfezionamento con infallibile abilità. Poniamo che
questo processo si eserciti per milioni e milioni d'anni: e in ogni anno sopra milioni d'individui d'ogni fatta; e
come non potremo ritenere che un apparato ottico vivente sia stato così formato?”
“Se potesse dimostrarsi che esista un organo complesso, il quale non possa essere stato prodotto con molte
modificazioni successive e piccole, la mia teoria sarebbe assolutamente rovesciata. Ma io non posso
trovarne un solo caso.” OS, cap. 6
Sintesi moderna
Normalmente la sintesi moderna viene presentata come la sintesi tra il pensiero darwiniano e la teoria
mendeliana, ma c’è un passaggio importante di Weismann che intuisce quale sia il meccanismo dell’eredità,
quindi falsifica la teoria lamarckiana dell’ereditarietà dei caratteri acquisti ed è la sua versione del
darwinismo che confluisce nella sintesi moderna. Quindi, la “Sintesi Moderna” è la sintesi teorica, realizzata
a partire dagli anni Venti del ’900, tra l’ultradarwinismo weismanniano e la teoria mendeliana.
Nell’OS, due importanti elementi della teoria dell’evoluzione erano privi di una spiegazione soddisfacente:
I. Il meccanismo dell’eredità e la sua base materiale.
II. l’origine delle variazioni.
Per quanto riguarda il primo punto, un passo importante è stato il lavoro di August Weismann (1834-1914).
Che cosa si sapeva al tempo: Gli organismi sono fatti di cellule (1838-39 – Teoria cellulare); Le cellule
hanno un nucleo che contiene i cromosomi; Dato che i cromosomi sono materialmente trasmessi dalle
cellule alle «cellule figlie» probabilmente contengono il materiale ereditario che determina le
caratteristiche di una cellula e delle cellule che da questa discendono.
1883 Weismann : Teoria della continuità del plasma germinale: Ipotizza che ci sia una divisione del lavoro
tra cellule somatiche, che mantengono la vita individuale e cellule germinali, che sono dedicate alla
produzione delle generazioni future.
Dall'inizio dello sviluppo, una parte del materiale cromosomico (plasma germinale) viene accantonato per
la produzione di uova, sperma, spore (o qualsiasi altra entità dia origine alla generazione successiva). Il
plasma germinale è l'unico che conserva il pieno potenziale ereditario. L’informazione che può essere
trasmessa viene messa da parte ad un certo punto nella vita dell’organismo. Conoscendo questa divisione
del lavoro tra le cellule possiamo dire che quello che accade alle cellule somatiche nel corso della vita non
può essere trasmesso alle generazioni successive. Le cellule germinali costituiscono una linea virtualmente
immortale, mentre le cellule somatiche sono destinate a morire e a rinnovarsi periodicamente di
generazione in generazione.
Conseguenze della teoria:
I. I caratteri acquisiti non sono ereditabili, dato che non riguardano le cellule germinali.
II. Sviluppo ed evoluzione si separano: Sia in Lamarck che in Darwin sono collegati proprio perché i
caratteri acquisti possono essere ereditati. Con Weismann si separano, perché dello sviluppo si
occupano delle cellule, mentre della trasmissione ereditaria altre cellule.

Per quanto riguarda il secondo punto, sull’origine delle variazioni, Weismann ha avuto un’altrettanta
importanza determinante: Le cellule normalmente si riproducono per mitosi. Il nucleo raddoppia e poi la
cellula si divide longitudinalmente, di conseguenza le cellule figlie “ereditano” il materiale cromosomico
dell’antenata. Ma non c’è variazione! Le cellule si moltiplicano ma non c’è variazione.
Ma nella riproduzione sessuata, le cellule che si uniscono sono due, i gameti. Quindi se i gameti fossero
come tutte le altre cellule, allora il risultato dell’unione di due gameti (zigote) avrebbe il doppio dei
cromosomi di un gamete. Eppure non è così. Weismann fu il primo a intuire che la meiosi fosse una
divisione attraverso la quale il numero di cromosomi veniva dimezzato. Come funziona (?) Prima della
maturazione, i gameti subiscono due divisioni meiotiche che dimezzano il numero di cromosomi. In questo
modo, quando due gameti si fondono, avranno, nel caso dell’Homo Sapiens, 23 cromosomi ciascuno, e lo
zigote avrà 46 cromosomi e non 92! Infine, Durante la fusione dei due gameti, il plasma germinale dei
cromosomi si mescola: ecco da dove si originano le variazioni!
Questa è la forma di darwinismo della sintesi moderna.

Nel frattempo, nel 1865, alla Brno Scientific Society, Gregor Mendel (1822-1884), un frate agostiniano,
presentava I risultati delle sue ricerche. Tra il 1856 e il 1863, Mendel coltivò circa 29.000 piante di pisello
nel giardino dell’abbazia, incrociandoli generazione dopo generazione e studiando in che modo i caratteri
venivano ereditati. Nel momento in cui si comprende che le caratteristiche degli organismi sono
determinate da fattori discreti (oggi “geni”) si stanno iniziando a mettere insieme i pezzi!
Le conclusioni di Mendel sono:
I. Le caratteristiche degli organismi sono determinate da fattori discreti, i geni, anche se il termine
verrà coniato solo nel 1909 dal botanico danese Wilhelm Johannsen.
II. Ogni gamete contiene solo una versione per ogni fattore, le cellule sessuali sono aploidi, cioè
hanno 23 cromosomi anziché 46.
III. Gli organismi possiedono due versioni di ogni fattore, chiamate alleli.
IV. I genitori contribuiscono in ugual maniera alle caratteristiche ereditate dalla discendenza. Per ogni
fattore, una versione è dominante sull’altra e sarà completamente espressa se presente.
Mendel aveva compreso alcuni dei meccanismi fondamentali della trasmissione dei caratteri ereditari,
pubblicò i suoi risultati nel 1866, ma l’articolo non ricevette molta attenzione dalla comunità scientifica
Nel 1900 Hugo De Vries, Carl Correns, Erich von Tschermak – che non si conoscevano e lavorando
indipendentemente a esperimenti di ibridazione sulle piante – giunsero, nello stesso anno, agli stessi
risultati di Mendel. Così nacque la genetica. Tuttavia, i risultati sembravano a prima vista non essere
compatibili con il darwinisimo : gradualismo vs. fattori discreti.

Nel 1918 Ronald A. Fisher “The Correlation Between Relatives on the Supposition of Mendelian Inheritance”
propone un modello concettuale che mostra che la variazione continua e graduale tra i tratti fenotipici
(Darwin) poteva esser prodotta dall’azione combinata di molti geni (Mendel).
La sintesi moderna(1920–1950) era cominciata.
Il passo successivo fu mostrare che la selezione naturale poteva operare con la genetica mendeliana. Il
lavoro teorico venne svolto principalmente da R.A. Fisher, John B.S. Haldane, e Sewall Wright. Il loro lavoro
in genetica delle popolazioni mostrò che:
 La selezione naturale può operare con le variazioni fenotipiche presenti in natura e le leggi
mendeliane. Non è necessario postulare altri meccanismi, se non il genetic drift (deriva genetica),
che è la variazione delle frequenze geniche di una popolazione, dovuta unicamente al caso e non
alla minore o maggior fitness.
 Non c’è ereditarietà dei caratteri acquisiti.
 Non c’è variazione diretta dall’ambiente.
La sintesi moderna è la conferma del paradigma darwiniano con l’aggiunta dei risultati mendeliani che si
sono rivelati compatibili.
Fasi
(1)Trionfo della genetica delle popolazioni, che consiste nello studio e nella modellizzazione dei
cambiamenti nelle frequenze dei geni e degli alleli nelle popolazioni. Vengono elaborati modelli matematici
volti a indagare e prevedere la presenza di alleli specifici o combinazioni di alleli nelle popolazioni, sulla base
degli sviluppi nella comprensione molecolare della genetica e delle leggi dell'ereditarietà di Mendel.
Le leggi mendeliane e la genetica delle popolazioni basata su di esse fornivano uno strumento per
matematizzare l’evoluzione, per studiare e prevedere il possibile andamento dell’evoluzione, ossia per
studiare e prevedere il cambiamento delle frequenze alleliche nelle popolazioni.
Il focus è la popolazione e non l’individuo e questa è una differenza rispetto a Darwin. Se vogliamo fare
ontologia delle teorie dell’evoluzione tra la sintesi moderna e la teoria darwiniana, nell’inventario
ontologico il meccanismo principale resta lo stesso, la selezione, ma si aggiunge il genetic drift; per quanto
riguarda le entità ammesse nel catalogo, Darwin ammetteva gli organsimi come unità della selezione,
mentre per la sintesi moderna nel catalogo entra una nuova entità fondamentale, ossia i geni. Il fuoco
dell’attenzione si sposta sui geni e sulla popolazione e quindi l’organismo passa in secondo piano. Si
afferma una visione genocentrica, cioè le entità che vengono primariamente studiate sono i geni. Anche
l’ambiente passa in secondo piano nella misura in cui Darwin nel parlare della lotta per la sopravvivenza e
dell’importanza delle circostanze esterne, teneva come punto fondamentale l’interazione tra gli organismi
e il loro ambiente; questo nessuno lo negherebbe ma è come se l’ambiente ecologico, cioè quello di cui
parlava Darwin passi in secondo piano proprio per lo spostamento del luogo dei lavori, dal campo al
laboratorio.
Cos’è l’evoluzione (?) Theodosius Dobzhansky: “L’evoluzione è un cambiamento nella composizione
genetica delle popolazioni. Lo studio dei meccanismi dell’evoluzione ricade nel dominio della genetica delle
popolazioni”.

A partire dagli anni Ottanta c’è un tentativo di procedere verso una sintesi estesa, ossia nella sintesi
moderna, soprattutto nella sua prima fase, lo sviluppo degli individui e l’ambiente passa in secondo piano,
quindi è un lavoro di genetica delle popolazioni. Alcune discipline rimangono fuori da questa sintesi, ossia la
biologia dello sviluppo e l’ecologia e quindi c’è da parte di molti autori la richiesta di una sintesi estesa che
comprenda la biologia dello sviluppo evolutiva e l’ecologia.
(2)Nella seconda fase, dalla genetica delle popolazioni, la sintesi moderna si estende ad altre discipline.
Nella prima fase della sintesi si parla di microevoluzione, ossia di evoluzione genetica. La macroevoluzione
riguarda i rami più alti. Basta l’evoluzione genetica per spiegare la diversità della vita sulla terra (?)
Questo è al centro degli interessi già nella sintesi moderna soprattutto con l’intervento della tassonomia e
della paleontologia.
+ tassonomia: Ernst Mayr - modelli di speciazione.
+ paleontologia: più interesse per la macroevoluzione: come conciliare i fenomeni microevolutivi teorizzati
dai genetisti delle popolazioni con le evidenze che possiamo estrapolare dai resti fossili?

I principi teorici della sintesi moderna per come vengono esposti da Futuyuma nel libro Evolution sono:
Popolazioni : Differenze genetiche: Le popolazioni contengono differenze genetiche. Queste derivano da
mutazioni e ricombinazioni casuali, cioè non dirette in modo adattivo. Questo non poteva esserci in Darwin
perché parlava di variazioni fenotipiche, mentre qui l’accento si sposta dalle variazioni fenotipiche a quelle
genetiche, che non sono dirette dall’ambiente, ossia sono casuali. Le mutazioni genetiche si generano o per
agenti mutageni o per ricombinazioni, cioè una forma più raffinata di quello che Weismann aveva intuito:
quando le due cellule sessuali si uniscono avviene una ricombinazione dei cromosomi al loro interno e il
risultato è un fenotipo nuovo rispetto al precedente.
Popolazioni : Evoluzione: Le popolazioni evolvono attraverso cambiamenti nella frequenza dei geni causati
da flusso genico, deriva genetica, e selezione naturale.
Flusso genetico: Le specie sono entità che popolano un mondo naturale in cui succedono delle cose e, per
esempio, a causa di un evento naturale una parte di una specie può migrare nel territorio di un’altra e nel
tempo può diventare riproduttivamente compatibile con essa.
La varietà delle forme di vita che vediamo oggi è il risultato di un processo continuo di speciazione, che è il
processo per cui da una specie antenata, derivano più specie. La diversificazione avviene per speciazione,
che normalmente comporta la graduale evoluzione dell'isolamento riproduttivo tra le popolazioni.
Il modello messo meno in discussione di speciazione è il modello allopatrico di speciazione (= speciazione
per isolamento geografico): qualcosa di estrinseco agli organismi impedisce a due o più gruppi di
accoppiarsi regolarmente tra loro, causando alla fine la speciazione di quel lignaggio.
Tuttavia, viene anche considerata la possibilità che l’isolamento riproduttivo possa dipendere anche da altri
fattori oltre all’isolamento geografico, come dai cambiamenti comportamentali. E’ possibile che alcuni
comportamenti possano portare a dei processi di speciazione. Esempio immaginiamo che un uccello inventi
una nuova canzone per il corteggiamento e che quelli intorno a lui imparino la stessa canzone, a quel punto
è possibile che quel gruppo di uccelli che vive nella stessa area inizia a riconoscere come possibili compagni
solo quelli che hanno una certa canzone e che quindi non si riproducano più col gruppo di individui che
continua a cantare la canzone vecchia. E’ più complicato però verificare la validità di questi modelli rispetto
al modello allopatrico.
“Questi processi, protratti per un tempo sufficientemente lungo, danno luogo a cambiamenti di tale portata
da giustificare la designazione di livelli tassonomici più elevati (generi, famiglie e così via)”. Per la sintesi
moderna la macroevoluzione può essere estrapolata dalla microevoluzione.

