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LA TERSA

RIVISTA POLITICA DELL’ITALIA FASCISTA


F o n d a t o r e : LUIGI RAZZA
D i r e t t o r e : ROBERTO ROBERTI
i
COMITATO DI REDAZIONE :
M anlio B arberito — A lfredo B iadene — A ugusto C araceni __ N iccolò
C h u p p e t t i — U go C ominelli — G uido C ortese ~ M anlio D ’ A prile — M ar ­
cello DE L eonardis — D omenico D i M attia — N ino G u g l ie l m i __M ario M an -
TOVANi — E rmanno M entaschi — G iuseppe D. M iceli — F elice U go M osca
U mberto N ani — D omenico R azza — G iulio C esare R ossi . A lessandro
Salvatori — ■ A ngelo T arghi — R ed attore Segretario i C amillo R oberti.

COLLABORATOÌil ORDUVARI:
D oti. A nselm o A nselm i — D on . E ugenio A nzillotti — S. E. A ntonio A zara
— P rof. G aetano A zzariti — S. E. P rof. A lfredo B accelli — P ro f. A ldo
B ertele — On. A w . G iuseppe B evione — S. E. P ro f. B runo B iagi —
P rof. F ederico B occhetti — P rof. G iangastone B olla ^ S. E. P rof. G iu ­
seppe B ottai — Dott. Giui-io C alamani — D o n . E rnesto C ampese —
On. P rof. N icolò Castellino — G iuseppe Ceccarelli (Ceccarius) — S. E. A l -
PREDO CioFFi — P rof. L u igi C lerici — S. E. Ing. G iuseppe C obolli-G igli __
S. E . P rof. M ariano D ’A melio S. E. A ugusto D e M arsanich — Dott. D o­
menico D e R itis — S. E. Sen. R oberto D e V ito — On. A w . G iacomo D i G ia ­
como — G. A . F anelli — On. A w . A medeo F ani — S. E. D onato F aggella —
À
On. A w . F elice F elicioni — A w . M ario F resa — P rof. Cesare G iannini —
D otn G uido G iorgi — P rof. P ietro G orgolini — S. E. A w . M ario Jannelli
— Dott. E liseo ,?andolo — f P rof. A rcangelo I lvento — S. E. D o n . F er­
ruccio Cantini — Dott. G iuseppe L<»m bì ;assa — Dott. G iuseppe G uido L o-
scHiAvo — D ott. G iacomo L ufrani — A w . L uigi M aggi P ecoraro — P ro f. M a­
rio M ariani — S. E. A w . G iovan B attista M arziali — P rof. P aolo M edola-
GHi — Dott. G iovanni M onaco — On. P rof. E ugenio M orelli — On. Dott. G io-
VANNI M orselli — R rof. A ntonio N avarra — On. A w . G ino O livetti
O n. P r o f. Sergio P anunzio — D ott. F ilippo P edotf, — S. E. P rof G iovanni
P etragnani — P rof. M ariano P ierro ^ P rof. Silvio P ivano — Dott. M anlio
P ompei — S. E, T ito P reda — S. E. E utim io R anelletti — D ott R iccardo
R iva On. P rof. A rrigo Serpieri — S. E. P rof. A rrigo Solm i _ P rof F ran­
cesco Spinedi — P rof. F. Stella M aranca — S. E. P ro f. G iuseppe T assi ­
nari — P rof. V irgilio T esta — S. E. D ott. P aolo T haon D i R evel —
On. Sen. Ing, A driano T ournon .

Direzione e Amministrazione in ROMA — Via Romagnosi. 20


COLLEZIONE DI STUDI DELLA RIVISTA «LA TERRA»
FONDATORE; L U I G I R A Z Z A - DIRETTORE: R O B E R T O R O B E R T I
ROMA - VIA ROMAGNOSI. 20

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R O B E RT O ROBERTI

LA RIFORMA

V
PE L PROCESSO
CIVILE

Con prefazione di A R R I G O S O L M I
linistro Guardasigilli

B IB LIO TEC A C IVICA - VAR ESE

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VA R E S E

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TIVOLI . ARTI GRAFICHE AL DO CHI CCA - MCMXXXVII-XVI E. F.


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P R E F A Z I O N E

Con m olta opportunità Vawocato R o b e r t o R o b e r t i ,


direttore della pregevole rivista a L a T en -a», ha raccolto, in
questo volum e, umx serie di articoli da lu i pubblicati, in varii
periodici, sulla riform/x del processo civile. Questa riform a
presenta una particolare im portanza, poiché ha in sé un con­
tenuto politico, in quanto riguarda il modo d i esplicarsi di
una attività sovra,na dello Stato, quale è quella dell’ am m ini­
strazione della giustizia, e affronta insiem e e risolve una serie
d i problem i d i carattere tecnico-giuridico, in cu i si toccano
gli interessi p iii delicati dei cittadini e dello Stato. Questo
giustifica il largo interesse che la riform a ha suscitato in tutti
i cam pi della vita civile, e l’ attenzione che ad essa ha dedicato,
con particolare competenza e con passione giovanile, l’ egregio
autore d i questi scritti.
E cosa risaputa che le norm e del rito civile che oggi ci
reggono si presentano non solo antitetiche, d i fran te alla concezio­
n efa scista dello Stato e delle sue fu n zion i, m a assolutamente in a­
deguate alle esigenze sem pre crescenti del popolo italiano,
assurto, per il genio del D uce e per il vaku'e delle nostre arm i,
alla potenza orm ai saldissim a dell’ lm pei'o.
A p p a re quindi di im prescindibile necessità dare al pro­
cesso civile quella chiarezza e sem plicità d i form e, quella rapi­
dità d i svolgim ento, che, garantendo l’ onesto dibattito delle
parti, servano a realizzare l’ autorità del giudicato e ad im pe­
dire qualsiasi dilatorio ritardo nella decisione delle liti.
N ello studiare questa riform a così essenziale e nel predi­
sporre i m ezzi p iii atti per realizzarla, si è dovuto sem pre avere
in mente l’am m onim ento del D uce che « la giustizia deve es­
sere resa nel 'piu’ breve tem po possibile », in guisa che «. la giu­
stizia del tem po fascista abbia le caratteristiche del tempo
fascista ». E ’ sulki scorta di questi concetti sem plici e p recisi
che bisogna esam inare la n form a nel suo com plesso e n ei sin ­
goli suoi istituti. In base agli stessi concetti, occorre valutare
il Progetto d i riform a che è stato sottoposto alVesame degli
istitu ti autorizzaii e degli studiosi.
Gum dati alla stregua d i siffa tti concetti, vengono a tro­
vare la loro piena giustificazione gli am pliati poteri del giu­
dice, quale organo dello Stato a cui sono demandati Volto
com pito ed in pa ri tem po la grave responsabilità di am m ini­
strare la giustizia, la im prescindibile subordinazione alla
direzione dello stesso giudice di tutte le attività che conflui­
scono nel processo, ed anche lo stesso istituto del giudice unico,
considerato come io strumento p iu ’ idoneo per realizzare, nel
modo p iu rapido e p iu ’ sicuro, quella com piutezza e quella
prontezza della decisione, che costituiscono il fin e ultim o di
una buona riform a giudiziaria.
L a m aggiore attività e l’ aumeniata autorità dei pubblici
poteri nel processo traggono con sè u n accrescim ento del lavoro
e del prestigio degli avvocati, che diventano veramente colla­
boratori diretti e consapevoli della giustizia. F in ch e durerà
quella certa separazione, sia pu r soltanto form ale, tra l’ opera
preparatoria dell’ awoccdo e l’ opera decisoria del giudice, non
sarà possibile raggiungere sostanzialm ente quella piena col­
laborazione. L e nuove norm e del processo aprono la via a
questa m éta luminosa, e l’ auiore d i questi scritti ha saputo
rilevarlo coraggiosam ente, contro i tenaci m isoneism i, che
accompagnano sem pre, per amore del quieto vivere, ogni ten­
tativo di riform a.
L a preparazione morale e professionale del giudice, sag­
giamente curata, servirà a dare nuovo prestigio e p iu ’ larga
fiducia alla magistratura, che già vanta una bella e nobile
tradizione schiettamente naziormle.
Sono questi, non v’ ha dubbio, pu n ii della riform a di parti­
colare delicatezza, perchè hanno riflessi non soltanto politici,
m a anche tecnico-giuridici. E ’ assai utile pertanto che al-
Vesame d i essi tutti gli studiosi diano il contributo della loro
dottrina e della loro es'periem a.
R oberto R o b e rti ha 'portato in questi problem i la
sua bella esperienza d i avvocato e d i studioso e ù, sua penna
vigorosa di polem ista e d ì scrittore. E gli ha fatto quindi opera
m eritoria nel presentare in nuova veste gli scritti da lui
pubblicati su questa riform a, che alV Italia, rinnovata dai
F a sci, darà un processo civile pivC agile e p iu ’ saldo, fo n ­
dato sulla tradizione nazionale e ispirato da u n vivo senti­
m ento fa scista .

N ovem bre a. X V I .
IL D I R I T T O F A S C I S T A
E LA SUA C O D I F I C A Z I O N E

La riforma dei codici è argomento che può e deve essere discusso


anche fuori degli ambienti giudiziari! perchè il problema della forma­
zione del diritto e della amministrazione della giustizia è problema poli­
tico, prima ancora che tecnico, che interessa tutta la collettività nazio­
nale : ma tale discussione per essere utile deve tendere non ad una espo­
sizione disorganica e facilone di teorie e di opinioni che sembrano ori­
ginali solo perchè sono fuori di ogni tradizione e di ogni metodo, ma
ad una meditata collaborazione con gli Enti e con gli Uomini che hanno
la responsabilità tecnica e politica della riforma, più per la impostazione
di principi! e di concetti generali che per la trattazione dei singoli isti­
tuti che sono ancora in gestazione.
Qualche scrittore, per esempio, ha affacciato la pregiudiziale, tanto
per usare un termine legale, della inopportunità della codificazione dei
diritto fascista che dovrebbe conservare invece le sue caratteristiche di­
namiche. E’ facile rispondere che codificare non significa fossilizzare il
diritto ed impedire la sua evoluzione in rapporto allo sviluppo della ci­
viltà economica e politica della quale esso è una delle espressioni, ma
fissare le linee che devono considerarsi fondamentali ed indistruttibili
del diritto di una determinata epoca storica, dalle quali si snoda la suc­
cessiva legislazione. Per noi italiani ciò è tanto più vero in quanto il no­
stro ordinamento ha due strumenti di perfezionamento legislativo carat­
teristici e suscettibili di sviluppi indefiniti che si chamano il contratto
collettivo e la norma corporativa.

* * *

Altri hanno contestato la tempestività di questa codificazione nel


senso che, non essendo ancora completa la trasformazione dei principi!
e degli istituti giuridici operata dal Regime, la riforma possa apparire

Questo articolo è stato pubblicato dall’ » .Ambrosiano « di Milano, n. 83 del 7-4-1937-XV.


frammentaria o superficiale. Ma anche a costoro è facile rispondere che
quindici anni di azione politica e di elaborazione dottrinale non sono
pochi ragguagliati al passo di marcia del Fascismo che è lento ina senza
soste e senza deviazioni. Del resto nessuno può mettere in dubbio che la
concezione giuridico-sociale che il Fascismo ha della famiglia, della pro­
prietà e delle obbligazioni che sono gli istituti centrali di ogni codice sìa
diversa e facilmente riconoscibile nei confronti sia della concezione li­
berale pre-fascista, sia della concezione di altre scuole straniere.
Se il Fascismo ha dunque come pensiero giuridico direttive sue che
non hanno nulla di improvvisato o di transitorio, in quanto si ricollegano
direttamente alla sua dottrina ed alla sua azione politica, non si com ­
prende perchè dovrebbe ritardare una riforma che consiste appunto nel
trasformare secondo queste direttive i vecchi istituti giuridici.
E ’ da ricordare che il codice attuale non è nemmeno di ispirazione e
di tradizione italiane in quanto è stato compilato agli albori della unità
nazionale sulla falsariga di quello francese. Il codice fascista sarà dun­
que il primo codice veramente nazionale; e l’ Italia di Mussolini, questa
Italia di oggi giovane, forte e sicura, che ha saputo conquistarsi un Im ­
pero è ben degna di riprendere anche nel campo del diritto il cammino
dell’ antica Roma.

