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Storia

La storia (da un termine greco che significa “ispezione”) è la disciplina che si occupa dello studio
del passato mediante l’uso di fonti, cioè di documenti, testimonianze e racconti che possano
trasmettere il sapere.
Il metodo storico consiste nelle tecniche con le quali gli storici usano le fonti primarie e altre
testimonianze per ricercare e quindi scrivere la storia con una narrazione continua e sistematica dei
fatti considerati importanti.
Convenzionalmente, la storia dell’uomo viene suddivisa in periodi separati da eventi di notevole
rilevanza.

La preistoria
La preistoria è il periodo dello sviluppo umano che va dalla comparsa dell’uomo sulla Terra
all’avvento della scrittura, durato circa due milioni di anni. La preistoria è suddivisa in Paleolitico,
Mesolitico, Neolitico (i tre periodi costituiscono l’Età della pietra), Età dei metalli, divisa a sua
volta in Età del rame, Età del bronzo, Età del ferro. Pur essendo scientificamente accettato,
questo schema non si può applicare in modo omogeneo a tutte le popolazioni umane; infatti, in
località diverse si hanno variazioni anche notevoli nel passaggio da un periodo all’altro o,
addirittura, si riscontra la totale assenza di alcuni periodi (per esempio, in alcune zone dell’Africa
non ci fu l’Età del bronzo) e, soprattutto, la data del passaggio dalla preistoria alla storia è diversa
da luogo a luogo.
Il Paleolitico
Il Paleolitico è il più lungo dei periodi in cui è suddivisa la preistoria, dall’apparizione dell’uomo
(circa due milioni di anni fa) al termine delle glaciazioni (circa 8.500 anni fa). Questo periodo,
caratterizzato dall’utilizzo di utensili di pietra scheggiata, è a sua volta suddiviso in sottoperiodi,
distinti secondo le metodologie di lavorazione della pietra (Paleolitico inferiore, Paleolitico medio,
Paleolitico superiore). Il Paleolitico superiore vide l’avvento dell’Homo sapiens sapiens, che
sostituì l’Homo sapiens neanderthalensis e l’inizio delle attività artistiche preistoriche (piccoli
oggetti, arte parietale).

Il Mesolitico
Il Mesolitico è caratterizzato dalla fine della glaciazione quaternaria (IX millennio a.C.) e dalle
conseguenti modificazioni della fauna che richiesero l’invenzione dell’arco e delle frecce e di
strumenti adatti alla pesca. L’inizio del Mesolitico vede la nascita della pratica dell’allevamento e di
quella dell’agricoltura. La lavorazione della pietra si specializza a seconda delle regioni
geografiche. Manufatti di pietre scheggiate sono stati rinvenuti in Francia, Germania, Spagna e
Olanda. In Tunisia sono state rinvenute tracce della lavorazione del guscio di uova di struzzo,
mentre in alcune zone della Spagna, lungo la costa, sono presenti testimonianze di arti figurative,
costituite da dipinti monocromatici (in nero o rosso) raffiguranti scene di caccia con figure umane e
animali (valle dell’Ebro e Valencia).
Il Neolitico
Il Neolitico è il periodo preistorico corrispondente all’ultima parte dell’Età della pietra.
Ebbe inizio tra il IX e il VII millennio a.C., con durata e sviluppo diversi secondo le zone. Quattro
sono le attività che lo caratterizzano: l’uso della pietra levigata (da cui il nome, da neo, “nuova” e
lithos, “pietra”), l’arte della ceramica, la coltura dei cereali e l’allevamento degli animali.
Il Neolitico è un periodo di grande importanza nella storia degli uomini, abituati fino ad allora a
dipendere dalla natura: l’uomo non vive più solo dei frutti che crescono spontanei, della pesca e
della caccia, ma inventa nuove tecniche e strumenti che gli consentono di addomesticare e allevare
bestiame e lavorare la terra. Inizia la formazione dei primi insediamenti umani, grazie all’incipiente
pratica della coltivazione e dell’allevamento di capre e bestiame. I manufatti diventato più elaborati:
accanto a punte e scalpelli di pietra levigata, nasce l’arte di modellare la ceramica. La selce e
l’ossidiana (materiale di origine vulcanica) sono le materie prime che vengono estratte da primitive
miniere e di cui nasce un fiorente commercio. I villaggi più antichi di cui sono stati ritrovati i resti
sono localizzati nel Vicino Oriente (Gerico), in Turchia e in generale nella zona della Palestina e
dell’Iraq. Il Sahara, allora ricco di vegetazione, è abitato da cacciatori e da nomadi dediti alla
pastorizia; anche qui si afferma la lavorazione della selce per produrre macine, punte di frecce,
picconi e martelli. Nel Sahara inoltre sono rimaste tracce di arte primitiva costituita da incisioni e
pitture sulle rocce. Quest’arte sahariana, iniziata intorno all’8000 a.C., si protrasse fino al 1500 a.C.
Verso il 6000 a.C. si hanno i primi insediamenti in alcune zone dell’Europa, testimoniati da
costruzioni di imponente grandezza, in pietra interrata. Si tratta prevalentemente di monumenti
funerari; infatti le pratiche del culto dei morti erano divenute molto curate. I cadaveri erano ricoperti
di ocra, circondati da vestiti e suppellettili, ornati da conchiglie, corna e denti di cervo. I cosiddetti
monumenti megalitici comprendevano i menhir, lastre di pietra conficcate in senso verticale nel
terreno, i dolmen, in cui due lastre verticali ne sorreggono una posta orizzontalmente, e i cromlech,
costituiti da più menhir disposti a cerchio. Queste costruzioni sono pervenute fino a noi e si possono
ammirare in alcune zone dell’Europa settentrionale. Il più noto è il cromlech di Stonehenge (Gran
Bretagna), che occupa circa 100.000 metri quadrati. In questo periodo comincia a diffondersi in
alcune zone dell’Italia settentrionale l’arte della lavorazione dei vasi in ceramica. La decorazione
viene fatta imprimendo sulla superficie del vaso le impronte di conchiglie, oppure mediante graffi.

L'Età dei metalli


L’Età del rame (Eneolitico o Calcolitico o Cuprolitico) si può considerare come la tappa di
transizione tra le industrie litiche del Neolitico e la nascente metallurgia dell’Età del bronzo.
L’Età del bronzo è il periodo caratterizzato dalla scoperta della prima lega metallica. Il bronzo
infatti può essere ottenuto solamente aggiungendo a una fusione di rame una quantità pari al 10% di
stagno. Il nuovo metallo aveva una maggiore durezza e migliore affilabilità, consentendo la
fabbricazione di armi e utensili molto più efficaci e resistenti di quelli di rame. L’età del bronzo
vede la nascita delle prime grandi civiltà, come quella micenea in Grecia, quella sumerica in
Mesopotamia e quella egizia sulle rive del Nilo.
L’Età del ferro è contraddistinta dalla scoperta dei metodi per estrarre il ferro dalle rocce che ne
contengono i relativi ossidi, già noti agli Ittiti attorno al 1500 a.C.
Le civiltà antiche
Il modo più semplice di studiare l’età antica è di studiare i vari popoli che parteciparono al
progresso dell’umanità; si deve rilevare che le varie civiltà riguardano aree geograficamente diverse
e periodi storici differenti.
Importanti sono anche i punti di contatto fra le varie civiltà, spesso trasformatisi in scontri o fusioni
fra i vari popoli.
I vari popoli si estesero o ridussero nel tempo la loro influenza, ma è possibile indicare il punto di
partenza delle varie civiltà che si sovrapposero nei secoli con effetti molto complessi.
Addirittura di alcuni popoli come gli hyksos o i mitanni si conosce ancora molto poco.

Geografia di alcuni dei più famosi popoli antichi


La civiltà egizia
La preistoria della civiltà egizia, antecedente il 3000 a.C., va sotto il nome di età predinastica. In
quel periodo, gli insediamenti, inizialmente di piccole dimensioni (nomi) tendono sempre più a
ingrandirsi e a unificarsi, fino a dare vita a due agglomerati ben distinti: l’Alto Egitto (nella zona
della valle del Nilo a sud) e il Basso Egitto (la regione settentrionale del delta del fiume). Attorno al
2700 a.C. viene fatto risalire l’inizio della dinastia menfita, coincidente con il periodo di massimo
splendore. Il trasferimento della capitale a Menfi diede inizio alla dinastia, sotto la quale viene
costruita la prima piramide a gradoni a Saqqara. L’Egitto conobbe un periodo di immensa fortuna,
simboleggiato dalle piramidi perfette di Giza (le piramidi di Cheope, Chefren e Micerino nonché
la famosissima Sfinge) e Dahshur. Durante la V e la VI dinastia il potere dei faraoni diminuì
notevolmente, a favore dei sacerdoti, e ciò fece da preludio a un periodo di anarchia, di lotte sociali
molto accese e di invasioni da parte dei vicini beduini. In seguito, il re Mentuhotep II riuscì a
riunificare il territorio egiziano, dando inizio a quello che gli storici identificano come Regno
Medio. Sotto la sua dinastia l’Egitto inizia un altro periodo di espansionismo. La flotta egiziana
solcò le rotte per tutto il Mediterraneo, entrando in contatto con le civiltà di Creta, di Cipro e della
Cilicia. Con l’undicesima e dodicesima dinastia si ha il Medio Impero o primo impero tebano.
Dalla tredicesima alla diciassettesima dinastia si ha l’invasione degli hyksos venuti dall’Asia. Il
periodo dalla diciottesima alla ventesima dinastia è contraddistinto dal Nuovo Impero o secondo
impero tebano. Verso il 1100 a.C. si ha la fine dell’unità egiziana e dinastie straniere o nazionali si
alternano al potere (dalla ventunesima alla ventiseiesima dinastia). Il Paese subisce l’invasione da
parte degli assiri. Nel VI sec. a.C. il persiano Cambise conquista l’Egitto. Nel IV sec. a.C. l’Egitto
viene conquistato da Alessandro Magno, al quale succedono i Lagidi o Tolomei, dinastia greca.
Nel I sec. a.C. l’Egitto passa sotto la dominazione romana e si diffonde il cristianesimo. Fra il IV e
il VII sec. è nell’ambito dell’impero bizantino. Nel VII sec. l’Egitto è conquistato e integrato
nell’impero musulmano degli Omayyadi e poi degli Abbasidi e viene islamizzato.

Le civiltà della Mesopotamia


La Mesopotamia (dal greco mésos, “in mezzo”, e potamós, “fiume”) è una regione storica
dell’Asia occidentale compresa tra i fiumi Tigri ed Eufrate, delimitata a nord dal Tauro armeno, a
est dai monti Zagros e a ovest dal deserto siriaco (attualmente fa parte dell’Iraq). È una pianura
alluvionale, caratterizzata da clima arido. Grazie alla fertilità del terreno, vi si svilupparono fiorenti
civiltà antiche, dai sumeri, agli assiri e ai babilonesi e vi fiorirono le prime strutture urbane
(Samarra, Ninive, Uruk, Babele, Ur ecc.). Fu poi conquistata dai persiani e, nel IV sec. a.C., da
Alessandro Magno. Rappresentò il limite estremo dell’espansione dell’impero romano, che solo
con Traiano riuscì ad annettere la regione all’inizio del II sec. d.C., senza peraltro riuscire a
mantenerne il controllo stabile, per le continue guerre con i parti. Nel VII sec. fu infine conquistata
dagli arabi.

I sumeri
I sumeri erano un’antica popolazione della Mesopotamia meridionale, le cui origini sono
rintracciabili grazie a reperti risalenti al 3000 a.C. Raggiunsero il loro apogeo nel XXIV sec. a.C.
scomparendo solo in seguito all’affermazione delle dinastie semitiche nel XX sec. a.C. La loro
struttura sociale consisteva in città Stato, governate secondo il principio della concentrazione dei
poteri nelle mani del principe. La lingua sumera, della quale si hanno documentazioni risalenti al IV
sec. a.C., venne importata nella Bassa Mesopotamia da popoli originari delle regioni montuose del
nord; malgrado le forti opposizioni degli invasori semitici, il sumero resistette come lingua di
cultura anche quando l’accadico venne soppiantato dalle parlate degli invasori indoeuropei. Si tratta
principalmente di inni religiosi, miti, canti epici (il ciclo di Gilgamesh e la discesa agli inferi della
dea Ishtar), lamentazioni. Il codice di leggi di Ur-Nammu, raccolta di testi giuridici, rappresenta la
più antica raccolta di massime giuridiche della storia dell’uomo; esso è molto utile per la
comprensione dell’organizzazione sociale della civiltà sumera. L’arte sumera era relativamente
semplice; consisteva in templi edificati con mattoni crudi o cotti al sole sovrapposti, con altare e
vari ambienti entro un recinto sacro su terrapieni, dal quale deriva il ziqqurat, ossia una torre a più
terrazze sovrapposte. La città di Ur reca testimonianza del più antico re conosciuto, il cui nome si
perde nella leggenda: Meskalamdug. Questa città fu la più potente all’epoca, raggiungendo il
massimo splendore intorno al 2600 a.C. Al British Museum di Londra è conservato lo stupendo
stendardo di Ur, un pannello intarsiato con conchiglie e lapislazzuli, raffigurante scene di guerra e
di pace dell’antica città sumera.

Gli assiri
Gli assiri erano un’antica popolazione dell’Asia Occidentale. La monarchia assira fu fondata sulle
rovine dell’impero sumerico nel III millennio a.C. circa, allargandosi a quasi tutta la Mesopotamia
finché la loro espansione non venne contrastata dai babilonesi e dai medi che nel 612 a.C.
occuparono la capitale Ninive, distruggendola e annettendo l’Assiria.
La struttura della monarchia assira era aristocratico-militare: l’economia, basata sull’agricoltura e
sul commercio, fioriva grazie allo sfruttamento dei Paesi conquistati. La lingua assira utilizzava
caratteri cuneiformi (consistenti in incisioni lineari a forma di cuneo nella pietra o nell’argilla,
tracciate da sinistra verso destra mediante uno stilo di canna o di metallo): il babilonese era
comunque la lingua dei poeti e letterati, come testimoniato dalla biblioteca di Assurbanipal
rinvenuta a Ninive. L’arte assira riprende i temi dell’arte mesopotamica dei sumeri, esemplificata
nello ziqqurat di Ur o tempio torre con sovrapposizione fino a sette piani di bastioni inclinati,
aggiungendo motivi realistici di celebrazione del sovrano. La torre di Babele, ziqqurat a pianta
circolare con scala di accesso a spirale ordinata da Nabucodonosor, risale al VII sec. a.C.

I babilonesi
I babilonesi erano un popolo di origine semitica che dimorava in Mesopotamia. La prima dinastia
babilonese, detta amorrita, si scontrò con le popolazioni vicine per il predominio dell’intera
regione, ma solo attorno al 1700 a.C. con l’avvento del re Hammurabi si ebbe la riunificazione di
tutta la Mesopotamia sotto un unico dominio. Hammurabi è famoso tuttavia soprattutto per la sua
opera di legislatore; è giunto fino a noi il Codice di Hammurabi, che contiene le leggi che
regolavano i rapporti sociali e commerciali. Nel codice sono descritti anche concetti moderni come
l’esistenza del contratto scritto. La scrittura era infatti molto diffusa in questo periodo di fiorente
civiltà; gli scribi si occupavano anche di matematica e astronomia, oltre alla gestione di enormi
biblioteche di atti giuridici e documenti. La letteratura fiorisce attorno a leggende e a racconti epici,
come le gesta di Gilgamesh (Epopea di Gilgamesh), re di Uruk, alla vana ricerca della pianta
dell’eterna giovinezza. Questo poema è la più vasta opera della letteratura di tutta la Mesopotamia
ed è giunta ai nostri giorni in varie lingue.
Sottomessi da ittiti, cassiti e assiri, solo nel VII sec. a.C. ebbe inizio la dinastia neobabilonese o
caldea che affrancò il Paese dagli assiri; sotto Nabucodonosor II l’impero babilonese riacquistò
l’antico splendore e i suoi confini si allargarono fino a Gerusalemme (con la deportazione dei suoi
abitanti in Babilonia) e all’Egitto. Le città principali, oltre alla capitale Babele, erano Ur e Lagash.
Lo splendore durò poco perché solo un secolo più tardi la Babilonia venne conquistata da Ciro il
Grande, entrando a far parte del regno persiano. La lingua babilonese era un dialetto accadico del
gruppo semitico orientale, che condivideva dei caratteri con l’etiopico e l’aramaico. Il sumero si
mantenne come lingua di culto, mentre l’accadico, con caratteri cuneiformi, ebbe dignità letteraria.
Oltre agli studi giuridici furono notevoli anche gli studi astronomici e matematici.

I medi
I medi originariamente erano tributari degli assiri finché conquistarono Ninive sostituendosi a essi
(regno dei medi). Furono poi assoggettati da Ciro, re dei persiani.

Gli ittiti
Gli ittiti erano un’antica popolazione indoeuropea migrata dal Caucaso in Asia Minore intorno al
2000 a.C. e lì stanziatasi nella zona dell’odierna Cappadocia settentrionale. L’antico impero, con
capitale Ḫattuša, si sostituì alla primitiva organizzazione costituita da città Stato spesso in
competizione tra loro. L’impero si estese fino ai confini del regno babilonese, dopodiché iniziò un
periodo di decadenza fino alla nascita del nuovo impero (1400-1200 a.C.) che arrivò a estendersi
dall’Egeo fino alla Siria e alla Palestina. L’espansione degli ittiti terminò quando, durante il
tentativo di conquistare le regioni occidentali dell’Asia Minore, si scontrarono con i popoli del
mare, i quali alla fine causarono la caduta dell’impero ittita nell’XI sec. a.C. Quello che ne rimase
furono dei regni con dinastie ittite in Siria, Cappadocia e Cilicia, che sopravvissero fino all’VIII sec.
a.C. L’organizzazione dell’impero era di tipo feudale, con compagini militari a capo delle quali il re
univa in sé il potere politico e quello religioso, coadiuvato dalla nobiltà guerriera. Nell’arte ittita si
sentono influssi mesopotamici e anatolici. Le produzioni artistiche vanno dai rilievi monumentali
delle pareti dei santuari rupestri, agli amuleti d’oro e d’argento, ai sigilli decorati, alle ceramiche
policrome fino ai palazzi fortificati, ai templi e alle mura che sorgevano nelle maggiori città. La
religione ittita era politeista e risentì degli influssi di assiri, babilonesi e urriti. La lingua era di tipo
indoeuropeo appartenente alle lingue centum. Era scritta in caratteri cuneiformi con forti influssi
asiani sul lessico. Gli scritti sono per lo più di genere mitologico. Sono presenti anche molte
traduzioni di opere babilonesi (Gilgamesh), oltre a documenti di tipo cronachistico e annalistico.

Gli ebrei
Gli ebrei erano una popolazione semitica oriunda dell’Asia, inizialmente abitante la Mesopotamia.
Secondo il Pentateuco, la storia degli ebrei inizia con la vocazione di Abramo che da Ur dei caldei
si recò in Palestina, la terra promessa da Dio, e da lì in Egitto. Qui, nel XVI sec., gli ebrei vennero
perseguitati e indotti a fuggire per una supposta complicità con gli invasori hyksos e a causa del
monoteismo che contrastava l’idolatria faraonica. Secondo la tradizione biblica, Mosè guidò una
nuova migrazione nel sec. XIII, portando il popolo fuori dall’Egitto per condurlo in Palestina.
Con il primo re, Saul, iniziò la monarchia; seguirono Davide e poi Salomone, dopo la cui morte il
regno venne scisso in Israele al nord e Giuda al sud, con capitale Gerusalemme. Il regno di Israele
fu conquistato dagli assiri, quello del sud dal re babilonese Nabucodonosor che deportò a
Babilonia i cittadini più agiati. Gli anni dal 587 al 538 a.C., definiti “dei profeti”, segnarono la
storia degli ebrei sia dal punto di vista religioso che da quello politico. Al loro ritorno in Palestina
gli ebrei subirono una serie interminabile di assoggettamenti: ai macedoni, ai persiani e ai romani.
Governata dai romani, la Palestina fu sede di ribellioni al governo straniero che portarono a
rappresaglie (quali la distruzione del tempio di Gerusalemme). Ulteriori tentativi di ribellione
furono sedati da Adriano e iniziò così la diaspora degli ebrei verso gli altri Paesi europei.

I fenici
I fenici (così erano chiamati dai greci) erano una popolazione semitica (che cioè apparteneva al
ceppo linguistico semitico, comune alle popolazioni che secondo la leggenda deriverebbero da Sem,
figlio di Noè) che nel IV millennio a.C. abitava l’Asia Minore nell’attuale zona costiera libanese e
siriana. Erano organizzati in città Stato, le cui più importanti erano Biblo, Sidone e Tiro. Ottimi
navigatori e conquistatori, controllavano tutta la zona da Cipro alle coste africane, e anche
Sardegna, Sicilia e Spagna. Pur subendo interminabili invasioni e aggressioni, le città fenicie
riuscirono comunque sempre a mantenere una propria indipendenza: egizi, assiri e babilonesi,
persiani e greci furono i dominatori prima che i romani li includessero nella provincia della Siria. Si
spinsero alla ricerca di materie prime in tutto il Mediterraneo, fin oltre lo stretto di Gibilterra. Nella
colonizzazione del Mediterraneo fondarono numerose città costiere in Sicilia, Sardegna, Spagna e
Africa. La loro lingua era simile all’ebraico ed è stata decifrata nel XVIII sec. Ai fenici è attribuita
l’invenzione dell’alfabeto fonetico e la forma esteriore delle lettere che fu adottata dai greci. Grazie
a loro si diffusero le unità di misura e il sistema dei pesi babilonesi in tutto il bacino del
Mediterraneo. L’arte fenicia non è stata molto originale, in quanto fusione di stili diversi.

I persiani
I persiani fondarono un antico e potente impero, il cui nucleo oggi coincide con i confini dello
Stato dell’Iran. I primi insediamenti nell’area risalgono al periodo Neolitico. La prima civiltà fu
quella mesopotamica (fra il V e il IV millennio a.C.); nel III millennio a.C. lo Stato di Elam entrò
in conflitto con la Mesopotamia, impadronendosi di alcuni territori e città. Nell’VIII sec. a.C.
giunsero nella regione popolazioni di stirpe euroasiatica; in seguito il regno elamita cadde,
conquistato da Assurbanipal. Più tardi, i medi fondarono un impero che durò fino all’avvento dei
persiani, che sotto la guida degli achemenidi, con Ciro II, occuparono la Lidia e Babilonia (VI sec.
a.C.). Cambise, successore di Ciro, ampliò il dominio persiano conquistando l’Egitto e Dario lo
rafforzò ulteriormente. L’impero così formato dai persiani si scontrò inevitabilmente con l’area
greca, giungendo alla sconfitta finale contro il macedone Alessandro Magno, con la fine
dell’impero achemenide.
La lingua persiana ha una storia lunghissima, divisa in tre periodi principali (antico, medio e
neopersiano).

L’Asia Minore e le civiltà dell’estremo Oriente


Sugli altopiani interni dell’Asia Minore e sulle coste del Mar Nero, agli inizi del II millennio a.C., si
stabilirono popolazioni che venivano dalle montagne a nord della Mesopotamia e della Siria: i
cassiti e gli hurriti. Dopo la caduta dell’impero ittita, invece, intorno al 1200 a.C. i frigi e i lidi si
insediarono in Anatolia.
Anche la parte orientale dell’Asia fu sede dello sviluppo di diverse civiltà, favorito dalla fertilità dei
terreni, percorsi da grandi fiumi come l’Indo per la civiltà indiana e il Fiume Giallo e il Fiume
Azzurro per quella cinese.
La civiltà indiana
Durante tutta la preistoria, il subcontinente indiano fu abitato da popolazioni negroidi,
austroasiatiche o dravidiche e nel bacino dell’Indo (Mehrgarh) si sviluppò la rivoluzione neolitica
(IX-VII millennio a.C.). La civiltà dell’Indo (Mohenjo-daro), urbana e dotata di una scrittura a
pittogrammi, fu al suo apogeo fra il 2400 e il 1800 a.C.
La civiltà dell’Indo fu distrutta dall’invasione degli ariani, popolazioni di lingua indoeuropea. Gli
ariani arrivarono dall’Asia centrale e colonizzarono l’India del nord che adottò la loro lingua, il
sanscrito, la loro religione vedica (alla base dell’induismo) e la loro concezione di gerarchia
sociale (sistema delle caste). Tra il 1000 e il 900 a.C. si ebbe la comparsa del ferro. L’India entrò
nella storia all’epoca della vita di Buddha (560-480 a.C.), contemporaneo di Mahavira, fondatore
del giainismo. Nel 327 a.C. Alessandro Magno raggiunse l’Indo e vi fondò alcune colonie greche.
Dopo Alessandro l’India ebbe un periodo di grande splendore con l’impero Maurya che venne
portato al suo apogeo da Aśoka (III sec.  a.C.) che estese il suo dominio dall’Afghanistan al Deccan
e inviò missionari buddhisti nell’India del sud e a Ceylon. Nel I sec. d.C. l’India, divisa, subì
l’invasione dei kusana.

La civiltà cinese
600.000 anni a.C. comparvero in Cina le prime culture del Paleolitico. Diverse culture
neolitiche, in particolare quella di Henan, sono alla base di quelle del bronzo. L’esistenza
storica della dinastia leggendaria di Xian è attestata dall’archeologia tra il XXI e il XVIII sec.
a.C. La civiltà del bronzo, sviluppatasi sotto gli Shang (XVIII-XI sec. a.C.), proseguì sotto i
Chou (XI-III sec. a.C.). Il periodo dei Regni combattenti (V-III sec. a.C.) fu contrassegnato
dalla divisione politica e dalla fioritura della cultura antica con Confucio. Nel III sec. a.C. Qin
Shi Huang fondò l’impero Qin (o Chin), unificando l’insieme dei regni cinesi della Manciuria
a nord dell’attuale Vietnam. Gli Han estesero successivamente il loro regno in Manciuria, in
Corea, in Mongolia, nel Vietnam e in Asia Centrale, fondarono il mandarinato (dalla
definizione di Gramsci: “istituzione burocratico-militare cinese, che, su per giù, corrisponde
alle prefetture italiane”) e rilanciarono il confucianesimo, inoltre aprirono il Paese alle
influenze straniere che penetrarono attraverso la via della seta. In seguito lo Stato
centralizzato scomparve, le città declinarono e si sviluppò l’influenza del buddhismo.

La civiltà greca
La Grecia antica fu abitata fin dal II millennio a.C., quando popolazioni di stirpe indoeuropea
(gli achei) attraverso la penisola balcanica scesero fin verso la Grecia, spostandosi poi nelle
isole dell’Egeo e nelle regioni costiere dell’Asia Minore.
L’isola di Creta diede separatamente vita alla fiorente civiltà minoica, cosiddetta dal nome del
mitico re dell’isola, Minosse. La civiltà minoica fiorì dal 2500 al 1000 a.C. Si presume che la fine
della civiltà minoica sia stata causata dai terremoti che accompagnarono l’eruzione di Santorini. In
seguito Creta fu conquistata dagli achei, quindi dai dori e subì le vicende della storia greca.
La civiltà continentale, sviluppata dagli achei, che assoggettò quella minoica, viene invece
denominata micenea, dalla città di Micene, che ne costituiva il centro principale.
Micene fu fondata secondo la leggenda da Perseo e munita di enormi mura dai ciclopi; nella storia
compare come centro abitato da una popolazione di origine caria (età del bronzo; 3000-2800 a.C.).
Successivamente crebbe di importanza e raggiunse il massimo splendore sotto gli Atridi, che,
secondo la leggenda, guidarono la spedizione greca contro Troia. Il suo splendore in questi tempi è
cantato da Omero che la celebrò come la città ricca d’oro, ben costruita e dalle larghe vie. Dopo
questo periodo, che viene indicato tra il 1600 e il 1100 a.C., Micene subì una serie di invasioni e la
sua potenza decadde fino alla distruzione da parte di Argo (468 a.C.). Della sua passata grandezza
non rimasero che imponenti rovine, in un territorio quasi disabitato.
Un’altra civiltà da considerare è quella dei dori che si stanziarono nel Peloponneso, all’inizio del
medioevo ellenico (XII-VIII sec. a.C.). In tale epoca entrarono in crisi le antiche monarchie e si
consolidò il potere dell’aristocrazia.

La polis: dalla monarchia alla democrazia


La polis (città-Stato, polis significa “città”,) fu la caratteristica forma di organizzazione
politica nella Grecia antica, nata verso il VII sec. a.C. quando divenne netta la
frammentazione del territorio in molti nuclei indipendenti.
Parallelamente al consolidarsi nella madrepatria delle città-Stato, si ebbe un vasto processo di
colonizzazione, grazie al quale la cultura greca fu portata lungo le coste della Macedonia, della
Tracia, fino a raggiungere Bisanzio, in Sicilia e in tutta l’Italia meridionale, fino ad arrivare
nell’VIII sec. a.C. a Cuma.
Le colonie fondate in Italia costituirono la Magna Grecia. In essa, a nuovi insediamenti si
affiancarono le conquiste di città preesistenti, nelle quali le popolazioni indigene venivano cacciate
o ridotte a forza-lavoro dipendente. Nel processo di colonizzazione i greci si scontrarono
inevitabilmente con fenici ed etruschi.
Le colonie della Magna Grecia
La polis era retta da un’assemblea dei cittadini e da un’assemblea ristretta che selezionava i temi da
discutere pubblicamente; con funzioni esecutive esistevano un certo numero di magistrature. L’unità
politica delle città-Stato si evidenziava in raduni periodici come i giochi panellenici (le olimpiadi,
dal sec. VIII a.C.) e soprattutto nei pellegrinaggi ad alcuni santuari come quelli di Delfi (centro
dell’ombelico del mondo), di Delo e di Olimpia.
Con l’ascesa dell’aristocrazia (aristocrazia significa “governo dei migliori”, che Platone e
Aristotele identificheranno con i saggi, i sapienti) si definì ulteriormente l’aspetto della polis. Nella
parte bassa della città risiedeva il popolo e in una più elevata (più difendibile), l’acropoli, la classe
dirigente. Oltre a templi e tribunali, grande importanza aveva l’agorà, centro di riunione dei
cittadini.
La Grecia antica

La tirannide
Con il miglioramento dell’economia (che divenne monetaria) si affermò una classe sociale non
formata da aristocratici; alcune città diventarono potenti; Atene in Attica, Argo nell’Argolide e
Sparta in Laconia. Anche nell’esercito il potere dei nobili diminuì perché la nuova classe dei ricchi
poteva permettersi l’equipaggiamento tipico (allora lo schieramento tipico era formato dagli opliti,
fanti armati di lancia e spada e protetti da scudo e corazza). A fianco dei ricchi e dei nobili, il popolo
sempre più povero e indebitato favoriva l’ascesa al potere di chi prometteva riforme. I tiranni si
affermarono in certe città (VII a.C. a Corinto; VI a.C. ad Atene).

La democrazia
Contrariamente al significato negativo che oggi ha il termine, le tirannidi rappresentarono periodi di
miglioramento sociale e di crescita culturale ed economica. A poco a poco però il popolo prese
coscienza della sua forza e a partire dal V sec. a.C. quasi ovunque le tirannidi risultarono sostituite
da governi oligarchici (oligarchia = “governo di pochi”) o democratici (democrazia = “governo del
popolo”). L’opposizione tra queste due forme di governo si manifestò chiaramente nella Guerra del
Peloponneso (431-404 a.C.) con lo scontro fra le polis democratiche, schierate con Atene, e le polis
oligarchico-aristocratiche, alleate con Sparta.

Sparta e Atene
Sparta e Atene furono le due città-Stato greche che raggiunsero il più alto grado di sviluppo e
che arrivarono a scontrarsi per il predominio sulla Grecia.

Atene
L’origine (la città si affaccia sulle insenature del Falero e del Pireo e a nord è sovrastata da
formazioni calcaree, fra cui la celeberrima Acropoli) è incerta e attribuita a personaggi mitologici;
fu una delle sedi della civiltà micenea (II millennio a.C.) e iniziò l’ascesa politica guidata in origine
da una monarchia e poi da arconti (l’arconte era il magistrato più importante). Fu provvista di una
costituzione democratica da Dracone. All’inizio del VI sec. a.C. la democrazia continuò con Solone
che divenne arconte, ma dopo pochi decenni Pisistrato e i suoi figli imposero la loro tirannia: solo
nel 507 a.C. Clistene ritornò a dare agli ateniesi istituzioni democratiche e rese Atene il centro
cittadino (polis) più significativo di tutta la Grecia. Con Pericle, democraticamente eletto stratega,
la città affrontò e vinse l’impero persiano. Pericle guidò Atene per circa trent’anni, introducendo
diverse riforme politiche all’interno e tentando una continua espansione in campo esterno. Pericle
favorì un’intensa attività urbanistica e a lui si devono l’edificazione del Partenone e dei Propilei.
Nel 430 a.C. perse la guida della città, soprattutto in seguito alla guerra del Peloponneso.
Con Pericle si ebbe il periodo di massimo splendore ed estensione: Atene divenne il centro morale,
politico e culturale della Grecia (ricordiamo i filosofi Socrate, Anassagora e Protagora, i
tragediografi Sofocle ed Euripide, lo storico Erodoto), affermandosi come potenza commerciale e
militare, ricca, per il predominio sui mari, di una efficientissima flotta, che le valse la supremazia
sulla lega delio-attica.
Il periodo di splendore durò pochi decenni perché iniziò il conflitto con Sparta (guerra del
Peloponneso). Atene capitolò nel 404 a.C. e Sparta sostituì la propria egemonia a quella di Atene.

Sparta
Sparta antica era posizionata su sei colli, cinta da mura. Le origini di Sparta sono collegate
con l’invasione dorica della Grecia nel 1200 a.C. Il nuovo Stato dorico, retto secondo un
sistema militarizzato e con le leggi di Licurgo, divenne ben presto molto potente. Infatti nel
550 a.C. Sparta dominava gran parte del Peloponneso e costituiva la più grande potenza del
mondo ellenico. Grande strumento del suo predominio fu la lega peloponnesiaca nella quale
entravano, come alleati, i popoli vinti. La popolazione era divisa in spartiati (cittadini di pieno
diritto), perieci (liberi, ma esclusi dalle cariche pubbliche) e iloti (privi di ogni diritto). Erano
previsti, come organi di governo, due re, ventotto geronti (anziani che costituivano il senato),
l’apella (assemblea popolare), gli efori (ispettori), cinque magistrati. La rivalità con Atene si
trasformò in conflitto aperto che portò all’abbattimento di Atene (404 a.C.) e all’affermazione
dell’egemonia di Sparta sulla Grecia. Perse il suo predominio dopo la sconfitta inflittale dai
tebani a Mantinea (362 a.C.).

Le guerre persiane
L’espansione dell’impero persiano lo portò in contatto con le colonie greche che, appoggiate
da Atene, si ribellarono al tentativo di annessione. Mentre alcune città, fra cui Tebe,
accettarono la sottomissione a Dario, re dei persiani, Atene e Sparta dichiararono guerra,
affidando il comando delle operazioni a Milziade.
Milziade sconfisse i persiani a Maratona (490 a.C.) battaglia celebre per l’aneddoto di Filippide, il
messaggero che portò la notizia della vittoria ad Atene (distante 42 km da Maratona, da cui la
nascita della distanza classica della gara olimpica); arrivato stremato, Filippide morì dopo
l’annuncio.
Alla morte di Dario, dieci anni dopo, il figlio Serse iniziò i preparativi per una nuova spedizione.
Atene e Sparta riconfermarono la loro alleanza e, con altre città-Stato, costituirono la Lega
panellenica il cui comando militare toccò allo spartano Leonida.
Lo scontro avvenne alle Termopili e i greci furono sconfitti, Atene fu devastata, dopo essere stata
lasciata dagli ateniesi, rifugiatisi a Salamina. L’ateniese Temistocle puntò sulla flotta e si preparò a
fronteggiare i persiani davanti al Pireo dove riuscì a respingerli. L’anno successivo, un nuovo
tentativo persiano naufragò nella battaglia di Platea, a opera dello spartano Pausania, e in quella
navale di Micale.
I persiani furono tenuti sotto controllo finché nel 460 a.C. ad Atene salì al potere Pericle che affidò
il commando militare a Cimone che sconfisse definitivamente i persiani nella battaglia di Salamina
in Cipro nel 449 a.C., ponendo fine alle guerre persiane.

Il dopo Sparta
Dopo la pace con i persiani ripresero le ostilità fra le città greche. Nel 371 a.C. Sparta fu vinta
a Leuctres dai tebani che stabilirono la propria egemonia sulla Grecia continentale. Per un
breve periodo Tebe tolse a Sparta l’egemonia, ma poi si ristabilì un certo equilibrio tra Tebe,
Atene e Sparta e iniziò una crisi sociale e politica che favorì i macedoni. Filippo II di
Macedonia, vittorioso a Cheronea, estese progressivamente il proprio dominio sulle città
greche e Alessandro il Grande, padrone della Grecia, conquistò l’impero di Persia.

