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Sociologia

La sociologia studia i fenomeni della società umana e i rapporti fra l’individuo e la società,
indagando i loro effetti, le loro cause e le loro interrelazioni.
Il termine sociologia fu coniato da Auguste Comte nell’ambito del positivismo francese
dell’Ottocento: il filosofo definì questa disciplina uno strumento di azione sociale e introdusse la
nozione di esistenza di leggi indipendenti dalla volontà del singolo, che regolano il progresso della
società. Comte sperava così di unificare nella sociologia tutti gli studi sull’uomo, includendo storia,
psicologia ed economia, nella prospettiva di estendere alla società il metodo di ricerca proprio delle
scienze naturali, finalizzato a individuare leggi oggettive sulla base dei fatti.
Con il tramonto del positivismo e lo sviluppo della moderna concezione delle scienze, si è compresa
l’impossibilità di ridurre i fenomeni sociali a leggi necessarie e immutabili: la complessità dell’agire
umano e le sue numerose variabili non possono essere inserite in un modello generalizzante, come i
fenomeni naturali. Questo non implica la totale estraneità della sociologia al metodo scientifico,
infatti anch’essa procede per approssimazioni successive, facendo ricorso a indagini sistematiche ed
empiriche, analizzando i dati e formulando teorie sulla base di essi; tuttavia questa procedura,
diversamente da quella delle scienze naturali, deve tenere conto anche di aspetti soggettivi, come le
motivazioni e i significati, che giocano spesso un ruolo determinante nella società.
In virtù di questa particolarità disciplinare, le tecniche di analisi della società integrano metodologie
quantitative (basate su dati numerici analizzabili statisticamente) e metodologie qualitative (basate
su dati non quantificabili). Parte importante dell’analisi è però sempre la raccolta di dati empirici,
che può avvenire in diversi modi:
• indagine per campione (metodo più diffuso, che consiste nell’identificazione, all’interno
della vastità della società, di un gruppo di individui che possa essere rappresentativo della
popolazione, e nella raccolta di informazioni su di esso tramite questionari).
• Ricerca di laboratorio (esperimenti condotti in un ambiente isolato, che consente il
controllo di tutte le variabili che si ipotizzano correlate al fenomeno che si intende studiare).
• Esperimenti sul campo (osservazione dei comportamenti abituali degli individui
direttamente negli ambienti oggetto di indagine, in condizioni reali).
• Ricerca storica (osservazione di un fenomeno sociale dalla prospettiva di un’altra epoca
storica).
• Ricerca comparata (analisi parallela di fenomeni simili appartenenti ad ambiti sociali
diversi).
Alla pluralità di tecniche si affianca la pluralità di modelli teorici all’interno della sociologia, che
definiscono approcci diversi di questa disciplina. Si possono distinguere innanzitutto una
macrosociologia, che si occupa della società nel suo complesso o di grandi strutture sociali, e una
microsociologia, incentrata sui piccoli gruppi sociali e sui singoli individui. All’interno di queste
due grandi categorie si collocano diverse teorie:
• funzionalismo (concezione della società come organismo vivente costituito da parti
interdipendenti, ciascuna con la sua funzione).
• Teorie del conflitto (concezione della società come struttura in perenne mutamento per il
conflitto continuo tra i vari elementi sociali).
• Strutturalismo (idea di un modello costante dei fenomeni sociali, la struttura, in cui le
modificazioni di una parte determinano il movimento di tutte le altre).
• Teorie dell’azione (insieme di molteplici teorie incentrate sui rapporti di interazione
individuale e sulle motivazioni e i significati simbolici delle azioni delle singole persone).
• Sociologia della conoscenza (inquadramento dell’esperienza individuale all’interno di un
complesso di conoscenze inconsapevoli e a priori derivanti dal modello storico-sociale in cui
ciascuno è inserito).
• Sociologia fenomenologica (importanza dell’osservazione dell’esperienza quotidiana, delle
istituzioni e della comunicazione spontanea fra individui).
• Teoria dei sistemi (analisi degli elementi sociali in base al sistema di relazioni in cui sono
inseriti).
• Teoria dell’agire comunicativo (concezione dell’azione sociale come interazione basata
sulle regole della comunicazione linguistica).

