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VITTORIO MESSORI

con Andrea Tornelli

PERCHE CREDO
Una vita per rendere ragione
della fede

Indice
Qualche parola al lettore sulle ragioni di un libro
di Andrea Tornielli.............................................
1...........................................................«Qui sto,
non posso nient'altro.».......................................
2...........................................................Un
seminario laico ..................................................
3...........................................................Il taccuino
del libertino ......................................................
4...........................................................Il Vangelo
nel cassetto .......................................................
5...........................................................L'incontro
con Pascal ........................................................
6...........................................................Tra Padre
e Figlio
7...........................................................Il
"cerchio" incompreso: la Chiesa ........................

La prima domanda, all'inizio del nostro percorso, è sem-


plice e al tempo stesso impegnativa. Com'è avvenuto il
tuo incontro con la fede, dopo una prima giovinezza del
tutto lontana dalla Chiesa?

Ver l'appunto: mi stavo giusto chiedendo perché ti


viene in mente fra Martino.

Va bene. Tu non ritratti non perché non vuoi ma per-


ché non puoi. Quello, dunque, spara. E poi, che suc-
cede?

Qualche parola al lettore sulle ragioni di un


libro
Quello che ha preso corpo in queste pagine è un
progetto del quale da tempo accarezzavo l'idea. E stato
molto interessante dialogare con Vittorio Messori, sulla
sua conversione e sull'esperienza, mai da lui dettaglia-
tamente descritta, che nell'estate del 1964 ha trasfor-
mato in un difensore del dogma cattolico e in un diffu-
sore della devozione mariana un perfetto prodotto della
cultura laica e agnostica della Torino di Norberto
Bobbio (di cui è stato allievo), di Alessandro Galante
Garrone (con il quale si è laureato), degli autori della
casa editrice di Giulio Einaudi, degli editorialisti de «La
Stampa» (dove ha lavorato dieci anni).
È stato interessante soprattutto per me che,
educato alla fede fin dall'infanzia, l'ho riscoperta e
approfondita con il passare degli anni, senza averla però
mai abbandonata. Il tragitto del convertito è, invece, più
tortuoso e spesso più affascinante. Egli vive come novità
ciò che, per chi è da sempre cristiano, rischia di
diventare abitudine. Se poi questo convertito non è un
personaggio già illustre che ha incontrato per Grazia la
via del Vangelo, ma è invece un uomo, un giornalista,
che è diventato famoso autore di best-seller proprio per
aver affrontato le grandi domande sulla fede, sulla sua
ragionevolezza, sui suoi fondamenti storici, la sua
vicenda personale non è soltanto curiosa, ma
rappresenta un percorso con cui è utile, per tutti,
confrontarsi. In effetti, Messori è diventato l'autore che
sappiamo perché, in un'epoca in cui anche molti
religiosi, credendosi alla moda, scoprivano con
entusiasmo Marx e Freud e sul pulpito sembravano
sociologi, comizianti o psicoanalisti, ha avuto il corag-
gio di domandarsi nuovamente chi fosse quel Gesù di
Nazaret sulla cui resurrezione sta, o cade, l'intero edifi-
cio della fede. Erano gli anni del postconcilio, anzi della
crisi del postconcilio. Anni segnati da molte speranze,
anni di rinnovamento, ma anche di abusi e di crisi. Crisi
e abusi che hanno minato spesso la fede dei semplici e
hanno provocato nella Chiesa cattolica la maggiore
emorragia di religiosi e di religiose della sua storia due
volte millenaria. Soltanto la Riforma protestante, quasi
cinque secoli prima, aveva determinato uno svuo-
tamento quasi equivalente di seminari, conventi, mona-
steri e parrocchie.
Diceva Paolo VI, il 25 aprile 1968, fotografando
la situazione ecclesiale del momento: «Rinnovamento,
sì; cambiamento arbitrario, no. Storia sempre viva e
nuova della Chiesa, sì; storicismo dissolvitore
dell'impegno dogmatico tradizionale, no; integrazione
teologica secondo gli insegnamenti del Concilio, sì;
teologia conforme a libere teorie soggettive, spesso
mutuate da fonti avversarie, no; Chiesa aperta alla carità
ecumenica, al dialogo responsabile e al riconoscimento
dei valori cristiani presso i fratelli separati, sì; irenismo
rinunciatario alle verità della fede, ovvero proclive a
uniformarsi a certi principii negativi, che hanno favorito
il distacco di tanti fratelli cristiani dal centro dell'unità
della comunione cattolica, no; libertà religiosa per tutti
nell'ambito della società civile, sì, come pure libertà di
adesione personale alla religione secondo la scelta
meditata della propria coscienza, sì; libertà di coscienza,
come criterio di verità religiosa, non suffragata dalla
autenticità d'un insegnamento serio e autorizzato, no. E
così via».
Era il discrimine, erano i paletti per una corretta
interpretazione del rinnovamento conciliare. Parole di-
menticate di un papa certamente moderno ma, al con-
tempo, custode della Tradizione. Qualche anno dopo, il
29 giugno 1972, papa Montini avrebbe detto: «Anche
nella Chiesa regna questo stato di incertezza; si credeva
che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole
per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata
di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza
[...]».
In mezzo a questa bufera, per molti versi
drammatica, Vittorio Messori, neoconvertito al
cristianesimo, anzi al cattolicesimo, nella laica e
secolarizzata Torino della prima metà degli anni
Sessanta, impiega dodici anni per scrivere un libro,
Ipotesi su Gesù. Il libro che egli, affamato di verità su
quel Nazareno che aveva appena scoperto, non trovava.
Non lo trovava sugli scaffali delle librerie cattoliche,
zeppe fino all'inverosimile di saggi e studi di tutt'altro
argomento, soprattutto sociale e politico, oppure
dedicati alla demolizione proprio della storicità di
Cristo. Non lo poteva di certo trovare nelle librerie
laiche.
Quella fede scoperta come per un'illuminazione,
che lo aveva portato a immergersi nella lettura dei Van-
geli, era assetata di risposte, di approfondimenti, di te-
stimonianze, di fondamenti ragionevoli. Non cercava, il
giornalista convertito, principalmente analisi sulla so-
cietà, sulla povertà materiale e sulle sue cause, sull'im-
pegno politico e sociale dei cattolici, sull'applicazione
delle scienze umane al cristianesimo. Messori aveva
fame e sete di certezze sulla storicità di quell'uomo ve-
nuto al mondo in un villaggio sperduto dell'Impero ro-
mano. Un uomo che rappresentava un punto apparen-
temente insignificante nella storia, ma che avrebbe
finito per dividerla definitivamente in due, con la sua
venuta. Quell'uomo, unico tra tutti, aveva detto di essere
«la Via, la Verità e la Vita» e si era attribuito, lui, figlio
di un carpentiere di Nazaret e di una giovane e umile
ragazza ebrea, un'origine divina.
Che cosa c'è di vero in questa storia, in questo
racconto, che da duemila anni riecheggia nel mondo?
Gesù Cristo è davvero il figlio di Dio? È davvero lui il
Messia atteso da Israele, annunciato dalle profezie? E,
soprattutto, è davvero risorto? Domande che Messori
affrontava approfondendo studi per lui nuovi, rifletten-
do e confrontando, recandosi in Israele per sopralluoghi
nei posti evangelici stessi, interrogando biblisti, ar-
cheologi, storici, credenti e increduli. Una ricerca alle
radici della fede, uno scavo sui suoi fondamenti, un per-
corso alla scoperta di ciò che sta all'origine di duemila
anni di cristianesimo.
Il libro che ha scritto e pubblicato nel 1976 l'ha
dunque scritto innanzitutto per lui. Malgrado lo
scetticismo di molti clericali - che lo esortarono
addirittura a lasciar perdere, fiutando una «ormai
inaccettabile apologetica» - erano in tanti, davvero in
tanti, che l'attendevano. Ipotesi su Gesù è diventato un
best-seller mondiale (e ancora oggi, a trent'anni di
distanza, non ha ancora finito il suo percorso:
ristampato, tradotto, ritradotto) perché le domande di
Messori erano le domande che moltissimi si ponevano e
che non trovavano risposta. Una risposta seria, rigorosa
ma divulgativa, comprensibile, adatta al grande
pubblico, non circoscritta all'ambito degli esperti, degli
accademici.
Il lavoro del giornalista, anzi del "cronista",
come Messori ama ancora oggi definirsi - se il Vangelo
è innanzitutto la "buona notizia", in fondo i cronisti
sono i primi interessati a conoscerla - è continuato negli
anni successivi, con nuovi libri e nuovi
approfondimenti. Sono stati passati al vaglio, con
metodo, molti altri aspetti della vita di Gesù, la sua
passione, la sua morte e resurrezione. Centinaia di
articoli, decine di libri, confronti e dibattiti. Con lo
stesso impegno, dopo essere andato a «guardare in
cantina», per saggiare le fondamenta della fede,
Messori ha indagato sulla storia della Chiesa, cioè di
quella istituzione e di quel popolo che continua ancor
oggi a custodire, tramandare e diffondere l'annuncio di
duemila anni fa. Ne ha studiato i periodi cosiddetti
"bui", ha sfatato errori e leggende nere, con onestà e
competenza.
La sua ricerca si è comunque sempre mossa
nell'ambito dei fondamenti. Sono passati, lo dicevamo,
più di trent'anni dall'irruzione - improvvisa e imprevista
- di Ipotesi su Gesù, ma quell'intuizione è rimasta di
grande attualità anche oggi; forse, soprattutto oggi.
Certo, la Chiesa non vive più la crisi postconciliare, tanti
sommovimenti sembrano appartenere al passato e le
posizioni della Gerarchia hanno il loro posto e svolgono
il loro ruolo anche all'interno del cosiddetto circo
mediatico. La domanda sulla fede, però, resta. La Sposa
di Cristo appare oggi in prima linea nella difesa della
dignità della vita umana, nelle frontiere della bioetica,
nella buona battaglia per riaffermare i principi morali
umani prima ancora che cristiani, in un mondo
sconvolto dalle guerre, pervaso dal relativismo e da una
tecnica scientifica che non vuole e non può conoscere
limiti. Eppure, oggi come sei lustri fa, la questione vera
e più radicale è, forse, non percepita con la dovuta
impellenza e drammaticita. Che ne è della fede in Gesù
Cristo? Quell'uomo è davvero esistito, ha compiuto
miracoli, è risorto?
Questo attaccamento alla radice del problema,
accompagnato da una buona dose di realismo cristiano -
e anche di umiltà, pur sotto apparenze lievi, ironiche -
ha fatto-sì che Messori non sia mai diventato un
moralista. Non ha mai voluto diventare una sorta di
notabile ecclesiale, conservando anzi uno stile mordace
se non beffardo davanti a ogni ufficialità; non è il
convertito che ama sbandierare frequenze alla messa
quotidiana o rosari recitati, non fa prediche al prossimo,
come se fosse investito di una particolare missione.
A differenza di tanti, in questi decenni, non ha
mai assunto pose "profetiche", come se fosse tra gli
"iniziati" che hanno finalmente scoperto che cosa sia e
debba essere la fede cristiana. Non si troverà in lui
neanche mezzo accenno di apocalittico pessimismo sul
futuro, o di nostalgia bacchettona per i tempi che
furono. Messori, che pure è un estimatore e un devoto
del beato Pio IX (il papa, tra l'altro, della Immacolata
che apparve nella Lourdes che ama, per confermare il
dogma da quel grande papa fortemente voluto) non ha
alcuna nostalgia per lo Stato Pontificio che estendeva i
suoi confini e la sua influenza anche nell'Emilia dov'è
nato. Così come non ha nostalgia per la Chiesa pre-
conciliare, per certi esteriori ritualismi o per una
presenza e un'influenza maggiore del clero nella vita
della società. Ha scritto anzi, più volte, che dovere del
credente laico è «vigilare, perché il clericalismo è la
patologia che minaccia sempre il cristianesimo, in
particolare il cattolicesimo».
Non ha alcuna dimestichezza con il moralismo
di cui pretende di essere un esempio da imitare. Anzi, la
morale, i temi legati all'etica, sono quelli che lo hanno
sempre interessato di meno, convinto che ciò che im-
porta è la fede, dalla quale discende necessariamente il
bisogno o, almeno, l'aspirazione a un comportamento
morale coerente. Così come - malgrado gli studi uni-
versitari in Scienze Politiche - si è sempre imposto di
star lontano dalla politica, sia negli scritti e nelle parole,
sia in un impegno attivo, che pure gli è stato più volte
proposto. Tra i pochi meriti che si attribuisce è di non
avere mai apposto la sua firma sotto appelli, documenti,
dichiarazioni pubbliche, neanche in quel Sessantotto e
nella sua lunga coda che pure egli ha tutto attraversato.
Mentre i suoi coetanei sfilavano, manifestavano,
talvolta sparavano, Vittorio studiava e rifletteva
sull'enigma del Gesù della storia, «aspettando» dice
«che, come tutti i carnevali, finisse anche quello».
Il suo sguardo - spesso ironico e distaccato nei
confronti di tanti affannati e peraltro benintenzionati
"impegni" sociopolitici - è quello di chi sa che è Dio a
condurre i destini del mondo in modi a noi
incomprensibili. E che, soprattutto, sa ciò di cui l'uomo
di oggi, come quello di tutte le altre epoche, ha bisogno:
non un discorso, non una morale, non una teoria o una
regola di vita, ma l'imbattersi nella bellezza e nella
pienezza della gioia, cioè incontrare come vivo e
presente quell'Uomo di Nazaret. I cristiani non sono una
categoria di persone meste, costrette a rinunciare a
qualcosa della loro umanità. Anzi, il contrario. Il
cristianesimo, e soprattutto il cattolicesimo, come bene
spiegherà lo stesso Messori nelle pagine che seguono, è
la religione de\Yet-et, non de\Taut-aut. Il cattolico vuole
tutto, «possiede» in un certo qual modo tutto, non è
costretto a scegliere, laddove questo scegliere,
assolutizzando un unico aspetto, rappresenta l'inizio
dell'eresia.
Oggi, nonostante sia passata la bufera che ha
investito la Chiesa negli anni Sessanta e Settanta,
sembra di vivere in un'epoca in cui, all'interno dello
stesso corpo ecclesiale, si possono mettere in
discussione i fondamenti, ma non le conseguenze. Si può
mettere in discussione la resurrezione di Gesù e la
verginità di Maria, la storicità dei Vangeli e la presenza
reale del corpo e del sangue di Cristo nell'eucaristia, ma
è molto più difficile dissentire sul preservativo o sulla
fecondazione in vitro. Così, escono libri (stampati
magari da editori di tradizione cattolica e diffusi dalla
rete delle librerie confessionali) che attentano alla fede
dei semplici negando la storicità dei Vangeli, e la
reazione di certo clero spesso è rappresentata da una
bella scrollata di spalle, perché «si tratta solo di
romanzi». Poi si scopre che molti, troppi giovani, a
motivo di un romanzo o di un film, hanno messo in
discussione la loro fede, così povera di ragioni e di espe-
rienze vere, e hanno abbandonato la Chiesa, mentre sulle
pagine dei giornali campeggiano quotidianamente in-
vettive, chiarimenti, esortazioni di moralisti e vescovi
sulle grandi questioni etiche. Prese di posizione che fi-
niscono, talvolta, per rendere la Chiesa più estranea nei
confronti di un'opinione pubblica che, lontana dall'e-
sperienza della fede ed estranea anche ai richiami alla
"morale naturale", fatica a comprendere il perché di
certi divieti. Invece di annunciare e presentare in modo
credibile il fondamento della fede - complice anche
l'enfatizzazione dei media, sempre interessati a sottoli-
neare ciò che può avere risvolti politici - si finisce per
insistere di più sulle sue conseguenze, dando per scon-
tata l'esistenza del primo per concentrarsi sulle seconde.
Di fronte a questa situazione, Messori non si
strappa le vesti, non inveisce, non tuona contro la
"nequizia dei tempi". Non fa neppure il pessimista in
servizio permanente effettivo. Anzi, ironizza su certi
predicatori apocalittici ricordando la battuta del solito
Ennio Flaiano: «Non chiedetemi dove andremo a finire,
perché ci siamo già». Dice di trovarsi bene in questo
mondo postmoderno, dove il credere è più che mai una
libera "scommessa" e dove i cristiani - "piccolo gregge"
per definizione stessa di Gesù - possono ritrovare la
loro funzione di lievito, di sale, di granello di senape.
Ha scritto di recente, in un articolo in cui rifletteva sul
suo compleanno, non dimenticando (lui, l'autore di
Scommessa sulla morte) di essere ormai anziano,
secondo l'anagrafe: «Mi trovo a mio agio in questa
open society, in questa società aperta, come la chiamava
Karl Popper, questa società sempre più meticcia e
sempre più complessa. Amo la libertà annunciata dal
Cristo e dal suo Vangelo, da proporre e mai da imporre.
So che non può esserci virtù vera senza la possibilità di
optare per il peccato. Mi piace la vita come avventura,
dove santi e mascalzoni si intersecano, dove si
confrontano il bene e il male. Amo le metropoli, le
giungle d'asfalto; ben più del controllo sociale del
villaggio amo il ribollire delle grandi città, dove la storia
si costruisce attraverso la trama infinita dei liberi
rapporti umani. Mi angoscia invece la vita come
caserma dei fascisti, come falansterio sociale dei
comunisti, come casetta di Biancaneve degli ecologisti,
come convento o seminario obbligatori dei clericali.
Tutti i miei libri, del resto, li ho scritti pensando
all'uomo della città secolare, non ai nostalgici di una
cristianità ormai dissolta».
Continua, così, ad «andare in cantina», a scavare
attorno alle fondamenta, per fornire qualche indizio in
più ai suoi tanti lettori sulla ragionevolezza della fede in
quel Figlio di Dio che, resuscitando, ha trasformato un
gruppuscolo di uomini atterriti e delusi in instancabili
annunciatori della "buona notizia". Erano in dodici, si
sono fatti ammazzare per permettere che quella storia
nata tra il regno di Augusto e quello di Tiberio in un
oscuro angolo di terra ai confini dell'Impero romano
raggiungesse anche noi, oggi, uomini e donne del terzo
millennio, che navighiamo in Internet, usiamo l'e-mail e
l'iPod, ma che abbiamo nel cuore lo stesso infinito desi-
derio di felicità e di realizzazione che albergava nei no-
stri antenati, due millenni or sono.
Quel gruppuscolo di uomini, così realisti e
concreti -non per nulla pescatori o artigiani o gabellieri
- non si sono "inventati" una nuova e inedita religione,
si sono invece arresi a un'evidenza, così vera e così reale
da rappresentare una buona ragione per perdere la
propria vita pur di annunciarla, perché tutti potessero
conoscerla. Non hanno annunciato utopie di
cambiamento immediato e radicale della società, non
hanno innanzitutto tuonato contro la legislazione
romana, contro l'immoralità imperante all'epoca. Hanno
fatto - semplicemente -quel cristianesimo che, dice
questo nostro cronista, «sarebbe morto nella culla se,
dopo l'Ascensione, gli Apostoli si fossero riuniti per
dibattere un "piano pastorale" e redigere delle "linee
direttive per il dialogo"».
Questo atteggiamento positivo, disincantato, per
nulla bigotto o clericale, allergico a certa attuale buro-
crazia e "documentite" ecclesiali, ma totalmente anco-
rato a una certezza di fede salda come la roccia - non
grazie ai meriti o alla personalità dell'interessato, ma
grazie alla forza divina del suo fondamento - ho trovato
in Vittorio Messori. Per questo la sua figura si pone
come atipica nel panorama ecclesiale e culturale di og-
gi. Non ha peli sulla lingua, né parla l'"ecclesialese", cioè
quel tipico linguaggio autoreferenziale nato e cresciuto
all'interno delle strutture cattoliche, nutrito dai convegni
e dalle commissioni clericali, spesso stereotipato e tanto
più ripetitivo quanto meno agganciato alla reale
esperienza umana. E non lo si può facilmente arruolare
o collocare in questo o quello schieramento. Non e un
tradizionalista, non è un moralista né un teocon. Abor-
risce l'uso strumentale della fede cristiana in funzione di
battaglie politico-culturali o il riferimento alle radici
cristiane ridotto a puro slogan da parte di coloro che
non sono interessati alla vita reale di queste "radici", ma
a manifesti ideologici per giustificare scontri di civiltà o
magari carriere politiche.
Mi piace ricordare che durante le giornate di
lavoro dalle quali ha preso forma questo libro, per il
pranzo, con Vittorio e con la moglie Rosanna (alla
quale devo un ringraziamento particolare per aver
facilitato la realizzazione del mio progetto) siamo
sempre andati in una pizzeria dalla quale si gode un
eccezionale panorama sul lago di Garda, gestita da
egiziani. Lì si mangia una pizza eccellente, nonché
diverse specialità a base di carne di struzzo. Non potrei
immaginare un cocktail più variato per i nostri incontri:
il pizzaiolo islamico, la pizza con prosciutto di struzzo
(che non appartiene di certo all'identità culinaria
lombardo-veneta), ore trascorse in compagnia nel
tentativo di usare la ragione e, proprio sulla base di
questa, nessuna riserva nel criticare l'appiattimento,
oggi molto in voga, che sembra legare i destini del
cristianesimo a quelli dell'Occidente, facendo
riemergere atteggiamenti da crociata che si credevano
ormai sepolti nei meandri della storia.
Anche in questo, dunque, Messori sorprende e
spiazza. Si dice disposto, con tranquilla umiltà, a farsi
ammazzare pur di non abiurare la propria fede, ma
guarda alla storia, alla politica, alle vicende
travagliatissime di questo nostro tempo con quel
distacco e quell'ironia - che sa essere innanzitutto
autoironia - di chi crede davvero che nelle pieghe della
storia si riveli un disegno ancora a noi incomprensibile,
ma tessuto dalla mano di un Dio presente, che agisce e
ci conduce verso la meta. Il Padreterno, ama ripetere, sa
scrivere dritto su righe storte. E noi, aggiunge, non
possiamo mai dimenticare di essere soltanto servi
inutili: dobbiamo fare, dunque, il nostro dovere, ma
senza affanno, con calma, fiduciosi che il Padrone tiene
saldamente, nelle Sue mani onnipotenti, i fili
dell'Universo intero.
Ama profondamente la Chiesa, sa che ci sarà
ancora alla fine dei tempi, ma non lo scandalizza la
possibilità che l'inaffondabile "nave di Pietro" giunga al
traguardo della Parusia, il ritorno di Cristo, non come
un superbo galeone a bandiere spiegate ma come una
misera zattera carica di povera gente, sorretta però dalla
fiducia nella verità del Vangelo.
Gli incontri dai quali è nato il libro sono
avvenuti in quello che è diventato il rifugio di Messori,
nonché una delle passioni che lo tengono costantemente
impegnato: l'abbazia di Maguzzano, nel comune
bresciano di Lo-nato, su una piccola collina che domina
il lago di Garda, in un paesaggio di olivi e cipressi
miracolosamente scampato alla cementificazione e per
difendere il quale egli ha creato il primo, e unico,
"comitato" della sua vita, per il quale ha subito minacce
e danni materiali. Maguzzano è l'antica abatiola,
benedettina che sorgeva presso una strada romana e che
fu fondata in epoca carolingia. Incendiata dagli ungari,
devastata dalle truppe viscontee nel 1339, riedificata nel
1490, soppressa da Napoleone, è ritornata dimora di
monaci nel 1904, affidata a una comunità di trappisti,
cistercensi di stretta osservanza, provenienti
dall'Algeria, che vi sono rimasti fino al 1938. Da allora,
l'abbazia è passata a don Giovanni Calabria, il prete
veronese, canonizzato nel 1999, che aveva da poco
fondato la Congregazione dei Poveri Servi della Divina
Provvidenza. Qui Messori ha ricavato uno studio,
riempito ovviamente di libri fino all'inverosimile. Qui
scrive e lavora, dedicandosi anche all'abbellimento e al
restauro dell'abbazia e promuovendo studi storici e scavi
archeologici perché, dice, non ha futuro una Chiesa
ignara del suo passato. Qui è avvenuto il nostro dialogo,
che si è protratto per vari giorni.
Non è stato sempre facile costringere il mio
interlocutore a parlare delle sue esperienze personali,
del suo passato, della sua conversione. Anzi, ho dovuto
faticare non poco anche per convincerlo a dire di sì
all'idea stessa di pubblicare questo libro. Le pagine che
seguono sono dunque un cocktail - al lettore decidere se
riuscito o meno - che cerca di mescolare a giuste dosi il
racconto della vita di Messori e alcune delle conclusioni
alle quali è giunto con i suoi studi. Il risultato di decenni
di lavoro, di decine di libri di successo in tutto il mon-
do, di interviste a papi e futuri papi, di taccuini, di in-
terventi, è in qualche modo distillato in questo dialogo
che può essere, forse, considerato un invito alla lettura
delle sue opere, oltre che la testimonianza di un cristia-
no come lui. Il quale, come mi ha ripetuto, ha un solo,
grande rammarico: constatare ogni giorno che la "con-
versione della mente" - che fu, ed è, totale - troppo
spesso non si sia accompagnata alla "conversione del
cuore". E che, dunque, debba unirsi al lamento del
"suo" Blaise Pascal: «Quanta distanza c'è, in me cristia-
no, tra il pensiero e la vita!».
AI
1
«QUI STO, NON POSSO NIENT'ALTRO.»

La prima domanda, all'inizio del nostro percorso,


è semplice e al tempo stesso impegnativa. Com'è
avvenuto il tuo incontro con la fede, dopo una prima
giovinezza del tutto lontana dalla Chiesa?

Questo dialogo - che, come ben sai, ho stentato


ad accettare - rappresenta anche per me il tentativo di ri-
spondere per la prima volta, in pubblico, a questa do-
manda, riflettendo su ciò che mi è accaduto nella Torino
estiva del 1964.
Per arrivarci, dovremo prenderla alla lontana.
Per esempio, ricordando che tempo fa ho voluto fare con
Rosanna un viaggio nei luoghi di Martin Lutero. Abbia-
mo girato per il Brandeburgo e la Sassonia, abbiamo tra-
scorso un paio di giorni a Wittenberg, dove furono affis-
se le famose "tesi" che, con sorpresa di quel maestro in
teologia - le cui opinioni non erano originali ma libera-
mente proposte da altri, nella Chiesa: un caso come
quello del sistema copernicano divulgato da Galileo, es-
so pure liberamente discusso - diedero fuoco alle polveri.
Come sai, le idee non si impongono sempre e comunque,
ma solo quando trovano i tempi favorevoli. A Worms,
in Renania-Palatinato ho visto il monumento, di cui
tante volte avevo letto nei libri, che ricorda la con-
vocazione di Lutero davanti alla Dieta imperiale, nel
1521, quando Carlo V in persona gli chiese di rinunciare
alle sue dottrine, visto l'uso che ne veniva fatto. Lutero
avrebbe risposto con una frase che è diventata talmente
proverbiale da essere incisa sul basamento della statua
che lo raffigura. L'imperatore, infatti, disse al tempesto
so religioso: «O ritratti, oppure ne traiamo le conse-
guenze e ti consegniamo all'Inquisizione». Il frate ago-
stiniano (lo era ancora) rispose, stando alla tradizione:
«Qui sto, non posso nient'altro», aggiungendo subito:
«Dio, aiutami. Amen». Naturalmente, fior di dotti teu
tonici si sono accapigliati per stabilire le parole esatte,
ma sono curiosità che non intaccano la sostanza.
Ovviamente, mica prendo Martin Lutero ad
esempio, né nel bene né nel male: come avviene, in
fondo, per tutti i personaggi davvero grandi della storia,
e non soltanto quella religiosa, più cerco di approfondire
quell'uomo e più comprendo perché Gesù ci abbia im-
posto di non giudicare e di lasciare a lui il verdetto fi-
nale. Le idee si possono, si devono vagliare e, se neces-
sario, condannare. Non è affatto vero che tutte le
opinioni siano da rispettare, come vuole la vulgata del
benpensante attuale, che desidera sentirsi gratificato e
buono. Ci sono idee, e molte, che è doveroso contra-
stare, magari combattere duramente.
Ma che ne sappiamo noi, nel profondo, delle
persone che quelle idee esprimono e incarnano? Sai che
sono convinto che l'ecumenismo, per essere autentico e
(a Dio piacendo) proficuo, ha bisogno di verità e non di
rimozioni buoniste, ovviamente tutte a favore dei
"fratelli separati", mentre dai cattolici ci si aspetta
sempre e solo dei mea culpa. Lasciami constatare,
allora, che sul piano della verità oggettiva, l'opera di
quel frate fu sicuramente disastrosa: spezzò per sempre
l'unità non solo religiosa ma anche culturale
dell'Occidente; e se l'Europa non è più una patria sola,
come ai tempi della christianitas medievale, lo si deve
anche a lui. Provocò cataste di morti, devastazioni,
crudeltà nelle guerre di religione che, per l'orrore
causato in quasi due secoli, furono il seme che portò
all'agnosticismo e all'ateismo dell'Occidente;
proclamando di voler riscoprire la "libertà" del cristiano,
in realtà lo sottomise ai Prìncipi divenuti al contempo
vescovi e papi, distruggendo la liberante distinzione di
Gesù tra Dio e Cesare; scegliendo la rottura violenta
indusse l'irrigidimento della Chiesa, mentre sarebbe
occorso continuare nella purificazione lenta, già in atto
nel profondo, favorendola con la più potente arma
cristiana. La quale è la riforma continua, certo: ma
quella che ciascuno comincia da se stesso, il desiderio e
la ricerca di santità personale. Niente è meno cristiano
del rivoluzionario politico, che vuol cambiare tutto e
tutti, tranne se stesso. Molte altre sciagure ancora portò
con sé quell'uomo che sposò una monaca come estrema
provocazione al papa.
Questi frutti, però, può constatarli, nei fatti, lo
storico, su un piano oggettivo; sul piano soggettivo il
cristiano, in quanto tale, lascia al Padreterno il giudizio
sull'uomo. L'Aldilà sarà, in tutti i sensi, un luogo (o una
"condizione", se vuoi, essendo al di fuori dello spazio e
del tempo) di sorprese di ogni tipo. Anche riguardo alla
distribuzione degli ospiti nei vari settori...
Ma non siamo qui per parlare di Lutero.

Ver l'appunto: mi stavo giusto chiedendo


perché ti viene in mente fra Martino.

Dovrai rassegnarti alle mie divagazioni, che


spero non siano gratuite ma che, in ogni caso, mi sono
necessarie quando seguo una traccia di pensiero. Dopo
tanti anni a studiare, a riflettere, a vagliare, le idee sono
per me anelli di una catena che deve essere srotolata per
cercare la verità, inquadrandola nel suo contesto e cer-
cando pure così di sfatare miti e ricordare fatti oggettivi,
anche se sgradevoli al "teologicamente corretto". Per
tornare a fra' Lutero: se mi viene in mente è perché, pur
nella mia ignavia, so che - se fossi messo alle strette -
dovrei confessare anch'io: «Qui sto, non posso
nient'altro». Accettandone tutte le conseguenze, anche
quelle estreme.
Voglio dire che io non ho scelto niente, non c'è
in me nessun merito (o nessuna colpa: per i miei maestri
universitari lo fu...) per quanto mi è accaduto. Dunque,
posso fare mie le parole attribuite a quel frate fa tale. E
lo faccio naturalmente con umiltà, lontano da ogni
presunzione, anzi con timore e tremore. Sono ben
cosciente che la fede è un dono misterioso ma che è al
contempo una proposta che salvaguarda la libertà
umana. Eppure - almeno è la mia esperienza - possono
esserci delle eccezioni, dei casi in cui sei messo con le
spalle al muro. Potresti rifiutare, certo, però con la stessa
irragionevolezza di chi chiude non solo il cuore ma
anche gli occhi e respinge, ostinato, l'evidenza. E
portandoti dietro un insopportabile peso di coscienza. È
quanto mi è accaduto.
Ci ho riflettuto molte volte e, dunque, con
sincerità e semplicità devo confidarti che, se si
ripetessero condizioni come, nel secolo scorso, quella
spagnola o russa o cinese o messicana o cambogiana e
se qualcuno mi puntasse una pistola alla nuca,
intimandomi: «Riconosci che il Vangelo è solo un
coacervo di miti orientali, giudaici ed ellenistici, che
non c'è nulla di vero, che è solo una grande illusione,
un'alienazione durata sin troppo; o ammetti questo,
oppure tiro il grilletto», ebbene, sarei costretto a dire,
senza esitare: «Spara pure. Mi spiace per te che ti accolli
un omicidio e regali un martire in più ai tuoi nemici, ma
quello che pretendi proprio non posso concedertelo».
Dico questo, te lo ripeto, in modo sommesso e,
magari, con un po' di spavento. Non ho né ho mai avuto
alcuna intenzione di ergermi come un busto in marmo,
ho in uggia spavaldi e sbruffoni e ho gran timore dei
fanatici, anche se tra i doni che ho ricevuto c'è, credo, un
certo coraggio intellettuale che mi ha fatto impegnare -
magari da solo, o quasi, anche perché talvolta in
anticipo - per le prospettive ritenute giuste. Ma, in
questo caso, non saprei proprio che farci: mi sparino
pure, peggio per loro, non riuscirò a ritrattare nulla di
quanto afferma il Credo. Hier stehe ich, ich kann nichts
anders, come sta scritto sul monumento della Luther-
platz di Worms. Sto qui, non posso nient'altro. E che,
appunto, Dio mi aiuti, per quel tanto di tempo che mi
resta, a essere meno indegno di questa evidenza.

Va bene. Tu non ritratti non perché non vuoi


ma perché non puoi. Quello, dunque, spara. E poi, che
succede?

Che domanda! È così ovvio... Si apre la breccia


nel muro, che è più sottile di quanto tanti credono, e mi
inoltro - seguendo le orme dei miliardi di fratelli e so-
relle in umanità che mi hanno preceduto e dei miliardi
che mi seguiranno, sino al termine della storia - mi
inoltro nel mondo e nella vita veri, di cui questi che co-
nosciamo non sono che un prologo e una preparazione.

Una prospettiva impensabile, stando a molti,


oggi. Viviamo infatti completamente assorbiti dall'ai di
qua...

Impensabile? Non ho mai capito perché dovrebbe


esserlo. Come si chiede Pascal in uno dei suoi appunti:
«Che cosa è più difficile? Il nascere o il rinascere?».
Guarda che un passaggio simile, umanamente ancora
più improbabile, l'abbiamo già fatto "venendo alla luce"
- espressione significativa - dal buio di un ventre
femminile, dal chiuso di un sacco amniotico, dal legame
con un cordone ombelicale. Se già alla nascita abbiamo
fatto una "pasqua"("passaggio", appunto, in ebraico),
che c'è di strano nel credere che lo faremo anche alla
morte? Se il feto ancora dentro la pancia della madre po-
tesse capirci, potrebbe credere a ciò che gli descriviamo
di quel che c'è fuori? E invece, c'è proprio tutto ciò che
stiamo vedendo entrambi, guardandoci attorno. Cos'è,
razionalmente, più improbabile: la vita o la continuazio-
ne della vita? Perché non stupirsi del parto e dubitare, al
contempo, della possibilità di andare verso un'altra na-
scita, verso una luce che non conoscerà tramonto?
Guarda che siamo in numerosa compagnia: se
l'archeologia è, in gran parte, studio di tombe, è perché
ogni cultura, di ogni luogo e tempo, ha creduto nella
sopravvivenza dei defunti. Prima ancora che alle case
dei vivi, sempre si è pensato alle dimore per i morti:
perché farlo, se non erano ormai che carne destinata alla
putrefazione? C'è una "democrazia" su cui riflettere
anche nella storia: se la stragrande maggioranza
dell'umanità (anzi, probabilmente la totalità) ha sempre
creduto che la morte fisica non fosse la fine di tutto, non
avrà forse seguito un istinto che le derivava da una
realtà? Tutti concordano sul fatto che ci sono delle
convinzioni inestirpabili e universali (il fatto, ad
esempio, che il furto, l'omicidio, la
menzogna, il tradimento, sempre e ovunque,
siano considerati condannabili), convinzioni, dunque,
che rinviano a "verità naturali", depositate dentro a
ciascuno e non create da consuetudini e tradizioni. È il
caso pure della convinzione universale in una
sopravvivenza al di là della morte, anche se concepita in
modi diversi.
Quel che vediamo è solo la vita terrena e poi la
sua fine, mentre non scorgiamo - con gli occhi della
carne -coloro "che sono andati avanti". Ma anche
questo, che significa? Prima del microscopio, come
immaginare che dappertutto vi sono un movimento e un
brulichio incredibili, anche se invisibili a occhio nudo?
E prima del telescopio, chi se li immaginava i milioni,
forse i miliardi di galassie che ruotano nello spazio
infinito? Ciò che fa girare il mondo moderno, che
letteralmente lo mantiene in vita, è l'energia elettrica che
nessuno ha mai visto e che per una serie lunghissima di
secoli nessuno ha mai neppure immaginato. In questo
momento, ovunque ci spostiamo, siamo attraversati
letteralmente da milioni di parole, di immagini, di
segnali provenienti da stazioni radio e televisive, da
telefoni mobili, da telecomandi. Tutto un mondo che è il
nostro, ma che però, senza appositi ricevitori, nessuno
ha visto né vedrà mai. E non erano considerati visionari
o francamente matti coloro che dicevano che, al di là
delle Colonne d'Ercole, alla fine del "Gran Mare
Atlantico" non c'era la cascata dell'acqua da una terra
piatta nel cosmo, ma c'erano terre immense, abitate da
genti a noi del tutto sconosciute?
E com'è quel mondo al di là della Porta?
La Chiesa ha sempre affermato senza esitazione
che quel mondo "c'è", ma non ha mai preteso di
spiegarci
"com'è". Ciò che importa sapere è che vale la
pena di fare tutto ciò che possiamo per giungere allo
stato di gioia - infinita, eterna - che lì, se lo vogliamo, ci
è donata. E che, al contempo, dobbiamo essere
consapevoli che vale la pena di fare tutto ciò che
possiamo per schivare uno stato possibile di sofferenza
altrettanto infinita ed eterna. Paradiso, inferno e anche
purgatorio - lasciali dire certi nouveaux théologiens,
tanto nuovi da scoprire mezzo millennio dopo le tesi
della Riforma - insomma, i tre "stati" dell'Aldilà
esistono, ne sappiamo ragioni e funzioni nel piano che il
Cristo ci ha rivelato, ma non siamo in grado di
descriverli. Dante è ammirevole come poeta sommo e
come grande credente, non come topografo di Cielo e
Inferi. Ciò che conta è che continuiamo a desiderare la
gioia infinita promessaci dal Vangelo e a temere la
sofferenza eterna, comportandoci di conseguenza. Il
resto è secondario. La Grande Speranza non resterà
delusa: questo è ciò che conta.
Tra l'altro mi fai venire in mente che, una notte
ormai molto lontana, da quei luoghi misteriosi eppure
così reali, ho ricevuto la telefonata di uno zio. Mi ha
rassicurato sulla sua sorte, ma non me li ha descritti.
Scusa, ho capito bene? Stai parlando davvero di
una telefonata dall'Aldilà? Ci mancava solo il Messori
"medium". ..
Me ne rendo ben conto, comincio male. Lo so
che adesso ti verrà il sospetto di avere sbagliato tutto, di
stare perdendo il tuo tempo con un visionario e non di
parlare con il collega che in libri e articoli ti era sem-
brato lucido, positivo. Diciamo, almeno, "normale". Lo
so ma, qui pure, che posso farci?
Erano gli anni del liceo, a Torino, ero ancora lontano
dalla svolta che mi avrebbe "costretto"alla fede. I genitori e
il fratello, ancora bambino, erano andati a Sassuolo, da dove
veniamo, per il primo anniversario della morte di Aldo, lo
zio materno morto giovane per un ictus cerebrale. Ero solo
in casa, era notte, dormivo del sonno pesante di quel
giovanotto in salute che ero, quando fui svegliato dal
telefono. Ripresomi a fatica, ebbi però modo di svegliarmi
del tutto con una piccola passeggiata, visto che
l'apparecchio era all'altro capo dell'appartamento. Sai
com'era una volta, la scatola nera appesa al muro,
all'entrata... Alzai la cornetta: un gran caos di disturbi
elettrici, di fischi, di ra-Ischi, i disturbi che c'erano allora
sulle linee quando la chiamata era interurbana e veniva da
molto lontano. Dopo qualche mio «Pronto! Pronto!» mi
arrivò - chiarissima, inconfondibile - la voce, che ben
conoscevo, di mio zio. Mi disse, affannato, parole che
ancora adesso ricordo come se le avessi udite ieri: «Vittorio,
Vittorio! Sono Aldo! Sto bene! Sto bene!». Subito dopo, il
rumore che annunciava la caduta della linea, la fine del
collegamento. Guardai l'ora. Come mi confermarono poi i
miei genitori, al loro ritorno, era quella - esatta al minuto -
della morte dello zio, giusto un anno prima.
Ho esaminato ogni altra possibilità e ho finito con
l'arrendermi all'evidenza, non essendo come gli ideologi, gli
atei in primis, che fanno prevalere sui fatti il loro schema
aprioristico: era proprio zio Aldo, sua era la voce, non
reggono ipotesi di scherzi macabri, equivoci, allucinazioni.
Né mi è possibile pensare a un sogno, visto che ero ben
sveglio sia durante sia dopo la telefonata: in effetti, quella
notte non tornai più tra le coltri e attesi in piedi l'alba.
Eri ancora lontano dalla fede. Ma un episodio
simile, indubbiamente impressionante, non bastò per
provocarti delle domande, per risvegliare in te interesse,
o almeno curiosità, per la dimensione religiosa?
No, non bastò. Passata la sorpresa, rimossi presto
il ricordo di quella notte, mettendo l'episodio tra le sin-
golarità inspiegabili in cui a tutti può capitare di imbat-
tersi. Come ricordi, Gesù stesso ci avverte, nella para-
bola del povero Lazzaro, quando il ricco, ormai morto,
chiede ad Abramo di poter avvertire i cinque fratelli
perché non finiscano essi pure all'inferno. Ed Abramo:
«Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non sarebbero per-
suasi neanche se qualcuno risuscitasse dai morti».
C'è un mistero di accecamento di cui io stesso ho
fatto esperienza. E ciò valga anche per quelli che si la-
gnano del "silenzio di Dio". Spesso non è Lui che è
muto, siamo noi che siamo sordi. È vero (ne parleremo
più avanti, come merita) che, per rispettare la libertà
delle creature, il Creatore ha scelto di praticare la
"strategia del chiaroscuro". Ma - lo dice la parola stessa
- accanto al buio c'è anche la luce: ed è proprio questa
che spesso ci si ostina a non vedere.
Hai avuto altre esperienze di questo tipo?
Non personalmente. Ma, molti anni dopo, andai
nel Voralberg, nell'Austria occidentale, in un paesino di
montagna, per incontrare nel suo misero chalet Maria
Simma. Era un'umile contadina, consacratasi come
eremita alla Madonna perché, malaticcia, era stata re-
spinta dai monasteri di clausura dove desiderava entrare;
era una vecchina che sopravviveva lavorando il
suo orto (non accettava alcuna offerta) e che
aveva il carisma di parlare con i trapassati. Dopo molte
ostilità e diffidenze - com'è logico e anche giusto - alla
fine il suo vescovo si era arreso e aveva dovuto
riconoscere l'enigma di quella montanara
apparentemente insignificante e scelta invece per una
missione sconcertante. In effetti, erano innumerevoli i
casi in cui trapassati a lei sconosciuti, che le si
presentavano, rivelavano particolari che facevano
impallidire i parenti quando ne erano informati (spesso i
morti fornivano l'indirizzo cui rivolgersi) visto che solo
gli intimi potevano conoscere quelle vicende. Scopo di
quei contatti era ottenere penitenze e suffragi per uscire
dal purgatorio o lanciare avvertimenti ai loro cari
superstiti perché cambiassero vita. Non a caso, il suo
parroco raccolse le testimonianze di questa Maria
Simma e le pubblicò in un libro che divenne un best-
seller intemazionale, dandogli un titolo significativo:
«Fateci uscire da qui!».
In una vita intera di ricerca e di incontri, ho
avuto tempo e modo per imbattermi in diversi casi
simili.
Altri casi di compenetrazione tra il mondo dei
vivi e quello dei morti? Siamo su un terreno davvero
minato, spero tu te ne renda conto. Comunque non
posso non chiederti, per curiosità, di fare qualche altro
esempio.
Quando facevo il cronista, il caso più impressio-
nante su cui mi fu dato di indagare fu quello di un fa-
coltoso professionista torinese che, ammalatosi e biso-
gnoso di assistenza notturna, si rivolse per telefono a un
istituto di suore per un'infermiera. Sai, allora non c'erano
le badanti romene o moldave, c'erano però ancora molte
suore, dedicate proprio a questo servizio
prezioso. La sera dopo si presentò una religiosa
nel suo abito austero e da allora, ogni notte, venne
puntualmente a vegliare al capezzale dell'uomo.
Quando guarì e fu in grado di uscire, quel signore
decise per prima cosa di andare con la moglie
all'istituto della religiosa per salutarla e ringraziarla
ancora dell'assistenza. In portineria si stupirono
quando disse il nome della suora perché la
chiamassero: risposero che una di loro aveva portato
quel nome, che per tutta la vita aveva assistito i malati e
che aveva lasciato un ricordo esemplare. Ma
aggiunsero che era morta ormai da molti anni. Poiché
i coniugi non sapevano capacitarsi, li condussero nel
piccolo cimitero al fondo del giardino del convento e
mostrarono loro la tomba, con la foto della defunta
sotto la croce: ne seguì, ovviamente, un rischio di
malore per la coppia, visto che entrambi la riconob-
bero senza esitazione. Era proprio lei.
Ebbi notizia di questa vicenda attraverso il
passaparola (il buon cronista, come sai, ha le orecchie
tese...). Sulle prime pensai a una sorta di leggenda
metropolitana, ma alla fine mi decisi e andai a
conoscere quei coniugi. Mi confermarono tutto, senza
esitazione, eppure con pudore, temendo - stimati
borghesi com'erano -di essere scambiati per
allucinati. In effetti, mi accolsero con cortesia, mi
raccontarono, concordi, com'era andata ma con
altrettanta concordia, malgrado le mie insistenze, non
mi permisero di parlarne sul giornale. Volli
completare, approfittando delle mie conoscenze nel
giro religioso per ottenere dalle suore di mostrarmi
quella sepoltura. Vi sostai, ovviamente, con emozione:
ma, a quel tempo, la scoperta della fede era già avve-
nuta.
Se non potei scriverne allora, lo faccio adesso
perché, vista l'età, credo che quei due siano già andati
da
tempo a salutare e ringraziare quella misteriosa
infer miera notturna. Dai cenni che mi fecero, mi parve
di capire il perché di quelle visite: con pazienza, con
amabilità, con l'esempio, la suora giunta dall'Aldilà li
aveva riawicinati alla fede, li aveva indotti addirittura a
riscoprire i sacramenti. Insomma, le era stato concesso
un prolungamento dell'apostolato che aveva esercitato
in vita.
Vedi, in casi come questi si dimostra come il
vero libero pensatore sia il credente. Questo constata i
fatti e, se sono oggettivi e provati, li accetta, anche se
vanno al di là degli schemi razionalisti e dell'esperienza
comune. Il non credente, invece, è prigioniero del suo
schema ideologico: se i fatti non vi rientrano, tanto
peggio per i fatti,-una spiegazione "naturale" bisogna
assolutamente cercarla, altrimenti va in crisi il pre-
giudizio. E, se non adesso, la spiegazione la si troverà in
futuro.
Siamo, dunque, immersi nel mistero.
Sì, stiamo però attenti agli alibi. Non prendiamo
troppo sul serio quelli che dicono, sospirando e mo-
strando - o fingendo? - un'edificante invidia: «Eh, per te
è facile! Puoi parlare così perché hai la fede». La fede
propone la sua spiegazione come risposta all'enigma che
ci circonda da ogni parte, ma per riconoscere che ci
siamo dentro - e che ci saremo sempre - non occorrono
ispirazioni, rivelazioni, meditazioni, illuminazioni misti-
che. Basta il senso comune, è sufficiente la constatazio-
ne realistica che ciascuno può fare.
Qualche volta, guardando la croce, che punta
verso ogni punto cardinale, ho pensato che, quei due
bracci, con le loro quattro estremità sembrano indicare
il mi-
stero che ci avvolge da ogni parte. In alto, il
Cosmo, l'Universo, con quelle dimensioni smisurate nel
senso vero, impossibili cioè da misurare, e di cui
vediamo solo una piccola porzione: non solo per le
distanze infinite, ma perché anche dove giungono i
nostri strumenti gran parte dello spazio è occupato da
materia oscura, invisibile, di cui nulla sappiamo. E solo
da trent'anni abbiamo scoperto quei black holes, quei
buchi neri che, da quel che si ipotizza, sono "strappi"
nell'Universo e che sembrano mostrare che ce n'è un
altro - un altro soltanto? - dietro a questo. Comunque,
anche in questo Cosmo di cui abbiamo percezione
siamo - e sempre saremo - soli, perché il pianeta più
vicino dove la vita potrebbe essere possibile (potrebbe:
ammesso, e non facilmente concesso, che si trovi un
posto dove si verifichi la combinazione rarissima che
rende possibile la vita), quell'ipotetico pianeta, dunque,
sarebbe a tale distanza che l'esistenza degli astronauti
dovrebbe durare molti e molti secoli prima di poter
andare e tornare. Si riprodurranno in viaggio e i loro
nipoti ci manderanno notizie via radio o via televisione?
La distanza sarebbe eccessiva per scambiarsi messaggi
in tempi "umani", considerato che non è superabile la
velocità della luce e che anche questa impiegherebbe
secoli per raggiungere l'obiettivo Terra e altri secoli per
una nostra risposta. Io sto con Pascal - «Il silenzio
eterno di questi spazi infiniti mi sgomenta» -, sto con
Kant - «La legge morale dentro di me e il cielo stellato
sopra di me: ecco ciò che mi riempie di inesausto
stupore» - ma sto anche, anzi soprattutto, con il common
sense, senza scomodare gli Spiriti Magni. Quindi, è il
buon senso di quel nipote di artigiani e di quel pronipote
di contadini padani che sono, che mi rende difficile
capire come sia possibile levare la testa in alto senza
riflettere sul mi-
stero insondabile dentro il quale si svolge la nostra
breve avventura.
«Crede in Dio?», chiesero a un famoso scrittore
francese del Novecento. Quelquefois, la nuit, qualche
volta, di notte, fu la sua risposta. E non solo perché le
tenebre fanno spesso emergere quanto alla luce del sole
celiamo dentro di noi, ma anche perché la volta del cielo è
un promemoria che può dare angoscia o speranza, dubbio
o conferma. Ma che non lascia e non può lasciare
indifferenti.
Per tornare ai bracci della croce: in quello
verticale c'è anche l'estremità che indica il basso e che ci
ricorda che camminiamo su una sfera che ha più di
seimila chilometri di raggio, ma sulla quale possiamo solo
azzardare ipotesi, senza possibilità di verifiche concrete.
Con i nostri colpi di spillo possiamo unicamente scalfire
la sottile crosta, possiamo immaginare che al centro bruci
un nucleo a migliaia se non milioni di gradi. Ma che cosa
sia e come sia davvero questa nostra Terra possiamo
soltanto ipotizzarlo. Tanto che, come sai, non sono
mancati coloro (e non soltanto tra i matti) che si sono
convinti che sia "cava"e che dentro ci sia qualche forma
di vita superiore. Credo proprio che non sia così,
naturalmente, ma quei terrestri che credono che la scienza
risolverà ogni enigma, non pensano che anche gli
scienziati si muovono su una superficie sotto la quale c'è
l'ignoto, visto che davvero "noto", come proclama lo
scientismo, è solo ciò che si può vedere, constatare,
testare: proprio ciò che non possiamo fare con quella
stessa Terra sulla quale ci agitiamo finché dura il nostro
breve turno.
Per non farla lunga, visto che forse dovremmo tor-
narci: per passare al braccio orizzontale della nostra \
croce, un'estremità sembra indicare il mistero dell'ini-
zio della vita in generale e di ciascuno di noi in
particolare. È il «da dove veniamo?». Domanda che,
prima ancora che alla complessità inesplicabile degli
esseri viventi, rimanda a quella che, stando nientemeno
che ad Einstein, è davvero fondamentale, precedendo
ogni altra: «Perché c'è "qualcosa", perché c'è l'Universo
e noi dentro di esso e non c'è, invece, il nulla?». E che
non ci facciano sorridere coloro che si credono più ra-
zionali dei credenti sostituendo un Dio creatore con
quell'idolo assurdo - e irragionevole, questo sì, davvero
- che sarebbe la Materia Eterna! Ma c'è un'ultima
estremità della croce, quella che ci ricorda il «dove
andiamo?», che ci addita le porte bronzee della morte, al
di là del quale c'è il Mistero per eccellenza, sul quale
nessuna scienza e nessuno scienziato avranno mai
risposte da dare.
Insomma, caro mio: chi è il realista, chi è l'uomo
che usa davvero la ragione? Chi prende sul serio se
stesso e ciò che lo circonda, facendosi almeno pensoso,
o chi -pur magari uomo di scienza - assicura che non c'è
alcun mistero, che tutto è spiegato o almeno spiegabile?
Posso chiederti da dove ti proviene questa
certezza sulle verità del Credo cristiano, anche se
affermata con un tranquillo sorriso e non certo con gli
occhi sbarrati del fanatico? Sei davvero convinto che,
come mi dicevi, non esiteresti a preferire la morte
all'abiura? Non stai esagerando?
Ti ripeto che non ho alcuna intenzione di
presentarmi come un eroe o, peggio, come un cercatore
di martirio. Questo è un personaggio che la Chiesa,
giustamente, ha sempre rifiutato di canonizzare
(vedi certi
religiosi medievali andati in Paese musulmano
per insolentire Maometto come impostore, in pieno
bazar), perché pecca contro la virtù cristiana che deve
accompagnare ogni altra, la prudenza; e anche perché la
sua sarebbe una forma di suicidio. La prospettiva
cristiana non ha nulla a che fare con quella
dell'islamismo radicale: uccidersi per - in più - uccidere
con sé anche altri.
Questo precisato, ti confesso che capisco perché
tanti, in tutti i secoli, non abbiano cercato il martirio ma,
se le circostanze glielo imponevano, l'abbiano accettato
come un dono, forse il più grande. Martire, come sai,
vuol dire "testimone". Per chi senta il bisogno di
annunciare la verità della fede, non c'è testimonianza più
efficace, più convincente e che abbia una ricompensa
più grande. In effetti, - questo la Chiesa l'ha affermato
sin dai primi secoli, così sanguinosi per essa -il martirio
comporta la ricompensa della vita eterna beata. Un
posto sicuro e "prenotato", dunque, quali che siano stati
i peccati e le colpe, accanto a quel Gesù che disse: «Se
uno non mi rinnegherà davanti agli uomini, nemmeno io
lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei Cieli».
Non a caso, per proclamare beato o santo un
martire propter causam /idei, non è richiesto quella
sorta di timbro del Cielo che è il riconoscimento di un
miracolo avvenuto per sua intercessione. Il miracolo sta
già nel dono totale di sé: «Nessuno ha amore più grande
di chi dà la vita per coloro che ama» per dirla ancora
con il Vangelo. Ogni morte, anche quella del santo, ha
un sottofondo di ansia: nel giudizio finale, quello che
decide per l'eternità, prevarrà la misericordia o la giusti-
zia di quel Supremo Giudice? Pensa all'inquietudine, al
timor Dei, pur unito alla fiducia, che anima le 19 strofe
di quella sequenza liturgica antica e bellissima,
cantata un tempo a ogni funerale, che è il Dies
irae. Pensa invece alla serena calma di colui che, dando
la sua vita effimera per non ripudiare il Cristo, riceverà
certamente in cambio la vita senza tramonto.
Comunque, ragionevolmente credo di potere
escludere che qualcuno mi punterà mai la pistola alla
tempia ponendomi l'alternativa: o uno sputo sul
Vangelo o una pallottola nel cranio. Non avverrà e non
farò nulla perché avvenga, non ho intenzione, ad
esempio, di cercarmi la forma oggi più facile di
martirio, attirandomi addosso una fatwa, una sentenza di
morte islamica. Non lo farò innanzitutto perché chi,
come il cristiano, crede che tutto è Provvidenza, deve
portare non certo adesione sincretista ma almeno
rispetto a una religione che dura da 1.400 anni e
coinvolge più di un miliardo di persone. Anzi, a causa
della maggior fecondità, proprio in questi anni gli
islamici hanno superato, come numero, i cattolici.
Non avendo una visione antropomorfa di Dio,
credendo nella Sua onniscienza e onnipotenza, non
posso accettare che sia stata per Lui una sorpresa
sgradevole, di cui non ha potuto arginare le
conseguenze, l'apparizione di un Muhammad che,
proclamandosi ultimo e definitivo dei profeti, ha
relegato Gesù Cristo a semplice annunciatore del
Muhammad sullodato, il solo e l'unico cui sarebbe stata
data la piena Rivelazione... «Umano, troppo umano!»
direbbe Nietzsche di un Creatore dell'Universo che al
contempo fosse a rischio degli infortuni della storia.
Nella corretta visione cristiana - quella provvidenziale,
quella del Padre che conduce la storia con mano tanto
nascosta quanto infallibile - vale il principio: «Non tutto
ciò che accade è voluto da Dio, che si è volontariamente
legato al rispetto della libertà delle Sue creature. Ma, in
tutto ciò
che accade, nulla avviene che da Lui non sia
permesso».
Tutto, nella storia, ha un significato sul quale
occorre meditare per comprenderne la lezione, non per
rammaricarsi o per dubitare della Sua onnipotenza, che
non può certo essere scavalcata da eventi imprevisti e
spiacevoli! Non a caso Gesù ci chiama, senza tanti
complimenti, "servi inutili", nel senso che dobbiamo
dedicarci senza riserve alla sua causa, consapevoli però
che non siamo indispensabili, che se ci chiama a colla-
borare è perché ci prende sul serio e vuole che eserci-
tiamo le virtù. Ma i fili di quel gran teatro di marionette
che è la storia è lui, e lui soltanto, che li tiene in mano.
Ed è una mano che non ha confini di potenza e che non
può essere deviata da alcunché.
Insomma, non ci sarà martirio cruento, per me,
almeno a previsioni umane. Neppure per mano musul-
mana. Posso confessarti, però, che - essendo tra l'altro
ormai avanti negli anni e che presto, come dice la Bib-
bia, sarò probabilmente "sazio di giorni" - che un po' mi
dispiace, anche per quei motivi sanamente egoistici di
cui dicevo, consapevole come sono di averne tante da
farmi perdonare, e che il colpo di spugna garantito al
martire sarebbe la soluzione più rassicurante?
Per tornare alla mia domanda: da dove ti viene
questa certezza che, sei tu a dirlo, ti renderebbe capace di
sfidare una pistola puntata alla tempia?
Il fatto è che per me la fede è un'evidenza che si è
ma nifestata ormai oltre quarantanni fa - è già passata
un'intera vita1 - e non ha mai esaurito quella che gli ul
timi marxisti chiamavano «la spinta propulsiva».
Mentre per gli sventurati comunisti l'ideologia ha
esaurito presto quella spinta, e alla fine si è rivelata la
disastrosa illusione che sappiamo, non così ha fatto, per
me, la Speranza cristiana che, anzi, mi si è rivelata
sempre più fondata e, dunque, convincente. Cosi, grazie
all'esperienza della vita - e allo studio e alla riflessione
su quell'esperienza - ma grazie soprattutto, come inizio
di tutto, all'Incontro enigmatico con una realtà "altra",
sono convinto della verità del Vangelo al punto che
neanche la famosa minaccia di morte potrebbe
distogliermene. Lo so, lo so bene: sono sgradevoli,
sembrano al limite dell'arroganza affermazioni simili, in
tempi di "pensiero debole", di rifiuto del dogmatismo, di
relativismo, di "cattedre dei non credenti" volute da
vescovi nei loro duomi. In un mondo (e, si direbbe,
talvolta anche in una Chiesa) dov'è "teologicamente
corretto" il dubbio, dove per essere accettati bisogna
dirsi, sempre e comunque, "in ricerca". Da quando mi è
capitato, io non "ricerco" affatto dove stia la Verità:
dove si trovi lo so dall'inizio. Con certezza. Ciò che
ricerco è una comprensione più piena, è un
approfondimento del deposito - il depositum fidei - che
mi è stato consegnato, senza merito, per sola Gratta
come direbbe, guarda un po', un luterano.
Ti proponi, dunque, come esempio?
Ti ringrazio di permettermi di fare subito una
precisazione, a sbarazzare il campo da equivoci. Come
capita a molti cristiani, compreso san Paolo, che
riecheggia qui le parole di Ovidio, «video bona
proboque, deteriora sequor», vedo ciò che è meglio, lo
lodo, lo
propongo ad altri - sicuro di fare così il loro bene
- ma spesso sono io per primo che non ce la faccio a se-
guirlo. Dunque, non mi presento come esempio ad al-
cuno. Per stare sempre a quel "fariseo figlio di farisei",
Saulo, latinizzato in Paolo e che pure aveva ben altri
meriti da mettere in campo, vale per tutti, a cominciare
ovviamente da me, ciò di cui avverte i Corinzi: «Por-
tiamo questo tesoro in vasi di terra, perché appaia che la
potenza straordinaria viene da Dio e non da noi».
Che ciascuno si interroghi e che nessuno si vanti,
dunque. Quanto a me, pubblicamente confesso che
questa evidenza che mi è stata data, questo dono dav-
vero gratuito, questa conversione del pensiero, non è
stata sempre accompagnata anche dalla conversione del
cuore. E so, con doverosa inquietudine, che me ne sarà
chiesto conto puntuale, secondo la parola di Gesù per la
quale «molto sarà chiesto a chi molto è stato dato». Non
è un caso che abbia sempre considerato indispensabile
lo sforzo quotidiano del credente per adeguarsi all'etica
evangelica - così com'è proposta dalla Chiesa cattolica,
in queste cose non accetto il "fai da te" - ma che non
abbia mai voluto montare sul pulpito a fare prediche. Ho
sempre cercato di focalizzare l'attenzione di chi volesse
leggermi o ascoltarmi sul dato di fede, su ciò che viene
prima della morale, sul gancio indispensabile cui
attaccare l'impegno etico che, altrimenti, sarebbe
ingiustificato.
In ogni caso, sia chiaro: cerco di proporre il mio
pensiero, i risultati della mia ricerca sulla verità del
Vangelo, pratico l'apologetica del cattolicesimo ma non
ho mai proposto, né mai proporrò, la mia vita come
testimonianza coerente o addirittura esemplare.
Insomma: non mi aggiungo certo come ulteriore
"prova"della verità della fede! Semmai, mi propongo
come prova del-
l'umiltà del Dio cristiano, che per suoi testimoni
sceglie chi vuole, secondo un disegno per noi
indecifrabile. Del resto quella Provvidenza di cui
abbiamo appena parlato e che sa bene quel che fa - e ciò
che fa è sempre a nostro vantaggio - ha disposto in
modo che la mia vita fosse complessa abbastanza da
dissuadermi dall'impal-carmi a maestro di vita.
Tra l'altro, come sai, la mia esistenza è stata
ingarbugliata anche da una serie di processi canonici per
il riconoscimento di nullità di un primo matrimonio.
Sbaglierebbe tutto, chi pensasse che la mia posizione
nella Chiesa mi abbia favorito. Al contrario. Proprio
perché ero io, sono occorsi ben 22 (ma sì, ventidue!)
anni e tutti i gradi di giudizio per giungere al termine
positivo di una vicenda che, in alcune sue tappe, è stata
una sorta di calvario e che mi ha costretto a
confrontarmi anche con problemi etici, con imbarazzi e
disagi.
Non hai parlato in pubblico di questo tuo primo
matrimonio. Puoi dire qualcosa di più?
In realtà non l'ho mai nascosto e a chi mi
chiedeva spiegavo come stessero le cose. Tra l'altro,
prima di iniziare il lavoro insieme, sia all'allora cardinal
Prefetto della Fede, Joseph Ratzinger, sia a Giovanni
Paolo II, feci presente la mia situazione. Mi risposero
entrambi che non c'era problema visto che, mentre era
in corso il processo per la dichiarazione di nullità,
rispettavo in pieno quanto prescritto dalla morale cat-
tolica. E, se quella dichiarazione non fosse venuta, ne
avrei sofferto ma mi sarei adeguato: non sono dispo-
nibile a morali che ciascuno "personalizza" a modo suo.
Quanto al merito della cosa, essendo coinvolta
un'altra persona che ha patito quanto me, ti dirò
soltanto che tutto si è svolto con onestà e trasparenza.
Che sia così lo dimostra la lunghezza di un procedi-
mento che avrei potuto abbreviare di molto, se non lo
avessi sentito come un problema di coscienza, come un
desiderio di fare verità sulla mia vita. Lo stesso bisogno
di verità, se vuoi, che mi muoveva e mi muove di fronte
alle idee e alle vicende della storia. Né privilegi, dunque
(anzi, al contrario, come dicevo), né trucchi e sotterfugi:
vicenda interminabile e dolorosa ma sulla quale,
interrogandomi, non mi pare di trovare cose di cui
sentire rimorso.
D'altro canto, anche se incoerente, il credente
non può e non deve tacere le esigenze del Vangelo.
In effetti, riconosciuto con umiltà - che altro non
è che verità - che noi stessi, noi cristiani, facciamo parte
piena della compagnia dei peccatori, non dobbiamo
però cadere nel ricatto di chi vorrebbe tapparci la bocca
perché infedeli alle esigenze che annunciamo. Gesù ha
voluto affidare la sua causa agli uomini, ben sapendo
che - come ci ricorda esplicitamente - tutti siamo
peccatori. A cominciare dai discepoli stessi, che pure
aveva scelto egli stesso, uno a uno.
In tutta la storia successiva della Comunità dei
battezzati e credenti, i limiti e le colpe non sono stati
estranei neanche ai santi: anzi, proprio questi, che
comprendevano sino in fondo le esigenze della fede,
non facevano la commedia, non erano civettoni ipocriti
quando si dicevano indegni peccatori. La loro
sensibilità alla colpa era ben maggiore di quella di noi
mediocri. Se, alla fine, morivano serenamente
abbandonati era solo perché
confidavano nella capacità di perdono del Cristo.
Eppure, questa consapevolezza di peccato non ha
impedito loro di predicare energicamente un Vangelo
che condannava essi pure. Chiunque faccia apostolato
annuncia sempre un messaggio che lo supera.
Per questo dobbiamo essere consapevoli che non
predichiamo noi stessi ma Gesù il Cristo, «nel quale non
c'è macchia». Dunque possiamo - e dobbiamo -"fare
prediche", pur essendo bisognosi noi pure di udirne e,
dopo averle ascoltate, di metterle in pratica. Noi non
siamo che fragili, sgradevoli "vasi di terra", ma
ospitiamo un "tesoro" che va mostrato nella sua
bellezza, esaltata anche dal contrasto con un contenitore
così inadeguato. Il Dio cristiano, comunque, pure da
questa "terra" vile e sgraziata può trarre frutti eccellenti
e abbondanti. Non è forse di un pavido, anzi di uno
spergiuro che lo rinnegò pubblicamente tre volte e in
modo vergognoso - «Allora egli cominciò a giurare e a
imprecare: "Non conosco quell'uomo!"», riporta Matteo
-, non è di questo "vaso di terra" che Gesù ha voluto fare
la Pietra su cui edificare la sua Chiesa, e tanto solida che
«le porte degli inferi non prevarranno sopra di essa»?
Cristiano, insomma, non è chi è senza colpa. Il
cristiano non è l'uomo perfetto che non sbaglia né cade
mai.
Anzi, chi si proponesse di essere davvero tale, e
si disperasse perché non vi riesce, paradossalmente non
sarebbe neppure più cristiano perché avrebbe perso la
fede nella necessità per tutti e per ciascuno di essere re-
denti e salvati. Mistero incomprensibile, osservava
Blaise Pascal, è quello del peccato originale e delle sue
conseguenze. Ma senza di esso è il cristianesimo
che diventa incomprensibile e, con esso, la stessa
condizione umana. Ciò che è irreparabile non è fare il
male, bensì perdere la consapevolezza che di male si
tratta e che nostro dovere è cercare di evitarlo per fare il
bene. Salvare la distinzione tra - come dire? - nero e
bianco: ecco quel che occorre, oggi soprattutto, quando
ciò che è colpevole è spesso presentato come
encomiabile, come conquista civile, come diritto umano.
Penso all'aborto, ovviamente, come caso esemplare,
dove ciò che davvero inquieta non è la sventurata donna
che ne è protagonista ma il liberal, il radicale che cerca
di convincerla che ogni senso di colpa è ingiustificato,
che è il retaggio di un moralismo clericale, che il
"benessere" personale deve prevalere sempre e
comunque. Conservato il sano dualismo bene-male e
consapevoli della nostra debolezza, dobbiamo
conservare anche l'umiltà di chi sa chiedere perdono a
Colui che è il Misericordioso. La differenza tra Pietro e
Giuda non sta nella maggior virtù di uno rispetto
all'altro, ma nel fatto che uno reagì alla sua caduta
«piangendo amaramente» - così scrive Matteo -, l'altro
andando a impiccarsi.
Quanto a me, so soltanto ripetere, umilmente ma
fermamente, quel «non posso nient'altro». Se non sono
in grado di proporre ad altri il modo con cui ho vissuto
la fede, posso almeno tentare di raccontare - per quanto
è possibile in questi casi - il modo con cui mi è stata do-
nata. Dopo tanto tempo, infatti, la certezza che proprio
di un dono, e del più prezioso, si sia trattato non soltanto
non è venuta meno né si è in alcun modo offuscata, ma,
al contrario, si è quotidianamente confermata, non solo a
livello di ragione e di riflessione, ma anche di
esperienza. Personalmente non sono riuscito a vivere
sempre e comunque il cristianesimo nella sua versione
più esigente, la sola che consideri completa,
quella cattolica, però so che il cristianesimo "funziona":
quando si cerca di metterlo in pratica, a cominciare da
noi stessi, funziona. Davvero. Il senso di questo nostro
dialogo potrebbe essere il tentativo di capire perché un
uomo postmoderno possa arrivare a dire, con umiltà e
insieme senza esitazione: «Premi il grilletto, ma non
posso rinnegare la fede per una ragione semplice ma per
me irrefutabile. Perché è vera...».
Ho usato il termine "postmoderno" perché,
nonostante l'età, non riesco ancora a dire "ai miei
tempi": i miei tempi li sento ancora questi e, pur
detestando ogni giovanilismo ed essendo ben
consapevole dell'anagrafe, credo di vivere l'oggi come
puoi viverlo tu, che sei della generazione successiva.
Del resto, più di trent'anni fa, già con il primo libro,
cercavo di rispondere a domande eterne (la verità del
Vangelo, la possibilità di prendere ancora sul serio
quelle parole, il confronto con le altre religioni),
domande che, però, solo di recente sono state rilanciate,
essendo allora rimosse, giudicate inopportune,
concentrati com'erano i clericali sulla loro rissa interna.
Dicevano che ero anacronistico. Ho l'impressione - lo
dico lontano da ogni rancore, comprendendo quei
fratelli nella fede, abbagliati ed eccitati da un "mondo"
che scoprivano allora, mentre io proprio da lì venivo -
ho l'impressione, dunque, che l'anacronismo fosse il
loro.
So che hai avuto i tuoi problemi per quel che hai
scritto: all'accoglienza di massa, spesso addirittura entu-
siastica della gente, si è affiancata la diffidenza, se non
qualcosa in più, di tanta intellighenzia teologica ed ese-
getica.
Sì, d'accordo. Ma non drammatizzo e non mi
considero di certo un martire nel senso che dicevamo
sopra. Ho avuto opposizioni, ma pure consensi che mi
hanno ampiamente ripagato. In ogni caso, è un segno
confortante: conosco abbastanza la storia per sape're
che non c'è opera di figlio della Chiesa che non incontri
difficoltà e ostilità da parte di uomini di Chiesa. Mi
vergogno a fare certi nomi e spero che si capisca bene
che il mio piccolo caso è irrilevante, ma - tanto per
esemplificare quella sorta di legge della storia ecclesiale
- mi vengono in mente un Rosmini, un padre Pio, un
don Bosco. Quest'ultimo, pur vissuto in quell'Ottocento
che ben sappiamo, di massoni e di mangiapreti, arrivò a
dire che nessuna persecuzione era stata più accanita e
dolorosa di quella del suo arcivescovo che, tra l'altro,
egli stesso aveva suggerito a Pio IX come pastore della
Chiesa di Torino. Eri presente tu stesso, come inviato
del tuo giornale, quando Benedetto XVI è andato a ve-
nerare il sepolcro di suor Mary Mac Killops, la prima
beata australiana, che era stata addirittura scomunicata
dal suo vescovo ed emarginata da quasi tutto il clero di
quel continente. In effetti, se una certa nomenklatura
clericale sembra essere spesso matrigna, la Chiesa è
madre e alla fine eleva alla gloria i diffamati di un
tempo. Comunque, anche questa dialettica ha i suoi lati
positivi, contribuendo alla purificazione sia delle
"vittime" sia delle loro idee e opere.
In ogni caso, come ti dicevo, io vittima non sono
né mai sono stato, anzi ho avuto molto: sospetto addirit-
tura - sul serio! - ben più di quanto meritassi. Tra l'altro,
comprando i miei libri in quantità rilevante, i lettori mi
hanno concesso la prima di tutte le libertà: quella
economica. Dandomi la libertà dal bisogno, in qualche
modo assumendomi al loro servizio, quei let-
tori (cui sono grato, davvero) mi hanno
permesso di non dipendere da nessuno e da nulla, se
non dalla verità che cercavo di approfondire per
loro, ma anche per me. Comunque, per chi dice la
sua in pubblico, l'ostilità non è soltanto il doveroso
pedaggio da pagare ma è anche un dono, è uno stimolo
continuo all'autoe-same. Del resto, se mi fossi
preoccupato del «che cosa diranno i critici?» non avrei
fatto niente di quello che ho fatto. Sai bene che, se
parli di Colui che si è definito «segno di
contraddizione» e se tutti ti danno ragione, devi subito
chiederti in che cosa hai sbagliato, che cosa hai
omesso di dire.
Comunque è vero, tanto per andare all'inizio,
che sono stato fortemente dissuaso dallo scrivere
Ipotesi su Gesù e, dopo la sua pubblicazione, soltanto
l'enorme domanda, che mostrava quanto carente fosse
l'offerta in questo campo, ha zittito l'avversione che,
immagino, da pubblica è divenuta privata. Ma, lo
ripeto: qui sto, non posso nient'altro. Avevo la
persuasione, tranquilla ma coriacea, di dovere
scrivere, e proprio in quel modo, pagine simili.
Rosanna, che divide la mia quotidianità, te lo può
confermare: non per merito ma per temperamento, se
la coscienza mi suggerisce che una cosa è da fare o da
dire, vado avanti come un cingolato, non mi deprimo
per i fischi e non mi esalto per gli applausi. Non mi
sono mai montato la testa per qualche indubbia
riuscita, ma neppure ho mai preso tranquillanti per
contrastare gli effetti, per me inesistenti, delle
critiche, magari delle maldicenze. Anche perché -
ironico e autoironico come sono - non mi prendo
troppo sul serio e non ho di certo il complesso del
profeta che annuncia la volontà di Dio. Pochi tipi
umani mi sono estranei come guru, santoni, vati. Né
dimentico che piazzale Loreto è stato l'epilogo
crudele di un romagnolo che faceva scrivere
anche sui muri di avere «sempre ragione».
Una volta hai accennato al fatto di avere ricevuto
addirittura minacce fisiche per quel Rapporto sulla fede
scritto con il cardinal Ratzinger, allora Prefetto della
Congregazione per la Dottrina della Fede, a metà degli
anni Ottanta. Puoi dire qualcosa di più?
Naturalmente erano minacce che provenivano
non da "fuori", ma dall'interno della Chiesa. Non deve
stupire: il fanatismo politico che ha devastato e devasta
da più di due secoli il mondo non è che l'imitazione
laicizzata del temibile furor theologorum. Per un paio di
mesi ho abbandonato Milano, dove allora vivevo, e mi
sono messo al riparo in una casa religiosa di mezza
montagna (viene da ridere, manco fosse una storia di
partigiani, di resistenza!) senza lasciare recapito, perché
mi arrivavano continue minacce, anche di notte, da
parte naturalmente di apostoli del dialogo, dell'apertura,
della tolleranza... Non ero spaventato, ero solo seccato
per quel telefono che squillava mentre dormivo o per
tutte quelle lettere anonime, più grottesche che temibili.
Poco onorevoli per i mittenti, poi, le molte missive al
cardinale per rivelargli che aveva sbagliato giornalista,
confidandosi con un separato con in corso una causa di
nullità di matrimonio. Ma si sbagliavano quegli anonimi,
visto che (come ho già detto) avevo previamente
avvertito Sua Eminenza della mia situazione e da parte
sua non c'erano state obiezioni, visto che ero in una
posizione faticosa ma non in contrasto con la morale
cattolica. Volevano darmi una lezione perché non ero
soltanto colpevole di avere dato voce al "Grande In-
quisitore", ma anche di non averlo deriso e
contraddetto, di non avergli dato torto. Ero colpevole di
non avere nascosto che stavo dalla sua parte e che avevo
voluto tenacemente quel libro, che tutti giudicavano im-
pensabile (il Prefetto dell'ex Sant'Uffizio che dà una
intervista!), proprio per fare circolare il più possibile la
prospettiva di quel mite teologo che la leggenda nera
presentava come Panzer-Kardinal. Ce l'avevano con lui,
ma anche con il cronista sottoscritto che aveva regi-
strato, non solo impassibile ma chiaramente solidale, le
parole di quel futuro papa che definiva il marxismo
come «vergogna del nostro secolo».
Ti prego di notare il tipico ritardo clericale,
l'anacronismo di cui parlavamo poco fa. Era il 1984,
mancavano cinque anni alla caduta ingloriosa del muro
di Berlino, ma un certo mondo ecclesiale che contava
aveva scoperto e abbracciato il marxismo proprio
mentre moriva. L'avevano scambiato per la modernità,
per il futuro inevitabile! L'infatuazione era ancora così
viva, tra Vintellighenzia cristiana (e non solo cattolica),
che la Teologia della Liberazione, anche nei suoi aspetti
ideologici più chiaramente marxisti, era considerata
intoccabile, sacra. Il fatto che un Prefetto per la Dottrina
della Fede ne avesse messo in guardia con un
documento uscito proprio in quei mesi era considerato
una bestemmia intollerabile contro "lo spirito del
Vangelo" e, naturalmente, contro "lo spirito del
Vaticano II". Cinque anni, ti dicevo, solo cinque anni al
congedo disonorevole del comunismo dalla storia! E
vuoi che mi preoccupi più di tanto di critici così?
Come mi diceva una volta, beffardo, Franco Car-
dini, il medievalista cattolico, «essere all'avanguardia è
facile, basta stare saldi sul buon senso e sulla Tra-
dizione; prima o poi i furori si placano e - da reazio-
nario oscurantista quale eri considerato - sei
riscoperto come precursore e profeta...». Diciamo che
non ho fatto che questo: starmene tranquillo, in attesa
che il carnevale ideologico si esaurisse, che le presunte
"avanguardie del nuovo cristianesimo" finissero,
inaspettatamente (per loro, s'intende, non per me), tra le
anticaglie di una stagione per sempre conclusa.
2 UN SEMINARIO LAICO
Prima di proseguire e di parlare di quanto ti è
avvenuto, mi sembra opportuno che tu descriva chi eri,
da dove venivi, che cosa facevi e contavi di fare.
Insomma, ti chiedo di parlare un po' del Messori di
"prima", di raccontare le tue origini.
Sono, in molti sensi, un figlio della guerra.
Innanzitutto perché sono il frutto, inatteso e credo
indesiderato, di una licenza di mio padre, schierato
allora con il Regio Esercito a presidiare il Sud della
Francia occupata. Mia madre era molto giovane (non
aveva ancora vent'anni quando io nacqui) e mio padre
non aveva che un paio di anni in più. La ragazza era
bella, tanto da essere stata eletta "reginetta" - così allora
si chiamavano le "miss" - della cittadina e quel suo
ragazzo probabilmente voleva godersela, vantandosene
con gli amici, senza per questo sposarla. Non, almeno,
tanto presto e sotto il ricatto di una gravidanza. Sta di
fatto che dal "matrimonio riparatore" ne venne una
famiglia con problemi caratteriali tali che, bussando alla
porta del mondo cattolico, una delle cose più difficili da
accettare fu per me quel certo familismo retorico, senti-
mentale, esibito, che spesso vi circola. Sai, lo sguardo
tra l'orgoglioso, l'inquisitorio, il compassionevole con
cui ti guardano quelle "esemplari madri cattoliche"
che esibiscono i loro quattro, cinque o più figli,
quando dico loro che io non ne ho neanche uno.
Non fraintendermi. Pur rifiutando la melassa
tipo "il nido degli affetti", "il luogo della intimità e della
confidenza", "l'angelo del focolare", approvo ovvia-
mente la dottrina della Chiesa sulla famiglia come nu-
cleo fondante della società, sono certo che fa parte del
disegno primordiale di Dio e parteggio per la difesa dei
suoi diritti. Questo faccio, però, nella linea dell'obbe-
dienza, come scelta di fede, non come un portato del-
l'esperienza personale. Conosco abbastanza la storia per
sapere come ogni tentativo di sostituire il nucleo
familiare, tipo l'affido dei figli a strutture pubbliche, è
un frutto violento del totalitarismo, è un'ideologia di-
sumana che alla fine si risolve inevitabilmente in un di-
sastro. Ovviamente, poi, non generalizzo la mia espe-
rienza personale, così negativa: la vita mi ha condotto a
conoscere tante famiglie (cattoliche ma, va pur detto,
anche no) dove davvero dominano gli affetti e a fre-
quentarne molte altre "normali", dove luci e ombre si
mescolano, come sempre nella vita, con un bilancio alla
fine positivo. La famiglia composta da un maschio e
una femmina - è grottesco, ma oggi bisogna precisarlo -
aperta alla fecondità, e dunque alla vita, unita per
sempre, non è una invenzione "cattolica", fa parte di un
istinto profondo e naturale. Questo riconosco in pieno,
pur costretto a dire che, per quanto mi riguarda, avrei
preferito essere parcheggiato in un collegio durante
l'anno scolastico e in una colonia aziendale durante
l'estate, piuttosto che godere la "dolcezza" delle pareti
domestiche e la "gioia serena" di tante vacanze.
Credo che ci torneremo sopra e avrò modo di
precisarti - per giustizia - che i miei genitori erano
ottime persone, mosse da buona volontà, che giorno
dopo
6 .?rno hanno fatto con onestà il loro dovere (il
lavoro casalingo per mia madre e quello da impiegato
per mio padre), senza vizi né disonestà. Sono convinto
che il Giudizio che vale sopra ogni altro è stato per essi
benigno; ed è pieno di comprensione e lontano da ogni
recriminazione, per quanto conta, anche il mio, di giudi-
zio. Ma l'inferno, come sai, è lastricato di ottime
intenzioni. Se ti accenno a questa situazione familiare, è
soprattutto per confermarti quanto estraneo mi fosse
quel cattolicesimo, che mi respingeva non solo per la
sua dottrina ma anche per il suo modo di vita, con i suoi
quadretti di mammine, di paparini, di figlioletti uniti
solo da sentimenti puri, generosi, nobili, con tanto di
recita serale del rosario, tutti insieme... Altro che "at-
trazione fatale", caro mio, verso un simile mondo!
Un figlio della guerra, dicevamo.
Ma sì, anche perché senza di essa non sarei stato
portato a Torino a cinque anni, per restarci sino ai
trentotto: ho fatto i conti, dodicimila giorni sotto la Mole
Antonelliana. Proprio in vista di essa, nello sterminato
Cimitero Generale Nord stanno - e da non molto tempo -
i miei genitori. E sul Po abita ancora mio fratello,
Mauro, di nove anni più giovane di me, vedovo, con il
figlio che è il mio solo nipote. A questo - tre persone,
contandovi ovviamente Rosanna - si è ormai ridotta la
mia famiglia.
Perché, dunque, a Torino? Perché mio padre
aveva militato in una delle divisioni della Repubblica
Sociale addestrate in Germania e molti miei parenti si
erano schierati con il fascismo (come tutti, ma loro, per
lealtà, sino alla fine), dunque non era igienico tornare,
dalle campagne bresciane dove eravamo sfollati,
proprio nella zona emiliana detta "triangolo della morte".
Qui, a lungo, ogni notte i comunisti - ex partigiani: pochi
quelli veri, molti i sedicenti - prelevavano e massa-
cravano preti ed ex repubblichini, spesso mascherando
sotto etichetta politica vendette private, rapine, sadismi.
Meglio stare alla larga, per mio padre, che da sottufficiale
furiere aveva maturato una certa esperienza di uffici e che
accettò, dunque, una proposta per fare l'impiegato a
Torino. Prima presso la ditta di import-export di un ebreo
(guarda un po', lui che aveva combattuto sino all'ultimo al
fianco della Wehrmacht), un israelita, ottima persona di
cui divenimmo amici e che finì con l'emigrare in Israele.
Mio padre passò poi alla direzione generale dell'Italgas,
la più antica e allora la maggiore impresa di produzione e
distribuzione di gas derivato dalla distillazione del
carbone.
Voi siete di Sassuolo, la "capitale", credo
mondiale, delle piastrelle, la patria, tra l'altro, del
cardinale Camillo Ruini.
Ma sì, suo padre - ne ho sentito parlare come di
un medico stimato e generoso verso i bisognosi - era uno
dei notabili di quel mondo cattolico locale al quale non
apparteneva alcuno della mia famiglia. C'era una sola ;
zia che andava a messa la domenica e per questo la chia-
mavano, in dialetto, "la bigotta". In alcuni, tra la paren-\
tela, dominava un anticlericalismo polemico, aggressivo,
"all'emiliana". In altri un agnosticismo che escludeva :,
ogni accenno religioso, ogni prospettiva spirituale. In I
ogni caso, una estraneità che divenne totale, per i miei I
genitori, con il trasferimento a Torino, dove vivemmo
da isolati, lontani da ogni gruppo organizzato:
associazioni, club, partiti e, naturalmente, Chiesa. Feci,
però, la prima comunione e, il giorno stesso, la cresima:
un fatto unico, per me, una sorta di masso erratico, de-
ciso dai miei - presumo - per rispettare una sorta di
superstizione delle nostre parti, secondo la quale quei
sacramenti "portano bene" ai figli ed è pericoloso pri-
varli di questi segni, visti quasi come magici. Una sorta
di prudente "vaccinazione" contro la malasorte? Può
darsi.
Comunque, per accostarmi ai sacramenti,
dovetti ottenere una "pagellina", frequentando delle
lezioni di catechismo nella chiesa di santa Teresa,
tenuta dai carmelitani, che era giusto dietro la nostra
casa, in pieno centro di Torino. Un religioso si limitava
a farci imparare a memoria le domande e le risposte del
catechismo di san Pio X. Ebbene: credo che quelle
parole, apprese per dovere, abbiano finito, chissà come,
per sedimentarsi in qualche angolo nascosto. Allora non
erano che da apprendere così come erano scritte e come
lo sconosciuto carmelitano, con saio e mantello, ci
faceva ripetere ad alta voce. Mi sembravano solo
formule astratte e quasi incomprensibili, uno sforzo un
po' ipocrita di memoria. Eppure, molti anni dopo,
sarebbero riemerse da qualche profondità che le aveva
preservate. Insomma, dovetti poi constatare che i primi
semi della fede mi furono piantati nell'inconscio nella
semioscurità della cappella di San Giuseppe di quella
parrocchia torinese, soppressa tempo dopo per
mancanza di fedeli, non essendoci ormai tutt'intorno
altro che uffici.
Ma c'è di più.
Pensa che è stata una suora domenicana - ne
ricordo ancora il nome, suor Cornelia - a insegnarmi a
leggere e a scrivere. Successe infatti che mia madre,
questa pas-
sionale, soffocante mamma emiliana, fosse
ansiosa per quel suo figlio unico che doveva andare per
la prima volta a scuola. Un figlio che, per giunta, non
aveva avuto l'esperienza dell'asilo e che, al pari di lei,
era frastornato dalla grande città industriale, da quella
Torino ancora poco conosciuta. Temeva che,
affidandomi alle scuole statali, mi avrebbero deriso,
forse addirittura maltrattato. Sta di fatto che, nonostante
le ristrettezze economiche (mio padre aveva appena
cominciato il suo lavoro), insistette per farmi fare
almeno la prima elementare in una scuola privata.
Privata, dico: non necessariamente cattolica. La più
vicina che trovarono fu un "Istituto Divin Cuore" -
pensa un po', un nome simile per gente come noi! -
condotto dalle suore fondate da san Domenico.
Avvenne così che una religiosa dell'Ordine che aveva
gestito l'Inquisizione insegnò a decifrare l'alfabeto a
questo figlio di emiliani mangiapreti.
Curioso, davvero, che a iniziarti a lettura e
scrittura sia stata una donna di Chiesa.
Ci penso, qualche volta, e non mi dispiace che
sia andata così. La buona domenicana non immaginava
che, proprio partendo dal suo insegnamento dell'abc,
quel piccolo allievo scontroso - grembiule nero, colletto
bianco, fiocco azzurro - avrebbe un giorno cercato di
obbedire all'esortazione del suo santo fondatore:
contemplata aliis tradere. Comunque, in quel "Divin
Cuore", l'impronta religiosa, se c'era, era talmente soft
che non me ne accorsi neppure e credo che consistesse
soprattutto in una particolare serietà dell'insegnamento.
Quanto allo scrivere, non so, non sta a me giudicare; ma
quanto al leggere me lo inse-
gnarono davvero bene, visto che da allora non ho
fatto quasi nuli'altro.
Sono anche contento - trovo anzi provvidenziale
-che, munito di quel fondamento indispensabile, sia
stato riconsegnato, già dall'anno dopo, alle laicissime
scuole pubbliche subalpine che mi insegnarono la loro,
di cultura. Se questa non l'avessi conosciuta dall'interno,
sino a diventarne un figlio consapevole, avrei di certo
sviluppato, come molti cattolici, un complesso di
inferiorità, non avrei cercato di conservarne il meglio
per andare oltre, per integrarla con la dimensione di cui
soffre - senza saperlo e senza volerlo ammettere -la
disastrosa mancanza. La dimensione, cioè, di quella
fede, a proposito della quale Pascal ha annotato: «L'ul-
timo passo della ragione è riconoscere che vi è un Mi-
stero che la supera». I cataloghi degli editori più lontani
dal cristianesimo, e magari più ostili, non mi hanno mai
intimidito, né avrebbero potuto farlo: mi ci muovo con
la libertà, se necessario con l'ironia e il dissenso, di chi
si trova in quella che è stata la sua casa, anche se poi ha
potuto ampliarla con un attico, un belvedere, che allarga
la visuale sino all'Infinito e all'Eterno. Nessun
complesso, dunque. E, naturalmente, nessuna
avversione per quelle mie radici culturali tutte basate sul
culto della ragione: solo la consapevolezza di
un'insufficienza da colmare.
Passato quell'anomalo inizio "cattolico", già
dalla seconda elementare ti installasti dunque nelle
scuole statali torinesi.
Sì, per altri dodici anni, sino alla maturità
classica, che allora era una cosa seria, con tutto il
triennio da
portare all'esame. Mi pare significativo che, se
mi segnalai soprattutto negli orali di storia, fu anche
perché mi interrogarono su concordanze e discordanze
tra giacobini e girondini. Ero a mio agio, in quella
Rivoluzione francese di cui mi avevano insegnato ad
ammirare la rottura con l'esecrabile Ancien Regime e le
sue alleanze fra trono e altare e l'inizio del mondo
nuovo, quello del progresso e dell'avvenire. Mi
sembrava una cosa ovvia, scontata, che solo qualche
vecchio clericale reazionario avrebbe potuto contestare.
Il genocidio della Vandea, il Terrore di massa, la
"legge dei sospetti" che neppure il nazionalsocialismo
e il marxismo-leninismo osarono promulgare (alla
ghigliottina non solo chi agiva contro il regime
giacobino, ma anche chiunque non si impegnasse
attivamente per esso), la scristianizzazione sanguinosa,
la distruzione programmata del patrimonio artistico (la
parola "vandalismo" nacque allora), i milioni di morti
provocati da quel "figlio della Rivoluzione" che era il
Bonaparte? E poi, a seguire, il trionfo dei nazionalismi
e dei totalitarismi atei, sino ai massacri delle due
guerre mondiali e ai genocidi? Beh, incidenti di
percorso, necessità della storia, magari propaganda set-
taria della reazione sempre in agguato nell'ombra. Co-
me sai, proprio la cultura che si dice critica, aperta, li-
bera, è quella nella quale è proibito fare domande. O,
almeno, un certo tipo di domande. Ma per molto tem-
po non ne sarei stato consapevole.
Per arrivare sin lì, sino all'esame detto di
maturità, che mi apriva le porte dell'università, avevo
percorso il più classico degli itinerari nelle scuole del
centro della vecchia Torino. Il ginnasio e poi il liceo,
ovviamente, al Massimo D'Azeglio, questa sorta di
laicissimo seminario della classe dirigente della città.
La scuola dove gli Agnelli inviavano, per tradizione, i
rampolli della dina-
stia (attesi a casa, però, da prestigiosi istitutori
privati), il liceo dove nacque, come squadretta
dell'istituto, una certa Juventus, dove un gruppo di
allievi decise di fondare una editrice, che fu quella di
Giulio Einaudi. Tutti quanti - dirigenti, redattori, autori
- tutti venivano dal D'Azeglio, in quella Casa che per
decenni esercitò un'egemonia indiscussa nella cultura
sia marxista sia liberal, "azionista". Era il liceo dove si
erano formati anche quelli che avrei incontrato
all'università come maestri di razionalismo.
Ci allevavano, in quelle scuole, nel culto dei
santi Cosma e Damiano dei laici subalpini: la mitica
coppia Gramsci-Gobetti. L'ateo comunista, dunque, e
l'agnostico liberale, uniti nell'avversione al
cattolicesimo come corruttore di un'Italia cui il destino
cinico e baro aveva negato la ripulita dal papismo che le
avrebbe dato il successo della Riforma protestante. Era
la Chiesa al centro della Penisola che ne aveva causato
il ritardo culturale e civile e aveva reso tanto difficile e
tardiva l'unità.
Questa tua formazione "laica" è continuata poi
con l'iscrizione a Scienze Politiche.
Dove rimasi non quattro ma cinque anni, visto
che, per una dozzina di mesi, andai fuori corso, E non
per mancanza di interesse e di impegno ma perché, per
quattro di quegli anni, lavorai di notte, mentre di giorno
frequentavo le lezioni e studiavo.
Ti ho già parlato del clima familiare. Per
sottrarmi il più possibile, mi sembrò essenziale
procurarmi una pur piccola base economica: briciole,
certo, per giunta decurtate da quanto passavo ai miei per
la "pensione"
e per pagarmi le tasse universitarie e i libri di testo;
briciole, dunque, ma che mi garantivano un poco di quella
indipendenza cui aspiravo. Pensa che diedi a luglio gli
esami di maturità e ad agosto ero già, per un paio di mesi, a
lavorare alla segreteria e alla conciergerie di un buon
albergo al Lido di Venezia, dove potei mettere alla prova la
conoscenza di qualche lingua imparata più o meno da solo.
E dove, tra cameriere e turi-Ìste, cominciai a prendere
confidenza con la carriera di libertino cui - ti confesso -
aspiravo. In autunno, ero a Firenze, nella villa sulle colline
sede della scuola aziendale dell'Olivetti, allora al massimo
del successo e del prestigio. Elegante il luogo che dominava
l'Arno, assai meno il lavoro per il quale mi addestravano: la
vendita di macchine per scrivere e calcolatrici in una zona
di Torino. Me la cavai, quando scesi sul campo, ne guada-
gna1' qualche esperienza in più, ma non era il mio mestiere
e mi impediva, oltretutto, di seguire le lezioni al-I
l'università. Dopo un anno, dunque, lasciai le strade del
quartiere che avevo presidiato, spacciando macchine
Olivetti a uffici ma anche a privati (la mitica Lettera 22,
ricordi?) e a negozianti (la calcolatrice manuale, la Summa
20). Mi dimisi perché avevo trovato la soluzione al mio
problema di tenere insieme il lavoro e lo studio. Ti
"arruolasti" - ne hai parlato ne II mistero di Torino - tra i
telefonisti notturni della concessionaria pubblica, che
all'epoca aveva molti nomi (Telve, Timo, Teti, eccetera) a
seconda delle regioni.
E che, in Piemonte e Lombardia, si chiamava Stipel.
L'ultimo piano del palazzone che, a Torino, ne ospitava
gli uffici, era interamente occupato da due
immensi saloni. In uno, duecento donne o più
assicuravano il servizio interurbano, la teleselezione
essendo agli inizi. Erano, dunque, loro a mettere la città
in collegamento con la regione, la nazione, il mondo. In
un salone attiguo, un altro centinaio di esemplari
femminili subalpini assicurava i servizi speciali,
dall'elenco abbonati, al servizio sveglia, alla ricerca taxi,
alla dettatura dei telegrammi. Ogni sera, quando i grandi
orologi elettrici segnavano le 21,59, quella folla di
torinesi, molte giovani e belle, si alzavano in piedi dai
loro sgabelli girevoli. Alle loro spalle c'erano alcune
decine di giovanotti, tutti o quasi studenti universitari,
anch'essi con il camice nero (la scritta "Stipel" sul petto,
ricamata in rosso), con le pantofole antirumore
d'ordinanza, la pesante cuffia già sulle orecchie e in
mano il jack, lo spinotto per la connessione alla rete.
Allo scoccare delle 22, le donne staccavano il loro, di
spinotto, e nel foro vuoto eravamo pronti a infilare il
nostro. Il cambio non portava alcuna sosta nel servizio,
nel nostro orecchio entrava subito l'utente, da accogliere
con la formula di rito: «Stipel, desidera?». Una
domanda che avremmo ripetuto per nove ore, sino alle
sette della mattina seguente, quando sarebbe ritornata la
folla femminile: orari stabiliti da una legge, che credo
abolita da tempo, secondo la quale alle donne era
interdetto il lavoro notturno.
Per quattro anni interi, cioè sino alla laurea,
avrei indossato quel camice, avrei infilato grovigli di
spine per complicati collegamenti interurbani,
internazionali, intercontinentali. O, se assegnato per
quella notte al salone della segreteria, avrei prima
raccolto e poi, all'alba, eseguito migliaia di sveglie.
Come ho raccontato nel libro che citavi, era una vita da
gufi, da anima-
li notturni, con abitudini e aspetto da clochards:
sem pre spettinati (il togliersi e il rimettersi la cuffia), il
camice stazzonato e, con i caldi estivi, indossato diretta-
mente sulle mutande, le pantofole aziendali sformate
come ciabatte, qualcosa mangiato ogni tanto su una
panca nei lunghissimi corridoi deserti, le macchinette
col caffè bollente, il fumo denso delle sigarette co-
stantemente accese. Eppure sono stati anni felici, fa-
volosi nel ricordo. E anni proficui: alle sette, un salto a
casa col tram per una colazione robusta e una lava ta e
poi di nuovo il tram, ma verso Palazzo Campana, sede
delle facoltà umanistiche. Per dormire e studiare c'era il
pomeriggio, sino all'ora di cena, quando era già quasi
l'ora del camice e della cuffia negli immensi saloni.
Certo, contavo sulla salute e sulla forza dei
vent'anni ma non mi sentivo un eroe dello studio e del
lavoro, non mi crogiolavo in autocommiserazioni né
coltivavo rancori sociali, da frustrato sindacalizzato. Le
"classi" esistono, ma non sono le caste indiane, sono
permeabili dallo studio, l'impegno, il talento. Ed era
quello che contavo di fare, senza il piagnisteo di chi non
vuole muoversi dal punto di partenza. Mi piaceva essere
presente alle lezioni, addentrarmi nei meandri della
storia e della politologia, coltivare la nascente amicizia
con quei rispettati, talvolta famosi maestri in cattedra.
Ma mi piaceva anche rientrare, quando la notte comin-
ciava, nella grande centrale. Amavo sentire battere il
polso di quella città che molto amavo, vasta e buia sotto
quella sorta di alveare operoso, sempre illuminato a
giorno dalla violenza del neon; mi piaceva, all'alba,
vedere la luce che spuntava da dietro Superga e pian
piano illuminava l'immensa scacchiera torinese, con
ancora nella lontana periferia la selva di ciminiere
che cominciavano a fumare. Tra noi cento
giovani "not-turnisti" quel lavoro duro ma essenziale per
la vita della metropoli e che non conosceva soste né
giorni festivi (anzi, quanto più grande era la festa -
Natale, Pasqua, Ferragosto - tanto più aumentava il
traffico interurbano), quel lavoro forgiava una
solidarietà particolare, ci dava un senso vivo di
complicità, di colleganza quasi fraterna.
3 IL TACCUINO DEL LIBERTINO
Proprio in quegli anni da telefonista notturno
avvenne la tua privata "rivoluzione". Ti rileggo quanto hai
scritto ne II mistero di Torino, rievocando quel tempo: «È
in quella vita non infelice che si verificò una frattura.
Una svolta che avvertii come irreversibile. Una "con-
versione", per usare un termine impegnativo e gravido di
responsabilità. Non starò a raccontare il come: secretimi
meum, mihi. Avvenne poco più di un anno prima della
discussione della tesi di laurea e, con essa, dell'abbandono
della Stipel». Come hai sempre fatto finora, anche in
questo caso ti sei limitato a un cenno, hai rivendicato il
diritto alla riservatezza. Vogliamo, finalmente, parlarne?
Vuoi, finalmente, raccontare nei dettagli quell'esperienza?
Che cosa ha provocato il cambiamento? Che cosa ti ha
trasformato nel Messori che conosciamo?
Quel luglio e quell'agosto del 1964 che, se non
sbaglio, è proprio l'anno in cui tu nascevi. Quei due mesi
di estate profonda, quei tempi ormai remoti. Eppure, da
allora, sempre presenti, giorno dopo giorno. Presenti negli
sforzi per tentare di essere coerente con quella Luce
esplosa all'improvviso; e presenti anche \ nelle sbandate,
nelle cadute, nei tradimenti. Presenti come un incitamento
o come un monito inquietante,
come fonte di gioia o di rimorso. In ogni caso,
una forza della quale mai si è affievolito, almeno a
livello di convinzione, il pungolo e che ha creato un
prima e un dopo al quale, anche se avessi voluto, non
ho più potuto sfuggire. Tutto questo è legato, nel
ricordo indelebile, a una Torino semivuota sotto la
cappa estiva, alla luce implacabile di un sole senza
nubi, alle tenebre del lavoro in notti torride, alla
solitudine umana e, al contempo, alla compagnia
straripante di un Incontro misterioso. Un incontro - e
uno scontro - con il Protagonista del Vangelo che mi
sembrò uscire dalle pagine per divenire presente. Nel
senso fisico, vero: tanto reale era la certezza di quella
Presenza.
Da carta che era, per me il Verbo si fece
davvero carne, dandomi gioia e inquietudine, esultanza
e timore, soddisfazione per il dovere compiuto e rimor-
so per le infedeltà. Ciò che posso testimoniare è almeno
questo: ho provato su me stesso che la fede, per il
cristiano, è imbattersi in una Persona al contempo
misericordiosa e severa, umana e divina, subendo la
necessità incoercibile di seguirLa e di obbedirLe. In una
mescolanza di slancio e di affetto; ma anche di re-
verente soggezione, non esente da un enigmatico spa-
vento.
Non a caso, le prime pagine generate da
quell'esperienza - anche se ci misi dodici anni per
ruminarle, per decidermi a pubblicarle, pur vedendone
la radicale insufficienza: ma quale discorso umano non
lo è, qui? -quelle pagine, dunque, vanno dritte al
Protagonista, senza mediazioni, in un corpo a corpo con
il Gesù della storia per mostrare che coincide con il
Cristo della fede. "Ipotesi" per la ragione, in quel libro:
ma, sullo sfondo, una certezza incancellabile, nata da un
incontro nella solitudine di un'estate metropolitana.
In sostanza, potresti dirmi di che cosa si è trattato,
com'è avvenuto questo «incontro nella solitudine di
un'estate metropolitana»?
Credo che sia bene azzardare subito una sintesi un
po' selvaggia, visto che, nel discorrerne, divagheremo. Per
mia colpa, s'intende. Ma credo sia ben comprensibile che
quell'evento mi susciti una folla di sensazioni e Idi
riflessioni. Non dimenticare che ho avuto una vita intera
per pensarci! Ti avverto, dunque: invece di un racconto
compatto, ne avrai uno dove il tentativo di descrivere
"quei" giorni sarà contrassegnato da affondi in ogni
direzione. La vita è complessa (et-et...), non sopporta
schemi, ogni evento o pensiero ne trascina altri con sé. E la
fede, non essendo un astratto sistema ideologico, bensì vita
piena, ne rispetta - e al contempo ne supera - le leggi.
Comunque, se dovessi sforzarmi di fare il cronista
di lì me stesso, in poche righe, questo fu ciò che avvenne.
E lo dico in una sintesi che riprende, in parte, quanto già ho
accennato.
C'era una volta, dunque, questo giovane di poco più
di 23 anni, studente nella Torino che, in pieno boom .
economico e demografico, superava di slancio il milione di
abitanti e aveva nella Fiat la maggiore fabbrica d'Europa.
Un giovane agnostico per cultura e anticlericale per
tradizione familiare, laureando non con do-I centi
"qualunque", bensì con i venerati maestri della scuola più
prestigiosa del laicismo puro e duro. E, quei ì maestri,
quello studente se lo coccolavano, vedendo in | lui un
discepolo su cui investire le loro cure intellet-' tuali. C'era,
dunque, un intellettuale in formazione nella città-
laboratorio che è stata decisiva per l'Italia: ! senza di
questa, dice Umberto Eco, Torino sarebbe più
o meno la stessa; mentre, senza Torino, l'Italia
sarebbe molto diversa. A quella città enigmatica
davvero - al di là dei folklori esoterici - ho dedicato quel
grosso libro che conosci, riuscendo solo ad aggirarmi
attorno al suo mistero.
Torino è stata importante per la tua avventura.
Come dici nel libro, più che una città fu per te un
destino.
Se mi attardo un poco sullo sfondo urbano di
quanto mi capitò, è per confermarti che non fu quello di
una provincia chiusa, legata alle tradizioni, dove la
scelta della "via cattolica" costituisse uno sbocco natu-
rale, una scelta conformista. Non era così neppure al-
lora, anche e soprattutto per la Torino ufficiale, per
quella dell'establishment economico e culturale, del
quale mi preparavo a far parte dopo l'università, un
giorno o l'altro.
Nonostante l'attivismo e gli exploit del suo mon-
do cattolico, nonostante i suoi santi e le loro opere
sociali, il cattolicesimo torinese è socialmente e cul-
turalmente marginale sin da prima che le sue masse
operaie passassero al socialismo (seppure non tutte,
come vorrebbe la propaganda guauchiste) e i borghesi al
liberalismo agnostico, direi crociano più che gobettiano.
Non a caso il filosofo napoletano considerava Torino la
sua seconda patria, vi veniva più che poteva, passava le
vacanze estive nelle sue valli e, tanto per averla in casa
anche sotto il Vesuvio, sposò una signorina torinese che
conobbe perché scriveva una tesi di laurea sul suo
pensiero. Dopo essere stato egemone con gli antichi
Savoia - con accenti niente affatto giansenisti o
calvinisti, come credono gli
orecchianti, ma semmai strettamente gesuitici - il
cattolicesimo torinese fu sospinto in un suo ghetto, per
quanto vasto e confortevole, sin dalla metà dell'Ottocento,
sin dall'inizio del Risorgimento. Tanto che già negli ultimi
decenni di quel XIX secolo, il massone e poi socialista
Edmondo De Amicis, il più popolare scrittore della
"nuova Italia", dell'Italia di Porta Pia, poteva descrivere
un intero anno in una scuola pubblica subalpina senza
alcun riferimento alla Chiesa, alla religione in genere, al
calendario cristiano, alle sue feste e ricorrenze liturgiche:
nemmeno il Natale e la Pasqua. Poteva farlo senza dare
scandalo, anzi senza che alcuno sembrasse accorgersene,
tranne forse il vecchio don Bosco, che se ne rammaricò e
chiese ai suoi scrittori salesiani di replicare con una
versione "cattolica" di un diario scolastico. Ma nessuno
ricorda i titoli di quelle repliche volenterose.
Per quanto mi riguarda, potei vivere con pienezza
e percorrere tutti gli anni della scuola senza accorgermi
che, in quella mia città che pur pensavo di conoscere
bene, ci fosse un "mondo cattolico". La Chiesa non la
incontrai, dovetti andare a cercarla. Su Torino, «La
Stampa», il quotidiano della Fiat - e che, per dieci anni,
diventerà anche il mio - aveva uno ! schiacciante
monopolio informativo. Io pure ne ero, ì ovviamente, un
lettore attento, a cominciare dalla pagina della cronaca
cittadina. Ci ho spesso pensato, ma I non ricordo di avervi
mai trovato - o, almeno, di non avervi mai notato -
alcunché che riguardasse la reli-I gione: né nel bene, né
nel male. Nessuna informazio-| ne e nessuna polemica o
anche solo critica; semplicemente, per i responsabili del
giornale "i preti" non facevano notizia.
C'era, dunque, uno studente intraprendente e
volitivo che si preparava a far parte piena di una città - e
di un mondo - ormai secolarizzati.
Ma sì, c'era questo giovane in eccellente salute
fisica e, se permetti, psichica, senza particolari problemi
affettivi o economici, deciso a vivere nella modernità la
sua avventura umana. Chi l'ha vissuta, ricorda quale
fosse l'ottimismo, l'apertura al futuro, la scoperta eufo-
rica della laicità di quella prima metà degli anni Ses-
santa. Sapevo, ovviamente, che era in corso un Concilio
della Chiesa cattolica ma, altrettanto ovviamente, non
ne seguivo l'andamento. Ciò che me ne giungeva era il
sentore che persino quei vecchi parrucconi di
un'istituzione sclerotizzata tentassero un adeguamento
ai tempi nuovi, cercassero un modo per sopravvivere,
aprendosi a quel "mondo" che avevano così a lungo
anatemizzato. Almeno in quello che era il mio, di
mondo, di religione sembrava non preoccuparsene
nessuno, se non come folklore o sopravvivenza da la-
sciare agli studi specializzati di qualche socio-antropo-
logo. Il cattolicesimo tentava l'aggiornamento, con un
papa che mostrava un faccione da nonno bonario e che
mi sembrava preoccupato soprattutto di farci dimenti-
care ciò che ci avevano inflitto per troppi secoli.
Quanto al protestantesimo, non so se ce ne
arrivasse eco e se fosse già cominciata l'esplosione delle
sètte, dei gruppi, delle chiesuole del biblicismo
impazzito made in USA. Quel che conoscevamo delle
denominazioni storiche - luterani, calvinisti, anglicani -
era la loro riduzione a innocue civil religions o a scuole
culturali nelle università nordiche. Ma sapevamo già
poco dei cattolici, che pure erano il nostro grosso
problema. Che ci importava degli evangelici e delle loro
bizzarrie?
L'islamismo? Ci appariva come un fenomeno da
sottosviluppati, in via di sparizione tra Africa e Asia, dove
si stava completando la decolonizzazione e i nuovi Stati
tentavano di organizzarsi secondo modelli occidentali,
dove non c'era certo posto per gli anacronismi di una fede
da beduini del deserto. Il buddismo? Un oggetto
pittoresco e misterioso da cattedre universitarie, da
orientalisti che studiavano non un presente in via di
sparizione ma un passato che sembrava remoto. Persino
quella religione ottocentesca che era il marxismo, questa
versione atea della fede giudaico-cristiana, sembrava
concedere qualcosa al moderno con un altro faccione
apparentemente bonario, quello di Nikita Kru-scèv,
spintosi sino a una visita ufficiale in America, nel Regno
dell'Anticristo.
Quegli anni erano, a pensarci, una sorta di riedi-
zione aggiornata dei tempi da ballo Excelsior, con una
fiducia entusiasta nell'immancabile progresso, sospinto ;
non più dal vapore ma da elettricità, petrolio, nucleare. ' Il
nuovo telegrafo era la televisione, i razzi spaziali al posto
dei traballanti biplani, l'auto privata al posto del ", treno,
l'elettronica che cominciava a mostrare di che I sarebbe
stata capace in un prossimo futuro. La prima Belle
Epoque era stata anticlericale, con lo scontro du-{ rissimo
tra massoneria e Chiesa; questa seconda era i forse più
inquietante, come avrei capito "dopo": nes-| sun
anticlericalismo, nessun "inno a Satana", visto che (i il
clero contava ormai poco o niente e meno che mai I
avrebbe contato in futuro. I sociologi (allora i veri I guru,
in attesa di essere sostituiti dagli psicologi) scri-\ vevano
saggi su "l'eclissi del Sacro" e anche - alla vigi-I lia del
Sessantotto! - su "il tramonto delle ideologie | politiche".
Compivo giusto vent'anni quando, sulle | rive del Po, si
aprì la grande esposizione di Italia 61,
per i cent'anni dell'unità d'Italia. Un'unità che si
era compiuta contro la Chiesa, ma non ci fu nessun laico
né alcun cattolico che rievocasse quelle contese dram-
matiche. Cose di un mondo ormai remoto: ciò che aveva
vinto era la tecnologia, esibita negli scintillanti
padiglioni della grande mostra nella mia stessa città,
erano la democrazia e i diritti umani che la Chiesa
stessa, riunita a concilio, scopriva e lodava.
Non erano anni propizi a conversioni, a quanto
pare.
Per niente propizi, direi. Anche se, come ben sai,
Dio può colpire come e quando vuole: il più ascetico,
forse, e il più penitente dei santi, Francesco da Paola, è
contemporaneo di Alessandro VI, papa Borgia (e fu, tra
l'altro, da lui venerato e favorito...). È certo, comunque,
che il contesto sociale ha la sua influenza. Per quanto
riguarda il mio piccolo caso - che non è il caso di un
santo, meno che mai penitente! - abbiamo già ricordato
che la fine di quel Vaticano II che era in corso fu seguita
dall'abbandono di quasi un terzo del clero mondiale e
dalla vendita in massa di seminari e case di formazione
ormai svuotati. ...
C'era, comunque, per tornare a noi, questo
giovane non indigente ma di certo non benestante,
eppure senza complessi né frustrazioni sociali, alieno -
te lo dicevo - da rivendicazioni demagogiche.
Consideravo la laurea come l'acquisizione di un pass per
entrare nell'agone della vita vera, la fine di un lungo
tirocinio per cominciare finalmente a saggiarmi sul
mercato dell'industria culturale. In contemporanea -
perché no? - anche a un impegno politico nei partiti
della sinistra laica. Non, però, di quella comunista: non
volevo fare a
meno della religione che prometteva il paradiso
in Cielo per passare a un'altra che lo prometteva in
Terra. Conoscevo già la storia abbastanza per sapere che
l'impegno per un Eden utopico porta sempre a un con-
creto inferno. Del resto, i miei maestri universitari con-
sideravano i comunisti al massimo come compagni di
strada ai quali guardare con l'aria di sufficienza cui
Croce guardava a ogni credente in una religione, antica
o nuova, che non fosse quella della Libertà. Ero un
ventitreenne che non si tormentava di certo per la ricerca
di una Verità con la maiuscola, nella cui esistenza non
credeva e che, anzi, temeva come fonte di ogni fa-
natismo e totalitarismo; ero un realista estraneo a ogni
tentazione spiritualeggiante; un individualista scettico,
indisponibile alla sequela tanto di guide politiche (dux in
latino, Fiihrer in tedesco, Caudillo o lider màximo in
spagnolo, conducatòr in romeno...) quanto di santoni
religiosi.
Eppure proprio questo ventitreenne laico a un
certo punto incontra la fede.
Questo giovane - in modo del tutto imprevisto e
nemmeno cercato - è come abbagliato da una luce che lo
spinge irresistibilmente a varcare una soglia, al di là
della quale c'è un mondo "altro". Un mondo dove l'in-
visibile si fa visibile, e sul quale regna Colui che è ado-
rato come Salvatore e Rivelatore da quei cristiani, da
quei cattolici verso i quali quel giovanotto nutriva sino
ad allora estraneità e diffidenza. Nel caso più benevolo,
curiosità, come superstiti credenti in un complesso di
miti anacronistici.
È deludente - eppure inevitabile, data la natura di
simili eventi - che proprio a me, il cui mestiere
sono le parole, le parole manchino per esprimere ciò in
cui mi trovai immerso, per dare almeno il sentore di un
clima di cui percepisco ancora tutto il sapore.
Consolante e al contempo, te lo dicevo, inquietante.
Con tutta l'esitazione e l'umiltà doverose, potrei
applicare a quei giorni le parole di Matteo alla morte in
croce di Gesù e che dicono, in metafora, i frutti della
redenzione e della rivelazione: «Ed ecco, il velo del
tempio si squarciò in due, da cima a fondo». Uno
squarcio, attraverso il quale fui sospinto a entrare nel
"tempio", cioè in un mondo sotto il segno del Sacro che
credevo antitetico al mio ma che presto, pur in mezzo
allo sconcerto, scoprii familiare e ospitale. Non un
mondo artificioso, non un castello ideologico, non un
sistema socio-politico-culturale, bensì un ambiente
"naturale", dunque rispondente a tutto ciò che è nelle
profondità dell'umano.
Ma se - a mio rischio e pericolo - volessi
continuare con la citazione del primo evangelista, potrei
aggiungere: «La terra si scosse, le rocce si spezzarono».
Un terremoto, seguito da una sorta di tsunami investì la
mia vita: silenziosamente, interiormente, senza che al-
cuno, al di fuori di me, se ne avvedesse. Le rocce che si
spezzarono furono i miei schemi, le mie ideologie, le
mie abitudini di pensiero e di vita, che fecero ben più
che incrinarsi: di colpo, caddero a pezzi.
Conclude Matteo: «I sepolcri si aprirono e molti
corpi di santi morti risuscitarono. E uscendo dai sepol-
cri, dopo la sua resurrezione, entrarono nella città santa
e apparvero a molti». Apparvero, in qualche modo,
anche a me: mi raggiunse, attraverso la Scrittura, la
voce dei profeti, mi si spalancò l'esempio dei santi, mi
invitò a far parte della famiglia - vasta come il
mondo, anzi come l'Universo intero - la schiera
innumerevole dei figli della Chiesa militante e di quella già
trionfante o ancora purgante.