Alessandro Magno
Alessandro III (IV sec. a.C.) detto Magno (grande) fu uno dei più grandi condottieri
dell’antichità. Figlio del re macedone Filippo II e di Olimpiade, principessa d’Epiro, fu
educato per alcuni anni da Aristotele. Divenuto re, consolidò il regno con campagne in Grecia,
Tracia e Illiria. Dopo la distruzione della città di Tebe e l’ampliamento del suo dominio verso
settentrione, rivolse la sua attenzione alla Persia. La campagna bellica iniziò con la vittoria
macedone presso il fiume Granico e proseguì con l’occupazione dell’Asia Minore. Ostacolato
dal suo stato di salute, si scontrò nuovamente con i persiani a Isso sconfiggendoli nuovamente.
Dopo la sconfitta dei persiani, spostò la sua attività di conquista verso il Mediterraneo.
Sconfisse i fenici espugnando Tiro, quindi marciò verso l’Egitto dove fu riconosciuto come
nuovo faraone. L’intento di Alessandro era quello di ricercare una fusione tra la civiltà greca e
quella orientale. In questo periodo fondò Alessandria, una delle più importanti città
dell’antichità. In seguito attaccò nuovamente i persiani e sconfisse definitivamente re Dario
nella battaglia di Arbela e fu proclamato re d’Asia. Proseguì il suo dominio con altre
conquiste territoriali e la fondazione di nuove città. Si spinse infine verso i territori dell’India
e, nonostante i successi bellici, dovette infine rientrare nei suoi territori con una marcia che
debilitò l’esercito. Progettò in seguito la conquista del Mediterraneo occidentale ma si ammalò
e morì all’età di soli 33 anni.
Alla morte di Alessandro il regno fu diviso tra i suoi generali (diadochi) e andò incontro alla
frammentazione e alla decadenza. Nel II sec. a.C. cominciò la lotta contro Roma; la sconfitta di
Filippo V di Macedonia a Cinocefale, nel 197 a.C., segnò l’ascesa della potenza romana; la Grecia
ritrovò una semi-indipendenza sotto il controllo romano, ma nel 146 a.C. le città greche coalizzate
furono vinte da Roma e Corinto fu distrutta; la Grecia diventò una provincia romana. Nel 330 fu
fondata Costantinopoli che divenne il nuovo centro culturale dell’oriente greco e nel 395, alla
morte di Teodosio, l’impero romano venne definitivamente suddiviso: la Grecia fu integrata
nell’impero d’Oriente.

L'ellenismo
L’ellenismo è il periodo storico della civiltà greca dalla morte di Alessandro Magno (IV sec.
a.C.) alla conquista dell’Egitto da parte dei romani (I sec. a.C.). Quando Atene e la civiltà
della Grecia decaddero, il centro culturale si spostò ad Alessandria, Antiochia, Pergamo e si
affermò una lingua greca universalizzata (koinè). Vi fu la diffusione di filosofie di impronta
etico-pratica, orientate alla ricerca della felicità intesa come pace interiore (stoicismo,
epicureismo, scetticismo). In campo letterario si affermarono nuovi generi, come il mimiambo,
l’epillio, l’idillio, l’epigramma, il romanzo, e si affrontarono argomenti che riguardavano
l’aspetto quotidiano e non più solo la dimensione eroica dell’esistenza. Grandi opere culturali
furono anche la catalogazione e gli studi di testi antichi che contribuirono alla diffusione
internazionale della cultura greca e alla sua esportazione. Le scienze astronomiche e
matematiche compirono grandi progressi, mentre nelle corti i nobili contribuirono allo
sviluppo di arti come urbanistica, pittura, scultura, arricchendo le città di vie colonnate,
facciate imponenti, portici. La scultura, con la scuola di Alessandria, e la pittura, con la scuola
di Pergamo, gettarono le basi per la futura arte romana.

La civiltà di Roma
Con il nome Italia, inizialmente veniva indicata solo la Calabria; nel III sec. a.C. l’Italia
coincideva con la parte a sud dei fiumi Magra e Rubicone; nel 49 a.C., dopo la conquista della
Gallia Cisalpina, fu considerata Italia anche il Nord, mentre Sicilia e Sardegna furono unite
all’Italia solo nel III sec. d.C. grazie alla riforma di Diocleziano.
Fin dal III millennio a.C. l’Italia fu abitata da popolazioni mediterranee che in seguito furono
identificate con il nome di liguri (nella penisola) o di siculi (in Sicilia). Più tardi le immigrazioni
indoeuropee diedero origine all’insediamento di una civiltà specifica, nella valle del Po; gli ultimi
venuti, i villanoviani, praticavano l’incinerazione e facevano uso del ferro. Attorno all’anno 1000
a.C. erano due i gruppi italici distinti (italioti e sicilioti) che formavano la sostanza della
popolazione dell’Italia. Verso l’VIII sec. a.C., gli etruschi si insediarono tra il Po e la Campania e i
greci stabilirono colonie sulle coste meridionali.
Le colonie della Magna Grecia
La Magna Grecia è l’insieme delle colonie fondate dai greci nella Sicilia orientale e nell’Italia
meridionale, tra l’VIII e il VI sec. a.C. Le principali furono Agrigento, Crotone, Cuma,
Metaponto, Napoli, Reggio, Sibari, Siracusa e Taranto. Gli abitanti della Magna Grecia si
distinsero in italioti e sicilioti. Le lotte tra le varie colonie, unite all’ostilità delle popolazioni locali,
portarono all’indebolimento della Magna Grecia, che, con la caduta di Taranto nel 272 a.C., entrò
nella sfera di influenza di Roma. La cultura della Magna Grecia venne assorbita da quella romana e
l’architettura fu caratterizzata da molti importanti monumenti, principalmente di ordine dorico e più
raramente ionico, con uso di materiali meno pregiati del marmo (terracotta, calcare ecc.). Importanti
i rivestimenti fittili (cioè di terracotta) policromi e la produzione di statue in terracotta e tavole
votive, oltre alle pregevoli sculture in bronzo. Alcune colonie (Cuma, Capua, Napoli e Paestum)
risentirono anche dell’influenza etrusca tra il V e il III sec. a.C.

Gli etruschi
Gli etruschi furono un popolo di origine non definita che abitava anticamente l’area
dell’antica Toscana, successivamente diffusosi in Lazio e nella pianura padana. Detti tirreni,
secondo Erodoto sarebbero provenuti dalla Lidia, secondo Livio dalle popolazioni dell’Europa
settentrionale, mentre Dionisio di Alicarnasso li considerava autoctoni. La loro struttura
sociale era suddivisa in lucumonie, riunite in confederazioni di dodici città, ognuna sovrana
sul proprio territorio. Alla figura del lucumone fu affiancato in un secondo momento il
consiglio degli anziani. Abili navigatori, intensificarono il commercio, bonificarono la
Maremma e fondarono Felsina (Bologna) e altre città dell’attuale Emilia Romagna.
Conquistarono Lazio e Campania, dove si scontrarono con i sabini. La fase etrusca della
storia di Roma è riflessa nella dinastia dei Tarquini. Sul mare dovettero competere con i greci
da un lato e con Cartagine dall’altro. Il loro declino iniziò con le aggressioni di sanniti e galli e
si concluse con l’annessione a Roma, che ne determinò l’assimilazione totale e la scomparsa.
Nell’arte etrusca, notevoli erano le ceramiche dipinte, ma la massima espressione fu raggiunta con
le dimore funebri, ricche di suppellettili, pitture murali, gioielli, sarcofagi lavorati. I templi erano
arricchiti da statue. L’arte funeraria testimonia ampiamente la credenza in una vita ultraterrena.
Notevoli anche le opere in bronzo, come la Chimera di Arezzo e la Lupa capitolina, e l’oreficeria,
arte nella quale gli Etruschi erano considerati autentici maestri. La scrittura si basa su un alfabeto di
origine greca che è stato tradotto, mentre rimane oscura la lingua, di origine non indoeuropea. La
religione concepiva uno strettissimo legame tra sfera umana e divina.
Le origini di Roma: l’età dei re
Le informazioni sulla nascita di Roma sono ancora più leggendarie che storiche. Secondo Tito
Livio, il troiano Enea, scampato alla guerra di Troia, fondò la città di Albalonga che per otto
secoli fu governata dai suoi discendenti. Il fondatore di Roma è considerato Romolo, figura
mitica, figlio di Marte e Rea Silvia, figlia del re di Albalonga, Numitore e gemello di Remo.
Alla loro nascita, lo zio Amulio ordinò che fossero gettati nel Tevere. Furono salvati e allattati
da una lupa. Il pastore Faustolo li allevò e, una volta adulti, Romolo depose lo zio usurpatore,
restituendo il trono al nonno. I gemelli fondarono sul colle Palatino la città di Roma, secondo
la tradizione il 21 aprile del 753 a.C. Romolo uccise il gemello Remo dopo un litigio.
Per popolare la città, la leggenda narra che Romolo, invitati i sabini a una manifestazione di giochi,
rapì le loro donne (ratto delle sabine). Il conflitto venne evitato in nome di una convivenza
pacifica.
Gli storici attribuiscono la nascita di Roma alla fusione di insediamenti di pastori e contadini (Roma
Quadrata). Tuttavia, alcuni elementi della leggenda trovano qualche collegamento con la storia,
come la figura del primo re, Romolo, e la presenza della lupa, venerata come animale sacro caro al
dio Marte dalle popolazioni del luogo. Roma è in seguito governata da una serie di re (sette per la
leggenda, dopo Romolo, Numa Pompilio, Tullo Ostilio e Anco Marzio), con l’alternanza di un re
sabino e uno romano, fino agli ultimi tre, di origine etrusca.
Durante il regno di Tullio Ostilio, la leggenda racconta che la rivalità fra Roma e Albalonga si
concluse per accordo comune con la disfida fra tre fratelli Orazi (romani) e tre fratelli Curiazi;
l’ultimo Orazio rimasto in vita finse ogni volta la fuga, inseguito da un Curiazio che venne
regolarmente ucciso: Albalonga cadde sotto il dominio di Roma.
Attorno al 700 a.C. iniziò il dominio della famiglia etrusca dei Tarquini, con Tarquinio Prisco,
Servio Tullio e Tarquinio il Superbo, gli ultimi tre re di Roma. Sotto il regno degli etruschi, Roma
conosce l’inizio di notevoli opere architettoniche, come il Circo Massimo e i portici del Foro. Il
territorio di Roma si espande sui sette colli (Palatino, quello originale, Campidoglio, Celio,
Aventino, Quirinale, Viminale ed Esquilino). La costruzione del tempio di Diana fece diventare la
città un centro di culto e meta di pellegrinaggi. Il dominio crudele e tirannico di Tarquinio il
Superbo, giunto al potere assassinando il suo predecessore, portò alla rivolta contro il dominio
etrusco (509 a.C.), guidata da Bruto, alla caduta della monarchia e all’inizio della repubblica, retta
dai patrizi. Il potere venne affidato a due consoli.
Alcune note leggende riguardano proprio la lotta dei romani contro gli etruschi.
La prima racconta che gli etruschi cercavano di arrivare a Roma attraverso il ponte Sublicio sul
Tevere. Il romano Orazio Coclite fronteggiò ai nemici mentre gridava ai suoi di tagliare il ponte. Il
ponte crollò, trascinando con sé i soldati etruschi e lo stesso Orazio Coclite che però riuscì a
raggiungere Roma a nuoto.
La seconda racconta che Caio Muzio, travestito da soldato etrusco, era riuscito a entrare nel campo
nemico per uccidere il re etrusco Porsenna; sbagliò però tenda, venne catturato e portato alla
presenza di Porsenna. Per punirsi dell’errore commesso, Caio Muzio pose la mano destra sul
braciere. Colpito dal gesto e consapevole che altri romani avrebbero provato a ucciderlo, Porsenna
stipulò la pace con Roma. A Caio Muzio fu dato il soprannome di Scevola (mancino).
La terza racconta che, per stipulare la pace, Porsenna aveva chiesto nove fanciulle. Le nove ragazze
però fuggirono dall’accampamento etrusco e, poiché il ponte Sublicio era andato distrutto, Clelia
invitò le sue compagne ad attraversare il Tevere a nuoto. I romani però le rimandarono indietro e
Clelia, davanti a Porsenna, si assunse la responsabilità della fuga. Porsenna rimase ammirato dal
coraggio di Clelia cui consentì di tornare a Roma riportando con sé altre cinque ragazze.

L’ordinamento politico e sociale


Nell’antica Roma il potere era affidato al re (non ereditario, sommo sacerdote, comandante
dell’esercito e giudice supremo del popolo), al senato (composto da membri dell’aristocrazia) e ai
comizi curiati (formati da cittadini facenti parte delle 30 curie che costituivano la popolazione). Il
Foro era il luogo dove si tenevano le riunioni politiche.
Le classi sociali erano due: i patrizi e i plebei. I primi erano aristocratici e proprietari terrieri,
mentre i secondi commercianti, artigiani e contadini. Solo i patrizi accedevano alle cariche
pubbliche. Infine gli schiavi erano prigionieri di guerra oppure plebei insolventi; gli schiavi liberati
dai loro padroni erano detti liberti.
La religione era nelle mani dei collegi sacerdotali, il più importante dei quali era quello dei
pontefici, retto dal Pontefice massimo. Altri collegi erano demandati ai vari culti, come le Vestali
(Vesta era simbolo dell’eternità romana) o gli Auguri (che predicevano il futuro osservando il volo
e il canto degli uccelli e le viscere degli animali sacri). I tre dei più importanti erano Giove, Marte
e Quirino. Notevole l’importanza delle divinità familiari, i Lari (spiriti degli antenati) e i Penati
(protettori della dispensa).

La Repubblica romana
Le maggiori cariche della Repubblica romana avevano carattere elettivo ed erano collegiali,
cioè vi erano almeno due magistrati per ogni carica. I due consoli, che restavano in carica un
anno, comandavano l’esercito, convocavano il senato e i comizi e giudicavano i reati più gravi.
I questori furono introdotti successivamente per occuparsi della finanza. Nei momenti di
grande pericolo per lo stato, poteva essere nominato un dittatore che, in carica per sei mesi,
sostituiva i consoli. Altri magistrati erano i pretori e i censori; questi ultimi avevano il compito
di vigilare sulla condotta morale dei cittadini. Il senato, originariamente di tipo consultivo, era
composto da coloro che avevano già esercitato una delle magistrature superiori; il suo potere
andò sempre più crescendo.
I comizi curiati e centuriati costituivano le assemblee popolari. La popolazione fu divisa in quasi
200 centurie.
Le tensioni sociali fra le due classi (patrizi e plebei) furono presenti fin dal nascere della
repubblica. Dopo quindici anni dalla nascita della repubblica, la prima protesta vide i plebei ritirarsi
sul Monte Sacro o, secondo un’altra tradizione, sull’Aventino. Solo l’intervento del patrizio
Menenio Agrippa riuscì a convincerli a tornare, promettendo riforme. Venne creata la figura del
tribuno della plebe, che difendeva gli interessi dei plebei e aveva alcuni diritto di veto. A metà del
V sec. a.C., alcuni patrizi redassero un corpo scritto di leggi penali e civili, la Legge delle XII
tavole, con cui i plebei ottenevano diritti pari ai patrizi. Più tardi i plebei ottennero l’abolizione del
divieto dei matrimoni misti, l’accesso alla questura, al consolato (leggi Licinie Sestie) e ai collegi
sacerdotali e il riconoscimento giuridico delle assemblee della plebe.

Le prime guerre repubblicane


Pochi anni dopo la nascita della repubblica, iniziarono le guerre con i latini, i volsci e gli equi.
Diverse leggende ricordano il periodo, come quella di Coriolano, che passò dalla parte dei volsci,
ma poi si ritirò andando incontro alla morte, e di Cincinnato, che ritornò all’attività di agricoltore
dopo aver sconfitto valorosamente i volsci, senza pretendere alcun tributo di ringraziamento
(secondo alcuni storici, Cincinnato venne richiamato all’età di ottant’anni e rieletto dittatore).
Motivi economici all’inizio del IV sec. a.C. spinsero Roma alla guerra contro la città etrusca di Veio
che, dopo un lungo assedio, fu espugnata da Furio Camillo.
Nel 390 a.C. la città fu invasa e distrutta dai galli senoni guidati da Brenno che, provenienti dalla
città di Chiusi che avevano invano cinto d’assedio, ebbero ragione della scarsa resistenza opposta
dai latini sul fiume Allia. L’occupazione dei galli senoni durò solo sette mesi, che furono però di
distruzione e rovina e segnarono un momento di arresto nell’espansione dei domini di Roma. Solo il
Campidoglio resistette all’assedio e diverse sono le leggende riguardanti il periodo. Una racconta
che le oche, unici animali superstiti alla fame degli assediati perché sacre a Giunone, cominciarono
a starnazzare avvertendo di un attacco dei galli; un’altra racconta che i galli proposero un tributo
pari a mille libbre d’oro per togliere l’assedio. Al momento del pagamento, i romani si accorsero
che le bilance erano truccate e protestarono, ma Brenno aggiunse la sua spada alla bilancia
pretendendo un maggiore peso d’oro e pronunciò la frase “Guai ai vinti!“. Mentre i romani
chiedevano tempo per procurarsi l’oro mancante, Furio Camillo raggiunse Roma con il suo esercito
e, di fronte a Brenno, mostrò la sua spada e gli urlò: “non con l’oro, ma con il ferro, si riscatta la
patria“.
A metà del IV sec. a.C. iniziarono le tre guerre sannitiche che durarono quasi 50 anni; dopo la
terribile sconfitta delle Forche Caudine (321 a.C.), Roma riuscì a cancellare per sempre
l’indipendenza dei sanniti nella battaglia di Boviano e poi in quella decisiva di Sentino (295 a.C.).
La vittoria portò al consolidamento del dominio di Roma su gran parte dell’Italia centrale. Sconfitti
i sanniti, Roma scese in guerra contro Taranto e Pirro, re dell’Epiro. Le sorti della guerra contro
Pirro furono alterne e Roma subì anche dure sconfitte a Eraclea e Ascoli Satriano (ma Pirro ebbe
perdite così pesanti da condannare il proprio esercito a perdere la guerra; da qui l’espressione
vittoria di Pirro). La vittoria a Maleventum (divenuto poi Benevento) convinse definitivamente
Pirro a lasciare l’Italia e ad abbandonare le sue mire espansionistiche. I confini del dominio romano
si estesero all’Italia meridionale. Roma era pronta per espandersi oltre mare.

Le guerre puniche
Dopo la conquista dell’Italia meridionale, Roma si trovò a confronto con Cartagine, la città
africana (nella posizione dell’odierna Tunisi) che dominava nel Mediterraneo occidentale con
il possesso di parte della Sicilia e con colonie in Sardegna, Corsica, Spagna e Baleari.

La Prima guerra punica


Nonostante il trattato esistente tra Roma e Cartagine sulla spartizione dell’influenza territoriale nel
Mediterraneo, trattato che vedeva la Sicilia sotto il dominio cartaginese, Roma cominciò a rivolgere
le sue mire espansionistiche verso la città di Messina, controllata dai mamertini, soldati mercenari
al servizio del tiranno di Siracusa, Agatocle. Alla morte del tiranno, si erano impadroniti della città,
il cui controllo era ambito anche dal nuovo re di Siracusa, Gerone II. Sotto la minaccia dei
cartaginesi, i mamertini chiesero aiuto a Roma, che intervenne dando inizio alla Prima guerra
punica. I cartaginesi, nonostante la sconfitta del loro alleato Gerone, continuarono il conflitto, con
conseguenze disastrose: prima la sconfitta di Milazzo, poi l’invasione dell’Africa e l’assedio di
Cartagine segnarono le prime vittorie romane. Le vicende della guerra furono poi alterne, tuttavia
l’ultima parola fu dei romani, che ebbero la meglio nella battaglia navale al largo delle Egadi (241
a.C.) che chiuse la Prima guerra punica e che costò a Cartagine la perdita della Corsica e della
Sardegna.

I possedimenti di Roma e Cartagine all’inizio della prima guerra punica (fonte: en.wikipedia)
Nella Prima guerra punica si inserisce la leggenda (cantata da Ovidio) di Attilio Regolo, console e
comandante dell’esercito romano. Fatto prigioniero, fu inviato a Roma perché convincesse i
concittadini a chiedere la pace. Se questi non avessero accettato, egli sarebbe dovuto tornare a
Cartagine per essere mandato a morte. Attilio però, conscio della prostrazione del nemico causata
dalla guerra, convinse il senato a non accettare la pace e, nonostante le suppliche dei romani, tornò a
Cartagine dove i cartaginesi lo fecero precipitare da un’altura chiuso in una botte irta di chiodi.

La Seconda guerra punica


La volontà di rivalsa di Cartagine su Roma era chiara e ben motivata: per Cartagine il
dominio del mare Mediterraneo era di primaria importanza per assicurare un supporto
valido al commercio, unica fonte di finanziamento dello Stato e soprattutto dell’esercito,
composto per lo più da mercenari. L’amara conclusione della Prima guerra punica, con la
perdita di Sardegna, Sicilia e Corsica, era una grave minaccia per il futuro di Cartagine. Per
questo i cartaginesi decisero di conquistare la Spagna, il che fu il pretesto per dare inizio alla
Seconda guerra punica. Nonostante Asdrubale, che succedeva ad Amilcare alla guida
dell’esercito punico, si fosse impegnato a non oltrepassare il fiume Ebro, allorché Annibale, il
nuovo comandante, pose d’assedio Sagunto e in seguito non fermò la sua avanzata verso
l’Italia, i romani entrarono in guerra. Nonostante il tentativo di arginare il conflitto alla sola
Spagna, Annibale nel 218 a.C. varcò le Alpi, arrivando al Po. Annibale sconfisse l’esercito
romano sul Ticino, sul Trebbia, sul lago Trasimeno e soprattutto a Canne. Il periodo negativo
di Roma continuò con la perdita della Sicilia. Solo con l’avvento di Fabio Massimo alla guida
dell’esercito romano, Roma ricominciò a vincere: senza impegnare frontalmente Annibale,
pian piano Roma riconquistò Capua, Brindisi e Taranto e, in Spagna, Scipione detto poi
l’Africano, conquistò Cartagena e Cadice. Scipione, divenuto console, sbarcò in Africa e
riportò le vittorie decisive di Siface e Zama (202 a.C.). Come conseguenza, nel trattato di
Tunisi, Cartagine perse anche la Spagna.

I possedimenti di Roma e Cartagine all’inizio della seconda guerra punica (fonte: en.wikipedia)

La Terza guerra punica


Prima della Terza guerra punica, Roma ebbe modo di espandersi in oriente. Intervenne
nuovamente in Macedonia, su richiesta di Atene che chiedeva aiuto contro Filippo V. I romani
sconfissero Filippo a Cinocefale, costringendolo a consegnare la flotta, a pagare un’indennità
di guerra e a riconoscere la libertà alle città greche che divennero protettorato romano. Poiché
il re di Siria, Antioco III, si rifiutò di ritirare le sue truppe dalla Grecia liberata dai romani,
Roma lo attaccò, sconfiggendolo alle Termopili. L’anno dopo, Lucio Cornelio Scipione sbarcò
in Asia e sconfisse le truppe siriache a Magnesia. Si accese un nuovo conflitto macedone
quando salì al trono Perseo, figlio di Filippo V. La guerra durò tre anni finché Lucio Emilio
Paolo sconfisse l’esercito macedone a Pidna; la Macedonia fu divisa in quattro repubbliche
che divennero alleate di Roma.
Secondo il trattato di Tunisi che aveva chiuso la Seconda guerra punica, Cartagine non poteva
entrare in guerra senza l’approvazione di Roma. Ma le provocazioni del re di Numidia, Massinissa,
spinsero Cartagine ad attaccarlo, finendo però sconfitta. Roma decise di mandare un esercito in
Africa e la rivolta di Cartagine portò a un assedio della città che durò tre anni; ma nel 146 Scipione
l’Emiliano forzò l’assedio, conquistò la città e la distrusse, ponendo così fine per sempre al
dominio cartaginese.

I possedimenti di Roma e Cartagine all’inizio della terza guerra punica (fonte: en.wikipedia)

La crisi della Repubblica romana


A causa dei contatti con il mondo greco, la società romana incominciò a subire mutamenti sia
di ordine morale sia sociale; la diseguaglianza sociale andò accentuandosi tanto da inasprire il
contrasto fra ricchi e poveri.
Tiberio Sempronio Gracco, figlio maggiore di Cornelia, figlia di Scipione l’Africano, e tribuno
nel 133 a.C., propose una legge che limitava l’occupazione delle terre dello Stato e riassegnava le
terre eccedenti ai contadini in rovina. La sua opera, inizialmente appoggiata, fu ben presto
osteggiata a causa delle pressioni che esercitava sul senato. Fu ucciso l’anno dopo durante una
rivolta, e la sua opera fu portata avanti dal fratello, Caio Sempronio. Questi concepì una riforma di
più ampio respiro proponendo leggi che prevedevano il consolidamento del potere tribunizio,
l’eliminazione dei tribunali speciali, l’istituzione di colonie, la concessione della cittadinanza
romana agli italici e le leggi frumentarie. I patrizi gli contrapposero Druso che riuscì con la
demagogia a sobillare il popolo provocando disordini. Non riuscendo a farsi eleggere per la terza
volta tribuno, Caio Sempronio si fece uccidere da uno schiavo.
Dopo un decennio di pace, garantito dai senatori oligarchici, iniziò un periodo costellato da accese
rivalità fra le varie fazioni.
Mario fu eletto prima tribuno della plebe, poi pretore e infine console per sette volte dal 107 a.C.
all’86 a.C. Riformò l’organizzazione militare arruolando la plebe, introducendo i militari di carriera
e istituendo la coorte. Ottenne diverse vittorie militari fra cui quella contro Giugurta, re di
Numidia. Riconfermato al consolato, sostenuto dai democratici e sconfitto nella guerra civile contro
Silla, fu proscritto e fuggì in Africa. Silla discendeva da una famiglia patrizia, ma povera di mezzi.
Militò dapprima agli ordini di Mario, in seguito, eletto console, condusse la prima guerra
mitridatica contro Mitridate il Grande (celebre per la leggenda che racconta che sarebbe diventato
immune ai veleni assumendone dosi crescenti), re del Ponto. Revocatogli il comando a favore di
Mario, Silla occupò Roma obbligando l’avversario a fuggire.
Mario tornò a Roma con l’aiuto di Cinna e ordinò la feroce repressione dei sostenitori di Silla.
Morì due settimane dopo la settima rielezione a console.
Dopo aver sconfitto definitivamente Mitridate, Silla tornò in Italia dove dovette impegnarsi nella
prima guerra civile. La guerra civile romana dell’83-82 a.C. vide il conflitto tra la fazione degli
ottimati, guidata da Lucio Cornelio Silla, e quella dei popolari (mariani) perché seguaci di Mario
morto nell’86 a.C. Quest’ultima fazione era guidata dal giovane Gaio Mario, figlio del grande
generale, e da Gneo Papirio Carbone; alla fazione democratica si unirono anche le agguerrite
milizie sannite e lucane.
Silla sconfisse gli eserciti democratici e i loro alleati sanniti. Ottenne poi la dittatura a tempo
indeterminato con l’incarico di riordinare lo Stato. Con le tavole di proscrizione provvide a
mettere fuori legge i partigiani del partito popolare e quindi a reintegrare il predominio della classe
aristocratica. Infine si ritirò a vita privata dopo aver rinunziato alla dittatura e al consolato.

La fine della Repubblica romana


Dopo la morte di Silla, incominciò a brillare la stella di Pompeo. Gneo Pompeo partecipò
attivamente alla guerra civile come avversario di Silla. Fu poi inviato come proconsole in
Spagna, dove affrontò i seguaci di Mario comandati da Sertorio, sconfiggendoli. Tornò poi in
Italia, dove soffocò la rivolta di Spartaco, e divenne console. Eliminò i pirati dal Mediterraneo
e sconfisse il re del Ponto, Mitridate, espandendo le sue conquiste anche in Asia (Siria e
Giudea). Tornò a Roma ma, dopo aver sciolto l’esercito, la sua posizione si indebolì
notevolmente; si decise quindi a formare il triumvirato con Cesare e Crasso (60 a.C.).
Il triumvirato si oppose all’oligarchia senatoria che già qualche anno prima aveva dovuto affrontare
la congiura di Catilina. La congiura, svelata da Cicerone, fu uno degli eventi più famosi degli
ultimi decenni della repubblica romana e mirava a sovvertire la repubblica romana e il potere
oligarchico del senato. Il triumvirato segnò, di fatto, la fine della repubblica.

Gaio Giulio Cesare


Gaio Giulio Cesare aveva superato brillantemente la difficile posizione che ebbe quando fu
sventata la congiura di Catilina, riuscendo a discolparsi. Dopo la nascita del triumvirato,
Cesare iniziò la campagna militare per conquistare la Gallia.
Dopo la morte di Crasso, Pompeo fu eletto console; l’avvicinamento di Pompeo al senato aumentò
le possibilità di rottura con Cesare. Nel 51 a.C. la Gallia era sotto il controllo di Cesare, che
pubblicò nello stesso anno i Commentari de bello gallico.
Il senato ordinò a Cesare di lasciare il comando delle Gallie e affidò a Pompeo l’incarico di
difendere la repubblica.
Opponendosi alle decisioni del senato, Cesare passò il Rubicone (con la celebre frase “il dado è
tratto“) e occupò le città sulla costa adriatica. Pompeo si imbarcò per la Grecia e Cesare rimase
unico padrone d’Italia. Cesare sconfisse in Spagna, in Sicilia e in Sardegna i luogotenenti di
Pompeo. Cesare sbarcò in Epiro e, dopo la battaglia di Farsàlo, Pompeo, sconfitto, si rifugiò in
Egitto dove Tolomeo lo fece uccidere. Nel frattempo Cesare aveva terminato i Commentari de bello
civili. Cesare diede il proprio sostegno a Cleopatra che salì al trono contro il fratello. A questo
punto Cesare poté tornare a Roma e celebrare i trionfi per le proprie vittorie. Divenuto dittatore a
vita e assunto, con il titolo di imperatore, il comando militare di tutti gli eserciti, riunì nella propria
persona una serie di poteri che facevano di lui l’unico arbitro dello Stato romano. Fu console per
dieci anni, pontefice massimo, ottenne la tribunicia potestas a vita ed esercitò i poteri di censore in
quanto praefectus morum. Il 15 marzo 44 a.C., durante le idi, Cesare fu assassinato da una congiura
di senatori capeggiati da Cassio e Bruto (secondo la leggenda alla pugnalata di Bruto, Cesare
avrebbe pronunciato la famosa frase “anche tu Bruto, figlio mio“, dove “figlio” starebbe per
“persona cara”, non essendo Bruto né figlio naturale né figlio adottivo di Cesare). Il più attivo
sostenitore di Cesare in questo periodo era Marco Antonio. I funerali e la lettura del testamento di
Cesare provocarono una sollevazione popolare contro i congiurati che si videro costretti a fuggire.
L’anno successivo una legge proclamò la divinità di Cesare.

L'ascesa di Ottaviano
Alla morte di Cesare si contesero il potere, inizialmente alleati con Lepido (secondo
triumvirato, 43 a.C.), Marco Antonio e Ottaviano.
Ottaviano sconfisse a Filippi l’esercito di Bruto e Cassio, i capi della congiura contro Cesare.
Suddivise il territorio affidando l’oriente ad Antonio e l’Africa a Lepido, ma, in nome delle
tradizioni repubblicane di Roma, dichiarò guerra a Antonio e a Cleopatra, regina d’Egitto,
sconfiggendoli nella battaglia di Azio (31 a.C.) e spingendoli al suicidio.
Nel 29 a.C. Ottaviano dichiarò finite le guerre civili (pax augustea) e iniziò una vasta opera di
riforma politica e amministrativa, assumendo tutte le principali cariche politiche. Poco più tardi il
senato gli riconobbe il titolo di Augusto. Tenuto per sé l’Egitto, riorganizzò le province in due
categorie, senatorie e imperiali, riformò l’esercito e rinforzò i confini, consolidando sul Reno la
linea difensiva del fronte germanico. In campo culturale promosse e supportò l’attività di
Mecenate, alla quale si deve lo straordinario sviluppo delle arti e delle lettere della nuova era
imperiale. Non ebbe figli maschi e la scelta per la successione cadde sul figlio adottivo Tiberio.

La nascita dell'impero
Il regno di Augusto era stato caratterizzato dal rispetto formale della costituzione
repubblicana, anche se il grandissimo potere detenuto dal princeps aveva segnato la nascita
dell’impero.
I primi imperatori, Tiberio, Caligola, Claudio e Nerone, erano discendenti di Augusto, appartenenti
alla dinastia Giulio-Claudia.
Tiberio, abile diplomatico, trasse vantaggio dalle lotte intestine di parti e germani; consolidò i
confini dell’impero; accentuò il potere imperiale nei confronti del senato, ma dovette far fronte al
conseguente malcontento dell’aristocrazia.
Caligola (Gaio Cesare Augusto Germanico) succedette a Tiberio governando da sovrano assoluto.
Si oppose al potere del senato e lo contrastò. Fu benvoluto dai suoi soldati che lo soprannominarono
Caligula, per le calzature militari che indossava (le calighe erano calzature militari fatte con suola
pesante indossate da tutti i gradi delle legioni fino al centurione). Morì nella terza congiura ordita ai
suoi danni.
Per gran parte della vita, Claudio preferì gli studi alla politica, ma succeduto a Caligola, divenne
imperatore con l’appoggio dei pretoriani. Estese l’impero con l’annessione della Mauritania, della
Britannia, della Giudea e della Tracia. Terminò l’acquedotto che porta il suo nome, iniziato da
Caligola. Adottò Nerone, futuro imperatore. Claudio conquistò la parte meridionale della Britannia,
dove sorse la città di Londinium, l’odierna Londra.
I primi anni di governo di Nerone furono contraddistinti dall’equilibrio, dovuto anche al controllo
della madre Agrippina e ai consigli di Seneca e del prefetto Burro. Presto però, con l’appoggio
della plebe, conquistata dalla sua generosità e dalla sua munificenza, assunse comportamenti
dispotici. Fece uccidere Britannico, figlio di Claudio, la madre Agrippina, la prima moglie Ottavia
e Burro e allontanò Seneca da Roma. Nel 64 d.C. Roma fu distrutta da un incendio del quale
Nerone accusò i cristiani, dando inizio alla loro persecuzione. Con la fastosa ricostruzione di Roma
il suo impero raggiunse il massimo splendore. Represse duramente la congiura di Pisone, nella
quale trovarono la morte Seneca e Lucano. La sua politica repressiva provocò un’ondata di
ribellioni finché il senato non lo depose e Nerone si suicidò con l’aiuto del suo segretario.

La dinastia Flavia
Alla morte di Nerone, in un solo anno (69 d.C.), si succedettero quattro imperatori: Galba,
Otone, Vitellio e Vespasiano imposti dall’esercito.
Vespasiano, che designò successori i figli Tito e Domiziano, affermando il principio della
trasmissione ereditaria del potere, apparteneva alla dinastia Flavia. Si occupò della difesa delle
frontiere e assicurò all’impero stabilità economica aumentando il prelievo fiscale. Restaurò molti
monumenti e fece costruire il tempio della Pace e il Colosseo.
In questo primo periodo fu continuato il processo di unificazione e romanizzazione dell’impero: si
diffuse in Occidente la lingua latina e si concesse con parsimonia la cittadinanza romana ai
provinciali. Tutto ciò contribuì alla fusione tra i due universi culturali romano ed ellenico. In
politica estera furono protetti i confini stabiliti al tempo di Augusto. Tito conquistò Gerusalemme e
la fece distruggere.

Il massimo splendore
All’inizio del II sec. Traiano portò l’impero al suo massimo splendore. Numerose le imprese
militari compiute, costituendo diverse province fra cui la Dacia (le campagne contro i daci
furono rappresentate nella famosa colonna traiana a Roma). Importanti furono anche le
opere pubbliche ed edilizie: in Italia la via Traiana, il foro Traiano, le terme e diversi porti
oltre alle opere realizzate in Spagna e in Africa. Contrariamente a Domiziano, Traiano fu
promotore di provvedimenti sociali e governò in accordo con il senato; con i cristiani rispettò
sempre il diritto romano pur assumendo un comportamento severo.
Il successore di Traiano, Adriano, divenne celebre per la realizzazione di opere militari (il vallo di
Adriano, opera difensiva fatta edificare in Britannia nel II sec.: una muraglia alta 6 metri e lunga
oltre 100 km che marcava i confini del territorio conquistato da Roma) e pubbliche (Mole Adriana,
oggi Castel Sant’Angelo), per l’attività riformatrice negli ambiti giudiziario, fiscale, politico e
finanziario e per avere favorito la fusione tra le culture greca e romana.
Marco Aurelio succedette ad Antonino Pio, associando al comando prima il fratello e poi il figlio
Commodo. Sotto Marco Aurelio, le tribù germaniche dei quadi e dei marcomanni invasero l’Italia;
la pace fu firmata da Commodo dopo la morte del padre, ma era evidente che l’impero cominciava
ad avere difficoltà.

L’impero romano alla sua massima estensione – 117 d.C. (fonte: huffingtonpost.com)

La dinastia dei Severi


Poco dopo la morte di Commodo, arrivò al potere la dinastia dei Severi che con cinque
imperatori restò al potere nei primi decenni del III sec.
Il più noto dei Severi è senza dubbio Caracalla (un soprannome, dovuto alla veste gallica che
portava). Il suo più grande merito fu la Constitutio Antoniniana, del 212, con la quale accordava il
diritto di cittadinanza a tutti i sudditi dell’impero. Come conseguenza, il senato fu composto in
maggioranza da esponenti provenienti dalle province. Sotto la dinastia dei Severi si fece particolare
attenzione ai problemi di culto. Le molte religioni allora imperanti motivarono negli imperatori,
specialmente in Settimio Severo, una posizione sincretista, che fosse cioè in grado di fondere le
varie religioni in un unico culto. I Severi non imposero un culto di Stato e i cristiani, anche se mal
tollerati, non furono perseguitati.
Dopo circa 40 anni di regno della dinastia dei Severi, si succedettero una ventina di imperatori con
una grave crisi economica, culturale e sociale. Fu solo con l’avvento di Diocleziano, imperatore dal
284, che ci fu una svolta positiva.