Il problema della cultura


Nell’analisi dei rapporti fra individui all’interno di una società, assume una rilevanza fondamentale
tutto ciò che rientra nel concetto di cultura, intesa come insieme di modelli di comportamento che
ogni essere umano apprende per adattarsi agli ambienti molto diversi in cui si trova a muoversi,
capacità esclusiva della specie umana. Infatti, i comportamenti di tutte le altre specie animali sono
rigidamente determinati dall’istinto, un fattore genetico strettamente legato all’habitat di
appartenenza; il comportamento dell’uomo invece è regolato dall’istinto solo per i bisogni più
elementari, e anche questi sono guidati dai modelli culturali che ogni individuo assimila durante la
crescita e che sono indispensabili per l’apprendimento dei comportamenti più complessi, spendibili
in diversi ambienti, per i quali non c’è alcuna indicazione genetica. Questo apprendimento avviene
essenzialmente attraverso la socializzazione e la trasmissione della cultura da una generazione
all’altra.
Il patrimonio culturale di ciascun individuo riguarda sia la dimensione “astratta” delle conoscenze,
delle abitudini, dei valori ecc., sia la dimensione materiale degli strumenti e della tecnologia. La
cultura modella quindi tutte le attività dell’uomo ed è il filtro attraverso cui l’uomo vede il mondo,
tuttavia è un concetto di difficile definizione perché determinato dall’intrecciarsi di moltissimi
fattori, che variano da un ambiente sociale all’altro: non esiste un unico insieme di modelli di
comportamento bensì moltissimi insiemi diversi e perfino opposti, e le differenze riguardano non
solo le abitudini quotidiane, ma anche i valori etici fondamentali.
Le diversità culturali sono state spiegate da numerose teorie, tra le quali si possono individuare
come principali quella funzionalista e quella ecologica: secondo il funzionalismo, ogni elemento
culturale ha una funzione precisa nel garantire la migliore sopravvivenza delle persone nella società,
quindi può essere compreso solo se analizzato nel contesto del sistema sociale e culturale a cui
appartiene; per la teoria ecologica invece, le differenze culturali dipendono dalle diversità degli
ambienti naturali in cui i vari gruppi umani vivono, poiché ogni ambiente in base alle sue
caratteristiche presenta limiti e opportunità diversi, che richiedono metodi di adattamento diversi.
Nonostante le diversità, si possono individuare alcuni aspetti fondamentali comuni a tutte le culture:
• la condivisione da parte di un certo numero di persone;
• la trasmissione non genetica;
• il legame tra cultura e azione individuale (che si rispecchiano e influenzano a vicenda);
• il rapporto proporzionalmente inverso tra livello di formalizzazione di una cultura e lo
sforzo di interpretazione necessario per comprendere i comportamenti.
All’interno di ogni cultura inoltre si possono distinguere elementi universali, di comune
competenza di tutti, ed elementi speciali, di competenza di determinate categorie di persone.
Comune a tutte le culture è infine la loro funzione sociologica: inserire le persone in un insieme
sociale omogeneo, all’interno del quale è possibile la comunicazione perché si condividono gli
stessi modelli generali di senso per tutti gli ambiti della vita, non solo sociali ed esteriori, ma anche
individuali e interiori (personalità, gusti, sentimenti ecc.).

La socializzazione
Come si è detto, l’apprendimento dei modelli culturali del proprio ambiente avviene tramite la
socializzazione, che fa sì che un individuo assimili regole e valori in modo spontaneo sin
dall’infanzia.
La socializzazione dell’infanzia è quella più importante e viene detta primaria; dipende molto dalla
famiglia e dalla scuola e porta ad assimilare le competenze sociali di base, mentre la socializzazione
secondaria ricopre tutto il resto dell’arco della vita e riguarda soprattutto l’assunzione di
competenze specifiche per definire il proprio ruolo nella società.
L’esperienza dell’altro ha un fondamentale valore modellizzante e interessa l’uomo sin dalla
nascita; infatti, nei primi mesi di vita, tutte le relazioni del neonato con il mondo esterno e con il
proprio corpo sono mediate dagli altri, che ne orientano le percezioni e ne soddisfano i bisogni
secondo schemi precisi (per esempio orari e modalità dei pasti e delle altre funzioni fisiologiche),
che il bambino interiorizza fino ad applicarli automaticamente in maniera autonoma.
L’interiorizzazione delle prime norme e l’introduzione in un determinato mondo sociale avvengono
grazie all’identificazione emotiva del bambino con le persone che si prendono cura di lui, attraverso
la quale egli giunge poi alla coscienza di sé come identità soggettiva specifica. L’elemento più
importante da interiorizzare nella fase della socializzazione primaria è il linguaggio.
La socializzazione secondaria invece inizia con la fine dell’infanzia e assume caratteristiche
particolari a seconda del ruolo che l’individuo si appresta a ricoprire nella società nelle varie fasi
della sua vita, acquisendo competenze specifiche che contribuiscono a formare la sua personalità.

Agenti di socializzazione
Gli agenti di socializzazione sono gli ambiti della società in cui principalmente avvengono i
processi di socializzazione; nelle società occidentali contemporanee sono costituiti soprattutto dalla
famiglia, dalla scuola, dal gruppo dei pari e dai mass-media.
La famiglia è l’agente di socializzazione fondamentale dalla prima infanzia fino almeno
all’adolescenza, costituisce il legame tra generazioni successive e trasmette i propri modelli di
educazione (influenzati tra l’altro dalla classe sociale di appartenenza) attraverso una
socializzazione partecipativa, non meramente impositiva.
La scuola funge da agente di socializzazione non solo per l’insegnamento di diverse discipline e
abilità, ma anche per l’introduzione del bambino alle relazioni con gli altri e all’autorità di adulti
diversi dai genitori, alle dinamiche della competizione e della cooperazione e al rispetto di norme
ben precise.
Il gruppo dei pari è un gruppo di soggetti all’incirca della stessa età e posti sullo stesso piano, di
solito uniti da un rapporto di amicizia, particolarmente importante come agente di socializzazione
nella tarda infanzia e nell’adolescenza perché occasione di acquisizione di norme e valori nuovi
rispetto a quelli familiari, che determinano lo sviluppo dell’identità.
I mass-media sono oggi estremamente pervasivi e sovrappongono la propria influenza a quella
degli altri agenti di socializzazione (con i quali possono anche entrare in conflitto), diffondendo
modelli di stili di vita e di valori, ma anche nuove forme di apprendimento, di comportamento e di
relazione.
Altri agenti di socializzazione sono l’ambiente lavorativo, i gruppi politici e i gruppi religiosi;
bisogna tenere presente, però, che tutte queste agenzie hanno articolazioni molto diverse all’interno
delle culture diverse da quella occidentale.

