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Fascismo e memoria.

L'autorappresentazione dello squadrismo


Author(s): Cristina Baldassini
Source: Contemporanea, Vol. 5, No. 3 (luglio 2002), pp. 475-505
Published by: Società editrice Il Mulino S.p.A.
Stable URL: https://www.jstor.org/stable/24651991
Accessed: 05-08-2019 14:02 UTC

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Fascismo
e memoria.
L'autorappresentazione
dello squadrismo
Cristina Baldassini

Le memorie di parte fascista relative al periodo delle origini non


sono state studiate fino ad oggi in modo sistematico, nonostante esse
forniscano un'utile fonte per lo studio dell'autorappresentazione del
fascismo. Naturalmente le memorie non sono, per definizione, testi
monianze oggettive e attendibili degli eventi narrati, ma piuttosto ne
costituiscono una interpretazione personale, soggettiva, inevitabil
mente condizionata dal particolare momento storico e dal clima po
litico in cui venne espressa. Non c'è dubbio che esiste, insomma, uno
scarto tra ciò che il fascismo delle origini, storicamente, fu, e l'imma
gine che di esso emerge dalle memorie, e che questo scarto è partico
larmente accentuato nel caso della memorialistica fascista. Tuttavia,
se si utilizzano tali memorie come fonti per lo studio del
l'«autorappresentazione» del fascismo, il principale problema che
esse pongono non è tanto quello di accertare, di volta in volta, la
veridicità delle singole affermazioni.

Scrivere quando e per chi?

Il principale problema, nel nostro caso, è costituito invece dalla


scarsità e dalla difficile comparabilità dei materiali disponibili. Con
trariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, le memorie contenenti
riferimenti significativi e non frammentari alla fase iniziale del mo
vimento fascista non sono molte1. In più, queste memorie costitui
scono un corpo estremamente eterogeneo sotto vari aspetti. Un pri

1 II saggio prende in esame circa una ventina di memorie, pressoché tutte quelle che
dedicavano uno spazio rilevante al periodo precedente la «marcia su Roma».

Contemporanea / a. V, n. 3, luglio 2002

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mo elemento di diversità riguarda gli autori stessi delle autobiogra
fie, personaggi dai percorsi politici e culturali più diversi. Confluiti
nel fascismo tra il 1919 ed il 1921, vi ebbero poi ruoli ed incarichi di
varia natura: accanto a noti gerarchi, si trovano personalità di secon
da e terza fila, fino ad arrivare a giovanissimi fascisti che non rivesti
rono alcun incarico, né ebbero rapporti personali con il fondatore
del movimento. Tuttavia, le differenze più rilevanti attengono al fatto
che le memorie furono scritte e pubblicate in periodi diversi, circo
stanza che rende particolarmente problematico compararle ed im
pone una serie di cautele interpretative e metodologiche.
Una prima distinzione si pone, anzitutto, tra le memorie scritte e
pubblicate durante il fascismo e quelle scritte e pubblicate succes
sivamente. In particolare, nel primo gruppo si trovano: autobiogra
fie redatte a ridosso degli eventi narrati, ma pubblicate a vari anni
di distanza dalla presa del potere2; autobiografie che ripercorrono
la fase delle origini, ma per la maggior parte scritte e pubblicate
negli anni '303; un solo caso di un testo scritto a ridosso degli avve
nimenti e immediatamente dato alle stampe4; infine, scritti di ca
rattere personale, inizialmente non destinati alla pubblicazione e
poi pubblicati a decenni di distanza dalla caduta del fascismo5.
Piuttosto ampio risulta, inoltre, il numero delle memorie pubblica
te nella prima metà degli anni '30 e relative alla commemorazione
della marcia su Roma6, circostanza facilmente riconducibile all'in
tenzione di rivendicare la propria appartenenza al movimento fa
scista prima ed in occasione della marcia su Roma. In questa cate
goria, in genere, si ritrovano pochi cenni al periodo aurorale, es

2 Furono pubblicati in occasione del decennale della marcia su Roma il diario di 1.


Balbo, Diario 1922, Milano, Mondadori, 1932; R. Farinacci, Squadrismo. Dal mio dia
rio della vigilia (1919-1922), Roma, Edizioni Ardita, 1933.
3 B. Frullini, Squadrismo fiorentino, con prefazione di A. Pavolini, Firenze, Vallecchi
Editore, 1933; M. Gallian, Comando di tappa, Roma, Cabala, 1934; E. Mazzucato, Da
anarchico a sansepolcrista. Anteguerra. La guerra. Gli arditi dall'armistizio alla Mar
cia su Roma, con lettera-prefazione di P. Bolzon, Milano, Marangoni, 1934; Vicentini,
Il movimento fascista veneto attraverso il diario di uno squadrista, Venezia, Stamperia
Zanetti, s.d. [1935]; D. Roncarà, Ricordanze della vigilia, Bologna, Cappelli, 1939; P.
Girace, Diario di uno squadrista, Napoli, Editrice Rispoli Anonima, s.d. [1940],
4 U. Banchelli, Le memorie di un fascista (1919-1922), Firenze, Sassaiola fiorentina,
1922.

3 M. Piazzesi, Diario di uno squadrista toscano (1919-1922), prefazione di R. De Felice,


introduzione di M. Toscano, Roma, Bonacci Editore, 1980.
6 Si veda la raccolta di memorie curata da A. Graveiii, La Marcia su Roma, Roma,
Nuova Europa, 1934.

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sendo il contenuto incentrato sulle «giornate rivoluzionarie» del
l'ottobre 19227.

Più difficile è il problema delle memorie scritte e pubblicate dopo


la caduta del fascismo e contenenti riferimenti al periodo delle origi
ni. È chiaro che, in questo caso, è necessario aver presente non sol
tanto il ruolo che gli autori ebbero nel fascismo, ma anche le loro
successive vicende biografiche. Alcune di queste memorie, infatti,
furono scritte a ridosso della caduta del regime e pubblicate tra la
fine degli anni '40 ed i primi anni '508. Altre apparvero nei decenni
successivi9 e, infine, diverse ne furono pubblicate nei primi anni '80,
alcune delle quali postume: si trattava principalmente di autobiogra
fie di gerarchi di primo piano, redatte all'indomani del crollo del re
gime e rimaste inedite o, in alcuni casi, solo parzialmente date alle
stampe in seguito10. Questi materiali suscitarono una certa attenzio
ne da parte degli storici, come avvenne, ad esempio, per la testimo
nianza di Dino Grandi, che tra il 1983 ed il 1985 autorizzò la pubbli
cazione di gran parte dei propri scritti autobiografici11. Tuttavia, il
successivo dibattito storiografico privilegiò i contenuti delle singole
memorie e, più spesso, le effettive responsabilità degli ex gerarchi -
477

7 Cfr., ad esempio, le memorie di V. Franchini, Gli squadristi figlinesi alla Marcia su


Roma, con prefazione di Innocenzo Cappa, Figline Valdarno, Tipografia Commercia
le, 1953.
8 E. Mecheri, Chi ha tradito? Rivelazioni e documentazioni inedite di un vecchio fasci
sta, Milano, Libreria Lombarda, 1947; R. Paolucci, Il mio piccolo mondo perduto, Bolo
gna, Cappelli, 1947; M. Rocca, Come il fascismo divenne una dittatura, Milano, Eli,
1952.
9 A. Sìgnoretti, Come diventai fascista, Roma, Volpe, 1967.
10 Ci riferiamo in particolare alle memorie di T. Cianetti, Memorie dal carcere di Vero
na, a cura di R. De Felice, Milano, Rizzoli, 1985; G. Giuriati, La parabola di Mussolini
nei ricordi di un gerarca, a cura di E. Gentile, Roma-Bari, Laterza, 1981; pubblicate
nel 1983, sebbene con numerosi tagli e modifiche apportati dal curatore rispetto al
manoscritto originario, le memorie di C.M. De Vecchi di Val Cismon, R quadrumviro
scomodo. Il vero Mussolini nelle memorie del più monarchico dei fascisti, a cura di L.
Romersa, Milano, Mursia, 1983. Tra le figure minori, si segnalano le memorie di G.A.
Fanelli, Perché seguimmo e disobbedimmo Mussolini. Appunti di uno squadrista,
Roma, Le Sorgenti, 1984.
11 Qui abbiamo utilizzato D. Grandi, Il mio Paese. Ricordi autobiogrqfici, a cura di R.
De Felice, Bologna, 11 Mulino, 1985, su cui cfr. gli interventi di G. Carocci e di G.G.
Migone, entrambe su «L'Indice», 1986,2, pp. 4-7; relativamente alle altre opere auto
biografiche di D. Grandi, 25 luglio. Quarant'anni dopo, a cura di R. De Felice, Bologna,
11 Mulino, 1985 e Id., La politica estera dell'Italia dal 1929 al 1932, 2 w. a cura di P.
Nello; prefazione di R. De Felice, Roma, Bonacci, 1985; segnaliamo l'intervento di C.
Pinzani, R 25 luglio di Dino Grandi, «Passato e Presente», gennaio-aprile 1985, pp.
145-154, e il dibattito tra B. MacGregor Knox e P. Nello, ivi, gennaio-aprile 1987, pp. 97
117, e gennaio-aprile 1988, pp. 187-192.

