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Genetica umana 01 – Fisiologia del genoma

Chimica del DNA


Il DNA o acdo desossiribonucleico è la molecola centrale della vita poichè contiene tutte le informazioni
ereditarie degli organismi cellulari e di alcuni virus. Il DNA è presente nei nuclei cellulari, organizzato nei
cromosomi, e in organelli citoplasmatici tra cui i mitocondri e cloroplasti (cellule vegetali), ha il compito di
dirigere la propria replicazione durante la divisione cellulare e la trascrizione di molecole complementari di
RNA. La Struttura del DNA è stata scoperta nel 1953 da James Watson e Francis Crick i quali, partendo da
studi dei cristalli di DNA mediante la tecnica di diffrazione dei raggi X, osservarono che il DNA produceva una
diffrazione dei raggi caratteristica, cioè delle macchie caratterizzate da una croce al centro con bande molto
intense a dx e a sx corrispondenti alle basi, per cui riuscirono a descrivere la struttura del DNA-B che è quella
più rappresentata in natura nelle cellule eucariotiche e procariotiche, costituito da 2 filamenti polinucleotidici
avvolti a spirale uno sull’altro in maniera destrorsa, in senso orario formando una doppia elica.
Nucleotidi
Il nucleotide rappresenta l’unità fondamentale del DNA, costituito da una base azotata, uno zucchero e un
gruppo fosfato.
Le basi azotate sono anelli eterociclici di atomi di C e N, distinte in purine e pirimidine:
basi azotate puriniche: adenina (A) e guanina (G).
basi azotate pirimidiniche: citosina (C), timina (T); nell’RNA la T è sostituita dall’uracile (U).
Lo zucchero presente nei nucleotidi del DNA è un residuo del deossiribosio, cioè un pentoso a 5 atomi di
carbonio a forma di anello, mentre nell’RNA è presente un residuo del ribosio.
I nucleotidi sono distinti in monofosfato, difosfato e trifosfato a seconda della presenza di 1, 2 o 3 gruppi
fosfato, che nel caso del DNA prendono il nome di deossiribonucleotidi perché lo zucchero è il deossiribosio
che a livello del C1’ si lega alla base azotata (deossiadenosina monofosfato, difosfato e trifosfato dAMP,
dADP, dATP, deossiguanosina dGMP, dGDP, dGTP, deossiuridina dUMP, dUDP, dUTP, deossitimidina dTMP,
dTDP, dTTP, deossicitidina dCMP, dCDP, dCTP).
In assenza del gruppo fosfato si parla di Nucleoside, costituito dallo zucchero e base azotata, con distinzione
tra nucleosidi purinici adenosina e guanosina, e pirimidinici citidina, timidina e uridina.
Quindi il DNA è un polimero di unità monomeriche dette nucleotidi, uniti tra loro da legami fosfodiesterici,
in cui l’atomo di C in posizione 5’ di un residuo di zucchero si lega mediante un gruppo fosfato all’atomo di C
in posizione 3’ del residuo di zucchero successivo, formando la catena polinucletodica con alternanza tra
zuccheri e fosfati.
Caratteristiche del doppio filamento
Per convenzione la direzione delle sequenze degli acidi nucleici è sempre 5’→3’: l’estremità 5’ e 3’ sono
costituite da nucleotidi terminali con i gruppi 5’ e 3’ liberi. Ogni base di un filamento è legata mediante deboli
legami H ad una base del filamento opposto e questi legami si stabiliscono tra coppie di basi specifiche, cioè
tra adenina e timina (A=T) unite da 2 legami H, guanina e citosina (G≡C) unite da 3 legami H, per cui le coppie
di basi sono complementari e i 2 filamenti sono complementari cioè la sequenza di un filamento determina
la sequenza dell’altro.
I 2 filamenti sono antiparalleli, cioè corrono in direzioni opposte, 5’→3’ e 3’→5’. Tutto ciò rispetta le
cosiddette regole di Chargaff, cioè:
il n° dei residui di A è uguale al n° dei residui di T, cioè la quantità di A uguale alla quantità di T.
il n° dei residui di G è uguale al n° dei residui di C, cioè la quantità di G uguale alla quantità di C.
Quindi in ogni genoma la somma di A+G è uguale alla somma di T+C.
Per quanto riguarda le dimensioni, filamenti nucleotidici sono separati da una distanza regolare di 1 nm
rispetto al centro dell’elica. la doppia elica ha un diametro di 2,37 nm e forma un giro completo ogni 3,4 nm
corrispondente al passo di ciascun filamento dell’elica, costituita da 10 coppie di basi per giro.

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il DNA presenta 2 profonde scanalature che si trovano all’esterno con andamento a spirale, tra le catene di
zucchero-fosfato, cioè il solco maggiore e il solco minore dovuti al fatto che le 2 classi di basi hanno
dimensioni diverse, per cui i 2 filamenti non sono equidistanti dal centro dell’elica.
Altre forme del DNA
Oltre al DNA-B sono state identificate
altre conformazioni cioè il DNA A e Z.
Il DNA A è la forma che il DNA assume
in condizioni di bassa umidità e
disidratazione, rappresentata da
un’elica destrorsa con diametro di 2,5
nm, passo di 2,9 nm costituita da 11
coppie di basi per giro dell’elica con
piano inclinato di 20° rispetto all’asse
dell’elica, solco maggiore più ampio,
solco minore più stretto rispetto al
DNA-B, per cui si presenta come un
nastro piatto avvolto intorno ad un
buco cilindrico.
Il DNA Z è costituito da una doppia elica
sinistrorsa, levogira, con diametro di 1,8 nm, passo di 4,6 nm contenente 12 coppie di basi per giro, solco
maggiore più superficiale, non distinguibile e solco minore più profondo, simile ad una punta da trapano
sinistrorsa. Le coppie di basi hanno il piano ruotato di 180° rispetto all’asse della doppia elica, per cui l’unità
ripetitiva è un dinucleotide, anziché 1 nucleotide, in cui i legami fosfodiesterici procedono a zig-zag (DNA-Z).
Chimica del RNA
L’RNA o acido ribonucleico differisce dal DNA perché:
è un acido nucleico a singolo filamento (5’→3’) costituito da unità monomeriche o nucleotidi tenuti
insieme da legami fosfodiesterici.
lo zucchero è il β-D-Ribosio con presenza del gruppo OH in posizione 2 (C2’).
le basi azotate sono adenina, guanina, citosina e uracile al posto della timina che rispetto all’U
presenta un gruppo metilico CH3 in posizione 5.
l’RNA, rispetto al DNA, è una molecola a breve emivita che viene continuamente sintetizzata grazie
alla trascrizione del DNA e distrutta dalla cellula in base alle sue esigenze.
Gene: definizione, struttura e funzione dei geni
I geni rappresentano l’unità fondamentale dell’ereditarietà, cioè segmenti di DNA che contengono
l’informazione ereditaria necessaria per la vita e garantire la trasmissione dei caratteri ereditari. L’insieme
dei geni costituisce il genoma. Il genoma umano è costituito da circa 30.000 geni:
Ogni gene occupa sul cromosoma una posizione specifica detta locus.
I geni sono presenti in coppie sui cromosomi omologhi, cioè un gene di origine materna e uno di
origine paterna che controllano i caratteri nella stessa misura o in modo diverso.
Ogni gene ha una lunghezza proporzionata alla quantità di informazioni da codificare.
La struttura di base dei geni è rappresentata dall'unità trascrizionale costituita da 2 regioni:
La regione strutturale è localizzata a valle del sito di inizio della trascrizione (3’), caratterizzata da un
alternanza tra sequenze del DNA codificanti o esoni che vengono trascritte in pre-mRNA, e sequenze
del DNA non codificanti o introni che pur trascritte in pre-mRNA, successivamente vengono rimosse
durante il processo di maturazione dell'mRNA mediante il meccanismo dello splicing, in modo da
formare la molecola di mRNA matura che passerà nel citoplasma per essere tradotta nelle proteine
sui ribosomi citoplasmatici. All'estremità 5' c'e' il sito di inizio della trascrizione AUG, mentre

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all'estremità 3' ci sono il sito di arresto
della trascrizione UGA e il sito di
poliadenilazione dove sarà aggiunta la
coda di poli(A).
o Gli esoni ed introni sono
presenti in numero variabile nei
diversi geni. Gli esoni sono
costituiti da una regione detta
open reading frame (ORF) cioè
quadro di lettura funzionale del
gene, costituita dal codone
d’inizio della traduzione AUG
(ATG), localizzato al 5’ di ogni gene, importante per dare inizio alla sintesi proteica.
o Gli introni iniziano con il dinucleotide GT e terminano con il dinucleotide AG, definite
sequenze di giunzione, che svolgono un ruolo importante nel processo di splicing. I geni
mitocondriali, i geni degli istoni e molti geni che codificano per i tRNA sono privi di introni.
La regione regolatoria è localizzata all'estremità 5' (5’-UTR non tradotta) cioè a monte del sito di inizio
della trascrizione ed è rappresentata dal promotore (TATA box), enhancer e silencer, cioè elementi
genici a corta sequenza importanti per la regolazione della trascrizione del gene.

Espressione dell’informazione genica


L’Espressione dell’Informazione Genetica contenuta nel DNA avviene in 2 fasi: la trascrizione del DNA in RNA
e la traduzione o sintesi proteica.
Secondo il dogma centrale della biologia molecolare (Crick, 1958) il DNA dirige la propria replicazione e la
trascrizione in RNA che, a sua volta, dirige la propria traduzione in proteine, con flusso dell’informazione
genetica dato da DNA→RNA→proteine, anche se in realtà l’enzima trascrittasi inversa può favorire il flusso
dell’informazione dall’RNA al DNA, cioè la sintesi del filamento del DNA a partire da un filamento di RNA che
funge da stampo, come nel caso dell’enzima telomerasi (o dei retrovirus-HIV).
Trascrizione
La trascrizione è il processo di sintesi di una molecola di RNA a singolo filamento a partire da un filamento
stampo di DNA (mRNA, tRNA, rRNA, snRNA).
La trascrizione interessa i geni dell’eucromatina che sono attivi dal punto di vista trascrizionale (interfase),
avviene nel nucleo delle cellule eucariotiche e in parte anche nei mitocondri e cloroplasti, grazie all’intervento
dell’enzima RNA polimerasi DNA-dipendente che usa il DNA come stampo e i ribonucleosidi trifosfati rNTP
come precursori (ATP, GTP, CTP, UTP). Nei Batteri (E. coli) la trascrizione si deve solo ad 1 classe di RNA
polimerasi, mentre nei nuclei delle cellule eucariotiche esistono 3 principali RNA polimerasi con funzioni
diverse.
Negli eucarioti si ha l’intervento dei fattori di trascrizione (TF) che hanno il compito di legarsi al promotore,
cioè una corta sequenza di circa 40 bp localizzata a monte del gene, entro 200 bp dal sito di inizio della
trascrizione, dove agisce da segnale di riconoscimento per l’enzima RNA polimerasi, cioè i TF consentono
all’RNA polimerasi di riconoscere il promotore, di legarsi ad esso e guidano l’RNA polimerasi durante la
trascrizione del filamento stampo in direzione 5’→3’.
La trascrizione richiede l’intervento di precursori, cioè ribonucleosidi trifosfato (rNTP) e l’allungamento della
catena di RNA avviene per aggiunta al gruppo ossidrilico OH libero all’estremità 3’ di residui di ribonucleosidi
monofosfato (rNMP) forniti dagli rNTP.
L’RNA polimerasi procede in direzione 5’→3’ lungo il filamento stampo di DNA aggiungendo nucleotidi in
successione al filamento di RNA in allungamento: man mano che la RNA polimerasi si sposta lungo il
filamento, i nucleotidi si uniscono fra loro mediante un legame fosfodisterico. Per cui il nucleotide d’inizio
all’estremità 5’ presenta un gruppo trifosfato (PPP), mentre l’estremità 3’ presenta un gruppo OH- libero. La
sequenza dell’RNA sarà complementare alla sequenza del filamento stampo e sarà identica alla sequenza del
filamento non-stampo, a parte l’U al posto della T. Man mano che la sintesi procede il DNA si srotola davanti
al filamento in crescita e si riavvolge dietro di esso con progressivo allontanamento dell’RNA neosintetizzato

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La sintesi dell’RNA termina quando la RNA polimerasi all’estremità 3’ il segnale di fine della trascrizione UGA
dove si forma la forcina di terminazione ricca di G e C unite da 3 legami H, favorendo il rilascio della RNA
polimerasi e il distacco del trascritto primario di RNA poichè la forcina termina con la sequenza di poli(U) che
è appaiata debolmente alla sequenza di poli(A) presente sul DNA. Infine, l’enzima RNA ligasi riunisce i 2
filamenti di DNA.
La trascrizione viene controllata da Fattori di Regolazione che agiscono in trans e in cis:
fattori che agiscono in trans sono rappresentati dai fattori di trascrizione TF cioè proteine che si
legano al promotore e favoriscono l’intervento dell’RNA polimerasi.
fattori che agiscono in cis sono rappresentati da promotori, enhancer e silenziatori che regolano solo
la trascrizione o l’attività del gene in cui si trovano.
Promotore
Il promotore è composto da più regioni, ognuna ad una distanza diversa dall’inizio del primo esone ed ognuna
con funzioni differenti.
Regione centrale
La regione centrale del promotore è costituita dalle sequenza TATA box localizzata a circa 10 bp dal sito di
inizio della trascrizione importante per iniziare la trascrizione in modo corretto grazie all’intervento di vari
TF, cioè:
TFIID: riconosce e si lega all’elemento TATA ed è formato da 2 elementi:
o TBP o TATA binding-protein: proteina che riconosce la TATA box consentendo il corretto
posizionamento del complesso di inizio della trascrizione sulla TATA box in modo che la RNA
polimerasi II si trovi alla giusta distanza dal punto di inizio della trascrizione.
o TAF o fattori associati alla TBP (TBP-Associated Factors): funzionano da coattivatori.
TFIIA: stabilizza il legame tra TFIID e TATA.
TFIIB: si lega ai due lati del TFIID e aumenta la zona di contatto con il DNA, selezionando il sito di
inizio della trascrizione.
TFIIF: recluta la RNA polimerasi II favorendo il legame al promotore e l’interazione tra la TBP e la RNA
polimerasi.
TFIIE e TFIIH: hanno attività ATPasica ed elicasica per cui determinano la denaturazione ATP-
dipendente della doppia elica del DNA con apertura dei 2 filamenti e permettono alla RNA polimerasi
II di iniziare la trascrizione muovendosi lungo il filamento stampo con distacco dei TF.
Regione prossimale
La regione prossimale del promotore si trova a monte della regione centrale, a −50/−200 bp dal sito di inizio
della trascrizione, comprendente la GC box e la CAAT box che modulano la regione centrale del promotore e
sono in grado di funzionare in entrambi gli orientamenti.
GC box: localizzata a -90 bp dal sito di inizio della trascrizione, facente parte della sequenza 5’-
GGGCGG-3’ a cui si lega il fattore di trascrizione ubiquitario Sp1. Questa sequenza si trova in numerosi
geni privi della TATA box, come i geni housekeeping, geni strutturali indispensabili per le funzioni e
sopravvivenza della cellula, come ad es. i geni che codificano per gli istoni, proteine del citoscheletro
(actina), proteine ribosomiali ed enzimi della glicolisi.
CAAT box: spesso localizzata a – 80 bp dall’inizio della trascrizione, favorisce l’interazione della RNA
polimerasi II al promotore per intervento del fattore di trascrizione CTF.
Enhancer
Gli Enhancer (intensificatori) sono segmenti genici a sequenza corta che hanno il compito di potenziare la
trascrizione di un gene e sono in grado di agire anche se situati a molta distanza dal sito di inizio della
trascrizione. In pratica l’enhancer viene riconosciuto da TF specifici detti attivatori o trans-attivatori che
favoriscono il legame tra il promotore e l’RNA polimerasi.
Silencers
I Silenziatori (silencers) sono elementi di regolazione a sequenza corta che inibiscono la trascrizione dei geni,
infatti sono riconosciuti da TF specifici detti repressori che impediscono il legame tra il promotore e l’RNA
polimerasi, destabilizzando il complesso trascrizionale, sopprimendo la trascrizione.