* * *

Si è infine fatta da altri una questione per cosi dire di competenza.


Si è detto: l ’istituto parlamentare sta per essere profondamente rinno­
vato : sarebbe opportuno che il nuovo codice fosse emanalo dalla nuova
Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Noi pensiamo che nè il Ministro
della Giustizia, nè la Commissione Parlamentare abbiano in animo di
accelerare inconsultamente il lavoro di per sè stesso lento e complesso
di elaborazione dei nuovi codici; anzi abbiamo ragione di ritenere che
questo lavoro sarà portato avanti con illuminata ponderatezza anche
se non subirà ingiustificate interruzioni. Quindi niente di più probabile
che la rfiorma dei codici per forza di cose seguirà la riforma costituzio­
nale: ma tutto ciò non ha nulla a che fare con la questione di compe­
tenza perchè il potere per l ’ emanazione dei nuovi codici è stato già de­
legato con le leggi del 1923 e del 1925 dal Parlamento al Governo Fa­
scista, che integra e riassume nella Persona del Capo tutta la rappre­
sentanza polìtica dello Stato, talché è assurdo pensare che l’ attuale Ca­
mera sia fascisticamente meno indicala ad aprovare la riforma decretata
dal Governo che non la futura Camera dei Fasci e delle Corporazioni.
— 9

* * *

Concludendo noi riteniamo che la riforma dei codici sia matura nello
spirito e nei presupposti politici e che la elaborazione dei nuovi testi
debba continuare senza precipitazione ma anche senza interruzioni e
senza dubbiezze.
Circa il metodo dei lavori per la preparazione dei testi, è evidente
che spetta a decidere unicamente al Ministro della Giustizia che ha la
responsabilità tecnica e politica della riforma e segue naturalmente in
questo compito così impegnativo le direttive di Capo. Egli ha annun­
ciato di avere in animo di costituire una commissione di studio compo­
sta di elementi insieme politici e tecnici, tratti oltre che dal Parlamento,
dalla Magistratura e dalle Università, anche dal Foro, dalle Confedera­
zioni e dal Partito. Tutte le correnti di pensiero, tutte le opinioni che
hanno un qualche peso, tutte le energie spirituali, anche quelle che ope­
rano in settori diversi, potrebbero così manifestarsi in sede opportuna
ed essere raccolte, vagliate, incanalate verso una utile collaborazione;
che questa Commissione di studio formulerebbe voti e proposte che sa­
rebbero sottoposti alla Commissione parlamentare prima di trasformarsi
in articoli del progetto definitivo.
Questo proponimento del Ministro Solmi ci pare quanto mai saggio
ed opportuno e ci meraviglia che sia stato affacciato da qualcuno il dub­
bio della possibilità di un conflitto di funzioni con la Commissione par­
lamentare, mentre è evidente che la Commissione di studio avrebbe ori­
gini, natura e compiti essenzialmente diversi da quelli della Commis­
sione parlamentare, della quale sarebbe, per così dire, un organo sus­
sidiario e di collegamento.
Dei resto questo feticismo della integrità funzionale delle Commis­
sioni parlamentari appare per lo meno fuor di posto nel nostro ordina­
mento politico, soprattutto da parte di coloro che già considerano supe­
rato l ’ attuale istituto parlamentare fino al punto da negargli la compe­
tenza ad approvare la riforma.

♦ * ♦

Abbiamo parlato finora in genere di riforma dei codici: ma c ’ è un


codice, quello di procedura civile, che è il jiiù vecchio ed il più lontano
dalla mentalità e dalla coscienza fascista. Di qui la urgenza di elaborare
le nuove norme del processo civile con assoluta priorità nei confronti de­
gli altri codici. Il Ministro Solmi ha sentito questa necessità ed il nuovo
testo potrà quanto prima essere distribuito per il parere ai corpi consul­
tivi dello Stato ed essere promulgato, forse, entro quest’ anno stesso.
IL G I U D I C E U N I C O

La lezione tenuta dal Ministro Solmi a! « Circolo giuridico » di M i­


lano sui lineamenti del nuovo processo civile e della quale abbiamo fat­
to cenno sul numero scorso ci offre la opi)ortunità di riprendere una di­
scussione che ci sta molto a cuore : quella intorno alla riforma dei Codici.
Diciamo subito che siamo perfettamente d’ accordo col Ministro
della Giustizia quando egli nota che la riforma dei codici è un fatto squi­
sitamente politico: infatti è precisamente attraverso la codificazione del
nuovo diritto fascista che il Regime fisserà e tramanderà Fassenza della
sua dottrina morale e politica; così come il mondo romano ci ha traman­
dato il codice giustinianeo'e la rivoluzione francese il codice napoleonico
che ha raccolto e consolidalo la parte duratura delle idee e delle dottrine
da essa scaturite.
Siamo d ’ accordo anche sulla opportunità che la riforma del codice
di rito preceda quella degli altri codici, sia perchè il codice di rito è il
più difettoso ed il più lontano dalla mentalità ])rnpria del Fascismo, sia
perchè la nuova procedura che si ispira ad un concetto di responsabili­
tà e di probità processuale renderà Tambiente giudiziario più adatto al­
l ’ applicazione del nuovo diritto fascista. Anzi ci rallegriamo vivamente
del proposito espresso dal Ministro Solmi di portare a compimento la
riforma entro l’ anno, sicuri come siamo che Egli saprà dare all’Italia
mussoHniana una giustizia mussoliniana e cioè rapida, comoda e vicina
al popolo.
Abbiamo detto che il criterio informatore della nuova procedura è
quello della responsabilità che si risolve nella probità processuale. Re­
sponsabilità delle parti e dei patroni perchè sono abolite tutte le scher­
maglie, tutti i formalismi, tutti i cavilli e la materia del contendere si
manifesti fin dal primo momento chiara e precisa nella sua esposizione
e nella documentazione; responsabilità del giudice perchè, avanzata la
domanda e cioè aperto il giudizio, la iniziativa della istruttoria della cau­
sa si trasferisce dalle parti al giudice, che disciplinerà direttamente la
condotta processuale delle parti e la ricerca delle prove.

Questo articolo c stato pubblicato da « La Terra », n. 2 del 28 febbraio I937-XV.

A*
— 12 —

Ora se il criterio direttivo della riforma, ispirato ai principi del-


1 elica e della dottrina fascista, è quello della responsabilità si compren­
de facilmente come nei giudizi di primo grado al giudice collegiale deb-
da essere sostituito il giudice unico.
Ed ecco perchè, pur ripromettendoci di trattare singolarmente i
vari punti ed i vari aspetti della riforma, abbiamo creduto opportuno
di prendere le mosse da questa innovazione che non è la più importante,
ma che è la più significativa in quanto discende direttamente dal carat­
tere e dalia finalità della riforma.

* * «

Se il giudice deve esaminare prima ancora di chiamare le parti di­


nanzi a sè la domanda e la risposta con i documenti o le prove offerti a
sostegno delle due tesi in contrasto, se egli deve dirigere la discussione
e la ricerca della verità, e risolvere con sua ordinanza da inserire nel
verbale di udienza ogni incidente che sorga durante la istruttoria, (le
così dette sentenze « interlocutorie » saranno — se Dio vuole — un cat­
tivo ricordo del passato!) se il giudice sarà finalmente il regolatore e non
Tosservatore passivo della discussione che si svolge dinanzi a lui. egli
non può essere che una persona, cioè una intelligenza ed una volontà di­
rettrice e non un collegio, cioè un organismo che si riduce in unità solo
attraverso un processo di eliminazione. Difatti perchè il collegio possa
decidere bisogna o che ci sia fin da principio unanimità di o}»inìonì
ed allora è come se invece del collegio sia uno solo a decidere, o che del­
le opinioni diverse una sia eliminata, che può ben essere proprio quella
più giusta.
Questo per quanto riguarda la form atone spirituale, per così dire,
della volontà del decidente.
Ma in pratica coloro che hanno domestichezzata con gli ambienti
giudiziari sanno perfettamente che anche in sede di giudice collegiale è
sempre uno solo il giudice relatore — quello che conosce la causa e
che quindi è in grado di proporre la decisione che gli altri due — salvo
casi eccezionali — accettano, anche per la buona ragione che non hanno
elementi per proporre una soluzione diversa appunto perchè non han­
no avuto modo di studiare la causa.
Può esserci — nei casi eccezionali che abbiamo sopra indicati __
Tintervento risolutivo del Presidente del collegio specie quando si tratta
di questioni di diritto complese o dibattute, ma dal punto di vista della
qualità della decisione non è detto che la opinione che va a predominare
del Presidente sia migliore di quella che viene eliminata dal giudice re­
latore.
Comunque tranne questo caso eccezionale, il collegio non è una
— 13 —
,4
realtà, è una formula. Una formula che $i frappone fra le parti -*
giudice che pertanto si spersonalizza, perde cioè la sua personalità
assumere la figura di una entità non allrimeiiti individualizzabile che
dal numero dei componenti. Il collegio decidente potrebbe in un certo
senso paragonarsi al collegio elettorale : questo è il frutto ed il sintomo
di una democrazia pavida e formalistica che ama nascondere la propria
volontà e quindi la propria responsabilità sotto il comodo paravento del­
la maggioranza numerica; (manco a farlo apposta la storia dimostra che
sono sempre le minoranze che hanno ragione!) quello è il risultato
di un equivoco fra l ’apparenza e la realtà, equivoco che si regge sulla
falsa credenza che la decisione a tre sia più convincente e soddisfi di più
i litiganti della decisione dovuta ad uno solo.

* * «

Ma vogliamo anche ammettere che il sistema del giudice unico porti


con sè qualche inconveniente: non c’ è difatti — specie neU’ ambito del­
la giustizia che è funzione di per sè stessa delicata e difficile — organiz­
zazione che possa dirsi perfetta perchè la perfezione non è delle umane
cose. Quello che è certo si è che i vantaggi superano di gran lunga gl’in ­
convenienti.
Vantaggi non solo per la personalità del guidice che acquista at­
traverso il nuovo sistema una sua fisonomia ed una sua responsabilità
che lo rendono ben degno della funzione quasi divina di giudicare i pro­
pri simili, ma per la semplicità e per la celerità dei giudizi e per la qua-
lità delle decisioni. Il giudice unico è investito della causa fin dal primo
momento perchè il Presidente assegna a lui la vertenza nell’ atto istesso
della presentazione della domanda introduttiva. E sarà quindi lo stesso
giudice — e non qualsiasi giudice del collegio, come avviene ora — che
seguirà la causa passo passo, dirigerà la ricerca delle prove, disciplinerà
la condotta processuale delle parti fino alla decisione. Il giudice deci­
dente sarà quindi lo stesso giudice che ha istruito il processo ed ha rac­
colto le prove.
Potrà sbagliare, perchè l ’ errore è proprio della natura umana (e
per questo sono previsti i rimedi deH’ appello e del ricorso per cassazio­
ne) ma certo non sbaglierà per ignoranza di qualche fatto della causa
perchè egli l ’ha vissuta per così dire insieme alle parti ed ai patroni.
Che cosa succede invece con il sistema del giudice collegiale?
Che il giudice relatore è diverso dal giudice che ha raccolto le prove
e dal giudice che queste prove ha ammesso ; egli si trova dinanzi ad una
istruttoria compiuta al di fuori di ogni sua ingerenza e deve cominciare
quindi, prima di valutare le prove, con Vinterpretare la volontà del pri-

J
mo decidente. Questa sua interpretazione e questa sua valutazione deve
portare poi in seno al collegio d ie decide.
Quanti... jiassaggi di iniziative e di responsabilità! Quanti diafram­
mi e quante interferenze fra il giudice che ha emanato la prima senten­
za interlocutoria ed il giudice che pronuncia la sentenza definitiva! La
volontà del decidente si diluisce, per così dire, attraverso i successivi
interventi di altri giudici, ciascuno dei quali lascia naturalmente un
segno della personalità negli atti che compie ed ecco che la causa non
ha pù linea direttiva unica, non è più un complesso omogeneo, ma una
specie di mosaico spirituale.
La nuova procedura assegna invece ad ogni causa il suo giudice ed
è Io stesso giudice che dirige la istruttoria e che pronuncia la sentenza de­
finitiva. Questo sistema assicura la continuità, la omogeneità, la sempli­
cità e la celerità del giudizio (1).
Naturalmete i vantaggi del giudice unico sono legati direttamente
al nuovo sistema processuale: un giudice unico senza i poteri e le ini­
ziative che gli sono attribuiti dalla nuova procedura sarebbe un anacro­
nismo. Ed è questa la ragione per la quale l ’ esperimento del 1913 non ha
avuto successo : perchè è stato un espediente per rimediare alla penuria
di personale, che non poteva non naufragare dato che il vecchio sistema
processuale è tutto imperniato sulla collegialità del giudice (parliamo
naturalmente dei giudizi di Tribunale) e non dà al giudice — come sin­
golo — che funzioni preparatorie ed accessorie (2).
Del resto la innovazione del giudice unico... non è una innovazione
perchè il giudice è nato con la nostra vecchia procedura (tanto per non
risalire troppo lontano nel cammino della storia) nei giudizi pretorili.
Ha quindi anche il conforto della esperienza e della tradizione.
Se il Pretore come il giudice unico può conoscere di tutte le cause