Ì Quali furono, in concreto, le conseguenze


immediate, le tue reazioni?
Per chi mi avesse osservato dall'esterno, nulla cam-
biò. Continuò il buio del lavoro notturno alla centrale
telefonica, seppure illuminato dalla Luce che si era accesa;
continuò la solitudine che contrassegnava la mia vita, ma
era ormai solo apparente, riempita dalla nuova Presenza;
continuò l'afa di quell'estate interminabile, ma spazzata
via, per me, dall'imprevisto e improvviso refrigerio.
Proprio io, così allergico al romanticismo delle favole, io
che amavo affrontare il sapore aspro della realtà, mi trovai

I
immerso in un'atmosfera che, per
mancanza di termini migliori, dovrei dire
incantata, magica, in ogni caso del tutto
sconosciuta rispetto a ciò che conoscevo.
Quell'atmosfera non mi trasportò però tra le nuvole, ma si
accompagnò a una lucida concretezza e a una volontà
ferrea. Capii con grande chiarezza che cosa dovevo fare
nell'immediato e lo feci, subito, con un'energia che non mi
conoscevo e che dunque - dovetti riconoscerlo, ancora una
volta - non poteva essere soltanto mia.
Ci fu, insomma, una di quelle compositio opposito-
rum, di unione degli opposti che - lo imparai poi -;
contrassegnano la fede, a ogni livello. In questo caso,
l'immersione in una dimensione "mistica", "sopranna-
turale" (se mi è permessa tale parola, ma non saprei
trovarne un'altra), convisse con una grande energia, | con
forze moltiplicate anche per agire nella vita quoti-
diana. Insomma, mi sentivo "tra le nuvole" e al
contempo con i piedi saldamente per terra. Verificai, qui
pure, la verità della parola di Gesù: «Ecco, io faccio
nuove tutte le cose».
Mi imposi, tra l'altro, un orario inflessibile - di
lavoro, di studio, di preghiera, di impegni - che stabilivo
settimana per settimana e al quale restai fedele, non
sgarrando di un minuto, sino a quella che era divenuta la
necessità principale: terminare al più presto l'università.
Ormai, rimossi di colpo i miei progetti sul futuro, non
sapevo affatto che avrei dovuto fare, dopo. Però ero
certo che, qualunque fosse la strada, mi erano state
consegnate una bussola e le istruzioni generali per il
viaggio nel tempo verso l'eternità. Prima di intrapren-
dere quel viaggio, bisognava chiudere con studi che
erano stati il mio nutrimento sino ad allora e che di
colpo mi apparivano non da rimuovere, ma da comple-
tare con ben altri.
Dunque, quella fede che sino ad allora non aveva
occupato alcun posto nella tua prospettiva, divenne il
cuore della tua vita.
Sì ma, almeno in quei primissimi momenti, non
come problema intellettuale - tentazione costante della
mia formazione, o deformazione - bensì come espe-
rienza vitale. Constatai la forza di quella irruzione di
grazia anche in questo strapparmi dai miei schemi li-
breschi. Per dirla con Pascal: «Il cuore ha le sue ragioni,
che la ragione non conosce». Nei mesi iniziali sentii
invece che capire, constatai invece che razionalizzare.
L'evidenza della verità del Vangelo, in quei primissimi
tempi, fu davvero del cuore più che della
mente; la quale, peraltro, non protestava,
intuendo che ragione e sentimento coincidevano con la
realtà.
Mai più ho ritrovato - ma quei pochi mesi mi
sono bastati per sempre - quel clima incantato,
trasognato, quasi onirico. Mi sentivo in una sorta di
territorio franco, dove non vigeva più quanto era valso
sino ad allora, ma dove tutto era nuovo, fresco,
sorprendente, consolante e al contempo ammonitorio,
inquietante. Mi fu dato quello che gli autori di
spiritualità chiamano "il dono dello stupore". Duemila
anni dopo, si ripeteva per me la sorpresa del kérygma,
del primo annuncio, del discorso delle beatitudini sulle
rive verdi del lago di Tiberiade. A molti, a troppi, dopo
venti secoli, quell'annuncio appare logoro, scontato,
troppe volte sentito e ormai irrilevante. Io, invece,
l'ascoltavo in quei giorni per la prima volta, con
orecchie tutte interiori, e mi risuonava nel profondo
come novità inaudita e confortante.
Ero abituato a guardare a quella vecchia "cosa"
chiamata Chiesa come a una bottega o a un'accolita di
retrogradi mentali e culturali o di ipocriti, di avidi, di
trafficoni magari anche un po' sporcaccioni, secondo
l'anticlericalismo di famiglia; o come a un'istituzione
antagonista dello Stato, da temere, dunque da sorve-
gliare e da tenere al suo posto, secondo il laicismo e la
deformazione politica dei miei maestri. E invece, di
colpo, caddero sia i pregiudizi sia i ricordi di scandali e
orrori, pur veri (non sempre, lo sai bene, l'istituzione
ecclesiale è stata esemplare ed edificante) e la Chiesa
mi apparve nella sua realtà vera, che sino ad allora mi
era stata celata, scorgendone solo l'involucro e non il
tesoro che celava. Dunque, scorsi la Mater et Magistra
che è, nella sua essenza; compresi il suo ruolo di an-
nunciatrice del Vangelo, di amministratrice dei sacra-
menti, di strumento per condurre chi ne accetti la
guida alla vita celeste attraverso le prove, le insidie, i
pericoli della vita terrena.
Anche qui, il "velo si squarciò" e, attraverso lo
squarcio in quel velo che è la pur necessaria sovrastrut-
tura umana, vidi la Chiesa santa, strumento - anzi, ad-
dirittura corpo - del Cristo, che ogni giorno, sulla terra
intera, rende vivo nell'eucaristia. Mi scopersi cristiano e,
al contempo, naturaliter catholicus. Su questo dovremo
ritornare. Se lo segnalo subito è perché, in quei tempi di
una contestazione acre, spesso furibonda, già era
singolare una "conversione". Ma era inaudita, ad-
dirittura, l'evidenza di verità che mi fu data su una
Chiesa tanto aggredita dai suoi figli stessi e che, tra l'al-
tro, non era entrata per nulla in quanto mi stava avve-
nendo. A viste umane, s'intende: chi può dire in quali
modi nascosti e misteriosi la preghiera dei vivi e l'inter-
cessione dei defunti agisce su di noi? La "comunione
dei santi" è tra le verità più consolanti della fede catto-
lica. Forse, in quel Giorno - e in quello soltanto - sco-
prirò a quali preghiere, sacrifici, intercessioni devo
quanto mi è stato donato.
Perché finora hai mostrato tanta riluttanza a
parlarne?
In effetti, dopo tanti inviti a raccontare, è la
prima volta che mi decido a uscire dal generico in cui
sinora mi sono racchiuso, alludendo più che spiegando,
quando proprio ero costretto a farlo. Se finora mi sono
difeso c'è qualche ragione.
Innanzitutto, è ben difficile, anzi è impossibile,
"raccontare" un enigma: come ti dicevo poco fa, maneg-
giare le parole è il mio mestiere, ma possono
esserci momenti per descrivere i quali le espressioni non
si trovano perché, forse, non esistono. È come chiedere
a un pittore di riprodurre un colore che ha intravisto in
un sogno, magari in una visione sotto effetto di droga, e
che non c'è in natura. Sento ancora le emozioni, direi il
gusto inconfondibile di quei mesi, ma non trovo modi
per esprimerli in modo adeguato. Anche se ciò che
conta sono gli effetti, e io li avverto ancora, di quelle
sensazioni.
Ma poi, vedi: capisco assai bene André Frossard,
il celebre giornalista e scrittore divenuto Accademico di
Francia, che soltanto verso la sessantina si è deciso a
scrivere il suo Dieu existe, je l'ai rencontré. Non aveva
che vent'anni quando gli capitò di entrare "per caso" in
una cappella di Parigi mentre era in corso l'adorazione
eucaristica delle monache di clausura e di essere
trascinato per pochi minuti - ma bastarono per sempre -
oltre lo schermo che impedisce ai vivi di vedere il
mondo luminoso che sta al di là della barriera.
Un'esperienza tale da obbligarlo a diventare non solo
cristiano ma anche cattolico integrale, un "papista", un
"ultramontano", come dicevano un tempo in Francia, e
da rendergli di colpo incomprensibile l'ateismo che
aveva professato sino ad allora. Proprio lui, il figlio di
quel celebre deputato Ludovic Oscar che non fu mai
battezzato, che nacque da madre ebrea ed ebbe moglie
protestante, che fu fondatore e primo segretario generale
di quel Partito comunista francese che proclamava
l'ateismo e il materialismo dialettico sin dal primo arti-
colo dello statuto.
Per decenni, sulla spinta di quell'evento
misterioso ma dalla forza implacabile, André Frossard,
ha vissuto da cattolico, ma en prive, senza esibizioni,
con poche
frequentazioni clericali, lavorando sempre in
grandi giornali laici e pubblicando molti libri, su temi
non religiosi bensì sociali, storici, politici, presso editori
non confessionali. Si è deciso a raccontare la sua fede e
che cosa ci fosse all'origine soltanto quando, come mi
disse egli stesso, «ebbe un passato». Perché,
aggiungeva, «prima di dimostrare che Dio esiste,
dovevo mostrare che anche chi afferma la fede in Lui
esiste, nel senso di essere una persona equilibrata,
sensata, realista, nonché capace nel suo lavoro». Aveva,
insomma, il problema di palesare di essere un credente
credibile, di non essere scambiato per un visionario, un
illuminé, come dicono in francese, un allucinato,
diremmo noi. Una testimonianza come la sua,
inconcepibile a viste solo umane - «Dio è un evidenza, è
un fatto, una realtà inoppugnabile e io L'ho incontrato»
- aveva bisogno, per non essere respinta a priori, di un
testimone che, con una vita di riuscite professionali alle
spalle, mostrasse di non essere da ricovero in una
clinica per alienati. Ecco perché ripeteva: «Per decenni
ho scritto e ho parlato di tutto, ma ben poco ho detto
proprio di religione. Per affermare che Dio c'è, dovevo
prima affermare me stesso». Va pur detto che ha dato
buoni frutti quella paziente tenacia per costruirsi un
pulpito dal quale parlare dell'Ineffabile per eccellenza
senza essere accolto da uno scuotere di testa e di spalle.
In effetti, come accennavo, Frossard morì tra gli
Immortels, come chiamano i 40 membri di nr\Académie
frangane sempre avara di fauteuils, di poltrone, per i
cattolici. Per una volta, il severo consesso ne accolse
uno cui non bastava credere in Dio ma che affermava di
averlo addirittura "incontrato"...
Qualcosa del genere, in fondo, è capitato a me.
Non quanto ad accademie, s'intende, che da noi non ci
sono
né mi interesserebbero: gli spadini, le feluche, le
livree, il trombonismo da notabile della Cultura con la
Maiuscola, tutto questo stuzzica non la mia ambizione
ma il mio sarcasmo.
Avendo vissuto, poi, sempre dentro al mondo
editoriale e conoscendone i retroscena spesso risibili,
talvolta meschini, non mi sono mai curato di premi
letterari. In molti casi, credimi, non li ho nemmeno
ritirati se, a sorpresa, mi arrivavano: in effetti,
condizione imposta dal regolamento è quasi sempre la
presenza fisica, non si accontentano di lettere o
messaggi di ringraziamento. Così, spesso ha prevalso la
pigrizia e l'ironia, me ne sono restato a casa, perdendo
non solo le patacche, i diplomi, le statuette più o meno
artistiche, le cene di gala con brindisi e applausi ma
anche buste con assegni sostanziosi. Ma - che vuoi? - la
generosità dei lettori che mi mantengono al loro
servizio, comprando i miei libri, mi permette persino il
lusso di questa noncuranza che qualcuno scambia per
civetteria ed è invece consapevolezza della vanitas
vanitatum.
Scusa la deviazione un po' impertinente ma
potrebbero smentirti: da quanto so, almeno una
decorazione l'hai accettata. Non da "cavaliere", peraltro,
bensì da ca-ballero.
Ebbene sì: ti vedo sin troppo informato... Credo,
però, di avere giustificazioni accettabili. Un giorno mi
telefonò l'ambasciatore di Spagna presso la Santa Sede,
rivelandomi che il re Juan Carlos era un attento lettore
di quei miei libri "revisionisti" in cui difendo YHispani-
dad dalle molte leggende nere, spesso inventate da pro-
testanti per odio anticattolico, da massoni per odio al-
l'Inquisizione, da ambienti ebraici e magari
islamici, per le espulsioni di marranos e moriscos.
Leggendo soprattutto il saggio in cui ricordavo agli
stessi spagnoli immemori El Gran Milagro, quello della
gamba reimpiantata a Calanda, in Aragona, nel 1640,
per intercessione della Virgen "nazionale", quella del
Pilar di Saragozza, il re, mi disse l'ambasciatore, si era
emozionato. Sta di fatto che aveva deciso che
quell'italiano andava premiato... A differenza di quanto
avevo fatto con molte altre offerte, quella volta accettai,
per giunta volentieri, perché la Cruz de caballero
offertami era quella dell'antico Ordine di Isabella la
Cattolica, la regina "politicamente scorretta" che, come
sai, ha trovato e trova sulla strada per la beatificazione il
veto furibondo di quelle potenti lobbies cui
accennavamo. Comunque, per dovere di cronaca: Juan
Carlos mi poneva la scelta tra il decorarmi egli stesso
nella reggia di Madrid o farlo fare dal suo ambasciatore
nel palazzo di Piazza di Spagna. Scelsi, ovviamente,
l'opzione romana: cavaliere, passi, in onore della mia
amata sovrana di Casti-glia. Ma, pur con la migliore
buona volontà, non potevo spingermi sino al tight che,
mi avvertirono, avrei dovuto indossare nei saloni
madrileni!
Va bene, credo al tuo disincanto circa gli allori
letterari, seppur con l'eccezione di cui abbiamo detto.
Dobbiamo, peraltro, riconoscerlo: tutti cerchiamo
gratificazioni per il nostro lavoro. Non ammetterlo
sarebbe disumano.
Naturalmente. Quel gran realista che è san Tom-
maso d'Aquino (come potrebbe essere il doctor com-
munis della Chiesa se non praticasse quella virtù del
realismo che è alla base della sapienza
cattolica?) ricorda che non c'è essere umano che non
aspiri al piacere; che non è soltanto materiale, ma è
anche intellettuale e spirituale. Del resto, il Vangelo è
"buona notizia" proprio perché annuncia e promette a
ciascuno un piacere infinito e senza limiti di intensità e
di tempo: la vita eterna. Per noi che campiamo dicendo
la nostra in pubblico, spesso la tentazione non è, o non è
innanzitutto, quella del denaro o del potere, come capita
ad altre categorie sociali. Il demone che ci tenta - o, se
vuoi, il piacere il cui appagamento ricerchiamo - è non
di rado la vanità, l'essere letti, lodati, conosciuti, pre-
miati. Molti cosiddetti intellettuali lavorerebbero gratis
pur di avere, in cambio, onori e applausi. Ne sono con-
sapevole e mi sono sorvegliato. Il carattere schivo, soli-
tario, ironico e - grazie a Dio - anche autoironico mi ha
aiutato.
Ci sono cose che solleticano la vanità di molti e
che invece a me, credimi, costano e che, potendo,
eviterei ben volentieri. Per esempio, le apparizioni
televisive. In effetti, per molti anni nessuno mi ha mai
visto sul piccolo schermo. E non perché mancassero gli
inviti: il circo televisivo, aperto giorno e notte, ha
bisogno insaziabile di facce; e la commedia italiana
dell'arte, per dare un'immagine di pluralismo, cerca
maschere cui mettere in testa i più diversi cappelli. Nel
mio caso, quello di "cattolico". Meglio se di "kattoliko",
con la kappa, perché il personaggio sia meglio precisato.
Se da alcuni anni accetto qualche apparizione tra le
molte che mi propongono, non è per un piacere che mi
faccio ma per un sacrificio che mi impongo.
In effetti, la gente è ormai convinta che se non
appari sul piccolo schermo è perché non ti invitano:
dunque non conti, non interessi. Una presenza ogni
tanto,
in trasmissioni molto viste e magari rispettate,
dà autorevolezza a quello che scrivi, spesso spinge
qualcuno a comprare i tuoi libri, persino a leggerli.
Dunque, è a servizio di pagine in cui cerco di dire
quanto sai, che affronto la seccatura dell'aereo per
Roma, della giacca, cravatta, camicia azzurra, del
barbiere per aggiustare i capelli, della passata di trucco
nei camerini, della immobilità sulle poltroncine di
spesso pretestuosi "dibattiti", dell'ascolto paziente dei
"secondo me" degli altri ospiti, della notte in albergo,
del disagio di essere riconosciuto, il mattino dopo,
mentre a Fiumicino fai la coda per l'imbarco. Anche
l'accettazione di queste occasioni faticose è una
questione di realismo, di rifiuto di snobismi e di
ideologismi. Così va oggi un mondo dove la televisione
ha il ruolo sociale che sappiamo, certe regole vanno
rispettate in nome, come dicevano gli antichi, del
respice finem, del pensa all'obiettivo. Che, per me, è poi
uno solo: insinuare, in chi lo nega, il sospetto che il
Vangelo dica il vero e confermare in questa
convinzione chi già la condivide. Voglio inquietare gli
uni e rassicurare gli altri. Per far questo occorre anche il
"prestigio" che la gente crede sia legato a quelle
comparsate sullo schermo.
Ma allora quali sono, per te, le gratificazioni
vere?
Senza ipocrisia né retorica, posso dirti che le
sole soddisfazioni che mi importino (dunque i piaceri
veri) mi sono venute dai tanti che hanno voluto dirmi
che quanto ho scritto è servito loro come strumento per
trovare la fede o per conservarla. Dalle lettere, dalle te-
lefonate, dagli incontri personali con i lettori ho avuto
spesso conferma della parabola evangelica del semina-
tore che sparge i semi e ciascuno di essi ha
un destino, fecondo o infecondo, a seconda di un
piano che spesso non è quello immaginato dal
contadino. Molti mi hanno sorpreso dicendomi che
la loro vita è cambiata non per certe complesse
argomentazioni che mi erano costate studio e
fatica, bensì per una parola, un inciso, un aggettivo
buttati giù magari in un semplice articolo, senza
poter sapere che per qualcuno potevano avere una
tale risonanza profonda.
In questi ultimi tempi, comunque, la
gratificazione maggiore che mi è giunta è una
conferma: per me, la più rassicurante, in un lavoro
dove la posta in gioco è nientemeno che l'Eterno e
l'Infinito. Sai che Benedetto XVI ha voluto scrivere
un suo Gesù di Nazaret, firman dolo anche come
Joseph Ratzinger, per mostrare che non si trattava
di un testo magisteriale ma di una proposta di quel
professore di teologia che è stato. Alla fine di un
paragrafo su Barabba, ho avuto la sorpresa di
trovare - e nel testo, non come nota a pie di pagina
-le poche parole che ti leggo: «Per maggiori
dettagli si veda l'importante libro di Vittorio
Messori, Patì sotto Ponzio Pilato?, Torino, 1992,
pp. 52-62». Come ha notato qualche recensore
(magari, se addetto ai lavori, niente affatto
entusiasta...) sono il solo italiano vivente citato
direttamente nel libro e addirittura gratificato da un
aggettivo significativo come quell'"importante".
Sento affiorare un po' di vanità nel ricordare questa
autorevole citazione...
Ti assicuro invece che qui non c'entra la vanità che
pure (lo si diceva) è tentazione primaria di noi scribi: la
mia è gratitudine per lo scarico di coscienza. In effetti,
quel libro-inchiesta sulla Passione citato dal papa
e quello gemello sulla resurrezione, Dicono che è
risorto, erano stati poco o punto recensiti dagli
specialisti: cose, le mie, divulgative, de minìmis non
curai magister. Il che va benissimo: il mio obiettivo non
è quello di dire cose originali ma di vagliare, capire e, se
mi convincono, di far conoscere i risultati raggiunti dal
lavoro dei professori. Non è dunque a questi che mi
rivolgo, è a quelli che non sanno e che non possono
informarsi, se non con la mediazione di un divulgatore.
Mi andava meno bene con i recensori professionisti
(docenti di seminario e di università cattoliche o laici
competenti e "adulti") che, sulle loro riviste o anche su
media di circolazione più ampia, mi accusavano come
minimo di ingenuità e come massimo di inquinamento
dannoso per il cristianesimo: apologetica inammissibile,
la mia, metodo anacronistico, proselitismo inaccettabile,
sviamento dei lettori, condotti su strade ormai impratica-
bili. Dunque, il mio darmi da fare per mostrare che il
Cristo della fede non è in contrasto con il Gesù della
storia, non solo non era proficuo ma era addirittura
pernicioso per la causa della fede.
A furia di leggere cose simili, qualche dubbio ha
cominciato a ronzarmi nelle orecchie: e se avessero ra-
gione quei cattedratici, per giunta spesso ecclesiastici?
La sola cosa che mi interessi è aiutare a credere o, al-
meno, instillare il desiderio di farlo. Stavo facendo del
bene, per l'obiettivo che mi propongo da una vita, op-
pure del male, seppure in buona fede? Insomma: quale
rassicurazione più confortante che constatare che uno
dei maggiori teologi del nostro tempo, rotto a tutte le
opportunità e insieme a tutte le trappole dei metodi
critici moderni, che il custode per un quarto di secolo
dell'ortodossia cattolica, che colui che, alla fine, è dive-
nuto il Maestro universale della Chiesa, utilizza
proprio quei libri rifiutati con fastidio da certi suoi colle-
ghi professori e li segnala ai lettori come "importanti"?
Comunque, per tornare alla testimonianza di tanti lettori
che si dicono aiutati da quanto ho scritto: siamo davvero
"servi inutili". E so, per giunta, di non avere trafficato al
meglio i talenti che mi sono stati consegnati.
Pensi che, nel tuo lavoro da apologeta, avresti
potuto fare di più e di meglio?
Non c'è dubbio. Innanzitutto, non sempre ho
vinto quella riluttanza davanti alla pagina bianca che ti
dà la voglia di scappare, invece che di cominciare a
scrivere. Tu pure fai articoli e libri impegnativi, dunque
sai che non è solo banale pigrizia. Vincere la forza
d'attrito che ostacola l'inizio della scrittura è un'impresa
che ho spesso rimandato, bruciando tempo prezioso.
Come ben sanno gli etnologi, la cultura "naturale" è
quella orale: non a caso Gesù non ha scritto nulla, così
come Socrate per i pagani e Maometto per gli islamici.
Parlare è umano, scrivere è in qualche modo disumano.
Sto con quelli che sostengono che non esiste la gioia di
scrivere, soprattutto in materie complesse come le no-
stre. Ciò che esiste è, semmai, la gioia di avere scritto, il
piacere di rileggersi, dopo.
Tempo perso a parte, credo che - per chi osi
parlare di Dio e riproporre la Sua rivelazione - ci sia una
colpa maggiore fra tutte: violare, cioè, la legge
misteriosa ma cogente che vuole che si sia tanto più
lucidi, efficaci, convincenti quanto meno si è inquinati
dal peccato. Qui, vale il contrario del cliché mondano
dello scrit-
tore maudit, tanto più apprezzato quanto più
segnato, moralmente e anche fisicamente, da vizi, da
lussurie, da alcol e droghe. Qui, è il candore interiore, è
la pulizia dell'anima che dà forza e trasparenza alle
parole sulla Parola. Qui, colui che meglio vede e che
meglio sa convincere, è colui che più è coerente, nella
vita, con ciò che annuncia. Un ideale dal quale, troppo
spesso, sono stato lontano. Non mi nascondo la verità:
chissà quante "ragioni per credere" più chiare e più
convincenti avrei potuto proporre, non se avessi studiato
o pensato di più (qui, ho fatto sempre del mio meglio),
ma se la lucidità della mente fosse stata alimentata da un
"cuore" più limpido! E se avessi pregato di più,
consapevole della parola del Cristo: «Senza di me non
potete far nulla».
In ogni caso, pur consapevole della ruggine,
magari dell'acido solvente che ho lasciato depositare su
quel povero strumento che sono, continuo a coltivare
una speranza. Che, cioè, quando i piatti della bilancia sa-
ranno in bilico - in quel Dies Irae che so che sarà anche
un Dies Misericordiae - spunti da quelle nuvole qual-
cuno, a me sconosciuto in vita, che chieda clemenza al
Tribunale, avendo trovato qualche giovamento in qual-
che mia pagina. Pur scritta vincendo a stento la fatica e,
spesso, senza quella condizione di "grazia di Dio" di cui
parla il catechismo.
Variavi di preghiera: la pratichi spesso? E come?
E va bene, è il prezzo da pagare: visto che ho
deciso di confidarmi (cosa che, per il mio carattere, è
penosa, persino con qualche venerato direttore
spirituale), andiamo, per coerenza, sino in fondo. Sino a
qualcosa di
tanto personale che i miei maestri torinesi
avrebbero considerato - con un moto di fastidio - come
impudico.
Come sai, "la preghiera" non va identificata solo
con "le preghiere". Pratico anche queste, è ovvio: amo
le devozioni popolari, non ho mai partecipato né mai
parteciperò a un corteo politico o sindacale, ma mi in-
colonno lieto in una processione cantando gli inni ma-
riani classici, spesso commoventemente naìfs, e mi ral-
legro della libertà e della ricchezza cattolica, che
permette a ciascuno di scegliere i "propri" santi, san-
tuari, pellegrinaggi, pratiche, giaculatorie. Bellissima,
inesauribile, la pietà dei devoti, con le loro immagini e
immaginette, gli scapolari, i mille oggetti e segni del
culto.
Tra quegli oggetti il rosario fa parte a sé. Nelle
apparizioni, come in quelle di Lourdes e di Fatima,
Maria stessa lo ha tra le mani, i papi gli hanno dedicato
encicliche, la pratica quasi millenaria ne conferma la
forza e l'efficacia misteriose, nonché il carattere non di
devozione bensì di preghiera biblica, di compendio
dell'intero Credo. C'è, nel rosario, un mistero di fede,
sorretto anche da una sapienza umana: nella ripetizione
delle Ave Maria e nelle litanie alla Vergine c'è il potere
pacificante che molti vanno a cercare a Oriente, con i
suoi mantra e la reiterazione delle invocazioni. Ti con-
fesso, peraltro, che non mi riesce di recitarlo da solo, mi
occorre almeno un compagno che si alterni con me; e
mi occorre anche un'atmosfera di pace, di riposo, di
raccoglimento. Non mi entusiasmo quando qualcuno lo
propone quasi come un dovere, da adempiere magari
mentre si viaggia in auto o si aspetta un volo in ae-
roporto: il mondo mariano è un mondo di intimità, di
discrezione; ed è anche un mondo di gratuità, poche
cose sono preziose e consolanti come la
devozione alla Madonna (le ho dedicato, come sai, le
cinquecento pagine di Ipotesi su Maria e qualche altro
libro) ma nulla è così libero. La Madre non impone
doveri, rivolgersi a lei è un bisogno del cuore, è un
piacere dolce, non un obbligo imposto.
Non esiti, dunque, a definirti non solo "credente"
ma anche "devoto"?
E perché no? Mica mi scambierai per un
"cattolico adulto", questa contraddizione in termini: «In
verità vi dico: chi non accoglie il Regno di Dio come un
bambino, non vi entrerà»? Sono proprio i peccatori
come me, sono i più esposti a tentazioni materiali - gola,
sesso - che praticano con più passione la devozione, tra
una caduta e una ripresa, una scivolata e un pentimento.
Tra gli scrittori credenti con cui mi sento più solidale e a
cui guardo con amicizia complice c'è Niccolò
Tommaseo, lacerato tra spiritualità e sensualità,
frequentatore alterno di case chiuse e di chiese, dove si
trascinava a chiedere perdono, prometteva di non rica-
dere, accendeva ceri, carezzava statue dei santi, si ingi-
nocchiava sul pavimento, dava offerte alle monache di
clausura per preghiere in suo favore, faceva voti. Catto-
lico "immoralista" - non immorale, bada, è molto di-
verso! - e, dunque, devoto. È solo la superbia del fariseo
in piedi nel tempio («Ti ringrazio, Padre, perché non
sono un peccatore come gli altri») che crede di non
avere bisogno di pratiche di pietà: infantili se non
superstiziose secondo il mondo e indispensabili invece
al povero pubblicano, consapevole delle sue colpe.
Non partecipo alle logomachie, sempre tra i
soliti
laici ormai clericalizzati, delle macchine
assembleari, più o meno "democratiche", cui hanno
ridotto le diocesi e le parrocchie e cui vorrebbero
ridurre la Chiesa intera. Invece, mi compiaccio di essere
uno da indulgenze, da reliquie, da pellegrinaggi, da
rosari mariani, addirittura da "fioretti".
Sono uno che ha imparato a non indignarsi, se
non di se stesso, ma che si rattrista quando trova vuote
(o sparite perché vendute ad antiquari) le acquasantiere
dove intingere le dita prima di farsi il segno di croce. E
che si rattrista anche per la sparizione dei pochi segni
esterni di identità cattolica, come l'astenersi dalla carne
il venerdì o il digiuno della Quaresima o il velo in
Chiesa per le donne. Prescrizione, quest'ultima, che -
come sai - è biblica (1 Cor 11, 5s.) ma è stata rimossa
dopo il Concilio proprio per volontà di coloro che esige-
vano «fedeltà rigorosa alla Scrittura». Pur non avendo
conosciuto, da bambino e poi da ragazzo e da giovane,
quel mondo cattolico che ne fu l'apogeo, amo le devo-
zioni della pietà popolare. E amo - e pratico - le "pre-
ghiere", con le pratiche che le accompagnano.
È proprio di queste preghiere che ti volevo
chiedere. A chi ti rivolgi?
Ogni sera, prima del sonno, a luce spenta, recito
quelle che riassumono la mia vita stessa. Quelle cioè,
rivolte non soltanto e innanzitutto, come ovvio, alla
Trinità, a Gesù, a sua Madre, ma anche ai santi, ai beati,
ai venerabili, ai servi di Dio che ho incrociato, magari
perché ne ho scritto e, dunque, approfondendone la
conoscenza, ho imparato ad amare. Prego poi per tutti i
morti e a loro chiedo preghiere. Amo molto, mi pare di
averne già ac-
cennato, questa "comunione dei santi", cioè di
tutti i battezzati, che unisce terra e Aldilà, vivi e defunti,
in un'unione solidale, tanto invisibile quanto reale.
Dunque, ti rivolgi ai defunti come fossero vivi:
noi possiamo aiutare loro, se ancora bisognosi di
purificazione, ed essi possono aiutare noi.
Mi fai venire in mente un aneddoto. Andai a
intervistare - si avviava ai 90 anni - Arturo Carlo
Jemolo, cattolico liberale, studioso del giansenismo e
dei rapporti tra Chiesa e Stato, uno dei pochi credenti,
per giunta praticanti, che fosse accolto alla pari, anzi con
stima e onore, nel chiuso circolo laicista dei miei
maestri universitari torinesi. Non a caso era il solo
cattolico esplicito la cui firma si incontrasse sulla terza
pagina, selettiva all'estremo, de «La Stampa» della mia
giovinezza, quella del mitico Giulio De Benedetti.
«Lo storico» mi disse Jemolo che, oltre che
giurista, era anche ottimo storico «è un uomo che ama
frequentare i morti e si compiace di conversare con
loro». Aggiunse poi, a voce bassa, qualcosa che non ho
più dimenticato: «Sa, per manifestare la mia
riconoscenza, la mia solidarietà, il mio affetto stesso,
non dimentico di pregare per il riposo eterno di coloro
dei quali mi occupo nelle mie ricerche d'archivio». Da
allora, essendo io pure tra coloro che si intrattengono
con i morti, mi capita di seguire il suo esempio. Il
"mondo", per celebrare i defunti che giudica meritevoli
di ricordo, dedica loro strade e piazze, scrive biografie,
organizza convegni. È tutto quanto può fare, sono le sue
"buone opere". Opere che, invece, possono essere
pessime, in una prospettiva di fede. In effetti, in questo
modo si ri-
propongono e si rilanciano idee e azioni per le
quali è possibile che il "rievocato" stia ancora scontando
una pena nell'Aldilà; idee e azioni delle quali - giunto al
cospetto di Colui che è la Verità stessa - deve avere rico-
nosciuto gli errori, le superbie, le vanità; idee e azioni,
insomma, che meglio avrebbe fatto a non praticare, delle
quali si è pentito, per le quali si trova nel misterioso
quanto reale stato di purificazione. L'onore che il mondo
crede di tributargli, non potrebbe tradursi in una pena
maggiore?
L'Aldilà cristiano non è l'Ade pagano, non è
l'Averno in cui passeggiano gravi, drappeggiati in panni
solenni, gli Spiriti Magni, confortati se i viventi si
ricordano di loro. Paradiso, purgatorio, inferno sono
tutt'altra cosa. Per questo mi capita, la sera a letto, prima
del sonno, di passare in rassegna autori di libri e
personaggi di quei libri sui quali ho lavorato durante il
giorno e di fargli il dono migliore, un requiem aeternam
tutto per loro. Penso che, per molti - anche per quelli non
del tutto dimenticati e quindi omaggiati nei vani, forse
dannosi, modi mondani -, per molti, dunque, si tratti
della prima volta che qualcuno si rivolge a Dio per il
loro re-frigerium. Ben piccolo impegno, per me, ma che
ne sappiamo degli effetti misteriosi e immensi di anche
solo un'umile, breve preghiera? L'antica invocazione per
i morti, il «Requiem aeternam dona eis Domine, lux
perpetua luceat eis, requiescant in pace. Amen» si recita
- pur lentamente, con compunzione - in poco più di dieci
secondi. Ma, dice la Bibbia, «davanti a Lui un giorno è
come un anno e un secolo è come un'ora»: l'Eterno è
fuori dal tempo, ciò che per noi è poco può diventare
infinitamente grande ai Suoi occhi. E se una sola,
piccola preghiera, se una minuscola intercessione fosse
un dono che determina per sempre il destino di
quei fratelli di cui il passare dei secoli ha
disperso da molto anche le ceneri?
Nella prospettiva di fede, un altro regalo
inestimabile è la certezza che ogni persona umana, sin
dal concepimento, è affidata a un angelo la cui funzione
- come dice la preghiera a lui rivolta - è di "illuminare,
custodire, reggere, governare" colui o colei che
accompagnerà con fedeltà e assiduità infallibili. Dunque,
non dimentico mai gli angeli custodi: né il mio (che mi
mostra quotidianamente, nei fatti, la sua presenza
benefica) né quello di coloro che mi sono cari.
Insomma, ogni sera pratico "le preghiere". Ma,
come ti ricordavo c'è anche, anzi viene ben prima, "la
preghiera". Che è, poi, lo scenario, è ciò che dovrebbe
essere costante nel cristiano: non solo le parole delle
formule, pur necessarie, ma l'atteggiamento, l'orienta-
mento verso il Dio di Gesù. Quel modo di essere, sin-
tetizzato da un santo al quale chiesero che cosa avrebbe
fatto se un angelo gli avesse annunciato che sarebbe
morto prima dell'indomani. «Continuerei a fare quel che
sto facendo e quel che contavo di fare per le prossime
ore», fu la risposta di quell'uomo, la cui vita quotidiana,
nell'adempimento del suo dovere di cristiano, era
evidentemente tutta preghiera.
Abbiamo conosciuto un Messori privato, ora
sappiamo delle sue preghiere serali e delle sue
devozioni. Ma torniamo alla reticenza nel parlare di
quella estate che costituì la svolta della tua vita.
Innanzitutto, come ti dicevo, se avessi cercato di
raccontare come andò davvero, sapevo che sarei andato
incontro a uno scacco "verbale", sapevo che non sarei
riuscito - e, certamente, non ci riuscirò neppure ora

I
-
a trovare le parole adeguate per un'esperienza
in qualche modo simile a quella vissuta da
Frossard. Ma, poi, io pure, come lui, "avevo
bisogno di un passato", quello in cui stanno
libri, articoli, interventi, nei quali spero di avere
confermato che non mi manca la capacità di allineare
parole in modo coerente, esprimendo ragionamenti e non
stati d'animo visionari e misticheg-gianti. In ogni caso,
dovevo dimostrare di essere quanto ',, meno "normale"
prima di passare dai cenni vaghi fatti finora in qualche
libro, in qualche intervista, al tentativo \ di racconto di ciò
che davvero successe in quell'estate. Lasciamelo dire,
anche se mi costa. Spero che capirai perché lo faccio.
Succede, dunque, che pur non avendolo cercato, mi trovo
da anni a firmare sulla prima pagina o sulle pagine
culturali del maggiore quotidiano italiano; il più grande
dei nostri editori laici - anche qui per iniziativa sua, non
mia - mi ha braccato e mi bracca per ospitare i miei libri
nel suo catalogo; le reti televisive nazionali mi
propongono di intervenire in programmi importanti,
magari di prima serata, pur non avendone, spesso, alcuna
voglia. Non è stata, la mia, una condizione da marginale.
E non solo in questo Paese, vista la diffusione e l'esito,
all'estero, delle traduzioni. Se mi permetto di ricordarlo, lo
faccio - te lo ripeto -con un disagio che vinco solo per
garantire il lettore. Chi, cioè, gli racconta cose che sono
difficili da ammettere per una certa intellighenzia
egemone, è apparso e appare credibile - almeno
professionalmente - a chi dirige il media system che conta,
come si dice. Il sorprendente Massimo Introvigne (dico
sorprendente per preparazione e informazione, oltre che
per incredibile capacità di lavoro) attribuiva di recente al
mio lavoro, bontà sua, due singolarità. Innanzitutto,
l'avere contri-
buito a riscoprire e rilanciare quell'apologetica
che la maggioranza dei Church ìntellectuals aveva
rinnegato, considerandola ormai anacronistica e
inefficace, oltre che antiecumenica, tanto da
rimuoverne, pudicamente, il nome stesso. L'hanno
dunque chiamata "teologia fondamentale", unendo un
sostantivo e un aggettivo in modo abusivo: in effetti, è
vero che la conferma delle verità cristiane è il
fondamento di ogni teologia; ma non è affatto teologia
(che suppone già la fede) la ricerca oggettiva di come
stiano, realmente, le cose nella formazione della
Scrittura e nella storia della Chiesa. È forse teologia
confrontarsi con i dati, le fonti, la ragione, l'archeologia
e ogni altra scienza accademica per mostrare che i
Vangeli non sono un coacervo di miti e leggende, ma
possono avere una solida base storica? Ed è forse teolo-
gia ricostruire oggettivamente come davvero sia andata,
basandosi sui documenti e quelli solo, nelle tante leggen-
de nere costruite contro la Catholica da pregiudizio, set-
tarismo, polemica, ignoranza o abuso delle fonti?
Ambiguo se non fuorviante il nome, ma anche i
contenuti: ho letto, ovviamente, molti dei testi e dei ma-
nuali sotto questa nuova etichetta di "teologia fonda-
mentale", chiedendomi spesso se non stessi perdendo il
mio tempo; se gli autori - pur con la migliore buona
volontà del mondo - non stessero offrendo dei sassi ai
fratelli affamati invece che del pane, per rifarci all'am-
monimento di Gesù stesso.
Ma, per tornare a Introvigne, tra le singolarità
che riconosceva a quanto ho cercato di fare c'è l'essere
riuscito non solo a ridare cittadinanza alla apologetica,
ma a strapparla al sottobosco dei marginali, alle rivistine
confessionali, alla nicchia nella nicchia di piccoli editori
cattolici, guardati con disdegno dagli altri, pur
confessionali, e a portarla da un ghetto considerato in-
tegrista, solo perché cerca verità e non slogan,
alla business class del mercato culturale "laico".
È una singolarità che comincia sin da Ipotesi su
Gesù, il tuo primo libro.
Sì, tanto che al fenomeno editoriale che
rappresenta sono stati dedicati studi e tesi di laurea.
Quelle poco più di trecento pagine uscirono in tremila
copie, in una brutta brossura, senza pubblicità, firmate
da un giovane redattore di quotidiano, edito dalla Casa
salesiana, assai scettica sugli esiti commerciali, dai
contenuti cattolici espliciti (io stesso, per mia garanzia,
avevo chiesto l'imprimatur), senza compiacenze ruf-
fiane verso la cultura egemone. Eppure, con sorpresa di
tutti, si piazzò subito alla testa delle classifiche dei best-
seller (a cominciare da quella dell'allora neonata
«Repubblica») che, come sai, rilevano solo le librerie
laiche, ignorando quelle cattoliche, e ci restò molto a
lungo. Per conquistare e mantenere il primato, bastò la
parte di venduto nei circuiti librari che, abitualmente,
neanche tengono in deposito queste "cose da preti",
come le chiamano. Dai tempi delle Leggi Siccardi, dalla
formazione cioè delle "due culture" non comunicanti,
era la prima volta che in Italia saltavano le barriere tra le
reti distributive: laica e cattolica.
Tra l'altro, poiché il fatto si è ripetuto con i libri
che sono seguiti, qui ci sarebbe da fare un discorso sul
vittimismo di un certo cattolicesimo, sulle lagne di una
cultura dei credenti che si dice discriminata, dimenti-
cata. Può esserci anche questo, ma c'è pure un'incapacità
della produzione religiosa di misurarsi con quel mercato
che ha la sua moralità, che premia e che puni-
sce non a caso, rispettando la legge ferrea della
domanda e dell'offerta. Come sai, ho «in gran dispitto»
ogni moralismo, soprattutto se edificante. Dunque, mi
infastidisce anche lo sdegno di coloro, di solito scrittori
frustrati, che inveiscono contro «la cultura ridotta a
merce». Ma è proprio questo che salvaguarda la possi-
bilità di far circolare idee anche se sgradite a chi rap-
presenta il politically correct del momento! So che al-
cuni dei miei editori (anche cattolici, anzi questi con
ancora maggior vigore...) detestavano quanto c'era
scritto nei miei libri. Eppure, mi circuivano perché li
dessi a loro, sapendo che sarebbe stato un buon affare:
c'era la domanda dei lettori, dunque l'editore aveva da
guadagnarne. Il libero mercato è una garanzia non solo
contro i monopoli di beni e servizi, ma anche contro il
monopolio del pensiero.
Dato il successo dei libri e la massa di diritti
d'autore che te ne è conseguita, qualcuno ti avrà
certamente sospettato di "marciarci", di avere scoperto
un filone aurifero dimenticato e di averlo coltivato più
per interesse che per convinzione.
Naturalmente, devono esserci stati anche sospetti
simili. Ma ti dirò che - davvero! - queste cose mi inte-
ressano poco, godendo di uno dei tanti privilegi del
credente: la consapevolezza di dover rendere conto non
agli uomini, bensì a un Giudice infallibile, che sa
«scrutare cuori e reni». Come dice il vecchio detto? Mi
pare: «Male non fare, paura non avere». Come studioso,
per tutta la vita ho praticato la storia e, come giornalista,
la cronaca. Dunque so che sempre e ovunque nascono,
fioriscono, resistono leggende nere e
rosa; so che sempre e ovunque ci siano uomini ci
sono equivoci, incomprensioni, deformazioni volute o
involontarie, specchi deformanti. D'altro canto, chiunque
metta sulla piazza il suo prodotto intellettuale accetta di
farsi persona pubblica: dunque, deve accettarne eventuali
onori e sicuri oneri, questi tanto più ponderosi quanto più
quel prodotto è accolto con interesse e circola. Trovo
contraddittori coloro che vorrebbero avere visibilità,
magari successo, e al contempo schivare invidie, gelosie,
maldicenze.
Degli uomini, in genere, non ho alcuna paura
(parlo di paura morale, ovviamente...), mentre mi sforzo
di coltivare il necessario timor Dei. Mi piace molto l'ap-
punto lasciatoci da Pascal, quando persone anche sti-
mabili, oltre che autorevoli, gli dicevano che era su una
strada sbagliata, mentre la sua coscienza gli diceva il
contrario. «Ad tuum tribunal, Domine lesu, appello!»,
vergò su uno di quei pezzi di carta che gli servivano per
gli appunti di quella grande "apologia del cristianesimo"
che riuscì solo ad abbozzare, morendo a soli 39 anni.
Anche per questo, e spero di non offendere nessuno, non
ho in simpatia i timidi. Mi sembrano persone
preoccupate del "che diranno di me", timorose di far
brutta figura, di essere mal giudicate. Anche in questo la
fede è liberante, dandoti la consapevolezza che c'è solo
un Giudizio che conta.
Ma torniamo al sospetto che dicevo, quello di un
interesse iniziato magari come autenticamente religioso,
ma 'proseguito poi anche come economico.
Potrei preoccuparmi solo se equivoci del genere
si isinuassero anche nei miei lettori, che sono quelli cui
tengo. Ma non mi pare che sia mai stato così.
Credo che chi legge le mie pagine, aperto ai contenuti di
cui cerco di riempirle, senta che sono scritte innanzitutto
per me. Dunque, non possono non essere sincere. Per-
mettimi solo di ricordarti che il diventare cattolico "non
mi conveniva" sin dall'inizio, quando persi i maestri
culturali e, con essi, la prospettiva brillante di impegno e
di lavoro prestigioso che mi schiudevano. A metà, poi,
dei Settanta, all'acme degli anni di piombo, "non mi
conveniva" di certo esordire con un libro che affermava
non solo la fede in Gesù ma anche la fedeltà alla Chiesa,
per giunta quella "papista", non quella, la sola accettata
allora, del cosiddetto "dissenso". A parte il sinistrismo
egemone di quei tempi, non dimenticare che quando il
libro uscì, per giunta dalla tipografia salesiana di
Valdocco, ero a «La Stampa», di tradizioni massoniche,
con un direttore ebreo (pur se amichevole e tollerante
come Arrigo Levi), con un vicedirettore delegato a
«Tuttolibri», dove lavoravo, come Carlo Ca-salegno,
ucciso un anno dopo dalle Brigate Rosse, tra i maitres-
à-penser del laicismo subalpino.
In un posto così, un testo con Vimprimatur non
era proprio il viatico giusto per fare carriera, era anzi il
modo per impedirsela. Al giornale facevo comodo
perché sul lavoro ci sapevo fare e, dunque, mi
accettavano (ancora la benedetta legge del mercato!) ma,
al contempo, mi mettevano tra gli alieni incomprensibili,
dei quali in fondo diffidare. La situazione ecclesiale era
ancor peggio e non soltanto a livello di preti, frati, suore,
eccitati dalla scoperta del "mondo" per loro tutto nuovo
e divenuti entusiasti proseliti dell'apostolato al contrario.
Pensa che proprio in quegli anni la Conferenza episco-
pale francese introdusse il nuovo libro liturgico in cui, al
27 marzo, si faceva memoria della morte di Karl Marx,
il grande «profeta e apostolo della giustizia
sociale», come annotava quel testo canonico
"aggiornato".
Insomma, sia tra laici sia tra cattolici, il libro con
cui mi mettevo sulla piazza era il peggiore tra i biglietti
da visita, tale non da aiutare, ma da stroncare nella culla
una carriera, se quella avessi inseguito. E invece la inse-
guivo così poco che ti regalo, al proposito, un altro pic-
colo aneddoto. Amando giocare con le parole, avevo
scoperto che "Remo Rossi Viotti" era il perfetto ana-
gramma del mio nome e cognome. Così, chiesi a don
Francesco Meotto, il salesiano direttore editoriale della
SEI, di firmare in quel modo Ipotesi su Gesù, impe-
gnandolo per contratto a non rendere pubblico il nome
vero dell'autore. Ciò che mi importava era far circolare
le idee di quelle pagine, non utilizzare il Cristo per farmi
conoscere. La mia proposta fu respinta. E ancora adesso
un poco me ne rammarico, perché, ti assicuro, avrei
fatto di tutto affinché la gente non scoprisse che c'era un
Messori, restato sconosciuto, dietro il Rossi Viotti che
trovava in copertina.
Comunque, per completare il quadro dello
Zeitgeist, lo spirito di quei tragici, ma anche grotteschi,
Settanta, gli anni in cui la delinquenza politica praticava
il terrorismo, quella comune il sequestro di persona, il
sindacalismo lo sciopero perpetuo, il clero la demagogia
maoista e i politici la corruzione esplicita: nella classi-
fica dei best-seller che pubblicavamo su «Tuttolibri» - e
spesso ero proprio io a "passarla" per la tipografia e a
scrivere il testo di commento - al primo posto della
saggistica c'era Ipotesi su Gesù ma, per quasi altrettanto
tempo, alla testa dell'altra colonna, quella della
narrativa, ci fu Porci con le ali, manifesto letterario
della rivoluzione sessuale. Il successo del mio libretto
"kattoliko" colse tutti di sorpresa, facendo scoprire
che c'era posto - e abbondante - per ciò che non
fosse politicamente sovversivo o provocatoriamente
erotico. Dunque, si scatenarono le pressioni degli editori
- quelli laici soprattutto, in quelli cattolici continuava a
prevalere l'infatuazione contestataria e l'avversione per
l'ortodossia - perché dessi loro qualcosa, qualunque
cosa, purché nella stessa linea.
Ebbene (e qui ritorniamo al discorso sulla
carriera) per ben sei anni resistetti a ogni lusinga, per
quanto prestigiosa e redditizia. Tacqui del tutto, a
partire dal 1976, e uscii solo alla fine del 1982 con il
titolo meno commerciale e meno "carrierista" possibile:
Scommessa sulla morte.
Un tema e un titolo che erano una sfida a un
mondo che al tabù del sesso ha sostituito il tabù della
morte.
In effetti. Pensa che ci fu persino la protesta della
rete di vendita dell'editore, che avrebbe voluto, e c'è da
capirli, un argomento più appetibile. O, se proprio
insistevo, desiderava che fosse levata almeno la parola
maledetta - "morte" - dalla copertina. Ma io sentivo il
bisogno (e il dovere) di confrontarmi proprio con quel
tema terribile e non mi curai di problemi commerciali
che, peraltro, non ci furono; o furono minori di quanto
ipotizzato, visto che la diffusione fu, ancora una volta,
di massa.
Perché la morte? Perché è la porta d'ingresso a
quella vita eterna che è il centro della "buona notizia"
che è il Vangelo. La resurrezione del Cristo come pri-
mizia della nostra, la sconfitta totale di quella "ultima
nemica", come la chiama Paolo, che è la morte, pro-
mettendoci non la salvezza dell'anima soltanto ma di
tutti noi stessi, in spirito ma anche in carne. Gesù non
viene per darci innanzitutto dei buoni consigli,
delle edificanti norme morali o magari - come era di
moda negli anni in cui scrivevo - un programma
sociale, regole per rivoluzionari sociali o per sindacalisti
engagés. Viene, con la sua morte stessa, a spezzare le
catene del peccato, aprendoci la libertà e la gioia senza
limiti e senza fine, dopo avere superato le prove della
militanza terrena. Che cos'è il cristianesimo amputato -
così voleva la mentalità catto-comunista del tempo -
della dimensione escatologica, cioè dell'annuncio del
nostro destino totale? Da buon convertito, sentivo che
non avrei saputo che farmene di Gesù, se davvero era
stato solo un maestro di vita sociale, magari solo un
anticipatore degli ideologi moderni che vogliono farci
distogliere gli occhi dal Cielo per pensare solo alla
Terra.
Nel frattempo, proprio per sfuggire alle
conseguenze del cosiddetto successo, avevo chiesto a
«La Stampa» i sei mesi di aspettativa - a zero
retribuzione e contributi previdenziali - concessi dal
nostro contratto, e mi ero ritirato in una frazione isolata
del Monferrato, senza telefono. Respingendo le ghiotte
offerte che continuava no a venirmi da editori e da
direttori di giornali (Ipotesi su Gesù continuava a
macinare copie e traduzioni ovunque, persino quelle
clandestine in samizdat per i cristiani oltrecortina), finii
per accettare di fondare, con un religioso paolino, don
Totò Tarzia, un mensile - «Jesus» -che non andava
neanche in edicola, da diffondere per abbonamento e
nelle parrocchie. Qualcosa, dunque, di ben poco
gratificante sul piano professionale per chi, come me,
veniva dal maggiore quotidiano italiano dopo il
«Corriere» e al quale, dopo il clamoroso esito edito-
riale, giungevano ben altre proposte. Quanto al piano
economico, chiesi - e ottenni, era la condizione che ave-
vo messo per accettare - metà di un normale stipendio
da redattore, in cambio di un orario part-time.
Era quello che cercavo, per avere il tempo di continuare
quella ricerca sui fondamenti cristiani della quale non
potevo fare a meno e per finirla con la schizofrenia che
subivo a «Tuttolibri», dove con i colleghi mi trovavo be-
nissimo, ma dove mi toccava dedicare le energie a una
cultura gestita da personaggi cui si attaglia troppo spes-
so la cruda definizione di Gesù: «Ciechi che guidano al-
tri ciechi». Ti rendi conto che voleva dire perdere le
giornate per andare ad ascoltare, fingendo per giunta
interesse, le banalità, gli ideologismi, le superficialità
presuntuose di grigi tuttologi come Alberto Moravia e di
altri notabili insipienti del genere? Meglio, molto meglio
infrattarmi in una nicchia come quella offertami dai
Paolini, anche se guadagnando molto meno e limitando
la circolazione della firma a una modesta cerchia par-
rocchiale. Ma, come sai, è sui libri, non sui giornali, che
puntavo per proporre quanto sentivo di dover dire.
Anche per questo, dunque, non hai scritto libri
su commissione degli editori.
Mai, malgrado offerte vistose (tranne l'intervista
con Giovanni Paolo II, ma vedremo subito come), mai
ho scelto temi alla moda e dalla diffusione sicura. Non è
per presunzione ma per conoscenza del genere, per at-
titudine alla scrittura, per esperienza del pubblico che te
lo posso dire: se avessi voluto - e se tuttora volessi
-potrei pubblicare quanti libri vuoi come II codice da
Vinci, anche in versione cattolica, con prospettive di
vendita se non equivalenti almeno importanti e sicure.
E, invece, ho lasciato cadere ogni proposta che non
rientrasse nel mio piano di riflessione e di indagine.
Come ti accennavo, il solo libro che non feci di mia
iniziativa, ma perché mi fu chiesto dallo stesso interessato,
fu Varcare la soglia della Speranza, il colloquio con Karol
Wojtyla. Cercai addirittura dal dissuadere il papa: mi si
offriva, come giornalista e scrittore, l'occasione del secolo
ma, come credente, non mi entusiasmava che anche il
pontefice entrasse nel circo media-tico. Che non è, che non
può essere, quello delle certezze metafisiche, ma quello
dell'opinione e del "secondo me". La mia reticenza riuscì