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Modificazioni post trascrizionali
Il Prodotto della Trascrizione è il trascritto primario o molecola di preRNA, ma a differenza delle cellule
procariotiche dove la sintesi proteica inizia prima che sia completata la trascrizione, dato che non esiste una
membrana nucleare che separa il genoma dai ribosomi, nelle cellule eucariotiche i processi di trascrizione e
traduzione avvengono separatamente, infatti la trascrizione avviene nel nucleo e la sintesi proteica avviene
sui ribosomi citoplasmatici, ma prima di passare nel citoplasma le molecole di mRNA subiscono delle
Modifiche post-trascrizionali che avvengono nel nucleo, cioè capping, poliadenilazione e splicing, che
favoriscono la maturazione dell’mRNA.
Capping
Il Capping è una reazione caratterizzata dall’aggiunta all’estremità 5’ dell’mRNA di un nucleoside metilato,
cioè la 7-metil-guanosina (m7G) mediante un legame fosfodisterico 5’→5’ tra il C5’ del residuo di 7-metil-
guanosina e il C5’ del primo nucleotide con metilazione delle prime 2 basi dell’mRNA e formazione di un
gruppo chimico specializzato detto Cap o cappuccio che ha il compito di proteggere la molecola di mRNA
dalla degradazione da parte delle ribonucleasi, facilitare lo splicing dell’RNA, facilitare il trasporto dell’mRNA
dal nucleo al citoplasma e l’attacco dell’mRNA al sito di legame della subunità ribosomiale minore (40S).
Poliadenilazione
La Poliadenilazione si verifica al termine della trascrizione dopo il taglio post-trascrizionale che avviene
all’estremità 3’ a 15-30 nucleotidi dalla sequenza segnale AAUAAA: dopo il taglio si ha la reazione di
poliadenilazione catalizzata dall’enzima poli-A-polimerasi che attacca una sequenza di circa 200 residui di
acido adenilico (AMP) all’estremità 3’ dell’mRNA formando una coda di adenine detta coda di poli-A che
aumenta la stabilità e durata di vita dell’mRNA proteggendola dalla digestione da parte delle nucleasi e
modula l’efficienza della traduzione.
Splicing
Lo Splicing dell’mRNA (saldatura) consiste nella rimozione degli introni, cioè delle sequenze non codificanti
dell’mRNA, mediante un taglio endonucleotidico da parte delle endonucleasi, e conseguente fusione degli
esoni o sequenze codificanti con formazione di un RNA più corto.
Inizialmente si ha il riconoscimento della giunzione di splicing sull’mRNA cioè dei punti di confine tra esone e
introne che sono segnalati dal dinucleotide GU all’estremità 5’ o sito donatore di splicing e AG all’estremità
3’ o sito accettore di splicing, mentre a circa 40 nucleotidi da AG c’è il sito di biforcazione o ramificazione,
importante per dare inizio allo splicing. L’escissione degli introni avviene mediante 2 reazioni di
transesterificazione:
1^ reazione: si ha il taglio all’estremità 5’
della giunzione di splicing (GU) e
formazione di un legame fosfodiestere 2’-
5’ tra il gruppo 2’-OH di un residuo di A
dell’introne e il gruppo fosfato (P) 5’
terminale (legame nucleofilico) per cui
l’introne assume una struttura a cappio’
(lariat).
2^ reazione: il gruppo 3’-OH ormai liberato
forma un legame fosfodiestere 3’-5’ con il
gruppo fosfato P 5’-terminale dell’esone 2,
favorendo il rilascio dell’introne e la
fusione degli esoni.
Le reazioni dello splicing sono mediate dallo Spliceosoma che è un complesso di RNA-proteine costituito da
5 tipi di snRNP o piccole particelle ribonucleoprotreiche nucleari U1, 2, 4, 5 e 6, costituiti dai piccoli RNA
nucleari o snRNA e proteine (ricche di uridina). Esistono 2 tipi di spliceosoma:
Spliceosoma principale GU-AG (introni classici GU-AG):
1. l’snRNP-U1 si lega al sito donatore di splicing GU all’estremità 5’ mediante un appaiamento
di basi RNA-RNA tra snRNP-U1 e GU che hanno sequenze complementari tra loro.
2. l’snRNP-U2 si lega al sito di ramificazione A.

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3. si ha il legame degli snRNP-U4, U5 e U6 che stabilizzano il legame del complesso
spliceosomiale alla giunzione di splicing;
4. l’snRNP-U5 si lega contemporaneamente al sito donatore e accettore di splicing.
5. snRNP-U1 e U4 vengono rilasciati dal complesso.
6. l’snRNP-U6 si lega all’estremità 5’ al sito donatore di splicing; le 2 reazioni di splicing sono
catalizzate da snRNP-U2 al 3’ e snRNP-U6 al 5’ con rimozione dell’introne e saldatura degli
esoni.
Spliceosoma minore AU-AC: provvede alla rimozione di introni molto rari, detti introni AU-AC (5’; 3’)
in cui gli snRNA U11 e U12 rimpiazzano U1 e U2.
Lo splicing alternativo interessa oltre il 50% dei geni umani e consente di generare più molecole di mRNA
dallo stesso pre-mRNA unendo in modo diverso gli esoni, per cui rappresenta la fonte più importante di
diversità delle proteine nei vertebrati (isoforme).
Non appena le modifiche post-trascrizionali sono terminate, l’mRNA maturo attraversa il complesso del poro
nucleare passando dal nucleo nel citoplasma dove sui ribosomi avverrà la traduzione o sintesi proteica.
Traduzione
La traduzione o Sintesi Proteica è il processo mediante il quale l’informazione genetica trasportata dall’mRNA
maturo viene decodificata in polipeptidi sui ribosomi. In pratica l’espressione dell’informazione genetica
segue il principio della colinearità, cioè la sequenza nucleotidica del filamento stampo del DNA viene
decodificata in gruppi di 3 nucleotidi alla volta o codoni (triplette, trinucleotidi) nella sequenza lineare
nucleotidica dell’mRNA che, a sua volta, viene decodificata in gruppi di 3 nucleotidi alla volta o codoni nella
sequenza lineare aminoacidica della catena polipeptidica delle proteine.
Noi sappiamo che il Codice Genetico è un codice a triplette nucleotidiche dette codoni, cioè ogni codone è
formato da 3 nucleotidi (3 paia di basi) e ogni codone specifica per 1 amminoacido. Esistono 64 codoni
considerando che le basi azotate nella sequenza nucleotidica dell’mRNA sono 4 (U, C, G, A) e ognuna di queste
basi può assumere 3 possibili posizioni in un codone (43 = 64):
61 codoni che codificano solo 20 amminoacidi diversi, per cui si dice che il codice genetico è
degenerato (ridondante) infatti, ogni amminoacido è codificato in media da ~ 3 codoni differenti,
tranne la Leu, Ser e Arg che sono codificati da 6 codoni diversi e la Met e Trp che sono codificati solo
da 1 codone (AUG, UGG).
3 codoni di stop della traduzione proteica: UAA, UAG, UGA.
I codoni che codificano lo stesso amminoacido sono detti sinonimi e differiscono solo per il 3° nucleotide: ad
es. UUU e UUC codificano per la fenilalanina (Phe).
Inoltre, il codice genetico non è completamente universale ma varia tra le diverse forme di vita e anche nella
stessa cellula il codice genetico nucleare e mitocondriale sono simili ma non identici.
La traduzione avviene dopo la trascrizione e maturazione dell’mRNA nel nucleo e trasporto dell’mRNA
maturo nel citoplasma, dove la sintesi proteica avviene sui ribosomi grazie all’intervento delle molecole di
tRNA, proteine ed enzimi che regolano le fasi della sintesi proteica.
I Ribosomi sono grandi complessi ribonucleoproteici su cui avviene la sintesi proteica, costituiti da rRNA e
proteine ribosomiali che si trovano nel citoplasma, mitocondri e cloroplasti, presenti in numero variabile in
base all’attività di sintesi proteica della cellula.
DNA mitocondriale
Il Genoma Mitocondriale è rappresentato da una molecola di DNA circolare a doppio filamento, lunga 16.569
paia di basi (bp), non associato ad istoni, rispetto al DNA nucleare. In genere, le cellule umane contengono
diverse migliaia di copie di mtDNA, 5-10 molecole di mtDNA per ogni mitocondrio, con numero variabile nei
diversi tipi di cellule, dato che ogni cellula può contenere diverse centinaia di mitocondri:
le cellule somatiche presentano un numero di copie di mtDNA variabile da 1.000 a 10.000, ad es. i
linfociti hanno circa 1.000 molecole di mtDNA.
le cellule epiteliali dei tessuti differenziati sono prive di mitocondri e di conseguenza di mtDNA.
gli spermatozoi hanno poche centinaia di copie di mtDNA, gli ovociti sono ricchi di mitocondri e
possono contenere fino a 100.000 copie di mtDNA corrispondente a circa il 30% del DNA dell’ovocita.
Inoltre, il DNA mitocondriale presenta altre caratteristiche:

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presenta un filamento pesante H (heavy) ricco in G (contenente la maggior parte delle sequenze
codificanti) e un filamento leggero L (light) ricco in C.
93% dell’mtDNA è codificante con produzione di molecole di mRNA che vengono tradotte
direttamente sui ribosomi mitocondriali, anche se la maggior parte delle proteine mitocondriali
deriva dalla trascrizione nucleare e sintesi sui ribosomi citoplasmatici.
l’unica regione priva di DNA codificante è la regione dell’ansa D o ansa di dislocamento (D-loop:
displacement loop) in cui un breve tratto della catena pesante H viene replicato una seconda volta
dando origine ad una struttura di DNA a tripla elica detta DNA 7S che rappresenta il sito di inizio della
replicazione e trascrizione dell’mtDNA.
il genoma mitocondriale è formato da 37 geni privi di introni per cui sono strettamente raggruppati
con 1 gene ogni 0,45 kb (densità) fino a determinare la sovrapposizione parziale del gene ATPasi 8 al
gene ATPasi 6 . Dei 37 geni mitocondriali:
o 28 geni sono codificati dal filamento pesante H e 9 geni dal filamento leggero L.
o 24 geni codificano RNA
mitocondriali, cioè 22
molecole di tRNA e 2
molecole di rRNA, 23S e 16S,
che formano rispettivamente
la subunità maggiore e
minore dei ribosomi
mitocondriali.
o 13 geni codificano proteine
della catena respiratoria
sintetizzate sui ribosomi
mitocondriali coinvolte nella
fosforilazione ossidativa e
nella produzione di ATP,
anche se numerose proteine
coinvolte nella fosforilazione
ossidativa sono codificate in gran parte dai geni nucleari.
La Replicazione o sintesi dell’mtDNA si verifica durante tutto il ciclo cellulare, rispetto a quella del DNA
nucleare che si verifica solo durante la fase S.
La DNA polimerasi γ mitocondriale catalizza la replicazione dei filamenti H ed L unidirezionale e asimmetrica,
a partire dalle origini di replicazione OH e OL che sono localizzati nell’ansa D: la sintesi del filamento H ha
inizio dal sito OH e prosegue in senso antiorario usando come stampo il filamento L e, non appena sono stati
sintetizzati almeno i 2/3 del filamento H, inizia la sintesi del filamento L a partire dal sito OL in senso orario
usando come stampo il filamento H.
La Trascrizione dell’mtDNA origina a livello di promotori situati nella regione dell’ansa D e continua in
direzioni opposte per i 2 diversi filamenti, cioè la trascrizione della catena pesante inizia a livello del
promotore PH e prosegue in senso orario, mentre la trascrizione della catena leggera inizia a livello del
promotore PL e prosegue in senso anti-orario. La trascrizione porta alla formazione di grossi trascritti
multigenici che poi vengono tagliati dando origine alla formazione di molecole mature di mRNA, tRNA, rRNA,
necessarie per la sintesi proteica mitocondriale. Le 22 molecole di tRNA mitocondriale sono in grado di
riconoscere tutti i 60 codoni di senso presenti nel genoma mitocondriale (imprecisione dell’appaiamento
della 3^ base nell’interposizione del codone).
La Traduzione o sintesi proteica mitocondriale si deve a 60 codoni di senso e 4 codoni di stop cioè UAA e UAG
che fungono da codoni di stop anche a livello nucleare, AGA e AGG che a livello nucleare codificano per l’Arg.
Particolarità dei cromosomi
Il numero dei cromosomi prende il nome di ploidia con distinzione tra:
Euploidia: cellule con n° di cromosomi pari a 46 o un multiplo di 46.
Diploidia: la maggior parte delle cellule somatiche sono diploidi con corredo cromosomico 2N pari a
46 cromosomi.