(Il Le manchevolezze del nnxtro codice di rito sono state messe in rilievo duranle la di­
scussione per la riforrtta della procedura per le vertenze individuali del lavoro dinanzi l’ As­
semblea del Consiglio l'iazionale delle Corporazioni. In quella occasione (ved i resoconto ste.
nografico del discorso pronunciato il 18 gennaio 1933-XIl lo scrivente ha auspicato « una
le procedura snella e rapida, che sostituisca alla figura del giudice sìmile ad un Budda che as-
« siste con le braccia incrociale alle dispute che si svolgono dinanzi a lui e non può intervenire
a se non a colpi di sentenze, la figura del giudice che non assiste al dibattimento ma lo di-
<t rige, e regola fin da principio l’ attività delle parti e la ricerca delle prove » . Si comprende
quindi il nostro entusiasmo per una rijorma che appaga pienamente questi voti.
(2) 7ii occasione della soppressione del Giudice Unico nel 1914 la Commissione parla­
mentare presieduta da Ludovico Mortara ha riconosciuto esplicitamente che la legge del
1912 non aveva avuto « origine dal proposito di risoiuere praticamente in m odo definitivo
<1 rontica controversia circa la preferenza da dare al Giudice singolo a paragone del Colle-

<1 gioie, ma dal destderio di raggiungere il miglioramento economico di alcune categorie


« di magistrati mediante la diminuzione del loro numero ».
— 15 —

fino al valore di lire cinquemila (ed è quindi superata la questione del­


la maggiore o minore complessità della lite) non si capisce perchè il giu­
dice unico, avendo a sua disposizione mezzi di accertamento delle veri­
tà ben più efficaci di quelli che Tattuale procedura consenta ai Pretori,
non possa giudicare di cause di valore superiore alle lire cinquemila.
Il valore economico nulla toglie e nulla aggiunge alla importanza della
causa sia dal punto di vista giuridico sia dal punto di vista etico, che
anzi si po’trebbe osservare che i giudizi di valore economico inferiore,
appunto perchè sono i più comuni, e riguardano più vaste categorie di
persone, devono realizzare con maggiore immediatezza quell’ideale di
giustizia che, come ha avvertito il Duce, è un bisogno istintivo del po­
polo.

* * *

Sorge a questo punto nel mìo spirito una osservazione che molti fa­
ranno a sè stessi. E se il giudice non è capace? Il collegio in questo caso
svolge, sopratutto per l ’ autorità del Presidente, un’ opera moderatrice
ed integratrice. Senza il Collegio e quindi senza quest’ opera la decisione
resta imperfetta.
Non possiamo negare il valore deH’ obbiezione: che non riguarda
però il sistema ma le persone. Si capisce che se i giudici non sono capa­
ci, la giustìzia è scadente quale che sia il sistema processuale, perchè il
sistema non è che un meccanismo, ma la giustizia è il prodotto della vo­
lontà e della intelligenza del giudice.
Questione dunque di persone, e perciò facilmente superabile con
opportuni provvedimenti, e non di sistema : ecco perchè noi abbiamo
avvertito fin da princìpio che il criterio informatore della nuova p ro­
cedura è quello della responsabilità.
Ma chi può dubitare che ì Giudici italiani, educati allo spirito ar­
dente e purificatore del fascismo, non sappiano assumere questa nuova
responsabilità? (3).

(1) In verità quslctino dubil», perché nelle polemiche sorte a qtiesto proposito ogni
tanto si affaccia anche questo argomento com e... il più decisivo. Ma si tratta di una immeri­
tata ingiuria alla magistratura italiana, dovuta a quel sentimento della propria superiorità
che è tipico di certi ipercritici...
LA PE0FBS8I0NB FOEBNSE
B L A E I F O E M A

Un aspetto della riforma del Codice di rito meritevole di esame


non solo dal punto di vista degli interessi professionali, ma dal punto
di vista della aderenza della riforma stessa alla concezione moderna e
fascista della procedura è quella relativa ai rapporti fra il giudice i
patroni e le parti. ’
Si è osservato da qualcuno che la eccessiva preponderanza del giu-
dice nella direzione della causa può portare ad una sostituzione per co­
sì dire della volontà del giudice alla volontà delle parti, nello svolgimen-
to del contradittorio.
L ’osservazione è del tutto infondata. Difatti è la parte, con l ’assi­
stenza del suo patrono, che stabilisce con l ’ atto introduttivo i limiti e
la hnalita della controversia perchè non solo pone la domanda, ma Ìndi-
ca le ragiom di diritto ed offre le prove che sono a sostegno della do­
manda stessa. A sua volta il convenuto nella sua risposta non solo avan­
za le eccezioni per così dire pregiudiziali riguardanti la domanda, ma
prospetta le questioni di fatto e di diritto tendenti alla reiezione della
domanda o propone una domanda per conto suo.
Fino a questo punto il giudice non ha modo di intervenire e quindi
la iniziativa processuale è lasciata completamente alle parti e ai loro
patroni.
Assegnata la causa a un giudice e sviluppatosi il contraddittorio il
giudice, che intanto ha preso cognizione degli atti e dei documenti, non
assiste piu passivamente al dibattito, come avviene secondo le norme at­
tualmente in vigore, ma Io dirige: dirigere, per altro, non significa so­
prafare. La eliminazione di quello che può giustamente considerarsi
come il piu grave inconveniente dell’ alluale sistema processuale e cioè
1 abbandono del procedimento all’ arbitrio e alle mene delle parti le

Queslo arlicolo pubblicato da « La Terra », n. 5 del 1937-XV, è stato riprodotto


mtegralmeiue dalla «Rassegna del Sindacalismo forense», organo ufficiale del Sindacalo
Nazionale Avvocati, ne] n. 10.11 dcll’agoslo-seltembre 1937.XV.
— 18

quali spesse volle hanno una finalità che |)uò non essere precisamente
quella della giuslizia, non imporla la niorlificazione e lanlo meno la
soppressione della iniziativa delle parli, ma una disciplina di questa ini­
ziativa per ottenere una più retta, rapida e conclusiva indagine ai fini
della giustizia. Non è soltanto nel campo penale che sussiste e si manife­
sta l ’interesse pubblico della funzione della giustizia: la funzione della
giustizia come una delle espressioni più salienti della attività dello Stato
è sempre di interesse pubblico, anche nel procedimento civile.
E’ dunque per la difesa di questo interesse superiore che l ’ attività
delle parti che contendono deve essere non compressa o limitata, ma
guidata dal giudice che appunto perchè rappresenta la forza dello Stato
e ne interpreta la volontà, è l ’ organo idoneo a tale direzione. Fra pa-
rentisi osserviamo che questa è un’ altra ragione che giustifica e reclama
la sostituzione del giudice unico al giudice collegiale almeno nei proce­
dimenti di prima istanza, perchè chi dirige non può essere che uno. N o­
tiamo inoltre, tanto per soffermarci ancora brevemente sulla questione
che a noi pare oramai pacifica della opportunità del giudice unico, che
la osservazione fatta da un autorevole scrittore che il collegio sta al giu­
dice unico come due occhi a un occhio solo, non ha che 1 apparenza del­
la verità. Il monocolo vede meno di quegli che ha tutti e due gli occhi
perchè la natura ha distribuito la capacità visiva fra tutti e due gli occhi,
ciascuno dei quali rappresenta quindi la parte di un tutto; non è cosi dei
giudici perchè la volontà e la intelligenza sono qualità individuali e non
collegiali. Chiudiamo la parentesi.
Il contradittorio dunque si effettua sotto la direzione del giudice
ma per iniziativa dèlie parti e con la partecipazione dei patroni. Il giu­
dice tutto al più, e questo non può considerarsi un difetto del sistema,
può completare o perfezionare le richieste delle parti per quanto sì attie­
ne all’ istruttoria. Se egli cioè ritiene che la prova offerta sia insufficiente
alla definizione della lite, egli manifesterà questo suo pensiero con una
(jrdinanza da dettarsi in udienza e quindi metterà immediatamente le
parli in condizioni di provvedere, piuttosto che pronunciare dopo lunghi
mesi di vane scaramucce una di quelle sentenze che oggi si chiamano
preparatorie, perchè non risolvono la lite ma preparano la futura so­
luzione.
Anche neiratluale sistema è il giudice che ha Tultima parola che
esprime con una sua sentenza, perchè quando egli ammette o nega
una prova o dichiara di non poter decidere per mancanza di elementi
o dì documenti, egli non fa che dirigere il dibattimento cioè guidare la
iniziativa e l ’ attività delle parti. Senonchè oggi il giudice non può adem­
piere a questa sua funzione che è essenziale per le finalità del processo se
non attraverso sentenze con la perdita di tempo e di danaro che è a tutti
— 19 —

nota; con la nuova procedura questa stessa l'unzione il giudice potrà


adempiere con maggiore semplicità di mezzi e con più vigorosa efficacia
di risultati. Questa semplificazione non solo non è di ostacolo airallività
delle parti, ma giova al loro comportamento nel senso di rendere più
immediati e più decisivi gli effetti che ciascuna di esse si ripromette dal­
la attività processuale che svolge. II sistema inoltre rende più continuo
e più redditizio il contatto fra le parti e il giudice; contatto che si mani­
festa inizialmente con il tentativo di conciliazione e durante la proce­
dura con la facoltà data al giudice di convocare dinanzi a sè in qualsia­
si momento le parti, sempre con l ’intervento dei patroni, per modo che
la realtà processuale non è mai soffocata dall’espediente difensivo, ma
rimane chiara e precisa in ogni stadio del giudizio. Non si forma cioè
un mucchio piu o meno grosso di carte processuali che finiscono per co­
stituire una specie di schermo o dì compartimento stagno che si pone
fra il giudice e la verità che egli deve ricercare. Anche coloro che non
sono esperti di cose giudiziarie sanno e possono comprendere come la
verità appaia assai più evidente attraverso dichiarazioni verbali che le
parti o i testimoni fanno direttamente al giudice, che non attraverso la
lettura fatta a distanza di tempo di documenti o di verbali di prove testi­
moniali, ecc.; quindi il sistema di assegnare al giudice la effettiva dire­
zione del contraddittorio fa nascere possibilità di investigazione e di va­
lutazione infinitamente superiori a quelle che sono oggi consentite.

