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Religione dell'antica Grecia

Per religione dell'antica Grecia, si intende l'insieme di credenze, miti, rituali, culti misterici, teologie e pratiche teurgiche e
spirituali[1][2] professate nella Grecia antica, sottoforma di religione pubblica, filosofica o iniziatica.

Le origini della religione greca vanno individuate nella preistoria dei primi popoli
abitanti l'Europa, nelle credenze e nelle tradizioni di differenti popoli indoeuropei che,
a partire dal XXVI secolo a.C., migrarono in quelle regioni, nelle civiltà minoica e
micenea e nelle influenze delle civiltà del Vicino Oriente antico occorse lungo i
secoli[5][6][7].

La "religione greca" cessò di essere con gli editti promulgati dall'imperatore romano di
fede cristiana Teodosio I, il quale proibì tutti i culti non cristiani, ivi compresi i misteri
eleusini, e con le devastazioni operate dai Goti lungo il IV e il V secolo d.C.[8].

2 Premessa
L'espressione "religione greca" è di conio moderno. Gli antichi Greci non possedevano
un termine per ciò che il termine moderno "religione" intende indicare in modo
peraltro problematico[9].

Apollo Sauroktόnos (Σαυροκτόνος),


Il termine che nella lingua greca moderna indica la "religione" è θρησκεία (threskèia).
copia romana dell'originale di
Tale termine è collegato a θρησκός (threskòs; "pio", "timoroso di Dio"). Quindi anche se Prassitele (IV secolo a.C.) (Museo
del Louvre). Il dio Apollo è stato
nella cultura religiosa greco-antica non esisteva un termine che riassumesse quello che
indicato come il dio greco per
noi intendiamo oggi per "religione"[10], threskèia[11] possedeva tuttavia un ruolo e un eccellenza[3], questo sia per la larga
significato precisi[12]: indicava la modalità formale con cui andava celebrato il culto a diffusione del suo culto, sia per la
diffusione di nomi teoforici indicanti il
favore degli dèi[13]. Scopo del culto religioso greco era infatti quello di mantenere la dio, sia per la numerosità di città
concordia con gli dèi: non celebrare loro il culto significava provocarne l'ira, da qui il coloniali a lui dedicate con il nome
"Apollonia", sia per l'ideale del
"timore della divinità" (θρησκός) che lo stesso culto provocava in quanto connesso con la koûros (κόρος, "giovane"), che gli
dimensione del sacro. appartiene e dà il "suo carattere
peculiare alla cultura greca nel suo
Mario Vegetti[14] accosta al termine moderno di "religione" quello greco antico di complesso"[4].

eusebeia ovvero la cura nei confronti degli dèi[15].

Se quindi il termine "religione" non appartiene, neppure etimologicamente, alla lingua greca antica, anche il termine "greco"
era del tutto sconosciuto agli antichi Greci. Il termine "greco" origina infatti dal latino Graecu(m), a sua volta dall'etnico
Graikoi che, originariamente, indicava solo una popolazione di stirpe eolica, proveniente da Tanagra e dall'isola di Eubea,
che colonizzò il Mediterraneo occidentale fondando, in particolare, la città di Cuma. Furono i Romani ad estendere il
termine Graikoi, da loro reso come Graecu(m), per menzionare tutti i popoli "Greci" originariamente appellati per lo più
come Elleni (Ἕλληνες, Héllēnes)[16][17].

Ciò premesso, è indubitabile in questa civiltà il ruolo fondamentale ricoperto dall'esperienza religiosa:

«La religione, ha scritto Burckhardt, non era per i greci «al di sopra o accanto alla pólis, perché culto e vita» erano
«una sola cosa». O erano quantomeno strettissimamente intrecciati. Ogni pasto, ogni simposio, ogni battaglia
cominciava con un sacrificio; ogni assemblea popolare con una preghiera. Gli argomenti di natura religiosa erano in
cima all’ordine del giorno. Le sottosezioni della cittadinanza si incontravano attorno agli altari, celebravano i loro
culti e poi, per esempio, accoglievano i neonati nelle loro file, offrivano sacrifici e mangiavano solennemente le
carni degli animali sacrificati. La volontà degli dèi era accuratamente sondata dai veggenti. Uomini e donne, padri di
famiglia e dignitari della comunità non perdevano d’occhio gli dèi e si adoperavano per renderseli benevoli, sia
quando c’era una ragione particolare per farlo, sia perché così voleva la regola.»

(Christian Meier. Cultura, libertà e democrazia. Alle origini dell’Europa, l’antica Grecia. Milano, Garzanti, 2009, p. 144)
Qualsivoglia aspetto della vita dell'uomo greco aveva sempre e comunque una valenza
religiosa, per questo in quella cultura non esisteva un termine per indicare la
"religione", ovvero una chiara distinzione dell'ambito "sacro" da quello "profano",
nozione, la "religione" che nella sua accezione comune e "moderna" non esiste prima
del XVIII secolo[18].

3La religione greca come mito, culto e


rappresentazione
Seppure nozione dibattuta, la religione, in generale, si esprime per mezzo di racconti,
Ermes Ludovisi (Museo Nazionale
rappresentazioni artistiche, culti[19]. Romano). Ermes è il messaggero
degli dei, dio dell'eloquenza, nonché
La religione greca è comunemente conosciuta soprattutto per mezzo dei miti[20] che ne psicopompo ovvero guida delle
anime dei morti.
compongono la mitologia. Fin dall'avvio del suo studio nel corso del Rinascimento,
infatti, e per tutto il XIX secolo, la religione greca è stata considerata essenzialmente
come mitologia[21].

Nel corso della prima metà del XX secolo questo paradigma è entrato in crisi: autori come André-Jean Festugière[22] hanno
considerato lo studio della mitologia greca come fuorviante ai fini di una conoscenza della effettiva religione che andava
conosciuta per mezzo dei riti.

Le ragioni di questa crisi sono molteplici e vanno dalla personale impostazione degli studiosi al fatto che «il progresso degli
studi classici, lo sviluppo in particolare, dell'archeologia e dell'epigrafia, hanno aperto agli antichisti, a fianco del campo
mitologico, nuovi campi di ricerca che hanno indotto a mettere in causa, talvolta per modificarlo piuttosto in profondità, il
quadro della religione greca offerto dalla sola tradizione letteraria»[23].

Dalla seconda metà del XX secolo, vi è una riconsiderazione complessiva dello studio della religione greca: «Il mito gioca la
sua parte in questo insieme allo stesso titolo delle pratiche rituali e dei fatti di figurazione del divino: mito, rito,
rappresentazione figurata, tali sono i tre momenti di espressione - verbale, gestuale, figurata - attraverso cui si manifesta
l'esperienza religiosa dei Greci, ciascuno costituendo un linguaggio specifico che, fino nella sua associazione agli altri due,
risponde a bisogni particolari e assume una funzione autonoma.»[23].

4 Le origini
Alla base della religione greca vi sono molteplici fondamenta: la cultura preistorica europea e quella degli invasori
indoeuropei, le civiltà minoica e micenea nonché i contributi delle civiltà vicino-orientali[24].

5 La religione greca nel periodo arcaico e classico


A seguito del crollo della civiltà micenea e del seguente periodo dei secoli oscuri che ha visto l'affermazione dei Dori,
emergono le prime póleis (città) come atto spontaneo di aggregazione delle comunità greche. Con la polis, cambia anche la
forma di governo: al dominio centralizzato dal palazzo sede del re subentra la comunità, aristocratica, degli opliti-contadini.
Il rito religioso del sacrificio subisce in questo quadro una profonda revisione: durante il banchetto comunitario, le offerte
vengono bruciate per gli dei su un altare, senza che un sacerdote o un re possano servirsi delle porzioni sacrali[25]. Al
contempo, il crollo della civiltà palaziale micenea lascia spazio al
ritorno di antichissimi culti[26]. Appaiono le prime statue in bronzo
degli dèi nudi, e seppur Dioniso compare nella cultura religiosa
micenea, in questo periodo le «maschere corrono in divina
disinibizione.»[26].

Molteplici tradizioni concorrono a saldare i riti di comunità che


condividono la medesima lingua[27]. Questa lingua serve a veicolare tali
tradizioni attraverso autorità letterarie, come Esiodo e, in maggior
misura, Omero, in Grecia[28]. Accanto al racconto "omerico", rimane
fondante il culto che trova nel sacrificio il suo momento supremo. Non
solo, la presenza filosofi occorre lungo tutta la storia della religione
greca a reinterpretare lo stesso racconto in senso "teologico", anche
attraverso una critica radicale dei contenuti "omerici"[29] e con
Artemide Efesia risalente significativi cambiamenti di prospettiva[30].
al II secolo d.C. (Museo
archeologico nazionale
Per la religione greca "omerica" la realtà è divisa tra gli esseri immortali
di Napoli).
(dèi) e quelli mortali (uomini), dove all'uomo è assegnato un preciso Statua in marmo pario
destino[31] che non deve evadere, pena di sconfinare nella hýbris[32][33], della dea greca Artemide
(Ἄρτεμις) rinvenuta a
che viene ricordato dal motto delfico di «Conosci te stesso» (Γνῶθι σεαυτόν, gnôthi seautón) col Delo (Museo
significato di "non superare la tua condizione mortale" mettendoti sullo stesso piano degli dèi[34]. archeologico nazionale
di Atene).
Con Platone il paradigma cambia: il filosofo ateniese del IV secolo a.C., facendo leva sulle
credenze proprie delle religioni misteriche, consegna all'uomo la
possibilità di divenire immortale, quindi di rendere sé stesso simile a
un dio[35]. Si passa quindi da una visione della religione molto terrena
presente in Omero, ad una religiosità platonica che acquisisce una
componente ultraterrena, dove l'anima immortale costituisce col
corpo mortale una dualità che va a caratterizzare la religione orfica[36].