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Aploidia: le cellule sessuali o germinali, spermatozoi (gameti M) e ovociti (gameti F) sono aploidi
perché hanno un corredo cromosomico N con 23 cromosomi in seguito alla meiosi.
Nulliploidia: i globuli rossi, piastrine e cheratinociti sono cellule prive di nucleo, nulliploidi.
In condizioni patologiche si hanno anomalie di numero dei cromosomi, tra cui:
poliploidia: cellule con corredo cromosomico triploide (3n) o tetraploide (4n), anche se in realtà
alcune cellule sono poliploidi in condizioni fisiologiche come gli epatociti con corredo variabile da 2N
a 8N, cardiomiociti da 4N a 8N, megacariociti giganti del midollo osseo da 16N a 64N che
singolarmente danno origine a migliaia di piastrine nulliploidi. La poliploidia può derivare anche da
fenomeni di fusione cellulare come i sincizi tra le cellule delle fibre muscolari.
aneuploidia: indica un individuo con un cromosoma in più o trisomia (2n+1 = 47) o in meno o
monosomia (2n-1 = 45).
I cromosomi sono distinti in Autosomi ed Eterosomi o cromosomi sessuali X ed Y. Il cariotipo umano è
costituito da 46 cromosomi, cioè 46 molecole di DNA assemblate a proteine, rappresentato da 44 autosomi
cioè 22 coppie di cromosomi omologhi, appaiati e identici, deputati alla trasmissione dei caratteri, e 2
cromosomi sessuali o eterosomi, diversi tra loro, X e Y, deputati alla determinazione del sesso e dei caratteri
sessuali. Il cariotipo femminile è 46,XX mentre il cariotipo maschile è 46,XY: infatti, ogni gamete presenta 23
cromosomi, cioè 22 autosomi + 1 cromosoma sessuale o eterosoma: nell’ovocita il cromosoma sessuale è
sempre X, mentre negli spermatozoi può essere X o Y. Dal punto di vista Strutturale i cromosomi X e Y dono
diversi tra loro.
Il cromosoma X è submetacentrico costituito da oltre 160 milioni di paia di basi (Mb) di DNA, contiene i geni
per lo sviluppo sessuale femminile e moltissimi geni relativi a caratteri non sessuali.
Il cromosoma Y è acrocentrico, è molto più piccolo dell’X, costituito da circa 50 Mb di DNA, contiene circa 50
geni, per la maggior parte inattivi ed è formato da eterocromatina costitutiva, anche se molti geni del
cromosoma Y sono coinvolti nella spermatogenesi e nella determinazione del sesso maschile (geni NRY o
regione non ricombinante del cromosoma Y).
In realtà i cromosomi X e Y presentano delle regioni omologhe a livello dei telomeri, dette regioni
pseudoautosomiche, in cui si possono verificare crossing-over durante la meiosi maschile, distinte in:
regione pseudoautosomica principale PAR1: si estende per 2,6 Mb all’estremità dei bracci corti del
cromosoma X e Y, e contiene almeno 13 geni, rappresentando il punto di crossing-over obbligato
durante la meiosi maschile, indispensabile
per una corretta segregazione meiotica. Al
confine con la PAR1 ci sono regioni
contenenti geni importanti come il gene XG
che determina il gruppo sanguigno
dell’individuo e il gene SRY che determina
il sesso maschile (localizzato sul
cromosoma Y).
regione pseudoautosomica minore PAR2:
si estende per 330 kb alle estremità dei
bracci lunghi dei cromosomi X e Y, contiene
solo 4 geni e raramente è sede di crossing-
over tra X e Y, per cui la PAR2 non è
importante per la regolazione della meiosi
nel maschio.
Inattivazione del cromosoma X
L’Inattivazione del Cromosoma X è un meccanismo che avviene nelle cellule somatiche femminili che
determina l’inattivazione di 1 dei 2 cromosomi X (lyonizzazione, da Lyon). Questo meccanismo avviene nelle
fasi iniziali dello sviluppo embrionale, circa 16 giorni dopo la fecondazione, in modo del tutto casuale,
consentendo di inattivare il cromosoma X di origine paterna (Xp) o di origine materna (Xm), per cui cambia
da cellula a cellula, ma una volta che un cromosoma X è inattivato in una cellula, tutte le cellule discendenti
ereditano in modo clonale lo stesso tipo di inattivazione. Per cui le femmine presentano un mosaico per il

Genetica umana 01 – Fisiologia del genoma 8


cromosoma X essendo formate da una miscela di linee cellulari in cui è inattivato l’X paterno e linee cellulari
in cui è inattivato l’X materno.
Questo processo è importante ai fini della compensazione di dose del cromosoma X perché le femmine hanno
più materiale genetico dei maschi, perciò in questo modo si eliminano le differenze tra i 2 sessi nel rapporto
tra la dose dei geni autosomici (A) e la dose dei geni sul cromosoma X (rapporto di dose genica A/X) in modo
da ottenere la stessa quantità di prodotti codificati dai geni del cromosoma X nei 2 sessi, per i quale i maschi
sono emizigoti per costituzione, mentre le femmine diventano funzionalmente emizigoti per la maggior parte
dei geni associati all’X. Questo processo è di fondamentale importanza perché i prodotti dei geni del
cromosoma X interagiscono con i prodotti dei geni autosomici in numerosi processi metabolici e di sviluppo.
L’inattivazione del cromosoma X viene Regolata da 2 meccanismi che agiscono in cis:
Il centro di inattivazione dell’X (Xic)
controlla l’inizio e la propagazione
dell’inattivazione del cromosoma X e
viene regolato dal gene XIST che è
importante per iniziare l’inattivazione del
cromosoma X ma non è necessario per
mantenerne lo stato inattivo. Il gene XIST
è espresso solo dal cromosoma X
inattivato (espressione monoallelica), è
localizzato nella regione centromerica del
braccio lungo del cromosoma X e
appartiene alla classe dei geni ad RNA
non-codificante cioè produce un
trascritto di mRNA che non codifica per alcuna proteina ma insieme ad alcune proteine forma un
complesso ribonucleoproteico che si deposita progressivamente sul cromosoma X provocandone la
inattivazione, mentre la deacetilazione degli istoni e la metilazione dei geni provocano una modifica
della struttura cromatinica che si presenta fortemente condensata (eterocromatina) detta corpo di
Barr, visibile nel nucleo nelle cellule femminili (interfase), corrispondente al cromosoma X inattivato.
Per cui la maggior parte dei geni presenti sul cromosoma X inattivato diventano inattivi dal punto di
vista trascrizionale, mentre alcuni geni che sfuggono all’inattivazione, soprattutto i geni del
cromosoma X che hanno un omologo funzionale sul cromosoma Y localizzati nella PAR1. Inoltre, nelle
cellule staminali embrionali indifferenziate e nei primi stadi embrionali viene espresso anche il gene
Tsix localizzato sul filamento opposto a quello del gene XIST che probabilmente controlla
l’espressione del gene XIST in cis.
L’elemento di controllo dell’X (Xce) ha il compito di scegliere quale cromosoma X deve restare attivo
e quale deve essere inattivato, si trova localizzato in posizione più telomerica ma sono ancora
sconosciute le basi molecolari su cui agisce.
Il cromosoma X viene riattivato negli oociti poco prima della mitosi e durante la spermatogenesi vengono
inattivati transitoriamente sia il cromosoma X che Y: in questo modo lo schema di inattivazione dell’X viene
rimosso passando da una generazione all’altra. L'inattivazione di un cromosoma X presenta interessanti
implicazioni cliniche:
Le anomalie del cromosoma X sono relativamente benigne se paragonate ad anomalie autosomiche
analoghe.
Le donne con 3 cromosomi X sono di solito fisicamente e mentalmente normali e fertili, mentre tutte
le trisomie autosomiche comportano manifestazioni gravissime o l’aborto spontaneo.
L’assenza di un cromosoma X determina la sindrome di Turner, mentre l'assenza di un autosoma è
letale.
Organizzazione del genoma umano
Il Genoma Umano è l’insieme delle molecole di DNA di una cellula o dell’intero organismo, rappresentato da
25 molecole di DNA, cioè 24 molecole di DNA nucleare associate a proteine istoniche e non istoniche (22
autosomi + 2 eterosomi X e Y), più la molecola di mtDNA. Il DNA nucleare rappresenta il 99,5% di tutto il

Genetica umana 01 – Fisiologia del genoma 9


genoma cellulare, tranne negli oociti che hanno un 70% di DNA nucleare e un 30% di mtDNA (perchè hanno
moltissimi mitocondri).
Il genoma umano è costituito solo da 23'000 geni, un numero molto più basso rispetto ai 100.000 stimati
prima del sequenziamento del DNA, poco più alto dei 20.000 geni dei nematodi, vermi lunghi 1 mm, costituiti
da 1000 cellule, che a loro volta hanno migliaia di geni in più rispetto ai moscerini della frutta che sono
organismi più complessi, dimostrando che la complessità genetica non è correlata alla complessità biologica.
Il genoma nucleare ha dimensioni pari a circa 3200 Mb, dovute a 3000 Mb di eucromatina + 200 Mb di
eterocromatina costitutiva, molto condensata e inattiva dal punto di vista trascrizionale, localizzata a livello
del centromero (3 Mb), braccio q dei cromosomi acrocentrici, braccio p del cromosoma Y e costrizioni
secondarie dei cromosomi 1, 9 e 16.
I cromosomi hanno una lunghezza media di 140 Mb, per cui presentano numero di geni pari a circa 1400.
Nell’eucromatina la densità genica è pari a circa 1 gene ogni 100 kb con alta densità nelle regioni
subtelomeriche dei cromosomi: i cromosomi più ricchi di geni sono il 19 e 22, quello più povero è il
cromosoma 18. Le dimensioni dei geni dipendono dal numero degli esoni che hanno una lunghezza media di
200 bp e dagli introni che presentano una lunghezza estremamente variabile, mentre alcuni geni sono di
piccole dimensioni perché privi di introni (come i geni per i tRNA).
Solo il 2-3% del genoma è rappresentato da DNA codificante che per il 90% viene usato per produrre mRNA
e quindi polipeptidi, mentre il 5-10% è rappresentato dai geni a RNA non codificante cioè non producono
proteine ma molecole di RNA importanti nel processo di espressione genica, cioè rRNA, tRNA, snRNA,
snoRNA.
Il restante 97% del genoma non è codificante ed è composto per poco più della metà da sequenze regolatrici
(promoter, ehancers, silencers, ...) e per la restante parte da sequenze inerti (inutili al fine di trasmettere
informazioni). Sono ascrivibili a quest’ultima categoria:
Il DNA ripetuto in tandem costituisce circa l’8% del genoma è caratterizzato da sequenze altamente
ripetute, inattive dal punto di vista trascrizionale, tra cui:
o il DNA satellite localizzato
nell’eterocromatina
pericentromerica e
centromerica
o Il DNA minisatellite localizzato
a livello dei telomeri (TTAGGG)
e regioni peritelomeriche
o Il DNA microsatellite costituito
da brevi sequenze ripetute in
tandem dette SSR o ripetizioni
di sequenze semplici disperse nel genoma che rappresentano il 2% del genoma umano.
Il DNA ripetuto intersperso costituisce il 40% del genoma ed è rappresentato da elementi genici
mobili:
o I Retrotrasposoni sono frammenti di DNA capaci di trascriversi autonomamente in un
trascritto di RNA (trascrittasi inversa) e replicarsi in altre posizioni del genoma
(trasposizione conservativa), distinti in autonomi o non autonomi in base alla loro
capacità o meno di codificare i prodotti necessari per garantirsi la retrotrasposizione.
I LINE rappresentano il 21% del genoma umano, sono elementi trasponibili
autonomi, localizzati nelle regioni di eucromatina, specie in quelle ricche di AT (G
scure). Esistono 3 classi, cioè Line 1, 2 e 3, ma solo la Line 1 è ancora attiva, pari
al 17% del genoma, lunga 6.1 kb, costituita da 2 moduli di lettura aperti, ORF1 e
ORF2, un promotore all’estremità 5’ per la RNA polimerasi II e una coda di poli-
A all’estremità 3’. L’ORF1 codifica una proteina che si lega all’RNA (RNA-binding
protein), mentre ORF2 codifica una proteina con attività di endonucleasi e
trascrittasi inversa (RT), per cui taglia la doppia elica lasciando un gruppo OH
libero in 3’ che consente alla trascrittasi inversa di sintetizzare una copia del DNA.

Genetica umana 01 – Fisiologia del genoma 10


I SINE (13% del genoma umano) sono lunghi circa 100-400 bp, non codificano
proteine e non sono autonomi, infatti hanno bisogno delle proteine codificate
dalle sequenze LINE per trasporre (sequenza Alu).
o I Trasposoni fossili a DNA migrano mediante trasposizione conservativa cioè la sequenza
non viene copiata ma viene tagliata e reinserita in un altro punto del genoma per azione
della trasposasi. Le sequenze di trasposoni di DNA hanno vita breve, al termine della
quale non sono più attive e sono considerate fossili di trasposoni.
I fossili di virus che si sono integrati nel genoma ed hanno perso la capacità di replicarsi
probabilmente a causa di mutazioni puntiformi.
Gli pseudogeni o frammenti genici, cioè geni difettivi non codificanti, raggruppati su uno o più
cromosomi o dispersi nel genoma, forse dovuti a vari meccanismi di duplicazione genica
verificatisi nel corso dell’evoluzione.

Genetica umana 01 – Fisiologia del genoma 11


Genetica umana 02 – Mutazioni
Overview
Le Mutazioni sono alterazioni cromosomiche o geniche che determinano un cambiamento permanente nella
struttura del genoma, ereditabili dalle generazioni successive. L’organismo che porta una mutazione viene
detto mutante, mentre l’organismo con genotipo e fenotipo normale è detto selvatico (wild type).
Dal punto di vista eziopatogenetico le mutazioni possono essere dovute all’esposizione del DNA a vari agenti
mutageni con distinzione tra mutazioni endogene ed esogene:
Mutazioni endogene: sono dovute ad eventi spontanei che avvengono nella cellula durante la
replicazione del DNA, associati ad errori dei sistemi di riparazione.
Mutazioni esogene: sono dovute all’azione di agenti mutageni presenti nell’ambiente esterno, cioè
sostanze di natura fisica, chimica o biologica in grado di indurre mutazioni solo nelle cellule su cui
agiscono direttamente:
o Mutageni chimici: idrocarburi come il fumo di sigaretta, pesticidi, chemioterapici come gli
agenti intercalanti (proflavina) e gli analoghi delle basi.
o Mutageni fisici: radiazioni ionizzanti utilizzate in campo medico per scopi diagnostici e
terapeutici (raggi X, raggi γ, radioterapia), responsabili soprattutto di rotture cromosomiche
o di mutazioni puntiformi, con entità del danno correlata alla dose, tempo di esposizione,
numero esposizioni, tipo di cellula e fase del ciclo cellulare.
o Mutageni biologici: reazioni fotochimiche dovute alla esposizione ai raggi UV solari.
Classificazioni
La classificazione delle mutazioni prevede una distinzione tra:
Mutazioni cromosomiche:
o Anomalie cromosomiche di numero: poliploidia, aneuploidia.
o Anomalie cromosomiche di struttura: traslocazioni, inversioni, delezioni, inserzioni,
duplicazioni, isocromosomi.
o Anomalie cromosomiche con presenza di più linee cellulari o mixoploidia: mosaicismo,
chimera.
Mutazioni geniche: delezioni, inserzioni, mutazioni puntiformi da sostituzione di singole basi.
Le mutazioni possono essere di tipo germinale o somatico:
Mutazioni germinali: dovute all’azione diretta degli agenti mutageni sulle gonadi, senza provocare
danni all’individuo ma possono essere trasmesse ai discendenti provocando danni di entità variabile
in base al tipo di mutazione e stadio di formazione dei gameti.
Mutazioni somatiche: dovute all’azione diretta degli agenti mutageni su tessuti costituiti da cellule
somatiche per cui non vengono trasmesse alle generazioni successive, ma possono provocare effetti
nocivi nei portatori di entità variabile a seconda del tipo di cellule e grado di attività mitotica della
cellula interessata, infatti l’effetto è nullo se la cellula colpita non si divide, mentre se la cellula
somatica continua a dividersi si ha una espansione clonale della mutazione, come succede nei tumori
maligni.
Le mutazioni geniche possono provocare effetti di diverso tipo:
Nessun effetto in caso di mutazioni a livello degli introni o sequenze non regolatrici.
Mutazioni a livello degli esoni:
o Silenti.
o Neutre se interessano regioni non critiche per la sintesi della proteina.
o Deleterie con perdita di funzione (di solito recessive) o con acquisizione di funzione (di solito
dominanti).
Le mutazioni nelle regioni regolatrici hanno un effetto quantitativo (sovra-sotto espressione).
Le mutazioni con perdita di funzione possono essere dovute a delezione di un intero gene, mutazioni
nonsense, slittamenti del modulo di lettura con deficit della traduzione, mutazioni nei siti di splicing. In tal
caso si ha una parziale o totale della funzione della proteina.