Ricordiamoci che ai tempi della Sintesi Moderna, i geni erano entità interamente ipotetiche, la cui esistenza
era stata dedotta da dati numerici ottenuti attraverso gli esperimenti sugli incroci. Gli esperimenti sui piselli
di Mendel e poi gli esperimenti successivi davano dei risultati dai quali era possibile inferire l’esistenza di
fattori discreti di ereditarietà, che poi saranno chiamati geni, ma noi non li vediamo e in questo senso sono
entità teoriche. Che cosa un gene fosse chimicamente, e quali processi intercorressero tra il genotipo e il
fenotipo, era del tutto ignoto. Nel corso degli anni Quaranta e Cinquanta, si assistette a un rapido sviluppo
della biochimica. Divenne chiaro che i geni sono coinvolti nella produzione delle proteine. Nel 1953,
Watson, Crick, Franklin decifrarono la struttura del DNA.
Divenne chiaro che il genotipo è il potenziale ereditato da un organismo (es. possibilità di essere alto), che
i geni sono unità dell’informazione relative al fenotipo potenziale, e che non sono influenzati dalla
maniera in cui quel potenziale si realizza, ossia l’informazione procede dal genotipo al fenotipo e non
viceversa. Il fenotipo è come un organismo di fatto è (es. essere alto).
Il genotipo contiene l’informazione per la realizzazione del fenotipo, però è un’informazione potenziale che
si può realizzare oppure no; il fenotipo è quella informazione realizzata. Esempio Il genotipo contiene
l’informazione essere alto/essere basso; il fenotipo sarà o alto o basso. Su questo potenziale si gioca tutto il
determinismo genetico, siamo determinati dal nostro genotipo oppure no (?) Tra il genotipo e il fenotipo
succedono un sacco di cose. Semplificando, nel corso della sintesi moderna l’idea era che l’interazione tra
genotipo e ambiente producesse un certo fenotipo. Il problema è che tra genotipo ambiente succedono un
sacco di cose. Cosa si intende per ambiente (?) Nel momento in cui pensiamo che le unità della selezione
siano gli organismi, l’ambiente di un organismo sarà il mondo circostante; adesso sappiamo (a seconda
degli autori) che le unità della selezione sono i geni e l’ambiente dei geni saranno altri geni, che però poi
stanno nel nucleo di una cellula e il nucleo della cellula sta dentro alla cellula e la cellula sta insieme ad altre
cellule che comunicano tra loro. Insomma, tra genotipo e fenotipo ci sono talmente tanti passaggi che ad
oggi non siamo in grado di dedurre interamente e nei dettagli quale sarà il fenotipo a partire da un certo
genotipo, sebbene alcune cose le sappiamo dedurre. Sappiamo anche che alcuni geni determinano certi
caratteri come sosteneva Mendel, però questo capita in certi casi (colore degli occhi, forma delle orecchie).
Il problema è l’espressione di quei geni, i geni da soli non fanno niente, per potersi esprimere, ossia per
dare origine ad un fenotipo, ci sono tantissimi passaggi, i geni non operano in isolamento, operano in reti di
geni e se uno si attiva in un certo momento e il fatto di attivarsi in quel momento fa sì che se ne attivino
altri ad un momento successivo, tutto questo porta dei risultati per lo sviluppo degli organismi. Per queste
ragioni, oggi lo sviluppo degli organismi ritorna a pieno titolo nel progetto di una sintesi estesa proprio
perché in questa interazione c’è lo sviluppo degli organismi.

Il dibattito tra naturalisti e ultradarwinisti


Questa duplice anima interna alla sintesi moderna la ritroviamo all’interno di un dibattito che ha inizio
secondo Eldredge a partire dal centenario dell’OS, quindi a partire dal 1959 ed è il dibattito tra due campi
opposti.
Ultradarwinisti
Sono principalmente genetisti. La versione più conosciuto dell’ultradarwinismo è quella promossa da
Dawkins, in svariate opere tra le quali il gene egoista. Sposano una forma di estrapolazionismo, ossia
secondo loro i tratti fenotipici possono venire astratti dall’individuo e studiati isolatamente dall’individuo e
questa posizione ha a che fare con il genocentrismo che caratterizza queste posizioni. Abbracciano una
visione genocentrica e generalmente riduzionistica dell’evoluzione, ossia la posizione per la quale la
macroevoluzione è interamente estrapolabile dalla microevoluzione, ossia nel momento in cui si studiano i
cambiamenti genici all’interno delle popolazioni si sta lavorando ad un livello micro, ma quello che noi
esperiamo è la diversità della vita a livelli macroscopici. Per microevoluzione si intende l’evoluzione che
avviene al di sotto delle specie, mentre per macroevoluzione si intende l’evoluzione che avviene al di sopra
delle specie. La macroevoluzione è riducibile alla microevoluzione, non servono altri fattori esplicativi per
spiegare quello che accade ai livelli più alti. Questa posizione è legata all’idea più generale per la quale la
storia evolutiva è algoritmica, cioè la selezione naturale sarebbe rappresentabile nei termini di una
funzione che, dati genotipi e ambienti, determina i fenotipi e il loro andamento evolutivo. Da questa
prospettiva, il futuro non è aperto, nel senso che interpretando il processo evolutivo in maniera differente
si dà un’immagine piuttosto diversa del mondo naturale, in un caso si dà un mondo naturale in cui date
certe condizioni di partenza il risultato è computabile e quindi predeterminato, mentre per i naturalisti il
caso gioca molta più importanza e il futuro è aperto, ossia l’evoluzione sarebbe potuta andare
diversamente perché buona parte di essa è risultato di accidenti
Dawkins, “il gene egoista”
I veri protagonisti dell’evoluzione sono i geni. I geni sono le unità della selezione naturale e le unità
dell’ereditarietà, e sono i protagonisti della lotta per la sopravvivenza. Gli organismi sono solamente i loro
veicoli. Sono infatti i geni che si replicano, sono immortali! (cfr. Weismann). Nel corso della lotta per la
sopravvivenza, i geni hanno costruito veicoli sempre più raffinati e adattati all’ambiente (gli organismi, nella
loro varietà) per vincere la competizione. Riduzionismo e genocentrismo.
Darwin non poteva includere i geni nel suo inventario ontologico e se per Darwin le unità della selezione
erano gli organismi, per Dawkins sono i geni perché sono più importanti i replicatori degli interattori.
Pensando al modello darwiniano, tra i fattori della selezione troviamo anche i fattori biotici, cioè gli altri
organismi, quella di Darwin è una teoria che mette al centro l’interazione tra gli organismi, mentre la teoria
di Dawkins mette al centro la replicazione e se noi guardiamo a chi replica, ossia a chi trasmette il materiale
ereditario in maniera fedele questi sono i geni non gli organismi, i geni si replicherebbero attraverso gli
organismi, i quali sarebbero dei veicoli costruiti dai geni per potersi replicare e dunque vincere la lotta per
la sopravvivenza. Utilizza molte metafore. Il punto è che il risultato coadiuvato dall’uso di queste metafore
è una visione per la quale i geni sembrano avere una loro propria volontà, competono tra loro, laddove i
geni in quanto tale non hanno una volontà, non hanno fini e Dawkins ne è consapevole. Il prezzo della
metafora è l’eterna vigilanza. Per Dawkins le unità della selezione e dell’ereditarietà sono una stessa cosa,
ossia i geni, sono i geni che si replicano in maniera fedele e sono immortali nel senso che continuano a
replicarsi usando gli organismi come veicoli. La varietà fenotipica degli organismi e il loro adattamento
all’ambiente in cui vivono è il risultato della lotta per la sopravvivenza tra geni, per potersi replicare di più i
geni hanno bisogno di veicoli che funzionino bene, che siano adatti alle circostanze.
Quindi la selezione naturale sarebbe una sorta di strategia dei geni per sopravvivere.
Teoria memetica
Secondo Dawkins oltre ai geni ci sarebbe un altro tipo di replicatori, ossia i memi. La cultura per Dawkins
evolve esattamente come evolvono le specie, ma cambia l’unità della selezione e dell’ereditarietà, dai geni
ai memi. Cosa sono i memi (?) I memi sono idee, unità dell’informazione, che parassitano le menti. Proprio
come i geni usano gli organismi per replicarsi e diffondersi, i memi usano le menti delle persone. Occupano
le menti delle persone e le usano per vincere una sorta di lotta per la sopravvivenza. Per esempio, una
canzone, è replicata più volte attraverso mezzi diversi, ci sono delle canzoni che per un certo periodo
acquistano un certo successo a scapito di altre canzoni e questo porta un cambiamento nel corso del tempo
della frequenza di un certo prodotto culturale rispetto ad un altro. Le unità della selezione e
dell’ereditarietà, ossia le unità che replicano sarebbero i memi. I memi sono delle cose che parassitano le
nostre menti, ma cosa sono nel dettaglio(?) E’ difficile dirlo. Un tentativo di chiarire questo alcuni hanno
cercato di identificare i memi con delle configurazioni neuronali.