« « «E

Questo sistema porta ad una svalutazione, per così dire, della col­
laborazione degli avvocati? Quale avvocato e quale studioso, io non ho
mancato di pormi la domanda.
Una risposta affermativa nel senso di una effettiva limitazione della
funzione forense non potrebbe lasciarci tranquilli non solo e non tanto
per l ’ interesse professionale che è indubbiamente cospicuo, ma per l ’in ­
teresse stesso della giustizia. Gli avvocati fascisti saprebbero certamente
sopportare senza lamentele una diminuita efficienza professionale
con conseguente danno economico se ciò fosse richiesto — il che
è assurdo — per aumentare il prestigio e l ’ efficienza dell’ amrainistra-
zione della giustizia, ma poiché l ’ attività forense è uno degli elementi
essenziali per rendere la giustizia - come vuole il Duce — sempre più
aderente ai bisogni ed alla sensibilità del popolo, non si può pensare di
comprimere o di limitare tale attività senza pregiudizio dell’ efficienza
della giustizia.
Ora non credo di errare affermando che nella progettata riforma
non c è nulla che possa costituire un attentato a questa concezione —
— 2fl — ,

che è pro 2>ria del nostro teni2»o e dei nostro Regime — della collabora­
zione fra il giudice ed il patrono. L’ uno e Tallro tendono sostanzial­
mente allo stesso fine: alla ricerca ed alla affermazione della verità e del­
la giustizia. Questi raccogliendo gli elementi della causa, illustrando i
punti di dissenso, combattendo, anche, perchè il processo è sempre una
battaglia fra due tesi, fra due volontà, fra due interessi; l ’ altro assecon­
dando e dirigendo questa battaglia perchè non esca fuori dai limiti e
dalle forme che la civiltà ha consacrati, e in fine giudicando cioè ade­
rendo attraverso un lento processo di maturazione del proprio pensiero
a una tesi od all’ altra.
L ’ intervento dell’ avvocato dunque non è considerato accessorio, o
sussidiario ma essenziale ed ispirato non tanto all’ interesse economico
della categoria quanto all’interesse superiore della giustìzia.
Anzi il carattere dì questa funzione di collaborazione presuppone
una dignità e una maturità professionale sempre più elevati, il che non
può che lusingarci perchè queste virtù sono per nostra ventura retag­
gio e patrimonio incontestabile della classe forense italiana.
Certo nel nuovo procedimento civile non c ’ è posto per i cavilli
processuali, per le abilità curialesche, per le istanze defatigatorie, per
tutto quel lavorio oscuro e tortuoso che gli avvocati degni di questo
nome disdegnano : potrà anche darsi che quantitativamente il numero
delle cause diminuisca perchè non ci saranno più le cause relative alle
forme, ai termini ed alle prove come non ci saranno le cause che nascono
dalle cause e che rappresentano il pesante e mortificante fardello di tut­
te le giurisdizioni, perchè esse non tendono alla ricerca e alla afferma­
zione di un diritto e di una verità sostanziali, ma alla ricerca dei mezzi
per allontanare l ’ affermazione del diritto e rendere più difficile la ri­
cerca della verità. Una procedura lenta, faticosa ed equivoca è difatti lo
strumento efficace nelle mani del debitore inadempiente e del contraente
infedele.
Ma il fenomeno del ricorso al giudice come manifestazione di ri­
nata fiducia verso l ’ amministrazione della giustizia aumenterà.
A ben considerare le cose, la procedura lenta, ingarbugliata, piena
di soprusi e dì trabocchetti che operano a volontà delle parti, senza
possibilità di direttive e di controllo è un elemento negativo ai fini del
lavoro professionale, perchè anche quegli che ha una domanda giudizia­
le da far valere, spesse volte preferisce sopportare il danno iniziale del­
la prepotenza o della inadempienza altrui, piuttosto che correre il ri­
schio, pur avendo ragione, di sopportare il danno, di cui non può es­
sere neanche valutata la estensione, dì una serie di giudizi che possono
complicarsi ed estendersi anche contro la sua volontà.
Inoltre l’ avvocato avrà dinanzi a sè il compito più vasto e più de-
— 21 —

gno della consulenza. A lui la parte dovrà rivolgersi quando ha un mo­


tivo di dissidio 0 di contrasto per chiedere consiglio e per predisporre
l ’ azione giudiziale: può essere che il consiglio deH’ avvocato sia tale
che il contrasto si risolva o che non sbocchi in un litigio. Ma in que­
sta opera di consulenza, in questa attività che si svolge fuori deU’ am-
bito strettamente giudiziale la funzione deU’ avvocato acquista una di­
gnità e una imponenza caratteristici in quanto è lasciato alla sua scien­
za e alla sua coscienza il decidere se e in quali termini dovrà essere
iniziata la lite.
Certo che questa non nuova ma meglio identificata funzione pro­
fessionale dovrà portare non solo ad una riforma delle tariffe profes­
sionali per quanto riguarda le prestazioni stragiudiziali, ma ad una di­
versa valutazione per cosi dire dei rapporti fra patroni e clienti nel sen­
so di dare maggior risalto all’ opera che l ’ avvoeato svolge nel suo studio
oltre che nelle aule di giustizia. In altri termini l ’ avvocato che richiesto
dà il suo parere esplica nella forma più delicata la sua funzione e chiu­
de per così dire il primo ciclo di rapporti con il cliente, anche e vor­
remmo dire soprattutto se in virtù di questo parere la controversia non
si inizia.
Altro punto che non potrà essere trascurato e ce ne affida il senso
di alta comprensione del Ministro Guardasigilli, è quello delle incom ­
patibilità professionali. L ’ attività professionale deve essere lasciata e-
sclusivamente agli avvocati iscritti neH’ albo e non devono essere iscrit­
ti nell’ albo se non gli avvocati che esercitano la libera professione assu­
mendo la responsabilità e correndo l ’ alea della esplicazione di questa
particolare e delicata forma di attività. Devono quindi essere risol­
te secondo giustizia le varie ed annose questioni relative agli u f­
fici legali sindacali, degli enti pubblici e delle grandi società priva­
te. Nessuno può disconoscere a questi Emi il diritto di avere un pro­
prio ufficio legale affidato ad avvocati di fiducia. L ’ elemento della fidu­
cia non può essere in nessuna forma e per nessuna maniera disgiunto
dalla attività professionale e quindi sono, a nostro parere, da scartarsi
tutte quelle soluzioni che vorrebbero affidare queste funzioni per turno
agli avvocati iscritti in speciali elenchi, ecc.
Quando il cliente, persona od Ente, si rivolge ad un avvocato non
sì rivolge solo al tecnico abilitato dalla legge all’ esercizio professionale
ma si rivolge a quel dato avvocato, a quelEavvocato cioè del quale ha
fiducia; e questa valutazione sulla quale influiscono vari elementi di
carattere morale, intellettuale oltre ohe tecnico, non può essere lasciata
che al cliente. Ma se la consulenza interna può essere com pilo degli u f­
fici legali che fanno parte della organizzazione tecnico-amministrativa
dei vari Enti, la rappresentanza e la difesa dinanzi alle Autorità giu-
— 22 —

diziali di qualsiasi grado non possono essere affidate che ad avvocati


liberi professionisti.
Così è da impedire in forma decisa e categorica lo straripamento
per cosi dire delle funzioni deirAvvocatura dello Stato, alla quale ormai
si rivolgono tutti gli Enti parastatali che diventano ogni giorno più nu*
merosi, in rapporto al continuo sviluppo delle funzioni di controllo e
di sorveglianza dello Stato.
Le funzioni dell’ Avvocatura dello Stato devono essere riportate
neH’ ambito della difesa degli interessi dello Stato come dice la stessa
denominazione dell’istituto. Tutti gli Enti parastatali, tutti gli Enti che
sono sotoposti comunque alla sorveglianza e al controllo dello Stato,
devono rivolgersi agli avvocati che sono essi stessi, in quanto iscritti
nell albo e in quanto partecipi della funzione della giustizia, investiti di
una funzione pubblica.
Se è giusto ammettere che lo Stalo per la complessità della sua am­
ministrazione e per la complessità dei rapporti che scaturiscono da tale
complessa amministrazione si giovi di una propria Avvocatura, non si
comprende perchè questa Avvocatura debba poi prestare la sua opera
a vantaggio di altri Enti che pur essendo sottoposti al controllo e alla
sorveglianza dello Stato, esercitano una attività economica che non è
nella sua essenza e nella sua finalità diversa da quella di una qualsiasi
società privata. Se al concetto dell’intervento dello Stato nella discipli-
na della produzione dovesse accoppiarsi indissolubilmente il carattere
pubblico degli Enti disciplinati e quindi la facoltà negli stessi di essere
rappresentati e difesi dalPAvvocatura dello Stato piuttosto che dal pri­
vato patrono, noi vedremmo inesorabilmente allargarsi fino all’invero­
simile la competenza funzionale dell’Avvocatura dello Stato e restrin­
gersi di pari passo l ’ attività professionale degli avvocati, con evidente
ed irrimediabile snalurazione deU’ una e dell’ altra.
IL PROCESSO DI ESECUZIONE

Se il processo di cognizione ha bisogno di essere snellito e sempli­


ficato al fine di ottenere una giustizia più rapida e più aderente ai b i­
sogni e alle concezioni dell’ Italia fascista, il processo di esecuzione ha
nella attuale procedura una tale assurda ed ingombrante bardatura di
formalità, da costituire più che la legittima difesa degli interessi del
creditore insoddisfatto, una comoda scappatoia per il debitore malizio­
so, con una netta inversione della finalità da raggiungere. Basta che il
debitore inadempiente metta in moto il terribile meccanismo delle op­
posizioni perchè questo si sviluppi inesorabilmente, anche senza l ’ ul­
teriore partecipazione del debitore stesso e-si inizi la logorante battaglia
che il creditore procedente deve impegnare per superare le molte trincee
che la procedura frappone tra lui e la esecuzione.
Gli avvocali e gli esperti di cose giudiziarie sanno perfettamente
come sia faticosa,- costosa ed aleatoria una procedura esecutiva, dalla
più semplice, quella che si compie contro beni mobili già individuati e
pignorati nella casa del debitore, alla più complessa, quella che si com ­
pie su beni immobili in possesso di terzi. Questa procedura può essere
arrestala ad ogni momento dalla opposizione capricciosa del debitore
0 di un terzo compiacente, tal che nessuno può essere sicuro di poter
portare a compimento una procedura esecutiva. Basterebbe questa p o­
sizione assurda della insicurezza dello svolgimento della procedura ese­
cutiva, per condannare irrimediabilmente tutto il sistema.
Storicamente, e da un punto di vista puramente ideologico, questo
sistema, che si risolve in un eccesso di prudenza e di cautela a tutto
vantaggio del debitore, potrebbe anche trovare qualche giustificazione,
ma il tempo fascista con la mutata coscienza dei rapporti fra Stato e in ­
dividuo, e con la concezione diversa realistica e dinamica insieme della
vita sociale, non può tollerare un metodo di esecuzione lento, ingom­
brante il cui rendimento è subordinato più alla volontà degli interessati
che non al prestigio della autorità dello Stato, nel cui nome la esecu­
zione si compie.
Il progetto di riforma toglie di mezzo coraggiosamente tutte le lun-

Questo articolo è stato pubblicato su « La Terra », n. 6 del 30 giugno 1037-XV.


gaggini e le complicazioni formalistiche; ristabilisce il principio della
responsabilità del giudice e dell’ equilibrio delle parti; porta anche nel
regime delle esecuzioni quel criterio di moralizzazione che abbiamo già
trovato nel giudizio di cognizione : è dunque perfettamente intonato
ai nostri tempi ed alle nostre aspirazioni. Nel nuovo sistema crolla di
peso il così detto « giudizio di espropriazione » che ha attualmente nel­
la esecuzione immobiliare tutta una lunga fase istruttoria con la n o­
mina del perito, la discussione e quindi l ’ appello contro la valutazione
della perizia, ecc. La esecuzione che si inizia dopo la notifica del pi­
gnoramento con un ricorso chiedente la vendita dei beni pignorati è
diretta da un Giudice della esecuzione che è nominato per ciascuna pro­
cedura dal Presidente del Tribunale.
Ritroviamo in sede di esecuzione il metodo del Giudice che assume
la direzione della procedura ed emette tutti i provvedimenti che egli
reputa opportuni e necessari perchè la procedura stessa si svolga in vi­
sta sia deìi’interesse del creditore, sia dell’ interesse del debitore, nei li­
miti entro i quali questo interesse è legittimo ed ha diritto alla tutela.
La sostituzione del sistema del ricorso alla citazione, la sostitu­
zione del Giudice al Collegio, la sostituzione della ordinanza alla sen­
tenza, non sono soltanto formali ma sostanziali in quanto nell’ ambito
della procedura esecutiva non è un nuovo giudizio che prende vita,
ma è la forza del titolo esecutivo che manifesta la sua efficacia sotto
il controllo del Giudice perchè non ci siano eccessi ed esorbitanze.
Il debitore difatti, contro il quale si è già svolto il giudizio di cogni­
zione e al quale è stato in ogni caso notificato il titolo esecutivo, che
conosce bene l ’ ammontare del suo debito e il dovere che egli ha di
soddisfarlo con i beni che sono appunto la garanzia dei creditori, non
ha che un solo diritto, quello che la esecuzione non vada al di là
dei limiti imposti dalla necessità del soddisfacimento del debito e
questo diritto è pienamente garantito dall’ articolo 451 del progetto dì
riforma che stabilisce che quando il valore delle cose pignorate appaia
sufficiente alla soddisfazione del creditore, l ’ ufficiale giudiziario deve
cessare dalla esecuzione e dà facoltà al debitore di chiedere che il Pre­
tore con ordinanza non soggetta a impugnazione, lìberi la parte dei
beni già pignorati quando il pignoramento risulti eccessivo.
Le norme del nuovo processo di esecuzione tengono dunque nel
debito conto gli interessi e la posizione del debitore sopratutto per
evitare che il creditore, per capriccio o per malizia, voglia giovarsi
della esecuzione per scopi diversi da quelli del legittimo soddisfaci­
mento del proprio credito; ma non falsano la finalità della procedura
che è quella di colpire ed evitare gli eccessi ma non di ritardare od in­
debolire la forza della esecuzione.
— 25