Genetica umana 02 – Mutazioni 1


In genere le mutazioni con perdita di funzione producono fenotipi recessivi perché gli eterozigoti non
presentano alcun problema, infatti la cellula e l’organismo sono in grado di funzionare anche con un livello
di attività genica pari al 50%. Se il 50% del prodotto normale non è sufficiente per il funzionamento
dell’organismo si parla di aploinsufficienza con fenotipo anomalo ereditato come carattere dominante.
Le mutazioni con acquisizione di funzione in genere sono causate da riarrangiamento cromosomico con
rimescolamento di esoni, sovraespressione genica tipica dei tumori, in cui il prodotto genico funziona in
modo anomalo. Le mutazioni con acquisizione di funzione in genere producono fenotipi dominanti, infatti la
presenza di un allele normale non impedisce all’allele mutato di comportarsi in modo anomalo.
Inoltre, possiamo fare una distinzione tra:
Allele nullo o amorfo se non produce nulla.
Allele ipomorfo se produce un prodotto in minore quantità o con funzioni ridotte.
Allele ipermorfo se produce un prodotto in maggiore quantità o con funzioni aumentate.
Allele neomorfo se produce un nuovo prodotto o lo stesso prodotto ma con funzioni nuove.
Allele antimorfo se produce un prodotto che ha una funzione antagonista al prodotto normale.
Le mutazioni utili o innocue sono dette polimorfismi che hanno una frequenza nella popolazione > 1%.
Dal punto di vista clinico le mutazioni possono determinare:
Effetto positivo: la mutazione porta ad un vantaggio evolutivo, infatti tutti gli attuali geni sono
originati da una successione di mutazioni.
Effetto nullo: la mutazione non altera la capacità riproduttiva dell’individuo poiché il gene mutato dà
origine ad una proteina sana e funzionante.
Effetto minimo o subletale: la mutazione limita la capacità riproduttiva dell’individuo poiché il gene
mutato dà origine ad una proteina parzialmente funzionante.
Effetto letale: la mutazione determina l’aborto spontaneo o la morte del soggetto prima di
raggiungere l’età riproduttiva o inibisce la capacità riproduttiva dell’individuo poiché il gene mutato
produce una proteina non funzionante o non produce alcuna proteina.
Per cui, a seconda dei casi, la mutazione può essere asintomatica, può provocare aborto spontaneo precoce,
oppure la morte post-partum precoce entro il primo mese o entro 1 anno dalla nascita, oppure si ha la
sopravvivenza ma con fenotipo più o meno grave a seconda dell’anomalia.
Anomalie cromosomiche di numero
Le Anomalie o Aberrazioni Cromosomiche di Numero sono rappresentate dalle poliploidie e aneuploidie (che
sono più frequenti).
Poliploidia
La poliploidia è caratterizzata da un cariotipo con un numero di
cromosomi multiplo del corredo aploide n ma superiore a 2n (46), per
cui abbiamo la triploidia (3n), tetraploidia (4n). In condizioni
fisiologiche l’uomo presenta varie cellule con corredo poliploide,
come i megacariociti, epatociti, amniociti, mentre in condizioni
patologiche la poliploidia è svantaggiosa per lo sviluppo embrionale
causando l’aborto spontaneo precoce.
Triploidia
La Triploidia è caratterizzata da un corredo a 69 cromosomi (3n),
interessa l’1-3% delle gravidanze umane, in genere di origine
paterna dovuta a dispermia nel 66% dei casi cioè a fecondazione
della cellula uovo aploide (n) da 2 spermatozoi aploidi (n + n),
oppure a fecondazione della cellula uovo aploide (n) da 1
spermatozoo diploide (2n), mentre nel 10% dei casi è di origine
materna dovuta alla fecondazione tra 1 cellula uovo diploide
(2n) e 1 spermatozoo aploide (n). La triploidia più comune è la
69,XXY, mentre le triploidie 69,XXX e 69,XYY sono più rare. Le
triploidie sono incompatibili con la vita provocando la morte

Genetica umana 02 – Mutazioni 2


prima della nascita o al momento della nascita, poiché si ha uno squilibrio tra i prodotti codificati sul
cromosoma X e sugli autosomi che non sono compensati dal meccanismo di inattivazione del cromosoma X.
Tetraploidia
La Tetraploidia è caratterizzata da un corredo a 92 cromosomi (4n), è piuttosto rara ma è sempre letale, in
genere dovuta a duplicazione del DNA non seguita da divisione cellulare (endomitosi).
Aneuploidia
L’aneuploidia rappresenta l’anomalia di numero dei cromosomi più frequente caratterizzata dalla presenza
o assenza di 1 o più cromosomi rispetto alla norma, può interessare sia gli autosomi che i cromosomi sessuali
per cui viene distinta in aneuploidia autosomica ed eterosomica tra cui le più frequenti sono:
Trisomia: dovuta a 1 cromosoma in più nella coppia di
cromosomi omologhi con corredo 2n+1 cioè 47 cromosomi.
Monosomia: dovuta a 1 cromosoma in meno nella coppia di
cromosomi omologhi con corredo 2n-1 cioè 45 cromosomi.
Nullisomia: (rara) da perdita di 1 coppia di cromosomi
omologhi (2n–2) letale prima dell’impianto dell’embrione.
Il Fattore di Rischio principale delle aneuploidie è l’età materna
avanzata con rischio che aumenta progressivamente dopo i 35 anni.
Nella maggior parte dei casi le aneuploidie provocano aborto spontaneo precoce, raramente si giunge al
termine della gravidanza.
La causa più frequente delle aneuploidie è la non-disgiunzione meiotica: normalmente i cromosomi omologhi
alla anafase I o i cromatidi fratelli alla anafase II si separano e migrano verso i poli opposti del fuso, mentre
si parla di non-disgiunzione se i cromosomi omologhi non si separano durante la prima divisione meiotica
(anafase 1) oppure i cromatidi fratelli non si separano durante la seconda divisione meiotica (anafase 2) o
durante la mitosi. La non-disgiunzione spesso avviene nella 1^ meiosi materna, più raramente nella 2^
meiosi:
la non-disgiunzione alla I divisione meiotica dà origine al 100% di gameti anomali di cui il 50% avrà
un cromosoma in più (n + 1) e darà origine a zigoti trisomici (47), mentre il 50% dei gameti avrà un
cromosoma in meno (n – 1) e darà origine a zigoti monosomici (45).
la non-disgiunzione alla II divisione meiotica dà origine ad un 50% di gameti normali e un 50% di
gameti anomali, di cui il 25% avrà 1 cromosoma in più (n + 1) e darà origine a zigoti trisomici, mentre
l’altro 25% avrà 1 cromosoma in meno (n – 1) e darà origine a zigoti monosomici.
La non-disgiunzione durante la mitosi dà luogo a un mosaico (46/47).
Raramente le aneuploidie sono dovute a ritardo anafasico (lag anafasico) cioè ritardata migrazione del
cromosoma all’anafase con perdita del cromosoma perché non viene incorporato nel nucleo di una delle
cellule figlie.

Trisomia
Le trisomie autosomiche possono interessare tutti gli autosomi, ma soltanto alcune di esse sono compatibili
con la vita post-natale, come la trisomia 21 o sindrome di Down, trisomia 18 o sindrome di Edwards e la
trisomia 13 o sindrome di Patau, mentre la maggior parte di esse sono letali in fase embrionale o fetale.

Genetica umana 02 – Mutazioni 3


Le trisomie eterosomiche sono meno frequenti e sono rappresentate dalla sindrome di Klinefelter 47,XXY, la
sindrome 47,XXX o superfemmine (triploX), il maschio XYY, che rispetto alle trisomie autosomiche possono
manifestarsi con un quadro lieve-moderato o asintomatico.
La Sindrome di Down o trisomia 21 (cariotipo 47,XX,+21 o 47,XY,+21) è una trisomia autosomica compatibile
con la vita, più frequente nelle F, con frequenza di 1 caso/1.000 nati vivi, anche se al concepimento la
frequenza è più alta pari a 1/150 ma in circa l’80% dei casi si ha aborto spontaneo. Dal punto di vista Genetico
nel 95% dei pz affetti da sindrome di Down si riscontra una trisomia libera con presenza di 3 cromosomi 21
in genere da non-disgiunzione materna alla meiosi I, strettamente correlato all’età materna, raramente a
non-disgiunzione paterna alla meiosi I o II oppure ad un ritardo anafasico cioè a ritardo di migrazione di uno
dei due cromosomi 21 durante l’anafase che impedisce al cromosoma stesso di raggiungere il polo cellulare
in tempo per la divisione cellulare (citodieresi).
Nel 5% dei casi si riscontra una traslocazione robertsoniana tra cromosomi acrocentrici, in particolare
t(14;21), t(21;21) per cui si parla di trisomia con traslocazione, mentre nel 2-3% dei casi si riscontra un
mosaicismo cioè la contemporanea presenza nello stesso individuo di una linea cellulare trisomica (47 cr.) e
di una normale (46 cr,) dovuto a non-disgiunzione che si verifica nelle divisioni cellulari post-zigotiche (mitosi)
con quadro più attenuato.
Dal punto di vista Clinico la Sindrome di Down si manifesta con ipotonia neonatale, viso tondo con profilo
piatto, naso piccolo con radice piatta, rime palpebrali oblique verso l’alto, plica cutanea a livello dell’angolo
interno detta epicanto, l’iride presenta macchie biancastre disposte a corona radiale (macchie di Brushfield),
la bocca è piccola, il palato è alto e stretto (ogivale), i denti sono piccoli e irregolari, la lingua presenta
macroglossia e profonde fissurazioni (lingua scrotale), padiglioni auricolari corti e dismorfici, cranio piccolo
(brachicefalia) con occipite piatto, collo corto, largo con cute abbondante sulla nuca, mani corte, nel 50% dei
casi malformazioni cardiache come la persistenza del dotto arterioso, comunicazione interventricolare e
interatriale, malformazioni gastrointestinali specie la stenosi duodenale. Inoltre, la trisomia 21 provoca
ritardo mentale medio-grave. La Terapia è educativa e sintomatica con aspettativa di vita superiore a 65 anni.
La Sindrome di Edwards o trisomia 18 ha una frequenza di 1/7.700 nati vivi con un rapporto M/F pari a 1/5.
Il 95% dei casi viene abortito spontaneamente, il 50% dei neonati affetti muore nel 1° mese di vita, solo il
10% raggiunge 1 anno di vita, mentre i rari casi sopravvissuti presentano un grave ritardo psicomotorio e
dell’accrescimento. In oltre il 95% dei casi si tratta di una trisomia libera correlata con l’età materna.
Dal punto di vista Clinico la sindrome di Edwards si manifesta con grave ritardo psicomotorio e della crescita,
dolicocefalia (diametro antero-posteriore del cranio prevalente), fronte e rime palpebrali strette, naso, bocca
e mento piccoli, padiglioni auricolari impiantati più in basso e dismorfici, sterno corto, bacino piccolo, mano
chiusa a pugno con tipica contrattura in flessione delle dita con sovrapposizione del 2° dito sul 3° e del 4° sul
5°, malformazioni del SNC, labio-palatoschisi, cardiopatie congenite (difetti setto ventricolare),
malformazioni intestimali, renali.
La Sindrome di Patau o trisomia 13 ha una frequenza di 1/10.000 nati, correlata all’età materna, il 95% dei
casi va incontro ad aborto spontaneo. Nel 90% dei casi si tratta di una trisomia libera, mentre nel 10% dei
casi si tratta di una trisomia in mosaicismo o da traslocazione robertsoniana t(13;14).
I rari casi sopravvissuti presentano ritardo mentale grave e ritardo della crescita con gravi malformazioni
facciali e del cavo orale (labbro leporino e palatoschisi), microftalmia con occhi piccoli e malformati,
polidattilia postassiale cioè dito o appendice soprannumeraria sul lato del mignolo, malformazioni cardiache.
Il Sindrome di Klinefelter 47,XXY ha una frequenza alla nascita maggiore di 1/1.000 M, causata in oltre il 50%
dei casi da una non-disgiunzione materna alla meiosi 1, correlata all’età materna avanzata con rischio di
ricorrenza che non aumenta nelle successive gravidanze.
Spesso la Diagnosi avviene durante la gravidanza mediante analisi citogenetiche sugli amniociti richiesta nelle
donne in età avanzata oppure per valutare la causa di infertilità di coppia.
Dal punto di vista Clinico si manifesta con ipogonadismo con testicoli di piccole dimensioni e atrofici,
ginecomastia con ipetrofia della mammella, statura superiore alla media con arti più lunghi, spesso associati
a scoliosi, osteoporosi e diabete (8%).
Le funzioni cognitivo-intellettive sono conservate, per cui il pz non presenta ritardo mentale, anche se ci
possono essere disturbi delle capacità verbali.
La Sindrome 47, XXX alla nascita ha una frequenza di 1/1.000 F, dovuta nel 90% dei casi a non-disgiunzione
materna alla meiosi 1, raramente a non-disgiunzione paterna alla meiosi 2 o mitotica (post-zigotica). Dal

