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Cassazione: non è reato la telecamera


puntata sulla strada che riprende i vicini
Lucia Izzo | 06 giu 2019

Per gli Ermellini le videoriprese del pubblico transito non sono di per sé
illegittime se utilizzate per difendere beni primari (es. sicurezza e proprietà)
e se i sistemi sono regolarmente segnalati

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di Lucia Izzo - Il sistema di videosorveglianza che riprende il pubblico
transito non può ritenersi di per sè illegittimo qualora sia utilizzato per
difendere beni primari, come la sicurezza o la proprietà privata, e le
telecamere siano regolarmente segnalate.
Non può dunque ritenersi integrato il reato di violenza privata ex art. 610
c.p. poiché le libertà individuali vanno bilanciate con le esigenze di sicurezza
sociale. Invece, se il proprietario delle telecamere rappresenta l'intenzione
(peraltro attuata) di sporgere denuncia in relazione ai fatti illeciti emergenti
dalle videoriprese, potrebbero al più ritenersi integrati i singoli reati di
minaccia, di molestia, di ingiuria.

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Trattasi, infatti, di un uso strumentale o molesto delle immagini catturate


dalle telecamere di videosorveglianza, attuato successivamente a tale azione
e, dunque, estraneo allo schema legale della fattispecie di violenza privata.

Lo ha chiarito la Corte di Cassazione, quinta sezione penale, nella


sentenza n. 20527/2019 (qui sotto allegata) annullando, per
insussistenza del fatto, la sentenza che aveva condannato due persone per il
reato di violenza privata.

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Il caso
Il reato di violenza privata
Riprendere il pubblico in transito non risulta in sé illecito
Liceità dell'installazione di sistemi di videosorveglianza
La pronuncia della Corte EDU

Il caso
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La condotta era consistita nell'installare, sul muro perimetrale delle
rispettive abitazioni, telecamere a snodo telecomandabile per ripresa
visiva e sonora, orientate su zone e aree aperte al pubblico transito,
"costringendo" gli abitanti della zona, e in particolare le costituite parti civili,
a tollerare di essere costantemente osservati e controllati nell'espletamento
delle loro attività lavorative e nei loro movimenti.

Controlli che venivano poi puntualmente riferiti e utilizzati per rimarcare


la commissione di presunti illeciti (schiamazzi, parcheggio delle auto
fuori dalle aree di sosta consentite, deiezioni animali abbandonante dinanzi
al cancello delle abitazioni, e così via) che sarebbero stati perseguiti
mediante esposti e denunce effettivamente poi inoltrati alle competenti
autorità competenti.

Il reato di violenza privata


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In Cassazione, tuttavia, si ritiene che la condotta non integri il reato di
violenza privata il quale tutela la libertà psichica dell'individuo. In
particolare, la fattispecie criminosa ha carattere generico e sussidiario
rispetto ad altre figure in cui la violenza alle persone è elemento
costitutivo del reato, sicchè, esso reprime genericamente fatti di
coercizione non espressamente considerati da altre norme di legge.

Per consolidato orientamento di legittimità, il requisito della violenza si


identifica in qualsiasi mezzo idoneo a comprimere la libertà di
autodeterminazione e di azione della persona offesa (cfr., ex multis, Cass.
n. 11522/2009) o che si risolve nella coartazione della libertà fisica o
psichica del soggetto passivo che viene così indotto, contro la sua volontà,
a fare, tollerare od omettere qualche cosa, indipendentemente
dall'esercizio su di lui di un vero e proprio costringimento fisico (cfr. Cass.
39941/2002).

Quindi, nel fatto tipico della norma incriminatrice non possono farsi rientrare
tutti i comportamenti pure astrattamente condizionati da una condotta
altrui, ma solo quelli che siano concretamente offensivi del bene giuridico
protetto che, come visto, è la libertà di autodeterminazione del soggetto
passivo, e tanto nel rispetto del principio di offensività, quale criterio
interpretativo idoneo a escludere la tipicità dei fatti che risultino in concreto
inoffensivi.