I
solo a ottenere che l'intervista non fosse televisiva, com'era
progettato.
Naturalmente, non ti dirò - mica voglio
perderne il lerito, quando sarà il
momento di rispondere al Giu-lice che,
ti dicevo, è il solo che mi interessi! -
dell'uso lei diritti d'autore che,
indubbiamente, dopo tanti nni e tanti
libri sono stati parecchi, pur se severa-
lente falcidiati dal fisco. Come sai,
anche se volesse, no scrittore non potrebbe farsi evasore
fiscale, ogni entesimo essendo documentato dai
contrassegni Siae. Per finire: non ancora vecchio, ma a 49
anni, ho celto di lasciare Milano, ho rifiutato (come
sempre) di rasferirmi a Roma, temendo il vaticanismo, e
ho de-iso di ritirarmi qui in provincia, lontano da ogni giro
ultural-mondano. Tra l'altro, avendo sempre avuto stipendi
giornalistici modesti e, per giunta, dimezzati per salvarmi
il tempo per la mia ricerca, è modesta anche la mia
pensione.
Non puoi comunque lamentarti...
Mi vergognerei a farlo e lo considererei un peccato
-di cui confessarmi - contro la Provvidenza, che mi ha
concesso giusto ciò che desideravo. E soprattutto, rac-
contandoti queste cose, mi ripugnerebbe che si
pensasse che mi atteggi a personaggio edificante.
Non ho meriti perché, nel rifiuto del potere
(quante offerte di collegi elettorali sicuri, di posizioni
direttive in giornali, di consulenze, di rubriche scritte e
televisive!), nel rifiuto, dunque, sono stato agevolato
dall'ironia e dal desiderio di libertà. Ricordi il don
Ferrante manzoniano: «Era un uomo di libri. Dunque
non gli piaceva né obbedire né comandare»? Non mi
attira alcun tipo di autorità, ciò che mi interessa è
semmai l'autorevolezza, ispirare cioè abbastanza fiducia
da essere preso sul serio da coloro cui mi rivolgo con gli
scritti. Il mio timore è perdere questa fiducia dei lettori,
non incarichi e poltrone che non ho e che non ho mai
voluto.
Dalla politica sei sempre stato lontano, non solo
come possibile protagonista, ma anche come sostenitore
o militante di un partito.
Se ho sempre rifiutato ogni tipo di
coinvolgimento politico - dalla firma di un manifesto
ideologico sino a un seggio al Parlamento europeo e
cose del genere - è anche qui per rispetto dei lettori. La
politica, necessariamente, divide, ti fa amici alcuni e ti
aliena altri. E io ho cercato di rivolgermi non a qualcuno
ma a tutti, proponendo, meglio che potevo, quel
messaggio evangelico che è universale per eccellenza.
Conosco (e a mio modo ammiro, spesso condivido,
almeno sul piano umano) Machiavelli, Guicciardini,
Hobbes stesso, dunque sono ben lontano da illusioni,
ingenuità, auspici buonisti sulla brutale lotta per il
potere che è in genere la politica. Ma posso essere
d'accordo anche
con Paolo VI, secondo il quale, per un cristiano,
può essere una forma tra le più alte di carità. Questione
di vocazioni, fortunatamente diverse. Vangelo di Gio-
vanni: «Nella casa del Padre mio vi sono molti posti».
Dunque, resto convinto che chi abbia per vocazione il
kérygma, il primo annuncio del Vangelo, non debba
militarvi, meno che mai in forme partitiche.
Ne sono stato lontano anche perché conosco
bene il programma dell'illuminismo: sostituire la
religione con la politica, la devozione con la cultura, la
Chiesa con lo Stato, la Nazione, il Partito. In tutti,
l'intento principale è concentrare l'attenzione degli
uomini sull'aldi-qua per distoglierla dall'Aldilà. Le
"anime belle" del laicismo esecrano, indignate, le
antiche guerre di religione, che hanno però sostituito, a
partire dal Settecento, con le guerre tra le nuove
religioni, quelle politiche. E sono state ancora più
spietate e più sanguinose.
Ancora: la mia distanza nasceva, e nasce, pure
dal fatto che non accetto che, tra le componenti fonda-
mentali dell'umanità di ciascuno, si debba annoverare il
segno che periodicamente traccia su una scheda in una
cabina elettorale. L'uomo è assai più grande, più
complesso, più profondo delle sue scelte partitiche e
delle sue prospettive politiche. Prospettive, tra l'altro,
che più che convinzioni razionali e scelte logiche ri-
specchiano assai spesso gli umori personali, le simpatie
e le antipatie istintive, i temperamenti, le piccole storie
private e interessano spesso più psicologi e psichiatri
che sociologi e politologi. Dietro agli intransigenti della
politica, dietro ai dottrinari, dietro a tante cosiddette
"passioni civili", dietro a troppi "militanti" e "impegnati"
per cosiddette buone cause, ci sono viluppi di patologie
e buchi neri che non hanno nulla da invidiare a quelli
che affliggono i fanatici religiosi.
Non dimenticare, poi, che la divisione
fondamentale della politica - sinistra e destra,
progressisti e conservatori - è in realtà "teologica",
concerne l'atteggiamento di fronte al peccato. Devo dire
che a questa conclusione ci ero arrivato da solo, ma ebbi
poi il conforto di scoprire che ne era convinto anche
uno dei miei amici - e maestri - più cari, Leo Moulin, lo
storico agnostico belga. I "sinistri", dunque, sono coloro
che non credono al peccato, pensano che i mali
dell'umanità siano risolvibili con l'impegno socio-
politico, con l'educazione, con il miglioramento delle
condizioni economiche, con una maggiore giustizia. La
loro cifra è l'ottimismo: non c'è bisogno di Redenzione
perché non c'è nulla da redimere. I "destri", invece, al
peccato ci credono troppo, credono l'uomo
incorreggibile e, dove i loro avversari invocano
rivoluzioni e riforme e corsi di educazione civica,
pretendono gendarmi e soldati. La loro cifra è il
pessimismo: non c'è Redentore possibile, l'uomo è
irredimibile.
Tutti, insomma, vogliono sfuggire al "religioso":
ma, in realtà, questa dimensione è nel profondo del
militante rosso o nero o verde o grigio, pur convinto di
essere ormai lontano dai miti teologici.
C'è da finire il discorso che avevamo iniziato
sui soldi...
Quanto a essi ho la stessa prospettiva di quel gran
santo che è Escrivà de Balaguer: il denaro è una realtà
"neutra", può servire a fare del gran bene e del gran
male. Qui, come ovunque altrove, sono allergico a ogni
aut-aut da estremista e, dunque, non lo disprezzo
affatto, ma neppure lo desidero al di là di quanto serva.
Non è
né da idolatrare né da demonizzare, so che nei
Vangeli ci sono anche dei ricchi buoni e dei poveri
cattivi, che tra gli amici di Gesù i facoltosi non
mancano e non sono di certo da lui condannati. Non ho
alcuna tentazione pauperista, non nutro alcuna
inclinazione "miserabi-lista", a meno che non si tratti di
speciali vocazioni alla francescana. Sto con l'autore
biblico dei Proverbi: «Signore, non darmi né povertà né
ricchezza ma fammi avere il cibo necessario. Perché,
una volta sazio, io non ti rinneghi e dica: Chi è il
Signore? Oppure, ridotto all'indigenza, non rubi e
profani il nome del mio Dio». Scrivendo un libro sulla
conversione di quell'amico toltoci troppo presto,
Leonardo Mondadori, nipote di Arnoldo e presidente
della grande Editrice, - un ricco, dunque, che dopo
avere incontrato il Cristo, non si era certo spogliato di
tutto, non essendo chiamato a vita monastica - ho
ricordato alcune cose che contrastano con certa
demagogia cattolica, spesso inconscia, in buona fede,
che dimentica il realismo del Vangelo.
Ma non dimentico che, se sono più di quanto oc-
corra a una vita dignitosa, i soldi esigono impegno e
danno lavoro e preoccupazioni: proprio ciò che ho
sempre cercato di evitare, perché avrebbe disturbato la
mia ricerca. Dunque, dal denaro ho sempre e solo cer-
cato quanto poteva darmi. Cioè la libertà dal bisogno,
quella libertà economica che ti permette di non dipen-
dere da padroni e di organizzarti in autonomia la vita.
Questo dono mi è stato fatto, sin dal primo libro, dai
lettori che, in qualche modo, mi hanno assunto al loro
servizio e ai quali ho cercato di dare quanto potevo, a
cominciare dalla serietà della documentazione e dalla
chiarezza della scrittura (la fatica devo farla io, non
loro), sino alla risposta a tutte le innumerevoli lettere
che mi hanno inviato. Ho perso qualche colpo, con
rammarico, solo di recente, perché non mi è
possibile fronteggiare un centinaio, talvolta, di e-mail al
giorno. Non è stato facile rispondere a tutti, spesso è
stato gioioso ma spesso anche faticoso e, grazie a Dio,
ho potuto contare sull'aiuto di Rosanna, soprattutto
quando le lettere erano tutte di carta e il postino della
mia zona minacciava di mettersi in sciopero per il peso
quotidiano che imponevo alla sua borsa. Devo ai lettori
il dono della libertà, ma anche una collaborazione,
spesso una sorveglianza tanto affettuosa quanto impla-
cabile. Se mi è scappata una svista nello scrivere un
nome, magari di un biblista norvegese o di un teologo
cileno, sempre mi è arrivata puntuale la lettera - e ma-
gari più di una - che mi correggeva. Che Dio li benedica
anche per questo interesse partecipe!
Sed de hoc satis, per dirla come chi sa di latino...
Dove ci eravamo fermati, prima di questa digressione?
Eravamo ad André Frossard, protagonista, nella
Parigi di quarantanni prima, di un'avventura simile alla
tua e del suo ritardo nel raccontarla, volendo prima ren-
dersi "credibile". So che Frossard tu l'hai conosciuto
bene.
È una cosa curiosa. In una prospettiva di fede
potremmo addirittura azzardare la parola "provviden-
ziale". Successe, infatti, che appena tornato a Torino
dopo tre anni tra Assisi e Roma, il mio primo lavoro fu
di redattore alla SEI, la Società Editrice Internazionale,
quella dei salesiani. Per questo rapporto di amicizia
avrei poi proposto loro il manoscritto di Ipotesi su Gesù
e di altri libri, pur non essendo più dipendente da molti
anni.
Quando iniziai, correva l'autunno dell'anno fatale, il
1968. Al di là delle vetrate della redazione si stagliavano,
imponenti, le grandi cupole della basilica di . Maria
Ausiliatrice, costruita da don Bosco, con le offerte dei
devoti di mezzo mondo. Nei primi tempi, mi ! incaricarono
di fare le note ai classici della letteratura straniera per la
scuola, cose tipo L'isola del tesoro, Moby Dick, Robinson
Crusoe, Tom Sawyer. Mi risparmiarono Piccole donne,
curato da una collega... Poi, mi diedero da riscrivere una
biografia classica del santo, quella di un salesiano francese,
Augustin Auffray. Ci lavorai a lungo, con la serietà che il
tema esigeva e \ da lì nacque - in me, che non avevo
conosciuto gli ! oratòri e che, pur allora giovane io stesso,
diffidavo del giovanilismo che impazzava - prima
l'ammirazione, poi l'affetto per quel don Bosco che fu una
delle maggiori personalità del secolo, e non solo per la
Chiesa ma per la società tutta intera. Sul retro del
frontespizio di quella biografia che, a quel punto, era più
mia che di don Auffray ma che - giustamente, per ragioni
editoriali - appariva ancora con il suo nome, c'era scritto,
in piccolo: «Nuova edizione a cura di Vittorio Messori».
Fu quella la prima volta in cui il mio nome apparve su un
libro.
Poiché fu notata, dalla direzione, la mia
propensione al giornalismo, fui incaricato di creare e
dirigere un ufficio stampa che la SEI non aveva mai avuto,
almeno in senso moderno. Tra i miei compiti c'era anche
quello di scrivere i testi per le alette e per le quarte di
copertina, come si dice in gergo. Le sintesi, cioè, dei
contenuti dei libri, che invoglino il lettore a comprare e a
leggere. Un giorno, si era all'autunno del 1969, il direttore
editoriale mi mise sulla scrivania un volume in francese, il
cui titolo mi parve subito eccessivo, persino
un po' impudico, ma che, cosa curiosa, era
stampato da un grande editore laico, Fayard. Quello
stesso - come potevo immaginarlo, allora? - che avrebbe
pubblicato la traduzione di alcuni libri miei, tra cui
l'intervista a Giovanni Paolo II. Il titolo di quel volume
suonava così: Dieu existe, je l'ai rencontré. Lettolo
mentre era ancora in corso di traduzione in italiano, feci
i testi per la copertina e anche quelli per la campagna
pubblicitaria. Li ho rivisti, per caso, proprio di recente.
Seppur scritti da un ventottenne con ancora poca
esperienza, sono davvero buoni, lasciamelo dire. Oggi
non saprei fare meglio.
Ma non poteva essere diversamente: pensai e
scrissi quei testi con la cura e l'emozione di chi, in
quelle pagine, trovava un'avventura sconvolgente ed
enigmatica, in qualche modo simile alla sua. Nonostante
Frossard fosse praticamente sconosciuto in Italia, quel
suo libro era un benefico pugno nello stomaco e sarebbe
divenuto comunque un best-seller. Ma, oso credere, lo
fu ancor di più grazie alla campagna me-diatica che, pur
con pochi mezzi, riuscii a mettere in moto.
Negli anni seguenti lo frequentai più volte. Nella
sua casa di Neuilly-sur-Seine, nella banlieu elegante di
Parigi, gli feci una lunga intervista che entrò in un mio
libro, Inchiesta sul cristianesimo. Feci anche una prefa-
zione a un suo libro, Le 35 prove che il diavolo esiste. Ci
incrociammo persino quando decisi di sospendere Vi-
vaio e la direzione di «Avvenire» cercò di riempire un
vuoto che aveva portato - e me ne dispiacque - alla
perdita di lettori per il giornale, con una rubrica affidata
proprio a Frossard. Ma era già anziano, ormai malato e
la cosa purtroppo durò poco, anche se in quel poco si
sentì la zampata del vecchio leone.
In questi incontri, avete mai confrontato le
vostre esperienze?
Lo trovavo molto simile nel gusto del
politicamente scorretto, nella battuta ironica e qualche
volta beffarda, nei modi del tutto laici, alieni da ogni
clericalismo e da ogni atteggiamento "edificante", nella
curiosità del giornalista, nell'impazienza davanti ai
contrattempi. E anche, se vuoi, nella incallita abitudine
al fumo: forse il maggior consumatore di sigarette che
abbia mai conosciuto. .. Mi disse che, in quei minuti
fatali che gli rovesciarono la vita, «solo Dio Padre fu
oggetto di evidenza, Gesù Cristo fu una conseguenza
inevitabile, del tutto logica, di quel Dio che mi era stato
dato di incontrare». Per me, fu invece il contrario, fu
Dio la conseguenza dell'incontro con Cristo. Tanto che,
in fondo, sono stato spesso poco attratto dalla teo-logia
e affascinato, invece, dalla cristo-logia. E ho sempre
diffidato del "deismo", che rischia di finire nel GADU
massonico, il Grande Architetto Dell'Universo. Tieni
presente, comunque, che Frossard "vide". Così descrisse
il contenuto della visione: «Una luce di cristallo
indistruttibile, di infinita trasparenza, di luminosità e
dolcezza quasi insostenibili. Capii d'istinto che era la
luce di Colui che i cristiani chiamano Padre Nostro». Io,
invece, non vidi ma, se così posso dire, "sentii",
nell'immersione imprevista, con tutti i sensi, in una
dimensione che (almeno per i primi mesi) non aveva
quasi nulla a che fare con quella che era stata la mia.
Anzi, era in qualche modo staccata dal mondo abituale,
come in una dimensione "altra".
Mi riconobbi molto, comunque, in altro che
Frossard mi disse: «Capita ogni tanto che ci sia gente
che cerca dopo avere trovato. Questa è esattamente la
mia
situazione: non ho fatto altro che usare la ragione
per andare alla ricerca di quanto potesse spiegare e
giustificare ciò che già sapevo essere la Verità».
È giusto quanto capitò anche a me. Insomma:
non Yintelligo ut credam, il capisco per credere, bensì
un credo ut intelligam, un credo per capire. O, se
vogliamo continuare con il latino, fa comodo qui
sant'Anselmo: fides quaerens intellectum, la fede alla
ricerca delle ragioni che la giustificano.
Insomma, continuiamo ancora e sempre a girarci
attorno, ma senza stringere su quanto vorrei sapere.
Come iniziò tutto questo?
Non divago. Sto cercando di stringere il cerchio.
Mi è sempre sembrato che un elemento di verità sul
fatto che si sia trattato di un'esperienza inspiegabile stia
nella sua unicità: mai nulla di simile, nella mia vita. Né
prima, né dopo. Come una frattura che ha stabilito, ap-
punto, un ante e un post.
Ovviamente, c'è chi spiega cose come questa
attraverso meccanismi psicologici o mettendo in campo
teorie psicoanalitiche, per le quali qualcosa di simile
doveva capitarmi. Un evento, insomma, di cui uno spe-
cialista saprebbe ricostruire la consueta dinamica,
escludendo ogni implicazione fideistica. Non sarò io a
scandalizzarmene: se è demitizzata ogni conversione, a
partire da quella decisiva di san Paolo («un attacco epi-
lettico o un colpo di sole sulla via di Damasco») o di san
Francesco («ovviamente, il groviglio oscuro, pro-
babilmente sadico-anale, del rapporto antagonistico con
il padre») o di Ignazio di Loyola («una volontà frustrata
di potenza che cercava uno sbocco e lo trovò
nella religione»), ci mancherebbe che volessi
mettere al riparo dai sedicenti esperti il mio piccolo
caso!
Anche se, detto così en passant, a beneficio dei
tanti credenti intimiditi e magari messi in crisi nella fede
da quei professori: lo psicologo che pretenda di spiegare
il mistero dell'uomo escludendo o ignorando il Mistero
di Colui che ha programmato e creato quell'enigma che
siamo, è come chi volesse riparare il più complesso dei
meccanismi non avendo le istruzioni per l'uso e la
manutenzione. Altro che guide sicure ed esperte nelle
profondità dell'umano! Quanto a quella psicoanalisi che
andò tanto di moda tra frati e suore negli anni del-
l'eccitazione clericale (a distruggere fiorenti e antiche
comunità religiose bastarono spesso un signore o una
signora che si presentavano come psicoanalisti e che
erano abbondantemente pagati dai Superiori) beh, come
sai e come ci ha ricordato Karl Popper, è tutto fuorché
una scienza, non essendo assoggettabile a verifiche
concrete. È, come mostrano molti studi, un fideismo
post-talmudico dell'ebreo secolarizzato Freud e dunque,
alla pari di ogni teologia, dà per scontata - adattiamo le
parole di Croce - l'esistenza di molte cose «che non si sa
se esistono». Come tutte le religioni, ha i suoi strumenti
di scomunica: se ne metti in dubbio i dogmi, non meriti
neppure confutazione, ma solo compassione. Dubiti,
solo perché non ti sei sottomesso alle sue cure, potrai
vedere e capire la sua verità solo quando sul lettino
troverai liberazione dai tuoi complessi oscuri. Versando,
ovviamente, quella parcella vistosa che, come si sa, è
parte essenziale del trattamento: le sedute gratis sono
formalmente proibite, l'ortodossia freudiana afferma
che, se non si pagano, non sono liberanti. E questo, devo
riconoscere, è davvero un bel colpo di genio.
Che ciascuno, comunque, la pensi come vuole e
che prenda sul serio i maestri che desidera o che merita.
Tu mi hai chiesto di raccontare. E io racconto, non è
compito mio convincere.
Ti ricordo però una frase di Evagrio Pontico,
l'eremita cristiano nell'Egitto del IV secolo: «A una
teoria si può rispondere con un'altra teoria. Ma chi mai
potrà confutare una vita?». Attento, naturalmente!
Come non mi stanco di avvertire, la mia vita è ben
lontana dall'essere esemplare: tant s'en faut!, ci
mancherebbe, direbbero i francesi. Ma questa mia vita
non è solo nei comportamenti quotidiani, magari
censurabili, non è solo nelle debolezze morali e nei
limiti caratteriali, è anche in ciò per cui ho vissuto:
scrivere sempre e solo a conferma della verità della
fede. Ora, con umiltà pari alla convinzione, posso dirti
che non vi è una riga, tra le innumerevoli che ho
pubblicato, che non esprima con sincerità ciò in cui
credo.
Non sono stato sempre coerente con la teoria?
Sono il primo a riconoscerlo e a pentirmene. Ma ciò che
ho espresso negli scritti è davvero l'ideale cristiano cui
avrei voluto almeno avvicinarmi, considerandolo il solo
in cui trionfi la Verità nella sua pienezza. All'inizio di
questa nostra conversazione, ti dicevo che non esiterei a
morire, piuttosto che rinnegare ciò che per me non è
rinnegabile perché mi è evidente: ma è un'evidenza che
non sospettavo neanche, prima di quei giorni, e di cui
non ho mai potuto dubitare, dopo di essi. Dunque, è un
fatto oggettivo che qualcosa di traumatico è successo,
che una frattura si è verificata, che non si è trattato di
illusioni o di patologie da psichiatra. Naturalmente,
proprio perché è così, molto mi inquieta l'ammonimento
di Gesù: «Chi ben sapeva la mia volontà e non l'ha fatta,
sarà molto battuto». Quella vo-
lontà mi è ben chiara, da allora: se a essa non si
sono adeguati i comportamenti, non è per un dubbio su
ciò che ho vissuto, è per la mia incoerenza.
C'era qualcosa nel tuo carattere che, magari
senza che tu te ne rendessi conto, ti preparava a un
esito "religioso"?
Non vi era proprio nulla (e non vi è mai stato
neppure in seguito) che mi predisponesse e mi predi-
sponga al misticismo o alla tentazione visionaria. Ti
dicevo di un realismo implacabile che mi spinge non
alla credulità, bensì al suo contrario: allo scetticismo
che, se non mi sorvegliassi intuendo il pericolo, po-
trebbe degenerare in cinismo. Inoltre, gli umori e le
pulsioni da emiliano terragno mi porterebbero d'istin-
to al materialismo piuttosto che allo spiritualismo. Il
mio nome stesso appartiene al pantheon pagano - Mes-
sor era una divinità delle messi e dei mietitori, venerata
soprattutto nella pianura padana, nei musei emiliani
ne ho visto ex-voto e altari - e ti confesso che
l'attrazione atavica, se proprio avessi dovuto scegliere
una religione, sarebbe stata per quella di Atene e di
Roma. Una religione civile, di riti per la polis e per la
civitas, ma che, come sai, non imponeva obblighi mo-
rali. Quelli, semmai, li proponevano - ma solo ai lo-
ro discepoli volontari - i filosofi, non i teologi. Quan-
to agli dèi, beh, moralmente erano peggio degli
uomini, non avevano nessuna autorità né credibilità
per mettersi sul pulpito. Che lezioni poteva dare lo
stesso Gran Capo, lo Zeus dei greci, lo Iuppiter dei
romani, quello che cornificava di continuo la moglie,
Era-Giunone, facendosela sia con giovinette che con
giovinetti, nelle pause delle grandi mangiate,
delle epiche bevute, delle tempestose litigate, delle
vendette progettate e consumate? Spero che non valga
anche per me, ma ho avvertito un segnale di rischio
quando, in una raccolta degli straordinari aforismi di
Gomez Dàvila, ho letto la sua confessione: «Forse, non
sono che un pagano che crede in Gesù Cristo». In effetti
la mia adesione senza esitazione alla verità del Vangelo
deve fare i conti, nella vita concreta, con il Dna forse
non ancora del tutto diluito dei miei lontani e oscuri
antenati celti, latini, etruschi.
Ti dirò di più: non solo "prima" ma anche
"dopo", la religione non mi ha mai particolarmente
interessato.
Come sarebbe a dire? A uno come te non
interessa la religione, pur dopo ciò che ti è capitato?
Mi interessa la fede in Gesù Cristo che,
necessariamente, si incarna anche in una religione, ma
che è essenzialmente un incontro con Lui, che è la
fiducia in una serie di fatti storici che culminano nella
resurrezione; e mi interessa la storia degli uomini, in cui
il Dio che si è fatto uomo al contempo si cela e si rivela.
Storia che è, poi, quella della Chiesa. Non mi attrae
invece - anzi, mi mette a disagio - quel brulicare di miti,
di leggende, di riti, di tradizioni che contrassegna il
mondo religioso. L'etnologia, l'antropologia culturale, il
folklore religioso, sono tra le cose che, ovviamente,
rispetto ma che non mi seducono. Non ho mai sentito il
fascino dell'Asia né curiosità spontanea per i culti
africani, americani, australiani. E, oggi, nessuna tenta-
zione netv-age, nessuna attrazione per la spiritualità di-
sincarnata (la grottesca moda degli angeli, ad esempio,
116 3. IL TACCUINO DEL LIBERTINO
che prescinde però da Dio), nessun fascino per
guru, santoni, illuminati.
Gran rispetto, naturalmente, cortesi scappellate
(bisogna pur essere ecumenicamente corretti!) per ciò
che non è cristiano; ma, al contempo, consapevolezza
precisa che non tutte le credenze e i culti sono eguali e
che, assieme a quelli venerabili, ci sono quelli esecra-
bili, da contrastare e non da venerare. A coloro che si
rammaricano che, in Occidente, abbia prevalso il cri-
stianesimo, auguro un viaggio all'indietro, tra le "dol-
cezze" dei culti americani prima di Colombo o un sog-
giorno, ancor oggi, tra certe etnie dell'Africa nera. Non
parlo all'ingrosso, da ignorante che trancia giudizi: la
storia delle religioni, mi sono fatto un dovere - non
sempre è stato un piacere - di studiarla abbastanza da
non esserne digiuno. Oggi, ad esempio, è elegante e
molto correct proclamare che tutte le religioni vogliono
pace e fraternità tra gli uomini. Mentre, invece, il mas-
simo che si può fare è un auspicio: volesse Dio che
davvero tutte le religioni esortassero alla fratellanza e
alla pace e volesse che molte di loro non incitassero a
violenze, massacri, crudeltà nel nome del loro Sacro!
Come ti dirò poi, non sono affatto per la tabula
rasa, anzi sono lieto che il cristianesimo abbia accolto
in sé, purificandolo, il meglio dell'esperienza religiosa
umana, da qualunque parte provenga; ma credo anche
che sarebbe opportuno che non accettasse di mettersi
nel mucchio indifferenziato della "religione", categoria
così spesso inquietante e oscura. Certo, il fatto che
l'uomo sia un "animale religioso" e che, se non ha una
Rivelazione, l'oggetto da adorare e in cui credere se lo
forgi lui, è prova di un anelito, di un volgersi verso il
Mistero, di un istinto che è frutto di un seme depositato
in lui da Qualcuno. Ma che ci posso fare se sono
convinto che avesse ragione, tra tanti, solo quel
Nazareno che disse di sé «Io sono la Via, la Verità, la
Vita» e che ci avvertì: «Senza di me, non potete far
nulla»?
La nostra esistenza è breve, non basta neppure a
scalfire la profondità insondabile di ciò che inizia da
Abramo, culmina nel Cristo annunciato e poi continua
nei secoli, per terminare solo con la fine stessa della
Storia. Ma allora, per dirla brutalmente - e parlando,
come al solito, per me e per me soltanto, lieto della
pluralità delle vocazioni - perché dedicare un eccesso di
tempo e di fatica per ciò che spesso è rispettabile, ma
che non può essere che un'approssimazione,
un'intuizione, magari una preparazione a quella che per i
cristiani è la Rivelazione definitiva e insuperabile? Gesù
ha detto di «non essere venuto per abolire ma per
completare»: nel suo annuncio c'è la sintesi del meglio
che ha creduto, ha immaginato, ha intuito l'umanità di
qualunque era e paese. Approfondire il nostro pozzo,
dunque, significa appropriarsi di tutto ciò che vale la
pena di conoscere e di vivere. Anche in questo il
cristianesimo non è il luogo degli aut-aut ma quello
degli et-et: in esso non c'è il rifiuto di nulla che sia
buono, ma c'è la grande sintesi organica, vitale, di ogni
verità, da qualunque parte provenga. Dunque, può ben
bastarci.
Pensi che questa inclusione "dentro" al
cristianesimo di ciò che merita di essere salvato nello
slancio religioso dell'umanità valga anche per gli altri
due monoteismi, l'ebraismo e l'islamismo?
Più che mai. Quanto all'ebraismo, tra le formule
di Pascal che più mi hanno illuminato c'è quella del cri-
stianesimo come «religione di adorazione basata su
una religione di annuncio». È una cosa che rende
unica la nostra fede: tutte le altre sono "isolate", nascono
senza precursori. Solo il Cristo è il centro di uno slancio
di attesa, annunciata dai profeti, che lo precede e di uno
slancio di adorazione, testimoniato dai santi, che lo
segue.
Essere cristiano significa dar compimento,
completezza, significato alla preparazione e all'attesa
d'Israele e significa non rinunciare a nulla di ciò che in
esse vale e non è caduco. Mi sono occupato,
dedicandovi un libro, di una vicenda rimossa da decenni
con qualche imbarazzo: il rabbino capo della comunità
ebraica di Roma, Israel Zolli, subito dopo la guerra
chiese il battesimo, diventando un cattolico esemplare,
addirittura un apologeta, docente di esegesi biblica
all'università dei gesuiti. E volle prendere, da cristiano,
il nome di Eugenio, in onore di quanto aveva fatto per la
salvezza del suo popolo papa Pacelli, Pio XII: ma sì,
proprio "il papa di Hitler", secondo la leggenda nera
costruita, tra l'altro, molti anni dopo che tutti gli israeliti
gli avevano manifestato la loro riconoscenza per la
carità esercitata da lui, e dalla Chiesa intera, ai tempi
della persecuzione. Inutile che ricordi proprio a te, che
ne hai scritto molto (e bene) questa vicenda. Ebbene,
Zolli spiegò ai suoi confratelli, taluni addolorati, altri
indignati, che non accettava che si parlasse di
"conversione". «Non ho affatto cambiato religione»
ripetè quel grande studioso della Scrittura. «In realtà
sono diventato davvero ebreo, prendendo sul serio le
promesse fatte da Dio al nostro popolo e riconoscendo
che esse si sono pienamente realizzate in Gesù di
Nazaret. La Torah, in lui, ha trovato compimento,
attuando gli annunci dei nostri profeti. Un israelita
autentico non può che essere cristiano.»
Bisogna peraltro tenere presente ciò di cui molti
non sono consapevoli: l'ebraismo attuale, quello con cui
tanti cristiani "dialogano", da molti secoli non è più
quello biblico. Un circonciso dei tempi di Gesù vi si ri-
conoscerebbe a fatica. Si tratta, infatti, di un giudaismo
rabbinico, elaborato nella diaspora dopo la catastrofe
del 70, e poi quella ancor più completa del 132, dai so-
pravvissuti, soprattutto farisei, e dove al centro, più che
"la Legge e i Profeti" delle nostre Bibbie, c'è il Talmud,
l'enorme raccolta dei commenti.
Come sempre ha affermato la Tradizione, come
hanno ripetuto tutti i Padri della Chiesa (non posso farci
niente: metto le mani avanti perché, come sai, qui ci so-
no suscettibilità sempre in allarme e c'è qualcuno che
vorrebbe imporci il che cosa e il come credere), l'ebrai-
smo ha dato quanto nel piano provvidenziale doveva
dare. Con l'avvento del Messia il suo è divenuto un ruolo
di testimonianza proprio verso quel Cristo che molti
israeliti non hanno riconosciuto. Molti, dico, non certo
tutti: noi cristiani siamo figli degli ebrei che riconobbero
in Gesù l'Atteso, a cominciare ovviamente dagli aposto-
li, dai discepoli, dalla grande, immediata massa di con-
vertiti di cui parlano gli Atti degli Apostoli, Questo dico
perché capita spesso di sentir dire: «Come possiamo
credere nel legame tra quel Nazareno e Jahvè, se non ci
hanno creduto proprio gli ebrei, i soli che davvero se ne
intendessero e che detenevano il copyright sull'identikit
del Messia?». Mai letto, tra gli altri, quel «fariseo figlio
di farisei», come si definisce, quell'israelita di origine
controllata e garantita che fu Saulo, dal nome latinizzato
in Paolo? Mai pensato che le comunità cristiane da lui
fondate avevano come "nocciolo duro" gli ebrei dell'e-
migrazione cui si rivolgeva in modo prioritario, susci-
tando il rifiuto di alcuni ma l'adesione di molti altri?
E per quanto riguarda l'islam?
Mi pare che ci sia poco da accogliere in una
sintesi, che ci sia poco da includere. Con ogni rispetto,
l'islamismo non è altro - sul piano oggettivo, di analisi
critica - che un giudaismo semplificato a uso di popola-
zioni ancora a uno stato semiprimitivo, che si è imposto
con le armi (Maometto stesso non lo aveva di certo
previsto, lui pensava solo all'Arabia) per una serie di
singolari circostanze storiche. E che, comunque, non è
riuscito a uscire, in tredici secoli, dalla zona attorno ai
tropici. Quando ha tentato di venirne fuori, alla fine è
stato respinto: è successo in Spagna, in Sicilia, in
Grecia, nei Balcani. Credo che l'islamizzazione
dell'Europa che tanti oggi paventano consisterà, sem-
mai, in una presenza massiccia di loro tra noi, non certo
in una nostra conversione, se non per qualche marginale
ed eccentrico e qualche uomo o donna che si sposino
con adepti di quella fede. Almeno a questo potrà
servirci, spero, l'ideologia egemone, the politicai
correctness, che respinge con orrore prospettive come
quella musulmana su donne, ebrei, moralità pubblica (la
"polizia dei costumi", la forca per i sodomiti), ma anche
su animali e persino sull'ambiente. Sia i valori che i
veleni dell'Occidente avranno sull'ideologia coranica
effetti dissolventi. Comunque, con l'islam siamo ancora
e sempre in ambito biblico, ad Abramo e alla sua
discendenza. Ed è possibile dimostrare che non vi è
nulla nel Corano che non sia riconducibile all'ebraismo
o ai tanti cristianesimi eterodossi con i quali Maometto
è entrato in contatto e che ha scambiati per quello
autentico. Da qui, tra l'altro, l'impossibilità del dialogo:
credono - e non possono far altro, essendo lecita solo
un'interpretazione letterale di quel Libro il
cui originale sarebbe in Cielo - che la nostra fede
sia diversa da quella che è. E quando replichiamo che
Maometto si è sbagliato, che il cristianesimo autentico
non è quello di cui egli aveva sentito parlare o che aveva
incontrato in quei luoghi remoti, i musulmani dicono che
siamo noi che abbiamo falsificato le Scritture. Vi sono
stati, nel Corano, adattamenti, modifiche, deformazioni,
equivoci ma, in sostanza, nulla vi è di nuovo, per noi.
Anzi, vi è stato un ritornare indietro: teologia e
spiritualità islamiche hanno ben poco della complessità e
della profondità di quelle giudaiche e, soprattutto,
cristiane. Come sai, coloro che hanno tentato di creare
una mistica coranica sono stati duramente perseguitati. E
questa non è apologetica, è constatazione realistica.
Accogliere il giudeo-cristianesimo significa andare alla
fonte; dunque significa, ancora una volta, non rinunciare
a nulla: neanche al Corano che da quella fonte dipende.
Il Corano è venuto sei secoli dopo il Vangelo.
Dunque potrebbero essere giustificate le sue pretese di
essere l'ultima Rivelazione.
Stiamo attenti a non cadere ancora una volta
nell'antropomorfismo, pensando che il "tempo di Dio"
coincida con il "tempo della storia". Le nostre cronologie
non hanno alcun significato per Colui che è l'Eterno per
definizione; i nostri "prima" o "dopo" sono irrilevanti
nella Sua prospettiva. In ogni caso, resto sempre in
attesa che mi si mostri dove e come la prospettiva
coranica - pur venendo dopo, secondo le categorie
umane - sia un arricchimento, un approfondimento, un
andare avanti, un di più rispetto alla prospettiva bi-
blica, nella sua indissolubilità di Antico e Nuovo
Testamento.
Nel tuo temperamento, dunque, non vi era nulla
che potesse farti inclinare verso una dimensione
religiosa. Nulla che ti predisponesse al misticismo o alla
tentazione visionaria. Non poterono esserci, però, altre
circostanze in grado di spiegare la crisi di quei mesi
senza dover ricorrere all'ultima spiaggia del
Soprannaturale?
Ti ripeto che io non ho scelto proprio nulla e che
nei miei panni stavo comodo, non desideravo affatto
cambiarli.
Oggi, come sai, le liste dei best-seller nereggiano
di titoli di pamphlets duramente, talvolta furiosamente
anticristiani. Molti, come avviene da sempre, sono scritti
da ex seminaristi o da ex preti. È una lunga tradizione:
quasi tutto il tentativo sistematico di distruzione della
storicità dei Vangeli è stato portato avanti negli ultimi
due secoli da clericali e anche agnosticismo e ateismo
sono spesso opera loro.
È naturale che sia così, è comprensibile il
bisogno di rimuovere il proprio passato, magari i sensi
di colpa per l'abbandono di quella che era sembrata in
gioventù - o che forse era stata davvero - una vocazione.
Il modo che sembra istintivamente migliore per cercare
di liberarsi da un peso spesso nascosto è dimostrare,
anzitutto a se stessi, che verità e dignità impedivano di
restare in una Chiesa indegna nei comportamenti e
truffaldina nell'insegnamento, visto che propone dottrine
che una prospettiva razionale non può accettare. I motivi
di critica o di rifiuto della fede sono presentati sempre,
ovviamente, come oggettivi mentre - per chi
conosce il guazzabuglio del cuore umano - sono
troppo spesso il grido ansioso della soggettività di per-
sonalità dolenti.
Anche per questo, molti di questi già credenti -
fattisi apostoli della non credenza per liberare, dicono,
un'umanità prigioniera di favole dannose come quelle
cristiane - passano al contrattacco e sono essi a buttarla
sul piano psicologico. Non dimenticare la saggezza
spicciola: ciò di cui tendiamo ad accusare l'altro è di
solito il nostro problema. Così, in uno dei pamph-lets
più virulenti e di maggior successo in libreria, il
consueto ex seminarista (stavolta piemontese e datosi
alla matematica) sostiene che si può restare, o diventare,
cristiani - e in particolare cattolici - essenzialmente per
tre motivi. Che sarebbero: o perché si nasce e si cresce
in contesto familiare e sociale credente; o perché si è
ignoranti oppure ingenui; infine, a causa di traumi, di
dolori che spingono a cercare nei Cieli una qualche
consolazione negata in Terra.
Quali di queste tre condizioni ti riguardavano?
Le prime due mi fanno un po' sorridere. Comin-
ciamo dalla prima: cattolico per tradizione familiare?
Come già ti dicevo, l'ambiente in cui sono nato e cre-
sciuto era di anticlericalismo e di agnosticismo. Tra l'al-
tro, in molte famiglie emiliane era, purtroppo, praticata
abitualmente la bestemmia. C'era addirittura un mio zio
compiaciuto di essersi costruito un personaggio grazie
alla fantasia, davvero diabolica, di abbinare i nomi di
Dio, di Gesù, di Maria agli epiteti secondo lui più
fantasiosi e "creativi", in realtà più osceni e ripugnanti.
Così apparivano anche a me, pur indifferente
alla religione ma non blasfemo: non lo sarei mai
divenuto, per allergia alla trivialità e per rispetto della
storia in generale, che amavo, e nella quale il
cristianesimo aveva avuto tanta parte. E non ero così
fazioso da giudicarla tutta e sempre ignobile. Ma, per
dirti il milieu familiare, gli astanti, in genere,
sorridevano di quel profluvio blasfemo, magari
dicevano di ammirare l'inventiva, ne riferivano agli
assenti: «Senti che bestemmia nuova ha trovato, zio
C.!».
La cultura emiliana, poi, anche quella popolare,
già da molto, sul piano morale, era ben più libera di
quella di ogni altra zona italiana. Ad esempio, mia
nonna materna si era sposata da ragazza madre, alcune
zie erano nelle stesse condizioni, non poche di quelle
che tornavano ogni anno dalla monda del riso in
Piemonte erano incinte. Era cosa abituale, di cui non si
faceva gran caso, neppure quando altrove vigeva ancora
un regime di cristianità che emarginava le "peccatrici".
Io stesso, te lo dicevo, ero già in viaggio verso la vita
quando i miei si sposarono. Comunque nessuno, almeno
nel mio ambiente familiare, si preoccupava di questioni
etiche o prendeva sul serio le prediche del parroco. Che,
tra l'altro, non poteva ascoltare, non andando in chiesa
neppure la domenica.
Un aneddoto, al proposito: la più affollata delle
processioni di Sassuolo era quella in onore di un antico
crocifisso venerato come "Santo Tronco". Molti "de-
voti", peraltro, vi partecipavano perché potevano ap-
profittare del grande affollamento per saggiare la con-
sistenza delle natiche delle donne, nubili e no. Pare che
nessuna se ne lamentasse, ma considerasse i
palpeggia-'menti come un doveroso omaggio maschile
alle proprie forme: non erano ancora nate le lagne
politicamente corrette sulle "molestie sessuali". Sta di
fatto
che lo scopo erotico doveva prevalere su quello
religioso, visto che sempre ho sentito definire la proces-
sione come quella "di tasta cui". Non c'è bisogno,
credo, di traduzione.
Anche tua madre, mi pare, non abbandonò mai il
suo anticlericalismo.
Tra le frasi che mi ripeteva, in dialetto, c'erano
un paio di sentenze per lei inappellabili: «Ricordati che
la Chiesa è solo una bottega»; e: «I preti sono tutti degli
sporcaccioni».
Quanto al primo verdetto, credo che si rifacesse
a esperienze negative dell'infanzia: parroci avari, se non
avidi di soldi. Magari, avidi lo erano, o lo sembravano,
non per sé ma per i restauri della chiesa o per la costru-
zione dell'oratorio o per altri impegni legittimi. Sai
com'è l'attivismo, il "mal della pietra" dei parroci, so-
prattutto in zone operose come quella. Ma, questo, mia
madre non lo sapeva o non lo diceva, né io ho mai ap-
profondito: ho appena ricordato che siamo tentati di
scandalizzarci degli altri solo se cascano in vizi e colpe
che sono anche i nostri. Siccome la preoccupazione per
il denaro superiore alle necessità quotidiane è tra le ul-
time nella mia scala di valori, sono sempre rimasto in-
differente al rapporto tra soldi e uomini di Chiesa. Gli
scandali veri o presunti sulle ricchezze del Vaticano non
mi hanno mai interessato più di tanto: mi allarma il
teologo eterodosso o il biblista demolitore, molto meno
il monsignore affarista. Mi preoccupo di confrontarmi
con posizioni ideologiche "alla Hans Kiing", non di
denunciare gli scandali finanziari "alla Paul Marcinkus".
Poteva intrigarmi di più l'altro verdetto materno,
quello sui "preti tutti sporcaccioni". I peccati della carne
mi toccano più da vicino! Anche qui, la mamma si
rifaceva, credo, a esperienze personali: a confessori,
cioè, che approfittavano dell'intimità della confessione
con giovani inesperte per domande imbarazzanti se non
morbose. Insomma, quella donna sanguigna si era
fermata lì, alle impressioni dell'infanzia, nulla aveva vo-
luto più avere a che fare con il mondo ecclesiale e cercò
di dissuadermi, quando venne il momento, dal
frequentare i preti che, certamente (mi avvertiva) "mi
avrebbero fregato".
Cara mamma, morta da poco e che non esito a
pensare in paradiso o, almeno, in un temporaneo
purgatorio! Da vecchia emiliana, era allergica al nero
clericale ma viveva i valori della sua, della nostra terra -
la cordialità, l'ospitalità, la generosità, l'apertura e
l'ottimismo, la gioia di vivere anche con poco - che sono
limpidamente evangelici. Naturalmente, sul letto di
morte non chiese i sacramenti né io, conoscendola, osai
pro-porglieli: tra l'altro, una prima confessione dopo
un'ottantina di anni non sembrava cosa facile, anche se
ci fosse stata - e non ci fu - una sua richiesta. La racco-
mandai, dunque, a quel beato Francesco Faà di Bruno
che prego ogni sera e che ho eletto a patrono non solo
mio ma dei rimasugli della mia famiglia, essendo tutti
noi vissuti per decenni sotto l'altissimo e sottilissimo
campanile della sua chiesa, sfida di un credente geniale
alle leggi della statica. Una prova di bravura da lui pro-
gettata e costruita nel torinese Borgo San Donato, anche
per confermare che si poteva essere credenti integrali e
insieme cultori delle scienze più moderne. Un "santo di
quartiere", come l'ho chiamato con affetto nella
biografia che gli ho dedicato.
Raccomandai a lui, dunque, mia madre morente
e successe quel che, per ormai lunga esperienza, mi at-
tendevo dal suo intervento: la vecchia Emma morì sola,
nel suo letto d'ospedale, non avendo i medici previsto
l'imminenza del decesso. Ma quando mio fratello ac-
corse, poco dopo, apprese con sorpresa che non era
morta senza l'assoluzione in articulo mortis e l'estrema
unzione, amministratale dal cappellano - che ignorava
che fosse ricoverata - su richiesta di una suora che nes-
suno sa da dove e come sia sbucata. Naturalmente, non
ho indagato oltre: tanto credo di sapere bene "chi" ha
inviato quella religiosa, apparsa dal nulla nella notte to-
rinese e nel nulla nuovamente scomparsa.
E di tuo padre che cosa puoi raccontare?
Mio padre era meno aggressivo, geloso del suo
mondo interiore, nel quale non apriva alcuna fessura.
Solo quando, ormai anziano, si decise a tirare fuori dal
cassetto le sue belle poesie dialettali scopersi che una
era dedicata proprio al "Santo Tronco", giusto il croci-
fisso della processione che ti dicevo; un'altra, al pelle-
grinaggio al santuario di Fiorano, il luogo mariano più
venerato della provincia di Modena. Nulla di sdolcinato
o di retorico, s'intende, in quei versi, anzi qualche
garbata stoccata alla Belli: ma versi tali da indurre l'ar-
ciprete del duomo di Sassuolo a declamarli a memoria,
per strada, a coloro che non li conoscevano. Comunque,
di cose religiose mai parlava. Un po', credo, per il
cosiddetto "rispetto umano" che io stesso ho ben co-
nosciuto; e un po' perché, cresciuto nelle organizzazioni
giovanili fasciste, con quel loro culto del virilismo
guerriero, guardava ai coetanei che giravano attorno
alle parrocchie come a mezzi uomini, affetti da
un'evidente carenza di ormoni maschili.
Ma anche per lui c'è la singolare storia di un
"angelo". Non ne sapevamo nulla, non ne ha mai parlato
e mio fratello e io lo abbiamo appreso di recente solo tra
le righe di un manoscritto dove raccontava la sua storia
di soldato per quasi sei anni, in una "una guerra per-
duta", come diceva il titolo. Come ti ho già accennato,
dopo lo sfascio dell'8 settembre, rispose alla nuova
chiamata alle armi decisa dalla Repubblica Sociale. Chi
non obbediva era dichiarato disertore, con le conse-
guenze del caso. Come tutti - ma proprio tutti, nella sua
generazione - aveva creduto nel fascismo ma non era
affatto una fanatico, non lo è mai stato per nessuna
causa, da lui anzi devo avere preso la mia tentazione
allo scetticismo e l'allergia agli entusiasmi. Davanti a un
re che tradiva un'alleanza e pensava solo a scappare,
lasciando l'esercito senza ordini, non se la sentì di
sparare nella schiena a quei tedeschi che erano stati i
suoi camerati nei tre anni in cui aveva presidiato, come
artigliere da campagna, i dipartimenti occupati del Midi
francese.
Si ripresentò dunque al distretto e, inquadrato
nella divisione "Littorio" dell'esercito repubblicano,
passò il durissimo inverno del 1944 sulle montagne
cuneesi, in un bunker ad alta quota, fronteggiando i
francesi di De Gaulle che premevano per scendere in
Piemonte. Quando la RSI si dissolse e i soldati, tra cui
mio padre, abbandonarono la linea difensiva, i feroci
marocchini e i senegalesi che costituivano il grosso
delle truppe francesi scesero lungo le valli, uccidendo,
stuprando, rapinando e ci vollero i carri armati
americani (fiancheggiati dai partigiani locali) per
fermarli davanti a Cuneo, che volevano mettere a sacco.
Una delle molte storie
che la vulgata egemone non ci ha mai
raccontato, visto che - al contrario di quanto vuole la
leggenda resistenziale - in quelle valli consideravano i
soldati repubblicani (dico i soldati, non i miliziani delle
formazioni "nere", più politiche che militari) come i loro
protettori dagli "africani" che premevano sui monti e
che avevano già compiuto cose terribili nell'Italia del
Sud.
Comunque, prima di essere schierata sulle
montagne piemontesi, la Littorio aveva fatto parte delle
divisioni di Salò addestrate in Germania. Addestramento
durissimo, nel clima di sospetto, anzi di disprezzo, per i
traditori, da punire più che da appoggiare. Ebbene,
racconta mio padre in quel manoscritto che una sera, a
Bielefeld, nella Renania-Westfalia, durante la breve li-
bera uscita dalle baracche del lager dove sadici sottuffi-
ciali della Wehrmacht gli insegnavano a fare la guerra
(era sergente maggiore anche lui, ma lo era stato nel di-
sprezzato esercito di un impero di cartongesso), una
sera, dunque, sedeva su una panchina, tormentato dalla
fame e dal desiderio di tabacco, di cui era gran
consumatore. Era afflitto anche dalla nostalgia di casa,
dove l'aspettava la giovane moglie e un piccolo di poco
più di due anni, il qui presente Vittorio Giorgio, che
aveva potuto vedere pochissime volte. Davanti alla
panchina dove sedeva sconsolato, c'era una vecchia vil-
letta con tutte le finestre sbarrate e dalle quali non fil-
trava alcuna luce. D'improvviso, la porta si aprì e ne uscì
una bella bambina, ovviamente bionda, che attraversò la
piazzetta deserta e buia e gli consegnò un pacchetto
confezionato con carta elegante e con un nastro dorato.
Glielo diede senza una parola, sorridendogli, e ritornò
subito da dove era venuta. Sbalordito, mio padre aprì il
pacco: dentro vi era una fetta di torta e due sigarette.
Una benedizione per un affamato, per giunta
in crisi di astinenza dal fumo. Il giorno dopo ci
fu un bombardamento a tappeto su Bielefeld e anche i
militari italiani del campo di addestramento furono
mobilitati per lo sgombero delle macerie. La squadra
comandata da mio padre fu inviata proprio nel quartiere
dove sorgeva la villetta da cui era uscita la bambina:
sorgeva, dico, perché era stata rasa completamente al
suolo. Addolorato, chiese notizie sulle vittime al
giornalaio che aveva sulla piazza un chiosco che era
rimasto intatto. L'uomo, che lavorava lì da sempre, gli
disse che non c'erano stati morti perché da molto tempo
l'edificio era disabitato, tanto che la porta era stata
murata e le finestre fermamente sbarrate. Quando mio
padre, che ormai parlava un poco di tedesco, gli disse
che proprio da quella porta murata era uscita una
bambina, fu guardato come un matto e gli fu risposto
che, tra l'altro, i proprietari erano molto anziani e che di
piccoli lì non ce n'erano mai stati.
Dice mio padre nel suo manoscritto che per
fortuna aveva tenuto, per riconoscenza, la carta e il
nastro con cui il piccolo, prezioso, dono era
confezionato: per fortuna, annota, perché fu per lui la
prova di non essere stato vittima di un' illusione, magari
di un'allucinazione da fame. Tra l'altro, ricorda che
nessun tedesco avrebbe mai avuto un simile gesto come
quello, non solo di solidarietà ma anche, se vuoi, di
onore (il pacchetto confezionato come un regalo), per
uno scalcagnato soldato di un esercito improvvisato,
composto da quei traditori e imbelli di italiani che -
come già successo nel 1914 - da alleati erano divenuti
nemici, seppur tanto ridicoli da farsi disarmare a
milioni, nella loro terra stessa, da pochi tedeschi.
Proprio perché aveva ben conosciuto quel disprezzo e
quella avversione - poco prima era stato sbattuto fuori
Ietterai-
mente a calci da un panettiere cui aveva chiesto
di comprare un pezzo di pane senza tessera - nel suo ma-
noscritto parla di "un angelo" come l'ipotesi più ragio-
nevole, malgrado il suo temperamento fosse il contrario
(in questo ho preso da lui) della credulità e della mistica.
Sia come sia, mai ce ne parlò, tenne per sé quel
piccolo ma significativo segreto e solo alla soglia dei
no-vant'anni, en passant, ne ha lasciato traccia in quel
suo manoscritto. Lo scoprimmo da soli perché, per
pudore (o per il solito rispetto umano) non ce lo segnalò.
Ma ho il sospetto che il ricordo di quell'evento lo abbia
segretamente accompagnato nella vita che, ti dicevo,
non fu quella del praticante ma, ne sono certo, del cre-
dente, seppure con totale discrezione. E "l'angelo di
Bielefeld" deve avere avuto, segretamente, un ruolo.
Oso pensare che quella bambina bionda apparsa dalle
tenebre nel crepuscolo terribile del Terzo Reich lo abbia
accolto con lo stesso sorriso al di là della porta del
tempo.
Se questo era l'ambiente familiare, quello della
scuola - come sai - era di agnosticismo rigoroso, di
interdetto sul tema. Né amici né ambienti che
frequentavo erano in alcun modo praticanti: o, almeno,
se lo erano, non me ne hanno mai accennato. Quando mi
capitò il ribaltone, dovetti informarmi per sapere a quale
parrocchia appartenesse la mia casa in Borgo San
Donato. E l'unico sacerdote che avessi mai visto al di
fuori di quelli incrociati sulle strade (allora giravano
ancora in talare o in saio) era l'insegnante di religione al
liceo.
Tutto questo valga quanto al primo motivo -
stando all'ex seminarista autore del pamphlet
anticristiano -che può spiegare come qualcuno giunga a
dirsi credente.
Passiamo allora al secondo motivo: l'ignoranza o
l'ingenuità.
Per l'ignoranza, vedi un po' tu. Quando "mi suc-
cesse", alle spalle avevo diciotto anni di studio in scuole
pubbliche alla vecchia maniera, in quella sorta di Sparta
italiana che era ancora Torino. Nelle fabbriche della Fiat
di Vittorio Valletta i valori inculcati e la disciplina erano
quelli delle caserme del Regno di Sardegna.
Ti assicuro che altrettanto rigore ed eguale
durezza valevano, in quegli anni Cinquanta, nelle scuole
di una città che non tollerava pigri, superficiali, furbetti.
I discoli, alla gogna dietro alla lavagna (e non in senso
metaforico, ce li mandavano davvero), ai buoni la meda-
glia del Comune, con il toro rampante e il nastro in
giallo-blu, i colori di quella "città-patria" che era Torino.
Dopo i grembiulini con fiocco delle elementari e il
maglioncino blu delle medie, sin dal ginnasio giacca e
cravatta di rigore, tutti in piedi e in silenzio quando en-
trava il professore che, sin dai quindici anni, ci dava del
"lei", tanto per tenere le distanze. Alla prima del liceo
classico arrivammo in meno della metà rispetto a quanti
eravamo in quarta ginnasio, due anni prima. Gli altri
erano stati bocciati o rimandati a casa con la rac-
comandazione di lasciar perdere o dirottati verso ra-
gioneria, geometria, istituti professionali. Stavano per
far fuori anche me, rimandandomi (fu la prima e unica
volta nel mio curriculum) in matematica. Gli altri voti
erano eccellenti, ma a settembre riuscii a evitare la boc-
ciatura solo per il rotto della cuffia.
Ho una sorta di sacro rispetto per la matematica,
il solo fatto che esista, che il mondo sia misurabile e che
i suoi risultati siano universali e inconfutabili, è per me
tra le prove più evidenti del "Disegno
Intelligente" di un Creatore. Del resto, è la Scrittura
stessa che lo ricorda: «Egli tutto ha fatto secondo
numero e misura». Se mi sono sempre fermato alle
porte severe del mondo delle cifre e dei simboli
algebrici è forse perché mi sgomenta la sua natura
"inappellabile": con i numeri non esiste scampo, con
essi ogni volta è possibile un risultato, uno soltanto, e
c'è una sola strada per arrivarci. La mia è, innanzitutto,
una vocazione alla storia, che è il contrario di una
scienza esatta, è il luogo dell'incerto, delle ipotesi
soggettive, delle possibilità molteplici, dei risultati
sempre problematici, delle approssimazioni successive e
mai definitive. A ogni aspetto della vita, poi, guardo
nella prospettiva dell'et-et, dunque nella prospettiva
della sintesi spesso instabile, dell'unione dei contrari,
della lettura molteplice. Il mondo dei numeri è invece
quello dell'aut-aut, che mi sgomenta. Ho un bisogno
patologico di libertà, dunque voglio avere sempre uno
scampo, una via di fuga, un'uscita di sicurezza,
un'ipotesi alternativa, non l'angoscia di una soluzione
fissata ab aeterno e immutabile per l'eternità.
È singolare, tra l'altro: di Blaise Pascal, cioè di
colui cui devo non la mia fede - questa solo Dio può
darla -ma la comprensione della sua dinamica e il più
efficace bagaglio di prove, di Pascal mi è impenetrabile
la gran parte degli scritti, quelli matematici, geometrici,
fisici. Sono un pascalisant convinto e grato, eppure
sono incapace di capire la sua gloria maggiore, quella di
scienziato. Quei suoi appunti per un'Apologia del
cristianesimo che hanno segnato a fondo tante vite (la
mia compresa) furono considerati cosa minore e
pubblicati tardi, in edizioni poco accurate e parziali.
Ma è singolare anche che il rimandato in
matematica che ti parla sia in amicizia riconoscente con
un altro
fratello di fede la cui produzione intellettuale gli
è chiusa: il matematico nonché beato Francesco Faà di
Bruno di cui abbiamo parlato. Uno, tra l'altro, un cui
algoritmo elaborato a metà dell'Ottocento si è rivelato
imprevedibilmente prezioso, un secolo dopo, per il
software dei computer: the Di Bruno's Formula la chia-
mano gli informatici americani.
Insomma, già allora facevi quanto potevi per non
essere un "ignorante". E, dunque, per non diventare una
possibile preda di quella religione dove, secondo atei e
miscredenti, cascano solo gli indotti.
Ti dirò che lettura e studio non accompagnavano
solo le mie mattinate nelle aule ma la maggior parte
delle giornate, festive comprese. In effetti, non ho mai
capito come il pensiero e la curiosità intellettuale si
possano arrestare, a comando, in certi giorni del calen-
dario.
Può sembrarti poco credibile e qualche volta,
pensandoci, è parso tale anche a me. Eppure, ricordo
benissimo il mio primo giorno di scuola - dalle domeni-
cane, come sai - nella Torino dell'autunno remoto del
1947. Le finestre dell'aula davano sulle rovine annerite
dalle fiamme della grande biblioteca comunale, bom-
bardata solo tre anni prima. Mi pare che l'immagine
tradizionale esiga bambini in lacrime che abbracciano la
mamma e si aggrappano frignando alle sue gonne,
invocandola perché non li abbandoni. Che facessero gli
altri bambini, non l'ho notato, quel giorno e, tutto
sommato, poco mi interessava. So bene, invece di me:
non vedevo l'ora che tutte quelle donne, chiassosamente
verbose per l'emozione, si allontanassero, la-
sciando solo la suora maestra. Mi sedetti sul
banco che mi era stato assegnato (erano ancora quelli a
due posti, fissati al pavimento, in scuro legno di noce,
con il buco del calamaio riempito d'inchiostro dal
bidello), mi sedetti, dunque, con il mio obbligatorio
grembiule. E ricordo perfettamente che dissi a me
stesso: "Ecco qua, si comincia. E siccome dovrà servire
per tutta la vita, vediamo di imparare a leggere e a
scrivere il meglio possibile". Detto e fatto. A tal punto
che con lo scrivere sono riuscito a campare. Quanto al
leggere, Rosanna, che vede quale sia il mio ritmo nel
macinare carta stampata, dice che, con me, non morirà
un uomo ma una libreria. E non di quelle piccole.
Attento, comunque. Non me ne vanto affatto,
anzi mi sorveglio e cerco di contenermi. Sono
consapevole di correre rischi speculari a quelli del
pragmatico che non legge nulla e che crede che idee e
riflessioni siano una perdita di tempo. Essendomi
sempre e solo occupato di libri, avendo vissuto di essi e
per essi (prima come studente, poi come redattore
editoriale, poi come giornalista, autore, prefatore,
recensore), il rischio è di convincermi che quod non est
in libris non est in vita. Mentre, in realtà è vero anche il
contrario: quod non est in vita non est in libris.
"Vita e pensiero" è un binomio cristiano, è
l'ennesimo et-et di una fede globale, dove però - non a
caso -la parola "vita" precede "pensiero". A chi gli
chiede chi egli sia, Gesù non distribuisce degli opuscoli
o dei trattati di teologia, ma propone un'esperienza con-
creta, tattile, visiva: «Venite e vedrete». Insomma, in
agguato c'è sempre il pericolo di diventare un intellet-
tuale, un personaggio spesso ridicolo, altrettanto spesso
pericoloso (dietro a ogni disastro c'è sempre una
secrezione libresca elaborata in biblioteca, c'è Das
: Kapital, c'è il Libretto Rosso, c'è Mein Kampf, c'è
il Dic-I tionnaire philosophique, c'è Le contrat social,
c'è /l/ro I sprach Zarathustra), c'è un personaggio,
comunque, di-I mezzato, visto che l'intelletto non è che
una parte dell'umano. Tutte le ideologie che hanno
devastato l'uma-i| nità erano, come dice il nome, idee
astratte, parto di I intellettuali che conoscevano i libri ma
non la vita vera, I concreta, quella che dovrebbe essere
magistra. Teorie E senza esperienza, con i disastri
conseguenti, ogni volta I che si è cercato e si cerca di
calarle sulla realtà.
Qui mi bastava confermarti che - non tanto per
mio merito quanto per temperamento e per le opportunità
\ che mi sono state date - se la fede è davvero una trap-
pola, non ci sono cascato perché digiuno di studi e di ,
letture.
L'ingenuità, allora, è una possibile spiegazione del
tuo approdo alla fede?
Al contrario, mi pare proprio che la mia tentazione
E sia sempre stata lo spirito ipercritico che giunge sino
alla diffidenza istintiva, l'ironia che talvolta si fa beffarda,
il sospetto per gli entusiasmi, una categoria di cui ho gran
timore perché sembra positiva, mentre porta con sé molti
guai ed è pronta a rovesciarsi nel suo contrario, lo
scoraggiamento. Queste mie propensioni sono state
confermate, nei fatti, da una sorta di piccolo record per
uno della mia generazione: l'avere, cioè, attraversato tutto
il Sessantotto e la sua interminabile coda senza farmi
coinvolgere da alcun "ismo", senza mai prendere sul serio
intellettuali, tribuni e demagoghi. Mai mi sono fatto
incantare da sogni, da utopie, da «magnifiche sorti e
progressive» in arrivo quag-
giù, prima o poi. Non ho mai atteso, sulla Terra,
il "domani che canta", cadendo nella grande ingenuità di
chi aspetta salvezza dal darsi da fare degli uomini, pur
se di buona volontà. La conversione non mi ha portato
ad abbandonare, bensì a riflettere con ancor maggiore
consapevolezza sugli autori disincantati che già fre-
quentavo e alcuni dei quali, poco fa, ti citavo: gente
come Machiavelli, Guicciardini, Adam Smith, von
Clausewitz, Tocqueville, Unamuno. Anche Prezzolini:
ma sì, colui al quale Paolo VI rivolse un pubblico ap-
pello all'ingresso nella Chiesa, il fondatore della Società
degli Apoti, quelli che "non la bevono", club al quale mi
iscriverei volentieri. Il mio problema non è l'ingenuità,
non è la credulità ma, semmai, la tentazione di seguire
l'esortazione di un filosofo cinico greco: «Ricordati di
diffidare». Il mio è ancora - anche se rovesciato nei
moventi - il sorrisetto beffardo di quel Voltaire che fu,
ovviamente, uno dei miei maitres àpenser di "prima".
Se non diventa sfiducia previa nell'uomo e non
degenera nel cinismo, sono convinto che il realismo sia
una virtù cristiana («semplici come colombe», certo, ma
anche «astuti come serpenti» esorta Gesù: un altro et-et)
e sono dunque convinto che l'irrealismo buonista e
ingenuo sia una colpa e un pericolo dai quali emendarsi.
Mi considero un pragmatico che non trascura affatto il
pensiero, purché sia chiaro e concreto, sono uno scettico
di fronte a ogni idée recue e a ogni verità ufficiale,
come possono testimoniare tra l'altro i quattro grossi
libri nati finora dalla rubrica Vivaio. Anche qui Pascal
mi ha aiutato a capire: il cristiano è un realista per
eccellenza, è uno che, di fronte a quel pari, a quella
scommessa che sono la vita e la morte, punta su
ciò che ha maggiori probabilità di essere vero.
Che
cioè, ci sia davvero un Dio che ci attende
nell'Aldilà, chiedendoci conto di come abbiamo utilizzato
la vita e il tempo che ci sono stati donati. Mi pare che, in
tutto questo, ci sia ben poco di quella ingenuità da "sem-
plice di spirito" (e non nel senso evangelico) che predi-
sporrebbe a una fede beota.
Restano (terzo motivo) i traumi, i dolori, le
delusioni, [ i dispiaceri che possono spiegare certe
"conversioni" so-; spette.
Perché, necessariamente, sospette? In questo, sto
con la franchezza di Victor Hugo che, come sai, pur
mangiapreti e socialista militante, credeva senza esita-
zione in Colui che chiamava L'Invisible évìdent. Un
Grande Architetto alla massonica, insomma, per quel mio
omonimo che non voleva essere messo tra coloro che le
Costituzioni settecentesche delle Logge chiamano the
stupid atheists. Victor Hugo, dunque, che ha scritto: «Per
scorgere Dio, l'occhio ha spesso bisogno della lente delle
lacrime».
Guardiamoci dalla retorica attuale, teologicamente
corretta, con il suo rifiuto di quello che Dietrich
Bonhòffer chiamava «il Dio tappabuchi». Se i "buchi"
non li tappa Lui, chi potrebbe farlo? Il letto dell'ago-
nizzante, la camerata dell'ospedale, la cella della prigione,
gli orrori della guerra, la miseria, la vecchiaia, la so-
litudine, il tradimento, l'abbandono, la delusione, il
fallimento, l'umiliazione: insomma, in una parola, la
sofferenza, fisica e morale, nostra, dei nostri parenti,
amici, di tutti i nostri compagni in questa che, prima o
poi, mostra davvero di essere non solo, ma anche, una
valle di lacrime". Sono proprio le situazioni limite, so-
no proprio questi "buchi" che non riusciremo mai
a tappare con la furbizia dei politici o con la scienza
degli "esperti" o con le chiacchiere di presunti
"specialisti" in creature di cui ignorano il Creatore, sono
questi limiti che possono richiamarci a una Realtà che è
la sola in cui il dolore possa trasformarsi da scandalo in
mistero. Qualunque cappellano di ospedale o di carcere,
come anche ogni medico o psichiatra serio, può
testimoniare su ciò che avviene - quando si sbatte contro
il muro del dolore e della disgrazia - in teste e cuori che
sembravano del tutto refrattari a qualsiasi cosa al di là di
ciò che si vede e si sente. Così siamo fatti e non vedo
perché - con irrealismo, pure qui - dovremmo
disconoscerlo: per risvegliarci dal torpore e
dall'incoscienza, c'è spesso bisogno di quel pedagogo
arcigno che è il male, che è il lato oscuro della vita, di
ogni vita. Un Feuerbach pensava di screditare il
cristianesimo con la sua frase troppo famosa: «La fede è
come le lucciole, ha bisogno delle tenebre per
risplendere». Sì, è così: spesso c'è bisogno di conoscere
il buio per scoprire che c'è una Luce. E che quella Luce
è in grado di dare conforto autentico, e non perché sia
una illusione ma perché è vera.
Comunque, quanto alla mia situazione in quella
lontana estate, in realtà non avevo bisogno di un
tappabuchi. Era eccellente la salute non soltanto mia, ma
anche quella dei miei familiari. Sul piano economico, mi
accontentavo di poco: ma quel poco c'era. In ogni caso,
in quegli anni di passaggio, di preparazione alla vita
vera, non desideravo di più. Per il momento, il mio la-
voretto notturno mi assicurava il pagamento delle tasse
universitarie, dei libri di testo, di qualcos'altro per i miei
piccoli piaceri. C'era stato un intoppo scolastico, di cui
parleremo, ma non certo tale da provocare som-
movimenti interiori come quello che mi travolse.
Angosce metafisiche, macerazioni dolorose alla
ricerca della Verità? Non ne avevo avute neppure negli
anni dell'adolescenza. Posso dirla tutta, già che ci
siamo? Ebbene, in quegli anni della crescita e dello svi-
luppo, difficili per tutti, ho sofferto per il precoce desi-
derio sessuale insoddisfatto, non per il tormento di do-
mande sul senso della vita e del mondo. Per me, una
verità c'era: era quella che già possedevo, quella dei miei
agnostici maestri culturali, per i quali la sola verità è che
non esiste una Verità con la maiuscola e che il solo lume
che abbiamo, la ragione, non è in grado di dar risposta
alle domande ultime. Dunque, porsele è tempo perso, è
infantilismo indegno dell'adulto.
Un'altra ipotesi sull'origine della tua conversione:
sofferenze dovute a giovanili pene d'amore?
Neanche queste facevano per me. Lo so bene,
anche questo è scorrettissimo. Posso essere accusato di
arcaico maschilismo, ma che ci posso fare se questa è la
realtà? Delle donne, dunque, credevo di cercare innan-
zitutto il corpo, l'intimità fisica prima di quella spiri-
tuale, il sesso prima degli affetti. Potevo atteggiarmi a
romantico, sapevo trovare le giuste, dolci parole, ma
sempre e solo per raggiungere - possibilmente più prima
che poi - l'agognata meta del letto. Dal quale rialzarmi a
cose fatte, ritornandomene ai miei libri e ai fatti miei,
sino alla prossima occasione. Ciò che non desideravo -
che, anzi, temevo - erano le complicazioni affettive, era
il coinvolgimento sentimentale da parte di lei. Verso la
quale mi attirava innanzitutto la dimensione corporea.
Anche se - in verità - questa non sarebbe stata così
attraente, se non in quanto eie-
mento palpabile, godibile, di quell'enigma
dell'eterno femminino che sempre mi ha affascinato,
talvolta travolto. Ma sì, questo è stato un problema
anche "dopo", quando (a livello di testa, non del tutto di
cuore) mi era pur chiaro che certe cose non potevano
convivere con la prospettiva morale che dovevo accet-
tare. Se faccio un esame di coscienza davanti all'elenco
dei "peccati capitali", come li chiama la tradizione cat-
tolica, mi pare che mi riguardino poco la superbia, l'a-
varizia, l'ira, l'invidia e l'accidia. Restano i due più
"materiali", i più legati al corpo, quelli dove forse con-
tano anche i miei cromosomi da modenese: la gola e la
lussuria. Ne abbiamo già accennato e ti ricordo che
parlo, qui, anche per esperienza personale: la rivolta at-
tuale contro il cristianesimo si traveste nobilmente da
ideologica, da culturale, da storica, ma spesso al fondo
c'è l'insofferenza verso le sue esigenze morali, soprat-
tutto sessuali. Come dicono, crudamente, i Padri della
Chiesa nascente: «Chi rifiuta la croce del Cristo per fe-
deltà all'Olimpo, è colui che desidera impunità per i suoi
vizi». Non è moralismo il mio, lo sai. Solo il consueto
amore realistico di verità.
Comunque, non vado in cerca di scuse, ma
lasciami testimoniare che la tentazione da collezionista
di donne, da raccoglitore di esperienze erotiche, da fre-
quentatore di intimità femminili continuamente rinno-
vate, non è necessariamente, o non è soltanto, il marchio
del volgare libertino. Può nascere anche dal desiderio,
rischioso ma non ignobile - comunque sempre
rinascente e, in fondo, sempre frustrato - di attingere il
segreto che sta dietro l'attrazione sessuale, dietro il
mistero di cui il corpo della donna è icona attraente. Se
non mi inganno, ovviamente, se non hanno ragione i
cinici che sostengono che non c'è al-
cun mistero muliebre da scoprire, che
questo enigma è un equivoco, un abbaglio in cui
cadiamo noi, ingenui maschietti, vittime
dell'ennesima malizia delle femmine che mirano
solo a farsi fecondare per appagare il loro istinto di
maternità. C'è anche questo, certo. Ma, pur senza
abbandonare neppure qui il realismo impietoso che
sai, non sono convinto che ci sia solo questo, mi
sembra sospetta la sentenza di Oscar Wilde («Le
donne? Sfingi senza segreti») il quale lasciò la
moglie, sposata per convenienza, preferendole i
ragazzi.
Comunque, non a caso non ha mai avuto
alcuna attrazione per me, pur così portato ad
accumulare esperienze, il mondo della
prostituzione: che cosa imparare, se ti tormenta il
desiderio di svelare l'arcano di quel Diverso da te
che è (o ti appare) la femmina, che cosa scoprire da
una il cui mestiere è fingere e, a parità di tariffa
versata in anticipo, dà e dice le stesse cose a
chiunque? Meglio, molto meglio della più procace
delle professioniste, la donnetta più consueta che
però, accettandoti liberamente almeno per una
notte, rivela col suo istinto qualcosa di se stessa e,
dunque, di quell'altra dimensione cui appartiene e
che vorresti afferrare.
Come rinunciare poi, alla dolcezza
struggente, non di rado sconvolgente, di quello che
un sociologo chiama "lo stato nascente", in cui la
donna, purché non mercenaria, ti svela poco a poco
la sua unicità, ognuna essendo eguale alla altre e al
contempo diversa da ogni altra? Proprio a motivo
dell'attrazione per quell'Altro da me che è il
femminile, nella mia prospettiva non c'è stato alcun
posto per l'omosessualità. Proprio perché non lo
sento come fosse per me un rischio, non ho alcuna
animosità per quel mondo: ma, per dirla con i
francesi, vive la différence, a ciascuno i suoi
"orientamenti", come oggi si dice. Potevo, posso
comprendere l'atto, il gesto omosessuale, magari la
curiosità - quando si è provato tutto, quando il
libertinaggio esige sempre di più - di provare, almeno
per una volta, sensazioni fisiche inedite. Fisiche, dico,
perché al di là della mera corporeità, l'amore, l'intimità,
la confidenza stessa con un altro uomo, oltre che
istintivamente repellenti, mi sono sempre sembrate
inutili. Che c'è da scoprire in uno eguale a me? Accanto
all'Adamo ed Eva biblici, esprime, credo, una verità
profonda il mito pagano delle due metà dell'umanità che
si cercano da quando gli dèi, invidiosi della completezza
umana, l'hanno separata con un colpo di folgore.
Anche a te, con tentazioni da libertino, è proprio
sul piano sessuale che la morale cattolica sembrava più
inaccettabile?
Posso dire che, sia prima che dopo la scoperta
della fede, ho sempre condiviso con il cristianesimo il
rifiuto della banalizzazione del sesso. L'ho praticato, ti
dicevo, mosso dall'istinto, dalla sensualità, dalla
carnalità: ma, malgrado tutto, consapevole dell'enigma
che rappresenta. Il tentativo (destinato, peraltro, al
fallimento, come vediamo dai risultati) della cultura
egemone di sdrammatizzarlo, di farne una "materia
scolastica" come le altre, di ridurlo a una piacevole
attività come il bere e il mangiare, di esercitarlo
indifferentemente e serenamente con maschi, femmine,
trans, bisex, tutto questo rientra nello sforzo titanico -
una sorta di sfida al Cielo - di rimuovere il Mistero dal
mondo. Nel nostro caso, il Mistero primordiale, quello
dello spermatozoo e dell'ovulo che si penetrano per dare
inizio alla
vita. È proprio questo che si vuol far dimenticare
e che volentieri, del resto, rimuoviamo: il piacere che
scaturisce dall'incontro dei genitali non è il fine ma il
mezzo. L'attrazione, così spesso irresistibile, tra maschio
e femmina, è la trappola meravigliosa e fatale perché si
compia il Progetto che un Creatore ha stabilito. Che ne
sa il patetico sessuologo liberal, che tutto vorrebbe
ridurre a una sorta di problema tecnico, ignorando o
rifiutando con sufficienza il "Mistero Grande" come
Paolo chiama, scrivendo agli Efesini, l'unione tra uomo
e donna?
Devono pensarci bene i tanti, anche cattolici,
convinti che la morale della Chiesa abbia dato troppo
spazio a questa dimensione, in una sorta di ossessione
ses-suofobica, nel sadico piacere di una casta di celibi
nel vietare o almeno nel contrastare il piacere degli
"altri". Ci sono stati certamente degli eccessi, si sono
verificati, forse si verificano ancora, degli slittamenti
dalla morale nel moralismo. Non so quanto sia ancora
sostenibile l'affermazione della vecchia etica cattolica,
secondo la quale, in materia sessuale, non c'è "colpa
lieve", ogni violazione della norma religiosa essendo
qui "peccato mortale". Maggiori distinzioni sembrano
necessarie e magari auspicabili. Anche se è singolare
che coloro (e non mancano, tra questi, preti, frati, suore
"liberati", nonché i soliti "cattolici adulti") che
denunciano un'esagerazione del Magistero, sono poi gli
stessi che prendono sul serio la psicoanalisi, per la quale
l'onnipresenza e la forza della sessualità è la chiave
unica per spiegare l'uomo, la storia, il mondo. Se per
Marx tutto è economia, per Freud tutto è eros: ma
allora, se davvero è così, come potrebbe la Chiesa non
dare una risposta adeguata - per prudenza e per
fermezza - a una simile, invasiva potenza?
Eccessi o no, c'è sempre stata, nella Chiesa, la
consapevolezza che, qui, c'è un Mistero che non è possi-
bile rimuovere; che, qui, c'è dinamite, per maneggiare la
quale occorrono le cautele di artificieri esperti. Forse è
davvero meglio abbondare in precauzioni. La Chiesa ha
sempre saputo che occorre il polso fermo del domatore
per confrontarsi con una forza meravigliosa e terribile,
dove la vita e la morte, dove Dio e il Diavolo si toccano:
solo qui lo stesso atto, a seconda delle condizioni, può
essere meritorio o peccaminoso, sublime o ignobile,
degno di paradiso o di inferno.
Comunque, nella prudenza cattolica che molti
giudicano eccessiva, c'è, anche, la consapevolezza che il
disordine sessuale non è mai isolato, ma si inserisce in
un disordine più grande. Il "peccato contro il sesto co-
mandamento" ha un prima, un adesso, un dopo, che
coinvolgono e spesso deformano ogni dimensione del-
l'umano. Ancora e sempre preciso che qui non parlo da
timorato ma - e con qualche disagio - innanzitutto per
esperienza: chi sa davvero quale sia la forza anche
"metafisica" del sesso, sa pure che è illusorio pensare
che, se ci sono i "vizi privati", si possano però esercitare
le "pubbliche virtù". È la dissociazione che la società
laicizzata ha pensato di poter fare, ma che rappresenta
una delle tante contraddizioni insolubili delle nostre
società.
La sorveglianza della Chiesa, su questi temi,
vuole andare alla fonte inquinata, bloccare il male che
da lì sgorga, nelle dimensioni più diverse e magari
impensabili. Ma sì: male, infelicità, logorio, spesso
dramma. Non dimenticare che i bilanci uniti di
pornografia e di prostituzione superano quelli della
droga, delle armi, del gioco clandestino messi insieme
Capisco, ovviamente, importanza e attualità del
tema. Ma perché, ora, ti attardi proprio su questo
punto?
Mi attardo perché non ci fu, per me, segno tanto
evidente di una svolta radicale (svolta che avrei giudi-
cata non solo impensabile ma impossibile) quanto la
distruzione di un piccolo taccuino segreto, zeppo di
preziosi numeri telefonici. Poiché ne ho già accennato
ne // mistero di Torino, lascia che, per comodità, mi ri-
faccia a quanto ho scritto in quel libro, dove riandavo
agli anni universitari, trascorsi tutti - tranne il primo, da
venditore Olivetti - al servizio telefonico notturno nella
grande centrale interurbana di Torino. Riandando a quel
tempo, ricordavo che, all'orecchio esercitato e in allerta
di noi giovanotti, non sfuggiva l'intonazione particolare
dell'abbonata che chiedeva la sveglia o l'informazione
sull'elenco o la previsione del tempo (leggevamo anche
questo), ma alla quale non era sgradito scambiare
qualche parola con il giovane telefonista che vegliava
mentre la città dormiva. Capivamo subito se la chiamata
non era che un pretesto per alleviare la solitudine, per
sentire giungere dalle tenebre una voce maschile, per
quanto anonima. Non ci si poteva trattenere, le chiamate
incalzavano, il caposala sorvegliava il tabellone
elettrico che segnalava chiamate e operatori in linea, ma
sapevamo il numero dell'abbonata: se non lo aveva dato
lei stessa, chiedendo la sveglia, appariva comunque sul
nostro piccolo schermo. Si richiamava in un momento di
pausa. La sorpresa (simulata o sincera, magari non
aveva pensato di spingersi oltre o non immaginava che
il suo numero fosse stato individuato), lo scambio di
battute e poi di frasi acconce, con il tono giusto, a metà
tra la semplicità rassicurante e l'audacia stuzzicante.
Insomma, il taccuino del buon "commutatore
telefonico notturno" - questa la nostra qualifica per
l'organigramma aziendale - era ben fornito di numeri e
relativi indirizzi di donne di ogni tipo, classe, età
(nessuna, peraltro, mercenaria, tutte volontarie
consapevoli), donne che in genere non era stato difficile
convincere a vedere di persona e a non ascoltare soltanto
la voce del giovane che aveva risposto nella solitudine
notturna.
Ebbene quell'elenco, per me il più prezioso, il
più invidiato dagli amici coetanei che non facevano il
mio lavoro, quel catalogo periodicamente aggiornato di
abbonate telefoniche "speciali", finì in un cestino,
sminuzzato in mille pezzi. Mai avrei pensato a un simile
esito! Doveva essere ben vigorosa, anzi irresistibile, la
forza che mi aveva squassato se mi decisi a un gesto
simile! Mentre strappavo quei fogli, c'era in me un
insieme di rammarico doloroso e al contempo un senso
di liberazione. In ogni caso, ero certo che non potevo
sfuggire, che dovevo farlo: e non per pruderie, non per
trasformare il laicista agnostico e spensierato che sino
ad allora ero stato in moralista, in bigotto, ovviamente
ipocrita, come vuole il copione. Dovevo farlo perché mi
era stato dato di scorgere una prospettiva in cui
l'incontro tra uomo e donna è anche un incontro
genitale, un penetrarsi di due corpi. Anche, dico:
dunque non solo, non innanzitutto quello: e da
praticare, poi, nei modi e nei tempi adeguati. Una
prospettiva, nuova per me, in cui la ricerca del piacere fi-
sico maggiore possibile non fosse la legge suprema, pur
grati a Chi di dovere che avesse voluto rendere così at-
traente la faccenda. Ma occorreva rispettare certe regole
che non sono state elaborate dall'arbitrio, dai complessi,
dai tabù di uomini di religione, di legge, di potere, come
mi pareva sino ad allora. Nella prospettiva inedita della
fede quelle norme - per quanto spiacevoli al libero istin-
to e diffìcili, almeno inizialmente, da accettare -
mi apparvero come adeguamento a una Realtà superiore
che ben sapeva quale fosse il nostro bene autentico.
Concedimi la domanda indiscreta, ai limiti del
gossip: quelle norme, le hai poi rispettate, sempre e
comunque?
Caro mio, repetita iuvant: come già precisato,
non sono mica qui a rappresentarmi con l'aureola
attorno alla testa, atteggiato in pose edificanti. La vita,
da allora, è stata lunga e complicata, le situazioni tante
e diverse, la resistenza, in queste cose, è spesso più
ardua, e più incerta, di quella cruenta, sul campo di
battaglia.
Ma, nella prospettiva cattolica, la colpa vera non
è la caduta, tanto prevedibile e scontata che per essa ci
sono appositi segni efficaci, i sacramenti, che ti assicu-
rano del perdono di Cristo. Colpa, nella prospettiva di
fede, è presentare come lecito, irrilevante o addirittura
auspicabile ciò che per il Vangelo non lo è. Come di-
ceva Pio XII in una sua enciclica famosa: «Il maggior
peccato della modernità è negare che il peccato esista».
Il peggio non è il cattolico incoerente - tutti, più
o meno lo siamo e io prima di tutti - il peggio è il radi-
cale di ogni risma, per cui il bene e il male sono o capo-
volti o negati.
Per ripetermi ancora: so bene, l'ho creduto io
stesso, che - soprattutto in ciò che riguarda il sesso -
quella cattolica sembra una sorta di gabbia triste e
crudele, in cui vorrebbero tenerci rinchiusi a forza dei
preti complessati e gelosi del nostro piacere. So bene, per
averlo creduto e Provato, che una morale che si voglia
"laica" non ha nulla da dire, anzi nulla può né vuole dire,
sul libero uso dei corpi. Ma so pure - all'interno di una
prospettiva che so-
lo la fede può dare e in cui maschi e femmine
fanno parte del Grande Progetto di un Padre comune - so
che l'attraente eros non può essere separato dalla preziosa
agape.
A quelli che dicono che noi credenti siamo
ipocriti perché facciamo troppo spesso come gli altri,
solo con l'aggiunta tartufesca del senso di colpa, dico
che ciò che importa è proprio questo. Che, quel senso di
colpa, Dio ce lo conservi! E, almeno in queste cose, ci
conservi, in dosi giuste, persino l'ipocrisia che è, come
sai, «l'ultimo omaggio che il vizio rende alla virtù».
Caro infirma est, la carne è debole, ne siamo ben consa-
pevoli. Ma l'importante è che non si indebolisca, sino a
svanire, l'aspirazione verso un mondo davvero umano,
dove tutto conviva armonicamente con tutto, dove - lo
ripeto - eros e agape (la sintesi àc\Yet-et sempre ricor-
rente!) non siano separati. Non ci arriveremo? Certa-
mente no, su questa terra. Ma non è tanto questo che
importa: al cristiano è chiesto di seguire con buona vo-
lontà un cammino; raggiungere la meta non dipende
dalle sue forze. O, almeno, non solo da quelle.
Per finirla davvero: in quei giorni e in quelle
notti d'estate non feci i soliti buoni propositi che - sui
temi più diversi, dal fumo, alla dieta, a (chessò?) lo
studio dell'inglese - ci fissiamo ogni tanto e che sono
così spesso destinati all'oblio. In quei giorni mi fu
cambiata radicalmente la prospettiva, dandomene una
nuova che non avrei più abbandonato, tradendola troppe
volte nei fatti ma non nelle convinzioni. Te lo dicevo:
conoscendomi, come potrei spiegare un cambiamento
repentino e sceso tanto in profondo da sfidare i decenni
che sarebbero seguiti, dove il razzolare male non mi ha
mai tolto la convinzione che, malgrado tutto, era giusto
e benefico predicare bene, anche se questo poteva
significare condannare me per primo?
4 IL VANGELO NEL CASSETTO
Insomma, per ricapitolare, a smentita degli
scettici: nessun contesto familiare, sociale o religioso; da
escludere ignoranza e ingenuità; niente problemi di
salute, di soldi, di amori. Una fede, allora, scesa
direttamente dal Cielo, senza mediazioni personali e
ambientali?
Non è così, ovviamente, non poteva essere così:
il Dio incarnato mescola sempre i suoi interventi con la
storia dell'umanità e, insieme, con la semplice cronaca
personale degli uomini. Mai agisce senza mediatori. Il
Cristo stesso non cade dall'alto, come un meteorite,
sceglie di passare attraverso l'utero di una donna e si
serve di un popolo intero, per secoli, per preparare il suo
arrivo. Tutta la storia cristiana è il solito et-et\ un
intreccio di divino e di umano, di forza celeste e di
strumenti terreni, di ispirazioni del Creatore e di buone
volontà di creature. È un Dio che è il contrario
dell'Allah islamico, il cui primo attributo è la solitaria
onnipotenza: il Nostro, invece, non vuol mai fare nulla
da solo, agisce attraverso profeti, santi, missionari, ano-
nimi e sconosciuti di ogni tipo o anche attraverso stru-
menti inconsapevoli.
Per venire al mio caso: lo strumento fu giusto
ignaro e prese il volto arcigno del professor Mario
Allara, Magnifico Rettore dell'alma università di Torino,
Fa-
teneo che si vanta di avere proclamato "dottore"
nientemeno che Erasmo da Rotterdam. Anche se (sai
quanto detesti la retorica, non resisto mai a chiarire
com'è andata davvero, a costo di andare fuori tema...),
anche se quell'olandese un po' ambiguo o, almeno,
indecifrabile, proprio lì decise di ottenere il titolo in
quanto si trattava di una scuola quasi alpestre,
provinciale, dove era ben più facile laurearsi che al-
trove. Pare addirittura che alla sua scienza i parrucconi
torinesi abbiano creduto sulla parola, senza pretendere
esami!
Il professor Allara, oltre che autorità suprema di
quel mio ateneo, era il temuto ordinario di Diritto Ci-
vile: basso, tarchiato, celibe (seppi poi, solo in seguito,
che era un cattolico intransigente, forse quel suo celi-
bato era una scelta religiosa), godeva fama di severità
implacabile e, per giunta, bizzosa. Del cattolicesimo,
comunque, interpretava il rigore, la severità, non la mi-
sericordia e la comprensione: famosa, tra l'altro, la sua
ostilità contro gli studenti lavoratori, come ebbi modo
di constatare sulla mia pelle. Lo studio serio, a livello
universitario - diceva - non poteva convivere con altro,
non era un'attività secondaria.
In fondo, non aveva torto, non a caso io, il mio
lavoro me l'ero cercato di notte e buona parte del giorno
la passavo a Palazzo Campana, la sede della facoltà.
Comunque, tutto è Provvidenza. E io gli sono grato.
Quando morì, nel 1973, a «La Stampa» mi occupavo
giusto di cronaca scolastica e, in genere, culturale: ne
scrissi un necrologio che, per la sua benignità, sorprese
i molti che avevano dovuto comparire davanti a lui, da
inquisiti più ancora che da esaminandi, e lo ricordavano
come un incubo. Chi si stupì ignorava ovviamente che
cosa avesse rappresentato
per me il rigore inesorabile di quel
rappresentante esemplare - nel meglio e nel peggio - di
quel baronato accademico contro il quale stava per
insorgere il Sessantotto.
Mi par di capire che tu non ami molto le materie
giuridiche.
Per carità, mi scappello, le rispetto, ne vedo sino
in fondo la necessità. Ma lo studio delle leggi non mi ha
mai particolarmente attratto. Forse perché ogni legge è
anche costrizione, ogni norma giuridica è fatalmente
un'intrusione del Moloch statale nelle nostre vite. E io
sono per istinto più che un liberale, sono un libertario,
lo Stato etico - ma anche quello sociale, se non sta nei
limiti strettamente necessari - è tra i miei incubi peg-
giori. Se vuoi, mi sento un po' anarchico, naturalmente
senza utopie né illusioni, perché a quella propensione
libertaria affianco - e questo cambia tutto - la consape-
volezza del peccato originale, con ciò che significa
quanto a ineluttabile disordine del mondo. Dunque, ho
il rispetto che si conviene a mali divenuti necessari a
causa di quella rovinosa caduta iniziale: governi, codici,
tribunali, gendarmi, prigioni. Un rispetto rassegnato,
senza però obbligo non solo di accettare ma anche di
amare tutto questo.
Tuttavia, di esami di diritto ce ne erano sette od
otto nel mio curriculum di Scienze Politiche e a essi era
attribuito ciò che a quei tempi - chissà come vanno
adesso le cose - era chiamato uno "sbarramento". Nel
senso che se non avevi passato quelle prove non potevi
affrontarne molte altre. Naturalmente, avevo dato pre-
cedenza alle materie "libere", che erano poi quelle - sto-
riche, sociologiche, economiche - che mi
interessavano, mettendo per il momento da parte quelle
giuridiche. Avevo fatto, insomma, come quei generali
irrisi dal "mio" von Clausewitz, che si illudono di fare la
guerra impegnandosi in scontri secondari e rimandando
la decisiva battaglia campale.
Venne però il momento in cui, se non volevo re-
stare bloccato, dovevo comparire davanti al temibile
professor Allara per essere torchiato a proposito di
Istituzioni di diritto privato. Studiai come meglio potevo
il suo trattato, un autentico mattone per dimensioni e per
contenuto, mi presentai e, per la prima volta nella mia
carriera universitaria, fui respinto: nel libretto comparve
un inquietante "buco". Cioè, la data dell'esame, la firma
del professore e la casella del voto restata in bianco. Ci
rimasi male, ma corsi subito ai ripari, presentandomi
alla sessione successiva avendo ristudiato ancor meglio
quelle centinaia di pagine di ostico diritto, reso più
indigesto da certe teorie eccentriche per le quali il
Magnifico Rettore era più contestato che applaudito dai
colleghi docenti. Ho ancora davanti, vivi nel ricordo, la
copertina giallastra e il titolo in nero, senz'alcun artificio
grafico, del volume litografato dalle edizioni
universitarie torinesi. Quei molti, troppi fogli erano
macerati dalle mie sottolineature a matita. Ma non
bastava. Difatti, il nuovo esame cominciò bene, alle
domande snocciolavo risposte, gongolando vedevo
avvicinarsi la fine del tormento, il diciotto liberatorio mi
sembrava già in vista, quando l'inquisitore mise mano
alla sua mossa segreta per smascherare coloro che non
frequentavano sempre e comunque. Mi chiese, cioè, di
dirgli quale esempio avesse fatto a lezione per illustrare
non so quale figura giuridica. Dal fondo della
memoria mi pare riemerga il caso di un
cacciatore che, con lo stesso colpo di fucile, uccide sia
un colombo del vicino sia un falco che sta calando sulle
galline del vicino medesimo: provoca, dunque, con lo
stesso atto, un danno e un vantaggio.
Questo me lo disse lui, però, il Torquemada
subalpino. Era un esempio che non potevo ricordare, per
la decisiva ragione che frequentavo poco le sue lezioni.
La materia, ti ho detto, non mi attraeva. Ma non c'era
solo quello. Il turno alla centrale telefonica terminava
alle sette, c'era innanzitutto da passare negli spogliatoi
per rimettersi abiti e scarpe civili, deponendo la cuffia, il
grembiule nero, le pantofole antirumore d'ordinanza.
C'era poi la città da attraversare con il tram - con la
vespa, nella bella stagione, almeno fino a quando non
me la rubarono - la colazione a casa, qualche lavacro
anche per tenersi sveglio, di nuovo tram o scooter sino
in centro, infine un percorso a piedi per giungere al
palazzotto universitario. Qui, l'implacabile, un po'
sadico, Allara cominciava le lezioni alle nove in punto,
senza neanche l'indul genza del benevolo "quarto d'ora
accademico": allo scoccare delle nove, il bidello
(avevano ancora la giacca nera con le code, tipo frac,
sembravano commessi del Parlamento) chiudeva le
porte e vigilava per non fare entrare i ritardatari. E io,
spesso, ero tra quelli. Ecco, dunque, che mi ritrovai con
un secondo "buco" sul libretto, inciampando su
quell'esempio bizzarro, quando mi ripresentai agli esami
nell'aula grande del Palazzo Campana (quella che
guarda sulla casa dove Nietzsche impazzì, ammesso che
prima fosse sano di mente...) conoscendo il testo
allariano quasi a memoria, ma ignaro di molti degli
esempi che usava come trappoloni.
E bastò quello scacco come innesco di quanto
sarebbe avvenuto? La conversione come inattesa
conseguenza di un esame andato male?
Non banalizziamo. Diciamolo chiaro: quella
nuova bocciatura era una seccatura, non una tragedia.
Non si era ancora neppure in estate, avrei potuto
ripresentarmi alla prima sessione autunnale. Quanto agli
esempi sciorinati a lezioni che non potevo frequentare,
c'era un rimedio ben noto agli studenti lavoratori
perseguitati da Allara: servirsi del mercato dei quaderni
di appunti presi alle lezioni. Erano cari e spesso difficili
da decifrare, scritti a mano e a caldo com'erano, e quindi
- essendo sia povero, sia insofferente di lungaggini -
avevo pensato di poterne fare a meno. Mi ero sbagliato,
mi era andata male. Ma sarebbe bastata la pazienza di
affiancare a quanto stava sul libro di testo i commenti, le
considerazioni, gli esempi segnati su quei quaderni. Una
seccatura, dicevo, ma che potevo affrontare: non avevo
che 23 anni compiuti da poco, nessuno mi faceva fretta
perché terminassi l'università, il lavoro da notturnista mi
permetteva di non gravare su alcuno. Non c'era neppure
l'incubo del servizio militare, da cui ero riuscito a farmi
esentare con cavilli burocratici; tra le mie aspirazioni
non c'era affatto quella di formarmi una famiglia, meno
che mai presto. In ogni caso, in quel tourbillon di
presenze femminili non c'era, né la cercavo, la candidata
a una vita comune. Mi piaceva, e molto, una solitudine
popolata da incontri tanto gradevoli quanto fugaci,
senza impegno e senza futuro. Sarei andato fuori corso?
E allora? In fondo non era sgradevole prolungare un
poco quegli ultimi tempi scolastici, prima di affrontare
la vita vera, quella al di fuori delle aule e dei lavori di ri-
piego che non esigevano sforzi intellettuali (chiunque
può imparare a infilare spine e a fare sveglie
telefoniche) né ambizioni di carriera.
Invece, che cosa accadde?
Tutto si mise in moto. Mi giunse addosso una
sorta di tsunami senza un terremoto e un maremoto ade-
guati, solo per la vibrazione di quell'intralcio seccante, di
quel banale infortunio studentesco.
Che successe? Ecco, da qui in avanti entriamo in
ciò che è difficile, se non impossibile, spiegare.
Innanzitutto: prima che esplodesse la Luce e tutto
divenisse tanto splendente da parere abbagliante, per
qualche tempo mi trovai infilato in un tunnel oscuro,
senza uno sbocco dal quale filtrasse qualche raggio. Una
galleria nera come quelle notti ai telefoni di cui,
all'improvviso, sentivo tutto il peso: fisico ma,
soprattutto, psicologico. L'ostacolo contro il quale avevo
due volte sbattuto aveva fatto emergere una sensazione,
sino ad allora inconscia, di claustrofobia. Il mondo in cui
mi pareva di essere del tutto a mio agio, desideroso
com'ero di modernità, di futuro, di libertà, mi rivelò la
sua vera natura: una camera chiusa, una trappola dalla
quale non si poteva uscire, alla fine, se non attraverso il
buco nero della morte.
Già, la morte: e poi? Per la prima volta, sentii
nella carne l'assurdità e la disperante mancanza di senso
della condizione umana, di fronte alla quale i miei
maestri sapevano proporre solo di assolutizzare il
relativo della politica, dell'economia, della cultura; o la
rimozione pu-, ra e semplice. Problemi insolubili:
«Lasciamoli agli adolescenti con le turbe ormonali e agli
autodidatti ingenui, non perdiamo tempo, noi uomini
adulti e colti, accontentiamoci della nostra ragione,
vivons et travati-
lons...». Che altro fare, del resto? Come dar loro
torto? Che altro potevano - potevo - dire, chiusi
com'erano - com'ero - nei confini dell'ideologia
razionalista?
Avevi un autore di riferimento, un maestro cui
guardare come modello, oltre a quelli universitari?
Come tanti giovani, allora, facevo parte di quello
che è stato chiamato le peuple de Sartre: Jean Paul e il
suo esistenzialismo mi avevano marchiato a fondo, po-
chi libri avevano per me il fascino di quella sua Nausee
che era stata proibita dal fascismo e, dunque, era giunta
in Italia non da molto. Ovviamente, presentata
nell'algida eleganza di una rigorosa edizione Einaudi, la
mia editrice come lettore ma che avrebbe dovuto essere
la mia, in un prossimo futuro, come redattore. Proprio a
questo sembrava avermi preparato il curriculum
scolastico rigidamente torinese.
È curioso, tra l'altro: Sartre era cugino di Albert
Schweitzer, premio Nobel per la pace, conosciuto da
tutti per avere costruito e gestito sino ai novant'anni il
celebre ospedale per lebbrosi di Lambaréné, nell'attuale
Gabon. Ma ciò che in genere non si sa è che Schweitzer
nasce come teologo, biblista, pastore protestante. La sua
fede giovanile era ardente, ma poi si impegnò in una
ricerca colossale, pubblicata sotto il titolo Storia delle ri-
cerche sulla vita di Gesù, dove, accettando i metodi del
liberalismo esegetico, giunse alla conclusione che il Na-
zareno della storia aveva poco o nulla a che fare con il
Cristo adorato dalle Chiese. All'inizio del cristianesimo
c'era solo un grande equivoco e una figura di profeta
ambulante ebraico su cui poco o nulla sappiamo, attorno
alla quale si erano raggrumati miti ellenistici. Consi-
158 4. IL VANGELO NEL CASSETTO
derando inappellabili simili risultati (questo è il
guaio: lasciarsi impressionare dai professori del
"metodo storico-critico", come lo chiamano, quasi
fossero degli scienziati e non dei presentatori di ipotesi
sempre precarie e mai definitive), persa, dunque, la fede
nella cristianità e passato, come succede, a quella
nell'umanità, Schweit-zer alle lauree in teologia ed
esegesi ne aggiunse una in medicina e con la moglie
partì per l'Africa per mettere la sua vita a disposizione
degli ultimi. Questo suo impegno esclusivo nel sociale,
senza riferimenti religiosi se non in senso generico,
deistico, questo suo vivere - eroicamente, va detto - la
carità cristiana senza più credere nel Cristo, voleva
lanciare un messaggio preciso: non ci resta che aiutarci
tra noi uomini, il Dio che si sarebbe rivelato in Gesù non
è che un'illusione che la critica moderna ha
irrimediabilmente dissolto. Colui che per la fede sarebbe
il Redentore, non fu che un ebreo marginale, che
predicava come imminente la fine del mondo: invece,
giunse la sua, di fine, sul patibolo infamante per gli
schiavi. Dunque, ecco, nella stessa famiglia di alsaziani,
Albert, che annuncia l'impossibilità di credere nel Cri-
sto, e il cugino Jean Paul (anch'egli nato protestante)
che ne trae le ultime conseguenze: per l'uomo moderno
è impossibile non soltanto credere nel Cristo ma anche
in una qualunque ipotesi di soprannaturale. La nostra
avventura terrena non è che una "passione inutile", in
un mondo e in un Universo vuoti di ogni significato.
Dunque, scoprivi su te stesso la celebre nausee,
la nausea sartriana?
Ma sì, l'angoscia e il disgusto che prendono alla
gola quando si diventa consapevoli dell'inutilità e
dell'as-
surdità di tutto, a cominciare dalla vita stessa; il
sorriso tristemente beffardo davanti a ogni pretesa di
proporre una verità, una morale, o di manifestare una
passione, un entusiasmo. La nausea sempre in agguato,
il vomito che ti minaccia quando lampi di lucidità
rompono le nebbie delle nostre esistenze letargiche,
costruite sulla rimozione. Sino ad allora, tutto questo mi
aveva affascinato ma, sotto sotto, mi era sembrato poco
più che una finzione letteraria, un'interessante voga
culturale. Non ho mai seguito mode, né negli abiti né
nelle idee ma, allora, dirsi esistenzialisti era molto
nell'aria. Non dimenticare che si era nel 1964, giusto
l'anno in cui a Sartre fu assegnato il Nobel per la
letteratura, da lui rifiutato con mossa ben calcolata. In
effetti, il suo prestigio salì alle stelle per "la rinuncia
nobilmente coerente", come dissero les gauches. Al
contempo, la vendita dei suoi libri si impennò,
compensando ampiamente la ricca dotazione mancata
del premio.
Sai, io faccio parte dell'ultima generazione per la
quale nessuna persona colta poteva ignorare il francese;
e Parigi, non certo New York, era la nostra patria
intellettuale. Sognavamo bistrots fumosi, librerie in pe-
nombra nel Quartier Latin, bouquinistes sui Lungo-
senna, di certo non hamburgherie, book-shop luccicanti
e, magari, per posta, cascami sentimentali come i libri
condensati del Reader's Digest. Forse proprio per questo
amore alla Francia non mi ha mai contagiato il mito
degli Stati Uniti per i quali, anzi - sia prima sia dopo
l'adesione al cattolicesimo - ho sempre avvertito
diffidenza, se non timore; un Paese che crede di essere
investito da Dio stesso di un ruolo messianico, che pre-
tende che tutti vivano e pensino come lui, che ha fatto
guerre e finanziato colpi di stato più di ogni altro e che
pure si autodefinisce, per giunta credendoci, ed e
questo il pericolo, "l'Impero del Bene". Un Paese
che, non sopportando che Cristo non sia americano, si è
addirittura inventato che avrebbe avuto nel suo territorio
una seconda vita, più importante della prima e si è at-
tribuito il ruolo assegnato al popolo ebraico: è, come sai,
la dottrina dei mormoni, la sola religione autoctona
degli States. Un Paese che, se non accetti di vivere come
lui e di inchinarti alla sua egemonia economica, politica,
culturale, ti dichiara "Stato canaglia" e ti bombarda a
tappeto.
Per tornare alla Francia e a me: quanto al
francese, aggiunsi la pratica precoce della conversazione
allo studio a scuola e alle molte letture, sino a diventare
in pratica bilingue, tanto che la prima volta che il mio
nome finì su «La Stampa» fu quando - ero al liceo -
vinsi il concorso indetto dai Rotary torinesi per lo
studente che conoscesse meglio la lingua. Come premio,
ovviamente, un soggiorno a Parigi, ospite dei rotariani
locali. Ma già a partire dai sedici anni facevo soggiorni
abbastanza regolari sulla Senna, in uno scambio con
certi amici parigini che avevano una figlia mia coetanea.
Solo ricordi personali o c'è qualcos'altro?
Non credo sia irrilevante ricordarti che, in tutto
quello che ho scritto, l'attenzione privilegiata alla Fran-
cia è stata decisiva. Ed era anche, in fondo, obbligata: in
questioni di fede, come ha scritto qualcuno, la mo-
dernità è un dibattito all'ultima stilla d'inchiostro (ma,
talvolta, anche di sangue) tra Voltaire e Pascal, tra Gide
e Claudel, tra Renan e Guitton, tra Loisy e La-grange.
Dalla Francia ci sono venuti i virus degli "ismi"
(il calvinismo, il giansenismo, il gallicanismo,
l'illuminismo, il giacobinismo, il razionalismo, il
massonismo, il laicismo), ma anche vigorosi antivirus,
non solo con la schiera dei grandi letterati credenti,
quasi tutti convertiti, tra Ottocento e Novecento, ma
anche con la folla di saggisti e di case editrici che ci
hanno dato le monografie ma pure le grandi opere, gli
strumenti per il lavoro dei cattolici.
L'apologetica moderna, in fondo, è opera di
quella Francia che, nel XIX secolo, è stata anche
misteriosamente prediletta dal Cielo, che tante volte vi
ha inviato "in missione" la sua Regina: la parigina rue
du Bac, La Salette, Lourdes, Pontmain, Pellevoisin...
L'influsso su di me è stato tale che qualche recensore,
soprattutto straniero, ha scritto che certi miei libri
sembrano di un francese che scriva in italiano. C'è del
vero, visto che almeno un terzo dei volumi della mia
biblioteca sono in quella lingua nella quale, talvolta, mi
viene spontaneo pensare o prendere appunti su idee che
mi attraversano la testa. Il bisogno di chiarezza, la
capacità divulgativa, la mediazione tra latinità e
germanesimo, la passione per le idee (che spesso, lo
dicevo, si fa pericolosa ideologia), contrastata peraltro
dalla concretezza realizzativa: ecco alcune delle cose
che ho cercato di prendere da quella cultura. Pur,
ovviamente, riconoscendo i limiti, che non mancano,
come in ogni cosa umana. La Francia è, in sé,
straordinaria; ma i francesi, non di rado,
insopportabili...
Insomma, Vexistentialisme sartrien mi attraeva,
benché con un certo distacco ironico che anche allora
mi era abituale: vi vedevo, soprattutto, un elegante
argomento letterario, un gioco un po' snobistico. Visto,
tra l'altro, che il "nauseato" stesso, il Jean Paul, in realtà
invece che tormentarsi sembrava spassarsela mica
male, tra donne, alcol, successi planetari, viaggi,
vacanze. Insomma, neanche in questo "ismo" ci credevo
davvero sul serio. E invece, ecco che per me era arri-
vato il lampo di lucidità, eccomi davvero immerso nella
consapevolezza dell'assurdo. Ma, allora, malgré tout,
Sartre aveva davvero ragione?
Avevi accanto in quei momenti, qualcuno con cui
potessi confidarti, confrontarti?
Tutta la mia vita è stata segnata dalla solitudine:
prima obbligata e, dunque subita; poi accettata, ricer-
cata, difesa. Infine, amata: se devo stare tra la gente al-
cune ore, è con un piacere fisico che erompo, appena
possibile, in un «finalmente solo!». Amo farmi io stesso
compagnia, seguendo i miei percorsi, le mie tracce, i
miei pensieri, spesso incomprensibili o eccentrici a chi
mi guardi da fuori. Ne ho ricavato anche
quell'avversione a "narrarmi" che, come mi pare di
averti accennato, è tra i motivi del lungo silenzio su ciò
che qui mi sto decidendo a raccontare. Qualcuno crede
che io parli molto, quando mi capita di essere in
compagnia. Può darsi ma, se ci stai attento, rivelo il
meno possibile di me e delle mie cose, attento a salva-
guardare a ogni costo la mia intimità vera.
Comunque, questa la situazione, quando
"successe": nessun fratello, almeno sino ai nove anni,