Genetica umana 02 – Mutazioni 4


punto di vista Clinico il fenotipo è normale e solo in 1/4 dei casi si manifesta con infertilità, irregolarità del
ciclo mestruale, menopausa precoce e Q.I. ridotto (15-20 punti meno della media), mentre la maggior parte
delle pazienti è fertile e da origine a figli sani.
Il Maschio XYY ha una frequenza alla nascita di 1/1.000 M, dovuta a non-disgiunzione alla 2^ divisione
meiotica nella spermatogenesi o non-disgiunzione postzigotica, non correlata all’età paterna e il rischio di
ricorrenza non aumenta nelle successive gravidanze.
Dal punto di vista Clinico è difficile da riconoscere poichè il pz presenta solo un’altezza maggiore rispetto a
quella degli altri familiari (1.82 cm) e un Q.I. medio minore di 10-15 punti rispetto alla popolazione generale.
I figli concepiti presentano un corredo euploide, nonostante siano attesi zigoti XXY e XYY, altre volte si tratta
di soggetti infertili.
Monosomia
Le monosomie sono dovute alla perdita di 1 cromosoma sessuale o autosomico, per cui si fa una distinzione
tra monosomie eterosomiche come la sindrome di Turner e monosomie autosomiche che sono letali in fase
embrionale a causa dello squilibrio del livello dei prodotti genici codificati su cromosomi diversi.
La Sindrome di Turner è una monosomia 45,X0 con frequenza alla nascita di 1/5.000 – 10.000 F, mentre al
concepimento la frequenza è molto alta, pari all’1%, ma nel 99% dei casi si ha aborto spontaneo. In genere si
deve a ritardo anafasico nella spermatogenesi, raramente a mosaicismo (X0/46,XY) o anomalie di struttura
del cromosoma X, tra cui isocromosoma del braccio lungo, cromosoma ad anello, delezione del braccio p o
q, non correlate con l’età dei genitori per cui il rischio di ricorrenza non aumenta nelle successive gravidanze.
Dal punto di vista Clinico la sindrome di Turner si manifesta alla nascita con dilatazione dei vasi linfatici con
linfedemi periferici, cioè mani e piedi gonfi da stasi linfatica, cute abbondante sulla nuca dove forma una
plica detta pterigo, mentre negli anni successivi si osserva la bassa statura che non supera i 142 cm, associata
a malformazioni delle orecchie e della bocca (microretrognazia), collo largo e corto, ptosi palpebrale ed
epicanto, torace largo a corazza, scoliosi, malformazioni del bacino, arti superiori e inferiori, amenorrea
primaria cioè assenza di mestruazioni. I caratteri sessuali secondari, cioè mammelle, genitali esterni,
apparato pilifero, sono iposviluppati, il 20% dei pz presenta cardiopatia, ipertensione e anomalie renali,
mentre le funzioni cognitivo-intellettive restano conservate. La Terapia con ormoni sessuali e ormone della
crescita migliorano lo sviluppo dei caratteri sessuali secondari e lo sviluppo corporeo.
Anomalie cromosomiche strutturali
Le Anomalie Cromosomiche Strutturali sono rappresentate dalle traslocazioni, inserzioni, inversioni,
delezioni, cromosoma ad anello, duplicazioni e isocromosoma, dovute a rotture cromosomiche che si
verificano durante la meiosi o le prime divisioni post-zigotiche, oppure vengono ereditate da uno dei genitori
che presenta l’anomalia in forma bilanciata. Possiamo avere:
1 rottura in 1 cromosoma: delezione terminale.
2 rotture in 1 cromosoma: delezione interstiziale, inversioni, cromosoma ad anello.
2 rotture in 2 cromosomi diversi: traslocazione reciproca e robertsoniana.
3 rotture di cui 2 sullo stesso cromosoma: traslocazioni per inserzione.
Le traslocazioni e inversioni sono anomalie bilanciate perchè non provocano acquisizione o perdita di
materiale cromosomico, per cui avremo un portatore con fenotipo normale anche se i problemi si hanno
durante la gametogenesi con rischio elevato di dare origine a gameti sbilanciati da cui possono originare
zigoti patologici o incompatibili con la vita (aborto). Le delezioni, duplicazioni, isocromosomi e cromosomi ad
anello sono anomalie sbilanciate.
Traslocazione
La Traslocazione (t) consiste nel trasferimento di segmenti cromosomici tra cromosomi diversi in seguito alla
rottura dei cromosomi che vengono riparati in maniera anomala, oppure in seguito a ricombinazione tra
cromosomi non omologhi durante la meiosi. Abbiamo la traslocazione reciproca, traslocazione robertsoniana
e traslocazione per inserzione.

Genetica umana 02 – Mutazioni 5


Traslocazione reciproca
La Traslocazione Reciproca (1/1000)
origina da 2 rotture su 2 cromosomi non
omologhi con scambio reciprocro dei
segmenti distali ai punti di rottura e
formazione di 2 cromosomi
strutturalmente diversi rispetto a quelli
presenti nel cariotipo normale.
Ad esempio consideriamo la traslocazione
reciproca t(3;21) dovuta a rottura sui
bracci lunghi q in cui la porzione terminale
del braccio lungo del cromosoma 21 viene spostata su quella terminale del braccio lungo del cromosoma 3 e
quella terminale del braccio lungo del cromosoma 3 viene spostata sul braccio lungo del cromosoma 21, per
cui la traslocazione reciproca non determina una perdita o acquisizione di materiale genetico per cui avremo
un portatore con fenotipo normale, ma il problema è legato alla produzione di gameti sbilanciati, infatti al
momento della profase meiotica si ha l’appaiamento tra i cromosomi 3 e 21 normali e traslocati che
indichiamo con A, B, C e D, che formano una struttura a croce detta quadrivalente che consente di allineare
le regioni omologhe dei cromosomi normali e traslocati (normalmente si forma il bivalente, lineare).
All’anafase i 4 cromosomi segregano nelle cellule figlie (gameti) attraverso meccanismi diversi:
Segregazione 2 a 2: due cromosomi vanno a un polo e 2 al polo opposto dando origine a 6 possibili
combinazioni, cioè:
o segregazione alternata: in tal caso migrano allo stesso polo i 2 cromosomi non contigui nella
tetrade, dando origine ad un gamete normale (A+D) e un gamete con traslocazione bilanciata
(B+C) da cui derivano figli normali ma portatori della traslocazione nella metà dei casi.
o segregazione adiacente-1: in tal caso migrano allo stesso polo della cellula i 2 cromosomi
contigui nella tetrade con centromero non omologo, dando origine ad un gamete sbilanciato
con trisomia 3/monosomia 21 (A+C), monosomia 3/trisomia 21 (B+D) nello zigote.
o segregazione adiacente-2: in tal caso migrano allo stesso polo i cromosomi contigui con
centromero omologo con combinazione dei cromosomi segreganti A+B o C+D, dando origine
ad un gamete sbilanciato con monosomia/trisomia parziale nello zigote.
Segregazione 3 a 1: dei 4 cromosomi del quadrivalente, 3 migrano verso un polo e 1 verso l’altro
polo, dando origine solo a gameti sbilanciati con trisomia nello zigote. I cromosomi segreganti
possono combinarsi in questo modo: A+B+C, A+B+D, A+C+D, B+C+D.
Segregazione 4 a 0: in tal caso tutti e 4 i cromosomi del quadrivalente migrano verso un polo della
cellula dando origine a gameti sbilanciati con tetrasomia/monosomia nello zigote.
Le traslocazioni reciproche spesso si verificano nel periodo post-zigotico, come la t(9;22) tipica della leucemia
mieloide cronica (LMC).
Traslocazione robertsoniana
La Traslocazione Robertsoniana o fusione centrica (1/1000) si deve a 2 rotture su cromosomi
acrocentrici a livello del centromero e fusione delle braccia lunghe a livello del centromero, per
cui si forma un cromosoma dicentrico stabile perché i 2 centromeri funzionano come se ce ne
fosse solo uno, e un cromosoma acentrico (braccia corte) che viene perso alla divisione meiotica
senza conseguenze essendo costituito da sequenze ripetute non codificanti (satelliti). I
cromosomi acrocentrici sono i cromosomi 13, 14 e 15 (gruppo D) e i cromosomi 21 e 22 (gruppo
G).
Le traslocazioni robertsoniane più frequenti sono la t(13;14), t(14;21), t(13;21). Anche in tal caso
il fenotipo può essere normale ma c’è il rischio di produrre gameti sbilanciati: infatti, alla profase
meiotica si ha l’appaiamento tra cromosomi traslocati e cromosomi omologhi normali formando
un trivalente che garantisce l’allineamento delle sequenze omologhe. All’anafase si ha la
segregazione dei 3 cromosomi nelle cellule figlie cioè:
segregazione alternata: dà origine ad un gamete normale e un gamete con t(14;21)
bilanciata.

Genetica umana 02 – Mutazioni 6


segregazione adiacente: dà origine a gameti sbilanciati con trisomia 14/monosomia 14, monosomia
21/trisomia 21.
Traslocazione per inserzione
La Traslocazione per Inserzione (ins) è una rara anomalia caratterizzata dal trasferimento di un tratto di
cromosoma all’interno del braccio di un altro cromosoma dovuta a 3 punti di rottura, cioè uno sul cromosoma
accettore del segmento che viene introdotto, 2 sul braccio cromosomico dal quale proviene il segmento che
viene traslocato. Di conseguenza, il cromosoma donatore presenta una delezione interstiziale, il cromosoma
accettore presenta un segmento aggiuntivo. In genere, gli eterozigoti per queste anomalie sono normali ma
ad elevato rischio riproduttivo (50%), infatti oltre a gameti normali possono produrre gameti bilanciati,
deficienti e duplicati.
Inversione
L’Inversione (inv) deriva da 2 rotture sulle braccia di un cromosoma con rotazione di 180° del segmento
compreso tra i 2 punti di rottura che viene reinserito nella stessa posizione tra i 2 punti di rottura ma con
inversione delle sequenze nucleotidiche rispetto alla norma, e viene distinta in inversione pericentrica e
paracentrica:
nell’inversione pericentrica i punti di rottura si
localizzano su braccia diverse per cui il tratto
invertito comprende il centromero con
cambiamento di morfologia del cromosoma
perché il centromero viene a trovarsi in una
posizione diversa dal normale.
nell’inversione paracentrica i punti di rottura si
localizzano su uno stesso braccio per cui il
tratto invertito non comprende il centromero.
Le inversioni provocano errori durante la meiosi con
formazione di gameti sbilanciati, infatti l’appaiamento
tra le regioni omologhe può avvenire solo se il cromosoma normale assume una forma ad ansa e il
cromosoma invertito si ripiega su se stesso. A questo punto si possono avere varie possibilità:
se il crossing-over non si verifica all’interno dell’ansa o avviene all’esterno dell’ansa si formano metà
gameti normali e metà con un cromosoma invertito senza provocare effetti clinici.
se il crossing-over si verifica all’interno dell’ansa tra cromosoma normale e cromosoma con
inversione pericentrica, si formeranno 2 cromosomi contenenti regioni duplicate (dup) e delete (del)
che danno origine a gameti sbilanciati che dopo la fecondazione formano uno zigote monosomico da
delezione o trisomico da duplicazione con situazione incompatibile con la vita o sviluppo di un feto
malformato.
se il crossing-over si verifica all’interno dell’ansa tra cromosoma normale e cromosoma con
inversione paracentrica, si formerà 1 cromosoma acentrico, senza centromero, e 1 cromosoma
dicentrico che è altamente instabile perché i 2 centromeri sono entrambi attivi e le fibre del fuso si
attaccano ad entrambi i centromeri tirando metà cromosoma da una parte e metà dall’altra, fino alla
rottura del cromosoma, dando origine ad un cromosoma acentrico, per cui l’inversione paracentrica
è più severa di quella pericentrica, infatti i gameti o gli zigoti non sopravvivono con alta percentuale
di aborti.
Delezione
La Delezione (del) consiste nella perdita di un segmento cromosomico con perdita della funzione del gene o
sintesi di proteine tronche e instabili. La delezione può essere terminale o interstiziale:
delezione terminale: si deve ad 1 sola rottura su un braccio con perdita del telomero, come succede
nella malattia del “cri du chat” dovuta a delezione terminale del braccio corto del cromosoma 5 (del
5p o 5p−) con prevalenza pari a 1/25.000 nati caratterizzata da pianto alla nascita e prime settimane
di vita simile al miagolio di un gatto, microcefalia grave con testa piccola e tonda, ipertelorismo
oculare con maggore distanza tra gli occhi, micrognazia o mento piccolo, padiglioni auricolari a bassa
attaccatura, ritardo mentale grave con Q.I. medio pari a 35 punti.

Genetica umana 02 – Mutazioni 7


delezione interstiziale: si deve a 2 rotture sullo stesso braccio con perdita del segmento compreso
tra i 2 punti di rottura, in seguito a crossing-over ineguale con appaiamento errato tra le sequenze di
DNA e scambio asimmetrico che dà origine a delezioni e duplicazioni della regione interessata dal
crossing-over. Il segmento deleto viene perso alla 1^ divisione cellulare essendo privo di centromero.
Cromosoma ad anello
Il Cromosoma ad Anello si deve a 2 rotture, una sul braccio p e una sul braccio q, con perdita
delle estremità telomeriche e ricongiungimento dei punti di rottura, formando la struttura
ad anello.
Duplicazione
La Duplicazione (dup) è causata dal raddoppiamento di un tratto di un cromosoma secondaria a:
crossing-over ineguale alla meiosi il cui prodotto reciproco è un cromosoma deleto.
crossing-over tra un cromosoma normale e un cromosoma invertito.
segregazione anomala di una traslocazione.
Isocromosoma
L’Isocromosoma (i) è un cromosoma simmetrico costituito da 2 braccia identiche, il braccio corto p
o il braccio lungo q di un cromosoma normale, in genere dovuto ad una divisione trasversale del
centromero, come nel caso dell’isocromosoma per il braccio lungo dell’X nella sindrome di Turner.
Mosaici e chimere
Il Mosaicismo indica la presenza in un organismo di popolazioni cellulari geneticamente distinte derivanti
dallo stesso zigote, in seguito a mutazioni post-zigotiche (non-disgiunzione mitotica, 47,XXX/46,XX) o
inattivazione del cromosoma X. Il mosaicismo può interessare sia le cellule della linea somatica che
germinale, per cui si fa una distinzione tra:
mosaicismo germinale se l’individuo presenta 2 popolazioni cellulari geneticamente diverse nella
linea germinale o nel tessuto gonadico (46XX e 46XY).
mosaicismo somatico se l’individuo presenta 2 o più linee cellulari geneticamente diverse nello stesso
tessuto o in tessuti diversi che hanno origine diversa.
La chimera indica la presenza di 2 popolazioni cellulari con genotipo diverso nello stesso individuo con
distinzione tra chimera da dispermia in cui 2 spermatozoi fecondano 2 uova distinte e gli zigoti si fondono
formando un embrione, e chimera ematica da colonizzazione di un gemello da parte di cellule di un altro
gemello non identico (MZ) per anastomosi venosa tra i gemelli.