La presenza del mito raccontato dai poeti, l'obbligatoria pratica


cultuale cittadina e l'insegnamento teologico dei filosofi, rappresenta Afrodite (Aφροδίτη) a
cavallo di un cigno
la composita condizione in cui si trovava l'uomo greco di fronte al
(tomba F43 Kameiros,
Ritratto di Omero del tipo sacro, diviso fra una "teologia dei poeti" ed una teologia istituzionale Rodi). Il cigno animale
"Epimenide" (il genere sacro alla Dea e
legata alla pòlis, alle quali viene ad aggiungersi la "teologia naturale" dei
ritenuto più antico; compagno di Apollo,
questa è una copia filosofi[37]. nella tradizione religiosa
romana di un originale greca è una ierofania
greco del V secolo a.C., vivente della luce.
conservato presso la
Glyptothek di Monaco). 5.1 La religione del "mondo di Omero"
Il mondo di Omero è il mondo descritto essenzialmente dai poemi epico-religiosi dell'Iliade e
dell'Odissea, come anche dalla Teogonia di Esiodo e dai cosiddetti Inni omerici. La datazione di queste opere si situa tra
l'VIII e il VI secolo a.C.[38].

5.1.1 Le Muse e l'origine sacra del canto


I poemi omerici, così come la Teogonia di Esiodo, si contraddistinguono per un preciso incipit che richiama l'intervento di
alcune dee indicate con il nome di "Muse" (Μοῦσαι, -ῶν), per esempio in quello dell'Iliade.

(GRC) (IT)
«Μῆνιν ἄειδε, θεά, Πηληιάδεω Ἀχιλῆος «Canta Musa divina, l'ira di Achille
οὐλομένην, ἣ μυρί’ Ἀχαιοῖς ἄλγε’ ἔθηκε» l'ira rovinosa che portò ai Greci inf

(Iliade, I. Traduzione di Guido Paduano. Milano, Mondadori, 2007, p.


)
(
3)

Le Muse sono figlie di Zeus e Mnemosine (la "Memoria") e la loro guida


era Apollo[39]. L'importanza delle muse nella religione greca era elevata:
esse infatti rappresentavano l'ideale supremo dell'Arte, intesa come
verità del "Tutto" ovvero l'«eterna magnificenza del divino»[40].

In occasione del suo matrimonio, Zeus domandò agli altri dèi quale
fosse un loro desiderio non ancora esaudito e questi gli risposero
chiedendo di generare delle divinità «capaci di celebrare, attraverso la
Eros con l'arco, copia
parola e la musica, le sue grandi imprese e tutto ciò che egli aveva
romana in marmo
stabilito.»[41]. Se dunque le Muse sono quelle dee che rappresentano dall'originale di Lisippo
l'ideale supremo dell'arte, i poeti sono da loro "posseduti", sono conservata nei Musei
Capitolini di Roma.
entheos, (ἔνθεος "pieni di Dio") come ricorda lo stesso Democrito:
«"Bello" è assai tutto ciò che un poeta scrive in stato di entusiasmo e
agitato da un afflato divino»[42] Ed essere entheos, "pieno di Dio", è una condizione che «il poeta
condivide con altri ispirati: i profeti, le baccanti e le pitonesse»[43][45]. Donando agli uomini la
Statua in marmo pario
possibilità di parlare secondo il "vero"[46], le figlie di Mnemosýne consentono ai cantori di
del dio Pan (Πάν)
rinvenuta a Sparta "ricordare" avendo questa stessa funzione uno statuto religioso e un proprio culto[47].
(Museo archeologico
nazionale di Atene). Questa memoria dei poeti non corrisponde agli stessi fini di quella degli uomini moderni, dato
che si tratta di un'onniscienza di carattere divinatorio. Essa si definisce
attraverso la formula: "ciò che è, ciò che sarà, ciò che fu"[48]. La parola
cantata, pronunciata da un poeta dotato di un dono di veggenza, è una
parola che si riferisce ad una verità divina che, per sua propria virtù,
istituisce un mondo simbolico religioso a contatto con il mondo
reale[49]. Il canto dei poeti acquisisce così anche un potere dalle
caratteristiche magiche, capace di curare i mali[50] e di far dimenticare
le disgrazie[51].
Eris (Ἔρις) la dea della
discordia e della
competizione, in un kylix
5.1.2 Il mondo di Omero a figure nere risalente al
VI secolo a.C. (Altes
Museum di Berlino).
Il mondo descritto da questi canti è un mondo pienamente dotato di Figlia della Notte (Nύξ,
vita, dove ogni aspetto della natura ha una personalità tangibile ed una Nyx) è madre, tra gli
altri, dei Dolori, delle
Afrodite Sosandra volontà, al pari di ogni essere vivente e divino[52]. Talete stesso, nel VII
Menzogne e degli
("salvatrice degli secolo a.C. indicò questo mondo come pieno di divinità[53]. Per gli Assassinii.
uomini"), copia romana
(II secolo d.C.) uomini, calcare la terra era tutt'uno con entrare in contatto – almeno
dall'originale di Calamide col pensiero – con elementi della sfera divina[52].
(Museo archeologico
nazionale di Napoli).
Il mondo di Omero non è il nostro mondo nemmeno nelle dimensioni. Esso corrisponde a un
disco del diametro di quattromila chilometri: Delfi, e quindi la Grecia, è il centro del disco.
Questo disco, anch'esso divino e indicato con il nome di Gaia (Γαῖα anche Γῆ Gea), è a sua volta circondato da un largo fiume
(e dio) indicato con il nome di Oceano (Ὠκεανός, Ōkeanós) le cui acque corrispondono all'oceano Atlantico, al mar Baltico, al
mar Caspio, alle coste settentrionali dell'oceano Indiano e al confine meridionale della Nubia. Il Sole (divino anch'esso e
indicato con il nome di Helios, Ἥλιος) attraversa nella sua rotazione questo disco, ma il suo volto lucente illumina solo esso,
ne consegue che il mondo al di là del disco e quindi della rotazione del sole, ovvero ciò che è oltre il fiume Oceano risulti
privo di luce. Da Oceano hanno origine le altre acque, anche quelle infere come lo Stige attraverso connessioni
sotterranee[54]. Quando i corpi celesti tramontano si bagnano nell'Oceano[55], così lo stesso Sole, dopo essere tramontato, lo
attraversa per mezzo di una coppa d'oro per risorgere da Oriente il mattino seguente[56]. Al di là del fiume Oceano, c'è il
buio, vi sono le aperture all'Erebo, il mondo sotterraneo, lì, presso queste aperture, vivono i Cimmeri.
Il disco terrestre circondato dal dio-fiume Oceano è suddiviso in tre parti: nord-ovest abitato
dagli Iperborei[57]; il meridione, dopo l'Egitto, è abitato dai devoti Etiopi, uomini dal volto bruciato
dal Sole, oltre le terre dei quali vivono i nani Pigmei (Πυγμαῖοι); tra queste due estremità vi è la
zona temperata del Mediterraneo nel cui centro si colloca la Grecia. Dal punto di vista verticale, il
mondo omerico ha come tetto il Cielo (divino anch'esso con il nome di Urano, Οὐρανός Ouranós),
costituito di bronzo, il quale delimita il percorso del Sole. Ai limiti del Cielo volteggiano gli dèi che
amano sedersi sulle cime dei monti e da lì contemplare le vicende del mondo. Dimora degli dèi è
uno di questi, il monte Olimpo. Sotto la Terra si situa il Tartaro (Τάϱταϱος, Tártaros; divinità
anch'essa), luogo buio, dove sono incatenati i Titani (Τιτάνες Titánes), divinità sconfitte dagli Dei,
luogo circondato da mura di bronzo e chiuso da porte fabbricato da Posidone. La distanza posta
Statua di Iupiter alta 3.47
tra la sommità di Urano e la Terra, ci dice Esiodo nella Teogonia[58], è percorribile da una incudine
metri (Museo statale
Ermitage), ispirata alla lasciata da lì cadere che raggiungerà la superficie della Terra all'alba del decimo giorno;
statua di Zeus a Olimpia medesima distanza oppone la Terra dalla base del Tartaro. Tra l'Urano e il Tartaro si situa dunque
di Fidia.
quel "mondo di mezzo" abitato da Dei celesti e sotterranei, semidei, uomini e animali, dai vivi e
dai morti.