Socializzazione imperfetta
La socializzazione non è un procedimento lineare di acquisizione passiva di modelli culturali da
parte di un individuo, bensì un processo caratterizzato da reciprocità e dinamicità. Questo fa sì che
ogni individuo possa rielaborare in maniera personale gli stimoli e le indicazioni che riceve,
sviluppando le proprie peculiarità, ma determina anche il rischio di un fallimento o di una carenza
della socializzazione, con effetti talvolta gravi sul soggetto. Le conseguenze più gravi derivano da
mancanze nella socializzazione primaria, come l’isolamento o l’assenza di contatto con gli altri, che
spesso pregiudicano irreversibilmente lo sviluppo del bambino.

I rapporti sociali
L’esperienza della società è per l’uomo esperienza delle interazioni con le altre persone, che
avviene quotidianamente attraverso azioni e reazioni per lo più abitudinali e quindi date per
scontate, quasi automatiche: è a questo livello microsociale che si possono individuare le basi di
tutti i fenomeni sociali.
Proprio la ripetitività che caratterizza la maggior parte dei comportamenti reciproci quotidiani (e
delle azioni quotidiane in generale) rende possibile muoversi agilmente nelle diverse situazioni
sociali, inquadrabili in strutture tendenzialmente stabili e condivise implicitamente da tutti, che
costituiscono un sistema di aspettative sottinteso fondamentale per ogni comunicazione. Fanno
parte di queste strutture e aspettative le cosiddette tipizzazioni, modelli standard di individui
socialmente e culturalmente determinati, a cui fare riferimento per orientare le interazioni sociali
facendo previsioni sulle azioni e reazioni altrui, ovviamente soprattutto quando si ha a che fare con
persone poco o per nulla conosciute. Poiché gli individui sono consapevoli del ruolo delle
tipizzazioni nelle interazioni sociali, queste secondo Goffman possono essere assimilate a
rappresentazioni teatrali in cui ciascuno recita una parte, a volte consapevolmente e in modo
calcolato, a volte invece per influenza inconsapevole del ruolo sociale ricoperto o del gruppo
sociale di appartenenza.
Un altro elemento che permette la comprensione delle azioni altrui nelle interazioni è il simbolismo
condiviso: all’interno di un ambiente sociale si sviluppano dei processi di significazione che
portano a condividere il significato a cui rimandano i gesti e gli oggetti, che non indicano mai solo
sé stessi. I simboli vengono trasmessi di generazione in generazione nell’infanzia, e rafforzano il
senso di appartenenza a una comunità, la memoria collettiva e la solidarietà tra individui.

La comunicazione
Gli elementi fondamentali di ogni comunicazione sono l’emittente, il ricevente il messaggio e il
canale di trasferimento dell’informazione. Affinché il messaggio possa svolgere la sua funzione è
necessario che emittente e ricevente condividano lo stesso codice linguistico-interpretativo e una
conoscenza più o meno generale dei rispettivi contesti. Il destinatario di una comunicazione inoltre
non è mai passivo, ma influenza l’interazione con il proprio feedback (riscontro) al messaggio.
Bisogna considerare, infine, che ogni comunicazione prevede una grande quantità di informazione
implicita, che le conoscenze condivise permettono di dare per scontata. Questi fattori
imprescindibili per la comunicazione rendono conto anche delle difficoltà di interazione tra culture
diverse.
In tutte le interazioni, il passaggio di informazioni avviene sia attraverso la comunicazione verbale,
esplicita e volontaria, sia attraverso la comunicazione non verbale, che affianca e arricchisce il
linguaggio verbale ed è spesso involontaria. La comunicazione non verbale comprende gesti,
espressioni del volto, posture, toni di voce, sguardi, ma anche modi di vestire; alcuni di questi
elementi comunicativi sono universali, comuni a tutte le culture, ma l’utilizzo che ne viene fatto e le
convenzioni in merito possono variare molto da una società all’altra.
Il principale mezzo di comunicazione è comunque il linguaggio, che grazie alla sua flessibilità e
alla sua arbitrarietà (i significati sono stabiliti per convenzione) permette di esprimere una grande
quantità di significati, di riferirsi anche al futuro e al passato, di elaborare concetti complessi e
astratti e perfino di parlare di cose che non esistono e non possono esistere. L’importanza sociale del
linguaggio però consiste soprattutto nella sua funzione di strutturare la realtà secondo categorie e
significati condivisi, che regolano il pensiero e quindi anche il comportamento intorno a modelli
comuni. Non è possibile non adeguarsi alle norme del linguaggio, pena l’esclusione sociale. La
strutturazione della realtà attraverso il linguaggio ne determina inoltre un’oggettivazione che la
rende condivisibile, comunicabile e manipolabile. Il linguaggio tuttavia non è un sistema stabile, ma
in continua evoluzione storica.

