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ABBANDONARSI FIDUCIOSAMENTE ALLA REALTÀ

Hans Küng

La realtà? È tutto il reale, tutto ciò che è: ogni ente, l’insieme


degli enti e, in questo senso, l’essere esistente in generale.
Non è qui il luogo di analizzare a fondo che cosa sia la realtà.
La realtà non può essere definita a priori.
L’onnicomprensivo non è, per definizione, né definibile né
delimitabile.
La realtà: è in primo luogo il mondo e tutto ciò che costituisce
il mondo nello spazio e nel tempo, il macrocosmo e il microcosmo
con i loro abissi. Il mondo nella sua storia, nel passato, nel
presente e nel futuro. Il mondo con la materia e l’energia, con
la natura e la cultura, con tutti i suoi prodigi e orrori.
Nessun «mondo sano» comunque, ma soltanto il mondo reale in tutta
la sua problematicità: con tutti i suoi condizionamenti concreti
e catastrofi naturali, con la sua miseria reale e con tutto il
suo dolore. Gli animali e gli uomini nella loro lotta per
l’esistenza: nel loro nascere e perire, nel loro “divorare” ed
“essere divorati”.
La realtà: sono, nel mondo, in particolare gli uomini, gli uomini
di tutti i ceti e di tutte le classi, di tutti i colori e di tutte
le razze, nazioni e regioni, sono l’uomo singolo e la società.
Gli uomini: i più lontani e soprattutto i più vicini (il
prossimo), che spesso sentiamo lontanissimi da noi. Gli uomini
con tutto il loro umano, troppo umano. Nessuna umanità ideale
comunque, ma un’umanità che comprende anche tutto ciò che noi
vorremmo escludere dall’”abbraccio universale” e dal “bacio del
mondo intero”. Che comprende quindi anche tutti coloro che, in
grande o in piccolo, possono renderci la vita un inferno.
La realtà: sono soprattutto io stesso, che come soggetto posso
farmi mio oggetto. Io stesso in anima e corpo, con le mie doti e
il mio comportamento, con le mie debolezze e i miei punti forti.
Nessun uomo ideale comunque, ma soltanto un uomo con i suoi alti
e bassi, con i suoi lati chiari e oscuri, con tutto quello che
C.G. Jung chiama l’«ombra» della persona, con tutto ciò che
l’uomo ha spostato, represso, rimosso, e Freud cerca, con gli
strumenti dell’analisi, di riportare alla coscienza e di far
accettare.
Io e il mondo, però, non possiamo – come abbiamo già accennato –
essere compresi semplicemente come soggetto e oggetto “che sta
di fronte”.
L’oggetto e il soggetto non possono essere pensati come staccati
e isolati l’uno rispetto all’altro.
Il mondo, quale noi lo conosciamo, non è quindi qualcosa di
puramente oggettivo o di puramente soggettivo, ma piuttosto il
prodotto comune della nostra soggettività e dell’essente-in-sé.
Il che significa che, al di là di tutte le distinzioni, il soggetto
e l’oggetto sono sempre correlati.
Il sì alla realtà
Che cosa significa fiducia di fondo? Che cosa si intende per
fiducia originaria, fiducia nella vita, nell’essere, nella
ragione? Anche qui anzitutto una risposta sintetica:
– Nella fiducia di fondo l’uomo dice un sì fondamentale, che si
può mantenere coerentemente nella prassi, alla realtà problematica
di se stesso e del mondo, un sì con il quale egli si apre alla
realtà: questo atteggiamento di fondo positivo significa una
certezza di fondo antinichilistica in ogni esperienza e
comportamento umano, nonostante la permanente minaccia della
problematicità.
Specifichiamo i tre punti enunciati:
a. Di per sé l’uomo propende per il sì: egli non è indifferente
di fronte a tale decisione. Posto tra il caos e il cosmo, tra
l’assurdità e l’intelligibilità, tra il valore e il disvalore,
tra l’essere e il non-essere, io mi trovo preordinato: per natura
vorrei vedere, comprendere, aspirare, avere successo, essere
felice.
