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Una presentazione di Papa Francesco

Qualcuno cerca di opporre il pontificato di Giovanni Paolo II a quello di Papa


Francesco. Io credo che esista invece fra i due una grande continuità.

La prima cosa che ha fatto Giovanni Paolo II, dopo la sua elezione, è stata
andare in America Latina alla III Conferenza Generale dell’Episcopato
Latinoamericano a Puebla. È andato in America Latina prima ancora di andare
in Polonia e da allora l’America Latina gli è sempre rimasta nel cuore.
Il grande tema era la teologia della liberazione. Molti premevano perché il
Papa la condannasse. Altri perché la benedicesse. A Puebla Giovanni Paolo II
non fece né l’una né l’altra cosa. Disse che era giusto che la Chiesa
latinoamericana pensasse una teologia latinoamericana a partire dalla
esperienza di fede del popolo ( e del povero) latino americano. Era sbagliato
pensare che il marxismo potesse offrire gli strumenti di comprensione della
realtà capaci di guidare la liberazione dei poveri della America Latina. La
radice della liberazione era piuttosto la presenza di Cristo al centro della cultura
del popolo latinoamericano. Una cultura non è fatta prima di tutto di erudizione
ma è piuttosto la capacità di riconoscere il significato delle grandi esperienze
che segnano l’esistenza dell’uomo: il nascere, il morire, il lavorare,
l’innamorarsi e l’avere dei figli ... Il popolo può essere analfabeta ma ha
ricevuto attraverso l’evangelizzazione la giusta misura dell’umano, Cristo
attraverso Maria, che crea la comunione fra gli uomini e, in questo modo,
genera o rigenera il popolo stesso.
C’era bisogno di una nuova teologia della liberazione, un poco, ha detto una
volta Giovanni Paolo II , al modo di Comunione e Liberazione, secondo il
carisma originario di Comunione e Liberazione.
Il messaggio di Puebla fu accolto entusiasticamente da un gruppo di teologi
argentini che erano giunti a conclusioni analoghe passando attraverso la storia
tormentata del loro paese. Ricordo i nomi di Lucio Gera, di Juan Carlos
Scannone e di ... Jorge Mario Bergoglio. Per la verità Bergoglio preferiva
parlare di teologia del popolo piuttosto che di teologia della liberazione. Il
popolo è una realtà laica, naturale. Non ogni moltitudine o aggregato di persone
è propriamente, un popolo. Un popolo è tale perché condivide una cultura ed
una speranza, ravvivata periodicamente da esperienze di liberazione nelle quali,
come in trasparenza, si intravede un ultimo destino di Comunione. Questa realtà
naturale e laica è però animata dall’interno dalla presenza della Chiesa che ha
incontrato il popolo e continuamente ne ricostituisce la coscienza e ne alimenta
la speranza. C’è, nella esperienza del popolo, un nocciolo eucaristico che è
presenza della liberazione e anticipo del compimento.
Dopo di essere stato in Argentina Giovanni Paolo II andò in Polonia, nel giugno
de 1979 e, un anno dopo, Lech Wałęsa scavalcò i cancelli dei Cantieri Navali di
Danzica ed iniziò l’epopea di Solidarność.
In Argentina seguivano con grande attenzione gli avvenimenti polacchi, li
vedevano, in un certo senso, come una teologia del popolo in atto. Era un
popolo che riprendeva in mano la propria soggettività, che rivendicava il diritto
di costruire la propria storia e che, contemporaneamente, riconosceva la
presenza di Cristo e di Maria nella sua storia come fondamento della propria
libertà. Era una rivoluzione che spargeva il sangue dei propri martiri ma non
quello dei suoi oppressori, anzi continuamente faceva appello alla loro
coscienza.
Molti leggevano unilateralmente gli avvenimenti polacchi in chiave
anticomunista. Gli argentini ( ma dovrei dire piuttosto i rioplatensi perché
elementi integranti del gruppo erano Alberto Methol e Guzman Carriquiry,
ambedue uruguaiani) vedevano invece un modello da imitare per scuotere, dopo
quello sovietico, l’altro grande impero mondiale, quello americano. In quegli
anni io ero spesso in America Latina insieme con don Ricci. Curavamo gli inizi
di Comunione e Liberazione in diversi paesi latino/americani e portavamo
notizie degli avvenimenti polacchi. Insieme con i rioplatensi ( e con i cileni:
voglio ricordare i nomi di Herman Alessandri, Joaquin Allende e Pedro
Morandè) e con Alver Metalli abbiamo fatto una rivista, Nexo che è stata un
punto di riferimento per tutti quelli che volevano continuare Puebla e volevano
una teologia della liberazione “ un poco al modo di Comunione e Liberazione” .
Quando andavamo in Argentina il punto di partenza dei nostri giri era sempre il
Seminario di S.Miguel il cui Rettore era Bergoglio.
Della lotta per continuare Puebla, per evitare che la novità di Puebla fosse
riassorbita in un semplice rifiuto del marxismo ed in un ritorno al passato, il
protagonista indiscusso è stato Jorge Mario Bergoglio.
Per le posizioni nette assunte negli anni difficili della guerra strisciante ( né con
i colonnelli né con la guerriglia) e per la sua fedeltà ad una Chiesa dei poveri
non compromessa con il marxismo Bergoglio era rimasto un poco isolato.
Quando mons. Guarracino, che era stato il segretario del CELAM al tempo di
Puebla, fu nominato arcivescovo di Buenos Aires lo volle accanto a se come
vescovo ausiliare.
Più tardi, come arcivescovo di Buenos Aires e come Presidente del CELAM,
Bergoglio ha guidato il cammino della Chiesa Latinoamericana fino alla V
Conferenza dell’Episcopato latinoamericano a Aparecida do Norte.