Anomalie geniche
Le Mutazioni Geniche sono caratterizzate da alterazioni della sequenza nucleotidica di un singolo gene e sono
rappresentate dalle mutazioni puntiformi e mutazioni nei siti di splicing. Le Mutazioni Puntiformi sono le più
frequenti, tra cui abbiamo le mutazioni sostituzione di basi e le mutazioni nei siti di splicing.
Mutazioni puntiformi
Le Mutazioni per sostituzione di basi sono distinte 2 classi:
transizioni: sostituzione di una purina con una purina (A↔G) o di una pirimidina con una pirimidina
(C↔T da metilazione dei dinucleotidi CpG).
trasversioni: sostituzione di una purina con una pirimidina o viceversa (C/T↔A/G).
Le mutazioni possono interessare il DNA codificante e non codificante:
le mutazioni nel DNA non codificante (introni) in genere non hanno alcun effetto sull’espressione
genica, tranne se interessano la sequenza del promotore o i siti di splicing.
le mutazioni nel DNA codificante provocano alterazioni dell’espressione genica e sono distinte in
mutazioni sinonime o silenti e mutazioni non sinonime cioè mutazioni missense o di senso, nonsense
e frameshift.
o Mutazione silente o sinonima: caratterizzata dalla sostituzione di un nucleotide che non
altera il significato del codone, infatti, viene prodotto lo stesso amminoacido del codone

Genetica umana 02 – Mutazioni 8


originario. In genere la sostituzione si verifica nella 3^ base del codone perché, a causa
dell’incertezza in questa posizione, il codone anche se modificato specifica lo stesso
amminoacido del codone originario (degenerazione codice genetico). Ad es. il codone GGC e
GGU codificano entrambe per la Gly.
o Mutazioni missense o di senso: la sostituzione del nucleotide altera il significato del codone,
infatti provoca la formazione di un codone che codifica per un amminoacido diverso da
quello originario. Ad es. il codone GGC normalmente codifica per la Gly, mentre in caso di
mutazione G→A abbiamo il codone AGC che codifica per la Ser.
o Mutazioni nonsense: la sostituzione del nucleotide provoca la formazione di un codone di
stop (UGA, UAA, UAG) determinando la terminazione prematura della traduzione con
instabilità dell’mRNA e produzione di proteine tronche, non funzionali. Ad es. il codone UGG
codifica per il Trp, mentre in seguito a sostituzione nucleotidica si ha la formazione del
codone di stop UAG.
o Mutazioni frameshift o slittamento del modulo di lettura: possono essere dovute
all’inserzione o delezione di 1 o più basi, rispettivamente con slittamento in avanti o in dietro
del modulo di lettura, modificando l’ordine di lettura dei codoni a valle della mutazione con
formazione di un codone di stop o produzione di una proteina costituita da una sequenza
amminoacidica differente.
Alterazioni dei siti di splicing
Le Mutazioni nei siti di splicing (13%) possono determinare varie anomalie:
la ritenzione dell’introne nell’mRNA con deficit della sintesi proteica.
l’esclusione di esoni dal trascritto primario di mRNA, ad es. l’esone 2 viene rimosso e si ha il contatto
tra l’esone 1 e 3 con slittamento del modulo di lettura e introduzione precoce di un codone di stop,
con sintesi di una proteina tronca, instabile e non funzionale.
attivazione dei siti criptici o latenti di splicing costituiti da sequenze che normalmente non vengono
usate durante lo splicing e che vengono riconosciute dallo spliceosoma.
Le mutazioni puntiformi possono subire fenomeni di reversione o soppressione cioè nuove mutazioni nello
stesso codone, in un altro codone dello stesso gene oppure di un gene diverso, che possono annullare gli
effetti della mutazione precedente o provocare altri effetti.
Alterazioni epigenetiche
Le Modificazioni Epigenetiche sono modifiche ereditabili che possono riguardare un cromosoma o l’attività
di un gene, senza variare la sequenza nucleotidica, per cui passano da cellula a cellula o da padre in figlio,
senza essere correlate a mutazioni nella sequenza del DNA.
Il meccanismo epigenetico principale è rappresentato dalla metilazione del DNA che modifica la regolazione
dell’espressione genica e consente di trasmetterla in modo stabile alle cellule figlie. Il bersaglio principale
della metilazione è rappresentato dai dinucleotidi CpG (“p” legame fosfodiesterico CG) con metilazione della
citosina per azione dell’enzima citosina metil-transferasi che aggiunge un gruppo metile al C5 della citosina.
La metilazione del DNA determina la modificazione della cromatina che assume una configurazione serrata,
trascrizionalmente inattiva, con repressione della trascrizione genica. L’inattivazione del cromosoma X in
parte dipende dalla metilazione del DNA con trasmissione epigenetica dello schema di metilazione alle cellule
figlie che presenteranno lo stesso cromosoma X inattivo. Le modificazioni epigenetiche tipiche sono quelle
dei geni sottoposti a imprinting da cui derivano la sindrome di Prader-Willi e di Angelman.
Polimorfismi
Il Polimorfismo Genico indica la presenza in una popolazione di forme multiple di un gene o allele con
frequenza maggiore a quella ascrivibile alla presenza di mutazioni ricorrenti, cioè un gene è considerato
polimorfo se la frequenza dell’allele più raro è > all’1%, altrimenti si tratta di una mutazione. Il polimorfismo
genico non determina l’insorgenza di malattie ma può aumentare la suscettibilità nei confronti di una
malattia. I polimorfismi genici costituiscono un importante gruppo di marcatori genetici distribuiti lungo tutto
il genoma e possono essere utilizzati per le analisi genetiche (PCR), per identificare gli individui, per accertare
la paternità, poichè il profilo genetico di ogni individuo è unico, come le impronte digitali. Tra i polimorfismi
genetici abbiamo:

Genetica umana 02 – Mutazioni 9


Polimorfismo di un singolo nucleotide (SNP) dovuto alla sostituzione di un nucleotide con un altro
nucleotide, per cui si parla di polimorfismo intragenico in cui la sostituzione del nucleotide non altera
l’amminoacido ed è silente rispetto alle mutazioni.
Polimorfismo determinato dal numero variabile di unità ripetute in tandem (VNTR): gli alleli
differiscono tra loro per il numero di copie di unità ripetute in tandem (satellite, minisatellite,
microsatellite).

Genetica umana 02 – Mutazioni 10


Genetica umana 03 – Malattie genetiche e genetica di popolazione
Malattie Mendeliane (Monogeniche o Monofattoriali)
Le Malattie Mendeliane, Monogeniche o Monofattoriali sono dovute solo a fattori genetici, cioè a mutazioni
in geni specifici che sono necessarie e sufficienti a determinare il fenotipo clinico, non sono influenzate da
fattori ambientali, per cui sono ad altissima penetranza ma a bassa prevalenza, cioè sono rare nella
popolazione perché sono correlate solo a fattori genetici.
Le malattie monogeniche sono classificate in:
malattie autosomiche dovute a mutazioni di geni localizzati sugli autosomi.
malattie legate all’X o Y dovute a mutazioni di geni localizzati sui cromosomi sessuali X o Y.
Inoltre, sono distinte in malattie dominanti quando è sufficiente una sola copia del gene a determinare la
malattia e malattie recessive quando sono necessarie entrambe le copie del gene, per cui gli schemi di
ereditarietà mendeliana sono: eredità autosomica dominante AD, autosomica recessiva AR, eredità legata
all’X recessiva (XR) o dominante (XD), eredità legata all’Y.
Per cui i caratteri mendeliani, fisiologici o patologici, sono trasmessi all’interno di una famiglia secondo i
modelli di trasmissione mendeliana che possono essere riconosciuti analizzando l’albero genealogico,
partendo dall’anamnesi per valutare la storia clinica della persona che rappresenta il caso indice (probando),
integrandola con quella dei suoi familiari. La costruzione di un albero genealogico avviene usando una serie
di simboli standardizzati. E’ opportuno raccogliere i
dati di almeno 3 generazioni: le persone che
appartengono a una stessa generazione sono
indicate mediante simboli disegnati in successione,
sullo stesso piano orizzontale, in ordine di nascita. Le
generazioni sono indicate con numeri romani,
partendo dalla generazione più remota: ad esempio
“I” indica la generazione dei nonni, “II” quella dei figli,
“III” quella dei nipoti. I numeri arabi (1, 2, 3…) sono
usati per indicare ogni persona appartenente a una
specifica generazione e sono utilizzati in ordine
progressivo procedendo da sinistra verso destra, ad
esempio “II,1” indica la persona più anziana della
seconda generazione.
I rapporti genetici tra i consanguinei, cioè le persone geneticamente correlate, sono definiti dal grado di
consanguineità:
consanguinei di I grado: genitori e figli.
consanguinei di II grado: nonni, zii rispetto ai nipoti, fratellastri e sorellastre.
consanguinei di III grado: primi cugini.
consanguinei di IV grado: primi cugini, che si trovano su generazioni sfalsate, l’uno rispetto all’altro.
consanguinei di V grado: secondi cugini.
Malattie Autosomiche Dominanti
Le malattie autosomiche dominanti (AD) si manifestano in seguito alla mutazione di un solo allele, mentre il
cromosoma omologo porta l’allele normale. L’Albero Genealogico nelle famiglie affette da malattie AD
presenta varie caratteristiche:
i caratteri AD in genere si esprimono in soggetti eterozigoti (Aa), portatori di un gene mutato.
la malattia può essere trasmessa dal padre o dalla madre ai figli M e F, mediante un meccanismo di
trasmissione verticale.
il fenotipo di solito è presente in tutte le generazioni.
Tra le malattie AD ce ne sono alcune relativamente comuni con frequenza compresa tra 1/500 e 1/1000 nati,
come l’otosclerosi con sordità da irrigidimento della membrana timpanica, l’ipercolesterolemia familiare con
deposito di colesterolo a livello della cornea, il rene policistico tipo adulto. Le altre malattie sono più rare:
sindrome di Ehlers-Danlos, neurofibromatosi, distrofia miotonica, sclerosi tuberosa, corea di Huntington,

Genetica umana 03 – Malattie genetiche e genetica di popolazione 1


poliposi del colon, sindrome di MEN2,
atassia spino-cerebellare AD,
acondroplasia, sindrome di Marfan,
osteogenesi imperfecta.

Essendo malattie molto rare è difficile che


si abbia il matrimonio tra 2 persone
affette. La Valutazione delle malattie AD
può essere difficoltosa in caso di:
Una nuova mutazione: può
favorire l’espressione di un carattere o l’insorgenza di una malattia in una famiglia con anamnesi
familiare negativa per quel carattere o patologia (esempio acondroplasia). Il soggetto che nasce con
la nuova mutazione ha un rischio di trasmetterla al 50% dei figli. Le nuove mutazioni non sono
prevedibili, anche se un potenziale fattore di rischio è l’età paterna avanzata poiché col passare degli
anni aumenta il numero delle divisioni cellulari che precedono la meiosi nella spermatogenesi.
La penetranza ridotta o incompleta (minore 100%) indica che la malattia non si esprime in tutti gli
individui che hanno ereditato il gene mutato (esempio polidattilia con dito sovrannumerario).
L’espressione variabile indica che la stessa malattia può manifestarsi con diversi gradi di severità in
vari membri della stessa famiglia, dovuta a fattori non genetici, come età, sesso e ambiente, correlati
a fattori genetici, come l’espressione di altri geni, eterogeneità delle mutazioni e mutazioni
somatiche, come nel caso della neurofibromatosi di tipo 1 che si manifesta con macchie cutanee
caffè-latte, neurofibromi, gliomi del nervo ottico, alterazioni scheletriche, noduli di Lisch sull’iride.
L’esordio tardivo, come nella corea di Huntington o nel rene poliscistico di tipo adulto (in cui c’è una
buona probabilità che una persona clinicamente non affetta, appartenente alla famiglia, erediti il
gene-malattia e che questo ancora non si sia espresso). Il rischio di sviluppare una malattia in un
soggetto portatore si riduce man mano che l’età media di esordio della malattia avanza. Bisogna
ricordare che molte malattie sono caratterizzate dal fenomeno dell’anticipazione tipico delle
malattie da mutazioni dinamiche con espansione instabile delle triplette.
Malattie Autosomiche Recessive
Le Malattie Autosomiche Recessive AR si manifestano quando entrambi i cromosomi omologhi hanno una
copia mutata del gene. L’Albero Genealogico nelle famiglie affette da malattie AR presenta varie
caratteristiche:
i caratteri AR si esprimono
solo negli omozigoti (aa).
i genitori sono eterozigoti
(Aa) portatori o carrier sani,
asintomatici della
mutazione, indicati con
simboli metà pieni e metà
vuoti; la malattia può essere
trasmessa ai figli M o F.
la trasmissione nella famiglia
è orizzontale, cioè la
malattia può colpire figli M e
F della stessa famiglia e altri parenti della stessa generazione, ma non è presente nelle generazioni
precedenti o successive (collaterali, ascendenti e discendenti).
Tra le malattie AR abbiamo: fibrosi cistica o mucoviscidosi, talassemia, sordità congenita, atrofia muscolare
spinale, fenilchetonuria, mucopolisaccaridosi, albinismo oculo-cutaneo, atassia-teleangectasia.
Il principale Fattore di Rischio per le malattie AR è rappresentato dal matrimonio tra consanguinei che sono
piuttosto frequenti in vari paesi dell’Africa e Asia correlati a fattori culturali, religiosi e sociali. In questi casi i
genitori possono condividere la stessa mutazione ereditata da un antenato comune (talassemia) con rischio
pari al 30-50% per i consanguinei di I grado, come in caso di incesto padre-figlia o fratello-sorella, che scende

Genetica umana 03 – Malattie genetiche e genetica di popolazione 2


progressivamente fino a meno dell’1% per i consanguinei di V grado (secondi cugini). Se all’interno di una
famiglia, in cui più persone sono affette da una malattia AR, si ripetono i matrimoni tra consanguinei, si può
verificare una segregazione verticale della malattia e non orizzontale, per cui si parla di eredità quasi-
dominante.
Malattie X-linked
Le Malattie Legate al Cromosoma X sono dovute a mutazioni in geni presenti sul cromosoma X e possono
essere recessive (più frequenti) o dominanti. Nei maschi un gene mutato legato al cromosoma X è sempre di
origine materna, cioè può essere trasmesso ai figli maschi solo dalla madre e si parla di trasmissione diaginica.
I maschi sono detti emizigoti perché hanno solo 1 cromosoma X di origine materna che presenta pochi geni
omologhi con il cromosoma Y, per cui in caso di mutazione di un gene localizzato sul cromosoma X, la sua
funzione non può essere rimpiazzata da un gene omologo presente sul cromosoma Y, per cui la malattia si
manifesterà indipendentemente dal fatto che il gene sia dominante o recessivo. Le femmine sono emizigoti
naturali in seguito al meccanismo di inattivazione di un X, possono essere omozigoti o eterozigoti per il gene,
avendo 2 cromosomi X, per cui il cromosoma X di origine paterna maschererà gli effetti del gene mutato del
cromosoma X materno.
Malattie X-linked recessive
Le malattie X-linked recessive (XR) presentano varie caratteristiche:
l’incidenza della malattia è più
alta nei soggetti di sesso maschile
(emizigoti).
la malattia viene trasmessa al
50% dei figli maschi dalla madre
eterozigote, portatrice sana del
gene mutato, asintomatica, per
cui si parla di trasmissione
diaginica, cioè trasmissione per
via F.
la malattia non può essere
trasmessa da padre affetto a figlio
maschio.
la trasmissione nella famiglia non è né verticale (AD) né orizzontale (AR) ma è diagonale, a zig-zag
con interessamento di un numero più o meno elevato di M in generazioni diverse.
Tra le malattie XR abbiamo: distrofia muscolare di Duchenne, emofilia A e B da deficit dei fattori della
coagulazione VIII e IX, sindrome X fragile, deficit di G6PD, daltonismo.
Malattie X-linked domianti
Le malattie X-linked dominanti (XD) sono rarissime e presentano varie caratteristiche:
colpisce entrambi i sessi, anche
se le femmine sono più colpite
dei maschi (2/1) ma nelle F il
fenotipo clinico è più lieve e
variabile rispetto ai maschi
(grazie all’inattivazione del
cromosoma X).
se il padre è affetto e la madre è
sana, si hanno solo figlie
femmine affette.
se la madre è affetta il 50% dei
figli saranno affetti.
Tra le malattie XD abbiamo: rachitismo vitamina D-resistente, incontinentia pigmenti con alterazioni della
pigmentazione cutanea, disturbi agli occhi, denti e neurologici.