distanza anagrafica che non ha impedito l'affetto ma ha
reso impraticabile la confidenza vera; nessuna intimità
con i genitori; nessun parente a Torino; quasi nessun
compagno frequentato al di fuori della scuola, visto che
operava, Qui, la differenza di classe per un infiltrato,
come in fondo ero, nelle scuole della borghesia della
città: non
potevo permettermi i loro passatempi, le loro
domeniche, le loro vacanze; nessuna appartenenza a
gruppi, associazioni, partiti o squadrette sportive;
nessuna brigata di amiconi; nessuna familiarità, allora
impensabile, con i professori; nessun collega di lavoro
divenuto sodale, visti i tempi invertiti del telefonista
notturno; nessuna donna passata dal ruolo di temporanea
amante a quella di compagna; nessun oratorio e nessun
contatto con parrocchie e altre istituzioni religiose e,
dunque, nessun prete come confessore e guida. Guida
verso che cosa, poi? E confessare che?
Il mio travaglio di quei tempi fu del tutto
solitario, come solitario ero stato sino ad allora. Ed era
giusto, se ci pensi, che fosse così: non dimenticare che,
al fondo di tanti travisamenti del Vangelo, quasi fosse
un Manifesto alla Karl Marx o alla maniera di tanti altri
ideologi e demagoghi, c'è una incomprensione di fondo.
Il non aver capito, cioè, che il Dio di Gesù Cristo si
rivolge innanzitutto al singolo, all'individuo. È un
messaggio diretto alla persona prima che alla società.
Naturalmente - per la legge deìì'et-et - è pure un
messaggio sociale, politico, nel senso etimologico: ma
quella polis, su cui il Vangelo ha da dire la sua, non è la
classe, la nazione, lo stato, il popolo. Tutte queste realtà
non sono composte da folle indifferenziate, bensì da
singole persone, a ciascuna delle quali va l'amore,
l'attenzione paterna, la cura "privata" di Dio. Del quale
siamo figli, non siamo gente anonima che trova un senso
per stare al mondo solo nel ritrovarsi insieme. Non a
caso non si battezza in massa, ma uno per uno. Non a
caso la confessione è individuale, non collettiva. Non a
caso il giudizio finale sarà sull'uomo singolo, con un
nome, una storia personale, diversa da tutte, non sarà un
giudizio sull'umanità anonima.
Quando posi a Frossard una domanda un
po' banale, quando gli chiesi, cioè, quale fosse,
secondo lui, la parola più alta, più consolante, più
preziosa del Vangelo non esitò: «Potrei dire per
me, ma non posso decidere per nessun altro. Il Dio
cristiano sa contare solo fino a uno. Non gli
interessano le masse, bensì le persone, ciascuna
delle quali è una creatura alla quale ha pensato ab
aeterno. Dunque, le risposte dovrebbero essere
tante quanti sono gli uomini. Sono convinto che
nella Scrittura c'è una parola che è stata ispirata
apposta proprio per ciascuno di noi».
Quella mia solitudine di allora non mi
sembra, ripensandoci, soltanto opportuna (un Dio
che non pratica colloqui collettivi ma che desidera
il tète-à-tète) ma, lasciamelo dire, provvidenziale.
Dio parla nel silenzio. Non a caso il deserto è
l'habitat dei profeti, cioè di coloro cui rivela la Sua
volontà. Ci lamentiamo che Dio taccia, mentre
spesso siamo noi, immersi nel frastuono, che non
sappiamo ascoltare. Per alcuni, la prospettiva della
solitudine è un incubo: per me è stata una tenta-
zione costante, una condizione ricercata. E quel
silenzio che spaventa tanti, oggi, è un privilegio e
un dono di cui sono grato.
Sentii in quelle settimane il dovere di un
impegno cristiano radicale; ma da laico, non nella
vita religiosa. Se fossi stato chiamato a un
seminario o a un convento, la sola famiglia di cui
avrei voluto davvero far parte sarebbe stata quella
dei certosini: ciascuno nella sua casetta, con il suo
piccolo giardino, alcuni incontri con gli altri
monaci, ma per pregare e cantar salmi. Per il resto,
solitudine e silenzio. Il tutto sotto il motto
bellissimo, al contempo umile e orgoglioso: «■Stat
Crux dum volvitur orbis», la Croce sta salda
mentre il mondo gira. L'incontro con dibattito, il
con-
vegno, l'assemblea, la riunione, il comizio, il
corteo, l'adunata, ma anche il comitato e il cosiddetto
lavoro in équipe: sono per me luoghi e momenti
difficili, mentre mi attira la cella dell'eremita.
Precisando, naturalmente, che difendo con vigore la
diversità di vocazioni: parlo per me, non mi stancherò
mai di ricordare che è Dio stesso che ha voluto la
diversità della creazione, che ha programmato che
nessuno fosse simile a un altro. C'è posto, deve esserci
posto per ogni carisma in una Chiesa vasta come il
mondo e che merita il nome di "universale". E il
paradiso è certamente pieno sia di attivi sia di
contemplativi, di monaci del deserto e di manager, di
stiliti e di animatori, di celibi e di padri di famiglia.
Una vocazione "eremitica" che non ti ha
impedito, peraltro, di sposarti.
In effetti, potrà sembrarti una contraddizione.
Ma, ne sono convinto, solo in teoria. Di certo non
nell'esperienza di vita. L'attrazione per la solitudine non
impedisce che tra i doni maggiori concessimi da quel
Dio che con me sempre si è mostrato «tardo all'ira e
pronto al perdono» consideri l'incontro con Rosanna.
Siamo sposati soltanto da una dozzina di anni (ti ho
accennato all'interminabile calvario di un processo per
nullità di un precedente matrimonio), ma il nostro
incontro ha accompagnato sin dagli inizi la nostra
avventura cristiana tra le mille vicende, spesso ag-
grovigliate, di vite con molte deviazioni. Tranne quella
che portasse le nostre strade a dividersi in modo
definitivo. Anche quando tutto sembrava finito, un
colpo di scena - da noi, occorre dire, sempre propi-
ziato - riapriva puntualmente una strada, un
sentiero, almeno un viottolo.
Mi viene in mente, con un sorriso di
comprensione, quando lavoravo nelle case editrici e
toccava a me ricevere pensionati, casalinghe, vecchi
ufficiali della riserva, professori emeriti, che venivano a
proporre per la pubblicazione un manoscritto con la
loro autobiografia e, guardandomi speranzosi, mi
dicevano: «Dottore, mi creda, la mia vita è un
romanzo!». Per quanto mi riguarda, romanzo o no,
questo non è il luogo per narrare la storia di un incontro
lungo quanto la nostra intera esistenza adulta. Come ti
confermerò subito, sono allergico a ogni romanticismo,
ma è un fatto oggettivo che al primo sguardo che ci
scambiammo (uscivamo, guarda caso, da una cappella,
dopo la messa, freschi entrambi di conversione)
Rosanna e io capimmo che quell'incontro era
provvidenziale, tra noi così diversi - l'eterno et-et - ma
entrambi protesi, ciascuno con il suo temperamento, al
bisogno di far conoscere ad altri quel Vangelo che ci
era stato dato da pochissimo di scoprire per me, di
riscoprire per lei. Tu, Rosanna la conosci e, come tutti
quelli che l'hanno incontrata, ne apprezzi meriti, virtù,
qualità - a cominciare dal carattere felice - di cui non
parlerò perché non mi sgridi. Mi ha più volte ammonito,
per questo. Conosci, comunque, anche quanto scrive, i
libri dove ha raccolto e raccoglie le riflessioni su quella
tradizione spirituale cattolica che non ha imparato solo
in teoria ma che pratica ogni giorno. A lei ho dato, e lei
ha dato a me, il massimo di confidenza, di intimità, di
complicità di cui eravamo capaci e non ho mai
rimpianto il lungo, faticoso sforzo perché le nostre vite
si congiungessero, come se dovessimo obbedire a un
piano che Qualcuno aveva programmato per noi.
Ti dicevi sospettoso della famiglia per la tua
esperienza negativa di figlio. Ma, a quanto vedo, nel
matrimonio credi sino infondo.
Lasciami ricordare che la fede ci avverte, ?
nche qui, che il cristiano è chiamato a far sintesi tra
l'ambivalenza: quella, in questo caso, tra il «saranno
due in una carne sola» e il «in Cielo non c'è né
moglie né marito». Il matrimonio, anche il migliore,
è per il tempo, non per l'eternità. Il massimo
dell'unione terrena deve convivere, dunque, con una
dimensione verticale, nella quale c'è posto per la
solitudine e il silenzio, in cui si realizza il colloquio
con il Divino. Dunque, Rosanna e io, pur nello
scambio intenso, abbiamo conservato nel cuore una
cella da eremiti, un segreto tutto nostro, un dialogo
con Qualcuno che, una volta trovato, fa sì che non si
abbia bisogno di altri: perché è, per tutti, padre,
madre, moglie, marito, fratello, sorella. Ciascuno,
dunque, conceda all'altro il massimo di intimità e si
riservi al contempo il massimo di libertà. Sintesi non
facile ma affascinante e proficua, che cerchiamo ogni
giorno di praticare, di comune accordo. Mi pare che,
come diceva non so se una scrittrice famosa o un
altrettanto famoso maestro di spirito, un buon motto
per una coppia potrebbe essere questo: «Liberi come
in solitudine, felici come in compagnia».
In ogni caso, lasciami solo aggiungere che il
disastro matrimoniale attuale (nelle metropoli siamo
ormai a oltre metà delle nozze che finiscono dall'avvo-
cato e poi dal giudice) deriva, come spesso accade, da
qualcosa che sembra molto bello. Ma sì, la disfatta
deriva dall'amore inteso non nel senso cristiano ma in
quello romantico, venutoci soprattutto dalla borghe-
sia ottocentesca: l'amore come passione,
attrazione fisica, sentimento, come sdolcinature da
fidanzatini, con cupidi e iniziali incisi sulla corteccia
degli alberi, paroline dolci, messaggini. Magari, oggi,
lucchetti da appendere ai lampioni di qualche Ponte
Milvio. Quando tutto questo viene meno - e viene meno
per tutti, terminata la magia dello "stato nascente" - se
ne trae la conclusione che l'amore è finito e, visto che
solo quel tipo di "amore" giustifica lo stare insieme, è
ora di ricominciare con un'altra persona, per ritrovare il
batticuore romantico, per sentire nuovamente qualcosa.
Per Rosanna e per me c'è stato, grazie a Dio,
come per ogni coppia, anche il delizioso "stato
nascente". Ma c'è stata pure la consapevolezza che, nella
prospettiva cristiana, vale sempre e comunque la legge
dell'unione di realtà diverse: dunque, matrimonio come
affetto ma anche come vincolo, nel bene e nel male;
come legame personale e al contempo sociale; come
piacere ma anche come dovere, talvolta arduo; come
sentimento ma pure come volontà di tener duro anche se
"non si sente" più l'infatuazione primitiva; come at-
trazione ma, talvolta, anche come impazienza, magari
infastidita; come dimensione sessuale ma anche come
solidarietà fraterna. E così via. Insomma, il realismo di
chi crede nel Vangelo ed è consapevole che, per ritro-
vare l'amore come fondamento solido di quell'eterna
tragicommedia che è l'incontro-scontro tra maschio e
femmina, occorre decontaminarsi dal sentimento (che
non a caso deriva da "sentire"), anzi, non di rado dal
sentimentalismo, presentato come amore da troppe
canzoni, romanzi, film. La paccottiglia, insomma, da
festa inventata, quella del povero, incolpevole san Va-
lentino.
La tua attrazione per casette di certosini e celle
impervie di eremiti potrebbe essere anch'essa un
elemento di sospetto, per tornare alla nostra estate del
1964: il giovane che, spaventato davanti alla vita che gli
si spalanca davanti, si rifugia nella religione. Una fuga,
cioè, per mettersi al riparo dalla battaglia per l'esistenza.
Un sospetto infondato, mi pare, se guardo a
quanto è avvenuto dopo: non mi sono fatto né certosino
né eremita, anzi sono andato a studiare ad Assisi, non
per prepararmi a un mistico addio al mondo e alle sue
pompe, ma proprio per procurarmi munizioni adeguate
prima di buttarmi nella mischia. Non solo: volevo fare il
giornalista; e possibilmente a «La Stampa», il mitico
quotidiano della mia giovinezza torinese. Giornalista, e
proprio lì, lo divenni davvero: e da cattolico, non da chi,
chiusa una parentesi misticheggiante, ritornava al
laicismo della giovinezza. Era mutata la prospettiva per
guardare alla vita, non il desiderio e la volontà di starci
in mezzo.
Quanto ai libri, si può dire tutto di essi: tranne
che temi e stile siano scelti per aggirarmi nei cieli
pacifici e socialmente appartati della spiritualità, della
meditazione, della riflessione staccata dall'attualità,
anche la più immediata. Non mi è mancata la volontà di
intervenire sul presente, escludendo intenzionalmente
solo la politica, per quelle ragioni che ti dicevo di
opportunità per l'apostolato, non certo per mancanza di
opinioni. Quando l'"evento" di quell'estate mi sorprese,
avevo giovinezza, salute, cultura, fiducia in me stesso, la
stima e la protezione quasi paterna - comunque
influente -dei miei maestri universitari: perché avrei
dovuto aver paura della vita, cercando rifugio nella
penombra di un tempio?
Torniamo all'irruzione nella tua vita di quella
che hai chiamato "la nausea", avvertita dopo la
bocciatura all'esame.
All'inizio di tutto scopersi, ti dicevo, che
l'angoscia esistenziale esisteva davvero, che non era
solo letteratura. Ciò che non riemerge dalla memoria è
altro: come avvenne che - invece di rassegnarmi
all'assurdo, come l'Antoine Roquentin del conte
philosophique di Sartre - come avvenne che presi in
mano il Vangelo? Sai, succede a tutti, prima o poi, di
volere mettere ordine nella propria vita, di decidere di
fare un bilancio, di programmare un cambiamento. È
quello che, vagamente, mi ero proposto in quei giorni,
obbligato dall'impasse in cui mi trovavo a causa dello
scacco scolastico. Ma ciò che proprio non mettevo in
conto era uno sbocco "evangelico". Soprattutto, come
prevedere che la mia volontà, la sola su cui ovviamente
contassi, mi sarebbe stata revocata e che sarei caduto in
balia di un enigmatico "Altro"? Di solito, si fanno buoni
propositi di cambiare vita. Io non la cambiai. Mi fu
cambiata.
Ma poi: quel Vangelo che mi trovai fra le mani,
da dove veniva, perché stava in un angolo dell'armadio
che mi serviva da biblioteca? Forse lo avevo preso nel
cassetto di un comodino di qualche albergo, chissà dove
e chissà quando; o forse mi era stato allungato da non so
chi: era una cosa in effetti, modesta, da distribuzione
gratuita, un'edizione tascabile, di quelle regalate da pie
associazioni cattoliche o, più spesso, dalle
organizzazioni protestanti americane, fiduciose nella
forza della sola Parola di Dio. Ricordo, in effetti alcune
illustrazioni in bianco e nero (ma la copertina era a co-
lori, il solito Gesù con i capelli lunghi dal biondo im-
probabile per un galileo) che richiamavano il
kitsch delle sètte made in USA.
Non credo che avessi mai preso in mano quel li-
bretto. E non deve stupirti: la mia adolescenza fu avida
di letture, quando non c'era altro leggevo le "pagine
gialle" dell'elenco telefonico - anche se lo trovavo un
romanzo con troppi personaggi, per dirla con l'inevita-
bile Woody Alien... - o srotolavo le pagine di giornale
nelle quali era avvolta la verdura che mia madre portava
dal mercato. Contavo anche su un vicino che mi passava
i settimanali che aveva terminato di leggere. Tra i pochi
libri di cui disponevo, il più bello, come veste editoriale,
era in formato grande, rilegato, con pagine fuori testo a
colori. Non so come fosse capitato in casa. Di certo non
era stato comprato da alcun familiare. So solo che,
malgrado la brama di carta stampata, mi limitai sempre
a sfogliarlo per guardare le figure e a piluccare qua e là.
Qualche volta mi proposi di farlo, ma non riuscii mai a
leggerlo dall'inizio alla- fine. In effetti, aveva per titolo,
stampato, anch'esso riccamente, in oro: II Vangelo
narrato ad un fanciullo dalla sua mamma. Non scovavo
in me motivi per interessarmi a una simile lettura.
Oltretutto, sono stato precoce anche nel fiutare e fuggire
la retorica: elevazioni edificanti, buoni consigli, sacri
affetti familiari... Non avevo sopportato neanche la
melassa laicista, massonica, di Cuore, figurarsi poi per
questa qui, da preti!
Lasciami dire che - come avvenne in
contemporanea per la dimensione sessuale -
l'improvviso colpo di fulmine andò in profondo anche
per il mio nascente ma già sensibile snobismo
intellettuale. E, proprio come avvenuto per la rinuncia al
"libero sesso", pure il superamento di ciò di cui voglio
ora accennarti mi conferma la forza dell'irruzione di
quella che altro non
posso chiamare se non Grazia. In effetti, per
quel mio snobismo inculcatomi dal laicismo in
generale, e da quello delle scuole torinesi in particolare,
per quella sorta di puzza al naso intellettuale che avevo
potenziato ma che già stava nel mio istinto, il
cattolicesimo, prima ancora che falso, appariva
impresentabile e infrequentabile.
I cattolici erano il pullman e il pranzo al
sacco della
gita parrocchiale, l'odore repellente di cibo stantio dei
refettori delle case religiose, erano le devozioni super
stiziose tra santantoni, sangennari e padripii, la retorica
dei buoni sentimenti, i canti inascoltabili, le chitarre
dei gruppi di Azione Cattolica, le agghiaccianti facezie
da sagrestia, il pretone sudato stretto nella nera tonaca
ovviamente impataccata, le voci impostate in sospetto
di ipocrisia, il calzino corto e il doppiopetto da sarto di
paese del notabile democristiano, la provincia me
schina e benpensante, le signorine con gli occhi bassi e
con maniche e gonne sotto il ginocchio anche d'estate
e un sospetto di baffi perché il parroco vietava di fre
quentare l'estetista, erano gli adolescenti con i panta
loni alla zuava, i brufoli e il sospetto, anzi la certezza,
di un onanismo occulto e tormentato.
II cattolicesimo, insomma, era innanzitutto
cattivo
gusto, era l'alito pesante di una fauna umana premo
derna. Era l'Italia clericale, di serie inferiore, in cui
gente come noi non poteva riconoscersi e che il bene
merito progetto laico (a partire dal radicalismo di quel
Risorgimento su cui stavo proprio scrivendo la tesi di
laurea) voleva isolare e superare.
Una lontananza abissale, un'estraneità totale, di
cui un segno decisivo, per un intellettuale liberal in for-
mazione quale ero, spiccava nel semplice raffronto tra *
eleganza, il rigore un po' sprezzante delle copertine
dell'Einaudi o l'efficacia della grafica moderna,
cosmopolita, di quelle della Feltrinelli e quelle
sgargianti, dal disegno triviale, dal gusto parrocchiale
delle poche cose che avessi visto dell'editoria
confessionale. Poteva forse venire qualcosa di
interessante, addirittura di vero, da un mondo così?
Quale credito si poteva dare a una subcultura, che
esprimeva le sue presunte ragioni con un look librario
tanto dozzinale e scostante, ignaro di designer, di grafici
sofisticati?
Ti ci voleva insomma un trauma, una rottura, per
varcare quella soglia, per avvicinarti a un mondo che ti
appariva così estraneo, al limite dell'allergia.
Vedo che mi hai capito: solo una bastonata ben
assestata poteva indurmi a bussare alla porta di un
caravanserraglio come quello cattolico, ripugnante al
gusto dei miei maestri, non a caso tutti o quasi
provenienti dal quell'azionismo laicista che, dopo la
guerra, era sparito dalla scena elettorale (e non se ne
rammaricava troppo, l'elitismo era la sua vocazione) in
quanto era uno strano esercito, con uno stato maggiore
prestigioso ma senza truppe. Generali senza soldati.
Quei maestri si proclamavano ovviamente democratici
per eccellenza, ma detestavano il popolo vero - "l'Italia
reale", nel senso non di règia, ma di autentica - che
allora partecipava ancora, in maggioranza, di un
cattolicume da rifiutare, prima ancora che per quello che
diceva e faceva, per l'ineleganza e la goffaggine.
Mi viene in mente che la stessa difficoltà era
stata anche di Frossard. Pure per lui c'era voluto un
evento traumatico come quello che sappiamo per essere
sospinto a fare parte, e a pieno titolo, di un simile pò-
polo. Quando ne parlammo, mi disse cose dove,
ancora una volta, mi riconobbi. Dunque, lascia che te le
rilegga, traendole dalla lunga intervista che gli feci per
Inchiesta sul cristianesimo. La cosa non è, credimi, se-
condaria, come può pensare chi, come te, è cresciuto in
quel mondo, ne conosce il volto e le abitudini e magari
sorride della difficoltà di prendere sul serio il cat-
tolicesimo per questioni - come dire? - di look. C'è un
certo mondo dove vige l'adagio, secondo il quale le
style, c'est l'homme e gli uomini, appunto, vengono
soppesati in base a simili ossessioni.
Ecco, dunque, che mi disse André Frossard, il
giovane ateo convertito a forza: «L'altro mondo sarà una
bella sorpresa per gli intellettuali eleganti, per certi
sapienti presuntuosi, per gli snob, per i dandy "liberi
pensatori". Sarà una sorpresa, perché non solo
scopriranno, con enorme stupore, che l'Aldilà esiste
davvero, ma anche perché saranno oggetto della
splendida ironia divina. Credo, infatti, che quei raffinati
signori troveranno, nel loro paradiso, tutto ciò che gli
sembrava dégoutant, disgustoso: le Madonne di Lourdes
fatte a bottiglia di plastica da portare a tracolla con
l'acqua miracolosa, le bocce con dentro un santuario in
gesso e la neve quando si scuotono, i ricordini kitsch dei
pellegrinaggi, gli arredi ineleganti e a colori chiassosi
delle chiese meridionali. E il bello sarà che tutto questo
gli piacerà moltissimo, perché Dio gli avrà ridato
quell'infanzia, quella semplicità che disprezzavano.
Vivranno per sempre beati tra quelle bancarelle da
santuario, cantando felici a squarciagola cose tipo "Mira
il tuo popolo, o bella Signora, che pien di giubilo oggi ti
onora... "».
Mi pare che non si possa dire meglio. Quanto a
me, fui pure io vaccinato, di colpo e per sempre, dalle
fisime di uri intellighenzia cosiddetta laica, convinta che
quella cattolica sia, al massimo, una spregevole
sottocultura. Una vaccinazione, credimi, che solo una
Energia non umana poteva compiere, in modo così
completo, definitivo e subitaneo. Tanto che, da allora,
pochi luoghi mi attraggono come i santuari, grandi e
piccoli, soprattutto mariani; e tra pochi gruppi umani mi
trovo pienamente a mio agio come tra i pellegrini che
affollano quei luoghi. E non per uno snobismo ro-
vesciato rispetto al precedente.
Studiavi Scienze Politiche, immagino dunque
che la tua estraneità al mondo cattolico si manifestasse
anche a livello della politica.
Naturalmente: una incompatibilità radicale.
Ricordo che qualche volta mi chiedevo come fosse
possibile essere giovane e al contempo democristiano.
Poi ho capito, anche se non c'è stata un'adesione; che
non c'è stata, del resto, per alcun altro partito, come sai.
Ho imparato, comunque, a essere - come dire?
-comprensivo verso l'impegno di tanti credenti quando,
divenuto credente io stesso, ho capito: poteva essere
una ricchezza ciò che nel partito con la croce dei co-
muni medievali sullo stemma e il nome di "democrazia
cristiana" mi sembrava più incomprensibile e, dunque,
repellente. L'attitudine fisiologica al compromesso, il
rifiuto della rigidezza ideologica, il pragmatismo nella
scelta delle alleanze, l'unione sotto lo stesso nome di
correnti che, da destra a sinistra, coprivano tutte le po-
sizioni, tanto che si diceva che se volevi la tessera di
tutti i partiti bastava che prendessi quella della DC... C'è
voluto del tempo, dopo la conversione ma, alla fine, ho
compreso che tutto questo non era altro che la
traduzione in politica ddYet-et cattolico, della ricerca
della sintesi dei contrari, del desiderio di "volere
tutto", perché la realtà ha sempre molte facce. Così, ho
finito con l'apprezzare, invece che detestare, un'attitu-
dine all'accordo, una ricerca costante del giusto mezzo,
un tendere istintivo a quel centro che non può non ca-
ratterizzare in politica il credente, che non vuol rinun-
ciare né al meglio della destra né al meglio della sini-
stra, cercando di unirle in sintesi e di oltrepassarle. Il
credente non è né di destra né di sinistra, è altrove: in
effetti crede sia nel peccato sia nella redenzione, vuole
le riforme e insieme la confessione delle colpe, come,
mi pare, abbiamo detto prima.
Questo, naturalmente, in teoria. Se la pratica è
stata spesso diversa e l'epilogo dello Scudo crociato
quello che sappiamo, non dimentichiamo però, per dirla
un po' brutalmente, che, mentre gli ex comunisti si
vergognano di Palmiro Togliatti, l'uomo di Stalin in
Italia, gli ex democristiani (ma, in questo, i cattolici
tutti) non si vergognano affatto di Alcide De Gasperi,
considerato, sempre in Italia, l'uomo di Pio XII. Alla
fine della guerra, questo era il bilancio delle ideologie
postcristiane: i fascisti avevano distrutto il Paese, i
comunisti volevano rinchiuderlo nel gulag moscovita, i
socialisti li servivano da fratelli minori, invidiosi e
complessati, i liberali erano quattro gatti chiusi in una
casta ben lontana dalla gente. Chi, se non dei cattolici
espliciti, venuti dalle parrocchie, chi fece di un'Italia a
pezzi, umiliata, disprezzata, uno dei Paesi del mondo
più prosperi e liberi? Posso fare domande simili perché,
del tutto «vergin di servo encomio» quando quel partito
dominava il Paese, non intendo praticare il «codardo
oltraggio» ora che non è che un ricordo del passato.
Non ho alcun desiderio che quel passato ritorni
ma, Per essere giusti, dico che il bilancio storico
dell'Italia
democristiana è ancora da fare e sospetto che,
alla fine, l'attivo prevarrà sul passivo. Quelli che usano
della loro libertà per screditare sempre e comunque il
mondo dei credenti, ricordino qualche volta che è grazie
a questo mondo detestato e disprezzato se di quella
libertà possono godere da oltre sessant'anni. Ogni anno,
ci fanno festeggiare, in aprile, la Liberazione. Ma quella
fu la liberazione da una delle ideologie mortifere del
Novecento, il fascismo di Mussolini e di Hitler. C'era
chi voleva che da quella padella passassimo subito nella
brace, il comunismo di Stalin. La vera Liberazione
avvenne un altro giorno di aprile, il 18 di tre anni dopo
grazie - più che alla DC, non ancora sufficientemente
organizzata -alla Chiesa, che scese in campo
direttamente, vista la posta decisiva in gioco. Solo così
potemmo finalmente pensare alla ricostruzione, senza
l'incubo di un nuovo, orrido totalitarismo che gli stessi
comunisti di allora si rallegrano da tempo di avere
evitato.
Torniamo a quel piccolo Vangelo che ti trovasti
tra le mani quell'estate.
Il libricino uscì polveroso, non so come, dai
recessi dell'armadio. Non ho ricordo di note che, anche
se ci fossero state, sarebbero state arse dalla vampata
che eruppe da quel testo. Neppure in questo, dunque, ci
fu la mediazione di qualcuno: di un biblista che
commentasse quei versetti, di una Chiesa, di un prete, di
un amico. Un incontro nudo e crudo, nella mia piccola
stanza al piano rialzato del 27 di via Medail, dalla quale
non vedevo strade né persone ma un cortiletto sempre
deserto. Fu un andare a sbattere, senza intermediari, con
una Parola che divenne carne.
La mia solitudine, in quei giorni era più che mai
completa: i genitori e il fratello erano in vacanza, c'ero
unicamente io nella casa vuota, dove dormivo sino al
pomeriggio - l'università era ovviamente chiusa - ma-
dido di sudore per l'implacabile calura e dove, per la
cena prima del lavoro, aprivo le scatolette prese al su-
permercato, novità giunta da poco dalla solita America.
Per dirti quanto sia incancellabile il ricordo di quei
giorni: spingevo il mio carrello con dentro le mie poche,
povere cose e ho ancora nelle orecchie la canzone di
quell'estate, che gli altoparlanti del magazzino
diffondevano ossessivamente. Una voce cantava: «Sa-
pessi com'è strano / sentirsi innamorati / a Milano...». Io
ero a Torino, ero nel supermercato di piazza Risorgi-
mento, il più vicino a casa, non ero innamorato di una
donna ma era molto, molto "strano" quel che mi stava
succedendo, ero incappato in Colui che l'evangelista
Giovanni chiama «il Dio che è amore» e che neanche
sospettavo esistesse davvero. Ma sì, non avevo nessuno
cui confidarmi e nemmeno lo cercavo ma, se l'avessi
fatto, avrei cominciato proprio, così, con un «sapessi
com'è strano...».
Concretamente come vivevi, così da solo e, al
contempo, così "in compagnia"?
Giunta la sera, avvicinandosi le dieci dell'inizio
del lavoro, una scatola di minestra Campbell, che
sceglievo fra tutte sugli scaffali (agiva ovviamente -
maledetto in-ellettualismo! - il fascino delle serigrafie di
Andy Warhol, uno dei tanti pataccari che io pure, allora,
fin-Sevo di scambiare per artisti), un pomodoro, un po'
di formaggio o di mortadella, il più economico dei sa-
lumi. Poi, me ne andavo, cavalcando la vecchia
Vespa, comprata non di seconda ma di terza o quarta
mano. Correvo, rinfrescato dal vento, lungo i grandi
corsi con i monumenti equestri in bronzo, con i filari di
platani e tigli, fiancheggiati da quei 12 chilometri di
portici ininterrotti che formano il maggior chiostro
urbano d'Europa, lungo le prospettive inutilmente
solenni di una capitale decaduta, di una metropoli
"lontana e sola", correvo verso la notte di lavoro alla
grande centrale che splendeva illuminata sopra una
Torino semivuota. Fin oltre la luce dell'alba, mi
attendevano le grandi sale dell'ultimo piano, con le
enormi vetrate spalancate sul buio e dove erano accese
tutte le luci del tabellone che segnalavano le richieste di
telefonate tra chi era rimasto e chi era in vacanza, il
susseguirsi del nostro «Stipel, desidera?» e, poi, nei
collegamenti interurbani, il regolamentare «Tre minuti,
raddoppia?».
Visto che non potevo permettermi un garage e la
sistemavo davanti a casa, la vecchia Vespa mi fu rubata
proprio quell'estate. Mascalzoni, davvero, che infieri-
vano su cose povere, da poveri. Se ricordo quel furto, è
perché anche qui mi resi conto - all'improvviso - in
quale clima mai sperimentato fossi stato immerso, un
clima dove non valevano più le condizioni che sino ad
allora mi erano sembrate immutabili, perché "normali".
Le condizioni, comunque, che erano state mie sino ad
allora. Scoperto il furto, per prima cosa mi sarei,
ovviamente, assai adirato. Non ho per i ladri alcuna
comprensione da sociologo progressista o da buonista
liberal, macchiette che danneggiano innanzitutto i de-
linquenti, per i quali proprio la pena può essere medi-
cinale, come sapevano gli antichi e la vecchia cristia-
nità: paradossalmente (ma non tanto) la liberazione vera
può passare attraverso un'adeguata punizione.
Passata la sacrosanta arrabbiatura, mi sarei poi
depresso per quell'atto vigliacco che mi sottraeva la
sola, piccola ricchezza di cui disponessi, il mezzo che
mi permetteva di risparmiare molto tempo nell'andare e
tornare dal lavoro, oltre che di godere di un gradevole
rinfresco in quella estate torrida e interminabile. Piut-
tosto che avvertire sentimenti di comprensione e di so-
lidarietà sociale politicamente corretti, avrei pensato
con desiderio al diritto islamico, con il suo svelto servi-
zietto del taglio della mano in piazza per il signor ladro:
la sinistra se la prima volta, la destra se recidivo...
E invece quale fu la tua reazione scoprendo il
furto della preziosissima Vespa?
Con mia sorpresa, avvenne l'inedito. Dunque,
quella sera in cui trovai vuoto lo spazio dove la Vespa
era parcheggiata, dopo un attimo di perplessità e di
rincrescimento, mi avviai verso la fermata del tram,
senza riuscire a sentirmi turbato a fondo. Non solo ero
immerso in pensieri e sensazioni che non lasciavano
spazio ad altro, ma mi era stata data anche una nuova
gerarchia delle cose della vita. In quella gerarchia,
episodi spiacevoli - o, se vuoi, dolorosi come quello,
che mi privava di un bene necessario e che, nella mia
modestia economica, non potevo rimpiazzare -
andavano al loro posto; posto che non era, che non
poteva essere tale da incrinare la gioia di cui ero
ripieno. Che cosa significava la scomparsa di un
vecchio scooter, di fronte all'incontro con Colui che
aveva fatto irruzione di colpo nella mia vita e che
l'aveva immersa in un'atmosfera incantata, dove era
sovvertita la gerarchia mondana degli eventi?
Non solo: l'intuizione di Qualcuno onnipotente e
al contempo benefico, non solo al di sopra di noi ma ac-
canto a noi, mi aveva fatto intravedere per la prima volta
quella che i cristiani chiamano Provvidenza. Pur avendo,
al liceo, letta e studiata tutta intera - una cantica all'anno
- la Divina Commedia, non avevo colto quel verso denso
e pacificante, che avrei recuperato soltanto allora e che
sempre mi avrebbe accompagnato nella vita, smussando
ogni ansia: «Et in Sua voluntade è nostra pace». Non
ricordavo il verso, ma il sospetto di quella realtà mi
stava proprio allora sorgendo dentro, con l'emozione
della scoperta.
Dunque, non mi rattristai troppo di dover ripren-
dere il vecchio 13, il tram che andava verso il centro e da
lì al Po e alla collina, attraversando il mio Borgo San
Donato: se così aveva voluto un Padre previdente, così
doveva essere, ed era certamente per il mio bene. Se
dovevo tornare un pedone, di sicuro, in quel momento e
in quelle condizioni, questo era il meglio per me. Da
credente, tu pure l'avrai sperimentato: non vi è psico-
farmaco, non vi è costoso (quanto dubbioso, negli esiti
concreti) ciclo di sedute sul lettino che fu caro a Woody
Alien - ora anche lui si è ricreduto e ne ride -, non vi è
rassicurante parola solo umana, che valgano un mignolo
di questa consapevolezza che siamo figli di un Padre che
è l'Amore stesso. Dunque, ciò che alla nostra miopia
appare come negativo, ciò di cui ben volentieri avremmo
fatto a meno, ci apparirà nella sua benefica necessità alla
fine, quando tutto sarà chiaro. E un abbandono, è una
fiducia serena che nulla ha a che fare con il "destino" di
cui parlano «coloro che non hanno speranza» (per dirla
con Paolo) o con l'amor fati, il massimo di consolazione
cui potè giungere la filosofia pagana e, oggi,
postcristiana. Ricordi le ultime
parole, sul letto di morte, del cure de campagne
di Ber-nanos? «Tutto è Grazia», tutto è Provvidenza,
niente è casuale, ciascuno, per quanto anonimo e
abbandonato si creda, è stato voluto - proprio lui - da un
Padre che non abbandona nessuno dei suoi figli.
Può esserci qualcosa che dia maggior serenità, in
quella lotta così spesso oscura, dolorosa, piena di trap-
pole impreviste che è la nostra vita? Se sto alla mia
esperienza, che è poi quella di infiniti credenti, altro di
meglio non ho trovato. Ma cominciai a capirlo in quella
notte d'estate in cui un ladruncolo, inconsapevole
ministro della Provvidenza, aveva forzato il debole
antifurto di un vecchio scooter, ricacciandomi sull'afoso
tram notturno.
Abbiamo precorso i tempi. Siamo già al "dopo",
mentre eravamo rimasti all'aggressione del "male di
vivere", alla nausea, per dirla con Sartre. Dunque, a
prima dell'apertura di quel Vangelo tascabile.
Hai ragione. Ma non è facile conservare un
ordine, non lasciarsi attrarre da mille deviazioni
rievocando quei tempi, tanto silenziosi e solitari
all'esterno quanto tumultuosi all'interno.
E curioso: ricordo tutto degli effetti, anche di
quelli immediati, dei primissimi giorni. Ma, per quanto
ci abbia pensato, non riesco a ricostruire con esattezza la
successione dei piccoli eventi che mi hanno portato a
socchiudere la porta al di là del quale c'era il mondo
inaspettato. Voglio dire: non so bene che cosa cercassi
in quei Vangeli, da cui nulla si poteva aspettare la mia
prospettiva di studente, infastidito in quel momento Per
l'intoppo scolastico, ma, quanto a cose religiose,
tranquillo agnostico come sempre. Sono gli atei
militanti esposti al rischio di conversione, e tanto più
quanto più sono vocianti; sono i mangiapreti facinorosi
che, prima o poi, finiscono in ginocchio nel confessio-
nale; sono i bestemmiatori rabbiosi che fanno chiamare
il prete quando temono la morte. Come successe pun-
tualmente per quel mio zio blasfemo di cui ti dicevo e
le cui bestemmie si trasformarono in preghiera quando
anche per lui suonò la campana.
Sono molto, molto più coriacei quelli ai quali
credevo di appartenere, quelli deWignoramus et semper
ignorabimus, ignoriamo e sempre ignoreremo. Non ero
ateo, come sai, ma ben peggio: ero agnostico, dunque
convinto che credenti ed atei fossero fratelli litigiosi e
un po' grotteschi, perché credono entrambi di possedere
certezze su ciò che sfugge alla Ragione, la sola che
possa guidare l'uomo che si rispetti. Dio esiste? Dio non
esiste? Il problema è irrisolvibile, dunque va lasciato ai
perditempo, ai maniaci, agli ingenui, agli autodidatti
che, nella prospettiva di color «che sanno di greco e di
latino», sono i più disprezzati.
Insomma, aggiungici anche tutti gli altri motivi
cui ho accennato. Umanamente, non so proprio come ri-
spondere alla domanda: «Perché proprio il Vangelo?».
Umanamente, dico. Su un altro piano, naturalmente,
sono ben consapevole che la trappola che mi fu tesa ri-
spondeva a un disegno preciso e a me inaccessibile.
Davvero non ci fu alcun preavviso, qualche
episodio, magari metabolizzato nell'inconscio?
Fai bene a chiedermelo perché, in effetti,
qualcosa ci fu. Ci fu, forse, il ricordo depositato nel
profondo di
quel catechismo imparato, per dovere, da
bambino, ricordo che riemerse, ma dopo, quando tutto
si era già messo in moto.
Ma c'è anche una piccola storia curiosa. In
effetti (mi è capitato di raccontarlo in uno dei miei
ultimi libri, Emporio cattolico), forse ci furono dei semi,
restati "in sonno" e germogliati all'improvviso, sparsimi
dentro da un volume stampato nel 1896 in Svizzera,
dalla antica tipografia benedettina di Einsiedeln e
redatto da un ignoto don Giocondo Storni, parroco
ticinese. Quel libro, in bella e solida edizione rilegata,
annunciava, in copertina: Le vite dei santi per tutti i
giorni dell'anno e, sul frontespizio, spiegava, a mo' di
sottotitolo: Illustrate ogni giorno da una incisione, una
riflessione e una preghiera. Ricordo benissimo: avrò
avuto forse un 17 anni, ero al liceo, quando l'acquistai -
a un prezzo sorprendentemente modico, tanto che potei
permettermelo - su una bancarella, nel torinese corso
Siccardi, luogo per me favoloso, con la sua galleria
all'aperto di bouquinistes. Lo comprai non tanto per
curiosità dei contenuti, quanto per il fascino delle
piccole incisioni -7 centimetri per 5, le ho misurate... -
di iconografia tradizionale ma di buona mano. Disegni
in bianco e nero, molto contrastati, che esercitarono su
di me un fascino singolare. Le esaminai tutte più volte,
una a una, con una lente. Mi sembrarono quasi fessure
attraverso le quali sbirciare in una dimensione
sconosciuta.
Ancor più sconosciuta la prospettiva che scoprii
quando passai al testo, con la storia del santo del giorno
e, come si annunciava sul frontespizio, con «una
riflessione e una preghiera». Mi resi conto che esisteva
un mondo parallelo di cui nessuno - nel mio giro
scolastico o in quello delle poche conoscenze - mi
parlava. Un universo che stava lì, in disparte, in pe-
nombra, misterioso, vivendo di una vita che
affondava radici nella storia più remota. Un mondo
"totale", di donne e di uomini, di giovani e di vecchi, di
re e di pastorelle, di sapienti e di analfabeti, di atleti e di
malati, ma dove tutti cercavano di raggiungere la stessa
meta, uniformandosi a un unico modello, pur in modi
diversissimi. Un mondo dove, se stavo a quei testi
(devozionali, certo, ma dignitosi, con un gustoso sapore
ottocentesco), dove regnavano la sicurezza, la pace, la
fraternità, l'ordine, addirittura la gioia. Questa parola -
gaudium, laetitia, nel latino liturgico - il cui suono così
di rado rinvia per noi a un'esperienza vissuta.
Il seme che mi fu inoculato dall'ignoto don Gio-
condo ticinese era forse quello di una nostalgia per una
dimensione tanto remota e, al contempo, tanto vicina
che sarebbe bastato varcare il portale di una chiesa per
incontrarla? Non lo so, sul momento non ci pensai, co-
minciai a sospettarlo in seguito.
Ma quali furono iprimi sentimenti, le prime
emozioni dell'Incontro, come lo hai chiamato?
Incontro, certo. Ma ho parlato anche di scontro:
le due dimensioni coincisero. Potrei dire, infatti, che ha
avuto due teste l'ariete che, d'un colpo, fece cadere la
parete al di là della quale c'era il mondo inedito. Ci fu la
dolcezza della misericordia e del perdono; e, al con-
tempo, la severità della giustizia, il timore dell'ammo-
nimento, la consapevolezza del rischio del redde ratio-
nem. Il consueto ossimoro cristiano, insomma.
Ti ricordavo prima quel che mi disse André
Fros-sard: «Sono convinto che nella Scrittura c'è una
parola ispirata apposta per ciascuno di noi».
Nel mio caso vi fu - innanzitutto - l'invito
amorevole: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e
oppressi e io vi ristorerò». Invito seguito subito da un
«non abbiate paura!» che sarebbe risuonato venti secoli
dopo in piazza San Pietro per bocca del Suo primo
vicario slavo. In effetti, l'esortazione agli affaticati e op-
pressi di "andare a Lui", sta nell'undicesimo capitolo di
Matteo e prosegue così: «Prendete il mio giogo sopra di
voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e
troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti
è dolce e il mio carico leggero».
Ma, dopo l'invito, l'ammonimento: quello della
parabola sul fico infecondo (Luca 13). Sono versetti che
ebbero su di me un tale impatto che li ricopiai a mac-
china su un foglio e, per tenerlo sott'occhio, lo attaccai
alla porta della mia camera. Naturalmente dalla parte
interna, ma causò lo stesso in famiglia sorpresa, per-
plessità e, infine, allarme sulle mie condizioni di salute
mentale.
Ti dicevo che non c'era alcuna confidenza tra
noi, dunque non parlai di ciò che mi stava succedendo.
Mio padre, uomo di destra, da tempo temeva che, come
tutti, o quasi, i giovani d'allora, diventassi comunista.
Non ci eravamo mai confidati e, dunque, non sapeva
quanto fossi impermeabile alle ideologie, rosse o nere
che fossero, agnostico e ironico com'ero anche su ogni
politica intesa come religione. Se lo avesse saputo, sa-
rebbe rimasto ancora più sorpreso, perché non avrebbe
certo messo in previsione che potessi diventare
cattolico; e, soprattutto, con l'intenzione di farmi
cattolico esplicito e dichiarato. Non dirò militante per-
ché, nei mesi seguenti la mia militanza pubblica (quella
Personale previde la lettura della Scrittura, la riflessione
su Pascal, lo studio del catechismo, poi i primi li-
bri di teologia ed esegesi biblica) quella
militanza, dunque, non fu certo, né allora né mai, in
cose da clericale impegnato, col complesso di inferiorità
davanti a ogni gauche. Col risultato, tra l'altro, di
rendere irrilevante, superfluo il Vangelo: a che "ci
serve" Gesù, se non è altro che un precursore dei leader
sindacali o dei dottrinari populisti?
Mi impegnai, invece, in una cosa da "santo
sociale", ma all'ottocentesca: quella del beato Antoine
Frédéric Ozanam, un piccolo don Bosco francese,
seppure non prete ma professore alla Sorbona. Dunque,
cercai di praticare la carità cristiana, ma aliena da ogni
politica e da ogni demagogia, nella conferenza della
Società di san Vincenzo de' Paoli di quella che era
divenuta la mia parrocchia. Ogni parrocchia, a quei
tempi - e forse anche ora - ospitava una di queste
conferenze. Sino a pochissimo prima, una simile scelta
"vincenziana" -che, da quel che mi era giunto
confusamente alle orecchie, era una sorta di passatempo
per il tempo libero per signori e signore benpensanti e
anziani - sarebbe stata, per me, una barzelletta
divertente. E, invece, vincendo l'orgoglio e la
perplessità, mi presentai (era il primo contatto della mia
vita, ma proprio il primo, con una realtà cattolica
organizzata), scegliendo, come è giusto, la chiesa di
sant'Alfonso de' Liguori che, avevo scoperto
informandomi da qualche praticante, era la parrocchia
nel cui territorio stava la mia casa.
Come andò quel primo contatto con il mondo
cattolico organizzato?
Andò al meglio. Vi trovai quanto cercavo.
Benché fossi in quell'ambiente religioso uno
sconosciuto, uno
188 4. IL VANGELO NEL CASSETTO
studente qualsiasi arrivato chissà come e perché,
nessuno mi chiese nulla (per discrezione, credo, non per
indifferenza) e io, al mio solito, non mi misi a raccon-
tarmi, nulla dissi del mio passato e del mio presente,
tenni nel cerchio consueto della solitudine il turbine di
emozioni che mi si agitava dentro. Fui accolto fraterna-
mente e semplicemente, senza sospetti e malizie, nella
convinzione che nella vigna del Signore (come piace
dire a papa Ratzinger) c'è posto per ogni manovale di
buona volontà. Così mi avverrà sempre - lasciamelo dire
- in ogni frangente e in ogni ambiente di una Chiesa
della cui accoglienza generosa e aperta potrei lagnarmi
solo commettendo un'ingiustizia grave. Escludendo
soltanto, come sai, certi giri ristretti di Church-
ìntellectuals, certi gruppetti di intellighenzia clericale,
chiusa e diffidente verso il dilettante che ero e che sono,
per giunta "papista".
Al settore giovanile di quella conferenza parroc-
chiale - scopersi che non era cosa solo per vecchi! - mi
fu affidata, come a ogni confratello, una persona da se-
guire, con lo spirito del beato Ozanam: non con buro-
crazie, non con aria di sufficienza e di superiorità ("Tu
sei il povero bisognoso, e io il benestante generoso"),
ma con l'amore rispettoso di un figlio dello stesso Padre
che, nel momento in cui dà, riceve; e molto di più. A me
fu affidato uno dei casi più problematici (vedi la fiducia
cattolica di cui ti parlavo?), l'assistenza a una Vecchina
della Torino borghese che - decaduta, nubile, sola -
viveva barricata in un appartamento troppo grande per
lei, in un grigio condominio liberty, precipitata da molto
tempo nel buco nero di un inguaribile complesso di
persecuzione. Più che di aiuto economico, aveva
bisogno di uno sfogo per il suo tormentoso delirio, con
qualcuno da cui non temesse chissà quali
trame diaboliche e che (avvertito dai confratelli
che la conoscevano) non le proponesse cure mediche,
sicuro complotto per eliminarla e appropriarsi della sua
unica ricchezza, quel vasto alloggio che era stato di suo
padre, professionista stimato nella città di un tempo re-
moto.
Non c'era altro da fare che esercitare la pazienza
- che solo quella nuova forza fino ad allora sconosciuta
mi aveva dato - che ascoltarla in silenzio, senza
incoraggiare o contrastare quei vaneggiamenti ossessivi.
Riuscii a distrarla anche con una trovata di cui un poco
mi compiacqui, visto il successo: le portai in dono un
canarino in gabbia, che divenne il centro della sua vita
solitaria e dolente. Ogni sabato pomeriggio, andando ad
ascoltare per ore i suoi poveri vaniloqui contro nemici
ignoti, assieme al vassoietto delle piccole paste che
prendevamo con il thè che preparava, le portavo anche
la scatola dei biscotti per l'uccellino.
A differenza di quanto predicava la rozzezza
marxista, che stava per conquistare proprio allora troppi
cattolici, molti dei nostri mali - talvolta i peggiori - non
hanno nulla a che fare con l'economia. Nessuna lotta
sociale può porvi rimedio, nessun ministero statale o
facoltà di sociologia o piano quinquennale può dare
aiuto. Il solo conforto possibile è in quella carità cri-
stiana, irrisa dagli ideologi come alienante, che - co-
minciai a impararlo sul campo proprio in quei mesi -non
tromboneggia con termini astratti come "popolo",
"classe", "umanità", ma cerca di alleviare il male di vi-
vere delle persone singole, concrete, una a una, perché
ciascuna ha un peso sulle spalle diverso da ogni altro.
Per dirla proprio con il beato Ozanam, pur ottimo socio-
logo, che conosceva bene i problemi sociali dell'epoca
della prima industrializzazione e che, dunque,
reclamava provvedimenti anche a livello legislativo:
«La giustizia ci vuole ma questa, da sola, non basta:
accanto a essa deve esercitarsi la carità». Eccoti servito
un altro
et-et...
Dunque, ti desti subito da fare per passare dalla
teoria ai fatti, scopristi il bisogno di amare
concretamente, come conseguenza della scoperta del
Deus qui ca-ritas est, come ripete Benedetto XVI
rifacendosi a
Giovanni.
Mi sono subito persuaso che ciò che dobbiamo
annunciare senza stancarci, e che dobbiamo riaffermare
di continuo è la fede, da cui morale e impegno carita-
tivo derivano spontaneamente. Come tu stesso dici:
prima i fondamenti, il grido primitivo dello «Iesus est
Dominus!». E solo dopo le conseguenze etiche, i codici
morali, le buone azioni, che altro non sono che un frutto
istintivo di cui chi ha accettato il Cristo avverte il
bisogno direi fisiologico. Io stesso lo sperimentai, sin
dall'inizio. Insomma, il principio strategico di Napo-
leone: «Prima, la vittoria. L'intendence suivra». L'inten-
dence, cioè l'amministrazione, la logistica, le furerie a
servizio dell'armata. Vinta l'incredulità, con la conquista
della fede arriva l'organizzazione concreta della carità.
L'incontro con Lui spinge all'incontro fraterno con gli
altri.
Per dartene un'altra conferma: penso,
sorridendo, a come avrei reagito pochissimi mesi prima,
se un flash improvviso, un sogno inatteso, mi avessero
fatto baiente una scena incredibile. Giorni dei Santi e
dei Morti, dunque inizio di novembre di quello stesso
1964, ingresso principale del Cimitero
Monumentale di Torino. Io, non ancora ventiquattrenne,
con al bavero del cappotto la targhetta comunale di
autorizzazione alla questua benefica e, tra le mani, una
cassetta di legno con la scritta «Per i poveri della San
Vincenzo», completa di fessura per le monete da 50 e
100 lire e per le rare banconote da 500 o da 1.000.
Quella dell'inizio di novembre era la maggior occasione
dell'anno per rimpinguare le piccole casse delle confe-
renze vincenziane della città. Comprensibile; anzi, edi-
ficante, in una prospettiva cattolica. Ma per quale evento
singolare era finito a far parte dei devoti mendicanti il
giovane che, sino ad allora, di giorno era stato
l'intellettuale in formazione della Torino laicista e, di
notte, faceva il telefonista libertino? Quale forza lo
aveva spinto a chiedere l'elemosina nel luogo più fre-
quentato della sua città in quei giorni novembrini
(qualcuno, in effetti, lo riconobbe e, imbarazzato, fece
finta di nulla), incassando per giunta, ironia estrema, le
parole di elogio di qualche devota vecchina? «Che bravi
giovani! Continuate così!» dicevano infilando la
moneta.
Il miracolo era che non mi veniva da ridere -
anzi, da sogghignare alla volterriana, come avrei fatto
sino a poco prima - ma da ringraziare e da riflettere. E
ancor oggi ho un ricordo nostalgico di quelle brume
autunnali, di quelle ore in piedi con l'umidità che pian
piano impregnava le ossa, di quella folla con i mazzi di
fiori in mano che scendeva dai tram con le luci accese
tutto il giorno, nell'autunno torinese, di quelle monete
che tintinnavano e che sarebbero servite anche per com-
prare i biscottini per il canarino che mi attendeva ogni
sabato pomeriggio, in gabbia come la sua vecchia,
sventurata padrona.
Una fede passata immediatamente dalla scoperta
ai fatti concreti, d'accordo. Ma, scusa, non parlasti con
un prete, con un confessore, per avere un consiglio?
Devo dirti che, se non ne parlai né in famiglia né
con i rari amici (ma che tali, poi, non erano, mancando la
confidenza) non mi precipitai neppure da qualche prete
per aprirmi e per chiedergli di accompagnarmi in un
percorso tanto imprevisto e sconosciuto. In quei primi
tempi non vi andai, ma non certo per superbia. In effetti,
tra le cose che mi fu dato subito di intravedere, ci fu il
significato di quell'umiltà di cui conoscevo il nome ma
non la realtà e che mi sembrava tra le stramberie ipocrite
del cattolicesimo. La cultura di cui mi ero nutrito -
quella del radicalismo borghese - portava, e porta,
necessariamente all'alterigia di chi si sente superiore a
un volgo che, per mancanza di strumenti intellettuali o
per trivialità innata, ha abitudini, desideri, idee per
l'appunto "volgari". Quel popolo - o "popolino", anche
se oggi spesso danaroso, ma del tutto carente di eleganza
intellettuale - andrebbe rieducato da "color che sanno";
oppure, essendo per alcuni irredimibile, va ignorato e
lasciato vivere una vita parallela, con le sue grossolanità
che nulla hanno a che fare con gli appartenenti al Club
della Cultura.
Ne ho già accennato, ma giova forse ripeterlo:
soprattutto noi della tradizione torinese ci sentivamo
'antitaliani", niente avevamo da spartire con la mag-
gioranza della popolazione di un Paese che il cattolice-
simo aveva deformato, facendone un'accozzaglia im-
presentabile, pronta ad andare sia a Ostia o Rimini con
bambini, suocera, cane, caricati sull'utilitaria, sia in Pelle
grinaggio, con il parroco, a Caravaggio o a San Giovanni
Rotondo; una turba raccapricciante, con mo-
gli sempre sovrappeso, pargoli urlanti, e che,
allora, cominciava a esser preda di una nuova religione,
quella della volgarità del consumismo beota. Noi
eravamo "l'altra Italia": necessariamente di minoranza
e, in fondo, contenta di esserlo. Per dire: eravamo quelli
che, come ci ricordava a ogni estate «L'espresso», elen-
cando le sue sfiziose proposte, facevamo le "vacanze
intelligenti", con eleganti scoperte intellettuali. Mica le
cafonerie agostane di un'Italia reale, cui avevamo il do-
vere di contrapporre quella "ideale". La nostra, di noi,
gli happy fews, gli "illuminati".
Ero già così, caro mio; o, almeno, così mi
preparavo (e mi preparavano) a essere; e non vedevo
nulla di meglio che lo snobismo da borghesia liberal, da
lettore de «Il Mondo», oltre che allievo di quei docenti
che sai. Ma poiché, come dicono gli Atti degli Apostoli
a proposito della conversione di Saulo-Paolo, a chi
incontra il Signore «cadono dagli occhi come delle
scaglie» e comprende la gerarchia delle cose, faceva
parte del flash iniziale anche la rivelazione dell'umiltà,
quella vera, quella praticata dal Cristo stesso e posta
poi, in ogni tempo, tra le basi della formazione
cristiana.
Non per superbia, dunque, non mi confidai con
alcuno, nemmeno con un sacerdote. Innanzitutto,
perché prima volevo cercare di capire che mi stesse
succedendo, volevo aspettare per vedere come, in che
modo, in quanto tempo avrei attraversato quella terra
incognita o se lì mi sarei arrestato, se lì avrei piantato la
tenda per la vita intera. Ero sicuro - non potevo fare
diversamente -di non essere preda di allucinazioni,
sentivo che i miei sensi registravano un clima interiore
mai prima avvertito ma che lo facevano con l'efficacia
di sempre e che non mi ingannavano. Ma dovevo avere
la pazienza di orizzontarmi, di riflettere. E se, malgrado
tutto, si fosse
trattato di una crisi passeggera, di un'illusione,
seppure con ogni parvenza di realtà? E poi: da quale
prete andare, se non ne conoscevo alcuno?
Davi comunque per scontato che doveva
trattarsi di un prete cattolico, non del ministro di
qualche comunità protestante - Torino non ne era
sprovvista - o, perché no, ortodossa?
Te lo dicevo: mi scopersi naturaliter catholicus;
mi fu dato di intuire, anche qui di colpo, che il Mistero
verso il quale dovevo muovermi era contenuto
dall'involucro non solo cristiano ma anche romano, pur
se così estraneo e sgradevole sino ad allora. So che
anche tu, come me, non ami la banalità e quindi non mi
farai l'obiezione consueta, dunque noiosa; anche se,
peraltro, giustificata. Non mi obietterai, cioè, che non
avevo scelta, se non quella cristiana: nell'Italia del 1964,
non è che potessi andare da un rabbino, da un imam, da
un lama, da uno stregone animista.
La Luce, quella Luce, era per me,
inconfutabilmente la luce del Cristo. Non era sgorgata
forse dal Vangelo? Ma se quella era la religione, quale
seguire come confessione} I seguaci di Gesù, da sempre
- già ai tempi di san Paolo i fedeli del nuovo culto erano
lacerati da divisioni - non lo seguono uniti nella stessa
comunità, non leggono le Scritture nello stesso modo.
Dunque, se fossi stato ginevrino, la conversione mi
avrebbe portato da un pastore calvinista, se londinese da
uno anglicano, se berlinese da uno luterano, se
newyorkese da un predicatore televisivo di qualche
setta evangelical, se moscovita da un pope ortodosso; e
così via? Ero un italiano di Torino: dunque,
necessariamente cattolico?
Non so che dirti, se non che, tra le cose che feci,
ci fu andare alla libreria Claudiana, attigua al grande
tempio centrale dei valdesi (i nostri soli protestanti
autoctoni) e mi procurai una borsata di libretti e
opuscoli dai titoli come Cento ragioni per non restare
cattolico, oppure Mille motivi per farsi protestante, o
L'inganno di Roma, o La superstizione del marianesimo
e cose così. Come sai, questa pubblicistica non è un
ricordo del passato, c'è ancora e continuamente si
rinnova, grazie anche ai grandi mezzi economici e al
proselitismo di sètte, gruppi, chiesuole quasi sempre
made in USA. Solo dai cattolici si pretende una
contrizione "ecumenica" che giunga, possibilmente, sino
al rinnegamento di sé e al ripudio della propria identità.
Quello che per gli altri, tutti gli altri è doveroso
"apostolato", per i cattolici - per quei pochi, almeno, che
ancora osano praticarlo - diventa "inaccettabile
proselitismo". Comunque, in quei mesi comprai e lessi
tutto, con attenzione, sforzandomi di restare aperto e
oggettivo, pronto a ogni soluzione.
Comunque andasse, avevo certamente da
perderci, nella prospettiva di un futuro professionale,
rassegnandomi a dirmi cristiano, visto che così mi era
capitato e non potevo fare diversamente. Ma era proprio
necessario che mi spingessi sino a riconoscermi
addirittura come cattolico? Non sarebbe stato più
opportuno limitare i danni - svergognandomi meno nel
mio ambiente e restando più accettabile dalla cultura da
cui provenivo - aderendo per esempio, a quella
comunità valdese che aveva dato e dava non pochi
membri al Club sprezzante ed esclusivo degli
"antitaliani", dunque anticattolici? Alessandro Galante
Garrone, nelle lezioni e negli scritti, ci parlava spesso,
con stima e ammirazione, di suoi colleghi storici,
valdesi non solo per tra-
dizione familiare ma anche per fede professata e
vissuta. Tra l'altro, pur nato da un'eresia medievale, il
val-dismo aderì ai tempi della Riforma al calvinismo:
confessione cristiana che il mito (per altro abusivo, di
cui il vecchio Max Weber è uno dei divulgatori, non so
bene se maldestro o incompreso) che il mito, dunque,
mette tra le radici della modernità borghese e del
progresso e che, avendo contrassegnato certe elite
anglosassoni, oltre che svizzere e olandesi, è
considerato "elegante", certamente assai più che
l'impresentabile cattolicesimo, con il suo becerume per
plebi idolatre, tra madonne, reliquie, miracoli,
processioni.
Riconoscersi cristiano, ma protestante, purché
non di cose come i geovisti o altre sètte, avrebbe avuto i
suoi vantaggi; o almeno, lo dicevo, mi avrebbe
permesso di fermarmi ai primi danni. Ma poi: non era da
scartare del tutto l'aura insolita, un po' pittoresca, tale da
incuriosire e da fare di te un piccolo personaggio, di un
Vangelo accettato sì, ma secondo la lettura orientale,
ortodossa. Tra l'altro, non ci sarebbero stati grossi
problemi di comprensione: non erano stati inutili i
cinque anni ginnasiali e liceali di greco, lingua franca di
molte di quelle Chiese orientali, con un loro fascino
esotico e anch'esse, alla pari di quelle protestanti,
custodi di un antipapismo che era la password per non
essere espulsi dall'intellighenzia di cui mi apprestavo a
essere parte.
E invece?
E invece, no: il fatto nudo e crudo era che non
potevo affatto scegliere. Non io avevo scelto il tema,
non io potevo scegliere lo svolgimento. La Verità stava
nel Vangelo; e questo era stato affidato alla comunità
che
non a caso chiama se stessa Catholica:
"universale", si traduce di solito. Ma sembra che
l'etimologia autentica - o, almeno, quella più precisa -
sia un katà olon, "secondo il tutto", che ben esprime la
completezza, Yet-et comprensivo di ogni realtà, il "non
vogliamo rinunciare a niente".
Non mi era dato di scegliere: volente o nolente,
era sotto la guida del successore di Pietro, come è
considerato dai suoi fedeli, che dovevo mettermi. E non
perché ero nato in una parte del mondo di tradizione
cattolica da duemila anni; ma perché lì, e lì soltanto,
stava l'ortodossia completa e la pienezza sacramentale,
mentre altrove c'era un cristianesimo rispettabile ma
parziale. Quello deìYaut-aut, dell'accettazione di
qualcosa e del rifiuto di qualcos'altro, non quello
delYet-et, quello dell'ossimoro, della sintesi dei contrari.
Quello del solvitur in Excelsis, per dirla con Jean
Guitton, uno dei miei maestri (ne parleremo),
anticipatore e cultore di dialoghi ed ecumenismi e
insieme convinto assertore, con ricchezza e finezza di
argomentazioni, del «perché non possiamo non dirci
cattolici».
Mi rendevo conto, con un istinto che mi fu poi
confermato da conoscenza ed esperienza, che il
protestantesimo finisce col dissolversi nella storia se non
nell'attualità, mentre l'ortodossia greco-slava guarda alla
meta-storia, tende a dissolversi nell'Eternità splendente
e immobile delle sue icone. Solo nel cattolicesimo tro-
vavo il "centro", la sua consueta compresenza degli op-
posti: l'azione e la contemplazione, l'attenzione a questo
mondo e al contempo all'Aldilà. Per citare di nuovo
Guitton: «Je suis catholique parce que je veux tout». E
io pure volevo tutto.
La conclusione, che non potevo discutere,
perché mi si imponeva dal profondo e mi era confermata
dallo stu-
dio e dalla riflessione, mi era già stata data: mio
compito, da allora in poi, sarebbe stato quello di
ricercare, chiarire, spiegare (a me e agli altri) perché
non solo il cristianesimo, ma proprio quello nella
versione romana, fosse l'approdo adeguato per il
cercatore di una verità piena. Insomma: il credo ut
intelligam, la ricerca sì, ma non della fede - quella era
un dono previo - bensì delle ragioni che rendono quella
fede credibile e vivibile e dei luoghi dove essa è
insegnata in modo tale da armonizzare, salvandole, tutte
le ricchezze, spesso apparentemente così
contraddittorie, della Scrittura.
Comunque, alla fine cercasti un prete - cattolico
- e andasti a trovarlo.
C'era innanzitutto, te lo dicevo, la domanda:
prima o poi dovevo pur farlo, ma quale sacerdote, visto
che la categoria non rientrava nelle mie frequentazioni e
non conoscevo alcun cattolico esperto, cui chiedere
un'indicazione? Potevo affidarmi al caso (secondo il
mondo), alla Provvidenza (secondo la fede), confidando
che mi avrebbe ben guidato? Ma come si faceva, in
pratica? Si entrava in una chiesa a chiedere se c'era
qualcuno disponibile a un colloquio, si suonava alla
porta di un convento? O che altro?
Poi, mi venne in mente che almeno un sacerdote
lo conoscevo. Era il piccolo, vivace, Pallora ancor
giovane francescano, con tanto di saio marrone e di
cordone bianco che, al liceo, con dottrina e con belle
maniere, aveva tentato di tenerci le "ore di religione",
previste dal Concordato. "Tentato", dico, perché ho di
quelle ore il ricordo di una classe che si faceva i fatti
suoi: chi chiacchierava con i compagni, chi recapitava
furtiva-
mente un bigliettino alla compagna, chi si
preparava per l'interrogazione dell'ora seguente, chi se
ne stava seduto guardando il soffitto, chi chiedeva di
andare al gabinetto, non per bisogni impellenti ma per
fumarsi una delle prime sigarette. In effetti è proprio
così, è nelle toilettes del D'Azeglio che ho imparato a
fumare. Forse ero io che non me ne sono accorto,
disattento com'ero, ma non ricordo che, malgrado
l'impegno del docente, ci fossero segni di consenso o di
dissenso, che nascessero discussioni spontanee, segno
comunque di interesse. Tra quei figli della borghesia
torinese non sembrava impellente il bisogno di
abbeverarsi alla sapienza esposta dal buon frate, visto
tra l'altro che quelle lezioni erano paracadutate tra tutte
le altre, nessuna delle quali contemplava "l'ipotesi Dio",
se non quelli dell'Olimpo, visto che eravamo al classico
e di Zeus e soci ci occupavamo ogni giorno, ma proprio
mai di Jahvè o di Trinità. E visto pure che per la reli-
gione non era previsto un voto ma una valutazione che,
anche se negativa, non influiva sul risultato finale. Un
"rimandato a settembre", qui, non era previsto.
Quanto a me, nulla ricordo, ovviamente, dei
contenuti della pur volenterosa e, credo - giudicando
dagli incontri che avrei poi avuto con lui - pregevole
esposizione di padre Berardo, come si chiamava il
francescano. Così come nulla ricordo del manuale che
doveva servirci come traccia e che, dopo averlo
sfogliato, mi sembrava un compendio di astruserie
basate su ipotesi indimostrabili. Chi avesse detto, allora,
che alcuni miei libri sarebbero stati adottati come testi di
religione proprio nei licei! Ricordo di essere intervenuto
qualche volta, non spontaneamente, ma perché il buon
religioso invitava al dialogo e talvolta stuzzicava pro-
prio me, forse perché aveva saputo dai colleghi profes-
200 4. IL VANGELO NEL CASSETTO
I sori che non ero tra gli svogliati né tra i
mediocri, al-1 meno nelle materie letterarie e storiche.
Provocato a dire la mia, suppongo di avere avuto i
qualche punta polemica, ma suppongo pure di non es-I
sermi accaldato. Come già ti accennavo, istinto e rifles-I
sione mi portavano verso l'indifferenza e l'estraneità dello
scettico, non verso le scalmane del negatore. Sulla bocca
- in religione come in politica - un som-setto ironico, non
certo la bava del comecuras, il man-giaparroci, come
dicono gli spagnoli che, quando gli gira, di stragi di preti
se ne intendono. Nel suo zelo di apostolato, padre
Berardo mi aveva talvolta avvicinato, alla fine della
lezione, invitandomi per qualche conversazione
pomeridiana nel suo convento, non molto distante dal
liceo. Promettevo vagamente; ma non vi andai mai.
Perché togliere tempo alle mie passeggiate solitarie per la
città, alle mie soste nella silenziosa sala di lettura della
Biblioteca Civica, allora a Palazzo Cari-gnano, al cinema
e al gelato con qualche compagna che corteggiavo?
Perché complicarmi la vita dibattendo sul nulla, essendo
irrisolvibile - lo dimostrava anche la storia della filosofia,
che occupava un posto importante nel curriculum del
liceo - il Problema dei Problemi?
In quel convento francescano al fondo di via San
Quintino, accanto alla chiesa di sant'Antonio da Padova,
non andai allora, al tempo del liceo. Alla sua porta
dovevo invece bussare in quel quarto anno universitario.
Lui ne fu sorpreso, ovviamente...
Ovviamente, come dici. Ma forse non più di tanto,
da uomo di fede autentica, sapeva che Dio si diverte a
tendere le Sue paterne tagliole per la selvaggina
più impensata. Sapeva che, se così decide, non c'è
scampo per la vittima designata: àurum est contra
stimulum recalcitrare, per rifarci al solito esempio
paolino, ovviamente sideralmente lontano, ma al
contempo paradigma di ogni conversione cristiana.
Chissà? Non ne parlammo mai, ma non escludo
che egli stesso fosse in qualche modo responsabile; è
ben possibile che, dietro a ciò che constatava,
vedendomi capitare da lui non per dibattere e cercare ma
per chiedergli di aiutarmi su un cammino già
indicatomi, ci fosse anche la sua preghiera per
quell'allievo brillante e al contempo sfuggente.
Insomma, la solita, confortante comunione dei santi.
Se preghiera ci fu, come sospetto, meritava di
essere ascoltata: uomo di Dio, seguace di Francesco non
per inerzia, quel piccoletto in saio a un certo punto
giudicò troppo confortevole il suo lavoro di docente nel
più esclusivo liceo di una ricca città europea. Dunque,
chiese ai superiori di toglierlo dal quieto convento
torinese per trasferirlo in un altro, ben diverso, in una
regione sudamericana opulenta per pochi e miserabile
per i più. Tra quella gente, non si unì ai frati ideologi, ai
clericali apostoli di una "liberazione" solo dai bisogni
materiali, non appoggiò bande guerrigliere che, in nome
del popolo, ne aumentassero le sofferenze, come sempre
capita e capiterà quando arrivano i demagoghi, anche se
dicono di ispirarsi al Vangelo. Padre Berardo, invece
che far comizi infiammati, mandò avanti un ospedale,
dove i bisognosi fossero accolti e curati fraternamente:
non m nome di qualche solidarietà "proletaria", non in
nome dell'odio per i ricchi, bensì in nome del comando
del Cristo, che nei sofferenti si è identificato e, al con-
4. IL VANGELO NEL
CASSETTO
02
tempo, ci ha ricordato che alla carità del pane
deve accompagnarsi la carità della Verità.
Tra l'altro, lasciamelo dire: quel francescano,
accogliendomi con affetto in quei mesi decisivi, mi fece
del bene; ma il bene, alla pari del male, finisce sempre
per ritornare indietro a chi lo compie. Così, una ventina
di anni dopo, non gli fu inutile, per mandare avanti il
suo ospedale, quel po' di notorietà e di familiarità con i
media acquisito dal suo giovane "penitente" di un
tempo, che fece in modo che qualche benestante no-
strano non si dimenticasse che «i poveri li avremo sem-
pre con noi» come ci avverte Gesù, mettendoci in
guardia dalle utopie, ma che nel frattempo vanno aiutati.
Se posso ricordarlo è perché non ne ebbi alcun merito,
se non quello del semplice passaparola.
Torniamo a quando ti presentasti a lui per la
prima volta.
Mi aiutò a gestire l'emergenza - se così posso
dire -che vivevo in quelle settimane; ma fece in modo,
saggiamente, che mi preparassi a rendere solida e quoti-
diana, nel futuro che avevo davanti, quella prospettiva
cristiana che in quei mesi vivevo in una sorta di stato
lucido e al contempo traumatico. Ci fu una prima con-
fessione. E fu dura, credimi.
Ma quella che mi sarebbe sembrata, sino a poco
prima, un'intollerabile umiliazione, fu ripagata da una
sensazione di libertà, di leggerezza, di gioia. Come av-
viene sempre, del resto ogni volta che la Chiesa ti assi-
cura, per bocca di un suo sacerdote (magari anche in-
degno, ma il suo ruolo è solo quello dello strumento)
c
he, quali che siano le tue colpe, queste non esistono
più, sono state cancellate dal perdono di Cristo.
È straordinario, è un dono bellissimo, che sperimentai
allora per la prima volta, il potere che ha voluto lasciare
a Pietro e, con lui, alla Chiesa intera: «Tutto ciò che le-
gherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che
scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Ci accordammo per un incontro settimanale, nel
pomeriggio della domenica, giorno per me lavorativo,
l'attività nella centrale telefonica non conoscendo tre-
gua. Mi affidai con fiducia, insomma, alla sua direzione
spirituale. Cosa che, come ti dicevo, costituiva un'altra
prova non facile - dopo la fatica della prima confessione
- per un individualista un po' anarchico come me. Tra i
ricordi incancellabili, immersi nell'atmosfera incantata
di quei tempi, c'è il mio giungere a piedi (la Vespa non
era che un ricordo...) in quel quartiere appartato, di
buona borghesia, senza negozi, dalle strade semideserte,
soprattutto nel giorno sacro non più a Dio ma al week-
end, il cui culto superstizioso, altro inquinamento
americano, già allora vigoreggiava. Deserto o quasi, se
non per qualche anziano celato nella penombra, anche il
santuario di sant'Antonio, in quel revival medievale
ottocentesco che, con scandalo degli intellettuali, non
solo non mi è sgradito ma mi sembra ben più propizio al
raccoglimento degli orrori che sono seguiti. E dove non
sai se sia maggiore l'insipienza dell'architetto o quella
del prete o vescovo committente. Dopo un po' di
raccoglimento solitario, seduto su un banco, passando
dalla sacrestia mi inoltravo nel convento, il primo
edificio "cattolico" che vedessi dall'interno. Anche qui
mi confortava il silenzio, la luce ovattata, la sensazione
di non essere a ridosso del centro di una metropoli
industriale ma in un mondo "altro", dove altri valori
vigevano. In effetti, i colloqui che se-
guivano nella cella di padre Berardo non
dimenticavano mai la realtà, ma si aprivano poi a
dimensioni inaccessibili, perché incomprensibili, a chi
non condividesse la fede che ormai ci univa.
Quel tuo padre Berardo ti consigliò anche
letture? Che altre indicazioni ti diede?
Mi consigliò, ovviamente, spesso mi prestò,
libri di formazione spirituale. Li lessi, ma è significativo
che, di mia iniziativa (vedi la difficoltà di "dirigermi"!),
mi indirizzassi presto a un altro tipo di opere. Quelle,
cioè, sulle origini storiche del cristianesimo.
Fondamentale mi fu un classico, peraltro ben più attuale
di altre opere che si vogliono il non plus ultra della
ricerca moderna e che non durano che la stagione delle
mode cul-tural-religiose che le hanno ispirate. Quel
classico ha la mia età, la prima edizione uscì infatti nel
1941, e l'autore, guarda caso, morì nel 1964, giusto
l'anno in cui mi gettavo avido sulla sua opera. Parlo
della Vita di Gesù Cristo di Giuseppe Ricciotti,
Canonico Regolare Lateranense e al contempo esegeta
e archeologo biblico tanto stimato anche nel mondo
laico che a lui Giovanni Gentile affidò le voci cristiane
in quella Enciclopedia italiana che voleva essere una
cattedrale edificata con le pietre della cultura migliore.
Che Dio lo benedica, quel caro abate dal
carattere spigoloso (come mi confermarono i suoi
anziani confratelli che incontrai), ma al contempo con
la bonarietà del popolano romano e con l'aura di una
fama scientifica di certo non abusiva. Che Dio lo
benedica, perché "alla sua fatica - quella su Gesù
innanzitutto, ma anche dagli altri suoi libri, spesso in
più volumi - ho
tratto la certezza, convalidata poi da
innumerevoli altre letture, che la struttura portante delle
origini cristiane è storicamente solida. Di certo, molto
più solida di quanto non vogliano tanti professori di
scienze bibliche, anche di istituti cattolici, e tanti loro
divulgatori.
Quando l'editore che lo aveva in catalogo, la
Mondadori, sembrò dimenticarlo e non fece seguire
un'altra edizione alle innumerevoli già stampate, quando
dunque quel libro rischiò di uscire dal mercato, mal-
grado la richiesta continuasse, usai quel po' di autore-
volezza che potevo avere. Così, non solo quella Vita di
Gesù Cristo dell'abate Ricciotti riapparve - tra l'altro
nella collana tascabile, gli Oscar, destinata alle opere di
ampia diffusione - ma uscì anche con un mio saggetto
introduttivo con il quale cercavo di saldare almeno un
poco il debito contratto qualche decennio prima.
Non mi attraevano le vite letterarie del Cristo,
bensì gli studi storici su Gesù, come quello - fu
importante quasi alla pari del Ricciotti - di padre
Lagrange, il grande biblista domenicano che fondò a
Gerusalemme la celebre scuola e che riuscì a fare
entrare i metodi moderni, in quanto avevano di solido e
di migliore, nell'esegesi cattolica.
Nel desiderio di stringere da vicino, con le mie
categorie congeniali di storia, di archeologia, di ragione,
la figura del Nazareno, non avevo tempo per le fantasie
e le "prose d'arte" dei letterati, dei quali, qui, ho sempre
diffidato, poiché rischiano di fare credere un romanzo
ciò che è una storia vera. Quella sulla cui solidità tutta la
fede sta o cade. L'aggressione moderna al cristianesimo
nasce proprio dal tentativo di presentare come verità
scientifica l'eterno sospetto che i Vangeli non siano che
un insieme di leggende, favole, miti giudeo-ellenistici.
Proprio per contrastare questa accusa ho
206 4. IL VANGELO NEL CASSETTO
| scritto i miei libri. È dunque comprensibile che
preferi-I sca che gli scrittori (ma anche i registi, gli
sceneggia-■ tori, gli autori di cinema e di televisione)
esercitino su \ altri temi le loro capacità inventive e usino
per le loro i trame fantastiche personaggi diversi da quelli
evangelici.
Consigliato però, mi pare, proprio da padre Be-
rardo, feci un'eccezione per La vie de Jesus di Mauriac
che, in effetti, riveste, da par suo, di parole adeguate,
senza aggiungere o togliere, la sola storia che abbiamo di
Lui, quella narrata nei quattro Vangeli. Se ricordo qui
quel piccolo libro è anche perché, mentre lo leggevo, una
notte in cui non ero in servizio ai telefoni, un volto di
Cristo, nel bianco e nero drammatico di Rouault che
illustrava il testo, si sommò non so come alle parole di
Mauriac e mi procurò una sorta di fulmineo ma
intensissimo elettroshock che non ho mai dimenticato e al
cui ricordo ancora mi appoggio, trovandovi una conferma
definitiva, quando ripenso a quei giorni.
Molti altri, poi, sono stati tra i miei "Virgili" in
quella che per me era l'inesplorata Atlantide cristiana.
Molti sono laici (nel senso di non sacerdoti) e, a conferma
di quanto ti dicevo prima, i francesi sono più che gli
italiani. Ma ciò che ha contato, per me, è che tutti erano
mossi da una esigente passione apologetica. Li
sospingeva quello che Pascal chiamava le besoin de
convaincre. Lo stesso bisogno che mi stava premendo
dentro: dovevo dare ragione della fede, convincere, ap-
punto, che credere non è una tentazione ingenua riservata
a chi non rifletta; al contrario, proprio la riflessione Può
portare ad aprirsi al Mistero di Gesù. Insomma, sin da
quegli inizi ebbi ben chiaro quale fosse il cantiere cui
dovevo cominciare a mettere mano: cercare di risco-
prire e di riproporre quella apologetica che
proprio in quegli anni veniva rimossa se non
demonizzata o ridicolizzata. Ma per darmi a questo
mestiere, per me sino ad allora impensabile, dovevo
prepararmi, dovevo conoscerne i metodi e i segreti.
Dovevano passare ben dodici anni prima che mi
azzardassi a uscire allo scoperto con Ipotesi su Gesù e
lo feci usandomi in qualche modo violenza, strappan-
domi il manoscritto di mano, consapevole che più ap-
prendevo e capivo, più c'era da imparare e compren-
dere. Ma così è avvenuto anche per i libri seguenti,
moki dei quali sono usciti solo perché mi sono fidato di
quanto diceva sant'Escrivà de Balaguer, col suo con-
sueto realismo: «I libri, soprattutto i "nostri" libri, non si
finiscono mai. Si interrompono».
Con quel tuo padre spirituale parlavate anche,
com'è naturale, del tuo futuro.
Certo, ma bisognava trovare risposta a una
domanda innanzitutto: all'interno di quell'universo di
fede in cui ero stato bruscamente introdotto, a quale
vocazione specifica ero chiamato? Ogni strada era
aperta, la laurea non era lontana e tra l'altro, essendo
generica - Scienze Politiche vuol dire tutto e nulla -,
non essendo specialistica come, che so, Medicina o
Ingegneria, potevo indirizzarmi ovunque. Ero
comunque consapevole che non si trattava di scegliere,
bensì di comprendere, di decifrare il piano che
Qualcuno aveva sulla mia esistenza. E in questo, come
sai, per la tradizione cattolica è fondamentale il giudizio
del direttore spirituale, al quale si deve obbedienza
come espressione della volontà di Dio stesso. Chi me
l'avesse detto, anche solo poc0
prima, che l'indirizzo della mia vita sarebbe
dipeso dalle indicazioni di un frate!
Ti confesso: arretravo sgomento davanti alla
possibilità che da padre Berardo mi venisse il verdetto
che ero chiamato alla vita religiosa, magari nel suo
stesso Ordine francescano. Più passavano le settimane,
e poi i mesi, più mi rendevo conto che uno choc come
quello che avevo vissuto e che ancora vivevo esigeva
da parte mia una risposta radicale. Eppure, c'erano cose
che mi sembravano superare le mie capacità, già messe
alla prova. Aggirarmi per le strade della vita futura con
addosso una talare nera con la fila interminabile di bot-
toni (allora usava ancora, anche se si era vicinissimi agli
anni dei preti travestiti da metalmeccanico, da clochard,
da turista se non da playboy) o, ancor peggio, andare in
giro con un saio, un cordone, dei sandali ai piedi: beh,
con tutto il rispetto, questo era davvero troppo! Non
avevo la tempra, temevo, di Agostino Gemelli, il
giovane medico positivista, il focoso propagandista
dell'anticlericalismo ateo che - caduto egli pure da
cavallo sulla sua via di Damasco - si era fatto proprio
francescano, diventando fondatore e rettore del-
l'Università Cattolica. Le sue foto in abito fratesco mi
ossessionavano.
Comunque, la questione dell'abito - pur fonte di
grave disagio, per me: e non ti sembri troppo frivolo
-veniva dopo, visto che il problema del direttore spiri-
tuale e mio era cercare di discernere se la mia chiamata
fosse sacerdotale o laicale. Io propendevo istintiva-
mente e decisamente per quest'ultima: così come non
aveva attrazione per me la vocazione a pater familias, a
Padre carnale, non ne aveva neppure quella a padre
spirituale. Sentivo che ero chiamato a dedicare la vita
^'approfondimento e alla divulgazione della verità cri-
stiana, ma non nel ruolo di predicatore, di
pastore, di amministratore di sacramenti. Mi fu sempre
più chiaro che non dovevo rinnegare la vocazione al
giornalismo che mi si era manifestata sin dalle
elementari, quando fui fondatore e unico redattore
(direttore era il maestro...) del giornalino di classe. E
dovevo assecondare l'intuizione - balenatami sin dai
primi tempi - di scrivere non solo articoli ma,
soprattutto, libri per riscoprire, se possibile per
reinventare, quell'apologetica di cui ti dicevo. Avrei
dovuto, semplicemente, cambiare contenuto alla mia
aspirazione di sempre a essere cronista e scrittore, alla
mia voglia di frequentare redazioni giornalistiche ed
editoriali: le "ragioni per credere" invece che la politica,
il costume, l'economia, la cultura.
Una vocazione, insomma, al kérygma, al primo
annuncio, alla rievangelizzazione al «malgrado tutto
vale anche oggi, è vera anche per noi, la notizia che
risuonò venti secoli fa: il crocifisso Gesù di Nazaret è
risuscitato, perché è Lui il Cristo annunciato dai
profeti». Per far questo, lo stato sacerdotale non solo
non era necessario, ma avrebbe potuto rappresentare
addirittura uno svantaggio: si sa che la proposta e la
difesa del cattolicesimo da parte di un prete o di un
religioso è sospettata a priori di difesa di una "bottega"
(come la chiamava mia madre), da cui trae
sostentamento e prestigio.
Comunque, padre Berardo e io ci prendemmo
tempo, la laurea era ancora un traguardo e non una
realtà. E i credenti sanno che il Dio cristiano ama, di
solito, indicare la Sua volontà non attraverso rivelazioni
esplicite, visioni clamorose, bensì attraverso la trama di
piccoli eventi, di apparenti casi, di incontri quotidiani.
Ben presto, comunque - non tanto per A"
chiesta mia, ma per convinzione di quell'ottimo
direttore di spirito - svanirono le ombre di sai e di
sottane nere e si precisò una soluzione segnalatami dal
padre e accolta da me, devo dire, senza sforzo, anzi con
convinzione.
Andasti, cioè, ad Assisi, alla Pro Civitate
Christiana, fondata e allora ancora diretta da don
Giovanni Rossi. Ma, prima di parlarne, ti confesso una
certa insoddisfazione: non siamo arrivati troppo presto al
"dopo"? Avrei voluto che ti soffermassi di più sul tempo
in cui tutto avvenne, che spiegassi con un po' più di
abbondanza come e cosa davvero ti accadde in
quell'estate.
Hai ragione, me ne rendo conto io stesso. E in ef-
fetti, converrà ritornarci sopra. Lo faremo, vedrai, con
quell'ampiezza che auspichi. Intanto, però, nel nostro
procedere a balzi - queste sono tranches de vie, non un
manuale - siamo arrivati a questa prima scelta concreta,
direi decisiva, determinata da quanto era successo: la
partenza per l'istituto laicale di Assisi. Fu quello, in
qualche modo, il mio master, che iniziai poche settimane
dopo aver terminato gli studi in quella università il cui
rettore magnifico aveva avuto la parte che sai e il cui
esame, nell'autunno stesso del 1964, avevo finalmente
superato. E, stavolta, addirittura trionfalmente!
Don Giovanni Rossi era un pragmatico e insieme
carismatico prete milanese che aveva iniziato come
segretario personale dell'arcivescovo di Milano, il
cardinal Andrea Ferrari, eccellente pastore ma in
sospetto di modernismo. Infatti, solo da non molto è
stato riabilitato e addirittura beatificato. Don Giovanni
era so-
spinto da uno straordinario zelo per
l'evangelizzazione, a cominciare da quella rivolta a
professionisti e intellettuali, senza però dimenticare il
popolo. Comprese presto che, se l'annuncio del Vangelo
sembrava ormai sbattere contro l'indifferenza, era
perché la sua Essenza stessa, Gesù di Nazaret, era
sepolta sotto teologie, ecclesiologie, agiografie,
rubricismi, canonicismi, morali e moralismi che ne
nascondevano il volto.
In tempi quasi di ecclesiolatria, don Rossi, pur
fedelissimo alla Chiesa e devotissimo a ogni papa della
sua lunga vita, capì che la predicazione doveva
riguardare prima il Fondatore e solo dopo la Fondazione.
E che inizio e base di tutto era la resurrezione del
Cristo, che confermava la sua divinità: gli
insegnamenti, le norme etiche, i pur indispensabili
codici canonici giungevano solo in seguito
all'accettazione della fede. Ottocento anni dopo
Francesco, si verificò di nuovo, ad Assisi, un fatto
paradossale e, a suo modo, scandaloso: sembrò, cioè,
rivoluzionario, o almeno del tutto nuovo (non
mancarono le inquietudini della Gerarchia), che dei
cristiani, per giunta laici, si rivolgessero alla gente par-
lando innanzitutto e soprattutto di Gesù. Con fantasia e
tenacia, con umiltà e con consapevolezza dei suoi ta-
lenti, questo prete insieme tradizionale e moderno (in
ciò affine al suo grande amico e benefattore, Angelo
Roncalli), dedicò ogni ora del suo servizio sacerdotale a
un programma semplice e al contempo straordinario:
ricordare a un Paese di cristiani spesso solo sociologici
o clericalizzati che "oggetto" del cristianesimo è Cristo.
E che in quel Cristo la vita e la cultura moderne pos-
sono trovare il luogo di speranza e di ricomposizione.
Era, guarda caso, proprio ciò che - subito dopo la let-
tura del Vangelo - mi era sembrato di intuire con una
chiarezza in fondo inesplicabile, in quei miei primi
passi sulla nuova strada. Dunque, il buon padre
Berardo non si era sbagliato nell'intuire che la mia na-
scente vocazione incontrava perfettamente quella ormai
sperimentata, ed ecclesialmente approvata, del prete
milanese fattosi assisane
In effetti, don Giovanni Rossi, terminato, con la
morte dell'amato arcivescovo, il suo compito di segre-
tario, si era gettato in imprese di apostolato come la
Compagnia di san Paolo, che conobbero successi ma
anche tracolli economici. Tanto che, negli anni imme-
diatamente precedenti alla seconda guerra, dovette ri-
cominciare da capo, tra la diffidenza e l'abbandono di
molti nella Chiesa stessa. Con un pugno di giovani
fondò allora, ad Assisi, quella che chiamò "Pro Civitate
Christiana". Un'associazione di laici, uomini e donne,
tutti laureati (i pochi preti erano solo al servizio spiri-
tuale degli associati, non ricoprivano cariche direttive);
laici e laiche, dunque, che gestivano insieme molte atti-
vità di apostolato diretto: da una casa editrice e un
giornale, a convegni internazionali, a pellegrinaggi, al-
l'annuncio del Vangelo in "missioni al popolo" come si
chiamavano, in città italiane; sino all'ospitalità, praticata
nella moderna, elegante, solida "Cittadella Cristiana",
pensata per offrire non solo un soggiorno confortevole
nella città mistica per eccellenza, ma anche l'ambiente
ideale per affrontare i temi dello spirito.
In una prima visita ad Assisi, poco più di un
anno dopo il ribaltone, rimasi colpito e presto
conquistato. Era ciò che cercavo: il puntare dritto su
Cristo, lo scommettere sulla verità del Fondamento,
considerando ogni altro aspetto del cristianesimo solo
una conseguenza, pur necessaria. E, questo, in un
ambiente al contempo molto cattolico, fedele
nell'ortodossia, ep-Pur molto laico nello stile e nei
modi; in un contesto di
eccellente architettura moderna ben inserita in
quella antica della città; in un'eleganza sobria e discreta
che rivelava la cultura di chi aveva progettato e gestiva;
nell'assenza della sciatteria, dell'odore di cibo stantio,
dei fiori di carta e delle tovaglie di plastica, tra religiosi
spesso scorbutici, ciabattanti in corridoi oscuri. Tutto
diverso insomma, e molto in meglio - considerata la mia
storia anteriore e i miei gusti - da ciò che contrassegnava
tanti ambienti cattolici che avevo cominciato a
conoscere.
Qualcuno potrebbe sospettare che quella
Cittadella Cristiana, come si chiamava, fosse un approdo
sin troppo comodo.
Guarda che mica era il rifugio confortevole e
privilegiato di farisei ipocriti, di furbetti con l'hobby
della religione! Non a caso non c'era alla porta la fila
degli aspiranti: al massimo dell'espansione, che coincise
proprio con il periodo del mio arrivo, la Pro Civitate esi-
steva da oltre un quarto di secolo ma - nonostante fosse
assai conosciuta e apprezzata e lavorasse molto con i
giovani, dunque con vocazioni potenziali - non aveva
superato il centinaio di membri, tra uomini e donne, e
non aveva conosciuto, a differenza di quasi tutte le altre
realtà cattoliche, alcuna diffusione all'estero, né aveva
altre case sul territorio nazionale. Anche qui - come
sempre in una Chiesa le cui potenzialità sono infinite e i
carismi e le relative, possibili nicchie, tante quanti gli
uomini - per decidersi a bussare alle sue porte occorreva
una speciale chiamata, ci voleva quella forza di
attrazione misteriosa chiamata "vocazione".
In effetti, l'elegante bellezza dell'insieme, le
aiuole fiorite e i prati rasati, le grandi vetrate sempre
lucenti, i quadri e le stampe d'autore alle pareti, i pranzi
cucinati da professionisti e serviti in sale luminose da
ragazze umbre, spesso assai belle, in divisa, non erano
per noi ma per gli ospiti, cui si doveva dare un
soggiorno confortevole e, dunque, propizio al sereno
confronto religioso. Instillando loro - con un'acco-
glienza spiritualmente fraterna e materialmente curata -
il desiderio di ritornare in quel luogo privilegiato, per
continuare il cammino intrapreso. Tieni presente, tra
l'altro, che la permanenza in quella grande, confortevole
sala da pranzo era una festa per gli ospiti ma, per noi,
non un luogo di delizie, bensì un aggravio notevole di
fatica. Talvolta, a viste umane, una sorta di tormento. In
effetti, don Giovanni voleva che ciascuno di noi sedesse
sempre a un tavolo con gli ospiti, conducendoli se
possibile a discorsi impegnativi. Il fatto è che noi
avevamo un lavoro, quasi sempre di impegno
intellettuale, in quella vasta Cittadella. Solo la fede,
dandoti la certezza che in ogni ospite c'era il Cristo che
passava, poteva concederti la forza per non avere
tregua: la pausa dall'impegno quotidiano sostituita, a
ogni pranzo e a ogni cena, domeniche e feste
naturalmente comprese, dall'incontro con fratelli sin lì
sconosciuti, avidi di domande, di spiegazioni, di
richieste spirituali.
Qualcuno trovava il complesso sin troppo bello.
Ma, qui pure, bisogna guardare alle motivazioni e alle
intenzioni. Più volte all'anno c'erano incontri per operai,
l'ospitalità era aperta a ogni classe sociale, condizioni e
trattamento erano eguali per tutti. Non c'erano di certo
refettori o camere o servizi di prima e di seconda classe.
Qui giungeva pure una certa élite economica e
culturale - soprattutto milanese, a causa dei
legami di don Rossi, ma pure romana - che non potevi
accogliere in eremi spogli o in squallidi casermoni e cui
dovevi dare la testimonianza, sin dalla cura del luogo e
dei modi dell'accoglienza, che la fede era ispiratrice an-
che di buon gusto. E ricordargli, pure così, che nella
prospettiva cristiana c'è posto per tutto: per il tempo
della penitenza e per quello di un sobrio, ordinato, so-
lido conforto.
Tutto per gli altri, dunque, tutto a servizio di
quell'apostolato per cui la Compagnia era sorta e viveva.
Così, le "celle" dove volontari e prevolontari tornavano
alla sera (e che gli ospiti, nelle loro camere curate,
neanche sospettavano) erano stanze spoglie, spesso
umide e con poca luce, con vicino al letto il lavandino
con la sola acqua fredda, in antichi edifici nei vicoli del
centro storico. Malgrado l'associazione vivesse del
lavoro professionale, senza risparmio, di quel centinaio
di laureati, di soldi per costoro non ce n'erano, se non
per un piccolo contributo mensile. Comprare un paio di
calzoni o di scarpe - nonostante la disposizione fosse di
essere sempre impeccabili: anche d'estate, giacca,
cravatta, camicia di bucato per gli uomini e il
corrispettivo classico-elegante per le donne - costituiva
un grosso problema, risolto spesso solo dalla generosità
di parenti o amici. La disponibilità richiesta si
estendeva, senza discutere, su tutte le 24 ore; la laurea
ottenuta per esercitare professioni brillanti era messa nel
cassetto per dedicarsi a una vita che non prevedeva né
famiglia propria, né carriera, né guadagni. La
suddivisione tra uomini e donne era praticata con rigore
nel privato. Per il resto, si lavorava, si pregava, si
viaggiava, si mangiava insieme, ma sempre con le
cautele suggerite dall'esperienza e dalla tradizione.
C'era persino, in quella Cittadella, una galleria di
arte sacra contemporanea tra le maggiori in Italia, con
qualche capolavoro e non le solite croste melense, ma-
gari ruffiane, di sedicenti "artisti cattolici", spesso ormai
del tutto inconsapevoli di che sia il Sacro. Ma, cosa ben
più importante per me, che sentivo il bisogno prepotente
di concentrarmi nello studio dei rapporti tra il Gesù della
storia e il Cristo della fede, c'era, lì, la biblioteca più
completa, più specializzata non solo in tematiche
religiose ma proprio in cristologia. Se il mio obiettivo
era prepararmi a scrivere delle "ipotesi su Gesù",
bisognava che, per aprire il cantiere e portarlo a buon
fine, conoscessi anche tutto ciò che vi stava attorno.
Dunque, non solo l'esegesi biblica, ma almeno le basi
della teologia, della liturgia, dell'etica, della storia della
Chiesa. All'università avevo studiato la scienza della
politica, ora dovevo studiare la scienza della religione,
quella religione che non solo non avevo praticato con la
vita ma che non conoscevo affatto con la mente. Anche
in questa prospettiva, la PCC, come la chiamavamo, era
per me un luogo davvero provvidenziale.
Ma in concreto, come funzionava? Quali erano le
regole, le condizioni?
Erano queste: se - condizione, ovviamente,
prima ed essenziale -, se ci si sentiva chiamati a questo
tipo di impegno, se si erano terminati gli studi
universitari (qualunque fossero, c'erano ingegneri e
avvocati, medici e letterati), se si superava un periodo di
prova, se l'assemblea della comunità decideva di
accettarti, si veniva ammessi come "prevolontari". Un
impegno serio,
ma solo morale e personale, dunque nessun voto
e neppure nessuna "promessa" pubblica: questa,
semmai, la si pronunciava liberamente dopo un triennio
di studi teologici - una vera e propria altra laurea -
diventando "volontari". Cioè, membri effettivi con però,
sempre, la possibilità di ripensarci e di recedere, vista la
natura privata di un impegno che dava sì un rapporto
stabile con l'associazione, ma mantenendo interamente
la propria laicità, per lo Stato come per la Chiesa. I
pochi preti, ti dicevo, erano lì solo per il servizio dei
laici che gestivano il tutto, non avevano compiti
direttivi e potevano accedere alla Pro Civitate solo dopo
l'ordinazione. Dunque, non si formavano nella scuola
interna, che non era un seminario, bensì un istituto
strutturato per la formazione culturale dei prevolontari.
Quanto a quella spirituale, era affidata quasi
interamente alle omelie, alle pubblicazioni, ai ritiri del
Fondatore.
L'intuizione di don Giovanni era che l'apostolato
sarebbe stato rinnovato e potenziato se affidato a per-
sone che avevano studi, abiti, maniere simili a quelle di
ogni altro professionista laico. Insomma, e lo dico sor-
ridendo, ma risponde almeno un poco a verità: era la
tecnica della "infiltrazione". Solo più tardi conobbi la
figura e l'opera di un suo quasi coetaneo, morto tra
l'altro nello stesso anno, José Maria Escrivà de Bala-
guer, ora santo, alla cui Opus Dei ho dedicato, come sai,
un libro inchiesta. Ci sono, mi pare, punti di contatto tra
il sacerdote aragonese e quello lombardo e tra le loro
concezioni dell'apostolato moderno. E ci sono affinità
tra i modi di vita dei volontari laici della Pro Civitate
Christiana e i numerari, anch'essi laici, dell'Opus Dei.
Per tornare al funzionamento del "sistema":
durante gli studi, come in un buon collegio
universitario, la
I Compagnia assicurava il vitto, l'alloggio, le cure
medi-. che e in più versava un piccolo contributo in
denaro che, in verità, per me andava quasi tutto in
francobolli. E Corrispondenza, ovviamente su temi
religiosi, con ospiti conosciuti soprattutto a tavola, dove,
come ti dicevo, si sedeva con loro a pranzo e a cena. In
cambio del mantenimento, dovevi studiare con impegno
se eri ancora nella fase della formazione (c'erano esami
severi e non era contemplata l'ipotesi della bocciatura per
scarsa applicazione) e, nel tempo libero, eri tenuto a dare
una mano in uno dei dipartimenti, delle sezioni di lavoro
dell'associazione. A me, naturalmente, marchiato dalla
precoce vocazione al giornalismo, toccò la collaborazione
con il quindicinale «Rocca» - con una diffusione e un
prestigio allora notevoli, non soltanto nel mondo cattolico
- dove pubblicai i miei primi articoli "veri", cioè per un
periodico regolarmente stampato e diffuso, e non per
qualche foglio studentesco.
Quando ci ripenso, rido di me e dei miei superstiti
snobismi intellettuali duramente puniti, visto che il pri-
missimo articolo che firmai (pensa un po'!) come "inviato
speciale", era nientemeno che la cronaca di un Premio
della Bontà assegnato in una località termale delle Alpi...
Proprio a me, allergico a ogni buonismo, soprattutto se
sanzionato dalle competenti autorità civili, militari,
religiose che, sul palco, consegnano diplomi e medaglie a
edificanti personaggi che dicono con modestia, tutti e
sempre, di avere fatto solo il loro dovere! Proprio a me
che non avevo certo dimenticato, nella "Nausea"
sartriana, le pagine in cui il protagonista passa in
rassegna, alla pinacoteca civica di Bouville, i ritratti a
olio dei notabili, dei filantropi, dei benefattori della
società e della Chiesa, dei difensori di ogni bella virtù
umana e religiosa, degli austeri padri e ma-
L
dri di famiglie doverosamente numerose e che
esplode, alla fine in quell'inobliabile: «Salaudsl».
Proprio a me toccò l'inizio di un lavoro giornalistico,
esercitato poi per una vita intera, con uno zuccheroso
Premio della Bontà in una zona nota, più che per la sua
religiosità, per la sua bigotteria e per la devozione ai
locali parlamentari democristiani! Ma anche
quell'articolo, caro mio, faceva parte del sacrificio, era
parte di quella "obbedienza" cristiana che può avere
aspetti duri ma che - credimi - mostra poi,
nell'esperienza concreta, di essere il miglior strumento
per trovare e mantenere una pace interiore che niente e
nessuno può turbare. Oboedientia et pax: non è, se
ricordo bene, il motto scelto da quel modello di serenità
e di tranquilla letizia che fu il beato Angelo Roncalli?
Comunque, pur all'interno della obbedienza
cattolica, la Pro Civitate Christiana era un ambito di
libertà e di apertura che, in qualche modo, finì col
rivelarsi eccessivo. Avvenne infatti che noi, entrati
attorno a quel 1965 in cui vi arrivai (era lo stesso mese
di novembre in cui avevo ottenuto la laurea, come ti
dicevo non avevo perso tempo), noi dunque, ragazzi e
ragazze, eravamo una dozzina e ci capitò di giungere
alla fine dei corsi scolastici in un anno pas comme les
autres. Ma sì, proprio il Sessantotto, il cui fragoroso
carnevale andò a innestarsi sul subbuglio seguito nella
Chiesa al Vaticano II Come prevedibile in quel clima di
«autodemolizione ecclesiale» (parola di Paolo VI),
nessuno di noi fece la promessa che ti dicevo, per
passare dalla condizione di prevolontario a quella di
volontario. Anzi, buona parte di quelli che già lo erano
se ne andarono anch'essi e la crisi non è più stata
superata. Se me ne andai io pure fu perché mi resi conto
che sarei stato isolato in un ambiente eccitato da ogni
ideologia alla moda. Meglio
starmene da solo. Oggi la Cittadella di Assisi è
ancora aperta, gestisce qualche attività - segnata
peraltro, se guardo a «Rocca», da un anacronistico
sociologismo e psicologismo "di sinistra" che ormai,
nella Chiesa, è prerogativa di qualche anziano
nostalgico dei tempi contestatari - ma, di certo non ha
conservato lo smalto degli anni preconciliari, quando
era nella Chiesa italiana un'avanguardia di modernità, di
libertà, di efficacia di apostolato. Peccato, davvero.
Ed è un peccato, per me quasi incomprensibile,
che sia calato un silenzio quasi totale su una figura
significativa per il cattolicesimo italiano del secolo
scorso come don Giovanni Rossi. Quando morì, nel
1975, gli dedicai un articolo su «La Stampa», dove
esprimevo gratitudine e apprezzamento e auspicavo
approfondimenti che, però, non sono giunti, al di là di
una biografia un po' faziosa, passata praticamente sotto
silenzio.
Dal cielo terso dell'Umbria, dunque, tornasti
alle brume e allo smog di Torino.
Dove entrai, già te lo dicevo, come redattore e
poi come capo dell'ufficio stampa, alla SEI, la Società
Editrice Internazionale, la Casa salesiana. E dopo un
paio di anni lì, coronai quello che nella adolescenza e
nella prima giovinezza mi sembrava un sogno
irrealizzabile: l'ingresso nel gruppo de «La Stampa»
(seppure dalla porta di servizio, quella dell'edizione
pomeridiana, «Stampa Sera») per iniziarvi il
praticantato e diventare giornalista professionista.
| Lasciai Assisi, dunque, alla pari di tutti i miei
compagni prevolontari e di molti volontari, credo
addirittura la metà o poco meno, già inseriti
nell'associazione
/,
con compiti di responsabilità. Lasciai la
Cittadella, ma non con astio polemico, non
associandomi agli slogan e agli schemi della ubriacatura
dei più, bensì con riconoscenza e anche con
rincrescimento per un gruppo che era stato generoso e
coeso nell'apostolato e che ora si sfaldava malamente, in
infuocate assemblee alle quali, ovviamente, mi
guardavo dal partecipare. Rincorrevano la chimera di
nuovi statuti ideali che sostituissero quelli ancora
vigenti, considerati "alienanti". Io, per la verità, non me
ne ero mai accorto, in quei tre anni in cui li avevo io
pure sperimentati personalmente: ma quei miei
compagni scopertisi barricadieri li denunciavano come
ormai intollerabili.
Cominciava quello che sarebbe stato l'equivoco
disastroso di un certo clima postconciliare: non
preoccuparsi del fondamento, cioè, della fede, ma della
istituzione clericale, alla ricerca ossessiva di strutture
"democratiche", "egualitarie", "aperte", "liberanti", "non
discriminanti", "dialoganti". Ciò che interessava era la
"carrozzeria" ecclesiale, non il motore che tutto
muoveva, erano i mezzi e non il fine, non era la fede ma
le conseguenze sociali e politiche da trarne. E, per
l'utopia delirante, nessuna "riforma" era mai sufficiente,
c'era sempre uno più sognatore degli altri per
annunciare Città del Sole sulle quali splendesse ancora
più gloriosa la luce dell'eguaglianza e dell'impegno ra-
dicali. Impegno inteso come liberazione non dal peccato
individuale, bensì da quello sociale, da quello portato
dalle sovrastrutture politiche ed economiche dei nuovi
Grandi Satana: il capitalista, la multinazionale, il
borghese, il fascista, il reazionario, i servizi segreti. Si
dicevano, e in buona fede si credevano, cristiani ma
gridavano come se Gesù non ci avesse ammoniti che
ogni male non proviene da fuori ma "dall'interno del-
l'uomo"; come se il compito del credente nel
Vangelo non fosse innanzitutto l'impegno contro il
peccato che è in lui, condizione indispensabile per
tentare di costruire una società migliore, per quanto
quaggiù è possibile.
Sta di fatto che la stessa preghiera era dichiarata
"alienante", la predicazione di un Vangelo non ridotto a
manuale da sindacalista estremista era denunciata come
"reazionaria"; e fior di teologi ammonivano che, prima
di parlare di Dio ai poveri (intesi sempre e solo in senso
materiale, economico, dunque alla marxista) bisognava
battersi per il loro progresso economico, magari armi in
pugno. Mentre svaporava quella fede che - sola - poteva
giustificare anche l'istituzione di Assisi, mentre
l'adesione al Cristo si trasformava in furore
sociopolitico tutto orizzontale, mentre tutto questo
avveniva, i volontari della Pro Civitate (alla pari, del
resto, di quasi tutte le altre famiglie religiose cattoliche,
che non a caso persero anch'esse buona parte degli
aderenti) passavano le giornate ed esaurivano le energie
nel dibattere su quel Nuovo Statuto redentore. Un
impegno che non mi trovò tra i militanti, che non mi
vide presente alle interminabili, continue assemblee.
Cominciava allora il mio astensionismo dagli ossessivi,
cosiddetti "momenti di dibattito e di confronto" che
avrei trovato anche a «La Stampa», opponendo - sia ad
Assisi sia poi a Torino - il mio silenzio alla verbosità
generale, quando proprio non potevo inventare un
pretesto per risparmiarmi la presenza.
A quel sant'uomo di don Giovanni Rossi che -
lucidissimo - andava per i novantanni, la Provvidenza
non volle risparmiare una morte amara, perché soprag-
