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Appunti di Laboratorio 3

Disclaimer
Questi appunti si basano sul corso tenuto durante l’A.A. 2016-2017 dalla Professoressa Giuliano Fiorillo, e
sono stato scritti dal sottoscritto con l’aiuto, il confronto e la pazienza di tanti colleghi, che ringrazio sempre
di tutto cuore. Tali materiali sono accessibili da chiunque ne abbia bisogno e la loro diffusione dev’essere
mantenuta sempre libera e gratuita.

Inoltre, essendo frutto del lavoro di uno studente, questi appunti non sono esenti da errori e refusi, la cui
segnalazione è sempre incentivata e ben accetta.

Emanuele Di Maio

1
Parte 2: Amplificatori operazionali
Amplificatori differenziali
In questa parte 2 degli appunti ci focalizzeremo sull’analisi degli amplificatori operazionali (OP-AMP), cioè
particolari tipi di amplificatori a più stadi e ad elevato guadagno, caratterizzati da strutture “ad anello”
grazie ai quali è possibile controllarne la caratteristica di risposta complessiva. Lo stadio inziale di un
amplificatore operazionale è costituito da un amplificatore differenziale.

Caratteri generali degli amplificatori differenziali


Un amplificatore differenziale ha, come già si intuisce dal termine stesso, la funzione di amplificare la
differenza tra due segnali in ingresso, che indicheremo con 𝑣" e
𝑣# rispettivamente. Esso costituisce lo stadio fondamentale degli
amplificatori operazionali.
Immaginiamo dunque di costruire un amplificatore che accetti in
entrata le tensioni 𝑣" e 𝑣# , e restituisca in uscita una tensione 𝑣$
che risulti amplificata dal guadagno 𝐴& :

𝑣$ = 𝐴& (𝑣" − 𝑣# )

Questo tipo di linearità, in generale, non può essere ottenuta da un punto di vista sperimentale (se non in
casi particolari, che analizzeremo volta per volta), poiché in generale l’amplificazione 𝐴& manifesta una
dipendenza dagli stessi 𝑣" e 𝑣# . Modellizziamo allora il nostro amplificatore in modo che, tra 𝑣$ , 𝑣" e 𝑣# ,
sussista una dipendenza lineare:

𝑣+ = 𝐴" 𝑣" + 𝐴# 𝑣#

Cercheremo di porci dunque nelle condizioni in cui 𝑣$ dipenda “il più possibile” dal termine (𝑣" − 𝑣# ) ed
ignori ulteriori fattori di disturbo. A questo scopo, indichiamo con:

1
𝑣& = 𝑣" − 𝑣# 𝑣" = 𝑣. + 𝑣&
- 𝑣" + 𝑣# ⇒ - 2
𝑣. = 1
2 𝑣# = 𝑣. − 𝑣&
2

Sostituendo 𝑣" e 𝑣# nella relazione precedente, si ottiene:

𝑣& 𝐴# 𝑣& 𝐴" − 𝐴#


𝑣$ = 𝐴" 𝑣" + 𝐴# 𝑣# = 𝐴" 𝑣. + 𝐴" + 𝐴# 𝑣. − = (𝐴" + 𝐴# )𝑣. + 𝑣&
2 2 2

Definiamo allora:

𝐴. = 𝐴" + 𝐴#

𝐴" − 𝐴#
𝐴& =
2

E otteniamo dunque:

2
𝑣$ = 𝐴& 𝑣& + 𝐴. 𝑣.

Dunque, la tensione in uscita 𝑣$ reale, si discosta da quella ideale a causa del termine 𝐴. 𝑣. , cioè il valor
medio delle due tensioni. I termini 𝐴. ed 𝐴& sono detti rispettivamente amplificazione differenziale ed
amplificazione di modo comune. Ovviamente, affinché l’amplificatore funga da amplificatore differenziale e
dunque 𝑣$ dipenda solo dal termine 𝐴& 𝑣& , vogliamo che il termine 𝐴. sia trascurabile rispetto ad 𝐴& , o, in
altre parole, che valga:

𝐴&
3 3≫1
𝐴.

Il rapporto dell’equazione precedente viene indicato con il termine di rapporto di reiezione di modo comune
(CMRR), ed indicato con il simbolo 𝜌. Affinché l’amplificatore differenziale restituisca un’amplificazione
dipendente unicamente del termine 𝑣& , 𝜌 dovrà essere il più grande possibile. Osserviamo come,
dall’equazione 𝑣$ = 𝐴& 𝑣& + 𝐴. 𝑣. , sia possibile esprimere 𝑣$ in funzione del CMRR:

𝐴. 𝑣. 1 𝑣.
𝑣$ = 𝐴& 𝑣& + 𝐴. 𝑣. = 𝐴& 𝑣& 61 + 7 = 𝐴& 𝑣& 61 + 7
𝐴& 𝑣& 𝜌 𝑣&

- Osservazione: Un unico caso particolare in cui 𝑣$ dipende esclusivamente dal termine 𝐴& 𝑣& , a
"
prescindere dal termine 𝜌, è il caso in cui 𝑣" = −𝑣#: in questa situazione, infatti, 𝑣. = (𝑣" + 𝑣# ) =
#
" :;
0, e la formula precedente non presenta dunque il termine 9 : .
<

- Esempio: Immaginiamo di avere i seguenti valori in entrata:

𝑣# = −50𝜇𝑉 𝑣" = 50𝜇𝑉

Essendo 𝑣# = −𝑣" , dall’osservazione precedente sappiamo che, a priori, 𝑣$ dipenderà solo dal
termine 𝐴& 𝑣& . Cosa succederebbe se, tuttavia, aggiungessimo un termine di offset di 1 𝑚𝑉 =
10A 𝜇𝑉? Avremmo due nuove tensioni 𝑣" e 𝑣# tali che:

𝑣# = 950𝜇𝑉 𝑣" = 1050𝜇𝑉

Sebbene la differenza 𝑣& = 𝑣" − 𝑣# sia rimasta invariata e pari a 100𝜇𝑉, il valore di 𝑣$ perde la
dipendenza lineare dal termine 𝑣" − 𝑣#; dalla formula precedente otteniamo infatti:

1
𝑣$ = 𝐴& 𝑣& 61 + 107
𝜌

Che può diventare un’approssimazione lineare poco soddisfacente per un 𝜌 molto dell’ordine
dell’unità o della decina. Un 𝜌 dell’ordine di 10C già permette di considerare 𝑣$ ∼ 𝐴& 𝑣& .

Amplificatore differenziale con accoppiamento sull’emettitore


Il primo esempio di amplificatore differenziale che analizzeremo prevede una struttura caratterizzata da
due transistor accoppiati. Questi, industrialmente parlando, vengono montati su un chip in modo da essere
molto vicini tra loro, per far sì che eventuali fattori esterni (temperatura, dilatazioni termiche, etc.) si

3
manifestino allo stesso modo su entrambi. Perciò, immagineremo questi transistor possano essere
considerati perfettamente identici.
Indicati con 𝑄" e 𝑄# i due transistor, costruiamo un circuito come in figura, caratterizzato da due common
emitter con rami di emettitori in comune, e verifichiamo questi possa costituire un esempio valido di
amplificatore differenziale.

Essendo i due transistor in configurazione CE, le due tensioni in entrata 𝑣" e 𝑣# saranno portate alle entrate
dei transistor, cioè le basi, mentre come tensione d’uscita si considererà la tensione al collettore. Poiché
sono presenti due collettori ma un amplificatore differenziale deve presentare un’unica uscita, si sceglie
convenzionalmente come tensione 𝑣$ la tensione al primo collettore 𝑣$F o al secondo collettore 𝑣$G . Si noti
che la corrente 𝑖+ è comune ad entrambi i transistor.
Il nostro scopo sarà di determinare l’amplificazione differenziale e l’amplificazione di modo comune
associata al circuito.

- Nota: abbiamo utilizzato la solita convenzione dei “pallini” già introdotta nella parte 1 per indicare
il ricollegarsi a massa dei rami in cui siano presenti dei generatori di tensione. In questa situazione,
tuttavia, abbiamo non uno, ma due generatori, indicati, rispettivamente, con 𝑉.. e 𝑉II : dunque, a
differenza dei numerosi casi di common emitter collegato direttamente a massa, qui l’emettitore è
collegato ad un ulteriore generatore di tensione continua. Questa struttura mantiene più stabile la
polarizzazione: 𝑉.. è infatti posto in modo che le giunzioni BC siano polarizzate inversamente,
mentre 𝑉II in modo che la giunzione BE sia polarizzata direttamente. In questo modo, non è
necessario aggiungere condensatori di blocco come quelli analizzati nella parte 1 per evitare il
rischio di uscire dalla polarizzazione diretta e dunque dalla zona attiva.

Innanzitutto osserviamo come, dal calcolo diretto, il rapporto di reiezione di modo comune
dell’amplificatore è grande se la resistenza di emettitore 𝑅K è grande. Iniziamo infatti col supporre 𝑣" =
𝑣# ≡ 𝑣M : questo comporta 𝑣& = 𝑣" − 𝑣# = 0 e dunque 𝑣$ = 𝐴. 𝑣M , in base alla formula vista nel paragrafo
precedente. Inoltre, sfruttiamo l’ipotesi di perfetta simmetria dei transistor: essendo del tutto uguali, sarà
uguale la corrente di emettitore da essi prodotta, e dunque avremo 𝑖IF = 𝑖IG . Le due correnti confluiscono
in un nodo collegato ad 𝑅K , dove scorre la corrente 𝑖+ : perciò, sfruttando la prima legge di Kirchhoff,

𝑖IF + 𝑖IG = 2𝑖IF = 2𝑖IG = −𝑖+

Facciamo adesso l’ipotesi di 𝑅K molto grande, quindi tendente ad infinito: in questo caso, tende a non
passare più corrente in 𝑅K , dunque 𝑖+ ∼ 0 e consequenzialmente, dalla relazione precedente,

4
𝑖IF = 𝑖IG ∼ 0

D’altra parte, ricordiamo che, in base a quanto appreso nella parte 1, 𝑖I ∼ 𝑖. ; consequenzialmente, poiché
abbiamo visto che per resistenze molto alte 𝑖I ∼ 0, avremo anche 𝑖. ∼ 0, e dunque 𝑣$ = −𝑖. 𝑅N ∼ 0.
Poiché 𝑣$ = 𝐴. 𝑣M ∼ 0, deve valere 𝐴. ∼ 0: in questo modo, abbiamo mostrato come, per 𝑅K grandi, in un
circuito simmetrico l’amplificazione 𝐴. diventi molto piccola e dunque il rapporto di reiezione di modo
comune molto elevato.
Ora che abbiamo compreso da un punto di vista intuitivo in quali condizioni 𝐴. → 0, calcoliamo
esplicitamente i parametri 𝐴. ed 𝐴& : essi, essendo parametri costruttivi, potranno essere determinati da
casi particolari, semplicemente modulando le tensioni 𝑣" e 𝑣# .

- L’amplificazione differenziale
Poniamoci nel caso particolare ove le tensioni esterne sono regolate in modo che:

𝑣M
𝑣" = −𝑣# =
2

In questa situazione, sfruttando sempre la totale simmetria dei due transistor, ma facendo
attenzione al fatto che le tensioni hanno versi opposti, dovrà valere

𝑖IF = −𝑖IG

La qual cosa comporta:

𝑖IF + 𝑖IG = −𝑖+ = 0

Essendo 𝑖$ = 0, la caduta di tensione ai capi di 𝑅K è nulla, e possiamo dunque trattare il tutto come
se non il collettore fosse collegato direttamente a massa. Per praticità, poiché i transistor sono
perfettamente identici, ne analizzeremo solo uno dei due, per poi “speculare” i risultati.

Risolviamo il circuito applicando il modello a parametri ibridi: il circuito equivalente assume la


forma in figura:

5
In questo modo, il circuito assume la stessa forma analizzata a pagina 50 della parte 1, cioè un
semplice amplificatore in common emitter a polarizzazione fissa. Ricordando i risultati ottenuti in
quella trattazione, otteniamo:

ℎSI 𝑣M ℎSI 𝑣M
𝑣$ = 𝐴P 𝑣Q = − 𝑅N ∼ − 𝑅N
𝑅M + ℎQI 2 ℎQI 2

Dove come al solito abbiamo trascurato la resistenza interna del generatore, più piccola delle altre
resistenze in gioco. D’altra parte, deve anche valere 𝑣$ = 𝐴& 𝑣& + 𝐴. 𝑣. = 𝐴& 𝑣& (in quanto 𝑣. =
𝑣" + 𝑣# = 0), perciò:

𝑣$ ℎSI
𝑣$ = 𝐴& 𝑣M ⇒ 𝐴& = ∼− 𝑅
𝑣M 2ℎQI N

…che possiamo scrivere, in base a quanto imparato nel confronto tra modello a 𝜋 e a parametri
ibridi di pagina 47 della parte 1, come:

𝑔V
𝐴& ∼ − 𝑅
2 N

Conosciuti dunque i parametri 𝑔V ed 𝑅N , che sono parametri strutturali del circuito, è possibile
conoscere il guadagno differenziale caratteristico dell’amplificatore.