Il gruppo
Un gruppo è un’unità sociale identificabile e strutturata, formata da persone legate da un senso di
appartenenza, che interagiscono tra loro sulla base di norme e aspettative condivise, oltre che di
interessi e scopi comuni. I rapporti tra i membri di un gruppo e fra gruppi diversi sono determinanti
per la vita sociale.
La formazione di un gruppo può avere origini disparate, ma si fonda sulla necessità di base di
migliorare la sopravvivenza dell’individuo e soddisfare bisogni. La strutturazione del gruppo, i suoi
scopi e le relazioni tra gli individui al suo interno possono essere molto diversi e contribuiscono a
definire numerose tipologie di gruppo. Una distinzione generale è quella fra gruppi primari e
gruppi secondari: i gruppi primari sono composti da un numero limitato di persone che
interagiscono per un tempo lungo con rapporti intimi faccia a faccia, sviluppando un forte senso
comunitario e legami affettivi (per esempio la famiglia), mentre i gruppi secondari (dominanti nella
società industrializzata) sono composti da un numero più elevato di persone che interagiscono
temporaneamente in maniera impersonale, con rapporti strumentali, finalizzati a raggiungere un
obiettivo comune (per esempio aziende, organizzazioni ecc.). All’interno delle grandi
organizzazioni possono poi formarsi sotto-gruppi ulteriori meno formalizzati, spesso con
caratteristiche più vicine a quelle dei gruppi primari. La principale forma di grande organizzazione
delle società moderne è la burocrazia, finalizzata alla gestione razionale di un gran numero di
attività complesse.
Qualsiasi gruppo di qualsiasi tipo ha un leader, esplicitamente designato oppure emerso
spontaneamente dalle dinamiche di gruppo. La figura del leader può non essere univoca: le ricerche
hanno individuato due tipi di leader, strumentale (orientato al raggiungimento dello scopo del
gruppo) ed espressivo (orientato al mantenimento di buone relazioni tra i membri del gruppo), e i
due ruoli sono spesso ricoperti da persone diverse.
Il leader strumentale può essere autoritario, democratico oppure permissivo, e l’efficacia di
ognuno dei tre stili di leadership dipende dal contesto culturale e dagli scopi del gruppo.
Una delle funzioni fondamentali del leader è la gestione delle comunicazioni e dei processi
decisionali all’interno del gruppo: la comunicazione può essere circolare, cioè trasmessa da un
membro all’altro senza distinzioni, oppure a raggi, per cui ogni membro non comunica con gli altri,
ma solo con il perno centrale, ossia il leader.
Ciascun individuo può avere più gruppi di appartenenza (determinati anche solo dalla posizione
sociale) e il suo comportamento è influenzato dalle norme di ognuno di essi a seconda dell’intensità
della sua partecipazione, ma può anche accadere che una persona ispiri il proprio comportamento ai
valori di un altro gruppo di cui vorrebbe far parte, detto gruppo di riferimento.

Norme sociali: conformismo e devianza


Tutte le interazioni sociali sono regolate da norme di comportamento, esplicite o implicite,
indispensabili per la sopravvivenza della società. Un comportamento che rispetta le norme è
definito conforme, mentre un comportamento che non le rispetta si dice deviante.
Queste norme possono essere tassative ed essenziali (mores), e prevedere quindi gravi sanzioni per
chi non le rispetta, oppure usi consuetudinari (folkways), che se non rispettati determinano soltanto
disapprovazione, scherno o stupore.
I processi di socializzazione, che permettono la trasmissione dei modelli culturali, fanno sì che la
maggior parte delle persone interiorizzino spontaneamente le norme sociali del proprio ambiente e
vi si conformino senza sentirle come un’imposizione. I casi di socializzazione imperfetta però
possono minare questo conformismo spontaneo e determinare comportamenti devianti.
La devianza riguarda solo le norme essenziali, è determinata storicamente e culturalmente e può
essere evitata attraverso sistemi di controllo sociale: esistono sistemi interni (che originano
dall’individuo stesso, come il senso di colpa e la vergogna) e sistemi esterni (la sorveglianza di
agenti istituzionali quali polizia ecc.). Se nonostante ciò si verificano casi di devianza, essa può
essere gestita in diversi modi: l’isolamento totale dal gruppo sociale, un allontanamento
temporaneo, un processo di riabilitazione.
Sono stati classificati cinque tipi di devianza:
• rispetto al modello fisico o intellettivo dominante (malattie psichiche o deformità);
• rispetto alle norme religiose e ideologiche (eresia o dissidenza);
• rispetto alle norme giuridiche (criminalità);
• rispetto alla salute mentale (nevrosi o psicosi);
• rispetto ai valori culturali dominanti (fenomeno hippy, emo ecc.).
Esistono inoltre numerose teorie che cercano di spiegare il fenomeno della devianza:
• teorie biologiche (origine biologica ed ereditaria della devianza);
• teorie psicologiche (di ispirazione freudiana);
• teorie dell’anomia (devianza come effetto della mancanza di mezzi per realizzare i valori
sociali condivisi);
• teorie delle subculture (relatività dell’idea di devianza, legata alla presenza di diversi sistemi
culturali in una società);
• teorie dell’etichettamento (l’etichettamento di un comportamento come deviante lo rende
tale);
• teorie della funzionalità (necessità sociale della devianza come mezzo di consolidamento
della coscienza collettiva).
Alcune di queste teorie tendono a rivalutare alcune forme di devianza (per esempio quella
religiosa), dandole addirittura un valore positivo, necessario al progresso sociale.