giunta in uno degli anni peggiori del cupio dissolvi ele-
ncale che coinvolgeva anche la sua creatura.
La Chiesa, quella Chiesa, così come stava diven-
tando, avrebbe potuto disamorare un neofita quale ero e
che, adesso, proprio qui trovava il peggio di ciò che
pensava di avere lasciato nel mondo da cui veniva. Ma,
grazie a Dio, non mi disamorai: quattro anni prima mi
era stato dato di intuire subito quale fosse l'essenza della
Chiesa, quale fosse la sua Persona invisibile, che non va
giudicata dal suo personale visibile, come mi aveva
insegnato Jacques Maritain e come cercheremo di
vedere meglio, più avanti. Il senso della storia, poi,
acquisito negli studi, mi rendeva consapevole che la vi-
cenda umana è sottoposta a fasi cicliche: sarebbe passata
anche quella. Dopo l'utopismo vociferante della
Montagna giacobina torna sempre il realismo del Di-
rettorio. Non c'è rivoluzione senza restaurazione. Ba-
stava aspettare.
Certo, allora non pensavo proprio che sarei stato
coinvolto io stesso nel fischio di chiusura della lunga ri-
creazione. In effetti, in qualche volume di aggiorna-
mento di storia della Chiesa, vedo che si propone di
fissare tra l'autunno del 1984 e l'estate del 1985 la fine
della fase sussultoria, autodistruttiva del postconcilio.
La prima data, in effetti, è quella in cui anticipai, in una
ventina di pagine su «Jesus», i contenuti della con-
versazione estiva con il Prefetto dell'ex Sant'Uffizio.
Quanto alla seconda data, è quella della pubblicazione,
in una dozzina di lingue in contemporanea (cui molte
altre si aggiunsero) di quel Rapporto sulla fede, il cui
frutto principale fu questo, se sto alle molte testimo-
nianze: ridare diritto di cittadinanza a credenze, idee,
prospettive che molti, nella Chiesa, non osavano mani-
festare in pubblico, che magari non confessavano pef
intero neppure a se stessi, temendo di essere fuori dalla
nuova ortodossia, quella che la "minoranza rumorosa
aveva cercato di imporre. Le chiare parole, al
contempo severe e pacate, com'è nel suo stile, del futuro
Benedetto XVI, furono liberatorie per i tanti che teme-
vano, credendo in certe cose e altre auspicando, di tro-
varsi tra i tradizionalisti scismatici. Scopersero invece, e
con gioia (quante lettere riconoscenti, da tutto il
mondo!) di essere ancora, semplicemente, cattolici fe-
deli alla Scrittura, alla Tradizione, al Magistero.
Ma adesso, come da impegno, procediamo con
un flash-back, torniamo all'inizio di tutto il percorso: in
casa, che dicevano di quelle follie, di quel figlio che sem-
brava promettere bene, che (primo nella sua famiglia)
andava verso la laurea e che era finito con una cassettina
in mano, a chiedere l'elemosina "per i preti" davanti al
cimitero?
Naturalmente, cominciando a conoscere il
Vangelo, ne conoscevo anche un avvertimento, quello
del nemo propheta in patria {et in familia, aggiungerei)
sua. Dunque, ho tentato con i libri di convincere il
mondo intero, ma non ci ho provato, lo confesso, con
coloro che mi erano più vicini. Almeno, non ci ho
provato con parole e ragionamenti. Del resto, come sai, i
parenti di Gesù (è al suo esempio, ce lo raccomanda egli
stesso, che, nella nostra piccolezza e miseria, dobbiamo
guardare) non furono affatto convinti dalle sue pretese e
lo trattarono come un alienato, cercando di calmarlo e di
riportarlo, se necessario legato, a Nazaret. C'era, c'è stato
sempre in casa mia disagio per quella strada che avevo
inopinatamente imboccata e di cui non si parlava:
pudore, rispetto umano, incapacità di capire una
dimensione come quella religiosa che, del resto, anche
a me era stata incomprensibile. Non è una
battuta ma un fatto vero quanto mi è già capitato di
ricordare, capendo e, dunque, sorridendo: l'agitata
telefonata di mia madre al medico di famiglia,
dicendogli che molto la preoccupava una depressione in
cui ero caduto; e, alla richiesta dei sintomi, disse di
avere scoperto che, di nascosto, andavo a messa...
Non ci furono scenate perché non disturbavo
nessuno e la mia vita continuava in apparenza come
prima, dunque parallela a quella degli altri tre della fa-
miglia (Mauro, mio fratello, aveva 14 anni), aiutandomi
tra l'altro un'esistenza alla rovescia, col lavoro di notte e
il sonno di giorno. Anche questo sfalsamento di orari,
per cui quasi non ci si incontrava, servì a evitare di-
scorsi imbarazzanti per tutti. Ci furono reazioni vivaci,
invece, quando - appena ottenuta la laurea - dissi a
sorpresa che sarei andato ad Assisi a studiare scienze
religiose, dopo quelle politiche. Sulle prime intesero che
volessi farmi frate; ed era veramente troppo per la
reputazione di una famiglia come la loro! Quando
chiarii che - nonostante la città di san Francesco e il
genere di studi - laico ero e laico intendevo restare, fui
rimproverato come un ingrato: ma come, proprio ora
che avevo finalmente terminato le scuole, me ne andavo
e non restavo a dare una mano economica in casa,
almeno per qualche anno? Mi parve che, in questa rea-
zione risentita, ci fosse dell'ingiustizia: come ti ho già
detto, sin dalla fine del liceo, trasportando a piedi pe-
santi calcolatrici e macchine da scrivere e poi lavorando
di notte, avevo versato in casa una somma per il mio
mantenimento e mi ero pagato le tasse universitarie,
nulla chiedendo a nessuno, neanche per le piccole spese.
Inoltre, non abbandonavo cinicamente una famiglia
bisognosa del mio aiuto: lo stipendio da impie'
gato di mio padre era modesto ma sicuro, ed era
stato sempre sufficiente per una vita sobria, essenziale,
ma dignitosa. In ogni caso, come sai, il Vangelo stesso
prevede questi casi di contrasto familiare. Dunque, non
mi lagnai, non rivendicai, non litigai, non feci
vittimismo; ma, visto che, in coscienza, la giustizia non
mi sembrava ferita, usai della mia libertà di
maggiorenne e tirai dritto. Con fermezza, ma anche con
umiltà, senza sentirmi il protagonista di qualche atto
eroico, da antiche agiografie, e comprendendo questa
opposizione, che nasceva in fondo dallo sconcerto, dalla
delusione, dalle domande senza risposta per il futuro di
un figlio.
Era passato ormai un anno e mezzo dalla
radicale svolta interiore, si era attenuata - o, forse, solo
trasformata - l'atmosfera della magica bolla dentro la
quale mi ero trovato a muovermi nei primi tempi, ma la
spinta propulsiva era ancora operante e ben viva. Al
sentimento era succeduta la volontà, sorretta - con
energia che, ti dicevo, scopersi ferrea - dall'esperienza
traumatica che avevo vissuto e che ancora in parte vi-
vevo. Non avevo dimenticato, giusto al proposito, la
replica del Maestro a un giovane che voleva farsi suo
discepolo: «Un altro gli disse: "Ti seguirò, Signore, ma
prima lascia che io mi congedi da quelli di casa". Ma
Gesù gli rispose: "Nessuno che ha messo la mano all'a-
ratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di
Dio"». Realista com'ero, mi rendevo conto che gli er-
rori, le colpe, le soste non sarebbero mancati, ma sen-
tivo fino in fondo (come, del resto, sento tuttora) che la
svolta era stata irrevocabile e che indietro non si poteva
tornare.
Vedo una conferma ulteriore della verità
enigmatica di quanto mi capitò anche in questa
consapevolezza di aver varcato un no return point. Una
consapevolezza
che non mi è mai venuta meno neppure nei
momenti delle "notti oscure" dello spirito di cui parlano
i mistici, neppure nei giorni di aridità dell'anima, magari
di ricaduta sotto "l'impero dei sensi" o di tentazioni di
concedersi almeno dei "periodi sabbatici". Sai, ogni
tanto capita al singolo credente quanto, stando alla
Scrittura, capitava all'intero popolo di Israele, che
chiedeva a Jahvè di lasciarlo in pace almeno per un po',
di permettergli di vivere per qualche tempo come tutte le
altre genti, di non tormentarlo, senza soluzioni di
continuità, con l'onore grande ma anche l'onere pesante
di conoscere, per rivelazione dei profeti, la volontà
divina. Una certa retorica predicatoria ha spesso taciuto
che c'è anche questo nella dinamica della vita di fede:
momenti in cui si vorrebbe uscire - solo per un poco,
naturalmente - dallo sguardo di un Dio che è sì padre ma
è anche giudice. Basterebbe, ecco, una libera uscita
temporanea... Essere conscio che non lo potrai mai fare,
se non pagando il pedaggio del senso di colpa, è -
paradossalmente, ma non troppo - la conferma che è
salda quella fede dalle cui conseguenze morali così
esigenti vorresti metterti temporaneamente al riparo.
Ma torniamo al discorso, che avevamo interrotto,
del foglio con la citazione evangelica che appendesti
alla porta della tua camera e che fu, in casa, il segno
inquietante che "qualcosa" era avvenuto.
Ricordo bene che, per appendere quel foglio, ne
dovetti staccare un altro, una pagina presa da «Der Spie-
gel», il settimanale tedesco che ogni tanto compravo per
impratichirmi nella lettura. Quel po' di tedesco che
già decifravo mi sarebbe stato assai utile, senza
che ovviamente lo prevedessi, negli studi biblici: per
comprendere e, dunque, per tentare di confutare a
ragion veduta le teorie spacciate come scientifiche da
tanti biblisti accademici teutonici. Quelli che - nelle
loro ricostruzioni delle origini cristiane - sembrano
avere un nemico soprattutto: il buon senso. Potrei
ripetere, applicandolo a tanta esegesi scritturale che è
uscita, ed esce tuttora dalle università germaniche, tutte
- purtroppo - con doppia (cattolica e protestante) facoltà
di teologia a carico dello Stato, la battuta di Voltaire
quando gli chiesero se avesse letto i Padri della Chiesa.
«Sì» rispose quel vecchio luciferino, che di certo non
mancava di spirito: «Sì, li ho letti. Ma me la
pagheranno!».
La pagina strappata da «Der Spiegel» era di
pubblicità a colori, cosa di lusso, allora, per i giornali:
un'auto grande ed elegante, non una sportiva, non un
coupé Porsche o uno spider BMW. Nonostante la mia
giovinezza, non era il mio genere. Era un'imponente
berlina argentata con, sul cofano, la mitica punta a tre
stelle della Mercedes, con un giovane lui che, con aria
sicura, apriva la portiera a una bella lei, elegante e dal
sorriso gravido di promesse. Lo slogan, ovviamente in
tedesco, diceva, e ne ricordo benissimo l'ambiguità
disinvolta: «Saranno certamente ore felici». Avevo
appeso quella pagina ben in vista sulla porta, come
esortazione ad affrontare con lena le fatiche dello
studio, sommato al lavoro notturno. Un sacrificio, certo,
ma che valeva la pena: la laurea come necessaria carta
d'accesso alla due carriere che avrei voluto perseguire
nella vita. Quelle Per le quali sentivo e credevo di avere
vocazione: il ^ornatista e, come già ti ho confessato, il
libertino.
E invece, eccomi qua a staccare quella sorta di
promemoria, quell'annuncio di un programma di vita,
per
sostituirlo con quell'altro, ben diverso, tratto dal
tredicesimo capitolo del Vangelo di Luca: «Un uomo
aveva un fico piantato nella vigna e venne a cercarvi
frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: "Ecco,
sono tre anni che vengo a cercare frutto su questo fico,
ma non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il ter-
reno?". Ma quegli rispose: "Padrone, lascialo ancora
quest'anno, finché gli zappi attorno e vi metta il con-
cime e vedremo se porterà frutto per l'avvenire. Se no,
lo taglierai"».
Te lo dicevo: ciò che avvertii subito fu che la
misericordia infinita, in Cristo, conviveva con la
giustizia, altrettanto infinita. Che la vita e la morte - e,
dunque, l'Aldilà cui questa dà accesso - sono le cose più
serie. E non permettono di essere superficiali, velleitari,
spensierati.
Ti mettesti a frequentare le chiese?
Sì, seppur sempre a modo mio, dunque da quel
solitario che ero. D'altro canto, chi avrebbe mai potuto
comprendere la "catastrofe" che vivevo? Catastrofe in
senso aristotelico, naturalmente: la parte, cioè, di quel
dramma che è la vita in cui avviene lo scioglimento del-
l'intreccio. Mi pareva, in effetti, di essere stato rivelato a
me stesso, con l'emersione di realtà latenti che nem-
meno avevo sospettato di aver dentro. La meraviglia, la
consolazione, la gioia delle prime liturgie cui assistevo,
partecipe e al contempo un po' furtivo, in piedi, in un
angolo al fondo, come i pubblicani delle parabole! J£
c'era da inginocchiarsi, non essendo in un banco, lo ta'
cevo sul pavimento: unica concessione al fervore del
convertito, fervore che era intensissimo, ma che tenevo
al mio interno. Oddio: riuscivo a vincere ma non
del tutto il rispetto umano, dunque appoggiavo sul pavi-
mento un solo ginocchio.
Ancora per pochissimo tempo, in attesa della
riforma imminente, erano le liturgie secondo il rito an-
tico, in latino. D'accordo, ero privilegiato da otto anni di
studio della lingua in un liceo classico pre-sessantot-
tino: dunque, non solo comprendevo ciò che si recitava
o si cantava, ma potevo gustare sino in fondo ogni pa-
rola, soppesare l'impeccabile consecutio temporum del
latino liturgico. Ma non sopravvalutavo troppo quel
privilegio. Capivo e ne ero contento, certo. Eppure,
sentivo che non per questo partecipavo in modo più
profondo e autentico di chi mi stava accanto e che non
aveva alle spalle studi umanistici.
Fui subito consapevole, d'istinto, di ciò che non
fu tenuto in conto dai riformatori, nel loro zelo
modernistico, dunque "democratico" nel senso di
divulgativo (il manifesto dell'illuminismo non è forse il
prototipo stesso della divulgazione, YEncyclopédieì):
nella preghiera del culto pubblico della Chiesa ciò che
conta non è solo capire con la mente, come se la liturgia
fosse cosa da vecchi manuali Hoepli, nati non a caso in
ambiente positivista. Qui, più che mai, le coeur a ses
rai-sons que la raison ne comprend point. Conta,
innanzitutto, la consapevolezza che si è davanti a Dio e
si sta elevando a Lui, Creatore e Padre, la lode, il
ringraziamento, la supplica. Qui, più che mai, non la
lettera bensì lo spirito è ciò che vale e che vivifica.
Quelle musiche, poi, quei canti antichi, molti dei
quali sentivo per la prima volta, quelle parole solenni
nella lingua che era stata del maggiore degli imperi e
che Gesù stesso aveva forse parlato di fronte a Pilato,
quelle cose liturgiche in quella lingua, dunque, morta e
al contempo vivissima, comunque ormai fissata
per sempre nella sua immutabilità! Quelle parole mi
giungevano dalla profondità dei secoli, mi legavano a
tutta la storia di cui, ormai cristiano, mi sentivo parte.
Come sai, in realtà nulla fu meno democratico e
nulla fu più clericale della riforma liturgica: nessuno
chiese alcunché ad alcuno di noi fedeli laici, tutto fu
deciso e attuato da un gruppo di specialisti tonsurati che
pur amavano parlare di "popolo di Dio". E su quel
popolo tutto fu calato dall'alto, schernendo come igno-
rante reazionario o punendo come ribelle chi osasse
obiettare qualcosa. Nulla fu meno fedele al Concilio
Vaticano II, che aveva prescritto che il latino fosse con-
servato nei riti della Chiesa occidentale. E niente, mal-
grado le intenzioni, fu meno "pastorale", visto che,
proprio in un mondo che andava verso l'integrazione e
la globalizzazione, si rinunciò a una lingua al contempo
universale e neutra, adottando il pulviscolo di idiomi su
cui prosperano i piccoli e spesso pericolosi, in ogni caso
limitati, nazionalismi. Mi è capitato, ad esempio, di
muovermi per la Spagna: a Barcellona, liturgia in ca-
talano, a Valencia in valenciano, a Bilbao in basco, a
Santiago di Compostela in galiziano, a Madrid in casti-
gliano. E la piccola Svizzera, dove basta spostarsi di
pochi chilometri per imbattersi in quattro lingue e in
altrettanti libri liturgici? È l'aumento esponenziale della
frammentazione, con il risultato che il cattolico che
viaggia - e sono sempre di più, come tutti - comprende
assai meno di quanto non facesse quando ovunque
trovava, a messa, gli stessi gesti, paramenti, parole.
Come sempre avviene con le ideologie, anche
quella di questi clericali di "far capire tutto a tutti", a
ogni costo, nel senso di far comprendere una per una le
pa_
role del testo pregato, si è rovesciata nel suo
contrario: il caos di Babele ha prevalso anche grazie a
chi voleva "divulgare" e "rendersi comprensibile". E
non occorre certo che ti precisi che non si tratta di
nostalgie da tradizionalisti, ma di denunce fatte,
quand'era cardinale (parlò addirittura di "disastro
liturgico") da Joseph Ratzinger il quale, divenuto papa,
ha cominciato a porre rimedio. Con quella "riforma
della riforma" che da sempre, con la sua mite decisione,
auspicava.
Ma non voglio farla lunga, sono cose di cui ho
parlato e scritto in altre sedi, qui voglio restare al mio
piccolo caso, confermandoti che - ovviamente! - la
Provvidenza esiste. In effetti, quando misi piede per la
prima volta in una chiesa - da fedele e non da turista
-afferrai la storia per i capelli. Pochissimo tempo dopo
avrei trovato gli altari girati (spesso paccottiglia kitsch
in compensato, alluminio, plastica, per sostituire il
"trionfalismo" degli altari antichi, incrostati di ori e
marmi preziosi), le chitarre al posto degli organi, i ca-
pelli lunghi e i jeans del viceparroco sporgenti sotto pa-
ramenti che si volevano poveri, le prediche "sociali"
magari con dibattito, l'abolizione di ciò che chiamavano
"incrostazioni devozionalistiche" come il segno di croce
con l'acqua benedetta, gli inginocchiatoi, il velo per le
donne, le candele, l'incenso, spesso i confessionali,
nonché le statue "superstiziose" dei santi popolari.
Il popolo si sa, è sovrano, va rispettato, anzi
vene-fato, ma solo se accetta gli schemi di chi in quel
momento tiene le redini. Sennò, va rieducato secondo *
ideologia trionfante in quel momento Ma sì, allora £°n
potevo immaginarlo, nulla sospettando del furiando
dibattito in corso tra i chierici: ci fu qualcosa di
provvidenziale nel fatto che conobbi e
sperimentai proprio nei suoi tempi estremi la forza di un
culto che aveva attraversato i millenni.
Mi è parso di capire che, malgrado l'appartenenza
alla Conferenza di San Vincenzo della tua parrocchia,
vita parrocchiale non la facevi. Vagavi, nei tuoi giri
solitari, di chiesa in chiesa?
Sì, mi piaceva scoprire il più possibile dei luoghi
sacri di un mondo che sino ad allora mi era stato
estraneo, incomprensibile. Ci furono, però, luoghi che
presi come mete privilegiate per la mia solitaria, discreta
- anzi, nei primi tempi addirittura furtiva - iniziazione al
cattolicesimo. Naturalmente, il dedalo complicato e un
po' oscuro, pur nel brillìo opaco degli ori, della
Consolata, di cui ho cercato di dare idea in qualche
pagina de II mistero di Torino. O, quasi per contrasto,
non lontano da lì, la navata unica, enorme e spalancata,
ricca di marmi multicolori, di Maria Ausiliatrice al
Valdocco (quelle sue cupole sormontate dalla Vergine
dorata sarebbero state anni dopo il panorama dalle mie
finestre di addetto stampa della SEI). O la penombra del
revival neomedievale, con gli affreschi e i quadri
deliziosamente ottocenteschi, di "santa Zita" - così il
nome popolare, ufficialmente Nostra Signora del
Suffragio -non lontano dalla casa dei genitori e mia,
costruita, come il campanile miracolo della tecnica, dal
beato Francesco Faà di Bruno che mi era allora del tutto
ignoto, malgrado stessi per laurearmi in storia del Ri-
sorgimento.
Le chiese in cui sino ad allora ero entrato,
passeggiatore instancabile e curioso in quell'amato
microcosmo
che era la mia città, mi sembravano reperti di un
passato ormai alle spalle, comunque irrilevante (se non
per i temuti influssi politici). Ora, le scoprivo per quello
che erano davvero e che non capivo prima, che non
potevo capire: piccole e grandi regge per custodire un
tabernacolo dove - come immaginarlo? - pulsava la
Vita. Quella davvero con la Maiuscola.
Fra le cento chiese di Torino, nel libro che hai
dedicato alla città nel 2004, hai citate le tre che ti sono
più care: e sono tutte dedicate alla Madonna.
Credo proprio che non sia un caso. Forse, già
prima c'era in me il presagio di una maturazione, di una
riflessione (e di un'esperienza) che mi avrebbero por-
tato, quarant'anni dopo, non solo a dare alla Vergine lo
spazio che merita, ma a dedicarle uno dei miei libri più
cari, quelle Ipotesi su Maria che a lungo non mi sem-
brarono neppure pensabili. In effetti, dopo Ipotesi su
Gesù, cominciai a ricevere messaggi di lettori che mi
invitavano a scrivere un altro libro, tutto dedicato alla
Madre. Un invito che mi sembrava stravagante, co-
munque inattuabile. E non, s'intende, per qualche dif-
fidenza o, peggio, per un rifiuto di colei che gli italiani
chiamano "Madonna", cioè mia Signora.
Anche quando non riuscivo a comprendere in
pieno l'antico adagio cattolico de Maria numquam satis,
"di Maria non si dirà mai abbastanza", non ho mai avuto
nulla a che fare con gli schematismi e le restrizioni che "
protestantesimo si è imposto, sia per le esigenze della
Su
a prospettiva aprioristica, sia per il bisogno incoerci-
bile di opporsi al cattolicesimo. Non dimentichiamo che
non a caso, tra i tanti nomi che furono in uso per
indicare ciò che inizia da Lutero e prosegue poi
con Calvino e gli altri, ha finito per affermarsi quello
che deriva da "protesta".
Un fenomeno reattivo, dunque: come il
cristianesimo non è pensabile senza il giudaismo, su cui
si innesta, portandolo a compimento, il protestantesimo
non è pensabile senza il cattolicesimo, nei cui confronti
polemizza. Qui sta uno dei suoi problemi. E viene da
qui, per stare al nostro tema, la mariofobia che affligge
pure la tradizione riformata "ufficiale" alla Karl Barth,
il maggiore teologo protestante del XX secolo, invitato
come osservatore al Vaticano II, che ha definito la ma-
riologia nientemeno che «il cancro del cattolicesimo»
che, dunque, «va estirpato, come è doveroso fare per
ogni tumore». Carino e rispettoso, no? Ma non me ne
lagno: se siamo i bersagli per eccellenza vuol dire che
siamo anche - come dire? - il punto necessario di rife-
rimento. Nonché, malgrado tanti cedimenti, che siamo
pur sempre l'ostacolo maggiore per la trasformazione
del cristianesimo in un umanesimo buonista o in un
manifesto di impegno sociale od oggi (le mode del
mondo cambiano e molti teologi le rincorrono affan-
nati) di ideologia ambientalista.
Ma perché, in Ipotesi su Gesù, di Maria sua
madre non facevi neanche il nome?
Innanzitutto, perché ogni convertito è abbagliato
da Cristo, e da lui solo, così che quella luce accecante
gli impedisce di vedere ciò che gli sta intorno. Come mi
è capitato di dire qualche volta, chi - come me - viene
da fuori, Gesù può incontrarlo per le strade e sulle
piazze. Solo quando lo hai conosciuto, quando sei en-
trato in intimità con lui, quando ti invita nella
sua casa («Vieni e vedi!»), puoi conoscere anche la
Madre, capirne la presenza decisiva, pur nell'umile
penombra che ha scelto e che è la sua gloria. Mi è
capitato di parlarne con Joseph Ratzinger, sia nei giorni
che hanno portato a Rapporto sulla fede, sia in altri
incontri successivi, e di sentire con lui, pure qui, una
forte sintonia. Nel suo itinerario mi sono riconosciuto,
per quanto è possibile a un divulgatore quale sono nei
confronti di uno dei teologi più grandi. Sta di fatto che,
anche per colui che sarebbe divenuto Benedetto XVI, la
piena consapevolezza non solo della legittimità della
devozione, ma anche dell'importanza teologica di
Maria, è stata graduale, una sorta di conquista
successiva. Com'è avvenuto, del resto, per la Chiesa
intera, tanto che i due ultimi dogmi proclamati
solennemente dai papi sono mariani e hanno richiesto
un lunghissimo, spesso travagliato approfondimento:
l'Immacolata Concezione nel XIX secolo, l'Assunzione
al Cielo addirittura nel XX, poco più di mezzo secolo fa.
Nelle catacombe romane c'è un affresco che la
rappresenta con il bambino in braccio; in quanto resta
della casa di Nazaret, il mio venerato e rimpianto amico
padre Bellarmino Bagatti, il grande archeologo biblico,
ha trovato i graffiti con le invocazioni dei pellegrini
dell'antichità. Devozione assai p'recoce, dunque. Ma è
indubbio che la Chiesa ha avuto bisogno di secoli per
comprendere sempre più a fondo l'importanza decisiva
del ruolo affidatole dalla Trinità e cercare di definirne il
mistero. E, probabilmente, non ha ancora finito: come
sai, c'è chi chiede almeno un altro dogma, attorno al
quale ferve la discussione. Grazie a Dio, il tumore del
cattolicesimo" non regredisce ma cresce, mette sempre
nuove "metastasi", sino ad arrivare a un
papato decisivo per la Chiesa contemporanea,
uno dei più lunghi e prestigiosi della storia, che ha avuto
nello stemma un Totus tuus accanto a una grande "M"
mariana. Lasciamelo dire, con un sorriso e anche con un
po' di esitazione, non sapendo se la comparazione è
opportuna. Sta di fatto che le donne sono complesse e
sempre un po' misteriose, per conoscerle davvero ci
vuole tempo, esperienza, amore. Figurarsi per la Donna
per eccellenza, per Colei in cui vivono insieme - e allo
stato più alto - entrambe le dimensioni della
femminilità: la verginità e la maternità!
Comunque, per me, in quei mesi del 1964 (e
ancora a lungo dopo) non c'era soltanto "l'abbagliamento
da Cristo" del convertito. C'era, ovviamente,
qualcos'altro.
Che cos'era quest'altro? A che ti riferisci?
Nel nascondimento di Maria c'era anche quanto
puoi immaginare, conoscendomi: questa figura era, e in
parte è ancora, legata a un certo clima "madonnaro", con
il sentimentalismo, la retorica, le esortazioni "alate" a
base di fioretti e di racconti spesso acritici di prodigi un
po' troppo a buon mercato. Ti ho già accennato che solo
la Forza da cui ero stato investito aveva potuto vincere il
mio snobismo di aspirante intellettuale laico, anzi
laicista. Sta di fatto che il miracolo di quel cambiamento
fu, almeno qui, in qualche modo graduale: prima mi fu
concesso di vincere una estraneità istintiva per la
devozione popolare in generale, lasciando tempo al
tempo perché superassi anche un ostacolo ancor più
arduo, quello di scorgere che cosa ci fosse davvero
dietro quella che mi pareva la "melassa mariana": e c'era
qualcosa di essenziale
per la fede, cioè per quanto mi interessa prima e
più di ogni altra cosa. In effetti, man mano che
avanzavo nella riflessione su Gesù, mi accorgevo che
far posto alla Madre non è un accessorio, non è un
optional da lasciare a qualche anziano sentimentale o
alle folle emotive di zone sottosviluppate, in attesa che
le nuove generazioni passino a un "cristianesimo adulto"
come quello a-mariano, o esplicitamente anti-maria-no,
dei protestanti.
Come già ricordava nella seconda metà
dell'Ottocento John Henry Newman, l'anglicano che
divenne cardinale, occorre anche qui basarsi non solo
sull'astrattezza della teologia ma pure sull'esperienza
della storia e sui segnali che ci lancia l'attualità. È
l'empirismo inglese, il benemerito pragmatismo
anglosassone. Newman, dunque, osservava che la fede
in Cristo si è indebolita molto di più proprio dove si era
convinti che dare alla Madre significasse togliere al
Figlio. Giusto là dove si proclamava il solus Christus, là
dove si sdegnava come superstizione pagana una devo-
zione a Maria che avrebbe oscurato e inquinato la fede
nell'unico Redentore, ecco che il Cristo Figlio di Dio ha
finito con lo svanire, per trasformarsi in un saggio, un
moralista, un profeta ebraico. La fede nel-PUomo-Dio si
è mostrata - e, malgrado tutto, si mostra - assai più salda
tra cattolici e ortodossi, dove ha il posto che sappiamo la
Donna di Nazaret. Se tra la Chiesa di Occidente e quelle
di Oriente, tra Roma e Costantinopoli, si è consumato
uno scisma che dura da mille anni ma, malgrado la
divisione e l'ostilità, il Credo è restato sostanzialmente
lo stesso, se questa sorta di miracolo è avvenuto, forse è
soprattutto perché cattolici e greco-slavi danno alla
Theotókos, a colei che Efeso ha proclamato 1.600 anni
fa "Madre di
Dio", il posto che le spetta e gareggiano tra loro
nel tributarle devozione.
Il fatto è che ognuno dei dogmi mariani - più le
altre verità che la Chiesa ha proclamato su Maria - non
sono innanzitutto per lei, per la sua gloria: sono a servi-
zio della fede nel Figlio, servono a chiarirla, a raffor-
zarla, a darle concretezza e sana carnalità. Insomma, per
usare il linguaggio dei Padri della Chiesa, l'utero di
quella donna - non una dea, naturalmente, ma persona
umana come ciascuno di noi, peccato escluso - è la ra-
dice di carne, è l'ancora corporea per impedire che Co-
lui che ha partorito si trasformi in un maestro di teorie
gnostiche e svanisca la necessaria materialità dell'incar-
nazione del Verbo.
Per questo, dunque, hai lavorato anni al libro
Ipotesi su Maria?
Questo discorso non era marginale, ma
essenziale, nella mia ricerca sul credere e le sue ragioni.
Per il mio scavo nei fondamenti. Con quelle
cinquecento pagine ho voluto lanciare un avviso a
coloro che navigano verso le sponde della fede, oltre
che a coloro che già la fede condividono. Se questa è
autentica, coltivata, pensata, consapevole, avverrà il
contrario di quanto pensa (o spera) una certa teologia:
prima o poi ci si incontra con Maria. E non lasciamoci
impressionare se il sentimento è tracimato talvolta in
sentimentalismo, se il dolce della devozione è divenuto
in qualche caso dolciastro. Al di là delle esagerazioni,
dettate peraltro dalle ragioni del cuore, dall'eccesso
dell'amore, resta una realtà confermata dai secoli: la
Madonna, come la invoca la gente, non è una escrezione
abusiva o inutile*
se non dannosa. Al contrario, è una garanzia di
salvaguardia, come sintetizza l'antichissima antifona
liturgica: «Gaude, Virgo Maria, tu che, da sola, hai
distrutto tutte le eresie nell'universo mondo».
Parola di esperienza ormai millenaria: là dove
c'è lei, non solo c'è anche Lui, ma c'è anche la sicurezza
che la fede è quella giusta, è quella ortodossa. Quanti
deliri, follie, stranezze, assurdità, contraddizioni,
faziosità, nella nebulosa di comunità, chiesuole, sètte,
fazioni, obbedienze che, convinte di meglio onorare
Gesù, hanno pensato che Maria fosse uno schermo
ingombrante e deformante da togliere di mezzo! Non a
caso, come sai, non c'è documento magisteriale di ogni
papa che non termini "affidandosi alla sua materna
intercessione", come si dice. Chi, meglio di una madre,
conosce il Figlio e chi meglio sa difenderlo da chi
rischia di deformane il volto?
Questa consapevolezza, comunque, come ti
dicevo, fu una conquista, un dono progressivo. Per stare
a quella estate del 1964, Gesù fu, se così posso dire, il
mio unico interlocutore. Il Cristo soltanto, non Dio Pa-
dre, come per Frossard. Non la Vergine stessa, come
avvenne il 20 gennaio 1842, nella chiesa romana di
Sant'Andrea delle Fratte, ad Alphonse Ratisbonne, il
banchiere ebreo nemico acerrimo dei cattolici che, dopo
quei pochi istanti di apparizione, si fece sacer dote e
morì in odore di santità. Non qualche santo, come per
altri convertiti. Gesù, dunque. Mi attirava e mi
sgomentava, l'eco delle sue parole meravigliose e
terribili copriva ogni altra presenza, la sua luce mi ab-
bagliava, impedendomi di vedere altro o altri. Sua Ma-
dre compresa. Sentivo che non potevo far altro che se-
guire un invito imperioso, direi violento, ad accettare ,'a
verità della sua Parola.
Hai seguito, insomma, l'appello che - mi dicevi
-tanto ti aveva emozionato: «Venite a me, voi tutti che
siete affaticati e oppressi...». E hai deciso di fidarti, di
andare verso di Lui.
Conoscendomi, devo confessarti che anche
questo è spiegabile solo grazie a una forza che ancora
oggi mi sorprende: la mia indole da individualista,
infatti, non mi induceva a essere attratto da "guide". Le
regole volevo farmele io, non accettarle da qualcun
altro. Come motto avevo, guarda caso, quello di un altro
convertito, un personaggio singolare, quel Dino Segre
che, con lo pseudonimo di Pitigrilli, fece romanzi di
grande successo e di blando erotismo, per quel poco che
si poteva nell'Italia di Mussolini, tanto che fu addirittura
processato per pornografia. «Lo scrittore» lo ha definito
Umberto Eco «che fece arrossire la nonna.» Capitò però
che - lui, ebreo, libertino sia nella vita che nel pensiero -
finisse a collaborare con il «Messaggero di
Sant'Antonio», essendo anch'egli incappato nella rete
inattesa di una conversione. Insomma, se cito Pitigrilli è
perché il suo motto era anche il mio: «Non datemi
consigli. So sbagliare da solo». Non avevo mai avuto la
tentazione di fare il discepolo di alcuno, nemmeno -
almeno in modo acritico e passivo - delle mie guide
universitarie: ascoltare tutti e poi decidere in autonomia.
Ancora e sempre, sbagliare, se capitava, ma da solo.
Discepolo, poi, di questo Gesù, di questo ebreo
fallito? Da buon lettore di Machiavelli, sorridevo dei pa-
tetici, spesso disastrosi "profeti disarmati" e questo
dell'uomo di Nazaret mi sembrava il caso più esemplare:
tanto rumore, tante promesse ed entusiasmi per terminare
alla fine su una croce.
242 4. IL VANGELO NEL CASSETTO
Ancora: la mia allergia all'esotico, il mio radica-
mento culturale ed esistenziale nell'Occidente di Atene
e di Roma (ti dicevo che il paganesimo classico era la
sola religione che mi interessasse, proprio perché in
fondo non era una religione ma un culto civile), non mi
predisponevano di certo a identificarmi in una sapienza
orientale, in un messaggio di un semitismo cui mi
sentivo estraneo. Si sentivano estranei, e non lo na-
scondevano - pensa all'antisemitismo di un Freud e di
un Marx, di tanti ebrei francesi indifferenti se non ostili
a Dreyfus - persino gli ebrei assimilati dell'Europa
dell'Ottocento e del primo Novecento, imbarazzati e un
po' disgustati davanti agli israeliti ancora dentro le
tradizioni, come quelli dei grandi insediamenti polacchi
e russi. E io? Figurati! In quei Vangeli che sino ad
allora avevo soltanto orecchiato, l'unico personaggio
con cui solidarizzassi era un occidentale, un italiano
come me, di cui capivo il fastidio di dover stare in posti
incomprensibili, se non repellenti, come Giudea,
Galilea, Samaria. Ma sì, naturalmente: il solo cui mi
sentissi vicino, in quel caravanserraglio orientale di fa-
natici con barbe e capelli lunghi, neri e, presumevo,
unti, era Ponzio Pilato.
Ma poi: sono significative (lasciamelo dire, visto
che le ho scritte d'istinto) le righe con cui si apre Ipotesi
su Gesù e che hanno scandalizzato molti timorati, ma
che hanno indotto molti altri a continuare la lettura,
perché si sono riconosciuti nel mio bisogno di
esorcizzare l'imbarazzo. Permetti che ti rilegga quelle
righe, non è tempo perso, c'è tutto il disagio profondo
che soltanto un miracolo - sul serio, non esagero! -
poteva farmi Superare: «Di Gesù non si parla tra persone
educate, ^on il sesso, il denaro, la morte, Gesù è tra gli
argomenti che mettono a disagio in una conversazione
ci-
vile. Troppi i secoli di devozionalismo. Troppe le
immagini di sentimentali nazareni con i capelli biondi e
gli occhi azzurri: il Signore delle signore. Troppe quelle
Prime Comunioni presentate come "Gesù che viene nel
tuo cuoricino". Non a torto tra persone di gusto quel
nome suona dolciastro. È irrimediabilmente tabù».
Ancora dodici anni dopo l'Incontro, scrivendo quelle
righe, mettevo le mani avanti: in fondo continuavo a
stupirmi, magari ancora un po' imbarazzato, di fare di
quel Nome - quasi impronunciabile per ragioni anche di
estetica verbale e di rispetto umano -addirittura la posta
della mia scommessa sulla vita e sulla morte.
5
L'INCONTRO CON PASCAL
1 Per tornare a quella estate: durò a lungo la
sensazione di messere immerso in una realtà "altra"?
Ti leggo Frossard: «Dopo l'episodio sconvolgente,
il miracolo durò un mese. Ogni mattina ritrovavo af-
fascinato quella luce che faceva impallidire il giorno,
quella dolcezza che non dimenticherò mai». Un tre,
quattro mesi per me, uno solo per lui, ma forse perché
privilegiato da un big-bang iniziale che a me non : fu
dato, almeno non tutto in una volta, ma fu come ;
sminuzzato durante il cuore di un'estate e l'inizio del-
l'autunno.
Ho, tra l'altro, una data di cui ricordo le emozioni
profonde. È quella del 21 agosto, il giorno in cui, in
Crimea, morì Palmiro Togliatti. Ne seguirono i famosi
funerali romani, ovviamente laicissimi, con un milione di
devoti - in lacrime - di quella religione per la quale
l'ateismo, checché se ne dica, era essenziale. Soltanto
poche settimane prima, ciò che mi avrebbe interessato
sarebbe stato ovviamente - e unicamente -il significato
politico dell'evento. All'improvviso, quell'interesse era
svanito e, da neocredente, ancora nel pieno della prima
scoperta, vedevo soltanto - con un brivido di timore, ma
anche di compassione -guanto fosse temibile la morte
dell'ateo; pensavo alla
sorpresa di quel capo di "senza-Dio", di quel
collaboratore di Stalin anche nella repressione
sanguinosa della religione, nel fare, morendo, la stessa
scoperta sconvolgente che stavo facendo io, da vivo.
Che, dunque, un Aldilà eterno esiste e che su di esso
governa il Cristo.
Col tempo, e con l'esperienza che la giustizia
divina è accompagnata dalla pazienza e dalla
misericordia (anche se - attenzione! - l'inferno potrebbe
pure essere vuoto, come dice qualcuno, dando voce al
suo desiderio, ma nessuno ci assicura che non
potremmo essere noi a inaugurarlo...), avanzando,
dunque, in quella scientia cordis che è il cristianesimo,
si diventa meno drastici. Ma in ogni convertito
risuonano alle orecchie non solo le parole di speranza di
Gesù, ma anche quelle di ammonimento severo, di
messa in guardia da una condanna senza appello: «Via,
lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno!». Da allora,
il nome di Togliatti, le sue foto che mi cadono sotto gli
occhi, mi ricordano quei giorni trasognati e al contempo
lucidissimi. E talvolta sento il bisogno di pregare per
lui, la cui morte riempì di echi segreti una stagione per
me irripetibile.
Finché durò quel tempo straordinario (ma anche
a lungo dopo, seppure in modi più attutiti) sperimentai
ciò che neppure immaginavo. A cominciare dal gusto
della preghiera, di cui non conoscevo ancora a memoria
le parole canoniche datele dal cattolicesimo. In questo,
avevo dimenticato le lezioncine di catechismo. Ma delle
parole non avevo bisogno, essendo protagonista non di
un rito ma di un Incontro, di un dialogo vitale,
esistenziale, che per sua natura non necessitava di for-
mule. Alla gioia dell'intimità si univa, lo dicevo, una
sorta di sacro timore. Mi fu donata, così, un'altra espe-
rienza sino ad allora sconosciuta: il dono delle
lacrime. Il pianto, per la mistica, è una grazia: in quelle
settimane (lo dico ancora con qualche disagio, con quel
poco o tanto di rispetto umano che mi è restato incro-
stato), quella grazia mi fu data in abbondanza. Anche
qui, si trattò di un periodo isolato, terminato il quale
ritornai quello di sempre che - davanti a un'emozione, a
un dolore - non erompe in pianto ma si chiude in sé,
sceglie il mutismo, il silenzio, la solitudine.
Ho il ricordo di notti fatate, alla centrale
telefonica, quando facevo cenno al caposala nella sua
garitta di vetro che mi assentavo per andare nei bagni.
Staccavo lo spinotto dal banco dell'interurbano o della
segreteria, le richieste di sveglie e di collegamenti con il
mondo si inseguivano ininterrotte sul grande tabellone
elettrico. Ci avrebbero pensato i colleghi: quanto a me,
mi chiudevo in un camerino e, a luce spenta, appoggiato
al muro, con in mano la cuffia d'ordinanza, bagnavo di
lacrime il camice nero. Scaduto il tempo concesso per
le soste ai servizi - i ritmi fordisti della vecchia
compagnia telefonica sabauda... - rientravo nella luce
abbagliante e perenne delle enormi sale con gli altri
cento fantasmi in grembiule che vi si aggiravano e
ricominciavo, sino all'alba con l'eterno: «Stipel,
desidera?».
Nessuno sapeva, con nessuno mi ero confidato.
Con chi, poi? Con quei colleghi, con quei coetanei
simpatici e scanzonati che - come io stesso avevo fatto
sino ad allora - parlavano di donne, di politica, di auto,
di viaggi e di vacanze, peraltro più sognate che
praticate? Conoscendoli da tempo - ero già lì da tre
anni, vi sarei rimasto ancora per un anno e mezzo - non
avrebbero essi pure diagnosticato una depressione, un
guaio psichiatrico, un'allucinazione?
Riuscivi a razionalizzare, a comprendere perché
piangevi? Sai il significato di quelle lacrime che, mi
sembra di aver capito, hanno rappresentato un episodio
a se stante, conchiuso, riferibile soltanto all'estate della
conversione?
Effettivamente ho versato più lacrime in quelle
poche settimane che nella mia vita intera. Era un pianto
di consolazione, di tenerezza, di stupore, di ricono-
scenza. Ma anche di compunzione, di rimorso, di pen-
timento. D'accordo, non avevo neppure 24 anni, nessuno
- parlo, s'intende, nella prospettiva tutta terrena che era
stata sino ad allora la mia - nessuno mi avrebbe
considerato un "peccatore". In famiglia "onoravo il pa-
dre e la madre", per usare i termini del Decalogo che,
come sai, non pretende che si amino i genitori, gli basta
che li si onorino. Non c'era confidenza tra noi, gli affetti
erano incerti e repressi, mescolati talvolta a repulsioni,
eppure non ero un figlio ribelle o ingrato. Mi facevo,
quanto potevo, i fatti miei: ma questa indipendenza era
accettata, anzi - credo - gradita.
Non avevo vizi segreti e neppure palesi.
Fumavo, ma tutti in famiglia lo facevano, uomini e
donne, se non l'avessi fatto anch'io sarei sembrato un
eccentrico. Altri tempi, caro mio, da questi nostri del
"sanitariamente corretto", della persecuzione perbenista
e ipocrita da parte della società degli sniffatori di
cocaina, dei consumatori di siringhe, degli etilisti, dei
clienti del turismo sessuale: tutti crociati edificanti
contro il tabacco in quanto vizio inelegante, da
portoricani e negri.
Per tornare a me e ai miei vizi: ero persino
astemio, seppure non per scelta (anzi, un poco me ne
vergognavo). Non praticavo l'alcol non per virtù, ma per
una sorta di ripugnanza istintiva che dovetti superare,
poco
a poco, dopo i cinquant'anni, quando i cardiologi
si misero a prescrivere ai pazienti un bicchiere di rosso
robusto ai pasti. Quanto alle droghe, chi ne sapeva
nulla? Credo si fosse ancora ai rari, eccentrici, impro-
babili "cocainomani" - ereditieri viziosi e sfaccendati,
aristocratici, artisti, frequentatori di casinò - dei romanzi
del vecchio Pitigrilli.
Per il resto: non coltivavo l'invidia verso alcuno,
visto che contavo sulla salute, sulla volontà, sull'intelli-
genza per salire la scala sociale non con sotterfugi e di-
sonestà ma attraverso impegno, serietà e - perché no?
-un talento nel muovermi tra libri e giornali che, senza
ipocrisie, già mi riconoscevo. Non rubavo niente a nes-
suno, mi meritavo con nove ore di cuffia notturna il te-
nue stipendio versatomi dalla Stipel dentro a una busta,
in contanti, come usava allora, ogni 21 del mese.
All'università, pur con quel lavoro, facevo fronte agli
impegni e il mio doppio incidente in Diritto Civile non
aveva suscitato in famiglia recriminazioni o allarmi,
dando per scontato che, comunque andasse, dovevo
cavarmela; e con i miei soli mezzi. Ammesso, ma non
ne sono affatto sicuro, che in casa avessi parlato di
quell'inciampo: erano fatti miei, toccava a me gestirli,
senza seccare gli altri.
Per continuare con le colpe elencate dal
Decalogo: se, talvolta, "dicevo falsa testimonianza", era
solo con le femmine che mi interessavano e che, per
accettare certe cose, avevano bisogno di essere
rassicurate con l'alibi dei sentimenti, dell'amore. Stavo
dunque alle regole, fingendomi innamorato dei cuori,
mentre ovviamente a ben altro miravo: una piccola
commedia accettata, del resto, da entrambi. Dunque,
c'era giusto il sesso, c'era la violazione del "non
commettere atti impuri" e, se vogliamo, del "non
desiderare la donna d'ai-
tri". Ma quello, che razza di peccato era? Nella
prospettiva in cui ero cresciuto, peccato sarebbe stato,
semmai, vivere introverso e casto: dunque, certamente
un complessato, un masturbatore, magari un maniaco
che spia o invidia negli altri quello che lui non fa. Se
non - Dio ne scampi! - un omosessuale in incognito.
Madri come la mia temevano il figlio illibato e si rassi-
curavano se lo sapevano con donne. Sino, s'intende, al
matrimonio, quando - stando a quella stessa prospettiva
- doveva scattare la fedeltà assoluta alla terribile
mogliettina.
Insomma, non mi consideravo un santo (cosa
che, tra l'altro, non sapevo che fosse e cui, in ogni caso
non aspiravo), ma mi sembrava che la mia laica
coscienza non avesse granché da rimproverarmi. Ma, lo
appresi poi, dalla lettura di trattati di mistica e da
biografie di uomini e donne di Dio: la consapevolezza,
sino in fondo, del peccato e della sua gravità è un dono
che viene concesso in particolari occasioni (come mi
accadde allora), oppure, in modo costante, ai santi. Cosa
che, evidentemente, non fu purtroppo il mio caso: quella
consapevolezza, in effetti, restò ma in modo - come
dire? -"normale", non tornò più a essere così netta, così
profonda come allora, sino a indurmi a piangere silen-
ziosamente, di notte, anche nelle ritirate della grande
centrale di via Confienza.
Vorrei cercare di capire ancor meglio. Come
definiresti quella tua esperienza, se la dovessi
sintetizzare con un aggettivo?
Fu tanto più sconvolgente in quanto ebbe una
forte connotazione che, per rispondere in qualche modo
alla
tua domanda, potrei definire "escatologica".
Riguardante, cioè, le "cose ultime", il destino umano
inteso non come chiuso e completo dalla culla alla bara,
bensì dal progetto divino ab aeterno a un Aldilà che
non ha fine, dove il tempo non c'è più e, dunque, non
potrà terminare. Non a caso, dopo Ipotesi su Gesù,
sentii il bisogno di scrivere una Scommessa sulla morte,
ma intendendo questa come l'inizio della Vita vera. Mi
fu dato, cioè, di rendermi conto - con una chiarezza
sconvolgente e inquietante, ma insieme consolante - che
il tempo concessoci non è altro che una preparazione al-
l'Eternità.
Ma era scontato che fosse così: sono convinto, da
tutto quanto ho letto e sentito, che questa
consapevolezza accompagna ogni conversione. La
verità abbagliante del Vangelo non ti si rivela per farti
comprendere - ches-sò? - che devi iscriverti alle Acli o
alla Cisl (con tutto il rispetto, ovviamente) o militare
nella corrente di un qualche partito di "ispirazione
cristiana" o anche perché devi parteggiare per un
monsignore piuttosto che per un altro per una carica
vaticana. Capiterà, per alcuni, di interessarsi - come
giusto - anche a questo: ma dopo, molto dopo. Non a
caso il Mémorial pascaliano, questa testimonianza a
caldo della "notte di fuoco", della rivelazione di che
significhi davvero credere in Gesù Cristo, si conclude
con un proposito che valga sino alla morte
{«Renonciation totale et douce») e con un promemoria
che tutto spiega e tutto giustifica: «Eternamente in gioia
per un giorno di penitenza in terra».
Questa, in effetti, è l'illuminazione:
comprendere ciò che dovrebbe essere evidente e che
invece ogni ora, ogni giorno, ogni anno rimuoviamo. E,
cioè, la consapevolezza della sproporzione tra i pochi
decenni di "prova" e l'eternità - di gaudio o di pena -
che attende
chiunque entri nella vita, che non termina con il
cimitero ma che si prolunga nell'eternità.
Ancora lui, Pascal: «Mi sorprende e mi spaventa
la sensibilità degli uomini per le cose piccole e
l'insensibilità per le cose grandi». E che può esserci di
più grande, per ciascuno di noi, che la nostra sorte
definitiva? C'è da essere sgomentati ogni volta che cer-
chiamo di riflettere su questa parola - "eternità"
-comprensibile solo con sforzo, perché non applicabile
ad alcuna delle realtà che conosciamo, anche longeve
ma tutte, tutte, destinate ad avere un termine. Come non
preoccuparsi della situazione - di gioia o di sofferenza -
in cui saremo fissati senza termine possibile, se ha
ragione la fede e tutta la Chiesa, sulla scorta della
Scrittura, ha sempre creduto e annunciato?
Tra i molti flash che mi lampeggiarono davanti
in quelle settimane ce ne fu uno che mi fece intuire che
camminiamo - non sappiamo ancora per quanto, ma in
ogni caso con un termine prefissato - sulle ceneri di un
trecento miliardi di vivi che ci hanno preceduti e che
ora, invisibilmente, vivi lo sono ancora e lo saranno per
sempre. Per tornare a Scommessa sulla morte: avevo
progettato e portato abbastanza avanti nella stesura
tutt'altra cosa da quella che, alla fine, fui "costretto" a
scrivere. Quel volume non è, se ricordi, il testo di un
necrofilo, ma quello di un quarantenne quale ero che
ama una vita che in quel momento lo coccola, che, se
vuoi, lo illude {tout va très faen...) e che si rende conto
che, proprio per godersela in modo umano, è necessario
far posto alla realtà della fine. Nessuno, da questa
avventura, uscirà vivo. Ma - come non solo annuncia il
cristianesimo, bensì tutte quante le religioni - la vita
continuerà: e potrà essere ben diversa a seconda di un
giudizio che su di noi sarà dato.
Ti fu dato, dunque, di renderti conto dei
Fondamenti stessi della fede cristiana, quelle realtà
ultime delle quali oggi si parla davvero poco nella
predicazione.
Proprio per questo carattere apocalittico (nel
senso etimologico, di "rivelazione"), ciò che mi
coinvolse, che anzi mi sconvolse, furono proprio i
Fondamenti, come giustamente li chiami. Gesù, la
Trinità, la verità del Vangelo, i Novissimi, come li
indicava il vecchio catechismo: morte, giudizio, inferno,
paradiso. È infatti chiaro che, ricevendo uno choc come
quello che mi fu riservato, ciò che ti appare sono le
Cause Prime, è la realtà nuda e cruda della fede, non
sono quelle conseguenze di essa, pur importanti, ma che
semmai seguono e appassionano coloro per i quali la
fede è ormai una consuetudine, magari scontata. Nulla,
cioè mi importava - e, in verità, poco ha continuato a
importarmi anche in seguito - di "questione cattolica"
intesa in senso socio-politico, di democristiani, di
vaticanismo stesso, inteso come attenzione prevalente a
una Istituzione che pur subito vidi necessaria e da
difendere dagli attacchi faziosi di quei tempi, ma della
quale altri potevano occuparsi.
Per dirti quale fosse il mio clima interiore: non
ricordo se da qualche prima lettura cattolica o da un'in-
dicazione del confessore, venni a sapere di quella pia ;
pratica - o forse qualcosa di più, vista la sua origine
soprannaturale - detta dei "primi nove venerdì del
mese". La conosci certamente: il Cristo apparso, a metà
del Seicento, a un'umile religiosa francese della
Visitazione, la futura santa Margherita Maria Alacoque,
per chiederle di propagare la devozione al suo Sacro
Cuore. Tra gli altri messaggi, ci fu quello detto I della
Grande Promessa: la "grazia della penitenza finale", la
garanzia cioè di morire ricevendo i sacramenti, o
almeno di ottenere il pentimento salvifico, per coloro
che si fossero confessati e comunicati i primi venerdì,
appunto, di nove mesi consecutivi. Per confermarti il
clima in cui ero entrato: non mi parve vero di poter
contrarre una simile "assicurazione celeste" e, di fatti,
mi affrettai ad adempiere alle condizioni e ai tempi
richiesti. Ritraendone, allo scadere del nono mese, una
consolazione tranquilla che tuttora persiste.
Poiché, come già abbiamo ricordato, la prudenza
è una essenziale virtù cristiana, qualche polizza l'ho sti-
pulata io pure per garantirmi dagli incerti della vita ter-
rena. Ma nessuna di esse mi è più preziosa e mi rende
più sereno di questa sulla vita eterna offerta a tutti, gra-
tuitamente, dal Presidente stesso di quella "Compa-
gnia".
Ho, qui, qualcosa come il ricordo luminoso delle
nebbiose questue novembrine alle porte del cimitero.
Chi mi ridonerà la freschezza, la gioia, l'energia che mi
proveniva da quelle messe del primo mattino, nelle
chiese del centro di Torino, con i quadri antichi, i par-
quet di legno scricchiolanti, i lumi tremolanti, impre-
gnate da secoli di incenso e in cui entravo venendo dalle
mie nove ore di cuffia telefonica e proseguendo, a
liturgia finita, per l'università? La promessa del Sacro
Cuore: dunque, la fiducia nella misericordia del Cristo
ma anche nella Chiesa che, canonizzando l'umile mes-
saggera, l'aveva garantita. Come vedi, pur essendo stato
sorpreso dal colpo di fulmine mentre stavo ad-
dottorandomi in Scienze Politiche, non sentii alcun de-
siderio di confrontare, chessò, la dottrina di sussidiarietà
sociale di don Sturzo con il materialismo dialettico di
Gramsci, né mi arrovellai per una riforma delle con-
ferenze episcopali. Proprio per questo, negli anni ses-
santottini che incombevano, mi sarei sentito del
tutto estraneo alla contestazione clericale e al dilaniarsi
sull'organigramma ecclesiale: ero stato affascinato dal
quadro, non dalla cornice.
Sembra quasi di vederti, mentre ti aggiravi per
le chiese, in quei mesi per te indimenticabili. Posso
chiederti se eri come trasognato, estraneo a ciò che ti
circondava? Eri, in altre parole, "rapito"?
No: avevo scoperto la vita eterna ma non mi
sentii per niente avulso da questa, di vita. Ti dirò di più,
non ho più ritrovato l'energia, la forza, il coraggio, la
volontà ferrea che mi furono donati in quel tempo. È in-
spiegabile ed è per me ennesima conferma di non es-
sermi ingannato sulla natura di ciò che mi succedeva: il
dono dello stupore, la gioia unita al timore; lo sgo-
mento, il vivere come in una realtà "altra", come
proiettato in una dimensione aliena, non solo non mi
tolsero ma mi moltiplicarono l'energia realizzativa, il
vigore, il realismo con cui misi mano a un radicale rior-
dino della mia vita. Anche qui, agiva l'ammonimento di
un versetto di Luca: «Nessuno che abbia messo mano
all'aratro e poi si volga indietro è adatto per il regno di
Dio». Lasciali dire, il buffo Marx sulla religione come
alienazione o il povero Nietzsche sul cristianesimo
come evirazione, come roba da impotenti. Ho
conservato i taccuini in cui presi nota di quanto, giorno
per giorno, mi proponevo di fare e di quanto poi, im-
placabilmente, facevo. Se li riguardo, ne rimango incre-
dulo. Abituato a una vita sregolata, favorita anche dal-
l'inversione della notte in giorno cui mi portava il
lavoro, diventai implacabile nel calare quella esistenza
in uno schema di orari da mettere in crisi non
dico un benedettino "della comune osservanza", ma
persino un trappista, un certosino.
Mi scopersi come il contrario di un velleitario.
Dunque, dai buoni propositi ai fatti: a cominciare dallo
studio sistematico del famoso, terribile tomo di Diritto
Civile, confrontato, parola per parola, con gli appunti
che avevo comprato. Una pazienza e un rigore che alla
sessione autunnale (già vi accennavo) mi portarono a un
esito trionfale, malgrado l'Allara professor Mario mi
avesse accolto con diffidenza ostile, constatando i due
"buchi" precedenti sul libretto e fosse andato sino in
fondo per farmi inciampare. Non ci fu nulla da fare:
neppure lui, l'ancora potente (ma incombevano i lanci di
torte in faccia ai notabili) Magnifico Rettore potè far
nulla contro quella sorta di bulldozer in cui ero stato
trasformato. Ma non finì lì: munito di quel nuovo car-
burante, con un blitz memorabile, in poco più di un
anno diedi tutti gli esami che mi restavano e, discussa
con onore la tesi, pagata quella dogana che era la laurea,
potevo cominciare a vivere. Non, però, come avevo
programmato sino a poco tempo prima, ma nel modo
completamente diverso che mi era stato indicato. Come
dice il vecchio detto? Non parla dell'uomo che propone
e di Dio che dispone?
Malgrado l'accelerazione negli esami, continuasti
però sino alla fine dell'università con lo «Stipel
desidera?» di sei notti su sette.
Ma sì, e furono notti di fuoco. Non uso queste
parole a caso. Ti confesso che mi sono ricopiato a mano
e a lungo l'ho portato con me, il testo del Mémorial che,
quando Blaise morì, gli trovarono cucito nella
fodera dell'abito. Io non so usare ago e filo e non me la
sentivo di scomodare il sarto (impensabile rivolgersi a
mia madre, già preoccupata per quanto intuiva,
malgrado cercassi di tutto celare), ma ancora oggi
saprei recitartelo a memoria, ovviamente in originale.
Ma qui uso l'italiano: «L'anno di grazia 1654, lunedì 23
novembre, giorno di san Clemente, papa e martire e
altri al martirologio. Vigilia di san Crisogono, martire,
e altri. Da circa le dieci mezzo della sera sino a circa
mezzanotte e mezza...».
E, poi, sotto il segno della croce, quelle tre
lettere in stampatello: FEU, fuoco. E, a seguire, «Dio
d'Abramo, Dio d'Isacco, Dio di Giacobbe, non dei
filosofi e degli scienziati. Certezza. Certezza.
Sentimento. Gioia. Pace. Dio di Gesù Cristo». Non
posso ripetertelo tutto e me ne spiace, ma vorrei
ricordare almeno: «Gioia, gioia, gioia, pianti di gioia» e
l'invocazione finale, presa dal salmo: «Non obliviscar
sermones Tuos», che io non dimentichi i Tuoi
insegnamenti. Ti do, per quanto vale, la mia parola: ti
assicuro che nulla meglio di quel testo, parola per
parola, rispecchiava altrettanto i miei sentimenti.
Già, quel Pascal che non a caso hai già citato
più volte: per te ha contato molto?
Contato molto? È stato decisivo: Ipotesi su Gesù
non gli è dedicato per niente. Nella mia biblioteca, a
sorvegliare il luogo dove passo la maggior parte del
tempo, a tenere d'occhio la postazione che fu della
macchina da scrivere e del fax e che ora è del computer
e della stampante, stanno da sempre i ritratti di una
donna e di un
5. L'INCONTRO CON PASCAL 257
uomo. Entrambi francesi, entrambi sempre
malati e morti prima dei quarantanni, uniti dalla stessa
fede, eppure agli antipodi della scala sociale, della
cultura, della capacità intellettuale.
Bernadette Soubirous, innanzitutto, l'ultima tra
gli ultimi, quella che non caso Maria scelse come
messaggera, in coerenza con il suo Magnificat:
«Deposuit po-tentes de sede et exaltavit humiles,
exurientes implevit bonis et divites dimisit inanes».
Bernadette, a lungo analfabeta, che non riuscì mai a
imparare bene a scrivere il francese - mi commuovono
gli errori di ortografia delle sue lettere, sino alle ultime
-; che si imponeva come penitenza di fare quel po' di
"lettura spirituale" prescritta dalle regole del suo Ordine
e che, malgrado la buona volontà e la santità manifesta,
era considerata dalle superiore come une bonne à rien.
Spingendola a dire: «È vero. Il solo mestiere che so fare
è di essere malata». Lei sola ha visto, ha sentito, ci ha
riferito: sulle sue spallucce da rachitica per denutrizione
e per i postumi di un colera infantile, grava il peso del
santuario mariano più frequentato e più famoso del
mondo.
Ma lo conosciamo bene il paradosso evangelico:
la forza vera sta nella debolezza. Non posso non credere
nella verità di Lourdes per le molte, complesse, ogget-
tive ragioni che ho raccolto in biblioteche e archivi,
nonché in lunghi soggiorni da quelle parti, e che conto
di riunire in un libro, sperando di mostrare quali abissi
di Mistero stiano dietro quella storia apparentemente
semplice come una favola: «C'era una volta una bam-
bina che andava lungo un fiume a raccogliere la legna,
quando le apparve una bella Signora...». Ma, per non
avere dubbi sulla verità che aleggia sulla grotta di Mas-
sabielle, mi basta, al fondo, l'avere approfondito più che
potevo l'enigma - trasparente e al contempo inson-
dabile - di questa piccola, grande creatura in cui
ogni valore evangelico sembra essersi incarnato
istintivamente.
Se di Bernadette ho nello studio una grande
immagine che mi è stata donata dal rettore del santuario
e nella quale, con il suo povero scialletto e il rosario da
due soldi, guarda imbronciata il fotografo (solo per ob-
bedienza accettava il tormento di quelle sedute), l'altro
giovane, l'altro francese, Blaise Pascal, mi tiene d'occhio
da un'altra parete nella famosa sanguigna schizzata dal
vero da Jean Domat.
La povera ignorante e il prodigioso scienziato; la
piccola novizia che, alle sue suore che volevano che
meditasse, rispose «Ma io non so meditare!», e l'autore
dei pensieri più profondi; la veggente che non sapeva
neanche il catechismo e l'indagatore degli abissi della
teologia. I due rappresentano per me i poli déì'et-et
cattolico: la fede come istinto ed esperienza quotidiana
di vita nell'una, come esito supremo della ragione nel-
l'altro, i semplici e i sapienti, i poveri e i ricchi, gli ano-
nimi e gli illustri, uniti tutti nel Credo.
Dopo il cenno su 'Bernadette (Rosanna mi ha
confidato, sorridendo, che sospetta che ami quella
piccola più di lei...) torniamo ora al grande Blaise.
Nei primissimi tempi dell'Incontro, come ti
dicevo, fui coinvolto in una sorta di tempesta dove agiva
le Dieu sensihle au coeur più che à la raison. Si trattò,
inizialmente, di un'evidenza tangibile, di un'esperienza
che non saprei chiamare altro che mistica, di una sco-
perta sensibile; direi di una questione di carne e di san-
gue in cui si trasformarono per me le parole del Van-
gelo. Dunque, sentivo, più che ragionare.
Troppo coinvolto per pormi domande, in quei giorni
iniziali vissi con i sensi quel che mi stava capitando.
In solitudine, come sai: e, come pure sai, giudico
questo provvidenziale. Certi incontri (questo poi!) sono
necessariamente Solus ad solum.
Per uscire dall'isolamento, dopo i primi giorni
cercai libri invece che persone. Queste sarebbero venute
in seguito, quando mi fossi ripreso almeno un poco. Per
il momento, non ero in grado di confidarmi con alcuno,
neanche avrei saputo che cosa dire, come descrivere ciò
che mi stava succedendo. Ne abbiamo parlato. Co-
munque, la deformazione intellettuale (ma anche la
violenza dell'esperienza, che mi isolava dal consorzio
degli "altri"), quella deformazione, insomma, o giusta
necessità che fosse, mi spinse a frugare tra i volumi che
riempivano l'armadio della mia stanza. Volevo scoprire
se avessi qualcosa di "religioso" da affiancare a quel
vangelino dagli effetti tanto sconvolgenti. I miei soldi
erano misurati, per usare un eufemismo, vivevo di bri-
ciole, prima di comprare dei libri (o di andare per bi-
blioteche, peraltro chiuse per le ferie estive) meglio ve-
dere di che cosa disponessi.
Cominciava il bisogno, che non mi avrebbe mai
abbandonato, di razionalizzare i confini del Mistero, di
saggiarne la credibilità. Possedevo, come ti dicevo,
quelle Vite dei santi stampate a fine Ottocento. Le sfo-
gliai con occhi nuovi e, per la prima volta, non più solo
incuriositi, bensì inquieti: quelle storie remote, quelle
leggende fascinose stavano per risucchiarmi nel loro
vortice, mi avrebbero, dunque, coinvolto di persona?
Questa domanda mi turbava. In fondo - e saprai ca-
pirmi, soprattutto perché ancora non mi ero accostato ai
sacramenti, con ciò che questo significa in una pro-
260 5. L'INCONTRO CON PASCAL
spettiva di fede - in fondo gridava in me
l'esultanza di chi aveva trovato la pietra preziosa ma
insieme l'ossesso del paese dei Geraseni: «Che hai tu, in
comune con me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti
scongiuro, non tormentarmi!».
Oltre a quelle pagine di agiografia ottocentesca,
la rassegna non fu lunga, vista la quantità modica di
carta stivata nell'armadio: politica, storia, sociologia,
economia, qualche romanzo, qualche libro
dell'università e del liceo. Non, però, il testo per l'ora di
religione: dovevo averlo venduto al mercatino
autunnale dell'usato, nella piazza dietro a palazzo
Carignano. Tanto, a che mi serviva? E invece, ecco che,
a sorpresa, scoprivo che proprio quelle pagine mi
avrebbero fatto, adesso, un gran comodo.
La rassegna, alla fine, non diede che un frutto.
Era una sorta di libro fotografico, una vita per immagini
del-l'allora non ancora beato Piergiorgio Frassati. Quel
volume stava lì perché regalato a mio padre dall'Italgas,
dove lavorava, il cui proprietario e presidente era stato a
lungo il senatore Alfredo, liberale storico, anticlericale e
massone, ambasciatore a Berlino per l'Italia giolittiana,
che si era trovato inaspettatamente a essere genitore di
quel giovane santo, militante sia contro il fascismo na-
scente, sia contro il socialismo dei demagoghi, sia con-
tro il laicismo dei borghesi. Una vita breve e piena, quella
di Piergiorgio, una conferma che ricchezza, giovinezza,
intelligenza, modernità, scienza (studiava, con successo,
da ingegnere), potevano convivere pienamente con una
fede integrale: ma mi sembrò del tutto prematuro, nella
tempesta in cui ero, cominciare dall'agiografia. Semmai,
ci sarei arrivato dopo; prima, avevo bisogno di capire
c
he cosa fosse quell'Energia misteriosa che trasformava
tn santi gente come quel ragazzo.
In casa, dunque, nulla avevo di religioso, a meno
di considerare tale (ma, nel riprenderlo in mano, non ne
ero del tutto consapevole) un tascabile dalla copertina
grigia, fatta anch'essa, per economia, di carta leggera
quasi come le pagine e, su di essa, i titoli in semplici e
neri caratteri Bodoni. Ma dentro c'erano - lo sapevo per
esperienza - contenuti rigorosi, testi integrali, im-
peccabili apparati di introduzioni e di note, traduzioni
eccellenti. Insomma, come piaceva a me, abituato dalla
scuola al culto del rigore e al disprezzo della cialtrone-
ria, a cominciare da quella editoriale. Ebbene, sì: avevo
tra le mani un volumetto della benemerita BUR, la Bi-
blioteca Universale Rizzoli, che fu una provvidenza per
quelli della mia generazione.
Insomma, nell'armadio della mia stanza di via
Me-dail trovai un "volume triplo" della collana (a
seconda delle pagine, il prezzo aumentava di una cifra
fissa) con, in copertina, un nome, un cognome e un
titolo di una sola parola: Blaise Pascal, Pensieri.
Come mai stava in quella tua bihliotechina
nell'armadio proprio il testo di Pascal?
Visto che ogni libro (anche se in edizione econo-
mica) era per me una conquista, ricordo benissimo dove,
come, perché l'avevo acquistato. Era stato nella storica
libreria Druetto, in via Roma, - mi pare che, purtroppo,
non esista più - uscendo una mattina dalla sede delle
facoltà umanistiche. L'investimento di 300 lire su quelle
pagine non l'avevo fatto per interessi religiosi, bensì per
una ricerca di quell'aspirante politologo che ero. Sai, al
liceo, il manuale laicista e l'altrettanto laicista docente di
filosofia, un vecchio crociano,
avevano fatto di tutto per mettere in secondo
piano, anzi per rimuovere, il Pascal "religioso". La sua
fede? Un hobby curioso, un divertissement da affiancare
all'impegno - e alla gloria - principale, quella di scien-
ziato della natura, di matematico e anche di laico mora-
lista, autore di aforismi e di bons mots. La conversione?
Un incidente di percorso, una sbandata sulla quale lo
psichiatra moderno avrebbe da dire la sua e che, in ogni
modo, trovava spiegazione nell'angoscia della sua
condizione di malato. I geni, si sa, hanno spesso di
queste bizzarrie. Il suo cattolicesimo? Al contrario, un
contestatore, un eretico: le Provinciali, il giansenismo, i
fratelli Arnauld, Port Royal, le dispute con Roma. I
Pensieri? Bell'esempio, in alcuni frammenti, di elegante
francese del Seicento; ma, comunque, semplici appunti,
un brogliaccio caotico di note sparse, tra l'altro così
marginali da essere scampate per caso al caminetto dove
gli eredi bruciano tante cose, quando sgombrano le
camere dei parenti defunti.
Insomma, c'erano riusciti, nel depistaggio: in
effetti, avevo comprato il volumetto pascaliano della
BUR contando di dargli un'occhiata per qualche spunto
sulla concezione giansenista dello Stato e sulla prospet-
tiva politica nell'età barocca. In effetti, Giovanni Boterò
- il gesuita piemontese antimachiavellico - era al centro
del corso, che seguivo con interesse, di Luigi Firpo,
fascinoso docente di Storia delle dottrine politiche,
grande studioso e, come tutti in quell'università (a
partire dal "mio" Norberto Bobbio) cultore di uno
sprezzante antifascismo, con cui cercava di rimuovere il
fascismo intransigente della giovinezza, che giunse
persino all'elogio per le leggi antiebraiche. Ma di que-
sto, come sai, mi sono divertito a parlare (nomi, dati,
date alla mano) ne // mistero di Torino. In realtà, il
corso di Firpo finì, finì bene anche l'esame che
diedi con lui e i Pensieri dormirono intonsi nel mio
armadio-biblioteca.
Stavano lì, ma il loro momento non era ancora
venuto.
In effetti. E quando venne, non fu senza conse-
guenze. Per quanto vale, lo sappiano coloro che, in tanti
anni, hanno voluto testimoniarmi che i miei libri sono
stati per essi uno strumento che li ha aiutati a riflettere e
magari a capire che c'è un modo "altro" per porsi
davanti alla fede. Sappiano, dunque, che le cose
sarebbero andate in modo diverso e i libri usciti assai
differenti se - e proprio in quei primissimi giorni, in cui,
da presuntuoso appena sbalzato da cavallo, ero una
lavagna senza quasi alcun segno cristiano - se quel
volumetto non fosse stato nella mia scarna bibliote-
china di studente non abbiente. Era proprio allora, era
giusto in quei primi momenti che ne avevo bisogno.
Dopo, ne sono certo, non avrebbe avuto gli stessi effetti,
l'impatto sarebbe stato assorbito e ridotto da altre
nozioni e prospettive. Ancora un caso? Ancora una
volta, non posso crederlo.
Di certo, so che cosa avvenne quando apersi per
la prima volta quei Pensieri e fui come risucchiato in un
gorgo dal quale non riuscii a uscire, almeno sino all'alba
successiva. In realtà dal quel gorgo non sono uscito mai,
neppure ora che pur prendo le distanze da certe
posizioni pascaliane, come vedremo.
FEU: fuoco, la parola che, lo dicevamo, sovrasta
in stampatello la pagina del Mémorial. Non era la notte
di «lunedì 23 novembre dell'anno di grazia 1654», a Pa-
264 5. L'INCONTRO CON PASCAL
rigi. Era una notte d'estate, 310 anni dopo, a
Torino. Ma il clima di scoperta sconvolgente, di
adesione immediata, di emozione sino alle lacrime,
insomma, il clima davvero "infuocato" fu - oso pensare,
in tutta umiltà -, fu lo stesso. I Vangeli mi avevano
provocato un sommovimento interiore, ma in quei
frammenti di Pascal trovai un Virgilio, una guida, un
fratello, un compagno di avventura che mi guidasse
attraverso un mondo fiammeggiante e ancora
sconosciuto.
Di quel pomeriggio d'estate e della notte che
seguì il ricordo è indelebile, com'è giusto per ore che mi
apparvero subito - e furono, in effetti - decisive per la
mia vita. L'università era ovviamente chiusa, altrettanto
ovviamente, con quanto mi stava succedendo, avevo
sospeso le visite alle abbonate al telefono sofferenti di
solitudine, la vacanza dei miei si prolungava, di ritorno
dalla centrale ero andato a letto al mattino, dormendo
poche ore nella calura implacabile. Sin dal primo po-
meriggio ero già in piedi, nella casa deserta, con le per-
siane mezze abbassate, per sfuggire alla luce accecante.
Una scatola di ravioli del supermercato, un pomodoro
in insalata con un po' di tonno, un frutto, un bicchiere
d'acqua mi fecero da pranzo. Ero impaziente di comin-
ciare l'esame di quanto di religioso avessi in casa. Non
ero in "abiti curiali" come quelli del Machiavelli
quando, reduce dall'osteria dell'Albergaccio, entrava
nello studiolo e apriva i volumi dei classici. Scalzo, in
braghette corte e canottiera, cominciai ad ammucchiare
sul letto i libri che erano pigiati in doppia fila e
ammucchiati anche sulla sommità dell'armadio, tanto da
impedirmi di vederne gran parte. Tra ciò che mi ap-
parve, poi, provvidenziale c'è pure il fatto che quella
notte non avrei dovuto andare al lavoro, che fosse
quello il mio turno "di corta", come dicevamo noi not-
turnisti, usando - lo scoprii quando entrai a «La
Stampa» - lo stesso termine impiegato anche dai gior-
nalisti per indicare il giorno di riposo. Solidarietà in-
conscia tra lavoratori delle tenebre?
Cominciai, dunque, l'esplorazione dell'armadio.
Uscì - lo dicevo - Piergiorgio Frassati, ritrovai le
vecchie, care Vite dei santi. E uscì anche il Pascal,
tradotto per la BUR da Vittorio Enzo Alfieri, il filosofo
liberale, un laico, forse un laicista, come avviene spesso
per i pascali-sants: ma anche questo, come mi fece
notare Jean Guitton, è un segno ulteriore della forza di
quel genio, che riesce a catturare pure coloro che non si
aprono alla sua scommessa di fede. Una certa cultura, lo
dicevo sopra, la cultura stessa che mi aveva formato e,
talvolta, deformato, ha cercato di nasconderne le fattezze
religiose, ma molti di quel laici - conosciutolo nella sua
verità - non hanno potuto liberarsi dal suo fascino. Un
santo, forse, per chi gli deve la conversione; di certo non
un santino, come conferma il fatto che le sue Lettres
Provinciales restarono nell'Index librorum prohibitorum
sino all'ultima edizione di quell'elenco, pubblicata nel
1965, proprio l'anno dopo la mia scoperta. Un cristiano
radicale, che non si è però mai riusciti a racchiudere nel
ghetto cattolico, a uso esclusivo dei credenti. Ti confido
che anche in questo - nel mio piccolissimo, ovviamente
- ho sempre cercato di imitarlo. Cattolico, certo, senza
infingimenti, a visiera alzata, solidale in pieno con i
fratelli nella fede. Cattolico, ma non clericale, non
rinchiuso nel serraglio di una subcultura ma, almeno nel
desiderio, piccolo elemento di un ponte che unisca le
due, di culture, quella laica e quella cattolica.
Per tornare a quel luglio remoto e al contempo
ancora così presente: sedetti sul letto per sfogliare l'inat-
tesa trouvaille, quelle pagine dell'accurata ma gflgia
266 5. L'INCONTRO CON PASCAL
edizione economica. Mi bastò scorrere, ad
apertura, alcuni frammenti per trasferirmi alla scrivania,
continuando a tenere gli occhi fissi sul testo e non
frugando oltre nell'armadio. Avevo trovato la mia guida,
non avevo bisogno di cercare ancora. La notte che soprag-
giunse non fu di lavoro con la cuffia in testa, alle spine
telefoniche, ma fu anch'essa insonne. Non mi staccai dal
libricino se non quando il sole era sorto ed era tempo di
uscire - con la testa e il cuore in tumulto -per la brioche e
il cappuccino consueti, uno tra i pochi lussi che potessi
concedermi. Ricordo, a conferma di un'alterazione per me
del tutto inedita, che non approfittai della sosta al bar
neppure per la consueta, avida lettura del quotidiano,
odoroso, in quelle ore del primo mattino, dell'inchiostro
ancora fresco.
Che ti successe, dentro, dopo esserti "abbeverato"
a quel testo?
Quelle Pensées mi avevano come invaso di sensa-
zioni sconvolgenti ma che, in qualche modo, mi sgor-
gavano dall'interno. Quasi che le parole pascaliane fossero
come la sonda che, raggiungendo nascoste vene
sotterranee, ne facesse sprizzare fuori un deposito di
petrolio ignorato dai geologi. Mi era avvenuto un fatto
singolare: ciò che avevo letto era conturbante eppure, in
esso, ciò che più importava non mi sembrò "nuovo"
Sorprenditi pure, perché fui io il primo a farlo.
Fu, cioè, come se quel giovane francese di tre
secoli 'f prima estraesse dal profondo di quel giovane
italiano del 1964 ciò che già intuiva, anche se sino ad
allora lo ! ignorava, almeno a livello conscio. Man mano
che proli' cedevo nella lettura e che intravedevo la logica
del di-
scorso, mi scoprivo capace di prevedere,
nell'essenziale, il frammento successivo. Naturalmente,
non con quella chiarezza, non con quella sovrana
capacità di sintesi, non con quello stile inimitabile,
pieno al contempo di pathos e di lucidità; eppure, con
esattezza, quanto ai contenuti fondamentali.
Ne ricavai una sensazione indescrivibile, tanto
che, a ogni anticipazione che mi riusciva (l'ordine era
quello, classico, di Leon Brunschvicg, un altro
"incredulo", con le quattordici sezioni che raggruppano i
frammenti per argomenti), mi colpiva una sorta di brivido
alla schiena, uno stato d'animo in cui esultanza e paura
si mescolavano.
Paura?
Perché no? Se vogliamo un po' sdrammatizzare -
ma io vissi quella mia "notte del Fuoco" in modo
altamente emotivo: sino ai brividi, ti dicevo - diciamo
allora "sgomento". Sgomento di scoprirmi in una simile
sintonia con un tale genio che, sino a quel pomeriggio
stesso, mi era praticamente sconosciuto e del quale era
sbagliato il poco che sapessi. Naturalmente, ho avuto
tutto il tempo, poi, per riflettere su quanto mi era
capitato. E, altrettanto naturalmente, ne ho concluso ciò
di cui già ero convinto: non si tratta - occorre dirlo? - di
avere i mezzi intellettuali di un Pascal redivivo, sino al
punto di illudersi di poter riscriverne i folgoranti
pensieri. Sai che tra le mie colpe non c'è quella di
prendermi troppo sul serio, sono troppo ironico per
essere tentato da qualunque megalomania e rido degli
intellettuali che assumono toni ispirati. Non sono che un
discepolo di quell'antico e insieme così moderno
discepolo del Cristo: ciò che mi accadde fu appunto un
frutto suo, di quei
suoi pensieri. In effetti, uno dei primi su cui mi
caddero gli occhi fu questo: «Le cose della religione
sono al contempo vere e false, perché tutto dipende dal
punto di vista in cui ci poniamo per osservarle».
Lette in altre occasioni, queste parole non mi
avrebbero, probabilmente, fatto alcun effetto. Nella
temperie di quei giorni, invece, furono una scintilla in
una santabarbara, furono un lampo che mi diede il
metodo per comprendere la verità del cristianesimo che,
sino ad allora, mi era sembrato inaccettabile. E avevo
ragione, non poteva che apparirmi tale dalla prospettiva
da cui lo consideravo. Bastava però fargli un giro at-
torno, guardarlo dal punto di vista adeguato, ed ecco
che la sua verità si svelava.
"Conversione", come sai, viene dal latino
convertere che, come dice il caro, vecchio Georges
(ricordi? il dizionario dei compiti in classe, al liceo) ha
come significato primario "girare tutto intorno". E
conversio era usato in astrologia per indicare l'orbita
completa dei corpi celesti. Insomma, si è "convertiti"
quando la Grazia decide di vincere la tua forza di
gravità intellettuale - che è ben più forte di quella
materiale - e ti sposta nel posto giusto per vedere e
comprendere le cose.
Pascal - cui il déplacement, il posizionamento
adeguato, era già stato donato - mi fece capire che
proprio questo stava succedendo pure a me. Quella
notte, dunque, spostai la testa o, se vuoi, girai la
manopola della radio interna, mi sintonizzai sulla sua
stessa lunghezza d'onda, quella del credente e,
necessariamente, mi misi a pensare come lui. Entrato in
possesso del metodo, del codice di accesso, era naturale
che fossi in grado di prevedere le movenze del suo
pensiero. Naturalmente, a questa sim-patia (nel senso
etimologico) contribuì anche il fatto che condividevamo
la stessa esperienza, ve-
nivamo da "altrove", cioè da un punto di vista
che non era quello adeguato; ma, al contempo, il
desiderio di entrambi era, ciascuno ovviamente al suo
livello, esercitare il pensiero e, dunque, la ragione.
Puoi fare qualche esempio di questa
sintonizzazione, di questa "conversione" che fa vedere le
cose secondo una luce diversa?
Pensa all'etica evangelica, così come è stata
sistematizzata e proposta dal Magistero cattolico:
repellente e disumana vista dall'angolazione che era
stata anche la mia; di saggezza profonda e di idealità
eccelsa se vista dalla giusta angolazione. Per restare alla
morale: dalla prospettiva "esterna", la cristiana - e
cattolica in modo particolare - appare come da rifuggire
per tutto ciò che ti toglie. Dalla prospettiva "interna",
vedi invece quanto ti dà in cambio, il suo valore lo
comprendi e lo apprezzi, ma non potevi capirlo finché
non guardavi dal verso giusto.
Pensa a Dio stesso: o inesistente, perché muto,
oppure sadico, se esistente (lo scandalo del male degli
innocenti), da un punto di vista; ma, dall'altro, dispensa-
tore di segni della Sua presenza in noi e fuori di noi,
nonché vicino, provvidente, giusto. Pensa a Gesù: un
profeta vagante ebraico di cui poco sappiamo, un de-
stino oscuro, terminato con la fine degli schiavi; ma lu-
minoso, sublime, di profondità e valore inesauribili,
cambiando di prospettiva. Pensa alla Chiesa e alla sua
storia: da esecrare come quella di una istituzione op-
pressiva e spesso dannosa dal punto di vista del "laico";
Mater et Magistra, «immagine della Città superna»,
custode e dispensatrice della Grazia del Cristo,
dono agli uomini, nella prospettiva del credente.
Anche in questo senso (che direi primordiale, previo,
prima ancora di passare ai contenuti specifici) vale la
legge déì'et-et: tutto è ambiguo, ambivalente, tutto ha
un volto doppio. Inaccettabile o accettabile, esecrabile o
amabile - anzi, vero o falso - a seconda da dove ci si
pone per considerarlo.
Questo, tra l'altro, ha delle conseguenze
importanti per quanto riguarda i rapporti di noi cristiani
con i non credenti e anche con i seguaci di altre
religioni: costoro non sono dei cattivi, dei disonesti,
degli ignoranti, dei disinformati, delle persone che
hanno comunque torto. No: sono assai spesso in buona
fede, anzi hanno addirittura ragione, perché da lì dove
sono non possono vedere altro da quello che vedono.
Pensa ai tre anelli della collana esibita dal liberal di
oggi: legalizzazione di divorzio, aborto, eutanasia.
Diritti civili, per loro, traguardo di civiltà, progresso
benefico. Per il cattolico, il contrario: ma sarebbe
ingiusto che non riconoscessimo la buona fede
nell'abbaglio di chi è convinto di avere ragione, perché
guarda da un punto di vista che ben comprendo, perché
è stato anche il mio. Compito dei credenti nel Vangelo
è farsi strumenti, collaborare con la Grazia - cui spetta
l'iniziativa e senza la quale non possiamo convincere
nessuno - perché si "convertano". Cioè, per dirla
secondo il Georges, perché "girino tutto intorno" e
scoprano come stanno in realtà le cose.
Una "scoperta", questa pascalìana, che ha avuto
delle conseguenze. E non solo per te.
Già abbiamo parlato del mio tentativo di
dimostrare che l'apologetica aveva ancora molto di
importante e di
urgente da dire, come mi ha poi confermato
l'interesse, talvolta avido, di tanti lettori.
Sai come la penso: una difesa senza timore e una
riproposta tenace delle ragioni per credere, ma, entrambe,
pacate e proprio per questo implacabili, basate su dati,
notizie, ragionamenti, non su appelli sentimentali o
sull'abilità di discorsi retorici o, peggio, su invettive e
lagne sulla nequizia dei tempi. Lasciami ripetere che non
amo gli indignati, gli urlatori, i consumatori di punti
esclamativi: di qualunque scuola, ma soprattutto se
cattolici, perché mi sembra che alzare la voce e farsi
venire il viso paonazzo danneggi non solo la salute ma
anche la causa della salvezza... In effetti, così si soprav-
valuta il nostro ruolo: se ci preoccupiamo per gli esiti
apparentemente insufficienti del nostro darci da fare per
convincere il prossimo, è perché dimentichiamo che al
Creatore basterebbe un fulmineo schiocco di dita per
mettere tutte le sue creature in ginocchio, supplichevoli,
davanti a Lui.
Non ti è dunque ignoto che è quello dei dati e dei
fatti, non quello delle invettive e degli sdegni, il tipo di
apologetica che ho tentato di praticare. Ma il compito -
cui sentii subito che non potevo sfuggire - mi fu asse-
gnato proprio in quelle ore. Il seme della passion de
convaincre, per dirla appunto con Blaise, è stato gettato
in me, perché lo sviluppassi, nel pomeriggio e nella notte
in cui sbattei il muso sul quaderno degli appunti presi da
un giovane del Grand Siede in vista di una Apologétique
du chrìstianìsme. Questo, come sai, era il progetto che la
malattia prima e poi la morte - persino nella Francia
secentesca morire prima dei quarant'anni era troppo
presto! - gli impedirono di realizzare. Ciò che ci è rimasto
di quel grande disegno non sono che note preparatorie,
appunti, briciole, frammenti, anche ,
272 5. L'INCONTRO CON PASCAL
se la struttura fondante c'è tutta, per chi la sappia
scorgere e interpretare. Ma anche questo è Provvidenza:
un libro completo e rifinito, dunque complesso, ponde-
roso, magari in più volumi, ci avrebbe tolto l'efficacia
folgorante di quei flash di luce che si accendono in po-
che righe e che non hanno ancora finito di illuminarci.
Bellissimo, e prezioso, quel suo: «Credevano di
trovare un autore. E, invece, hanno trovato un uomo».
Questa nota, Pascal la prese perché gli fosse di guida nel
grande lavoro, che sperava di avere tempo e salute per
portare a compimento. Sentiamo subito che questo
convertito non vuole - né, anche volendo, potrebbe
-ingannarci, perché scrive, appunto, da uomo, non da
autore; parla e argomenta da persona, non da perso-
naggio; non s'impegna per un dovere culturale, ma per
un bisogno irresistibile, buttando giù appunti frettolosi,
sotto l'influsso del momento.
Non a caso, la critica unanime pone le Pensées
nella grande letteratura, più che nella saggistica: a
ragione, anche se questo ha contribuito alla rimozione,
di cui parlavamo, del Pascal religioso.
Questo, comunque, non è un professore di
teologia o di esegesi biblica, è un fratello, è un sodale
che, alla pari di tutti i suoi colleghi in umanità, si
interroga - en gémissant, gemendo, come dice - davanti
al mistero della vita, della morte, dell'Eterno. Proprio
come noi, gettati - senza averlo chiesto - nella precaria,
provvisoria avventura dell'esistenza terrena; di noi che,
grazie alla scienza, intuiamo qualcosa del "come", ma
certamente nulla del "perché" del mondo, se contiamo
sulle sole forze di una ragione scambiata per
onnipotente.
Pascal ha compreso, e riesce a farci capire - se
sappialo ascoltarlo - che il problema di Dio è il
problema del-*■ uomo e che nessuno può sottrarsi alla
scelta, nessuno
può eludere la Grande Scommessa: toi aussi, tu
es em-barqué, anche tu sei incastrato, non ti è possibile
sottrarti alla decisione davanti all'Enigma che sei a te
stesso.
Se ricordo bene, questa è l'espressione pascaliana
che hai messo come motto iniziale al tuo Ipotesi su
Gesù.
Ho voluto avvertire il lettore sin dall'inizio:
quali che siano le sue conclusioni, questo di Gesù non è
un problema storico come un altro, un tema del quale
interessarsi o meno, a seconda di curiosità e propensioni
personali. Qui c'è Qualcosa, anzi Qualcuno, che - lo si
voglia o no - lo riguarda direttamente, con cui deve de-
cidersi a fare i conti, per accettarlo o per rimuoverlo,
prima di varcare le porte bronzee che, prima o poi, si
spalancheranno per ciascuno, rinchiudendosi per sem-
pre alle sue spalle. Dunque, per epigrafe del libro, ho ri-
portato dai Pensieri l'inizio del frammento tra l'uomo
che ragiona davvero e l'indifferente, forse l'agnostico.
Chiede il primo (che è poi Pascal stesso): «O Dio esiste
o Dio non esiste. Su quale vuoi scommettere, tra queste
due ipotesi?». Replica l'altro: «Per nessuna delle due.
L'ipotesi giusta è non scommettere affatto». Ma il com-
mento del Nostro è inappellabile, la logica del problema
non lascia scampo: «Ti sbagli, puntare è necessario, non
è affatto facoltativo. Anche tu sei incastrato». Il
problema del Cristo, lo ripetiamo, è il problema del-
l'uomo, nessuno può illudersi che farsi almeno un opi-
nione su di lui, sia pure per rifiutarlo, sia un hobby per
qualche appassionato di antiche storie orientali.
Proprio perché il modello pascaliano ha inciso in
me così in profondo; proprio perché ne ho misurato su
me stesso la verità; proprio perché mi sono reso subito
conto del coinvolgimento inevitabile di tutti in
questo tema; ebbene, proprio per questo, scrivendo, non
ho esitato a passare - quando mi appariva necessario
-dall'oggettivo al soggettivo, a usare la prima persona
singolare, impiegando un "io" che qualcuno mi ha rim-
proverato, quasi fosse segno di esibizionismo.
Al contrario: in realtà costa molto a uno come
me, cui i maestri dell'' understatement hanno instillato
l'idea che c'è qualcosa di sconcio in quella prima
persona singolare. È assai più agevole optare per
l'anonimo discorso indiretto, semmai per il "noi",
dichiarare l'intenzione edificante di praticare la
cosiddetta "oggettività". La quale però, come sai, è un
mito della ingenuità, se non della ipocrisia, illuministe.
Non c'è oggettività neanche in chi si occupa di
cosiddette scienze esatte, la ricerca è sempre selettiva, i
dati vengono ricercati e assemblati a seconda di fini,
prospettive, pre-comprensioni sia personali sia culturali.
Non dimentichiamo che non c'è delirio, magari
criminoso, della modernità (dal razzismo biologico na-
zionalsocialista, al materialismo dialettico marx-lenini-
sta, sino allo spiritismo e agli occultismi della borghesia
Belle Epoque) che non sia stato o predicato o almeno di-
feso da cattedratici di scienze naturali, fisiche, chimiche,
matematiche, nelle università occidentali più prestigiose.
Dai sacerdoti, dunque, del sapere sedicente "oggettivo",
"inoppugnabile". Naturalmente, poi, non esiste la mitica
oggettività nelle discipline umanistiche, a cominciare
dalla storia che (come Benedetto Croce, in questo non
sbagliando, ci ha ricordato) è sempre "personale" e,
dunque, "contemporanea", nel senso che ogni storico la
ricostruisce e la legge non solo secondo le categorie del
suo tempo, ma anche secondo la sua soggettività.
Figurarsi, allora, parlando di Gesù! Come si può
essere oggettivi, distaccati - anche se in buona fede lo si
desidera - affrontando Colui al quale da venti
secoli tanta parte dell'umanità lega direttamente il
concetto di Dio, dunque del Mistero insondabile per
eccellenza? Come indagare in modo spassionato su colui
il cui destino è stato ed è legato dalla fede di miliardi di
uomini al destino di ciascuno? Magari lo vedremo più
avanti, facendo qualche cenno alla ricerca moderna su
Gesù: tutti coloro che hanno cercato di spacciarsi come
storici asettici del Protagonista dei Vangeli, in realtà non
potevano non essere coinvolti e nelle loro pagine la
storia si unisce alla passione o, almeno, al pregiudizio,
per inconscio che sia.
Naturalmente, questo inevitabile coinvolgimento
personale riguarda tutti, credenti come non credenti. Ne
sono stato sempre consapevole. Dunque, in quanto ho
scritto, ho cercato di unire il rigore, per quanto possibile,
del ricercatore con il ruolo del testimone. Per questo,
parlando di Lui, la cosa più oggettiva che si possa fare è
usare un "io", quando necessario. E anche questo, ti
dicevo, devo a Blaise, che vuol persuaderci del Dio di
Cristo, di cui attestano la verità sia les rai-sons de la
raison sia les raisons du coeur.
Quali altre cose decisive trovasti in Pascal? C'è
qualcos'altro che comprendesti in quella notte trascorsa a
"divorare" i suoi Pensieri?
Beh, direi cose di tale impatto da avere mutato il
mio modo di pensare. Indicandomi, come ti dicevo, il
point de vue adeguato per guardare a noi stessi e al
mondo.
Non c'è autore di una biografia, o specialista di
un personaggio, che non dica che il suo beniamino,
anche
se vissuto secoli fa, è ancora o è, addirittura,
particolarmente attuale. Spesso è una forzatura,
un'illusione, per giustificare il lavoro del biografo e il
tempo impiegato dal volenteroso lettore. Questo, ne
sono sicuro, non si può dire di Pascal.
Ciò che mi ha sempre impressionato in lui,
infatti, è la capacità di precedere, e di molto, i suoi
tempi: tempi, cioè, del secolo barocco, in cui la Riforma
cattolica celebrava il suo trionfo; tempi di cristianità,
con una fede che univa popolo ed elite, con una
religiosità di massa che contrassegnava tutta la società,
la sua cultura, il suo costume. Una fede sincera, va
precisato, non simulata o seguita solo per forza di
inerzia, come troppi hanno insinuato: lo testimonia
senz'ombra di dubbio anche lo studio sistematico,
intrapreso da una scuola storica giustappunto francese,
dei testamenti in articulo mortis, quando non c'era più
nulla da temere e da perdere e il notaio era legato al
vincolo del segreto sino alla morte del testatore. Non si
sono trovate ritrattazioni in extremis delle pratiche
religiose seguite durante la vita ma, al contrario, un
generale appellarsi al perdono e alla misericordia del
Cristo giudice che si stava per incontrare. E, cosa ancor
più singolare per gli scettici attuali, c'è in quei
testamenti una totalitaria fiducia nella legittimità della
mediazione ecclesiale. Nessuno di costoro che sono
giunti al passo estremo rivela che la sua adesione alla
Chiesa cattolica, il rispetto se non l'amore per essa, è
stato il frutto di una simulazione ipocrita, praticata per
conformismo o per interesse materiale.
Il non credente, il libertino, lo scettico ai quali
questo giovane del Seicento fervente di zelo, si rivolge
per convincerli che sbagliano, che le loro obiezioni sono
infondate perché scelgono male il punto di vista;
ebbene,
quelle figure erano di là da venire. O, al più,
erano talmente rare da non giustificare un simile
dispiego di dialettica geniale. Siamo in anticipo di
almeno un secolo, siamo a più di cent'anni, cioè, dal
diffondersi delle Lumières settecentesche nella società
intera, partendo da circoli elitari e spesso
semiclandestini.
Ti viene in mente qualcuno di questi "anticipi"
che fanno di Pascal un precorritore dei tempi, un
profeta?
Tra i molti esempi, mi emerge subito quello
della drastica messa in guardia contro il "deismo", cioè
contro la credenza non nel Dio incarnato della rivela-
zione giudaico-cristiana ma in un astratto Architetto
dell'Universo, senza nome e senza volto, tale da potere
essere onorato da chiunque, relegando tra le dannose
superstizioni le differenze religiose. Siamo a molti de-
cenni dalla Londra del 1717, cioè dalla fondazione - li-
mitata peraltro a lungo a pochi Paesi e ambiti ristretti
-della massoneria, che al suo centro ha il G.A.D.U. cioè,
appunto, il "Grande Architetto Dell'Universo". Pascal
intuisce - capendo dove porterà il pensiero del suo
contemporaneo Descartes - che prima o poi si diffon-
derà una religiosità particolarmente insidiosa: una sorta
di "cristianesimo senza Cristo" che si riduce, ne-
cessariamente, soltanto a una morale umana, senza un
aggancio a un Dio al contempo misericordioso e giusto
che ha rivelato la Sua legge. Quando il Nostro pensa e
annota per la sua Apologie, siamo a molto tempo ancora
da Voltaire e da Rousseau, con il loro deismo che sarà
quello dell'ala vincitrice della Rivoluzione francese,
unendo girondini, giacobini, termidoriani e, alla fine,
Napoleone stesso.
Anche oggi, se ci pensi, dietro a un ecumenismo
che ^ si fa spesso sincretismo, dietro a tanti appelli a
dialoghi, tolleranze, dietro a tante "ricerche-di-ciò-che-
unisce-e-, non-di-ciò-che-divide", dietro alla battaglia
contro l'orsi; todossia cattolica e l'interesse ossessivo per
un nuovo ; moralismo - la Weltethos di Hans Kùng, cioè
l'etica ac-I cettabile da chiunque - spunta proprio quel
deismo che ,'■ Pascal combatte previamente, prima
ancora che si manifesti, almeno a livello tale da meritare
di essere contrastato. È talmente consapevole del
pericolo, di cui intuisce l'arrivo nel futuro, da spingersi ad
ammonire che , una credenza in un Dio creatore ma non
provvidente, un Dio che se ne sta sulle nuvole («Ha dato
un colpetto . al mondo per metterlo in moto, ed è tutto») è
«lontana dal cristianesimo quasi quanto l'ateismo». E un
Grande i Architetto che non salva, che non colma il
cuore di amore, di timore, di speranza: a che può servire,
allora? | E come convertire al Vangelo chi si appaga di
una religione naturale, di una spiritualità deista, convinto
che questa sia un'evoluzione benefica, da adulto
ragionevole, da tollerante, rispetto ai dogmatismi
cristiani?
Se sto alla mia esperienza personale, tre secoli
dopo sentii quest'uomo come un contemporaneo, avvertii
che aveva le risposte giuste per un giovane, quale ero, a
suo agio in una modernità che proprio allora andava 1
verso il postmoderno, tra la fine del Concilio per la
Chiesa e l'incombere del Sessantotto per l'intero Occi-
dente. Non ebbi bisogno di raggiungere il nucleo an-S cor
vivo del suo pensiero, scrostandolo dalla polvere del
tempo: grazie anche al loro carattere frammentario
(provvidenziale, ti dicevo), quelle sintesi fulminanti,
quelle intuizioni luminose andarono direttamente au
coeur eà la raison di quel giovane che ero, ma già rotto ai
veleni e ai sofismi della cultura novecentesca.
Anche per me, trovò riscontro quanto disse un
grande cattolico francese del XX secolo, Francois Mau-
riac, egli pure formato nel clima e negli ambienti più
"moderni": è Pascal che ci aiuta a capire che il cuore
dell'uomo è una serratura complicata che soltanto la
chiave del Vangelo sa aprire. Ci aiuta a capire che «non
c'è uno solo dei nostri aneliti, bisogni, abissi che il mes-
saggio di Cristo, così com'è proposto dalla Chiesa cat-
tolica, non sappia colmare».
Davanti all'aggettivo "nuovo" - da almeno due
secoli forse il più inflazionato in ogni ambito, da quello
commerciale a quello culturale - non mi sono mai né
chiuso a riccio né eccitato in modo acritico. Così, mai
mi sono fatto impressionare da coloro che parlavano, e
parlano, di un "uomo nuovo": ci sono, certo, cambia-
menti, nel costume, nella mentalità, nelle abitudini, nei
valori stessi, ma non tali da mutare la nostra umanità
profonda in ciò che è davvero essenziale. I "fondamen-
tali" dell'uomo sono immutabili, com'è immutabile la
capacità evangelica di dar loro risposte. Già lo intuivo,
ma è stato Pascal a farmelo comprendere sino in fondo.
Dunque, più che "contemporanee", quelle sue riflessioni
sono "eterne", perché ispirate alla promessa di Gesù
stesso: «Il Cielo e la Terra passeranno, ma le mie parole
non passeranno».
Un incontro decisivo, insomma, quello con
l'autore dei Pensieri incominciato nella notte di luglio
del 1964...
Come ti dicevo, è lui che mi ha consegnato la
p#s' sword che non ho più dimenticato: «Le cose sono
vere o false a seconda del punto di vista in cui ci si pone
per
guardarle». Tutto è doublé face, nel mondo e
nella storia: il giusto e lo sbagliato convivono sempre e
non siamo in grado di discernere verità e falsità senza la
Rivelazione, che ci dice quale deve essere il punto di
mira. Poiché però - pur geniale e certamente ispirato
dalla Grazia, che lo ha privilegiato - alla pari di ogni
uomo Pascal non è infallibile, su almeno un punto non
secondario mi ha indotto in un equivoco. Ma dovremo
riparlarne più avanti.
Ti ricordavo la dedica che sta nella prima pagina
del mio primo libro: «A Blaise Pascal». Si dice - credo
non a torto - che ciò che ogni autore ha da dire sta in
trecento pagine, quelle della sua opera di esordio. Tutto
ciò che scriverà in seguito non sarà che commento, va-
riazione sul tema, approfondimento, spesso ripetizione.
Capisci ancor meglio, allora, quanto sia stato decisivo
per me l'orientamento, tutto pascaliano, di Ipotesi su
Gesù. Ciò che ho scritto in seguito ne è stato il
prolungamento, in quella stessa linea.
Se sto alla notte in cui mi addentrai nelle
Pensées, tutto sembrò emergermi da dentro, più che
giungermi da fuori. Innanzitutto, la conferma di ciò che
da subito, per istinto, avevo sentito: la fede che in quei
giorni mi era imposta - forzosamente, se posso dirlo, più
che soavemente proposta - non significava affatto il
rinnegamento della ragione. Non avevo da abbandonare
nulla di quanto mi aveva guidato sin lì, bensì da
aggiungere e, semmai, da correggere le deviazioni che
la nuova Luce mi evidenziava. Non mi dovevo chiudere
a difesa ma, al contrario, aprirmi alla pienezza. I dogmi
non erano inferriate di una gabbia ma, al contrario,
segnali che indicavano l'immensa ricchezza del
cammino verso la Verità completa. Questo me lo con-
fermò Blaise con una delle sue sintesi folgoranti: «L'ul-
timo passo della ragione è riconoscere che vi è
un'infinità di cose che la superano». Plus ultra!, come
dice il motto sullo scudo nazionale spagnolo:
spingiamoci al di là delle Colonne d'Ercole, in cui la
cultura moderna si è volontariamente rinchiusa.
Nessun timore dei credenti, dunque, per
l'aggressione del razionalismo: fede e ragione non sono in
contrapposizione, come insegna la millenaria tradizione
cristiana, come ha sancito il Concilio Vaticano I, come
hanno particolarmente insistito gli ultimi due pontefici,
Giovanni Paolo 11 e Benedetto XVI.
È il razionalismo, semmai, che deve temere per
la sua chiusura, per essersi autolimitato, per essersi rin-
serrato da solo in una cella. Ho sempre sostenuto che il
vero libre penseur - il "libertino" intellettuale, nel senso
illuminista - non è l'incredulo, ma, al contrario, il
credente.
Pensa a quello che chiamiamo "miracolo",
"prodigio", e che fa parte di ciò che supera ciò che il
razionalismo può stabilire, prevedere, misurare,
dichiarando d'imperio che al di là di questo non può
esserci nulla. Ebbene, di fronte a eventi simili, solo il
credente ha piena libertà di esaminare senza complessi
e, alla fine, di rifiutare o di accettare: e se lo fa, lo fa
basandosi proprio sulla ragione bene intesa. Succede,
così, che, per dirla con Gilbert K. Chesterton (un altro
convertito), «un credente è un uomo che accetta un
miracolo, se a questo lo obbliga l'evidenza. Un non
credente, invece, è un signore che non accetta neppure
di discutere di miracoli, perché a questo lo obbliga la
dottrina che professa e che non può smentire».
Ogni "incredulo" sarà sempre prigioniero delle
sue gabbie ideologiche; del bisogno, per lui vitale, di
negare; dell'ansia di trovare comunque spiegazioni
naturali che lo tranquillizzino. Che cosa avverrebbe, in
effetti, del suo schema di ragione chiusa, se fosse
costretto ad ammettere qualcosa che quello schema
mette in crisi e magari scardina? Non dovrebbe
riconoscere di avere sbagliato tutto e di dover cambiare
paradigma?
Il credente, invece, di fronte a ciò che supera la
dimensione razionalista, a ciò che va al di là dei confini
dello scientismo - confini tra l'altro, sempre variabili,
eppure ogni volta dichiarati invalicabili - è del tutto se-
reno, perché libero da gabbie ideologiche. Può convin-
cersi dell'inspiegabilità naturale di un evento; ma può
anche convincersi del contrario, senza che questo si-
gnifichi nulla per la propria fede. Non dimenticare che,
per essere cristiani, basta credere in un solo miracolo:
quello delle resurrezione di Gesù, su cui tutta la fede si
basa. È solo nella luce di Pasqua che posso accettare
anche la verità dei molti prodigi che i Vangeli
attribuiscono allo stesso Gesù. La pietra rovesciata,
dunque, e il Crocifisso che ne esce all'alba del terzo
giorno, vivo e glorioso per sempre: per tutto il resto, vi
è libertà.
Per fare il primo esempio che mi viene in mente:
ho avuto il privilegio di stare accanto al cardinale
arcivescovo di Napoli mentre il sangue di san Gennaro
si scioglieva e poi ribolliva nelle ampolle. Dovendo
scriverne, mi sono documentato al meglio, ho
confrontato le ipotesi possibili, ho parlato con esperti di
fisica e studiosi di storia, giungendo - ragionevolmente!
- alla conclusione che l'enigma esiste e persiste. Ma ti
sembra forse che la mia fede sarebbe entrata in crisi, se
avessi dovuto concludere che non si tratta di prodigio
bensì di azione di forze naturali? E ti sembra
forse che un sedicente libero pensatore avrebbe questa
stessa libertà? Io, credente, in caso di conclusione
negativa non devo cambiare niente. Lui, incredulo, in
caso di conclusione positiva deve cambiare tutto.
Tra altri casi esemplari e altrettanto controversi
si potrebbe citare quello della Sindone di Torino, la
reliquia più importante conservata nella città dove sei
cresciuto.
Sì, è un altro esempio che talvolta ho fatto, visto
tra l'altro che quel Lenzuolo lo conosco non solo
attraverso libri e fotografie, ma anche grazie a
un'esperienza diretta. In effetti, come redattore de «La
Stampa» fui tra i pochi accanto al "Custode" - a nome
dei Savoia, che ne erano ancora proprietari -, il
cardinale arcivescovo di Torino, quando, per una
ostensione pubblica, fu srotolata su un tavolo della
sagrestia della cattedrale dal bastone sul quale allora era
avvolta. Con emozione, potei toccarne un lembo. Uno
dei molti privilegi che la vita mi ha concesso! Checché
se ne dica, nessuno è mai riuscito (meno che mai gli
esperti di una datazione al ra-diocarbonio che ne ha
aumentato l'enigma: l'attribuzione al Medioevo è in
contrasto insanabile con molti altri elementi, altrettanto
scientifici, di sicura antichità), nessuno, dunque, è
riuscito a chiarirne la genesi, a spiegare in modo
convincente la formazione di quell'immagine di
sconvolgente maestà e bellezza.
Effettivamente le più recenti e avanzate
tecnologi? hanno fatto piazza pulita di qualunque ipotesi
relativa al modo in cui si è formata quella misteriosa
figura, in tutto
I e per tutto coincidente con il racconto
evangelico. Pro-I prio il professore italiano che coordinò
l'esperimento | della datazione al radiocarbonio, mi ha
confidato che più I ;'/ tempo passa, più progrediscono le
tecniche scientifiche, \ e più la Sindone si conferma un