- L’amplificazione a modo comune


Supponiamo adesso di aver modulato le tensioni in modo da avere:

𝑣" = 𝑣# = 𝑣M

Che comporta 𝑣& = 0 e 𝑣. = 𝑣M , e perciò:

𝑣$ = 𝐴. 𝑣. = 𝐴. 𝑣M
𝑖+
𝑖IF = 𝑖IG = −
2

Dove l’ultima relazione è valida nella solita ipotesi di totale simmetria dei due transistor.
Stavolta, non essendo 𝑖+ = 0, non è immediatamente possibile scindere la coppia di transistor in
due parti di cui analizzarne solo una, come visto nel calcolo dell’amplificazione differenziale: la
caduta di tensione ai capi di 𝑅K è non nulla, e dunque il ramo non può essere immaginato come

6
privo di resistenza. D’altra parte 𝑅K è comune ad entrambi i transistor, dunque non potremmo
spezzare il sistema in due sistemi simmetrici; sfruttiamo allora un piccolo stratagemma: per la
composizione delle resistenze in parallelo, il circuito analizzato è equivalente ad un circuito che, al
posto della resistenza 𝑅K , presenti due resistenze parallele 𝑅KW = 2𝑅K :

Nell’ipotesi di totale simmetria, analizziamo solo la parte sinistra o destra:

Dove a destra abbiamo considerato la relativa schematizzazione a parametri ibridi. Quest’ultima è


analoga a quella analizzata nel caso di un common emitter in autopolarizzazione (pagina 51 della
parte 1), perciò, in base a quanto già osservato,

𝑅N
𝑣$ = 𝐴P 𝑣Q = −ℎSI 𝑣M
𝑅M + ℎQI + X1 + ℎSI Y2𝑅K

…che, nell’approssimazione di una resistenza 𝑅M trascurabile ed un termine ℎSI = 𝛽 dell’ordine del


[\
centinaio, può essere posta nella forma 𝑣$ ∼ − 𝑣, e dunque, ricordando che in questa
#[] M
trattazione 𝑣$ = 𝐴. 𝑣M , otteniamo:
𝑣$ 𝑅N
𝐴. = ∼−
𝑣M 2𝑅K

Come avevamo già previsto in forma intuitiva, 𝐴. è tanto più piccolo quanto 𝑅K è grande.

Avendo determinato l’espressione di 𝐴. ed 𝐴& , determiniamo infine il CMRR:

7
𝐴& 𝑔V 2𝑅K
𝜌=3 3= 𝑅N ⋅ = 𝑅K 𝑔V
𝐴. 2 𝑅N

Che assume grandi valori per 𝑅K → ∞, come ci aspettavamo.

Amplificatore differenziale alimentato con corrente costante


Come abbiamo visto nella trattazione intuitiva di pagina 3, affinché si riesca ad ottenere un termine 𝐴.
molto piccolo è necessario innanzitutto rendere 𝑖$ ∼ 0. A questo risultato si può arrivare ponendo
all’emettitore dei due transistor una resistenza 𝑅K molto alta, come visto nel paragrafo precedente, ma
questo tipo di approccio, seppur efficace, si mostra molto dispendioso in termini energetici: più è grande la
resistenza 𝑅K , più sono alte le dissipazioni di calore a causa dell’effetto Joule.
Una maniera alternativa per giungere allo stesso risultato, senza però impiegare resistenze 𝑅K dell’ordine
del centinaio di 𝑘Ω, consiste nello sfruttare un generatore di corrente costante 𝐼+ , come in figura:

In questo modo, regolando 𝐼+ opportunamente, si può vincolare a mantenere fissa la corrente nel ramo di
𝑅K , costringendo dunque 𝑖+ , che è una componente alternata, ad essere nulla: questo, come visto poco
prima, comporta analogamente 𝐴. → 0.
Il generatore di corrente che utilizzeremo prende il nome di specchio di corrente.

- Specchio di corrente, tipo 1


Costruiamo il circuito come in figura:

Collettore e base del transistor a sinistra sono collegati in modo che 𝑉dF = 𝑉NF , e
consequenzialmente 𝑉dNF = 0. Questo fa sì la giunzione BC sia polarizzata inversamente, mentre la
polarizzazione BE, pilotata da 𝑉.. , sia polarizzata direttamente.

8
Indicheremo con 𝐼[ la corrente che passa nella resistenza 𝑅N , e con 𝐼NG = 𝐼+ la corrente che dovrà
essere generata nell’emettitore in comune ai transistor dell’amplificatore differenziale. Inoltre,
supporremo, come al solito, i due transistor siano perfettamente identici.
Dal bilancio delle tensioni della maglia a sinistra si ottiene:

𝑉.. − 𝑉dK
𝑉dK + 𝐼[ 𝑅N = 𝑉.. ⇒ 𝐼[ =
𝑅N

D’altra parte, la corrente 𝐼[ si dirama nelle del collettore del transistor 𝑄" e nelle due basi comuni
ai due transistor, perciò, sfruttando Kirchhoff,

𝑉.. − 𝑉dK 2𝐼N 2


𝐼[ = = 𝐼NF + X𝐼dF + 𝐼dG Y = 𝐼NF + 2𝐼dG = 𝐼NF + F = 𝐼NF 61 + 7
𝑅N 𝛽 𝛽

Dove, essendo i transistor identici, abbiamo supposto la corrente al nodo delle due basi si
distribuisse equamente tra i due transistor, per poter scrivere 𝐼dF = 𝐼dG . Si osservi che, in questa
condizione, poiché in un transistor vale 𝐼N = 𝛽𝐼d , otteniamo di conseguenza anche 𝐼NF = 𝐼NG
nell’ipotesi in cui i 𝛽 dei due transistor sono uguali. Dall’equazione precedente si ricava allora:

𝐼[ 𝐼[ 𝛽 𝑉.. − 𝑉dK 𝛽
𝐼NF = 𝐼NG = 𝐼+ = = =
2 𝛽+2 𝑅N 𝛽+2
1+
𝛽

𝐼+ dipende dunque solo dai parametri costruttivi dei due transistor (𝛽, 𝑉.. , etc.), perciò, una volta
fissati questi ultimi, assume un valore fissato e costante.
D’altra parte il valore di 𝐼+ potrebbe alterarsi a causa di variazioni di temperatura: come ricordiamo,
il parametro più sensibile a queste ultimi è il termine 𝛽, che determina le principali caratteristiche
del transistor stesso. Vogliamo perciò assicurarci che, a grandi variazioni di 𝛽, corrispondano
piccole variazioni di 𝐼+ ; per osservarlo, effettuiamo uno sviluppo al primo ordine:

𝜕𝐼+ 1 𝛽 2
Δ𝐼+ = Δ𝛽 = 𝐼[ h − i Δ𝛽 = 𝐼 Δ𝛽
𝜕𝛽 𝛽 + 2 (𝛽 + 2)# (𝛽 + 2)# [

Volendo perciò calcolare la variazione relativa Δ𝐼+ /𝐼+ , otteniamo:

Δ𝐼+ 2 𝛽+2 2 Δ𝛽
= 𝐼[ Δ𝛽 ⋅ =
𝐼+ (𝛽 + 2) # 𝐼[ 𝛽 𝛽+2 𝛽

La formula di sopra mostra come, anche per variazioni relative molto gradi di 𝛽, la variazione
relativa di 𝐼+ rimane piccola: supponendo, ad esempio, un valore di 𝛽 = 200 che raddoppia,
raggiungendo 𝛽W = 400, abbiamo una variazione relativa pari a Δ𝛽/𝛽 = 1, cioè un aumento del
100%; questo determina un aumento di Δ𝐼+ /𝐼+ pari a…

Δ𝐼+ 2
= ∼ 0.01
𝐼+ 202

9
…e dunque dell’1%: le variazioni di 𝛽 lasciano 𝐼+ praticamente costante.

- Specchio di corrente, tipo 2


Un altro tipo di specchio di corrente sostituisce uno dei due transistor con un diodo, nella seguente
struttura:

O, alternativamente,

Supponendo come al solito che la corrente 𝐼d di base sia piccola a causa del termine 𝛽 dell’ordine
del centinaio, e che dunque 𝐼K = 𝐼A ∼ 𝐼N = 𝐼+ , effettuiamo il bilancio delle tensioni della maglia a
sinistra:

𝐼A 𝑅A + 𝑉dK = 𝑉m + 𝐼# 𝑅#

Dove abbiamo indicato con 𝑉m la tensione ai capi del diodo. La tensione 𝐼# 𝑅# ai capi di 𝑅# può
essere ottenuta sfruttando il fatto che le resistenze 𝑅" ed 𝑅# costituiscono un partitore di tensione
per la tensione 𝑉II − 𝑉m : in questo modo,

𝑅#
𝐼A 𝑅A + 𝑉dK = 𝑉m + (𝑉 − 𝑉m )
𝑅" + 𝑅# II

Isolando 𝐼A , si ottiene:
1 𝑉m 𝑅# 𝑉II 𝑅#
𝐼+ ∼ 𝐼A = h𝑉m − − 𝑉dK + i
𝑅A 𝑅" + 𝑅# 𝑅" + 𝑅#

10
Se dunque il circuito è costruito in modo che…

𝑉m 𝑅#
− = 𝑉dK
𝑅" + 𝑅#

…si ottiene:

𝑉m 𝑉II 𝑅#
𝐼+ ∼ +
𝑅A 𝑅A (𝑅" + 𝑅# )

Poiché la tensione ai capi del diodo è generalmente piccola, possiamo approssimare ulteriormente
il valore 𝐼+ a…

𝑉II 𝑅#
𝐼+ ∼
𝑅A (𝑅" + 𝑅# )

Il termine 𝐼+ , analogamente a prima, è indipendente dai valori 𝑣" e 𝑣# ed è determinato


unicamente dai parametri costruttivi: esso è dunque costante.

Caratteristica di trasferimento di un amplificatore differenziale


Avendo analizzato come progettare un generatore di corrente in grado di stabilizzare l’amplificatore
differenziale descritto a pagina 7, osserviamo l’andamento delle correnti 𝐼N di ciascun transistor per
comprenderne i vantaggi e le limitazioni.

Iniziamo sfruttando l’ipotesi di totale simmetria tra i due transistor: in questo modo possiamo scrivere:

𝑣" − 𝑣nIF = 𝑣# − 𝑣nIG ⇒ 𝑣" − 𝑣# = 𝑣& = 𝑣nIF − 𝑣nIG

Poiché, in ciascun transistor, 𝑖Ko = −𝛼𝑖No , possiamo scrivere:

𝑖NF + 𝑖NG = −𝛼X𝑖KF + 𝑖KG Y = 𝛼𝐼+ ∼ 𝐼+

In quanto, come avevamo osservato a pagina 23 della parte 1, 𝛼 ∼ 1.


Poiché, in base a quanto appreso a pagina 41 della parte 1, vale:

11
:rso
𝑖No = 𝐼N 𝑒 Pt

…otteniamo:
:rs F :rs G
𝑖NF + 𝑖NG = 𝐼N u𝑒 Pt +𝑒 Pt v ∼ 𝐼+

E dunque:

𝐼+
𝐼N ∼ :rs F :rs G
𝑒 Pt + 𝑒 Pt

Il termine 𝐼N , sostituito nelle due 𝑖No , restituisce:


:rs F
𝐼+ 𝑒 Pt 𝐼+
𝑖NF = :rs F :rs G = :rs G :rs F
w
𝑒 Pt + 𝑒 Pt 1+ 𝑒 Pt Pt

E analogamente, per 𝑖NG ,

𝐼+
𝑖NG = :rs F :rs G
w
1+ 𝑒 Pt Pt

In questo modo, ricordando che 𝑣& = 𝑣nIF − 𝑣nIG , otteniamo:

𝑖NF 1
= :
𝐼+ w <
1+𝑒 Pt

𝑖NG 1
= :<
𝐼+
1 + 𝑒 Pt

Le due correnti, ridotte del fattore 𝑖+ , assumono il seguente andamento grafico:

Le due correnti assumono dunque un andamento lineare in una regione centrale (segnata in rosso), oltra la
quale esse tendono a mantenersi più o meno costanti, indipendentemente dalla tensione in ingresso
applicata: in questo caso si dice che l’amplificatore è in saturazione.

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immaginando di esserci posti all’interno della zona centrale, cioè nell’intorno in cui 𝑣& /𝑉x è vicino allo 0,
linearizziamo 𝑖No /𝐼+ :

𝑖N
𝑖 No 𝜕 6 𝐼 o7 𝑣&
𝐼No = h i + z 𝑣+ }
𝐼+ :< y+ 𝜕 {𝑉& | 𝑉x
Pt x :< y+
Pt

Prendiamo a titolo d’esempio 𝑖NF , in modo che:

𝑖NF 1 1
h i =~ :< • =
𝐼+ :< y+ w 2
Pt 1 + 𝑒 Pt :< y+
Pt

𝑖N :
𝜕 6 𝐼 F7 ⎡ w < ⎤
+ ⎢ 𝑒 Pt
⎥ 1
z 𝑣 } =⎢ :< # ⎥
=
𝜕 {𝑉& | ⎢61 + 𝑒 wPt 7 ⎥ 4
x :< y+ ⎣ ⎦:
Pt < y+
Pt

Nella zona in cui il regime è lineare, perciò, avremo che la corrente 𝑖NF è pari a…

𝐼+ 𝐼+ 𝑣&
𝑖NF ∼ +
2 4 𝑉x

O, analogamente,

𝐼+ 𝐼+
𝑖NG ∼ − 𝑣
2 4𝑉x &

Le due rette si intersecano con l’asse delle 𝑖N /𝐼+ in 𝑉& /𝑉x = ±2: la regione Δ = 4 descrive quindi
l’ampiezza di tensioni entro cui l’amplificatore lavora in regime lineare e non satura.