Sono attratto dall’essere. La realtà stessa – la realtà del mondo
e di me stesso – agisce su di me. Mi si impone la sua identità,
la sua conformità al senso e al valore.
b. La fiducia di fondo rende disponibili alla realtà: questa è
l’altra possibilità: posso prendere posizione positivamente. Posso
incontrare la realtà problematica con una fiducia fondamentale e
attribuire un essere autentico a me stesso, al mondo, all’essente
in generale. E allora, nonostante tutta la nullità, vedo la
realtà: sotto ogni apparenza, invece del non-essere, c’è l’essere.
Perciò – senza indulgere a un ottimismo a buon mercato – dico un
sì di fondo alla realtà problematica. Pertanto, con questa fiducia
fondamentale, mi si rivela la realtà nonostante la nullità; una
segreta identità nonostante tutta la contraddittorietà: la realtà
come «una»; una segreta pienezza di senso nonostante tutta
l’assurdità: la realtà come «vera»; una segreta conformità al
valore nonostante tutta l’assenza del valore: la realtà come
«buona».
E anche nella mia stessa esistenza problematica viene in luce la
realtà contro tutta la nullità: l’identità contro il destino e la
morte, la pienezza di senso contro il vuoto e l’assurdo, la
conformità della mia vita al valore contro la colpa e il rifiuto
di sé.
Quindi: la realtà problematica, cui mi apro radicalmente,
attraverso tutta la nullità, mi manifesta la sua realtà. La realtà
si dischiude al mio atteggiamento di fondo fiducioso, che
condiziona tutta la mia esperienza e tutto il mio comportamento.
Questo è quindi il rischio pieno di speranza della fiducia di
fondo, con il quale mi apro al mondo e agli uomini: nonostante
tutte le minacciose insicurezze, entro in una certezza di fondo,
che il dubbio e l’angoscia, e lo stesso nichilismo, possono sì
insidiare, ma non vincere contro la mia volontà.
c. Il sì può essere mantenuto coerentemente nella prassi: mentre
il no alla realtà si irretisce in contraddizioni sempre maggiori,
il sì – come accettazione della realtà problematica – può
continuare a vivere anche in mezzo a tutte le insidie. La sfiducia
nel caso singolo si può benissimo conciliare con una fiducia di
fondo. Quest’ultima infatti può anche riconoscere il momento di
verità presente nella sfiducia di fondo – la nullità della realtà
–, mentre viceversa la sfiducia di fondo non può individuare alcun
momento di verità nella fiducia di fondo – nessuna realtà al di
là di tutta la nullità. Pertanto l’atteggiamento della fiducia
di fondo, ed esso soltanto, è aperto alla realtà nella sua
problematicità. Certamente la fiducia di fondo non può essere
mantenuta senza dover affrontare continuamente difficoltà e dubbi,
senza sottostare al pericolo dell’amarezza e della delusione,
tutte cose però che possono venire superate con una costante
fedeltà alla decisione fondamentale presa. Naturalmente la realtà
non si svela di colpo, ma soltanto gradualmente: un essere
attraverso il velo della nullità. Essa comunque permette sempre
nuovi progressi e conquiste. In questo senso fiducia di fondo
significa speranza: non soltanto questa o quella determinata
speranza, ma la speranza fondamentale, che resiste a tutte le
delusioni ed è la condizione di possibilità di una vita veramente
umana, l’antipodo quindi della disperazione.
Vogliamo però ora inasprire maggiormente il confronto affermando:
è caratteristica della fiducia di fondo una razionalità
originaria!
Che cosa si intende per razionalità originaria?
Una razionalità originaria può essere resa possibile soltanto
dalla realtà stessa, quale – come pure abbiamo visto – si dischiude
alla fiducia di fondo. A chi la consideri con una fiducia di fondo
la realtà rivela identità, senso e valore. È perciò caratteristica
della fiducia di fondo una razionalità originaria.