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che le autobiografie inevitabilmente miravano a sminuire - eluden
do il problema, più generale, di come utilizzare quelle fonti, con l'in
dividuazione di criteri metodologici univoci.
Tanto le «memorie del regime» quanto le «memorie del post-fasci
smo» individuano nel fascismo delle origini e nei suoi immediati
sviluppi la fase «eroica» del movimento, la cui natura poggia su dei
caratteri ricorrenti in tutte le memorie, al di là di ogni sfumatura di
tono: il fascismo è un movimento originatosi dalla guerra e postosi a
difesa della patria; si insiste sul vincolo di «solidarietà spirituale» con
le forze dell'interventismo prebellico; sul carattere elitario del movi
mento, sulla natura libera, spregiudicata e disinteressata degli ade
renti. Tuttavia, già per quanto riguarda il ruolo di Mussolini nei pri
mi due anni di vita del movimento, emergono differenze di valuta
zione tra le due categorie di memorie: Mussolini, da «creatore» del
movimento e suo «Capo» indiscusso fin dal periodo delle origini, di
viene, nelle memorie scritte e pubblicate dopo la caduta del fasci
smo, un semplice punto di riferimento; emerge anche una valuta
zione diversa della vicenda fiumana, tema poco percorso dalle «me
morie del regime» e che costituisce, al contrario, una pagina impor
tante nelle «memorie del post-fascismo»; differente, infine, è la rap
presentazione della marcia su Roma, che - da evento rivoluzionario
che «segna l'avvio di una nuova era» - diviene, nella rievocazione,
una «pseudorivoluzione» che tradì le aspettative dello squadrismo.
Senza dubbio, è nella rappresentazione del fenomeno squadristi
co che le memorie offrono i maggiori spunti di riflessione. La ric
chezza di particolari con cui si descrivono le azioni squadriste, da
una parte, e l'utilizzo di particolari espressioni gergali, dall'attra, cer
cano di rendere in modo immediato l'immagine che lo squadrista ha
avuto di sé e del proprio ambiente, la «squadra», nonché del proprio
nemico quotidiano, «il sovversivo». Le memorie, in particolare quel
le scritte e pubblicate durante il fascismo, offrono un quadro vivo ed
articolato dello stile di vita dello squadrista e del suo orizzonte men
tale. È su questi aspetti che forse la memorialistica può aggiungere
qualcosa rispetto agli studi finora disponibili, che, come ha sottoli
neato Roberta Suzzi Valli12, hanno a lungo interpretato lo squadri
smo in termini di lotta di classe, e solo in tempi recenti, grazie so

12 Cfr. R. Suzzi Valli, The Mith of Squadrismo in the fascist Regime, «Journal of Con
temporary History», aprile 2000,2, pp. 131-150, ed in particolare pp. 131-133.

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prattutto ai lavori di Emilio Gentile e di Paolo Nello13, ne hanno con
siderato gli aspetti «culturali», ritualistici e simbolici.

La rappresentazione del «sovversivo»

L'immagine che lo squadrista ha avuto del proprio avversario ri


manda ad un preciso atteggiamento mentale in larga parte giustifi
cativo del ricorso alla violenza da parte fascista: la concezione del
l'avversario - così come emerge dai racconti relativi agli scontri ar
mati con i «socialcomunisti» - costituisce infatti uno dei motivi con

cui lo squadrismo legittima e giustifica i propri metodi di lotta. Cer


cheremo quindi di evidenziare come lo squadrista ha descritto il
proprio avversario, fermando in particolare l'attenzione sugli atteg
giamenti e comportamenti giudicati dagli squadristi «deplorevoli» e
tali da fare del «sovversivo», non un semplice avversario politico, ma
un «tipo umano»14 eticamente e spiritualmente inferiore.
L'odio che lo squadrista nutre verso l'avversario non scaturisce
soltanto da una differente visione politico-ideologica, quanto dalla
mancanza di eroismo che questi dimostrerebbe nello scontro arma
to: diversamente dallo squadrista che ama la patria e conosce l'arte
del combattere, il «sovversivo» non sa cosa siano l'onore, il coraggio,
la virtù. Egli è considerato un nemico indegno, che non nobilita lo
scontro, né l'eventuale morte dello squadrista, perché è incapace di
combattere «ad armi pari», a «viso aperto», alla «luce del sole». La sua
violenza bruta ed elementare (di cui non sono meno portatrici le
donne «sovversive») non si arresta, né per soccorrere i feriti, sui qua
li infierisce, né in occasione di cerimonie e riti funebri. Privo di idea
li, senza umanità e spinto da una «diabolica» volontà distruttiva, il
«sovversivo» è un tipo umano mancante di qualsiasi forma di dignità
e rispettabilità. Un'immagine ricorrente lo vuole immerso nelle te
nebre e teso a colpire il fascista isolato:

Dove stavano - si domanda lo squadrista fiorentino Frullini - gli avversa


ri quando volevano colpire? Negli angiporti, negli angoli oscuri. Gente che
agiva nelle tenebre, che aveva bisogno di queste, che le sentiva come proprie
alleate. Non era la nostra battaglia fatta sotto il sole e a fronte alta? Ad essi

15 E. Gentile, Storia del partito fascista 1919-1922, Roma-Bari, Laterza, 1989; P. Nello,
L'avanguardismo giovanile alle origini del fascismo, Roma-Bari, Laterza, 1978.
14 L'espressione è di Emilio Gentile, Storia del partito fascista, CiL, p. 525.

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occorreva invece la maschera dell'assassinio classico, le tenebre alleate del
brigantaggio. [...] Quando la canaglia rossa si trovava ad essere in tre contro
uno, aveva bisogno per aiuto delle tenebre. Il giorno era fatto solo quando si
trovavano ad essere trecento contro un inerme15.

Un primo e tipico esempio della viltà «sovversiva» è dunque costi


tuito dall'attacco al fascista solo ed indifeso. Innumerevoli sono le

rievocazioni dei giovani martiri caduti negli agguati degli avversari.


Le vittime sono sempre descritte quali anime pure e generose, esatto
contrario dei loro assassini. La brutalità avversaria, contrapposta
alla purezza dei martiri fascisti, è ben espressa in un'annotazione
diaristica di Italo Balbo, scritta nel gennaio 1922 in occasione del
l'uccisione del giovane fascista Florio:

Hanno assassinato Florio a Prato! [...] Era un ragazzo ancora, uno spirito
gentile. [...] Tutto fiamma, fede certa. Lo ha ucciso un anarchico disertore:
l'opposto umano di Florio. Un reietto, traditore della Patria, in guerra e in
pace. Un cinico. Un distruttore. Un bruto. Il destino ha dato dunque ragione
alla bestialità dell'istinto selvaggio contro la purezza dello spirito? Alla viltà
contro il coraggio? Alle tenebre contro la luce?16.

La commemorazione dei caduti diviene spesso mezzo per de


scrivere la brutalità e l'immoralità della violenza avversaria. Così

ad esempio il ricordo del giovane fascista fiorentino Giovanni Ber


ta, colpito e gettato nell'Arno, è indissolubilmente legato ai «marchi
della violenza sovversiva». «I pompieri hanno ripescato il corpo di
quello del Ponte Sospeso - annota Mario Piazzesi sul suo diario È
irriconoscibile, ha la bocca slargata, con gli occhi fuori dall'orbita e
questo giro di chiodi di scarpa ferrata che si staglia sopra la fronte
bianca sta come per indicare il marchio di fabbrica della loro vio
lenza»17.

Nei racconti squadristi, l'imboscata nemica tesa al gruppo squa


drista è spesso annunciata dal caratteristico silenzio che la precede.
Lo squadrista Frullini, rievocando una spedizione punitiva fuori

15 Frullini, pp. 18-19. [I titoli completi delle memorie sono stati citali nelle note 2-10.
Da qui in poi riporteremo in nota soltanto il cognome dell'autore ed il numero di
pagina da cui è tratta la citazione],
16 Balbo, pp. 23-24.
17 Piazzesi, p. 117. Giovane squadrista toscano, si iscrisse al fascio di combatti
mento nel giugno 1920; cfr. M. Missori, Gerarchie e statuti del Prif. Roma, Bonacci,
1986, p. 257.

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provincia compiuta nel marzo 1921, scrive: «Già fino dall'uscir di
Figline, avevo notato un silenzio insolito; facce sospette, sguardi in
dagatori ed ostili, quel caratteristico silenzio che sapeva d'imboscata
vicina»18. E Piazzesi, riferendosi alla spedizione a S. Marco Vecchio:
«Siamo in pieno territorio nemico, tutto avvolto nel silenzio. Il grup
po sembra camminare in punta di piedi»19. L'agguato nemico avvie
ne frequentemente in occasione di cerimonie patriottiche e di riti
funebri. Il «sovversivo» approfitta della solennità del momento per
sferrare il vile attacco. Innumerevoli sono i casi presentati dalla me
morialistica. Edmondo Mazzucato ricorda che a Milano, nel marzo
1921, una tranquilla manifestazione patriottica in commemorazione
delle Cinque Giornate venne disturbata da un assalto sovversivo che
causò la morte di un giovane fascista: «La cerimonia patriottica, bre
ve e modesta - scrive Mazzucato -, procedette fra una tranquillità
presaga di tragedia. [...] Una delle tante male femmine che allettano
i compagni [...] dà il segnale. È l'imboscata minutamente preparata
in tutti i suoi particolari che si sferra sui fascisti»20.
Altrettanto tipica nelle descrizioni degli agguati è l'immagine del
«sovversivismo» che irrompe a turbare la perfetta simbiosi instaura
tasi tra lo spensierato stato d'animo squadrista e la bellezza del pae
saggio. Un motivo caro specialmente agli squadristi fiorentini: il ru
more del fiume Arno è sottofondo agli inni squadristi; contro il cielo
stellato sventola il tricolore innalzato in luogo del «cencio rosso». Lo
scenario è più o meno sempre il medesimo: in una bella notte stella
ta gli squadristi levano al cielo gli inni solenni, ma, all'improvviso, il
sovversivismo, quasi si tratti di una forza estranea alla natura, ir
rompe a turbare la quiete e a minacciare la spensieratezza degli ani
mi e la poesia del paesaggio.

Che c'era di meglio da fare in una invernale notte stellata del magico cielo
fiorentino, che cantare l'inno nostro Giovinezza? - si domanda lo squadrista
Frullini - Infatti al murmure dell'Arno che pareva un dolce accompagna
mento musicale, saliva in alto il nostro canto solenne. Ad un tratto da un
vicolo buio fummo coperti da offese atroci, e una decina di individui ci salta
rono senz'altro addosso21.

18 Frullini, p. 181.
19 Piazzesi, p. 103.
20 Mazzucato, pp. 234-235.
21 Frullini, p. 114.

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Nelle memorie dei fiorentini (Piazzesi, Banchelli, Frullini) la pre
senza sovversiva è vissuta quale minaccia alla plurisecolare tradi
zione storico-culturale cittadina e, più in generale, toscana. Appare
piuttosto significativa in proposito l'ansia nutrita da Mario Piazzesi
in attesa dei risultati elettorali del novembre 1920, nel timore di una
vittoria socialista:

Se vincono, povera Firenze, povera tradizionale gentilezza toscana, addio


umanesimo. Ombre di Lorenzo e di Cosimo, certamente arrossireste per
tanti indegni nipoti. Non hanno già detto chiaramente che del Palazzo Vec
chio ne vogliono fare un Club di Giacobini e che per far denaro, [...] vende
ranno agli Inglesi le «anticaglie comunali»?.