Attraverso i calcoli precedenti possiamo finalmente conoscere l’andamento di 𝑣$ in funzione di 𝑣" e 𝑣# , o,


più propriamente, in funzione di 𝑣& = 𝑣" − 𝑣#. Poiché 𝑣$ è infatti la tensione ad uno dei collettori (ad
esempio, il primo), avremo 𝑣$ = 𝑉.. − 𝑖NF 𝑅N , e dunque una tensione in uscita nella forma…

𝐼+ 𝑅N
𝑣$ = 𝑉.. − :
w <
1+𝑒 Pt

Un amplificatore differenziale così costruito, dunque,

- Può lavorare in regime di saturazione funzionando da limitatore, poiché quando la tensione


d’ingresso 𝑣& in valore assoluto supera i 4𝑉x (circa 100𝑚𝑉), “argina” la tensione d’uscita
restituendo incrementi piccoli.
- Può lavorare in regime lineare funzionando da amplificatore, determinando un’amplificazione più o
meno grande a seconda della pendenza della curva di 𝑣$ ; si osservi che più la pendenza è ripida, più
è grande l’amplificazione, ma più è stretta la zona di funzionamento lineare: per questo, un
amplificatore differenziale così costruito tende ad amplificare senza andare in saturazione solo per
differenze di tensioni 𝑣& non troppo significative.

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Amplificatori operazionali
Considerazioni introduttive
Come suggerisce il termine, un amplificatore operazionale (AMP OP) è usato per realizzare una grande
varietà di funzioni analogiche, che analizzeremo in dettaglio nei prossimi paragrafi. Come abbiamo già
accennato nel paragrafo precedente, lo stadio iniziale di un amplificatore operazionale è un amplificatore
differenziale, dunque la funzionalità di base di un AMP OP è quella di amplificare differenze di tensioni in
entrata. Seguono, all’amplificatore differenziale, numerosi stadi atti ad aumentare l’amplificazione o, in
generale, a modulare caratteristiche di entrata e di uscita. L’ultimo stadio è generalmente un amplificatore
in configurazione CC, che, in base a quanto imparato nella parte 1, non modifica in maniera rilevante le
tensioni, ma costituisce un ottimo strumento per associare ad un’alta resistenza in entrata una bassa
resistenza in uscita.
Il simbolo circuitale di un amplificatore operazionale è il seguente:

I segni meno e più ai morsetti stanno indicare il verso con cui viene amplificata la differenza delle tensioni
dall’amplificatore differenziale: in particolare, quest’ultimo amplificherà la quantità 𝑣& = 𝑣" − 𝑣# ≡ 𝑣‡ −
𝑣w . Per questo motivo, il morsetto “-“ viene detto invertente, poiché, se ponessimo il secondo morsetto a
terra, avremmo una tensione d’uscita pari a 𝑣$ ∝ 𝑣‡ − 𝑣w = −𝑣w , cioè di segno cambiato, mentre il
morsetto “+” viene detto non invertente, poiché, collegando il primo morsetto a terra, avremmo una
tensione d’uscita pari a 𝑣$ ∝ 𝑣‡ − 𝑣w = 𝑣‡, che quindi mantiene lo stesso segno.
Oltre ai due morsetti di entrata, è ovviamente necessario un morsetto per 𝑉.. e 𝑉II :

L’uscita della terra generalmente non è presente, in quanto a massa sono collegati a loro volta i generatori
di 𝑉.. e −𝑉II .
Industrialmente, gli amplificatori operazionali vengono costruiti in un unico chip che contenga quattro
amplificatori. Ognuno di essi presenta una coppia di entrate per 𝑣‡ e 𝑣w , ed un’unica uscita, mentre le
entrate per le tensioni 𝑉.. e −𝑉II sono comuni a tutto il chip, per un totale quindi di 14 entrate; ad esse
possono aggiungersi di ulteriori che migliorino gli amplificatori “spostandoli” il più possibile in un regime
ideale.
Poiché lo scopo fondamentale di un amplificatore differenziale è quello di trasformare una coppia di
tensioni in entrata 𝑣‡ ≡ 𝑣" e 𝑣w ≡ 𝑣# in una tensione amplificata 𝑣$ , esso ammette la seguente
schematizzazione:

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Affinché possa funzionare adeguatamente come circuito operazionale, come vedremo, un AMP OP deve
verificare le seguenti proprietà, che lo avvicinino il più possibile ad un amplificatore ideale:

1) Una resistenza d’ingresso 𝑅Q = ∞ 1;


2) Una resistenza d’uscita 𝑅$ = 0;
3) Un’amplificazione differenziale 𝐴& ≡ 𝐴: = ∞;
4) Un’amplificazione di modo comune 𝐴. = 0;
5) Una larghezza di banda= ∞;
6) Caratteristiche indipendenti dalle variazioni di temperatura.

Dal terzo punto segue inoltre una caratteristica molto importante: poiché 𝐴& descrive l’amplificazione del
fattore 𝑣" − 𝑣# = 𝑣Q , si ottiene:
𝑣$
𝑣$ = 𝐴& 𝑣Q ⇒ 𝑣Q =
𝐴&

E poiché 𝐴& → ∞, 𝑣Q = 𝑣" − 𝑣# → 0, che comporta 𝑣" = 𝑣# : nell’ipotesi di amplificatore ideale, potremo
immaginare i due morsetti di entrata come se fossero collegati, in modo da trovarsi alla stessa tensione.
Questo fenomeno prende il nome di cortocircuito virtuale.
L’amplificazione 𝐴& ≡ 𝐴: viene indicata con il termine di amplificazione ad anello aperto; essendo
quest’ultima molto elevata (dell’ordine di 10A o 10C ) la regione entro cui l’amplificatore funziona in regime
lineare diventa molto stretta, in base a quanto visto nel capitolo precedente: per “pilotare” la regione di
funzionamento, allora, si usano le seguenti due configurazioni, dette negativa e positiva.

- Configurazione negativa: l’uscita viene ricollegata al morsetto invertente:

In questo modo l’uscita 𝑣w cresce grazie al contributo della tensione 𝑣$ , e la differenza di tensione
𝑣& = 𝑣‡ − 𝑣w diventa più piccola, in modo da far lavorare l’amplificatore in regime lineare.

1
Come abbiamo visto, l’amplificatore differenziale è costituito da due transistor affacciati l’uno di fronte l’altro;
talvolta, il transistor a sinistra della coppia viene sostituito da una coppia di due transistor, detta coppia Darlington:
#
questa crea una resistenza di ingresso proporzionale ad ℎSI , dunque molto alta, come appunto si vuole per un
amplificatore operazionale.

15
- Configurazione positiva: l’uscita viene ricollegata al morsetto non invertente:

In questo modo l’uscita 𝑣‡ cresce grazie al contributo della tensione 𝑣$ , e la differenza di tensione
𝑣& = 𝑣‡ − 𝑣w diventa più grande, in modo da far lavorare l’amplificatore in regime di saturazione.

In queste due configurazioni, si dice che l’amplificatore costituisce un anello chiuso.

L’amplificatore operazionale nella configurazione invertente


Analizziamo un amplificatore operazionale ad anello chiuso, in una configurazione invertente, cioè dove al
morsetto invertente è posta una certa tensione 𝑣M , mentre il morsetto non invertente è messo a terra.

Analizziamo il caso in cui l’amplificatore possa essere schematizzato come ideale o reale.

- Caso ideale: Nell’approssimazione di amplificatore ideale, ricordiamo, deve verificarsi 𝑣‡ = 𝑣w :


perciò, se 𝑣‡ è a massa, allora avremo anche 𝑣w = 0. Inoltre, poiché 𝑅Q = ∞, la corrente generata
da 𝑣M non passa attraverso l’amplificatore, ma si trasmette tutta nella resistenza 𝑅# ; in questo
modo otteniamo il seguente circuito equivalente:

Si faccia attenzione che il cortocircuito è solo virtuale, non passa corrente per quel ramo!
L’analisi del circuito restituisce:

𝑣M = 𝑖𝑅"

𝑣$ = −𝑖𝑅#

Che comporta:

16
𝑣$ 𝑅#
𝐺= =−
𝑣M 𝑅"

L’amplificazione 𝐺 è detta amplificazione ad anello chiuso, per differenziarla dall’amplificazione 𝐴&


vista prima, nella configurazione ad anello aperto.

- Caso reale: se l’amplificazione 𝐴: non è realmente infinita, le tensioni ai morsetti non sono uguali;
in particolar modo,

𝑣$ 𝑣$
𝑣& = 𝑣‡ − 𝑣w = −𝑣w = ⇒ 𝑣w = −
𝐴: 𝐴:

Il circuito equivalente sarà dunque analogo al precedente, con la differenza che adesso la tensione
𝑣& è pari a 𝑣$ /𝐴: : considerando l’equazione di maglia, si ottiene perciò:

𝑣$
𝑣M = 𝑖𝑅" + 𝑣w = 𝑖𝑅" −
𝐴:
- 𝑣$
𝑣$ = −𝑖𝑅# + 𝑣w = −𝑖𝑅# −
𝐴:

Isolando la 𝑖 dalla prima equazione e sostituendola nella seconda, si ottiene:

𝑣$ 𝑅# 𝑣$ 1 𝑅# 1 𝑅# 𝑣$ 𝑅# 1
− − 𝑣$ = 6𝑣M + 7 ⇒ − 6 + 1 + 7 𝑣$ = 𝑣M ⇒ =𝐺=−
𝐴: 𝑅" 𝐴: 𝐴: 𝑅" 𝐴: 𝑅" 𝑣M 𝑅" 1 + 1 {1 + 𝑅# |
𝐴: 𝑅"
Che descrive, al tendere di 𝐴: all’infinito, la formula vista nel caso ideale. L’amplificazione 𝐺+ è
"
dunque corretta del fattore F • .
"‡ {"‡ G|
‹Œ •F

Amplificatore in configurazione non invertente


Passiamo adesso alla configurazione non invertente, ove stavolta il generatore di tensione è posto al
morsetto non invertente, mentre il morsetto invertente è posto a massa:

- Caso ideale: In questa situazione, sempre per il cortocircuito virtuale, possiamo scrivere 𝑣M = 𝑣‡ =
𝑣w ; in questo modo possiamo immaginare il seguente circuito equivalente:

17
Dall’analisi del circuito si ottiene:

(𝑣$ − 𝑣M ) = 𝑖𝑅#

𝑖𝑅" = 𝑣M

Isolando la 𝑖 dalla seconda equazione e sostituendo, si ottiene:

𝑅# 𝑅# 𝑣$ 𝑅#
𝑣$ = 𝑣M + 𝑣M = 𝑣M 61 + 7 ⇒ = 𝐺 = 1+
𝑅" 𝑅" 𝑣M 𝑅"

Osserviamo che, qualora 𝑅# fosse nullo o 𝑅" infinito, l’amplificazione ad anello chiuso in
configurazione non invertente restituirebbe una tensione pressoché invariata rispetto a quella in
entrata. Questo tipo di configurazione viene perciò detta ad inseguitore di tensione.

- Caso reale: Consideriamo adesso la configurazione reale, dove 𝐴: , come al solito, non è infinito;
questo comporta:

𝑣$
𝑣$ = 𝐴: 𝑣& = 𝐴: (𝑣‡ − 𝑣w ) = 𝐴: (𝑣M − 𝑣w ) ⇒ 𝑣w = − + 𝑣M
𝐴:

Perciò, analizzando le due maglie, si ottiene:

𝑣$
𝑣$ − 𝑣w = 𝑣$ + − 𝑣M = 𝑖𝑅#
𝐴:
- 𝑣$
𝑖𝑅" = 𝑣w = 𝑣M −
𝐴:

Isolando la 𝑖 dalla seconda equazione e sostituendo,

𝑅# 𝑣$ 𝑣$ 𝑅# 1 𝑅#
6𝑣M − 7 = 𝑣$ + − 𝑣M ⇒ 𝑣M 6 + 17 = 𝑣$ h1 + 61 + 7i ⇒
𝑅" 𝐴: 𝐴: 𝑅" 𝐴: 𝑅"

18
𝑅
𝑣$ 1 + 𝑅# 𝐺+
"
⇒ =𝐺= =
𝑣M 1 𝑅 1 𝑅
1 + 𝐴 {1 + 𝑅# | 1 + 𝐴 {1 + 𝑅# |
: " : "

Che tende a 𝐺+ per 𝐴: → ∞.

Esempi di amplificatori operazionali


Come detto all’inizio di questo capitolo, gli amplificatori operazionali possono essere utilizzati come
calcolatori analogici, in quanto, opportunamente configurati, possono sommare, sottrarre, moltiplicare,
dividere, derivare ed integrare tensioni. In questo paragrafo analizzeremo come sia possibile realizzare
certe configurazioni.

Sommatore invertente
Si immagini di avere una 𝑁-upla di tensioni 𝑣" , 𝑣# , … , 𝑣• in entrata e di volerle sommare per ottenere una
tensione 𝑣$ = ∑Q 𝑣Q , a meno di eventuali fattori di proporzionalità. La qual cosa è resa possibile dal
seguente amplificatore operazionale:

Per praticità, ci porremo nell’ipotesi di amplificatore ideale. Per la prima legge di Kirchhoff, la somma di
tutte le correnti transitanti in 𝑅" , 𝑅# , … 𝑅• , che indichiamo con 𝑖, sarà la stessa corrente transitante nella
resistenza 𝑅S (nell’ipotesi in cui, essendo la resistenza interna infinita, la corrente non passa
nell’amplificatore):
• •
𝑣“
𝑖 = ’ 𝑖“ = ’
𝑅“
“y" “y"

E poiché, sempre nell’ipotesi ideale, la corrente non passa nell’amplificatore, otteniamo:


𝑣“
𝑣$ = −𝑖𝑅S = −𝑅S ’
𝑅“

E, nell’ipotesi di 𝑅“ = 𝑅 tutti uguali,

𝑅S
𝑣$ = − ’ 𝑣“
𝑅

Basterebbe quindi scegliere resistenze 𝑅 uguali alla resistenza 𝑅S per ottenere una resistenza 𝑣$ pari alla
somma di tutte le 𝑣“ , seppur cambiate di segno.