Da Diocleziano a Costantino
Dapprima governatore della Mesia e comandante dei pretoriani, quando fu proclamato
imperatore, Diocleziano riorganizzò l’impero tramite riforme costituzionali la più importante
delle quali fu la tetrarchia: l’impero fu diviso in quattro vaste aree territoriali con una o due
capitali imperiali per ogni area. L’impero era perciò retto da due augusti e da due cesari e
Diocleziano nominò cesari Massimiano Augusto, Costanzo e Galerio.
Diocleziano applicò il suo famoso principio “divide et impera” e divise l’impero in prefetture,
diocesi e province. In campo militare riformò l’esercito e in economia tentò di limitare il dilagare
dell’inflazione mediante l’imposizione di tributi sistematici. Impose in campo religioso la figura
divina dell’imperatore, perseguitando manichei e cristiani.
La tetrarchia, invece di facilitare il problema della successione, lo complicò. All’inizio del IV sec.
Diocleziano abdicò, dando vita a una confusa lotta per la sua successione.
Costantino fu chiamato in Britannia dal padre, uno dei tetrarchi, e venne acclamato imperatore
augusto dall’esercito, scatenando una guerra di successione. Costantino ristabilì la pace interna,
scese in Italia e a Roma sconfisse definitivamente il rivale Massenzio nella battaglia del ponte
Milvio. Secondo la tradizione, durante la battaglia Costantino ebbe la visione di una croce, alla
quale si farebbe risalire la sua conversione e, sempre secondo la leggenda, Massenzio morì affogato
nel Tevere. Dapprima Costantino si alleò con Licinio, in seguito lo sconfisse e condannò a morte
restando così unico imperatore. Il regno di Costantino è legato all’importante editto di Milano del
313 con il quale l’imperatore accordava la libertà di culto ai cristiani: il cristianesimo diveniva la
religione ufficiale, con immunità fiscale e autorità giurisdizionale. Con lui si venne consolidando
l’idea di imperatore per volontà di Dio.
Nel 330 Costantino portò la capitale dell’impero a Bisanzio (in precedenza, la capitale era già stata
spostata a Ravenna e a Milano), che in suo onore fu ribattezzata Costantinopoli, chiudendo così
l’epoca della supremazia della città di Roma nella storia antica.

Il cristianesimo e le persecuzioni
Con la predicazione degli apostoli, la religione cristiana si estese oltre la Giudea e
acquistarono importanza religiosa i centri di Corinto, Efeso, Alessandria e Roma. La
penetrazione su tutto l’impero romano diede vita alle persecuzioni dei vari imperatori (che
non tolleravano che la Chiesa fosse uno “Stato nello Stato” con il rifiuto dei cristiani di
riconoscere la divinità dell’imperatore), fino al IV sec., quando gli editti di Costantino e
Teodosio tollerarono e costituirono il cristianesimo.
Dopo la morte di Costantino ci furono ancora tentativi di restaurare il paganesimo (per esempio,
Flavio Claudio, detto l’Apostata, deve il soprannome al fatto di aver rinnegato il cristianesimo in
favore del paganesimo.
La definitiva affermazione del cristianesimo si ebbe con Teodosio I il Grande che con l’editto di
Tessalonica del 380 avversò l’eresia ariana a favore dell’ortodossia dell’editto di Nicea. Con
l’editto, il cristianesimo diveniva l’unica religione dell’impero e veniva cancellata qualsiasi usanza
pagana (templi, sacrifici…).

Il medioevo
Dopo lo spostamento della capitale dell’impero a Bisanzio, ebbe inizio per Roma un periodo di
decadenza, accelerato dalle invasioni barbariche che si susseguirono sempre più violente e
minacciose. Alarico, re dei visigoti, invase e saccheggiò Roma nel 410; era dall’invasione dei
galli senoni, circa 800 anni prima, che Roma non conosceva l’onta della sconfitta entro le
proprie mura. Seguirono poi le incursioni di Attila (re degli unni, soprannominato “flagello di
Dio” per la sua ferocia; di lui si diceva che dove fosse passato non sarebbe più cresciuta
l’erba) e di Genserico (vandali), che misero fine alla fama e alla leggenda di invulnerabilità
della città di Roma ai saccheggi e alle devastazioni. Nel 476 cadde l’impero romano
d’Occidente, mentre quello d’Oriente o impero bizantino, ormai organismo politico
completamente svincolato da quello occidentale, sopravvisse per oltre quasi 1.000 anni, fino
cioè alla resa di Costantinopoli ai turchi (1453). In Occidente, Odoacre, re degli eruli, depose
Romolo Augustolo, ultimo imperatore, e rimandò a Costantinopoli le insegne dell’impero.
Incominciava il medioevo, cioè il periodo storico compreso tra l’antichità classica e l’età
moderna. Nello studio della storia occidentale è il periodo compreso convenzionalmente tra la
caduta dell’impero romano d’Occidente (476) e la scoperta dell’America (1492).

I regni romano-barbarici
I regni romano-barbarici
Con il termine “barbari” (dal gr. bárbaros, “balbuziente”, per indicare lo straniero incapace di
pronunciare correttamente la lingua greca) si indicavano i popoli estranei alle civiltà greca e
romana, soprattutto quelli che diedero vita a regni autonomi sui territori del precedente impero
romano.
I popoli barbari erano inizialmente nomadi, praticavano un’agricoltura rudimentale, la caccia e la
lavorazione dei metalli. L’unica classe sociale era quella dei guerrieri che eleggevano il re e
prendevano le decisioni più importanti; avevano una propria religione, i cui principali dei erano
Odino (dio della magia e della vittoria) e Thor (dio del tuono).
I vandali facevano parte di un’antica popolazione germanica che nel V sec. invase Italia, Spagna e
Africa settentrionale compiendo feroci devastazioni. Nella penisola iberica penetrarono provenendo
dalla Gallia. Di qui, sotto la spinta dei visigoti, passarono in Africa dove conquistarono Mauritania,
Numidia, Cartagine e Africa proconsolare, guidati da re Genserico. Quindi invasero anche
Sardegna, Corsica, Baleari e Sicilia. I bizantini succedettero al loro dominio.
Anche i visigoti erano un’antica popolazione germanica che costituì, insieme agli ostrogoti, uno dei
due grandi rami dei goti. I visigoti, originari della regione baltica, nel II sec. erano stanziati sul
Dnestr e sul Mar Nero. Ottenuta l’autorizzazione a stabilirsi in territorio romano, si ribellarono e
invasero i Balcani e sconfissero l’imperatore Valente ad Adrianopoli. Sotto Teodosio divennero
federati dell’impero romano. All’inizio del V sec. il loro capo, Alarico, li guidò contro l’Italia,
arrivando a saccheggiare Roma (410). Alla morte di Alarico furono spinti fino in Spagna e qui
formarono il regno di Tolosa, che nel V sec. giunse a comprendere quasi tutta la penisola iberica e
alcune province francesi. Furono poi sconfitti dai franchi.
Gli ostrogoti rappresentavano anch’essi un’antica popolazione germanica, le cui prime notizie
risalgono alla fine del III sec. d.C., quando invasero per la prima volta l’impero romano. Sconfitti
da Costantino e poi dagli unni di Attila, alla morte di questi, si stabilirono in Pannonia e poi nella
Mesia. Successivamente Teodorico li guidò in Italia, dove sconfissero Odoacre e diedero vita a un
regno che comprendeva quasi l’intera penisola. Alla morte di Teodorico seguì l’indebolimento
dell’organizzazione del regno e la sconfitta da parte dei bizantini, dopodiché scomparvero dalla
storia d’Italia.
Infine, pure i franchi provenivano da tribù germaniche del III sec. stanziate lungo il corso del Reno.
Suddivise in salii e ripuari, gli uni con stanza lungo il basso corso del fiume fino al mare e gli altri
tra Treviri e Colonia. Il loro tentativo iniziale di penetrazione in Gallia fu respinto dai romani; in
seguito entrarono nell’impero come federati. Alla fine del V sec., Clodoveo I (dinastia
merovingia), fautore dell’integrazione tra i franchi e i romani, unificò e convertì i franchi e stabilì
la capitale del regno a Parigi, avviando il processo di fusione con le popolazioni galliche che
avrebbe condotto alla nascita della Francia. Il regno dei franchi si smembrò successivamente in
Austrasia e Neustria e i re che succedettero a Clodoveo I, denominati “re fannulloni“, destinarono
ai maestri di palazzo il compito di esercitare il potere regale. A metà dell’VIII sec. con l’ascesa al
potere di Pipino il Breve (figlio di Carlo Martello e padre di Carlo Magno), si chiuse il periodo
dei re fannulloni e iniziò la dinastia carolingia. Pipino scese in Italia dove sconfisse ripetutamente i
longobardi, donando al papa alcuni territori che avrebbero costituito la parte originaria dello Stato
della Chiesa.

L’impero bizantino
Con la denominazione “impero bizantino“, desunta dal nome della sua capitale Bisanzio
(Costantinopoli), ci si riferisce all’impero romano d’Oriente dopo il crollo dell’impero romano
d’Occidente (476).
All’inizio dell’impero si segnalarono soprattutto i due imperatori Teodosio II e Giustiniano.
Teodosio II è famoso perché promosse il Codice teodosiano, raccolta di costituzioni imperiali da
Costantino in poi e testo principale del diritto romano.
Giustiniano I fu un abile condottiero e riportò una serie interminabile di vittorie, contro i vandali
in Africa, i goti in Italia e i visigoti in Spagna. Viene ricordato comunque per l’importantissima
opera di codificazione del diritto romano, che porta il suo nome, per la quale tutte le leggi furono
riunite nel Corpus iuris civilis, fondamento del diritto moderno. Giustiniano difese l’ortodossia
religiosa, sintetizzata nella professione di fede del concilio di Nicea, e combatté l’arianesimo dei
regni romano-barbarici. A lui si deve anche la costruzione di Santa Sofia a Costantinopoli, di San
Vitale e di Sant’Apollinare in Classe a Ravenna.
Sotto Eraclio I, dopo che le terre mediterranee occidentali erano state tolte a vandali e goti (VI
sec.), a partire dal VII sec., Bisanzio, soffocata dalla forza araba, perdette Siria, Egitto e coste
settentrionali dell’Africa; nel frattempo in Italia si insediavano i longobardi e in alcune zone dei
Balcani gli slavi. L’impero si trovò in una situazione di inferiorità militare anche perché indebolito
dal conflitto con il pontefice e dalle lotte religiose iconoclaste iniziate sotto Leone III all’inizio
dell’VIII sec.; tutto ciò portò allo scisma del 1054 tra la Chiesa d’Oriente e quella d’Occidente, a
seguito delle dispute sul primato del vescovo di Roma (non accettato dai cristiani d’Oriente) e sul
“filioque”, la formula aggiunta al credo niceno-costantinopolitano dalla Chiesa latina, secondo cui
lo Spirito Santo procederebbe dal Padre e dal Figlio e non solamente dal Padre.
La religione greco-ortodossa si diffuse nei territori dell’impero che, nel frattempo, aveva preso il
controllo dei Balcani sottomettendo i bulgari e influendo anche sui popoli russi; aveva riconquistato
anche i territori mediterranei orientali (Siria, Palestina, Creta, Cipro). La decadenza dell’impero fu
determinata, a metà dell’XI sec., dalla stretta dei normanni a occidente e dei turchi a oriente; i
crociati si impossessarono di Costantinopoli nel 1024 e l’impero bizantino venne trasformato in
impero latino d’Oriente. La restaurazione del 1261, con la conquista di Costantinopoli da parte di
Michele VIII Paleologo, non fu sufficiente a fermare il corso della disgregazione che divenne
definitiva quando Costantinopoli cadde sotto il potere del sultano ottomano Maometto II (1453).

L'Arabia preislamica
Maometto fondatore e profeta dell’islamismo, nacque tra il 567 e il 572 d.C. nella regione
dello Ḥijāz, altopiano desertico lungo la costa occidentale dell’Arabia che si affaccia sul Mar
Rosso. In questa regione vicino a oasi fiorenti si trovavano già nel VI secolo due centri abitati
da popolazione sedentaria di mercanti, La Mecca e Yathrib (successivamente chiamata
Medina). Popolazioni sedentarie erano stanziate anche nello Yemen (l’Arabia Felix dei latini)
che aveva scambi mercantili e culturali con la vicina Etiopia cristiana. L’influenza del
cristianesimo giungeva in Arabia anche dal nord. Regni cristiani si trovavano nella zona
settentrionale dell’Arabia in particolare presso il confine bizantino e persiano. Sulla via che
collegava lo Yemen al mondo bizantino, La Mecca godeva di una condizione commerciale
privilegiata; in particolare contribuivano a dare importanza alla città le grandi fiere annuali
che si svolgevano nelle sue vicinanze e il culto della Pietra Nera nel santuario della Ka’ba
(edificio cubico). La vita religiosa della Mecca culminava nella cerimonia del pellegrinaggio.
In questo ambiente nacque e visse Muhammad profeta dell’Islam, conosciuto in Occidente
con il nome di Maometto. Le fonti che descrivono la vita del Profeta sono il Corano e la
raccolta di tradizioni formatasi nei secoli successivi.
Sotto i successori di Maometto, i califfi, si costituì un vero e proprio impero teocratico.
La dinastia dei califfi omayyadi che resse l’impero islamico fino a metà dell’VIII sec., il califfato
degli Omayyadi, ebbe per capitale Damasco, si estese dall’Asia centrale alla Spagna e portò a un
grande sviluppo delle arti e della scienza, fondendo le culture indiana ed ellenica nella nascente
cultura islamica. Nel 750 furono sconfitti dalla rivolta guidata dagli Abbasidi, che fecero
massacrare i membri della famiglia.
La dinastia degli Abbasidi fu fondata da uno zio di Maometto; dopo aver sconfitto gli Omayyadi, la
dinastia stabilì la propria sede in Iraq, coprì circa cinque secoli e fu sull’esempio dei persiani
sassanidi, l’artefice della crescita e dello splendore della cultura islamica, sviluppando le arti e le
scienze e integrando nella civiltà araba anche quelle persiana, greca, siriana e indiana. Il fratello del
capostipite, al-Mansur, fondò nel 762 la città di Baghdad che venne eletta a capitale dell’impero.
L’apice dello sviluppo della dinastia degli Abbasidi si ebbe all’inizio del IX sec. Il potere del
califfato arabo degli Abbasidi terminò, dopo le prime disgregazioni del territorio per culminare con
l’invasione dei mongoli (1258) che uccisero l’ultimo califfo abbaside.

I longobardi e l'ascesa della Chiesa


Dopo la metà del VI sec., dopo una serie di migrazioni verso sud, i longobardi,
originariamente stanziati sull’Elba e poi in Pannonia, spostandosi a sud, varcarono le Alpi
guidati da re Alboino. Occuparono dapprima il Friuli, per passare poi a Milano e alla regione
che allora si chiamava Liguria e che fu denominata in seguito Longobardia (da cui il nome
Lombardia). Occuparono anche Emilia, Toscana, Umbria (formando il ducato di Spoleto) e
Campania (ducato di Benevento). Soltanto Pavia resistette all’occupazione per tre anni, anche
se alla fine dovette cedere ad Alboino, che la fece diventare capitale.
Con Agilulfo molti longobardi si convertirono al cattolicesimo, grazie anche all’azione di Gregorio
I (detto poi Gregorio Magno).
Gregorio Magno, di nobile famiglia, dedicò gran parte della sua attività a migliorare le condizioni
dell’Italia. Provvide alla riorganizzazione amministrativa e agricola del patrimonio della Chiesa e
notevole fu l’opera di evangelizzazione da lui promossa. La sua influenza sulla regina Teodolinda e
la conversione dei longobardi al cattolicesimo, gli permisero di contenere parzialmente la loro
avanzata in Italia.
Grazie alla diffusione dei monasteri, la Chiesa aveva accresciuto molto la sua forza. Da ricordare
soprattutto Benedetto da Norcia (V-VI sec.), poi santo, che fu il fondatore dei benedettini.
Stabilitosi a Montecassino, vi fece costruire il noto monastero e nel VI sec. istituì la Regola
benedettina (ora et labora).
I rapporti dei longobardi con la Chiesa peggiorarono con il re Rotari (ricordato soprattutto per
l’editto che ha preso il suo nome; l’editto modella il diritto longobardo su quello latino ed è la
testimonianza dell’influenza che ebbe la civiltà romana) rinormalizzandosi alla sua morte.
Il regno, che ebbe il suo periodo di massimo splendore sotto Liutprando, cominciò a declinare
sotto Astolfo che cercò di conquistare le terre della Chiesa portando il papato ad allearsi con i
franchi. Furono proprio il re dei franchi, Pipino il Breve e suo figlio, Carlo Magno, a sconfiggere
definitivamente i longobardi nel 772 a Pavia. Il titolo di re dei longobardi passò così da Desiderio a
Carlo Magno.

I franchi e il sacro romano impero


Carlo Magno fu l’erede legittimo dei merovingi e il capo unico e assoluto del regno dei
franchi; amava sentirsi il patriarca di una numerosa famiglia, ma alcune delle sue mogli erano
state sposate solo per interessi politici. Legislatore e giudice supremo, decideva della pace e
della guerra, comandava l’esercito, nominava e revocava i funzionari. Divenuto re con la
santa unzione conferitagli da Stefano II nell’abbazia di Saint-Denis, si considerò l’unto del
signore. Dichiarò a papa Leone III che la sua missione era quella di fortificare la Chiesa con la
conoscenza della fede cattolica e di difenderla anche, se necessario, con l’uso della forza, e di
estendere il proprio dominio sui popoli. Le sue guerre, trasformate dai poeti in epopea,
assunsero sotto certi aspetti i caratteri della crociata. Ebbe anche il sostegno del popolo,
convinto che Carlo Magno dovesse stabilire e mantenere la pace e l’unione tra i suoi sudditi.
Carlo Magno fu un sovrano assoluto, certo dei suoi diritti e doveri. Il suo carattere, la sua
cultura, l’ampiezza di vedute, la sua personalità eccezionale lasciarono un’impronta così
importante che spesso il medioevo è visto come diviso in due periodi: dalla caduta dell’impero
romano alla proclamazione dell’impero di Carlo Magno e da questo fino al rinascimento del
XVI secolo.
Dopo la vittoria sui longobardi, si trovò a fronteggiare lotte in Sassonia, in Italia, in Spagna dove
subì la disfatta della retroguardia a Roncisvalle, poi divenuta leggendaria con la Chanson de
Roland. Per mantenere il potere sul proprio regno attuò una politica di repressione e fronteggiò i
popoli confinanti con ferma decisione.
Quando a Roma papa Leone III dovette fronteggiare una cospirazione guidata dall’aristocrazia
gelosa dell’amministrazione ecclesiastica, Carlo Magno intervenne a fianco del papa che a Roma, il
25 dicembre dell’800, durante la messa di Natale nella basilica vaticana, incoronò Carlo Magno
imperatore tra l’acclamazione del popolo.
Il sacro romano impero fu quindi l’istituzione politico-religiosa creata da Carlo Magno, quale
difensore dell’Europa cristiana occidentale e come continuazione ideale dell’impero romano.
L’ideale di un impero unico e universale con sede a Roma sopravvisse in Occidente alla caduta
dell’impero d’Occidente (476) e, verificatisi successivamente eventi favorevoli (specificatamente di
carattere politico e religioso), fu possibile a Carlo Magno attuarne la restaurazione. Giuridicamente
la sede imperiale fu così di nuovo trasferita a Roma: questo determinò il secolare conflitto tra sacro
romano impero e impero bizantino. Dopo alterne vicende verso la fine del IX sec., con Arnolfo, la
dignità imperiale fu unita alla corona di Germania.

Il feudalesimo
Inizialmente, il sistema feudale era un assetto politico, sociale ed economico diffuso in molti
Paesi europei a partire dal IX sec. Alla base di tale assetto, che derivava da usanze dei franchi,
si trovava l’usufrutto o feudo delle terre conquistate, che veniva offerto dai feudatari ai propri
guerrieri. L’assegnazione avveniva con una cerimonia che definiva un rapporto di
vassallaggio tra signore e concessionario. Quest’ultimo assumeva degli obblighi verso il
sovrano, ma godeva di alcuni vantaggi. Questo sistema intendeva rendere economicamente
autosufficienti i cavalieri, al contempo vincolandoli all’autorità del sovrano. Originariamente,
alla morte del vassallo, il feudo tornava al re.
Il vassallaggio era sancito dall’atto dell’omaggio (dal latino homo, “uomo”, perché chi lo subiva
diventava “uomo di un altro uomo”, cioè suo subordinato). Come ancora oggi avviene per i normali
affari, la congiunzione delle mani instaurava il rapporto ed era seguita da un giuramento e spesso da
un bacio.
L’investitura indicava invece la concessione a un vassallo da parte di un signore, di un feudo o di
un beneficio. Per estensione indicava anche la concessione di una carica ecclesiastica da parte di un
prelato e la relativa cerimonia.
Con il capitolare di Kiersy (o Quierzy) (IX sec.), emanato da Carlo il Calvo, il feudo divenne
ereditario. Si giunse così all’autonomia politica oltre che economica: i feudatari potevano concedere
una piccola parte dei loro feudi ad altri vassalli (valvassori), a cui venne in seguito riconosciuto il
diritto di eredità. Nella società feudale erano individuabili quattro classi: nobiltà, clero, liberi
(contadini liberi e artigiani) e servi della gleba (la gleba era la zolla di terra; nel medioevo molti
contadini avevano un signore al quale dovevano dare una parte del loro raccolto, giornate gratuite di
lavoro, tributi di ogni genere).
Corrado II di Franconia, re di Germania, imperatore del sacro romano impero e re di Borgogna,
detto il Salico, emanò la Consitutio de feudis, con cui sanciva l’ereditarietà dei feudi.

La rinascita dell'anno mille


Dall’XI al XIII sec. (basso medioevo), ebbe inizio, con la riforma gregoriana, una nuova fase
della storia medievale. La riforma, principalmente etico-religiosa, coincise con la nascita della
nuova classe borghese, che nelle città si affermava attraverso i traffici e il commercio. La
nascita della borghesia portò all’usanza di unirsi in corporazioni, associazioni di mestiere,
rivolte alla tutela degli interessi degli associati (il concetto, nel XX sec., sarà il cardine del
corporativismo).
In questo periodo l’impero diventò romano-germanico, si rafforzò, nacquero i comuni, le città
europee ebbero nuovo slancio, si intensificarono gli scambi commerciali e la circolazione monetaria
ebbe nuovi stimoli. Le città vennero cinte da mura che le separavano dalla campagna. In Italia le
città marinare (Amalfi, Pisa, Genova e Venezia) costituirono un grande impero commerciale.
Dopo un periodo molto fiorente, Amalfi cominciò a decadere solo nel XIII sec. quando fu annessa
dal Regno normanno. Pisa e Genova svilupparono i loro traffici in tutto il Mediterraneo,
scontrandosi con i saraceni a cui tolsero la Sardegna e, grazie all’esito positivo della prima
crociata, fondando numerose colonie. Venezia già dal X sec. aveva una posizione preminente nei
traffici commerciali con l’Oriente e l’Europa centrale, godendo di particolari privilegi nei confronti
dell’impero bizantino cui era formalmente sottoposta. Accesa fu la rivalità fra Genova e Venezia.
Gli scontri caratterizzarono tutto il XIV sec. ed ebbero fine solo con la guerra di Chioggia con cui
Genova si ritirava dall’Adriatico.
In agricoltura, foreste e paludi furono trasformate in territori coltivabili per iniziativa dei monaci o
dei signori laici e i contadini ampliarono i loro campi; si iniziò a usare l’aratro a versoio, il cavallo
sostituì i buoi, venne introdotta la rotazione delle colture e l’uso dei mulini ad acqua. In campo
artistico, si passò dallo stile romanico allo stile gotico. Il contatto con il mondo arabo, grazie alle
crociate, favorì la diffusione di prodotti preziosi e dei numeri arabi.
Lo sviluppo economico portò anche alla necessità di una maggiore attenzione alla cultura, dalle
semplici tecniche di calcolo alla redazione di documenti. Nacquero anche le prime forme di società
con caratteristiche giuridiche ben definite.
Le invasioni del X sec.
Tra la fine del IX e l’inizio del X sec. l’Europa venne invasa da diverse popolazioni esterne che
si stabilirono in diverse parti del continente.

I saraceni
Il termine saraceno indicava i musulmani d’Occidente. Nell’IX sec. occuparono la Sicilia, la
Sardegna, la Corsica e le Baleari, giungendo fino a Roma dove saccheggiarono san Pietro e san
Paolo. Da ricordare che a loro si deve l’introduzione in Sicilia della coltivazione degli agrumi.
Rimasero nel meridione finché non furono sconfitti dai normanni.

I magiari
I magiari sono una popolazione di origine ugro-finnica, di stanza nell’Europa danubiana, formatasi
dalla fusione di tribù turche con tribù irano-caucasiche; nel VII e VIII sec., si spostò verso occidente
per stabilirsi in Pannonia (Ungheria) e iniziare una serie di spedizioni verso i Paesi occidentali. Le
incursioni dei magiari colpirono, in particolar modo, la vicina Germania, ma essi arrivarono a
colpire anche la Francia e l’Italia, fino alla metà del X sec. I magiari furono sconfitti da Ottone I e
da quel momento cessarono le loro scorribande, nel frattempo ridotte per il progressivo passaggio
dalla vita nomade alla vita sedentaria dedita all’agricoltura.

I normanni
I normanni erano popolazioni germaniche di stanza nelle attuali Norvegia, Danimarca e Svezia che
si spostarono in Europa a partire dal VII sec. Abili navigatori e inizialmente chiamati vichinghi, si
spinsero verso occidente raggiungendo la Scozia, l’Islanda e la costa nordamericana. Verso oriente
si spinsero fino al mar Caspio. I primi insediamenti stabili si ebbero in Irlanda, in Inghilterra e in
Francia, nell’attuale Normandia. Nel 1066 Guglielmo il Conquistatore occupò anche buona parte
dell’Inghilterra e fondò il regno anglo-normanno. Con la decadenza dell’impero bizantino, i
normanni conquistarono dei domini in Italia meridionale ove costituirono il regno di Sicilia e di
Puglia. Il regno normanno ebbe termine alla fine del XII sec. con il matrimonio di Costanza
d’Altavilla con l’imperatore Enrico VI, che assunse anche il titolo di re di Sicilia.

I mongoli
I mongoli erano popolazioni dell’Asia centrale, prevalentemente nomadi, che abitarono la regione
compresa tra il lago Bajkal, il Tibet e la Manciuria. Le prime testimonianze di gruppi mongoli
risalgono al I sec. d.C., ma furono le migrazioni degli àvari e degli unni nel V sec. e le conquiste di
Gengis Khan all’inizio del XIII sec. a far conoscere i mongoli in Europa. Le piccole tribù nelle
quali erano suddivise le popolazioni mongole prima di Gengis Khan furono da questi riunite
all’inizio del XIII sec., formando un impero dell’intera Mongolia, per espandersi poi dalla Cina
all’Europa orientale. Alla morte di Gengis Khan, si formarono due khanati, in Russia e in Persia
con il khan Hulagu, mentre il fratello Kubilay diventava imperatore della Cina, dando vita alla
dinastia Yuan. Nel XIV sec. vi fu una nuova unificazione di una parte dell’impero di Gengis Khan,
sotto Tamerlano, il quale portò la capitale a Samarcanda. Bābur, nipote di Tamerlano, all’inizio
del XVI sec. fondò in India lo Stato Moghul, che resistette fino all’arrivo degli inglesi nel XIX sec.
Le crociate
La rinascita dell’XI sec. ebbe fra gli effetti militari le crociate. La riforma di Gregorio VII (il
moto di rinnovamento che tendeva a liberare la Chiesa dal condizionamento del potere laico)
aveva riaffermato la centralità del papa anche come guida politica, oltre che spirituale.
La prima crociata nacque per contendere la tutela della Terra Santa (in particolare Gerusalemme
con il Santo Sepolcro) al califfato dei turchi Selgiuchidi che controllava la Palestina. Con la prima
crociata (1096-1099) i crociati raggiunsero Costantinopoli e conquistarono Nicea, poi Edessa e
Antiochia e infine Gerusalemme. Successivamente nacquero gli Stati cristiani d’Oriente.
Nella concezione cristiana cavalleresca, la crociata non era intesa come una realtà esclusivamente
militare, ma come un supporto rituale e simbolico nella lotta contro le passioni dell’anima
individuale, il vero nemico sulla via del pellegrinaggio e dell’ascensione verso Dio; tale concezione,
analoga a quella del jihad islamico, accomunava strettamente cristiani e musulmani. Vi furono
complessivamente otto crociate, bandite da diversi papi, guidate da vari condottieri, come Federico
Barbarossa, Riccardo Cuor di Leone, Luigi IX e Carlo d’Angiò. A esclusione della prima, le
crociate videro anche un ruolo attivo delle Repubbliche marinare italiane (la quarta crociata
venne finanziata da Venezia). Tranne la prima, tutte le altre crociate furono nel complesso dei
fallimenti fino ad arrivare all’ottava crociata (1270) indetta da papa Clemente IV e guidata da
Luigi IX. I crociati sbarcarono a Tunisi, ma Luigi IX morì di peste e così si spense l’ultimo
tentativo di liberazione della Terra Santa.

I sassoni e la lotta per le investiture


I sassoni occuparono la Sassonia fin dal III sec., tra Reno, Oder ed Elba e furono cristianizzati
da Carlo Magno. Nell’800 la Sassonia venne eretta a ducato, il più potente nel sistema federale
tedesco, che, con Enrico l’Uccellatore, fondatore della casa imperiale sassone, costituì il regno
di Germania (919-1024).
Ottone I il Grande si batté per rinforzare la monarchia contro i feudatari. Su richiesta di Adelaide,
tenuta prigioniera da Berengario, scese in Italia nel 951, sconfisse Berengario e sposò Adelaide. Fu
incoronato re d’Italia a Pavia, ma lasciò il governo allo stesso Berengario, tornando in Germania,
dove sconfisse i magiari. Quando Berengario si ribellò, Ottone tornò in Italia sconfiggendolo
nuovamente e facendosi poi incoronare imperatore a Roma (962), restaurando così il sacro romano
impero germanico e assumendo il controllo sull’elezione del pontefice.

La riforma ecclesiastica
I sassoni crearono una Chiesa privata e cercarono di feudalizzarla: a nuove chiese o cappelle veniva
attribuita una proprietà terriera; anche i monasteri furono affidati a guide spirituali scelte dai
vescovi o da ricchi proprietari terrieri. Proprio nei monasteri nacque l’opposizione ai due mali più
comuni della Chiesa del tempo: la simonia (acquisto di cariche ecclesiastiche) e il concubinato
(violazione del celibato ecclesiastico). Il monastero di Cluny in Borgogna fu fra i più attivi nella
riforma che ripristinava la regola benedettina nella sua integrità. I monaci cluniacensi fondarono
molti monasteri costituendo una congregazione dipendente direttamente dall’autorità papale.
La lotta per le investiture
La lotta per le investiture indica il contrasto che contrappose il papato e l’impero durante l’XI e il
XII sec. relativamente all’influenza che gli imperatori avevano assunto riguardo al conferimento di
cariche ecclesiastiche. Oggetto del contendere era il diritto di piena libertà dell’elezione del
pontefice senza interferenze dell’imperatore. Già al tempo di Ottone I vi era stata una notevole
riaffermazione del potere imperiale su quello del papato, sancito anche dal diritto Privilegium
Othonis, in cui si affermava che il papa non poteva essere eletto senza il consenso dell’imperatore e
in cui si stabiliva la presenza di un rappresentante dell’imperatore a Roma. Per ridurre l’influenza
imperiale su Roma, nel 1059 papa Niccolò II indisse un concilio in cui volle fissare le regole per
l’elezione libera del pontefice. Da qui ebbe inizio una violenta lotta di potere (lotta delle investiture)
che coinvolse l’aristocrazia romana (che arrivò addirittura a eleggere tre papi
contemporaneamente), il papato e l’impero.
Figura centrale è da ritenersi Gregorio VII, divenuto papa nel 1073. Cluniacense, si adoperò per
l’affermazione ecclesiastica sull’impero e fu animatore della riforma religiosa per la supremazia
della Chiesa e la sua assoluta indipendenza dal potere civile (libertas ecclesiae). Attuò una politica
di grande rigore morale i cui motivi ispiratori raccolse nei Dictatus papae. Indisse un concilio in cui
vietò ai vescovi di ricevere l’investitura dall’autorità civile e per questo si scontrò con l’imperatore
Enrico IV che, convocato il sinodo di Worms, lo dichiarò deposto. Il papa rispose con la
scomunica dell’imperatore, concedendogli il perdono solo dopo averlo umiliato a Canossa dove
l’imperatore si umiliò di fronte al papa. Qualche anno dopo, assediato a Roma da Enrico IV che gli
opponeva l’antipapa Clemente III, fu condotto in salvo dai normanni a Salerno dove morì dopo
soli due anni.

Il concordato di Worms
Il concordato di Worms del 1122 tra Enrico V e Callisto II pose termine alla controversia,
giungendo a un compromesso, tra le posizioni di impero e papato. Infatti il concordato prevedeva
l’investitura temporale del papa affidata all’imperatore (conferimento dello scettro), mentre ai
vescovi l’investitura spirituale (consegna di anello e pastorale). Il concordato sancì per la prima
volta la distinzione tra potere temporale e spirituale, e allentò la dipendenza del papato
dall’impero germanico. Il concordato fu ratificato un anno dopo dal concilio lateranense.

Il sacro romano impero germanico


Dopo la creazione del sacro romano impero a opera di Carlo Magno, l’impero si era sgretolato
in una miriade di feudi e solo con Ottone I di Sassonia (962) raggiunse una precisa fisionomia
politica. Il sacro romano impero divenne così sacro romano impero germanico perché Ottone
I associò definitivamente la corona imperiale a quelle reali di Germania e d’Italia; ma la
denominazione tradizionale di sacro romano impero rimase anche nell’epoca successiva.

I guelfi e i ghibellini
Alla morte dell’imperatore Enrico V (1125) iniziò la lotta fra i principi tedeschi divisi in due
opposti schieramenti: guelfi e ghibellini.
I due termini furono usati anche nel XIII e XIV sec. in Italia per indicare le due opposte fazioni
politiche delle città italiane, l’una sostenitrice del papato (guelfi), l’altra dell’imperatore (ghibellini),
ma spesso divise da rivalità familiari esclusivamente municipali. Nel XV e XVI sec., dopo la
discesa di Carlo VIII in Italia, si chiamarono guelfi i sostenitori dei francesi e ghibellini quelli
dell’imperatore.

Il Barbarossa e gli svevi


Nel 1152 fu eletto re di Germania Federico I di Svevia detto il “Barbarossa”. Con il favore
della Chiesa, poté affrontare il declino dell’autorità imperiale in Italia: proclamata la prima
dieta di Roncaglia, fu incoronato re d’Italia a Monza e imperatore d’Italia e del sacro romano
impero a Pavia, da papa Adriano IV. In seguito intraprese una politica volta a rivendicare la
supremazia del potere imperiale su quello della Chiesa e sui comuni. Scese nuovamente in
Italia, distrusse Milano, sottomise Novara, Cremona e Pavia e si scontrò con papa Alessandro
III. In seguito, le leghe dei comuni si unirono nella Lega lombarda con il giuramento di
Pontida, Federico fu sconfitto a Legnano e firmò la conciliazione con il papa, nonché la pace
di Costanza con la quale si riconosceva l’autorità comunale. Facendo sposare il figlio Enrico
VI con Costanza, l’unica erede del Regno normanno, riuscì a ottenere il dominio dell’Italia
meridionale. Morì durante la terza crociata per la riconquista di Gerusalemme.
Nel 1215, con l’appoggio di papa Innocenzo III, fu incoronato imperatore Federico II di Svevia.
Anche questi lottò a lungo con i comuni italiani divisi in comuni guelfi (favorevoli al papato) e
comuni ghibellini (favorevoli all’impero). Morto l’imperatore, ripresero in Germania e in Italia le
lotte per il potere. In Italia il potere degli Angioini (sostenuti dai guelfi e dal papato) fu contrastato
dagli Aragonesi (che si imposero in Sicilia).