Poi, alla vista del corteo socialista, rivolgendosi ad un coetaneo:


«Guarda Tito, ecco gli Unni che arrivano»22. L'azione violenta dei
«bolscevichi», o semplicemente la loro presenza, diviene offesa alla
tradizione ed oltraggio alle bellezze naturali della Toscana, costrette
a subire passivamente la barbarie nemica. Lo squadrista Frullini,
commemorando i caduti fascisti nella spedizione di Sarzana del lu
glio 1921, lamenta come «luoghi incantevoli ai margini della Versilia
e di Lunigiana, calpestati dal passo dell'Alighieri, [...] dal passo di
Michelangelo [...] assistettero in quel giorno a tali atti di barbarie
sovversiva da far chinare la testa a qualunque uomo consapevole,
perché degni soltanto di barbari di Gallia o di Lamagna»23. Nell'auto
rappresentazione squadrista è dunque forte l'idea che la lotta al bol
scevismo costituisca anche un atto di difesa della tradizione storico

culturale messa a rischio dai nemici interni, presentati quali stranie


ri in casa propria. Da un lato un bolscevismo che offende l'arte e la
storia, dall'altro lo squadrismo interprete e difensore della tradizio
ne. Eloquente quanto afferma lo squadrista fiorentino Umberto Ban
chelli, raccontando che in Firenze, in attesa dei risultati elettorali del
maggio 1921, si era costituita una squadra di cento fascisti ben arma
ti e pronti ad invadere Palazzo Vecchio qualora «i rossi avessero vinto
con la scheda, [...] onde impedire che otto secoli di arte italiana e di
sacrifici cittadini potessero essere lordati dall'effigie del russo asiati
co ebreizzato Lenin»24. Qualcosa di simile si ritrova nel diario dello

22 Piazzesi, p. 89.
23 Frullini, pp. 219-220.
24 Banchelli, p. 29.

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squadrista veneziano Raffaele Vicentini. Anche a Venezia i «sovversi
vi» sono i nuovi «barbari» e la loro presenza in piazza S. Marco rap
presenta un'intollerabile offesa. Vicentini narra che il 22 luglio 1920
un numeroso corteo socialista parti dalla Camera del Lavoro a S.
Margherita. Ma al suo arrivo in piazza S. Marco si scatenò, immedia
ta, la reazione: «I fascisti [...] raccolta la sfida, hanno deciso di non
tollerare la provocazione e di non permettere mai più che la piazza
San Marco, tanto sublime per le sue memorie e la sua bellezza, sia
contaminata dai senza Patria»25.
Il «sovversivo», quale tipo umano, non è quasi mai presentato nel
la propria individualità, ma più spesso in riferimento alla dimensio
ne collettiva: sono molto frequenti espressioni quali «marea sovver
siva», «fiumana rossa», «folla ubriaca di rosso», «gregge», «corteo vo
ciante le sue turpi ed oscene canzoni sovvertitrici». L'avversione per
il sovversivo si risolve spesso nel disprezzo per la sua dimensione
simbolica: i canti in primo luogo, tristi ed esterofili, ma anche la ban
diera rossa, «cencio rosso», «lurido emblema», le bandiere a gonfalo
ne appese ai davanzali, le fasce rosse al braccio. Ricorrente è la sce
na di una tranquillità cittadina turbata dal «triste» ed «inquietante»
canto dell'Internazionale. «C'era uno sciopero nella città di Flore -
scrive Piazzesi - per protestare non so per che cosa. Nel caldo pome
riggio domenicale, mentre la gente passeggiava tranquilla per il cen
tro, ecco udirsi i canti di bandiera Rossa, invocazioni alla imminente
rivoluzione»26. In occasione di un comizio anarchico, è ancora Mario
Piazzési a commentare: «Ma quanto è triste questo canto, questa
martellante monotonia sembra evocare pianure sconfinate, deserti,
popoli lontani, ma di nostro, di italiano, non ha niente. Gradazione di
facce, di tinte. Gente povera nel morale, povera nel fisico. Greggi più
che Popolo, quasi bestie da lavoro»27.
Nella rappresentazione dell'avversario occupano un posto di ri
lievo le donne «sovversive», descritte come «male femmine», «discin
te», «scarmigliate», «urlanti», intente a dare il segnale per l'imbosca
ta, ad «incitare i compagni alla lotta», pronte a far bollire olio e acqua
da gettare sui fascisti e ree di episodi di violenza ben più macabri di
quelli dei loro stessi compagni. È l'immagine di una donna comple
tamente disumanizzata, quasi diabolica, privata non solo di qualsia

25 Vicentini, p. 56.
26 Riazzesi, p. 80.
27 Ivi, p. 61.

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si attributo di femminilità, ma anche di pietà umana. Mario Piazzesi,
impressionato dalla brutalità della donne sovversive in occasione
degli scontri in S. Frediano e S. Croce (1921), scrive: «Ma cosa sono
di bestiale e di rivoltante le urla di queste donne che incitano i loro
compagni alla lotta. Vere urla di animali»28. Ed ancora, riferendosi
alla «strage» di Empoli, avvenuta nel marzo del 1921:

Ma all'ospedale che spettacolo! Ed erano lì le nove salme, stese l'una ac


canto all'altra. Un carabiniere, lo avevano mutilato sconciamente [...]. Ad un
altro avevano mozzato un orecchio, glielo aveva strappato con un morso
una donna mentre rantolava moribondo sotto le calcagnate di altre due
megere. [...] Ed i racconti erano in tutti i superstiti su per giù gli stessi: fero
cia, sadismo, gioia di torturare più che di finire l'avversario. Peggio di tutte
negli sconci crudeli e macabri erano le donne. Erano le più accanite, sa! Le
più accanite. Creda che facevano più paura degli uomini e urlavano, scarmi
gliate, con gli occhi fuori della testa! Dio come urlavano!29.

Anche in un passo delle memorie di Donino Roncarà ritorna l'im


magine della donna sovversiva «scarmigliata ed urlante», seppure la
descrizione non si riferisca ad un episodio di scontro armato. Si trat
ta di una donna che abita nel palazzo di un tale avvocato B., noto
comunista di Venezia. Alcuni squadristi, tra cui lo stesso Roncarà,
attendono l'avversario sotto casa, ma la donna si affaccia dalla fine
stra e urla loro contro: «Una donna finalmente s'affaccia dal balcone

d'un primo piano. È scarmigliata, discinta, con gli occhi che paiono
spiritati. Sbraita roca, agitando scarne braccia, ci copre d'improperi,
ci lancia fosche minacce. È un uragano di parole, che piove dall'alto,
che si interrompe, ad un tratto, lasciandoci tra sorpresi e divertiti»30.
È interessante notare come l'immagine di donna «discinta e scar
migliata» rappresenti un dato acquisito nell'immaginario fascista,
anche in ambito non squadrista. Raffaele Paolucci ha redatto e pub
blicato le proprie memorie dopo la caduta del fascismo. Eppure è
sorprendente come la descrizione che egli fa della moglie del diser
tore Francesco Misiano presenti tratti simili alle precedenti. «Una
sera del maggio 1919 a San Giovanni Teduccio - racconta Paolucci -,
nella stessa piazza all'estremo opposto dell'angolo dal quale io par
lavo, stava di fronte a me un palco sul quale si agitava, insieme a

28 Ivi, p. 114.
29 Ivi, pp. 119-120.
30 Roncarà, p. 64.

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molti figuri, una donna scarmigliata, che gridava come un'ossessa,
eccitando la folla imbestialita. Molte fiaccole luminose illuminavano

la scena rivoluzionaria e ossessionante di questa donna, circondata


da un mare di bandiere rosse. Mi dissero fosse la moglie del diserto
re il quale aspettava, per ritornare in patria, di essere proclamato
deputato»31.

La violenza fascista

Il problema della violenza fascista, nei suoi vari aspetti, è uno dei
temi più dibattuti dalla storiografia e su cui più accese sono state le
discussioni. La violenza fascista, a lungo interpretata come mero
strumento della reazione antiproletaria scatenata alla fine del «bien
nio rosso», è stata più di recente fatta oggetto di studi che hanno evi
denziato come essa, al di là dei risultati concreti da raggiungere, ab
bia costituito per i fascisti un preciso «valore», in grado di svolgere,
una «funzione di appagamento e autorealizzazione in sé e per sé»32.
Nelle memorie scritte e pubblicate successivamente alla caduta
del fascismo, la tendenza generale è di fornire argomenti giustificati
vi al ricorso della violenza da parte fascista. La tesi di fondo è che la
violenza avversaria, più forte in intensità e precedente nel tempo
quella fascista, produsse e giustificò, per «reazione», altrettanta vio
lenza. La violenza fascista è essenzialmente interpretata come con
tro-violenza scaturita da un'esigenza di difesa, per risposta alla «bar
barie nemica» ed al tentativo di sovvertimento messo in atto dai «rin

negatoli della patria». Dino Grandi, in uno dei pochi cenni sulla vio
lenza, data l'inizio della «guerra civile» al finire del 1920 quando, a
seguito dei fatti di Palazzo d'Accursio, l'Emilia e la Romagna conob
bero un forte sviluppo dei fasci di combattimento: «I massimalisti
non cedevano - scrive -, ma ad ogni episodio di violenza i fascisti
reagivano facendo seguire la rappresaglia che d'allora in poi sarà
chiamata spedizione punitiva». L'autore esprime poi una riflessione

31 Paolucci, p. 203.
32 A. Aquarone, Violenza e consenso nel fascismo italiano, «Storia contemporanea»,
febbraio 1979, p. 146. Per gli aspetti ritualistici e simbolici della violenza fascista, cfr. E.
Gentile, Storia del partito fascista, cit, pp. 482 ss. Per un'analisi della violenza fascista,
vedi anche A. Lyttelton, Fascismo e violenza: conflitto sociale e azione politica in Italia
nel primo dopoguerra; J. Petersen, Il problema della violenza nel fascismo italiano; P.
Nello, La violenza fascista ovvero dello squadrismo nazionalrivoluzionario, tutti in
«Storia contemporanea», dicembre 1982.