5.1.3 La Teogonia esiodea

Gli Dei e gli Eroi della religione


5.2

greca arcaica e classica Interno della kylix del


Pittore della Fonderia a
figure rosse, che
Cronide di Capo
Artemisio, una statua in
5.2.1 Gli Dei rappresenta Efesto
bronzo di Poseidone, seduto mentre rifinisce
risalente al V secolo a.C. con il martello l'elmo di
Il termine con cui in lingua greca antica si indica genericamente un dio Achille. La nereide Teti,
(Museo archeologico
nazionale di Atene). è Theós (Θεός; pl. Theoí Θεοί)[59]. Se l'equivalenza tra l'italiano e il greco madre dell'Eroe,
esamina lo scudo e la
Posidone era antico è questa, tali termini si differenziano però nei loro significati.
originariamente il dio lancia.
dell'acqua e del
Già Ulrich von Wilamowitz-Moellendorff aveva evidenziato come il
terremoto, solo termine theós non dispone in greco antico del vocativo, osservazione
successivamente fu
dirimente se prendiamo in considerazione l'importanza del culto in questa religione. Infatti con il
associato al mare.
vocativo vengono indicati esclusivamente i nomi propri degli Dei. Károly Kerényi[60] osserva in
aggiunta che theós possiede la funzione di predicato, chiarendo che «è specificatamente greco
dire di un evento: "È theós!». Kerényi cita ad esempio Euripide che in Elena fa sostenere che «O dèi! Perché è dio quando si
riconoscono i propri cari.»[61]. Theós è quindi l'irrompere dell'"evento divino" (theîon θεῖον). E tale "divino" è, per la
concezione religiosa dei Greci, nota Walter F. Otto:

«il fondamento di ogni essere e di ogni accadere, e tale fondamento traspare così chiaramente attraverso ogni cosa
e fatto, che essa è obbligata a parlarne anche in rapporto alle cose e ai fatti più naturali e comuni»

(Otto 2005a, p. 25)

5.2.1.1 La nozione greca della divinità

Come ha evidenziato Jean-Pierre Vernant[62] gli dèi greci non sono persone con una propria identità, quanto piuttosto
risultano essere "potenze" che agiscono assumendo poliedriche forme e non identificandosi mai completamente con tali
manifestazioni. Gabriella Pironti[63] ricorda a tal proposito l'Anabasi di Senofonte, il quale si trova in condizioni di difficoltà
economiche perché pur avendo onorato Zeus Basileus si è dimenticato di onorare Zeus Meilichios collegato alle fortune
familiari e quindi economiche[64]. Queste potenze sono "il motore del mondo"[65]: condizionano l'esistenza umana, l'ambiente
naturale e tutti gli aspetti della vita sociale e politica[66]. Inoltre, questa influenza dell'esistenza umana è da considerarsi
come una spinta interna, con la divinità che determina lo stato d'animo e le inclinazioni dell'uomo. Così Afrodite è la causa
scatenatrice dell'incanto d'amore, il sentimento di pudore è determinato dall'influenza di
Aidos, eccetera…[67] Omero non sostiene che si "ha" un modo giusto di vedere, ma si
"comprende" tale modo, e lo si comprende perché esso ci appare per mezzo delle divinità[68]
(nozione della atē ἄτη espressa anche dal verbo aasasthai, in quest'ultimo caso senza
l'intervento divino[69]). Tale comprensione può essere da loro offuscata, come denunciano
Omero e i tragici, quindi chi sbaglia non lo fa per cattiva volontà, ma perché gli dei decidono
di offuscargli la mente[68]. Allo stesso modo «in ogni azione importante dell'uomo agisce un
Dio»[70]. Anche se, come evidenzia Max Pohlenz, persino nei momenti in cui è condizionato
da tali potenze, egli non si percepisce come privo di "libera scelta"[71].

Gli dèi greci sono "potenze" caratterizzate dall'essere estranee agli affanni (ἀκηδής akēdḗs) e
dalla sofferenza (ἀχεύω acheúō) come ricorda l'eroe Achille:

(GRC) (IT)
«ὡς γὰρ ἐπεκλώσαντο θεοὶ δειλοῖσι βροτοῖσι «Questo destino hanno dato gli dèi ai
ζώειν ἀχνυμένοις· αὐτοὶ δέ τ' ἀκηδέες εἰσί.» mortali infelici:
vivere afflitti, ma loro sono immuni da
pena»
Afrodite di "Cnido" (anche
Afrodite Cnidia), copia (Iliade XXIV, 525-6. Traduzione di Guido
romana in marmo di un Paduano p. 781)
originale di Prassitele (IV
Neanche corpo fisico, spesso di forma umana, con cui possono manifestarsi gli dèi, coincide
secolo a.C.) (Museo
nazionale di Roma). con quello umano: in esso, infatti, non circola il sangue, ma un altro umore, l'ichór (ἰχώρ).
Questo perché gli dèi non si alimentano di cereali e di vino[72][73].

Purtuttavia questi corpi fisici si manifestano come potenze, come quando Apollo colpisce con la mano Patroclo[74], e sono
individuabili anche se utilizzano corpi simili agli uomini, proprio per mezzo delle loro tracce (ichnos, ἴχνος) come osserva
Aiace Oileo dopo aver scorto Posidone[75]. Però questa demarcazione tra dèi e uomini non sempre è rispettata[76], come nel
caso, ad esempio, di Efesto e di Teti che si qualificano come colpiti dal dolore (achnymenoi)[77][78].

Gli dèi greci posseggono inoltre la caratteristica di differenziarsi nell'ambito delle loro rispettive "potenze" e di pagarne caro
il prezzo qualora si avventurassero in ambiti che non gli sono propri, come ricorda Zeus ad Afrodite ferita da Diomede dopo
il suo tentativo di proteggere Enea[79]. O ancora corrono a chiedere il sostegno della potenza altrui, come fa Era, ottenendo
il nastro ricamato "dov'erano tutti gli incanti" proprietà di Afrodite, allo scopo di sedurre il re degli dèi Zeus[80].

Separati dagli uomini per natura, condizione e destino, gli dèi vengono rappresentati dai greci secondo i canoni assoluti
della bellezza[81].

5.2.1.2 Termine e nozione di "politeismo"

La religione greca è dunque indubbiamente, almeno nei suoi aspetti più diffusi, una religione politeistica. Occorre tuttavia
precisare che sia il termine che la nozione di "politeismo" non sono conosciuti nel mondo greco. Tale termine, "politeismo"
(dal greco πολύς polys + θεοί theoi ad indicare "molti dèi"), è attestato solo nelle lingue moderne ed ha origine in Francia a
partire dal XVI secolo, esso deriva dall'analogo termine greco polytheia coniato dal filosofo giudaico di lingua greca Filone di
Alessandria (20 a.C.-50 d.C.) per indicare la differenza tra l'unicità del dio ebraico rispetto alla nozione pluralistica dello
stesso propria delle religioni antiche[82].

5.2.2 Gli Eroi


Nella religione greca, gli eroi sono esseri su un piano intermedio tra l'uomo e la divinità[83][84]. Nel periodo omerico gli eroi
vengono appellati semidèi (ἡμίθεοι)[85]. Gli eroi per quanto di natura eccezionale, sono simili e vicini agli uomini, nelle loro
vene scorre sangue e non icore, proprio agli dei[86], e non possiedono poteri magici o soprannaturali[87], mentre partecipano
alle vicende umane sulla terra.

E seppur nella cultura omerica, gli eroi sono coloro che nei poemi vengono cantati per le loro
gesta, successivamente tale termine occorre ad indicare tutti coloro che, morti, dalla loro
tomba sono in grado di condizionare, positivamente o negativamente, la vita dei "vivi" e che
per questo richiedono degli appropriati culti[88]. Tale sviluppo è generato dalla convinzione che
nei poemi omerici vengano cantati uomini più potenti di quanto lo siano i mortali[88]. Il culto
dedicato agli eroi appare per la prima volta in un frammento inerente a Mimnermo[89] e a un
testo di Porfirio che richiama una legge di Draconte[90].