Gli angioini e gli aragonesi


Gli angioini furono il ramo della dinastia degli Angiò che regnò in Italia (Napoli e Sicilia) dal
1266 al 1435. Furono chiamati in Italia dal papa Clemente IV, preoccupato del predominio
svevo. Il papa offrì la corona del Regno di Sicilia a Carlo d’Angiò che sconfisse gli svevi.
Pochi anni dopo a Palermo scoppiò una rivolta (i vespri siciliani) fomentata dallo scontento
popolare per la dominazione angioina, troppo vessatoria, che aveva penalizzato l’isola (tra le altre
cose trasferendo la capitale a Napoli). I vespri però non furono solo espressione di una rivolta
locale. L’espansionismo di Carlo I d’Angiò aveva irritato anche Bisanzio e l’alleanza tra Michele
VIII e Pietro III d’Aragona, con l’avvallo di Venezia, aveva fatto convergere in Sicilia mercenari
che appoggiarono l’insurrezione. Dai vespri scaturì una vera e propria guerra tra Aragonesi e
Angioini, che si concluse con il trattato di Caltabellotta (1302). Esso sancì l’inizio del regno di
Trinacria sotto il dominio aragonese.
Nel frattempo, in Germania, continuava la crisi del sacro romano impero. Nel 1356 la Bolla d’Oro,
emanata da Carlo IV di Lussemburgo, stabiliva le norme per l’elezione imperiale; l’impero veniva
privato di molti territori meridionali, identificandosi sempre più con il solo regno germanico.
I comuni e le signorie
I comuni furono costituiti anticamente come governo di cittadini autonomi in opposizione alle
signorie feudali, un fenomeno che si diffuse in tutta Europa. In Italia del nord e in quella
centrale i comuni acquisirono caratteri istituzionali e indipendenti. Le lotte delle fazioni si
risolsero di fatto con l’affidamento delle cariche a una sola persona (podestà) e con la
trasformazione dei comuni in signorie. L’evoluzione del comune nella signoria lo trasformò in
una forma di governo dinastica.
La signoria era un regime dittatoriale sviluppatisi nel tardo medioevo e nel rinascimento
specialmente nell’Italia settentrionale. L’istituzione fu caratterizzata dalla trasformazione del regime
comunale per cui l’accentramento dei poteri passava dai magistrati a una sola persona. Si instaurò
tra il XIV e il XV sec. favorendo l’ingrandimento dei territori comunali, rappresentando così un
primo passo verso lo Stato moderno. In alcune grandi signorie (per esempio Genova, Firenze, Siena
e Venezia) si ebbe un’evoluzione verso governi oligarchici delle famiglie più influenti.
Alcune signorie, a loro volta, evolvettero in principati, veri e propri stati regionali (in Piemonte e a
Milano, Venezia, Firenze, Roma e Napoli). Il nuovo assetto creato nella penisola fu sancito dalla
pace di Lodi (1454) e rimase immutato fino alla fine del 1700.
Anche alcune piccole città come Ferrara (con gli Estensi) e Mantova (con i Gonzaga) divennero
principati.

Milano, i Visconti e gli Sforza


Alla fine del XIII sec., a Milano, Matteo I Visconti divenne capitano del popolo e conquistò il
potere della città. Solo con Gian Galeazzo Milano raggiunse il massimo splendore sotto la
dinastia Visconti; in questo periodo iniziò la costruzione del duomo e della certosa di Pavia,
allora sotto il dominio dello Stato visconteo. Filippo Maria riuscì a riunire nelle sue mani il
potere ereditato dal padre e grazie al matrimonio con Beatrice di Tenda, si assicurò le terre
piemontesi e un esercito ben preparato. Alla morte di Filippo Maria, i veneziani erano giunti
sotto le mura della città, minacciandone l’indipendenza. Francesco Sforza, inizialmente sotto
gli ordini di Filippo Maria Visconti come condottiero, alla morte di quest’ultimo e alla
proclamazione della repubblica ambrosiana, si alleò ai veneziani, e nel 1450 entrò vittorioso in
Milano, iniziando la dinastia degli Sforza come duca. Sotto Ludovico, detto il Moro, Milano
conobbe un periodo di splendore (vi lavorarono tra gli altri Bramante e Leonardo). La
rivendicazione da parte di Luigi XII re di Francia, dei territori milanesi, costrinse Ludovico
alla fuga.

Firenze e i Medici
A Firenze il riscatto della parte guelfa, dopo la morte di Federico II e l’appoggio di Carlo
d’Angiò, portò a divisioni interne ai guelfi: i Bianchi (guidati dalla famiglia dei Cerchi) e i
Neri (sotto la guida dei Donati). La vittoria dei Neri, appoggiati da Carlo di Valois, portò
all’esilio di Dante Alighieri. Nel 1378 la tensione in città produsse anche scontri sociali con la
rivolta dei Ciompi. Dopo la repressione, la città cadde sotto il dominio della famiglia Albizi,
acerrimi nemici, ma anche precursori dei Medici. La famiglia Medici detenne il potere in
Firenze dal 1434 al 1737. Partendo dal governo di Cosimo il Vecchio, i Medici si succedettero
alla guida della città controllando la vita politica e sostenendo il patrimonio culturale e
artistico. Tra i Medici vi furono anche due papi (Giulio, ovvero Clemente VII e Alessandro,
ovvero Leone X) e una regina di Francia (Caterina, sposa di Enrico II). Il loro dominio fu
avversato dalla congiura dei Pazzi (1478) e interrotto per pochi anni dalla prima e dalla
seconda repubblica fiorentina. Tra i Medici spicca la figura di Lorenzo il Magnifico, letterato,
sotto il cui governo Firenze conobbe un periodo di pace e prosperità, all’insegna
dell’equilibrio della cultura rinascimentale. All’estinzione della dinastia dei Medici (l’ultima
esponente fu Anna Maria Luisa), il granducato di Toscana (che era nato nel 1570 con Cosimo
I) fu ereditato dai duchi di Lorena (Asburgo).

Le monarchie nazionali
A partire dal XIII sec. la crisi delle due principali istituzioni, l’impero e il papato, coincise con
la formazione di quelle grandi monarchie nazionali (Inghilterra, Francia e Spagna) che si
sarebbero consolidate nei due secoli seguenti.
In questo periodo due sono i papi da ricordare. Bonifacio VIII divenne papa in seguito
all’abdicazione di Celestino V (il papa che fece il gran rifiuto). Condusse una strenua battaglia a
favore del trionfo dei fondamenti della teocrazia medievale contro le nuove forze politiche. Abile
giurista, fece pubblicare una raccolta di leggi canoniche (Liber Sextus). Emanò la bolla Ausculta fili,
accusando Filippo IV il Bello di Francia di volere ridimensionare l’influenza della Chiesa nello
Stato. Emanò poi la Unam Sanctam per affermare la libertas ecclesiae e il potere assoluto del
papato. Accusato di eresia da Filippo, fu imprigionato ad Anagni (1303; la leggenda attribuisce a
Sciarra Colonna l’atto di schiaffeggiare Bonifacio VIII nella cittadina laziale). Liberato, morì poco
tempo dopo.
Urbano VI sconfisse l’antipapa Clemente VII che gli era stato contrapposto dai vescovi francesi,
costringendolo a rifugiarsi ad Avignone, dando così però inizio allo scisma d’Occidente (1378-
1417). Si ebbero due opposte obbedienze papali, con sede una a Roma l’altra ad Avignone; a questo
si aggiungevano gli scontri politici dei nuovi Stati europei. Il papa avignonese era sostenuto dalla
Francia di Carlo V, dalla Scozia, dalla Lorena e dall’Aragona, mentre il papa romano aveva il
sostegno dell’impero germanico. Lo scisma rientrò definitivamente con l’elezione di Martino V nel
novembre del 1417.

La Francia
All’inizio del XIII sec. Filippo Augusto dà alla monarchia francese un carattere nazionale con
la lotta contro la coalizione formata dall’Inghilterra, dalla Fiandra e dall’impero tedesco.
Facendo riferimento al diritto romano, Filippo IV il Bello rinforza l’apparato amministrativo
del regno e afferma la propria indipendenza rispetto al potere temporale della Chiesa. Carlo
IV il Bello muore senza figli e la corona passa a un principe Valois, Filippo VI.
La guerra dei Cento Anni (1337-1453) travaglia il regno dei primi Valois. Inizialmente si
accumularono le disfatte e l’Inghilterra si insediò nel Sud-ovest. Contemporaneamente, la peste
nera devastò il Paese. Carlo V ristabilì la situazione, ma i suoi successori sono nuovamente
sconfitti e, dopo la sconfitta di Azincourt, il trattato di Troyes rende l’Inghilterra padrona del
Paese. Carlo VII, il re di Bourges, ha maggior successo, grazie, tra l’altro, all’aiuto di Giovanna
d’Arco (assedio di Orléans nel 1429). L’eroina francese continuò la battaglia con il suo esercito,
ma, catturata dai borgognoni, fu venduta agli inglesi che la fecero processare per eresia; condannata
al rogo, la sentenza fu eseguita nella piazza di Rouen. Le sue ceneri vennero gettate nella Senna.
Nonostante la sua morte, il risultato della sua azione fu irreversibile: lo spirito nazionale francese
era ormai risvegliato e gli inglesi non avrebbero più ripreso le posizioni perdute. Gli inglesi furono
respinti fuori dalla Francia, le finanze furono restaurate, venne organizzato un esercito permanente;
l’autorità reale si estese anche alla Chiesa nazionale.

L'Inghilterra
In Inghilterra, a metà dell’XI sec., Edoardo il Confessore ristabilì una dinastia sassone; un
secolo più tardi Enrico II fondò la dinastia dei Plantageneti. Oltre al proprio impero
continentale (Normandia, Aquitania, Bretagna ecc.) egli intraprese la conquista del Galles e
dell’Irlanda. Per poter affermare il proprio controllo sul clero, fece assassinare l’arcivescovo
di Canterbury e primate d’Inghilterra Thomas Becket. La Francia favorì la ribellione contro
Riccardo Cuor di Leone e intraprese un’attiva lotta contro la monarchia. Dopo che Filippo
Augusto aveva privato Giovanni Senza Terra dei suo possedimenti francesi, i baroni, che
ottennero la Magna Charta (1215; garantiva, fra l’altro, la tutela dei diritti della Chiesa, la
protezione ai baroni dalla detenzione illegale, la limitazione sui pagamenti feudali alla
corona), accrebbero ancora il loro potere. Le pretese di Edoardo III al trono di Francia e la
rivalità dei due Paesi in Aquitania diedero inizio alla guerra dei Cento Anni. La situazione si
deteriorò sotto il debole Riccardo II con la rivolta contadina, la peste nera, l’eresia di
Wycliffe, l’agitazione irlandese e nel 1399 il re viene deposto e sostituito da Enrico IV, primo
Lancaster. Dopo che le sorti della guerra dei Cento Anni volsero al peggio, gli York rimisero
in discussione i diritti dei Lancaster alla Corona con la guerra delle Due Rose (1450-1485). Da
un lato il ramo di York, con l’emblema della rosa bianca e dall’altro quello di Lancaster, il cui
emblema era una rosa rossa. La guerra terminò con l’annientamento delle due famiglie e
l’ascesa al trono di Enrico Tudor (Enrico VIII), unico erede dei Lancaster e sposo di una York.
Con tale guerra la nobiltà feudale subì un brusco ridimensionamento a vantaggio della corona
e della borghesia.

Spagna e Portogallo
In Spagna la disgregazione del regno omayyade favorì in seguito la riconquista a partire dal
nord, nel quale si crearono Stati cristiani. Dal 1085 (presa di Toledo) al 1248 (presa di
Siviglia), i musulmani furono respinti fino nel regno di Granada. Nel 1492 essi vengono
definitivamente cacciati dai re cattolici, Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia. Il XVI
sec. è l’apogeo della monarchia spagnola.
In Portogallo ai re di Castiglia si susseguirono i Borgogna, quando Alfonso VI affidò la contea del
Portogallo al genero, Enrico di Borgogna. Alfonso Henriques, figlio di Enrico assunse il titolo di
re del Portogallo dopo la vittoria di Ourique sui mauri (1139) e fece riconoscere l’indipendenza del
Portogallo. I Borgogna ressero il Paese fino alla fine del XIV sec.

L’umanesimo e il rinascimento
I profondi mutamenti politici che avvennero alla fine del medioevo corrisposero anche a
mutamenti culturali che portarono alla crisi della cultura ecclesiastica; mentre nel medioevo
si celebrava la vita ultraterrena come fine ultimo dell’uomo, s’incominciò, per
contrapposizione, a esaltare la vita terrena. La riscoperta del mondo classico, romano e greco,
portò all’umanesimo e al rinascimento (la civiltà culturale e artistica nata con l’umanesimo);
grande attenzione fu anche data alla natura e alla scienza, arrivando a nuove scoperte che
dettero anche l’avvio ai grandi viaggi d’esplorazione.
Nel medioevo la produzione artistica era totalmente incentrata su temi religiosi; basti ricordare la
Divina Commedia di Dante, le pitture di Giotto o le grandi basiliche romaniche e le cattedrali
gotiche.
In filosofia, la scolastica (il cui nome deriva dal fatto che era insegnata nelle scuole) dominava le
altre correnti; proprio nelle scuole la Chiesa aveva affermato il suo potere. Nonostante le università
fossero nate da associazioni laiche, la Chiesa vi inserì i propri insegnanti e i propri cancellieri che
avevano il compito di concedere la licentia docendi, cioè il permesso di insegnare. La presenza
ecclesiastica nelle università aumentò nel XIII sec. in seguito al massiccio ingresso degli ordini
mendicanti (domenicani e francescani).
La necessità di una formazione tecnico-professionale per favorire i commerci portò alla creazione di
scuole al di fuori del controllo ecclesiastico; l’avvento delle signorie fece sì che anche le corti
divenissero un centro culturale alternativo alle università; nelle corti i principi gareggiarono
nell’attrarre artisti, letterati e filosofi. Gli intellettuali da parte loro cercavano di diventare
consiglieri dei principi e di collaborare alla vita delle corti; Cesare e Augusto divennero i modelli
ideali di sovrani che favorivano la cultura.
Nelle classi più colte nacque l’idea di una comune civiltà fondata nella cultura classica e nella
lingua dell’antica Roma. I principali centri di cultura furono Firenze, Milano, Roma e Napoli, ma
sono da ricordare anche centri minori come Urbino, Ferrara, Mantova, Rimini, dove i
Montefeltro, gli Estensi, i Gonzaga e i Malatesta non furono inferiori agli altri signori (soprattutto
ai Medici e ai Visconti) nell’attirare a sé gli intellettuali del tempo.

L'età moderna
L’età moderna viene generalmente considerata l’epoca compresa fra la scoperta del
continente americano (1492) e la definitiva sconfitta di Napoleone Bonaparte (1815). L’età
moderna è caratterizzata da scoperte di nuovi continenti e territori e, conseguentemente, i
conflitti fra gli Stati tendono a globalizzarsi. L’unità religiosa dell’Occidente cristiano cessò a
causa della Riforma protestante. Si teorizzarono nuove forme di governo e le rivoluzioni
americana e francese segnarono la nascita del moderno concetto di democrazia.
Le esplorazioni geografiche
Verso la fine del XV sec. gli Stati europei incominciarono a finanziare esplorazioni geografiche
spinti sia da scopi politici che economici. I viaggi furono resi possibili da nuove scoperte e
soprattutto dal perfezionamento della bussola. Si incominciarono a colonizzare territori ricchi di
oro e di metalli preziosi e arrivarono in Europa il mais, la patata, il pomodoro, il cacao.
Le principali esplorazioni geografiche furono condotte da Cristoforo Colombo, Vasco da Gama,
Amerigo Vespucci e Ferdinando Magellano.
Cristoforo Colombo iniziò la carriera di marinaio dedicandosi a operazioni commerciali nel
Mediterraneo orientale. Poi risiedette per dieci anni in Portogallo. Navigò verso l’Inghilterra e
raggiunse l’Islanda e forse anche la Groenlandia. Dal nord si spinse sino all’estremo sud,
compiendo viaggi nei possedimenti africani del re del Portogallo. Incominciò a maturare in
Colombo l’idea di raggiungere le Indie da occidente. Presentò al re Giovanni II del Portogallo il
suo progetto di giungere alle Indie orientali navigando verso occidente, ma il programma fu
respinto. Nel 1492 il progetto fu però approvato dai sovrani di Spagna. Colombo dovette trovare i
mezzi di trasporto: due caravelle (Niña e Pinta) e una nave (Santa Maria). L’armamento delle tre
unità richiese un mese e mezzo. Il 3 agosto 1492 la spedizione partì da Palos e le navi si diressero
alla volta delle Canarie. Il 12 ottobre 1492 raggiunsero la terra ferma e sbarcarono nell’isola di
Guanahani, battezzata da Colombo San Salvador. Il viaggio proseguì verso le isole Bahamas e
quindi verso le coste settentrionali di Cuba, battezzata Juana (e successivamente ribattezzata
Fernandina da Velázquez); poi arrivò all’isola di Haiti, ribattezzata Española. Colombo intraprese
il viaggio di ritorno con la sola Niña. Le due rotte d’andata e ritorno del suo viaggio costituirono per
quattro secoli la via di navigazione percorsa tra Spagna e America. In una seconda spedizione, più
numerosa, le navi condotte da Colombo raggiunsero l’isola di Guadalupa, quindi proseguirono
fino a San Juan Bautista (Porto Rico), infine arrivarono in Giamaica. La via delle Antille e la
disponibilità di Santo Domingo permetteranno per lungo tempo la penetrazione spagnola in
America. Una terza spedizione permise la scoperta di Trinidad e della costa del continente
americano. Tuttavia neppure questa volta Colombo si convinse di essere in presenza di un
continente nuovo. Riprese il cammino verso Santo Domingo e dovette affrontare la rivolta degli
indiani sfruttati dagli spagnoli. Colombo e i suoi fratelli vennero arrestati e rispediti in Spagna dove
furono liberati. Alla morte della regina Isabella la corte si dimostrò decisamente ostile a Colombo
che si preoccupò solamente di mantenere per i suoi discendenti i diritti e i privilegi acquisiti. Rifiutò
fino alla morte di riconoscere di aver scoperto un nuovo continente frapposto tra le Indie e l’Europa.
Il portoghese Vasco da Gama ricevette dal suo re l’incarico di compiere una spedizione per
raggiungere le Indie; nel 1497 doppiò, per primo, il Capo di Buona Speranza. Toccò la costa del
Mozambico e Mombasa; poi raggiunse il porto indiano di Calicut, dopo aver attraversato l’oceano
Indiano. L’impresa segnò l’inizio dell’impero coloniale portoghese.
L’italiano Amerigo Vespucci finanziò il terzo viaggio di Colombo. Da solo esplorò la costa
atlantica della Colombia, il rio delle Amazzoni e le coste del Brasile. In una spedizione per il
Portogallo esplorò le coste brasiliane fino al golfo di San Matias. Fu il primo a capire che i territori
scoperti facevano parte di un nuovo continente, che fu quindi chiamato America in suo onore.
Il portoghese Ferdinando Magellano dovette chiedere finanziamenti alla nemica Spagna per poter
realizzare il suo progetto, ossia quello di raggiungere le Molucche, partendo dall’Europa e andando
verso ovest, a sud dell’America. Comandò la prima circumnavigazione terrestre con l’appoggio
ufficiale dell’imperatore spagnolo Carlo V. Nel 1520 entrò nello stretto che oggi porta il suo nome
e successivamente nell’oceano da lui chiamato Pacifico. In nome della Spagna prese possesso delle
Filippine, dove morì in uno scontro con gli indigeni. Dalla spedizione, di cui facevano parte cinque
navi, ritornò una sola nave con l’italiano Antonio Pigafetta che scrisse il resoconto del viaggio.

Le civiltà precolombiane
Prima della sua scoperta il continente americano vide fiorire diverse civiltà.

Gli inca
L’impero inca fu costituito a partire dal XV sec. da un piccolo clan della provincia di Cuzco (Perù)
il quale estese il proprio potere ai territori adiacenti delle Ande centrali. Nel 1531 il conquistatore
spagnolo Francisco Pizarro, che arrivava dal Messico con pochi uomini, attirò il re inca in un
tranello e lo fece uccidere. Seguì un periodo nel quale gli spagnoli mantennero formalmente al
potere i sovrani inca, ma l’imperatore manteneva autorità politica e militare assoluta ed era
considerato una divinità. La religione si basava sul culto del dio Sole (Inti). L’economia si fondava
in prevalenza sull’agricoltura. Gli inca producevano oggetti in ceramica e legno e tessuti dai disegni
geometrici ancora in uso. Importante anche l’artigianato di oreficeria. Gli inca non sapevano
scrivere e come lingua parlata adottarono il quechua, usato nella regione di Cuzco.

Gli aztechi
Di origini sconosciute, gli aztechi erano una tribù nomade nota agli inizi dell’XI sec. con il
nome di Mexica. La civiltà che viene comunemente definita con il termine azteca è quella che
fiorì nel centro di Tenochtitlán, l’attuale Città del Messico, sorta, secondo la leggenda, nel XIV
sec. in un’isola del lago Texcoco. Tenochtitlán fu la prima sede della dinastia azteca che, dopo
le vittorie con le popolazioni vicine dei toltechi e dei tepanèchi, si espanse fino al golfo del
Messico e all’oceano Pacifico. Nel grande Stato organizzato federativamente rientravano tutte
le città conquistate. Gli spagnoli, agli ordini del comandante Cortés, annientarono il popolo
azteco nel XVI sec. compiendo atroci stragi e uccidendo anche l’ultimo imperatore. La
religione politeista degli aztechi era il perno attorno al quale ruotavano sia la vita individuale
sia quella sociale; tutto veniva pensato in chiave religiosa, dal calendario alla costituzione
politico-sociale.

I maya
L’inizio della civiltà maya risale ai primi decenni del IV secolo e la storia di questa
popolazione si protrae fino al IX secolo. Le numerose città fondate nella regione del Messico si
contesero il dominio dello Yucatan. Pur risalendo probabilmente al terzo millennio a.C., le più
antiche testimonianze di questo popolo risalgono al 320 circa, anno a cui si fa risalire il più
antico reperto archeologico (un vaso) ritrovato a Tikal, nel Guatemala.
Le conquiste dei toltechi portarono alla nascita di un nuovo impero, situato nello Yucatan e durato
fino alla fine del XVII sec., benché la conquista spagnola (1523) della regione coincidesse con
l’inizio dello sterminio e della decadenza. I maya furono eccellenti astronomi e matematici. Il loro
calendario si basava su un anno solare di 365 giorni e adottarono come sistema di numerazione un
sistema vigesimale (cioè a base 20). La scrittura era di tipo ideografico ed è stata solo parzialmente
decodificata. La struttura sociale dei maya era fortemente gerarchica. La classe sacerdotale dominò
il periodo classico, mentre la classe guerriera ebbe il potere nel periodo tolteco del nuovo impero.
La schiavitù era molto diffusa. Per mezzo di una buona rete viaria, il commercio divenne fiorente e
furono costruite magnifiche città che servivano sia da centri commerciali che da centri religiosi.

Gli imperi coloniali


Il colonialismo iniziò nel XV sec., grazie alle scoperte delle esplorazioni geografiche. Fu
caratterizzato dall’iniziale conquista delle zone costiere e via via dalla penetrazione verso
l’interno dei territori, con imposizione di leggi e strutture tipiche europee. L’originale
motivazione commerciale si trasformò ben presto in teoria razziale e religiosa che arrivò a
legittimare massacri e distruzioni in nome di una superiorità della razza europea sulle altre.
Ben presto le pretese espansionistiche dei vari Stati entrarono in conflitto tra loro, portando a
guerre sanguinose.
Fin dalla metà del XV sec., l’impero portoghese fu il primo a svilupparsi, grazie anche
all’intraprendenza dei suoi sovrani, fra cui Enrico il Navigatore. Nel 1487 Bartolomeo Diaz
doppia il Capo di Buona Speranza e qualche anno più tardi il trattato di Tordesillas stabilisce una
linea di separazione tra i possedimenti extraeuropei della Spagna e quelli del Portogallo. Nel 1497
Vasco da Gama scopre la via delle Indie. Nel 1500 Cabral prende possesso del Brasile. Tra il 1505
e il 1515 si costituisce l’impero portoghese delle Indie.
In America l’impero spagnolo fu caratterizzato dallo sfruttamento delle popolazioni, amministrato
da un governo centralizzato, con una complessa struttura burocratica, e difeso militarmente con
eserciti presenti sul territorio.
L’impero coloniale inglese si sparse in tutti i continenti, ben difeso dalla supremazia navale
britannica.
I francesi invece furono gli ultimi a entrare in azione, ma arrivarono comunque a possedere un
grande impero coloniale nel Nordamerica, crollato nel XVIII sec. a causa dei conflitti con
l’Inghilterra (Guerra dei Sette Anni).
Gli olandesi si interessarono solo dell’aspetto commerciale del colonialismo e s’insediarono
nell’arcipelago indonesiano, nella penisola indiana, nella Nuova Guinea, in Africa e in America
(Antille e Suriname). Unico esempio di colonia di popolamento fu il Sudafrica (metà del sec.
XVII), fondata da coloni olandesi da cui discendono i boeri.

Lo sviluppo economico e demografico


Nei primi decenni del ‘500 si ebbero una forte crescita demografica, favorita dalla maggiore
disponibilità di risorse alimentari, e un notevole sviluppo economico in tutta Europa, basato
soprattutto sull’agricoltura e sull’artigianato. In alcune zone (come in Spagna) la scarsa resa
dell’agricoltura estensiva portò a sfruttare la terra per l’allevamento. Con lo svilupparsi di
quest’ultimo iniziarono le tensioni fra contadini e allevatori, tanto che in Inghilterra alcune
terre comuni (enclosures), prima destinate all’allevamento, vennero recintate e destinate
all’agricoltura intensiva.
Grande sviluppo ebbero i cantieri navali e l’industria tipografica, nella quale eccelsero i
veneziani.
Le città cominciarono a espandersi. La Francia, con una popolazione di circa 19 milioni di abitanti,
era il Paese più popoloso d’Europa. Anche in Italia, fatta eccezione per la Toscana, la popolazione
crebbe e cinque città superarono i 100.000 abitanti: Genova, Venezia, Milano, Napoli e Palermo.
Mentre nel medioevo la società era divisa in ordini (nobiltà, clero e terzo stato che raggruppava il
resto della popolazione), nel ‘500 nacque la borghesia (i borghesi che arrivavano a prestigiose
cariche giudiziarie o amministrative potevano nobilitarsi).
Tale processo continuerà fino alle soglie della rivoluzione industriale e ne costituirà un importante
presupposto. Nelle città intanto si sviluppavano alcune vivaci attività manifatturiere e mercantili: le
scoperte geografiche e il grande sviluppo commerciale diedero notevole impulso ai cantieri navali e
all’attività bancaria. Un’altra attività acquistò sempre maggior rilievo: l’industria tipografica, che
vedeva primeggiare i torchi veneziani. Questi settori richiedevano manodopera preparata e
altamente qualificata, si costituirono così le prime organizzazioni di lavoro: le corporazioni che
raccoglievano insieme apprendisti, operai e maestri di bottega per tutelare i segreti della
professione. Le conseguenze della scoperta delle Americhe saranno avvertite in Europa nella
seconda metà del ‘500, quando l’afflusso di ingenti quantità d’oro e metalli preziosi provocherà in
Spagna una grave inflazione: la rivoluzione dei prezzi (sensibile aumento), alla cui origine vi
furono anche cause economiche interne all’Europa, prima fra tutte il divario crescente tra l’offerta
stazionaria di beni e la domanda in sensibile crescita.

La nascita degli Stati nazionali


All’inizio dell’età moderna, nell’Europa occidentale si affermarono monarchie e regimi
oligarchici. Aumentò il peso della borghesia a cui vennero affidate molte cariche pubbliche.
In Spagna, grazie al matrimonio di Ferdinando d’Aragona con Isabella di Castiglia e alla
cacciata degli arabi, il territorio venne unificato sotto un’unica monarchia che annesse
successivamente anche il Portogallo per l’estinzione dei Braganza. Fu il periodo del tribunale
dell’Inquisizione che doveva vigilare sulla purezza di sangue degli spagnoli.
L’Inghilterra arrivò nelle mani della dinastia Tudor con la quale si ebbe un notevole periodo di
prosperità nelle contee inglesi; già da allora il parlamento era diviso in due Camere, quella dei Lord
(nobiltà maggiore e vescovi), e quella dei Comuni (piccola nobiltà e borghesia cittadina) che era
l’organo rappresentativo del popolo.
In Francia, Luigi XI aveva avviato una politica di riforme sovvenzionate dalle tasse come la
gabella (l’imposta sul sale) o la taglia (sia personale, se riferita alle persone, o reale, se riferita alle
terre possedute dai non nobili). Un organo rappresentativo convocato dal re per importanti
provvedimenti erano gli Stati Generali, che rappresentavano tutti i ceti; il loro peso decrebbe con il
rafforzarsi della monarchia.
A nord, dalla fine del XIV sec., Svezia e Norvegia erano annesse alla Danimarca in seguito
all’Unione di Kalmar; la Svezia si staccò solo all’inizio del XVI sec. grazie alla proclamazione
dell’indipendenza da parte del re Gustavo I Vasa.
Nell’Europa orientale, il ruolo del sovrano (di solito elettivo; da ricordare in Ungheria il regno di
Mattia Corvino che portò il Paese a un grande splendore culturale) era decisamente limitato dalla
nobiltà che nelle diete prendeva le decisioni più importanti. Solo nel Granducato di Mosca con Ivan
III il Grande si posero le basi di un nuovo Stato monarchico, la Russia.
I turchi continuavano ad avanzare, ma dopo la presa di Costantinopoli (1453) la cristianità prese
coscienza del pericolo e si mobilitò nel consolidamento delle frontiere.
Nel sacro romano impero, la lotta delle investiture, i conflitti provocati dalla dinastia sveva, i
contrasti interni all’impero (signorie e comuni) indebolirono non poco il potere politico. Nel 1356 la
Bolla d’Oro, emanata da Carlo IV di Lussemburgo, stabilì le norme per l’elezione imperiale;
l’impero venne privato di molti territori meridionali, identificandosi sempre più con il solo regno
germanico. Anche Carlo V dovette accettare una sovranità limitata (1555, pace di Augusta) al di
fuori dell’area tedesca.
La Riforma e la Controriforma
La Riforma protestante fu un moto di rinnovamento religioso, originato in Germania, che
produsse una separazione in seno alla Chiesa cristiana. Suo propugnatore fu il monaco
tedesco Martin Lutero che il 31 ottobre 1517 rese pubbliche, nella cattedrale di Wittemberg,
novantacinque tesi nelle quali attaccava la corruzione della Chiesa cattolica e in particolare il
commercio delle indulgenze: la sua tesi era che la salvezza non poteva derivare dalle
indulgenze, ma solo dalla fede dell’individuo. Partito da un buon intento di revisione della
Chiesa, Lutero si trovò scomunicato da Leone X e lo scontro divenne aperto tanto da lasciar
presagire lo scisma. La riforma fu delineata nella sua essenza ad Augusta nel 1530: possibilità
di salvezza per sola fede, lettura diretta dei testi sacri (senza mediazione di nessuna autorità),
rifiuto di tutti i sacramenti, con la sola esclusione di battesimo ed eucarestia. Le teorie
luterane si diffusero rapidamente sia tra i feudatari tedeschi, che trovarono in esse un valido
pretesto per staccarsi dall’imperatore Carlo V e annettersi le proprietà ecclesiastiche, sia tra i
contadini, che ne esasperarono le tesi fino a scontrarsi con lo stesso Lutero. Il luteranesimo si
diffuse anche negli Stati scandinavi e a esso si affiancarono le teorie di altri riformatori, come
Zwingli e Calvino. Il pensiero di quest’ultimo si diffuse in Svizzera, nei Paesi Bassi, in Francia
e in Scozia, mentre ebbe scarso successo in Italia. In Inghilterra la riforma venne imposta da
Enrico VIII che con l’Act of Supremacy si proclamò capo della Chiesa di Inghilterra, per
motivi di ordine prevalentemente economico. La Chiesa cattolica rispose allo scisma causato
dalla riforma con il concilio di Trento che diede avvio alla Controriforma.

La Controriforma e il concilio di Trento


La Controriforma fu l’azione dalla Chiesa cattolica contro la riforma protestante condotta da
Lutero per combatterne l’avanzata. Il momento topico fu il concilio di Trento (1545-1563), nel
quale vennero riaffermati alcuni capisaldi del cattolicesimo, fu condannata la simonia, fu ribadita
l’inammissibilità del matrimonio dei sacerdoti e furono riaffermati alcuni principi fondamentali
come la presenza reale di Cristo nell’eucarestia, la giustificazione mediante le opere, il culto dei
santi e la superiorità dell’autorità del pontefice. Furono meglio precisati la natura e il valore dei
sacramenti così come la struttura gerarchica della Chiesa e il valore della tradizione. Insieme si
avviò un processo di irrigidimento disciplinare e maggior severità nella formazione del clero.
Vennero anche creati strumenti di repressione e prevenzione contro l’eresia e la propaganda non
ortodossa, ossia l’Inquisizione romana, la congregazione dell’Indice e il ricorso al braccio
secolare (l’autorità del magistrato civile di rendere esecutive le sentenze e le ordinanze dei tribunali
ecclesiastici).
Al termine del concilio non solo era chiara l’insanabile frattura sul piano dogmatico con le correnti
protestanti, ma fu anche riorganizzata la vita del clero, con l’affidamento della formazione culturale
dei sacerdoti ai seminari diocesani.

Carlo V
Carlo V rappresenta una figura centrale nella storia dell’Europa all’inizio del XVI sec. Figlio
di Giovanna la Pazza, regina di Castiglia, e di Filippo il Bello d’Austria, Carlo V unì sotto la
sua corona un vasto impero europeo che comprendeva Fiandre, Contea Franca, Stati
asburgici, regni di Castiglia e d’Aragona, regno di Napoli e Sicilia. Fu incoronato imperatore
nel 1519. Dopo la sconfitta di Francesco I a Pavia dovette fronteggiare la lega di Cognac tra
Francia, Venezia, Firenze e Stato pontificio. Dopo il saccheggio di Roma, il conflitto si
concluse con la pace di Cambrai. Da Clemente VII fu incoronato, a Bologna, re d’Italia e
imperatore. Divenne il sovrano più potente dell’Europa della prima metà del ‘500, sull’impero
del quale “non tramontava mai il sole”.
Carlo V si scontrò ripetutamente con i turchi e i principi protestanti tedeschi e francesi. Concesse
libertà di culto ai protestanti e la ribadì con la pace di Augusta. Di fatto, tale pace segnò la fine di
ogni possibile restaurazione dell’universalismo cristiano.
Abdicò a favore del figlio Filippo II cui lasciò Italia e Fiandre, e del fratello Ferdinando che
divenne imperatore.

La Francia: dalle guerre di religione al


cardinale Mazzarino
Dopo aver respinto gli inglesi fuori dai propri territori, la monarchia francese si rafforzò:
venne organizzato un esercito permanente e l’autorità reale si estese anche alla Chiesa
nazionale (sanzione pragmatica di Bourges). Carlo VIII e Luigi XII diedero inizio alle guerre
d’Italia. Francesco I perseguì la politica di interesse verso l’Italia, conquistò Milano,
concludendo con papa Leone X un vantaggioso concordato che gli consentiva il completo
controllo sul clero francese (gallicanesimo). Salito al trono Carlo V, unificata la corona
austriaca e spagnola, con l’aggiunta delle Fiandre e del regno di Napoli, Francesco I fu
costretto a combattere gli Asburgo per evitare di essere accerchiato. Combatté in Italia, sul
Reno, nelle Fiandre e sui Pirenei, e subì la sconfitta più pesante a Pavia (1525) dove fu fatto
prigioniero e costretto a una pace onerosa. Liberato, riprese la guerra contro Carlo V
alleandosi con la Lega Santa, con i turchi, con Venezia e con papa Clemente VII. Combatté
fino alla sua morte nel tentativo di strappare a Carlo V l’egemonia europea. All’interno,
malgrado le enormi spese militari, riuscì a fronteggiare la situazione economica del Paese, con
adeguate riforme fiscali e amministrative. Fu un grande mecenate sia degli artisti francesi sia
di quelli stranieri (Leonardo, Benvenuto Cellini).
Caterina de’ Medici fu la figura di spicco della Francia della parte centrale del XVI sec. Nobile
italiana, figlia di Lorenzo de’ Medici duca di Urbino, andò sposa a Enrico II di Valois duca di
Orléans, che fu re di Francia col nome di Enrico II. Presto venne però trascurata dal marito che le
preferì l’amante. Alla morte di Enrico II, ferito accidentalmente in un torneo, succedettero, uno
dopo l’altro, i tre figli, ma Caterina de’ Medici assunse la reggenza per conto del secondogenito
minorenne Carlo IX. Per circa vent’anni esercitò una notevole influenza sugli affari di Stato. La
sua reggenza coincise con uno dei periodi più travagliati della storia di Francia e Caterina dovette
mediare tra le varie fazioni.
Durante le feste di nozze di una sua figlia con il re di Navarra (futuro re di Francia con il nome di
Enrico IV), Caterina de’ Medici ordinò contro gli ugonotti protestanti il massacro della notte di
san Bartolomeo: Enrico di Navarra venne risparmiato, ma fu costretto ad abiurare. Salì al trono di
Francia dopo la cosiddetta guerra dei tre Enrico e l’assassinio di Enrico III per mano di un
fanatico cattolico. Verso la fine del XVI sec., non potendo vincere i cattolici in battaglia, Enrico IV
si convertì al cattolicesimo (“Parigi val bene una messa”). Promulgò l’editto di Nantes (1598) con
cui garantì ai protestanti francesi una moderata libertà religiosa e il pieno godimento dei diritti
civili, ponendo fine alle guerre di religione in Francia. Dedicò il suo impegno al rafforzamento del
potere centrale della monarchia e al miglioramento dell’economia. Noto come le bon roi, fu
assassinato da un fanatico cattolico.
All’inizio del XVII sec., dopo la crisi dell’autorità monarchica con la reggenza di Maria de’
Medici, Luigi XIII, appoggiandosi a Richelieu (che diventò prima cardinale per intercessione di
Maria de’ Medici e poi ministro), eliminò il pericolo protestante di Stato nello Stato, ridusse il
potere delle oligarchie feudali, sviluppò l’assolutismo e il centralismo monarchici (per contrastare
l’azione dei nobili furono creati gli intendenti, ministri del re, che questi inviava a tempo
indeterminato nelle sue province per amministrare il territorio), creò il primo impero coloniale
(Canada), ma impoverì il Paese facendolo partecipare alla Guerra dei trent’anni contro gli
Asburgo.
Rigido sostenitore dell’assolutismo monarchico, Richelieu combatté gli ugonotti ponendo l’assedio
e conquistando la loro capitale, La Rochelle. Eliminò ogni privilegio della nobiltà feudale e nel
1630, con l’appoggio di Luigi XIII, costrinse all’esilio la stessa Maria de’ Medici. Collaborò alla
fondazione dell’Accademia francese e fece ristrutturare la Sorbona. Scrisse tragedie mediocri e
due grandi testi politici, il Testamento politico e le Massime di Stato, che attestano la sua
concezione del dovere, inteso soprattutto come difesa a oltranza dell’unità nazionale rappresentata
dalla monarchia.
La linea politica di Richelieu venne ulteriormente portata avanti dal cardinale Mazzarino.