19
Sommatore non invertente
Un risultato analogo a quanto visto nel paragrafo precedente può essere ottenuto attraverso il seguente
circuito:

Che differisce dal precedente in quanto in configurazione non invertente; in questo caso, come vedremo,
verrà mantenuto il segno delle tensioni in entrata.
Iniziamo ad osservare che, a pagina 17, avevamo ottenuto la seguente relazione:

𝑣$ 𝑅S
= 1+ W
𝑣‡ 𝑅S

Per determinare 𝑣‡ utilizzeremo il principio di sovrapposizione: immagineremo, cioè, di considerare tutte i


rami a terra ad eccezione del ramo 𝑖-esimo, collegato al generatore di tensione 𝑣Q , con resistenza 𝑅Q ; in
questo modo determineremo il contributo di un singolo generatore a 𝑣‡ (che indicheremo con 𝑣‡o ), da
sommare su tutti gli 𝑁 generatori. La schematizzazione da utilizzare sarà dunque la seguente:

Indichiamo con 𝑅QWW il parallelo tra tutte le resistenze 𝑅” ad eccezione della resistenza 𝑅Q , per ottenere il
seguente circuito semplificato:

In questo modo, sfruttando le regole del partitore di tensione, otteniamo:

𝑅QWW
𝑣‡ Q = 𝑣Q
𝑅Q + 𝑅QWW

Poiché 𝑣‡ è dato dalla somma di tutti i 𝑣‡o , si ottiene:

20
𝑅QWW
𝑣‡ = ’ 𝑣Q
𝑅Q + 𝑅QWW
Q

E dunque:

𝑅S 𝑅QWW
𝑣$ = u1 + W v ’ 𝑣Q
𝑅S 𝑅Q + 𝑅QWW
Q

[ [
Che, nell’ipotesi di tutte resistenze uguali, restituisce 𝑅QWW = •w"
o
= •w" , e dunque:

𝑅 1
𝑣‡ = ’ 𝑣Q =’ 𝑣
(𝑁 − 1) 6𝑅 +
𝑅 𝑁 Q
Q (𝑁 − 1)7 Q

E perciò:

𝑅S 1
𝑣$ = u1 + v ’ 𝑣Q
𝑅SW 𝑁
Q

Sottrattore
E’ possibile costruire un sottrattore attraverso il seguente circuito:

Sfruttiamo nuovamente il principio di sovrapposizione, considerando prima la tensione 𝑣" a terra e la


tensione 𝑣# ≠ 0 e poi viceversa: nel primo caso si ottiene infatti un amplificatore in configurazione
invertente, mentre non invertente nel secondo, per questo basterà sfruttare i risultati dei paragrafi
precedenti.
Posto 𝑣" = 0, possiamo sfruttare il partitore di tensione tra le resistenze 𝑅A ed 𝑅C , ottenendo:

𝑅C
𝑣‡ = 𝑣#
𝑅A + 𝑅C

Unito al risultato di pagina 17 per gli amplificatori in configurazione non invertente, si ottiene:

𝑅# 𝑅# 𝑅C
𝑣$ = 61 + 7 𝑣‡ = 𝑣# 61 + 7
𝑅" 𝑅" 𝑅A + 𝑅C

Viceversa, posto 𝑣# = 0, il circuito si mostra analogo a quello di pagina 15, dove si era ottenuto:

21
𝑅#
𝑣$ = − 𝑣
𝑅" "

Sommando i due risultati, per il principio di sovrapposizione si ottiene:

𝑅# 𝑅# 𝑅C
𝑣$ = − 𝑣" + 61 + 7 𝑣
𝑅" 𝑅" 𝑅A + 𝑅C #

Osserviamo che, ponendo le resistenze in modo che:

𝑅# 𝑅# 𝑅C 𝑅# 1 𝑅C 1 𝑅# 𝑅C
= 61 + 7 ⇒ = ⇒ =
𝑅" 𝑅 𝑅
𝑅" 𝑅A + 𝑅C 𝑅" 1 + # 𝑅A 1 + C 𝑅" 𝑅A
𝑅 𝑅 " A

Si ottiene una 𝑣$ proporzionale alla differenza 𝑣# − 𝑣" : in particolare, 𝑣$ = 𝑣# − 𝑣" per 𝑅# = 𝑅" o 𝑅C =
𝑅A .

Integratore
Si consideri una tensione in ingresso 𝑣Q (𝑡) che sia una particolare funzione del tempo. Un circuito
integratore è in grado, appunto, di restituire, in uscita, una tensione 𝑣$ (𝑡) che effettui l’integrazione
analogica della tensione 𝑣Q (𝑡).
La qual cosa è resa possibile dal seguente circuito:

Nell’ipotesi di amplificatore ideale, i due morsetti in entrata sono collegati dal solito cortocircuito virtuale,
perciò il circuito equivalente è il seguente:

Dove il ramo centrale è virtuale e non vi passa corrente. Dall’analisi della maglia a sinistra si ottiene:
𝑣Q
𝑣Q = 𝑖𝑅 ⇒ 𝑖 =
𝑅

La tensione 𝑣. = −𝑣$ ai capi del condensatore è, com’è noto dalla natura del condensatore, pari a…

22
1 š 1 š
𝑣. (𝑡) = ˜ 𝑖𝑑𝑡 + 𝑣. (0) = ˜ 𝑣 𝑑𝑡 + 𝑣. (0) = −𝑣$
𝐶 + 𝑅𝐶 + Q

E dunque, la tensione in uscita 𝑣$ è, a meno di una costante un fattore di proporzionalità, pari proprio
all’integrale di 𝑣Q :

1 š
𝑣$ = − ˜ 𝑣 𝑑𝑡 − 𝑣. (0)
𝑅𝐶 + Q

Calcoliamo, a titolo informativo, l’amplificazione ad anello chiuso di un circuito del genere; ovviamente, se
trattiamo il circuito utilizzando le impedenze equivalenti associate al condensatore, avremmo impedenze
complesse e dunque amplificazioni complesse. Affinché queste abbiano senso fisico, considereremo
ovviamente il loro modulo:

𝑣$
𝐺=3 3
𝑣Q

Poiché, dall’analisi delle due maglie, si ottiene:

𝑣Q = 𝑖𝑅
𝑣 1
› 𝑖 ⇒ $=
𝑣$ = − 𝑣Q 𝑗𝜔𝑅𝐶
𝑗𝜔𝐶

E dunque:

1
𝐺=
𝜔𝑅𝐶

Volendo graficare il logaritmo di 𝑣$ /𝑣Q in funzione del logaritmo di 1/𝜔𝑅𝐶 2, si ottiene:

1 1
log 𝐺 = log = − log 𝜔 + log ⇒ 𝑦 = −𝑥 + 𝑞
𝜔𝑅𝐶 𝑅𝐶

Si osservi che le basse frequenze vengono amplificate maggiormente delle alte, mostrando la natura di
passa basso dell’amplificatore analizzato.

2
Questo tipo di rappresentazione della trans caratteristica, cioè del grafico della tensione in uscita rispetto a quella in
ingresso che però utilizzi forme logaritmiche anziché le quantità in sé, prende il nome di diagramma di Bode. Si mostra
spesso più utile di un diagramma lineare, per apprezzare variazioni di pulsazioni più ampie. Per questo tipo di scala,
inoltre, è utile utilizzare il decibel come unità di misura.

23
All’atto pratico un amplificatore del genere si mostra tuttavia poco efficace, anche nell’ipotesi di un caso
ideale. Ovviamente, infatti, per quanto si possa spingere l’amplificatore nel caso più ideale possibile,
esisteranno sempre delle tensioni costanti “parassite” ai morsetti, come meglio vedremo a pagina 29.
Queste tensioni 𝑉$S (cioè di offset) ovviamente verranno integrate dall’amplificatore, e l’integrale di una
costante restituisce una funzione lineare nel tempo: dunque, all’aumentare di 𝑡, la tensione in uscita cresce
a causa della componente parassita, fino a costringere l’amplificatore ad uscire dal regime lineare e ad
entrare in saturazione. Il problema, inoltre, si presenta anche nella situazione in cui il generatore di
tensione non produce una tensione alternata, ma costante.
Supponiamo allora di avere una tensione 𝑣Q d’ingresso che sia una tensione costante, o che sia un’onda
quadra durante uno dei periodi in cui non ha ancora subito il “salto”. Per riuscire a limitarsi ancora nella
regione attiva nonostante la tensione non variabile nel tempo, si applica una resistenza 𝑅S in parallelo al
condensatore:

In questo modo, tutte le tensioni non alternate, una volta bloccate dal condensatore, iniziano a “scorrere”
nella resistenza 𝑅S e non vengono “integrate” dal condensatore.
Questo provoca tuttavia uno “spezzarsi” della corrente 𝑖 nelle correnti 𝑖N (passante nel condensatore) ed
𝑖[¤ (passante nella resistenza 𝑅S ), e dunque un cambiamento nelle nostre equazioni:

𝑖 = 𝑖 N + 𝑖 [¤

E il circuito equivalente sarà…

Dalla maglia di sinistra risulta ancora una volta…


𝑣Q
𝑣Q = 𝑖𝑅 ⇒ 𝑖 =
𝑅

E, poiché la tensione 𝑣N ai capi di 𝐶 e di 𝑅S è la stessa, possiamo scrivere:

𝑣N = 𝑖[¤ 𝑅S = −𝑣$

24
A questa si aggiunge infine l’espressione integrale che vogliamo osservare, cioè:

1 š 1 š 1 š 𝑣Q 𝑣N
𝑣N = ˜ ( )
𝑖 𝑑𝑡 + 𝑣N 0 = ˜ {𝑖 − 𝑖[¤ 𝑑𝑡 + 𝑣N 0 = ˜ u − v 𝑑𝑡 + 𝑣N (0)
| ( )
𝐶 + N 𝐶 + 𝐶 + 𝑅 𝑅S

La nostra incognita è 𝑣$ = −𝑣N , che appare al secondo membro sotto il segno di integrale; per
determinarla, deriviamo ambo i membri:

𝑑𝑣N 1 𝑣Q 𝑣N
= u − v
𝑑𝑡 𝐶 𝑅 𝑅S

Otteniamo dunque la seguente equazione differenziale:

𝑑𝑣N (𝑡) 𝑣N (𝑡) 𝑣Q


+ =
𝑑𝑡 𝑅S 𝐶 𝑅𝐶

…che è un’equazione differenziale omogenea del primo ordine; per risolverla, moltiplichiamo ambo i
¥

membri per 𝑒 •¤\ , in modo da ottenere:

𝑑𝑣N (𝑡) [š N 𝑣N (𝑡) [š N 𝑣Q [š N 𝑑 š


𝑣Q [š N
𝑒 ¤ + 𝑒 ¤ = 𝑒 ¤ ⇒ u𝑣N (𝑡)𝑒 [¤ N v = 𝑒 ¤
𝑑𝑡 𝑅S 𝐶 𝑅𝐶 𝑑𝑡 𝑅𝐶

Perciò, integrando ambo i membri, otteniamo:


š
𝑅S [š N 𝑅S w
š
𝑣N (𝑡)𝑒 [¤N = 𝑣Q 𝑒 ¤ + 𝑐 ⇒ 𝑣N (𝑡) = 𝑣Q + 𝑐𝑒 [¤N
𝑅 𝑅

Dove 𝑐 è la costante di integrazione ricavabile imponendo le condizioni inziali:

𝑅S 𝑅S
𝑣N (0) = 𝑣Q + 𝑐 ⇒ 𝑐 = 𝑣N (0) − 𝑣Q
𝑅 𝑅

E dunque:

𝑅S 𝑅S w š 𝑅S w
š
w
š
𝑣N (𝑡) = 𝑣Q + 6𝑣N (0) − 𝑣Q 7 𝑒 §G = 𝑣Q u1 − 𝑒 §G v + 𝑣N (0)𝑒 §G
𝑅 𝑅 𝑅

Dove abbiamo posto 𝜏# = 𝑅S 𝐶. A prima vista si potrebbe pensare che l’amplificatore ha perso la sua
" :š
funzione di circuito integratore, in quanto 𝑣N (𝑡) ≠ o
∫ 𝑣Q 𝑑𝑡 = [N : tuttavia, è possibile osservare questo
[N
comportamento nell’ipotesi in cui 𝜏# ≫ 1. Infatti, effettuando uno sviluppo al primo ordine, si ottiene:

𝑅S 𝑡 𝑡 𝑡
𝑣N (𝑡) ∼ 𝑣Q + 𝑣N (0) u1 − v= X𝑣 − 𝑣N (0)Y + 𝑣N (0)
𝑅 𝑅S 𝐶 𝑅S 𝐶 𝑅𝐶 Q

Nell’ipotesi in cui il condensatore sia scarico all’istante 𝑡+ = 0, si ottiene in particolare…


𝑣Q 𝑣Q
𝑣N (𝑡) = 𝑡 ⇒ 𝑣$ = − 𝑡
𝑅𝐶 𝑅𝐶

25
Che è l’andamento “a rampa” che speravamo di ottenere: essendo 𝑣Q costante, il suo integrale restituisce, a
meno di proporzionalità, proprio il termine 𝑣Q 𝑡.
I valori 𝑉ª«¬ e 𝑉ª-® di massimo e di minimo assunti dalla nostra onda triangolare sono di facile calcolo.
Poiché l’onda è simmetrica abbiamo 𝑉ª-® = −𝑉ª«¬ , e il valor medio è centrato in 0. Un semiperiodo 𝑇"
andrà da 𝑉ª-® a 𝑉ª«¬ , mentre un secondo semiperiodo 𝑇# andrà da 𝑉ª«¬ a 𝑉ª-® (o viceversa, a seconda
del valore che si sta considerando per 𝑡 = 0); poco fa abbiamo calcolato l’espressione di 𝑣$ (𝑡) supponendo
esso partisse da 𝑣$ (0) = 0: poiché l’onda triangolare impiega, per arrivare da 0 (il valor medio) a 𝑉ª«¬ o
𝑉ª-® (gli estremi) la metà di un semiperiodo, avremo:

𝑇 𝑣Q 𝑇
𝑣$ 6 7 = 𝑉ª-® = −𝑉ª«¬ = −
4 𝑅𝐶 4

Da cui si ottiene 𝑉ª«¬ = −𝑉ª-® = 𝑣Q 𝑇/4𝑅𝐶.