5.2.3 Il Daímōn
Oltre agli "dèi" e agli "eroi", nella religione greca sono presenti delle figure riassumibili nella
nozione di δαίμων (Daímōn, «essere divino»). Occorre subito precisare che la nozione comune
di "demone" che lo iscrive come essere "inferiore" al dio, e soprattutto di natura malvagia, Eracle Farnese (Museo
[91] Archeologico Nazionale di
appartiene all'opera di Platone e Senocrate e non quindi alle precedenti credenze della Napoli). L'eroe si riposa
religione greca che invece non stabiliscono una relazione gerarchica tra "dio" e "demone" dopo l'ultima sua fatica.

quanto piuttosto utilizzano il termine dáimōn anche per indicare delle divinità quali Afrodite o,
più generalmente, come daimones gli stessi dèi riuniti sull'Olimpo[92]. Più precisamente se il
dáimōn non indica una classe divina, esso indica certamente un modo di comportarsi che può
essere anche "umano", ovvero è il comportamento proprio di chi è posseduto da una "forza"
positiva con cui egli agisce in accordo (sỳn daímoni) e quindi l'esito del suo destino risulta
"favorevole"; ovvero se il destino risulta avverso allora egli è collocato contro questo "demone"
(pròs daímoni)[92]. Allo stesso modo quando ci si ammala è possibile che sia stato un "demone" a
muoverci contro, allora i theoí (gli dèi) possono soccorrerci. D'altronde possedere il favore,
Eros attico in una
ovvero lo sfavore, del daímon non dipende dall'uomo, e la sua presenza gli è garantita fin dalla immagine del V secolo
a.C. conservata nel
nascita.
Museo del Louvre. Eros
è, nel Simposio di
In Esiodo, il dèmone è lo stato post mortem della prima generazione aurea vivente al tempo di Platone, un dèmone
Crono[93] la quale, sopraffatta dal sonno, venne trasformata da Zeus in "tutrice dei mortali", intermediario tra gli
uomini e gli dei. Dio
protettrice del genere umano[94]. primordiale è raffigurato
con le ali per la sua
capacità di elevarsi dal

5.3 Uomini e dèi mondo terreno alla sfera


celeste.

Nella Teogonia di Esiodo non si parla della generazione degli uomini[103], fatto salvo Approfondimento
della creazione della prima donna, quella figura menzionata nelle Opere e giorni come
Pandora (Πανδώρα, "[Colei che è fornita di] tutti i doni"). Zeus irato con Prometeo, il
quale aveva rubato il fuoco per donarlo agli uomini, decide di inviare per vendetta
Le altre antropogonie
all'umanità la donna. Formata da Efesto col fango, adornata dei doni delle dee,
Secondo alcuni racconti[95], le prime
Pandora apparentemente possiede una bella presenza, ma in realtà nasconde lo compagne degli uomini furono le
Ninfe Melie, le Ninfe dei frassini,
"spirito di cagna". La creazione della donna, del "bel male", ci dice Esiodo, modifica lo nate dal sangue del membro di
Urano caduto sulla Terra. In
status degli uomini che da anthropoi divengono andres e quindi uomini associati alle seguito[96] si ritenne che gli uomini
fossero frutti caduti dai frassini.
donne[104], destinati alla generazione e alla morte[105]. Oppure[97] si riteneva che gli uomini
fossero emersi direttamente dalla
Terra, magari nell'aspetto di
Questo frutto della mescolanza di acqua e terra, propria della genesi delle donne, "formiche"[98]. Ancora[99] si riteneva
che il primo essere umano, di nome
nell'Iliade (VII, 99[106]) riguarda pure gli uomini, anche se, l'invettiva di Menelao contro i Alalcomeneo (Αλαλκομενεύς), fosse
nato nei pressi del lago di Copaide
propri compagni che hanno timore di Ettore, possa in realtà inerire al fatto che si (Beozia) avendo come compagna
Niobe (Νιόβη). Nell'Argolide era
stiano comportando da donne e non da guerrieri[107]. Tuttavia sia Aristofane[108] che Foroneo (Φορωνεύς) il primo
uomo[100], figlio del dio Inaco
(Ίναχος) e di Melia e avente come
compagna sempre Niobe[101], la
madre dolorante del genere umano.
Nei racconti antropogonici è
presente anche il Diluvio
p
[102]
Callimaco (fr. 192) richiamano l'uomo come fatto universale . Zeus per eliminare la
tracotante stirpe di "bronzo" che si
d'argilla. Nello specifico, a plasmare l'uomo con rifiutava di eseguire i sacrifici agli
dèi, decise di provocare il "diluvio";
Deucalione (Δευκαλίων), figlio di
acqua e terra per Callimaco, come per Apollodoro Prometeo, avvertito dal padre,
costrui un'arca e vi si rifugiò con la
(I,7,1), Pausania (X,4,4) e Filemone (fr. 89), fu il moglie Pirra (Πύρρα), a sua volta
figlia del fratello Epimeteo e di
titano Prometeo. Pandora e, navigando per nove
giorni, approdò sulla cima del
Parnaso dove eseguuì un sacrificio
Prometeo non è l'unico Titano vicino e amico per il re degli dèi. Soddisfatto del
comportamento di Deucalione, Zeus
degli uomini, come ricorda anche Diodoro gli inviò Ermes affinché esaudisse
un suo desiderio, Deucalione chiese
quindi la generazione degli uomini
Siculo[109]. Secondo i Cretesi, i Titani nacquero al allora Zeus lo invitò a scagliare delle
pietre dietro la sua testa: dalle pietre
tempo dei Cureti, che vivevano nei pressi di di Deucalione ebbero origine gli
uomini e da quella lanciate da Pirra,
Particolare di Hydria a figure rosse Cnosso e erano sei maschi (Crono, Iperione, Ceo, le donne.
risalente al IV secolo a.C. (Museo Iapeto, Crio, Oceano) e cinque femmine (Rea, Temi, Mnemosine, Febe e Teti), figli di
archeologico della Catalogna).
Questo particolare raffigura una Urano e di Gea – oppure figli di uno dei Cureti andato in sposo a una certa Titaia da cui
donna nell'atto di aprire una pyxis e essi presero il nome. Ognuno di questi Titani ebbe modo di lasciare un dono prezioso in
potrebbe indicare il mito del vaso di
Pandora.
eredità agli uomini, conquistando in questo modo un onore imperituro. Crono, dei
Titani il più anziano, fu re, e grazie a lui gli uomini passarono dallo stato selvaggio alla
civiltà. Insegnò agli uomini anche ad essere probi e semplici d'animo, questa è la
ragione per cui si sostiene che gli uomini al tempo di Crono furono giusti e felici[110][111].

Se la creazione degli uomini non ha posto nella Teogonia, diversamente questa viene citata nell'altra opera di Esiodo, Opere
e giorni, viene raccontata la loro genesi in quattro stirpi (aurea, argentea, bronzea e quella degli Eroi; appartenendo noi, con
Esiodo, a quella ferrea, la quinta, l'ultima). La differenza tra le varie stirpi umane è determinata dai differenti stili di vita e dal
fatto se questi osservino il criterio di giustizia oppure si prestino alla tracotanza[112]. La "fabbricazione" dell'uomo da parte
degli dèi è, nella concezione esiodea, resa necessaria affinché questi si voti «all'esercizio del sacrificio»[113][114]. L'uomo,
quindi, plasmato d'argilla[116], si distingue dalle bestie e dagli dèi andando a occupare una posizione tra questi intermedia,
resa tale dalla parentela con gli dèi grazie alla pratica cultuale. Dagli dèi la stirpe degli uomini è separata dalle
caratteristiche proprie della sua esistenza caratterizzata dagli affanni e dalla morte; dalle bestie si distingue per la
consapevolezza del suo inevitabile destino. Tale destino gli è stato consegnato da Zeus in persona. Così ora l'uomo della
generazione di "ferro" a differenza dell'uomo della stirpe "aurea" è costretto a lavorare duramente i campi e a sacrificare le
bestie per poter riempire il proprio ventre, allo stesso modo è costretto a unirsi in matrimonio con la donna (il bel male) per
poter generare la sua stirpe mortale. Le pratiche cultuali inerenti alla coltivazione dei campi, al sacrificio e al matrimonio ne
caratterizzano quindi la vita religiosa, che se da una parte li collega al mondo divino, a cui una volta era unito, ora ne
rammenta l'incolmabile distanza. Tale ambiguità ne caratterizza costantemente l'esistenza[117].

6 Il culto
Le principali modalità con cui l'uomo greco si relazionava al "divino" erano la preghiera, la divinazione e il sacrificio[118].

Mentre «Il luogo privilegiato in cui la divinità incontra l'uomo è il santuario.»[119].

6.1 Il luogo sacro


L'area del culto greco, il santuario, consiste in un terreno adibito a luogo sacro indicato
con il nome di τέμενος (témenos, anche ἱερόν hierón). Il témenos è spesso separato dal
circostante terreno considerato non puro (βέβηλον, bébelon) da un muro di cinta
(περίβολος períbolos) alto più di un uomo e interrotto da un ingresso (πρόπυλον
propylon). I resti del "tempio E", dedicato alla
dea Era, a Selinunte.
All'interno dell'area sacra del témenos si colloca uno o più templi, la casa del dio
indicata con il termine naós (ναός), che solitamente ne accoglie l'immagine cultuale
detta ágalma (άγαλμα). All'interno dell'area del témenos è collocato l'altare (bomós,
βωμός; per i sacrifici agli dèi olimpici) o la fossa sacrificale (bóthros, βόϑρος; per i sacrifici
agli dèi ctoni, agli eroi e ai defunti) situato però all'esterno del tempio. Il bomós era il
luogo unitamente alla statua del dio o della dea, alla quale accostandosi in qualità di
supplice si poteva ottenere la protezione sacra che ineriva allo stesso spazio sacro
rappresentato dallo hierón. Tale spazio era immune da qualsiasi atto di violenza che
potesse contaminarlo ed è sufficiente la sola presenza dell'altare, piuttosto che quella
del tempio, per rendere sacro uno hierón[123]. Caratteristica del témenos è la presenza Particolare di una kylix attica a figure
rosse che rappresenta una donna
al suo interno di un elemento assolutamente naturale, come una o più pietre grezze, un
inginocchiata di fronte a un altare,
albero dedicato (ad esempio una quercia, un salice o un olivo), o un boschetto sacro opera di Chairias (VI secolo a.C.),
(álsos ἄλσος). (Museo dell'Agorà di Atene).