Gli Asburgo di Spagna


Filippo II, detto il Prudente, figlio di Carlo V e di Isabella di Portogallo, succedette al padre
sul trono di Spagna; con la vittoria sui francesi a San Quintino e la pace di Cateau-Cambrésis
(1559), si assicurò il controllo sulle Fiandre e gran parte dell’Italia, nonché una certa
predominanza in Europa, anche per i suoi legami familiari con Austria e Portogallo; fu infatti
duca di Milano, re di Napoli e Sicilia e di Portogallo. Dopo una serie di successi, quali la
repressione della rivolta dei moriscos e la sconfitta dei turchi a Lepanto, assistette a un lento,
ma progressivo disfacimento della sua politica per la rivolta delle Fiandre. Occupò il
Portogallo e iniziò una lotta spietata contro i protestanti, che inevitabilmente lo portò a uno
scontro aperto con l’Inghilterra di Elisabetta e la Francia di Enrico IV, durante il quale subì
pesantissime sconfitte, prima di tutte la disfatta della Invincibile Armata (1588). A livello di
politica interna, fissata la capitale a Madrid, cercò di concentrare nelle sue mani tutti i poteri,
cancellando ogni forma di autonomia ed eliminando fisicamente protestanti, ebrei e moriscos.
La sconfitta dell’Invincibile Armata avviò la decadenza in Spagna, contrassegnata in modo
eclatante dalla perdita del Portogallo. L’estinzione della casa degli Asburgo consentì l’ascesa di
Filippo IV di Borbone, nipote di Luigi XIV (guerra di successione di Spagna, 1701-1716).
La nascita delle Province Unite
Quando Filippo II succedette al padre come principe dei Paesi Bassi, condusse una politica
assolutista e ostile ai protestanti, che lo contrappose al popolo e alla nobiltà. Nel 1566 la
Fiandra, l’Hainaut, e quindi le province del nord si ribellarono, ma il duca di Alba condusse
una repressione senza pietà che sfociò nella rivolta generale dell’Olanda e della Zelanda,
guidata da Guglielmo d’Orange. Dopo dieci anni, la pacificazione di Gand segnò l’espulsione
delle truppe spagnole e il ritorno alla tolleranza religiosa. Nel 1579 le province del sud, in
maggioranza cattoliche, si sottomisero alla Spagna (Unione di Arras); quelle del nord,
calviniste, proclamarono l’Unione di Utrecht, che pose le basi delle Province Unite. Dopo aver
ripudiato solennemente l’autorità di Filippo II, le Province Unite proseguirono la lotta contro
la Spagna, salvo l’interruzione della tregua dei Dodici Anni agli inizi del ‘600. Nel 1648 il
trattato di Munster riconobbe ufficialmente l’indipendenza delle Province Unite, mentre i
Paesi Bassi meridionali restarono spagnoli.
La nascita del nuovo Stato fu caratterizzata da conflitti con gli inglesi e con i francesi, guerre dove
spesso le alleanze erano mutevoli, dettate solo da interessi commerciali. Da ricordare la rivalità con
la Francia, provocata dalla politica protezionistica di Colbert; i francesi invasero il territorio
olandese. Guglielmo III d’Orange fu proclamato statolder, l’Olanda si oppose alla supremazia
militare francese aprendo le dighe e allagando il proprio territorio. La pace di Nimega (1678)
garantì alle Province Unite l’integrità territoriale a danno della Spagna che perse parte delle
Fiandre, annesse alla Francia.

La Guerra dei trent'anni


La Guerra dei trent’anni fu sia una guerra di religione tra cattolici e protestanti, sia una
guerra politica tra gli Asburgo, che volevano uno Stato egemone nell’area tedesca, e Francia e
Svezia che volevano allargare la loro influenza.
La guerra si svolse nell’Europa continentale tra il 1618 e il 1648 e fu suddivisa in quattro fasi. La
prima, detta boemo-palatina (1618-1624) si svolse in Boemia ed ebbe origine dalla ribellione dei
protestanti boemi contro l’imperatore Rodolfo II di Asburgo, che era venuto meno alle concessioni
di libertà religiose e di culto fatte con la Lettera di maestà (defenestrazione di Praga). La rivolta
portò all’elezione a sovrano, da parte dei boemi, del capo dell’Unione evangelica, il palatino
Federico V. La risoluzione arrivò con la battaglia della Montagna Bianca vicino a Praga che si
concluse con la sconfitta dei boemi (1620). L’imperatore non tardò a invadere il Palatinato,
espropriando poi la nobiltà boema a favore di quella straniera cattolica e spostando così il potere in
Germania verso i cattolici.
La minaccia di un possibile accesso degli Asburgo al Baltico provocò l’intervento del re di
Danimarca Cristiano IV e fu all’origine della seconda fase del conflitto, quella danese (1626-
1629). Il re danese, nel suo tentativo di sostenere i protestanti, fu sconfitto a Dessau (1626) e firmò
la pace di Lubecca (1629).
Le mire egemoniche degli Asburgo iniziarono a preoccupare i principi protestanti e la Francia,
grazie all’opera di Richelieu, riuscì a convincere Gustavo Adolfo di Svezia a entrare in guerra e ad
aprire una terza fase, quella svedese (1630-1634). Dopo la vittoria di Breitenfeld del 1631, il
sovrano svedese invase la Baviera battendo Wallenstein a Lützen (1632), ma perse ivi la vita. La
guerra venne portata avanti dal cancelliere Oxenstierna, ma terminò con la netta sconfitta della
Svezia a Nordlingen, seguita dalla pace di Praga con l’imperatore.
La Francia continuò a non accettare la supremazia asburgica e decise di intervenire direttamente,
aprendo così l’ultima fase, detta francese (1635-1648). I francesi vennero affiancati da svedesi,
olandesi, duca di Savoia, Mantova e Parma e sconfissero gli spagnoli (che erano
contemporaneamente impegnati contro i rivoltosi di Catalogna e Portogallo) a Casale, Rocroi e
Lens. Altre vittorie vennero riportate sugli imperiali a Breitenfeld, Jancovic in Boemia e
Zusmarshausen. Dopo una serie di sconfitte. Filippo IV re di Spagna accantonò il suo ministro
Olivares, sostenitore della guerra; in seguito a ciò e alla morte di Richelieu e Luigi XIII, tra i
principali conduttori del conflitto, subentrò una certa stanchezza dei contendenti. Si approdò alla
pace di Westfalia del 1648, con cui l’imperatore accettò la sconfitta e riconobbe la perdita
dell’egemonia sugli Stati tedeschi. Nel frattempo la Spagna, pur indebolita, continuò la sua guerra
contro la Francia fino alla pace dei Pirenei del 1659.

L'Inghilterra elisabettiana
In Inghilterra il protestantesimo si era affermato sotto Edoardo VI, ma Maria I Tudor, detta
la Cattolica o la Sanguinaria, tentò una restaurazione cattolica. Il suo matrimonio con Filippo
II di Spagna e il suo tentativo di restaurare il cattolicesimo la resero presto impopolare,
specialmente quando abrogò le leggi religiose di Enrico VIII e del suo predecessore. Accettò
l’Atto di supremazia e solo nel 1544 ottenne il riconoscimento alla sua legittima aspirazione al
trono avviando le trattative con il papato per riconciliarsi con Roma. Il suo soprannome
derivò dalle sanguinarie persecuzioni ai danni dei protestanti, eseguite anche con il supporto
del suo consigliere, il cardinale Pole. Intervenne contro la Francia a favore del marito Filippo
d’Asburgo succeduto a Carlo V. Perse l’ultimo baluardo inglese in Francia, Calais, che fu
occupata dalle truppe francesi.
Il protestantesimo tornò a trionfare con Elisabetta I. La vittoria di questa contro la Spagna
(Invincible Armada) prefigurò l’ascesa della potenza inglese. Nel 1603 Giacomo Stuart, re di
Scozia, ereditò la corona inglese e divenne Giacomo I d’Inghilterra, riunendo a titolo personale le
corone dei due regni. Il suo autoritarismo, in materia religiosa e in politica, lo rese piuttosto
impopolare.

La prima rivoluzione inglese


A Giacomo I succedette il figlio Carlo I. Ben presto, il re si scontrò con il parlamento, nel quale si
organizzò l’opposizione puritana. Nel 1642 la rivolta del parlamento si trasformò in una vera e
propria guerra civile, portata avanti dall’esercito puritano guidato da Oliver Cromwell e, nel 1649,
Carlo I venne messo a morte.
Dopo aver sottomesso l’Irlanda cattolica e la Scozia fedele agli Stuart, Cromwell instaurò il regime
personale del protettorato o Commonwealth. All’estero, egli condusse una politica mercantilista
(atto di navigazione) che lo oppose alle Province Unite e alla Spagna. Gli succedette il figlio
Richard Cromwell, che poco dopo rassegnò le dimissioni; venne quindi restaurata la dinastia
Stuart.
La seconda rivoluzione inglese
La seconda rivoluzione inglese fu detta anche Gloriosa Rivoluzione perché avvenne in modo
sostanzialmente pacifico, tranne che in Irlanda. I regni di Carlo II e Giacomo II rappresentarono di
nuovo un periodo di conflitti con il parlamento che suscitarono l’intervento di Guglielmo
d’Orange. Nel 1688 il parlamento offrì la corona a Maria II Stuart e al marito Guglielmo III
d’Orange che regnarono congiuntamente dopo aver garantito la Dichiarazione dei Diritti. Le
libertà tradizionali vennero consolidate, mentre si accentuarono le tendenze protestanti. Nel 1701 gli
Stuart sono esclusi dalla successione a vantaggio degli Hannover (Atto di disposizione). Sotto il
regno di Anna Stuart, la guerra di successione di Spagna rafforzò la potenza marittima inglese e
l’Atto di unione unì definitivamente i regni di Scozia e d’Inghilterra (regno di Gran Bretagna).
Nel 1714 il Paese passò sotto la sovranità degli Hannover e il regno di Giorgio I, più tedesco che
inglese, favorì la permanenza al potere degli whig (partito contrario ai tory, che sosteneva una
politica di resistenza al sovrano e la tolleranza religiosa) che dominarono la vita politica fino al
1762.

La Germania
La riforma protestante e le conseguenti guerre distrussero contemporaneamente l’unità
germanica e l’idea stessa dell’unità imperiale: i trattati di Westfalia (1648) ridussero l’impero
a una semplice funzione politica e le guerre napoleoniche ne determinarono la fine.
A est della Germania stava nascendo anche l’astro prussiano. La Prussia (regione storica oggi
divisa fra Polonia e Russia, a partire dal 1871 parte della Germania fino alla caduta del Terzo Reich)
era stata conquistata dai cavalieri teutonici e colonizzata da popolazioni tedesche. Nel 1525 fu
trasformata in un ducato assegnato ad Alberto di Hohenzollern, mentre nel 1618 passò a Giovanni
di Brandeburgo e nel 1648 costituì un unico Stato (con Pomerania e Magdeburgo) sotto Federico
Guglielmo il Grande. Federico I ottenne poi il titolo di re dello Stato prussiano (1701).
A nord della Germania, la Svezia si era accaparrata la Pomerania e le isole danesi ed era diventata
padrona incontrastata del Baltico.

Il Principato di Mosca
Nel XVI e nel XVII sec. la Russia si era ulteriormente espansa e aveva conquistato i territori
dei mongoli e parte della Siberia sotto il regno di Ivan IV il Terribile che nel 1547 aveva
assunto il titolo di zar. Alla sua morte i nobili (boiari) cercarono di impadronirsi del potere e
di fondare una nuova dinastia regnante. L’età dei torbidi fu caratterizzata da rivolte contadine
e dall’intervento degli eserciti polacchi e svedesi che giunsero a occupare Mosca.
All’inizio del XVII sec. i boiari trovarono un accordo ed elessero zar Michele III, capostipite dei
Romanov; durante il regno di Alessio I fu istituita la servitù della gleba e la condanna dei Vecchi
Credenti da parte della Chiesa ortodossa russa provocò lo scisma (raskol) che diede vita a una
lunga lotta fatta di persecuzioni e riavvicinamenti, uno dei più tragici episodi della storia russa.
Dopo aver escluso dal potere la reggente Sofia, Pietro il Grande avviò l’occidentalizzazione del
Paese al quale diede un accesso al Baltico e una nuova capitale, San Pietroburgo. Egli creò
l’impero russo nel 1721.
L’Italia nel Cinquecento e nel Seicento
Le realtà italiane di questi due secoli furono in balia delle grandi potenze europee con le quali
cercarono di convivere non sempre con successo.

Il Ducato di Savoia
La struttura feudale del regno sabaudo non poté reggere a lungo il confronto con la nuova realtà
europea degli Stati reazionari e alla contesa franco-spagnola; dopo aver conquistato Vaud (1536),
gran parte dei domini sabaudi d’oltralpe caddero in mano a Francesco I; Emanuele Filiberto,
riavuti i suoi domini con la pace di Cateau-Cambrésis, portò la capitale da Chambéry a Torino e
unificò la struttura dello Stato rafforzando in sé tutti i poteri, limitando così quelli delle autonomie
locali. Sfruttando il perdurare delle guerre di religione in Francia, Carlo Emanuele I conquistò
Saluzzo e, alla morte di Francesco Gonzaga, rivendicò per la figlia di questi il Monferrato. Ciò ebbe
come conseguenza l’intervento degli spagnoli e un inasprimento delle ostilità terminate con il
trattato di Cherasco (1631). In totale balìa di Francia e Spagna, la situazione interna peggiorò
drasticamente a causa della guerra civile scoppiata tra madamisti filofrancesi e cardinalisti
filospagnoli.

La Repubblica Veneta
Con una brillante politica diplomatica Venezia seppe sfruttare a suo favore le rivalità dei suoi
nemici e riuscì a far sciogliere la lega di Cambrai. Successivamente, partecipando alla Lega
santa voluta da Giulio II in funzione antifrancese, Venezia riuscì a limitare le perdite; in
seguito alla vittoria di Lepanto contro i turchi, la repubblica di Venezia iniziò un periodo di
neutralità politica nel tentativo di salvare la propria indipendenza.

La Repubblica di Genova
Possesso degli Sforza, poi dei francesi, riconquistò l’autonomia, pur nell’ambito spagnolo, con
il governo aristocratico di Andrea Doria (1528). Occupata dagli austriaci (1746) se ne liberò
con un moto popolare.

Il Ducato di Toscana
Cosimo de’ Medici, detto il Vecchio, aveva trasformato Firenze in una signoria di fatto,
esautorando i patrizi. Gli succedettero il figlio Pietro e quindi il nipote Lorenzo, al quale,
sedata la congiura dei Pazzi nella quale morì il fratello Giuliano, si deve un periodo di
straordinario splendore artistico e umanistico della città nella parte finale del XV sec.
Figura di spicco di fine secolo fu Girolamo Savonarola, frate domenicano. La sua predicazione era
rivolta anche contro il degrado dell’istituzione ecclesiastica e in particolar modo del papato; per
questo motivo papa Alessandro VI lo scomunicò. Fu arrestato l’anno successivo e, dopo il
processo, in cui fu riconosciuto colpevole di eresia, venne impiccato e arso vivo in piazza della
Signoria a Firenze.
Dal 1494 al 1512, il figlio di Lorenzo, Piero, non poté rientrare a Firenze per la proclamazione della
repubblica. Rientrato a Firenze con l’aiuto degli spagnoli, dopo il congresso di Mantova, l’altro
figlio di Lorenzo, Giovanni, ripristinò il potere della signoria, continuando a esercitarlo anche dopo
essere divenuto papa con il nome di Leone X (1513). Formalmente la signoria passò a Lorenzo II,
figlio di Piero, duca di Urbino, al quale Machiavelli dedicò Il Principe, mentre al soglio pontificio
saliva, con il nome di Clemente VII, il figlio di Giuliano, Giulio.
Dopo il sacco di Roma del 1527, si costituì la repubblica fino al 1530, quando Carlo V impose il
ritorno dei Medici con Alessandro e la famiglia ottenne il titolo ducale. Ad Alessandro succedette
Cosimo I detto il Grande, che nel 1569 ottenne il titolo granducale e fu il creatore dello Stato
mediceo assolutista.

Lo Stato della Chiesa


Tra il XVI e il XVII sec. lo Stato pontificio si espanse con l’acquisizione di Ravenna, Ferrara,
Urbino, ma non seppe porre rimedio all’inefficienza dell’amministrazione e al malgoverno
locale, cause di una diffusa povertà.
Nel 1527 Roma fu saccheggiata dalle truppe luterane di Carlo V (i lanzichenecchi), un evento che
sottolineo come con la Riforma il potere temporale della Chiesa fosse in declino. La decadenza
politica continuò per quasi un secolo quando, con la sconfitta nella guerra di Castro (1641-44)
subita a opera dei Farnese, si ebbe anche una grave crisi economica.

La Spagna in Italia: Milano, Napoli e la Sicilia


Gli spagnoli furono attenti più al dominio territoriale che allo sviluppo economico; la
corruzione era diffusa ovunque. Nel Milanese i lanzichenecchi portarono la peste, mentre a
Napoli lo sviluppo demografico la portò nel XV sec. a essere la seconda città europea dopo
Parigi. Lo sviluppo demografico accentuò i problemi economici e nel 1647 Masaniello
capitanò una rivolta popolare antispagnola causata da una nuova tassa sulla frutta. La
sommossa indusse alla fuga il viceré spagnolo che fece uccidere i capipopolo dai suoi sicari.
Anche in Sicilia vi furono infruttuose rivolte popolari.

La Francia di Luigi XIV


Luigi XIV, detto il Re Sole, salì al trono a soli cinque anni, con Anna d’Austria come reggente
e il cardinal Mazzarino primo ministro. Mazzarino lo associò, molto presto, al lavoro dei
ministri; questo apprendistato riguardò soprattutto gli affari esteri, maggior preoccupazione
del cardinale, mentre gli affari interni vennero appena accennati al giovane. L’insegnamento
di Mazzarino fece sviluppare nel re il gusto della dissimulazione e il disprezzo degli uomini.
L’influenza della madre, molto più discreta, determinò i sentimenti religiosi e il senso della
grandezza reale. Il giovane re crebbe nel clima di una profonda crisi della società e dello Stato,
di cui la Fronda fu l’espressione. L’insurrezione popolare scoppiò contro il cardinale
Mazzarino, con lo scopo di sconfiggere il regime assolutistico. La rivolta nacque dal tentativo
del Mazzarino di congelare gli stipendi dei membri delle corti sovrane per quattro anni, anche
se la ragione di fondo era il desiderio di abbattere il regime totalitario. Se ne possono
individuare due fasi, una prima (detta parlamentare), durante la quale l’insurrezione dei
rivoltosi e del parlamento contro il re e il governo fu sedata dal principe di Condé. La seconda
fase (dei principi), vide il principe di Condé, conquistato il potere, mettere in fuga Mazzarino e
la corte, prima di essere definitivamente cacciato da Parigi dal ritorno di Luigi XIV (1653).
Mazzarino, nel frattempo, riuscì a ristabilire un parziale ordine all’interno del Paese; all’estero,
grazie all’alleanza con Cromwell, sconfisse la Spagna e ottenne, con il trattato dei Pirenei,
l’Artois e il Rossiglione. Inoltre, il 9 giugno 1660, il matrimonio tra Luigi XIV e l’infanta Maria
Teresa di Spagna, figlia di Filippo IV, fu di fatto un’opzione sulla successione spagnola.
Il giorno seguente la morte di Mazzarino il re decise che avrebbe comandato da solo.
Iniziò, quindi, il dominio personale di Luigi XIV il quale regnò cinquantaquattro anni; il suo
concetto di governo assolutista è sintetizzato dalla sua celebre frase “l’etat c’est moi” (Io sono lo
Stato), Non poté però fare a meno di collaboratori, così regnò affiancato da Colbert, Le Tellier e
Lionne. Jean-Baptiste Colbert si occupò per venti anni di tutta l’amministrazione del regno fatta
eccezione per gli affari esteri, compito di Lionne e dei suoi successori, e per gli affari militari,
affidati a Le Tellier e suo figlio Louvois.
Colbert riordinò l’amministrazione dello Stato in senso accentratore e assolutista. Organizzò una
politica (colbertismo) per la protezione delle industrie francesi basata sull’elargizione di
sovvenzioni statali e l’applicazione di alti dazi d’entrata sulle merci straniere. Promosse lo sviluppo
della marina mercantile e agevolò l’espansione coloniale, favorendo la nascita di compagnie
commerciali private (Compagnia delle Indie occidentali e orientali). Fece aprire il Canal du Midi,
fondò l’accademia delle Scienze, quella di architettura e quella della musica.

La guerra di Devoluzione e la politica estera


Dopo la morte di Filippo IV, il re e Turenne prepararono l’invasione dei Paesi Bassi, in quanto
la Spagna non aveva riconosciuto il diritto della Francia su questi territori. La guerra, detta
di Devoluzione (1667-1668), portò, alla fine, solo alla conquista di dodici città delle Fiandre,
tra cui Lilla, Douai e Tournai, a causa dell’intervento olandese che limitò notevolmente le
ambizioni francesi.
La politica espansionistica di Luigi XIV non si arrestò e la Francia attaccò l’Olanda; ma con la pace
di Nimega dopo dieci anni di guerre ottenne solo dalla Spagna la Franca Contea, il Cambrésis e le
nuove conquiste in Fiandra e nello Hainaut. Luigi XIV volle anche far valere i suoi diritti sulla
Chiesa di Francia e tutto ciò lo portò in conflitto con il papa. Il clero di Francia adottò una
dichiarazione detta dei quattro articoli di ispirazione gallicana e ostile a Roma. Inoltre, Luigi XIV,
nell’intento di ristabilire l’unità della fede mediante la conversione di tutti i protestanti, istituì le
dragonnades (dragonate), cioè missioni persecutorie effettuate da missionari con gli stivali
(dragoni) che grazie alle loro brutalità ottennero numerose conversioni. Con la morte di Colbert e
quella di Le Tellier, il re iniziò a governare in maniera sempre più assolutistica, con i ministri più
che mai semplici esecutori. La politica estera di Luigi portò alla formazione (1686) della Lega di
Augusta che riunì Leopoldo, il re di Spagna, e molti principi tedeschi per opporsi al sovrano di
Francia. A seguito di un’azione francese contro i territori pontifici, iniziò la prima delle due grandi
guerre che portarono il regno alla fine. La coalizione contro la Francia comprendeva, oltre ai
firmatari della lega di Augusta, la Savoia e Guglielmo d’Orange, statolder – cioè governatore –
d’Olanda che, dopo la rivoluzione inglese del 1688, divenne re d’Inghilterra con il nome di
Guglielmo III. Nel 1697 i belligeranti, oramai esausti, firmarono i trattati di Ryswick che
obbligarono la Francia a restituire tutte le riunioni e le annessioni fatte dopo Nimega, tranne
Strasburgo. La pace durò solo cinque anni perché la successione spagnola e nuovi passi falsi di
Luigi XIV provocarono la formazione di una nuova coalizione. Luigi XIV dovette riconoscere
Filippo V come re di Spagna.

Il mondo extraeuropeo
All’inizio del ‘700, America, Africa e Asia erano ancora poco esplorate dagli europei che si
limitavano a sfruttare le zone costiere. Nell’emisfero australe l’Oceania fu scoperta
dall’olandese Tasman (1642) che giunse nell’isola che poi prenderà il suo nome, in Nuova
Zelanda e nell’arcipelago delle Tonga. In Asia e nel centro Africa si erano sviluppate fiorenti
civiltà e forti apparati statali in grado di contrastare la penetrazione europea.

La diffusione dell’islam
Al di fuori dell’Europa, il mondo islamico si diffuse con facilità; in India con l’impero dei Moghul,
mentre la conversione dei mongoli permise l’islamizzazione del Nord Africa, del Medio Oriente
fino alle steppe dell’Asia centrale. Anche l’Indonesia fu islamizzata.
Particolare importanza ebbe il regno di Persia in mano ai Ṣafàwidi che sconfissero i mongoli e
imposero l’islam sciita. Nel 1534 le truppe del sultano turco Solimano il Magnifico invasero la
Persia conquistando Baghdad e la Mesopotamia; fu il periodo di massimo splendore dell’impero
ottomano che aveva portato l’islam anche nella penisola balcanica grazie alla conquista di
Costantinopoli (1453) e al crollo dell’impero bizantino.

L’Asia
In Cina e in Giappone gli europei si scontrarono con Stati ormai consolidati. Verso la fine del XVI
sec. gli spagnoli conquistarono le Filippine, mentre i portoghesi preferirono stringere accordi con i
sovrani locali. In India, a nord, l’impero Moghul aveva impostato un regime di convivenza fra la
comunità islamica e quella induista, con la società organizzata in caste.

L’Africa
A eccezione dell’Etiopia cristiana, la parte settentrionale del continente africano era stata occupata
dall’impero ottomano. A sud del Sahara si affermò il regno Songhai, attivo dall’VIII fino alla fine
del XVI secolo; aveva come capitale Tombouctou ed era riuscito a sottomettere le tribù tuareg e
hausa.
Nelle zone equatoriali e australi le popolazioni nere, soprattutto di etnia bantu, si organizzarono in
strutture statali che ebbero contatti soprattutto con i portoghesi.
Attorno alla metà del sec. XVII, francesi, inglesi e olandesi iniziarono a impiantare le prime colonie
africane.
Le guerre di successione
Nella prima metà del XVIII sec. l’Europa fu sconvolta da guerre sorte per motivi dinastici che
causarono l’ascesa inglese a danno soprattutto della Francia. Numerosi erano i belligeranti
nella singola guerra di successione, tanto che si diffuse la consuetudine di paci separate.

La successione spagnola
Alla morte del re di Spagna Carlo II d’Asburgo (1700), che aveva nominato erede universale
Filippo d’Angiò, nipote di Luigi XIV, la prospettiva di una comunità dinastica tra Francia e Spagna
provocò la reazione dell’imperatore Leopoldo I d’Asburgo che pretese la corona per il
secondogenito Carlo, come discendente degli Asburgo, e si alleò con Federico III del
Brandeburgo (a cui promise il titolo di re di Prussia), con l’Inghilterra e con l’Olanda.
Dopo quindici anni di guerra (1701-1716), il compromesso finale firmato da tutti i belligeranti
proclamava re di Spagna Filippo V di Borbone, al costo della perdita di diversi possedimenti
(Milano, Napoli e le Fiandre passarono all’Austria) e indebolì la Francia che perse le colonie
americane di Terranova, la baia di Hudson e alcune isole delle Antille a vantaggio dell’Inghilterra.
Con il trattato dell’Asiento l’Inghilterra ottenne, per trent’anni, il monopolio del commercio degli
schiavi verso i territori americani controllati dagli spagnoli. Vittorio Amedeo di Savoia ottenne il
titolo di re, il Monferrato e la Sicilia.

La successione polacca
La guerra di successione della Polonia (1733-1738) terminò con la sconfitta di Stanislao I
(sostenuto dalla Francia) opposto ad Augusto III (candidato della Russia). Sotto il regno di
Augusto III il Paese cominciò a risollevarsi economicamente.

La successione austriaca
Maria Teresa d’Asburgo, figlia dell’imperatore Carlo VI, dopo la morte del padre che non ebbe
figli maschi, gli succedette grazie alla Prammatica Sanzione che, indipendentemente dal sesso,
garantiva la successione al primogenito. Le potenze europee, Francia, Prussia, Baviera e Sassonia,
si opposero alla sua incoronazione, provocando così la guerra di successione austriaca che terminò
con la pace di Aquisgrana (1748) con la quale Maria Teresa mantenne l’impero, lasciando però la
Slesia alla Prussia. Sovrana illuminata, fu coadiuvata nel governo dai ministri von Haugwitz e von
Kaunitz, rispettivamente per la politica interna ed estera. Nel tentativo di recuperare la Slesia
ceduta alla Prussia, si alleò con Francia, Russia, Svezia, Sassonia e Polonia e dichiarò guerra a
Federico II di Prussia, ma fu sconfitta nella guerra dei sette anni (1756-1763).
A seguito della guerra dei sette anni, la Gran Bretagna ottenne con il trattato di Parigi acquisizioni
territoriali considerevoli (Canada e India). In Gran Bretagna il regno di Giorgio III coincise con la
prima rivoluzione industriale, che fece della Gran Bretagna la prima potenza economica
mondiale.
Gli imperi coloniali del Sei-Settecento
L’attività coloniale era iniziata praticamente con la scoperta dell’America e la creazione degli
imperi coloniali spagnoli e portoghesi nell’America meridionale, ma subì una notevole
accelerazione a partire dal XVII sec.

L’America settentrionale
Nel XVI sec. i francesi si insediano nel Canada, mentre la Florida è annessa all’impero spagnolo.
Nel 1607 ha inizio la colonizzazione inglese mentre i francesi proseguono la loro espansione lungo
il Mississippi, fondando la Louisiana. A seguito di movimenti politici e religiosi in Inghilterra,
l’immigrazione cresce notevolmente. Con fondazioni successive o tramite annessione dei territori
olandesi si creano tredici colonie inglesi. Il Sud (Virginia, Maryland), controllato da una società
di piantatori proprietari di grandi domini e sfruttato grazie al ricorso agli schiavi neri, si oppone al
Nord (Nuova Inghilterra), borghese e mercantile, caratterizzato da un puritanesimo rigoroso.

L’America Latina
La Spagna controllava tutta l’America del sud e quella centrale a eccezione dei territori portoghesi,
del Messico, di Cuba e di Porto Rico. Il Portogallo controllava parte dell’Uruguay e il Brasile ove
era cominciata l’importazione degli schiavi dall’Africa per le piantagioni di canna da zucchero. Gli
inglesi controllavano le Barbados e la Giamaica mentre le Piccole Antille, Martinica e
Guadalupa erano francesi.

L’Asia
Nel 1600 viene creata la Compagnia inglese delle Indie orientali e quattro anni più tardi viene
fondata la Compagnia francese delle Indie orientali. Nel 1742 Dupleix sottomette all’influenza
francese sei provincie del Deccan. Nel 1763 il trattato di Parigi lascia alla Francia solo una parte
dell’India francese; gli inglesi conservano Bombay, Madras e il Bengala. Hastings organizza la
colonizzazione del Bengala e la Gran Bretagna conquista l’India del sud, la vallata del Gange e
Delhi.
L’arcipelago delle Filippine è stato raggiunto da esploratori europei nel corso del XVI sec. e
successivamente ebbe inizio la colonizzazione spagnola.

L’Africa
A metà circa del XVII sec., i portoghesi avevano occupato i territori della Guinea, il Benin,
l’Angola e il Mozambico. Gli olandesi, nel 1652, avevano fondato l’unica colonia di popolamento
africana: la Colonia del Capo (l’odierno Sudafrica), occupata nel 1795 dall’Inghilterra. I francesi
avevano un piccolo insediamento commerciale e coloniale nel Senegambia.

L'assolutismo illuminato
L’illuminismo ebbe notevoli influssi nelle corti europee, soprattutto negli Stati (come in
Prussia e negli Stati asburgici) più arretrati rispetto a Francia e Inghilterra, di fatto
favorendo notevoli riforme. In alcuni Paesi, come Francia, Spagna e Portogallo, l’illuminismo
portò a limitazioni del potere politico della Chiesa.
L’Austria
In Austria Maria Teresa limitò il potere della Chiesa (fra l’altro sciolse la Compagnia di Gesù e
allontanò i gesuiti dalle università). Invece il figlio Giuseppe II attuò una politica ecclesiastica
molto riformatrice (giuseppinismo) che da un lato penalizzava la Chiesa (soppressione degli ordini
religiosi non impegnati in opere assistenziali e nell’insegnamento), ma dall’altro rafforzava il
cattolicesimo come religione di Stato. In campo civile, Giuseppe II abolì la censura e la servitù della
gleba nonché la pena di morte.

La Prussia
Federico II, re di Prussia, figlio del grande Federico Guglielmo I, mosse guerra all’Austria per
affermare la supremazia prussiana contro gli Asburgo: occupò la Slesia e sconfisse Maria Teresa
d’Austria, anche grazie all’appoggio francese. Ampliò il regno con l’annessione di Alta e Bassa
Slesia e della Frisia orientale. Fece redigere nuovi codici, favorì lo sviluppo del commercio e
dell’agricoltura e iniziò un’imponente opera di bonifica e colonizzazione. Contro la coalizione tra
Austria e Russia, cui partecipò anche la Francia, Federico II si alleò con l’Inghilterra e invase la
Sassonia, dando inizio alla guerra dei sette anni. La Prussia fu salvata dal ritiro dal conflitto dello
zar Pietro III e riuscì a mantenere il controllo sulla Slesia. Ciò le permise di rimanere una grande
potenza e di partecipare al trattato di San Pietroburgo per la spartizione polacca.

La Russia
Dopo aver escluso dal potere la reggente Sofia (1689), Pietro il Grande avviò
l’occidentalizzazione del Paese al quale diede un accesso al Baltico e una nuova capitale, San
Pietroburgo. Egli creò l’impero russo nel 1721. Sotto i suoi successori, Caterina I, Pietro II e
Anna Ivanovna, la sua opera non venne messa in discussione, mentre con Elisabetta Petrovna si
sviluppò l’influenza francese. Caterina II portò avanti una politica prestigiosa e di espansione e
con il trattato di Küçük Kaynarca (1774) la Russia ottiene un accesso al mar Nero; con le tre
spartizioni della Polonia acquisì la Bielorussia, l’Ucraina occidentale e la Lituania, ma l’aggravarsi
delle condizioni della servitù della gleba provocò la rivolta di Pugachev.

L’Italia del Settecento


Il trattato di Utrecht (1713) fece passare il Paese sotto il dominio degli Asburgo d’Austria. I
Borbone di Spagna s’insediarono a Napoli e a Parma, mentre alcune antiche famiglie si estinsero
come, per esempio, i Medici di Firenze soppiantati dagli Asburgo-Lorena e i Farnese di Parma,
passata ai Borboni. Le repubbliche di Genova e di Venezia e lo Stato della Chiesa continuarono
nella loro decadenza.
In Piemonte, il trattato di Utrecht attribuiva ai sabaudi la Sicilia e il titolo regio; non riuscendo a
scambiare la Sicilia con il milanese, Vittorio Amedeo II dovette accettare dalla Quadruplice
Alleanza la Sardegna. Grandi riforme vennero attuate durante questo secolo: i carichi fiscali furono
ridistribuiti non solo fra le diverse province, ma anche fra tutti i ceti (editto di perequazione);
furono emanati provvedimenti per la rivendicazione al demanio statale di tutti i beni feudali ed
ecclesiastici; furono fissate leggi dello Stato uguali per tutti (costituzioni del 1723 e 1729).
La rivoluzione americana
Nel 1763, alla fine della guerra dei sette anni, il trattato di Parigi fece cessare definitivamente
la minaccia francese alle colonie inglesi del Nord America e aprì l’Ovest ai coloni inglesi. Le
colonie sopportavano a fatica l’autorità dell’Inghilterra e si rivoltarono contro i monopoli
commerciali.

La Guerra d’indipendenza
La nuova legge sul tè (Tea act, 1773) e l’introduzione delle leggi intollerabili, che abolivano le
autonomie locali accentrando il potere nelle mani delle autorità inglesi, causarono la reazione dei
coloni; nel 1774 fu convocato a Filadelfia il primo Congresso che proclamò nulle le nuove leggi,
impose il boicottaggio contro le merci britanniche e stilò una Dichiarazione dei diritti dei coloni.
Seguirono violenti scontri che di fatto iniziarono la rivoluzione. L’indipendenza dalla Gran
Bretagna fu proclamata il 4 luglio 1776 con la Dichiarazione di indipendenza redatta da Thomas
Jefferson, che proclamava la forma repubblicana del nuovo Paese, affermava i diritti naturali e
inalienabili dell’uomo (vita, libertà e felicità), il principio della sovranità popolare, il diritto dei
popoli alla rivoluzione e all’indipendenza. L’esercito americano, sotto la guida di George
Washington, sconfisse gli inglesi a Saratoga Springs, ma per le sorti del conflitto fu decisivo
l’intervento di Francia, Spagna e Olanda a fianco dei ribelli, che sbaragliarono il nemico a
Yorktown. Nel 1783 la pace di Parigi riconobbe l’esistenza della repubblica federale degli Stati
Uniti. La convenzione di Filadelfia elaborò nel 1787 una costituzione federale, tuttora in vigore, e
nel 1789 George Washington diventò presidente degli Stati Uniti.

George Washington
L’applicazione della costituzione sviluppava due tendenze politiche: quella dei federalisti,
sostenitori di un potere centrale forte, e quella dei repubblicani, desiderosi di conservare le libertà
locali. Nel 1803 gli Stati Uniti acquistarono la Louisiana dalla Francia e uscirono vittoriosi (1812-
1815) dalla Seconda guerra di indipendenza, avviata dalla Gran Bretagna.
Le civiltà orientali
In Oriente si erano sviluppate due civiltà: quella cinese e quella giapponese. Entrambi i Paesi
hanno storie millenarie, anche se dal punto di vista politico e religioso non entrarono mai in
stretto contatto con l’Occidente.