Vai alla guida Il reato di violenza privata

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Riprendere il pubblico in transito non risulta
in sé illecito
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Nel caso di specie, la condotta contestata concerne, non l'acquisizione di
immagini relative alla condotta tenuta da cittadini sulla pubblica via, ma il
condizionamento esercitato su alcune persone (in particolare sulle
costituite parti civili) dagli imputati, mediante la istallazione e l'utilizzo di
immagini tratte dai filmati registrati dalle telecamere.

Tale condotta, secondo i giudici, non è configurabile come violenza privata e


neppure è idonea a indurre la descritta coartazione negli abitanti della zona.
In primis, si legge in sentenza, l'installazione di sistemi di videosorveglianza
con riprese del pubblico transito non costituisce in sé un'attività illecita,
né lo sono le concrete modalità di attuazione della condotta descritta in
imputazione.

Neppure è ravvisabile, nel prospettato cambiamento di abitudini che si


sarebbe registrato da parte di alcuni abitanti, l'offesa al bene giuridico
protetto dalla norma di cui all'art. 610 c.p.., trattandosi di condizionamenti
minimi indotti dalle condotte de quibus, tali da non potersi considerare
espressivi di una significativa costrizione della libertà di autodeterminazione.

Liceità dell'installazione di sistemi di


videosorveglianza
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La Cassazione si sofferma, inoltre, sulla necessità che il valore fondamentale
della libertà individuale sia bilanciato con altri, come quello della sicurezza.
In materia di riprese tramite strumenti di videosorveglianza, inoltre, è
previsto che chiunque installi tale sistema debba provvedere a segnalarne
la presenza, facendo in modo che qualunque soggetto si avvicini all'area
interessata dalle riprese sia avvisato della presenza di telecamere già prima
di entrare nel loro raggio di azione.

La segnalazione deve essere effettuata tramite appositi cartelli, collocati a


ridosso dell'area interessata, e in modo tale che risultino chiaramente
visibili: se, per un verso, l'avvertimento della presenza del sistema di
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videosorveglianza può costituire un condizionamento della libertà di
movimento del cittadino, d'altro canto, consente a quest'ultimo di
determinarsi "cognita causa", selezionando i comportamenti consequenziali
da tenere. Nel caso di specie risultano rispettate le necessarie
precauzioni e gli avvertimenti.

La pronuncia della Corte EDU


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Nel sottolineare tale "delicato equilibrio di compromesso tra libertà
individuali ed esigenze di sicurezza sociale", la Cassazione richiama anche
una recente pronuncia della Corte Edu (causa C-212/13): i giudici europei
hanno precisato che la videosorveglianza che si estende allo spazio pubblico,
quella cioè installata dal privato e diretta al di fuori della sua sfera privata,
non appare come un'attività esclusivamente personale o domestica.

Tuttavia, ciò, che in astratto è illegittimo, può essere considerato lecito


se, secondo il giudice nazionale, nel caso concreto, vi sia un legittimo
interesse del responsabile del trattamento alla protezione dei propri beni
come la salute, la vita propria o della sua famiglia, la proprietà privata. La
Corte ha precisato che, ricorrendo tali condizioni, è sufficiente
l'informazione alle persone della presenza del predetto sistema.

Alla luce di quanto emerge dalla ricostruzione fattuale consegnata dalla


sentenza impugnata, non può ragionevolmente escludersi che il sistema di
videoripresa attuato dagli imputati fosse finalizzato proprio alla
protezione degli indicati beni primari della sicurezza, della vita e della
proprietà privata, essendo stata, peraltro, rispettata la prescrizione della
preventiva informativa al pubblico.

La sentenza impugnata va dunque annullata senza rinvio perché il fatto non


sussiste con conseguente revoca anche delle statuizioni civili. Al più, le
condotte dei ricorrenti che hanno "minacciato" e poi sporto denuncia per i
fatti illeciti emergenti dalle videoriprese possono integrare i singoli reati di
minaccia, di molestia, di ingiuria, ma non quello di violenza privata.
Scarica pdf Cassazione sentenza n. 20527/2019

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