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su come, in tema di guerre civili, il discorso sulla responsabilità del
la violenza abbia ben poco valore, sia perché il giudizio risulta sem
pre condizionato dall'esito finale del conflitto, sia perché la violenza
che si scatena nelle guerre civili riguarda necessariamente entram
be le parti in causa.

In tutte le guerre - scrive Grandi -, particolarmente nelle guerre civili, la


parte soccombente è chiamata ad assumere tutta la responsabilità delle vio
lenze, mentre la parte vincente assume le sembianze dell'agnello della pace.
Così succederà un anno più tardi, nell'ottobre del 1922 all'indomani dell'in
surrezione fascista apparentemente vittoriosa; responsabili delle violenze
saranno allora additati esclusivamente i nemici del fascismo e così succede
rà ventanni dopo, all'indomani del crollo della dittatura; esclusivamente ai
fascisti sarà attribuita la responsabilità delle violenze, e agnelli di pace sa
ranno chiamati senza discriminazioni i nemici del fascismo. La verità è che

la guerra civile è violenza, e questa non esiste mai da una parte sola33.

A parlare di «guerra civile» è pure Massimo Rocca, che scrive:

mentre i fascisti erano ancora una minoranza debole e coraggiosa, le ag


gressioni si moltiplicavano contro di essi, in proporzione di dieci contro uno,
e talora con forme e mezzi atroci che dovevano fatalmente creare uno stra

scico indelebile di odi ed un clima di guerra civile. [...] in realtà - prosegue


Rocca - alla fine del 1919 le vittime fasciste superarono per numero quelle
socialiste; i socialisti non cominciarono, né si decisero a condannare la vio
lenza se non quando essa si ritorse contro di loro, dopo che il coraggio dei
primi fascisti aveva spezzato il loro monopolio nel 1919-192034.

Anche Cesare Maria De Vecchi sostiene la tesi della violenza qua


le «reazione» alle «intollerabili violenze dei socialcomunisti». A so

stegno della tesi di una violenza come necessità di difesa, De Vecchi


afferma che, precedentemente alla formazione di corpi armati come
gli «arditi del popolo», si erano costituite le «guardie rosse», vere e
proprie forze d'attacco dei «rossi», «le cui azione precedettero, nel
tempo, quelle degli squadristi. Si trattava di bande armate di tutto
punto - scrive De Vecchi - delle quali troppo spesso si tace l'esistenza
perché menzionarle equivarrebbe a giustificare la reazione dello
squadrismo»35.

33 Grandi, p. 135.
34 Rocca, pp. 86-87.
35 De Vecchi, p. 32.

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Giuseppe Attilio Fanelli appare decisamente meno rivolto a fornire
argomenti giustificativi della pratica della violenza da parte squadri
sta. Semmai pone l'accento sulla natura e sulla qualità della violenza
squadrista. Per Fanelli la pratica della violenza non derivò semplice
mente da uno stato di necessità: essa non fu soltanto una forma di

reazione, ma parte integrante della natura stessa dello squadrismo


delle origini, quello cittadino, urbano, filiazione diretta - quanto a spi
rito, mentalità e componenti - dell'arditismo militare. Di quegli stessi
arditi che - scrive Fanelli - «portavano dentro la nostalgia della violen
za, che fu poi il metodo dello squadrismo fascista»56. L'autore appare
principalmente rivolto a spiegare il suo personale punto di vista circa
l'etica sottesa all'azione violenta dello squadrismo:

Sulla violenza fascista - polemizza Fanelli - si è fatta più letteratura che


storia. È vero che, a volte, quella violenza parve indiscriminata e non lo era;
ma in ogni caso fu diretta contro un mondo morale più che fisico, il quale
aveva i suoi pilastri nell'ordine borghese e nella rivoluzione socialista, due
mondi con cui si voleva farla finita fin dai tempi dell'interventismo e della
guerra, quando la borghesia panciafichista e il proletariato neutralista si
erano accordati per evitare i sacrifici della guerra. [...] Il manganello fu visto
nella sua materialità di bastone campagnolo, strumento casalingo per sten
derci la pasta, anziché l'ironica espressione di una rivolta ideale che rompe
va col passato, di un mondo che voleva rinnovarsi con un ordine diverso che
poneva la patria come supremo valore da amare e servire37.

Nelle memorie redatte e pubblicate durante il fascismo (o soltanto


redatte, come il diario di Mario Piazzesi, pubblicato negli anni '80) il
problema prioritario non è semplicemente quello di stabilire da
dove sia partita la provocazione, quanto quello di presentare come
politicamente necessario e moralmente doveroso il ricorso alla vio
lenza. La violenza è presentata pienamente legittima (oltre che ne
cessaria), poiché rivolta all'adempimento di un compito superiore:
liberare l'Italia dalla minaccia bolscevica in primo luogo, ma anche
dalle mollezze e dalle bassezze della liberaldemocrazia.

No, non è il tempo di femminili commozioni - commenta lo squadrista


Piazzesi -, occorre liberare la querce italica dalle liane dannose, pulirla da
tutto questo marcio, che da anni si è accumulato, occorre lottare, combatte

36 Fanelli, p. 40.
37 Ivi, p. 515.

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re, fare, come ha detto quel Mussolini in un discorso tenuto il 3 aprile in
Bologna, «Una rivoluzione che spezza lo stato bolscevico nell'attesa di fare i
conti con lo Stato liberale»38.

Il ricorso alla violenza è dunque presentato come «moralmente


doveroso», poiché mezzo attraverso il quale compiere l'azione purifi
catrice e di redenzione degli animi e delle coscienze. La finalità di
«redimere» gli avversari attraverso l'azione violenta è evidente nel
racconto della prima spedizione compiuta dallo squadrismo fioren
tino nel 1920. Frullini, uno dei partecipanti, narra che si partì allo
scopo di «imporre ai trionfanti pussisti che avevano conquistato quel
Comune, di inalberare, anziché il cencio rosso, la gloriosa bandiera
tricolore». «Alla notte - scrive Frullini -, una bella notte stellata, al
posto del vessillo rosso, salì sul palazzo del Comune, ad opera no
stra, baciato dalla brezza notturna, il Tricolore. Credo che in quel
l'ascesa vi fosse il germe della redenzione, di poi avvenuta, di Monte
spertoli»39.
La violenza è presentata anche come «politicamente necessaria».
Questo aspetto appare ben espresso da una riflessione diaristica di
Italo Balbo il quale, in occasione dell'incendio da parte squadrista
del Palazzo delle cooperative socialiste di Nullo Baldini, il 28 luglio
del 1922 annota: «I fascisti non procedono a operazioni di questo
genere se non per motivi di assoluta necessità politica. Purtroppo la
lotta civile non ha mezzi termini. Noi giochiamo la vita tutti i gior
ni»40. Nell'ideologia fascista la violenza rappresenta la via più breve,
più radicale, più efficace per rompere definitivamente con il passato.
Come ha sottolineato Adrian Lyttelton, «La mitologia dello squadri
smo contrapponeva le soluzioni semplici imposte dalla forza alla
corruzione della "politica": gli unici fascisti veri erano quelli che sa
pevano come "menar le mani"»41. Significativa appare la riflessione
di Roberto Farinacci all'indomani dell'insuccesso elettorale fascista

nel novembre 1919: «Ci convinciamo sempre di più che non attra
verso le urne, ma soltanto attraverso il movimento di piazza, oppo
nendo vita contro vita, si potranno sconfiggere gli avversari»42.
Tuttavia, dalla lettura delle memorie, emerge come la violenza

58 Piazzesi, p. 141.
39 Frullini, pp. 39-40.
« Balbo,
ilbo, p.p. 103.
103.
+1 A,
... Lyttelton, Fascismo e violenza, CiL, p. 979.
42 Farinacci, p. 38.

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per lo squadrista non sia soltanto «necessaria» da un punto di vista
politico e «doverosa» da un punto di vista morale: l'attitudine alla
violenza rappresenta un preciso modo di essere, di esprimersi, an
che al di là di una situazione contingente. Nell'atteggiamento men
tale dello squadrista la violenza costituisce un «fattore fondamen
tale ed ineliminabile»43. Tale aspetto appare ben espresso dalla se
guente riflessione di Mario Piazzesi, scritta in piena offensiva squa
drista:

Ma uno di quelli che contempla il caduto, solo borbotta che «C'è un


altro da vendicare». Si passa così da una vendetta all'altra, gli uni contro
gli altri, come se il malefico spirito del Medioevo abbia ripreso vecchi
cuori di Bianchi e Neri. Ora è uguale come allora, solo i colori delle parti
sono cambiati, ma la ferocia è la stessa e un'aria di odio mulina attorno
alle nostre teste come un'atmosfera necessaria alla stessa ragione di vi
vere44.

Specialmente in «comuni» squadristi come il giovane Piazzesi, la


familiarità con la lotta, il sangue, la morte, fa sì che la violenza sia
lo strumento più immediato per interpretare lo scontro politico.
Appare a tale proposito significativa ancora una riflessione di Piaz
zesi, la quale mostra come la lotta politica fosse vissuta principal
mente in termini di morti e feriti. La citazione si riferisce ai risultati

elettorali delle elezioni del maggio 1921: «Non mi intendo molto di


intese ad alto livello, solo penso che per un risultato simile la lotta
elettorale ci è costata circa 400 fascisti tra morti e feriti»45.
La violenza si presenta dunque come elemento essenziale della
mentalità squadrista e, specialmente dai memorialisti ex combatten
ti, essa è presentata come una naturale e gratificante continuazione
dell'esperienza vissuta in trincea. Non solo uno strumento di lotta
dunque, ma un preciso valore in cui riconoscersi: «È bene compren
dere - scrive Banchelli - quanto bella fosse l'idea per la quale degli
uomini, dopo tre anni di pericoli di guerra, non esitavano a giuocare
la vita per soccorrere un amico o affermare l'ideale»46. E Mazzucato,
in occasione dello sciopero generale del luglio 1919: «Si giunse così
al famoso sciopero generale del 20-21 luglio 1919, di marca interna

43 M. Toscano, introduzione a Piazzesi, p. 38.


44 Piazzesi, p. 115.
45 Ivi, p. 166.
46 Banchelli, p. 11.

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zionale, nelle cui giornate i nostri camerati poterono liberamente
fare sfoggio delle magnifiche doti accumulate durante la guerra»47.