Credo che a questo punto sia chiaro perché difendo la continuità fra il
pontificato di S.Giovanni Paolo II e quello di Papa Francesco. Papa Francesco
continua il messaggio di Puebla. Ribadire questa continuità è importante anche
per capire bene il pontificato di S.Giovanni Paolo II.
S.Giovanni Paolo II è stato interamente un Papa del Concilio e per nulla affatto
un restauratore anti/ conciliare come lo dipingono alcuni che in modo del tutto
illegittimo tentano di appropriarsi della sua eredità spirituale. Ha reso
testimonianza alla verità dell’uomo davanti al comunismo ma anche davanti al
capitalismo sfrenato ed ad una globalizzazione senza anima. Non ha rifiutato la
svolta antropologica del Concilio ma la ha sviluppata in un metodo pastorale e
di pensiero che parte dall’uomo per andare a Dio attraverso Gesù Cristo che è il
centro del cosmo e della storia.
Naturalmente Wojtyła e Bergoglio sono anche diversi. Si potrebbe perfino dire
che non potrebbero essere più diversi di così: uno polacco, radicato
profondamente nella storia, nella lingua, nella cultura del suo popolo; l’altro
invece latinoamericano con i modi di pensare, di esprimersi, di stare nel mondo
che sono propri del suo popolo. Diversissimi eppure eguali in un punto, nel
punto decisivo: rivolgere lo sguardo a Cristo per trovare in Lui la radice della
cultura del proprio popolo ed il giusto criterio per comprenderne la storia e
guidarlo verso il futuro.

Se guardiamo al documento di Aparecida troviamo una serie di elementi che ci


fanno vedere i caratteri di questo criterio.
Il documento non si occupa tanto di descrivere il giusto ordine del mondo e di
richiamare i reggitori dei popoli a realizzarlo. Si preoccupa piuttosto di
individuare il soggetto che porta nel cuore la speranza e quindi anche, in nuce,
questo giusto ordine del mondo. Questo soggetto è i discepoli missionari. Su
questo tema tornerà poi Evangelii Gaudium quando dirà che il tempo è
superiore allo spazio. Che vuol dire che il tempo è superiore allo spazio? Vuol
dire che lo spazio sociale, lo spazio della storia è il frutto dell’azione creativa di
un soggetto che si dispiega nel tempo. I conservatori si affannano a difendere
una determinata configurazione storica che ha affermato certi valori contro le
forze e le esigenze nuove che si affermano nel tempo. Il discepolo missionario
sa invece che bisogna tornare a Cristo e ripartire da Lui. Allora tutto ciò di
autentico che c’è nei valori che il conservatore vuole difendere ritornerà con
forme e modalità nuove ed accresciuto ancora di nuove scoperte e nuovi valori.
È questa la forza di Cristo che non difende ma ricrea o, se volete, difende
ricreando. È lo scriba saggio del Vangelo che dal suo scrigno trae cose vecchie
e cose nuove.
Papa Francesco ci dice che questo principio gli deriva dallo studio di Romano
Guardini. È infatti il tema di Guardini della Riforma dalle origini ( ed è anche
il titolo di un libro che von Balthazar ha dedicato a Guardini) . Papa Francesco
non si offenderà se da italiano ricordo che prima di Guardini il Beato Antonio
Rosmini aveva detto qualcosa di simile nel suo concetto di Risorgimento.
Il soggetto che cammina nella storia è la Chiesa. Nel documento di Aparecida
però non si dice semplicemente “la Chiesa”. La Chiesa appare in una sua figura
particolare che è quella dei “discepoli missionari”. Continuamente la Chiesa è
chiamata a mettersi alla sequela di Cristo per diventare nuovamente capace di
un annuncio convincente che genera nuova vita. Già siamo Chiesa e tuttavia
siamo chiamati a svegliarci dal sonno ed a diventare di nuovo Chiesa viva,
Chiesa in movimento. Giussani forse avrebbe detto che siamo chiamati a
diventare Movimento.