Naturalisti
Per i naturalisti, quella ultradarwinista è una visione semplificata e distorta del mondo naturale e del
processo evolutivo in particolare. Sono principalmente paleontologi.
Secondo loro la comprensione dei processi evolutivi deve riflettere la complessità dell’interazione tra gli
individui nella loro interezza (vs. estrapolazionisti) e il loro ambiente. L’evoluzione è un processo che
contempla casualità storiche e aggiustamenti in corso d’opera.
L’evoluzione non funziona in maniera algoritmica, è un processo che contempla casualità storiche e
aggiustamenti in corso d’opera, quindi procede più per tentativi che per procedimenti fissi e precisi.
Ci sono due punti concettuali importanti. Si tratta di teorie esposte in tre articoli che sono considerati dei
classici all’interno del dibattito sull’evoluzionismo.
I. La critica all’adattazionismo e il concetto di exaptation (esattamento): Gould e Lewontin scrivono
“I pennacchi di San Marco e il paradigma panglossiano: una critica del programma adattamentista”
(1979). L’adattazionismo è la tendenza a vedere tutti i tratti degli esseri viventi come prodotti di
un’evoluzione finalizzata all’adattamento.
E’ una cosa che noi facciamo normalmente, è una sorta di bias cognitivo. Quando vediamo una
caratteristica particolarmente bizzarra, ci chiediamo a che cosa serve, perché è stata trattenuta dalla
selezione naturale e chiaramente una posizione del genere per quanto nascosta contiene un riferimento al
finalismo e alla teleologia che come sappiamo la teoria dell’evoluzione per selezione naturale non ha.
L’esempio per spiegare il limite dell’adattazionismo è quello di Pangloss che dice a Candide:
“ È dimostrato, diceva egli, che le cose non possono essere altrimenti; perchè il tutto essendo fatto per un
fine, tutto è necessariamente per l’ottimo fine. Osservate bene che il naso è fatto per portar gli occhiali, e
così si portano gli occhiali; le gambe son fatte visibilmente per esser calzate, e noi abbiamo delle calze e i
maiali essendo fatti per mangiarli, si mangia del porco tutto l'anno“. L’idea è che ogni tratto di un
organismo sia stato selezionato per un fine e più precisamente per il fine che svolge attualmente.
“ Un programma di tipo adattazionista ha dominato il pensiero evoluzionistico in Inghilterra e negli Stati
Uniti negli ultimi quarant’anni. Esso è basato sulla fede nel potere della selezione naturale come agente
ottimizzante, e procede suddividendo un organismo in ‘caratteri’ unitari [estrapolazionismo] e proponendo
una storia adattativa per ognuno di essi considerato separatamente. Noi critichiamo questo approccio e
tentiamo di affermare la nozione alternativa secondo cui gli organismi devono essere considerati come delle
unità integrate, con piani costruttivi [Baupläne] talmente costretti dall’eredità filogenetica, dai modelli di
sviluppo e dall’architettura generale che le costrizioni stesse diventano più interessanti e importanti nel
delimitare le vie del cambiamento di quanto non lo siano le forze della selezione”
Se pensiamo alla visione ultradarwinista dell’evoluzione come una sorta di algoritmo, ossia dati certi input
la selezione naturale farà sì che avremo determinati output, non funziona! Perché ci sono talmente tanti
vincoli e tanti fattori che il materiale su cui la selezione può agire è limitato dai vincoli, dalle limitazioni sia
dalla storia passata dell’organismo, sia dalla sua struttura, sia dal suo piano di sviluppo.
Quindi, Per Gould e Lewontin
1. le direzioni che l’evoluzione può prendere, cioè le variazioni che possono sorgere ed essere
selezionate, sono fortemente condizionate dalla storia evolutiva degli organismi (vincoli
filogenetici) e dai loro piani di sviluppo (vincoli di sviluppo).
2. L’evoluzione non è un algoritmo! Piuttosto, funziona per aggiustamenti: la selezione “lavora” sul
materiale che c’è, alle condizioni ambientali si verificano, e il materiale che c’è è condizionato, nel
senso sottolineato sopra.
Un esempio di questo è il fatto che non sempre un certo tratto è stato selezionato per la sua funzione
attuale ed è una cosa che aveva già fatto presente Darwin che, nel capitolo sesto dell’OS in cui affronta le
obiezioni alla sua teoria, scrive “[La] vescica natatoria dei pesci, è un ottimo argomento per dimostrare
chiaramente l'alta importanza del fatto, che un organo, il quale in origine era costruito per uno scopo
determinato, come sarebbe il nuoto, può convertirsi in un altro, diretto ad un fine ben diverso, come per la
respirazione.“. Questo ha a che fare con l’argomento darwiniano in risposta a Paley, in cui Darwin arriva a
chiedersi retoricamente: se il processo dell’evoluzione fosse diretto e determinato da un creatore
onnisciente allora perché un organo ad un certo punto svolge una funzione e poi nella storia evolutiva
quello stesso organo ne svolge un’altra (?) Questo organo è stato selezionato sulla base della funzione che
svolgeva nel primo momento, ma poi in seguito ha iniziato a svolgere una funzione diversa.
Questo è secondo Gould e Vrba un concetto mancante nella teoria dell’evoluzione, quindi propongono di
introdurre il termine esattamento per dar conto di questo specifico fenomeno che possiamo riassumere
così: le strutture modellate dalla selezione naturale per servire una particolare funzione, cioè gli
adattamenti, potrebbero essere successivamente cooptate per servire ancora un'altra funzione e in questo
caso si tratta di esattamenti ma non di adattamenti nella misura in cui la selezione naturale non ha
modellato la struttura per svolgere quella funzione secondaria, che viene cooptata. In sostanza, il tratto era
stato selezionato con una precisa funzione poi però è stato cooptato per svolgerne un’altra.
Esempi nel caso delle piume degli uccelli pensiamo ad un tratto che serve per il volo, tuttavia la loro
funzione originaria era probabilmente diversa! Se noi guardiamo all’Archaeopteryx, uno degli antenati degli
uccelli, era dotato di piume, eppure era in grado di compiere solo piccoli brevi voli, questo vuol dire che
nell’antenato portatore di questa omologia questo tratto non era stato selezionato per il volo, ma
probabilmente per una funzione di isolamento, cioè di termoregolamento. In questo caso si tratta di
adattamento.
Cosa accadde in seguito (?) La selezione di variazioni nelle caratteristiche scheletriche e nelle piume, e di
specifici modelli neuromotori, ha portato all'evoluzione del volo. Il tratto “piume” (adattamento) è stato
cooptato per questa successiva funzione (esattamento).
L’organismo ha subito tutta una serie di cambiamenti e a quel punto il tratto piume si è rivelato utile e
quindi è stato esattato, cooptato per questa altra funzione. Gli organismi sono compromessi di design, cioè
si lavora con quello che c’è. C’è un tratto che è stato selezionato per una ragione, è utile anche per
quest’altra, allora lo esattiamo. Sono compromessi perché, è vero che la selezione ”trattiene” gli
adattamenti – ossia quei tratti che accrescono la fitness in certe condizioni ambientali – ma nel fare questo,
incontra ostacoli e vincoli:
 La variabilità genetica può non essere disponibile, ossia in una popolazione potrebbe non esserci
la possibilità che una certa variazione sorga in virtù del suo pool genetico.
 “la mano morta della storia”: ciò che può evolvere dipende in alto grado da ciò che è già stato
prodotto, cioè le opportunità evolutive per il futuro sono limitate dal passato (vincoli filogenetici) e
dall’attuale struttura degli organismi (vincoli di sviluppo).
Il punto che i naturalisti vogliono confutare è che l’evoluzione sia un algoritmo, non lo è perché ci sono
degli incidenti di percorso, ci sono degli elementi imprevedibili. La selezione lavora con quel che si trova.
Da un lato c’è un percorso lineare, dall’altro ci sono un insieme di aggiustamenti in funzione di quello che
capita. Entrambe contengono degli elementi di verità. La virtù sta nel mezzo. I geni contano tantissimo, ma
occorre prestare attenzione anche a cosa accade fuori, perché in natura non è come in laboratorio.
II. La teoria degli equilibri punteggiati: Niles Eldredge e Stephen J. Gould: “Punctuated equilibria: an
alternative to phyletic gradualism” (1977) Riguarda il pattern dell’evoluzione. Propone
un’interpretazione dell’albero un po’ diversa da quella che Darwin aveva in mente.
L’articolo in questione sottolinea l’importanza delle contingenze storiche. Rispetto al problema
dell’assenza di forme transizionali nei reperti fossili propongono una risposta diversa rispetto a quella
darwiniana. Per Darwin l’albero procede per accumulazioni graduali e costanti di variazioni, quando
queste diventano molte si assiste alla nascita di una nuova linea di dipendenza (gradualismo filetico); per la
teoria degli equilibri punteggiati la vita delle specie sarebbe diversa, passerebbero la loro esistenza per la
maggior parte del tempo in uno stato di stasi, quindi senza accumulare variazioni minime, per poi andare in
contro a variazioni piuttosto rapide in momenti specifici, in corrispondenza della speciazione. La mancanza
di forme intermedie nei reperti fossili non sono dovute soltanto a limitazioni materiali, ma è il risultato di un
modello specifico di speciazione. Se il modello di speciazione è quello allopatrico, allora quello che troviamo
nei fossili è l’assenza di forme intermedie. La specie è normalmente in stasi, poi c’è un periodo di rapido
cambiamento e c’è una nuova specie. Si tratta di capire cosa succede in questo intervallo di rapido
cambiamento. Proviamo ad immaginar un possibile scenario secondo il modello allopatrico,
1. Stasi: Una popolazione di molluschi vive, muore, e lascia resti fossili. A giudicare dai fossili, sembra
che si stia verificando poca evoluzione osservabile.
2. Isolamento: Un abbassamento del livello del mare forma un lago e isola un piccolo numero di
molluschi dal resto della popolazione.
3. Forte selezione e rapido cambiamento: Sulla popolazione isolata a causa del nuovo ambiente , che
comporta nuove pressioni selettive e delle ridotte dimensioni. Non si conservano fossili delle forme
transizionali a causa della popolazione piccola e del rapido ritmo del cambiamento.
4. Reintroduzione: Il livello del mare si innalza nuovamente, riunendo i molluschi isolati con la linea
sorella, che però nel frattempo ha continuato a essere in stasi.
5. Espansione: La popolazione reintrodotta si ri-espande e ri-stabilizza, ed è possibile che competa
con la linea sorella, causandone l’estinzione.
6. Stasi: Si ritorna allo scenario uno, ma con la nuova specie.
Cosa è successo (?) Abbiamo la nostra specie che è in stasi, dai fossili sembra che si stia verificando poca
evoluzione osservabile. Immaginiamo che succeda qualcosa. Dato che il cambiamento è rapido, ci sono
poche probabilità che le forme intermedie fossilizzino perché la popolazione è isolata e i cambiamenti sono
rapidi. Abbiamo la spiegazione logica del perché l’evoluzione è, guardando ai fossili, apparentemente
istantanea.
Evoluzione e cultura
Una cosa che salta all’occhio, quando paragoniamo gli esseri umani agli altri animali, è l’enorme varietà e
complessità di manifestazioni culturali: lingue, credenze, rituali, teorie, stili, mode, artefatti, oggetti d’arte.
A partire dall’affermarsi del paradigma evoluzionistico, secondo molti pensatori, è possibile comprendere
l’origine e il funzionamento della cultura tramite gli stessi principi e meccanismi esplicativi attraverso i quali
comprendiamo la natura (= naturalizzazione della cultura) e, più precisamente, per comprendere la cultura
occorre abbracciare una prospettiva evoluzionistica.
Darwin, nell’OS, non si occupa dell’evoluzione della nostra specie, alla quale dedicherà un’opera successiva,
L’origine dell’uomo e la selezione sessuale (1871). Tuttavia, nel cap. 7 dell’OS espone la sua concezione in
merito all’evoluzione dell’istinto, stabilendo due punti importanti:
1. l’evoluzione dell’istinto, ossia dei comportamenti istintivi, che Darwin considera tratti fenotipici è
spiegabile tramite la selezione naturale.
2. Esistono in natura comportamenti istintivi altruisti, che diminuiscono la fitness di chi li attua.
Teoria dell’evoluzione per selezione naturale degli istinti : Darwin fornisce una spiegazione evolutiva dei
comportamenti istintivi, i quali sarebbero variazioni fenotipiche come tutte le altre. Cosa sono gli istinti (?)
Gli istinti, come quello delle api di costruire le celle, o degli uccelli di migrare, sono simili alle abitudini per
ripetitività, ma a differenza di queste, che sono apprese, gli istinti sono ereditati e selezionati. Darwin aveva
già rilevato che esistono in natura dei comportamenti altruisti, che diminuiscono la fitness di chi li attua,
ma allora perché vengono selezionati (?) La selezione può essere applicata alla famiglia oltre che
all’individuo. Darwin scrive: “Questa difficoltà, sebbene appaia insuperabile, diminuisce o, come credo,
scompare, quando si ricorda che la selezione può essere applicata alla famiglia, oltre che all'individuo”,
benchè le unità della selezione natura siano gli organismi, ammette la possibilità che ci siano altre unità
della selezione naturale, ossia le famiglie. Nella versione ultradarwiniana, per esempio quella
dawkinsoniana, la risposta sarà che la fitness della colonia aumenta data la divisione del lavoro, quindi il
fatto che alcune formiche siano adattive a certe applicazioni ed altre ad altre aumenta la fitness della
colonia; il fatto che le formiche operaie non si replichino non è importante perché il loro pool genetico
viene portato avanti dalle altre. Quello che conta è che i geni si replichino e dato che all’interno di una
colonia tutte le formiche hanno gli stessi geni, non importa chi siano i portatori di quei geni. Insomma,
l’altruismo viene spiegato attraverso la kin selection (selezione parentale): è vero che il tratto diminiuisce la
fitness delle formiche operaie, ma contribuisce alla fitness della colonia. Più controversa è la selezione di
gruppo.

Libro di Baravalle
L’idea di base di Darwin è che la cultura sia indirettamente adattiva, non accresce direttamente la fitness
ma stimola il nostro senso morale e quindi favorisce la cooperazione.
Quali son state le reazioni a quest’idea (?) Da parte della comunità religiosa è stata accolta come
un’eresia. Da parte della società borghese è stata ben accolta come modo per garantire il proprio status.
Questo è l’uso che della teoria darwiniana è stato fatto all’interno del darwinismo sociale.
Per Darwin la selezione è un processo di adattamento relativo. Per Darwin l’evoluzione procede ad albero.
Darwin è stato usato tanto per giustificare politiche colonialiste, che politiche socialiste. Questo perché in
Darwin troviamo sia la competizione, nella lotta per l’esistenza, che la cooperazione, che è una delle
strategie adattative nella lotta per l’esistenza.
A seconda che si sottolinei un elemento o un altro viene utilizzata a supporto di ideologie diverse.
Darwinismo sociale
Il risultato della somma tra ereditarietà dei caratteri acquisiti e selezione naturale («sopravvivenza del più
forte»). La natura tende verso un globale miglioramento, ma non tutti gli organismi di una specie sono
ugualmente ben adattati all’ambiente. Infatti, nella nostra specie alcune classi ed etnie sembrano essere più
avanzate di altre. La selezione naturale fa sì che le classi e le etnie più acculturate riescano a spiccare su
quelle meno primitive e incolte tramite la propria superiorità morale. Chiaramente queste differenze
culturali potrebbero ritardare il progresso nella nostra specie, non fosse per il fatto che storia umana e la
storia naturale costituiscono un continuum di un processo-progresso universale dove l’addomesticazione
e/o l’eliminazione di ciò che non si allinea al processo-progresso è giustificata (laissez-faire e giustificazione
di politiche colonialiste.) Si noti: niente di questo è conseguenza diretta della naturalizzazione della cultura
iniziata da Darwin. Cfr. variazione; no progresso; adattamento relativo; albero.
Spencer adotta i principi della teoria darwiniana ma approda a delle conclusioni diverse, ossia mentre per
Darwin l’adattamento è sempre adattamento alle circostanze presenti, quindi non c’è un meglio o un
peggio, per Spencer il risultato della selezione naturale sarebbe la sopravvivenza del più forte. Per Spencer,
storia umana e storia naturale costituiscono un continuo di una sorta di processo-progresso universale.
L’evoluzione è un fenomeno universale, che tende ad un progresso. Dato che c’è questa tendenza al
progresso, l’addomesticazione e l’eliminazione di ciò che sembra non allinearsi a questo progresso,
sarebbe giustificata. Da qui la giustificazione di politiche colonialiste e di sfruttamento. Niente di tutto
questo è conseguenza della naturalizzazione della cultura iniziata da Darwin, si tratta di un’appropriazione
di un’idea che si applica all’evoluzione e viene applicata con decisive varianti anche al mondo delle società
umane. Da quanto ci dice Darwin, le variazioni non sono migliori o peggiori in assoluto, ma la bontà di una
variazione dipende dalle circostanze ambientali nelle quali queste variaizoni si presentano. Per Darwin non
c’è progresso. Per Darwin la selezione è un processo di adattamento relativo. Per Darwin l’evoluzione
procede ad albero.
Sociobiologia
Un’altra teoria piuttosto controversa è la sociobiologia presentata in forma sistematica e compiuta da
Wilson in un libro che suscitò molte critiche: “La sociobiologia. La nuova sintesi”. Come si può notare dal
sottotitolo “La nuova sintesi” secondo Wilson bisognerebbe estendere la sintesi moderna anche
all’etologia, cioè anche ai comportamenti. Quindi in un senso la sociobiologia è un’estensione dell’ecologia
comportamentale, cioè si tratta di adeguare l’etologia alla teoria dell’evoluzione. Tutto quello che
sappiamo sui comportamenti delle società animali e per società animali Wilson intende le società “degli
invertebrati marini, sia quelle degli insetti e degli altri organismi eusociali, fino alle società umane.
E’ un progetto legittimo, abbiamo una disciplina che è ecologia comportamentale che studia le società
animali, i loro comportamenti le loro relazioni tra loro e con l’ambiente; si tratta di leggere questa disciplina
in termini evoluzionistici. Il problema è l’ultimo capitolo del libro che è l’estensione della sociobiologia
anche alla nostra specie, quindi alle società umane, in cui sono contenute delle tesi piuttosto controverse,
come quelle relative alle radici genetiche di alcuni comportamenti umani (xenofobia, monogamia,
omosessualità). Tesi che sono state oggetto di forte critica nel momento in cui il libro è uscito. La
sociobiologia ha incontrato l’opposizione di buona parte della comunità scientifica, tant’è che poi Wilson
ha scritto una seconda edizione del libro per smussare alcuni angoli ed illustrare meglio le sue posizioni.
La sociobiologia parte da presupposti teorici discutibili:
I. Adattazionismo: La critica all’adattazionismo si applica perfettamente alla sociobiologia. Secondo la
sociobiologia la maggior parte dei comportamenti animali è il frutto di un processo di selezione
naturale e contribuisce alla fitness. Questo rientra nel framework darwiniano ma l’idea è che
troviamo nella sociobiologia quell’estrapolazionismo e quell’adattazionismo che Gould e Lewontin
criticavano.
II. Determinismo genetico: non particolarmente raffinato soprattutto nell’esposizione che della
sociobiologia è stata fatta presso il grande pubblico. All’interno di questo determinismo genetico
c’è l’idea che dato un certo genotipo necessariamente segua un certo fenotipo, cosa che abbiamo
visto essere molto più complicata di così. Quindi, possiamo dire che il determinismo genetico
presupposto dalla sociobiologia contiene l’idea che dati certi geni, allora si avranno certi tratti
fenotipici e tra questi geni ci sono anche quelli che determinano certi comportamenti.
La sociobiologia è stata ampiamente criticata principalmente per quanto riguarda l’applicazione alla nostra
specie.
Psicologia evoluzionistica
Un tentativo di trattenere quanto di buono c’è nella sociobiologia, ma superandone le critiche è quello della
psicologia evoluzionistica che nasce a partire dagli anni Ottanta, in particolare con i lavori di Tooby e
Cosmides. Ha lo stesso intento di naturalizzazione della sociobiologia, ossia tenta di spiegare l’evoluzione
della cultura e delle società umane tramite gli stessi strumenti esplicativi dell’evoluzione biologica. Ci sono
importanti differenze. Pongono maggiore attenzione alla specificità dell’umano, primo fra tutti la struttura
cognitiva della nostra specie; La struttura cognitiva è prodotto di pressioni selettive che hanno agito
principalmente nel Pleistocene e dunque non presenta necessariamente tratti adattativi oggi. Un esempio
che questi autori danno è quello del razzismo.
Metodologicamente, prescinde dal determinismo genetico e adotta
(1) Analogia mente-computer: Le operazioni specifiche non sono interamente dettate al livello
dell’hardware (cervello e sistema nervoso), bensì necessitano di un insieme di istruzioni che
è specificato nel software (mente). Non è sufficiente guardare il sistema nervoso per
comprendere i comportamenti sociali, culturali e le loro produzioni, perché cervello e
sistema nervoso senza software non farebbero niente.
(2) Teoria della modularità della mente (Fodor): La cognizione umana è il risultato dell’attività
di moduli neurali integrati (è possibile che siano stato selezionati separatamente per funzioni
specifiche). Per esempio un certo modulo può essere stato selezionato nel Pleistocene perché
aveva una funzione adattativa allora, e rimanere anche oggi, benché non l’abbia più.
Es. Il razzismo, inteso come razzismo fenotipico, poteva essere utile in una società arcaica quando era utile
riconoscere i membri della propria famiglia perché si andava a caccia; questo sarebbe rimasto anche in
situazioni in cui non è più utile, cioè oggi.
Modello di spiegazione:
I. Si cerca un problema adattativo caratteristico delle popolazioni umane durante il Pleistocene: Nelle
società ancestrali era complicato sopravvivere e difendersi da soli o in altre parole per andare a
caccia che serviva a sopravvivere non si poteva essere solitari.
II. Si ipotizza quale comportamento avrebbe potuto essere adattativo in tale scenario: Occorreva
allearsi tra famiglie o comunità.
III. Si postula un modulo cognitivo che avrebbe potuto essere selezionato per realizzare tale
comportamento: vennero selezionati meccanismi psicologici utili a stabilire alleanze.
IV. Si testa l’esistenza di tale modulo.