La «guerra» dello squadrista

La memorialistica si dimostra uno strumento particolarmente


utile alla individuazione delle motivazioni più propriamente «cultu
rali», ritualistiche e simboliche sottese al metodo di lotta squadrista.
Soprattutto le memorie pubblicate durante il fascismo offrono un
quadro della varietà delle azioni squadriste, comunemente definite
«spedizioni punitive», ma ciascuna con differenti modalità di orga
nizzazione, con finalità ed intensità della violenza in parte differenti.
Una prima tipologia di azioni squadriste rintracciabile nella me
morie riguarda le cosiddette «visite» in comuni amministrati da so
cialisti o da popolari. Tali azioni nascono in genere dal pretesto di
inalberare sul palazzo municipale il tricolore in luogo della bandie
ra rossa, comunemente definita, nel gergo squadrista, «cencio rosso»
o «lurido emblema». Si tratta di azioni condotte in assenza di una

«provocazione» avversaria che le possa giustificare, a volte effettuate


in occasione del primo insediamento del Consiglio Comunale, allo
scopo dichiarato di «rovinare la festa». La logica sottesa a questo ge
nere di iniziativa appare risiedere in un puro atteggiamento di sfid
nei riguardi dell'avversario: la sfida è simbolicamente espressa da
l'imposizione della propria bandiera e dal sequestro di quella avve
saria48. In realtà si tratta di un primo passo cui seguono «spedizion
di conquista» aventi la finalità politica di conquistare un comune di
opposta bandiera attraverso atti di violenza.
Spesso l'imposizione del tricolore funge da «monito» e da avverti
mento della volontà squadrista di sbaragliare l'amministrazione av
versaria e di imporre quella fascista. Significativo a tale proposito
quanto scrive Frullini in occasione dell'insediamento del Consiglio
provinciale «rosso» in Firenze nel 1920:

Parlamentammo poi con notissimi Deputati provinciali ai quali impo


nemmo che ogni qualvolta vi fosse adunanza doveva essere inalberata la
Bandiera Nazionale, pena, in caso contrario, la nostra sicura invasione del

47 Mazzucato, pp. 104-105.


48 Sul significato ritualistico di questo tipo di azioni, cfr. E. Gentile, Storia del partito
fascista, cit, pp. 506 ss.

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Palazzo e le logiche rappresaglie. Perché noi avevamo un'abitudine che di
venne poi come una delle pagine fondamentali della legge squadrista. Si
chiedeva quanto si voleva ottenere e se non ce lo concedevano si [...] faceva
per conto nostro. Il vecchio Palazzo Riccardi sembrò irradiato dal sole, col
Tricolore al vento, monito e sfida al politicantume che si annidava, ancora
per poco, fra le sue sale gloriose49.

Frequentemente la spedizione è originata dalla volontà di punire


l'avversario per un comportamento ritenuto deplorevole e quindi
meritevole di un'adeguata «lezione» squadrista. L'atteggiamento de
plorevole in genere consiste in offese, minacce ed insulti rivolti al
fascista isolato o che vive in territorio «nemico». Occorre quindi
«dare una lezione», «correggere» l'atteggiamento vigliacco dell'av
versario che si fa forte del numero contro il nemico isolato e indifeso.

Nella logica squadrista, perché la lezione resti «impressa nella me


moria», occorre che sia esemplare: che si risolva, cioè, in una forte
sproporzione tra l'offesa arrecata e la reazione fascista che segue.
Numerosi sono i racconti delle spedizioni effettuate su «invito», op
pure a seguito di una richiesta di aiuto contro i «continui soprusi»
avversari: in questi casi si sottolinea la rapidità con cui si organizza
la spedizione ed il sentimento di solidarietà che l'ispira. Frullini rac
conta che, alla fine del 1920, gli squadristi fiorentini partirono per
una spedizione punitiva a Barberino di Mugello a solo mezz'ora dal
la richiesta di aiuto50.

Come scrive Attilio Fanelli nelle proprie memorie redatte e pub


blicate a distanza di più anni dalla caduta del fascismo, «la spedi
zione punitiva era spesso solo una rappresaglia per l'uccisione di
un fascista o per le esequie a un caduto in conflitto nel corso dei
funerali di un camerata». È interessante notare come l'autore, si
milmente ai memorialisti che hanno pubblicato le proprie memo
rie durante il fascismo, giustifichi la tecnica della rappresaglia:
«Assassinii e imboscamenti non potevano trovare terapia più ido
nea del dente per dente. Per cui la rappresaglia fu il carattere pre
valente dell'azione squadristica». Ed aggiunge: «Può darsi che tal
volta vi sia stato un eccesso di difesa nella rappresaglia, ma è diffì
cile, nell'ardore della lotta e negli odi che si scatenano fra i conten
denti, stabilire la quantità di reazione oltre la quale si può oltrepas

« Frullini, pp. 77-78.


50 Ivi, pp. 93 ss.

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sare la misura»51. La memorialistica fascista offre innumerevoli
resoconti di spedizioni punitive (per la maggior parte avvenute nel
1921) originate dalla volontà di vendicare la morte di un fascista e
risoltesi con atti di rappresaglia incontrollata. Mazzucato, ricor
dando orgogliosamente gli atti di rappresaglia compiuti nel marzo
1921 dallo squadrismo milanese in seguito all'uccisione del fasci
sta Aldo Sette, scrive:

Il cadavere ancor caldo del Sette non poteva non eccitare i propositi di
vendetta nati in tutte le coscienze ed in tutti i cuori anche più tiepidi. E la
vendetta venne. Non si ha il diritto di piagnucolare per morti più o meno
innocenti, quando si armano le braccia e si preparano animi al delitto, non
si ha diritto di biasimare la rappresaglia di chi vede cadere per odio di parti
to un fratello di fede e di lotta52.

A quanto si trae dai racconti, alla volontà di vendicare la morte


del fascista si aggiunge quella di incutere il terrore nell'avversario.
Come ha sottolineato Emilio Gentile, «il terrore era quasi sempre
presente in tutte le gesta squadriste, ma questo tipo di spedizione
era compiuto attribuendo al terrore una esplicita funzione deter
rente»55.

Spesso la violenza squadrista è rivolta al puro e semplice scopo di


ridicolizzare e di umiliare l'avversario colpendolo nella propria di
gnità di uomo. L'ingestione di olio di ricino, imposta perché egli si
purifichi dai «peccati di bolscevismo», costituisce senz'altro il più
noto esempio di «beffa» squadrista tesa alla mortificazione dell'av
versario. La memorialistica offre altri esempi di questo genere di
azioni, ma soprattutto due sono gli episodi che meglio rendono, nel
la descrizione che ne è stata data, la logica sottesa a tale tipo di attac
co. Il primo episodio è orgogliosamente ricordato da Edmondo Maz
zucato e si riferisce all'aggressione ai danni di Giacinto Menotti Ser
rati, avvenuta a Milano nell'aprile del 1920. Il direttore dell'«Avanti!»,
colpevole di aver scritto un articolo contenente «un cumulo tale di
balordaggini, di falsità e di offese al Fascismo e agli Arditi che il la
sciarlo passare senza una pronta ritorsione, rappresentava per noi
un atto di viltà»54, venne aggredito da un gruppo di arditi tra cui Maz

51 Fanelli, pp. 94-95.


52 Mazzucato, p. 236.
53 E. Gentile, Storia del partito fascista, cit., pp. 487-488.
54 Mazzucato, p. 190.

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zucato, Albino Volpi e Piero Bolzon. L'esemplare punizione consistet
te nel taglio della barba, addirittura immortalato in fotografia.

Lo agguanto per le forti braccia rovesciandogliele all'indietro immobiliz


zandolo completamente - scrive Mazzucato -, mentre Albino Volpi, con la
mano sinistra, impadronendosi della fluente barba socialista, con la forbice
nella destra, dà un taglio netto e preciso. Il colpo è fatto: il santone è così
sbarbificato, rimane per qualche istante lo zimbello dei curiosi accorsi che
si scompigliano dalle rise per l'inusitato gesto, felicemente compiuto55.

Il tentativo di umiliare l'avversario è quanto mai evidente nell'ag


ghiacciante episodio descritto da Mario Piazzesi: un gruppo di squa
dristi se la prende con un «losco individuo», tale Pozzi, implicato,
stando allo stesso Piazzesi, nell'assassinio di un carabiniere di Pisto
ia e nel ferimento di due ex combattenti. Gli squadristi lo accerchia
no e, scaricandogli numerosi colpi di pistola vicino ai piedi, lo obbli
gano a ballare il «trescone»:

Il gruppo prese a battere le mani a ritmo ta', ta\ tatata', mugolando una
tarantella mentre ogni tanto si lasciava andare qualche colpo di pistola tra le
gambe, come per scandire il tempo. Sembrava un orso - scrive Piazzesi -,
con quel corpaccio grasso, con quei capelli lucidi incollati sulla fronte da
delinquente, livido nel volto dalla paura e dall'affanno. Rotolò infine per ter
ra sfinito, e sebbene fosse perfettamente illeso, per portarlo nel ritorno in
Questura lo dovemmo caricare sul camion come un sacco di patate56.

Nella descrizione degli scontri è quasi del tutto assente una qualun
que espressione riconducibile ad un sentimento di pietà umana. Al
contrario, si manifesta sempre un evidente autocompiacimento per la
propria determinazione nella lotta. T\ittavia, in due episodi sembra
trovare spazio un sentimento di pena nei confronti dell'avversario. Nei
due episodi la situazione appare molto simile: gli squadristi vanno a
prelevare il sovversivo dalla propria abitazione, ma, alla vista dei pic
coli figli dell'avversario, rinunciano ai loro propositi. «Un moto di pietà
ci prese una notte che si era andati a portare l'olio di ricino a un consi
gliere comunale che viveva fuori di Salso - racconta Fanelli -. Ma

55 Ivi, pp. 193-194. L'esemplare punizione era riservata ai capi socialisti e comunisti.
Nel diario di Vicentini, in data 4 aprile 1921, è riferito un episodio analogo compiuto ai
danni dell'assessore comunista Marangoni.
56 Piazzesi, p. 159.