* >|(

Abbiamo accennato all’ esempio della esecuzione immobiliare che è


la più complessa e che è quella che dà luogo alle maggiori difficoltà. Col
nuovo sistema essa procede agilmente ma non inconsideratamente; si
inizia con il pignoramento, cioè con la notificazione di un atto nel quale
il creditore ingiunge al debitore di non disporre dei beni e dei suoi acces­
sori; questo atto viene trasmesso dallo stesso ufficiale giudiziario ai com­
petenti uffici delle ipoteche per la trascrizione. Con questa semplice nor­
ma che non dà luogo nè a particolari formalità, nè a spese eccessive, si
percorre un lungo cammino sulla via della procedura esecutiva perchè i
beni, pur rimanendo ancora in possesso del debitore, sono sottratti alla
di lui disponibilità e sono posti in un certo senso a disposizione della
giustizia.
La seconda fase della procedura si apre con la nomina del Giudice
delFesecuzione al quale il Presidente rimette il fascicolo contenente
la copia dell’ atto esecutivo, la copia dell’ atto di pignoramento, ecc. Al
Giudice della esecuzione — sono parole testuali dell’ art. 490 del pro­
getto — « soTto devoluti i giudizi di opftosizione e tutte le olire contro­
versie che hcmno relazione con la procedura esecutiva » . Questa secon­
da norma taglia il nodo gordiano dei giudizii di opposizione in materia
esecutiva poiché è il Giudice che prenderà volta a volta, sulla base
degli elementi che le parti gli sottopongono, le determinazioni del ca­
so, per quanto si attiene alla ordinanza di vendita o al prezzo di aper­
tura deU’incanto od alla aggiudicazione della cosa venduta, ecc.
La procedura assume cosi un andamento disinvolto e sicuro che è
veramente ammirevole. La forza dell’ atto esecutivo, la messa in mora
del debitore, l ’iuleresse del creditore ed insieme della giustizia di dare
pronta ed efficace esecuzione al titolo esecutivo, sono i presupposti del
sistema. L ’ interesse del debitore di non vedere distrutto il suo patri­
monio oltre ì limiti necessari è la finalità concorrente che il sistema
raggiunge.
E non è vero — come ha osservato qualche autore che ha l ’ abito
mentale della critica — che questo sistema disconosca o per lo meno
non sfrutti convenientemente il contraddittorio. Il contraddittorio c ’ è
ed è completo perchè al debitore sono notificati non solo il titolo ese­
cutivo, ma l ’ atto di pignoramento e il ricorso per la vendita. Egli quin­
di è posto in grado di far valere i suoi diritti nei limiti che sono le-
gittimi e di presentare al Giudice le istanze che ritiene del caso. Il
Giudice prima di emettere l ’ordinanza di vendita sente il debitore ove
questi abbia fatto delle istanze o abbia prodotto documenti che pos­
sono avere influenza sulla decisione che il Giudice deve emettere.
26* —

Ma è evidente che di fronte ad un debitore volontariamente assente


o che non ha osservazioni da fare, la procedura non può avere soste o
titubanze perchè scopo della procedura esecutiva è precisamente quello
di dare soddisfazione con la maggiore sollecitudine al creditore pro­
cedente.
Si è proposto di giovarsi del debitore ai finì dell’ interesse pubbli­
co della esecuzione e quindi di eseguire una specie dì giuramento di ma-
nifestazione perchè egli possa dichiarare, prima che sì inizìi l ’ esecuzio­
ne, perchè non jxiga e dove sono i suoi beni. La proposta ci pare per
lo meno ingenua. Andare a chiedere a un debitore contro il quale si è
svolto tutto un giudizio di cognizione con i suoi tre gradì di giurisdizio­
ne ed al quale, in ogni caso, si è notificato il titolo esecutivo (sentenza,
cambiale od atto ricevuto da pubblico ufficiale autorizzato), andare a
chiedere a questo debitore che conosce perfettamente l ’ ammontare del
suo debito e che è stato messo in mora con la notifica del precetto......
l>erchè non paga, è veramente un voler portare il problema della ese­
cuzione dal terreno della realtà economica, al terreno infido ed extra
giudiziale della psicologia e della metafisica: e ancora, Chiedere al debi­
tore che indichi dove sono i suoi beni per aver poi il gusto di condan­
narlo ad una pena se egli abbia dato indicazioni false od erronee, si­
gnifica ancora voler complicare la procedura, estraniarla dal suo am­
biente per portarla sul terreno della eventuale responsabilità penale.
D ’ altra parte questa complicazione procedurale non potrebbe offri­
re qualche vantaggio se non in caso dì buona volontà da parte del de­
bitore. Ora, se il debitore è in buona fede e ha la buona volontà di pa­
gare, egli non ha bisogno di giuramento di ufficio per indicare al credi­
tore dove sono i suoi beni e prendere accordi con lui circa la soddisfa­
zione del debito. La esecuzione coatta presuppone invece nn debito­
re che non abbia la volontà di pagare e quindi il fare un estremo ap­
pello a questa buona volontà che se esistesse avrebbe avuto modo dì ma­
nifestarsi prima della esecuzione, ci pare assurdo oltre che inutile.

* * *

La fase conclusiva della procedura si sostanzia nella ordinanza di


vendita e nel decreto di trasferimento della proprietà emessi dal Giudi­
ce. (I due provvedimenti, essendo della stessa natura ed essendo ema­
nati dallo stesso giudice in virtù della stessa potestà, potranno anche
assumere la stessa denominazione). Il Giudice, sentiti ove occorra il
debitore e gli altri interessati, ordina con un suo provvedimento la ven­
dita fissando il prezzo-base dell’incanto che si svolgerà dinanzi a lui o
sulla base del tributo diretto verso lo Stato od in base ad altri elementi
forniti dalle parti od a mezzo di un perito da lui scelto.

Vi
LA P R E P A R A Z I O N E MORALE
E PROFESSIONALE DEL GIUDICE

In due articoli comparsi su « La Stampa » (18 e 24 agosto u. s.)


il prof. Francesco Carnelutti si occupa della riforma del Codice di
procedura civile.
Nel primo ammonisce a il pubblico che gli esperimenti di riforma
del processo civile si fanno sulla sua pelle e che pertanto è nel suo in­
teresse di capirne qualche cosa ».
Ora — a parte lo stile terribilmente demagogico — non costituisce
una scoperta sensazionale questa di considerare il problema della ri­
forma dei codici al di fuori della cerchia dei giuristi: non siamo pochi
quelli che sosteniamo non da oggi soltanto (vedi « La Terra » del 25
luglio 1936 e « L ’ Ambrosiano » del 7 aprile. 1937) che l ’ argomento
può essere discusso anche fuori degli ambienti giudiziari perchè il pro­
blema della formazione del diritto e deH’ accentrazione della giustizia è
politico prima ancora che tecnico ed interessa perciò tutte le colletti­
vità nazionali. Anzi la discussione intorno alla riforma dei codice e spe­
cialmente intorno alla riforma del codice di rito del quale è stato da
tempo distribuito il progetto preliminare, si è svolta e si svolge — non
solo in periodici tecnici, ma anche sulla stampa quotidiana — con in­
solita larghezza e ad essa prendono parte attiva giuristi ed orecchianti,
(jiiesti con maggior accanimento di quelli.
Appare opportuno quindi non incitare i litiganti più o meno ma­
liziosi ad esprimere la propria opinione sul sistema processuale che pre­
diligono nel loro interesse, ma cercare di orientare la discussione verso
una più alta e concreta finalità: quella di collaborare con studi meditati
e con proposte concrete per la miglior riuscita della riforma.

(1) Questo articolo è stato pubbtlcplo coniemporane-amciite da « La Tribuna », del 14


settembre 1937-XV e da « L a T erra », n. 7-8 del 1937-XV.
Non p osiam o neanclie accetlare il principio espresso dal prof. Car-
iiclutti che il processo civile sia un affare che riguarda i litiganti i quali
sono dal Carnelutli paragonali ai viaggiatori che sono interessati alla
sicurezza, alla rapadìtà ed alla comodità del treno. Non dobbiamo ri­
cordare noi a un giurista della forza del Carnelutli che il viaggiatore
pone in essere un contratto di trasporto nel quale egli è in perfetta pa­
rità di diritti col vettore anche se il vettore è un Ente pubblico, mentre
l ’ amministrazione della Giustizia — in sede penale come in sede civi­
le — è una funzione essenziale ed esclusiva dello Stato, ed è solo lo
Stato, negli organi e nelle persone che lo rappresentano, che può e deve
giudicare del come questa funzione deve essere adempiuta nell’ interesse
pubblico prima ancora che nell’interesse dei singoli litiganti!
N^l suo secondo articolo — questo d ’ intonazione pessimìstica —
il prof. Carnelutli si occupa del problema degli uomini per dimostrare
una vrità anch’ essa lapalissiana e cioè che qualsiasi sistema di proce­
dura conta poco se non ci sono gli uomini che lo sappiano e che lo pos­
sano applicare. <
Ma questa proposizione si può anche rovesciare e allora è vero an­
che il contrario e cioè che a parità di uomini il sistema procedurale
rende più o meno a seconda della bontà intrinseca delle norme che gli
uomini sono chiamati ad applicare. E la finalità della riforma è preci­
samente questa: di dare ai giudici uno strumento più idoneo per ren­
dere la giustizia sicura, rapida e comoda come il Duce vuole.
Il Carnelutti osserva a questo punto che il personale giudiziario è
scarso e quindi fa torto al progetto di aver cercato di rimediare alla in
sufficienza del numero dei giudici col sistema del giudice unico.
Noi riteniamo, come abbiamo dimostrato altrove, che il sistema
del giudice unico non è un espediente per rimediare alla deficienza nu­
merica dei magistrati, come può essere considerato in un certo senso
l ’esperimento del 1913, ma è un sistema che deriva da quei principi
di responsabilità, di moralizzazione e di rapidità ai quali si ispira la
riforma nel creare un tipo nuovo di processo civile nel quale il giudice
non è l ’ osservatore passivo che parla soltanto a mezzo di sentenze, non
assiste alla guerriglia delle parti, ma la condotta delle parli dirige ai fini
della ricerca della verità.
Ma a parte questo : quale è l ’ argomento che il Carnelutti porta a
difesa del giudice collegiale?: che due occhi vedono meglio di un o c­
chio solo.
Vecchio adagio che può valere per le funzioni visive appunto per­ ..