Critiche:
I. Adattazionismo : Si parte da un problema adattativo e poi si cerca il tratto che lo risolverebbe.
II. Scarsa attenzione alla storicità : Le spiegazioni della psicologia evoluzionistica spesso si rivolgono a
fenomeni che sono considerati tipici degli esseri umani, senza considerare che questi fenomeni
variano nello spazio e nel tempo, cioè non sono universali, ma variano secondo il tempo e la società
in questione.
Panorama attuale
Scuola californiana
Propone e adotta due teorie importanti. La teoria della doppia eredità e quella della coevoluzione gene-
cultura. Sono legate perché la prima chiede di accogliere accanto all’ereditarietà genetica, l’ereditarietà
culturale, quindi non ci sarebbe un solo meccanismo di ereditarietà, ma almeno due. Se ci sono due
meccanismi di ereditarietà, ci sono due diverse evoluzioni, ossia l’evoluzione culturale e l’evoluzione
genetica. Queste due diverse evoluzioni possono influenzarsi l’un l’altra e talvolta anche essere in contrasto
proprio perché si tratta di due percorsi evolutivi differenti.
Teoria della doppia eredità : Applica il framework darwiniano in maniera esemplare, ossia perché ci sia
evoluzione è necessario che ci siano variazioni culturali (Es. tenere la guida a destra), che ci sia fitness
differenziale e che sia possibile l’ereditarietà. Tuttavia, differenza del modello darwiniano l’ereditarietà è
doppia, cioè ci son due diversi meccanismi di ereditarietà che agiscono su variazioni diverse. C’è
l’ereditarietà genetica che ha come materiali le variazioni genetiche e di ereditarietà culturale che ha come
materiale le variazioni culturali.
L’evoluzione culturale quindi non può essere ridotta all’evoluzione biologica.
La cultura umana è capace di instaurare dinamiche parzialmente indipendenti rispetto all’evoluzione
naturale e in questo senso si parla di coevoluzione. Quindi, per Richardson e Boyd, la cultura è prodotto
dell’evoluzione biologica perché come tutte le variazioni, anche le variazioni culturali sono il prodotto
dell’evoluzione biologica e perché l’evoluzione biologica ha selezionato il nostro sistema cognitivo, la nostra
capacità di apprendimento, di trasmissione e le nostre preferenze. La cultura è prodotto dell’evoluzione
biologica in questo senso. Ma la cultura può a sua volta influenzare l’evoluzione biologica, ossia le pratiche
culturali possono modificare i genotipi umani. E’ un punto importante perché uno dei capisaldi della sintesi
moderna è che l’informazione può andare soltanto dal genotipo al fenotipo e non viceversa. L’esempio più
noto di come l’evoluzione culturale può influenzare l’evoluzione biologica è quello della tolleranza al
lattosio, che è un esempio di coevoluzione gene-cultura.
Ipotesi Secondo vari studi i nostri antenati sarebbero stati, da adulti, intolleranti al lattosio, dal momento
che l’enzima necessario (la lattasi) non veniva prodotto dall’organismo adulto. Invece, oggi molti di noi
possono digerire il lattosio grazie alla persistenza della lattasi. Che cosa è successo?
Una mutazione casuale ha portato al persistere di questo enzima anche in età adulta da parte di alcuni
individui. Fattori contingenti come la diffusione dell'allevamento hanno aumentato l’uso di latte e prodotti
derivati, determinando l’innalzamento della fitness degli individui in grado di digerirlo (risorsa disponibile e
altamente proteica). La mutazione si è diffusa su larga scala in quasi tutto il mondo. La cultura (diffusione
dell’allevamento) influenza l'ambiente (miglior nutrizione - aumento della fitness) che, a sua volta,
influenza l’evoluzione biologica (aumento della frequenza della lattasi nella popolazione umana).
Scuola di Parigi
Critica la scuola californiana perché dice che non abbiamo evidenza dell’esistenza di varianti culturali (e
memi). Alla base della cultura ci sono due tipi di rappresentazioni. Possono essere risultato di due diversi
processi, intrasoggettivi, come il pensiero e la memoria che danno origine a rappresentazioni individuali e
soggettive e processi intersoggettivi che danno origine a rappresentazioni condivise, i processi
intersoggettivi sono modi in cui le rappresentazioni di un soggetto, nella loro dimensione pubblica,
influenzano quelle degli altri soggetti. La trasmissione delle rappresentazioni non è fedele, quindi in questo
si distingue dalla teoria memetica e in parte dalla teoria di Richardson e Boyd, ad ogni passaggio di
rappresentazioni c’è una reinterpretazioni. Como possono essere condivise (?) Secondo Sperber devono
essere come degli oggetti concreti, o sono rappresentazioni mentali dentro i cervelli o rappresentazioni
pubbliche negli ambienti dei cervelli.
Nega che siano oggetti astratti. Sono oggetti concreti ed è per questo che possono essere condivise. Si
trasmettono secondo il modello epidemiologico. Le rappresentazioni mentali individuali sono oggetti
concreti che trovano una esteriorizzazione, vengono condivise, grazie alle rappresentazioni pubbliche.
Come si trasmettono (?) Secondo un modello epidemiologico. Si trasmettono così come i virus.
Lez.7
Individui biologici
Gli organismi sono centrali in biologia perché la biologia è lo studio della vita e la vita si presenta sotto
forma di organismi. Dawkins, a questo proposito, scrive:
“La biologia è lo studio della vita, e la vita si presenta sotto forma di organismi … Ci si potrebbe aspettare,
dunque, di trovare in biologia una qualche descrizione, universalmente accettata, di che cos’è un
organismo.”
Tuttavia non se ne trova una universalmente accettata, ma perché è complicato trovare delle definizioni che
siano univoche e universalmente accettate (?)
La nascita del concetto di organismo
Animismo : Gli anatomisti e i fisiologi che si collocavano in una prospettiva aristotelica consideravano gli
esseri viventi in maniera nettamente dualistica, come corpi dotati di anima, il soffio vitale.
Meccancismo: E’ solo a metà del 700 che, grazie anche agli avanzamenti in fisiologia ed embriologia, si
affermava l’idea che la vita fosse il risultato di parti integrate e organizzate in un intero.
Kant : (Critica del giudizio) usa la parola organismo in una doppia accezione, come principio di ordine, e per
riferirsi all’entità, all’organismo individuale, inaugurandone così l’uso moderno. Per Kant un organismo è
un intero coerente, funzionalmente integrato, sottoposto a cambiamento continuo e costituito di parti
causalmente interconnesse. Per il concetto moderno di organismo inaugurato da Kant, i viventi sono
caratterizzati da una peculiare organizzazione, cioè da una specifica relazione tra l’intero e le parti che non
può essere trovata, come tale, in altre entità. Quindi, possiamo dire che nel concetto kantiano di organismo
c’è l’idea che gli organismi siano dei sistemi. In che senso gli organismi sono degli interi di parti
organizzate, ossia dei sistemi (?) (Critica della ragion pura, A833/B861) «l’intero è organizzato (articulatio) e
non ammucchiato (coacervatio); può crescere dall’interno ma non dall’esterno, come un corpo animale, il
cui crescere non aggiunge nessun membro, ma, senza alterazione della proporzione, rende I membri più
forti e utili per I suoi scopi». Insomma, per Kant l’organismo ha in sé la propria forza formatrice, si auto-
organizza (non è organizzato dall’esterno) e non realizza un fine esterno, ma realizza un fine interno:
concepiamo il suo fine come la sua propria realizzazione. È, così, al tempo stesso «causa ed effetto di se
stesso».
L’uscita di scena (?)
Dopo la centralità degli organismi nella teoria darwiniana, gli organismi sembrano finire al margine delle
scene, al punto che alcuni autori suggeriscono che la nozione sia inutile, o che gli organismi così come
ordinariamente concepiti potrebbero non esistere.
Inutile : Secondo alcuni autori la biologia può fare il suo lavoro senza ricorrere al concetto di organismo,
che è particolarmente complicato da definire perché come molti concetti in biologia e anche in ecologia sta
all’interfaccia tra la scienza e il senso comune, cioè noi usiamo la nozione di organismo normalmente nella
nostra vita quotidiana e non è detto che sia una buona concezione, ossia che sia dal punto di vista
scientifico una buona concezione di organismo.
“La biologia non possiede un concetto che contrassegni in maniera non ambigua la distinzione tra
organismo e non organismo perché le questioni più importanti sugli organismi non dipendono da questo
concetto” - Wilson
Non esistenza : Altri sostengono che “gli organismi come entità separate, completamente definibili
potrebbero non esistere” - Dyer
Insomma, ci troviamo di fronte, se non ad un uscita di scena quantomeno ad una messa in discussione della
centralità del concetto di organismo. Come mai quest’uscita di scena (?) Per provare a rispondere a questa
domanda tenteremo di intraprendere una sorta di indagine metafisica, ossia ci chiederemo che tipo di
entità è un organismo. Con che tipo di entità abbiamo a che fare (?)
Quali proprietà caratterizzano Luciano (?)
Gli organismi sono individui (= particolari concreti = ogni entità concreta, vivente o non vivente, che sia
“unica”) biologici (= rientra nell’universo di discorso della biologia), vivi (quando possiedono un
metabolismo), morti (quando il loro metabolismo si arresta definitivamente).
Formalizzando quest’intuizione cerchiamo di estrapolare le caratteristiche che normalmente attribuiamo
agli individui. E’ un particolare, non può essere predicato di altri soggetti. E’ storico, occupa una regione
spazio-temporale. Queste due proprietà sono necessarie, ci dice Wilson, ma non sufficienti per definire gli
organismi. Tutti gli organismi sono particolari storici, ma ci sono dei particolari storici che non sono
organismi come per esempio gli artefatti. Quindi le proprietà di essere un particolare storico le mettiamo da
parte. Luciano è funzionalmente integrato, cioè composto di parti eterogenee causalmente relate,
ontogeneticamente unitario, cioè è il prodotto di un processo di sviluppo unitario e geneticamente
uniforme, cioè tutte le sue parti sono caratterizzate dal medesimo DNA, dotato di un sistema immunitario,
cioè sembra avere la capacità di riconoscere ciò che non è se stesso e quindi di rigettarlo (self/non-self) ed è
un’unità della selezione. Queste sono caratteristiche che normalmente attribuiamo agli organismi. Secondo
Wilson queste proprietà prese insieme costituiscono la definizione standard degli organismi intesi come
individui biologici.

Per la concezione standard degli organismi, gli organismi possono essere riconosciuti senza difficoltà nella
misura in cui non abbiamo difficoltà a contare gli individui in una stanza o i pesci in un acquario – ma è
davvero così?
Innanzitutto, perché è importante riconoscere gli organismi (?)
 Ragione ontologica: Perché “No entity without identity” (Quine): non dobbiamo postulare , cioè
impegnarci ontologicamente nei confronti di un’entità se non abbiamo a disposizione dei chiari
criteri d’identità e nel caso degli organismi non è detto che li abbiamo.
 Ragione pratica: Perché li dobbiamo contare. Contare gli organismi è importante e se non abbiamo
condizioni di identità non lo possiamo fare, non siamo capaci di dire al tempo quanto organismi ci
sono e attraverso il tempo se un organismo è rimasto lo stesso o è diventato un altro.
E’ importante contarli per il modello darwiniano nella misura in cui misurare la fitness richiede che i biologi
siano in grado di individuare e contare gli organismi, non solo perché gli interattori sono gli organismi
individuali, che sono anche i portatori delle variazioni, ma anche perché il successo riproduttivo si misura
nei termini di quanta prole un certo organismo ha prodotto. “Nel suo progredire, la biologia evoluzionistica
è diventata sempre più una scienza del computo. Quanti discendenti ha un certo individuo? Quanto è
grande questa popolazione? Contare è determinato da assunzioni sull’individualità—assunzioni in merito a
quando hai una nuova cosa e quando invece hai una crescita della stessa cosa. Quando il lato quantitativo
della teoria dell’evoluzione era in corso di elaborazione, le persone per la maggior parte pensavano ad
organismi dove il computo era facile, come esseri umani e moscerini della frutta, ma altri casi sono molto
meno chiari”.
E’ importante contarli per alcune discipline biologiche specifiche:
Scrive Joel Carrate: “diventa una questione scientifica fondamentale quando non si possono nemmeno
contare le unità di base della diversità biologica. Individuare la natura “correttamente” è centrale nella
biologia comparativa”, che si basa sul presupposto che stiamo comparando due individui dello stesso tipo
e non, per esempio, un organismo individuale con una colonia di organismi.
Inoltre, è centrale per la biologia della conservazione nella misura in cui il suo scopo è mettere in atto
azioni di conservazione. L’attribuzione delle diverse classi di rischio fa principalmente riferimento alla
grandezza delle popolazioni e dunque al numero di organismi che le compongono, alla loro distribuzione e
alla velocità di riduzione, ossia alla velocità alla quale la popolazione si riduce, anch’esse funzioni degli
organismi. «Nel suo progredire, la biologia evoluzionistica è diventata sempre più una scienza del computo.
Quanta discenden2 ha un certo individuo? Quanto è grande questa popolazione? Contare è determinato da
assunzioni sull’individualità—assunzioni in merito a quando hai una nuova cosa e quando invece hai una
crescita della stessa cosa. Quando il lato quan2ta2vo della teoria dell’evoluzione era in corso di
elaborazione, le persone per la maggior parte pensavano ad organismi dove il computo era facile, come
esseri umani e moscerini della frutta, ma altri casi sono molto meno chiari»

Quindi se non possiamo contare gli organismi, e per farlo dobbiamo saperli individuare, diventa un
problema per molte scienze.