Il soggetto sono dunque i discepoli missionari. Il soggetto è però al tempo stesso il popolo.
Che relazione c’è fra i soggetti missionari ed il popolo? Il popolo si costruisce o si
ricostruisce attraverso l’azione dei discepoli missionari. La Chiesa come movimento
continuamente costruisce il popolo. I discepoli missionari si identificano con lo sguardo
carico di misericordia che Gesù getta sul suo popolo. Essi giudicano ( si sforzano di
giudicare) dal punto di vista di Cristo. La appartenenza a Cristo genera una prospettiva
diversa di giudizio sulla realtà è sulla storia, È uno sguardo realista (Gesù sa di cosa siamo
fatti. Lui si ricorda che siamo fatti di fango) e pure carico di speranza ( è Lui che ci chiama
ad essere perfetti come è perfetto il Padre suo e nostro che è nei cieli). È dentro questo
sguardo che la nostra storia diventa storia di salvezza. Chi fa questa storia è Dio stesso,
percorrendo sentieri che noi spesso non riusciamo a capire. Non è che sia sbagliato avere dei
piani e fare dei progetti. L’uomo non può non tentare di organizzare la realtà, non può fare a
meno di fare piani e di creare progetti. Dobbiamo però essere. O consapevoli della
precarietà dei nostri piani e dei nostri progetti ed essere sempre pronti a cambiarli per
seguire l’unico vero grande progetto che conta che è quello di Dio. Tocchiamo qui un altro
dei punti cardine dell’insegnamento di Papa Francesco: la realtà è più ricca di
determinazioni che non l’idea dell’uomo. Già il Salmista, del resto, aveva detto: non come
le nostre vie le tue vie.
I discepoli missionari generano nei loro contesti di vita le opere della fede e la prima opera
della fede è l’esistenza stessa del popolo. Non sempre queste opere saranno perfettamente
coerenti fra loro. Seguendo la chiamata dello Spirito che parla nelle diverse situazioni
umane potrà capitare che vi siano contraddizioni e contrasti. Non bisogna averne paura.
Solo Dio, che è l’autore del grand disegno della storia, sa come queste contraddizioni alla
fine saranno ricomposte nel Suo Regno. Noi non dobbiamo avere paura delle contraddizioni
ma dobbiamo imparare a viverle con carità e con magnanimità gli uni verso gli altri sapendo
sempre che l’unità è più forte della divisione. Perché questo possa avvenire deve crescere
in noi la coscienza di essere parte del popolo di Dio in cammino. Questo popolo è più
grande di noi e non possiamo mai pretendere di esaurire nel nostro cammino particolare
l’intera ricchezza della esperienza del popolo. Dobbiamo essere fedeli a quello che abbiamo
incontrato ma dobbiamo anche essere aperti all’incontro con l’esperienza dell’altro che può
arricchire la nostra e farci anche comprendere in modo nuovo e più profondo il senso del
nostro incontro. Questo è un altro dei principi che ritroveremo nella Evangelii Gaudium :il
tutto é più grande della parte. Questo è anche il senso dell’ammonimento ricorrente di
Papa Francesco contro l’autoreferenzialismo.

Condividendo lo sguardo di misericordia di Cristo verso il popolo i discepoli missionari


camminano dentro del popolo prima di tutto per aiutarlo a costituirsi o ricostituirsi come
popolo, a fare memoria della promessa di liberazione che è costitutiva della sua identità. Il
fare memoria è però subito anche un giudicare ed un agire di conseguenza. La Comunione
con Cristo è la Liberazione dell’uomo ed anche l’inizio di forme nuove di vita, più umane e
più degne dell’uomo.

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