Alcuni santuari erano presenti all'interno di stadi e di teatri «le cui attività specifiche
erano inconcepibili al di fuori di cerimonie religiose»[123].

All'ingresso dei santuari erano esposte le "leggi sacre" (a volte anche sui cippi che
limitavano i confini degli stessi) che ne regolavano l'ingresso: le condizioni che queste
leggi stabilivano inerivano alla pietà religiosa, all'onesta e alla purezza[124]. La condizione
di purezza poteva riguardare, ad esempio, la lontananza per un certo periodo dai
rapporti sessuali, dai lutti, dal mestruo, da cibi come il maiale o le fave, il vestire abiti
puliti e di colore bianco. La "pietà" riguardava l'atteggiamento interiore, un Hestía Polyolbos (Ἑστία Πολύολβος,
Estia "Piena di grazia"). Arazzo del V
atteggiamento di vigilanza e di raccoglimento, allontanando le idee empie. La secolo rinvenuto in Egitto e
"modestia" da adottare all'interno di un santuario suggeriva di vestire abiti non sontuosi conservato presso la Dumbarton
Oaks Collection (Washington D.C.).
per evitare di offendere gli dèi ostentando superiorità, altrimenti poteva anche Estia è la dea del focolare, quello
accadere che il sacerdote strappasse di dosso tali vesti[125]. Anche la sobrietà nello della casa e quello degli altari
sacrificali. Quando improvvisamente
scegliere le vittime del sacrificio era importante: «A un tessalo che portava ad Apollo il fuoco divampa, esso indica la
dei buoi dalla corna d'oro e delle ecatombi, la Pizia dichiarò che il dio aveva preferito un presenza della divinità invocata nel
sacrificio[120]. Il fuoco, sia quello
uomo Ermione che, come sacrificio, aveva offerto in tutto tre dita di pasta tolta dalla
della casa che quello degli altari
sua bisaccia»[126] Infine l'onestà, che riguardava la condotta morale: i santuari erano posti all'interno dei templi, non va
interdetti ai criminali e agli assassini. mai lasciato perire[120],
successivamente la sua presenza
sarà sostituita da una lampada
perennemente accesa. Gli altari
6.2 Sacerdote (ἱερεύς) e sacerdotessa (ἱέρεια) collocati all'esterno dei templi,
modalità più diffusa, non possiedono
un fuoco perenne, ma la loro
La religione dell'antica Grecia non aveva una casta religiosa, formata sacerdoti educati accensione è uno dei momenti più
importanti del rito sacrificale. Il fuoco
specificatamente a questo scopo e inquadrati in un gruppo e in una gerarchia formale.
è l'"altare odoroso"[121] riservato agli
Anche i culti più consolidati non avevano una "dottrina" o tradizioni ma seguivano dèi: a partire dall'VIII secolo a.C.
piuttosto un "costume", nómos[127]. I sacerdoti non ricevevano una formazione specifica sarà costume bruciare incenso o
mirra (prodotti importati dalla
ed erano generalmente incaricati per un periodo predeterminato, tipicamente un anno, Fenicia) sugli altari[122].
e potevano essere scelti per diritto ereditario (per esempio a Eleusi), casualmente, per
elezione o su designazione di un oracolo[128]. In Asia Minore la carica era messa all'asta e
veniva incaricato il miglior offerente[128]. Ne consegue che «presso i Greci sacrifica chiunque lo desideri e abbia i mezzi per
farlo, anche casalinghe o schiavi.»[129].

Nel caso di cerimonie importanti l'incarico di offrire libagioni, pronunciare preghiere a nome della collettività e dirigere il
rito era compito di una personalità importante dotata anche dei mezzi economici per ricoprire questo ruolo. Tale
personalità poteva essere, a seconda dei casi, il capofamiglia, il magistrato, il basileús. Ne consegue anche che la proprietà
del santuario è del dio e non dei sacerdoti officianti, i quali raramente lo abitano anche se, comunque, sono coloro a cui è
affidato il compito di gestirlo. Il sacerdote (ἱερεύς) e il suo corrispettivo femminile, la sacerdotessa (ἱέρεια), sono coloro che
seguono l'andamento di un santuario dedicato a un dio, sono quindi sacerdoti di quel "dio" e non di un altro, anche se è
possibile che un singolo sacerdote possa assumere su di sé più incarichi. Al sacerdote spettano comunque delle
concessioni, soprattutto in termini di cibo. A lui, in quanto rappresentante del dio, viene consegnato il "privilegio della
carne" (γέρας, géras) ovvero alcune precise parti del corpo della vittima sacrificale come le cosce o anche il rene grigliato
all'inizio del sacrificio[130]. Anche la pelle della vittima è spesso assegnata al sacerdote celebrante come ciò che fu essa[130].
Successivamente, i premi in denaro consegnati per un sacrificio vengono depositati nel "fondo" proprio del santuario
(θησαυρός thesaurós)[131].

Quindi se il sacerdozio nella religione della Grecia antica non è una scelta o una tipo di vita, resta una carica che porta
grandi onori, risultando l'uomo o la donna che vi si affidano dei "consacrati" (ιερωμένος hierómenos)[132]. "Consacrazione" che
emerge anche dal loro abito particolare, generalmente bianco o porpora, e dal fatto, ad esempio, di lasciarsi crescere i
capelli e di portare una fascia intorno al capo (στρόφιον, stróphion) o, ancora, di indossare una corona. Resta per costoro
necessario seguire una condotta di purezza (ἁγνεία hagneía), ad esempio evitare il contatto con i morti, con le partorienti ed
eventualmente regolare la propria attività sessuale o l'alimentazione[133]. Generalmente la sacerdotessa ha cura di divinità
femminile, mentre il sacerdote accudisce quelle maschili, ma non mancano notevoli eccezioni[131].

6.3 La preghiera (εὔχομαι, εύχεσθαι)


Il termine greco antico che indica l'atto di preghiera è εὔχομαι (euchomai) "proclamare una giusta pretesa"[134] o anche
εύχεσθαι(euchestai), "gettare un grido di trionfo"[135]. Nel primo caso essa si manifesta come una invocazione pronunciata per
ottenere "qualcosa" dalla divinità, quindi una petizione alla stessa, anche se, nota Liliane Bodson[136]«Perfino quando è
incentrata su vantaggi materiale la preghiera è raramente passiva. Appare, piuttosto, come un'apertura all'azione divina [...] .
Le preghiere di domanda, che sono in totale, le più rappresentate dalla tradizione, oltrepassano il principio del do ut des e
rivelano, nelle loro diverse forme, un'autentica esperienza religiosa in cui il fatto di rivolgersi agli dèi, anche per un motivo
modesto, intensifica e approfondisce la relazione con gli dèi stessi.»; nel secondo caso essa indica piuttosto l'invocazione
del sacerdote durante il sacrificio pronunciato a nome della comunità sacrificante.

La preghiera "greca" era pronunciata in piedi, con i palmi e lo sguardo rivolti verso il cielo, quindi assumendo una postura di
origine indoeuropea[137]. Nel caso di suppliche, l'uomo greco poteva inginocchiarsi, ma ciò capitava raramente, più
facilmente alle donne meno attente in questo caso a tutelare il loro rango sociale che poteva essere sminuito da questo
genere di postura. Quando la preghiera era indirizzata a divinità ctonie, ai morti o agli eroi, la postura assunta consisteva in
una prostrazione a terra, oppure seduta o accovacciata[138].

La preghiera era comunque sempre pronunciata ad alta voce, fatto salvo quei casi in cui tale modalità era impedita. A volte
essa poteva assumere una intonazione musicale in qualità di "inno"[138].

6.4 La divinazione e gli oracoli


L'arte divinatoria (μαντική τέχνη) è la modalità con cui gli uomini interpretano i "segni" inviati loro dagli dèi[141]. Nella Grecia
antica dubitare di questo è indice di mancanza di religiosità[142]. Se tutti gli dèi sono liberi di inviare agli uomini i loro segni, è
Apollo il dio che consente solo ad alcuni di questi ultimi di interpretare correttamente i segni divini[143]. L'indovino, il mantís,
è l'uomo che possiede questo privilegio, un privilegio che può risultare ereditario[142].

