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ELEMENTI

DI TEORIA MUSICALE

DISPENSA INTERNA PER L’ESAME DI AMMISSIONE AL LICEO MUSICALE
“CARDUCCI – DANTE” DI TRIESTE
a cura del docente Roberto Frisano



La musica
La musica è una forma di espressione che ha accompagnato l’uomo nella sua evoluzione e
nella sua storia. È un’attività con un suo linguaggio proprio, legato allo sviluppo delle culture e
delle epoche storiche. Una definizione che ben inquadra la musica, di qualunque tipo essa sia,
è la seguente: la musica è l’elaborazione dei suoni (come atto intenzionale) da parte
dell’uomo.


Il suono
La musica si realizza con i suoni che sono l’effetto acustico prodotto dalle vibrazioni di corpi
elastici (ad esempio le corde o le membrane degli strumenti musicali).
Il suono presenta tre caratteristiche fondamentali: il timbro che è la qualità propria, il
“colore” che ci fa riconoscere uno strumento dall’altro, l’intensità, che ci fa riconoscere suoni
forti o deboli e l’altezza che ci permette di riconoscere suoni gravi o acuti.
I suoni usati in musica hanno solitamente un’altezza determinata cioè un’intonazione
precisa perché corrisponde a una vibrazione regolare del corpo vibrante, mentre, al contrario,
l’altezza indeterminata non corrisponde ad un suono preciso e intonato (ma alcuni
strumenti largamente usati in musica producono suoni indeterminati come i piatti o le
maracas). Se l’effetto indeterminato è sgradevole o addirittura fastidioso si definisce rumore.


La scala
Il linguaggio musicale si sviluppa su un sistema regolato di suoni. Come ogni lingua si basa su
un alfabeto così la musica si organizza su una scala, cioè su una successione di suoni, ordinati
in base all’altezza, in senso ascendente e discendente.
Il sistema musicale occidentale (che in generale corrisponde a quello della musica classica e
moderna del pop e del rock, ecc.) usa due tipi fondamentali di scale: la scala maggiore e la
scala minore che danno un carattere diverso ai brani che su di esse sono costruiti. Le
differenze tra le due tipologie di scale risiedono nella disposizione dei toni e dei semitoni (si
veda più sotto).

La scrittura dei suoni
Nella sua storia, l’uomo ha formulato diversi modi per scrivere la musica. Quello più usato (e
che noi studiamo) è costituito da segni grafici – le note – che corrispondono ai suoni e che
vengono scritti su un sistema di linee detto pentagramma o rigo musicale. Le note si
scrivono sia sulle linee che negli spazi e la scrittura può continuare anche fuori dai limiti del
pentagramma per i suoni più acuti o più gravi con i tagli addizionali.



Le note si indicano con i nomi Do, Re, Mi, Fa, Sol, La, Si. All’inizio di un brano musicale si deve
collocare sul pentagramma una chiave musicale che permette di definire la corrispondenza
fra segni (le note) e i suoni. La chiave più usata è la chiave di violino che è una chiave che
indica la nota Sol scritta sulla seconda linea dal basso. Ma pentagramma si può posizionare
una chiave che indica il Do come nota sulla prima linea; tutte le altre note andranno lette in
relazione e quindi, il pentagramma è un sistema “vuoto” se non è correlato di una chiave
iniziale.
Oltre alla chiave di sol o di violino si usano, due chiavi di fa (posizionate sulla terza e quarta
linea) e quattro chiavi di do (posizionate sulla prima, seconda, terza e quarta linea).



Osservando una tastiera di pianoforte notiamo che la nota Do è posizionata appena prima del
gruppo di due tasti neri.


La successione dei suoni della scala prevede distanze fra i suoni che però sono di tipo diverso:
la distanza di tono (immaginiamo un gradino) e la distanza di semitono (immaginiamo un
gradino più basso). La successione dei suoni delle nostre scale maggiori e minori non è
“regolare”. Notiamo che i tasti neri intermedi non sono posizionati in modo regolare e che a
volte “mancano”. Bene, la scale procedono alternando sia gradini grandi sia gradini più piccoli.
La nota successiva della scala è il Re ed è a distanza di un tono dal Do e così il Mi (la terza
nota) è a distanza di un tono dal re (ciò si nota bene perché tra i tasti bianchi ci sono i tasti
neri che producono appunto i gradini più piccoli dei semitoni). Tra il Mi e il Fa non è presente
un tasto nero e dunque la distanza tra queste due note corrispondenti a due tasti bianchi è di
un semitono (si dice semitono diatonico o naturale perché già presente nella scala diatonica di
Do). Si può continuare a calcolare la distanza tra le note vicine scoprendo se si tratta di toni o
semitoni. Notiamo, infine, che l’intera scala, partendo dal Do, presenta questa successione:

dal do al re tono,
dal re al mi tono,
dal mi al fa semitono,
dal fa al sol tono,
dal sol al la tono,
dal la al si tono,
dal si al do semitono