Ovviamente l’aggiunta della resistenza modifica l’amplificazione 𝐺: considerando il parallelo tra 𝑅 e 𝐶, si


ottiene, in regime complesso,


⎪ 𝑣Q = 𝑖𝑅
𝑅S 𝑣$ 1 1 1
⇒ =− ⇒𝐺=
𝑣
⎨ $ = −𝑖 𝑣Q 1 𝑅 1
1 + 𝑅S 𝑗𝜔𝐶 𝑅 6𝑅 + 𝑗𝜔𝐶7
⎪ S ´𝑅# + 𝜔 # 𝐶 #
S

Derivatore
Un circuito derivatore, che restituisce in uscita 𝑣$ la derivata analogica della tensione in entrata 𝑣Q , può
essere ottenuto attraverso il seguente circuito:

Il circuito equivalente è infatti analogo a quello del precedente circuito integratore (senza la correzione
della seconda resistenza 𝑅S ), con il piccolo scambio delle due impedenze:

In questo caso si verificherà allora:

26
1 𝑑𝑣Q 𝑖
𝑣Q = ˜ 𝑖𝑑𝑡 + 𝑣Q (0) ⇒ =
𝐶 𝑑𝑡 𝐶

E poiché 𝑣$ = −𝑖𝑅, si ottiene:

𝑑𝑣Q
𝑣$ = −𝑖𝑅 = −𝐶𝑅
𝑑𝑡

L’amplificazione in uscita è dunque, a meno fattori di proporzionalità, pari alla derivata del segnale
d’ingresso 𝑣Q . Si osservi che in questo secondo caso eventuali componenti costanti non costituiscono un
problema, in quanto, in uscita, restituiranno la derivata di una costante, e dunque un valor nullo.

L’amplificazione può essere ricavata facilmente considerando le impedenze equivalenti in regime


complesso:

𝑖
𝑣Q = 𝑣$
› 𝑗𝜔𝑐 ⇒ = −𝑗𝜔𝑅𝐶 ⇒ 𝐺 = 𝜔𝑅𝐶
𝑣Q
𝑣$ = −𝑖𝑅

Il relativo diagramma di Bode sarà perciò:

1
log 𝐺 = log 𝜔𝑅𝐶 = log 𝜔 − log ⇒𝑦=𝑥−𝑞
𝑅𝐶

Il circuito in questione è dunque un passa alto.

Correzioni ad un amplificatore operazionale


Corrente di offset
Ricordiamo che la parte preliminare di un amplificatore operazionale è un amplificatore differenziale,
costituito da due transistor che devono essere sempre polarizzati. La qual cosa è resa possibile dalla “rete”
di correnti di polarizzazione descritte a pagina 3, innescate dai due generatori 𝑉.. e −𝑉II collegati
all’amplificatore. Queste correnti non sono state finora considerate, ma in generale possono determinare
un contributo non trascurabile nel bilancio totale delle tensioni ai morsetti di un AMP OP.
Per accorgercene, consideriamo il nostro amplificatore operazionale, in configurazione negativa, con i
morsetti entrambi a terra, nella seguente struttura:

27
Poiché non è attaccato alcun generatore 𝑣Q , ci aspetteremmo che non circoli corrente ai morsetti: eppure, a
causa della presenza delle correnti di polarizzazione necessarie a far funzionare l’amplificatore
differenziale, si instaurano, al morsetto invertente e non invertente, due correnti che abbiamo indicato, a
pagina 3, con 𝐼dF ed 𝐼dG 3. La rappresentazione schematica più adeguata è quindi la seguente:

Dove in rosso si è indicato l’amplificatore “reale”, cioè tenuto conto delle correnti ai morsetti. Queste
ultime, a loro volta, causano una caduta di tensione ai capi di 𝑅# , che si aggiungerebbe ad un’eventuale
tensione 𝑣Q una volta stabilito un nuovo collegamento con una tensione esterna: la tensione amplificata 𝑣$W
sarebbe dunque il risultato dell’amplificazione 𝑣Q , a cui si aggiungerebbe l’amplificazione delle tensioni
parassite 𝑉$ . Ovviamente, vogliamo l’amplificazione sia indipendente da come l’amplificatore viene
alimentato e polarizzato, perciò dovremo trovare un modo per eliminare il contributo di 𝐼dF ed 𝐼dG .
Osserviamo che la qual cosa può essere ottenuta inserendo una resistenza 𝑅A che si bilanci con le
resistenze 𝑅" ed 𝑅# :

Per accorgercene, risolviamo il circuito. Definiremo, innanzitutto,

𝐼dF + 𝐼dG
= 𝐼d
2

𝐼dF − 𝐼dG = 𝐼$M

3
Stiamo stavolta utilizzando le lettere maiuscole in quanto non vi sono eventuali generatori di corrente alternata in
grado di dare contributi variabili nel tempo.

28
…dove 𝐼$M sta per corrente di offset. Dalle due equazioni precedenti possiamo esprimere 𝐼dF in funzione
della corrente di offset e della corrente media:

𝐼$M
𝐼dF = 𝐼d +
- 2
𝐼$M
𝐼dG = 𝐼d −
2

Detta 𝐼" la corrente in 𝑅" , 𝐼# la corrente in 𝑅# ed 𝐼A = 𝐼dG la corrente in 𝑅A , nell’ipotesi ideale di


un’amplificazione ad anello aperto infinita, risulta:

𝐼dG 𝑅A
𝑉‡ = −𝐼dG 𝑅A = 𝑉w = −𝐼" 𝑅" ⇒ 𝐼" =
𝑅"

𝑉$ − 𝑉w 𝑉$ + 𝐼dG 𝑅A
𝑉$ − 𝑉w = 𝐼# 𝑅# ⇒ 𝐼# = =
𝑅# 𝑅#

Sfruttando la legge di Kirchhoff al nodo tra 𝑅" ed 𝑅# , risulta poi…

𝑉$ + 𝐼dG 𝑅A 𝐼dG 𝑅A
𝐼" + 𝐼# = + = 𝐼dF
𝑅# 𝑅"

Da cui è possibile ottenere 𝑉$ :

𝑅#
𝑉$ = 𝑅# 𝐼dF − 𝐼dG 𝑅A 61 + 7
𝑅"

Sostituendo 𝐼dF e 𝐼dG con le espressioni in funzione di 𝐼$M ed 𝐼d , si ottiene:

𝑅# 𝐼$M 𝑅# 𝑅#
𝑉$ = 𝑅# 𝐼d + − 𝐼d 𝑅A 61 + 7 + 𝑅A 𝐼$M 61 + 7
2 𝑅" 𝑅"

Ricordiamo che, nell’ipotesi in cui i transistor dell’amplificatore differenziale sono perfettamente identici,
possiamo supporre 𝐼dF = 𝐼dG = 𝐼d , e quindi 𝐼$M = 0; in questo modo,

𝑅#
𝑉$ = 𝐼d h𝑅# − 𝑅A 61 + 7i
𝑅"
[
Se poniamo la resistenza 𝑅A in modo che 𝑅# = 𝑅A {1 + [G |, e cioè…
F

𝑅# 𝑅# 𝑅"
𝑅A = = = 𝑅" ||𝑅#
𝑅# 𝑅" + 𝑅#
1+
𝑅"

…come la resistenza equivalente ad un parallelo tra 𝑅" ed 𝑅# , risulta 𝑉$ = 0. In questo modo, aggiungendo
un generatore 𝑣Q ad uno dei due morsetti, la tensione amplificata in uscita non sarà più 𝑣$W = 𝑣$ + 𝑉$ , ma
soltanto 𝑣$ , in quanto la tensione “parassita” dovuta alle correnti di polarizzazione è stata ribilanciata con
𝑅A in modo da essere nulla.

Tensioni di offset
Ciò che si osserva un amplificatore operazionale privo di ingressi 𝑣Q , oltre alla presenza delle correnti

29
dovute all’alimentazione 𝑉.. e −𝑉II , è il contributo di “tensioni parassite” sviluppatesi ai morsetti, a causa
della non perfetta uguaglianza dei due transistor che costituiscono il circuito dell’amplificatore
differenziale. Se questi fossero realmente uguali, ai capi delle basi di ciascuno rileveremmo la stessa
tensione, dunque, se l’amplificatore non è collegato ad un generatore esterno, 𝑉dF = 𝑉dG ≡ 𝑉$M = 0. La
qual cosa non è appunto verificata nel caso in cui i due transistor presentassero delle differenze strutturali.
In questo caso, ai due morsetti, si genera una differenza di potenziale parassita, detta tensione di offset,
che vogliamo eliminare con modifiche strutturali in maniera analoga a quanto visto per la corrente di
offset.
Innanzitutto, per tener conto di questa tensione parassita, sarà utile schematizzare l’amplificatore come
segue:

Dove, analogamente a prima, in rosso è definito il nuovo amplificatore “corretto”. Sebbene l’AMP OP non
presenti tensioni di input, a causa di 𝑉$M , la tensione in uscita 𝑉$ è diversa da 0.
Sfruttando l’ipotesi di amplificatore ideale, in modo che 𝑉w = 𝑉‡ = 𝑉$M , possiamo costruire il seguente
circuito equivalente, dove, come al solito, il ramo centrale è virtuale:

Sfruttando le regole del partitore di tensione, otteniamo:

𝑅"
𝑉$M = 𝑉$
𝑅" + 𝑅#

E dunque la tensione in uscita diventa:

𝑅#
𝑉$ = 𝑉$M 61 + 7
𝑅"

Una volta attaccato un generatore esterno, misureremmo una tensione 𝑣$W = 𝑉$ + 𝑣$ , che ovviamente
restituirebbe una misura dipendente dalle caratteristiche dell’amplificatore. (E come si appara?)

Slew Rate
Si immagini di voler amplificare una tensione 𝑣Q variabile che costituisca un’onda quadra. Ovviamente,
quindi, ciò che ci si aspetta in uscita 𝑣$ è un’onda quadra i cui picchi siano più alti o più bassi a seconda

30
dell’amplificazione che si sta applicando. D’altra parte, tuttavia, bisogna considerare che, sebbene il salto
dal valore +𝑉 al valore −𝑉 sia “più o meno immediato”, l’amplificatore necessita di un certo tempo di
risposta per poter ricevere il segnale, e, come risultato, tende a distorcerlo, come in figura:

Se in rosso è segnata l’onda quadra di entrata, in verde è disegnata l’onda quadra in uscita. Come si
osserva, a causa dei tempi di risposta dell’amplificatore, si crea una certa pendenza nel segnale in uscita,
pari, ovviamente, a 𝑑𝑣$ /𝑑𝑡. Si definisce allora slew rate la massima pendenza della distorsione associata al
segnale in uscita:

𝑑𝑣$
𝑆· = max
𝑑𝑡

Più è alto lo slew rate, maggiore è la pendenza della retta e dunque la fedeltà dell’onda in entrata: 𝑆· è
dunque un indice della capacità dell’amplificatore di non distorcere i segnali.

- Esempio: se si immagina di porre in ingresso un segnale sinusoidale, nella forma 𝑣Q = 𝑉Q sin 𝜔𝑡,
nell’ipotesi in cui non vi fosse distorsione ci aspetteremmo un segnale in uscita nella forma 𝑣$ =
𝑉$ sin 𝜔𝑡; la pendenza dovuta ai ritardi dell’amplificatore generano invece uno slew rate pari a…

𝑑𝑣$
𝑆· = max = max(𝑉$ 𝜔 cos 𝜔𝑡) = 𝑉$ 𝜔
𝑑𝑡

Scelta dunque una pulsazione 𝜔 tale che…

𝑆· 𝑆·
𝜔= ⇒𝑓=
𝑉$ 2𝜋𝑉$

…si ottiene una frequenza, detta full power bandwidth, ove la distorsione è minima.

Generatori di forme d’onda


Comparatore ad una soglia
Un comparatore o rilevatore di soglia analogico è un circuito a due ingressi e un’uscita 𝑣$ il cui scopo è,
come dice il termine stesso, di comparare i segnali in entrata restituendo una determinata risposta.
Generalmente, uno dei due ingressi del comparatore è ad una tensione di riferimento 𝑉[ : alla seconda
entrata è invece collegata una tensione da comparare, in modo che il comparatore restituisca una certa
tensione 𝑉(1) per 𝑣Q > 𝑉[ , mentre una tensione 𝑉(0) per 𝑣Q < 𝑉[ ; in questo modo, conoscendo i due
possibili valori assunti dalla tensione di uscita, è possibile determinare se il segnale in ingresso è a tensione
più alta o più bassa della tensione di riferimento.