I "segni" inviati dagli dèi corrispondono in genere a tutto ciò che accade in modo casuale: «uno starnuto involontario, un
inciampamento, uno scuotimento delle membra; un incontro imprevisto o l'eco di un nome colto casualmente; fenomeni
celesti come fulmini comete, stelle cadenti, eclissi di sole o di luna e perfino gocce di pioggia»[144]. Similmente nascono delle
pratiche divinatorie come il "tiro a sorte", l'osservazione dei fulmini, dell'immagine restituita da uno specchio[145],
l'evocazione degli spiriti dei defunti, l'esame dei visceri delle vittime sacrificali –una tecnica divinatoria importata dal Vicino
Oriente[146][147]–, l'osservazione del volo degli uccelli[148][149].

Particolare interesse si conserva per l'osservazione del volo degli uccellirapaci da parte dello oiōnopólos[150]: egli sceglie un
luogo ben individuato e fisso[151] e da lì indirizzando lo sguardo verso il nord[152] osserva la direzione del volo degli uccelli.
L'esame dei visceri delle vittime sacrificali svolto dallo hieroskópos (ἱεροσκόπος) è, durante le guerre, il compito proprio del
mantís che segue, unitamente alla mandrie addette allo scopo, l'armata; e non si dà inizio allo scontro se i segni non
vengono interpretati favorevolmente[153]. Erodoto[154] ricorda come, a Platea, Greci e Persiani rinviarono lo scontro per
giorni in quanto i risultati, ottenuti con la stessa tecnica divinatoria, ne sconsigliavano l'inizio. Ma non sono solo i visceri che
vengono esaminati, e tra questi particolare riguardo era riservato al fegato, ma anche se la bestia si reca spontaneamente o
meno all'altare, come divampa il fuoco e come le parti dell'animale sacrificato bruciano, come scoppia la vescica[153].

Altra pratica divinitoria piuttosto diffusa, soprattutto per problemi di salute, è l'enkoímēsis (ἐγκοίμησις)[155] consistente nel
dormire all'interno di un santuario allo scopo di ricevere un sogno "profetico" dagli dèi, e dove l'interpretazione dello stesso
era cura di un corpo sacerdotale (ὀνειροπόλος, oneiropólos) ad essa dedicato.

6.4.1 Gli oracoli (χρηστήριον anche μαντεῖον)


L'oracolo (χρηστήριον chrēstḗrion, anche μαντεῖον manteîon)[156] è quel santuario (τέμενος anche ἱερόν) dove un dio offre un
responso (χρησμός, chrēsmós) ovvero dà una risposta (μαντεία manteía) a coloro che cercano il suo consiglio. Erodoto elenca
18 santuari con oracoli, tra questi i più famosi in epoca classica risultano quello di Zeus a Dodona, quello di Amphiáraos
(Ἀμφιάραος) a Oropo, quello di Trophṓnios (Τροφώνιος) a Lebadea, quello di Apollo a Didima e, più presitigioso tra tutti, quello
di Apollo a Delfi[157].

L'origine di questi oracoli è probabilmente orientale: i Greci del VII secolo a.C. già conoscevano l'oracolo di Ammone situato
nell'oasi di Siwa. Nell'antichità, l'oracolo di Zeus a Dodona sosteneva di essere il primo per origine. Nell'Iliade Achille invoca
lo Zeus di Dodona, dove vivono i suoi profeti che dormono per terra e mai lavano i piedi[158]; allo stesso modo Odisseo
vorrebbe recarsi a Dodona per conoscere i piani di Zeus dal movimento della chioma della quercia a lui dedicata[159].
Esiodo[160] in un testo con lacune, parla di tre colombe che vivono sulla quercia, in testi successivi tali "colombe" altro non
sarebbero che le sacerdotesse dell'oracolo[161]. Scavi arecheologici hanno verificato l'esistenza di un santuario, in cui fu
eretto, ma solo nel IV secolo a.C., un piccolo tempio[162].

6.4.1.0.1 L'Oracolo di Delfi

L'Oracolo di Delfi è l'oracolo più reputato e noto della religione greca del periodo arcaico[163]. Nel tempio di Apollo si
celebrava il culto del dio, mentre la pizia vi rendeva i responsi degli oracoli[164].

6.4.1.1 Il sacrificio

Nella religione greca il sacrificio è il principale atto di culto della religione greca[165][166][167][168].

Nel caso di sacrifici alle divinità olimpiche, gli animali vengono sacrificati e le loro carni fatta a
pezzi e bollita in un calderone[170], tranne le viscere che invece venivano grigliate su lunghi spiedi
e consumate subito[171].

Un cratere attico a figure La suddivisione in parti dell'animale sacrificato era rigidamente stabilita[172]. Nella Teogonia,
rosse, risalente al 430
a.C. e raffigurante
Esiodo offre una spiegazione mitica della spartizione della vittima sacrificale tra uomini e dèi,
l'arrostimento delle attribuendo la scelta a un "inganno" di Prometeo[173]. Il titano si presenta al consesso degli dei e
interiora (σπλάγχνα
degli uomini con un grande bue che abbatte e macella ripartendone il corpo in due parti
splánchna) per mezzo di
lunghi spiedi (οβελοί rispettivamente destinate agli dei e agli uomini. In questo modo, evidenzia Jean-Pierre Vernan, «Il
obeloi) da parte
sacrificio appare così come l'atto che ha consacrato, realizzandola la prima volta, la segregazione
dell'addetto a questo
specifico compito (lo degli statuti divino e umano.»t[174]. Sotto un sottile strato di grasso appetitoso, Prometeo
σπλαγχνόπτης nasconde le ossa del bue prive di carne, mentre, avvolta nella pelle e nello stomaco ripugnante,
splanchnoptēs) (Museo
del Louvre, Parigi). cela la carne della bestia. Zeus deve scegliere per primo privilegia la parte di grasso e di ossa
nascoste; scopertosi ingannato, Zeus condanna gli uomini ad una vita mortale.
6.4.1.2 Il tempo sacro: calendario religioso e feste

6.4.2 La nozione di psyché (ψυχή)


I poemi omerici affrontano più volte il tema di ciò che accade dopo la morte: cessata la vita del
Particolare di un
oinochoe (οἰνοχόη) attico corpo, la sua psyché (ψυχή) vola via.
a figure rosse, risalente
al 430 a.C. e raffigurante (GRC) (IT)
un momento del «ἀλλὰ τὰ μέν τε πυρὸς κρατερὸν μένος «ma la furia impetuosa del fuoco ardente
sacrificio greco, (Museo
del Louvre, Parigi). αἰθομένοιο li disfa non appena θυμός (thumos)
δαμνᾷ, ἐπεί κε πρῶτα λίπῃ λεύκ' ὀστέα θυμός, abbandoni le bianche ossa
ψυχὴ δ' ἠΰτ' ὄνειρος ἀποπταμένη πεπότηται» e la ψυχὴ (psyché) come un'immagine di
sogno vola via.»

(Odissea, XI, 220 e segg.)


Qui si presentano due nozioni, quello del θυμός (thumos) e
quello della ψυχὴ (psyché). Il sacrificio di un agnello alle Ninfe,
su una delle tavole di Pitsà.

Richard Broxton Onians (1899-1986)[175] osserva che θυμός


viene così indicato quando questi è racchiuso nei polmoni (ritenuti
organi dell'intelligenza) come un elemento caldo; il termine diviene
invece ψυχή quando abbandona il corpo con l'ultimo respiro,
divenendo un elemento freddo. Ma accade anche che θυμός e ψυχή
lascino insieme il corpo, tuttavia ψυχή lo abbandona giungendo La fossa del bothros,
nell'Ade (Ἅδης) come ἠύτ ὄνειρος (un fantasma visto in sogno) mentre l'altare della religione
greca dedicato alle
θυμός viene distrutto dalla morte.
divinità ctonie e al culto
degli Eroi, conservato
La nozione di psyché (ψυχή) è difficilmente traducibile in lingua presso la Valle dei
italiana, come in qualsiasi altra lingua moderna, in quanto non si Templi di Agrigento. Tale
culto si svolgeva a
riuscirebbe a coprirne l'intera area semantica. Genericamente il lemma partire dalla sera per
moderno meno inadeguato può essere quello di "anima"[176]. mezzo di libagioni (χοαί,
choaí) di sangue, vino o
latte versato in una fossa
L'uomo greco dei poemi omerici crede dunque che dopo la morte
Aulos (flauto greco (bothros) o in un altare
antico) in osso di cervo,
sopravviva solo la psyché del defunto, tale psyché non è altro che una basso (eschara), ma
anche per mezzo di
risalente agli inizi del V immagine dello stesso che scompare come "fumo"[177] o come
secolo a.C. rinvenuto a sacrifici cruenti che
un'ombra[178]. seguivano le libagioni,
Paestum, nella Tomba
21, in località Tempa del ma l'animale, in genere
Prete e conservato al Tale 'ombra' disegna la figura del morto quando era vivo, ma poco di dal manto nero, veniva
Museo archeologico immolato con la testa
più: rivolta verso il terreno e
nazionale di Paestum.
Questo strumento, bruciato integralmente
unitamente alla musica, «La psiche, secondo la concezione omerica, non somiglia (ἐναγισμός enagismós),
è fondamentale nel rito non seguiva quindi il
affatto a ciò che noi, in opposizione al corpo, sogliamo banchetto rituale (δαίς
greco del sacrificio. Esso
ritma l'incedere del chiamare "spirito". Tutte le funzioni dello "spirito umano", nel daís)[169].
corteo sacrificale senso più ampio della parola, denominate variamente dal
(pompē). Il suo suono è
più simile a quello del poeta, sono attive, anzi sono possibili, soltanto finché l'uomo
nostro oboe piuttosto vive. Al sopraggiungere della morte, l'uomo che costituiva un
che a quello del flauto.
tutto completo, si scinde: il corpo, cioè il cadavere, diventa
"terra insensibile", si corrompe; la psiche perdura intatta. Ma
essa non salva lo spirito e le forze di lui, più che non salvi il
cadavere; quando lo spirito e gli organi l'abbandonano, si dice
ch'ella è priva di sensi: tutte le forze della volontà, del
sentimento e del pensiero spariscono colla scomposizione
dell'uomo nelle sue parti costitutive.»