Classi sociali
Ogni società presenta delle stratificazioni gerarchiche sulla base di diversi parametri (ricchezza,
genere, età, razza ecc.), che individuano raggruppamenti sociali come le caste, le classi o i ceti, e
assegnano degli status.
Uno status indica la posizione sociale, il ruolo e spesso anche le condizioni di vita di un individuo.
Si distinguono gli status ascritti, cioè posseduti sin dalla nascita (per esempio il sesso) e gli status
acquisiti (per esempio il ruolo professionale). La possibilità di cambiare il proprio status dipende
dal grado di apertura o chiusura del sistema sociale in cui si è inseriti: il sistema delle caste è il più
chiuso, in esso lo status è interamente determinato dalla nascita e non si può cambiare (come
accade, per esempio, in India), il ceto è un raggruppamento determinato dalla comunanza di rango e
di stile di vita e prevede la mobilità (di solito attraverso il matrimonio), la classe infine è il sistema
più aperto e il più diffuso nelle moderne società industrializzate, si basa sulla posizione economica
ed è caratterizzato da confini spesso incerti e da una forte mobilità sociale. La mobilità sociale può
essere individuale (tipica degli status acquisiti) oppure collettiva (tipica degli status ascritti).
Dai diversi tipi di stratificazione derivano diversi tipi di disuguaglianze (povertà, schiavitù,
razzismo, sessismo, discriminazione generazionale), che possono riguardare il singolo individuo o
gli interi strati sociali e determinano diverse condizioni di vita, diversi trattamenti e diverse
possibilità di accesso alle ricompense sociali (denaro, potere, prestigio ecc.).
Sono state sviluppate varie teorie sulla stratificazione sociale:
• teorie del conflitto (ispirate a Marx, riconducono le disuguaglianze a fattori economici, in
particolare al possesso dei mezzi di produzione, che determina un conflitto continuo tra le
classi);
• teoria funzionalista (la stratificazione è inevitabile e necessaria alla distribuzione dei ruoli e
delle adeguate ricompense per ciascuno di essi, per il buon funzionamento della società);
• teoria evolutiva (combinazione delle due teorie precedenti);
• teoria reputazionale (la stratificazione deriva dal prestigio riconosciuto a una persona dagli
altri membri della società, soprattutto in relazione al ruolo professionale).