Genetica umana 03 – Malattie genetiche e genetica di popolazione 3


Malattie Y-linked
Le Malattie Legate al Cromosoma Y sono dovute a mutazioni di geni presenti sul cromosoma Y per cui sono
definite malattie olandriche perché possono essere trasmesse solo da padre affetto a figli M, a meno che non
si tratti di una nuova mutazione (esempio orecchio peloso).
Malattie Non-Mendeliane
L’Ereditarietà non Mendeliana comprende l’ereditarietà mitocondriale, imprinting, disomia uniparentale,
malattie da triplette, ereditarietà digenica.
Ereditarietà mitocondriale
L’Ereditarietà Mitocondriale viene definita matrilineare perché il genoma mitocondriale viene ereditato per
via materna, cioè maschi e femmine ereditano i mitocondri tramite gli oociti materni, mentre i mitocondri
non sono trasmessi dagli spermatozoi: durante la mitosi, i mitocondri, e quindi le molecole di mtDNA vengono
distribuite in maniera casuale nelle 2 cellule figlie. Per cui le malattie mitocondriali possono essere ereditate
solo da una madre affetta, mentre avremo figli sani se la mamma è sana e il papà malato.
Si parla di omoplasmia quando le cellule presentano un solo tipo di mtDNA, cioè contengono molecole di
mtDNA tutte uguali, sane o mutate, mentre si parla di eteroplasmia quando le cellule presentano una
popolazione mista di molecole mtDNA, sane e mutate.
Il tasso di mutazione del mtDNA è spiccato,
10 volte maggiore di quello nucleare,
perchè:
il 93% del mtDNA è codificante.
il mtDNA è sottoposto
costantemente ad una serie di
danni ossidativi da parte dei radicali
liberi dell’O2 derivanti dalla catena
respiratoria, considerando che,
rispetto a quello nucleare, il DNA
mitocondriale non è protetto dagli
istoni.
l’mtDNA subisce più cicli di
replicazione rispetto a quello
nucleare, durante la vita di un
individuo, per cui è più soggetto ad errori che spesso risultano patogeni perché i sistemi di riparazione
dell’mtDNA non sono molto efficienti (mutazioni puntiformi, delezioni).
Le malattie mitocondriali aumentano progressivamente con il passare dell’età, interessando i tessuti che
sono maggiormente dipendenti dalla produzione di ATP, come la retina, cervello, miocardio e muscoli
scheletrici (malattie neuromuscolari).
Malattie da imprinting
L’Imprinting Genomico è un meccanismo di regolazione dell’espressione genica che determina l’espressione
differenziale di un gene in rapporto alla sua origine paterna o materna. In caso di imprinting paterno i geni
attivi sono quelli di origine materna che vengono trasmessi mediante l’oogenesi, mentre in caso di imprinting
materno i geni attivi sono quelli di origine paterna che vengono trasmessi mediante la spermatogenesi.
L’imprinting si manifesta subito dopo la formazione dello zigote, non interessa tutti i geni umani ma circa 200
geni, soprattutto i geni che giocano un ruolo importante nel differenziamento e sviluppo, regolando la
quantità di prodotti necessari per lo sviluppo embrio-fetale. Gli alleli sottoposti ad imprinting restano inattivi
in tutte le cellule somatiche ma in alcuni tessuti e durante alcune fasi dello sviluppo possono essere riattivati.
L’imprinting si deve ad una serie di modifiche epigenetiche cioè modifiche geniche ereditabili da cellula a
cellula, senza variazioni della sequenza nucleotidica del gene perché non sono dovute a mutazioni, ma le
modifiche epigenetiche sono dovute a reazioni di metilazione del DNA (dinucleotidi CpG) e acetilazione degli
istoni che provocano un’inattivazione funzionale dell’allele di origine materna o paterna, durante la
gametogenesi, mentre l’altro allele viene espresso nei tessuti, per cui si parla di espressione monoallelica e

Genetica umana 03 – Malattie genetiche e genetica di popolazione 4


viene trasmessa a tutte le cellule figlie dopo la divisione cellulare. In genere, i geni che hanno subito
l’imprinting restano inattivi per diversi cicli di duplicazione, poi vengono riattivati nella gametogenesi
successiva e si ha un nuovo imprinting che interessa altri geni di origine materna o paterna.
L’imprinting è regolato da elementi di regolazione detti centri di imprinting (IC) che agiscono in cis anche a
distanza dal sito di azione (PWS-IC, AS-IC). Le Malattie da Imprinting sono dovute a mutazioni dei centri
dell’imprinting con mancata espressione dei geni di regolazione dell’imprinting sul cromosoma di origine
materna o paterna.
Tra le malattie da imprinting abbiamo la Sindrome di Prader-Willi e la Sindrome di Angelman.
La Sindrome di Prader-Willi (PWS, 1/15.000) nel 70% dei casi è causata da una delezione prossimale del
braccio lungo del cromosoma 15 di origine paterna con perdita della regione 15q11-q13, mentre la Sindrome
di Angelman (AS, 1/20.000) nel 70% dei casi è causata sempre dalla stessa delezione ma sul cromosoma 15
di origine materna. La Sindrome di Prader-Willi si
manifesta con obesità grave da iperfagia (alimentazione
incontrollata), bassa statura, dimensioni ridotte delle
mani e dei piedi, ipogonadismo e ritardo mentale,
mentre la Sindrome di Angelman si manifesta con ritardo
mentale e motorio, disturbi o assenza completa del
linguaggio (afasia), tendenza a ridere all’improvviso,
senza motivo.
Il diverso fenotipo è dovuto al fatto che i geni presenti
nella regione del cromosoma 15 colpita dalla delezione
sono espressi in maniera diversa sul cromosoma 15 di
origine paterna e materna:
la AS si deve alla mancata espressione solo del gene UBE3A sul cr. 15 materno.
la PWS si deve alla mancata espressione di più geni dell’imprinting sul cr. 15 paterno, cioè dei geni
ZNF127, NDN, MAGEL2 e il gene SNRPN.
La sindrome di Prader-Willi nel 30% dei casi si deve a disomia uniparentale materna con presenza dei 2
cromosomi 15 omologhi di origine materna, mentre la sindrome di Angelman nel 2% dei casi si deve a disomia
uniparentale paterna per il cromosoma 15, con presenza dei 2 cromosomi 15 omologhi di origine paterna.
Disomia uniparentale
La Disomia Uniparentale (UPD) si verifica quando entrambi i cromosomi
omologhi sono ereditati da uno stesso genitore che si verifica come
meccanismo di recupero di una trisomia. In pratica lo zigote eredita 3
cromosomi omologhi, di cui 2 dallo stesso genitore, con conseguente
trisomia, spesso incompatibile con la vita (aborto).
Per cui si verifica un meccanismo di recupero della trisomia che determina
la perdita del cromosoma sovrannumerario in genere da non-disgiunzione
alla I o II divisione meiotica, da cui deriva la disomia uniparentale che
consente lo sviluppo embrio-fetale fino al termine della gestazione, per cui
avremo un individuo con cariotipo normale 46,XY o 46,XX ma con fenotipo
anomalo, tra cui ritardo della crescita intrauterina e raramente difetti
congeniti.
In caso di non-disgiunzione alla meiosi I si ha una eterodisomia uniparentale
cioè il soggetto eredita dallo stesso genitore una coppia di cromosomi
diversi tra loro perché hanno subito il processo di crossing-over e
assortimento indipendente, mentre in caso di non-disgiunzione alla meiosi
II si ha una isodisomia uniparentale cioè il soggetto eredita dallo stesso genitore una coppia di cromosomi
identici.
Mutazioni dinamiche
Le Mutazioni Dinamiche sono mutazioni instabili che si modificano passando da una generazione alla
successiva, tra cui abbiamo le malattie da triplette instabili dovute a mutazioni che provocano l’espansione

Genetica umana 03 – Malattie genetiche e genetica di popolazione 5


instabile di specifiche triplette nucleotidiche. In pratica nelle popolazioni normali il numero delle ripetizioni
è compreso in un certo range di normalità ed è stabile, mentre nelle malattie da triplette si ha prima una
premutazione poi la mutazione definitiva che determinano un aumento graduale o espansione del numero
delle triplette che diventano progressivamente più lunghe e instabili passando da una generazione a quella
successiva, ecco perché sono dette mutazioni dinamiche. Al di sotto di una certa soglia l’espansione delle
triplette è stabile e non patogena, mentre se tale soglia viene superata diventano instabili e patogene.
Le malattie da triplette sono caratterizzate dal fenomeno dell’Anticipazione cioè passando da una
generazione a quella successiva si ha una progressiva espansione della tripletta con anticipazione della
malattia in termini di età di comparsa e gravità dei sintomi clinici, cioè la malattia insorge in età sempre più
precoce rispetto alla generazione precedente e si manifesta con un quadro clinico progressivamente più
severo, per cui una malattia dell’adulto può diventare nella stessa famiglia una malattia pediatrica o
addirittura congenita con diagnosi prenatale.
Le Malattie da Triplette possono essere dovute a:
mutazioni di geni contenenti modeste
triplette CAG ripetute con formazione
di tratti di poliglutammina:
normalmente il codone CAG specifica
l’acido glutammico, mentre in caso di
espansione si forma un tratto di
poliglutammina con formazione di
aggregati molecolari dannosi per la
cellula, come nell’atrofia muscolare
spinale e bulbare e Corea di
Huntington.
mutazioni di geni contenenti estese
espansioni di ripetizioni non
codificanti come le triplette CGG, CCG, CTG nei i geni dei promotori, regioni non tradotte o introni,
come nel caso della distrofia miotonica e sindrome del cromosoma X-fragile.
L’Atrofia muscolare spinale e bulbare (Kennedy) è una rara malattia X-linked, caratterizzata da degenerazione
del motoneurone ed esordio tardivo con ritardo mentale e nessuna risposta agli androgeni. E’ Causata da
mutazioni nel gene del recettore degli androgeni con espansione della tripletta CAG che nella popolazione
normale è presente in numero di 13-28 ripetizioni, mentre nei pazienti affetti è presente in numero di 39-60.
La malattia mostra anticipazione ma la severità non è correlata al numero delle triplette.
La Corea di Huntington è una malattia AD, neurodegenerativa dell’adulto, caratterizzata da movimenti
involontari (corea), disturbi del comportamento e deficit cognitivo. E’ Causata da mutazioni nel gene IT15
con espansione della tripletta CAG che nella popolazione normale è presente in numero di 11-35 ripetizioni,
mentre nei pazienti affetti è maggiore 39. La malattia mostra anticipazione ma la severità non è correlata al
numero delle triplette: i pazienti con 36-39 ripetizioni possono avere o meno la malattia.
La Distrofia Miotonica è una malattia AD e rappresenta la forma più comune di distrofia muscolare
nell’adulto, caratterizzata da miotonia, debolezza muscolare progressiva, manifestazioni scheletriche,
cardiovascolari e oculari (cataratta), ritardo mentale. E’ Causata da mutazioni nel gene DM-1 localizzato sul
braccio lungo del cromosoma 19 che codifica per la protein-chinasi miotonica, espressa nel cervello, cuore e
muscoli, con conseguente espansione della tripletta CTG localizzata all’estremità 3’ dell’ultimo esone del
gene DM-1. Nella popolazione normale la tripletta CTG è presente in numero di 5-30 copie, mentre nei
pazienti portatori si ha la fase di premutazione con amplificazione delle triplette fino a 45-75 ripetizioni,
seguita da una mutazione completa con ripetizioni maggiore 75 e insorgenza della distrofia miotonica.
La Sindrome del cromosoma X fragile o sindrome di Martin-Bell (FRAXA) è una malattia X-linked recessiva
(XR) che colpisce ~ 1 M/5000, responsabile del 4-8% dei casi di ritardo mentale moderato-severo, associato
a ritardo dello sviluppo, comportamento autistico. E’ Causata da una mutazione del gene FMR1 localizzato
sul cromosoma X a livello di una specie di strozzatura presente nella regione terminale, detto sito fragile
Xq27.3. Il gene FMR-1 è espresso nel cervello e nei testicoli e in caso di mutazione si ha una espansione della
tripletta CGG localizzata all’estremità 5’ dell’esone 1 del gene FMR-1 (Fragile X Mental Retardation 1):
normalmente la tripletta CGG è ripetuta 6-55 volte, nei pazienti portatori si ha l’amplificazione con fase di

Genetica umana 03 – Malattie genetiche e genetica di popolazione 6


premutazione caratterizzata da un numero di triplette di 55-200, seguita da una mutazione completa con
ulteriore espansione con numero di triplette maggiore 200 che vengono ipermetilate, bloccando la
trascrizione dell’mRNA e la sintesi della proteina codificata dal gene con insorgenza della sindrome
conclamata. La malattia mostra anticipazione. La trasmissione tramite donne può maggiore il rischio per le
generazioni successive. Le femmine eterozigoti e i maschi con premutazione possono mostrare un lieve
difetto cognitivo.
Caratteri Multifattoriali
I Caratteri multifattoriali sono dovuti all’interazione tra fattori genetici e fattori ambientali, sia i caratteri
fisiologici come peso, altezza, colore della pelle, intelligenza, sia quelli patologici, per cui si parla di Malattie
Multifattoriali non mendeliane, distinte in:
malattie congenite (malformazioni): difetti del tubo neurale (spina bifida), stenosi ipertrofica del
piloro, labio-palatoschisi, cardiopatie congenite, lussazione congenita dell’anca.
malattie croniche dell’adulto: ipertensione arteriosa, IMA, ictus, diabete e tumori come
l’adenocarcinoma del colon non poliposico, adenocarcinoma della mammella e ovaio.
Le malattie multifattoriali differiscono da quelle monofattoriali perché:
derivano da fattori genetici modulati da fattori ambientali, per cui sono a bassa penetranza perché
la mutazioni dei geni non sono sufficienti per determinare l’espressione del fenotipo clinico ma sono
necessari fattori ambientali concomitanti e sono ad alta prevalenza cioè sono frequenti nella
popolazione proprio perché sono dovute all’interazione tra fattori genetici e ambientali.
hanno minore rischio di ricorrenza che minore notevolmente passando dai parenti di 1° a quelli di 2°,
3°; il rischio per i familiari maggiore quando il caso indice è affetto da una forma molto grave della
malattia e quando nella famiglia sono presenti più soggetti affetti.
Si parla di eredità oligogenica quando il carattere o fenotipo è determinato da un piccolo numero di geni
mentre si parla di eredità poligenica quando il carattere o fenotipo è determinato dall’azione combinata di
più geni in cui ogni gene ha un effetto piccolo sul fenotipo (effetto additivo).
I Caratteri Multifattoriali possono essere distinti in tratti complessi, quantitativi e qualitativi. Per quanto
riguarda i caratteri o tratti complessi possiamo dire che:
fenotipi diversi possono essere dovuti allo stesso genotipo.
lo stesso fenotipo può essere dovuto a genotipi diversi.
i tratti complessi sono poligenici perché derivano dall’interazione di più geni modulati da fattori
ambientali; i geni segregano in maniera indipendente, ognuno di essi contribuisce al fenotipo in
misura variabile e interagisce con fattori ambientali.
I caratteri o tratti quantitativi sono detti continui perché sono distribuiti in modo continuo nella popolazione,
secondo una distribuzione normale o Gaussiana, cioè una curva simmetrica a campana che si distribuisce
intorno ad una media. In questo caso l’eredità e l’espressione di un fenotipo è determinata da geni diversi,
ognuno dei quali contribuisce in maniera additiva, cioè ogni gene ha un piccolo effetto sul fenotipo finale e
interagisce con i fattori ambientali, nessuno dei geni è dominante o recessivo rispetto agli altri.
I caratteri o tratti qualitativi sono detti discontinui (dicotomici) perché sono distribuiti in modo discontinuo
nella popolazione, cioè sono presenti solo in alcune persone (“tutto o nulla”), come le malformazioni
congenite e malattie croniche dell’adulto. In pratica ogni individuo presenta una propria predisposizione,
suscettibilità (liability) o rischio ad esprimere un determinato tipo di carattere.
La suscettibilità è l’insieme dei fattori genetici e ambientali: in pratica nella popolazione generale alcune
persone hanno pochi fattori di suscettibilità (coda sinistra della curva), alcune persone hanno molti fattori di
suscettibilità (coda destra della curva), mentre la maggior parte delle persone ha un numero medio di fattori
(parte centrale della curva).
Per cui i caratteri discontinui sono espressi solo in un numero ristretto di persone, correlati al numero di
fattori di suscettibilità determinando un effetto soglia: se la soglia di suscettibilità viene superata si ha
l’espressione del fenotipo poiché si tratta di soggetti predisposti, se la soglia di suscettibilità non viene
superata non si ha l’espressione del fenotipo (modello di Falconer della suscettibilità).
Per cui nelle malattie multifattoriali i fattori genetici non sono né necessari né sufficienti per determinare
l’espressione del fenotipo ma sono importanti anche i fattori ambientali, e solo se viene superata la soglia di
suscettibilità si ottiene l’espressione del fenotipo.