I
mistero indecifrabile e I inspiegabile.
«Più che una immagine, una presenza» diceva
Paul Claudel. Ma, ancora una volta: la mia
fede non dipende certo da quel lino enigmatico
e, in queste cose, ti ricordavo che la Chiesa lascia intera
libertà ai suoi,
i consente la venerazione ma non si espone con
dichiarazioni di sicura autenticità. «Avete il vecchio e
nuovo Testamento e il pastor della Chiesa che vi guida,
questo vi basti a vostro salvamento» per dirla con padre
Dante. Dunque, se la cosa mi interessa, visto che non è
E certo un obbligo per un credente, posso
esaminare il dossier Sindone in totale serenità. Potrò
essere convinto che lì c'è un mistero, che c'è lì un segno
che Qualcuno ha voluto lasciare a nostra edificazione e
conforto, ma questo basandomi solo e sempre sull'esame
oggettivo dei dati. Se questi non mi persuadono, non per
ciò la mia fede sarà meno salda, non per ciò dubiterò della
verità del Mistero Pasquale di passione-morte-
resurrezione-pentecoste, non per ciò la Chiesa mi lancerà
contro un anatema. Libero, dunque. Una libertà che non ha
affatto il non credente.
Esaminando lo svolgimento dei fatti del 1858 a
Lourdes, e passando al setaccio della scienza i dossier di
guarigioni fisiche dichiarate "umanamente inspiegabili"
dall 'apposito Bureau Medicai (tanto rigoroso che ln 150
anni si è esposto soltanto 67 volte), posso arrendermi o no
all'Enigma, credere o non credere alla ve-rità di quelle
apparizioni e della serie di miracoli che ne
è seguita. Può fare altrettanto qualche nostro
collega che ha costruito la sua carriera e la sua vita
stessa sulla negazione previa che esista un
Soprannaturale? Per noi, un sì o un no davanti al
miracolo non cambiano nulla, per gli altri cambiano
tutto. Ma allora, insisto: non siamo noi, proprio noi, i
veri liberi pensatori?
E c'è forse qualcosa - per stare nella prospettiva
di ciò che la scienza può scoprire e constatare - c'è qual-
cosa che dobbiamo rimuovere, perché non entra nel
nostro schema, perché potrebbe metterci in crisi? Al
contrario: più la ricerca penetra nel mistero dell'infini-
tamente piccolo e dell'infinitamente grande - dall'atomo
alle galassie - più ci rendiamo conto che una simile
complessità e perfezione può essere attribuita al Caso
soltanto da chi abbia una mentalità superstiziosa,
idolatrica, che trasforma in un Dio onnipotente e onni-
sciente proprio quel mitico Caso. Non ho, come sai, un
temperamento istintivamente mistico, ma mi sono sem-
pre chiesto come si possa avere sotto il microscopio un
occhio di mosca o davanti al telescopio la Via Lattea,
senza avvertire almeno il bisogno di un silenzio reve-
rente, se non si sa o non si può fare altro, davanti a tali
meraviglie inspiegabili.
In un libro, Qualche ragione per credere,
ricordavo che almeno in qualcosa dovremmo essere
grati alla felicemente defunta Unione Sovietica. La
quale, subito dopo la fondazione, creò a San
Pietroburgo, che aveva ribattezzato Leningrado, il
grande Istituto per l'Ateismo Scientifico, con migliaia di
dipendenti e centinaia di professori universitari a
contratto. Per settantanni lavorarono sodo per
dimostrare l'incompatibilità tra scienza e religione (e
proprio così, «Scienza e religione», si chiamava la loro
rivista, diffusa gratuitamente in molte lingue, in tutto il
mondo), per decenni»
dunque, si diedero da fare per trovare la prova
oggettiva, inconfutabile, scientifica appunto,
dell'inesistenza di Dio. Quando tutto crollò, e quando
Leningrado ritornò a chiamarsi San Pietroburgo («oh,
degli umani intenti antiveder bugiardo!...»), la famosa
Prova non era stata trovata: avrebbero potuto cercare
altri settanta o settecento anni, ma non sarebbe saltata
fuori lo stesso.
Dunque, anche grazie ai miliardi di rubli investiti
dall'ateismo di Stato, abbiamo la conferma oggettiva che
la fede non è confutabile per via scientifica. Mi me-
raviglia che mai nessuno ne parli e mi rammarico che,
almeno in una lingua a me comprensibile, non esista al-
cuno studio su questa esperienza fallita, su questa ricerca
finita nell'irrilevanza. Già che ci sono lancio l'idea a
qualche giovane che ne abbia le capacità e sappia
procurarsi le risorse per un lavoro negli archivi del de-
funto Istituto e negli annali della rivista. A meno che i
"nuovi russi", vergognandosene, non abbiano distrutto
tutto. Sarebbe una perdita per la storia del folklore, più
che della scienza autentica, ma ci sarebbe da capire
l'imbarazzo dei distruttori...
Base della fede è dunque la ragione, ricorda (e
conferma) Pascal, cioè uno tra i fondatori della scienza
moderna.
È proprio sulla ragione, non sulla rimozione di
essa, che si fonda l'accettazione del Mistero. Solo chi ha
saputo usare sino in fondo la facoltà raziocinante - essa
pure dono di Dio, di cui essere grati e da impiegare al
massimo delle sue forze - può aprirsi alla dimensione
soprannaturale in modo davvero consapevole.
Questo trovai in Pascal (o, meglio, questo aiutò
a far emergere dal mio inconscio dove, e non so come,
giaceva fino ad allora celato) e queste sue non erano
chiacchiere; erano parole di uno talmente convinto di
avere ragione nello scommettere sul Vangelo, riscoperto
dopo il periodo "mondano", da vivere e da morire - lui,
ricco di famiglia - da povero e da avere scelto la via
della penitenza più radicale, della preghiera più intensa.
Costui, che giunse agli estremi della rinuncia e
dell'ascetismo, sicuro di essere nel giusto nell'aprirsi a
un Mistero nel quale ci si gioca l'eternità, non era un
visionano o un filosofo nelle nuvole, fu uno dei geni
fondamentali nella storia delle moderne scienze esatte,
poliedrico almeno quanto Galileo, morto vent'anni
prima di lui.
Senti un po' che ti leggo: «Ci fu un uomo che a
dodici anni, giocando con aste e cerchi, reinventò la
geometria; che, a sedici anni, stese il più dotto trattato
sulle coniche dall'antichità in poi; che, a diciannove,
condensò in una macchina per calcolare una scienza che
pareva interamente dell'intelletto; che, a ventitré,
dimostrò il peso dell'aria ed eliminò un grande errore
della fisica antica; che, all'età in cui gli altri iniziano a
vivere, avendo già percorso tutto l'itinerario delle
scienze umane, si accorse della loro vanità e volse non
solo la mente ma tutto se stesso alla religione; che, da
quel momento sino alla morte, sempre malato e soffe-
rente, fissò la lingua in cui dovevano esprimersi Bos-
suet e Racine; che diede il modello più perfetto della
prosa d'arte, quanto del ragionamento scientifico più
rigoroso; che, infine, nei brevi intervalli concessigli dal
male risolse - per distrarsi un poco - uno dei maggiori
problemi della matematica, gettando intanto su carta
pensieri che hanno sia del divino che dell'umano.»
Questo è Blaise Pascal, le genie effrayant, il
genio spaventevole, nella prosa romantica - ma
aderente al vero - di Francois-René de Chateaubriand.
Voltaire stesso non potè negarne la grandezza almeno
scientifica, ma cercò di liberarsene definendolo, con il
suo sorrisetto beffardo, «un sublime misantropo», uno
che si era rifugiato in Dio perché non sopportava gli uo-
mini. Malgrado i depistaggi del laicismo fazioso, questo
è quel Pascal che, sul letto di morte, prima di ricevere i
sacramenti cui anelava «fu interrogato» scrive Gilberte,
la sorella maggiore, che era presente «dal signor curato
sui principali misteri della fede e rispose distintamente
e senza esitare: "Sì, padre, io credo tutto questo e lo
credo con tutto il mio cuore"». Ricevette poi il viatico e
l'estrema unzione «con sentimenti così teneri che
versava lacrime» e «quando il parroco lo benedisse con
il santo ciborio disse: "Che Dio non mi abbandoni mai",
che furono le sue ultime parole».
Blaise, per altro, è tra i maggiori ma non certo il
solo scienziato credente convinto.
Osservavamo prima che al vertice della lista dei
best-seller c'è da qualche tempo il libro di quel docente
piemontese di matematica, quell'ex seminarista che
deve rassicurare se stesso di aver fatto bene ad ab-
bandonare sia la vocazione sia la fede; del professore,
dunque, che vorrebbe dimostrarci che nessun uomo che
rifletta «può essere cristiano, meno che mai cattolico».
Proprio nessun essere pensante e, soprattutto, mai uno
scienziato, se non vuole rinnegare il rigore dei suoi
metodi e della sua prospettiva di severe ricerche,
passando alle superstizioni fideistiche.
Ma allora, visto che siamo tra gli scienziati, una
volta mi sono divertito a fare una piccola ricerca,
limitandomi ai padri del simbolo stesso e della fonte
sempre più indispensabile della modernità: l'energia
elettrica. Ho così ricordato agli ignari, ma anche ai
professori come quello di cui parliamo, che Alessandro
Volta fu uomo da messa e rosario quotidiani, André-
Marie Ampère scrisse addirittura un libro, Prove della
divinità del Cristianesimo, Michael Faraday alternò la
ricerca in laboratorio a predicazioni per strada del Van-
gelo, Luigi Galvani fu un devoto terziario francescano,
Galileo Ferraris un militante rigoroso ed esplicito del
mondo cattolico torinese, Leon Foucault un fervoroso
convertito, ovviamente al cattolicesimo... Può bastare,
almeno quanto all'elettricità? Sennò, sono pronto a
fornire analoghe liste per ogni ramo della scienza mo-
derna. A cominciare da quel mitico padre che, secondo
molti, ne fu Galileo Galilei, che morì "alla Pascal",
avendo chiesto tutti i sacramenti, avendo ricevuto una
speciale benedizione papale (altro che persecuzione!) e
la cui ultima parola, sussurrata nell'agonia e raccolta
dalla figlia monaca, fu: «Gesù!».
C'è poi quel volontario "nascondimento di Dio"
di cui hai spesso parlato, precisando di avere preso anche
questo dal tuo Pascal. Dio, insomma, ci lascia liberi.
Liberi di seguirlo, di abbracciarlo. Liberi di rifiutarlo o
di credere che Egli non esista. Non ci impone nulla,
soprattutto non si impone.
In effetti fu, per me, di estrema importanza
quest'altra sua sintesi folgorante: in noi stessi, nella
natura, nella storia, «il Dio di Gesù Cristo ha concesso
abba-
stanza luce per chi vuol credere, ma ha lasciato
abbastanza ombra per chi non vuole credere».
È Gesù stesso che dice: «Non vi chiamo servi,
ma amici». E l'amicizia ha bisogno di un clima di
libertà, di proposta, non certo di imposizione. È proprio
per la salvaguardia di questa indispensabile libertà che
il Dio cristiano non è evidente, che si manifesta solo per
segni e indizi, che ha scelto di rivelarsi e al contempo di
celarsi. Se fosse evidente, se si mostrasse da dietro le
nuvole, saremmo messi con le spalle al muro, costretti
ad accettare Lui e la Sua legge. Finirebbe così
cancellata la nostra libertà, e al contempo la possibilità
di una fede non come obbligo ma come incontro, come
fiducia. Come amicizia, appunto.
Incontro, fiducia, amicizia non solo con Lui ma
anche con quelli che Lo annunciarono ieri e che oggi
ancora Lo annunciano: crediamo in Lui perché
crediamo alla parola di coloro che Lo videro risorto
nella persona di Gesù, attraverso una catena ininterrotta
di persone che hanno dato consenso fiducioso a coloro
che li hanno preceduti. Come Suo solito, è un Dio che
avrebbe potuto fare tutto da solo e che, invece, ha vo-
luto avere bisogno di noi. Gli uomini sono chiamati a
credere basandosi sulla testimonianza di altri uomini,
non sulla apparizione inconfutabile e clamorosa del-
l'Autore stesso dell'Universo. Se ci pensi, anche in que-
sto ruolo affidato alle creature risplende il rispetto e il
valore attribuiti loro dal Creatore.
Per tornare alla Sua discrezione: ciò che appare
nel biondo, come ci dice l'esperienza nostra e quella di
tutti i secoli, non dimostra né l'esclusione né la presenza
manifesta di un Dio. Di fronte alla Grande Domanda,
siamo immersi in un chiaroscuro che né filosofìa, né
storia, né scienze possono dissolvere in
modo risolutivo, portandoci a deciderci per un sì
o per un no.
Deus absconditus, come suggerisce la Scrittura
già nell'Antico Testamento, ma che Pascal ha
individuato con sicurezza e sviluppato nel suo modo
brillante, chiaro, e al contempo "patetico", nel senso
etimologico. Così, il fatto innegabile della non-
evidenza di Dio, dell'incertezza in cui siamo immersi, si
rivela, grazie alla sua riflessione, non la difficoltà
accampata da agnostici e atei, bensì una ragione in più
per credere in un Dio rispettoso a tal punto della nostra
libertà. Questo, rivela anche un elemento importante
per la credibilità del cristianesimo, e di quello soltanto,
come il Nostro non manca di far notare: «Poiché Dio,
se esiste, è nascosto, come dimostra la nostra
esperienza e la storia dell'umanità, ogni religione che
non cominci riconoscendo questo nascondimento non
può essere vera». Sin dagli inizi, rivelandosi ai profeti
di Israele, ma «per ombre ed enigmi», e poi rivelandosi
e al contempo celandosi in Gesù, umiliato davanti a
tutti e glorificato solo davanti ai discepoli, il Dio
giudaico-cristiano ha mostrato la Sua strategia:
abbastanza luce, abbastanza ombra, presenza-nascon-
dimento, croce-sepolcro vuoto, incertezza e certezza.
Uno dei casi maggiori, e fondanti, dell'indispensabile
et-et cristiano.
Da questo discendono poi altre conseguenze,
oggi più che mai preziose: rispettare sia l'ateo e
l'agnostico sia il seguace di altre religioni, significa
rispettare la scelta misteriosa di un Dio che non ha
voluto imporsi ad alcuno, ma che vuol persuadere
lavorando sui nostri cuori e, al contempo, sulla nostra
intelligenza. Un Dio che ci invita a una sorta di caccia
al tesoro di cui Eg*1 stesso è il premio, non
abbagliandoci con la Sua evi-
denza ma concedendoci indizi e tracce,
seminando "bi-gliettini" da comprendere e da
interpretare.
Non dimentichiamo l'esortazione di Gesù:
«Quel che ho fatto io, fatelo anche voi». E quel che egli
ha fatto è risorgere, dando per quaranta giorni infinite
prove ai discepoli della verità del suo ritorno tra i vivi,
ma rifiutando di prendersi la rivincita sul Sinedrio, su
Pilato, sulla turba che gli aveva preferito Barabba, ma-
nifestandosi in pubblico. E restato tra i suoi, dando loro
verifiche e indicazioni perché lo annunciassero al
mondo. Prove oggettive, dunque, ma anche discrezione,
rifiuto di imporre la verità e rinvio alla sola testi-
monianza di uomini.
Si potrebbe continuare a lungo, tanto il punto è
importante. E, in effetti, qualche altro cenno ne faremo
più avanti. Per ora, mi limito a questa annotazione di
Jean Guitton che ho messo anche in Ipotesi su Gesù:
«Il Dio cristiano è discreto. Ha posto un'apparenza di
probabilità nei dubbi che concernono la Sua esistenza.
Si è avvolto di ombre per rendere la fede meritoria e,
senza dubbio, anche per avere il diritto di perdonare il
nostro rifiuto. Occorreva che la soluzione contraria alla
fede conservasse verosimiglianza, per lasciare completa
libertà di azione alla Sua misericordia».
Un Dio, dunque, che non incenerirà con il Suo
sdegno - quando compariranno di fronte a Lui - coloro
che Lo hanno negato o che hanno creduto in un altro
Dio o in altri dèi e li hanno serviti in buona fede. Ma,
credo, per le stesse ragioni non infierirà neppure contro
coloro che hanno creduto in Lui ma - come dire?
-straccamente, senza riuscire a trarre tutte le conse-
guenze da quella fede. Forse, proprio nella Sua scelta
del chiaroscuro, della discrezione, delle "ombre ed
enigmi" troverà le ragioni del Suo perdono e
potrà esercitare tutta la Sua misericordia.
Guida straordinaria, dunque, Pascal. Eppure
(poco fa ne accennavi) una volta ti ha indotto almeno in
un equivoco. E su un punto non secondario.
Non dico che abbia sbagliato, perché si è poi
corretto e ha additato la prospettiva giusta. La colpa è
probabilmente mia, per non avere tenuto conto - nella
drasticità degli inizi della conversione - dell'insieme
generale del suo pensiero.
Anzi, approfitto dell'occasione per ripetere
un'avvertenza che, alcuni anni fa, ho sentito il dovere di
mettere in una postfazione per una delle ennesime
ristampe di quelle Ipotesi che proprio a lui sono
dedicate. Non è qualcosa di irrilevante: riguarda, in
effetti, una prospettiva che deve essere adottata se non
si vuole andare fuori strada nell'interpretare e nel vivere
il cristianesimo.
In ogni caso, se ripeto qui quella avvertenza è
perché, lo sai, non ho mai voluto proporre ai lettori un
Vangelo "secondo me" ma, semmai, "secondo noi",
dove il "noi" è il sensus e il consensus /idei così come
sono proposti dal Magistero della Chiesa. È proprio per
il timore del soggettivismo che chiesi volontariamente
all'editore di sottoporre il manoscritto di Ipotesi su Gesù
all'imprimatur. Il "censore" - uno stimabile teologo
torinese - malgrado la diffidenza dei suoi colleghi di
allora per un testo di apologetica, ne raccomandò la
pubblicazione, non riscontrando nulla che esigesse un
intervento. Nulla, se non qualcosa che W da lui rilevato
e segnalato come bisognoso di corre'
zione. Per questo, ci fu tra noi un incontro, dove
da parte mia opposi una resistenza a correggermi, tentai
di spiegare perché avessi assunto quella prospettiva. Ma
aveva ragione il teologo, come mi sarei accorto tempo
dopo. Ciò che rimprovero a quel peraltro ottimo
sacerdote è di non essersi imposto, di avere alla fine
lasciato perdere, accontentandosi di qualche piccola
modifica che non mutava il fondo della prospettiva che
avevo adottato.
i7 libro, dunque, uscì senza modifiche di rilievo...
Cadendo, così, in un certo "squilibrio" praticato
dal Pascal appena divenuto cristiano, in una certa
parzialità tranchante: da convertito, appunto. E, come
tale, spinto verso Yaut-aut, perché incapace - almeno nei
concitati inizi - di quell'equilibrio che fa convivere gli
opposti.
Si parlava, poco fa, di eretici. Ti ricordo, l'ho
fatto già, che "eresia" viene da un termine greco che
significa "scelta": aut istud aut illud. O questo o quello.
Da qui l'origine di ogni deformazione cristiana. Per
venire a noi: sai che citavo il Mémorial, che inizia con il
FEU in maiuscole e subito prosegue con un «Dieu d'A-
braham, d'Isaac, de Jacob. Non des philosophes et des sa-
vants... ». Non dimenticherò mai, l'ho detto e lo ripeto,
l'emozione datami da questa testimonianza pascaliana
"fiammeggiante" nel senso proprio e che sentii anche
mia. Gliene fui - e gliene sono - grato. Eppure, tempo
dopo mi resi conto che tra quelle parole c'è un "#o#" di
troppo: tre sole lettere, ma tali da giustificare una deriva
verso, appunto, ciò che tecnicamente deve definirsi
"eretico".
In quella esperienza sconvolgente che è la
conversione, ciò che ti brucia dentro (Feu), ciò che senti
il bisogno di gridare, più che di dire pacatamente, ai
fratelli in umanità, è l'esperienza dell'incontro di te,
vivo, con quel Vivo per eccellenza che è Gesù, colui
che disse di sé: «Io sono la Via, la Verità, la Vita».
Di fronte a una simile realtà, vissuta con i sensi
prima ancora che con la ragione, sembrano morte, irri-
levanti o, addirittura, risibili le parole, gli argomenti, i
ragionamenti di philosophes et savants che, infatti, il
Mémorial respinge. Il loro Dio "impassibile", disincar-
nato, lontano, il Dio delle parole e dei sillogismi, delle
cifre e delle misure scientifiche, ti sembra abbia poco a
che fare con quello annunciato dai profeti d'Israele e
incarnatosi finalmente in Gesù. C'è, nel convertito, una
sorta di impazienza, se non di rimozione di ogni filoso-
fia, di ogni astrattezza, di ogni parola savante, per sca-
valcare ogni ragionare umano in nome di un contatto tra
la nostra persona e la Persona: quella del Cristo che
rivolge anche a noi l'invito a Tommaso di "mettere lì",
nel suo corpo palpitante, la nostra mano.
Così, coinvolto io pure da una simile tempesta,
abbagliato da quella Luce, in Ipotesi su Gesù
(soprattutto nel secondo capitolo, Un Dio nascosto e
scomodo) seguii l'unilateralità di Pascal, che giunse a
scrivere che «tutta intera la filosofia non vale una sola
ora di fatica» e che mise in dubbio che dalla
osservazione del creato si possa risalire all'esistenza di
un Creatore. Insomma, non rispettai - ero ancora agli
inizi della mia avventura - la fatica e insieme la
ricchezza tutta cattolica del "tenere insieme" i due poli,
entrambi necessari: la teologia, la cristologia, certo,
ispirate direttamente dalla Rivelazione; ma anche la
filosofia, che può essere praticata da ogni uomo di
buona volontà e di retto sentire e
che fornisce, se autentica, i -prolegomena,
l'introduzione alla fede, come avvenne per la filosofia
del mondo classico. Gerusalemme, certo, con la pietra
rovesciata del sepolcro vuoto, con «lo scandalo e la fol-
lia» di cui parla Paolo; ma anche Atene con le sue
scuole filosofiche e il rasoio della sua dialettica sottile.
Occorre lasciarsi andare all'esperienza bruciante, al
sentimento del contatto col Divino che si rivela; ma non
rimuovere, al contempo, il ragionamento, basato sul
lume che è dato a ogni uomo che usi la sua testa, prima
di ogni Rivelazione.
Lasciami ripetere ciò cui, mi pare, già
accennammo: mai dobbiamo dimenticare che se la fede
è un dono che Dio - nella Sua strategia insondabile -
propone a tutti ma che permette che sia accettata solo
da alcuni, la ragione è un dono che dà a tutti, pur se in
diversa misura, ma in ogni caso sufficiente, se non in
casi patologici. Non a caso, nei programmi per la
formazione del clero, lo studio della teologia è
preceduto da sempre dallo studio della filosofia, quella
pagana inclusa. Per fare l'esempio più prestigioso:
Tommaso d'Aquino, santo e prototipo dell'ortodossia,
pone la rivelazione biblica come punto di arrivo pieno e
completo della sapienza pagana, nel suo caso di
Aristotele.
Distingue frequenterà ammonisce un principio
fondamentale della Scolastica, di cui proprio Tommaso
è il vertice. Nel Caso Supremo, quello di Dio stesso, oc-
corre distinguere tra la Sua esistenza (c'è o non c'è?)
che, insegna la Chiesa, può essere dimostrata con la
mera ragione, dunque con la filosofia; e la Sua essenza
(chi è? com'è? che desidera da noi?), per la quale
occorre la fede nella Rivelazione che inizia con Abramo
e che ha il suo compimento nella resurrezione di Gesù.
La Rivelazione supera ogni argomentare umano:
ma superare non vuol dire contraddire. Tra i frutti
decisivi di una ragione da non rifiutare, ma da impiegare
sino ai suoi limiti estremi, non c'è solo la ricerca
filosofica, c'è anche quella scientifica: le meraviglie
dell'Universo spingono l'osservatore attento e oggettivo
a riconoscere un Creatore, tanto che, secondo il salmo,
«stolto è chi dice: non c'è Dio».
Insomma, sei caduto - almeno in quei tuoi inizi ~
nella unilateralità di chi esce dall'ortodossia, ponendo in
alternativa la Rivelazione e la ragione.
Sì, ripetiamolo, visto che il punto è centrale:
come dimostra non solo la teoria, ma anche l'esperienza,
non c'è alcuna cristologia solida che non si fondi su una
base filosofica che il cristiano può condividere con ogni
uomo di buona volontà. La "teologia della Rivelazione"
si innesta, completandola e depurandola, su quella
"teologia naturale" così invisa ai seguaci deìYaut-aut.
Chi crede di potere fare a meno di una filosofia come
base per la fede, finisce prima o poi per fare della cattiva
teologia.
Lo dimostrano non soltanto le "esagerazioni" dei
convertiti (almeno sino a quando duri in loro lo choc
delle ustioni per il contatto con il Fuoco), ma anche la
deriva delle comunità protestanti, con la loro demoniz-
zazione della ragione - "prostituta del diavolo", secondo
Lutero -, con il rifiuto della filosofia e della teologia
naturale, sino a considerare blasfemo, per un cristiano,
pretendere di trovare ragioni e prove della verità
evangelica. Quella apologetica che il "vero" Pa" scal e
tanti altri - e io tra loro, nei miei mezzi e limiti -
hanno cercato di praticare, non è che
"bestemmia" e "tradimento della Scrittura" per teologi
come Karl Barth o biblisti come Rudolf Bultmann. La
fede, per loro, sarebbe tanto più autentica quanto più
immotivata.
Insomma, un radicale credo quia absurdum: ma
proprio tutto ciò che è radicale, nel senso di sposare un
punto di vista ed escludere ogni altro aspetto del pen-
siero e della realtà, non può essere "cattolico", cioè
universale. Gesù, parola sua, non è venuto «per abolire
ma per completare». Il riconoscimento, l'accettazione
del Mistero non sono contro il raziocinio, ma sono al
termine delle sue possibilità. Come riconobbe, ripetia-
molo, lo stesso Pascal: «L'ultimo passo della ragione è
riconoscere che vi è un'infinità di cose che la supe-
rano».
Comunque, non dimentichiamo che la
contrapposizione del Mémorial tra il «Dio dei filosofi e
degli scienziati» e «il Dio di Abramo, di Isacco, di
Giacobbe, il Dio di Gesù Cristo», è il momento mistico
e non riflessivo, è l'inizio emotivo della sua esperienza
cristiana. Penetrando il mistero della Rivelazione,
anch'egli giunse a discernere con la consueta acribia la
logica àdYet-et. Ti leggo dai Pensieri: «La fede
abbraccia molte verità che sembrano contraddirsi [...].
C'è un gran numero di verità, sia di fede sia di morale,
che paiono escludersi e che invece sussistono tutte in un
ordine ammirevole». Segue, guarda un po', giusto ciò
che notavamo sopra: «La fonte di tutte le eresie è l'esclu-
sione di qualcuna di queste verità; e la fonte di tutte le
obiezioni che gli eretici ci fanno è la loro ignoranza di
qualcuna delle nostre verità».
Insomma, ne conclude che, per essere davvero
cristiani, anzi cattolici, il faut faire profession de deux
con-
traires, bisogna credere al contempo a verità che
sembrano contraddirsi e che invece devono convivere
nella sintesi del Credo. Solo così possiamo sperare di
realizzare il desiderio di pienezza: «Vogliamo tutto!».
È dunque per evitare equivoci che hai sentito il
bisogno di avvertire i lettori del tuo primo libro.
In effetti nella, seppur tardiva, postfazione a
Ipotesi su Gesù precisavo ciò che mi permetto di
leggerti: «Sappia il lettore che, nella drastica parzialità
di queste pagine, nell'"o questo o quello" dell'allora
giovane autore che, sulle orme di un Pascal anch'egli
"novizio", contrapponeva il Vangelo alle "prove
filosofiche e in genere naturali" di Dio, si cela una
deviazione rispetto a quella sintesi cattolica praticata (va
pur riconosciuto!) più dagli irrisi gesuiti che dal loro
avversario delle Provinciales, geniale ma "squilibrato",
per quanto in modo emozionante e comprensibile, dalla
vampata infuocata della conversione».
Non a caso i figli di sant'Ignazio furono i più
tenaci e i più efficaci avversari della Riforma,
consapevoli com'erano che essere seguaci di quel Cristo
venuto «non per abolire ma per completare» è, lo
abbiamo appena detto, non volere rinunciare a nulla, è
(proprio secondo l'invito pascaliano) sforzarsi di
professare insieme realtà apparentemente contrarie.
Certo, speculare al fanatismo esclusivista deìYaut-aut
del calvinista o del giansenista, può esserci la duttilità
spinta al lassismo del gesuita dél'et-et. Ciò che provoca
l'indignazione di Pascal e dei suoi amici di Port Royal è
che lo sforzo di contemperare le esigenze della Terra
con quelle del Cielo, di tenere insieme l'indulgenza e la
se-
verità, la morale evangelica con il codice
mondano, la filosofia con la teologia, la ragione con la
fede, finisce talvolta in eccessi condannabili.
Condannabili gli eccessi; non, però, lo sforzo in
sé. Come finì per riconoscere Blaise stesso che, se fosse
vissuto più a lungo (ne era sicuro Jean Guitton) avrebbe
tratto le conseguenze dalla prospettiva che aveva elabo-
rato, del tutto cattolica, e avrebbe preso le distanze da
Port Royal. L'ultima delle Lettere provinciali, nota Guit-
ton, rimase incompiuta non per il sopraggiungere della
malattia ma, da quel che pare, per un ripensamento, per
un'esitazione di Pascal. Come se si fosse reso conto che
aveva esagerato, che la denuncia dell'abuso rischiava di
compromettere un uso necessario per "pensare da cat-
tolico". Non intendeva certo dare ragione al lassismo,
ma gli importava riconoscere che l'ortodossia non stava
nelle esclusioni giansenistiche.
6. TRA PADRE E FIGLIO
Come hai ricordato più volte - e come suggerisce,
del resto, la logica - il Problema dei problemi presenta
una serie di tre cerchi, di diametro via via minore a
seconda dell'adesione che raccolgono. Il primo "cerchio",
il maggiore, è quello di Dio, di un Dio creatore che
raccoglie l'adesione di tutti e tre i monoteismi e anche
dei deismi come, in Occidente, quello massonico. Il
secondo "cerchio" è quello di Gesù come Messia, come
incarnazione umana di quel Dio creatore: ovviamente, è
condiviso solo dai cristiani. C'è infine il "cerchio"
minore, quello della Chiesa cattolica, che non è solo il
più ristretto ma è anche quello che a molti sembra il più
arduo da accettare.
È su queste tre dimensioni via via decrescenti (Dio,
Cristo, la Chiesa) che hai applicato la riflessione
apologetica. Partendo, come mi confermavi, dalle
intuizionipascaliane.
In effetti, facendo un bilancio, posso confermare
che il mio lavoro non è stato casuale ma ha cercato di
adeguarsi a una sorta di strategia che mi è stata subito
chiara. Consapevole che i "cerchi" erano quelli, è su di
essi che mi sono concentrato, investendoli da vari lati.
Ai tentativi di risposta sull'esistenza di Dio ho
dedicato Qualche ragione per credere, stimolato dalle
domande del collega Michele Brambilla.
Al "caso Cristo" ho consacrato tre libri: dopo
Ipotesi
su Gesù, ho proseguito con Patì sotto Ponzio
Pilato? e infine con Dicono che è risorto. Ma è a Gesù che
è dedicata anche Inchiesta sul cristianesimo, per la quale
ho peregrinato in mezza Europa, sottoponendo a interro-
gatorio sulla verità del Vangelo ecclesiastici e laici, cre-
denti e miscredenti.
Pure il mio secondo libro, Scommessa sulla
morte, non è altro che un interrogarsi sul messaggio
centrale del Nazareno: la promessa di vita eterna, di cui la
sua I resurrezione è un anticipo e un pegno.
La biografìa del beato Francesco Faà di Bruno,
Un italiano serio, è il tentativo di vedere che succede
quan-I do il Vangelo si fa vita concreta, quando è messo
in pra-; tica da un credente, sino alle estreme
conseguenze. È, in I fondo, nella stessa linea anche Opus
Dei: un'indagine | che è al contempo un'inchiesta su un
uomo, un santo, chiamato da Cristo a realizzare un
progetto e sulla folla I di altri uomini, e donne, che si
sono associati a lui per I realizzare la volontà del Cristo
nell'esistenza quotidiana Anche le interviste a Giovanni
Paolo II e all'allora I cardinal Ratzinger in quanto Prefetto
dell'ex Sant'Uffi-I zio, le ho intese come contributo e
conferma della fede } nel Vangelo. In effetti, entrambi i
due illustri interlocutori mi diedero piena libertà quanto
alle domande. Queste, dunque, le formulai sui
Fondamenti, sulla credibilità stessa del cristianesimo,
senza disperdermi in I problemi morali e sociali,
importanti ma derivati, come già abbiamo detto.
Al contempo, però, molti aspetti di quei due collo-
qui con un papa e con un futuro papa riguardavano la
Chiesa cattolica. A questa, alla sua storia, alla sua vita e f
al suo pensiero ho dedicato i quattro volumi nati, in gran
parte dalla collana Vivaio: Pensare la storia, La sfida
della fede, Le cose della vita, Emporio cattolico.
Queste oltre duemila pagine hanno uno scopo
"difensivo" e, al contempo, "costruttivo", o meglio
"ricostruttivo": in esse, in effetti, affrontando ogni
genere di problemi posti sia dalla storia che dalla
cronaca, ho cercato di ritrovare un pensiero cattolico.
Che è ciò che più sembra mancare alla Chiesa attuale,
dove tanti suoi figli credono, in buona fede, che sia loro
dovere ripetere le banalità buoniste o demagogiche del
pensiero egemone. Oggi il credente deve riscoprire che
significhi uno sguardo cristiano, una lettura cattolica
dell'uomo, dell'umanità, degli eventi.
Ci sono infine i libri mariani (17 miracolo,
Ipotesi su Maria) che ho inteso come una sorta di anello
di collegamento tra i due ultimi "cerchi": in effetti, la
Vergine appartiene al Cristo di cui è Madre e appartiene
alla Chiesa, di cui è icona e regina. E, come si diceva,
mantenere nel Credo la sua presenza è la garanzia di
ortodossia della fede: che è ciò che davvero mi
interessa.
Sarebbe interessante sintetizzare questo percorso,
rivisitarlo per trattenerne il senso. Credo che sarebbe
d'aiuto anche per coloro che ancora non conoscono i tuoi
libri.
Sì, ma con un'avvertenza. In questa nostra
conversazione abbiamo fatto, e faremo, solo pochi,
brevi cenni a un discorso organico che ho cercato di
sviluppare nei libri, per molte migliaia di pagine, non
rimuovendo alcuna obiezione, per scomoda che fosse, e
vedendo se e come il credente poteva rispondere. Non
posso ripetere qui quelle argomentazioni.
Ciò che invece posso è segnalare al lettore
interessato che (per una sorta di raro "prodigio"
editoriale, dovuto al mercato, da cui continua a venire la
richie-
sta), che dunque, tutti i libri che ho appena
ricordato sono tuttora in commercio. Chi vuole, se li
procuri e li esamini: del discorso che ho portato avanti
per tanto tempo - e, non di rado, con non poca fatica -
rispondo, com'è giusto, nella sua interezza, non in base
alle scarne battute di questa nostra conversazione.
Non dimentichiamo che l'apologetica può
giovare alla causa della fede, ma può anche
danneggiarla, quando non è rigorosa, informata,
equilibrata, quando può dare l'impressione di sminuire i
problemi e di sbarazzarsene con troppa facilità, quando
fa appello all'invettiva invece che all'argomentazione
pacata. Non scordiamo che il "programma"
dell'apologeta è quello delineato da Pietro nella sua
Prima Lettera, che comincia con una rassicurazione ai
credenti, talvolta intimoriti dalla reazione di ebrei e di
pagani: «Non vi sgomentate per paura di loro, né vi
turbate, ma adorate il Signore Cristo nei vostri cuori».
Cuori, ma anche menti, visto che il capo degli Apostoli
così continua: «Siate sempre pronti a rispondere a
chiunque vi domandi ragione della Speranza che è in
voi». Ma «tutto questo sia fatto con dolcezza e rispetto,
con una retta coscienza...».
Il "rispetto" verso l'interlocutore comprende
anche quello verso il suo raziocinio, proponendogli un
discorso coerente, completo, unitario. Cosa che qui non
possiamo rifare. È ai libri, dunque, che rinvio per un
giudizio equo.
Non hai, però, iniziato dal primo "cerchio", o
"pilastro" che sia - cioè Dio - bensì dal secondo, vale a
dire Gesù.
Non potevo fare diversamente, visto che con lui
era stato quell'incontro-scontro di cui ormai sai tutto
quanto mi è riuscito di dire. È il Vangelo che mi
ha abbacinato non qualche Critica della ragion pura (o
pratica che sia) di un qualche Immanuel Kant, né sono
stato abbagliato da qualche "Grande Architetto" à la
magonne. Non rifiuto affatto la filosofia - come ho pre-
cisato poco fa e come ho rischiato di fare, agli inizi -ma
del suo "Dio" non saprei che farmene se dalla Sua
esistenza non passassi alla Sua essenza: che è quella tri-
nitaria rivelata dai Vangeli.
I Vangeli, dunque, dei quali bisognava
innanzitutto
confermare la storicità. Un problema del quale oggi non
sembra ci sia grande avvertenza nella Chiesa, nelle par
rocchie, nei gruppi e nelle associazioni.
Questo è il problema fondamentale, perché la
fede regga. Ha dimostrato di esserne ben consapevole
Joseph Ratzinger che, ancora da cardinale, si mise a un
lavoro che ha terminato poi da papa: un libro tutto e
solo sulla credibilità di Gesù, dandogli la precedenza su
ogni altro impegno e anticipando addirittura l'uscita
della parte centrale, lasciando per dopo le altre sezioni
programmate. È la fretta, lo confida egli stesso, di chi,
superati gli ottanta, non sa «quanto tempo e forza sa-
ranno ancora concessi» e sa, al contempo, che la sfida è
decisiva per il futuro stesso della fede. «È una situa-
zione drammatica» dice Benedetto XVI «il Credo si sta
dissolvendo se non si contrasta la deriva, favorita anche
in ambienti cattolici, che fa penetrare nella coscienza
comune la convinzione che sappiamo ben poco di certo
su Gesù e che solo in seguito la fede nella sua divinità
avrebbe plasmato la sua immagine».
II suo libro su Gesù è prezioso anche
perché, prima
e più che l'espressione del Magistero, è scritto da
chi nulla ignora dei metodi moderni che ha non solo ap-
preso ma ha insegnato nelle spesso infide facoltà tede-
sche: con lui, non può più funzionare l'alzata di spalla
dei professori, visto che ciò che viene dalla gerarchia
non sarebbe altro che «la arcaica, anacronistica teologia
dei monsignori romani».
La situazione mi fu subito chiara: del resto, non
ci voleva molto, è una semplice constatazione di buon
senso. Non stanchiamoci di ricordare, ancora una volta,
che cristianesimo non è innanzitutto una sapienza, un
sistema morale, uno schema di pensiero: è una storia, la
storia di un Dio che è creduto e annunciato da un
popolo intero, quello ebraico, e che alla fine entra Egli
stesso nella storia degli uomini. I Vangeli si presentano
come resoconti di vicende davvero avvenute, non come
antologie di norme etiche e raccolte di spunti di
meditazione spirituale.
Mi ha sempre impressionato, e confortato, il
prologo del Vangelo di Luca: «Poiché molti hanno
posto mano a stendere un racconto degli avvenimenti
successi tra di noi, come ce li hanno trasmessi coloro
che ne furono testimoni fin da principio e divennero
ministri della parola, così ho deciso anch'io di fare
ricerche accurate su ogni circostanza sin dagli inizi e di
scriverne per te un resoconto ordinato, illustre Teofilo,
perché ti possa rendere conto della solidità degli inse-
gnamenti che hai ricevuto».
È una dichiarazione d'intenti ben precisa, è un
programma chiaro che sarà seguito da tutti gli autori del
Nuovo Testamento. Venendo da fuori, del tutto digiuno
di questi studi, pensavo che soltanto gli "increduli" non
prendessero sul serio proclamazioni di storicità come
quella di Luca e che essi soltanto si
accanissero per dimostrare che in realtà la fede
aveva una base illusoria, composta di miti e leggende
delle più diverse provenienze. E invece, appena mi fui
orizzontato e cominciai a guardarmi attorno in questo
mondo, ebbi una sorpresa.
Quale sorpresa? Alludi forse al fatto che quei
dubbi spesso nascevano e venivano incrementati anche in
casa cattolica?
Proprio così. Scopersi che i fronti, spesso, non
erano più contrapposti, che molti biblisti (non solo tra i
protestanti ma anche tra i cattolici) mettevano anch'essi
in dubbio la storicità evangelica e, avendo adottato gli
stessi metodi degli specialisti increduli, avevano rinun-
ciato alla difesa. Anzi, si univano ai colleghi demolitori
per sezionare, sovente per triturare, quella che per la
loro fede avrebbe dovuto essere la Parola di Dio e che
invece trattavano come fosse quella di una qualunque
opera dell'antichità. Fu uno choc, per quel novizio che
ero, scoprire che anche per professori ecclesiastici, ma-
gari cattedratici di università cattoliche, valeva ormai il
dogma che era stato quello dei negatori, a partire dal-
l'illuminismo: il Gesù della storia, quello "vero", non
coincide con il Cristo annunciato e adorato dalla Chiesa.
Ciò che i Vangeli raccontano non è una storia, meno che
mai una cronaca, è il risultato di rielaborazioni mitiche o
di comodo - per giustificare certe teologie, certe
posizioni contrapposte a quelle di altri gruppi - delle
comunità cristiane primitive. Il mio stupore, che si fece
quasi sgomento, crebbe quando scopersi che, stando alle
dichiarazioni di intenti di quegl1 specialisti, il
riconoscimento - reso obbligatorio, se-
condo loro, dalla "moderna ricerca scientifica" -
di questo gap invalicabile tra ciò che è davvero successo
e ciò che è stato tramandato dai Vangeli non metteva af-
fatto in discussione la loro fede.
Tu stesso hai citato i risultati sconcertanti (per
usare un eufemismo) di un'inchiesta compiuta da «Le
Monde», il quotidiano francese, per la Pasqua del 1976,
proprio l'anno in cui compariva il tuo primo libro. La
maggioranza dei biblisti professionisti, sia cattolici sia
protestanti, diceva che la sua fede non ne avrebbe
risentito - anzi, probabilmente ne sarebbe stata
purificata - se da qualche parte si fossero trovate le ossa
di Gesù, provando così la non storicità di quella
resurrezione fisica che, per Paolo, è ciò su cui il credere
sta o cade. Per una persona "normale" è difficile capire.
Ma sai, qui c'è un intrico di motivazioni.
Innanzitutto c'è l'inquinamento protestante, con i suoi
drastici aut-aut. In questo caso: "o la fede o la storia", "o
la fede come puro scandalo e follia o le prove umane".
Per la Riforma, la dissoluzione della storicità dei Van-
geli, ben prima che una conseguenza della critica, è una
esigenza teologica. Il protestante vuole esaltare la fede
nuda a spese delle "opere", le quali non servono alla
salvezza, sono anzi pericolose, perché danno all'uomo
l'illusione di potere collaborare a una redenzione che è
soltanto dono gratuito e imperscrutabile di Dio.
Ebbene, tra le "opere" da allontanare come tenta-
zione diabolica, c'è anche il lavoro di chi indaga se, e in
qual modo e misura, ciò che i Vangeli narrano abbia un
rapporto con ciò che è davvero successo. Lavoro bla-
sfemo, poiché nega uno dei capisaldi della
Riforma: la fede come puro rischio; come puntata cieca,
sottratta a ogni influenza della ragione. Fede autentica,
salvifica, sarebbe solo quella di chi accetta il Cristo
come Signore senza alcuna "prova" storica: di più,
senza nulla volerne sapere. Tentazione da "cattolico
paganeggiante", da "papista superstizioso" sarebbe
invece il voler fare partecipare in qualche modo il
raziocinio a quel "radicalmente Altro" che è la fede, che
va sottratta alla sapienza umana.
Così come il protestantesimo rifiutò sempre,
scandalizzato, ogni "prova naturale" dell'esistenza di
Dio, allo stesso modo seziona in tutti i sensi il Vangelo,
lo fa a pezzi sul tavolo dell'esegeta accademico,
proibendosi di rinvenirvi eventuali segni e tracce della
sua verità storica. Anzi, sentendosi tanto più "cristiano"
quanto più lo si rende arduo accettarlo a viste umane.
Sono deformazioni di chi non conosce
l'umanissimo et-et e pratica solo il disumano aut-aut,
giungendo sino al paradosso che citavi: ossa di Gesù
ancora nel sepolcro? Tanto meglio se l'evidenza è
contro, tutto di guadagnato per la fede "nuda", la sola
accettabile.
Questo, va precisato, per il protestantesimo
"classico", cioè per quanto resta delle comunità nate
dalla Riforma del Cinquecento. All'estremo opposto si
situa il protestantesimo delle infinite denominazioni che
si moltiplicano ogni giorno soprattutto negli Stati Uniti,
per il quale la sola lettura possibile della Scrittura è
quella letterale, fondamentalista, "coranica", con ana-
tema per chi sposti anche soltanto una virgola.
Insomma, il pendolo dell'aut-aut che oscilla tra i
due estremi. Ma, per stare allo schema della negazione
del-
la resurrezione corporale: oltre a una
deformazione della fede, non c'è forse anche un
indebolimento di questa?
Senza dubbio. Gesù visto non come "Figlio di
Dio", nel senso del Credo, ma come "uomo di Dio",
grande saggio, notevole moralista, cui solo la devozione
dei discepoli ha potuto attribuire miracoli. Il concetto di
"resurrezione" va riletto: il ritorno alla vita del corpo è
ovviamente un modo simbolico di dire, esprime solo la
fiducia di chi lo ha seguito che il suo spirito non morirà,
che il suo insegnamento resterà. È quella "disin-
carnazione" della fede (e il suo declassamento: vive in
eterno l'anima di un maestro, non anche il corpo di un
Dio) che si presenta come tentazione sin dall'inizio,
perché è la più semplice, è la più facile, è quella che
permette di dirsi "cristiani" così come ci si dice discepoli
di grandi figure della sapienza umana. Tentazione sin
dall'inizio, dico, e tanto più pericolosa in quanto appare la
più "logica", così che già Giovanni ammoniva
severamente, nella sua Seconda Lettera: «Perché molti
sono i seduttori che sono apparsi nel mondo i quali non
riconoscono Gesù venuto nella carne. Ecco il seduttore e
l'anticristo! Fate attenzione a voi stessi, perché non
abbiate a perdere quello che avete conseguito!».
La "spiritualizzazione" del cristianesimo
comporta la sua fine: resta un involucro con dentro il
vuoto. Ed è quanto sta succedendo - per l'ennesima volta
in venti secoli, ma oggi in modo ancor più diffuso e
insidioso -con tanta teologia ed esegesi, per la quale il
ritrova-I mento delle ossa di Gesù sarebbe semplicemente
una scontata conferma che ciò che conta è solo il
"messaggio". Morale, naturalmente: e, ovviamente,
selezionato
secondo lo spirito del tempo. Dunque, oggi,
pace, tolleranza, dialogo, solidarietà, magari (va sempre
bene) rispetto per l'ambiente... Com'è successo a
quell'alter Christus, come lo chiamano, che è Francesco
d'Assisi, ridotto dalla sua grandezza a macchietta
"verde", ad animalista, a pacifista, a precursore di tutte
le ossessioni del politically correct attuale.
Hai mai notato che, stando ai racconti evangelici
delle apparizioni del Risorto, questo passa con il suo
corpo attraverso porte e muri, ma ai discepoli chiede
sempre da mangiare e si nutre davanti a loro, per ricor-
dare che anche la materia, non solo lo spirito, è uscita
dal sepolcro ed essa pure è destinata a vita eterna?
Ma su questa anastasis, la resurrezione nel greco
del Nuovo Testamento, su questo fatto (non idea,
simbolo, leggenda, mito), su questo evento su cui tutto si
basa, dovremo ritornare.
Certo che quando si leggono alcuni libri di noti
studiosi è messa a dura prova la fede dei cristiani
"normali", per ì quali è ancora decisivo l'accordo tra ciò
che leggiamo nei Vangeli e ciò che è davvero successo.
Basta non farsi impressionare. Never he afraid!,
non lasciarti mai intimorire: è uno dei princìpi su cui si
basava l'educazione dei futuri gentlemen inglesi, formati
secondo i principi della cavalleria medievale perché
fossero classe dirigente di un impero più esteso di quello
romano... E un buon monito, che io pure ho sempre
cercato di seguire. Mai lasciarsi intimorire, neppure da
professori di esegesi biblica! E sorridere della loro
pretesa: tutto, nella Scrittura, sarebbe da "rileggere",
"interpretare", "demitizzare". Tutto. Tranne
le loro note al testo: quelle sono le sole
indiscutibili, sono le sole verità che dobbiamo accettare
così come stanno scritte. Vale anche per quegli
specialisti il solito et-et. prenderli (talvolta) sul serio e,
al contempo, non prenderli (mai) sul tragico.
Tieni sempre presente che, dopo più di due
secoli di "studio scientifico delle Scritture cristiane" - e
sottolineo scientifico, perché su questo si insiste - i
risultati sono eloquenti. Partendo, cioè, dagli stessi
versetti greci, dagli stessi dati storici, quasi ogni
studioso "oggettivo", "non dogmatico" (anche se
appartenente a una Chiesa) giunge a risultati
contrastanti, spesso opposti, a quelli dei colleghi.
L'esegesi biblica è il luogo per eccellenza delle ipotesi,
anche se ciascuno pretende di trasformare queste ipotesi
in risultato acquisito e indiscutibile. Ogni generazione
di specialisti, in questi temi, presenta i suoi risultati
come "certi", perché "scientifici". E, puntualmente, ogni
generazione successiva rinnega quei padri e giunge a
conclusioni date come altrettanto "indiscutibili". Mentre
saranno discusse, eccome, anzi spesso rifiutate, dalla
generazione successiva.
Comunque, te ne avvisavo prima, ma rinnovo
l'avvertenza: non posso procedere, in simili questioni, a
sintesi selvagge. Dunque, rinvio ai due libri-inchiesta
sul Mistero Pasquale come lo chiama la Tradizione cri-
stiana: cioè, la successione di passione-morte-resurre-
zione-ascensione al Cielo. È su questo che, parola di
san Paolo ai Corinzi, tutta la fede si regge. Sarà oppor-
tuno rileggere, e rimeditare, il celebre brano nella sua
interezza: «Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la
nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. Noi,
poi, risultiamo falsi testimoni, perché contro Dio
abbiamo testimoniato che Egli ha risuscitato Cristo,
mentre non lo ha risuscitato, se è vero che i morti
non risorgono. Se infatti i morti non risorgono, neanche
Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, è vana la
vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. E anche
quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se poi noi
abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita,
siamo da compiangere più di tutti gli uomini».
Parole che non potrebbero essere più chiare e che
ci ricordano quanto spesso, oggi soprattutto, si tende a
dimenticare: il cristianesimo è "vero" non perché il
Fondatore parlasse bene e perché fosse un «saggio soave
e incomparabile» (parola di Renan), ma perché, messo
in un sepolcro dopo un'esecuzione capitale, tre giorni
dopo ne è uscito, nuovamente vivo. E per quaranta
giorni è stato a conversare e a mangiare con i suoi
discepoli, che ben sapevano che la sua non era stata una
morte apparente.
Il gesuita Carlo Maria Martini, prima di essere
nominato arcivescovo di Milano, era tra i biblisti più
prestigiosi. Ebbene, quest'uomo noto per la sua cultura,
e apprezzato da molti anche per le sue "aperture", ha
scritto: «Stiamoci attenti, perché non è mai esistito un
cristianesimo primitivo che abbia affermato come primo
messaggio: "Amiamoci gli uni gli altri", "Siamo tutti
fratelli", "Dio è padre di tutti", "Impegnatevi per la pace
e l'eguaglianza tra gli uomini" e cose del genere. È dal
messaggio "Gesù ha patito, è morto ed è davvero
risorto" che deriva tutto il resto».
L'apologia del Vangelo, dunque, non la si fa mo-
strando innanzitutto quanto siano sagge e belle le parole
di Gesù, ma deve puntare, per prima cosa, alla solidità
storica dei racconti finali. Se quelli sono "veri", tutto il
resto ne segue. Non dimenticare che qualcuno ha detto
che i Vangeli altro non sono che "una cronaca
della Pasqua con un lungo prologo". Se questo
prologo mancasse, se i manoscritti fossero andati
perduti, sarebbe per noi una perdita assai grave, ma non
irrimediabile: avremmo perso parabole, insegnamenti,
ammonimenti, discorsi della montagna e quant'altro, ma
il cristianesimo potrebbe esserci comunque. E sarebbe
egualmente la "buona notizia", che ha al suo centro il
messaggio che «l'ultima nemica, la morte» è stata vinta
e che la resurrezione - corporale e spirituale - di Gesù, è
l'anticipo di quella che attende anche noi tutti.
Per questo, dunque, dopo avere dato, in Ipotesi
su Gesù, una sintesi generale del problema storico
posto dal Nazareno, hai puntato la lente sul Mistero
Pasquale, dandoci le 700 pagine dei due volumi
dell'inchiesta su morte e resurrezione.
Ovviamente per questo. Nei due capitoli iniziali
del primo volume, Patì sotto Ponzio Pilato? ho esposto
il metodo con il quale ho lavorato. Metodo ovviamente
disapprovato da molti biblisti professionisti ma, come
già ti dicevo, approvato, addirittura raccomandato, da un
eccellente teologo divenuto papa. E proprio nel libro
dove spiega come avvicinarsi al "caso Cristo" in modo
adeguato, unendo ricerca storica rigorosa e prospettiva
di fede. Come ti ho detto a suo tempo, per me, quella
approvazione di Joseph Ratzinger è stata, prima e più
che una soddisfazione professionale, uno scarico di
coscienza.
Forse, certa diffidenza e ostilità nei confronti
delle tue incursioni è nato dal fatto che anche quella dei
biblisti è
una congregazione di specialisti e, come tale, a
volte chiusa, diffidente verso chi non ne fa parte
Capisco bene e, come sai, non ne ho mai fatto un
problema e neppure qui ho mai praticato le strade del
vittimismo, che detesto. Ho sempre "rubato" ai pro-
fessori, ovviamente citandoli, sono grato a molti perché
senza il loro lavoro anche il mio non sarebbe stato
possibile, ma non ho mai voluto essere un cattedratico.
Questi, che lo voglia o no, è costretto a essere un uomo
che sa sempre di più su sempre di meno. Riconosco vo-
lentieri di non essere uno "specialista", malgrado ormai
più di tre decenni di frequentazione della saggistica bi-
blica. Semmai, grazie a questo lungo studio, spero di
poter sfuggire all'epiteto poco lusinghiero di "dilet-
tante". Sono infatti consapevole che "dilettante" non è
tanto colui che non sa abbastanza, bensì colui che non
sospetta quanto sia complesso, profondo, intricato il
problema del Gesù storico e il suo rapporto con il Cristo
della fede. Può esserci tema che esige maggiore umiltà,
maggior consapevolezza dei propri limiti?
Dopo tanta ricerca e riflessione sui versetti greci
del Nuovo Testamento e sui testi dei loro innumerevoli
commentatori, so almeno di non sapere. E, dunque,
poco mi sento "dilettante", quasi intendessi semplificare
abusivamente temi e questioni di cui vedo benissimo la
complessità, le ramificazioni, le implicazioni.
Inoltre, la mia fatica sulla Scrittura non è, non è
mai stata, una resistenza di retroguardia contro la
modernità e la sua scienza, ma un tentativo di passare al
postmoderno: non contro, semmai oltre. Ho rassicurato i
lettori che, bontà loro, mi hanno dato fiducia e che hanno
voluto seguirmi attraverso le insidie, le trappole, gli
equivoci, spesso le faziosità confessionali o magari
ideologiche di
una certa critica biblica demolitrice. Li ho
rassicurati, cioè, sul fatto che non ero uno sprovveduto
che ignorava gli strumenti con i quali hanno lavorato e
lavorano gli esegeti né mi erano sconosciute le loro
scuole e le loro Methoden, alla tedesca. E li ho
rassicurati che non ero, e non sono, un integrista, un
letteralista che rifiuta gli approfondimenti voluti dal
progresso della ricerca: nella Dei Verbum, la
costituzione del Vaticano II sulla rivelazione, mi ritrovo
perfettamente e mi muovo a mio agio.
E naturalmente, neppure qui, hai dimenticato la
logica dell'et-et, la formula segreta del cristianesimo...
Com'è ovvio, il cristiano non deve dimenticare
che la Scrittura è al contempo opera divina e umana, sa
che la Bibbia non è il Corano che non potrebbe neppure
essere tradotto dall'arabo antico, in quanto copia im-
mutabile e intoccabile dell'originale che sta in Cielo
presso Allah. Mentre la critica biblica è praticata so-
prattutto dal clero, in università confessionali (e talvolta
con gravi imprudenze che i responsabili non san-
zionano: ma questo è un altro discorso), la critica
coranica è giudicata blasfema e una fatwa di morte è in
agguato per chi la praticasse. È anche questo uno dei
motivi per i quali non temo un'islamizazzione dell'Oc-
cidente: non so che resterà del Corano quando - e prima
o poi avverrà - sarà sottoposto all'analisi accanita,
implacabile, cui sono state sottoposte le Scritture
cristiane da caste professorali illuministe. Non dimenti-
cando oltretutto che, se al centro del cristianesimo c'è
un Uomo, al centro dell'islamismo c'è un Libro: quel'li-
bro. Metterne in discussione la verità, sin nelle minute,
è un pericolo mortale per l'intero sistema. Ci vorrà
del tempo, ovviamente, e io quel tempo non lo
vedrò: ma i risultati dell'aggressione "scientifica" al
Corano giunto in Occidente e trattato con i metodi
impostisi qui sin dal Settecento saranno devastanti,
Il cristiano, al contrario, non ignora che
l'ispirazione delle sue Scritture è divina, ma che la
redazione è stata affidata da quel Dio stesso agli uomini,
i quali vi hanno lasciato le loro impronte, le tracce, lo
spirito del tempo, che tocca allo specialista (e in questo
il suo lavoro è indispensabile) rilevare, identificare,
segnalare.
Seppure ben lontano, dunque, da ogni ingenuo
lette -ralismo "coranico", ho voluto andare a vedere che
succede quando - scevri da ogni pregiudizio, anche se
mascherato da "scientifico" - si provi a esaminare a
fondo quei versetti, passandoli al vaglio di tutto ciò che
sappiamo. Riconoscendo ai testi, certo, quel "genere
letterario", quel "carattere di predicazione", quella
"scelta" e "sintesi" di cui parla il documento del Vaticano
IL Ma, al contempo, non escludendo a priori quanto
concludono, alla fine, i Padri conciliari e che, per nostro
promemoria, ti rileggo: «La Santa Madre Chiesa ha
ritenuto e ritiene con fermezza e costanza massime
{firme et constantissime) che i quattro Vangeli, di cui
afferma senza esitazione {incunctanter) la storicità,
trasmettono fedelmente {fide-li ter) quanto Gesù Figlio
di Dio, durante la sua vita tra gli uomini, effettivamente
operò e insegnò per la loro eterna salvezza fino al giorno
in cui fu assunto in Cielo».
All'inizio di tutto fu Ipotesi su Gesù. Quando e
come lo pensasti?
Direi in contemporanea con la scoperta del
Vangelo e con quella "guida alla lettura" che mi fu
subito con-
segnata, facendomi trovare in casa i Pensieri
pascaliani. Quasi un tentativo - in piena umiltà, ci
mancherebbe! -di continuare A lavoro di cui l'ottimo
Blaise aveva gettato le preziose fondamenta, dando
forma definita e non frammentaria alle sue intuizioni
principali.
La fede, come sai, è diffusiva sui, ti dà il
desiderio, anzi il bisogno, di comunicarla. L'amore che
la informa si estrinseca anche nel desiderio di
convincere i fratelli in umanità, comunicando loro che
esiste e che è possibile trovare «la perla di gran prezzo»,
il «tesoro sepolto nel campo» di cui parla il Vangelo.
Non a caso, come motto generale al libro inchiesta
sull'Opus Dei ho messo una frase di sant'Escrivà de
Balaguer che mi sembra esprimere una verità che
soprattutto il convertito è in grado di apprezzare:
«Quando ti lanci nell'apostolato, convinciti che si tratta
sempre di rendere felice, molto felice la gente. La verità
è inseparabile dalla gioia». Nota quest'ultima
affermazione, che è contraria a quanto solitamente si
dice e si pensa: «La verità fa male» o, addirittura, il
crudo «veritas odium parit», la verità genera l'odio, del
detto latino. Non è così per il kérygma, l'annuncio di
quella verità che è Veu-anghe-lion, l'evangelo, e che
porta con sé non solo la libertà, ma anche la gioia.
Se nei capitoli iniziali delle Ipotesi mi faccio
discepolo di Pascal, in altri sono discepolo di un
discepolo: e, cioè, di quell'altro appassionato
pascalisant che fu Jean Guitton. Dissi ovviamente a
chiare lettere di avere verso di lui un debito (come ho
fatto sempre, del resto: c'è un detto talmudico che
accosta il plagio non al furto, ma addirittura
all'omicidio...) e Guitton ne fu contento. Tanto da
recensire la traduzione in francese su «Le Figaro»,
l'antico e ancor prestigioso quotidiano Parigino,
concludendo la sua disamina con parole im-
pegnative: «Ho il gradevole sospetto che questo
giovane italiano sia il mio miglior discepolo, colui che
meglio ha colto lo spirito del mio metodo». Me ne
ricordai con un sorriso quando, durante la bagarre
scoppiata al Meeting di Rimini di Comunione e
Liberazione, aggredito da tutte le parti sotto l'accusa di
«aver parlato male di Garibadi», Alessandro Galante
Garrone pubblicò, sulla prima pagina de «La Stampa»,
un editoriale per "diseredarmi", per togliermi la
qualifica di suo "discepolo", essendo io recidivo nel
sostenere tesi per lui inaccettabili. Me ne feci una
ragione, pur conservando affetto e stima per quel
vecchio, umanamente caro maestro, anche perché -
rinnegato da un cattedratico torinese - ero stato adottato
da un accademico di Francia...
Sin dall'inizio, avesti presente con chiarezza come
doveva essere quel tuo primo libro?
Ti dirò che mi fu subito evidente: lo volevo
semplice, sintetico, seppur il più possibile completo,
rigoroso nei contenuti e al contempo tanto chiaro da
essere compreso da un normale lettore di giornali. I
partiti fanno propaganda, le imprese fanno pubblicità, i
giornali fanno divulgazione, i giallisti coltivano la
suspense: l'apostolato cristiano è ovviamente altra cosa,
ma perché non provare ad applicargli, nel modo di
argomentare e di proporre, alcune delle tecniche usate
da quelle realtà "mondane"? Non soltanto nel
linguaggio, ma anche in alcuni piccoli, eppur efficaci,
trucchi editoriali, come i capitoli suddivisi in tanti
paragrafi, ciascuno dei quali chiaramente titolato.
Niente note - che rassicurano alcuni ma spaventano altri
e, in ogni caso,
rallentano la lettura - ma indicazione, nel testo,
dei libri e degli autori cui attingevo e una richiesta di
fiducia al lettore comune, mentre lo specialista era
benissimo in grado di controllare. Al contempo, mi
dicevo a disposizione per inviare, a chi me lo avesse
richiesto, la scheda con le indicazioni bibliografiche.
Cosa che, in effetti, è avvenuta più volte, col risultato
che il libro, pur volutamente divulgativo, non è stato
contestato quanto a serietà e onestà di documentazione.
Passarono comunque dodici anni prima che ti
decidessi a uscire allo scoperto
Ricordi come diceva quel tale: «Scusate se ho
scritto in modo difficile, ma non ho avuto abbastanza
tempo per scrivere in modo semplice»? Quelle poco più
di trecento pagine sono state riscritte più volte. Volevo
che, sin dalla prima riga, il testo prendesse il lettore per
il bavero e lo trascinasse dentro le pagine, imprigionan-
dolo sino alla fine. Inoltre, come sai, è proprio la divul-
gazione che esige di dominare la materia che vuoi ren-
dere comprensibile. Se non hai capito bene tu per
primo, non potrai mai spiegare agli altri con precisione
ed efficacia. Dunque, chi vuol scrivere da giornalista -
parlo di quelli seri: ce ne è qualcuno, malgré tout... -
deve saperne quanto, e possibilmente più, di un
professore.
Inoltre, proprio perché spinto dal desiderio di
proporre la fede nel modo più convincente, mi muovevo
con la lentezza che discende dalla reverenza: in fondo,
non è grave o, almeno, non è irreparabile indurre in
equivoco o addirittura in errore, seppure in buona tede,
il lettore quando si parla di un qualunque perso-
naggio della storia. Ma io dovevo parlare di
Colui che, per me, era appartenuto alla storia, ma al
contempo la superava all'infinito, sino a esserne il
Padrone. Ogni parola, qui, contava e pesava, poteva
avere effetti imprevedibili nel profondo delle coscienze.
Poi, sai, ho letto, studiato, riflettuto quanto ho
potuto ma, in quella dozzina d'anni, ho anche vissuto,
non mi sono ritirato in una cella da eremita: il comple-
tamento dell'università, il soggiorno ad Assisi (dove ho
molto studiato, ma anche molto lavorato), l'impegno alla
SEI, il praticantato a «La Stampa», la cronaca, infine la
redazione di «Tuttolibri». Ero proprio lì quando
finalmente uscì la piccola, modesta brossura, nel modo
sommesso che sai e circondata dallo scetticismo. In
primis, quello dell'editore.
Le prime edizioni di quel libro, però, portavano la
prefazione di un intellettuale comunista, seppur
impegnato nel dialogo con i cattolici, il matematico
Lucio Lombardo Radice. Una contraddizione?
Quel che davvero mi interessava, ciò che sentivo
come un dovere, era tentare di rilanciare con un libro
-possibilmente a livello di massa, non di piccoli gruppi
chiusi al mondo esterno - il kérygma, l'annuncio che ri-
suona centrale nel Nuovo Testamento: «Gesù è il Cri-
sto». Al contempo, volevo fosse anche chiaro che questa
riproposta era nel solco della Tradizione cattolica.
Dovevo però sforzarmi di "scrutare e rispettare i segni
dei tempi", come ripetevano a noi laici - con una sorta di
slogan ossessivo - gli stessi uomini di Chiesa. Dunque,
c'era da misurarsi, realisticamente, con un clima
impregnato di diffidenza (uso un eufemismo!) non
solo verso la Chiesa, ma verso il cristianesimo,
anzi verso ogni "religione": proprio perché sospettati,
tutti, di far parte di una struttura di potere, di
oppressione, di alienazione contro cui era doveroso
combattere.
Il problema non stava solo nel messaggio, ma
anche nel mezzo. Cerco di spiegarmi: come redattore di
«Tut-tolibri» godevo nel mondo editoriale di
conoscenze e di prestigio sufficienti per pubblicare quel
mio primo libro presso molte Case, anche le maggiori.
Decisi invece di proporlo alla salesiana SEI, per
"patriottismo" di credente (e di devoto di don Bosco...),
ma anche per questioni di amicizia verso quella Editrice.
La quale, però, era "dei preti", aveva un marchio
esplicitamente cattolico che, in quegli anni, costituiva
una macchia originale praticamente indelebile.
L'esclusione, la censura erano tali che a ogni
libro stampato da un editore confessionale - quale che
fosse il suo contenuto e il suo valore - era sbarrato
l'accesso al sistema distributivo laico: non giungeva,
insomma, nelle librerie "normali", essendo relegato nel
ghetto del circuito clericale. Lo stesso interdetto valeva
(e, a «Tut-tolibri», io stesso ne ero ogni giorno
testimone) per le recensioni o anche solo per le
segnalazioni: le opere "religiose", soprattutto se
cattoliche, erano semplicemente ignorate, come se non
esistessero.
Per me era innanzitutto necessario che le pagine
non restassero confinate tra i già convinti, che
giungessero ai miei interlocutori privilegiati: quelli che
ancora erano come io ero stato; quelli per i quali il
Vangelo non è che un tessuto di vecchi miti ormai
improponibili.
Dunque, di quelle mie pagine, così lungamente
preparate, volevo fare uno strumento di apostolato il più
possibile vasto ed efficace; non il libro di meditazione
di qualche conventicola asserragliata nella
nostalgia di una cristianità defunta.
Da qui, l'idea di una prefazione che fosse una
sorta di password per quel mondo che era il mio, ma del
quale dovevo vincere la resistenza, visto che mi presen-
tavo a esso (con sorpresa, devo dire, di molti che non
sospettavano il mio interesse religioso) con un libro
esplicitamente cristiano; anzi, orrore!, addirittura cat-
tolico.
Da qui la decisione di utilizzare un nome che
fosse una sorta di garanzia per il mondo laico?
Ipotesi su Gesù uscì, proprio per questo, con una
prefazione di Lucio Lombardo Radice, membro del
Comitato Centrale del Partito comunista italiano, do-
cente di matematica all'università di Roma, pilastro di
quel "dialogo" tra marxisti e cristiani che, per la verità,
vedeva spesso gli ultimi in devota venerazione o, al-
meno, vittime di complessi di colpa e di inferiorità.
Lombardo Radice - che è morto da anni e al quale
confermo qui la mia franca amicizia - apprezzò il ma-
noscritto del libro, anche perché ne vide lo spirito di
apertura; ma, al contempo, constatò che non vi era al-
cun cedimento su ciò che a me, credente, stava a cuore.
Nessun travestimento, nessuna intenzione di "scusarmi"
per la mia fede, chiaramente enunciata. E vide anche,
tra l'altro, le considerazioni assai dure sulle teorie di
Marx, di Engels, dei sovietici, a proposito di origini del
cristianesimo.
Sta di fatto che le pagine introduttive che accettò
di scrivere si aprono con una constatazione che non
lascia spazio a dubbi: «Vittorio Messori ha scritto
questo bel
libro per comunicare ad altri la sua lucida e
appassionata convinzione che la più ragionevole tra le
"ipotesi su Gesù" è quella che il Nazareno sia il Cristo,
sia il Figlio di Dio...». Ancora: «Per Messori, l'unica
risposta soddisfacente all'interrogativo Gesù è quella
della fede; per lui non reggono né la risposta storico-
critica della divinizzazione di un profeta galileo, né
quella mitica della creazione di un uomo a immagine di
un dio di salvezza...». Stando ancora alle sue parole
testuali, malgrado fosse stato «scritto da un credente, un
cristiano, un cattolico», quel mio libro era «bello,
intelligente, sincero...».
Un'apertura di credito che fu preziosa: oggi, in
tempi così radicalmente mutati, è difficile capire quanto
abbia giovato quella sorta di passaporto rilasciato da
uno degli uomini più prestigiosi della cultura allora
egemone.
Basti dire che (proprio come mi proponevo) il
libro spezzò - forse per la prima volta nella recente
storia italiana, almeno in quelle dimensioni di massa - il
ghetto del circuito cattolico, dilagando nelle librerie non
confessionali e piazzandosi a lungo in testa nelle
classifiche dei best-seller. Le quali, com'è noto, non
tengono conto, nelle loro rilevazioni, di quanto diffuso
nei punti di vendita cattolici. Furono migliaia, tra l'altro,
le copie vendute dalla stessa mitica libreria Rinascita,
con sede nel palazzo di via delle Botteghe Oscure,
storica sede del PCI.
Anche grazie al matematico comunista, quella
brossura stampata dall'editrice dei salesiani, con in
copertina il nome di Gesù ma anche - seppure in
carattere piccolo - quello di un celebre e autorevole
esponente dell'umanesimo ateo, fu materia di dibattito
persino sulle seriose pagine culturali dei media più
impermea-
bili a tematiche religiose. In studi e tesi di laurea
dedicati al singolare destino di questo libro, si sottolinea
soprattutto proprio un simile aspetto: l'ingresso della
saggistica religiosa, esplicitamente cristiana, proposta
per giunta dall'editoria cattolica, nel circuito delle letture
di un pubblico spesso lontano, indifferente, ostile o,
semplicemente, ignaro.
Il titolo parla di Ipotesi ma in realtà propone
delle certezze.
Ci arriva con un lungo percorso che non esige la
fede e che tutti possono condividere. Solo alla fine
giunge a una conclusione paradossale.
La ragione, cioè, può fare su Gesù tre ipotesi, e
tre
soltanto. E in questo dico, come doveroso, la mia rico
noscenza a Jean Guitton, che ha dato rigore a quanto
avevo intuito, ma non ancora con altrettanta chiarezza.
Ci stavo pian piano arrivando, ma senza quel pensatore
ci avrei messo più tempo. Riflettendo sulle origini sto
riche del cristianesimo, dunque, la ragione scopre di
essere prigioniera di tre posizioni: quel Gesù è un
uomo che la fede dei discepoli ha abusivamente divi
nizzato {ipotesi critica); oppure, al contrario, è un mito
- di salvezza, di liberazione - che è stato umanizzato,
dandogli un volto, un nome, una storia {ipotesi mitica).
Oppure... oppure è stato davvero quel che 1 Vangeli
affermano e che i suoi discepoli, da allora sino a oggi,
credono {ipotesi di fede). ,
Gli innumerevoli tentativi di spiegazione dell
enigma di Gesù possono, debbono, essere riportati a
questi tre fondamentali, malgrado le apparenti diversità.
Ma la conclusione paradossale di cui dicevo è questa:
dopo
aver tutto esaminato e tutto vagliato, la terza
ipotesi, quella della fede, appare a sorpresa come quella
che meno contrasta con la ragione, quella che dà
soluzione alle difficoltà e alle contraddizioni insanabili
delle due ipotesi "negatrici". Dunque, ha ragione Pascal:
«L'ultimo passo della ragione è riconoscere che vi è
un'infinità di cose che la superano». La fede è
ragionevolmente al di là della ragione, non è in
contrasto con essa.
Ma tutto questo resta un pari, una scommessa,
per dirla con Blaise.
Occorre "scommettere" perché Dio si è nascosto,
perché vuole essere cercato, non impone con evidenza
irrefutabile la Sua esistenza.
Poiché questo è un punto centrale, come
annunciato prima vi ritorniamo di nuovo sopra un
momento. In effetti, il problema - ridotto ai termini
dell'esperienza e del buon senso - è che ci sono due fatti
indiscutibili.
C'è, innanzitutto, una vita, una Terra, un
Universo. E ciò pone la prima domanda, quella davvero
radicale, espressa da Albert Einstein (già lo
ricordavamo): «Perché c'è il mondo e non il nulla?».
Prima dell'ordine dell'Universo, sta il problema
dell'esistenza dell'Universo stesso, dell'origine
dell'immensa massa di materia di cui siamo fatti e di cui
è ripieno il cosmo. Se non ci fosse nessuno all'origine,
non ci sarebbe niente. Dicono l'evoluzione? Se ne può
discutere, scoprendo che, se ben intesa, non mette
affatto in difficoltà il credente: ma vogliamo prima
spiegare perché c'è - e da dove è venuto, e quando -
"qualcosa" che potesse evolvere?
Ma subito dopo questa domanda che non ha
risposta, se non con la superstizione alla marxista che
rifiuta un Dio ragionevole per un altro irragionevole
(«La Materia si autocrea e si autoevolve, è infinita,
eterna, onnisciente e onnipotente», così lo pseudo-
profeta di Treviri), solo dopo questa domanda, sta quella
sull'evidenza di un ordine che, tra l'altro, ha dato origine
a infinite forme di vita e che ci appare sempre più
prodigioso quanto più la scienza avanza.
In Qualche ragione per credere - che, come ti
dicevo, è per me quello "di riferimento" per le questioni
su Dio - cito tra gli altri sir John Eccles, il premo Nobel
per gli studi sul più potente e perfetto dei computer, il
cervello umano. Il professor Eccles amava fare un
esempio ai suoi amici atei, ai creduli nel "caso e nella
necessità" che starebbero dietro all'organizzazione del
mondo: «Un magazzino lungo un chilometro pieno di
pezzi aeronautici; un ciclone che per cento milioni di
anni faccia roteare e scontrare tra loro quei pezzi.
Quando, finalmente, il vento si placa, dentro all'im-
menso deposito c'è una serie di quadrimotori, completi
di tutto e tirati a lucido, con le eliche che già girano...».
Concludeva quel premio Nobel per le scienze: «Ecco, le
probabilità che io do al "caso" sono queste».
Al di là dell'apologo, per fare un esempio tra mi-
lioni possibili: un gruppo di biologi ha quantificato la
possibilità di ottenere («per evoluzione non guidata
dall'esterno» come è stato specificato) anche solo gli
oltre duemila enzimi necessari al funzionamento del
corpo umano. Si è calcolato così che la probabilità è pari
a quella di ottenere sempre un dodici per cinquantamila
volte di fila, senza mancare un sol colpo, gettando sul
tavolo due dadi.
Ecco, questo dell'esistenza del mondo e del suo
ordinamento è il primo fatto indiscutibile davanti al
quale ci mette l'esperienza.
E il secondo cui accennavi?
Il secondo, che ne consegue logicamente, nasce
da una constatazione e da una domanda: se c'è un orolo-
gio (uso, guarda caso, le parole di un apologeta, ma del
laicismo, come Voltaire, agnostico però deista, non
ateo) deve esserci anche un Orologiaio. Ma questo,
dov'è finito? Perché non dà segni inequivocabili di Sé?
Ciò che appare nel mondo (ci ripetiamo, lo so, ma vale
la pena) non indica né l'esclusione totale né la manifesta
presenza di una divinità. Né luce né tenebre. Ma
piuttosto un chiaroscuro che rende possibile la fede in
un Essere onnipotente, ma anche la sua negazione.
C'è, dunque, un Creatore cui basta parlare attra-
verso la sua creazione, senza esporsi - per cosi dire -in
prima persona? Potrebbe anche darsi, si può ipotizzare
quell'Onnipotente del deismo cui è bastato dare un
colpetto al mondo appena creato per metterlo in
movimento e poi se ne è disinteressato, ritirandosi per
gli eterni fatti Suoi. Ma le religioni, tutte le religioni,
non la pensano così, credono in una Divinità presente,
adorano un Dio che si interessa dei mondo, che ne segue
le vicende, che vi interviene, che vuol essere creduto e
pregato. Ma allora, perche non si fa vivo in modo
inequivocabile, rendendosi almeno una volta visibile
dietro il Suo cielo e dimostrando così che è Lui il vero
Creatore e che gli altri, adorati dalle infinite altre
religioni, non esistono, sono «dei falsi e bugiardi»?
Dunque: evidenza di un Creato non spiegabile,
se non in modo irragionevole con il caso; ma, al con-
tempo, latitanza o nascondimento (o, almeno, chiaro-
scuro) del Creatore.
Un'antinomia che Pascal, già lo sappiamo,
risolve ricorrendo alla realtà del Deus absconditus.
Ma sì, ribadiamolo, con la sua logica
implacabile e talvolta drastica, è arrivato ad appuntare,
come già ti ricordavo: «Poiché Dio, se esiste, è
nascosto, ogni religione che non ne prenda atto non può
essere vera». Se questo è il principio, solo il
cristianesimo - aggiunge -può essere vero. Solo questo,
in effetti - attingendo anche qui alla linfa della sua
radice, l'ebraismo - pone tra le sue basi la constatazione
del chiaroscuro in cui Dio ha voluto avvolgersi. Solo per
il giudeo-cristianesimo la storia è il campo dove Dio e
l'uomo a vicenda si ricercano e si incontrano. Per l'altra
sola, grande religione monoteista, l'islamismo, Allah, è
come il sole che a mezzogiorno splende nel cielo del
deserto. In effetti per il musulmano, l'ateismo è un
fenomeno imperdonabile. Anzi, addirittura
inconcepibile. Come soltanto il pazzo può negare
l'evidenza del sole, solo chi non sia sano di mente può
mettere in discussione l'esistenza di Allah.
Ma è una concezione, quella islamica, che non fa
che portare agli estremi la convinzione di ogni altro
sistema religioso; che però, in questo modo, non riesce
a sottrarsi alla contraddizione che dicevamo. Non è così
per il giudeo-cristianesimo.
E qui, a conferma dell'accettazione del "velo" in
cui Dio sembra essersi avvolto, ci sarebbero da citare i
ver-
setti acconci dell'Antico e del Nuovo Testamento,
i passi dei Padri della Chiesa, le intuizioni dei mistici, le
riflessioni della teologia. Ci sarebbero, dico, perché non
lo rifarò qui, già l'ho fatto, in modo disteso, in Ipotesi su
Gesù. Dove spiego le possibili ragioni per le quali il Dio
cristiano non ha scelto l'evidenza schiacciante, che
impedisca la negazione.
Sta di fatto che, quando questo Dio ha deciso di