La famiglia
La famiglia è un’istituzione socialmente e culturalmente determinata, perciò ne esistono diversi
modelli in ogni società ed essi possono cambiare nel tempo.
L’analisi della famiglia si è basata principalmente sulla prospettiva funzionalista, che la considera
dal punto di vista delle sue funzioni sociali, indispensabili per la sopravvivenza della società e degli
individui (controllo della sessualità, procreazione, socializzazione, gestione economica), e su quella
conflittuale, che considera la famiglia come luogo di scontro tra genitori e figli, tra fratelli e tra i
sessi.
Nonostante la grande variabilità, i sociologi hanno individuato alcuni tratti comuni e definito cinque
modelli fondamentali: solitario (una sola persona), nucleare (una sola unità coniugale con o senza
figli), senza struttura coniugale (altri rapporti di parentela), estesa (più generazioni unite da
parentela), multipla (più unità coniugali).
I diversi modelli possono essere caratterizzati da diverse forme di matrimonio (monogamia,
poliginia, poliandria), diversa organizzazione dell’autorità (sistema patriarcale, egualitario,
matriarcale), diversa residenza familiare (patrilocale se si vive con i genitori dello sposo,
matrilocale se con quelli della sposa, neolocale se la nuova coppia ha una propria residenza),
diversi tipi di discendenza ed eredità (sistema unilineare se la discendenza è solo in linea maschile o
solo in linea femminile, bilaterale se sono considerati i discendenti di entrambe le linee), diverse
regole per la scelta del partner (regole endogamiche impongono il matrimonio all’interno di un
determinato gruppo, quelle esogamiche invece con membri di gruppi diversi).
La famiglia occidentale è tipicamente monogamica, nucleare, tendenzialmente endogamica ed
egualitaria, bilaterale. Il carattere monogamico e nucleare è rafforzato e motivato allo stesso tempo
dall’idea di amore romantico, caratteristico delle società occidentali.
Questo modello di famiglia tuttavia sta subendo numerosi cambiamenti dovuti a mutamenti
socioculturali (rivendicazioni femminili, esigenza generale di maggiore libertà ecc.), infatti stanno
diminuendo sempre di più le famiglie fondate sul matrimonio, a vantaggio delle famiglie di fatto
(convivenze), delle famiglie ricostituite (nate dopo un divorzio) e delle famiglie monoparentali (per
divorzio o per la nascita di un figlio fuori dal matrimonio).
L’incesto, ossia il matrimonio tra genitori e figli o tra fratelli e sorelle, è un tabù quasi universale,
che oltre a evitare la procreazione di prole biologicamente precaria ha importanti funzioni sociali,
perché evita la rivalità nelle famiglie e la confusione dei ruoli e favorisce la creazione di più ampie
e quindi più solide reti sociali ed economiche, e la diffusione culturale.
La scuola
La scuola è un agente di socializzazione fondamentale che fornisce agli individui la formazione
culturale (conoscenze, abilità, valori, ma anche capacità tecniche) indispensabile per l’inserimento
proficuo nella società. A scuola infatti non si apprendono solo le materie di insegnamento, ma anche
i modelli e le norme comportamentali.
L’aumento continuo della rapidità dei mutamenti sociali ha determinato a partire dalla seconda metà
del Novecento un parallelo, necessario cambiamento dell’istituzione scolastica, continuamente in
corso. La formazione non è più qualcosa di statico, ma dev’essere un processo dinamico e flessibile.
Uno dei cambiamenti principali è stato l’aumento della richiesta di personale qualificato in tutti i
settori, ma soprattutto nel terziario, che è diventato il settore dominante. La scuola perciò funge da
filtro di selezione e di indirizzo verso il mercato del lavoro. Questa nuova richiesta ha determinato il
fenomeno della scuola di massa, per cui accede all’istruzione primaria e secondaria la quasi totalità
della popolazione.
La situazione della scolarizzazione è però molto diversa e gestita in modi differenti nei vari Stati del
mondo. Nei Paesi del Terzo Mondo, l’alfabetizzazione è ancora a livelli piuttosto bassi, mentre nella
maggior parte dei Paesi occidentali vige l’obbligo scolastico fino ai sedici anni, per garantire una
generale omogeneità sociale. I sostenitori della descolarizzazione, tuttavia, ritengono che l’obbligo
scolastico così prolungato favorisca le disuguaglianze sociali perché, di fatto, è realizzabile solo
dalle classi e dai Paesi più ricchi, ma non offre possibilità di formazione alternative, più adatte alle
esigenze dei vari individui.
La scuola non solo si adatta ai cambiamenti della società, viceversa molto spesso li determina
attraverso la ricerca e lo stimolo alla riflessione critica, e svolge inoltre numerose funzioni minori,
come quella di occasione di conoscenza reciproca, di supporto all’attività genitoriale, di calmiere
per la disoccupazione giovanile e di creazione di cultura.
Mentre i teorici funzionalisti pongono l’accento sulle funzioni indispensabili svolte dalla scuola per
l’organizzazione sociale, i teorici del conflitto sostengono che questa istituzione contribuisca ad
alimentare le disuguaglianze di classe e a rafforzare il sistema capitalistico, incoraggiando la
sottomissione e l’adeguamento passivo per indirizzare verso la corretta divisione rigidamente
gerarchica del lavoro e mantenere la chiusura di alcuni gruppi privilegiati. La scuola sarebbe perciò
succube del sistema economico invece che fautrice di mobilità al suo interno.
La questione del ruolo della scuola rispetto alla mobilità sociale e alla riduzione delle
disuguaglianze è molto discussa e diversi sono i risultati delle ricerche e le teorie in merito. In molti
casi, infatti, è stato osservato che l’insuccesso scolastico è maggiore fra gli individui provenienti
dalle classi sociali più basse. Per la teoria del deficit questo dato è da ascrivere alle carenze
linguistiche e cognitive e all’atteggiamento nei confronti della cultura delle famiglie di provenienza,
mentre per la teoria della differenza la responsabilità è della scuola che attuerebbe, anche
inconsapevolmente, delle discriminazioni nei confronti degli studenti provenienti da classi inferiori.