Genetica umana 03 – Malattie genetiche e genetica di popolazione 7


Infine, il rischio di ricorrenza è correlato alla gravità della malattia, grado di consanguineità e numero di
persone affette dalla stessa malattia nella famiglia:
gravità della malattia: ad esempio la labioschisi monolaterale è la forma meno grave della malattia
con rischio di ricorrenza nei consanguinei di I grado pari a circa il 2%, mentre la labioschisi bilaterale
associata a palatoschisi è la forma poù grave e il rischio di ricorrenza raddoppia (4%); i soggetti affetti
da una malattia grave si collocano all’estremità della curva di suscettibilità e i parenti ereditano un
maggior numero di fattori di suscettibilità.
grado di consanguineità, cioè è più alto per i consanguinei di I grado (curva destra più spostata a
sinistra) perché condividono un maggior numero di geni e di fattori di suscettibilità, più basso per
quelli di IV e V grado.
numero persone affette nella famiglia: se in una famiglia sono colpiti dalla stessa malattia più
persone, il rischio per gli altri membri è elevato perché condividono più fattori genetici di
suscettibilità.
Genotipo e Fenotipo, Rapporto causa-effetto, penetranza, espressività, eterogeneità
Il Genotipo indica la costituzione o corredo genetico di un individuo, cioè l’insieme dei suoi geni, da cui
dipende il Fenotipo cioè l’insieme dei caratteri espressi da un individuo, fisiologici come peso, altezza o
patologici. Per cui il fenotipo dipende dal genotipo e non viceversa.
Il rapporto causa-effetto è il rapporto tra genotipo ed espressione di uno o più caratteri o fenotipo, ad
esempio è il rapporto tra mutazione di un gene e l’espressione di un fenotipo clinico associato alla mutazione.
La Penetranza è la probabilità che una persona con un genotipo manifesti un determinato fenotipo o
carattere, data dal rapporto tra percentuale di persone che esprimono il fenotipo, di solito associato ad una
mutazione, sul numero complessivo delle persone che portano la mutazione, per cui la penetranza è un
fenomeno tutto-nulla, cioè una persona ha o no una malattia. Possiamo fare una distinzione tra penetranza
completa e incompleta:
penetranza completa (100%) quando i portatori di un determinato genotipo esprimono tutti lo stesso
fenotipo o carattere, come nella sindrome di Marfan, Corea di Huntington...
penetranza incompleta (minore 100%) quando non tutti i portatori di un genotipo esprimono lo
stesso fenotipo o carattere, come nella cardiopatia congenita AD, rene policistico nell’adulto,
neurofibromatosi.
Si parla di fenocopie quando il paziente presenta un fenotipo simile a quello tipico delle malattie genetiche
ma causato da fattori non genetici come nel caso della sordità da infezione del feto da parte del virus della
rosolia durante la gravidanza.
Le malattie monofattoriali o mendeliane sono ad elevata penetranza perché la mutazione di un gene è
sufficiente a determinare un fenotipo clinico e a bassa prevalenza cioè rare nella popolazione in quanto non
sono influenzate da fattori ambientali.
Le malattie multifattoriali sono a bassa penetranza perché le mutazioni dei geni non sono sufficienti a
determinare il fenotipo clinico e sono ad alta prevalenza cioè frequenti nella popolazione perché dovute
all’interazione tra fattori genici e ambientali.
Si parla di difetto di penetranza o ridotta penetranza quando una malattia pur essendo dominante
(eterozigoti) con numerosi membri di una famiglia affetti dalla stessa malattia, alcune volte salta una
generazione e non si manifesta; i soggetti sani sono eterozigoti obbligati perché danno origine a figli affetti.
Inoltre la penetranza dipende dall’età, cioè molte malattie genetiche sono ad esordio tardivo come la Corea
di Huntington, distrofia miotonica, sclerosi laterale amiotrofica (SLA), malattia di Alzheimer AD, rene
policistico di tipo adulto, tumori ereditari… cioè si tratta di soggetti che pur avendo ereditato il gene-malattia
esprimono il fenotipo solo in età adulta, in genere dopo i 50 anni. I test genetici in fase presintomatica
consentono di stabilire i soggetti che hanno ereditato il gene-malattia e che esprimeranno il fenotipo clinico
in età adulta.
L’Espressività indica il grado di variabilità o estrinsecazione clinica di un fenotipo a parità di genotipo,
influenzata da fattori non genetici, come età, sesso, ambiente, e fattori genetici, come nel caso della
neurofibromatosi di tipo 1 (AD) che può manifestarsi in vari membri della stessa famiglia in modo variabile,
con macchie cutanee caffè-latte, neurofibromi, glioma del nervo ottico, alterazioni scheletriche e noduli di
Lisch sull’iride.

Genetica umana 03 – Malattie genetiche e genetica di popolazione 8


L’Eterogeneità Genetica è la condizione in cui genotipi diversi producono fenotipi simili o identici con
distinzione tra eterogeneità allelica o mutazionale e non allelica o di locus.
Si parla di eterogeneità allelica o mutazionale quando lo stesso fenotipo clinico è dovuto a mutazioni diverse
nello stesso gene, come nella fibrosi cistica e β-talassemia.
Si parla di eterogeneità non allelica o di locus quando lo stesso fenotipo clinico è dovuto a mutazioni diverse
in geni differenti, come nella retinite pigmentosa, albinismo e sordità congenita dovuta a mutazioni di vari
geni, ma se 2 persone affette da sordità AR si sposano si ha il fenomeno della complementazione cioè i figli
avranno un udito normale.
L’eterogeneità genetica rende difficile stabilire il modello di trasmissione della malattia, specie se si tratta di
forme sporadiche in famiglie di piccole dimensioni che insorgono in soggetti che hanno genitori sani e non
consanguinei, per cui è impossibile calcolare il rischio di ricorrenza, come nel caso della retinite pigmentosa
(RP) che interessa 1/3500-5000 nati, responsabile di cecità progressiva per accumulo di pigmento nella
retina, determinata da mutazioni in geni diversi (eredità eterogenea): nella maggior parte dei casi viene
ereditata come mutazione AR con circa 20 loci, nel 20-25% dei casi come mutazione AD con 14 loci di cui un
sottotipo ad eredità digenica, nel 10-20% come mutazione recessiva legata all’X (XR) con 6 loci,
occasionalmente può originare da una mutazione nel genoma mitocondriale, senza dimenticare che alcune
volte rappresenta solo una manifestazione di una sindrome complessa (sindrome di Bardet-Biedl, Cohen).
La Pleiotropia (pleiotropismo) è la situazione in cui le mutazioni di 1 unico gene provocano effetti diversi con
interessamento di vari organi e apparati, come nella sclerosi tuberosa che si manifesta con difficoltà di
apprendimento, epilessia, lesioni cerebrali, macchie cutanee ipopigmentate, adenoma sebaceo con eruzione
cutanea sul viso, fibromi ungueali, angiomiolipoma renale.
Genetica delle Popolazioni
La Genetica delle Popolazioni studia la distribuzione dei geni in una popolazione con l’obiettivo di valutare la
variazione delle frequenze geniche (alleliche) e genotipiche di una popolazione passando da una generazione
a quelle successive.
Il principio su cui si fonda la genetica delle popolazioni è la Legge di Hardy-Weinberg secondo cui i genotipi
si presentano in una popolazione in misura direttamente proporzionale agli alleli di un determinato locus
genico e le frequenze genotipiche restano costanti nel tempo passando da una generazione all’altra.
In pratica la legge di Hardy-Weinberg mette in relazione le frequenze geniche e genotipiche ed è valida
quando 2 geni di una persona sono estratti indipendentemente e a caso da un pool genico, cioè da un insieme
di geni. A tal proposito consideriamo un gene con 2 alleli: l’allele “A” dominante caratterizzato dalla
frequenza p e l’allele “a” recessivo caratterizzato dalla frequenza q.
La legge di Hardy-Weinberg consente di correlare le frequenze genotipiche e geniche mediante la formula:
p2 + 2pq + q2 = 1
Poiché le frequenze p e q rappresentano una probabilità, la frequenza di individui può essere espressa con la
relazione:
f(AA) + f(Aa) + f(aa) = 1
dove le frequenze dei 3 genotipi sono:
p2 = f(AA): frequenza omozigote dominante.
2pq = f(Aa): frequenza eterozigote.
q2 = f(aa): frequenza omozigote recessivo.
In pratica:
per avere un genotipo AA un individuo deve ricevere un allele A dalla madre (probabilità p) e un allele
A dal padre (probabilità p), per cui la probabilità che entrambi gli alleli siano A è p2.
per avere un genotipo aa un individuo deve ricevere un allele a dalla madre (probabilità q) e un allele
a dal padre (probabilità q), per cui la probabilità che entrambi gli alleli siano a è q2.
per avere un genotipo Aa un individuo può ricevere l’allele A dalla madre e l’allele a dal padre (pq),
oppure ricevere l’allele a dalla madre e l’allele A dal padre (pq), per cui la probabilità di avere un
genotipo Aa sarà pq + pq = 2pq.
L’equilibrio di Hardy-Weinberg stabilisce che una popolazione non soggetta a pressione evolutiva non subisce
variazioni delle frequenze geniche passando da una generazione ad un’altra se sono soddisfatti alcuni criteri:
non si verificano mutazioni.

Genetica umana 03 – Malattie genetiche e genetica di popolazione 9


la popolazione non è soggetta a pressione selettiva o selezione naturale.
l’accoppiamento tra gli individui avviene in modo casuale.
non si verifica flusso genico cioè non si ha la migrazione di individui fra popolazioni diverse.
la popolazione è formata da un grande numero di individui con assenza di deriva genica.
In realtà è improbabile che questi criteri siano soddisfatti, per cui l’equilibrio di Hardy-Weiberg è solo teorico
ed ha vari Limiti in quanto l’evoluzione di una popolazione è favorita proprio dalle variazioni dell’equilibrio
genico in seguito a nuove mutazioni, selezione naturale, deriva genica, migrazione o flusso genico e
accoppiamenti non casuali ma tra consanguinei (unione non-random).
L’insorgenza di Nuove Mutazioni in una popolazione favorisce il cambiamento delle frequenze alleliche e
genotipiche, ma non tutte le mutazioni sono letali o dannose, alcune sono neutre, altre sono addirittura
vantaggiose.
In caso di assenza di mutazioni le frequenze alleliche non cambiano, ma gli alleli persi dai soggetti che
muoiono sono sostituiti da quelli delle generazioni successive. Dal punto di vista genetico una mutazione che
impedisce la riproduzione di un soggetto adulto ha un effetto identico a quella che provoca l’aborto e in
entrambi i casi la mutazione non viene trasmessa alla generazione successiva. La frequenza di una mutazione
in una popolazione rappresenta un punto di equilibrio tra la frequenza di nuove mutazioni e la pressione
selettiva.
La Selezione Naturale è un processo graduale delle forze della natura che seleziona la forma più adeguata a
sopravvivere e riprodursi in un determinato ambiente, modificando le frequenze alleliche di una popolazione
attraverso la pressione selettiva che è un limite imposto dalla selezione naturale che seleziona solo le
mutazioni vantaggiose per la sopravvivenza e riproduzione della specie, dando origine ad una discendenza
sana, eliminando i geni dannosi o inutili.
La Fitness è una misura della capacità di un individuo di riprodursi e rappresenta la probabilità di trasmettere
il proprio patrimonio genetico alle generazioni successive in relazione alle probabilità della popolazione
generale. La fitness più vantaggiosa si assume = 1. Le mutazioni possono minore la fitness fino a quando
attraverso un meccanismo di selezione negativa viene eliminata dalle generazioni successive.
Raramente una nuova mutazione rappresenta un vantaggio nel portatore o vantaggio dell’eterozigote
mediante un meccanismo di selezione positiva tale da maggiore la fitness e favorire la sua trasmissione nelle
generazioni successive.
La Deriva Genica indica una fluttuazione o variazione casuale delle frequenze alleliche o geniche di una
popolazione passando da una generazione a quella successiva in seguito ad una brusca minore della
popolazione dovuta a isolamento, migrazione o catastrofe naturale, fino a causare la fissazione di un allele.
La deriva genica ha un effetto maggiore nelle popolazioni di piccole dimensioni perché nonostante venga
trasmessa solo una piccola frazione dei gameti, ve ne sono a sufficienza perché essi siano statisticamente
rappresentativi di tutti i gameti presenti nella popolazione. Però se una popolazione è piccola, il numero dei
gameti trasmessi alla generazione successiva sarà proporzionalmente ancora più piccolo e vi può essere
deriva genica casuale che può determinare cambiamenti importanti nelle frequenze alleliche.
In assenza di nuove mutazioni o di altri fattori che influenzino le frequenze alleliche, come ad esempio la
selezione, gli alleli soggetti a deriva genica casuale possono raggiungere anche la fissazione, cioè il punto in
cui la frequenza di un allele non cambia ed è pari allo 0 o 100%.
Si parla di Effetto del Fondatore quando una popolazione viene stabilita da un numero limitato di individui,
come in caso di isolamento geografico, in cui si ha la fissazione di alleli rari, portati da 1 o più individui con
l’effetto di far permanere in quella popolazione quel determinato allele.
Si parla di Effetto a Collo di bottiglia quando una popolazione subisce degli eventi sfavorevoli che minore
drasticamente il numero di individui, determinando variazioni casuali nelle frequenze alleliche, per cui la
popolazione presenterà frequenze alleliche differenti rispetto alla popolazione originaria.
La Migrazione si ha quando gli individui si spostano da un’area geografica ad un’altra accoppiandosi con la
popolazione residente, determinando un flusso genico cioè una graduale diffusione degli alleli da una
popolazione ad un’altra correlata al tasso di migrazione e di accoppiamenti tra individui di aree geografiche
diverse, tale da determinare il cambiamento delle frequenze alleliche nella popolazione residente e minore
le differenze tra popolazioni diverse.
In caso di Matrimoni tra consanguinei l’accoppiamento avviene in modo non casuale, tra individui che
presentano geni simili, per cui maggiore la % che i loro figli siano omozigoti e minore la % che siano

Genetica umana 03 – Malattie genetiche e genetica di popolazione 10


eterozigoti, si ha una minore della fitness con riduzione della fertilità, ridotto tasso di sopravvivenza,
comparsa di malformazioni, maggiore della suscettibilità alle infezioni…

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