Casi complicati
La concezione standard in questi casi non funziona
Armillaria bulbosa : I tre biologi avevano raccolto dei campioni questo fungo e avevano scoperto che i
diversi campioni erano geneticamente uguali. Raccogliendo funghi anche molto lontani tra loro avevano
scoperto che avevano tutti lo stesso DNA. Ed erano arrivati alla conclusione che l’armillaria in questione ha
una biomassa di 10 tonnellate ed è vecchia di 1500 anni. “A questo punto bisognerebbe riconoscere che
alcuni membri del regno dei funghi sono tra i più grandi e i più vecchi organismi sulla terra”
Tutti i campioni raccolti hanno lo stesso DNA, quindi si contano come un solo organismo. Ma ha senso (?)
La concezione standard degli organismi non ci aiuta a contare il numero di organismi di quel tipo in questo
caso. Mentre nel caso degli organismi simili a noi il possesso di queste proprietà è difficilmente discutibile,
nel caso di altri organismi almeno a prima vista non è così semplice e quindi queste proprietà non
sembrano essere dei buoni criteri di identificazione. Anche gli afidi, come i funghi trattati, sono
spazialmente separati ma geneticamente uniformi.
Esseri umani : La concezione standard in questi casi non funziona, ma sembra essere messa in crisi anche
dagli esseri umani, perché nel caso dei gemelli monozigoti che soddisfano il criterio dell’uniformità
genetica, la concezione standard non ci aiuta a contare perché in questo caso dovremmo dire che si tratta
di un unico organismo ma a noi è chiaro che non è così. La nostra intuizione è ancora più dubbia quando di
fronte a noi ci sono i gemelli siamesi. Si tratta di questioni rispetto alle quali nemmeno la biologia è in
grado di fornire una risposta definitiva. Si tratta di questioni di metafisica, non siamo in grado di rispondere
non perché ci manchino i dati, cioè abbiamo tutti i dati scientifici a nostra disposizione eppure non siamo in
grado di dare una risposta quindi non possiamo confidare nel progresso della scienza.
Colonia di coralli : Le colonie coralline sono composte di concrezioni di carbonato di calcio prodotte da
piccoli polipi che, a loro volta, crescono usando queste concrezioni quale loro struttura di sostegno. Inoltre,
benché i polipi siano in grado di produrre autonomamente il carbonato di calcio, per ottenere un
quantitativo utile per costruire una colonia corallina, sono necessarie le zooxantelle, che sono alghe
unicellulari che vivono all’interno delle cellule dei polipi, con i quali hanno instaurato, nel tempo evolutivo,
un’associazione di simbiosi. Ecco, nel caso della colonia di coralli, che è fatta di polipi che producono
carbonato di calcio ed entrando in simbiosi con le zooxantelle, che sono le alghe cellulari ne producono di
più e costruiscono quei rami di corallo che noi vediamo con quanti organismi abbiamo a che fare (?)
Ipotesi:
I. Un organismo: il polipo più le sue zooxantelle
II. Molti organismi di due tipi: I polipi e le zooxantelle
III. Un polipo o la colonia?
Si tratta di individuare e definire i criteri di identità degli organismi e la scienza non può aiutarci, sappiamo
tutto quello che ci serve sapere sulla colonia, non è una questione scientifica ma metafisica.

Perché la concezione standard fallisce (?) Possibile diagnosi: Alla radice dei limiti della concezione standard
ci sarebbe un pregiudizio cognitivo a favore dei vertebrati (vertebrate bias). Secondo questa possibile
diagnosi di Wilson rispetto alla ragione per la quale la concezione standard non riesce a maneggiare casi
come quelli visti, starebbe nel fatto che la concezione standard è stata elaborata partendo dai vertebrati. Il
problema è che i vertebrati sono organismi atipici, cioè costituiscono una minoranza del mondo dei viventi.
I vertebrati sono una piccola porzione del regno animale, tutto il resto funziona in un altro modo.
C’è un notevole ‘vertebrate bias’ nel genere di caratteristiche che i biologi (che sono tutti vertebrati)
considerano come ‘tipiche’ degli organismi, benché i vertebrati siano organismi decisamente ‘atipici’
Se abbandoniamo la concezione standard che cosa troviamo (?) Secondo concezioni alternative si tratta di
allargare il discorso dalla nozione di organismo alla nozione di individuo biologico. La classe degli individui
biologici comprenderebbe un insieme di cose, tra cui gli organismi. Vedremo tre teorie dell’individualità
biologica. In particolare, per la concezione standard degli organismi, i predicati essere un individuo
biologico ed essere un organismo sono coestensivi, e ricade nella loro estensione ogni entità che soddisfi,
congiuntamente, le condizioni che abbiamo visto. Un’alternativa: gli organismi sono un tipo di individui
biologici, cioè tutti gli organismi individuali sono individui biologici, ma non tutti gli individui biologici sono
organismi individuali. Le classi organismo (individuale) e individuo biologico non sono coestensive.

Teoria disgiuntiva - Jack Wilson


Perché Wilson presenta la concezione standard (?) Perché vuole mostrare come la concezione standard sia
basata sul vertebrate bias ed è per quello che si applica male ad altri tipi di organismi che non sembrano
possedere congiuntamente le proprietà che possiedono congiuntamente i vertebrati. La soluzione è far
cadere la richiesta di congiunzione, ossia è vero che gli organismi individuali possiedono queste proprietà
congiuntamente ma non è necessario affinchè qualcosa possa essere detto individuo biologico che siano
possedute congiuntamente, ne basta una. L’idea è quella di un pluralismo all’interno della categoria degli
individui biologici. Le entità della categoria sono caratterizzate dal possedere almeno una proprietà
dell’elenco. Secondo questa teoria l’individualità genetica dell’armillaria bulbosa è giustificata, è un unico e
vecchissimo individuo genetico ma non un unico e vecchissimo individuo funzionale perché se la tagliamo a
metà continua a persistere. La soluzione disgiuntiva sembra riuscire a dar conto della diversità del vivente
meglio di quanto riesca a farlo la concezione standard. E’ una soluzione più descrittiva che normativa.
In particolare, gli organismi individuali, come ordinariamente concepiti, soddisfano generalmente tutti e sei
i requisiti congiuntamente, ed è per questo che a loro «spetta un posto speciale all’interno della riflessione
biologica, dal momento che segnano la coestensione dei sei tipi di individualità». Non è così, però, per la
maggioranza delle entità biologiche: i sei concetti costituiscono – congiuntamente – un criterio troppo
restrittivo per dar conto dei non-vertebrati (proprio perché estrapolati a partire dai vertebrati, cioè da un
gruppo ristretto e poco rappresentativo della varietà della vita). L’errore deriverebbe proprio dal vertebrate
bias, e risiederebbe nel pretendere indebitamente che tutte le entità biologiche, per poter esser dette
“individui”, possiedano le proprietà che caratterizzano i vertebrati.
“Ma se ci rendiamo conto che questi sei concetti possono essere separati l’uno dall’altro, allora possiamo
sviluppare un vocabolario in grado di descrivere tutte le entità viventi, la maggior parte delle quali non
incorpora tutti e sei i concetti”
Affinché qualcosa possa essere detto individuo, in biologia, è sufficiente che gli si possa applicare anche
solo uno dei concetti di cui sopra. Per esempio, una pianta potrà possederne uno solo o un sottoinsieme, un
fungo, una muffa, un batterio, una popolazione clonale un altro, e così via. In altre parole, ci sarebbero tipi
differenti di individualità di cui una certa entità biologica può godere, ognuno corrispondente a un diverso
criterio di individuazione e ognuno dotato di condizioni di persistenza peculiari.

Teoria degli agenti causali – Robert Wilson


Gli individui biologici sono innanzitutto degli agenti, ossia dei centri di causazione e azione. Gli individui
biologici costituiscono un genere naturale. Un individuo, in biologia, è principalmente un agente, cioè
«un’entità individuale che è un centro di causazione o di azione. È una fonte di azione differenziale, una
cosa dalla quale e attraverso la quale le cause operano». Gli agenti biologici, a loro volta, costituiscono un
genere naturale delle scienze biologiche. Più precisamente, un genere naturale intrinsecamente
eterogeneo, che ricomprende al suo interno cose tra loro molto diverse: proteine, geni, cellule, organismi,
specie, colonie, e così via. Ciò che accomunerebbe cose tanto diverse tra loro sarebbe l’essere, appunto,
degli agenti biologici – cioè avere un ruolo causale in qualche processo biologico, primi fra tutti i processi
coinvolti nella selezione naturale. In particolare, Wilson fa riferimento alla teoria dei generi naturali di
Richard Boyd, per cui i generi naturali sarebbero definiti da gruppi (cluster) di proprietà .
Secondo Boyd gli individui biologici sono un genere naturale, ma eterogeneo, ossia al suo interno troviamo
cose di vario tipo accomunate dal fatto di essere dei centri di causazione e azione, ossia dal fatto di essere
delle entità che svolgono qualche azione causale, tipicamente evolutiva. Alcuni cluster sono posseduti da
tutti gli appartenenti al genere, ma nessuno di essi è necessario. Affinché qualche cosa appartenga alla
categoria degli individui biologici non è né necessario né sufficiente che possieda quelle proprietà. Il
genere individuo biologico non è perfettamente sovrapponibile alle entità viventi, contiene al suo interno
anche entità non viventi come per esempio i geni che sono dei centri di causazione o di azione perché sono
i portatori dell’informazione genetica, stessa cosa vale per le proteine. Quindi questa categoria è più ampia
intrinsecamente eterogenea e che ricomprende quelle entità che sono oggetto di studio della biologia
purché queste siano degli agenti biologici. I generi naturali tradizionali sono intrinsecamente uniformi, cioè
tutti e soli i membri di un genere naturale condividono una o più proprietà essenziali (Es. acqua); Boyd ha
proposto che un genere naturale non debba essere necessariamente definito da condizioni necessarie e
sufficienti, ossia non è necessario che i membri di un genere naturale condividano una o più proprietà
essenziali, fa riferimento alla teoria delle somiglianze di famiglia di Wittgenstein, i membri di una stessa
famiglia non condividono un’essenza ma hanno delle somiglianze e lo stesso vale per gli individui biologici
che costituirebbero un genere naturale. Perché Boyd parla di cluster (?) Il problema principale di definire e
tracciare delle categorie all’interno del regno del vivente è che abbiamo a che fare con una enorme varietà
e con un qualche cosa che evolve nel tempo. E’ molto difficile dar conto delle variazioni in un framework
rigido come quello della definizione aristotelica, quindi l’idea che ci siano dei generi naturali nel mondo
come l’acqua e gli elettroni funziona bene per alcune scienze ma con la biologia entra in crisi ed è per
questa ragione che lo statuto scientifico della biologia è stato difficile da conquistare. Non abbiamo parlato
di leggi nemmeno parlando di Darwin, perché per parlare di leggi bisogna fare generalizzazioni e in biologia
questo non è semplice. Il cluster deve essere aperto per Boyd.

Teoria degli individui evolutivi


Nel momento in cui noi ci interroghiamo in merito alla natura degli organismi o degli individui biologici e al
loro statuto ontologico, ossia se siano o meno da ammettere nel nostro inventario ontologico, la risposta è
dipendente dalla teoria. Quindi a differenza della concezione standard che era dipendente dalla nostra
percezione, in questo caso l’idea è che la risposta alla questione ontologica arriva dalla teoria di riferimento
che in questo caso non può che essere la teoria dell’evoluzione. Gli individui biologici sono le unità della
selezione. Per esempio, Dawkins sosterrebbe che gli individui biologici sono i geni. Insomma, per poter dire
che cos’è un individuo biologico devo guardare ad una teoria, la teoria dell’evoluzione e a seconda della
posizione teorica che si prenderà sulle unità della selezione si avrà una diversa risposta a quali sono gli
individui biologici.
Lez.8
Le specie
Si parte dalla domanda ontologica, che è: la biologia ammette, all’interno del suo universo di discorso, cose
come le specie? = la biologia si «impegna ontologicamente» in merito all’esistenza cose come le specie? Si!
Provvisoriamente nella misura in cui sembra che la biologia ammetta cose come le specie all’interno del suo
discorso. Dopodichè possiamo chiederci che cosa sono quelle cose e nel rispondere guarderemo alla
maniera in cui la biologia identifica e definisce le specie e poi torneremo alla nostra domanda ontologica
per definire meglio la nostra risposta. La domanda metafisica è che cosa sono, cioè che tipo di entità sono
le specie? La domanda epistemologica è in che modo la biologia identifica e definisce le specie?