La Cina
Fra il X e il XIII sec. i Song governarono un territorio molto più esteso di quello dei Tang e i
barbari del nord crearono gli imperi Liao e Jīn. In questo periodo, la civiltà scientifica e tecnica
cinese era molto avanzata rispetto a quella dell’Occidente. Ritiratisi al sud, i Song furono eliminati
dai mongoli che conquistarono il Paese. Dal XIII al XIV sec. la dinastia mongola Yuan governò la
Cina, che si sollevò sotto la guida di Zhu Yuanzhang (Hongwu), fondatore della dinastia Ming.
Gli imperatori Ming rinnovarono la tradizione nazionale, ma instaurarono pratiche autocratiche.
Yongle conquistò la Manciuria. I progressi tecnici continuarono fino al XVI sec., ma il governo,
dopo il regno di Wanli, è nelle mani di eunuchi corrotti. I manchu invasero il Paese e fondarono la
dinastia Ching che (XVII-XVIII sec.) stabilì il proprio dominio su un territorio più esteso degli
imperi precedenti. Nel XVIII sec. le potenze occidentali, al termine di scontri militari, costrinsero la
Cina a cedere loro la sovranità su alcuni porti dichiarati aperti.

Il Giappone feudale
Il Giappone entrò nella storia con l’introduzione del buddhismo (VI sec.), proveniente dalla Corea.
Nel VII sec. il clan dei Nakatomi eliminò quello dei Soga e impostò un governo a imitazione di
quello della Cina dei Tang. Sei sette buddhiste svilupparono le loro concezioni presso la corte,
stabilita a Nara, e solo alla fine dell’VIII sec. fu fondata la nuova capitale, Kyoto.
Successivamente, e fino alla metà del XII sec., il potere passò ai Fujiwara. Alla loro caduta, la lotta
per il potere arrise al clan Minamoto e il loro capo, Yoritomo, arrivò a possedere un duplice potere
centrale: quello dell’imperatore (tenno) e della corte, e quello di shogun (carica attribuita al capo
feudale che deteneva il reale potere nel Paese, risalente alla fine del XII sec., inizialmente elettiva
poi ereditaria) e del suo governo (bakufu); la capitale fu spostata a Kamakura, finché gli shogun
Ashikaga la riportarono a Kyoto. Guerre civili insanguinarono il Paese, come la guerra delle due
corti (1336-1392) e i conflitti incessanti tra i vari signori. A metà del XVI sec., mercanti portoghesi
penetrarono nel Giappone, che Francesco Saverio, cominciò a evangelizzare. Quando, dopo nove
anni di lotte, Nobunaga sconfisse gli Ashikaga. Hideyoshi, primo ministro dell’imperatore, unificò
il Giappone sottomettendo i signori indipendenti. Nel 1603 Tokugawa Ieyasu si installò a Tokyo
(Edo), si dichiarò signore ereditario e diede al Giappone istituzioni stabili. Il Paese fu chiuso agli
stranieri (salvo che ai cinesi e agli olandesi) e si svilupparono le città e la classe dei mercanti. Fu
solo nel 1854 che gli occidentali intervennero militarmente per obbligare il Giappone ad aprirsi al
commercio internazionale.

La rivoluzione francese
La Francia, fiaccata dalle molte guerre del XVIII sec., versava in condizioni economiche e
finanziarie disastrose. Inoltre, il sostegno all’indipendenza americana contro l’Inghilterra
aveva costituito uno sforzo notevole. Nonostante l’opera del controllore delle finanze
nominato dal re, Necker, le casse dello Stato erano pressoché vuote e le tensioni accrebbero
con la carestia che nel 1788 mise in ginocchio l’agricoltura francese. Sotto la pressione delle
rivolte popolari dei ceti più poveri, il re Luigi XVI fu costretto a convocare gli Stati Generali,
cosa che non succedeva dal 1614. Fu chiara la sempre maggiore importanza assunta del Terzo
Stato che rivendicò il diritto di dichiararsi assemblea nazionale, con l’intento di dotare la
Francia di una costituzione. Il 14 luglio 1789 il popolo parigino insorse e prese la Bastiglia,
simbolo della monarchia assolutista. Iniziava un nuovo regime, in contrapposizione con
l’Ancien Régime che indicava il sistema politico e socio-economico della Francia
prerivoluzionaria. La borghesia istituì una milizia cittadina permanente, la Guardia
Nazionale, guidata da Lafayette. In agosto l’assemblea votò la Dichiarazione dei Diritti
dell’Uomo e del Cittadino, che sanciva i diritti personali di libertà e riconosceva l’inviolabilità
della proprietà privata e l’uguaglianza dei cittadini. L’assemblea costituente che aveva
formulato la nuova costituzione Francese si sciolse nel 1791 per dare vita all’assemblea
legislativa. Luigi XVI, nel frattempo, avendo cercato invano di fuggire, fu arrestato a
Varennes e ricondotto a Parigi. Le vicende interne della rivoluzione si sovrapposero alle
vicende politiche europee, in quanto nel maggio 1790 l’assemblea dichiarò guerra all’Austria,
con la conseguente invasione delle Tuileries. Il clima nella capitale si stava sempre più
avvelenando, con le rivolte dei sanculotti e i sostenitori più accesi della democrazia, i
cordiglieri (tra cui Marat e Danton). In questo clima maturò il massacro del Campo di Marte
in cui la guardia nazionale represse nel sangue una dimostrazione repubblicana. La
repubblica fu proclamata nel settembre del 1792. Il 21 gennaio 1793 il re Luigi XVI fu
giustiziato e ciò provocò viva indignazione presso le corti europee, che si coalizzarono contro
la Francia rivoluzionaria: Inghilterra e Austria guidavano la coalizione dalla quale rimasero
fuori solo la Svizzera e i Paesi scandinavi. Nel frattempo, a Parigi, il conflitto tra le varie
anime della rivoluzione andava sempre più radicalizzandosi: le ali più moderate (i girondini)
vennero sopraffatte da quelle più estremiste della rivoluzione (la Montagna) composte dai
cordiglieri e dai giacobini guidati da Robespierre, Danton e Marat. Dopo l’approvazione della
costituzione, il governo fu affidato a un Comitato di Salute pubblica, dominato da
Robespierre, che impose un periodo di violenze e terrore, di esecuzioni sommarie e di processi
farsa che mandavano alla ghigliottina chiunque fosse sospettato di tramare contro la
rivoluzione. Il 27 luglio 1794 Robespierre e gli altri rappresentanti del Comitato furono fatti
arrestare da una coalizione di deputati (i termidoriani, dal nome del mese di luglio; durante la
rivoluzione, infatti, i nomi dei mesi erano stati cambiati); il giorno seguente furono giustiziati.
I termidoriani e gli ex girondini rimasero al potere anche dopo lo scioglimento della Convenzione e
la creazione di un nuovo regime repubblicano. Tale regime dovette affrontare un grave periodo di
instabilità; in politica estera creò un sistema di Stati satelliti (le repubbliche Batava, Cispadana,
Ligure, Cisalpina, Elvetica, Romana, Partenopea). Proprio il crollo di tali repubbliche, provocato da
sconfitte militari, portò al colpo di Stato del 18 brumaio (novembre 1799) che abbatté il Direttorio e
consegnò la repubblica nelle mani di Napoleone Bonaparte.

Napoleone
Napoleone nacque nel 1769 ad Ajaccio (Corsica) da una famiglia della piccola nobiltà.
Durante la rivoluzione si schierò a favore del governo giacobino e fu premiato con la nomina a
generale di brigata.
Dopo un periodo di disgrazia, divenne comandante dell’armata d’Italia. In quel periodo Napoleone
sposò Giuseppina di Beauharnais, in grado di favorire la sua carriera.
Nel 1796, contro ogni aspettativa, sconfisse gli eserciti austro-piemontesi, inducendo Vittorio
Amedeo III a firmare l’armistizio di Cherasco. Entrò in Milano, occupò quindi le legazioni
pontificie e sottomise i ducati di Modena e Parma. L’anno seguente, dopo altre vittorie, Napoleone
si trovò a essere il padrone assoluto dell’Italia settentrionale e centrale. Il nuovo ordine venne
sancito dalla pace di Campoformio con l’Austria la quale ottenne Venezia, l’Istria e la Dalmazia.
Napoleone convinse il Direttorio a invadere l’Egitto, un modo per colpire i commerci inglesi. Nella
battaglia delle Piramidi sconfisse i mamelucchi (le milizie turche che governavano l’Egitto), ma
la flotta francese venne completamente distrutta dall’ammiraglio inglese Nelson. Napoleone dovette
abbandonare la campagna per le difficoltà sempre crescenti in Francia; ivi rientrato, con il
determinante aiuto del fratello Luciano, mediante il colpo di Stato del 18 brumaio (9 novembre),
pose fine al governo del Direttorio e assunse il potere con la formazione di un triumvirato formato
da tre consoli. Venne approvata una nuova costituzione, dopodiché Napoleone tornò alle vicende
militari e in Italia.
Sconfisse gli Austriaci presso Marengo. La successiva pace di Lunéville assegnò alla Francia la
riva sinistra del Reno e pose sul trono di Toscana Ludovico di Borbone; la Repubblica Cisalpina fu
ricostituita come Repubblica Italiana e il Piemonte venne annesso alla Francia. Col concordato del
1801 cercò l’intesa con la Chiesa, accordando una serie di privilegi al cattolicesimo.

Napoleone Bonaparte
Il coronamento dell’opera riformatrice, iniziata con la creazione della Banca di Francia, fu il varo
del Codice civile (detto anche Codice napoleonico), cui fecero seguito altri codici, i quali diedero
alla Francia ordinamenti aventi lo scopo di favorire lo sviluppo della borghesia.
Nel 1804 il Senato proclamò Napoleone imperatore dei francesi. Con la benedizione di Pio VII,
Napoleone cinse la corona imperiale, alla quale seguì l’anno dopo quella del Regno d’Italia.
Il neoimperatore dovette fronteggiare una coalizione (la terza) formata da Gran Bretagna, Austria,
Russia e Regno di Napoli. Dopo che la vittoria di Napoleone a Ulma portò l’Austria alla resa, la
flotta francese venne distrutta in ottobre da Nelson a Trafalgar. La disfatta degli austro-russi ad
Austerlitz portò l’Austria a una pace separata. Obbedendo ormai a una sistematica politica di
potere familiare, il Regno di Napoli fu assegnato al fratello di Napoleone, Giuseppe Bonaparte
(poi sostituito da Gioacchino Murat), l’Olanda a un altro fratello, Luigi; il principato di Massa e
Carrara alla sorella Elisa; quello di Guastalla alla sorella Paolina. Gli staterelli tedeschi, ridotti a
38, vennero organizzati nella Confederazione del Reno.
Successivamente Napoleone sconfisse sia i prussiani sia i russi, arrivando al culmine della sua
potenza; venne annesso anche lo Stato della Chiesa e Pio VII fu deportato per avere scomunicato
l’imperatore. All’Austria Napoleone inflisse anche l’umiliazione di chiedere la mano della figlia
dell’imperatore, Maria Luisa. Nel 1810, dopo aver divorziato da Giuseppina, la sposò.
Proprio nel momento di maggior fulgore iniziarono a delinearsi le prime ombre, dovute alle
conseguenze dei grandissimi sforzi militari e alle spinte indipendentiste dei Paesi sottomessi.
Con un gravissimo errore, Napoleone prese la decisione di aggredire la Russia, piegata la quale la
Gran Bretagna sarebbe rimasta isolata e ridotta all’impotenza. Nel 1812 con una grande armata di
oltre 600.000 uomini, Napoleone attaccò. Vinta la battaglia di Borodino, entrò a Mosca,
abbandonata dai Russi e data alle fiamme. Le truppe russe avevano fatto terra bruciata, lasciando
l’armata napoleonica priva di risorse alimentari. Ebbe allora inizio una ritirata presto trasformatasi
in decisiva sconfitta, soprattutto per le sofferenze causate dall’inverno.
L’anno seguente Russia, Austria, Prussia, Svezia si unirono per dare il colpo definitivo alla Francia.
Dopo alcune vittorie, Napoleone fu sconfitto a Lipsia in quella che è stata definita la battaglia delle
nazioni. Fu l’inizio della rivolta degli Stati satelliti e nel 1814 gli eserciti alleati occuparono Parigi e
Napoleone fu dichiarato decaduto dal Senato, preparando così le condizioni per il ritorno sul trono
di Luigi XVIII, fratello di Luigi XVI. Firmata l’abdicazione, Napoleone, abbandonato anche dalla
moglie, venne confinato nell’isola d’Elba.
Sfuggendo alle navi inglesi, Napoleone dopo pochi mesi riuscì a rientrare in Francia, arrivando fino
a Parigi; ma la sua gloria durò poco (i cento giorni del secondo periodo napoleonico) perché
Napoleone venne definitivamente sconfitto a Waterloo (1815).
Gli inglesi lo deportarono a Sant’Elena dove morì il 5 maggio 1821.

L'età contemporanea
Il congresso di Vienna
Il congresso di Vienna (1814-1815) fu convocato dal cancelliere austriaco Metternich e vi
parteciparono tutti gli Stati europei con lo scopo di ricostituire l’equilibrio in Europa dopo le guerre
napoleoniche e la rivoluzione francese. Grande fu l’influenza dell’Austria, che fece passare i
principi di legittimità e restaurazione dei regimi preesistenti, nonché quelli di solidarietà dei regimi
restaurati contro movimenti o idee rivoluzionarie. La Francia, rappresentata dal ministro
Talleyrand, fu riammessa al tavolo dei potenti, riuscendo nell’intento di incrinare l’alleanza dei
vincitori e di creare un asse austro-franco-britannico contrapposto a Russia e Prussia. Il congresso si
chiuse pochi giorni prima della battaglia di Waterloo, dopo che la notizia della fuga di Napoleone
aveva ricomposto le tensioni fra i partecipanti. Con il trattato di Vienna, i territori conquistati da
Napoleone furono resi all’Austria che dominava l’Italia del nord, presidiava la Confederazione
Germanica e si presentava come l’arbitro dell’Europa.
Al congresso fu decisa la costituzione della confederazione germanica, l’instaurazione del regno
delle province unite, comprensivo di Olanda e Paesi Bassi, la restaurazione del regno di Sardegna
e il riconoscimento del dominio austriaco sul Lombardo-Veneto, la fusione delle corone di
Norvegia e Svezia e la neutralità della Confederazione elvetica.
L’Italia dopo il congresso di Vienna

Dopo il Congresso
A Parigi venne firmata la Santa Alleanza da Alessandro I di Russia, Francesco I d’Austria e
Federico Guglielmo III di Prussia; in base a essa i sovrani, considerandosi delegati dalla divina
provvidenza a guidare i tre grandi regni cristiani, garantivano reciproco aiuto al fine di garantire la
pace e il mantenimento degli assetti politici stabiliti dal congresso di Vienna, contro possibili
rivolgimenti popolari, nazionali e liberali. Si impegnavano altresì a incontrarsi periodicamente per
prevenire possibili insurrezioni. In seguito vi aderirono Luigi XVIII di Francia e i re di Sardegna,
Paesi Bassi e Svezia. I principi in essa contenuti vennero riaffermati negli anni seguenti e furono
applicati contro le rivoluzioni a Napoli e in Spagna.

La restaurazione
Durante la restaurazione, i governi rafforzarono i regimi polizieschi e nacquero nei vari Paesi
organizzazioni clandestine che originarono i moti del terzo decennio del XIX sec.
In Spagna vi furono rivolte militari e scoppiò la guerra civile terminata dopo tre anni con la
restaurazione di Ferdinando VII. La Spagna perse però tutte le colonie dell’America Latina che
divennero Stati indipendenti. Negli Stati Uniti, nel frattempo, il presidente Monroe decise la non
ingerenza negli affari europei.
In Russia, lo zar Nicola I sconfisse la rivolta decabrista, mentre la Grecia fu l’unico Paese a
concludere vittoriosamente la propria rivolta, ottenendo l’indipendenza dalla Turchia.

I moti del ’20-’21


Nel 1814 l’Italia era ritornata alla propria divisione anteriore (12 Stati) e il dominio austriaco era
stato ripristinato nel nord e nel centro. Nel periodo di restaurazione che seguì il congresso di Vienna
società segrete (carbonari) complottarono contro il ritorno dell’assolutismo, ma vennero duramente
represse.
Nel Lombardo-Veneto la polizia arrestò Piero Maroncelli e Silvio Pellico (esponenti della rivista Il
Conciliatore, antiaustriaca) e li incarcerò allo Spielberg (durante il periodo di prigionia Pellico
scrisse Le mie prigioni). Nel Regno delle Due Sicilie, a Nola, uno squadrone di cavalleria,
comandato dagli ufficiali carbonari Morelli e Silvati, si ribellò. Ben presto la rivolta si estese alla
Sicilia e il re fu costretto a concedere la costituzione spagnola. La situazione preoccupò Metternich
e gli austriaci intervennero, rovesciando il governo costituzionale.
In Piemonte, i moti guidati dal conte Santorre di Santarosa portarono alla proclamazione della
costituzione e re Vittorio Emanuele I abdicò; l’ostilità del successore al trono Carlo Felice favorì
l’intervento austriaco che restaurò il precedente assetto dello Stato.
Vi furono sollevazioni anche nel ducato di Modena e nello Stato Pontificio. Figura di spicco di fu
Ciro Menotti. Imprigionato per aver partecipato ai moti insurrezionali del 1820-1821, organizzò
successivamente un’insurrezione che avrebbe dovuto coinvolgere le città di Bologna, Parma e
Mantova, con a capo il duca di Modena Francesco IV. Tradito e abbandonato dal duca, continuò lo
stesso il progetto, ma fu arrestato e condannato a morte nel 1831.

La Francia e i moti del ’30-’31


In Francia la restaurazione portò al trono Luigi XVIII, che con la Carta costituzionale si sforzò di
conciliare gli elementi rivoluzionari e il ritorno alla monarchia, ma il successore, Carlo X, favorì
l’ultrarealismo e provocò la rivoluzione del 1830 e la propria caduta. All’estero, la Francia si
impegnò in una politica coloniale con la presa di Algeri. Luigi Filippo I diventò il nuovo re dei
francesi, ma un potere forte (gestito da Guizot, l’uomo politico più rappresentativo) favorì l’ascesa
della borghesia possidente, mentre la rivoluzione industriale provocava la formazione di un
proletariato operaio. Di fronte alla preponderanza inglese, la politica estera rimase prudente.

Il Regno Unito
Nel 1800 si ebbe la formazione nel Regno Unito con l’unione della Gran Bretagna e dell’Irlanda.
Dopo l’avvento di Guglielmo IV, il ritorno dei whig consentì una riforma elettorale e l’adozione di
misure sociali (abolizione della schiavitù; leggi sui poveri).

La rivoluzione industriale
In Occidente, nel XVIII sec., si hanno profonde trasformazioni economiche e sociali che
creano le premesse della moderna società. Le rivoluzioni americana e francese, l’espansione
demografica dovuta alle migliorate condizioni igienico-sanitarie (scomparsa della peste) e alla
diminuzione delle carestie, e le innovazioni tecnologiche portarono a grandi mutamenti. Anche
in agricoltura la tecnologia provocò una diminuzione della domanda di manodopera con
conseguente spostamento di molti contadini verso le città. Nel XIX sec. furono raccolti i frutti
dei cambiamenti del secolo precedente.
Attorno al 1825, in Inghilterra, grazie allo sfruttamento di nuove fonti di energia (idraulica e a
vapore) nel processo produttivo, l’attività artigianale venne sostituita nel corso della rivoluzione
industriale con la produzione in fabbrica. In particolare, il procedimento per la fabbricazione
dell’acciaio, inventato dall’inglese Bessemer nel 1855, diede grande impulso all’industria
metallurgica. La rivoluzione industriale si sviluppò dapprima in Inghilterra perché le risorse naturali
delle miniere di carbone favorirono il processo. Nel 1825 venne inaugurata la prima linea
ferroviaria a trazione meccanica (locomotiva di Stephenson) che congiungeva Stockton a
Darlington. In Italia le ferrovie vennero inaugurate nel 1839 nel tratto Napoli-Portici. Lo scavo del
Frejus, iniziato nel 1857, diede un notevole impulso ai collegamenti ferroviari. La rivoluzione
industriale ebbe notevoli conseguenze sociali, con un progressivo inurbamento, provocando anche
fenomeni di rivolta (il luddismo, movimento operaio inglese dell’inizio del XIX sec., consistente
nella distruzione delle macchine che si riteneva minacciassero l’occupazione, il cui nome deriva dal
fondatore).
La rivoluzione industriale non fu fenomeno tipicamente inglese; in Europa riguardò alcune regioni
come la Francia, la Prussia e zone particolari dell’impero austro-ungarico e dell’Italia settentrionale;
in America riguardò la parte settentrionale degli Stati Uniti.
Agricoltura e commerci decollarono, con conseguente accumulo di capitali e crescita demografica.
Nacque il capitalismo, sistema economico basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e
dei capitali e sulla centralità dei mercati nel causare i rapporti di scambio. Si svilupparono nuove
classi sociali, la borghesia capitalistica, che controllava i sistemi di produzione, e il proletariato
che cedeva ai capitalisti il proprio lavoro in cambio di un salario.
I moti del 1848
Nel 1848 una nuova ondata rivoluzionaria scosse l’Europa dopo i moti del ’20 e del ’30. A
differenza dei moti precedenti, quelli del 1848 furono decisamente più importanti per gli
sconvolgimenti sociali che provocarono. In Francia si ebbe il primo contrasto fra borghesia e
proletariato operaio, in Italia, in Germania e nell’impero asburgico le classi sociali furono
invece unite nel tentativo di ottenere indipendenza e riforme. I moti scoppiarono dopo un
periodo di crisi economica e politica.
Nel Regno Unito (locuzione corretta dal 1800 in poi, spesso denominato impropriamente Gran
Bretagna o Inghilterra) e in Russia non vi furono particolari forme di protesta. Nel Regno Unito nel
1837 salì al potere la regina Vittoria e il Paese affermò la propria egemonia con una diplomazia di
intimidazione nei confronti delle potenze rivali e con operazioni militari (guerra di Crimea).
In Russia lo zar riusciva a reprimere facilmente ogni forma di insurrezione (per esempio quella
ungherese).

I moti francesi
In Francia due anni di grave crisi economica provocarono la caduta del regime (1848) e la
proclamazione della Seconda Repubblica. La Seconda Repubblica, inizialmente a carattere
democratico (suffragio universale, libertà di stampa e di riunione), dopo pochi mesi evolvette, a
causa di un’insurrezione operaia, verso la reazione, che favorì l’ambizione di Luigi Napoleone
Bonaparte, questi, una volta eletto, istituì un regime presidenziale autoritario. Divenuto l’anno
dopo imperatore con il nome di Napoleone III, consolidò definitivamente il proprio potere.

In Europa
L’eco dei fatti francesi provocò una serie di rivolte in Prussia che però sostanzialmente fallirono per
i contrasti fra i vari gruppi che le promossero. In Austria la rivolta popolare portò al licenziamento
del Metternich, l’imperatore Ferdinando I concesse il suffragio universale e l’abolizione del
feudalesimo. Le rivolte nella Cechia e in Ungheria vennero represse.

Il risorgimento italiano
Il risorgimento è il movimento italiano che ebbe come risultato l’indipendenza dell’Italia e la
costituzione di uno Stato unitario. Ebbe la sua origine nella diffusione dei principi liberali e
nazionali in tutta Europa a seguito della rivoluzione francese, inizialmente sotto forma di
movimento segreto (carboneria) con l’organizzazione di una serie di moti (Napoli, 1820;
Piemonte, 1821; Modena e Bologna, 1831) con lo scopo di liberarsi dagli invasori e costringere
i sovrani a concedere la costituzione. Questi fatti storici trovano la loro radice nei concetti
illuministici di fine Settecento, espressi nella cultura italiana da Parini e da Alfieri. La Giovine
Italia, costituita da Mazzini, ebbe invece lo scopo di guidare all’insurrezione il popolo intero al
fine di conseguire la libertà e l’unità repubblicana della nazione. Questo movimento contribuì
alle insurrezioni di Milano (cinque giornate), di Venezia e della repubblica romana (1848-
1849) e costituì il prodromo alle vicende garibaldine. 
Mazzini e la “Giovine Italia”
Giuseppe Mazzini fu un giovane patriottico e di grande tensione intellettuale. Laureato in filosofia
e diritto, iniziò l’attività giornalistica collaborando a periodici di ispirazione liberale, iscrivendosi
alla carboneria, nel cui interno operò distinguendosi in modo attivo. Nel 1830 fu arrestato e
costretto all’esilio. Si stabilì in Francia, a Marsiglia, dove fondò il movimento Giovine Italia con il
proposito di condurre gli italiani sulla strada del progresso, abbattendo il papato e l’impero austro-
ungarico, simboli di vetustà e medioevo, fino a costituire un’Italia libera, unita e repubblicana. Nel
programma, pubblicizzato dalle pagine del periodico Giovine Italia, si rivendicava dunque il diritto
all’insurrezione contro l’oppressore. La Giovine Italia ispirò i moti rivoluzionari del ’30 a Genova e
la spedizione in Savoia. Dopo questi fallimenti, l’organizzazione fu sciolta e Mazzini si trasferì
prima in Svizzera e poi a Londra, dove fondò l’Unione degli operai italiani.

I moderati: neoguelfi e liberal-radicali


Il neoguelfìsmo fu una corrente ideologica e politica originata nell’ambiente cattolico liberale
del XIX sec., che auspicava la formazione di una confederazione di Stati italiani, ciascuno
retto dalla dinastia regnante, sotto il patrocinio del papa. Il movimento si contrapponeva alle
tendenze patriottiche più rivoluzionarie, ma fallì dopo l’insuccesso della Prima guerra
d’indipendenza che vide la partecipazione degli eserciti dei vari Stati italiani e il cauto
appoggio di Pio IX. Il movimento fu teorizzato da Gioberti (Del primato morale e civile degli
italiani) e da Balbo (Le speranze d’Italia).
A questo movimento si contrapponevano i liberal-radicali che si rifacevano invece a idee
repubblicane. Maggiori esponenti di questo movimento furono Cattaneo e Ferrari.

Gli Stati italiani tra il 1830 e il 1848


Mentre negli ambienti intellettuali si diffondevano le correnti risorgimentali, negli Stati
italiani imperversava la conservazione. Nel Regno delle Due Sicilie, Ferdinando II fu
contrario a ogni innovazione liberale. Ciò impedì la formazione di una solida classe media a
tutto vantaggio dei grandi proprietari terrieri. In Sicilia, intanto, a causa dello stato di
subordinazione al continente in cui l’isola veniva mantenuta, si rafforzò lo spirito separatista
tanto che si arrivò a una rivolta duramente repressa. Nello Stato Pontificio, papa Gregorio
XVI utilizzò metodi retrivi: egli arrivò al punto di considerare il progresso come figlio di
Satana. Il Granducato di Toscana di Leopoldo II restò aperto a un certo liberalismo, anche se
il sovrano, per compiacere l’Austria, fu costretto a sopprimere l’Antologia, una rivista di
ispirazione liberale fondata a Firenze da Vieusseux e Capponi. Nel Ducato di Parma e
Piacenza, Maria Luisa si allineò alle posizioni toscane. A Modena, Francesco IV ormai non era
che un burattino in mano agli Asburgo. Nel Lombardo-Veneto, l’Austria introdusse riforme
nei settori amministrativo e dell’istruzione e continuò a sfruttarne la fiorente economia. Per
finire, nello Stato sabaudo, Carlo Alberto, succeduto a Carlo Felice, pur restando
conservatore, introdusse riforme economiche e amministrative ispirate alla legislazione
napoleonica.
Le guerre d'indipendenza e l'unità d'Italia
L’ascesa al papato di Pio IX coincise con riforme democratiche, dapprima nello Stato
pontificio e poi in altri Stati italiani. Carlo Alberto di Savoia e il granduca di Toscana,
Leopoldo II, furono i primi ad aderire al nuovo spirito liberale. Anche il più refrattario a ogni
riforma, il re Ferdinando II delle Due Sicilie, dovette concedere una costituzione, subito
imitato da Carlo Alberto e da Leopoldo II.

La Prima guerra d’indipendenza


Nel 1848 Carlo Alberto di Savoia dichiarò guerra all’Austria. Alle prime fasi della guerra presero
parte anche il regno di Napoli, che inviò due divisioni guidate da Guglielmo Pepe, e papa Pio IX,
che mandò due divisioni agli ordini di Durando e Ferrari. L’esercito piemontese passò il Ticino la
notte del 25 marzo e occupò immediatamente Milano e Pavia. I piemontesi si diressero poi verso il
Quadrilatero, vincendo nella battaglia di Pastrengo. Gli austriaci si riscattarono a Santa Lucia e
nonostante la grave perdita di Peschiera, la vittoria di Custoza portò all’armistizio di Salasco che
vide i piemontesi arretrati al di là del Ticino. Alla ripresa delle ostilità nel 1849 gli austriaci
forzarono le difese piemontesi e, partendo da Pavia, sferrarono un duro attacco fino a giungere a
Novara dove la battaglia decisiva della guerra fu risolta a favore degli austriaci. La sera del 23
marzo 1849 Carlo Alberto chiese l’armistizio e poco dopo abdicò in favore di Vittorio Emanuele
II. La pace fu firmata a Milano l’anno seguente.

Verso l'unificazione
Tra il 1849 e il 1860 l’azione delle forze liberali e democratiche si concentrò intorno agli
obiettivi di indipendenza e unità nazionale mentre i sovrani degli Stati italiani assumevano un
atteggiamento profondamente reazionario (particolarmente nello Stato Pontificio e nel Regno
delle Due Sicilie).
In Piemonte il governo fu affidato a Massimo d’Azeglio; di inclinazioni politiche liberal-moderate,
dopo la sconfitta di Novara fu eletto presidente del consiglio; nonostante l’opposizione del
parlamento, giunse a stipulare una pace onorevole con l’Austria. Volle che Cavour entrasse a far
parte del suo ministero e fu da questi sostituito nella carica di presidente nel 1852.
Cavour rappresentava una nuova figura di aristocratico liberale aperto alle esigenze di progresso
civile e sociale della borghesia moderna. Quando Francia e Regno Unito entrarono in guerra contro
la Russia dello zar Nicola I che si era insediato nel mediterraneo meridionale a spese della Turchia,
Cavour si fece invitare nell’alleanza inglese e mandò un comando autonomo piemontese in Crimea
che prese parte alla battaglia della Cernaia (1855). Sebastopoli fu presa e la caduta della fortezza
segnò la fine della guerra. La partecipazione alla guerra consentì a Cavour la presenza al congresso
di Parigi del 1856 con parità di diritti dei ministri delle grandi potenze; ottenne di discutere sulla
questione italiana e il consenso francese e inglese contro la politica austriaca.
In Italia, dopo il fallimento dei moti di Milano e l’impiccagione di patrioti sugli spalti del forte di
Belfiore, Mazzini fondò il Partito d’Azione per centrare gli obiettivi di unità e repubblica. Entrato
in crisi per vari tentativi insurrezionali naufragati (il più grave quello di Sapri costato la vita a
Carlo Pisacane), a esso Cavour contrappose la Società nazionale interprete delle esigenze
indipendentistiche moderate e liberali.
Con l’accordo di Plombières (1858), Cavour ebbe contatti diretti con Napoleone III; escludendo
le normali vie diplomatiche, concluse un patto segreto di alleanza franco-piemontese in funzione
anti-austriaca. Solo in caso di attacco dell’Austria il Piemonte avrebbe avuto aiuti dalla Francia. Fu
concordato un nuovo assetto politico dell’Italia in caso di vittoria. La rottura diplomatica tra
Napoleone III e l’Austria portò alla firma del trattato di alleanza militare tra Piemonte e Francia.
L’Austria diede un ultimatum al Piemonte chiedendo l’immediato disarmo e il congedo dei
volontari. Alla risposta negativa di Cavour l’esercito austriaco passò il Ticino. Ebbe inizio la
Seconda guerra d’indipendenza (1859).

La Seconda guerra d'indipendenza e la


spedizione dei Mille
Il re Vittorio Emanuele II assunse il comando dell’esercito, che si unì alle truppe francesi
allorché Napoleone III giunse ad Alessandria. Le battaglie di Palestro e Magenta decretarono
la supremazia degli alleati franco-piemontesi e Napoleone III e Vittorio Emanuele II
entrarono trionfanti in Milano. Intanto Garibaldi proseguiva con la presa di Bergamo,
Brescia e Salò. Nonostante l’esonero del comandante Gyulai e l’assunzione del comando delle
truppe austriache da parte dell’imperatore Francesco Giuseppe, le sorti delle battaglie di
Solferino e S. Martino furono ancora favorevoli ai franco-piemontesi; preoccupato per le
perdite e per un possibile intervento della Prussia, Napoleone III propose quindi l’armistizio a
Francesco Giuseppe (Villafranca) e in seguito fu firmata la pace a Zurigo. La Lombardia
venne ceduta alla Francia, che a sua volta l’avrebbe ceduta a Vittorio Emanuele, mentre
Parma, Modena e Firenze decretarono l’annessione al regno di Sardegna.
Garibaldi, sempre più insofferente verso la politica diplomatica dei Savoia, con l’aiuto dell’ala più
rivoluzionaria dei radicali, organizzò i movimenti contro il granduca in Toscana e nelle Marche
contro lo Stato pontificio, ma Vittorio Emanuele lo persuase ad abbandonare ed egli si ritirò a
Caprera. Fu in questo contesto che decise di liberare dall’oppressione dei Borboni il Regno delle
due Sicilie. Nel maggio 1860 Garibaldi e i Mille si imbarcarono a Quarto, vicino a Genova e
sbarcarono a Marsala.
Giuseppe Garibaldi
Con i suoi Mille conquistò di sorpresa Palermo mentre la guerriglia e la rivolta si propagavano per
tutta l’isola. A luglio sconfisse il grosso dell’esercito borbonico a Milazzo. La Sicilia orientale
cadde e fu occupata dai garibaldini (ai quali si erano aggiunti migliaia di volontari isolani) che,
eludendo la flotta napoletana, sbarcarono in Calabria passando lo stretto di Messina. Cavour, che
aveva più subìto che appoggiato la spedizione, non appena si rese conto della portata del successo
militare, tentò di condizionarne il risultato politico chiedendo un’annessione della sola Sicilia, ma
Garibaldi rifiutò perché fiducioso delle proprie capacità e convinto che, dopo Napoli sarebbe stata
la volta di Roma. In settembre entrò a Napoli con alcuni compagni. La conquista definitiva del
Regno delle due Sicilie fu decisa sul Volturno. Con questa vittoria era, di fatto, al comando di metà
Italia ma, accantonando le divergenze con Vittorio Emanuele II, nell’incontro di Teano gli consegnò
formalmente i territori liberati salutandolo come primo re d’Italia.

Il mondo nella seconda metà dell'Ottocento


L’Europa incominciò ad aprirsi al confronto con nuove potenze, il Giappone e gli Stati Uniti,
mentre nei Paesi europei più potenti si verificarono significativi cambiamenti.

La nascita dell’imperialismo giapponese


Nel 1854 gli occidentali intervennero militarmente per obbligare il Giappone ad aprirsi al
commercio internazionale. L’ultimo shogun dette le dimissioni, il feudalesimo fu abolito e
l’imperatore si stabilì a Tokyo. Vennero adottate le tecniche e le istituzioni occidentali (costituzione
del 1889) per fare del Giappone una grande potenza economica e politica. Fu un periodo di
espansione verso l’estero: al termine della guerra cino-giapponese (1894-1895), il Giappone
acquisì Formosa; uscito vincitore dalla guerra russo-giapponese (1905), si impose in Manciuria
e in Corea, Paesi che annetté al proprio territorio nel 1910.
La Francia di Napoleone III
In Francia, Napoleone III sostenne una politica di espansione dei possedimenti coloniali
francesi in Africa e in Indocina e nel 1854 si schierò con Regno Unito e Piemonte contro la
Russia, intervenendo in Crimea in difesa dell’impero ottomano. Intervenne anche nella
Seconda guerra d’indipendenza, appoggiando il Piemonte in cambio di Nizza e della Savoia.
Per non perdere l’appoggio dei cattolici, si oppose però all’annessione di Roma. Dichiarò
guerra alla Prussia, ma fu sconfitto a Sedan (1870) e fatto prigioniero. Liberato, andò in esilio
in Inghilterra dove morì.
Alla caduta di Napoleone III fu proclamata la repubblica e formato un governo provvisorio di difesa
nazionale. A Parigi si formò la Comune, governo rivoluzionario contrario al governo di Thiers e
all’assemblea nazionale. Il governo si rifugiò a Versailles, lasciando la città al controllo del comitato
centrale della guardia nazionale che fu affiancato dal consiglio generale della Comune. L’esperienza
durò poco; a causa delle divergenze interne e dell’isolamento dal resto del Paese, si verificarono
sanguinosi scontri, poi le truppe governative guidate da Mac-Mahon riuscirono a ristabilire
l’ordine nel giro di una settimana. Seguì una repressione sanguinosissima con deportazioni,
condanne a morte e fucilazioni.
Ristabilito l’ordine, Thiers, capo del potere esecutivo quindi presidente della repubblica, lavorò per
risollevare le sorti della Francia, ma fu sconfitto dalla maggioranza monarchica dell’assemblea che
gli preferì il legittimista Mac-Mahon. Questi iniziò ad applicare una politica di ordine morale. Le
successive elezioni senatoriali assegnarono però la maggioranza ai repubblicani: Mac-Mahon si
dimise e gli succedette Grévy con il quale riprese la conquista coloniale in Africa e in Asia mentre
all’interno si sviluppava una depressione economica. Una serie di crisi e di scandali minacciò la
repubblica (boulangismo, dal nome del generale Boulanger che voleva abbattere la Terza
Repubblica, Panama, attentati anarchici) fino ad arrivare all’affare Dreyfus.
L’affare Dreyfus fu uno degli scandali più eclatanti della vita politica francese alla fine del XIX
secolo. Il capitano israelita Dreyfus fu accusato di aver passato informazioni segrete sull’artiglieria
francese; la lettera non firmata trovata casualmente in un cestino della carta da un addetto militare,
sembrava confermare l’accusa. Dreyfus fu condannato, degradato e deportato sull’isola del Diavolo.
Il fratello dell’ufficiale iniziò una campagna stampa a favore dell’innocenza del condannato.
L’opinione pubblica si divise e il caso divenne uno scandalo nazionale. In favore di Dreyfus
intervenne anche lo scrittore Zola (con il suo intervento giornalistico denominato J’accuse); il caso
fu riaperto, ci fu un secondo processo, nel quale Dreyfus fu nuovamente condannato, anche se con
la pena attenuata, il che portò il presidente Loubet a concedere la grazia, con la sua conseguente
riabilitazione e reintegrazione nell’esercito. L’affare Dreyfus rinsaldò i rapporti tra il blocco delle
sinistre e i radicali. Ai moderati si opponevano gli estremisti, nazionalisti di destra ossessionati
dall’idea di rivincita e socialisti. Cattolicesimo sociale e sindacalismo rivoluzionario diventarono
forze politiche. Le difficoltà economiche provocarono un’agitazione sociale endemica, mentre la
crescita demografica rallentava.