(Erwin Rohde. Psiche. Bari, Laterza, 2006, p. 13)


Ne consegue che per le credenze proprie dell'"uomo omerico", con la
morte non finisce l'esistenza in quanto tale, ma certamente l'esistenza
dell'uomo inteso come personalità, volitività, affettività. L'"ombra" che
si aggira nell'Ade è solo un 'sogno', un'immagine sbiadita e priva di
qualsiasi contenuto rispetto a quello che da vivo egli fu.

Nonostante questa nozione della realtà dei defunti, l'uomo greco


tributa agli stessi dei culti familiari presso le loro tombe. I morti
Statua di sirena in
vengono quindi percepiti ancora come "potenti", in grado di influire in
marmo pentelico,
rinvenuta presso la qualche modo sulla vita dei loro cari[179].
necropoli del Ceramico
(Atene) e risalente al IV Con il successivo emergere dei culti misterici, si diffonde l'idea che chi
secolo a.C. (Museo
archeologico nazionale
muore, qualora avesse praticato quelle "iniziazioni", possa ambire ad
di Atene). un'altra condizione rispetto a quella comune, una condizione simile a Koûros funerario
risalente al VI secolo
quella riservata agli "eroi" rapiti nell'Isola dei beati. Mentre
a.C., rinvenuto a
Anavyssos (Attica) e
«Chi da stolto ha trascurato o disprezzato l'iniziazione, naturalmente "non ha uguale oggi conservato presso il
Museo archeologico
sorte" laggiù, come dice in forma riservata l'inno di Demetra. Soltanto gli iniziati hanno nazionale di Atene. Alla
vita, dice Sofocle; i non iniziati, cui laggiù andrà male, non si dovevano certo concepire base della statua, un
distico recita:
altrimenti che come ombre vagolanti nella semi vita crepuscolare dell'Erebo omerico.» «Fermati e piangi
di fronte alla
(Erwin Rohde. Op. cit. p. 255) tomba di Kroisos,
che Ares furioso
uccise, mentre

6.5 Le religioni dei misteri (ὄργια) e delle iniziazioni combatteva tra i


primi»

Le religioni dei misteri implicano una ritualità riservata agli iniziati e


mantenuta segreta. Si tratta quindi di un insieme di pratiche e credenze
a carattere iniziatico, che permettono al suo partecipante di integrare
un gruppo che lo elevi ad "uno status diverso, talora in modo radicale,
dal precedente"[180][181], e sulla segretezza di tali pratiche, durante e dopo
l'integrazione nel gruppo religioso[182].

6.5.1 I Misteri di Eleusi


I Misteri eleusini erano riti religiosi misterici che si celebravano ogni
anno nel santuario di Demetra nell'antica città greca di Eleusi.

Il santuario dei Misteri di Eleusi (Telestèrion, τεληστήριον) risulta eretto


A sinistra, la tavoletta di Ninnione, rappresentante un
nel XV secolo a.C. data a cui si può far avviare la pratica degli stessi rito dei Misteri eleusini (IV secolo a.C.). A destra un
quindi essi furono praticati per circa duemila anni anche se è probabile kernos rinvenuto in una tomba presso Milo (II millennio
a.C.), simile a quello che compare sulla placca votiva.
una loro rielaborazione nel corso dei secoli[183][184].

I Misteri di Eleusi vengono distinti in "Piccoli Misteri", collegati al mito


eziologico della purificazione di Eracle dopo che questi ebbe ucciso i Centauri[185][186], celebrati nel mese di Antesterione
(febbraio-marzo) nella località di Agra, un sobborgo di Atene, consistenti in digiuni, purificazioni[188] e sacrifici guidati da un
mistagogo; e "Grandi Misteri" celebrati nel mese di Boedromione (settembre-ottobre), della
durata di otto giorni. A questi "Grandi Misteri" poteva partecipare chiunque parlasse greco e non
si fosse macchiato di omicidio, compresi quindi gli stranieri, gli schiavi e le donne, purché
avessero partecipato precedentemente ai "Piccoli Misteri".

Nel 395 d.C., nello stesso anno in cui Teodosio I proibì tutti i culti "pagani", i Visigoti guidati da
Alarico distrussero una parte del Telestèrion che non fu più ricostruito.

6.5.2 Dionisismo
Dioniso è il dio dell'"ebbrezza" –intesa come "mutamento" dello stato di coscienza provocato
dall'intervento divino, non quindi necessariamente collegata al consumo di vino, bensì come
manía ("furore") questa intesa come incremento della forza spirituale che si diffonde, durante i
riti, tra i fedeli del dio. Durante la trasformazione di coscienza, fedele e dio si fondono ed
entrambi si indicano come Bákkhos(Βάκχος)[189]. I Satiri sono divinità della vita selvatica dei boschi Statua in marmo
e dei luoghi selvaggi. Da vecchi vengono indicati come Sileni [190]
, in età ellenistica sono associati a pentelico raffigurante
Dioniso (Διόνυσος)
Dioniso. I Greci evocavano Dioniso in un culto divenuto via, via più marginale rispetto alla ebbro appoggiato a un
religione comune: con pratiche cultuali proprie (anche se regolamentate dallo stato) e quindi Satiro che impugna un
lagobolon (bastone per
difficilmente inquadrabili come fenomeno[191] catturare le lepri),
rinvenuta a Megara,
Premesse le difficoltà di descrivere i "misteri" (μυστήρια) propri di Dioniso si può comunque risalente al III secolo
d.C. (Museo
attestare la presenza del suo culto a partire dalle religioni egee, così in due tavolette rinvenute
archeologico nazionale
nel Palazzo di Nestore a Pilo di Messenia (PY Xa, 102 e PY Xb, 1419), dove appare il nome del dio in di Atene).
miceneo: Di-wo-nu-so (Lineare B: ), ma nella forma genitiva di Di-wo-nu-so-jo (Lineare B:
). Il suo nome significa "Giovane figlio di Zeus"[192] e la sua figura è legata
inequivocabilmente alla "giovinezza"[193]. Quindi dio della vita feconda, in particolare, ma non solo,
della vegetazione e quindi della vite, dell'uva e del vino.

L'iniziazione dionisiaca consisteva nella condivisione della teofania di Dioniso da parte delle
Menadi (Μαινάδες). Ciò accadeva di notte in luoghi selvaggi e solitari attraverso danze estatiche e
per mezzo di un sacrificio nel quale la vittima veniva squartata (σπαραγμός sparagmos) e poi
mangiata cruda: questo era il modo di entrare in comunione con Dioniso, in quanto gli animali
così sacrificati erano sue incarnazioni[194].

Rammentando la testimonianza di Diodoro Siculo[195] sulla esistenza dei Misteri dionisiaci e sul Menade danzante,
fatto che questi, a partire dal V secolo a.C., avessero acquisito delle influenze orfiche[196] particolare di uno
skyphos a figure rosse
del IV secolo a.C.
La presenza del dio Dioniso, quindi il differente stato di coscienza che provocava tale estasi, da
rinvenuto a Paestum
una parte consentiva alle menadi di profetizzare in modo del tutto differente da quello "omerico" (British Museum).
dove, in quest'ultimo caso, la profezia nasceva dalle interpretazioni di segni causali esterni
mentre nell'"orgia" bacchica sorgeva invece dall'"entusiasmo", ovvero dalla possessione divina;
dall'altra forniva il supporto a credenze secondo le quali la psyché liberatasi del corpo si univa alla divinità acquisendo così
uno stato "superiore" all'ordinario[197].

6.5.3 Orfismo
L'Orfismo consiste in quel movimento religioso sorto in Grecia presumibilmente verso il VI secolo a.C. intorno alla figura di
Orfeo[199]. I primi riferimenti si ritrovano in un testo di Pindaro, il frammento 131 b[200].