Domanda metafisica
I. Natural kinds (NK): Le specie sono Natural Kinds (generi naturali). Tradizionalmente, le specie sono
concepite come NK, cioè insiemi di organismi che condividono una o più proprietà essenziali. Oggi
questa soluzione non è sostenuta da quasi nessuno.
II. Cluster omeostatici di proprietà (HPC): Le specie sono natural kinds definiti da cluster omeostatici
di proprietà. Le specie sono dei natural kinds ma non in senso tradizionale. L’idea è che le specie
siano dei NK ma non definiti da proprietà essenziali. E’ un tentativo di far fronte alle difficoltà che
l’idea che le specie siano dei NK incontra nel momento in cui si confronta con l’evoluzione, quindi è
un ammorbidimento dei requisiti che sono richiesti a qualche cosa affinché si possa parlare di NK.
III. Individui: Soluzione radicale della specie. Le specie non sono dei generi naturali, dei gruppi di cose
ma sono degli individui esattamente come noi siamo degli individui.
Natural kinds (NK)
(I)Che cosa sono i natural kinds e perché le specie sono tradizionalmente concepite così (?) Tutti questi
insiemi sono legittimi ma ci sono delle differenze importanti. Innanzitutto guardiamo al genere sedie, è un
genere artefattuale; guardiamo all’insieme delle cose che pesano 250g, è vero che hanno una proprietà in
comune ma questa proprietà non ci interessa molto, perché da quella proprietà non potremmo inferirne
altre; consideriamo i pezzi d’oro, tutti i pezzi d’oro condividono il numero atomico, una proprietà
essenziale che è importante perché da essa discendono altre proprietà che non sono essenziali ma ci
aiutano a riconoscere i pezzi d’oro, le proprietà dell’oro sono legate alla sua struttura atomica seppur non è
necessario che le possegga, quindi se trovo un pezzo di materia con un certo colore e che fonde ad una
certa temperatura, sono abbastanza sicuro di poterlo mettere all’interno di questo insieme e questo
significa che se io trovo un pezzo di qualcosa e quel qualcosa ha il numero atomico dell’oro, probabilmente
possiederà tutta un’altra serie di proprietà, quindi mi consente di fare induzioni, sarò legittimato a dire che
quell’entità possiede una serie di proprietà senza conoscerlo nei dettagli. Tra questi insiemi i pezzi d’oro
costituiscono un genere naturale, le sedie un genere artefattuale, mentre le cose che pesano 250g non
sono nè un genere naturale né un genere artefattuale. I generi naturali sono quei generi che consentono di
fare induzioni.
I maschi, i limoni e i mammiferi sono generi naturali per la biologia (?)
E’ importante sottolineare che se i membri di un insieme sono degli individui, ossia entità concrete
particolare, nel caso del “mio naso…” i membri sono entità concrete, mentre le classi sono delle entità
astratte. I particolari concreti sono nello spazio-tempo, mentre le entità astratte no.
Per illustrare che cosa sono i generali naturali in filosofia della biologia è utilizzata la metafora del macellaio
mutuata dal Fedro di Platone. L’idea è che il mondo è di per sé strutturato in un gruppo di cose e le nostre
classificazioni sono un tentativo di rispecchiare quella struttura del mondo. Un esempio classico di ciò sono
le tavole periodiche della chimica. Il fatto che certi individui appartengono ad un genere naturale consente
di fare delle generalizzazioni. Tuttavia, solo le proprietà essenziali vanno bene. L’ipotesi metafisica che
stiamo valutando è che le specie siano dei generi naturali così intesi. Per farlo andiamo a considerare una
distinzione che è stata introdotta da Ernst Mayr.
Secondo Mayr c’è un grande spartiacque tra le concezioni tipologico-morfologiche di specie basate
sull’essenzialismo e prevalentemente predarwiniane, e quelle storico-causali, successive all’elaborazione
della teoria dell’evoluzione. Per il pensiero tipologico, le specie sono NK, ossia insiemi o classi di individui
che si assomigliano in un certo modo, ossia condividono almeno una proprietà essenziale intrinseca e
secondo i quali il mondo sarebbe di per sé naturalmente strutturato.
“Il pensiero tipologico ha indubbiamente le sue radici nei primi sforzi dell’uomo primitivo di classificare la
stupefacente diversità della natura in categorie. L’Eidos di Platone è la codificazione formale di questa
forma di pensiero. Secondo il pensiero tipologico, c’è un numero limitato, fisso, immutabile di ‘idee’ dietro la
varietà osservata, e l’Eidos (idea) è la sola cosa a esser fissa e reale, mentre la variabilità osservata non ha
maggior realtà della forma di un oggetto sul muro di una caverna.” Il pensiero tipologico caratterizzava la
concezione standard delle specie antecedente all’affermarsi del paradigma evoluzionistico. Linneo scriveva:
“Se osserviamo il lavoro di Dio, diviene decisamente evidente per chiunque che ogni essere vivente si
propaga da un uovo e che ogni uovo produce una prole strettamente somigliante al genitore. Quindi
oggigiorno non vengono prodotte nuove specie. Dato che non ci sono nuove specie, dato che uno solo, in
ogni specie, è all’origine della progenie, è necessario attribuire questa unità di origine a qualche Essere
Onnipotente e Onnisciente, cioè Dio, il cui lavoro è chiamato Creazione.” La teoria dell’evoluzione
darwiniana, e quindi Darwin, segna – secondo Ernst Mayr – il passaggio dal pensiero tipologico al pensiero
popolazionale: ciò che un tassonomo incontra nel mondo sono popolazioni, gruppi locali di organismi. Non
è detto che gli individui di una stessa specie si assomiglino: la cosa importante è che si riproducano tra loro,
e diano origine a prole fertile. Non condividono un o più proprietà essenziali intrinseche ma sono legati da
proprietà relazionali. Insomma, Secondo Mayr le concezioni predarwiniane di specie sono caratterizzate
dal pensiero tipologico, ossia le specie sono considerate come dei natural kinds i cui membri condividono
un’essenza e sono fisse perché l’essenza è fissa, fuori dallo spazio-tempo ed è ciò che tiene insieme le
variazioni. Darwin segna il passaggio da un pensiero tipologico ad un pensiero popolazionale. Se c’è una
proprietà essenziale questa proprietà non è di tipo intrinseco ma di tipo relazionale.

Sono stati portati diversi argomenti contro la versione predarwiniana di specie. L’idea è che dopo la teoria
darwiniana non sia più sostenibile. Più specificamente son stati portati due argomenti.
1. Argomento dell’essenzialismo (Marc Ereshefsky): L’essenzialismo tradizionale richiede che tutti e
soli i membri di una specie intesa come NK condividano una o più proprietà. L’evoluzione rende
questa richiesta non soddisfacibile. Quindi le specie non sono NK.
Perché l’evoluzione rende questa richiesta insoddisfacibile (?) per svariate ragioni. Innanzitutto
individuare una o un gruppo di proprietà che tutti i membri di una specie devono possedere è
complicato se le specie evolvono, ossia se sono caratterizzate da variazioni/mutazioni e se ci sono
fenomeni come la selezione naturale, il genetic drift e il flusso genetico, soprattutto perché dobbiamo
considerare tutti i membri di una specie, ossia tutti gli appartenenti passati, presenti e futuri di una
specie e noi non possiamo sapere se i membri futuri di una specie presenteranno delle variazioni
fenotipiche o genotipiche rispetto ai membri attuali, quindi come facciamo a trovare delle proprietà che
tutti i membri di una specie condividono (?) La seconda richiesta, ossia l’unicità, cioè che solo i membri
di una specie devono condividere una o più proprietà essenziali, è di nuovo molto complicato da
soddisfare nella misura in ci sono casi di coevoluzione, cioè casi in cui specie diverse presentano le
stesse caratteristiche perché sono il frutto di pressioni selettive comuni; però potremmo guardare
anziché al livello fenotipico, al livello genetico, ma sappiamo che tutte le specie esistenti sono
discendenti da un antenato comune, cioè che l’origine della varietà sulla terra dev’essere fatta risalire
ad un antenato comune, allora è improbabile che ci sia anche a livello genetico un’unicità che
caratterizza una certa specie proprio perché l’origine è comune. Quindi sia per quanto riguarda il
requisito dell’universalità che per quello dell’unicità non è impossibile in linea di principio che questi
due requisiti siano soddisfatti ma l’evoluzione li rende estremamente improbabili.

2. Argomento delle unità dell’evoluzione (Michael Ghiselin e David Hull): Le specie evolvono; Le entità
astratte, come i NK, sono entità atemporali, quindi per definizione non possono evolvere. Quindi le
specie non sono NK.

Cluster omeostatici di proprietà (HPC)


L’evoluzione rende estremamente improbabili l’unicità e l’universalità dell’essenzialismo. La possibilità che
andiamo a vedere è il tentativo di rendere compatibile l’idea che le specie siano generi naturali con
l’evoluzione. L’autore che ha proposto questa teoria è Richard Boyd. Per quanto riguarda le specie Boyd ci
dice che sarebbero dei generi naturali i cui membri non condividono delle proprietà essenziali e questo
renderebbe possibile la compatibilità. L’idea è che ci sono dei meccanismi omeostatici, ossia meccanismi
che mantengono le cose così come sono e tali meccanismi fanno sì che i membri di una specie siano parte
di un genere naturale. I membri di uno stesso genere naturale si assomigliano perché su di essi agiscono
certi meccanismi che mantengono questa somiglianza. Boyd definisce l’isolamento riproduttivo come un
meccanismo omeostatico perché fa si che le proprietà fenotipiche di una certa specie siano sempre le
stesse, cioè all’interno di un range. Questi meccanismi omeostatici agiscono sulle specie e fanno sì che i
membri di una specie siano simili tra loro e ricordiamo la teoria degli equilibri punteggiati. E’ come se alle
proprietà essenziali o alla condivisione di un’essenza si sostituisse la presenza di certi meccanismi che fanno
sì che gli organismi di una certa specie si assomiglino tra loro e normalmente abbiano certe proprietà.
Ribadendo… A differenza dei NK tradizionali, gli HPC kinds sono definiti da famiglie o cluster di proprietà
che tipicamente co-occorrono in quanto sono causate da meccanismi omeostatici. Meccanismi omeostatici
tra cui scambio genetico, isolamento riproduttivo, effetto di fattori selettivi comuni, limitazioni di sviluppo…
Si ricordi la «stasi» della teoria degli equilibri punteggiati. Il legame causale tra meccanismi omeostatici e
proprietà del cluster “garantisce” l’efficacia dell’induzione, cioè l’induzione funziona nel caso delle specie
anche se le intendiamo come NK non in senso essenzialista, perchè ci sono i meccanismi omeostatici. Boyd
deve tenere conto anche della variabilità nella sua teoria, per esempio del polimorfismo o del dimorfismo
sessuale, in quei casi il cluster conterrà anche proprietà specificate in maniera condizionale. In generale, il
cluster conterrà molte proprietà specificate in maniera condizionale, ad esempio “se maschio S”, “se
femmina Q”, “se maschio e nella prima muta, P”, o “se femmina e nello stato acquatico, Q”, questo significa
che la teoria di Boyd riesce a tenere conto della variabilità. Per appartenere a una certa specie, nessuna
delle proprietà, né uno specifico insieme di proprietà del cluster è necessario né sufficiente. Alcuni membri
di una specie condivideranno alcune proprietà del cluster, altri altre. Il fatto che normalmente le proprietà
del cluster siano stabili è garantito da meccanismi omeostatici e questo garantisce l’efficacia dell’intuizione,
tuttavia Il cluster è “aperto”, cioè le proprietà che comprende possono cambiare nella misura in cui
dobbiamo tenere conto dell’evoluzione, cioè del fatto che possano sorgere delle nuove proprietà a
caratterizzare una specie, per questo la teoria in questione è compatibile con evoluzionismo.
Una teoria del genere non è normativa nella misura in cui non dà un criterio per l’appartenenza alla specie,
ma è più descrittiva. Tuttavia, riesce da un lato a mantenere il ruolo che i natural kinds hanno nella scienza,
ossia di favorire l’induzione e dall’altro a rendere i natural kinds compatibili con l’evoluzione.

Individui
Secondo Ghiselin e Hull le specie sono individui. Gli argomenti che sostengono questa teoria sono diversi. A
differenza delle entità astratte, le specie sono storiche: iniziano a esistere, perdurano per un certo periodo
nello spaziotempo, e cessano di esistere. Vengono battezzate e i loro nomi sembrano nomi propri. Hanno
una sorta di organizzazione interna e di coesione, sono caratterizzate dall’unicità e possono subire molti
cambiamenti pur rimanendo le stesse. Infine, come avviene per esempio in un’azienda o per le corporazioni
di artigiani, gli organismi di una specie sembrano esser parti di essa, non membri. Quindi, intuitivamente è
un’idea attraente e infatti ha avuto un certo successo ed è una risposta all’argomento delle unità
dell’evoluzione. Per poter essere delle unità dell’evoluzione le specie devono essere delle entità concrete
più precisamente particolari concreti (= individui). Un ulteriore argomento a favore possiamo chiamarlo
argomento dell’uniformità: “Non c’è dubbio che i costituenti delle cellule e degli organismi siano tenuti
insieme dalla relazione di parte-intero. Perché questa relazione dovrebbe cambiare di punto in bianco al di
sopra del livello degli organismi ed essere sostituita da una relazione di appartenenza a una classe?”.
Secondo questo argomento ci sarebbe una certa controintuitività, ossia fino ad un certo livello della
gerarchia biologica le entità biologiche sarebbero tra loro in una relazione parti-intero, mentre al di sopra
del livello degli organismi questa relazione diventerebbe una relazione di appartenenza ad una classe.
Gli argomenti a favore non sono interamente soddisfacenti
1. Davvero i nomi di specie sono nomi propri (?) Più o meno. Il portatore del nome non è la specie, ma
l’idealtipo, quindi non la specie ma un organismo. Quando i tassonomi scoprono una nuova specie
prendono un organismo di questa specie e lo archiviano in un un museo di storia naturale, il
portatore del nome è quell’esemplare. E’ l’organismo che viene nominato. Quindi, che i nomi di
specie siano nomi propri non è detto per questa ragione e perché i nomi di specie sembrano essere
delle abbreviazioni di descrizioni definite, ossia ci danno delle caratteristiche per individuare la
specie, contengono delle caratteristiche proprie della specie.
2. Davvero una specie è un particolare concreto (ossia unico, non istanziabile) (?) In realtà, una specie
sembra essere in qualche modo istanziata dagli organismi, ma, a differenza di un’entità astratta, un
individuo concreto non può essere istanziato. Ad esempio, dato che un organismo è un individuo
unico non posso dire di Micia che molti organismi sono Micia, Micia è unica; mentre posso dire che
molti organismi sono gatti.
3. La relazione “esser parte di” riesce davvero a rendere le proprietà essenziali superflue (?) Devo
poter dire quando x è parte di S, cioè anche nel caso di relazione di parte ho bisogno di qualche
criterio per dire quando un organismo appartiene ad una certa specie. Posso davvero fare a meno
delle essenze (?) O sto sostituendo l’essenzialismo intrinseco con un essenzialismo relazionale (?)
Si parla di essenzialismo relazionale quando le parti sono in relazione tra loro perché discendono da
un unico antenato e perché sono legate tra loro da relazioni di discendenza. A quel punto non sto
facendo a meno dell’essenzialismo, bensì sto sostituendo un essenzialismo con un altro. Occorre
spiegare per quale motivo l’essenzialismo relazionale dovrebbe essere migliore dell’altro.
E’ importante ricordare come qualunque proposta presenta degli aspetti negativi ma è anche soggetta a
critiche, tant’è che non c’è un accordo in merito a tali questioni.