Il Regno Unito
Il regno di Vittoria fu portatore di pace e di progresso; il movimento riformista allargava poco
a poco lo spazio delle classi medie, mentre il cartismo (movimento politico-sociale il cui nome
derivava dalla Carta del Popolo presentata alla Camera dei Comuni con una petizione firmata
da oltre un milione di persone) consentì lo sviluppo del sindacalismo (Trade Union Act, 1871).
Edoardo VII, successore di Vittoria, promosse la Cordiale intesa franco-inglese (1904).

La nascita della Germania


In Prussia, Guglielmo I divenne re nel 1861. Fautore di una politica autoritaria e antiliberale,
trovò un appoggio nel cancelliere Otto von Bismarck cui affidò la direzione del suo governo.
Dopo le vittoriose campagne di guerra contro l’Austria e la Francia, Guglielmo I fu
incoronato imperatore di Germania, a Versailles. Bismarck svolse un ruolo fondamentale
nell’unificazione della Germania. Occupò lo Schleswig-Holstein e il Lauenburg combattendo a
fianco dell’Austria contro la Danimarca. Schierato con l’Italia, sconfisse l’Austria e la espulse
dalla confederazione germanica del Nord. L’unificazione del Paese si concluse con la vittoria
sulla Francia e l’acclamazione dell’impero germanico. Lottò contro i cattolici nel conflitto
Kulturkampf e si oppose alle conquiste socialiste, sia con leggi straordinarie sia con riforme
sociali. Fu presidente del Congresso di Berlino e strinse la Triplice Alleanza tra Regno
d’Italia, Germania e Austria (che costituivano già la Duplice Alleanza). Diede impulso alla
politica coloniale tedesca nel territorio meridionale dell’Africa. All’ascesa al trono di
Guglielmo II, avverso alla politica del cancelliere, Bismarck si dimise dall’incarico.

La Russia
Durante la guerra di Crimea la Russia fu sconfitta dalla Francia e dalla Gran Bretagna,
alleate dell’impero ottomano. Si espanse però in Asia, annettendo la regione compresa tra
l’Amur, l’Ussuri e il Pacifico, quindi conquistò l’Asia centrale. Alessandro II affrancò i servi,
che rappresentavano ancora un terzo della popolazione contadina, e istituì gli zemstvo (una
forma di governatorato locale). Queste riforme non soddisfecero l’intellighenzia
rivoluzionaria che aderì al nihilismo e successivamente al populismo. Nel 1878, il congresso di
Berlino limitò l’influenza acquisita dalla Russia nei Balcani grazie alle sue vittorie sugli
ottomani. Dopo l’assassinio di Alessandro II, Alessandro III limitò l’applicazione delle riforme
del regno precedente e, verso gli stranieri, perseguì una politica di russificazione e di
proselitismo ortodosso. Il Paese conobbe una rapida industrializzazione alla fine del secolo.

La guerra di secessione americana


Negli Stati Uniti le tensioni tra il Nord industriale e il Sud agricolo portarono a una
sanguinosa guerra civile. Combattuta tra il 1861 e il 1865, fu causata dal problema
dell’abolizione della schiavitù. La questione era stata inizialmente regolata con la possibilità
per i singoli Stati di abolire o no tale istituto.
L’elezione a presidente degli Stati Uniti di Abramo Lincoln, favorevole all’abolizione, fece
precipitare il conflitto nel quale si trovarono di fronte i ventiquattro Stati del Nord contro gli undici
del Sud i quali proclamarono la secessione e si costituirono in confederazione.
Abramo Lincoln
Nel dicembre 1861 la Carolina del Sud abbandonò l’unione dichiarandosi indipendente, seguita
dagli altri Stati del Sud. Le ostilità furono aperte dall’attacco al forte Sumter. Nei primi due anni di
guerra le sorti furono favorevoli all’esercito sudista comandato dal generale Lee, ma, dopo
l’affidamento dell’esercito nordista al generale Grant, le sorti del conflitto cambiarono e i nordisti
ebbero la meglio, soprattutto grazie alla sanguinosa battaglia di Gettysburg, alla vittoria di
Vicksburg, alla presa di New Orleans e di Savannah (a opera di Sherman). La caduta di
Richmond portò alla resa del generale sudista Lee e alla pace di Appomattox (1865) che mise fine
alla guerra di secessione americana.

I movimenti socialisti
Nel XIX sec. si acuì il contrasto sociale fra borghesia e proletariato. Dapprima nacquero
dottrine dette “egualitaristiche” e “utopistiche”; da ricordare l’opera del riformatore Owen e
del filosofo Saint-Simon, veri precursori del marxismo.
Da queste dottrine si sviluppò il socialismo che si proponeva l’affermazione di un sistema
economico, sociale e politico in cui gli interessi della comunità prevalgono sulle aspettative di
profitto dei singoli individui. Figure centrali del socialismo del XIX sec. furono Marx ed Engels;
stretti da una forte amicizia che terminò solo con la morte di Marx, costituirono un Comitato
comunista di corrispondenza al fine di dare unità organizzativa e ideale ai gruppi comunisti dei
diversi Paesi. Per Marx occorreva fondare non un partito operaio che si affiancasse alle associazioni
operaie esistenti, ma un partito operaio in grado di dirigere la lotta di tutta la classe. Nel 1848
apparve il Manifesto del partito comunista. Nasce in tal modo il moderno socialismo
rivoluzionario. Successivamente Marx scrisse i quattro volumi de Il capitale del quale pubblicò
solo il primo volume nel 1867 (il secondo e il terzo volume furono pubblicati da Engels, il quarto da
Kautsky). Il capitale è essenzialmente un’opera di economia e non di storia e di teoria della società.
Il suo scopo era quello di “svelare le leggi economiche alla base della società moderna”.
Particolare importanza nella lotta socialista rivestirono le Internazionali, associazioni operaie
aventi il compito di coordinare la lotta contro il capitalismo a livello internazionale. La Prima
Internazionale fu fondata a Londra nel 1864 da esponenti di varie formazioni operaie anarchiche e
di sinistra ed ebbe a capo Marx. La Seconda Internazionale o Internazionale socialista fu fondata a
Parigi nel 1889 dai partiti di fede socialista, fu sciolta nel 1940 e rifondata nel 1951.

La Chiesa, il socialismo e la civiltà moderna


Di fronte all’avanzata di socialismo e liberalismo, la Chiesa reagì con una chiusura totale alle nuove
idee e Pio IX lasciò che i gesuiti ampliassero la loro influenza, sinonimo di ferrea disciplina e
tradizionalismo cattolico.

L'espansione coloniale nel XIX secolo


L’ultimo quarto del XIX sec. fu caratterizzato dalla Grande Depressione, un periodo di grave
crisi economica dovuto sia a fattori tecnologici sia alla scarsa disponibilità di oro, fattori che
portarono a una contrazione degli investimenti e degli scambi (tanto che molti governi
tornarono al protezionismo doganale). Vi fu una forte emigrazione verso gli Stati Uniti.
La crisi economica spinse ad avere materie prime a basso costo da destinare all’industria e nuovi
sbocchi commerciali. Tutto ciò favorì un nuovo capitolo del colonialismo, soprattutto in Africa
dove si contesero i territori, oltre a Francia e Regno Unito, anche la Germania, l’Italia, il Belgio, i
Paesi Bassi e gli Stati Uniti. Nacque il periodo storico dell’imperialismo (termine coniato
dall’economista inglese Hobson e diventato poi uno dei concetti bersagliati dal marxismo).
La grande ripresa dell’espansione coloniale in Asia iniziò prima della metà del XIX sec. con la
penetrazione delle potenze europee in Cina e con la guerra dell’oppio tra Cina e Regno Unito che
portò Hong Kong agli inglesi che comunque lasciarono ai territori conquistati una certa forma di
autogoverno; nacquero i dominion, il più importante dei quali fu l’India governata da un viceré,
rappresentante della regina Vittoria, imperatrice delle Indie. La Francia invece preferì il
colonialismo diretto (Indocina). Il colonialismo spagnolo accentuò la sua crisi perdendo anche le
Filippine che passarono sotto il governo degli Stati Uniti. Anche l’Olanda fu presente in Estremo
Oriente con le Indie orientali olandesi (l’attuale Indonesia).
In Asia, a fine secolo, le ambizioni dei vari Paesi si concentrarono sulla Cina che aveva già ceduto
Corea e Formosa al Giappone e Port Arthur alla Russia. Nel 1900, la setta segreta dei boxer,
protetta dall’imperatrice, insorse contro gli occidentali attaccandone le legazioni. Una spedizione
internazionale soffocò la rivolta e alla Cina furono imposte una pesante indennità e la concessione
di nuove basi agli occidentali (agli italiani toccò Tientsin).
In Africa, dopo che era stata abolita la schiavitù alla fine della prima metà del XIX sec., il
colonialismo divenne l’arma per procurarsi materie prime e per evidenziare la forza politica dei vari
Paesi. Nella conferenza di Berlino (1884-85) l’Africa fu divisa in aree di influenza: Germania e
Belgio si aggiudicarono l’Africa centromeridionale e il Congo.
L’Italia non era inclusa negli accordi di Berlino, ma avanzò pretese su Eritrea e Somalia, fino ad
annettere anche Libia (1911-12) ed Etiopia (1935).
La seconda rivoluzione industriale
Verso la fine del XIX sec., una serie di importanti scoperte e invenzioni portò a un
risollevamento della produzione industriale. Si diffuse l’elettricità, fu perfezionato il motore a
scoppio (con il conseguente sviluppo dell’industria automobilistica e di quella aeronautica; è
del 1903 il primo volo dei fratelli Wright), Nobel inventò la dinamite che permise la
costruzione di gallerie e trafori, migliorarono le tecniche di refrigerazione (consentendo il
trasporto di cibo), nacque il telefono (la cui paternità è contesa fra Meucci e Bell) che affiancò
il telegrafo, Guglielmo Marconi fece i primi esperimenti di comunicazione a distanza con onde
elettromagnetiche, precursori della radio, i fratelli Lumière, francesi, costruirono il primo
apparecchio cinematografico.
Contemporaneamente cresceva la rete ferroviaria e non accennava ad arrestarsi l’espansione
demografica: nel 1914 la popolazione mondiale arrivò a 1 miliardo e 650 milioni con un
incremento di circa un terzo in poco più di 50 anni.
Nella società calava il numero dei contadini e crescevano la popolazione borghese e quella del
proletariato. Ciò portò a una maggiore importanza del sindacato.
Sul piano sociale non si ebbe l’annunciato crollo del capitalismo previsto da Marx e ciò portò a una
revisione delle teorie socialiste. Nacque così il revisionismo di cui il tedesco Bernstein fu il
principale esponente, proponendo una graduale crescita del potere sociale e politico della classe
operaia fino ad attuare progressive riforme dello Stato e della proprietà. A Bernstein si contrappose
il sindacalismo rivoluzionario di Sorel.
Il successore di Pio IX, Leone XIII attuò una politica di “riconquista cattolica” della società
moderna; con l’enciclica Rerum Novarum criticò capitalismo, liberalismo e socialismo e propose
una società basata sulla piccola proprietà. Ciò provocò una divisione dei cattolici fra conservatori e
“democratici cristiani”; questi ultimi promuovevano l’attività cristiana nella società, di fatto
riavvicinando la religione alla politica.

L'Italia dall'unità alla Prima guerra mondiale


Nel 1861 venne proclamato il regno d’Italia, con Firenze capitale e re Vittorio Emanuele II.
Subito dopo l’unificazione il Parlamento si divise in Destra (che si ispirava alle idee conservatrici
di Cavour) e Sinistra (rappresentata di democratici progressisti).
Alla morte di Cavour andò al potere la Destra (fino al 1876). Per risanare il bilancio dello Stato si
aumentarono le imposte indirette che penalizzarono in particolar modo i ceti meno abbienti e
soprattutto i contadini del Sud; bande di giovani (fra l’altro era stata introdotta la coscrizione
obbligatoria) si organizzarono militarmente, dando vita alla piaga del brigantaggio, una sorta di
guerra civile che per qualche anno tenne in scacco l’esercito.

L’annessione del Veneto e di Roma


Affinché il processo di unificazione potesse dirsi concluso, occorreva annettere al Regno il Veneto e
lo Stato Pontificio. I primi tentativi di Garibaldi si scontrarono con le pressioni del governo
francese di Napoleone III che costrinse il governo italiano a disperdere le truppe garibaldine;
l’esercito italiano si scontrò definitivamente con i garibaldini sull’Aspromonte (1862); Garibaldi fu
ferito, arrestato, poi amnistiato, ma di fatto confinato a Caprera.
All’Italia fu poi chiesto di spostare la capitale in un’altra città (Firenze) a garanzia della rinuncia a
Roma. Quando Bismarck, che puntava all’unificazione tedesca, propose all’Italia un’alleanza anti-
austriaca, Napoleone III non si oppose vedendo con favore un indebolimento dell’Austria.
La Terza guerra d’indipendenza scoppiò nel 1866 e le vittorie prussiane (Sadowa) compensarono le
disfatte italiane a Custoza e, sul mare, a Lissa e alla fine la coalizione sconfisse l’Austria che
dovette cedere il Veneto all’Italia.
Per liberare Roma ritornò sul campo Garibaldi che però fu sconfitto a Mentana dai francesi, garanti
dell’integrità territoriale del papato. Nel 1870, allo scoppio del conflitto franco-prussiano, le truppe
francesi lasciarono Roma e gli italiani entrarono a Roma dalla breccia di Porta Pia. I rapporti con
la Chiesa vennero regolati dallo Stato con la Legge delle guarentigie che però Pio IX non
riconobbe arrivando persino a proibire ai fedeli di partecipare alla vita politica. L’anno seguente la
capitale fu trasferita a Roma.

La Sinistra al potere
Dalla metà degli anni ’70, giovani esponenti della nuova Sinistra, guidati da Agostino
Depretis, portarono avanti un programma che prevedeva la riforma tributaria a difesa delle
fasce meno abbienti, l’istruzione elementare obbligatoria, il decentramento amministrativo e
la fedeltà alla monarchia. Nel 1876 Depretis andò al governo e vi rimase per undici anni; due
anni dopo salì al trono Umberto I.
Sotto la politica di Depretis (trasformismo) l’Italia strinse con Austria e Prussia la Triplice
Alleanza in funzione essenzialmente anti-francese e iniziò una politica coloniale che, inizialmente,
fu disastrosa (sconfitta di Dogali in Eritrea).
A Depretis succedette Francesco Crispi sotto il cui governo furono emanate le leggi sulla sanità
pubblica e il nuovo codice penale Zanardelli che aboliva la pena di morte e introduceva il diritto di
sciopero. In politica estera firmò il trattato di Uccialli nel quale l’Etiopia riconosceva all’Italia le
conquiste in Eritrea; quando il negus Menelik rinnegò il trattato, l’esercito italiano fu sconfitto ad
Adua e Crispi dovette dimettersi, facendo cadere il Paese in una profonda crisi.
Vi furono disordini (a Milano il generale Bava Beccaris sparò sulla folla) e una spiccata instabilità
politica che culminò con l’assassinio di Umberto I a Monza a opera dell’anarchico Bresci (1901).
Gli succedette Vittorio Emanuele III.

Giolitti
Con l’ascesa al governo di Giovanni Giolitti (che fu quasi ininterrottamente presidente del
consiglio fino allo scoppio della Prima guerra mondiale) iniziò un periodo di grande sviluppo
economico e sociale; la creazione di grandi banche permise al mercato finanziario di decollare
e al sistema industriale di svilupparsi. Furono allargati i diritti sindacali e politici delle classi
lavoratrici, miglioramenti grazie ai quali Giolitti poté avere l’appoggio in parlamento dei
socialisti riformisti. Nel 1911-1912 conquistò la Libia, in netto contrasto con il partito
socialista. La più importante riforma istituzionale giolittiana fu la concessione del suffragio
universale maschile. Nel 1912, per evitare il pericolo di un’affermazione del partito socialista,
Giolitti stipulò con alcune organizzazioni cattoliche un accordo elettorale (patto Gentiloni) che
gli garantì il successo alle elezioni.

Le grandi potenze prima della Prima guerra


mondiale
All’inizio del XX sec. le varie potenze emergenti si scontrarono con una corsa agli armamenti
che doveva garantire una superiore potenza militare. Vincitrici di questa fase furono Francia
e Regno Unito che batterono la potenza tedesca, inasprendo i malumori dei tedeschi.

La Francia
Ai moderati si opponevano gli estremisti, nazionalisti di destra e socialisti. Cattolicesimo sociale e
sindacalismo rivoluzionario diventarono forze politiche. Le difficoltà economiche provocarono
un’agitazione sociale endemica, mentre la crescita demografica rallentava. All’estero, cresceva la
minaccia tedesca a seguito delle due crisi del Marocco; il nazionalismo francese ne risultò
rinforzato; Poincaré fu eletto presidente della repubblica alla vigilia della guerra.

Il Regno Unito
Edoardo VII, successore di Vittoria, promosse la Cordiale intesa franco-inglese. Nel 1906 nacque
il partito laburista e in questo periodo il governo varò riforme sociali fra cui la pensione di
vecchiaia. Si affacciò sulla scena Winston Churchill; questi aveva iniziato la sua carriera politica
all’inizio del secolo nelle file del partito conservatore, per poi sposare le cause liberali. Prima della
guerra fu diverse volte primo ministro.

La Germania e l’impero asburgico


In Germania vi fu un grande rilancio dell’economia che portò a nutrire grandi ambizioni militari,
mentre nell’impero asburgico il conservatore Francesco Giuseppe dovette affrontare le ambizioni
autonomiste delle minoranze etniche.

La Russia
A fine secolo fu fondato il partito operaio social-democratico russo e qualche anno dopo nacque il
partito social-rivoluzionario. Dopo il disastro della guerra russo-giapponese, l’agitazione per
ottenere una costituzione e gli scioperi portarono lo zar a promettere la convocazione di una duma
(cioè un’assemblea rappresentativa) di Stato e la modifica della legge elettorale consentì l’elezione
della terza duma, detta duma dei signori. La Russia si avvicinò al Regno Unito, per formare con
esso e la Francia la Triplice Intesa.

Gli Stati Uniti


Già a inizio secolo gli USA erano il Paese più avanzato, economicamente parlando. Iniziò in questi
anni la politica progressista, prima con Theodore Roosevelt e poi con Woodrow Wilson; questi
presidenti favorirono i ceti medi contro i grandi gruppi industriali, riducendo fra l’altro le tariffe
doganali.
La Prima guerra mondiale
Le cause della guerra furono molteplici, anche se lo scoppio viene fatto risalire all’uccisione
dell’erede al trono austriaco, l’arciduca Francesco Ferdinando e della moglie a Sarajevo, per
opera di uno studente nazionalista serbo (giugno 1914). In realtà all’origine della guerra vi
furono i contrasti tra Germania, Francia e Regno Unito per i mercati dell’Europa occidentale,
il desiderio della Francia di riconquistare l’Alsazia e la Lorena, passate alla Germania nel
1870, le mire russe di espansione verso sud, a scapito dell’impero ottomano, i fermenti
nazionalistici in Italia e nei Balcani. La Serbia respinse l’ultimatum austriaco e l’Austria le
dichiarò guerra e la invase, provocando la mobilitazione russa in aiuto alla Serbia e la
dichiarazione di guerra della Germania contro Russia e Francia. La violazione dei confini
belga e lussemburghese da parte delle truppe tedesche rese inevitabile l’entrata in guerra del
Regno Unito contro la Germania. L’Austria dichiarò a sua volta guerra alla Russia, la Serbia
la dichiarò alla Germania, mentre la Turchia si alleò con quest’ultima. Il Giappone, alleato del
Regno Unito, dichiarò guerra alla Germania, mirando alla conquista delle colonie tedesche
nell’oceano Pacifico.

L'inizio della guerra


Nel 1914 la guerra iniziò con la grande offensiva tedesca guidata dal generalissimo von
Moltke che, attraverso il Belgio e il Lussemburgo, entrambi Paesi neutrali, entrò in Francia
dirigendosi verso Parigi da nord. Nella battaglia della Marna le truppe francesi di Joffre
fermarono l’avanzata tedesca e il fronte si consolidò dopo le battaglie della Somme, dell’Yser
e di Ypres (con l’uso, per la prima volta, dell’aggressivo chimico poi denominato iprite, dal
nome della località). La guerra di movimento sperata dai tedeschi si trasformò così in guerra
di trincea. Sul fronte orientale i russi invasero la Prussia e la Galizia, conquistando Leopoli,
ma furono poi costretti a ritirarsi oltre il fiume Neman dalla controffensiva del generale
Hindenburg (battaglia dei laghi Masuri). Sul fronte balcanico gli austriaci conquistarono
Belgrado, per riperderla pochi giorni dopo. Il Giappone occupò alcune colonie tedesche
nell’oceano Pacifico, mentre i territori tedeschi in Africa vennero occupati da francesi e
inglesi, che sbarcarono anche in Mesopotamia, occupando Bassora.
L’Italia, alleata dell’Austria e della Germania nella Triplice Alleanza, si dichiarò inizialmente
neutrale trattandosi di guerra di aggressione e non essendo stata consultata preventivamente.
L’Italia entrò invece in guerra, a fianco dell’Intesa, il 24 maggio 1915, dopo il fallimento dei
negoziati con l’Austria e il patto di Londra.
Dopo l’intervento italiano, la Bulgaria invece entrò in guerra a fianco di Austria e Germania,
provocando così il crollo della Serbia. L’anno successivo anche la Romania entrò in guerra a fianco
dell’Intesa e l’Italia dichiarò guerra alla Germania.

1915-1916
Nel 1915 le offensive alleate franco-inglesi ebbero scarso successo mentre sul fronte italiano le
offensive si infransero sulla linea dell’Isonzo, dando inizio a una guerra di logoramento
nonostante le grandi perdite da entrambe le parti. Dopo l’ingresso in guerra della Bulgaria gli
austriaci riuscirono a conquistare definitivamente Belgrado. Nei primi mesi del 1916 si
scatenò l’offensiva tedesca a Verdun, conclusa con la sconfitta dei francesi, senza però che la
linea difensiva fosse annientata. Joffre bloccò per quattro mesi i tedeschi sulla Somme,
battaglia nella quale vennero usati per la prima volta i carri armati. Le perdite furono
spaventose: solo francesi e inglesi contarono più di mezzo milione di morti. Sul fronte italiano
gli austriaci lanciarono l’offensiva chiamata Strafexpedition (spedizione punitiva)
sull’altopiano di Asiago, bloccata però sul Pasubio. Qualche mese dopo gli Italiani
conquistarono Gorizia.

1917
Il 1917 fu un anno decisivo per due eventi di estrema importanza. Gli Stati Uniti erano stati
neutrali finché i continui attacchi dei sottomarini tedeschi a navi statunitensi provocarono la
rottura delle relazioni diplomatiche con la Germania e l’ingresso nel conflitto nell’aprile 1917.
Con l’entrata in guerra degli Stati Uniti d’America, la situazione sul fronte occidentale non mutò,
nonostante l’iniziale successo degli inglesi nelle Fiandre, seguito dalla controffensiva di
Hindenburg che riconquistò i territori perduti. Sul fronte italiano, invece, l’offensiva austro-tedesca
provocò lo sfondamento della linea di difesa italiana a Caporetto e il generale Cadorna dovette
ordinare la ritirata. Udine fu conquistata dagli austriaci e la ritirata si fermò soltanto sul Piave. Al
posto del generale Cadorna venne nominato capo di Stato maggiore il generale Diaz, che organizzò
sul Piave la difesa contro la nuova offensiva austriaca di novembre e dicembre.
La Russia era stata scossa dalla crisi politica dei primi mesi del 1917 e dall’abdicazione dello zar
Nicola II. Dopo la rivoluzione di ottobre, la Russia si ritirò dal conflitto, senza tuttavia cambiare
le sorti della guerra, nonostante Austria e Germania potessero spostare dal fronte russo più di un
milione di uomini. Dopo la presa del potere da parte dei bolscevichi, Russia e Germania firmarono
l’armistizio a Brest-Litovsk.

1918: l'ultimo anno di guerra


Le truppe ritirate dai tedeschi dal fronte orientale furono concentrate sul fronte francese, nel
tentativo di ottenere la vittoria prima dello schieramento delle truppe statunitensi. Nonostante
quattro offensive che portarono i tedeschi a poco più di 60 km da Parigi, l’ultimo attacco di
Ludendorff sulla Marna venne respinto dagli alleati e iniziò la controffensiva che portò in
novembre alla liberazione di Francia e Belgio. L’11 novembre la Germania firmò l’armistizio
per il fronte occidentale. Sul fronte italiano, le difese italiane sul Piave respinsero l’attacco
austriaco e scattò la controffensiva che portò alla vittoria italiana nella battaglia di Vittorio
Veneto.
Con l’ingresso in guerra degli Stati Uniti, il presidente statunitense Wilson assunse un ruolo
importante nella definizione della futura pace. Fattosi precedentemente promotore di un piano di
pace che non prevedeva annessioni ed era basato sull’autodeterminazione dei popoli, Wilson stese
un progetto di pace in quattordici punti.
I trattati di pace
Iniziarono così le trattative che durarono pochi giorni e il 3 novembre, mentre gli italiani
entravano a Trento e a Trieste, il comando austriaco accettò la resa incondizionata. Con
l’abdicazione di Carlo I, l’impero austro-ungarico uscì disgregato dal conflitto.
In Germania, l’imperatore Guglielmo II abdicò e venne proclamata la repubblica, il cui nuovo
governo firmò l’armistizio.
La conferenza di pace si riunì a Parigi e portò alla firma dei trattati tra le varie nazioni belligeranti.
Nel 1919 nacque anche la Società delle Nazioni, ultimo dei quattordici punti previsti dal presidente
americano Wilson per la pace.

La rivoluzione russa
La Russia, impegnata nella Prima guerra mondiale, subì pesanti perdite durante le offensive
austro-tedesche in Polonia, in Galizia e in Lituania e nel 1917 la rivoluzione di febbraio
abbatté lo zarismo portando alla formazione di due distinti organi di potere: il Governo
provvisorio, controllato dai liberali moderati (contrario sia alla fine della guerra sia alla
riforma agraria), e il soviet di Pietrogrado (l’attuale San Pietroburgo), controllato da socialisti
di diverse correnti. In sostanza, una rivoluzione spontanea senza leader.
I due poteri incominciarono a scontrarsi e, a poco a poco, i soviet (cioè associazioni di operai,
sindacati di operai, rappresentanti del popolo) prevalsero, arrivando a darsi una maggioranza
bolscevica. Il programma era quello espresso da Lenin al suo ritorno dall’esilio: pace immediata,
terra ai contadini, passaggio dei poteri ai soviet.
Vladimir Lenin
A ottobre i bolscevichi assaltarono il Palazzo d’inverno, sede del Governo provvisorio, e presero il
potere con il nuovo governo presieduto da Lenin che decretò la pace, l’abolizione senza indennizzo
della proprietà privata e il controllo operaio delle fabbriche. La rivoluzione di ottobre fu un colpo
di Stato operato dalla minoranza bolscevica, tanto che un mese dopo Lenin dovette annullare le
elezioni per l’Assemblea costituente che avevano messo in minoranza i bolscevichi. Iniziò il
sistema monopartitico.
Nel 1918 venne proclamata la Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa). La guerra
civile oppose l’Armata Rossa alle Armate Bianche. Venne instaurato il comunismo di guerra e si
procedette a nazionalizzazioni generalizzate. Nel 1919 venne fondata a Mosca l’Internazionale
comunista.

Da Lenin a Stalin
Con la definitiva affermazione del comunismo, venne adottata la nuova politica economica
(NEP). La Russia, la Transcaucasia (formata dall’unione dell’Azerbaigian, dell’Armenia e
della Georgia), l’Ucraina e la Bielorussia si unirono in seno alla repubblica russa che dal 1922
prese il nome di URSS (Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche).
Il Partito comunista incominciò ad avere molte difficoltà e contrasti in virtù dei quali salì al potere
Stalin. Dopo aver verificato che la “rivoluzione proletaria nelle altre nazioni non prendeva piede”,
ipotizzò lo sviluppo socialista in un solo Paese. Emarginò quindi gli avversari politici e pose fine
alla NEP che favoriva l’economia di mercato e accelerò l’industrializzazione attraverso
l’elaborazione di “piani quinquennali”.

Joseph Stalin
Il primo piano quinquennale assegnò la priorità all’industria pesante e avviò la collettivizzazione
massiccia delle campagne. Nel 1936 una nuova costituzione precisò l’organizzazione dell’URSS in
undici repubbliche federate.

La situazione mondiale tra le due guerre


La fine della guerra evidenziò la leadership degli USA che ormai avevano superato
economicamente l’influenza dell’Europa.

L’Italia fino al 1921


Dopo il conflitto mondiale, per le ridotte ricompense territoriali ottenute, si diffuse in Italia il mito
della “vittoria mutilata” che portò Gabriele d’Annunzio a occupare Fiume con un’azione
spettacolare. Intanto la situazione interna si complicò anche per la pesante crisi economica. La
piccola e media borghesia, a causa della forte inflazione, vide polverizzarsi anni e anni di risparmi. I
contadini (piccoli proprietari e braccianti) furono costretti a lavorare duramente per magre
ricompense. La grande borghesia capitalistica si rafforzò sul piano finanziario. Il proletariato
industriale, organizzato nei sindacati, riuscì a strappare miglioramenti salariali. In campo politico, di
fronte alla continua ascesa socialista (nonostante le tensioni tra i riformisti, i massimalisti, che
propendevano per il programma massimo della rivoluzione, e i comunisti, proclamatisi partito), la
Chiesa permise la fondazione di un partito cattolico democratico, il Partito Popolare Italiano,
diretto da don Luigi Sturzo. A esso aderirono i piccoli proprietari contadini che auspicavano la
ridistribuzione delle terre a favore della piccola e media proprietà. Nel 1919, con la fondazione dei
Fasci di combattimento a opera di Benito Mussolini (direttore de Il Popolo d’Italia, quotidiano
fondato dopo la sua espulsione dal Partito Socialista e il suo allontanamento dalla direzione del
quotidiano socialista Avanti!) che incarnavano il malcontento delle schiere piccolo-borghesi,
comparì un movimento destinato a diventare protagonista. Entrava in crisi il liberalismo e si
succedettero diversi governi, fino a quello di Giolitti che superò la difficile fase del “biennio rosso”
e stipulò il trattato di Rapallo che pose fine alla vicenda fiumana. L’Italia annetterà Fiume pochi
anni dopo.

L'Europa
Il Regno Unito uscì dalla guerra economicamente indebolito. Il problema irlandese trovò
soluzione con il riconoscimento dello Stato Libero d’Irlanda (Éire) e nel 1924 per la prima
volta i laburisti, sostenuti dai liberali, salirono al potere. Nel 1936 Edoardo VIII succedette a
Giorgio V, ma abdicò quasi subito a favore del fratello Giorgio VI.
La Francia, a sua volta, vittoriosa nella Prima guerra mondiale, attraversò un periodo di profonda
crisi politica ed economica.
La Germania aveva perso l’Alsazia-Lorena e tutte le colonie. Fu costituita la Repubblica di
Weimar (1919) con una nuova costituzione rimasta in vigore fino all’avvento del
nazionalsocialismo, movimento in rapida ascesa, favorito dalla miseria del dopoguerra.
L’Austria divenne una repubblica federale guidata dai cristiano-sociali mentre in Ungheria, dopo un
breve periodo di conduzione da parte dei comunisti di Béla Kun, il potere passò nelle mani
dell’ammiraglio Horthy.

Gli Stati Uniti


Entrati in guerra nel 1917, gli Stati Uniti ebbero un grande peso nella soluzione rapida del
conflitto, ma il presidente Wilson non riuscì a far ratificare dal senato i trattati di pace e
l’ingresso degli Stati Uniti nella Società delle Nazioni. I successivi presidenti repubblicani
rafforzarono il protezionismo, ma l’assenza di ogni regola economica condusse alla
sovrapproduzione e alla speculazione, mentre la proibizione dell’alcol favorì il gangsterismo.
Nel 1929 il crack nella borsa di Wall Street (giovedì nero) inaugurò una crisi economica e
sociale senza precedenti.
Con la presidenza del democratico Franklin D. Roosevelt iniziò la politica del New Deal; le
principali linee di intervento riguardarono la svalutazione del dollaro, le assicurazioni per la
disoccupazione e la vecchiaia, l’istituzione di un sistema di garanzie sui prezzi dei prodotti agricoli
e quindi l’avvio della spesa pubblica con la costruzione di grandi opere. Dal punto di vista pratico i
risultati furono modesti, anche per l’opposizione decisa degli ambienti più conservatori e la fine
della crisi poté essere dichiarata solo dopo la Seconda guerra mondiale.

L'America Latina
I Paesi del Centro e del Sud America, prima sotto il controllo inglese, passarono sotto
l’influenza degli USA che spesso intervennero anche militarmente. Evento importante del
periodo fu la rivoluzione messicana, inizialmente pacifica, con l’ascesa al governo (1911) del
liberale Francisco Madero, assassinato però due anni dopo. Il tentativo controrivoluzionario
del generale Huerta provocò l’intervento militare degli Stati Uniti, parallelamente all’inizio di
una sanguinosa guerra civile che devastò il Paese. I costituzionalisti, guidati da Carranza e
Obregón, la vinsero, sostenuti da Pancho Villa, mentre al sud si estese la rivoluzione agraria di
Emiliano Zapata. Nel 1917 Carranza impose una costituzione socialista e centralizzatrice che
prevedeva, fra l’altro, la riforma agraria.

Giappone e Cina
Il Giappone era entrato nella Prima guerra mondiale a fianco degli alleati e aveva ottenuto i
possedimenti tedeschi del Pacifico. Nel 1926 Hirohito succedette al padre iniziando l’era
Shōwa. Qualche anno dopo, l’estrema destra nazionalista al potere fece occupare la Manciuria
e successivamente il Giappone occupò il nord-est della Cina.
In Cina, nel 1911, era stata proclamata la repubblica, sempre più influenzata dai giapponesi; dopo
la fondazione del Partito comunista cinese (PCC), i comunisti entrarono nel partito nazionalista
Kuomintang di Sun Yat-sen, impegnato a contrastare l’influenza giapponese sul governo di
Pechino, formando un governo alternativo con sede a Canton. Quando a Sun succedette Chiang
Kai-shek i rapporti con i comunisti si incrinarono e questi ultimi dovettero rifugiarsi nel nord al
termine della cosiddetta Lunga Marcia (1934-1935) guidati dalla stella nascente, Mao Tse-tung.
Nel frattempo fu effimero il controllo di tutto il territorio da parte dei nazionalisti, visto che già
prima dello scoppio della guerra il Giappone aveva occupato la parte nord della Cina e con il
conflitto avanzò verso il sud.

Il fascismo
Fascismo e nazismo furono i movimenti politici più importanti tra le due guerre mondiali,
sviluppatisi rispettivamente in Italia e Germania; Benito Mussolini e Adolf Hitler ne furono i
leader incontrastati.