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quando, invitato ad uscire di casa, lo vedemmo apparire sull'uscio se
guito dalla moglie e da due figlioletti, perdemmo la grinta e con buona
grazia gli suggerimmo di allontanarsi per qualche tempo da casa»57.
Simile l'episodio descritto da Frullini: alla vista dei «bimbi biondi» sul
l'uscio di casa, il capo della spedizione concede la grazia al sovversivo:
«TU sei libero; va', torna a casa dai tuoi bambini, e insieme con essi
voglio credere che ritroverai la Patria che hai fino ad oggi negato! Lo
squadrismo fiorentino ti assolve in nome delle tue innocenti creatu
re!»58. È forse significativo che in entrambi i casi è l'immagine dell'in
timità familiare dell'avversario a far desistere gli squadristi.

! giovanissimi

Le memorie dei giovanissimi squadristi scritte e pubblicate du


rante il fascismo (ad eccezione del diario di Piazzesi rimasto inedito
e pubblicato negli anni '80) presentano la partecipazione ai fasci di
combattimento ed alle squadre d'azione come un'esperienza appa
gante, carica di trasporto emotivo, l'unica per la quale valga la pena
di vivere, anche a rischio della vita59. Il giovane Mario Piazzesi, nel
pieno dell'offensiva squadrista in Toscana, annota sul proprio diario:

A volte mi sembra che una forza più grande di noi ci guidi, forse sono i
nostri Caduti, forse il pianto silenzioso di tante madri, e tra questo quello
silenzioso della mia. [...] penso che la nostra vita va vissuta così, come la
viviamo, spericolata, bruciante. Giorni fa, tornando dalla Romagna [in] To
scana [...] ho avvertito che se avessi dovuto morire sul camion della spedi
zione, vicino ai compagni, tra i canti della giovinezza, non avrei fatte la peg
giore delle morti60.

Le serate trascorse al fascio, l'ambiente vario delle squadre, le


«scorazzate» all'aria aperta, paiono costituire un'avventura entusia
smante, più di ogni altra esperienza. Accade così che nei giovani
squadristi il manganello o l'arma prendano il posto del pallone; che
l'ambiente delle squadre sia preferibile alle compagnie scolastiche;
che i doveri scolastici vengano vissuti quale ostacolo alla libertà di

57 Fanelli, p. 113.
58 Frullini, pp. 214-113.
59 Per un quadro generale relativo alla realtà giovanile e studentesca negli anni 1919
1920, nonché per i rapporti tra le avanguardie studentesche ed i fasci di combattimen
to, cfr. P. Nello, L'avanguardismo giovanile; cit
6" Piazzesi, pp. 163-164.

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«scorazzare da mattina a sera» per le campagne e le città. I giovanis
simi hanno spesso descritto la voglia d'evasione avvertita durante le
lezioni scolastiche o le ore di studio. Piero Girace, ricordando la ria
pertura delle scuole nell'ottobre del 1921, scrive: «Ero tornato ai miei
libri ma non avevo voglia di studiare. [...] Durante il giorno eludevo
la vigilanza dei miei e scappavo al fascio»61. E Roncarà: «Così molti
di noi più non studiavamo, invasati dall'avventura. Attendevamo
chiamate e ordini con febbrile impazienza»62.
Dalle memorie appare chiaro che la vita cameratesca assorbì a tal
punto la mente dei giovanissimi da far passare in secondo piano
ogni altra situazione fino ad allora familiare. Ancora Girace scrive:
«Scendevo in istrada a rivedere gli amici. Ci trattenevamo a lungo nei
giardini pubblici, seduti alle panchine. Non pensavamo nemmeno a
giocare al pallone come tutte le volte che ci vedevamo durante il
pomeriggio. Cose molto più serie, più urgenti ci occupavano. Erano
chiacchiere, parole più o meno ardite, più o meno temerarie»63.
Descrivendo le sedute al fascio ricorre la sensazione di vivere in

una dimensione carica di mistero, «stranamente romantica», da «co


spiratori», come nelle parole di Piero Girace: «Tutta quella gente,
stretta in un circolo, sotto una debole lampada elettrica, destava nel
la mia mente fantasie stranissime. Così dovevano essere i cospiratori
del Risorgimento; e mi sembrava di vivere le pagine della storia di
Mondolfo [...]. Certo un'aria stranamente romantica spirava in quelle
serotine riunioni»64. Analoga la sensazione avvertita da Donino Ron
carà: «Quell'anno [1921] fu il nostro Quarantotto, c'era in noi qualco
sa dei Carbonari e dei Cospiratori del Risorgimento, di Mazzini e di
Garibaldi, ma anche come un'ebbrezza pirica portata a noi dalle re
centi trincee»65. Era l'idea di partecipare ad un'esperienza esclusiva,
confinata al ristretto mondo della squadra, inaccessibile ed impene
trabile agli altri: «Si agiva nel mistero - racconta Girace -. Voci sus
surrate in un orecchio. "Questa sera alle dieci" . La nuova circolava
in segretezza, e tutti ci ritrovavamo all'ora fissata, al luogo convenu
to. Si ricomponevano così le squadre; e via in carrozzella, negli auto
carri o a piedi per i viottoli dei campi. Si ritornava dalla spedizione e

61 Girace, p. 43. Studente, squadrista, aderì al fascio di combattimento di Castellam


mare di Stabia (Napoli), sorto nel gennaio del 1921; cfr. ivi, p. 18.
62 Roncarà, p.19.
63 Girace, p. 19.
64 Ivi, p. 31.
65 Roncarà, p. 13.

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nessuno ne sapeva nulla nel paese»66. Il senso di esclusività ricorre
anche nelle riflessioni di Mario Piazzesi, lieto per la chiusura delle
scuole e finalmente libero di «far propaganda» nei paesi vicini, «tra i
tricolori spiegati al vento, l'acciottolio degli otturatori e la polvere
bianca che sottile ci avviluppava, quasi a nasconderci alla vista degli
altri mortali»67.

La partecipazione alla «vita dura» delle squadre d'azione si specifi


ca anche come ribellione nei confronti delle «ipocrisie» e delle «mol
lezze» dei «borghesucci benpensanti»: «Qual valore rappresentava
più, per noi - si domanda Roncarà -, la vicenda dei borghesucci
benpensanti i quali ci applaudivano in piazza e ci disapprovavano in
casa come sovvertitori dell'ordine sociale?»68. Specialmente nei giova
ni squadristi provenienti da un ambiente borghese, come ad esempio
Piazzesi o Girace, l'esperienza cameratesca produce una presa di di
stanza sempre maggiore dalla morale e dai costumi dell'ambiente di
provenienza. «Oggi mi sento ancor più lontano da questa "gente dab
bene"»69, annota Piazzesi sul diario dopo un anno di spedizioni. La
presa di distanza si traduce nel mutare degli atteggiamenti, dei modi
di fare e di esprimersi: «Mi accorgo che sto, anzi stiamo, cambiando
carattere. Siamo diventati duri, sgarbati, sempre irritati, con un lin
guaggio pittoresco ma molto popolare. Mia madre trova che stiamo
indurendo il nostro animo, che si parla di pistole, che si ricorda passa
ti conflitti, e che si auspica a nuovi, con una insistenza, come se questo
fosse l'unico scopo della nostra vita»70. In Girace la distanza dal «mon
do dabbene» passa attraverso il conflitto con la figura paterna, un libe
rale fervente, incapace di comprendere come, nel figlio, l'ansia per la
politica possa essere appagata dall'azione violenta:

Scorazzavamo da mane a sera per i borghi dove i comunisti tenevano an


cora il campo, battevamo le campagne ed accorrevamo nei paesi vicini. Una
sera ci recammo in una località distante da Castellammare alcune miglia.
Rincasai tardissimo, e mi buscai parecchi ceffoni da mia madre ed intermina
bili rimproveri da mio padre, il quale non poteva ammettere che un ragazzo
come me dovesse interessarsi di politica, e nella maniera violenta dei fascisti.
Diceva che eravamo dei pazzi, che avremmo dovuto agire con maggior ri

66 Girace, p. 35.
67 Piazzesi, p. 163.
68 Roncarà, p. 27.
69 Piazzesi, p. 184.
70 Ivi, p. 166.

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guardo alle idee degli altri, cercando in tutti i casi di fare opera di persuasione
e non d'imposizione. Non poteva capire, mio padre, liberale fervente, che or
mai i tempi erano cambiati, e che le parole e i discorsi non avevano alcun
valore71.

Per i due giovani, ben presto l'ambiente «vivo», «pittoresco» e com


posito delle squadre diviene preferibile alle compagnie del «mondo
dabbene», alla «viziata atmosfera borghese che da tempo sentiamo di
non poter più respirare»72.
La dimensione familiare è in genere un tema decisamente poco
presente nelle autobiografie. Lo squadrista descrive la propria esi
stenza quasi interamente racchiusa nel ristretto mondo della squa
dra. Un'attenzione particolare è tuttavia riservata alle madri, in pena
per i figli e descritte in pianti silenziosi tali da suscitare, nei figli stes
si, un sentimento di vergogna e dispiacere. Marcello Gallian ricorda
che arrossiva di vergogna quando la madre lo scopriva in compa
gnia della «ragazzaglia armata» e, scrive, «dovevamo di scatto darci
sotto ai portoni e alle case con due uscite a che lei non ci venisse
dietro»73. Piazzesi ricorda il dolore della madre, imbarazzata a con
fessare «alla dignitosa famiglia» di avere un figlio squadrista: «Mia
madre [...] non sa confessare alla dignitosa famiglia la mia situazio
ne, tace e piange nella notte quando è sola. Mi sento più lazzarone
che mai»74. E ancora, dopo giorni di assenza da casa per le spedizioni:

Ho trovato mia madre a letto sofferente: ma non è influenza come quasi


con pudore lei sostiene, è l'ansia che l'ha divorata. E mi ha accolto col suo
sguardo indulgente e con un «Oh!... sei tornato», che sospirato con un filo di
voce mi ha fatto più male di mille rimproveri. Ha anche sorriso, come se
volesse farsi perdonare di essere sofferente, per me, lazzarone di un figlio,
che da otto giorni non aveva dato segni di vita75.