rivelarsi, lo ha fatto in quel Gesù dove al contempo si
svela e si cela, dove lo scacco vergognoso della morte I in
croce avviene in pubblico, sotto gli occhi di tutti; e la
gloria della resurrezione si verifica di notte, senza te-
stimoni e il Redivivo si mostra solo agli amici. Anche
tutta la storia della Chiesa è costellata di ragioni per
crederla divina e da altre per dubitarne. C'è una coerenza,
dunque, che è tra le prove maggiori della verità di questo
messaggio.
Ma fermiamoci, per non riscrivere libri già scritti
o anche solo ripetere spunti qui già accennati. Non senza
aver ribadito come la tolleranza religiosa non sia stata
sempre praticata dai cristiani, ma come sia un portato
logico e necessario della loro fede in un Dio che ha scelto
di non imporsi ma di proporsi, attraverso tracce, indizi,
segni, moti interiori e segreti dell'animo.
Le "tre ipotesi" (critica, mitica, di fede), la
soluzione del problema del nascondimento di Dio, ma -
nella tua ricerca apologetica - anche il rapporto con
l'ebraismo.
Sì, certo. Seguendo anche qui un'intuizione pasca-
liana, ho messo spesso in rilievo un'altra particolarità
straordinaria, unica, del cristianesimo: si tratta, in effetti,
della religione di adorazione di un Messia fondata
su una religione di annuncio dello stesso Messia.
Dall'inizio della storia di cui abbiamo testimonianza
sino a oggi, il Cristo è stato o annunciato o adorato.
Buddha, Confucio, Lao-Tse, Maometto, tutti gli
iniziatori di religioni sono storicamente degli isolati.
Appaiono, cioè, senza che la tradizione religiosa prece-
dente li annunci. Una situazione imbarazzante, tanto che
l'islamismo ha cercato di risolverla, affermando che
Gesù, il penultimo profeta, avrebbe predetto l'arrivo
dell'ultimo dei profeti, Muhammad. Ma quegli im-
broglioni dei cristiani hanno manipolato i Vangeli e
cancellato quella predizione, di cui sarebbe però rimasta
traccia nel Vangelo di Giovanni, laddove Gesù non
annuncia, come vogliono i falsari, il Paraclito, lo Spirito
Santo, bensì colui che sarà strumento di Allah per
rivelare la Sua volontà sugli uomini: «Io pregherò il Pa-
dre ed Egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga
con voi per sempre...». E, poco più avanti, sempre in
Giovanni: «È bene per voi che io me ne vada, perché se
non me ne vado non verrà a voi il Consolatore. Ma
quando me ne sarò andato, ve lo manderò...».
Fantasie, ovviamente, cui non ha bisogno di
ricorrere il cristianesimo. È un fatto storico indiscutibile
che il Messia ebraico è il punto centrale di uno slancio
di attesa, di 18-20 secoli che lo precede, e di uno slancio
di adorazione che lo segue. Da venti secoli, e sarà così
sino alla fine della storia, la Chiesa adora Colui che
Israele aveva annunciato attraverso più di 300 vaticini
messianici contenuti nelle sue Scritture, a opera di
profeti che ribadiscono e completano nei secoli la
predizione, sino a scendere ai dettagli e, secondo alcuni,
alle indicazioni dei tempi in cui l'Atteso si presenterà.
Uno sviluppo ininterrotto e omogeneo come
questo, esteso su una quarantina di secoli sembra
davvero contrario alle leggi che reggono i fenomeni
storici. Così come è un fatto unico la persistenza
dell'ebraismo, divenuto testimone e custode di un
annuncio che (almeno per una sua parte) non ha
compreso, ma di cui garantisce l'autenticità,
conservando intatta la Scrittura, che non può essere così
sospettata di manipolazione.
L'apologeta cristiano deve riflettere molto, e io
ho cercato di farlo, sul mistero del popolo messianico.
C'è un appunto di Pascal per il lavoro che intendeva
svolgere per la sua grande Apologie: «Approfondire
tutto ciò che riguarda gli ebrei». È nella loro storia che
sta la chiave del Mistero religioso dell'umanità intera.
Sono tra noi come un "popolo ospite", come diceva
Henri Bergson, l'israelita che approdò al cattolicesimo e
volle un prete al suo funerale, pur astenendosi, per
solidarietà, dall'accedere al battesimo, essendo quelli
tempi di persecuzione nazista.
Il cristianesimo - non dimentichiamolo - intende
se stesso come compimento dell'ebraismo che l'ha
preceduto. Non una "nuova" religione, bensì una fede
che ha trovato quel completamento che essa stessa, per
secoli, aveva annunciato. Gli ebrei che hanno chiesto il
battesimo con libertà e consapevolezza, hanno sempre
rifiutato di essere considerati dai fratelli circoncisi come
apostati, traditori, convertiti a un'altra fede. Hanno
sempre ricordato, tutti, che accettare il Secondo
Testamento è lo sbocco naturale per l'israelita che vuole
essere davvero tale e, dunque, erede delle promesse di
Dio contenute in quello che è il Primo Testamento. C'è
un fatto molto significativo e poco noto: dopo il
Vaticano II, il dialogo con il giudaismo non è
gestito dall'organo vaticano che si occupa del
dialogo tra le religioni, ma da quello che si occupa
dell'unità dei cristiani.
Quando scrivevi i tuoi tre libri sul Gesù della
storia non erano ancora apparsi best-seller mondiali
come II Codice da Vinci, con la folla infinita degli
imitatori. Tutti, comunque, ruotanti attorno a un'idea
fissa: la Chiesa primitiva avrebbe manipolato i testi
fondanti, dandoci un'immagine di Cristo che non
corrisponde a quella reale.
E il Gesù vero sarebbe da ricercare non nei
Vangeli canonici, quelli cioè inseriti nel "canone",
nell'elenco stilato dalla Chiesa, che li avrebbe imposti
con le buone e con le cattive, aggiustandoli secondo i
suoi interessi. La verità va cercata nei cosiddetti
"apocrifi", squalificati dai gerarchi ecclesiali come
"falsi", braccati con accanimento per essere distrutti ma
alla fine riemersi - per una sorta di nemesi storica - dalle
sabbie dell'Egitto. E in quei testi, che le autorità ufficiali
hanno cercato di far sparire, che si trovano i resoconti
primitivi, e dunque attendibili, sul Nazareno.
Tesi di base, insomma, di tutti è che gli
"apocrifi" precedano i "canonici". Il che è l'esatto
contrario della realtà. Secondo le ipotesi più pessimiste,
da vecchio razionalista dell'Ottocento, l'ultimo dei
Vangeli, quello di Giovanni, non è posteriore all'anno
100. In realtà, come pensa unanime la critica moderna, è
stato scritto molto prima. Ma stiamo pure a quella data,
tanto gli specialisti sanno che non esiste alcun apocrifo
prima di essa e che questi, in maggioranza, risalgono
agli anni tra il 150 e il 200. Non solo sono molto più
"giovani"
dei canonici ma, ben lungi dal darci notizie
originali, dipendono da essi. Se prendiamo l'esempio
più in voga, il Vangelo detto di Tommaso - il prediletto
da Dan Brown e soci per costruire le loro trame grotte-
sche per chi sia un po' al corrente di questi studi - si è
stabilito che dei 114 detti che lo pseudo-apostolo attri-
buisce al Cristo, 79 hanno un parallelo nei Sinottici, 32
sono varianti delle parabole dei Sinottici stessi mentre
solo 3 (dico tre!) non sono attestati nei canonici. Dun-
que, una dipendenza quasi assoluta e la conferma che il
presunto Tommaso è stato scritto molto dopo, utiliz-
zando i Vangeli ufficiali già riconosciuti. E sarebbe
questo il testo "primitivo" che, in presa diretta, ci rivela
chi fosse davvero Gesù?
Questo quanto alle date. E quanto ai contenuti?
Anche qui, è il contrario esatto delle fantasie
dispiegate per costruire a tavolino best-seller
commerciali. Questi danno per scontato che Gesù non
fu che un uomo, seppur straordinario, che la Chiesa ha
elevato abusivamente al rango di Dio. Ora: gli apocrifi
ci presentano un Gesù che è vero Dio ma che non è vero
uomo, avendo rivestito solo l'apparenza di un corpo. Per
questi apocrifi che "demitizzerebbero" il Cristo, ciò che
fa problema non è la sua divinità, bensì la sua umanità!
Siamo al contrario della realtà anche nel
presentarci - nei romanzi, romanzetti, romanzacci
attuali - un Gesù sessualmente libero, non moralista
come il clero che lo avrebbe manipolato, un Gesù
sposato ma anche, forse, con esperienze omosessuali
(Giovanni?) e femminista. C'è da ridere quando così
vorrebbero spac-
darcelo, appoggiandosi soprattutto al solito
Vangelo di Tommaso nel quale, guarda caso, c'è un detto
attribuito a Gesù: poiché la redenzione da lui portata è
solo per i maschi, non c'è speranza di salvezza per una
donna se non diventa un uomo! In generale, gli apocrifi
sono sotto l'influenza gnostica che, tra le sue basi, ha
l'orrore per la materialità, per la carne e, dunque, per la
sessualità, un "male" dal quale vuole liberare l'uomo.
Ci sarebbe da ridere, dicevo, se il problema non
fosse serio, visto che folle ignare sono davvero convinte
che ci sia un substrato storico attendibile sotto le trame
dei "Codici".
Comunque, ne approfitto per segnalare uno dei
motivi per i quali tante ricostruzioni del "vero Gesù" - e
qui parlo di professori, non di romanzieri - sono inat-
tendibili, malgrado le dichiarazioni di "scientificità".
Alludi, immagino, ai "travestimenti" di Cristo a
seconda del clima o delle mode culturali egemoni nel mo-
mento in cui lo studioso cerca di ricostruirne i tratti e lo
spirito.
Proprio così. Il Nazareno è stato costantemente
interpretato e mascherato con i panni alla moda in quel
momento. Come constata con ironia amara Joseph Rat-
zinger, «chi legge tante ricostruzioni, presentate come
inoppugnabili, del "vero" Gesù può subito constatare
che esse, in realtà, sono fotografie degli autori, dei loro
ideali, dei valori e delle ossessioni del loro tempo».
Così, all'epoca dell'illuminismo, il Cristo diventa un
saggio maestro, cultore della virtù che nasce dalla ra-
gione. Nel romanticismo si trasforma in un tormentato
e tempestoso genio religioso. Nel kantismo
diviene il creatore di un'etica, un sommo moralista. Per
socialisti prima e comunisti poi è il capo di un
movimento di oppressi, un leader proletario in tunica
rossa. Nel nazismo si trasforma addirittura nel prototipo
dell'ariano (il padre sarebbe un soldato romano di
origine germanica: curiosamente è la stessa tesi del
Talmud) in lotta sfortunata contro la solita, potente
lobby ebraica. In Ipotesi su Gesù riportavo un passo del
Meìn Kampf di Hitler: «Mi ispiro all'uomo che, nella
solitudine, circondato da pochi discepoli, riconobbe i
giudei per quel che erano e incitò gli uomini a
combatterli».
Comunque, come sai, sino alla fine del
comunismo, è proprio il Gesù come precursore, se non
annunciatore, di Marx, Engels, Lenin che predomina,
purtroppo anche tra studiosi "cristiani" e "cattolici".
Divenuta quella ideologia impresentabile, eccolo
cambiare pelle, divenire un liberal: l'interesse per il
sociale, per la politica, ha lasciato posto a quello per il
privato, soprattutto al sesso. Da qui, non soltanto il
Nazareno sposato, ma anche l'icona della rivoluzione dei
costumi, a cominciare da quella omosessuale.
Anche per questo, ti dicevo, non mi sono mai
impressionato, né tantomeno spaventato, davanti a tanti
che si dicono seguaci, nello studio delle origini cristiane,
di quello che chiamano "il metodo storico-critico". Non
mi spavento, perché troppe volte mi è stato dato di
constatare che, seppure ancora egemone a livello
universitario, è un metodo che presenta un paio di
caratteristiche: l'essere spesso poco storico e poco
critico. E non è una bestemmia di un intruso come me, è
quanto dicono i cattedratici stessi, criticando, spesso
demolendo, a ogni generazione, il lavoro dei colleghi
che li hanno preceduti.
Pensa che i biblisti protestanti (e poi anche molti
cattolici, con il solito ritardo e i soliti complessi di
inferiorità) hanno venerato per decenni come loro
maestro uno come Rudolf Bultmann che sosteneva che
non esiste, che non può, che non deve esistere alcun
rapporto tra ciò che i Vangeli raccontano e ciò che è
davvero successo. Ebbene, questo super-esperto
dell'inconsistente Gesù della storia che nulla avrebbe a
che fare con il Cristo della fede, questo principe del
metodo "storico-critico", non volle mai muoversi dalla
biblioteca della sua università di Marburgo, il più antico
ateneo riformato, e rifiutò sempre di andare in Palestina,
dove gli scavi archeologici confermavano, e spesso
clamorosamente, con quanta cura e conoscenza diretta
gli evangelisti abbiano descritto lo scenario in cui fanno
muovere Gesù. Come per ogni ideologo (Bultmann era
innanzitutto un teologo luterano e un filosofo
dell'esistenzialismo heideggeriano, ma intere
generazioni lo presero sul serio come biblista e sul suo
verbo decisero che «dell'oscuro pbreo Gesù nulla
sappiamo e nulla mai sapremo») come per ogni
ideologo, dunque, se la realtà contraddice lo schema,
tanto peggio per la realtà: una lastra di marmo, un
frammento uscito dalla terra non hanno alcun valore
rispetto al libro di un teorico che sostiene il contrario di
ciò che l'archeologia attesta.
Per tornare al discorso che facevamo prima: in
Qualche ragione per credere hai insistito molto sul fatto
che il cristianesimo non è un "monoteismo", come
ebraismo (su cui pure si innesta) e islamismo. In effetti,
adora un Dio unico con una sola "Sostanza" e una sola
"Natura", ma che è al contempo «tre Persone eguali e
distinte: Padre, Figlio, Spirito Santo».
La Trinità: il supremo et-et... Non poteva essere
diversamente nella prospettiva di chi, come il cristiano,
«vuole tutto»: l'unità e la molteplicità, la semplicità e la
complessità. Per arrivare alla sintesi degli opposti oc-
corsero secoli e secoli di eresie, di lotte, di concilii, di
scontri tra scuole teologiche. In effetti, come già dicem-
mo, stando alla prospettiva cattolica, per giungere a ri-
conoscere Xesistenza di un Dio (C'è?) basta la "luce na-
turale", basta la ragione umana bene intesa e bene
impiegata. Invece, quanto all'essenza (Chi è? Com'è?), è
indispensabile quella che non per caso si chiama "Rive-
lazione". Gesù lo ribadisce con chiarezza: «Nessuno co-
nosce il Padre se non il Figlio e coloro ai quali il Figlio
ha voluto rivelarlo». Ci sono intuizioni "trinitarie" pre-
senti nella storia delle religioni, ma da soli non sarem-
mo mai arrivati a una verità che va ben al di là di quelle
intuizioni. Dante, terzo canto del Purgatorio: «Matto è
chi spera che nostra ragione / possa trascorrer la infinita
via / che tiene una Sustanza in tre Persone».
Cercando di approfondire questo mistero (e,
ovviamente, le sue ricadute apologetiche) ho segnalato
una contraddizione che è nei fatti. L'essenza trinitaria di
Dio è il fondamento di una fede nella quale si è inseriti
con quel battesimo la cui formula è stata indicata da
Gesù stesso risorto, al momento solenne del congedo
prima di ascendere al Cielo: «Nel nome del Padre, del
Figlio e dello Spirito Santo». Insomma, è qui il "mar-
chio di identità" del cristianesimo. Ti rileggo quanto
dice il Nuovo Catechismo: «Il mistero della Trinità è il
mistero centrale della fede e della vita cristiane. È il mi-
stero di Dio in se stesso. E quindi la sorgente di tutti gli
altri misteri della fede; è la luce che li illumina. È l'inse-
gnamento più fondamentale ed essenziale nella gerar-
chia delle verità di fede...».
So a che contraddizione alludi: malgrado la fede
nel Dio trinitario sia essenziale, questa realtà non sembra
rilevante per il cristiano "comune", ma anche per tanta
catechesi e per tante omelie. A molti, si direbbe, sembra
una curiosità, un accessorio, un optional come quelli
delle automobili: danno un tocco in più, ma non cam-
biano il modello
È così. Ho cercato di enumerare qualche ragione
di questa "irrilevanza" nella fede di molti e qualche
possibile rimedio. Ma qui ci basti indicare il problema e
mettere sull'avviso i faciloni dell'ecumenismo delle
pacche sulla spalla, quelli del volemose bbene, tanto ab-
biamo tutti lo stesso Dio. Non è vero: per i monoteisti
"puri", ebrei e musulmani, i cristiani bestemmiano in-
troducendo la pluralità (seppure nei modi che sappiamo)
nella impenetrabile unità divina.
Non pretendo che tu ripeta le argomentazioni
messe in campo nei libri a proposito di esistenza e di
essenza del Dio evangelico. Mi basta, tra altre mille cose
possibili, che ci ricordi una possibile riposta alla domanda
inevitabile del bambino (in cui molti adulti, però, si
riconoscono) cui si spiega che Dio ha creato il mondo:
«Ma Dio, chi l'ha creato?».
Lo faccio volentieri, perché è uno dei molti casi
nei quali si pensa di mettere in difficoltà la fede usando
categorie inadeguate, anzi errate. Quel «se Dio ha creato
il mondo, chi ha creato Dio?» non è solo l'obiezione del
bambino, ma anche quella di fior di filosofi. E quella, tra
l'altro, sulla quale fonda il suo ateismo quel personaggio
pittoresco, eccentrico più che attendibile,
eppure di grandissimo impatto mediatico, che fu
Bertrand Russell. Quello del best-seller Perché non
sono cristiano. Uno che, tra l'altro, predicava molto
bene in pubblico ma che, nella vita privata, razzolava
molto male: più o meno, dunque, come i cristiani che
credeva di combattere con la dialettica. Dunque, sulle
sue contraddizioni personali sorvoliamo volentieri,
perché qualcuno non ci ricordi le nostre!
Restiamo alla sua obiezione, che considerava
decisiva ma che fa sorridere, perché nasce da un
equivoco; o, se vuoi, dalla miopia di chi non sa, o non
vuol sapere, che Dio, nella prospettiva cristiana, è
l'Eterno e l'Infinito. Pertanto, è al di fuori del tempo e
dello spazio in cui noi, le creature, siamo immersi e dei
quali siamo prigionieri. È in questa dimensione, l'unica
che conosciamo, che si dipana la catena causa-effetto.
Ma Colui che la teologia cristiana chiama la "Causa
Prima" ne è radicalmente fuori: essendo l'Eterno e
l'Infinito per eccellenza, è per definizione, il "Fuori-
Serie", non è, come a noi appare evidente (ma per un
abbaglio) il primo anello della serie lineare delle
creature di cui è il Creatore.
Non saranno agudezas, per dirla alla spagnola,
astuzie intellettuali, da apologeta? Non rischiano di
essere parole astratte, che non risolvono il problema
posto?
Niente affatto, ciò è del tutto coerente con la
visione cristiana del Divino. Per noi, Dio è nel mondo,
fino al punto di esservisi incarnato come uomo. Ma, al
contempo, è fuori dal mondo, è totalmente distinto da
e
sso. Noi non siamo panteisti, per i quali tutto è Dio,
Perché la creazione coincide con il Creatore.
La "catena" di causa-effetto l'ha pensata, voluta,
creata, messa in moto quel "tipo" di Dio in cui cre-
diamo. Ma, proprio per questo, non è imprigionato dal
dilemma per noi irrisolvibile: «C'è prima l'uovo o la
gallina?». Per lunga che sia, la catena finisce per sboc-
care in una dimensione radicalmente, impensabilmente
"altra", rispetto a quella dove stanno tutte le uova e tutte
le galline.
Le obiezioni di un Russell e di tanti altri sono
curiosamente illogiche per chi della logica dice di voler
fare il suo mestiere. È un'obiezione che può forse avere
senso secondo il "loro" concetto del Divino, ma non ce
l'ha per la prospettiva cristiana. Quando diciamo "Dio",
noi intendiamo «l'Essere supremo, infinito, trascendente
il mondo, l'Assoluto». Un Dio così è al di là della natura
e della storia, dove soltanto vale la catena delle cause e
degli effetti. Questi presuppongono, tra l'altro, un prima
e un dopo, termini insensati per Chi è l'Eternità stessa.
In Dio il tempo non esiste, è una realtà che vale solo per
noi fin che siamo qui: ti ricordavo che dobbiamo
credere fermamente nell'Aldilà ma che, al contempo,
dobbiamo evitare di immaginarcelo. In esso, tra l'altro,
non sappiamo come ma i morti sono già risorti, non
sono "in attesa": espressione che rinvia a una
dimensione temporale inesistente, là dove vige la legge
misteriosa dell'Eternità.
Certo, ogni effetto presuppone una causa: ma
solo quaggiù, per la creatura rinchiusa nella gabbia del
tempo e dello spazio. Proprio ciò che, per definizione,
Dio non è.
Ma ci sono tanti altri esempi di difficoltà che
sembrano insormontabili e che vengono invece da una
visione antropomorfa di un Dio che non ha nulla a che
fare con quello cristiano. Il quale, rispettando la con-
sueta compostilo oppostiorum, è al contempo il
Dio fattosi uomo e il radicalmente Altro.
Puoi fare un esempio di altre difficoltà apparenti
ma che non mettono in difficoltà la fede?
Mi viene in mente l'obiezione di chi,
considerando l'immensità dell'Universo, giudica
impossibile che il Creatore del Cosmo abbia concentrato
la sua attenzione su un puntino trascurabile quale è il
nostro pianeta, dando addirittura Suo figlio per le
minuscole creature che popolano questa inezia. Non è,
quella dei cristiani, una ridicola superbia, un prendersi
sul serio in modo intollerabile? Ricordo quando, con
molta fatica, riuscii a strappare un'intervista, per
Inchiesta sul cristianesimo, al mio vecchio maestro
Norberto Bobbio che, alla pari di Alessandro Galante
Garrone, si difese sino all'ultimo. Non voleva ricevermi
per una "impudicizia", com'era per lui lo scoprirsi
almeno un poco su una dimensione religiosa che
considerava strettamente "privata". Ricordo come, tra le
ragioni del suo agnosticismo, ponesse quella che chiamò
«una sorta di megalomania dei cristiani che sembrano
ancora all'astronomia di Tolomeo, con la Terra al centro
di tutto, dunque al centro anche dell'attenzione di Dio».
Aggiunse: «In fondo, dopo tanti secoli, non avete ancora
fatto tutti i conti con Galileo».
Certo, qui c'è un mistero che Egli solo conosce.
Ma che va inquadrato. Constatando, innanzitutto, che
Galileo e Copernico avevano ragione solo sul piano
astronomico: la Terra non è al centro dell'Universo che
le ruota attorno, ma per Dio sembra proprio che sia così.
In effetti, la più grande scoperta dell'astronomia mo-
derna è che non vi era nulla da scoprirei Siamo
soli e lo saremo per sempre: da molti decenni, per
l'esattezza dal 1931, grandi "orecchie", prima elettriche
e ora elettroniche, quelle dei radiotelescopi, sono
puntate verso il cielo, ma da esso non è venuto alcun
segnale di vita intelligente. E, se mai un giorno ci
arrivasse, sarebbe partito da un punto distante milioni,
forse miliardi di anni luce e potrebbe dunque essere il
segnale di una qualche "civiltà" ormai estinta. In ogni
caso, del tutto inaccessibile: ogni dialogo sarebbe
impedito, una nostra risposta impiegherebbe tempi
infiniti.
Sappiamo bene che non basterebbe affatto
l'intera vita di un uomo, per quanto giovane, che
viaggiasse su un'astronave che puntasse su un luogo
dell'Universo dove "potrebbe" esserci vita. "Potrebbe",
dico: totalmente al condizionale. Gli astronauti (già lo
dicevamo) dovrebbero riprodursi in viaggio, per una se-
rie di generazioni e, in ogni caso, non sarebbero in
grado di farci giungere i resoconti di qualche potenziale,
ma niente affatto certo, "incontro ravvicinato". È
questo, tra l'altro, che rende risibili le fantasie degli
"ufologi", le storielle degli omini sui "dischi volanti",
equivalente moderno dei miti e delle leggende che
hanno contrassegnato tutte le civiltà in tutti i secoli: la
velocità della luce non è superabile e neppure quei
trecentomila chilometri al secondo - ammesso, e non
concesso, che sia possibile raggiungere tale limite con
un'astronave - bastano per coprire in tempi pensabili la
distanza che ci separa da eventuali luoghi dove potrebbe
esserci vita.
Ma sì, in questo senso Galileo aveva torto: per
quanto ci è possibile sperimentare (ed è l'esperienza che
qui conta, non contano le ipotesi teoriche di mondi
abitati ma inaccessibili a ogni contatto: se quei mondi
ci sono, sono per noi irrilevanti) la Terra è
davvero un unicum e l'Universo, in qualche modo, le
ruota attorno. Non sta a noi stabilire il perché di questo
privilegio: così è stato voluto.
Resta però da chiedersi perché questo spreco di
galassie, di miliardi di stelle, di spazi infiniti. Perché
questo sforzo di creazione apparentemente solo per
abbellire il cielo visto dalla Terra?
Basta pensarci un attimo per rendersi conto che
anche simili domande vengono da una visione antropo-
morfa di Dio, come quella che lo vorrebbe inserire nella
catena uovo-gallina.
Siamo noi, non Dio, che conosciamo il
significato e patiamo la realtà dello "sforzo", tanto più
pesante quanto più grande è l'oggetto da creare. E c'è
qualcosa di più grande dell'Universo? Ma per
l'Onnipotente l'in-finitamente grande e l'infinitamente
piccolo non hanno significato: nessuno "sforzo" per
popolare lo spazio infinito di materia; come nessuno
"sforzo" per far sì che in un solo cucchiaio stiano tante
molecole di acqua quante sono tutte le stelle di tutte le
galassie dell'Universo. Un divino "battere di ciglia" -
usiamo anche noi l'antropomorfismo - et voila. Ci
impressiona ciò che è grande e, almeno in parte visibile,
come le circa seimila stelle - su miliardi e miliardi - che
riusciamo a scorgere nel cielo del nostro emisfero
quando è buio e limpido al massimo. E ciò basta, se
siamo seri, per renderci pensosi. Ma, spesso, non
consideriamo ciò che è talmente piccolo da non poterlo
scorgere: ad esempio, tanto per andare alle radici stesse
della vita, in ogni rapporto tra donna e uomo, questi
"butta via" milioni
di spermatozoi per fecondare, al massimo, un
ovulo femminile. Frossard ha parlato di una sorta di loi
du gaspillage, di "legge dello spreco" che sembra
seguita dal Creatore e che conferma che "piccolo" o
"grande", "molto" o "poco" hanno un significato per noi,
ma sono del tutto irrilevanti per Lui.
Dunque, l'immensità dell'Universo non è in
contrasto con l'attenzione divina a un puntino di questo.
Così volle. E così potè e può. Quella del cristiano non è
presunzione: è la constatazione di una realtà misteriosa,
di cui proprio la scienza moderna ci ha confermato la
verità. L'Universo è immenso, più ne sfioriamo il
mistero e più ci sbalordiscono le sue dimensioni. Ma
proprio questo non fa che confermare l'ottavo salmo
(significativamente ripreso anche nella Lettera agli
Ebrei): «O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo
nome su tutta la Terra! Sopra i Cieli si innalza la tua
magnificenza... Se guardo il tuo cielo, opera delle tue
dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è
l'uomo perché te ne ricordi, il figlio dell'uomo perché te
ne curi?». Eppure, prosegue il salmista, «eppure hai
fatto l'uomo poco meno degli angeli, di gloria e di onore
lo hai coronato, gli hai dato potere sulle opere delle tue
mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi...».
Se tu dovessi concludere questa parte della nostra
conversazione facendo la sintesi stringatissima di una
riflessione lunga quasi come la vita intera su Gesù e sul
Dio di cui testimonia?
Potrei dire che ho sempre constatato che aveva
ragione Jean Guitton che, come sai, non ho solo letto ma
anche frequentato personalmente, a Parigi.
Vale a dire?
«La critica filosofica e biblica può mettere in
crisi la fede. Ma la critica di quella critica è sempre
possibile e può ricondurre a credere». Sempre,
naturalmente, che non dimentichiamo che, per volontà
divina, tutto avviene all'insegna del chiaroscuro e,
dunque, della libertà: «Assez de lumière pour croire,
assez d'ombre pour douter», abbastanza luce per
credere, abbastanza ombra per dubitare.
Dunque, mai inquietarsi per i "dubbi": sono
fisiologici, fanno parte del gioco, tanto che un antico
adagio cristiano ammonisce, addirittura, che fides sine
dubiis, dubia fides. Ma fisiologica è anche la capacita di
reazione: la "fede pensata" è possibile in ogni caso. E
non delude.
Inoltre, visto che siamo alle grandi frasi,
ricordarsi di un altro ammonimento, questa volta di
Bossuet: «La fede comporta delle oscurità. Ma l'ateismo
comporta delle assurdità».
E, per ricitare il "nostro" Ratzinger, non dimenti-
chiamo che «chi pretende di sfuggire all'incertezza della
fede, dovrà fare i conti - ogni giorno, ogni ora -con la
incertezza della incredulità». Abbiamo dei problemi? E
normale, è previsto nella dinamica stessa del credere.
Ma chi crede di contrastarci a colpi di Ragione - con la
Maiuscola, s'intende - ne ha ancora di più. Per quanto
vale, è il mio piccolo bilancio, quello che ho cercato di
giustificare non con auspici o invettive, bensì con la
ricerca, la riflessione, la scrittura.
7
IL "CERCHIO" INCOMPRESO: LA CHIESA
La fede, ricapitolando, è contenuta in questi
famosi tre "cerchi", di diametro via via minore, per
indicare l'adesione che ottengono. Se stiamo
all'Occidente di oggi, il primo, l'esistenza di Dio, è sotto
attacco. Ancor di più il secondo, la divinità di Gesù. Ma
che dire del terzo, quello della Chiesa cattolica? Non
appare, a molti, quasi indifendibile? Non sono sempre più
numerosi coloro che, come dicono i sociologi, «credono
senza appartenere»: professano cioè il solito, ma oggi più
che mai ripetuto, «Cristo, forse, sì. Chiesa, certamente,
no»? Parlando della conversione, abbiamo visto come tu
ti sia sentito naturaliter catholicus e abbia poi confermato
con la riflessione questa sorta di istinto. A decenni di
distanza, dopo non solo tante riflessioni ma tante
esperienze concrete, ti riconosci ancora senza problemi in
questa Chiesa così bistrattata?
Non vedo perché non potrei e non dovrei. Come
dicevano i santi, «può forse avere Dio per Padre chi non
ha la Chiesa come Madre?». O, per citarne in par-
ticolare uno, tra quei santi, guarda caso un convertito,
nato solo quarant'anni dopo l'editto di Costantino,
sant'Agostino: «Non potrei credere in Gesù Cristo se a
ciò non mi inducesse l'autorità della Chiesa». In effetti è
così, anche sul piano diciamo "tecnico" o, se preferisci,
storico.
Non ha mai cessato di stupirmi il
protestantesimo, i cui infiniti, sempre crescenti
frazionamenti - in lotta tra loro polemicamente e, in
passato, anche sanguinosamente - sono divisi su molte
cose ma uniti da uno dei loro drastici aut-aut: o la
Scrittura o la Tradizione. Scelgono il corno della
Scrittura, come sai, e accusano di tradimento di Gesù la
Cattolica, la chiamano la Nuova Babilonia, lo
strumento dell'Anticristo perché sta invece salda nel suo
consueto et-et.
Per noi, infatti, come è stato confermato a chiare
lettere anche dal Vaticano II, due sono le fonti della
Rivelazione, due le fondamenta su cui la fede si basa: la
Scrittura e la Tradizione. Ma in realtà si potrebbe dire
che, al fondo, la fonte è una sola: proprio la detestata
Tradizione ecclesiale. In effetti i Vangeli non sono il Co-
rano che cala dal Cielo, sono il frutto dei ricordi, delle
catechesi, degli annunci della cerchia apostolica, dun-
que della Gerarchia ecclesiale primitiva. E questa che
ne promuove e ne controlla la redazione scritta dopo
una fase orale, è questa che si arroga il diritto di inter-
pretarli in modo autorevole, è questa che sceglie tra i
molti Vangeli i soli quattro da tenere come normativi.
Quale Sola Scriptura, dunque, se questa non è
altro che Traditioì Come impugnare il Nuovo
Testamento contro la Chiesa cattolica, se è proprio essa
che - sempre sotto la garanzia, l'ispirazione dello Spirito
Santo che Gesù stesso ha promesso agli apostoli - ne ha
selezionato i contenuti e ne ha stabilito il Canone, cioè
l'elenco dei libri accettabili, rifiutandone molti altri?
Davvero non sono mai riuscito a capire come
uomini non di rado intelligenti e colti come i
Riformatori e i loro seguaci, sino a oggi, abbiano potuto
separare, anzi opporre, il "contenuto" (la Scrittura) dalla
"confezione" (la Chiesa e la sua Tradizione), se mi sono
con-
cessi, per capire, simili termini. Senza una
Gerarchia ecclesiale riconosciuta dai fedeli, dunque
autorevole e organizzata, che cosa avremmo? Avremmo
un coacervo di libelli, di favole, di miti, di frammenti di
cronaca, di testi polemici, di apologie e chi più ne ha più
ne metta, senza sapere su che cosa, in questo caos,
basare la fede. E come fanno i protestanti a escludere
quella miriade di Vangeli che essi pure chiamano
"apocrifi", se non riconoscendo un elenco stabilito con
autorità da un Magistero? Chi ci assicura che un testo è
più attendibile di un altro? Dunque, ha ragione
Agostino: credo nei Vangeli perché credo nella Chiesa.
È lei, e lei sola, che ci ha provveduti della Parola su cui
la nostra fede si fonda, trasmettendocela in modo
autentico.
Ma, visto che il Canone ce l'abbiamo ormai da
tanti secoli, continui a essere convinto che, per essere
cristiano, sia proprio necessario far parte di una
Chiesa? Anzi, proprio della Chiesa cattolica, apostolica,
romana?
Se non sapessi che la tua è una domanda
provocatoria, mi sentirei preso in giro! In effetti, anche
qui siamo di fronte a un'evidenza che non può capire
solo chi nulla abbia compreso della dinamica della fede
e della strategia del Dio cristiano. Questo, alla pari di
Allah (per tornare a lui) poteva fare tutto da solo. E,
invece, nella Sua onnipotenza, il Creatore ha voluto
avere bisogno delle creature. L'Incarnazione di Dio nella
storia umana non è stata l'incursione del paracadutista
Gesù che, una volta compiuta la missione, si è tolto il
travestimento da rabbi ebreo ed è tornato a sedersi, Puro
Spirito, sul suo trono celeste. Il Cristo è da sempre vero
Dio e, a partire da una data precisa della storia de-
gli uomini, è anche - e lo sarà per sempre - vero
uomo, cresciuto per nove mesi nel ventre non di una dea
ma di una donna. Questo Dio-uomo ha dunque voluto
avere bisogno di noi, a noi ha affidato il compito di
rappresentarlo, ci ha chiamati a essere intermediari della
sua potenza, della sua volontà, del suo perdono, sino a
quando la storia terminerà e, con essa, la vita sul pianeta
Terra e ci saranno «Cieli nuove e Terre nuove» dove,
per dirla con san Paolo, «Egli sarà tutto in tutti». Voler
fare a meno della Chiesa è amputare questo progetto
divino; voler rimuovere l'istituzione ecclesiale, voler
fare a meno della sua mediazione, è disprezzare la
volontà insindacabile del Cielo. Certo, anche qui
occorre praticare Yet-et: l'istituzione Chiesa, ma anche,
sopratutto, il Mistero del Cristo di cui è portatrice,
strumento, serva e, al contempo, Sposa e Corpo. Quello
che chiamiamo abitualmente "Vaticano" o "Santa Sede"
non è un fine in sé, è lo strumento - peraltro
indispensabile, lo dicevo, nella strategia dell'In-
carnazione - del progetto di un Dio che vuole essere tra
noi e usare noi come strumenti. Come dice un inno
cattolico: «Con la Tua forza, ma con le nostre mani».
Dunque, per te la Chiesa non è un peso?
Sai quanto detesti parole grosse e retorica.
Eppure, non posso fare a meno di dirti, con semplicità,
che non solo non è un peso ma è il maggiore degli
onori: a tal punto Dio ci ha stimati da avere bisogno di
noi, di avere voluto affidarsi a noi. Ed è, la Chiesa, un
dono: è il segno tangibile, concreto, di un Vangelo che
non resta carta, ma che si fa carne. L'annuncio e la
memoria di quella resurrezione su cui tutto si basa («se
Cristo non è
risorto...» di san Paolo) non giunge a noi
attraverso un libro inanimato, ma attraverso una catena
ininterrotta di persone, grazie a quella che si chiama la
successione apostolica. Noi non veneriamo il torchio
tipografico che stampa Bibbie che ciascuno interpreta a
modo suo - e che ogni comunità, gruppo, sètta traduce a
suo piacimento - noi stiamo alla voce viva di una
comunità viva e consapevole di essere guidata dall'Alto.
Questo non garantisce da errori pastorali, perché
qui pure, come sempre, la libertà dell'uomo è rispettata,
ma garantisce da ciò che importa: gli errori dottrinali. Il
simbolo stesso della decadenza morale del papato rina-
scimentale, il malfamato Rodrigo Borgia, papa con il
nome di Alessandro VI, è probabilmente indifendibile,
sul piano morale; ma è stimabile, perché di ortodossia
impeccabile, come maestro di fede. Non la viveva egli
stesso? Pazienza, ciò che importa è che non portasse
fuori strada il gregge, perché questa era la sua funzione
essenziale, quella di guida nell'interpretare il Vangelo.
Gesù ci ha avvertiti: quando necessario, anche per
quanto riguarda la Gerarchia, persino per il suo Capo
stesso, «non fate quel che fanno, fate quel che dicono».
Una volta, per un articolo, mi sono incuriosito a
passare in rassegna il campionario di tutte le patologie
di cui soffrirono i papi. Questa singolarissima dinastia
(la più antica e ininterrotta del mondo) è in realtà una
gerontocrazia, vista l'età media degli eletti. I troppo gio-
vani sono esclusi, anche perché soltanto l'insipienza
moderna ci ha portati a non dare il valore che merita a
quella grande ricchezza che è l'esperienza. È proprio
questa, tra l'altro, che favorisce quella pratica dell'et-et,
più che mai necessaria al vertice, che nasce dalla cono-
scenza della complessità della vita e che allontana dalle
giovanili intransigenze dell'aut-aut.
Ebbene, tutti i vecchi di questa catena che
attraversa i secoli sono stati preda di ogni malattia,
tranne che di quella mentale: visto il loro potere assoluto
sulla Chiesa, era gravissimo il rischio che, sragionando,
un pontefice impazzito imponesse a quella Chiesa teorie
strampalate, in rotta di collisione con Tradizione e
Scrittura. Ebbene, in duemila anni, questo non è mai
successo. E a me pare una prova ulteriore che Qualcuno
veglia su coloro cui è stato delegato di insegnare la fede
autentica.
È un dono, dunque, la Gerarchia, lo è quel papa
che è al vertice, lo è quella istituzione ecclesiale e tutto
ciò che a molti sembra configurare una prigione, dove il
povero credente nel "puro Vangelo" (quello, molto
spesso, che ciascuno si forgia da sé) sarebbe rinchiuso e
soffocato. E, invece, che cosa c'è di più pacificante che
l'affidarsi a guide sapienti e paterne, che il fidarsi che la
via retta non sarà smarrita seguendo pastori che - mal-
grado le loro insufficienze, le loro miserie, i loro limiti,
che li accomunano a tutti gli uomini - sono ispirati dal
Pastore Supremo che mai abbandona gli strumenti
umani di cui ha voluto servirsi come intermediari?
Dunque, della Chiesa docente, come si dice, ti
fidi senza esitazione.
Conviene ripeterlo: gli uomini di Chiesa,
compresi quelli al vertice, sono stati afflitti da tutte le
patologie fisiche; ma, ahinoi, anche da tutte o quasi
quelle morali, hanno commesso proprio quei peccati
che il loro insegnamento condannava. Ma ricordavamo
quell'esempio estremo che è papa Borgia per constatare
che, spesso, hanno razzolato male, ma hanno pur
sempre predicato bene: nel senso che non si sono mai
scostati
da un insegnamento che è rimasto costante sin
dalle origini. Quell'insegnamento si è approfondito, la
riflessione dei secoli ha portato a scoprire nuove
ricchezze che erano celate in profondo, tra le pieghe
della scrittura. Pensa ad esempio al lento, lentissimo
approfondimento della dottrina mariana, della quale
abbiamo parlato. Gesù stesso, del resto, aveva
preannunciato che la pienezza della sua Parola sarebbe
stata compresa poco a poco, sotto l'assistenza del
Paraclito, lo Spirito Santo. Ma l'insegnamento è restato
costante, nel senso che non si è mai contraddetto, è
sempre stato in continuità con la dottrina precedente.
Non è una vanteria apologetica: fu soprattutto
questa coerenza dogmatica ciò che convinse un grande
teologo come Newman a lasciare la sua amata Chiesa
anglicana e a farsi prete dell'Oratorio di san Filippo Neri
e poi cardinale in quella Chiesa cattolica che aveva
severamente contrastato. Lo studio, protratto per molti
anni, lo convinse che non erano state vane le promesse
di Gesù a Simone di essere la Pietra su cui fondare
l'edificio ecclesiale. E il carisma conferito all'apostolo,
si convinse Newman, si era perpetuato nei suoi
successori, censurabili spesso sul piano morale, ma
impeccabili nella continuità dei contenuti della
predicazione, a cominciare ovviamente dalla ossatura
centrale, quella dogmatica.
Dogmatica? I dogmi lo sai bene, hanno cattiva
fama, "dogmatico" è diventato un insulto.
Certo, ma nella società e nella cultura del
relativismo e di quel cosiddetto "pensiero debole" che è
la dichiarazione di resa e di impotenza della
postmodernità, dopo che la modernità aveva tentato di
sostituire il cristia-
nesimo con le ideologie totalitarie, rosse, nere e
di tutti gli altri colori. Il risultato è stato il Novecento, il
secolo più sanguinoso della storia, iniziato con la
carneficina inaudita di quella che non a caso chiamano
Grande Guerra, frutto inevitabile dell'ideologia
nazionalista e del patriottismo come nuovi culti, cui
offrire sacrifici umani di massa. Vennero poi gli altri
"ismi", fascismi e comunismi, che provocarono l'altro
macello che sappiamo. Visto com'è andata a finire con
il "pensiero forte" delle nuove religioni secolari, hanno
dovuto scegliere l'agnosticismo di quello "debole" che,
però, è una nuova ideologia, dunque persecutoria nei
riguardi di ehi si ostini a cercare punti saldi nel
relativismo eretto a sistema dogmatico. Non se ne esce:
c'è una sorta di maledizione negli "ismi" che si
succedono, l'uno dopo il disastro dell'altro.
Comunque, nella prospettiva cattolica, i dogmi
non sono le sbarre di un carcere, sono indispensabili
cartelli indicatori, sono finestre spalancate verso il Mi-
stero, sono rotaie per non deragliare. Del resto, la
Chiesa è stata molto parca nelle definizioni dogmatiche,
cioè indiscutibili per un credente. Ci si è limitati al
capisaldi, alle pietre angolari, alle strutture portanti.
Sta di fatto che, come ben sappiamo noi che
nella Chiesa concreta viviamo, i margini di libertà sono
amplissimi. Chi ne ha esperienza, sa che la Chiesa è
assai più grande vissuta da dentro che osservata da
fuori. In tutti i sensi.
Quanto al piano dottrinale, al suo interno hanno
sempre potuto convivere - e confrontarsi vivacemente,
magari battagliare - molte scuole teologiche, purché re-
stassero entro i pilastri portanti del Simbolo degli Apo-
stoli, il Credo che recitiamo nella messa della domenica.
Quanto poi alle scelte politiche e sociali, dogmi non ce
ne sono e non ce ne debbono essere. Lo
ricordava di continuo, tra gli altri, anche quel santo
dall'ortodossia granitica che fu José Maria Escrivà de
Balaguer. Lo so bene io che per anni, per giunta sul
giornale dei vescovi italiani o in libri stampati da editori
cattolici, ho spesso sostenuto - nel vasto territorio
dell'opinabile - tesi non condivise da altri cattolici, molti
dei quali anche vescovi e magari cardinali. Non soltanto
non ne ho subito conseguenze, ma neanche mi è venuto
in mente di sottoporle come colpe al mio confessore...
Eppure, ci sarà sempre qualcuno pronto a tirare
fuori, per accusare la Chiesa di dogmatismo intollerante,
il solito caso Galileo.
Ma sì, e che noia! Ti dirò che me ne sono
accorto quando ho superato i sessantanni: il peso,
talvolta il tormento, peggiore della vecchiaia è proprio il
tedio di veder ripetute le stesse cose. D'altro canto, è
giusto così: è normale che ogni generazione debba
ricominciare da capo e quindi scopra, con l'eccitazione
della prima volta, ciò che per noi anziani è ormai frusto,
se non insopportabile.
Ovviamente, Galileo Galilei è il mantra-principe
del benpensante, è la vittima standard del luogo comune
per denunciare la cappa di piombo cattolica. Eppure,
mai prima né mai dopo quel caso - che tutto fece per
evitare e nel quale fu trascinata anche per ostinazioni e
provocazioni di quel grande pisano - mai la Chiesa ha
preso posizione su materie scientifiche, intralciando la
libertà di ricerca. A meno che non si tratti di aberrazioni
che toccano la morale, come nell'attuale ingegneria
genetica e in altre manipolazioni da apprendisti
stregoni che suscitano l'allarme anche dei laici di
buon senso e di buona volontà.
Quando aveva quasi 70 anni, dopo una vita
onorata dalla Chiesa, tranne un prudente avvertimento
perché non trasformasse delle semplici congetture in
certezze indiscutibili, Galileo fu condannato non per
quello che diceva ma per come lo diceva, visto che le
sue stesse ipotesi - e allora erano soltanto tali, le prove
che ne diede si rivelarono errate - erano sostenute da
molti scienziati che erano al contempo frati o monaci. Il
Copernico, cui il Nostro si rifaceva, era un devoto cano-
nico polacco, rispettato dai papi ed esecrato invece da
Lutero e dagli altri riformatori che, per una volta, si
rallegrarono di una iniziativa della Chiesa cattolica e
dissero che, se fosse caduto nelle loro mani, Galileo non
l'avrebbe scampata. Invece, in mani romane, non fece
neanche un giorno di prigione e fu ospitato e confortato
da vescovi e cardinali, né gli fu impedito di ricercare e
di pubblicare, tanto che la sua opera scientificamente
più importante la editò dopo la "terribile" condanna: la
recita quotidiana di alcuni salmi penitenziali... Come
forse ricordi, sul caso Galileo ho scritto molte pagine,
basandomi su una documentazione indiscutibile. E mica
sono stato originale, ci mancherebbe: tutti possono
informarsi meglio, ma che importa della verità effettuale
agli amatori - faziosi o pigri che siano -di slogan e di
idées recues?
Comunque non occorre rifarsi alla storia, la
nostra esperienza quotidiana di cattolici che dicono il
loro parere in pubblico, per iscritto e a voce, ci conferma
quanto si sia liberi proprio dentro a quella Chiesa che
sarebbe la gabbia del dogmatismo e della intolleranza.
Dogmatismo e intolleranza contrassegnano
piuttosto l'attuale ideologia egemone, la solita, più volte
nominata
e mai abbastanza esecrata politicai correctness.
Pensa, tra altri mille esempi, quanto scandaloso sia per
essa l'antico detto: extra Ecclesiam nulla salus, al di fuori
della Chiesa non c'è salvezza. Eppure è una formula che
vale tuttora e che varrà sempre, se non si dimentica che la
Chiesa stessa è consapevole che Dio solo conosce quali
siano i suoi veri confini. Egli solo, dunque, sa chi è
"fuori" e chi è "dentro". Il battesimo in Cristo è
necessario per accedere alla vita eterna e beata? Certo,
lo afferma il Vangelo stesso, ma è la Chiesa che ha
compreso, e molto presto, che non c'è soltanto il
battesimo esplicito, di acqua, ve ne sono molte altre
forme, nascoste agli occhi degli uomini, ignote
all'interessato stesso, di qualsiasi religione o irreligione
sia, ma che provocano gli effetti salutari del sacramento
debitamente amministrato. Determinando così un'ap-
partenenza alla Chiesa invisibile, donano la Salus, la sal-
vezza eterna a qualsiasi uomo di buona volontà.
Torniamo a quanto si diceva sulla Chiesa come
onore, come dono. Parole impegnative, anche se
argomentate. Ma, se dovessi scegliere, come definiresti la
Chiesa cattolica?
Il Concilio ha dedicato, lo sai bene, una Costitu-
zione tra le più importanti, la Lumen Gentium, alla
Chiesa, usando oltre venti espressioni diverse per indi-
carla. Questa abbondanza verbale è un segno della sua
complessità, della sua ricchezza, del suo mistero. Del
suo et-et, insomma, della sua sintesi tra gli opposti:
come i suoi figli, anche la Chiesa «vuole tutto», «non
vuole rinunciare a niente».
Per il Nuovo Testamento, la Chiesa è al
contempo corpo e sposa di Cristo, è ovile, gregge,
campo, vigna, dimora, pietra, tempio, famiglia. E altro
ancora. Fra
tutti i nomi, uno dei più usati negli ultimi
decenni è stato quello di "popolo di Dio". Che va
benissimo, ovviamente, purché non diventi esclusivo e
non metta da parte i molti altri. Come nota lo stesso
Nuovo Catechismo cattolico, questa espressione è usata
soprattutto dall'Antico Testamento, ovviamente per
indicare il popolo di Israele che prefigura la Chiesa, il
cui atto costitutivo sarà la discesa dello Spirito Santo a
Pentecoste, dopo l'Ascensione al Cielo del Risorto.
Il fatto è che, anche nel predominio del termine
"popolo di Dio", subiamo l'influsso del protestantesimo
che tende inevitabilmente a slittare indietro, verso il
monoteismo ebraico: basta vedere con quali nomi vete-
rotestamentari, ben poco usati in ambiente cattolico, gli
anglosassoni battezzano i loro figli. Questa deriva, che
tende a privilegiare la Legge e i Profeti rispetto ai Van-
geli, spiega anche perché in quei Paesi, e negli Stati
Uniti in particolare, la società, pur ufficialmente "cri-
stiana", abbia riadottato istituzioni ebraiche come la sa-
cralità e l'intangibilità dello shabbat (anche se c'è in
corso una guerra, il Presidente non può non sospendere
ogni attività e ritirarsi in campagna a far sport, non a la-
vorare, alle prime ombre che annunciano il sabato), la
circoncisione per i figli appena nati (ormai di massa e di
routine negli ospedali yankee), la pena di morte commi-
nata per molti reati e senza remore né rimorsi, la facilità
e la frequenza del divorzio come una sorta di "poliga-
mia successiva", persino la fobia per alcuni cibi in qual-
che modo considerati "impuri".
Inoltre: l'egemonia attuale della immagine
veterotestamentaria di "popolo di Dio", è favorita anche
da una certa teologia "orizzontale" e ossessionata dal
sociale, per convincerci che, essendo la Chiesa un po-
polo, le si possono applicare le leggi della politica e i ri-
tuali della democrazia rappresentativa.
Giungendo (come molti Church-intellectuals
vorrebbero) all'elezione, da parte appunto di quel
"popolo", dei parroci, dei vescovi, del papa stesso. Sino
ad arrivare, se possibile, alle definizioni teologiche,
liturgiche, morali prese a colpi di maggioranze e di
minoranze, portando dunque anche qui le distinzioni -
tutte politiche e che nulla hanno a che fare con la
prospettiva religiosa - di destra e sinistra, di progressisti
e conservatori.
Un popolo, certo, la Chiesa: ma di Dio, dunque
costituito da fratelli nello stesso Padre. E non proprietà
nostra, ma Sua: anzi, secondo san Paolo, il corpo stesso
del Figlio unigenito di Dio. Ciascuno ha, per fortuna, la
sua storia e la sua sensibilità: per quanto mi riguarda,
non sono entrato nella Chiesa come in un partito politico
o in un club culturale, per confrontarmi, per discutere,
per dibattere, per far parte di una corrente. Anche se a
qualche cattolico "adulto" sembrerà scandaloso, sono
stato spinto a far parte di questo popolo per servire, per
obbedire, almeno in ciò in cui è necessario, unendo la
voce della coscienza alla pratica di una doverosa umiltà
che demitizzi l'arroganza delle mie personali opinioni.
Ma, soprattutto, mi è prezioso stare in questo popolo per
essere nutrito con i sacramenti e accompagnato sulla
strada che conduce all'Aldilà. Che è proprio ciò che non
può fare alcuna istituzione solo umana.
Quanto al tuo proposito di "servire" la Chiesa,
credo che pensassi, e pensi, alla tua vocazione di
giornalista e di scrittore.
È la sola cosa che so fare. Ne abbiamo già
parlato ma converrà ripetere: nulla ho mai scritto, né
scriverò, per
azzardare qualcosa di mio, bensì per riscoprire,
rimeditare, approfondire, riproporre ciò che sta nel
depositum /idei affidato non a me né a te, bensì ai Pastori
che, con l'imposizione delle mani da parte di altri Pastori
(il bisogno cattolico di "toccare", di far partecipare anche il
corpo) formano una catena che risale agli Apostoli stessi.
Ciò che ho sempre cercato non è il cristianesimo self-ser-
vice, bensì l'interezza della Tradizione cattolica autentica,
di cui il papa è il garante supremo e il collegio dei vescovi
in unione con lui.
L'imprimatur che, già ti dicevo, ho chiesto per i
miei libri non lo vedo come restringimento della libertà
ma come il suo contrario: è la libertà di dar fiducia a
coloro cui il Cristo stesso l'ha data e a cui ha affidato il
mandato di condurre il suo gregge. Invece che fastidio, mi
dà serenità lo scrivere pensando che qualcuno che ne ha il
carisma, non a nome suo, ma della dottrina autentica della
fede, mi segnalerà deragliamenti, insufficienze, sviste. Se
si è così attenti e severi, con controlli e certificazioni e
appositi corpi di polizia, alla genuinità dei cibi materiali,
degli alimenti del corpo, come non esserlo per quel cibo
dell'anima che sono le idee? L'Idea per eccellenza, poi: il
significato e gli effetti dell'Incarnazione di Dio !
L'ortodossia della fede è dunque, per te, cosa
essenziale.
Mi sembra ovvio. Non dimenticare che è meglio
non conoscere che conoscere in modo sbagliato. È da pre-
ferire chi ignora del tutto a chi è convinto di sapere ed è
dunque fissato nella sua prospettiva. Sappiamo tutti, per
esperienza, che è ben più facile trovare l'ascolto e . magari
- se Dio vuole - l'adesione di un agnostico lon- 1 tano da
conoscenze religiose che di un militante o an-
che solo di un simpatizzante di un gruppo che
legge liberamente i Testi Sacri. O di uno che si è fatto
un cristianesimo "a modo suo". Sai, quelli che ti dicono,
con aria di chi la sa lunga e crede di ragionare con la
sua testa: «Io credo, ma alla mia maniera»...
Non lo si ripeterà mai abbastanza: ciò che deve
guidarci, in tema di fede, è la ricerca della verità
oggettiva, non la ricerca della religiosità che ci piace,
che ci convince soggettivamente, che "ci fa sentir
bene", che "ci conviene". Non vale, qui la logica del
supermercato, dove si gira tra gli scaffali con il carrello,
riempiendolo di ciò che ci pare. Ci sono, per fortuna,
sensibilità, sottolineature, stili, esperienze che fanno sì
che la teologia sia policroma, che molti siano i "dottori
della Chiesa": ma nessuno, in essa, ha, né può avere,
una dottrina propria. È un mosaico con infinite tessere,
che compongono tuttavia un unico quadro.
Quanto a me, quando scrivo di cose di fede, ciò
che cerco è sentire cum Ecclesia, è sentirmi inserito
nella Sanctorum Communio, così che la mia fonte - che
è poi quella cui cercare di indirizzare anche i lettori -
non sia nient'altro che il catechismo cattolico. Paolo
faceva il "battitore libero", percorrendo l'Impero ad
annunciare che il Cristo era giunto in Gesù, ma si
preoccupava di confrontare il suo Vangelo con quello di
Pietro e degli altri, salendo periodicamente a
Gerusalemme per incontrarli, «per non trovarmi nel
rischio di correre o di avere corso invano», come scrive
ai Galati. Nota che per lui - apostolo per eccellenza -
nulla vale (un «correre invano») la predicazione, anche
la più appassionata, se la fede che si annuncia non è in
consonanza con quella della Chiesa.
Cerco, dunque, di indirizzare al catechismo. Il
quale, come ricordammo, è la sintesi, la Summa, visto
che uni-
sce quelle che, come ha ribadito l'insospettabile
Vaticano II, sono «le due fonti della Rivelazione»,
Scrittura e Tradizione. Dunque, la carta e la carne, la
Parola eterna e la sua attualizzazione per noi, che
viviamo nel tempo. E, per chi volesse ancor più
approfondire, c'è il fondamento del catechismo stesso:
quello che tra noi, cultori di queste cose, chiamiamo il
Denzinger, cioè la raccolta delle risoluzioni dei concilii
e dei più importanti documenti magisteriali in materia
di fede. Ogni tanto lo leggo ad apertura di pagina; e
ogni volta mi stupisco dell'organicità di un pensiero che
ha attraversato tutte le epoche storiche - dall'Impero
romano al postmoderno attuale - senza mai smentirsi,
facendosi sempre più profondo di secolo in secolo, ma
senza snaturarsi. Siamo davvero davanti alla maggiore
delle cattedrali del pensiero, dove tout se tient, dove
ogni elemento ne suppone e ne presuppone un altro.
E questo, come hai scritto più volte, costituisce
per te un elemento importante di "credibilità", di verità
del cattolicesimo.
Se si fosse davvero partiti da un coacervo di
materiali eterogenei, da un ammasso di detriti sospetti,
da un cumulo di leggende e di miti orientali mescolati
ad altri ellenistici (questo, secondo scettici e negatori,
sarebbero le Scritture giudeo-cristiane) si poteva forse
costruire il maggiore edificio dottrinale della storia, con
una solidità tale da sfidare il tempo e da permettere
infiniti approfondimenti, senza snaturare la coerenza
interna dell'insieme? Non so se abbiamo già ricordato la
frase beffarda di quel Benedetto Croce che, lo sai bene,
considerava la teologia come lo stadio infantile della
filoso-
fia, che sarebbe l'unico approdo possibile per
l'uomo razionale ed adulto e dove le sole divinità
sarebbero le solite cose astratte di ogni ideologia (anche
il liberalismo lo è) come la Libertà, lo Spirito, la Storia.
Dice, quella frase crociana: «La teologia è quella strana
scienza che si occupa di cose che non si sa se esistono».
Una constatazione che sembra oggettiva, visto
che "teologia" è, etimologicamente, un "discorso su
Dio", dunque presuppone la fede. Eppure, molte volte
mi è venuto un sospetto, "carotando" il Denzinger, scor-
rendo ammirato e un po' intimidito le migliaia di pagine
delle grandi Summae o anche leggendo saggi non solo
antichi ma pure moderni su temi di fede. Confron-
tandomi, insomma, con ragionamenti contrassegnati non
solo da una solida coerenza intellettuale, ma anche dalla
capacità di far scaturire dalla Scrittura ricchezze infinite
e appaganti sia per la mente sia per il cuore.
Il sospetto che mi ha colto è dunque questo: quel
Dio che «non si sa se esiste» non è provato, in qualche
modo, proprio da questo "discorso su di Lui"? Può
essere davvero inesistente una Realtà come quella
proposta dal cattolicesimo, che ha in sé la capacità di
produrre tante ricchezze intellettuali e morali,
constatabili anche da chi non ne presupponga la verità?
Se il frutto è una teologia di tale sapienza e coerenza che
dopo venti secoli di riflessione è ancora in linea con le
premesse e al contempo straordinariamente
approfondita, possiamo forse negare che all'origine di
quel frutto ci sia un albero di una ricchezza che va al di
là dell'umano?
Anche le ideologie, queste religioni secolari,
hanno tentato di costruire una loro teologia. Al
nazionalsocialismo sono bastati 12 anni di applicazione
concreta per finire come sappiamo. Il marxismo ha
resistito 70 anni alla prova della storia e alla fine è
imploso, si è afflo-
sciato senza onore né gloria su se stesso: vinto
non dal nemico esterno, ma dalla contraddizione e
vacuità interne. Ci rendiamo conto che il pensiero che
anima la Chiesa la regge sin da quando Roma era
all'apogeo del suo impero?
Insomma, pur conoscendo solo una parte della
sterminata ricchezza cattolica, ma essendo consapevole
di quale essa sia, l'originalità che ho cercato di
praticare in quanto scrivo non è certo quella che
riguardi i contenuti. Semmai, ha riguardato lo stile, il
modo di porgere, di organizzare, di divulgare quei
contenuti. Chi sono io, per impancarmi a giudice,
magari a ridicolo innovatore di tanta sapienza, nutrita
(non dimentichiamolo!) da tanta preghiera?
Per tornare ai nomi, che non sono di certo
irrilevanti: oltre a "popolo di Dio" (da usare con le
precisazioni e magari le cautele che dicevi), quali sono
le definizioni della Chiesa che più ti coinvolgono?
Ribadendo che della libertà cattolica fa parte il
rispetto della sensibilità e della storia di ciascuno (dun-
que, ciascuno può avere le sue propensioni, purché
non escludano le altre) mi risuonano in modo partico-
lare le definizioni della Chiesa come "Madre", come
"Casa", come "Patria". All'inevitabile secchezza dell'i-
stituzione, peraltro necessaria e, per chi la conosce,
lontana da eccessi di rigidezza - se leggi il Codice di
Diritto Canonico hai la sorpresa di trovarlo pieno non
solo di sapienza ma anche di umanità, di messe in guar-
dia ma pure di balsami - deve accompagnarsi il calore,
l'intimità espressi da immagini simili.
Ma molto amo la Chiesa anche come
"Maestra".
Anzi, proprio questa funzione è una delle sue
ragioni di esistere. E, in questo, non faccio che ribadire
quanto dicevo sopra. A Pietro e ai suoi successori sono
state affidate le chiavi, i codici per la comprensione del
Vangelo, secondo l'intenzione del suo Protagonista
stesso. Guarda che guazzabuglio di errori e di derive
disastrose, là dove la Chiesa non è Maestra o vorrebbe
magari esserlo, ma non ne ha i mezzi soprannaturali,
non ha la garanzia dell'assistenza dello Spirito! Non
dimenticare che, per dirla con Pascal, pour bien agir
bisogna innanzitutto bien penser. se usciamo dalla
verità perché non abbiamo un Magistero che ci indirizzi,
anche la nostra carità sarà deviata, invece che benefica
potrà essere dannosa, esercitandosi verso obiettivi e con
modi apparentemente positivi, in realtà errati.
Qui potrebbe inserirsi almeno un tentativo di far
comprendere le ragioni di quella Inquisizione che, come
ben sai, è forse il "tormentone" che più viene agitato,
come un'arma contundente, contro la Chiesa del
passato. Oggi ciò che conta è solo la salute del corpo,
per essa moltiplichiamo i controlli e le prevenzioni e
pretendiamo di essere difesi e assistiti al meglio dalle
autorità pubbliche. Ma, per le culture impregnate di
religione, quelle per le quali la fede non era un'ipotesi
ma una realtà evidente e il fondamento stesso della
società, ciò che più importava, prima e più della salute
del corpo, era la salvezza dell'anima.
L'Inquisizione era l'equivalente del nostro
ministero della Sanità, vegliava perché il nutrimento
dello spirito non fosse inquinato, i suoi processi
avevano un valore "medicinale". Questo, in effetti, era il
termine impiegato. Era sempre pronta a perdonare se
l'inquisito riconosceva il suo errore, se ritornava nella
prospettiva dell'ortodossia e cessava così di essere
malato e conta-
gioso. Essa non agiva, come sai, contro ebrei o
musulmani. Che erano altra cosa e dunque non
pericolosi, bensì contro cristiani sospettati di adulterare
la Parola di Dio e che, pertanto, potevano ingannare i
credenti nel Vangelo. Era la gente stessa che la esigeva:
possibile che nessuno storico faccia notare che non ci
furono mai rivolte né proteste di popolo contro la sua
esistenza e il suo modo di procedere? La gente la voleva
per sua tranquillità, così come oggi pretendiamo di es-
sere tutelati dalla medicina pubblica. Era tale, questa
esigenza popolare, che gli inquisitori ebbero una fun-
zione moderatrice, intervenendo a placare sospetti, agi-
tazioni, pericoli di giustizia sommaria, ricorrendo se
necessario a una propria polizia armata e, ristabilito
l'ordine, mettendo al lavoro tribunali di cui la storio-
grafia moderna ha riconosciuto l'equità, la prudenza, il
rispetto delle regole.
Qui, come ovunque altrove, l'agire della Chiesa
va giudicato secondo le sue proprie prospettive e cono-
scendo e, dunque, rispettando lo spirito di tempi che
non sono più i nostri. Ripeto spesso che il peccato
mortale dello storico è l'anacronismo, è l'applicare, cioè,
al passato le nostre categorie, considerate (con un errore
prospettico^1 come il punto assoluto per giudicare del
bene e del male, mentre le future generazioni, come è
sempre avvenuto, ne daranno un giudizio probabilmente
severo. Siamo ipersensibili alla giustizia verso i vivi; e
dimentichiamo che anche i morti hanno diritto a essa. E
tra i morti bisognosi di giustizia metto quegli inquisitori
che, come sempre avviene ovunque ci siano uomini,
commisero anche errori e abusi, ma che erano mossi da
un'esigenza di salvaguardia del popolo di Dio che
sentivano come meritoria e non certo infame, come tanti
la vollero giudicare quando nella
società vinse il relativismo e non si credette più
in una Verità con la maiuscola.
Fra l'altro, anche qui andrebbe applicato un
metodo che quasi mai è praticato: giudicare, cioè la
Chiesa non solo per ciò che ha fatto ma per ciò che ha
evitato. Tra i motivi che rendevano ben accetta al
popolo l'Inquisizione - e che temperano oggi il
giudizio di storici anche laici - c'è il fatto che, dove
aveva forza per intervenire, non scoppiavano le
terribili guerre tra cattolici e riformati che desolarono
l'Europa centrale e, per decenni, la Francia, ma che
risparmiarono il Mediterraneo latino nonché la fascia a
Sud, la più cattolica, del mondo austro-germanico. Non
sono bazzecole: cataste di morti risparmiate, oltre a
devastazioni, carestie e, di solito, peste portata dalle
soldatesche.
Insomma, che ti posso dire? Sono uno che riesce
ancora a commuoversi ripetendosi a memoria i versi
manzoniani sulla nascita della Catholica, a Pentecoste:
«Madre dei Santi, immagine / Della città superna; /
Del Sangue incorruttibile / Conservatrice eterna; / Tu
che, da tanti secoli, / Soffri, combatti e preghi, / Che le
tue tende spieghi / Dall'uno all'altro mar; / Campo di
quei che sperano; / Chiesa del Dio vivente: / Dov'eri
mai? Qual angolo / ti raccogliea nascente...», e così
via.
So che ti è molto caro il concetto (e la realtà) di
quella che viene chiamata "Comunione dei santi". Quella
"comunione" che unisce tutti i membri della Chiesa e la
cui fede professiamo ogni volta che recitiamo il Credo
ma che a molti suona incomprensibile.
Diciamo che sembra strano, persino poco umile,
visto che per noi i "santi" sono solo i pochi inseriti
nel-
l'apposito Canone, cioè elenco: dunque, i
"canonizzati". In realtà, "santi", come insegna san
Paolo, sono tutti coloro che sono stati battezzati e che,
quindi, possiedono la "grazia santificante" che promana
dal sacrificio di Cristo. La "comunione dei santi"
consiste, come dice il Nuovo Catechismo, che ti rileggo
per ripassare insieme il concetto, «nell'intima unione tra
i membri della Chiesa militante, quella cioè che ancora
vive e combatte sulla terra, della Chiesa purgante, for-
mata da coloro che si "purgano" dalle conseguenze
delle loro colpe prima di essere degni di accedere alla
presenza di Dio, e della Chiesa trionfante, composta da
coloro che godono della gioia eterna e della luce che
non avrà tramonto».
Questa solidarietà che va al di là della morte è
tra le cose più belle e più consolanti: io posso aiutare -
con preghiere, atti di carità, sacrifici - i defunti; e questi
possono intercedere per me presso il trono del Cristo. Il
legame, fattivo e solidale, tra i membri della Chiesa non
è interrotto dalla morte. In quale patria umana, terrena, i
concittadini godono di una tale unione?
Ma è una comunione che vale anche tra vivi: i
meriti degli uni possono essere offerti per compensare i
demeriti degli altri. Se questa è - come è - la realtà
invisibile e al contempo concreta della Chiesa, non c'è
da inquietarsi, c'è da compiangere i tanti che non
vedono che "il Vaticano" e che ti parlano scandalizzati -
chessò? - degli affari dello IOR, delle "ingerenze
politiche" della Conferenza Episcopale, della
distribuzione dell'otto per mille e di altre cose del
genere. Cose del tutto irrilevanti, rispetto alla ricchezza
misterica che è celata dietro le crepe, le impurità,
magari gli scandali dell'involucro istituzionale.
Sono molti quelli che pretenderebbero che la
Chiesa cambiasse, sotto la spinta dei tempi, la sua
prospettiva etica di sempre: dunque, sacramenti ai
divorziati risposati, approvazione dei contraccettivi,
tolleranza per l'aborto, funerali solenni a ogni suicida,
benedizione delle coppie omosessuali, e così via.
C'è, anche qui, l'ignoranza di che cosa sia la
Chiesa, da parte di tanti che pure sono colti, magari
intelligenti, ma che proprio non riescono o non vogliono
capire. E dire che, almeno in questo caso, non occorre la
visione di fede per comprendere che il papa, i vescovi, i
pastori in generale non sono i proprietari, bensì gli am-
ministratori del tesoro, il depositum fidei, che è stato
loro affidato perché lo custodiscano, non nascondendolo
bensì approfondendolo, diffondendolo, praticandolo.
Senza però mutarlo o tradirlo, neanche nelle più piccole
cose: «In verità vi dico, finché non siano passati il cielo
e la terra, non passerà dalla Legge neppure uno iota o un
segno, senza che tutto sia compiuto».
Il papa, nella Chiesa, può tutto. Tutto, tranne
modificare i contenuti della fede. Tutto, tranne ignorare
o mutare la Scrittura, così come è letta e ufficialmente
proposta dalla Tradizione.
Per fermarci un momento sul pontefice romano,
che è davvero l'ultimo dei sovrani assoluti. Il diritto
canonico vincola ogni membro della Chiesa, ma non il
suo Capo in terra che, almeno rispetto a quel diritto (non
quanto al Credo, lo abbiamo appena detto) è legibus so-
lutus. Rileggiamo che ne dice il Nuovo Catechismo, per-
ché ricordarlo - riflettendo su ogni parola - può essere
utile per capire fino in fondo che cosa sia, per il cattoli-
co, il "principio petrino" e quanto ci identifichi e ci dif-
ferenzi rispetto a ogni altra confessione cristiana: «Il Pa"
pa, vescovo di Roma e successore di san Pietro,
è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell'unità
della Chiesa». Si continua: «È il vicario di Cristo, capo
del collegio dei vescovi e pastore di tutta la Chiesa, sulla
quale ha, per divina istituzione, potestà piena, suprema,
immediata e universale».
Ha, insomma, poteri che in qualche modo lo
assimilano alla figura dell'imperatore romano: eletto,
questo, dall'assemblea dei senatori, come quello dal
collegio dei cardinali. Al suo potere "centrale" si
affianca quello locale di patriarchi, arcivescovi, vescovi,
in qualche modo equivalenti ai governatori romani delle
province e ai prefetti. Come ogni suddito dell'impero
poteva fare appello all'imperatore, così anche nella
Chiesa, a ogni battezzato è lecito il ricorso al pontefice.
I colori stessi portati dalla Gerarchia cattolica (il rosso
dei vescovi, il porpora del cardinali, il bianco del papa)
ricalcano quelli della tradizione romana. Per non dire,
ovviamente, della lingua, quel latino che, malgrado
tutto, è tuttora sua lingua ufficiale.
Proprio quest'ordine istituzionale di provenienza
"pagana", però, è rimproverato alla Chiesa dai
protestanti e anche dai contestatori postconciliari, quelli
che esigerebbero il ritorno a quella che chiamano la
"Chiesa precostantiniana".
Quanto a me, non solo mi guardo dal denunciare
questa continuità con l'antico ma, al contrario, la con-
sidero preziosa. Il cristianesimo, come dicevamo da
qualche parte, è straordinario, anche perché è una fede
di "adorazione" che si innesta, continuandola, su una
fede "di annuncio", quello proclamato dalla catena dei
profeti di Israele. Venti secoli di giudaismo, che
servono come base solida e tronco vitale a venti secoli
(per ora...) di cristianesimo. Da Abramo al papa at-
tualmente regnante, senza soluzione di continuità. Un
caso unico, come notavamo.
Alla continuità nella fede con Gerusalemme si
affianca la continuità, nell'istituzione ecclesiale, con il
più antico, esteso, illustre degli imperi, quello di Roma.
Pure in questo il Vangelo non è un meteorite piombato
dal cielo, anche in questo è incarnazione, è umanizza-
zione, è sintesi della storia degli uomini: una storia che,
da solo, in qualche modo copre tutta intera, con questo
legame sia con Gerusalemme sia con Roma. C'è qui, se
vuoi, un altro vistoso et-et. Ma c'è qui un altro degli
adempimenti di una delle parole di Gesù che più amo,
perché più densa di significato, ma che troppo spesso
non è stata meditata come merita: «Non sono venuto per
abolire ma per completare».
Per fare un esempio importante di una simile
"totalità": in Ipotesi su Maria ho esaminato le tesi
"compara-tiste", che andarono di moda ai tempi della
Belle Epoque ma che qualcuno prende ancora sul serio e
secondo le quali il culto mariano non sarebbe altro che
una reviviscenza del culto della Grande Madre, presente
da sempre nelle religioni del mondo intero. In realtà non
è così, come ho mostrato appoggiandomi a
insospettabili studiosi, più aggiornati che quelli con
barbe e cilindri dell'Ottocento. O, almeno, non è del
tutto così, perché è certo che qualcosa di quel simbolo
eterno dello spirito umano è stato assunto, purificato,
cristianizzato nel comprendere e predicare la figura
della Theotókos, Madre di Dio e al contempo Vergine,
Immacolata e Assunta. Ma questa inclusione è una
ricchezza di cui essere custodi gelosi, mica è un motivo
per dubitare, quasi
( che il cristianesimo fosse un ammasso di miti e
leggende di molte provenienze! Nel sistema
cattolico deve esserci posto per tutto quanto di
autentico, degno, profondo è stato intuito dallo slancio,
dall'istinto, dalla passione religiosa dell'umanità intera. Non
a caso san Paolo ci esorta: «Esaminate tutto, tenete ciò che
è buono!».
Pensiamo all'architettura: il cristianesimo dei primi
secoli non creò un suo stile (nemmeno nelle catacombe,
esemplate su quelle giudaiche cui, però, aggiunse le im-
magini, vietate dall'ebraismo: qui pure la somma, non il
rinnegamento), non creò ma non esitò ad adottare la
struttura del tempio greco e della basilica romana per
celebrarvi il suo culto, del tutto originale ma dove - al
contempo - vi erano influenze sia della liturgia giudaica
sia di quella pagana. Ad esempio: pare certo che il canto
gregoriano sia una continuazione e una trasfigurazione
della musica che risuonava, prima della distruzione, nel
Tempio di Gerusalemme, dove bruciava lo stesso incenso
che brucerà nelle chiese, mentre molti paramenti e arredi
liturgici derivano da modelli pagani, le cui festività sono
state sostituite, spesso nelle stesse date, dal calendario
cristiano. Il quale è in se stesso un bell'esempio di et-et: dei
giorni della settimana, cinque derivano dalla mitologia
pagana (Luna, Marte, Mercurio, Giove, Venere), uno - il
sabato - dal giudaismo (dal quale è assunto anche il ritmo
settenario), mentre la domenica è il dies Domini, il giorno
del Cristo risuscitato. C'è da riflettere e da trarre
insegnamento: le ideologie tentano di distruggere il
passato, di fare tabula rasa. Pensa al grottesco e artificioso
calendario della Rivoluzione francese. Il cristianesimo,
invece, ingloba, annette, trasfigura. Tra i molti pensieri, mi
viene quello sul "giorno di Giove", il re dell'Olimpo, che
conserva il suo nome ma diventa il giorno dell'eucaristia e
del sacerdozio cristiano.
Ciò che è avvenuto nell'architettura religiosa e in
quella infrastruttura del tempo che è il calendario, è
avvenuto pure nella teologia e nella devozione: non,
peraltro, come un ammasso sincretistico, ma come ap-
profondimento, purificazione, arricchimento, sintesi
vitale. Per stare al Mistero cristiano per eccellenza,
quello fondante, la Trinità divina, mi basta aprire Iliade
e Odissea - e tante altre opere della classicità - per ap-
prendere come il paganesimo avesse una sua credenza
"trinitaria". Visibile e invisibile erano divisi in tre regni:
sulla Terra e il Cielo governava Zeus, sul mare Po-
seidone, sugli inferi Plutone. Un esempio tra mille di
continuità che è al contempo trasfigurazione.
Guarda il nome stesso del vicario di Cristo:
Ponti-fex Maximus, cioè il Sommo Sacerdote romano.
Nel deposito cristiano, completamento di quello ebraico,
sono finiti - cogliendone l'essenza e rileggendola alla
luce del Vangelo - oltre all'Olimpo, elementi del mi-
traismo e delle altre religioni misteriche e persino ele-
menti del culto egizio e del buddismo, nonché addirittura
tracce degli animismi africani. Questa sintesi vitale -
sempre aperta - che scandalizza qualcuno, riempie di
meraviglia e di gioia chi ama il "secondo il Tutto" del
cattolicesimo. Io, per quanto conta, sono tra quelli.
Ancora una volta, ha torto Yaut-aut di coloro che
vorrebbero il Vangelo come un monolite isolato in una
sua "purezza" che, escludendo la storia dell'umanità,
renderebbe l'incarnazione come l'incursione di un
Alieno. A Betlemme non è atterrato un ufo. Lì, sotto
Augusto, è nato Colui che disse: «Ecco, io faccio tutte le
cose nuove». Ha rinnovato, non ha ignorato o distrutto le
"cose" che già c'erano e che meritavano di essere salvate.
Ma torniamo alla struttura istituzionale cattolica.
Occorre tornarci, perché è importante
aggiungere che la struttura della Catholica è sì quella
basata sul papa come «principio e fondamento dell'unità
della Chiesa», ma non è soltanto quella. La complessità,
non il semplicismo: come al solito, grazie a Dio!
Osservava, ammirato e pensoso, Cari Schmitt, il giurista e
filosofo del Diritto, che, nell'intera storia del mondo, solo
la Chiesa romana è riuscita a riunire in sé le tre forme
fondamentali del politico: è una monarchia assoluta, per il potere
che abbiamo appena ricordato del pontefice; al contempo è uri
aristocrazia perché sono i suoi prìncipi, i cardinali, a scegliere tra
loro chi assurgerà al vertice e accanto a essi c'è la folla di quegli
altri "nobili" che sono i vescovi e sussiste la distinzione tra clero e
laici; infine, è una democrazia radicale, perché chiunque può
entrare a far parte della sua classe dirigente, salendone i gradini
sino al vertice, sino al soglio di Pietro. Come ben sai, la storia è
piena di papi venuti da famiglie modestissime, se non miserabili.
Ma è radicalmente democratica, più di qualunque sistema politico,
anche perché chiunque - quale che sia la sua razza o sesso o stato
sociale o cultura o età - può ottenerne la cittadinanza con il
battesimo, che non può essere negato ad alcuno che lo chieda con
desiderio sincero. Aggiunge Schmitt che è democratica pure
perché, in essa, davvero, «la legge è eguale per tutti»: ed è quella
del Decalogo e del Discorso della Montagna di Gesù. In questo
senso tutti, quale che sia il loro ruolo, hanno gli stessi diritti e gli
stessi doveri.Detto tra noi: anche in questa sapienza e
completezza istituzionale, non ti pare di vedere le
tracce, gli indizi, i sospetti dell'ispirazione di Qualcuno?
Possono gli uomini, da soli, giungere a tanto?