31
In base a quanto detto, l’andamento della tensione 𝑣$ in funzione della differenza 𝑣Q − 𝑉[ dev’essere il
seguente:

Un andamento del genere può essere discretamente approssimato da un amplificatore operazionale ad


anello aperto, ponendo 𝑣Q = 𝑣w e 𝑉[ = 𝑣‡ , nell’ipotesi in cui la regione di funzionamento lineare sia molto
stretta (cosa che, come sappiamo, è favorita da un anello aperto o da una configurazione positiva).
Ricordiamo infatti quanto visto a pagina 12: lo stadio di partenza di un AMP OP è un amplificatore
differenziale, le cui tensioni, alle due possibili uscite, assumevano la forma…

𝐼+ 𝑅N
𝑣$ " = 𝑉.. − :
w <
1+𝑒 Pt

𝐼+ 𝑅N
𝑣$ # = 𝑉.. − :<
1 + 𝑒 Pt

Gli stati successivi vengono generalmente progettati in modo da amplificare ulteriormente la differenza
𝑣$ = 𝑣$ " − 𝑣$G , che assume quindi la seguente forma:

1 1
𝑣$ = 𝐼+ 𝑅N Â :< − : Ã
w <
1+𝑒 t 1+𝑒 t
P P

Nell’ipotesi di una regione di linearità sufficientemente stretta, l’uscita 𝑣$ in rosso descrive proprio
l’andamento desiderato. In generale, inoltre, la corrente costante 𝐼+ viene regolata in modo che, in
saturazione, 𝐼+ 𝑅N = 𝑉.. . In questo modo si ottiene:

32
𝑉 𝑣& > 0
𝑣$ = ‰ ..
−𝑉.. 𝑣& < 0

Conosciuto dunque il segno di 𝑣$ , si può immediatamente sapere se 𝑣" > 𝑣# o viceversa.


Un esempio semplice di comparatore può essere allora ottenuto con il seguente circuito 4:

In questa situazione, si ottiene un 𝑣$ > 0 per 𝑣Q > 𝑉[ , e un 𝑣$ < 0 per 𝑣Q < 𝑉[ .


Una configurazione del genere è tuttavia particolarmente sensibile ai rumori. Si immagini ad esempio di
avere un segnale 𝑣Q in ingresso crescente, come in un’onda sinusoidale. Finché 𝑣Q è minore della soglia 𝑉[ ,
𝑣$ è (ad esempio) minore di 0: superata la soglia di 𝑉[ , 𝑣$ diventa maggiore di 0. Se però vi fossero dei
segnali di rumore in grado di perturbare il segnale in ingresso con sbalzi e picchi di tensione, 𝑣Q rischierebbe
di superare la soglia in anticipo, causare il cambio di segno di 𝑣$ , e, finito il rumore, riprendere il proprio
andamento precedente determinando nuovamente un cambio di segno di 𝑣$ , come in figura:

Per determinare un circuito più stabile e meno sensibile ai rumori, si utilizza allora un circuito a due soglie,
detto trigger di Schmitt.

Trigger Schmitt
A differenza del circuito analizzato nel paragrafo precedente, un trigger di Schmitt possiede due soglie, una
bassa ed una alta non coincidenti, il cui funzionamento, in un circuito non invertente, può essere riassunto
nei seguenti:

- quando l’entrata 𝑣Q è al di sotto della soglia bassa, l’uscita assume il valore basso 𝑉(0);
- quando l’entrata 𝑣Q si trova al di sopra della soglia alta, l’uscita assume il valore alto 𝑉(1);
- quando l’entrata 𝑣Q si trova compresa tra le due soglie, l’uscita conserva il valore precedente finché
l’entrata non sia variata sufficientemente da farne scattare il cambio (azione di trigger).

Qualora dunque vi fosse un rumore in grado di far scattare la tensione 𝑣Q dalla zona centrale alla zona di
“soglia alta” per poi farlo ritornare nella zona centrale, 𝑣$ manterrebbe lo stesso andamento ottenuto una
volta superata la soglia, senza subire la brusca variazione descritta nel paragrafo precedente.
L’esempio più semplice di trigger Schmitt è il seguente, in una configurazione invertente:

4
Il circuito così costruito è non invertente, in quanto il segnale d’ingresso è al morsetto +; si osservi che un circuito
invertente avrebbe lo stesso funzionamento, ma invertirebbe i valori assunti da 𝑣$ : si avrebbe dunque 𝑣$ > 0 per 𝑣Q <
𝑉[ , e 𝑣$ < 0 per 𝑣Q > 𝑉[ .

33
In questo caso, la tensione in ingresso è 𝑣Q = 𝑣w; come tensione di soglia 𝑉[ è utilizzata la tensione 𝑣‡ ,
collegata all’uscita 𝑣$ . Poiché l’amplificatore è configurato in maniera positiva, esso sarà fortemente spinto
nella regione di saturazione, perciò, in generale, 𝑣$ assumerà i valori massimi che sono 𝑉.. o −𝑉.. .
Utilizzando la formula dei partitori di tensione, otteniamo in particolar modo:

𝑅# 𝑅#
𝑣‡ = 𝑣$ = ±𝑉.. ≡ ±𝑉.. 𝛽
𝑅" + 𝑅# 𝑅" + 𝑅#
[G
Dove si è posto 𝛽 = [ . In questo modo, la tensione 𝑣Q viene confrontata con due valori di soglia
F ‡[G
diversi, a seconda che la tensione di uscita 𝑣$ valga +𝑉.. o −𝑉.. .
Per osservarlo, consideriamo la seguente situazione: abbiamo collegato al comparatore un segnale 𝑣Q
variabile nel tempo, ad esempio, sinusoidale; inizialmente, 𝑣Q = 0, e 𝑣$ è stato posto preliminarmente a
𝑉[ = 𝑉.. . In questo modo, 𝑣‡ = 𝛽𝑉.. > 𝑣Q = 𝑣w . Fintanto che 𝑣Q non raggiunge 𝑣‡ , avremo sempre 𝑣‡ −
𝑣w > 0, e dunque, nella solita ipotesi di regime lineare molto stretto, avremo un 𝑣$ > 0: se quest’ultimo
era stato posto a 𝑉.. , rimarrà a tale tensione. Quando 𝑣Q supera 𝑣‡ , tuttavia, 𝑣‡ − 𝑣w < 0, e 𝑣$ deve
cambiare segno, passando a −𝑉.. ; questo comporta un conseguente cambiamento di 𝑣‡ , che passa a
−𝛽𝑉.. : in questo modo, si è ottenuta una nuova soglia di segno opposto alla soglia precedente.

Ora che 𝑣‡ è negativo, si verificherà 𝑣‡ − 𝑣Q < 0 finché 𝑣Q non supera la nuova soglia inferiore 𝑣‡ =
−𝛽𝑉.. : quando ciò accade, 𝑣‡ − 𝑣Q diventa positivo, dunque 𝑣$ torna a 𝑉.. , e la soglia si sposta di nuovo al
valore superiore 𝑣‡ = 𝛽𝑉.. , e così via. Osserviamo che eventuali rumori in grado di perturbare 𝑣Q non
potrebbero mai essere abbastanza ampi da portare il segnale in entrata ad attraversare
contemporaneamente soglia alta e soglia bassa e dunque causare “sfarfallii” nel segnale in uscita:

34
Tracciamo ora la transcaratteristica del circuito considerato: indicheremo con delle frecce verso destra il
crescere di 𝑣Q , mentre con delle frecce verso sinistra il suo decrescere. Immaginando di partire da 𝑣Q molto
bassi (−∞) e dunque sicuramente più piccoli di 𝑣‡ , in modo che 𝑣$ = 𝑉.. finché 𝑣Q non raggiunge il valore
𝑣‡ = 𝛽𝑉.. : in questa situazione 𝑣$ cambia di segno diventando 𝑣$ = −𝑉.. . A questo punto 𝑣Q può crescere
(linea nera) o decrescere (linea rossa): se cresce, la soglia inferiore 𝑣‡ = −𝛽𝑉.. non verrà mai raggiunta, e
dunque 𝑣$ si manterrà costante a −𝑉.. ; se decresce, ad un certo punto raggiungerà il valore 𝑣w = −𝛽𝑉.. ,
causando dunque un nuovo cambio di segno di 𝑉.. , e così via:

L’intero ragionamento può ovviamente essere rieffettuato al contrario, immaginando 𝑣Q molto grande
(+∞), dunque sicuramente più grande di 𝑣‡ , e vedere il comportamento di 𝑣$ man mano che 𝑣Q decresce.
Il ciclo descritto in figura è detto di isteresi.

Si osservi, infine, che è possibile costruire trigger di Schmitt non centrati nello 0 semplicemente
aggiungendo un generatore di tensione 𝑉 W costante ad un capo di 𝑅# anziché direttamente la massa:

35
In questo modo, sfruttando il principio di sovrapposizione, al morsetto non invertente si genera una
tensione 𝑣‡ data dal contributo da parte di 𝑉.. calcolato in precedenza, cioè ±𝛽𝑉.. , a cui si aggiunge una
tensione da parte di 𝑉 W che, usando il partitore di tensione, è pari a…

𝑅"
𝑉 W = 𝛼𝑉 W
𝑅" + 𝑅#

Sommando i due contributi, la tensione al morsetto 𝑣‡ è dunque, in generale,

𝑣‡ = 𝛽𝑉.. + 𝛼𝑉 W

In questo modo si può traslare in positivo o in negativo il valore delle due soglie del trigger.

Generatore onde quadre


Si immagini di voler costruire un circuito che, come tensione in uscita, restituisca un’onda quadra. Si
dimostra in questo senso incredibilmente efficace il seguente circuito, detto multivibratore astabile:

...cioè un trigger Schmitt alla cui parte invertente è montato un circuito 𝑅𝐶.
Un circuito del genere ha un comportamento molto simile a quello visto nel paragrafo precedente, e
sviluppa, in uscita, un’onda quadra. Immaginiamo infatti di voler considerare, all’istante iniziale, il
condensatore scarico (𝑣N = 𝑣Q = 0) e 𝑣$ = 𝑉.. . Come abbiamo visto, 𝑣‡ sarà allora:

𝑅#
𝑣‡ = 𝑉 = 𝛽𝑉..
𝑅" + 𝑅# ..

36
Il condensatore, collegato a 𝑣$ tramite 𝑅, inizia allora a caricarsi a causa della tensione 𝑉.. (nell’ipotesi di
amplificatore ideale, non vi sono “perdite” di correnti entranti nel morsetto di 𝑣w ); dunque 𝑣N = 𝑣Q cresce
nel tempo con andamento esponenziale (che determineremo a breve), finché 𝑣‡ − 𝑣Q non diventa
negativo, in quanto 𝑣Q supera 𝑣‡ = 𝛽𝑉.. , esattamente come visto a pagina 32. In questa situazione 𝑣$
assume il valore −𝑉.. , e dunque 𝑣‡ diventa −𝛽𝑉.. . Poiché però adesso in 𝑣$ vi è una tensione negativa, il
condensatore, che si stava caricando verso la tensione 𝑉.. , inizierà a caricarsi verso −𝑉.. , continuando il
processo fino a cui 𝑣‡ − 𝑣Q > 0; ciò determina un nuovo cambio di segno di 𝑉.. , un inversione della
tensione di carica del condensatore, e dunque una nuova crescita di 𝑣Q = 𝑣N verso 𝑉.. e così via, come si
può osservare dall’andamento grafico:

Poiché la tensione al condensatore oscilla continuamente tra i valori 𝛽𝑉.. e −𝛽𝑉.. , 𝑣$ oscilla tra i segnali
costanti 𝑉.. e −𝑉.. generando, appunto, un’onda quadra.
Calcoliamone il periodo analizzando il tempo necessario ad un intero processo di carica verso 𝑉.. ,
supponendo di partire da −𝛽𝑉.. ed arrivare a 𝛽𝑉.. , e un intero processo di carica verso −𝑉.. , considerando
di partire da 𝛽𝑉.. per arrivare a −𝛽𝑉.. . Ricordiamo che l’equazione generale che descrive il processo di
carica di un condensatore è nella forma…
š
𝑣N (𝑡) = 𝑣Ä − X𝑣Ä − 𝑣N (0)Y𝑒 w[N

Nel processo di carica verso 𝑉.. stiamo supponendo 𝑣N parta da −𝛽𝑉.. per caricarsi verso 𝑉.. , perciò:
š
𝑣N (𝑡) = 𝑉.. h1 − (1 + 𝛽)𝑒 w[N i

Detto 𝑇" il tempo necessario per arrivare a 𝛽𝑉.. , abbiamo:

xF xF 1+𝛽
𝛽𝑉.. = 𝑉.. h1 − (1 + 𝛽)𝑒 w[N i ⇒ 1 − 𝛽 = (1 + 𝛽)𝑒 w[N ⇒ 𝑇" = 𝑅𝐶 log
1−𝛽

Analogamente, nel processo di carica verso −𝑉.. partendo da 𝛽𝑉.. avremo:


š
𝑣N (𝑡) = −𝑉.. h1 − (1 + 𝛽)𝑒 w[N i

E, detto 𝑇# il tempo necessario per arrivare a −𝛽𝑉.. sarà:

37
xG xG 1+𝛽
−𝛽𝑉.. = −𝑉.. h1 − (1 + 𝛽)𝑒 w[N i ⇒ 1 − 𝛽 = (1 + 𝛽)𝑒 w[N ⇒ 𝑇# = 𝑅𝐶 log
1−𝛽

Il periodo totale di “salita e discesa” sarà perciò:

1+𝛽 2𝑅#
𝑇 = 𝑇" + 𝑇# = 2𝑅𝐶 log = 2𝑅𝐶 log 61 + 7
1−𝛽 𝑅"

- Osservazione: poiché il tempo caratteristico di carica e scarica verso i valori 𝑉.. e −𝑉.. è pilotato in
ambo i casi dalla resistenza 𝑅 e dal condensatore 𝐶, l’onda quadra è simmetrica, poiché 𝑇" = 𝑇# .
Per riuscire ad ottenere un’onda asimmetrica, cioè con diversi tempi 𝑇" e 𝑇# si potrebbe utilizzare il
seguente circuito in sostituzione della resistenza 𝑅:

I due diodi infatti vincolano il passaggio della corrente solo in un verso, differente a seconda della
carica o della scarica. In questo modo si ottiene un tempo caratteristico 𝜏" = 𝑅Å 𝐶 in un caso, e un
tempo caratteristico 𝜏# = 𝑅n 𝐶 nell’altro.