La disapprovazione familiare per il fatto di essere fascisti, è evoca


ta in molte memorie. De Vecchi, ad esempio, ricorda come lo si in
colpasse di «far scempio del nostro buon nome» e gli appelli della

71 Girace, p. 53-34.
72 Piazzesi, p. 165.
73 Gallian, pp. 244-245. Sansepolcrista, squadrista, nel 1922 partecipò alla «marcia su
Roma». Per un profilo biografico di Gallian, si veda P. Buchignani, Marcello Gallian.
La rivolta antiborghese di un fascista anarchico, Roma, Bonacci, 1984, pp. 13-16.
74 Piazzesi, p. 185.
75 Ivi, p. 183.

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madre, che «non smetteva di ripetermi - scrive - che prima o poi mi
avrebbero messo le manette e spedito in carcere76; Paolucci narra
degli accorati appelli della madre affinché abbandonasse la politica
per la più tranquilla attività di medico77; Signoretti ricorda il profon
do scandalo di alcune sue carissime zie alla notìzia di un nipote fa
scista: «Come - si dicevano - tanto bravo a scuola; il padre ha fatto
tanti sacrifici per farlo studiare e lui è un fascista!»78.

Mussolini

Merita infine considerare il giudizio che scaturisce dalla mem


rialistica riguardo alla figura ed al ruolo di Mussolini nella prim
stagione del movimento fascista, in particolare soffermandosi -
l'interno della più complessiva raffigurazione del capo del fascism
e del dittatore - sul riconoscimento o meno della sua funzione di

«duce» del fascismo anche nel periodo delle origini.


Le memorie pubblicate durante il fascismo offrono un'immagine
piuttosto «semplificata» di Mussolini. Tutti gli autori, personaggi di
primo piano come Balbo e Farinacci e gregari come Girace e Ronca
rà, presentano il fascismo come un movimento compatto e discipli
nato, rispetto al quale Mussolini è il «duce magnifico». Mussolini,
fondatore e capo indiscusso del movimento, è colui che «devia il cor
so degli avvenimenti», che «illumina il cammino delle forze sane
della Nazione» e che infonde ad esse la «speranza» ed la concreta
possibilità di attuare la «rivoluzione nazionale». Sin dalla «storica
adunata», Mussolini è colui che tutto sa e tutto ha previsto. Italo Bal
bo, nell'introduzione al suo diario pubblicato nel 1932, scrive: «Io
credo che fino al 1920 soltanto Mussolini sapesse di preciso che cosa
voleva e dove era necessario arrivare»79.
Il giudizio non investe, evidentemente, il solo problema dell'auto
rità politica: nella rievocazione di episodi riferiti ai primi anni di vita
del movimento, è già presente una forte caratterizzazione del mito di
Mussolini. Il mito di Mussolini non solo è retrodatato alla nascita del

movimento ma, in alcuni casi, addirittura ad un periodo anteriore.


Edmondo Mazzucato, ad esempio, presenta Mussolini come «l'Uo

76 De Vecchi, p. 18.
77 Paolucci, pp. 228-229.
78 Signoretti, p. 101.
79 Balbo, p. 8.

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mo del destino italico», «l'Uomo della loro Fiamma Nera», cui si ob
bedirà «con intrepida fede, con disciplina impassibile, con maschio
coraggio» già rievocando il «primo contatto» tra gli Arditi e Mussoli
ni, avvenuto nel novembre 191880. L'immagine di Mussolini quale
«conquistatore dell'animo», tipica degli anni del regime, è dallo
squadrista Frullini assai anticipata: nelle memorie pubblicate nel
1933, rievocando il primo incontro con Mussolini, avvenuto circa
vent'anni prima, scrive: «il trascinatore di folle apparve ai miei occhi
attoniti come un conquistatore di anime e di popoli»81.
I tratti costitutivi del mito mussoliniano sono spesso ben presenti
nella rievocazione del «primo incontro» cop Mussolini, che per molti
gregari coincise con un rapido, ma indelebile sguardo del duce in
occasione della marcia su Roma. Il primo incontro, evento memora
bile, è in genere preceduto dalla lunga attesa che alimenta e accende
la fantasia. Prima dell'incontro, si fantastica sulla sua figura, grazie
ai racconti di persone a lui vicine o che l'hanno visto almeno una
volta. Così, ad alimentare l'ansia dell'incontro nel giovane squadri
sta Roncarà è Italo Balbo, che «quando viene a Copparo ci parla di
lui, ci affascina coi suoi racconti»82. Nel giovane Girace la curiosità è
accesa da un comandante della squadra d'azione napoletana, che gli
legge gli articoli di Mussolini custoditi nel portafogli83. Alla fantasia
alimentata dai racconti si aggiunge la visione del volto di Mussolini,
ritratto nelle fotografie appese nelle sale dei direttòri. Scrive Piero
Girace:

Guardavo, fissavo a lungo la sua fotografia come ipnotizzato. Leggevo nei


suoi occhi antiche leggende. E fantasticavo. Un giorno io l'avrei visto, e forse
anche conosciuto. Ormai io avevo appreso mille episodi della sua vita, la sua
giovinezza randagia, il suo esilio, le sue battaglie giornalistiche, le sue ore di
trincea. E sapevo ch'era anche poeta84.

Poi, finalmente, arriva l'incontro, immancabilmente presentato


come un «segno del destino», che avviene per «ventura», per «fortu
na», secondo un copione che si ripete: la sala o la piazza è più o meno
gremita, si attende impazienti l'arrivo di Mussolini, che d'improwi

80 Mazzucato, p. 69.
81 Frullini, p. 5.
82 Roncarà, p. 157.
85 Girace, pp. 38-39.
84 Ivi, pp. 31-32.

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so appare, suscitando il silenzio. Segue una minuziosa descrizione
fisica: dapprima il volto pallido, la barba incolta, gli abiti dismessi83.
Fin qui, un uomo come altri. Poi gli occhi e lo sguardo: Mussolini
osserva la platea con un rapido sguardo, ma in tutti è la sensazione
di aver incrociato i suoi occhi «magnetici», «roboanti», «sfavillanti»,
«spalancati sul futuro». «Indossava un abito nero, a falde - scrive
Roncarà -, pareva un semplice mortale di ritorno dal passeggio. Ma
i suoi occhi fermi e profondi erano fìssi sui nostri. Pareva guardarci
uno a uno nelle pupille»86. Quando inizia a parlare, il trasporto è
totale: le parole come pietre, affilate e concrete, chiariscono i senti
menti inespressi, illuminano la realtà. In breve, si ha la sensazione
di essere in un'altra epoca, si perde il senso della realtà e Mussolini
diventa un eroe di altri tempi: «Egli era uno di quei grandi personag
gi di cui scrive Tommaso Carlyle nel suo libro Gli Eroi - scrive Gira
ce -. Non erano trascorsi che pochi minuti, e mi sembrò di essere in
quella platea di legionari da tempo indefinito»87. Ulisse Igliori rac
conta che la prima volta che vide Mussolini (Fiume, autunno 1919),
gli apparve come un romano antico: «Ritorno col pensiero alla pri
ma volta che ebbi la fortuna di incontrare Renito Mussolini - scrive

Igliori -. [...] Era sceso dall'aeroplano [...] e vestito ancora dei panni
dell'aviatore, con la testa ed il volto pallido completamente rasati, ci
appariva come un romano antico, con la faccia dura e gli occhi acuti
e luminosi»88. Per i personaggi che hanno la «fortuna» di affiancare
Mussolini egli è il «Capo magnifico». Il diario di Italo Balbo, pubbli
cato nel 1932, è intriso di fiducia e ammirazione cieca ed incondizio
nata per il «Capo», descritto «affettuosissimo» negli «incontri indi
menticabili». Nell'ottobre 1922 - a stare al diario di Balbo - Mussoli

ni è già mito: «Sono arrivato stamane per incontrare Mussolini. Il


colloquio che ho avuto con Lui resterà indelebile nella memoria. Ho
sentito la mia anima vibrare all'unisono con la sua»89.
Decisamente più articolata è la raffigurazione di Mussolini nelle
memorie scritte e pubblicate dopo la caduta del fascismo o scritte
prima e rimaste inedite, come il diario di Piazzesi. Anzitutto, il «Mus

85 Sulla rappresentazione dell'immagine corporea di Mussolini, cfr. L. Passerini,


Mussolini immaginario. Storia di una biografia 1915-19)9, Roma-Bari, Laterza, 1991,
pp. 70 ss.
86 Roncarà, p. 175.
87 Girace, p. 84.
88 Igliori, in Graveiii, p. 77.
89 Balbo, p. 167.

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solini dei primi tempi» perde gli attributi carismatici, cosicché, ad
esempio, l'adesione al fascismo adesso non è spiegata con l'ammira
zione nei suoi confronti. Inoltre, il suo ruolo nella fase originaria del
movimento è palesemente ridimensionato, né egli è univocamente
identificato come «duce» anche nel periodo iniziale. All'immagine di
Mussolini che «tutto sa e tutto ha previsto» subentra quella di un
uomo molto più «a rimorchio degli avvenimenti» che «promotore di
avvenimenti che fanno storia». Il fascismo, lungi dall'essere «creatu
ra mussoliniana», sarebbe scaturito, piuttosto, dall'istinto di auto
conservazione della nazione, preesistente e indipendente dall'inizia
tiva mussoliniana90. Il Mussolini delle origini è rappresentato come
capo tra capi, coi quali deve condividere autorità e prestigio.

Di questo movimento iniziale - scrive l'ardito sansepolcrista Eno Meche


ri - Mussolini era né più né meno che un semplice membro del Comitato
Centrale; le sue proposte erano sottoposte al vaglio come tutte le altre, di
scusse, avversate, e talvolta anche bocciate. Non trattandosi di una setta e
neppure di un partito, [...] lo spirito di sudditanza all'uomo [...] non era nem
meno avvertito in questo ambiente libero e spregiudicato91.