Se di conseguenza non mi chiudo alla realtà problematica, ma
invece mi apro alla sua azione, se non mi sottraggo all’essere per
rifugiarmi nell’apparenza, ma oso abbandonarmi a esso, riconosco,
non certo prima, ma neppure soltanto dopo, bensì mentre agisco,
che quello che faccio è giusto, anzi, che è la «cosa più
ragionevole di tutte». Infatti quello che non si può dimostrare
o sperimentare in antecedenza lo sperimento nell’atto stesso del
confidare: l’essente manifesta l’essere, solo che io non mi
chiuda. Per quanto problematica, la realtà si dischiude e
manifesta la sua identità, la sua conformità al senso e al valore.
Per noi ciò significa:
– Il sì fondamentalmente fiducioso alla realtà problematica non
si legittima con una razionalità esteriore: io non posso
dimostrare, per così dire, dall’esterno, in maniera obiettiva, la
fondatezza del mio atteggiamento di fondo positivo. Non si può
dimostrare dapprima come evidente e razionale qualcosa che poi
potrebbe garantire la fondatezza della mia fiducia, sottraendola
a ogni possibilità di dubbio. Non esiste un qualcosa del genere,
un simile «punto archimedeo» del pensiero: trattandosi infatti
della realtà in generale, e quindi della totalità di ciò che è,
al di fuori della quale non c’è nient’altro che il nulla, tutti
i fondamenti esterni vengono meno. Lo stesso sì di fondo alla
fondamentale razionalità della mia ragione, implicito nel sì alla
realtà, potrebbe venire dimostrato razionalmente soltanto con un
circolo vizioso. La razionalità della ragione può effettivamente
venire ammessa soltanto con una «decisione» di fiducia, alla quale
si contrappone sempre l’alternativa della sfiducia di fondo.
– Il sì fondamentalmente fiducioso alla realtà problematica si
caratterizza per una razionalità interna: io posso sperimentare
la fondatezza reale del mio atteggiamento fondamentalmente
positivo nei confronti della realtà. Anzi la stessa realtà si
manifesta attraverso tutta la problematicità e fa apparire
giustificata la mia fiducia di fondo nei suoi confronti (nessuna
fede cieca!). In altri termini: con la fiducia nell ’essere, che
non è affatto una credulità ontologica, al di là di tutte le
minacce reali rappresentate dalla nullit à, faccio l’esperienza
dell’essere e, quindi, della fondatezza di fondo della mia
fiducia. Parimenti, con la fiducia nella ragione, che non ha nulla
a che fare con una credulità razionalistica, e quindi con l’uso
fiducioso della ragione, nonostante tutte le reali minacce
rappresentate dall’irrazionalità, faccio l’esperienza della
fondamentale razionalità della ragione. Come altre esperienze
fondamentali (ad es. l’amore, la speranza), anche quella della
fiducia diventa comprensibile soltanto nel suo esercizio: nella
«prassi». Soltanto nel suo esercizio io sperimento la fondatezza
del mio sì alla realtà – che ciononostante continua a rimanere
problematica.
– La fiducia di fondo è un dono! La realtà mi è data: se mi
abbandono fiduciosamente, essa mi si presenta piena di senso e di
valore. Anche la mia esistenza mi è data: se mi abbandono
fiduciosamente, posso sperimentare il senso e il valore della mia
esistenza. Anche la mia ragione mi è data: se mi abbandono
fiduciosamente a essa, posso sperimentare la sua razionalit à. La
stessa mia libertà mi è data: se mi abbandono fiduciosamente, pure
essa mi si presenta e la sperimento come una realtà.
– La fiducia di fondo è un compito! La fiducia di fondo nei
confronti della realtà, della mia esistenza, della mia ragione e
della mia libertà, deve autenticarsi nella prassi. In quanto
rischio essa non permette alcuna fuga negli stati d’animo e negli
idilli di un «mondo sano». Proprio a causa della problematicità
della realtà essa esige sia la critica che la trasformazione delle
condizioni sociali che continuano a scuotere la fiducia dell ’uomo
nella solidità delle sue istituzioni, autorità e sistemi, e spesso
fanno apparire problematica la stessa fiducia di fondo.

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