chè la natura ha assegnato tale funzione a due organi che sono appunto
gli occhi, ma che non vale nel caso in esame perchè l ’intelligenza, la
volontà e la coscienza che sono gli attributi necessari per la funzione

hv
— 31

giudiziaria non sono dalla natura assegnali a gruppi di tre o di cinque


persone (Collegio) ma sono altribuli cininenlemente e caraltcrìstica-
nieiile uiiiluri e personali.
La questione quindi — a parie gli scherzi di parole — si risolve
neH’ apprezzamento delle doti del giudice chiamato a decidere la contro­
versia. Il progetto di riforma presume naturalmente che questo giudice
sia pienamente capace, cioè abbia tutte le qualità morali, intellettuali e
tecniche per adempiere al suo alto ufficio.
Il prof. Carnelutti parte invece dal presupposto che i giudici siano
in gran parte inidonei e con essi gli avvocati (e perchè non anche i li­
tiganti?). Ora questa generalizzazione pessimistica di difetti e di defi­
cienze che possono riscontrarsi nei singoli, non solo non è giusta, ma
non aiuta a risolvere il problema: perchè se si ammette che quasi tutti
i giudici sono inidonei, è chiaro che la decisione emessa da tre giudici
inidonei che sia quindi la risultante di una incapacità tre volte aggra­
vata, è assai più da temere della decisione emessa da un solo giudice
incapace!
Noi pensiamo invece che il presupposto della capacità del magi­
strato che sarà chiamato ad adempiere alle funzioni del giudice unico
sia una realtà non solo perchè la maggioranza dei magistrati italiani è
oggi tale da offrire l ’ assoluta garanzia di .saper ben giudicare anche se
chiamata isolatamente a tale compito, ma anche perchè la riforma pro­
gettata si accompagna ad un insieme di provvedimenti, alcuni dei quali
già in attuazione, altri in corso di preparazione, che tendono a perfe­
zionare sempre più l ’organismo giudiziario e quindi le attitudini e il
rendimento dì ciascun giudice.
In altri termini, il problema della capacità del giudice in rapporto
appunto alle maggiori responsabilità che egli va ad assumere col nuovo
sistema processuale è stato ben tenuto presente per modo che alle nuo­
ve funzioni assunte dai giudici corrisponderanno le qualità di coloro
che saranno chiamati man mano ad assolverle. I provvedimenti ai qua­
li abbiamo accennato sono di ordine contingente e di ordine definitivo;
riguardano cioè da una parte il miglior rendimento del sistema di re­
clutamento e di tirocinio dei giovani magistrati attualmente in vigore e
dall’ altra una riforma dell’ ordinamento giudiziario. Appartengono al
primo ordine i provvedimenti adottati dal Ministro Guardasigilli fin
dal luglio 1935 per la preparazione morale e l ’ addestramento tecnico
e professionale dei giovani magistrati (uditori); appartengono al secon­
do ciclo i provvedimenti in preparazione per i corsi di perfezionamento
ilei magistrati e per la riforma dell’ ordinamento giudiziario che com por­
terà la unificazione delle carriere.
— 32 —

Prima ancora che la riforma dei Codice di Procedura si attui, si


prepara dunque con avveduta lenij>eslività lu selezione del personali'
che sarà chiamato ad attuare la riforma. Niente c lasciato ai caso o alla
improvvisazione : sopratutto nessuno dei pericoli o delle incertezze che
sono stati segnalati è sconosciuto o è stato trascurato da coloro che han­
no assunto di fronte al Duce e al Regime la responsahilìtà di dare al­
l ’ Italia fascista il codice fascista.

* * *

Come si svolgeva fino al 1935 il periodo di tirocinio dei giovani


magistrati che avevano vinto il concorso per la nomina di uditori giu­
diziari?
Senza nessuna norma preordinata e senza nessuna precisazione del­
le finalità da raggiungere. I giovani magistrati erano inviati ai vari
Uffici giudiziari ed assistevano quindi come degli osservatori allo svol­
gersi di una parte dei lavoro giudiziario e precisamente di quella che
si svolgeva in quel particolare ufficio al quale erano addetti. Se pure riu­
scivano a dare una utile collaborazione al lavoro di questo ufficio, tale
collaborazione era dovuta esclusivamente alle attitudini e alle iniziative
personali e comunque non andava oltre la cerchia di quei particolari
affari giudiziari dei quali l ’ uditore poteva a volta a volta interessarsi.
Il Ministro Guardasigilli con suo provvedimento del luglio 1935,
ha invece dettato norme precise per la preparazione morale e l ’ adde­
stramento tecnico professionale degli uditori stabilendo appunto che
l ’ uditorato deve servire a rendere i giovani (che hanno dato attraverso
il concorso solo la prova della preparazione culturale richiesta dall’ u f­
ficio) atti moralmente e tecnicamente alla funzione delicata alla quale
sono chiamati. Gli uditori quindi sono riuniti in gruppi sotto la dire­
zione di un eminente magistrato nominato dal Ministro su designazione
dei Presidenti della Corte, il quale cura con conversazioni ed esperi­
menti quotidiani la preparazione morale e l ’ addestramento professio­
nale dei giovani magistrati i quali così vivono — sotto la guida del magi­
strato anziano che accoppia quindi alle doti personali le qualità deri­
vanti dall’ esperienza — il fenomeno giudiziario in tutta la sua com ­
plessità; imparano piano piano a trasferire nella realtà della valutazio­
ne dei casi pratici le cognizioni teoriche che hanno appreso nelle Uni­
versità; imparano a sceverare immediatamente tra i molti elementi del­
la causa quelli decisivi e a cogliere i punti essenziali della questione;
a.ssumono insomma a contatto con i magistrati più anziani e prima an­
cora di avere la diretta responsabilità deH’ amministrazione della giu­
stizia, quella particolare forma di mente é quella particolare dignità di
~ 33 —

carattere (anche il carattere si forma attraverso l ’ esempio), che sono


propri del giudice.
A questo primo provvedimento che tende a perfezionare ed a ren­
dere più aderente alle necessità del momento il vecchio sistema del-
! ’ « Uditorato » altro se ne aggiunge in via di preparazione e che riguar-
da i corsi di perfezionamento per magistrati che saranno prossisamen-
te istituiti presso le Corti d ’Appello, sedi di Università; corsi di per­
fezionamento che tendono a dare al magistrato quella specializzazione
che si ottiene attraverso la conoscenza più approfondita e più minuta
sia nelle varie branche delle attività sociali dello Stato, sia delle varie
norme legislative che sono emanate volta a volta e che si aflSancano al
complesso delle leggi raccolte nei codici come una poderosa fioritura
attraverso la quale lo Stato fascista, adempie giorno per giorno al suo
compito di tutela e di incremento del benessere nazionale e del benes­
sere individuale.
L ’ ordinamento sindacale corporativo dello Stato, le aumentate fu n ­
zioni assistenziali nel campo delle assicurazioni sociali, tutto il com­
plesso dei rapporti e delle norme di lavoro, per non accennare che agli
elementi più essenziali della nuova attività politica e legislativa dello
Stato fascista, non si studiano nelle Università che scarsamente: eppure
essi devono essere ben conosciuti dal giudice che dovrà domani dire
la sua parola definitiva nelle controversie che nascono appunto nell’ am­
bito ed in occasione di questi rapporti.
A questi provvedimenti si ricollega infine il provvedimento già
preannunciato dal Ministro nella sua circolare del luglio 1935 circa la ri­
forma delle norme piuttosto numerose che regolano l ’ ordinamento giudi­
ziario. Non è mio compito e non sarebbe questa la sede di prevedere
quali saranno le linee direttive del nuovo ordinamento, ma non è diffi­
cile arguire, ponendo appunto la riforma dell’ ordinamento in rapporto
con la riforma del codice di rito, che le nuove norme tenderanno a dare
non solo maggiore sicurezza, ma maggior prestigio e maggiori possibi­
lità di rendimento alla carriera giudiziaria : il che presuppone la uni­
ficazione delle carriere.
Il giovane magistrato che ha avuto l ’ onore di entrare a far parte
della famiglia giudiziaria attraverso il concorso trascorrerà un periodo
che sarà il più fecondo per la formazione della sua personalità di giu­
dice perchè lo porrà quale uditore a contatto della vita giudiziaria, non
abbandonato a se stesso come avveniva per il passato, ma seguendo un
indirizzo unitario attraverso i corsi di perfezionamento. Quindi egli sa­
rà nominato Pretore e poi Giudice. Siamo arrivati al punto cruciale
della carriera e della questione che in questi giorni si agita : questo giu-

6 ^
— 34 —

dice che sarà chiamalo a giudicare non più come membro di un colle­
gio, ma come individuo, avrà le qualità necessarie e sufficienti.''
Il cammino che egli deve percorrere attraverso gli studi universi­
tari, la selezione del concorso, la preparazione morale e professionale
dei corsi di perfezionamento per giungere alla dignità e alla responsa­
bilità del giudice ne danno pieno affidamento. Certo non pochi si arre­
steranno lungo la via e saranno destinati ad uffici di minore responsa­
bilità. E’ il destino di tutte le carriere e di tutte le competizioni uma­
ne; ma, appunto per questo, coloro che giungeranno fino alla fine e cioè
coloro che assumeranno la dignità e la responsabilità del giudice po­
tranno e sapranno adempiere alla loro funzione con quella garanzia per
i litiganti e sopratutto per lo Stato che i troppo timidi o i troppo mali­
ziosi avversari del Giudice unico ritengono, a torto, riposta neiristituto
del giudice Collegiale.
L A R I F O R M A
B LE E S P E R I E N Z E S I N D A C A L I

Non sembri fuori posto scrivere della riforma del Codice di Pro­
cedura Civile in un giornale schiettamente sindacale; prima di tutto
perchè, come ho avuto occasione di scrivere altrove, tutto ciò che si at­
tiene alla formazione del diritto ed alla amministrazione della giustizia
in un Regime totalitario come il nostro ha carattere politico prima an­
cora che tecnico e interessa perciò tutta la comunità nazionale della qua­
le i lavoratori che leggono questo foglio sono parte fondamentale: in
secondo luogo perchè alcune delle più interessanti esperienze che sono
state fatte proprio nell’ ambito dei rapporti di lavoro hanno contribuito
a dare il suo carattere alla riforma.
Ricordiamo che è stato proprio in occasione della discussione sul­
le norme per la risoluzione delle vertenze individuali del lavoro, nel-
1 assembleai del Consiglio nazionale delle corporazioni del gennaio
1933-XI, che il Duce ha manifestato il suo pensiero sui caratteri di un
sistema procedurale in senso fascista. « La giustizia — ha detto allora
il Duce — per essere efficinte deve essere comoda e rapida : cioè chi
chiede giustizia non deve essere soffocato da troppo complicate proce­
dure. La giustizia deve essere resa nel più breve tempo possibile )>.
L indirizzo e la finalità della riforma che il Ministro Solmi ha predispo­
sto e il cui progetto preliminare è stato da qualche mese distribuito agli
Enti chiamati a dare il loro parere, sono stati dunque precisati dal Duce
in occasione di una discussione che interessava direttamente i lavora­
tori. Aggiungiamo anzi che la procedura per le vertenze individuali del
lavoro può considerarsi, in un certo senso, come il nocciolo dal quale
si è poi sviluppato con le necessarie integrazioni e amplificazioni 11 com­
plesso delle norme che costituisce il nuovo codice che assorbe natural­
mente anche le norme particolari per le vertenze di lavoro.
La iniziativa nata nell’ ambito dei rapporti di lavoro, l ’ esperienza
compiuta attraverso la risoluzione delle vertenze di lavoro che sono sta-

Questo articolo c stato pubblicato sn a II Maglio b di Torino, n. 12 del 22-9-1937-XV.


36 —

le sempre curate e sejiuite dalle Associazioni sindacali con un senso di


vasta coraprensionee di alta responsaliililà, possono dunque considerar­
si due fattori non trascurabili di questa riforma che ha suscitato così vi­
vo interesse anche fuori degli ambienti giudiziari. L ’ aver raccolto que­
sta iniziativa e l’ aver tenuto presente questa esperienza testimoniano
della nobiltà di intenti e della sicurezza di disegno che hanno presiedu­
to alla redazione del progetto di riforma.
Qualcuno di noi in quella assemblea del Consiglio nazionale delle
corporazioni che abbiamo sopra ricordato aveva messo in rilievo le de­
ficienze e le incongruenze del vecchio sistema procedurale dimostrando
la necessità di trasformarlo secondo le caratteristiche e le esigenze della
civiltà fascista, « sostituendo cioè — sono parole che si leggono nel re­
soconto stenografico della seduta — alla figura del Giudice simile ad
un Budda che assiste con le braccia incrociate alle dispute che si svolgo­
no dinanzi a lui e non può intervenire se non a colpi di sentenza, il Giu­
dice che non assiste al dibattimento, ma lo dirige e regola fin da princi­
pio l ’ attività delle parti e la ricerca delle prove ». Chi pronunciava
queste parole parlava in nome di una grande Confederazione di lavo­
ratori fascisti e pertanto aveva avuto occasione di sperimentare che è
sopratutto nell’interesse dei lavoratori (che non hanno nè tempo nè de­
naro da sciupare in vani e complicati quelli giudiziari) che il sistema
processuale deve rispondere a queste tre caratteristiche: potere di dire­
zione del Giudice; responsabilità dalle parti e dei patroni; semplicità
delle form e.
Orbene possiamo affermare senza tema di smentita che il progetto
di riforma che non è il caso evidentemente di esaminare in questa sede
punto per punto, risponde in pieno a queste caratteristiche e che le cri­
tiche più o meno larvate e le mormorazioni di corridoio intorno al nuovo
progetto sono ispirate a quella pigrizia intellettuale e morale per la quale
molti accettano indolentemente lo statu quo, pur di non fare quel piccolo
sforzo di volontà e di intelligenza che ogni riforma in qualiasi campo
richiede.
Qualche esempio basterà per dimostrare come nel nuovo progetto
siano trasfusi i principii, che hanno sempre ispirato le associazioni sin­
dacali nella loro attività — sotto ogni aspetto riguardevole — in tema
di vertenze di lavoro.
Accenniamo al tentativo di conciliazione e al metodo di ricerca del­
le prove.
Il tentativo di conciliazione, sia in sede sindacale sia in sede giudi­
ziaria, introdotto per la prima volta legislativamente neU’ ambito dei rap­
porti di lavoro, si è rivelato un efficace strumento per raggiungere quel
punto di equilibrio dei contrastanti interessi che è la finalità di ogni dì-
— 37 —