Domanda epistemologica
In che modo la biologia identifica e definisce le specie (?) Fino ad ora abbiamo fatto riferimento all’idea di
Ernst Mayr per la quale appartengono alla stessa specie gli organismi che sono in grado di riprodursi solo
tra loro e sono in grado di dare origine a prole fertile, ma le cose non sono così semplici. Secondo una
studiosa italiana, il problema di definire una specie è dato dalla ricerca di una definizione aristotelica nella
misura in cui essa richiede condizioni necessarie e sufficienti, ma in questo caso è difficile trovarle nella
misura in cui queste condizioni devono essere fisse, mentre le specie evolvono.
In letteratura possiamo trovare 20 definizioni di specie contemporaneamente in uso tra i biologi. Possiamo
ricondurle a 4 concetti principali:
1) Il concetto biologico di specie (Ernst Mayr): Le specie sono popolazioni o gruppi di popolazioni che
si incrociano tra loro dando origine a prole fertile, e che sono riproduttivamente isolate.
2) Il concetto ecologico di specie (Leigh Van Valen): Una specie è una linea di discendenza che occupa
una sua propria zona adattativa, cioè una nicchia ecologica. Le nicchie ecologiche sono porzioni di
habitat ritagliate sugli organismi.
3) Il concetto filogenetico di specie (Joel Cracraft): Una specie è il più piccolo gruppo di organismi
riconoscibile che condivide un antenato comune.
4) Il concetto morfologico di specie: Un gruppo di organismi simili fenotipicamente.
Sono tutti in uso contemporaneamente perché la varietà della vita è ampia e un solo concetto di specie
non sembra essere applicabile a tutti i tipi di organismi, quindi conviene utilizzare concetti diversi a seconda
del tipo di organismo che prendiamo in considerazione. In questo quadro, ogni concetto ha i suoi vantaggi e
i suoi svantaggi. Per esempio, il concetto biologico consente di distinguere le specie animali con una certa
facilità, tuttavia non è applicabile a specie asessuali, come non è applicabile ai fossili ed è difficile da
applicare direttamente in molte piante e animali che ibridano molto.
Insomma, La soluzione possibile è il pluralismo dei concetti di specie, ma secondo alcuni è un problema,
perché (?) Se tutti questi concetti portano a ritagliare il mondo in un solo modo, non ci sono problemi
perché si tratterebbe di un pluralismo epistemologico, ossia i diversi concetti fanno riferimento a diversi
aspetti della stessa realtà e il risultato finale è una mappa della realtà coerente su cui i vari concetti
confluiscono, purtroppo non è esattamente così e per vedere perché utilizziamo un esperimento mentale.
L’esperimento mentale dell’alieno. Immaginiamo un mondo in miniatura semplificato in cui ci sono tre
popolazioni di insetti. Immaginiamo che arrivi un alieno e debba rispondere alla domanda quante specie ci
sono. Se usiamo il concetto filogenetico di specie, allora ci sono tre specie; se usiamo il concetto ecologico
di specie e le popolazioni B e C condividono una nicchia ecologica, allora ci sono due specie; se usiamo il
concetto biologico di specie e la popolazione A e la popolazione B si riproducono tra loro dando origine a
prole fertile e la popolazione C si riproduce in maniera asessuata, allora c’è una specie. Il numero di specie
dipende dal concetto che si utilizza. Il pluralismo pone un problema di realismo rispetto alle specie, un
realista dovrebbe poter rispondere in maniera univoca alla domanda. Ciò che vale per l’identificazione
sincronica, vale anche per l’identificazione diacronica analogo . In quest’ultimo caso, se noi guardiamo a che
cosa capita ad una specie attraverso il tempo possiamo dire che ad un certo punto nel tempo c’è
chiaramente una specie, al termine del processo di speciazione, ci sono due specie, ma quante specie ci
sono nella zona grigia, cioè durante la speciazione (?) La risposta dipende dal concetto di specie che si
adotta nella misura in cui ogni concetto di specie fa riferimento ad una proprietà, ma queste proprietà
possono sorgere in tempi diversi negli organsimi durante la speciazione, per esempio le proprietà
ecologiche possono sorgere prima rispetto all’isolamento riproduttivo. Insomma, sia al tempo sia attraverso
il tempo, concetti diversi di specie possono dare risposte diverse alla domanda quante specie ci sono e
questo è un problema per il realismo.
Domanda ontologica
Tornando alla domanda ontologica possiamo chiederci se “Le specie biologiche sono reali, e, se reali, qual è
la natura della loro realtà? I nomi di specie sono mere convenienze operazionali introdotte allo scopo di
trasmettere informazione e teorie, oppure i nomi di specie si riferiscono a entità nel mondo oggettivo, con
una esistenza reale indipendentemente dalla scienza?”

Per ipotizzare una risposta, è importante aggiungere una distinzione. E’ importante distinguere tra
categorie tassonomiche e taxa. I taxa di specie sono gruppi di organismi, ogni organismo è un taxon di una
qualche specie. Le categorie tassonomiche sono i livelli della gerarchia introdotta da Linneo che è in uso
ancora oggi, dalle specie ai regni. A questo punto possiamo tentare di rispondere alla questione ontologica.
Secondo la categoria tassonomica di specie, le specie non esistono nella realtà. “La specie/taxon si riferisce
al concreto oggetto botanico o zoologico, per esempio il passero e la patata sono specie/taxa. La
specie/categoria indica il livello nella gerarchia linneana. E’ la classe che contiene tutti i taxa al livello di
specie.”. Solo se intendiamo le specie come taxa e solo se intendiamo i taxa come individui, allora avremo a
che fare con oggetti concreti. (?) Ma che schifo di risposta è (?)
Lez. 9
I sessi
Il sesso è un fatto biologico, quindi necessario e sul quale non si può intervenire. Il genere è un fatto
sociale. Questa distinzione è frutto di un percorso storico e ricostruiremo questo in tre atti concettuali.

Atto primo : Tutto è biologico: All’interno di specie che si riproducono in maniera sessuata è presente il
dimorfismo tra maschio e femmina. Questo accade anche per gli esseri umani, ci sono maschi e femmine.
Homo sapiens presenta dimorfismo sessuale e su questo si sofferma anche Darwin nell’libro che Darwin ha
dedicato all’origine della nostra specie. Darwin tratta la nostra specie alla stesso modo di tutte le altre,
come per le altre specie sessuate c’è dimorfismo, così è per la nostra. Il dimorfismo riguarda anche le
caratteristiche fenotipiche, tra le quali sono incluse le caratteristiche comportamentali. Ci troviamo di
fronte ad un determinismo biologico: il dimorfismo sessuale e il diverso ruolo nella riproduzione sono stati
assunti come base per dar conto di certi caratteri fisiologici, psicologici, e comportamentali che
differenzierebbero donne e uomini. Quindi, quelle differenze fisiologiche, psicologiche e comportamentali
sono state usate per giustificare una certa organizzazione sociale. L’atto primo riduce il sesso e il genere
alla biologia.

Atto secondo : Distinzione tra biologico e sociale: Principalmente per combattere il determinismo
biologico, maschio = uomo & femmina = donna viene messo in discussione. Il genere è l’interpretazione
sociale del sesso; il sesso è il fatto biologico. Non si può intervenire sul sesso, ma si può sul genere. Questa
necessità di introdurre la distinzione è stata supportata dall’indagine dello psicologo Robert Stoller. I sessi
fanno parte della dotazione biologica, mentre i generi che possono non corrispondere ai sessi fanno parte
della sfera sociale.

Atto terzo : Tutto è sociale: La tesi è che anche il sesso biologico sia socialmente costruito.
Il problema del vedere i sessi come natural kinds è che ci sono casi limite in cui non vengono rispettati,
come nel caso della ragazza col tratto cromosomico maschile. Un altro caso è quello di Caster Semenya e
quello di Dutee Chand. Sembra essere complicato costringere la varietà in cui si presentano le forme
biologiche dentro categorie rigide.

La proposta di Sterling è che i sessi umani come categorie sessuali non siano due ma siano cinque. In
particolare, chiede di riconoscere almeno cinque sessi ma pensa che il sesso sia un continuo dentro il quale
possono essere impiegati dei tagli convenzionali. Quello che mette in luce sono le conseguenze nella
società, nel senso che le categorie sessuali sono spesso pensate come dotate di potere normativo.
Guardando alla biologia, essa presenta una tale varietà che in realtà la divisione che noi operiamo in due
categorie, maschi e femmine, non le rende giustizia. Maschi e femmine sono dei social kinds in quanto
sono articolazioni del mondo naturale operate da noi alle quali non corrisponde una divisione nel mondo
naturale. La divisione di Sterling è per natural kinds (?) Probabilmente no, c’è un continuum molto più ricco
e malleabile.
Lez. 10
Biodiversità
Il processo attraverso il quale noi abbiamo oggi la diversità di specie che abbiamo è l’evoluzione. La
biodiversità è la varietà della vita o delle specie. Possiamo identificare la biodiversità con l’albero della vita
di Darwin.
Come si genera e si disperde biodiversità (?) Ci sono diversi tipi di speciazione e correlati diversi tipi di
estinzione. Prendiamo in considerazione la speciazione e l’estinzione per anagenesi, cladogenesi e
ibridazione.
Il processo di anagenesi è il processo secondo cui una specie antenato accumula variazioni nel corso del
tempo e si arriva ad un punto in cui non si può più parlare della stessa specie perché le variazioni
accumulate sono talmente tante che si parla di una specie diversa. Ad oggi, nel caso di questo processo non
è chiaro se si tratti di speciazione, quindi molti autori contemporanei tendono a vedere questo processo
come un processo di cambiamento nel tempo ma non come un processo autentico di speciazione perché
non abbiamo un aumento di specie, il numero di specie rimane il medesimo. E’ anche dubbio che il
riconoscimento di una nuova specie costituisca un caso di estinzione della specie precedente, per questo si
parla di pseudoestinzione in questo caso. L’estinzione per anagenesi è la pseudoestinzione.
Nella speciazione per cladogenesi, che ad oggi è la più probabile, a partire da una specie antenato se ne
genera una nuova o più di una. In questo caso c’è un aumento importante della biodiversità. Nel momento
in cui una specie antenata specia per cladogenesi in diverse specie discendenti, allora la specie antenata è
da considerarsi estinta. Secondo altri modelli non ci sarebbe l’estinzione della specie antenata, ma la sua
prosecuzione in una delle discendenze. In questo caso a fronte dell’estinzione abbiamo un aumento della
biodiversità.
Nella speciazione per ibridazione due specie prima separate iniziano a riprodursi tra loro e a dare origine a
prole fertile e il risultato è una nuova specie che non è identificabile con le due specie antenato. Non è
chiaro se aumenti o meno la biodiversità, cioè se le due specie antenato continuano a riprodursi
indipendentemente, allora abbiamo una terza specie; se invece la speciazione per ibridazione coinvolge
interamente le due specie antenato, allora alla fine del processo abbiamo una sola specie. In questo ultimo
caso abbiamo l’estinzione delle due specie originarie.
Un altro modello di estinzione è l’estinzione filetica o demografica, che è il modello standard, in base al
quale una specie è considerata estinta con la scomparsa di tutti i suoi membri o quando rimangono solo
femmine o solo maschi.
L’estinzione è un fenomeno assolutamente naturale, nel senso che Il 99% dei 4 miliardi di specie evolutesi
negli ultimi 3.5 miliardi di anni sono ora estinte.
Occorre distinguere tra estinzione di sfondo, che è comune ed è una sorta di processo di mantenimento di
un equilibrio perché specie scompaiono e nuove specie compaiono ed estinzione di massa, che è più rara.
L’estinzione di sfondo è normalmente causata dal fatto che le specie in questione non sono più adattate al
loro ambiente, e normalmente viene compensata dalla speciazione, nelle estinzioni di massa non c’è
questa compensazione. I resti fossili testimoniano che 5 estinzioni di massa hanno contrassegnato
l’evoluzione della vita sulla terra. Nelle Big Five, in un istante geologico (che sono comunque migliaia di
anni) si estinse dal 70% al 98% della biodiversità globale. Nelle estinzioni di massa possono scomparire
specie perfettamente adattate, e sono normalmente compensate dalle radiazioni adattative. Nel caso
dell’estinzione di massa nella quale son scomparsa dai dinosauri, l’estinzione di essi è stata causata
probabilmente da una pioggia di meteoriti; nel momento in cui sono scomparsi, si sono liberate moltissime
nicchie ed è questo che ha consentito la diversificazione delle specie di mammiferi che è stata considerata
una radiazione adattativa.
Secondo alcuni studiosi stiamo assistendo ad una sesta estinzione di massa, la prima causata dall’attività
umana. Secondo Niles Eldredge, Si possono distinguere due fasi. La prima risale a centomila anni fa,
quando la nostra specie ha iniziato ad uscire dall’Africa. La seconda risale all’inizio della agricoltura, circa
diecimila anni fa, che è considerata una delle più grandi catastrofi ecologiche perché l’uomo è passato da
un’economia di caccia e raccolta che era molto sostenibile dal punto di vista degli ecosistemi perché gli
uomini erano nomadi e quindi si spostavano e il loro impatto sull’ecosistema era sostenibile, con
l’agricoltura le cose cambiano, gli uomini diventano sedentari e quindi la stabilità dell’ecosistema viene
messa a dura prova dal massiccio e concentrato utilizzo di risorse. Oggi il tasso di estinzione è almeno 1.000
volte più alto che nei reperti fossili. Il tasso di estinzione previsto per il prossimo futuro è almeno 10 volte
più alto di quello attuale (Millenium Ecosystem Assessment).