Generatore onde triangolari


Poiché un trigger Schmitt è in grado di generare un’onda quadra, è possibile costruire un circuito in grado di
produrre onde triangolari semplicemente ponendogli in serie un circuito integratore, del tipo visto a pagina
21:

Dove, per praticità, non abbiamo inserito le resistenze e i condensatori che affinano la precisione dei due
circuiti. La struttura con le resistenze 𝑅A ed 𝑅C è stata posta per regolare, cambiando opportunamente le
resistenze, la tensione 𝑣w , che risulta, usando il partitore di tensione, pari a…

38
𝑅C
𝑣w = 𝑉..
𝑅A + 𝑅C

Ciò che si osserverà di interessante è che, a differenza del caso di pagina 32, la tensione 𝑣w sarà costante, e
gran parte delle variazioni saranno determinante da 𝑣‡ .
Concentriamoci preliminarmente sul circuito di trigger, analizzandone l’uscita 𝑣$W , che costituirà l’entrata del
secondo circuito. In base a quanto imparato a pagina 34 (dove abbiamo introdotto trigger Schmitt con
“zero” traslato), 𝑣‡ è pari a…

𝑅# 𝑅"
𝑣‡ = 𝑣$W + 𝑣$
𝑅" + 𝑅# 𝑅" + 𝑅#

…in quanto il trigger, essendo cortocircuitato all’uscita, “percepisce” una tensione aggiuntiva pari proprio a
𝑣$ . Essendo in saturazione, 𝑣$W assumerà il valore 𝑉.. o −𝑉.. , perciò:

𝑅# 𝑅"
𝑣‡ = ±𝑉.. + 𝑣$ = ±𝛽𝑉.. + 𝛼𝑣$
𝑅" + 𝑅# 𝑅" + 𝑅#

Cerchiamo di seguire l’andamento della tensione ad entrambi i circuiti: in entrata al circuito di trigger vi è la

tensione 𝑣w = 𝑉.. [ , che è costante; supponiamo valga inizialmente 𝑣w < 𝑣‡ : in questa condizione, in
Ç ‡[Æ
riferimento al disegno di pagina 32, 𝑣$W si mantiene costante a 𝑉.. . Il secondo circuito, l’integratore, vede
quindi alla propria entrata un segnale 𝑣Q = 𝑉.. , che, integrato, restituirà una retta con pendenza negativa,
nella forma…

1
𝑣$ = 𝑉(0) − 𝑉 𝑡
𝑅𝐶 ..

Questo ovviamente comporta un decrescere nel tempo del valore di 𝑣‡ :

𝑅# 𝑅"
𝑣‡ = 𝑉.. + 𝑣$
𝑅" + 𝑅# 𝑅" + 𝑅#

𝑣‡ decresce fino a che 𝑣w > 𝑣‡ : questo comporta un cambio di segno di 𝑣$W a −𝑉.. , che cambia l’entrata del
circuito integratore costringendolo, ora, ad integrare una costante negativa, facendogli restituire dunque
una retta con pendenza positiva nella forma…

1
𝑣$ = 𝑉(0) + 𝑉 𝑡
𝑅𝐶 ..

In questo modo 𝑣‡ inizierà a crescere fino a raggiungere nuovamente lo stato in cui 𝑣‡ > 𝑣w : questo
comporterà un nuovo cambio di segno di 𝑣$W , dunque un’inversione della retta di uscita 𝑣$ etc.
Un circuito così costruito restituisce perciò in uscita una spezzata di rette di pendenza alternativamente
positiva e negativa, cioè appunto un’onda triangolare.

Iniziamo a calcolare i valori di massimo e di minimo assunti dall’onda triangolare 𝑣$ , che indicheremo
rispettivamente con 𝑉ª«¬ e 𝑉ª-® : essi non sono simmetrici, poiché, per la costruzione del circuito, siamo
stati costretti a traslare il trigger della tensione 𝑣$ . D’altra parte, le tensioni 𝑉ª«¬ e 𝑉ª-® si osservano nei
momenti in cui 𝑣‡ “raggiunge” 𝑣w e causa la commutazione, poiché avviene il cambio di pendenza della
retta d’integrazione, cioè nei seguenti casi:

39
𝑣w = 𝑣‡" = −𝛽𝑉.. + 𝛼𝑉ª«¬

𝑣w = 𝑣‡ # = 𝛽𝑉.. + 𝛼𝑉ª-®

Da cui:

1 𝛽
𝑉ª-® = 𝑣w − 𝑉..
𝛼 𝛼
1 𝛽
𝑉ª«¬ = 𝑣w + 𝑉..
𝛼 𝛼

Sostituendo 𝛼, 𝛽 e 𝑣w si ottiene allora:

𝑅" + 𝑅# 𝑅C 𝑅#
⎧𝑉ª-® = 𝑉.. − 𝑉..
𝑅" 𝑅A + 𝑅C 𝑅" 𝑅# 𝑅" + 𝑅# 𝑅C
⇒ Δ𝑉 = 2 𝑉.. , < 𝑉 > = 𝑉
⎨𝑉 𝑅" + 𝑅# 𝑅C 𝑅# 𝑅" 𝑅" 𝑅A + 𝑅C ..
= 𝑉.. + 𝑉..
⎩ ª«¬ 𝑅" 𝑅A + 𝑅C 𝑅"

Calcoliamo infine il periodo dell’onda quadra: detto 𝑇" il periodo di decrescenza,

1
𝑣$ = 𝑉(0) − 𝑉 𝑡
𝑅𝐶 ..

Ovviamente, supponendo l’onda al tempo 𝑡 = 0 parta dal massimo, si ha:

1
𝑣$ = 𝑉ª«¬ − 𝑉 ⋅ 0 = 𝑉ª«¬
𝑅𝐶 ..

L’istante 𝑇" si otterrà nel momento in cui 𝑣$ = 𝑉ª-® , e perciò:

1
𝑉ª-® = 𝑉ª«¬ − 𝑉 𝑇 ⇒ 𝑇" = 𝑅𝐶 (𝑉ª«¬ − 𝑉ª-® )
𝑅𝐶 .. "

Ripetendo un analogo ragionamento con 𝑇# , si ottiene:

𝑅#
𝑇 = 𝑇" + 𝑇# = 2𝑅𝐶 (𝑉ª«¬ − 𝑉ª-® ) = 4𝑅𝐶
𝑅"

Generatore di impulsi
Un generatore di impulsi, in grado di generare un segnale costante per un breve intervallo di tempo 𝑇, è
ottenuto da un particolare circuito che prende il nome di multivibratore monostabile. Quest’ultimo
presenta uno stato stabile, in cui il circuito rimane finché un segnale esterno (𝑣Q ) di comando lo porta in un
altro stato, detto quasi stabile, in cui il circuito permane per un tempo finito 𝑇 per poi tornare
spontaneamente nello stato stabile, in cui permane indefinitamente fino al successivo impulso di comando.
E’ dunque un tipo di circuito molto utile per la creazione di gate, cioè circuiti che abilitino una funzione per
un intervallo di tempo limitato per poi disabilitarla fino all’arrivo di una nuova istruzione.
Un multivibratore monostabile può essere costruito attraverso il seguente circuito:

40
Come al solito, per comprenderne il funzionamento, seguiamo l’andamento della tensione. Si supponga,
inizialmente, il circuito si trovi nel suo stato stabile, con una tensione di uscita al valore 𝑣$ = 𝑉.. , e ai capi
del diodo sia presente una tensione paragonabile alla tensione di soglia 𝑉È = 0.7𝑉, che è dunque la stessa
tensione ai capi del condensatore e del morsetto invertente: in questo modo il diodo è polarizzato
inversamente, e tutta la corrente si scarica a massa senza passare per il condensatore. Il circuito è stato
regolato in modo che, all’inizio, 𝑣Q = 𝑣‡ = 𝛽𝑉.. sia maggiore di 𝑣w = 𝑣N = 𝑉È , e dunque l’amplificatore, in
saturazione, permanga nello stato con 𝑣$ = 𝑉.. . Ad un certo istante 𝑡+ viene immesso al morsetto non
invertente, alla tensione 𝑣Q , un segnale negativo di breve durata, in modo che 𝑣w diventi più grande di 𝑣‡ e
dunque 𝑣‡ − 𝑣w < 0: in questo modo, 𝑣$ cambia di segno e commuta a −𝑉.. . Il condensatore posto in
parallelo al diodo si trova dunque collegato d’improvviso ad una tensione −𝑉.. tramite la resistenza 𝑅, ed
inizia dunque il suo processo di carica con costante di tempo 𝜏 = 𝑅𝐶 verso −𝑉.. (si noti che nel diodo non
passa corrente, in quanto, avendo invertito la tensione, adesso è polarizzato inversamente), partendo dalla
tensione 𝑉È . Non appena tuttavia la tensione ai capi del condensatore raggiunge 𝑣‡ = −𝛽𝑉.. , si ha che
𝑣‡ − 𝑣w ritorna positivo, e dunque 𝑣$ subisce nuovamente la commutazione a 𝑉.. . Il condensatore, che
stava raggiungendo la tensione −𝑉.. , si ritrova ai capi di una tensione ora di nuovo pari a 𝑉.. , invertendo
dunque il suo processo di carica verso quest’ultima. Non appena 𝑣N raggiunge 𝑉È , tuttavia, il diodo esce
dalla polarizzazione inversa e inizia ad essere polarizzato direttamente, comportandosi come un
cortocircuito: in questo modo la corrente inizia a scorrere tutta nel diodo, non accumulandosi più ai capi
del condensatore, che rimarrà dunque alla tensione 𝑉È fino all’arrivo di un nuovo segnale 𝑣Q in grado di far
ripartire il processo daccapo.

In questo modo si è generato un impulso di tensione −𝑉.. di durata 𝑇 pari al tempo di carica verso −𝛽𝑉..
del condensatore. Diventa dunque facile determinare il periodo dell’impulso: considerando che, come al
solito, l’equazione di carica del condensatore è…

41
š
𝑣N (𝑡) = 𝑣Ä − (𝑣Ä − 𝑣+ )𝑒 w[N

Che, nel nostro caso, nella fase di carica verso −𝑉.. diventa:
š
𝑣N (𝑡) = −𝑉.. − X−𝑉.. − 𝑉È Y𝑒 w[N

Poiché vogliamo determinare l’istante 𝑇 tale che 𝑣N (𝑡) = −𝛽𝑉.. , otteniamo:

𝑉È
x x 𝑉.. (1 − 𝛽) 1+𝑉
−𝛽𝑉.. = −𝑉.. − X−𝑉.. − 𝑉È Y𝑒 w[N ⇒ 𝑒 w[N = ⇒ 𝑇 = 𝑅𝐶 log ..
𝑉.. + 𝑉È 1−𝛽

Osserviamo che, tuttavia, dopo il tempo 𝑇 durante il quale avviene l’impulso è presente un “tempo morto”,
che indicheremo con 𝑇[ , durante il quale il condensatore sta tornando verso 𝑉È e il circuito dunque non è in
grado di “accettare” nuovi segnali in entrata in grado di generare l’impulso. Utilizzando l’equazione di
carica verso +𝑉.. partendo da −𝛽𝑉.. ,
š
𝑣N (𝑡) = 𝑉.. − (𝑉.. + 𝛽𝑉.. )𝑒 w[N

Si ottiene:

x• 𝑉.. (1 + 𝛽) (1 + 𝛽)
𝑉È = 𝑉.. − (𝑉.. + 𝛽𝑉.. )𝑒 w[N ⇒ 𝑇[ = 𝑅𝐶 log = 𝑅𝐶 log
𝑉.. − 𝑉È 𝑉È
1−𝑉
..

Si osservi che la tensione di ginocchio del diodo è piccola, specie se confrontata con 𝑉.. , dell’ordine della
decina di Volt, per questo possiamo scrivere:

𝑇[ ∼ 𝑅𝐶 log(1 + 𝛽)

Si noti che spesso al morsetto non invertente, dove viene immesso il segnale pilota in grado di far partire
l’impulso, è generalmente applicata la seguente struttura:

Quest’ultima non influenza i processi di carica e scarica del condensatore, ma serve ad impedire
malfunzionamenti dovuti alla presenza di segnali postivi “parassiti” che potrebbero invertire il segno di
𝑣‡ − 𝑣w anzitempo.

42
Digitalizzazione dei segnali
Campionamento di un segnale analogico
Si immagini di voler convertire un segnale analogico di qualsiasi tipo (un segnale luminoso, un’onda sonora,
una pressione) in un segnale elettrico, al fine di poter essere analizzato dai moderni circuiti. In altre parole,
vogliamo convertire una grandezza fisica 𝑋 in un’informazione 𝐴, come una tensione, che possa essere
computata da un calcolatore.
L’acquisizione di un segnale analogico non è un processo semplice da attuare, in quanto un’informazione
continua nel tempo varia, appunto, con continuità, perciò per registrare un segnale nella sua interezza
sarebbero richiesti infiniti punti e dunque infinite unità di memoria. Il segnale, perciò, per poter essere
registrato, necessita di un processo che prende il nome di campionamento.
Per campionamento si intende l’acquisizione di diversi valori di un segnale analogico ad intervalli di tempo
discreti. In altre parole, ad ogni intervallo di tempo Δ𝑡 prefissato, viene misurata la grandezza fisica in
questione, in modo da ottenere una 𝑛-upla di punti che approssimi il profilo dell’informazione acquisita.