Per ottenere i suoni corrispondenti ai tasti neri o comunque i suoni dei semitoni superiori i
inferiori rispetto alle singole note si impiegano le alterazioni, cioè dei segni che indicano
l’innalzamento (diesis) o l’abbassamento (bemolle) di un semitono dell’altezza di base di una
nota. Il “doppio effetto” (l’innalzamento o l’abbassamento di due semitoni) si ottiene con il
doppio diesis e con il doppio bemolle. Si usa il segno di bequadro per ripristinare l’altezza
naturale della nota, eliminando così l’effetto temporaneo del diesis o del bemolle usato in
precedenza.


Le alterazioni si posizionano direttamente sul pentagramma prima della nota stessa e hanno
valore solo per la battuta in cui si trovano. Oppure sono indicate dopo la chiave per definire la
tonalità del brano. In questo caso le alterazioni hanno durata per l’intero brano.





Concetti di ritmo e di metro
La musica si organizza anche sulla base di un sistema ritmico, cioè su una successione
regolare di pulsazioni, alcune delle quali rese più importanti da un accento: se proviamo a
scandire con il battito delle mani delle pulsazioni tutte uguali non percepiremo il senso del
ritmo; se invece proviamo a scandire con maggior forza un battito ogni due o ogni tre o ogni
quattro avremmo già un senso ritmico definito, proprio perché la regolarità o il ritorno di
scansioni più forti soddisfa questa percezione “innata” nell’uomo.
In musica, questo ritorno regolare dell’accento costituisce il metro. Si distinguono tre metri
principali: metro binario quando l’accento forte cade ogni due pulsazioni, il metro ternario
quando l’accento cade ogni tre pulsazioni e il metro quaternario quando l’accento cade ogni
quattro pulsazioni.

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Possiamo definire il ritmo, invece, come successione di eventi sonori di varia durata però
regolati da accenti e inseriti in un sistema di pulsazioni regolari che sono quindi l’elemento di
base del ritmo.
Nella scrittura musicale, questa regolarità del ritorno dell’accento è risolto con l’uso della
battuta o misura, cioè di una porzione ritmica del fluire musicale che mette in evidenza il
metro di riferimento. Le battute segnano il ritorno dell’accento ogni due, tre quattro
pulsazioni, come dei tasselli successivi con eguale scansione.
All’inizio di ogni brano musicale si posiziona dopo la chiave l’indicazione di tempo cioè un
segno con due numeri sovrapposti che definiscono l’eguale quantità di “tempi” che le battute
avranno per tutto il brano. L’indicazione 2/4, ad esempio, esprime il tempo di un metro
binario (con due pulsazioni per battuta) in cui ci sono, come valore complessivo, due figure da
un quarto.
Esistono due tipologie di tempi impiegati nella musica occidentale: i tempi semplici che
hanno quale numero superiore dell’indicazione di tempo il 2 o il 3 o il 4 e i tempi composti
che hanno quale numero superiore il 6, il 9 o il 12. I tempi semplici hanno una suddivisione
pari (in due) delle pulsazioni, mentre i tempi composti hanno una suddivisione dispari (in tre)
delle pulsazioni.
I principali tempi semplici sono indicati con: 2/4, 3/4, 4/4


I principali tempi composti sono indicati con: 6/8, 9/8, 12/8,



Figure di durata
La durata dei suoni di indica con segni grafici detti figure di durata che hanno valori
convenzionali e proporzionali tra loro. Alle figure corrispondono le pause che sono segni che
indicano momenti di silenzio.



Segni di prolungamento delle figure
La durata delle note può essere modificata con l’impiego di alcuni segni:
il punto di valore, che è un punto scritto a destra della nota, aumenta la durata di quel suono
della sua metà
la legatura di valore unisce in un unico suono due note della stessa altezza che vedono così
sommate le loro durate.
La corona è un segno che indica il prolungamento del suono a piacere dell’esecutore. La
corona è posta solitamente sull’ultima nota di un brano perché il suo prolungamento
sottolinea il senso di conclusione del brano stesso.

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