Il suo inserimento nelle correnti che si fanno eredi del suo nome «era dovuta a qualcosa di più che non ad un vago
sentimento di venerazione per un grande nome dell'antichità»[201]. Piuttosto ereditava da un lato le credenze sulla
"possessione" divina propria dell'esperienza dionisiaca, e dall'altro le pratiche di "purezza" proprie dei Misteri eleusini. Ne
derivano i due elementi fondanti delle dottrine orfiche:

1. la credenza nella divinità e quindi nell'immortalità dell'anima;


2. al fine di evitare la perdità di tale immortalità, la necessità di condurre un'intera vita
di purezza.

L'importanza dell'Orfismo nella storia della cultura religiosa, e più in generale nella
storia del pensiero occidentale, deriva dalla novità di molti aspetti del culto[202]. La
presenza di un elemento divino nell'uomo caratterizza l'orfismo, in una dualità che Orfeo (Ὀρφεύς), fondatore
contrappone l'anima immortale alla mortalità del corpo; una credenza che si imporrà dell'Orfismo[198], ritratto in un kratēr
(κρατήρ) attico a figure rosse - V
nella civiltà europea[202][203]. secolo a.C. (Metropolitan Museum of
Art di New York).

6.5.4 I Misteri di Samotracia e i Misteri degli dèi Cabiri

6.5.5 I Misteri di Flia

6.5.6 Pitagora e il pitagorismo

Religioni iniziatiche: sovrapposizioni ed elementi


6.5.7
comuni
Dioniso bambino munito di corna in
una scultura romana del II secolo
Erodoto indica Orfeo e Pitagora come fondatori di una nuova religione rispetto alla
d.C. Nei miti orfici Zagreo, ucciso dai
religione greca tradizionale e, significativamente, uno si presenta come "poeta" mentre Titani, sarà riportato in vita da Zeus.
l'altro come "filosofo": «La più profonda trasformazione della religione greca è legata a
questi due nomi»[204]. La lamina di Hippónion, unitamente al papiro di Derveni e ai
graffiti rinvenuti nei pressi di Olbia Pontica, attestano la presenza di "iniziati" orfici già nel V secolo a.C. Il sapere religioso è
trasmesso da sacerdoti orfici itineranti (Ὀρφεοτελεστής), di cui Platone attesta la presenza[205], la cui predicazione si fonda su
libri attribuiti allo stesso Orfeo; la presenza di libri è una novità assoluta in un campo, quello religioso, fino a quel momento
occupato dai riti e dell'oralità mitica. Nel complesso questi scritti invocano per gli uomini una colpa antica, Platone allude in
tal senso a una natura titanica insita negli uomini[206].

Le religioni iniziatiche del mondo greco hanno in comune numerosi aspetti. La letteratura iniziatica amplia la tradizionale
teogonia esiodea ad altre divinità, a motivi inauditi, ibridi e incestuosi, accogliendo influenze orientali oltre a prendere
riferimento dai misteri precedenti come quelli afferenti a Eleusi, quelli della Samotracia, di Flia e gli stessi dionisiaci. La
conoscenza iniziatica è quindi descritta in libri, come nelle lamine orfiche, che presentano un sapere che prescinde dalla
semplice poesia andando a coprire significati che ineriscono a un sapere esoterico e a una rivelazione.

L'elemento rilevante di tutte queste dottrine è il mutamento della nozione di psyché che inerisce a tutte le creature, uomini
e bestie, dotati quindi di psyché che tuttavia non corrisponde alla spenta psyché accolta nell'Ade omerico, ma è viva e
immortale, condizione che nella letteratura religiosa omerica inerisce solo alla natura divina. La psyché immortale e
celestiale proviene dal mondo divino e a tale mondo è destinata a ritornare dopo ripetute prove esistenziali, oppure vaga
eternamente nel diverso manifestarsi nel cosmo, un vagare deciso casualmente o da un tribunale dei morti. L'uomo, per
mezzo di una irreprensibile condotta morale e attraverso delle iniziazioni, può dunque far tornare la propria psyché alla sua
iniziale condizione divina.

Le religioni bacchiche, orfiche e pitagoriche, seppur con elementi di sovrapposizione, mantengono ciascuna un proprio
ambito, dei propri riti misterici ed una propria letteratura, attribuita all'ispiratore della fenomeno religioso[207].

6.6 Le teologie dei filosofi


Il termine "teologia" (θεολογία, theología) compare per la prima volta nel IV secolo a.C. nell'opera di Platone la Repubblica[208].
Nell'opera di Platone il termine theología occorre ad indicare, da parte dei poeti, l'approccio alla divinità basato su
un'indagine razionale sulla natura e che vuole evitare l'approccio fondato sui miri di Omero e di Esiodo, dal quale viene la
caratterizzazione in senso antropomorfo degli dei ovvero portatore di debolezze tipicamente "umane".

Analogamente anche Aristotele utilizza il termine theología e suoi derivati per indicare quella "prima filosofia" (πρώτη
φιλοσοφία)[212] obiettivo dell'indagine sull'"essere". Al contempo Aristotele utilizza lo stesso termine per indicare i non filosofi
come Esiodo e Ferecide a cui si contrappongono i primi filosofi indicati come "fisici"[213].

6.6.1 Caratteristiche delle teologie dei filosofi


Le teologie dei filosofi per la religione greca sono di un'importanza fondamentale[214] perché esse comportano un
cambiamento radicale del pensare religioso[215] che produrrà una nozione di un dio, comprensibile mediante l'adozione di
uno specifico stile di vita.

La comparsa del pensare filosofico è tradizionalmente segnalata con le opere dei cosiddetti "presocratici"[216], a seguire con
Socrate e i "sofisti" si avviano delle vere e proprie scuole "filosofiche"[217]. All'inizio del periodo ellenistico emergono, sulle
fondamenta dell'esperienza sofistica e socratica, numerose scuole filosofiche[218]. Ma già nel III secolo a.C. sopravvivono ad
Atene solo le scuole che risultarono ben organizzate ovvero quelle fondate da Platone, Aristotele e Teofrasto, Epicuro,
Zenone e Crisippo oltre che due tradizioni strettamente spirituali, lo scetticismo e il cinismo. Tutto questo si osserva per
seicento anni, fino al III secolo d.C. quando, grazie a un fenomeno che emerge a partire dal I secolo d.C., determinato da
"slittamenti semantici" e "reinterpretazioni delle nozioni filosofiche", il platonismo assorbe l'aristotelismo e lo stoicismo,
condannando alla marginalità le altre tradizioni. Tale sintesi, neoplatonica, ha un'importanza fondamentale per l'intera
civiltà occidentale perché grazie alle traduzioni arabe e alla tradizione bizantina, tale movimento di pensiero impregnerà il
Medioevo e il Rinascimento conquistando il ruolo di denominatore comune delle teologie e delle mistiche ebraiche,
cristiane e musulmane[219].

6.6.2 La critica alle credenze tradizionali: Senofane


Vissuto nel VI secolo a.C., l'aedo Senofane è il primo autore a condurre una serrata critica al racconto mitico e religioso così
come tramandato nelle opere di Omero e di Esiodo, provocando quella rottura teologica che non verrà più sanata[220]. Tale
critica riguardava l'antropomorfizzazione degli dèi, resi simili agli uomini sia nell'aspetto fisico che in quello morale.

Seppure dopo la critica di Senofane alle tradizioni mitologiche queste vivranno ancora nei culti delle polis, resta il fatto che
il filosofo greco diffonderà il proprio pensiero teologico in «circoli sempre più vasti»; erede della rivoluzione religiosa
provocata dalle teologie ioniche a cui aggiunge il sentimento di solennità del divino, questo universalismo «è condiviso dalla
teologia di tutti i pensatori greci e ne diventa la premessa tacita o pronunciata.»[221].

7 Note
1. ^ Hadot 2005

2. ^ Michel Foucault. Tecnologie del sé. in Un seminario con Michel Foucault - Tecnologie del sé. Torino, Boringhieri, 1992. p. 23.

3. ^ "Apollo accanto a Zeus è il dio greco più significativo. Su questo punto non vi può essere dubbio alcuno nemmeno in Omero" (Otto 2005a, p. 68). Ma anche Martin P. Nilsson (in Geschichte der
Griechischen Religion I. Monaco 1967) e Walter Burkert (in Griechische Religion der archaischen und klassischen Epoche, Stoccarda, 1977; in italiano: La religione greca. Milano, Jaca Book, 2003)
sostanzialmente concordano.

4. ^ Walter Burkert. Op. cit., p. 289.

5. ^ Burkert 2003, capitolo I

6. ^ Eliade,  p. 154

7. ^ Charles Penglase, Greek Myths and Mesopotamia: Parallels and Influence in the Homeric Hymns and Hesiod, Londra, Routledge, 2005.

8. ^ Burkert 2003, p. 68.

9. ^ A titolo esemplificativo: "Definire la religione è compito tanto ineludibile quanto improbo. È infatti evidente che, se una definizione non può prendere il posto di una indagine, quest'ultima non può
avere luogo in assenza di una definizione." Giovanni Filoramo. Religione in Dizionario delle religioni (a cura di Giovanni Filoramo). Torino, Einaudi, 1993, p. 621.