Quanto più è piccolo l’intervallo Δ𝑡 di campionamento, quanto più il profilo originale verrà ricostruito
fedelmente e con meno “salti” ove l’informazione è nulla.
Effettuato il campionamento, ogni punto del segnale viene associato, tramite un adeguato apparato
tecnico, ad un valore digitale, cioè un particolare linguaggio che il calcolatore sia in grado di comprendere
ed interpretare. L’analisi dei circuiti digitali sarà oggetto dei prossimi capitoli: in questo ci preoccuperemo
di realizzare strumenti in grado di passare da un regime analogico a digitale, mentre il viceversa sarà
analizzato nella parte 3.

Rappresentazione binaria di un numero


L’architettura alla base di un circuito digitale permette di poter ridurre l’informazione ad un linguaggio di
soli due simboli, cioè i numeri 0 ed 1. Diventa quindi necessario sviluppare un sistema numerico fondato
soltanto su due numeri, detto sistema binario.
Per illustrare la rappresentazione dei numeri in forma binaria conviene fare riferimento al più familiare
sistema decimale. Nel sistema decimale la base è 10 (dieci), e per esprimere qualunque numero sono
richiesti dieci simboli: 0,1,…,9. Per scrivere numeri maggiori di 9, si attribuisce significato alla posizione che
ogni simbolo assume in una schiera di cifre. Per esempio, il numero 1264 (milleduecentosessantaquattro)
ha il seguente significato:

1264 = 1 ⋅ 10A + 2 ⋅ 10# + 6 ⋅ 10" + 4 ⋅ 10+

In tal modo ogni cifra in un numero rappresenta il coefficiente di uno sviluppo in serie del numero nelle
potenze di 10. Il primo coefficiente è detto cifra più significativa, l’ultimo coefficiente è detto cifra meno

43
significativa.
In un sistema binario per la rappresentazione dei numeri la base è 2, e per rappresentare i numeri sono
sufficienti due soli simboli: 0 ed 1. Essi hanno lo stesso significato posseduto nel sistema decimale, ma è
diversa l'interpretazione che viene data alla loro posizione occupata nella successione: nel sistema binario,
infatti, ogni cifra rappresenta il coefficiente dello sviluppo in serie nelle potenze di due anziché nelle
potenze di dieci.
Ad esempio, il numero decimale 19 ammette, nel sistema decimale, la rappresentazione 10011 poiché:

10011 = 1 ⋅ 2C + 0 ⋅ 2A + 0 ⋅ 2# + 1 ⋅ 2" + 1 ⋅ 2+ = 19

Una cifra binaria (1 o 0) prende il nome di bit. Una sequenza di bit, volta a creare un numero o una qualsiasi
informazione, verrà detta parola (word). In base a quanto detto, una parola sarà caratterizzata da una
successione di coefficienti 𝑎+ 𝑎" … 𝑎•w" ognuno in grado di assumere solo i numeri 0 ed 1, la cui
rappresentazione decimale 𝑁 sarà…
•w"

𝑁 = ’ 𝑎Q 2Q
Qy+

Convertitore digitale-analogico
Molti sistemi accettano come segnale d’ingresso una parola digitale, e la traducono o convertono in una
tensione o corrente analogica. Questi sistemi sono detti convertitori digitali-analogici o DAC (digital to
analog converter).
Poiché i DAC ricevono in ingresso una stringa di bit, e dunque una sequenza di coefficienti 0 ed 1 del tipo
𝑎+ 𝑎" … 𝑎•w" , è necessario costruire in circuito in grado di effettuare la seguente operazione:
•w"
•w" •w#
𝑣$Κ = (𝑎•w" 2 + 𝑎•w# 2 + ⋯ + 𝑎" 2 + 𝑎+ )𝑉[ = 𝑉[ ’ 𝑎Q 2Q
Qy+

Dove 𝑉[ è una tensione di riferimento, associato al bit meno significato. Nella nostra trattazione si mostrerà
tuttavia più utile scrivere il tutto nel seguente modo:

1 1 1
𝑣$ = (𝑎•w" 2•w" + 𝑎•w# 2•w# + ⋯ + 𝑎" 2 + 𝑎+ )𝑉[ = 6𝑎•w" + 𝑎•w# + ⋯ + 𝑎" •w# + 𝑎+ •w" 7 2•w" 𝑉[
2 2 2

A conti fatti dovremo quindi sommare più termini di


tensione accompagnati da diversi coefficienti: come
visto a pagina 19, la qual cosa è resa possibile
attraverso un sommatore, ottenuto da un AMP OP in
configurazione invertente.

Un convertitore DAC può essere realizzato


attraverso il circuito descritto nella figura a destra.
I blocchi 𝑆+ , 𝑆" , … , 𝑆•w" della figura sono interruttori
elettronici controllati sull’ingresso digitale, che si
collegano a terra se il segnale in ingresso è uno zero,
mentre a −𝑉[ se il segnale in ingresso è un 1.
Le resistenze sono invece configurate in modo che la

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resistenza al bit più significato sia 2+ 𝑅 = 𝑅, al secondo bit sia 2" 𝑅 = 2𝑅, al terzo sia 2# 𝑅 = 4𝑅 etc. fino ad
arrivare al bit meno significativo, cioè l’(𝑁 − 1)-esimo, associato alla resistenza 2•w" 𝑅.
Il circuito termina poi in un amplificatore operazionale, del tutto analogo al sommatore visto a pagina 19. In
quella trattazione avevamo ottenuto:
•w"
W
𝑣“
𝑣$ = −𝑅 ’
𝑅“
“y+

D’altra parte il circuito è stato costruito in modo che 𝑅“ = 2“ 𝑅; inoltre, ogni tensione 𝑣“ è posta a −𝑉[ o
massa a seconda del bit, perciò possiamo scrivere:
•w"
𝑅W 𝑎•w"w“
𝑣$ = 𝑉[ ’
𝑅 2“
“y+

Dove i coefficienti 𝑎•w"w“ sono nulli se il bit 𝑘-esimo è 0 (e dunque il ramo 𝑘-esimo viene collegato a terra),
o pari ad 1 se il bit 𝑘-esimo è 1 (e dunque il ramo 𝑘-esimo viene collegato a −𝑉[ ). In questo modo basta

scegliere le resistenze 𝑅W ed 𝑅 in modo che [
= 2•w" per ottenere:

•w"
•w"
𝑎•w"w“ 1 1 1
𝑣$ = 𝑉[ 2 ’ “
= 𝑉[ 2•w" 6𝑎•w" + 𝑎•w# + ⋯ + 𝑎" •w# + 𝑎+ •w" 7
2 2 2 2
“y+

Che è l’espressione che cercavamo.


Il tipo di circuito descritto si mostra tuttavia poco efficiente, in quanto richiede, per un gran numero di bit,
resistenze sempre più grandi e dunque una maggiore dissipazione di calore.

Convertitore DAC con rete a scala


Un modo per ovviare al problema introdotto nel paragrafo precedente, cioè di resistenze via via crescenti
all’avvicinarsi del bit meno significativo, è la seguente configurazione non invertente:

Stavolta, oltre alle resistenze dell’amplificatore, sono state utilizzate solo due resistenze: la resistenza 2𝑅,
posta a ciascuno dei terminali dei bit, e la resistenza 𝑅, che intervalla le varie cifre della stringa in entrata.

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Analogamente a prima, i blocchi 𝑆+ , 𝑆" , … , 𝑆•w" sono degli interruttori, che si collegano a massa o ad una
tensione di riferimento 𝑉[ a seconda dell’imput (0 per bit 0, 𝑉[ per bit 1).
Come si può osservare, ad ogni nodo 0,1, … , 𝑁 − 1 si vede, o guardando a sinistra, o guardando a destra, o
guardando verso l’interruttore, la stessa resistenza pari a 2𝑅. Ad esempio, a sinistra del nodo 0 vi è una
resistenza di valore 2𝑅 verso massa; a sinistra del nodo 1 vi è una resistenza di valore 𝑅 seguita da due
C[ G
resistenze in parallelo del valore di 2𝑅, che restituiscono quindi due resistenze in serie dal valore 𝑅 + =
C[
2𝑅, e così via.
Sfruttiamo allora il principio di sovrapposizione: si supponga tutti gli interruttori siano collegati a massa,
tranne l’𝑛-esimo, collegato a 𝑉[ . Poiché ad ogni nodo si percepiscono le resistenze 2𝑅, avremo la seguente
struttura:

Sfruttando il partitore di tensione, abbiamo che la tensione 𝑉Ñ al nodo 𝑛-esimo è…

𝑅WW 𝑅 𝑉[
𝑉Ñ = 𝑉[ WW
= 𝑉[ =
𝑅 + 2𝑅 𝑅 + 2𝑅 3

…dove abbiamo indicato con 𝑅WW il parallelo tra le due resistenze 2𝑅, pari proprio ad 𝑅.
Effettuiamo ora il “montaggio” delle nostre tensioni:

1) Se 𝑛 = 𝑁 − 1, il nodo è collegato direttamente all’amplificatore operazionale, e 𝑉•w" = 𝑣‡; in base


a quanto imparato a pagina 17 sulle configurazioni non invertenti, abbiamo:

𝑅# 𝑉[ 𝑅#
𝑣$ •w" = 𝑣‡ 61 + 7 = 61 + 7 ≡ 𝑉+
𝑅" 3 𝑅"

P• [G
Dove abbiamo indicato con 𝑉+ l’espressione {1 + |.
A [F

2) Se 𝑛 = 𝑁 − 2, tra il nodo e il morsetto non invertente vi è una resistenza 𝑅, perciò vi è un ulteriore


caduta di tensione:

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Sfruttando nuovamente il partitore di tensione, abbiamo che la tensione in 𝑣‡ , cioè la tensione ai
capi della resistenza equivalente al parallelo tra 2𝑅 e 2𝑅 (pari cioè ad 𝑅) è…

𝑅 1 𝑉[
𝑣‡ = 𝑉•w# = 𝑉•w# =
𝑅+𝑅 2 6

E dunque:
𝑅# 𝑉[ 𝑅# 𝑉+
𝑣$ •w# = 𝑣‡ 61 + 7 = 61 + 7 =
𝑅" 6 𝑅" 2

3) Se 𝑛 = 𝑁 − 3, tra il nodo e il morsetto non invertente vi saranno due resistenze 𝑅:

In base a quanto determinato nel punto 2), abbiamo:

𝑉•w#
𝑣‡ =
2

𝑉•w# può essere ottenuto da 𝑉•w" sfruttando nuovamente i partitori di tensione: osserviamo che
tutti i rami a destra del nodo 𝑁 − 2 possono essere schematizzati come un’unica resistenza
equivalente pari a 2𝑅 (ottenuta dal parallelo dei due 2𝑅 a cui è aggiunta in serie 𝑅), che, in
parallelo alla resistenza 2𝑅 (collegata a massa) forma la resistenza equivalente pari ad 𝑅. La
tensione 𝑉•w# è proprio la tensione che si scarica su questa resistenza equivalente, perciò:

𝑅 1
𝑉•w# = 𝑉•w" = 𝑉•w"
𝑅+𝑅 2

Da cui:

𝑉•w# 𝑉•w" 𝑉[
𝑣‡ = = =
2 4 12

E dunque:

𝑅# 𝑉[ 𝑅# 𝑉+
𝑣$ •w# = 𝑣‡ 61 + 7= 61 + 7 =
𝑅" 12 𝑅" 4

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4) In 𝑁 − 1 abbiamo ottenuto 𝑉•w" = 𝑉+, in 𝑁 − 2 abbiamo ottenuto 𝑉•w# = 𝑉+ /2 e alla terza
iterazione 𝑉+ /4 ; comprendiamo che ad ogni nodo non facciamo altro che aggiungere un fattore 2
al denominatore, perciò, Iterando fino ad un generico nodo 𝑛-esimo, si ottiene:

𝑉+ 𝑉+ Ñ
𝑣$Ó = •w"wÑ
= •w"
2
2 2

Applichiamo al risultato precedente il principio di sovrapposizione: in generale avremo un certo numero di


entrate al bit 1 (restituenti un 𝑣$Ó ≠ 0) e un certo numero di entrate al bit 0 (considerate a massa).
Sommando su tutti i contributi 𝑛-esimi otteniamo allora:
•w" •w" •w"
𝑎Ñ 𝑉+ 𝑅# 𝑉[ 1
𝑣$ = ’ 𝑣$Ó = ’ •w" 2Ñ = 61 + 7 ’ 𝑎Ñ 2Ñ
2 𝑅" 3 2•w"
Ñy+ Ñy+ Ñy+

Dove, ancora una volta, i coefficienti 𝑎Ñ possono essere pari a 0 o ad 1 a seconda del bit associato al ramo
" [
𝑛-esimo. Scelte le resistenze in modo che A {1 + ["G | = 2•w" , si ottiene:

•w"

𝑣$ = 𝑉[ ’ 𝑎Ñ 2Ñ
Ñy+

Che è il risultato cercato. Sebbene questo tipo di circuito eviti l’utilizzo di resistenze molto grandi, ha il
difetto di creare reti di collegamento piuttosto lunghe, e creare dunque dei ritardi nella propagazione dei
segnali più lontani dall’amplificatore operazionale.

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Bibliografia
J. Millman – Circuiti e sistemi microelettronici, Bollati Boringhieri (1985);

J. Millman, A. Grabel, P. Terreni – Elettronica di Millman, McGraw-Hill Education (2008);

W. R. Leo – Techniques for nuclear and particle physics experiments: a how-to apporach, Springer-Verlag
(1987);

V. Aita – Appunti di Aita di Laboratorio 3.

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