scussione cosi in sede di formazione come in sede di risoluzione dei


rapporti di lavoro.
Orbene il progetto di riforma estende la obbligatorietà del tentati­
vo di conciliazione a tutti i giudizi (art. 161 del progetto) e dispone che
il tentativo stesso sia rinnovato alla chiusura della istruttoria (art. 182).
Si intende che ci sono delle controversie che non possono essere conci­
liate : sono quelle nelle quali si discute della esistenza di un diritto che
non ammette possibilità di transazione. Ma nella maggior parte dei casi
e quando l ’essenza e il valore di questo diritto in discussione possono
mutarsi in una somma di denaro o in un obbligo di dare qualche cosa,
la transazione è sempre possibile ed è spesso utile. II tentativo di bona­
rio componimento sarà nella nuova procedura tanto più efficace in quan­
to il Giudice fin dal primo momento conosce i fatti e gli elementi della
causa che è stata a lui assegnata quale Giudice unico e può quindi cer­
care di avvicinare le divergenti richieste delle parti con quel senso di
responsabilità che deriva non soltanto daU’ ufficio, ma dalla esatta valu­
tazione delle ragioni e delle prove a sostegno delle due tesi.
Altro esempio notevole dì questa aderenza del nuovo sistema pro­
cessuale alle aspirazioni e alle esperienze proprie dei lavoratori ci è da-
dal metodo di ricerca delle prove.
Il Giudice dirige, anche a questo fine, l ’ attività processuale delle
parti e determina i fatti che devono essere provati attraverso l ’interro­
gatorio 0 la prova testimoniale e gli elementi che devono essere accertati
attraverso la perizia, per cui non può darsi più la eventualità che una
prova si dimostri poi insufficiente ai fini della decisione.
Per quanto riguarda la prova documentale, è ancora il Giudice che
ordina alla parte che è in posseso del documento di esibirlo salvo a rite­
nere, in caso di mancata esibizione, nrovato il contenuto attribuito dal­
l ’ avversario al documento stesso (art. 185).
Quando si pensi che molte controversie in sede di lavoro non hanno
la soluzione giusta perchè il datore di lavoro non esibisce quella tale
quietanza, quella tale lettera, quel tale libro contabile che sono in suo
potere e il lavoratore, per l ’ attuale procedura, non ha mezzi per co­
stringere il suo contradittore alla esibizione del documento che egli ri­
tiene decisivo, si comprende facilmente come il nuovo sistema, adottato
dal progetto per la ricerca delle prove, ponga veramente le parti su un
piano di assoluta eguaglianza, secondo lo spirito che è insieme il pre­
supposto e la finalità di tutto il nostro ordinamento sindacale corpo­
rativo.
PAROLE AI COLLEGHI AVVOCATI

Abbiamo rilevato da non poche conversazioni avute con camerati


più o meno autorevoli e anche dalla lettura del parere emesso dai di­
rettori di alcuni sindacati, che gli avvocali non si mostrano entusiasti
del progetto di riforma del codice di procedura civile, pur riconoscendo
i molti pregi.
Pensiamo che essi assumono quasi inconsciamente una posizione
di diffidenza nei confronti di questa riforma perchè la riforma inter­
rompe, sposta, modifica quel sistema che è insieme un complesso di abi­
tudini professionali e mentali al quale sono da lunghi anni abituati.
Inoltre nell’ atteggiamento critico degli avvocati influisce sensibilmente la
preoccupazione tult’ altro che illegittima della tutela dei propri interessi
professionali.
Non saremo noi, che siamo stati fra i primi aderenti alla organizza­
zione sindacale fascista, alla quale abbiamo dato per lunghi anni una at­
tività modesta ma appassionata, a disconoscere la importanza della di­
fesa degli interessi delle singole categorie nel piano degli interessi su­
periori della collettività nazionale e non saremo quindi noi a conte­
stare agli avvocati il diritto e vorremmo aggiungere il dovere, di difen­
dere gli interessi della propria categoria.
Ma questa difesa, come è canone fondamentale della nostra dot­
trina politica e sindacale, non può essere impostata e svolta se non in
relazione agli interessi superiori della nazione ai quali devono in ogni
caso e in ogni tempo subordinarsi gli interessi dei singoli e delle catego-
rie. Nel caso in esame la questione può prospettarsi in questa form a:
ammesso che il progetto di riforma importi un certo sacrifizio degli in­
teressi della categoria professionale degli avvocati questo sacrifizio è ne­
cessario e utile al fine che la riforma si propone, cioè di rendere la giu­
stizia rapida, comoda e più rispondente alle esigenze del popolo fascista?
Non crediamo — in tutta sincerità — che possa darsi a questa do­
manda una risposta negativa. Riconosciamo, come abbiamo già rilevalo

Questo articolo è stato pubblicato su c< La Terra », n. 9-10 del 1937.XV.


r
40 —

in un precedente artìcolo (V . « La Terra » , u. 5 maggio J937), che dal­


la attuazione della riforma potrà derivare qualche danno economico per
le categorie forensi in rapporto a] numero e allo svolgimento delle cause
perchè la semplificazione della procedura, la soppressione delle forma­
lità e delle complicazioni non strettamente necessarie alla ricerca della
verità, l’ impedire che il litigante naufraghi in un mare di carta bollata,
come il Duce ha notato col suo stile inimitabile, in una parola il nuovo
sistema procedurale eviterà le cause che oggi nascono dalle cause: ma se
pure da questo decongestionamento dovesse derivare un danno ec«momi-
co, esso non solo è largamente compensato dal vantaggio che la generalità
dei cittadini ricava dalla semplificazione della procedura, ma è più appa­
rente che sostanziale, perchè la maggior fiducia verso l ’ organizzazione
della giustizia ordinaria e la celerità con la quale potranno svolgersi i
giudizi, faranno per un altro verso aumentare il numero delle cause.
Quegli che oggi teme di iniziare una lite, anche quando crede di
avere ragione, perchè pensa che questa lite potrà durare a lungo attra­
verso le complicazioni procedurali più o meno tortuose, e preferisce sop­
portare il sopruso o il danno patrimoniale per il quale dovrebbe rivol­
gersi al magistrato, oppure cerca di ottenere attraverso arbitrati o al­
tri interventi la difesa del proprio diritto, si rivolgerà con maggiore fre­
quenza e con maggiore fiducia al patrocinio dell’ avvocato, quando sarà
sicuro che la lite si svolgerà rapidamente con il rispetto degli interessi
delle parti, ma senza che le parti possano abusare della loro posizione
processuale.
Ancora: l ’ attività professionale sì orienterà più verso la consulenza
che verso il patrocìnio contenzioso e gli avvocati ne trarranno maggior
decoro e anche maggiore utilità economica.
Essi torneranno così al loro compito essenziale di interpreti, di di­
vulgatori, di collaboratori della legge e della giustizia e sarà frequente
il caso — che del resto non è raro nemmeno oggi — di avvocati che da­
ranno raramente il loro nome ad una lite giudiziaria e che frequente­
ranno solo occasionalmente le aule di giustizia, pur esercitando con lar­
ghezza di risultati il loro ministero.
Certo a questo nuovo orientamento della attività professionale dovrà
corrispondere una nuova coscienza della funzione dell’ awocato anche
da parte dei cittadini i quali dovranno comprendere che l ’ intervento del­
l ’ avvocato è diretto non a complicare od a confondere — come spesso sì
ritiene oggi — ma a chiarire ed a semplificare i rapporti sociali, perchè
là dove sono inizialmente chiare le posizioni reciproche fra chi deve
dare e chi deve avere, è assai più agevole la definizione giudiziale, in
caso di controversia.
41 —

Riteniamo pertanto che dal punto di vista strettamente professiona­


le, gli avvocati possano considerare la riforma con animo tranquillo, an­
zi con soddisfazione perchè la riforma accelererà e completerà il proces­
so di epurazione morale e colturale della categoria che ha il peso morto,
del quale non riesce ancora a liberarsi, dell’ eccesso del numero che va
a scapito della qualità.

* * *

Ma ci sono delle critiche e delle preoccupazioni degli avvocati che


derivano non da considerazioni di interessi di categoria, ma da questioni
di principio. Queste critiche e queste preoccupazioni sono maggiormente
meritevoli di essere prese in considerazione perchè sono ispirate a quella
collaborazione che il Regime chiede opportunamente alle categorie pro­
fessionali anche quando si tratta di discutere problemi di carattere ge­
nerale.
Le critiche — se non erriamo — riguardano soprattutto tre punti:
La estensione che è considerata eccessiva dei poteri del giudice; la rapi­
dità del processo che può importare la mortificazione della funzione del­
la difesa; lo snellimento eccessivo della procedura che può minacciare
la ricerca obiettiva della verità.
Osserviamo in via preliminare che queste critiche sono dirette non
ai principi informatori della riforma ma ad un presunto « eccesso » di
applicazione di tali principi. In altri termini non si nega da nessuno e
tanto meno dagli avvocati, che sono i più sensibili osservatori delle defi­
cienze della vecchia procedura, che una procedura nuova, una proce­
dura fascista, deve ispirarsi a questi tre criteri : della effettiva direzione
del giudizio affidato al giudice, della rapidità del processo e quindi dello
snellimento della procedura: ma si teme che una applicazione troppo
ampia e troppo rigorosa di questi criteri possa turbare il raggiungimento
della finalità estrema di ogni procedura che è quella di mettere in grado
il giudice di decidere con piena conoscenza dei fatti e dopo che le parti
abbiano potuto svolgere con assoluta libertà le proprie difese. Si tratta
dunque, come abbiamo sopra avvertito, di evitare non il principio, ma
l ’ eccesso della applicazione del principio.
Il problema è dunque di dettaglio, di esame delle sìngole disposizio-
zìoni. Il problema è di vedere se e quali particolari disposizioni debbano
essere rivedute perchè la riforma abbia piena aderenza ai principi in­
formatori senza quegli eccessi che in questo, come in ogni campo, sono
dannosi.
f
— 42 —

Ora il progetto, che è stato distribuito agli Enti per il prescritto pa­
rere, è un progetto preliminare, cioè non definitivo, cioè suscettibile di
perfezionamenti. Se il Regime vuole compiere la riforma, della cui ne­
cessità e della cui urgenza nessun uomo di senno può dubitare, attraverso
la collaborazione anche di coloro che non hanno la diretta responsabi­
lità della riforma stessa, se è stato chiesto il parere di tanti e così nume­
rosi Enti, è seguo evidente che non c’ è nessun impedimento, uè morale,
nè giuridico, nè politico ad accogliere quelle proposte che risulteranno
utili ai perfezionamento del progetto.