I mass-media
Un altro agente di socializzazione estremamente importante è rappresentato dai mass-media,
soprattutto per la loro pervasività comunicativa in ogni ambito della società, che ha sollevato
numerose discussioni per la spinosa questione del controllo di questa grande potenzialità di
diffusione dell’informazione e dei suoi effetti.
Si è iniziato a parlare di mezzi di comunicazione di massa e dei loro effetti a partire dagli anni
Trenta del secolo scorso, per l’utilizzo propagandistico di alcuni di essi da parte dei regimi
dittatoriali, e il dibattito si è intensificato durante il secondo conflitto mondiale con l’ampliamento
della definizione di mass-media, che giunge a comprendere radio, stampa, cinema, pubblicità,
televisione e di recente reti telematiche: tutti mezzi che permettono di trasmettere informazioni a un
grandissimo numero di individui, e di mettere in comunicazione questi individui, senza vincoli
spazio-temporali.
La capacità dei mass-media di raggiungere vastissime fasce della popolazione viene sfruttata in
particolare dalla pubblicità per orientare gli acquisti e dalla politica per orientare le opinioni
(propaganda), soprattutto attraverso la comunicazione d’immagine.
Ogni mezzo di comunicazione ha le sue peculiarità, che influiscono sui messaggi che trasmette e
sugli effetti che determina, ma si possono individuare alcuni effetti generali comuni: diffusione
della cultura, rinnovamento e uniformazione del linguaggio scritto e parlato, modificazione dei
modelli familiari, stimolazione di nuovi bisogni materiali, accentuazione dell’importanza
dell’immagine, creazione di fama. Tutti questi effetti possono essere considerati sotto una luce
positiva o negativa, a seconda della prospettiva.
Il punto più critico, però, è il controllo dei mass-media, e di conseguenza dei loro effetti: la
necessità di ingenti investimenti per la gestione dei media ha provocato la concentrazione di gran
parte di essi nelle mani di pochi proprietari. Le reti e le testate nazionali e alcuni provvedimenti
legislativi specifici dovrebbero evitare o limitare questo monopolio informativo.
Gli sviluppi storici dei mezzi di comunicazione di massa hanno portato all’elaborazione di diverse
teorie al riguardo:
• teoria critica (scuola di Francoforte, che vede i mass-media come strumenti manipolatori al
servizio del sistema capitalistico per stimolare il conformismo e il consumismo);
• teoria culturale (mass-media come responsabili da un lato di una maggiore diffusione della
cultura e dell’informazione, dall’altro di un appiattimento omogeneo e di una
semplificazione sensazionalistica di esse);
• teoria dell’egemonia (analisi delle strategie comunicative con cui i mass-media
diffonderebbero e farebbero accettare un’ideologia inducendo alla sottomissione acritica);
• teorie struttural-funzionaliste (analisi dei diversi livelli di significato dei messaggi
mediali, più o meno simbolici, delle diverse interpretazioni che essi incontrano nel pubblico
e del ruolo degli opinion leader nel mediare la diffusione e la ricezione delle informazioni).

La religione
La religione è un fenomeno di rilevanza sociologica per la sua presenza in tutte le società e per la
sua grande diffusione. Non è possibile dare una definizione univoca del fenomeno religioso, dato
che esso si manifesta in moltissime forme eterogenee, perciò la sociologia si propone piuttosto di
analizzare i differenti approcci al sacro dei vari sistemi religiosi e gli effetti sulla società di questi
ultimi, i comportamenti che le diverse credenze e pratiche generano negli uomini.
La rilevanza sociale della religione dipende dal fatto che essa è sostanzialmente un’esperienza
collettiva e istituzionalizzata, anche se può avere radici ed espressioni individuali.
Due sono i momenti fondamentali della strutturazione di una religione nella società: lo stato
nascente e l’istituzionalizzazione.
Lo stato nascente è la manifestazione del sacro, attraverso un’esperienza straordinaria collettiva o
individuale che porta a fondare un insieme di valori e credenze che, per diventare parte della
quotidianità di una vera e propria comunità ed essere tramandati nel tempo, devono essere
istituzionalizzati e integrati in una società.
L’istituzionalizzazione consiste nella definizione di regole per le credenze (dottrina), il culto (riti e
liturgia), l’etica (modelli di comportamento) e l’organizzazione religiosa vera e propria
(associazioni e autorità legittimate). Ciascuna religione si caratterizza per l’accentuazione di uno o
l’altro di questi aspetti.
Le organizzazioni religiose si distinguono fra loro fondamentalmente per il rapporto che instaurano
con la società in cui si inseriscono: le Chiese si fondano su gerarchie e strutture burocratiche
definite, instaurano relazioni attive con le istituzioni sociali e cercano di agire nella e sulla società,
mentre le sette sono meno articolate, di struttura più variabile, tendono a chiudersi rispetto alla
società e a limitarsi a cerchie ristrette di persone profondamente vincolate all’organizzazione.
Le religioni che si organizzano in Chiese cercano di modellare la società in relazione ai propri
principi e determinano la creazione di comunità unite da valori, credenze e modelli comuni, che
favoriscono il controllo sociale sul comportamento dell’individuo. Per questo motivo molte teorie
considerano la religione soprattutto uno strumento fondamentale per la coesione della società, ma
evidenziano anche la problematicità dei rapporti fra essa, la politica e l’economia.
Le religioni possono essere classificate in cinque tipi:
• primitive (elementi del mondo come spiriti simbolici in comunanza con gli uomini);
• arcaiche (dei che controllano gli eventi del mondo, comunicazione attraverso rituali e
sacrifici);
• storiche (dio unico creatore al di sopra degli uomini, mediazione sacerdotale per la
salvezza);
• protomoderne (Chiese riformate, centralità della sola fede per la salvezza);
• moderne (individualizzazione della religiosità).