Alcune memorie pongono una profonda distanza tra Mussolini e


lo squadrismo. Tutta la narrazione di Piazzesi contrappone tra la
«politica» violenta delle squadre a quella burocratica dei capi mila
nesi: Mussolini è «quello del Popolo d'Italia», i membri del Comitato
centrale sono «quelli di Milano», i rappresentanti ai congressi nazio
nali «i nostri Soloni». Come ha sottolineato Mario Toscano, Mussoli
ni «[vi] appare un personaggio lontano, sfuggente, per certi aspetti
imbarazzante per un movimento che ha le sue radici nella realtà
locale di violenza e di rapporti di forze, certamente assai meno fami
liare dei ras locali e dei capi delle squadre»92. Il capo, per Piazzesi, è
colui che guida la spedizione: un capo che non è eletto né imposto
per qualità politiche, ma per l'audacia ed il coraggio mostrati in com
battimento. È capo per come combatte, per come sa morire. «Il capo
- scrive Piazzesi - era magnifico, freddo, sereno, intuiva le situazioni
e si orientava in quel dedalo di stradine, come se avesse già a mente
di dove sarebbero sbucati gli avversari»93. Molto significativo è il ri

90 Cfr. Grandi, p. 107; Rocca, p. 76; Fanelli, pp. 55-56.


91 Mecheri, p. 33.
92 Toscano, introduzione a Piazzesi, p. 2-3.
93 Piazzesi, p. 176.

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cordo di Cesare Maria De Vecchi, a proposito di una spedizione pu
nitiva dell'aprile del 1921, ove alcuni squadristi torinesi: «Partiti sen
za un capo, lo trovarono durante l'assalto o, quanto meno, l'elessero
sul momento a causa della sua audacia. Si trattava del giovane te
nente di complemento Cesarino Revel, già volontario di guerra. [...]
aveva il viso appena velato di una leggera peluria e le sue mosse
erano scattanti come quelle di un animale da preda»94. Mussolini
non può rappresentare il capo dello squadrismo per una ragione
semplicissima: perché l'ambiente libero e spregiudicato dello squa
drismo non ammette, per sua natura, un capo diverso da quello
espresso dalla sua stessa realtà.

Nessuno - scrive Fanelli - [...] poteva pensare a un dittatore. La dittatura


era impensabile per degli uomini liberi come fummo noi squadristi, indiffe
renti a qualunque autorità che non fosse quella del capo espresso dalla
squadra nel corso di un'azione punitiva. [...] In ogni caso - continua Fanelli -
il vecchio squadrismo accettò Mussolini come duce del fascismo, ma mai lo
riconobbe come proprio capo, in quanto non era mai stato uno di loro95.

Nel ricordo dei memorialisti Mussolini è l'uomo della situazione,


ma non l'eroe, poiché privo di quelle qualità eroiche - amore per il
rischio e per il pericolo, coraggio e spirito di sacrificio - che solo a
D'Annunzio si riconoscono. Tanto i personaggi che affiancarono il
«Comandante» che i giovanissimi non accorsi a Fiume manifestano
un profondo sentimento filodannunziano, particolarmente legato
alla «marcia di Ronchi» e alla vicenda fiumana. Sebbene tanto D'An

nunzio quanto Mussolini siano indicati come capi della riscossa del
la «nazione», poiché mossi entrambi dalla volontà di impedirne il
«disastro», è D'Annunzio - e non Mussolini - che realizza compiuta
mente l'immagine dell'eroe nazionale capace di «incendiare i cuori»
e «accendere le speranze». Mentre il «politico» Mussolini è descritto
ai suoi primi passi di «agitatore», D'Annunzio è già l'eroe trascinatore
di folle e di passioni che, mosso da un «coraggio di cuore e non di
testa», ha osato ribellarsi alle decisioni del congresso di Parigi, impo
nendosi all'attenzione mondiale e facendo di Fiume la speranza ed il
simbolo della rinascita nazionale. I memorialisti, pur sottolineando
l'unità d'intenti, insistono sulle differenze di origine, di tempera

94 De Vecchi, p. 40.
üä Fanelli, pp. 190-191.

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mento, di formazione politica e culturale che portarono l'uno e l'al
tro a delineare strategie diverse. «D'Annunzio e Mussolini - scrive
Fanelli - avevano certamente in comune gli stessi moventi, ma [...]
l'uno agiva per sogno, l'altro per ragione, dato che l'uno era figlio
della borghesia patriottica e provinciale, l'altro era il prodotto del
proletariato internazionalista, che sfruttava gli aspetti utilitari del
patriottismo esaltati dalla vittoria»96. È proprio in questa contrappo
sizione tra le due personalità che trapela una venerazione per la fi
gura di D'Annunzio certo superiore a quella ancora incerta nutrita
per Mussolini. Da una parte l'artista, immagine di purezza inconta
minata dagli «sporchi affari» della politica; dall'altra il politico abile,
ma privo della generosità del guerriero.
Di D'Annunzio si esalta la nobiltà d'animo e la purezza dello spiri
to, che lo portano ad essere, prima ancora che artefice della riscossa
nazionale, il leggendario eroe della «Grande guerra». «La guerra -
scrive Eno Mecheri -, nella quale si era prodigato giovanilmente
malgrado i suoi cinquantacinque anni, mettendo in luce qualità eroi
che d'eccezione, l'aveva profondamente umanizzato»97. «Patriota ar
dente e fedele - lo ricorda Giuriati, che era stato capo di gabinetto di
D'Annunzio a Fiume -, determinato a giocare la vita pur di portare il
suo paese alla vittoria e alla potenza. [...] E tanto si diffuse nel cuore
semplice e generoso del soldato l'ammirazione per le sue gesta, che
quando la guerra finì il bianco lancere era già un capo, aveva un
esercito pronto a seguirlo»98. Non minore è l'ammirazione di quei
giovanissimi che ne subirono solo indirettamente il fascino. Alfredo
Signoretti ricorda come, nonostante l'ammirazione crescente per il
direttore del «Popolo d'Italia», per lui come per i suoi compagni il
vero idolo restasse Gabriele D'Annunzio:

Se io, se i miei amici pensavamo, e ci pensavamo, ad un capo che taglias


se con ogni mezzo i mille nodi della vita politica italiana [...] non pensavamo
a Benito Mussolini, pensavamo a Gabriele D'Annunzio: per D'Annunzio,
non per Mussolini, squillarono dai nostri petti le strofe cantate con un'attesa
messianica1 99

96 Fanelli, p. 62.
97 Mecheri, p. 173.
98 Giuriati, pp. 12-13.
99 Signoretti, p. 65. Giornalista e scrittore, nelle proprie memorie ripercorre gli anni
della sua giovinezza trascorsa a Roma. Studente, si iscrisse al fascio romano di com
battimento nel maggio del 1919; cff. ivi, pp. 59-60.

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Tuttavia, la figura di D'Annunzio finisce per restare confinata in
questa dimensione mitico-leggendaria, a riscontro almeno parziale
della tesi di Emilio Gentile, secondo la quale, almeno fino al 1921, il
vero capo per moltissimi fascisti non fu Mussolini, ma D'Annunzio,
il poeta-guerriero nel quale le «avanguardie del combattentismo»
trovarono il loro eroe e la loro guida100. Tale tesi è indubbiamente
confermata dalla memorialistica per ciò che attiene la profonda am
mirazione nutrita per il Comandante, che appare di gran lunga mag
giore di quella ancora incerta per Mussolini. D'altra parte, però, non
ci sono elementi tali da poter dire che i memorialisti abbiano guar
dato a D'Annunzio anche come ad una guida politica. Nonostante
l'aureola di ammirazione, D'Annunzio è rappresentato molto più
come una guida «spirituale» che politica; egli è un «Papa laico», l'eroe
romantico capace di alimentare con il sogno la realtà, e proprio in
ciò appare risiedere la sua grandezza e il suo successo. L'immagine
di D'Annunzio quale guida politica è tutt'al più rintracciabile nella
prima fase del movimento quando, scrive Fanelli, «l'elemento com
battentistico cittadino guardava a D'Annunzio come alla sola volontà
di fare esso uno strumento di lotta e di riscossa nazionale»101. Ma ad

eccezione di Signoretti che in occasione del «Natale di sangue»


espressamente dichiara: «allora per me non c'erano dubbi nel con
fronto tra i due uomini anche sul terreno politico: il Condottiero era
D'Annunzio ed anche Mussolini avrebbe dovuto accettare tale prio
rità ed uniformarvisi»102, nella memorialistica non si rintraccia una
chiara identificazione di D'Annunzio quale capo, tantomeno succes
sivamente alla vicenda fiumana. Del resto lo stesso Dino Grandi, che
pure nel settembre del 1921 si recò con Balbo a Gardone per offrire a
D'Annunzio la guida del movimento103, nelle proprie memorie sem
bra dare molto più peso a preoccupazioni di ordine politico-sindaca
le (difesa delle organizzazioni sindacali fasciste sviluppatesi nella
Valle padana e messe a rischio dal patto di pacificazione), che non

100 Cfr. E. Gentile, Le origini dell'ideologia fascista 1918-1925, Roma-Bari, Laterza,


1975, pp. 166 ss.; Il mito di Mussolini, «Mondoperaio», luglio-agosto 1983.
101 Fanelli, pp. 85-86.
102 Signoretti, p. 103.
103 La visita si risolse in un nulla di fatto: il poeta declinò l'invito rispondendo di non
aver potuto interrogare le stelle a causa del cielo nuvoloso. Sulla vicenda, cfr. R. De
Felice, Mussolini ilfascista I. La conquista del potere 1921-1925, Torino, Einaudi, 1966,
p. 151, nota 3; P. Nello, Dino Grandi. La formazione di un leader politico, Bologna, Il
Mulino, 1987, p. 154.

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alla scelta della guida politica, che appare semmai piuttosto stru
mentale104. Con il «Natale di sangue» D'Annunzio appare aver con
cluso la sua «vicenda politica», pur restando ferma l'ammirazione
per lui come uomo: «Dopo Fiume - scrive Fanelli - D'Annunzio è un
sole che si tuffa nel magico rossore del tramonto»105.
Del resto, è forse lecito domandarsi se l'idea di una guida «mora
le», anziché politica, non sia più congeniale alla natura e allo spirito
di un movimento come quello fascista, che i memorialisti presenta
no libero e spregiudicato, refrattario all'idea di un capo che non fos
se quello espresso dalla realtà quotidiana e locale delle squadre.

505

104 Cfr. Grandi, pp. 143-148.


105 Fanelli, p. 81.

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