* * *

Non tutte le critiche e le proposte, difalti sono dirette a perfezio­


nare il progetto. Se esaminiamo, per esempio, i punti che hanno richia­
mato la particolare attenzione degli ambienti forensi, sorgono forti mo­
tivi di dubbio circa la fondatezza di alcune critiche e la opportunità di
alcune proposte.
La estensione dei poteri del Giudice, si dice, con la facoltà attribui­
tagli di istruire la causa oltre ed in contrasto con le stesse richieste delle
parti, farà sì che il giudice imprimerà fin da principio un indirizzo per­
sonale alVandamento del processo.
Ma che cosa significa indirizzo personale? Se questo indirizzo c fuori
della legge e fuori delle finalità del processo, allora ci troviamo di fronte
ad un Giudice che fa cattivo uso delle facoltà concessagli, ed un cattivo
Giudice sarà un cattivo Giudice quale che sia il siste.ma processuale in
vigore.
Ma esclusa questa ipotesi che non può rappresentare che una ecce­
zione rarissima, Tindirizzo che il Giudice imprimerà al processo sarà
idoneo a raggiungere la verità, non potendosi presumere che egli par­
teggi inizialmente e per partito preso per l ’ uno o per l ’ altro dei litiganti.
Che se .si ammette questa possibilità, crolla il fondamento morale della
amministrazione della giustizia, perchè sarà sempre il Giudice, quale che
siano le facoltà concesse alle parti durante la istruttoria, che dovrà emet­
tere la decisione e che dirà quindi la parola conclusiva della vertenza.
Se con la qualifica di « personale » si vuole invece intendere che il G iu­
dice assumerà fin da principio direttamente e quindi personalmente la
responsabilità della condotta della causa, osserviamo che questa è una
delle più pregevoli caratteristiche della riforma che tende appunto a so­
stituire al giudice che assiste al duello giudiziario, il giudice che dirige
sia la condotta processuale delle partì sia la ricerca delle prove. Ora non
si può avere un Giudice che dirige, nell’ interesse superiore della giu­
stizia, il dibattimento, senza dargli i poteri di direzione. Per l’ attuale
— '43 —

procedura randamento della causa è lasciala all’ arbitrio delle parti che
possono dosare ed anche negare le possibilità di ricerca della verità; il
nuovo sistema trasferisce il potere di direzione dalle parti al Giudice
appunto perchè anche in materia civile Tamministrazione della giusti­
zia non è un affare privato che interessi soltanto i litiganti, ma è una fu n ­
zione di Stato che interessa quindi la collettività nazionale prima an­
cora che i privati.
S’ intende che in materia civile l ’ interesse del singolo ha un parti­
colare rilievo perchè l ’ azione giudiziaria non è d’ ordine pubblico ma
di iniziativa privala e perciò il progetto lascia al singolo la facoltà di
determinare l ’ ogetto della domanda, i fatti e gli elementi di diritto sui
quali si fonda ed i mezzi di prova dei quali intende valersi (art. 131).
Ma determinato così |»er iniziativa e per volontà delle parti 1 oget-
lo della domanda, è il Giudice, al quale la parte si è rivolta, che do­
vrà prendere tutti i provvedimenti atti a raggiungere la finalità del pro­
cesso (art. 158) senza attendere Io stimolo che può anche ritardare o
mancare delle parti. Si è rilevato che può accadere che la parte ed il
patrono non siano in grado fin dall’ inizio, di indicare tutte le prove a
sostegno della domanda, ma a (juesta possibilità provvede rarlicolo 176
che consente alla parte — a seguito delle risultanze della prova già esau­
rita — di chiedere il completamento della prova stessa od anche al­
tro mezzo istruttorio. La nonna che l ’ atto introduttivo del giudizio deb­
ba contenere l ’ indicazione delle [U'ove e l ’ offerta dei dociiinenli men­
tre giova ad impostare l ’ azione fin dall’ inizio su di ima base certa e chia­
ra e ad impedire quindi l’ ingresso ad azioni cervellotiche, temerarie, o
comunque sfornite di ogni elemento di prova, non preclude una suc­
cessiva istruttoria che può essere fatta a richiesta della parte o di u f­
ficio (art. 176).
II timore ((uindi che per la negligenza o per la incapacità del patro­
no nello stillare l’ atto di citazione (ipotesi anche questa da considerare
soltanto come una rara eccezione come quella del giudice... partigiano)
possano essere irrimediabilmente compromessi gli interessi della parte,
non è fondato, perchè il progetto consente la richiesta di nuova prova
anche ad istruttoria iniziata.
Sul secondo punto e cioè sulla pretesa mortificazione della funzio­
ne della difesa, ammettiamo che qualche norma troppo rigorosa possa
essere modificata, come quella relativa alle penalità previste per le parti
e per i patroni che non ottemperino agli ordini del giudice, penalità che
potranno essere nel caso dei patroni comminate dall’ organo sindacale
che è già investilo dagli opportuni poteri disciplinari. Del resto l ’ attuale
codice prevede penalità a carico dei patroni. Ricordiamo quella dell’ ar­
ticolo 243, che commina nn ammenda fino a L. 25 e l’ espulsione dal-
— 44 —

l’ aula contro il patrono che abbia interrotto il testimo^ie durante l ’ esa-


me. Eppure questa disposizione non ha sollevato critiche, nè ha im pe­
dito che la più cordiale comprensione dei doveri e delle reciproche fa ­
coltà, si costituisse fra avvocati e giudici. Non parliamo delle numerose
penalità previste dal codice di procedura penale a carico dei patroni.
Comunque non possiamo accettare il principio al quale sembrano ispi­
rate le proposte di modifiche e cioè che la funzione del decidere e la
funzione della difesa vanno poste sullo stesso piano. E’ vero che il pa­
trono è e deve essere consideralo come un collaboratore del giudice ma
non è men vero che la collaborazione, come insegna tutta la nostra dot­
trina politica e corporativa, non esclude anzi presuppone la gerarchia.
Se la direzione del processo spetta al Giudice e non ai Patroni (e non
potrebbe essere altrimenti j)erchè il giudice rappresenta lo Stato ed i pa­
troni rappresentano i singoli) è chiaro che la funzione del Giudice in
quanto investito della funzione di decidere fra le opposte tesi dei liti­
ganti, deve essere non sullo stesso piano ma su di un piano suj)eriore.
altrimenti non si avrebbe alcuna disciplina processuale. In questa po­
sizione di subordinazione al Giudice, ai fini processuali, gli avvocati non
possono vedere una menomazione della loro funzione sociale e politica
e tanto meno una offesa al loro prestigio, perchè essa è ispirata non a
considerazioni personali ma alla posizione che appunto per le loro di­
verse funzioni il patrono ed il Giudice assumono nel processo.

E veniamo, anzi torniamo, alla questione del Giudice unico, che


per un capriccio della sorte è divenuto il punto cruciale della riforma
come se tutta la riforma non consistesse che nella sostituzione del giu­
dice al collegio per le cause di Tribunale (1). E’ da ricordare infatti che
il Giudice unico è ben conosciuto all’ attuale codice che ne disciplina il
funzionamento per le cause di competenza del Pretore, cause che sono
le più numerose e che toccano più da vicino il popolo appunto perchè
di valore economico non rilevante. Non è dunque questa del Giudice
unico una scoperta sensazionale del progetto di riforma che non ha
fatto che estendere il funzionamento dei Giudice unico a tutti i giudizi
di primo grado, ristabilendo una posizione di equilibrio che non può
sfuggire ad alcuno.

( !) Ci piace ricordare un dato sUitistico, l.’esperimento del Giudice Unico nel 1912
ha avuto com e conseguema {anzi com e finaUlà) la riduzione di 200 Giudici e di 50 Pre$iden-
li di Sezione. N oi sosteniamo invece che la riforma del Codice di rito dovrà essere accom­
pagnata dalla riforma dell’ ordinamento giudiziario allo scopo di aumenlare il numero dei
giudici e perfezionarne la preparazione tecnica e culturale.
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E quando si pensi che il sistema collegiale è mantenuto pev i giudizi


di appello, non si comj»rende perchè la questione abbia sollevato tanto
riiimire dal momento che essa, in via di principio e in vìa di esperienza,
è superata da decenni e cioè dalla promulgazione del primo codice di
procedura del ricostituito Regno d’Italia.
La estensione del sistema, dopo la esperienza più che convincente,
dei giudizi pretorili (che nessuno degli oppositori propone siano svolli
in forma collegiale) perchè dovrebbe essere cagione di tutti i guai che
gli oppositori paventano, e che non si sono verificati in sede di giudizi
pretorili?
Attendiamo una risposta seria a questa domanda tanto semplice.
Sempre a proposito del Giudice unico, è da combattere vigorosa­
mente la proposta che è stata fatta da qualcuno, e che costituisce oltre
tutto, uno scimmiottamento di ordinamenti stranieri, cioè di una solu­
zione intermedia nel senso di lasciare al Giudice unico la istruttoria del­
la causa e di far intervenire il Collegio al momento della decisione.
Questo espediente avrebbe gli svantaggi di tutti e due i sistemi senza
averne i pregi.
Basta pensare alla posizione nella quale verrebbe a trovarsi il giu­
dice relatore il quale, dopo aver diretto la istruttoria della causa, dopo
aver raccolto le prove e dopo aver ritenuto che tali prove siano suffi­
cienti alla decisione della lite, vedesse obiettare dai due colleghi che
formano il collegio e che sono rimasti fino a quel momento estranei alla
causa, che la istruttoria non è completa.
Chi proseguirà questa istruttoria? Lo stesso Giudice che la consi­
dera superflua perchè aveva già ritenuto la lite matura per la decisione
od un altro Giudice che dovrebbe quindi rendersi padrone della causa
e riprendere da capo la istruttoria?
Accenniamo soltanto ad uno degli inconvenienti del sistema pro­
posto il quale, secondo noi, ha il difetto essenziale dì distruggere quella
che è la caratteristica più avvincente del sistema del Giudice unico e
cioè quella della responsabilità unitaria del giudìzio.
E’ su questo terreno che deve risolversi la questione del sistema
collegiale o del sistema unitario.
Se si pensa che un giudice, non l ’ uditore appena entrato in carriera,
come vogliono far credere alcuni critici superficiali, ma il magistrato
nella pienezza delle sue capacità intellettuali morali e tecniche (perchè
le funzioni del giudice unico saranno affidate appunto a questi magistra­
ti), se si pensa che il giudice, soltanto perchè è uno solo, non sia in grado
di assumere la responsabilità del giudizio e abbia in ogni caso bisogno
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del conforto della opinione <lì altri due colleghi, se cioè si ritiene che
mentre singoli individui possono assumere ben diversa responsabilità
nel campo delle pubbliche amministrazioni, della politica, della guer­
ra, ecc., non possano decidere da soli questioni di carattere patrimoniale
con una sentenza che non è definitiva, ma che può essere ancora og­
getto di riesame in appello e in cassazione, se si ritiene questo, allora bi­
sogna riformare nel senso collegiale tutto il sistema a cominciare da quel­
lo dei giudizi pretorili perchè non si può fare una differenza qualitativa
fra la giustizia del Pretore e quella del Tribunale (1).
Queste osservazioni, ed altre che sorgono spontanee alla mente de­
gli esperti di cose giudiziarie, valgono anche per la proposta fatta da
altre parti di adottare il Giudice iiuico per i comuni giudizi e di riservare
il collegio per i giudizi nei t[uali è interessato lo Stalo. Questa concezione
di una giustizia diversa sia pure formalmente in rapporto alle persone
dei litiganti, ha evidentemente un atroce carattere medioevale. Senza
contare che il giudice delle cause nelle quali non è interessato lo Stato
è il Giudice più vicino al popolo, il Giudice al quale il popolo nella sua
gran massa si rivolge più frequentemente, e perciò deve avere le mag­
giori qualità e deve dare le migliori garanzie.
Concludendo : il sistema del giudice unico è il più convìncente, il
più semplice, il più redditìzio per una amministrazione della giustizia
rapida e comoda, come è richiesta dalla nostra sensibilità e dalla no­
stra coscienza fascista. E non si preoccupino gli eterni brontoloni e gli
eterni laudatori dei vecchi sistemi : non sarà difficile aumentare il nu­
mero dei Cancellieri e sistemare in aule decorose i vari giudici di cia­
scun Tribunale! , / i
Non sono questi problemi di ordinaria amministrazione (che per
altro non devono e non saranno trascurati) che possono influire sul de­
stino di una riforma che bisogna considerare proiettata nel tempo. Nè
la deficienza di un certo numero di uffici giudiziari può apparire come
un ostacolo in questo tempo mussoliniano che vede sorgere dal nulla,
di anno in anno, intere città. ; - w,- ; „ i Ca I

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VA R E S g ì
( l ì C i si potrebbe obictlnre: perchè allorii il progciio mantiene la forma collegiale, il
p er i giudizi cH appello? Rispondiamo che la natura del giudizio di appello è diversa in
guanto i fatti della causa sono già stali appurati e risullaiw da una sentenza. Si tratta di
riesaminare la definizione giuridica dei fatti stessi e le conseguenze economiche che ne
derivano e queste sono quislioni alta cui soluzione può contribuire efficacemente uno scambio
di idee in seno al collegio.