Lo Stato
Lo Stato è l’istituzione che organizza la gestione dello spazio politico, ossia della cosa pubblica, ed
è dotato di una struttura complessa e della sovranità su un certo territorio, che esercita attraverso i
poteri legislativo, giudiziario ed esecutivo, variamente distribuiti (monarchia, oligarchia,
democrazia).
Una delle principali funzioni dello Stato contemporaneo è garantire a tutti gli appartenenti alla
comunità le condizioni di vita materiali di base. I teorici funzionalisti considerano la distribuzione
diseguale del potere una necessità per far sì che lo Stato possa realizzare gli obiettivi della società
organizzando dall’alto la cooperazione fra le parti e mantenendo l’unità sociale, attraverso le leggi,
la gestione dei conflitti e dei rapporti internazionali. Secondo i teorici del conflitto, invece, lo Stato
è lo strumento delle classi dominanti per mantenere la propria posizione e difendere i propri
interessi economici.

La politica nasce come forma di socialità e solo nell’epoca moderna si è sviluppata l’idea di Stato
come entità autonoma e superiore rispetto alla società, come nucleo di potere, modificata poi
nuovamente dall’affermazione della democrazia o comunque dalla rinnovata estensione della
responsabilità decisionale alla collettività, in varie forme.
Lo Stato moderno, infatti, nasce a partire dalle trasformazioni subite dall’assolutismo monarchico in
seguito all’emergere nella società civile di nuovi soggetti sociali, dotati di una forza economica tale
da acquisire autorità e diritti sulla gestione del potere e delle decisioni; successivamente la
distribuzione di diritti e doveri si è estesa a tutte le componenti sociali, sviluppando il senso di
appartenenza a una comunità, la nazione.
La caratteristica fondamentale dello Stato moderno è lo sviluppo della democrazia, cioè di una
forma di governo basata sul consenso del popolo, cioè dei cittadini, attraverso il sistema della
rappresentanza, garantito dalla pluralità dei partiti. La democrazia non si è affermata ovunque nel
mondo e si manifesta con diversi gradi di partecipazione popolare. Condizioni necessarie o
comunque perlomeno favorevoli per lo sviluppo della democrazia sono, in generale, la distribuzione
diffusa e alternata dei poteri, l’avanzamento economico, l’assenza di conflitti interni, la libertà di
informazione e di espressione.
La delega del potere fa sì che uno dei problemi principali della democrazia sia il controllo del
potere, della sua concentrazione e della sua gestione, infatti spesso i rappresentanti politici dotati di
potere effettivo sono un ristretto gruppo, influenzato da organizzazioni esterne, come i gruppi
economici, su cui i cittadini non hanno possibilità di indirizzo. Questo problema è accentuato
dall’attuale tendenza alla personalizzazione della politica, che sminuisce il ruolo del partito a favore
di quelli dei singoli uomini politici.

Il cambiamento sociale
Una caratteristica che distingue il secolo scorso e quello attuale dai precedenti è la straordinaria
rapidità con cui avvengono i cambiamenti sociali (strutture, modelli di comportamento, sistemi di
valori, forme di comunicazione).
I mutamenti sono legati soprattutto alla popolazione (incremento o decremento), all’ambiente
fisico (calamità e in generale fenomeni naturali), alla cultura (ideali politici e religiosi, scoperte
scientifiche) e ai movimenti collettivi.
La rapidità dei cambiamenti delle società moderne ha avuto origine nel passaggio dalla società
preindustriale alla società industriale, che ha determinato, grazie agli sviluppi tecnologici, una
rivoluzione produttiva (capitalismo) che ha reso il sistema economico estremamente dinamico e
instabile, con conseguenze in tutti gli altri ambiti sociali: affermazione della democrazia,
urbanizzazione, modello di famiglia mononucleare, massificazione della cultura. Questo processo è
avvenuto inizialmente nelle società occidentali, per poi diffondersi quasi in tutto il mondo,
lentamente e con diverse difficoltà.
Oggi si considera questa fase di modernizzazione superata e indirizzata verso ulteriori cambiamenti,
perciò si parla di società “postindustriale” o “postmoderna”: i rapporti sociali, politici ed economici
non ruotano più intorno all’industria, ma al settore dei servizi; la classe media è diventata sempre
più ampia, sono emersi nuovi soggetti sociali e la globalizzazione ha legato fra loro gli interessi e le
sorti di tutti gli Stati del mondo e ha generato società multietniche.
La multietnicità è anche l’effetto dei massicci movimenti migratori in atto dai Paesi meno
sviluppati verso quelli più ricchi, che in parte servono a compensare, inoltre, il forte squilibrio
dell’andamento demografico tra Paesi ricchi, con una natalità bassissima e un’alta percentuale di
anziani, e Paesi poveri, con tassi di natalità altissimi. L’invecchiamento della popolazione nelle
società industrializzate costituisce comunque un notevole problema in termini di costi sociali e di
disoccupazione giovanile; allo stesso modo, i Paesi poveri o in via di sviluppo non hanno risorse
sufficienti per far fronte all’elevato incremento demografico.
I flussi migratori, fenomeno costante nella storia del genere umano, hanno assunto oggi proporzioni
senza precedenti, che determinano numerosi problemi, a partire dalle organizzazioni dei trafficanti
di uomini fino ad arrivare alle difficoltà di convivenza tra culture diverse e di gestione delle
differenze, e alla mancanza di risorse economiche per garantire la possibilità di asilo e condizioni di
vita dignitose.