Il fascismo
Il fascismo fu il movimento politico creato da Benito Mussolini nel 1919 con la fondazione del
primo fascio di combattimento. Riuscì a conquistare le simpatie dei reduci della Prima guerra
mondiale, dei nazionalisti, dei conservatori e degli agrari, in lotta continua con il sindacato, al quale
finirono per opporre l’azione violenta delle squadre delle camicie nere. Si presentò come la sola
forza in grado di assicurare l’ordine ottenendo così garanzie e finanziamenti cospicui da agrari e
industriali. La diffusione nazionale del fascismo ebbe il suo culmine con la marcia su Roma del 28
ottobre 1922. Il re Vittorio Emanuele III affidò il compito di formare il governo a Mussolini, che
sfruttò molto bene anche la decisione regia di bloccare le proposte del governo Facta, circa il
dilagare del movimento fascista. Dopo l’iniziale parentesi di legalità, il partito mussoliniano deviò
bruscamente verso forme di totalitarismo assoluto, con la soppressione delle libertà, dei partiti e dei
sindacati e la trasformazione del Gran Consiglio del fascismo in organo dello Stato, l’istituzione
del tribunale speciale e dell’OVRA (Opera Vigilanza Repressione Antifascista), la costituzione
della camera dei fasci e delle corporazioni e un lento, ma continuo processo di fascistizzazione
dell’intero Paese, a livello politico, sociale e civile (Balilla, Opera nazionale dopolavoro),
supportato da un accurato uso dei mezzi d’informazione e dall’attività incessante delle camice nere.
Benito Mussolini
La riforma elettorale garantiva i due terzi dei seggi parlamentari al partito che avesse ottenuto il
25% dei voti e procurò al Partito nazionale fascista la maggioranza in parlamento. Il deputato
socialista Giacomo Matteotti fu in seguito rapito e ucciso da squadristi. L’unica reazione dei partiti
di opposizione, che abbandonarono il parlamento e si ritirarono sull’Aventino, ebbe come
conseguenza indiretta il rafforzamento del fascismo. Nel 1925 Mussolini impose la dittatura: libertà
di stampa soppressa, eliminazione fisica degli avversari politici, confino per reati politici ed
esautoramento del parlamento furono le espressioni più evidenti del nuovo regime totalitarista. In
politica estera, dopo avere sistemato le questioni con la Chiesa (Patti lateranensi), il fascismo si
avviò verso campagne militari viste come rivendicazione di supremazia su ogni altra nazione. Ciò si
tradusse negli anni Trenta nella conquista dell’Etiopia, nell’occupazione dell’Albania, nella
partecipazione alle guerre civili spagnole contro le truppe repubblicane e nell’alleanza con Hitler e
la Germania nazista (Patto d’acciaio). Il regime fascista durò un ventennio, cadendo nel luglio del
1943, con l’arresto di Mussolini, la successiva condanna a morte e il passaggio del governo al
generale Badoglio. La Repubblica Sociale di Salò, fondata dallo stesso Mussolini, gli sopravvisse
ancora per qualche tempo.

Il nazismo
Il nazionalsocialismo (abbreviato comunemente in nazismo) fu il movimento politico
costituitosi in Germania nel 1919 con ideologia totalitaria, nazionalista, militarista e razzista.
Con l’adesione di Adolf Hitler divenne il Partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi e le
componenti socialiste furono emarginate, esasperando gli aspetti nazionalisti, l’indicazione
della superiorità della razza ariana e l’identificazione degli ebrei come nemici da sconfiggere.
Dopo il tentativo fallito di impossessarsi del potere nel 1923 con il putsch di Monaco, il partito
abbandonò i metodi rivoluzionari e diventò il più forte partito tedesco, conquistando il potere dieci
anni dopo. Hitler diventò così cancelliere del Reich e, alla morte di Hindenburg, anche capo dello
Stato.
L

Adolf Hitler
a dittatura imposta e la forte azione di propaganda che spingeva al fanatismo portò all’inizio del
genocidio degli ebrei, secondo un vero e proprio piano di sterminio in campi di concentramento. Il
sentimento di rivincita per la sconfitta subita nella Prima guerra mondiale, che aveva portato alla
formazione della debole Repubblica di Weimar, spinse la Germania di Hitler all’aggressione
contro le altre nazioni europee confinanti, per l’acquisizione del cosiddetto Lebensraum (spazio
vitale).

La Seconda guerra mondiale


Dopo la Prima guerra mondiale, la diplomazia europea si mosse in chiave antitedesca, fino al
1925 quando, con gli accordi di Locarno, la Germania riconobbe la pace di Versailles e fu
accolta nella Società delle Nazioni.
In questo clima di pacificazione l’Italia cercò accordi con Francia e Regno Unito e il patto di
Roma con la Jugoslavia permise l’annessione di Fiume. Il clima durò pochi anni perché Italia,
Germania e Giappone, ritenendo gli accordi troppo penalizzanti, iniziarono una politica revisionista
e la Germania e il Giappone si ritirarono dalla Società delle Nazioni.
La diplomazia non riuscì a contrastare l’ascesa tedesca mentre l’Italia coltivava il suo imperialismo
con la conquista dell’Etiopia (guerra d’Africa, conclusasi in meno di un anno nel 1936). Durante la
guerra civile spagnola (1936-39), nazismo e fascismo intervennero a fianco dei conservatori di
Francisco Franco; Germania e Italia fondarono l’Asse Roma-Berlino esteso successivamente al
Giappone. Anche l’Italia uscì dalla Società delle Nazioni e la Germania incominciò la sua
campagna di annessioni, prima con l’Austria e poi con la Cecoslovacchia.
Agli inizi del 1939, Hitler chiese alla Polonia Danzica mentre l’Italia occupò l’Albania; Germania
e Italia firmarono il Patto d’acciaio con cui le due potenze si promettevano aiuto reciproco in caso
di guerra. Anche l’URSS di Stalin firmò con Hitler un trattato di non aggressione.

L’inizio della guerra


Quando la Germania invase la Polonia, Francia e Regno Unito, alleate della Polonia, dichiararono
guerra alla Germania mentre l’Italia mantenne lo Stato di non belligeranza e il Giappone si dichiarò
neutrale per quanto riguardava la guerra in Europa. Dopo l’invasione tedesca della Polonia,
Germania e Unione Sovietica perfezionarono il loro accordo, accordandosi per la spartizione della
Polonia e l’espansione dell’influenza sovietica nel Baltico con l’annessione di fatto di Estonia,
Lettonia e Lituania. 450.000 ebrei polacchi furono rinchiusi nel ghetto di Varsavia dai tedeschi.
Il conflitto durò sei anni (1939-1945), ma due furono le caratteristiche globali della guerra, il
coinvolgimento della popolazione civile e la battaglia dell’Atlantico.
A causa del progredire dei mezzi aerei, le popolazioni subirono gravi danni perché potevano essere
colpite anche se molto distanti dalle zone di scontro degli eserciti; celebri i tentativi dei tedeschi di
usare armi missilistiche innovative (per esempio le V2 sganciate su Londra e Anversa).
La battaglia dell’Atlantico (la locuzione si deve a Winston Churchill) praticamente si protrasse sul
piano navale e aereo per tutti i sei anni del conflitto, raggiungendo il suo apice fra il 1940 e il 1943.
Inizialmente la motivazione del conflitto da parte tedesca fu la necessità di ostacolare il
rifornimento di approvvigionamenti provenienti dagli USA a Gran Bretagna e (successivamente)
all’Unione Sovietica).
A partire dal 1943, grazie alla loro schiacciante superiorità di mezzi, all’impiego di strumenti (radar
e sonar) e a tattiche innovative, la situazione volse a netto favore degli Alleati fino alla definitiva
sconfitta tedesca.

1940
Il rifiuto della Finlandia di cedere alcune basi all’Unione Sovietica portò invece alla guerra tra
le due nazioni, conclusasi con la capitolazione della Finlandia. Nel frattempo la Germania
occupò la Norvegia e la Danimarca e annientò in pochi mesi le difese francesi dopo aver
occupato Paesi Bassi e Belgio; governi collaborazionisti vennero instaurati in Norvegia da
Quisling e in Francia dal maresciallo Pétain a Vichy. L’Italia entrò in guerra a fianco della
Germania il 10 giugno 1940. La guida del governo inglese venne assunta da Winston
Churchill, che sostituì lord Chamberlain, mentre a Londra, il generale Charles De Gaulle
annunciò la resistenza francese, organizzando un governo in esilio nelle colonie francesi in
Africa. Forti delle sorti della guerra, Germania, Italia e Giappone firmarono il Patto
Tripartito, al quale aderirono Romania e Ungheria. La Germania cercò di attuare anche
l’invasione del Regno Unito, ma la battaglia aerea fu favorevole agli inglesi che si giovarono
del radar, ancora ignoto ai tedeschi. Il fallimento della battaglia aerea d’Inghilterra ebbe
conseguenze risolutive sull’esito della guerra perché il Regno Unito mantenne il controllo
aereo della Manica. Nel frattempo la guerra divampò anche in Africa dove i tedeschi
riuscirono a ridimensionare il contrattacco inglese grazie soprattutto all’abilità del generale
Rommel.

1941-42
Alla presidenza degli Stati Uniti d’America venne intanto rieletto Franklin Delano Roosevelt
che fece approvare dal senato la legge Affitti e prestiti con la quale il Regno Unito poté
usufruire delle risorse dell’industria statunitense, legge estesa poi l’anno successivo anche
all’Unione Sovietica. Roosevelt e Churchill firmarono la Carta Atlantica, che fissava gli
obiettivi comuni nel conflitto contro i nazisti. Nel frattempo la guerra continuò a essere
favorevole ai tedeschi che occuparono Bulgaria, Grecia e Jugoslavia, ma Hitler, nel timore di
un intervento sovietico contro la Germania, decise di invadere l’URSS e nel giugno del 1941
Germania e Italia dichiararono guerra all’Unione Sovietica; i russi adottarono una grandiosa
ritirata strategica che portò i tedeschi a esaurire le risorse in un’avanzata senza effetti pratici;
arrivati a Mosca in condizioni di logoramento estremo, i tedeschi non seppero reggere alla
controffensiva russa. Nello stesso periodo, il Giappone dichiarò guerra agli Stati Uniti e al
Regno Unito: nel dicembre del 1941 i giapponesi attaccarono senza preavviso Pearl Harbor e
iniziarono la loro politica di espansione nell’Asia orientale.
1942 – I tedeschi continuarono le deportazioni degli ebrei nei territori occupati e 300.000 ebrei
polacchi di Lublino furono inviati nei campi di sterminio. La Francia libera venne occupata dai
tedeschi e la flotta francese si autoaffondò nel porto di Tolone. Dopo la distruzione di gran parte
delle loro corazzate, gli USA costruirono a ritmo accelerato le portaerei e cambiando la tattica
bellica riuscirono a sconfiggere i giapponesi nelle battaglie del Mar dei Coralli e delle Midway,
sventando la minaccia diretta verso l’Australia.

1943
All’inizio del 1943 la controffensiva russa contro i tedeschi portò alla vittoria di Stalingrado,
vittoria che segnò la fine dell’impulso offensivo tedesco, iniziando la guerra di esaurimento, a
tutto vantaggio della coalizione anglo-russo-statunitense. Nella disfatta nella steppa russa
furono coinvolte anche truppe italiane. Dopo che la campagna di Russia segnò una svolta nella
guerra, si tennero importanti conferenze nelle quali gli alleati definirono i piani per lo
sviluppo della guerra. Nel convegno di Casablanca, Churchill, Roosevelt e i francesi De Gaulle
e Giraud decisero tra l’altro lo sbarco in Sicilia. In Italia, Mussolini venne rovesciato dal Gran
Consiglio fascista (25 luglio 1943), arrestato per ordine del re Vittorio Emanuele III e
sostituito dal maresciallo Badoglio che inizialmente dichiarò la continuazione della guerra a
fianco dei tedeschi, che assunsero però il controllo della penisola. All’inizio di settembre
Badoglio firmò l’armistizio con gli alleati e lasciò Roma insieme al re; i tedeschi occuparono
l’Italia e Mussolini, liberato dai tedeschi, costituì a Salò la Repubblica sociale italiana che
controllava l’Italia settentrionale. Ebbe inizio allora la lotta partigiana coordinata dal
Comitato di liberazione nazionale (CLN) e in ottobre il governo italiano di Badoglio dichiarò
guerra alla Germania. Nella Repubblica di Salò si tenne il processo contro i gerarchi contrari
a Mussolini nella seduta del Gran Consiglio del luglio 1943, processo conclusosi con la
condanna a morte, tra gli altri, di Galeazzo Ciano e di De Bono.
1944-45
In Italia le truppe alleate che avevano cominciato a risalire la penisola liberarono Roma
mentre i tedeschi, abbandonata l’Italia centrale, si attestarono sulla linea gotica lungo
l’Appennino tosco-emiliano; dopo pochi mesi, però, la resistenza tedesca fu annientata e gli
alleati continuarono la marcia verso il nord. Nel frattempo, per alleggerire la pressione
tedesca, richiesero l’apertura di un nuovo fronte e gli alleati al comando di Eisenhower
sbarcarono il 6 giugno in Normandia e iniziarono la riconquista della Francia che fu conclusa
in pochi mesi, dando inizio all’attacco finale alla Germania. Nel luglio 1944 Hitler scampò
all’attentato organizzato dal colonnello von Stauffenberg. Badoglio formò il governo di unità
nazionale, con tutti i partiti che facevano parte del CLN e il governo italiano fu riconosciuto
dall’Unione Sovietica. Vittorio Emanuele III affidò la luogotenenza al figlio Umberto; Bonomi
venne nominato capo del governo.

1945
Sul fronte occidentale, gli Alleati stabilirono una prima testa di ponte sulla destra del Reno mentre
l’URSS iniziava la battaglia di Vienna. Caduta la capitale austriaca iniziarono la battaglia di
Berlino, presa il 2 maggio, dopo il suicidio di Hitler (30 aprile). Il 7 maggio, a Reims, fu firmata la
resa senza condizioni della Germania agli angloamericani; il giorno successivo, a Berlino, quella ai
russi. In Estremo Oriente le sorti della guerra erano già mutate nel 1943 e la conquista delle
Filippine aprì la via all’invasione dello stesso Giappone: dopo l’occupazione di Iwo Jima gli
americani sbarcarono nelle isole Okinawa. Seguì l’occupazione della Birmania e il controllo sul
cielo cinese, ma il Giappone continuò a battersi e capitolò solo dopo l’esplosione, autorizzata dal
presidente statunitense Truman, della bomba atomica sulle città di Hiroshima (6 agosto) e
Nagasaki (9 agosto). La resa fu firmata pochi giorni dopo.

I trattati di pace
La fine della guerra fu infine preceduta dagli incontri internazionali di Jalta (febbraio 1945)
tra Stalin, Roosevelt e Churchill e successivamente di Potsdam (17 luglio-2 agosto), nei quali
vennero definiti l’assetto politico mondiale e la suddivisione delle zone di influenza tra Paesi
occidentali e Unione Sovietica. Nel giugno del 1945 fu adottata la Carta delle Nazioni, dando
così il via all’ONU. Seguirono i vari trattati di pace che imposero sanzioni economiche e
giuridiche (punizioni dei criminali di guerra; impegno di istituire le libertà democratiche),
misure di disarmo, e vaste diminuzioni di territorio metropolitano e coloniale. I contrasti
politici delineatisi nel dopoguerra fra gli Alleati impedirono la definizione del trattato di pace
con la Germania.
Churchill, Roosevelt e Stalin a Yalta

Il secondo dopoguerra e la rivoluzione cinese


I trattati di pace che seguirono la fine della guerra definirono un nuovo assetto territoriale.
L’Italia dovette cedere Briga e Tenda alla Francia, perse l’impero coloniale, dovette cedere
alla Grecia Rodi e il Dodecaneso; Trieste contesa da italiani e jugoslavi fu organizzata in
territorio libero diviso in due zone; infine fu imposta a Roma un’indennità di guerra che
inglesi e americani non pretesero, sovietici e jugoslavi sì. L’Est Europa finì sotto l’influenza
sovietica e nacquero governi comunisti filorussi.
In Asia, il Giappone perdeva i possedimenti in Cina, Formosa, Sachalin e la Corea, mentre le
potenze vincitrici mantennero il controllo sui rispettivi imperi coloniali. Come riconoscimento al
popolo ebraico duramente colpito dal nazismo, nel 1948 nacque lo Stato di Israele. La Lega Araba
attaccò quasi subito il neonato Stato, ma il suo intervento si concluse in una rovinosa sconfitta.
L’opposizione del blocco occidentale (alleato degli Stati Uniti) a quello comunista (alleato della
Russia) creò tensioni politiche e militari che furono descritte con la locuzione di guerra fredda. I
contrasti si acuirono al punto che, nel 1950, si rischiò una nuova guerra mondiale quando in Corea
nazionalisti e comunisti si affrontarono militarmente e l’invasione della Corea del Sud da parte dei
comunisti provocò l’intervento, su mandato ONU, degli Stati Uniti, affiancati da altri 17 Paesi, nel
tentativo di liberare il Paese occupato. La guerra terminò tre anni dopo con il ristabilimento delle
due Coree con la linea di confine fissata sul 38-esimo parallelo.
In Europa, la Germania spartita tra occidentali (a ovest, Repubblica Federale Tedesca, RFT) e
sovietici (a est, Repubblica Democratica Tedesca, RDT) si vide precludere ogni possibilità di
unificazione, mentre gli Stati Uniti vararono un massiccio piano d’aiuti verso i Paesi loro alleati
(piano Marshall).

La cooperazione occidentale
Sia per motivi economici sia per motivi militari le nazioni dell’Occidente cercarono punti in
comune.
Sul piano militare, per contrastare la potenza sovietica, nacque la NATO (North Atlantic Treaty
Organization, Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, con sede a Bruxelles). Inizialmente
composta da 12 Paesi fra cui l’Italia, qualche anno dopo si aggiunsero anche Grecia e Turchia e
Repubblica Federale Tedesca; solo circa 30 anni dopo si unì la Spagna, mentre nel 1999 si
aggiunsero la Polonia, la Repubblica Ceca e l’Ungheria. La NATO nacque basandosi sul concetto di
difesa collettiva cui avevano diritto i Paesi membri.
Sul piano economico nacque la CECA, la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (Francia,
RFT, Italia e Benelux, cioè Belgio, Olanda e Lussemburgo) a cui il blocco sovietico rispose con il
COMECON.

La rivoluzione cinese
Dopo la capitolazione giapponese, la guerra civile oppose nazionalisti e comunisti. Nel 1949 i
comunisti, che Mao Tse-tung aveva condotto alla vittoria, fondarono la Repubblica Popolare
Cinese, mentre i nazionalisti si rifugiarono a Taiwan (Formosa).

La fine del colonialismo


A partire dagli anni ’50 il colonialismo si sgretolò e molti Paesi extra-europei divennero
indipendenti, anche dopo lunghe e sanguinose guerre; purtroppo i nuovi Paesi avevano poche
risorse e gravi difficoltà economiche, tanto che fu coniata la locuzione Terzo Mondo per
indicare quei Paesi caratterizzati da sottosviluppo economico e sociale (il Primo Mondo era
rappresentato dagli USA e dai Paesi occidentali e il Secondo Mondo dall’URSS e dai Paesi
socialisti.

Il Vietnam
Come esempio delle lotte per l’indipendenza delle colonie può essere citata la guerra d’Indocina
(1946-1954) che oppose il Việt Minh alla Francia. Solo dopo otto anni di guerra la perdita di Dien
Bien Phu portò agli accordi di Ginevra che suddivisero il Paese in due parti in corrispondenza del
17° parallelo. Dall’anno successivo, a sud fu instaurata la Repubblica del Vietnam (con capitale
Saigon e sostegno americano) mentre nel nord si formò la Repubblica Democratica del Vietnam
(capitale Hanoi, guidata dal comunista Hô Chi Minh).

L’Egitto
Già prima della guerra il trattato anglo-egiziano confermava l’indipendenza dell’Egitto che
accettava la dislocazione di truppe britanniche sul proprio territorio; ma qualche anno dopo la fine
del conflitto mondiale gli ufficiali liberi, guidati da Naguib e Nasser, presero il potere e
proclamarono la repubblica. Nasser divenne l’unico padrone del Paese, ottenne dai sovietici i
finanziamenti per la diga di Assuan e nazionalizzò il canale di Suez, causando un conflitto con
Israele e l’intervento militare franco-britannico. Alla fine degli anni Cinquanta, Egitto e Siria
formarono la Repubblica Araba Unita presieduta da Nasser.
L’Algeria
Tunisia, Marocco e Madagascar ottennero l’indipendenza dalla Francia in modo più o meno
pacifico, ma in Algeria furono necessari sei anni di guerra per arrivare all’indipendenza, ottenuta
con un referendum solo nel 1962.

Le colonie inglesi
A differenza di quelle francesi, per le colonie inglesi (come per quelle belghe e portoghesi) fu molto
più facile e meno sanguinoso ottenere l’indipendenza. In particolare l’India grazie all’opera di
Gandhi ottenne l’indipendenza nel primo dopoguerra con la formazione dell’Unione Indiana.
Gandhi, detto Mahatma, ossia Grande Anima, fu l’apostolo della non violenza, capo morale e
politico dell’India; già nel primo dopoguerra era diventato l’ispiratore dei movimenti
indipendentisti, promuovendo azioni di lotta non violenta basate sulla non collaborazione, sul
digiuno, sul rifiuto di cariche civili o militari, sul boicottaggio di prodotti inglesi e
sull’organizzazione di campagne di massa di disubbidienza civile. Dopo decenni di lotta, nel 1947
partecipò attivamente alle trattative per l’indipendenza dell’India. Il suo impegno di pacificazione
continuò fra le comunità indù e musulmane fino a quando agli inizi del 1948 fu ucciso da un
fanatico indù. La sua opera e la sua grande personalità ne hanno fatto uno dei personaggi più
importanti e significativi della storia moderna mondiale.

Il conflitto arabo-israeliano
Dopo che l”ONU ebbe adottato una risoluzione relativa a un piano di ripartizione della
Palestina, nel 1948 fu creato lo Stato d’Israele e Ben Gurion diresse il governo provvisorio.
Poco dopo, Israele accrebbe il proprio territorio al termine della Prima guerra arabo-
israeliana. Venne eletta la prima Assemblea (Knesset) e adottate le leggi fondamentali con
Weizmann primo presidente della repubblica. Lo sviluppo economico si basava sullo
sfruttamento collettivo (kibbutz) delle terre, lo sviluppo di un forte settore statalizzato, i
capitali stranieri e gli aiuti americani. Nel 1956 scoppiò la Seconda guerra arabo-israeliana,
provocata dalla nazionalizzazione del canale di Suez da parte dell’Egitto e dal blocco del golfo
di Eilat. Nel 1967, durante la Terza guerra arabo-israeliana (guerra dei sei giorni), Israele
occupò il Sinai, Gaza, la Cisgiordania e il Golan. A partire dal 1970 Israele favorì
l’insediamento di coloni ebrei nei territori occupati. Nel 1973 si ebbe la Quarta guerra arabo-
israeliana (guerra del Kippur) e solo qualche anno dopo Begin, primo ministro, avviò trattative
di pace con l’Egitto. Secondo i termini del trattato di Washington, l’Egitto riconosceva una
frontiera definitiva con Israele, che gli restituiva il Sinai. Successivamente Gerusalemme
riunificata fu proclamata capitale dalla Knesset, si ebbe l’annessione del Golan e la
temporanea occupazione del Libano fino a Beirut, terminata con una ritirata nel sud del
Paese. Alla fine degli anni ’80 i territori occupati (Cisgiordania e Gaza) furono il teatro di una
rivolta popolare palestinese (intifada).

Gli Stati Uniti


Nel dopoguerra, sotto la presidenza del democratico Truman, gli Stati Uniti affermarono la
loro volontà di opporsi all’espansione sovietica: fu l’inizio della guerra fredda. Nel 1948 venne
adottato un piano di aiuti economici all’Europa (piano Marshall) e l’anno successivo la firma
del trattato dell’Atlantico Nord (NATO) rafforzò l’alleanza delle potenze occidentali. Il
presidente Truman impegnò le forze americane nella guerra di Corea (1950-1953). I
democratici Kennedy (assassinato nel 1963) e Johnson si sforzarono di lottare contro la
povertà e la segregazione razziale, non perdendo d’occhio la situazione internazionale (crisi di
Cuba, 1962). Nel 1964 gli Stati Uniti intervennero direttamente nel Vietnam per cercare di
limitare l’infiltrazione dei comunisti del nord nel sud del Paese.
Il repubblicano Richard Nixon si riavvicinò in modo spettacolare alla Cina (viaggio a Pechino) e
migliorò le proprie relazioni con l’URSS (accordi SALT). Nel 1973 il presidente ritirò le truppe
americane dal Vietnam (e qualche anno dopo vi fu la definitiva vittoria dei comunisti con la
proclamazione della Repubblica Socialista del Vietnam), ma lo scandalo Watergate lo obbligò a
dare le dimissioni: gli succedette il vicepresidente Ford. Nel 1977 i democratici ritornarono al
potere con Jimmy Carter. Successivamente, agli inizi degli anni ’80, il repubblicano Ronald
Reagan ridiede un’impostazione offensiva alla politica estera (intervento militare a Grenada) e
commerciale degli Stati Uniti; egli riuscì a rilanciare l’economia americana e questo gli consenti di
essere trionfalmente rieletto. Reagan rinnovò il dialogo con l’URSS (incontri Reagan-Gorbaciov),
culminato nel dicembre 1987 con la firma a Washington da parte di Reagan e Gorbaciov di un
accordo per lo smantellamento dei missili a medio raggio in Europa.

L'Europa occidentale
Regno Unito – Nel dopoguerra il laburista Attlee realizzò importanti progressi sociali,
Elisabetta II succedette al padre Giorgio VI e agli inizi degli anni ’70 il conservatore Heath
fece entrare il Regno Unito nel Mercato Comune e qualche anno dopo il governo conservatore
di Margaret Thatcher sviluppò una politica di liberalismo stretto, di denazionalizzazione e di
restaurazione monetaria. Nel 1982 l’Inghilterra sconfisse il tentativo di conquista delle Isole
Falkland da parte dell’Argentina. Margaret Thatcher vinse per tre volte le elezioni e fu primo
ministro segnando l’epoca della lady di ferro.
Francia – I decenni successivi alla Seconda guerra mondiale videro un enorme sviluppo economico
del Paese, che dovette affrontare però le difficoltà legate alla decolonizzazione prima (anni
Cinquanta) e alle proteste sociali (1968) poi. In quel periodo, dapprima De Gaulle fondò la Quinta
Repubblica, ma dopo un lungo periodo di controllo del Paese, dovette rassegnare le dimissioni
sotto la spinta delle proteste. Si ebbe una sempre crescente integrazione della Francia nelle strutture
europee, delle quali peraltro fu una delle nazioni fondatrici.
Spagna – Già prima della Seconda guerra mondiale, la Spagna era diventata una repubblica. Nel
1936 il Fronte Popolare vinse le elezioni, ma pochi mesi dopo la rivolta del generale Franco segnò
l’inizio della guerra civile spagnola, terminata con la vittoria dei franchisti. Franco, caudillo, capo
di Stato a vita, governò con un partito unico. Il potere legislativo fu lasciato alle Cortes, assemblea
non eletta. Durante la Seconda guerra mondiale, la Spagna, favorevole all’Asse, rimase in posizione
di non belligeranza. Nel 1969 Franco scelse Juan Carlos di Borbone come successore. Dopo la
morte di Franco, Juan Carlos I salì alla carica di re di Spagna e capo di Stato, in conformità con la
legge e avviò la democratizzazione del regime. Fu aiutato in questa impresa dal governo centrista di
Suarez e quindi da quello socialista di Gonzales. Nel 1982 la Spagna aderì alla NATO e qualche
anno dopo il Paese confermò con un referendum la sua adesione a queste istituzioni ed entrò nella
CEE.
Germania – Nelle prime elezioni del dopoguerra, a seguito delle elezioni vinte dalla CDU
(cristiano democratici), la Repubblica Federale Tedesca (RFT) fu governata dal cancelliere
Adenauer. Con gli aiuti americani (piano Marshall), ci fu un rapido sviluppo economico. Dopo
l’abrogazione dello stato di occupazione, gli Stati Uniti, la Francia e il Regno Unito riconobbero
con l’accordo di Parigi la restaurazione della sovranità della RFT come unica rappresentante del
popolo tedesco. Negli anni ’50 la RFT entrò nella NATO (1955) e aderì alla CEE. La crisi di
Berlino, provocata dall’URSS nel 1958, terminò con la costruzione del muro (1961), mentre
all’Ovest si conseguiva il miracolo economico. Il cancelliere Kiesinger, cristiano-democratico,
formò un governo di grande coalizione CDU-SPD (cristiano democratici e socialisti), mentre il
cancelliere Brandt, socialdemocratico, formò un governo di piccola coalizione con il partito
liberale. Egli basò la propria politica sull’apertura all’Est (Ostpolitik). Dopo aver concluso un
trattato con l’URSS e riconosciuta la linea Oder-Neisse come frontiera della Polonia, la RFT firmò
con la RDT (la comunista Repubblica Democratica Tedesca) il trattato fondamentale (1972) che
sancì per la prima volta il riconoscimento reciproco delle due nazioni tedesche come stati sovrani).
Con il cancelliere Schmidt, socialdemocratico, la coalizione con i liberali si mantenne al potere,
mentre successivamente il cancelliere Kohl, cristiano democratico, formò un governo di coalizione
con il partito liberale; i verdi fecero il loro ingresso al Bundestag nel 1983. Nel 1989 la RFT dovette
affrontare i problemi derivanti da un afflusso massiccio di rifugiati della Germania dell’Est e dalle
modifiche intervenute nella RDT. L’anno seguente, con il crollo del blocco sovietico, venne definita
l’unione economica e monetaria tra la RFT e la RDT. Il trattato di Mosca tra i due Stati tedeschi,
gli Stati Uniti, la Francia, il Regno Unito e l’URSS definì le frontiere della Germania unita, di cui
venne restaurata la completa sovranità. I länder, ricostituiti nella Germania dell’Est, aderirono
all’RFT e fu proclamata l’unificazione della Germania.

L'URSS e la fine del blocco sovietico


Dopo la morte di Stalin, Krusciov fu eletto primo segretario del partito e nel 1955 l’URSS
firmò con sette democrazie popolari il patto di Varsavia in contrasto alla NATO. Le relazioni
con la Cina iniziarono a deteriorarsi. Nel 1956 l’esercito sovietico represse il tentativo di
liberalizzazione dell’Ungheria. Era ormai chiaro che i Paesi dell’Est sotto l’influenza sovietica
non avevano possibilità di sviluppare percorsi democratici.
L’anno seguente venne lanciato il primo satellite artificiale della Terra (Sputnik I). Nel 1962
l’installazione a Cuba di missili sovietici provocò una grave crisi con gli Stati Uniti. Nel 1964,
destituito Krusciov, Brežnev lo sostituì alla testa del partito. Nel 1968 l’URSS intervenne
militarmente in Cecoslovacchia. Negli anni ’70 l’URSS firmò gli accordi SALT I e SALT II, che
cercavano di limitare la corsa agli armamenti nucleari. Nel 1979 le truppe sovietiche occuparono
l’Afghanistan. Alla morte di Brežnev, Andropov diventò segretario generale del partito, ma solo
dopo due anni, alla sua morte, gli succedette Černenko. Fu però con Gorbaciov che si intraprese
un rinnovamento dei quadri del partito, con un’innovazione generale (perestroika), con la
promozione di varie riforme in vista di una maggiore efficienza economica e di una
democratizzazione delle istituzioni e con il rilancio della destalinizzazione. Gorbaciov rinnovò il
dialogo con gli Stati Uniti (incontri con Reagan) con i quali firmò un accordo per l’eliminazione dei
missili di media portata in Europa. L’URSS ritirò le proprie truppe dall’Afghanistan e si riavvicinò
alla Cina. Si tennero le prime elezioni a candidature multiple e nel 1990 il ruolo dirigente nel partito
fu abolito e venne instaurato un regime presidenziale. Gorbaciov fu eletto alla presidenza
dell’URSS dal congresso dei deputati del popolo e l’URSS, firmando il trattato di Mosca, accettò
l’unificazione della Germania.
La disorganizzazione economica, che metteva in discussione l’efficacia delle riforme volte
all’instaurazione di un’economia di mercato, e le tensioni tra il governo centrale e le repubbliche
federali minacciarono la sopravvivenza della federazione sovietica. Nel 1991 il tentativo di colpo di
Stato dei conservatori contro Gorbaciov fallì grazie alla resistenza condotta da Eltsin. Il ripristino
dell’indipendenza dei Paesi baltici (Estonia, Lettonia e Lituania), riconosciuti dalla comunità
internazionale (settembre), fu seguito dalla dissoluzione dell’URSS e dalle dimissioni di Gorbaciov.
La Russia, l’Ucraina, la Bielorussia, la Moldavia, le repubbliche dell’Asia centrale e quelle del
Caucaso (eccetto la Georgia), che avevano proclamato la loro indipendenza, crearono la Comunità
di Stati Indipendenti (CSI). Essa succedette all’URSS come potenza nucleare e come membro
permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
Approfittando della democratizzazione dell’URSS, alla fine degli anni ’80 anche gli altri Paesi del
blocco sovietico abbatterono i precedenti regimi. In Bulgaria furono indette elezioni libere. In
Romania cadde la dittatura di Ceausescu che fu mandato a morte con la moglie. In Ungheria il
partito abbandonò ogni riferimento al marxismo-leninismo e rinunciò al suo ruolo dirigente e una
revisione della costituzione aprì la via al multipartitismo; la Repubblica popolare ungherese diventò
ufficialmente la Repubblica di Ungheria. In Cecoslovacchia importanti manifestazioni contro il
regime portarono alle dimissioni dei principali dirigenti, all’abolizione del ruolo dirigente del
partito e alla formazione di un governo di intenti nazionali, nel quale i comunisti erano minoritari. Il
dissidente Havel fu eletto alla presidenza della repubblica. Nel 1990 il Paese prese ufficialmente il
nome di Repubblica Federativa Ceca e Slovacca. Pochi anni dopo la Repubblica Ceca e la
Slovacchia si divisero.
In Polonia il vento di libertà era cominciato a soffiare già alla fine degli anni ’70. Nel 1980, a
seguito di consistenti scioperi e dell’accordo di Danzica, venne creato il sindacato Solidarność,
guidato da Lech Walesa. I sovietici avanzarono minacce di intervento militare che però mai si
avverarono. Nel 1988 scoppiarono scioperi di protesta contro il rialzo dei prezzi e per la
legalizzazione del sindacato Solidarność. Trattative tra il potere e l’opposizione si conclusero con il
ripristino del pluralismo sindacale (legalizzazione di Solidarność) e la democratizzazione delle
istituzioni. Il nuovo parlamento uscito dalle elezioni, all’interno del quale l’opposizione riportò un
notevole successo, elesse il generale Jaruzelski alla presidenza della repubblica. Mazowiecki, uno
dei dirigenti di Solidarność, divenne capo di un governo di coalizione e il ruolo dirigente del partito
fu abolito; il Paese riprese ufficialmente il nome di Repubblica di Polonia. Nel 1990 Lech Walesa fu
eletto alla presidenza della repubblica a suffragio universale.
Più cruento fu il destino della Jugoslavia. Nel 1990 furono indette elezioni multipartitiche nelle sei
repubbliche; a seguito del risultato delle elezioni Croazia e Slovenia dichiararono l’indipendenza,
contrastate militarmente dalla Serbia che voleva mantenere l’unità; l’esercito federale fu sconfitto,
come pure non riuscì a impedire l’indipendenza della Bosnia. Dopo la proclamazione
dell’indipendenza di Slovenia, Croazia, Bosnia ed Erzegovina e Macedonia, lo Stato jugoslavo fu
limitato ai soli territori della Serbia e del Montenegro che decisero di unirsi, dando vita alla
Repubblica Federale di Jugoslavia.

L’Italia: dal 1945 agli anni Novanta


In Italia, il 2 giugno 1946 venne proclamata la repubblica a seguito di un referendum in cui
per la prima volta le donne ebbero diritto di voto; il mese seguente Enrico de Nicola fu
nominato primo presidente della Repubblica Italiana. Il primo presidente del Consiglio dei
ministri fu Alcide De Gasperi, esponente della Democrazia Cristiana e, con poche eccezioni,
fino 1993 la presidenza del Consiglio fu democristiana. La nuova costituzione repubblicana
entrò in vigore il primo gennaio 1948.
I democristiani di De Gasperi avviarono la ricostruzione del Paese, confidando sull’alleanza con gli
Stati Uniti. Nel 1957 l’Italia entrò nella CEE. I democristiani, prima con Fanfani e poi con Moro,
furono gli autori di un miracolo economico che non impedì l’avanzata elettorale della sinistra e li
forzò progressivamente ad aperture verso i socialisti.
Il 1968 fu un anno di svolta per l’Italia con il sorgere di movimenti radicali, soprattutto comunisti,
che apportarono profonde modifiche al costume, alla mentalità generale e in particolare alla scuola.
L’instabilità politica fece sì che i governi cambiassero con un ritmo estremamente rapido. La classe
politica, giudicata corrotta, fu sempre più separata dal resto della società. Negli anni ’70 per
ristabilire l’ordine, i partiti politici cercarono di realizzare la più ampia alleanza possibile; essi vi
pervengono con il cosiddetto compromesso storico, tra il 1976 e il 1979, quando sono uniti al
potere comunisti e democristiani. Nel frattempo, la società italiana veniva turbata dal diffondersi del
terrorismo di destra e di sinistra, in particolare delle Brigate Rosse (assassinio di Moro, 1978).
Alla presidenza della Repubblica si succedettero, dopo De Nicola, Einaudi, Gronchi, Segni,
Saragat, Leone. Quest’ultimo fu al centro di violentissimi e strumentali attacchi che culminarono
con le sue dimissioni dopo l’assassinio di Moro, capro espiatorio di lotte fra poteri dello Stato. Fu
sostituito da Sandro Pertini.
Nel 1983, il socialista Craxi divenne presidente del Consiglio e, quattro anni più tardi, dopo le sue
dimissioni, incominciò il periodo di grande instabilità che portò alla fine della Prima Repubblica.
Infatti, nel 1992, le elezioni legislative furono contrassegnate dalla sconfitta dei grandi partiti
tradizionali e dall’emergere delle leghe (movimenti regionalisti e populisti) nell’Italia del nord.
Nello stesso anno, le indagini di Mani pulite sul fenomeno dilagante delle tangenti coinvolsero
numerosi esponenti di tutto il pentapartito (poi quadripartito per l’uscita dei repubblicani) guidato
da Giulio Andreotti. Stava iniziando la Seconda Repubblica.