Torniamo un momento a coloro che vorrebbero


che la Chiesa "si adegui ai tempi", concedendo tutto ciò
che la mentalità comune di oggi reclama.

Nella prospettiva cattolica, la carità deve sempre


accompagnarsi alla verità. Ci sono casi in cui - dopo es-
sersi confrontato con la Rivelazione e la Tradizione, di
cui è amministratore - il Magistero spalanca le braccia -
magari anche, umanamente, a malincuore - e confessa:
«Non possumus».
In ogni caso, l'ossimoro cattolico interviene qui
come ovunque altrove, come può testimoniare chi ne
abbia pratica: intransigenza sui princìpi e pragmatismo
caritatevole davanti alla realtà concreta. Come il buon,
vecchio parroco, che tuonava dal pulpito ed era com-
prensivo e affettuoso nel segreto del confessionale. Sa-
peva distinguere, insomma, tra la nozione astratta del
peccato e la persona viva del peccatore. Ipocrisia catto-
lica? Non diciamo stupidaggini. Semmai, quel beneme-
rito realismo sulla condizione umana, quella capacità di
aprirsi alla vita e ai suoi infiniti casi che non conoscono,
nel loro fanatismo, le ideologie moderne: quelle che
dicono di amare l'umanità, ma che rimuovono, quando
non odiano, l'uomo concreto e la sua piccola, grande
storia.
C'è un tragico aneddoto che mi ha sempre
colpito: Robespierre, l'Incorruttibile, l'Apostolo della
ascesi laica, della Moralità imposta alle masse e che, in
nome della sua astratta Virtù, mandò migliaia di persone
sulla ghigliottina. Quando toccò a lui e giunse in piazza
sulla carretta dei condannati, vide la macchina di morte
per la prima voltai Sapeva a mala pena dov'era montata
e solo in teoria come funzionava: quelli che aveva
spedito su quel palco non erano uomini e donne
concreti, non erano carne e sangue, gioie e dolori, desi-
deri e paure, giovani e vecchi con un nome e un co-
gnome, erano solo simboli, esponenti astratti del Male
secondo la sua etica dottrinaria. Tutte quelle teste moz-
zate (undicimila in un solo anno) non erano che dossier
sotto i quali quel sacerdote della Dea Ragione aveva
apposto la sua firma, senza problemi di coscienza,
convinto anzi di servire la causa di una società perfetta.
E, invece, per il cristiano: additare l'ideale, non
rinunciarvi mai, sforzarsi sempre di raggiungerlo ed es-
sere, al contempo, pronti a capire le debolezze della
natura ferita dal peccato originale, esercitare verso la
persona concreta (a cominciare da noi stessi, bada), la
pazienza stessa del Dio biblico, che sa aspettare, si ad-
dolora, si rallegra, addirittura talvolta si pente e torna
sulle Sue drastiche decisioni e ritira le minacce. Antro-
pomorfismi della Scrittura, certo; generi letterari da in-
terpretare, ma che esprimono una realtà profonda, che è
il contrario del feroce giustizialismo "laico". Può esservi
cosa più saggia e umana di questa presunta "doppiezza
cattolica", di questa deprecata "ipocrisia clericale"?

Ma questa Chiesa, davvero non ti ha mai deluso?

Come potrebbe? Ma non certo perché, nel suo


volto umano, sia sempre e comunque impeccabile, bensì
per la sua natura stessa.
Prima di chiarirmi su questo punto, vorrei
ricordare ciò che è essenziale, ciò che dovrebbe essere
ovvio, ma di cui tanti non sembrano consapevoli: non ci
siamo "noi" da una parte e la "Chiesa" dall'altra. In
quanto battezzati e, dunque, innestati nel Corpo stesso
di Cristo, non siamo ospiti, osservatori, simpatizzanti,
ma noi, anche noi, siamo la Chiesa. Ciascuno ha il suo
ruolo, il clero e i laici, ma come non può esistere la
comunità cattolica senza i ministri ordinati, non può
esistere neppure senza chi prete non è. Tra l'altro, la
riscoperta conciliare della dottrina neotestamentaria del
"sacerdozio comune" che contrassegna ogni battezzato -
e, dunque, la ritrovata dignità piena di ogni membro
della Chiesa -favorisce la consapevolezza di far parte di
una casa che è nostra e in cui abbiamo un ruolo preciso.
È un po' banale, ma forse vale anche qui la parafrasi di
una frase sin troppo famosa: prima di chiederti che cosa
la Chiesa fa per te, chiediti che cosa tu puoi fare per la
Chiesa. Per te stesso, cioè. Per la casa di cui non sei
affittuario temporaneo ma comproprietario a titolo
pieno.
Mi infastidiscono quei cattolici lagnosi da cui
escono auspici incomprensibili per un battezzato: «La
Chiesa dovrebbe... la Chiesa non dovrebbe...». Ma non è
questa, lo dicevamo, la tua "Nazione", di cui fai parte
con una profondità sconosciuta al mondo? Cos'è questa
mentalità clericale, per la quale solo preti e suore
sarebbero "la Chiesa"? Cos'è questa deformazione
"sindacale", secondo la quale, da una Chiesa intesa
come Gerarchia assisa in un empireo inattingibile, si
invoca, anzi si pretende, «maggior spazio per i laici»,
«maggior valorizzazione per le donne»? Laici e donne si
diano da fare, avranno tutto il posto che desiderano, se
mostrano la volontà e le capacità per ottenerlo. Come
conferma la storia della santità, ma anche quella della
cultura cattolica, tutti i credenti - e non solo da dopo il
Concilio - hanno avuto il ruolo, spesso eminente, che le
loro virtù e capacità meritavano.
Permettimi il riferimento personale: qualcuno
crede che abbia atteso qualche documento ecclesiale sul
laicato o un incarico, un'esortazione della "Chiesa", in-
tesa come Gerarchia o Nomenklatura vaticana, per la-
vorare alla stesura di libri che tentano di confermare
fede e fiducia nel suo Credo (che è anche il mio) e nella
sua istituzione anche umana? Credi forse che mi sia la-
gnato di ciò che è avvenuto in realtà e che è giusto il
contrario di un input, di un appoggio: cioè, lo scettici-
smo se non l'ostilità di un certo milieu clericale? Potrei
narrarti casi gustosi: come quello di una grande rete in-
ternazionale di librerie cattoliche, gestite da frati e
suore, che si è rifiutata di vendere Rapporto sulla fede,
giudicato come «manifesto della restaurazione» del pe-
ricoloso Panzer-Kardinal. Solo ai clienti fidati e che
proprio insistevano, suore e frati lo consegnavano
traendolo furtivamente da sotto il banco, dove stava
celato quasi fosse un libro pornografico. Di aneddoti
simili ne ho a iosa, ma tu pure potresti arricchire, e di
molto, la collezione.
Ma dovrei forse fare il vittimista? Mica ho
lavorato per me o per "il Vaticano" o per compiacere le
ossessioni del momento di qualche prete rancoroso e
dalla testa infiammata dalle idee del "mondo", scoperto
da poco dopo la lunga reclusione nel serraglio clericale.
Se ho lavorato per la Chiesa quanto ho potuto, senza at-
tendere sollecitazioni e buffetti compiaciuti sulla guan-
cia, è perché io stesso ne sono una parte infinitesima per
gli uomini, ma di infinita importanza per il Dio di
Cristo, come avviene per ogni persona che il battesimo
ha inserito in questo popolo "sacerdotale".
Giusto al proposito: è un popolo, questo, in cui
vige da sempre quel "principio di sussidiarietà" che da
qualche tempo ha scoperto, come fosse una novità, anche
il mondo politico e che è tra l'altro una delle basi della
Comunità europea.

Proprio così. La sussidiarietà. Il principio


secondo il quale ciascuno, all'interno di un'istituzione, fa
- al suo livello - tutto ciò che può e lascia alla istanza
superiore - che ha compiti di controllo generale e di
coordinamento - unicamente ciò che essa sola può fare.
Per stare alla Chiesa, pensa (un esempio tra mille) agli
innumerevoli ordini, congregazioni, movimenti, sorti in
ogni secolo e ciascuno dei quali ha una vocazione, un
carisma, un impegno particolare a servizio di specifici
bisogni ecclesiali e umani.
A differenza di quanto avviene negli Stati, che si
dotano di una sempre crescente quantità di strutture per
rispondere ai bisogni loro e della società, creando così
burocrazie famose per i costi pari alla inefficacia,
nessuna di queste realtà religiose è stata fondata per
iniziativa diretta della Santa Sede, né è da lei gestita.
Sono figli della Chiesa che hanno agito e agiscono in
proprio, seguendo le leggi della carità e lavorando in
libertà, elaborando essi le regole, adunando essi stessi i
mezzi economici necessari. Operano per sé stessi, per il
loro interesse spirituale, perché primo dovere di ogni
credente è impegnarsi per la sua salvezza eterna; e fine
primario del battezzato è adoperarsi per conseguire il
paradiso o, almeno, limitare il più possibile i danni del
purgatorio. Ma operare per se stessi, nella prospettiva
evangelica, significa operare per gli altri, aiutandoli
nelle loro necessità: lo fanno anche il monaco o la
monaca di clausura, assicurando al mondo il più
invisibile, misterioso eppur efficace servizio sociale,
quello della preghiera di intercessione per tutti. Infine,
operando per sé e per gli altri, operano ovviamente
anche per la Chiesa intera.
La Gerarchia si è sempre limitata, e si limita, a
osservare che la libertà sia piena ma al contempo non
deragli, provvede a "discernere i carismi", giudicando
della loro autenticità, si riserva di esaminare e di
approvare gli statuti, dopo periodi spesso lunghi di
rodaggio, ad experimentum. I "Ministeri vaticani", le
Congregazioni della Santa Sede, fanno ciò che
corrisponde al loro ruolo: non fondano, non gestiscono,
non finanziano ma vegliano sull'integrità della fede
(condizione essenziale, lo si diceva, perché la carità sia
autentica e non deformata: bienpenserpour bien agir...)
e controllano, coordinano il lavoro e l'impegno della
folla degli operai "nella vigna del Signore". Operai
volontari, che non lavorano per alcun padrone umano,
che arricchiscono spiritualmente se stessi e al contempo
la Chiesa, ma che da essa non hanno atteso precettazioni
per mettersi all'opera. La piena libertà personale e il
pieno controllo istituzionale: ecco un'altra convivenza
che è un ulteriore "miracolo cattolico".

D'accordo, era importante precisare la dinamica


che regola la vita ecclesiale. Ma torniamo a quanto si
diceva su eventuali delusioni che - in questi decenni - ti
siano venute dalla Chiesa. Mi dicevi che non era
possibile, per la sua struttura stessa.

La domanda, lo sai bene, andrebbe modificata,


sostituendo a "Chiesa" un "qualche uomo di Chiesa" che
mi avrebbe deluso. Ebbene, qui, come altrove, mi ha
sempre guidato il realismo e anche la lucidità di
prospettiva che, senza alcun mio merito, mi sono
scoperta dentro in quella lontana estate, quando mi sono
risvegliato di colpo come naturaliter catholicus.
Dunque, ho sempre avuto chiaro che il termine Chiesa è
"ambiguo" e che (per usare i termini, forse insufficienti
ma chiari, di Jacques Maritain) occorre distinguere la
Persona della Chiesa dal personale ecclesiale. La
Persona - il Mistero del Cristo stesso di cui la Catholica
è corpo e insieme sposa - è santa, senza macchia,
irraggiungibile dal peccato. Quanto al personale, è
composto da uomini come me e te, dunque con tutto ciò
di positivo e di negativo che la condizione umana
comporta.
Mi ha sempre stupito la superficialità di chi
lascia la Chiesa (la lascia per modo di dire, s'intende, il
marchio battesimale è irrevocabile: come non esistono
ex preti - anche la sacra ordinazione non è cancellabile -
non esistono ex cristiani), di chi, diciamo, cessa di
praticare o addirittura di credere perché il suo parroco lo
scandalizza; o perché legge di un religioso pedofilo; o
perché apprende che un certo papa, un certo cardinale,
un certo laico eminente hanno combinato, magari secoli
fa, questo o quello di condannabile. Le insufficienze del
"personale" della Fondazione erano messe in conto dal
Fondatore stesso: quel Pietro, designato da Egli stesso
come pastore del popolo che lasciava sulla terra, lo
rinnegò pubblicamente tre volte, tutti gli altri (tranne
uno) scapparono, Giuda lo consegnò a coloro che lo
avrebbero crocifisso. Vogliamo o no farcene una
ragione? La Chiesa che il Cristo stesso ha voluto, e
vuole, è una comunità di uomini, non di superuomini o
di angeli, dunque pecche, mancanze, peccati, scandali
non possono non far parte della sua decisione di affi-
darsi a noi. Marco 14, 41: «Ecco, il Figlio dell'uomo
viene consegnato nelle mani dei peccatori». E tali lo
siamo tutti, santi compresi, seppure - questi - in misura
minore della nostra.
Il Vangelo parla della Chiesa come di una
grande rete, nella quale convive ogni genere di pesci,
compresi quelli non commestibili o addirittura velenosi;
o ne parla come di un campo, dove crescono insieme il
grano e la zizzania. Per dirla con sant'Ambrogio, la
Chiesa è immaculata ex maculatis, è una realtà
intrinsecamente santa, ma incarnata da uomini che sono
tutti, seppure in grado e in misura diversi, segnati dalla
colpa.
Malgrado le apparenze edificanti, sono in realtà an­
tievangeliche le utopie - sempre ricorrenti nella storia Idei
cristianesimo - di creare già in terra la Chiesa perfetta,
come comunità di senza macchia, tutta composta di
incorrotti e incorruttibili, di eroi, di santi, di generosi, di integri.
L'ideale del "pochi ma buoni", non è applicabile alla Chiesa, non è
un programma da cristiani, soprattutto non è da cattolici, è da
càtari, i "puri" come chiamavano se stessi, o è da una delle molte
sette di un certo "protestantesimo impazzito" che ora più che mai
vigoreggia accanto alle comunità riformate storiche, ridotte ormai
agli estremi. Anche se pure queste comunità "ufficiali" - vedi la Res
Publica Christiana imposta con pugno di ferro e carnefice sempre
pronto nella Ginevra di Calvino - non sono state immuni da questo
sogno che è in realtà un abbaglio, un miraggio che contrasta con il
progetto stesso di Gesù.Diffidi, dunque, della mentalità
elitaria e rigorista al-I l'estremo, che potremmo definire
"giansenista".
È ovvio. Parlavamo dei protestanti. Ma, in
campo cattolico, il rigore giansenista che voleva

anch'esso unatico, a un'ossessione narcisistica


dei "puri e duri" e poi - stando alla fondata
interpretazione di storici recenti -finì addirittura per
ispirare il moralismo sanguinario giacobino. L'utopismo
religioso diede vita all'utopismo laico. Dal sogno della
comunità paradisiaca già in terra alla realtà dell'inferno
del giacobinismo, teologico o politico che sia.
Se ricordi, ne abbiamo già parlato quando ti
dicevo del mio debito verso Pascal e nello scivolone in
cui sono incappato nel mio primo libro: con tutto
l'affetto e la riconoscenza che ho per lui, ho dovuto
ammettere che nella sua disputa con i gesuiti sono
questi che (pur esagerando in alcuni autori, peraltro
condannati dalla Chiesa stessa), sembrano avere
ragione. Ciò che i giansenisti denunciavano come
"lassismo", o addirittura immoralità, degli ignaziani,
forse era realismo, esperienza, fiducia nelle capacità di
ogni uomo di emendarsi, rifiuto dell'elitarismo morale,
diffidenza per il perfezionismo, riconoscimento della
misericordia di Gesù. Ciò che spingeva quei gesuiti era
anche il tentativo di cercare interpretazioni e strade che
sottraessero il numero maggiore di fratelli in umanità
alla sorte terribile della condanna eterna. E che, in
questa vita, li sottraesse a quel terrore dell'inferno che,
pur salutare se gestito nella giusta misura {initium
sapientiae, timor Domini), da alcuni era trasformato in
una cappa di paura che, negli scrupolosi, raggiungeva il
patologico.
La Chiesa è, grazie a Dio, madre dei santi, ma
non rifiuta di essere al contempo rifugio paziente dei
peccatori, cui predica il meglio e cui somministra i
sacramenti, senza stupirsi né scandalizzarsi delle
ricadute, consapevole che solo la Chiesa Trionfante, in
Cielo, sarà immune da macchie e da mediocrità. È un
modo anche questo per prendere sul serio quello che,
secondo il profeta Isaia (richiamato esplicitamente da
Matteo) sarà lo stile del Messia atteso: «Egli non
spezzerà la canna infranta e non spegnerà il lucignolo
fumigante». Davanti all'altare di un simile Dio non c'è
posto solo per i pochi, grandi ceri magnificamente
ardenti, ma anche per le modeste candele che non sai
mai se sono accese o spente. Anche per questo, come ti
dicevo prima, venero le guide spirituali che, per fortuna,
in ogni tempo sono presenti tra noi, ringrazio per gli
asceti e approfitto riconoscente della loro sapienza e del
loro esempio, ma non mi scandalizzo del grigiore,
magari della mediocrità di una certa Chiesa "feriale",
per la quale ho anzi riconoscenza.

A questo proposito, ricordo di avere letto da


qualche parte un tuo elogio riconoscente per "le
campane del mattino".

Ma sì: anche se l'abitudine ci impedisce di


rendercene conto, è bellissimo, è tra le cose più
confortanti, è tra i doni di cui ringraziare Dio (e gli
uomini e le donne a questo chiamati) che, a ogni alba,
una galassia di chiese cattoliche, in ogni terra, si apra
ancora oggi per restare aperta sino al tramonto. Dal mio
passato di notturnista telefonico e poi di giornalista di
quotidiano all'epoca delle linotypes, del piombo, dello
zinco, quando le pagine si chiudevano tardissimo, ho
preso l'abitudine dello studio e della scrittura serali, sino
alle ore piccole. Dunque, sono spesso ancora a letto, tra
l'ultimo sonno e il risveglio, quando nella camera mi
giunge il suono delle campane del duomo della mia
cittadina e che annunciano che, da lì a mezz'ora, ci sarà
la messa del mattino.
Lo confesso: il più delle volte non accorro al ri-
chiamo, gli orari ormai incrostati della mia vita me lo
impediscono. Eppure, grande è il conforto per quello
scampanio che per alcuni - che arrivano sino alle de-
nuncie al pretore - è soltanto un gesto di prepotenza dei
preti, un rumore molesto imposto a tutti a beneficio dei
pochi praticanti. Invece, è il sonoro annuncio che Dio ha
mandato un altro giorno in terra; che, dunque, non si è
ancora stancato di noi. E la Sua Chiesa invita tutti,
nessuno escluso, a iniziarlo insieme, coinvolgendoci nel
ritmo di quella meraviglia di sapienza misterica e al
contempo umana che è il ciclo liturgico.
Per questo prego ogni sera, te lo dicevo, i miei
santi, venero i testimoni esemplari del Vangelo,
ringrazio Dio che ogni tanto manda tra noi qualcuno dei
suoi giganti. Ma ho affetto, stima, direi tenerezza pure
per gli uomini e le donne, che chiamo "feriali", di una
Chiesa anch'essa "feriale". In tutto, e qui soprattutto, da
cattolico cultore della sintesi tra gli opposti, della unione
dei contrari, sono lontano da scalmane, indignazioni,
rampogne, stroncature da zelota, da perfezionista.
Dunque, sento gratitudine solidale per gli uomini e le
donne - parroci e sacerdoti in generale, religiose, laici e
laiche parrocchiali -anonimi, talvolta mediocri, magari
irritanti nelle loro angustie, non di rado culturalmente
limitati, che assicurano la quotidiana "normalità"
ecclesiale. Ma sì, questi figli e figlie della Chiesa, questi
battezzati che tengono aperte le infinite chiese del
mondo, dove si celebrano le messe di ogni giorno e
quelle per le tappe fondamentali della vita di ciascuno:
battesimi, matrimoni, funerali. Chiese dove talvolta c'è
anche il dono - che tale è - di un vecchio confessore che
attende paziente per renderci certi, se solo lo vogliamo,
del perdono del Cristo; dove ci sono panche, penombra,
fiori, silenzio, lumini accesi, anche opere d'arte, se
l'edificio è antico; dove, forse, è restato persino un
sentore di incenso; dove chiunque può entrare, restare
quanto gli aggrada, pregare o pensare o anche solo
sostare senza che nessuno gli chieda conto del suo essere
lì o lo importuni perché non si è tolto le scarpe o non si è
calcato uno zucchetto in testa o non ha uno scialle sulle
spalle o qualche abbigliamento apposito o perché, se
donna, non si è nascosto nel gineceo, nel ghetto delle
femmine, rendendo impuro quello dei signori maschi. Ti
dirò che anche "prima", quando non ero che un ragazzo
e poi un giovane indifferente a ogni religione e che
impiegava il tempo libero dagli studi facendo il solitario
"pedone urbano" nella sua Torino, provavo un senso di
gelo, di tristezza ogni volta che, sul corso Vittorio
Emanuele, passavo davanti al tempio centrale dei
valdesi: imponente ma sempre sbarrato, con i portoni
serrati, se non per un paio d'ore la domenica mattina.
Oppure quando, giusto lì dietro, mi appariva la massa
neomoresca della Grande Sinagoga, fortilizio chiuso
dietro alti cancelli di ferro non soltanto sbarrati ma pre-
sidiati da un sorvegliante sempre in allerta. Non ne ero
consapevole, ma forse anche così mi si insinuava dentro
l'intuizione della maternità della Chiesa, vedendo come i
suoi luoghi fossero i soli aperti a ogni giorno e a ogni
ora, disponibili, caldi, destinati all'adorazione di un Di-
vino che ama la prossimità dell'uomo. Di ogni uomo.

Torniamo per un attimo ancora al rifiuto


cattolico di un impossibile, e in fondo non evangelico,
"popolo di perfetti", questa utopia sempre ricorrente.
Nella sua saggezza, la Chiesa ha spesso rifiutato
di approvare statuti e regolamenti di ordini e
congregazioni, perché li ha giudicati talmente severi e
austeri da essere praticabili solo da pochi asceti e non da
uomini o donne, pur chiamati a una vocazione religiosa,
dunque ricchi di buona volontà, ma ai quali non si
poteva chiedere un eroismo protratto per ogni ora della
vita intera.
Al contrario, la Chiesa stessa ha favorito
energicamente la propagazione di quel capolavoro di
discrezione, di umanità, di benevolenza - pur in un
quadro per nulla lassista, bensì di impeccabile serietà -
che è la Regola di san Benedetto. Un testo, e un santo
che, non a caso, mi sono assai cari: considero un grande
privilegio queste stanze in cui parliamo e che furono per
secoli il luogo di lavoro del cellerario di un'antica abba-
zia. Pensa alla paterna tolleranza, tra gli altri, del
capitolo quarantesimo di quella Regola, così duratura
nei secoli e così feconda sotto tutti i cieli, proprio per la
saggia unione di impegno e di realismo. Se ti chiedo di
rileggere proprio quel capitolo, dedicato alla mensura
potus, alla quantità del bere, è perché proprio sul vino si
è scatenato il moralismo dei "puri e duri", sempre e solo
ferocemente astemi. Dunque, più cristiani di Cristo,
visto che questi beveva e che, anzi, al suo primo
miracolo, in Cana, già che c'era, trasformò l'acqua in un
vino non ordinano bensì eccellente, come racconta
Giovanni: «Tutti servono da principio il vino buono e,
quando sono un po' brilli, quello meno buono. Tu, in-
vece, hai conservato fino a ora il vino migliore».
Per tornare a Benedetto, così inizia il capitolo
quaranta della sua Regola quel grande legislatore che
unisce la sapienza di governo della Roma antica alle esi-
genze della prospettiva cristiana, secondo quella linea di
continuità e non di rottura che conosciamo: «Ciascuno
riceve da Dio un particolare dono, chi in un moao, chi in
un altro. Perciò, fissiamo con qualche scrupolo la
misura del cibo degli altri. Tuttavia, considerando la
debolezza di chi ha meno forza, riteniamo che una
emina di vino a testa al giorno sia sufficiente». Pare che
questa "emina" non fosse poi tanto poco, secondo alcuni
sorpassava il litro, secondo qualche commentatore
Benedetto avrebbe scelto appositamente un'unità di
misura assai diversa a seconda dei luoghi, proprio per
permettere maggior tolleranza nella quantità e togliere
così sensi di colpa. Comunque il santo, nella sua
comprensione, aggiunge subito: «Se le esigenze locali o
il lavoro o il caldo dell'estate richiederanno di più, stia
al Superiore giudicarlo, badando che I in nessun caso
subentri sazietà e ubriachezza». E poi:
«Sebbene leggiamo che il vino non è per i
monaci, tuttavia, poiché ai nostri tempi non è possibile
convincerli, almeno mettiamoci d'accordo sul non bere
fino alla sazietà, ma con maggiore moderazione, poiché
il vino fa traviare anche i saggi».
A me, anche queste norme sembrano uno di quei
miracoli in cui «lo scandalo e la follia» della fede di cui
parla san Paolo, che non vanno attenuati, convivono
senza scosse né scandali con il buon senso, la compren-1
sione, la tollerante esperienza umana. Basti vedere, nella
stessa Regola benedettina, la tenerezza, il rispetto, le
eccezioni generose nel cibo, nella bevanda, nell'abito ri-
servati ai malati, ai giovanissimi, ai vecchi. E tutto que-
sto, credimi, è solo "cattolico", perché solo in questa
nostra Chiesa, per esserne discepoli autentici, si deve ,
praticare sempre e comunque l'unione degli opposti.

C'è pure qualche rischio, nella ricerca e nel


mantenimento di una sintesi così difficile e, dunque,
sempre in-, stabile.

Non dimentichiamo, infatti, che il sensus fidei


tiene attivi dei sensori che suonano l'allerta, se quella
unione dei contrari rischia di squilibrarsi, favorendo un
af-fievolimento dell'impegno e scivolando magari verso
il lassismo. Per stare agli ordini religiosi, la loro storia è
spesso storia di riforme continue per tornare alla au-
sterità della Regola primitiva se e quando fosse stata
interpretata abusando della sua umanità e discrezione.
Successe più volte anche per i benedettini: vedi, per
esempio, le rampogne di un san Bernardo e dei suoi
cistercensi contro i troppo ricchi, troppo tolleranti abati
di Cluny. A ogni generazione, il fascino del Vangelo
nudo e crudo coinvolge e stimola all'azione qualcuno
che suona l'allarme e chiama a raccolta i generosi,
perché non si abbandoni la "via stretta" del Vangelo. La
Chiesa, lo sappiamo, non è un fossile, è un corpo vivo e,
come tale, è munita di anticorpi che scattano quando
necessario per difenderla dai virus del "mondo": che
esistono e dai quali occorre stare in guardia.
Quel "mondo", nel senso giovanneo, cui le
comunità nate dalla Riforma hanno spesso finito per
assimilarsi, sempre alla rincorsa dello Zeitgeist, lo
"spirito del tempo", cui spesso e volentieri piegano la
Scrittura, se necessario isolando citazioni dal contesto o
rimuovendo quelle scomode. Al contrario, tentazione
delle Chiese orientali, ortodosse come le chiamano, è
l'isolarsi dal "mondo", per situarsi nello spazio
intemporale, quasi già fossimo nell'Eterno, e non
dovessimo confrontarci con la storia. In effetti, mentre il
culto protestante, oltre a qualche canto, consiste nella
conferenza di un pastore o pastora che enuncia il suo
"secondo me" sull'attualità, prendendo spunto da un
qualche versetto biblico, il culto ortodosso è magnifico,
lunghissimo, ricco di tesori scritturali e patristici, ma
sua funzione è anticipare la Chiesa trionfante in Cielo.
Anche in questo il cattolicesimo pratica il suo
et-et, la sua sintesi tra presenza e distacco, prende sul
serio l'esortazione di Gesù a "non essere del mondo" ma
a non dimenticare di "essere nel mondo", per cui teolo-
gia e sociologia - se posso dire così - si intrecciano e
cercano l'unione.
Malgrado questo, non tifai davvero nessuna
illusione perfezionista sul "personale" (nella sua totalità,
intendo) della Chiesa?
L'illusione, sempre e comunque, è una colpa,
perché è un peccato contro la virtù cristiana della
prudenza e contro la virtù, altrettanto cristiana, del
discernimento. Non incorrere in delusioni è facile: basta
semplicemente, prima, non illudersi. Ma neanche
bisogna deprimersi o rassegnarsi e, meno che mai,
cadere nel cinismo.
A ogni generazione, nella Chiesa, ci saranno
santi e mediocri, eroi e pavidi, generosi e meschini, ceri
luminosi e lucignoli fumiganti. Ce ne avverte, lo abbia-
mo visto, Gesù stesso, con l'immagine della grande rete
che, dalle acque, tira su ogni genere di pesci. La cernita
definitiva, quella finale, sarà compiuta da Lui stesso.
Per quanto sta in noi, le porte della Chiesa debbono
rimanere aperte a tutti: tutti esortando al meglio,
ovviamente, ma non dimenticando il peso della nostra
fragilità. Non è anche per questa larghezza di braccia
spalancate che tanta importanza ha, nella Chiesa
cattolica, il sacramento della penitenza, la confessione,
con il perdono sempre rinnovato dei peccati?
Questo precisato, devo anche dirti che sarei
ingrato se mi lagnassi degli uomini di Chiesa, intesi
come clero, come consacrati, che ho incontrato sulla
mia strada ormai non breve. Credo di avere ricevuto da
essi più di quanto io abbia dato. Non solo nel senso che
mi è venuto da loro ciò che soltanto essi potevano
darmi: i sacramenti, nutrimento indispensabile della vita
cristiana. Ma anche nel senso di essere stato accolto,
ascoltato, aiutato ogni volta che ho bussato alla loro
porta con un bisogno spirituale ma, talvolta, anche
materiale. Non di denaro, intendo, bensì di altre
necessità, ancor più pressanti. In un paio di svolte gravi,
diciamo in guai in cui mi ero cacciato, sono stati uomini
di Chiesa che me ne hanno tratto fuori, con
disponibilità, discrezione, saggezza, attenzione paterna
ai miei noiosi casi.
Sai, per citare Chesterton, chi non ama la Chiesa
vede i difetti dei suoi figli e figlie. Chi la ama, li vede
ancor meglio: ma non vede soltanto quelli. Ne vede an-
che le virtù che ancor oggi, pur con tutte le crisi, non
mancano. Nei momenti duri di una vita complicata, ho
avuto conferma che questo è il solo ambito in cui si
tenta di praticare le due virtù più belle, perché più
consolanti: la bontà e il perdono.
Di preti, di frati, di suore, di militanti di
movimenti cattolici, di praticanti parrocchiali ne puoi
incontrare di tutti i tipi, perché infinita è la varietà
voluta da un Dio che ama la diversità. Alcuni di questi
tipi non sembrano corrispondere all'ideale. Ma questo, ti
dicevo, non scandalizza per niente chi sa come
funzionino le cose, per decisione del Fondatore stesso,
che non ha imposto un setaccio con i buchi stretti ma la
grande rete che sappiamo. Del resto, forse che noi due,
pur riveriti "scrittori e giornalisti cattolici",
rappresentiamo l'ideale evangelico?
Comunque, tra tanti limiti e magari mediocrità,
mai mi è capitato di trovare, nella Chiesa, qualcuno che
non avesse almeno la nostalgia della virtù, il rammarico
di non essere migliore, il desiderio di cambiare, lo
sforzo per adeguarsi un poco di più al Vangelo. La
«spina nella carne» di cui parla Paolo punge anche tutti
noi, cristiani "feriali", che così spesso non ce la
facciamo a rincorrere l'ideale.
Mai va comunque dimenticato, e dunque va
ancora una volta ripetuto, che la Chiesa - sfidando anche
qui eresie dal volto edificante ma in realtà disastrose -
ha sempre affermato che i poteri spirituali che, in nome
di Cristo, conferisce ai suoi sacerdoti con il sacramento
della sacra Ordinazione, non hanno alcun rapporto con
la virtù personale del singolo. Il prete fedele e virtuoso è
un grande dono, di cui essere grati. Ma non cessa di
essere un dono anche il sacerdote incoerente, magari
indegno, perché la sua ragione d'essere, il suo servizio al
popolo di Dio - l'amministrazione dei sacramenti -
conserva intatta la sua efficacia.
Ciò che conta non sono le virtù, pur auspicabili,
dello strumento, ma la Grazia e la forza del Cristo, che
passano attraverso l'umanità e, dunque, superano tutti i
limiti di quella sorta di "utensile" vivo. LVgo te ab-
solvo pronunciato nel confessionale da un uomo che
avrebbe bisogno egli per primo di "assoluzione" non è
meno efficace di quello del curato d'Ars, di don Ca-
fasso, di padre Pio, di padre Leopoldo Mandic. Né
l'eucaristia, consacrata da mani impure, cessa per questo
di essere ciò che la fede crede. Anche per questo
sbagliano, peccano di miopia, non conoscono la sua
struttura e i suoi fini coloro che giudicano la Chiesa
cattolica soprattutto dalla qualità del suo clero. Prego io
pure, naturalmente, perché sia sempre migliore e più
degno del Vangelo che annuncia, ma so che il dono che
la Chiesa rappresenta («del Sangue incorruttibile con-
servatrice eterna», per dirla col Manzoni che citavamo)
non sarà mai annientato, anche nella peggiore deca-
denza della istituzione ecclesiale.
Istituzione, peraltro, che da almeno due secoli
sta contraddicendo la legge sociologica che vuole che le
realtà umane - quelle soprattutto basate sugli ideali,
sulla gratuità del volontariato, sugli entusiasmi, sugli
impegni lodevoli: vedi, ad esempio i kolkoz sovietici o i
kibuzzim ebraici - col tempo vadano ineluttabilmente
degradando, a cominciare dalla loro classe dirigente.
Guardando alla Chiesa cattolica a partire dalla fine del-
l'era napoleonica, dunque per tutto l'Ottocento e il No-
vecento, sino a questo inizio di Terzo Millennio, possia-
mo invece osservare una serie ininterrotta di papi
ciascuno dei quali avrebbe meritato, almeno a viste
umane, l'onore degli altari.
Alcuni, in effetti, sono stati proclamati beati o
santi, per altri l'iter è in corso, ma è una constatazione
oggettiva, non una illusione apologetica: non solo il
livello morale dei pontefici, ma anche quello di
cardinali e vescovi e direi anche del clero in generale è
da duecento anni su standard elevati. In ogni caso
superiori a molti dei secoli precedenti. Sbaglia chi parla
di "decadenza" della Chiesa, almeno sul piano etico. In
ogni caso, sempre l'istituzione ecclesiale ha trovato in sé
le forze per reagire al declino: anche questo è un
responso oggettivo della storia. Ed è, per il credente, la
conferma che Qualcuno davvero la guida, con briglie
talvolta allentate, talvolta strattonate, quando si rischia
l'uscita dalla strada giusta.

Naturalmente, subito qualcuno ti sbatterà in


faccia vicende dolorose e imbarazzanti come quella del
clero pedofilo.

Ma sì, dedichiamoci un po' di attenzione non


conformista, visto che questa faccenda non sembra
destinata a svanire nel ricordo dei più, ma si è ormai
aggiunta al rosario classico di accuse, con relative
invettive scandalizzate, contro la Chiesa e il suo
"personale". Tra l'altro, riflettere su questo caso ci
permette di suggerire un metodo per ragionare in modo
consapevole su tante crociate del media-system che
emozionano l'opinione pubblica.
Colpita dalla cosiddetta "pedofilia" è stata
soprattutto l'America del Nord, la cui Chiesa ha pagato
uno scotto molto salato, ma probabilmente salutare,
all'inquinamento da ideologia di politicai correctness. In
effetti, la stragrande maggioranza dei casi è costituita da
rapporti omosessuali. Il che, tra l'altro, smentisce coloro
che dicono che all'origine dei disordini ci sarebbe il
celibato legato al sacerdozio. Non so proprio che se ne
farebbero di una sventurata moglie preti e frati attratti
dai ragazzi! Le statistiche, tra l'altro, mostrano che gli
abusi sono, in proporzione, altrettanto numerosi in
seminari e scuole protestanti e anche ebraici dove, come
si sa, non esiste, anzi è esecrato come nonbiblico il
celibato consacrato.
Come spiegare la ben maggiore visibilità sui
media del clero cattolico rispetto ad altri ambiti,
religiosi e no? Il fatto è che, con 60 milioni di aderenti,
il cattolicesimo americano è la comunità religiosa più
numerosa e, probabilmente, la più ricca. Dunque, un
eldorado per gli avvocati che propongono, magari a
settantenni, di far causa per abusi subiti decenni prima,
con l'accordo di spartire fifty-fifty i megarisarcimenti.
Comprensibile, dunque, che assieme a vittime
autentiche, ci siano anche simulatori, più volte
smascherati quando le diocesi hanno deciso di andare in
tribunale e di non cedere subito al ricatto, come fanno di
solito per evitare ulteriore rumore e, dunque, scandalo.
Comunque, non sarebbe corretto negare la realtà
di molti di quei fatti: osservando però, innanzitutto, che
i seminari - al pari delle caserme, delle navi, in genere
delle istituzioni solo maschili - hanno sempre attirato gli
omosessuali, per ragioni ovvie. La Chiesa ne è stata in
passato ben consapevole, moltiplicando le prudenze, gli
ammonimenti, le sorveglianze, le espulsioni, non esi-
tando a intervenire drasticamente in caso di sospetti.
Negli Stati Uniti - Terra Santa delle ipocrisie e delle os-
sessioni del politicamente corretto - le autorità religiose
si sono piegate alla pressione del «no alle discrimina-
zioni», delle invettive contro la cosiddetta "omofobia" e
hanno finito per considerare controlli e sbarramenti co-
me inaccettabili se non peccaminosi, in quanto violazio-
ni del «rispetto dei diversi orientamenti sessuali». Le
porte di seminari e conventi, così, si sono spalancate a
tutti, con i risultati prevedibili e che abbiamo constatato.
Tutto sommato, una bella lezione che si spera vaccini
quegli ambienti ecclesiali dalla sudditanza rispetto al
conformismo egemone, allo "spirito del mondo", come
lo chiama il Vangelo. Ma siccome tutto è sempre e co-
munque Provvidenza, c'è forse del positivo anche nel
salasso economico di una Chiesa troppo agiata anche
per chi, come me, non condivide le demagogie pauperi-
ste.
Ma poi, sai, il discorso dovrebbe allargarsi alla
consueta ipocrisia di una cultura che maledice il "pedo-
filo" e beatifica il "pederasta", in quanto membro della
ossequiata comunità omosessuale. Una cultura che dice
di avere orrore del prete che palpeggia il ragazzo e al
contempo esalta artisti come un Balthus di cui si
comprano, a suon di milioni di dollari, quadri con il suo
soggetto preferito. Bambine nude, cioè, in pose oscene,
che mostrano i genitali aperti, spesso ritratte in orgasmo
masturbatorio o ammiccanti in modo inequivocabile.
Una cultura che ha fatto un culto di inni alla pederastia
come la Lolita di Nabokov o di certi romanzi e racconti
di André Gide - cui ha consegnato il Nobel - sulla
bellezza degli impuberi maghrebini o delle poesie di
Sandro Penna sulla sacralità degli orinatoi dove
adescare giovanissimi apprendisti muratori («Amore,
amore, lieto disonore...») o che venera personaggi come
Pasolini, cui più erano giovanissimi, bambini prima
ancora che adolescenti, e più piacevano. Come
testimoniò, tra gli altri, anche il suo amico e sodale
Alberto Moravia raccontando - come fosse un divertente
aneddoto - che, nei viaggi fatti insieme nel Terzo
Mondo, il Pier Paolo fu spesso picchiato da genitori per
insidie ai loro pargoli.
Ma poi, alla fine: che cos'è, è solo una data di
nascita su un documento che distingue un mostro
pedofilo da un rispettabile pederasta? Se ci si mette su
una certa strada, chi, e con quale autorità, stabilisce i
limiti? Dove finisce la "sacrosanta repressione" della
sessualità deviata e inizia il "sacrosanto rispetto" delle
diverse scelte erotiche? Ancora: non sono gli stessi che
considerano una preziosa conquista civile la
soppressione del bambino ancora nel ventre della madre
che si proclamano i più suscettibili difensori di chi da
quel ventre è già uscito?
Si potrebbe continuare a piacimento con le
contraddizioni e con le ipocrisie. Ma qui mi interessava
solo segnalare quanto siano credibili i pulpiti di chi
tuona indignato contro la Chiesa. I cui uomini, certo,
sono spesso colpevoli, anche se questo, come si diceva,
non incide affatto sulla verità e il valore di quanto inse-
gnano: ma il verdetto su di loro spetterebbe ad altri che
non siano certi giudici "laici".

Sono "verdetti" emessi da giudici non solo spesso


ipocriti ma, altrettanto spesso, ignari della realtà
ecclesiale che vogliono giudicare e delle sue dinamiche
vere.

Ma sì, pensa soltanto alla dimenticanza (in cui


cascano anche dei credenti) del fatto che il ruolo prima-
rio della Chiesa non è civilizzare, bensì annunciare e
santificare. La Chiesa c'è per assicurare il cibo spirituale
della Rivelazione di Dio, della Parola e del suo farsi
carne e sangue nell'eucaristia; non c'è innanzitutto per
assicurare il cibo materiale: anche se questo è spesso la
conseguenza inevitabile e benefica di quello.
Prendi, ad esempio, la storia del monachesimo,
visto che nasce praticamente con la Chiesa stessa, prima
ancora della svolta costantiniana, almeno in Oriente. È
indubbio che dalle abbazie benedettine (dodicimila,
pare, in Europa alla vigila delle rovine della Riforma) ci
sono venute cose preziose per lo sviluppo culturale ed
economico, come gli scriptoria che ci hanno tramandato
i tesori dell'antichità o come il miglioramento delle
tecniche agrarie, le opere di bonifica, il mulino ad
acqua, il formaggio grana, lo champagne, le staffe per i
cavalli e attacchi più efficaci degli antichi per gli animali
da tiro, gli orologi, nati per regolare le ore di preghiera.
Ma questo non è che marginale e secondario rispetto a
ciò che il monachesimo ha rappresentato nella
prospettiva di fede, la sola che, qui, conti davvero:
uomini e donne, cioè, che (almeno nelle intenzioni, pur
con l'inevitabile décalage tra queste e la pratica di
alcuni, se non di molti) che hanno vegliato, pregato,
testimoniato, che si sono sacrificati, che hanno
interceduto per la salvezza eterna loro e dell'umanità
intera. I credenti lo hanno sempre saputo, tanto che i
vasti patrimoni delle abbazie si sono formati grazie alle
offerte, grandi e piccole, di fedeli che davano ciò che
potevano in cambio di preghiere non per i bisogni
materiali, ma per sfuggire a quello scacco radicale della
vita, a quella miseria inenarrabile che è la dannazione
eterna.
La maggiore delle abbazie della Cristianità
medievale, quella di Cluny, dalla quale dipendevano
oltre mille monasteri, riceveva tali e tante richieste di
preghiere di suffragio, da istituire una ricorrenza
apposita per il ricordo dei defunti, quel 2 di novembre
che entrerà poi nel calendario liturgico della Chiesa
universale. Guarda che il labora della famosa formula
benedettina, ora et labora - che peraltro non è del santo
Fondatore, è una sintesi successiva - non è l'essenziale,
è solo a servizio dell'impegno vero del monaco. Che è
Vorare, che è la risposta all'esortazione di Gesù ripor-
tata da Luca: «Vegliate e pregate in ogni tempo e ora».
Il monachesimo è stato, ed è - per quanto ne rimane -un
"servizio pubblico": ma, per la fede, non lo è innan-
zitutto perché con i capitali e il lavoro delle abbazie si è
regolato, è un esempio tra mille, il corso del Po, si sono
costruiti grandi argini e sapienti opere idrauliche, così
che la insalubre "palude padana" è divenuta la fertilis-
sima pianura padana.
Pensa, per fare un altro caso, allo straordinario
ruolo sociale svolto per tanti secoli - e oggi più che mai
-dalla rete delle parrocchie. Tanto che anche i comuni
amministrati dalle sinistre si preoccupano e protestano
se uno di quei capisaldi di aggregazione, di legalità, di
solidarietà, di presidio del territorio è abbandonato per
scarsezza di clero o per altre cause. Eppure, come ri-
corda con chiarezza il Codice canonico, la funzione
fondamentale della parrocchia, la motivazione per la
quale è sorta, e senza la quale non avrebbe più senso, è
«la cura delle anime». Come conseguenza della fede
(che è comunque il prius da cui tutto deriva e attorno
alla quale tutto deve ruotare), il parroco esercita la carità
anche verso i bisognosi materiali, ma è lì per esercitare
innanzitutto la carità spirituale. Appunto, come si
diceva: insegnare e santificare. E la parrocchia, come
"sezione di base" della Chiesa, ne è anche una sorta di
compendio in miniatura: dunque, mostra quanto la
Chiesa intera è e fa.
L'apologeta cattolico che volesse mostrare il
ruolo prezioso svolto dalla Catholica a favore
dell'umanità e puntasse soprattutto sulla sua funzione
civile e culturale, rischierebbe di snaturarne l'immagine,
di rovesciare le priorità, scambiando il cristianesimo
secondario (le ricadute sociali della fede) con il
cristianesimo primario, cioè la proposta della vita eterna
e l'assistenza per la sua conquista. Il Codice che regola
la vita della istituzione ecclesiale, termina con l'antico,
immutato ammonimento: «Salus animarum Ecclesiae
suprema lex esto». La legge suprema della Chiesa, quella
cui tutte le altre sono ordinate e subordinate, è stata e
resta una soltanto: salus animarum, la salvezza delle
anime, per l'appunto. Tutte le Parigi del mondo, nella
prospettiva di fede, non valgono una messa.
Ma, da una simile constatazione, ne deriva
un'altra, per diretta conseguenza.
Soltanto il Dio di Gesù Cristo può fare il
bilancio della storia della Sua Chiesa. In essa, ciò che
non si vede è di gran lunga più importante di ciò che si
vede. Lo storico può descriverne solo la superficie
esterna, può ricostruire gli eventi che ne hanno
interessato la sovrastruttura, ma - quale che sia la sua
buona fede e la sua buona volontà - gli sfuggirà sempre
l'attività principale. Quella, lo dicevamo, di santificare:
con i sacramenti, la preghiera, l'annuncio del Vangelo
predicato a ogni generazione, le penitenze, le
indulgenze, i sacrifici, la direzione spirituale.
Qui non vale ciò che vale per ogni altra
istituzione umana: di uno Stato, di un partito, di una
compagnia industriale, di un club, di una squadra
sportiva, se disponi di documentazione sufficiente, puoi
scrivere senza problemi la storia. Oltre la quale non c'è
altro da scoprire. Dunque, puoi valutare se quelle
istituzioni hanno raggiunto o meno i loro obiettivi, puoi
fare il bilancio dei loro successi e delle loro sconfitte.
Qui, invece, resta celato agli occhi umani ciò che
davvero conta, ciò che solo gli occhi della fede possono
intuire, ciò che unicamente Dio conosce per intero e che
ci sarà reso noto quando, nell'Aldilà, anche a noi sarà
dato di comprendere come stessero davvero le cose. La
Chiesa intende se stessa come una realtà soprannaturale,
incomprensibile al di fuori della prospettiva di fede, ben
prima che come un fatto sociale, cul-i turale, politico, le
sole realtà raggiungibili dallo storico.
Per dirla in parole semplici: nel bilancio che il
"mondo" può fare, non può di certo essere messo il fatto
- indubitabile per noi credenti, ma incomprensibile per
ogni altro - che il Vangelo è stato annunciato sino ai
confini della Terra, che il paradiso è stato riempito da
una folla immensa, anonima per noi ma non per Dio,
che l'inferno è stato evitato per un'altra folla immensa,
che il purgatorio è stato, ed è, alleviato per altri ancora
dal suffragio della Chiesa e dei suoi figli. Nell'Ordine in
cui si muove, che non è quello delle società umane,
questo è il vero adempimento del compito che il Cristo
ha dato alla sua Sposa. Tutti vedono la conchiglia, solo
gli occhi della fede intuiscono la perla che cela. Ma c'è
ancora di più.

Continuiamo, allora, con questa sorta di


"manuale di istruzioni" per comprendere la Chiesa e il
suo segreto.

Essa va giudicata non solo per ciò che ha fatto,


ma anche per ciò che ha evitato che si facesse. Vi accen-
nammo, a proposito della Inquisizione, che allontanò
dai Paesi che controllava gli orrori (tra i peggiori della
storia) delle guerre di religione provocate dalla Riforma.
Ma, per passare dalla storia alla meta-storia, chi, se non
il Padreterno, può sapere da quanto male ci hanno sal-
vato i miliardi di confessioni e di comunioni o anche
solo il timore - alimentato dalla predicazione - delle
conseguenze eterne per chi ceda al peccato? Lo storico
vede i papi simoniaci, i cardinali corrotti, magari (oggi,
lo abbiamo visto, è l'ossessione più diffusa) il religioso
che palpeggia il chierichetto. Ma non vede, non può
vedere - e non per sua colpa, ma per la natura delle cose
- il vantaggio incommensurabile, il valore salvifico, per
tutti, della semplice preghiera di un semplice anonimo
per la redenzione di un peccatore. Lo studioso può
valutare il male commesso dalla istituzione ma non il
male evitato dallo stimolo misterioso e al contempo
potente dell'Evangelo nell'intimità segreta di una folla
sterminata di uomini e di donne. Quale agnostico
potrebbe mai ammettere una verità che solo per il
credente è evidente: che, cioè, la storia del mondo la si
fa non nei palazzi del potere ma là dove si prega?
Insomma, l'avvertimento è, alla fine, uno solo:
stateci, stiamoci attenti, perché i criteri di valutazione,
gli standard di giudizio che valgono ovunque, non val-
gono qui, dove l'istituzione è umana e visibile, ma è al
servizio di una realtà sovrumana e invisibile. E proprio
il giudice sprezzante che crede di aver capito tutto è
quello che meno capisce, non potendo neppure rendersi
conto che le sue categorie sono superficiali e deviami
rispetto alla Realtà da valutare.

Ci sono poi, come motivo di scandalo, le solite,


eterne denuncie sulle ricchezze della Chiesa, in contrasto
con la povertà di Gesù.

Povertà di Gesù che è stata sempre enfatizzata,


in funzione anticattolica, da sette ereticali e da
movimenti anticlericali: il contrasto scandaloso tra un
Nazareno volontariamente miserabile e il suo vicario e i
vescovi in vesti sontuose e in magnifici edifici. Come
mi pare ti ricordassi in un'altra parte della nostra
conversazione, questo è un tema sul quale ho scritto
cose non conformiste ma fondate sui Vangeli stessi
(Gesù non fu un indigente, insegnò non la
demonizzazione ma il distacco dai beni materiali) nel
libro-intervista dove il "ricco" Leonardo Mondadori mi
narrò la sua conversione.
Comunque: nessuno meno di un italiano ha il
diritto di scandalizzarsi per le ricchezze di cui la Chiesa
ha disposto. Me ne sto, qui, su un piano pragmatico, al
di là di considerazioni religiose. Insomma, resto al
livello del "cristianesimo secondario' di cui parlavo
prima, visto che è il solo che tanti critici ammettono.
Come sai, stando alla valutazione dell'Unesco, la nostra
penisola è di gran lunga il Paese al mondo con la
maggiore concentrazione di beni artistici e culturali. Ma
la stragrande maggioranza di questi beni è stata pensata,
commissionata, costruita, gestita interamente da uomini
di Chiesa.
A parte il caso limite dell'Italia, la Catholica è,
nella storia, la maggiore ispiratrice e lealizzatrice di arte
e la maggiore creatrice di biblioteche e, in genere, di
istituzioni culturali. Tra l'altro, l'università è una "inven-
zione" sua, e solo sua, una espressione di quelli che sa-
rebbero i "secoli bui" del Medioevo. Tutto ciò ha
significato, per l'Italia innanzitutto, ma per tanti altri
Paesi, dall'Europa sino all'America latina, non soltanto
un vantaggio estetico (non dimenticare che, come è
stato detto, «sarà la bellezza che salverà il mondo») e
una ricchezza culturale, ma anche la fonte di quello
straordinario volano economico della modernità che è il
turismo. Della Roma che ereditarono ridotta a cumuli di
rovine, i pontefici fecero quello che sappiamo: il
maggior giacimento di arte e di cultura del mondo e,
come tale, anche la calamita irresistibile per le folle di
ogni continente. E così, seppure in scale diverse, av-
venne dovunque alla Chiesa fu possibile agire.
Come ti dicevo, qui faccio un discorso concreto,
terra-terra in senso letterale, per replicare a chi non co-
nosce che quello. Mi chiedo, dunque: papi, cardinali,
vescovi, abati, superiori generali, parroci maneggiarono
grandi capitali? Certo, ma le rendite di quei capitali
assicurano il lavoro ancor oggi, e lo assicureranno
sempre di più, a moltitudini. Gli innumerevoli italiani -
e non solo gli italiani, ovviamente - che campano di
turismo, debbono assai spesso il loro pane quotidiano
agli investimenti fatti dai "preti", secolo dopo secolo,
non badando a spese e fatiche, ricercando, ricompen-
sando lautamente, stimolando gli artisti migliori di ogni
generazione.
Rifacendoci, per un confronto, alla più
aggressiva e duratura delle "anti-Chiese" moderne:
l'Unione Sovietica dispose di ricchezze e di mezzi
rispetto ai quali sono ben modesti quelli dei papi.
Ebbene, come sai, non solo settant'anni di marxismo-
leninismo hanno lasciato un deserto artistico, ma hanno
prodotto guasti enormi corrompendo il gusto con il loro
orripilante "realismo proletario"; tanto che le statue sono
state abbattute non solo per motivi politici ma anche per
non offendere ulteriormente gli occhi e, quando è stato
possibile, si sono demoliti pure i grandi palazzi pubblici
eretti a gloria del regime. E, questo, non per il
vandalismo anticattolico alla giacobina, ma per rispetto
dell'estetica e pure della salute, visto l'impiego di mate-
riali scadenti (per corruzione, non per mancanza di de-
naro) e magari dannosi, come l'amianto. Frutti "avvele-
nati", dunque, anche in senso letterale!
Ma che dire del kitsch anche della borghesia
liberale postcristiana? Conosci forse qualche turista che
sia mai andato a Roma per ammirare l'enorme,
devastante, retorico Vittoriano, questo tentativo di
opporre il tempio dello Stato laico ("l'Altare della
Patria") alla basilica di San Pietro, ma costruito non con
le libere offerte dei fedeli, bensì con le tasse degli
italiani ai tempi della malaria e della pellagra? O hai
mai sorpreso qualche visitatore dell'Urbe mentre manda
ai suoi cari la cartolina del palazzo di Giustizia, che non
caso la gente ha soprannominato "il Palazzaccio"?
Quanti giapponesi hai visto che fotografano le sedi
eclettiche, spesso fastose e, dunque, costose, dei
ministeri dell'Italia che venne a Roma per liberarla
dall'"oscurantismo clericale"?

Tra l'altro, sempre a proposito di ricchezze, non fu


neanche un buon affare, la confisca rivoluzionaria, e più
volte ripetuta negli ultimi due secoli, dei beni della
Chiesa.

In effetti, mi sono divertito, in un libro, a vedere


che cosa successe - per stare all'Italia - quando la Chiesa
fu finalmente spossessata dalle sue ricchezze dai razzia-
tori condotti da noi, alla fine del Settecento, dal giovane
generale Bonaparte. Gli ordini religiosi, tutti, furono
depredati con la violenza, l'arbitrio, l'assenza di ogni
compenso, delle loro case e delle loro terre. Il nascente
Stato moderno riusciva in questo modo non soltanto a
torchiare i vivi, con le tasse, quasi irrilevanti prima,
estorte in modo spietato e crescente per finanziare le
guerre (con la leva in massa di tutti i giovani si
sottraevano contemporaneamente alle famiglie non solo
i soldi ma pure i figli), ma ce la faceva a derubare anche
i morti. Erano stati loro, nei secoli, a regalare quelle
proprietà ai religiosi in cambio di preghiere, come
osservavamo prima. Comunque, le terre e gli immobili
già della Chiesa gettati in massa sul mercato fecero
crollare i prezzi: furono acquistati a prezzi infimi (e in
aste sempre truccate) da speculatori che seguivano i
predoni francesi e da aristocratici e ricchi borghesi
locali. I già ricchi lo diventarono ancor di più e molti dei
borghesi che si impinguarono con quegli acquisti
comprarono poi titoli nobiliari, quando il piccolo
parvenu còrso a capo di quei saccheggiatori si au-
toproclamerà imperatore.
Se per gli studiosi e gli amanti dell'arte il
"guadagno" fu la distruzione dei preziosi archivi e delle
biblioteche, nonché il sequestro o la dispersione dei
quadri e delle statue più belli, il "vantaggio" per il
popolo di cui la Rivoluzione proclamava di voler fare il
bene, in questo caso le folle di contadini che lavoravano
da secoli i fondi di monaci e frati, fu il seguente: mentre
ai religiosi avevano versato, per l'affitto, un terzo dei
raccolti e avevano avuto diritto a godere con sicurezza e
tranquillità di quelle terre senza esserne sfrattati, ai
nuovi padroni furono costretti a dare la metà del frutto
della loro fatica e poterono essere cacciati a piacimento,
in qualunque momento. Da "terzaroli" stabili a
"mezzadri" precari. La mezzadria, considerata dalla
Chiesa un patto iniquo per i lavoratori della terra, nac-
que proprio allora, in nome della égalité zfraternité.
Non dimenticando che, mentre i religiosi erano
stati amministratori tolleranti, elastici, talvolta persino
distratti, come sempre capita per le proprietà non gestite
da privati, non così per i nuovi, avidi padroni, che dal
lavoro delle terre arraffate volevano ricavare il massimo
possibile e al più presto possibile. Aggiungi che, ovun-
que giunsero i "liberatori" che volevano punire i pingui
religiosi, la loro cacciata e il sequestro dei loro beni
significò la fine di tutta l'imponente rete di assistenza
non solo spirituale ma anche materiale, che per secoli
aveva permesso ai poveri di sopravvivere, sia con elar-
gizioni di derrate e di denaro, sia con concessioni come
diritti di pascolo e di raccolta di legna, funghi, frutti nei
boschi. Tutto fu ovviamente soppresso dai proprietari
"laici".
Tra parcellizzazione dei fondi e avida miopia
degli acquirenti, vennero a mancare anche i capitali per
la salvaguardia del territorio. Andarono così in rovina i
sistemi idraulici costruiti dai religiosi, per regolare fiumi
e torrenti ed evitare inondazioni e impaludamenti
malarici, e le loro tecniche di irrigazione: la marcita, per
esempio, che ha assicurato la ricchezza della Lombardia
meridionale è una "invenzione" dei benedettini
cistercensi. Le cataste di morti non soltanto per guerre
ma pure per fame, freddo, disagi, epidemie, che
costellarono tragicamente le campagne europee dalla
fine del Settecento ai primi decenni dell'Ottocento fu-
rono anche il frutto della fine brutale di una gestione
ecclesiale che, in alcune zone, durava dai tempi della
caduta dell'Impero romano.

In altri libri hai segnalato tanti episodi del


genere, che mostrano che la storia vera, come al solito, è
più complessa di quanto creda la polemica faziosa o la
banalità imperante, a proposito di rapporto tra Chiesa e
ricchezza.

Ma sì, lasciamo stare l'aneddotica che, peraltro, è


spesso significativa e aiuta a capire più di tante teorie.
Andiamo, invece "a monte", come si diceva nel vecchio
Sessantotto: se la Chiesa è anche un'istituzione che deve
reggersi sino alla fine della storia, per quale irrealismo
dovremmo pretendere che si mantenga, funzioni, si
perpetui senza denaro? Non dimentichiamo che il
Codice canonico prescrive severamente che il tesoro
vero di cui la Chiesa sola dispone, l'amministrazione dei
sacramenti, sia sempre e comunque gratuito. Ciò che,
abitualmente, viene versato dai fedeli è in ogni caso il
frutto di un'elargizione volontaria, divenuta tradizionale
anche per sopperire alle spese. Una libera "offerta",
dunque, non una "tariffa" prefissata: e non è una
finzione ipocrita.
I valdesi si indignarono virtuosamente quando,
dopo il rinnovo del Concordato nel 1984, la Chiesa
cattolica accettò di firmare un'intesa con lo Stato che
prevedeva l'otto per mille del reddito dei contribuenti a
favore di comunità religiose, tra cui la Chiesa stessa, su
indicazione del contribuente. Grandi declamazioni
moralistiche di quei nostri protestanti autoctoni. Tra i
quali, però, qualche anno dopo prevalse il realismo. E
ora pure i già scandalizzati valdesi ricevono dallo Stato
quel contributo, avendo deciso di firmare anch'essi
l'accordo. E fecero bene, così come bene hanno fatto le
Comunità ebraiche, anch'esse beneficiarie di quei
trasferimenti.
Peraltro, il denaro, nella Chiesa, circola in
misura sorprendentemente modesta: negli anni Novanta,
quando mi occupai della questione, il bilancio del Par-
lamento italiano, dunque la somma di Camera e Senato,
era pari a quasi il doppio del bilancio del Vaticano,
inteso come Stato che, oltre a una burocrazia centrale,
con i suoi ministeri - le Congregazioni - e gli infiniti
uffici, mantiene oltre cento nunziature, cioè ambasciate,
in tutto il mondo. Insomma, i soli signori che siedono
nei due palazzi, già pontifici, Montecitorio e Madama,
pesano sul contribuente italiano due volte rispetto a
quanto pesi il Vaticano su oltre un miliardo di cattolici
nel mondo.

Leggende nere come quella dello IOR, la banca


vaticana, come centro di ogni intrigo e come segno
dell'avidità di soldi dei preti...

Ogni Stato ha una banca centrale i cui


governatori e i cui funzionari sono riveriti e ossequiati.
Non si vede perché sentina di tutti i vizi, per il fatto solo
di esistere, dovrebbe essere solo lo IOR, che è la banca
di uno Stato che, se considerassimo i battezzati come
cittadini, avrebbe quasi gli abitanti della Cina! Lasciamo
pur perdere le storie su di esso, molte frutto della
passione dei semplici - e dei giornalisti, che li
riforniscono con le loro fantasie - per gli intrighi, i
misteri, i complotti delle caves du Vatican, come
direbbe Gide. In nome di un "francescanesimo" tra
l'altro immaginario (anche i francescani hanno,
giustamente, conventi, beni, amministratori: hai
presente che cosa siano, per i minori, le due gigantesche
basiliche di Assisi e di santa Maria degli Angeli, per i
conventuali quella di sant'Antonio a Padova, per i
cappuccini quella modernissima di San Giovanni
Rotondo?), un francescanesimo che, in ogni caso,
corrisponde a una specifica vocazione, si contesta che
quella banca esista, si ironizza sul suo nome di Istituto
per le Opere di Religione, come segno di una ipocrisia
blasfema. Ma solo un fazioso o uno sprovveduto posso-
no credere, o far finta di credere, che la religione non
debba avere a che fare con i soldi. Soprattutto la Chiesa
cattolica, che è la più vasta e popolosa comunità di fede
del mondo: con le sue diocesi, e con i suoi innumerevoli
ordini e congregazioni, copre i cinque continenti, ge-
stendo migliaia di missioni, ospedali, scuole, istituti per
l'assistenza a ogni bisogno umano. Le "opere di religio-
ne", nel senso più concreto, a cominciare dagli edifici,
esistono davvero, hanno scopi preziosi e nobili, hanno
ovviamente bisogno di denaro e, dunque, di una banca
che si dedichi solo a esse. Come mostrano gli Atti degli
Apostoli, sin dagli inizi nella Chiesa occorrono i mistici
ma anche gli economi (la stessa comunità itinerante di
Gesù ne aveva uno), ci vogliono i missionari ma pure i
cassieri, gli eremiti apocalittici e gli avveduti cardinali
di Curia. Un doveroso et-et anche qui, caro mio!
Naturalmente, sia ben chiaro: tutti, nella Chiesa,
sono chiamati a testimoniare nella vita il distacco dal
denaro, l'esortazione evangelica a non farne un idolo. La
bellezza delle chiese, il fasto liturgico, il non rispar-
miare nel dare gloria a Dio anche con la bellezza, stando
lontani dai "risparmi di Giuda" («Perché quest'olio
profumato non si è venduto per trecento denari per poi
darlo ai poveri?», Giovanni 12, 5), tutto questo deve
accompagnarsi alla sobrietà, alla modestia, se possibile
alla povertà di chi costruisce quegli scrigni e in essi
celebra i misteri divini.
Il parroco non sia ricco e nemmeno benestante,
ma la chiesa parrocchiale sia la più bella possibile, come
nella Chiesa si è sempre fatto, prima che prevalesse in
alcuni la deformazione demagogica. Così, del resto, ha
sentito il popolo dei credenti, che ha spesso mugugnato
verso il clero agiato, che non ha risparmiato lazzi e
frizzi sulla pinguedine dei frati, ma che sempre si è le-
vato il pane di bocca perché gli edifici della sua reli-
gione fossero il più possibile splendidi. Non ci sono mai
state rivolte di poveri per bloccare i cantieri né delle
grandi cattedrali né di qualunque luogo di culto, per
imponente che fosse, anche in luoghi e tempi di miseria.
Non dimentichiamo la solita sintesi degli opposti: la
Chiesa deve testimoniare l'abiezione e il disonore del
Crocifisso, ma al contempo la gloria dell'Eccelso, la
gioia per l'assunzione al Cielo del Risorto, che ha dato
così la prova di essere davvero il Figlio di Dio.

Comunque, ricchezze clericali a parte, sono ormai


più di vent'anni che, oltre che del Gesù storico, dell'esi-
stenza di Dio e di mariologia, ti occupi della rivisitazione
della storia della Chiesa, cui hai dedicato sinora quattro
grossi volumi che hai raccolto nella collana Vivaio. Fu
infatti un paio di decenni fa che cominciasti su «Avve-
nire» la rubrica che chiamasti così, che hai poi conti-
nuato su «Jesus» e che prosegue tuttora su «Il Timone».
Come mai tanto impegno su questi temi?

Il perché è stato ricordato da un cardinale,


Giacomo Biffi, allora arcivescovo di Bologna, che volle
fare (fu proprio lui a propormelo) la prefazione a
Pensare la storia, le quasi settecento pagine che
costituiscono la prima raccolta di quei "vivai". Come
sai, sono poi seguiti La sfida della fede, Le cose della
vita e, da poco, Emporio cattolico. Lascia che ti rilegga
come monsignor Biffi inizia quelle sue pagine
introduttive. Non è civetteria vanitosa, è un modo per
capire le motivazioni che mi spingevano (e mi spingono)
e che Sua Eminenza condivideva in pieno: «Quando un
ragazzo, educato cristianamente dalla famiglia e dalla
comunità parrocchiale, di fronte agli asserti apodittici di
qualche insegnante o di qualche testo, comincia a
vergognarsi della storia della sua Chiesa, è
oggettivamente posto in grave pericolo di perdere la
fede. È un rilievo penoso, ma incontestabile; anzi ha,
ben oltre il contesto scolastico, una sua generale
validità». Aggiungeva il cardinale, subito dopo: «Ab-
biamo qui uno tra i più pungenti problemi pastorali; e ci
si stupisce che raccolga negli ambienti ecclesiali così
poca attenzione». Più avanti: «Bisogna che ci decidiamo
a renderci conto del cumulo di giudizi arbitrari, di
deformazioni, di vere e proprie bugie che incombe su
tutto ciò che è storicamente attinente alla Chiesa. Siamo
letteralmente assediati dai travisamenti e dalle menzo-
gne: i cattolici in larga parte non se ne avvedono, quan-
do addirittura non rifiutano di avvedersene. Se vengo
percosso sulla guancia destra, la perfezione evangelica
mi propone di offrire la sinistra. Ma se si attenta alla ve-
rità, la stessa perfezione evangelica mi fa obbligo di
adoperarmi a ristabilirla».
Insomma, la storia della Chiesa è una delle
frontiere più calde, in cui è in gioco la fede stessa e la
sua credibilità. E, come sai, è proprio a riconferma e
difesa della fede che ho sentito mio dovere fare quanto
potevo in ciò che ho sempre scritto. Nel cristianesimo,
tutto è questione di storia, dunque il problema principale
è stabilire se si tratta di una storia vera: la storia di Gesù
narrata dai Vangeli e la storia della Chiesa, che è poi
quella del Cristo che cammina nei secoli. Anche per
questo mi è sembrato opportuno che la mia formazione
universitaria sia stata proprio di tipo storico e che alla
storia sia sempre andato, anche "prima", il mio interesse
principale.

Ma come nacque quel Vivaio che suscitò un tale


interesse che molti lettori se ne sentono ancora orfani?
So di molti che ritagliavano tutte le puntate, di altri che
le fotocopiavano e le facevano circolare, mi hai detto tu
stesso che ricevevi moltissime lettere che mettevano a
dura prova il tuo proposito di non lasciarne alcuna senza
risposta personale.

Ma sì, a ciascuna delle molte centinaia di


puntate le reazioni, anche epistolari, erano sorprendenti.
E le lettere di protesta e di rammarico, quando decisi di
interrompere, furono innumerevoli. Un'esagerazione.
Così come sono esagerati - lo dico senza ipocrisie
farisaiche - quelli che hanno parlato di un'originalità di
quei miei testi, quasi fossi un pioniere, lo scopritore di
nuovi orizzonti. Ma che originale, ma che nuovo! Come
mi pare che abbiamo già accennato, nella seconda metà
dell'Ottocento e nella prima metà del Novecento la
produzione apologetica fu intensissima, da parte di
teologi, biblisti, ecclesiastici, giornalisti, spesso laici (il
grande Louis Veuillot e non solo...), in tutti i Paesi eu-
ropei. I francesi editarono le diecimila colonne fittis-
sime, in quattro grossi volumi più uno di indici, del
Dictionnaire apologétique de la fot catholique, in cui le
questioni storiche controverse sono trattate con rigore
accademico da specialisti di valore. Uscirono addirittura
per decenni, e con buona fortuna editoriale, settimanali,
quindicinali, mensili tutti e solo di apologetica.
Anche qui, caro mio, più che da inventare c'è da
riscoprire, se necessario da aggiornare e poi da ripresen-
tare, salvando il grosso, visto che possono cambiare le
scuole storiche ma non cambiano, né possono cambiare,
i documenti. E quelli sono stati rintracciati, interpretati,
pubblicati da quei nostri operosi fratelli nella fede,
giustamente consapevoli che correggere una menzogna
storica può contribuire a salvaguardare la fede. Come
ben ricorda il cardinale Giacomo Biffi.
Non la faccio lunga. Mi chiedi com'è nato
Vivaio} È nato nella primavera del 1987, una sera a cena
con Guido Folloni, allora direttore di «Avvenire», nel
ristorante accanto alla redazione del giornale. Folloni da
tempo mi chiedeva di dargli una rubrica per i suoi let-
tori, quella sera gli dissi che avrei potuto decidermi a
mettere mano alle molte cartelline di note che da sempre
riponevo da parte, traendole dalle letture e dalle ri-
flessioni quotidiane. Gli proposi anche di chiamare la
rubrica con un titolo "minimalista", suggerito da Gio-
vanni Papini nel suo diario: vivaio, appunto, a indicare
che si trattava solo di semi, di spunti, di pianticelle bi-
sognose di crescita.

Dunque, dici di non avere inventato nulla, ma


solo di avere rimesso in circolazione quanto già c'era e
che era stato rimosso da parte di un certo clima ecclesiale
che scambiava il dialogo con le dimissioni.

Ma sì, è così. Molto, moltissimo già c'era,


seppure sepolto in biblioteche ed emeroteche
ingiustamente polverose. È chiaro che non ho mai
copiato, limitandomi a utilizzare, come fa qualunque
studioso, i risultati delle ricerche di studiosi ed esperti
cattolici, magari di un secolo prima. E, quando
necessario, ho sempre citato i nomi degli autori. È
chiaro, comunque, che a quel materiale ne ho aggiunto
altro, frutto delle mie, di ricerche. Alla fine, nel
preparare le vivande per i lettori, ho messo a frutto il
solo carisma che mi riconosca: quello della capacità
divulgativa, che fa parte della mia vocazione, che direi
istintiva, al giornalismo.
Mi viene in mente, al proposito, un'osservazione
di Pascal: «Quando si gioca alla palla, questa è la stessa
per tutti. Ma vi sono alcuni che sanno piazzarla me-
glio». Le stesse cose, sotto penne diverse, danno risul-
tati differenti. Moltissimi, com'è ovvio, conoscono assai
meglio di me infinite cose, ma davanti a un foglio di
carta, che è ora lo schermo del mio computer, so che -
pur spesso penando e faticando, magari con molte ri-
scritture - qualcosa di comprensibile e magari di effi-
cace finirà coll'uscire. Credo che pensasse a questa mia
esperienza di scrittura il cardinal Biffi, scrivendo parole
troppo impegnative nella prefazione a Pensare la
storia: «Per fortuna, lo Spirito Santo non lascia mai
senza intrinseca protezione la Chiesa. È sempre attivo, e
suscita in varie forme e a vari livelli le necessarie anti-
tossine. Il presente volume - che raccoglie larga parte
dei Vivai di Vittorio Messori apparsi sul quotidiano
cattolico nazionale - è appunto uno di quei provviden-
ziali rimedi ai nostri mali: la sua comparsa è un segno
che Dio non ha abbandonato il suo popolo».
Addirittura! Ma poiché l'arcivescovo emento di
Bologna conosce bene l'apologetica (data l'età, ha fatto
in tempo a studiarla, ed egli stesso ne ha scritto cose im-
portanti e di successo) credo proprio che pensasse a un
merito soprattutto: non quello del "creatore" di un ge-
nere, bensì quello del "riscopritore" di ricchezze catto-
liche che erano state sepolte.
In ogni caso, le oltre duemila pagine pubblicate
nei quattro libri sotto il marchio Vivaio non si propone-
vano - e non si propongono, visto che la produzione
continua, anche se solo mensile - soltanto di contrastare,
dati alla mano, le letture faziose della storia della
Chiesa. A proposito di simili letture, lasciami solo ag-
giungere che c'è, in esse, anche un valore per noi posi-
tivo, visto che le accuse alla Catholica del passato rico-
noscono che è la sola comunità che resti se stessa nel
trascorrere dei secoli. Per dirla ancora con Biffi: «Met-
tere sotto accusa la Chiesa di oggi per quanto avrebbe
fatto anche nei tempi più lontani è un palese riconosci-
mento della sua permanenza, della sua identità non tra-
volta dalla storia».
Ma, dicevo, le pagine di quella mia rubrica sono
anche un confronto serrato con quella che è oggi
l'ideologia egemone dell'Occidente, quel "politicamente
corretto" che abbiamo più volte richiamato in questo
nostro discorso, perché vi vedo il nemico attualmente
più insidioso del cristianesimo. In quelle mie pagine se-
gnalo dunque le contraddizioni, gli irrealismi, gli sche-
mi, le ipocrisie di una cultura dominante che è partico-
larmente pericolosa per noi, perché è in sostanza una
caricatura di cristianesimo ma senza Cristo; è un collage
di qualche isolato valore evangelico, amputato però di
quanto possa disturbare l'ideologia che vi è sottesa, che
è poi quella che gli americani chiamano liberal e che da
noi si identifica, pressappoco, con quella radicale.
C'è poi un altro aspetto che non è insignificante,
pei chi tenti di essere cristiano. È quello che ho
segnalato nell'avvertenza al lettore di Pensare la storia,
il primo volume: «In nessuna pagina, neanche in quelle
più controverse, ho dimenticato il motto di
sant'Agostino: interficite errores, homines diligite,
combattete gli errori, amate gli uomini. Non tutte le idee
né tutte le azioni sono rispettabili. Da rispettare sempre
e comunque sono, invece, gli uomini. Sai, anche nel
confronto più esplicito, cerco di non dimenticare mai
innanzitutto la strategia divina del "chiaroscuro", la Sua
scelta di libertà; e poi, non dimentico un ennesimo et-et,
questa volta di Jacques Maritain: «Noi cristiani
dobbiamo essere duri di testa e teneri di cuore»
Ti dirò di più: al contrario di quanto pensano
tanti conformisti, ho sempre lavorato convinto che
l'impegno apologetico a favore del passato, e del
presente, della Chiesa cattolica sia un forte contributo
all'ecumenismo.

All'ecumenismo? Ma molti sono convinti che il


dialogo con le altre confessioni cristiane e con le
religioni debba consistere, per il cattolico, nel
riconoscere tutte le colpe commesse nella storia dalla
sua Chiesa. Chi, invece, ne tenta la difesa è un
oscurantista, un nemico dell'incontro fraterno.

Lo so bene. E so anche quanto mi abbia sempre


sorpreso una simile miopia. Ti leggo quanto ha
osservato Jean Dumont, un amico, un laico anch'egli,
anch'egli ovviamente un convertito, un editore nonché
un docente universitario, che ha dedicato la vita - lui
pure -a esaminare e, spesso a dissolvere, tante leggende
nere sul cattolicesimo. Ha scritto, dunque, questo
credente: «Se lavoro per stabilire la realtà dei fatti,
realtà che spesso è ben più favorevole alla Chiesa di
quanto non credano i suoi stessi fedeli, è perché sono
convinto che è un modo per far progredire
l'ecumenismo. Questo sarà ben più agevole, se
permetteremo agli altri di rispettare di più i cattolici e il
loro passato. Se mostreremo - con pacatezza e
documentazione ineccepibile -che non siamo quei
mostri che spesso credono, il dialogo ne sarà
grandemente avvantaggiato. Al contrario di quanto
molti oggi pensano nella Chiesa medesima, accettare
acriticamente le accuse, senza attenta verifica delle fonti
e senza chiarire le circostanze che spieghino e magari
giustifichino, non solo non aiuta l'ecumenismo ma lo
danneggia gravemente».
Ti dirò che anch'io ho sempre lavorato in questa
prospettiva: chiarire, spiegare, se necessario confutare,
innanzitutto come doveroso omaggio alla verità, sola
garanzia (parola di Gesù) di libertà: in questo caso, li-
bertà dalla menzogna di cui, non dimenticare, diabo-lus
pater est. Ricostruire i fatti autentici, poi, come conforto
per i cattolici, convinti da certi loro maestri, se non
addirittura da pastori "adulti" stessi, di essere gli eredi e
i prosecutori della più imbarazzante delle storie. Infine,
per rassicurare gli interlocutori del dialogo, almeno
quelli in buona fede: guardate che non ci si deve
vergognare di confrontarsi con noi, non siamo quei
farabutti ipocriti come troppo spesso ci dipingono, non
siamo quelli che hanno sbagliato tutto per duemila anni.
La Verità, comunque, sta per te nell'ortodossia
dottrinale e non hai simpatia né stima per chi vorrebbe
imporre "nuovi" catechismi. Già ne hai accennato.
Né simpatia né stima, ma neanche paura o
tentazioni persecutorie. Occorre che il novatore, il
dissenziente, il contestatore, l'eretico, esistano a ogni
generazione. Sono strumenti di una missione
provvidenziale in quanto - credendo di contrastare e
magari sovvertire l'ortodossia della Chiesa - in realtà la
rafforzano, costringendola a ripensarsi, ad
approfondirsi, a depurarsi, in ogni caso a esprimersi con
maggiore precisione. I grandi Concilii ecumenici non ci
sarebbero stati e non avrebbero svolto il loro lavoro
grandioso, essenziale per definire e difendere i contenuti
fondamentali della fede, se la Chiesa non fosse stata
aggredita e sfidata da letture eterodosse del Vangelo
provenienti da "fuori" e da "dentro". E queste ultime
erano come al solito le più insidiose, andavano
contrastate riprendendo da capo i dossier della Bibbia e
della Tradizione e ripensandoli, sempre nella continuità
e mai nella rottura. Come la natura, Ecclesia etiam
nonfacit saltus, è un organismo vivo, procede per
sviluppo lento, talvolta lentissimo (Dio è fuori dal tem-
po, non ha fretta) e coerente (in Dio non può esservi
contraddizione), mai a balzi, strattoni, rinnegamenti. C'è
dunque un disegno divino nel quale anche le deviazioni
dottrinali hanno un ruolo che non è casuale: opor-tet ut
hereses eveniant.
Comunque sia, ancora una volta ti ribadisco che,
per quanto mi riguarda, non ho alcuna vocazione
"ereticale". So per esperienza che nella Chiesa ci sono
ampi spazi di libertà, ben superiori a quelli delle
ideologie moderne che la accusano di oscurantismo e di
dogmatismo.
Il mio primo impegno giornalistico è stato, l'ho
detto
più volte, a «La Stampa» di Torino, quotidiano
per eccellenza "laico e democratico", come si dice. Ho
un ottimo ricordo di quei dieci anni della mia giovinezza
professionale, ho conservato amicizia per i colleghi e
stima per i direttori, nulla ho da recriminare o da
rimproverare. È con convinzione, ma con qualche
rammarico, che presi la decisione di lasciare la
redazione di quel giornale e Torino stessa - due habitat
che amavo - per andarmene a Milano a lavorare nel
Gruppo dei Periodici Paolini, e poi anche, come
collaboratore fisso, ad «Avvenire», il quotidiano della
Conferenza Episcopale. Potendo dunque fare raffronti
non teorici, ma basati su esperienze personali e non
brevi, posso dirti che nei giornali cattolici ho goduto di
uno spazio di libertà maggiore che nella laicissima
«Stampa». Non che mi si censurasse; ma di certo, come
tutti là dentro, conoscevo le regole e, dunque, in qualche
modo ero io che mi au-tocensuravo. Una censura che è
consustanziale alla cultura "laica", che non può varcare i
limiti in cui si è ristretta, quella del concetto di
"ragione" vigente in quel momento. Invece, nei media
"dei preti", nessuno ovviamente mi impediva di usare
sino in fondo la ragione e nessuno, altrettanto
ovviamente, mi impediva di andare oltre, accettando
anche l'Enigma che va al di là e in cui siamo immersi.
Non a caso, nei giornali cattolici si è doppiamente
informati rispetto a quelli laici: si leggono, infatti, i
periodici e i libri "propri" e al contempo quelli degli
"altri". Mentre il contrario non avviene.
Come vedi il futuro della Chiesa?
Ti ho più volte precisato di non aspirare al ruolo
di "profeta", nel suo doppio significato: quello di annun-
datore della volontà divina o quello di
anticipatore degli eventi futuri! Io stesso sono Chiesa,
dunque faccio anche "per me" ciò che posso ma, al
contempo, me ne sto sereno e non mi affanno. L'amo
quanto la mia vita, ma non mi tormento con ansie che,
forse, più che edificanti, sarebbero in qualche modo
blasfeme, quasi che io, quasi che noi, fossimo i
responsabili del suo futuro.
La lezione più bella, al proposito, me la diede
l'al-lora cardinal Ratzinger, al termine dei giorni di
Bressanone, quando rivedevo di notte i quaderni di
appunti che prendevo di giorno, caso mai il
magnetofono avesse fatto cilecca. Gli chiesi, prima di
congedarci: «Eminenza, mi permetta un'ultima
domanda: Lei riesce sempre a dormire, con il cumulo di
problemi che la sua Congregazione si trova a
fronteggiare, con tutti gli errori che serpeggiano o
addirittura trionfano in que sto tempestoso post-concilio
e dei quali mi ha parlato in tante ore di colloquio a cuore
aperto?».
Il responsabile stesso dell'ortodossia cattolica mi
guardò sorpreso, con quel suo viso da eterno fanciullo,
cui già allora faceva contrasto la corona dei capelli
bianchi: «Fatto l'esame serale di coscienza, se non ho
troppo da rimproverami dormo tranquillo come quando
non ero che un giovane professore senza responsabilità
gerarchiche. Perché non dovrei? Vogliamo renderci
conto che anche noi siamo Chiesa ma che essa, al con-
tempo, non è nostra, è Sua? Che ne è Lui il Capo, lo
Sposo; che, anzi, essa è il Suo Corpo stesso? Il nostro
impegno è doveroso ma, al contempo, ci ha ricordato
che non siamo che "servi inutili". Tocca a Lui, dunque,
guidarla. E ciò che Egli ha previsto è certamente il me-
glio».
Se se ne stava attivo e zelante ma sereno, il
Prefetto del Sant'Uffizio - così come, ne sono certo, si
impegna
al massimo delle forze ma sta sereno anche ora
che è diventato Benedetto XVI - perché non dovremmo
starlo pure noi, su cui gravano responsabilità infime ri-
spetto alle sue?
D'accordo. Ma, ricordato a "Chi" tocca stabilire
il futuro ecclesiale (che, del resto, è presente ab aeterno
davanti a Lui), è però lecito azzardare qualche
previsione, qualche auspicio su ciò che l'attende. Seppure
secondo la nostra miopia umana.
A me pare che quel futuro stia tutto in quattro
parole di Gesù riportate da Luca: «Non temere, piccolo
gregge...». Mi sembra di vederci tutto perché qui - come
del resto molte altre volte, nei Vangeli - c'è l'invito a
non avere timore: la Chiesa sussisterà sino al Suo
ritorno, quando Egli verrà non più nel chiaroscuro della
prima venuta, bensì in una gloria abbagliante che tutti
constateranno, chi con gioia chi con timore. Ma, al
contempo, c'è quel termine - "piccolo gregge" - che
ricorda la condizione nel mondo dei Suoi discepoli
riuniti nella Chiesa, condizione che è definita da altri
termini evangelici: "lievito", "sale della terra", "granello
di senape", "seme gettato nel campo". È un altro, e non
certo il minore, dei paradossi cristiani: il Vangelo deve
essere annunciato al mondo intero, la Chiesa è per
definizione catholica, dunque universale; ma, al
contempo, essa non riunisce e non riunirà mai altro che
una minoranza. Il seme deve essere sparso in ogni
luogo, eppure solo una piccola parte attecchirà e darà
frutto.
Non sono tra i superficiali, oggi numerosi, che
deprecano la passata "cristianità di massa" che
contrasse-
422 7. IL "CERCHIO" INCOMPRESO: LA CHIESA
gnava certi Paesi, nell'Europa latina e in Sud
America. Tra l'altro, ti ricordo quanto dicevamo quanto
alla Chiesa come grande rete dove finisce ogni genere
di pesci, buoni e meno buoni. Può essere vero che
vivere in un contesto almeno ufficialmente "cattolico" è
di aiuto alla fede dei deboli, è un modo per non
spegnere tanti lucignoli fumiganti. Identificare il
peccato se condo la Chiesa con il reato secondo lo Stato
è pericoloso ed è oggi inaccettabile. Eppure, anche
questo ha sorretto la virtù vacillante di tanti.
Pur comprendendolo, personalmente non
desidero il ritorno a quel passato. In effetti, all'ossequio
formale verso la Chiesa, quanta fede autentica
corr