Noi pensiamo che la biodiversità sia importante, che la stiamo perdendo, e che debba essere conservata.
Perché la biodiversità è importante e dobbiamo conservarla (?)
Ragioni ecologiche
L’ecologismo è un’ideologia, l’ecologia è una branca della biologia che si stabilisce più o meno a partire
dagli anni Venti-Trenta, che studia le relazioni tra gli organismi i loro ambienti; tra gli organismi e le
comunità in cui vivono; e il funzionamento degli ecosistemi. All’incirca negli anni Cinquanta i padri
dell’ecologia scientifica lavorano in particolare all’ecologia della diversificazione, ossia studiano in che
modo elementi diversi di una comunità interagiscono tra loro. La considerazione dalle quali partono è che
le invasioni si verificano più frequentemente nelle terre coltivate, che sono comunità ecologiche
semplificate e gli attacchi di insetti fitofagi si verificano di più nelle foreste boreali, che sono comunità più
semplici che non in quelle tropicali. Per “più semplici” si intendono sistemi con meno componenti, meno
specie. In base a questa considerazione, propongono l’ipotesi diversità-stabilità, secondo la quale La
diversità di specie migliora la stabilità delle comunità e, di conseguenza la stabilità – resilienza – degli
ecosistemi.
Le specie invasive sono quelle specie che vengono importate in un ambiente a causa di attività umane. Ad
esempio, lo scoiattolo grigio in Italia importato in seguito ad importazioni di legname dagli Stati Uniti. Il
problema è che si sovrappone la nicchia dello scoiattolo grigio e quella dello scoiattolo rosso e quindi la
presenza dello scoiattolo grigio ha portato ad un declino presenza dello scoiattolo rosso.
Immaginiamo l’arrivo di una specie invasiva all’interno di una comunità, che è l’insieme di individui che
appartengono a specie diverse, che interagiscono tra loro e condividono lo stesso spazio allo stesso tempo.
La resilienza, che è capacità di resistere a una perturbazione ambientale senza cambiare stato o la capacità
di recuperare lo stato perduto dopo una forte perturbazione, di quella comunità consisterà nel resistere
all’arrivo di una specie invasiva senza cambiare stato. Un cambiamento dell’ecosistema può anche essere
determinato da eventi atmosferici. Nel caso in cui l’equilibrio venisse perduto, la resilienza sarà la
possibilità di riacquistare quell’equilibrio. Più catene alimentari ci sono, più il sistema è stabile, questo è un
altro modo per dire la stessa cosa. L’equilibrio si ha quando nessuno cresce troppo. Nel caso del sistema
semplice, se si estinguono le chiocciole, si estinguono tutti e rimane soltanto l’erba. Ecco che il risultato
della perdita di una parte del sistema è la perdita dell’intero sistema. Nel caso di un sistema più complesso,
con un maggior numero di specie e quindi di relazioni preda/predatore siamo di fronte ad un sistema più
stabile.
Esempio del Lago Vittoria : Si colloca al confine tra l’Uganda, il Kenya e la Tanzania. I cicli dei pesci che lo
popolavano erano una fonte di sostentamento per molte popolazioni. Negli anni Cinquanta si inaugurò una
politica per rendere il lago più produttivo, si inserì nel lago il Persico del Nilo per fornire più cibo alle
popolazioni che avevano il lago come fonte di sostentamento e aumentare l’economia della zona fornendo
una risorsa da commerciare. Non avevano tenuto conto dell’ecosistema del lago. Produttore primario, le
alghe; consumatori, i ciclidi, tanti pescetti diversi; predatori, uomini, lontre e coccodrilli. Il Persico si mangia
i ciclidi, quindi i predatori non mangiano più. Inoltre, il Persico non si può essiccare al sole come i ciclidi, ma
occorre affumicarlo, quindi bisogna disboscare. Catastrofe. Errori del genere vengono fatti costantemente.
Ragioni o circostanze storiche
Una nuova conoscenza delle estinzioni di massa + cambiamento clima culturale
Il concetto di estinzione come perdita irreparabile è recente. Secondo Lamarck, ci sono continue
generazioni spontanee; per Darwin tra estinzione/speciazione c’è un equilibrio dinamico, il numero di
specie totale è rimasto stabile nel corso della storia della terra, l’equilibrio delle forze viene mantenuto e la
natura è sempre in equilibrio. “Continue battaglie hanno luogo con successi diversi, e tuttavia l'equilibrio
delle forze è mantenuto con tanta perfezione, nel corso dei tempi, che l'aspetto della natura rimane
inalterato, per lunghi periodi, benché sovente basti la minima circostanza per dare la vittoria a un essere
organizzato sopra un altro. Però la nostra ignoranza e la nostra presunzione sono tali che noi ci facciamo le
meraviglie per la estinzione di una specie; e non ravvisandone la causa, invochiamo i cataclismi a desolare il
mondo, o inventiamo delle leggi sulla durata delle forme viventi!” OS , cap. 3
Questa è la visione dominante in Europa e in America nel corso dell’Ottocento. Non c’era nessun tipo di
preoccupazione: “Quando si abbatte una foresta americana sappiamo che sorge una vegetazione
diversissima; pure si è notato che le antiche rovine indiane del mezzogiorno degli Stati Uniti, che un tempo
erano state spogliate dei loro alberi, presentano la stessa meravigliosa diversità e proporzione di tipi delle
foreste vergini circostanti”. OS, cap. 3. Si guardava alla diversità non come qualcosa che deve essere
conservato quanto piuttosto materiale per competizione, selezione, estinzione. La diversità è ciò che
l’evoluzione spiega e ciò che rende l’evoluzione possibile.

Una maggior conoscenza ha consentito di sviluppare amore e rispetto per la natura.


Nel Novecento si assiste ad un cambiamento scientifico e culturale radicale.
 Nell’ambito della paleontologia: dagli anni ‘50 nasce una nuova scienza dell’estinzione di massa e
negli anni ‘80 : prove concrete dei meteoriti che colpirono i dinosauri). Prima non si sapeva che ci
fossero state delle estinzioni di massa.
 In ecologia viene formulata l’ipotesi diversità-stabilità e questo comporta una consapevolezza
della vulnerabilità degli ecosistemi e quindi degli ecosistemi come risorsa non inesauribile.
 Mentre il pensiero di Darwin si forma nell’epoca dell’ottimismo vittoriano del progresso senza
limiti; il Novecento è un secolo molto meno ottimista a causa delle catastrofi che ci sono state.
In questo nuovo clima l’impatto negativo delle nostre attività sull’ambiente viene identificato con la
tecnologia. In questo contesto iniziano ad emergere le prime istanze conservazioniste. I conservazionisti
sono degli autori che avanzano la necessità di una diversa considerazione del mondo naturale. I tre autori
che prendiamo in considerazione sono Leopold, Elton e Carson.
 Tutti questi autori condividono dei punti teorici, vediamoli. Si deve forgiare una nuova etica basata
sulla conoscenza biologica, ossia su una conoscenza profonda di e sull’amore per la gamma dei
valori naturali, questo per fare sì che i loro lettori vedano il mondo naturale come lo vedono loro: è
necessario che i cittadini vedano il mondo naturale con occhi diversi così che lo amino e lo
proteggano, quindi la loro idea è che bisogna insegnare elementi di teoria dell’evoluzione e di
ecologia così da «scientificizzare», rendere edotta, la maniera in cui le persone vedono il loro
ambiente.
 Un altro punto in comune è il tentativo reificare la natura e la diversità naturale rappresentandola
come un’entità concreta, un bene che può essere scambiato, valutato, perso, ripristinato,
quantificato.
 Ipotesi diversità / stabilità.
Aldo Leopold
Membro della forestale, ecologo di animali selvatici, cacciatore, filosofo, scrittore… La sua idea è che
occorre una scientifizzazione e sacralizzazione del mondo naturale. La terra non è un semplice elemento
da sfruttare ma un vero e proprio organismo da tutelare e proteggere. I fatti ecologici e evoluzionistici non
sono sufficienti per fondare una etica della conservazione, che può essere solo il prodotto di una evoluzione
culturale e sociale, quindi occorre un’educazione che deve condurre ad un cambiamento di prospettiva.
“L’evoluzione di una etica della terra è un processo al tempo stesso intellettuale ed emozionale”. Le persone
devono al tempo stesso comprendere e sentire il mondo naturale.
Charles Elton
Tenta di derivare lezioni/conseguenze di conservazione dalla ricerca in ecologia; Il suo punto di partenza è
l’osservazione delle specie invasive. Nota che nelle invasioni le piante, animali, e microorganismi importati
spesso hanno il sopravvento sugli organismi indigeni, li parassitano, e mettono a rischio gli ecosistemi
indigeni.
Secondo lui, ci sono tre ragioni principali per giustificare una etica ambientale: religiose, estetico-
intellettuali, pratiche.
 Religiose: “Ci sono milioni di persone al mondo che pensano che gli animali abbiano diritto di
esistere ed essere lasciati in pace, o comunque non essere perseguitati o fatti estinguere come
specie. Alcune persone pensano così anche quando è un danno per loro stesse. Gli sforzi per
controllare i ratti della peste nei magazzini in India sono stati talvolta vanificati perché gli addetti
mettevano acqua da bere per i ratti.”. Ci sono delle ragioni legate alle nostre credenze morali in
senso ampio, che lui chiama religiose.
 Estetico-intellettuali: “la natura– la fauna e la vegetazione selvatiche di tutti i tipi e il loro ambiente
— sono interessanti, e normalmente stimolanti e belle, Si tratta di una fonte di esperienza per poeti
e artisti, di materiali e di piacere per i naturalisti e gli scienziati. E di svago. In tutto questo,
l’interesse degli esseri umani è decisamente posto come primario”.
 Pratiche: “terra, coltivazioni, foreste, acqua, allevamenti ittici, far fronte alle malattie, ecc… La
ragione dietro tutto questo, il verme nel cuore della rosa, è banalmente il problema del
popolamento umano… Non è utile far finta che la conservazione per il piacere o l’istruzione, o
l’assegnare più diritti agli animali prenderà mai il sopravvento sulla sopravvivenza umana. Né
dovrebbe”. L’approccio di Elton è antropocentrico e in questo è diverso da quello di Leopold e c’è
in questa prospettiva antropocentrica una anticipazione di un’idea che si affermerà negli anni
Ottanta del Novecento, ossia della biodiversità come fornitrice di servizi ecosistemici, che sono le
funzioni degli ecosistemi nel momento in cui le mettiamo in relazione ai bisogni della nostra specie.
Gli ecosistemi fanno le loro cose e quelle cose hanno una funzione per noi. I servizi ecosistemici
sono le funzioni che gli ecosistemi hanno per noi.
Rachel Carson
Biologa della fauna selvatica. Scrive Silent Spring in cui documenta la terribile minaccia posta dall’uso
incontrollato dei pesticidi alla bellezza della natura e alla salute umana. In particolare, faceva riferimento al
DDT, che veniva presentato come la soluzione a tutti mali perché sembrava eliminare qualunque insetto
dalle coltivazioni e dalle case senza avere apparentemente conseguenze sulla salute umana. E’ stato usato
in modo massiccio per esempio durante la guerra del Vietnam se ne spargevano tonnellate con gli elicotteri
per liberare il territorio dalle zanzare ed è stato usato anche efficacemente per la lotta contro la malaria.
Rachel intendeva mettere in guardia sulle conseguenze per la nostra specie invocando un principio di
precauzione e in secondo luogo metteva in evidenza l’ipotesi diversità-stabilità, ossia il libro si intitola
primavera silenziosa perché se noi eliminiamo gli insetti, eliminiamo gli uccelli che se ne nutrono e quindi
avremo una primavera senza rumori, il che è una perdita irreparabile dal punto di vista estetico, ma anche
dal punto di vista della sopravvivenza in quanto senza gli impollinatori nessuno sopravviverebbe, in quanto
tutti i servizi che gli ecosistemi producono per noi e per altre specie dipendono in larga parte
dall’impollinazione che dipende in larga parte dagli insetti. Rachel cercava di far vedere questo.
Venne bollata come isterica, comunista, femminista, ma il suo libro rimane oggi uno dei più importanti
nell’ambito del movimento conservazionista.
Secondo lei, questa minaccia può essere affrontata solo attraverso una visione del mondo profondamente
ecologica. Dipinge gli scienziati come nemici e come possibilità di salvezza e dipinge la natura come sistema
di servizi ecologici e fornitrice di bellezza e meraviglia. “La vita è un miracolo oltre la nostra comprensione,
e dovremmo riverirla anche quando dobbiamo combatterla … Ricorrere ad armi come gli insetticidi per
combatterla è prova di una conoscenza insufficiente e di una incapacità di guidare i processi naturali, così
che si ricorre alla forza bruta. È necessaria l’umiltà, non vi è scusa per l’arroganza scientifica”.

Conservazionismo oggi
Quando parliamo di conservazionismo parliamo in particolare dell’impresa di conservazione della
biodiversità, in questo senso si distingue dall’ambientalismo poiché è un’impresa più specifica e ha in
particolare a che fare con una disciplina specifica che è la biologia della conservazione. Ora, abbiamo
parlato dei pionieri del conservazionismo e fino a qui abbiamo parlato di biodiversità, ma in realtà è un
termine recente coniato nel 1985 negli Stati Uniti nell’occasione di una conferenza che venne intitolata
“The national forum on biodiversity”. Il termine si inizio ad utilizzare tra gli organizzatori della conferenza
come una sorta di abbreviazione e poi, considerato efficace, entrò nel titolo della conferenza e venne
divulgato ulteriormente con la pubblicazione degli atti della conferenza curati da E.O Wilson. Fu un evento
molto importante che segnò una svolta importante sia all’interno del mondo scientifico, sia all’interno
della percezione della società in senso più ampio. L’intenzione degli organizzatori era lanciare un grido di
allarme per la perdita di specie a causa dell’attività umana e quindi di attirare finanziamenti e allertare le
coscienze tanto del mondo politico quanto della società in generale. A seguito della conferenza la parola
“biodiversità” prese piede e vennero messe a punto quelle che oggi sono le più importanti leggi e azioni
rivolte alla conservazione della biodiversità. Tra queste, nel 1992 la convenzione per la diversità biologica e
il protocollo di Cartagena correlato alla convenzione. La convenzione è l’accordo più importante a livello
planetario per la conservazione della biodiversità. Nel 2012 viene attivata la piattaforma internazionale per
la biodiversità e i servizi ecosistemici. La conferenza dell’86 può essere vista – secondo alcuni autori, come
David Tackacs – come il culmine del processo attraverso il quale i biologi iniziarono a «reificare la diversità
biologica come entità minacciata e intensificarono le attività volte a convincere il pubblico a conservare
questo nuovo bene».
Biologia della conservazione
La biologia della conservazione è nata nell’1985 negli Stati Uniti al solo scopo di conservare la biodiversità. Il
manifesto di questa disciplina è un articolo di Soulè che si intitola “What is conservation biology”, dove
possiamo trovare i principi teorici principali della biologia della conservazione.
“Il suo obiettivo è fornire i principi e gli strumenti per preservare la diversità biologica”. «È spesso una
disciplina della crisi…Nelle discipline della crisi, si deve agire prima di conoscere tutti i fatti; le discipline
della crisi sono così una mescolanza di scienza e arte, e il loro perseguimento richiede al tempo stesso
intuizione e informazione». Si tratta di una scienza applicata, non di una scienza teorica e soprattutto di
una scienza che interviene spesso senza avere tutti i dati a disposizione perché se si aspettasse di avere tutti
i dati a disposizione probabilmente sarebbe troppo tardi. C’è un aspetto interessante da considerare. «Le
norme etiche sono una parte autentica della biologia della conservazione, così come in tutte le discipline
orientate a una missione». Alcune scienze, come la medicina, si trovano all’intersezione tra i fatti e valori. Ci
sono dei fatti ma c’è anche una missione, la conservazione della biodiversità e quindi all’interno della
disciplina è inclusa una sorta di prescrizione etica, cioè “la biodiversità dev’essere conservata”. Per questa
ragione Soulè riconosce all’interno della biologia della conservazione dei postulati funzionali e dei postulati
normativi.
 Postulati funzionali o meccanicistici: Un insieme di assiomi fondamentali, derivati dall’ecologia, la
biogeografia, e la genetica delle popolazioni, relativi al mantenimento della forma e della funzione
dei sistemi biologici naturali.
Es. Molte delle specie che costituiscono le comunità naturali sono il prodotto di processi coevolutivi
(corollari: le specie sono interdipendenti; molte specie sono altamente specializzate; l’estinzione di
specie keystone può avere conseguenze a lungo termine; l’introduzione di specie generaliste può
ridurre la biodiversità).
Postulati normativi: Sono asserzioni di valore che costituiscono la base di un’etica
dell’atteggiamento adeguato verso le altre forme di vita […]. Essi forniscono il metro con il quale
misurare le nostre azioni.
Es. La complessità ecologica è un bene. Arrivare a formulare questo giudizio può richiedere training.
Esprime una preferenza per la natura sull’artificio, per wilderness di giardini.
Es. L’evoluzione è un bene. Assumendo che la vita stessa (con tutta la sua diversità e complessità)
sia buona, come si può rimanere eticamente neutrali rispetto all’evoluzione?
Es. La diversità biotica ha valore intrinseco. Il postulato normativo più fondamentale.