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C'è spesso nella pratica yoga il formulare un proposito, un desiderio, un'intenzione.

Viene chiamato
sankalpa. Mi pare però che su questo tema ci sia molta confusione. Partiamo da questo dato: non
troviamo alcun riferimento al sankalpa nella pratica yoga tradizionale, nessun testo yoga antico ne fa
cenno. È qualcosa invece che è arrivato nella contemporanietà soprattutto con Swami Anandananda
Saraswati (1951- ) e con la pratica dello yoga nidra. Alcune parole tratte dal testo “Yoga nidra”:
“Sankalpa è una parola sanscrita che può essere tradotta come intenzione o risoluzione. È una tappa
importante dello yoga nidra e un potente metodo per rimodellare la tua personalità e direzionare la vita
lungo linee positive. Se sai cosa desideri raggiungere nella vita, sankalpa può essere il creatore del tuo
destino. Se vuoi diventare un pittore, scrittore, oratore o leader spirituale, puoi allenarti con questa
semplice tecnica”. Penso che già queste parole dicano tanto. Questa pratica poi ha riscosso un certo
successo, soprattutto dalle nostre parti e di rimando anche in tanto oriente (oramai pressoché tutto
occidentalizzato) ed è entrata a far parte di tantissimi stili yoga, al di là dello yoga nidra.
Stessa logica del pensiero positivo, con la differenza che si associa a una pratica (lo yoga) la possibilità
che questa intenzione possa trasformarsi in realtà. Qualcosa di simile alla pratica mantrica della
recitazione del daimoku nella prima stagione della Soka Gakkai.
Siamo ben lontani da uno yoga libero da qualsiasi intenzione volontaristica, fine egoico (anche fosse
pure alto), perché possa dispiegare completamente la sua sacralità, rispetto alla quale devo mantenermi
puro ricevente in una dimensione mentale di non-sapere e soprattutto di non-cercare.
Non è un caso che nel pensiero indiano antico spesso il termine sankalpa sia stato definito affatto
positivamente: illusione, vizio mentale, desiderio, sofferenza, ...
Oppure si può ricordare Rama che – ci narra lo Yoga-Vasishta - voleva conoscere la mente, la quale, si
dice, ha la natura di Sankalpa. Qui sankalpa è sinonimo di pensiero, il quale agisce associando ai suoi
oggetti stati di piacere o dolore, i quali portano allo stato illusorio: cioè desiderio o avversione. E infatti
Vasishta spiegherà che la mente è il nemico perché sorge a causa del sankalpa, il quale deve essere
eliminato.
Nella Chandogya Upanisad poi si dice che quando la mente è in preda al suo rumore, a disordini che
non si riesce a calmare, allora essa deve essere immersa nella consapevolezza del Brahman. E allora si
coglierà una forza sottile, di nome sankalpa, la quale però non ha nulla a che fare con le nostre
determinazioni/volontà/desideri psicologici, bensì è un'energia che scaturisce dal nucleo più profondo
del nostro essere, la forza che sta dietro a tutte le nostre azioni e pensieri.
La propria determinazione invece consisterà, conclude la Chandogya Upanisad, nel mantenere la
contemplazione sul Brahman. Questo ci riconnette alla ichchaa shakti, all'energia-volontà infinita del
Brahman, quel potere che a volte si dice essere presente in quel desiderio divino iniziale, primordiale,
che è alla base della manifestazione dell'universo. Niente a che vedere con la volontà psicologica
dell'essere umano.
La pratica è mantenere il quadro pulito da qualsiasi mia intenzionalità: solo lì e solo da lì, il mistero.
Altrimenti è una semplice tecnica. E oggi appunto si parla spesso di tecniche dello yoga, tecniche di
meditazione, ...